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Wednesday, June 18, 2025

GRICE ITALO A-Z V

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ala del silenzio – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Abstract. Keywords: solidario. solidarietà conversazionale. imperativo di solidarietà  conversazionale. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is “L’ala del silenzo” -- great title, from Alighieri about litotes and understatement. Deputato della Repubblica Italiana Legislature. Gruppo parlamentare Collegio Bari Partito Comunista Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Partito Democratico Laurea in giurisprudenza e filosofia del diritto. Docente universitario. Si laurea in filosofia del diritto discutendo una tesi sulla filosofia politica e giuridica di CROCE. Svolge una intensa attività di organizzatore di cultura, culminata con l'impegno dedicato alla casa editrice De Donato. Membro del comitato centrale del Partito Comunista Italiano è poi stato nella direzione del Partito Democratico della Sinistra. Libero docente in storia delle dottrine politiche, vince la cattedra di tale disciplina a Bari. -- è stato nel consiglio di amministrazione della RAI. Deputato per il PCI nella IX e X Legislatura nella circoscrizione elettorale Bari-Foggia. In occasione delle elezioni comunali, si è candidato a sindaco con il sostegno della coalizione di centro-sinistra, ma è stato sconfitto da Abbrescia. Ha ricoperto incarichi di partito in Puglia e a livello nazionale. Ha rivolto poi i suoi studi alla storia del marxismo contemporaneo. Dirige la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, diventandone poi Presidente. Membro del Cda dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presiede la Commissione scientifica dell’Edizione degli scritti di GRAMSCI. Professore di Storia delle dottrine politiche a Bari, si è occupato in particolare dell'idealismo novecentesco e dell'hegelismo italiano nella seconda metà del XIX secolo, con particolare riferimento alla genesi del marxismo in Italia. Saggi: “Politica e filosofia in SPAVENTA” (Bari, Laterza); Lukàcs o Korsch? (Bari, Donato); Marxismo e analisi sociale (Bari, Donato); Scienza, Stato e critica di classe. VOLPE (vedi) e il marxismo (Bari, Donato); Politica e teoria nel marxismo italiano, Antologia critica (Bari, Donato); PCI, Mezzogiorno e intellettuali. Dalle alleanze all'organizzazione, curatela (Bari, De Donato); Saggio su TOGLIATTI e la tradizione comunista (Bari, Donato); Osservatorio meridionale. Temi di politica culturale” (Bari, De Donato); Quale democrazia. Problemi della democrazia di transizione (Bari, Donato); Criticità e trasformazione. Korsch teorico e politico (Bari, Dedalo); Gl’intellettuali di sinistra e la crisi, curatela, Roma, Editori Riuniti, Comunicazioni di massa e democrazia, curatela, Roma, Editori Riuniti, L'informazione Roma, Editori Riuniti, Il marxismo e gl’intellettuali. Dalla crisi di fine secolo ai Quaderni del carcere, Roma, Editori Riuniti, Tra compromesso e solidarietà. La politica del PCI (Roma, Editori Riuniti); Gorbačëv e la sinistra europea, Roma, Editori Riuniti, Tra Italia e Europa. Politiche e cultura dell'alternativa (Milano, Angeli); “Gramsci e Togliatti” (Roma, Editori Riuniti); Dal PCI al PDS. Intervista (Bari, Delphos); Togliatti sconosciuto, Roma, l'Unità, Pensare il mondo nuovo. Verso la democrazia, Cinisello Balsamo, San Paolo, Per una nuova Costituente, Milano, PasSaggi Bompiani, Vent'anni dopo. La sinistra fra mutamenti e revisioni, Torino, Einaudi, Da un secolo all'altro. Mutamenti della politica nel Novecento, Milano, Bompiani, Appuntamenti con GRAMSCI: Introduzione allo studio dei Quaderni del carcere, Roma, Carocci,  GRAMSCI (Roma, Carocci); Presente futuro. Idee per lo sviluppo ecosostenibile della Puglia, Bari, Dedalo, X. Riformismo vecchio e nuovo, Torino, Einaudi, In tempo reale. Cronache del decennio, Bari, Dedalo, Ritorno in Puglia. Tre anni di volontariato politico, Bari, Palomar, Federalismo, sviluppo economico e coesione sociale in Puglia, e con Masella, Lecce. Martano, L'unità dell'Europa. Rapporto sull'integrazione europea, curatela, Bari, Dedalo, Roma, Nuova iniziativa editoriale,  Il dilemma euroatlantico. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, curatela, Roma, Nuova iniziativa editoriale, Dalla Convenzione alla Costituzione. Rapporto della Fondazione Istituto Gramsci sull'integrazione europea, a cura di, Bari, Dedalo,  I dilemmi dell'integrazione. Il futuro del modello sociale europeo. Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi (Bologna, Il mulino); “Il riformismo italiano: dalla fine della guerra fredda alle sfide future” (Roma, Fazi); “Gramsci tra MUSSOLINI e Stalin” (Roma, Fazi); cura di Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti Torino, Einaudi, Studi gramsciani nel mondo.  e con Schirru, Bologna, Il mulino,  Perché l'Europa? Rapporto sull'integrazione europea, e con Sausi, Bologna, Il mulino, Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, e con Capuzzo e Schirru (Bologna, Il mulino) Le forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni (vedi), e con Montanari e Papa, Napoli, Bibliopolis, Il Novecento di Garin. Atti del Convegno di studi, e con Ricci, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Studi gramsciani nel mondo. Gramsci in America, e con Kanoussi e Schirru, Bologna, Il mulino, Vita e pensieri di Gramsci.  Collana Storia, Torino, Einaudi, Collana ET Storia, Einaudi, Moriremo demo-cristiani? La questione cattolica nella ri-costruzione della repubblica, Roma, Salerno); “Il FASCISMO in tempo reale: studi e ricerche di Tasca sulla genesi e l'evoluzione del REGIME FASCISTA, con Bidussa (Milano, Feltrinelli); Togliatti e Gramsci. Raffronti, Pisa, Edizioni della Normale, Modernità alternative. Il Novecento di Gramsci, Torino, Einaudi, Togliatti, La politica nel pensiero e nell'azione, Scritti e discorsi, V. con Ciliberto, Bompiani, Milano  Quel che resta di Marx, Salerno Editore, Roma,  L'Italia contesa. Comunisti e democristiani nel lungo dopoguerra,  Marsilio, Venezia. V., su storia.camera, Camera dei deputati. Vacca. Keywords: solidarietà conversazionale, fascismo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vacca.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vacca: la ragione conversazionale del deutero-esperanto – filosofia romana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vacca as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grice has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vacca’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo italiano. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli. Vacca. Keywords: Deutero-Esperanto, implicatura, ragione conversazionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vacca,” The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vaccarino: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’errore del filosofo – scuola di Pace del Mela – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pace del Mela). Abstract. Keywors: costruzione. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Vaccarino would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Vaccarino’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Pace del Mela, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I appreciate his metaphor of the ‘chemistry of the mind,’ la ‘chimica del pensiero,’and the idea that philosophers commit only ONE mistake (“l’errore dei filosofi”)!” Flosofo Figlio del titolare di un importante saponificio. Laureato a Milano. Fonda “Sigma” pubblicata a Roma. Fonda “Methodos”, trimestrale di metodologia e di logica simbolica. Si occupa prevalentemente di logica ed epistemologia. Pubblica una serie di articoli sulla rivista Archimede su invito di GEYMONAT. Abilitato alla libera docenza in filosofia della scienza, ma assorbito dai suoi studi e da altre attività non si dedica all'insegnamento. Ha incarico di tenere il corso di storia della filosofia antica presso Messina. Riceve anche quello di filosofia della scienza. Nominato professore associato di filosofia della scienza, ma non ottenne mai la cattedra di ordinario. Partecipa a vari congressi. In quello di Amsterdam ha l'occasione di conoscere Bochenski e incaricarlo di dirigere la sezione di logica simbolica di Methodos. A quello di Parigi partecipa insieme con CECCATO (vedi), SOMENZI (vedi), e LANDI (vedi), con i quali era in stretti rapporti di amicizia. Contribusce alla fondazione della rivista Methodologia nata per iniziativa della Società di cultura metodologica operativa a Milano, presieduta da Accame. Molto vicino alle vedute filosofiche dei neo-positivisti, ma in seguito si capì che per dare soluzione ai problemi posti dalla tradizionale filosofia bisogna anzitutto effettuare un'indagine sul metodo scientifico onde spiegare perché è l'unico considerabile come valido. Sviluppa in questo senso sulla “Sigma” una teoria che chiama della "meta-conoscenza", in quanto ricondotta a una disciplina avente per oggetto la conoscenza. Successivamente si convince che per procedere in modo effettivamente scientifico bisogna eliminare ogni a-priorismo effettuando un'analisi sistematica dei significati di tutte le parole di cui ci avvaliamo e riconducendoli alle operazioni da cui sono costituiti. Sotto questo profilo i suoi interessi si incontrarono con quelli di CECCATO e della scuola opperativa. Ma mantenne una posizione autonoma, ritenendo che la ricerca di base deve puntare su una semantica e non su una ricerca di tipo cibernetico, come invece sostene CECCATO. Però accetta e condivide il concetto che bisogna occuparsi del modo come operiamo a livello mentale per descrivere i significati. Perciò respinge vedute allora in auge, come quelle della filosofia analitica, che riconducendo il SIGNIFICATO semplicemente all’USO che se ne fa parlando, li lascia in analizzati assumendoli implicitamente come prius, in quanto tali, dogmatici. Si dedica assiduamente a queste ricerche, pervenendo alla elaborazione di un metodo generale di analisi dei significati. Le sue ricerche conduce, tra l'altro, all'introduzione di una formulistica idonea alla definizione delle operazioni mentali, prospettando una sorta di chimica della mente. La vastità e la complessità delle sue indagini lo costringe a procedere a molti ripensamenti e revisioni.  Pubblica “La chimica della mente” (Carbone, Messina), in cui espone i principali risultati a cui e pervenuto. Vince il premio L'Inedito con il racconto “Lo sporco”, pubblicato da Marsilio. Prospetta ampliamenti e modifiche delle sue teorie nel saggio “Analisi dei significati” (Armando, Roma). Pubblica “Scienza e semantica costruttivista” (Cooperativa Libraria Universitaria del Politecnico, Milano) dedicato a una critica di correnti vedute professate da filosofi della scienza.  I suoi interessi si rivolgeno anche alla codificazione di una logica contenutistica in grado di fissare i criteri di compatibilità e incompatibilità tra i significati in riferimento alle loro operazioni costitutive. In tal modo la logica diviene una filiazione della semantica. La summa dei suoi lavori di semantica è pubblicata in “Dalle operazioni mentali alla semantica” (Ciddo, Rimini). Nella prefazione al volume Introduzione alla semantica edito da Falzea a Reggio Calabria, si lo considera l'ultimo dei grandi illuministi. Altri saggi: “L'errore dei filosofi” (D'Anna, Messina); “Introduzione alla semantica” (Falzea, Reggio Calabria); “Scienza e semantica” (Melquiades, Milano); “Prolegomeni”, “Lo sporco. Il pulito, duepunti edizioni. Repubblica  Semantica Filosofia della scienza  Centro Internazionale Di Didattica Operativa onlus, su ciddo. Methodologia on-line, su methodologia. Vaccarino. Keywords: costruzione prammatica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossa, Grice e Vaccaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura come eteropia – la scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Abstract. Keywords: signification. The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Vaccaro as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “My favourite of his books is ‘eteropie,’ a pun on homotopos.”  Si laurea a Palermo, inizia l'attività di docenza presso lo stesso ateneo prima come professore a contratto, poi come ricercatore e come professore associato. Titolare del corso di filosofia politica e supplente di scienza politica nella facoltà di scienze della formazione dell'ateneo palermitano.  -- è pro-rettore a Palermo per la politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo. Inoltre è condirettore della collana “Eterotopie” dell'editore Mimesis di Milano, membro fondatore della Società italiana di filosofia politica” e del Centro interdisciplinare in Bio-politica, Bio-economia e Processi di Soggettivazione a Salerno. Vicepresidente dell'ONG palermitana della Cooperazione Internazionale Sud-Sud. I suoi ambiti di ricerca si orientano sulla teoria critica (soprattutto Adorno e Benjamin della Scuola di Francoforte) e sulla decostruzione post-strutturalista francese (principalmente Foucault e Deleuze) dai quali ricava strumenti di analisi da mettere alla prova nel campo della globalizzazione, della governance e dei diritti umani. Saggi: “Decostruzione di una realtà macchinica”, in Il camaleonte e l'iscrizione, Palermo, Ila Palma); “Il capitalismo regolato statualmente”, curatela con Riccio e Caruso (Milano, Angeli); “Oltre la pace” -- saggi di critica al complesso politico militare, curatela con Magno (Milano, Angeli); “Adorno e Foucault: congiunzione disgiuntiva” (Palermo, ILA Palma); “Il pensiero (check) anarchico (Verona, Demetra); “Il secolo deleuziano” (Milano, Mimesis Edizioni); “Il pianeta unico” (Milano, Elèuthera); “Anarchismo e modernità” (Pisa, BFS); “CruciVerba: lessico per i libertari” (Milano); “Zero in condotta, Globalizzazione e diritti umani” (Milano, Mimesis); “Biopolitica e disciplina” (Milano, Mimesis); “Lo sguardo di Foucault” (Roma, Meltemi); “Governance e democrazia” (Milano, Mimesis). Vaccaro. Prof. Salvatore delegato alle politiche di solidarietà sociale e di co-operazione per lo sviluppo, su Università degli Studi di Palermo.  Mimesis Edizioni: collane. Archiviato Palermo: scheda docente., su scienze formazione.unipa. Biblioteca nazionale di Firenze: catalogo autore., su opac. bncf.firenze..  Foucault: scheda autore., su portail-michel-foucault.org. Vaccaro. Keywords: congiunzione e disgiunzione. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vaccaro.

 

Luigi Speranza --  GRICE ITALO; ossia Grice e Vailati: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della semantica filosofica di Peano– la scuola di Crema – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Crema). Abstract. Keywords: formalists and neo-traditionalists. Grice: Why Vailati, in a typically Italian fashion, does not QUITE fit!” -- The phrase ‘Grice italo’ is meant as provocative. An Old-World philosopher like Valiati would never have imagined to be compared to a tutor at a varsity in one of the British Isles, but there you are! It is meant as a geo-political reminder, too. Many Italian philosophers have been educated in a tradition that would make little sense of Valiati as a ‘Grice italo,’ but there you are. My note is meant as a tribute to both philosophers. Grie has been deemed an extremely original philosopher, and by Oxford canons he certainly was. He was the primus inter pares at the Play Group, the epitome of ordinary-language philosophy throughout most of the twentieth century. His heritage remains. Valiati’s place in the history of philosophy is other. But there are connections, and here they are. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Crema, Cremona, Lombardia. Essential Italian philosopher. an important figure in the history of formal semantics, influenced by PEANO, who in turn influenced Whitehead and Russell, and thus Grice. Si laurea a Torino. Insegna a Torino, dopo aver lavorato come assistente di PEANO e VOLTERRA. Lascia il suo posto universitario e così puo proseguire i suoi studi in modo indipendente, e si guadagna da vivere insegnando matematica. Scrive saggi e recensioni che toccano un'ampia gamma di discipline. La sua opinione nei confronti della filosofia è che essa fornisse una preparazione e gli strumenti per il lavoro scientifico. Per questa ragione, e perché la filosofia dove essere neutrale fra opposte convinzioni, concezioni, e strutture teoriche, il filosofo evita l'uso di un linguaggio tecnico specialistico, ma usa il linguaggio che la filosofia adotta in quelle aree in cui è interessata. Ciò non vuol dire che il filosofo debba soltanto accettare qualunque cosa egli trovi. Un termine del linguaggio ordinario potrebbe essere problematico, ma la sua carenza e corretta piuttosto che sostituite con qualche nuovo termine tecnico. La suo filosofia sulla verità e sul significato e influenzato da filosofi come Peirce e Mach. Con cautela, distinse fra SIGNIFICATO e verità. La questione di determinare che cosa vogliamo dire quando enunciamo una data proposizione, non solo è una questione affatto distinta da quella di decidere se essa sia vera o falsa. Tuttavia, dopo aver deciso cosa si vuole dire, l'azione di decidere se ciò è vero o falso è cruciale. V. ha una filosofia positivista moderata. La tattica adottata dai pragmatisti in questa loro guerra contro l'abuso delle astrazioni e delle unificazioni consiste nel proporre che, anche nelle questioni filosofiche si esiga, da chiunque avanzi una tesi, che egli sia in grado di indicare quali siano i fatti che, nel caso che essa fosse vera, dovrebbero, secondo lui, succedere o esser successi, e in che cosa essi differiscano dagli altri fatti che, secondo lui, dovrebbero succedere o essere successi, nel caso che la tesi non fosse vera. Le influenze e i contatti di V. sono molti e vari, e spesso e etichettato come "l'italiano pragmatista". Deve molto a Peirce e James – V. è uno dei primi a distinguere i loro pensieri --, ma subì anche l'influenza di Platone e Berkeley -- che egli vide come precursori importanti del pragmatism -- Leibniz, V. Welby-Gregory, Moore, Russell, PEANO e Brentano. V. corrispose con molti dei suoi contemporanei. La prima parte della sua filosofia comprende scritti sulla logica matematica. In questi saggi, focalizza l'attenzione sul suo ruolo in filosofia e distinguendo fra logica, psicologia ed epistemologia. La dottrina recente pone V. e il suo allievo CALDERONI (vedi) nella categoria storiografica del pragmatismo analitico italiano.  I suoi principali interessi storici riguardarono la meccanica, la logica e la geometria. Egli da un importante contributo in molti campi, compreso lo studio della meccanica post-aristotelica, dei predecessori di GALILEI (vedi), della nozione di definizione e del suo ruolo nell'opera di Platone e Euclide, delle influenze matematiche sulla logica e sull'epistemologia, e sulla geometria non-euclidea di SACCHERI. S’interessa particolarmente  ai modi in cui quelli che potrebbero essere visti come gli stessi problemi sono inquadrati e trattati in periodi differenti. Il suo lavoro di storico della scienza e strettamente connesso con quello filosofico. Per le due attività, infatti, utilizza gli stessi pensieri e metodologie di fondo. Vede lo studio storico e lo studio filosofico come differenti nell'approccio ma non nell'argomento. Crede, inoltre, che dovesse esserci cooperazione fra filosofi e scienziati nell'approfondimento degli studi storici. Ritene anche che una storia completa richiedesse che si tenesse in conto anche il background sociale pertinente. Il superamento delle teorie scientifiche, grazie a nuovi risultati, non comporta la loro distruzione, perché la loro importanza aumenta proprio per il fatto di essere superate. Ogni errore ci indica uno scoglio da evitare mentre non ogni scoperta ci indica una via da seguire. La posizione di V. sulla storia della scienza ricalca quella di una serrata critica al positivismo, in un contesto teorico dove il pragmatismo ammette nuovi strumenti di comprensione e anche di valutazione della scienza, come mostrano anche le vicende di CALDERONI (Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di Calderoni, Roma, IF Press) e di PEANO, il quale vanta certe affinità con il pensiero filosofico del periodo (Rinzivillo, V., Storia e metodologia delle scienze in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura, e PEANO, Contributi invisibili in Una epistemologia senza storia, Pozzoni, Il pragmatismo analitico (Villasanta, Liminamentis); PEANO, In Memoriam, Bolletino di matematica,  Pozzoni, Cent'anni di V.” (Liminamentis, Villasanta); Zan, “La formazione di V.” (Congedo, Galatina); Sava, La psicologia tra V. e Brentano, in "Il Veltro", Roma, Giordano, V., filosofo della scienza (Firenze, Le Lettere); Pozzoni, Il pragmatismo analitico italiano di V., Liminamentis Editore, Villasanta,  Ronchetti, L'archivio in Quaderni di Acme, Bologna, Cisalpino, Scritti filosofici. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; giovanni-vailati.net. Fondo archivistico e librario conservato presso Milano, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Couturat  e Leau, Histoire  de  la  langue  universelle  Paris,  Hachette. Rivista  Filosofica. Non è solo pel fatto di contenere un’esposizione accurata e particolareggiata dei numerosi progetti di  lingua universale che si sono succeduti a cominciare dai primi di cui si ha notizia (Urchard, Dalgarno, Wilkins) fino a H. P. Grice che la storia di Couturat e Leau  ha il diritto d’intitolarsi una ‘storia’ della questione della lingua internazionale. Il saggio merita tale titolo anche in un altro e più  importante senso, in quanto i suoi autori riescono con esso a provare che la serie di tentativi d’essi  presi in considerazione, lungi dal presentare l’aspetto d’una successione di sforzi  indipendenti e incoerenti, lascia trasparire le traccie d’una graduale evoluzione verso uno schema il cui carattere generale è già fin d’ora suscettibile d’un’approssimata determinazione, el e cui linee fondamentali vengono in certo modo a sovrapporsi a quelle segnate dal processo spontaneo che porta irresistibilmente, per quanto lentamente, le nazioni civili ad aumentare sempre più il  patrimonio di vocaboli e d’espressioni che possiedono in comune e persone, anche colte, che non hanno avuto occasione di riflettere sull’argomento non si fanno facilmente un’idea esatta della quantità di parole nter-naziona1 che esse adoperano, e della parte sempre crescente che queste vengono ad occupare, non dico nei dizionari compilati dai letterati o dai puristi ma nel dizionario  reale ed effettivo dell’uso corrente – “the little Oxford dictionary,” nelle parole di Austin rapportate da Grice --, nella lista cioè dei vocaboli del CUI significato s’esige e si  presuppone la conoscenza anche in chi non conosca altra lingua che la propria – cf. Crusoe’s Friday. Così, per esempio, nessun italiano può addurre la sua ignoranza del gallo o del tedesco, come  giustificazione del  suo non conoscere il SIGNIFICATO (o senso) di parole come le seguenti: òuffet, bureau, chèque, club, hotel, itufiresario, meeting, menu, metier, bete noire, restaurant, rdclame, record, reporter revolver, sport toilette, traimvay, tunnel, etc. Il che vuol dire che, se si prende come criterio dell’italianità o cruscacita d’una parola il fatto ch’essa è usata e intesa agl’italiani – cf. H. P. Grice, “native speaker of English,” William James Lecture V -- (e non si vede quale altro criterio si puo prendere – sta nella Crusca? --,  da chi a meno non sia disposto a negare che siano ITALIANE anche le parole alcool, ze-7itth, ovest, gas pel fatto ch’esse ci provienneno dallarabo o dall’olandese, i vocaboli sopra riportati hanno ben più diritto a essere qualificati come  ITALIANI , se non romani, di quanto n’abbiano tanti altri che i dizionari registrano solo perchè usati da scrittori di qualche secolo fa  -- i don’t give a hoot what the dictionary says – Grice to Austin : come,  per esempio,  allotta, arrogi ,  < gttagnele, millanta,  etc. Ne al fatto  he alcune delle suddette parole contengono lettere o sillabe  venti valore fonetico diverso da quello che loro spetterebbe nella nostra  ortografia può essere ormai attribuita molta importanza dal momento che tale circostanza non è più considerata come un ostacolo alla trascrizione esatta dei nomi proprii stranier,  com’Erberto,  di luogo e di persona. Oxford, vade vobis. L’esigenze pratiche s’alleano ora al senso estetico per trattenerci dallo scrivere Stoccarda o Conisberga invece di Stuttgart e di Konigsberg. E se a  molti non ripugna ancora lo scrivere Volfango invece di Wolfgang, o Mabetto invece di Macbeth, a nessuno verrebbe certo ora in mente d’imitare il obtuso napoletano VICO (si veda) citando Renee Descartes sotto il nome di Renato delle Carte, quando Chomsky preferisce Cartesio! Un esempio caratteristico di creazione di nuove parole internazionali mediante un espresso accordo  tra  gl’interessati c’è fornito dal sistema di unita C. G. S. adottato e promulgato dal congresso  degl’elettricisti tenuto a Parigi  e le cui denominazioni sotto forma invariabile, volt, ampire, ohm, etc., sono ora adoperate dagli scienziati e dagl’elettrotecnici di ogni nazione europea, e non solo la Gallia. La  gran maggioranza tuttavia  delle parole che possono praticamente essere riguardate  come già in effetto internazionali non è costituita da quelle che figurano nelle varie lingue sotto forma assolutamente identica, ma bensì da quelle che vi si trovano leggermente modificate, sopratutto nella desinenza, a seconda dell’indole dei rispettivi linguaggi, come avviene ad esempio pelle parole: caffè, cioccolata, tabacco, garanzia, posta, vagone, consolato, oasi, concerto, etc. E in  questa categoria che rientrano i numerosi termini tecnici, di scienze, d’arti, di sostanze chimiche, di strumenti, di malattie, etc., derivati dal greco, come chirurgo, estetica, ossigeno, fonografo, emicrania, etc. A projiosito dei quali giova notare come parecchie radici o prefissi greci. come  —logo,  —grafo,  z=.geno,  fono—,  termozzz,  baro=,  archi—,  end—,  anti—,  i^o —, filo —, geo—,  etc., pure non figurando, sotto qualsiasi forma, come parole isolate, nel dizionario d’alcuna lingua, tuttavia pel solo fatto di trovarsi ripetutamente adoperati, econ un senso ben determinato, nella composizione di parole appartenenti a ogni linguaggio civile, finiscono per essere correttamente interpretate anche da chi si trovi sprovvisto di qualsiasi conoscenza della lingua dalla  quale provengono --  cf. Hare, a good phylostysometre. La stessa osservazione si può ripetere per quei VOCABOLI LATINI che, pure non potendo essere qualificati come internazionali nel senso che essi appartengano ad altre lingue oltre che alle  romanze o neo-latine, lo sono tuttavia nel senso che le lingue romanze o neo-latine non sono le sole nelle quali esse figurano come elementi  di parole composte. Cosi per esempio le parole romane o latine navts, oculus, currere, secretum, ovum, pubblicus, annus, etc. non possono essere riguardate come del tutto estranee a un britannico o a un tedesco dal momento che a sue lingue appartengono le parole oculist, concurrence, secretary, ovai, Publizist, Annalen, etc. E specialmente in virtù di questa circostanza che i più recenti  progetti di lingua universale – il deutero-esperanto di H. P. Grice, o il basic latin di Ogden --, quanto più deliberatamente si propongono di costruire il dizionario in base al criterio pratico della massima effettività internazionale delle singole parole o radici, criterio che viene a essere naturalmente imposto dalla necessità di ridurre al minimo gli sforzi richiesti dall’apprendimento di  parole interamente nuove da parte di chi conosca già qualcuna delle lingue civib''europee, -- cf. Grice’s and Austin’s Eskimo implicatdures -- e dalla convenienza di rendere il dizionario della lingua internazionale quanto più è possibile utile per facilitare l'eventuale apprendimento delle lingue civili europee da parte di chi non ne conosca alcuna. tanto più si trovano condotti ad attribuire  una parte preponderante all’elemento LATINO tratto da Peano, sine flessione! La maggior parte di tali progetti finiscono anzi per differire tra loro assai meno di quanto possano differire due dialetti – toscano e genovese -- di una stessa lingua – la toscana -- , e per avvicinarsi anche senza volerlo, per ciò almeno che riguarda il dizionario, ai progetti avanzad dai fautori d’un ritorno  all’uso  internazionale del LATINO, in quanto anche questi sono costretti ad ammettere i neo-logismi indispensabili per esprimere cose e concetti moderni, e a rinunciare quindi a qualunque pretesa puristica e letteraria. Come è naturale, il latino più ricco d’elementi internazionali non è quello classico di CICERONE (si veda) o di  TACITO (si veda), ma quello usato dagli scolastici come Aquino da Roccasecca a Parigi, e dagli scienziati del medio evo; non quello, per esempio, in cui il ministero della pubblica istruzione sarebbe chiamato Summus moderator studiorum, ma quello in cui verrebbe semplicemente indicato come  mnister  publicae instructionis o, anche meglio, de publica instructione. Ma a rendere difficile un completo accordo tra i fautori d’un latino  comunque modernizzato e semplificato – il SYMBOLO di Austin --, e quelli che propongono la costruzione d’una lingua affatto artificiale, per quanto costruita con materiali tolti in gran parte dal latino, si presentano le questioni relative alla grammatica o morfo-SINTATTICA. Benché gl’uni  e gl’altri si trovino d’accordo nel riconoscere che le difficoltà inerenti all’adozione del latino  come lingua internazionale puo venir notevolmente diminuite coll’introdurre nella sua grammatica delle modificazioni semplificatrici d’indole analoga a quelle che si sono spontaneamente prodotte ne le lingue neo-latine, pure essi non cessano per ciò di differire grandemente nell’apprezzamento dei criteri da seguire in tale semplificazione. Vi è chi si contenterebbe di regolarizzare le  declinazioni o le coniugazioni, togliendo la loro inutile molteplicità e permettendo, per esempio, che si dicesse ati t o e legebo come si dice amabo e monebo, o loqtiivi, currivi invece di locutus  S2tm  e di  czicurn. Altri abolirebbero senz’altro ogni declinazione dei nomi indicando invece i vari casi colle preposizioni come fanno le lingue neo-latine 1 armenti sopprimerebbero le varie  flessioni dei verbi corrispondenti alle persone, bastando, per distinguere queste, l’impiego dei pronomi. Anche per indicare i diversi tempi dei verbi v’è chi propone s’abbandoni l’impiego di speciali desinenze o modificazioni adottando invece l’artificio dei verbi ausiliari  -- Grice, Socrates whatted in Athens? Drank hemlock -- anche pel futuro.  Un passo piu avanti è fatto da quelli che  propongono si’abolisca la distinzione tra i generi dei nomi e tutte le regole di concordanza ad essa relative, indicando solo, quando occorra, il sesso con  uno speciale prefisso – aquilo -- come si fa in inglese: he-goat, she-goat, he-bitch. Ne qui SI arrestano le proposte di semplificazioni, tra le quali la più radicale è rappresentata dal Latino sine flexione di PEANO (si veda), riattaccantesi  a un ordine di ricerche il cui primo impulso risale non a Grice ma a Leibniz. Già questi osserva che, allo stesso modo come l’uso delle proposizioni rende inutili, pei nomi, le flessioni corrispondenti ai differenti casi, così anche l’uso delle congiunzioni potrebbe sostituire, per i verbi, le flessioni indicanti i differenti modi, modes, not moods – Grice – Follesdall – Stanford – Moravsik.  Così,  per esempio, la differenza di SIGNIFICATO (O SENSO) tra l’indicativo e il soggiuntivo è già sufficientemente espressa dalla sola presenza, pel secondo, delle congiunzioni: ut, quod,  “si,” (if) – cf. H. P. Grice, “Indicative Conditionals” --,  etc. La ragione perche Boezio non vuole parlare di preghiere! Non occorre quasi notare che anche il modo imperativo –il primo secondo Vico: I, FAC, STA, DA,   non ha affatto bisogno di venire indicato d’alcuna modificazione del verbo, bastando a ciò premettere, o far seguire, a questo l’indicazione del comando o del desiderio, opto,  peto,  quaeso,  etc – the door is closed, please -- Hare., come già del resto si pratica in più d’una lingua  (PLEASE – R. M. Hare: “The door is closed, please” --,  bitte,  s’il  vous  plait,  etc.. Un’idea più ardita, suggerita pure da Leibniz a PEANO (si veda), è quella dell’inutilità di qualsiasi flessione per indicare il plurale dei nomi  -- sheep, shep -- {videtnr  pluralis inutilis in lingtia rationali – Warnock, Tigers are dangerous – Metaphysics and logic. La distinzione tra singolare e plurale sembra a PEANO (si veda) puo essere sufficientemente espressa dal semplice  premettere al nome, quando occorra, un aggettivo numerale – Me Tarzan You Jane You You DUE Jane,  U7tus, aliqtds, omnis, plurcs, duo, diversi, etc. – Altham, the logic of plurality – aleoethetca, pleonethica. Geach Occam. A questa stessa conclusione è pure antecedentemente venuto anche un altro filosofo che s’occupa molto a fondo delle questioni relative alla grammatica razionale, BELLAVITIS, di  Padova, di cui l’importante saggio, portante il titolo “Pensieri sopra una lingua universale e su alcuni argomcnli  analoghi,” Memorie  dell’I.  R. Istituto Veneto, è sfuggito, tipico d’un gallo orgoglioso, all’attenzione di Couturat. Tra l’altre proposte originali e suggestive che il saggio di BELLAVITIS (si veda) contiene è da notare quella relativa all’adozione di una speciale preposizione anche per  distinguere il soggetto (“Fido”) dal predicato (“is shaggy” – Grice) – Strawson Subject and predicate in logic and grammar, Irvine – Grice – d’una proposizione, d’adoperare, s’intende, solo quando ve ne è bisogno. Tale è il caso, per esempio, quando si tratti d’una proposizione il cui soggetto (“Fido”) o attributo (“shaggy”) è rappresentato d’un  pronome relativo, il quale, per ragione di chiarezza [Grice, DESIDERATUM OF CONVERSATIONAL CLARITY: “Be perspicuous [sic]”. -- non può venire troppo allontanato dal precedente nome cui si riferisce, e non può  quindi  indicare, per mezzo della sua posizione rispetto al verbo, se dove essere inteso come il suo soggetto o il suo predicato.  Quest’osservazione  di BELLAVITIS (si veda) non è priva anche d’una certa importanza filosofica in quanto costituisce in sostanza una critica della distinzione tra verbi transitivi e intransitivi e di quella tra verbi attivi e passivi. Essa mira infatti a sottoporre non solo l’accusativo (o CAUSATIVO, strettamente -- come già avviene in alcune lingue, p. e. nella  spaglinola), ma anche il nominativo a norme analoghe a quelle  che reggono gl’altri casi, sopprimendo l’inutile complicazione della  costruzione [Atti  della  R.  Accademia  di  Scienze  di  Torino; Leibniz [citato da Grice – “one of the greats”]. Opusculcs el Fragnicnt inédils publiés par Couturat. BELLAVITIS (si veda)  ha su questo punto dei precursori fra gli scolastici, in CAMPANELLA e Occam [cf. il sermone mentale – discusso da Geach e Grice e Leibniz – PARIDE AMA ELENA -- e Alberto di Sassonia. L’apprezzamento espresso su quest’ultimo da Prantl – lesso da LAMENTANI (si veda) nella sua Storia  della Logica, precisamente a questo proposito, è da deplorare come erroneo e ingiusto. COUTURAT  E L.  LEAU,  HISTOIRE  DE  LA  LANGUE  UNIVEKSELLE] passiva – Strawson, “The exhibition was visited by the King of France” --,  ed emancipando nello stesso tempo la frase d’ogni restrizione relativa alla collocazione delle sue varie parti rispetto al verbo. Anche sull’uso dell’articoli e delle  particelle dimostrative l’osservazioni di BELLAVITIS (si veda) apportano un contributo prezioso alla soluzione delle controversie che ancora si dibattono tra gl’autori di vari progetti di  GRAMMATICA RAZIONALE, come il Deutero-Esperanto di Grice. Un concetto dominante sul quale egli ritorna frequentemente è questo che  l’adozione di date preposizioni o congiunzioni  o articoli  -- “voci  grammaticali,” come egli le chiama -- per indicare date relazioni tra le parti d’una frase non implica che tali voci devono essere sempre adoperate per  esprimerle. Esse  possono e devono invece essere omesse ogni qualvolta la loro assenza non produce ambiguità – cf. Grice, “Avoid ambiguity” – Me Tarzan, You Jane. Blake, “Love that never told can be”. Tutte queste semplificazioni, le quali, del resto, potrebbero applicarsi, come al LATINO, anche a qualsiasi altra lingua, finisceno, come si vede, per far capo al concetto d’una lingua suscettibile di venir  compresa e adoperata indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi regola grammaticale – O. P. Wood, The Rules of Language, The Aristotelian Society, read by Austin and Grice on a Saturday morning. E in fondo l’ideale che si presenta già alla mente di CARTESIO – the rules of discourse, Grice -- [vide Grice, “Descartes on Clear and Distinct Perception”] in quella sua lettera a Mersenne nella quale, discutendo un progetto d’ignoto filosofo chiamato ERBERTO GRICEUS HARBONIENSIS che ritiene aver costruito una lingua  (“Deutero-Esperanto”) atta a essere interpretata e scritta col solo aiuto d’un dizionario – Grice: “The Little Oxford Dictionary? Austin hated it! --  conclude che ce n’est pas mcrvetlle que les esprits vulgaires apprennent en moins de  six heures à composer en cette langue. – cf. Prince Maurice’s Pirot -- Cartesio, Opere, edit. Tannery e Adam). Ed e questa stessa idea d’una lingua ARTIFICIALE [Deutero-Esperanto], costruita, per quanto riguarda il dizionario, con materiali tolti alle lingue viventi e sottoposta  invece, per quanto riguarda la grammatica – strettamente, morfo-SINTASSI --,  alla massima semplificazione  razionale – cf. RULES OF FORMATION OF SYSTEM G-HP di MYRO], che Rcnouvler sembra avere in vista in quella frase, da Wilkis, quasi profetica, che appunto Couturat riporta a questo proposito. La langue universelle doti ciré empiriquc par son vocabulairc o LEXICON, et  PHILOSOPHIQUE, logica, ragionata, PAR SA SINTASSIS, ou grammaire. (ReNOUVlER, De la question de la langue  universelle, Revue. Non voglio chiudere il  presente cenno senza richiamare l’attenzione su un altro saggio italiano sul soggetto della lingua universale, del quale pure, ma tipicamente d’un orgoglioso e miope gallo, non è fatta menzione nel volume di cui parliamo. Esso è pubblicato a Roma col titolo, “Riflessioni intorno all’istituzione  d’una lingua  universale,” -- lettera di Glice Ceresiano a Giotto fllo  Eugenio.  L’autore  ne  è il filosofo SOAVE (della Svizzera, si veda), il quale si propone in esso d’esaminare un progetto di lingua universale da Kalmar. Questo è tutto ciò che mi ò riuscito di sapere sul contenuto del detto opuscolo, che finora non sono stato in grado di rintracciare  e che conosco solo dalla menzione  che ne è fatta in un’altra  opera italiana, pure ignorata, com’e d’aspettare di un miope orgoglioso gallo come lui e,  da Couturat -- FERRARI (si veda), Monoglottica, Modena. Di quest’ultima V. ha conoscenza per mezzo di MERIGGI (si veda), appassionato cultore di questi studi e autore lui pure d’un progetto di cui sono segnate le traccio in un volumetto  pubblicato  a Pavia, Frat. Fusi.  Como. Grice: “My favourite Vailati is an essay cited by Peano (I wouldn’t have heard of it otherwise). It is concerned with the Italian counterparts to “non,” and the ‘congiunctioni’: “e”, “o”, and “se”. La  Grammatica  dell  Algebra.   iRivisla  di  Psicologia  Applicata,  A Parlare dell’algebra come d’una linguag. In che senso ^ f Quali  sentii  corrispondmio tn  al~   e d’una sua  speciale  J.  Come  si  presenti in algebra la distin-   gcbra ai verbi. Loro  carcittere  r . V-   l'altra, ad ussa corrispondente, tra  ìionè tra verbi transiti e verbi  Dei verbi molteplice-  nomi  (o aggettivi, shaggy)  relativi,  e gH^izioni  Carattere grammaticale dei segni mente transitivi, e dell  / caratteristiche dei segni d’uguaglianza j • fiirtincri e oarlando d’essa come di uno spe-  LParlando  d’algebra  a dei  attribuire, alla  pa- ciale  lingua, devo  pregarli d, P ^ essi  le  attribuì- rola  . lingua  >. astrazione d’un scono ordinariamente. di  studiano  — i quali tutti hanno per loro  carattere  comune  ai ^^ttendomi  d’applicare lo stesso nome anche elementi delle parole – L. PARABOLA, Grice word-meaning P^^  rivolgono ad altri sensi che non sono ad altri SISTEMI DI SEGNI eh, f„n7inni  dei lingue propriamente dette,  radilo, adempiono wttavia  alle  tCTfpo^J^   e„  „r„SS'e  ^.-—nLròne,  piò   pir"arhVL“rr^ « UpÓ  . Ideo^radoo  nel,uall  le  ooae [11  .ommario e le pari.,  che,u  „„p„ve  ..ella  Xmsh  *'  «to-  parentesi quadre, non sono mclus carte di V., che a lu.  serve pella comunicazione da  lu  p • grammalicali  e SINTATTICI della lingua delle  Scienze  (Firenze)  sotto  il ti  . Rivista di Scienza  algebrico, e che in parte è riprodotto in una  i^Algèbre  ati  point de vue Hngui-   ., intitolata: PiiLr  it^de  de  l’Algebre  ? ^ stiquei\  ai cui si voleva comunicare  Jos^'dvano  il  nome  nel  Un-   scura alcun riferimento ai gruppi d,  suoni  che ne lingua parlata rappresentati, di quei rapporti Per indicare il sussistere, tra  g i ogg  proposizioni, le scrit- che dalle lingue parlate sono espressi in principio ad espe-   ture di questa seconda specie dovetter affatto dienti, alterazioni nella forma, nell ordine  g > preposizioni, analogo a quello che, nella lingua parlata  etc.  ai segni di PREDICAZIONE (“... is shaggy” – GRICE),  d ;Jggiare  interesse per quei  sistemi di  L’esame di tali espedienti presenta panico  ^ „,,iea. ve- notazioni ideografiche che, come  cs-  g ordinaria, subiscono in certo nendo impiegati contemporaneamente alla  ^ avrebbero finito per  soc   .nodo la cencorreusa di questa,  p.eferibill  per  1 partico- combere se qualche speciale carattere no lari uffici ai quali sono applicati – cf. Grice, ONTOLOGICAL MARXISM: If they work, they exist d.. dell’algebra, la ragione di  Dire che, nel caso che ora  c,  Jgg,or brevità e pre- tale preteribilltà stia  nclPattltudlne sua  a j ancora  rlsob cislone le proposizioni relative a. numer  determinare da quali vere la  questione.  04  che  Importa dipendano: Uno a che  circostanze le suddette  proprietà  del  >”^8,  geografiche al posto delle punto cioè esse si riconnettano  f ‘j; ‘7^'®°„gÌ„o  .“orso, fatto dall’algebra,;role. e per  nurdrpontTltguag parlata, per dare senso alle  Afferenti combinazioni dei esempio caratteristico  sto. non certo nel  fatto che le cifre sia  P ^,e„e  attribuita  ^alrmrrrsrrg^Sa"^  della posizione che esse occupano in hT  prop™^^  f rrti soprattutto d’attribuire  i strumento di ricerca e di dimostra- che come mezzo  di  ^a  avere indotto uno dei piu grandi  zione. Tali  vantaggi sono  rivolgere  modestamente a sè  stesso una   ^a^  cbe  è rivolta da Schiller a un poeta  presuntuoso, in quei noti versi . pi confronto  tra  i “cTriuogo'*!’ impiego  dei segni derivano dall’impiego delle  . q un’altra distinzione importante dell'algebra,  si  P""“  ehe occorre fare tra i sistemi di notazione  ^;:.'lomTa;;unT:df’e  de, .'aritmetica,  o le note  musleaii [AND GRICE WOULD PLAY THE PIANO AT CLIFTON – la notation della pavanne de Ravel – MEISTERSINGER is for children – He loved MAHLER, Song of the Earth --,  hanno solo  I uf-    La grammatica – morfo-sintassi -- DELL’ALGEBRA mnorre nei loro elementi, dati gruppi di sensazioni  fido di descrivere,  e di decom  ^ ^pp^nto  il   0 di azioni complesse, e queg,, chimica, si presentano come capaci  caso dell’algebra  o '5'“'  ^, in  parole e frasi del definirla o caratterizzarla  m modo  f perrtlirco'nicio chiunque abbia coll’algebra una sufficiente -f;:Ìadiffierenzachesiba--   à^e   potr^rcorr  'linana, le proposizioni relative ai numeri e alle loro proprietà. differenza equivale ad ammettere implicitamente che Il riconoscere una tale differenz espressione e come strumento la speciale efficacia  ^°^t^ibuire,  non tanto all’impiego che in essa di ricerca e di  "arposto^ parole della lingua  or-  dintio!  q^a^P^uttostra  delle  particolarità  d’indole SINTATTICA. meren i  "Esamffiar'e  iTche cosa gua algebrica, ricercare e propriamente dette: que-  riscontrano, in maggiore o minor  grad  J . sembrano bene degne  di Tra le distinzioni, che si trovano ‘‘I,elle  che si  riferiscono rittcair;‘:.rc:ot^Una  frase  spesso ripetuta dai filosofi della lingua, colla quale essi tentano di precide ciò che costituisce il tratto caratteristico d’una vera lingua  -- cf. COMPOSITIONALITY AND THE ESSENCE OF LANGUAGE – H. P. Grice, “Meaning Revisited” – open-endeness, finite means, potentially infinite utterances>,  hi opposizione alle forme meno perfette  d’ESPRESSIONE ISTINTIVA [natural groan – Grice] di stati d amm  .  qualf  si riscontrano anche negli stadi inferiori di sviluppo della vita animale – Romolo e i fanciulli.' la  «pcriiente  • « la lingua comincia dove l’interiezioni (GROANS AND FROWNS, MOANING AND MEANING) finiscono. Se noi ci domandiamo, alla nostra volta, in che cosa differiscano effettivamente l’interiezioni – Grice’s GROAN -- da quelle che i filosofi della lingua chiamano le  altre parti del discorso, ci accorgiamo subito che esso sono le sole parole che,  anche  enun-  flTLàtalnte, bastano, per sé stesse, a esprimere  -^^Ye  Qualche  opinione, di chi le pronuncia, mentre l’altre specie  d .   i nomi  eli aggettivi (shaggy),  i verbi, etc., non possono, d’ordinario, servire  a a e p  se  non  comparendo  raggruppate [TERZA ARTICOLAZIONE] l’une insieme  all’altre,  in modo da dar luogo a una frase o a una proposizione – GRICE: UTTERER’S MEANING, SENTENCE MEANING, WORD MEANING]. Quando emettiamo [UTTER – GRICE], per esempio, il suono  brr,  (ho freddo) o il suono  " • ^  abiamo bisogno d’aggiungere altre parole per fare  intendere  a  ^Ze  che sentiamo del freddo, o che desideriamo che egli non faccia nimore. SeTnvece  pronunciamo, per esempio, il nome d’un oggetto  --a accompagnarlo con qualche parola o GESTO, che  indica cosa vogliamo dire d’esso  -  fhe  diefiii cioè: se vogliamo dire che lo vediamo, o che lo desideriamo, o fotmilmo,; che ne aspettiamo la comparsa etc. aifatto alcuna nostra opinione, o disposizione d’animo, ma al  piu segnaliamo  -- SIGNIFICAMO, SEGNALARE -- che  stiamo pensando a quell’oggetto, senza dire nulla di ciò che ne pen segue  --Fido, ... is shaggy -- che l’interiezioni possono qualificarsi come quelle, tra le parole della nostra lingua, che hanno PIÙ SIGNIFICATO (“more meaning”) di tutte le akre, e in certo modo, come le sole che n’abbiano, quando sono prese a se.  mentre altre sono soltanto capaci d’acquistarne, nel caso che siano  assunte a far parte una frase che n’abbia. L’affermazione riferita sopra equivale, dunque, a dire che la vero lingua comincia colla prima introduzione di  parole (shaggy, brr. Ah, ouch -- che, prese per se stesse NON hanno alcun SIGNIFICATO, e che di tanto una lingua e °  più rilievo hanno in esso le parole –shaggy -- che si trovano in questo caso, di front litro che, anche enunciate isolatamente, esprimono qualche opinione d’animo – shaggy, hairy-coated --, di chi le PRO-NUNCIA. Si ha una conferma di ciò nel  fatto che le parole che  hanno MENO SENSO delle altre  - quelle cioè alle quali è necessario aggiungere un piu grande numero d’altre parole per ottenere una frase che voglia sono apppunto quelle che compaiono piu tardi – non da da, ma ma -- ,  tanto  nello sviluppo storico della lingua che Romolo e Remo sono segnalato dalla lupa capitolina, quanto nel processo individuale o gemmelli del loro apprendimento della lingua del Lazio.  Tra tali parole sono da porre, in primo luogo, le pre-posizioni (via va, Grice, to Roma d’Albalonga) in quanto esse hanno l’ufficio d’indicare le varie specie di relazioni che possono sussi-  fi) La trovo citata tra gl’altri da ZOPPI (si veda), nella sua Filosofìa della  Grammatica  (Veron), che trovato pieno d’osservazioni suggestive sull’argomento qui trato.] stere tra gl’oggetti di cui si parla. Esse infatti, appunto per questa ragione, non indicano assolutamente nulla se non sono accompagnate dalle parole che denotano gl’oggetti tra i quali s’asserisce aver luogo la relazione che ad esse  corrisponde. Così, quando pronunciamo, per esempio, le parole: accanto, sopra,  dopo, etc.,  -- cf. Grice, ‘betwen’, not aequivocal, and ‘the sense of ‘to’ senseless  -- senza indicare quali siano le cose di cui INTENDIAMO (GRICE M-intending) affermare che runa è accanto all’altra, sopra l’altra,  etc., -- zu zu Jew -- noi non comunichiamo a chi ci ascolta alcuna determinata  INFORMAZIONE (si veda FLORIDI) sulle cose di cui parliamo. A considerazioni analoghe si presta il confronto delle varie specie di verbi e, in particolare, la distinzione espressa comunemente coll’opporre i verbi transitivi ai verbi intransitivi, col porre in contrasto, cioè, i verbi che, come per  esempio: desidero,  respingo,  nascondo,  indico,  etc., richiedono che alla loro enunciazione segua l’indicazione di qualche oggetto al quale si riferiscono, coi verbi che invece, come per esempio:  dormo, cresco,  rido,  muoio,  etc., non hanno bisogno d’alcuna ulteriore determinazione o specificazione di tal genere. Qui è tuttavia d’osservare che la suddetta distinzione, in quanto è stabilita dai grammatici in base al criterio puramente formale consistente in ciò ch’il verbo esiga, o non esiga, ciò ch’essi chiamano un  complemento diretto, non coincide esattamente con quella che,  pel nostro scopo, è opportuno è posta in rilievo. A nessuno certo può venire in mente di dar torto ai grammatici quando essi si preoccupano di distinguere i casi nei quali l’indicazione dell’oggetto, a cui si riferisce l’azione espressa d’un verbo – il causato o accausato – accusativo -- avviene  per mezzo della semplice aggiunta del nome di tale oggetto, come quando si dice per esempio: desidero la tal cosa  -- wants to marry Mary — dai casi nei quali invece è necessario che, tra il verbo e il nome, sia interposta una preposizione, come quando si dice per esempio, di certi nomi come quelli che abbia'mo sopra citati, è ordinariamente indicato col qualificarli come nomi relativi. Della connessione tra i nomi  relativi e i verbi transitivi si ha una  chiara manifestazione anche  nella possibilità, frequentissima, di tradurre frasi, in cui a un dato oggetto, o persona, è applicato un nome esprimente una relazione, in  altre  si, equivalenti, nelle quali figura invece un verbo transitivo. Non vi è,  per esempio, differenza tra il SIGNIFICATO (O SENSO) – ma si dell’implicatura -- delle  frasi, il tale  è nemico del tale altro,  o il tale oggetto c più alto del tale altro, e le  altre: a tal persona odia la tal altra,  o il tale oggetto supera, o sopramnza, il tale  altro,  etc.  Peirce [su cui Grice insegna a Oxford], che più d’ogni altro s’è occupato dell’analisi e della classificazione delle varie specie di relazioni, è stato portato dalle sue ricerche a stabilire una distinzione tra i verbi o nomi ed aggettivi transitivi, a seconda che essi esigano l’aggiunta d’un solo o di più  nomi per acquistare un SIGNIFICATO (O SENSO) determinato, per diventare cioè capaci d’affermare qualche cosa degl’oggetti e delle persone  a cui vengono ap-  LEIBNIZ PARIDE AMA ELENA, Sono, per esempio, verbi doppiamente transitivi, o bivalenti diadici, come si potrebbero chiamare con una opportuna immagine tolta dal linguaggio della chimica, comportanti cioè l’aggiunta di due nomi – he fell on his sword -- i verbi seguenti: insegnare  qualche cosa a qualche persona,  dare qualche cosa a qualche persona, e i corrispondenti  nomi:  maestro di qualche cosa a qualcheduno, donatore – VARRONE derivativo -- di qualche cosa a qualcheduno,  etc. Sarebbe forse più proprio chiamarli tri-valenti o triadici, in quanto anche il soggetto rappresenta una  valenza. Sarebbero allora bi-valenti i verbi  semplicemente  transitivi,  uni-valenti  i verbi  intransitivi – it rains, what is ‘it’? --,  e nulli-valenti o privi di  valenza  gli impersonali come  piove, nevica  etc.  – “As Srawson once asked me, “it is raining – what is ‘it’?” – Grice. Gl’impersonali latini come  pudet  me   piget  me  mihx  tur  etc. sono bi-valenti  come  i verbi transitivi. Come  esempio di verbi a quattro valenze tetradici si potrebbe citare il verbo scambiare  wife-swap nel senso commerciale -- il tale scambia colla tal  persona, la tal cosa colla tal altra, o più semplicemente, le tali due persone si scambiano fra loro le tali due cose – their pairs of socks. Esempi di verbi  tri-valenti  capaci cioè, o esigenti, di venire  o comperare, vendo  un oggetto A a una  persona  B, per un prezzo C, compro un oggetto A d’una  persona B, per un prezzo C. Nel caso di questi verbi  pluri-valenti polliadici,  o molteplicemente transitivi, si scorge chiaramente quale sia l’ufficio che hanno le preposizioni, in quanto servono quasi d’organi connettivi, per applicare a ciascun verbo ordinatamente  i rispettivi complementi, pare ordenato. Quanto più cresce il numero  delle valenze tanto più cresce naturalmente il bisogno di speciali segni o particelle destinate ad evitare le’ambiguità  nell’assegnazione di diversi complementi a uno stesso verbo. Servono a tale scopo, nel linguaggio ordinario, le preposizioni o le flessioni corrispondenti ai diversi casi dei  nomi.  Finché il verbo, pur essendo a più valenze, è tale che, come avviene per esempio in quelli  sopra citati, i diversi nomi richiesti per completarne il SIGNIFICATO (O SENSO) appartengono a categorie cosi distinte da rendere impossibile qualsiasi equivoco –you gave Mary to the book? -- o confusione tra loro; quando, per esempio, come nel caso del verbo dare, l’un complemento deve indicare una persona, e l’altro un oggetto, può parere sempre superfluo l’impiego di  qualsiasi  preposizione. Si tende infatti ad abolire queste in tutti quei casi in cui s’ha particolare interesse a fare ECONOMIA [principle of economy of rational effort – GRICE] di  parole – avoid prolixity of expression [sic],  come per esempio nei telegrammi, negl’indirizzi, negl’avvisi economici delle quarte pagine dei giornali. Se si telegrafa, per esempio spedite plico segretario nessun  dubbio  può nascere che il plico è la cosa spedita e il segretario la persona a cui la spedizione è fatta, e non viceversa – give dog bone send package secretary].  – cf. PECCAVI – Grice. Ma quando, invece, i diversi complementi d’un verbo appartengono tutti a una medesima classe, quando sono, per esempio, tutti nomi di persone, come per esempio nelle frasi, dico male di Tizio a Caio,  dico  male  a Caio  di  Tizio, l’omettere le preposizioni equivarrebbe a togliere ogni mezzo a chi ascolta di distinguere le diverse relazioni in cui i diversi nomi stanno col verbo, e a esporsi quindi a esser capiti a rovescio. Se, tenendo presenti le considerazioni svolte sopra, ci proponiamo di determinare quali siano gli speciali caratteri grammaticali  e SINTATTICI o mortfosintattici per  i quali  il linguaggio algebrico si distingue da quello ORDINARIO, un  primo fatto notevole che ci si presenta è l’assenza, nel  linguaggio algebrico, di qualsiasi specie di verbi, cioè  l’eguaglianza  e e oro aree, resta, per ciò solo, precluso il suo simultaneo impiego per esprimere qualsiasi altra relazione tra figure, come per esempio, quella d’egualanza propriamente detta  o sovrapponibilità,  quella di similitudine,  etc. I inconvenienti ai quali, in casi di questo genere, potrebbe dare occasione l’impiego d’uno stesso segno, per indicare relazioni affatto diverse puo essere evitati in algebra  ricorrendo, come, infatti, qualche volta si fa, all’introduzione di nuovi segni che, accanto a quelli  d’eguaglianza  e di diseguaghanza, assumessero l’ufficio che, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, spetta alle diverse specie di verbi transitivi, il tale edificio è eguale all’altro in altezza ; i tali due cliL si’equivalgono per salubrità, etc.  ner  T Preposizìone è, per così dire, accidentale; in greco,  cusatir^Tn  questione, posto  All’accusativo, in LATINO s’adopera l’ABLATIVO. Ma v’è anche un altra forma che possono assumere le proposizioni del tipo suddetto, ed e quella che si presenta nelle frasi: la statura della tal persona eguale a quella della tale altra,  l’altezza del tale edificio   e.u^le  a    0 Sull’opportunità di ricorrere a questo espediente, nel caso delle relazioni tra gl’enti geometrici considerati nel calcolo vettoriale,  s’è molto discusso recentemente al congresso tenuto a Roma a proposito della relazione presentata su tale soggetto da FORTI (si veda), dell 'accademia militare di  Torino, e LONGO, di Messina. i ormo;  e aiarcoqtiella del tale altro, la salubrità del tale clima à eguale  a q^lella  del  tale  altro,  etc. Queste espressioni, nelle quali figurano al posto del soggetto e del predicato, i nomi, non più degl’oggetti [GRICE, obble] di cui si parla, ma delle qualità [GRICE, SHAGGY] d’essi – where is Banbury’s disinterest? -- e dei caratteri rispetto ai quali essi sono posti a confronto, corrispondono precisamente all’espressioni che compaiono nel linguaggio algebrico o ARIMMETICO o matematico o FORMALE quando, per esprimere, per esempio, che due angoli, a e b, hanno uno stesso seno, si scrive, “sen  a = sen b,  o quando,  per indicare o significare che  i triangoli  ABC e DEF  hanno una stessa area, si scrive: “area  ABC  = area  DEF.” I due  esempi citati, quello del seno e quello dell’area, possono servire a mettere in luce una differenza che è importante segnalare. Mentre dell’affermazione che un angolo ha un dato seno si può definire perfettamente il SIGNIFICATO (o SENSO) anche senza considerare alcun altro angolo oltre quello di cui si parla, per il caso, invece, dell’AREA, il  SIGNIFICATO (O SENSO) della  frase o proposizione, ‘La tal figura ha una data area,’ non può venire determinato se non  ricorrendo, o riferendosi, direttamente o indirettamente, a quell’operazioni di confronto tra  l’AREA  di’una figura e l’area d’un’altra  -- la quale altra può anche essere, per esempio, quella che si è scelta per unità di misura dell’aree  -- il metrodi Witters -- che sono richieste per riconoscere se due date figure hanno, o non hanno, una stessa area. In altre parole, mentre nel caso del SENO d’un angolo si può prima dichiarare o definire che cosa esso sia,  e poi passare a riconoscere se il seno d’un dato angolo sia eguale, o maggiore, o minore del seno d’un altro,  nel caso  dell’AREA,  invece, tali due procedimenti sono inseparabili,  e non possono neppure essere concepiti indipendentemente  l’uno  dall’altro. II modo ordinariamente impiegato per distinguere i casi dell’una specie dai casi dell’altra consiste nel dire che, mentre, nei casi analoghi a quello del SENO, si definisce  *ESPLICITAMENTE* un nuovo SEGNO di FUNZIONE. Nei casi invece analoghi a quello  dell’AREA, il SIGNIFICATO (O SENSO) del nuovo nome introdotto è determinato soltanto, non esplicitamente, ma IMPLICITAMENTE, o, come anche si dice, per mezzo d’una definizione per astrazione. Il più antico esempio che di definizione per astrazione ci presenta la storia del linguaggio matematico è la definizione della parola RAPPORTO (logos), che si trova posta a base della trattazione sulla PROPORZIONE a:b::c:d nell’Elementi d’Euclide. Questa definizione, che la tradizione fa risalire ad Eudosso, consiste infatti soltanto nel determinare esattamente sotto una forma applicabile anche al caso delle quantità incommensurabili il SIGNIFICATO (O SENSO) della frase o proposizione, ‘Le tali due grandezze hanno lo stesso RAPPORTO (logos) delle tali altre due.’ Oppure: il RAPPORTO (logos) tra tali due quantità è eguale a (=) (o  maggiore (a>b), o minore  (a<b) di)  quello tra le tali altre due quantità. Per mezzo d’un tale procedimento, una relazione tra quattro grandezze    la relazione cioè che s’esprime dicendo che esse  formano la PROPORZIONE a:b::c:d    viene a poter essere espressa sotto forma d’una  eguaglianza fra due termini, in ciascuno dei quali  figura uno STESSO nome, o SEGNO,  di FUNZIONE (tra due VARIABILI). Mentre della parola ‘RAPPORTO’ (logos) non è data, e non occorre  c e s, altra definizione oltre quella che consiste nell’attribuire un determinato alle frasi in  cui si parla d’eguaglianza  o di diseguaglianza tra rappor quantità. Sui numerosi esempi che del suddetto genere di definizioni ci presentano ! diversi rami della matematica  e le varie scienze nelle quali essi trovano  apph- C3^ion0 non  c oni il Cciso di fcrnicirsi. Si presenta opportuno invece il domandarsi quali siano le condizioni da cui dipende l'applicabilità del procedimento descritto sopra; il domandarsi, cioè, in quali  circostanze una definizione per astrazione è possibile, e in qua casi è lecito,  o conveniente, introdurre un nuovo SEGNO DI FUNZIONE per  mezzo di  6SS6  j. Ciò equivale a domandarsi quali sono le  proprietà di cui deve essere dotata una  relazione  o una corrispondenza tra oggetti di una data classe perche il suo sussistere, tra due oggetti e à di  tale  classe,  può venire espresso per mezzo d’eguaglianze del  tipo:/«=:/^.  ove del  SEGNO – o dispositivo formale --  / non e finizione oltre quella  che risulta dal SIGNIFICATO (O SENSO) che s’attribuisce alla forra condizione indispensabile pell’applicazione d’un tale procedimento è, anzitutto, questa: che la relazione di cui si tratta ha in comune colla relazione d’eguaglianza la proprietà che, pel caso di quest’ultima, viene espressa d’un ASSIOMA. Se a è uguale  a e -5 è uguale a r, anche a e ugna  e a c. Se infatti questa condizione non si verifica  — se, cioè, la relazione in questione è tale che, dal suo sussistere tra due oggetti  a e -5,  e tra due altri,   e et non derivas senz’altro il suo sussistere tra  a e r -, il servirsi d’una  espressione del  tipo; fa—fb,  per indicare il fatto che essa si verifica tra due oggetti  a e b, porta alla conseguenza assurda  -- o, ad ogni  modo, incompatibile con una proprietà,  fondamentale, del segno d’eguaglianza, usato da Peano e Grice (x=y) che, ^lle  eguaglianze : fa±ifb,  e fb—fc.  non si può dedurre l’altra. Per una ragione analoga, la relazione di cui si parla dove anche godere d’un’*altra* proprietà. Essa dove cioè essere tale, che, dal suo sussistere tra due oggetti « e à, si può sempre concludere che essa sussiste pure, all’inverso, tra  b ed a. Altrimenti  si dove ammettere che, dalla  formula  fa  =/à,  non si può passare all’altra fb—fa, contrariamente a un’altra delle proprietà caratteristiche dell’eguaglianza. Soddisfano a questa condizione, per esempio, le relazioni di perpendicolarità e di parallelismo, mentre non vi soddisfa, per esempio, la relazione di divisibilità. Dall’essere un numero  n1 divisibile per un altro  n2 non deriva  certamente ch’il secondo n2 sia divisibile pel primo n1. Il  nome di definizioni per astrazione è stato introdotto da  PEANO – e usata da Grice nel suo metodo di psicologia razionale alla Ramsey. Il riconoscimento dell’importanza del procedimento che conduce ad esse, risale a Grassmann, AUSDEHNUNGslehre. Un notevole contributo alla loro analisi è apportato  da PADOA (si veda), Atti del sfi Congresso della SOCIETÀ ITALIANA DI FILOSOFIA, Parma. Le relazioni che, pur soddisfacendo alla prima delle due condizioni sopraccennate – cioè, a quella che chiamo ‘TRANSITIVITÀ sillogistica’, non soddisfacciano alla seconda, possono, per ciò solo, venir rappresentate d’uno qualunque dei due segni di DIS-UGUAGLIANZA (a>b e a<b), poiché tanto pell l’uno  come  pell’altro d’essi si verifica appunto la prima, e non la seconda delle due condizioni  suddette. Le due condizioni enunciate sopra, oltre che necessarie, sono anche sufficienti perchè è lecito il ricorso a una definizione per astrazione, e all’introduzione, per tal via, d’un nuovo nome o d’un nuovo SEGNO DI FUNZIONE. La sola obiezione che qui può presentarsi è quella che  consiste nel dire che, venendo il SEGNO DI FUNZIONE così introdotto a essere definito solamente in quanto figura in espressioni d’una data forma -- cioè, in espressioni del tipo fa—fb  --, esso rimane privo d’ogni significato in tutti i casi in cui si voglia adoperarlo isolatamente, o combinato diversamente con altri segni della stessa o diversa di specie. A questa obiezione si può rispondere  osservando che, allo stesso modo come s’è attribuito un SIGNIFICATO (O SENSO) all’espressioni  del  tipo  fa  —fb,  così nulla vieta di determinare ulteriormente anche il SIGNIFICATO (O SENSO) d’altr’espressioni nelle quali, d’un lato, o d’ambedue i lati, d’un SEGNO D’UGAGLIANZA (Grice: x = y),  figurano, non già dei termini isolati, come fa o fb, maf dei determinati  aggruppamenti d’essi, come per esempio  f a ^ /^, composti interponendo determinati segni d’operazione. Perchè ciò può farsi occorre, naturalmente, che la relazione di cui si tratta soddisfisce a un certo numero d’altre condizioni, in aggiunta a quelle che, come s’è visto, sono richieste perchè il fatto che essa sussiste tra due oggetti  a e b può venire espresso d’una formula  del  tì^o: f a f b. Quali sono queste condizioni risulta in ogni caso dall’esame delle proprietà che caratterizzano le diverse operazioni i cui segni figurano nelle formule da definire. Il caso che si presenta più frequentemente è quello di relazioni tali che, mediante esse, si può attribuire un SIGNIFICATO (O SENSO), oltre che alle formule del  tipo    yo!  — fb, anche a quelle del  tipo: fa  fh  + f c,  e per conseguenza anche a quelle del  tipo;  fa—fb  — fc, nonché a quelle del tipo;  fa  — kfb,  ove  “k” rappresenta un numero – cf. il sufisso di H. P. Grice, “VACUOUS NAMES”.  Si ha un esempio d’una relazione appartenente a questa categoria, nel linguaggio tecnico della FISICA, in quella relazione che s’esprime dicendo, di due dati corpi, ch’essi hanno una stessa massa  (‘m’),  o due masse che stanno fra loro in un dato rapporto – cf. Ramsey, Bridgman, The language of physics. Un altro esempio c’è fornito da tutto un altro ordine di rapporti, da quelli, cioè, riferentisi al valore di scambio delle merci. Mentre infatti gl’econo-  [Posso rimandare il lettore, che desidera maggiori schiarimenti, a un saggio che recentemente pubblicato su questo soggetto, nel Nuovo  Cimento, ‘Sul  miglior modo di DEFINIRE  la MASSA nella meccanica – in “Opere” Sul  miglior modo di definire la Massa in una trattazione elementare della  meccanica. Nuovo  Cùnento. La via comunemente seguita, nei testi di Fisica in uso presso le nostre scuole secondarie, per arrivare al concetto di massa è, com’è  noto, la seguente:  Enunciata la legge d’inerzia, e definite le  forze come le cause che tendono a modificare lo stato di  moto o di quiete d’un corpo, s’accenna anzitutto al modo di confrontarne e misurarne l’intensità per mezzo dei loro effetti statici. Si passa poi ad enunciare, come  ^®®®lerazione volte più  Come un fatto sperimentalmente constatahiio  .i-  chio,  Mach indica poi anche questombelf  ‘'‘PP-®-   c se, a un corpo di massa; rispetto  £>te  Mechanik  in  ihrer  Enlwìcke lituo- hi  et ,, risc/i.krtlisch  dargeslelU.  Leipzig,  Brockliaus,   SUL MIGLIOR MODO DI DEFINIRE LA MASSA  8oi   a un dato corpo, se ne aggiunge un altro di massa /«',  essi, presi insieme, si comportano come un corpo di massa  m + nC .  Per ben chiarire la distinzione tra peso e massa, Mach consiglia poi di ricorrere direttamente alla  considerazione delle diverse resistenze che  oppongono, al cambiamento del loro stato di moto o di quiete, apparecchi nei quali, come, ad esempio, un volante, o una carrucola da cui pendano eguali pesi dalle due parti, i vari pesi che si muovono siano disposti in modo da controbilanciare i propri effetti. Le differenze sostanziali tra la via seguita da Mach, Leitfaden  der  Phy-  sik,  per  stabilire il concetto di massa, e quella che, con qualche differenza di dettaglio, è seguita in pressoché tutte l’ordinarie trattazioni della meccanica pelle scuole secondarie, possono quindi ridursi alle due  seguenti; Invece di definire la  massa d’tm corpo,  Mach definisce il rapporto della massa di due corpi; si limita cioè a precisare il senso delle frasi: Il tal corpo ha massa doppia, tripla,  etc., d’un altro. Tale definizione è da lui effettuata ricorrendo ad un’esperienza nella quale i due corpi in questione sono fatti agire l’uno sull’altro; nella quale cioè le forze uguali, che sono constatate imprimere ad essi accelerazioni diverse, sono rappresentate dalla tensione d’un filo che li congiuiige l’uno all’altro. E da notare che questi due caratteri della trattazione di Mach sono  affatto indipendenti l’uno dall’altro, nel senso che si potrebbero immaginare altre trattazioni le quali avessero con essa comune il primo carattere e non il secondo. Ciò è tanto più interessante a rilevare in quanto, tra gl’inconvenienti che presenta il metodo ora ordinariamente impiegato, parecchi, e non dei meno gravi dal punto di vista didattico, dipendono unicamente dal fatto che in  questo, a differenza di quanto si fa da Mach, si ricorre, pella prima determinazione del concetto di massa, al confronto delle diverse velocità, o accelerazioni, che un dato corpo assume col variare delle forze di cui subisce l’azione, invece di ricorrere al confronto tra le diverse velocità, o accelerazioni, che diversi corpi sono capaci d’assumere sotto l’azione d’una data forza.  Ora è fuori  di dubbio, come è stato osservato nel corso della discussione da BONETTI, che sono i fatti e le esperienze di questa seconda specie, e non quelle della prima, che sono particolarmente atte a dare un contenuto concreto al concetto che si vuol fare acquistare dall’alunno.  Che una spinta, data a una barca scarica, la faccia muovere con più velocita, o la fermi con più facilità, che non la  stessa spinta data alla stessa barca quando sia carica; che, in generale,  per citare letteralmente la proposizione come si trova già enunciata  nella Fisica d’Aristotele, una data forza sia capace di fare acquistare, alla metà d’un corpo, una velocita doppia di quella che, a parità di condizioni, farebbe acquistare al corpo  (M Non mancano però eccezioni. Il procedimento seguito, ad esempio,  nel testo di PITONI s’avvicina molto a quello che più innanzi  propongo. intero; queste e l’altre analoghe esperienze costituiscono la prima sorgente, o il primo nucleo, attorno al quale il concetto più preciso e rigoroso di massa può gradatamente formarsi e organizzarsi nella mente dell’alunno, come si è gradatamente formato e organizzato nella storia della scienza.  Per convincersi  della scarsa connessione che sussiste, invece, tra l’esperienze relative al diverso modo di comportarsi d’uno stesso corpo, sotto l’azione di forze differenti, e il concetto di, basta semplicemente pensare che questo ultimo conserverebbe tutta la sua importanza teorica e pratica anche in un universo pel quale la  legge di proporzionalità tra le forze, STATICAMENTE misurate, e le  accelerazioni d’esse rispettivamente impresse a un dato corpo, cessasse affatto d’aver vigore, purché, in tale universo, i rapporti tra l’accelerazioni, che le varie forze, agendo per un dato tempo, impritnono rispettivamente ai vari corpi, restassero fìssi (indipendenti cioè, per esempio, dalla direzione e intensità delle forze, dalle posizioni presentemente e antecedentemente occupate dai  corpi, dal tempo pel quale questi sono stati tenuti in riposo, dalle velocità loro, dalle forze che su essi contemporaneamente agiscono, etc. Come  giustamente è stato osservato, Clifford,  The  Commo7i  Sense  of  thè  cxact  Sciences,  London, ciò che dà importanza alla nostra conoscenza della massa dei corpi è semplicemente questo: che, d’essa, noi siamo messi in grado d’applicare  la nostra eventuale conoscenza degl’effetti che date circostanze, tensioni, urti, pressioni, etc., producono sul modo di muoversi anche d’un solo corpo, per determinare gl’effetti che le stesse circostanze produrrebbero sul movimento di  q7ialu7ique altro corpo. Ma se, pel primo dei sopraindicati due caratteri, la forma d’esposizione proposta da Mach si presenta, a mio parere, come  preferibile a quella seguita nella trattazione ordinaria della massa nei testi pelle scuole secondarie, ben diverso mi sembra il caso pel’altro carattere che resta da considerare, quello cioè che concerne la scelta degl’apparecchi e dell’esperienze su cui basare la  prÌ77ia  co7istatazio7ie  del diverso modo d’accelerarsi di corpi diversi sotto l’azione di forze uguali. Il ricorrere, per questo  scopo, ad esperienze in cui le forze uguali considerate sono rappresentate dall’azioni che due corpi esercitano l’uno sull’altro, sia che queste vengano provocate per mezzo dell’apparato a forza centrifuga descritto  sopra, sia con altre disposizioni. per  esempio, come  propone  Love,  Si ritrova questa stessa proposizione, e sotto questa stessa forma, anche nei manoscritti di VINCI  (Cfr.  l’edizione  di Ravaisson-Mollien.  Paris.  Cioè,  per servirmi d’una locuzione, opportunamente introdotta d’Enriques, Problemi della Scienza,  Bologna, 1’importanza del concetto di massa non sta solo nel suo designare una data specie di sosliluibililà, o equivalenza, dei corpi, ma nel fatto d’indicare come differisca il comportarsi, rispetto alle forze che su essi agiscano, di due corpi  meccanicamente noti sostituibili. Come Mach gentilmente m’informa, egli stesso non è perfettamente soddisfatto di questa parte del suo procedimento. A ricorrere all’esperienze con quell’apparato a forza cen-  facendo urtare tra loro due corpi elastici appesi a due fili, e confrontando l’altezze da cui si sono lasciati cadere con quelle a cui risalgono dopo l’urto, sembra a me presentare  dal lato didattico dei gravi inconvenienti.  L’esperienze, alle quali in tal modo si viene a fare appello, esigono, per essere interpretate e riconosciute adeguate allo scopo a cui sono rivolte, una quantità d’ipotesi e di cognizioni preesistenti, la cui considerazione, anche se non offre speciali difficoltà, tende però a distrarre l’attenzione dell’alunno, e a rendergli più difficile il chiaro  apprendimento del principio che si tratta d’illustrare e di  provare. Il condensare e il far quasi coincidere, come vorrebbe Mach, in un solo enunciato, da provare e verificare con una stessa serie d;esperienze,  due principii così  diversi, a primo aspetto, come, d’una parte, quello dell’uguaglianza dell’azione alla  reazione, e, dall’altra parte, quello della costanza del rapporto tra l’accelerazioni prodotte d’una stessa forza su corpi di diversa massa, se corrisponde a un’ideale altamente apprezzabile di trattazione teorica, non mi sembra affatto raccomandabile  come espediente didattico. Ciò di cui ha soprattutto bisogno l’alunno, nella prima fase di studio della meccanica, è d’avere a propria portata dei tipi d’esperienze che, anche senza prestarsi a verifiche quantitative rigorose, gl’offrono dell’illustrazioni immediate e dirette delle singole proposizioni su cui la trattazione si basa. E, per quanto riguarda la massa, sembra a me che l’esperienze  che meglio soddisfano a questa condizione siano: in primo luogo, quelle in cui si confrontano le velocità ch’assumono dei corpi mobili (per es. carrelli su guide, galleggianti, etc.) in un piano orizzontale (naturalmente in condizioni d’eliminare più che sia possibile l’attrito) sotto l’azione di date spinte o trazioni, rappresentate da dati urti, o pesi; in secondo luogo, quelle in cui le velocità  che si confrontano sono quelle ch’assumono, su due piani diversamente inclinati, due gravi i cui pesi siano prima stati constatati esser tali da produrre una stessa tensione su due fili paralleli ai rispettivi piani, da cui essi prima pendevano; in terzo luogo, l’esperienze colla macchina d’Atwood, o con altri analoghi  apparati in cui, per esempio, i due gravi, pendenti dalle due parti della  carrucola, possano esser fatti muovere lungo piani diversamente inclinati, etc. Della difficoltà, o impossibilità, di rimuovere l’influenza perturbatrice degl’attriti, non si dovrebbe qui preoccuparsi più di quanto si faccia, per esempio,  nelle prime esperienze relative alle condizioni d’equilibrio delle macchine semplici. essere stato indotto dall’obbiezioni che,  al suo modo di far dipendere  il concetto CI  massa da quello d’azione reciproca tra due corpi, erano state mosse d’alcuni suoi eg I tra gl’altri Boltzmann, i quali asserivano che il definire la massa in tal modo implica la considerazione di’azioni a distanza. dell’inconvenienti didattici, notati nel corso della discussione d’Ascoli, zamend*^ Prematuro della macchina d’Atwood sono interessanti l’osservazioni e gli  apprez-  «w/ "i" rapporto sull’insegnamento della meccanica elementare, negl’Atti del Jirtixsh Association Meeting, Johannesburg. Solo in seguito, quando l’alunno abbia bene afferrato il SIGNIFICATO dei principii fondamentali, potrà esser conveniente guidarlo, per successive approssimazioni, a tener conto dei vari ordini di cause perturbatrici, e ad apprezzarne anche quantitativamente  l’influenza. Tenendo presente quest’ultima osservazione si potrebbe anche procedere ad un altro ordine d’esperienze: quelle cioè che si riferiscono alla caduta dei corpi in liquidi di diversa densità. Porre l’alunno davanti a un apparecchio in cui figurino, pendenti dalle due parti d’una carrucola, due corpi d’ugual forma, i cui diversi pesi siano scelti in modo d’equilibra/  1 quando l’uno  e l’altro dei detti corpi vengano rispettivamente immersi in^^itic dati liquidi di diversa densità, e invitarlo a prevedere quale dei due corpi scenderebbe con maggior velocità se ciascuno fosse lasciato libero nel rispettivo liquido, e a rendersi ragione del fatto che il più pesante scenderebbe, in tal caso, più lentamente del più leggero, pare a me costituisca un ottimo mezzo per indurlo a riflettere sul SIGNIFICATO  e sulla portata della distinzione tra peso e massa. E da notare che è appunto per questa via, e attraverso considerazioni di questa specie, relative cioè a campi di forze in cui gravi si muovono sotto l’azione d’una parte soltanto della forza rappresentata dal loro peso, che, nella storia della meccanica, il concetto di massa si è svolto ed elaborato come distinto  da quello di peso. É molto interessante a questo proposito il seguente brano che trascrivo dalla prefazione di BALIANI alla sua De motu gravitivi, nel quale la suddetta distinzione si trova esplicitamente formulata, e applicata al caso della libera caduta – H. P. GRICE FREE FALL -- dei gravi, con parole poco diverse da quelle che furono, più tardi, adoperate da Newton, spesso  erroneamente citato, a tale riguardo, come il primo cui si debba un’espressa definizione del concetto di massa. E fui condotto a pensare che, mentre il peso, gravitas, si comporta com’un agente, la materia si comporta invece come un paziente, e che quindi i gravi si muovono secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza impedimento verticalmente, si  devono muovere tutti colla stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno anche più materia o quantità, di materia, plus materiae, seti materialis quantitatis. Quando invece vi sia qualche impedimento o resistenza, il moto si regola secondo l’eccesso della virtù che agisce sulle resistenze e sugl’impedimenti al moto, secundum excessum virtutis agentis super resistentiam passi,  seti impedientia motum; in altre parole, secondo il valore di quella parte, o componente, del loro peso che può effettivamente agire, e che è rappresentata dallo sforzo che si dovrebbe esercitare, in direzione contraria al moto, per trattenere il grave dal cadere).]. economisti utilitarii – futilitarii citati da Grice -- possono, e devono, determinare e definire esattamente il SIGNIFICATO (O SENSO) di frasi come le seguenti. IL VALORE della tal merce è UGUALE al valore della tale altra.IL VALORE MONETARIO della tal merce è UGUALE alla SOMMA dei valori delle tali due altre. Etc. Essi non hanno alcun bisogno, e neppure alcuna possibilità, a meno di cadere in tautologie, di definire isolatamente la parola “VALORE.” E tale impossibilità non dà luogo, nè qui, nè negli altri casi analoghi, ad alcun inconveniente o ambiguità. Precisamente, come nessun  inconveniente deriva nel  LINGUAGGIO ORDINARIO (GRICE, ORDINARY LANGUAGE PHILOSOPHY) dal fatto che noi NON siamo in grado di dire che cosa significhino [SIGNIFICA] isolatamente le parole “stregua,” “solluchero,” “josa,” “zonzo,” “acchito,” “chetichella,” “vanvera,” etc., bastandoci del tutto conoscere il SIGIFICATO (O SENSO) di tutte le frasi in cui tali parole compaiono – cioè, delle FRASI: “giudicare a una data STREGUA,” “andare in SOLLUCHERO,” “averne  a  JOSA,” “andare  a ZONZO,” “di  primo  ACCHITO,” etc. – CHETICHELLA. VANVERA. STREGUA – GIUDICARE A UNA DATA STREGUA – SOLLUCHER –ANDARE IN SOLLUCHERO – JOSA – AVERNE A JOSA – ZONZO – ANDARE A ZONZO – ACCHITO – DI PRIMO ACCHITO – CHETICHELLA – VANVERA -- [to judge by a given standard, to go delighted, to have joy, to go for a round, at first glance. -- Il frequente impiegò che è fatto, nei vari rami della matematica, di locuzioni – the meaning of ‘and’ or ‘if’--, o segni di funzione, il cui SIGNIFICATO (O SENSO) è determinato solo per mezzo di definizioni per astrazione, viene a confermare ciò che già è stato asserito indietro, quando s’assegna come uno dei tratti caratteristici del linguaggio algebrico – utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning -- di fronte al LINGUAGGIO ORDINARIO [informalists di Grice], il maggior rilievo e la maggiore  importanza ch’assumono in esso i segni i quali, non avendo, quando siano considerati isolatamente, alcun SIGNIFICATO (O SENSO) – what is the meaning of ‘of’? Is ‘between’ ambiguous? The meaning vs. The use of ‘if’ -- separatamente enunciabile, sono capaci di venire definiti solo in modo IMPLICITO – cioè, solo coll’indicare il SIGNIFICATO (O SENSO) d’intere espressioni (utterer’s meaning) -- o formule -- in cui il segno da definire compaia associato con altri segni. Il riconoscere come affatto legittimo l’impiego di segni o parole, che si trovano in questo caso, e come affatto irragionevole l’esigenza, per essi, d’una definizione – o analiai in termine di condizioni necessari e sufficienti -- ESPLICITA, non è privo d'importanza, teorica o pratica, anche fuori  del campo delle scienze matematiche. Basta dare uno sguardo alle prime pagine degl’usuali libri di testo, o ai manuali elementari di qualsiasi ramo d’insegnamento, dalla grammatica al diritto costituzionale, dall’elettrotecnica alla  musica, per convincersi del grave danno che deriva alla chiarezza e alla intelligibilità, e nello stesso tempo anche alla precisione e al rigore, dell’esposizione  dalla tendenza dei trattatisti a riguardare come unico mezzo, pella determinazione del SIGNIFICATO (O SENSO) dei termini tecnici, il ricorso alle DEFINIZIONE *propriamente dette*.  Che il procedimento ordinario di definizione, quello cioè secondo il quale, prendendo in considerazione la nozione da definire, isolatamente e indipendentemente dalle frasi nelle quali essa dove poi  essere adoperata per DIRE – dictive content --  qualche cosa, si mira a decomporla nei suoi elementi – utterer’s meaning, sentence-meaning, word-meaning, facendola comparire, in certo modo, come il risultato dell’intersezione d’altre  nozioni più  generali  — [il fratendimento di Mrs. Jack sul reduzionismo di H. P. Grice, “to mean” “to intend”, asymmetricalista -- può essere, in dati  casi, utile e anche necessario, non è da porre in dubbio. Ma, anche senza tener conto del fatto che, anche seguendo tale procedimento, si dove pure arrivare, presto o tardi, a nozioni che non possono essere in tal modo ricondotte ad altre più generali – il punto essato di Grice quando preferisce dare una definizione IMPLICITA di ‘willing’ – cf. ‘shaggy’ x is shaggy, Fido is shaggy--, anche senza tener conto, dico, di questa circostanza, ch’espone gl’elementi di qualunque scienza o rama della filosofia – Grice definition of izzing and hazzing -- non dove mai trascurare di domandarsi, ogni volta che si tratti d’introdurre un  nuovo segno, e di spiegarne il SIGNIFICATO (O SENSO),  se, tra i due modi, visti sopra, di procedere alla determinazione di questo  - tra quello,  cioè, che consiste nel darne una definizione – o analisi -- propriamente detta, e l’altro invece che consiste nel precisare semplicemente il senso di determinate frasi – valori di verita o satisfattoriera -- nelle quali il termine da definire – analysandum --figura  -, sia più conveniente il primo o il secondo. Se, per esempio – cf. Grice on psychological laws --, quei concetti (più generali di  quello che si vuol definire – the is and the ought, the legal and the moral), ai quali deve essere fatto appello quando si proceda nel primo modo, siano poi veramente più chiari e piu facilmente apprendibili, dagli alunni o dai lettori, di quanto non sia il concetto stesso (‘mean’) che si vuol definire,  e se, ad ogni modo, quest’ultimo non possa essere più facilmente d’essi acquistato mediante  la diretta osservazione dei fatti e delle relazioni che esso dovrà poi servire ad esprimere. Grice on Squaarel Toby EATING --  Le discussioni interminabili sul tempo, sullo spazio, sulla sostanza – izzing hazzing --,  sull’infinito, etc„ che occupano tanta parte in certe trattazioni filosofiche, forniscono numerosi e caratteristici esempi delle varie specie di questioni fittizie alle quali può dar  luogo la pretesa di dare, o di ricevere, definizioni propriamente dette –cf, Robinson citato da Grice --, in quei casi in cui le parole o nozioni delle quali si tratta di determinare il SIGNIFICATO (O SENSO) O ANALYSANS sono di tal natura da non poter essere definite – glory: a nice knowckodwn argument, impenetrability: let’s change the topic --  se non ricorrendo a procedimenti  analoghi  a quelli rappresentati, in algebra, dalle definizioni per astrazione. [Si è parlato fin qui dei mezzi che l’algebra ha a disposizione per esprimere proposizioni isolate. Ma quando si discute, o si cerca, o si dimostra, si ha altresì bisogno di  poter collegare le proposizioni l’une coll’altre. Si ha cioè bisogno di mezzi per esprimere i rapporti di dipendenza o d’indipendenza che  sussistono, o che si vogliono stabilire, tra esse. A tale scopo servono, nel LINGUAGGIO ORDINARIO, quelle particelle che i grammatici distinguono col nome di “congiunzioni”.  E piu facile spiegare ‘p v q’ che il SENSO di ‘o’ – in fatto, suona straneo di questionare per il SIGNIFICATO O SENSO di “o” o “a” (to) – Grice.  L’ufficio di queste, rispetto alle  pro-posizioni, si può  paragonare a quello ch’adempiono le pre-posizioni – il ‘to’ di Grice -- rispetto ai nomi. Allo stesso modo come una pre-posizione, posta tra due  nomi, dà luogo a una locuzione atta a esercitare l’ufficio di un nuovo nome – “Jones e tra Williams e Smith” – CHE SENSO? FISICO, MORALE? --, così anche una congiunzione – il ‘o’ di Grice --, posta tra due asserzioni, o ordimi-- da  luogo a una nuova asserzione o ordine – feed the creature and she’ll bite you,  la cui verità o falsità – o satisfiattorieta -- può anche essere indipendente dalla verità o falsità  o satisfattorieta -- di ciascuna di esse.  Per una scienza a tipo deduttivo, come e appunto 1’algebra, le piu importanti congiunzioni sono naturalmente quelle che servono a indicare che, di due date asserzioni, l’una è conseguenza dell’altra. Al posto delle molteplici particelle, o perifrasi, che sono adoperate a tale scopo nel linguaggio ordinario  -- “dunque”,  “quindi,” “perciò,” “donde,” “di  qui,” “per  cui,” “se,” (Grice, if); “quando,” “in  caso  che...,”  “ne  deriva,” “ne  consegue,” “ne  risulta,” etc. -- non si ha bisogno – tonk plonk -- in algebra che d’avere a disposizione un solo segno, il horseshoe.   Altre congiuzioni assolutamente indispensabili in qualsiasi trattazione algebrica, che non è una semplice raccolta di formule, sono le seguenti. Una per indicare ch’una proposizione enunciata non è vera, un  segno cioè corrispondente al “non” del linguaggio ordinario – cf. Grice, “Negation and privation” – “We may do without ‘not’ but we would need to introduce one of the strokes, making our conversational moves go against the maxims”). Altre due, corrispondenti, rispettivamente,  all’ “e”  e all’”o” del  linguaggio ordinario, per indicare che due date  proposizioni sono simultaneamente vere, o che d’esse una, e una sola può essere vera.  L’avere introdotto quattro speciali segni per indicare i suddetti quattro rapporti tra le proposizioni, e l’aver riconosciute le  curiose analogie che sussistono tra le proprietà di tali segni e quelle degl’altri segni già adoperati in algebra, e merito di Leibniz e dei fondatori della cosiddetta logistica, scelti  e costruiti deliberatamente in vista degli scopi ai quali devono servire, e il cui sviluppo non è soggetto a leggi o uniformità del genere di quelle che lo studio comparato permette di riconoscere e di formulare per  i linguaggi  “naturali,” non mi pare ha gran peso. Alla distinzione stessa tra lingue “naturali” e lingue  “artificiali” – formale – formalisti di Grice -- mi sembra difficile che dagli stessi glottologi può venire attribuito alcun senso preciso e scientifico, quando essi ammettono che nella formazione e nello sviluppo di qualsiasi linguaggio, per quanto “naturale” (lay) e non colto (learned, blue-collar),  una parte non trascurabile è pur sempre d’attribuire ai fattori volontari e individuali o idiosincratici che ne determinarono i successivi adattamenti alla sua funzione di strumento per esprimere e comunicare determinati sentimenti  o idee – Austin. Grice to Warnock: How clever language is! For it had done for us distinctions we needed. And who needs ‘visa’? Influencing and being influenced by others -- È strano del resto che mentre l’obiezione dell’ARTIFICIALITÀ NON è considerata valida per escludere dal campo della glottologia e della SEMASIOLOGIA lo studio dei gerghi propri delle classi più infime della società – il ploari --, essa dove aver vigore soltanto pel caso di  quelli che, nella peggiore  ipotesi, ci contenteremmo di veder classificati  come dei gerghi ideografici – le parole sonodi CROCE (si veda), propri ai cultori delle più progredite tra le scienze].  Accenno infine a una considerazione, d’indole tutto aflfatto pratica e attuale, che mi ha fatto parere tanto più opportuno richiamare l’attenzione dei filologi sui caratteri, per così dire, linguistici dell’algebra. Va diventando sempre più un luogo comune – Grice’s commonplace --,  nelle discussioni sull’ordinamento degli studi nelle nostre scuole secondarie, il lamento sui danni derivanti, allo studio delle lingue antiche o moderne, dall’impiego di metodi  troppo “grammaticali” o “filologici”,  -- Grice insegna greco a Rossall per un periodo -- dalla troppa  parte, cioè, che  è fatta ordinariamente, nei  primi stadi dell’insegnamento, all’enumerazione delle regole grammaticali, in confronto allo scarso tempo e alla minor cura dati invece agl’esercizi d’interpretazione e di conversazione. A questo che si ritiene comunemente essere un difetto particolare dell’insegnamento delle  lingue, fanno riscontro, a mio parere, dei difetti, non solo analoghi, ma addirittura identici in quella parte dell’insegnamento scientifico che ha per scopo di  fare acquistare agl’alunni la capacità di servirsi delle notazioni dell’algebra. Promuovere un chiaro riconoscimento di questa specie di solidarietà tra due rami d’insegnamento che la tradizionale distinzione delle “materie” in letterarie e scientifiche – Snow’s two cultures -- tende a far riguardare come eterogenei e privi di qualsiasi rapporto tra loro equivale a render possibile, tra i cultori  dei due ordini di disciplina, uno scambio d’idee che non mancherebbe di riuscir fecondo d’eguali vantaggi per ambedue le parti. Giovanni Vailati, Vailati. Keywords: Peano. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vailati: la semantica filosofica," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Vailati.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valdarnini – scuola di Castiglion Fiorentino – filosofia toscana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Castiglion Fiorentino). Abstract. Keywords: category. The Play Group worked their slow and meticulous way through it during the autumn of 1959. Austin, in particular, was extremely impressed.  Grice characterised and perhaps parodied him as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than phi-losophy: the subject of grammar. Grice's own interest was focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky was taking a new approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. He claimed, for instance, that ideally 'a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it was explicitly designed'. Grice's aim, it was becoming clear, was to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary language philosophy itself was in decline. As for any school of thought, it is difficult to determine an exact endpoint, and some commentators have suggested a date as late as 1970. However, it is generally accepted that the heyday of ordinary language philosophy was during the years immediately following the Second World War. The sense of excitement and adventure that characterised its beginning began to wane during the 1950s. Despite his professed dislike of disci-pleship, Austin seems to have become anxious about what he perceived as the lack of a next generation of like-minded young philosophers at Oxford. It became an open secret among his colleagues that he was seriously contemplating a move to the University of California, Berkeley? No final decision was ever made. Austin died early in 1960 at the age of 48, having succumbed quickly to cancer over the previous months. Reserved and private to the last, he hid his illness from even his closest colleagues until he was unable to continue work. His death was certainly a blow to ordinary language philosophy, but it would be an exaggeration to say that it was the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, stepped in as convenor of the Play Group, which met under his leadership for the next seven years. Individuals such as Strawson, Warnock, Urmson and Grice himself continued to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings throughout the 1960s. Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance, in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war, when he gave a series of lectures on 'Negation' . In these, he concerns himself with the analysis of sentences containing 'not', and with the extent to which this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not' with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use of "not"! In another lecture from the series he suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle, in whose work he was well read even as an undergraduate. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical meaning, but also the types of relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical entailment is easily recognisable. One is prior to two because if there are two it follows at once that there is one whereas if there is one there are not necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold reciprocally from one.' The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one', ', but 'one' does not entail 'two' A similar relationship holds between a superordinate and any of its hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship means that use of the more general term tells us nothing at all about the applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a narrowly logical focus. For if one is to say of the primary substance what it is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For example,it would be more informative to say of the individual man that he is a man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the individual man while the other is more general)." Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more 'apt', because it gives more information. This same point arises in a discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond purely logical meaning to take account of how expressions are generally used. Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or blind; in actual practice it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the distinction between logic and 'the usage of language', 13 He reproaches Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some' has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings' associated with particular expressions. In a passage that would not be out of place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so. 15 Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two very different types of significance. A more specific word such as 'all' is more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'. Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but does not actually entail 'not all'. Besides his interest in logical problems with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups. Part of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections between an apparently disparate collection of problems and countenancing a single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability, namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein, have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation; he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi"; aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. 16 Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually developed into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation was far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he argued that the differences between literal and speaker meaning are not random and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language, in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour, and a number of specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' Category of Quantity Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly.!7 Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication' could be used to account for various differences between conventional meaning and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy. H. P. Grice’s Play-Group at Oxford works their slow and meticulous way through it. Austin, in particular, is extremely impressed. Grice characterises and perhaps parodies Austin as revering Chomsky for his sheer audacity in taking on a subject even more sacred than philosophy: the subject of grammar – as in “grammar school,” a derogativeterm at Oxford. Grice's own interest is focused on theory formation and its philosophical consequences. Chomsky us allegedly taking and self-promoting an approach to the study of syntax by proposing a general theory where previously there had been only localised description and analysis. Chomsky allegedly claims, for instance, that ideally ‘a formalised theory may automatically provide solutions for many problems other than those for which it is explicitly designed'. Grice's aim, it is becoming clear, is to do something similar for the study of language use. Meanwhile, ordinary-language philosophy itself is in decline, especially in the eyes of those who never made it to Oxford! As for any school of thought, it is difficult to determine an exact end-point, and some commentators have suggested a date as late as 1970 – “around Christmas” (Mark de Bretton Platts, ‘when sobre’) However, it is generally accepted that the hey-day – to use Grice’s cliché -- of ordinary-language philosophy is during the years immediately following what Flanagan echoing Chamberlain calls “The Phoney War.” The sense of excitement and adventure that characterised its beginning begins to wane – “Always the same! Each blooming Saturday morning” – Grice never complaid. Despite a professed dislike of discipleship, Austin seems to have become anxious about what he perceives as the lack of a next generation – ‘knock knock knocking on the door,’ as Grice hummed -- of like-minded philosophers at Oxford. It becomes an open secret among his colleagues that Austin is seriously contemplating a move to Berkeley ‘just to prove that ‘westward the empire strikes its way,’ Grice adds. No final decision is ever made. Austin dies, succumbing quickly to cancer over two months. Reserved and private to the last, Austin hides his illness from even his closest colleagues until he is unable to continue work. Austin’s death is certainly a blow to ordinary-language philosophy – “if ever there was one” (Grice) --, but it would be an exaggeration to say that it is the immediate cause of its demise. Grice, who seems to have been regarded as Austin's natural deputy, steps in as convenor of Saturday-Morning Play-Group, which meets under his leadership. Grice – now the senior – and his colleagues, former pupil Strawson, Urmson, and Warnock, Urmson, to name just a few, continue to produce work with recognisably 'ordinary language' leanings. Grice's interests are not driven entirely by philosophical trends in Oxford – as he had been (as he SHOULD) as a pupil at Corpus. Grice is also turning his attention to some very old philosophical problems. Having taught logic to Strawson for a term, Grice seemed particularly interested in this or that question concerning this or that apparent or alleged counterpart to this or that so-called logical ‘constant’ a language like Greek, Latin, or English – “Not to mention Italian” he would add. He revisited a trick of an ontological theme that he had first considered before this Phoney war, when he gives a series of lectures – or classes – in a ‘seminar’ on, just, 'Negation' In these, Grice develops his two example sentences of his previous essays – “This is not red” – and a variation on an example by Ian Gallie, “Someone is not hearing a noise” -- concerns himself with the analysis of sentences containing 'It is not the case that…', and with the extent to which this should coincide with a conceptual analysis of negation – the Fregean ‘sense’, as he calls it. Consideration of a variety of example sentences, in his typical manner, slightly out of context, and with a peculiar type of peculiar addressee of the Oxonian type in mind – a ‘pupil,’ usually -- leads him to reject the simple and simplistic equation of 'It is not the case that…' – as Strawson has it in “Introduction” – never an – to Logical Theory -- with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. Grice in fact argues that 'it might be said that in explaining the force – OR SENSE -- of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use – OR IMPLICATA -- of "not"! In another lecture or class from the series or seminar Grice suggests that the lack of a strict – ‘sillily Peanonian’ -- correspondence between 'It is not the case that…' and contradiction 'might be explained in terms of this or that PRAGMATIC pressure which governs the use of language in general.’ Strawson recalls: “Grice could feel pressuerised at times – especially by me!” --. Grice is hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, Strawson’s “It is not the case that…” -- but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic, but more importantly – since he never saw logic as a part of philosophy but a lower division for ‘blue-collared practitioners’, as he called them. Surely Grice was more than familiar enough with any such problem! The discussion of some of them dates back, in the proper Oxonian fashion, not to Kant, or Giambattista Vico, but as far as Aristotle – whom Ryle had turned into Oxford’s Guardian Angel – ‘Cambridge has Plato,” Ryle said – referring to Cudworth but scorning Bosanquet, Bradley, Wollaston, Pater – and the GENERATIONS of Hegelians who would have had Plato any day --. Grice: “Aristotle cannot be understood without Plato, so that’s a relief!” -- , in whose work he was well read even as an pupil of Hardie – for all terms but one (The tutor who tutored Grice for that one term would compalin to Hardie about Grice’s ‘obstinacy to the point of perversity.’ Grice: “Hardie later explained to me that that was a good example of two non-substantials packed into one!”. In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical signification or meaning – Grice’s ‘way of words’ to echo Locke’s way of things and way of ideas -- , but also the types of relationships holding between words, phantasmata, or pragmata. To some Cantabrian philosopher, Grice notes, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical Moore’s ‘entailment’ is easily recognisable. ‘One’ is prior to ‘two,’ because: if there ARE two, it follows at once that there is one. Whereas: if there IS one, there are not necessarily two – think testicles: “My ball itches” --, so that the implication or implicature of the other's existence does not hold reciprocally from one. Grice: “My pupil Acrkill translated this for HIS pupils – whereas it should have best left UN-translated. What’s the use of learning the Ancient Languages, if your tutor is to offer his gross rendering of this or that passage?” -- The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of what Moore – “‘playing the logician,’ being Irish, for one” – Grice comments -- asymmetrical ‘entailment.’ To use Moore’s coinage – Grice: “Not really a coinage, since’entail’ entails a long history in Norman England! --, 'Two' entails 'one', ', but 'one' does NOT entail – or indeed means (although perhaps it implicates, pace Humpty Dumpty – One cannot, but perhaps two can -- -- 'two' A similar relationship holds between a super-ordinate and any of what Aristotle confusingly calls a hypo-nyms – Grice: “What’s wrong with homo-nym – aequi-vox --?” -- or between a ‘general’ – Grice: “Strawson despises my use of ‘universal’ to mean almost the universe!” -- and a more specific – Grice: “Or indeed, ‘particular’ versus ‘total’ as Hamilton would have it -- term. To use Aristotle's example: ‘If there is a fish there is an animal.’ Rendered by Urmson: “If there is an animal in the backyard, I usually do not mean an ant, or my aunt – but a middle-size MAMMAL” – “But if there is an animal, there is not necessarily a fish.' Grice calle this an example of “ichtyological necessity”. The asymmetrical nature of this predication relationship – Grice: “I will say as much as this: all of Owen’s existential ARE ultimately predication relations!” -- means that use of the more general term – what Grice symbolizes as G in “Aristotle on the multiplicity of being” -- tells us nothing at all about the applicability of the more specific. – What again Grice symbolizes as S in that same essay. Aristotle also considers the relative acceptability of general (Grice’s Gs) and specific (Grice’s Ss) terms – Grice adds the D of DIFFERENTIA, rendering Wiggins’s DIAPHORON – Wiggins’s essay on Plato --, and in doing this Aristotle goes beyond a narrow ‘focus’ (Owen: pro-hen). For if one is to say of the primary substance (prote ousia) WHAT it is – “or IZZES, as I prefer” – Grice --, it will be more informative and apt – cf. Urmson, “Intensionality,” Aristotelian Society, the principle of aptness – and Urmson’s Duckworth Dictionary of Greek Philosophical Terms -- to give the species (Grice’s S) than the genus (Grice’s G). For example, it would be more informative – Grice: “Acrkill’s for some obscure Hellenism” -- to say of the individual man that he is a man than that he is an animal – Grice: “or brute” -- (since the one is more distinctive of the individual man while the other is rather of a more general application. That’s logic for you! Oxford logic – as Tweedledum said to Tweedledee! Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man -- or not. I. e. if it fails to be man. The Tortoise to Achilles: “Why should I FAIL to be a man?” --. Therefore, if the more specific (Grice’s S) term 'man' applies, it is more 'apt' – Grice: “Or ‘apter,’ as Ackrill prefers” -- , because it gives you – or thee -- more information. This same point arises in a discussion of the applicability of this or that description. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.' Grice: “My point exactly in my ‘Negation and Privation’ – Cicero needed to distinguish the phenomena lexically, as did the wise Ancient Greeks!” A term – TERMINVS, horos, DE-FINITIO -- such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected NOT to apply. Here, again, the discussion of what 'we – the few and wise, not the many of the LEGOMENA -- call' things goes beyond pure ‘signification’ or meaning to take account of how an expression is generally used. Strictly speaking – Grice: “And Austin was such a literalist!: -- a stone could appropriately and truthfully be described as toothless -- or indeed blind. In actual practice, except at Oxford – the land of Humpty Dumpty -- it is very unlikely to be so described. Grice's self-imposed task in considering this or that general 'pragmatic pressure' on language use is, at least in part, one of extending the typically didascalian Oxonia Aristotle's – not Plato’s – Grice: “Plato couldn’t care less. He was upper-class enough to know that the Many never learn!” -- sensitivity to the standard uses of this or that expression, and examining how a regularity of use may have a distorting effect on what Mrs Julie Jack once described to Grice as ‘her intuitions’ about ‘signification’. Grice was by no means the first Oxford ordinary-language philosopher member of the Satuday-Morning Play Group of Post-War Oxford to consider this. For instance, Mill – Grice: “an autodidact – more Grice to your Mill?” --, in his response to the work of Hamilton, draws attention to the distinction between ‘signification’ and 'the usage of language.’ Mill reproaches Hamilton – Grice: “As Aristotle of the Lycaean dialectic had reproached Plato, of the Academian dialectic” -- for not paying sufficient attention to the distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's fatal mistakes in logic. Grice: “They led him to the grave alright!” .. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought, in – Varronian, if not Ciceronian -- propriety to be used and understood as "some and some only" – Grice: “Id est, NOT NOT TOTVM”. Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' (x) TOTVM and 'some' (Ex) PARS are mutually incompatible: that an assertion, or more generally, utterance – as Grice: “What is necessary is possible” -- featuring 'some' has as part of its ‘signfiication’ 'not all'. This is at odds with Aristotle’s observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of anyone with a brain'. Mill explains this mistake as a confusion of ‘signification’ – Grice: “Typical of Hamilton” -- with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, Mill – Grice: “You still want more Grice to the Mill?” -- is drawing on the generally understood 'signification’ – implicitly conveyed -- associated with his or that expression. In a passage that would “not be out of place at Cambridge even!” -- Grice-- , Mill suggests that: If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' my addressee *might* be justified in inferring – never implying! -- that I did not see them all, not because the expression signifies THAT, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have explicitly conveyed so by way of what Varro has as a proloquium. Mill, like Humpty Dumpty – vide Sutherland, Language and Lewis Carroll – Mouton -- draws a distinction between what this or that expression ‘signifies’ and what Humpty-Dumpty and Alice generally – vide “Impenetrability” -- infer from witnessing an expression proferred. In what may be seen as an extension of Aristotle's – “And indeed Urmson’s – Grice -- discussion of 'aptness', Mill is arguing, with Dodgson, that it is a very gross – Grice: “even vulgar, by implicature” -- mistake to confuse these two very different types of significance, or ‘signification.’ A more specific, more informative, “Stronger” (Grice) expression such as 'all' may be more appropriate, if it is applicable, than a more general, less informative – “LESS STRONG” (Grice) word such as 'some'. Where is your wife? B: In some room. Where are we going? B: To somewhere in the South of France. He saw a woman? “Yes, his own wife!” -- Therefore, the use of the more general – Grice’s G -- leads to the inference, although it is not the case that the expression – Grice: “If you’re stuck with ascribing ‘signification’ to an expression’ ‘signifies’, that the more specific – Grice’s S -- does not apply. 'Some' suggests, hints, ‘means’ (vaguely) but does not actually entail or say – as Varro’s proloquim is one’s DICTUM -- 'not all'. Besides his interest in such crucial problems with a venerable Graeco-Roman pedigree, Grice is also concerned with issues familiar to him from the work – Grice: “usually laughable” -- of recent or contemporary philosophers – Grice: “That I happene to interact with at Oxford – not that I would even READ their silly essays!” In both published work – notably in that brilliant list in that LONG Excursus on ‘Implication’ at the Aristotelian symposium with A.R. White at Cambridge under the patronage of R. Braithwaite -- and informal notes Grice frequently lists these and arranges them in groups – Grice: “When I can.” Part of his achievement in the theory Grice develos lies in seeing connections between an apparently disparate – “to the Cambridge brain,” he adds -- collection of problems and countenancing a single solution for them all – “and more!” he adds. For instance, in The Concept of Mind, Ryle argues alla Austin and Hart-Hamphhire – especially the latter three, since Grice interacted with them on Saturday mornings -- that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability – an appropriateness condition, as Grice in deliberate pompous idiom puts it -- , namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd,’ – Grice: “Ryle thought, as Austin, and Hart and Hampshire should have NOT!” -- Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it – “unless you’re exercising your muscles against a wall, as Pears often does in the Meadow!” – Grice -- it is often extremely odd to say so. In cases where there is no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Witters, have claimed that it is simply wrong – Grice: “if not FALSE – whatever the German Viennese idiom of his choice would have been!” – Grice. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. “I do not believe it is a goldfinch. I KNOW t is!” “I truly know it is!” --. Austin was therefore offering a generalisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about 'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for any modification – without aberration, the tea party -- appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a generalization. Indeed Grice claims that it is 'clearly fraudulent on Austin’s part.’ 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi.’ Aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophical theory and analysis of ‘signification’ or meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually develops into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this theory of conversation draws on a 'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation is far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new on the Saturday mornings of the Oxford of his time. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, Grice argues that the differences between literal signification – Grice: “Or dictum, as I prefer” -- and speaker ‘signification’ are not random and diverse, and do not make the more or less rigorous – Grice: “to the extent that a philosopher can be rigorous – philosophy ain’t a science, nor are my pupils LEARNING it!” -- study of the latter a futile – or ‘futilitarian’ as Grice preferred mocking Bergmann’s accent -- exercise. But Grice also differs from other members of his Saturday-morning Play Group -- philosophers of ordinary language, in arguing that a more or less moderte interest in formal or abstract – ‘Aristotelian’ or ‘categorial’ – sgnification in terms of ‘universalis’ – or meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual Oxonian usage. Grice: “I met the Warden of a college who kept referring to his dog as a cat!” -- Rather, the difference between the two types or ‘categories’ of ‘significatdion’ or meaning may be seen as eschatologically systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour – Grice: “Whatever Haugeland thinks of computers” --, and a number of specific ways in which this works out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour or experience – Grice: “Oakeshott went overboard!” --, each of which can be summarised or encapsulated by one or more maxims that convesationalists are expected to observe --- Grice: “At least in public”. The categories and maxims are not unfamiliar to every student – Grice: “Always bear in mind that only the poor learn at Oxford” --, although in later commentaries they are often all subsumed under the title 'maxims' . Category of Quantity. Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange). Do not make your contribution more informative than is required. Category of Quality Do not say what you believe to be false. Do not say that for which you lack adequate evidence. Category of Relation Be relevant. Category of Manner Be perspicuous [sic]. Avoid ambiguity of expression. Avoid ambiguity. Be brief. Be orderly. “Add: “Frane what you say” and you get the ten commandments, almost!” Grice: “Or the Conversational Immanuel, as I may call it1” -- Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of this or that category – the four Kantian SUPER-categories: “strictly, the categories are 12 in Kant, geometrical as his spirt was!” – Grice --, to offer a systematic account of the many ways in which literal or explicit and implied or implicit ‘sgnification’ or meaning, or 'what is said' – or dictiveness – Varro’s proloquium -- and what is implicated', differ from one another. Grice: “I hope Hare is happy that his phrastic and neustic survived his Oxford examination – where he used ‘dictum’ and ‘dictor’!” Grice: “In fact, Hare was not, and went on to multiply sub-atomic particles of logic beyond necessity: the phrastic, the neustic, the tropic, and the clistic! Once you start! I tol him!” -- In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to re-interpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' – Grice: “I borrow from Sidonius” -- and verb 'implicate,’ as used in relation to that noun, are now not unfamiliar in the discussion of pragmatic ‘signification’ or meaning – Grice: “I always found ‘semantic signification’ a pleonasm!” -- , but they were coined by Sidonius – and later borrowed by Grice – but never returned – Grice: “In fact, Sidonius NEVER coined implicatura: it is a productive – analogous – exit of ‘implico’, as Varro would have it!” --, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation Grice implicated or suggested that a 'special kind of implication' – Grice: “Sidonius’s implicatura implicates entanglement! –” could be used to account for this or that difference between conventional ‘signfiication’ or meaning and ‘signification’ as ascribed to the utterer or speaker meaning. Grice ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside Oxonian philosophy. Grice: “Witness Humpty-Dumpty!”. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Castiglion Fiorentino, Toscana. Profesore di filosofia, Bologna. V. di Castiglioni, professore in Bologna di Alpini PERCORSO: Fatti, personaggi, documenti ed oggetti testimoni di vita e di storia > questa pagina Alpini ringrazia il geometra Rossano Gallorini che l’offre la possibilità, tramite due lettere del suo archivio personale, di approfondire un ulteriore aspetto della famiglia di V. per anni docente di filosofia teoretica a Bologna. V. proviene d’una modesta famiglia di lavoratori della terra, ma, nonostante ciò riusce a studiare prima presso gli Scolopi in Castiglion Fiorentino, poi a Pisa dove consegue la laurea. Dopo aver insegnato in vari licei vince la cattedra presso la prestigiosa Bologna ove insegna Carducci e successivamente Pascoli. V. è un tenace assertore dell'esistenza obiettiva d’una realtà assoluta e infinita, dell'anima e di Dio. Il confronto con il positivismo lo condusse ad affermare la supremazia della metafisica sulla scienza, anche se, secondo V., la metafisica dove essere critica e positiva ravvivata dal progresso delle scienze sperimentali e dalle altre discipline. V. ricordato a Castiglion Fiorentino, dall'associazione Spazio aperto", con l'evento, Il percorso umano e culturale di V: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria” V. partecipa attivamente alla vita politica della sua città natale e ne è sindaco nelle file del partito veramente monarchico e veramente democratico. Nel primo dopoguerra fonda, sulla scia di PASCOLI (si veda) e CORRADINI (si veda), a Castiglion Fiorentino l'Associazione Nazionale, ma quando questa, si fuse con il Fascismo troviamo V. segretario del fascio locale. Dal matrimonio con Vittoria Tocci erano nati ben sette figli. I due maschi, Corrado e Virgilio, muoroo in modo prematuro. Le figlie: Valeria, Virginia, Clara, Ida e Giorgina ereditano dal padre un cospicuo patrimonio composto da diversi poderi, due case in Castiglion Fiorentino ed una villa a Cegliolo in comune di Cortona e titoli bancari. Valeria, la più grande, vive a Modena ed sposa un Tavernari. Le altre sorelle viveno a Castiglion Fiorentino. Ida che sposa un Ferrari è nominalmente la responsabile delle sorelle V. delle quali una aveva forti problemi di salute. Nel dopoguerra le condizioni economiche sono peggiorate e non navigano in buone acque, ma, nonostante ciò le sorelle cercano di mantener fede ai desideri del padre che ha espresso questo desiderio nel suo testamento di rimanere unite. Probabilmente la sorella che vive a Modena è quella che se la passa meglio e quindi speravano in un suo aiuto concreto. Valeria ospita per circa un mese alcune sorelle, ma non poteva lesinava aiuti concreti. Di ciò se ne duole Ida in una lettera che non abbiamo. Nella risposta che abbiamo a questa missiva appaiono chiaramente le prime crepe ed i primi dissapori. Anche il nipote Vittorio che, probabilmente ha un buon stipendio in quanto dipendente di una Compagnia di Navigazione, nell'inviare dei soldi, fa pesare il sacrificio che gli costa il farlo e esterna i sacrifici che deve fare stando lontano da casa per mesi. Oggi vivono a Castiglion Fiorentino solo parenti lontani che hanno partecipato attivamente al ricordo che l'Associazione Culturale "Spazio Aperto" ha organizzato con il titolo "V.: dall'amata Castiglioni alla dotta Bologna. Narrazione e mostra documentaria". Nell’Istituto Superiore di Magistero ^kmmiwilp: in jlox* FIRENZE COI TIPI DI M. CULLIMI E C. alla Galileiana Oli esemplari di questo libro non muniti della firma originale dell’Amore si riterranno falsili a 0 i n lore procederà contro I ralsiflcnlnn. FILOSOFIA. SULLA TEORICA DELLA DIANA CONOSCENZA E DELLA MORALE IN RELAZIONE COLLE DOTTRINE DI ARISTOTELE E DI KANT. Argomento o sua opportunità. Nozione del Vero e del Bene. Loro fondamento reale. Principali facoltà conoscitive o morali del¬ l'uomo. Leggi razionali e legge morale. Loro fondamento c valore. Senso, intelletto e ragione pura speculativa secondo, il Kant, ed ufficio loro. Valore c limiti della ragione para speculativa. Tre ordini di cognizioni umane. Differenza tra la Ma¬ tematica, la Fisica e la Metafisica, secondo il Kant. Distinzione kantiana del fenomeno dal noumeno. In qual senso vero può ammettorsi tal distintone. Teorica della relatività della conoscenza umana. Conno sul Neokantismo. Cenno sul nuovo Criticismo o Realismo tedesco ed inglese. L’ inconoscibile di Spencer. In qual senso c dentro quali confini la conoscenza umana si può e si deve ammettere come relativa, -r- Obbietto o valore della ragiono pratica o morale, secondo il Kant. Vi li a contraddizione fra la Critica della ragione pui a eia Critica della ragione pratica? Giudizj opposti di varj filosofi. Due criterj, secondo noi, per risolvere il quesito. Criterio soggettivo : Secondo 1 intendimento del Kant vi è contraddizione fra quello due Critiche? Breve raffronto delle tro Critiche di lui. Criterio oggettivo: Le ideo morali sono assolute ed oggettive anche pel Kant, oppure sono relative e soggettive? La ragione umana può scindersi in duo facoltà, in ragione speculativa e in ragione morale, opposte fra loro? L’intoresse teorico può egli separarsi dall'interesse pratico della ragione? Le dottrine di Kant sulla conoscenza umana o sulla Morale, considerate oggettivamente, non isfuggono alla contraddizione. La relatività della conoscenza umana e dolla scienza, nell'odierno significato, implica logicamente una Morale affatto relativa. Nostra dottrina sulle relazioni oggettive, necessario o naturali fra il conoscere o l'operare umano, o però tra il Vero ed il Bene. Tre fatti notabili ed importanti nell’ordine filosofico e scientifico e nell’ordine morale mi paro dovrebbero fermare oggidì l’attenzione dello studioso e del pensatore. Questi fatti sono: La moderna teoria della relatività della conoscenza umana-, il ritorno di parecchie menti, specie in Germania, alla filosofia speculativa e pratica del Kant; una tendenza quasi generale presso gli odierni scienziati c filosofi a porre in discussione la Morale ed a cercarne nuovi fondamenti, considerandola alcuni come reiva instabile ed evolutiva, altri come assoluta oggettiva, universale ed iucrolkbil» • sistemi scientifici e filosofici. Di quei tre fatti mi propongo d’esaminare con brevità nel presente lavoro i primi due segnatamente, e di vedere così qual relazione logica c naturale corra fra il sapere o il conoscere e l’operare umano, e se il Kant cadesse o no in contraddizione co’suoi principj teoretici diversi da quelli morali. Determinato così il campo di queste indagini, non debbo nè voglio qui esaminare i varj sistemi morali antichi e moderni: i quali ultimi, come accennai in altro mio lavoro (Studj critici di Filosofia morale e sociale, Firenze), possono ridursi principalmente alla Morale razionalista ed assoluta, alla Morale indipendente, alla Morale dei Positivisti e alla Morale evoluzionista; mentre la Morale spiritualista e la teologica son comuni sì all’evo antico e sì al moderno. Il Vero ed il Bene sono concettiuniversali. Universali, perchè gli uomini tutti, anche i meno civili e colti, hanno un certo sentimento ed una certa nozione della Verità e del Bene, come si ravvisa- altresì nei loro discorsi e giudizj e nell'azioni loro. Universale il concetto di Vero, perchè la mente nostra l’applica agli esseri tutti che vengano in qualche modo in attinenza con lei ; anzi l’applica alle stesse operazioni dello spirito, e quindi a’sentimenti, a’pensieri, alle cognizioni, a’giudizj, ai ragionamenti, alla scienza, all’arte, agli stessi atti della libera volontà. Dunque così al gran mare dell’essere come a tutto l’ordine del conoscere e, sotto un certo rispetto, all’ordine dell'operare si estende il concetto di Vero. Universale il concetto di Bene, perchè la mente nostra riconosce c giudica buone le cose tutte, che siano quello che debbono essere por natura loro, che sieno amabili o per intrinseche perfezioni, o per Tatile e pel diletto che ci procurano ; e perche a tutti gli atti umani, in quanto procedono dalla ragione c dalla volontà libera, e sono conformi alla legge inorale, si applica dalla mente il concetto di Buono.-Se pertanto il Vero ed il Buono hanno il carattere dell’universalità, in che troveranno il loro fondamento? Non possono averlo, quali concetti, nello spiritò umano, anzi in veruna mente finita, perchè le menti finite sono contingenti e individuali, non necessario ed universali, c perchè non possono fave a meno di usare, fra gli altri, quei due concetti. Non possono averlo in alcuna delle cose mondiali, perche l’individuale e il particolare non può mai scambiarsi coll’universale. Il vero fondamento del Uro e del Beno non può ravvisarsi che nella natura medesima degli enti in universale -, e però il ero ct i,i Bene hanno il carattere dcll’obbiettività. »2"T iemm » « i. nota ad altro * r* ° l0tlavÌ!l 'l ue3t l esser quindi giudicarla ver, o fll |,, duna . 0Ma > 0 intanto, la cosa in .a * 3 '’ uona 0 catt ' va 1 ma, v»a o no» vi“1"““'’ T"° C ',e a !"*» ’ bU0 ” a 0 ”™ ^ona, indipcnden- dell’umana conoscenza e della modale 7 temente dal giudizio è dal volere delle menti finite. V'ha pertanto il Vero oggettivo universale, come il Bene oggettivo universale, fondati sulla stessa natura degli enti. Anzi il concetto universale che noi abbiamo del Vero e del Bene conserva questo carattere di universalità, perchè fondato in una necessità non formale, nè soggettiva, si materiale od ontologica ed oggettiva. D’altra parte', il Vero ed il Bene oggettivi possono stare disgiunti da ogni intelligenza e da ogni volontà? No, perchè' il Vero suppone una mente che lo' conosca, e il Bone suppone una volontà che l ami e che lo voglia conseguire. Le cose tutte, vere od intelligibili, o buone od amabili, richiedono pertanto una relazione naturale coll’Intelligenza e colla Volontà. Inoltre, gli esseri finiti corno avrebbero in sè stessi, e specie gli enti irragionevoli, il carattere della verità e della bontà, senza una Monte ed una Volontà infinita che li abbia appunto creati e veri e buoni? E questa Mente e Volontà assoluta non potrebbesi concepire se non come essenzialmente vera e buona in sè stessa. Il Vero ed il Bene, benché fondati sulla natura degli esseri, hanno dunque attinenza naturale e necessaria coll’Intelletto e colla Volontà. Ora, nell’uomo esistono diverse facoltà deputate a conoscere il Vero, ad amare ed operare il Bene. Ogni entità, come ha natura e leggi sue proprie, così ha un fine speciale ; ogni funzione ed atto ha un termine proprio : e io : e però termine, fine, oggetto immediato- della Intelligenza è il Vero ; termine, fine, oggetto immediato della Volontà il Bene. Qui non mi fermo- a dimostrare le intime relazioni da una parte fra il Vero ed il Buono, dall’altra fra il concetto di fine e il concetto di Bene, avendone discorso a lungo ne’ miei Elementi scientifici di Etica c Diritto (Roma). Diconsi intellettuali, conoscitive, razionali tutte quelle facoltà onde l’uomo intende, conosce o scuopre il Vero; diconsi morali quelle facoltà ond’egli ama, vuole c pratica il Bene. Quattro sono le facoltà principali dello spirito umano : il Senso, l’Intelletto, la Ragione e la Volontà. Le prime tre appartengono all’ordine della conoscenza, l’ultima all’ordine della moralità. Il Senso ha immediata relazione con gliobbiettisensibili e porge all’intelligenza la materia del conoscimento. L Intelletto apprende le cose sensibili ed intp.llio-i'hn; dell’umana conoscenza e della morale !) ha . leggi suo proprio. Ciò. posto, quali sono le leggi dell’Intelligenza e della Volontà umana, e qual fondamento e valore hanno esse? Poiché l'Intelligenza e la Volontà sono due facoltà diverse, come diverso è l’obbictto loro, cioè il Vero ed il Bene, anco le rispettive leggi dovranno essere differenti. Queste due facoltà umane non potrebbero varcare dalla potenza all’atto e conseguire il fine loro, senza una regola, una norma, una legge che le indirizzasse alla vespettiva mèta. Ora, le leggi che governano la Intelligenza nel conoscimento e nel possesso del Vero diconsi razionali, c ne tratta di proposito la Logica ; la legge che governa la Volontà nella pratica del Bene dicesi morale, c ne parla espressamente l’Etica. In queste leggi dello spirito umano c segnatamente nelle razionali, va distinto l’elemento formale dall’elemento materiale . L’elemento formale risguarda più direttamente l’intelligenza, forma del conoscimento ; l’elemento materiale risguarda più diretta- mente Soggetto, la materia del conoscimento. Dico più direttamente, non esclusivamente, perchè ogni conoscenza suppone due termini distinti ma inseparabili, cioè un soggetto intelligente ed un obbietto inteso in atto o capace di essere inteso. E quindi non può darsi una Logica puramente formale, come non può darsi una Logica puramente materiale. Imperocché le nozioni, i concetti, i giudizj, iraziocinj sono atti ed operazioni della mente ; la forma nel giudizio, nel raziocinio ed' in ogni ragionamento è posta dalla mente nostra ; i giudizj, i raziocini son governati da leggi proprie : ma intanto, lo nostre idee, le nozioni, i concetti sono vuoti d'ogni contenuto, non sono oggettivi, non hanno cioè alcuna rispondenza colla natura degli obbietti? L’csperien- za e la ragiono dimostrano che vi ha naturale rispondenza ed armonia fra i concetti nostri, le idee c gli obbietti. Ove non esistesse questa relazione, potrebbesi domandare: Come c donde la mente nostra formerebbe le idee, i concetti, .le cognizioni tutte? Ogni giudizio, poi, ed ogni raziocinio ha la rispettiva materia, oltre la forma; c la varietà dei nostri giud'izj e raziocini dipende non tanto dalla mente unica clic li forma, quanto dalladiversità della materia onde risu.l ; tano. Lo leggi logicali ed i priucipj della ragione hai), no, pertanto, un fondamento reale ed un valore oggettivo, perchè fondati sulla reale attinenza fra la mente nostra e le cose intelligibili, è perchè mostrammo già che .1 Vero e oggettivo ed universale. Può cHi darsi- JW ‘T' C,1,! SÌS ° Mri U " senza la' Z “ lT" eS “ dmi una qua-, PC “v 60s,anza ? »«. poo formo : .>C d ir caosaiì,a • «• ~ -» D’altra parte Finteli cd apoditticamente, la C ausr;“ tt0 PU C ° nCC P Ìrc »tto senza È logicamente imponibile .\ S ° 3tan “’ e vicCT ersa? Je ggi razionali hanno un fi» i^® 1 P r,nci PJ « le ore oggettivo, C però u„. nda “ 5ato rca le, un va- Se questa ò la nnt .. * CCI tezza assoluta. !eggi razionai; che diw taLT* 10 et U Valore de,lc della legge morale ? Come le leggi razion ali non sono fondate esclusivamente sulla forma della conoscenza o sulla mente nostra, ma principalmente sull’essenza degli obbietti intelligibili, e però sul Vero oggettivo ; così la legge morale non ha il suo fondamento sulla volontà umana, ma sulla natura stessa degli enti amabili e rispettabili, c però sul Bene oggettivo. E come la natura delle cose intelligibili e il Vero oggettivo servono all’uomo di criterio c di norma nelle sue cognizioni e ne’suoi giudizj ; così la natura degli enti amabili e rispettabili c il Bene oggettivo gli sono di criterio e di norma nelle sue libere azioni. Può l’uomo disconoscere il Vero c non seguire le leggi naturali del pensiero nell'ordine della conoscenza ; può ribellarsi alla legge morale, non praticare il Bene e giudicare non rettamente le sue azioni e quelle degli altri : ma restano sempre il Vero ed il Bene oggettivi, ma non si distruggono per questo le leggi eterne ed immutabili del pensiero e della volontà. E come gli errori di alcuni uomini, i sofismi e lo scetticismo di altri uonlianno alterate, non che distrutte, le leggi del pensiero limano, nè abbattuta la Verità oggettiva ; così le prave azioni di alcuni e le false dottrine morali di altri non hanno cambiata la legge morale assoluta, non hanno abbattuto il Bene oggettivo, nèsradicata dal mondo la moralità. Tuttavia l’errore torna sempre funesto nella speculazione e nella pratica, e conviene quindi adoperarsi a tutt’uomo a fuggirlo ed a combatterlo. Fermate tali verità, passo ad esaminare brevemente le dottrine speculative e morali del Kant in SULLA TEORICA relazione colle teorie moderne delle relativi* delle conoscenza umane, 1» quel teorie mene log,cernente ad una Morale soggettiva e relativa. \r Il Kant è generalmente considerato non solo qual fondatore del Criticismo filosofico, sì anche quale autore della moderna teoria della relatività della conoscenza umana. E ciò nondimeno, tutti riconoscono che non v’ha sistema filosofico morale più rigido ed assoluto di quello dol Kant ! Come si spiega questo fatto? Il Kant non ammise relativa, nell’odierno significato, la conoscenza umana, oppure nella Morale si contraddisse fondandola su principi assoluti ed oggettivi ? Ecco il quesito che dobbiamo esaminare, gettando un rapido sguardo sulla filosofia kantiana. So negli scritti del filosofo di Ivo— nigsberga la chiarezza della forma e la coerenza logica, in senso formale o materiale, fossero pari alh novità dei concetti, alla profondità e all' acutezz; dell ingegno critico c speculativo di cui dette provi l’autore segnatamente nelle tre Critiche, io pensi che nessun filosofo antico o moderno potrebbe ugua ! “ Kimt Ma “mnquo vogliasi giudicaro on può negarsi che la filosofia c la scienza in gc 2“™ Smunte del nuov K il fT,'* 6 *«*»» s P ccu lczione 4 stata considerata unallndc rl*^ P '" &iandc Introduzione alla Filosofia pura ed alla Scienza in generale, come dissi altrove (Principio, intendimento c storia della classificazione delle umane conoscenze secondo Francesco Bacone. Parte terza, capo XI, 2 a edizione, Firenze, 1880). Come gli antichi supponevano che il sole e gli astri girassero intorno alla terra, così il Kant nella Critica della Ragionpura volle far girare gli obbietti intorno allo spirito umano per ricercare e determinare le leggi dell’umana conoscenza. Ma se in Àstronorniail sistema Tolemaico fu abbattuto, perchè falso, da quello di Copernico, potrebbe avere ugual sorte nella Filosofia speculativa il sistema del Kant? Crediamo di no, benché questo sistema non possa accettarsi, per gli errori, ond'ò viziato, qual canone certo, inconcusso e definitivo della mente, e quale sulstratum della Filosofia e della Scienza. Che posso io conoscere e sapere ? Che devo io fare? Che posso io sperare? Ecco le tre domande che il Kant rivolse a sè stesso nella Critica della Ragion pura, e nelle quali sta il germe di tutta, la Filosofia speculativa e pratica di lui. Alla prima domanda non si poteva rispondere senza esaminare 1 origine e il valore delle nostre cognizioni, c le attinenze loro con le facoltà del nostro spirito e con gli obbietti. Nelle nostre cognizioni ravvisa il Kant due elementi : uno formale, soggettivo, a priori, puro, necessario, permanente; l'altro materiale, oggettivo, a posteriori, contingente, mutabile. Il primo elemento è fornito dallo spirito, il secondo dagli obbietti distinti da noi e fuori di noi. Il tempo o lo spazio, le rapprosentazioni o intuizioni, i concetti puri o le categoria sono gli elementi a priori, formali, necessarj, universali, della nostra conoscenza. Ma da chi e in qual modo si conoscono gli obbietti ? Tre sono pel Kant le principali facoltà umane conoscitive: Senso, Intelletto e Ragione. Dico principali, perchè egli, dopo aver distinto recisamente il Senso dalla Intelligenza, suddivide quest’ultima in Intelletto, Giudizio c Ragione. Il Senso porge all'Intelligenza l'elemento materiale, molteplice c variabile delle cognizioni sperimentali. L'Intelletto è la facoltà dei concetti puri, apriori, o categorie, che non hanno per sè alcun . \alore nè reale nè oggettivo, nelle quali però consiste 1 elemento formale, necessario ed universale della conoscenza. L Intelletto prende i suoi materiali dal Senso e li ordina secondo alcuni de'suoi concetti puri che costituiscono la forma di tutti i giu- d.zj Dcdici, com'è noto, sono i concetti puri, a pluralità! ! ? atCS ° nc clementar i e sono: unità, L* 11 ’ re>lli ' . ne 8. MÌ0M > ‘imito; sostanza, Quest'’T'r a ’ possiljlllt à, esistenza, necessità. «sto trm puri ° c * tcsoHc cic - categoric comnles alle c l uattr o grandi *««® c di modaiS. r nt ; tà> di quaiità; di rcia_ dall’esperienza m ° a e ^ or * e non derivano qual modo ? sotto nonlT 0 ! re ? dono Possibile. In 1 fenomeni alle cate e chepcrò tra- gettivo, non ci dà un v Spazi0 ’ non ha valore og- dl cui parla non li pos J° Sapere ) lacchè gli obbietti fotal b le colonne d’K rc ^ m °i U “ in essenziali ed uccido t v m Generatesi distinguono L o Valiti. essenziali foriti’“““ ° “ c01 ' ;1 " 1 ' io forme o leggi del * ° T® Ìn S ° lo cate S oric > applicare ai fenomeni nSlCr ° ^ blS0 ° na solamente Occorre appena osservare el,o 1 >c che la prova diretta dell’umana conoscenza e della MODALE rJ della relatività della conoscenza sarebbe valida solamente quando fosse dimostrato vero e fondato il Criticismo, clic tutta la realtà vuol ridurre ad un mero fenomeno, ed i nostri concetti e le leggi del pensiero a mere forme dello spirito, vuote d’ogni valore oggettivo e reale. La prova indiretta, poi, risguarda il metodo seguito dal Kant e le conclusioni a cui egli giunse nella Critica della ragion pura, allorché tolse in esame le tre massime idee della ragione e tento di conoscere la essenza intima dell’/o, dell Universo e di Dio, applicandovi le sue categorie! GRICE: “I LIKE THAT!” Aristotle: “To say ‘anima’, when you mean ‘man’ you are being less informative thn is required. Categoria – da: kata, agorein – against, speaking to the assembly. Oxonian dialetic, Athenian dialetic – CATEGORY – Kant’s derivative use of Aristotle’s categories -- I noumeni, le cose in sò medesime, sono adunque inconoscibili ; e quindi la scienza degl intelligibili o Metafisica non ha un valore oggettivo, anzi non è possibile. E tuttavia il Kant colle sue distinzioni tra il fenomeno e il noumeno, fra la intuizione sensibile c la intuizione intellettuale, fi a le puve idee, le cose di fatto e le coso di coscienza, fra il sapere teorico e il sapere pratico, e quindi avendo ammesso come fatto certo e primitivo la legge morale, non rannicchiava tutta la coscenza umana nel puro sensibile, nel fenomeno ; o almeno, lasciava aperto qualche sentiero alla ragione pei penetrare nel mondo intelligibile e delle cose in sè. Beu diversa, e sotto alcuni aspetti assai più ristretta, è la teorica della relatività della conoscenza nei principali rappresentanti del nuovo Criticismo e Realismo tedesco ed inglese. Dico sotto alcuni aspetti, perchè il nuovo Criticismo e Realismo ha dato al fenomeno un valore diverso da quello kantiano, ma per altri riguardi, e nulla tuona della conoscenza e soprattutto nella Morale, ò rimastodi gran lunga inferiore al Kant. IX. Gl’immediati successori del Kant, movendo dalla pura intuizione intellettiva o trascendentale che permetteva di cogliere il nuomeno e l’assoluto, cercarono di penetrare l'essenza intima delle cose e di ricostruire così tutta la Metafisica, oltre dare un valore oggettivo alla Morale ed ai tre postulati kantiani. Ma il Comte in Francia e l’FTamilton in Ingkiltera si opposero recisamente all’ Idealismo trascendentale e ad ogni Metafisica, dichiarando vana la ricerca delle cause prime e finali, e propugnando la relatività della conoscenza. Visto bensì che il mero Positivismo non dava ragione di tutti gli elementi della conoscenza, nè valeva a spiegare * datamente l'origine e la natura de' varj ordini e di* S C r L C Vedut0 COme,e dottri ne di Ilerbart travano molta Caduto ^egelianismo, incon- e scienziati 1 avore 5 in Smania alcuni filosofi elative del GH ' alle dottrine S P 0 ' cerearono negli C ° me 1,HeImholtz ' della raoio* - k ntlam anteriori alla Critica ' 80fi -CCall% fil .r fia n ^;edifilo- ch lari re e consolidare W ra 9 ion P ura P er ela fi losofia critica. VvÌ ttnna della conoscenza tengono conto dei nr e °l vantia ni da una parte wi -^p;cr:^,rr“ sperimOT - uct0 sapere umano deriva dal pensiero, non potendosi concepire il mondo senza il pensiero. Principali rappresentanti del Neokantismo filosofico in Germania sono il LaDge, il Liebmann e lo Schultze (1). Secondo il Lange, la coscienza e la sensazione sono il limite d’ogni cognizione; il mondo non c che una nostra idea. Difatti, la realtà o la cosa ò un gruppo di fenomeni che noi concepiamo uniti per astrazione di ulteriori nessi e di mutamenti interni ; la forza è quella proprietà della cosa clic abbiamo conosciuto per determinati effetti su altre cose ; la materia ò ciò che, in una cosa, poniamo come base dello forze conosciute e che indi non possiamo sciogliere in altre forze (2). Dunque materia e forza, egli conclude coU’Helmholtz, sono astrazioni nostre dal reale. Ma esiste questo reale, ed abbiamo noi conoscenza della cosa insè? Il fenomeno ci mena per fermo al concetto d’un che problematico c che dobbiamo ammettere come causa del fenomeno. Ma intanto la cosa in se, il noumeno, è una mera creazione della nostra mente, ed ignoriamo se abbia (1) Lange, Gcschichte des Materialismus, 18 74 - Liebmann, Kantvnd die Ejpigonen, 1865. Zar Analysis der Wirhlichlceit, ISSO. - Schultze, Kant und Darwin, 1S75. Philosophie der Natunoissenschafl, 1881-S2. (2) Vedi G. Cesca, Storia e dottrina del Criticismo, 1884. - Vedi pure duo pregevoli scritti di Barzellotti : La nuova Scuola del Kant e la Filosofia scientifica contemporanca in Germania, 1880-, o Le condizioni presentì della Filosofia c il problema della Morale, un significato fuori della nostra esperienza ! - Alle medesime conclusioni e venuto il Liebmann. I pi in* cipj a priori, leggi della ragione, son necessarj (egli dice) per osservare, sperimentare c pensare. Bensì tutto il nostro mondo è un fenomeno ; più, tutta la realtà è fenomenica od empirica, dacché noi non possiamo uscire dalla sfera sensibile delle nostre rappresentazioni. Tempo, spazio, moto, causalità, per noi sono concetti puramente soggettivi. E però il Liebmann ammette solo una realtà empirica, non riconosce alcuna realtà assoluta e nega ogni valore alla cosa in sé. Anche lo Schultze concorda in sostanza con Kant e arriva alle stesse conclusioni del Lange c del Liebmann. Salvochò lo Schultze nsguarda il tempo e lo spazio non quali ' concetti ma quali intuizioni a priori, ed ammetto la causalità quale unica categoria. Ciò posto, tutte le nostre rappresentazioni, egli dice, hanno un carattere sog- Sciti™, l lerellè " m Vha rappresentazione senza coscienza, ne questa senza quella. E però noi,ttal * in 86 ’ raa,] " alc carico e e.seil„zl:: h ;~ Ì0 “;- H °" a ° ouali fon,..., • r, 1 uca son P 01 la stessa cosa, Idi che? della cosa h, ”oe possiamo noTreTcsiT™ 0 la . natara ’ ma di cui rebbo la base dM ì 1S enza ' altrimenti mauebe- Vicn d ^que ammem dallo Scrk 00 ' La ^ ** rispetto alla nostro, Schultzo come ipotetica, alo,,. ... * D0Stra c °Sn.zione. E però egli non dà alcUD valore oggettivo* ^otafisica ed ai tre dell’umana conoscenza e della morale 33 massimi concetti di Dio, dell’Anima e della Materia, perchè non sono obbietti della nostra intuizione, ma nostri meri concetti. Dal fenomenalismo de'più recenti Kantiani in Germania diversifica il nuovo Criticismo tedesco ed inglese, il quale pone e riconosce alcun che di reale nelle nostre cognizioni. Diamo un cenno, a questo proposito, delle teoriche di Helmholtz, Wundt, Goring e Riehl, di Spencer e Lewes (1). L'Helmholtz ammette la causalità come una legge a priori ; ma all’intuizione dello spazio dà un'origine sperimentale, come pure agli assiomi di Geometria. Quanto alla sensazione e alla percezione, vi distinguo l’elemento soggettivo dall’oggettivo. La sensazione, nell’aspetto fisico, è un effetto della qualità esterna sopra uno speciale apparato nervoso ; c riguardo alla nostra rappresentazione, ella fe un segno di riconoscimento della qualità oggettiva. Le nostre intuizioni o rappresentazioni, poi, sono l'effetto che gli obbietti percepiti o rappresentati han cagionato sul nostro sistema nervoso e sulla nostra coscienza, e però sono segni o simboli delle cose. - Il IlroLiinOLTZ, Pkysiologischc Optile, 18G7. Die Tkatsachen in dcr Walirnchmung. Wundt, Dogi!:, ISSO. Grundxiigc dcr physiologische Psychologie. GoRING, Sistcm dcrkritUche Pkilosophic, .IIieul, Derphilosopische Krilictsmus. Spencer, First Principici. Principici of Psychology. Lkwes, Problema of life and Mind. Gcschichtc der neucrcn Philosopkie (trad. tcd.). Wandt non mena buono al Kant che spazio e tempo siano forme a priori della sensibilità. Lo spazio,, per lui, oltre non essere a priori, sarebbe un concetto e non già una intuizione. Vero ed unico principio a priori è il pensiero logico co’suoi caratteri di spontaneità evidenza ed universalità. Il pensiero logico, postulato d’ogni nostra esperienza, segue, operando, alcune leggi che derivano dalla sua stessa natura, quali sono gli assiomi d’identità, di contraddizione, di ragion sufficiente. Da queste leggi del pensiero provengono lo categorie di sostanza, db causa e di fine. Le categorie, per la stessa origine loro, hanno un valore non assoluto ma relativo, perchè si applicano entro i limiti della nostra esperienza. Così, il concetto di forza c la causalità supposta inerente alla materia; il concetto di materia- ha un carattere ipotetico; il concetto di spirito doma da una nostra illusione' TI n- • i a differenza dei .. TT, 11 Ge gnoseologica.,5* ZZng*** V ual ° ci PJ pari a priori JclK ' “8"’™"°-1 P"«- essere scoperti dallo cenza non potendo dogmaticamente quali n' M ’ bÌS ° Sna ammetterli tenta di mostrl-e c ' 11 Rio H invece, Kant s’asconde il rca i- 10 10, 11 fonora cnalismo del cognizione oggettiva C .'° ren“ ooe - II tempo ò la, V, 1 tcm P° 0 lo spazio- coscienza- lo ^ a ^ re * az ‘ on i colla nostra esterne colli m!/ 210 ° ' a coes ' ste nza delle relazioni dotto delle nostre^ n ° Stra ’ Dicesi materia 51 F 0 ' o consisto esistenti che oppongono resi- dell' umana conoscenza e della morale 37 stenza ed occupano lo spazio. Dai concetti di materia, di spazio e di tempo non può andar separato il moto, il quale è una sintesi dall’esperienze di forza, di tensione muscolare e cambia continuamente di posizione. Ora si domanda: Questi concetti e fenomeni, realtà, tempo, spazio, materia, moto, hanno essi un valore puramente soggettivo, od anche un valore oggettivo? Sono essi realtà unicamente per noi, o sono realtà in se medesimi? Questi fenomeni, non essendo un mero prodotto della nostra coscienza, hanno anche per Spencer una realtà oggettiva. E tuttavia egli tiene fermo più che mai sulla relatività della conoscenza. Imperocché se Spencer ammette una causa reale assoluta di tutti questi reali relativi, cioè una realtà, un tempo, uno spazio, una materia, un moto ed una forza assoluti, compresi tutti nella formula dell’Assoluto inconoscibile; egli però conclude che le nostre cognizioni non hanno alcuna attinenza con l’Assoluto inconoscibile, e che indi questa Realtà assoluta è ignota ed inconoscibile alla mente umana. Segni o manifestazioni di questa medesima Realtà ignota ed inconoscibile sono pure la Materia e lo Spirito. - Accennata così la dottrina di SpcDcer, potremmo, fra molte altre obbiezioni, rivolgergli questa : Se tutto le nostre conoscenze sono relative, conforme voi ammettete, con qual diritto asserite che in noi e fuori di noi ci sono certe relazioni assolute? Il realismo di Spencer, fondato sui segni o simboli delle cose sentite e percepite, e che cerca gg SULLA TEORICA di comporre il dissidio tra realisti e idealisti, è un realismo trasfigurato. Il Lewes non va pienamente d'accordo con lo Spencer e fonda il realismo ragionato (nasonaded Roalistnus). Perche realismo ragionato? Perchè afferma la realtà di ciò che vien dato in ogni fatto o negli stati di coscienza, e perchè giustifica quest’affermazione. Il Lewes, pertanto, muove dalla coscienza, che ci rende certi di due fatti, cioè del me e del non-ms, uniti fra loro. Di- fatti, non possiamo negare la sensazione e l’esistenza del mondo esterno. La psicogenia mostra che l’ordine esterno determina l’interno, e non viceversa. Gli idealisti, per negare la realtà dell’oggetto, son costretti a dividere colla riflessione il soggetto dal- 1 oggetto •, la qual divisione non accade nò può farsi nel|a sensazione. Ma la distinzione fra il soggetto e 1 oggetto comincia nella percezione. Questa, pel Lewes, non è un simbolo dell’azione esterna, ma una gitante che non altera il reale: il simbolo cS™ ri4 “- La dell» persi 6,7 “ un * «pM°a ma il ;r os T wtra ' ^ «w™. 0 b °uo, r cose come nosco la realtà ■ ■ meutre d Lewes rico- fisima della Combatte uomeno e noum Pnn 1 .’ La dlst,nzi one tra fe- e Può ammettersi so^am^'t ^ ha valore oggettivo, nazione: i n ta l caso •. “ 6 Come art ificio di clas- in rel azio ne colla mc'nt» . ’ 1 l>uvo fenomeno. Errano giqdealist° Ve SÌ, fermin0 al e PWa idea non possi™ W Wtl ’ perche dalla sola Posino varcare alla realtà, o perchè dell'umana CONOSCENZA E DELLA .MUIIALE la scienza non può fondarsi a priori. Errano i Soggettivisti, perchè i concetti e le idee hanno attinenza non pure col soggetto intelligente, si anche e in modo principale con gli obbietti ch'esse ci rappresentano. Errano quindi i seguaci del puro fenomalismo, perchè il fenomeno stesso, vuoi interno (stato della coscienza) vuoi esterno, è una realtà, perchè il fenomeno implica l'esistenza e la natura della cosa in cui esso appare, l’esistenza e la natura del soggetto senziente ed intellettivo al quale appare. E che tutto non sia fenomeno venne già dimostrato dallo scienze sperimentali e segnatamente dalla Geologia, la quale dimostra che un tempo gli esseri sensitivi ed i ragionevoli, cioè i bruti c l’uomo, non esistevano sulla Terra, eppure questa già esisteva con le sue qualità, con le sue forze e le sue leggi ! Errano i nuovi Realisti, perchè, esagerando la parte soggettiva nella sensazione o nella percezione, o togliendo il suo reale fondamento all’ astrazione, alcuni riducono a mero simbolo il sentire, il percepire e il concepire, altri dicono non potersi mai e in vcrun modo conoscere le cose in sè stesse, cioè le naturali e vere loro qualità. La diversità delle nostre percezioni c sensazioni, dei nostri stati di coscienza, non che la varietà dei nostri concetti e delle nostre idee, implica la diversità naturale dogli obbietti sensibili e intelligibili da noi percepiti, sentiti e intesi, c distinti da noi. Certo, la facoltà di sentire o di percepire è nostra, come nostre sono le sensazioni e le percezioni ; certo, chi pone forma nei nostri giudizi e la mente nostia . ma, d’altra parte, le nostre sensazioni e percezioni, i nostri giudizi mutano col mutarsi degli obbietti, o dei modi in clic gli obbietti a noi si palesano. E che il Senso e l’Intelligenza non s’ingannino, nè clic si foggino a loro talento le cose, ne abbiamo una conferma luminosa e certa, quando l’esperienza ci mostra (per cagiond’esempio)che le coso reali,gii percepite, conosciute c giudicate da noi, se poi misurate c pesate, decomposte ed analizzate, corrispondono ora esattamente, ora approssimativamente ai nostri modi di percepire e sentire, di conoscere c giudicare. Dunque, materia, spirito, realtà assoluta, sostanza, cause, forze, leggi, c va dicendo, non sono meri fenomeni, nè mere nostre astrazioni, ma sono realità in sè stesse e relazioni oggettive d’esse realità colla natura e con le leggi dello Spirito nostro. Ma dunque, mi sichiederà, la conoscenza umana è relativa od assoluta? Relativa, rispondo io. Relativa c non assoluta, perchè limitata, imperfetta, relativa è men f nostra ’ la 1 uale non avendo create le cose, p o conoscerle in modo perfetto ed assolato, come “il" * T‘° ‘ nfìllìU 0 Piattissima. Relativa, t Attiva o natalo 't,“r T 8 1““* k* oggettiva. ^^^°rt“ oi r,igìfai ' : ^ rohè fattive dell? mi X f lM1 T 00110 ss, «lai «mo 50 im Mlo ‘ “°™ ««^ien- assorge alla scienza e dii • daUarte spontanea a pratica, in armonia io dell’umana conoscenza e della morale collo spirito e colla natura! Relativa, perchè la forma e la materia del conoscere hanno intima relazione fra loro. Relativa, infine, perchè ha persilo immediato fondamento la coscienza nostra, non solitaria, ma con tutte, le sue relazioni, con sò stessa, con gli enti ragionevoli, coll’universo sensibile e con Dio : relazioni che bisogna riconoscere talquali, perchè poste da natura ed inseparabili. Fermato ciò, sensazioni, percezioni, idee, giudizi,ragionamenti, verità, scienza hanno valore oggettivo e reale; materia, anima ed assoluto non sono mere astrazioni ; e la mente umana può cogliere, entro certi confini, la natura delle cose valendosi dcH’csperienza e della ragione: quindi è possibile una scienza degl’intelligibili, la vera Metafisica. XI. Dalla ragione pura speculativa il Kant distingue la ragione pratica o morale. È noto che nella Critica della ragione pura egli esaminò le condizioni ed i limiti della ragiono teoretica, por rispondere alla sua dimanda : (Rie posso io sapore? Invece nella Critica della ragion pratica e nei Fondamenti della Morale esamina l’obbietto e il valore della ragione pratica, per rispondere alle altre due dimande : Che devo io fare ? Che posso io sperare ? Ufficio della ragione pratica non ò veramente lo speculare, ma l’operare, ed ha per obbietto suo il Bene, l’attuazione del dovere colla virtù. Il Kant aveva già distinto profondamente il mondo della Natura dal. mondo della Libertà inorale, per riservare quest’ ultimo alla ragione pratica ed assegnarle un primato sullaragionc speculativa. Esiste la legge morale, come fatto primitivo, certo ed universale:ecco il punto dal quale muove tlVO, Certo eU UU1 Versali;.UUUU II («uiu uu-i mnui c il Kant. La legge morale comanda e obbliga assoluta- mente, è un imperativo categorico (Katcgorisches Imperati?). Ma a chi comanda essa? Comanda agli enti ragionevoli che sono fine in sè stessi ccl a sè medesimi. Chi l’effettua ? II Volere buono, che ha un valore assoluto e supremo. Questo Volcresi determina da sè e per sè, è autonomo e libero essenzialmcnte.Macomelibero essenzialmente e come autonomo, e che indi opera solo pel rispetto alla legge o non per altri motivi, il Volere buono e libero appartiene al mondo sovrasscnsi- bile, non a quello sensibile o fenomenico. E cosi Ragionepratica pura, Volontà pura, Legge morale sono inseparabili nel regno dei noumeni c dei fini. Ma uomo aqnal mondo egli appartiene’Pcl ICant, l’uomo appartiene al mondo sensibile, come fenomeno, e al mondo intelligibile, come noumeno. Adunque l’uomo nel pnmo rispetto nou è libero, perehò sottoposto allo •oggi e alla causalità della Natura sensibile ; nel se- nd„ r, sp0tto 6 libero . Pe r divenire buono ed acqui- doveritLT ^ a " Ch ' I ’“° m0 «"»P̰ro il lc.ge morale “ pratloare 11 kt " s por la stima della A PW “ llri Ma intanto l’uomo, modo conseguirla? V^^ falioità ’ In I ™ 1 disinteressalo alla ?| 0Ì! Co1 ris P olt!> do moralmente sè si ’ 0 ln d I porfezionan- La Boralo cosi con “ al Bene sommo. 51 “"«P’ta, affinché abbia iU„ 0 pieno dell’ umana conoscenza e della morale 47 e vero compimento, esige tre postulati : la libertà, Y immortalità dell’anima e l'esistenza di Dio. Senza libertà, come il volere potrebbe uniformarsi alla leggo morale ? Ove lo spirito non fosse immortale, come attuare il sommo Bene e conseguire nella vita presente la santità o la massima perfezione morale ? Senza Dio, creatore e Legislatore morale del mondo' e giusto Giudice, come attuare il Bene sommo e quindi armonizzare la felicità vera colla virtù ? È chiaro che la Ragiono pratica ha un valore assoluto anche pel Kant, perchè ella non si contenta del fenomeno, ma parte dal noumeno, cioè dalla Legge morale assoluta ed universale ; cd esige, qual suo termine e compimento, il noumeno, cioèitrc postulati morali. “ In questi postulati la Ragione pratica, vincendo tutti gli ostacoli, ci porge dello affermazioni, alle quali la Ragione teoretica non poteva autorizzarci; ed infatti coll’asseverare l’immortalità dell’anima scioglie un problema nel quale laRagiono teoretica non trovava che paralogismi; coll’ammettere la libertà e il mondo intelligibile al quale noi, come soggetti liberi, apparteniamo, stabilisce un principio in cui la Ragione teoretica non trovava che antinomie; c finalmente col porre nc\\’ Ideale della Ragiono (in Dio) la condizione dclsommoBcne, riesce per suo proprio uso a determinarlo quanto basta, mentre la Ragion pura lo doveva lasciare affatto indeterminato n (Cantoni, E. Kant, voi. II, p. 191). E qui sorge un quesito tanto grave quanto difficile : Vi ha non dubbia contraddizione fra la dottrina speculativa c la dottrina morale del Kant, fra la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica? I giudizj d'uomini insigni non sono concordi su questo punto, anzi gli uni opposti agli altri. I più ammettono che vi sia contraddizione ; pochi altri affermano il contrario. Per esempio, Cou- sin, B. Saint-Hilaire, Renouvier, Barni, Conti, Fouil- lée direttamente, e il Rosmini indirettamente vi ravvisano contraddizione ; il Cantoni e il Fiorentino (1) vi riscontrano anzi conciliazione ed armonia. Preferiamo di accennare la difesa e poi diremo l’animo nostro. Il Cantoni più volte nega vi sia contraddizione ed osserva: u Kant avverte nel modo più esplicito e risolato che i principj e i concetti morali, riguardanti nella Ragione pratica il mondo nouraenico, non hanno e non possono avere nessun valore perla Ragione teoretica, e non valgono in nessun modo ad allargare il **'!■ ™>; ni, r.403). sto nlnnun 11 • * *' raon ^° intelligibile, rima- “ r “ s,0M Eretica, s ; dischiude alla «toliic, 185G. - R>’vr\irTr, ; ' e / a 'U>ne alla Morale d’Ari- 1859. -Barxi, Examen, rfc ^ ri tique générale, 18M - ■t'OSTl; Storia della Pi rUl bene su- l’uomo si pronono n c con dizionc soggettiva onde- filale consiste il bene mmo è la ^cità, nella «“'e fdicitìi dipoiT m ° «.«io- dsli'armooia dollVono c„n °®f CÌ ° 6,a v ‘rtù. Ora nu cstp 1 eg S c borale mediante 1 Kt ° dM “Risicai, necessarie por dell’umana conoscenza e della modale ò 3 conseguire il fine ultimo prescritto dalla legge morale, non le vediamo unite c armonizzate dalle cause della natura : dunque per la libertà si richiede un’altra causa, Dio, affinchè la Morale abbia il suo compimento. Quest’armonia esiste, dunque Dio esiste necessariamente. Ecco il nesso, da una parte, fra la Critica del giudizio e la Critica della ragion pratica e, dall’altra, fra la Morale, la Teologia morale o la Religione ; sebbene il Kant si adoperasse di continuo a voler mantenere autonoma la Morale, cioè indipendente non pure dalla Religione, sì anche dalla Teologia razionale. XIII. Ora lasciamo i criterj soggettivi del Kant, gl’in- •tcndimenti suoi, per fermo retti e nobili, e consideriamo oggettivamentele sue dottrine speculative e morali. Ecco, secondo me, il vero criterio per risolvere il quesito posto qua sopra. 1 ® I concetti puri dell’ intelletto vedemmo esser privi, pel Kant, d'ogni valore oggettivo e reale, ed acquistarlo soltanto applicati, nelle intuizioni sensibili, non alle cose in sè, ma ai fenomeni : le tre massime ideo della ragione, l’Io, il Mondo, Dio, non avere alcun valore oggettivo, ma essere solo principj regolativi non costitutivi della ragione nelle sue speculazioni. Dunque i concetti e le idee non hanno pel Kant valore oggettivo ; o se pure, ne acquistano uno ristretto e relativo, applicati al mondo fenomenico. Ciò posto, le idee morali come le risguarda il Kant? Che SULLA TEORICA valore assegna loro ? Alla legge morale, ammessa anco da lui come certa, dà un valore oggettivo, assoluto e universale. Dunque l’idea della legge morale non c un puro concetto, una categoria deH’intelletto nostro, c ancor meno una forma della.sensibilità ; e quindi è un’idea oggettiva, assoluta, necessaria anco pel Ivant. L’idea della legge morale implica le altre di volere puro buono, di sommo bene, e quelle di libertà, di Dio, d’immortalità, per avere il suo compimento c la sua efficacia. Ora tutte queste idee morali non sono relative e soggettive, ma hanno caratteriopposti, non dipendenti dalla nostra intelligenza. 2° Legge morale, libertà pura, fine, Bene, e va dicendo, sono anche pel Kant noumeni o fenomeni? Sono cose in se, noumeni, non fenomeni. Ma se la Ragione speculativa non può trascendere il mondo sensibile e fenomenico, poteva il Kant entrare colla sua ragione nel mondo intelligibile, dei noumeni, al- meno p er aver l’idea di Legge morale, del dovere categorico ed assoluto ? calativi"^ V “ l8 ' 111 ' Iisli ” 2Ì0n0 fra la legione spe- P à „ i S T r‘“ : '» —« Ragione *. T m suiie Terit “ moraii - Tanto i voto elio i| Kan, ” Mrl teorici. speculativa e sì l a • ‘‘ ama pura s * la Ragione distingue la Filosofia C?- 81 ?' I ^ oltrG . c gli stesso ™ro(i moral ° s “P e ‘ Morale, Critica della P • ^ meta Mù della corale elementare 0 a '^ l0n P rat ^ ca ) e in Dottrina e - Oia la scienza morale non va eoo- Òl> fusa coll’aWe, colla pratica della moralità. Quindi il Rosmini osservava giustamente: u La filosofia è una specie di dottrina, non è azione. Quando si dice filosofia pratica, non vuole intendersi che la filosofia sia attiva ; ma solo, clic quella parte di dottrina c ordinata a dirigere l’azione della vita .,. 4° Del rimanente, si accetti pure la distinzione: ma va notato elio altro è distinguere, altro separare e contrapporre. Kant non si restringe a distinguere la Ragione speculativa dalla pratica, ma contrappone l’una all’altra: imperocché, mentre la prima si ferma al fenomeno, nulla sa di certo intorno al noumeno e però intorno alla legge morale, alla libertà, all’anima, all’universo, a Dio ; la seconda, invece, ammette come certa la legge morale, ed esige il valore oggettivo e reale, sia pure nell’interesse pratico, dcl- l’idce di libertà, della vita oltremondana e di Dio. Qui, adunque, non v’ò più. mera distinzione o subordi- nazioue, ma vera contrapposizione di due facoltà, che sostanzialmente sono identiche formando nell’uomo la stessa e unica Ragione 1 5° Similmente, non può ammettersi la separazione del fine o interesse teorico da quello pratico dacché questo supponga quello e anzi ne dipenda, secondo l’aforisrao: Nil volitum qninpraecognitum. E il Ivant stesso diceva, che ogni interesse della ragiono é finalmente pratico. Nou vale pertanto distinguere il sapere teorico da quello pratico, dacché la pratica o l’arte riflessa richieda per necessità la teorica •, c 2 'Jg perchè, ad ogni modo, il sapere pratico non deve mai trovarsi in opposizione col sapere teorico. Esaminato così il quesito nei suoi veri aspetti e però con criterj oggettivi, non si può negare che fra le dottrine speculative del Kant e quelle morali, come risulta dall'esame comprensivo della Critica della Ragion pura e della Critica della Ragion gnat ica, non siavi contraddizione. XIV. Poiché il sapere pratico suppone lo speculativo, e la pratica viene preceduta o illuminata dalla teorica, il principio della relatività della conoscenza umana, nell odierno significato, implica per necessità una Molale soggettiva o relativa. Ogni nostra cognizione, la verità, la scienza sono relative ? Or bene, le idee e le venta morali c la scienza morale saranno parimente ic ative pei la mente nostra, per la mente di ciascun omo. e i elativa è la conoscenza, se questa non può ma. coglier» la natura dell» coso, vice a mncar0 il or, «rio assduto, oggettivo, nulvctsaledd Vero. Ma non La' e " 0 °86 ctli ™, assoluto del Vero, Mt™ assT!”?,n PPm a otitoi ° «turale, og- bruivo, assoluto del Bene F ■,, . illuminata e preceduta dall ^ ? * V ° l0ntà °P era =»"«tti, principj » V*» ■relative non mro • - J teoricl rel ativi saranno 1 «MfcJ SU cu** “T m0ra,i «uomo, si anello *“ Potranno non aow"''ii° 8 '‘ prItlei P.i morali re 11 cara ttere della relatività :ì7 dell’ umana conoscenza e della morale •e quindi un carattere soggettivo, contingento c mutabile. Nè si opponga, per avventura, che i concetti •ed i principj morali costituiscono il sapere pratico c sono indipendenti dalle speculazioni della mente e dalle opinioni scientifiche, perchè abbiamo visto qua sopra non potersi ammettere questa separazione. E volendo anche far tale concessione, volendo per esempio ammettere col Kant clic l’uomo sia certo a priori, naturalmente, della legge morale e dei suoi caratteri, resterebbe sempre la difficoltà di sapere scegliere tra beni e beni conosciuti, di attenersi a un partito anziché a un altro, di confrontar bene l’azioni colla legge morale e però di giudicarle rettamente. Inbuonalogica, la relatività della conoscenza mena dritto dritto alla relatività della Morale. E difatti, Erberto Spencer nei Dati della Morale non discorre egli d’una morale relativa e di una morale assoluta? La morale relativa governa la condotta delle presenti società umane, imperfetto nell’esser loro, e che hanno cognizioni relative ; la morale assoluta potrà effettuarsi, egli dice, •quando l’uomo e la società avrauno conseguita, pei legge di evoluzione, la loro perfezione vera : allora l’Etica assoluta formulerà la condotta ideale dell’uomo e della società. Ma che significato e valore attribuisce Spencer alla morale assoluta ? La morale assoluta per lui consiste nell’ideale della condotta che, sotto le condizioni derivate dall’unione sociale, dev’essere attuata per assicurare a ciascun uomo ed a tutto il • consorzio civile la massima felicità. Dunque 1 assoluto (dice il Guyau stesso nella Morale inglese contemporetnea), vagheggiato dall’Etica evolutiva eli Spencer/ è semplicemente il limite a cui tende l’evoluzione della vita. Altra conferma l’abbiamo in Kant stesso. Egli ammise la Morale assoluta, necessaria,universale, non particolare, contingente c relativa: bensì per fondare questa Morale, non si attenne più a’suoiprincipj speculativi, alla relatività della conoscenza e al fenomeno, ma partì da un principio morale certo ed universale, penetrò e rimase nel mondo intelligibile o dei noumeni. Questa contraddizione logica e metafisica nel sistema del Kant gli salvò la sua Morale, formalistica o astratta se vuoisi, ma nobile, pura, elevata. Spencer, invece, propugna una Morale evoluzionista, con- ■orme alla relatività della conoscenza umana : ma egli pure non evita ogni contraddizione, quando nel- l^meny le dimenila affatto la EeaL assohUcl Z"«‘ mmCSa Pt!TO P 01 ' meta Usi le qua,, che, osserva giustamente il Fouiilée (li- nan Z1 al concetto d’uoa Tto„n-, uce, ai nere indifferente il monisti ! P ° tCSS ° al quesito su\wiócc'° l j ‘,l | r ’ l0S 'j fo ° '° SM " zia ' gnisioni, e però il divento modellT' * T"* °°' l'crso^'UomoeDio haun'effi ° 0MeI,irc rUn! - neHascienza rnotai,, 0 nella^““«lutareopemiciosa La dottrina sulla cono^ * a pnvata e pubblica. garsi dai Principj morali ^ Umana Q on può segrego c dentro quali ' ’ Abblam ° Mostrato in qual a conoscenza umana r ’ ^ ° relaliva anche per noi ““«^iuoènni iirr’ 50 ‘ "*»; U con- * ° l'altro di rda- oO siona, perchè l’ordine sta nell’armonia di relazioni. Queste relazioni sono reali e ideali, onde gli enti sono ordinati fra loro, e questi hanno relazione colla nostra coscienza e colla mente nostra mercè le idee che li rappresentano. La coscienza non è mero fenomeno, ma realtà sostanziale ; non vive solitaria, ma in attinenza col mondo c con Dio. Il Vero e il Bene sono oggettivi perchè fondati sulla natura e sul fine degli enti : le leggi del pensiero e la legge morale hanno un valore oggettivo, non sono mero creazioni della mente, pure nostre astrazioni. Fra il senso, l’intelletto e gli obbietti sensibili ed intelligibili passano naturali e necessarie relazioni, come pure fra la volontà e la legge morale assoluta. Come dalle particolari nozioni e da’giudizj dell’uomo va distinta la verità oggettiva, universale; una; cosila legge morale c il Bene oggettivo ed assoluto vanno distinti da’liberi atti e da’giudizj morali degli uomini. Negato il valore oggettivo alla Verità c al Bene, tolte le reali e necessarie attinenze tra le facoltà dello spirito nostro e gli esseri ; la cognizione, la verità, la scienza, la moralità, la coscienza, l’universo, Dio, ci parrebbero illusioni o meri fenoneni : sicché avrebbe avuto ragione il Leopardi quando cantava l ’infinita vanita del tutto ! Ogni linguaggio veramente umano, clic sia capace di esprimere un certo grado d’incivilimento d’un popolo intero, ha vocaboli proprj e distinti per signifare oggetti non pii materiali, come Anima, Spirito, -f, Zo Cesctenca, Pensiero, Dio. E questi vocaboli, pefatonars, dei linguaggi e eoi progredire deliri ■ornila non 81 cancellano nò dal volgo né dal dotti óTsSr,:; dclla sc!enM ™.r«;r:r i, ' mMiodivCT “-” ra P iic,e - P°to. m mono oerto è querfXf°tt b °°“ ^ T ^ le cose più car e l v ‘ 10 fatto universale, clic avvi una parte • enerato del genere umano sparisco al senso ^ ^T 81 ’ C, ' e n ° n ® cor P° e non J a coscienza l'iò ;i C pur esiste e si sente, vi llere umano ha semnro ^ ° Sp,rito - E come il ge- gando altari e terjp qUalche divinità, eri- “ ik “-liver:itai'r tMnd0 "» • bigioni, u 'o: abbia mo infatti la Rei ' CI ” P ® v mirabili pro- coltào, se vuoisi,^stTfatt POtUt ° T ’ subentrano due altre seienzeTp t UmanÌ ' AU ° rft fisica, per ricerca™, ? Psicolo G ia e la Meta- di ciò che dimandai !| rminare n ° n ° he la natura i! fine della Materia ^ raSÌOne stcssa ed 13 lnor e an ma ed organata. E così GO dalla nozione scientifica della Materia passiamo alla ricerca della nozione scientifica dell’Àniina umana. Como si è rinnovata profondamente la Fisica, non può non rinnovarsi la vecchia Psicologia o l’antica Metafisica, perchè nell’uomo corpo e spirito sono congiunti, perchè nell’universo ci sono esseri matcrn-vli, sensitivi o ragionevoli, e perchè le scienze tutto hanno parentela più o meno stretta fra di loro. Abbiamo già detto in che consisteva l’antico e il moderno Spiritualismo. Conviene ora esaminare la nuova dottrina scientifica intorno all’Anima umana. La scienza positiva contemporanea ha un metodo suo proprio, il metodo d’osservazione, analatico ed oggettivo, opposto al metodo deduttivo, psicologico e soggettivo, tanto caro allaMctafisica ed alla Psicologia tradizionale. E non si contenta l’odierna Scienza positiva di osservare ed analizzare il mondo corporeo, ma vuol descriver fondo a tutti gli esseri mondiali, spiegare le cause, le leggi, lo attinenze, l’ordine, l’essenza, l’origine ed il fine delle cose tutto ^ insomma, vuole surrogarsi alla vecchia Metafisica, che ritiene orinai non solo spodestata, si anche morta c seppellita! In qual maniera studia essa latto l'uomo? Lo studia valendosi dell'osservazione esterna, dell’esperienza sensibile, c dell’analisi fisica e fisiologica : quasi che nell’uomo non ci sia altro che una massa di materia organata, un sistema di forze meccaniche c fisiologiche. di moti meccanici e vitali, di organi c fanzioni, da sottoporsi direttamente o ai sensi esterni,. o ai nuovi e mirabili strumenti dell'osservazione c dell’analisi sperimentale, come il dinamometro, il microscopio, la bilancia chimica, il termometro, il coltello anatomico, e somiglianti !La nuova Psicologia scientifica o sperimentale crede di spiegar tutti i fatti dell’uomo, i sensitivi, gl’intellettuali ed i morali, mercè l’osservazione esterna c l’analisi fisiologica, facendoli tutti generare dal puro nostro organismo. Vediamolo brevemente. Noi siamo capaci, come gli animali bruti, di sensazioni e di moto ; ed infatti il corpo nostro ha distinti organi per sentire e per muoversi. Che anzi, recenti esperienze hanno scoperto organi della percezione esterna distinti da quelli della sensazione. Così, tagliando i lobi cerebrali, si perde subito la facoltà di \edeie, mentre il nervo ottico ò ancora- eccitabile, sensibile la rètina, mobilissima l’iride. Non solamente alla facoltà di percepire e dì sentire, si an- ff a " e allr .° «Mollo Olle avrebbero per sede • ° 801150 0 1 istinto anima li cervelletto i cem- CGri l 1 ' 1 mediani clic riuniscono ’ ° Mf i *.a« 0 va dicendo ili sansa lì La Vita sociale spirituale, l’immaginazione, il pensiero, la volontà e quindi tutti i sentimenti morali, tutti gli atti razionali e volitivi, risederebbero nei centri superiori o nei lobi cerebrali. Quanto alla coscienza, la Fisiologia non è giunta a scoprirne la causa vera ed efficiente, ma ne può determinare l’organo e la condizione. Secondo l’Her- tzen, l’attività mentale, di cui è tipo la coscienza, seguo i cambiamenti della forza nervosa \ cresce o decresce conformo i cambiamenti d'innervazione o d’enervazione che subisce la temperatura vitale. La integrazione della forza nervosaòcondizione organica della coscienza. E già Claudio Bernard aveva dimostrato che ogni fenomeno della vita, dalla più semplice funzione vitale sino ai fatti più elevati dell’iutelUgenza e della volontà, ha per causa un lavorìo d’organamento, e per effetto un lavorìo disgregativo d’elementi fisici e chimici. I progressi ed irisultamenti analitici della Fisiologia c della Psicologia sperimentale hanno certo giovato a rischiarare le tenebre da cui era avvolta la vecchia e tradizionale Psicologia, quando presumeva di spiegare l’unione fra l’anima ed il corpo, e di stabilire le attinenze fra il morale ed il fisico della vita umana. Ma la nuova Psicologia è riuscita, almeno finora, a spiegare la natura dell’uomo, le cause tutte e le leggi del senso, della intelligenza e della volontà? Ha potuto essa fornirci co’suoi metodi una nozione esatta e scientifica della coscienza e dello spirito? No, dacché il filosofo e la comune degli uomini non possono certo appagarsi di queste definizioni : Il pensiero è un moto o una trasformazione della sostanza cerebrale ; lo spirito è un polipaio d'imagini; la virtù ed il vizio sono meri prodotti come il vetriolo ; il genio è il predominio d'una facolta organica sulle altre; l’attività dell’intelligenza è una danza continua delle cellule cerebrali; il me o la coscienza è un gruppo di fatti organici. A dimostrare false scientificamente queste definizioni valga esaminare un sol fatto dello Spirito. Se il pensiero fosse un moto cerebrale, e quindi se fosse materia per le sue rispettive proprietà, noi saremmo incapaci di fare qualunque giudizio, e di poterlo analizzare e spiegare, dacché il confronto di due idee (soggetto e predicato) c il giudizio ricavatone, sono attributi del pensiero che ripugnano assolutamente con a impcnctiabilità, 1 estensione e la divisibilità e a materia c con le prerogative del moto. Rife- mm„ gl. argomenti addotti dalli cigno modico 0 no- 2,? «T° fa ' ini fan» con notrèbb r “ I>1 "' K0 ",ati ™ «idea !>, perché Parimente il moto |,llla ' lca percezione ? 4d giudizio, si polrobbo PMt,0e !l ra W >rescntativ0 4ai moti dolio pai-ticoilo A '°7 re,ldor re e dimostrate delle scienze positive, ha rimesso in onore l’osservazione interna ed ha rinnovato il metodo psicologico e metafisico. In ogni epoca i grandi pensatori hanno distinto il scuso intimo dai sensi esterni, l’esperienza sensibile dall'ospericnza interiore, il metodo induttivo psicologico c storico, dal metodo induttivo lisico. Per quali ragioni ? Perchè due sono gli ordini dei fatti che a noi si manifestano, i fatti del mondo esteriore c del corpo nostro, ed i fatti della coscienza o dello spirito, i quali ultimi non possono essere spiegati dalla mera osservazione esterna -, perchè due sono gli ordini delle realità mondiali, la realtà fìsica e la realtà dell’io negli esseri pensanti-, e infine, perchè nelle cose tutto bisogna distinguere l’elemento sensibile dall’elemento intelligibile o, pausare la lingua della scuola di Kant, il fenomeno dal noumeno. L’esperienza interna o la coscienza non pure sente e indaga gli atti spirituali, ma ne spiega le cause, lo facoltà e le leggi, distinguendo ciò che spetta all’organismo da ciò che spetta alito, allo spirito, e coglie finalmente la realtà stessa dell io. Se pci- tanto ha un gran valore l’esperienza clic indaga i fatti dell’universo materiale, compresivi quelli del corpo nostro, non ha minor valore positivo lossena- zione interna che ci fa conoscere quest altro ordino di fatti c ci rivela l’essenza eia realtà dell io. Che anzi, l’osservazione interiore illumina c perfeziona l’esperienza esterna, applicando i principj universali di causalità e di finalità ai fenemeni del mondo sensibile e materiale. Affermando ciò non intendo ammettere con qualche filosofo esagerato che tutto nel mondo sia spirito : come falso o il materialismo universale, così falso è l’idealismo e lo spiritualismo universale. In ogni nostra cognizione vi è l’idea, fatto dell'intelligenza, ma vi ha la sua parte anche il senso ; nell'universo esiste la materia sotto mille forme, ma v’è anche lo spirito, che si palesa in noi ed a noi come senso, come pensiero, come volontà, come amore, come coscienza. Impcrtanto il nuovo Spiritualismo scientifico, valendosi dei risultamenti e progressi delle discipline positive, e rimettendo in uso ed onore il microscopio della coscienza, fa della Psicologia una scienza veramente induttiva e si travaglia nella soluzione dei grandi problemi metafisici, riponendo nel- 1 esperienza interiore, come già praticarono Aristotile, san Tommaso, i più insigni e migliori Cartesiani, il oibnitz cd altri, il principio fondamentale ed il me- concCn- COmPÌUt0 de " C SUC Ì,UlaSÌ,1Ì 6 dcll ° SU ° unioni* è ^ ; neI1 ’ uomo vi « mei tà. Ecco i risulf 6 1 S ° StaUZe ’ ma vera e propria un Positiva modem^Ifatr ^ C ° nclusÌ0ni dclla Scienz fenomeni del covn * ' S P Illtuad ‘ son o congiunti ; dirsi, a tutto rie-nr •* le * azi onc. E se non pi dell’anima hanno i Tìm^-’ ^ h SÌnsolc faco11 esempio che alla facoltà d r/sni CerQhrali > 1 5( 1 onda esattamente que la data parte del cervello, alla facoltà B il cervelletto, alla facoltà C i lobi cerebrali, alla facoltà D i corpi striati} il fatto si c che da un lato .varie sono le potenze dell’anima, c dall’altro vediamo nel corpo nostro organi diversi, e che ogni fatto spirituale viene accompagnato da un fatto fisiologico. Vero ò che la Psicologia scientifica sperimentale non ammetto nell’uomo facoltà distinte, quali il senso, la intelligenza, la volontà ; riconosce solamente i fenomeni psichici, vale a dire le sensazioni, i pensieri, le volizioni. E lo stesso Hcrbart impugnava la vecchia distinzione e pluralità di potenze originarie nell’ anima nostra. Eccettoehò si potrebbe osservare che una è certamente l’essenziale energia dello spirito umano 5 ma la varietà irriducibile de’suoi atti implica la varietà delle sue potenze, pur non cessando d’essere una nel fondo suo. Comunque sia, queste correlazioni tra i fatti della coscienza ed i fenomeni del corpo, questa rispondenza fra lo attività dello spirito c la struttura del corpo e segnatamente del cervello, questa medesima unità della vita umana, portano forse scientificamente e logicamente a concludere che materia organata ed Ànima sono in fondo cosa identica, c che però gli organi cerebrali generano le facoltà dette spirituali 0, se vuoisi, che i fatti psichici non diversificano sostanzialmente dai fenomeni fisiologici ed hanno in questi la loro causa vera, unica cd efficiente ? Ecco quello che, stando pure alla scienza nei confini dell’osservazione, non può menar buono neanche lo Spiritualismo scientifico moderno. Il fisiologo osserva le funzioni del corpo vivente e distingue gli organi rispettivi ; analizza gli clementi della vita, procede man inano dal semplice al complesso, dalla vita locale alla centrale, dalla varietà dei fenomeni vitali all’unità apparente delle cause della vita stessa. Ora, il metodo puramente fisiologico vale come analisi sperimentalo, ma non può valere come sintesi ove presuma di ricercare e stabilire la causa vera, il principio di tutti i fatti della coscienza. E, a buon conto, la sintesi fisiologica vi darà sempre un’unità fìsica, cioè un’unità apparente, non reale, non vera, ma sempre composta c molteplice, perchè materiale ; vi darà insorama la risultante di più funzioni organiche e nicnt altro. Con questi metodi non si può dunque analizzare i fatti veri dello spirito, quali sono le idee, i pensieri, i sentimenti, gli affetti, le volizioni, e ancor meno si può i icci'carc c stabilire il principio unifi- utoie di tutti quei fatti, perchè la coscienza ci attesta la semplicità, l’unità, l’identità, l’attività e la berta delh o.U q Uestc sono vane par0, 0 destituite ogm valore oggettivo, ma sono fatti reali, inconcussi, quantunque siano fatti rio . •coi sensi esterni d potcrsi P ei ’ ce P irc io i temi; Rechiamone alcune prove. |loÌa hanT StarC . Ch ° nè ]a Flsica > ^ la Fi- ^ della inteUigLta cldl trar ? he ^ ^ M 8 ° n “ effetto di causo o v r ° a Volonta sono un mero che, non può rev ^ ^,Ucccanicllc e fisiologi- ?SÌchic o, 8e ^aziontTensie n ro dUb r°- veQ ga e sia da noi aJL ' V ° llz,one > Perchè av vento spiegato, esige non solamente la condizione organica, ma un soggetto uno q indivisibile, non materiale, che senta, pensi, voglia, ed abbia coscienzadei rispettivi sentimenti e pensieri e delle sue volizioni. Ora, questa unità reale e indivisibile, sensitiva, intelligente e volitiva, consapevole di se e degli atti suoi, e quindi personale, domandasi appunto me, io } spirito. Altri la chiami pure Causa o Forza, ma è sempre una Forza vivente e reale, non astratta c però inerente ad un soggetto \ una Forza spirituale, cioè sensitiva, intelligente e volitiva, non meccanica nè fisiologica come le altre forze della Natura o del corpo nostro. 2° Mentre nel corpo vivente non si dà vera unità, ma unione soltanto, ed i fatti fisiologici non possono tutti ridursi ad un solo principio ; invece il me unifica, nel senso stretto della parola, tutti i fatti del sentire, del conoscere e del volere. Il che dimostra che 1-Jo è davvero uno e impartibile nell’csser suo, e che si mantiene identico a se stesso in mezzo a tanta varietà di fatti clic genera ed unisce, c dei quali ha coscienza. 3° Crii atti più elevati e cospicui dell’animo nostro oltrepassano evidentemente nell’obbietto, nella durata, nel fine, nel valore, ogni fatto del corpo vi - vento. Certi affetti, certi sentimenti spirituali, certo idee, certe volizioni possono,.attuate, cambiare la vita d’un uomo, decidere le sorti d’una nazione, dare impulso ad una nuova civiltà. Il principio, la causa vera di essi fatti, non può dunque trovarsi nel corpo nostro e negli obbietti sensibili, ma nel pensiero, nella volontà, nella coscienza. E di fatti, Keplero, Newton e Faraday non confessarono d’aver dovuto ad una rivelazione interiore lo loro più mirabili scoperte scientifiche ? Nò va dimenticato ciò che scrisse Colombo uc’suoi Bicordi: u Quand’io stava a meditare solitario lungo il mare, la voce delle onde accorda- vasi alla segreta voce dell’anima mia per parlarmi di questa nuova terra 4° Il principio di causalità domina tutti gli esseri materiali e sensitivi: nel mondo corporeo signoreggia il determinismo. Anche gli atti del pensiero e della volontà umana hanno le rispettive cause e leggi. ma con questa differenza, che ogni essere della natura obbedisce o ciecamente o istintivamente alle cause ed alle leggi prefisse e costanti dell’universo ; mentre la ragione e la volontà dell’uomo ora trasgrediscono, almeno in parte, queste leggi; ora pongono da se certi motivi diversi da quelli della materia el senso, e si propongono altri fini nei loro atti ; a».r,loUau°al S e„so ed * mater!, „ sm 1 evento. Ad„„ que il «, ollre aTW oirasc „, ZZ rrr*,iWo 0 «“onomo,almenoentro 5,j “ a malcna inorganica ed organata, le cause fin ^ ° i’ lnto ' oomc 'diligenza, comprende perfezionando sé rii n UmvcmIe del Bene, ignorando e tra’sfor m a T eSSen Umani P ensanti> sensibile che 1 Dd ° in Parte lo stesso mondo ossi, insieme con gli *- - utto armonioso e perfettibile in sommo grado. Ecco quello che riconosce ed ammette lo Spiritualismo scientifico moderno. La scienza positiva contemporanea non può negare queste verità, che diversamente invaliderebbe i suoi principj fondamentali e, oso dire, il metodo e la maggior parte delle sue conclusioni. Il nuovo Realismo scientifico ammette le cose in sè, oltre i fenomeni. L’esperienza testimonia che ogni realtà è una nella sua varietà, molteplice nell’unità sua. La scienza positiva ammette il processo evolutivo, insenso di perfezionamento, delle cose tutte mondiali, crede non perituralamateria, ma solo trasformabile. Or bene, lo Spiritualismo scientifico moderno, facendo tesoro della stessa scienza positiva, riconosce lanaturaela realtà deH’io, oltre distinguere i fatti dello spirito da quelli del corpo vivente ; mantiene l’unità dell’io pur ammettendo la varietà de’suoi atti; proclama l’anima umana perfettibile indefinitamente ; non la separa dal corpo e dal mondo, ma le riconosce proprietà e leggi sue particolari ; la considera come una forza ed una causa, ma qual forza e causa personale. E seia materia, come realtà e forza, ò indistruttibile, non avrà diritto anche lo Spiritualismo scientifico mo— derno, ch’è un progresso della Filosofia perenne, di credere indistruttibile ed immortale, perchè consape • vole di sè, quest’altra forza e realtà dell’universo, l ’anima umana ? Il vero Spiritualismo scientifico moderno non può adunque consentire, in nome della stessa scienza positiva, con certi insigni cultori dellaPsicologia fisiologica, quali il Taine ed il Ferrière, che l’anima umana sia una. pura individualità vitale, una risultante di forze organiche; che l’istinto e la volontà siano il risultato dell’azione riHessa dei nervi ; che la volontà ecl il pcusicro umano vengano sottoposti alle cause ed alle leggi fatali, costanti, generali del mondo corporeo; che non esistano le cause finali nell’Universo ; che Dio sia la pura legge di tutte le forze cosmiche onde si genera l’armonia universale. Ammessi questi principi) natura umana c l’universo intero sono inesplicabili, quando si voglia proprio indagare il midollo c non la sola corteccia delle cose, quando si voglia ricercare c stabilire le cause, le ragioni, le leggi, l’ordine supremo di tutto il reale. Vi. ila il nuovo Spiritualismo, oltre essere in ar-, ”',odo 6 Wwi certi c positivi dell) STt'. 1 * dÌ fa “° ° civili e po- La differenzatrarr... uu i tì C1 010410 S0(:i età animali a o* «indo, essenziale, fra la vera soci et; umana, capace di progresso indefinito, e le parziali ed imperfette associazioni di alcune specie di animali, ci fanno subito arguire una radicale differenza tra l’uomo ed i bruti. Nò si opponga che questo divario trova la sua ragione, nell’essere l'uomo il più perfetto degli animali. Sì, l’uomo è il più perfetto dogli animali, ma non tanto per il suo organismo e per il senso, quanto per la sua intelligenza e per la sua volontà, che lo fanno consapevole di se, che lo costituiscono persona, che lo sottraggono in parte alle cause e leggi fatali dell’universo materiale, che formano insomma il suo spirito. La vita umana sociale può dirsi non abbia confini, perchè dalla famiglia si estende a tutta l’umanità consociata, e perchè le presenti società civili sono figlio delle generazioni e società umane ora spente, come noi prepariamo le future società civili. La perfezione graduata della vita sociale consta di più o diversi clementi, quali sono: verità e scienza, linguaggio e letteratura, economia privata •e politica, moralità, doveri e diritti sociali, consuetudini morali e giuridiche, istituzioni civili e religiose, arti manuali cd arti belle, e per ultimo lo Stato. Questi ed altri elementi della vita sociale non sono dati dal puro organismo e dal senso dell’uomo, ma sono effetto principalmente della nostra intelligenza e volontà, sono prodotti dello spirito umano. Il corpo nostro perisce, ma le opere dello spirito sono immortali ; tramontano le generazioni umane, ma sopravvive sotto mille forme la loro civiltà; cade la potenza materiale delle nazioni, ma restano in piedi le sane loro istituzioni civili. Così, la Grecia fa domata eolie anni dar Romaui; ma la Filosofia, la Letteratura, le Ai ti Belle, produzioni dello spirito greco, dominarono poi le menti romano. Che resta oggi del Partenone e dell’Acropoli di Atene ? Poche rovino ; ma la Scienza, la Poesia e l’Arte greca hanno trionfato sulla matcriae sul tempo. L’impero romano, opera segnatamente delle armi conquistatrici, non c più da secoli ; ma il Diritto civile romano vive c vivrà perpetuo. La vita sociale umana è dunque armonia di varj elementi, come armonia di elementi varj è la civiltà che ne deriva. Questi elementi non possono affatto segregarsi dal corpo e dal senso, nè possono recarsi ad atto senza l’aiuto del corpo vivente; ma intanto sono vera opera dellaniraaraziooale,non delcorponèdel scuso. Inoltre, la eh iltà ed il piogresso umano tengono arcanamente unite le presenti generazioni colle passate, non tanto per le memorie, gli affetti, le tradizioni dei nostri cari, quanto per la scienza, la letteratura, le arti liberali, le istituzioni civili, politiche e religiose, cose tutte che costituiscono .1 fondo o la parto essenziale della mila presente. Aneto il mondo raa(erÌ!ll mantiene salde CCCì M S!0V “ ri00rin0 ’ cI ’ e 0 segnatamene 1 °r> ' ‘ UlCCu le Scienze Naturali enctemente k B„ta nicia ^ (0 Orni, ptrij., v, l, c Iv 8 nuove piante, precorse Linneo ed altri insigni botanici moderni in una sistematica e razionale cassazione dei vegetabili, divinò per esperienza e per ragionamento la grande circolazione del sangue ; e quindi precorse l’ITarvcy, come in Fisica ed Astronomia Copernico aveva preceduto Galilei, come questi precorse il Newton, e come nei principii del Diritto internazionale applicati alla guerra ed alla pace un altro grande Italiano, contemporanco del Cesalpino, vo’dirc Alberico Gentile, col suo trattato Dejure belli aveva preceduto Ugonc Grozio. Ma questa, per ordinario, c la sorte dell’ingegno italiano, novatore per eccellenza ; il quale o resta dimenticato per alcuni secoli, come avvenne a G. B. Vico, o gli stranieri no usurpano e gli contendono le sue vere scoperte. Bastona, infatti, c’inscgnachepiù volte gl’italiani hanno- seminato i più peregrini e fecondi prodotti dell'ingegno ; ed i forestieri li hanno poi mietuti, vagliati c spacciati come propri ! In secondo luogo, il Cesalpino non fu un gretto commentatore di Aristotile ed un seguace servile del- Peripato, ma riusci egli pure novatore nelle Scienze Naturali, senza l’aiuto del microscopio, inventato 17 anni dopo la sua morte, e privo di tutti quei mirabili ed efficaci strumenti de’quali dispongono gli scenziati dei tempi nostri ; e tuttavolta in più rami dello scibile sgombrò la via a’suoi successori, quali furono Marcello Malpighi, Harvey, Grcw, Tournefort, Linneo, Pristlcy, Morgagni ed altri. Continuando l’indirizzo positivo che Leonardo- '.ili Ali da Vinci aveva salpino facevasi •a dato alle Scieuzc sperimentali, il Ce- isi forte dell’autorità di Aristotile nel metodo induttivo, ma spesso ne abbandonava le orme dove non poteva seguirlo, come nella Fisica •, e però coglieva il meglio dei libri logici dello Stagirita ed attingeva largamente alla Storia dagli animali, lodata assai dal Buffon c dal Cuvier. Non intendo dire con questo che al nostro fflosofo naturalista non deb- .basi imputare alcun errore nello studio della Natura inorganica ed organata, e che rispetto al metodo sperimentale Francesco Bacone c il Galilei non facessero .clic perfezionare il metodo seguito dal Cesalpino. Intendo solo dire ch’egli cooperò moltissimo a rimettere in onore l’osservazione e l’esperienza, soffocate dalle ascetiche idealità del Medio Evo, dalle minute distinzioni e dai sillogismi della Scolastica \ e quindi richiamò le Scieuze sperimentali al retto loro' sen- tieio. Il senso e 1 esperienza non debbono essere di- gel, il più ardito metafisico del secol nostro, seguendo le dottrine fisiche di Platone affermava, verso la fine dell’agosto 1801, dovervi essere una lacuna tra Marte e Giove : mentre il nostro Piazzi circa otto mesi prima aveva scoperto Cerere ! Adunque il Cesalpino, non solo per le sue mirabili scoperte nella Mineralogia, nella Chimica, nella Botanica e nella Fisiologia, ma ancora pel metodo sperimentale da lui seguito, per l’uso razionale dell’autorità scientifica e per taluni concetti nuovi, come dimostreremo più avanti, segua il principio dell’età moderna. Onde scrisse il Mamiani nel Rinnovamento dell'antica Filosofia italiana : l£ Se faremo studio profondo nel Cesalpino...., vedremo quanta sapienza riluce dentro quel senno, e come la Filosofia odierna sperimentale in Italia si appicca al filo delle opinioni che aristoteliche si addimandarono. „ Il Cesalpino lo chiainamrnoqua sopra novatore e filosofo. È novatore non solo per le sue stupendo e utili scoperte scientifiche già note, sì anche pel metodo onde vi giunse : e questa novità di dottrine e di metodi la sente egli stesso e ne discorre apertamente. Come il Machiavelli nel proemio a’suoi Discorsi immortali dice d’essereentrato pcruna vianou ancora battuta da alcuno rispetto alla Scienza politica; come Alberico Gentile fin dal principio del suo famoso trattato Dejure belli dichiara d’intraprendere un'opera ra e difficile, quella cioè (li stabilire le leggi alla ... t • _,11 miftefA mnn fi n nuova -- ww disumana di questo mondo, alla guerra ; così il Cesalpino nella dedica o prefazione* delle principali sue opere accenna d’essere novatore e filosofo.-Non panni cosa sterileillibrochesonoperpub- blicare, dopo avere studiato Filosofia per molti anni, dim in philosophice studiis versor multosjam annos, egli premette alle Questioni peripatetiche. Ài nostri tempi, scrive nella prefazione alle Questioni mediche, sono stati ritrovati rimedj nuovi ed ottimi ( nova qui- dem remedia atque optima ) ignoti agli antichi. Per essere utile agli studiosi, aggiunge nel proemio al trattato sulle Piante, mi sono ingolfato in un vasto mare : ingrcssus autem sum gurgitem vastum. Ed ivi prosegue nel chiarire il fine ed il metododella sua nuova classazione delle piante, cassazione conforme non pure ai dettamidellasanalogica,sìanchealle qualità essenziali deivegetabili.“ Ogni scienza, egli dice, consistendo nell’unire lo cose somiglianti e nel distinguere le dissimili tra loro, mi sono studiato di fare nella storia universale delle piante una distribuzione di esse per generi e per classi o specie, secondo lo differenze desunte dalla natura stessa 5 sccundim uxgerentias rei naturavi indicantes. „ Bensì alla partizione universale delle piante era egb armato mercè l’induzione, ebe ha da precedere a divisione. Tre, pel filosofo Aretino, sono ! processi peir I ' i “ ellcll ° toccare la divisione P 1 P 1 °gressu.„. perfectionem CESALPINO FILOSOFO 97 attìngimus : inductione scilicet, divisione, definii ione. Colla induzione vediamo la somiglianza e la convenienza ; colla divisione, la dissomiglianza e la differenza ; colla definizione, la sostanza propria di ciascuna cosa. L’induzione va dal singolare all’universale e porge alla mente ogni materia intelligibile; la divisione trova la differenza degli universali tendendo a quegli enti che nella specie sono individui; la definizione poi risolve le specie nei loro principii fino agli elementi, cominciando dal singolare. Imperocché siapiù facile, a mo’d’csempio, definire l’uomo che l’animale. E quindi Aristotile insegnò doversi ascendere dal singolare all’universale (1) ; e dove non arrivano i sensi vi supplisca l’analogia (2). Nè diversamente aveva PÀlighicri concepito l’induzione, quando stabiliva che la natura delle cose e delle potenze loro non può conoscersi che per gli effetti : Ogni forma 9ustanzial, che scita È da materia, ed è con lei unita, Specifica virtude ha in sò colletta, La qual senza operar non è sentita, Nè si dimostra ina’chc per effetto, Come per verdi frondo in pianta vita (3). Ed eccoci entrati nel campo vero della Filosofia speculativa del Ccsalpino. (1) Qincst. pcrip., 1, 1. Appendìx ad Quccst. perip., c. V. (3) Purgatorio in. S’illuderebbe chi nelle opere del Cesalpino volesse ritrovare un sistema rigoroso e compiuto di Filosofia razionale. Come le regole logicali del Galilei vannno desunte dai varj suoi scritti c specialmente dal Saggiatore ; così lo dottrine filosofiche del Cesal- pino bisogna ricercarle soprattutto nello Questioni peripatetiche e ne\Y Appendice allo medesime, pubblicata l’anno stesso della sua morte 1603 e nou facile a trovarsi dovunque. Il metodo, la filosofia prima e la scienza, gli universali, Dio e le sue relazioni col mondo, l'uomo e le sue facoltà, non che l’ultima sua destinazione, formano anche pel Cesalpino il subbietto della Filosofia ; le quali materie mi accingo ad esporre e ad esaminare brevemente. Stabilito cheilsensoel’intclletto sono le due facoltà necessarie alla conoscenza umana, e che il corpo non è necessario alle operazioni del senso e dell’intelletto, perchè le cose sensibili ed intelligibili ricevonsi nell’anima senza la materia, quantunque gli organi del senso non possano stare senza materia (1) ; egli fissa \ Chej SeC ° ndo 1 P recetti di Aristotile negli 1, a . 1C1 P os ^ et ù°ri, deve usare la mento umana e a ricerca del vero e nella formazione della scienza. •He 0086 Daturali dobbiamo elevarci al soprassensi. Perip-, c. IV. (1) Appendix ad Quceet. bile per via naturale (via naturali), che consiste nel muovere eia quello che a noi è più noto, per quanto all’uomo è dato di sapere. E quali cose a noi sono più note ? Le cose individuali e sensibili ; queste poi si rendono intelligibili, astratte le condizioni della materia ; e così abbiamo l'universale che forma l’obbietto della intelligenza : unde universale consurgit. quod est obiectum intellectus (l).L’operazio- ne dell’intelletto, poi, non è quiete, ma un certo moto. La Filosofia Prima è scienza universale : quod prima philosophia universali sit scienlia (2). La Filosofia Prima, fondamento di tutte le altre scienze, non si vale della dimostrazione, nè della definizione: primam philosophiam ncque demonstradone, ncque definitine uti (3). Per qual ragione ? Perchè si fonda su’prirai principii o questi sono superiori all’intelletto umano e da esso indipendenti '.prima principia non in nostra sunl potestate. La Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza *, dovecchè l’Astro- logia tratta del corpo sensibile ed eterno : de corpore sensibili et (eterno agii; le Matematiche hanno per ob- bietto le sostanze incorruttibili ; le Scienze Naturali riguardano le sostanzo corruttibili (4). E manifesto che il Cesalpino distingueva le scienze secondo i gene- Appendi® ad Quasi, perip. Quoeat. pcrip. ri della sostanza, e però mirava ad una classificazione obbiettiva del sapere umano ; come nell’appendice alle Questioni peripatetiche ammetteva le idee in senso oggettivo ed universale, aventi cioè un essere proprio [smini esse habent in se) e quali note od ioiagini delle cose che rappresentano tutti gii obbietti della stessa natura. E così evitava gli errori del soggettivismo, che mena facilmente allo scetticismo negando la naturale relazione fra l’intelletto nostro e le cose intelligibili mercè l’idea, fra la mente e lo cose. Infine, ogni scienza dipende da principii notissimi, tali sarebbero quelli di sostanza e di causalità, approvati dall'universale consentimento: oranis enim scien- tia pendet ex principia notissimis omnium consensu approbalis. Se la sostanza è un principio, e se la Filosofia Prima tratta del primo genere della sostanza, che intendeva mai per questa il filosofo Aretino ? Sostanza c ciò che sussiste per sè, c non aderisce ad altra cosa: Substantia dicitur qua per se subsistit, non enim inest alteri(2). Or qui vuoisi notare che le definizioni della sostanza date posteriormente da Cartesio e da Spinoza non differiscono da quella del Cesalpino, salvo- e a cu ma, diversa e meno chiara, tale insomma da ingenerare il sospetto di Panteismo reale. Giusta i pi’incipii del nostro filosofo, la sostanza si spiega per quello che sia e indi risguarda l'essenza ; mentre gli accidenti, che non esistono fuori della sostanza, si riferiscono alla quantità, alla qualità, insomma si riferiscono alle altre nove categorie o predico menti, secondo ladottrina Aristotelica. Inoltre, la sostanza non riceve il più ed il meno, perchè è indivisibile ed immateriale : quea sine, maleria est. La sostanza prende anche il nome di forma, a cui si contrappone la materia. La forma, secondo Aristotile, veniva prima della materia, perchè l’atto semplice è prima della potenza: onde l’atto puro ammet- tevasi come principio di tutte le cose e costituiva la sostanza. La materia poi non era sostanza per sè, ma in virtù dell’atto § della forma (1). Movendo da questa teorica il Cesalpino considerava pur la sostanza come fine c come perfezione degli esseri : finis cnim et perfectio substantia est ; ed aggiungeva sapientemente che il fino di ciascun ente si conosce dallo sue operazioni (2), come dall’effetto si arguisce la causa. Dalla sostanza o forma indivisibile, immateriale, una, dipendono le sostanze finite o, com’ci le chiama, le forme naturali, che sono certe partecipazioni del sommo Bene, o come tali non sono divisibili la definì : per subslanliam intellign id, qnod in se est et per se concìpitur. (1) Appendi.* ad Qucest. perip. I nò materiali ; ma si dividono accidentalmente, in quanto cioè sono ricevute nella materia, per cui la natura corporea ad esse tutte si rende necessaiia . solum natura corporea omnibus necessaria est. Adunque, le forme naturali o sostanze finite vanno a individuarsi, per così dire, nella materia ; ma questa alla sua volta non può del tutto separarsi dalla forma : quia omnino Materia separari nequit a Forma. E qui non ti sembra di ravvisare nel Cesalpi- no il precursore di Spinoza? Io sono propenso a crederlo ; ma con questo divario : che il filosofo olandese, oltre non aver distinto la sostanza infinita dalle sostanze finite, e quindi non far cenno aperto della creazione sostanzialo, libera, ad extra, perchè tutti gli esseri mondiali, così estesi come pensanti, non erano che modi di due attributi infiniti, dell’estensione e del pensiero divini : in quel cambio il filosofo di Arezzo non pure distingue la sostanza o forma dalla materia, e però la sostanza infinita da quelle finite, ma distingue chiaramente l'Intelletto divino dal- 1 umana intelligenza, che si moltiplica secondo la mol- ìtudine degli uomini ; oltre il pensiero ammette an- « • aiurnubbu i che il senso non dorìva+A/Un» • i. ., Avpendix Qmst. per i p., c . L seri tutti, e quindi anche la materia, in quanto le cose tutte scorrono da Lui 5 ed ora sembra che si avvicini aU'Emanatismo spirituale, come quando afferma che ogni anima ripete la sua prima origine dal cielo, c che il lume, interiore, cioè l’intelletto onde l’uomo conosce le cose, gli viene partecipato dalla sostanza immateriale che sola genera la scienza \ ed ora pare si accosti al Dualismo aristotelico, ammettendo da una parto Dio, intelletto infinito ed eterno, e dall’altra la Materia prima, non generabile e indeterminata ( 3 ); non bisogna al tempo stesso dimenticare che nella prima del quinto delle Questioni peripatetiche aveva distinto la successione degli esseri nel tempo per leggi c cause naturali dalla prima creazione di tutti gli animali c degli altri esseri per efficienza dcH’Entc primo : cum alia sit prima omnium animalium et cceterorum entium creatio, guce a primo Ente in principio ejjluxit ; alia eorundem successio. Ed altrove accenna alla conservazione e provvidenza del mondo per opera dell’Ente uno e supremo : ab Uno igitur sunt omnia et conservantur (4). D'altra parte, il Cesalpino dmmise la generazione spontanea degli esseri organati, in vii tù del (1) Appendix ad Quaist. perip., c. V. u Nos igitur dicimua primain Materiata ultiranm esse Bubiectumin quod resolvuntur trasmutabilm quatenus trasmutabilia sunt-, neque componi amplius actu otpotentia, esset enim generabili n. Qucest. perip., IV., V. (4) Appendix ad Quasi, perip., c. I. calore e dell’azione del sole ; disse che ogni generazione si eflettua nel tempo j che bisogna pai tiie da ciò ch’ò meno perfetto per avere ciò cli’è più perfetto, anche secondo Aristotile ; che la prima generazione degli animali perfetti procede dal verme ; e. da ultimo, asserì non potersi dare altre sostanze fuorché le animate e le parti degli esseri animati. Laonde a taluni è parso di ravvisare nel Cesalpino il precursore di Lamarck e di Darwin rispetto alla dottrina dell’Evoluzione o del trasformismo delle specie. Non può negarsi una certa analogia fra queste proposizioni dell’insigne nostro Naturalista ed alcuni punti fondamentali della teorica Darwiniana. Ma, dopo le cose da noi esposte, come sarebbe non conforme a verità cd a giustizia accusare il Cesalpino d aver negato assolutamente la creazione dell' Universo, ed accusarlo anche d’ateismo e d’empietà, come piacque al Taurel (1) cd al Parker (2), e non dargli tutto ciò che gli spetta qual fisiologo e filosofo naturalista, nel che sbagliò lo stesso Puccinotti; così rato n vuole che non si possa a tutto rigore considerare qua e antesignano dell'odierna teorica dell’EvoIu- zione, perche il Cesalpino nelle Questioni perita- “ m,so "»» s «'» videniia divina. e le forme naturali non si fanno nò si corrompono: spe- cies autem et forma neque fit neque corrumpitur (1); e quindi affermò lespecie essere eterne, e solo corrompersi in qualche tempo gl’individui (2). E nella prefazione al trattato sulle Piante aggiunse che la natura non produce nuove forme, nò dà vita a nuove bellezze delle cose : non quod natura novas edat formas, aut novas rerum pulchritudines ejjingat. Il qual pronunciato senza dubbio pecca di esagerazione ; ma intanto ò chiaro che si oppone all’odierno trasformismo. Piuttosto conviene ammettere che il Cesalpino, medico insigne e filosofo ad un tempo, accennasse qua e là meglio di tutti i suoi predecessori e contemporanei la stretta relazione tra il corpo vivente, il senso, l’intelletto e il mondo esteriore, e quindi precorresse l’odierna Psicologia sperimentale, senza però confondere una cosa coll’altra, e senza cadere nel materialismo e nel sensismo. Imperocché s'egli errava nel- l’insegnare che tutta l’anima sensitiva risieda nel cuore, peraltro distingueva gli organi corporali dal senso, dimostrava tutte le sensazioni esser provate ed unificate dall’anima ; la ragione essere differente dal senso ed a questo superiore ; l’anima umana essere immortale. Quanto alla conoscenza, distingueva le sensazioni dalle idee che sono oggettive, ammet- Quasst. perip., IV, 8. • c °me Carlo Alberto, Maz- Gioberti, M a miani t0 M O a EUlanUele, ManZOnÌ ’ •«co, nè filosofo della storia* 011 ^ ^ St °” P^ò i diritti del futuro pi *’ ® anC ° r men ° USUr ' del nostro politico e mn, ® dd futur0 0mei '° •di Mamiani ® d 1 menti filosoficl Questo nome suona caro e venerato all’animo nostro. Rari in ogni tempo e presso qualunque nazione sono stati gli uomini che coll’ingegno, coll’ani- mo, coll’operosità, col carattere, coll’esempio, abbiano saputo e voluto nobilitare l’uomo, il cittadino, la patria, il mondo delle nazioni, la scienza, la filosofia, la civiltà umana. Il più grande fra tutti gli elogj d un uomo preclaro è sempre la verità : ed io pure mi atterrò al vero, sicuro che al Mamiani non potrà venirne danno nè macchia, a lui che del vero fu sempre amante passionato, e ricercatore acuto e indefesso. IL L’ingegno, l’animo e la vita del Mamiani furono sempre dominati o ispirati da due nobili sentimenti, da duo eccelsi ideali, cioè dalla patria nostra diletta c dalla filosofia. Egli vagheggiava un modello perfettissimo del cittadino e del sapiente ; onde ricordava con ammirazione Socrate e Platone, Varrone, Maico Tullio e Boezio, Dante, Michelangelo e Campanella, c l’antico popolo di Reggio e di Metaponto, popolo di filosofi, morti por la libertà e per la sapienza. Miserande erano le condizioni politiche e civili d’Italia, e non liete nè prospere le sorti della Filosofia nazionale nel primo quarto del secol nostro. La Patria serva e divisa 5 la Religione cristiana fr&ntesa da molti, che pareva la volessero nemica di libertà -, laFilosofia speculativa imbevuta del sensismo di Con- diUac. Ora, la potenza 0 la grandezza dell’antica Roma signora di sè ] gli splendori e la libertà dei nostri Comuni ; l’antica purezza e 1 efficacia moiale del Cristianesimo, religione divina in se ma essenzialmente umana e civile ne’suoi effetti ; le glorie della Filosofia italiana dalla scuola Pitagorica fino a G. B. Vico, e quindi il primato civile e intellettuale d'Italia già venuto meno : queste rimembranze, al cospetto delle miserie ed umiliazioni italiane dopo i nefandi trattati del 1815o dopo i moti infelici del 21, dovevano straziare l'animo del giovine Mamiani, nato a cose grandi. Ma egli non disperò : la Storia gl’in- segnava che il popolo italiano cadde più volte, ma non perì mai e risorso più tardi con forze nuovo e gagliarde. E però una fede invitta e perseverante nei futuri destini della Patria animava l'ingegno c il cuore del nostro giovine patriota, poeta, letterato, pensatore, filosofo. L Italia è sacra e starà eterna! Ecco il motto fatidico che ripeteva sovente il Mamiani agli oppressori e agli oppressi, nella patria sua e fuori durante il lungo esilio. La suamente, robusta e moltiforme per natura, nudrìtadi studj svariatissimi e profondi, vagheggiava unaquintaenuovaepocadiciviltà italiana,chetornasso a splendore c profitto dclfuniverso mondo civile. La nuo\a foima della nostra civiltà doveva soprattutto essere incarnai ndJa indipendenza e libertà d’Italia; ne a distinzione dell'Autorità spirituale dalla Potestà i e e P°^| ca * a Loma stessa.Fin dalla sua gioventù, T ani ? a men ^ cet Ll cuore, il pensiero e il senti- en o, apoesiaekscienza, il cittadino eilfilosofo cooi- onevano una stupenda armonia ed unità. E queste doti e qualità diverse sono appunto necessario a concepire un alto ideale, ad avvisarne i mezzi per attuarlo, a porsi davvero all’opera per dagli almeno le prime fattezze, lasciando ad altri, fossero pure gli avvenire, il compimento q la perfezione dell’opera grande. Napoleone I disse che nel mondo sociale vi sono due forze poderoso ed efficaci, la spada e lo spirito ; ma soggiunse che lo spirito vince finalmente la spada. Al risorgimento politico, intellettuale e morale Italia, e però ad iniziare la nuova epoca di nostra civiltà, il Mamiani reputava esser necessarie quelle due grandi forze, la spada e lo spirito, le armi o il pensiero. E della necessità di contcmperarc alle armi gli studj abbiamo esempj antichissimi in casa nostra, nelle città famose di Metaponto, Crotcme, Taranto, Locri eReggio, famiglie e collegj di filosofi e di guerrieri. Ma lo spirito, vale a dire la intelligenza e l’animo, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia, insomma la rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani dovevano, secondo lui, precedere edaccompagnare le armi, perchè bene apparecchiata, illuminata, compiuta e durevole fosse la vittoria di queste, e indi perchè alle imprese guerresche potesse e dovesse soprastare la opera feconda della civiltà vera. E qui appare tutta la nobiltà del conte Mamiani, come patriota, cittadino e uomo di Stato. Già fino dal 1838, assai prima di Cavour, l’esule Mamiani inculcava ne’suoi scritti doversi abituare « le menti, e sopratutto le giovanili, a scorgere ed a riverire nell’eccelsa Roma la sola e legittima città capitale d’Italia E sul cadere del 47 vaticinava prossima e solennemente giurava la salvezza dell'Italia intera. M Cademmo per le discordie e la corruttela (egli diceva ai Perugini), e per li soli con- trarj loro noi potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune : cd io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l’Italia, e tutta la salveremo o per sempre „. E ancor dopo le italiche vittorie e le sconfitte del 48 e 49, gloriose le une, non umilianti le altre ; dopo la caduta di Roma e di Venezia c la sconfitta di Novara, egli non disperò delle sorti d’Italia, e ripeteva in Genova sopra la fredda e venerata spoglia di Carlo Alberto : L’Italia farà da sè. HI. Ma quali furono gli atti più cospicui del Mamia- m come patriota e statista, e quali mezzi ravvisava eg cconcj ed opportuni a rigenerare politicamente «ralente l'Italia ? Nato a Pesaro il !0 settembre Eom ''7' “ nlara a K> e " a 22 anni ed era studente a ^ -do avvennero ipr ìmi ffioti UboraU nol _ mtramonr° r n ‘ ltttori Principali » fileno » fa- tatti d'aver 1 -a ^ pr ' s ‘ oni delio Spielbergo, rei Sol i no tr! Cra ‘° k Ub “ a dd 'a patria In nostro giovine patrizio non solo attendeva a larghi studj letterarj, filosofici e storici, ma s’ispirava insieme alle glorie passate di Roma e d’Italia; e non tardò guari ad esprimere, in una certa sua poesia, concetti e sentimenti liberali. Onde il padre suo, conte della Rovere, lo richiamò a Pesaro, dove fioriva in allora la scuola classica marchigiana del Pcrticari, del Leopardi, del Cassi e di altri minori, e che fu anche patria del principe dei musicisti italiani, dell’immortale Rossini. Chi non percorre la nostra bella Italia non può conoscerla nò amarla degnamente ; clic quanto più si conosce c si pregia una cosa, e tanto più si ama. Dal 1826 al 30 il Mamiani percorre l’Italia media e la superiore, e ritorna più volte alla nativa Pesaro. Nel 26 conobbe in Firenze i principali scrittori dcl- l'Antologia fondata dal Vieusscux, quali erano Gr. Capponi, Tommaseo, Niccolini, Giordani, Poerio, Collctta : ingegni tutti liberali, robusti ed eletti, che non potendo in allora e da soli bandire e combattere una guerra di nazionale indipendenza intendevano col pensiero c colla penna a rigenerare la Penisola serva e divisa. Più tardi lo vediamo a Torino, dove insegna per due anni le patrie lettere nell’Accademia militare. Ma il primo periodo d'intellettuale e civile preparazione pel giovine patriota ò oramai finito. Mentre il Mamiani attende in Pesaro a dar compimento, degna e classica forma a’suoi Inni sacri perchè meglio ritraggano i suoi nuovi ideali civili, politici e religiosi, ne viene distolto dai moti liberali del 31 nelle Romagnc c nell’Italia media. Risponde lieto c volenteroso all’appello della patria ; eletto a deputato di Pesaro, siede poi a Bologna ministro dell’Interno c però membro del Governo 'provvisorio ilelle provincia unita italiane. M’avvicinarsi delle truppe austriache, solo il Mamiaui corre animoso dal generale Zucchi scongiurandolo a resistere colle poche milizie cittadine. Ma prevalse londa straniera invadente e il Governo provvisorio dovè trasferirsi ad Ancona. Dopo il fatto d’ariuc, non inglorioso, di Rimini, disperando oramai di potere più a lungo tener fronte alle agguerrite e soverchiane forze straniere, il Governo provvisorio venne a patti col cardinale Benvenuti, stabilendo di concedere amnistia generale agli insorti, c di restaurare il Governo pontificio. Ma al giovine o delicato Mamiani non parve dignitoso quell’atto c rifiutò sdcgnoeamcntc di firmarlo, anteponendo l’esilio volontario all’amnistia 1 Sul ponte del vascello che portava lui con altri pri- gonicu italiani a Venezia, il cugino del Leopardi, pieno di fede nei destini d'Italia, nonostante i fatti dolorosi e la realtà del presente, concepì l’inno stupendo ai Patriarchi. Dalla prisca civiltà, dalla storia del popolo italiano sempre risorgente c dall’eccelsa natu- a c uomo Egli traeva gli auspicj perle sorti non 1 e o piogressive del genere umano e segnata- nente della stirpe latina: XItalia è sacra c starà eterna ! Ma ogni fede, c però anche la fede del cittadino ta c snrrptt^T’if ' ana ’ c l uan ^° non sia accompagnala c sorretta dalle onpm T,’’ • P c. L Mamiani si accinse subito a corroborare la sua fedo di patriota ed a colorire il suo ideale col pensiero, colla penna, coll'esempio, coll'azione, colla vita intera. Da Venezia fu condotto a Marsiglia, dove gli fu comunicata la sua condanna all'esilio perpetuo. Dal 31 al 47 visse dignitosamente a Parigi, dedicandosi tutto all'avvenire della patria, al culto delle lettere, al rinnovamento della filosofia in Italia. Considerando tutte le reali condizioni della nostra penisola e d’Europa non gli sembrava guari fattibile il disegno ardito c vasto di Mazzini, esule egli pure fino dal 31. E però dopo un breve carteggio col fervido ed eloquente apostolo dell’italica democrazia, il Mamiani, pur concorde con lui nel fine supremo, di far cioè libera e indipendente l’Italia, opinava si dovesse battere altra via. E così di fronte alla Giovine Italia si costituì un Comitato nazionale presieduto in Parigi dal Mamiani. Pensiero ed azione; Dio e popolo : ecco il motto assennato e pratico dell’apostolo civile genovese. Pensiero, concordia ed azione ; rigenerazione intellettuale e morale degli Italiani; miglioramento economico del popol minuto, osservanza e fiducia nel medesimo per liberare l’Italia : ecco le massime fondamentali che dal canto suo predicava e inculcava il Mamiani. E poiché l’azione dev’essere preceduta e illuminata dal pensiero, così la letteratura, la poesia, la storia, la filosofia sono principalmente rivolte dall’esule Pesarese a rivendicare la libertà c indipendenza della patria. Compone \'Ausonio, c vi canta patrii e civili sentimenti. Scrive il Rinnovamento dell’antica Filosofia italiana, e (oltre dedicarlo alla sua città natale) vi pone in maggiore evidenza il pensiero speculativo e insieme pratico degl Italiani j con esso libro richiama alla mente de’ suoi connazionali e fa meglio conoscere agli stranieri il nome, le dottrine, il metodo scientifico d’ingegni nostrani, quali furono il Pomponaccio, il Cremonini, lo Zaba- rella, il Cardano, il Eizolio, il Telesio, il Della Porta, il Valla, il Bruno, il Campanella, e Andrea Cesal- pino, ingegno sommo, inventivo e acutissimo non pure nelle fisiche ma eziandio nelle metafisiche discipline. E così il Mamiani accennava ad altri la via per fare nuove ed impensate ricerche. Ma non contento di questo, chiude il suo libro col vivo desiderio ed augurio che sorga presto nella nostra patria una scaola novella da cui si pigli ad ereditare con franco animo l’antica sapienza speculativa e le antiche arti metodiche. In progresso medita i Dialoghi dx Scienza prima, ove distilla il succo nutritivo oave della sua mente profonda, e vi raccomanda, speme per l’Italia, una filosofia alta e piena di vita, Um / aCC - lUd M let ? raassime Perfezioni dell’essere 0106 ll - pens, ’ ero s ùnte, la fede incrollabile . t ZI 6 li offre nel 46 al Popolo TÌZT maiPerÌtUr °’ ÌQ 8 e S Q0 d ’ a *ore immenso e ui sublime speranza. tesse avvenire^ ^ nsor81mento politico italiano po- aal a Q escogitarne i mezzi pratici e morali. Come Dante per ritornare a civile grandezza l’Italia, già donna di provinole, mirava prima col suo divino poema a rigenerare moralmente l'uomo e la società civile e religiosa ; cosi il Mamiani credeva necessaria la rigenerazione delle menti e degli animi italiani perchè indi risorgessero politicamente. Di qui il suo concetto dell’educazione morale e intellettuale del popolo, dei modi per attuarla, dei doveri e diritti delle moltitudini: cose tutte esposte è determinate magistralmente nei Documenti pratici, che seguono al Parere dello stesso Mamiani sulle cose italiane, e che meritano d’essere anche ai nostri giorni attentamente considerate. Dalla pubblicazione di quei pratici Documenti alla proclamazione delle varie Costituzioni italiane nel 48 corse appena un decennio ! Il pensiero e gli studj precedevano dunque le riforme civili e le armi, e ne assicuravano le prime vittorie. Anche le solenni riunioni dei dotti italiani nelle più colte e principali città della Penisola giovarono assai a maturare il risorgimento politico della Nazione. Ora vuoisi notare che la prima idea dei nostri congressi scientifici si deve al Mamiani, avendone egli accennata la utilità e convenienza ne’ suoi Documenti pratici. Del primo congresso di Pisa nel 39 non potè il nostro esule partecipare ; ma nel 73 convocò sul Campidoglio la XI di queste riunioni e potè bandire al mondo civile che oramai u libero il pensiero, una la patria, il congresso degli scenziati italiani scioglieva in Roma l’antico voto n . Ma riprendiamo o seguiamo rapidamente gli eventi. Per opera di Carlo Alberto, il Mamiani aveva nel 47 rimesso piede in Italia, ospitato prima a Torino, poi a Genova. Ma ne a Pc3aro, nè a Roma volle far ritorno se non dopo la promulgazione dello Statuto pontificio, avendo giurato che sarebbe rientrato in patria solo pa' la povta dell’onora ! A Genova fonda il giornale politico la Lega italiana, il cui vasto e nobile programma, mentre era una conferma delle sue idee intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani, rivelava le doti eminenti del pubblicista ed i sani principi sulla vera missione della stampa, detta oggidì il quarto potere dello Stato ; come pure faceva palese le nobili aspirazioni del cittadino c del filosofo a ricollocare nel primo seggio la sapienza civile degl’italiani. E sotto questo ì ispetto 1 opera del Mamiani si riannodava alle idee dell’autore del Primato o del Rinnovamento civi e d Italia. Eletto a deputato di Pesaro e poi nominato Ministro dell'Interno, propone all’Assemblea romana liberali e savie riformo d’ordine politico ed amministrativo ; parla nobile c franco a Pio IX, mira 6 empre, come deputato e ministro, col pensiero, colla esilV:f 1 :, att, ',H 1,UnÌV - a ltalia > e s P osa a ^ e reali della civili et P ° ^ et * tl 1 ficozza e pre- IbnTdf *T r “ "" KC ° vera .iniani Non 1 6 ancora si s P in S e il Ma- Non solo ammetto la > reaRj^obbietUva u _^lle j- AtX idee, ma pare voglia conciliare l’esperienza interna ed esterna con {'intuito delle idea, intuizione che non è più sentimento nè percezione. E dopo aver propugnato che ogni idea universale è ante rem, mentre ogni nostra cognizione è post rem, conclude reciso : “ O credete all’idee, ovvero disperate di mai salire a certezza c universalità di scienza „. Ne’ Dialoghi di Scienza prima scrisse che Dio era conosciuto dalla mente nostra non quale oggetto immediato d'intuito, ma sotto la relazione comune dell’essere. Invece nei Principj d’Ontologia non pure fa consistere l a pietra angolare di tutta la scienza n el reale sussistere dell'Assolu to, ma propugna che la mente umana intuisce l’Assoluto, cioè il Vero, il Bello, il Buono, il Santo. Onde quel contatto marginale della nostra mente coll’ Assoluto e la famosa teorica degl’m- flitssi divini, che vogliamo compendiare colle stesse parole del Mamiani: “ L’a zione occ ulta dell’Assoluto sull’animo nostro ha cinque forme originali e diverse, e cioè la creativa, la in telle ttiva, la estetica, la morale c la re ligio sa. Per la prima aziono l’uomo esiste, per la seconda egli afferma, per la terza ammira, perla quarta ap prov a, per l’ultima adora „. Certo,queste dottrine filosofiche sono ardite ed esagerate. Ma chi potrebbe dire che non abbiano alcun fondamento, clic siano false tutte c di sana pianta, ove si consideri tutti gli elementi neccssarj a formare la conoscenza umana, ove scrutiamo a fondo Tesser nostro in sè e nelle suo relazioni, ne’suoi concetti più elevati e sentimenti più nobili, ove infine si badi alla natura purissima della scienza clic rispecchia nella mente nostra finita ed imperfetta, la realtà, la grandezza e la perfezione dell’universo? Del rimanente, ogni gran pensatore e novatore ha sempre qualcosa di manchevole e di erroneo accanto ai suoi peregrini concetti ed alle sue verità. Por esempio, al Vico, creatore della Filosofia della Storia, fu contestata la teoria dei corsi storici ; al Leibnitz, autore del famoso trattato sulle Monadi e che avea chiarito da pari suo ed applicato universalmente il concetto di forza, venne a buon conto rimproverata l’armonia prestabilita. Ma l'ingegno filosofico del Mamiani spicca alto c sicuro il volo nei Principj di Cosmologia, là ove segnatamente discorre della vita e del fine nell’Universo, e dove stabilisce e compie la nuova teorica del Progresso. Tesoreggiando la parte inventiva, sana e vera delle dottrine del Leibnitz circa l’origine, la natura e l’ordinamento dell’Universo, o giovandosi dei mirabili progressi delle scienze sperimentali, due grandi nostri filosofi hanno scrutato a fondo c con novità di concetti l’essenza intima, la prima origino, le correlazioni supreme, l'armonia e l’ordine, nonché il fine ultimo dello cose tutte: >1 Mamiani nei detti Principj di Cosmologia, e più taici il Conti nell Armonia della cose. Io penso che mora nessuno li abbia superati su questo subbietto capita issirno della Filosofia, trattato da essi con acume e larghezza di vedute, con sapere consumassimo e, specie del Mamiani, con analisi fine perciò che risguarda i principj causali c formativi, le relazioni supreme e finali così della vita vegetativa ed animale, come della vita umana e razionale. La teorica dell'umano progresso non è nuova; si deve segnatamente al Turgot, al Condorcet, al- l’Herder, al Kant e al Fichte. Ma il nostro Mamiani ha dimostrato con novità di prove razionali c sperimentali la necessità del progresso indefinito non sulla Terra unicamente, ma nell’Universo intero mercè la vita razionalo c morale degli esseri .intelligenti e liberi. E quanto al progresso umano sociale, questo dovrà alla perfine condurre alla massima civiltà, armonizzando le forme parziali di progresso e d’incivilimento dei varj popoli, che tutte possono ridursi a sei, cioè l’attività, la scienza, la libertà, l'arte, lo Stato e la moralità. E poiché il risultamento- finale e durevole del progresso e perfezionamento di molte nazioni non può esser mai l’opera esclusiva di ciascuna di esse, come la Storia dimostra ; esso vuol essere attribuito a certo organismo occulto di tutte, che si svolge e si perfeziona per disegno e lavoro ma- raviglioso della natura. E così il Mamiani rinnovava e compivalaTeorica del Progresso, e stabiliva l’Unità organica del mondo delle nazioni. Questa cd altre dottrine del Mamiani, come la sua teorica della Percezione, hanno davvero fattezze native e indole schiettamente nazionale, e basterebbero da sole a far glorioso il nome d'un uomo e a dar vita ad una Scuola filosofica italiana, teista spiritualista civile e liberale ad un tempo. Il Mamiani credo Valdarninì 9 TERENZIO ATAMANI nc fosse internamente persuaso; onde vi tornava sopra più volte c sotto diversi aspetti nelle «altre sue opere, c segnatamente nella Rivista di Filosofia delle scuole Udirne da Ini fondata e diretta per 15 anni. V. Ma la filosofia del Mamiani fu non meno speculativa e profonda, elio pratica c civile : a nessuno dei più gravi problemi sociali del nostro secolo rimase straniera. Tutte le questioni sociali si possono in fondo ridurre a quattro : religiosa, morale, economica (l), politica. ÀI Mamiani parve ornai risoluto presso di noi il problema politico, ritenendo egli sufficienti c sicure le nostre guarentigie costituzionali, e stimandola libertà più c meglio che un diritto, un dovere. Al problema religioso rivolse egli la mente «no dalla sua gioventù, mirando ad una religione pura, ottima, universale, conforme alla natura razionale O religiosa dell'uomo, o olio fosso ad un tempo eminentemente civile o morale. A questo idealo egli mirò »« vai;, suo, scritti,dagl'/,,,,; sacri „ W|, r 1" ^•"‘l’oMvae^tua id D 0 .° n ^ cm P 0 > lordine morale, l’ordine giuiùdico e or me economico ? L’ingegno umano e la scienza, ani ™ ancora ns P 03t ° a questa formidabile do- * . SC . P Urc Un Scorno arriveranno il pensa sti nrp* ^ SC ‘ enZa . ad armonizzare quei tre ordini fiJLT 6 r dÌVCrSÌ elementi sociali, dubitiamo V aVUa prati0a 8i «"* -empre e do- daiia mmie acuta»! ‘ h “ "r7- KMt ’ cne * ra * e arti umane due sono le più difficili : l’arte d'educare e quella di governare, gli uomini. Quindi ogni secolo ha avuto gravi problemi sociali da risolvere. Di questi problemi alcuni sono di indole generale perchè riguardano il mondo delle nazioni o l’umanità consociata, tal sarebbe il riconoscimento pratico e giuridico de’diritti naturali degli uomini ; altri sono particolari, riguardanti cioè una sola nazione, tal sarebbe il modo di conciliare l'unità c la integrità dell’impero Austro-Ungarico col principio d’autonomia e di libertà delle varie schiatte e popolazioni che oggi formano quell’impero. A quattro possiamo ridurre le principali questioni sociali dei tempi nostri e sono le infrascritte. 1° La questione morale, non tanto per la varietà e moltiplicità dei sistemi scientifici morali che oggi più che mai si contendono il campo, quanto per lo scadimento pressoché universale del senso etico. Quindi convien ricercare le cagioni tutte di questo fatto, ravvivare e rinvigorire negli uomini il sentimento morale, e praticare nelle relazioni vuoi private vuoi pubbliche i sommi principj di moralità e onestà e di equità naturale. 2° La questione religiosa, non solo pei doveri dell’uomo verso Dio e nell’interesse della sua destinazione oltremondana, ma per istabilire e mantenere in modo più sicuro l’unità morale fra gli uomini tutti. Ai nostri tempi, invece, non solo permane la diversità delle religioni positive che possono dar ésca a divisioni di popoli e fomentare guerre sterminatrici e da barbari, ma sempre più vivo si palesa il conflitto fra la ragione e la fede,, tra il domina e l’esperienza illuminata, fra la scienza c la religione. In qual modo comporre il dissidio tra i principj della scienza e i diritti della ragione da un lato, fra le verità di senso comune e le aspirazioni dell'anima umana dall’altro, essendo l’uomo costituito dalla natura animalo religioso ? La questione politica, la quale risguarda non tanto la forma di Governo, lo più sicure ed ampie guarentigie costituzionali, quanto e meglio la libertà civile e politica, che le democrazie moderne vorrebbero portare col fatto all’ultima sua espressione. Oia ognun vede che siffatto problema presenta gravissimo difficoltà, ove specialmente si riconosca cs- • sere la libertà per gli uomini particolari e per le nazioni, pei governati e per gli stessi governanti, non solo un diritto ma un dovere. 4° La questione economica, vale a dire la ricchezza d, pochi e la quasi indigenza dei proletari che cosi,tu,senno i quattro quinti del genere umano! Il rim to d, proprietà individuale e le condizioni miser- r k > Ìl Capi ‘ ale e U “"0 «peeial- fii T„ ", ”T° ' 1Uasi in aperto co,, - „ lìr r r p0n '° “«evolute « ™io. alla nel’ itt0 ' d,e tla U«"i » spinto «no Può il°.e 0 ', 0 ' ° dlntt0 1,1 Possedere c di testare? pili "° S . lro -P'-omettar.i di risolvere il Ln Z) m (00me il 0 nella »™‘'“»‘a Ma sorbir M salario e quindi nella reale a compita emancipazione del quarto stato ? Lo quattro grandi questioni sociali si riducono in sostanza a due : al problema morale cd a quello economico sociale, che hanno carattere di universalità vera e propria, riguardando essi il genere umano nell’ampio giro del tempo o dello spazio sulla Terra. Noi ci occupiamo qui della sola questione economica sociale e del modo di risolverla praticamente in Italia, secondo le dottrine c gli espedienti del Mamiani, desumendo lo une c gli altri dai varj scritti di lui. Ma prima diamo un cenno storico della questione medesima. II. La questione economica non c nuova nè moderna, ma può dirsi rimonti alle prime società civili. Ogni epoca e ogni grande Istituzione sociale, come lo Stato c la Chiesa, han tentato di risolvere o a modo loro o in conformità dei tempi l’arduo c complicato problema. Ma è stata sempre una soluzione parziale e provvisoria, mai totale, generale o definitiva, sia per la natura dei mezzi adottati, sia per la stessa nativa diseguaglianza degli uomini c per le nuove esigenze della civiltà progrediente. La istituzione delle caste nell’antico Oriente, la divisione legale fra i liberi e gli schiavi nella Grecia c nel mondo romano, le corporazioni religiose istituite dalla Chiesa, il sistema feudale nel medio evo. le stesse corporazioni d’arti e mestieri appo i nostri Comuni c le nostre Repubbliche, si credettero spc- dieuti efficaci a risolvere la questione economica so- cialc, e quindi furono adottati per Scongiurare il pericolo. Ma nè il Paganesimo che negava agli schiavi ed ai servila personalità morale e giuridica, nè il Cristianesimo che riconosceva nei volghi servili la personalità umana c l’eguaglianza morale, e predicava ai ricchi la carità, ai poveri la rassegnazione, nè le istituzioni sociali del medio evo in Italia ed altrove, riuscirono a risolvere la questione economica, ma ol’aggiornarono semplicemente, o la indirizzarono per una nuova strada. I nuovi principj del Cristianesimo neppure nel medio evo valsero ad appagare sempre lo plebi, a distoglierle dai beni presenti esortandole a restar povere e tranquille. u I pensieri c gli affètti dell'uomo staccati a forza dalla vita presente, nondimeno di tratto in tratto vi tornavano, c il sentimento della vita irrompeva fortemente e violentemente. È questo sentimento che in Italia nel 1035, al tempo della lega dei valvassori minori contro i maggiori, faceva cospirare anc ie gli uomini di servii condizione contro ipadroni, e darsi giudici, ragioni e leggi. Parimente nel 1387 vediamo nel Canavcsc, Vercellese e Vallese, nella mna e Tarantasia e in altre parti, il popolo i nnViT 10 a^ 6 t0lrc 0 ca «)pagna sollevarsi contro mm-P ì tl * vast ‘ mot i dei contadini misero a ru- di li fn eBta “ Ìa - la ricchezza c la povertà. Col sistema dello p.ccolc industrie, l’operaio poteva sce- :r c tra ; d,vcrsi P adl '°"i quello che gli faceva mi- ST COnd ' Z10 "' ; 11 Ch0 «« “'-va di stimolo a rcn- *«*“» “1 ambita Papera m Si voro V),. 0,- e ’i " n C ° rt ° ei l ailibrio tr a capitalo e 1»- AtomtVoll b ° n °| ZJ n °" Si 1WSSOno P iil avcr0 001 « s“ V-'; ° Ì,,dUSl, ' !a - » * 'intedia co- -i caoitalist' asolanti, PCi-cU alla lega di questi P'tabst, possono contrapporre la propria eoa piti HI sicura e pronta efficacia. Venendo meno le piccole- industrie e scomparendo gradatamente il ceto medio, alla perfine il cajiitale e il lavoro si troveranno l’uno di fronte all altro. JE già il conflitto è cominciato qua e la in più luoghi e sotto aspetti diversi : vi è un cumulo di odii mal repressi che anelano la vendetta o almouo la rivincita. Tantoché, ove non si pensi in tempo ai firnedj, vi è da temere uno sconvolgimento sociale nell’ordine politico ed economico. Ma quali rimedj adottare e come prevenire un rivolgimento sociale, clic potrebbe essere il più terribile nella storia del genere umano ? Ecco l’arduo- problema economico sociale, ecco la sfinge moderna, che preoccupa la mente del filosofo, del filantropo,, dell’economista e dell’uomo di Stato. Alla pratica soluzione di questo formidabile problema in Italia il nostro compianto Mamiani involse per oltre quarant’anni (1S3S-.1SS2) la mente, il cuore, gli studj suoi ampj e consumati. “ Quella comunanza di uomini (egli scriveva fino dal 1838) elio non sa- trovar modo, o non vuole, di schermire dalle necessità estreme della vita gl’indigenti onesti e d’ogni fatica volonterosi, non può dirsi con proprietà sa- piente e civile, ma sotto apparenze molto contrarie è- barbara e insipiente tuttavia. Le genti educate ed agiate sono dalla natura e da Dio costituite madri e tutrici delle infime plebi, e di queste hanno a. render conto molto severo sì innanzi alle società urnane e sì innanzi a Dio padre dei poveri „ (1). Fermato ciò, il Mamiani rigettando le strambe utopie dei Comunisti e dei Socialisti moderni perchè ingiuste e non attuabili, e scegliendo quelle riforme e quei miglioramenti sociali che erano o che gli parevano possibili e praticabili in Italia, esule a Parigi segnò ne’ suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione morale intellettuale ed economica degli Italiani, alcune linee di quel vasto disegno onde il secol nostro intendeva e intende a migliorare le condizioni del popol minuto. I mezzi da lui proposti per soddisfare ai diritti che riguardano la sussistenza sono gl’infrascritti. 1° Abolire i dazj c le imposte d'ogni natura che gravano più propriamente sull’infimo popolo. 2° Francarlo dalle viete tasse parrocchiali assegnato all’ adempimento di certi atti solenni, civili e religiosi. •j° Moltiplicare e perfezionare gli ospedali, i ìicovcri, i monti di pietà c simili altri istituti di pubblica beneficenza. Propagare il più che si può tali istituti anche per i villaggj e le campagne, c imitare da per tutto esempio d alcuni Comuni rurali, che a loro spese provvedono i contadini di medico e medicine. ò Rifornì are ed ampliare le leggi e i regolamenti circa ai patti e alle mutue relazioni tra i fab- Scritti politici, edizione renze, Le Monnicr. ordinata dall’autore. - Fi e la questione economico- soci a Lubricanti, capomastri e bottegai da un lato, e gli operai, giornalieri, manuali e apprendisti dall.’altro, porgendo a tutti i secondi guarentigia e soccorso nei termini dell equità, e contro l'egoismo e la durezza dei primi. G° Istituire in ogni città, dove gli operai sovrabbondino, due sorte di lavorerìe pubbliche permanenti : 1 una pei rozzi braccianti, l'altra per gli operai delle arti comuni. 7° Tali istituti ordineranno per guisa i rego- menti c le discipline proprie, c con si fatta misura proporzioneranno le loro mercedi, da non sopraffare in nulla le industrie de’privati; mentre toglieranno a queste l’arbitrio di soverchiare gli operai in nessuna cosa. • 8° In tali lavorerìe ed officine pubbliche non debbono gli operai nè esser costretti a vivere rinchiusi, nè perdere alcuna porzione di quella indipendenza, di atti c pensieri che la civile libertà concede ad ogni uomo onesto. I lavori, poi, scelti e ordinati in quelle saranno volti con provvidenza ed accorgimento alla pubblica utilità, e segnatamente a quella del popol minuto. 9° L’ammissione a tali opificj sarà concessa ad ogni operaio il quale darà prova di aver offerto invano l’opera sua nelle officino privato. E il pericolo della soverchia c non strettamente necessaria frequenza degli operai in quelle lavorerìe sarà evitato, con fare strette più dell’uso ordinario le discipline, le quali poi debbono esser pensate c trovate con ingegnò SÌ fatto da convertirle in buoni e quotidiani metodi educativi. Tutto ciò richiede che il tesoro arricchisca abbondevolmente per altre vie. Nuova fonte di ricchezza pubblica può divenire la tassa detta progressiva, ed una sull’eredità trasversali proporzionata al grado più o meno stretto di parentela, e il rendere mobili e circolanti i beni immobili c camerali, o per ultimo il fare sparmio di tutta l’immensa moneta che inghiottono e scialacquano i grossi eserciti stanziali, i gran favoriti di corte, i doganieri, e mille altre specie di ufficiali e di salariati o perniciosi o superflui. 11° Con molto valsente tenuto in. riserbo, si ovvierà a quegli accidenti imprevisti che turbano a un tratto 1 economie delle industrie e del lavoro quotidiano. Così gl’italiani, antichi fondatori delle Case di lavoro, perfezioneranno conforme ai bisogni dell età nostra il pietoso trovato degli avi loro. 12 Riguardo alle campagne, bisogna in primo luogo riformare ed ampliare il codice forese od agrario, perchè si tutelino con più efficacia i patti e le relazioni giornaliere fra i possidenti e i coloni, migliorando le condizioni di questi ultimi, e mallevatole contro ogni ingiustizia e sopruso. 13 In secondo luogo, bisogna istituire in ogni P noia compagnie di assicurazione (sovvenute dal mune) contro i danni delle gragnuole, delle carestie, jpizoozie ed inondazioni, affinchè i contadini si veg- accertato ogni anno il frutto del loro sudore. E quando il raccolto sarà favorevole ed abbondante, i contadini concorreranno per la lor quota al pagamento della tassa di assicurazione. 14° Un Consiglio superiore, aiutato dai succursali delle provincie, prenda in cura speciale lo studio e la vigilanza degl’interessi del popol minuto. A questo Consiglio saranno ascritti molti uomini pratici e versati in dottrine particolari relative ai fini proposti, e tutti splenderanno di specchiata probità o di zelo grande verso i poveri. 15° Una parte del Consiglio medesimo prov- vederà specialmente alla vita sana del popolo, promovendo le società di temperenza felicemente iniziate in America e in Inghilterra, ed esaminando l’interno delle officine, la materia e la qualità dei lavori, i cibi quotidiani, gli alloggj, le vesti e simili obbietti. E sarà bene imitare Leopoldo I di Toscana, il quale a spese dell’erario fece murare in luogo arioso gran numero di casette decenti ed acconce per l’infimo popolo. Questi pagherebbe una modica pigione. 16° L’altra parte del Consiglio veglierà gli andamenti del popolo, la qualità delle sue industrie e de’suoi negozj. Vedrà pure ilConsiglio quel che sia da ristorare degli antichi Statuti delle arti e quello che sia da aggiungervi : ad ogni modo, promoverà le congregazioni e consorterie legali degli operai, dei ca- pomastri e d'ogni specie di artieri, con l’intento di accrescere ad ognuno i mezzi di produzione, e se- gnatamentelo spirito di fratellanza e disciplina. Similmente, il Consiglio promoverà con zelo perseverante le anioni e consorterie dei piccoli proprietarj e dei fittajoli, compensando per tal guisa i danni e gl’inconvenienti dei poderi troppo angusti. Veglierà, infine, sulle pubbliche mostre, sui comizj agrarj, sugl’incoraggiamenti e sui premj da assegnare ; studierà il valore de’ nuovi ritrovati e degli ultimi perfezionamenti, ed agevolerà ai poveri artieri lo smaltimento de’ rispettivi lavori, contro il monopolio dei troppo ricchi, cd a freno degl’ incettatori e rivenditori. Il Consiglio procaccerà di mettere in buono accordo fra loro gl’ istituti di carità e beneficenza, facendo che si accostino tutti a certa unità di massime direttrici, e che l'opera dell’ uno v P rcndo a chiarire e ad inculcar! cono circa la questione sociale. Mentre il essa Lettera esaminava il Mamiani se la nuova Ke- pubblica francese potesse fornir lavoro quotidiano agli operai che ne mancassero, tornava a raccomandare la istituzione di lavorerìe pubbliche, ma con lo infrascritte cautele affinchè non divenissero perniciose allo Stato c non turbassero 1’ operosità economica dei privati. 1° Lo pubbliche officine debbono istituirsi universalmente c poco meno che in qualunque grosso Comune, per evitare una soverchia accumulazione di popolo in quelle sole città dove fossero pubbliche lavorone. Converrà, inoltre, cercar compensi nuovi e gagliardi, noll’istituiro officine in tutto lo Stato a favore dell'agricoltura, affinchè i contadini non siano indotti a lasciar la villa e ricoverarsi nelle città. 2° Bisogna decretare che nello officine dello Stato sicno raccolti solamente quegli operai a’quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. Imperocché le lavorerìo pubbliche sono costituite per supplire e riparare alla insufficenza delle industrie private, dalle quali ricevono limitazione e misura. 3° Il Governo procaccerà, per non rovinare molte industrie private, elio i lavori molteplici e svariati da lui condotti siano di qualità da non potersi dai privati cittadini imprendere con profitto. Il che importa che le manifatture pubbliche quanto più crescono, e tanto più costino e siano a maggiore scapito del tesoro. 4° Avviata la generale istituzione degli opificj •comuni, il prezzo della mano d’opera non potrà sminuire tanto e sì presto, quanto si vede ne’paesi dove il numero delle braccia soverchia il bisogno. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare' fino all’ultimo estremo i salarj, cesseranno e si annulleranno. Dalla teoria conviene a suo tempo scendere all’applicazione. E così fece il Mamiani. Divenuto Ministro costituzionale sotto Pio IX, nel giugno 1848- il Mamiani compilò e sottopose all’Assemblea romana una proposta di legge per la istituzione di un .Ministero speciale di pubblica beneficenza . È pregio dell’opera riferire, tralasciando le funzioni speciali e straordinarie del nuovo Ministero, le sue funzioni generali non tanto per far conoscere la natura e la. missione di esso Ministero, quanto perchè ci sembra, che quelle funzioni ed attribuzioni generali possano anche oggidì servir di lume per la riforma e il riordinamento dello nostre Opere pie. 1 II Ministro di pubblica beneficenza procura in genere la riforma, il perfezionamento e la moltiplicazione degl’ istituti e delle opere di beneficenza c ie sono in atto, e la fondaz ione e 1’avviamento detuzionc cd ogni opera rivolta all’educazione morale e intellettuale delle infime classi. 2° Procura con mezzi mediati o immediati di approssimare le opere tutto di beneficenza a certa unità e collegamento, affinchè se ne aumenti da ogni lato l'efficacia, e non ne siano gli effetti o troppo parziali o manchevoli. 3° Promuove presso i Consigli deliberanti le leggi c gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti c al popolo minuto. 4° Sopraintende agl’istituti laicali di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa *da lui o dal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e all’educazione delle classi inferiori. 5° Sopraintende similmente a quegli istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono posto dai fondatori sotto il riguar- damento e la cura immediata di chi governa. G° S’ingerisce, d’accordo coi Municipj o coi Rettori privati, nel regolamento di quegli istituti ed opere coraunitativc o private, alle quali viene in soccorso il Governo con il denaro pubblico, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto. Quanto alle fondazioni e congregazioni, o similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai Municipj o dalla carità di privati, c che si rimangono esclusi dalle tre dette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti c dei regolamenti. Invigila clic non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato. Promove e propone in seno de Consessi legislativi quei provvedimenti c quelle cautele che impediscono alle beneficenze d’istituto municipale o privato di fuorvia.e c corrompersi. Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l’opera della beneficenza. Similmente invita e procura la colleganza e reciprocazione degli ufficj ed aiuti fra l'uno istituto e l’altro, o in genero favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro. Occorre appena far notarle che il Mamiani, mettendo così in pratica le sue nuove dottrine sociali, tentava di dare all’opera del Governo quell’ampiezza e quell efficacia che si accorda generalmente con le libei tà co privati, e con ogni trasformazione c progresso nello spirito di associazione e di civile consorzio. Sulla quale Istituzione egli ritornò più. tardi nei Saggi di Filosofia civile. Ma è noto che il Ministero di pubblica beneficenza non ebbe fortuna negli Stati Romani, mentre alle idee del Mamiani si fece m sostanza buon viso in Toscana, dove al Ministero ella Istruzione pubblica fu aggiunto l’ufficio di tubare c dirigere la pubblica beneficenza. lennpir/ il Mamiani fece a tutti manifesto so sociali D i eC0 6U ° P on ^ crato volume sulle Qucstion ’ ° ° ln mczzo a tante vicende politiche italiane ed europee dal 48 in poi, in mezzo a’ suoi profondi studj filosofici cd alle sue occupazioni di statista, non aveva perduto d’occhio i progressi teorici e le fasi pratiche della questione economica sociale nelle diverse parti d’Europa. Girando l’occhio della mente nell’essenza profonda e nelle attinenze della questione sociale, c pur tenendo conto dei suggerimenti dell'esperienza e della riflessione por oltre quarantanni, nella suddetta opera Egli esaminò acutamente i due massimi problemi dell’età nostra, fra loro distinti ina non separati, cioè il problema inorale c quello economico. Intorno al secondo problema, ecco in breve le dottrine o le proposte che il Mamiaui professava e additava per risolvere in Europa e segnatamente in Italia la questione sociale. L’autore delle Questioni sociali ammette legittimo il diritto della proprietà individuale ; affer- * ma, contro certi Economisti, che il lavoro non crea, ma presuppone la proprietà ; rigetta le strambe teoriche di Proudhon e le altre nò giuste nò praticabili dei moderni Comunisti c dei Socialisti esagerati; reputa non assoluto il diritto al lavoro. Ma, d’altra parte, egli deplora gli effetti della libera concorrenza che ritiene sia causa dell’ anarchia economica ; è seriamente preoccupato dal fatto che i quattro quinti del genere umano formano la classe intera dei pro- letarj : e quindi pensa e propone un sistema di riforme rivolte ad armonizzare la produzione e il capitale, gl’interessi e le sorti del proletario, sistema che si compendia nelle seguenti proposte : Istituire un magistrato speciale col nome di Tribuni del popolo, eletto dal corpo intero dei lavoranti, il quale tuteli ed invigili i diritti e gl’interessi del proletario. 3° Abolizione del dazio consumo. 2° Fondazione di colonie per riparare all’ eccedenza annua della popolazione, secondo la teorica di Malthus. 4° Favorire e proteggere 1’ emigrazioni volontarie, quando pure al Governo apparisse nè difficile nò dispendioso il tragittare i nostri emigranti da una provincia interna ad un' altra, per esempio in Sardegna, nelle campagne romane, in più parti disabitate ed incolte della Sicilia c della Puglia. 5° Proteggere ed allargare le Società cooperative, nelle quali il lavorante, oltre alla sua mercede, divida coi socj il modesto lucro ricavato dalle pioduzioni, e pelò sia nel tempo stesso comproprie- taiio. Quanto si dilateranno questo società, tanto più effettuabile apparirà la Cassa di pensioni per i 1600 i e gl invalidi, alimentata da quoto versatevi a ogni libera corporazione di artigiani, e da elargizioni del Governo in proporziono delle somme risparmiate o dai singoli membri o da una intera • norT A 1 i rtÌerÌ ’ C CU ‘ amm i Q istrazione però °" “ ai i» mano del Governo. del l a T? com P r °P r ^ario anche il lavoratore del fondo da lui coltivato. oc ni Gn | are 1° imposte ai contadini proprietari. on are Scuole governative professionali, lo3 cioè di arti e mestieri, in unione con le Provincie ed i Comuni quanto alle spese ; nelle quali scuole sarebbero accolti i figli dei lavoranti, compiuta 1' istruzione elementare. 9° Riformare le Scuole tecniche, adattandole ai mestieri ordinarj ; e quanto alle grosse borgate c alla campagna, ammaestrarvi i contadini suburbani negli clemeuti di agricoltura e di pastorizia. 10° Provvedere ad un Manuale popolare di agraria. Dove manchi l'insegnamento elementare, supplirvi con le scuole dette ambulanti. 12° Prestazioni al buon colono per ajutarlo a divenire comproprietario ; e dono degli utensili al giovine proletario, ghà prestatigli quando entrò nelle officine urbane e noi fondi rustici in possesso ed uso dello Stato. Dall’ attuazione di queste riforme e proposte il Mamiani si riprometteva la graduata cessazione della servitù del salario e quindi la emancipazione reale a compita del quarto stato. Ma in qual modo lo Stato avrebbe provveduto a quello nuove ed incessanti spese ? Con le infrascritte riforme, secondo il Mamiani, oltre al provento delle consuete imposte. 1° Cancellazione dell’ esercito stanziale. 2° Imposta prediale e mobiliare temperatamente progressiva. 3° Incameramento dell’ eredità trasversali dal terzo grado in giù. Sbassamento della rendita pubblica dal quattro al tre e al due e mezzo, secondo luoghi e tempi. 5° Amministrazione disimplicata e scemamente di ufficiali e di paghe. 6° Ogni legatario pagherà una volta soltanto il decimo del valsente legatogli.. 7° Monopolio delle miniere. VII. Non tutte le riforme c le proposte sociali messe innanzi dal Mamiani sono guari praticabili, nè tutte collimano con la inviolabilità del diritto naturale di proprietà individuale, oltre accordare un soverchio ingerimento allo Stato moderno nelle materie economiche. Noi non potremmo quindi accettare senz’ alcuna restrizione e temperamento tutte e singole le dottrine economiche e sociali del Mamiani, nè crediamo che si possa mai giungere a pienamente e stabilmente risolvere il problema conomico sociale, come ci studiammo dimostrare a suo uogo in due nostri libri, negli Elementi scientifici di Etica e Diritto o nella Filosofia morale e sociale (1). Ma intanto, nobile, alto, eminente- ” e -i°iT,le • Gd . Umanitario « il fine a cui rivol- rifnrm anai ^ n * 1° su La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di animale a quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere ; una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte lo cure necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha istinto, c conviene che formi da so stesso il disegno della sua condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacitò, e viene al mondo nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana c obbligata a cavare a grado a grado da sò stessa colie proprie sue forze tutte le qualità naturali che appartengono all’umanità. Una generazione educa l'altra. Se ne può cercare il primo principio in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà -, ma, nel secondo caso, bisogna pure ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello stato selvaggio c nella barbane. La disciplina impedisce all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall'umanità, pur Io sue inclinazioni animali. Occorro, por esempio, oh essa lo moderi, perché egli non si gotti noi porle» o corno no animalo feroce, 0 come uno stordito^ a dina è puramente negativa, perche si resinose soovliarc l'uomo della sua selvatichezza; 1 istruzione, ^ ° -nèh parte positiva dell’educazione. “ir ™ ioho- coiste nell' indipondeoza da,, • T a disciplina sottomette 1’ uomo alle r Lvfmou» e lincia a fargli sentirò la E, l'autorità dolio leggi stesse. Ma ciò dovesse. Valdarnini la pedagogia di e. kant fatto per tempo. Così, maudansi per tempo i bambini alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perchè vi si avvezzino a restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien comandato, affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da tutte le idee che verranno loro in mente. Ma l'uomo è così portato naturalmente alla libertà che, quando vi abbia preso una lunga abitudine, le sacrifica tutto. Ora questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina ; chè altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il carattere di lui, e seguirà allora tutti i suoi capriccj. Parimente, si vede che i selvaggj non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi, come opinano Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa rozzezza, perchè l'uomo appo essi non si è ancora spogliato in qualche maniera della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando all uomo si è lasciato seguire la piena sua volontà pei tutta la gioventù c non gli si è mai resistito in nulla, ci conserva una certa selvatichezza per tutta la vita. Rè alcuna utilità reca ai giovani un affetto materno esagerato, dacché più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte le parti, c troveranno dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si cade ncl1’educazione dei grandi, e quello di non opporre loro alcuna resistenza nella loro gioventù, perché son destinati a comandare. Nell’ uomo la tondenza alla libertà richiedo ch’egli deponga la sua rozzezza : nell’animale bruto, al contrario, questo non e necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di sorveglianza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e l'istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di quest’ultima ; imperocché veruno di essi apprendo alcun che da’ suoi antenati, salvo quegli uccelli clic imparano a cantare. Infatti, gli uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro genitori ; ed è mirabil cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare con tutte le proprie forze davanti ai loro nati e questi'adoperarsi a cavare gli stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi che gli uccelli non cantano per istinto, ma clic imparano a cantare, basta ne faccia la prova ed è questa : levi ai canarini la metà delle uova loro e vi sostituisca uova di passero ; ed ancora coi piccoli canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non possano udire i passeri di fuori ; essi impareranno il canto dai canarini e così avremo passeri cantanti. Nò meno stupendo e il fatto, che ogni specie d’uccelli conserva m tut e le generazioni un certo canto principale; cosi la tradizione del canto è la più fedele nel mondo L’ uomo non può diventare vero uomo che per educazione ; egli e ciò eh essa, lo fu. \ uolsi notai e eh’ egli può riceverò questa educazione soltanto da altri uomini, che l’abbiano egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’ istruzione in certi uomini li rende assai cattivi innesti i dei loro allievi. Se un essere di natura superiore si prendesse cura della nostra educazione, vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome l’educazione, da una parte, insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra, non fa che svolgere in loro certe qualità, non si può sapere fin dove portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una esperienza coll’ aiuto dèi grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne illuminerebbe sulla questione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto triste per un amico dell’ umanità si è il vedere, clic la più parte dei grandi non pensano che a se stessi e non pigliano alcuna parte alle interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. - Non vi ha alcuno clic, essendo stato trascurato nella sua gioventù, siaincapaco di ravvisare nell’età matura in elio venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può chiamar cosi la istruzione).Chi non possicdecultura di sorta e bruto pollinoli Ita disciplina o educazione e selvaggio. La mancanza di disciplina è un male peggioro della mancanza di cultura, perche a questa si può ancora rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso il perfezionamento dell’ umanità ; imperocché il gran segreto della perfezione della natura umana dimora nel problema stesso dell’educazione. Si può camminare oramai per questa via ; difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro in clic proprio consiste unabuoua educazione. E reca dolce conforto il pensare che la natura umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella torma che veramente le conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie umana. L’abbozzo d'una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo, c che non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come un bel sogno, perchè certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un ideale altro non è ohe il concetto d una per- lezione che non si ò riscontrato ancora noU'esporicnza : tal sarebbe, per esempio, l'idea 4 una repubblica perfetta, governata secondo le regole dell» g.nst.z.a. Si dirà dunque impossibile? Basta,,u pruno nego, Che la nostra idea non sia falsa; in seconde lungo, ohe non sia impossibile assolutamente d, vincere luti, „u ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo cascano mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera ? L’idea eli una educazione clic dispieghi nell'uomo tutte le sue disposizioni naturali è vera assolutamente. Con l’educazione presente l'uomo non consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere ! Ne tra loro può essere uniformità di vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principj e questi principj divengano per loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado metterle in pratica. Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dallo radici, hanno tutti il medesimo colore •, quando invece se no pianta il seme, otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque riposto in loro certi germi del colore, e basta, per isvilupparvcli, seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade nell’uomo ! Vi sono molti germi nell'umanità, e spetta a noi svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la nostra destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, e obbligato a cercar di conseguire il fine suo ; il che non può egli fare se prima non ne ha un’idea. L’individuo umano non può compiere da se questa destinazione. Se ainmettesi una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna sapere altresì com’essa ha educato i suoi figli- I primi genitori danno ai loro figli un primo esempio ; questi lo imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono esser educati a questo modo, giacché ordinariamente gli esernpj si offrono ai bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea della perfezione onde la natura umana è capace ; noi stessi non l’abbiamo ancora in tutta la sua purezza. È corto del pari che tutti gli sforzi individuali, clic hanno per fine la cultura dei nostri allievi, non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo, ma unicamente dalla specie umana. L’educazione c un’arte, la cui pratica ha bi- sogno d’essere perfezionata ila più generazioni. Ciascuna generazione, provvedala delle conoscenze dello precedenti generazioni, è sempre pii in grado di arrivare a una educazione che in una giusta piopoi- zionc c in conformità Sol loro fine svolga tutte le nostre disposizioni naturali e cosi guidi tutta la spc- eie umana alla sua destiuazionc. - La Provvidenza ha voluto ohe l'uomo fosse obbligato a cava™ da se stesso il bene, 0 in qualche modo gli dice Edia nel mondo. Io ho mosso in te ogni speco d. alt tudin. porilbcno. Ora a te solospcttasvilupparlcpcr,1 bene; e quindi la tua felicità 0 la tua infelicità dipende da te ., Cosi il Creatore potrebbe parlare agli nomini ! L'uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene ; la Provvidenza non lo ha messe in lui bcll’e formate, ma come semplici disposizioni, c però non vi è ancora distinzione di moralità. Render se stesso migliore, educare se medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il dovere dell'uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vedo quanto ciò sia difficile. L'educazione, pertanto, c il più grande e il più arduo problema che ci possa esser proposto. Di fatti le cognizioni dipendono dall’educazione, e questa dipende alla sua volta da quelle. Onde non potrebbe l'educazione progredire elio di mano in mano ; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in quanto ciascuna generazione trasmette le sue spe- rienze e le sue cognizioni alla generazione posteriore clic vi aggiunge qualcòsa di suo c le tramanda così aumentate aqucllachele succede. Qual cultura e quale sperienza dunque non suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi stessi non 1 abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si tratta di sapere se l’cducazionc nell’uomo singolo debba imitare la cultura che l’umanità in gcnciale ricevo dalle suo diverse generazioni. -Lia le umane scoperte ve ne ha duo difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e l’arto di educarli ; c però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde principieremo a svolgere le naturali disposizioni dell’uomo ? Bisogna muovere dallo stato barbaro o da auo stato già culto ? Non è agevol cosa il concepire uno svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea del primo uomo) ; e noi vediamo che, ogni qualvolta si sono prese le mosse da questo stato, 1 uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono stati sempre necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a noi tramandati ; e qual grado di cultura non suppone già la scrittura stessa ? E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far cominciare il mondo, rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La natura non ci ha dato per questo hnc alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno sottoposta a date circostanze, o ragiona « L«to •d’educare non risulta meccanicamente dalle caco . stanze in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od utile. Ogni arte di questo -onere clic sarebbe puramente meccanica, con i s „ 1-ioune perche non seguirebbe f b0 m0lt ' Cn oln-c “ia’nto Che l’arte delMn- alcnna norma. 0 1 W caziono 0 1» P f*°” io „,J, or,„odo d» con- nata ” 0 d « linnzion m I genitori, ebe hanno sognuo I. educazione, sono gin 3i rcgoinnoirr,i.Mn ..or rendere LA PEDAGOGIA DI E. KANT questi migliori, è necessario di fare uno studio della Pedagogia ; diversamente nulla se ne può sperare, e l’educazione viene affidata ad uomini educati non bene. Al meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, altrimenti ella non sarà clic uno sforzo continuo, cd una generazionepotrebbe distruggere quanto un’altra avesse edificato. Un principio di Pedagogia, al quale dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte educativa, ò questo : Che non devc- si educare i fanciulli secondo lo stato presente della specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile nell’avvenire, cioè secondo l'idea dell’umanità o della sua intera destinazione. Questo principio 6 d’una importanza tragrande. I genitori educano per 10 più i loro figli per la società presente, sia puro corrotta. Dovrebbero, al contrario, dar loro una educazione migliore, perche un miglioro stato ne possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli : 1° I genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i figli loro facciano buona figura nel mondo ; 2° I principi ri- sguaidano i proprj sudditi oomc strumenti dei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i principi allo Stato, fxli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo 11 bene generale e la perfezione a cui è destinata 1 umanità. Le basi fondamentali d’uu disegno d’educazione fa d uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare? Niente affatto ! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare qualcosa, veniamo cosi a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E allora quante nobili conseguenze ! Una buona educazione è proprio la sorgente d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi ognor di vantaggio ; imperocché nelle disposizioni naturali dell uomo non v’ha principio di male. La sola causa del male sta nel non sottoporre a norme la natura. Nell uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene clic questi si migliorino prima da sé stessi, 0 facciano la metà di strada per andare incontro a go verni buoni ? Se, invece, devo partire dai principi questo miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si é commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere „vii stessi principi nella loro gioventù. Un albero°cho rosta isolato in mozzo ad un campo pei de la sua dirittura nel crescere c stendo lungi . suo. rami ' al contrario, quello elio cresco nel mezzo una foresta si mantiene diritto, per la reste» a ohe «li oppongono gli alberi vicini, e cerea al di- olio 0 i opp j A vviene lo stesso nei ffirn- ^-“rnvale a Meglio siano educati da qua,- ouno dei tafsudditi che dai loro pari. Non si può attendere il bene doli-alto so prima non vi sava migliorata l’edncazionel Qui bisogna dunque con- 23G la pedagogia, di i:. kant tare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno giudicato Basedow ed altri ; dacché l’esperienza c’insegna che i principi nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello del loro Stato, c vi scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengano. Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano c l’incremento dello umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati dal potere c dal •denaro, ma solo facilitati ; bensì potrebbero procurarli ove lo Stato non prelevasse le imposto unicamente nell’interesse del suo erario. Ncppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge alcun segno ch’esse comincino a darli. La direzione delle scuole dovrebbe pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana non può avvicinarsi di mano in mano al suo fine che per gli sforzi di persone dotate di generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire. Intanto alcuni potenti riguardano il loro popolo come, in certa guisa, una parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare dei proprj sudditi come di strumenti più acconcj ai loro disegni. I privati devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto curare lo svolgimento della umanità, e far sì ch’ella diventi non solo più abile, ma ancora più inorale \ da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi a elio i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. L’educazione, pertanto, deve : Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar d’impedire clic la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così nell’umano individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste semplicemente nello spogliar l’uomo dc.la. sua selvatichezza. D evc coltivarli La cultura abbraccia la istruzione ed i varj insegnamenti &sa fornisce labilità : 0 questa è il possesso d un attitud,ne sufficiente a tutti i lini elio possiamo proporci. Lss. dunque non determina da sé alcun tino ma lascia dunque • . costjinzC . Alcune arti sono utili questa cura comc sarebbero le arti in ogni cinp ^ nitro non sono buone elio di loggoi l’arte della musica, elio in riSpCt, ° v,H J itTfe possiede. L'abilità 6 in rende M** ° M molti fini elio certo modo infinita, et Jovn altresì enrarc che l'uomo divenga „ crrt autorità. Questa dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi, gentilezza c quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei nostri fini ; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini ; occorre altresì clx’ ci sappia farsi una massima di scegliere tra quelli soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini clic sono necessariamente approvati da ognuno e che pouno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. - L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed illuminato •veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma non basta guidare i fanciulli ; preme soprattutto eli’ essi imparino a pausare. Occorre badare ai principj dai quali derivano tutte le azioni. È dunque manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma ncH’educazionc privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non ò forse importante d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ìagione che Dio l’ha proibito, ma perchè di natura sua è spregevole ! Altrimenti e’ si lasciauo indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non l’avcsse vietato, c clic si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch'e l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò cb’ò buono. Egli vuole che noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perchè Ei lo esiga. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire che la felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini. E non si tratta ancora di sapere se noi saremmo piu felici nello stato di bai- barie, dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savj ? La quantità del male appo essi non verrà così diminuita. Bisogna fondare scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma riposare su principj. Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite giusta un disegno contro il quale si sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano regolarsi su quelle, e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non avesse frequentato quelle scuole Tali prescrizioni dimostrano quale e quanta parte abbia in certe cose il Governo ; e non e possie di arrivare a qualcosa di buono con sbatti ordinamenti. Si crede da’ piu che non sia necessario di fare spcricnzc in materia di educazione, e che si può giudicare con la sola ragione se una cosa sara buona o cattiva, ila qui sta un grave errore, c l’esperienza ne insegna clic i nostri tentativi hanno spesso dato risultamcnti opposti affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro clic, sondo qui necessaria l'esperienza, nessuna generazione d uomini può fare un disegno compiuto d’educazione. La sola scuola sperimentale clic abbia finora incominciato in qualche modo a battere questa via c stato l’Istituto di Dessau. Nonostante parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria, ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di lavorare secondo i prò* prj metodi c disegni, e dove fossero uniti fra loro c si mantenessero in relazione con tutti i dotti della Germania. L’educazione comprende le cura necessarie ai bambini c la cultura. La cultura c: 1° negativa, come disciplina clic si restringe ad impedire le colpe ; 2° c positiva, come istruzione c direziono ( Anfilhrung ), c sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La direziona serve di guida nella pratica di ciò clic si vuole apprendere. Di qui la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore [Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltnnto l’educazione della scuola; il secondo, quella della vita. II primo periodo dell’ educazione è quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva ; il secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. L'educazione b privata o pubblica. Quest’ ultima si riferisce all' insegnamento che può sempre rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata. Un’educazione pub - blica compiuta è quella che riunisce ad un tempo la istruzione c la cultura morale. Il suo line consiste nel promuovere una buona educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero essi ammettere un gran numero di allievi ; imperocché sono costosissimi, e la semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto degli ospedali. Gli edifizj loro necessarj, il trattamento dei direttori, dei sorveglianti o dei domestici assorbiscono la metà decentrate : ed è oramai provato che se si distribuisse questo denaro ai poveri nelle ispettive loro case, e’sarebbero curati assai meglio. - ^difficile ancora di ottenere che i ricchi mandino i loro figliuoli negl’istituti educativi. Fine di questi Istituti pubblici e il perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori o quelli che li assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona educazione, la spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna farvi delle prove e formarvi persone adatte, affinchè ci possano dare in progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i capricci de’suoi genitori. E necessario che in questo genere di educazione i genitori depougano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella ? L’ educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell educazione domestica, non solamente in rispetto all abilità, si anche in rispetto al vero carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti appresi in famiglia, li aumenta. Quanto tempo deve durare l’educazione ? Fino a che la natura ha voluto che l’uomo si governi da se stesso, fino a che si svilpppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre cd esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino al- . 1 età di circa 1G anni. Decorsa quest’età, si può ricoiiere a maestri clic proseguano a coltivarlo, e sottoporlo ad uua celata disciplina, ma la sua educazione regolare é finita. La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da se c non avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee faro ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò elio desidera : o qui, benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. Uno dei più grandi problemi dell’educa zione si ò di poter conciliare la sommissione all autorità legittima coll’uso della libertà, Imperocché l'autorità é necessaria! àia in qual modo coltivare la libertà per mezzo dell’àutorità ? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a soffrire che la sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, c che in pati tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa condizione, in lui non vi sarebbe che puro meccanismo ; l’uomo sfornito di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa duopo ch’egli senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari a conoscere quanto o difficile di bastare a sé stesso, di tollerare le privazioni c di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. \, Cui devesi por mente alle infrascritte regole. 1» Bisogna lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età c in tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta il suo brio in modo troppo l’umoroso e da recar disturbo agli altri. 2 11 Gli si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi lini, a patto bensì ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro proprj •, ad esempio, non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò clic desideriamo, come d’imparare ciò che gli viene insegnato e via dicendo. 3° Bisogna provargli che l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per fine disegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed istruiamo affinchè possa un giorno esser libero, cioè fare a meno del soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei fanciulli, poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno provvedere da se stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita, come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più grandi vantaggj : vi s’impara a conoscere la misura delle proprie forze ed i limiti che c impone il diritto altrui. Non vn si gode alcun privilegio,poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra gli altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica e la migliore immagine della vita del cittadino. Resta ancora una difficoltà clic non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione anticipata del sesso, .a fine di preservare i giovinetti dal vizio prima dcll’elà matura. Vi ritorneremo sopra più innanzi. La Pedagogia, o scienza dell’educazione, si’ distingue in fisica e in pratica. L'educazione fisica c- quella che l'uomo ha comune con gli animali, c ri- sguarda le cure della vita corporea. L’educaziom pratica o morale (si chiama pratico tutto quello che si riferisce alla libertà) c quella che risguarda la cultura dell’uomo, perche costui possa vivere come ente libero. Quest’ultiraa è l’educazione della persona, 1 educazione d’un ente libero, che può bastare- a sè stesso e tenere il suo vero posto in società, ma. che altresì è capace d’avere per sè un valore intrinseco. % Quindi 1 educazione consiste: 1° nella cultura scolastica o meccanica, che risguarda l’abilità ; essa pertanto è didattica (e sta nell’opera del maestro) ' r “° ne ^ a ^ura prammatica, che si riferisce alla prudenza (e sta nell’opera del governatore) ; 3° nella cultura morale, e si riferisco alla moralità. L uomo ha bisogno della cultura scolastica o ella istruzione, per mettersi in grado di conseguire tutti i suoi fini. Essa gli dà un valore come in— re che La disciplina non tratti i fanciulli come schiavi,, e far sì ch’e’sentano sempre la loro libertà, ma in guisa tale da non ledere quella degli altri: ne segue pertanto che conviene abituarli alla resistenza. Parecchi genitori ricusano tutto a’ioro figliuoli per esercitare così la loro pazienza, esigendo da questi più che da se stessi. Ma è una crudeltà. Dato al bambino quanto gli abbisogna, e poi ditegli : Tu nc hai abbastanza. Ma è assolutamente necessario che questa sentenza sia irrevocabile. Non fato alcuna attenzione alle grida dei bambini e non credete loro, quando credano di ottenere qualcosa per questa via; ma se lo dimandano con dolcezza, date ai medesimi ciò che loro torna utile. Si avvezzcranno'così ad essere sinceri; e, come non importuneranno alcuno colle grida, ciascuno sarà, in compenso, benevolo]con essi. La Provvidenza pare veramente abbia dato ai fanciulli un aspetto piacevole per incantare lo persone adulte. Nulla v’ha di più funesto per essi che una disciplina ostinata e servile, intesa a piegare la loro volontà. Per ordinario si grida ai medesimi: Eh via! non ti vergogni, questa cosa c indecente ! e somiglianti espressioni, le quali non dovrebbero mai adoperarsi nella prima educazione. Il bambino non ha ancora idea alcuna di vergogna e di convenienza ; non ha di che arrossire, non deve arrossire ; e diventerà solamente più timido. Si troverà impacciato dinanzi agli altri, e fuggirà volentieri la loro presenza. Quindi nasce in lui una riservatezza male intesa cd una molesta dissimulazione. Non osa più dimandar dell’educazione fisica 261 nulla, mentre dovrebbe poter dimandar tutto;nasconde i proprj sentimenti, e si mostra sempre diverso da quello che è, mentre dovrebbe poter dire tutto francamente. Invece di star sempre appo i suoi genitori, li evita c si getta nello braccia dei domestici più compiacenti. Nè meglio di questa educazione irritante giovano la burla c le continue carezze, d ulto ciò rende tenace il fanciullo nella sua volontà, lo rende fìnto, •e, manifestandogli una debolezza ne suoi genitoii, gli toglie il rispetto dovuto ai medesimi. Ma, se viene educato in modo clic nulla possa ottenere con le grida, egli diverrà libero senza essere sfacciato, o modesto senza essere timido. Non si può tollerare un insolente. Certi uomini hanno un aspetto così insolente da far sempre temere qualche villania ; ve n’ha degli altri, .all’opposto, che al solo vederli si giudica suino incapaci di dire una villania a qualcuno. Possiamo sempre mostrarci aperti e franchi, purché vi si unisca una •certa bontà. Si sente dire spesso che i grandi hanno un aspetto veramente regale; ma questo m essi al ro non 6 die un certo sguardo insolente, a cu. s, abl- -tuarono da giovani, non avendo trovato alcuna ics, 5t °° Tutto ciò riguarda solamente Mutazione negativa. Difatti, molte debolezze delfuomo non prò- vengono da quanto non gli insegna, ma » q«c tanto che gli comunicane le false «F-, W d'esempio, lo jmbùoi parlando dei ragni, dei rospi, bambini potrebbero certamente prendere i ragni,, come pigliano le altre cose. Ma, siccome le nutrici, veduto un ragno, palesano nella faccia il loro spavento, questo si comunica al bambino con una certa simpatia. Molti lo conservano per tutta la vita e, sotto questo rispetto, rimangono sempre fanciulli. Imperocché i ragni sono certamente dannosi allo mosche, e il loro morso è per esse velenoso, ma l’uomo non ha di che temerne. In quanto al rospo, è un animale innocuo al pari di una rana verde- o di qualunque altro animale. 32. - La parte positiva dell’educazione fisica è la cultura ; per questa l’uomo si distingue dal bruto. La cultura consiste principalmente nell’esercizio delle facoltà dello spirito. Quindi i genitori debbono porgerne ai figli occasioni favorevoli. La prima cd essenziale regola è di fare a meno, per quanto e possibile, d’ogni strumento. Bisogna dunque abolire 1 uso delle dande e delle girelle, lasciando che il bambino si trascini per terra finché impari a camminare da sé, giacché a questo modo camminerà più sicuramente. Gli strumenti riescono dannosi alla abilità naturale. Così, ci serviamo d’una corda per misurare una certa estensione, ma si può fare ugualmente colla semplice vista ; ricorriamo ad un oriolo pei determinare il tempo, ma basterebbe guardare la posizione del sole ; ci serviamo d'un compasso per conoscere in qual regione é situata una foresta, ma si può anche sapere osservando il sole se di giorno e le stelle se di notte. Aggiungiamo che--dell’educazione fisica 263 invece di servirci di una barca per passare nell'acqua, si può nuotare. Il celebre Franklin si maravigliava che l’esercizio del nuoto, cosi piacevole ed utile, non fosse appreso da ognuno : e ne indicava così il modo facile per apprenderlo. Si lasci cadere un uovo in un fiume dove, stando tu ritto e toccando co’ piedi il fondo, la testa almeno ti rimanga fuori dell’acqua. Cerca allora quell uovo. Nell’abbassarti, fa risalire i piedi in alto, e, perche l’acqua non ti entri in bocca, solleva la testa sulla nuca, ed avrai così la giusta posizione necessaria a nuotare. Allora basta mettere in moto le mani, e si nuota. — L’essenziale sta nel coltivare 1 abilita naturale. Il più delle volte basta una semplice indicazione; spesso il fanciullo stesso è fecondo d’invenzioni, e si crea da se gli strumenti. - Ciò che bisogna osservare nell’educazione fisica, e però in quella del corpo, si riferisce o all’uso del moto volontario, o all’uso degli organi e senso. Nel primo caso il fanciullo deve semprei am- tarai ila sè. Quindi ha bisogno di fora», d, ab.», di colorita, di sicurezza. Egli devo. P«' e J • poter traversare luoghi stretti, sabre su altezze a piceo, donde si scorge l'abisso dinanzi c no, ca^ r ; i, . «:ii„Tifi Se un uomo non può minare su palchi vac.llan . cte far tutto questo, egli aoi . T) es . potrebbe essere. Pache ['Istituto Mantrop «* sau ne ha dato l'esempio. imi.b siicu stìtati . genere sono stati fatti co, fa-°" ndo 00me gli Restiamo assai meravigliati m ie a Svizzeri sino dall’infanzia si avvezzino a salire sulle montagne e fin dove li spinga la propria agilità, con. quanta sicurezza traversino i luoghi più stretti e saltino al di là dei precipizj, dopo aver giudicato con un’occhiata di potervi riuscire senza pericolo. Sia la più parte degli uomini han paura d’una cadu- tapresentata loro dalla immaginazione; e questa paura ne paralizza talmente le membra che por essi ci sarebbe davvero pericolo disaltare oltre. Questa paura cresce ordinariamente coll’età, c si riscontra in specie negli uomini che hanno molte occupazioni mentali. Simili sperimenti nei fanciulli in realtà non sono i più pericolosi. Per l’età loro, il corpo è meno pesante del nostro, cnon cadono tanto gravemente.Di più, non hanno le ossa nè cosi fragili, nò cosi dure come sono quelle degli adulti. I fanciulli sperimentano da se stessi le loro forze. Ad esempio, li vediamo spesso arrampicarsi senza un fino determinato. La corsa è un moto salutare c clic fortifica il corpo. Saltare, alzar pesi, tirare, lanciare, gettar sassi verso una mira, lottare, correre, e tutti gli escrcizj di questo genere sono eccellenti. La danza regolare non pare convenga ancora ai fanciulli. Il tiro a segno, vuoi per la distanza vuoi per colpii e il bersaglio, esercita pure i sensi e particolarmente la vista. Il giuoco della palla è uno dei migliori pei fanciulli, perchè richiede una corsa salutare. In generale i migliori giuochi sono quelli che, oltio s\ilupparc labilità, sono ancora esercitazioni pei sensi; ad esempio, quelli clic esercitano la vista nel giudicare esattamente la distanza, la grandezza e la proporzione, nel trovare la posizione dei luoghi secondo le regioni, il che si può fare coll'aiuto del sole, e via dicendo. Tutti questi esercizj sono eccellenti. Assai, vantaggiosa ò pure la immaginazione locale, ossia l’abilità di rappresentarci tutte le cose nei rispettivi luoghi dove si sono vedute j ossa da, per esempio, la soddisfazione di ritrovarci in una foresta, osservando gli alberi vicino ai quali siamo prima passati. Dicasi lo stesso della memoria locale, onde sappiamo non solamente in qual libro si è letta una cosa, ma altresì in qual parte del libro stesso. Così, il musico ha il tasto in mente, onde non ha più bisogno di cercarlo. È del pari utilissimo di coltivare l’orecchio dei fanciulli, e d’insegnar loro a discernere se una cosa c lontana o vicina ed in qual direzione. Il giuoco alla mosca cicco elei fanciulli era già noto appo 1 Greci. In generale, i giuochi dei fanciulli seno pressoché universali. Quelli noti o praticati m Germania ritrovansi anche in Inghilterra, in Francia ed altrove. Hanno lo propria origino da una corto naturaleinclinaaionc dei fanciulli! ilgiu.coal .mosco cicca, per esemplo, nasce in css, dal i sapore corno potrebbero aiutarsi so fossero pm.d un senso. La trottola é nn giuoco particolare ma -,u- sorte di giacchi da bambini foro, seon g— argomento di riflessimi 1 ultcriouj,so^ ^ esmpilJj casiono d'importanti scopei °, questo scrisse una dissertazione sulla t.otio, i poi fornì ad un capitano di vascello inglese 1 ’ occasione d’inventare uno specchio, col quale si può misurare sopra un vascello l’altezza delle stelle. I fanciulli amano gli strumenti rumorosi, come le piccole trombette, i piccoli tamburi, e cose simili. Ma questi strumenti non hanno alcun valore, perchè i bambini stessi li rendono disadatti. Meglio sarebbe che imparassero da sè medesimi a tagliare una canna, dove potrebbero soffiare. Anche l'altalena è un buon esercizio ; può giovare alla salute dei fanciulli e anco delle persone adulte ; ma i fanciulli han qui bisogno d’essere sorvegliati, perchè il moto che vi cercano può essere molto rapido. L’aquilone è un giuoco innocentissimo 5 serve a coltivare la destrezza del corpo, stantecliè il sollevarsi in aria dell’aquilone dipende da una certa posizione riguardo al vento. Pigliando interesse a questi giuochi il fanciullo rinunzia ad altri bisogni, e così a grado a grado si avvezza a privarsi di altro cose di maggiore importanza. Di più, acquista l’abito a star sempre occupato, ma i suoi giuochi debbono avere anche un fine. Imperocché, più il suo corpo si fortifica e s’indurisce in questa guisa, più e’ divien sicuro contro le conseguenze corruttive della mollezza. La ginnastica stessa deve ristringersi a guidar la natura; non deve procurare grazie forzate. Alla disciplina, e non alla istruzione, spetta il primo passo. Educando il corpo deifanciulli, non va però dimenticato che li formiamo per la società. Rousseau dice : u Non arriverete mai a formare dei savj, se prima non fate dei monelli „. Ma da un fanciullo svegliato si caverà piuttosto un uomo dabbene, che da un impertinente un cameriere- discreto. Il fanciullo non ha da essere importuno in società, ma non deve mostrarsi neppure insinuante. Verso quanti lo chiamano a se, deve mostrarsi familiare, senza importunità; franco, senza impertinenza. Per ottenere questo da lui, bisogna non guastarlo in niente, non ispirargli idee di decoro, che varranno solo a renderlo timido e selvaggio, o che, d’altra parte, gli suggeriranno il desiderio di farsi valere. In un fanciullo niente v’ha di più ridicolo che una prudenza senile, od una sciocca presunzione. Nel secondo caso è nostro dovere di far maggiormente sentire al fanciullo i suoi difetti, ma procurando insieme di non fargli troppo sentire la nostra superiorità ed autorità, perchè egli si formi da so stesso, come un uomo che- dee vivere in società ; perocché se il mondo è abbastanza grande per lui, dev’essere non meno grande anche per gli altri. _^ Toby, nel Tnstram Shandy, dice a una mosca] oh» l’avo™ molestato per tango tempo o oh. lasca soapparc dalla finestra: « Va’, catt.vo ammalo .1- mondo h abbastanza grande per me e pe. e. „ Ciasouno potrebbe pigliare questo detto per dms . Non dobbiamo renderei importa», gl. um «gb il mondo è abbastanza glande P ei *, . 34,-SiamoeosU^ta.U^Unrm. tl «a dalla Liberti,. Altra eosa b dar leggi alla libertà, ed altra coltivar la natura. La natura del corpo e quella dell’anima si accordano in questo : coltivandole devcsi cercare d'impedir loro che si guastino, e l’arte aggiunge ancora qualcosa alla natura del corpo ed a quella dell'anima. Si può dunque, in un certo senso, dimandar fisica la cultura dell’anima quanto quella del corpo. Ma questa cultura fisica dell’anima si distinguo dalla cultura morale, poiché 1’ una si riferisce alla ^Natura, l’altra alla Libertà. Un uomo può essere coltissimo fisicamente; può avere ornatissimo lo spirito, ma esser privo di cultura morale, ed essere un cattivo uomo. Bisogna distinguere la cultura jisica dalla cultura pratica, che è prammatica o morale. Quest’ul- tima si propone di render l’uomo più morale clic colto. Divideremo la cultura Jisica dello spirito in cul- tuia libera e in scolastica. La cultura liberà si riduce, sto per dire, ad uno svago; mentre la cultura scolastica è cosa seria. La prima è quella che ha luogo naturalmente nell’allievo; nella seconda, egli può essere considerato come soggetto ad un obbligo. Anche nel giuoco possiamo essere occupati, il clic si chiama occupare i nostri ozj ; ma possiamo essere obbligati ad occuparci, e questo dicesi lavorare. La cultura scolastica sarà dunque un lavoro pel fanciullo, c la cultura libera uno svago. Sono stati proposti varj sistemi di educazione per cercare, cosa davvero lodevolissima, il miglior metodo educativo. Si è pensato, fra gli altri, di lasciare clic i fanciulli apprendano tutto come un divertimento. Lichtenberg, in una puntata del Magazzino di Gottinga, deride l’opinione di quanti vogliono che si tenti di lasciar fare ogni cosa ai fanciulli come un divertimento, mentre dovrebbero essere abi tuati per tempo a serie occupazioni, dovendo essi entrare un giorno nella vita scria del mondo. Quel metodo produce un effetto detestabile. Il fanciullo devo giuncare, aver le sue ore di ricreazione, ma deve anche apprendere a lavorare. È bene certamente di esercitare la sua abilità e di coltivare il suo spirito,, ma a queste due sorte di cultura vogliono esser dedicate ore diverse. La tendenza alia infingaida 00 ine costituisce per l’uomo una grande infelicità; e piu egli è abbandonato a questa tendenza, più gli torna poi difficile di mettersi al lavoro. Nel lavoro l’occupazione non è piacevole per se stessa, mas’ intraprende per un altio fine. L°c cupazione nello svago è piacevole in se, nò qumc c’c bisogno di proporsi alcun fine. Se vogliamo passeggiare, la passeggiata stessa ò fine, c quinci p lunga è la strada fatta, più ci « Le distrazioni non devono osser mai tollerato, almeno nella senola, porctó finiscono per degenerare in una certa tendenza, in una corta abitudine. An che le più bolle qualità dell'ingegno si perdono in un uomo so-ctto alla distrazione. Quantunque . fan- ossi non i— metà, rispondono in senso contrario, non sanno quei che leggono, c somiglianti. La memoria devesi coltivare per tempo, procurando bensì di coltivare insieme anche la intelligenza. Si coltiva la memoria : 1° facendole ritenere i nomi che trovansi nelle narrazioni ; 2° merce la lettura e la scritt ura, esercitando i fanciulli a leggere- attentamente e senza bisogno di compitare ; 3° conio studio delle Lingue, che i fanciulli debbono capire, avauti di passare a leggerne qualcosa. Quello clic di- cesi il mondo dipinto (’orbis pictus), quando sia descritto convenientemente, rende i più grandi scrvigj, e possiamo incominciarlo dalla Botanica, dalla Mineralogia e dall a Fisica generale. Per descriverne gli obbietti, fa mestieri d’imparare a disegnare e a modellare, e quindi vi abbisognano le Matematiche. Lo prime cognizio ni scientifiche debbono soprattutto aver per obbietto la Geografia così matematica come fisica. I racconti di viaggj, spiegati per via d’incisioni e di carte, condurranno poi alla Geografia politica. Dallo- stato presente della superficie della terra si risalirà, al suo stato primitivo, e si arriverà alla Geografia antica, alla Storia antica, e via dicendo. Leli istruzione del fanciullo bisogna cercare di •anirc a grado a grado il sapere e il potere. Fra tutte le scienze la Matematica pare sia la più adatta a far conseguile questo fine. Inoltre, bisogna unire la- scienza e la parola (la facilità del dire, l’eleganza eloquenza). Ma occorre altresì che il fanciullo impari a distinguere perfettamente la scienza dalla mp ice opinione e dalla credenza. A questo modo ouncià in lui una mente retta, e un gusto giusto dell’educazione fisica 275 se non /ne o delicato. Il gusto da coltivarsi sarà prima quello dei sensi, degli ocelli specialmente, e infine quello delle idee. Vi debbono essere norme per tutto ciò che pu^ coltivare l’intelletto. È anche utilissimo di astrarle, affinchè l’intelletto non proceda in modo puramente meccanico, ma abbia coscienza della regola che segue. Riesce ancora di grande utilità l’esprimere le norme con una certa formula c tramandarle così alla memoria. Se abbiamo in mente la regola e ne dimentichiamo l’uso, non si pena molto a ritrovarla. E qui si domanda : Convicn principiare dallo studio delle regole astratte, o le si devono apprendere dopo averne fatto uso, oppure conviene far procedere i pad passo lo regole e il rispettive uso? Quest ultimo è il solo partito conveniente : nell alito caso l’uso rimane incertissimo finché non stame arrivai, alle regole. Occorre altresì, ove s, presenti 1 occasione, ordinare per classi le regole; e necessarieHuano unite fra loro. Dunque, sotto questo diversa dalla cultura P^^'^^gna alcun che rxtrsrr--— dello spirito. Essa e fisica ^ m ^ S a) Nella cultura/ ^ fano gll 0 non ha bisogno tica c dalla disciplina c ‘ di conoscere alcuna massima. È cultura passiva pel discepolo, che deve.seguire l’altrui direzione. Altri pensano per lui. b) La cultura morali si fonda sulle massime, e non sulla disciplina. Tutto e perduto, quando la si voglia fondare sull'esempio, sulle minacce, sulla punizione, e via dicendo. Sarebbe allora una pura disciplina. Bisogna fare in modo che l’allievo operi bene secondo le proprie sue massime e non p#r abitudine, e che non faccia solamente il bene, ma che lo faccia perchè è bene in sè. Imperocché tutto il valore morale delle azioni risiede nelle massime del bene. Tra l’educazione fisica e l’educazione morale corre questo divario : la prima è passiva per 1 allievo, mentre la seconda è attiva. Fa d’uopo ch’egli veda sempre il principio fondamentale dell’ azione e il vincolo che la rannoda all’ idea del dovere. 2° Cxiltura particolare dello facoltà dello spirito. Questa cultura risguarda l’intelligenza, i sensi, la imaginazione, la memoria, l’attenzione e lo spirito (Witz) come qualità peculiare. Abbiamo già parlato della cultura dei sensi, per esempio della vista. I 11 quanto alla immaginazione, devesinotare una cosa ed è, che i fanciulli son dotati di una immaginazione potentissima, e però non ha bisogno d’ essere sviluppata ed estesa con favole e novelle. Piuttosto dev'essere frenata e sottoposta a regole, senza lasciarla però disoccupata del tutto. Le carte geografiche sono una grande attrattiva per tutti i fanciulli, anche pei bambini. Benché stanchi d’ogni altro stadio, essi imparano ancora qualcosa per mezzo delle carte. Questa pei fanciulli è una distrazione eccellente, dove la immaginazione, senza divagar troppo, trova da fermarsi su certe ligure. Onde si potrebbe far loro incominciare gli stu- dj dalla Geografia, cui sarebbero unite figure di animali, di piante, eccetera, destinate a vivificare la Geografia stessa. La Storia dovrebbe venire più tardi. Riguardo all’attenzione, vuoisi notare ch’essaba bisogno et d’essere fortificata in generale. Unire fortemente i nostri pensieri ad un oggetto meglio che una prerogativa è una debolezza del nostro senso interiore, il quale si mostra indocile in questo caso e non si lascia applicare dove noi vogliamo. Nemica d'ogni educazione si c appunto la distrazione. La memoria suppone l’attenzione. 2S. - Ora passiamo alla cultura delle facoltà superiori dello spirito, che sono l’intelletto, il giu mio « 1» ragione. Si può cominciare dal formare in quaò- chemodo passivameli tel’iiitollotto, chiedendogli esernpj che si applichino all. regola, o al centrano I. dinon "P 8tel °“°“ oltane certe cose che por ammencì senea capirle! E fi — ‘ PriMÌPÌÌ - bisogna por lente ohe 9 «i si tratta d’una ragione non ancora diretta o educata. Essa pei tanto non deve sempre voler ragionare, ma badare di non ragionar troppo su quanto è superiore alle nostre idee. Qui non si parla ancora della ragione speculativa, ma della riflessione su ciò che avviene secondo la legge degli effetti e delle cause. V’ha una ragione pratica sottoposta al suo impero ed alla sua direzione. Il miglior modo di coltivare le facoltà dello spirito consiste nel far da se tutto quello che si vuol fare; per esempio, mettere in pratica la regola grammaticale che abbiamo imparata. Si capisce segnata- mente una carta geografica, quando possiamo eseguirla da noi. Il miglior mezzo di comprendere è quello di fare. Quello che s’impara e si ritiene più stabilmente e meglio è appunto ciò che s’impara in qualche maniera da noi stessi. Ma pochi sono gli uomini che siano in grado di far da maestri a se medesimi. Questi chiamansi grecamente autodida- scali (a, j~c5'.5icx“oi). Isella cultura della ragione bisogna praticare il metodo di Socrate. Costui infatti, che chiamava so stesso 1 ostetricante della intelligenza de’suoi uditori, ne suoi dialoghi, conservatici in qualche maniera da Platone, ci dà esempj del come si può guidare anco le persone d’età matura a tirar fuori certe idee dalla loro propria ragione. Su molti punti non ò necessario che i fanciulli esercitino la mente loro. Non devono ragionare su tutto. Non hanno bisogno di conoscere le ragioni di quanto può conferire alla loro educazione ; ma quando si tratta del dovere, necessita dell’educazione fisica farne loro conoscere i principj. Tuttavia si deve in generale fare in modo da cavar da loro stessi le cognizioni razionali, piuttosto che d’introdurvcle. Il metodo socratico dovrebbe servir di norma al metodo catechetico. Esso è certamente un po'lungo ; e torna difficile il condurlo in maniera tale da fare imparare agli altri qualcosa, mentre si cavano le •cognizioni dalla mente d’uno. Il metodo meccanicamente catechetico giova pure in molte scienze, come nell’insegnamento della religione rivelata. Nella religione universale, al contrario, devesi praticale il metodo socratico. Ma per tutto ciò che dev essere insegnato storicamente, si raccomanda il metodo meccanicamente catechetico. 39. - Dobbiamo qui trattare anche la cultura del sentimento del piacere o del castigo. Dev essere negativa; il sentimento non dev’essere effeminato. La inclinazione alla effeminatezza c pei 1 uomo il più funesto di tutti i mali della vita. Dunque preme sommamente d’avvezzare per tempo i gio\ani a punto all’ altro, per cada loro qualcosa di sinistro. Il padre, invece, che li sgrida, che li picchia quando non sieno stati buoni, li conduce talvolta in campagna, e quivi li lascia, correre, giuocare c divertirsi a loro posta, conforme alla loro età. Si crede di esercitare la pazienza de’giovinetti facendo loro attendere una cosa per lungo tempo. Il che non dovrebbe essere punto necessario. Ma essi hanbisognodipazienza nellemalattio einaltre contingenze della vita. Di due sorta è la pazienza: consiste o nel rinunziare ad ogni speranza, o nel prendere nuovo coraggio. La prima non c necessaria, quando si desideri unicamente il possibile; e si può aver sempre la seconda, quando non altro si desideri che il giusto. Ma tanto funesto è il perdere la speranza nelle malattie, quanto è favorevole il coraggio al ristabilirsi della salute. Chi ò capace di mostrarne ancora nel suo stato fisico o morale, non rinuncia alla speranza. Non bisogna render più timidi i fanciulli. Que- sto accade principalmente quando ci rivolgiamo ad essi con parole ingiuriose e quando si umiliano spesso. Conviene pertanto biasimare quelle parole che molti genitori indirizzano ai loro figli : Eh, non ti vergogni ! Non vedesi di che i fanciulli potrebbero vergognarsi, quando, per esempio, mettono in bocca il loro dito. Si può dir loro che ciò non sta bene, questo non essendo l’uso: ma dobbiamo dir lo*' 0 che si vergognino solamente quando mentono. La natura ha dato all’ uomo il rossore della vergogna, perchè si palesi quand'egli mente. Se dunque i genitori parlassero di vergogna ai loro figli solamente quando mentono, essi conserverebbero fino alla morte questo rossore per la menzogna. Ma se li facciamo arrossire di continuo, si darà loro una timidezza che non li abbandonerà più. Come abbiamo detto qua sopra, non devesi piegare la volontà dei fanciulli, ma dirigerla per modo- che ella sappia cedere agli ostacoli naturali. Sulle prime il fanciullo deve obbedire ciecamente. Non è conforme a natura eh’ egli comandi con le sue grida, e che il forte obbedisca al debole. Dunque non va mai ceduto alle grida dei fanciulli c dei bambini stessi, perchè ottengano così ciò che vogliono. Qui i genitori per lo più &’ ingannano, e credono di poter rimediare al male più tardi ricusando ai loro figli quanto dimandano. Ma e assuido i negar loro senza ragiope quello eh’ essi' attenti on dalla bontà dei genitori, coll’unico intento vogip ie du r T ii"Tr::r la loro volontà ed i un trastullo ordinariamente sino « o do Jn cui co _ pei genitori segna et ind J enZ a reca loro minciano a parlare. L’opposizione ai conoscere come debbono governarsi. — Importante la regola da praticarsi coi bambini è questa : andare a soccorrerli quando gridano e si teme che non accada loro qualche male, ma lasciarli gridare quando lo fanno per cattivo umore. E una somigliante condotta bisogna costantemente tenere più tardi. La resistenza che in questo caso trova il bambino è affatto naturale e propriamente negativa poiché rifiuta semplicemente di cedere a lui. Molti figliuoli, invece, ottengono dai loro genitori quello che desiderano, mercé le preghiere. Ove si lasci ottenere loro ogni cosa con le grida, essi divengono cattivi ; ma se ottengono tutto con le preghiere, diventano dolci. Bisogna dunque cedere alla preghiera del fanciullo, salvo che non ci sia qualche potente ragione in conti ario. Ma quando ci siano queste ragioni per non cedere, non bisogna lasciarsi più commuovere da molte preghiere. Ogni rifiuto dev’essere irrevocabile. Ecco un mezzo certo per non ripetere così di frequente il rifiuto. Supponete che vi sia nel fanciullo (cosa da potei si ammettere assai di rado) una tendenza naturale alla indocilità; il miglior partito si è, quando egli non faccia niente per rendersi a noi piacevole, di non fai niente per lui. — Piegando la sua volontà, t, ispiriamo sentimenti servili ; la resistenza naturale, al contrario, genera la docilità. 40. La cultuì a morale vuoisi fondare su certe massime, non sulla disciplina. Questa impedisce i - 5 1 ucllc formano la maniera di pensare. Bisogna fare in modo che il fanciullo si avvezzi ad operare secondo le massime, e non secondo certi motivi. La disciplina non genera che gli abiti, i quali svaniscono con gli anni. Necessita che il fanciullo impari ad operare secondo certe massime, di cui veda egli stesso la convenienza. Non occorre dimostrare come sia difficile di ottenere questo dai bambini, e come la cultura morale richieda molte cognizioni da parte dei genitori e dei maestri. Quando un fanciullo mente, per esempio, non si deve punire, ma trattarlo con disprezzo, dirgli che in avvenire non gli crederemo più, e somi glianti. Ma se lo castighiamo quando fa male, e Io ricompensiamo quando fa bene, egli a b° ia a * bene per essere ben trattato ; e quanc o piu a entrerà nel mondo dove le cose procedono altnmcn >, dove cioè egli può fare il bene ed il male senza riceverne ricompensa o castigo, non penserà mezzi per conseguire il suo fine, e sarà buono o cattivo secondo 1’ utile proprio. Le massime della coadotta amaca vanno "tesante dall' nomo stesso. Dcvcsi ceicaic p d'inculcare ai fanciulli, mediante 1.• l'idea di ciò che ò bene o male. S.^-^ dare la moralità, non bisogna punire. ^ ' è qualcosa di così santo c sn ^appari colla abbassare a questo P»"‘° ° |M „1 C deb- disciplina. I primi sfora' ., qualo consiste buco tendere a fermare .1^ • ’ imc . Queste nell’abito d’operare secondo cerio dapprima sono le massime della scuola e poi quelle dell' umanità. Sul principio il fanciullo obbedisce a certe leggi. Anche le massime sono leggi, ma personali o soggettive, perchè derivano dall’ intelligenza stessa dell’uomo. Niuna trasgressione alla legge della scuola deve restare impunita, ma la pena vuol essere sempre proporzionata alla colpa. Quando si vuol formare il carattere dei fanciulli preme assai di mostrar loro in tutte le cose un certo disegno, certe leggi, che essi ponno seguire fedelmente. Quindi, a ino’ d’esempio, si stabilisce loro un tempo per dormire, per lavorare, per ricrearsi; questo tempo, stabilito che sia, non devesi più nè allungare nè abbreviare. Nelle cose indifferenti si può lasciare l’elezione ai fanciulli, a patto bensì che poi osservino sempre la legge che han fatto a sè stessi. — Non bisogna tentare, per altro, di dare a un fanciullo il ca- ìatteie di un cittadino, ma-quello di un fanciullo. Gli uomini che non si sono proposti certe regole non potrebbero inspirare molta fiducia; spesso ci accade di non poterli comprendere, nè mai sappiamo da qual verso conviene pigliarli. Vero è che non di rado si biasima la gente che opera sempre secondo certe i e^olc, come un tale che ha sempre un'ora cd un tempo stabilito per ogni azione ; ma sovente questo biasimo è ingiusto, e quella regolarità è una favorevole disposizione al carattere, benché sembri una tortura. Elemento essenziale del carattere d’un fanciullo, e segnatamente d'uno scolare, è soprattutto l'obbedienza. Questa è di due sorte: prima, un’obbedienza alla volontà assoluta di cbi dirige -, seconda, un’obbedienza ad una volontà riguardata coma ragionevole c buona. L’obbedienza può venire dal costringimento, dall'autorità, e allora è assoluta ; o dalla fiducia, c in questo caso è volontaria. Importantissima è la seconda-, ma anche la prima è assolutamente necessaria, perchè questa prepara il fanciullo al rispetto delle leggi che dovrà più tardi osservare come cittadino, quand’anche non gli andassero a genio. Si deve dunque sottoporre i fanciulli ad una certa legge di necessità. Ma questa legge, dev’essere universale, e bisogna averla sempre dinanzi al a mente nello scuole. Il maestro non devo mostrare alcuna predilezione, alcuna preferenza pei un a ° cl tra molti : chè diversamente la legge cessele universale. Quando il tannilo vedo> d». tu», gli alivi non sono sottoposti alla medesima legge nomo lui, diviene ostinato. presentata in Si dico sempre che ogni cosa P . clin£lzion e. modo tale ai fanciulli che la faccl ‘™ P ma pareC chic Il che in molti casi è c J 0 dove ri. E ciò cose vogliono esser loio p . tutta la vita, in progresso tornerà loro ^ funz ioni unite Imperocché nei servizj p u > ^ solo pu ò alle cariche, ed in molti a Ove supponessimo guidarci c non la indinone. ^ sare bbe che il fanciullo non compien . c d ’ a ltra parte sempre meglio di forniig ienC f - u ii 0 quantunque egli sa che ha doveri come veda più difficilmente d’averne come uomo. Se comprendesse ancor questo, il che solo con gli anni è possibile, l'obbedienza sarebbe ancor più perfetta. Ogni violazione d’un ordine pel fanciullo è un mancare di obbedienza, che porta seco una punizione. Ma non è inutile di punire anche una semplice negligenza. La pena è fisica o morale. La pena è morale quando si attutisce la nostra inclinazione ad essere onorati cd amati, due aiuti, della moralità, come quando si umilia, o si accoglie freddamente il fanciullo. Tale inclinazione dev’essere, finche si può, conservata. Ora questa sorta di pena è la migliore, perchè aiuta la moralità; per esempio, se un fanciullo ménte, castigo sufficiente ed il migliore per lui è un’occhiata di disprezzo. La pena fisica consiste o nel ricusai’e al fanciullo ciò che desidera, o nell’infliggergli una certa punizione. La prima sorta di pena si avvicina a quella morale, ed è negativa. Le altre pene vanno adoperate con precauzione, affinchè non generino disposizioni servili (indoles servilis). Non conviene dar ricompense ai fanciulli, perchè ciò li rende intei essati e genera in essi disposizioni mercenarie (indoles mercenaria). Inoltre. 1 obbedienza risguarda ora il fanciullo, 01 a il giovinetto. Il mancare d’obbedienza deve sempio avere la sua pena. Questa punizione, che si merita l’uomo per la sua condotta, o è affatto naturale, come sarebbe la malattia che si procura il fanciullo quando mangia troppo ; e questa specie di pena è la migliore, perchè l’uomo la subisce non solamente nella infanzia, ma per tutta la vita. 0 la pena è artificiale. Il bisogno di essere stimati ed amati è un espediente sicuro per rendere i castighi durabili. Le pone fisiche vanno adoperate solo come rimedio alla insufficienza delle pene morali. Quando il castigo morale non ha più efficacia e si ricorre alla pena fisica, bisogna rinunziare per sempre a formare con questo mezzo un buon carattere. Ma sulle prime la pena fisica serve a riparare la man canza di riflessione nel fanciullo. Non approdano i castighi inflitti con segni manifesti di collera. I fanciulli non vi scorgono allora che gli effetti della passione altrui, e considerano sè stessi come vittime di questa passione. In o ene rale, bisogna fare in modo che i fanciulli stessi ve dano come il fine vero e ultimo delle pepe inflitte sia il loro miglioramento. È assurdo pietendere c e : fanciullo da voi punito vi renda grazie, ^i ac mani, e via dicendo -, sarebbe un volerne ai schiavo. Quando le pene fisiche sono c i lC fl ripetute, formano caratteri ‘“Egoismo quando i genitori puniscono 1 fig P . „ Lo, non fanno cberonderlUncorapmcgo ^«n sono sempre i pm cattivi qrxo facilmcntc intrattabili, ma questi spesso * con le buone maniere. i nuella L'obbodionna de, giovinetto o -ve- del fanciullo, e sta nel sottomette- », v dovere, l'aro una eosa per dovere eqn.vale bedirc la ragione. Parlar di dovere ai fanciulli è fiato sprecato; essi alla fin fine concepiscono il dovere come una cosa da farsi sotto pena di essere fiustati. Unicamente dai suoi istinti potrebbe esser guidato il fanciullo ; ma, quando cresce, gli necessita 1 idea del dovere. Parimente, non dcvesi cercare di mettere innanzi ai fanciulli il sentimento della vergogua, ma riserbarlo alla età giovanile. .Difatti non può aversi tal sentimento se prima non siasi radicata la nozione dell’onore. Una seconda qualità, cui bisogna soprattutto mirare nella formazione del carattere del fanciullo, è la veracità. Questo infatti è il tratto principale e l’attributo essenziale del carattere. Un uomo che mónte non ha carattere, c 6e v’ha in lui qualcosa di buono lo deve al suo temperamento. Molti fanciulli hanno una tendenza alla menzogna, che spesso deriva unicamente da una talquale vivacità d’immaginazione. Ù dovere dei padri segnatamente di badare che i figli non contraggano questo abito, poiché le madri non vi annettono per ordinario che niuna o poca importanza ; se pure esse non vi trovino una prova lusinghiera delle attitudini e dello capacità superiori dei loro figli. Qui torna opportuno di ricorrere al sentimento della vergogna, poiché il fanciullo in questo caso lo comprende benissimo. In noi si manifesta il rossore della vergogna quando mentiamo, ma questa non ò sempre una prova di aver mentito o di mentire. Sovente arrossiamo della impudenza onde altri ci accusa d’una colpa. Non devesi cercare a ve- mn costo di trai’ di bocca ai fanciulli la verità per via di punizioni, avesse pure a cagionare qualche danno la loro menzogna : e’saranno allora puniti per questo danno. La sola pena che ai mendaci convenga è la perdita della stima. Possiamo dividere le pene ancora in negative o in positive. Le negative si applicherebbero alla infin- gardia, o alla mancanza di moralità o almeno di gentilezza, come la menzogna, il dispetto di cortesia, la insocialità. Le pene positive sono riservate alla malvagità. Preme sommamente di non tener rancoio verso i fanciulli. Una terza qualità del carattere del fanciullo c la socialità. Egli deve pur conservare con gli altri relazioni di amicizia, e non vivere sempre c tutto per sè. Parecchi maestri, c vero, sono contrarj a questa idea; ma è ingiustissimo. I fanciulli debbono cosi prepararsi al più dolce di tutti i piaceri della vita. 2 dovesse oggi pagare il suo creditore, « T\ Itf “suo creditore, farebbe cosa gia- occorre sia libeio eia 0 meritoria ■ ma pa- correndo un povero foJ. mi0 . Si domando- “n'oTtro se l’a necessiti. ' pud giustificare la tÌloX 'Sdì certo I non si potrebbe concep.re un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli; clic altrimenti essi piglierebbero la più lieve cosa por una necessità e si permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosso un libro di questo genere, gli si potrebbe consacrare con grande utilità un’ora ogni di, per insegnare ai fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono ' eccitamento posto da Dio sulla terra. In rispetto all’obbligo di essere benefici, questo ò un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere! Molte persone son divenute realmente dure di cuore perchè, altre volte essendosi mostrate compassione- voli, furono di sovente tratto in inganno. E inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza come qualcosa di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non possiamo far mai che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente 1’ obbligo nostro beneficando i poveri. Difatti, la disuguaglianza del benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o chi mi ha preceduto, c però devo pensaro anco alla società di cui sono membro. Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sè stesso giusta il valore degli altri. Deve, al contrario, stimar se giusta le ideo della sua ragiono. Cosi l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla perfezione morale, La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini di paragonar sò medesimi al modello sovrano della perfezione, li rendo umili piuttosto che insegnar loro la umiltà. Far consistere l'umiltà nello stimar se meno degli altri c assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta bene! e somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non c certo il modo d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sè, giusta il valore degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso c proprio dell' invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri-, solo a questa condizione si reggo al confronto, c si riesce superiori. Lo spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo persuadere alcuno che una cosa 6 fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare : come, puta caso, quan o esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che altri han potuto farlo. A un fanciullo non va permesso di umiliare gli nitri in qualsiasi modo. Conviene ndoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui vantaggi na. Ma bisogno fondare m pari tempo a ^ cioè una modesta fiducia in tó “f*'” 0 . r",:^rro g auro,obestane, non curarsi affatto dc’giudizj altrui. Tatti i desiderj umani sono o formali (libertà c potere), o materiali (relativi ad un oggetto,) cioè desiderj d’opinione o di piacere -, o, lilialmente, riguardano la semplice durata di queste due cose, come clementi della felicita. Son desiderj della prima specie quelli degli onori, del potere e delle ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desiderj del piacere sessuale (voluttà), delle cose (benessere materiale) c della società (conversazione). Sono, infine, desiderj della terza specie l’amore della vita, della salute, delle comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire). I vizj sono quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui -, alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la propria reputazione ; alla terza specie, la durezza di cuore, l'avarizia c la infingardi (effeminatezza). Le virtù sono o di puro merito, o di obbligò' sione stretta, o d 'innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste nel domare se stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sè stesso. Spettauo alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza’, alla terza infino, la buona fede, la modestia e la temperanza. Si domanda : l’uomo è moralmente buono o cattivo per sua natura ? Io rispondo : egli non è moralmente buono nò cattivo, perchè non ò un essere morale per natura ; ©'diviene morale quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può dir tuttavia che l’uomo racchiudo in sè tendenze originario per tutti i vizj, avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra se stesso, quantunque possa rimanere innocente finche non si destano le suo passioni. La maggio.' parte dei vizj dorivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla natura; c c.ò nond.- meno la nostra destinazione corno uomini « 4. usci dal puro stato di natura dove non cor» d.fle.on» tra noi o gli animali bruti. L'arto perfetta ..teina alla natura. p .i Nell’ educazione tutto dipendo, a . ‘ g[ ò: si stabiliscano dovunque buoni P ri “ W facciano comprender bene od Questi debbono imparare a sos . uue U d.o 1 ..cedi tutto surdo ; il timore dclh P P stima di sò degli «“ ini istori.™ JPepini». *«™i; medesimi o la le c la condotta a. il pregio ìntrinseo a, sentimento ; una moti del cuore, l inre “ *» devozione mesta, pietà serena odi animo boto a una de cupa e selvaggia- Ma bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti della fortuna ( merita fortunaà). Se togliamo ad esame l’educazione dei fanciulli nella sua attinenza colla Religione, la prima questione da risolvere c questa : Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religioso? Ecco un punto di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù, che non conosce ancora il mondo, c neppure se stessa ? I fanciulli, che non hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato verso Lio ? Ciò che v’ ha di certo si è, che se potesse avvenire che i fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso 1 Ente supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme all’ ordine delle cose d attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e su quanto si addice all’ uomo, di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una cognizione più estesa e perfetta del sistema dell universo, e di venir così alla idea d’ un Ente upiemo, d un Legislatore. Ma siccome ciò non e possibile nello stato presente della società, come non 1 o \ietaisi che i fanciulli non odano pronunziare i nome di Dio e non siano presenti ad atti di de- ìonc veiso di Imi, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne deriverebbe dell’educazione PRATICA nel loro animo o una grande indifferenza per la divinità, o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora, poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella immaginazione dei fanciulli, devesi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, nè una pura imitazione affettata, ma devesi al contrario seguir sempre a via naturale. I fanciulli, pur non avendo ancora 1 idea astratta del dovevo, dcll'obbligazione, della condotta buona o cattiva, capiranno esservi una leggo del dovere, o ch'cssa non consisto noi piacere, nell ut.le o in altri simili considerazioni elle la ma in qualcosa di generalo che non s. fonda sm • capriccj umani. Bensì il maestro medesimo d toi p q r;sit;e tutto riferire a Dio nella indura, e attribuire ancor questa a Lui. lei ]a mostrerà in primo por Lequilibrio loro, ma ind^rcttameute^ancbe^per 1’ uomo affinchè possa rendersi felice. fin a* principio un’idea La miglior via pe m .. a o- 0 nare per ana- chiara di Dio sarcb c que^ ^ m paJre 0, ie logia il concetto di . cosi fclieemento abbia cura di no,1““^ onere nn,ano corno nna a concepire 1 unita sola famiglia., Tfeliffione ? La re- ° b °’ aÌ "T;Sr^2ei, inquanto ligione è la legge che risied riceve da un legislatore c da un giudice l'autorità che ha su noi ; è la morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla inorale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. 1 cantici, lo preghiere, il frequentare lo chiese, tutto ciò deve servire unicamente a dare all' uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare migliore ; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato dall’ idea del dovere ; tutto ciò c preparazione al bene, ina non costituisce il bene in se. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando migliori. Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di loro. L’uomo ò dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio. Questo disprezzo ha la sua ragione in sò, e non già nella considerazione che Dio ha proibito il male ] imperocché non è necessario che ogni legislatore sia nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’ suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere 1’ autore della proibizione del furto. Quindi 1 uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una legge naturale, poiché non c arbitraria. La religione rientra dunque nella moralità. Ha non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione elio sia fondata semplicemente sulla Teologia, non può contenere alcun che di morale. Essa non ispirerà altri sentimenti clic il timore da una dell’educazione pratica 30S parto e la speranza del premio dall'altra ; e quindi produrrà un culto superstizioso. La Morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così abbiamo la Religione. Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La coscienza è veramente 1’ applicazione dello nostre azioni a questa legge. I rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori c sopra di noi, ma che ha pure stabilito in noi un tii- bunale. D’ altra parte, quando la religione non è accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza, senza curarsi di osservare lo leggi divine, senza neppur conoscere e studiare a sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tran- non * i» g-* «.-*» lo idee religiose, me posiamo tuttavia loro alcune ; queste bensì debbono essere piuttosto negative efaL positive. È inutile d. ar re tare ^ mole ai fanciulli 1 questo non pub dar loro eh u idea falsa della pietà. La vera sta nell'opera,-e secondo 1» volontà d Ln. . e massimale si devo i^— terossc loro ed anche nosti, I ^ nome di Dio non sia profanato così spesso. Invocarlo nei desiderj e negli augurj, sia pure con intendimento pietoso, è una vera profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome Dio, e’ dovrebbero essere tutti compresi di rispetto ; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore della sua vita e dell'universo, poi come protettore o provvidente deH’uomo, e finalmente come suo giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse uu momento ogni qualvolta pronunziava il nomo di Dio. Unendo e rendendo ciliare nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio c del dovere, gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà, che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel male, mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi, sono i difensori de’giardini ; c così prosegui. Bisogna pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo, affinchè quand/cssi vedono gli altri pregare, sappiano a chi o perchè si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e, come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad imprimerle fin dalla dell’educazione pratica 301 prima età neH’animo dei fanciulli, ma insieme badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva religione ; imperocché, nonostante la diversità dei culti religiosi, trovasi dovunque unità di Religione. Aggiungeremo, per concludere, alcune osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli che entrano nellagiovinezza.Aquest’età il giovinetto principia a fare certe distinzioni che non faceva prima. Viene ili luogo la differenza dei sessi. La natura ha in qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come se la ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d unirlo con ogni sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su questo punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno talvolta certe dimando su questa materia alle porsone adulte, per esempio : Donde nascono i bambini ? Ma possiamo contentarli facilmente o dando risposte insignificanti, o dicendo loro che ia dimanda è propi io da barn ini Meccanico è lo svolgimento di questo tendenze nel giovinetto; e, come in tutti gl'istinti che si dispiegano in lui, non ha bisoguo di conoscerne prime^ oggetto- È dunque impossibile di mantener qui, g panetto nella ignoranza e nella innocenza o i compagna. Il silenzio non fa che aggravalo li male; Dna prova ci è fomitadall'edncaz.ono dei noeta “ 0 nati. Secondo l'educazione dell'età nostra giustamente che di queste cose bisogna pollare «, vinetto senz’ambagi, in modo chiaro o preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non so ne fa volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle sue inclinazioni. L’età dei 13 o dei 14 anni è e quella ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne' giovinetti (se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e perduti da cattivi escm- pj). A quell’età il giudizio loro si ò già formato, c la natura l’ba provvidamente preparato affinchè possiamo allora discorrere di tal oggetto con essi. Non v’ò cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sè stesso ; non occorre diro ch'essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli elio si rende cosi disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo. Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo il giovinetto caccerà via dalla mente i pensieri cattivi 5 poiché, sebbene l'oggetto esista nella pura immaginazione, egli usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra DELL’EDUCAZIONE l'UATlCA l’individuo stesso, può ad ogui momento essere appagata. Rovinoso ò l’effetto fisico’, ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perchè non trova mai alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni precettori han posto la qui- stione : Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso diverso? Sebisognasse scegliere uno di questi duo partiti, il secondo sarebbe certamente migliore. Nel primo caso il giovane opere- rebbe contro natura -, ma nel secondo, no. La natura ia destinato a diventare uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteg gere sè stesso; ma i bisogni, a’quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società civile non gli consentono di poter ancor» allevare .suor SgU. Qui pertanto egli va contro l'ordine ernie. U n,^' partito pel giovane, e questo k per In. «ohe u vere, sta nell'attenderc ohe sia in grado d uni... regolarmente in matrimonio. P“ ra “ 0 ^ btl on mostrerà non solo uomo dabbene, s. cittadino. tempo a dimostrare alla Il giovine apprenda pe. ^mp ^ mMÌlMn0 donna tutto il rispetto c 0 ^ j, epararsi così la stima con lodevole operosità, ed a piepa all'onore d’nna ““ il gi»™* 110 ’ La seconda diff corainc ia a porre e oramai ad entrare nel dei ceti e ladisu- quella che risguarda la fanciullo, non guaglianza degli uomini. Finche bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori comandano ai domestici, gli si può sempre dire : Noi li manteniamo, e però essi ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggj onde certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza dell’eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può essergli inspirata a poco a poco. 45. - Fa mestieri di avvezzare il giovine a stimar se giusta il proprio valore, c non secondo il valore altrui. La stima degli altri, in tutto ciò clic non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità. Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscenziosamente, ed a porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che in ogni contingenza della vita, presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa non resti vana ; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’suoi rapporti col mondo e la pazienza nel lavoro : Sustine et abetine ; insegnategli la temperanza nc’ piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere paziente nel lavoro, diviene un membro utile alla società e si preserva dalla noia. Conviono pure istruire il giovine a mostrarsi DELL'EDUCAZIONE 1MIAT1CA festevole e di buon umore. La serenità dcH’anirao deriva naturalmente dalla coscienza tranquilla. Raccomandatogli pertanto di conservare lo stesso temperamento. Con l’esercizio egli può arrivare amo- ■ strarsi sempre di buon umore in società. Abituatelo a considerare molto cose come doveri. Un’azione dev'essere pregevole, non perche si accorda colla mia inclinazione, ma perche nel farla io compio il mio dovere. Bisogna educare il giovine all’amore verso gh altri c poi a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole c'interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non dio educati, o del bene universale. Va rose fam.liaro questo interesse ai fanciulli perchè riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale, quando anche non torni a vantaggio della patria o d, ‘“ 0d Conviene abituarli ad nneordare una mediocre stima al godimento de'piaoen ndln vi• • nirè i, timore puerile Eseguire strare ai giovani che il P ia ciò ohe promette. loro atten2 ;„ne Bisogna, per ultime, torma a „ U a ii -i* ri! rpndorsi conto 0 o m o sulla necessita di rende ine de n a vita pos- propria condotta, perdi • * acq ùistato. sano stimare debitamen Chi esaminasse con occhio diligente, acuto od imparziale tutte le cagioni e tutti gli umani individui che in un modo o nell'altro concorrono al progresso ed al perfezionamento della specie umana, vedrebbe che alla donna spetta non picciola parte di gloria in questo progresso indefinito. Anzi tutte, come osservò uno storico nostro contemporaneo, se 1 uomo incontra spesso la morte per la salvezza della patria, la donna corre pericolo della vita ogni qualvolta mette alla luce una creatura umana. Onde il Leopardi (Canto notturno di un pastore errante del' l'Asia ) scrive: Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Dalla cuna alla tomba, dalle più modeste cure della famiglia a'più alti e gloriosi ufficj dello Stato, dai primi rudimenti del sapere e del viver civile alle più nobili manifestazioni del pensiero ed al più squisito incivilimento cui sieno pervenuti gli umani consorzj, nella prospera e nell’avversa fortuna, in pace ccl in guerra, nelle arti, nelle scienze e nelle lettere, in ogni tempo e presso le nazioni tutte, per via più o meno diretta, in modo ora occulto ora palese, vi scorgi sempre l’opera e l’efficacia della donna ne vaij- suoi ufficj di sorella, di figlia, di amante, di sposa, di madre, di cittadina, di cultrice d’ogni arte liberale od ispiratrice de’più nobili sentimenti, d’eroina del dovcree,seoccorre,di martire del sacrifizio. Senza la donna, oltre non potersi' conservare o perpetuare il genere umano, l’opera divina della creazione non sarebbe stata compiuta, non avi ebbe avuto i più bello e vero coronamento. IL Sollevata dal Creatore ad un grado sì nobile, destinata a sì alto ufficio, la donna non fu m » tempo c debitamente pregiata dagli uomini, n ellastessa o non volle sempre corrispondere al a sua missione. Nel paganesimo essa o fu tenu a s • j o fu considerata del tutto inferiore all’uomo e qual mero strumento di voluttà. Pei atio un 8V0 iaero basso e misero stato, se ufficio, tutte le sue facolta e compì umana non mancò affatto nel progresso della -v ^ l’opera di lei, giacché la natuia s . res trin- di quando in quando i calpes a i invano prò- le donne si volevano appa ^ Qultara in^ cacciavasi loro una buon tellettualc, chi nei più aspri pericoli della patria, nelle arti e nelle lettere faccvasi tuttavia sentire l’impulso animatore della donna greca. Infatti; dii non ricorda come la giovinetta, la sposa e la madre inspirassero animo forte alla greca gioventù, che prima della battaglia acconciavasi la bella persona, quasi .traesse a convito e alla danza? Chi non ricorda come Socrate rassomigliasse il suo modo di filosofare all’arte della madre sua Fenarete ? Chi non ricorda le ispirazioni di un'Aspasia, c il valore poetio dell’infelice Saffo, molti versi della quale possono reggerò al confronto di quelli più affettuosi d’Anacreonte? E questi non imitò poi la fanciulla di Lesbo ? - Invano l’antica lloma negava alla donna ogni personalità giu- 'ridica, che ivi pure non mancavano stupendi esempi di amor patrio c di senno. Chi non ricorda infatti la pacò fra i Romani ed i Sabini, stipulata (checche ne pensi la critica moderna) per int.crcessiono delle rispettive donne? E, per tacere dello influsso della ninfa Egeria su Nuraa Pompilio, la storia non ha essa glorificato l'eroismo di Clelia ; le preghiere, ispirate da vivo amor patrio, della madre e della sposa di Coriolano ; il sacrifizio di Virginia ; la rettitudine e l’anuegazione delle madri dei Gracchi e degli Scipioui, esempio rinnovato ai nostri giorni dall’eroica madre dei fratelli Cairoli ? L’opera della donna non fu adunque del tutto manchevole od impotente nella civiltà pagana, e presso le schiatte che abitavano al mezzodì c all’occidente del mondo antico. Rinobilitata dal Cristianesimo e tenuta in.maggiorc stima appo i vigorósi popoli del settentrione, La clonna ; ritornò man mano signora di sò, fu proclamata degna o ■ inseparabile compagna dcH’uomo. Èssa allora comprese tutta la nobiltà della sua natura, andò via via perfezionandosi, e cooperò efficacemente a rialzare la stessa dignità umana, e a far progredire la civiltà. Lasciati gli Dèi falsi c bugiardi, abbracciata la religione di Cristo, la donna se uc fa la più valida sostenitrice c propagatine©, come ci,testimonia la madre di Agostino il santo, la imperatrice Eletta madre di Costantino; Teodolinda regina dei Longobardi, c' molte altre rioordate dall’istoria. Nel medio evo i più intrepidi c cortesi cavalieri cingono la spada-in difesa della donna e della fede; un Abelardo,'famoso disputatore nelle più aride c nelle pm alte questioni di filosofia e teologia in Paii D i ne colo XH, ò attratto dalla bellezza c dall’ingegno d'Eloisa, nobile creatura (dico il Cousin) che amo come santa Teresa e scrisse talvolta come eneca " . donna ispira il canto dei trovatori, e porgo ra alle’ lingue romanze ; Beàtnce si 6 che sia stare l’ingegno più universal l . a]la vissuto nei tempi di mezzo al Ugnato Papato, lo richiama a a LA .MISSIONE DELLA DONNA suo vero ufficio. Instigatrice a nobili imprese, la donna piglia non di rado la lira, ne trae suoni armoniosi e delicati, come Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Vittoria Colonna. Altre maneggiano con onore il* pennello, come SofonisbaAnqùisciola, Barbara Longhi e Teodora Danti, pittrice c matematica insigne; e talune maneggiano perfinolo scalpello, come a'dì nostri la ' egregia e valenteAmaliaDuprè. Moltissime poiriesco- no eccellenti nella musica. Una Margherita illuminae rende civile la Scozia ; più tardi Maria Teresa c Caterina II a governano sapientemente due più temuti Imperi d’Europa. In tempi a noi più vicini la signora di Stiicl predicava la Comunione intellettuale dei popoli; Albertina-Necker scriveva di Pedagogia, ed in molte osservazioni sullo sviluppo della intelligenza e degli affetti del bambino fu più acuta di Emanuele Kant. La signora Swetchino, oriunda della Russia, onorava gli uomini più illustri della Francia contemporanea e alla sua volta era da essi meritamente onorata. In Ginevra tenne cattedra di lettere italiane la nostra Caterina Ferrucci, e poi scriveva un insigne trattato smW Educazione morale della donna italiana. Taccio poi gl’illustri nomi dello signore De Spuches Galati, Milli, Fuii Fusinato, Alinda Brunamonti ed altre, per ricordare quello della perugina marchesa Florenzi, che a nostri giorni coltivò con onorato successo una delle più difficili e la più universale delle discipline razionali, vo dire la Filosofia. Ecco ricordati, in questi pochi csempj, i meriti insigni del gentil sesso. NELLA SOCIETÀ ODIERNA ni A questi meriti la donna moderna può e deve aggiungerne degli altri, adempiendo sempre il suo nobile mandato, perfezionando sè stessa, e cooperando efficacemente ai multiformi aspetti della civiltà e dell’umano progresso. Poiché la uatura della donna non cambia, e poiché dal Cristianesimo é stata sollevata al suo più alto c vero grado, ella ha sempre c dovunque il medesimo fine da conseguire. Ma m gran parte variano i modi per adempiere sì alta missione, secondo che mutano le condizioni politiche, intellettuali e morali della società in mezzo alla quale, vive la donna. Questa, inoltre, si é perfettibile e non perfetta, né può sottrarsi, in mezzo agli sp e della civiltà nostra, alle leggi che governano il graduato avanzamento del genere umano, osi, po in oggi la donna ispirare animo al guerr.ero pei la stessa idea e per le stesse cagioni onde Io ispira tempi di meco ? E le sole doti mota!., da Ima conveniente cattura intellettuale sainbb no oggidì sufficienti a .cadere, non diri. spettata la donna, “‘.^““notanefieo o potente congiunture della vita tatto influsso negli nomini «1» consistere il Vediamo, portante, >n ‘ ^ nelIa 80 „ietà vero e compiuto ufficio d ^ ^ cavat teri odierna, tenendo fermi da ™ giuste o essenziali, e dall’ altro tenendo con razionali esigenze dei nostii temp Nel suo librò La dolina e là scienza -1' onorevole SalvatdreMorelliassegnavaun triplice scopo alla donna, cioè di partorire 1’ uomo, di educarlo, di muoverlo o dirigerlo al bene. E per l’illustre professore ginevrino, Ernesto Naville, il véro ufficio della donna consiste in opere di educazione, di pietà e di misericordia (Il Dovere: discorso alle signore di Ginevra c di Losanna). E sta bene: ma noi'vogliaiio considerare la donna in modo più esplicito c sotto qualche altro aspetto, vale a dire in tutte le sue più affet- tuose e più solenni manifestazioni. Cominciamo a riguardare la donna come sorella. Dopo il rispetto che il figlio deve ai genitori, viene quello verso la sorella. Ah ! chi può mai comprendere tutta la dolcezza e la soavità di questo meno ? I più gentili e nobili sentimenti clic poi fanno caro e degno di stima 1-' uomo in società, egli deve apprenderli ed esercitarli in famiglia e specie con le sorelle. Queste, per ordinario pazienti, soavi, graziose, capaci di profondo c puro affetto fraterno, destano rispetto ed amore, raddolciscono l’animo, fanno più miti le correzioni dei genitori, formano a piu bella e fida compagnia del fratello. Quando esse lasciano la casa c il nome del padre per assii- meie quello d un altro uomo, o quando inesorabile morte le rapisco anzi tempo, la casa paterna pare cnenga un deserto. È la sorella Paolina che, nel primo caso, inspira al Leopardi uno dei più belli suoi canti. È la buona Manétta Pellico che rinunzia alle gioie torrone, si ritira in un chiostro e prega pel fratello Silvio prigioniero allo Spielbergo; e quel- 1' atto magnanimo ispira versi affettuosi all’ amico di lui, all’intrepido Maroncelli ! “ La sorella è all’uomo la prima compagna, la prima amica, quella che all’ uomo fa presentire le dolcezze innocenti del1’amore di donna. L'ineguaglianza degli anni e la severità de’ modi pone tra genitori e figliuoli certa distanza che accresce 1 affetto vero rinforzandolo co rispetto, ma clic richiede come a ristoro altri eser- cizj del cuore. Col fratello ogni cosa comune: la memoria, le gioie, i patimenti, i piccoli enoii.... n luoghi di pochi e poveri e sovente divisi, abitanti la famiglia è patria e universo. La sorella in que ire tenaci infonde qualche parola di amoie . lo sguardo, le lagrime di donna ritemprano, per fiera che sia, la virile durezza, e a generosi a spengono. Onde sorella è dolce e poetico nomerò di questo nome si rapilo nel 1874 all'Italia, alle lettere, alla V. a „ annsa la donna ha un Se poi diviene amante P > opGr0 sità. più vasto campo dove eterei ai ^ . zi È il- forte adopra o pensa. E voi specialmente, donne italiane, abbiatevi: pure questo vanto, o sappiate ognor più meritarvelo : a vostro senno molte fiate pensa ed opera il letterato, l’artista, l’uomo di scienza, e talvolta anche l’uomo di Stato ! Per citarvi un solo esempio, senza l’impulso, il conforto e l’approvazione di due egregie- donne, la contessa Balbo e la siguora Pellico madre di Silvio, questi avrebbe egli scritto e reso di pubblica ragiono Le mie Prigioni, libro che ha fatto palpitare tanti cuori, che noi da giovinetti leggevamo piangendo e fremendo, e che ha cooperato, più di molte battaglie, alla libertà e indipendenza d'Italia?' Sicché la donna, oltre poter da so coltivare non senza gloria lo lettere ed alcune razionali discipline, e divenire eccellente nelle arti liberali, può c deve inspirare il letterato c l'artista, animare lo scienziato, c può altresì correggerlo quando certe suo- teorie pugnino con i più nobili sentimenti dell’animo e col senso comune, che il più delle volte lasciando parlar la natura, diceva il Mamiani, fa- la spia della verità. Infatti, se il Rousseau avesse pensato a sua madre o se avesse potuto interrogarla, avrebbe egli scritto quel terribile voto, che i figli non dovessero mai conoscere i loro parenti ?' E se alcuni oggidì, oltre dover meglio badare alla prova certa e compiuta dei fatti e alle sane regole «ella logica, pensassero alla nobiltà dell’uomo e interrogassero il cuore profetico della donna, verrebbero essi a certe conclusioni c teorie che proclamano non punto dissimilo da quella dei bruti la discendenza di nostra progenie ? Quanto alle lettere, tanta c l’efficacia della donna, che se ad una letteratura moderna rimangono estranee le donna, e’vuol dire eh’essa non ha vita. l>en è vero che la donna, soggiungo quel dottissimo ed acuto ingegno del Bonghi, devo entrare in una letteratura più come direttrice clic come operaia 5 allora col suo criterio lino c giusto, con quella sua delicata spontaneità di sentire, con quella sua attitudine a scovrire le pieghe del cuore,.... con quel suo vivere nel presente, colla sua inclinazione a non accontentarsi, secondo l’indole, se non o d un pensiero ben circoscritto 0 d’un affetto infinito 0 col potere tutto suo di sancire col sorriso e colla grazia il giudizio ch’esprime, ha un influsso potente ed utile nella letteratura d’un popolo moderno. Oltre di clic, per il suo posto nella fami glia e nella società, la donna è lo -strnmen 0 pm adatto e più sicuro della diffusione della^ coltuia 0 por la natura dolio suo ocoupao.cn, P°^bbe fcr niro il maggior numero do’lcttcr. d'un l.bro (R. Boa 6K iwS lu Matura italiana non *.***.• in Italia. Lotterà prima). donna Dieeva egregia^ diretammt0 dello scoraggiamento. Infelice quell'uomo che, tutto assorto nelle questioni politiche, non ha poi un conforto nel seno della famiglia ! E quanto l’aspre e continue battaglie della politica .snervino l’uomo, noi già lo vedemmo negli ultimi anni e nella fine del compianto deputato Civinini: l’amorevoli curo della madre c il pensiero dei figli non furono più capaci a salvarlo da morte immatura! Non vi dirò poi come gli affetti domestici e la soavità della donna possano informare a pacatezza ed a maggiore equità l’animo del legislatore e dell'uomo di Stato, poiché la vita umana dev’essere, tutta un’armonia. Così una saggia economia domestica ottenuta per cura della donna, può servire di norma, fatte le debite pro- . P orz ‘oni, a chi deve amministrare il tesoro del Comune, della Provincia, dello Stato. IX. Ove poi consideriamo la donna come prima educati ice de figli, essa deve infondere per tempo nell'animo del giovinetto non solo i precetti morali, ma può eziandio, secondo l’opportunità, fargli conoscere alcuno massime di prudenza e di saviezza politica. E non si creda che sia questo un mero sogno, un vano parto della mia fantasia. No, era il Tommaseo stesso che raccomandava d’iniziare per tempo, ilici cò 1 educazione, i giovinetti alla conoscenza c ‘ a pratica di quelle norme che si riferiscono al viver civile e politico. Mi sia concesso, pertanto, di riferire 1’ autorevoli parole di quell’ uomo illustre, clic non fa alieno dalla vita politica, ma che anzi ebbe tanta parte nel risorgimento della nostra nazione. u Ed io tengo per vero (scriveva egli nel trattato sulla Donna) che la politica nostra sia cosi piena di miserie c di passioni e di pericoli, appunto porche troppo tarda disciplina è a’figliuoli nostri; appunto perchè primi maestri di politica sono ad essi le tragedie dell’Alfieri e i giornali di Francia ; appunto perchè il nome di patria suona loro nella mente innanzi che nel cuore, o suona come figura vettorica Sicché la donna può e deve giovare all uomo in tutto, non pure nella scienza come abbiamo accennato, ma talvolta anco nelle dispute filosofiche e religiose. Narra inflitti S. Agostino che la madie, i lui entrò nella stanza dov’egli con un amico ragionava di filosofia, c i dialoghi si scrivevano di mano in mano : si scrissero anche lo d, lo. ; al le Monica mostrando di mcrav.gliarsi, disse j ? esser olla sapiente: « E peschi, non saro o, * jL italiane oggi non manca, salvo pocio ®° modo di apprendere siffatta.educazionee^ ^ ^ Nò voglio dire con c i ueS \ ‘ Uo occupazioni rinunziare, per lo studio, a fi ^ c j ob proprie della sua indole, de ^Jdrc’di famiglia; s’addicono alla donna di ca, ‘ d bban fare un nè presumo che le donne m K alunn i di corso di studj, come viene pi dell’Università: u» Liceo, „ donna in che allora tanto vaueb scenziato, in ingegnere, in avvocato, in medico, letterato di professione. È noto che il Boccaccio fu tra i primi col suo libro De clarìs mulieribus ad illustrare 1’ ingegno femminile. Più tardi, uno scrittore del Quattrocento volle dimostrare la preminenza della donna in tutte le facoltà e in tutte le doti, nell’intelletto, nella bellezza, nella nobiltà, nel conversare (Vedi E. Magliani, Storia letteraria delle Donne italiane). Altri hanno sentenziato, come Francesco Coccio nel libro sulla Nobiltà della Donna, aver la donna sortito da natura, al pari dell’uomo, forte ragione, mente c favella, e tendere ad uno stesso fine. Invece il Lamennais, il Cousin ed altri negarono alla donna prerogative intellettuali. Noi certamente non siamo dello stesso parere •, anzi manteniamo elio se qualcuna di esse, fornita di non comune ingegno, avrà tempo agio e voglia di attendere a studj speciali o di coltivare qualche parte nobilissima dell’umano sapere, ciò non le sarà nè dovrebbe esserle vietato dagli uomini e dalla società, vuoi per intolleranza, vuoi per invidia. E ne abbiamo prove luminose nei due recenti Istituti superiori di Magistero femminile in Roma e Firenze, dove si dà una istruzione quasi universitaria alla donna e dove parecchie alunne hanno conseguito con felice successo il diploma supcriore nelle discipline letterarie, storiche, morali e pedagogiche. Ma io intendeva parlare di quella soda e retta cultura intellettuale e morale, di cui oggi piu che mai abbisogna non pure la giovinetta delle classi piivilegiatc dalla fortuna o di nobile linguaggio, sì anche la donna del ceto medio o della bor- NELLA SOCIETÀ ODIERNA gbesia, salvo le debite differenze. E per conseguire questo intento, basta che da un lato si riordini le nostre scuole femminili, segnatamente le Scuole normali, che per cultura e nel fine pedagogico sono inferiori a quelle tedesche; dall’altro, chela donna comprenda meglio il suo ufficio, e quindi sprechi meno tempo e danari nelle mode ricercate, nel lusso c in certe frivolezze che la fanno apparire più/unwwioc ìe donna. In quanto all’istruzione media femminile, invece di fare apprendere alle nostre giovinetteuu po di grammatica c di far loro pronunziarealla meglio qual- che centinaio di vocaboli francesi ed inglesi, tanto per mostrarsi dotte o brioso in alcune società, non sarebbe più utile insegnare prima alle medesimo a parlare c scrivere convenientemente Inaiano? invece di tenerle per lungo tempo rinchiuse fra quattro mura d'un monastero o d'un Istitutoi no, sempre arioso ed igienico e tenerlo occ*to per molto ore al pianoforte, ai ricami e a a 11 femminili, non sarebbe più vantaggioso cond I • respirare le pure auro dell'aperta campagna del giardino, e cogliere il destro d' insegnar 1™ ^giene menti di scienze fisiche d, stoua^na^^ Ma domestica, e somiglian M dell’Istoria ritrarrebbe la donna dal P ^jjjg, ariosamente antica e moderna, piuttos mani? di leggere ogni — ignoro Io non nego la beata ‘ cs, ere coltivata; ma che l’immaginazione pu p rome ssi Sposi, i buoni romanzi, a comiuci si contano sulle dita, e l’immaginazione dev' essere governata dalla ragione, come il cuore dev’essere illuminato dall’ intelletto. Or bene, dirò io alle donne italiane : Siete voi disposte a rinunziare ad ogni frivolezza che vi renda meno perfette o meno degne di stima ? Siete voi disposte ad arricchire, anche a patto di qualche an- negazione, il vostro intelletto di sode ed utili cognU zioni? In caso affermativo, come ne ho fiducia piena, voi mostrerete di comprendere l’alto ufficio che vi spetta nella società odierna, potrete compierlo degnamente, c sarete stimate dagli uomini probi ed .assennati 5 diversamente, oltre venir meno alla vostra missione, voi non otterrete che il plauso dell’uomo fiivolo 0 dell idiota, e troverete chi v’aduli, non mai chi vi stimi e vi ami d’un affetto sincero e duraturo. L qui voi potreste accusarmi di troppa franchezza, non mai (lo spero) di poca lealtà e di poco rispetto e interesse per la vostra dignità e pel vostro avvenne. Ma questa è la sola ricompensa ch’io at- -tendo dalle gentili mie legatrici c dal cortese lettore. XI. Un altro dovere incombe oggi alla donna, se uo tutelare la propria dignità, se vuol meglio garantire la sua indipendenza entro i confini del convenevole, se ama di aver qualche parte nella pubica vita 0 di concorrere, al pari dell’uomo, ad a ^ CLlnc ^ unz i°ni ' per esempio quelle del 1 ico insegnamento, ed altre simili più confacenti alla natura di essa. Alla donna insomma, a qualunque ceto appartenga, occorre una professione. Ed invero, si trova ella in una condizione non pnnto o non molto agiata ? E ragion vuole che provveda onestamente alla propria sussistenza. La fortuna le concesse un avito censo ? Ma chi prevede tutti i casi della vita ? E quindi è prudente consiglio apparecchiarsi per tempo*, onde la comune sentenza: Impara l'arte a mettila da piarle. Nè alla donna agiata e di non oscuro liguaggio mancheranno vie, secondo le sue naturali tendenze, dove spiegare la sua attività : come le lingue, la musica, le lettere, la pittura, 1 piu delicati c squisiti lavori femminili ; non occorre poi dire che ogni specie di lavoro onesto ha la sua no biltà, o almeno il suo pregio. • Quanto al proprio stato, la donna s amaca a- ruomo par formare la famiglia? E m tal caso eli davo concorrerà colla sua abilità, mossone quand, abbia suadenti beni di fortuna, « rendere mano non gravi residenze del matrimonio. 0 la donna, sia pei elezione ^ non vuole o non può 1. divenire sp0 sa assumere quello d'un altro uomo 0 “™“ ?„ il 0 madre? E allora si fa “ >“ fa su» bisogno di provvedere on ' s ‘““°“ slrel, a da necessitò sussistenza. 0, senza css i n _ economiche, desidera di dipendente dall'uomo, e 1 P* ^ ? £, ori d on to clic modo agli uffici dc ”“ moltOT i in grado di oc- in tal caso la donna, cuparo degnamente quei tali uffici e però di ap- parecchiarvisi con sufficiente istruzione, deve pur anco esser capace di esercitarli con tutte quelle virtù che sono richieste dalla vita civile e dalla natura stessa di quel dato ufficio. E qui pure giova ricordare la grave autorità del Tommaseo, il quale, dopo aver raccomandato che tutte le donne abbiano alle mani una professione che, occorrendo, possa loro campare la vita, scrive queste formali parole : lt A taluno dei più facili esercizj civili si addestrino ; e affrettino il tempo quando la donna potrà vivere la vita indipendente daU’uomo, potrà seco trattare da pari a pari, e per amore e per ragione e per dovere gli cederà, non per legge iniqua o per necessità ferrea 5 quando in molte funzioni della privata e della pubblica vita la donna potrà tenere le veci dell’uomo, ed essergli aiutatrice ed amica nel pieno significato del nobilissimo nome ; quando il tempo di fare il bene le mancherà, non le vie {La Donna). „ XII. E sia questa e non altra, 0 Donne italiane, la vostra più alta e vera emancqyazìona. Chi di voi andasse in cerca di altri privilegj, od agognasse uno stato ben diverso da quello destinatovi dalla natura e nobilitato dal Cristianesimo, e volesse di donna convertirsi in uomo, verrebbe meno alla sua missione, snaturerebbe se stessa e comprometterebbe la sua dignità. E quei pochi tra gli uomini che van predicando 1’ assoluta vostra emancipazione o la vostra eguaglianza in tutto e per tutto coll' uomo, o essi non hanno un giusto concetto della donna, o non sta loro a cuore la dignità e il vero perfezionamento di lei. Quella donna, infatti, che presumesse tener le veci dell uomo in ogni disciplina razionale, in tutta l’interminabile scala degli ufficj civili e politici, e in ogni pubblica rappresentanza, dovrebbe innanzi tutto abbandonare le pacate care della famiglio, rinunziare ai più dolo, affetti di madre, e quindi sottoporsi a lunghi e severi studj, temprare l'animo ed il gracile corpo a duro fatiche, allo quotidiane ed aspro battaglie della pubblica vita. Oh! se sapeste quanto ma, costone cari agli uomini-certi onori, certi elog), «rie glorie non sempre durature; oc sapeste quanta prudenze quanto sapere, quanti sacrifici, quanti trav gli t chiedono certe incombenze onorevoli e - A » «J* della pubblica vita, e qual cumulo 1 P, >1 .. nitro chi disconosca od ignori seco ! Non v a, P c ’ yogtra immaginazione quanto possauo esalta, titoli, come certi gradi sociali, alcune igm £ su premo, di Prefetto, di Magistrato>, d i P di Deputato, di Sen f*°”' to \ Q difficoltà di ben go- Ma avete ma. °°“ 81 un tumulto, di prevernare un popolo, innocue tutte " ^ -Si 0 :—^' ti ° politici P Avete le conseguenze deg agitazioni della di- mai considerato la g» plomazia, le controv - pu bblica stampa, le d’ una critica smoda a go Vàldarn%n\ la missione della donna ire dei partiti politici, le difficoltà della tribuna, gli odj segreti, le basse invidie, la guerra sovente implacabile c sleale di chi vuole occupare quel posto eminente o lucroso ? E, al postutto, clic mai significa donna emancipata ? Significa donna francata da ogni giogo, che ha x'igettata l’obbedienza di figlia, la dolcezza di amante, la dipendenza di sposa, la nobile servitù di madre •, in una parola l’onore stupendo del sacrifizio ! Una donna che oltre ripetere uguaglianza di diritti.coll’uomo, vuol con esso comunanza di ufficj ; una donna insomma che nelle pagine inalterabili dell’ indole sua, che nelja storia della sua gentilezza, che nello specchio del suo cuore, che nei decreti dell’Archetipo eterno legge assolutamente a rovescio di quel che sta scritto sulla missione di di lei (A. Alfani : La Donna). Ora, non è questa l’emancipazione che deve cercare la vera donna, cioè la donna, onesta ed assennata. Noi pure vogliamo l’emancipazione di lei; vogliamo ch’ella si emancipi dall’ignoranza, da certi pregiudizj religiosi e sociali, da ogni frivolezza, dal- l’imitare certe mode o corrompitrici del buon costume o rovinatrici d’ogni patrimonio, dal ripetere c spesso praticare quella sciocca e superba sentenza: Oggi si fa cosi! Per amor del cielo, griderò io pure con Paolo Ferrari, non emancipatevi, gentili Signore! Appena emancipate cessereste di essere così utili apostoli delle nobili e caritatevoli imprese; perchè appena emancipate cessereste di comandare. Senza crnan.- cipazione, noi uomini crediamo di comandare noi ! E voi nel segreto confidente de’vostri amabili ci- caleggj, ridete pianino pianino della nostra maschia e gloriosa dabbenaggine, per la quale crediamo di comandare, c si obbedisce ! La vostra potenza morale c fisiologica sta ncH’osscre donne: se diventaste uomini (s’intende per quella finzione giuridica che chiamano emancipazione), ogni prestigio vostro svanirebbe. Ma finche siete e volete esser donno e vi consacrato all’esercizio delle vostre qualità caratteristiche, la grazia, l’amore, la carità, chi governa il mondo siete voi. Noi andiamo solennemente a deporro i nostri voti in un'urna; ci accogliamo c deliberiamo intorno ai destini della patria ; ordiniamo una guerra, una pace, un'alleanza, o pettoruti decantiamo l’energia maschile, l’attività del senno dell’uomo! No ; dentro di noi in ognuno di quei supremi momenti fremeva un pensiero i o un pensiero di amante, di sposa di figha d «wj* «Ita. .a gio, nel sottoscrivere quel trattato ( conferenze pel Collegio di Amsu Milano). • della donna deve pertanto La vera 61 ° Q iorr n£ n te rispettare ed amare consistere nel farsi m oa te dentro i con- dall'uomo, nel fa '*di sopra, fini e noi modo che » > > 0j se occorro, al reale progresso. lft aocietà civile, che a salvare o almeno raddrizzare li a il suo principio e fondamento nella famiglia, di- cui Ja donua è guida e conforto. Solo per questa via e mediante l’istruzione e l’educazione, ripeterò col brioso ed arguto scrittore G. Hamilton Cavalletti, le donne potranno rimettersi sul capo la loro corona di regine, attirando intorno a se il genio, il talento, l’onestà e il coraggio. Sia la loro amicizia il premio di .ogni nobile sentimento, sia la loro stima il guiderdone di ogni nobile fatto, sia la loro intimità il compenso di ogni nobile fatica. Non è adunque sognando emancipazioni assurde dove non esiste mancipio, non è aspirando alle naturali preminenze dell’uomo, non è coll'addottorarsi nelle scienze giuridiche, filosofiche o naturali, che le donne rialzeranno il vero loro stato sociale ; sì, al contrario, coll’ aumentare il loro valore, col forzarci .ad amarle e stimarle di più, col rendersi ognor più degne del caro nome di spose, del santo nome di madri. Ma (prosegue il Cavalletti) finche al pensatore esse preferiranno un uomo che non ha altro merito che di avere un bravo cavallo da corsa, ed è spesso un mediocrissimo cavaliere; finche al poeta esse anteporranno l'uomo clic sa farsi meglio il nodo della cravatta; finche allontaneranno dalla loro società un uomo che ha il torto di anteporre una forma di cappello ad un’altra ; finche all’uomo sincero, leale, integro preferiranno un uomo che sappia fare i daddoli e le moine ; finché i sentimenti piaceranno loro sulla bocca dell’uomo c non cureranno quelli del cuore ; finchc un uomo volgare con il nnczzo milione di patrimonio sarà più certo di ottenere le loro grazie che un cuore nobile, un animo elevato con cinquantamila lire; finché un babbuino sentimentale riceverà il dolce deposito dello loro confidenze, ed uno schietto galantuomo avrà appena un cenno di saluto ; finché esse saranno una lotteria nella quale troppo spesso i vincitori sono gl imbecilli... ; lo stato morale e sociale della donna non si eleverà certamente: la società si avvierà al decadimento ; le donne pian piano più non saranno che femmine. Ed ora mi pare utile di far l'epilogo delle cose •dette fin qui. Abbiamo accennato dapprima la na- tura e 1’ ufficio della donna, senza la qua P klh creazione non sarebbe stata compiuta, ne po- trebbesi conservare e FPOt«il^ Poi, esaminando in ° volgarc, abbiamo donna presso i P a S ani c ^ dlC la donna, provato colla .tona a anche quando, esercito in gran pa • s, cbbe in coato 7 C r Pa "tedila voluttà; afidi schiava o quale quan t a parte biamo veduto, l’umano progresso ed in- abbia preso a do . dal Cl . ls tianesimo richiamata civilimcnto, dopoché ftlt0 ufficio- E quan- cd elevata al suo ' cl ° c^ sia ] a stessa na- tunque in lei 8 « n P r ° ® abbiana0 detto che i mezzi itura.e lo stesso fino» P per compiere la sua missione doveauo mutare secondo la civiltà, secondo le condizioni politiche, intellettuali, religiose e morali. E però, accennato- l’ufficio che le assegnano il Morelli e il Naville, noi abbiamo considerato la donna in tutte le sue principali attinenze e nelle sue più nobili manifestazioni, vale a dire come sorella, come amante e sposa, come madre, come educatrice ed institutricc, come cittadina, come ispiratrice d’ogni- nobile sentimento all' artista, all* uomo di scienza o di lettere, non che all’uomo di Stato. Abbiamo poi dimostrato la necessità d’ una conveniente cultura nella donna ai tempi nostri, affinchè possa meglio compiere quell’ufficio tanto nobile e così complesso; ed abbiamo dimostrato eziandio la necessità o la convenienza nella donna di apprendere in oggi una professione sì per soddisfare meglio ed in ogni congiuntura all’ esigenze della vita, si per incominciare la sua più razionale o giusta emancipazione c rendersi, dentro certi confini, indipendente dall'uomo. Abbiamo combattuto, per altro, l’assoluta e falsa emancipazione della donna, perchè contraria alla natura e al nobilissimo fine di lei, non che al bene della società ed al progresso del genere umano. Tanta e 1 efficacia delle donne, che da esse vennero sovente grandi ajuti, o grandi impedimenti non solo alla libertà d’un popolo, sì anche al bene- od al male dell' uomo singolo, delle famiglie e dello Stato. La donna è per sua natura la ispiratrice, o, se vuoisi, la regina dell’uomo e della società. Ma. ili suo regno, piuttosto che sconfinato ed assolato, vuole essere un regno di pace, d’ispirazione, di nobili sentimenti; insomma Indonna (siami permessa questa similitudine) a guisa de’principi costituzionali, deve regnare e non governare. — Ma Voi, donne italiane, vorrete appunto regnare, non governare ; Voi, come ' foste di grande ajuto al nostro risorgimento politico, sarete altresì di grande stimolo ed ajuto al nostro risorgimento •intellettuale e morale, che dipende in parte da Voi. In .peata grata Mieta, non saprò, scegliere più acconce od autorevoli parole cito qttd c dell'illustre Tommaseo, per chiudere il P 10S0 “ discorso. La donna italiana, d' sapiente dell'ubbidire, 80 P'“" 1 ® ^ “ d desfas . occorra, c guarentigia a noi di men La creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile inltalia, uno a Roma e l’altro a Firenze, in virtù della legge 25 giugno 1882, e l’ordinamento delle discipline scientifiche e letterario che vi sono e vi debbono essere insegnate, secondo il Regolamento organico 19 novembre 1882, ci porgerebbero materia a molte e svariate considerazioni non prive d’interesse speculativo e pratico. Qui non intendiamo di enumeiarle e di svolgerle tutte, ma non possiamo astenerci dall'acccnnarne le più rilevanti e dal pigliare in esame particolare il come nei due nuovi Istituti letterarj e scientifici femminili debbono esseie insegnate alcune materie importantissime, quali sono appunto la Filosofia teoretica, la Morale e la Pedagogia. I. E prima di tutto dimandiamo : Era necessaria in Italia la creazione di due Istituti superiori di Magistero femminile, mentre abbiamo non pure le Scuole normali femminili, ma alle donne stesse non, è vietato dalla legge Casati sull’istruzione pubblica di frequentare i Ginnasj, i Licei, le Università, e di addottorarsi in qualunque disciplina ? Posto così il quesito, non sarebbe giustificata la creazione di quei due Istituti superiori femminili. Ove però si consideri che la missione della donna nella famiglia e nella civile società si palesa chiaramente ben diversa, da quella dell’uomo ; che gli studj femminili debbono esser rivolti essenzialmente alla cultura della donna come madre di famiglia, com’cducatrice ed istitutrice, e non all’esercizio di elevate e gravi professioni sociali, come quelle di avvocato, di medico, d’ingegnere, di capitano, c va discorrendo; che quasi tutto 1 insegnamento nelle Scuole normali femminili ora viene xm^ tito dagli uomini; ed infine, cheidue nuovi Istitutimon sono equiparati interamente alle prime Universitari Regno: la fondazione'loro apparisce »noo«^ tamonte necessaria, certo conveniente ed joituna. Vero è che alcuno j^dìritti^degli uomini m parte, si viene a lede e ^ # pcdag0 _ laureati in Lett ° rc . C e d 16 hanno scelto la car- già, o in altre disciph, _ . u dotto ri piu riera lucrosa dell'insegna p0sto nelle difficilmente d'ora i^ anzl fcmmin ili, avendo per Scuole normali e secondario ^ ^ Istltutl competitrici le donne a ‘‘ ^ italian e, della Storia all’ insegnamento delle Uet Lingue e Geografia, della Pedagogia o ^ tcdesca . E moderne straniere, franooso, m B un’osservazione eli questo genere non sarebbe destituita di fondamencnto ; ma starebbe sempre il fatto clic l’uomo, laureato in qualcuna di esse discipline, ha una più larga ed elevata carriera dinanzi a se. E poi, come negare alla donna questo diritto in una società liberale e civile, che non pure vuol rialzata la condizione intellettuale e migliorata la condizione economica della donna, ma che tende ogni giorno a dilatare una certa eguaglianza civile e giuridica della donna stessa ? Altri, invece, potrebbe osservare che le donne in generale o non sono portate a lunghi e severi studj, o che esse non hanno capacità mentale ed attitudine didattica pari a quelle dell’uomo. La quale obbiezione certo non reggerebbe dinanzi a fatti storici e ad esetnpj particolari, e dinanzi al fine stesso di quei due Istituti, il quale consiste nel compiere e rinvigorire l’istruzione secondaria della donna, e nel formare abili insegnanti in alcune materie (qui sopra ricordate) per le Scuole normali e secondarie femminili. Ad ogni modo, la più elementare prudenza consiglierebbe di attendere nuove prove e nuoA'i risultainenti di questa prima istituzione italiana. E diciamo nuove prove e nuovi risultamene, perchè quelli già dati in questi tre anni da ambedue gl’istituti sono favorevolissimi e confortanti. Le allieve che vi studiarono e vi ottennero il diploma, ora sono direttrici abili di Educandati e Istituti femminili, o insegnano con valore nelle Scuole normali femminili, inferiori e superiori. Alcune di esse alunne mostrarono attitudine anche ai gravi studj filosofici e pedagogici, c si segnalarono, in specie all’Istituto superiore di Roma, negli esami di Stato pel diploma in Lettere italiane, m Pedagogia e Morale, e in Storia. In quanto a noi, che abbiamo sempre avuto un alto concetto della donna c della sua nobile missione sociale, noi vogliamo anzi riguardare la.fondazione di questi due Istituti superiori femminili non solo come opportuna c conveniente pei le accennai - gioni, ma altresì come uno dei tanti mezzi ondo avviarci alla pratica colazione della »«“*: che da ogni parto minaccia d’irrompere fimo»",d. sommergere quanto le si pari dinanz,. Imporoe * noi siamo d’avviso cho la quest,ono somalo va con sidorata sotto vario forme o sotto ir™» ’ Additiamo di volo ipriaeipali. sono probi tive famiglie onde si compone la nazione P e morigerati, oppure si fanno s ° ostu ™ ‘ ]o ha viva to morale della questione sociale Un P P c giusto, e quindi amme °° vit j O itrcmonda- una giustizia soprannatura e mate ria e del na; oppure non va piu. ia ^ ^ caIc0 l 0 e all’utile senso, tutto per lui si J e y a questione- bone inteso ? È l'aspo»» g oye rao ch’è adat- sociale. Scelta quella forma e morali, ta alle sue condizioni civi i, ^ forma, esercita una data nazione si contenta senza ne . saviamente la libertà e 1 V ^ ^ |£ e parlavo de gare i suoi doveri ; opp ul 348 sull’ordinamento degl’ istituti superiori suoi diritti, vorrebbe la libertà spinta all’eccesso, è desiderosa di novità rendendo instabile ogni reggimento politico e tutte le altre istituzioni clic ne dipendono ? E l’aspetto politico della questione sociale. In quella stessa nazione, mantenendosi l'armonia fra i diversi ordini della cittadinanza e vivo il rispetto del diritto di proprietà individuale e collettiva, si stabilisce un’equa proporzione di mercede e d'utilità fra 1' operaio e il capitalista ; e nelle famiglie si •consuma e si spende in proporzione almeno dell’entrata e del guadagno : oppure, inimicatesi fra loro le diverse classi sociali, il capitalista non si cura di far lavorare o non ricompensa equamente il lavoro, svogliato è l’operaio, vede nel proprietario il suo mortale nemico e ritiene essere una ingiustizia, anzi un furto la proprietà individuale? E nelle famiglie non abbienti o poco agiate l'entrata è minore dell’uscita, o non si pensa coi modesti risparinj al dimani ? Ecco l’aspetto economico della quistione sociale. In tale stato di cose, la donna colla sua spedalo missione nella famiglia e nella civile società, c come esempio vivente di pace e di rassegnazione, o come educatrice ed istitutrice, e come massaja e, nel caso nostro, come professionista, può efficacemente con- tiibuire o a risolvere in parte l’ardua c complicata quistione sociale, o ad attenuarne gli effetti, quando a lei non fosse dato nè di risolverla parzialmente, nò di ritardarla o di arrestarla. Ma perchè la donna sia capace di quest'opera altamente morale civile -ed utilissima, in lei che cosa si richiede ? Nella vera donna, di cui intendiamo parlare, si richiede moralità a tutta prova ed in tutta l’estensione del termine, non disgiunta da un puro ed elevato sentimento religioso; si richiede una soda cultura, in cui entrino anche lo nozioni elementari circa lo Stato e l’economia; si richiede un’attitudine speciale, studio molto e singoiar valore nell’insegnamento, quando voglia o debba esercitare questo nobile ufficio ; si riduce e, infine, costante dignità o modestia, condito di soavità c di grazia, evitando così ogni frivolezza nel dire, nel fare e nel vestire, come ogni presunzione e verso l’uomo o verso lo altro donne forse lei mn non per questo meno degno d. stima.Tutelò supera le forse naturali della donna inette da sana 0 vigorosa educamene ed tstrumone da un sentimento c da un elevato conre 0^ ^ dimand ar sioue sulla terra ai „ e au „„ esiger troppo troppo alla donna. Ano i vodia, e da lei, purché essa V0 ^,a ^ tC " aCe a ” te del ]’ a o.no in senza ch’ella presuma di * 1 ^ alcune società e di emanciparsi, tota ’ ÌMm egua- donno vorrebbero bramando ali ' 1Um » glianza di diritti, non badando esse « “o, dei diritti implica l’eguagbansa Jet do^ ^ ^ Premesse c chiarite queste co » Magistero dinamento dei due Istituti sU P conducente al' femminile sia in tutto c pei fine da noi vagheggi^ 0. IL la uno Stato libero e civile come il nostro, ogni Istituto educativo e d’istruzione secondaria, sia tecnica sia classica, deve mirare (secondo me) a tre principalissimi fini inseparabili tra loro, a voler eh’ esso riesca utile davvero e sia bene ordinato. l°Deve impartire agli alunni, destinati a diventare .liberi cittadini, una buona cultura generale, sia pure elementare, tanto letteraria quanto scientifica. 2° Deve preparare convenientemente agli studj su- riori. 3° Deve poter avviare alle professioni manuali cd agli impieghi minori quegli alunni che non potessero o non volessero proseguire gli studj. A questo triplice fine dovrebbero pertanto mirare non solo gl’ Istituti tecnici, i Licci, e le Scuole normali maschili e femminili, ma la stessa Scuola tecnica. Le Università e gli altri Istituti superiori in generale hanno, invece, o debbono avere per fine speculativo .la ricerca del vero e il progresso della scienza, e per fine pratico le professioni liberali e le carriere superiori negli ufficj dello Stato. I due Istituti superiori di Magistero femminile, non essendo equiparati in tutto e per tutto ailc Università, ed essendo destinati alle donno esclusivamente, dovrebbero mirare direttamente a compiere c rinvigorire la cultura letteraria o scientifica della •donna, e a x-enderla capace d’insegnare nelle Scuole normali e secondarie femminili. E questo, invero, •c stato il duplice fine che ha guidato la mente del legislatore nel coordinare la quantità e la qualità delle materie di studio nei due Istituti superiori femminili. A tutte le alunne, pertanto, corre obbligo di apprendervi Lettere italiane, Geografia e Storia generale, Storia d’Italia, antica medievale e moderna, Elementi di Logica e Psicologia, Morale e Pedagogia, Istituzioni d’igiene, Matematica, Elementi di Fisica e di Chimica, Storia Naturale e Geografia fisica, Lingua e letteratura francese, inglese e tedesca, Disegno e Lavori femminili. Ciò per la cultura superiore della douna. le quanto alla professione loro di maestre, le future insegnasi! hanno facoltà di scegliere ed approfondire nel secondo biennio quegli studj che debbono metterle in grado di conseguire il diploma d-insegnamento o nello Letttere italiane, o nella Storia e Geografi*ella Pedagogia e Morale, 0 nelle Lingue mo niere e sono francese, inglese c te,, Non possiamo ohe lodare . legislatore da.ve, mantenuti obbligatorj 1 Uvon faccia questi Istituti superiori, pur la maestra, non ces P . uj a i] a donna guida principale delta pressoché quo- occorre speciale abilita Digean0 poi, si rende tidiano in siffatti iavon.• don ° neschi pi ù squisiti necessario per gli > stessl vido consiglio di met- e delicati-, e pero e s a p jf c il 0 studio delle terlo fra le materie obbh ° ‘ to anche alle isti- Scienze sperimentali sl, e oeuza di questa di luzioni d’igiene, perche la cono 3o2 sull’ordinamento degl’istituti superiori sciplina nella sua applicazione risguarcla tutti, e segnatamente chi deve attendere alla famiglia ed alle cure domestiche, e chi deve educare la prima gioventù, come appunto è la donna; che anzi, l’Igiene fa parte dell’educazione fisica, quantunque Alessandro Bain opini il contrario. La Matematica, gli Elementi di Fisica c di Chimica, la Storia Naturale, gli Elementi di Logica e la Psicologia, parrebbe dovessero alla donna servire di mera cultura superiore, o di sussidio e di complemento allo studio di certe altre materie. Imperocché, secondo il Regolamento organico di quei due Istituti, non può l'alunna essere abilitata legalmente ad insegnare Matematiche, Fisica, Chimica e Storia naturale. Clic alla donna siasi negato il diploma di magistero in Matematica e nelle Scienze spcrimeutali, la cosa spiegasi facilmente perchè nei due nuovi Istituti non si dà ora un corso compiuto e superiore di quelle scienze, e porche nelle Scuole normali o in quelle superiori femminili l’insegnamento delle Scienze fisiche e naturali tiene un posto secondario o dcv'esscrvi impartito in modo elementarissimo. Inoltre, quelle Scienze non riguardano direttamente la prima e vera missione educatrice della donna, nè sono le più confacenti alle naturali inclinazioni della donna in generale, segnatamente la Matematica e la Chimica. Ma qui pure abbiamo notevoli eccezioni, perchè talune allieve hanno mostrato singolare attitu - dine allo studio delle Matematiche e delle Scienze fisiche. Il Governo, poi, suole affidare l’insegnamento elementare anche di queste materie nello Scuole preparatorie o inferiori normali alle giovani che in uno de’due Istituti superiori conseguirono il Diploma o in Lettere, o in Storia, o in Pedagogia! Non sarebbe adunque più logico ed opportuno concedere addirittura il diploma nelle Scienze fisiche e ila- tematiche, ed ampliarne il relativo insegnamento ? ni. Ci resta da esaminare il modo in che l’insegnamento delle materie filosofiche propriamente dette e della Pedagogia viene ordinato cd affidato nei due nuovi Istituti. A tutte le alunno è fatto obbligo di studiare per un anno nel primo biennio gli elementi di Logica e di Psicologia, e la Morale nel 2‘ biennio. Più, nel secondo biennio tutte debbono seguire un corso di Pedagogia. Finalmente, le S*™.. dm amano d'cssorc abilitato « 11 -iosegn.mento. tirila P* dagogia teorica c pratica debbono stod,a,c pe. 00 T°ti P dftdt F int°rodòt.a anche negl. dell' intelletto. Ma non s »PP‘ a filosofiche, ossia le ragioni per cui tutte e a Pcdago gia deb- Logica, Psicologia e Mora e gsbre! q uì l'onorc- bono essere affidate ad un s Q poteva e può volo Ministro Baccelli, al qua e Oberali e buona negare elevato ingegno, 8 ® atl “ rQZ i 0 ne in Italia, volontà di migliorare la pubblica ist ^non fu ben corrisposto da chi ebbe il mandato di fare nuo schema di Regolamento organicopercoordinarvi anche le materie filosofiche e pedagogiche, c di stabilire il modo in che l’insegnamento di queste discipline doveva essere affidato c distribuito. E lo dimostriamo brevemente. Il professore di Filosofia c di Pedagogia sarebbe tenuto a fare non meno di undici lezioni per settimana nei respettivi corsi ! E noto che i professori •di Filosofia ne’Licei fanno da sei ad otto lezioni la settimana, e tre lezioni i professori di Università. Come presumere seriamente clic un Professore dia con zelo ed efficacia non meno di dodici lezioni per settimana in materie difficili, disparate c soltanto affini tra loro? Diciamo in materie dispaiale, poiché la Logica e la Psicologia sono ben differenti dalla Morale e più ancora dalla Pedagogia. Nè si dica, per avventura, che ivi trattasi di dar nozioni elementari sii quelle scienze ; imperocché, oltre restare il fatto che le son materie ben diverse, la istituzione elementare risguarda soltanto la Logica. materia nuova per lo alunne, ma non risguarda la Psicologia e ancor meno la Pedagogia e la Morale, già studiate elementarmente dalle giovani o nelle Scuole normali o nelle Scuole secondarie e preparatorie all’ Istituto superiore femminile. Chi vuole ottenere il diploma in Pedagogia, deve seguire un corso speciale di Psicologia : ma ognun sa che questa ultima scienza ai nostri giorni ha fatto progressi notevoli, nè può essere affatto separata dallo studio delle scienze sperimentali, come per esempio la Fisiologia. Che anzi, noi troviamo un altro difetto nell’ordine delle materie obbligatorie per conseguire il diploma in Pedagogia. Ivi ò detto che 1’ alunna potrà scegliere un corso di Matematica, o di Fisica, o di Storia Naturale. Non sarebbe stato più razionalo di prescriverle addirittura il corso speciale di Storia Naturale, in mancanza d’ uno studio a parte su la Biologia e la Fisiologia ? Ritornando alla Morale ed alla Pedagogia, queste due scienze, fra loro assai differenti, non possono nò debbono essere insegnate in modo elementare nei due Istituti femminili superiori. La Morale pura e applicata, individuale e sociale, e c c 8U PP 0 "® cognizione di altre scienze affini, quali sono le discipline giuridiche e sociali, ò molto vasta e complicata, fi i> ità d’ un solo docente. L inse ° n qecon dario, non può servire.di meio aj ^ cittadino si i Doveri .;i ^“ormali secondarie, perni» studiano già nelle oc obbligate a le alunne de’due Istituti supei‘ 0 ro hò infine studiar l’Etica nel secon o » anche ]a Scieu- il diploma di Pedagogia compren za Morale. i a Morale come So poi si volesse eonsidciare s „ p8 . deile materie di P uia ragione del- una riore, allora non ragione de,- 336 sull'ordixajiento degl'istituti superiori l’assoluta dimenticanza d’ogni più elementare istituzione di Economia sociale e di Diritto. Come ! in un Istituto superiore d’ educazione e d’istruzione femminile si prescrive’l’insegnamento dell’Igiene e della Chimica, e non si fa parola de’ primi rudimenti d’Economia e di Diritto positivo, mentre in uno Stato libero, coni’ e il nostro, si affida legalmente alla donna il nobile mandato di fornire la prima educazione ed istruzione ai futuri cittadini d’Italia, di educare ed istruire le future maestre e madri di famiglia, oltre la missione propria di ciascuna donna, cioè di farsi ella stessa educatrice dei proprj figli e savia amministratrice dell’ azienda domestica? Anzi, ritornando al nostro concetto (esposto qua sopra) intorno al giovamento grande clic può la donna fornire nella soluzione pratica della complicata e formidabile quistione sociale, anche nell’aspetto fioUtico ed economico, a noi parrebbe necessario clic nei duo Istituti superiori femminili dovesse pur trovar luogo l’insegnamento comune delle prime nozioni di Economia sociale e di Diritto, segnatamente del Diritto civile e privato e del Diritto costituzionale. Veniamo alla Pedagogia. Le giovani tutte, che amino dedicarsi all’ insegnamento privato o pubblico, hanno da apprender bene l’arte difficilissima di educare e d’istruire; e molto più devono attendere a questa scienza ed a quest’arte le alunne clic vogliono abilitarsi all’ insegnamento della Pedagogia stessa. Ora, è noto che secondo i più recenti prògramini governativi. i maestri c le maestre per conseguire la patente elementare di grado supcriore, i maestri per essere dichiarati idonei all Ispettorato scolastico, son obbligati a sostenere, fra le altic prove, un esame di Pedagogia storica, teoretica ed applicata. E questo largo, elevato e compiuto insegnamento della Scienza pedagogica, teoretica, pratica c storica, viene oggidì propugnato anche in Italia da valorosi c dotti pedagogisti ; i quali pensano clic la Pedagogia teoretica, so vuole uscire dal campo delle generalità e cessare di ridursi ad una metodica astra ta o formalo, non possa fare « mono d. mollc scienze affini, quali sono la Biologia» fisica, In Psicologia o la Logica, la Morale h Sociologia c la Filosofia politica. Ma sottoponili US a^u» tara considerevole questa smnma ; scienze «ffini troppo elevala, o nducendo 1 ms» mento pedagogico nei fino entro più modesti limiti, P » ^,„ torario o monto elio deve “ 8S ™“| 0 d Minano pur seni- filosofici,e università, tale insomma pre una sci^ tutto il sapere o tutta da richiedere tutto i "‘o o l’operosità d’ un solo piofcssoi convcl . 1 . e bbc divi- Pcr queste principali ragi » sup6 rio- doro, anello «O »^ "^„o delle tre re, l'insog, lamento della. » posologia, Logica e disciplino pura, non o 1 aUr0 „ duo professori. Morale, affidando 1 una e 3o8 sull’ordinamento degl’ istituti superiori E allora si potrebbe anco estendere a tre anni l’insegnamento teorico e pratico della Pedagogia per le alunne che amassero di prendervi il diploma : ove tale insegnamento si volesse mantenere per soli due anni, il professore di Pedagogia dovrebbe insegnare anche la Psicologia applicata alla Scienza pedagogica. Gli studj superiori di Lettere italiane, di Storia, di Filosofia, di Pedagogia e della stessa Botanica, a voler che riescano scrj e fecondi, richiedono la conoscenza della lingua e letteratura latina. E però ameremmo clic presso i due Istituti superiori femminili fosse istituita una cattedra di Lettere latine, come pare no abbia intendimento 1’ on. ministro Coppino. Ma altre innovazioni bisognerebbe fare nei due Istituti, fissando e ripartendo nell’infrascritto modo le discipline sia per la cultura generale, sia per gli studj speciali in attinenza co’ varj diplomi di abilitazione. Discipline comuni da studiarsi nel primo biennio : Lettere italiane, Storia generale, Psicologia e Logica, Fisica e Chimica, Storia naturale e Geografia fisica,Matematiche, Lingua latina, Lingue moderne straniere, Disegno, Istituzioni d'igiene, Lavori femminili. I diplomi speciali dovrebbero essere cinque : 1° Diploma di Lettere italiane 5 2° di Storia c Geografia; 3° di Pedagogia e Morale; 4° di Lingue stra- DI .MAGISTERO FEMMINILE nicrc, francese, inglese e tedesco ; 5° di Scienze fisiche e Matematiche. GT insegnamenti speciali per otteuere ciascuno di questi Diplomi di abilitazione sarebbero ripartiti nel seguente modo: Pel diploma in Lettera italiane: Lettere italiane, Letteratura greca e latina comparata coll’italiana; Storia d’Italia, antica, mediocvale e moderna -, Morale; Pedagogia; Lingua c letteratura latina; Due lingue e letterature straniere moderne a scelta de - l’alunna. ... Pel diploma in Storia a Geografia : Le discipline identiche a quelle pel diploma in Lettere italiane, ad eccezione della Letteratura greca c latina comparata coll’ italiana, alla quale sarebbero sostituite la Fisica terrestre e la Etnografia. Pel diploma in Pedagogia e Morale: Pedago teoretica e pratica; Filosofia morate-. Ps.colog ; Fisiologia umana; Igiene aPP 1 ^ 3, “ nt *J e mo der- Lcttere italiane; Storia i « ‘ > j; n °„j ese e tedesca Le italiane; Let, età,una “„^i» ««- contpanateoon.aLe»».^-^. iia, antica e moderna, = „ Pel diploma m j Cosmo grafia ; Fisica; Chimica; Geometria c Trigonome- Storia Naturale; Al D eb 360 sull’ordlnauento degl'istituti superiori ecg. (ria; Igiene e Chimica fisiologica; Disegno; Contabilità domestica; Lettere italiane; Pedagogia; Morale ; Lingua latina. Non occorro dimostrare che l’attuazione di questo largo disegno di studj femminili superiori esigerebbe la riforma parziale delle nostre Scuole normali femminili. Come son ordinate presentemente, massime per ciò che si attiene all’insegnamento letterario, morale e didattico, le nostre Scuole normali, oltre non essere coordinate bene con i due Istituti superiori femminili, non corrispondono adeguatamente al fine loro speciale, c si rimangono inferiori alla Scuola normale tedesca (Das Lehrerseminar) dove si preparano i veri educatori del popolo. Koi siamo fermamente persuasi che una riforma e un riordinamento, di studj, come abbiamo a larghi tratti delineato qui sopra, tornerebbe di grande utilità e decoro al fine speculativo c pratico dei due Istituti superiori di Magistero femminile, creazione ancor questa dell’Italia nuova che molto si ripromette dall opera salutare e benefica della donna. So**»»». - I. E.gta- rf to. — Ginnasio c Liceo ; buio la teem leoni». Loro somiglianze e rione secondarie classica e Iconica in 111 >’ J" 6 ìin /ìniii. «àcuolc secondarie in Geimanit • nata con quella delle - ^ 8trat ‘ v0 Distratti da questioni P ‘ deraro i problemi finanziarie, non avvezzi a co pedagogici e gli ordinamenti delle scuole sott’ogni loro aspetto, morale intellettuale ed economico, gl’italiani in generale poco o punto badano al modo in clic viene ordinata c impartita la pubblica istruzione. Lo stesso Parlamento non crede necessario di spendere molto tempo e cure speciali in questo ramo di pubblica amministrazione ; bensì il Ministro dell’Istruzione pubblica va soggetto egli pure alle vicende politiche, alle crisi parlamentari e ministeriali ; e non di rado la politica invado anche il tempio pacifico di Minerva, e fa sentire i suoi influssi al personale insegnante. Eppure si tratta di formare gl Italiani stessi \ trattasi del modo in che debba essere educata ed istruita la crescente generazione ; si tratta del come e quando i novelli cittadini ed i futuri governanti d’Italia debbano compiere i loro studj ; si tratta di stabilire quanti anni debbano consumarvi e quanta spesa vi occorra ! La sarebbe dunque una questione di alto interesso morale ed economico, teorico e pratico, privato c pubblico. Il Paese, invece, poco opunto vi bada: ed ceco una dello principali cagioni per cui l’istruzione pubblica incendale, e segnatamente l’istruzione secondaria classica e tecnica, letteraria e scientifica, non ha avuto ancora presso di noi un ordinamento stabile e razionale. E poiché ogni Ministro che sale al potere, come ci ammaestra 1 esperienza di questi ultimi anni, fa o pi omette innovazioni nel pubblico insegnamento secondario ; c poiché i lamenti nel pubblico non sono cessati, e gli esami di licenza tecnica c liceale (ma soprattutto liceale) non sempre corrispondono alla viva espettazione del Governo e del Paese ; stimo esser cosa utile ed opportuna il ripigliare qucst’ardua questione di vivo e grande interesse nazionale,dibattuta più volto, sebbene per altri fini e rispetti, in pregiati periodici e specialmente nella Nuova Antologia, da uomini insigni quali sono il Villari, il Luzzatti, il Ferri, il Gabelli, il Barzcllotti, ed altri. Come insegnante, io non parlerò qui della capacità intellettuale, letteraria scientifica o didattica, dei nostri professori nelle scuole secondarie, delle norme e cr.terj nelle nomine e promozioni del corpo delle condizioni economiche fette da o - > Provincie e dai Comuni ni professor, anched f ut egli nitri pubblici ufficiali ; ne istituita gu paragone tra i nostri insegnanti e M-tdolla Gc nanfa, dell' Impero Anstro-Unganeo, do a I ...» o di altre nazioni. Ma facendo tesoro;«£££. lunquc siasi esperienza da me acqui, gnamento liceale, tecnico o «“P'™. ' onte ordina- sè Btesso e nei suoi effetti socia i letteraria mento della nostra istruzione sei} manEcne re tal c scientifica, per vedere so ‘ Q quale, ovvero se debba essere mod n. • s’ rltslln. le"ge Casati 13 uo È notorio che in vir u 0 secon daria in vcmbre 1859, la istruzione ; n Massica e in . Italia si distingue indue g iaI ^ nuindi abbiamo tecnica o industriale e professici quattro sorte d’istituti: GINNASIO E LICEO, Scuola tecnica c Istituto tecnico, aventi ciascuno un essere proprio, e dai quali istituti gli alunni escono forniti d’una licenza o diploma. Bensì il Ginnasio serve nel tempo stesso di fondamento e di preparazione al Liceo, •come la Scuola tecnica agl’istituti tecnici professionali c industriali. Difatti, nel Ginnasio s’insogna oggigiorno italiano, latino e greco, storia antica, geografia, matematica, storia naturale c disegno ; nel Liceo poi lettere italiane, latine c greche, storia e geografia, matematica, filosofia, storia naturale, fisica e le prime nozioni di chimica. Ideila Scuola tecnica gli alunni sono ammaestrati in italiano, storia c geografia, matematiche c contabilità, calligrafia c disegno, francese, elementi di fisica c di storia naturale, doveri c diritti del cittadino. Dell’Istituto tecnico, secondo 1’art. 275 della legge Casati, s insegnavano : letteratura italiana, storia c geogiafia, lingua inglese c tedesca, istituzioni di diiitto amministrativo c di diritto commerciale, economia pubblica, materia commerciale, aritmetica sociale, chimica, fisica c meccanica elementare, algebra, geometria piana e solida, c trigonometria rettilinea, disegno ed elementi di geometria descrittiva, agronomia e storia naturale. E con 1’ ultimo Decreto furono stabilite le infrascritte materie, suddivise nelle rispettive cinque sezioni dell' Istituto : Agraria, Calligrafia, Chimica, Computisteria, Costruzioni, Diritto civile, commerciale ed amministrativo, Disegno, ELEMENTI DI LOGICA E DI ETICA, Economia, Estimo, Fisica, Geografia, Lettere italiane, Lingua francese, inglese e tedesca, Legislazione rurale, Matematica, Merciologia, Ragioneria, Storia civile, Storia naturale, Statistica e Scienza finanziaria, Topografia. Ognun vede qual notevole differenza corre fra gl’istituti classici o letterari e gl’istituti tecnici o- professionali : in questi prevalgono le scienze positive, in quelli le lettere. I primi servono, in modo speciale, di gradino nll'Cniversitlt; i secondi avviano 'alle professioni ed agli uiliej minoiine o . ta o mitre, lo Scuole classiche e le Scuole tecniche hanno questo di comune: Che sì lo uno corno le altre danno ài giovani una cultura generale, fondamento degna altro studio, e corrodo necessario ad ogm vern o. tadino che sia degno di tal nome, che e.o togli» rendersi conto dei propri doveri socia i et bene i suoi diritti civili e politici. ni. per quello clic si rifcriacea fonnQ ^ g,. 8tu dj. e al modo in che s’insegna uberalo vorrebbe Fortunatamente, nessun > • ‘ ^ naz ^ on alità e imitare il sistema tedesco m ‘ r j amc ntari, quale di franchigie costituziona i e p ^ ^ Bismarck. viene inteso e praticato e a ^ ^ ^ quintessenza dei Ma quanto agli studj, P aie metodi educativi e didattici e del sapere umano si ritrovi in Germania, e solo in Prussia la si possa apprendere : il cervello del mondo prima era Parigi, oggi è Berlino! Confrontiamo adunque l’istruzione secondaria tedesca con la nostra, che già conosciamo. In Prussia l’insegnamento secondario viene impartito in tre specie d’istituti nazionali: ne’Ginnasj, corrispondenti al nostro Ginnasio e al nostro Liceo riuniti, onde in alcune parti della Germania il Ginnasio è detto anche Liceo •, nelle Scuole Reali ( Beai- schulen ) di moderna istituzione, le quali hanno una certa somiglianza colla nostra Scuola tecnica ed Istituto tecnico uniti*, nei Proginnasj e nelle Scuole borghesi ( Biirgerschulen ), che servono di preparazione quelli al Ginnasio, queste alla Scuola Reale, o sono strettamente coordinati gli uni a’Ginnasj superiori, le altre alle Scuole Reali superiori. Le Scuole borghesi della Germania (una specie delle nostre Scuole tecniche) hanno per fine, considerate in sò stesse, più una cultura generale inferiore, che un insegnamento pratico o professionale. Vi si compie generalmente il corso intero in 6ei anni, e in qualcuna s’insegna anche il latino. Ma le discipline comuni a tutte le Scuole borghesi tedesche sono le infrascritte: Religione, tedesco, francese, inglese, geografia, storia, matematiche, fisica, storia naturale, disegno c •calligrafia. Ora, qual fine educativo e scientifico si propongono i Ginnasj tedeschi e le Scuole Reali, c quali materie vi sono insegnate? u Fine diretto del GINNASIO G(dice Pullè nella sua erudita relazione sulla Istruzione secondaria in Germania) c quello di preparare per lo studio scientifico delle Università. L’istruzione clic vi viene impartita però, nel suo contenuto c nella sua forma, c ordinata in modo da rendere la monte atta e fornita dei mezzi necessari per raggiungere qualunque grado e specie di coltura intellettuale. Il centi o di gravità degli studj ginnasiali c l’insegnamento linguistico, e si fonda pei Ginnasj tedeschi sulle tre lingue letterarie che rappresentano la vita delle tre più grandi famiglie umane, attrici della storia c della civiltà europea : la greca, la latina e la tedesca. “ Il concetto informatore del programma deg 1 studi ginnasiali si ò : nella conoscenza dello lingue, aprire al pensiero lo spirito dell’antmhità e le forme dell’espressione ; abbracciare nella stona 1 con ■ dell’umanità e del progresso civile e nel a s o tararia formare l'idea nazionale. Nella geogr ^ storia, naturale, nella fisica e nella «nata» ^ prender le relazioni dell'uomo eolia naturi ^ di quello colle forze di questa : • ' amca to all’esattezza del ealcoloedeig.^^“ dei mezzi pratici e delle necessda posavo. _ ^ a contemplare dalla elevatezza . iuoven( j 0 da un comprendendoli nel loro spiri ° ^ dcl]c CO sc. Colle ■criterio morale, P roCoa ° V ®', ivor8e materie, messe in cognizioni acquistate 0 ' da]la disciplina sco- contatto c collegate dal consapevolmente . letica, l'intelletto giovanile s, v. abituando e si conquista questo liberalissimo modo di pensare, che poi applicherà o ai suoi studj futuri o alla pratica della vita.“ Lo Scuole Reali invece, conforme alla loro origine, hanno un fine più limitato c più direttamente pratico. Esse sono destinate a fornire una generale coltura scientifica, come preparazione a quelle professioni, per le quali gli studj universitari non sono richiesti. La loro principale differenza dai Ginnasj consiste in ciò, clic l’insegnamento classico scema, e di altrettanto cresce in suo luogo quello delle materie scientifiche. Il latino vi c mantenuto, ma ridotto a due terzi dell’orario settimanale nelle classi inferiori, alla metà incirca in quello superiori. Il greco n’ò escluso del tutto : invece si dà un posto maggiore alle lingue moderne; il tedesco c il francese hanno un orario più ricco clic non nei Ginnasj; vi s’insegna l’inglese nello treclassisuperiori, ed in alcuni casi, facoltativamente, lo spagnolo o l'italiano. Questo ricco apparato linguistico però non viene trattato, come nei Ginnasj, da un punto di vista scientifico, ma solamente da quello pratico, per l’uso moderno e del commercio. ., E però nel Ginnasio tedesco s’insegna: Religione, tedesco, latino, greco, storia e geografia, matematiche, storia naturale, fisica ; e in alcuni Ginnasj superiori della Prussia, come nel Ginnasio Federico Guglielmo, si aggiunge l’insegnamento del disegno, del francese c dell’inglese. Le stesse materie s’insegnano nella Scuola Reale, fuorché il greco che viene sostituito dal francese, inglese o spagnolo. Ecco pertanto gl’inscgiramenti che si danno nel Ginnasio e nella Scuola Reale superiori, uniti insieme : Religione, tedesco, latino, greco, francese, inglese, ebraico, storia c geografia, aritmetica e matematica, storia naturale, fisica e chimica, disegno c calligrafia. Più tardi, in alcune città della Germania sorsero scuole industriali per soddisfare a certi bisogni e tendenze locali 5 coinè tra noi, per cagione d'esempio, e sorta la Scuola industriale e professionale di Vicenza che ha surrogato quell’istituto tecnico, perchè più vantaggiosa a coloro che, a poca distanza, a Schio lavorano nel grandioso e prospero stabilimento industriale del benemerito seuatorc A. Rossi. Presso la Scuola industriale nel centro di Berlino s'insegna: Religione, tedesco, francese, inglese, storia e geografia, aritmetica, materna- tica pura ad applicata, fisica c chimica, chimica pratica nel laboratorio, storia naturale, calhgia ., disegno a mano libera c disegno geometrico. Il Ginnasio superiore tedesco, con 1 esame b sturila o di licenza, schiude le Porte dol^ versità; c le Scuole Reali di l u ‘ m01 J degl’inge- loro licenziati di passare ai IL/ W” *- . . *V gneri, di essere ammessi ^^o'di’volontariato, di tare e a godere i benefi ‘ nci Ministeri. E qui gio- aspirare alla carriera u ‘ . licenziati dai nostri va ricordare che anche a * ;1 benefizio del Licei ed Istituti Aitare, sono am- volontariato quanto , i;ce{iU) e a n a facolta di messi all’Università (t sezione fi s i c0 -ma- matematiebe quelli (tecni .) tematica ; inoltre possono tutti aspirare ai pubblici uffizj minori, come nelle Poste, nelle strade ferrate, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza e nei Ministeri. . Ed orapotrebbesi domandare: Perchè nei Ginnasi tedeschi non è compresa la filosofia, e nelle Scuole Reali non s’insegna economica politica, statistica, diritto positivo, computisteria c ragioneria, estimo ed agraria, che troviamo invece presso i nostri Istituti tecnici, ne’quali bensì manca il latino ? Nei Ginnasj tedeschi (eccettuati alcuni pochi dove si studia la logica formalo, o la propedeutica filosofica) non avvi l’insegnamento della filosofia per due ragioni: 1° perchè, a differenza d’Italia per il contrasto e la separazione fra la chiesa e lo stato, là si mantiene vigoroso l’insegnamento della religione, sia cattolica sia protestante, secondo la confessione religiosa degli alunni; perchè i giovani, oramai bene apparecchiati c riflessivi, apprendono la filosofia nelle Università ordinate diversamente dalle nostre: di fatti nelle Università tedesche la facoltà filosofica comprende altresì quella filologica e storica, quella fisico-matematica e di storia naturale. Per altro, se ai nostri Istituti tecnici manca il latino, onde i giovani licenziati (eccetto quelli della sezione matematica) non sono ammessi all’Università, e in fatto di cultura letteraria sono generalmente inferiori ai licenziati dal Liceo; le Scuole Reali tedesche, paragonateagl’Isti- tuti tecnici italiani, hanno il capitale difetto di non apparecchiare direttamente gli animi alle lotte nobilia feconde della vita pratica sociale ed agli ufficj amministrativi, perchè non vi si danno le principali nozioni di scienze morali o sociali, come la morale, l’economia politica, la statistica, il diritto, la computisteria, e somiglianti. I nostri G-innasj e Licei non hanno subito notevoli e sostanziali cambiamenti, almeno in ciò che riguarda la natura e il numero delle materie d’insegnamento. Non così gl’istituti tecnici, dalla loro creazione: e però giova esaminare i principali mutamenti introdotti in essi coi programmi. Nei programmi non si provvedeva sufficientemente alla cultura letteraria e morale de giovani ; non si distingueva un doppio orine 4. stadi negl'istituti, studj penerai, c teorie, da un, V Mi . pratici dall'altro; infine la temone fis,=o-ma, ematici era unita a quella industnalo A que* inconvenienti si procuri di rimodare dal Mistero d’agricoltura industria e commercio ( pendevano allora “Mastico, grammi al principio d de p a circolare precedati dalle relative is ruz ^ sanzionat ; con ministeriale del 17 otto re ’ l’onorevole R. Decreto del 30 marZ °,? 8 '^ iglio superiore per Domenico Berti, a nome Qtta relazione al l’istruzione tecnica nella ™ r neva ques te savie Ministro riforme: P Ripartizione della sezione di meccanica c costruzioni in sczìodc fisico—matematica, c in sezione industriale; 2 a Prolungamento del corso delle sezioni negl’istituti; 3 a Ampliamento o miglior distribuzione della cultura generale c scientifica, c della cultura speciale ; 4 a Riordinamento dei programmi d’insegnamento; 5 a Connessione degl’ Istituti tecnici con le Scuole superiori, c nonno per l’attuazione del riordinamento degl’istituti. In ordine a tali riforme, il corso degli studj tecnici da tre fu portato a quattro anni : gli studj del primo anno comuni a tutte le sezioni, giusta il Regolamento del 18G5, furono estesi a tutto il primo biennio in comune e determinati nelle seguenti materie : Lettere italiane, storia c geografia, lingua francese, inglese o tedesca, matematiche elementari, storia naturale, fisica, nozioni generali di chimica, c disegno ornamentale. Clic anzi, per rinforzare la cultura letteraria e morale, alcuni insegnamenti di cultura generale, come l’italiano, la storia c la geografia, vennero protratti nelle varie sezioni per tuttala durala del corso tecnico ; agli studj lettcrarj si volle aggiunto ed unito lo studio della Psicologia c delle principali nozioni ed applicazioni della Logica, restringendo ilprimoalle facoltà essenziali dell'anima, alloro svolgimento e al destino immortale di essa, il secondo alla teorica del giudizio e del raziocinio, e alle norme fondamentali dell’ arte critica. Imperocché il Consiglio superiore di istruzione tecnica é d’avviso (diceva 1’ esimio relatore Berti) u clic nulla tanto giovi a restaurare gli studj letterari e all’ incremento della cultura generale quanto i buoni studj filosofici. Speriamo clic il tempo ci concederà d’introdurre noi nostri Istituti un vigoroso insegnamento di morale, che, oltre al servire di preparazione o di aiuto alle diverse discipline giuridiche ed economiche, tornerà eziandio di vantaggio all’educazione dell’animo, alla quale si deve mirare negli Istituti tecnici non meno operosamente clic nelle altro scuole Finalmente, le sezioni degl' Istituti furono divise in cinque : seziono fismo- matcmctica, industriale, agronomica, commerciale, c quella di ragioneria ; lo prime quattro da compiersi ciascuna in quattro anni, 1 ultima in un . dopo aver conseguita la licenza nella sezione coin mordale., Ma pii. notevoli c piofonde mno^.on sul» Menzioni sai piograni™ bcllcmc,iti delle Commissione «I ^ jc larevisione scienze sperimenta, g j u dj Z io e al- dei programmi stessi ’ ”,priore distriuione V approvamene del C°™=> ctl n »ovi programmi, tecnica le opportune n j> Decreto u n0 ~ gVIs,itati farete ai «se riforme, . Ilcco 1 l . paragonate con quelle c c Fu ristretta al solo primo anno la cultura generale, comune a tutte le Sezioni, facendo prevalere nei tre anni successivi la cultura speciale- tecnica. 2° A chigavesse ottenuto la licenza ginnasiale o di scuola tecnica, fu data facoltà di iscriversi al. secondo anno d’istituto, purché avesse prima superato l'esame nelle materie del primo. Fu ristretto rinsegnamento delle matematiche per la sezione fisico-matematica 5 ma vi faaggiunta la trigonometria sferica, che non s’insegna nelle Università^cui debbono presentarsi gli alunni dell’Istituto col diploma di licenza, anche senza lo studio del latino, prima di essere ammessi alle Scuole di applicazione. 4° La sezione agronomica fu distinta in due, con nuova distribuzione di materie c con indirizzo- più pratico : in sezione di agronomia, destinata a formare gli amministratori rurali c i direttori di p aziende agrarie ; in sezione di agrimensura, per co lmo clic si danno alla professione di periti stimatori di fabbriche, e di periti misuratori di campi. 5° Alla sezione commerciale fu riunita quella di ragioneria, da compiersi in quattro anni perchè 1 esperienza fatta in alcuni Istituti aveva già dati buoni risultamenti. G° In quest’ultima seziono la statistica fu unita all economia politica ajiplicata, avendo sempre cura di far prevalere nell’Istituto la parte applicata alla teoretica. Bensì mentre nei programmi del 1871 il diritto amministrativo era obbligatorio nella sezione di ragioneria, in quelli del 1816 non se ne parla affatto ! 7° L’economia politica teoretica, qual parte della cultura generale scientifica, fa estesa a tutte le sezioni. 8 ° Infine, s’introdusse un nuovo insegnamento comune a tutte le sezioni, e che nell’anno scolastico 1S77-7S fu reso obbligatorio in tutti gl'istituti tecnici del Regno, cioò gli Elementi scientifici di Etica civile c Diritto, con doppio intendimento : di prepa- rare lo menti allo stadio del Dirittoposavo e del- l'economia politica, o di temperare .1 cara, o de giovani formando non solo « abita profe^—,, ma cittadini degni per virtù moral. e emù E - il nobile desiderio acconnato lino da presidente del Consiglio snpenore ca, onorevole Berti, venne urc dal il ministro Calatabiano irebbe lodo P Consiglio stesso e dai P 1 ’ 0 ^^ ^alfeta grande- gli uomini imparziali . della crescen te mente a cuore l’cducazion generazione. . v i 1077, ecco per- Secondo i nuovi program*speciali, tanto la distribuzione delle male ^ Lettere Insegnamenti comuni a a o-QQtrrafiii., matemati- italianc, lingua francese, sitera, b ° natur ale ; che, disegno, fisica, chinu ca » ^^ cnt - scientifici. di economia politica teoietic., dalle nozioni di etica civile e di diritto, P lC 370 sulla riforma de’ licei psicologia c di logica. Seguono le materie speciali delle cinque sezioni (oltre le materie in comune) nel- •J’ordine infrascritto : Sezione fisico-matematica : Lingua inglese e tedesca. Sezione di agrimensura: Costruzioni, geometria pratica, agraria, estimo, diritto privato positivo. Sezione agronomica : Costruzioni, geometria pratica, diritto privato positivo, agraria, estimo, chimica applicata all’agricoltura. Sezione di commercio c di ragioneria : Diritto privato positivo, teoria della statistica ed ccouomia politica applicata, computisteria c ragioneria. Sezione industriale : Teoria della statistica ed economia politica applicata. Ritornati gl’ Istituti tecnici sotto la dipendenza del Ministero dell’Istruzione pubblica pel Decreto leale del 26 dicembre 1S77, si pensò j)iù volte in questi ultimi anni a riordinare la istruzione tecnica di primo c di secondo grado. Il Ministro Baccelli aveva nominata una Commissione per la riforma della Scuola tecnica c dell’ Istituto tecnico. L’ on. Ministro Ceppino ha fatto tesoro delle proposte di netta Commissione ] c quindi abbiamo la recente riforma degli studj tecnici, approvata con Decreto reale del 21 giugno 1SS5. Alla Scuola tecnica si è conservato il suo duplice line teorico e pratico, cioè di preparare i giovani all’Istituto e di fornire “ una certa istruzione reale e pratica ai giovani che volessero darsi al piccolo traffico, agli umili ufficj pubblici ed alla milizia E però nel terzo ed ultimo anno gli alunni si dividono in due sezioni, con diverso programma di studj e con metodi di csercizj convenienti e prò- prj, sccondochè intendono di passare all’Istituto, o di sottoporsi all'esame di licenza per entrare nella vita pratica del lavoro utile. Per 1’ ammissione al- V Istituto tecnico si richiede l’esame m queste materie : Calligrafia, Disegno, Geografia, Lingua francese, Lingua italiana, Matematica (Aritmetica razionale e Geometria), Storia antica, orientalo e gioca, Storia d'Italia, Dovari a Diritti dal rioni di Storia naturala. Por ffr* 1» ““tannica si richiede olirà lo’ io ‘ 8 teria- (salvo la Storia antica), 1 esame 1, t i Un Escrcizj di Lingua franaata, no. . di Aritmetica, nelle Lozioni di Mineralogia. . on o conservate Riguardo all’Istituto toc» co, s “° la sc . le cinque vecchie sezioni, sue l '* . Commcrc io c zione industriale in due lami, „-. n0c Ragioneria Ragioneria privata, diAmniinis sezione pubblica. Gli studj dal . tutti gli Fisico-matematica si sono 1 s tadj speciali alunni dell’Istituto, de terni nn q . 0 ^ cr ciascuna tecnici e pratici ncl^ sCC ° UC . 1 ° in( | 0 i e s ua particolare, sezione, secondo il fi nc e . vo n’cbbc a for- Ondo la soriana Fisino-matamatic marcii Liceo scientifico moderno, e le altre Sezioni altrettante Scuole professionali. Ecco, pertanto, le materie comuni a tutte lo sezioni : Chimica generale ed clementi di Chimica organica ; Disegno ornamentale geometrico c a mano libera; Fisica elementare; Geografia Lettere; italiane; Lingua francese; Matematica (Algebra e Geometria) ; Storia generale ; Storia naturale. Materie speciali per le rispettive Sezioni. Sezione Fisico-matematica : Chimica (esercitazioni) ; Disegno di applicazioni ornamentali c di architettura ; Elementi di Logica e di Etica ; Fisica complementare ; Lettere italiane ; Lingua inglese o tedesca ; Matematica (complementi c Trigonometria) ; Storia complementare. Sezione di Agrimensura : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Chimica (esercitazioni) ; Costruzioni e Disegno relativo ; Estimo ; Fisica (Meccanica e Idraulica) ; Legislazione rurale ; Lettere italiano ; Matematica (Trigonometria ed esercitazioui, Geometria descrittiva c Disegno relativo) ; Topografia e Disegno relativo. Sezione di Agronomia : Agronomia, Agricoltura ed Economia rurale ; Tecnologia rurale e Zootecnia ; Chimica agraria ed esercitazioni ; Elementi di Topografia e di Costruzioni, e Disegni relativi; Fisica (Meccanica, Idraulica o Meteorologia) ; Legislazione rurale ; Lettere italiane; Storia naturale applicata all’Agricoltura. Sezione di Commercio e Ragioneria: Calligrafia ; Computisteria e Ragioneria (parte generale e speciale); Scienza economica, e degl’istituti TECNICI IN ITALIA 37S> Economia applicata, Statistica e Scienza finanziaria; Elementi di Diritto civile, commerciale ed amministrativo ; Merciologia ed esercitazioni ; Lettere italiane; Lingua francese, inglese o tedesca;Storia complementare (delle colonie o delle industrie c dei com- merej). Sezione Industriale : Chimica; Disegno 01 - namentale ; Fisica elementare ; Geografia ; Lettele italiane ; Lingua francese; Matematica; Storia generale ; Storia naturale. Questa riforma segna certamente un notevole progresso nell’ordinamento generale dei nostri s u ] Liei di primo e' di secondo grado. *£» ^ ohe sia una riforma compiuta c e ' pare davvero : ansi nella Beiamone al He si fa co ^ prendere che dallo stesso Ministero «sente_ desiderio di ulteriori modificamo»! e '‘"Jf della nefica intorno all’assetto “'S 1 * 01 ® °. n p attuale istruzione tecnica secondaria. > te0 _ Scuola tecnica e bene Cù0Vcl |^ a S cu|Ìc pre nci alle Scuole di arti 6 “ Cb ’ iftndi? La seziono fessionali inferiori, per „i e or dinaria- Fisico-matematica dell'f 8tlt ^ j vcrH ità, come può mente prepara i 8 * ova ?'^ moderno, so non vi si dirsi un vero Liceo scic ^ ^ noto c he in Ger- studia affatto la lingua latina. gQ ]ft Scuo i a mania il latino si studia ano ^ ^ i#| e re- Rcalc. Perchè abolire le no della Logica e stringere l’insegnamento e ^. o _ roa t e matica? Dcl- dell’Etica alla sola sezione i alcan bisogno la Logica e delia Morale no» ha»»gli scolari delle altre quattro sezioni, i quali poi lasciamo affatto gli studj ? Infine, perché abolire gli elementi scientifici del Diritto razionale, mentre questo è fondamento del Diritto positivo c della stessa Economia sociale ? Il presente ordinamento della Scuola c dell’ Istituto tecnico non ha dunque raggiunto il suo ideale. VI. Ma dall’altro lato, si può egli diro che l’istruzione classica da noi sia perfetta sott’ogni rispetto? I nostri Ginnasj e Licei sono in piena armonia coll’esigenzc de’buoni metodi, coll’avanzamento delle lettere c dello scienze, coi bisogni e collo nuove condizioni della società odierna? E tutte lo nostre Scuole secondarie mirano esse ad un fine principale, ad infondere nell’animo della gioventù una sana o vigorosa educazione morale c civile? Ognuno si troverebbe fortemente impacciato a rispondere a queste domande : il che significa, clic molto ci rosta ancora da fare per le nostre Scuole secondarie, classiche c tecniche. Vero è che un compiuto c razionale ordinamento della istruzione secondaria presenta non poche c serie difficolta per natura sua ; e difficilmente presso qualunque nazione può essere opera d’un solo periodo di tempo c d un legislatore solo. Quindi non deve recar meiaviglia so nell’Italia nuova, tenendo conto ancora delle sue condizioni politiche, intellettuali c morali, il giavissimo problema d’un compiuto c stabile assetto delle Scuole secondarie non ha avuto fin qui la migliore ed ultima soluzione. Quattro, secondo me, sono i principali quesiti a cui deve rispondere un razionale fecondo e stabile ordinamento dei nostri Istituti se- condarj vuoi lotterarj o classici, vuoi tecnici o professionali : a) Cultura generale degli alunni. I) Metodi in armonia con lo svolgimento graduato delle facoltà umane, e in pari tempo con 1 progressi e fini della scienza. Relazioni fra i Ginnasj, i Licei c le Universi,, fra lo Scuole tecniche, gl'Mtutì e la Un,ver- sitò, i Politecnici od altro scuole saperlo,,. Attinenze dello nostre scuole s“™ d ”' c0 ° ' la vita pratica c con gli uffici minor. «1 “ Statm^ Ed ora esaminiamo brevemente 1 qua ^ per vedere poi quali rimedj principali oceor.aco . nostre scuole. a; Quali materie si dovranno tn*&* ciascun istituto secondai io P‘^ ss nell’Istituto? nasio e nel Liceo, nella Scuo a ec ” . ò e3S3r c La scelta eia quantità di osso matouc,^^ arbitraria, oppure deve cs.cic ^ ^ v ; debbon me, a criterj ben definiti . ^ definiti, i q uab essere certe norme, anzi cn ^ gtcss0 c he si prosi desumono principalmente a ^ ^ogni sociali pone il legislatore, vero interpre ^ ^Hoscuole, nell’istituire o nel riordinare cia finc immediato Ogni istituto ha due fini esscn cioè di provvedere alla cultura generale della crescente gioventù studiosa e dei futuri cittadini ; un fine mediato, che sta ora allappateceliiare le menti a studj superiori, ora nell’abilitare a certe professioni, o a certi ufficj minori nello Stato, e all’amministrazione delle proprie sostanze. La cultura generale cambia secondo i progressi dello scibile umano e secondo le peculiari condizioni della società civile. Trent’ anni fa, per esempio, dalla classe più numerosa dei veri cittadini, dalla borghesia, in Italia non si sentiva il bisogno di apprendere certe cognizioni politiche e scientifiche, perchè allora la borghesia aveva minore importanza sociale di fronte al clero e all’ aristocrazia, e perchè mancavano al paese istituzioni liberali, che portan seco nuovi diritti c doveri. A voler compiere ed esercitar bene questi doveri e diritti sociali, richieggonsi opportune cognizioni c un più alto grado di cultura intellettualo. Come pure dalle nuove condizioni sociali è sorta la convenienza di rendere più colta ed istruita la donna, senza cadere per questo nell’opposto eccesso. Ma la vera c soda cultura d’un popolo non deve consistere soltanto nell istruzione della mente, si anche e principalmente nella retta educazione dell’ animo, come richiedono la natura e il fine dell’ uomo considerato e in sè stesso, e in relazione colla famiglia e colla società, senza qui entrare nel campo religioso. L’istruzione non è fine a sè stessa e all’ umana società, ma piuttosto e mezzo all’ educazione morale e civile. La prima ha per fine diretto la conoscenza del vero -, la seconda mira alla pratica del bene. Ciò posto, se le materie clic oggidì s’insegnano nelle nostre scuole secondarie soddisfano in generale ai bisogni della mente e alle nuove condizioni sociali, per ciò che attiene al sapere, non sono pero le piu adatte, considerate fra loro c da sole, ad invigorire il scuso morale, a prodarre mia 0 educazione, che torni vantangiosa alle singole famiglie o all' intero consorzio civile. He. da°*ogici e scientifici, in buona parte della stampa a “liberalo, nel Parlamento e ne. paese pressai generali o frequenti sono le "ri « sècot rizzo educativo delle nostro scucem» darle. AU’ insegnamento. re ìgm mim care c razionalmente impaitito, tare come in nessun grado delUi— 9Ì ‘ giudicano molti uomini i us ii secondarie voluto o saputo contrapporre mo ingegnamen to in generale un vigoroso stadj CODS iderati morale, coordinandovi pu» | . q molta parte della nell’aspetto educativo. d eleva to sentimento nostra gioventù manca 1 P, no bili, l’affetto del bene, l’entusiasmo pei e c s j t i retti, il ca- disinteressato, la fermezza n rattere morale. Vili. n0 arduo ed importante b) Altro quesito non m ^ sapcre inse di è quello del metodo, non gnaro quanto nel coordinare le materie di studio: quesito che non si può risolvere convenientemente, ove non si badi al graduato e armonico svolgimento delle facoltà umane. Con qual ordine si svolgono le facoltà dell’uomo ? Prima il senso, la fantasia c la mo- moria ; poi la immaginazioncintellettiva e la ragione, colle sue varie operazioni o facoltà secondarie, come l’attenzione, la riflessione, l’astrazione, l’analisiclasin- tesi, la comparazione ; per ultimo, la volontà libera. Ora, queste facoltà non sono l’una dall’altra separato, come l'esperienza o la ragione ci attcstano ; ma sono invece strettamente congiunto, perchè tutte dipendono dallo stesso ed unico principio che in noi sente, intende e vuole. Bensì 1’ una prevale sull’altre nelle diverse età dell’uomo, e secondo la natura degli obbietti a cui son rivolte le operazioni intellettive e morali di lui. A questo naturale c graduato di- spiegarsi delle facoltà umane, a quest’ armonia loro meravigliosa, deve sempre corrispondere l'ordinamento degli studj e un acconcio metodo d’insegnamento nelle nostre scuole, dalle prime classi elementari all’ Università. Per chiarire meglio le nostre ideo, gioverà qui fare un’osservazione’ pratica. In virtù del R. Decreto 22 settembre 187G, la filosofia s’insegnava in tutti e tre i corsi liceali ; mentre prima cominciavasi a studiare nel second’anno di Liceo. E nella Relazione che precedeva quel R. Decreto diccvasi che nel prira’anno liceale l’insegnamento della filosofia dovesse consistere segnatamente nella lettura e nello studio di luoghi filosofici Latini, e nella spiegazione della nomenclatura filosofica, di cui tanta parte si chiarisce colla lingua greca. — Senza disconoscere le intenzioni più che rette del legislatore, a noi pare (confortati in ciò dall’esperienza) che sarebbe stato miglior partito ritornare alle vecchie disposizioni, cioè principiare lo studio della filosofia nel secondo anno di Liceo, perchè le menti de giovani sono allora più riflessive e mature, ed hanno acquistato nuove e più sode cognizioni di letteratura, di storia e di matematica nel primo anno liceale, dalle quali trarranno poi giovamento nello studio della filosofia stessa. Vediamo infatti che in Austria s insegna la propedeutica filosofica solo nella classe Vili, od ultimo anno del Ginnasio-liceo ;, e no Gmnasj di Boltzen o di Klangcnfilrt la logica /orma studia nello ultimo duo classi, comspondentmdfecondo e terzo anno del nostro Liceo In Trace . poi, ««ero corso di l'ultimo anno d. Liceo ' ; l nostri otto ore d'insegnamento P« “ ge . alunni, appena usciti a un ver o insc- ncralmente ben prepara liceale, sia per gnamento di filosofia sa perficiali la tonerà età, sia pei aWtuatialla n- cognizioni, sia per no poteva giovare flessione e al ragionamen o - - m0 co rso liceale gran, fatto spendere tutte » 1 p. oso fica, che si nell’ insegnar loro la nom p 0 studio delle può di mane in mano apprendere singolo parti della filosofia elementare 5 e ancor meno avrebbe giovato spenderlo per intiero nella lettura o nello studio di luoghi filosofici latini, por esempio nel De OJJiciis e nel Da Leyibus di Cicerone, perchè tali studj c letture presuppongono un corso ordinato, già compiuto, di filosofia razionale e morale. Più tardi l’insegnamento liceale filosofico si restrinse a soli due anni, cominciando lo studio della Psicologia e della Logica nel secondo, e riservando al terzo la Morale. Ma con P. Decreto del 23 ottobre 1884 l’insegnamento filosofico è stato di nuovo esteso a tutti e tre i corsi liceali, assegnando al primo lo studio della parte più generale della Logica. - Per le ragioni suddette, converrebbe tornare al vecchio sistema, cioè principiai’e addirittura lo studio della filosofia elementare nel secondo corso liceale, e compierlo in due soli anni. Siffatto ordinamento c siffatto metodo converrà poi che nelle scuole secondarie si trovi in armonia perfetta con i progressi della scienza o con i fini dell’ insegnamento. Lo studio della Filosofia e dello •Scienze naturali, a cagion d’ esempio, deve esser fatto in modo ben diverso da quello in che facevasi venti anni addietro : e qui siamo già incamminati per la retta via. La Storia greca e romana dovrà essere insegnata nel Ginnasio e nell’Istituto tecnico in modo differente, per la diversità del fine di esso studio nei due Istituti ; all’ insegnamento della Chimica non potrà darsi nel Liceo quell’ estensione o profondidà che deve avere presso l’Istituto tecnico. Governo e professori debbono pertanto aver di mira questi quattro punti essenzialissimi : 1° Lo svolgimento armonico di tutte le facoltà umane; 2* La •cultura generale degli alunni; 3° Il progresso dello scibile ; 4° Il fine pratico della scuola. IX. c) Come le scuole inferiori od elementari, oltre avere un fine proprio, debbono servire di fondamento e di preparazione agl’istituti secondarj, così questi vogliono essere coordinati razionalmente allo scuole superiori e di perfezionamento. E però i nostri Licei ed Istituti tecnici, specialmente in alcune seziom, come in quella fisico-matematica e di a S ron0 “ ia ’debbono avere stretta relazione col or inam .degli studi nelle Universi.!., «M*-*** Scuole superiori di per la stessa ragione, i G. J ^ tcomcho ag Ii legati strettamente a U, 1 ha m flM Istituti professionali, be U rog i on di più speculativo che pratico, S ® . P ge ins ° mm a à mezzo die di fine, a ' 0S ^ip er il Liceo, parrebbe destinato a preparale g j s6 avere un fine che anche la Scuola tecnic re p arar e le più speculativo ch ® ^Jistìtuto tecnico, anziché menti a studj super io fes9 i 0 ni, per quanto presumere di abilitare a ^, ione precoce super umili sieno, e di dare un * s ^ dimostrato non Sciale inefficace, che 1 es P erI v uon0 risultamento. .condurre da sola a verna pratico e Ma se la Scuola tecnica, com’era prima ordinata, non corrispondeva nè al suo fine speculativo, cioè di dare una conveniente cultura generale, o di. preparar bene gli alunni all’Istituto, nè al fine pratico, ossia di abilitare a’più modesti ufiicj nella vita privata e pubblica; anche il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto, nelle attinenze loro cogli studj superiori, hanno i loro difetti. Così, nel Ginnasio si dovrebbe insegnare la lingua francese, materia non solo di cultura generale, ma eziandio necessaria agli studj successivi nel Liceo e nelle Scuole superiori ; c lasciar da parte la Storia Naturale, che viene ripresa nel Liceo in modo più esteso e profondo. Inoltre, come studiar bene le Scienze naturali senz’aver prima studiatola Fisica ? Nel LiRco, poi, hanno troppa estensione alcune materie, come la matematica, le scienze fisicochimiche ed il greco, dacché queste materie, spinta oltre i debiti confini, non sono d'interesse generale,, non danno per se un risultamcnto pratico, si riprendono quasi daccapo nelle rispettive Facoltà università) ic, richiedono molto tempo nel corso liceale con grave scapito delle altre materie. Tale inconveniente non ha luogo negl’istituti classici della Germania. Ecco quello che scriveva in proposito l’egregio professor Pullè nella citata sua i dazione: “La parte più importante ve l’hanno l'aritmetica e la matematica ( elementare, come si vede dai piogrammi) per far vero il principio, che le lingue, classiche e la matematica sono il centro dello studio ginnasiale. Yicn dopo lamica, quindi la storia natuvale. La chimica e per sè, o perchè ancora troppo poco è venuta a scientifiche conclusioni, ed è tuttavia da riguardarsi come in via di sviluppo, non viene, nei Ginnasj almeno, accettata come materia obbligatoria. Così anche alla storia naturale non si dà una sostanziale importanza : anzi per regola, dove manchi un buon maestro per questo insegnamento, nella classo IV c V le due ore vanno impiegate per l'aritmetica eia geografia. A questo punto va fatta un’ osservazione importante. L’insegnamento delle scienze positive nei Ginnasj o Licei c ordinato non tanto ad un fine pedagogico, quanto acciò che il .giovane, che vi compio la sua educazione, ne esca con una generale coltura, sappia qual posto occupa ciascuna scienza nell’ insieme dello scibile e si avvezzi a liberamente pensare. Per questo vai tanto m e- gnamento realistico per coloro che -n d Una ti a professioni giuridiche, alle V ÌnSCSnan,e ^° m“ peTqueste ultime, quel tanto che scienze esatte Ma per q ^ ^ do, tutt0 se ne apprende nel L la fisica, lachi- insuffieientc, poiché al rfetfa mat6 . mica, la storia naturale, e &U ? a n ^ llcipio e ripetute matica, vengon riprese quasi calzallte è quello quasi alla lettera. L’ esempio P ^ anni ne l della fisica generale, che appi ‘ ^ bienna le al- Liceo, viene ripresa pei un a, ti tem po eia l'Università. Or» per Ucw, o lo fatica sono irrornss, talmente p» sono all’ Università. Ad ogni modo, chi volesse approfondirsi nelle matematiche elementari e nel greco, per indi proseguire i medesimi studj nelle Facoltà di scienze fisico-matematiche e di lettere, potrebbe frequentare alcune lezioni facoltative da stabilirsi nell’ ultimo anno dei nostri corsi liceali. Nell’ Istituto tecnico, poi, converrebbe insegnare la lingua latina nella sezione fisico-matematica, essendo questa direttamente coordinata all’Università. X. d) Finalmente, un compiuto e razionale ordinamento degli studj liceali e tecnici deve provvedere non solo alla cultura generale degli alunni e ad apparecchiare le giovani menti e studj superiori, quando esse vogliano e possano dedicarvisi, ma deve altresì avere un fine pratico, abilitando i giovani a certi ufficj minori presso le società private o presso 10 Stato, e fornire tutte quelle cognizioni che fanno 11 buon cittadino. Non tutti i giovani ch’escono dai nostri Licei sono in grado, per le condizioni economiche della famiglia o per altri motivi, di proseguire i loro studj nell’Università e negl’istituti superiori. Essi pertanto cercano un’occupazione negli Ufficj postali, comunali e provinciali, nelle Prefetture, nelle Intendenze di finanza, nei Ministeri, nelle Strade ferrate, nelle Biblioteche, c via dicendo. Coloro poi che frequentano gl Istituti tecnici si dànno tutti, meno quelli della sezione fisico-matematica ed altri pochi fortunati acl una professione libera, come i periti agrimensori; o ad un impiego presso le Amministrazioni private o pubbliche, secondo i lori studj e la capacità. Inoltre, il diploma di licenza tecnica o liceale, conferisce loro certi diritti pubblici, non solo il diritto al voto politico, sì anche 1 altro di essere giurati (a 25 anni) presso la Corte d’Assise. Or bene, come potranno adempiere convenienteinentesì gravi doveri ed esercitar bene sì nobili diritti quei giovani, che, secondo l’attuale ordinamento dei nostri Licei, non vi hanno apprese nè vi apprendono le nozioni piu •elementari del diritto pubblico interno, e che (potendo anche sedere nei Consigli amministrativi del Comune e della Provincia) non. sanno mente d. Economia politica c d’Amministraz.on= ? So pò. cacano un modesto collocamento nello Poa *®> letture, nelle Intenderne di finanza, nelleStradefer rate, nei Ministeri, come potranno sostenere, gl, am, j; „nn avendo appreso nel Uinnasiu senza nuovi studj 1 ^ n *u contabilità c la enei Liceo ne ^ itiv0 ? E quindi, o computisteria, 1 dovran no sostenere questi nuove spese o fatiche ^ classiclie> od avremo giovani licenziati . f Quanto ag u alunni dei- in società altri sjjos • _ diritto amministra- l’Istituto tecnico, le sezioni* 1 come nel tivo vanno estese aim ento, a tutte le se- furono estesi, con savi I economia teoretica, ziom dell fstitnto g ^ di etica civile e dii ut SULLA RIFORMA DE’ 1ICEI Ed ora concludiamo. Quali pronti cd efficaci riraedj vanno recati ai nostri Istituti secoudarj classici e tecnici? A mio parere, eccoli brevemente : Si metta obbligatorio lo studio del francese nel Ginnasio, e si tolga la storia naturale. 2° Si restringa il programma di matematica, di fisica e chimica, e del greco nel Liceo per quegli alunni, che non si danno poi nell’Università alle matematiche, alle lettere ed alla filosofia. 3° Nella terza classe liceale si* stabiliscano corsi superiori facoltativi di matematica e di greco pecchi ha interesse di approfittarne. 4° Vi si insegnino pure le nozioni elementari di economia politica e di diritto amministrativo. Quanto agli studj tecnici : Si coordini nettamente e definitivamente la Scuola tecnica all'Istituto tecnico nel terzo anno. 2° Si renda più. pratica la Scuola tecnica per i licenziandi, collegandola altresì alle Scuole professionali inferiori o di arti e mestieri. 3 Si metta obbligatorio il latino per conseguile la licenza nella sezione Fisico-matematica dell Istituto. 4° Si estendano a tutte le sezioni dell’Istituto gli Elementi di Logica c di Etica. Si icnda obbligatorio lo studio dell’Economia teoretica sociale a tutte le Sezioni, eccetto a quella Fisico-matematica. G° Si ristabilisca il corso elementare di Diritto razionale. Si porti a cinque anni il corso compiuto dell Istituto, quando non si credesse meglio di stabilirò in quattro anni il corso teorico o pratico della Scuola tecnica. A questo modo, mi pare che i nostri Licei ed Istituti tecnici possano davvero rispondere al fine loro speculativo e pratico, alla ragione dei tempi e alle condizioni del nostro paese, e riuscire superiori o migliori dei Ginnasj tedeschi, e delle Scuole reali e borghesi della Germania. Comunque sia, in ogni riforma de’nostri Istituti mezzani e superiori, classici e tecnici, non dimentichiamo la massima che inculca Mamiani ne'suoi Documenti pratici intorno alla rigenerazione intellettuale e morale degl’italiani: u Gli studj che mirano a poco alto fine e versano sopra materie futili ne emano di nudrirsi di scienza profonda, snervano 1 intelletto e l’animo. GENTILE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE. Allicricus ilio fuit, qucra non Brilannia modo, seti et tota Europa pracccplorom in Jure suum eolil et agnoscit »• Jl. PrecuiD, Elogio di Scipione Ganlue. Fra tante e nobili glorie italiane fin qui dimenticate v’era il nome di un insigne Marchigiano, che. più d'ogni altro meriterebbe di far parte quella storia, « magnifica e peenhare de,U Ita liani fuori d'Italia, che Cesare Balbo m fine gin nani jwn* « » . connazl0 nali. vissinri «itti nato a San- Questa gloria italiana m0 rto ginesio (provincia di Macerata) nel UM esule in Inghilterra a 19 e t “"j” a metà del Visse dunque ABonc» e la se» secolo XVI, che fu una dell epoc P ^ religiosa. E questo Q Bran0 e di Cam- Francesco Bacone, i Elisa betta : epoca famosa, panella, di Filippo II e di JM per grandi avvenimenti politici e religiosi, per ingegni preclari e fortissimi caratteri. Matteo Gentile, valente medico, venuto in sospetto d’avere abbracciato la riforma religiosa, esulò dalla patria conducendo seco il giovine Alberico e l’altro figlio minore Scipione. Alberico, ebe avea già studiato la scienza del diritto nell’Università di Perugia ed avea tenuto l’ufficio di magistrato in Ascoli Piceno, non poteva non essere amato e pregiato nella culta Germania, dov’erasi rifugiato col fratello e col padre, che fu protomedico in Carniola. Il duca di Wiirtemberg, l’Elettore Palatino e tutte le Università dei loro Stati tennero in alto pregio il nostro Alberico per il suo ingegno e per la molta sua dottrina. Più tardi, Matteo ed Alberico si recarono nella dotta ed ospitale Inghilterra, mentre Scipione rimase in Germania ; e, stimato egli pure e di forte ingegno, divenne successivamente professore di Diritto nelle Università di Heidelberga, di Altorf e di Norimberga, dove morì a 53 anni nel 1016. Matteo fu archiatro della regina Elisabetta, e morì a Londra nel 1602. In grazia d’un suo eloquente discorso che salvò da morte l’ambasciatore spagnolo nella corte di Elisa- betta, Alberico Gentile fu eletto dal re di Spagna ad avvocato della Corona e dei connazionali dimoranti in Inghilterra. Fu inoltre professore al Collegio di San Giovanni Battista in Oxford, l’Atene d’Inghilterra, e in appresso fu lettore primario di Giurisprudenza in quella celebre Università, che in occasione della festa anniversaria fu visitata, com’è noto, da un altro insigne italiano, da Giordano Bruno. Onde a vcrun altro, meglio che ai tre Gentili, ma soprattutto ad Alberico s’attagliano quelle splendide parole clic C. Balbo lasciò scritte nel Sommario delle cose d’Italia : “ Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne trova altre ed altre infinite ; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori, corca, trova campi in tutti i paesi, in tutte lo colture ! „ IL Se non che, somma ed universale gloria si ac- smistò Gentileper le sue opere e spcoialmente pel suo famoso trattato Dejwre belli. Non meno d. quaranta sono gli scritti fin qui conosciuti deU illu- stre Marchigiano. Primeggiano su tutti le ha oji lutato universalmen ditfeoGrozio, autore Mica dirilto, e quale P" ccurù /pradier-Fodóró ael De jvre Belli et scrisse che (Grotius et son temjps), a ^ . mcgnasse u leggi Gentile fu ^ P quello ohe dice su della pace e della guerra . Ecco q tal proposito Eraerico Amari nella Critica di una scienza delle Legislazioni comparate (cap. IV, art. ir, in nota), opera non conosciuta degnamente, come avviene spesso di altri libri italiani : lt Sebi bene il titolo dell’opera di Gentili sia solamente De jure belli, pure io dico avere fondato la scienza del diritto della guerra e della pace, sì perchè il libro III di quello tratta interamente delle paci, come perchè in altri due trattati, l’uno De Legationibus e l’altro De armis Eomanis in due libri, nel primo dei quali tratta delle guerre ingiuste, c nel secondo delle giuste dei Komani, copiosamente parla del gius delle genti della pace ; laonde in queste tre opere tutto il diritto internazionale è compreso. Lo stesso Grazio, quantunque per debolezza d’amor proprio d’autore ne abbassi il merito, pure per candore di scienziato confessa essersene non raramente giovato; e chi confronti le opere di questi due grandi uomini, vedrà che Grazio non esagerò gli obblighi suoi col nostro Gentili Che altri ingegni italiani avessero trattato della Guerra e qualcuno di loro avesse per avventura tentato di applicare la scienza delle leggi all’uso della guerra prima di Alberico Gentile, ciò non viene impugnato dallo stesso autore del De jure belli o dal Grazio, e lo attestano il Tiraboschi, £. Amari e P. S. Mancini. Ma prima di Alberico nessuno e rasi elevato sì alto ; ond’egli stesso rivendica a sè questo primato fin dal principio del suo trattato famoso : Magnam atque difficilem rem aggredior. Non baleni libri illi de hoc jure, non olii vili, qui cxtcnt. Non ti sembra egli che quelle prime parole trovino un degno raffronto in queste altre, onde il Machiavelli, restauratore della scienza politica in Italia, palesa c attesta la novità del suo metodo e dell'opera sua ? lt Ho deliberato entrare per una via la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta se la mi arrecherà fastidio c difficulta, mi poti ebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero {Discorsi, I) „• Agl’intelletti novatori non può man- care la consapevolezza dell’opera loro, come non mancava al grande contemporaneo del nostro Gentile, all’autore del Nuovo Organo, il quale sapeva di additare alle scienze sperimentali un metodo veto, ma nuovo e non ancora praticato fuor, d Italia : • quac via vera est, sed intentata. Mirabile potenza dell’ingegno italiano, nevato e speculativo e pitico ad un tempo! Cocce .. m PÌ ^ÌTn7^:r S rMe “cono 1 Fimi. P" alla mente enciclopedica. dj^ ^ di rÌ3 a- taneo del Gen * lle ’ D ° albeggi delle leggi (leges lire alle fonti del 111 ’ trattat ° S Tilla Giustizia um- legum) e di scrivere ^ ^ dovea C om- versale. Ma delle cinq tratt ò c he della prima, porsi l’opera sua, per aforismi, che risguarcla la certezza delle leggi nella loro intimazione (1). ni. Ma veniamo senz’altro a dare un cenno dell opera insigne di Alberico, Dejure belli. Questo trattato, che fu dall’autore dedicato a Roberto conto d’Es- sex, è diviso in tre libri. Rei primo, data la nozione della Guerra, si esamina in chi risiede l'autorità di muover guerra, e per qual fine s’intraprende ; poi si dice quando la difesa è necessaria, quando utile c quando onesta; infine si esamina le cause che spingono alla guerra, che vicn fatta ora per necessità, ora per utilità, ora per cause naturali ed umane-, e si conclude che, dovendosi anteporre l’onesto all’utile (III, c. 12), la guerra vuol esser fatta per una causa onesta. Il secondo libro tratta del come e quando si dichiari la guerra, dell’inganno e degli strattagemmi ; e qui l'autore detto clic “ fondamento della giustizia è la fede vuole con Marco Tullio che il giuramento e la fede sicno rispettati anello dai combattenti: tueri inter bella fiderà. In progresso tratta delle regole che vanno osservate verso i belligeranti, verso i parlamentarj, verso i prigionieri, verso quelli che hanno deposto le armi \ e infine Vedi i nostri due libri: F. Bacone e la Classificazione delle scienze. Firenze. Elementi scientifici di Etica c Diritto, Roma] parla degli assedj, del come vogliono essere trattati i non combattenti, del rispetto cioè verso i supplichevoli, le donne e i fanciulli, della facoltà di dar sepoltura ai morti in battaglia, la violazione del qual diritto da parte dei nemici sarebbe improba ed empia. E termina questa seconda parte •con fervide parole a Dio, perchè si rimuova dalle guerre la barbarie, la crudeltà, l’odio inestinguibile; e perchè non le genti cristiane dai barbari, ma questi da quelle apprendano le leggi ed i modi più equi ed umani di guerreggiare. Il terzo libro c •tutto consacrato al fine vero ed ultimo delle guerra, vo'dire alla pace, ai modi più equi nel ristabilirla, All’amicizia ed alleanza tra Stato e Stato. Questo breve cenno mi pare sia sufficiente a dimostrare la grave importanza di tale r,Opera : onde ai spiega facilmente perchè tutti i P m insigni trattatisti moderni del pubblico diritto ricordino con molte lodi il nome e la dottrina di Gentile. CI se iù quel suo trattato egli non sempre indaga, ? * metodo rigorosamente scientifico, le a fondo, e co eminenti del giure ragioni supreme e le le OD 1 universale di gu*»» ^ esemp j 0 con mirabile erudizi,^ . occorre tener autorevoli e n vivesse il nostro Gentile, e -"In prto» ad « ltore ^ *°. de “ 0 ° fcui ^mirava, questo il concetto -fine altissimo a cui e nobilissimo pei’ cui il nome di Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà immortale. Non pago di u^ eie stabilite e di volere applicate le leggi alluso della guerra, non pago di aver raccomandato clic la guerra sia fatta sempre per cause oneste e giuste, quel forte e magnanimo intelletto invoca dal Padre del— l’eterna giustizia, clic voglia rimuovere ogni motivo di contrasto fra i popoli, che cessi ogni guerra, sia pur mossa da cause giuste :Tu pater justitiae, Deus „ eliam has lolle causas nobis, tolle bellum omne : eia, Domine, paceni in diabus nostris, da •pacava (I, e. 25). Nò si creda che Alberico, esule della patria, e che viveva in un secolo pieno di persecuzioni e tristamente famoso per tante guerre politiche e religiose, abbia invocato una pace transitoria, la pace solo per l’età sua e per i suoi contemporanei !No ; egli, am¬ maestrato dalle discordie e dai gravissimi danni di molto e diverse guerre, dai mali che esso arrecano •all'umanità, dal ritardo e dagli ostacoli clic ne pro¬ vengono alla civiltà ed al progresso dell’umana fami¬ glia, invocava, precorrendo ai magnanimi tentativi di Leibnitz e di Kant Disegno di pace perpetua fra le nazioni ed allo aspirazioni di molte anime generose del secolo XIX, la pace perpetua ed uni¬ versale, con quelle memorande parole onde chiudeva il suo trattato : u Deus autem optimus maximus faciat, principes imponeva bellis omnem Jìnem, et jura pacis ac foederum colera sanctc. JEtiaiU Deus, etiam impone tu bellis finem : tu nobis pa- cem effi.ee n . e ir. Diurno internazionale Chi può, adunque, negare la importanza tra¬ grande di quest’ Opera e la sua opportunità ? Sono ornai decorsi circa tre secoli da che fu scritto il Da jurahdli, ma le crudeltà della guerra non sono affatto cessate, ed anche a’nostri giorni ne abbiamo avuto tristi esempi in conflitti memorabili ; nè ancora tutta Europa sembra disposta a custodire santamente i diritti della pace e dei popoli. Bensì il Diritto in¬ ternazionale, che può dirsi fondato dal grandeMarchi- giano, ha progredito non poco, e gli ultimi congressi europei ne sono stati la più solenne testimonianza, e, se non compiuta, certo la più retta ed umana applicazione. Quanto all’epoca d’una pace universale e perpetua, clic sì ardentemente invocava il nostro Alberico, se per ora appare assai lontana, giova per altro ricordare lo splendido e solenne trionfo che nel 1872 riportò in Ginevra il principio delUròifrafo Muterà la sua indi- omaI, ‘Coiaio, u proclamatasi «tomento pondon» od unita- * olto3tM .u dinaosi al di ordine 4. cavdt ^, cbi primo formuli, mondo mteiolas.it 0 „ acrra c d invocò il diritto dolio g0"*> la pace universale. Il Romagnosi fu il primo a dire- che l’Italia doveva rendere ad Alberico la debita giustizia. Questo voto fu accolto dall’illustre professore P. S. Mancini e dal Municipio di Sanginesio, quando seppe clic Tommaso Erslcine Holland, pio- fossore di Diritto internazionale nella celebre Oxford, aveva in un pubblico discorso- rivendicato gl’insigni meriti del suo immortale pre¬ cessore, Alberico Gentile. Ma la gloria d’aver dato corpo e vita, per così dire, a questo nobile desiderio, spetta all’operoso e fervido pubblicista Pietro Sbar¬ baro, mentre insegnava Filosofia del Diritto nel¬ l’Ateneo di Macerata. Di fatto, il Consiglio accademico di quella Università, convocato in adunanza straordinaria, udita una bella relazione dello stesso prof. Sbarbaro, unanime de¬ liberava di esprimere pubblicamente il voto che si costituisse, sotto la presidenza dell’ insigne giure¬ consulto P. S. Mancini, un Comitato internazionale per erigere in Italia un monumento a Gentile. Questa nobile iniziativa fu encomiata universalmente. Osiamo dire che forse mai somiglianti proposte ebbero un successo più splendido. Tutti i più autorevoli periodici d’Italia vi fecero plauso, o la proposta fu bene accolta anche dalla stampa estera, specialmente in Inghilterra, Germania, Francia e Belgio. Parecchie Università e le principali Accademie scientifiche c letterarie del Jlcgno aderirono alla proposta dell’Ateneo maceratese. I più insigni uomini (l’Italia in ogni ramo del sapere, illustri statisti e scienziati stranieri, tra’ quali vanno qui ricordati Bismarck e Gladstone, Holtzendorff, Er- skine Holland. Laurent e il compianto Laboulaye, o accettarono di far parte del Comitato Merita d’essere riferita per intiero la seguente lettera, che in quciroccasiono scrisse al prof. Sbarbaro, segretario del Comitato internazionale, l’eminente giureconsulto, storico c pubblicista E. Luboulayc. Mon elici- Profcsseur, a Versailles. L’ idée d' honorcr la mdmoiro à'Alberico Gonidi est oxcellcntc; jc m* y associerai bica volonticrs. Alberico a ctd le précurseur do Grotius, et à ec t.tre .1 ménte qu o lo tiro de T ombre où on 1’ a laissd trop longtemps .i 1 on pouvait donnei: un. boa». ddi.lo» d. »» Jur, MU «J rdunir dea documenta sur sa vie, et des lett c, esiste, on lui roudrait lo plus parfait Uommago que puu^ désiror uu bomme de lettrcs apres sa tcmps dori vaine, qui sommes ravement pensée s dcrèto et cn notre pays,, '°^ av0 " s 01 | ;P ] U3) n os iddes sewi- qu’un jour, quand nous n j rumnn itd. C’est eetto rout la cftUSe d ° 1 ’faìt dddftìgncr la fortune, Ics placcs et illusion qui nous fait dd 6 C3 tdans l’aventi-. tout co que lnfoule cn ' ic ’^ sa tom bc, ne sernit-il paa Gcr Si Gentili pouvnit sortii: do cc ^ a to «td pour de penso.- qu’on se aei-ico Ma- gistero f0 “ ” aegii ìstitaH Tecnici Sulla riforma de Licei o b . in Italia.. Gentile c A.pp© udicC- il Diritto internazionale. DELLO STESSO AUTORE. Elementi scientifici di Etica e di Diritto. Filosofia Morale e Sociale. La Teodicea di A. De Margerie, con una Prefazione di Conti. Principio, intendimento e storia della classificazione dell’umane conoscenze secondo Bacone. Dottrina dell’Evoluzione e sue conseguenze teoriche e pratiche. Discorso Accademico. Elogio funebre di Ile Vittorio Emanuele II. Opuscolo. Esposizione critica del sistema filosofico di Wahltuch. Opuscolo. Critiche varie. In corso di pubblicazione: Elementi scientifici di Psicologia e di Logica. Valdarnini. Keywords: semantica, semein, significare, io significo, ego significo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valdarnini,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valdarnini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valent: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della forma della lingua – la scuola di Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Abstract. Keywords. forma. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. “Some like Vitters, but Valent’s my man.”Grice. Grice: “Valent wrote the only legible introduction to Vitters’s thought!” Essential Italian philosopher. Insegna a Catania e Venezia. Si occupa di ontologia, logica dialettica, linguaggio, storia e interpretazione delle grandi categorie della filosofia. Dai primi studi sull'empirismo-scetticismo, sulla filosofia e sull'analisi del linguaggio (Wittgenstein), è giunto ad indagare attorno alla teoria della negazione e del divenire in chiave dialettica. Sulla base di tali premesse, che orientano verso una rilettura dei canoni e dei presupposti del rapporto ragione-follia, si è impegnato a ri-disegnare, insieme con un gruppo di psichiatri e psicologi del centro psico-sociale di Orzi nuovi cresciuti nel solco dell'esperienza critica inaugurata da BASAGLIA, un modello della psiche adeguato alla comprensione e alla cura della malattia mentale, dando vita a quello che è stato definito l'approccio dialettico-relazionale. Collabora con il gruppo teatrale Scena Sintetica nella messa in scena di testi filosoficamente rilevanti (VELIA, VELINO, Eraclito, Melville, SEVERINO, GALIMBERTI). Presso Moretti l'edizione delle sue opera. La sua filosofia muove da un'originale riformulazione di alcune questioni legate alla filosofia di SEVERINO (vedi), alla tradizione neo-idealistica italiana (GENTILE) ma anche neo-scolastica (BONTADINI), e dipendenti dalla riconsiderazione speculativa del concetto del negativo. Descrivendo la sua formazione si define resciuto a una scuola filosofica di ispirazione ontologica, screziata da un netto disegno dialettico e pungolata dallo scrupolo fenomenologico. Analizzando le implicazioni concettuali e pratiche della negazione così com'è stata pensata in uno dei punti più alti e rilevanti della tradizione dialettica, ovvero nella “Scienza della logica” di Hegel, critica l'idea intellettualistica della negazione intesa come esclusione, proponendo al contrario una negazione come inclusione e una filosofia animata dal principio di ospitalità. Il "no" della negazione, lungi dal dar vita a una realtà separata, è ciò che innerva il reale nella sua essenza metamorfica e vitale, nella sua splendida apertura alla novità, alla trasformazione e al cambiamento di cui il filosofo è appassionato investigatore. A questo scopo e in evidente autonomia rispetto all'impianto destinale della filosofia della necessità di SEVERINO, esplora la categoria modale della possibilità, cercando di mettere in discussione sia l'opposizione frontale tra realtà e irrealtà, sia la priorità assoluta della positività del reale nonostante la negatività dell'irreale. L'esserci e non l'essere è, per V., che legge Hegel con Wittgenstein, la determinatezza semantica e sintattica, il plesso grammaticale e vitale che ricongiunge l'esperienza intesa come luogo dell'emergere della differenza e dell'incalzare degli eventi con la teoria della razionalità quale analisi del permanere e della necessità. Ecco che di contro all'ontologia fondamentale di Severino si fa largo l'idea di una micro-ontologia intesa non come una “ontologia del piccolo”, bensì, piuttosto, nel senso che non c'è nessun evento che non si disponga per virtù propria in una peculiarità di significato, nel vigore elementare e insieme metamorfico di un qui. Ma micro-ontologia anche come ontologia del remoto, dell'avverso-diverso, dell'improbabile, dell'anonimo, del folle: di tutto ciò che insieme si ritiene minore nella capacità di realtà. Con la proposta di una micro-ontologia intendeva sottolineare l'autonomia e la resistenza del diamante della dialettica come principio di determinazione semantica fondato sulla relazione-negazione inclusiva e situato nella prospettiva strategica propria dell'esserci, rispetto al rischio delle ricadute nella mistica dell'essere e di quella totalità assoluta che, in quanto tale, appare separata e isolata, esercitando la sua imposizione distruttiva al di fuori della logica della relazione e dell'inclusione. Di contro all'autentico totalitarismo di questa idea di totalità assoluta propone la ripresa del detto eracliteo del Panta δια pánton, ossia di quel tutto attraverso il tutto che è la forma radicale della illacerabile relazionalità della vita. Solo se ogni differenza tra gli umani è un modo differente di essere il tutto allora le discriminazioni tra piccolo e grande, forte e debole, femmina e maschio, nero e bianco, ricco e povero, sano e malato, non avranno ragione d'essere (se non in quanto differenti manifestazioni dell'identico, invece che differenze di principio e di valore. Saggi: “Verità e prassi” (Vannini, Brescia); “La forma del linguaggio: studio sul Tractatus logico-philosophicus” (Francisci, Abano Terme, Padova), Invito a Wittgenstein, Mursia, Milano; “Asymmetron, Quaderni de "Il Palazzo della Grande Utopia", Milano; Dire di no. Filosofia Linguaggio Follia, Teda, Castrovillari (Cosenza); Dire di no. Scritti teorici, Opere (Moretti, Bergamo); “Asymmetron: micro-ontologie della relazione. Scritti teorici in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura, in Opere di V., a c. di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. La forma del linguaggio. Studio sul "Tractatus logico-philosophicus. Scritti su Wittgenstein, Sophón. Aforismi per l'anima, a. c. di Valent, con un saggio di Tagliapietra, Moretti e Vitali, Bergamo. Opere. La filosofia, prima di ogni altra definizione dotta, è amore per la realtà. In ricordo, in "XÁOS. Giornale di confine", Dire di no. Scritti teorici, Panta διαpánton. Scritti teorici su follia e cura. Italo Valent. Valent. Keywords: la forma del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valent”, The Swimming-Pool Library. Valent.

 

Luigi Speranza --- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valentino: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale di Romolo divino -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: eschatology. Filosofo italiano. He moves from elsewhere to Rome where he created a sect called ‘The Valentinians’, who Valentino described as being the only ones who would save themselves. Grice: “Eschatological!” -- Ippolito di Roma did not like him. Valentino. Keywords: Roma antica, Ippolito. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valeri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello spazio tra sè e sè – l’antropologia filosofica come ricerca dell’inter-soggetivo – la scuola di Somma Lombardo – filosofia lombarda -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Somma Lombardo).  Abstract. Keywords: il me di Grice, il noi della conversazione. He argues in these lectures that thinking seriously about context means thinking about conversation; this is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to compile an account of some of the basic properties common to conversations generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business of transferring information between them.  A number of the lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open, or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.  The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is a collaborative venture between the participants. At least in the simplified version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his early notes on the subject, Grice considers  'cooperation' as a label for the features he was seeking to describe. Does  'helpfulness in something we are doing together'  ', he wonders in a note,  equate to 'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in the series 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour. The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the lectures.  Grice's initial choices of term are 'objectives', or 'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor on this, the suggestion that speakers should try not to mislead.  The desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational contribution. It includes the importance of expectations of relevance to understanding and also insists that the main import of an utterance be clear and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation are aimed towards the agreed current purposes by the principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love ensures the assumption on the part of both participants that neither will go to unnecessary trouble in framing their contribution.  Grice suggests that many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying', 'meaning' and 'use'  ', applying  them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of the specific philosophical problems he was interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will imply, but not actually say, that X did not succeed.  In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant, and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour were intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances.  Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38 He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call these concepts categories, for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality', 'Of Relation' and  'Of Modality', with various subdivisions ascribed to each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit:  This division is systematically generated from a common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for pure concepts, of the completeness of which one could never be certain.  40  Kant goes so far as to suggest that his table of categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be universals of human cognition.  Early in 1967, Grice travelled to Harvard to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical concerns by means of an attention to everyday language was still a highly respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between utterances that are inappropriate because false, and those that are inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex understanding of the significance of any utterance in a particular context; its meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is  'what is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by convention with the words used, but not be part of what the speaker is understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and 'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest' or 'He is an Englishman and he is brave'.  '. An idea of contrast is introduced in the first example and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore', but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true, but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading way. These examples demonstrate implicated elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels  'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation. In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said, but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational cooperation, and their various maxims, play their part.  The onus on participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional implicatures) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should do'.  He remained undecided on this matter throughout the development ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims, whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation.  4 The following suggestion results from this impetus:  So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication (such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others) must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable only on the assumption that they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.45  This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent development of his work.  However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they simply  'fill in' the extra information needed to make a contribution fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a girlfriend in New York.46  In other cases the speaker seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions, the other participant will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate.  There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature; such examples involve exploitation.  These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such example  'particularised conversational implicatures'. There are other types of conversational implicature in which the context is less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of particular words. Unlike conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said.  The well-known differences are generalised conversational implicatures often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established.  Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature.  The principle states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was B. S.  Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.49  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture. In an Oxford seminar which, for one, he gave on his own, on ‘Conversation,’ – which had followed one with Strawson on ‘Meaning’ -- Grice argues that thinking seriously about context means thinking about CONVERSATION. This is the setting for most examples of utterer’s meaning – when ‘mean’ is ascribed to the utterer, never to the expression. Grice proposes, therefore, to compile an account of some basic properties common to ‘conversation’ generally. Grice’s method of limiting his hand is to result in certain pretty artificial – but never to Oxonian ears – simplifications. Grice makes this or that simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant CONVERSATIONAL context – or OF CONVERSATION, if you want to sick with the substantial type -- is to be assumed to be limited to what Grice calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation is assumed to take place between TWO people who alternate, as in a board game – in their roles as utterer and addressee – or recipient --, and to be concerned simply with the business of INFLUENCING EACH OTHER by transferring information between them with a view to a shared common goal that was assumed caeteris paribus – “Why not just leave off otherwise?”  A number of Grice’s lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations – alla Parsons or Weber -- they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from the other co-conversationalist -- usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of thi or that particular goals that the person may be wishing to reach, and does not involve undue Samaritan effort. If two people, even complete strangers, at Oxford, are going through a gate – not Bishop’Gare in London, where people are so rude --, the expectation is that ‘the one of the pair that happens to be first one through’ HOLDS the gate open -- or at least leave the gate open, for the second – unless you are Austin, and it’s the gate to your front yard! The expectation is such that, to do otherwise, without a particular reason, would be interpreted, at Oxford – not its suburbs where Austin lived -- as deliberately rude (“At London, rudeness is caeteris paribus assumed,” Grice dictates.)  This type of helpfulness exhibited -- and expected to be exhibited -- in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of conversation. It is a collaborative – etymologically, the co-labour of love “as when we call a Party the Labour Party,” Grice indoctrinates -- venture between the two participants. At least in the simplified version of a conversation discussed in the seminar – or ‘lectures’: as one attendee remembers: “Grice was lecturing about the maxims! And we were supposed to be TESTED on them!” -- , there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative – again, etymologically, as in the Co-Labour Party -- activity. Grice considers  the rather pompous noun 'cooperation' – co-operation, or co-operation with an umlaut -- as a label or tag or keyword for the features he is seeking to describe. Does  'helpfulness IN something WE – il me di Grice, il noi della conversazione -- are doing together,’ Grice wonders, equate to 'cooperation,’ co-operation, or co-operation with an umlaut? Grice seems to have decided that it more or less does – as far as investing on label things for the sake of one’s pupils at Oxford. By the later lectures in the series belonging to this seminar – classified by the Oxford syllabus as being on ‘Conversation,’ -- 'the principle of conversational helpfulness' has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures, Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. This co-operation can be seen or conceived as being ‘governed’ by, or displaying, certain obvious regularities, imperatives, or principles – he would use ‘principle’ in the plural on occasion --, detailing the expected – by the addressee – behaviour – of the utterer. The term 'maxim' to describe such a regularity appears relatively late in the lectures, but it stuck! Grice's initial choices of term is 'objective' – rather than the more obvious ‘imperative’ --, or 'desideratum'.  Grice is interested in detailing the desirable – indeed DESIRED – he took ‘desideratum’ etymologically -- forms of behaviour for the purpose of achieving some joint goal of this or that conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains Grice’s general principle of making the strongest possible ‘statement,’ or ‘move,’ as he would often say,  and, as a limiting factor on this, the suggestion that a conversationalist should try not to mislead – via equivocation, or other. The desideratum of clarity – a pun on Lewis, Clarity is not enough -- concerns the manner of expression for any conversational contribution, or, again, move. This desideratum of clarity – ‘Be perspicuous [sic]’, as his ‘maxim’ ran! -- includes the importance of expectations of relevance to understanding, and also insists that the main import – ‘gist,’ as he parodies Winch – ‘not the truth’ -- of an utterance, or move, be clear and explicit, or ‘explicatory’ – making fun of Byron: “His explication would require another explication”. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental, yet sometimes competing, demands. A contribution – or move -- to a conversation is aimed towards the agreed current purpose by a principle, that Grice ironically pompously, tages The Principle of Conversational Benevolence. The principle of Conversational Self-Love, a similarly deliberately pompous tag meant to make fun of Reverend Butler --ensures the assumption, on the part of EACH of the two participants, that neither will go to unnecessary trouble – do not let trouble trouble you until it troubles you -- in framing their contribution. The verb ‘to frame’ re-appears as commandment 10 – frame your response in the most appropriate manner --. Grice suggests that many philosophers, English and Oxonian, too – “unlike Benedetto Croce, who is a purist” -- are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying' – CICERONE: dictiveness -- , 'meaning' – Aristotle, semein, translated by BOEZIO as ‘signare’ or ‘significare’ -- and 'use'  ', applying them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which conversationalists mutally influence themelves his addressee by exchanging information – that each ‘conveys’. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class – lecture in the seminar – ‘You can call the ‘classes’ -- he had given jointly with Pears, when the alleged exact meaning of the verb 'to try' is discussed. He was exercising his muscles, so he pushed the wall, not trying to topple it, of course. This, of course, is one of the specific philosophical problems Grice is interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say – for his pupils about to earn a degree in PHILOSOPHY – within Lit. Hum. -- that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X does succeed in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative – or helpful -- to just say so. “But of course, when exercising your muscles, you can hardly succeed unless you are Hercules with the Pillars --. Therefore, by uttering an utterance of 'X tried to do it', the utterer – unless he is referring to Hercules at the Pillars -- will imply, or implicate, or hint, or convey indirectly or implicitly, but not actually say, via dictiveness -- that X did not succeed.  “I won’t say ‘fail to succeed,’ becauseI fail to understand why silly people use this periphrasis when they haven’t even TRIED!” In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a somewhat loose – as most Oxonian pupils prefer – only the poor learn at Oxford -- assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final, ‘if still imperfect’, Grice allows -- form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode – a big joke on Kant!. “One pupil was especially annoyed by the fact that Kant was never so mannered!” Inarranging the desiderata in this way, Grice is presumably seeking to impose a formal, taxonomic, systematic, scholastic, ‘even Cantabrian, I would go as far as to say’ -- arrangement on a diverse set of principles – ‘Again: I can use ‘principle’ in the plural, but YOU do not dare!”. But it seems that Grice had other motives. Semi-seriously: to echo the use of the idea of a category – indeed a ‘conversational category’ as he prefers -- in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant – especially KANT as he goes on to provide a weak transcendental justification of the set of maxims in terms of universability – ‘but Aristotle came first!’ --, and, more importantly, to draw on both Aristotle’s and Kant’s ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour are intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances. Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'. Aristotle concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call each of these concepts a ‘category,’ for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execution. 'These are three categories of judgements of– TOTVM PARS NVLLUM – under 'Of Quantity'; three categories of judgements of AFFIRMATIO, NEGATIO, INFINTVM -- 'Of Quality', -- THREE categories of judgements – CONJUNCTIO, DISJUNCTIO, CONDITIONALITY -- 'Of Relation'; and three categories of judgements – NEUTRAL NECESSARY POSSIBLE -- 'Of Modality', with systematically THREE subdivisions, as we have listed ascribed to the four groupings. The categories for Kant are strictly then TWELVE, with the subdivisions, and FOUR without tem. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit: This division is systematically generated from a common principle – an ancestor of Grice’s principle of conversational helpfulness, which deliberately equivocates on Kant’s categoric imperative in the Critique of Practical Reason – but here in the Critique of PURE reason being, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for this or that pure concept, of the completeness of which one could never be certain. Kant goes so far as to suggest that his table of four fundamental categories – twelve if the subdivisions count -- , containing all the basic concepts of understanding, provides, in Abbott’s translation that Grice used for the entertainment of his pupils -- the basis for any philosophical theory. These, therefore, offer Grice a division of experience – conversational experience, now -- with a sound pedigree and an established claim to be a universal of human cognition. Grice had been entitlig his lectures – or seminar – ‘class’ is a term of abuse at Oxford – just ‘Conversation'. Pupils would get from other pupils that ‘he was the one obsessed with ‘meaning’’--. Grice was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students and immediate colleagues and is clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in, say, a Sorbonne, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', Grice suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.' Addressing philosophical concerns by means of an attention to every-day language is still a highly respectable, even orthodox, approach at Oxford – not La Sorbonne, or Bologna! Grice would have been seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought, to whose tenets they had NO INTEREST in subscribing! In pleading its cause, Grice argues that Oxonian ordinary-language philosophy still has much to offer – ‘even if you are not an Englishman at Oxford’: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between this or that utterance that is inappropriate because it is is ‘plain false,’ and this or that utterance that is inappropriate for some other, more obscure, even political, reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, Grice would hardly give up hope altogether – the obduarate he was -- of 'systematising the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromising. His interest “will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language, of the type of which Varro and Cicero only dreamed!” Grice argues for a complex understanding of the ‘significance’ – “as Cicero would have it – I signify, I make signs” -- of an utterer by his uttering this or that utterance in a particular context. The utterer’s ‘signification’ or meaning is hardly a unitary phenomenon, “even for the Roman displaying th most grave of gravitas!” Conventional ‘signification’ or meaning has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional ‘signification’ – what the utterer SIGNIFIES -- or meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of so-called ‘conventional’ signification involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition – “or as Varro has it, proloquium”. This is  'what is said' – the DICTVM that Grice Englishes as ‘dictiveness’-- on any particular occasion. Other aspects of meaning – “Or ‘ways of meaning,’ if you want to use silly Platts’s silly redundancy!” -- may be associated by this or that convention with this or that words used – “The Italians are good at this!” --, but not be part of what the ‘utterer’ or ‘proferrer’ is understood literally to have said: the dictum he is putting forward. The examples from the Great-War ditty – an utterer uttering: “'She was poor but she was honest, and her parents were the same, till she met a city fella, and she lost her honest name' and Jill saying of Jack having witnessing the cracking of the crown -- 'He is an Englishman; he is, therefore, I trust brave, or courageous enough' – in these two utterances, each utterer conveys more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor AND she was honest' – which still scans -- or 'He is an Englishman, AND he is brave'.  An idea of contrast is introduced in the Great-War ditty – a Tommy tun -- and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual word -- 'but' or 'therefore' -- but do not contribute to the truth-conditions of each utterance. We would not want to say that the utterances are actually false if both conjuncts are true, but the utterer does not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the utterer is presenting true facts in a Oxford-type misleading way. – “At Oxford, you are supposed to teach your pupil to ARGUE – not to philosophise about freedom! Everyone can do the latter!” -- These examples demonstrate implicated – or ‘implied’ – “Implicate” as in ‘She was implicated in the scene of the crime – cf. Sidonius on implicatura -- elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels a 'conventional – and therefore Uninteresting -- implicature’. There is another level at which what the utterer means or SIGNIFIES (more properly, for a classicist like Grice and his pupils --  can differ from what is said – the dictum or dictiveness --, dependent on context or, for Grice, on conversation. In a 'conversational implicature – “my cup of tea,” Grice said – but his pupils: “Implicature happens --, meaning is conveyed not so much by what the utterer says, but by the fact that it is said. “This would have perplexed Austin!” This is where the categories of conversational cooperation, or strictly, of CONVERSATIONAL reason -- and their various maxims – as counsels of prudence, now --, play their part.  The onus on a participant in a conversation of the Griceian – “I like that spelling of my surname!” --  to co-operate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond the utterer says or EXPLICITLY conveyes. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning' – with the appeal to the category of RELATION in the final paragraph --, and in his notes from that time: that there are at least THREE 'levels' of meaning upon which an Oxford pupil may be expected to be tested by Grice --, or three different degrees to which this or that utterer may be committed to a proposition, or prosloquium “as I may say to echo Varro.” Grice’s model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including any attending conventional implicature) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in different lectures is typically rather different from Grice's handling of them in his earlier work. “I have to amuse myself – since there is hardly anyone else to foot the bill, to echo Wilde.” The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appears late in the development of Grice's theory. “It was a Thursday afternoon,” a pupil recalls – “I know because I was taking the late train to London!” -- It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.' – which echoes of course the ‘Be strong’ of his “The Causal Theory of Perception.” The name 'Cooperative Principle' is even later – “even if more grammatically incorrect!” --; it was added using an omission mark in a manuscript copy of a lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect is to change what is presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general, ‘authorative, Kantian, and anti-Oxford!” -- injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice is much exercised by the status of a ‘category’ as a psychological concepts. Grice questions whether each maxim is the result of entering into a quasi-contract – the Conversational Immanuel, as he called it -- by engaging in conversation, simply inductive generalisations “over functional states” -- over what people do in fact do in conversation, or, as Grice suggests in one rough note, just 'special cases of what a decent chap at Oxford is expected that he should do'. Grice remained pretty undecided on this matter throughout the development of the theory, content as he was, qua representative of The School of ordinary-language philosophy,’ as he amused himself to describe hisemf -- to concentrate on the effects on ‘signification,’ or meaning of the maxims, whatever their ‘friggin’’ one Cockney pupil put it -- status. By the time of the lectures, however, Grice seems to be closer to an answer. He describes, after mocking Kant, to feel like being 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation. The following suggestion results from this impetus: So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication, such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others, must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable ONLY ON  -- hence the weak transcendental justification --  the assumption that they are – not possible, but appropriate – if they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.This may a wordy explanation, if not by Grice’s and the Griceians’s standards -- and also a troublesome one to some! It seems to some to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it may not successfully escape, but of course it does by the canons of what he describes as ‘metaphysical’ or transcendental argument. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit, when being explicit would be being boring. Nevertheless, the passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. Grice’s preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, is to prove, as it should, pretty important, if not crucial, in the subsequent development of his work. However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, a maxim simply ‘fills in' the extra information – or gist -- needed to make a contribution fully cooperative – if ‘really cooperative’ sounds a bit of a trouser word. A says 'It does not seem to be the case that Smith – or Hampshire -- has a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately', or ‘Paris,’ as the case may be. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith – or Hampshire, as Mrs. Warnock’s rendition goes -- has, or may have a girlfriend in New York, or Paris. In other cases the conversationalist seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such cases need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that conversationalists will, other things being equal, provide cooperative contributions, your co-convresationalist will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps Grice’ most famous example of conversational implicature, ‘He has beautiful handrwiring’ -- Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quantity, enjoining the utterer to give as much information as is appropriate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate. There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is implicated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature. Such examples involve exploitation. These examples, and others Grice discusses in the lectures, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such instantiations of a  'particularised conversational implicature'. There are other types of conversational implicature in which the context is slightly less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of this or that particular word. Unlike an instantiation of a conventional implicature, they can be cancelled: that is, explicitly denied without contradiction. “Implicatures are not factive”. The phenomenon of the 'generalised conversational implicature' accounts for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural-language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said. The well-known differences are generalised conversational implicatures, often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established. Part of Grice's motivation for this proposal is the desire for a simplification of ‘semantics,’ to use Cicero’s rendition of Aristotle’s ‘signification.’. The alternative to such an account is to posit a ‘semantic’ ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature. The principle states that 'Fregeian – “as I may call them” -- senses are not to be multiplied beyond necessity'. Grice's reference is to a village in Surrey, properly Latinised, whence hailed a failed pupil at Oxford – The Ockham Society is still the name of a pupils’s organization in the City of the Dreaming Spires -- credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' or navicular -- although it is not clearly attributable to any of his writings – one in which he speaks of the beard of Plato may be relevant --, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work, unless you are Zipf – and cf. Hazell, who makes the razor Grice’s own. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to some philosophers of ordinary language, unless you were Austin, Strawson, Hart, of whom Grice liked to make fun. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was a colonial that Grice cared to read, Benjamin, whose article 'Remembering' – only because he quoted Broad that Grice had used in  his ‘Personal identity’ -- is referred to in a lecture. This colonial does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal, equivocal, plurivocal – “or what not”. Grice is amused. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture.Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Somma Lombardo, Varese, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “I especially like his idea of anthropology, alla Kant, as the search for the subject.” “Tra se e se.” Si laurea in filosofia a Pisa, quale allievo pure della scuola normale superiore, discutendo una tesi sul pensiero di Lévi-Strauss, con relatore BARONE (vedi), si rivolse agli studi di antropologia, conseguendo un dottorato di ricerca a Pisa. Le sue ricerche riguardarono molti argomenti, fra cui, i sistemi politici, la parentela e il matrimonio, la ritualità, così come l'antropologia sociale ed economica, la storia comparata degli usi e costumi dei popoli, che condusse lungo la linea di pensiero del suo maestro Lévi-Strauss. Gl’è stato assegnato per i suoi studi e le sue ricerche di antropologia culturale, il premio ”Guggenheim Fellowship“ per le scienze sociali.  Fra i molti suoi saggi, cura pure diverse voci antropologiche per l'Enciclopedia Einaudi.  Tra le sue molte saggi, il saggio “Uno spazio tra sé e sé. L'antropologia come ricerca del soggetto” (Roma) può considerarsi una sua autobiografia intellettuale. Ghiaroni, "Società, soggetto, sacrificio. La teoria del sacrificio di V.", in Studi e materiali di storia delle religioni, Ghiaroni, ”Società, Soggetto, Sacrificio. La teoria del sacrificio di Valerio Valeri tra Hawaii e Indonesia“, Studi e materiali di storia delle religioni. Natura e cultura: introduzione alla teoria dello scambio e della parentela di Levi-Strauss, Pisa. Per notizie biografiche più esaustive, riferirsi alle  xxvii-xix dell'opera: in merito alla rilevanza di V. come studioso e ricercatore; Valerio Valeri. Valeri. Keywords: antropologia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeri” per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Valeriis: implicatura, categoriology – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Abstract. Keywords, categorie – Definizione escatologia in Grice.  Some time ago the idea occurred to me that there might be two distinguishable disciplines each of which might have some claim to the title of, or a share of the title of, Metaphysics. The first of these disciplines I thought of as being categorial in character, that is to say, I thought of it as operating at or below the level of categories. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant, I conceived of it as concerned with the identification of the most general attributes or classifications, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates (predicate-items, attributes) might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes (for example some version of a Principle of Causation, or some principle regulating the persistence of sub-stances). The second discipline I thought of as being supracategorial in character; it would bring together categorially different subject-items beneath single classificatory characterizations, and perhaps would also specify principles which would have to be exemplified by items brought together by this kind of supracategorial assimilation. I hoped that the second discipline, which I was tempted to label "Phil-osophical Eschatology," might provide for the detection of affinities between categorially different realities, thus protecting the principles associated with particular categories from suspicion of arbitrariness. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items were really categorially different from one another, they could not be assimilated under a single classificatory head (since they wouldbe incapable of sharing any attribute), I planned to reply that even should it be impossible for categorially different items to share a single attribute, this objection might be inconclusive since assimilation might take the form of ascribing to the items assimilated not a common attribute but an analogy. Traditionally, in such disciplines as theology, analogy has been the resort of those who hoped to find a way of comparing entities so radically diverse from one another as God and human beings. Such a mode of comparison would of course require careful examination; such examination I shall for the moment defer, as I shall also defer mention of certain further ideas which I associated with philosophical eschatology. For a start, then, I might distinguish three directions as being ones in which a philosophical eschatologist might be expected to deploy his energies: The provision of generalized theoretical accounts which unite specialized metaphysical principles which are separated from one another by category-barriers. Fulfillment of such an undertaking might involve an adequate theoretical characterization of a relation of Affinity, which, like the more familiar relation of similarity, offers a foundation for the generalization of specialized regularities, but which, unlike similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of category-barriers. To suggest the possibility of such a relation is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed An investigation of the notion of Analogy, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor and Parable. Can this list be expanded? At this point I turn to a paper by Judith Baker, entitled "Another Self': Aristotle On Friendship" (as yet unpublished). On the present occasion my concern is focused on methodological questions; so I propose first to consider the ideas about methodology, in particular Aristotle's methodology, which find expression in her paper, and then to inquire whether these ideas suggest any additions to the prospective subject matter of philosophical eschatology. (1) Judith Baker suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion with respect to a proposition as conferring atleast provisional validity (validity ceteris paribus) upon the proposition in question; in general, no external justification of the acceptance of the objects of universal agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers; to take just one famous ex-ample, Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. Unfortunately Moore does not formulate the principle in question, nor does he identify the relevant aspects. If my perception of Moore is correct, he would in Aristotle's view have been looking for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. (2) Though no external justification is required for accepting the validity of propositions which are generally or universally believed, the validity in question is only provisional; for a common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A is true; but there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of By; there are, so to speak, two schools of thought, one favoring B, and one favoring B,. Furthermore (we may suppose), the combination of B, with A will yield C,, whereas the combination of B, with A will yield Cz; and C, and C, are mutually inconsistent. In such a situation it becomes a question whether the acceptability of A is left intact; if it is, a method will have to be devised for deciding between B, and B2. (The preceding schematic example is constructed by me, not by Aristotle or Judith Baker.) Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks the theorist may be expected to systematize the data which are vouched for by common consensus by himself devising general propositions which are embedded in his theory. Such generalities will not be directly attested by a consensus, but their acceptability will depend on the adequacy of the theory in which they appear to yield propositions which are directly matters of general agreement. When an impasse (aporia) arises, the aim of the theorist will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. Judith Baker claims that a typical example of such an impasse is recognizedby Aristotle as arising in connection with friendship; the threefold proposition that in the good life no good is lacking, that the good life is self-sufficient, and that the possession of friends is a good, each element in which is a matter of general agreement. This seems to validate the inconsistent proposition that the good life both will and will not involve the possession of friends. It is Judith Baker's suggestion that Aristotle's characterization of a friend as another self (another me) is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. (3) Judith Baker mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled at Socrates's treatment of justice in The Re-public, was produced about twenty years ago by David Sachs. Sachs complained that in response to a request from Glaucon and Adeiman-tus to show that the just life is a happy life, Socrates first recharacter-izes the just life in terms of the conception of a soul in which all elements maximally fulfill their function and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the just life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary sense, but what Socrates does is in effect to redefine the notion of the just life as that life which exemplifies justice where justice is defined in terms of fulfillment of function. But that the just life is happy is not what Socrates was asked to show; what is wanted from him is a demonstration not that the just life is happy but that the just life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism; Sachs calls Socrates to task for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned him his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the skepticism of Thrasymachus. Surely he cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Sachs assailed Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no connection at all with philosophy; in fact, I suspect that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." So it seems to me that a detailed anal-ysis of the illegitimacy of this kind of criticism would be both desirable and at the same time by no means easy to attain. The reflections in which I have just been engaged, then, suggest to me two further items which might be added to a prospective subject matter of philosophical eschatology, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize material with which they are presented by lay inquirers, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such im-passes. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of "having changed the subject." Beyond these additions I have at the moment only one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist might involve the suggestion of certain principles and some of the material embodied in those principles might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be a further examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory of friendship. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, that which moves, and that which is moved, which is prominent in Book 1 of Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's Theology. I shall not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. I shall turn instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice which does as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of philosophical eschatology. I shall first develop this idea, and then at the conclusion of my presentation furnish a summary account of its argument. The idea occurred to H. P. Grice that there might be at least two somewhat competing distinguishable sub-disciplines, each of which might have some claim to the title of -- or a share of the title of – what Russell calls Stone-Age Metaphysics. The first of these two sub-disciplines Grice thinks of as being ‘categorial’ in character – “Most things were categorial in Grice’s life,” his Oxfor pupil Strawson complained --, that is to say, Grice thinks of this sub-discipline of CATEGORIALOGY as operating at, or below, the level of any given category. Following leads supplied primarily by Aristotle and Kant –on which Grice had a mandate to teach at Oxford, often with his pupil Strawson --, Grice ends up conceiving of CATEGORIOLOGY as concerned with the identification of the most general attributes, predicates – like ‘shaggy’ -- or classifications – where ‘class’ is taken alla Peano --, the summa genera, under which the various specific subject-items and/or predicates -- predicate-items, attributes -- might fall, and with the formulation of metaphysical principles governing such categorial attributes – e. g. some version of a Principle of Causation, or some other principle regulating the persistence of substances. A second sub-discipline Grice thinks of as being SUPRA-categorial in character – by which Grice means that ‘It’s bound to go over Strawson’s head’. SUPRACATEGORIALOGY would bring together categorially *different* -- C1 and C2 -- subject-items, beneath a single UNIFIED classificatory characterisation, and perhaps would also specify this or that principle which would have to be exemplified by those (at least two) items brought together by this kind of supra-categorial assimilation. Grice hopes that this second sub-discipline, SUPRA-CATEGORIOLOGY -- which he was tempted – and indeed yielded to the temptation -- to label philosophical eschatology, would provide for the detection of this or that affinity between at least two categorially different realities, thus protecting a principle associated with a particular category from suspicion of arbitrariness – or rather adhocess. In response to a possible objection to the effect that if a pair of items ARE categorially different from one another, they ARE not to be be assimilated under a single classificatory head. The anti-supra-categorialogist would argue that such two items would be incapable of sharing any attribute or property, Grice plans to reply that even should it be impossible for two categorially different items to share a single attribute or property, this objection is not inconclusive. SUPRA-CATEGORIOLOGICAL assimilation may take the form of ascribing to the two items assimilated not a common attribute or property but an ANALOGY. The items would be ANALOGICALLY united. Traditionally, in such disciplines as theology – that Grice’s father detested --, analogy has been the last resort of those, like Vio – whom the Catholic Italians call Saint Cajetan -- who hope to find a way of comparing entities – like Plotinus, did, too, when it came to ‘life’ and ‘soul’ -- so radically diverse from one another as God – or IL DIVINO, as Cicero prefers since we don’t know His Gender -- and the class of human beings – or HUMANS. Such a mode of comparison – as oppose to METAPHOR or SIMILE or ALLEGORY or PARABLE -- would of course require careful examination. Such examination temporarily defers, as he also defers mention of certain further ideas which Grice associates with eschatology. For a start, then, Grice wishes to distinguish three directions as being ones in which the eschatologist might be expected to deploy his energies – Grice counts Judith Baker as ‘he’ --. The provision of a generalised theoretical account which would unite at least two specialised metaphysical principle which are separated from one another by this or that category-barriers. Fulfillment of such an undertaking involves an adequate theoretical characterisation of a relation of ‘affinity’ – as in “Spots ‘mean’ measles” “His remark meant that he meant that he couldn’t continue to exist without his spouse” -- which, like a more familiar relation of *similarity* -- as in SIMILE: She is like the cream in his coffee --, offers the foundation for the generalisation of such specialised regularities, but which, *unlike* similarity, is insensitive, or has a high degree of insensitivity, to the presence of a blunt category-barrier. To suggest the possibility of such a qualified relation of ‘affinity’ – say between Rachmanichov and Ravel -- is not, of course, to construct it, nor even to provide a guarantee that it can be constructed/ Then, there’s the investigation of the notion of ‘analogy’ itself, and a delineation of its links with other seemingly comparable notions, such as Metaphor, Simile, Allegory, and Parable – all good old Ciceronian terms. Can this list be expanded? Sure it can! At this point Grice turn to JOACHIM on Aristotle on PHILIA, as presenting an aporetic logically developing series. Grice’s concern is focused on methodological questions; so he proposes to consider the ideas about methodology, in particular the methodology of that branch of Athenian dialectic that Grice calls Lyceal Dialectic – as opposed to Accademic Dialectic, that Aristotle originally practicsed on the other edge of Athens, until it bored him to tears --, which find expression in JOACHIM, and then to inquire whether JOACHIM’s ideas suggest any additions to the prospective subject matter of eschatology. JOACHIM suggests that Aristotle's philosophical method, which is partially characterized in the Nicomachean Ethics itself as well as in other works of Aristotle, treats the existence of a common consensus of opinion (ta legomena) with respect to a proposition – what Varrone has as a prosloquium -- as conferring at least provisional validity -- validity caeteris paribus, or defeasible, weak, not undefeatable strong validity -- upon the proposition in question. In general, no external justification of the acceptance of the objects of universal – within the LYCAEUM -- agreement is called for. This idea has not always been accepted by philosophers who do NOT come from Stagira. To take just one very infamous example from GRICE’s Other Place, Cambridge: Moore's attachment to the authority of Common Sense seems to be attributed by Moore himself – he was Irish -- to the acceptability of some principle to the effect that the Common Sense view of the world is in certain fundamental respects unquestionably correct. R. M. Hare has used Irishism to qualify the exact opposite thesis – “a calm storm”. Unfortunately, Moore, being Irish, does not formulate the principle in question, nor does he identify its relevant aspects. If Grice’s perception of Moore is more or less correct – “I have no blood of Irishness in me, unlike my colleague Warnock, whom I refer to as ‘Irish’!” -- , Moore would, in Aristotle's view, have been looking, in a congenial Irish sort of way, for an external justification for the acceptance of the deliverances of Common Sense where none is required, and so where none exists. Though no external justification is required for accepting the validity of a proposition which is generally or universally believed, the validity in question is only provisional. A common consensus may be undermined in either of two ways. First, there may be a common consensus that proposition A (Peacement is a good thing – Chamberlain --) is true. But there may be two mutually inconsistent propositions, B, and B, where while there is a common consensus that either B, or B, is true, there is no common consensus concerning the truth of B, or the truth of B2 (Churchill: Apeacement is silly). There are, so to speak, two schools of thought, one favouring B, and one favouring B2. Grice: “I know because I suffered it, as I was drafted to the Navy!” – Furthermore, we may suppose, the combination of B, with A will yield C1, whereas the combination of B, with A will yield C2; and C1 and C2 are mutually inconsistent – as Hitler well knew! In such a situation. it becomes a question whether the acceptability of A is left intact. If it is, a method will have to be devised for deciding between B1 and B2. The preceding schematic example is constructed by Grice, not by Aristotle or Joachim, whose thoughts on ‘logically developing series’ were posthumously published by Rees. Second, to cope with problems created by the appearance on the scene of conflicts or other stumbling blocks, the theorist may be expected to systematise the data which are vouched for by common consensus by *himself* devising a general proposition which is embedded in his theory. Such a generality – a bit like a third-degree Kneale generalization, as he attempts in his essay on Induction -- will not be directly attested by a consensus, but its acceptability will depend on the adequacy of the theory in which it appears to yield this or that proposition which is directly matters of general agreement. When an impasse or aporia arises – as it often happens – at Oxford, where there is such a thing as J. L. Austin – You don’t like that argument? I’ll give you another! -- , the aim of the theorist – Grice, or someone who sympathises strong enough with him -- will be to eliminate the impasse with minimal disturbance to the material regarded as acceptable before the impasse, including the theoretical generalities of the theorist. JOACHIM claims that an instance of such an impasse is recognized by Aristotle as arising in connection with the Greek word ‘philia’: the threefold proposition that in the GOOD life no good is lacking, that the GOOD life is self-sufficient, and that the possession of a friend – for GOOD, not pleasure or utility -- is a GOOD -- each element in which was a matter of more or less general agreement at the Lycaeum – originally a gym, you know – The Italians spell it LIZIO. This seems to validate the inconsistent proposition that the GOOD life both will and will not involve the possession of a friend, philos, for GOOD. It is Joachim's suggestion that Aristotle's characterization of a friend AMICVS as another self -- another me, alter ego -- is a serious theoretical proposal which is designed to eliminate the impasse with minimal disturbance. Joachim mentions also a certain kind of criticism, an example of which, leveled, not at Aristotle, for whom ‘just’ or dikaios’ is ANALOGICALLY unfied – but at Socrates's treatment of justice in The Republic, was produced. Joachim complained that in response to a request from Glaucon and Adeimantus to show that the JUST life is a happy life, Socrates first re-characterizes the JUST life in terms of the conception of a soul ANIMVS ANIMA in which all elements maximally fulfill their function or metier and then argues that a life so characterized will be a happy life. This response on the part of Socrates is guilty of an ignoratio elenchi; what Glaucon and Adeimantus want Socrates to show to be happy is the JUST life as understood to be the life to which the word "just" applies in its ordinary use. What Socrates does is in effect to change the subject and re-define the notion or CONCEPT of the JUST life as that life which exemplifies the just where the just is now defined in terms of fulfillment of function or metier. But that the JUST life is happy is not what Socrates is asked to show. What is wanted from him is a demonstration not that the JUST-2 life is happy but that the JUST-1 life is happy; and this he fails to provide. There seems plainly to be something wrong with this line of criticism. JOACHIM calls Socrates to task – a task not that perfectly performed by Aristotle either with his relapse to quantity in his qualitative account of JUST in terms of merit and demerit -- for exhibiting in his rejoinder just those capacities which have earned Socrates his reputation as an eminent ethical theorist, which are indeed the very capacities the presence of which has marked him out as a specially suitable person to respond to the scepticism of Thrasymachus. Surely Socrates – or Plato, let’s be honest -- cannot be debarred from using just those talents which he has been more or less invited to use. There is the further point that the mode of criticism with which Joachim assails Socrates could be adapted for use against any theorist of a certain very general kind, which could embrace many theorists who have no apparent connection at all with philosophy; in fact, Grice suspects that any theorist whose theoretical activity is directed toward rendering explicit knowledge which is already implicitly present would be vulnerable to this kind of charge of having "changed the subject." (Think of The Pope!). So it seems to Grice that a detailed analysis of the illegitimacy of this kind of criticism by JOACHIM would be both desirable if at the same time by no means easy to attain. The reflections in which Grice has just been engaged, then, suggest to Grice two further items which might be added to a prospective subject matter of eschatology – or SUPRA-CATEGORIOLOGY _-, should such a discipline be allowed as legitimate. One would be a classification of the various kinds of impasse or aporia by theorists who engaged in the Aristotelian undertaking of attempting to systematize or unify material with which they are presented by this or that lay inquirer, such as Moore’s ‘ordinary-language speaker’ endowed caeteris paribus with common sense, together with a classification of the variety of responses which might be effective against such impasses. The other would be a thoroughgoing analysis of the boundary between legitimate and illegitimate imputations to a theorist of the sin of having “changed the subject." Beyond these additions Girce has one further suggestion. Sometimes the activities of the eschatologist or SUPRA-CATEGORIOLOGIST -- might involve the suggestion of a certain principle and some of the material embodied in that principle might contain the potentiality of independent life, a potentiality which it would be theoretically advantageous to explore. This further exploration might be regarded as being itself a proper occupation for the eschatologist. One example might be an examination of the theoretical notion of an alter ego, already noted as a notion which might be needed to surmount an impasse in the philosophical theory for the explanation of the word ‘philos’. Another example might be the kind of abstract development of such notions as movement, MOTVS, that which moves, and that which is moved, MOTVM, which is prominent in Aristotle's Metaphysics, which forms a substantial part of what is thought of as Aristotle's theology, or the science of the DIVINE. Grice does not, however, at this point attempt to expand further the shopping list for philosophical eschatology. Grice turns instead to a different but related topic, namely the possibility that in Plato's Republic we find a discussion of justice or THE JUST which does, as it stands, or would after a certain kind of reconstruction, serve as an example of an application of eschatology. Grice first develops this idea, and then at the conclusion of his presentation furnishes a summary account of its argument. L'immagine dell'albero delle scienze – e della filosofia come regina scientiarum, nelle parole di H. P. Grice, non a caso ripresa da Bacone e da Cartesio, è particolarmente fortunata, ma, soprattutto, agisce a lungo nella filosofia d’Europa l'aspirazione verso un corpus organico e unitario del sapere, verso una sistematica classificazione degl’elementi della realtà – H. P. GRICE, REALIA – Lectures on language and reality, Meaning Revisited: Language, Thought, and Reality. Non mancano, certo, suggestioni derivanti d’altre fonti e da altri ambienti di cultura, ma Lefèvre d’Etaples e Bovillus, Gregoire e l’italiano veneziano V., Alsted e Leibniz fanno preciso riferimento, affrontando questi problemi, ai testi di Lullo e a quelli del lullismo. A conclusioni griceane giunge il patrizio veneto V. che, nell’“Opus aureum,” riprende, modificandolo e integrandolo, il progetto dell'arbor scientiarum – H. P. Grice on FILOSOFIA REGINA SCIENTIARVM. Nel testo di V. il problema dell'albero delle scienze viene presentato come strettamente connesso con quello della formulazione delle regole della combinatoria. V. tratta la cognizione necessaria al raggiungimento della conoscenza degl’alberi. Sono gl’alberi dalla cui conoscenza dipende l'intera conoscenza degl’enti e che V. illustra con esempi. L’arte generale vada ridotta a questa impresa d’insegnare a moltiplicare i concetti e gl’argomenti all'infinito, mescolando le radici con le radici, le radici con le forme, gl’alberi con gl’alberi, e le regole con tutti questi e molti altri modi. L'interpretazione che vienne data delle figure dell'arte appare fortemente influenzata dal commento d’Agrippa e anche dalle tesi di BRUNO (si veda) nei suoi saggi mnemo-tecnici. Più che ad Agrippa e a BRUNO (si veda), V. si richiama tuttavia più volte a Scoto e allo scotismo -- de aliorum dictis non curamus, Scotum praeceptorem sequimur -- introducendo una dottrina dei PREDICATI (Grice: ‘shaggy’) assoluti e RELATIVI (Grice: “want”). L'esigenza di un'arte aurea nasce in ogni modo, anche in questo caso, dalla constatazione del carattere pluralistico e caotico dell'orbe intellettuale, della povertà delle cognizioni umane, dal bisogno d’un singulare ac mirabile artificium mediante il quale fosse possibile rendersi conto dell'ordine del cosmo al di là di una caoticità apparente e dar luogo ad una situazione nella quale gl’uomini, dopo infinite fatiche, potessero riposare perpetuamente e sicuramente all'ombra degli alberi della scienza -- Nec sine maximis incommoditatibus et multis vigiliis id perfecimus ut philosophiae imbuti valeant se aliquando ab infinitis ambagibus liberare et viri in scientiis consumati post infinitos labores peracti possint sub felici harum arborum umbra perpetuo et secure quiescere. Anche per V. le radici degl’alberi coincidevano con i principi dell'arte, mentre lo stesso ordine di successione dei vari principi vienne presentato come dipendente dalla natura. Magnitudo vero, quae est secunda radix, non fortuito primam sequitur, sed maximo naturae consilio. È proprio la scala naturae che forniva inoltre il criterio cui far ricorso nella difficile applicazione delle radici o principi dell'arte ai subiecta. Nell’uniforme applicazione di queste radici ai sudiecta è da impiegare la più grande diligenza bisogna osservare la scala della natura e tutto ciò che, nel grado inferiore, denota una perfezione priva di imperfezione, dev'essere attribuito al grado superiore. L'operazione attribuita alla PIETRA, che occupa il gradino infimo, dev'essere attribuita anche ai vegetali che occupano il secondo grado della scala naturale. Ciò che comporta una imperfezione, se conviene all'inferiore, non è da attribuire ad ogni superiore. Ne deriva che la contrarietas e la minoritas non devono essere attribuite al divino, anche se convengono alle cose inferiori. Il divino ordina secondo nove soggetti ed alberi la scala della natura. Colui che desidera sapere molte cose in ogni discilina si formi questa scala. Su V. cfr. CarrERAS y ARTAU, La filos. cristiana. Per la prima edizione dell'opera si veda RocenT Duran, Bibliografia. La citazione riportata nel testo dall'opus aureun: in quo omnia breviter explicantur quac Lullus tam in scientiaruni arbore quam arte generali tradit è ricavata dalla edizione ZETZNER. Orbum aerum. AUREUM SANE OPUS, IN QUO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTUR, QUÆ SCIENTIARVM. V. Ex bibliolhcca majori Coll. Rom. Societ. Jesu AVREVM SANE OPVS, IN QVO EA OMNIA BREVITER EXPLICANTVR. QVffi scicnti*arumommuin Parcii«, LvLLVs, cam m fcicntiarum arbore, cp artc Krali AVTORE V. M, D, AVGVSTA VINDELICO-rum imprimebat Miclutcl ^ Mangcr» Coffl gratia et Priuilcgio S^CseCMay* ILLVSTRI ET CieN&KOSO BARONl DOMINO Antonio Fuggcro» Domino Kirchbergx di VVnnTenhoTni, Autorpcri pecuarobfrruaiuix er» g6 de dicai, 7: L.LVSTR . ET GENB- rofc vir, Mccognas perpetuo Iionore colcndc; quod tempua cranscgi Augufta > libcraliori' bus Citrrcuacionibus dandum cxi(limaui: quod piicarcm cflc curpifsimum ; G, quac c!a- baturcommendandi occafioi amc ncgligc^ rccun Ergo Ray mundi Lulli craditioncs ad- huc SchoIii$ brcvibus illuftravi : racus quip- pc, quod rcs, dignifsimam cflc ciufccmodi lcicquz digna efc cof^nicione fui. i Vaferif. Eu^anex dulcilsimagtona gencis. Prllege.quod fummz e(l dexcericacis,oput. Ha6Venus in cjrca iacuic caligine Lullus. in Uicem reuncacquem labor hi(cc novut* Hunc npc|legeris my Reria magna videbit, Quar nunquamdo^itvifa fucre prius« Addr quod tngenuas gremio comple(5licur artCi^ i Arcuquz verenomenhaberequeunt» Aucori mericas igicur perfolvico graces: £(rc Dcimunusnemonegarepocert« i (lNpiLVLLANy£ AR. * tiS R ARx^ EXPLICA- tioncm Valcri) dc Valc lijs VcninV M^xfma pirs iuhUit* nuva cm»fcifnt?a Lulli Raymfidi rxf.^^ac: pars quocp magna ncga^ Eccittcfrra ndfsfR, tradido^martt vlum; V jt Mcndacis ficriDzmonts arrf frtufir* '* Spiritus hos agirat cundlos c rroris aman'; Qut lovar cf mnunt optima dona facri« Pauca olim LuUus nobis pnrcf pta rcliquirs Volvlf quarafsidu^do^a catcrva manu: Hancctiam docuit Bruno lordanusad Albim ^ Irriguum, gratusquimibi doAorfrat» Tradidit at mctius, mihi crcdc, ValcriusiHc: Itala qucm gcnuit> Tcutona, tcrra. favcr« Maximushimc vfutdocurtcommittcrcprarfot Quar prodf quf nnc iam tibi doS» cohort*. Artc ncc c(l vfus Rc gts phlcgcthont is dC aftu ; AuAornon Darmon, (cd Drutarcitcric» £t liCiC f minf ac nuHut fplf ndor^ dccus^ Rcs tamcn c(l vcrbit antcfcrcnda bonit* Ert^o non duhica.quinccrca (cicnria rradi Raymundi pofsic: quaro capc, volvc>IC(;C Lf^(o lcAa placcc, lc ^am rraduciro adv fum* ^dgrauc ptinciphim; fru^hit amicusciib (> • - 1 AD LECTOREM. NOuiquidem, amice Lecflor.intereot quofdam eflTc qui fe fapientes cxiftimat, qui verborum potiu$,eIe^ •\tjam, quam al- Cifsimos fenfus curant« f^uni verb res ipfae ponderandse potius quam verba fuere* Mo- re etenim fcholafticorum quod vnico verbo cxplicare potui libentifsime feci^nec verbo' rum concinnitatem curauu Non fuit ociuoi crrata corrigendi. Candida igitur meor cc ipfe corrige, ac impreiroht currenti manui Hmul igQofcc^Valc» .M3;iOrD3JUA 1.lii ccl . -TJTrn m^: .. .. h INTENTIO AVTORIS EXPLICATVR, IXIT ANNIS ABHINC Raym»„. circiter irtccntii tnpgnii quidam Vir fummx e- Lullus uditionkdc fapientije,nccmi/iorii (Brfdn) fdn- fepp^ 6htdtis. nomine Raymundui tuUws, qui maxi^ ecqualisfu \ndm difficulatem in fcientijs quihuscunc^, confti* crit. ^tutam admirdns, dc edrundem inter fe uarietd^ ♦Duos l\. temcontempldnsyhominis miferidmdef>lorauit,quod longo tempo bros Lull» rislhdtioperdeuidfcientiarumerrdndo, uixtandem oh immenfum *c'^'pfif.ad laboremi non mmus confujdm quam exiguam rerum cognitionem aj- ., fequnetur: Cupiensq; Uterarum cultores db ooc feruitutls wg) /i» paradas. berdre^ dc breui temporis curriculo in fummdm omnium fcientiarum Qija re pau noticiam deducere : nefcio quo diuino dfflatui furorcy inter cxtctd ci ad noti- 9duos Ubros ddomncs fcientias djjequenddf confcripfit : quoruunum ciam artiu breucmdrtcm, dlterumucrbgcnerakmdppcUdt, cx quo poileriori "V. priorcm coUcgit.Veriim ob lon^m cxpcricntiam deindc cognofccns jjjyg^jJJJj* pdUcosddiUdrum cognitiottem deucnirt, tnm propter fin^Urc dc ^ arboa ddmirabilcdrtificium, quoda>ntincnt ; tiim ctim ob prxceptorum rcm rcien? pducitdtem,quibuiimmenfum fcientiarum chaos impUcatur, uoUiit tiaruiti clas mclariwi fentcntidm fuam cxpUcare; tdU amcn modo nc fdCra dpro- rui s _ L u 1 1 i phdnif contdmindripoffent, cr non nifi fummdlnffniddrcanorum •'■'^'ctu cx penetrdUddeguitdrcnc. Ad quod pcrdgendum Librum cdidit, quem nominarc uoUtit thrborcm fcientidrum, nec immcrito : quoniam ea cnciaru no omnid»qu4e db omnibui fcientijs unipoffuntcoprxhcdi, LihcriUe imeriro ra. qudtuordccim tintum arboribws di^inShts miro modo confiderat. lis dicicur. Q£icumddmdnusnofiriudeuencrit,curduimui mdiori, quam fieri Intetio Au poterdtffdciUtAtCteimUbrifenfumdperirc^a-circahoc unumton «hoiis clr^ noflrd mtctttioHcrfdtur. Qu^ddm cnim inutilid fubtrdximut i aU- ci^^od > qud ucrb uddcncccjfdrU ddiidunut;[lcutilpdrjim m toto opcre tcr» QuxprjB^ mpoteflyCt potijiimu in primaetquartx pttrtCy'mquaruprimi,pir^' cipuein pri ter animJtducrllonesin totoLuRiartificio siimc nccijjaridis fabricd' mx ct quar ^j-^j^ Catc^rias,ucL,ut uulg» intcUi^t prddicamcn qu£ cnti* AiK*-'fiiu coucnirc pofjunt, quxcuq-fint iflj fiucrcali4,fiueab iih- addira. tcUcCht fibricata.fluecrcatd ucl incrcatd.*Adiccimu^ mfupcr in fc Qnibusca- cunda parte arboriunicuic^proprixs formaSy ea omnia brcuitcrcx* regorixno pUcando^qux ad arborcmquamcunc^ rcducipotcrant. Intcrtiaut* ftrx conue j-o p^rte cr quarta proprio lAartemulta dcfumpfimuiy «t i«grnw/2 . cognofcere potcrunt: NecfJne maximis incommoditatibm cTmultis funHn*ia^ wgrZ/yj id pcrfecimus. ut VUlofophit imbuti ualcant fe aliquando ab nteaddira*. infinitis ambagibus libcrareya' Viriin fcicntijs confumati pofl infi* Quarchoc nitoslaborcs pcrxBcs pofsint fubfclictharumarBorum umbra per» opus Aut: petub CT fccure quicfccre. Isonrcprthcndant nosEloqucnti£ culto* cdcrcvolu resfirudi Mincrua in fcribcndo ufi fumuty quoniam fatis trit (ut ar» "j^*, bitramur) fi fub rudi cortice DoA Eloqucntcs fua ^loqucntid tie* Bonreprx* crgM^?4rf poftrint. Hi>«r ^Morww prxcognitio neccffaria c/? ad confequendam In fccuda, ftrbortmcognitioncm. infccundapartequatuordtcim arborum n4« turam icclarabimuSy ex quarum notitia tota entium cognttio depen» In tertia, dct^ I n tcrtia exemplis iUvftrabimus qu£ tum in prima quam in fet In 4ta.quf cuniapdrtetraduntur* In quirta uerb ct ultima moiumo^endt^ doccaniur p,^,^^ fpf^ gencralis ars Kaymundi adhoc opus fit rcduecndai cgrcgu, iQcdidoulteriiis multiplicare fcrme m infinitum conceptui» rfrgir* mnU utt cuiuscunq; dUctiut gentrk cmf>Uxd tim pro piYtc un4 quimfalpitmifceniordiiccscumridicibui, ndiccs cunformift dr^ bores cum arboribut CT rcgulM cum hii omtnbus^ CdUjsmuUiS De primaepartis divifione» PRtm4 pirs in quinq; partcs fubdiuiditur, in quarum primdrd* Principall». dicum ndturd arborts cuiuscunq; oflcnditur, Infecundd arbo ^^P^ ^jj rumfDLidnumerdntur,dcdccldrdntur, In tcrtid fvrmdrumcf [tntid expUcdtur^ In qudrtd qudJUonum uel reguUrum quidiitdi dc et * numcrui (locetuK. In quinta ucro cr uUimd animaduerfionesqud* ^t* ptc tuor prxccdentium.pdrtium ponuntur,qu4rumnoticidddLuUio mniu fecretiord intcUigenda c{t neccOfaridf ' " ponuncau ^ lecrcraLul DE R ADICIB VS in Communi» liinucaiga da. LOquuturi de principijs iUk uniuerfdUoribus qu£ quodUbct cn ti/s gemps circunda nt dtq; infcnfibilitcr pcnctrant, ncmpe dc Bo^ Enum erai nitdtc,Mdgnitudine, Duratiofie,Fotc(tdtc, Sdpientid uel cognitione.VoluntdteuiU^petitu, VirtUtCy Veritdtc» G/orw, D»^-* 5^,^- rcntidyConcorddntid^Contrdrietdtc, Principioy McH/o, Fwe, Miff^emid^ Concorddntid dc ContrdrietAtc» cum tribus pnmk rd- iicibm dbfolutis concordet : quid ficuti BonitM notdt effenlidmy Md" gnituio perjeBionem rei efjentidlem, cr Durdtio tiusitm rti fxi- S^entidmuel fubft^entidm, ficper Concoridntidm cr Diffrrtntidm habeturiettrminans cr ieterminjbilt tx quibu* unAconiunfbsrti cxifientidpeniet dc perfcCho. Cwttrdrietsiutro Durdtioni reffton» det, quonidm res extrd caufdm fudm exi^entcs Udrijs paj^ionibui af' ficiuntur,qudrum ratione uarijs quoq; oppofltionibm funt futie^^*. Stcuniuitriingulws qiti e{lie Principio, Meiio dc Fiiit cum tribu$ pofttrioribus rdiicibM optime conutmt, quid poffe operari quoi Foteftdtidifcribitur. Principiumrequirit^ quodeftauthor operdti- onfs. Cum Medio fsmbolum habet mdximum Sdpientid uel cognitio» O* t conutrfo, quid utluti Mtdium intcr duos limitts conftitutum tft, itd cr Sapicntid, inttr potentidm cognofctnttm cr cogmtuw obie» Oummeiiat.Tinlsutrodpprimi Appttitui ucl Voluntdti propor* tionatur. quia nihiiiefiieraturnifxob aliquem finem. Tertius cr ul. timus tridn^lu4 ie Sidioritdtt, Atqualitdte cr lAinoritdtt opti' mdmhabttSymmetridm,cumultimis tnbus raiictbus priork arii* nis. qudmfic ofieniitnui : Cum Virtute S\diorit4x mdximi conuenire iicitur.quid Virtuf eit fons ^ ortgomultirumoperdtionum.qu£ iuo maioritatem qudnidm infinudnt: Vcritati Atqualitds ti^iunfbl cum VeritMfitditqudtioquxidm uclsqudUtMeffentit di fuam i» iedm. Etdeniq;Gloridueldeleditiocumab ommbu4 non ^qualiter ftt pdrticipdtd,fed d quibufddm m mdiorigrddu (fifds tftfic bquiy Vdk cr ab alijs in minori, ah aUquihm proptic CT e&iuisjicuti cr uicifum iUa dc bonitate ^ ^*' (imo quodUbet dc quolibet cr de omnibut prxdicari dicitur) ideo efl iUis ratio cur bona. uocentur cr quatenui talia bonum producere pof* fint, Omnes igitur arbores acearum partes qu£cunq; d Bonitate ge- neraltbonjc dicuntur^a-ficutibonitas ffneralifefi fui ipfiut picnA^ cr cttenrum partium : (ic BonitM particulark datur. qut fui ipfi* B oniras q '/^ P^^' ^ aliarum partium, Tunc ^nerilis Bonitdt cfi fuiipfiut modo fit plcns, protit concernit bonificatiuum, bonipcare, crbonificabile^ plena fuii- Tunc uero diiirum partium pleuA exiflit, quanio per mgnituii* pfius. nem r magnA, per Durationem durans, atq; per cxterat radices td^ Bonitasqii Hf^i^ffndicaturdcBonitateinparticulari^s. Trunci, Brancharum aijar u m -^yy^ arborum partium. ConfimiUter quoq; dc unaquaq} radi* liulicplea. ^j^^^ j^ncenimfuiipfiuiplena erit, quando potcntiam proximant p proximm iffndi, a^m dc corrcUtmm connotihit» fcd exterarum partium, quinio 46 dijs earum limdituiinem fufcipiet^ JEjJent ipfi* ui Boniatis qudmpLurtm^ proprieaxtes defcribenix.quM Pythd^* rj(y Arijio : t^umeniusPUtonicuf, MercuriusTrime^ftMi P^' Dialo: fo> cr pUto enumerant, mter qu4s tlercu : Trim : ai Tatium loquens^ nouem dj^ignAt, quonidm txlium proprietdtum notio plurimum proi deji pro txornAniis conceptibus dcmeiijsdrgumentorum muenien* iiSy iequibu/idlidsuerbdfdciemws.VdriM uerb Boniatis iiuifiones tu ipfe ooUigito ex iiuajd drborum iiflm^one : ii^ poterk obfer* UdreicdUjsrdiicibus» De Magnftudinc» MAgnituio efl ens rdtione cuius omnes rdiices funt mkgnt dc q^\^ (Jj c£terd entid. Cuiui iefinitionis pdrtes confwiili moiofunt Mzgnhii» explicdnixyjicuti m Bomafff iefinitione explicdtx funt. do. t(.cf}dt tintum ofleniere plures mdgnituiinls dcceptiones,quje tres Variz ma- funt nempCy uirtutky moliSyVoperdtiomim, qud^ LuUm optbneco gnitudinis gnouitium lnquit» Mdgnituio cfl ambiens omnes extremiates ef. ^cccpiio- ftnii, pcr qux ucrbd inmit triplex effe^f effcntit cr fpiritudle^ cui conuenit primum mdgnitudinis grnw icquoabunic dicctur m Cdte* ^rid QUdntititis : aliuiefl efje ccrporeumy cuimagmtuio molis ac uirtutiscompetit. Tertiumefieffcm d6kperoperdtioncm, cui re* lj)onietoperdtionummdgnituio. Et h£c ultimd magnitudo multif moiis uariatur, flcuti cr udrix funtoperdtionum jf>ccics, rcalcs, in Va rix ope^ tentionAles j immanenteSy trdnfeuntes : ndturdlcs^ dcciicntalcs : rationum proprit, dppropridt£ : re^it, refiexjc : fj>irituales, corporalcs % ^P^cics, necclfdri£y contmffntes : inftdntdnex, cr in tempore faiit i fj mlt£ diix qut Philofophis cr Thcologts funt nott, De Duratione, c l^urdtio Daratioqd T^Vrj^io eftensy per quoi rddices cmnesdcrdiquientUda* (i u I J rdnt: V multiplex efi. Qu^eddm enim uocdtur timput conttp Multiplex nuum, qud res fuccefiiu^e dimcfurdntur^ utmotui omnes.Mid duratio» jfQcafur Aeuum, qud fj>iritudles fubftdntix finita nec non corpore£, absc^ udridtione fuccefiiud conJiderdt£ mefurdntur. Vltimd uerb Ae* ternitds dppeUdtur, qut foU Deo compctit, nec fucce^ionem dlU qudmuclmutxtioncmflgnificdt. liec eft cenfendum Deum menfurd- f.li:sntiar. ridurdtionedliqudycummenfurd menfurdtoflt prior digniate uel i.q.dift: - HAturd :atq; finitis folum conueniens ut mquit Cdpreolus^Et Ucet dim Quomodo cdtur,€ternitdtemT:>eieffemenfuram,ficdicituryquid Deusa nobk ^ternitas^ 4pprffc««eciefu4 titu aftiuo conferudndd. Ex quibus uerbis pdtet eum mtcUigerc dc ddiuoi intelligai. quem omnid entidhdbent,quidindliqucm finemtendunt. £t ndtU' rdUs cft, qui ndturdlcm pr/fupponit cognitionemy qut longe melius Cognitio Dirigentis cognitio potcft nomindriDci f benediBi omnid, in fuos Dirigctis. p^^^ perduccntk. Sic homo. m fuum finem tendens^ ndturdUm hdbet dppetitum, idemdcbrutisdicds, licctddutilidprofcquendd, crno- ciuduitdndd in hominedcbrutodUus dppetitus uigcdt didusq; fen* In h oiet ret ^n^s cum his, qui Voluntdjs dicitur eft in eodem homine, quo •ppctitui. ^^p^^ .^p,^ j^^^^ utendK, cr Htitur f-utndis^ Dc Virtute ANDREIA Vlrtusellori^unionkridicumomnium. Et orituruirtwthjtc Qu\d Virt» A rciunitxteyqudtcnut dClum proprium rcs cAdemuirtuose ^ ^ndc o- producit.EtutprobcinteUi^s. tiibiLaliudejl uirtus (qum intcUismui)qudmfacultdfilld innAtxrei,qu4 eliciuntur operatiof yj^j,^ nes conformes. Et dilHnguiturdPotejldte optrdtiomm, de qud fuf j^u^j^ ^jj prdloquutifumuiyquidPotefldsantumdicit non rcpugnjjitidm ai ftinguicur. operdndum : Virtus uero toUit utiq; rcpugndntidm, cr prxtercd co. notitm opcrdntehdbiliatemuelproprieatem qudnddm fccundum qudm conjimiUs operdtio producitur. Nim^J prolixui clfemlimultas tiirtutkJpeciesdcfcriberem.Tuipfcdifcurre per drbores omnes dc per omnium drborum pdrtes, v^cudrids diftm^bones.dc mfinitum mmerum proprieatum hdrum^ uel uirtutum inuenies. Difcrimen timenfdcito mterinnAtds uirtutesdcquifitM, cr infufds^ Dc Vcritate* VEritd/Sy efl id quoduerum e{l de rddicibuff cr de omnibus enti» Qutd Vcri. bws. Qtt£ueritdi uclref^icitreiexiftentidm, uel eiusdem ef^ tai. fentidm. Siextjlemidmy tunchdbetur ueritds cont'mffns:cr Veritas qe- iftomodo propolifiones de fecundo ddidcente fintuerje cr etidm de >£»ltciiiiam tertio ddiacente in contivffnti mdterid : fi ii notit propofttio quod d p p ^ j j, pdrtereifuit ueleft. Si dutcm effentiam ueritds rejficit, tuncneceffd- ^^^^ xiAeftcumeffcntis ed notet, qux tjliterfuntuniti.quoiunumline cundo et glio cjfe nonpo^it, V unum eftdceffentiddlterimcrdmbounum tcnio vcr£* tertium conftituunU Dc Gloria vel Dckflatione* Lorid eft ipfd deleSkLtioy in qua rddices omnes cr cxterd en- ^.^V* tid duiefcunt, Notxre oportet, quoddc rdtiont Gloric duo S -* funtJciUcctquodquiefcdt,cr delea&tmem prxbedt, quo» ^tio^gio. nmdUcrumfiremoutbisGlori^mnoncognofcef.lidm Lapif fur fj, coSdd. C > fmn und^ G fum detentuf ((uiefcit cettejei non dcle^tur. Hkceli^ quod fton efi gloriofut* Homines quoe^ muninnif deUdantur^quU tnmeneorum Cloria im - appetitut non efi fitUTy iieo glorioji non funt^ Clorid boc m looo Droprieco proprieconliierdturyfcilicct pro qudcunt^ completa, dcle^tiont, hdctzi hic rciconueniente, feicum quictej quAomnidfruuntur. VropriA autem Gloria pro Gbrid duplex c/?, qutediam »«cre4ta, qua Deui bedtuicj} fruenio fem pria cft du- jrfircri uerb crwt» dicitur^ qudtenwt m cretturd recipitur, «b P wcrcdto tmen Dfo, prmcipdliter in uolunntem proiuih» cr a>/w EpUog* cs r^^*^'^^^ totim dnima rffentidm rdtiomiH credtura. Ef fic hd' orum qux besnouemdbfolut44rdiices,qu4rumprimatresdrboribufCTedrum diCtk (Unt. pdrtibuf tribuunt cffentidm, perfe&ionem efjentix, CT Durdtionem Utl e%ifltntidm,Tres uerohdx immeiidte fequentes, potentidm ope» rdniiyiuplicioperdniimodoqudUficdam fignificint, uiieUcet ru^ turdli, quiper Cogtutionem inteUi^tur, c^Libero, qui per dppeti- tuM expiicdtur. Per ultimds dutemy Gloridm, f cr que edm prace*. iunt, inteUigefinemt Seidirejpe£hud(rdiices efl ieuemenium,qu£ Arboribm extrirtfecum effe Ur^untur, z^multum fdciuiH di cognot'^ ftenidm Mturm cuiuscunq; rei, De Differcntia* Quid DiU T^TCplicdtkdcdteUrdlkdbfohitkrdiicibuf^refidt ul idrtjffe*. fercntia. f^jSiudrum iecUrdtionem ieuenidmut. ?riu* amen quaidn prrmittere uolumat qut fumme fluiiofi obfcrudre iebent. \Ha Kota, ter omnid hoc prtcipuum efl^ ne rdiices iflx fumdntur pro dbfolHtB edrum effe^ dlids mdximd fidtim oriretur confufio, mter prioret CT hMrdiices,qu£Confuflocdufdr€tur, quoineq; reindturdexplicdri poffet, necminut m probdnio, iocenio, uel confuttnio iuuenk fuum Qualitcr confequereturpropofitum. Confidereturigitiir Diffvrentidnonpf Diffcretia dbfolutoiUo,quo abfoluaresdbdliddiffrrt,fiuehoc Jf>e&tddiiffi^ fit confidc- rentidmcommunem, propridmyCrjpecificdm ifedpro reUtione iU U, qu£ m bkfuni4t«r, cr ii(m inteii^tur dt Concorddntid, Coit* tftm* m ff trdrieate icatijs. Ex quibui pdtim errormdttiftfiaidppdutliettri- Ettot €iComelij Agnpp£,quirddicesiUdiUtlpr'mci{>id,fubdbfolutoelfe g''PP»» confiderdt.Vir ijle do^j^imut.qudndo de Mdgnitudine loquitur,qu€ ^eopdriterwmittAtur dbfolutum principium iUdm difiinguit, in uirtudlemy m corp&redm ; qu£ dicitur Mdgnitudo molky cr m iUdm qujt m opcrdtionibui rcperitur.VirtudUs Mdgnitudoiex D.Augufli li.'^.dcTifc nifententid i nobis m cdp : dt Magnitudine dUe^a^nibildUud eji,q ♦ perfeBio fffentit^ qud perfrBione dliquod unum db dlioejfentiiUter diffrtt qu£ dUo nomine fi>ecificd uel DifjircHtid magis proprid, uo* cdtur, qudm idemmet Agrippd mcdpide Difftrentid fub rdtionet' ddem quoq;confid(rdt.dum diuidit Dijfrrentidm incommunem,pro* pridm» cr magls propridm:quod fuperfluum efl CT uitium^cum prx» dicdtihxccr priordhdbedntoppoflamnuturdmy V eonfequenter oppofltum conftderdndi modum» hoc etidm contrdintentionem ^ y^. huUi omnino uidetttr, qui dumdeflnitDiffrrentuim, inquit,Diffr» grippx, eft retidefiid, rdtioecuiHfBomtM,Mdgnitudoetc;funtrdtiones incon^ contraLui fuf£. SiinteUigeret ipfenonde reldtione,fed de re dbfobtd,no diceret: lum. Bifjrretid efl idyrdtioecuiusBonitd/t etc:funtrdtionesincdfuf£f AnU Animad- mdduertendus quo^ efi ordo fuprddfiigndtusycuius cognitionon pd. Tum efl utilfs ddfoluendum drgumentit Kec minus principid hxcy o* mnibut tX quibufcun^ entibus conueniunt, qudm dbfolua» li£ccuM dignd fcitu dc necefftrid effedrbitnremur, omittere nokimu^, ne i- gnordntit uelnegUffnti^e ttotd reSnrdtione nos fludiofl crimindri foflent, Modo expUcemus Diffcrentidw, Diffrrentid efl idy rdtiont DifferelU cuius rddices omnes cr cxterd entid funt inconfufd CT diflindi.Quid quid! fddix ifld efl fummte utilitdtis utter entid omnid^ i qud omnk ornd* tusdcpulchritudo mdximd, dtpendet: nonpiffbit eius Utifiimdm nd* turdm oflendere, ut difcrimen omne uel diuerfltdtem inter res omnes ^dre cr perff>icue cognofcdtur. Totd DiffvrentiiC ndturd dd h£c cd» DtfTeretrx pitd reducitur ^f dd DiMi/io/iew, DiflinHioncm cr No« identitdtem* ^ ca pica» Etifidtridflcddinuicmfunt ordindtdy quod fecundumefl fuperiui ^rdo. it Quare di- y?{„(ffoy ab aUjs duabus pcrfonts, crtamennon elidiuifusabiUis; uiliono fit quiidiuijiofempcro' in quocunq; reperiatur, notat imperjiBio* in diuinis. ^cctidm in corporcis tantum inucnitur cuiufmodinon efl Deus^ difiindiouerojiperji^ionemdUqudmnon lignificdt neq; imptrfe^ Noniden aionem^l\omdentitisuerb,efidddifiin(iioncmfuperior, quid qus liutis rta funtinttrfedijUnihyparittrfunt^ noneadem:nontamcn ftquitur: tura& in q f^qu£funtnoneddem,effediflin{bi,qHoniam KonidentitM repcri* b»inueu£. ^^^ pojitiud,uehfjirmdtiud,dutucrdentid, fcde- tim hdbct locum inttrentia, quorum unum tjlajjlirmdtiuum CT aU* ud nt^tiuum, ut intcr tffe c non cffe : unum pojitiuum cr aliud pri' udtiuum, ueluti inter uifum CT cxcitdtem ; unum ucrum cr dliud fi» {btium, jicuti inttrPetrumcChimxrdmiCretim mtercd, quo* rum unum dChiaUter txijlit, aUerum dutem nequdquam, qucmdd* modum mtcr Pctrum, quinunc efi, cr Antichriflum creandum, fei D*ninaio hkreperitur, quorum quodlibet pofitiuum efi, utputd ubi fic. i^'»* ^ftrum tT Paulum. Ef Ucet pro ne^tio noflro, tam diuifio quam dijiindio, fy nonidentitdf fint neceffdrid : dttdmen dijimdio mdiorcm exhibet oommodititem, quid de rdroentidne^tiua, imt poj^ibtUd dd exifiere, cr priudtiud ueniunt confidcrdndd,qut ptr nonidentitdtem poffunt feiunp, ideode Difimdione cr eiu4 Jpeciea bus loqudmur. Si tamen dUjs partibus uti erit opiis, earum naturd 4C OCto difli- '/^'"^'^«'^cb/f qu£di(kifunt manijrfij reUnquitur. Ododiftinaio* ftionu ge- numffnerj,crtotidemidentitdtum,ATheolo^rum omnium Vrm» nera. cipe fubtiUj^imo Scoto funt exco^tatd: quorum ufus m fcientijs quii bufcunqx tft udlie necrffnrius pro ueritate inds^nid CTfdlfitdte co$ gnofcendd. Dediftindiombus ftjtim erit fermo fed de identitatibuf, Primu ge», in fequentibus, ubitrdMitur dc Concorddntid. Vrimm Diftinfiio» nhffnus t7 tiUffnm uocdtur diHm^ordtionkiqut irdtmAli pottntUori^* ntm ducit, m quantum tandem rtm ab ilUmet di'iinguity ftcunduni gUum er dlium conftdtrdndimodum. Ctrtum tft» quod bomo m pro^ pofltiont dUqud confidtrdtus ut fubijciturt ut prttdicdtur.dfei^ pfodiflm^itur, qutmddmodumcrpricdicdtumJifuhit^h i non rtt gUdi/lm&ionttquididemAftipfo rtalittr diuidi non pottfl, i^tur fdtiondUy quonidm tsUf di/lmfbo folum rdtionH bcntfcio tfi mutn* m^Stcundumffnuttlly diftm(ho txnAturdrei:queinttriUdmuf • mtur,dtquU>us contrddiBorii pr^dicaa utri prxdicdntur,uel ndti funtpradicdri^nuUomttUt^concurrcnte, qbtorum tiltm n^tu* rdm,Pcutipottfldici(inquiuntScDtift4tcbtntydt InttUt^ Dti, crVoUintxtt* inttUt^UiStnimDticumtfftntiddiuinAdd ¥iUj ^nt* IntcIIc£luf rdtiontm concurrit, cr non uoluntM : cr concurrcrt» cr non wncur* ^* rtrt funt contrddidorid : inttr inttUe^m igitur cr uoluntdtem, di ^^[J,* pinHio tx ttAturd reioonfurgit. \dtm dicunt dt ffftntid diuinA cr r« Essetifbci Utionibui perfonAUbut ; quiddutinA tjjentid tribut diuinis ptrfonk 4 rcUtioiii- tommunit txiftit^ non duttm rtUtionts ptrfonAUs, erg) tx rti UAtu- but diftiiu. rd iUd db his dtftinguitur.Ntedtfunt incrtdtk infinitd txtmpU. qu£ ^^0* trtuitdtis gratuomittimut. Ttrtium grnwcft, diftinSho /ormaUs : 3™' S^" • CinteriUdeft^quorumunumdliudnonincUidit in primo modo di» ctndi ptr ft, cr hocmodo fuptrius quodUbttibinfrrioritftdiftinm ibimiCnoni contrd j utl iUa, qut habtne diutrfxf dtfin> tiones, dt- . fcriptionts, uel uarios conctptus k parte reiy hac difiin^bont funt dif ftin^.ftcutihomo O" fuarifibiUtis. Quartum gf/J«4c/^, dtftindio 4111 gen% modaliSyqu£oriturinttrtlJentUmrtiaUcuiui,Gr fuummodum in* irinftcum: quxdcfaciU pottft inueniri inter aWedinis cffcntimt CT 'grddus eiuidtm ptrfiSbonaUs: utlinter effentUm caUditatls,CT fuos grddus : utl inter Dti effentiam cr infinitatem (fcoc uerum prdfup» ponendo.quodinfinitds fit modm intrinfecw in Dro, ut omnts fire Scotifiit parioonftnfu affirmdnt) utl inter unum modum intrinfccum cr dUum, uti inutnitur inttr grddut dWtdinis CT tiut txifttntiam» Cmintumffnuitft dijlinibo rcdUSfqujcconfurgittxrt cr rt. Rts ^m.gen*. D in proi tt m propoPto dccipitur pro eo omm, quod poteft corrumpi cr defiru^ alio remancnte cr ccontrd, ut dlbedot qu£ potefl deflrui fubie^ mdnente,reaUterifubie£hdif}in^itury idem dtcatur de nigredin» tyalijsaccidentibuiy cr deomnibus fubflantijs primit. lUa quoc^ res nominantury quorum unum cft ffnerans,cr aliud genitum^ cr hoc li : prim 0 "» tiocdtW.fedinahliritShyUt nifjvrentU ultimd Vttri» eli VetreitM, if{£ dijlindiones omne genut entis circundgnt, omnesq; prtter penuUimdm conueniunt (fuo modo) entibut d ratione fabri ^^^^ ecies confiituit, fgntiz fpci quarum priorrepe^itur intcr fenfudle cr fcnfudle, quemddmodum LuWo afi> inter Uominem cr Afinum. Secundam confittuit inter fenfuale cr w« ngn»cH expUcdt£ continentur, qufrftt- tuendum. Optimatdmeneflintcr 'tnteUc(fuale cr inteUeftudle con* corddntid, ueluti dc intcUe^bt cr uoUintdte poteft cognofci, qu£ cb eorum lf>iritudlem nAturam nontdntum in cffcntid conueniunt.fedf tidm in operdtionibu/ty quid quod uoUintas acceptdtvel refutat, idtm inteUeduscognouit. Hoc femper animdduertendo : quod frnfudledC» cipitur pro iUd re.qMC fenfu priM cognofcitur, cr inteU edti pojieri* us : fed per inteUeii Udle id tdntum conpderatur : quod ab inteUedu ^uocUnq; modo cognofcitur. Adhas concorddnridx uel fccundum Lul - lum dPignAtdSy uelfecundum Scotifldrum fubtiUtdtes, concordanti^ f. omnes proculdubio reducuntur : uerum fi numerum infinitum hdrum ?rkadiin'/ identHdtumtibicompdrdreuolueris,poterhhoc utH medio', difcur^ finitasidci rendo uideticet per quvnq; prxdicdbiUdy per decem prtdicdmentd^ dtates« pcr oMecim prfdicdtd uel rddices Lwlli, cr demum per formds : i« iemobferudrepoterii dd muUipUcdndum quoicunq; prtdicdtam^ tamdbfolutumqttdmrejpe^liuumyrecurrendoetidm dd nouem fub* ie^ cr reguUs uel quxftiones, DcContrarictate vcl Oppofitionc^ NOn efl oput muUd expendere in iecldranio quiifit oppofltioi cum A Difjvrentid uel Di{iin(iione, ic qud fuprd locutifumws, nonmuUumfltiiucrfd^nonmUdtdmcn diiucemus ut huiui Contrarie- ^i^ ^i fi^^' ^ontrdrietd* fk iefinitun Us quid ? Zontrsrietd/i f quorunidm mutua reflflentid. Pro cuius iefimtiontt expUcdtione fcirc opottet : hic non lo^ui nos ie contrdrietdte iUd, proprid^ 1 »3 pTopriiy qu£intcr qudtuor primM qualitdtts inucnitur : quoniamin de (^ua co- ommbas cnt^us, nmpc rdtiondlibui dc rcdlibuflocumhdhcrcnon tf*iictate potc{t,nc(^ de cd inuUigcndum ciitdc qu^Antoniut Andredt loqui* Ij!^ tur:cuifcxproprictdtesconucnirctcit4tur,qudmq;ftridjim oppo^ taph?* Q 6 fitioncm ucl contrdrictdttm uocdt* Scdbic Contrdrictdf confidcrdn^ • *i* • dd pro qudcunqi oppofitionc, qudtenus unum dlteri opponitur ; fiuc mcdidtc ucLimmcdidtc : compLcxc uel incomplcxc^ ticc imdgind* ridcbes tdndcm cffercmcum Dtffcrcntid: quid Diffirtntim confi- "nttio r r ^ n contrarics dcrdmi'4yUtpcr cdm enttd inconiu^ rcmdncant ; Oppofitioncm jjjj, ^ ^jj^; autcmutnonfolum rcs dijlingiidntur» fcd ctidm intcr fc qudnddm fcrcntia» pugndm hdbcdnt, Secus ctenim rdtiondlUdif confidcrdtur ; pro ut db irrdtiondlitdtc diiiinffiitur ; CT qudtcnm irrdtionalitdti opponitur, quid oppofitio rcpugndntiam dicit, cr nc^t, id pojje ficri,quod eS' dem rcs fccundum idcm cr fimul oppofitd in fc habeat ; diilin^io ttc- rbineodemacjlmulinucniripoteit.lnfuperoppolitio ucra interea cjfe dicitur^ qu Ex multorum dccidentim com» Inultrq.Ii: munimcognitioncuirtutcintcMuidifcurrentiiydeuenitur in cot i. PoHc ^nitionm alicuim proprij, quodq; m fu£ caufe notitidm ducit, dtf» fircntue uidelicet effcntialis, eciem reptjefentdtum, cum tddem potentid conneBit, Medium dUud dicitur menfurt, de quo R4>: hxcponit exempld, mquiens: Sicut centrum. quod eft m me» dio loco circuU; cr cdUftcere., quod eii in medio calefdcientis CT cc* E X citi xt uesdiciturTink nt^tionk : quo iUd tfu^percorruptionem quomm docunq; confideratdm fuum ejje ptrdunt, finiutttur. Tertia CT uUit Wd nomindtury priuattonkt quid priudtiofub ratione finis termtndt» Zthocmododdc£ciatemuifuitermindtur^ Cr dd furditdtem dudi» twtt Hkq; tribut /peciebuf Fink» uel und dut dudbui^ tntid omnid tetm mindntur, ut difcurrenti per arbores omnes dc tdrumpdrtesfdtk poteflpdtert. De Maioritate, VdmuU dUquod unum ens dlio mdiwt dici pofiit^ rdtiont dlh quot prxdicdtorum abfolutorum^ uclrrfpeiliuorum,dut forp 'marumy ueldeniq^ultimi fubie^ii, fub quo nouem dccidentif prxdicdmentd continentury tres tdmen Mdioritatk J)>ecies dfignarc tres Maio- poffumus, ddquas omnes dUjereduci poffunt. Maioritas quxdam in»' nutisrpes. uenitur mter fubfiantidmdcfubftantiam.quxdttenditur penes wi- iorem cr minorem effcntix perfidionem : ty fic Homo t{t Afino mdior. Pdid interfubftdntidmtjdccidens i quemadmodum ejl intet Hominem dc eiut qudntitdtem. Et qu^dam dlid inter dccidens cr 4C# cidens ddtur, ficutitxempUficaripoteft de omniquaUtatt per com» pdrdtionem dd qudntitdtem, cr de omni dccidente /piritudU refpedm MaToritat corporei. ^iecdUudeji Mdioritdt, qulm ratiOy qud dUquo di&crum quid ? modorum unum ejl aUo maiwt^ ucl pluribm. Et hoc in loco fubflanti4 dccipiturnon tdntum pro corporea, fed ttidm ^iritudUdc infinits» DeJEqualitate» *ICQttdUtdfin hoc toco dccipitur^ non ut tfl pafiio qujntitdtk prxdicdmetttdlk, fedqudtenus cum ente conucrtitur trdnfcen» dtntifiimo: cr in hoc diffirt x Concorddntid : quid A equdUtds efl eiu4 ^qualitaj finis. AequdUtat inuenitur inter fubflantiam cr fubflantiam ; ficuti auuir""*'* '«^«•'«4iwe^uis rddicibui omnes entium f^ecies cir» €uit. In diuinis amen nec Mdioritdi nec^ Minoritds bcum bdbet,qui4 iftorum uter^ imperfifhonem mdximdm pgnificdt, Hxc dc rddici^ bus tm dbfoUitis qum rejpe^uis dida fint, DE NOVEM CATEGORIIS transcendencibus -- H.P. GRICE J L AUSTIN CATEGORIAE -- D^^cUrdtis principijs dbfolutk cr reJpeHiuky qu£ m uha qudq^ drbcMre pro rddicibui funt prmda^ reftdt ut fecundo U>* co de folijSy qux omnibui drboribuf pro fiuQuum conferudti* cnty dc totiui arboris oruAmento funt communidy pertrddnnus. Et ^?.^^^J^ Ucet dUqudntulum d trdmitcLuUidecUnauerimus itt modo trddendo, ciinau quotmcredtis quAm diuinis drboribus htc omnia. filid oonuenire popint: qu4C dpud Peripdteticos nouem dccidentis prttdicdment» ho« €Mtur : ignofcdnt t^men nobis LuUimatoreSj quidii obftrudre «0* Qnire Aii- luimui,ut conceptuum dr^imentOYumlonglor ftticfUi qudcUn^ thora Lul ntdtcridhabcretur. Hjecetcnim trdnfcendentifiimd confiderarc n*. lo dcclincc ^^jp, . p^^^ realiquolibet Ente CT rdtiondU prxdicdri co^dcrari^ poj^wf. qutre/pe^h Entis trdnfcendentipimi mfrriordfunt; fed dt dcbcat iftx principijsquoq; tdmabfolutis qudmrefpediuls, qux cum Ente iHo CJitcgo rix. conuertuntury CT dequibut fstis fuprd egimm. Quibut prdmi^^, di unmcuiuAq^ contempUtioncm ueniendum efl. De Quantitatetranfccnclcntiffima* Quantita- Vdntitecies ponimus, quarum primd continud nomindturt tjnuactd^i- dUerd difcrea^ Contimd quidem efl in quintum perfiHio copuUt «• fcreta. napotentidm proximam, aShimy correUtiuum ;utifl quis homi- Continaa nis cfJentUlem perfeftionem contempletury de qud efl pr^fens nodrd quid Gc. conflderdtioyfl fldtim ddaiium reducdtur, potentUm proximdm uo- eamui, eddem ucro proximd potentU in ddum dedu^bi» dum efl m uiiddbominis produiiionem, diius uocdtur^ cr ipfum produdutn dppeUdre debemui terminum potentitt» uel producentis correUti- uum. Qtit trU 4 LkDo iccipiunturmiUe in locis pro 1 VO, ARE CT Quid fcet BILE ; quorum primum refpondet potentix proximxj fecundum ds luu, Afc,6c fiui. cr tertium correUtiuo. Difcretx auttm Quantit^ nafcitur d difftrentUyquteflinterperfrdionemuniusentiscr dUeritn. Cuius n^^^nStll^ rei ddbimut excmpUimt m his, quibut hiccqudntitss repugnare uide qn]^ (^^. tury ut LuUifbidiofws tuto pof^U unicuiq; enti appUcare. Diuinuit i»* Exemplu teUe^uiCTUoUtntdS tiUs funtnaturx, quod fldefiniripofftnt^alUm de difcrct* fhrmilem inteUe^atrationemhabtrct, cr aUdmuoLuntM : fcd quU Quatitaia definitione nequcunt d nobU intcUigiy eorum tamen d£tus neceffarij aUud fatii decUrdnt cr mdnifefldnt ; quorum unu^ tfl Filij generatio, £ 4 quim* duarein- quimttUefiulconuenitidUtruerh, Spirimfdniii fpintio, qul tcllea* Dei yi„^uolunntidttribuitur : quitmtniiiutlicproprid determindn^ no ficprin- py^„cipid cum effentid requirunty ut «nw, nempe, generdre, k di &uSlG^ uoluntdtc,Grdlter fc:fpirdre, dbinteUeaunonpojiit ejjc. Nec dli' taigeiicra- dmrdtioncminuenircquispotcrit, niPquiddiuiniintclle{iut cr tto- di. luntAtisdlid^dlideflrdtiotcrtn hdcdiftindioncdifcretdqudntitM Quantitas confiftit. \dem dc tribwidiuinu pcrfonis cenlcd^^qux Ucet cd ratto^ diicrcta in ffg^qu^incffentidconucniuntynonftntdifcrct^ : tdmen in qudntum dTuinas"" pernotiondlefpropricatesdiftinguuntur.difcrctd qudntitdx cisco* pericur. P'^*^ • P^** continuidiuifionemcdufdturyjicutipr^dicdmcn- Latittlao tdUsJedunumquodq; ensndturdlittrfequitur. Ethactfttdntxld* quatiuiis. titudinis, ut cr qudntitdti ipft prxdicdmcntdU conucnire dicdtur: fed pr£dicdmentdlis,finitis tdntum a^Umitdtis rebmy de qud kri&l uidcinprxdicdmentis, De Qualitate» POftQudntitdtisconfidehitionem fequitur QUdUtdtis conteMi pldtio.quam ftc dcfcribcrc pldcet^ Qu^Utdfcft uniuscuiusi^ " entislecunddridperfraio,fiu€ proprU, fiuc dpproprUtd. U quid huiwi defcriptionitpdrtesdecldrdtioneeffnt, id fdcercnon pU pbit, Dicitur perfcd.io fecunddrid^ ut Qudlitdtis CT QUdntitdtit difcrimencognofcdtur Sdtisemmexdidisin cdpite dc Qudntitdte pdtetj ibi efftntidlm perfrdionem confiderdH : hic dutem iUdmyqux Diam* inco, fcd pnite crcdttt, drborum rd^ dicibws,ut rddiccs funt itruncis uero ut potcntid funt brdnch£, rd» mi, foUd, fiores v fiuilus^ Sed dd Keldtionem fermonem rftr/^m w. R Dc Rclatione^ l£ldtionumcognitiofdtkdifficiUscli\quidoh cdrum debilcm DeRclatTo cffentiamfunddmenturcquirut,dquohdbentxffciet terminu, f^^nda- quofuumcomplctum cfjewnfequuntur, quitcrminusinfub "^cco&tcr f Jldntijs 34 jiintijs cr abfolutk non ejl cotrtUtiuumy fcd abfolufumy In quo cor* rcUtiui reUtio funddtwr : qu£ dcfdciU non a>gnofcumur, cr ipfnm ReUcionis yeUtionemqualiobfcurdnt. Scd iaiReUtioadqujtiCunq;reUtioncs dcfiniuo. communii dejinitur^ ReUtio eftratio, qua unum ad aliud refertur, ut de paternitdteo' fiUationc oftenditur :hje etenim dux reUtiones faciunty quodfuppojitum uel perfona um. aliam rej^iciat^ \t abfo* DiuiHo re- pa i ls iJJiud filij per paternitatemy cr fiUj abfoUitum reiie piratio Patri cr Ftlio in tffeconfii^ tutis (quajiyaducHiens, c:rji>iratiopaj?iua qua Spiritus fanQus i» effeperfonAUconjiituitur, jujlinendocum D. ihoma Franc* Mayi Scoto, pcrfonof diuinas reUtiua ZT non abfoUta proprietate in idaS in*^' ^lJ^P^f''*^ Siih reaU quoq; reUtionc conjidxrantur re> concincli^ idftoncfiH^, quadogici conjiderant atq; dijiingiiunt m reUtiones p h -^ca ^^c ^* ^'^^ membrum primx diuijionfs Adaiiqd. iccipiatur, quddam pariter in Deo repcriuntur, dc quibut fuprx Quare rela memionemjvcimu4, incapitedc Quantitatc ;qux ideo non dicuntur tiones rois ReUtionesrationif,quiaab mteU€^fabricantur: fcd quia non o- inDconnt mnes conditiones eis conueniunt, qux ad realem funt requijitx^ Dc Kclaiion ^"^* matcria,jicupls arcanA cognofarcy Scotijiaf confulc. Qjjxdam creac«, ^'^^ f**^ creats, qu£ ab inteUc&isa^bi dcpendcnc, ut identitas imdem adfcipfum ; cr dijlin^o eiusdem afeipjo, prout idcm in pro* pofitionc Apartc fubieSU vprxiicdti concipitur at^ prxiicatunt Relationii a fubicSh cfl dijiinChimtBtharumreUtionum cognitio cfl ualde «r# ncfclT^*^ c^fi/rfrWj quia meriiante KeUtione cr habitudine (quam r^ices cu» itttcunq; arbork habentadtruncum^crtrunciadbranchai, crbran- ch£ ad ramos ; cr/?c dc ommbus arborum partibw) carundem cjjen» lU cognofcitur, Df A&oiu^ l i1 De Adionc^ VT didiuin^A crhumdndx optrationtt, immdnentes ucl trdns- euntes confcendcre pof^k: banc breuem ipfiws aBionis notato defcriptionem, aHio efi refpeCks operantis di operitum: \Ci\oU de- nondicimui dffmis 4d pdffum.ite Utijiimui aShonis ^nsin riuulum fcriptio o- tuaiat. Affns emm cum pafjum rcjj>iciatt cf tn DtonuUumjit paf pJim** fum, cum imperfvdiotum arguat^ ncc a^ntis ai paffum rejpe^ks 'tffe potefi : cr tamen funt ibi operationes ac produSbones : operati' 'ones quiiemy prout Deus effentiam inteUi^t, cr taniem fumme d* Ptdt : proiu&iones uero in quantum iiem Dews, ut fuppofitum notat, tdlesoperationesproiucit: quxficproiu^l£,aLtera uocatur filiuSy cr dlterd fi>iritw! fandus. Proiucit quoq; Deu6 ab eeterno credturax ^^^^ ^ in effe cognito et uoUto, nec tdmen ptffum poffum dici, cum idem fint tg ^ n o p ro* redliterquodDeus, Etut latiorem differendi campum habeas, non ducitcrca- tdntum relpcBiueipfam aRionem confidcrare pottris : fed etim ab- turas. folute,ficuti crnosconfiierauimus, ium ie proiu^lionibus cr ope* rationibui uerba faceremus^ diflingiicndo de adione immanente cr iranfeunte tXm in diuinis quam creatis : iUo tamen fublato in buiwt» tnodidHionibut. ut Deo dttribuuntur, quod imperfvdionm notat : dependentti uideUcet, d^ntis ad aihm cr e contra ; CT fi quid dUui ejl quod imperfr^ionem notet* Necdiuerfd ddionum ^ncra notabi' mus,utlo^cicrphyficipdndunt : fed tdntum iUui dnimaiuetten' 4um putduimus : nuUum iari etts,cui ddio dUqud non conutnidt. Nullu da{ l\dteri£ emm prims ddio conuenit, cr aU/s boc ente iebiUortbus.fi ^(k\o nonrealis, faUem intentionAlis, prout obiciii rationcm hdbet. Et "^? quintum profit huiui tranfcenientis cognitio breuibus expUcari poffe haui puto,cum d latif^imk iUis raiicibui, de quibus fupra cm Hionismcdio,pcromnespartescuiuscttnq;arboris dijfufje, inde ai^ mirabiUsjruihtSj tam creati, quam incrcati, puUuUnt, DePafsionc» N: ' On erit Uhoriofum, per ed» ^U£ ie A^iont fiint expUcdtd, CT ruturam pa^ionis mamfrfljire ; cum mutuo a^io cr pajiio fe refpiciant^ de qua non multa dtihri, fic eam defcribimUs, Pafiionis Va^io elirejpcihis opcrantls adoperatum ; cr pafiio htc» fifiu efi, defcripuo. ut pdjiio nomincturydiuinis nonrepugnAt : quia produ^x perfon^ Pafsio p'*f prodMcentemuelproducentesrefpiciuntjUt fatis notum cfl : fine td^ uinisno fnendependentiaaliqui. ApudLuRumadio pcr Aif^E notatur, CT ^ " A^^fo &C ^ Bl LE, per bontficare» botutatis adio habetur^ CT pet bot. Dafiio a- nificabile magnitudinis^ duritionisueLaUcuiu^aUeriu^radicis habc pud Lullu. magnitudinis cr durationls pa^io* Uec minoris ejl utilitatis paf» fionis cognitiot quamadionis, cum per iUam^ res uario modo deter* ninAtas, uel quafi quaUficataSy cognofcere pof^imus : cr inde muUos conceptut fabricare* QU£ de adione didn funt CT de pafiione pro» portione quadam poffunt dicitjic crgp tot erunt jpecics ucl pafiiooii f^nerd, quot ddionis^ De Habim* V^lutireUqud prjedicamentd dd omnidcommunij^imd conjide^ rauimuiiitdcr habitum conjiderare oportet, Habituser^ non efl habitus ad habituatum rejpe^lus, ut in Cdte^rijs tn» Habit^qd ? quiunt Logici ;fed uniuicuiusq; rei proprietas.qua habituatum ordi- ^uk^tAi'^^ n dnffLo CT homini conueniunt : quonidm uoUtntdx in dffn» dointeUe^mprtffuppomtyquidmLuoHtumnilicdgnUumy cr mc morid 'mteUe6hmcr uoluntdtem ; mteUe^my ut potentidm pro* dudiudm» fed uoLuntdtem ut pdrentem cum prolc copuLdre po^it. 1/1 crtdtis quoq; corporets,mdterid form^prafupponitury quum nd* Sit» in crc^ turd fdtem priui eft perjrBibUe ipfo perficiente, tT in C£teris cor^ atisr pore exptrtibut : compofltis tdmen ex dChi cr potentia, ueL ex grnc* re V differentid^ueLex pofitiuo et priudtiuo,fituf cr ordoreperitur: W confufto, qudm Hdturd pdti nequity ddmittdtur, Hmc Kijmundo A ni mad- deuotioptimednimdduertdntyttecumconfullonequdddmy prmcipid, uctfio» uel radices rtbui applicent j quonidm,ficuti ab t tr ddmirdbiii ordinc funt defcriptdy ut uLtimum primum pr^efuppondty qudmais unum cum dLio dUquo modo conuertdtur :itd V ipfl cuftodidnty w quodU* Ut prmcipium fluc dd ^robdndum fiue dd improbdndum, in- ^ F j dijfhtiuer 5« dtfjrrcnttTdffumdnt.QUdlkdtttcmllt intcr principid iUd ordo, tx hi/f qu£ ic rddicibws dida funt, fdtis confiAty dtq; in commcntarijs nofhU m nrtcm brcucm Idtiut dccUrdbimu*. Nec multoi ordinis mO' doicxplicdrcmodooportcty quii in cnumcrdndis formis, omnibm tntibus communifiimis, intcr quds ordo numcrdturt idfictt. H DcTempore» » 'i On potefl fdhc djiignAri tcmput rcdlc quibitscunq; entibtH conucmcns, cum eorum tdntum fxtmcnfurd, quacontinue in^, P ftdbilitdti funt fubic^y dc corruptioni obnoxid : intcr qu^ o rcpucnat dnnumcrdri uerc potcfl, mli didboUca mrnj, ip/?j?i* mo Didbolo nequiory id non minus impie,qudm irrdtiondbiUtcr dc ftuUecogitdret, cm CT crcdtur^ qtt^ddm in entium ordtne repcri» antur, qu£ tempordncx mutdtioni mimmc fubiaccnt. AnffU uiitU» cct ac rationalcs animx i corporibus proprijs exutsc, Quomodo n*- ^ affcqui potcrimui intcntum nofirum^ quiuoluunus ommbus enti* bus hdf nojirM latifiimds catc^rias conuenire i DicimuSy ipfa expe^ Tcp*omni rientidnobisinjinudnte,fecundummodumnoflrum cognofcendi, dd» b' couenit ritempwsquoddamommbusentibu* indifjrrens. Et ne impofiibiUd fecundum uii(amu/t affcrere, de Dco differendo tcmpuA noflrum conuenirc fic m od u n o oHendimus, Certum efi diijvrentes operationes ad intrd rffcv dtcr» flru m coO- ^j^^j ^^ ji cathoUcus expUcare contendit. fub ratione prxte» derandu ^.^^y^^ p^^^ffj f^^m tempofis, expUcabit ; inquiendo, Dc* ut Dcum^nuitcrffnerdbit. Deus Antichrillum ab dterno cogno' vit4 Et undc hoc i propter inteUeihs noflri imbeciUitatemy qui ma« dofuoresdiuittdscognofcityCrnonftcutifunt, Tempus igiturquoi fccundum modum nofirum concipichdi res (quafi) menfurat : in nu* merum trdnjcendcntiumponimus^ DeLoco» Kottejl NOri efl ddinoium difficile oftendcrCf non tdntum credturdi corporcM in loco fjfe, uerum etidm Jj>iritudlcs fubfldntids tdmfinitdff qudm infinitd/sJicetdiuerfomodozTUdldetequi- uoce. \mpofiibUe dutem fire putOydUqudm loci defcriptionem dfiig Qu-^g fQ.» ndre,propterudriosmodos(\Jendi\li: dt quibwin j\.,Vhyf: Arifl. dcfcribino trdBitfV propter oppofitu modum ejfendi in locojDeo cr crcdturt pofiiu conueniens ; quum credturd fit in loco^ ut contineturJi loco. Deut du* tem ut locum continenSfCy conferudns. Sed fdt erit cognofcerecor^ Corpora^ pordeffcinbcoperfeyUeldimenfurdlitery circumfcriptiue, occupd ^*"^ tiucy cr repletiue ; qujc omnid idem fignificdnty pdrtesq; eorum inte- ° grdntesy cr dccidentid^ per dccidens : pdrtes autem effentidles dumfunt^a^potentidtdntum funt pjtrteSy dicuntur e(fe per fe in lo» co. EthocdiciturobdnimdminteUeftudmpdrtem hominis cffentid' lem,qu£cumccorporemigrdty'dtq;tdntumpotenti4Us pdrs effich tur^ tunc inloco efi, cr eo modo quo Angeli, quifunt in locOydefini* Angeli sut tiue.Eteffeinlocotdlipd^hefteffcinloco^O' nonoccupdre /oc«w, inloco dc^ in uno nuncy quod nonindliotnifidliterdiuinduirtut dijj>enfa- Anitiue. ret : nec locus femper compdrdtione dd Angelum pro fuperficie fu- mitury cum cr in pun^ pofiit definitiuc exifiere. Deus uero immens o. liueinomnilocoefi.dtqiomncmlocumv locdtd confcrudt. Sdcrd^ ^° * * tifiimum dutcm Chrifti fdludtoris noftri corpus cft inhoftidfdcrd' chriflicor inentdUttr, crfichdbesdiuerfosmoioscffcndiin loco, conuenientes p^quomo- exiftintibus uelfubfiftenttbus. hd uerd qu£ tdntum rffe effentit uel do (it in lo5 cognitum hdbenty proprtc non funt in loco : poffunt tdmen dui in ios co,prout ihdnimdconferudnturyfi funtJffecicsinteUi^biles, dCks '^? inteUigendi uclhdbitus : p uero uniuerfdUd inteUe{ks operdtionem a^determindntidydicdXCdiffeininteUe^hobieBiuCy dt inconcduo tf,^ quomo orbisLun£obcoruminflMitdtcmtdnqumin loco, ubi cr flulto* do fint in rum cogitdtiones qi^iefitint. Hxc funt qu£ de Cdte^rijs trdnfcent loco, dentifiimis proponereuoluimuSyUt dptior ftudiofus fteret in dppli- cdtione cuiuscunq^ dd quoicunc^ : qu£ fi optime contemplabitur, non exigiidm utiUtdtcm confequetur, F 4 Drcii' 4» D tor forma» husentibusconuenirepoffunt : nec inconfuUo id obferuduimwSy ne^ td, qutfud nAturd fum trdnfcendentijiimd,fierentminws ^nerdUd ; *^P^* unicate» tdte^udet: qut nomin&ripotefi identitdtis unitdi, quid per ipfdm dttribua omnid, ncc non cr proprictita omnes in dmnAm trdnfeA unt efjentidnu Dc Pluralitatr», EXft/f qus diSti funt de unitnte facile erit diiudicdre de ippt plurdUtdte: unumtxntum idobferudre prxcipimu/s, quodplup YdUtds trdnfcendcns i» rddicibw cr pdrtibus drborum efi femi*- mti, m qudntum efi fuiipfiui plend^.f cum proximd potentid dd d* ^him fibicomenientem, cumd^ cr fuo correlatiuo : qut nomindn^ turplurificdtiuum,plurificdre cr plurificdbile, Quot enumerdui* Qug pliira- mmunitdtismodos.tot funtplutdUtdtis. inDeouero efi pUtraUtds Jitas in Dc- pnfondrum, dc etiam dttributorum^ qutexnatura rti funt dtfiinih. ut optim (UiHcmt Scotifit, 3. D( Sim 5, DcSimplicitace. j PKout quMet drbor inuifibilm fubjldntidm Ji radicibuf flmt plicibui\recipit,flmplcxnomiudtury crfecundum fc toam *^£)gqua fitn qudmlibet fuipdrtem : necioquiintendimwsdeedpmplicitdtet pijcicatc qux opponitur plurdliati, quid titem plurdliatem hic immedidte ^[QiQf^^jj^f^ fuprd concefiimut :fed de iUd qu£ non pdtitur compofltioncm exdli* quo potentidU cr x^dli : dlittrfvrmd hxc drbori diuittdli non con- uenirety qut nuUdm prorfut hdbet compofltionem. Exquo fequitur^ qu6dcompofltio,qujt pLurium tintum pofltionem nont^ potefl mter formds hdAce locum hdberc. \n dlijsuero drboributy qu£ pro crcdtk rebus funt condituttj compofltio ex ddu cr potentid etid reperitur* 4^ Dc Forma* FCtmno ut perficiens.fedut kt efjerc tdntumconflituityin qud' pQr,„jo,„. cunq^drborepotejlinueniri, quid nec diuinx effentis ^«"pM^* nib**arbori ndt, qu£ cum diftindis proprietitibus reUtiuis, perfonds dif bus conuc- ^finfhs conflitvit. Mdteridm dutem omnino remouemuxj quid m dr niens fir. bore diuindli inumri non potefl,licet Henrico non uidedturinconuet M^feria k nien s,Effentidm diuindm cffe qujfl materidm in diuinis produBioni* ^^' hws, ut fubtilifiimus Scotus recitdt in fecundd q diit : ^.primifen Suh:\[[ril' Untidrum, m' Scoruf. ' DeAbftracflo* Iii qudlibet drbore funt dbftrd^, f rjdices : Verum cum ipfje ^^^jj^gj fubftdntidm fudm tribudnt quibuflibet drboris pdrtibas., dtq; fujuabftra- njturdm iUdrum indudnt: nec dmpUm bonitds uH mdgnitudo flm {i^^ qj^i,„^> pUciterdicuntur, fedcumddditione. Vtfuntin trunco, nomindntur ionitdfuelmdgnitudotrunci,cridem dicdtur ut funt in brdnchis, rdmifj/olijSyfloribuscrfi-uihbuii . G 2 ^.DeCott. 44 6^ DcConcrcto, Q: VU ut di^.um cft fuprd, dum de plurdUtdte dgtbdmut* wuf qu£q; Tddix in qudmcunq; drboris pdrtm defcendity ut ejl m proxtmd potentid dd diium^ cum ddu v ]uo correUtiuo, quorum primum cr ultimuminconcreto fumuntur .f. pro IVO CT . BILE, ideo tdUd concretd per omtusdrborei funt diJPerfd dc femis c6creta^^n "^"''» dumddexercitumddum uenimutMcendo : omnib*ar Tntncus e{l bonus,mdgnus CTc; Brdnchtt funt boiue, mdgnx CTc: borib^ pa^ frudus funt bonijmdgni (jc: fic demedijsdrboris pdrtibus difcut' exerci rendof tum. 7* DcGcncratione» Qwariterge Enerdtiofeiun^dmutdtione lic conftderdtury qu£ Tddici* neratio co ^J"f>Mf omnibus dttribuitur, ut undconuentdnt dd uniuSt uei pUt* Bderctur. ^-^^^ produikonem: eo modo, quo produccre poffunti c hoc Suppofitii pUcuit dicere, quid tdntum fuppofitk produiho proprie conuenit :tm produ?,, ., / ri i • r (Xio coueit* ^""'^ dutcm ueL qu£ dd moium formdrum [e hdbenty m tdttone folu principij formdUs iobbdnc foUm cdufdm Thcologi non dffirmdre notadedi' dudent^dttiindmeffcntidm generare ucl Jpirdrej ncq^ gencrari uel uinaefsen- J^trdri^crqu^efintrdtiones.uidedpudSootuin i,q, ^,di^:primi. tta* Dc Plcnitudinc* \Lenitudo,utmquitLuUus,el!generdU principium m drbort qudcunq; femindtumy cr dcriudtur drddictbuSt non tdntumut rddixundcitfctpfdplend,fcdetidm ut fimiUtudo dUdrum rd» Forma h dicum pdrtictpdt icrdebis pUnitudinibus totd drbor c/i plend. Sec kphi ralira^ formd htc efi eddem cum plurdUtdte, quid effentiales pdrtes pUrdU» le dift ing u i f ^ tjntum re/picit ucl integrdntes : hxc uerd cr iUdf, cr dlurum mmumfimiluudinemt uddUqudrum^ p; ^ DeTotalitatc* TOtsiliUi hic conlidtrdtur, in qudtttum drboret totdm fudm ndturdm i ffnerdU omnium radicum infiuxu confequuntur, qudm quidem totsiUtxtem trunci brdnchtSt brdnchx rdmk, CT rdmi/oLifS, floribw cr fruBibut communicdnt. huius rei txempUim m quaUbet drbore defdcUi potefl muemri : de drbore txmen diuinds UexempUficabimufyCuiminus totiUtdx conuenire uidttur. Kddices Excplu de mbdcarbore funtbonitM» mdgnitudo arc: contrdrietxte excepa, totalicatep C aU£quximptrJr8ionemarguHnt,qu£ m totnmtruncittAturdm arbore di- Deifcifubfldntiam mfluuntyproutfuntfub mfiniti rationt dc ptr- "^^*^*» frHione.confidtrdts: non quod rddicts fint ipfo trunco priortSy dc d^ UquU mrdtioneprincipij m Deiefftntiaminfludnty cum rddicts i- Radices in ft^tquxmDtojunt perfiSionts, d diuimx puUultnt tffcntid : ftd Oiuina ar- quid mttUtiiwsnofltrcognofcitDeum cr creaturdm cotmenire m borcqmo- tranfcendentiyratione bonititis ^mdgnitudinis^ durxtionfs, potefld- y°'^jJJ"*^* tiSy CT dUjs tranfiendentibusj qut conuenientid uel confhrmitdi non poteflefje ddaUquod mfrriws, quid dd mfrriordefidiffrrentiaier^ maUquofuperioriytyfuptriu^ femper infiuentiam babet dUquam,, ddmfvriora : fi cfl fuptriuf m tfjindoy babet mfiuentidm realem : fi gj^^jQgjjJJ ht pnedicdndo^rationxlemfc: ptrmodum prjtdicandi. Truncufutro pjj(jicado. branchis fuam totxUtxtem coinmunicdt, cr brdncbx rdmis, per iden- titdtem fdUem. Ex diSis pdtet non ejje confiderationem de totxUta,- tt, ut efl rdtio, qud aUquid proprie totum dicatur, fei improprii^ to» DePartialitate*. VAiicit^ Obicdum uero extra di' citur,quoddBiudpotentidnonrelpicittdnqudm correUtiuum pro» prium, fedextrdneumy utmdgnitudo, duratio CTc: qu£ d potentid Obie^lu ex dHiud bonitdtk tdntum extrinflce afpiciuntur. Verum tdmen efi quoi tra (itiira. obie^um extru^fitobie^umddintrd, quando uirtute potentijt a&i* U£ iUud inproprUm fui naturdm conuertit dgens, ut in motu gene* Tdtionis cr dugmcnti mdnifcite dppdret, ip Df A^». ACtusdupUcirdtioneconlidcr4tur:primomodo pro operati' ^Q^^, ^ one, qux i potentia aShud procedit, qui m omnibus arbori ^ bui locum habet : fed dlio modo pro aih.quo res prius in po* tentii exiftenSj fit m 4c7a, qui entibws iUis conuenit tantum, qux muationidlicuifubidcent.Perd^impriorem radicum mfluxuf, d* lidrumqidrborum pdrtium cogiofcuntur : dt per fecundum formdm Yei uel ejjentidm in credtis inteUi^mus» " io^ DePriontate» QVidinteromnesformdfVrioritdscrPollerioritds funt prt-^ poncriorfJ cipux,cumdb ipfis totusrerum ordo pendeat, mdiori egtiu ras.funtp^ mquiptioneMeoplurcsmodos prioriatk dfiigttAbimus, ut cipux. probccognofcdmfludiofi^quomodo indpplicatione huius formx fe Nora ufq; debednt ^bernAre; ne impofiibilid Deo dUqudndo dttribudnt, cr ^J^^^' qu£diuinfsconuemunt,repugttAreopinentur, Quinq;modosprioi di^^?' rititis Scotiflx in fuis firmdUatibus afiigttAnt,quorum prior eft pri Prfmus"*' oritdf perfr^onis^ zrfic in quoUbet gpncre entium ddtur unum pri- mum, quod rdtionem mcnfurx habet, inteUis^ndo de menfurd perfvt. ihonif, Vt in genere fubfldntix pro menfurd extrinfeca Deus afig^ Dc' eft m ci mtur:fedpro intrinfecd oonuenientcr dj^ignxre poffcmus Luci(et exaiii rumyquo ddfudndturdUd.quid in perfiSboneyquamcunqi creatu* 'p liquidcommumcatur^utaliquidpariterretribuaty quodcunq-, fit iU lud, Et ab his nAturalibui conditionibui exeuntartificiales, quibm t» mentes C ueadentes, ac cxtcri quotidie utuntur, 2$* Delntentione* Ibltentio rdtio c/?, per qudm res operantur ob finem aliquem, ]gt Intetio ^d? nk dando acri fuam caliditatem^ hdc mtentione ducitur, ut bonu/t cognofcatur, quia fe ipfum diffundit, Volendo aittcm deftruere aquam, quic imer aerem terrammediatyhocideo factt, ut maio' rem cum terrx habeat concordantiam ad recipiendum ipfim ficcita- - f rw, quod non fatk commode fieri potej}, proptcr aqux fripditd* tem^ impedientem. QU£ intentio dupUx efl : primd fc: C7 fecunda. ^"^^^* Vrimd eft finis ultimui rei: Secunda uero, efl finisfub fine, 'Et exrur-^ ^^* turaUbus intentionibMy artipcialesoriuntur, 29. De Ordinatione* P^ErordinAtionemresfuntinconfuf^cr diflindie, qux ordita Perordlna tionontdntumrequiritur interdrborumpartes,fed etiam m- tioncm ter rddices, tTnon folum in effendo, fed m operdndo quoq; . Ex ? ndturdlibut ordindtionibus homines dcceperunt drtificidles,qu£ mo" tes, operdtioncs cr tdlid ordinant, Plures funtmodi ordmis, qui fub ttomine prioritdtis fuprd funt expUcdtit. 3 o. De Operatione» EN/w cum nonfint ociofa, ttdturales fuds hdbent operdtionef, quibm Udrios producunt ejfiCks. Ncc dluui enti dene^tur o- ptrdtio dUqudfUel reaKs uel mtentiondlis^l Intetiodu- p 5J» Dclnnucntia» lcrinftuentidm res jlmilituiinemfum rebufdlijscommttmcdttt^ Vnde rddices in Truncum infiuunty cr Truncu* in Brdncbdt: flc inducendouiq;ddindmiduainclullue,(lU£in dlid infiuunt, ut direfie feipfd.uel indireae confcruetu^ ^x. DcRcfluentiaf HAccformdAConditionedifJvrt, Per conditionem,ut diximut^ dliquid fuo communicdntiy iUe cui fit communiedtio, ""l *yrJ"^ reddit \flue iUudfuidemcum co, quod communicdns trddi». acoditioc. ^f pf^cnonl fedRefiutntUrell^icitin correUtiiio fuum reUtiuum, Qdrcrpict ftcundum edm fbrmdm. qudm correldtiuum d reUtiuo dccepit, C«u« au m exemplum trddere non efl oput, cum hdnc KefiuetUidm quotidic in his perJpicidmM, qui ntdlum pro mdlo redduntJ;oniiq; pro bono^ 33. DcProdudiione^ Vid perOpcrdtionem nonrequiritur, ut dliquod tertium re» fultet,utpdtetdeimmdnente,fedin produ^onc requiritur, 'ideointer fe du£ iflx /ormx funt difiin^tx, tdnqudm mdgis cr Diffcrentis minuicommunes.Diffvrtquo(i;h£cf6rmdAffnerdtione, de qud di* inrcr Pro ximut, quU efl opuf ndturs, ?roiu£ho dutem eflUtior. Dicimus es duaioncm sptnV«T« f^n^um produci, non tdmen ^nerdri. Diffvrentidm ct gcneutis j^n^ ddmodum notdre oportet, ne wu confunddntur^ ^"^"^* cr edrum ndturd ignoretur, Vonit Kdyl LuUui duju formds, fc, Ori' De oricinc ^nemcrExHum,qu£cumpojiiHtdefdciUconfufioncmcjufdre wd- et cxitu. ximdm in litc9u cuimcuuq;,ob conuementidm qudm hdbent cum his uiielicet Generdtione, Augmctitdtione, Conditione^ Operdtione, Itifiuentidy t^efluetitU, VroduiHonecrdlijs, ideo ei^ omittimus* Sei fi fubtdis uolucrit hds quoq; cognofcere, h£c pducd, fi' Orico qd? bi fufficiint. Ori^ ponitur pro operdtione iUd, qud fuhU^m E itusad? quodltbet proprUmpdfiionemproducit. ExitM uerb d{hii dccom» ' moidttir ; qui ib d^ud potentU efl, non compdrdnio ipfum dd term. mituim^ q; 5r mmmy^luUtunctlfctutlffturdtio, uclproiuiHo, utl tUi^ud aUs opcrAtiot 34, DeSeparabilitace* Llcct uidcmr, quod ifld formd flt adcm cum cxterioritdte^udU j^. ^^y^^ jj j detdmcndifjvrunty quiacxtcrioritdf cfiinteriUd, qu£ aliquo ^^^^ modo intcr fefunt dijlinddy fepirabilitdf ucro tdntum in hH repcritur, qux fecundum exiftentiam funt dif\in6h^ ut, Pdter, FUi* ut, tirborcrfru^s.quinoneflindrbore. Et quid flc hdnc fort Hxcforma mdm confidcrdndo nonomnibM entibu4 potcfl conucnire, quid tdli ^ difiinBioneentu omnid nonfunt diftiniai,ideo pofjumwdicere, ed tib»conue- cffcf(pardtd,quorum unum cognitum eflr, aliud non. In homine nircpofsiu quidcmcflbonitdia' mdgnitudo, quem fl conflderauero ut bonut tdntum, tunc in eo bonitj^ cr magmtudo crunt fcpdrdts», 3^» De Infeparabilitate* ^p\Er cd, qu£ de fuperiori immedidtd formddiSh funt^ huim fatif erit notd efjcntid, oppofltum meditdndo^ Et ueluti eam duplicimodo confldcrauimut, realiter fc: CT rdtiondUtcrx itd^yhancijsdcmmodii contemplar! dcbcmut, \flx dux firmx in homine funt idcm rcaUtcr fc: Bo/»>quxinmUoent€inuemturjCum ndturam deftrtut^ prd* ter qu4m in chim^rdi q^m ima^ndtio noftrd ex impofibiltbut ftbricat. Hxc omnia funt impojitbiUdy uidcUcet : Bonitdt non eft md» gnd : Bonitds non eft in Deo : Bonitds non eft in credturd, Et per omnes drbores eft ne^tiuc dijperfd* De Similitudine – GRICE: ANALOGIA, METAFORA, SIMILITUDINE, ALLEGORIA, PARABOLA --. Secundum Teripdteticorum fententidm, propric ftmiUtudo in qudUtdte funddtur, non eft tdmen inconueniens, ut Urge pmiUtudinem dccipicndo cr in qudntitdte dc fubftdntid fit ; quid cr identitdx uel diuerfttOitt qux in fubftdntid proprie lib:io.Me funddtur,interentidq. *cunq;inueniturJefteArift,quiinquit^ taph : tcx. mneensomnienticpmpdrdtum, eftidemuel diuerfum. Q|f4fc»Mecietin ffnere conueni» tntid funt dc flmiUd» V qu^e numero difjvruntyin fj^ecie dj^imiUntur» 39. DcDirsimilitudinc. REsomnes, qu£ diflinSbishdbent ndturdx^ inter fe dif?imiles nuncupdntur. Ethsc difimiUtudo dttenditur penes quam- cunq^ diffrrentidm, quemddmodum a" fimiUtudo pcnes omnc conuenientUm uel identitd tem» 40» DcNatura. NAturd in omni drbore eft neceffxrU, propter Udridt ^nerdti* ones uel produStiones in iUit repertdx, qu£ fieri minime pof» funt dbsq^ ndtur^beneficio, quid principium eftdUcuius fir* }n£dbfoUtt£» 4 Dc Pundualitatc» NOriw»««f metipljorUehocin loco dcerpntuf pun^dUtjt, quimlonfttudo. Utitudo CT profunditds, dc quibus fuprd didumejl. Vimc efitquodpunChdlitM efl d^s, fub rdtionf 'mdiuifibiUoittt confldcritut, quimedidtmterrelatiuum dliquod CT correUtiuum fuum, ucluti bonilicdrey quod mediurc uidcmut inter bonificdntem cr bonificdbile^ Delnftrumcntalitatc* QVdmuk h£c formd \n unA qudq; drborelocum hdhedt pecuU' drem, utuidcbimut : ftincrt nccfibirepugn&t, ut etim dlijt drborum pjrtibui fe communicet, quid nihil dliud efl^ q^m potenttj (ubdShiopcrdndiacccpti;qu£ddinftar 'Ml}ramenti drti» fcidlitpropinquioreftfuofflT^hti^quim^etredd effvShtm ordinX' tx . Cuiui reifl exemplum dcfldcrdty fume pottntum uifludm fubdCh fuo, qu£ mflrumcntum dppelUtur uiflonis, 4j» DcNccefsitate» NOn efftt htc formd omnibui rebuicit operationemM Diffirt ^oq^ d potentiaa^ua, quia h£c af> iUa fupponitur, nec efl idem cum Virtute de qua fupra loquutum efl, ^uia ibi uirtws m effe quieto confideratur, hic autem fub adu. Q» Utijiimdm iUdi rum ttAturdm und alijs omnibui eommunis r/?, quemadmodum de ri* dicibui fuprd diximMi quodLuUidrtipciu generdUhoc txpojluUtk p: Dc Qua!ftionc VTRVM. I Er hdnc (jutftionem de rei cffe quxritur, fccundum omnes f f w pork difftrentids ; cr regidjLtur pcr pof^ibilitatem. Eiut fpeciei tresfuntjejle LuUo^ in prlncipio quartr pdrtis principalit HzC qu«s Artis fu£ generaliSy uidelicet DubitdtiOy JKffirmatio CT Nfgafw; flio tres ha qudrumpriorrcjpe^ueorum ef},qu£ ddutrumltbct dicuntur,ucl qu£ becfpecies* contingeatU funt. Secunda ucro de his quxrit, qujt neceffarid cognom fcuntur. Tertii dutem efl de impoj^tbdibus: dd quas rejpondendunt efl per dffirmdtionem uel ne^tionem^ dut per po^ibilitdtem, contin^ gentidmy impofiibilitdtem uel neccfitdtem.flcuti mdgis expediens €# Noca« rit: id tdmen obferudndo, ne per rejponfionem principid deffruantur^ ideligendo quodrdtionon difbit^ Si enim fidt quxfiioy Nmm knti» chriflus flt credndM i fldtim per priticipid uel rddices tdm db^olutdi, quim refpeEhuis difcurrere neceffdrium efi, c id concedere quod tnagis Bonitdti, Mdgnitudini, Diffvrentije, Concordantix CT dlijt rddicibusconfonat. Toterisquoq^arbores uel fubic^ contempUrif quibusflnonrepugnabityfubfeidcontineredequo motd eflqutfiiot tunc eligendum crit, Quid f rg) non inconuenit honitdti dc dlijs rddi* €ibu4 ddbominem conflituendumy ut unidntur fimul, ideo Anticbri» flw homo, crednduA efi. Diuinx quoq; ^onitdti, hldgnitudini cr Po* tefidtinondduerfdtur Antichriftum credre, ut fatis pdteie potefK Ncqf; ArborihumdndUrepugndt hunc fufium producere, cum ndtu» tdfu4bonusPt,UcetprdU4UoUtntdte fceUJlipimus : ob\id dUqudnda trit.Si trit. Siuero decie:necminu*perregiiUsueLqu£ftiones dtfcur^ fendOjdUqudpolJunt mueniri,pcrqu£ Chimtrje dtfinitio oftcndd- tur.Perbdncrepildmdefinitio mdi^rinonpotellt cum de rci efjfe Quarc pet ^U£r4t^ quod m definitione (juacunq; fupponitur. y^^^U 'd^e' DcQuxRioncQyiD. ^(1^'"' QV^^io hfCf qu£ per Quidditntem, ^ffentidmt Ndturim dc B^edlitdtem reguldtur^ qudtuor hdbet j^ecies prmcipdles, fub quibuA plures dlue cotitineri poffunt» Primd Jpecies eft de defi' Prima fpe^ nitione cr dcfintto, quomodocunq; fumdturdefinUio,fiue fit quiddit> cics» titiudcrpcr mtrmfecdffiuequietdtiud cr per extrmfecd muentd, dummodo cum fuo definito aonuertxtur : CT huiusmodi definitiones poterk multiplicdre, recurrendo dd Topicdm Arifto: Secundum hdnc primdm fpeciem fumuntur definitiooes rddicum, dum dicimus, Boni» tM eft rdtio qud Mdgnitudo^ Durdtio dc cxtene rddices bonx funt, uel Bcnitds eft, cui competit bonificdrexfuo modo de quibufcunc^ ent tibu/sdicendumeft. Kecdtfinitionesiftt ineptx funt, ut inepti qui» ddm opituntur^ quid multx funt,qu£ ffnere cr diffcrentid cdrent, ex quibui dcftnitia confidtun ueluti funt trdnfcendentid omnid dc gcnet rdUfimd generd^ qux fi definire uoUteris^ bdc meUorem nunqudm in- uenieSyqudmLuUus docet. Secunddfpecieseft, qudndo de re Secudatfpt quxritur, quid hdbedt in fe nAturdUter dc effentidUter : cr rcfpon- Cici» dendum eft per edyfine quibut res effe non potefty ut puti per IVVM, ARE, cr BILE. crfic Bonitdx CT dUtrddiceshdbent plurd coeffen» tidUd uelconnAturdUd. Etmodus ifte definiendi eft Udlde tutMf cum per mtimd reidf^ignetur^ udletq; dd confbruend^is dcmonftrdtiones ic tdtiones neceffdrinf, InteUiff timen per I VVM, ARE, cr BILE non l l qudtenm quitenwiiiUidwtt, quU hoc efl per Accidenf t ]cd uthrc trii indifjvrenter fe habent dd omnid, cr hoc ijfentiale cfi». Vluribwtdlijs modisaUquid mfeaUud hdbere dicitur, quos rcciart nonexpedit, acfi^Uitim lUorum unumquemcj; defcrtbere j hoc cxnt tum tibi fatHflt cogMfeerty entid m feaUquid babere,altquo tfiorum modorumueLpluributtUideUceteminenttr. uirtualitcr m ejje reaU, Plures mo uirtuaUter m efje cognito, potentiaUter, aduaUter, identice» uniti' di habcdi. immenjiue, per domimum, per mjiuxum, per mixtionem,per mot dum U>ci tim communif quam proprijy uel ptr modum pcrficientk^ fiue fubflantiaUtcr flue dcctdentaUter, uel aU/s modit de quibui ubit^ Arif}o:dif[erity quosq; defaciU mucntre pottrif,dtfcurrendo per Rtf # Tertii fpc; dices, Arbores, partesq; lUarum. Per tertiam jfpeaem qu^ritUTf Qvidfit res in alio { Et uarijs modis ad hanc quxjUonem rej^ondat» dumefiyquiavdiuerfimodcunacr^adem res potefi cffe m aUquo uel m pluribwt. Bonitas entm uel i>\agnttudo dtcuntur tn aUquo effe^ quatenus iUud efl habituatum, ut fecundum BonitAtem ud Magnitun dinem a^t uel patiatur. Hanc Jpeciem poterls muUtpUcare eo modo, quofecunda f^tciesmuUipUcaa efl, difcurrcndo ettam per fubteibk omnia, radices, acregulM. OuaUteruerb definuiones fumend^ fint, n «rta r unicoexemplomanifrfiabitur.cumdereetilis omnibm tradatum e» ^ rit. Ouarti fpecies efi^qua quxritur, Quidres in jUohaheatjf cuirc* Jpondendum efi per ea, qut aBionem uel pafiionem flgmftcant ; ut wteUe^ts m obieBc c/?, tUud mteUigendo,atq; in jpecie inteUigibUi^ quia eam recipiendo patitur Deu^ in tredtis ommbiu ptr faptenti- am^potentiamcT effentim i^reatA uero in co reperiuntur, quis eonferuantur tj diriguntur. De Qua?flione DE QVO* Af c qu£flio,per materialem rationem in rehuA impUcatm rc ^Latur, quoniamdehis qutrit, qutad rem aUquam confli' tiundtimfuntncceffxriA/flueiUa mtranufint ucl extrancA: jCriibetdrtsffecies. Vrimdpetit unie ueUCTregnuntKegiS4 Huius fj^eciei quxftiones pof* Hxc qnio (unt muLtipUcari, difcurrendo per omnia, qut refbedum aLiquem q"o»podo DeQuxftioneaVARB» ^ Hkecqu£ftiOy interro^tderei ejjentia, quatemts ad exiHere uel operari ordinatur: iieo huiuf qu£fiti du£ funt fpecies» Per exiftere nonmteUi^mut (ffeextra caufam fuam, aliter pcr cxiftcv dd entia omnia qu^ftio h£c non effet uniuerfalk, fedmdifjvrenterac' rc quid in>. dpitur pro quocun^ effe,fiue reaU.fiue cognito, Sipcr primam ft[>e$ iclligatui» tiemieinteUe(luqu£ratur^quareexiftati reff>ondendum eft, quia »'Q>ccics«. hoc i, proprid pLenitudine habet, nempe ab inteUefhuo^ inteUigere cr intcUi^bili, tum quia ptrBonitxtemy Magnitudinem ac c£terM radices^ fuum effe confcquutus e{i. Per operationem uer6eH,utin* ». fpecicf* teUi^t cr cognofcdt fuum finem^ aliorumqi entium naturam, CT ut per eam,homines uarios fcientiarum habituf acquirant, Dc Qu2cflionc> cufus rcgula eil QVANTITAS. SecundumtuUumihmus qu^flionk iu£ funt fhecics gentralet^ P°*, Af* I 4 wMat, fccundum hanc qut- rendi furmulam^nequdquam quxrere uel dubitiire poffemus 'Xonjidc q qo jj, retur erg) hic temporalitMjpro duratione quacunq;,uel eo modo,quo j „ tepora» d nobk in Cate^rijsdeclaratum eft j cr tothabet /pecieSy quot fc lica» hicco cunda, tertidt >w«a, cr decima quxftiones habent. Sub ijs uerb j^eci*^ lidcrctur. tbui diuijiones fumere poterfs, diuidendo durationes per /ignd uel m* ftantidy fl aliam diuijlonem nequiuerint admittere, quemadmodum Aetemitas cr Aeuum, facilefatifeft,peraliarum quxftionum ft>eci' ts.huiutqutftionis ^eciesquoq; inda^re : exemplum tamen dabi' mus quomodo ftnt petendx d fecundo quxfltOyUt promptiorftt ftudi' _ '^|^ j ofusadreliqua mquirenda^Si quxratur per primam ft>ecicm iUius fpccfcbui! quxflti. Qttando eft homo f tunc effe debemm fateriy quando iUius ef* fentia fubfiftit^ Per fecundam Jpeciemitunc eft homoy quando fuan partes effentiales habet. ?er tertiam . f quid ftt In alio ecies,quotaj^ignAuimui,fed mdiffirentcr cr omnit do loc* (ii busiUismod(t,quihusresunAmaliapoteftef[e,flue fecundum deter cofidcrad* minAtum quoddam ffnm ucl j^edem» aut fecundum tranfcendens ali» i K quoi^ Exc U fc exmpUy qudittr perfpeciei aUqu^tyhiteUei^ cundu ua- ^^^fit ln locoy utlociefjentu magk cognolcatur, qux defcrtbcreuo- liat fpccici luimus, Pcrprimam Jpecicm fccundLe qtuej}iontfyinteUe{ks efl inubi jiue loco, quia ejl m fud effentia.* Pcr fecundam ejl in feipfo, JicuH partcs m fuo toto. Per tcrtiam eji m alio, quia in anima Jiue homU nc. Per quartameft in ilLa uirtutCyfecundum qium habethabitumfci»^ endi. Per primam Ipeciem terti biliSyfed per 'mteUie^im cognofcibiUs folum* Perfecundam, fua fifft» ra uijibilif O" imaginxbiUs cft, non q^o ad effemiam. Per tertiam lo» CMe{lcoUocatipa}^idcntislocum,licut caUfaChim poj?id(t caUdit%^ ttm, ipjo habituato caUdLnte Et fubiun^t LuUus^ quod^pcrhas tres- ^ecies attin^tur ejfendaloci per mteUiftre tanium i ita quodlocm- particularis m fubie^ fuftentato eft diffufus, cr dcriuatur a loca uniuerfaU in fubieSh uniuerfaU fuftentato» Quilocu4 uaiuerjaUs Iop cat omnia locata^ftcut omnLi caUda funt caUda, ptr uniuerfalem c^ Uditatem* Per primam Jpeciem nont quxftionis,loci nAtura cogno» fciturinAmptrhocquodparseft in parte,ftcutignis 'm acre,tttpa^ tet in elementato, Jorma m materia C7 amnes partes mfuo toto^ ^ e conuerfo, fic unus locus ed in aUo per accidens, ty omnia loca par^ Ucularia mloco uniuerfaU. Locus ulteriut a)g*iofcitur per fecundam ln' 4. par: Jpeciemiquiaeft iiiftrumentttmfhbftdntix,quolocdtpartem in par^ principali. ^ j^^^^^ j^^^ Vbitradit LuUus, in Arte fuaffneraUi Dc Qujcftionc OyO MODO» cuius icguiacn MODALLTAS. huii*"''ft"* A ^) innumer£ tmett nis ifit fpc- jfj^P^IP*"^ 'B^-> T^^^i^fs omnest dc prddicamenta omnid acm ClQ9^ cidentaUd cum fuis ffneribut, Jpeciebm^ dc proprietatibuf confideratdfUnamquami^ rcpt faUm crcdtdm poffunt modificdrt^ ^7 ^teicumeUte m^dificdtioiik, fjfccies huius qujejiti confurgunt* Sed quxPntiUtquituorJpeciesquMRjjy^tndit* rejlit uiiere. Pnwrf I. fpccttf» eih, quando de re aUqus qutritur, Quomodo jit in fe f qut [i appU» ledu qu^rituryCXaofff^^^^o fit in aUoyU- iUud idem in ipfof cui hoc modo fatisfAciendum efl.f intcUe^um in uoUtntatehabere fuum effe, ipfac^ in eo exiflere^quatcnus cum memoria animam rationAlem con» ftituunt, Tcrtia petit» Quomodo intcUe^lus rft in partibus fuiSy par* j> tesq;iniUof adquamrcjjfondcrepoteriSyhocideo effcy quia per e- dndcmmetnaturamquaipfcconflatex proprio inteUcBiuo^ inteUi gt biU, cr intcUi^e, fic cr hrc trid eius partes dicuntur, Qtfarta au- 4, tem inquirit. Qjtomodo inteUe^us fuam fimiUtudincm ad extrd tranfmitterr pofiU f Et huic dubitationi brcutbus fatkfacerc quis po» tcrU, fi eundcm inteUe^lum aUquo habitu infDrmatum confidi rauerit gxtranea inteUiffre, Dc Quxftione C VM QV O, cuiiis Rc gidAcft lNSTRVMENTALITAS. HAecqu^eflioqutrUdcinflrumcntPs CT medijSy quibus res in Notioptlf fulsoperationibusutunturyfiueiUa effentiaUa fint. quemad*^^* modum anima rationalis infirumcntum c^t, quo homo ii:tctti' git, uuU cr memoratur ; fiuc paj^iones uel proprictatcs, /icutiin jir' roe{i grauit4f, cr in igne lcuitas ;aut fint accidentia communiay fe» tundum qujt fubflantije operantur, uclutifunt noucm acciicntis prtt. Mcamenta ; cr deniq; qutflio hxc petit de omnibus accidentibus mo' raUbuSyft^quibusuirtutcsomncsacuitia contincntur, ac etijm de iUis corporibus quibus lAccanici in diuerfis eorum artibus utuntur, B.ay'.autcmquatuor J}>eciesiUlsbaudabfimUts,enum(rat qu£ im^ mcdiateprioriqu£fitofuntappUcat£, ?er primam quxritur. Cum f. fpccies ^uo inteUcdus c anims^ars t Et rej^onderi dcbet, quod cum Boni K i tMte^ tatCy TiiffircntU^ ConcorddniU dc omnihus radicihuty contrarieUfe txcepta. perfecundam^ Cum quo inteUtilus alia a fe inttUi^tf Di- CAtur, quodinteUi^one. pertertism. Cum quo inteUedus cil uni* niuerfaLis ud particuUris { R ejpondeatur, quod ratione Ipecttrum, quicji uaiuetlalium funt^ uniutrlalis fit, Ji particuUrium^ particw Urif, Per quartam, Cum quo inteUc^us extra fe, fuam mittit fimiU" tudmemt Potellrejponderi,quodcum proprio inteUe^iuo, inteUi» gibtU,acinteUiffre,cumquibusfacitJpecicscUe inteUe^inSy CT prr j^^^^ nemoriam recoUbiLesacetijm peruoluntatcm amatiles* Et e£ quf fiiones omnes, intcr fe non funt tam diucrjx ac dijparatJty quod uns deijs,qu£ad omncs aUas rejponfum fft, quarcre ucL dubitare non pofiit; imo oh earum maximam ^neralitatem funt tam connex£^ quod de una quaq; datd rtjponjione, fccundum omnes, homo potefi ueritdtem inuejli^rc. Modusfumendi Dcfinitionescx QuxHionibus* ^^omiflmus exemplis odendcre, qualiterrei uniuscuiusq; deftm nitiones quamplurimx, ualeanrfabricariex qux/}ionibus,quo(i Jlatim obferuarecurabimus, de AngeLo id manijcjlandot Dixi» ■,Definit|o^ mus,primam quiejlionem non ejje ad propojitum huius ne^tij, quo» b^'fh ^dl' '*^'*"'*PA^''" 'J(7^?"^» ^*^^'^ dcfinttiontbus fupponitur; ptr lumprz. ' TcliquM igitur intcmum noflrum explicabimus : Ptr primam Jpeci» £x fcc u da. fecundx qurJ}ionis AngeLus definiri potejl, AngcUs eit tUd creA" turdy qute magis r DeoJimiLis. Per fecundam. AngeLus e{i, quihd' bet partes fuds effentUleSj tanqudm conjiitucntes eius tjfe, per tertii dm. quodddfbonem^ AngeUis eit, qui id agit, quod fud uoluntM uulttinteUcdus inteUigit, acmemorU memordttir, cr hoc jine fuc- cefiionc crfantdfmdte ddiuuante. Quo adpafionem AngcLus bonat cft » qui A Deo recipit immediate infiuentiM. Angelus uero mdLus iUe f ft, quidh extrd recipit pdjiiones, qudndonequit homines ad peccdtt' dmindnctrtfUelquidDcoptT grdtidm dbeJi,fuo fine Jrujlrdtus^ Per^uurtiiMU F Terqudrtimy Bonuihabctm Deoglorimy in tnferionSui pott* Ex\» ftutem, MdlM ucro panam^Fer primam fpcciem tertijequx/l. An- gf/w eft A Dto creatuSy non dcmateria aUqua*. Pcr fccundam,eft de omnibuf radicibui uet prmcipijs^m ejje /piritualiac compLeto confti» tutui. Pertertiam., tftDei creatura cum bcnedi£bone cr gloria, fl bonui tft iftmaluieft^ utiq; Deicreatura dicitur, cum eonlradi£ho' neydoloreacpariA Per primamjpeciemquartx qujrftionky eodem 5x4. nodo dcbet definirit ficuti deftnitus ed in fecunda jpecie tertix qu^t' ftionit.Perfecundamucro idco efty ut Deum mteUi&t ac dili^t, prxbendo obfequia hominibut, Per quinam qux{iionem,Anffluf «n. Ex f ♦ tui efty quant^funt eius partes tffentiales,fiue dtfcretx jint, uel con* tinux. Perfextam qutftionem^ quoadqualitates proprias. An^lui Ex tit.cuiui mteUiffrecrueUe efh efjicacijiimum, uel qui m tcmpore impcrceptibilimaximum tranfxt fpaciumyUclquinoneft nAtwi uniri corpori. Secundum uerb appropriitax qualitateSy An^lui eft fecun- diim diuer/os habitui in inteUeiht uel uoluntate fubiedatoSy logicuty grammaticuiyUel philofophwf iaut fapiens., prudenSy bonuif humi' lis,fideUi,mitiiy patienSy cr uerax.ft bonus r/f, fl uero maUUy quo ai ta qu£ ad uoluntatem fpeibt, oppofitum conjiderd*. Per feptimam Ex/» qu£ftionemyqu£ eft de tempore, AageUa e{l, cuius effe in xuiternita* te exifttt. perhuiui qu£{iionis jjfecies difcurrere poterk* Ver oAl- Ex8. uam quxfiionemy AngeLui eft UAtura completa, in loco exiftens, non tamenlocum occupans» Perprimam fpeciem nonx qurftionts» An Ex 9, geluieftfubiiamiaqutdamfpiritualif^cuiuitffeeft per fcy cr non cum aUqua re coniunCium. Per fecundam, Angelwi eft in CaloyUt mo* tor, calumq^ in eo ratione poteSiatis. Per tertiamy Angelui eft in fuk partibui efJentiaUbut.per propriam naturam utl tfjentiam, partes^ w eo reperiuntury eadem de eaufa^ per quartamyAngeluseit^ qui uoluntate fua ac potentia exequutiua, uarijs modis operatur. Per primamfpeciemqu^ftionisdecimg^ Angeltti eiiyquicum^Bonitateac Ex 10» dUjsradicibu4 exidityContrarietate excUtfa. Perfecundamy AngeUts t&, cum fuk prmipijs innatis cr naturaUbuft aUx funt buiut qu£* K 5 fliotik dionli fPecicSy de tjuibut exmpU tion ddducufUur, C[U£ tdmcn quiWt bctinuemredcfdcilipotcrityli optimc JpccuUbitur, Poffunt quot^; res definiripcr rddiccs omnes, ac udrijs alijs modiSy quos aliqudnio ttuimcrabimus (Deo concedente) fcd pro nunc contentut eflo» ANlMADVERSIONES pro - Radkibus. PKincipdlis prims partk hjec pars quintd critUimd, pdued qui^ dcm continett fcd admodum neceffdrU fcitUy quonUm in hac explicdmur qu£ db drte LuUi omnem ambi^titdtcm toUurit, Ani mad- ^ rdiicibm igitur dujpicaturi, hxc crit primd dnimdduerjio, non rd » uerdo t* dicibwt folum accommoddndd, fcdetidm Cdte^rijs dcTormls Quod liccth^comnid natura fud fint trdnfcendcntifiimd, tdmcn qudndo fubfldntijs pdrticuUribuidppUcdntin-per prxdicdtionem, ucl acci* dcntibws, tunc pdrticuUrU fiuiU; nec dmpUus cdndcm obtinent fa* cuUdtem,qudtrdnfcendentifiitncconfidcrdtd,ndtd funt frui; ncmpt ut rddix mid ucl dUquid tdU,dc dUerd in dbftrach prjcdicdri pofiit^ Vndc propofitiones ifitfdifs funt, donitd^ petriy eft Mdgnitudo Pc- tri» Mdgnitudo Pctri, efi Durdtio Petri; quid dbihdikm de dbdri^ £kncquxqudmpr£dicdripotefi,nijiqudndodmbofunt infinitd poi fitiue uel permij^iue, ucl fxUcm dUcrum iUorum ; quod de prxdicatk iUis ucrificdrinonpotcfl ad Petrum compdrdtis;fecui erit fi incom creto fumdtuur. De hdc mdtcrid pUrimd omittOy qux pofjunt uidcri In dirt apudiUumindtum MayMijectdmcnpropofitiouerdeR. Bonitd/sPe» fui Coflat' tri, eih Mdgtiitudo, uel Mdgnitudo Petri, fft Durdtio ; quid prtedi- tdtum non fumitttr UmUdtc, fed trdnfcendentifiimc ; CT fecutidum buncmodumoptimedcUmitdtofubieSh prjcdicdri potefi ; quia Ucct pofitiue formalUer noninfitiitum fit,tdmen pcrmif^iuc, quonidtn DeopotefidppUcdri>quiJormdUterefiinfinitus4 Nec /r«/?rub ^>fcrimtnintcrriiiias4crtU,iu,i,^r,, rm(M Aai/i;,,. " "i^n». ?«« w i, Diffi. 7. ^""iriridicumnituritHrrru^«A, /• ''^oppofl.ofuonon.pp^Zur l^t ' L" ANIMADVERSIONESpro uiickctt itiideliathit Cdte^oriit /^tcimtrddererddicibus dc firmff, ftcun- dm qudt pojjunt ales nomindri. BonitAS etenimf Vnitd/s uel 2lurd* UtMylicetfpeciemqudnddmrecipiantAfubiedis iUis quibws dppli* cdnturf ddbuc tAmennefciturquii determinAte fint, nifi dd Cdtc- goriM tecurrdtur. Scio quidem undm C edndcm rem plures hdbere Ydtiottes, fecundum quM diflMe concipipotefl ; quam fi confidcrd* uero bondm ucl mugn^m, qudteniu eft homo uel bpis, nec ddkuc o» ptimdm iUius boniatis uel mdgnitudinis noticidm habtbo ; prout tBonitdsconuenireadxqudtedicituriUirei* Si ucro rm edndem fc' cundum Cdte^riM ordinduero^ tunc per dpplicationcm rjdicum uel formdrum, in hdnc deuenidmcognitionemfciUcet.dlidmejfe homi- nis uel Upidis effentidlem boniatem, dliam fecundum qudlitntcm proprixmuel dppropridtim, CT dlidm fecundum Cdtcgorids reli» quds, diuidendo dc fubdiuideiJo ommbui modis pofibilibus. Ntc ncs '^muihxc pariter drddicibu^ uelfhrmif jf>ecificiri, quii dque funi trdnfcendentifiimd. Vicifiim igitur J^ecificdntur, fcd ab ijs omnibus, drboresKTfubicOn^ Admirdbilemutilitdtemconfequeris^fihtcpridicdmentd dij^o* u fucrfs eo modo, quo rddices dijponumur,• cd dliqudndo confiderdndo A d m i rabi* dbfolute,dliqudndorefpeitiue, cr ex iUis quatuor figiirds confiitu- ^** utiHus. €ndo4 Vrimdm, qud omnid hic dbfolute confiderentur, cr unum dc Noca» 4iUopr£dicetur,imoomniddc uno, Secunidm, m qud Qbdntitxs^ Q^dlitdSyCTHdbitu^ordincnturproprimo tridngulo. A^Ho, Re« IdtiOyCr Pdfiio pro fecundo. VbiQudndocTSitus pro tertio, mif»- cendounum tridngulum uel dngulum cum dlio, rc^c, obtiquc, CT irdnfuerfaliter. Tertid fi^rd, unJi hds duM fiourds connedct, camc» Tds trigmtd fexconfiituendo i c fecundumundm qujmq; cdmtram duodecim propojitiones elicies dc uiginti qudtuor qujefiiones, uti LuUus hoc de rddicibuspoffefieridocuit* Inqudrti uer6, poterft primdm,fecunddm CT tertidm figunt comun^re, dtq; mjximdm tdbuldmoonftruere.qud infinitdsrdtiones ucl dr^menix conficiet» Qu« onmA itt qmu pdrteprincipdU cUriora fient, per ed quje de L qudtu&t n qujtuorp.gurk iLuUo hmnlU eicplicAhttntur. jlt dupUcdtm b4ftbi6 LuUiartem. Bxc proCati^riJs tibt fufficiAnt. ANIMADVERSIONES pro Formis. i.Anknad Q^Olita fudiitffnij per/f^icdcitate LuUus /Drmas inuenityUt e^runt uerllo. ^^mediomagis atqimagis m rei cognitionem inttUe^s deuenire pojbit i cx cteninty cum nibU aUudfint quan rerum proprietatef^ quieareidtffrrehtia uel modo intrinftco emanAntt ipjis cognitis^ V Tci (jjentid cognofcitur j cr hunc modum cognofcendi ubiq; mon» In li: pofl Ar. CiModaufcmfcoc/itwcrMm, ttmco exmplo uideamui. Ar#. Metaph: 7 in Ubris pbificorum^ fubie^ totiui nAturalis phdofopbiirilualt ueUtm Drttw de 'cnbtrty hxc utiq^ dtfcriptio inanls efjtt, quia An* ^loo" dinmjcrationaUac Jpccicbut inttUigibiUbut competere pom tefl. Siuerodicam* Dm cfl necrffariuiomninoimmobilifabomniq^ compofitione fcgrc^tusi htc utiq; defcriptio bona. exiftimabUuK Dicet aUquis, I Ua fanc defcriptio bona eft, fed unde habeatuTy nefci^^ ^ ^ Nofti optime qu£ fequuntkry^fcies. Quando aUcuiws reiignoran' Adhabeda tur paj^iones proprix, ftatim ad iUiui oppofiti naturam recurren* pafsi^oriu m ' ^*""* P- poliefiorutn in Uli fcdU indi^re pipionis, et qudf^u^ ccgnitione, tiwi de quo cupis, pcrrejpedus unrios, pdfiionesco^nolies. Qudrt* do Deum defcripfhficmifuprd pstet, credtunm contempUtut fum, quje m rdtione diuiiionis entif Deo opponitur, cuiu^ pafliones prx' xipu£, cum fintcontinffntid, mobilitd^ cr compojitioy oppojivm Heoconutnireconjidcrduiytdeooptimedefcripji. Plurd pojfem di» tere,fed fubtiles fubtilid qu^erdut. ANlMADVERSIONES pro Quxnionibut. EKijsqu£ieQU£j}ionibws di6k funtyfdtk edrum dnimdduer»i, Animad fionesfuntnotx:nonnuUdtdmenmdnijrlldre non piffbit, dt ucrCo. cum breuioite. frimumdnimdduerteredcbes* QJidndodered' liqud quxjitum erit ; licet perpropridm quxjlionem rej^onjio fujji» cienselicietur^huic txmen comunffre potertt rejponjionemy qudm iUd qujeflio expofiuldt, qutdb hdc originem ducit: mutuo enim fe iebent ddiuudre, ut ref^onjio cUriorjit, Secundum ejl, utcdueds m j^; . dcfinitionibut d quecict ^ oes inteUigibiUs.uThabit* etiu reaUu; de hoc quoq; in Arbore huanaU tradit ((Kdtione originis temporalisi crftc habetur Arbor (Credto comjtAdternalis.ubideCloriofiftimdVir^nt Mdridsa |lfl» l iunikm ^bundediffeiitur, [^^^'J [^dtionehypoftatici cffeide quo miro modo traSkt ) inarborc Chriftianalif diuivaU tt humanjU ftmuU [IncrtdtumtAmuidequgArhoTuUim diuinalis lateo' digitsem^ 7» NOnttcoiilutUt mict tfbis mdnifvfti fi- unt pcr formis, dc quibm m primd pdrtc di^m cfi, dcctidmdiCcfur.cumHcmcntaUs drbor cxpUcdbi0 ^cgctdntis J turyplurcs numcrdndo j ucrius amcn pergenerdti^ ctrboris pdr 1 onem, corruptionem^ priudtioncm cr rcnoudtio^ US, ncm, quim per reUquds firmdf, FoUd funt mucm dccidentis prtdicdmcntd, Florcshuiusdrborfsfunt mjlrumcntx qutddm, qutex tribusfuntcon(}itut%.fcx potcntidy obic^ cr OuyUt fruCbtmgencrdtioncmucl tffe gcnitu, rcj^i0 ciunt, Tru^s funt uegctintid omnid pdrticuldridy qu£ di qudtuor cldffes poffunt reduci, ficuti cr qudtuoY funt elcmentd qux in ipfis hdbcnt doniimm^ iuxti fhccicrum udrictdtcm^ DB I DE ARBORE SENSVALI QV^ecunq; in hdc drhore conflderantury priws ca rdtione quA fenfudlid funty conftderdri dtbent^ cr demde qudtenm dud* rum prxcedentium drborum ndturdmpdrticipdnt. 'Kddiccs, e£dem penitm funt, qut \n prioribuf drhori» bmfuntconftitut£, TruncwSyC^ uniuerfdlechdos, omnid fenfudlid conti» nens. Brdnchx, funt fex fenfut exteriores .f uifu/S, duditws» td^Sj giiftuiy odordtws C7 dffutu^t. Arhork Rdmi,funtfenfualismembrd interiord CT exteriord; fenfudif ^ interiora, ut cor, epar, f^len, cr pulmo ; exteriors partes funt uero, caput, pedes, crura cc. ¥oUa,funt eadem» dequibm inprioribus diihm eft, fuh triplicitamen ratione confiderda, F/orcj, funt operationes fenfudlis corporh, ficuti uidc» re, dudire, ^ftdre CTC. ?Tu6hiS. funt omnid dnimdntia. qudtenuf fenfuaUd^ we- fftxntiatO^elcmentAtifunt. DE ARBORE IMAGINALI. IK hac arbore fimiUtudines cr idola eorum omnium qux in drbori» bwi fenfuaU,uefftiU ZT elementaU cotttinentur, coiifiitrandd ft offrrunt.Etptrimaginatiuam,noneamuntum potentiam dcci* pere debemu«,qu£ fenfuscommunk/pecics confiruat, fcd potentiat omnes interiores ; nempefenfum communem, ima^nAtiuam, xftima- tiuamyUelcogitdtiudmy phantaflam ac fenfualem memoriami qu£ firte,TAtione diucrfdrum operatioimm dtfiinguuntur, cr non in ef. fentid* M ArboT^ \ r» 'RaiiccSyfuiU e£dem,qux In trihat drhoribm funtcan* pdcrutje, pro ut potentix alicui mtcriori uel omni» I bui,per Jpeciem reptjefentantem funt prxfentef,, Truncut^ eftllmilitudo trucicuiutlibet arborls priori^, I alicui potentix mteriori obbta, Mbork I' \Branch£,funtpmilitudinesbranchdrumdrborumpri* ma^nAlis { oru,i* ritualtm, ia c pars quxUbet arboris fjwitw, fecunium hanc dupUcem nxturam confiierania efli corporea dutem quairu* pUciierationeexaminAnidreimquitury^f quatenws efl elemetalif, uefftdnSyfenfualiscrimdginAlis* Ex quibuicoUigitur,quaUbet huius arboris partem, quinqi moiis efjeconpicrdniam, fRdiices iUxmet funt, ie quibu^ fuprd» quinq; moifs conflicrdtie, TruncuSyefl^ecieshuntdnAuelchdos, m quahomine$ omnes funt contenti, Erdnchx huiui drborls corporex funt cr prjtcipuc arboris Ima^nAlis^ folia,funt uouem dccidentid» ex quibus uirtutes funt orndtjc. FloreSy funtuirtutum mcritHy crmtdtipUcdntur dduir- tutum multiplicationem. Fr«(ff««. funt mtritorum mercedes^crnt Deui honorc* tur uirtuose^dc eiferuiitut, M 2 Artor Arhork mordlls uU tes lunt. Arbor Vitiorum»'Kd^ttm hdcarbore^qu^ddm funt principilioret, qutdd uero minui prmcipdUs ; prmcipdliores funt, ^\dlitidyStultitid,Fdlfitdi,a' Priudtto finis; qui" hws ex minus principdUs funt connex^, uidelicet Udgnitudo, DurdtiOy ?ote(id^, Voluntd^y DeUih^ tio, DiffirentidfConcorddntidy ContrdrietdSyVrm* cipium^ Uiedium, Mdioritds^ Aequdlitds dc Mi/w* ritd4» ' Truncu^yefl confufio ffnerdlis, in qud funt omniJpdrti^ culdrid uitid contentd* Brdnch£dlijefuntprincipdUs,dli£dbijs originem fu*' dm trdhentes ; principdUs funt Guld, Audritid, L«- xurid,SuperbiayAccidid, Inuidid C7 Ird j reliqu^ dutem funt Iniuridy Indiffretio, Debilitds cordis, lft# temperdntid^ InfideUt^, Dejj^erdtio, Crudelitds, Trdditio, Homicidium, l^trocinium, Mendacium^ MdUdidio, Impdtientid, inconfldntid, Immundici^t^ fdlfitds, Vigritid, incuridlitds cr Inobcdientidt \ Rdmid Brdnchk oriridicuntur, c funt iUd quibus uiti» orum hdbitus ffnerdnttsr, cr oppojitx uirtutet re» ifciuntur* FoUd,funtdccidentidnouem,quibus uitid funt qudUft* Cdtd» lloreSi funt culpt iuitijs mdndnteu JeruduSffuntpocn^, oh mtia peccitoribm hfHdf^ DE ARBORE IMPERIALl •f IKhdcdrboreeaomnUconliderdntur, qutdd regimen unmerfUc Ipe^redicuntur» qudtenwt tileregimenejltempordleuelfeculd* re. Nfc hoc in Locoyimperatorid MaieftiU txntum ejl confideritnddy fedetidm cuiuiuis dlteriui perfonjedominium, inqudntum legibu4 im* perdtorijsfuUiturdc refpedum hdbet dd Impcrdtorem. Et htc drbor m duM pdrtes diuiditur^ primd quarum rejpondct prioriparti drbo» ris moraliSy cr fecunda fecundic i hinc eji quodiRdrum duarum pdrti--^ um debet fieri m omnibm huic drbori dpplicdtio, fecundum uirtuo^ fum effe aut mtiofum,lmptrdtoris^ 'Kddices,funtiU£,qu£inprioribufdrboribus funt con- jidtrdtsc. Truncu«,eft commune regimen f£culdre,quodlignificdt communem perfondm imperdtoris^ Brdnchjtyfuntdecem .f Bdrones, MiliteSy Burffnfer^ ConfiliarifjProcurdtoreSyludices, Aduocdti, Nwi- cijyZonfejfariwi zilnquifitores^ Arbork\m palts par- ^Kami,funtijdem quilttmoraliarbore funt conlideratt, tes funt cr pr£ter hos, feptem quoq; dj^ignAntur f luftitia^ Amor^ Timor, SapientUf Poteflasy Honor ac JLi» bertax, ¥olia, funt nouem accidentia, de quibus fupra^ Tlores, funt Imperatork iudicia ac fuorunt miniflroru. TruChsy efl pax ffntium, ut ht pace Deum dili^re poft l fint. n $ DEAR* DE ARBORE APOSTOLICALl EA omnid qutt hominem di Datm ordindnt, hdc m drbore confl* dcrdmur, ty Ufrfxtur circaperfonds cr res eccUfidfticdx Qu * dd Truncum cr BranchM,potrfi conjiierari ommbut moin qui hut drbores prxceitntes funt conjiierdtjey prster Imperidlemy qu£ pdriterpriores omnes continet,fdUem,quo di Truncum cBrdncbdf^ 'B.diices,funt Virtutes Theologics CT CdriindleSy qud* tenuf d rdiicibui uniucrfalioribus funt w/ormdtx^ Truncuf.efi perfonA ^neralk, qut iicitur fummw Po« tifrx, fuccrffor Pe^hnt dd GLORIOSISSIMAM CT SANCTISSLMAM DEI HOMI» NlSqi MATREM, ViRGINEM MARIAM, qu£ Mund0 feperit h^undi Sdludtorem, fRddices, funt pnes hominum recredtorumy qudtenui l gencrdlioribuf principijs [unt injvrmdta dc orndt^, Truncutt eft hdbitut quiddm generdlPSy rdtionc cuiui VIRGO M ARI A dicitur refugium efje peccdtorii, Brdnch^y funt dux uAturx, uidelicet diuind arhumdnd, ArhorUmd qu^iUud diuinum fuppofltum conflitucrunt^ cuiut terndtkpdr « VtRGO mdterfuit, Virgine permdnentct Uifutit Kdmiy funt SpatFietdS^dHocdtiotUumibtdScryirf ginitM^ FlorcSy funt dignitdtum M ATRIS DEI. TruChsyeflmvscH¥dSTVS,ciiiutcruore, 4' tnortt ^ Uber^tifmmi DEAIU DE ARBORE CHRISTIANALI. Il^illd.drboreeA conflderdri debcnt, qux dd vncdrndtum diuinum Vcrbum jpe^bint : cuim drbork du£ fitnt partes prkicipdliores .f. Diuind cr huntdnd, ficuti cr m Chrifto du£ funt natur£; cr fecurt' dum utrdmq; eft cxdimittAndd i rdtione bumdniatiSt pdrtes omncs ar» boris funtytlementtilcst Vcfftdntcs^ Scnfitiux, Imdgindtiut ^dtin onales irdticncuero DeitdtiSf pdrtes proportione qudddm funtfn* mendjc» fRddices, funtgenerdlii principid diuindchumdnSt I J Truncus, eftlESVS CUKlSTVS ; qui truncws unitt tfi j rdtione bypoftdfls, fcd duplex rdtione ndturdrum^ hrdncb£, funt du£, uidclicet ndturd diuind. cr humdnA. Krboris Rrfwt, funt rcfpe^ks, quos ift£ du£ ndtur£ hdbcnt, »»- Chriftiddlis ecificdri CT determindri;ideo qudndo confidcrdntur drbori* "f-Qj^^j^ bus trddcre cffe, neceffmum ejl iUjK confidcrdre dformis prius udrio modo informdtdt CTptrfr^s : ex qudrum pcrfiBione drborum pdr- tibus inefl quoq-, pcrfe^o. Berddicibuspducd ddmodum infequenti* bus dicemus, quid proUxitdlem CT inutiles eiusdcm rei repetitionet uitire intendimus. H/c igitur qu£ de ijsdiximusobfcrud^C pur^ mente contempUrc» N 3 Dr Truncou J»4 DE TRVNCO. V, . nr^R««cwfr dutem dcbedt inteUi^y in mixto eUmeutd ejfe ; unicuianriai mumm terminum ; cr h£c duplex eft f pcrmancnscr fuccefiua ; ^^J,'^"' ^ permdncnsycuius psrtes quxshabet funtjimuli fucccj^iud autem, cu» fucceUiu» ius pirtes non funtftmul ; quod dcbet in utrdq; qudniitatfs dcfimtiot qu id. ne intcUigi.noude pjrtibus effentUUb'J4, fed tdntum mltgnnti. fcw orqudnrititiuts Difcreta cft, cuiui pjirles un.i pcr tirmintm dU 'crefa quem communem nonconiunguntur, QUic ut cdptafdaUordftnt, \n ^u*'^^»^**» m9dm drborh dij^ofuimut^ Qudntitdi4 * U4 ^q6 'Lined fjutefl logitudotdnm tmn, Superfiaes, qu^pr^terlon^ ^Venmnens^ gitudmem habet Utitudmc^ I Corpui. quoiefllongumM' [ tum, profunduwq;. (Continud l f lAotut,cT cjl aOtis etif,qu4> I tenui in pjtetnid. I \Juccepiud ^TempufyCreflnumeruimoA tm jecundum prius cr pot fteriut* fOrdtio, (juatenut eiui fyUabx menfurdn» j tur breuitate uel longitudme» iw pro* Difcretd i mnctando. I (Effentidlit.utdigitui drticu» (V^ejpefhu^.utpdr^ Accide-i pdnter pdr, pdri' tdlis \ tertmpar^c. \^QSdlitdtiumcrefi tUe quiimportdt pguriyUt affcret^ fbbi.pararelli.pt' des crc. Pf op rlu m Qniiuitdtk efl proprium.ut fecundm ipfam res £qudLes uel mxqud^ Omnls oualitas ry^rqudlitdtemresqudlesdicunturiut per iuflitidm homini m# nat fubie Xr^''''* Hccqud- du. ct qiia^^ denomindtfubiedum m quo efl, mp in eo fit utenfd; !€• . blttcefi DE dVALITATE. r t4tisfuntqua\ tHor \ tol hmcefl(juoidqudtepidjne(li edUdd neq; frigidi poteft flmpliciter nomuun i retiuiri^ur quoicidnt,*uelquodddc6* Propria rc uertentUm de feip/is prxdicentunquod jint flmui naturd ^i. na- latiuoru, turali inteUigentid j CT quod uno pofito, dlttrum ponatur» cr *f*>gnani, deflru^, deflruatur^ Non mc Idtet, mdteriam hdnc effeddmodm dtfficilem, plurai^ expoflulare j hxc tdmen procompendio fufjiciat^ DE ACTIONE ACfio non dcbet confiderdri pro formd dih, uel mdteridUter, .. fcdfvrmaliter CT pro rej^eOu ; cr mhil dliud efl quxm refpe. fi u5- {ks quidam, quo dgens reftrtur ddpdffum.^ropriumefid' fidcrandal (tionif, ut jit rdtio qu4 pdjiio iiifirdtur. DE PASSIONE EX diihs hic immcdidte fuprd> fatis crit paj^ionls ndturd manifr^ fid } dejinitur tamenjic, Paj?io ejl rejpe^ius pdtientis ddagens^ Proprim c{h huiusy ut injirdturdb dSHone^ DEPOSlTIONEudSlTV. POjitiOy efl ordo pdrtium dlicuiustotius ddipfumtotuniy CTdd ^oCulo ab locum-y cr w hoc po(itiodbubidiffhrt,quidubijigndttdntum "^i^ii^cru rej^eiium ddlocum, pofuio dutem prxtcr hunc^ dlium denotdt, utpdtet» DE HABITV. HAbitus hoc in /oto, non dccipitur jicuti inprimo qudlitdtit moio dccipicbatur ; fed pro rejpedu rei dlicuius^ db extrinfe- co dltcrirciddidcens^ pcrmodum orndtus uel deorndtus: fiu$ totum uel pdrtcs multas rejpicidt iutrejpe^usintcrulxddeumqui td ejl indutus i fiue minimam pdrtem ; ut anuU re^eiiusdddigiM. tum, DE VBI ucl LOCO* VBi, tj} rejpeaus lo€' citfdjiigndt P(trus hy^dnus, qu£ nuUius funt momenti^ O 4 JDEQt^do^ DE QVANDO» QVdndo^ellrefpeCknemporkddrmtempordUm j ut rtjf>i$ L%s huiu4 bor^j dd rem tali tempore exHlentem, cuiui operd' tiouelmotui menfuratur. Duplex quoqipotefttlfe.aaiuutfi Uideliceta-pdj^iuum^licutcrubi, \demde bdbitu dia poffet. Huiuf dccidcntistresaj^ignAnturproprietdtet, quarum cognitto cum non ddmodm im6 parum uel fvrfan nihil profit, fcribere non curauimw^ Hjtc de fvlijs omuibw! corporek rebus conuenienttbM, dida \ufj\ci*^ 4tvt Q^ndo igiturdere aUqud materiaU traihbitur, poterit luUi Pndtofuipnhtc accidentid edm fdtit ornare, poteritq; Cate^riat nofirM non folum reijppUcdrcfedetiam cuicunq; horum dccidentui. DE FLORIBVS. AJ^dmis foUd generantur v fiorts ;de /vlijs di&in efljed dt fionbm aqmbw frudusdcpendenty rcfiatut nonnuUa uidea* mwi4 F los hic dccipitur pro re iUd qut fruOui uel efjviiui e(l Flos quali p^^^i„i^^. mfhrumentum dicitur quo res dcquirit tffe. ?ere4 rcr accipu defaciUdignolci,quidperi>\f\ru* Dubia Lul mentumuelfiosueUt;uidcturetenimquodpro mfhumtnto optratij li fenteru onmdccipiat,^ tamenremabaUomotamquandoq;proeodem ca» defloribusy|4(|.4f. t« uero brcuiter nobtfcum poterii afjirmare; principaUus Opcratio e ^Hfumentum operationem cjfe, quia fruCkiuatdeeit proxima: ftcUM. ^*^^ tipdtetdifciirrenttperomnet motuf ff>eciesi remotum ucro iUui mcntum. ^ difpontt, ut mdefequaturfi-u^hisificuti ignifcahr» quid calore combufiibtU uel caUfj^bile dt)j>onnur» ut formam ignis fufcipiat : dUud remotijiimum datur, quod motum ab dUo recipit : CT duplex f f nAturale CT drtificidle ; ndturale ut minui. pesO-c: dr- uficiAeut funttUd qutbus tAechanici CT aUj utuntur.Et omntbuf ijt tnodis mjirumentHm uelfiospotej} accipi, ftd jecundum LunHnten» tum (ut m fequentib^4A patebit) uerius optrationef fiorts uel infiru» mtntd dicuntur, quJim cttera quxnmirauimM. Hoc quoq; fidcmfd. cit,qui4 tit,quU in(hmenU duobut uUimk modk conjldcrdtA, dut funt qud» litdtes dijj>onenteSy qux cum elementit cor^iderantHr iUel fuiH tl^ menatA^ qu£ pro jruShbui dccipiuntur, > DE FRVCTIBVS» Flnts cr compUmentum rddicumy Brdncdrumy rdmorvmy foUo- rum cr deniq; florum,frui^s funt ; qui per eminentiam quant flu^^i^^*^^ damomnesarbbrk pdrtes continenc^nec unquam partes arbo' ° rlf quiete fruuntur, mji quando fru^is fuumcffeconfequutifunt» pK«(f?wy huiiuarboris funttUmentiL omnid(feclufiseUmentis com^ pofitiSy qux pro rais funt accepn) quxcuq; fint iUayfiue perfiet&^ fiue imperfida, de quibu^ in quatuorUbris Meteororum d^U Philofo' phut. tion eflprxfentis ne^^tij de ifs traShreyfedqujc finc numtrd* bimui faUemy cr nonnuUd forfan deiUis diccmus. D«o funtmixtorum generayquorum primumimperfe^rum dtcitun quoniam tefte Ari- flo: in primo Meteororum, fecundum naturam minus ordinationm Duo mix- fiuntyquJim reUqud corpord ; uel quia fubito mifcenturac ffnerantur, " gcnc- Etfubhoc mixtorum ffnere meteorica omnis imprrj?io contmetury " 9"«fint UtUquetuidereex fcquentiarbore. AUcrum mixtorumpnut perfit ^4"*^» {htm efiyfub quo lUa omnia comprxhenduntur, qux in terrx uifctri- hut generantunqux fnnt difjicilis mixtionis, ffnerationis, ac ccrru^ ptionis i de quibtu Ar: traibAt m 4 Ub Mettororum, cr funt Upi^ deSy metxUayfales cr fimiUa. Ab imperftEhs aujpicaturi ; qu£ cr uu ffnerationis perjvdiora prxceduntyhanc tmprcj^ionum omniumad' uotduimus diuifionm j utfdciUus qux fittt, cognofca tur, y P Omnfc OmnkMtte oricd imprcft fo cdufatur utl flno^UiLSphxrd.utGaUxi^ Sine upore, vfubit^tuf { \n acre, cr tx radiorum folk refie^ aut [^xiom fiti ut Hnlo, Irif, Pdnhelif^ (Comdt4 fSteUd i Bdrbdti I Colu^ [cduidti In fupremd dtrlt j nxpyrmidAles» *Sicco cdli' do CT m-* fldmmdto Vdpore 'Simplici^ I regione,ut fune « lii medid^ ut inmfima,ut CdndeU drdctes Lance£ ardetes, Titioyquidicituf Afub» 'Cdprt fdltdntes ec'iem ^rit lapidfs vellutidccodi: qui defcendendocorponquantumuis durd pcrcutit ac eucrtit. Si uipor cleuatus efl mixtu* fulphtire uelargento uiuo ; tunc ex dccodione v infiuxu coclefti, -quaodoq; infiuftumfcrriucl chalibls conuertitur. Venti turbink ong) abaqueanuht; (fl,quite' Deuenio nus contincttcrreflrcm uaporcm i ex nubis fradione vaporiUc tcn* ^urbinii. dit maximo cum impetu terram uerfus, crd tcrra repercvlfus^ fecum trahit quxinuenit, DeimprcfsionAus gcmtis no cx iiaporibus, fed ex reBsxione folis uel Lunxauc ScelUrum. DVm dcr uentorum impetu non molcflelur, folct aliquando ap^ og Halo- pirere circultu albu4, circd folem aut lunam ud fteUam ; qui ne, Lorond Ldiinc, cr Udlo grxcc iiomindtur ; crgencniurflc^ Quando I fi4 Qudndo hmni£ui ttdparfurfum dcudtof cjl, nec tmtn attigitmtd^ Amaeris regioitm^ ritionerdritatis fuxoptimcluminis (fi fufctptu- mt» GT migii in medio quim in cxtrcmitatibus,* quii co m loco tft intcnfion corpuiq; lucidumuaporH ccntrum diamctralitcrradifsfuig iUuminatiSyhumidiat*mdeftruiti qiut ciccntro rtccdcns ai pcriphf rit partcs conftkgit, cr bocpu^ fit circuhu j qui cum tUuminetuTt nobis albut apparett quia ntc adhuc uapor m nubtm denfam cft con» DeTride. ucrfas. \ris gmcratur cx reftexionc radiorum foLarium uclalicuittt dlttriui ttflny m dupliciroratione cr nube detifay tx oppoftto foOiS dut altcrim aftri conftitutis ; pcr duplicem rorationcm mtcUigc im* brcm dupliccm^ fubtiltorcm ./*♦ cr crafsiorcm, Quando nubcs denfd cr aquofa cum duplici iUd roratione Soli ucl altcri aftro e regione opponitur>adeo ut radij oblique incidant itt camt nec petietrare ua- Uantt tunc fitradiorum refttxio^ m qua rtftxxioncy carporisluminoll ima^ (^fedimpcrfrilc) reprcfcntatur: cr quia talif rcprefcntatio fit fecundum arcuaUm ftgiiram»ideo iris nominAtur^ Colores in Iri- de caufanturuirij^exuarictxte fubic(ht m quo fubic^bitur. Tcrru prlsenimuapor uel nubes denftfsima, nigrum colorcm prxbet ifT quanto magis accedit ad terreftreitatcm cr denfitatem ucLrecedit» tanto magk colot adnigredinem uel albcdinem dccedcns cdufatut^ Multa effcnt dicendd tam dc pluralitate Iridis quim cius figurddrcn^ Ofc P:iahe alicrcoloribus, qux omittimuscaufabrcuititis* ParabcUj, funt Sa« ^i**- lis jimiUtndims, quicaufantutex rtftexione radiorum folis in nube dquofa ualdc denfa dc rotunda AUtere foUs txiftcme ifi plurcs con» jimilcs nubes aUtere folis mueninntur» CT plures parabclij caufdtu tur. Ex tranfitu radioruw Solis in tiube non continud fcd pcrforatdt udin.aUqiubiM partibtts rarior^ ftib foU tamtn pcrpcndicularitcr rxU [icnte, folent nobis apparcrc cordt virg^^ diucrfls coloribtM-or» Calaxiaq nat£; cr ij colorcs ex tranfituradiorum pcr nubem caufantur* Efl modo ge aUerd impref^io qud-tiecm uaporibut fubiefkitur, neq; ex uapori' ncrctur. conftat, cr eft GaUxia, qurfic caufatur, 1« o^ua Sph^ra md^ tte funt PeUs^ aUqux uifu notabtUs, cr aUqute non i qud cwn Uicid^ flnt . Tiiios emittuitty fcd ex minhnd dd inuicm litUdrum iUdYum di* ftdntix rjdi/rcfnnguntur^circulMq^fummealbuicaufatur, quird* tione t^ntx glbcdinis ladcus dicitur. Hunccirculum Vulgwt appeUdt uittm fin9i Ucobi^ qud mortuorum dnim£ priusqudmcoclumcoti- fcendjnt, iUuc perueniunt, Dc MenUis cr reliquiSt ^U£ in terrd uel Urrxuifceribuigenerantur, mt fumus di^ri, ut Alcbimiflis [obiidiud^ dd firmdfciicntdcni» fd^dU. potentiaU, dd£qudtum. mddtqudtum^ fixmdU. prxmdrivofu ftcunddrium* [InffiUre* uniuerfiU^ Itntitdtiuui, qwus txtUcdufmfum ttiHii^ txt fperji^onk, I originif, topriotitds ^ndtur€» dignitAtk» ordink, Stcundarioritmi TertioritM» f pcr iuxtipojitioncm illc dugetur iofl^ tio 1 f Vroprie tdS t,6Vropor> tio 17 Coditio s8 mttntio I propriiy cr repcritur (KdtionaliSy C tH interiUd qu£ und comuni inttr qudniUdtcsi menfurd mcnfurdntur^utbicubitum uel tri* cubitum, qu£ cubito mtnfurantur^ CTina- fn&turdlk» ritbmeticis numeri omnts^ quid comunimc' ^ furd >f unitdtc dimcntiuntur* [drtijicidlif, [irrdtionAlis^c^f^ft intcriUd, qut und co^ nunimcnfurd ncqudqudm pojfunt mcnftu 'primdrU, rari, mlt^ funt tdm rdtiondiis qulm ir^ rationaHsqudntitttif JpccicSt qu£ dpui fecmddrid» UUtbemdticos pojjuiu uidcri. ip Ordiua^ tlf I tcmporis» Ordinxtio\originiS0 \jxcrcitM» (morditer, (bona^ 3 o Opndtio ^ [entitdtiur» I f mordliur* [mdld^ [cntitdtiua fbonl^ f rtdUSf eciesdptitudine :fT gicu cc phi \ Jduplex eft, phificum c logicum j phiflco ffntrt ^udent que* lic u «^uid ? cunq; ex §aiem mdteria funt conftitutx, ut corporalia omni^ fic ^ruplex corrupttbilid. Genuslogiciimduplexeft.f generalifiimum cr fubal» logtcum» ffYtium ;generalij?imum fkpra quod aliudgenui non daturylicet tran^ fcendcns po^it ddri:fubalternum, quod rcfpeShi fuperiorum eft Jjfti Quare ge^ des,injtriormiter6 genw. Genut logicum eflunumdequinq-pre^ C^^inu^de ^''" quatcnus de pluribus dijfrrentibut ft>ecie ac numer» bnq- ^5di prtdicatunfedobbdnc C4ufdm, cr prtterta, quid tdntum parten^ CAblliblll. s ^cnti4ef}>ecichuicotmunicdt:& i /^cie difftirt, ^nU hdc iotm ScotizjU rJJentUm mdiuiiuis Urgitur^ De Specie Secies est qu£ Jub fe plurd mdiuidud tdntum continet, ucl ttAtd efi contincre. HMabsci; conliderdtione pofuimus in hacff^ecicidcfia, Notl» nitione hM p^icaiix, uil wt(a eft contincft, quidfumquxddm JPecies,cChimi prior m iUk corporibui rcperi* turyquitndjx funtaeterkcorporibuiUuioribus fupereminere^ pcundd ucro m iUk qu£ grduioribut utroq^ modo, 13» DcPondcrofitatc uel grauitatc. GKduitdt cfl rdtia, qud corpord ndtd funt dcorfum tendere j qutdupUx cfiy jimpUcitcr cr per rcjpe^umi primo modo corpord iUd fum grduid» qux infimum omnium locum ndt4 funt occupdre^ fccundo dutcm modo qu£ fuprd hxc tdntum Locumjibi uendicdnt. i4^DeMotii» VThreuibui Idnc/Drmdmdcfiniendomeexpedidm, motum td' tioncm tffc dico, qud crcdtd cundn mouentur. Ldrge motum Accipiendogaitrdtioui cr corruptioniconuenit, dc quihm /»- &. 5 quuti quuiifumut ; hic tdmen firi^ie oDn/lderArevoUimui^ Motui (^eclet muUgfuntfUtftdtimtibidemonflrabuur. j Augmentdtio^ O" efi augmentum qudntitatk» 2 Dimtnutio,creJldecrementumquantitattf, ) Altetdtio, cr efi mutatio de und qudlitite in dUdm, 4 Loci mutntiOf CT ofitk tribuit, nepUtribut m rdtio* ne fuperiork fc communictnt. AfsignAntnr diuerfa indiuidu» Qrum f l ' WMgtntrd iitempe, flgtutUm iniiuiiuum^ ex demoftftrdtiotie, ud* gKf», cr tx hypotbeji. Qtiod horum jit difcrimetiy Logid trddunt^ ji» Dc Attrafpeciesobiedcrufuorum4ttrahut, 3 2* De Contingentia» OMne id quod i cdfuueljortundeuenitthocmodocontingent efl, Sihomo templum uolensddire, d iapide deorfum cadente ' in capitc Udatur» contingens efl, Si tripoix cadens e fupremo \ locojfiat aptx fcdcs, contingensefl. Behaccontingentia fub nomine in 2« phi0» cdfut dutjhrtunx mteUiffttda, pr^eclara Mo: tradit. , Dc Imperfeflionc» Ih^iperfr^o pcrfr^Honk ef} oppofitum, ideo quot perjrBionU Jj>f« ciesexplicanturuclexpUcaripoffuntttot cr imperfiihonk* Iw* pcrfeBio e/? rattOy qua aUqtdd non habet effe completum. Sic ho9 mo A ndtiuitdte caccus aut furiws ucimancuf, imperje^s efi, 34. DeColore* r ^dndis cft colortm uis, quonidm eorum medio m cognitionem [ qudmplurimarum rerum dcucnitur. Plura etenim corpora re» I periuntur colore uel lumine affc^y quitn aUjs quaUtatibus ut f fatis notum reUnquitur de coelo. Cobr igitureflratio,qua mixta funt colorata ; nota wtxf», quomam elementi quaUtdtibus fecundis carct, 3^,DeSono» SOnui efl tmiucrfale quoddam ad otnnes fonos^Moc Ln loco fotuim izcipe et quatcus icorponbus fottatibui proccdit,et ct ut efi qu4- S i Uidii «« Utds qu£ddm vn derm imprrlJj, ipfumci: ptrcutiens, ie quo eonllde^ Ydtur et^Um m dtbore fenjudUjed per dccidcns.ubi dc pottntijsfenji» tiuis exterioribut obie£hstrdditur notitid, FVmdUs eudpordtionts i corporibus odorifiris excuntes^ dcrc^ mouenteseumdUcrdndoyddor^num olfdCks dtueniuntyquoi in dudbut nirium cdrunculis conjifiity crjlc ptrcipiunturodo» tes* iUcuit breuitcr oRendtre olfdciendi modum i tu dutem in fe odo» resconflderdf cr ([Udtenus dd potentidm ordindntur^ .Dc Saporc» _ . 1"^^ Sdpore muUd effent diccnddt brcuitdte tdmen ^udenteSy macen^^" 1 J tangrmus. Saporis mdterid fubU^h, tjl bumidum^ cui ddmixtum efi flccum terre/lrc i humidd enim tdntum^ non _ . funt fdpiddt quid nimfs fubtiUd ; neq; flccd tdntum, ut dc finiUo ' * '^"^** ^ bMtM4W0({i fdtif dppdrct. Hocmodoftpor potefl definirL Sdpor efl humidi pdflio iJUtd iflcco tcmftri, quod a cdUdo pdtitur i unde perhumidum,receptiuum faporis txpUcdtur ;ptrflccum ttrre» arepalJum, efficiens propinquum ; pcrcdidum m ficcum dgenSt tffi» ciensremotum. Sdporlt muUxfunt J^ecies. 1 Dulck, confldt ex cdUditdte cr humiditdte mgroffd fubfldntidi medidtq; eius compUxio intercdUditdtem G" fiigidudtem^ 2 Suduky ex cdUditdtedchumidUdtemfubtiUfubfldntid; eiutq; com^ plexio efl medid*. 3 Pinguist ex cdUiUdte dc humiiitdte in fubfldntid mediocri ;eflmf dixcompUxioniSt 4lnflpiduf, exfrigUitdte ; eU quoq; meiix compUxionkt^ f Sdlfus,excdliditdtevflccUdteinfubfldntidmediocri; compUxi^ tdcdUidt 6 Amdrus» txcdUiitdte cficcitdtc in^xoff^i i compUxi^ efi tdiem eumprdceienti. 7 AcutMy ex cdlidiute CT ficcitite In fubtili s complexio efi eddem, t A cetofwsy ex frigiditate cr jiccitite m fubftamia fubtili ffnetdtur t tomplexio efi frigidd. 5> Stipticui, exfrigidintecrflccitite «t mediocriiedde eflcopUxio^ 1 o Ponticuty exfrigidiate c^liccitdteingroljd j crefteundem co' plexionls cum Stiptico Acetofoq;, Korum fdporum multdt poffcm ajiignAre operdtioncsccdufu opc^ rdtionumf ^udx conJiderundM rclin^uimut Medick» jS^DeScnfu» HAncformdm uult huUui fub fe ^flum bL^muc contincre, fiy Recitantut cutiexeiuiuerbiscoUigiLlnquitcnim^SenfuteflfemittAtusm Lulli vec- drbore elementdli^ qui diJf>ofitui cfl rdtionc fenfUiux mfert£ ba. in elementdtiud ej ue^tdtiud^ quod ex tUod^s nMurdle dnimdtunt htd{hmdeducdtperfentire,cdloremdUtfrigiditdtem,fdmem v fi* tim dc tuihtm» Non effet tamen mconutnientf hdnc fotmdm dccipert fudtenut cuilibet fenfui efl dpplicdbilis. 3 9. Dc Conceptionc» * PErhdncformdm mteUigendx funt conceptioaesndturdtefy qu£ Concepti* ddffnerdtioncmfenfitiuiucL uegetdtiui ordinAntur. Ali^lunt ones naies etidmconceptiones.f mentdlcs, quarum pdrtui func cxplicdti eimetales* 9ncs qux fcripturd» nutibut dut uerbis fiune. DcDormitionc4. Dormitio uel fomnut efi dnimdUs perfeib uel impcrfeBi pdf^io; ficuti ey uigilis^ hhic efl quodcd qu£ fenlibiit cdrent, ijs quoq; cdrere ncccfje efl. Somnusdtiimdntibudnccefptriut efi dupUdS on* quk" decdufdi primo ut uirtutes nAturdUs quibut uti nequdquam pofju^ reaniman- mutfineiUdrumfdti^tionCyinterdumquiefcdnti fecundo ob uirtu^ ccffariui"* tcs ue^tdtiudty qu£ continuo motu k fuis operdtionibut impediun* turiCT hocuerum efje ex efftibbut cernitur ; exptrimurenim bomi- ms JludiofoStmultum^ fenfibus utcntes non admodum efje pinguer, S> ) obmA*- 1 M4 ob ntdldm nutritionem (jux m t:h ft i ex oppojlto ucro quidm kuH uiuntur ignuuit^ ocio, fomnodediti^quitdmpinguesfunt^quoi Somni gc nilfuprd.Generdturautemfomnutbocmodo. Obciborumdecodio- neratio* nemyd corde uapores eleudntur, cerebrumq^ petunt, qui Ji nimid ctre* brijri^ditdtecondenfantury replentq^ uenM dcmedtun, quibui d cem rebroor^nii uirtutfenfitiud communicatur j C2r fic ItQ^ntur orQind uel impediuntur ne pofiint fenjationcs fudf exerctret 4J* De Vjgilia. DE uigilid oppofitum eiuf quod de fomni ndturd di(km efl, con» jiderandum reimquitun conuenit pariter uigilid dnimdntibun cr nihil dliud efi, qum folutio fcnfuum ad exteriores d^is, per cdlork ndturdlis reiicrjlonem ab mterioribuf dd extiriord, *De Somnio* Definitar T) txplicdturi quid fomnium fit, dicimm effe dppdritiom fomnium. J^nem quanddm exrecurfulimuUchrorum a phdr^tjfldyptr com* pofittonem ucl diuifionem uario modoconfiitutamy ad jenfum communem j quibu^ phantafmatibiu homini dormimific effe ad ex* trd uideturut ipfa mouent, nu Uo cxtrinfeco agente in ftn [unu per re* prxfentdntk modum : non jine caufa pofuimui hdt pdrticula^ (per reprxfentantif modum) quonim per modum excUantk exirinfecs qu^dam ad fomniorum caufationem rcquiruntur. Corpora enim cae» leftta concurrunt adhoc; cum pbanthajid dccttert mteriorts pote* ti£materialesfint,dcmdtcrijles obit6hrum ff>ecies retincdnt^ qu4t Coeli &E_ mfiuxuf ccelcflk funt rcccptiute» Elcmentorum quoq; qualitates di lcmentoru fonmiumefjliciendumopcranturdc conducunt; ndm corpork pdrtes. ad ro'nii*iri "''^'P^^^W"'^ pariter afficiunt quali» concurrut, ^'' '^^> hinceH quodfidormicntii manw uel pcdes m aqium fri* Nota. gidam ponatur, ftjtim fe in dqufedere fomnidbit. Mult£ funt fom* fiiorumfj^eciesqud/srcUnquimmt, ,DeGaudio» GAuiium fink tft potcnturum fire omnium : dppetit dnimalt timtt, irdfcitur, proftquituraliquid, CTdliuiuitdttob dcUdi» tioncm CT ^uiium, qudtenut did^s tttles iire^ie uel indire' Ae fequitur^ucloppolitumeiusuitatur. Efl^tiiium rdtio qud 4nu tudl ic bono ddepto uel ddipifcendo, dut mdlofugiendo Utdtur» 44^Delra# IKdex concupifccntid oritur, dt4*, 41 Hrfcrogcnritaf. 42 Ingroffdtio, 4 3 liltgMdlrt/ffif. 44 IncoAo. 4 f Imprepibilitdit 4d IncodguLi t(0. 47lffii' 4 7 uil^h^ €p Penetrdth» 4.8 mjiammitio^ 7 o Kemifiio» 4p inquiMtio, 7 r Rtjpiratio» 5 o InfclubilitM» 7 2 RctfflMaf 5 i U d Putrtdo^ 8 8 VniuerfalitdS, 67 Putrcfd Hio» S ^ VioUnidtio, 6 8 PorrofltdS, p o VflibilitdS» Tlures formdt fdbricire poterts m undqudq; drbore, fl pjrtes omnes 4rboris conflderduerk dc indd^ucris edrum partium proprietdtes, ^udtlocoformdrumpoterkhAberei quid Mt dixi dliqudndo, form^ iooo proprietdtumafiignAntur, qut meliusm reicognitionem ducunt qudm cetetd txtrinfeci prxdicdOi* Dedimus modum fMcdndimul tis formdSt Sdt uolmm de /ormis dixiffe, dc de primd drborc. T DEAR. R ^> f ^ DE ARBORE VEGETALL ris demc^ contempUtiodrbor(sutffalifyquonum fccundum nttur^ or» talis ad ve- dinempoftlimpUxclfcquoirebwtconuenit.fcquituruiucrt.quo getancem. melfcncbiUonconftituunturinec altiorcm gndum poffunt corpo» rea cntii unqu4m coafequi, nifi ue^tans uitj prxfupponatur. Inh^c drborcomnufumconliderandafub dupUci rationcy uideUcet qudte* nwi habent effetf^enhxtiuum CT uegctitiuum, boc ettnim lUud prr» fupponit» DE RADICIBVS. AdiceshuiMarborkeiedem penitns funt, qute pro etementsU arborc funt firiitatXi aquibus omnes arbork Jpartes fuum effe dccipiunt : nec aUquidradicibtM oonuenity qum arborum par* tibut fccundario conucnidt. DE TRVNCO, TKuncu/s efi qttoddm uninerfale corpWy m quo potentiaUttr particularestrunciwntinenturdcreliqua omnia, qu£ iruncu fequuntur. Nam uirtutenAturaUumaffntium qu£ m eo jun^ potenttaUterada^mdeducuntur* DB BRANCHIS. BKancl£ funt quatuory fciUcet potentidappetitiudydigejUHd^ retcntiudy cr expulfiud. Per appetitiudmquodconueniense^ pctitiua uefftantibwfy defideratur, dc beneficio nAtur£ fruitur^ ?rouid4 uelatcia£li HAturd diuerfls diMerfat trddidit uirtutes, quibwt conuenientiddttr^ bunturut m effe conferuentur, Quoniam uero quod dttrd^m e/J, ad attrahentis membra roboranday qu£ nAturalH calorls ui ac MrtM- te debiUoitA fuere, nunquam efl aptum, nift membrk nutriendls flmile fiat; ob id opm efl difffiiua^ qua alimentum concoquaturyac digem. rantnr ea qu£ f^eciem cr formam membrornfufcipere noo apta funt^ £tioc TEt Idcalimcntum tfuodih extrinfeco ucnit, quii m tcmpdrc impcr* ^ ccptibilinonpotcjltranfmutdri ac conucrti in aliti fubfldntiiMyoh mbcciUcmtr>insmutantif aibonemcicpafircfiflcntiam: idco ncccft farid cfl quicdam rctcntiuafacultast qua nutrimcntum tamdiii rctinc' Reteatiui^ dtury quoaduiq; nutritio fiat, At propter impuritatcs abifcicndas, qu£mrtutc digcfliux pottntix, d purioribusfubtilioribwsucfuntfc- g«gifno ; qutdam inquiunt, effe cor, aOj controuer- neruum^nonnuUic^rne ;cum omnibus idem pottris afferereiinteUii notadui* 'jgendo cor effe radicale orginum, non ta^us folum fcd aliarum etiam * potentiarum ; neruus uerb efl or^nnm defirens ff>ecies j caro fufcipi* ens per tnflrumenti moium i caro deniqi ncruofa eft totale or^num^ Veeius quoqiUniateuelmultiplicititemultx funt lites, qud/t fic po Oeunitate .Uris fedare. Plnres funt uSus non raiione diuerfarum formarum et plurali* fubftanlialiumy fedrjtione diuerforum contemperamentorum quali^ tateta£tus« tatum ; aliud enim eil contemperamentum faciens ad percipiendam ealiditxtemcr frigiditatem, aliudreffyedu humiditatis cr ficcitxtit, Affatus (mquit LuUus) eftiUe fenfus, per quem mMifeftatio fit t» Dc Affatu» fermone,quieftintraconceptmtCrd4texempU» Sicut homoquilo' quituriUudquodcogitat, CT 4ttw flmiUter i ficut ttiam ^Uinaqus tUmatxdfiUosfuos^ DE RAMIS 4 RAmihuius drboris triplicis funt natur^, ut fupra oftenfiim e^ de qudUbet huius arboris parte ;crfutu membra unimaUum tam mteriora qulm exteriora, m quibus Ht renouatio perut*, getatiuam potentUm, compofitit per elementaiem ndturum, com municitio uero idfenfus omesper fenfitiuam uirtutem^ T 4 DEIO DE FOLIIS, FOlid funt ediem dccidentU qu^CTin prioribus drhorihus rept* riuntur, fub triplici tdmtn rjitmeconfiierdtdicrhocrjttioni fubicdi A quo icnomindtionem dliqudm recipiunt i cum igitvr • gnimdliatriplicis[intitAturx,Pc&dcciientidiniUk fubie(htdcon^ Jimilif nxtura fiunt. Non ignormus hdnceontemplttioncmfatis effc impropridm, fei fcquimur Frxceptorem^ DE FLORIBV8» OVerdtiones omnes qu£ db dnimdliprouenirepolfunt^qudte' nus hdbct fffe,uiutre vfcntire extrinfccumy flores iicuntur» Nfc plura ii^bit rdtio ut ie ijs iicamus, can in qudcunq^ /fre 4rbore,optrdtion€sloco florum hdbcdntur. DE FRVCTIBVS Quituora Tn»ai«ffttf funt dnimdntid omnid fuh qudirupliciratione conflit* nimalium h^r^fi, quorumqutidm funt igned quid inigneuiuunt^ dliquddk'» rpccics, red^quonism tdUlocofruuntuT^nonnuUd ttrrcflrid.vqudijm 4qued;ii(iinguunturigiturinqudtuorcUlfef. No« eltprafcntitne* gocij dnimdUumfpeciesnumerdredc eoruniem proprietdtcs oflen» dere,Q^iieijsmuUdcognofcerecupit,le^t Ariftot inUbris ie porid, ie pdrtibus^ CT ie generdtione dnimdUum, DE FORMIS. ItHter formdx dnimantibus conuenientes ifl£ qud^modoielinidhh muslocumhdbent,qudrumcognitiononpdrum utilis erit*. Bt ne iiipLex fit Ubor nofler, formds unJi coniungere uvlumus, qu£ ^nimdUconueniunt, qudtenus e(t exterioribus fenfibus dc intcrmi» bus fenjitiuum* l Apprxhenfio. ' /^AflutU, 1 n ppetitus fenjltiuus, ^ Auidcid. 5 Alfenfus, 6Affmsd^Ut, 7 AeflimA* Hf tf Atdiittdtios 28 Intdgindri, S Auditiu diiut» 2p inffnium. 9 0 lrecies in fenfucommuni recipiuntur Uuiut fenfus ncccjiitM efly ut de fcn fmm exttriorum fft^ ciebui iudicium fucidtiUndm ab dlid diftinguendo^ dtq; ut fit dUqus potentid que cognofcdtuifum uiderCt duditum dudire, cr fic de reU^ quiffenlibui;ipftenim ob eorum mdteridUtdtem nequeunt fuprd fc ipfos uel proprias optrdtiones d^m habere rrflexiuum ; qui tdmin De im.igii= fcnfuicommuninonrepugtuLt. Imd^nAtiud ftnfum communem ftdtitn ^^^offi^io^ /f ^ Mi>«r, cMiwi pro^nnm f/? cj« db eodim jenfureceptdsconfcr» ^ * uirezrretinereinAm fenfusconmuntis t^ntwn retinet ^ecies exti4 riorum fenfuum dum m obieiU tendune, inimdgindtiuddutemdM conferudntur^ Aeliimdtiud hoc hdbet priuilevium ut imdsinAtiudtn ClUlUelCOf^ r r ^ n t • • r gitatiua e P^q^ ^ttiiiinonidrtturtirumj^tcierutn conferudtricem^qux dh tfiimd* tXHd uel phdntafid funt fabricdtx» ideodlid potentid ddri necej[drium eji, qu£ dppcUdri pottfi Mtmorid fenfitiud ; qu£ non ejl eddtm cum De Memo- inieUediud utquiddm fdtk inefjicdcittr probdnt^ dc txiftimdnt. Et 'ia fcnfici- flccompletus eflordoudldcddmirdbiUfinttrhdfcepotentidf. Dcrc' minifctntidynihil omnino dicere uolumm»cum dmemorid non diffvrdtt nifi in qudntum memorit funt proprix jpecies^ rtminifctnti£ utro dUtn£. Stcundum hdt pottntids td qux in pritcedentibu* drboribut eontintntUTj confidtrdri pottrunt DB RADICIBVS. Slmilitudintsrddicumrtdlium drborum pr£ctdtntiumthuiui drt horis funt rjidices, ut tdlesfimilitudines fbrmdliter ueluirtudlitcr u°? interioribuf potentijs obie{h ofleniuntt J^diere hds pirticuldf U|*tuau"cc ntceffariumfuit,f. fvrmdlittr utl uirtudliter, qutd non omnes rddicts^ jcn cat, propridfbdbtntJpecieseMreprxfentdnttSjfcd uirtutt dlidrum notx fiunt ; ut pofjumus dt bonitdtty ucritdtt, cr dlijs dicere. Hoc idem de Rclati oncf quibufddm dlijs inttUiffrepottrlty ntmpt dt reldtiotiibut tdm intrin- qaom od o fecui dduenientibui qum txtrinfecm i qu£ rdtiont funddmtntorum^' titftum cognofcuntur. DE TRVNCO- A^borlsimsgindistruncufexfuif rdiicibus confiat ; dtq; tfl fimilitiido coiifufd truncorum reliquarum drbortm ic quibut trdd^iuimas : in quo funtjimilitudines truncorum pjtrticuU* rium.Quifintilii trunci ptrhuncrcprxftntdtinon efioput rep^erc^ atm fupn bis falttm hoc minififldium fit. DB BRANCHIS. R dnchx ifiiM drboris funt fimilitudines brdnchdrum drhorUm, ie quibu^ fuprd Ohonim ucro nyn omnes iU t brdnchje fuam poffunt ciufdrclimtUtuiintm, ut p^ttt de potenti^ uiflui, audi- V 2 tiudM B 14^ tiud» guftdtiud» trd^ud^ cr dlijs in drhort fcnfudli nttmerdtts cr dt0 cUratift dc etidtn de brdncbis uefftdntisi quid interiores potenti^ obie^ potentidrum exteriorum cognofcunt, non dutem ipf^s pottn*. tMU,nili per opentiones CT dCiusiiieodddiiusMlddtdUdiritudUm fecundum ordinem fupe* riui obferudtum mdnifrlldbimut, oficndendo quds pdrtes flbi conuc* nianf. DE RADICIBVS» HViws ndtunerddices/ffiritudles funty cumcripfx/lt J}>iritud- Inter hui* Lis ; intcr quM txmen non efi dnnumerandd ContrartctM, pro* *f borislra- priecontrdrict%tcmdccipicndoy quid m cdnec qudUoLtesrc* c5crar?crat periuntur, in quibut funidtunSiuero contrdrietds confideretur pro ouiic^ repugndntid dliquorum iuorum aiiquoi tertium diuidentium, ibi uti^ ^ repentur, dc m omnibus qu£ fub ente continentur ; cr ueritu in ijs qu£rdtionc difjrrcntidrum V nonmoiorum intrinfecorum ai Wio* cem pugndnt, DE TRVNCO. TKuncuiefl qu^ddm fubfldntid gencralis CTconfufdy qux plu* ParticuT» rimat fubHantiat parttcularcs ac Jpirituales, fed corponbus explicaict ndtasconiun^ ln ratione /vrmx in^rmantiSyiiciturpotentid* definitio- luer continerc. tion absq; ratione m hdc definitione plures particuU ncm» €XpUcdtiu£ funt pofitx, ut magis buius trunci adtun cognofcatur, ac difaimen buiits dtrunco drboris dngeUcalis. DB BRANCHIS. N^turdh^c ff>iritualls tribus brdnchis confidt, qudrum prior int(Ue^tseft,poftecie inteUigibili. R huUus dehk tnbus branchis differendo ek applicat formas conuenientes^ quam proUxitatemuitamuSyCum modum appUcanii formas entibus omnibusttm pcranimaduerfiones tum per expUcationem traiiit' rimus. DE RAMIS. RAmi iy?iKf natur£ funt concreta effentiaUa brdncharum . f in- Ra m i cn teUediuumy inteUigerCy cr inteUigibtlc ipfius inteUe^us ; uot meraQCur, Utiuum uelnoUtiuum, ueUeuelnoUc^ uoUibUeuelnoUibile,uo» tuntdtts; memarue uero memoratiuum, memorariy memorabile, Su6 iflif expUcatdrum poteniiarum concrctk effentiaUbuSj omnid entid continentury in rationt obiedcrum, a&u^ potentid propinqitdy CT remotd, i pprxbenfibiUum. DE FOLIIS. SVomoiondturtiftifoUd, €onueniunt,qu4e fuptd dlifs drboribus conuenire iocuimus ; uerum tamen eft, quoi absq; labore uUo o" t meUus cathc^rix a nobis traiitx potcrunt appUcdri^ Siper c4» the^rias Ariftotelis ie JpirituaU ndtura finitd cr Umitdtd iifferert volueri/s^qudntitdtem tibi fume difcretam, quaUtxtem innatam uel dcquifitam^ reldtionem dd principium eius produibuum dut con» feruatiuum uel etidm dd operationes diutrfdf qudm operdtur, dHioi nem pcrmouentis vinformdntk modum, dutmouentk tdntum; pdf* fhnem qudtenus primi principif recipit inteUe8ionem ; cr fic dt dUjsfuomodo. Siuero peromnes iUds cdthe^rids nequdqudm pott* rk difcurrere dd propriM confugito, Kdy: LuUus hdnc drborem ex^ ninando per cdte^rids omnes, ubi de babitu differit artes mecbdni* CM dcfcientidf enumera^t i cr rdtioqux mouitipfum dd pertrdfkw dum de ijs hoc in loco, ej non in cate^ria de quaUtattf r/?, quia fa» V 4 cultdtes o Artes ct U', fuluta iftje qu4s ftib brcuitdte tdrtffmns in finchuius opnts, plum cuitaKS o. AdiUiigtndo,quiif Pigrippdinlib. dcVdnitdttfcientiarum cnumerdt, mnci Ju :.i i^tiruiiuntdrtificidles^quiA ndturaUbus cmdndnt. Holo difcutere pitc !li 1^ fiiij}fn(Yit uel mdle f cr dn eius rdtio udlcdtf ficaisignlt Secundum udrict4tem hdrum fdcultdtum uel habituum edruiidemip ^prii ob- proprictdtummultse fDrmxpoterunthuicdrboridfiigndri, qudtcnus iccia^ jiu furd corpordli dclpirituali confldt. Hdbitus iflifire omnes, homi- ni conuetiiunt non rdtione dnim£ tdntum, fcd coniun^i^ DE FLORIBVS4 Verdtionesdb dnimd rdtionaliprodeuntesflbiqi peculidres fT \nonconin^ijfunthMUS4rboTisfiores quodddlterjm pdrtcrn cotifiderdtx* At operdtiotics qus dmmdconcurrentedccon porcy funt fiorcs drboris humdndlis ex corpored iyf}>iritudlindturd €onftitut£, DE FRVCTIBVS. NHcefJe efi hicfiuChisconfiderdre,utdb drbore hdcexutrd^ ndturd confiitutd proueniuntj quonidm rdtionefj>iritUdlis nd* ma anima turtfiv^lus nuUi ddri pofjunt in effe fimpliciter produSlu non gcnc- qni^^tiimddtimdmtiongenerdtnec producit, ob immdteridUtdtem '^^* qud feperpetuo confcrudre polefi m mdiuiduo, Tiunt etenim m cor# ruptibiUbui generdtiones ut tdUd in tcuum confiruentUTyfaUem \n 'ff>ede. Generdt tdmcn dnimd fccundum quid, qudtcnus obit^lum quodpotcntiderdtinteUigibile, diUgibile CT recoUbile, fit ddu tdle uirtute inteUc^ius, tioluntd tlSy ucl memoride, qudrum uirtiulem fdUi m imginem gerit, dd mfitr fiuiim refj^edu fut cduft uel drborls. ¥ru* t Luiii* €endd/fiproUxiatemnonuirxrtmus^ hoctimen fcire decety eleSHo* nem tintummodo ex oonfequenti prudenti£ conuenirey mqudntum iUHiontm ptr conliUum diri^t. Oihfunt pdrtes prudentidm 'mtt' Oflo^^tcf grdntes,qudruvtquinq;fibiconueniuntutell cognofcitiud .f memo. prudctiac f M, rdtioy inteUe(lu4y dociUtM dc folertid^ tres uero ut prtcipit .f prouidentid» circumJpeBio^vcautio, dequibu/s trdfkt D. 'ShomM ^^J,/^ m fecundd fecundx, TortitudofectmdumLuUumeflhdbitu^a' uirtufy per qudm ho» OeFoititO mines funt fortes contrd uitid, cr nituntur dd Uicrdndum uirtutes» dinc» Hi/ic definitioni dUudit TuUj defcriptiojnquientir^ Tortitudo efl con» fiderdtd periculorum fufceptio,KJ Uborum perpefiioMiCc uirtus md^ gts d potefldte perficitur qudm ab dlijs radicibus, quii prmcipdUor eiwtd^isellimmobiUterjiftere m pericuUt,quod poteftdtem mdxit ndm dicityunde CT Arifto. uuU quod in fuftmendo triftid mdximd,ll 3. Ethl. aUquifortcsdicdntur fedminus prmcipdUter; tion omnk firtitudo tftcardinAlHuirtm.quidfipro fortitudine dccipidtur firmitdx quX' dim dnimi^ tunc conditio eft qutedam omnium uirtutum qudrum pro» j jg, q, prium eft firmittr ty immobiUter operdriut inquit D. Tho: 1 2 j, ai: i^. Ver tmperjntidm repriinuntur conatpifcenti^cTdele^tionef, pcTepcri- non qu£ funt fecundum rationem, fed qu£ rdtioni dduerfantur, CT qudtenu^taUsdeUfbitionesfuntcdrnAleSyUndelfidorufdity Tempe Hb. Etym. rantid eft qudUbido concupifcentidfi;refiendtur, cr Ar: uuU tempet 3» Ethi* Tdntiam tjje delc6htionem a{his moderdtiudm^ Nw ed qu£ JtD. AHgM. dicunturhis refia^ntur, quando ait. Temperdntideflmcoer^ j^qj! g^^j. cendisifsqu£nosduertuntdU?tDei,quonidmibi loquitur de tem* ca. ij^» perdntid, qut cfl ftnerdlis uirtus cr non JpecUlis. Certum ndmeCiueorumqua eiui capacitdtem excedun^ ddquietdmenordtHAturi quddam ei quoq; debent conuenire, quibui Humana ilU pofiit dttinffre» Qjtx humandm excedunt fdcultdtemeft ipjeDem facultate,^ acbedtitudoy wteUeik cr uoluntdte dttingibtLid,quatenut inteUe» excedecia. ^utperfidem iv/ormdtur, ut ed qu^e lumine nAturdli percipi ne^ queuntyUerd effe creddt, CT uoluntdf per Jpem m Deum mouedtur, dc Virtutes percbdritatemeofiudtur. Hdc dicere uoluimus ad oftendendam «ir* •^* od^o Te theologicdUum fufficientidm,fed quid qudUbetfit modo oftenm excedat 6c '*'* ^^deSyJpes v charitas ideo theologic£ uirtutes dicuntur, quom, non* theologicum obie^m re/piciunt, nempe Deum fuper omnid be* nedi^umy C hi hoc tmUdm hter fe hdbent maioritdtem uel minori* tdtem,Uceted ratione qud und propinqutoreftDeodlid, fecufoplM^ 4undum fit;ndm chdritdf qux dmdto dmans coniun^t, fidedcjpe perfi8ior eft,cum ift£ quandam diftantiam figntficent, iUd uero con». iun(bonem, propter quod deipfd dicitur. Qui mdnet m chdritdte, m i, loan. 4« mdnety cr Deut m ro» LulUi6 n 6 fidcs,ut ait LuUuty eft uirtut qut compeUit inteUedum dd dffir^ tccipicfide mandum ud ne^ndum pofitUte lUd qu£ uerdfunt. HicLuUuinon pcoprie. confiderdt fidem theologicam, fed indiffcrentem dd acquifttam cr fttfam i quonidm de omnibw quje uera funt non eft fides mfufdy fcd dc Deo tdntum, tanquam de obtedo formdU. CT de trdditk m fdcra fcri» pturd Mt de obiedo mdteridli^ Fidcm igitur U€rdm CT mfufam optimc D. P4lf« i>. Pdulitfdepnit qudndo hquit, Tiics efi fublldntia ff>erdnddrum AdHeb. f f rerumy ar^imentum non dpparentium ; ndm ut dit D.ThoXum ddwt »x.q.4» fideifitcreiereexuoiuntdtisimpcrioy debet fignificdre ordinem dd obieiium InteUe^ui cr uoluntdtk ; obiedum uoluntdtk efi res ff>erd* tdyfidei ucro non uifx: qu£ duo obie&a, explicanturycum dicitur: Sub» fidntid .1. primd Inchodtio rerum fperdnddrum in nobls per afjenfum fideii cr drgumentum non dpparentium . i, eorum quibiis firmiter af- fentiendo ddhtremw. Quid uerb ex frequentdtk ddibui credendiy Fides.rpcf, /}>erdhdidcdUiff-ndiDeum»hdbitu5'iUis ddibus confvrmes generdn ficcharitai tur.ideoprjeterinfufMhdfceuirtuteSjdcquifitdsquoq^ in homineeffc *cquifii«. affirmaredebemits* SpescumexfententidD, Augufi^fltfoUusboniardninondddlium Enchir. fed aife pertinentH, ideo ad uoluntdtem pertinet, cuius proprium ^^?* ? ' in ente fub ratione bonifcrri ; cr non in quocunq^ ente bonoy fed in ^** iUo quoi omnem habet bonitatem cr perfe^ij^imo modo.hince^ Spcs quj^j quod LuUu^ fpem definitns, dit. Spes eff uirtu^ qut ait Aut alterius ': quoi perhoc uelit inteUigere in ratione p nts, fed in ratione excitdntfs, cii- iusmodifunt dnfflicufloies, cr boni homines^iuelprafupponentfs, quidfiiesprarequiriturfperdntiiundea' ClolfafuperiUud Math^ j . Abraham^nuitlfaac: inquit.i. Fidesfpem. EtquodRay. loqud' D. Tho, la tur{dcuerdJpe,patet,quandodit,Adquemuenirecreditplusper po- »/• iefldtem crc« quam fuam. 7» Chdritat di uoluntxtem quoq- pertinet, cum eius obiedum flt De* q y^^^ us fub ratione diligibilitdtlSy uel proximum ut in Deo. Kdnddtum hd* tatc tfcmus i DtoydTt lodn, qui diligitBeum, dili^t fratrem fuum. Per hanc enim uirtutem utfupra diximus, homo Deo coniungitUTy c ob iduirtutumomr^iumeflexceUentiflimdy ut ttidmD^ Vdulus teftdtur |, Qqj tiki inquit, mior horm efl chdtitM, Nfc dUqud uirtus fimpliciter * ' X 4 ueri too Mrru flne chdritdte tlfcpoteli, ut iicm fdtduteoiem loco dit. U l^t connt- Ihibuerofyf^CbdritcLtemvc. nihUmilnprodcft.Rdy: LuUus con$ xione vir- neiiit qudmltbet uirtutem cdrdinAlem cumqualibet cdrdinali dc tht* tutum srh ologicdy qudtenucunddUdm infDrmdtiquodutmeliuscognofcj^jexc' Lullu vidc quxdam fubijcerepldcuit. DeluftitidO' Prudentid dit. Frudem excmp 4. ^.^ iijponit iuftitix obiedd fud,in qudntum inquirit licitd cr iUicitd» quideftoperdtiointeUe£lus,quiiUdinteUigit* De Tortitudine c lu* fiitid.Fortituioiuftitidmfortificdtcontrd iniuridm tunccum bomi" nes fvrtitudine utuntur. Sicut iudex cum tentdtur ut ob pecunidm det fdfum iudicium, ipfeconfiderdtfDrtituduiem multipUcdtdm ex boni^ tdte,mdgnitudine,fdpientidyUoluntdte, uirtute,ueritdt€ CT gloridB qu£ meliord funt qudm pecunix, cr tunc contrddicit iniurix cr fortts remdnetijifuoiudicio. De\u(litid(jlide. Vult iuftitidquodinteUe» Hus feip fum in crcdendo utrd cr dltd cdptiuet, licet ed non wfcD/gtf * D« luftitid cr fpe. Uftitid prxparat ffiei fud obie3tk,in quantum iu* flum e{i,quod homines mdtorem Jjjcm bibcdnt in poteftdte Det,cr in eius bonitdte,mdgnitudine,a' uoluntdte, quim in poteftdte credtd». Fer horum cognitionem tu ipfe poterk per omnes uirtutes difcurrert conneikndo qudmlibet cum omnibus. Trdiiat LuUus de quibusddM alijs uirtutibus mordUbus qut numero funt 1 6 cr dprioribus depetu dent, de quibus breuijlimis uerbls dUqud dicemus, 1 Sdn^itdf eft iUduirtus, per qudm fdn^i funt innocentes CT 4 ptc» cdtis mundi» . z ?dtientid eft uirtuSy perqudm homo pdtienteromnid fuftinet^ 5 fibftinentid eft, per quam homo db lUicitk cibH fe dbftinet* 4 WumiUtM eft, perquam homo propter Deum fc nihil effe reputdt.. 5 ?ietdf eft uirtuSyqud cordlt bona afjv^io fe extenditdd parentes CT patriam, cuUum eis exhibendo. 6 Caftitds eft uirtuSy per quam concupifcentid 4 rdtione cdfti^tur» • Ldrgitds uel UberdUtds eft uirtus, qut confiftit in medietdte qudda^ circd pecunids uel diuitids. 8 Le^Utdx uel jideUtdiS eft uirtus, qu£ id obferudre fdcit quoi pro • miffum rft« p Prr cotu y Ver conftdntUm.homo pttfcuctit in hom pVopofttol I o pcr dUi^ntimt ju^ chariatis funt homines qu^ruiU ae pigrU tim peUunt, I I SumtMhominesti^tchdritAtkumcuto, ut pdtientidm cr hu* miliatem dmple^tiinturt. 1 z ConfcientUt, ntione timork ii cdufttf ut homines hnum fdciint milumq; uitent* I 3 Timoriifljicit,neDeum dut diipsuoriinAtdlomines ofjvnidt». 1 4 Conlritio ejl iolor perfeChs ie peccdtk commifis, cum propoJU to non peccdniidmplimt. 1 5 Vcrecuniidy licet non fit proprie uirtuf, tnmen ejl pdfio qujtidm Iduidbilis, qud homo turpituiinem timet, Obeiicntid eftuirtus, qud homo liberfe dlietim uoluntitifubijcit propterDeum, DE RAMIS. PEr Tdmos dUdrum drborum potefi hdberi cognitio rdmorum huiuf drboris, fei potij^imum per rdmos drboris imdginAlis^ QuosjiiijlinBiuscognofcere cupls, hdbeds potentidtuirtuti* hustnformdtdf, d quibus conftrmes prouenidnt operdtioneSytcrmf nenturq; di obieih qu£idm ; crjic habchis uirtuoft drboris rdmos, qui di uirtutum muUipUcdtionem pdriter multipUcdri iebent^ DE FOLIIS. FOlidyfuntdeciientidiequibus fuprd muUotics loqiiuti fumutp conformiter uirtutibus dppUcdtd. Non icbes imagijuLri uirtu» tcm pofitionem locumq; hdbere propric, cumfit Jpirittidle quoi* ddm dcciicns ih£c tdmen hdbet eomoio quo in Cdte^rijs trdttft cendentij^imis expUcdtum efi, DE FLORIBVS» FLoresuirtutum funt meritddcquifltd;crdiuirtutum iillin^» oncm fequiturmeritorum Helfiorum ii(lin^iO ; imo rdtione rdt X dicum. t4» dicum, qu£ udrib modo uirt)tl^s pnpciuHt, flous diutrp pofjuni coUi^idb urtAcadmqi uirtutc puUuUntcs. DE FRVCTIBVS.DVogenera funt fruCkum huiut arborls, frimum efl merctt mentorum, qu£ uariatur ad uariationcm uirtutum, fecun» dum eft feruitui ac honor Deo exhibitus uirtuosc. ARBOR VITIORVM. Itihacarboreconftderantur uitia utrtutiBu^ oppofita priuatLUe; quorum cognitiononparum proderit ad uirtutes cognofcendast^ dequibu^aCbmefi: nam oppofuum inoppojiticognitionemaU» ^uam»deducitf DE RADICIBVS. HVitw arborts radices prmcipaliores quatuor funt, uiielicet malitia qut bonitati opponitur, ftultitia lapientue, faljitas ueritatiypriuatiofiniSifinipoJitiuo; qu£ tamen ab alijsrd' iicibm exceptk bonitatCi fapientia, ueritatCy cr fine mfbrmantury ac tas mformant unde non minus uerum eft dicerc. Stultitia magna>du» rans,appetibil{s,cognofcibtlis,fyc: quam magnitudo {^ulta,falfki nia[a,acfinepriuata:di(currcndo per radices omnes tamablolutoi quam ref^eChuax,huic arbori conutnientes. TRuncus ex radicibus fuis conftat,qui diciturmos confufu/icT generalis fed prauus, m quo particularia uitia funt potentiali* ter contenta, qu£ perlibtrum affns ad aChim reducuntur, pro Ut tfoluntas inordinAta id quod deberet refutare» eligit^ DE BR/VNCHIS. PFr ea qu£ de branchk arboris uirtuofe di^ funt.habetittum dentiam fatis cUram, qux de hHiui arboris brmhis pojjunt di* ci^curm. ti, cum oppofito moio fint eonfiderdnii. Septem prmipdiores bri» chx dfiign^ntur, uidelicet GuU.cuiabjlinentix opponitur ikudritii Numerai cuiLiberalitM uelUrgitas aduerfatur ; Luxuria qujt ptr continentiam ^ toUttur j Superbid pcr humiUtatem deflruitur ; Accidia per diUgenti gj'-^ oppo- «wi ; inuidia percharitatem ; CTlr^ per manfuetudinem uel fuauitdt tem ; de quibwt omnibui poterk difcurrere conne6kndo quodUbet ui* tium cum quoUbety quemadmodum de uirtutibm di^him efl. Ab bis puUulant ac emanant uitia aliay qu£ nominare placetcum fuif oppO' fltkt Iniuria eficontra iuflitiamy mdifcretio contri prudentiam^ de* biUtix cordi^ contra fortitudinem, intemperantiacontratemperam iidmt mfideUtaf fideUtatiopponitur, dej^eratiofj^ei^crudeUtan chd* titatiytraditio defrnlioniyhomicidium diUBioni proximi, Utrocini' m UberaUtdti uel temperantijey quia per guUm ut plurimum tatrocinium committitur, mendacium ueritati, maUdiBio charitati^ impatientU patientix, mconflantU prudentix cr /Drtitudini, im^ tmindicid fxn^litati, pigritU diUgentije, cr mobcdientU obedientie* DE RAMIS, RAmitfunteffentLiUd correUtiud uitiorumy quibut uitid gentc rantur iflcuti^iU rdmi, funt adiuus mordinAtm appetitu/s comedendi, d^uiy cr correUtiuum ific crde reUquisuUijs fenticndum efl, DE FOLIIS. FOlU funt nouemdccidentUyUitijs coouenienter dppUcata ; quo' rumnonnuUd cr uitij naturdm foUnt dUffre dtq;mutare^t reum ante iudicem uocarty ac etiam punire, iuxa iudicl/s uel \n:pera0 torts decretum. Tnquifltores ut inquirantt an a miniftrts utl alijs bferui» d£ conftitutiones^t poftea tim ex parte uendetis qum cmcntis snmd prxcij pro quatit4te;pro qualitMe^bonitat rtiucdit£ dtq; pecumarUi Yj proreldA pro reUtione mplor C ueniitory ftc de dlljs lolijf cohpicrdniA DeFlorib' flores funtiudicixlmperdtoris fuorumq^minijiroruny omnesq; \ms perdLtoris ddiones dc operdtiones reUt£dd fuipopuU utilintem^ uet regimentjiores quoq; pojfunt dici, idem cenfedtur deceptio» Diffdmdtio, Turtum*. iMxurid*. Proditiot Vomicidium, Blafphemid* Inobcdientid* Menddciumt. Indiffntid, fortunA. Voluntdrium, Ignordntidt^ Obliuio» Libertdt* Seruitut, Vrtefumptio^ DE ARBORE APOSTOLICALI. QVs indrborei/lu fintconlidcrandd, mdnifrlla reUnquuntur cx bis i qux in typo arborum ntdmfiftdta funt, DE RADICIB VS, Trunco, et Ramis» RAdices funtCdrdinAlesuirtutes dc TheologicXt infimtdtxi rddicibuiunius,bonicxte,f mdgnitudincy CT dlijs omnibut. Supra mdnifrftdtum eft quod eodem modo rddices non funt omnibufdrboribufdpplicdndtfcd fecundum exigentidm ed* rumaieo non eft opws repetere. TKVSCVS eft perfond generdlis, Tdtione /piritudlis poteftdtiSy cr eft fummus Vontijixy ?etri j/wccf jjor C lefu Cbrifti Vicdrius j wt quo cxttrx dignitdtes eccleftdftict conti- Hentur potentidUtcryreducunturq; dd d^bim per optimum rddicum ufumfummiPontificlf. Hic truncus potcft confiderdri qudtenus eft bonus uel mdUu, cui CT conformes rddices funt appUcandx; non quoi ttdturd fuiunqudm pofiinteflemjlje,fedrdtione prduiufus.^KAii* CHAE funt CdrdiiidleSy Pdtridrchx, Archiepifcopi, Epifcopi, Ab» bdteSy PrioreSt Miniftri. CT dlit perfonx communes eccUfidfticx^ quorum officium eft, curdm torm ffrere qui fibi creditifunt, E/i optimd brancdrum cr trunciconcorddntid, qua medidnte, inter bxc duo confur^t pcrfi6ho reUqujrum rddicum^ contrdrietdte exceptj» hocfuppofitoquodconcorddntidfitbond. RAMI funt qudmplurimi, inter quos etidm funt iUifeptem quos in drbore imperidU expUcaui* musy proprij uero funt decem prxctptJi decdhgi .f Vnum DeHmco- Prxcepra lere^Sdbbdtum fdnibficare, Komen Deimuanumnon dffumere» Va dccalogu rentes uenerdri^Teftimoniumfjlfun non perhiberetNonfurdri,tion occidert.Kon luxurijrit Non dcfiderdre dUeriwt uxoremy Neq; rent proximi, Worum prxceptorum fufficientidm optime mdnififtdt Ec ]i. ^.sntiar* cUjix doBcr cr CdrdinaliA D. Jionduenturd Nrfm cum prxceptd (fu ^ ift ^ 7. q. 1 pUcid fint uidelicet primx tabulx cr fecundx tabulx i. quxdam re ^"fiiciecia fi>e(lu Dci, CT nonnuUa rej^eik bominumi omnia adu perficiuntur; j^^i^ Y 4 quid^ui t6t quiA^sfi er^lifmelltunedHutdicifuroptfk uet orls dut eof^ dls;lioperishdb(!turddordtionispr£ctptum,llork, iUui quo pro* libetur Dciudnd vmocdtioifidutc cordis, dliui bdbctur ic Sdbbdthi fan(hficdtione. Siuero tdlis dftus efl f rga homines, dUt tft fecundum inuocentiam dut bcneficid cxhibcnid,fihocmodoypr£ccptum dc\pd» rcntum reuerentia hAbetunft primo moio, uel eft fecundum diium cordiSy oris dut opcrisifi tcrtio modo,dut cft pro confcrudtionc pro* ximi» cr tunc habcturpraccptum de non occidendo, ucl fpccici, ejflc prohibctur luxurid, ucl dcniq; opcris priccptum eft de bonorum co» fcrudtione dc polfefiionc, ut eft iUud No« fiirdri } fi oris eft^ iUud habctur, Konfalfum tcftimonium perhibcbis,* ji iuxtdcordit De prxcep ^^iinuclcftdenonconcupifccndddltcriitfuxoreyuclre, Etflccftcx* tis uctctis plctu*numcrusdcnariuspr£ceptorum4Aliter Kdy, trddit pr^ccpm lcgif ♦ torumfufficicntiam quam pro nunc omittimus. In uetcrilegc fucrunt ccremonialid cr iuiitialid prxcepta, qutcpoft Chrifti pafiionent fuc» runt cuacuata, diucrdmoie tamcn : priord flc,quoinonfolumfunt mortud, fci ctidm obfcrudntibus mortiftrd, fed poftcriord utiq; mor* tudfuntnontdmcnmortifird,niflfubditiiulfu Principis iUd obfcrf uarcnt tdnqudm hdbentid uim obfcrudtionis ex uctcris lcgls inftituth oncy quid tunc etidm mortifird tffent^ In uetcri quoq; teftdmcnto multd funtfcriptd cr trdiita prxceptd, qu^mordlid uocdntur, qus Deut: 18, adcddccdlo^rcducunturyflcutiliquetuidcrc in pluribus fcripturs 34^ ! /.12. i^^jg^ ^j^^ funtobferudnda non cxui inftitutionis,ficuti iudicidUd CT 19?! * ^ M ^uid hdbcnt cfficdcidm ex diOA» Exo. 2*3. ' ^in^i^^^^dlisrdtionvs DE FOLIIS. HVius drhoris folid qu£iam funt proprid crqurddm eommu* nid } proprid funt feptem EccUfix fxcrdmentd cr regtiU omncs in iure cdnonico fcript£, communid ucro eadcm funt de quibui in dlijs drboribus diiium cfi, Uon concediturut diutius Augu». p£ mdne* Ildmdncm, pr6pterimpedimentiqu£d4m quibtu fum agCks iter Quare aa-* umperc* Dico i^tur quodpropterbteccoaCiusfumbrcuibuf boc o- torin fe- puis dbfoLuerc, atq; propru uoUtnati morem nongcrere, Si boc aon ^ "cntibus effcty de Sdcramentn muLn cr quidem digna, tradcrcm, ZT m reUqUH J^jj^ fcntentiamLulLifufiu^explicarem} diutna tamen adiuuante grdtia, brcui tempore Uiorumdcjideriomeoq; fatHfactamy ubi artem brcucmcxpUcauero, Ecclefix Idcramenta funt fcptem, qu^ tantum ^ ffominabot v dd quid jint ittjlituOL ojicndma, Bdptifmu6 ordt^ *'1 MtM efl ad toUendum pcccatum originale^ Confirmdtio in remcdium 5. a m . ifUbiUatk fj^iritualis.hucbanfliacontra faciUtitcm ad pcccandum^ De Sacra- xPanitentiacontrapeccatumA^hiale. Extrcma un^o contra peeca» mencii* Jtorum rcUquiaSi Ordo contra dijfoUitionem muUitudinifi p" l\Atri* momum contra carnaUm conwptfccntiam DE FLORIBVS&Fruiflu. jT^Lorcs^ funt quatuordceim articklinoflr^e fxdei^ m Symbclodpof Quatuor- jH^JloLorum explicati, quorum feptem pcrtincnt ad duanitatem, CT dccim arti ^ feptem ad mcarnationts myficrium, Priora funt btc ♦/ de unitx- culi fidei* tt Df I, de pcrfonarum trinitatCt tribut articulls expUcata, de creatit pneydcfan^bficatione^ de refurreihone CT ^teruA uia Poficriord uero funt de Lhrifii conccptione,natiuitate, pajiionCy morte, fepul» tura, de defcenfu ad mftroSy derefurrcBioneydeafcenjlone CT de adt uentu ad iudicium, Sub uniatecT omnipotcntia omnia dudnd attrit huta contUtentur. Nr c iticonueniens eji, ut quampLurima naturali ra* tione cognofcantttr, nt de fapientia, bonitate cr ali/s notum eft, f^onitd(, Mdgnituda, CT c£ttr*t ContrAtie» «f» TXCfpti, quoniam catcfiid aorpoYd dlicuiw qudititd con 'ifUptitt£nonfuntfufceptifnUd.Tr«ncmrftqaoddm corput commu^ ni : o ff T .1 > ndtum dd motum cirenlirm ac ptrpxtuumyntqudqudm corrupth jp .idci(r2^ hordrumy quo motuc^teriorbes mouentur. Cfcrjr* Firmame M^^^^ ratione perf^icuitdtk dc trdnfpartnti£ flc dicitur, quci tum. f^Yirmdmentum uero fieUk fixk CT mnumerk abuodati . quodAflronomiprimummobileuocdnt^ BRANCH^ . IMdgindti funt Afironomt m coelefii Jf>hardy pr^ter multipUcn circulos edm itqudiiter uct in^qudUter diuidentes, circulum efje Zudiaci» qucnddmedndtm in pdrtes ^quales diuidentemy obUqwe tdmen^ cuifolum Idtitudo adfcribifur. Duodtcim efi gru duum, quorum fex ti Delineae. reUquk difiingtiuntur perUnem qudnddm, qu* ^cUpttcd uocdtwtti clyptica. quix foie cr Iwid per hdnc moucntibus etUpfis cdufdtur ; uocdtur eti» muid folk^quonidm nuUut planetdrum i fole, potefl totum fuum motm W hdcUntdperficere. }flf iiem cinidns lcngitHdinem bdkct iuoictimlignorum^quorum quodUhet tri^ntd gfiduunt hngituii^ mmpojitict. titc ligm^ nomim fumpftr^ qHorunlim animantium, ctflteUarum muLtarwi uxrim di/politionem.qu^diMltdriUorum ^q^^^\^9 gnimdUum funt m cocLo Appdrentu ; dut rjtione iiutrfarum quaiitd^ nommcn£ tum, quM mhsc mfhiord mjiumt, qujeconlpiciunturbjbcredU' quoi m buimmodidnimintibwtdjminium Horum fignorum nomirtA slUnimut i qut uero numerum flellarum ex qmbu4 mtcgrdntur, cw fUcognofcerc^dcproprietdtes, mfluxui, cr fimiUd; confuldtbuiu4 m perttos. Anrr, Tdurm, Gmini, Cdncer, Lro, Virgp, drticd fimt, ^ntun ^uid contigud fitnt fiolo drtico. Librd^ ScorpiiM, Sdgittdruu» Cdpri- cornut, Aqudriws, cr Pt/ccf, dntdrticd func, « pob dntdrtico fic U» GtL Q»r omnU jignd bww drboris fwubrdncb*» k trunco origincm trdbentet. ^ De R AMIS, FoliK floribus R friK^^ibus. RAmi funt ftptcm piinetx, qui ntione motws quem mllgnk Dc Satuf- Zoiiaciperficiunty db ilHi tdnquam Jt brdnchk depenieht* "o» Vrimws omnium efi Sdturnui, qui ndturd fud mdleuolui eft, dc wciuus, cum ficct dc jrigiitpt compUxionis, m quibu4 uitt priud- j tio con(iitua. efl, Huic fucceiit lupiter totw heneuolws, cuidifcri* ^unturcdUiitdi cr bumiditis, uit£ conferudtrices, l/?t uerb proximus j^ajtj tfi Mjrj, quiUcetnoxiws fitrdtione ficcitdtii, cdUiicxte tdmendU iqudntuLum malitidm fuam tempcrjt. inter quos Ifummo opifice « . diwconfiitvtweft \upuer.,utria^c^; mdUtium temperdns. Mdrti S6l ° ^ fucceiit, dquotaim fupcriin-csqudmmfirtorespLdnetx fuum hjbent yencrc Umen ihuic cilor uitdli^tZy^ re^c quiiem,dttribmtur. Veneri uero qux folem fiucoriente fiue occidente, fempcr comitdtur, conufnire 4icitur humor uitdllt, in quibui duobus viid conjiflit ; hinc efl quod in Jfoetdrumfdbulnhdbetur.,SoUm yeneremq; mdijfMiU mdtrimo* nio Deum coniunxiffe.^x quibui proLcs innuml l\ercuriiU niturd fud nes arborit fchemdtcdiximutyconfiderdrt memnria, I oportct,duodbrdnchxinhdcruturddicuntur tfje pcrjhicdcio» oC voluufl p. rct audm m hominibttf i duas compdrare poterit ad Deum, ncl funt bran quantitdtem difcretdm dc contmtu hunianali. am cum c^teris prxdicdmetUis confidcrabis, Operdtiones utra i brdnchif exeuateSy uel qudtenits txUs,U£Lpro ut rddicibm pcrficiun* tur.tibifiorestrddunt. i^eUqua mfchcmdte confiderd, Dcdinius moa. dum formds conficiendi, iUum obfcrua cr multas inuenies». DE ARBORE ^VITBRNALL Bde hk^ qu£ m huiuf drborft breui dercriptione diximui, me^ ritA dcquifitd uel demerita, per humdnatis drboris brdncas mo* ralit cr dn^Ucalls ^numerum radicum complercy ex quibm tTuncuiconfurgit,qtacft meritorum uel demeritorum duratio pet* petud, qu£ udriarinon poteft, cum nonampiiut deturpanitendif^d- cium.Depdrddifodtq;HifhnonuUutambigit, cum Deus fit ipfdiu* ftitidy qu£ pro iuftis prxmium uutt, pro irtiuftis poenam ac tormentd. A bruncd pdudiji tres rdmi exennt, ^uorum prior iufiitue rdm ut r/l, qui4 ^id Dfi« bonum probono opetdtortddit j cT i^ujtenui mttitu bo, A branct 'mm reiditqudmcxpofcantmeritAjfecunduibabctMr,quigf^ijc di* P^f^diH q iitun tertiui improprie pafiionum dicitwTy quu abagentc Deo,ik^ '^*'?' dondconfvrunturyquibmreUtionemhabetddaffns- AbrancamRr* - m rdmuiiufhti£exit,icpd)itonum ; crproprie hocm toco accipitwr fgjjjj quj^ pdjhoyUidxLicet pro dobre in eorpore pofi iudicij diem,cr tn animtl iriflUia.QupniAbedtoruma^s er^Deum funtgloria vUMipo^ tentijs mteUe^halibus cxeuntesy fecundum aibts ucL operdtiones bo» ndrum rddicum; ideo fiores xuiterndlis bontt arboris funt; rejpe^lu malorum,oppol{tumdic, Frudui qui afiore procedit, 'm bedtis[efi quies fumma potentUrum ac radicum ; nam ficuti m fummo inteUigi^ hili, dtUgibiUacrecolibiUyquie[cuntmemoria,uoluntd« CTinteUeiius; ficmfummqbonificdbiUymdgnificdbiUq^iefcunt bonitat CT magnitudo; per reUqu^tt rddices difcurre, Oppojitumconfiderddefruilu iamnatorum : qui proprio fiiu ob maUtUm CT reliquM prduds radi^ ces fruflrati,finem dUum ddeptifunt^quo cod^c perpetuo debentfrui DE ARBORE MATERNALI. POf} primi pdrentis Upfum, mxti diuin£UoUintdtis xternum de» cretumy¥iUj Dei incarnatio bominum faUtandorum finis fuit, Cum uero buius fdcratijlimx mcarndtionls medium fuerU G/ori» ofd Virgp suridy ipfd quoc^ eorundem fink cenfenda efi^ quitdkeh priori fubordindtur. hic finis licet m fe unicui fit^ amen rdtione eo* rm qui hunc finem intuentuTymuUipUx efl, quem fidtuo m bdc drbo* ft pro radicibM, quatenuA kbonitatemagnitudine acalijsmformd* tur. Dt TruncD hi fcbemate fttts habes* hrtuichx^f diuiiia cr humd* na natura hoc m lococonfiderantury quatenus in uno fuppofito funt, tui natiuitsx attribuitur ; ndturis enim ndfcinon competit. SpeSy Pic- AduocdtiOyrdmifuntyfiuein Gbriof(tVirgutecottcipUntur,fiu€ ht peccdtoribusy quatenm ad edfn confugiunt. HumiUtas uero cr «ir» ginitdt in Virgine Mdrid rdmifunt; in rdtione exempli. \n fchemdte nrboTUbumnonfuntpofitd folU (nefcio cuiux mcurU) qtke eaden Z 5 ejfecom- •m tffi conpieTdhlfy ([U£ slijt iriorihm fttnt dtifihtttd. A^lr omneS fd* dicumAcuUqudrumdtgnitatumdGUriofd Virgine exeunteSy qu^* ttnm Mjtcr efi Dd» lunt hum drbork floret. DE ARBORE CHRlSTiANALL Atione humdn£ naturt didfunt Chriffo dttribuenid, VT dlis rdtione diuimetdiuerflmode quo(^ tonflderdtd Secundum f nV orem confiderdtionem Chriflo omnid conueniunt, eibt et quxda bedtitudinii dnim^e conuenientis, Ucct dUter fit quo dd /}>em de cor« alix - forisglorificdtione. Timor quoq; qudtenusignordntiam prdfuppo» D'\utc!lii\ ^^^* ^ CbW/?o remouetur, dc etiam Contritio. Kdtione ^ui ne ndturA td omnid Chriflo conueniunt, qur in arborts diuiniUs fchemdte diStk fant. Br4«rhe^sdiuinx naturjeyddhumdnaminChrifioyfy humdU£ dd diui^ tuimi fecundum omnes potentiof dc uires in humdnd ; cr in diuind quo etdinteUigere uejle,prxdi diflia* mire ad Spiritum fan£lum : cr intcUigimus de termino ad^quatofj S"*"** monfomaU i quoniam utriusq^ proiuihonit formalis ttrminus eft 4km,tfftntiauidelicetdiuind. Dealicrum diihs non curamus, Seo* ium ptxccptorem fcquimur. Tolia funt nt^tiones catr^riarum Af mftotclis, uelnoftrarum afjirmationes* Floresptnt probationesdiu^- Mdrum produShonum, dtfumptdt aradicibus, Bonitof enimdiuina ff fUfidum inteUciium CT uoluntatem fe ad itttra communicat: Sic fk eommunicare eft magnum ; v cum ab £tecies efl, CT ffnuf eius ignorofi uelad Jpeciem.fi indiuiduum efi; nec erit impojii* bUebocobferuarerecurrendoadarbores,uelper enth omnem dmi* lionemulq;ddgenufproximumuel fpeciem defcendendo; fl /f>eciem non cognouerity recurre ad propriat paj^iones ueladnaturaletrei dOus, qu£ cum a diffcrentia magts proprid emanenty te w j}>eciei c(h ^tionemdeducent,qu£exffnerecrdiffvrentia magis propria im tegratur;deindeuer6priorcsnouemradtces .f, abfoUta prmcipid^ fum,equxcumrei effentiam notem, uel qu£ immediatc eam confe* ^ntur, priw rei conueniunt; ey per omnia iUaprincipia difcurreru do uariM dcftnitiones fumes,iuxta. prdcepa in prima parte knoblt obferudta;dum definiebamus rddices;boc tamen obferuando, netrafm ^edidris naturam generls uel fpeciei, ad qux fubkihmreduciturt ^uodoptimc poteris obferuare^ quiaut dixmus in traSkitu de radU tibm ; perbonitatem CT cxtera prtncipia inteUiqit LuUm rei mtrit^ ftcdy quje non femper eddem funt^fed dd uariattonem fubiefh ipfk quoq; udridntur. Pofied quodUbet principiumabfolutum,cum quoU^ het abfoWto et refpeihuo, cu quaUbet formd.dc f^ecie quefiionis cu* iusUbet definiendum efi, quod cr obfcruari dcbet m definitiont etiam fkbieSifUel rrjpedini prmcipij, aut formje uel quxflionis alicuittt» Inde recurre ad refpcibua, deinde ad formaSy pofiea ad accidentia.cf dtwicfi adqurfiiones CT qiuefiionum ff>ecies. Simagis conceptus muU tipUcare uoUteris, refolutre poterls rc in principid fua, cr ^ibct rt» Uuipirmcipiumut iUius cfiJefinire;peromna radius.formas, acei» dcntia V quxfiioes difcurrcd; ucl rcfolucre poteris in ea omuia,qit€ * - de ipf4 1 dc ipfa pYddicdtttur, qudtenut futk iim fuhie^, cr quodUBet iUorii omnibM diais modts muUipUcare. mUipUcabis oonccptus m infini^ tum^flpdrsaUcuiut arbork omnibui arboribut comparabk, educe/u doconcordantiMUcldiffrrcntiai, aut maioritAtcs, uel minoriatett dutomnidflmuLH£cfiobfcrudutrif/mfinitosdcundquaq;re babt^ bit conceptut. Obfcrud mfupcr dnimaduerflonet noftrat, cr uti diU. ffntU in continud appUcatione, cr cognofcts td praxk prdfiare, ^£ nobis.impofiibiUa uidcntur. OtAtuUi generalis ars conflftit in quatuor figurlt, nouem fuh^ leas, ac eorum cognitione. Primam figuram ex noucm prmci» pt/sdbfoUitlsfabricatyqudfuntpriores nouemradiccs. Swm- dam conftituit ex nouem rcfl>cault, qu^funtpoftcrioresradiccs^ Tcrtiam a prima crfccunda dcducit, cr quarcxm ex prima» fccundd» a-tcrtUclicit.UabcsfigurMcx radicibus. Habcbis fubic^d nouct£ P confldcrabk ea qu£ m drboremoraU,impcrUU,apoftoUcaU,cr mdternaU, ut taUsfunt; cffc accidcntU qu£dam, ncmpc rcUtioncsfu» pcrioritatkydignititis,crhonorls,qu£ ad mftrumcnt^tiuam rcdum cuntur; ucldi homincm; quatenut h£c omnU circahomincm fiunt. AeuitcrnaUt quoq;arhor adhomincmy ucl ad anfflumrcducitur: o* C hriftUnalit adDeum, qui cft primumfubieCkm i LuUo ordindtum^ Hk notxtity de figiirit nonnuUa diccre pUcct. Vrima figiira qu£ abfolutorum eft, noucm hahet cJimcrat : cr cft circuUris, quU quodUbct abfoUuum rcf^eChi cuimUhct, habct ratioM. nem fubicm cr pr^dicati. Necfolum huiut figurt prmcipU de fcipfls pr£dicantur, fcd dc omnibut quo^ txtrdneis,qu£cuttq; flnt iUd dum- modo non flnt horum oppofltd. * Secunda rejpeaiuorum eli, cr totidcm hahet camerat, eodcm mo» do dijj^ofltas.quo primaicuiomnU coueniHt qux de priori diOnfunt. TertU cx duabm dfiignatit conftat, cr habct oOuaginta crundm cdmerdXyquarumqu£UbetduatUterdtcontinet, qu£ notxm prmci* piorum abfoLutorum ac rc/peaiuorum naturam, per Uterdi flgnificd* tiinotantq; uUcriut qu£ftiones UtcrH rc}j?ondcntes, Caufttur cx A4 rcuol»$ L. 9tuolutianecdmerjLrumpfim£p^rf,ful>und fccnndr, fr mnium fccuniUfubunaprimje. LuUui Umcn tantum trigintd fcx cmcxdx dcccptAt^ut uiiebk in fcquenti fchcmdte iquoniam propofitiones nt e^uibm idem de feipfo pr^cdicatur, non faciunt ad nc^cium pro de» monflrationibM, m quihut debent tffe tres tcrmini diuerft, quod nott poteft effc,P idem ucL Inmaioriuelmminoridefeipfoprtdicetur: hQcautemaccideretifi omncs camerof acceptaret. Etut cognofcat quibu4 literis jignentur prmcipia uel quicftioneSt^ fequcns fchemd confiderd» Scheaabrolucoiu. Schea refpediuoru* Schema qusftionu» C Magnituinj. D Duratiot EPoteftof, F Sapientid^ GVoluntaxt KQlorid^ BDifjirentia^ C Concordantid. D Oppofitio, E Frmcipium^ F VLedium^ Gfink^ H Maioritdi. I Aequalitas,. KUi inoritM, Figuia cerCia* B V^rKW. C Quid^ D De quo^ E Quare. fQuantum. CcXEale* KQuando» ivbi^ K Qjiomodo etCuft^,. he be ci ce hh ch hi ci hk ck de dZ dh di dk eh et ek h fh fi hi hk i% Ex qualibet cdmera duodecim eliciuntur propofitiones, cr uiginth quatuorquicfiiones. fropofitiones ftcbabentur. Accipe primam c4* merm *f b crfiic e, 4eb, pncdicetHrquo 4d fua SIGNIFICATA cr eeontr^: e contrd.cr <juodetidm .h. de feipfo,fccunium dliui Pgnificdtum^dh iSo pro quo ejl fubiedum.c; jic tres propofitiones hdbebif ; quid ucc fo UterdquxUbctduohabet Hgnificdtd . f . dbfolutum cr rejpeSUuu^ er du£ funt Uterx, rrg) qudtuor erut pgnificdU-y qut fi tripUcctuff. refuLtdt numerm duodendriut. CuiUbet uero propofitioni ji dfiigrtM' uerif qusfliones, per iUiwi cdmer/e Uterat fignificdtdSy hdbebis Qudrtd figurd ex tribm dfiigndtis con/idt,qu4ecummdximdm tdbuidm producdty dtq; difficilis fdtisfit,crlon^ effdtdecUrdtione^ dt ed uerbd fdciemus m expofttionedrtlsbreuis LuUiiibi^ dd pleimm mnijeftdbimus, qux hic tdntum tetigimut, De fcicnciarum arcrum^obic6!i'f. NOnpermittitdnffi^idtcmporkyUtfitftus de fcientidrum o5. iedis txdihmus, dc eorum numero;ideo htc pducdnotdnd^ proponimufAnreUquis uideHenricum CorneUum AgrippS^ in eo Ubro, qui de udnitdte fcitntidrum intituUtur. Crdmmdticxobiedumyeft ens rdtionitf quod m ordtiwte pinddttt, qudtenus congrud eft uelincongrud^ (datum^ B^ethoricx,ens pdriterrdtionis,inordtioneomdtdUel inorndtd funt^ Vogic£,SyUogifmuiunwerldUterdcceptntt fecundum Scotuminft* cundd q. uniuerfdUum* philofophix ndturdUSy forpm ndturdU* Kietdphiftc^Ci ens qudtenus ens*. Theobgije, Deui fub rdtione deitdtk» „^ — Ceometrixt CXUdntitdi continudi mdterid dhftr^Stu . . V iirtthmetKt,Uumerux a mdterid legreQitm, ^ ^lgLW-^^S ^^ KuficeSy Kumerus fonoruA, AftrohgLf, qudntitds cotitinud, qudtenus mobdisi Ipo PANDIMIGLIO AFR. c t 4 V.Valerio de Valeriis. Valeriis. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valeriis,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale a Roma e l’implicatura conversazionale della morale togata – il gentiluomo romano-- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Filosofo italiano. A philosopher of little originality, and a notorious flatterer of TIBERIO (vedi). He is best known for producing his IX books of memorable doings and sayings – the work is designed primarily as a resource for moral education by means of examples – showing how virtue is rewarded and vice punished. It preserves many otherwise lost snippets taken from a variety of sources – including newspapers. His ‘saggi’ are not much regarded today, but they were bestsellers throughout the dark ages and the Italian renaissance, “and I do find them incredibly amusing on a lazy after-noon,” – Grice. Morale pretesto. Ed Shackleton, Loeb. Skidmore, “Practical ethics for Roman Gentlemen”. DEI DETTI ET FATti Memorabili. Traiotti di inToscmoiU Ditfl Fiorctino, '.OTPC/ ROMA r. BREVE DESCRITTIO della vita di V. tradotta in lingua toscana. Nato in Roma HobilSiUtgue, cr deU^ ordine Patritio consume la maggior parte della sua giouinezza nelli studij delle let tirecT arti liberali. Quindi prefoU ^Toga Vinleip diede alia militiajioue tgli(fecondo che p afferma') andatof’ 9^ Di quelli, che dalla nobiltà del padre hanno degenerai to* cap* r* _Deglihuomini eccellenti, che nel uefliretrapaffarono il cojlume della citta. Della confidenza, di f e medepmot Della cojiantia Della moderafione decimammo, Di quelU^ che diinitnictdiueètarono amici. Della AslinenzacT continenza – H. P. GRICE AKRASIA --, Della poverta. Della Verecundia. Dell’amore tra moglie e marito. Dell’amicitia – H. P. Grice on the logically developing series of philia -- Della liberalità. Dell’umanita. Della gratitudine. Della ingratitudine. Della pietà. Della pietà verso i frateUL Della pudicitia. Delle cose che fon fiate dette 0 fatte a la Ubera. Della severita.De i detti e fatti con guattita. Della giuslitia – H. P. GRICE, justice in Plato’s republic, Aristotle on ‘just’ as analogical. Della fede publica. Della fede de mogU^ verso i mariti c. A 4- r* 6. 7* iti 177 ij. r A\ Pf?j feJe dei Cervì ucrfoi padroni. Dique% che mutarono jìa tOj er di qiit ( che^i mutarono di costumi. Di qn eUi.,ch c d: baffo grad 0 Jonuenutiìn grande jhto etrtputatione. Dell’acciden:icr mutamen ti uarij di fortuna. Della felicita – H. P. GRICE, NOTES ON HAPPINESS Acrkill eudaimonia --. Dei detti e fatti saviamenti. Dei detti e fatti aflutamente. pfi.i Stratagftm. Delle Rep ilfe. Deaaneajfta De tejhmcntiyckefuron fatti e di poi anu "ati.c.y, De tefUmcn, che furono ap ,puatiper bcfatii.c.S.2^ 2 Veqlli che furono fati bere dì conaFopìone d^ognuo. Degli iiuominiw fami, che accufap furon P,o ajf aiuti, o condannati,:; perche cagione. -}4 QvdM tt jìen 0 gran digli effetti dell' arte, 2r> Di certe cose che l'arte non puo espnmere. che agli' uno s'intende bene dell'arte sua: cr rendene buon contOè Dellaueuhiezza Della cupidità della Gloriq» - «S* zSo co Umézo^fyil cognome. Delle prerogatiue(T premi de Ufìmil\enobi c.\ nentiedegltbuoì c A G*^topocta. Della suontuosua CT deVea Ji\ Adriano tura del vivere. czSó A fframa moglie di Licinio. Della crudeltà. Bruttione. Dell’ira, et dell’odio.- Qafsilinad ^ Cavalieri Ronta f 0.1 68 Catone maggiore Sj.iou 2^ Catone minore y6» yy* j. 5>f* . 114.117» I2J.i82.227«24»*4 cfpriotti Ciro %6,2^t ckereiocancetlien 127 cintone t6f 207 ciwW 3*7 cinna , 70 crifippo 241 contd 272 coriolano t^o 160 cadrò K$ / ^^9 Cornelio R'fpilo Cornelio Scipione Corneliogaflo C omdio mertda ComclioBdbo Cornelù t3t avola 22 2U 1S7 Démodé 292 Dcmocnto ' 292 Dìonijìofiracufttno 234 ?6,2o8 125* "Diomedonte DiJTroijmi ColÌ4ntÌ4 deUi AmbafcU* Dione firacu fano dori Romani 49 us* CojlumideLicij 5*9 Diogene oìHume antico dei Roma Dtfilo ni arcagli fpettacoU, fz DripetinadiMitridaie 45 2tr 248 16 z6 40 109 224 Cote ouer codro Clodia Clodio Cotta Curioni Curione D Dafida Damajtppo V4mone loj Di duoi Spartani 104 2rS di una donna »8^ 299 diuno Ateniefe 22$ 258 di un Vecchio 25* j 2($8 di un condannato 240 29 7 [l’d wor d^un padre uem fo il figliuolo 219 4j dipintore 2^7 272 diunochemeffefuoconel 158 Tempio di diana 262 DdHo 8S,ifj. 1^4.220 donne Romane non beeuo 260 no nino 46 23 donneindiane 60 46 donne Aff ricane 60 260 donne romane ■ 267 295* done morte d'alegrezaz^t 1J7 donnapracufana i8> Dandone Deiotaro DeaViriplaca DedmoBruto Decio bruto Decimo Lelio DemoHene 9 5* 2 21 247 donna milanefe 299 T A V del figliuolo di mxrc’anto* tuo di due pulzelle Sirocofane 9Ì duoidiArciiU ?7 duoi fratelli 1^5.289 druf 7 germanico 1 2 o E Ubucia moglie di menennio Agrippd Efilate »o8 ZgUfamio 42 Bgnatio metéUo 18S pioTuberone 226 ÌE^ pretore 167 Bliomantiu >8; Elia famiglia 127 Emilia uergine masjtmai 4 Epaminunda 89.103 Epimenidegnopo 260 Epil 260 Equitio 298 Ero panfilo 42 Efchtlo poeta 29^ Efchine 2fr Etiopi 2> 6 Eumene re (Papa 47 Euripide poeta 9 5'«29 3 f Vabritio 39 O t A Eacritio tuòno 7^ ♦ > 2 1 idiicw Fo^^om'o 183 Eabiomatpmo 14 ^4.81» jor.»>«4o.i5'»-2o;.2j8 2,-8.276 , Eabio rutiliano 1 70 Eabio masfimo feruilianot 17S Eabio Gurgite 96.122 Fabio pittore 122*20$- Fabio dorfo Fcrenice 266 Filemone 234 Figliuoldicrefo >64 Ftg/ttt oi di P. if do * 6 7 Filippo Re 41* 214 Fileni/r 284 G. Vario «• 1 80 G^ fimbria . 28$ GMeluio china ' 285* G.cofsio 21*78286 G-T uranio 286 GgaUio 180 ^ G Sempronio 81 . g.Fabritio 126 g,Fefcenino 179 g,V alieno 1S7 g.Vlautio *?* G.Bloftò 124 g,VlotinopUnco 201 gTettio ^ g.SeruiUo 24? g.Licinio ‘ zpz galli T9 gratiiio 285 gneo martio 120 gn.Domitioi ^5* 268.282 gn, Deciano 259 gnScipione 127 gn Popdio Untiate gn.Lentulo 18^.297 gn.cornelio Scipione afina 20 5'>-2o> f* Hippone Homero Horatiococle Horatio Hor4^^o PttpfSfo 297 Hortenfio 244 274^72 lentulo Spintcr 74 278 2J4 Hortenpo cartione lettorio MS' Hortenpa 243 lelio 272 licinia )88 I licinio fimbria 2>0 licinio detto Ho^omaco UfonePereo 42 247 ^ ìafone 287 licim'o Bruttionc 242 ìunioBru.ìS2 22yt ì66 ucli ìulio Cc/244 M- 1 Pi fané 2J7 M4. Platone. 7. «f. 2 ij 248. 217# petilio 42 PeHilenz7 6 Rmetenzu de i Giouani rem. Publio meuio • 178 uerfoiVecdn 46 Tubilo Ventidio 204 Pionudo 22b.8o Tubilo Vdio 2^0 Roma t97>*99 Tubilo Scrudio *^4- Romani *ÌK 187 Q. Ro/c(0 QSatulo 70. 20}, 2tf5'*R«6rw 271 247 *99 B r A V SdcerdoteKo^ 216 Saguntini 19S Sar:firc. 289 Satelliti Utollunia» 2S6 Samij. 26 Saturnio Vetullione» 1 19 Sporta. Spartani, 1^7, 192 Statua di Vulcano d*Atcame . ne* V 2,-(J Statua di Venere 2f6 StafippoTegeate, 1,5 Sempronio fofo» »Sp Senato Romano, 17, J42. 14?.^^ «S'4. lyj. 194. i9f* f9^ 228. Sergio Galbu, 2^5'* 24Z 5^10 Or4^ ' Scleuco, 24 U7 SeftoPompeio ijp 'htjioTarqidno. 22y SettitU. «. 2^2 ' Sette fauL ' SerpentetnarauigUc{o, 44 SeruiotulUo, 26 9^ ■ i^tempronia, io4 semiramtf. : 228 OLA sfTMo i( ìSiOrc^ Antonio, *99 terno di Mario, 200 seruodi Plotino, 200 terno di Panopione 202 i ternìo fulpitio 14 27 GSo 2,’7. *5^ 207» 277 227. 261* 271* 275 Scipione maggiore. Zi 69. 74 uu 177^ 193 20) 2to 217, 260 2»9 2S4 Scipione figliuolo dtimig giare, 97. '27, Sfipioneminore, 60 6^, 6p, 112. U9.97« S2 200, i8u Scipione^ Emiliano 77% \6, 12), 190 Scipione Ajmco, »>> , Scipione Nafica, 8j, 10^ .id , Hh T ‘Wpione suocero di Pom* Teopompo Terenna(tì cicerone aoS Terentioue/rone 42« 129.24.5. Terentio Culeo 108* Tefeo Tcnj ìSof le 1 5” 8 . 15^. 207 ; . 214. 2ii 219 Tinwite dipintore» 2^6 . " Tim:ipteo 9U 212 i>8 124 170 .. peto siface [fimonide tOCTAte 192 solone ' 2^» soMe 29} soldati di poinpeio ; 466 2S4 soldati di stlU ' soldati d^albino ' tpurini 130 spurio Caff o ■ spurio Melio T . T acquino fuperbo L Tarquino Pri/co Tolete Taciofubino TerentiaEmilta TertU Erutta Teramene Tcogene Teodoro IO ti7 iv8 17 in Teosofo C»rcne« i8>- 20 Ttbcriocifarc Tiberio gracco.t q. 22 J t2, nS.1^4. ijf. «86.19 4r Tttogracco 28^ TAubtleo Capuano »8? titinio cenlunone 286 tBarrulp ^ 254 A'ftoSe(!p ^ 2^9 t. Celio ,, iqì t.Eterio 292 t.^ufdio .204 9^ t^ublio ruttilo 204 »4 tiVeturio 179 ioìommeo Re tPZgkto ' ^4 270.:^o;274 199 tolommeo re di c^ril ^9 179 89 tofcani 27^ 92 tomirircg^na] 287 i86 B U Tmohu f9 194 286 225 Traphuìo» Traccnp, TrehciioCaUo» Tribuni della^lebe^ Tribù PoUia, TuUoHoftdio, 9J 291 TuUo capuano dcVolfcLiii Turulio, TuUio Hannah» 239 TuUkdiTarquino» TuUtaVtrgineVeshli. 2? 6 TufcuUni. 2.22, 28 6 TurU moglie diLucrctio, »99. V Valerio Pubìicola» 19 110. 12^. 2 >2 Vatefio» 5'j Valeno cornino» 80» 2^, 2Ó4 VaUriomefsaU» 71* Vj/w'o fc'Ucco» Ss'» 296 Vendetta d^ApoUo 7 Ventidio 232 Vecchio Ateniefe» » 1 ® VibioAfCO» 85*, 297 Virgmio» *78 Vo(/crt4» 2,70 VnccrfoRe* 21 3 Vflo cbe fi faceua fratello (POtauia» 299 V«o cfee J?/4cc«4 figliuolo diSertorioO' un'altro di Gn»Ajsidione» 299 XenocT4ff« 77 * 2.4 17^* Xenofilo Calcidiefe* 25*9 Xcr/e^ 270 281 29 f z Zeleucotocrenfe» Zenone VELIA VELINO Eleate Zenone» 92 Zt«|i Dipintore^ 102 li u qualunque altrofplenééfsimo ey omatif" urne oa rro triomfJe. NDÌGaio PabioDorfo, Bl medesimo tempo cT trauaglideUa republicd^' Cdo fabio Dorfodiededijeun memorabile efjfempio circa l^offiìuanzadeìla religionCiimperoche ejfertdo dai franzeii ujfediato il campidoglio , CT uenuto il di che la famiglia de Fubddoueua fare certo faoificio faH monte ^uirinde^coBui^pernon pretermettere corale cerimonia ueftitotiin habito Gabino^ CT portando in mano CTÌnfn le /palle le cofe necejfarieaì facrifido^paffo pel mez o del campo de inemicitO' si condujfef alno fuH detto monte^ [hH duale fatto folennemente le debite cerimonie, cr du poi fatto riuerentia alle uincitriciatmi dt romulo^ non aU trimenti,chefe e fujfe fiato uincitore, ritorno falnó in Campidoglio, Di P,CorneUo,iDionifioSiracufano. R fi w ««4 Siracufa,diean JLV hjif^^f degii or rubamenti , che noi trouiamo esfer Mfftdaki,feglipafsòfempreco face « CT rtdteuUJacendofi beffe della Religione. Egli più C iit miermente hduendo rubato i l Tempio di Proferpina de. i Locrenfìjpartitojì dipoi con PamatayCr hauendo fem» preiluentoinpoppa,uoUatojì ai compagni dijjeriden^ do. Vedete uoi come gli iddìi mandono buon uento a chi gli ruba. "Et pmilmente nella citta di Anania , hauendù tratto didojfo alla Statua di Gioue Olimpio nelfuo Tem^ piOyUn Màtelletto (Poro di molto pef », donatogli da Hie rone Tiranno di Sicilia, qud hebbe da Scipione delle fpo/ glie de Cartaginep , et mejpjgUin cabio di quello un^aliro di panno lano,dijfe,che quello che era d'oro , la State era grane, CT l'inuerno teneua freddo , ma che quel di Lana erabuonOyneU'una,vnetCaltrapagione. InEpidana ro citta PAcaia fece leuar la barba alla datua di Efadam pio che era Poro, dicendo che e non Pana bene che Apoi lo fuo padre f affé fenza barba , cr egli con la barba , Togliendo ancora de Tempii, tauole d'oro CT d'argen* to, chep confagrauono agli iddìi, nellequali, perche f e* condo laufonza de Greci era fcritto,queUi ejfere beni de gli Iddiiydijfe quiuiapopolo,chep udeua del bene de gli iddìi: Leuandopmilm^nte di detti Tempii certe pguret» . te d'oro, che rapprefentauanolaDea Vittoria ,^7 c^te Tazze , CT Corone pur Poro ,chep ufauano offerire , O’ porre in mano alle HaJtue di quelli Iddii, diffe , che non le rubaua , mache porgendognene ejft iddii le accettaua, uolendo pgnipcare, che tenèdole quelli con le maniffor teUnnanzi, gliele porgeuono , cr per tale argumento affermaua,ejfèr cofada Poltinon prendere quei beni,che afono porti da coloro,che noi preghiamo,che ce gli dia* no. Et benché Tlionipo non riceueffe in uita pago con* ' ueniente alle fue fceleratezejio riceue nondimeno doppo . I . io morti con U miferk cr calamita di Diom^io fuo figliuo* lojl quale , poco dipoi [cacciato del Regno ,p condujfe doppo molte infelicità a uiuere molto uituperofamen» te . imperoche L* I R A degli iddìi ,non corre a furià d uendicarfi , ma ricompenfa Pindugio con lagrauezza dellapena. Di Timafìteo Principe di Lipari^ Ma Timafìteo Principe de Liparotti, per non incor ' rere nelfira degli iddìi . con fomma prudèntia prò uide a fe iìeffo , er con utile effempio a t fuoi Cittadini^ Perchehauendo efsi, andando in corfo^prefe in Mare certi Ambafciadori R ornarti Se erano mandati a Delfo al Tèpio d" Apollo ad offerirliuna Tazza (Coro di gran pef 5 , per la decima delle fpoglle de Veienti , botatcdidé Cammillo nella prefa di Veio,tolfero loro dettaTaz* za,cr facendofipoi tra la moltitudine molta inftantia, che la preda fi diuideffe^come Timafìteo intefe che i Rò« mani Vhaueuon o edificata ad ApoHo,lafece f ubilo re{H* tuire agli Ambafciatori, liberandoli, accio che poteffero andare a fodisfare il boto» Di Cerere. C Brere MUefìa^effendo la Citta di Mdeto prefa da Aleffandro,cr entratii Soldati per f orza nelTem pio di quella per faccheggiarlo , fece apparire un Lampo di Fuoco , che rinuerberato loro negli occhigli accecò, DePerfi. ICerp^effendo per forza di uenti [pinti neWifola di Deio con una armata di mille Vlaui, [montarono in terra,ZT uifitando ilT empio di Apollo^gli donarono piu prejlo Se gli rapijjero cofa alcuna* C iiii , ^ De gli Atenicfi, GIÀ Ateniefi cacàarouo uia Diagora Vilofofo , per^e che hebbe ardire difcriuere primieramente che nofi fapeuafe erano gli lddii,appreffo [egli erano, quali e jìif fero. Condannarono ancora a morte Socrate, paren* do loro che e uolejfe introdurre una nuoua Religione» I medejìmi,dicendofidia,chelajlatuadi Minerua ftaua meglio a farla di marmo che d’auorio,attefo chela bian* ebezzacr il lujhro del marmo ft conferuauapiu lungam mente,gUpreliarotto orecchi, ma foggiugnendo , perche ancorailmarmo era di manco jfef a, gli comùdaronoche taceffe» DiDiomedonte. D\omedonte(juno di queUidieci Capitani, cheinuna medejìma battapia a gli Ateniefi acquiftarono U uittoria,et a loro fief fi procacciarono la morte per hauet combattuto contro aUo editto dd Senato") fendo menai» a morire,non dijfe mai cofa dcuna,fe non che ricordo lo^ rOfChefujfero contentifodisf^e quei boti , che gli haue» ria fatti par fdute dello efercito» DI qjelli che per EFFET- tuare i lor dif igni fiferuirono della Refi* gionc» Cap» ni. Vma Pompilio, fecondo Re de Ro^ mani, perche il Popolo Romano ap pUcajfe ben Panano alle cofe diurne, gli daua ad intendere , che di notte p ritrouaua con la Dea Egeria, cr che per conpglio di quella , ordinauà PRIMO. 2f quei ficrìficìjyùìe fujfero accetti agli Iddij immortali^ Di Scipione A ffricano . Non andana mai Scipione A ffricano a far facendo 0 pubUche 0 priuate^che prima non dimoraffe aU quanto foto nella cella diGioue capitolino ^fingendo di non far cofa alcuna ,/e non con Vautorita er configHo di quello . Ef per quefta cagione fi credeua che efuffefigU» uoldiGioue^ Dii, Siila. LVeio Siila , ogniuolta che eglifi proponeua diuoler combattere,perinnanimireifuoifoldati,eauauafuo ri una immaginetta di Apollo tolta già a Delfi , cr quella nel confpetto de fuoi [ oldati imbracciando , pregaua che gliacceler^ele^omeffe^comefeda quello glifuffejìa^ to promejfo la tùttoria . Di Q^Sertorio. Q Vinto Sertorio, porgli afprimonti di Portogallo, menaua feco una Cerna bianca,dicendo, chimera da ‘quella auuertito,qualicofefujferodafare, CT quSdaa^enerfene. DE GLI ESTERNI. DilAinosRediCandu. VSauaMinosKedi Candia entrare ogni none anni foto, dentro una certa cauema molto profondarci per antica religione confagrata. Etdimoratotdunpez^ ZO i quafi che ejfo parlaffe con Giove, di cui fi diceua esser nato,recaua una certa premtnentia er autorità alle leg gi, che egli dona a quei popoli, come fe da quello Vhaueft [ericeuute* Di Pifijìrato Tiranno d" Atene. r ìpfirdtOfper ricuperare in Atene la perduta HrannU ^ dCyCojìderato che Minerua era in quella citta in gran difsima ueneratìone, ueftiin habito di ejfa Dea una donna quiui non conofciuta^ chiamata ?ta, grande di ftatura, dr nello afpettouenerandaiCT fattala entrare dentro atU citta in fu un carro cop ornata ,facendolagridare ad alta uoccyche rendejfero a Pipflrato il principato, crfmgen* do di ejfer da lei condotto nella rocca della città , con quc fio ingann o ottenne quello che egli depderoua * DiLigurgo» p T Ugurgo^ diede ad intendere a i Lacedemoni, che ^ le leggi, che gli haueuadate loro cop rigide CT fe» uere,le haueua compojk col conpglio di Apollo , Di Seleuco, S Elenco ancora apprejfoi Locrenp di Grecia ,fù tenti to prudenti fimo, come quello che daua nome di con pgliarp in ogni co fa con la D ea lAin erua, Et FacuUa Sa* cerdote,con direcPeffeme fiato auuertitoda gli Idd^, tolfe uia Fufanza di celebrare di notte le fefie di Eacco , riducendole d giorno, auuenga che fujfe tanto oltre fcor fo con la sfrenata licentia ,che era pericolo non ne feguif* fe qudche dif ordme » DEGL’AVSPICII. , UH. Di Luttatio, Luttatio , che dette fine alla prima guerra de Romani cotro a i Cottagi nep ,fu prohibito dd Senato, Ugo* uemarp fecondo gU aufpicijcT tre* fponp della DeaFortuna de i Prene - Primo, la flifff, giudickndo che e f uff e bene reggere cr anmmfflrm cr feliciaufpicijfi haueffe a tranf mutare nel no meVeientano^ey' Vhonore CT lo splendore di cofi chiara uittoria dello acquijio di Yeio^s'haueffeai ofcurare cr fommergere tra le rouine (Cuna città guada cf def alata . Et CammillOjche di fi rara er eccellente opera fu Auto» refiubitando forf e, che di co tanto acqui fio , gli iddij non hauefferoinuiiiad popolo Romano, alzad gli occhi al cielo ,gli prego , che fe alcun di loro portaua muidiaaìla troppa felicita deRomani,ifogaffero tutto dmdef opra di lui. Et detto quefloyfi éce^cbe fubito cadde in terra , il qud fegno cr annutio parue che dipoi in Uà fi uerificajje, quando fu mandato in Efìlio.Etpero fi éfputauaqud fujfein un tanto huomo maggiore, 0 la laude di quella uit toria,mediantelaqude fi accrebbe affò, lo imperio Ro/ man 0, o de pietofifsim i prieghifatti,che il mde ch^opra fiauaallapatria,nepropr'ij danni fuoi, fi conuertijjcy I LIBRO DcL. Patio cr Terentidfud pgUuotà Et che diremo noi di do che atuennc a Ludo Paolo Confalo , tanto degno di memoeia f Egli hauendo fortito Vefpeditione contro al KePerfa,tornatofene di Senato a cafa , er baciando una fua pgliuolina chiamata Terentia, la trono tutta mal contenta^v con le lacbrime fu gli ocà)i , cr domandatogli la cagione perche la jieffe cop mePa,rifpofe,perche Perfa è morto, éae era il nome iCm fuo cagnolino , cheg^i era morto ilquale effa tanto haueua caro,che fempre fe lo teneua in coUo.Prefe adun que Paulo per un buono annuntio le parole dette a cafo da quella fua figliuola promettendo^ quap al certo fd^bé uere a tornare uittoriof o da quella imprefa . Di Cecilia moglie di Metello, Ma Cedila Moglie di Metello Jendo andataamez* za notte in un Tempio , cr poH la Romani Jei mila fatti prigioni, cr uentimila mefsi in fu* ga,etr il Confalo ancora ui rimafe morto il corpo del qua le,per comandamento di Hannibale fu fatto cercare per fé pelirlo , tlqual Conf olo , in quanto à fejhaueua feppelito VimperioRommo, Oppo il temerario ardire di Gaio Flamminio feguita la oftinatione cr pazzia di Gaio HoiUlio Manci* nOyilqualeejfendoConfolo, t^douendo andareinlffia* gna ^imprefa di Numantia,gli occorfe, che uolendofar f acrifido à Lanuuio,i Polli,dal beccar de quali (ì haueua i prendere Vagurio , canati fuori del poHéo, fuggirono in una felua quiui uidna,ne per diligentia che uifi ufa[fe,fi po teron mai ritrouare» Et fendo fi dipoi imbarcato à Monaco, doue à piedi fi eracondotto ,fenti una uocejenza ue* dere ondeVufcijfe, chediffe, Viandno fermati , Egli aUhora fpauentato, dato uolta indietro, fe ne uenne 4 GenouayCr quiui entrato in una Scafa uidde apparire in un fublto una Serpe grandifsima, V’inun fubito ffiar^ uia , cr non hauetido egli tenuto conto alcuno di queU&, Di GaioHoftilio, D mi che egli dccetutttitio quefii tre prodigi} , gli aeri fico con d trettante calamita, con hmer perduta la guerra, con haue^ re accordato, co i Kummtini uituperofamente, CT con h efferp dato a loro difcretione , il che fu cagione della fu4 morte,auuengacbe il Senato fenzere. Per il che, auuertito Marcello a non toccare imprefa alcuna teme* raria mente afsicurcUop nondimeno,per il troppo fuo ar^ dire ondo la notte feguente con pochi caualli, afpecuìare intorno al campo dei nimìci,CT dato nelle loroinfidie, cr circ ondato da gran numero di quelli, fu ammazzato» laqual cofa non manco dolore che danno arr ecco alla pa* tria fua» Di Ottauio Confalo» HEbbeOttauio Qonfolo grandifsima paura di qud lo che ad ogni modo gli auuenne ♦ Perche effendofì da per f e f piccato ilcapoallaStatuacPApoUo,zr nel co* [care fittafi in terra (Uforte,che nonp poteua cauare,fe^ cecomettura,checio non uolejfe altro pgnif icore, chela fua morte , ritrouandop mafsime aUhora in difcordia , CT uenuto alVarmi con Cinna fuo compagno nelConfolato» che era Efule . Et coji auuenne che il f ofpettofn che egli fiaua ,fi chiari col finemiferOyC infelice della fua uita . LIBRO Terche entriti 0 Cinnain Komainpeme con Mario jio mazzoyCT fattoli leuare il capo dal buHo^ lo fece porre in Ringhiera y crii capo della Statua iP A pollo, che prima non s* era potuto finuottere dif otterrayitilhora p potette ca uareageuolmente. Di Marco Crajfo, Arco Crajfoydegno ueramente di ejfer connimera» ÀV Ito, tra quei cittadmiyche furono digrandtfsimo dan^ noafRomano imperiOynonmilafda tacer di lui, poi che Iftauentato ùinanziper molti [egni euidentifsimi,non uoU Icynonàmenoritrarp daHaimprefa, che fu cagione delU rouinafua,cr di quella della Kepublica . Hauendo addun* que à condurtefercito da Carra,cotro ài Parti, gli fu data Uuepe,chepf oleua dorerò bianca , ò dtpurpura à tutti gli lmperadoricrCapitaniycheufciuonoinguerra,(Pun colo re negro crfmorto. l Soldati ancora, della feconda fcbie* ra,che per ordine antic o, eronf oliti farp innanzi nella pri* ma baldanzof amente, cr con uoci cr grida dlegr ecciti cr mePi entrarono nella zuffa. Delle due Aquile che fi por tauano in guerra per injegna dello eferdto , Puna appena che la p poteffe canore di terra doue Vera tra/altra,con fa ticagrande cauatane,nellofcuoter delPhaPe,puenne igi^t rare,cr.riuoltorp indietro.Qrandiueramente furono que Pifegni,ma molto maggior cofafu,à uedere Pocciponc di tantejìoritij sime legioni, tante infegne tolte da i nemici, tantoffplendore cr ornamento delk R omana mìlitia ofcn rato cr guaflò dMacaualleria de barbari, uedere ancora i lacH nop occhi di effo Graffo , nel conf petto del quale era fiat 0 ammazzato Craffo /ito pgliuolojgiouanetto di otti* ma e[pettatione.juedere pndmenteil corpo di effo impera I PRIMO. 50 éore^tra i monti de morti dmenuto preda crpaHo de gli uc teìU, cz delle f duatice fiere . 1 0 uorreij di copftUta ca» Umitàypoter parlarne meno acerbamente^ ma la uerita mi [brigneà parlamein quefto modo.Cop addunque indirà* no glilddij cantra quelli che p fan beffe di loro difprez* Xando la religione,cop fongapigati coloro , cheilor uard conpgli prepongono a quelli degli ìddij. Di Gneo Vompeio» GNfo Pompeio ancora, era Pato affai manife^amen* te auuertito dal Sommo Gioue, che non uolefsi far con Cefarein guerra , Vidtima prona della Fortuna . Ha* uendo effe Gioue con le fue f nette fulminato le fquadre di quello neWufcir di Durazzo, ofeurando CJ" togliendola uiBa delle infegne dello ef erato , con gli [dami delle Pec/ chieder con hauere ripieni gli animi defuoiSoldatidi fubi* tameffitia cr maninconia, mediante la paura fcr il terrore di piu fegni nello eferdto dinotte apparp , cr pnalrnen* tehauendo fatto fuggire da gU altari le uittime che egli uoleua facrìfware. Mai Fati che fono ineuitabili, non lafdarono aPompeio, che in tutte Vdtrecofeera ffato prudentifsimo , efaminare, CT rettamente conpderare, diche importanza piffero cotali f egni cr prodigij. Egli addunque per far poca ftima delPautorita cr grandez^ za di Ce fare , che era uenuta a tanto , che Pecedeuail gra* do di priuato cittadino , in un folgiorno perde tutto Vho » note CT larepututione , che pno dagiouanetto p haueua acquijlato,tale che non fologlibuomni^ma ancora gli id* éj gnenehaueuono inuidia . Ondcc manifeÙodn alcu* tu Templi ejferptrouate le jìatue de gli \ddij, che da per I LIBRO toro fi erano riuoUateindietro.Et neUa atta di Antioch'4 cr di Tolmaida , ejfetjì udito un rumore di Soldati , CT jhrepito d^armiytanto grande ^che quelli della terra erano corjiaìlemurap difenderle , A Eergamo^efferft [entità^ neluoghifecreti de Templi , un fuono diTamburi^ Età TraUe,nel Tempio deìLt Vittoriafottola fatua di Cefa* re^ejfernataytrale comettiture delle pietre del pauimento del detto Tépio una palma uerde cr di buona gràdezz^ Et tutti queìii fegni apporfero per diuinaprouidenùa^ accio che e fuj]emanifcilo,gli iddifhaueruolutof onori* re la grandezza di Cefare^ej a Popào dimoiare la fua fallacia . lo adunque, o Diuo lutto, con quella humilta et riuerenza,ehe fi ricerca inuerfo ituoi altori,^^ facratisfi* miT empii, ti prego che benigno cr fauoreuole ,uogli4 degnarti, che gli errori et lerouine di tanti huomini eccd lenti,fi ricuoprino fatto la ombra del tuo efiemplo» Per* che noihabbUmointefo,che il gjiorno (nel quale ornato di porpora fopra il feggio d’oro nel Senato ti rapprefen* taiii,folo per dimolirare,che tu non dijfrezzuui quello honore cr quel fupremo grado, che dal Senato, con tan^ tof onore ti era Jiato conceJfo)auanti che comparufi al co Jfetto del popolo, che tanto defideraua di uederti, attenm dejìi prima al diuin culto, nel quale tu ancora doueui effe* re adorato cr reuerito . Et fatto ammazzare nel facri* fido un bellifsimo Toro,cT non trouando nelle interiorct. il cuore, domandato lo ArufpiceSpurinna, quel che do uolejfefigni ficare, ti rifpofe, nel cuore confiàerelapru* dentia cr la ulta delThuomo, Onde era necejftrio che tu ti hauefii cura, cr ti fapefsi bengouernare . Q«/»di poi fucceffelo impetuofo patriadio di quelli, la cui intentio* PRIMO. fi ne fu di Iettarti del numero degli huomini , CT tra gli id* dij ti collocarono. Termini adunque ndtuo effemplo ^ la naratione de proiigij domerà, accio che neluoler pài oltre in quellicjbndermijo nonfuf li meritamente ripte» f t>, trappaffando contro al douere , dalle cofe diuine alle human e. Toccherò adunque breuemente de gli efiernr^ iqualibenche apprejfo deiLuini, non habbino moltocre dito,noémeno p la uarteta recherano altrui dilettatione, DE GLI ESTERNI. Di una Qaualla che partorì unaL epre» •p Cofamanifefta.jnelloeferdto di'Xerfe^ che egli con* ^ dujjein Grecia, una Caualla hauer partorito una Le* prejaqual cofa tanto moftruofa lignifico Vefito di fi gran de preparamento , perche coftui che baueua ricoperto il Mare di legni , la terra di Soldati, fu conjiretto dalla paura,no altrimenti che fugace CT timido ammalerà ritor ttarfì nel fuo regno . Al medefimo ancora, pajfato il mo te Ato acanto a ida, atlantiche e dis facete la città d^Ate* ne,tr aitando di andare ad affalire Sparta,gU occorfe, me tre che eglicenaua,un marauigUofo prodigio , che facen* dofi dar bere duino nella fua tazza, fi conuerti in Sàgue, C3T quefio non foto la prima, ma la feconda, cr terzauol ta,Onde egli domandato di do d parere de Magi dil?er* fta,come ottimi hiterpetri et indouini lo auuertirono, che firitracfsi dalla dcfìinataimpre fa contro a gli Spartani^ Et fe in lui fiftiffe trcuato punto di fenno,o di prudentia, boria fchifato il danno cr la uergogna grandifiima che eglineriporto,hauendo medianted ualore di Leonida et de compagni di quello,potuto chiaramente comprendere ilfucceffo di quellaimpreja* ‘ • r» I .LIBRO DiMida, Al Rr IAidd,fotto U cui imperio uenne la frigia ef fendo fanciulto,zT dormendo, furon portate dai leFormiche alquantegronelladigrano in bocca, tTdom mandato [uo padre glt indouini,quel chedofìgnificauo^ rifpoftro,Mida douer auanzaredi ricchezze tuttigli aU tn hu omini, ne fu nano quedo pronoftico, perche ejfo fo' io di ricchezze CT di danari, aiianzb quajì Vhauerc di tut ti gli aUri Re , CT crebbero in tanto le [ve f acuita, C7 /« tanta la abbodàtia deWoro CT argento che egliaccumula che largamente fi uenne a uerifìcare,quel che gli idd^, co tal prodigio,gU haueuono nella fua pueritia promefjo • Di Platone, P Armi cof a ragioneuole, il preporre alle Formiche di Midalo Pecchie di Platone , Quejie a Pilone , fendo infafce CT dormendo, portarono il mele in bocca, ilche fufegno éperpetuacT eterna feliciti. Quelle,di , cof e fragili a‘caduche,Etgliinterpetri,diuulgatafi la co fa delle Pecchie,dijfero che della bocca di Platone ne ufci rebbe una fingulare et fuauifima eloquetia. Quejie,come , injligatedalleMufe,parechefuecialfero,noifoauietodo riferi fiori del monte Himeto,ma de colli d^Heliconafiio^ riti d*ogni fortedt dottrina,^ dipoi nel grande o’pro* fondo ingegno di Platone jiiUafiero idolcifsimi liquori dalla fapientia, DE yOGNI. CAP. Vii Auendo io tocco breuemente delle ricchezze di Mida, CT della fapien* tiadt Platone,annutiate loro dorme t do, narrerò al prefente di quante fpe PRIMO. tic dij ogni A gli huomini fon o occorp cr uerificatip: Nc mi pure poter fare principio migliore^che dalla facratifsH ma memoria del diuo AuguHo . Dirò adunque , come ad Artorio medico di effo AuguHoJUnotte auanti^ebe pfu/ ceffe il fatto d^ arme tra Augufto cr Marcanto* nio ne campi Filippici^dormcdojapparfe infogno la Dea Minerua laquale gli comandò che facejfeintédere a Cefi re che era grauem ente amalato^che per do nò reiiajfe, di non ptrouare al fatto d*arme , ìlche fendo da Artorio à Cefare referitofi fece portare nella battagUain letticaxet métre che egli jlaua tutto intento alla uittoria^ifuci allog giamentifuron prep dallo ef trcUo di Bruto . Che pofsU mo noi adunque penfare altro, fe non che do fujfe fatto per prouidentk diurna, aedo che il capo di Cefar e già de* pinato aUaimmortalità,non fentijfela uiolentia della For tuna, indegna,ueramente di offendere uno fpirito diuinof , Ma lo ef empio frefeo di luUo Cefare infegnò ad AguUo Cqu^nque egÙperil naturai uigore delVanimofuo, an* tiuedejfe fottilméte tutte le cof e) ubbidire al fogno di Ar torio. Perche gli haueuaudito ére,che Calfurnia moglie di tulio Cefare fuo padre,in quella notte , chefù l^uhma che egUdimorajfem terra, haueafognato,Cefure giacerli ingrembo pien o diferite,Gr fpauentatapgrandemtnte p cop horribdefogno,non huuer mancato di pregarlo, che il di feguente non uoleffe andare in Senato,Ma che egli p noip^eredircfhreperun fogno diunadonna,derauo luto andare in ogni mcdo,doue affalito da i congiurati. fu co molte ferite ammazzato, Certaméte ira tulio Ceja^e et Agufb» fuofigliuolo,nÒ é lecite far diff^etia o cÒpura* rione dcunahauédoamédui cÒfeguitatoil fórno grado di Ifefeacl fc fSS. LIBRO diuM, perche Vuno di già, con lefue operegloriofe ,/i hmeud aperta laftrada di falire al Cielo, aWaltro rejhua ancorain terra a fare molte opere egregie cr uirtuofe. Per lagnai cofa,uollono gli iddij immortali, che lulio Ce fare cognofceffe , che ^a era uehutoil tempo di mutarla uita mortale conia gloria immortale. Ma che Augujio nonfcUmentelocognofcelfe,maancoralodfjferijfe,4C» fioche il cielo fi godejfe Pano di qaefti duoi ornamenti, CrPaltro infuturo fi promettejfe» Di P. Decio cr Mallio Torquato. rV ancora affai marauigliof o cr eludente ilfogn o,che in una medefimanotte fecero Publio Decio cr Tito Mallio Torquato Confoli, eT Capitani .fendo accampati^ uicinoalmonteVefuuióin quellagucrra contro a iloti ni tanto importante, pericolo f i. Erojìo,chegli erail crudele cr trijlo Fato di Sicilia cr di Italia , cr che fcioUo che egli fuffe sfarebbe la rouina dimolte Citta,dqual fogno il difeguente fu dalei diuulgatojper tutta Stracufa,cr coft poi che la F ortuna,con traria alla liberta di Siracufa,CT nemica de i buoni,oppof e allatranquilUta CT pace di quella Cittailf opradetto Dio* nipOffcioUo delle celcHi Catene cr come un folgore uenu* to in Terra,fubito , che Himeralo uide entrare nella Citta tra la m oltitudme di quelli della terra, che lo accompagna^ uano,cr correuono a ucderlo,grido, lui ejjer quello che et tain fogno haueuauijlo Alche intefo Dionifto , ordinò fé* gretoììiente ,che la fu ffe ammazzata* Fiufìcuro addunque fu il fogno della Madre di effo Diompo,laqude portando* lo ancora nel uentre,gli parue hauer partorito un Satirett^ to,cT ricercato uno interpetre,che tal fogno gli dichiar af* fe,glifitr€fpoiio^che quello chela partomebb€,farebbed Primo. 57 piufmof [),er il piu potente buomo ^ GrecùfComefi td» de poi con gli effetti. Di Amilcare, AMilcare Capitan 0 de Cartagineff,campeggiando S» racufajgli paruein fogno udóre una uoce che écejjè che egli il difeguente cenerebbein Siracufa , rallegratofi dunque^come fe diurnamente gli fu ff e jlata promejfa la uùm tona , cr mettendo per ciò in ordine lo ef eretto percom* batterla, nacque difeordia in quello^tra i cartaginejì CT SU cilianLOndeiStracufaniufciti fuori della Citta cr affalitili in un fubitoyprefero i loro alloggiamenti cr dentro ne me naron 0 prigione Amilcare, ilquale ingannato piu dalla fua falfa credenza che dal fogno,cenò prigione inSiracufa,cr non uinatoreycome egUs^erapromeff'o, DiAJdbiade, ALcibiade anqpr9 Zd piegare ò ritìrarp un paffo^furono uiSHC^fiorcfr Poi luce prendere h parte de i Romani^ ^udi roppero ddtut to cr és fecero l'eferato inimico. Slmilmente ynet tempo della guerra contro al Re Pefy fa^Publio Vatinio Prefetto di Rieti, uenendo di notte . 4Rom4, uideuenirjt incontro duoigiouarùdi bellifsimo af petto [opra duoi Ùanchi CauallL^qUiiU gli dettero nuoue comeil didauanti,ilRe Perfaerajìato prefo da Paulo Emì tiojllche bauendo referito al Senato ,fu meffoin Carcere, I - - - - w 9 » / Per fa in quel di era flato pref o ,non fedo fu liberato di Caf cere,ma ancora gli fu donato una poffefsione , cr fu fatto efente da tuttelegrauezzc. E ancora manife^Oyche Ca^o recT Pollucelìeronouigilantiperfalute dell'imperio Ko manOyollhora che fkdèti loro,cT i Caualbfurono uijii rin» frefearfi CT bagnarfi infìeme con quelli, nel Lago di lutur* nOyCT l^ porte del Tempio loro , che e uicmo al fonte del detto Lago fi làdero per lor medefime ejferfi aperte. Ryf A per dimoHrare, quanto ancoragli M iddijfujfea 1 Vi rofauoreuoli a quejìa nofhra Otta, dico che ejfendo élatagia tre annila pejie in effajne uedendop ,ò per jiitdna mifericordia.oper rimedifhumani^n che maniera fi potè/ fepor fine a tanta, CT cop lunga calamita, pofto(co« me ne auuertironoi Sacerdoti ) mente a t libri Sibillini trouarono, chenonpoteuono altrimenti purgare il cor^ Di Publio Vatinio. Della Pepilentié, LIBRO roto aere tfe e nonfaceuonouenire EfcuUpio da Epidate ro , Per il che ui mandarono Ambafctadori , prometten* dofì conti f onore (htale iddio Cpcrladeuotione,chegia di lui per tutto era grandissima') potere impetrare tal grò tia . Ne/« uatna tale oppinione^uenga che con la mede pmafedefù loro promejjo CT attenuto il foccorfo , con laquale efsi lo domandarono . Arriuati adunque che fu* tono i detti Ambafciadori , incontinente, dalla città di Epidauro,furono codotti al Tempio di EfcuLpio, ebbero cinque miglia lontano, Et quiuigUinuitarono humanifsi* mamente a prendere,^ portar uia a lor piacere del det* to Tempio , tutto do che penf afferò doiter^ejfere alla lor patria falutif eroda cui prontezza CT hberalita,fu anco* ra accompagnata dalla benignità dieffo iddio , approuan . , do le promcjfe di qucQt con metterle in efeculione, pero eh e, quel Serpente,che rade uolte era f olito dimofìrarfe . Qafiio adunque ( dt cuinonmà fi deue par, lare,fenza prima hauerlo chiamato publicopatnciday ri. ^ trouandofi nellaguerra Earfdica,CT combattendo fero^ cifsinupnente , gli parue uedert ,che Cefare in habito cr, - forma,chehatieuapiu del diurno che deWhumano ,gU «e niffe incontro uefiito diPorporaconuolto minacceuole corredo a tutta brigUaionde fpauentatofi diede a fuggire 4icettdOychepofs*iofar ffiuije Vhauerlo mortonon bafio^ j- P R I OT et, 41 fXafappio C4^o^cìt€tnnon ÀìnazTCifUOefare^perchc itett fì può in alcun modo uccidere la diuinita^ ina hauenm dolo tu offefoy mentfeche egli informa humana era tra . noi , merUmente , dipoi che gUara fatto iddio , Vbauefl. per crudele inimico, ' DiL,Lentulo, T ^5*0 Lentulo , colieggiando il lito del Mare^ doue . 4-^ co certi pezzi d'una fcafa rotta p ardèùa il corpo di ^ompeio magno à tradimento fatto morire dadKeTo torneo, zr uedendo.una pamma talché fapenda.cbe den . tro uiardeuacofOfdi chela fortunaphoueadauergogna f£^dijfe a iftÙH Soldati.Chifa fe dentro i quel fuoco ui p i obbruaa il corpo di eneo Pompeio.Le cui parole diurna*, Wtente mandate fuora,ppojfono ueramente metter nel numero pe miracoli: ufeirono qu^e di bocca (Punhuo tno,ma queUo che al prefente diremo ufd di bocad^Apot' lo,ondep conobhelamorte di Appio,fecondo che da ef*i fo erapato predetto, Coftui nella guerra oiuiU quando[ Gneo Pompeo,confuarouina, et danno della Kepublica^ p ^oppe con Cefare,depderando di intendere lo euentó éd oop importante motiuo, perche atPhora eraprepoflo con , hefcrcito alla Acda,coprinfe per forzala Sacerdotejfa, principale, del tempio ApoUineDelpco'^chehaueualà^ cura del luogo fccretó delio oraculo, a fetndere neUa piu profondaparte deljfeco /aerato dtejfo lddio,nelqualeJi. comep dauano i re&onp piu certi,a chiglidomandaua,cù. pper ejferele dette uergini troppo ripiene del diuinojfi* nto lepiuttolte ne periuono.Lauergine adunque inpanui mata di profetico furore con noce horribde , mentre che eUaofcuramentclecofe future preéceua, manifePò 4Ì t IB R O Appio U fui morteécendoli^Tu nonhii ò Komxno che fare in quejiaguerriyò terrai li Cella di Euboea. Egli ere deniojì per uolere di AppoHo ejfer*auuertito,che egUfug gijfe quel pericojoje n'andò in quella regione,che è poflj tra Rannunti^nobile parte del contado Ateniefe,CT tra Carijio^uicìno al mare dt Calcidia,chiamataEuboeay nel/ qual luogo amaUndojì m ori iana'izi alla guerra farfalla caye3‘ cojìhebbe quelluogo per fepoUur4t che da quello Iddio glier~a Ihato pridetto. Poffonp ancora connumerare tra i tAiracohyche ejfendo arf o U fagreSHa de Sacerdoti di Marte chiamati Salij,no fi ntrouò alcuna cofa intera fe no laTromba torta di Romulóy^ ancora effendó arfodTc pio della Èortuna,la Statua diferuio TuUfonmiftinuioU tayCT finulmentelafiatua diQSiauiwJiqualeera pofté nello andito del Tempio di M arte ejfendo due uolte quel Tépio arf o,una nel confai ito di P. N tfica Scipione,cr L; Be^iyValtra di M.Seruilio^ CT L . Lamia^ rimafe fopra U fuabafoyfenzacjferedalfuocó ojfefa» Di Attilio, . ' D Ette anchora qualche ammirationeaUanodra Cit tà il corpo d'Attilio AuioU , quando fu abruciato fecondo il cojlume anticOydquale giudicato morto da i me diciyCr fuoi familiari pilette alquanto difpacio dijiefo in terraydipoiprefo ex pojlo f oprali fuoco come egli fenti il caloreygridò'jthe erauiuo ,chiamandó in aiuto il fuo pe/ dagogOyilqudequki jolo erarimalio^magiacircundato dàa fiamma non potette riceuere alcun foccorfoalfim* le fi dice ejfer' accaduto 4 iMcio Lamia, che era fiato Ere* tore, Degli Esterni. ‘ ^ 1 Duo miracoli fopra djtti, paiono meno marauigliofi ; per quél che duenune di Ero Panfilio > ilquale ferme PU tone, che ejfendo [opra molti altri morti'Jn battaglÙL x.giomi ri mafto come morto^ey duoigiorni doppò , che dùjuiui era Unto leuato poflo [opra il foco , rifufeitò , CT narrò cof e marauigliofe^che egli hauea in quel tempo ue* dute.Vnhuomo anchora dottifsimo in Atene hauendo ri* ceuuto unafjjfattanel capo^ con tanto dif piace* ¥e la doU^z^a di quelli» » DcUa moglie di iìaufiment,CT di Egle Samio, p lumarauigliofaenondinienolanarratione delcà fofégue'nie. La moglie di iJaufiméne Ateniefe,ab* batkhdofì a ued&e il figliuolo con la figliuola camalmen te ufae,offefa neWanimo da cofa fi uituperofa, CT fuori ét ogni oppinione,perche lanon potejfeaUhora cruedarfe ne,ne dipoi parlarne diuentò mutola,CT loro fpontanea* mente ammazzandofi pagomo le pene della commejfa Jceleratezzaietcofi lacrudelFortunaaUamadre tolfeiì parlar a i figliuoli la uitadaquale a Egle Samiogiuca* tor di lottai mutolo fu propitia»crfauoreuole, perche ejfendo fiato uincitore in tal giuocQ'^ gli fu uoluto torre il j^emio^et Vhonore^he eglifihauena acquijiato, et tante F /i . . tfl't R O fitio [degno ^che egli nè pref z^che e n^dcquijiàla fmelUt Di Gorgid Epirotcu . . V ancora marmgliofo il nascimento di Gorgia di Epi F rocche fu dipq\perfo^arara,cr ecceUente^ilquaUu* [ci del uentreddla madre mentre che Verauina (VmacafOypercheritroUandofi 4 et nain cafa di Scopai» Cranone,cbe e un Camello di Teffa gtia,glifu detto, che alla porta,erono duigiouani ^ che lo pregauano,che eifujfecontento uenir [ubilo fino 4 baffo, che glihaueuono da parkre,egUf abito uenuto alla porta, cr ufeitofuora non ai trouo negano, ma in queUo inUan Hrouinò kfala»doifecenauano,cr ucOfe Scopa con tuta èo il reBo de conujhti^ nellaqua leuag'ianoa;jH.gUfaceitonoptrlarepinterpreti,Et do uoleuonofì offeruajje^nofolo nella deta diRoma,maan cera in Grecia et in Apaper quelli che e mandauano a go uerno delle Prouincie^accioche la lingua Latina co piu ho nore cr riputatione per tutto il mondo p dilataffeEtq tr fio uoleuono^no perche e non fuffero dotti et bine inerti ti nella lingua Greca co me negli altri Pudijy ma perche pé reua loro che i Greci douejjero effère in ogni conto infe* rion aiRomanhEtche e fu jfe co fa ì legna et intollerabde che la gràdezza et riputatatioe del R ornano impiojì def fein preda, et p tafdajfe pigliare dagli aUetamétiy cr dalla fuauità cr dkcezzei di ql parlare efquiptOyCt artificiofo, P Di G. Mano, Eriaqual cofaftu,o Gèo Mmo^non debbieffer ri . Lil B R O prefq ne hUjìmato della tuarozezz^t cr rigidità, U hauendo due uolte trionfato, per la uittoria ottenuta di ìugurta in Affrica, per quella de Cimbri T euton ici a picdeWalpi , ncn uoleiii , che la tua uecchiezz^ ornata ìdidoppio Allojrp,ji rendeffepiu calta CT piu ornata «te* diante la eloquentia di quei Popoli, che da te crono itati f aggiogati? Perf udomi eh e tu ilfacefsi,accioche nel culti tiare et efercitare lo ingegno al coftume delle genfiftrane, non parejje che,come ferito fuggitiuo tifuffialloiitaiudQ da i coflumi cr ordini della tua Patria, Che fu adtinque il primoyche ne i tempi nofiri, aperfela porta del fenato al la lingua Greca,Onde bora le orecchie de Senarori i^or/‘ 4ano in udire i fatti occorrenti de i Greci, Certo non- fii oltricheM olone Apollonio_,maejlro deWarte Oratq>»> ria sfotto ilquale Cicerone diuennedottifsimq yferchee- ntanifejlo che coflui fuil primo f or ejiicre chefujfe udito parlare in Senato fenz Je da CauaUoyCome era debito raprefentandop dauàtiad un Cofolotnon p mojfe.di che accortopil pgliuolo,glim4 dò f abito 4 co madare per un o Littore che fmotaffe. Fabio aUbora ubbidiente, f cefo da cauaUo,p apprrfentò d contt fpetto del pgliuolo dicendoli. Io non ho fatto quePo,per n on rendere alla dignità à co folate il debito honore, ma peruedere, fe tu fapeui ejfer Cofolo. Et fo bene qual p4 il debito del figliuolo uerfo il Padre, ma cotd debito et riucrenza no debbe ejfer àgli ordini publiciantepojia. Della conjìantia di certi Ambafeiado* ri Romani. DOppo tl laudabile ef empio di Fabio Mafsimo , mi fi ojferifce la conpontiagrandiftima de gli Ambafciait doriRomani,che furono mandati dalSenato à Tarento 4 recuperare certe Kaui cariche digrano, che da i Tarenti ni crono Paté prefe. QuejH ejfendo fiatiin quelluogo mot to ingiuriati cr uihpepjettraglialtri,e[fendo fiato gettato deU* orina addojfo ad un o di loro, codotti ( fecodo la ufan Z D' un certo ordine,cbeerainMarfilia* Ma pèriornarealkOttadiMarplia,dcn(feio n^x ra p'artit&. Non u oglion o i Marfiliani , che ninna entri nella Terra con arme,ma le fanno lafdare alla por* ta,doue è deputato chi le riceuei crollo ufcire le rende lo ro,perchefi come e fono f oliti di rìceuere cortefemente i forejìien^cojì uogHon o effere patri da loro, D^una certa ufanza de Gdli, V Setto della Citta di Marplia, mi prapprefenU quella antica ufanzn de GaUi,iquaU Cfecondo che p troua prittoy ufauano prefiar danari die perfone, per rihauemealcrettantt nelV altro mondò effendo fatolor perfuafo Camma e jf ere immortale, io gli chiamerei Bolit fe pitragord òefugreco,non hauuej]e haute la medep* ma oppimone dicoPoro^che erano Frahzcp» De Cimbri CT Celnberi. La Tìlof ofìa de Galli era fondata foppra Vaudritia et fopra leufure^ma quella de Cimbri f3‘ de Celtibt^ ri , par che hauejfe per obietto la baldanza crfoftezXd LIBRO'' acìTdnhno: perche quando fi ritroudfuno é combàttertp ty ne i maggior pericoli della »i morto il marito uègono a contéfa et dipoi a giuditio qual eUloro babbi piu fuifceratamente amato il Maritoiit quel Id y che piu amoreuole è giudicata sfacendone molta ìefià onne,che non ha^ neuon modo da maritarfi,nel Tp4 rendo loro coja conuemente^ebe colui chepritrouainrt gale altezzu,per mantenerp in piu grado cr riputadone^ debba aHenerp da quelle ufanze, che uolgamente p ufo tiopnodagliinfimi et plebei, Delladifciplinamilitare, Cap, lì. Erremo bora a trattare del principila leornamento,etfoPegnodel Romd no imperio che pno ad oggi confabi teuole perfeueranza de i Romanifi e mantenuto pneero cr inuiolato. Que Hoeilfeuerocrrigido offeruamen* to degli ordini della militia , nel cuifeno , O" fotto U cui protettionejì conferua ilferen o cT tranquillo Poto dellé > beata pace. Di Scipione minore, PVblio Cornelio Scipione,quello alqualefu commef fa Pukima guerra contro ai Cartaginep « Onde f secondo; 6t eomeVAuolo ttedcquifto il cognome di Affrìcdno^effenm do ConfolOjCr mandato in Spagna Capitano dello efer^ cito R ornano, per isbattere cr reprimere gli inf denti ani mi dei Numàtini,infuperbiti per colpa di quelli, che aum ti a lui cieron fiati mandati Capitanijubito che egli arriuò in Campo,mandò bandi, che fufierà leuate uia dello efer cko,tutttle co/enon neceffarie,cT che ui eron fiate con* dotte per dar piacere ai Soldati; O’ mandò uia tutte le b ocche difutili . Onde fgombrarono (come è manifefioy di quefio efercito mjìeme con un gran numero diriuendi* toricr Saccomanni, dumUa Meretrici, Et cofi lo efercito R oman o purgato cr n etto di cotale brutta cr difutile ge neratione,^ che poco auanti per afi>rejfa uilta cr codar dia fi era fuergognato,medianteil dishonefio CT làtupe* rofo accordo fatto co i Humantini , riprefe la fua prifiina uirtu,1 bemgnan i loto antichi nel tempo della gmra Tarentina-cònf (TMtigfi SECONDO. 6S h toriófo di dupi de gli inimici y cr ne riportajfe le fpoglie* Eglino adduuquettrouandop legaticon pdureeT ufpfé conditioni,come che poco auantifuffero Pati uile et abiet to dono del Re Pirro , gli dùtentarono crudéipimi inimici . La medepmd ira fulmino d Senato contro é coloro y che ndU rotta di Canne abbandonarono U RepubUca , perche hauendo il Senato con afpritpme conditioni y cT piu horribili che la morte conpnatili ih SiciliUy CT hauendo dipoi riceuuto lettere da lAarm co Marcello c che era pàto mandato in queWlfola d^- ta efpugnationedi Siracufa) perlequali ricercauadSe^ nato y che gli dejfe Ucentia di potere in quellaimprefi feruirp de i detti conpnati* Rifpofe àie e non crono degni di effere accettati nello eferàtoRomanOypure che èra contento yche e faceffe in ciò tutto quellOy che giu* iticdM Htdeèlty efpedienteper laRepublica yconqu^ . LI B R O pero j che dafcuno di efii fuffe del cottrìnouo occupdtp fenz^ mai ftare in otiojn qualche eferdtio^o" cheenon poteffero riceuere premio o dono alcuno , ne 'tornare in, Italifty fedai nimicinon fuffe Hata occupata . Tate è aduh que Vodio, che portano i Forti et ualorop^a i timidi etpof planimiE ancora d4 conjìderare^quantofàgrandeil di* fpiacere^cheil Senato pre/e, hauendo intefo^che Quinto PetilfoConfoloy mentre che egli ualórofamente coni tigurUomhatteuOyfuffejlato daifuoiabbcfndpnato , CT hfd^oinpredadeinemidi,che l'ammazz O. * Degli ordini del Triomfare, Cap, III. Lcuni Capitani Kontaniydtfidtrand*^ che e fujjcl oro [latuito il Trièfo, per cof e piccole et leggieri sfatte da loro, furon cagione che il Senato prouide^ per leggijcheniuni) Capitano poteffè triomfareje m una fola battaglid,nS haueua morti almeno fei mila de inemiciumperocheino Briantichigiudtcauonoychelo ^lendorefj^^l^ornamento della citta,conlilìef[e,non nella moltitudine de Triom/?^ ma nella grandezza dello acqmùo.'Et perche a queflaleg ge copncbilejtion fi potere in alcuna maniera contraffa» re per la troppa cupidità di triomfare lafortificarono eS lo appoggio d’unalira Itggicjp) cpo/ìa da Ludo Mario CT Marco catone tribuni della plebe ^perlaquale fi punì» \cono quelli capitani, che in alcun modo ardif ceno dfp* gnificarealSenato,fa1famente lini mero dei nemtcìue/ af,cr de cittadini H emani morti , Et uuole che /ubilo, che e temono in Roma giurino dauanti a i Camarlinghi della citta, di hauere fcritto al Senato, il uero numero de morti,fi de i ntmici come de ih emani . Doppc hauer parlato à quefi leggi, non faro fuori di propàfito far mentione in quefo luogo (Tutta fententia,che fu data fo pra il fatto del triomlare,trattata cr difa jja tra perfo» ne eccellenti. HauendoLucianoccnfolofy Quinto Va ierto pretore rotto cr /confitto in Mare una belUsfma ormata de Cétaginep,o’ hauendo perdo U Senato deter mmatoilTriomfo a Luttatio,et procurando Valerio di ottenerlo anchoraegli,Luttatiop oppofe,dicèdo che no I (rit t I B R 0/ r èrd conuemhte , che in cotale honore, il Prétofehdueffe andare ara^udglio del Cónfólo : etiieituta la cofaingranr difsime contefe , Valerio ójferfea Luttatio di prouargli^ , che e non poteua domandare il Triomfo, effendo egli Hi to queUo , chehaueua rotto tarmata deCartaginepy CT Luttatio accettò offerendoli diprouargliin contrario,cf“ dWcordo eletto Attilio Calatino^ giudice in queHaloro' d^erentia : Valeriojl primo parlò , cr ejpofe dauanti al Qmdìce,come il Cònf olo^quando fi fece lafattionefi trai uaua nel Letto amalato ^Ondea lui era tocco a fare inte ramète Vtffficio del Capitano, Calatino allhora,prima che Luttatio comindaffe ad efporre le ragioni fue^ dijf : cofi^ Dimmi VateriOife tra te et il Conf :>lo fi fujfe confuUato^ [egli era hene combattere o »ò,ef i pareri tra uoi f afferei fiati diuerfi,qual parere era cagioneu oleiche fuffe apprò uato^C^ meffo in effecUtione il tuoo quello del C onfolof Rifpofe Valerio, che non negma che il parere del Confo Io,no« haueffe andare innanzi a tutti gli altri,Hor dimmi ancora dijfè Calatino ,fe Vuno CT Vdtro di uoi haueffe prefigli Aufpiàj^etf afferò Hatidiuerp, fecondo quali eroi egli douere, che uoi piu tójlo ui rif oluefsi, fecondo i tuoi 6 fecondo quelli del Confalo i Riffof e Valerio, fecondo quelli del Confolo,Hor ifeDio nuaiuti) diffe Cal N D O, 7* imitale due uolte era flato confola O’utMUoUa^ Dittato* rf,cr in tutte q te^e degnita p hmeua acquiPato grandif pmarìputationeyfudalui priuato della dignità Senatoria perche egli hmeua comperato certi uap (Pargento, che pc fauono dieci libbre parendoli che un tale ejfempiofupè atto a corrompere la parpmoniacT pmplicita Romana» Pomi uedere che le lettere del no(lro fecolop riempano di (lupare cr* di marauigliathauendop ad accomodare ad efprimere efempU tanto rigidi cr feueri , CT che le Piano h dubbio, fe gli e da cr^dere,che nella citta noPra pano n temenute quelle cofe,chein fecontengono,che appena c credtbile,che dentro alle medepme mura, lo hauere il ma do a comperare dieci libbre d^ argento recajf ; altrui carim cOfSr lo ejfer pouerofuffe per cofa uiUftima reputato, DiM.A«^onlo crL.F/dcco. - ■ MArco Antonio, O' Lucio F lacco ccnf ori, rimoffe* 1-0 del Senato Duronio , perche ejfendo Tribuno della PiebeJjaitéua propojio,ehe efujfe annidato la prom uipone ey l^gg«(t miarfio ‘Éìùf"^ ^1 ' ’”>?"■«*' /«io for Vaiolo etPMo Smpronioin Siti. fpnó oejf ctonie gUpruiarono deauM del Publito ^ P^^P^^^AttHioKtgidoett.Pmo. £S^C2Sesss6 K t I B R O hftueuond4tQ Ufedcdianiirfene fèco ^'ahhindond* re Italia» TuttiqueUianchorayche neUi medtjima rotta rimajii prigioni di Hannibale.cr mandati dipoi da ìui am* bafciadorid Senato Romano, per conto di permutare i prigioni^non hauendo do ottenuto , non ritornarono ad HannibJe altrimenti,furono da efsi Cenforì feueramen* te puniti cr condannati , fi perche al [angue Romano apparteneua mantenere la fede fi anchora perche Mar co Attilio Regalo molto afpramente procedeua contro a I* mancatori di fede. Era co^i figUuolo di quello At* tilio Regulo,che uoUe piu tojio morire con ajprifsimi et crudeliffimitormenti,che mancare a i Cartagineft delU promeffa fede, C ofi adunque l* autorità de Cenf ori tra* pajfo daUadtta nello efercitoJUqualenb uoleua,nc com* ’poTtauOycht il nemico fu jfe ne temuto ne ingannato. Se* guitono duoi efemplifimdi,fopraiqualidarenfinea^è* &atnateriel medeimo Catone» : \ ^ S Tondo il medefimo a ueder lefejle, chififaceuonó{ in honore della DealFlordylequaUM.efsio Edile foé è^eua celebrare Jl Popolo fiuergogno in prefetiÈùt4i Cam tonerà domandare^che queUe,che talfefta raprefentauom nOyfifpogUdjfero nude fecondo il confueto, BeUbe fett dpauertito daF.auonio amiàfsimo fuorché glifedeuaalm iato^fi parti del Tedtropernonimpedire conia fuaprem fenzdyVnfanza di queìùfelia.Et quando il Popolo uide,^ «. che eglifen^andauOjp leuo tutto a romore, CT facendone molta fejla cr allegrezzajeguitarono di celebrarti cbitComeficollumduatdimoJlrandoptaltattOycbeepor/ tauon piu rifpetto ZT riuerenzaa Catone foloyche a tutti lor altriyche uierono pref mti. Hor qiudiruchezzctqualì ItnpprijyZr quabTriomji furon mai in tanto pregio ap/ prèjfoil PopolofHaueuaCatonepiccole facultOyeracon tinentijjìmoynon fi cura che lacafa fuayfpogliataiTogpi ambùioneyfuffe molto frequentatajolo uno tra i fuoi an tichirìfplendeua,Èranella fronte ouflerOyMa la uirtu fu4> fu compiuta cTperfettajin tutte le partiy onde f e alcuno- Huol denotare un buomo dabency CT unuirtuofo Cutadi noybafia cb e egli dicaegli e un Caton e» u . DE G Li*l ESTERNI. ' n . . • Di Harmodio p^ Ariftogitonct * * J ; 5 -ECONBO. . I 77 ELbtfopta,chenoiin qu^iU mdtmifAcdm parte aiuora agli cfierntyAcciocbe trai domejlici mcfco* . latiporghinoy per tale uarieta^ai leggenti magf^ porMetto.llRe-SQerfc.fuperatdU citta di Atene ytoU (eie JhauediArmodiocrdtAriftogitoneycbe Mbronm Zo erano ji^e pojìe loro da gli Ateniefi ,jper la forza dìe ferpnù di liberar la patria dalla T irantùde,CJ' portare nelfuo Regno.cr moltianni dipoi SeUuco ordì* no che le f afferò riportate la onde Vertuto jbUe leuate. Et t Rodiottrbauendo tocco Ulor porto queUi^cbele ripor* tauano^gU inuitarono cr riceuerono in uno aUoggumert to dal publico ordinato JCT le Hatue. finche quiui dimora*, fònoytennero tra'queUe de gli iddifEt qual memoria piu febee dt quefia : che rapprefentatain un poco di bronzo, ^ fndaogtVunohoHUtainfigrandetten^atione, . I DiXenocrotr. ^ yf A quanto ancora fuVbonorefattoin Atene a1^* nocratehuomo cT perfapientia cr per fantitadi cofbtmi^ raro cr ecceUante i fZofiui effendo citato af unacertate(bmDmanzAyt!T ^^^(iatofi (fecondo il cojM me) allo AltarcyperdarpnmailgiuramentOytuttiigiuà*^ d unitamente fi leuarono in piedi,gfidando,dìe non giu* ^ raffe,parendo loro cheaXenocrate perla fua bontà CT > fincentafi doueffe concedere il non giurarcycofa che non tróntper concedere aloro medefimi , iquali ai^tiy che e defferolefententie,eronftmilmentetenutiagiurare» * DetVapparenz inuenarttìioutyperAfptrfiiii»»^ Uore.RomuMtiWffimdtikb^ iUlfoprilìinteperi(xlo,cojicomeglier44emito,pgeM nel Teuere,ercertmentegU iddij rifgUirdindoUmt» trfortezZidMoriUogUfuronofiUoreuoW^^^^^ faimoperiretpercheegUneperVaUezXiddfiitottq coOitofunepirtigmezzddeaWmmfrintofi,^ morM’icqmingUottito,nefin^entedii^ iiognilmiagU erano linaitt,offe[o,nomdopeoduf fedwentroUeitt4.Cofiuifoloaduque,ttuolfa^^occhiditìHciudmiRomini,&ditito:numero^din auelUyCon ilupore cr m4rMÌglU,quettibor4cojittegret li hòucÓ timore rifguurdUolo.Ueghfoh^ne , coft fituproui^fpertireduoieflercitic^fF^^^^^^ i«Gemippccati,l’unocolreprmerloJuUr^^^ Mo.^gUpndmeHtefu Ji unto SiolumeiùofoH con il fuo feudo, itti n0Pucitt4,quMtoilreumconUfu4 m ^ben dire.tioiuiiKem motuttii Ranmi, enmfol Ra minojiamtinoù i ‘ DeUiVerginca^^ ' r ,, L ^irergiwCldir.MHf**P di^enticftre id mio proponmmo,^ràicndmedcfmùtmpo cr nd TERZO 8o medepm o fiume cr contro al n etnico medejimo ufo gran difsima uirtu cr ardtre,Ejfendo co^ei infieme con molte ^ dtt't pulzelle R omane^dJta per ijlatici al Re Porf :nnd^ , ufcttafì dì notte del luogo, doue Veruno tenute in guardia^ cr montata foprajm cauàUo,d primo che gli diede tra nu nojpacciatamentf co quello pajfo il fiume a rmoto entro di Roma , ìlche fu cagione non folodi liberar la patria dado affedio,ma i cittadini ancora ddla paura . Petmna u$ ramente,perlafuauirtudegnrimo,cbeintaliéòdl timentijp acquiftajje pregio, cr honore, cr Goffo nonfe • ce poco dcqui^o^ che andò in do imitando le uepigiedi Komulo, Di M, Marcello, A ^giugneremoancoraaquePicop chiari e/cmpH, JiX. quello di Marco MarceUoJlcmualore CT animo intrepido fu tal e, che glihafto la uifla, con pochi caualli af [altare fu larwa del Po il Ke de Galli ^ che quiuicon un graffo efercito fi rùrouauacT quello ammazzato ^ CT (pog'iato,dedico le fpoglte a Gioue Yeretrio, DiT^MalUoyValerio Coruino,& Sdpione, ' Sarono in quello modo di combattere la medefì* mauirtu.Tito Mallio Torquato, Valerio Comi* no,CT Sdpione Emiliano . Cofiorotuttiatre chUmatta combatter e dai capitani dei nemici, gliucciderono, ma • perche do era occorf o fotta lo aufpido de conf oli , non conf cerarono le fpoglìe acquiflate,a Gioue Eeretrio, Sci* pione emiliano pmiknente militando in Spagna fatto Lu cullo capitano dello efercUo,e:^ hauendo affediata Inter cada terramolto forte,fu il primo, che montajfe [opra la tnuraglia,ne era in quello tfercito dcuno,che piu di lui dg ueffe conferuarfì cr rifpiarmarfi,p perla nobiltà cr uir* tu,che ih lui appariuafi ancorap la fperàza grandifsima^ 'che col tempo di lui fihaueua,ma Sora igiouaniRoma* ni,quanto piu erano nobili , tanto piu fi affSeauano. , et metteuanfì ne pericoh,per difendere Upatria^o per am* plìayeVimperio,fiputandòfiauergogna, efferediuirtu auanzati dàqueHi,che per nobiltagli crono inferiori. Et pero Emiliano domando al Confolo,quellafattìonc,cbe dagli THRZÒ ■ , . ia gli dtrìeomc difficile cr pericolcfi era iUtdrecufatd» j" DÌM.T«Ì/Ì0» IN trdgli altri efempli di fortezza, tnife ne offerim fcewìoÀdco et marduigliofùA Komani effendoflati rotti cr mefsi infuga^dallo eferdto franzef f,cr forza* tt a rttrarfì in Campid aglio ,cr nella R occa,er no fendo il luogo per tutti capace, cofìretti dalla necefsita , pref on per partito dilafciare iuecchi ne piano della Citta,perche igiouani piu comodamente poteffero flore a difendere, quel coUe che fola refiaua in poter loro, Ma la citta ancor ehe condotta in tale miferia CT calamitd,non per ciò fi di* mentico della antica fua uirtu, peròe quei uecchi che gf4 trono Sati di magiflrato, apertele porte delle lor cafe^p pofero a f tdere f opra le f ìdie curuU,con le infegne intor nOfCr con tutti gU ornamenti dei magidrati cr officijfa* eerdotali^che già baueuono amminiftrato, aedo che hauB do a morire, ritenejferopnoallamorte, la Maie^a cf lo fplendore,de i loro anni paffati ,cral Popolo cr alla Plebe defsino ardire s uenireinpoter di quello, procacciatali Poccafìone iillk morte,uenne apurgare ogniinfamiazr difhonorc.pc// àie egli con la bacchetta da caudeare, mentre che gli era menato prigionecauo un occhio ad un di quelli Barbari, Uqude pel dolore s^accefein tanta ira, che con un pugna le paffb i fianchi a Crajfo,zr amazzoUo. Et cofi neluen dicarfi,uenneinfieme a liberare il capitano Romano dal éfhonore della perduta mdejia»Et Crajfo per quefio uer fo mofiro dia fortuna quanto indegnamente ,Vbaueua uoluto offendere,ZT dìjhonorareun tde huomo, cr che con la fua prudentia (^ fortezza haueua faputo rompe re'iUcci,cbe per farlo feruotefe gli haueua, alquanto at mantenere ilgrado,o‘ la digttitafua, ricuperare f e me d^mo già dcjlinato preda di Arifionico, - - ' . . j '• Li TERZO • * Di Scipione, ' • La medefmafortezzà et ref olutione^ufoin f e ^jjfo Sdpionejuocero diQneo Pompeio.llquale,uinuti fuperatiin A^cad Pompeiani in éfefu de quali egli fi n ' trouo^ndàdofene in ìfpagna.con V armata, et foprag^ to da i Qefariani,come e idde effere prefa da loro la N4r ue, doueuain pre ^0 U uirtu, uolle ejfere in uerf 0 di te,ey de i i/^cr da!^ leparolegrato conofeitore ,hauendoti dipriuato « feUto Centurione, Di L,Sicimo Dentato, PAmi che ìmcìo Sicimo De tato, per quoto s'afpetta d ualore dei forti cobeUtitori, meritamente debba effer pofto in quefto luogo ^ per Pultimo dei Romani efempije cui eccellenti opere, cTglihonori, (y'premij quindiriportatine,ppotriagiudicare,chepajf afferò il fe» gno delùueritiffe damQltifcrittori,degni di fede crfpe dalmenteda Marco Varronenonfufferotejìificati,alfer mando coPui, cento uenti uolte efferp trouato infatti d^arme,er con tanta fortezza per conto della Kebellione, cr fendoU intra tanto fiate, prefentate lettere del Senato , che gli oriinauano , che non douejfe piu oltre procedere contro a i condannati^ uenne alla prefentia fua Tito lubelio uno de i condannati . cr con uocepiu chiara CT ifpedita,chegUfu pofnbile,gli dtffe. Foi fin tu hai o F ululo tanta fete cr auwdita itlfott , TERZO. SS Cdptmo , pèrche indugi 4 farmi tdgUàr U tefìa > con -quella (aire , che di già e macchiata del [angue de gU diri no^faccioche tu poffagloriartidi hauer fatto morire un huomo cr piu forte cr piu cofìantedite.Etrifpondendo ii PuIuiOfCheda luinonrejìerebb€,fe le lettere del Sena* to non glie Phauejfero prohibito.RifpofeTito-Horpor* rat mente ame^alqude non e fiato comandato cofa dcu* na del SenatOychefaro «n*o pera grata agli occhi ft#o»,CT maggiore che tu non penfj. Et dette quejie parole, inconti nente in prefenzadiFuluio ammazzo la moglie eri fi* gUuoliyòeeronoquiuiprefentiy CT dipoi ammazzo fe fiejfoycon un coltello medejìmo.tìor che fortezza d*ani mOyCr che coilantia penjìamo noi^chefuffe in cofiui f il* qude con la morte dei fuoi piu cari, er di [eBejfo,ublè dimoflrareydihauer piutofìo uoluto fegnare la crudeltà di Fuluio,cbe uderjì della clementia CT benignità del Seà nato DE GLI ESTERNI* DiDario, HOr conpderiamo quanto fuffe lo ardore^cy taf or* tezza deir animo di Dario yilqude mentre chegU era alle mani di liberare i Perfi dalla crudele tiranni de de i Magi cr hauendo gittata in terra in un certo luogo buio uno di detti tiranniyey'falitogU [opra cr mfragtten* doloyuenne uno de i congiurati^per darli con la fpada ma dubitando di non dare aDariOyritenneilbracdo,ZT Drf* riogUdilfe,enonbifognachepermio rtfpettOyturcjlidi ferirlo an cor che tu ci paffafsi amendui con la fpada , pur ' ckequedo tiranno muoia preflo, " . .. Di Leonidaf*' > - ^ ' l A, £ LIBRO RAppfefeHtmijì in queftóluogo lo Spartano L ^ta et fuperata Pantiqua gloria della loro dtta,CT /penta c meom ra mediantei pro/peri fuccefst ,hauutiapprejfo Leuttra cr IJlantineaJia uirtu di quel popolo, che permpno a tU^ho rauiuitti/simas^eraconferuata allapne papato d^un alan da, crfentendoft mancar gU/piriti, per VidfondantL t del f angue, ehe gli u/ciua della feritOydomando afuoi eh e,gU ftauanodatornoaconfortarlo,feil/uo feudo era /» duo, apprepofei nemici crono rottiinteramente, cr e/jfe/ ido* gUrifpojio dip/oggitmfe. Questo 0 Soldati, CT con tpa» gnimiei,noncUJme della mia uita,ma e un prindpio di ui ta migliore cr piu felice,perchehora na/ce il uojiro Epa mtnunda,morendo egli cop, loueggiolanoPra l^^ebe ePcr fatta capo della Grecia,per opera et prouidetia mia, cr la atta di sporta tanto forte cr inuitta,dalle noP re a mi abbattuta. Veggio la Grecialiberata dallaacerba T i* tanntie de Lacedemone Et fe bene io non bopglè foli, non pero muoio fenzajafdaado due beUifsime pgln H TERZO ‘ 9? Ito della Piazza fpadaignuda^comando a tutti i Citta dini^che a duoia duoUombatteffero injìeme , con qucjìo fiicU perditore fu jfe tagliata la teiìacrgittatoilfuo cor po in quelfuocOyOnde ejjendo in quefia guifa morti tutti^ alleiamo non rejìando mo altri che lui, da f e ilejfofi ^itto nel fuoco. ' JDelUmogVe 4U Afdruhale. m yf A per raccontare quello ,che o^corfenelU deBrut ,ÌV1 tionediun^'alra dttanon meno inimica d popolo R ornano. Effendoprc fa Cartagine, cr hauendo Afirua éaleimpetrota graHa deUauita daScipione,fdegnatapU mogUe,0' rimproueratoU laimpictaufatauerfo àlei,et dei fuoi fìgliuoUspernonhauereun(o,perlorointercef» fo ,gU ptefe per man tutti a tre, cr condottolifeco in, un luogo nleuato delUcùta,contenti dimorile inpmecon Idp precipitarono nel fuoco,cbe ahbruciaua Cartagine» Di due pulzelle Stradi fané. Aquefto bellifsmo ejfempio di femminile fortezd, n'aggiugnero uh"altro,no men forte di quello,co,neidetellabiliraccontamenn delle guerre ciuiliybd [landò hauer tocco foljmen te quefi duoi^cbe cont eng o no te lode di due nobil'fsime famigUe,cT non cofa alcund dipublicameùitio^affero agli efempli degli Ejiernù \ \ DiPompeio, - ■ L I B it-cr :: T . ^ ^ ‘ DcgliEliernL ’ : **rimr^ CT I piu n oblìi fitnciuUi della citt'a, dfertfirlo,Vn de 1 QVELLI CHE DI bassa CONDIR tiene fon pervenuti ad Altezza^ c • t Cap. mi. V i i , DiTuHoHoflilio» ^ \ Acque TuUo Uofiilfo itima Capata cr jìmilmentefu nella fuagiouinez za Paflore^ dipoiperuenuto alla eU piu matura, gouerno cr accrebbe V imperio KomanOyCrncUafuauec iruetmedfommo grado di degniti. Ma quejto Tulio nantunque itfuo accrefcerfiy&‘inalzarfii,fia fiato gran^ p,C2T marauigliofo,nondwtetto,perche e fu RotnanOjC anco da marauigliarf ene, DiTarouinoPrtfco, rtKZOl 94- L ATorhmdtoiutulJe Tarquinio PrìfcoìnKomoypef farlo Rejlquak tanto eralontano da p fatta grani» dezZntll>afu» perdio Demojlenei PI OyELLI CHE. DALLA NOBILTÀ dii pddrehannò degenerato» Cap» V* Erutteremo bora Poltra pai^ede^ promejfi no(ird,corrifpondentealle ofcurate memorie de gUhuomìniim I fìri,pchenoipc(rleremodi(luemqua I li come M oliti nella nobilta,per le lo ro Brutte et uituperofe opere degent f trono dalla uirtu de i loro Progenitori Di Scipione figliuolo deWaffrtcano» C» He cofa mai ejùta piufmilead un mo{tro,cheScteoja r4A gioneuole, che ùoi mi accompagniatein CampidogUo,4 rend^ ^a tic agli iddii. Le cui parole tanto ejficaci jubito furoti 0 mandate ad effetto, perche inuiandop lui in uerfo il Campidoglio al Tempio di Gioue,tutto il fenato. i ^ uaUieri,0‘ le Plebe lo feguitarono ,non reftaua altro, fe n oh che ejfo Tribun 0, eh e Phau eua chiamato mgiudidOi con grandifsimo fuo carico rimajìo quiui in piazza fole» dipendejfePaccufa controa Scipione: ma egli aneborap euttare fi fatta uergognayfe gli auto dietro in CampidoM glìo.crdoue gliera uenuto per dccufarlo CT uituperarlOi fi condujfe cogli altri a reuerirlo , CT honorarlo^ Dì Scipione Emiliano. SCìpioneEmiliano,fucceffore eccellentifiimo delgà nerofo fpintodel fuo auolo,hauendopo{io Pafje* dio ad una atta fortifma, CT configlkndoio alcuni^ ebe terzo ioa intorno atte mura di queHd.fpargel[e Trìboli diferrOy ef per tuttiiluoghìfdoue il fiume fi poteua guadare yfaccjje mettere tauolc di Piombo prenidi chiodi acutifsimi cole punte uolte allo infuyoccio che gUauuerf arii ,non poteffe roaJfaUreilnojiro efercrto dia fprouedutOyRifpofe lo^ rOfChe un Capitano non poteua nel mcdijìmo injìante iiincere,cj’ hauer paura d el nemico» Di Scipione trofica, DOuunqueio mi riuolgOy pertrouare e/empi degni di memoria^ ouoglio o no^micouienedardi pet to negli SapiOHi. Et chi potrebbe mai in quejto luogo tra paffar cofiUntio Scipione Naficatilqualeyohredlo hauer motìrograndifiima confidentiOydijp ancora una eofa me morabile.Crefcendo ognidipiulaCoreWamKomayGa io Curatio Tribuno della PÌebe^attiuenirei Confoli dam uantialpopolo/aceua loro grandi filma infiantiaychee proponejjeroin Senato,di far prouifione di Granii cr/o pra do deputaffero Commiffariiper mandar fuora a cotti perarglLAirhoraScipioneNaficayperìmpedtrey che e no fi introducete tale ujfunzOyCome pemitiofa alla R epubli ' cOyComindoa parlare in contrano»cJ‘ facendonela Pie beungran remore CT bìsbigUoydijfe, Pernoièra fe,Ko^ inani &ate cheti^perche io fo meglio di noi, quello chefia il bif ygno della Kepublica , dia qual uoce congrandifiim ma reuer enza tutti fi r acchetar onoy hauendo piu rifpet* to alla autorità di cc^ùycbe allafamey dalla quale crono eppref Ff* De Ltuio Salmatore» \/ GgUamo ancora far mentiont ' del generofo animo • di Limo Sdinatoreflqualefhaucdo nell' Vmbria dif fattoci rottolo efferato de A/drubale^ C2T quello de ì . M liti l LIBRO- Cartiigìnelì^et fendoU refertto^che i GaUt CT i Liguri Jett zu capifdni cr fcnztt infsgnefe n^andauano alU sfilata ft fi pqtsuono,con pochi foldati opprimere, rifpofcy chegU era pene perdonarla loro, accio che nere(ì^>jfe (pualcuno^ cheportajfe.lanuoua della gran rotta, chegU haucuono nceuUto» •' ^ Di P, Furio Filo, - D'ìmoflro iiuio SSiatore \n guerra^ lafua generojt ' ta cr grandezza d'animo, ma non meno fidimo^ jirogenerofo ^ prejlafite,PubUo Furio Fdojtìcl Sena* to Impero che egli cofh'hi fe evinto JMeteUo , cr C^uin* sto PpmpdohuominicofoUriad andar feco per legati in • ìfpagna ja^uale amminijlratione gUeru tocca in forte^V (juc$ fr ono fu oigrandifsimi inim\ci,ej ad ognipo* co gh rimprouerauono Vambitione , che gli haueua duna /[rato in dejiderare quel Gouemo,neUa qual conjidentia, fi dim oRro non f olamentc di grande animo,ma ancora te merario,ejfendoJì ajficurato di metterfì ut mezt> cr generofitagit ritraffe da quello oflinato propojìtOycheglibaueua di^eguitarlo^ Di Marco Scaurp. , . , INteruenne il fimile a Marco Scauro^elfendogìq confé lui molto vecchio ex robuflp.CT con la medepma grd dezz^iPanimo.Percbe efjendo accufato dinaìzi^popo' lo cheglihaueua prefo danari dal Re Mitridate per tradii re la Repùblxafi difef e con quefte parole , N on par cofa giufla 0 R omani che io habbia a dar conto dcUa mia aita d coloro , che non eron nati a- tempo delle mie attieni, pi* gliero nondimeno confidentia di interrogar uoi, ancor U maggior parte non fi fia potuta trouare ne ejfer prefente quando io fon {lato in magijìraro,o adoperato, perla Re publica.Vario Sucronenfedice, che Marco Emilio Scau* ro , corrotto con danari, ha uoluto tradire URcpublxa, fiLarco Emilio Scaurortfponde-icheenon e uero,tXche non ha mai fatto tale mancamento , ditemi a chi credete . uoipiu toàoiDaUe cui parole commojfo il popolo eogrd _ m * t / L tB R O difshtre^d^ diede falla ucce ayarby^fecionlo depfr re da quellaimprefa tanto infoiente ej temeraria; Di M.. Antonio, MArco Antonio,quello eloquentifsipmo ,perU con trario jnon ricujando Vhauerp agiufif icore appref fo al popolo y dimcPro l\nnocentufua. Egliandando^ ^ejhre deWApayCr ejfendogia a Brindifì , gli furono prefentate lettereycomegli era fiato in K orna accufatOytt citato a comparir dauati a hucio Crajfo Prctore,per adui tirò, da cui rcfidenza.per ejfer quello tanto rìgido cr fe* uerOyCra chiamata lofcoglioydoue pcoteuono i mah fatto- rb‘et potendo egli far di non comparire,p uirtu della leg ge M emia,che non u oUuOyche le querele & accufe pojlè a coloroyche erano ajfentiyper conto della Kepublicafuf fero accettate, noiimeno tomo in k orna agiujlificarfiyet cop per quefia fua larghezz tro rimedio, che il promettere di andare a foldo di Pont * pelo genero di ejfo Scipione fenza temere di cofa dama I rifpofe, IO tiringratio o Scipione della tua humanita CT « cortefia, ma amenon torna bene accettare la ulta con cà fi tefiaconditione. Gaio Meido fimdmente Centurione del i Dwo augujlo di fangueignobile, nelquale fi ritrouaua U n wedefima nobiltà c coSantia (Patiimo, hauendo piu uoU H te neUa guerra contro a lAarco Antonio fatto di b eUifsi* mepmoue,aUa fine dato nelle infidie de i nemici, cr cofi f dotto a Marcantonio in Alefiandria,Et dicendogli Mar* [i tantonio che habbiam noia far de fatti tuoi, rifpuofefant ì, ini fcannare,perchene col prometter di donarmi la uita, X ne col minacciar di tormela ,farcih mai , che io lafdafd II ecfore , per te. Cofiuiadunque quanto p.'u c.:Bantemen* te mofiro di noti curar la uUajtanto piu ageuolmite la im petro, perché Marco Antonio hauendo rifpetto allauir* o ni LI B R Ò . iufuii’ glieli dono . de GLI ÈSTÈRNI. DiBlaJjo Salapino, ' ^ Skrtbhonci anchoramolttjsimiejfempUidelld Roì manu CoHantU^ma mi pare che e non Cfa dal infjftidi rei leggenti^cr pero pajfercmo alle cofe eterne, tralci quali faruil primo Blafw Salapino ,iiquale di fermezzd cr cojiantia inanimo auanzo ogh’ altro, C oflui depderan dolche Salapia fua patria, occupata cr guardata dai Car« taginefi,ritorn alfe /otto la giuriditione de i Komam,prè f e ardire, mojfo piu dallo ardente de fiderio di condurre tale imprefa,che da/peranz^^che egli ci hauejfe,di tenti re Inanimo di Dafio, ilquale era molto contrario alla fué oppinionene i c^i della Kepublica,cr aderiuainteramett te alle parti di Cannibale , ma egli fenza lui non poteué mandare ad effetto queflo fuo difegno,Grcoft conferitali Ìaco/a,Dapo incontinente, andò ^ referilÌoadtìanntf> bale,aggiungnendoui molte altre cofe, per acquiftarfi piti il fauorecr la gratiadi quello,^' metter Val^óin mag* gior disgratioyfurono adunque amendui citati da Hanni^ baie, l'uno per prònareVaccu/a, l'altro pergiuftificarp^ Ettrattandofi lacaufadauanti al fuo Tribunale^crjli do chiunque eraiuiprefente intento a tale efamina,metrif che per uentura fiattendeuaad un'altro n^ocio di mdg gioreimportantia,BlaJìo cop chenon pareua fuo fattà^ /■otto noce comincio a perfuadere Dafio,che uoteffej^U prepo pigliar la parte de i Romani, che quella de iCair tdghiep, Dapo all'bora comincio ad alzarla.ucce.dicen* do,chc Blapo haùeua anco ardire in pr^entìaài ejfo . f\ibaleii JtimUarlo a pigliar la piffte^dei Romani, SAap TERZO 10^ non Vhduer fentito altrt^che lutane hduendo U cofd puné to del ueriJìmile,per/uadendoJÌ ogn^un o , che egli Io fct» tejfe,permaligmta^maUuolcnza,nonfu dato fedeà ^uel che in fatto era ueroyMa tanta fu la coJìantiaCT per feueranza di Blajìo,chenon molto dipoifecep^cheetiro Dapo alla uogliafuayCT oparonoinpeme di manieraychc ' cr lacittadisMpiajOr cinquecento iiumidiycheuiero/ nodentroaguardia,uennero inpoteredei Romani» Di F odane, Ateniefununa imprefago* uernati contro d fuo conpgUoyZ^ fuccedendo dipoi lacofaprofperamenteytantofuperfeuerante CT coPan* te in defenderelafua oppinioneycheparlàdoin publico, dijje che p rallegraua ddabona Fortnatorójma che qUo chegPhaueua conpgliatOyfarebbe fiato miglior partito^ f^onuoUegia biapmarequet cheerafuccejfoabeneyper che gli Ateniep peron gouernati bene in quello,chedtt altri èrano fiati mal conpgliati,affermando cfce lo efpedii te,cheprefo haueatio era fiatò ptu fortunato, che da bua mini prudenti, et che quello che haueua egli conpgliato, farebbe fiato partito piu fauio , auuenga che U piu delle uoltela Fortuna aiutai temeranj, cóme quella che fenim pre fauorifcepiu i maliconpgli,che t buoni, ey per pò fer e unaltra u olta m aggiorni en te' nuocer e,aiu fa dtrui dò uee manco f per anza di f alate, Fu quefio Phociónedind tura molto quieta, benigna, cr liberale,^ nel pratticare^ modefio,intero,cr trattabile,Et pero fu da tutti i Qut^ dilli Ateniep giudicato degno di ejfer chiamato ilBuonò Fodoe. Et copia codàtia , che naturafinete appare afpra € rigida>p ritrouo nel petto dicofiui piaceuole et màfueta. LIBRO '‘s , , . . ' Di Socrate. LO animo di Socrate,armato di fortezza etiaril té, netdimojirarela fuacoHannafu Alquanto piueccet lente, perche il popolo Ateniefe traportato daWimpeto cr furore , hauendo condannato a morte quelli dieci Crf pitani,cheapprejfodi krginufa haueuono rotto l^arma* ià dei Lacedemoni,et ritrouandopperuentura Socrate^ nelmagijìratOjche era f òpra V ordine cr approuarelede liberationi della Plebe, parendoli cofa molto iniqua,che tanti Cittadini, et che fi erono portati tanto bene per U Republicafolfero atorto dagli inuidi CT maligni codot ti amorte fi fece feudo con \a fuacoBantia , contro alU incónfideratamoltituéne ne lo poterono coftringere ne con romori ne con minaccie , che eglimai acconfenteffe Hi fottofaiuerfi a quel temerario giudicio popolare, et cé fi laPlebe,opponendofi lui, non potendo perula ordina tia procedere, fi leuo tumultuariamente contro a ifopra detti et ammazzòiK^^fpauentopunto Socrate Pejjerfì pofto a pericolo dimetteruilauita, et ejfer tra quelli Pun decimo. Dì Efilate. LOefempio,ttenuta nella prouinda di ejfo Saìinatore,Ma ep può di* re che egli ancora triofajfe f enzu queUapompa,il cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWdtro , pche ^ di Salinatore era f diamente lodata la uittoria , di Nerone era celebrata inpeme la uittoriac^ la modelHa* Deiminore Ajfricano» il minore Affrcxno uuole , che noi lotrapafsiamo con plentiojlquale ejfendo Cenfore ,crf accendo U defcrittioneuniuerfale del popolo Romano cr redtand$ prima i. . / M QVARTO iiif f>rìm4Ìlc4ncelliereJecondo era foUto^nel facrifieio alm ’ m ucrfi, feriti nelle publiche TauoU,nei quali fi pregaua- no glt ìdJii mmortali^che profperajfero cr agumentajfe l^olecofedei Romantydijje Scipione. Lo flato de i Ro^ titanieprofperocr ampliato affa, CT pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nellagrandezzctin cheegli fi truoua^er cojì fece incontinente racconciare quel uerfo nelle TmioU publiche in quella fententia, laqual modera tione di Prieghiyufarono dipoi tutti iCenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi haueua a domcrp pofe in animo,qudntunque efuf* fe Pretore, Gmdice^ec teHimone cantra dilui,trattarlo da amico,non oPante,che e p uedeffe donanti il tempio della Dea Vepa,dentro alquale depderando colui , mediante fi brutta dccufa,rouinarlo et farlo mal capitare., haueua con dfprifsime cr uenenofe parole parlato contro di luù DiCaninio Gallo, CAninio Gallo cop nello ejfere accufato , come nel* Vaccufare altri,p porto marauigliofamente,pàglian do per moglie la figliuola di Antonio,che ejjò haut ua condannato, CT faccenda Proccuratore delle cofefuc Marco Colonio,dalquale era dato condannato» . ^ DiCelioKuffo» S' Wl Q.V AR T O. I come idishonejìicojìumi di Ciglio Kuffo furono fom marne te dabiifimare,cop la compafsione,chegli heb^ be inuerf 7 (^nto Pompeio^merita di effere grandemen telodata^ilqualedaluiin co fa pertinente alla Republica accufato^et fatto mandarein ElUio,glifcrijfeper trouarfì in tale trauaglio,chefujfe contento di pigliare la fuapro* tettione contro a Come Ita madre de i Gracchi,crfuaTu tricejaquolchauendoamminiihratole fue poffefsionino uoleua refiùuirgnene. Celio adunque fece molto caldamé te quanto daejfo PompeiogU era {lato ferino, cr p muo Mere piu i Giudici a compafsione di lui lejfe loro una letle^ ra da quello fcrittagli, per laquale appariua,come egli fi ri trouaua in ejiremanecefsita,cr que^fu cagione di farli ottenere la hte contro alla infatiabile auaritia di Cornelia, T ale opera odunqueMnehe lafujfe d'una per fona uitio* fa qual fu Celio, nondimeno merita di effere commenda^ ia,pche in effafi uene a cognofeere gràdfsima humanité^ DELLA ASTINENTIA, ET Continentia, Cap, 1 1 1. On grande jludio{y diligenza e da narrarequanto gli huominiiOuflrili sforzaffero di difcacciare deipetti loro gU empiti della Auaritia cr del la Libidine fimili ad unfurore,tem* -p . pcrandofi cr gouernandoficol frem no ej cofiglio della ragioneJSi nel uero,queUecafe,quel le Citta,quei regni perpetudlmenteficonferuono , doue non può ne P Auaritia ne la Libidine,perche oue penetro no quefle duepejli deWhumanageneratione,quiuifignott jreggianole ingiurie cr regna la infamUMeremo adun LIBRO detfuo nmico Apatico ytnd egli haucnio prima giurétol che non p era riconciliato con gli Sàpioni^reàto appref* fo il decreto fatto da lui in quefto modo,Parmi cofaindem gnacj" molto aliena dalla Maefta del popolo Romano, che Lucio Cornelio Scipione pa mejfo in carcere, doue egli trionfando ha fatto metterei Capitani de i nemici con dotti dauantialfuo carro Trionfale prigioni dentro a que Pa Citta^GT per do non fono per comportarlo , in modo alcuno, il popolo Romano aWhora hebbe molto caro de effere rimafo ingannato della fua oppinione^ej con debi te G’ conuenienti lodemagnifico lagrandezz^C^ mode {Ha deWammo di Tiberio, Di G,Claudio Nerone^ GAìo Claudio Nerone,debbe ancora effere connumea rato tra color o,che hanno dato effempi digrandifsim mamoderanz EraPato partecipe della gloria é Liui^ Salinatore nello ammazza fAfdtiibale cr rompere lo efercto Cartaginefe^ondimenouoUe piu topo accom* pugnare con gli altri a cauaUo effo Uuio Trionfante, che Jederli accatto fopra il carro Trionfale come compa* gno di tal uittoria ffecondo che dal Senato era Poto oriti* nato.Laqual modejìia uoUe u fare ^per che tal uittoria p era ottenuta nella prouincia di effo Salinatore,Kla ep può iti* re che egli ancora triòfaffe fcnzn quetUpompa^l cui trio fo fu ancoro piu eccellente cr magnifico deWaltro , pche di Sidinatore era f diamente lodata la uittoria , di No’Offf tra celebrata infume la uittoria cr la modetiia* Del minore Affricano, • U minore Affreano uuole , che noi lo trapafsiamo ^ con plentiojlquale effendo Cenf ore , CT f accendo la defcrittioneunmrfaU del popolo Romano cr recitando prima / Q_V ARTO 11^ pnmdilcdtttcéUiereJcconio era folito,nel [acrifieio alm ' ni uerjìjcriti nelle publicheTauoU.nei quali fipregaua. no gli ìdJii ^tnmortali^che profperajfero cr agumentajfe foleeofedei Komaniydtjje Scipione. Lo flato de i Ro/^ inani e pr of pero o* anipliato affai, Cf pero io prego gli ìddij ychelo mantenghino nelUgrundezzain che egli fi truoua^cr cofi fece incontinente racconciare quel uerfo nelle T juole publiche in quella fententia^ laqual modera tione di Prieght , ufarono dipoi tutti i Cenfori. Conobbe prudentemente Scipione^che aWhora fi baueua a domane dare lo accrefeimento del Romano imperio^quan'do i co fini de i Romani non fi diflmdeuonopiu^che fette miglia intorno cr come gl: era cofa troppo ingorda cr ambitio* fa,poffedendo i Roma:n quaft la maggior parte del Ma do^iefiderare d pojfederepiu oltre, parendogli che lafen licita di quelli fuffe grande abbafianza ogni laolta, che e non perdeffero dello acquiftatoMofiro ancora la medefi ma moder anza,mentre che eifaceua far lar^egna cr la modra de i CauallLperd)ehauendo uiflopafjare Gaio Li mio Sacerdote,che era Boto letto ercitato,diffecbefa* peua,che ghhaueuagiurato ilfalfo maUùo fornente pero che era per farne tefiimonanza a qualunche lo uenif fe adaccufare, ma non andando neffuno ad accuftrlojuol top a Licinio gli diffe,paffa uia col tuo cauaUo,G‘ metdin tonto d'uuanzi quefìa condannagione,che io non uoglio, che tppoffu dtre,cheSapionefta fiato contro di te nel me depmo tempo accufatore,tefhmone,Qenfore,ej giudice^ Di Sceuola. La medepma modeBia fu ancora notatain Qww^o Sceuola huomo raro cr eccellente. Perche chiama^ P 15 1 IB R Or to àfar tcBimonanzfen zadanariricchifimOyO' fenzafamiliarhda moltiaccom pagnato:perche lo faceua ricco, ncnU pojf edere ajfaùma il depderar poco^ Et cop la fua cafa p come Fera uota del SUme dell^ Argento cT deUi Schiaui che i Sanniti gli b4e CL - LIBRO Uf4n mindato t cop fu ripiena églorÌ40c fui uedendo chiaramente quanto egliuennea pcjfedere in uita,poi che in morte non fi trono tanto ,chefi potejfe, far le efequie. Di lAenennio Agnppa. F'Acdmente poffiamo comprèndere di quanta, au* tonta fujfe Menennio Agrippa nella nojlra Cita taypoiche egli fu eletto dal Senato, cr dalla Plebe orbi*. ti. CLV ARTO* I2tf trodcomporrclelorodtf cordie, Qumto eaddunqueid fiim Bifolchi Di Attilio C (datino, HAuendo il Senato fatto Capitano deWef ercito, Af# tilio CahainoJ^u trottato da quelli jche f ir on man* dati a chtamairlo,che e fcmìnaua,ma quelle mani cd tofeercottf limate dallo AratrOjCr dalla Zappafermo* ronocrIiabiUrono P imperio Roman o,et melerò in rat ta ilpotentifstmo efercito deinemici,eT le mtàefvme, che poco auimtihaueuono guidato ilgiogo degli orantiBuoi, rejfero il freno detcarritrionfalijnep uergognarono,de pojio lo f cetra eburneo, ripigliare il manicodello Aratro,, Vojfonoi poueri con lo ef empio d* Attilio racconfolarp^ ma molto piu i ricchi deuriano imparare , quantopano di foperchio CT pieni d*anpetagli acquipi delle ricchezze A ehi brama arricchirpdelUueragloriay cr omarpd*un4 perpetua laude, ■ Di Attilio Regalo: ATtilioRegulo del medepmo nome CT del medep* mofangue, gloria della primaguerra contro a i cor tagmepyes’ di quelli prima dejìruttionejhauendo in Affri ca con molte uittorie abbajfato,cr indebilito l e inf olentif pme forze de i cartaginep,o‘ intef » come il SenatOy per tenerp di lui ben f erutto lo baueua rajfermo,perPànofe* guentejfcriffeaiconfoli}cheilUuoratore, che etenettain unfuopoderetto di fette lugeri, in Pupinia, eramorto Cera un lugero tanto terreno quanto Uuorauain Un di, un péodeBuoù ey'cheun^altro, che gUhaueua condotto 4 opereperaaniuto con D/o,cir portatone certi ferramen ti da uUlajperogli pregauo^che efujfero contenti màdarli QJV ARTO. 127 lofc4mbio,percbe rimanendo (odo Upodere;non haueuà 4i che fomentare la moglie CT ifiglmolLìlcbe intefo dal Se natOyOrdino fubitOyche eglifuffe trouatom lattora^ore, crcheafpefeddpublicolamogUe cri figliuoli fujfero prouiUidiao che giihaueuono dibifognOy tr i ferrameli ti ricoperati.tiealtro cojio alnoUro Erario L uirtu d^Atm tdioydel-cuiefempioKomappotragloriarementre , che la fiara in piedi Di Quinto Cinannatc « NOn furono maggiorii poderi di Lucio Q^ntio cm cinnatOydi quelli di Attilio yperche egUancora foto fi ritrouaua fette \ugeri di terrenOyde i quah fu forzuto af fegnarne tre alilo Erario per pagare la cSdànagione ’<>nofecttoffmomuonPidrcuorfoUM P^d,euno ft tfuip grunU er ^iorénurit : cr Mjgutu parche li n heobtanqueccmo mdi.fu cognominiti li Dotiti. U Senato ineoa ccmeUbcnlc dudeli Doti éifigliuoi U i, Fibnth Lucino CTiquclli di Scipione, perche non biueutno iltro che redare de t Pairiloro eccetto il buon n^ecrUncn gloria. Di H. Sauro. 'J^rUircoSciuro,qu^tifufegrinJeURe i-/teni,eglillelJoloriferijéenel primo libro chegli a ualj mtedi trctacìnque mda tiumLEt due* fUf orono lencch^zte con lequéifu nutrito quel chiaro vumo aduque porci d^uàti agli occhi quefH efempi^etco tfn coJoUrci,not dico^che no facciamo altro,che ramati* aarà delle piccole f acuita pche bora noi no ueggiamo nei le caf r il poco argéto.d pie o/o numero de U Schtaui/fette iugert di ondo terreno,! bifogm delle cafe,i Mortori pza idanortfleFiduUefé^a dotCjpta uegtatno bnglihonoroioU LIBRO Conf oliti Je m^mgliofe Dittature^ ttionfifenzd nmt ro. perche aduque ci i ogliamo noi tutto dì della noBrapo uertaicomefe niunaltro male magior di quejio fi ritrou^f /f,cr pure ha quefia pouertd nutrito fedelmente ^f e bene parcamente i Publicoli^U EmiliiyiFabritii,icurii ,gli Scù pioniygli SicauriyCr tanti altri ualorofi huomini fimigliait ti a quejlifoUeuiamo /adunque gli animinojlriy cr conti memoriadi quefliatitichi efempirecreiamogUfpbritiinde ' bili daUe tanto defiderate ricchezza • Cheiouigiuroper tapìccolacafadiKomulo y peri bafsiedificii deWantico Campidoglio yC:S‘ per li eterni fuochi della Dea V^iyche ancora ne i uafi di terra fi conferuonoyóe tutte le ricòez ze del mondo non fi pojfono agguagliare dUa pouerta dà quejhhuominiecceUentU DELLA VERECVNDIA. Cap, V. Armi che il pajfare dalla pouerta aUa VerecundkyUenga bora molto a prò pofitoyconciofiayche queita habbiain fegnato a gli huomini buoni o* giuJH, deprezzare le f acuita priuateyCr fat togli f oUiciti in accre fiere quelli del ptt tlico.Degna ueramenteychein fuo honore fieno edificati I TempliyCT conf aerati gli Altari non dtrimenti,che in ho tiore di efsi iddu, perche ella e madre d^ogni honejìo confi gh'o, Protettrice dei buoni CT neri officiiyMaejlra deWin* nocentiaycUa e cara al profsimoyaccetta agli firaniyeUa fi* talmente in ogniluogo cf tempo fi dimojìraa ciafiuno benigna CT fauoreuole. Del Popolo Romano* T]J, T peruenire doppo-le lode a gli effetti di quella.Dé .XZi laedifkationedi Romayfineal Conjolato di Scipio ne Q^V ARTO. , 129 ne Affricuno^z^ Tiberio longojedeuti il Settàto zxUpo polo jfenzd dama didintione di gradi a uedergU Spettai coU,non dimeno ninno vUbeop trono md^ che nfaffe di porfi a federe di f opra a i Senatori, tanto fu la honefta V'il rifpetto del popolo in uerlo le pcrfone honorate,ll thè ficognobbcpw chiaramente ùi quel. di,nel quale Lic- cio plàminto p pofea federe neJdmpàno luogo del Tea* trOjj^er ejfere Rato prinato deWordine Senatorio da Mar co worte cr Lucio Placco cen[ori,zT perche gli era già Poto confalo,^ era fratello di Tito Plamminio Vincita* ■ re della Macedonia CJ" del Re ¥ilippo,tuttHo forzaron no a paffàre a federe in quel lnogo,che era al fuo graia ^ tomcniente. Di Terentio Varrone, '"1^ Erentio Vairone per il fatto (forme , chcgtiappicco a Canne tanto temerariamete fece cafear le braccia alla Republica,\lmedepmo poi non uolendo accettare la Dittatura conferitdi dd S enatq f:;' dal popolo unitamen " te,uenneptd rifpetio C2T henePa apurgare la colpadelU^ rotta crudcUpima^he gli fu dataiet copfece^chetdemo ^ dePia fu attribuita alla fua buona natura, cr il danno del , la rotta alTira er crudeltà de gliiddij. Onde piu chiaro fia i il fregio della fua imagine,doue apparirà la rccufota Dit* ' tatura,che qu^o , chef ut ornato delle prone di quei, che ' V accettarono^ Di G,Sctpione,c;‘ Cicereio Cancelliere^ H Or paPumo piu oltre aduna opera molto egregia della uerecundiaLa Eortuna congrandfsimo fuo aarico,nella creatione dd Pretore ,conduffe in capo Mar rio Gneo Scipione figliuolo del primo Affricano,Cf Cicc reio Cancelliere,onde ella come troppo infoiente era bia fimata cr lacerata dd molgo^ che l'baueffe fatto compe K i: I B R o teretdntdnobiltddi fongucyconunaperfond p ignobile^ non dimeno Cicereio conuerti quel bidjìmo della fortu* nainloiedi lemciepmo,perchecomeègUuideinqtieUs creationCychegU era da tutto Hpopolo preferito a Scipio nejcef e a baffo^ CT cauatopUuejle candida, con la quale fi compariua, comincio nel popolo a procacciar fauorip detto fao Competitore, parendoli che e fujfe piu conue* niente in tdedegnìta hauer rif petto dia memoria dello Affricano,che a fe medepmo.Et quantunche Scipione fuf fè quello, che mediante la cortepa et mode^ di Cicereio hàueua ottenuto quella degnita , non dimeno il popolo piu ajfdp rallegro con Ocereio che con Scipione» DiLucio Crajfo, 'pT per non ci partire coptojio di campo Martio , Im* ^cio Crajfo dejìderando (Ve jfer fatto Con[olo, et ejfen dò forzato nel domUarlo ai andare a tornoccomepco flumaua'ìcon la uejìe candida indolfo,a pregameli popo ìo,non p potete mai recare afarp in cotalguifa uedere,d U ptefentia di Quinto Sceuola fuo fuoeero,huomodi grandifsimofapere CT riputatione, CT pero lo prego, che fuffeconteiUo partir fi di quid fino a tanto,cheglihaueffe fatto quella cofi inetta cerimonia, uergognàdo fi piu di far tdcofarifpettoaUadignitaiel fuocero , che rif petto dU H>abito,colqude fi doueuarappre/entare. Di Pompeio magno, T Pompeio} Magno entrando in Lariffa il di dipoi e che e fu uinto da Cefare nel fatto d*arme di Forfè tia,cr effendoli uenuto in contro tutto il popolo di quella terra, dijfe loro,Andate,CT quejlo honore, che uoi fate a ne fate lo d Vindtorctlo ardirci di dire,ebePom Q V A R T 6 t jo pdo non era degno di effer mto^fe Cefarenon fujfejia to egli il Vincitore.Uianel nero Pompeio fi dimojlromo defló affai in tanta calatnita , perche n on potendo uolerji deUagrandezZf cr dignità fua,p udlfe della uerecun^ dia^ ■ Di G. tulio Qefare, Q Vanto qaeda uirtufuffe ancora eceeUenfein Gaio Qefare jì vide molte uolte per ifperìentiay come an torà chiaramenteapparfeneWuìtimo di della fuauita IW peroche ejfendoPato affalito da i congiurati, non bebbem roforzauentitre ferite da queUt riceuute, di farlo fmar rire, che egli mentre,cheil fuo éuinofpiritoeraper fey psrarp dal mortai corpo , non fi ricordaffe della uerecu dia, auuenga che con Vuna CT Inoltra mano fi mandaffeU Toga a baffo, aedo chele parte inferiori del corpo nel cafeare m terra ueniffero ricoperte. No» fongiafoliii gli huomini di morire in cotdgùifa» ma pbfne gltlddif immortali ditornarfene in Oelo* i l •• D E G L I E 5 T E R« 1 K. ni diSpurina, LOefempio,chefeguitaper effer feguito auantichei Tofeani fuffero fattiCittaéniKomanilo mettere* mo tra gli Ejierni , In Tof zana , fu un Giouane (U afpet to bM fiimo chiamato Spurina,ilquale perla fuamara uigliof a bellezza, molte nobilifiime donne del fuoamo reaccendeua,la onde accorgendofìlui,che iloro mari ti et paréti ne erano gelop diuenuti , co molte ferite che egli nel j^lto fi diede, guajlo qUa beUezzd et leggiadria eheinejfoappariua,eteleffepiuprelio,cheadisformato uoUo facete fede della fua bota, che e no uoUe.che la [ua • t I B R O ; (>eUezZii4ccendej[cgli altrui dishonelkdppetitL Di m certo uecchiq Ateme f , IN Atene ejfenio uno già codòtto alTulUìtt^uecchiez za andato a uederele feSle,chendTeatro jì cele* hrauanocrnpntd ejfendo alcMnoy chegli facejfe ìuogp .4 federe, fi condujfe per uentura in (Quella partendone [c deuano gUAn^afciadori de LacedemoniìquaUmofsidal ia età di queluecchip fi rizzarono tx fecioii reuerenza a gli anni a fuoi canuti capelli^ cr coj? lo pofero tra lo* roa federe nel piu honorato luogo.ilcbehauendoilpo* polo conjìderatOnConil fegno^che fece diaUegrezza,di mcftro efferliliatograto cr accetto il rifpetto^die bebbe ro__queiforeàleriad un lor cittadino^ Dicefi, che dl*hofa modi detti Ambafciadori di(fe,AqueJlo modo gli Ate nlejì conofconqil bene,0’ non lo fanno fare, . I? E I. L O A M Q R E, T R A moglie cir lAartio, Cap, vi, . j' [Afferemo bora da unfaffetto d*animo l^ceuole et quieto ad un*altro nome kno boneflo di quello^ ma alquan^ piu [ardente cr impetuofo ,cr porremo 1 dauantiagli occhi de i leggenti non al itrimenti che certe immagini da fpec» cbiarui/i dentro con graniifsima uener adone alcuni ef m pidicijlo cr legittimo amore yUarrando fucàntamente della fede cojiantifsimaofferuata tra moglie eT marito, cofa neramente difficile ad imitare , ma molto utile a co^ nofcerla^perche colui che legg e cr confiderà le opere ec cellentiffime,cop degU buomini come delle donneffie aU meno nonfisfQrzain qualcheparte dtimitarle,conuiene^ Q^V ARTO' i^f thturrofàfat^&nonpAfii fenza fuocxrìco CT ucrgo». ~ gna, I9i T. Gracco^cT Cornelia fua moglie^ IN cafa diTiBerio Gracco ejfendo flato prefo due Set pe il mafchio cr la femmina^ CT domandati gli Art# /pici quel che do uolejfe pgnificarejlo aumfarono^cheU fciando andare il majchiola moglie fua frapoco p morm rebbcyC^ taf dando la femminajtoccherebbe a lui a mori refende egli^che amauapiula falute della mogfie.che U propria.comando^chela Serpe femmina fujfelafciataoJt dare^cT il mafchio uccifo. Etcop nel fare uccidere il mà fchio in prefenza della moglie^uenneinpeme a dimoftrai^ lische uoleuapiu preflo m orir egli^che f apportare di uea derleimorire.Ond^ionon fo feio mi debba direte ome Ua ejfere fiata piu felice per hauer hauuto un marito tan io amoreuolcio piu mìferaperhauerloincotalguifap& àuto* Di AmetoRedi Teffaglia. Ma tuo Ameto re di Teffaglia: che rifpondendo Vo racolo d^ Apollo Calquale mandafli per fapereilfi ne della tuagrauijsima maMd) che allhora fanerejU: che qualcuno per te alla morte p efponeffejopportafli di per mutare la tua morte con quella deUa tua moglie, er poi che ella per dare a tela ulta p eleffeuolontaria morte, tt pati ancor Vanimo diuiuere,zr fé,che prima haueui ten^> tato Vanimo de tuoi parenti cr de gli amici per far proua fe alcuno diloro per te uoleuamorire,cT ninno pnalmc te trouaili tanto amoreuole^e tanto fedelein uerfo di te quanto la tua moglie. Di Gaio Plautio, Gaio Plautio ì^umidaiancorcheefuffe ddV ordine Senatorio, funon dimeno dimàco riputatione affai R (il LIBRO' di Tiberio Gracco, quanto allo amore in uerfo la ft$4 moglie non meno di Lii amore noie, auuenga che egli an coradiueniffeuittima della iniqua Fortuna, perche fendo li fiata pgnificatalà morte della moglie^ fu da tanto do lare afjalito^che non potendo piufofienerlo fi diede (Ttm coltello nel Petto, ma fopraggiuntodaqueidi cafanon potette dar fine al fuo proponimento ,iquali lo fecero medicare, ma fubito che egliuidel'occafione,lhrappatoft^ con le proprie mani le fafce , con lequali haueua legata laferita,cr con gfrandifiima cofiantia, quella sbranando con molto pianto ej dolore mando fuorilo fpirito.te* flificando per cefi fatta morte, che ardore CT quali fiam me fieffero racchiufe dentro al [uo mifero petto,cbe dd maritale amore accefo Vhaueano* BiM.Plautio. MAreo Plautiocofi come gli hebbe ilmedefimo co gnome cofi non meno fuifceratamente amola fua moglie, imperoche effondo luiandato per ordine del fenato a ricondurre in Afia una armata di feffanta nauide i confederati dei Komani,zT hauendo tocco a TarantOjOrefiilla fuamoglie , che [eco haueuamenata^ quid ammalondofi fi mori, onde egli fattoli Vefequie, xy pollo il corpo fuo nel luogo doue e fi haueua ad arde re,mentre che fecondo il cofiumelaungeuacrbaciaua, pref 0 d pugnale fi ammazzo. Gli amici airhora,cofi to* gato CT ueHito come gli era,congiunfero il corpo fuo co quello della moglie O" appicatoil Fuoco infiemegliarde rono,nel qual luogo fu fatto un fepolcroadambi duci, che ancor oggi ui fi uide, nel quale fu f dritto in Greco Tonfdonton,cioedi duoi amanti, QndHomi rendo cer Qjr A R r e quello, che non Vhauefje tenuto c;' [a Vdite quejle pa roUytalefuUaliegrezZt* » cheinfperatamente prefe gli animi di coloro^che ogn^uno da pnnapio fi tacque, come fe e nonfufjeueroychegli bauejj'ero udito quel, che udito haueano,ma replicato appreffo il banditore le parole me* defime,riempierono l^aere,di fi alte grida cr romori, che fi dice per cofauera,che gli uccelli , cheaUhora perl^aere uoUuano,cafcoronoaterrasbalorditùSatiaflatacofjpur affai generofa cr liberale fe a tanto numero d^homini fuf fe flato renduto la liberta,quante furono aHhora le Citta nobilifsime cr ricchif$ime fatte libere dal popolo R omae no,AAacuÌNìaiefiaficonuienc iadema,cbeeglibaueuagittatain terra,cr impojìoU cer te conditioni lo rejìitui nel fuo ftato,parendoli ejfer cofa cofi honoreuole renderlo fiato ad un Re come torglielo» Et quanto e chiaroloef empio di Pompeio per cofi fai* ta humanita ufata in uerf o di TigraneiBt quanto fu mife rabileichegUbauejfe dipoi a defiderareperil fuo fcam* poValtrui humanita c;' clementiaf perche quello,cbeha ueua ricoperto con la C orona R egale il capo di Tigrane, uedendofidel fuoleuare tre Corone trionfaUneWulti* me regioni del mondo fulafciato fenza Sepoltura, et la fua tefia fenza honore cr fenza ejequie fu mandata dal traditore di Egitto a farne un donoaluincitore,ch€ fu ancora cofiretto ad haueme compafsione, perche fubi toiche Cefare lo uide,dìméticatop della inimicitia hauuU conPompriOyComeSuoceropianfe non foloperfe^ma ancoraperla fua figliuola,p crudele tT fceleratamorte^ freon infiniti cr pretiofif simi odori fece ardere quella honorata ttftOfCbe fe Vatimo di queQo Prmpt nonfi^ Q.V I N T O »47 felldto tilmedepmOsche non fu mai da huomo det mondo fuperato,ejfendoli forza cedere alla natura cr aUafortunaschelo oppreffe,quantunche già aggrauato dalla forza del uelenojn letto p fentijfe mancare ^non dimeno f o Ueuatop ^quanto fuUe gomita porfe la dePra à tutti queiyche glie la uolfero toccare , cr chi faria fiato quello, che non Vhaueffeuoluto toccare cr baciare, poi che già uidnaaUa morte.piu per forzai d^humanita. I N T O 14S éìt per W^OY naturale tanto p mantenne,che la fece con tutti queifche uollono,la dipartenza^ Di Pipdrato, PPiHeremo dprefente dellihuntanita di PipPrato Tiranno d* Atene^nellaquale fe bene non apparfe queluigoreiche in quella di Alepandrojneritanon dime nocche e fe ne faccia mentione.Era Pipftrato moltopj* molato dalla mogUe^che e face jfe morire un GiouanettOy ilqualeiaccefo grandemente dello amore della figliuolat nelrifcontrarp Phaueua nel mezodella^radabaceiata, Cr egli finalmente èffe alla moglie: fe uoiupamo crudel ta uerf 0 di queUi:che ci portano affettione,chefarè noia queUi^che ci portano odiof Non metitono parole tanto humanetche e p dicJycheteu/ciffero di bocca di uoiTira no.Cop adunque f opporlo Pip^ato Vingiuriafatta aUa figliuola^ma con piu fua laude f opporlo quell ajche in fe proprio riceuette. Perche ependo molto a/pramente ad un conuitoidi parole ingiuriato Trapppo fuoamicoino fece pure minimo cenno di fdegnarfene: mati Marco Coriolanos Et per cominciare dalle cofepubliche.Faccèdo Marm co Cori alano ogni sforzo di opprimere la patria fua,CT ejfendo uenuto fino [etto le mura di quella con un grande efercito diVolfci^minacciando tutta uia di dijirug gere cr rouinare ^imperio Komano.Veturiafua madre, cr Volumna fua moglie andate fuori a trouarlo cygittam tofegliaipi€yconleloro pietofe preghiere placandolo^ non lafciaronfeguirecofi crudele cr federata imprefa* Onde il Senato in honorloro lUuflro Verdine delle Mam trone,CT gentil donne con moltihonori cr priuilegij» P« roche fece una legge, che gli huomini nel nfcontrgm re le donne dejfero lorolajirada, in tal modoconfefm fandOylaKepublica eff ere fiata allhorafaluatapiuper epe radeUe donnesche per uirtu de glihuomini» Et conoejfe / LIBRO toro, eh t oltre aigioielU et ortutmentiycheper priutle^o dittico leportduano agUorecchi,portajferoancorainte* fld una nuoud maniera di benda cr dcconeiatura,accioche le nobili fujf ero daWaltrediffcrentiatCjZT ftmilmenteche ìepotejfero ueWre diporpora^CT portare collane cr mi niglie d'^Oro.Oltra diquejio in quel luogojoue CorioU* no era élato placatogli Senato fece edificare un tempio, co uno altare alla Dea della Fortuna Muliebre,per tejlificare conqueBaoperareligiofa , la gratitudine del fuo animo uerfo di quelle,per il beneficio da effericeuuto. Dimoftro ancora la mede firn a gratitudine al tet^o della fecondi guerra contro a i Cartaginefi, perche ejjendo loro affedii ti in Capua da Quinto Fuluio, CT ritrouandofi due donne CapuaneJLequali ritennero fempre ne gli animi loro la he neuolentia uerfo il popolo romano , Vuna dellequali eri madre di Famiglia chiamata Vedia Oppida , laquale ogni éfaceua facrificio per falute del roman o efercito.Valtra Meretrice,chiamataCluuiaFacula, laquée non manco mai portar da mangiare ai romani,che eron dentro diCi pua prigioni.il Senato come Capua fu racquijlata refiitui ìalibertaaduedonneinfieme conilor beni offerendofi ancora aconceder loro ogn^altragratia, che Pbauefjfero domandato.fu certamente cofanotabile,chei Senatori He Vallegrezza di fi fatta uittoria,non folamente dimofhraf* f ero hauer grato il beneficio nceuuto da due femmine uU li cr abiette, ma che ancora le remuner afferò. Della Giouentu Romana. C^Hifi porto mai tanto gnUamente,quanto quelligio* •uaniromani,iquali Cai tempo diQjnntio cT tio Confalo ) per dar aiuto crfoccorfoaiTufculanico» r Q_V t N T O. ifl trodgUEquicoli, che haueuonooccupittoi loro conjvd t'offerfero cr con giuramento fi obligarono fpontanea^ mente di andare a queUaimprefa,perche pochi mefi auoft tifi Tufculani con molta codantia cr ualore haueuono dU fefo Vimperio RomaneX olì adun quei che no s^udi mai piu) Ve[erdtoKomano,perdimofir areiche U patria loro nonmancauaàgratudine, s’ondo a fare fcriuereperft medefimo. DiFahioMafsimo» JN Fabio Mafsimo fi conobbe chiaramente ^ quanta fujfelagnuitudine del popolo Komanoypche ejfen^ io Uduenuto amorte doppo cinque conf olatifelicemen^t te cr con folate della republica da lui amminifirati,fece il popolo agora a portar danari,accioche le fue efeqme con maggiore cr piu honorata pompa fi celebrajferoXbinem gheraadunqueipremij della uinUfnon ejfer grandi, confi derato che i corpi m orti degU huomini uirtuofi fon piu ho norati et hauutiin pregio fChe no fono i uiui et pufillanimL Di Hinutio M.aeHro de Caualieri FV ancora ufata non poca gratitudine a Fabio KlafsU mo mentre, che egli uiueua,imperoche ejfendo fato^ to Dittatore neUaguerra contro ad Hmnibale in San DÌo,er fendoli dipoi per deliberatione della plebe dato p compagno Minutio Maefiro de caualteri Ccofa non md p Vaddietro ufatap) fi diuifonointra loro lo efercito,cr cfit fendo Minutio uenuto die mani con HannibalefCon lafua parte dello e jer cito, accorge dofi Fabio del trifta fine, che era perfeguire di quella battaglia,per ejf nrui andato co* luimolto temerariamente,ZT che già fiauaper andare in rotta,lofoccorfec;‘trajfefduodi quel pencolo» Onde e^Uriconofcédo il beneficio Jio chiamo padre, et comodo \ oogl LIBRO « tutti i SolJuti che crono [otto di lutjcheglì faceffero ri « I J LIBRO biuerfo di Hfì trajje di te{h,cr rizzo/si in pie, O" dtrà U0U4 ancor J uiHolo uenire f monto da cauaUo^ er diffc in prefenz^Hala Seruilio, Et Mola SeruiliOy che haueua ucdfo Spurio Vielio Maejìro de cauaUeriiche afpiraua allaTirannide.pa gole pene dello hauerconferuato in liberta i fuoi crtfj/ dini, con Pejfer mandato in efilio* Hora fi come noi dobbiamo paffarcela di leggieri a biafimare il furorcì trPhnpeto del Seaató & del popolo: agitatotcomed Mare da tempeflofi uenti jcofipojfidmo piu liberamene é'sfogareil hojiro sdegno contro (dlaingratitudine de » priuati 'y CT dì quelli maffime,che prudenti CT di giu* dicio reputati, hanno prrpofto la fceleratezzl corfofuo co/lrrt/o . morir, ii. in carcere in luogo del morto paire.Puo/siaJ»gue glori dreil feliolo d’uno ecceBiliftimo Capuano, etchcancor eoli era fi jfcéifo-e al medefmogrado.dt baaer nceuto p reditapaternafolo la pngioneer le efene. D, Anjlide. A RilWe fimilmenle,che da tutta la Greetaper^jip A lìmo ecelebrato,crtenutoancoraano fpeccbioiU c5tinenza,fucojlrcttopercomMamentode^^ ni a partirfi della citta et idarfene tn efilio. febei Athemefi fepriuatilìdicolluipotcrontrouareun altro cofibuon» cramoreuolecittadino dellapatriafua,Muenga cheinjte me co Ariftidc partiffe ancora, guanta bota era in Atene, DiTemiftocle, Et Temiflocle^rarifsimo efempio tra quelli iqualiprom Q_^V I N T O. 1^9 MéTono td itigratiludine deUd.pdtrid , hduendoU contd mrtufua 4sicuratii,dmplUtd CT illujlratd,Qr fattola anco r gh hauejferp,fece portare Ufuo corpo uicino agUalloggiamenti^Gr‘ copertoio d^una prea tiofa uejlelo pofefoprad R^ogo^dipoiappìccatouiilfuo^ co, incontinente con U medeftmafpada con lacuale batea ammazz^ito il fratello jì pajf ) da un canto a Pdtroo" git tatofì f opra il corpo di quello uolle-ardereinpeme co luì, Poteua coftui con lafcufa di non l^hauer conofciuto,fen^ za fuo carico con feruarp in uita^mAuoUe piu tojio ufar^ un tale atto di pieta,che { eruirp di una tede feufa , per far compagnia ancorain morte al fratello, DELLA PIETÀ VER50 LA l^atria, Cap, V L A fatUfatto fino a quila pietddigra* di piu flretti cr piu propinqui di con fanguinita,rePdihora afdtisfare aU la patria , alla cui maefta cede ancora la pietà inuerfo il padre cr la madre, che fi agguagliaa quella, che dobbùu mo hduereuerfo degltìddij,cedelidncorduolentierikc4 ritd frdterna,e:f certo con ragionegranéfsima, perche ro uinata una ca/arefla qualche uolta in piedi laRepublicd, ma la rouina della citta di necefsita fi tira dietro la rouind di tutte le cafe de i priuatiMa che bif ogna multiplicare in parole fopra queàa materia,ejJendo la forza della pietà in uerfo la patria tanto grande,che alcuni con la ulta pro/ priaVhànno dimoflro. Di8ruto,primo Confalo,^ . D Kuto il primo Conf olo, che fujfe fatto in Roma, co battendo per la patria contro a i Tarquini Jì affron^ to con Aronte figliuolo di Tdrquinio fuperbo^ crfu fin contro di forte, che Vuno cr Inoltro mortdmente ferito Q^V I N T O. 167 cdfco in terra morto. Votrebbejì meritamente dire al pon polo RomanOfChe per la motte dico(lui,gUcofldjfe mol/ to cara la liberta. Di Curtio» ESf mdo in R orna nel mezo della piazza apertop in un fkbito il terreno crfattofi una buca molto larga cr profonda^niandarono i Romani allo Oracolo tPApol lojl^uale houendo dato per rifpojia,cheuolendOyche la (i tìchiudejjè per euifar quel pericolo^era neceffmogittarui dentro quella cofa^ che nella Republica Romana era di maggior pregio cr udoretCurtio allhora di [angue et (ta nimo nobtlifsimogiouanettojbauendofrafejìcjfo penfan losche qllo in chela nojira citta ualeua piu,et era piu eccel lente erqno Pormi , armatofi tutto da capo a pie monto 4 Cauallo,zT [pronatolo^GT correndo a tutta briglia , ui p getto dentrOji cittadini allhora per honorarlo , a gara gli gittaronfo^a dimolte biade^cr incontinente la buca p ti dìiu[ f,cr ritorno il terren 0 nelPeffer dx prima.Seguirono dopo Curtio molti alari huominieccellèti orhamèti della nopra citta, nodimeno non p legge ef empio piu chiaro di quejlo de la pietà uerfo la patria,alquale,come quellò,che inqueftafpetiediuìrtu tiene il principato ^ foggiugnerq unpmile* DiGenì io Cippo Pretore, • AQenitio Cippo Pretoreatfeendofuor di R ornane* aito cr ornato dacapitano,occorfeun cafo molto nuouo negtamai udito^llacquero a coflui in un fubito co* me due cornain tefia ergUfu dato per ri/pofta dallo Ora coloychefe ritornaua detro a la citta n e diuerrebbeRe.il che accioche non p neri ficaffe, uolontariamente p elejfe Bplioperpetuo.Opietaimmenfacr inepimabile, degna uermentcdiejfer preferita quanto alla gloria ai fettere \ LIBRO di R0WM.L4 fe/lrf di coib4Ì^perfniafu difcacciata daLettimio Matcntiiiico^^ comeuoghonoalcun*altrida Herafjlrato Medico^ pchc {tondo lui a federe apprejfo ad Antioco^o" accortofì,che all^entrare di Stratonicam camera^ ilgiouane arofiuo cf ripigliaua uigore,cr aWufcirfene,impalidiua c^fofpiro^ uojondo con maggior curo offeruandolo^cr cofiuennea Htr cuore Vorigme del fuo male, perche prefolopUbrac do ad arte:conobbe,che ne lo entrare di colà in camera,il polfo batteuapiuforte^etnelporttrpqualild tuttofino* jcondeuoOndeccfìuiincotinétematiifeflo a Seleuco lo co glene di quellainfirmitd.'El effo intefo la cofo,non bebbe rtfpetto alcuno a cocederlt Stratonico, quale egìifommo* mente amaua,incolpando la mala forte, r.heil Giouane dì cotale amore accefo fifuffe, et a la bota et riueréz^ di ql lo attribuédo,Phauer più tofto eletto di morire, che mani fefiarlo. Hora ponghiamoci dauÒti agli occhi un Keuee* chio,€thamorato,hauercoceffo in tal modo la moglie,et potremo conofeere, quoto i Paterni affetti fianopotcti a kìctre ognidifficulta» Di AnobarzonerediCapadocùu COneeJfe Seleuco alfigliuolola moglieima Ariobar* zane in prefenzd di Popeio,coceffe al fuo il R egno, hrafalito Ario barzanefopra il tribunale di Popeio,& inuitato da lui a federe fopra la fedia Curule,et hauédo ut fio il figliuolo ejferfi polio in quella parte de lo eferdto, doue eiail CÒcellieryio pitto coueméte al grado fuo,non potette esportare di uederlo in luogo inferiore a lui, ma fubito fcefo di fieda fi leuo la Diadema di capo, et lapofe , in capo alfigliuoloiefortàdolo a porfi a federeionde egli sWa leuato , Vennero giu le lacrime a\ Giouane,uenneli ancora menotrj nel cadetegli cafeo di telala Biada X Itti LIBRO w C^AjfiO imitando lo ef empio diBruto,perche il fuo fi Jgliuolo, quando era Tribuno de la Plebe, fu il prL ino, che proponcffela legge Agraria con molti altri mezzi fi ora ambiti ofamete obligato gli animi delpopo ■ Q_V I N T O • 17^ lo,finito che gli hebbe il m4gi(hrato,raguno in cafafua tut ti gli miciu" parenti, cr pref 0 U parere di ciaf cuna, con* danno il detto fuo figliuolo per hauer^afpirato alla Tirati tùdeyCr fattolo battere,cr dipoi ammazzare,confagro 4 Cerere luti 0 il fuo hauere. Di MaUio T orinato» Tito lAallio TorquatOjper molte fue opere ualorom fe,rarocT ecceUente^O" dotifsimo in leggi ciuili^ cr pontificali fn una cofa fimigfiante a queUa,non gli par ue già dadomondame il parere ne dei parenti, ne de gli amici.Peroche hauendo i macedoni mandato Ambaf :ia* dorial Senato a far molte querele contro a Dedo Stilano fuo figliuolo,che era (lato agouerno di quella. prouinda, prego il Senato,che non uolejfe deliberare di cofa alcuna, prima che e nonfujje bene informato della differézdjche era tra i Macedom,cr il detto fuo figliuolo. Dipoi con co fenfo di queUo,CT de i detti Amhafciadori,pref 0 a giudi* care la lite jfi fece la refìdenza in cafa^ey folo duoi diala fila diede udienza a Vuna cr l'altra parteAl terzo di, ha* uendo a baftanza cr diligentemente ef minato iTeÌHmo niydiede la fententk in quefto modo.Hanno prouatoiMa cedoni SiUan 0 miofigbuolo hauer pref 0 danari da i cofe der^^ di lettere ancora ornatojafciatop tirare da i cattiui conpt* gli nella amicitia di Catiltna cr andando per ciò inconpde ratamente aritroudrlo nel fuo efercito fopraggiunto dal padre amezoil cammino 'fu da quello ammazzato,dicen do prima che ciofacejje,che e non Fhaueua generato,per che e uenijfein compagnia di Catilina contro alla patria, ma perche efuffe defenf ore della patria contro a Catilina poteua ¥uluio,mentre che duraua quellaguerra ciuile,con tenerlo rinchiuf 0 , proibirli tale andata , ma [egli hauejfe fatto copjarebbepato cauto CT prudente, CT non rigido cr f eueroMa accioche Vaf prezza cr rigidità de i { opra detti p uenga alquanto a temperare con la clementia di quei padri,ch e furono di natura più dolci et manfuetijog giugneremo alla rigorofa punitione di [opra narrata , la facilita del perdonare DELLA TEMPERANZA DE P adri imtrf 0 de i figliuoli. Cap, IX. Di L.GeUio. VClO GELLIO, chedaCen fore infuori era Pato di tutti gli é* tri Nlagtprati , hauendo apaimanit* f ePo inditio , il figliuolo hauer ufa • to carnalmente con la Matrigna, cr cerco ancora di ammazzarci lui, no perciò p moffe cop a furia agapigaHo , ma confuUatala LIBRO cofa,qu"-e zr lu Dea Minerà ua,chetuttoil male chedoueua auuenir e f oprati Popolo Komano,lo uolgefferofopra de la cafa mia,Vanno adun cheUcofe profperamente: perche fendo^ti efaudiHi mieiprieghi,hanno quelli operato diforte,cheuoiui hauè te piu tojlo a doler mec ode la mia auuerpta , che io habm biaapiangere de lauof^a.Soggiugnero ancora un^altro degli effempi domeftM,cr entro dipoine le cofe efiemo DiQ^iiiarioKe, LIBRO Q vìnto Vidrtio Ke,compdgno nel ConfoUtodelpri moCdtone^rimafepriuod' un figliuolo molto re* „„ent'i&‘mormokuerfcmi,nclìudehMm^» difsinM(peranz La libertà del parlare,che ufo la donna, che apprefiti racconteremo fu non foto di grande animo, maanco rabebbe molto ddpiaceuoletCojìeicondottap a Vejhre* mode Ufua uecchiezza CT pregando tutti gli altri di Si* racufagli iddij,che Dionifio tiranno moriJJe,lt per la cru dele natura fuafi ancora per le grauezze infopportabili, che egUponeua hrò'yejfa fola ogni mattina al far dd gior no pregaua lddio,chelocònferuaffe fono cT fatuo» ìlche hauedo là intej o ZT marattigUatofi de la bencuoleza,dje codei gli portaua la fece chiamare afe,:iiala punitionCychedi copmfu prefa fare una legge , per Uqiiale p prouedeuoi che ninno patritio potere habuare ne la Rotea o in Cam pidogUoyperche quePó Malliohaueuala cafain CumpiV dogUoidoue bora ueggiamo il Tempio de la Moneta, Di Spurio Cajpo / Slmile fu lo sdegno de i Romani contro a Spurio Cafsio,alquale nacque piu il fofpetto yche s%eb* he di lui cbc e non cercajfe di farp Tiranno y che non gligiouarono tre honoratipimtconfoUtiy ejduoibel* Ufimi trionfi perche il Senato cr il popolo Roma* no non comento à hauerU toholauitay gli fece anco* rafpianarle Cafe per affliggerlo an.or p:u conia de* ffruttione de i fuoi idéj famigliari y cr w edifico fo* pra U Tempio della Dea Tellurcy CT cofì quel luo* go, che era flato prima habùatione di un huomo tanto grande CT potente y e bora una perpetua memoria ^u* nareUgioja feuetita. A A ii r • L I B R O T>ì Spurio Melio. Pmo nello hiuendo tentato difareil medejìmo Jja milmentefu in tal modo punito jO" il piano che rima fe de U fuÀ cjfa ronitiAtayatcìoche la f tueragiujtitia^chc jt erafatcadiluijujfea i Pofleripmmanifejht, fi* chiama* to Equim dio. Di Fiacco Satumin o. Q Vanto gli antichi portajfero odio intrin fao a i nemi ^^cidelalibertajlo manifcjUronOyCon Urouinedel* le cafe di quelli, cf" perdo tagliathche furono a pezzi. Marco Fiacco, CT" Ludo Saturnino , huomini f editiojìjfi* mi, furono [pianate le lorcafe fino a i fondamenti, cT ' ejfendoiltcrrenodoue eralacafa di Fiacco fiato un tem pofenz* efferuijt edificato alcuno edificio, fuaV ultimo ornata da QJZatulo,deUe f paglie cr Trofei de CimbrL Di Tiberio o‘G.Gracco. LK nohilta CT^lo fplendore di Tiberio CT Gdo Groc cbfugrandifimo ne la nojlta dtea,cr fi hebbe di lo fo un tempo ottima fperanza,ma hauendo per ma di fe* dittoni con ogni sforzo tentato di rouinare lo fiato de la Republica, furono mordi tT i corpi loro laf ciati fenza fcpòltura,rimaf ero ancora fenzma nonhameno di grafiifa^queU a che fi e ufata per co feruar e la dignità^ cri buoni ordini de la KepublicaiDet te il Senato in poter de Corfi Marco Clodio^ per hauer fatto con loro una pace éihcnorcuole, crnon bauendo quellt uolutolo accettar edo fece morire in prigione. Hot ateditn quanti m odi il Senato fu feuero uenécatore de U fuàira contro acofluiiper bauer foto unauoUa offefoU Macfia del imperio Romano, i^on approuo Raccorda, che gli haueuafatto^tolfegli la hberta,priuoUo delauita, fecelifare incarcere uitupcrpfa morte , CT poiché e fu morto jlo fece precipitare d terra de le f cale Cemonianet CT ce) tamente ccjìui ncnnieritaua minor punitipnedd Senato. I^iCorneìio Scipione, A/t ^ Cornelio iapione figliuolo di Hifpalofu 1 VJ punito dal Senato primaicbe egli lo meritaffeiper* tbe JendoU tocco per forteil^uerno de la Spagnajfeat ce unpartitoiche e ncnutandaJje^aUegàdo cheenon tra fufficiente adamminifirarU, Onde Cornelio perla fda inhoneHa uito^ancor che e non fu jfe andato al gouern o di quella ptcuinciainon dùuenp. fM condannato comefee A A Hi LIBRÒ Vh^ueffe male amminidrdtayUcetto foto, cheenon heb^ beadarcontodelaammtnijirationc. Di G Varìcnù, Non manco il Senato di procedere ancora feucrami te contro a Gaio Vatieno^ilqualepernon ejfercos pretto a trouarp n c la guerra Italica p taglio le diti de U mano pmlirajil perche conpfeato i /uoiòenijocondari* no a carcere perpetua,Onde copiò, che non hauea uolu* toin guerra morirehonoratamenteiconfumoU fuauita ne le catent,xongrandipmo uituptrio cr dishonore» DiM. curio Confalo, l" A ntedepntafeuerita del Senato ondo imitando Marcò ^ Curio confolóulquéeeffendo corretto a far gente co grande celerità contro alKe Pirro, cr non hauendo alcu no de ipVigioiiani ne lo fcriuerelo ejfercito uoluto dare il nomeime jfe tutti inomidele Tribuinun uafoaUefor a,CTlapnma,cheufcijfefulaTribu PoUiaiquindi poi co minciato a ìrarreiufci il primo un Giouanettoiqualefece fubito chia'màre,cr non rifpondendo,feceuendereifuoi benialo incanto,t3‘ come il Giouane Vintefe.ricorfefu* hito donanti al Tribunale de C onfoli,a' scappello a i Tri bum\AWhora Marco Curio diffe, chela Republica noli ueabifognodiquei cittadiniichenon uoleuano ubbidire, cr cop uende ancora luiaWmcàtopnpemecon ifuoibea ni. Dii, Vomitio Pretore, Non fu mcn duro cr opinato nel fuo propopto tu cioOomitioJlquale (jfendo Pretore della Sicilia Cr ejféndoli prefentato un Cinghiale di fmifiirata granr dei^tUìfece iteuìre a fe il pallore, che lo hauea ammaz* s t sr o, iss Zàto,f3‘ diìHeOìicitohcon checofahduejfe ocàfoftgran hejhay cr troudto che e l*haueu4 ammazz,^ "y' Qgliamo eptiquefìi efempicogiungere ancora qucÈnf dipubUo Sempronio Sofoydqnalerepuào la moglie^ non per altro che, perche VhaHeuahaij^Q. ftr dire di onda LIBRO re a Ufejte fenzd fitd faputa^ar co fi mentre che i Romd4 chtt Camerini p poterono rallegrare della rouinaloro^ i quali in queflo modo uennero come arinaf cere* Quello èie io per infino a qui ho referito, non fi diftefe oltre a i confiniyCr luobgi conuicìni della citta di R oma,ma quel* lo èe feguita fi fparfe per tuttoil mondo, Delmedefimo.cr difabritio T*Ìmocare (PAmbraciap offerta Pabritio confolo di fareauuelenare ri R e Pirro dal figliuolo,che lo fer* uiua per Coppiere^ llcbe fendo referito al SenatOyO' ri* cordandofiche effendo la citta di Koma edificata daKo mulofigltuol di Marteje guerre fi haueuonoafar con Varmtc" non col Veleno^mando fubito Ambafeiadoria Pirro auucrtendoloychephaueffe diligente curada fimi* liinpdie cr tradimenti.Hon uoUe giail Senato in ciò no* minar Timocare, cr cop neWuna cr V altra cofa dimojìró la fua retta cr giufia intentione , non hauendo uolutone tradire il nemico, ne far male a colui, che haueua cerco di far lor bene. Di Quattro Tribuni della Plebe, Vìdep ancora nel medepmo tempo un grandijfimó effetto digiufUtia in Quattro Tribuni de la Plebe, per che hauendo L.Hortenfio pmilmente Tribuno chia* maio dauantial popoloLudo Atracino,fottoilquale,ef^ fendo lui capitano de Veferdto R ornano cobra a i Volfd, epi Tribuni appreffo d lago Perrugineremediarono in* fieme con tutto il refto de la Caualìeria,che le no/lre gen/ ti chegiacominciauono allegare, non andaffero in rotta: giurarono dauanti alpopoloiche ereno per ifiar tutti di mala uoglia,fin che Atradno lor capitano flaua in quel pe ricolo iPeffer condànato. No» esportarono Giouatp mrtuofi et ecceUetùtrouàdofi tribm,di uedere entro la dt t I B R O tiUcondotto 4 pericolo deUuit4,coluichein gUefTàhdue , uono col [angue con le ferite difefo CT fuluato *Ondc tutto ilpopolo comrfiojfo daWe^uitadeUeofa^collrinfe Uortenpo 4 torfi da quellaimpref ijne dirimenti, fi odo* pero nel caf 0 fegu ente. Di T. Gracco cr Claudio ^ HPiuendoTiberioGraccoGr G.Claudio Cenfori,per c^afi portati troppo rigidaméCe in tal magistrato, efafperato,quafituttaUcitta:^arcoPompdioTrtbuno de la Piebegli chiamo dauantialpopoloagiuJlijicarfi,fen do inqmfitiyCome rebelh et inimici de la Patria,moffb non f Diamente da hgrauiinglurie che efaceuanoa lo unìuerm [de^ma ancora da fuo [degno particulare, (perche gli ha ueuono coÉtretto RutiUo[uo parente arouinare un muro de la[ua ca[a,che toccaua di quel publicoynel qualgiudi* ciò, perche molte Centurie de la prima Clajfe condannai t^ono apertamente effo Claudio, pareuacheuniuer[M tnente tutte , accon[enteJf^o ad ajjoluere Gracco, effo giuro,checfa[cunolo [enei,che[ein quelle co[e doue glie rainteruenuto in compagnia di Claudio era aggrauato piu Claudio: che luì,ejJendo la colpa equale,[en^an(hebi in eJUìo infieme con lui. Bt cofi mediante quejia equità di Gracco uennero amendui liberati da fi urgente motiuo. Perche il popolo affolue Claudio cr ULPompilionopro cede piu oltre con Vaccu[ar queWaltro. Del Collegio de Tribuni Riporto ancora gràdifiima laude quella mano di Tri buniylaquale,non uotendo un di loro,cbe[u L. CoC ta.pagdre chi haueuabouer da hi, rifiiando(ì,che mentre, Veglierà di quel magiiiraionon poteuaefierJireUo da S E 5 T O I lefcentia cr nel tempo de lafecondaguerra contro a t Carta ginefi fu molto dedUo a la moUtie er delicatura, ma fatto Sacerdote da Publio Licinio pontefice maffimo^ perche e fi hauejfe piu ageuolmentea rtirarre da quella ut ta,applico di modo Panano a la cura de le facre cerim onie che hauendo U religione per if corta de la continenza lequali non émeno nonimpedirono , cheenon diuenijfe col tempo il principd Cittadino de la nojira citta , cr che il fuo nome nonrifplendejfe CT" appariffe nel piurileuatoluogho del Campici aglio, cr conùfuauirtunon ifpegnejje laguerra amie uenuia fu con grandijftma rabbia cr furore. Vdo Siila per fin che e fu fatto Q^efiore fectuna Di QJEabio Maffimo, modicoSluinelafua uecch ezza. DiQJZatulo, 5 E 5 T O* 104 UÙd molto Idfàud cr lujfuriofd,come quello, che erdtuU '■ to dedito al uentre cr d libidine, a fejie CT giuochi, doue ferui ancora d prezzo per H'jìrione. il perche ft dice, che Gao Nlahoieffendo Confolo hebbe molto per male, che la forte gli haueffe dato d*hauerjì a feruire ne la imprefa deW Affrica d^ un Quejlore tanto moUecT effemminato, quale era SiUa.Ldwrtu poi del med^mo édUd,comtfe Vhdueff r rotto i legami cr la prigione de la nequitezz^t che Vhaueudin preda, prefe prigione tsr meffelt catene a lugurta,T enne a freno Mitridatejlibero la patria da la ca lamtta de laguerra Sociale,fpenfe la Tirannide di Cinna, V'cofhnnfealandarinEfìUo Mario in quella Prouinda, ne laquale da lui era dato dìfprezzato per Quejlorede^ quali cofe tanto diuerfe. cr tanto contrarie Vuna da VaU tra,fe alcuno le uoglia diligentem ente conpderare cr an darle f eco fiejfo efaminando,crederainun foto foggetto efferedato dueperfoneMoeun SiUagiouaneuituperofo, cr un'altro, che nella età matura ardirei di dire, che e me ritajje d'ejfer cognominato ualorofoje egli per fe mede fimo non haueffipiu prejìo uoluto Felice cognominarfi. Di Q.VELLI CHE DI BASSO gyado fon uenutiin grande flato erri putatione, Cap, X. I come noi habbiamoauuertito quetU che, fon nati nobilmente , che rauuedu tifi de i lor trijii portamenttihabbino ri guardo alaloro nobiltà, cojì uoglia* mo bora parlare di queUi,che hanno bauuto ardire di afpirare a cofe piu al* $e,chenon comportaua lo fiato loro. CC iiii LIBRO "DiTito Aufidio, t sfendo Tito Aufidiogia uno abbieto rifcotitore irmdcufd,pri fatto cinquanta Talenti,cr cojt uollela Yortuna^cbeco* luiyche era V ornamento cr lo fplendore del mondo,den tro ad una Fufta di un Corfalejujfe coftretto a rifcattarji fi piccola fomma di dannari.Che bifogna adunche rammà riarp piu deli Fortuna, poi che non pure a gli altri , ma ne anco a coloro la perdona,che non altrimenti,che quel la fi fia, f on dagli huomini deificatiMa quel diurno fpi* rito fi uendico de la ingiuria riceuuta,perchefra poco tem po dipoi Jendoli dato ne le mani quejìi Corf digli fece fu bito portuttiin croce.Habbiam fatto mentione dele cofe domefiiche con molto affetto etattendone,entreremo ho rain quelle degli Bfierni,cr conpdu pofato animo Iettar reremo* , DE GLI ESTERNI» Di PolemoneFilofofo* POlemone Ateniefe fu giouane molto lafciuto CT lu[furiofo,ne folamente fi dilettaua di fare il male, mapigliauaancorpiacere,chefi rifapeffecrd^effer infa maio per àshoneéo.Cofluieffendo jiatoadun contato tutto un é c/ tutta una notte, nel tornarfene a cafa hauendouifio apertala Scuola di y^enocrate Filofofo, cofi come glìera caldo ancoYadelVmo,tuttoprofumma to cr pieno di unguenti odoriferi,con la Ghirlanda in te* fiacT molto fontuo fornente uefiito entrala dentro,doue fi ritrouaua gran numero di huomini da bene ^diofi, CT ' litterati,negh bailo quefioyche e fi pofe ancora afeder tra loro fenzarifpetto o riuerenzaalcuna,non per aUro cheperifchernire CT sbeffare con quei fuoimodi lafdui cr d^ubriacOyìl parlare eloquentiffimo cr igrauiffimi pre celti di quel Filofofo,Et come che tutti quelli, che erano J E 5 T O * 207 pref enti, come par cofaragioneuole, fe nefdegnajferau yienocratefolo non fi turbo, ne fi cambio in uolto in mo do alcuno.Ma laf ciato andare lamateria, /opra lagnale egUparlaua,comindo a trattare ielaMoiefiia O'de la temperanzaicon tantagrauita CT facundia,che Polemom ne forzato in un certo modo a tornare infe medefmo^ primieramente trattop di tefia la ghirlanda, lagitto in ter fa , appreso fi ricoperfccol mantello lebraccia,nemol* to fette, che eglicomincio tutto acambtarpinuolto,non parendo queUo.chedalconuUo erauenuto.Vindmente de poponon foloVhabito, ma ancora ognipenpero lafciuo CT dishonefoyCT hauendo con quel fdurì fero rimedio del parlare di 'Kenocrate racquUlatolafanita,di Putta* niere uituperofo ZT infame,ne diuenne grandijpmo filo* fofo,Cop,V animo di co{ìui,comepertranfìto cammino per la uia de le fceleratezz^yCr nonuip fermo * DiTemifiocle» SAmmimatedi haueread entrare ne lagiouinezzctStftato. M Andando il Senato Claudi j Verone cr Lucio Saìt natore ConfoU^concro ad Hannibute^cr ueggendo che come gli crono diuirtu apuli ^cosi crono acerbisfìs mi inimici luno de VaItro,glinconcil'o ir.sicme , accioche perlelorodifcordiela Kcpublicanon iu ntj^ca patire in quella ammmiliratione^pcr che quando V autorità e diui* faintraduoUnon fendo tra loro concordia ,fempre acca deschi rimo cerca piu digiia[iare i fatti ddraltrOyche dW conciare i fuoi^ma doue l*odio e ojiinato zj grande Juno e piu inimico aialtro, che luno cr Ultro non fono inimici allo auuerfario.U Senato ancora per fuo decreto libero luno laltro(,ejfendo àccufatida Gneo Bebio Tribuno della Plebe dauantialpopolo per ejfersi portati troppo af ìpramente n ella loro Cenfura") di non haucre a compa* rire CT tifponderedle accufe Icr fatte, ajfoluendoda ognipregiudicioguelmagiftratocr quella dignità, che era dialo ordinata, per riuedere il conto ad altri cr non pcrdar conto dife.Hon meno prudentemente fece anco rail fenato in quedlo,in punire er far morire Tiberio ■ Gracco Tribuno della Plebe, perche hatieua hauuto adire di proporre la legge Agrai ia,cr dipoi per un bel decreto fece che per tre diputati, fecondo quella legge si diuidejfe quelcontudo al Popolo,C7' cosi nel medesimo tempotol •Je uta CT autore CT la cagione di quella prjìifera feditio ne. Quanto prudentemente si porto egli dipoi col Re Mafsiniffe.pcrchehaiiendofelotrouato proniifsimo con tro ai Cartaginesi, C" conofeendo, che gliera destderofo ^diaccrcfcere CT agnmentared fuo Regno, fece far una leggi-, per làquale 0) dinaua,che Mafsiiiijja nonfujfefot SETTI M O 2i2 iopojio in cofd alcuna al Komano imperio , "Et m guejìo modo Jt mantenne fempre Vamicitia di coluiyddquaie era fiato benignamente feruito,CT uenne ancora alenar jt da ' uanti . cr liberarjì dai contmout fajUdij de t^umidi CT : Mauritani , CT deWaltre genti Barbare CT efferate loro I uicinc,chenon maiyne fono lapacencfotto altre condii ' tioniyfì quietauonoMancherebbemiiltempofeio piu dU I morasft rn raccontare efempi dei Romani , perche il no^ I {ho Imperio fi mantenne ar accrebbe non tanto per for I d^arme^quanto per uirtu cr uigor d\iimOy Trapajfe* i remo aidunque con tacita ammtrationela maggior para I te delle co je prudentemente f aite da lorOy per entrare ne I gli efempi ejìerni [oprala medefima materia. DE GLI ESTERNI. Di Socrate Eilofofo. S Ocrate ^quafi un trrrefire Oraculo deWhumana fa* pienzaygiudicauanon efferda domandar altro a gli D'ijfe nonychecidesfmo del bene,perche loro fìnalmena te fapeuono quelche era util a ciafcuno.ajfermandoyche noi molte uolte domandiam loro quelle co[e,che farebbe meglio non Phauereimpetrateypche egli diceua. O mete de mortali in ofcurisjìme tenebre inuoltu,Quanti fon grà dicr manife^Ugli errori ne iquali tu cieca incórri con le tue doUe preghiere,Tu defideri ricchezza « lequalifono fiate la rouina di molti^Tu appetifaglih onori, che infini tihanno condotto alfondo,Tu ud ad ogn'hora riuclge doti per la fantapa R egni cr principati , il fin dequali fpejfeuoltep uede miferabile,Tu tiintrometti negli fple didimatrimoniijqualip come alcuna uoltalecaf e iìhìbra no cofi benefpefjo le diftrugono etinteramete rouinanc^ DD a li f LIBRO Pon fine adiunquc o jìoltacr infuna, drJeJtdcrare ctuidaa mente queUecofe,comefeUcisfìine,chepojJono ejferca^ gione della tua infelicità rimettiti interamente nella diurna prouidenz‘t^pcrche gli iddij, chef oìio per natura molto facili cr benigniin concedere ilbenejanno ancora moU to meglio eleggere queRo,che fa al proposto nofìro . il medefimo diceua,che quelli huomini per uia corta cr ifpe ditaperu€muonoallagloria,chefi sforzauono d’efjere infatto,quali d'ejfer tenuti in apparenza s'ingegnauano, con le quali parole manifejiamente ci ammaejìraua , che gli huowini cercajfero piu prejìo di acquijlarji ej^a uirtu, cbeueHirji deWombra di quella, il medefimo domandato da ungiouanettoje e lo conjìgliaua a ter ìnoglie,o no,ri^ fpofe,che o pigliandola o non la pigliando fe ne pentireb be, dicendo, f e tu non lap'gktu muerai/olo^non haraifi» g\[uoli.fpegnercaUcafatua,rcderaituoi beniuno jiraa no. Btfetula piglt,liarai in continua anfietajin contmuoi rimbrotti cr rammarichìi , faratti rimprouerata la dot* ta , i parenti faranno teco in fui grande Jiarai la feccag* gine dcUa Suocera intorno a gli orecchi , farai in gelo fa di coloro , chegliuanno da torno . Ne farai per que fo certo à^hauer figliuoli. N on uoUe Socrate , con ha* uerli ordinatamente prepofodcommodo cr Vmeommo dolche quelgiouanef rifcluc jje co fi prefo in cofa di tan taimportanza,come dolina cofapiaceuole .1/ medefmo» hauendologli Atenief,per laloro federata pazzm mi* quamète condannato a mor/e,er hauendo pref o dimano del Carnefice con uolto intrepido, cciiante la beuadi del VenenOydai Giudici fatuitali,ey’ gridando cr pian* genio la fua M.ogUe Santippa , che egli digia s^er apofo SETTIMO ^Bicchiere a bocca con dire che e lo ammazzarono u tot to^gli dijfe. Aduque tu uorrejìi che io come colpeucle mo ri/si a ragione? Ograndfjf mia fapienzadi Socrate Jaqiu le non ft potette dimenticar di lui per injìno al punto de la morte. Di Solone. Vanto era prudente quel detto dì Solone ? ilqtiale ^giudicaua, ìAiuno^mentre che egli uiueua , d ouerjì chiamar beato,perche diceuaVhuomo ejferfottopcjìout (ino aW ultimo di de la fua ulta agli acciden ti uarij cr ftra boccheuoh di fortuna.La morte adunche e queUayche dir» chiara fe Vhuomo debbe ejfer chiamato felice^ 0 nOyla^ quale chiude il paffo a tutti i mali. 1 1 mede fimo, Uedeudo uno de luci amici grauementeattrijìarpylo condujfeneU laKoccad’ Atene,Qy di jfeliicbe guardaci tutti i cafamen ti, che crono dutorno,^ poi che eglil'hebbe fatto,dif^ fe,Penfahora teco medefvno, quanti affanni cr miferie ft ritrouino [otto quejii tetti, cr quanti giauifcne for» no ritrouatiyCT quanti per Vhauuenircfono perritrouar fenCyCr fahoramai fine di piangere, come tuoi proprij incomiuodi communi CTumuerfali . Et con questo modo di confolarlo uoUe dimoftrare, che le Citta erano alber* ghimiferabdi,de le calamita cr affl'ttioni deglihucmini. il meiepmo dìceuaje tutti glthuominiragunajfero aafcu noi fuoi maliin un\medepmoluogo:ne conjeguirebbe, che ciafeuno fe ne uorrebbepiu tofo riportare ^ Juoi a cafa,cheparticiparecon gli altri per rata. Pertiche con-» Jhiudeua,cheglihuomininondoueuano dolerp degliacct fidenti di Fortuna,come di cofa dura cr mfopportabile. BCiiB'ante Pneneo. lante,hauendo i nemid ajfdito lajua Patria Priene^ LIBRO CT tutti quelli jchc hunean potuto euitareiìpe ricolo de U morte^portandone con loro le cofedimctgs gior pregio CT ualorejendo dimandito.perche e^U/ug^ gendoliiniìemecongiialtri,nonlportaiu [eco cofaalcu na de i fuo: betn, rifpofe. Io ancoraìporto tuttii miei beni con cffo mcco,0' ben dijje il nero , perche i [noi beni gli dortaua dentro J petto,non [opra lefpaUeiey non fjpo tetton uedere con gli occhicorporali^majì bene con quel li de U mente fi patena comprendere quali e fi; jfero^per che^coDocati cr racchiup dentro a Inanimo, non poteuo* no ejferguajh ne rapiti da le mani degli huomini ne anco rada quelle delli ìddi[z7 p come e fono pròti c ama no di chi ne la fuu patriddimora^ cop ancora non ab ban donan oiquando l'huomo e corretto di quella a dipartirp. Di Platone Yilofofo. M otto hrcue cr tif oluta^nia di grandijjima fujìanzto,di ufarprma con unapublìca Meretrice, ale età prc* ghiere, hauendo il giouanetto ubbidi^o^ cr hauendo p ciò sfogato queli^impeto cr quello ardore,che labbrucciaua, ^ . prima con colei,con laqud e a fua pofa poteua ufare,aué ga che gli andajfe a trouar Paltra,gia [atto crripucco^ poco a poca uenne afpegnerfi in luiPardentifsimo amore f'kc e\jog!i portaucu , ‘ i ^ 220 I ^ SETTIMO f '• t Di uno che andana con PApno, ^auhjiato auuertUo AlejfandroKe de Macedoni j dàW^raculo^che nelPu jicir de la porta de la citta fa i reffe am mazziere il primo^che egli rijconiraua^ peruentu 1 rad primo ^che egliri/contro,fuuno:cheguidauaun Afi ( tiojcbmando adunche^che efujfe prefo per ammazz pf dando molto di quel mandato, non giirifpof e cofaal» > cunà,màmenatolofeco nell’orto con una bacchetta , che : ^thaueuain mano andana [mozzicando cr gittando d - rtJTd tutti i capi di quei Papaueri,cht tròno piu alti j che' gli altri, ilche referiló algiouanetto dal mandato , n'onp:- toPohebbeintefotalcofa,cheecomprefequel che il pa^ dreuoleuapgnipcare.CT conobbe,che e lo conpgliaua;o a sbandire, 0 a far morire tutti i principali della terra ^ Ef; copfece,ondehauendofpogliato quella citta di coloro,^ che erano piu atti a difendcrlaja dette in poter del padre\ poco mancOfche con le man legate;' ' • 5 ; Df RoTOrf/JÌ . . FV ancora con maturo conpglio , cr con profpero e^ uento proueduto da i noflri antichi, che haucdo ifri cefi prefo la citta cr affediata la fortezza del Carnpidom gm,&'conofcendo,cheloro foto per fame penfauano di efpugharla,uf orno un tratto aPutispmo,che moilràdó diuolerp tenere ctpfcuerare nel diféierp,da piu parte de larocafecionogitarpatienelo eferdto de nemiciidella* ! SETTIMO 124 qnahofd Ibipi fottìi nemici^ CT crcdendop , che ai noflri aiunzaff ! grdti copia df uettouagliefuro corretti a ueni* re a gliraecordi.Certamcte^che alhora Gioue hebbecom puipon e deUa uirtu i e i romxni,iquali rie or f tro p foccor fo allaaliutia^Uedédo^chein quella firettezz^ cr necetpM ta di uiuere.gittÀuan 0 il pane a i nc wici,cr cop diede faln tiferò euen to a quél partito Jlquée no fu manco aftuto, che pencolofo.il medepmo Gioue dipoi fu femprefauo* reuoleagli a^lutiprouedimenti cr auuip de noUri prePà tifpmi capitani y per che gujjhmdo Hannibale un fianco de la Italia^ty V altro hauedo A5drubaleaffalito,acctocbe àccozzandop inpeme Vuno cr Inoltro efercito^non def* fero il tracollo a le forze nofirejequali crono molto fiac. chejy indeboUte, prolùdono a do Claudio neronecolfuo gnmedere da una banda cr Uuio Salìnatore delPaltra co lafua rara prudenza, perche Serone bauendonei Luca* ni ridotto in un luogo jhretto Veferdto di Hannibale , cr dipoi partitofidt campo con gran celerità cr fecretùpma mente,tdeche Hannibale p perfuadeua,che efujfe nello efercitoC perche laragion della guerra gh haueuaa far creder cop") ondo a dar foccor fo al compagno, che era molto lontano da Imì,0" Salìnatore trouandofi neWVm^ briauicino al fiume Nletauro,^ il difequente , hauendo ad ejfer alle mani co i nemici con graudispma arte riceuè dinotte Heronein càpo,hauédo ordinato,che i Tribuni da t tribuni, i centurioni da i ecturioni , i cauaJli da i Ca* ualli,c^ i Fanti apie da i Fanti a piefojfero aafeuno fenm ZaPrepito riceuuti,ej quel terreno,doue gli erono atten dati,che affatica era capace per unfoloef erdto. Henne 4 metterfene un'altro in corpotonde auuenne,cbe Hafdru* LIBRO hdenon feppe prima di haucr a fare con duoi p uaìenA Capitanijche egli prono con fno donnola uirtu delTuno cr deWétro,v cop raftutia Cartaginefe tanto nominata per tutto il Mondo, fu airhorafcornatadalla prudentia romana,hauendo dato in preda diUerone HannibaleyCr • Afdrubde,diSahnatore. BiQMetello confalo, u - Emorabile e ancora lo ef pediente , che prefe quinto ^^metellOyilquale^effendo Vtceconfolo in ifpagna, guereggjiaua co i Celtiberi,cr non potendo ef pugnare la citta di Trebia,capo di quelUj>rouincia,penfato cr ripe fato longamentefeco medepmo,che manieragli hauePe a tenere allapne trono modo di mandare ad ejfetto ilfuo dif egno, con quepiPratagemLFaceuacoPui marciar l e* ferdto^conducendolo borain quefio bora in quell altro paefejboraoccupMaquedi monti bora quegli aUrùOn^ deniunonedelVamicinedelliinimicipoteuadi do penajfo conVe* fercito in Affrica, per reprimer e la paura con U paura, . erlauiolenzaconlamolenza^crnonfufenza effetto, perche fmaritip i cartaginep perlafuauenuta a Vimpro^ uifOfUolcntieri ricomperarono fe medepmi con l iherare ì nemici,o‘ conuennero,cbe nel mcdtfmoiftante i Sicilia ni fi partijfero d^ Affrica, CT gli Affricani di Sicilia ,Cbe fe Agatoclefuffe fiato fermo in Siracufaadifenderp,Si* racufa farebbe fiata oppreffa dalla calamita della guerra, Cr Cartagine fi farebbe goduta in pace CT tranquilita,mà nel muouer guerra a quelli ebe a lui mojfa Vbaueano , cr nel andare ad offender piu prefio gli altri , che é fendere femedcpmo,quantoeglipiufaalmenteprifoluealafcia re il proprio Kegno , tanto piu ficuramente lo uenne 4 ^ ricuperare » DiUannibale» CHe diro io di Hannibale.Uqude hauendo molto be nefpeculato lo ef eretto de Romani prima che egli ueniffecon loro alle mania canne ,con molte c^utie CT lacciuoli inuilupdtilijgli conduffe a quella efirema calami^ tOylmperocbe ejfo primieramente prefe il uantaggio del Sole, tenendo m odo, che quello, cr la poluere c che qui' uiingran quótttaperil tirar de iVentie folata dialzarp) FF I L I B fi O f «cnrjjc 4 dnfnd uif o.aiK ontani , appreffo ordino , che parte del fuo efercito quando la zuffa era appiccata , in pruoua fi meUeffeinfuga,onde partendop. una banda del lo efercito Romano per dar loro addoffo^gUconduffea dare in una imbofcatOyche quiui uicina haueua fatta, dalla quale tutti furono ammazati,cr pnalmente mando quat trocento cauatlijquah.fingendo d'efjerp fuggiti da Ha* nibalcyp rapprefentarono al confolo R ornano, CT com4 dato loro, che fecondo il coirne defuggitiut ,depoPe Varmcfieffcro nell’ultimo della battaglia, loro prep cer* ti colteOiychegli haueuono afcop tra la camicia er la co'* razza andauono tagliando dì dietro lecoggiunture delle ginocchia a i Romani mentre che e combatteuono , Que He furono le prodezza C ualenterie de Cartaginep or* mate diinganni,aftutie,cr tradimentiyìlche e grande fcufa ala uirtu dei Romani d’effere Rati in tal modo aggirati con inganni, perche nel uero p può dire,che e f afferò piu prePo ingannati che uinti, .DELLE REPVLSE, Cap, V. L diàìUrare qualpa la natura del po polo nel dijkibuire i magiRrati , nel campo Martio,fara un preparare gli animi d coloro,chep danno alla am bùione cT gouerno della Republica afopportarepatientementefecopfa almente non otterrann o alcunauolta , quello che gli ha* •ueffero addomandato,perche poPo loro dauonti a gli oe cUhuominieccellentispmiefferepati recufatic nbattu ti, conofcendo ^ehee non ne può auuenìr loro maggior SETTIMO 226 ilishonore,ehe a questi fi fia ctuuent4to fi come gli andran . no piu rattenuti cr piu aiuti nello addimandare^cofi anco ra terranno in memoria non efferfuor deWhoneflo , che datuttiinfieme fia dinegato adun folo qutdche cofa, ha* uendo molte uoltegUhuomini priuati giudicato ejfer le* iitOyche un foto fi opponga aU a uolonta di tutti yfa^en* do ancoraychefi debbe cercare di ottenere con la patien Z^tqueUOfchenonfiepotuto ottenere con f onore» Vinto E/ro Tuberone,pregato da Quinto fabio^ (he nel conuito^che egÙfaceua al popolo R orna* • no per la memoria di Publio Africano fuo zio uoleffe parareil luogo del conuito,prefe Lettaci alla Cartagine* fe^ej gli coperfe difopra con pelli di CaurettOyCT in cam bio diVafi d* Argento orno la Credentiera di uafi di ter* fOyilquale ordine cofi uilecr abbietto dette tanto nel Nd* /o alla moltitudine,cheejJèndo egli per altro tenuto huo mo fplendido cr generofoyCT comparendo in capo Mar tio, nello hauerfi a creare il Prctore^a domandare infieme con alcuni altri tal dignità, fondatofi nello fplendoredi tucio Paulo fuo Auolocrdipublio Affricano fuo zio materno, fe ne parti fcomato cr affrontato,percheino* fri antichifficomeglieranoin priuato parchi CT continen tiycofi in publico teneuongran conto di comparire fplen didicT magnifici. Onde la citta nofira,non reputando, che foto quel numero de conuitatifuffe feduto foprale pelli di cauretto ma tutta la citta infieme,fi uendico di quel la uergogna con lo fcom o,che Vhebbe dipoi a fare in ca po martio a Quinto Elio Tuberone, Di Q^Elio Tuberone. Di P. Scipione Ncfica» FF a LIBRO PVtflio Scipione napcahuomo pred Della Citta di R orna» A L tempo, che Gèo Mario cr Gneo Carbone erano ^Confcli,& tra loro cr Ludo Siila fi combattcua, nel qual tempo non fi ccrcauaconlauittoria di far acquifto a la Kepublica,ma effaKepub, era il premio del uincito re,per partito del Senato fi fonderonotuttiiuafid*Qro cr di Argento,che crono ne templi fiacri, perche non mà Caffiero le Paghe ai Soldati.i^eluero VunaCT Valtrapar te haueuagiufi a cagione di/pogUare i Templi dellt Iddij, per poter dipoi. future la fina auddtaconilcondamiare ' CT torre i bentai lor CutadinuÌ!ion furono adunchei Senéoriicbe fiironodiftender e quel Decretotmafu [enti t 1 6 R O to per cotiMiiamento de U atrocijfmd et crudelijftm ne cejfttiL Del Diuo ìulio, LO eferàto deldiuo Iulio,cioe lainuittadefìradelo in uitijfimo CapitanoJìMendo con le fue forze chiufd intorno cr affedUta U citta di Nlunda in ìfpJgna.O" ntan candoU materia da fare gU Argini er i Badioni^prefe i cor pi morti de inemicif er podoh Vun (opra V altro gli alzo da terra tanto quanto euoUetcr mancandoli Pali gagìiar dhper ficcare intorno aidettiripan cr fortificarli a gui fadijieccatofi feruideVarmiinhada^aU RomanacT4 la Pranzefe. De la cui nuoua maniera di fortiftcatione la N ecejfitanefu Cap o maefiro, DelDiuo Agudo. Et perfoggiugnerelaDiuinamemoriadel figliolo a quella delfuo celefie padre ^uedendofì che Phrate re dePartiyfìauatuttauiaperifcorrerecr ajfaliréi Paeftet le Prouincie /ottopode alnojlro imperio, cr ejj'endo an ‘ cora tutti fottof opragli altri Paejì a quejle conuicini per haiserpre/entitocoft fubiti tumulti armouimenti di guer ra^uenne tanta careftia di uettuaglie lancio ftretto hof/o rano,che iluafodeWolio puendeua feimila danari per ogni Medio di Frumento fìdauauno Schiauearin» contro , mala diligenza di Agujio\fotto la cui tutelati Mondo all’hora figouernaua,prouide a quella grandijjì* macarejìU DE GLI ESTERNI. DeCretenfì» *^f On hebbero quejio foccorfo i Cretenpjqualihaue doliMeteUoajjmvicrcondottiaPultima necejjf ta,conUloro orinaci con quella de le Giumente no mi 5 J r T 1 M O tigitròno UfctrMd per parUr piu correttméteUafpreg giarono cr incruieUrono^perchehauendo paura dincn elferutnti^fopportaron quello^cheUuincitorenon bareb he fatto lor f apportare. De Sumantinl, Ifjumantinicircundatidagli Argini CT dagU Steccati à Scipionejìiumdo coifumato tutte quelle cofe^co lequali fi erano potuti cauar lafameyalVultimocomirm ciaronoa feruirfi per Cibo deU came'humana:ondefcn dogiaprefalaCitta^fene trouoron molti co i pezzi in terra di quella maniera . Ala fu cagione quefto /peetacolOfCbe Leto Tribuno de la Plebe, con tl cenfen» GG ini LIBRO fo di tutti^cotttitndOychiGalriniofuff'e abolito CT litew tiatotdcctoche e fujfe effttnpio AgU aUn^che ne te profp^ r ita nò Jtlafdafjerouinceredalafupfrhia'.O’ neleoMier fìta nò jÌAhbandonajTeroAlche ancora pcrUnarratione^ che fegiùta parimente fi mamfe^A. Di Appio CUudiQ» Appio Claudio ,nd qudenon fo qual debba ejfer reputato mag^ior^òil difpreggto , che egli fece de Ia religione, 0 la perdita,chegb arreco ala Patrunperche quanto a la religione j difpregmi coftume antìdrjfimo di queHd,qiwito a la patria perde una bcllijjìma armatale f « j_endp accufato datutniial popolo,cbe ejruforteméte iae* guato contro diluL,allborA,checiafcuKo penfauA,cbe.eHQ la poteffe campareyamodo alcano,uenne da cieloin unfit bìtounagrofsaacquatUqudefu cagionetchee fuf$e kbe ratoipercheànterrottaper aÌihòra,Uc$faì tfPU upUfirp» poi metterai piu (e mamtcome /epròptiogli iddij gU ha* uefseimptditt. Et cofi cglui iLqualebttempejia del mare hi ìtcua condotto dauantialpopoloa fentètiarp, quellàdel eieiolo libero da quel pericolo», • Di Tutta Vergine Vefl^e» j • • » I «Tvl fimil maniera fu liberata T utiay ' Vólto flauio efjcndo aerato donanti d popolo . Gaio Valerio Edile tCr condannato da quat ióriiciTtibu.grido che era fententiato a tortO iélqude Valerio medéjimamettte gridando rifpofe , che a lui int/ portano poco fee tnonua a torto o a diruto pur che emo jaffe^Lceuicoft afprecruiUe iie parole gli feton uolt'àe in f onore tutte PaltreTribu.creofi coiìui bauendoabbat , luto £T sitato in terrailucmcOyUoleiidoU porre il pi^ r.3 iéinfuUgoUjfti cagiont,chc ejjo fi rthebbtyfsr Vaci^^odtUauittoriarmafeptrdiiorg, DiG.Co/conio. . •pT ancora Gaio cofconio accufàto per laUggc Seruilia per infiniti CT rui dentisfimi [mi delitti fcnzà alcun duhiocotpeuoleju difefo dateniutrfi di Valerio Valé tmo,cht rhaucuaaccufato,iqudli furono recitati dauanti ji igluéci , doue con fintione poetick fi conteneva effere fiato corrotto da lui un giovanetto cr unauergme nobili avvenga che ai givdiuparejfe cofamoltoiniqva,attribui telau\ttoria a colvubenon meritava riportarne Vhono redellldtrvifpogUeyma che altri di Ivi le ripórtaffe . • F» addunque tpaggiqre la condatmagione di Valerio per effere fiato ajfolvto Cofconioychenonfv l'affolutioheé CofconÌOycbemeritauad!*effcrcendannato. Vi Aulo Attilio Calatine, ^ Arler o ancora di coloro, iqvah meritando la m orto peri loro delitti CT fceleratezze , furono ajjoluH per lo fpleiidore er chtarezzvdei Parenti.Avlo Attilio calatiho,per haucr tradita la citta di Sera, accvfato O' ili tupcratogratìdemente,flando per efjere condannatbfu affoluto , mediante alcune parole, che furono ufate da quinto fabio masfimo fuo juocero ,ilquale diffe , chefe glihauejfe creduto, che fi fuo generò haueffe copimeffo ■ un fimileecceffo, bar ebbe disfatto f eco il Parentado. Bt cofi il popQlotche di gita haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannar lojfiando fene foloólpareredi '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoh darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i rnagm gior travagli dtUaKepvbhca,hauer con faluudi^elU OTTAVO 2jS còtnmèffoil fuo tftrcùo. Di M. Emiho Scmro, • MArco Etmlio Scauro ancoraacckfatOyporhauer dato mal conto itila Juaammin^firationcycon fi deboli et fredde ragioni compari ingiuduio a difender fitchc dicendoli Caccufato're^che egli poteua produr con* tro cento ueTUitejhmoni fecondo chela legge ordinaua, et che era contentOjche efujfe ajfolutojc egli ne produ ceuaaltrettantiin fauor fuorché dice jfero cr ttjbfiiaffe rocche e non haueuarubato cof a alcuna nella prouinaay non hebbef acuita ne modo di poterfi ualere di quei buon pattiycheglifaceua Vauucrfatio ,fu nondimeno affoluto per l^antua nobiltà fua^v per la buona C fitefea me moria del padre. .. Di Cotta, MAyp comelofplcndore degli huomini eccellenti hebbe grandisfima forza in àfender quelli, che fi trouauano accufoti per lor difetti cr mancamenti , cefi non hebbe mo Ita autorità nel fare, che cf afferò gajliga* ti,anzilohauer loro acerbamente proceduto contra di quelli fu cagione molte volte dtfajitaffoluere,Luao Sci* pooneEmilianoaccufo cotta daumti al popolo, ^ben* chetale accufafaffe di grandisfima efficacia contro al De Imquente ( per ejfer èatii portamenti é quello molto fc Aerato cr che taf afe Hata fette uolte differita CT prò lungatam fuo prcgiudicio ,non dimeno Pottaua 'uoUa, che compari dauanti ai Giudici fu affoluto, pcr^ che etfi dubitauano condannandolo ,chce non paref* [e^heeVbauefferofattoa compiacimento dcU*Aecufa* torepeffercgbpfona di grande autorità, immagmomi LIBRO che esjì pudici parlafjero netl^animaloro in colai ^uif,fu manfueto giudice, V Sergio Galba,\ j E sfendo accufato Sergio Gdba cr con pungenti, & efficadpurole molto aggrauato dauàtial popolo dà Libone tribuno de la Plebe,cbe effendo Pretore in ifpam giiahaUeUàìnorto. fitto la.fedeun grandiffimo numero, de Portoghepycbe figli erondati, cr bauendo f opra tal acca fa parlato Catone,cbeeragiauecchio cr conforma* top con Poppinione de i Tribuni cr qaeUa approuando, come ^gh nel libro de le [uè origuù affermo, conofeendo Sergio nenhauer remedio alcuno del tutto abbandona* tofì, piangendo comincio a raccomandare 'alpopoloifuoi piccioli figlinoli, CT il fi&tuàio di Gaio Stilpitio Gallo, juo nipotc.cnde mitigc^o d popolo,cT uenuto in. copafu •V OTTAVO 23^ flòne dìiuiìftr ejferjì tanto humiliato^Cf' Tàccomandato'^ que^OfChe negli animi de lo uniuerf ale eradigUfenten ttato a mortetHon trouo quajì alcuno^cbe no gli fujfe nel rendere il partito fauoreuele. fu adunche in fauor di GaU banon Iagwftitia,ma la mferuordta^chefu quellatcle lo dtfefe, perche non potendo ragioneuclmente ejfereaffo» tuto^per ejjtr colpeucle^fu liberato perla compaffione, che fi hebbe de fuoi figliuoli CT n ipotu Quello che feguità e molto conforme al fopradetto. Di Aulo Gabmio, AVlo Gabmio accufato da Goto Memmioper grauif fimi delitti^ty trouandofi a dif erettone del popolo^ iche Vhaueua a giudicar e,tr a già quafi del tutto difpercUOf perche l*o€cUjh^che gli era fattacontro ,era fondata fp* fra gagUardifiime cr ualidtff mi ragioni,cr quelle che ef fo adduceuain fuadefenfione crono molto deboli crint» ferme^tr quelli che haueuono adare la fententia , aceefi da grande ifdegno centra di lui,pareualor miPannidi co dannarlo.Haucua aduncheil mifero dauaiuia gliocchijl Crppo,c7 la Mannata^quando eccola Tot tana fauorem kole^cbeio Ubero in un lubtto da tutti quefii fofpetti CT pericoli, perche SifennafigÌMolo di ejfo Gabiniouintù 'dalàpaffionediuedereil padrein pericolo de lauitOyCO* me una cofa pazza vfuriofa^figittogmocchioni,ai pie diMemmio,pertrcuaruenìacr cempa/sione perii Pam dri appreffo dicotm^che di tutto d male era fiato cagione, HiaPauuer fario tutto turbato nel uolto^con tantafuperm bialo nbutto,che ne lo fcuoter de le maniglt ufd PAnet* lo dt dito,et f DpportOychcil pouero Ciouaneftelfelm grà ' pezze in terra di quella maniera . Ma fu cagione quefto fpettacolOyche lelto Tribuno de la Plebe, con il confetta G'G fili d: LIBRO fo dituttiycomàndoycht Gabiniofuffe ajfoluto crtkeM tiiUotdccioche e fujfe cjfempio agli altn^cbe ne pzofpc rlta noflla/ciajjtro uincere di U fup^rbiaicy ne le a^uer (ita no fi abbindonajf&o.llche ancora ptrlanarration^^ che feguita parimente fi ntamfeila. JDi Appio CUudiQ» * A CWio ,ml qiidtnon fo quai debba effer reputato mag^ior^ó il difpregpo , che egli fece de Urcligione,o la perdita^djegli arreco a la Patriaiperche quanto a la religione, difpregioii cofiunte anticlrffimo di queUa,qtWito a la patria perde unahdliffma artnata^ej^ fendo accufato damanti al popolo^cbe eruf orteméte tae^ guato contro dtlm,r tgUfd^ Vdc^ijìt^dtUauittoriarimafepirditore» * DiG.Co/ccnio, . •pT ancor A Gaio cofconio accufàto per la legge SeruilÌ4 ' per infiniti & euidentisjìmifuoi delitti fcnzà alcun dubio colpeuoleju difefoda cfniuerjt di Valerio Valè tino,Sé rhaueuaaccufatQ,iquali furono recitati dauanti A igluéci , doue con fintiqne poetick fi conteneva effere , fiato corrotto da luì un gi ouanetto cr una uergme nobili auucngacbe ai giudici pareffc cof amolto miqua/atribui reta vittoria a coluUhenon meritava riportarne Vhono redeWaltruifpoglie,ma che altri di lui le tiportaffe . • F» addutique maggiorejacondannagione di Valerio per ijfere fiato ajfoluto Cofconioychenonfu l^affolutione di CofconiOjchemeritouaiPejfcrcendannato, ‘-r w* ViAuloAUiiioCalatino, ' Aria 0 ancora di coloro, iqùali meritando la morto t periloro delitti fceleratezze ^furono ajjoluH per lo fpleudore cr chiarezzadeiParcnU.Aulo Attilio calatino.per hauer tradita la citta di Sera, accufato CT iti tupcratograndemenie,tìando per ejjere condannatbfu ajfcluto j mediante alcune parole, che furono ufate da quinto Pfibio masfimo fuo Juocero,tiqualediffe , chefe gli hauejfe creduto , che fi fuo genero hauejfe co^fimeffo unfimile ecce jfojhar ebbe disfatto f eco il Parentado, Bt cofi il popolesche di gjia haueua deliberato CT fermo nel Inanimo fuo di condannarlojfiando fene f olo al parere di '^Quinto, lo afjolue, giudicando cofaindegnanoH darfede a le parole di colui ,alquale , egli fi ricordava , ne i tnag* gior trauaghdtUaKepubhca, hauer con faluudi^elU r OTTAVO 2jS cdtnmkifoilfuoefercito, DiM.EmìltoScauro» MArco Emilio Scauro ancora acckfatOy per hautr dato mal conto della Juaammin^fiirationcyCon fi deboli cr fredde ragioni compariingiuduio a éfender finche dicendoli Vaccufatore^che egli poteua produr conm troxento uentitejìimoni fecondo chela legge ordinaua^ Cr che era contento, che efujfe affolutoje egli ne produ celta altrettannin faaor fuorché dice jfero cr ttjbficajfe rocche enon haueuarubato cofaalcunanella prouincta, non he bbe facilita n e modo di poterjì ualere di ^uei buon pattt,cheglifaceua Vmuerfano ,fu nondimeno ajfoluto per PanUca nobiltà [ua^ej per la buona V frefca me mona del padre, DiCotta, MA,P comelofplendorc degli huomini eccellenti hebbe grandispmaforza m éfender quelli , che fi trouauano accufati perlor difetti es" mancamenti , cefi non hebbe molta autorità nel fare, che efujfero gajUgam titanzi lo hauer loro acerbamente proceduto cantra di quelli fu cagione molte volte dtfarkaffolu€re,lMao Scim pione Emiliano accufo cotta dauantt er Lucio seftdio. OTTA Via 240 VoWoyCT iMdo ScjhUoTrimtdrt\per elfer eórp tardU ft^gnere il fuoco ,chef\ era appiccato neOa uiafacrJy fm do fiati citati dauanti al popolo dd Tribuno della ‘ /ubito che e comparirono furono condannati , » Di Publio Biblio Triunuiro, - ' ^imilmentePublio Bdio uno dei tre deputati a far U guardie la notte per la citta.accufato da P. Aquilio Tri buno della Plebey^ dalpopolo condannato, perche era fiato negligente nel far le Cerche la notte per la citta» Di M.Bmdio Porcina, F V égrandisftma feuerita quet iùdido del popolò, cheeffendpaccufatò n.Bamlio PorcinadaU Casfto di bauere edificato nel contado Alfino una cafa in luogo ^oppo rdeuatp , la condanno in grànditjìma fomma di danari, DiunCondann^iUo, On e da trapajjar con plentio la condannatone di coluiyilquale amando troppo ardentemente m fuo ragazzOfpregato da lui in Viila,chefacejfe apparee chiare a cenaun Lamprcdotto di Bue , non fi f accendo c^eM Bue in uicinàza,nefece ammazzare unó di q/iet U che arauono il podere, per contentarlo , cr per tal cém gionefu accufato cr con.dawiato,cr ciò gli auuenne^er effer nato in quei tempi alla antica, che hoggi di^nfe ne /crebbe tenuto conto alcuno, Di una donna, che ammazzo . o li Madre, -à \ j^t^chorp parlare di queU i,che cafcatiin pena della uU td^on furono neajjoluti,ne condannati, fuacufiua dì uàzl^ Mirco popilio lennatePretorcuna certa donna, che co un pezzo dilegne baueua morto la maire,dtìla^ fiV r. , is>rB R. o . iófanon fi diede fenHntu ne in prò ne in contnr, perché era manifedo^che noffitdd dolore de ifi^uoli,che dd* Umdrefua^p^r cdtv,^eUteneuafeco erano flatiauUc lenatiÌhaueu4MeùMc^o)hmÀ, fceUratezz^i conMdtral Vuno deiquaUdcìitiifugiudioàto indegno ejjfcrt affolfé tà cf Vétro d^ejJerpunUaìf^i'ì ‘ ^ ^ P , . . . - • « ^ . -V •V ■ tTj ^ Dimà Dottna^'mmazz^ ’ xM .-r. .v.MU-marUo-^ X T^pmdeckfòf^t,cbeDolobelUvicenifòl^^ ' V VAjtayhauendone n'dtr fententUfietto^é^nto con VanimofofpefchVpa matronadi Smirnehanea nfor* toiLmmto cr d figfiteold,perbauer ritrotMtOy che da h ro era flato occifo unfmfiglittóh;gióuane mtnóf cf • dèotfinrsifpparenz^éje Vbóueuahamto del pròno nta^ rùa^ioptd coJatappOTma dottanti à DolobelU la rime/ fein Atene dgiudùiodcgUArCopagitUpereheegltnon firifobteua diajfoluere éoiei^khe hmeffecmmlJh duoi homiàdt,ne iadtrahanda punirla, battendone hauutofi giaflacagione.Dolobella in uefo'coìne Viceconfolo cr Konmo,procedeintdeafò molto eonfideratamenteo’ tontnmfttetttdine,manemor4fgli Areopagitip gouàra narono in do manco prudenteniente,iqudi conpierató cr difcujfodcafOyintpoféroAltré^ era la accu fata,che dì qém a cento aftnitorhajfero a loro mosfi dd inedefimo affetto,chcDfi i^uHacr V a^a 'parte trottò maniera diìwnhattère a dare una tdfentén* ìcatT>dobelU conrimetterla agii AriopogUi Et gli Ario 'pagàkol differirU ^ ^ * - degmiid o T T A O 24t DE GJVDICII PRIVATI. ' Cdp. II, ‘ ^ Di CLmdio CenturriAlo, ,) I QiucUcij publici aggtugneremoi prim u Op. III. DiAmtfia ^ Ataccre non e ancora di quelle Don ne lequM audacemente dauand a i Magijtrati difefero in perfona le lor ragionici d*altri,non bauen* do ri/petto ne dVefser Donne, ne al* IhoneBa , che a la StoUa,che in dofio portauano,fìruercaua- Amefìaaccufata dal Pretore dtf e felefueragionicongrandifsimo concorfo dipopolo da* uantiai Giuàci, che efso pretore Ludo Titiodauantial fuo tribunale haueua fatto ragunare^ZT hauendo animo* famente,cr con grande artificio u/ato tutti igeili ermo di di diretchefi ncercauano qr importauono alafua dife fa,fuafsolutaalprimo,ne hebbe qfi alcuno diquei^udi ci in disfauorè. Et pche ella rapprefentaua in habito di Do naVàio uirileiera chiamata Andtogtne,che uuoldire una DonaMafehia» Di A ffraniamog, di Liei Bruttionc» G Ma Affranta moglie di Licinio Bruttioe: molto prò taa littgare,difefe fempre le fu e ragioni perfe me* defimadauàti al pretore, no perche gli mancajsero Auuo eatiftna perche era molto ardita cr fenza uer gogna, perdo mettendo ogni giornoa romorei Tribunali,diuc neil fuo nome di maniera irf^me, che uolendo ancor og gi dire aduna femitM,che L^esfauiita etfenza uergogna, /egli dK€,Gaia AjframaMoricojietaltempo di Gaio Cc fare la terza uoitOtCife e fufattoConfolo,ZT da Seruilioz fkefy lafecondOfCbee par molto pm conuenietUe dar no I OTTAVO 24^ titìd dd tempo^ che mori un jimil M ojko, che del ternm poin che egli nàcque^ Di Hortepa figlio. di Q^Horté. Et HprtenpafigliuoUdi Quinto Hortenpoxeffendo le gétil Donne Romane da grandiffune grauezz^ opprejje da i Triunum,ne bauendo ardire perfona alcu* na di prendere la loro protettione, parlo ej[a in perf ona donanti a effiTrmuiriindifefafua cr deWaltre molto animofamente^cr con grandiffma efficacia , perche fen^ dop in lei riconofciuta l^eloquentia del padreiottennegra tia de la maggior parte de danari.che crono fiati loro im* pofii. Quinto Hortenpouennea refufcitare in perfona de la iigliuolayCrgli diede lo fpirito cr le parole, ma la eloquenza degli Hortenpi,termmo inpeme con Voratio* ne di cofiei. llche non farebbe feguitoife i defcendètid^n tato Oratorchauejfero uoluto imitare le uejh'gic di qllo' DELLE ESAMINE ET , - inquiptionù Cap, 1 1 1 1. ^ ; »Tf er parlare apieno di quefia materia 'iudiciaìe,parleremo di coloro a i quali: lefaminati, no e fiato creduto dai Ciudi jcijCr di qUi ancora a iquali e fiato creda Ito fenza copderationeJcua.Ad un fer }uo di Mar, Agrio,Argé,fu oppojto che gli hauia tnprtoAlefferuo di Tito Fmio,etptal cagione tprmetuato dal Padrone, confejfo cr raffermo cop effer. la ueritOyOnde datolo in potere diPanniofugiuftittatoi et di quìuiapoco tempo colui,chepenfauano ejfcre fiato da lui ammazzuto,torno a cafSfti Di P. Craffo, E S fendo pubUo Graffo andato in Afia capitano, a de* bellare il Re Ari/ionico, fi diede tanto a la intelligen za de la lingua greca,cheparlandofi quella in cinque mo di in tutte le m, miere Vapprefe benisfìmojaqual co fa gli acquifio affai di beneuolenza tra i Confederati del popots lo Romano^perchein quella lingua che e ueniuonodaud tialfuo Tribunale a domandar ragione, nellamedefima rifpondeua cr daua ifuoi decreti DiRofciOp uogliamo trar del numero di quefU, ancora R 0* fcio,f empio chiarisfimo deVarte Scenica,Uquale non mà hcbbe ardire di ufare ogefìo 0 atto alcuno di perfont in prefenza del popolo, fe egli prima non s'era pronità in cafa.Onde queSi^arte non nobilito Rofcio,ma effo no* bilito Parte,CT non f olamente s^acqutdo il fauor del po^ polo,ma ancora Pamicitia de principali della citta, Que* fiifono ipremij di chi e aUento,foUecÙo,cr perfeueran* te in talifb*dij,mediante iquah non fora fiata prefuntione che uno Hifirionepsiameffonelnumero disi fatti huo* mini, T>egliEfiemi.diDemofiene, j^Rdgioneuole,cbe la induca de Greci per hauer gio* *^uato affai alla nofira,gu^H ancora il frutto deHelan» ncl€Uer€,Demofien€Ctl cui nomcperuenuto M orcc* OTTAVO ^8 iictro^deUquide fette poteffe uenire a cdpo^ehe egli et nel tempo, che fi conueniua,cr conpreHezz Di Appio - - Direi, che lofpatìo de la uUa (eAppiùfujjeJtatotait to^lianto egliuijfefenzd ejferpnuodeHume de gk ccchi^ddquale flette priuato una infinita j I ^ : L I B R O ro profejfionejiqudli nonprefmnmono di fc medepmì^ cr che di fe parlando moderatamenteyO' quando hanno a parlare d^dtri lo fanno con rijpetto cr prudentemète. Di Platone fdofofo , : I L mede fimo pUe tenne PlatonejUqudCy fendo ueniUi * * a configUarpfeco coloro^che haueuonó prefo afabri careilfacro Altare, del modello^ cr forma di cjfo,éjfe loro,^€ andaffero ad Euclide Geometra,K!T coptienneà cedere alla Scienza anzi a la profejfione di EucUde, • DeUi Atèniep,^^ difione» D AUegrap Atene ddfito Arfanée, or meritamente, . ^^perche un tale edipcìo, et per la bellezza CTper la fpefa,che ui ua dentro, e cofa marauigliofa. Varchìtetto» re del quale chiamato Pilone p éce,che nel Teatro rende ragione deldifegno di quepafuaopera con tantagraHaet eloquenzat^he quel popolo, ilquale naturalmente e elom quente,attribui,non manco laude alafua eloquenza, che aH^arte, Diuncerto Artepce, 1^ Arauigliofamente ancor arifpofc ApeUe,che foppor ^to patientemente tPeffer riprefoda un Calzolaio de le Pianelle crfibbie,d^unaimagine, cheglihaueuadipìn* ta,cr uolcndoil medepmo riprenderete gambe ancora • di ejfa pittura,gli dijfe,chealui non$*apparteneua parlm piufuychedelefcarpe Della uecchiezza* Cap,XIIIh A uecehiezza ancora condotta aU^ul* timo fuo termine, p e uifia in quePa me depma opera tra dquantiefempU di queUi huominiecceUentifp orlando de lainduPria,trattereme ,non dimeno ancora in quello luogo parttculannen OTTAVO 1^8 ie^acaochee non ffoia,che noi hMUm micato di far mi éonodi quella part€:allaqualc gli ìddij furono tanto pro^ pitij crfiuorxuoU cr per darli ancora con lafperanza di potere fempr e utuere piu qualche anno , come un ba&on cr fojlegno di ejjauecchiezza,ai quali appoggiandoli^ cr cotfiderando ala felicita de gli antichi uecchi fi um con piu contento cr aOegrezza.Et per cóh fermare anco ra la tranquilita dein ojirofec olo^delquale in fin o a qui niu noejlatopiubeatoycon quella fperanzachegUha cheti n ojiro ottimo principe habbia con [akte de la no^ra CiN talungo tempo auiuert yprofperando fetnpre dibenein meglio. ^iM.ValerioCormo, MArco Valerio Cornino fini il centepmo anno cr tra il primo cr il Sejiofuo Confolato uifu quanti annxjcj' nonfolamente gU baflarono gagliardamente t$ forze delcorpo intere CT fané ad ammiiujirar le coft piu importane de la Kepublica^ma ancora a.cultiuare diHgen tijjimamentele fue pojjefsioni; efempio certamente defi» dcraPiUfC^ quanto a lo ejfer Cittadino cr quanto a lo ef fer padre di famiglia. • Di Metello. Vlffe il medefimo [patio di tempo , M etello,et quat Uro anni époi,chegU erajiato Confolo cr Capita uoifeudo (iato creato già molto uecchio pontefice majfi/ mo^hebbe laCura de le cerimonie cr celebratiohide gli diuimuciuiduqt anni f mantenendo fempr e la uoce chiara cr e/pedituMe inaigli tremarono le maiune lo axn tnini^rare Le cofe pertinenti ai [acrifiaj,' QDi Qjcabio Majfimo, Vnito Fabio Majfimo ef eretto Fuficio Sacerdo* KIC il i • ^ LIBRO tiJedtrU Auguri fejfantaduoi anni hauendo ottenuto tal égnita che glieragia ne Veta uirile, tale che connumerm do et coput^oinjìeme Vuno e^Valtrof patio di tempo, uerranno a fommare quajtil numero à Cento anni, ■ ] Di M, Perpenna, C He. diro io di Marco Perpenna^che foprauiffeatul ti quelli Senatori^ che al tempo del fuo Conf alato fi crono ntrouati aconfultar [eco ne lefacende de la Re» puBlica,crdatui erono dati dimandati del lor pareremo’ Setteuide folamente ejjer rejiattuiuidi quelli che furon da lurclettiSenatoritquandofu Cenforeinpeme con Lum cioFilippo, onde lafuauitautnnead ejjer piu lunga di quella ditutto il refto degli altriSenatori,che crono mor ti Di Appio - -- Direi, che lo [patio de la uita Appio fujfe fiato tan toqiumto egli uijfe fenzd ejfer priuo dellume de gli ccchijddquale flette priuato una infinita (Pannhfe egìi,an cor che t'fiiffe condotto in quella calumita^non hauejfe ua toro/amètite retto CT gouemato quattro figliuoli mafchi CT cinque femmine^zT ungran numero di fuoi partigiani €T CbientuUfCr la Republica ancora . Pw oltre,trouan* dofigia aggrauato dagli anni,p fece portarein Lettica nel Senato per dijfuadere lapace uituperofa , chealhorà fi trattaua con Pirro Et chifaraqueUo,che chiami Appio Cieco^chefi dalungeuide queUo,che a la patria era utile cr honefio,etfu cagione cheefsauiprouedefsallcheper femedepmanonuedeua, ^ Di Liuia móglie di Kutilio,diTerentia moglie di Ci ^ M cerone, ér di Clodia figliuola (P Aulo, Olte donne ancora uifsero longo tempo, ma farle roSycioe de la Senettu, doue afferma , che il Re de Latini uijfe ottocento anni.Et acciocbe e non pareffe,chefuo pa drefuffe trattato fcar[amente,gliconfegno in [uà parie fecento anni, DELLA CVPIDITA DELLA Gloria, Cap, X V, Nrfe habbia origine la gtorÌ4,cr qua U ellapa^o perche ui fi debba acquiti ftarla,a’fegli e fi meglio non ne te* ner conto , come cofa Ma uirtu non necejfarta , penfinui coloro Jquali co , f^^uno il tempo nella fpaculatione ima cofano- a t quali ancora e fiato conceffo dipotere KK Hit LIBRÒ eonelo fi uentffe a fpegnere, imicàdo lo esèpio di Fi l ia , che nello feudo di minerua ut comejfe la jua effigie, di maniera,chefcomcttcdoft,fiuem ua a feometere tutto lo feudo. Degli eflernidi temiiiocle, 1^ A poi che egli fi dilettaua di andare altrui immitàdo, ^piu prudentemente harebbe fatto ad imitare l^ardoa re diTemiHocle,ilquale dicono, che agitato cr traua^ to dallo {limolo deuagloria.Et per do non pofandomd la notte,cr domandato, perche cofi a quell ^horafuffefuo ra di cafa,rifpoje. Perche itriomfi di milciade mi tolgono il f onno. N on e dubio,che Maratone Artemifia cr Salo* mina,chedoueuano dipoi ejfereiUuIìrate con fi h onorate uittorie,cr in mare CT in terra tacitamente lo innanima* nano cr accendeuono.il medefimo andando uerfo tlTed tro,per ueder celebrare lefefie Sceniche , cr domandato qualuoce di coloro,che haueuono a recitare, credeuache fu jf t piu per aggraiirli,rifpof eaHhora: Quella che me* / / OTTAVO 2(52 gUo cantandoli fapeffecfprimereVdrte^che io ho tenuta CT la prudenzajche io ho ufata inguerra,cr nelgouerno dcUaRepublica.Etcojì uenn'e quapyCome cofa lodeuole, a render gloriofa la dolcezza > che Vhuotno ha della gloria . DìAlelfandro magno. L* Animo (VAlejJandro magno fu neramente infatÙM bilenche referendoli Anajjarcofuo compagno^ alle gando V autorità di Democrito fuo maeftro , che ci erano ancora oltre a quello^che noi ueggiamo un gran numero di mondiJiffe.O poueroame^cheancora^un foto non tai fon potuto mpgnorire . Parue ad un huomp m ortale piccola cofapojjeiere un mondarla cui capacita e baHan* te a riceuere tuttigli iddif immortali. Di Arijiotilc fìlofofo. ^Oggiugneremoallaardentispma cupidità d^uno,cht ^ era giouane crKeJafete infatiabile,che hebbe Ari* Potile deWhonorez:rd€llagloria.Haueuacolh4 donato * a T codette fuo iif cepola i libri da lui compoJU delParte j Or atorUyperche effo gli mandajfefuora in fuonome^dif prezzare. t>\a in qualtique modo jÌ4 da interpretare la disfmulatone di quejhtaliyeUa certame te e piu tollerabile yChe la professane dfcolqrOyiqudi pu rCyche e posfmo ppetuareilnome loro ^ no hàno hauuto rifpetto ad acqmjlarf do ancora con le fceleratezze Ne/ numero de quali non fo fe paufania tengati principato^ perche hauendo domandato Hermocle,in che maniera egli potejje in un fubito acquiliarfì nome^ar rifpondcdo hychefeglianmazzaiia qualche perfona iUu[he CT ho* norata,che tutta laglonadicoluiuerebbeinltiia tranfc* rirp. andò incontinente cr ammazzo FilippOy cr ne con feguito quel che egli defìieraua , perche quanto Unome di FilfppOymcdiente la fua uirtu era per uiuere illullre ap^ prejjo deiposleriytanto eraforza^cheper hiuerlo mor* toutuejfe ancora il nome di pauf anta. Di unoyche per acquijiarp nome uoUe met* • : - ter fuoco nel tempio di Diana» FV bene facrilega la cupidità della gloria di coM, ilqua le uolle meter fuoco nel Tcpio di diana efefìa,aàoche mediante lo incédio di un tèpio tanto celebratOylafuafa* ma p tutto il mondo ji diuolgajfcyp come egli dipoiyePen do torment:UOyConfejfoMagli efepydepderando , che il nome di cofui in tutto pfpegneffeyhauean prefo buono ìfpedientefacccdo un DecretOypilquds: probibiuono ai ogn^uno il farne mètioeyfeTeopopo homo digràdispmo ingegnOyCt cloquèza no Vhauejfepopo nelle fue hiftorie. \ I OTTAVO ' 26^ delle prerogative et premi- nentie de gli huomitu eccelUnti.Cap.KVì. Gli animi purgati cr ftnceri, fu fem* pre digràdtsjìmo piacere yilueder e il* lujkaticr magnificatijecodo t ìor me riti gli huominiuirtuofi or eccelle ti, p che debbono ejfere jìimatigìi honori pari a meriti di ejfa Virtu.Et par che naturalmétegU huomini f empire fene ratlegrinOyaoeyche I uirtuofì cerchino (fejfereyCy fieno honoratiMa quanti queiofentadmio animo in quefio luogo tutto acce ierji CJT infiàmarfi a celebrare la cafa di Aguflo , tepio d^ogni honoreet Uberalitayno dimeno piuapropoftto mi pare d raffrenarloycociofiajehe fe bene in terrai* attribuifca ho norigridisfimiacoloro,che fi hòno fatto dar luogo in eie io, no dimeno non fi puoméaggiiugnereai meriti loro, T>ell*Affricano maggiorOyO' del primo Catone, FV fatto confolo l* Affricano maggiore innanzi al te po dalle leggi determinatOypcheVefercito Romano pgnfieo alSenato ejfer cofit necejfmo.Ondc e mal ageu o le agiudicare, qualcofaglirecaffe magi ore bonore,olau tonta de i padn f enatori,che lo eleffiro , 0 il Gndicio de 1 foldatiychelo domàdarono,pchelaTogalo creo tapita* no coirà a Cartaginefi, cr Vatmilo propofero , quelli^ h on ori, che in uitaglifuron 0 f atti gràdisfimi,far ebbe co* fdlungail raccontarli,p effer. numero infuuto,cr no necef fono al farne metione,p haueme difopranarratila mag giorparte.Etperofoggiugneroquellololamete,cheintra tutti gli ètri ancor a oggi dilui fi celebra come cofa hono reuoUsfima,E po^a lajfuaStacm nella ctlla digme otti* , Libro no majtmOfCr ogni uolta.che detU Gente ComeKd , o per magillrdto cr dignità ottenuta o per altra honoreuol cagioeft ha a celebrare qualche feftaye tolta di quel luogo cr codotta a tale celebratione er a lui folo il capidoglio ferue in cabio di palazzo fi come ancora laJlatuadiCato ne maggiore fi trahe dellaCurìaper il medepmo conto. Grato certamente fu ilf enato in uerfo di Catoncychenol le che quel cittaiinoyche fu tanto utile alla Repubucayrtc co di tutte le uirtUyCr piu p ifuoi meriti che per beneficio dellafortuna, grande, GT reputatOydelcontinouofeco ha bitajfe.Dal cui c onfiglio caTtaginefu opprejfa prtma,chc dalParmidi Scipione. Di Scipione iìafica. -C Ancora Scipione Uaftea un chiaro fpecchiodihon ore ^percheilfenatof come ^Oracolo d^Apollme pitto auertito Vhauea,uolle che per le fue mani , non fendo lui^ ancoraftatoQiu^llorefufericeuutalaD^ da pesfmonte, perche dal medefimo Oracolo s^ramtefo, che Ci eleggeìTe il migliore er il piufatito cittadino di Ro ma per rieuerlacon quelle cerimpnie,che s^apparteneua no fpiegacrriuolgituttigU Aniiali,pontidauantugU oc chituttiicarritriomfali,che non trouerrai nelle preroga tiue di tanti huomini eccellenti alcun oychelo trapaf ri. Di Scipione Emiliano. Ad ogni poco ci SI rappref entono gli Scipioni , aedo chemtuttiiluoghisia fatto da noi mentione della lorcuramrtua-eccamz-t. il popolo Romito, do. mMdjndo SdpioneEimlmo EdiU.lo fece confolo,0‘dipoiun'dtruuoludomMdondodteiierf4. to Qiie&ore , er bollendo per competitpre aw»f o mofsim figlmlodelfrdtUoJu à miouo folto confalo. l OTTAVO 2^4 il Senato ancora gl', diede per lo flraoriùnario l^ammini^ Granone cr gouerno prima dell^A jfrìca^dipoi dellaSpa gna.^^ ninna di quejie dignitadi ottenne come cupido ciC fadinOyO come ambitiofofenatoreyft come dimofiro chia ramente non folo il corfo feuenspmo della fua iòta , ma ancora la morte, che a tradimento CT per inpcke gli fu data. Di M.. Valerio. FV ancor a Marco Vaia io parimente bonorato da gUhuominicr dagli iddijcon duoifegni euidentisji mi,gliiddii,mandando miracolofamente un Coruo,com» battendo ejfo con unfrancefe, chein quel Duello l^m* tafieconfeguirlauittoriail romani,facendolo confalo di uentUre anniOndein memoria del fatore,cheallBorari ceue dagli iddìi la cafa antichispma cr nobile dei Vale»^ rmp fanno, dal cognome di ejfo V(deno,àìiamareiCorM uiniyCr nel beneficio crfauore riceuuto dal popolarsi re pula a grande honore,PeJfereinnanzitempo illor Valem rio fatto confolo,zy"Veferejìato il primo che introdu» eejfe in cafa loro tale degnila. E la gloria ancora di Qinnto Scéltola ,che hebbe' per compagno nel Coufolato Lucio Crajfo,fupo^ co illudre cr honorata, ilquale tant fe rouine,ancora la citta di V olf maJEra abbondati* tisfìma,tra ornata di cojiumi cr di leggi era tenuta il capo della Tofcana^ma poi che la Jt comincio a dare alle deli* tiecr alùiLujJuriacafco nel profondo del uituperiocT delle miferie^tale che ella fu tiranne^iatafin dalliSchia uhde iquali pochisfimo numero prejero ardire^ da princi pio di occuparci luoghi de Senatori, dipoi occuparono tutta la R epublica uoleuono,che i T eUamenUftfacejfero a uoglialoro3prohibiuano,aUa nobiltà il ritrouarfì injiem me a conuiti,o adallre ragunate,pigliauano per moglie le figliuole dei lor padroniylEmlmente f crono una legge, che efuffe lor lecito fuergognare cr uiolare cop le Vedo ucycome le maritate fenza pregiudido alcuno, CT che niuna Vergine nobile n^andajfe a marito , [e prima dadi* cun diloro non erajlata manqmefia» Di Xerfe, XlàrfegranMspmo ostentatore delle factdtaKegaU p compiacque tanto nella Lujfuria, cr nella Ubim dincycbeaqual puoglia,che hauejfe ritrouato qualche nuoua maniera di piaceri ,haueua ordinato per publico bando, che gli fuffe pagato un tanto, ma mentre che egli fi lafcio troppo trafcorrereinquefiefue delitie , nefegui la rouina di quello imperio^laquale fopra ad ongn^altra fu grandispma» Di Antioco re di Siria» Amtioco ancoraKe della Siria don meno incontiné te cr iMfiuriofo di Xerfe,imèando il/uo efercitp- LIBRO UciecddTÌnfdtutLuffuria di quello Jtà ntdg^or piL, Siila, VdoSdlaJlqualenonfipuomai abboBanzaloda* ' re 0 uituperare, perche neW^tcqdfìar l e uittorie rap prefento Sdpione al popolo romano^nel ualerfene rap* prefento Rannibaleyperche^poi cbegli bebbe egregkme tediffefoleparti della nobiltaffece crudelmente correre per la citta di roma^cr per tutta la Italia i fiumi del fan* gue ciuile/ece ammazzare quattro legioni della fottio ne contraria,che sperono afficurate fottólafede fua^in una cafa,che era del publico in campo Martio,aUaq^e non ualfe il raccommandarfia quella defira,chebauea mancato deUa^omeffafedeJccuilamentcuolifiridaper I libro umercncUetrmMthrecciie4(IUalU,^3Teune SMcofottoilgrMe pe/o JìeronoJl4tiJime«o/oIopercleer rofi}>aue«^o uno , chegU referma qual fujfno tutte le ÌuoneBorfe,ondepottjfe cauar danari. Volfeft ancora monUfuacrudeUacontroaìledonne,non gh parendo l4«er fatto 4ainello DiHannibale, JL Capitano di cofloro Hannibale, c la uirtu del quale confijleua la maggior^ parte ne la crudeltà^) fatto de 1 eorpiKomani un. ponte foprailFiume Gdoatifece paf* ' fiffcifuo efercito fOccioéelaicrrafperimentaffe lafse* MM LIBRO ter4t4 paffotd de Io efercito terrejire Cartdgtnefr,p come Hettuno hauea fperimètata queUa del m^e. li medepmo, hauendo prima {tracco cr affaticato i prigioni Romani da ipaepyche cponeuono loro addoffo, CT dal cammino , uenen^ doli édopoUcredione de i Confoli molti atroua o a cafa per dimandargli conpgUoUutti ne gli mandoidicen doiVoifapete ben dimandare conpglio,ma hon fapde già eleggere,chiui configli cr prouegga a i fatti uojtru Hebbe quefo detto in fegrauita ; cr non fu detto f e non a ragione , non dimeno farebbepato aìquuntomeg che non l'hauejfe detto, I De Patriùj Romani, Mperochechie quello che giudamente pojfaadia MM iùi libro fàffi colpopolo KotnuftofEt pero non Tneritono todeUi queUiyche al pre/ente narrcr:mo,bcche quello che eferonojtancoperto dato fpUndore de la nobiltà loro, équalhperche Gneo Elauio huomo di bajfa cr utl conditio nehmua ottenuto U Vretura, ìndignatifene gli traffono dt ditto le Aneila , cr cauorono ancorale briglie a i fuoi CauaHifT le gettarono nel mezo de laftrada.Etcofinon potendo predominare ale lor pafftoniyia piagnere in fuo ra,ne ferono ogn^ altra demojiratione. QueltimoiiuiQ 1 ra coft impetuofìjfurono di perf one parliculari, o dipo» chi contro a tutto il popolo,nta quelli che appreffo narre» remo furono di tutto il popolo contro a i nobili cr princi pali» Di Giouani Romani, di MaUio Torquato, Fabio Majfmo» Ritornando MaUio Torquàtoin Roma, crwpor* tondone la uittoria de i Latini,cr de i Capuani, fa cendofeli incontro tutti j uecchi pieni diaUegrezzatdei Giouani non gnen^ando incontro alcuno, perche baueua fatto ammazzare il figliuolo:perh(Mer contro al fuo co mandumeuto combattuto udorofamente coi nemici, CT riportai one la uittorit Hebbero compaffione queigioua» ni di uno detta età loro tanto rigorojaméte punito,ne per quejìo affermo, che quello : che efeceroifujfc ben fatto, ma dim oUro quaU ftano le forze detterà ùquale hebbe forza di dividere Veta cr’gli ajf ettiinetta medcfima»CUta, La medcjìma ira hebbe ancora tanto di potere,che ejfen* do tuttala Cauatteriadel po.Ro, mudata daFabio Con folo et capitano alla coda de i nemici,potcdo qttafaciliné tc et ficuraméte r5perli,ncordàiojì che il detto fabio era NOMO 37 7 undiquelUychehiUiM impeditola legge Agraria ^no9 uoU e combattere* Di Appio Claudio* LAmedepmairarendendo odiofo Appio So eferd to per effere (tato il padre molto acerbo inimico del la plebe,in fauor della nobiltà cr del SenaiofecCycbe uo ' lontariamenie fi mejfeinfuga per non fot e acquifiare U ustoria cr d triomfo al fuo capitano* Qu^te uolte adì» dunque uenne ad effer Vira mncitnce delia uittorialPrima nonlafciandoìGtouani romani andata fi a rSegrarecon Torquato del triomfo de i Latini cr capuani ,0“ a Fabio togliendo la piu bella occapone,chegli haue jfe bauuto in uincere U nemicOyCT ad Appio [accendo uolgere'jn fuga tutto lo efercito* Del popolo Romano, Aquanta fulauiolenz cr crudeleiuenne fenz Paceua Haunibale profefsione diguerreggiare contro a i Romanùcr tuffa jtaUa,magouernandop nei modifopradcttt\no uenn'eglì i(combatterepiutopQcontro ad effa Pede^pigliadop pia» cere delle menzogne cr dei tradimenti^come un'altro fa tebbe (Tuna bella Sdtnz^ o d^una fingulare mtu • Onde K O M O ^ ^ ndcque^cU douegU era per Ufciar Hfe lafao in dubio qual fuffe maggiore , o ùgrandezKn del fuo nomerò la fua trt^ùU cr maluagjta, DELLA VIOLENZA ET SBDI- tione, Cap. VII, el popolo Roma. A per raccontare le Seditiom et lào lenti: feguite^ no folamente dentro aBaCitta*ma ancora nello efercUo, Ludo Equitio Uquale fi focena figlio lo di Gracco , cr dimandano ^ejfer fatto tribuno mfieme con Ludo Som tuminOf contro a quello, che difponeuano le leggi , pofto . iti prigione da Mano:gia la quintauolta Confolo.fu catta iodi prigione dalpopolo,ilqaale hauendo rotto la carco-. re,neloportouia di pefocon grandjfimafejia CToRe* grezz4.ll medefimonon uolendo Quinto MeteUo Cen^ ■ fare pigliare il Cenfo da e ffoicome figliuolo delfopradet to Gracco jcerco di farlolapidare, perche il detto Metdm lo affermauOfChe Gracco hauea hauutdfolo tre figliuoli, de qualuuno era alfoldo ì SardignatPaltro a,Preneile a Ba ' lia, il terzo, doppo la morte dd padre era morto in Rom ma:cr che non era ragioneuole, che fintili perfone uili KT abiette cercajfero annidiarfi tra lefamigUenobi!i,auuena^ gacheintraqueflealtercationila incon/ìderota temerità cr pazzia del popolo fi leuajje contro al C onf jlo,zx ^ tro alCenfore molto imprudentemente cr con grande audacia,cr non la/dajjè indietro co fa alcuna arrogante et , profuntuofaiche la non ufajfe contro a i fuoi principali et NN Hi I LIBRO magpori Fu quejld fediHone deUa Plebe R ornimi [ol(b» mente temerma^mi quelli che mene ipprejfo fu ancori fanguinofaiperche il popolo primamente caccio fuor di cafa fui cr dipoi ammazzo lAumio competitore di Satur nino, hiuendo gii creatinoue Tribuni , arrecandoli foto duoiCompetitori perildedmo,acciochecon lo ammaz zare un Cittadino tanto buono, fi defsefaculta ai un tri» fio cr fcelerato di confeg Atare il Tribunato» Di certi creditori,cr di UCafsio ♦ JL furore cr impeto di certi, che crono Creditori di puf perf one in un fubito Ituo in capo contro a Sem» pronio AfeUione pretore Vrbano,iÌquale perche haueua pref 0 la parte de i debitori irritati da Lucio Cafsio Tribù» no della Plebe, Pandarono atrouare furiofamentein Pia za donanti al Tempio dela Concordia,doue eghfacripca uOyCr cofirettoloafuggirefuor di Piazzalo perfeguùa fono fin dentro ad unaBottega, doue egli s* era n^co» fOyCT quiui lo tagliarono a pezzi- E cofa certamente de^ teiiabilache quel luogo, doue fi tiene giujiina cr ragione^ fufsefottopojìoa takinconuenknti,mafe noi ciuoltere monile feditioni dello eferàto molto maggiormente ci perturberemo. De Soldati di L.SiUa,cr della morte di Gratidto» E Sfendo la Prouincia deWkfia , per la legge Sulpitia data ingouemo a Gèo Mario aVhora priuato,pfar Vimpref a contro a Mitridate, cr hauendo fpedito Grati* dio fuolegcUo a Lucio SiHa Confalo per condurrete le» gioni, fu tagliato a pezzi dai Soldati ^fiegnati d*hauerc auenirefouo Ì*ubiieìenza i^un priuato^O" leuarfida \ NONO 284 ^ueUd di un Confolo,Md chifoppùrteramà^che i 5o^ tt bambino a correggere conU morte de i Mcmdatarij i den creti del popolo fio efercitofece quelli uiolez^t perPbo fiorccr conferuationedel Confolo,m4 quel che [eguiU fu contro al Confalo. De Soldati é Gneo Pompeio,cr della mor tedi Quinto Pompeio. PjErche Quinto Pompeio compagno diSilUnetConm folata ycfsendo mandato dal Senato fuccef sore aUo ef eretto che comandaua Gneo Pompeio, Uquale piu che non permetteuono gli or MnideUa Citta z!r contro aUauo^ glia de i Cittadini ne era (lato Capitano ,fu afsaltato da i SoldatitCorrottidaUelupnghedeUo ambidofo Capitano appunto che haueua cominciato a facrificarcj cr co/i 4 gmfadi Vittima lo ammazzorono: cr U SeM^o, che in .quello confefso cedere al furore dello ^eràtó^mi^o di non accorgere di tanta sceleratezz^ ■ h - *• 1 Come Gaio Carbone fu moro ' ’ todaiSoldatU r * A Ucorafubruttaier federatala molentia di queUé ' A efercito, ilquale ammazzo Gaio Carbone , fratem lodi quel Carbone^ che era fiata tre uoUe confolo^eT qfio,p hauer lui uohto ridurli fiotto la difciplina militare troficorfaper le guerre ciutli,cr raffrenare ancora la lo ro licenàoyUn poco troppo rigidamente f EtccfiuoUelo efercito piu tojìo macchiarjì con quella fi grande fceleraa^ tezza f che correggere i fiuoi corrotti ’o" abbomineuoti coftmLl • NN itti ’ / \ • r, \ /\ DELLA TEMERITÀ Cap, Vili. Ono ancora gUimpetiicUaTmt^ rita cofi /ubiti, come uehementijd le punture de tquakpercojfe le méd deglihuominiytion cono/cono ne ì pericoli,loro,ne poffon rettamente giudicare altrui opere» Del maggiore A jfricano» Q Vanto fu temerario V Affncano,che diSpjgna con due^ QMnquereme pajjoin Affrica al Re S^ace,ri* mettendo alla dtferelione di quel Re pieno di fronde , CT diinfidie la fua falute,€r quella della patria , CT co fi nel metterli a pericolo di effer fatto prigione o morto da ejfo Siface,mejfe ancora in un medejimo tempo a pericolo tul io lo Stato della Republica» Di Gaio Cefare» Ma parlando di Gaio Cefare,cT del pericolo alquà le egli fi meffe,ancorà)e e fujje difefo CT guarda to da i cel^i lddij,pure io noi pojjo refertre f enza tutto raccapricdarmiiChenon potendo ajpettar piu lo indugio di quelle genti , che haueuono a pafiar da Brindifi in Ap* poUoniattnolìrando di fentirfi in dijpo^o fi leuo da tono* Ìa,CT firaueèitofi agm/a d^un Seruidore monto [oprauna BarcOyCrgiu pel fiume {^addirizzo alle bocche del mare ’AdriaticOyCr nonoftantecbe efu/seunagran,tempefta^ comando fubito al Padron della barca, che fi mette/se in mare.ll perche dato un pezzo aUa dura a coneraftdre co Vonde CT co t uenti,cede alla fine necefsttato , cr quando e uide non poter far altro» NONO i8^ T^efoldati di Albino capitano, A incora fu crudele ZT furiofaUtemcrita di queifoU datìJUqualéfu cagione , che Aulo albino cittadino egregio per nobilta^per cofiumi, cr per hauer ottenuto nella citta tuttigU honoricT degnita per uane vfalfe fu fpitionifulfe in campo lapidato dallo efercito , delquale era capi lan o. Et quel che fu piu crudele dogn' altra cofano che raccomandandojt lui cr pregando di potere gium ftificarfi^cr direkfue ragioni, non gli fu mé uoluto concedere. DE GLI ESTERNI* Di nmnibde, O^dedte^o manco mi maxauigUo che HannibaU fendo di animo feroce cr crudelejnon lafàafie di* fenierfi,ne ditele fue ragioni ad un gouematore della . fua amata di mare^dìe fi trouaua innocente. Egli partito fi di petiUa con tarmata per pajfare in Affrica, cr ariua* to al faro àtAespna,non credendo,cbef Italia CT Usici liafuffero fpiccate Vuna da ValtrOyammazzo U detto Go uernatore,chiamato Peloro,per/uadendop^che e Vhauef f e uoluto tradir e.Et dipoi conpderOta meglio cr con piu dtligenzalaueruadeUacofagli perdono quando non u'e ra piu rimedio, faluo che farli una bella honoranza.Et co - fi UP^a di quello fopra quel promontorio di Sici* liaCche di qmfu clamato peloro^uoltainuerfo lo Pret* to, laquale a quelli , che nautgano innanzi CT indietro ,fi rapprefenta donanti agli occhinon folo per memoriadi ejjo Peloro,maanchoradelfurorecr beffialita mbale . Degli Ati nifi, t- i I t I B R Ò Kinésfifnafu ancòraU temerità degli Ateniepj qudefu cagione, che gU ammazz poteuonoalfùjiondiedcmaivfidodlcuno,4 quelli detm f ìatribupoUla^quandoincampomartiocopariuano adom . , • mandarlo,per non farehonore rie f onore a coloro > haueuoncerco di torUiatdta,che per quanto fafpettoua • ad ejfa Tribu,erano ^ati fpogUatì della (dtacr della liher \ I ta.laqual umdettaper confenfo del Senato^O" di ogn^um I nofuapprouata. « VcUanendettaderomanì contro ad Adriano, ^ A Drianohauendo mal trattato i cittadini romantg ' che erano in Vtica,cr per tal cagione ejfcndolU^ to da loro abbrucciatouiuo, no fene fece in romane quc rclOfiiefegno alcuno di pufUtia, DegleftcrnideUareginatmof%v*heremce, . L*una cr Valtra regina, timori^ cr Berenice , honorem . uolmente p uendicarono.Tomiriferuandop della tc fta di Ciro cilquale epa haueua occifo, in uendetta del firn gUuolo }perbcreìn cambio di tazza con dirli, S A N*i G V E ptipiytT io difangue t*empio.Ét Berenice j altrié menti Laodice, per efferp grandemente f degnata, che A fuo figliuolo Ariarate era^toatradimento morto, per ordine é mitridate fuof rateilo, monio fopra un carro,ar matOfO'perfeguitando quel Satellite ddre^chiamato par I LIBRO nome Ceneo.chc er4^perchey efsen* do dipoi per comandamento é detto Mario, mediante le difeordie CiuiH,cofUretto a morir sintonico la fua Carne ra tutta di frefoc cr accef oui dipoi un gran fuoco di Cor* boni ui fi rinchiuf e dentro onde offefodal uaporeeyfu* modi efti in queUahumidita; incontinente fimorù Uebe fudigrandifsima uerogna a Mario in quel fuo trionfo: che un tale huomo fufse condotto afurudelenecefsUadi morire. NONO ‘ Di Lucio Cornelio Merula» NEiquali franagli della Reputlica ludo Comelté Menila, che era flato Confolo cr Sacerdote di Gio ue,pernon epere il giuoco a- lo fcherzo di fi crudeli er infoienti uincitori^tagliatojì le uenenel Tempio di Gioun fchfola morte uitupcrofa^ chedatnemiàgh eraftatuap» parecchiata,cr co fi gli antichi filini fuochi di quello li* diofuron o imbrattati del f angue del fuo Sacerdote» Di Hcrcnnio Siciliano» AN cera fu animof o cr forte tifine di Herennio Sicì liano.delquale Gaio Gracco,come amico ffì era fer Ulto per Arufpice. ìmperoc he fendo menato in carcere fot to il nome di cotale amicitia , neU^en trar dentro fi batte il capo di forte ncUo pipite deUa prigione , che fubito cafeo mortoichcfc gli andana piu oltre un pafso dona nelle mam rt i del Carnefice^che lo doueua uccidere» Di Gaio L/cimp. TA/c, nclÌ*ammazznprequePoPilein^ardarekfuaperfona:Egli,leua itti (dintorno tuttiifuoi amici, elefe alla fua guardia huo mmi diferocifsima natione,er Schmirobudifsimi, tratti delle Cafedeipiunobilidi queUa citta. Et anchora per paura de i Barbieriinfegno radere aHe/uefigUuole^et pOi Libro cfce Verone crefeiute^non fidando ancora aloro il ferro in mano,arrouentauaigufci dinoce,cr delle GhiandCiCt sifaciua con quelli a bronzare i peli della barba^ej i ca* pelli. He si fido piu delle fig^uoUyche di due mo^ie , che gli haueua una di Siracufa chiamata Aridomache , Valtra locrenfe,chiamata Doride con lequaUnon ufo maifepri ma non Vhauea fatte per tutto diUgentemente cercare fe Vhaueuono armùoUra di quefio fece fare unfojfo molto largo intorno al fuo letto non altrimenti,che si faccia in^ tomo ad un^efercito accampato,hauendoui fatto ancora il ponte a leuatoio. tenendo alla porta di fuora le guardie Cr di dètroferandola di fuo mano molto bene a ftanga* Di quelli che nel uolto CT fattezze del corpo sifomigliarono, Cap. XV» VeUiyChe fono di piu profonda fden tia piu fottilmente deputano di colo rocche nei liniamenti del uolto et fot tezzedel corpo sifomigliarono ; de iquali alcuni fono d^opennione tche talsimiglionza nafea tra quelli: che fon del medesimo fangue:& hanno la medesima origine: ptgliandotpernon piccolo argumento: lo effempio degli altri onimaliuquali nafeon quasifempre simili a chi gli ba generati. Altnniegono do auuenire per ordineejlegge deUanatura: maloattribuifconoal cefo ZT alla fortuna, affermando di qui nafeere : che molte uolte si uede iVu^^ b eWhuomo naf cerne una brutta creaturaicr iunOicheltf ^ ìlKegifiro . • « abcDefghiklmnopqrstvxyz. A A BB CC DD EE FF GG HH li KK LL MMNNOOPP. Tutti fono Quatemi eccetto pp che duerno» in Vine^a Del M D L I. I %»> R. S1LVA."E7ZA' RcSTAU^O Zia Val S3 Tal. Qj3.22^ f. Valerio Massimo. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valerio: la ragione conversazionale alla villa di Roma – filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il filosofo alla villa. Grice: “Unlike most of us, Austin preferred to spend his weekends alone in his Oxfordshire villa!” -- Filosofo italiano. He has a statue erected in his honour in his own villa (‘Ain’t that cute?’). Publio Avianio Valerio. Keywords: Roma antica. Per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vallauri: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretazione giuridica – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Implicatura, IVSTVM. Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo romano. Flosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. “Italians, especially noble ones, love a long surname, so this is Luigi Lombardi Vallauri. I say: if he wants to keep the Vallauri, that’s what he’ll go with by!” Grice: “He favours animal rights, as I do.” Professore universitario italiano. È stato Professore di filosofia del diritto a Milano e Firenze. Insegna all'Università degli Studi dell'Insubria e all'Università degli Studi di Sassari, dalla quale è stato chiamato per chiara fama. Nipote del predicatore gesuita Riccardo Lombardi, cugino del direttore della Sala stampa vaticana Federico Lombardi, nonché nipote di Gabrio Lombardi, si avvia alla formazione teologica alla Gregoriana di Roma. Si laurea in giurisprudenza col massimo dei voti a Roma, suo maestro è stato BETTI. Dopo la laurea perfeziona gli studi giuridici in Germania e vince molto presto il concorso per la libera docenza. Diviene professore in filosofia del diritto a Firenze, dove ha insegnato anche argomentazione giuridica e filosofia del diritto. Ottiene la cattedra in filosofia del diritto a Milano. Dopo il collocamento a riposo insegna presso le Como e Sassari. Massimo esperto di teoria dell'interpretazione giuridica, già direttore dell'Istituto per la documentazione giuridica del CNR e presidente della Società italiana di filosofia giuridica e politica -- è autore di saggi filosofico-giuridici. Con il suo Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre ha aperto un nuovo filone della sua ricerca, dedicato alla filosofia della religione e della spiritualità. Al saggio Nera Luce, V. ha consegnato la sua critica serrata ai dogmi del cattolicesimo e l'approdo all'apofatismo. I suoi interessi recenti riguardano la tutela giuridica dei diritti degl’animali. È vegano. Fonda e conduce, un gruppo di meditazione teso a esplorare le possibilità di una vita contemplativa all'altezza del sapere moderno. Il suo libro traduce in scrittura il seguitissimo corso di meditazioni tenuto dall'autore per Radio Tre Rai, propone una mistica laica, ossia una mistica che prescinde da rivelazioni soprannaturali coniugando il pensiero scientifico occidentale con le tecniche di meditazione tipiche delle filosofie orientali.  Allontanamento dall'Università Cattolica. Insegna filosofia del diritto presso l'Università cattolica di Milano. Tiene una conferenza a Bari e all'inizio decide di sedersi in terra, giustificandosi presso l'uditorio con la frase. Del Dio che emoziona non mi sento di parlare seduto su una sedia, quindi, mentre parlerò di questo Dio, starò seduto in terra». Sospeso dall'attività didattica a causa del suo insegnamento ritenuto eterodosso rispetto alla dottrina della chiesa cattolica. Fra i punti problematici secondo le autorità ecclesiastiche, un giudizio di V. sul dogma dell'inferno, da lui definito:  incostituzionale in quanto nessun atto per quanto grave può meritare una pena eterna e perché è contraria ai princìpi più avanzati del diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. Il professore ha affermato in seguito. Quando i giudici ecclesiastici mi hanno cacciato fuori dall'Università Cattolica non riuscivano a formulare l'accusa ed io ho detto. Ve la do io, il papa è quasi infallibile nell'errare. Dopo l'esito negativo dei ricorsi giudiziari interni, si è rivolto alla corte europea dei diritti dell'uomo.  La corte si è pronunciata a favore del ricorrente, ritenendo che fossero stati lesi i suoi diritti alla libertà di espressione (per il provvedimento adottato dalla cattolica senza contraddittorio) e a un equo processo (per il rifiuto a pronunciarsi opposto dagl’organi giurisdizionali amministrativi), entrambi garantiti, rispettivamente, dagli articoli della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.  Nei suoi corsi e libri V. si è occupato di varie tematiche: filosofia del diritto, critica dei riduzionismi, filosofia della mente, misticismo, buddismo, sessualità, meditazione, diritti degli animali. Riassumeva la situazione storica attuale tramite la seguente formula: [E = (m+e) + i (ab) + fd + oid] -> [N.O.] -> [(N. e/ax/es)] + (I.P.)]  La prima parte è l’equazione del riduzionismo ontologico. L’essere è riducibile alla somma di materia, energia e informazione. L’informazione è di due specie: algoritmica e biologica. Il riduzionismo diventa poi scientismo tecnologico, con l’aggiunta di un fattore di dominazione, ossia la teoria baconiana del conoscere per dominare, e dell'organizzazione industriale del dominio portata dalla rivoluzione industriale. Le conseguenze dello scientismo sono il nichilismo ontologico, ossia la scomparsa di ogni tipo di spirito (dio angeli anima), il quale può avere due esiti antitetici: le filosofie del soggetto assoluto e quelle della morte del soggetto. L’ultima conseguenza del processo è il nichilismo etico assiologico ed esistenziale, ossia la negazione di norme e valori oggettivi. Esso genera un vuoto, che nella nostra epoca viene occupato dall’individualismo possessive, ossia la credenza che gli unici beni sono ricchezza successo e potere. Occorre dunque articolare una risposta filosofica al riduzionismo, individuando quali realtà si sottraggano alle sue pretese. L’oggetto principale che sfugge alla riduzione è la mente. Saggi: “Saggio sul diritto giurisprudenziale” (Milano); “Amicizia, carità e diritto” (Milano); Corso di filosofia del diritt (Padova); Cristianesimo, secolarizzazione e diritto moderno (Milano) Terre: Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell'Oltre, Milano. Il Meritevole di tutela, Milano, Logos dell'essere Logos della norma, Bari, Nera luce (Firenze); Riduzionismo e oltre: Dispense di filosofia per il diritto, Padova, Trattato di Bio-diritto. La questione animale, Milano,  Meditare in Occidente. Corso di mistica laica, Firenze,  Scritti animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, Gesualdo,  Note. Magister, L'inferno? Una vergogna, L'Espresso. Guadagnucci; Scritti Animali. Per l'istituzione di corsi universitari di diritto animale, in Visionari, Gesualdo (AV) (Gesualdo, Guadagnucci); Bosco, Cristo o l'India, Verona, Fede e Cultura, Guadagnucci. Sullo scarso fondamento dei fondamentalismi, Nuovamente. V., Neuroni, mente, anima, algoritmo: quattro ontologie, Lettura magistrale al VI congresso della Società italiana di neuroscienze,  Guadagnucci, Il filosofo degli animali, in Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Milano, Terre di mezzo,  Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai. Meditare in occidente Corso di mistica laica, ciclo di trasmissioni radiofoniche su Radio3 Rai, Meditare in occidenteL'anima di paesaggio, ciclo di trasmissioni radio-foniche su Radio3 Rai, edizione. Conferenza/lezione tenuta dal titolo: Non-violenza e Animali: un tema antico come le montagne e sempre più ricco di futuro. Evento organizzato da Progetto Vivere Vegan,   Interviste Sì agli interventi che aiutano i nascituri, intervista di Perna, LIBERO, l'Unità, Firenze, e Rassegna stampa sul "Caso V." I Nuovi Inquisitori, di Pace, a Repubblica, A dialogo con V., di Pollastri, Phronesis, Note, di Franza, Officina sedici. Luigi Lombardi Vallauri. Vallauri. Keywords: implicatura, IVSTVM. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vallauri” – The Swimming-Pool Library. Vallauri.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valle: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della volutta – la scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords. Cicerone, dialettica, rettorica, la filosofia del linguaggio ordinario, ordinary Latin language philosophy, ordinary Italian language philosophy, H. P. Grice, Athenian dialectic, Oxonian dialectic, Roman dialectic, dialettica atenese, dialettica romana, dialettica fiorentina, dialettica oxoniensis – boves vedum OX-FORD. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Nato da genitori di origini piacentine -- il padre era l'avvocato Luca DELLA VALLE -- riceve la sua prima educazione a Roma e Firenze, imparando il greco da Aurispa e Aretino. Lo guida lo zio Scribani, un giurista funzionario in Curia. Il suo primo saggio e il “De comparatione CICERONIS Quintilianique” in cui elogia Quintiliano a scapito di CICERONE (vedi), andando contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo saggio il suo gusto per la provocazione. Quando muore lo zio, spera di ottenere un impiego nella curia pontificia. Ma i due autorevoli segretari, Loschi e Bracciolini, ferventi ammiratori di CICERONE, si opponeno all'assunzione. Grazie all'aiuto di Beccadelli, detto il panormita, e chiamato ad insegnare retorica a Pavia, succedendo al maestro bergamasco BARZIZZA. Questi anni furono fondamentali per lo sviluppo della sua filosofia. Pavia e infatti un vivo centro culturale e puo approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del procedimento di analisi critica dei testi, che lo studio pavese applica con rigore. Acquire una grande reputazione con il dialogo “Della volutta”, nel quale si oppone fermamente alla morale del Portico e all'ascetismo, sostenendo la possibilità di conciliare la morale ricondotto alla sua originarietà, coll'edonismo dei filosofi dell’orto, recuperando così il senso della filosofia di LUCREZIO (vedi), che sottolinea come tutta la vita dell'uomo è fondamentalmente volta alla volutta, intesa non come istinto, ma come calcolo dei vantaggi e svantaggi conseguenti ad ogni azione – alla GRICE: Morality cashes in interest. A conclusione del “Della volutta”, sottolinea, però, come per l'uomo la suprema voluttà e la ricerca spirituale. Si tratta di un saggio considerevole. Per la prima volta, una tendenza filosofica che è rimasta confinata nell'ambito della filosofia romana classica e ri-valutata. Le polemiche che seguirono alla pubblicazione del “Della volutta”, gli costringe a lasciare Pavia. Da allora passa da un luogo all’altro, accettando brevi incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Fa la conoscenza d’Alfonso V al cui servizio entra. Il re ne fa il suo segretario, lo difende dagl’attacchi dei suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Durante il pontificato di Eugenio IV, pubblica sulla falsa donazione di COSTANTINO, “De falso credita et ementita Constantini donatione". In esso, con argomentazioni storiche e filologiche, dimostra la falsità della donazione di Costantino, documento apocrifo in base al quale i cattolici giustificano la propria aspirazione al potere temporale. Secondo questo documento, infatti, e lo stesso COSTANTINO, trasferendo la sede dell'impero a COSANTINO-POLI, a lasciare al pontifice massimo di ROMA il restante territorio del principato. La dimostrazione di V. è accettata e lo scritto è datato all'VIII secolo o IX secolo. “Quid, quod multo est absurdius, capit ne rerum natura, ut quis de CONSTANTINOPOLI loqueretur tanquam una patriarchalium sedium, que nondum esset, nec patriarchalis nec sedes, nec urbs nec sic nominata, nec condita nec ad condendum destinata?” “Quippe privilegium concessum est triduo, quam CONSTANTINUS esset effectus christianus, cum Byzantium adhuc erat, non Constantinopolis.” V. dimostra che anche la lettera ad Abgar V attribuita a Gesù e un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spuri e ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce anche l'ipocrisia nel “De professione religiosorum” suscita l'ira delle alte gerarchie ecclesiastiche. E obbligato, pertanto, a comparire davanti al tribunale dell'inquisizione, alle cui accuse riusce a sottrarsi soltanto grazie all'intervento del re. Visita Roma, dove i suoi avversari sono ancora molti e potenti. Riusce a salvarsi da morte certa travestendosi e ritornando a Napoli. Vengono divulgati gli “Elegantiarum libri sex”. Il saggio raccoglie una serie straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori latini – CICERONE, LIVIO, VIRGILIO -- dallo studio dei quali occorre codificare i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il saggio costitue la base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il latino sullo stile di CICERONE. In le "Emendationes sex librorum Titi LIVII" discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri di LIVIO in opposizione ad altri due intellettuali della corte napoletana Panormita e Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico. Con la morte del re, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a Roma, e ricevuto da Niccolò V. Assume il ruolo a lui più consono di professore di retorica, ma non perde nemmeno il suo spirito caustico e inizia a criticare la Vulgata, facendo confronti con l'originale greco sminuendo il ruolo di traduttore di GIROLAMO (vedi) e DONATO e giudica spuria la corrispondenza tra SENECA e Paolo. Sotto Callisto III raggiunse il culmine della carriera, divenendo segretario apostolico. È quasi impossibile farsi un'idea precisa della sua vita privata e di suo carattere, essendo i documenti nei quali vi si fa riferimento sorti in contesti polemici e, pertanto, fonte più di esagerazioni e calunnie che di testimonianze attendibili. Appare comunque come persona orgogliosa, invidiosa e irascibile, caratteristiche cui però si affiancano le qualità di elegante umanista, critico acuto e scrittore pungente nella sua continua e violenta polemica sul potere temporale dei cattolici. -- è un personaggio di eccezionale importanza soprattutto quale rappresentante del più puro umanesimo. Con le sue spietate critiche ai cattolici e un precursore di LUTERO contro VIO, ma è anche il promotore di molte revisioni di testi. La sua filosofia si basa su una profonda padronanza della lingua latina e sulla convinzione che è proprio un'insufficiente conoscenza della lingua latina la vera causa della lingua ambigua – piena d’implicature -- di molti filosofi. V. e convinto che lo studio accurato e l'uso corretto della lingua e l'unico mezzo di acculturazione feconda e comunicazione efficace. La grammatica e un appropriato modo di esprimersi sono a suo modo di pensare alla base di ogni enunciato e, prima ancora, della stessa formulazione intellettuale. Da questo punto di vista, la sua filosofia e tematicamente coerente, in quanto ciascuna delle parti si sofferma innanzitutto sulla lingua latina, sul suo impiego rigoroso e sull'individuazione delle applicazioni erronee della grammatica latina. Il profondo distacco storico ci permette di distinguere la sua filosofia in due filoni, quello filologico e quello critico. Sebbene sa mostrare eccezionali doti di storico negli saggi critici, questa capacità non è però riscontrabile nell'unico saggio definito storico, cioè nella biografia di Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti. Il principato romano inizia a tramontare, il che si palesa non solo nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello sfaldamento dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini romani provocano un lento ma significativo allontanarsi dalla lingua latina verso forme dialettali e meno eleganti, come l’italiano. Si evidenzia la necessità di uno sviluppo della lingua latina che presuppone la canonizzazione della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Sono i primi sintomi della nascita del volgare, che necessita di un millennio per svilupparsi pienamente. Durante questa lunghissima transizione, in tutta l’Italia ci è un'enorme incertezza linguistica. Il romano classico cede lentamente il posto ad una mescolanza di nuovi idiomi che combatteno pella supremazia. Gl’effetti di questo periodo di passaggio sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni che via via nasceno dal romano verso l'italico, poché la linea di demarcazione tra il romano e il volgare e fluttuante e nessuno dei traduttori puo dirsi un vero esperto in materia. E il primo a stabilire un limite alla volgarizzazione, decidendo che un cambiamento oltre tale limite e già parte del processo di sviluppo. In questo modo, riusce non solo a salvaguardare la purezza del romano, ma pone anche le basi pello studio e la comprensione del volgare nato dal romano. Si pone tra i maggiori esponenti dell'umanesimo non solo per il suo costante apporto di punti di vista umanistici, bensì anche per la sua annosa avversione alla cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi in “Della volutta” sugl’errori de PORTICO praticato dagli asceti che non avrebbero preso in debita considerazione la legge naturale. La morale consiglia infatti, a suo avviso, un'esistenza allegra e godereccia che non preclude in alcun modo l'aspirazione alle gioie del paradiso. Analogamente, nelle “DIALECTICAE DISPUTATIONES”, confuta il dogmatismo di Aristotele e del LIZIO e la sua arida logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto critico si dimostra nelle “Adnotationes in Novum Testamentum” quando usa la sua profonda padronanza della lingua latina per provare che sono state le traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare incomprensioni ed eresie. È a lui dedicata una fondazione che in collaborazione con Mondadori, pubblica la collana dei romani i in cui vengono proposte edizioni critiche di testi classici. L'arte della grammatica, Casciano (Milano, Mondadori); “La falsa donazione del principe Costantino”, Pepe, Firenze, Ponte alle Grazie, Scritti filosofici e religiosi, Radetti, Firenze, Sansoni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, “Repastinatio dialectice et philosophie” (Padova, Antenore). Treccani enciclopedia, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia) ; Garin, "La letteratura degl’umanisti", in Cecchi-Sapegno Letteratura italiana (Milano, Garzanti); Basilica Papale SAN GIOVANNI IN LATERANO, su Vatican. Pubblicate per la prima volta da Erasmo da Rotterdam. Antonazzi, “V. e la polemica sulla donazione di Costantino, Roma; Camporeale, Valla. Umanesimo e teologia, Firenze, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Fink, Laffranchi, “Dialettica e filosofia in V.” Milano, Vita e Pensiero; Mancini, “Vita di V.”, Firenze, Sansoni; Regoliosi, “V.. La riforma della lingua latina, della lingua italiana, e della logica, Atti del convegno del Comitato Nazionale, Prato; Firenze, Polistampa, Donazione di Costantino. Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rita Pagnoni Sturlese. Su treccani. in Il contributo italiano alla storia del pensiero Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La falsa donazione di Costantino, su classic italiani. La tomba su Penelope uchicago. LAVRENT Ad uetenm denuo codicum fidem ab loarnie Rtnerio emendata omnia. Kjran i APVD SEB. GRYPHI VM IVGDVNI, 4 o* STVDIOSO LECTORI S. Hd£« /etfor optime hos elegdntidru libros multo quum diu tehdcurtqudm prodierint,emdculdtioref,loanis Rtcnerij opc- ' rd,cu/m nonnullis dnnotdtionibus, tibi hdudpdrum profuturis , ab eodem in mdrgine ddditis. Veterum dutem dutorum cxem- pld,qu / V d/c lcttor,Rjcnerijqi ld- ’boribus fuere. 1 1 .«jiiJDiO I lOANNI TORTELLI r9. Aretino , cubiculario Apoflolico,Theologo* nat iUam dignitatem,quam ab ida ornetur. Nec ego minus ueneror cius uirtutes apud me, quam datas a Deo Apoftolicas claues , d(aues,quum pro: fert im [cientia [aerarum literarum.ilauis ud* cetur,ab eodem Deo tributa,qux apcrit,cr nano claudit: cf ait* dit,cr nemo aperit, Jftuj utraq manu clauei gcflat,[apientix altera,altera potejhtis. Quare ( ut libere quod fentio dicam) uel magis mihi lxtnndum,atq; gloriandum erit, fi a taminte * gro,tm fan (tortam fapienti uiro,quamfid fummo Pontifice, laudabor. Summi enim Pontifices imlti fuerunt, [e d qualis hic, uix unus,aut alter : quem ab fit ut emerendi fauons gratia im* penfius iaudauerim, quippe qui fciant er me improbaturos ho mines, fi mentiar.ej illum talem effe,qui nec feipfum ignoht,' crteflimonia fuarurn laudum malit in pettoribus efje,quam itt* linguis. Neq; uelim te hanc ei epiflolam oflendere. I n qua etft laudatur, id tamen non ideo fit, ut has laudes ipfe, fed ut exteri legant:cr (quod ad nos attinet ) magna [ane honori tuo , ac meo fiet accefiio ex hac Nicolai pontificis commemorationes Etenim fi in arcubus triumphalibus ,cr columnis,cxteinsq; id genus operibus in honorem aliquorum cxtruttis,qu6 fintau * guftiora,cernimus interdum alicumDci,aut D eo finuhs imaginem [uperpofitamicur ipfe naputem mihi ficiundu/m,ut huic mex columna (non aufim dicere arcui ) duodecim paffus alta, quam ego opifex tibi ob fingularem eruditionem, fummarn beneuolentiam,maxima in me merita dicaui , imaginem ‘ N icolai fummi Pontificis mea manu fcalptam in cui mine collocem, ut operis decori quadam etiam , ex ipfo prxfidc maieflas accedat { ita er noflra in illum reuerentia ,ac £ -* religio , cr illius in nos ” fauor , fylendorque ! conflabit. Vale. 4 i LAV £ A  PATRI TII ROMAni , er de LINGUA LATINA bene meriti , in fex Elegantiarum libros elegans , er do= admodum prafutio. WM fepemecwm noflrorum maiom res gc{l as, aliorum# uel regum , uel po * pulorum con fidero , uidentur nuhi non modo ditionis noftri homncs,uerum etia lingua: propagatione exteris omnibus anteceUuifie. N P er fas quide, M edos , Afiyrios,Grxcos,aliosq ; permultos lon* ge,late# rerum potitos effe:quofdam etiam,ut aliquanto infi* nusquam Romanorum fidt,itx multo diuturnius imperium te nuijfe conflatinuUos tamen ia linguam fuam ampliare, ut no* firi ficeruntiqui (ut oram illam 1talia: , qua magna olim Gracia dicebaturiut Siciliam, qua Graea etiam fuitiut omnem I tt* liam aceam ) per totum pene Occidentem , per Septentrionis , per Aphrica non exiguam partem , breui Jpatio linguam Ro= manam (qua eademhatina a Latio,ubi RoHia^hdicitur) celebrem,zr quaji reginam effecerunt,^ (quod adif)fas prouftt , cias attinet ) uclut optimam quandam frudem moralibusnd fu* ciendam f 'ementem prabuerutiopus nimirum multo praclariui , multo# Jf>eciofius,quam ipfum imperiti propagajfe.Qui enim imperium augent, magno illi quidem honore affici folcnt,at $ imperatores nomindtur.qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt ,ij non humana, fed diuina potius laude celebran* tur : quippe qui non fua tantum urbis amplitudini, ac glori a confulant, fed publica quo# hominwm utiliatl,ac faluti. lai # noflri maiores rebus bellicis, pluribus# laudibus exteros horni* nes \ PRAEFATIO, 7 tics fuperaruntjingux uero fu£ ampliatione feipfis fuptriores fuerunt,tanquam relido in terris imperio,confortium Deorurtt . in ccclo confcQUti. An uero ( Ceres quod p'umenti,Liber quod * tHniyMinerud quod olei inuentrix putatur , multify alij ob ali*t quam huiufmodi bencficctiam in Deos repojiti funt) Unguant Latinam nationibus didribuijfc minus erit , optimdm frugem, e r uere diuinam , nec corporis, fed animi cibum i H £c cninf. gentes idos , populos qj omnes omnibus artibus, qu£ liberale i. uocantur,instituit:h£c optimas leges edocuit:h£c uid ad omne fapientiam muniuit : hxc deniq ; prxft itit , ne barbari ampliUf - dici pojjent. Quar? quis £quus rerum aftimator non eos pro* firat,qui facra hterarum colentes,ijs,qui bella horrida geren* teSydari fuerunt i illos enim regios homines,hos uero diuinqs iuflifiime dixeris, d quibus non (quemadmodum ab hominibus debet, fit) auftn rcfpublica ejl,maie;}asq; populi Romani folum,fed (.quemadmodum a dijs ) fallis quoq; orbis terrarum: eo^quidem magis,qu6d qui imperium noftrum accipiebant, fuum amitte* re , er (quod acerbius efl) libertate fpoliari fe exidimabanty — nec fortajfe iniuriaiex fermone autem Latino non fuum immi* nui , fed condiri quodammodo intelligebant : ut uinirn pofte* riusinuentum,aqu£ ufum non excufiitmec fcricum,lanam,li* numq; : nec aurim,c£tcra metalla dcpojfcfiione eiecit,fed re * tiquis bonis accefiionem adiujixit. Et ficu t gemma aureo adi* gata anulo non deornamento cfl,fe ' ELEGANTIARVM. ' Ex quo oftendit cr Mifitw» , cr /rw#u cffe declinatio * nis, genere aute diffirre.Ego uero reperio ancipite apud Mar* tialem fcripturd,cr frequentius fic, «t cr ipfe puto feribendu: .Cum dixi ficos, rides quafi barbara uerba. Et dici ficus Cacilianciubes. Dicemus ficus,quas fcimus in arbore nafei. Dicemus ficos Caciliane tuos. Ante omnia,cur ille ridffet Martialem, quod diceret ficus? An non reperitur ficus,faltem pro arbore,atq ; etiam pro frttttu, in numero fingularii Non hoc ergo iUe ridebat. Quid ergo? quod genere abuteretur?ne hoc quidem. Quippe cum dico ficus,quo genere utar, nono intcUigit. Certe ridebat quod alia declina* tione uteretur, qumea,qua debebat, ut ex fecundo uerfu, in quo mutata efl declinatio , apparet. Quod fi igitur Cacilianus de declinatione agebat , non de gencre,debuerat Martialis ad, declinationem , non ad genus refpondere,ut efl putandum:atq; adeo neceffe efl eum rcfpondiffe. Siquidem ( ut o flendi) iUe re * prehcnderat,quod hic ficos diceret , non ficus. Qua reprehen* fio fi ueraefl, ut Prifciano uidetur,qui uult ficus magis effe quarta , que tandem modehia poeta fuiffet,eum qui refte ad* moneat, tam execrabili,etiam uero crimine inceffere? ergo con* iunxit accufationem imperitia cum accufatiotte flagitij per io* cum,cr dicacitatcm,ut moris fui efl,quod ille adeo flolidus,non folum nequam ejfet,ut negaret ficos reperiri, quos fetum, fem* per, cr quidem cum dolore gefhret : quod minime mirum efl reperiri,quum profruftu , ad cuius fimilitudinem morbus ap* peUatus efl,in fecunda declinatione, cr ( ut opinor) in genere mafculino non modo apud poetas, fed apud oratores quoq ; pro* hatifiimos reperiatur.ut Horatius, Pinguibus cr ficis paflum iecur anferis albi. Et Plinius ad Oflnuiwm Rufum, Qua nunc cum ficis,cr hole * Lib.i.epi* tis certamen nondum habet. Et Cicero de Sene£lute,Ex tantulo grano ii.3 Scr. i.faty.J. v* 7 14 Lib.i. Satyra io. LAVRENTII VALLAE grano fici. Quidam grammaticorum recentium3idefl3imperl U torum,aiunt pro fruttu quarta , pro arbore fecunda effe decli - nationis3quum pro arbore fit fapius quartaiut idem de Orato * re : V x orem fuam fujfcndijfe fe de ficu. Seciida autem ut apud luuenalem : -Ad qua Difcutienda ualent flcrilis mala robora fici. 8atur«}.cx. ip, Macrobius er ipfe in fecunda declinatione femper fire utitur, er plurimos ueterum oftendit ufos. Prifrianus uero uult pro fruticer morbo quarta ejfe3cr hoc autor itote Martialis. Hem . que ego inficior ultimum illum uerfum poffe fic legi , ut recitot Prifcianus-.fed id ioco magis 3qukm ferio a poeto accipimus effe dittum.Neq-y enim feipfum3quod ficos dixifjet3fed illius er ne* quitiam3zr imperitia reprehendere uoluitmon ignorans ficos & Latine 3Fd“uldm potm,qum fretus cithara, fideculdm dndlogU exigit . De dutoriMc fdtisfecerit Tetius S fe atraT f °mpeuts,iufcribenst Udes genus cithara,diae,quod ttntm int"Je chord* *»*?“«■» inter homines fides, concordent. fiSL”S. p£ arr TVT fidi1cuUt™g‘‘* fides, fleut sedicula ab ahidiius , nat tdesjedteula a fides , cedicula i cedestnon edeculaSedecula, ** iambos dius mafculina,in eda faminina,in cllu neutra.Culter cultellus . Liber libellus.Puer puellus . T ener,tenera tenerum,tcnellus,te* nella,tenettu:mifer,mfera, mtferfrmifeUus, mifeUa.mifeUu :facer% facra/acrum,facellus/acella}faccllu. unde hoc facellu,pro tem* pio modico.Hinc fidum eft, utfceminina quoq ; fubjhntiuom eodem modo,quo adicdiuoru,ficeret diminutiua. Caper,capra, capella. Puer,puera,puella.Liber, libra,libcUa:licet multo aliud libra,qud liber (ignificct.Hac diminutiua in cUus, et eda exeut. *> Sunt quada m iUus , illa, interea aute priora Prifcianus ponit Ala,uultq; ficere diminutiuu afcclla: Cicero tamc inter pofterio Cic.de Onto* ra. Duo enim mafculina , totideq j foetninina donat hoc genere ?td* * ■ terminatiois:Palus,paxillus:Talus,taxilliis: M ala maxilla: Ala, axilla. Sunt tamen cr alia in hanc uocem exeuntia. T T L.k 4U0% diminutiua, que finiunt in afler, imitationem po * A tius,qum diminutione fignificant: necfc enim ea ratione di* b citur *t> • LAVRENTII VALLAE citur Oleader,Pinaftcr,Apiadrum,Menthadru, Siliquadrwntp quod/it parua olca,parua pinus, partium dpirn , parua mttha, ' parua pliquaifcd quod fylueftria,oleam, pinum,dpiu,methdm, ftliquam imitantia : cr,quo quidam utuntur pliader pro priui* gno,non paruus filius eft, fed imitatis filiumtcr parafttafter,no Pdruuf paraptus ( aliter enim no diceretur a Comico, parada* aft*cimVaiu fler paruulus ) fed imitator paraptorumiut apud M. TuUiu pro Tuu.pro Vjjre yareno,Erucius hic noder Antoniadcr cft.Et ad Atticum lib. |i. ).>.|us (Sora X I i. Omnino folet effe E uluiadcr .id eft, Antonij, F uluify imi* f*01^ i.uc au- totor.EthincAMgujhtuu appdlat pbilofophadrum:non(ut pu* defidtratur, to)paruum philofophum yfed imitatorem philofophorwm : nifi SeSSScS ^cas iwtotionem effe diminutionem quanddm perftftiontf * nuib. 7.ciZis\ushUyuri\ pro fuflU gatione. Carnarium non locus , ubi caro falfa fuff cuditur , fed caro ipfamifi contentum pro continente accipiatur . Donaria, Ser.fn illud %. no lacus repofitorius donoru , fed ipfa donailicet Seruius dicat, ribS8di'^osai ubi dona oblata funt:ficut leftifternia dicutur,ubi homines fede u ad donaria ye in templo confucucrut. ita in exteris adbibenda efl in fimiliu &c% nominum fignificatione accuratio. EijM^ftmmiisTWtinwthi ' n f culina, fcxtmn in a,cr communia,ofjicia homimm,qualmtcmq. ; fignificant. Caprarius,faltuarius , camparius, horrearius, clafiia* riusicuflos exercitorue caprarum, faltus,campi , horrei, clafiis. Sagarius, lintearius, uefliarius : uenditor fagorwm , linteoum, , ucfliu. Proprietarius, Fruduariits,vfuarius:cuius efl proprietas prxdij, cuius fruftus, cuius ufusiqux omnia fignificant a&ione, t # ■ ELEGRANTI ARVM LI3. I. « poffcfiionanq;,numero quidem incomprehenpbilid.Vauca dutc qu£ papiui- acciptitur:Legdttrius,Comoddarius,Depcptirius, Benepciarius, lideicommiffarius: qui legatum , commodatum, i ■. depojitum, beneficium , pdeicommiffum accepit , e r fiqudfuttt * e tiam nomina quadam re * rum,Calana, Sulphuraria: ubi calx coquitur, er fidphur fit. Atque hac a nominibus fere proficifcuntur: dia uero magis 4 uerbis,ucl a tierbabilibus in or, ^msinrta^drium, dftionem pgnipcantia,accufatorius,pd^ortUs, depnforius,p* deiuflmus,inftitutorius , exercitorius , tributorius. N am T rU butarius uenit a tributm,Tributorius a tributor , peut depop* tmus 4 depojitum , Depop tortus a depoptor. Signipcat itaque Tributarius, qui foluendo tributo obnoxius ejl: ut Stipendia* rius,qui foluendo ftpendio-.cr Depoparius,qui reddedo depo* pto: ut Munerarius , qui dat munera populo , gladiatoribus in arena exhibenda. 1 deofa uas efcariwm dicimus,^ uas potoriu : quia hoc a nomine uerbali uenit, illud non uenit. P rator, fena* tor,holitor, littor,no opinor dcfcedere a uerbisifed quia uocem uerbale obtinet,pcut cenfor,cr qua8or,pc formaucrut fua dea nominatiua pratorius, fenatorius, holitorius,Uftoriiis,ceforw, C quaftcrius. Holitor autetn , cft qui horti holeru exercet, que nonnulli hortulamm uocant.Ep er holus,unaqu£^herba,qua ucfcirmr.Namfhrt^x^iivrii rmhvIftTl^^dyrWrib^ conp ti,cr uoluptatis gratia comparati: ut horti Salluftiani,Pompes iani,LUculliani,Claudiani.Lidor, minifter confulis,proconfu * lis,prinetum,uepretm,fimdia^ : tamen dicimus fenticetu, non fentetum. DccucntUjiuflTujpcrmKrUjiugwo. c a p . vir, EVentus in fingulari generis mafculini, er dcclinatiois quot tt eft:cuius plurali M . Tullius fiepifiime in neutro genere , C r declinatione fecunda utitur:ut de Oratore , Ex aliorum fa* &is,aut di(tis,aut eventis, l dem de Diuinatione:Si eventu qux * *”£-«*•* rimus, qux exquiruntur extis .Et ad Luceium : Tabulam reru, euentorumfy mcorum.Et ad Atticum: Sempcr enim cauf!lh feLEGANTIARVM LIB. I, *3 hiffu,er pcrmiffu tuo,quorum pluralia funt potitu fecunda de* clinationis, injingulari fire nunquam . Necjj cnimdicerc fole* : ■ pius iuffo tuo,fed iujfu:non permiffo tuo,fed pcrmiffu . Horatius tomen, V ttr permiffo - id eft, re permijfa , no mrte permifiioemec p1, *• dixijet permiffo tuo, nec iufiibus , permifiibusq; tuis/ed iufiis, pernufaq; tuis:ncc iujfm,pcrmiffusqi tuos/cd iuffa,permijfaq; Eclog>g CT in eodem opere: Na uolucri ferro tindilc uirus inefl. T onfile buxeti, er tofilcs oles legimus,qu6d tofe funt , er in orbem,ac comam putatce . E t hac nomina in participium pafiuu rcfoluutur,qua pafiuu habef.qua uero pafiuo carent , in prafcntis participiu , qualia funt neutra: ut anima uolatihs, quafi uolasicr quidam uolatilia uolucres uocdt, quia uoldt: ut altilia animalia,qua alutur.Sefilcs laduca , quafi fcdetes,quod licet a participio non ueniat,tame eiufde natura efl , cum in fi= gnificatione confentiat,cr d fupino nafcatur.Vmbratilis uide* twr couenire cum catcris,quafi umbratus:ut uita umbratilis , er ires umbratiles: id efl, uita, umbra er opaco marcefcens :er res per inuolucra,er inanitatem,qualis umbra efl,duda,umbrati* les appellantur. V erfatilis quoq; fcetia uidetur fgnificare,quod uerfaturhuc, er idue, no quod uerfaaefl:cr axis ucrfatilis,cr gladius angeli uerfatihs,qu6d uerfatur. Quidam autem uerjilis fccna,cr dudilts dicunt: uerfilis quidem quod quum tota machi tiis quibufdam conuertebatur, aliam pidura faciem ojlenderet: D udiUs uero,quum tradis tabulatis hdc,atq; idac,Jpecies pi= dura nudabatur interior . Plicatilis crijh upupa , quod plica* tur,non quod plicata efl:& nauis plicatilis,qua plicatur, quuto foda efl cx corijs . Eifilis arbor , fi file lignum , fi file robur y tum quafi fiffum cuneis , tum quia finditur , quafi fifibile : ut ap.fi. Plinius libro x v i. H ac maxime fi filia,alia frangi celeriora , quam findi, idem paulo pofl: NutUsfy fi file rimis hoclignum. Dehac foiutiii id cfl,fifim . Solutilis etiam nauis dicitur ( qualis nauis in qua pinx&iuu^- ASnPP,n4 * Nerone filio per infidias pofita , naufragium gio , uide Su«t. ficit) quafi folubilis , qua facile foluipofjet. Ego uero malint & CoriTaci folutilem dicere folutm , er non fideliter confutam . E t f 'edi * itb;i4. lc porrum legimus , non tam fedibile ( quid enim non esi fe* dibilcf ELEGANTIARVM LIB J. tj flibileOquam fettum,cr fua /ponte concifum,cr [eftu intror* fum.¥utiUs,uanus,uel inutilis: uel a futio futo, unde effutio effu tisiuel 4 fuo futum:uel per apocopen ab alio fupino,quod ab a* '*Fnioiom fntd I ijs diurnari malo,qum a me profari . Aquatihs}a nonune3uel u«bi futuo, 4 uerbo3animal in aqua degens. Saxatilis, incola faxorii Pifcis fluuiatilis , incola fluuij , nonmans , aliarumue aquarum pifcis. Pluuiatilis aqua, 4 pluo3uel magis a pluuia. Deadie&iuis inbundus. cap. ix. PKifcianus libro quarto inquit: In &«n Unis fkftmivr pdnis triticeus,hordaceusue, non exfolo triti* co,bordco'ue copofitus cft,fcd ex aqua quoq;,licct triticeus utri ; ufq; harwm,dc quibus loquor, firmarim uideri pofiit, er magi/i idius,cuiusfunt creteus, arundinem, er fimlia.Namtriticaceus J icere deberet, nifi dicimus euphonU caufa,ca,fyUabamcffe fub * latm:quod mihi ita uidctur efje , quia dijiuntfa eft ftccies eoru, qii£ exeunt in ceus,cr eorum qu£ exeunt in eus. Huius generis ^"pj^aanto eftuinaceus,quum ejl adicftiuu: ut,uitiaceo grano legimus que- rciib.^c^.a* damfuffocatum. pro acino uu£.et uinacea fubjhntiuum plurale pro granis uu£ iam preffie. Dicimus tame mons terrenus potius, quamtcrreus,aut tcrraceus. Sunt item nomina finita in itius,de * fcendentia ab habentibus t,in ultima fyllaba: crfid nominibus quidem, fi gnificant materiam: fi a fupinis uero,pafiionem quan * dam:ut,Cratitius,Stramcntitius, Lateritius, C & ,Mmor comparatiua funt per imminutionem. Eft enim Sic. tt in iiiud fcnior non fatis fenex , iunior non fatis iuuenis , intra iuuenem, Jd«UrefSSat ficut pMpwior intra paupercmihoc autem dicit varro in libris pefote nocc*. fuisad Ciceronem : quam rem a Vdrrone trafttum conprmat etid Plinius:Hac Seruius.Si uero hoc varro , e r Plinius ait, quis non cernit pbijpp repugnare rationemhancfEft enim naturi comparatiui fuperare in ea qualitate , quam obtinet poptiuus, quafuperatio quoties incolumis e p,no pofiis tunc dicere fidi effe imminutionem. Ponamus exemplum huic rei pmilimu/nu. Antiquior te ego fum: id efl, maior te natu fum. ttem,adolefu* tior tcfumiid caminor natu te fumiita, iunior te fum: id cft,mis fioris a tatis quam tu}uiJiliuifawWtymtfHpwnlh:quc in modum accipitur illo in loco Scruij . Ergo no per imminutione, fed proprie. Quare ut in iunior fallitur, itaet in fcnior falli dicU dus e p :qu£ tamen omniaCut fentio)pro pofitiun accipi folent. quemadmodum etiam ocyus,pro ocyter.Tftmus pro non,jempcr'+Z~f ftre accipitur : pequentifime tamen iundm cum pn , aut cum quo, pro ut. Sin minus,id cfl, p non: Quo minus, id ejhut non: ficut,Quo fecius , etiam pro ut non. Quid de hoc comparatiuo minus pei mentionem, aliquid etiam de ipfo dicam. Placet aute mihi non modo d paruum uenire , fed etiam d parum : ut parum pecunu habco,no autem paruum pecunU:ergo minus pecuniA dd parum pecunu potius, quam ad paruum pecunu uideturre PriiUib.jj. ferri. Addam aliquid econtrario demagis. Ait idem P rifeianus, omnia comparatiua mittere aduerbia pmilia ueutro generi . Atqui ELEGANTIARVM LIB. I. 5» Atqui magis, non in us exit more diorum, fed in is: quod coma paratiuim ejfe er uis ipfa huius uocis indicat, er multo poft ( nefeio quomodo)fatetur hic autor. Pr* tereo quod a maius nui Ium aliud aduerbiu eji , er aliquod ejfe debet. Dicimus enim iu* ftius queror, melius feribo, peius canto, plus gaudeo, minus do* leo unaius gaudeo non dicimus, fed magis, quod a magnum po* fitiuo compar atiuum ejfe uelhinc palam efl,quod omnes fic lo* equimur: magis poterat Pompeius, quam Cte Jar, fed poftea mda jc ime omnium potuit Cafar. Ex quo apparet eiufdem pofitiui, quod eji magnum, comparatiuum ejfe magis, cuius fuperlatiuu eji maxime, mutata u in g:er appofita i. Qjqod quum ita jit, cur per magis er pojitiuum refolui comparatiuum Prifcianus uo* luit,taccns de ceteris que eundem ufm prejhnt* fortior, plus fbrtis,uebementius fortis, ualidius fortis , er que funt eiufmodu Opinor quod non putabat hoc ejfe comparatiuum , ut quod 4 uocc compar at iui recejferat-.aut fi putabat,abfurdum uidebatur comparatiuum per comparatiuum refolui cum pofitiuo, quum prefertim ipfum magis , more aliorum comparatiuorum rcfoU uendum fit, quod fieri nequit. Quod fi refolui nequit, ne' aliud quidem poterit. Quale cfl fi dicam,quod efliflorum mdius edi* ficium,dut quod ualidius i abftirdum ( ut dixi ) quibufdam uU deri pofiit, fi refoluatur magis magnum , er ualidius ualidum * Adde quod ficut refoluit comparatiuum per magis , ita debuit refoluere fuperlatiuum per maxime : forti fimus Grecorm A* chilles,maxime fortis Grecoru,no aute fuper oes Grecos fortis . hoc modo fuprafe fortis erit, quod fieri nequit. Item fine appofito,fbrtifiimunon longior, medius.Horatius,0' maior iuuenum- in cpift.Mcd. ln4M,t : d£* *uos cmw p*fones patrem, filium# feribebat. OuU ad iaf. * dius in perfona Medea, qua duos' filios habuit , Quum SJ ELEGA NT IARVM  Qnm minor ex pueris iujfus, Jludiofy uidendi Conjtitit ad gemin £ limina prima foris. Et Cecfar,fiue alius pro C£farc,in comentario x i.intejkmen* toPtolemei patris, Haredes erant feripti ex duobus filijsma* 3 uebcUiua. ior,e? ex duabus ea,qu£ etate antecedebat . ideo maior A iax, CT ntinor.ille Telamonis,hic Oilei filius. Maior,et minor Atri = des:iUe Agamemnon , hic M enelaus. M aior Cato , er minor , * JVI aior,*? minor Scipio, de duobus A pbricanis. Maior Cyrus , er minor.fiue fuperior,*? pofterior : nam tepus fignificamus, non dignitate maiore,minorcm'uc.De malis tame non maior, c? minor dicimusiut, Dionyfius fuperior, er Dionyfius infirior* Qui numerus quu fuperat,non per coparatiuu, fed per pofitU uum,aut per fuperlatiuu loquinutrut , Magnus A lexader, M a* gnus Pompeius, Fabius Maximus, Valerius Maximus. E tb tu es doftior fenibus , iuuenum c longe k 34 LAVRENTII VALLAE longe do ftifiimus. Gr.|. poft quafi imprudens , quod negauerat , conjtjfus ejly prior re- ferri ad unum, primus ad plura ( quod antea Diomedes, Dona* tus,cr Seruius dixerant ) ideoq; illud iungi ablatiuo more com * paratiuoru , hoc autem genitiuo more fuperlatiuoru. Qua: non fignijicant melior, & optimus ( quemadmodum ipfe uult) jicut nec potifiimu,optimum,in Phormione apud Terentium:vbi tu Aft.i/ce,». dubites, quid fumas potifiimu,fed in his omnibus principalior, c 3. pritt  principdlifiimus3zr printipalifiimm. Quod quum ita fit (ut irt fumma colligdm , cr brcuitcr dicam 3 ut d principio inftitui ) compar atiuum inter duo cjfe,fupcrlatiuum inter plurd3fi modd tria funt imparia : ueluti fi in duas parteis duitas diuifa ejl , ut beilo ciuili P ompcij,er C£faris3rcfte dicas3maior pars Quiri « tiumfequcbatur Pompeiim^minor C qum fordidetur.Plaut.in Cdptiui duo: Ego qui tuo moerore macaor,macefco,cofenefco,cr txbefco mi fer.Tro codc pene decipit maceror *er macefcomifi quod mace * rordd dnimum magis pertinet, quafi affhgor.macefco magis ad «orpus. Videtur autem ratio dici uelle potius maaefco , ut ni* fefcOypigrefco,ccgrefco : fcd etiam dici potejl macefcOyUt ace* |co. Crebre fco tamen potius dixerim, quam crebefco. Verum dd rem. Ediuerfo Vergilius: Gcorg.T. -Maria incipiunt agitati tumefeae. -Et iterum: Acncid.7. Elutius ubi primo coepit cum albefcere uento * Et iterum: Georg.3. sin in proceffu coepit crudcfcerc morbus. Vbi quid opus erat dicere,quod incipiant res twmefcere, albe * fcercycrudcf : er e -quum fatis , imo magis proprium fuiffet dicere, quod tumefcebant,albefcebant,audefcebat:id ejl , quod incipie * bantyfiue inchoabant tumere , albere , flue audere. Quid ago fignificant uaba inchoatiuaf N empc(ut breuiter finiam) quod uabd compofm a fioycalefioftigefioyfordcfiojnualefioyccgre* fioyCT arde fio: qu£ ideo in ufu non funt , quia fupcruacuum cf* . fetyduas nos uoces habae idcmfignificanteSynec nift ubi altau deficityaltaius prafidio utinutr. Calefies, pro cdlefiens utimur: cr pdtcfcenSypro patejiens,quanquam utrunq j reperiatur , pa* tefcoy cr patefio : quoniam ne infimplici quidem fuo reperitur ... fiens,nec quod ab hoc formaretur fiedus.Dicemus itaq cadefces, cr calefaciendus.Hec defunt qui fiens utantur ,fid in eo,de quo loquor fignificatomt in pfalmo x x 1. Etfdtitm efl cor meum , tanqua cera liquefies in medio uentris mei.Quum in alia tranf* latione dicatur liquefiens.Ex quo liquet eiufde utrunq ; ejje fi* gnificationis.ldiomate quoq ; Italico, atq; Hifi>ano(quod ex I tx lico oriundu ejl) adfiipuldte , apud quod pene L dtina uoce h£C uerba pronuncidntur3cr cate in hunc , quem ego dico finfum: quale '•H. ELEGANTIAR VM LIB. f. 'ff quale efl hoc,ogni di magrifco.hoc efl,omm die maere fco : per quod,incrcmentwm afiiduum,atcfc cotinuwm declaratur , no in* choatio. Quod fi quid inter huiufmodi uerba in fco , er in fio , intererityhoc efje arbitror , quod hac in fco pafiionem in fe ha* bentyiUa uero extrinfecus allatam. Vt in Aegypto Corfar quum C3tt* hoffes fugeret , elata Leua natabat, ne libelli , quos tenebat, madefierent : melius , quam madef cerent. E t quum fores ape * riuntur , melius patefiunt dicitur , quam patefeunt . At quum quis in balneo fudore irrigatur, er fores fua fpote aperiuntur, magis ille madefeit, quam madefit : er h£ magis patefeunt, quam patefiunt. I nchoatiuorum autem dicuntur prateria ea * dem ejfe,qu£ printitiuorum : tamen paucifiimis cur £ eft digno i fcere,quando a primitiuis funt,quando'ue ab inchoatiuis , quo* rwn multum differt fignificatio , licet crebrior fit ida inchoa * tiuorim:ut,pinguit, macruit, frixit, caluit : idem efl quod pin* guis fidus eflfnon autem pinguis fuit : macer fidus e(l,cr fii * giduSyCr calidus fidus , non autem macer , fiigidus,cr calidus fuit. Nam pinguet,idem eft quod pinguis efl:macret, friget ,ca* letyidem quod macer eft, frigidus eft,calidus efl: quorum prate* ritu funt pinguit,macruit,frixit, caluit : uix unquam in hoc fi* gnificato,pinguis,macer,frigidus , calidus fuit: fed in illo, pin* guis, macer , frigidus , calidus fidus efl , ut etiam in hoc aper * tius patebit exemplo : Tam cito macruidi f tam fero pingui * fii f non id fignifico, quod tam cito macer, aut tam fero pinguis fuifli , quafi nunc talis non fis,Ced quod pinguis , aut macer fi* dus es , atque etiam talis es , fiue tunc eras , fi de alio tempore loquimur. Qg£ prateria quia a prinutiuis non veniunt (.ut fignificatio indicat ) neceffe efl ueniant a deriuatiuis in fco. Vnde probatur etiam inchoatiua non fignificare inchoatio * fio». Quare Seruius uiderit,qui his uerbis prateritwm non tri = Scrufus in Do- buit, quorwm frequentius efl,quam fuorum primitiuorum. Nam ntum‘ quod ait, quia inchoatiua funtjdeo carere proteritis, cafja ratid eft, quum > E eft,quum hoc ucrbum inchoo etiam prxteritum habeat. V erunt hcc uerba nec inchoatiua funt, fiue calefit , quafi mcditt.tur.id efi, ut calcat exercetur. Terent. ».fcc.i. Hunc nide utrum uis argentum accipere , an caufam meditari tuam ) ea in fo inchoatiua , hotius,aut no ai^ryman".0 men,quum inquit:$wuhter etiam accujatiuo cafu utimur,quu ad G qu* dic. nolumus abfolutam jacere elocutionem^ per gerudij modum aliquid dicere : ut. Petendum nubi cjl cquum,codicem,uinim. Hinc Verg. -Pacem Troiano ab rege pete dum. N am fidixc* ris, petendus cjl codex,iam non per gerundij modum, fed par * ticipialiter loqueris. Hoc non aliter participium cjl, fcu nome , quam iUud,pctendum efl mihi iumctwm,prTfcrnm qudd'geru* ^WTnorc^^ pafriuKfed attiuc, .  fatiuo:ut,eo ad falutundun r fi-atrem,ad fatuandam fororeni,a4 — ' fatuandum fidus,ad fatuandos fratres,ad fatuandas forore 9, ad fatuanda fidera. Quod elegantius dicitur,quam cwm regi * nune:ut,eo ad fatuandum fratres, ad falutddum fororcs,ad fa* luandii fidera.P er alias quoq ; prxpofitioncs jimliter:ut inter, fed raro habet cum gerundio fubslantiuu , rarius regimen. Li* uiusame lib.i. Etipfc inter Jf otiandum corpus holiis ueruta pcrcuffus. E t iterumilnter accipiedas de fuis comodis rogatio * nes. De ante,nuUum ale imprcefentiarum exemplum occurrit . I n ablatiuo fine pr£pofitione:ut , fit iniuria domino fundi ud defringedo ramo,ud ligno iticidendo:res eunt ordine lite aut cate ufi* txte dicamuSypro eo quod eft , cupio filiam meam nuptum ire , er nos fidum ire: cupio filiam meam nupturum effe, & nos fidurwm effe: quum dicendum fit nupturi effe,erfiduros effe • dico aliud effe oratum ireter oraturum effe. Ego quidem cce* tiaturus fumynon tamen eo canatum,uel ad ccenadum. Etfcio te coenaturu effeyfed no protinus ire cocnatu}uel ad ccenadum . Nam participium futuri cu uabo fubdantiuo no habet adio * ttem illam,er motwm,quem habet uabum eo. Atqui in pafiiuo fuerat uaifimilius , fi dixiffet (quo etiam frequenta utuntur autores) idem effe , damnandum effe er damnatum iri. Nam eodem loco dicae poffumus,aedo peccatu meum refcifcedu/m effe,er refeitu iri. ItemjnteUigo , fcio9uideo,opinor,exidimo pecca .lir ELEGANTIARVM LIB. I. ?f peccatum meum patefaciendum effe,uelpatcfaftum iri:& ca* ter a uerba huiufmodi. I lia autem qua ad faturum rejf>iciunt,ut timeo,metuOyUereor,jf>ero,cupio,non idem faciut, quibus ma* ior difjvrentia ejl cu. pafiiuo participio faturiiut ucreor peccd* tum meum patefactum iri, magis quam patefaciendum eJfe.Cu* pio culpam meam celatum iri,potius quam celandam effe. 1 tcm timeo peccatu meum patefactum iri. Et pro iUo modo per pafa fi uu participiu faturi fubflituimus huiufmodi : timeo peccatu meum ncpatefidt,uel ut patefiat: quod fieri nequit in alijs uer * bis. Non enim licet dicer c,fcio peccatum:, ut refcifcatur,fed re* fcitum iriiuel refcifcendum effe. Denty (ut eo rcuertar , unde egrejfus fum) ut femcl Prifciano rejponded, non idem effe ora * tum ire,cr oraturum effe,dterum prafentis temporis e ji,ut ui* deo te accufatum ire mc,id cfl,nunc:alterum faturi,ut uideo te accufaturum effe mc:zr tamen accufatum iri me abs te uideo , accipitur pro eo quod eft,uideo te uel accufatum ire me,ucl ac* cufaturmn ejfe me,uel abs te accufandum effe me. Dc Supino in tu. ‘ c a p. x x i x. ID em autor , er in eodem,quod fuprd dixi,opufculo,ita ait : Hoc intercfi inter amando ,er amatu: quod amddo ejl in ipfo amore,amatu uero pro amatione,uel pro amoreiid efi,pro ipfa re accipitur. Et hoc manifijht ipfa etiam interpretatio Graea. Sed an hac difjvrentia uer a fi\t,eftu,quu/m dft icitur: crfiqua funt alia. At homo fuperbus ditto , er diftis,non di * tiu.Seuus JaClo,e? JaCtis,no jattu:id eft, quum dicit,non quum dicitur: quum Jacit, non quum jit. R es uerof*uafattu,z?dus fiu,id eft, quum fit,aut dicitur, non quia Jacit, aut dicit. Scipio clam adminiflratione bellorum dicitur ,*? adminiftratu beUo* rum,quando eft ablatiuus, id eft, admini&ratione. Cato dignus ddminiftratione Rcipub.cr adminifiratu, eodem modo. At Re* Jpub. digna eft adminiftratu,uerbum eftiid eft,ut adminiftrctur, nip addendo genitiuum Jaciat nomen , adminifiratu Catonis. Quare in illo vergiliano,quod P rif nanus affert: N ec uifu facilis, nec diftu effabilis ulli: _ ‘u quandoquide abeft genitiuus,non eft nomen,ut ille uult,pro ui* ^ fwne,cr diftionr.fed uerbum , pro eo , quod eft ad uidendm, Macrobtin6, uel dicendum. Nec ignoro a multis legi ajfabilis,non effabilis, Ssuw,ap.»« quod putatur fumptum ex illo ucrfu Accij in P hilo flete: Quem neq; tueri contra,net jj affari queas. Quod p ita eft , nomen effc* confttebimur,fed tamen nequaquam fupinum. Multi fcripferuf de cultu agroru,nomen eft:id eft , de cultione,*? cultura agro* rum.Locus autem faxofus non eft dignus cultu, nempe ut cola * tur,uel dignus coli. Homo dignus amatu,puer dignus doftufti* ber dignus leftu:id eft,qui ametur,doceatur,legatur. I deo# quii ex omnibus uerbis paftiuis liceat uti talibus fupinis, raro tamen . eifde tw cibus utimur loco norninu. Quis enim dicat,tu es priua v tus amatu meo,exclufus adoftu ntco,dofluspne leftu meofpro* feflo T *  - — *— fitto nemo. Ex quoapparet,quu in ufu uulgatifiimo fintpr 9 uerbis,ut ille liber ejl dignus leftu,no poffe inter nomina nwmc rari. E d. tamen qu£ ambiguum ufum habent uerbi, er nominis, dnimaduertendum ejl utram in partem accipi debeant:ut,tu es dignus gubernatu : fi pro gubernatione, nomen erit: fi pro eo quod ejicit guberneriSyUel dignus gubernari,uerbum : feino» mini accommodare folcmus,aut etiam debemus genitiuu:ucrbo nec debemus , nec folemus. Deniq ; ex duobus fupinis alterum aftiuo uerbo dare popis , alterum pafiuoiut amatum fit ab amo, amatu ab amor. De Participio praeteriti temporis fignificante aeftus,ConfiJeratus, D ifer* tus,Cautus,T utus,ignotus,Argutus,Falfus,Contctus, Tacitus , Profufus , Fluxus, Scitus,cr quo nonnulli utuntur, Difcretus. Circumjfettus ejl, non qui circumjicitur, que folemus appeU lare cojicmmff d qui circumjicit ,er in omnem partem more lanijcftntihoc cjl,prudens,cr fagax. Cbfideratus,inconfide 3 • ratusq;,qui agenda con fi der at, aut fecus:non qui confideratur, aut non cofideratur. Difertus,qui probe dijferit, non qui diffe* :> ritur. Cautus,qui fcit fibi cauere,non cui cauetwr. N onnuquant tamen res cui caueturiut pro Cecinna Cicero, Quo res mulieri effet cautior. Tutus portus , tua urbs, quod tueatur alios , non quod ab alijs defindatur. Tamen fepepafiiue in hominibusiut , tutus fim ab hoftibus , quod munitus , cr fine periculo furit, t>*dun.s, jgnotus etiam fiepe attiue,ut Quintilianus: Ne quis amen er a ret ignotus, non eftfilij mei nouerca,fed mater. Ignotus dixit pro ignordns,cr pro hojite,cr alieno,non pro ignorato. Ar» gutus,qui ejl acutu quadd,cr accuraa folertia, quafi acute ar* rnAnto.aA.1. &ucn*iGr Mftig4tts,non aute ab altero acute intetlettus,cr ue* fcc*. * fligatus. Falf ts,qui fallit;ut Taitius;Cenfeny ullum me uerbum potuijfe 77 ELEGANTIARVM LIB. I. petuiffc proloquti Aut ullam caufam ineptam faltem,falfdrn,ini* quamt Aliquando etiam pafliur.ut idem , Falfits es:id efl, dece* f"c J1* * ptuses,ait Pamphilus C drino. Et SaUuflius: Nec ed res mcfil- fim habuit. Contentus,qui continet,quod animo fatisfdcit,non qui continetur. Tacitus homo, tacitum as: qui tacct,non qui ta* cctur. Vergilius tamen pofuit pafiiue: Quis te magne Cato tacitum,aut te Coffe relinqudtt Rtn.6. Profufus,er fluxus dftiue apud SaIluftim:Alicni appetensfui lnCadl* profufus.quafl profufor. Namdiuitiaru , er forma: gloria flu * xa,cr fragilis habetur. Scitus qui fciens eft, er argutusiunde fcita Platonis interrogationes dicutur,afluta,er uafra,ac cum In magna arte compoflta.Vt apud Terentium quoq Scitu her* f«.*. cie homine,hic homines prorfus cx fluitis infanos jacit. N ifi ac* cipere uelimus pafliur.ut apud eundem , - Scitus puer natus efl f"Tt,tn ** P amphilo.quafi fleite , er dofte natus. Difcretus, qui qualitates pcrfonarum,er rerum momenta difeernit, non qui di) cernitur, Compldcitus autc ab aftiua uoce fleut fluxus uenit , habetq, fl* gnifledtione nec aftiua planc,ncc pafliuam, fleut fluxus , er in* ueteratus,quod er ipfum ab aftiua uoce defcendit,inueterafco C neutralis enim uerbi,er aftiui una uox cft, fleut pafliui, et de * ponentis, atq; communis) cui flmile efl iuratus aiuro. luratos enim iudices dicimus , qui iurarunt : er excretos hocdos apud Grorgo.Mtd- Vergilium,ab excrefco. E t exoletus ab exolefeo , quod dum efl JJUJUSJJS fubfhntiuim,flgnificat fcortum mafculum , er pracipue iam «ibus haedo*. adultimidm efl adieftium , fignificat adultu , fed raro repe = . ritur.ut apud Plautum,Keliqui domi exoletam uirginem.AduU Prifc tus ab adolefco. Defiftus quoque qui deficit. V t Martialis: »ib.9. Dulcia defcftfi modulatur carmina lingua Lib* 1 ,,cpt77‘ Cantator cygnus funeris ipfe fui. Quintilianus, Deftftnq-, labore feneftus,magna pars mortis ni * hil mihi reliquit,ni(i diligentiam. E t hac quidem flgnificationis aftiua in uoce pafliuatpattciora funt in aftiua pafliua.Euidens nego .Ii 78  negotium dicitur,quod uidetur aperte, er inteHigitur.no quoi Dedm! «o* I ndulgentior Jacies apud Quintilianu pro * pulchra,no qu£ dijs indulgeat,fed cui alij indulget. Ide in dio trib«4t Theb. loco : Fili indulgentifiime uidi te,nec femel uidi. Vnde Statius: Pulchrior haud ulli trifte ad diferimen ituro * Vultus, cr egregie tanta indulgentia jbnne. Pr£terel honorificentifiimos , magnificentifiimos, munificent tifiimos ludos quum dicimus , uidemur pafiionem fignificare in participio prefentis teporis:ab honorifices enim,magnificens, munificent ueniunt , ubi ficcns pro Jaciens dicitur : uel certe 4 tnagnificus,munificus,honorificus : que a facio componuntur, quod eft attiuuycr tamen ita accipiuntur,quafi honori fice, mu* mfice,magnifice Jatii,non aute facietes. Sed caufa efijquod h£C ipfaa Jacio copofitatam atiiue,qumpafiiue fignifiedt. Siquit dem uocamus homine magnificu,cr opus magnificuiiUum qui * dem magnanimiter Jacientem , hoc uero magnanimiter futium* Participium prxfentis temporis pro praeterito poni, c a p. x x x 1. Solent autores nonnunqudm pro pr£teriti participio fubfii* tuere iUud pr£fentis:nec folum Latini,qui carent participia pr£teriti atiiui,fed Gr£ci quoq^qui non carent. Cicero in Bru Dedar. Orat» toiQuwm e Sicilia decedens R hodum uenijjem. N on enim quis lopctoc. difcedens applicat. Multum inter principium uie,cr finem in* terefi.Vrimiim difcedimus,potiquam uero difcefiimus , nauigd* mus,uel iterfacimusipotiea quo tendimus,peruenimus. Quoma do ergo dixit decedes e Sicilia ueni Rhodu! nempe utens pre* fentis participio loco pretcriti,quod deefi. Quod probatur per diquod uerbum , cui non defit huiufmodi participium : quale e fi proficifcor . N eque enim dixijjet , quum e Sicilia profici* fcens,fed profitius.vt idem de Officijs libro tertio:Si exempli caufa uir bonus Atexandriaprofitius, magnum frumenti nu* merum Rhodum aduexcrit. Nec tamen quis in omnibus uer a,pr Lconardi Aretiniiquoru alter G race legens doyalter Latine feribendo ingenium extitxuit meum : ille pra* cephris(unUnim mihi legcbat)hic emendatoris, uterq f,- paretis apudmclocu obtinens. Ad quos quum feparatim depropofito dnimi mei rctulifiem,deguJkitionemq; quaedam operis demon* fo-a f]e)n,uterq>profe,ut pergerem,horutus efl,cr utfeautore edere ,iufiit:ut iam integru nuhi non ejjet illoru autoritati repu* gnare,ft repugnare uoluijfem. Sed currente (ut dicitur) incia= runt.0" uiros omni laude dignifiimos. O' de literis,ac de Utera* tis optime meritos. Non ueremini,nc alii eo,quo peruenijhs (li* cct perquam arduum fit) perueniant: Jedhortamini,incenditis9 er quafi de alto manu [candenti porrigitis. Quare quarentU bus,atq; mirantibus audaciam meam , ito rejfonftm uelim , me fummis uiris fiuadentibus hoc opus er condidiffe, er edidijje. . ; / Quanquam (quod ad cupiditate meam attinet) qua tonde fo* cordiytq; ignauiamea extitijfct,fi commififfiemyut alius hanc laude mihi qualemcuq; prariperett Sunt enim qui nonnulla ho* ru,qua d me pracipiutur,uel de me,uel de auditoribus meis au* ' dito(nunqudm enim ijh fupprefii)in opera fiua retulerint,fffti* Jiantq} edere,ut ipfi priores inuenijje uideatur. Sed res ipfa de * prehedetycuius domini uere fit hac pojfefiio. Q uoru unius libeU los quofdampro amicitia quum tegendos eo prafiente cepiffem , deprehedi quadam meater qua me amifijfe nefciebd,furto nuhi fubUa cognouiPdrco mius nomini, Erat aute locus de per,zr f * quam 94 Prifc.lib.iti Prifc.Ub.i3* Prifc.lib.i7* LAVRENTII VALLAE quam in compofitione,de qua re proximo libro dijputaui:er de quifq;,quum aiiungitur fuperlatiuo. N cgligenter ille quidem , CT infeite trafhtuv.ut feires aliunde deccrptuynon cxfeprola* tum:cr auditumynon excogitatu ejfe. Conturbatum tamen fum , CT inquam homini: Hanc ego elegantiam agnofeo , er manci * pium meum affcroytcq; plagiaria lege conuenirepojfum.At ille erubefeens , ioco tamen atq ; urbanitate elufit y qued diccrctyuti rebus amicent licereyut [tus. At islud,inquam,abuti efl,non uti. N ibit enim mihi reliqui fit , ubi tu huim rei,in qua ipfe laboret* ui, palmam fauci occupaueris. Tum ille etiam urbaniui ,quod malui parens ej]emyqui filios, quos genuiffem , er educafjemye contubernio eijcere:ipfe tim mifericordia, tum amicitia noftra. ad fe domum fuam colligeret , atq; educaret pro fuis. Deftiti in illum ftomachariyintclligens multo magis nuhi bona mea negli '* gentiyquam illi bona ab ahjs neglcffa colligenti , uitio dandum ejfe. Quare quis non uidet,non inhoneflum ejjcyea me mandare literis ex me inuentayqu£ alij ne furto quidem fublatayturpe fibi ducunt faiptis fuis infcrcre ? Adduttus fum igitur ad hoc opus componendum non modo magnorum honunum confilio , fed etiam ncccfi itate. Nunc ad inceptum redeundum eft. De tribus pronominibus, Mei,Tui, Sui. c a p. i* V L T 1 S in locis P rifeianus tefhtur nihil intereffe , an utamur primitiuo , an deriudtiuo in illis pronotninibusymeiytuiycr fui. Quid eft, inquit y meus eft filius , nifi mei filius t Et alibi: mei ager cfl,zr mei agri inftrmcntu : crymei agro dedit:crymei agrum colo:pnuliter,mei agriygr mei agro* rum,cr mei agros dicimusifinuliter tui agrii , er tui agrosifui agrum,?? fui agros: no ftri agrii,?? noftri agros : ueflriagfu , er ueflri agros. Et alibi: Amat iUefuwm filiim,?? amat fui fi* lium:benedicitfuo filio,?? benedicit fui filio:petit a me ut pro * fim fui filio , er projimfuo filio : er in alijs adhuc locis . Nifi hac 8* ELEGA NTIARVM L I B. II* hacratione,utipfius utar ucrbis , STtffa tmefypojjcfaio in pof= Sifpfa rtmeiu fetiore faciat tran(itioncm,non ejl conor uu uti genitiuo primi- &c. Pnfdani tiui pro poffefaiuo,quta unn habet copojiti Gracuut, Cico-oni ,7 1 i - i * i • r • ecs omnes mea cdufd,ut me unum expleat f Et plduu quidem idm ft cimus, tres iubcat,u5 mei. gcnitiuos mci,tui,fui,pajHuc femper poni:mcus,tuus, fuus,ple* runque poffcfiiue. ldcoq ; cum utendum efl ilhs primitiuorum gcnitiui5,i7uinri fonumdei, ind. Nunc dliqitd dddcnddfunt de his diftionibus,qu£ legitime coniunguntur cum huiufmodi pronominum genitiuis:nec enim omnes poffunt. AUU' fuo fuftinet:ut , fili noli dos mo recedere rcjpeftu mei patris. Quod non txm pldcuijfe Pri* fcidno reor,qum per imprudentium effc Idpfum , quum dicit , Prifc.iib.j’. Mei Prifcidni cges,tui P rifeiuni egeo. Et alibi: Ego Va-gilius, tu V crgiliuSfiUe Vergilius, mei Vcrgilij,tui Vcrgilij,illiusVer gilij.H£c enim ordtio declarat mcu Frifcidnu^Vergiliumfa, aut tuuminon me Prif :ianum,V ergilium 'ue,aut te : non aliter quum fi dicas, eges mcipatns,egeo tui domini. Quod profcfto non ejl primitiuorum, ab eo quod efl ego, er tu : fed deriudti* uorum,ab eo quod efl meus,cr tuus. Neq; diferime facit, quod hic dppeUdtiuum nomen ejl,ibi proprium. Vergilius : Si qua tui Cory donis habet te cura,ucnito. Et alibi: Aenc.c mihi cur/t tui- Lucanus : A enctcq; mei. Qua a mcus,tuus,non ab e go,tu,ueniunt.Itu$ fic emendemus Prifcianm,qui quum de lingua Latina compo nit,antiquitxtm omnmrrs^^^i^^^ml>atine proh qui nefciuitiMei qui fum Prifcianus cgcs:turtgco,qui Prifcid nus cs:ucl3me P rifeiano egesite Prifciano egeo.Ndm illud apo ftoli Bdog.7. flen.r* Lib.9. ELEGANTIARVM LIB. II. 11 ftoli ad Corinthios,Salutatio mea manu Pauli,e Grxeo efl flm* ptum : « omti&fibi tS \fi» x«f* Tertium uero exemplum , quod idem protulit,illius Prificiani eget , refte dicitur. Non ha* bent enim extera pronomina ancipitem naturam,ut illa tria, de quibus diximus. A deoty uerum eft,hos ipfos genitiuos refluere confortiwm fiubjhntiui , ut ne in poffiejtiuortm quidem firma illud pati uclint. V idimus licere dicere,meam unius operam,tuu folias Jludium : non trnen dicemus , meum Laurentij Jludium, futim P rifeiani prxdium : fed meum Jludium , qui fum Lauren* tiusiprxdium fuum, qui ejl Prifcianus. Ne tamen ob id exclu * do,ft genitiuos hos pafiiue accipiamus , eo modo quo exempla rgennwurr ponemus. alterum aftiue, alterum pafitue pofitum uulemus una iungiiut, lnCat.Maio» Quid de P. Licinij Crafiiiuris er ciuilis , er pontificij fludio loquar' \ta fit in pronomine , ut idem autor ad Atticum : Mihi fuit er laudis noftrx gratuldtio tua iucunda , er timoris confio* latio graca.Et iterum : Vehementerq; tua fiui memoria dclcftfc tur. Quod Ji igitur hxc pronomina , fiue in genitiuo pafiiue , flue mutata in uocem pojfefiiuorum adiue non admittunt geni* tiuos fubfantiuoi tmjwiquid ddimmwrimmit Mmtiiwtt* ' No opinor.fied proprie fioloruparticipioru participialiucp ge* rundioru , cr frequentifiime illorum trium(ut quidam uolunt ) prono>ninu,unius,foliits,ipJius,zr fiqua alia,qux rara fiunt , de quibus mox dicam. Per genitiuum cum participio : Cicero ai Lentulu, quocunq; tempore nuhi potejhs prxfientts tui fuerit * P er focmininum , fied cum gerilndio. o uidius Heroidum: Sit modo placandx copia parua tui . Ep{ accn( ja Per uocem mutatam in pojfiefliuuiut ad Ciceronem Cato:Liben = udip. ter facio,ut tuam uirtutcm,innoccntiam, diligentiam cognitam ^a£llb* 'St in maximis rebus domi togati,armati fons pari induftria admi- nistrare gaudeam. Cicero de Oratore: L. CraJJum quaji colli * gendifiui caufiafe in T uficulanm contulijfie. Sed hoc gerundiis g efl. ,3 4 efl.E t ea exempla,qulud caput, ijh manus,\Jh ciuitastdc tertia, aute perfo* na illud caput,illa manus,i!la duitas. Cicero in Antoniu:Remo* uc paulijper islos gladios. Et in eodem lib. T u iftis faucibus, iftti lateribus, ijh gladiatoria totius corporis firmitate tantum uini in Hippia: nuptijs exhauferas , ut tibi neceffeeffet in con* Jpettu populi Ro. uomere pojh-idic. H ocefi, iftis tuis faucibus, ifiis tuis latcribis , ijh tua firmitate. Vnde nafcuntur aduerbia Epl. lo.ii.i.fa. iftic, iflinc,ijhc,iftuc,iflorfum,i>ld. vt idem ad Valerium iu* rifconfultum : Qui iflinc huc ucniunt, partim te fuperbum effe dicunt, crc.id e fi, qui ab ijh prouincia,in qua agis, huc,id eft , 'in Italiam , Romarnty ucniunt. Aliquando fdmeti tfic accipitur pro hic:ut idem , er in eundem Anto. Cum ifio tempore fient cum gladijs amati.Et Quintilianus: I uuenis ifie,de quo fumma in rebus humanis monfira gignuntur. Et iterum: I uuenis ifie patris fui hares folus inuentuseft.lUcquoq; nonnunquamper dignitatem , aut per eminentiam ponitur , indicans ejfe, quod omnes debeant nojfc : ut, Alexander ille Magnus.lUe Cenforius fce.j. ELEGANTI ARVH LIB. II. No» potuijfeituaq; animam hanc effundar dextra! nec Vcrgil. Ad T erentid aute C icero : Meti e ntiferu in tantas te calamitates mea culpa incidiffeiEt itera in Bruto:Tum B ru= tus admiratus, tantamne fuiffe obliuionc iri quit, in fcripto.pr£= fertim,ut ne legem quide fenferit,quantuflagitij comifijfet! ln bis oibus placet mihi fubintelligiyuere^c ita. efl,me non pojfe d* uertere Italia rege T eucrorutcr cetera . Plinius J unior ad A- Epi.3.ub.4. drianim : Homincm'ne Komanu td Grxce loquifid efl,uerc'ne itaejli uel oportuitne , jiuc oportet! f Terentius in Andria : Seruon 9 fortunas meas mecommififiefiitilit DeEn} eafu iu gitur.ut ide,Ecce tibi jhtus nojler.Cu a(to aute no memini me apud ordtores legijfe, fcd ne apud poetas quide. N a iUud apud T ere t.in Eunucho, Ecce aute altcru nefeio qd de amore loqtur, Alter feribi dcbet,no alteru,Donato qttoq; probate. Sed demus aliquddo reperiri,ut fcntcl apud Plaut.in Bacchidibus , Opus ne erit tibi aduocato trifli,iracudofEcce mc.Eccu,eccd,cccos, cc* (OftelluyeUdyeUos^^ab ecce copofmfunt, et fecu uidetur ge* rereca* Acn.i. : Aco.»»* 5 LAVRENTII VALLAE rerc cafum,fcd no gerutiqux Prifcidnus ita refoluit,Ecce eu,ec* ce cam,ecce cos,ccce eas.eccc i'Uu,ccce iUam,ecce illos ,cccc illas . Sergius quo «j; commcntmns Dondtum ait,mbil Jignijicat ellumy ttiji ccceiium.Pduloqi pofliQuum ago ellum fu cccc illum,cr ellam eccc illam, nihil pojjiimus dicere, nifi magis dcmoslraiiue. Sed pace Prif ciani,Sergqq; ,cr alioru,hoc nec uerum,nec con= ueniens fignificatuef.Nam inter ecce eum,ej ccce iHum,quii inter cjk Potius diccdum eratieccum, eccc hunc: eccos,eccc hos , de quibus agimus.Tahs erat couenicntior intcrprctatio,fed qu£ nec uera foret. Refoluuntur enim hxc per aducrbid,no per pro* nomina: cccum,ecce hic,fubinteiligc uirum , de quo agebamus . eccam,ecce hic,fubintelligc fxnunam,de qua metio erat.EUum , cilii, eccc illic uiru,fxminam'ue, fubinteliige, de quo, de quaue agebatur. N am ut de hoqgne,qui ante conjpeftum nojlru adeft , refte dicas, ccce ille,ucl ccce ego,Jiue ecce illum, uel eccc me : it% male loquaris, ellum hominem,uel ellum mc:er rurfum de longe, pofito ,eccu. T erit. Eccu Pamcnotic:.ciccro:ia iungetis,ut ncueaftere concurrantjieue M* Lib.i Mucantur.Lucanus fine compofitionc aliqua: JSec quenquam iam firre potefi Ccefa/ue priorem, ' Pompeiusuc parem-id efi,non potejl iam aut C nefiar fiuperiore firrc,aut Pompeius parem . An er ne, coniun6i folentpro an, quod magis poeticum cfkut apud tcmulos Vergihj, Dic nubi Damoca,cuim pecus, an 'ne Latinumi illud Cice* roms multi ia legunt : Quo nubi etiam indignius uidetur ob* trctt&tu ejfe,Gabinio dicd,anne Pompeio, anne ulrityidquod efi uerius.sinc interrogatione durum uideturiut Vergilius, Gcorg.it -Vrbes'ne inuifere Cxfiar, An deus intmenfi ucnias maris,ac tua nauMygre. Anne nouwm ardb fydus te menfibus addasi ‘ ideo dixi durum , quia per interrogationem quiddam urgen * titis,cr injhntius cjt in hac genunationc an'ne,quam in idafint pliciate an,quod hic non fit,ut ex alijs compofitts elucebit: Vcrg.cdog.s* NoMnC feit jatitu trifies Amaryllidis iras, AtqyfiiperbaparifaSliditinoniiefAcnalcami V«rg. j.cdogt Non'ne ego te uidi D antoms (pefiime) caprum Excipere infidijst- ^ Y 1 n hac interrogatione non id agitur , ut rejpondeas neficienti, fed cogaris ajfcntiri fidenti. Nec alia uis orationis efi, qudmji s • diceres an non, quod magis urget, quam fiolii nonjicet er hoc fiolum pro Hio compofito accipi f oleat . Alia copofia (fi modo compofia fiunQhrc funt:lane:crgo'nc:qu£ interrogando re* JJjonfionem non poficunt, fcdaffenfium extorquent. De Nedum , 3c non folum^Non modo, dC non tantum, c a p. x v i i i, N Edum , duobus modis periti uti fiolent . V no modo em utranq ; fiententiam eodem claudimus uerbo : altero,quum fiuum utriq: fiententk uerbm damus.Primo modo fic : tonde* rem ELE GANTIARVM LIB. II. fij ierem pro te fanguine,nedim pecuniamSecudo fle: funderem pro te fanguine , nedum pecuniam tibi crederem .er hoc affirs matiuc.Ncgdtiue fic: Non perdere pro te obolum,nedum fans guinem.ltem,Non crederem tibi obolm,nedtm pro te fundes rcmfanguinem. A tq; in affirmando, id quod plui eji , maioriscfc momenti in prima parte eji ponendum:in negddo , id quod mu iioris.Pluscjt,er magis momentofim, fundere f anguine , quam pecuniam:er minus efl,er leuius,perdere, aut credere obolum% quam perdere, aut fundere fanguine.lmperiti uero hanc dittio* nem decipiunt pro non foliimfflc dicentesiNedwm laborem pro tc fufcipere,fed etiam morte, quod fic dicedum erat. Morte pro te fufciperem,nedum labore. Aut per non folum ( nam cotrarm modus efl per no folum, er non modo,ei ir 4 X E DeNifi. c a p. xix. Nlfi,quoties principium fen tenti* cft3 indicatiuum dcfide* rdt , dius etiam fubiunftiuum. Cicero pro Milone: Nifi . forte putamus dementem P. Scipionem Africanum fidffc , qui quum per feditione a C. Carbone interrogaretur,quid de Ty* berij Gracchi morte fentirct,reft>ondit , iitre fibiaefum uideri. Et Quintilianus : Nifi forte imperatorem quis idoneum cre* dit in prcelijs quidem flrcnuum , er fortem , er omnium qua : , pugna pof :it artificem, fcd neq; dclcttus agerc,nec copidis con* trdbcre,dtq; infirucre , nec pro[J> icere comeatus , nec locum ca* pere cdftris fcientem.?r£ter principia autem fentcntidrum,fic: l VdpulabiS,nifi caucs:uel,nifi caneas. In illo fuperiore,nifi adefl uerbum principale,hic non adefl. De coniunftione Quod. c a p. x x. aVod feribas gaudeo:cr,quod feribis gaudeo:utrocj; mo* do dicitur. Volo quod ferib as :non autem , quod feribis. Illius fuperioris haefimdia funt,credo,opinor,puto,Letor,uo* luptxtem capiOyZT reliqua. Huius pofterioris hac , mando , iu- beoJmperOjexigo, poftulo,cr reliqua. I n illo tamen fuperiorc caucndum efi, ne diucrforum modorum uerba copulemustqua = le foret illud T erentij,qitod nonnulli fic legunt: An quod uidm ignordnt , an quod iterperfirre nequeant i Cum fit dicendum aut fic: An quod uiam ignoret , an quod iter perferre nequeantf dut fic,An quod uiam ignorat, an quod iter perferre nequeunt? Tmat^b Eu- illud aliud efi apud eundem: -Nihil quum efi, nihit fce,*, V. \ ' defit tmen.quum fit potius legendum defit,non defit, ut bonis autoribus placet. Et in prooemio Ciceronis ad Hcrennimfic quidam legunt : E tfi negotijs familiaribus impediti , uix fatis otium ftudio fuppeditare pofiimus,cr idipfum quod datur otij9 libentius in philofophia confumere confueuimus. quum fit po= tius legendum poffwmus,ut modi cocordent , quuopula medici coniunguntur: quanqum crfotw ipfc, utpotc in curfii medio periodi , ELEGANTIARVM * II.' it S periodi^ commentior efi in pojfimus , qudm in pofiimus. E fi etiam diti caufa7cur hoc non liceat,quam modo fubiungam. DcEtfi,Quanqudn),Quamuis,5^Ltccc. cap. xxi. ET fi3quanqu4m7quamuis,licet7eiufdcm fignificationis funt9 aliquid in utendo difcriminis habentia. N dm mdior qu£* dam. dignitas data ejl primis duobus7qu ii8 LAVRE^TI I VALLA-E rari , ttwn maxime in his fludijs,qu£ fero admodum expetiti fit hanc duitatem 'e Gracia tranflulcrunt. idcrn autor opus de Natura deorum pe inchoat , quod quidam deprauare folent, dicentes pnt , profunt : Cum mult£ res in philofophia nequam quam fatis adhuc explicata; functum perdifficilis Brute (quod tu minime ignoras) quaftio cft de natura deorum. Prifcianus quoque uix grammatice locutus eft in prooemio magni operit, er quidem in prima didione , atque adeo in prima fyUabd, dicens : Cum omnis eloquentia; doflrinam , er omne fluctio* rum genus fapientia lucc prxfulgens a Gr£corum fintibui deriuatum, Latinos proprio fermone ihuenio cclebraffe. CT catera , qu£ tinti funt pr£cedcntia uerbtm principale, ut non modo Dcmodhenes , qui contenti uoce , er uno fpiritu com* plures uerfus pronunciabat , aut Hercules, qui flncreffiiratio* ne unum fhdium decurrebat , fed nejnouettus quidem Tor * quatus Mediolancnps,qui uno ffiiritu tres uini congios flccd* bat,poJJet illam fententiam , atq; periodum unauocis conten* tionc pronunciarc. Tandem uerbum principale fubiungit : Conatus fum pro uiribusrem arduam quidem, fed officio pro * feflionis non indebitam fupra nominatorum uirorum pr£ce* -.io,e,n sed quantum ego f mtio , in rebus paribus : ut Quint. N ec in* dignetur Herodotus £quari flbi T. Liuium , tum iti narran* , do mir£ iucundititis , clariflimiq jjj candoris , tum in concioni * + bus, fupra quam enarrari potefl , eloquentem , iti dicuntur omnia tum rebus , tum perfonis accommodati . Taceo de eo ' modo quando accipitur pro aliquando : ut, tum hoc,tumiI2ud .. dicas : id cfl , aliquando hoc , aliquando ittudiuel , modohoc, modo illud - dc ELJEGANTIARVM L I B huius, minas. E t alibi: -Si hoc celetur, . ak j.fce.4.0”'* in metu : fin patefit , in probro fiem. N onnunquam fin unum . Inbd.iug. reperitur, fed quod fecundi loci uicem obtineat.ut Sallullius , lmperat,ut pretio ,ficuti multa conficerat,infidiatores Mafi* nifia: paret , ac maxime occulte : fin id parum procedat , quo « uts modo N umidam inter ficiat.id efi , fi potefl,occulte:fin non potefttUtciwfy Quorudam tamen ufus eft}ut dicant,fin autem , , ■ .. i r / ELEGANTIARVM  IT. «•it? + " *_■ • • ' v- pro to quod ejl, fi non, quafi in firt , aut in autem Jit negatio. Mirar er de uulgo,nifi id dpud quofddm prxftdteis uiros rc * perjre. Qttdle ejl illud in ApocalypfiiSin aute,uenid tibi cito , CT mouebo cddelabru tuu. Quii prctfertim paulo pofldi cdtur , Si minus,uenia. Ego uero in utroqi dixijjem fin minusiuct, fin aliter. Et inEudgelio:Si ibi fuerit filius pacis,requiefcet fu per illu pax ueftra:fin autc,ad uos reuertetur. Et alibi , Si qui * de ficerit jrudie.fi n aute,fiuccides illa. In qbus omnibus Grxce negatio adefi. Seruius uult nonunq fi accipi pro fiquidciut ibi, -Tua fi tibi M xnala curte, quod mihi tninime placet. Gcorg.x, De Quippe, V epote, Profe&d, V tiq^Ncmpe, Nimis rum,Sane,Ccrt£ c a p. x x v i i. avippe,cr utpote, prcftfto,er utiq nempe, er nimiru, fane,er certe,uel certo, fimiliorafunt quidem in fignifis ’ cato , quam illud quod modo dixi (de p quidem loquor) fed ad hoc ipf m proxime accedunt prtefertim duo, quippe, er utpo* te:qux licet uulgo accipiantur pro certe, cui non omnino equi* dem repugno,tamen malim accipere pro caufatiuisiut Quintis lianus,Ealfa enim ejl qucrcla,paucifiimis hominibus uim percis ub.r.cap.»*' piendi qutc tradantur,ejjc conceffam,plerofq ; uero laborem,dc tempora tarditate ingenij perdere: N am cotra,plures reperias , ' er faciles in excogitando,er ad difccndum promptos.Quippe id ejl homini naturale. Ac ficut aues ad uolatu,equi ad curfrn , ad fteuitiam firx gignuntur.ita propria nobis ejl mentis agitas ] tio,atq i folertia,undc origo animi coelcfUs creditur. Atq ; licet huiufmodi diftiones eodem tendant , tamen ufu difiident, er quafi diuerfo itinere ad idem perueniunt.Vt enim pro quippe hoc in loco rette dicam fiquidem,ucl nam,aut nanq;,uel enim, aliqua difiionc antecedente , ad hunc modum : ici enim ejl homininaturale : ita rarius per Quoniam , qucapiIf in nefirio crimine,& fraude capitali effet ponendum. Quintii, dta pria. Non autem ut quicquid praecipue neceffitrium ejl , fic ad cfji = ciendum oratorem maximi protinus erit momenti. E t iterirn: Ne dut prateriti aut futuri.Pr£teriti pc:Pridic quam intrarem ma* rejux ferena julpt. Futuri pc : Pridie quam intres patriam , fa» cripcium jacito. id cft,die pr£cedcnti}quo aut mare intrafli,atxt patriam intrabis. ltem,Poftridie quam pater mortem obijt}eptt lum fici.Et,Poflridie quam uxorem duxero, nauigandm mihi efl.Vcl eugenitiuope: Pridie illius dici.CT, poflridie illius diei, quo dut hxc fvci,uel jaciam. Vel pne quam,cr pne diei,ftc:Ve * nit ad me Chremes poPridie clamitans, fupple illius diei: quo hjtc gejh funt.Et , Ctwn intraui urbcm,audiui hominem pridie receptjjc. Dicimus tamen. Quum has Uteros dabam, erat pridie Calendas Augufti:ucl,poflridie Nonos : er hodie eft pridie lu* dorum Circenptm: cras erit poflridie nundinarum. Refirtur enim afe teinpus non ad hodiernum , craftinumq j diem, fed ad alium quendam, ueluti ad eum, quo hslitene legentur. Jdeoq; errauit,qui ferippt pciQuum R omx domum eius loquendi grd tia adijfem,orauit me,dicens, Poflridie ad me redeas: Dicendum erat, cras: aut pc,poRridie ut redirem orauit. Rurfusnon refte dixijfeipcicras ut redirem orauit, fed poflridie. Atque ut non dicimus nudtuffecundus,ita nec fecundo Calendos, fecundo No* tios,fecudo' Idus: fed pridie Calendas, pridie Nonas,pridielctifo Item, ut non dicimus nudiusprimus , ita ne primo quidem Calpt das,primo Nonas,primo idmfed C alendis, Nonis,ldibus.Pr£x tereaexhis duobus alterum firmat ex fe denominatiuum,altc* rwfi uero minime. Ex pridie flt pridianus, ex po&ridie non pt poflridianut, aut in ufu non efl: fed pro.eo abutimur cra&inus, per quod pgnificatur no modd dies fequens hodiernum, fed etH quemlibet alium. V ergilius G eorgicorum primo: Sin uero adfolem rapidum, lunosq ; fequentes Ordine refyicies, nunquam te craft MfiUet Hora, ' ELEGANTIARVM L I B. II, Horc^neq; injidijs nodis cupiere ferent. Eodem quoq; modo abutimur hedernus pro pridianM.Terent. -Ex iure beflerno panem atrum uorent. Cicero: Vide* tn Eoftaft,/; re uideor alios intrantes , alios exeuntes , quofdam ex uino ua * fcabeamer,dum culem,in quem cotis ieflus dejvrrctur,compararetur.Terent. Ego tc memn ejfe dici fnHcautont. txntijfer uolo,Dum quod te dignum ejl, facies.Sunt tamen qui pro t&ntmodo accipiant. Sunt qui etiam pro interea. Q ater a quoq; fic a per copofita,ad teporis breuitatem referutur: Parus per,paulijfer,aliqudtijfer. Sunt qui per imperitiam hac accis piut pro fuis primitiuis,que funt paru,paulm,aliquantulm . Dc Fer Temere. c a p. xlix. FEre fignificationem habet non omnibus notam,niji quan * do fignificat pene, cuius fignificatio efl,paulu abfuit quin: Ut,pene, fiue fere in manus boftiu incidi, id cfl,paulum abfuit , quin in manushoitium incidere. Altera fignificatio efl , qutm fubintelligitur aliqua uniucrfalitas:ut Qtfint. Ha funt fere eme date loquediyfcribendiq ; partcs.id efl,jere omnes. Ideoq} fere omnes adiungitur.ut idem,Nam in omnibus fere minus ualent pracepta,qum experimeta.Similiter de loco,de tepore, fimdis busq^.utjUtor fere hac ucflc in faciedis facris.id efl,in omni fere I k trnpo icia,an me fcqui pofiit, fiam, uariant# dicam,subindc refyicio, Cicero autem diceret identidem. Nam n£urJ* subinde uti no folct,ne aequales quidem eius,varro,Salluilius, Ccefar.licet iUi utantur nouifiimo pro ultimo,multiqi alij,qucd Cicero no facit. I tidem, er l tem, fignificant id,quod fimiliter. H * urinator mirifice natxt,duraiqi fubter dqudm, - 1 De Sicut,lta,lucp,SC Sic. c a p. lui i. Slcut,habet nonnunquam uenujhtem magnam,dt. » ELEGANTI ARVM LIB. II. iit De Iterum, Antehac3Pofthac5Dcinceps,•« ualeas,mecj; mutuo diligas.hoc cfl,rmhi in amore refpondeas. De Srilicet,ero,cr opto) non lcgulei,fed iu * rifeon fulti euadent. Quod ad meum aute hoc opus attinet , non fraudabo iuris conditores debita laude. Tantum igitur deberi puto huius facultatis libris , quantum illis olim qui Capitolium ab armis Gallorum, atq; infidijs defenderunt : per quos jaftum cftyUt non modo tota urbs non amitteretur, uerum etiam ut to * ta reditui poffet. Itaque per quotidianam lettionem Digedo* rum,cr femper aliqua ex parte incolumis , atq ; in honore fuit lingua Romana, er breui fuam dignitatem , atque amplitudi* nem recuperabit. Sed ad reliqua pergamus. Dc T anti,• uerfam conuicimus naturam effe : er prater hac unum, cuius, l»b.«, cuia , cuiwm : quod a ueteribus non inter nomina , fed inter pronomina numerabatur, ut meus mea meum. N ec Graci relatiuum , unde hoc nomen defeendit inter nomina, fed in * ... /1 ter articulos codocant: er nos pronomina quadam articularia ^ folemus appedare. i deoq;,ut dicimus, mea eft, tua eft , Jua eft: er mea, tuafia intereftiita cuia eft, er cuia intereft. P lau* tus in Epidico : Ego dium conueniam , atque adducam ad te, cuia eft fidicina, Cicero pro MurxnaiEa cades potiftimum cri * l mini / j. tU ^AVRENTIIVAtLAE , Atini datur ei, cuia interfuit: non ei, cuid nihil interfuit. Igitur j intcrrogatiiCuius hominis cjl hoc opus i rejpondcbimusmewn, non mei.Cuius domini hic fundus: tuus3aut fuusmon tui,dutfut . Rtirfiim, Meurnnc fundum pofidcs,an tuumf rcfpondcbo neu* triusyucl illius. Interrogamus adhuc, rcfpondcmusq ; pcruanos fdfus:Meum'ne prrdiuefl, an illius: rcjpondcbofeUi uscerte, non tuum* Similiter de Cuius nominatiui cafus, ad quod nuqyatn re* , , ' fbondcM per eu dem cafum, nifi in tribus pronominibus deriua* — tiuisiut, cilium pecusfrejpondcas meum ,-ucl illius. Interrogatur ?. ctfa m per diuerfos cafusiut, cuium pecusftuum nc,an Meliboei? fcd per talem diftionem nunquam rcjpondctunnifi dicas,ejt eu* ium ejl:uel,eft cuittm ejfe debet .er fi quid efl firnlc. C A P. I*1* f De Tanti, Quanti, MagnijPjruijCum interelt E Adcm mti,eciemq; non pofuit. Septuageno,ii ejl,feptuaginta coitibusj>er fingulas nodes. Nam ita h£c nomi* na exponuntur.ut creabantur olim bini confules.id eft,per fttt* gulos annos duo. vtuntur ergo oratores legitima j ignificatio * ne horum nominum: binus enim,jiue binqfignificdt fingulis • duo:ternus,fwe terni,finguhs tres:quaternus,fiue quaterni,fin* ‘gulis quatuor. At poctx non ita. Septenus enim gurges non ejb fingulis feptem/ed feptem tantu uni flumini Nilo. Nec in jingt* lari modo flgnificdtione hac abutuntur ,uerumetiam in plurali ^£eorg.u yt Vergilius: Per duodena regit mundi f )t aureus afbrd. Prifcjib.». aftr^pro duodecim adra.At hoc fepteno , Prifcianut exponit feptenario:quod nubi non placet , quum inauditwm fit flutnen aliquod habere feptenarim alueum , zr fontem edere feptenarium riuum. Siquidem haec nomina numerum aliarum rerum qu£ non nomindtur,indicant,non multiplicationem fui *^ ipforumiuty lapis centenarius,non quod jit centuplus lapis, fed ' centum librartm:homo centenarius,non quod fit centum gemi* nus}fcd quod habet centum annos: grex centenarius , non quod jfint centum gregestfcd grex centum capitum. Rurfus non dici* mus centenariam libram,fed centuplammec centenarium annu , fed centuplum annorum.T amen dicimus centenarium,feptena * rium, duodenarium numerum. Siquidem numerus omnia com* plebitur, flue centenarius, flue decenarius, fiue alius quiuis nu * merui ELEGANTI A R V M LIB. III. U-j fcwriw c£teraru reruf^^aru, annorumfwulify. ldecq; rctlc dicimus ceimnariu umerum anttoru ingrejjus ejhnon autem, centenarium ann titfWfjr* 9tulenanum numeru portat pondo: no autem, nulcndrid pondo. Potuijfict igitur P rifeianus commodiui cxponerc,fcptcno gurgite, pro feptenarij mmeri gurgite.Qua expofitione utifolnnus in illis numeralibus, qua ultimu numeri cius fignificant:dccimM,undccimM, cete fimus, mdcjhnus,id efi, qui ultimus cjl ^ decem, ex undecim,ex centu,ex mile.Aliquan = do etiam fjc:hoc aruu dttulit centefimum, illud ucrofcxagejhnu, tuum ucro trige fimum frudumiid ejl,cetenarij numai,fcxage= tiarij, tricenarii fruftum,uel centuplum, fexagentuplu,triccntu^ plum.vhnitfs lib.x v 1 1 i.Admifcetur huicfkr,ut mitiget ama- Cap.i6, rjtudinem cius, er tamen fic quoq; ingratifiimmn cjl uentrv.na = fcitur qualicunq; folo cum centefimo grane: ipfumq •, pro latx= ' — * — ine.efl.Non ultimum granu/m e centenario numero intellexit % ’ fcd grana centenarij numeri, fiue granu cetuplum, fiue ccntcnu, eo modo quo idem autor dixit uiceno.Hac etiam ratione appcl c lata cjl quadrage fi ma, quod quadraginta dies continet: quo uo * cabulo eloquentifiimi Cbridianorum utuntur. Quidam etiam quinquagefima, fexagefima, feptuagefima. Atq; ( ut ad ranxc= deam ) utiniur fuperioribus illis nominibus crebrius in plurali numero, finguli,bini, terni.Tnnum igitur cum habeat fin gula* — ,y , — , rem numerum, apparet non efjc natura iftorwm. Quinimo non memini compcrijfe mc illud in plurali, licet cr fingularc parra * furnfit. , ut trinum nundinum. Promulgari enim debebat antis quitus rogatio apud Romanos trinonundinoiqubdCut opinor ) aut tribus in locis uno die , aut tribus diebus uno in loce celebra batwr.ut trimus triu annorum, ita trinus trium dierum, aut triu locoru. Prijcianus autem ait trinundinum pro trinundinarum, prffCiijb>7, Ciceronis ex emplo pro Cornelio : Primo ex promulgatione tri = ^ C} i nundinum dies ad ferendum potejhsq; ucnijjct. Quod fi ita efi* ^ — /cf,4 tris compofitum eJJet,non a trinum,ut ait Prijcianus, ficut l 4 trinodium : i6t  —fc», trinodium:fcd ferfan per apocopen dicimus trinundinum, prd Cap.4. trinum nundinum , aut plane trinundinum. Quintilianus libro ^ fecundo,Siue no trino forte nundino promulgati, /tue non ido* ~~ neo die,ftue contra inter ccfiionc,uel aujficia, aliud ue quod le* gibus obdet, dicitur lati ejfc , ucl ferri. T itus Liuiuf libro tertio: oftquam uero comitia decemuiris creandis in trinundinum in» didafunt.l dem libro quinto,nife editioni meda inefe,ait:Antei — ^ trina loca cum cotentione fumma patritios cxj^crc folitos, huc ~~ iam oftoiuzcs ad imperia obtineda ire. Donatus tamen hoc no* mine utitur, er difcipulus eius, non tamen magiftro indodior, Hieronymus,cum alibi,tum ad MarceUamiEt Trinam negatio* ne,trina poftea confefeione deleuit. idefe,triplici. Catcri quotfc eodem nomine Utuntur. Vnde didi ejl trinius, trium perjona* rum una diuinitis.Seruiusfuper illud vergilianum, tib.8. AenriV* -fer na arma mouenda:ait,¥igura poctica:Nd trina debuit di* cerc. Arma enim funt tantum numeri pluralis. Sed hac ratio Ser* uij,qu'am fit efficax, ipfe uidcrit,qui uult hoc nomen^aptum effe nominibus numeri pluralis : quod etiam reperimus coniundum eum nominibus fingularem numerum habentibus. Et quid prae* terea dixiffet,fi apud Vergilium feret quaterna armat nunquii legendum effet quatrinaf V erum non ejl trinum de numero eo* rum de quibus dijfeutauimus, quorum fingularem non frequen* tari ab oratoribus diximus , fcd a poetis , er quidem improprie . Etiam nonnunquam improprie pluralem, quod aliquando ipft quoque oratores faciunt , fcd nccefiitatc in his nominibus qua fingulari carent, ut codicilli (licet I uftinianus utatur)ut liberi, ut pugillares, ut nuptia, ut arma, ut cadra. Aut fi non carent, funtej; uel diuerfi generis , ut nundinum, er nundinajcli cium, er delicia, ucl diuerfie fignificationis , ut haejedes , er ha ades: uel diuerfi er generis, er fignificati, ut epulum, er epu* ie. Neceffarium efl autem dicere binos codicillos . er ternos > C r quaternos, non duos, tres, quatuor, ratione di dante. Quid enim ELEGANTIARVM LIB. IU. enim fi de diuerfis codicillis dicendum mihi fit , quomodo di* cam,duos codicillos fcripfit patcr,umm ad me,alterumad uxo remiiUud enim unim,& illud alterum ad quid referturi ad co * dici'dum,quod non reperitur i Dicendum efl ergo unos . Quod fi unos,ergo er binos dicendum erit, quod ex Cicer . exemplo liquebit. Duplices finulitudines effe debent , uiue rerum, alter« Diruit^dificatymutat quadrata rotunda. Dc Liberi, Pugillares. cap. viii. I beri profihjs fingularem non agnofeit, cuius natura a fu * /perioribus dijfentit.Na ut dicam , Lego Titio ternas ades, unas in jvro,altcras in J atiiculo , tertias in Suburra:ita no dica , ex ternis liberis meis,unos,alteros,tertios : fed ex tribusliberis meis unum in alienam familiam dedi yalterum abdicaui , tertium haeredem injlituiXuius rei caufa ejl, quod quum dico unum,aU tcrum,tcrtium3adiungi folet filium: er tres liberos , quafi tres filios: quod ita non fit in ades , cr in Uteros , nifi fubintelligas domum , cr cpifiolam. Sei quid facies in caterisf ut in nuptias , Cr in pugillares i ab furdum fit dicere,unam nuptiamyunum pu * gillarem.Pugillares aute fignificat tabellas cereas , jiue ligneas. Apud Mode- fiue Acrius mater is >in quibus Jtylo feribimus . Liberum tamen ninu dt.de Pac. pro filio cr apud Quintilianu,cr apud P.Ut>.)6. aempUrU bdbcit iuodcmpntiolymfuic.llm proximo li« bro: Atque adeo duodequadragenum pedum l.ucullei marmo* ris i» atrio Scauri collocati. Duodequadragenum , pro duode * quadragenorum. T. Littius libro primo : Buodequadragcpmo ferwc anno, ex quo regnare coeperat T arquinius. Dc Domus. c a p. x genitiuos fatos habet, unum fccund£, alteru quarta \ ) declinationis, domiyCr domus. Sei ptior fignificat locum , ubi quis manet.poRerior corpus ipfuin,atq ; e,fumm,nc dicam fceleratm,cr im* pm C otior. &,Vrudens, ne dicam fapienshcmo. N am fipo* tumui in accufatiuo,perquam abfurdm fvret:fic,Crudclis,ne dicam [celeratum, cr impium Casicrcm.cr,Prudcns,ne dicam fapietem hominem. In priore enim modo fubintcUigitur eumz fic, Crudelis Catior, ne dicant eum f 'celeratum , e r impium. 1 n alijs cafibui non efi hoc nety diuerfm,neq. ; caufa-.ut idem, An jperajjet hoc uiuo Milone, nc dica Cbfuletuel fic,An fccraffet hoc uiuo,ne dicam Confule Milonef Illud eiufdcm in libris ad H crinium neq; difiimlchis , neq ; ufqiicadeo funde efi : Obfuit plurimum eo tepore Rcip.confulum jiue malitiam, fiue ftulfitii dicere oportet, fiue potius utrunq;. N ani ubi erit ftippofitumi certe deefi. illud nanq ; uerbum quod intericftm efi, de nomi * natiuo mutxuit in accufatiuum.Sed ficut in Luripo,aut Sicilio ) l damtli tfreto inflata uento ucla,aquaru impetui retroire cogitiia ora * donem lege grammatica euntem autoritxs ipfa, confuetudofe inhibet,ac repeUit. V erum (ut grdmaticoru expctfntioni fatis * fidam) fic erit cotiruendumiaut Jlultitia cojulum, aut malitia, aut potius utriiq; obfuit plurimum eo tepore Reipub. fiue illud fftum confulum dicere oportet Jlultitiam, fiue malitiam, fiue potius utrunque-.uel pc,objitit plurimum Reipub. eo tempore confulum fftum , fiue illud malitiam , fiue Jlultitiam eorum j fiue utrunque dicere oportet. Dc infinitiuo ud incerienu * mero,er gcnere:ut,Ego illum de fuo regno,iUe me de no * jlraKep. percontatus eft. Dtio fuppofia funt,ego,cr iUe,quo * ru/m utriqi uerbum accommodatur. Sed fequenti palam,ante* cedenti per fubinte!ledione:ut Jit,Ego illum de fuo regno per* conatus E. L EGANTIARVM . III. t9f tontatus fium,iUe mede noAra R epub. per cotatus eft. Conuerte ordinem perfionarum , fimul perfionam uerbimutaueris:fic,lUe me de no Ara R epub. ego illum de fuo regno percontatu s fwm ♦ genus fic.cgo illam de fuo regno,illd me de noAra R ep„ percotm eft. Muta numeros ficiego illosjlkiuedefuo regno, iUi ilhc'ue mede no Ara R epub. percontati, pcrcontat^ue funt: er item econtrario. fu i.ijjuh fvrmkm llon cadit , quo- tics per compdrationein}dutyjMilitudincm loquimur,quale ejh Melius ego iAud,quam uos , jrftffcnunon autem,quam uos fi* cifictis. Hoc ille ita prudenter,ut ego,ficijfiet:non autem,ut ego JiciJJem. Hic enim fubinte!Iigitur,Jtc:Hoc ille ita prudenter,ut '-r-cgofeciyW ipfieficifiet. Melius ego iAud,qum uos ficiAis,fi* cijfem.Vcrbum enim principale debet efferri, fubinteUigiaute quod non ejl principale. Vbi collocandum Gc adfaftiuum. c a p. x x v. ADieftiuo,quum praceditydcbent obfequi fubftantiud,ali* teruitiofum cftiuthoc modo,Nulld uirgo eft dicenda cor*t~* rupto uel animOyUel corpore. Dic pro animo mente : jie. Nulla uirgo dicenda eft corrupta uel mente,uel corporr.autyconuptor* uel corpore,uel mente,non erit Latinum. Q uodeontra jit aut 90 ffafedente fubJhntiuo,aut reicAo in finem adie£liuo:fic,Nul la uirgo dicenda efl,uel mente corrupta, uel corpore : aut , uel corpore corrupto,uel mente. J tem,uel mente , uel corpore cor* ruptoiautyucl corporeyUel mente corrupta. Similiter in plurali ( uariabo exempla ad euitandum fislidium) Nemo diues eft, uel ualetudine infirma,uel fenfibus:aut,uelfenfibus infirmis,uel todetudine. item , nento filix ejl uel conficientia , uel membris affvAis:autyUel membris, uel conficientia ajfida. Cicero tamen in Philippicis inquitiOptima fiunt er mente, er uiribus. Ne * fcio an culpa librariorum fit,qui ita ficripfierunt , pro eo quod cfi , cr mente optima fiunt, zr uiribusmel,optbna fiunt mente . & uiribus. Qgti o LAVRENTII VALLAE Quid momenti faciat c5iunctio,aducrbium£g difiunr* Aiuum ex collatione. c a p. xxvi, EX his qux tradidimus,palm efl,ncquaquam refte dici,cor rupto uel corpore, uel mcnte.Debet enim adtefiiuum idui ad utrunq; fubfhntiuum applicari in gencrc,zr numero. N eq; de Vel tantumodo intclligo , fcd de exteris quoq j coniunftioni * bus.per Et,ut modo ex CiccrOneattuli ex c pium : per Nf c,per Siue,per extera huiufmodiuieqi hoc folum ubi adefl fubjhnth uum cum adiefiiuoffcd etid fine eo,quale hoc efl:Tu nec fice» res,nec ego permittere. N on efl hic fermo Latinus. Dicendum ndnqi erat,nec tu faceres, nec ego permitterem: aut fic,Tunec faceres, nec a me facere pcrmitterens.'l on rflfWOMTto det a prima dittione. I tem,potcs cognofcere partim ex aliom fermone,partim te docebit ipfe abeUd)‘ius:no ejl Latinum:fed fic, Partim potes cognofcere ex aliorum fermone,partim ex tx» bellar io. i tem,puto tum ex fuperioribus literis te omnia inteU ■ lexijfe,tum ex his intelligere potes : dicendum erdt,tum ex his intelligere pofje. I tem, paratus fis uel pugnare, fi qui te lacef» funt,uel fi qui no funt,nc recufes facere paceidicedwm erat aut fine illo,ne recufes: aut fic, uel paratus fis pugnare. Ex his quae dixi,uideor reprehendere legem illam duodecim tabularumiLi» *■ * > beri parentes in egefhtc aut alant,aut uinciantur.quafi diccn» dum fuerit,liberi aut parentes in egefiate alant, aut uincidtur » Sed no efl uetufias illa reuoedda ad hanc regulam,qux confiat ex ufu eoru,qui more illo uetufio non funt locutiuametfi haud dubie opinor priimm Aut, a quibufdam adicfttm ,■ legiq ; ia in uetufiifimo quodam codice Declamationum Senecx:Liberi parentes alant, aut uinciantur.Huius etiam loci illud efl,nc hoc modo uerba commifceamus diuerfam naturam habentia , quale efl, ille mihi nec nocuit unquam , nec adiuuit : ego nec offendi em,nec profuiidicedunt erat,iUe mihi nec nocuit unquam,nec profiitiaut fic, ille nec nocuit mihi unqud, necadiuuit:ego nec offendi ELEGANTIARVM LIB. III. t9t effindi cum,nec adiuui:aut,ego nec offendi eu,nec eide profui. De ufu negationis, cap, x x v i i, TRes aliquando negationes no plus efficiut quam du fed ne luna quidem ad folcm ferudt Jp lendore fiuu,rette dicitur . 1 tem hoc modo rcttc:N on modo nulla jlclLc, fed ne luna qui * dem,cr ca ter a. At quoties diftionibus quadam adefl cotrarie * tas,no pofiis tollere alteram negatione, ut hoc modo: No modi fteUa no apparent , fed etid luna ad folcm obfcuratur. Sine ne * ■gatione geminata no rette loquaris. I tem, no modo no dbfoluo hunc , fed ne leui quidem poena cum eo tra figendum effeputo » Quidam tume nuper fcripfit:Non modo abfoluedum huncjed nec etiam grauiter puniedum puto:quum dicere dcbuijJct,non modo no abfoh6‘ tuere,defende,ama,ncrclinque.Hic nos Quintilianus admonet, ne pro illo,ne feceris,dicamus,non feceris:quia alterum negans, di efl, alterum uetandi. ideoq ; ne cum prima perfona fingula = ris numeri nunquam coniunttum inuenimus , ob eadem caufiam propter quam imperatiuum caret prima perfona in fi ngulari, quia nemo fibifoli imperat, aut uetat. Vnde jrequeter legimus, ne timuaimus,ne timeas, ne timutritis,ne timeant . Nunquam autem ne timeam,nifi ne pro ut non:fed non timeam,no aufim, non fperem,non timuerim, non fperaucrim,non crediderim : id efl, timere, audere, ffeerare,credere,non pojjum: aut non debeo: n ita in t ita in aliis perfonis:ut idem Quintilianus, Non expcdcs,ut fk* tim prati# agat, qui fanatur inuitus. id ejl, expedire non de* bes Non enim eo modo hoc dixit, quo dicere folemus,quum ue* tamus,ne me expedes amplius . Hic enim negatio ejl, nonueta* tio. I a, N on expedMens,cr ue expefauens, q uorwm alterm praeteriti temporis ejl,ncgat$:alterm futuri , c r ucat, c A P. XXIX. De lepore Si non,« Nifi.cum aliis uerbis. HOcattodadbucdc negatione fubijciam,ad[otamclegaiu tim dicendi pertinet: quod quale /it. fdwlhs ««P“ Dedam... per feapparebit. Quintilianus: Non ejl difia e ut maritum uxor occtdntjjtno ejl difficili* ut filius patre. tdeM^eo cauf- fm dimttimus.ut no fit abfoluedus adolefcens, ntjt etta lauda* im. I dnt-.Quare non pclit,«t tmfertt putetis.mfi er «»“«" V*-'"-'- &crit:non petit, ut afflidum alleuetis, nijt cr ) lnfiliciorem,qu6d patrem amifit,quam quod oculos, Serum ... «tuloitiucAt itero malum ejl liberos -«attere. Malum.mfi boej fptfl*'4- peius fit, Sic Mfcrrc, V pnpdi. Samius: Tamtediotmul in.Catij. PLt|1|’t p Jc pudicitia, fifimafua,fi dijs,aut honumbus an.) nuam «ili pepereit. Ignojiite Cethegi adelefcentuinifiltenm patria bellum ficit. TitatLiate libro trigrjtmoprimo: Nant a»6i «a ea attinet, qua nobis obtecif,m/i gloria digna jmt, pu teor ea defendi non pofje.0uidius lib. deennotertto Meantor. Nec omen hac feries in caufam projtt Acbitn, Si «abi eam magno non ejl communis Achille. Huic finale eji, quale apud eundem, hb. i i.eiufdem operis: Mentior obfcurum nifi quum nox fecerit orbem, Nuper honoratas fumnto mea uulnera eoclo videritis ftellas- Et Quintilianum: Mentior.ni/t 4«utn pere» erinatio mea nos aia«eeref, maluit effe cum matre. Et iterum. Allidere enim, cibos miniftrare, manum pom gere cjutlibetpo» terat, mentior nifi /udum ejl, idem uerbumapud Atnbrojmm ELEGANTIARVM . Jl'l. t9S fode modo pofitu,tum in libris Officioru,tum Hexameron,tim in alijs reperies. Et apud Cyprianum ad Donatum : Mentior , nifi alios qui talis ejl , increpat : turpes turpis infamat. De V ter V tri,Altep Alteri, Neuter Neutri,36 Quis Cui. c a p. xxx. VT er utrum accufat Latine dicitur.ut C icero pro M ilonf, Vter utri infidias ficerit, Vterq; utriq; uix aufim dicere. Heuter neutri omnino no dixerim.Teretius in Phormione inqt: A&rJctj' Quia uterq ; utriq ; ejl cordi . In duodecimo quoque comentario rertt a Cafare gejhru,fiuc ab Hirtio,fiue ab Oppio ( nam inccr CjeCIib ftngidiyCr tamen per hoc idem compdrdtiuum loquimur.ut uo * cdui te prior,percufii te potierior,fupple quam tu me.Nonuqua unus hinc efl, illinc plures:ut , uocdui uos prior , fupple qudm uos me:uocduimus te priores,fupple quum tu nos. Ide de fuper ldtiuo,ubi mula mcbrafuntiut primi nos uenimus,uos potierio res, ille ultimus:primus ego intrdui uaUu,tu ferior, iUi ardifiinu. Dc regimine nominum Criminalium,S£ Poenalium. c a p. x x x i i. SI quis furetur rem fdcrdmde prophano , teneturne fderile* gij,dnfurti,dn utroq;fnon dutem,dn utriufq; . Qui futiule* rit rem fuam de fdcro,furti'ne tcnetur,dn facrilegij , dn neutroi non dutem,dn neutrius. Accuftre hunc potes uel furti,uel facri * legij,uel de utroque,uel de ambobus : non autem utriufque, aut amborum. C ondemndrc non licet de utroq; , fed de altero, uel furti, uel fderilegifinon autejed dltcriui,uel parti, uel facrilegij. Cur itu fit, ut demus uarios cafus eidem uerbo, prxfertim fiub coniunftionibus,quecide,fed in his etiam qu A» Cedo, non mitius hominem ipfum,qum ius commune defenfum uelU tis.Quintilianus:An iitcidijje in fordidum nomen,non eo con « temptum hominis,quem dedrudum uolebat,auxiffe. C A P* ' L. PropoGtiones, rationes c£ interdum mifcerl o Nam aio LAVRENTII VALLAE NAm ubi uitici neceffe e ft,ex pedit cedere: (tue plura funt de quibus qujeritur , ficilior erit in ca-teris fides : fiue unum , mitior poena f olet irrogari uerecudi£. M ifcuit hoc loco Quina til. propofitiones,rationcsq;,quum fit ufitatifiimum fic dicere: Siue plura funtje quibus queeritur, fiue unum. Si enim plura , ficilior erit in cectens fides: fin umt,mitior poena folet irrogari tfb.i.capA uerccundU. Atq; iterum : Firmis aute iudicijs,iamqi extra pe a riculum pofitis,fuaferim er antiquos legere ( ex quibus fi ajfiu* i matur folida,cr uirilis ingenij tus , deterf o rudis feculi fqualo* re, tum hic nofter cultus clarius enitefeet ) er nouos, quibus er ipfis multa uirtus adefi. Alius dixijfet,fuaferim er antiquos,cr nouos -.antiquos quidc,cr c£tera:nouos uero,zrc. Cic.in Ana Philip.*» toniu : o' te miferu, fiue illa tibi noti no funt ( nihil enim boni nofli) fiue funt,qui apud tales uiros tam imprudeter loquare. . De ufu uemifto uerbi V ideor. c a p. li. NOn uidetur tibi quod bene ficiam: cr,ntihi non uidetur- quod beneloquaris. Sicut uobis uidetur quod male ficta mus,iti nobis uidetur quod maleficitis : uidetur tibi quod iUe bene fcribat,ej uidetur mihi quod isli bene arent. Rufticanus hic fermo eft,er agrestis. Eruditi enim fic loquuntur:^ on uia deor tibi bene ficere : w,tu non uiderismihi bene loqui. Sicut uobis uidemur male ficere , ita nobis uos uidemini : lUe uidetur tibibene fcriberacr,ifti mihi uidentur bene arare. De uulgari quodam ufu Mihi3 De h; ELEGANTIARVM LIB. JIT. zij De Id quod; cum alio antecedente, c a p. l x i r. Xr I deo te amatorem fiudiorum , quod me maxime iuuaf.uel, V qua res me maxime iuuat:uel,id quod me maxime iuuat, amator es fiudiorum.item,uideo teyquod me maxime iuuaf.uel qua res me maxime iuuatiuel , id quod me maxime iuuat,ama* torem fiudiorumiqua exempla fibi quifq - conquirat . Dc Aliquis^uifqu^Quifpia^ VIIus. c a p. LXIII, AUqutstquifquam , quijpiam , ullus idem fignificant , diffi* runt(h d quidam,ut in alio opere ( quod de dialectica pro* pediem edemus) obtendetur. vUus tamen quodammodo claudi * cat3nec fere citra negationem,quafi citra baculum ingredi po * tejl,niji interrogatiue:ut , uocat me udustaut fubiunftiue:ut,fi idlus me uocat. N unquam plane affirmat iue,jicut ida fuperiora. De eadem perfona tanquam alia, c a p. lxiiU.^. A/T Eoccuputo adminihratione magiftratus , nudum tem* A. 1 pusfeponere adjludendum poteram. V el,me o ccupato in adminisbratione magiftratus , nudum tempus mihi reliquu erat. Rarifiime Latini fic locuti funt, Graci frcqucter,fed hoc modo potius:Occupatus in adminisbatione magiftratus, nudum tem * pusfeponere ad ftudia poter am:uel , Occupato in adtmniftra* tione magiftratus,nudwm mihi tempus ad fludia reliquum erat. Dixi rarifiime,non tme nunqudminam quidam fic locuti funt* ut Horatius de Arte poetica : . ~ - Laudator temporis afti Se puero,cenfor,caftigatorq; minorum. Quintus Cicero ad T yronem : N on potes effugere huius culpa EpHlpcnuit. poena te patrono, Marcus efi adhibendus. fubintedige,pro ipfo ,ib-,6*'pi£a* p atronus.Simile quiddam fapit per,qualeejt apud McTuttium: DeOnto.U,«. Quum cr per meipfum cgijfem,etper Drufum fiepe tentxffem. illud enim per,fignificare folet mediu quendd,ahuq j intercefio * re. Ni uc uero quis queat medius effe inter fe er aliufcr tume fic uulgo loquimr,per meipfum rogaui , per teipfum obtinuifti. o i Auxit 218 LAVRENTII VALLAE Auxilium do,fcroc^:Opem fero cantum, e a p. l x v. AVxilium do,fero(f; dirimat . Opem do non di cimus, fed fi* ro:unde Opitulor,quod T uUianuuerbu. cjje Seneca autor eft: quo txmen er Sallufhus utitur,cr Plautus,^ alij nonnuHL De A\Ex,5cri,cr nifi de uia feffus effet , continuo ad nos uenturum fuifje . Quafi de labore uic I Qtjintilianus, «ledani... Ub.9tcap.i7* ELEGANTIARVM LIB. IIL xt9 D( In diem,In diesjn horam,In JjoraSjPropediem, ac Propemodum. c a p. ixvii.i, IN diem aliud multo efi3qum in dies. lUud plcrunq; cm hoc ucrbo uiuit jungitur, vt Quintilianus : Non ut fere noluere prafentu modo cibi memores in diem uiuunt, duratum hyeme reponitur uiftus. Aliquando,fed raro3cum alio iungitur uerbo ; ut Salluftius3Panem in diem mercari, quafi dicat,prafcntis diei fnlugutt, habere ratione, nihilfy cogitare $ craftino. 1 n dies idc ejl quod quotidiefed proprie cum quodam incremento : ideotfc plerunfy cum comparatiuo : ut , Quum in dies malum arftius premeret . Et, Quum in urbe infinitum malum ferperet , idq ; manaret in Cic.Phiiip,t. . dies latius.Etiam fine coparatiuo3fed tamen per uerbum figni* ficans incrementum : ut Liuius , Crefcente in dies multitudine ► Quod non liceret dicere, concurrente in dies multitudine , fed quotidie:aut in dies magisiquum tamen liceat fuperiora exepla dicere per quotidie : quum quotidie malu arftius premeretis, quum in urbe infinitum malum ferperetjdcfc manaret quotidie latius. Et per in fingulos diesiut Cicero ad Atticum,Quotidie , uel potius in dies fingulos 3 brcuiores ad te literas mitto, id ejl, non modo quotidie brcuiores ,[ed etiam in dies.Nam ha quoti * diana Utera funt brcuiores his3quas antea mittere foleba : qua poterant ejfe omnes pari brcuitate.Atqui ha quas in diesfingu los,fiue in dies mitto breuior es, tales funt, ut hodierna fint bre* uiores hefiernis, er craftina hodiernis , er perendina craftU nis: er ita afiidue. Et peftilentia in dies fit maior , er quotidie fit maior : fic pojjunt uidcri hac duo differre, quod in hoc pof* funt hodie fupra numerum hefternum decefiiffe quatuor, quum heri decefferint decem fupra numerum eorum , qui deceffe* rant nudiuftertius . Non ita in illo , ubi ultimus qui fque dies maxime increfcit : ut fi nudiuftcrtius decefferint duodecim, hc* ri quatuordecim , hodie ncceffe ejl decedant faltem decem er feptem ieras faltem unus er uiginti, perendie faltem fex er uigintL no  E uigintuEandem difjlenentiam habent in hora,cr in horas,quant Phiiipp.fi in dientyGT in dies. Cicero in Vhtoppicis:Hgoty,«ocor in Jpem, ingredior in fpemmo tantum fpeifir* ' mitAtefignificat,quatum, colloco in tcjpc,c? repono in te fpe. OeOtaUib.i, cicero; I n quibus tum fpem maiores natu dignitatis fu£ collos carant. Quin tilianus:In quo fpem unica fenettutis reponebam. De uerbis ad recordationi per tinctibus, c a PriStxxifryj- I Umentem uenit mihi, occurrit mihi, fuccvrrit mihi,fubit -5r mihi , pro eodan accipi folent. Sei hoc ultimum frequentet* quoque admiferationem. Quin tilianus:N obis uero natura ais uerfus exanimes ingenuit non folum miserationem ( qu£ cogis tationi noftr* fubit ) fed etiam religionem, vbi non ita decuifs ftcncid.*. fet, fuccurrit , occurrit , in mentem uenit.Vergil -Subijt chori genitoris imago. Aea.*. -Subijt defert a Crcufd. vbi nequaqud decuiffet,in mente uenit mihi dc choro genitere, er de C reufa deferta. Jungitur etia hoc ' Lib.j. uerbu cum accufatiuoiut Curtius , Sera pcenitetia fubijt regem. Dc uerbis ad uifionem pertinentibus, c a p.lxxxiii. VI deas,uiderc licet,licet cernere : apud quofdam etiam cers nere efl,pro eodem decipiuntur. V t, ltaq; uideos iuftos ins • iufHs rebus maxime dolere , imbecillibus fortes , moderatos ims • modeflis. Licet uidere nonnullos tanta ftultitio,ut uix differant, d natura brutorum. Licet ora cernere iratorum3uti mutentur. Offl.*. Ciceronis hcquus,uchiculu,Jignificdt potius id quod uehitur, qui ejl homo. CiceroiTame er fummi gubernatores in magnis tepcjkb 6. ue^orj(fUf admoneri folet. Quintii. Sic in nauimfilij mei male permutatus ueftor imponor. Non tamen ueftorc accipias pro nauta.Hinc efe quod inuenimus nonunqud diftu , nautas er ueftores. Sunt enim ueftores , qui pretio in aliena naui uehutur, lde Quintii. Cur infeanatis equis ueftor infedetf N onunqudnt pro ei qui uehit,ut Seneca in Hercule infano: Tyria per undas ueftor Europa nitet, lde in Hippolyto: Pro fua ueftor timidus rapina. Q uu deeode tauro,eadeq $ Europa loqueretur. N a ca * tera fere qua d fupitns ueniunt, tm aftiue, quam pafiiue accipi folet.ut accufatio Marci TulUj,aftiuc:accufatio v erris,pafiiue: donatio mariti,aftiue:donatio uero bonoru,pafiiuc: er catera. De Bene 3C Male, cum uerbis. g a. p. lxxxvii.. Ale iuiico, male cenfeo , male pronuncio , male opinor male fer, t io , male exislimo , hoc male ad meipfum re * in Cato .M aio. fertur ,erroremq; meum declarat. Male cogito, ad alterum re * fertur, fignificatq ; perniciem , non erroremiut CiceroiCartha* ginimale iam diu cogitanti bellum inferatur, multo ante de* nuncio, de qua non ante ucreri defenam,quam excifam cogno «* uero. M ale cogitantem , uidelicet mala in alterum, perniciemq ; cogitantem , non autem feipfam fwdentem. J tem male dico tibi , male opto , male precor tibi , male, imprecor. Hw nonnihil fe* irulia funt , male de tefentio , male tu deme exiftimas , mede de iUo Mi *• H | ELEGANTIARVM  III. illo iudicamus.Non error hic fientientis,exiflimanti>,iudicatiscfc innuitur,fied uitium dc quo indicamus , ex iHimamus ,fientimus. Male quocfr audio , id ejt , infamor crinuna mea audiens , cum contrarium efi,male dico.Sallufiius in Ciceronem: R effiondebo tibiyUt fi quam male dicendo uoluptatcm cepifti , eam male au * die do amittas . Bene quoq ; maxima ex parte huic finule ejl: ut, de te bene fientio,bene tibi precor, bene de te mereor . Dc Loco patris, dC In locum patris,& fimilibus. LOco patrn,loco fratris , loco filij te habeo , non ita accipU tur,quod ubi illa antea erant , ibi tu nunc apud me fis , fed quod in ea ckariatc qua idi , aut fuerunt , aut funt , aut effient, aut efifie debent: ut Chry fis Pamphilo apud Terentium loquU tur:Si te in germani fratris dilexi loco, Cicero in Verrem : In parentum loco quafloribus fiuis pratores effie oportere. lUaau» tem fiententia in locum potius , quam in loco, requirit tale alia quod uerbwmyquoie ejl apud QuintiL N am quomodo pugnant ineuntibus tot fimul metus laborum, dolorum, postremo mortis ipfim e xciderut, nifi in eorum loeu pietas, er fortitudo ,er ho= nefti prsfiens imago JuccejfierinttEt f alibi: Non perdidit filium quifquis occiditxxplicat a dolore patre, quod fibi uidetur freifi Je re maximam, er iuuenis in loeu amifii , fiubfiituit de uanitate folatium.Ergo ita dicitur ,ubi aliud erat, aliud fiuccefiit. quee die uerfia afiupcriori fiententia ejl . Loco uoluptatis mihi cfl,loco tur pitudinis,loco honoris:id efl,uoluptuofiim,turpey honorificum ~ Illud autem hac in patre competit,ut dicamus,non recordari me an ufiqud repererim genus illud fiermonis , quo Ecclefiaflici pafie fim utuntur : Ego habeo te in patrem : tu es mihi in filium:ace cipio te in fratrem. Dicunt fnim ucteres, habeo te loco patris, tu es mihi loco filij, accipio te loco fratris:uel,habeo te pro pae tre, tu es mihi pro filio, accipio te pro fratre.cr nonnullis alijs modis.Atqucbic uidetur aliquid non uti$ tale effie, fied perinde p * 4JZ **?  cjfc, ac fi tale foret.ldeocfs expofi dones noftrx locum habet, ubi loam 19. ale aliquid non ejl, ut dixi,ficd pro tali habctur.ut in illo, Ex iU U hora accepit eam dificipulus tn fiuam. quod liceret dicere, ac* cepit eam loco matris, ucl pro matre,fiucpro fua:non autem in in illo,quod pro uero accipi debet: Ego ero illi in patre er ipfe erit mihi in filium. 1 icuijfit ergo dicere, id cfl,dixijjcnt ueteret, ego ero illi pater,ipfe trit mihi filitis:fied more Grxconm, unde hxc fimpa fiunt , noflris ccclefiafiias ia loqui placuit. Ude ue* teres qui illo modo locuti no fiunt, fic amc loquebatur: reuertor in patrem,tibi redij in amicum: fiedhic uerbumejl fignificans motum.Quintilianiis:Et pojl exitum anuci reuertor in patrem . QuintilCurdus lib. v. igitur rex arci Babyloni t Agadcen in "... . prxfidemefifieiufiit. CAP, txxxix. De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MOre maioru. comparatu ejl, legibus ia coparattm efijegi bui itxconfiitutu eft,ia natura comparatum efi,ia natu * ra confiitutm ejl , ia natura prxficriptum. Hoc nobis ipfia na* tura prxficribit, nobis natura datum ejl, ut periclinntes aUcue* mus.liocrado ipfia pr- De Memoria,& Memor iter,cuin alqs uerbis. . MEmorid teneo, non memoriteriprotiuntio memcriter,non ntemoria.de. Memoria teneo bello Marfico cum Quin* Dc Amfci to Otfauio. idem: Quintus Mutius AugurSciuola mula nor = prfnc# rare de C.Latio focero fuo memoriter cr iucude folebat.Rcpeto memoria, & memoriter. Quintii. Si logior coplcttcnda mano * tto.t , c3p ,t, na fuerit oratio, proderit p partes cdifccre. dc. Copleflebatur ' memoriter , diuidebat acute. Quintii. Mcmoriarepeto couiftos Lib.i.cap. to. d me , qui reprehendere erant attfi. , quod hoc uerbo pepigi ufus effem. Terent.- Cognofcitne i C. ac memoriter. Aliud amen efl ille ablatiuus,qudm illud aduerbim. M emoria enim quid flgnu fcne.^un0 aA,f* ficat,apparet. Memoriter uero efl , quod literdtorcs noftri im= periti dicunt,corde tenus,mente tenus. Apud Vliniim amen ad Ep&ti- Kb.*. Romanum tego : Tu facilime iudicabis, qui am manoriter te* nes,ut ern hac conferre popis, fi rette fieferiptum efl, redefle dici iudicabo. c a p. x c 1 1 1 1. De Fado tibi iniuriam:&,Afficio teinitiria. FAcio tibi iniuriam:cr,ficio tibi contumeliam. A fjkio te in * + iuria : cr, afficio te contu/melia. Rado tibi molestiam, non p i ia «,o LAVR. ELEG. LIB. III. * ia libenter dixerim ut, afficio te moletiia. De ucrbo Impono. c a p„ x c v. IM pono tibi hoc onerts,notu efl quid fignificet.lmpono tibiy ide quod decipio tc. Quintilianum: Quid quod hocipfum tm placide, am quieti ficit, qua fi captet imponeref Etalibr.Fcftl* lit te ingenitu* honejhs animis glori a amor, f es tibi perpetua laudis impofuit.vnde impotiores dicuntur,qui alios uerbis ma* gna pollicentibus , incantatio nibusq; feducut,ac decipiunt. Pau* l mitem aleatores, er uinarios non contineri editto, quofdam yejpondijfe Pomponius aitiqucmadmodwm nec gulofos , nec im* potiores , aut mendaces , aut litigiofos. vlpianur: Non tamen fi incantauit , fi imprecatus efl, fi ( ut uulgari ucrbo impotioris utar ) exorctzauit ,jton funt ifh medicina genera, txmetfi fint qui hos fibi profuiffe cum pradicationc affirment. De uerbo Speftac. c a p. x c v i. AD me Jpetfnt.id efl, ad me pertinet. Admortem fefint. ii ejt, ad mortem quafi reficiendo tendit. Cicero Officiorum libro tertio : Ad extremm fi ad perniciem patria res feftte pedam. i/. bit, patria falutem anteponet faluti patris. Quinti* ; lianusin Paupere amatore :Et quod ad pcf* fimum feflnt euentum , miferabilis fis oportet , ut amator effe uidearis. i i?¥ Z \ ‘ , • \ • • • * '• *r -V *« . -• • . . ‘ i ,1 E IN C^VARTVM L 1= B' R V M E L £ GAN* TIARVM PRAEFATIO» C I O ego nonnullos, eorum prxfertim qui fibi [aniliores , er religio (iores uidentur , aufuros meum infiitutumboc,laborem $ reprehendere , ut indignum chrisliano homine , ubi adhortor exteros ad librorum fecularium lettionci quo * ?um,quod Jhdiofior cjfet Hieronymus , cxfumfe flagellis ad tri bunal Dei fuijje confitctur,accufatimq; quod Ciceronianus fb* tione correpti fuijjcnt. N eque enim una omnibus medicina con * uenit,vr alios aliud decet. N eque femper, er ubique idem aut permittitur, aut uctatur : neque ille hoc alijs uetare aufus efl ne. ficerenticontraq; plurimos laudauit tum fupcriorum,tum fuo » rm temporm eloquentes, verum quid /mitis agimusiQuii Hieronymo ipfo cloquentiusiquid magis oratorium i quid ( li > cet iUefxpc difiirmlare uelit)bcne dicendi folicitius,fiudio(ius,- obferuantiusfQuidiquod ne difii/mlabat quidem {nam obijei * ente fibi hoc fomnium Rufino , hominem deridet ) planeq ; fi» tetur fe lettitarc opera gentilium , er leftitarc debere, l dq; cum in alijs multis locis ( quanquam etiam fine confifiione pa * lam efi) tm uero. cpiflola illa ad magnm Oratorem. I nunc, C r uerere,ne aliena accufatio tibi obfit,quum illi non obfuerit fua:cr non audeas jacere , quod ille refeiffa pattiotic facere na timuit. Tametfi non defunt, qui credant em puerili xtate illa percepijje,femperqi poflea memoria tenuijje. O' ridiculos horni nes. ELEGANTIARVM LIB. Illi. xtf ties, & omnis dottrin # imperitos , qui opinentur em tantam rerm copiam,ac [cientiam,qua nulli chrijiianorum cedit , aut, tam cito potuiffe di[cere,aut tandiu non potuiffe dedifcere3 quu er rarifinu reperiantur , qui centefimam partem [cienti# illius affequi popint3cr non nunore labore (ut antiquitus dUtu efl), h#c facultas retineatur ,qudm paretur.Et tamen quantulum in* terejl inter furdri, & furtum non rcdderef Quid prodeft alijs, fiirtwm prohibere,ne furentur, fi tu furto tuo palam potiris! Si non debemus difcere eloquentiam, nec uti certe, fi didicimus Quid quod libros gentilium [#pe in teflimpniu afimit! quos > fi no licet legere,minus profitto legedos exhibere:^ fi nos de*, hortaretur d lettione gentiliu(quod non facit ) magis intuendi i. putarem,quid ipfe ageret ^quam quid agendm ahjs diceretiue* runtamen femper ipfe idem dixit , er ficit. Nam poftqudm te * neram iUam #tatem faluberrimo [aerarum [cripturarm alimen to pauit,ac in ea quam dcfpcdm habuerat, [cientia fibi uires ficit, iamq; extra periculm pofitus, ad leftionem gentilium rcdijt,fiue ut illinc eloquetiam mutuaretur, fiue ut illorm bene difln probans,male diftn reprehenderetiquod exteri omnes ha* tini,Gr#ciq ; ficerunt,HildrM,Ambrofi,us,Auguftinus,Ldtfan*. tius,Bafilius,Gregorius,(jhry[oflomus,alijq ; plurinti,qui inom ni #tate pretio fas illas diuini eloquij gemmas, auro argento ^ eloquenti# uejlierunt, neq; alteram propter alteram [dentiam reliquerunt. Ac mea quidem fententia,fi quis ad [cribendum in theologia accedat,parui refirt an aliquam aliam facultatem afjt rat an non:nihil enim fire extera confirunt:At qui ignarus elo * quetix efl,huc indignu prorfus qui de theologia loquatur, exi * fiimo.Et certe [oli eloquetes , quales ii quos enumeraui, colunx ecclefix [unt, etiam ut ab apofloUs ufq j repetas , inter quos mi* hi Paulus nulla alia re enunere,qu 'am eloquentia uidetur. Vides igitur ut in contrarium res ipja recidit. Non modo non re* prehendendum ejl fiudere eloquenti#, utrum etiam reprehen * dendu. zj6 dendwm,non fiudere.Etego ftc ago, unquam eloquenti* cotrd c almniantes patrocinium prteflem , quod efi maius propofito meo. Non enim de hac , fed de elegantia lingu £ Latina: feribi* mus,ex qua omen gradu* fit ad ipfam eloquentia, v erum fi. quis eloquens non fit, ita demum no erit caftigandu*,fi talis non po* tuit euaderc,no fi hunc laborem effugit. Qui uero elegater lo* qui ncfcityZr cogitationes fuis literis madat, in theologia pr** fcrtim,impudentifimi* efi, er fi id confulto jacere feait , infx* ttifiimusiquanquam nemo efi qui nolit eleganter ,er facunde di * cere:quod quum ipfis no contingit,uidcri uolunt ( ut funt pera, uerfi ) nolle, aut certe non debere fic dicere . 1 deoq; aiunt gena tiles hoc modo locutos effe, non decere eodem loqui C hristia* nos:quafi illi,quos nomnaui,more iftorim locuti fint , er non more Ciceronis,c*terorumq ; gentilium : qui qualiter loquatur nec cognitum ifii,nec expertum habentmon lingua gentilium,, non grammatica , non rhetorica , non dialeftica , c*tcr*g4mi«, cuius libertusi non autem cuius libertinus. Rcftodeturfyejl libertus meus,aut tuus,aut iU lius,aut Catonis taut nullius. Atque libertus fine patrono, patro* naue non e fl, liber tinus effepoteft, quamuis necejfe eft eum ali* quando habuijje : quo fdftm ejl , ut dicamus colliberti , collis berteqi,quemagri ad arandum idonei. Idem in eifdem: Quid poffefliones datas3quid ereptas proferam, i I dem de Oratore : Tot locis jefi Lfb.t, fiones gymnajiorum. id efl,tot fedilia.Ea tamen,qu£ funt in us, pro perfoms accipi folent. Conttentus non efl couentioyfed ho= mines, qui unum inlocum conuencrunt. Confeffus non efl con* fefiioyfed homines uno inloco confidentes. Obferuatio,&Ob(eruanria. c a p. 1 1 1. OBferuatio,cr obferuantia fimdi quodam modo , ut accef* fittygr acceflio differunt. Obferuo nanqueduo fignificat: unum efl quod cu&odio aliquid oculis,animoq ; in modum Ibe * culatoris,ne nos fllentio,tacitoq; pr£tercat:ut obferua tranfe* untes. Obferua filium,quid agat, quid cum illo conjilij captet . quafi cuftodiyCr adnota. Et hinc jit obferuatio , quafi annota* Tct&.inAnfc tio, cr animaduerfio. item obferuo non Jpeculantts modo, fed aA•I•rce•,• ‘ ddmirantiSyUcneranttsq-y c r id tantum in homines , non in res, quoties quem ucluirtutc,uel dignitate fufcicimus, cr colimus: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qu£dam, cr honoris ex* bibitio. Quare melius obferuadonem, quam obferuantiam hi, qui nominantur fi atres,fuum inflitutum nominarent . * Potus,3£Porio. c A P. I Ii i. POtu* , er potio non differunt nipob huiufmodi caufam. Potus enim uini,aqu£ flnuliumq ; dicitur. Potio uero d me. * dicis datur £grotanti,quod Gr£ce dicitur fxf/uzHsp. N onnun* quam tome potio,pro potus accipitur. Seneca de tranquillitatr. Aliquando uefatio , iterq ; , er mutata regio uigorem dabunt, conuittusfycr liberalior potio, Cicer.in Tufculan. Quid quod 4 ne - ^ • »*9  cj]e, ac fi ale foret, ideoy cxpofitiones noBra locum habet,uhi loan* is. ale aliquid non eft, ut dixi/cd pro ali babctur.ut in ilio, Ex iU U hora accepit eam difcipulut in fuam. quod liceret dicere , ac* cepit eam loco matris, uel pro matre,fiucprofua:non autem ia in tio,quod pro uero accipi debet : Ego ero illi in patre er ipfe erit ) rabi in filium . 1 icuiftfct ergo dicar, id cfi,dixijfent ueteres , ego ero illi pater,ipfe irit mihi filius: fed more Grxcorm, unde bsc fmpafunt , noBris ecclefiafiias ia loqui placuit, lide ue* teres qui illo modo locuti no funt,fic amc loquebatur : reuertor in patrem,tibi redij in amem: fed hic uerbum eft fignificans tnotum.Quintilianus:Et poft exitm amci reuertor in patrem. Quintii Curtius lib. v. igitur rex arci Babyloni x Agaticen in prxfidemeffeiufiit, De uerbis ad autoricatem pertinentibus. MO re maioru comparatu eft, legibus ia coparatm eft, tegi bus iaconftitutu eft,ia natura comparatum eft,ia natu * ra conftitutm eft > natura prxfcriptm. Hoe nobis ipfa na* tura prxfcribit, nobis natura datum eft , ut periclitantes alleue* mus.Hoc ratio ipfa preftu,ficut per patroniLldeccfr libertinus adieftiuu efi, ficut ingenuus ajS  E ingcnuus:eoY inoa- Et hinc fit obferuatio , quaflnnnot^ Tna.fafa* tio,cr ammaduerfio. i tem obferuo non fteculantis modo fed adnurams9ucnerantisqi9 er id tantum in homines , non in res quoties quem ucl uirtute9uel dignitate fu ft icimus, er colimu s: unde fit obferudtia,qu£ efl ueneratio qwedam, er honoris ex- hibitio. Quare melius obferuationan, quam obferuantiam hi qui nominantur fratres, fuwm inflitutum nominarent. Potus,& Potio. CAP. 1 1 1 1, p Otus , er potio non differunt nifiob huiufmodi caufant. MT Fotus enim uim,aqu£ finuliumq; dicitur. Potio uero d mea dias datur £grotanti,quod Grace dicitur N onnun* quam tme potio9pro potus accipitur. Seneca de tranquillitate- Aliquando ucfatio 9 iterq; , er mutata regio uigorem dabunt \ tonuittusfycr liberalior potio. Cicer. in Tufculan. Quid quod q ne Ut  ne mente quidem rette uti pofJumus,multo cibo,cr potione re* In Cato Ma. plctifEt alibi: Tantum cibi, cr potionis adhibcndum,ut refi* ciantur uircs,non opprimantur. Senes, Veter es3& Antiqui. c a p. v. SE «a uocantur, quantum ad priuatzm ipforum uit&m, qubi ufq; ad fenilem anatem uixerunt. V cteres , quantum ad pu* blicum tempus,qucd alia dcfote uixerunt, etiamfi ad fcniu/m non pcruenerunt.vnde quidam iuniores fiicrunt fcniores ueteribus . Antiqui utriq ; dicuntur,fed magis ucteres,qu.mfenes. Defeftus,Culpa,e lucri : cuius ft>ei caufa plcriquc ludunt, ideoq; ludum talarium dicimus, non lu* fum: er ludum ale.*. quum inquit: Hoc in ludo non pracipitur , fociles enim caufe ad pueros deferuntur. Et Jhtim pojl:Hac ejl in ludo cauftrum fore formula. Nam,ut inquit Quintilianus,Rbetores [uas pars Lib.i.cap.»* tes omiferuntyC? grammatid alienas occupauerunt. Siquidem grammatici Latini , rhetoricam etiam docent , quod indicant ipjius quoque Ciceronis uerba , quum pueros,non iuuenes nos nunat. Ejl cr ludus armorum, qui idem (ut[entio) gladiato* rius dicitur, ubi difeunt gladiatores : ut apud Quintilianum, Quod me diu pirata in carcere retentum , quia diuitemiUius promiferam patrem,in ludum uendiderunt , tanquam decepti. Et iterum: Et inter debita noxa mancipia contcptifiimus tyro gladiator, ut nouifiime perderem calamitatis mea innocentiam, difccbam quotidie [celus. Ludos tamen gladiatorios frequetius , qudm ludum dicimus,quotics unum , pluraue paria gladiato • rim ad fpeftnculum pugnatura producuntur. Qua res , mu * nus gladiatorium appeUatur,quia populo tanquam munus do* natur. Et qui donat , munerarius : er qui fomliam gladiato * rum habet , gladiatoresq • domi in difciplina , er (ut dixi) in ludo exercet , ac postea uendit, L anifta. V ocantur autem Ludi gladiatorij , jicut Ludi Apollinares , Ludi Circenfos , Ludi q 1 focu * 4 ZSO  V Ait AE feculares. N am fficft&cula publica utique in honorem Deorum ludos antiqui uocabant : ut non abfurdum fit folenniatan in natali die fanttorum,pr£fcrtim cum apparatu illo, cr pompa, ludos uocari. Nam quo alio nomine uocemus illam fcefta culi exhibitione, qualis fit in multis I talia: ciuitxtibus,cr ( ut audio ) in multis alijs prouincijs f Hutxre,que ple * runq; fiillax efi, er in primis ( nifi fideli fundamento nitatur') friuoLa.vicinia autem non tm homines , qui eundem incolunt uicu/m , fignificat,quam qui prope domum tuam habiant.Vi * cinitas autem no homines, fied propinquiatem:proprie quidem uicinorwm,abufiuc uero etiam ceteraru rerum. Nonnunquam eotinens pro cotento:ut,laudanda,uel potius amanda uieinitts. Commentarium. c a p. x x i. C Ommentari] nemen quid fignificet,tertio Declamationum libro Seneca declarat,quum dicit: Sine commentario nun* quam dixit, fied commentario contentus erat , in quo nuche res ponuntur. E t Cicero in Bruto: Non efi oratio,fied capita reru , cr orationis comentxrium paulo plenius. Et Quintii. Pleruncfc gjfctoaap, autem mula agentibus accidit, ut maxime neceffaria , er utiq; initia t}4  initid fcribant:c£tera qux domo affirunt,cogitatione comple '* fantur, fubitis ex tempore occurranf.quod ficiffe M. Tullium fuis commentaris apparet. Sed feruntur er aliorum quoty, & inuenti forte,ut eos difturus quifq ; compofuerat, er in libros digerar caufaru,qu£ funt afa a Seruio Sulpitio,cuius tres orationes extant. Sed hi,de quibus loquor, commentarij, ita funt, exadi,ut ab ipfo mihi in memoriam pofteritatis uideantur effe compofiti. Per hac Quintiliani uerba colligitur , non modo id quod dicebam, fimulq; in plurali hoc nomen effe generis ma* f 'culini,quwmin fingulari fit neutri, de quo mox etiam dicam : Herum etiam commentarios idem effe quod libros iquod Cicero confirmat,tum tertio libro de ¥ inibus , dicens : Tuipfe quum tantum libroru habeas,quos hic tandan requiris comcnttriost quofdam inquam Ariito teli cos. tum fecundo de Oratore : Tres patris Bruti de iure ciuili libellos tribus legedos dedit, ex libro primo forte eucnit,ejc. Ac jhtim pofhvbi funt hi fundi B ru* te,quos tibi pater publicis commentarijs confignatos reliquitf quod ttifi pubere te iam haberet, quartum librum copofuiffet, er fe in balneis locutum cum filio feriptum reliquifiet : E cce eandem rem tribus uocabults Cicero declarauit , libeUis,libris, commentarijs. Quare ia fentio, omnes comentarlos libros effe, ' ^ fed non continuo libros comentarios. Nanq; ubi res funt late, difjfufeqi explicata, er non breuius,quam potexant,trafatx , libri tantum funt,non comcn tarij. Vnde Ca faris commentarij, in quibus ad exequendam kiftoriam alijs uidetur fubieciffe ma* teriairr.quifi fuerint finguli,commentarim,uel commentarius, uel liber dicitur. Liuius lib.x l v i i i. Quari iufiit ab eo, quem de his rebus comentarium a patre acccpifiet. Quum re * ffondiffet accepiffe fe, nihil prius,nec potius uif m effe, quam regis ipfius de fingulis rejfonfa accipercjibrum popofcerunL Si plures,primus,cr fecudus comentarius,non primu , er fecit* 4m comcnt&imiut Hirtius, fine Oppius, quiacccfiionc adie * cit E^EGA NTIARVM LIB. IIII. i/J c it Ccfaris comrnentarijs,ait:Proximus,alter'ue commentarius, tiunqum commentarium. 1 ta nuhi in magnis autoribus uideor annotaffe. Quidam tamen aliter faciunt,utique in alia flgnifu cationc,qu£ eft (ut fentio) expofltio ,er interpretatio autoru, titroq; genere pronufcue utctesiutAul GeUius,Efl adeo Probi grammatici commentarius fotis curiose faftus.Et it erum: Non* nulli grammatici,qui commentaria in Vergilium compofuerut. Iterum quoque: No fler Scaurus in primo commentariorum , quos in Gorgiam Platonis compofuit, feriptum reliquit . Boe* thius:Quod in his commentarijs diligentius expediuimus , qui a nobis in eiufdcm Ciceronis Topica feripti funt. Et iterum: Quo autem modo de his diale dicis locis djft>utetur,in his com* mentarijs , quos in Ariflotehs Topica d nobis translata con* fcripfimusycxpeditum eft. Quidam etiam talia huiufmodi ope * ra commentum uocauerunt.ut Nigidius , Donatus,Prifcianus , edijqi nonnulli. Seruius commentarium , commentarios $ pro rniiiud.Defeift homine accipere uidetur,quum inquit in v i uAeneid. Dicit Htfperiam,& quidam commentarius,conueft& legendum.Etin Georgicorum primum: Superfluo mouent qweflionem commentari].' Fu aiud.prf* Coenaculum,# Carnario. ca p. x x i i. Cenaculum locus ad coenadum in loco fuperioti:ccendtio ««mm, _ locus ad cocnandiMyfed in imo potius, luuen. . tem rapiat cocnatio folem. Veruntmen coenaculum non tam *** pro loco cccnandi,qum pro parte domus fuperiore accipitur , qu£ frequenter hoftitibus ad habitandum locari folet , qui to * tam domum conducere non pojjunttcr parte inferiore, flue illa taberna, flue officina fl t,non habent opus. Cuius rei proferrem exempla,nifl abunde Varro fufficeret,dicens : vbi ccenabant Ub.de coenaculum uocitabant. Poftqttam in fuperiore parte cocnitarc ^s* €ccperut,fluperions domus uniucrfa cotnacula difia,pdfl quam ubi coe nabant, plura facere coeperunt* EpuL*JEpulum,# Dapes, cap, x x i i i. EP uU [unt cibi minifterio hominum , er in noftrum ufum comparati. Epulum , folenniores quadam epula , er pro * prie publicum cbuiuium in propatulo uniuerjis ciuibus exhi * Miww, fiue in dedicatione templi alicuius, fiue in honore De o* rum,uel in magnificentia; oftenationem , fiuc in funere magni alicuius uiri. Cui fimde eft,quod hoc tepore fit , quum publice pafeimus pauperes ,ut in mortibus propinquoru.Quod idem efl pene quod paretare,fi Hieronymo credimus,qui ita tertio libro in Hicremiam inquit: Mos aute lugentibus,frrre cibos,& pro:* parare couiuiu,qu£ Graci ntfu /lama uocat,CT dmoftris uulgo appellantur parentalia,eo quod a parentibus ijh celebrantur Dapes uolunt effe uel Deoru,uel noflras in facrificijs Deoru . Sementis, & Melsis. c a p. x x t i i i. S Ementis efl fatioy(iue (ut fic dicam ) f rminatio. L iuius: C am pani [ementem facere poffent. Miror quare quum in alijs locis apud Hieronymum plurimis, tum in Genefeos principio [ementis pro femine pofitu efl. Mefiis tum ipfa mefiio efl, tum LDm. [eges iam matura. Cicero de Oratore : vt [ementem f iceris , in metes. Seges,& Fruges. c a p. x x v. _cs efl eorum [cminum9ex quibus coficitur pamsynodtm • demeffa. Nonunquam cotcntum pro cotinente ufurpantes, ipfam humu ad accipieda [emina fubaflnm , fegetem uo camus, Gcorg.i. ut Vergilius: I Ua [eges demum uotis refpondet auari AgricoLe,bis qua: [olem,bis frigora fenfit „■ F ruges uero quicquid ex firuftu terne in alimoniam uertimus. Liuius:Eam gentem tradit fama dulcedine frugu,maxime uini, noua tamen uoluptate captam, idem: Non arbore frugifera, i. tf>c*p.u non -n jpm ydiftif' Plinia titulum dedit de naturis ar * borum frugiferarum. Malleolus, & Sarmentum, c a p» x x v i. MalUo CE ges &deme\ Mi ELE6ANTIARVM LIB, IIII. tfj ' AUeolus a fomento fic dijht,ut pars a toto. E fl enim md Jeolus(ut placet Colimcllx ) in modum mallei roftrd ha= Ubixapt, bens,aptus plantationi Quando autem arefitfo farmenta funt . cum malleolis igni referuata , indifferenter uocantur. Nam er ^ Annibalemjegimus farment&cornibus boum alligajje , eaq; in * ccndiflhyUt koftes fideret. Et nonnullis ciuibus Romanis, qubd$^?t0 domos haberent plenas malleorum , ad Capitollj , uel urbis in- riu J,emint* cendia,fraudi fuit. Arbor 3C Frutex. cap. x x v i r. (0~mk R hor a frutice itn differt,ut frutex ab herba. E fi enim fu* tex,qui ad iuflrn magnitudinem arboris non ajfurgit , cr flatura flmdis efl multis herbis, fcd non demoritur , neq; arefeit ut herba, fed perenis efl. I nter frutices eflfoboles quoq- illa ars borum,zr plantula.Ab hac fruticari uerbutn,quap futicem res nafei ex arbore. Marcus Tullius Ad Atticum : E xcifa efl enim arbor,non euulfc.itxq; quam fruticetur uides. Nam illud, quod fepe legimus fruticari pilum,translatum efl. Acinus , Bacca t Pomum , 8C Nux. . ^ — X Cinos inter er baccas hoc intereffe puto, quod acini inb J\fruttus minutiores arborum , fruticumuc.denflus nafcuns turibaccr uero dijperflus,?? rarius. Inter acinos enim numera* . tur grana uu£,grana hederr, grana fambuci, grana cbuli,grd* na mali punici,addo etiam moru, «- nitjylueftris enim,?? pallio porcorum efl . Cafhnea in nuces fimafylua/v* reflrtmunde Verg . Cajhneasq • nuces - peut pinus,corylus, gjjj* flue a loco aucllana,amygdalus, iuglans,cr fi qua funt his pmi r lia, non Z)I lid,non poma dicuntur,fid nuces. Nonnunquam acini,CT boo* C£ indifferenter ponunturiut Vergilius , E4qb-1?* Sanguinas ebuli bacas, minio q; rubentem . c a p. xxix. Crepitus,S crepicus3Fremitus,xw. I ugulus anterioryunde uoxyhdlitusq; procedit. Collum omnes partes infolidu coplettitur.Et quonia nerui, qui corpua erettuyrigidumq ; faciutyin ceruice funt collocatiydicimus horni * nc durx ceruiasyquafi indomdbilcymore ferocium bou.ucl quod qui ceruice erettay%r rigida cttycotmaciam quandayzr rigore mentis pr Hunquid dij erant comites Troianorum , atque Aeneae , an duces i certe dij penates comites erant , confcfiione tum Aenea , tum ipforum quoque deorum . Nam libro primo Aeneas ait: - Raptos qui ex hode penates Claffeueho mcctm . Et in tertio dij aiunt: N os te,Dardania incenfa,tuaq ; amafecuti : Nos tumidum fub te permenfi clafiibus aquor. Sub te,id eft,te duce : er te fecuti fumus : id efl,tui comites fui* \ , mus . j dem quoq ; de Gracis dicendum efl , er de eorum deis . Idem etiam de Sibylla , er de Aenea, quanqudm modo hic,mo* do illa dux erat,aut comes : tamen quiafequebatur Aenea uo* tuntate Sibylla,cr quafi miniflrd fe prabcbat,comes erat. Quid uero ducebat pramondrds iter, e? declaras ca qua ignorabat, dux • -* e£fatio:ut,o'' Jpeftnculum ntifcrm, atfy acerbum . gt»- Vttr( ELE GANTIARVM LIB. 1III. [em promontorijs. I dem x l v. Adiunftaq; infula Euboea, er excurrente in altum, uelut promontorium, Attica terra fit*. Officina, 8C Taberna. c a p. x l i i i r. Officina,ejl ubi opera fiunt. Taberna ubi opera ipfa, cate* raq; merces uenditantur.officina ejl Jhtuarij, fuforis,fla * toris,calatoris,excuforis,uitrearij, f ut om, fibri : qui multiplex ejl,li gnarius, er hic no unius generis ".ferrarius, nec hic fimplex: lapidarius , qui cr ipfc in multas diuiditur jpecics. Taberna uo catur uinanajanaria, olearia , er mille huiufmodi:unde opifi* ces,cr tabcrnaAj uocantur.Cicero pro Lucio flacco: Opifices, er tabernarios,atqi omnem illant ficem ciuitatu,quid ejl negotii concitare: Nec negauerim aliquando unum , eundemqj loeu of * ficinam,cr tabernam effe, ut futrina,in qua calcei c? fiunt, er uenduntur. Quadam igitur artificia ( quanqudm fola artificia funt opificum) catera quaftus,zr opera dicuntur : fed quadam huiufmodi femper habent fuum nomen , ut hac ipfa futrina fu* toris,cy lignari j proprie fibrica,aurificis aurificina, cauponis caupona-.tamen er eam, qua uinum uenditat , cauponam uoca* mus. Quidam malunt dicere cauponam , pro loco. Argentarij argentaria,quod nomen quidam,pro artificio ,cr argentarium , pro artificelqui idem ejl aunfixjaccipiunt : atq; ita ejl in Hir * remia.Titus autem L iuius, C icero, Quintilianus,cateraq; omnis antiquitas pro his accipit, qui campfores uulgo dicuntur , non illos dico minutos, qui nummularij , er menfarij a nobis, xs- Ac&s-ai d Gracis dicuntur,qui ijdem trapezita uocari poffent. Nam colybisla trapezas habent. Sed Elautus in Curculione tret peditam, er argentarium pro eodem accipit, Auis,ertilionem,qui utroque caret , quatuor enim pedes ha* bet,zr (emimus ejl. Volucris ejl quacunque uolat, nec auis fo* lim,fed illa bestiola quoque minutiores, ut apes , uejfia, culex , tabanus xyx Dedam. >}• laCato.Maio. tib.3. Ub.i.decad.1. Ub.j. Lib.i.decad.3. f LAVRENTII VALLAE tabanus , locujh,mufca,cicada.Siquidem Quintilianus apes uo* lucres uocat. Et Plinius non femcl hoc Jignat, undecr Cupido uolucer dicitur. Indoles. c a- p. x l v i. IN doles ejl nonfolum in pueris, er adolefcetibus jignificdtio futura uirtutis: ut apud Quintilianum , ln prinus annis lau* daretur indoles. Cicero : Vtenim adolefcentibus bona indole praditis fapientes fenes delebantur. Et Valerius titulum de in* dole jecit ynon tantum puerorum, ddolefcentiumcfc exemplarepe tens, fed etiam in uiris , er quidem prafentis uirtutvs ,ut idem Cicero deOjficijsiln quibus ejl uirtutis indoles, commouentur . idem pro Calio:Si quis iudices hoc robore animi , atefc hac in* dole uirtutis, cr continentia: juit. Liuius de Lauinia iam matre , er pojl mortem Aenea res adminijlrantc inquit : Tanta in ea uirtutis indoles juit . Lucanus: indole fi dignum Latia,) i [anguine prifeo Robur inejt animis- lndolc quafi generojiate quadam uirtutti,dtq; dnimi.liuius ai malam quoq; partcm,cr ad muta, atq; inanimata transfert, lo* quens de Annibdle,fic: Cum hac indole uirtutum, cr uitiorum trienio fub Hafdrubale imperatore meruit. Et alibi: Sicut in jru gibus , pccudibusq ; non tantum femina ad feritandam indolem ualent, quantum terrae proprietas, ccclity fub quo alutur : gene* rojius in fua quicquid fed re unam legem, fed ab infiniti* interpretibus legum , infinitus leges effe iudicantes. Etiam titulum de uerborwm fignificatio* ne non legem imo leges appellant: quo quid abfurdiusi AccruuSjStrueSjStrages, 8C Sarcina, cap, xlix. Ceruus minutarum proprie rerum congeries efl, ut firu*. .menti,cr leguminis, ut [alus, interdum aliquanto etiam Vetgii. Aen.s_. maiorum,ut aceruus fcutorum apud Vergilium :er fire gene* JnilaVadem rdlc ad omnia efl. Strues aute proprie lignorum. Strages uero r seft pauper ue,aut inter hos medius.Ego fim pofitus in hac coditio * ne:id eft, fortuna, ac forte. CicerorO' miferd conditione admini* ftradi cofulatus. Huic figni ficato illud pene par eft,quwm inter plura eligeda fortis eft oblati eleftio:ut apud M ar. Fabiu, O b* lati eft 'aiuuenibus tyranno coditio , ut dimitteret alteru ad ui* fendam matrcm3ad diem praftitutum reuerfurumfiti ut nifi ac*, cur 14  curriffct ad diem , de eo , qui rejlitcrat , poena f 'umeretur . Dici* mus igitur offvro conditionem, uelfiro , ud pono conditionem. Hunquam fere per aliud uerbum. Q ue conditio dum placuit , u etiam fere femper dicimus,accipio conditionem. Vb apud Te* rentiu/m , amatores C hry fidis tulerunt muluri conditionem,ft uellet cis more gerere, fe daturos iUi pretium , liberalem $ mer* cedem. I pfa itero accepit conditionem.boc efl,paftioni,promif* fioniq; ajJenfit.Ab illo jignificdto non longe abfunt,offi:ro cie* dio n an, do optione. H ac time folent efje inter plura,illud uerd in uno frcquentius:ut,ojjiro elettione utru uelis eligedi: ej,do optionem,quod udis potifiimum optandi:dcinde tu aut digere te dicis,aut optare.Ofjvro conditionem Chryfidi,unam fcilicet. Frondes, 8C Folia. cap. lxviii. FR ondes arborum funt tantum. Folia autem er arborum , er herbdrum,cr florum quoque. Excubiae,# Vigiliae. cap. l x i x. EXcubie diurne , er noftume. vigilie tantummodo no* fturrit c. Suffragia. cap. l x x. OiVffragid funt ( ut fic dicam) uoces , qua dicebantur ad co * & mitia, in tabeHa'uc feribebantur , quibus fuam quifq ; decla* raret uoluntatem de aliquo eligendo in mdgidratum: qualis cjl hoc tempore cie ftio fummi pontificis, er eius quem Cefdrem Augudum chridiani non crubefcunt appellare,a damnatis no* minibus tyrannorum,qui nonmodo oppreffere Rempublicam, ut nemo iam pofiit uocari rex Romanorumjed fub eorum gle* dio, rex uerus cocli , er terre occifus eft. E t pedea idi infa* ni,CT nodre religionis immemores, uocant diuum Augufhm, diuum Claudium,diuum Traianum,quafi uulgus, atque horni* nes pofiint principes referre in deos. Sed hec omittamus , hoc tantum dicentes, Romanos non agnefeere regem aliquem. Et quum cetere gentes in libertate fc ajferuerint , hoc multo me* gis ELEGANTJARVM  1 1 1. i*S gis nobis licere, Suffragia igitur(ut dicebam ) funt uoces in ele* dionibusiquod fufiragium,quia cuiprjejhmus , nimirum eidem gratum facimus,hinc fddu ejl,ut fuffragium pro auxilio fepe ponamus : er fuffr agor, pro auxilium fero. Refragor repugno, proprie quidem in didisjed nonnunquam er in fidis. Catulus,Pullus,Hinnulus,5C Foetus, c a p. l x x i. CA tuli funt feraru fiue immitium,fiue mitium. Nam er ca* tulos murium legimus. Pulli uero pecudum. Foetus auium, er pifcium:quanquam er hoc generalius nomen eJl.V nde foe* tificare , pro panre: er fcetura pro partu , ad omnia animalia muti pertinet. C eruor um hinnulos dicimus,capreolorum quo * quc3caprearum,damarum9leporum,jhndiumqi. Catulos quoq; f'erpentum,ut Vergilius de colubro: -Catulos tedis,atq; oua relinquens. Immaniumq, pifcium,qui Geore>i» non edunt oua.Propric tamen catuli funt filioli canum . Vergi* £ . lius: Sic canibus catulos finules- 8,4 C icero de Diuin. Erat autem mortuus catellus eo nomine, Lfl>. u Lucs,& Peftis, c a p. ixxn, LVtf,cr pefiis hoc differunt , quo genus , er ffecies. Nam ' quum in urbe,aut in agro fibrisyaliud'ue genus morbi fie* uit,fiue folos homineSyfiuefola pecora,fiue utrofq ; corripiens, lues dicitur: interdum etiam fi arbores , ac fati. Pedis uero aut cito occiditydut cito abit ab co,qucm inuafit3quer hominem corpulentum potius,quam (ut aliqui loqutin * tur) carnofum. Quintilianus in fexto : Corpulento litigatori, cuius aducrftrius item puer circa iudices erat , ab aduocato la* t tus,quid faciami te ego baiularc no pojfum.ltem in primo:Offa detegunt: qux ut effe er aflringi nems fuis debent, fic corpore o perien * - zt6 t * o perienda funt.ldem in quinto,Neruis^illis,quibus caufa eoius tinetur,adijciunt,indufti fuper corporis frecietn. Et alibiiHf* ret aftrifta nudatis ofiibus cutis , er in fame fua homine cofum *= BpHLt7.iib.7. pto iam membra fine corporc.Cicero ad Gallunr.Ego hic cogi* to commorari , quoad me reficiam. N am er uires , er corpus anufi.Sedfi morbum depulero , facile (utfrero) illa reuocabo • Qjjod etiam fignificauit M artiahs , 7«adCcf. Viucbant laceri membris jlillantibus artus, V 'inqi omni nufquam corpore corpus erat. » Videlicet quod in corpore illius non erat caro, * Lamina, 8c Braftea. cap. l x x i i t i. LAminam tum farream , aream, plumbeam , fhnneam, quam auream,argenteam,eleftream,orichalceamdicimus:Brafte* am potius ex his poflcrioribus. Aut certe braftea tenuis efl,cr fua fronte plicabilisiL arnina ucro crafiior,ex qua armatura co* ficitur,er qua incenfa olim homines torquebanturmec erepi * tat, ut braftea pr,«# proprie, afjvftum dicimus, illa igitur (ut ego quidem fentio ) af* ap,u feftio Grace dicitur, quam noRrates philofophi in Lati * num uertentes appellant dijpofitionem. Aliquibus tamen uide* ri pojjet definitio illa Ciceronis hunc quoq; fignificatim , qui efl arao©- complefti. Quibus, quia ad rem non imltu/m attinet, non fune repugno: cum pr£fertim omnes fere iurifconfulti, os mnesq • ecclefiaftici feriptores ajjvttione pro affcdu accipiant . Efl autc affvttus pars illa anim£ qualitatis,qu£ e regione ratio* nis efl, Quicquid enim in anima, pr£ter parte illam memori*, ratio non efl, affvdus efl : er rurfus , quicquid non ejl affvftus, ratio. Ab hoc fit affvdo,quo etiam Cicero ipfefepe utitur in li* bris ad Herennium : Non tam affectanda, quam ill£ fuperiores, L}Jj fed tamen adhibenda nonunquam.Apud eundem nunquam(nifi me incuriafefederit,aut memoria fidat ) legi afje£hitionem,fre * quenter apud Quintilianum ,er c£teros,ut ibi : Nihil odiofius dffe&ttione,id efl,afjvRu, conatuq; £tmlandi alterius uirtute , quam ajfequi nequeas refragante naturaiuel nimio afjvftu, ni * mioq \ conatu alterius uirtutem amulandiiitt ut turpe fit,ac de * forne, fic auide £muldri. Latebrar,& Latibula, cap. l x x i x. LA tebr£, hominum proprie dicuntur : Latibula , ferarum. Quintilianus ; Et quamuis odio euerforis noRri euocatus Dedam.», t i latebris x9o  E U.i.de offif, c latebris fuis populusjubfellia non implet . Cicero: Videant, ne quxratur latebra periurio.id ej},excufatio periurij.LatibuU no ^ nunquam hominunr.Latcbrx etiam fer arum. Liuiuslib. xlyii. Jnter uepres in latebris ferarum nodem unam delituit. De Luce,& tcnebris:Die,ac nofte, c a p. l x x *♦ LV cc,er tcncbns,pro die,ac node accipere folemus. Differt tamen prima luce, d prima dic. Nam ibi intelligitur prima pars diei, er quafi diluculumihic autem prima dies. Ita primis tenebra, er prima node, ibi de prima parte noda loquimur 9 hic de node ipfd. ldcoq; ante lucem melius dicimus quam ante diem,fi diluculum figmfecumtu, Nam ante diem, pro ante tem * pus, dici foletipratcrquam fe de certo dic loquamur.ut , ante dii flerim um:ucltar.te fextm calendarum Noucmbriu:idcfi9fcxto die ante calendas Noucmbm. 1 n quo loco praecptum Pauli in* ferere non inutile fuerit, qui ait: Ante diem decimum cakndaru* C 7 pojl diem decimum calcndarum,£quc utroq ; fermonc unde* cima dies fegnifecatur. Verum non quemadmodum ante lucem tndius,quam ante diem, pro diluculo dicimus: fic ante tenebra^ quam ante nodc,pro crepufculo.fcd cdiuerfo potius. Keperitur autc luci pro luce } ut uefyeri pro uefe>cre,cr ruri pro rure. C ice Philip. « »;eros,crp qua funtpmilia. vtrunq ; tamen aliquan do recipit exceptioncm.Nam er non fcmel legimus projpcram alicuius ud letudinem:ut Suetonius de C affare, Tuiffccum prcftcrdualetu* g £♦£ dine.id eftybond,cr quapplici.Et de T yberio,ualctudinc pro* fi>errima ufum eum effe ait. Salluflius : Sed pofi quam res ciui= jn catiL bus,mwris,agris fdtis aufolyfdtisqy proftera uifa efi. Rurfus V er gilius:Sis ftlix,noflrum^ leucs,quacun% laborcm.Vro eo quod Aca.u efl,ps profl>era,cr benigna . Saluber }& Sanus, c a p. txy vitt. SAluber, pue ( quod ufitatius cft ) falubris, dicitur der, cibus, potus,locusymulaq ; huiufmodiiidcm fire quod falutiprypue falutaris.Sanus homo dicit ur,c£t er aty animalia.Res falubris prat bet fanit*tcmyhomo uero recipit : qui poteft er praberc , tunc# faluber,quap falutifer dici. Sed in utroque etiam aliqua reperis tur exceptio. Siquidem fanum aere, fanum cibu/m , fanum tocum t 4 uocamui i »JJ x9(' lavrentii vallae uocamus,quaji falubrem ,er praebentem fanitotem. Contra flaltt* lalugurth* bns profano. Salluflius:Gcnusbcminufalubri corpore, uelox , patiens laboru,plerosq; feneftus dijfloluit.Liuius : Grauiore tem pore anni iam circimafto , dcfunflfo. morbis corpora falubriori cjfe coepere. Martialis dm deferibit uitom beatm,inquit: Lt10.cpig.46. ^ jj nunquam,tom rara, mens quieta. Vires ingenu£,jalubre corpus. p rudens pmplicitos,pares amici. Hi tres quos produxi loci, idem nomen habent coniunflm cum corpore. Quare non auflm dicerc,ut dixit Boethius in transla* tionibus fuis. Aeger an faluber.Nam de aequali fuo Cafiiodoro , qui apud nonnullos in pretio e fl , nunquam ideo jacio mentio * nem , quia cum regibus fuis Theodorico , c r A larico, quorum feriba Juit,Gotthicum fonat,zr barbarum. Iucundusi& Gratus. c a p. lxxxix, IVaiduSjCr gratus pc differunt, quod iucudus proprie in pro * fteris. Gratus in aduerps. lucundu uoco no qui Utus efl, fed qui Utitije efl alteriiut projfer,ac falubcr.vfqueadeo potefl qs trishs,mocflusq; effle, er tamc iucudus: ueluti quu hofhs meus in dolore efl,tucnuhi iucudus efl: er ego gaudens, fu/m idi minimt EpilW.ii.4. fc. q uarc n3 locutus efl,q ait , I ucudos nos jaciat fu quod bonum honestum, fed idem quod benignitas, a' primo fit bonus uir,bo* nus feruusybonus iudexiid ejl,iujlus, er exequens offici j fui de* bitum : ab hoc bonus pater , bonus dominus , bonus deus,bonus Acncai:hoc ejl,bcnignus,cr clemens , qua altera infliti£ parte cjfc conslituuiu,uocantcs eandem beneficentiam . Nam iuslitia partiuntur in duas partes:lusUtiam,quargo humi flores: CT flcrno lettum p allio :pro eo quod efl, flerno pallium lefto, Acqualis, libidinemq j decla* rantytum iniurUmmam er proterud, petulantemq, ; eodem loco dc inhonejh focmina apud Ciceronem legimus pro Calio:Si uU diu libere yproterua petulanterydiues ejfusc,libidinofa meretrU cio more uiucrct.Proterudm minore gradu, quam petulante fi * gnifecauit.PetulanSypro libidinofojdfciuoq j accipi notu ejl:ut, -P etulansq; iuuenta. E t O uidius: Quinetiam ut peffem uerbis petulantius uti. Non fcmel ebrietas efl fvmlatx nubi. Id ejlylafciuius , er licentius . Procaces quoq; meretrices legi * mus, qualis Bacchis Terentiana , catera:# impudica: mulieres, quae pudori fuo(qu£ una dos fpeminarm eft)ite uerbis quidem mordacibiiSyfbml er turpibus parcunt, dfeipfis ,fuccq; condi* tionis [amittis capientes principium.ProteruiaJeuior quxdam contumelia , Procacitas maior. Petulantia maxima. Cicero in Sadu&iwm-.Nein idem incidam uitium procacitatis , quod huic obijeio. Et iterum : Non enim procacitate lingua ,uita fordes eluuntur. Atq; iterunr.Nam quod ijh inufitata rabie pctuldntcr in uxorem, filiam# meam inudfifti,Et iterum in eadem : D efine bonos ELEGANTIARVM LI B. IIIL 30 $ bonos petulantifiima itifcftari lingua : define morbo procacia* tis itio uti. SaUuJliusin Ciceronem:Grauiter,cr iniquo animo malcdiftn tua paterer Marce Tulli , fi te f cirem iudicio animi magts,qum morbo, petulantiaijh uti. Et iterum:Bibulu/m pe= k***» tulantifiimus uerbis Udis. Hac eadem nomina in fittis quoque nonnunquam reperiunturutfi quis ambulans per impotentiam mentus,obuium cubito .feriat , aut cum contumelia fibi cedere cogat , hunc proteruum dicimus. E t Vergilius Aufiros proca* Verg.t.Aea, ces uocat. Et ab eodem : -Har diq; petulci floribus infultent - diftum efi,quod hoedi foleant iniuriam facere , per animo fio* procacibus au- tem quandam tranfeendendo fepes,zr in alia loca penetrando: Seorg.*, qua iniuria petulantia ejl. Orbus, dc Coelebs. c a p. cvr, ORbus,eJl quicunq; aliqua re chara priuatuseft. Proprie autem parens amifiis liberis , quafi anujja luce oculorum . V nde illud frequens, Parens liberorwm,4n orbus fit , plurimum difht. Et hinc orbitus, qua ejl illa qualitas patrum pofl amifios liberos , ut uxoris uiduitas poft amiffum nutritum. Quintilia * Qs*n‘»'UJb.r. nus de patribus, in ipfos loquens pro uxoribus,ait : Non habet cap*,0• orbitas ueftra lacrymas fuper ardentes rogos , tenetis incon* cuffam , rigidamq ; faciem. Contrarium huic ejl, quum dicitur crbus,quafi orphanus,ut apud Teretium: Orba,qui fint gene* inPhorm. a& re proximi , H is nubant .- E t hinc orbitas apud Marcum Tui * *•&on furum inuaferunt.Vr ucl ab* fente patrc,ucl mortuo, filia (ut qua eamte^atq^ adeo ea me* te Jit) prostet. Sufficiant igitur huic operi quatuor fuperiord Uolumma,quintuml £ hoc de uerbis , accedente [exto de notis autorum. Quod fi etiam plura feribendi facultas, tepusep, fup* peteretynefeio an jaciendum putarem : ciim fciam , ea qua uel optima3atqi pulcherrima funt,niji compendij gratia iuuentur, ut pontificales olim cccn£3 longitudinis futtidio laborare : fi* mulqi huius, de qua loquor, materia, neminem (de prudentibus loquor ) uniuerfim corpus aggredi effe aufum,fuam fibi unuf* quififc particulam ad feribedum delegit,fiue ne longiore opere legentibus faftidium mouerct (quod enim uocabuhm no fuam habet in fignificando elegantiam r) fiuc immenfitatem , in fini* tatemq, uoluminum ucritus. Quibus rebus me quoq • motu fuiffc futeor,cum mea Jponte,tum illorum exemplo maxime,ne [em* per imperfc{hm,ne femper inclufum habere,ne femper efflagi * tantibus opus negare uideamur:ne'ue quibus obfequi,crd qui * bus laudim fujjragia nancifci cupimus , cifdem iufta querela , iuslaq j uituperationi/s materia pr abeamus. T um eo quod in fi * diatores , er fures re expertus (ut fecundo libro dixi ) cauerc debeo,quos nunc multo plures effc,ac fore amici oflendut:quai caufa P rifeiano (ut ipfc testatur) fuit,ut ftftinantius opus iU ru, ^ P lud de arte grammatica ederet. Hac eadem nos caufa,c? cate* rif, quas enumer animus , fumus adatti non modo ut fiftinan* ( ELEGANTIARVM LIB. V. 3 IS tmlibros noSlros,uerwmetiam ut pauciores ederemus. Et illi tentum xmulorum infidit nocebant , mihi etiam prxter extera fii(crum,atq; amatium ftudia nocent. Tradatur ergo aliqua * do uiro puella, contenta hac (quantulacunfy) dote. N on enim fdrmofam effe credibile eft,qux maritum,nifi magnitudine do* tis conciliant e^non inuenerit,uirgo prxfertim. Maritum autem puellx catum literatorwm intelligimus,a quo fanftitatem uxo * ris,pudorem'q j CT custoditum effe cupimus,?? cuStodiri debe* re tcftamur. Sed ai promifiam uerborm diffutationem ( cuius hoc libro locutu tt eft) defeendamus. C A P. I. / DiicoJEdifco,Dediico,Dedoceo,5c Inftruo* I SCO, er edifeo maniftSte differunt. Nam difccre eft,ut inteUigas: edifeere uero , ut me * moriter coplcdaris. ldcoq; caput apud tilianum , quod inferibitur de edifccndo , i incipit: illud ex cofuetudine mutandum fus exiStimo in his,de quibus nuc differimus xtatibus,ne ot qux fcripferint edifcant,e? certa,ut moris eft, die dicant . difco,quod didici,obliuifcor. Dedoceo te,oStendo fulfum effe, quod doftus eSydocens quod uerum eji : ut apud eundem in fe* cundo,Et quidem dedocendi grauius,ac prius , quam docendi lllud,quo quidam utuntur, InStruo ( quale eft , inStruam te in uia hac,qua gradieris ) nobis apud idoneos autores incomper ** tum eft . Dicimus enim InStruo clafiem, inStruo aciem , inStruo caufam, inStruo militem : non autem difcipulum , aut mentem alicuius,nifi eo modo,quo inStruimus ea,qux dixi. Excogito , Reperio , Inuenio , Offendo. Naftusfum. c Excogitare, eft per cogitationem inuenire , idefc tum incorporeas pertinet:ut , excogitauit argumenta , tiones. 3t* LAVRENTII VALLAE tiones,figuras,cdufas. E flergo excogitare,^ inuenire , con * Ub. «.Metam, flUjireperire uero fortuna. VndcOuid. -Tu non inuenta,re* perta es. Sed iam ufus obtinuit,ut idem fit reperio , quod in * uenio. E fl dutan inuenire ucl confilio,uel cdfu , fiue corporea, fiue incorporea repcrire.offvndo fere quodrcperio,nefy folurit reuertendoicrad jbtum rerum publicarum, uel priuataru per * Oc.in Som. tinet:ut,offrndes republicdm perturbatam cofilijs nepotis mei: p* Verumetid fine his,ut idem CiceroiSed tme. nemine tm mate ficum offendi , qui illum negaret A ntonij dignu fenatu. N dftuf fum etid pro inueni , feu reperi frequeter accipitur.Vt idem in - PdradoxisiEum tu homine terreto , fi que eris ndftus,iftis mor* iis, aut exilij minis.Et de Senefiutr. Vitis quidem, qua natura caduca efl,cr nifi fulta efl, fertur dd terrdm,eadem ut fe erigat, clauicuhs quafi manibus,quicquid efl na£h,complettitur. Defipio,Defipifco,# Refipifco. c a p. ur. . D Efl pio , fiue defipifeo fignificat,uel quod aliquid a com* muni fenfu, f apientia $ minus habeo,uel quod d meo f en * fu deftituor. Quod fere uitiim aut ex aetate uenit,dut ex mor* bo,auttimore,autamore,dut finuli aliquo affvttu. Cuius con* trarium efl refipifcerc:cr fenes quidem iam demetes nunquam refipifcuntycateri autem refipifeere, id efl,dd priorem mentis Jhtum,uel ad meliorem mentem redire folent. Terentius : fnHeaoto*. - Multo omnium nunc me fortunatifiimum Faftum putoeffe gnate,quum te intelligo R efipiffe. Prohibeo,# Inhibeo. c a p. 1 1 1 1; - T3 Ro^,^co uel Zenerqu£fcilicet peti debentmon aute de appetendi s: ex quo deriuatur appetitusyqui irmcnfa, cr immoderata cupis ditas dicitur. Quare qui dixit , Omnia bottrn quoddam appe * tere uidenturymiUem dixifjet expetere. Vendico,li - E ode modo dicimus , tulit filium,ut fuftulit.Suctonius in Domitiani uia:Deinde uxorem Domitia * ni, ex qua in fecundo confulatu fuo filium tulerat ,repudiauit. Alia duo fignificatx notiora funt,quorum alterum efi,fmr.mo= uijfe,ut Vergilius: -lubetcr fublatt reponi Pocula. - Alte* Acn-8» ru,in altu, tuliffe: ut idem:-Et fublatum alte cofurgit in enfem. Qu£ duo declarantur ex illo in Neronem epigrammate r Su«o.in Nero Quis neget Aenea magna de ftirpe Neronemf cap. j>. ' Suftulit hic matrem,fu8ulit ille patrem. # Hic fuflulit matre, quia occidit, cr de medio abjlulit. lUe fufiu* Iit patre.id efl,fupra humeros fumpfit, er ab incendio eripuit . Prouoco,3£ Laccflo. oap, x i i i i. -J PRouoco,in mala partem dicitur ,er in bona. De mala notii cfi.Debona uero,Cicero adBrut . Tuisliteris amatifiimis fum prouocatusXaceffo plerunq ; in malum:ut idem , Sed iufti= om*h tia primu munus ejl , ne cui quis noceat, nifi lacefiitus iniuria. Sed nonunquam in bonuiut idem quinto Tufcul.Tuis me ama * tifiimis libris lacefiifii.Et ad Atticum lib. xm. Cum ipfe ho* mo nunquam me lacefiiffet.id efl,nunqudmme libris fuis prouo cajfet ad refrondendum.E fi autem prouocare,cr lacejfere,tcn* tureadpugnam,er ad concertationem . HHiOjHifco,& Dehifco. c a p. x v. lare ejl aliquid fua fronte, er externa aliqua ui diffinde * ' * j re,ut S x6 LAVRENTII VALLAE re , ut tellus uel in comparatione fui.Et alibi:Pr£ fe utilitatem gerit. E t alU biiTamen iniuriam a te in me fittmjcmper ante me duxL cap, xviii. r Rationem habeo, & Ratio condat. RAtionem habeo , idem eft quod rejfteftum habeo , fed tan* ttmmodo in bonum:ut, habenda eji ratio falutis, ratio ho* nom,ratio rei f miliaris : non autem infirmitatis , turpitudinis , incommodorum , ut quofdam annotaui feribentes . er, tu ficis contra rationem ualetudinis. id eft , non habes reffieftum uale * .tudinisfanitatis inquamtnon aegritudinis : qu£ duo , hoc fi gn i* ficat nomen. Q u£ exempla , quia pafiim inueniuntur , omit* toXicero ad Marium inquit inufitatius : Pudori tamen malui , Epift.j.iib.6* fimteq j cedere, quam falutis mea: rationem ducere . Et in fecun* ^«P** do Officiorum : Siue ratio conJhnti in 3jo in animo Ciceronem ad Cs forem mittere.lUud uero,eft delcShtf, Dc Amic. (ypUcet.Vt idemiUaque non tm me ijh fapientis,quam modo Fan nius commemorauit , fima deleftat, jalfa prafertim ,quam quod ffero amicitis noftrs memoria fempiterna foreiidq ; mihi eo magis e fi cordi , quod ex omnibus fecuLs uix tria , aut qua* tuor numerantur paria amicoru.Quo in genere fferare uideor in And aft. * Scipionis amicitiam er LsHj,nota>n pofteriati fire.id eft , eo ice... * *’ magis me dele£ht,cr placet. Terentius: Aut tibi nuptis hsfunt ai" 1 fcfc™* C0Y^ E f uter(b utriciue eft cor^ > l ,4a cunds funttibiyCT uterq; alterum amat. Inuerco, creditoribus uendebdtur.De quibus magna apudLiuiu fit men* tio.Et Addiftus mort^dcilinatus dicitur. Cicero de Off.lib.uu Et is, qui morti addiftus ejfct, paucos fibi dies commendandoru fuoru cauftpoflulaffct3udS faftus efi diter. Aliquado (ine aufti* - one fit licitatioiut apud Curtiu de Dor io, qui pollicebatur pre * Lib*^ tium pro capite A lexddri, fi quis eu. dolo occidi(fet, ita inquit: Et quum habeatis arma, licitamini hoftim capita. Si quid tome inter liceri3cr licitari differt , id efi, quod liceri uidetur aut fine reffeftu effe diorum emere uolentium3aut tantum fcmcl deferre pretium» 354 lavrentii vallae pretium. Licitari ucro cum mitis, er fepius augere pretium» ut emere uolentes deterreas ab emendo. Audio ,5^ Exaudio:Oro,• exaudita deorum Vota precesq; me Ingredior. c a p. x x x i x. INgrcdior componitur quidem exintfed diucrfa ratione: nunc ad locu/m,ut ingredior fbrwm , ucl in forum. Qui mo^^ dus loquendi nenuni ignotus eft. Nunc in loco,quod eft ambu * to,cr incedo. Vergilius: Georg.j. Continuo pecoris generop pullus inaruis Altius ingreditur,^ mollia crura, reponit. Cicero libro quinto ad Atticu : Si dormis,expergifcerr.p fhs9 EptfUj.Ub.f ingredere : p ingrederis, curre : p curris, aduola. idem eft ergo ingrederis hoc loco,quod graderistquod eft ambulas. y 4 Con 144 Confulo te,SC ribi.ConfuIco,Confulcor,ConfuU tus,& Inconfultus. c a p. xu COnfulo te,confilium peto k te,uel interrogo , er inquiro « QuintiL Quid per fidem facere uultis i luuenem quem de parricidio confuluit pater iile feruatus,miror hercule (non di* Ubto.cap.i. xiffe uolui ) fum ueneficus , /ion parricida. 1 dem:Ergo primum e)i,ut quod imitaturum eft,quifq ; intettigat,cr quare boriu. fit, fciat:tum in fufcipiedo onere cofiulat fuas uires.Et iterum:Ego aures cofiulens meas. Confulo tibi , cofilium do tibi,uel proui* deo tibi:fed hoc frequetius,et magis proprie in rebus:ut,cofule uit£ tu£,cofule ualetudiniycofulc dignitati, cofule [aluti,cbfiule rebus tuis:adeo frequetifiime,ut quii dicitur cofiulere uolo mihi, er liberis meis,intelligatur potius de corpore ,er de rebus ex* ‘ , tcrnis,qukm de animo. In plurali aute numero interdum repe* ritut,finc appofito tame:ut,confiulunt fenatoresiquod ficque* tius dicimus,cbfultant.id eft,deliberant. N ifi enim ddfit qui co* filium petat, er qui confilium det,non ait deliberatio, fiue co* fultatio. Atq; ut confidunt dicimus,pro confiuhant,hoc efi,quod altaa pars petit, altaa dat confilium : ita econtrario nonnun* quam confultare efi unius,non plurium partium, fed ita fi apud fe duas partes fuftinet, fecumq; delibaat.Hinc duo nomina na fcuntur,confultor,zr confultus.Confultor fire pro eo,qui aliti confiulit,dccipi foletinonunquam tamen pro eo,qui alij cofulit. SaUuftius in lugurthaiSimul ab eo petiuit, uti fautor, conful * . . . torq; fibi ddfit. Etiterum:lta cupidine,atq ; ira,pefiimis cbfut* toribus,grdffari,neq; j afto,neq -, ditto abftinere. Con fultus , efi ■ homo prudens, ac [ciens, dignusq, ; a quo confilium petas. C£* terum non occurrit mihi ubi repererim,nifi aut participium:ut ,B ^Oufntn* Mi, Con fulti medici dixerunt eundem efje languoran. Aut no* nten pro iurifconfiulto,ut Horatius lib.u Serm. Saty. i. uif "S,u° -Em 'M“' moJf mles> , reddere iut«. Mercator,tu eonfultus,modo rufticut- Qtfin ELEGA NTIARVM L I B. V, 34 3 Q« intilianus in feptimo: Scripti , er uoluntxtis frequenti fima inter co fultos quajlio efl L iuius tme libro primo , ait de Nma Pomplio: Con fulti fimus uir,ut iUaquifqua £txte ejfe poterat, omnis diuini , atq; humani iuris.Et in decimo: Cadidos, filer* tesq; iuris,atq; eloquetia confultos. Horatius primo C arminu: Parcus deorum cultor, cr infrequens, I nf tnientts dum fapientu Confultus erro- . t I n compojitione frequens efr,fed ddiettiuuiut apud Quintii. o' **’ incon fultam tmliebre femper amcntiam.id efl, imprudenti, in* €onfideratm,cr nudius confrlij. Alterum quoti; compofrtum,p compojitu efl , iurifconfultus,quod etiam dici [olet iureco fultus. Honnunquam in fimplicirut Quidius primo de Arte amandi: Sit tibi credibilis fermo,confultaq; uerba. ' Ago gratias. Habeo, Refero, ac Recido gra* . furnum £que,atq; faciendo. P Uncus dd C icer.oncm : I mmortates t9‘ dgo tibi gratus, agamq^dum uiudm: ndm relaturum mc, affar* mare non poffim. Tantis enim tuis officijs non uideor ituhi re * Jpondcrc poffe. E ccc refpondcrc officijs , cr fatis facere bene fi* cijs,eft gratias referre. Catcrum fa-cquentius ejl refiro gratiam , quam habeo gratia, item frequentius habeo gratiam, quam ago * gratiam. V ix enim audiuimus ago gratiam,fcd gratias. E t raro refiro gratias, fed gratiam. Cuius rei tefiimoniu ejl illud in libro x l v i. Titi Liuij:Satiatusqi tandem complexu filij, Renucia* te,inquit,gratias regi mc agere, refirre gratia aliam nunc non poffe,quam ut fuadeam,non an.te in aciem defeendat, quam ut incaflra me redijffe audierit. Dicimus item ago grates, fcd fe* pius apud pocas,qui necefiitate uerfus,ago gratias dicere noti In Somnio Sd- poffunt. Nonnuquam etiam apud oratorcs,ut Ciceronem: Ali* pionis. quantoq; pofi fu jf ex it ad codum,cr, Grates tibi , inquit,ago fumme Sol, uobisqi reliqui calitcs. N ifi legendum ejl gratias* CT non grates,pro eode fignificato , fiue pro eo quod cjl,reddo , grates.Seneca in tragoedia, qu£ inferibitur Agamcmnon,dixit i Reddunt grates tibi grandceui,Lafii fenes compote uoto. . Reddunt grates , id e fi (ut ego interpretor') agunt gratias . Quis enim refirre pofiit gratiam Deot quod etiam fando nun* quam cognitum ejl,praterquam apud quofdam recentes,nihil tiifi barbare loqui fcicntcsifcd gratias agimusjarb etiam.Grd* tiam dijs habere dicimur,quoties agnofeimus, apud q; nofipfos AA 4*fcc*4« fatcrmr ^ Mis beneficium accepi} fc , citra fpem gratiam refi* rendi:ut in Andria Terentius: -D ijs pol habeo gratias, Cum in p oriundo aliquot afj uerunt libera \ Gratulor,# Grator. c a p. x l i t. GRatulariJfi uerbo tejkri te gaudere fortuna,dc filicitxte alterius apud eum ipfum , qui affaftus ejl filicitatc. Non^ it unqud apud teipfm ob tuam filiciatem^ldeo % firc poflulat dati > 547 ELEGANTIARVM LIB. V. iatiuum:ut gratulor tibi ob tuam praturam adeptam: gratulor manibus meis,quibus ut te contingerent, datum efl. Quintilia = nws:Non efficiet tamen infandum prafentis reatus,indignumq; difcrimcyUt mifcra puella non gratuletur jibi , quod ipfam pau* peraccufarc iampotefl. Poeta nonnunquam pratcreunt dati* uum,utiq; quum fuerit pronomen , qua fuit caufd , ut quidam exiftimarcnt,quorwm eflApuleiusJjocuerbum idem fgnifca* re, quod gaudeo . Ouidius in Heroidibus : Gratulor Oechaliam titulis accedere noeris. Gratulor inquam tibi,ucl mihi,uelno * bis. Idem tertio de Arte amandi: Prifca iuuent alios , ego me nunedeniq; natum.Gratulor - GratulorfubinteUige , rmhi. Et interdum etiam oratores. Quintilianus in P afto cadauere:Gra* tulemur iam,quod nulla duitas fame laboret.fubintellige nobis. Verba autem Apuleij hac funt in apologia , de magia : Eo in tempore,quo me non negabunt in Getulia mediterraneis mon * tibus fuifje , ubi pifces per Deucalionis diluuia reperiantur. Quod ego gratulor nefeire i&os,lcgifJe me, ere. Pratermifit datiuum:aut gratulor,pro gaudeo accepit. Quod tantum abejt Ut approbem,ut pofit gratulari quis, quum minime gaudeat , atq; adeo doleat: quod frequenter ufu uenit, utique inter falfos amicos, quum alter inuidus,atqs atmlus tacite quidem dolens , quod alter honoribus auttus fit,tamen ili gratulatur. Torte er Apuleius fubinteUexit mihi. I n eadem fgnifcatione accipitur grator,fcd poeticum, hifloricumq; efl. Vergilius: 1 nueni germana uiam,gratarc f irori. Titus Littius libro v i i.Twam fequeptes currum,louti optimi maximi templum gratantes,ouantesq ; adire. Dicimus ahquado gratulari pro eo quod efl,gratias agere: fed no fere nifi dijs im* mor talibus, ldcoq; proprie idc efl, quod fupplicarc. Siquide tri* umphantes in Capitolium afeendebant, I oui optimo maximo , ca tcrisqs dijs gratulatum.Eiufdcm quoque jignificationis for * tufis ejl grator,quod fgnificatLiuius lib . x. dices: Itxcfe prator extern Dedam, i;» Epift.Dcian* adHcrcul. Dcclam.ui 4. Aeneii. extemplo edixit ,uti aditui LAVRENTII VALIAE At in rebus incorporeis frequentius, ut crefcant. Quintilianum Sed alere fdcundiam,uires augere eloquentia pofiit. Perinde ac fi dixiffet, Augere facundiam , augere uires eloquentia pofiit . Cic. Sed nec illa extinttt t funt , aluntur jk potius , er augentur cogitatione ,er memoria.Coniunxit er tpfe h ^uoh,uel ad illius, qui eligitur dignitatem. De* . v legit fibi fpararc e& antea parare pbi,qur utilia funt,autfbre credit . Appara* re}ad dignitatem quandam,ac uerius pompam, ideofy oratores pr£parant,quibus obtinere caufam pofint . At proatmum ap » paratum reprehenditur , quod plus pomp£, atq j odcncationis, quam utilitatis habere uideatur. Cicero Officiorum primo:? aci* le totius curfum uit£ uidet , ad eannj; degendam praeparat res neccf) ariat, ut pajlum,ut latibula, ac alia generis eiufdem.ldcm de Oratore tertio : illa qu£ in apparatu ffiri appellantur inp * gnia. Quanquam apparatus uidetur interdii pgnificarc utru ut apparatus belli,quap praeparatio . Sed ut dicimus naues non modo indrudas,fed etiam ornatas , quod quo res inflrudiorcs ad bcUu/m,eb pulchriores funt,itt apparatum belli uocamus,ubi inftrumenta bellica etiam adornata funt. Praefum,# Praelideo. cap. lxv. PRccfim er prspdeo dipvrut.Ab hoc pt prtfcs,pcut a de* p deo defes,d repdeo rcfes.Ab illo uero prtefens , quod afuo uerbo inpgnipcato recedit : de quo ante diximus. P rateffie, eft preepoptu epe rei cuipiam gcrend£,atqiie adminiPrandtf.Vra pdcrc,cp ad opem prafiwdam prcceffe,quam proprie prtjhnt .. homines iniuriam quidc patientibus,aut in diferimen addudis: dij uero benepeentiam puoremcp, inuocantibus.Aliquddo tame Cap,6‘ indijfirenter.Suctonius de T yberio:Vr£fcdit er Adiaas ludis, quap dixiffiet,pr£piit.Cic.pro Sylla: Noli animos eorum ordi * num,qui pr£funt iudicijs,oj]r;ndere.ldem pro eodem:Quam ob rem uos dij,cr patri] pendtes,qui huic urbi,atque imperio prae* pdctis.ldcm pro Milone : Vos inuidi , er in ciuis inuidi peri * culo centuriones, ateu milites ,uobis non modo infoctkintibus, fc ante tabernam fcilicet , uel ante cum locum, in quo negociatio exercetur, non in loco remoto ,fed euidenti : literis Groccis,an hatinistputo fecundum conditione, ne quis caufari popit igno rantiam Uterorum. E t alibi: Caufari tempeflatem,ac uim flumi* num.vbi liceat dicere,excufare ignorantiam literarum,ej ex* cufaretempcPatem,ac uim fluminum. Mando,Praedpio,Iubeo, Impero, Edko,em,mctum'ue tibi oftendo,ut foliata* re plebem: uel inquicto,cr tibi curam inijeio. Gratum facio,& Gratificor, cap. l x x v r. G Ratum facio, .ij.epig.»f I pfe ego,quem dixi, quid dentem dente iuuabit Rodere! carne opus ejl,fi fatur ejfe uelis . Ne perdas operam,qui fe mirantur, in illos V irus habe,nos hac nouimus effe nihil. Se mirantur dixit , quafi fibi placent, uel de fe magnifice ' fentiunt. ' • • A i Moror Sr 57* Moror te,6C Manco te. cap,. xcin. MOror te,er maneo te, a quibufdam exponuntUr,pro ex* pedo. Sed mea tamen fententia , magis poetice , qudrm Anu io. oratorie . Verg. Et tua progenies moralia demoror arnuf. Terentius: Quem hic manes i Oratores potius accipiunt, mo* ror te, pro retineo te,cr in mora teneo. I dcocfc hac duo uerbd fapeiunguntur,ut apud Quintii. Quid me adhuc pater deti» ttestquid moram abeuntemi Manco pro eo,quodeJi, futurum Awu6* efi,ut ipfe accipio,apud ipfos interdum etiam poetas. Ve rg. Te quoq? magna manent regms penetralia noftris. Philip... ldejiytibi futura funt.Cicero:Cuiws quidem tefatu,ficut C.C u rione manet.hoceft,cuius fatu tibi futuru cft,ficut fuit Curioni . cap. x c 1 1 1 1. r Conflaui, Contraxi, & Diflolui aes alienum. COnflaui hoc eiufdem fit exemplum: N on imprecamur debili* totes,naufragiajnorbos:paupcr fit,cr amet quueunq ; meretri * cem,cr amare no def nat. Quod crebrius accipitur in malum. Habeo orarionem^Fario termonem.- c a h>. xcvii. HAbui orationem, non feci orationem. Feci fermonentpo * tius,quam habui,nonunquam etiam habui.Cic.de Seneft. Cyrus quidem in eo fcrmone,quem moriens habuit,quum ad* modum fenex efflet, negat fe unquam fcnfiffle feneftutem fuant imbecilliorem ju£fam,quam in adolefcentia fuiffet. PolliccriJConuenirc,r ^ te>eft diquid in te cofvro : fi bcncficif quidem, lyibene mereri de te dicor.Jtn autem ofjvnfoms,male de te '• mereri. ELEGANTIARYM LIB. V. |Sr matri, N onnunquam utrunq ; reticemus , fed in ambiguum fen fum:ut,quid dc te fu/m meritusi N onnunquam per negatione: fic,honunes nihil de me meriti. id eft, qui nihil in me beneficij , aut officij contulcrunt.Quibus exemplis omnes AI. Tullij libri fcatent. Demereor quoq; pro bene de aliquo mereor , accipi* tur,fed cumaccufatiuoiut Ouidius Heroid. Dic nuhi,quid fecLnifi nonfapienter amauii *" Ph>-1- Crwune te potui demeruijfc meo. Et Quintilianus: simul ut pleniore obfequio demererer ama-, in proom.ii.i tifiimos mei. E mereor,idcm pene eft quod mereor , prxteritum Ll^t* eius emeritus.vnde emeriti ftipcdia,qui militia perjuntti funt , nominantur. Et in fignificatione pafiiua , ftipendia emerita . ut idem,Emeritis huic bello Jlipcndijs.Et per translatione a Ver * gilio emeriti boues dicuntur , er qu£dam alia : Emeriti autem fenesfolent habere eos , qui pro fe laborent , qui dicuntur pro alio opus agere. Quintii, de apibus inquit: Habebam qui pro Deciam, fj. me opus agerent. Refero,S£Fcro. c a p. c. RE tulit Pompeius ad Senatunuid eft , confuluh. I n eadem tamen fententia Pompeius ad populum tulit. Ex illo fit Senxtufco fultum, ex hltem,pr£ clare tecum agitur, optime cum iUts agitur :melius cum hominibus ageretur , p pdruo contenti ej[ent.ia,male DeAmic. necum agitur,®* peius, incommodius'ue , er pefiime. C icero: Cum illo uero quis neget attum ejfe praclare , mecum inconus modius? Nonunquam aftiue.valerius Max.libro quinto:Bcne egijfent Athenienfes cum Miltiade , p cum poft trecenta milia Perfarum in Marathone deuifta,in exilium protinus mipjfenf, ac non in carcerc ,er uincuks mori cocgiffent.Attum eft,fem* per in malam partem accipitur:ut,Aftm efa deRepublica,id efl,rejpublicd ex tinfld,dcjpcraa, cr perdia efl. Salio,# Salto. c a p. . c 1 1 1. SAlio,undc [altus, pro eo,quodep [altum facio. Salto, tripli* dio:unde [datio. interdii [alio pro [alto.Verg. 1 1. Georg. Mollibus in pratis unttos faliere per utres . Quid aute diftet [altus,et [dlatio,notu eft. Saltus enim eft qua* lis cerufiri4,leporuq;:fdlatio uero,itla hominu id6buio,qua uuU go tripudiu uocat.Et licet f ‘alio pro [alto accipiatur,no amen [altus pro f alatio , [dlatus'ue, qua eiufde pgnipedtionis funt. Lflj»i,abutb. i_iU Ycrrc,dc per urbe ire cum tripudijsjolenniq ; falatu iufiit. Abdico, & Exhsercdo. c a p. c 1 1 1 1. Bdicare,efl expellere d bonis plim,dum uiuit patcr.Ex* .haredare uero,pofi morte. Sed abdicare efl grauius,quod etiam in [e exheredationem continet . aVIMTI LIBRI FINIS. JIJ IN ELBGANTIARVH lingua Latina Librim fextwm , qui de Notis autorum infcribitur , prooemium . V L P I T I V S ille Seruiusyeuius quanti in iure ciuili fuerit autoritasyplurimorum monu * menti tcftantur , fiue aliorum exemplo, fiue priuato conplio fretusynon exiftimauit turpe fibi ad famam fbre,ut librum de N otis Scauo * a confcriberet,non modo antiftitis in ea /ncultate,ati £ omniti principis 3uerum etiam praceptoris fui. Cogitabat enim neq;ii poffe fibiuitio dari , quod publica utilitatis caufa fufciperet, neq; iniuriam illi fieri, qui reprehenderetur yp modo rite repre * bendatur,quod infe frijfet ipfe fkdurus , p errata fua animal * uertijfct. Probe iaq, Sulpitius,cr ingenue , ac uere Romane. Quin ipfe quoq ; populus prudenter,cr grato inuicem animo, qui fidum huius non reprchenpone, fed laude dignu e r gloria putauit. Nec minore uolumen hoc,quam catera , honore pro* fecutuscft . Nam pracepta aliqua dodrina tradere , cuilibet mediocribus faltem literis imbutoypromptum efr. Errores ma * ximorum uirorum deprehenderejd uero cum dodifrimibomi • nis eftytum opus utilipimum ,er quo nullum dici pofiit utilius. Quis enim dubitet,non minus agere3qui aurum 3argentum3ca • teracfc metalla expurgatyquam qui illa ejfoditfqui triticu mun* datyquam qui metittqui pinus}amygdaiaycaterss(p nuces feli * gityquam qui eafdcm legit 1 1 ta emyqui emedat ( nip paucifii * mafuntyqua emedat) no inferiorem existimare debemus, quint ipfum iUum inuentorem , nec minorem ab iUo , quam ab hoc percipi frudum. Infuperq ; non modo huic ex idius castigatio* ne nudum damnum affrrri, atfy iaduram»uerum etiam pretw, aedi 384 LAVRENTII VALLAE ac digniatem}pcrinde atq; auro,dc C£teris,qu£ modo comme* moraui,qudtum corpori purgatio ipfa detrahit,antum rejiduo pretij C ut dixi ) cr dignitate accrefcit. Adeo plui utilitatis in parte ejl , qU£ fuperat , quam qu£ fuerat in f 'olido . Quare fi quis apud inferos Sc£uoU de Sulpitij fatto fcnfus fuit (qu£ eratiUi £quias,cr iufliti£ amor) aufim affirmare fuiffegaui * fum, fecumq ; pr£clare aftwm effe dixiffe,quod fudrum libroru aurum ab omni fcoria efferae fece copurgatum : nihilq ; foreir per quod conciucs fui per eius f cripta ) illi poffent. N eq; irrne* Bpifl.ij.iib.3. ritb Plinius I unior ad amicu ia feribit : I a enim magis credam c£terd tibi placere, fi quxdam dijflicuiffe cognouero. Quomo do igitur non fit beneficium id offtrre,quod folet beneficij lo * co populari i Quod fi hoc non praftatur aut iam defunttis}dut tale beneficium rejfuetibus,profift6 his pricijs,charo datus ibat alumno . Dure nimis (ne dicam inerudite ) uirfane eruditus expofuit9 quafi nefeiamus non domini mortem a feruo,ucl comite Vergi * lium freiffe deplorari, fed quod ejl plustquam fi ucl E nuder ip * fe fuiJfet occifuSydc multo trijlius ab altore , fiue nutritio morte eius quem aluerat , cr quem loco filij habebat : qualis Phoenix ille Homericus in Achillem fuit , quem quoniam educajfct , fU B lium 2Hr* 58 6 lium femper appellaturo alumno .Et certe armigeri mdgttorX principum femper cr ipfi magni uiri fuerunt. Siquidem (ut eu ceamde Phoenice qui bonx parti Myrnudonm imperabat) Patroclus auriga Achillis , princeps erat : er Sthelenus Cdpa* nei regis filius auriga Diomedis : er Meriones inter primos duces Crctenjium auriga llionei : er Hettori aliquis fratrum fere aurigabatur currum. T ahs fuerat Acctes Euandro . Ergo non eratfcruus,aut feruo f inulis apud Euandrum , multo minus apud fHiutn,fcd patri findis , cr pro patre , prxfertim iUo ab» fente. Duo autem hjec nomina , qu£ ab eadem litera incipiunt , armiger,?? aujpicium, qu£ apud Vergilium modo legimus, no nota omnibus etiam explicemus. Armiger cft,qui in pr nequaqua cotra hoc, quod prxeipio jacit. Na fwrno fupplidu,fmo poena, na in me, B | fd „o fed a me,in alium infligi inteUigitur . I deotfc adiungitur abld* tiuiu cum prapofitione dc.Cicero : De iUo paulo pcjl fiuppliciu In argum fimitur. Quintilianus:V t nifi occurriffiet ad diem,de eo qui re* drim u,I# abunde tantum foli , ut releuare caput , reficere oculos , reptare per limitem, unam femitam terere, omnesq ; uiticulas fuas nofje, • er numerare arbufculas pofiint. idem: Frcquentior currentis bus,quam reptantibus lapfus efi. T erentius in Adelphis: P«r= reptaui ufq; omne oppidum, ad portam, ad lacwtfi,Qup noni - Ln eundem,de Carpere. c a p. v r. Arpere,inquit,pro attenuare,?? aperire. Verg. Georg.w \*-JNecnofturna quidem carpentes penfa puelle. . . HocnepueUdC quidem ipf£ dicerent. Nam ut carpimus linum virens ex humo,quum udlimus:ita puelle fmiftra manitdc colo penfum trahentes, fenfimq; u edentes carpunt. Et ut decerpimus rofam primis digitis,fic puelle primis er ipfe digitis decerpunt particulatim linum, lanam ue. Iterum carpere, celeriter pretes rire. Vt Verg.- Et acri Georg.j» Carpere prata fuga. Et in eodem: Carpere mox gyrum incipiat. Quafi in primo non celeritas ida magis intedigatur per hoc , quod dixit fuga , qui efl celer curfus,quam per idud , carpere. Et in fecundo fignificetur ues lociter preterire. Aliud nanque efl ire in gyrum , aliud pr!cc minus in- icrcabarbas.in canaij? menta. Saty.s.libro »♦ Sermo. Cap. 13. Georg.3- Gcorg.3. IjAVRE NTI I VALLA E accufando. Quid autem dcincufandof Certe fi illud non efide maiore in minorem , neefc hoc erit de minore in maiore : er alio « qui nullo unquam in indicio auditum e fi nomen incufationis: quid porro extra iudiciumf V ergilius inquit: Quem non incuf tui amens hominum'ue,detm 'uci . Dij quidem maiores Aenea funt,bonuncs uero Troiani duntu Xdt minores. At ejl apud Terentium pater ad filium loquens: -Quid me incufas Clitiphof Hoc enim ifli exemplum ponunt, ceterorum exempla onuttunt,que contra eos Jaciunt, que fiunt infinianut Cefar Commentario primo , H ec quum animaducr* tijfct Cefiar,conuocato confilio,omniumq [j ordinum ad id con* filium adhibitis centurionibus, uchemcnter eos incufauit. Sed (ne multis morer) accufarc,efi uel apud iudices uel apud alium quemis,etiam apud illum ipfium,quem accufcs , fignificare, at* queofiendere aliquem peccajfc-.lncufiare uero reprehendere mo res alterius, cr pleni impexis induruit horrida barbis, magis dc hominibus didum ejl,qum de hircis. E t illud: Nec minus interea barbas, incanaqi menta Cyniphij tondent hirci.- ad multos hircos refirtur , perinde ac fi diceremus caudas, quum tmen fingule fingults hircis jint, 1 ita cr ELEGANTIARVM LIB. VI. 40% i« er barba.Sunt etiam er barba alioru quam quadrupedum: ut Plinius in x x x.q uum Genunos tranfit fol,cri£Us)Cr auri* Cap.n. busyGT unguibus gallinaceorum. Si luna , rafis barbis eorum . In eundem, de Nuntius,# Nuntium. c a p. x/v! NVntius, inquit idem,eft qui nuntiatiquod autem nutiatur9 licet neutro dicatur , tamen inuenitur er mafculino. Mi* ror cur ita dixerit. Ego quidem nufquam hoc nuntium legi : at tte ip[equidem}ut opinor ^quum EeUus Pompeius uetuSHor eo autorjtx fcribat: Nuntius er res ipfd,er perfona dicitur. In eundem, de Arceo, Abigo, Abigeus , AbaAor, Abigeatus. c a p. x v i. A R cere idem ait ejfe prohibere. Sed mihiuidetur potius effe hm r\uetare,ne accedant hi , qui ueniunt. 1 unofeptem tantum ESfrSS' annos arcuit Troianos ab 1 talia,quam ubi contigerunLno ar- 'ffiprohtbebit.Tnnsfirtur (ut pfoap de corporeis ad incorporea. Cic.in Paradoxis • nU£ Tum«w. m enim ejl,qu£ magis arceat homines ab improbitate r fy,ui,/*u/f- fenferint nullum in deliais cjfe difcrimentCotrariwm huicueL  " bo 4 ibtgerejuod ftgmjtat i loco fugire.itq, expdlcre.ut, tbtgamfcss i ficte meifcrtbcntis-.ibige cane, i popim tui- dngcfiumosfonitu i uinei.Quintil.lbo inlittmrnifcr,pUn. (hbiUiuesibtgim.De pecoribus uero idem, quod de citeris inimMusueapteim efkquafi nobis oiiofifunt, ibigimus. ousx“Pr«4*os,ib bortisfi uinctis , i futu. Qsqjfi ta non fit, fed furto toSUmus, utiq; oretstim abigere ibudfigmficitfid e fi, furto tollere , iut etism litroci. nto-Mt ipud eundem. Adhuc (folii trinfcuntium.o- ibidi pe- corum greges fub hoc titulo defindebintur.Vnde ibidore, mcsnturpecuirtoru immitium fitres,Utrunculi'ue. Hos qui . dsm ibtgeostiocit. V Ipiinus iutem inquit : Abigei proprii hi bibentur, qut pecori ex pifcuis,ttel ex irmentis fubtr ibunt er quodimtutb depndintur.v ibigedifludiu qttifi irte exer = C ccnt. 40 & cent,equos de armcntis,uel oucs de gregibus abducentes. C Archimedes ille geomctricus,globum ad fmlitudinem coeli fi * bricatus cjl,in quo effigies coeli aderat, magnitudo non aderat . * I dem fit de tibula illa depifh ad finvlitudinc orbis ter)'dru,qud noaufm dicere depifhm itiftar orbis terraru. Ncg- alia mula huiuf nodi:ut,insbar Antonij ambulas, in flar patris fcribis,m - jhr languidi fedes:fed ad fimlitudincm , uel in fimilitudinem, uel in modum,ucl in morem,uel ficuti,zr fimilia. In flar potius jignificat ad *quiparatione,uel ad mefurd : ut apud Vergiliu, Argolici clypei,aut Vhceb** lampadis inflor. Cicero : Hc= Acnrfd.,. xamctroru injhr uerfuit . N am illud apud eofdcm : I njhr mor- n nfr ... tis putant:cr ,turbinis Marifignificat ecquiparatione doloris Vcrg. a™. in morte, impetus ex turbine. Quod siquando reperiatur h°lat-a1!irar# proxime accedere ad fignificationem pmilitndinis , admoniti ’ funus, ut nimiam utedi licentiam deuitemus. Nrfjw ego fic auderem uix uti,ut Seruij fimiliarifimus M acr obius a:mfquiim generaliter.Hocenim fignificat,omnia fimul , quxfub genere funt,amplcftendo:illud uero pcrfingula genera, feu maghper fingulas ftecics. Siquide frccies genera uacamus:ut,quot fiunt Georg.*. genera arbor um,uitiu, potius, quam quot funt jfecies. V erg. -Genaatim difeite cultus. Varro: Non in uolucribus gener atim feruatur analogia. Non ex aquilis aquiU,neq; ex turdis procreantur turdi. Sic ex reli* quis fui quifty genens. An alita hoc fit,quam in acre,quam in aqua: non hic conch£ inta fc genaatim innumerabili numao finules.Ecdem modo,ut genaatim perfingula genaa dicimus , ita fummatim pa fingulas fummas: aliquando dicimus fimma * tim,cr genaatim,non pa fingulas fummas,genaaq; , fed pa unam,untim'uc:ut,dic4 dc hac re fummatim. Cicaodc Oratore lib. 1 1. 1 n finitum mihi uidetur id dicae , in quo aliquid gene* ratim quxritur,hoc modo:cxpetedane effiet eloquctiafexpete* ELEGANTIARVM LIB. VI. 40 S di'nc honores i Caterum quomodo differat ab illis adfummam , infumma3po§tca reddam.v iritim3pcr jingula capita uirorum: utyGracchus diuidebat uiritint fex modios frmenti.T amcn de uno ahquado dicimusiut apud Curtii i , Si quis uiritim dimicare Ub.7, - ueUet,prouocauit.Nomnatim,per nomina fingulorum:ut3afii* gnati funt coiurati nominatim cuftodi carceris.Et de uno etid: utyAlte extollens M. Brutus cruentum pugionem3nominatim phiiipp.i, Ciceronem clamauit. Membratim,per membra. c,3«cap.4« Lib. 10» c .»9* ELEGANTIARUM LIB» VU 407 TA tidcm idem disponi non necefiititis , fed ornatus caufd, s fte&tbit id folwm , ad quod accingitur. E t alibi: 1 acebat haec infomnis,inquicta,quum diceret, iam jhtimappas rebit,iam Jhxtim ueniet,nunquam tamen tardius uenit. Mifcram me fili, proxima node iam ucncras.Ecce iam medios fidera tes nent curfus,indignor,irafcor.lta mihi demu fatisfufies, fi apud tib.io.c.»4* patre fuifti. ideo autem dixit folum,(iue omnino, quod Plinius uidetur accipere pro omnino de hirudine dicens: Ea demu foU auiu,no nifi uolatu depafeitur. Q uidd uolut ab is er demu cos Omd.Eicg.Rue pom' Quid.pro demu,pofuit deniq;,libro tertio fine titulo : gu°‘! ‘3‘ *" Si qua metu dempto cafta e fl,ea denty coda ejl. . . r . I» 40f • ELEGANTIARVM LIB. VI. In Macrobium,de Stella,& Sidus, cap, x x i i. QlTeflacr fidus differunt, fi Macrobio aedimus,ita fcribenti: O N tmcuideamus,qu£ fint duo h Neqfte ELEGANTI A RVM LIB. VI. 4» N-eque folum deprecari cjl uocc , fed etiam per ea , qua injfar uoas obtinere folcnt,uultum, geflumq-. Etenim Bucephalum, qui prata unum Alexandrum omnem alium recufabat fefio* rem,non inepte dixeris deprecari alios fefiores prata regem. Denique deprecor magis fignificat uel difto , uel fafto recufo , quam illa qua Aulus G ellius attigit . In Pri(cianum,de Situs. cap. x x v. Situs (Frifcianus inquit) dicitur pro negligentia,ut Vergil P^drcafln» Acneid.j. Sed te uitfn fitu,ueriq ; effoca fenettus. Sed non ia efi,potiusq ; fordes illa , er illuuies , qualis nafeitur inter opaca domus , qua diu non repurgatur. V nde inquit M. Lib.i,cap.3. Fabius, E xcianda mens , er attollenda femper eft, qua in hu* yiufmodi feaetis aut languefcit,cr quendd uelut in opaco fitum ducitiaut contra,tumefcit inani perfiuafione. Huiufmodi igitur quidam fitus fedet in uultu,capite , tototy corpore uetularm, er habitUyprafertim inopum , qualem illum Vergilius inteUi * ^ 6 git,cr Lucanus de malefica anu ait: Foeda fitu macies - Quod ' 4 • etiam padorem poffumus appellare:ut idem Lucanus , Lib.». -Longusq; in carcerc pador . Et Cicero in Tufculanis: P adores muliebres. Et iterum: Barba padorc horrida. Miror Prifcianum hoc in loco eciale uero neftus effe.Cic.in Rhetor icis,cr libris ad Hercnn.cr alibi fepe ait: Veneno necatus. Quintii in m r. Hinc adulter loris ctcfus efl,fkme necatus. Nec unqua neftus di * citur,fine certo genere mortisiut, E neftus fiti Tantalus. Nec td mortuus,q propemodwm mortuus:ficut exanimatus pro eo, qui jinuhs efl mortuo:ut fime, fiti enefti. qu£ plurima funt exepld. DeNaejSS Nc. c a p. x x i x. VT Ae pro ualde idem dixit, nec tume [olus. Terentius in An= I N dria: N£ illa iUum haud nouit. - Mihi uidetur idem apud nos fignificare, quod apud Gr n«ifOK?it xsaap» ajftxo Sttioidlp. Cicero ad Atticum indicatiuo huius uerbi ufus efl, dices: E i faU ucbis a meo Cicerone.Vlautus in Truculento in prima pofitio * ne utitur:Salue. fatis efl mihi tua: falutis , nihil moror , non faU ■ - HfO* ELEGANTJARVM LIB. VI. 4tj Ueo. Martialis etiam dixit,ualebis: Quum pinguis mihi turtur er it, lactuca ualebis, Llb . 1 1 » epig. Et cochleas tibi habc,pcrdcre nolo famem. C tctcrum (ut ad inflitutum redeam ) qui, ualeant, pro exeera* tione acceperunt , forfian hoc argumento indutti funt, quod nonnunquam hoc uerbum languorem fignificat : ut idem de Cratorc,Sicut medico diligenti prius , quam conetur agro ad= ub.t. hibere mcdicinam,non folum morbi cius , cui mederi uolet , fed etiam confuetudo ualcnttf,zr natura corporis cognofcenda efi. V nde ualetudo pro languore frequetifime accipitur: er tejles iialetudinarij nominantur, idem ad Terentiam : Valetudinem tuam cura diligenter.hoc cJl,languorem,cr infirmitatem. Alibi pro fanitate:Sed nunc ualetudini tribuamus aliquid.Frcquenter tamen apponimus adieftiuum,uel fiujlum,uel infhuflum,ad dU fiinguendum Jhtum corporis: fi quidem indifferenter fignificat more fui primitiui. Dicimus enim,ut uales * quomodo uduijli* . 5 : qualiter ualet filius* Sic,qua ualetudine es i’ qua ualetudine ejl filius: Refpott debis,infirma,aduetf t, mala ualetudineiuel con* tra,bona,incolumi,optima. In V arronem,dc Vas ,8C Obfcs. c a p. x x x r. Lib f 4 _ VAs,inquit V arro, appellatus ejl , qui pro altero uadimoniu Latini * *' promittebat. Confuetudo erat , quu reus pa.ru effet idoneus inceptis rebus, ut pro fc alteru daret. V ideturV arro (ignificare vadem eum effe,que fidciuficre uocamusicr uadimonium,fide* iufiionem. N os hoc negare ita e jjequi poffumus, cum varro omnium cofenfu jit Romanoru eruditifimus,cr lingua Latina periti fimus* qui Latinas liter as fecit cr Latiniores , er Utera* tiores * Qua quam multi funt, qui cum quibufda in locis repre * henddt:qu£ jaculas praecipue difcipulis Quintii adeffetjonge Varrone doftioris, atque eloquentioris. Verum ego non aufittt reprehendere, fed antiim affirmare , me non legiffe (dunaxat quatm aut recoriorfaut intelligo) uade cm effe^ui uadimo* * tiim 4itf LAVRENTII VALLAE niumpro altero dat (fi uadimonimfignificatfideiufiionem ) fed eum , qui Jfconfor efl alterius in capitii periculo , fiue idem fupplicium fubiturus,fiue pecuniam foluturusiut apud Quin» tiliarium in Declamatione , qu£ infcribitur , A truci uades . Et apud Ciceronem libro quinto Tufculanarm Queeflionm de Pythagorea amicaiquorum alteri quum tyrannus diem mortis dixijjet , alter pro anuco ad uifendam matrem ituro uas fk&ut Lib.i.ab urbe efl.Et apud Titu/m Liuium de Ca fone capitis reo, ita dicentem: condio. j n uifjculj conijci uetant.Sifli rem , pecuniamq ; ( nifi fijhtur ) populo promitti placere pronunciant,fummam pecunia: quan» tam de -r\Ecuriones,inquit idem,primi fingularum decuriarm di* Ung.Lat. JJ qUQ(} profrat Temperamus ille apud Titm hiuim9 quod 'S ELEGANTJARVM LIB. VI. 4T7 quod & ipfe approbat fehus. idcmq; ait : Decuriones appeU lantur , qui denis equitibus prafunt. Ejl ergo di diu decurio 4 decem , ut centurio a ceu im. N am(ut aitPadianus)dccuria funt nobUiorum,ccnturia inferiorum. Quidam uolunt ( quorum ejl fronto ) decurionan pracffe turma, qua conjht ex duobus CT triginta equitibus. Ncq; belli folum , fed domi quocp decurio dU eitur,nome quoddam prapoptura pgnificansiut Suctcnitis in Domitiani uita,Saturius decurio cubiculariorum.!: t hoc quidem CaP*r» apud R omanosiin municipijs autem ( ut mihi quidem uidetur ) idem ejl decurio,qui Roma fenator. N am qui in Senatu,zr co * filijs reipublic £ municipalis interejje poterant. Decuriones erant. C icero pro Sextio : Qua de caufa e? tum conuentus iUe Capua huic P. Sextio apud mc maximas gratias egit , er hoc tempore beneficium, fidemq; hominis teflimonio declarant, pe* s riculum deprecantur fuo decreto. Recita quafo , P .Sexti, quid decreuerunt Capua decuriones. Quod autem diffzrant decurio Romanus, c r decurio municipalis, ex epiflola quadam P linij p ** 1 unioris e primo libro declaratur,dicentis:Effe autem tibi centu milium cenfum fatis indicat,quod apud nos decurio es. Igitur ut te no decurione foliim , uerum etid equite R omano perfruamur , offero tibi* ad implendas equitis Romani facultates, trecenta mi* tia nummum. Non dicitur itaque decurio, aut quod decem pra* pt militibus ( ut quidam uolunt ) quem Graci uocant, ? quum decurio pt maior equite, eques ecnturione,eenturio de * carcho, ut ex ftipendioru magnitudine datur in multis libris in telligi:aut in municipijs , qui decem equitibus praefi, quum pt equite duntaxat Romano minor. An quia decem prafit equitU hus municipalibusfaut hoc erit dicendum, aut P omponij J urif* confulti opinio fequenda , dicentis -.Decuriones quidem di flos diunt eo,quod in initio quum colonia deduceretur,dccima pars eorum, qui deducerentur,conplij publici gratia confcribi fclita pt* Quare eum , quem nunc militem appellamus, aut falfa dU D gnatione 4 uidetur band.e, aut orndnd£ cdufd , qu£ pgnipcdtio nota cfi omnibus . Vndc pars probationis uocatur ab exemplis , er in elocutione omifif iu hoc cxanplum inter ornamenta numeratur. «c^ariu^i- In Bocthium,dc Perfona. c a p. xxxiiii, dum efl: Bcrt- -ryz.rfona eft ( inquit Boethius ) incommutabilis natur£,in* meem alteram, J "fdiuidua fubjhntia: existimans fe argumentatione colle* gijfe, quare non pt qualitas , nec aliud prwdicamentum uUm , fcd fubfhntia. Sed huic homini Romano oftedam Romane lo* qui ncfcire.Verfona ndnfy non eft in D eo magis,quam in bruto, peut humanitas, peut alia plura. Sed demus, ut in deo etiajnpt perfonatquxro, quamobrem ea non pt qualitas, pue de homine toquimw,pue de deo f Nam in homine quidem perfona pgnift* cat qualitatem,qua alius ab alio differimus , tum in animo, twm in corpore, twm in extra poptis , qu£ a rhetoricis enumerantur in attributis pfon£.Animi:'ut quo ftudio fe exerceat, medicinx, an iuris ciuilis,an militU.Et qua mcteiiracudus, an moderatus : auarus,an Uberalis.Corporis:iuuenis,anfenex:pulcher,an defir mis:firtis,an imbeciUis:mas,anfamina.Extra poptorm: diues , an pauper:darus,an obfcurus:maritus,an coelebs : parens libe * rorum,an orbus:*? his pmilia.ldeoq i pgur£, er pgilla qu£dd, qu£ roflris , aut alia corporis parte aquam fontanam emittunt , quia ELEGANT! ARVM L1B. Vl. quia repratfcntant uarios hominum uultu s , er gcHus, pcrfonrtis,diuitis,nobilis, er interdum contraria. Nam ad fors tifiimm,pulcherrimm,ditifiimm,nonfumfortis,nec pulcher, nec diuesfcd imbecillis,defbrmis,pauper. Alia ituq; ad huc per * fonafm, quam ad em cui in his omnibus dntccello.Et ad P ria mum fum perfona filij , ad AftyanaCb perfona patris ,adAn * dromacham perfona uiri,ad Varidem perfona fratris, ad Sarpe * donem perfona amici,ad Achillem perfona inimici. Quo fit, ut adfitmihi multiplex perfona ac diuerfa,fed una tantum fub* fkintia.ln deo autem perfonam ponimus,uel quod nullum aliud uocabulum quadrat : non natura , quo ueteres utebantur : non fubjhntia,quo Graci utuntur : uel quod uere in deo triplex efl qualitas. Atqui hic mihi os comprimet Boethius , neq, uocem prodire permittet , dicens qualitatem eam effe , qua: pofiit etiam abejfelpmer fubietti corruptionem. Hanc ego definitionem (ut Grceculam , er ineptam ) derideo:Dico lucem,uibrationem, calorem infoleeffe qualitates , er hoc dico Latine omnibus, qui unquam Latine locuti funt, confentientibus , quanquam de hac re fuo loco in no&ro opere de dialectice dijferuimus. Tales qualitates fhtuo in deo , er has dico effe perfonas , qux ab eo abeffe non poffunt,ej qualitatem fignificare , nonfubflantiam, ut Boethius uoluit, qui nos barbare loqui docuit. Hinc enim fbrfitan adduttum uulgus,utfic loquatur , tres perfon cim exirent antea in mcn,ut ueflimenycalccamcnjnunU nten, lenimen , nutrimen,fiiramcn,medicamcnyuelameny quibus adieftn tum, fit mummentum,lcnimenttmynutrimentm,Jptra* mcntumymedicamentmyuefiimcntumyuclamcntm,calceamcn* tumiitt tejhmen addita fyllaba tum, fit tejhmcntum.Qupd fi 4 mente defeenderet tefimentm, tefimetia diceremus, quernadm modum dementia,cr amentia. Nihil habet magis ridiculu hac, de qua loquimur fcictia,quam ctymologiam,in qua ipfe quo$ Varro er lufit?cr lufus efi. In Donatu,de Syncerum. cap, x x x v i i. QYncerum(Donatusinquit) quafi fine cera,mel fimplex , Cf O purum , er fine fico, l mo cum cera potius. Syncerum a componitur non a fineyqua nunquam compofitionem admittit , quod ipfa etiam feriptio declar at, qua y, habet , non i. E fi enim ex duobus Grxcis compofitm,ex ovp er cera,qua ab illis dici * turxHfh , uel d oVvxKf©- conuertimus. Quo magis uenujh, at$ apta huius auroris etymologia efifindicatur etymologia pleruck fiUaccm ejje: quia figmficatio hac non ita abfoluta, er uera efi. Quid uenufiius atefi aptius dici potefiyqudm fide ideo uocatm, quia fiat quod dicitur i Quam etymologia fallace effe declarat, quod hoc nomen chordam infirwmetimufici fignificat.Et tamc licet dicere fyncerum , quali cum cera mei , quod integrum efi, C r fclidum,cr nulla fui parte fi audat\m:ut fi diuidere frudum communium alueariorum cum focio uclim , partemq ; tantim t mellis afiignem» nimirum non ago fyncere , quod fine cera meU la dedi. In Iurifconfulcosjde Mulier, cap. x x x v r i u Mvlitru appellatione ( Laius inquit)etiam uirgo uiripo» tens continetur ; vlpianus autem quodam loco ita ait: Quod ELEGANTIARVM LIB. VI. Quod fi ego me uirginem emere puarem,quu effet mulierem* ptio non ualebit.Hic mulierem appeUat,qu£ uirgo non cfl : ille etid qua uirgo cfl.Et vlpiani qmde locutio reda, ejl, Ciceronis Qst^1*1**6* tcftimonio,qui obiurgantibus , quod fcxagcnorius Popilia uir* ginemduxiJjet,Cras mulier erit,inquit. Sed Caij quoty defini* tio locu habet aliquando:ut fi quis uidens decem focminas,qua* rm aliqua uirgo fit, £ tate tamen qua mulier ejfe pofiit , dicat, uidi decem mulieres . Quo modo etiam in Euangelio dicitur : Quid mihi9er tibi eft mulieri Sed ex Gr£Co fumptum ejl uel 6S\vitquo fignificatur uel foemindyuel mulier , 1 dem quoq ; Vlpianus inquit: Mulierem ia axftamjut mulier fieri no pofiit , fana no uideri conjhxt. E ande dixit er muliurem,CT no mulic* remiprimm pro ea,qu£ eftfixmina: fecundum pro corrupta, lneofdem,de Munu$,5cDonu. c a p. xxxix, Mvnus^Paulus inquit)tribus modis dicitur. Vno donu,cr inde munera dici dari,mittu:e. Altero onus, quod quii re * nuttitur9uocationem militi£,muneriS(fc pr£jht: inde immunita tem appellari. Tertio dicitur officium , unde munera miliaria, C r quofiam milites munificos uocari . I gitur municipes dici, quod munera ciuilia capiant. Idem alibi: Municipes intelligen* di funt er ij9qui in eodem municipio nati funt.vlpianus: Mu* nicipes quidem proprie appellantur muneris participes9recepti inciuiatem ut munera nobifeum facerent. Sed nuncabufiue municipes dicimus fu£ cuiufq ; ciuiatis dues, utputa Cdpanos, Puteolanos. Pomponius ia ait:M unus publicwm,efl officiu pri* uati hominis, ex quo commodwm ad fingulos,uniuerfosq j ciucs, remq; eorum imperio magiftratus extra ordine peruenit. Mar* cusautem fir.Munus proprie eft,quod necejfario fubimus,tege, more, imperio ue eius,qui iubendi habet potefhtem. Dona autc proprie funt,qu£ nulla necefiiate, aut iuris officio ,fed fronte pr£jhntur:qu£ fi non praftentur, nulla reprehenfio ejl, cr fi prxftentur, plerum £ laus ejl. Sed in hoc uentwm ejl , ut non D f quod f 4ii LA.VRE NTII VALLA E quodcunfy munus fidcmfy donu, decipiatur. At quod donu fbf* rit,id retre mutiut decipiatur . Quomodo hi iurifconfulti inter fe conucnidnt , cr dn aliquid defit alicui horum , Accurfiut cu/nt B artholo, B aldoq; confultct,dumq; mihi ( ut more ipforim lo* quamur)ambo,tres'uc rejfondeant, afjirmentcp, quod Marcum ait , donum ejfe Jjeciem,rmnus ucro genus. Idemq ; contrarium, ejfe lierbis V Ipiani dicentis:! nter donu,ej munus hoc intereft , quod inter genus, e* ifantim , fient facrilegium rerum facrarm . Inde depeculor , quod quidam ad facrilegium etiam transferunt. In eofdc,de,Fudus,Ager,V iUa,Praediu. cap.xli, Fvndus,Vlpianut ita finit,Locus eflno fundusfed portio fun di aliqua.Fundus autem aliquid integru efi.Plerunq; fundu fine uiUa accipimus. I dem alibi: Ager efl locus , qui fine uiUa e fi . lAodejlinus uero fic.Quaftio effindat d pojfefiione,ueldgro, ucl praedio quid diftet. Fundus efl omne quicquid folo contine* tur. Ager eflfiecies fundi , qu£ ad_ ufirn hominis paratur . P ojfefiio ab agro iuris proprietate difht . Quicquid enim apprehendimus , cuius proprietas ad nos non pertinet , aut ne* quit pertinere , hoc poffefiionem appellamus. P ojfefiio ergo ufus , ager proprietas loci efl. Nam c r ager , er poffefiio huius appellationis ftccies funt . Florentinus: Fundi appellatione omne aedificium , er omnis ager continetur . Sed in ufu urba * na itia, horrea in urbe.Cicero in Philip . Poffeftiones notabat er urbanas ,er rufticas . Puto non tantum pradia , fed er c£teta , qua immobilia uulgo appellantur . Addamus ad hac aliquid de hoc fundum, quod an a fundo fundas , an potius fiindo afundu, fiue a fundus ueniat ambigi poteft. Quidam fundus a funda dici uolunt.Cic.in quodam ioculari libello: Eundum varro uocat, quem poftit mittere funda, Ni Id elegantiarvm LIB. VI. 4JX N i lapis exciderit, qud caua funda patet. Hifi hac fentcntid fit, tam paruum illum fuifjc fundum , utjun * da prehendi,® in morem lapidis iaci pojfet.Fundum igitur efl ima pars rei,proprie aliquid liquoris intra fe continens, aut ai continendum fudi ut dolium,ut nauis,ut alueus , uel fluminis , uel lacus, uel jhgni,uel maris. Na fundit turris( ut quidam feri* pferut)ipfe no dicerc.Fundametu(ut omnibus liquet ) aliud efl, quam funndum : ® tamen fundare magis ad fundamentum, quam ad fundum pertinet. Fundamus enim domwminon naucm aut doliim:ut Verg. 1 Ue urbem Argyripam patria cognomine gentis, Aea. i V iftor Gargani fundabat 1 apygis aruis. Nam fundamentxre non reperiturmec fundare quidem efl fane frequens,nifi per translationem. Quintii . in Gladiatore : Hoc Ded3m‘9t fundatam paternis,auitisq j opibus domum exhaurit . E fl enim flequentius iacere fundamenta,etiam per translationemiut idem libro primo , N am inde er contemptus operis innafeitur , er p • • fundamenta iaciuntur impudenti*,®- (quod efl ubiq-, pernicio = fiflimum)prauenit uires flducia.Et Ciceroil n quo templo(qud * twm in me fuit) ieci fundamenta pacis .Sine translatione , Sue * tonius de uitx C aij: ln arce Capitolina noua domus funda* menta iecit.Caterim hoc differunt fundare , er fundamenta ia* cere,quod fundare efl ualidis fundamentis fulcire . Fundamenti iacere, quafi qualiacunq} fundamenti facere, er quodammodo dare rei principium . N eq; ucro fleut reperitur fundus,® fun * dwm,ia reperitur punttus, er pun dum . Errant q; philofopbi, quujpundus,® linea dicunt. Nam de pundu,quod efl breuif* fmu ^ pus, nulla lis efh ut T cretius in Phormione, —Tu teporis mihi pun dum Ad hanc rem efl- Pro eo aute fenfu in que utun = tur philofophi,Cicero pro Vlancio:Nd quod queftus es, plures te tedes habere de Velina, quam quot in ea tribu pundi tule * ris. Quidam momentupro E L E G A N TyI ARVM LIB. VI. 4SJ metitus fit , qti£ ad libri fcripturam fiujficerent : ut puti quum haberet Homerii totum in uno uolumine,non quadraginaofto libros compuabimus,fed hoc unum Homeri uolumen pro libro accipiendum eft. vlpianus Homeri opus nunc unum librum , nunc quadraginttofto libros nominat. N ec tamen ait librum duo fignificarc,ipfum opus,cr ceram operis partem. Pratcrcd opus,fiue opera Homeri librum appeUat,ZT uolumen, quorum utrunque inauditum e fi. Vergilij Aeneis, non liber efi,fed duo* decimlibri. Georgica, non fiunt itemliber ,fcdlibri quatuor. Bucolica, unus fiber efi,idemq; unum uolumen. Georgica,qua* tuor uolumina: Aeneis,duodecim. Ouidius: DcTrn n Sunt quoq ; muat£ ter quinq ; uolumina firme. *lcs' 3’ Sed quid exemplis agimus,quum nufqua plura afferri pofiint i At vlpianus puat etiam fi omnia opera Didymi, quo nano plura fcripfit,in unum codicem conglutinarentur , tinum tan* tum debere uolumen appellari,quod nemo neepoffet euoluere, nec firre uellet.Efi enim uolumen uel a uolo, quod in libris uo * lunas apparet,uel ( quod magis fcquerer ) a uoluo,quod uolui * . tur, quales libros hodie Hebra;i quofdam habent , qualesq; in ueteri,cr nouo tejhmento leftiamus fiiffe. Et Romani,qui in libris arborim,id eft,corticibus fcribcbant-.quod libellos illos , quo firrent commodius,complicabant,uolumina firte appella* uerut.laq; uolumina libellis fimiliora fucre,qtum libris.Qtiod ex eo quoq; loco apparet, ubi Plinius de libris auunctili loqitcs, Epiftjjftj ait: Studiofi (fcilicet libri) tres in fex uolumina propter am * plitudinem diuifi.quafi dicat in fex minores libros, ut fintuo * lumina aliquanto mnora,qum libri. Quod etymologia quoq ; nonnihil probat, ut oftcndi.Vndc adhuc durat uerbum euoluere libros , pro eo quod efi aperire libros leftiandi gratia , quafi rem complicaam explicare: quemadmo du reuelare,eft rem uela* tam detegere. Ni fi dicamus euolui libros propter numeru pa* ginaru. Accipitur autem nunc euoluere libros, fiue autores,pro E eo 434 LAVREMTII VALLAE Subdi titia runt e0 quo,ingerut probra, £gre abilinent quin ca * fira oppugnent. Q u£ duo nomina tanqud fimilia eode loco Ci* cero coiunxit in Catone Maiore: Mihi uero,ej flacco neuti * quam probari potuit tam fiagitiofa , cr tam perdita libido,qu£ cum probro priuato coniungeret imperij dedecus. P r£tered nc jinulc quidem efi fane probru opprobrio. Non enim Latine di * Scijfet C icerc:qu£ cum opprobrio priuato coniungeret imperij deiccas:qucmxdmodm in Sallufiium dixit: Itaq; timens ne fa* cinoracius clam nobis ejjcnt, quum omnibus matribus familias ueflris opprobrio ejfet3confijfiis efi uobis audientibus adulteriu* BLEGANTIARVM LIB. VL 4i$ Ejl autem opprobrium aliquando fallo, fed frequentius uerbo . Ham Sallufiius ( utuult Cicero) uel exeo quod quibus cum fenum s habuiffet ufum,erat notum : uel quod ipfe illis uulgo impudicitiam obqcieb at, opprobrio erat. Horatius: Satyra,»; Sic teneros animos aliena opprobria fepe 6crm* Abfierrent uitijs— Quintilianus: toodo maledittis , opprobrijsq} uulgi , modo crebra riualium D(dam contentione pulfatus,abigi tmcn,compefci$ non pojfet . Op= probrijs dixit,quafi exprobrationibus,atqi conuitijs. Et alibi: Solebat indignatio uefira , conuitia noftra frrre non pojfe: er D*dajB‘I* matronalis indignatio dicere uidebatur, Non parcis erga me marite uerbis , nullam habet nodri tuus fcrmo reuerentiam,fii* cile prorumpis in opprobria , facile quodlibet obijcis. Pro eo* dem fere pofuit opprobria ,cr conuitia. Nec inficias eo , non* nunquam hoc modo accipi probrum, ut Liuij proximum exem* plum,cr Ciceronis ad Atticum:EpiRoUs mihi legerunt plenas Ep™ _ « omnium in me probrorii Sed de hoc fignificato vlpianus non P ‘ intellexit. A' probro unum uerbum componitur , quod e fi ex* probro,quod fignificat tum qualemcunq; culpam impropeto9 ut apud Ouidium libro x u i.Metomorphofeos: Scit bene Tytides,qui nomine fepe uo catum C orripuit,trepidoq; jugam exprobrauit amico . Tum ingratitudinis, ut Terentius in Andria. -Nrfw ihhac commemoratio Quafi exprobratio efiimmemoris beneficij.Sed pro hoc fignificato frequenter nos uitij alieni nomen apponi* mus: frequenter etiam nomen no fori meriti Cicer.de Amicitia: Quorum plerique aut queruntur femper aliquid,aut etiam ex* probrant,eo$ magis fi habere fe putant,quod officiose,et ami* ce,cr cum labore aliquo fuo fattum queant dicere. Odiofim fane genus hominum officia exprobrantium. Exprobrare ergo beneficia fua,eft immemore beneficij accepti inculpare. Impu* ttte ucro frequenter ad fignificationem exprobratis acccdit,fed E * citra ■ ’ * **.. ' V V ' _.^'v " -Sr ^ ‘ v'"'- SJsS®55 - / 4l6 lavrentii vallae citri rcprehenfionemiquod an apud Ciceronem fit , nefcio. I n Dedam.». posterioribus ucro creberrimum ejliut Quintilianus, Neutatio,ad ea quae euidenter falfa funt,perducatur.Hoec duo s bus in locis vfpianus. C. autem inquit: Si calwmnietur,ej mo* retur, er frujlretur. Inde calumniatores appellati funt,qui per fraudem , e r frufkationem alios uex arent litibus. Inde er cau uillatio didb ejl. Caius nullam fecit mentionem de euiden* ter uens,dut euidenter falfis , nec de breuitate. Nec puto faci * endam fuijje , quum plerunque cauillatio jit tcftn, cr infrdio» fa,multisq;,dc longis frequenter ambagibus utens , er quae uix db acutis deprehendatur. Quare cauillatio ejl fubdola ratio, quam nos confcij nobis mendacij , uincendi tamen caufa pro*, ferimus. I n hunc fenfum femper iurifco fulti ufi funt,cr Quin * Siliani frre feculum. Cicero autem pro genere quodam jace* tiarim , er hunc imitatus Aulus Gellius : Titus Liuius utroque modo. 441 ELECANTI ARV JM LIB. VI. mode. I pfe quoq; Cicero definit libro fecundo de Ordtore,din cens:Etenim quum duo Jint genera facctiarum,a\terim aquae liter in omni fermone falfum,alterum perdeutum er breueifue perior cauillatio, altera dicacitas nominata ef. Catarum C dius uidetur fentire,idem effe cdlimnidri er cauiUari. Quod no feri tit Mdrtianus,tantum dccufdtori tribuens calumniariiquii ait, Cdlimnidri ejfefdlfa crimind intendere : quod per legem iUdm decldrdtur x 1 1. tibuUrum:Cdlmnidtor idem patiatur,quod reus, fi conuittus effet. In cofdem5de Pr aeuaricator,T ergiuerfator,,er translatiue munere accufandi defungitur, eo quod proprias quidem probationes difiimularct, falfas uero excufationes ad * mitteret. Quod nos quidem ueru fatemur ejfe,legemq; antiqui * tus de prxuaricatoru poena fuiffe,ut Cic.Philipp.lib. i i.Vfreor Patres Cdfcripti,ne ( quod turpifiimu ejl) prxuaricatorc mihi eppofuijfe uidear. Catcrum (ut prxtered,quod Cicero idem in U i Parti 44* LAVRENTII VABLAE Partitionibus ait,pr£uaricatione definiri nunc ab accufatore » nunc a reo corruptelam effe iudicip reperio nonunquam pr£* tutricatore ex parte rei quofyneq; perfidia tantum,ac malitia, fed imprudentia etiam ,er negligentia peccdtem. Quintilianus infeptimo:Vtin prxuaricationum criminibus , ut abfoluatur reus, aut innocentia ipfius fit,aut interueniente aliqua potefta* te,aut ui,aut corrupto iudicio,aut difficultate probatioms,aut prxuaricatione.nocentcm fiijfe confiteris,nulla poteAas obfi* fiit, nulla utiicorruptwm iudicium non querem,mdla probddi difficultas fuit.Quid fupcrejt , nifi ut praruaricatio fuerit ? Hic pro perfidia accufatoris accipit, alibi ticro aliter. Sed dcuiu caufa loqui fuperuacuum ejl. Ego in uniuerfm neq j oratorii puto cjje unquam prtuaricarimccfc litem intclligo,m qua pars utraqi idemuelit. ldeoq. ; praruaricatcrcm appellamus,quicil(fc 4 prarferipto officij fui deflexerit, atq; aberrauerit. Phn.libro Cap.19. x v 1 1 1. Arator nifi incumts,pr£tiaricatur.Tlinius lunicr ai flpiftao.iibw, comelim Tacitum: Alioqui prauaricatio efitranflre diceda. Prtuaricatio ejl etiam brcuiter,cr cttrflm attingerc,qti£ funt inculcanda, infigenda,repetenda. Et Adam praiutricatu fuiffc dicimus. T ergiuerfari uero non ejl (quantm ego intclligo) ab accufdtione defi flere. Illi uidentur ex hoc trahere fignificatio « nem, quod qui terga uertunt,d pugna defiflunt. Verutimen no protinus,qui terga uertunt,d pugna dejiflunt,utPmhi. Itacfc quiuertentes terga,adhuc tamen pugnant, nec rationibus uo* utnt fcuiftos agnof fignificat idemyquod inuitoyno obtiatyquum a fuo quoq $ finu» plici,qucd eft uitoyinfignificatione magis ditietyqudm conuU tium d fuoyfiue illud fit uito , fiue uitium. Ipfa quoq ; con pra* pofitio in bonamycr malam rem accipi folet , ut conficio , pro perficiOyCr pro eoyquod eft confauciando trucido, inde coft* tiores ftrarum. Conuitium igitur , d uitiim , uel potius d uito defcendityut uitupero:txjnetfi no omnino repugne feribi per c, ut quibufdam placet9non per t. Et hoc quidem de etymologia, qua fi pro Labeoneyvlpianoq;ynon pro me fdceretytmen dea finitioni repugnare audercm3nufqu non licet . ldeoq; femper difiinifa hac duo repcrimus,cr femper addi ait erum (de uejlitu loquor)quia alterum,quod efl uiftus,hoc etiam fignifi* catum no compleftitur.alioqui na diceretur uittus,er uefiitus. Significat etiam uittus genus uita, quantum ad mores , ut qui * buscrn quis uiuat, er a quibus infiituatur,er quibus moribus. At neq ; de penu lurifconfultis affentior , multa qu« dixijfe etiam faneris. Nec tamen, ut ei credamus , exemplo pro* bauit.Quid quod ex frigus fHgoris fit refrigero i quid quod ex ■ tempus temporis fit tempero f ex littus littoris fit oblittero f ex penus penoris (ut fentio ) fit penctroi additu t , quafi ad locum * F * penoris ■y 41* LAVRENTII VALLAE penoris intro.Tam enim penus, quam penetro breui primd fyU laba ejl.Aut mihi quidc propria, & aera pignoris ftgnificdtio effe ei uidctwr , unde ucrbd deriuantur . N ihil enim illi alij /i* gni ficato cum his uerbis : e rfilij ( ut fentio ) non alia ratione appellati funt pignora,nifi quod pignus quoddam inter coniu* ges funt, tum uinculi , ne aliter forte diuortium fieret, tum cha * ritatis. Cuius rei argumentum efi , quod legimus fepe pignord Cap.7. fUioru , ut apud Suetoniu in Tyberij uita:Comuni$ filij pigno * fo Augu(U.»i ra.Etiterum:Tdmmarium,quam faminarum pignora. In eo(clem,de Ferrumino* c a p. l v i i i. F'Erruminatio,Caius apud Paulum ait , per eandan materia facit confufionemipUmbaturd non cfficit.lde fentire uide « tur Pomponius,dicerts:Si tuum fcyphum alieno plumbo pium * baueris^lienouc argento fbruminaucris,non dubitatur fcypku c tuum effe,ej a te refte uedicarLScyphu enim argenteu intolle* '1p‘n* xit.Cum ijs pleriq; no fentiunt,quoru efl Plinius, qui libro de * cimo 4ir:Nd(T; furculo fuper bina oua impofito,ac ferruminato alui glutino,j ub dita ceruice medio, aqua utrinq; libra, depor* txnt alio.Ferruminato dixit,quafi agglutinato materia illa. 1 de Cap.37. x i.E t medulla ex eodem uidetur in iuuenta rubens,in fenedute albefccsinon nift cauis hac opibus, nec cruribus iumentoru, aut cammiquare fradn non ferruminatur . Quaft non glutinatur , Cap.7. nec codlcfcit,cr colligatur.] dem x x x 1. Carrhis Arabia op* pido,rmros,domos(p, mafiis falis faciunt aqua ferruminantes . Cip,,y* quaft glutindtes.lde x x x v. Calas quoq; ufum bitume pra * Cap.tj. buit,ita ferruminatis Babylonis muris. Ide x x x v i.E amaxU me caufa,quod fulto calcis fine ferrumine fuo camcta coponun* Cap.t6. tur.Quafi dicat glutino. er in eodetvitrum fulphuri concodu ferruminatur in lapides, quaft conglutinatur in forma lapidis. Cap.*. ide x x x v 1 1. Infefhntur plurimis uitijs , fcabro ferrumine, maculofa nube,occulta aliqua uomica,praduro, fragiliq j cetro. quaft glutino,*? comiffura, fiuc iundura,ftue ligatura . Ergo ferruminatio 45| ELEGANT1ARVM L1B. VI. ferruminatio non ubiq; per cande materiam facit confufionenty fed interdii quoque per alid.Plumbatura per folu plumbu efju cit confufione,ut ipfm indicat nome , fi bxc cofufio diceda efl. In eofdem,de Vcterator,S£ Nouitius. cap, lix. SEruus,ut cft apud v enuleiu/m,tzsn ueterator , quam nouitius dicipotefhfed ueteratorem no ffiatio feruicditfcd gcnere,GT caufa effe utxre,ubi infinita fuppediant . Dixi A turba fieri turbo , cuius genitiuu grammatici quidam uolunt effc pro ludicro iUo infir umento, turboms , quod uel ex hoc fiU fm effi, documentum efi, quod firmam acumine fiftigiato uo * camus turbinatam, ad fimilitudinem ligni illius.Falluntur igitur gramatici in turbo turbonis, quomodo in cardo cardonis, quod nec ipfum inuenitur. In eofdem,de Exautoro. c a p. lxh. IGnominiofa autem mifiio ( fi luliano credimus ) toties efi, quoties is qui mittit , adijeit nominarim ignominia fe caufa ntittere.fempcr enim debet imperator addere, cur miles mittatur . Sed fi em exautoraueritfinter infimes efficit , licet non addi* F 4 dijfet x . V 4S6 J dijfet ignominia caufa eum exautoraJfe.Pace tam en J uliani,ex* autorare,cJl ducem ab imperio fuo dimittere , uel rniffum milite Dedam. 3. ficcre,illumq; donare mifiionc militia plerunq ut apud Quin * tilianuin Milite M ariano, Pater huic cmerius bello flipendijs, tum,cum totafubnixum Numidia fregimus lugurtham , exau * foratas armis manus, agrefli labori fubegit. Titus Liuius ab ur* be condita Ub. xx x v. Volonum quoqx exercitus , qui uiuo Graccho fumnta fide fhpcdia fecerat , uelut exautoratus morte duas a /ignis difcefit.Et in x x i x.vbi hoc modo exautoratu equite cu gratia Imperatoris uiderut, fe quifq; excufare,ej ui* cariu accipere.Et in l x i i. vbi is uenijfet,omnes nulites ex * autorati domum dimitterentur,prater quinq; milia focium bis9 quos obtineri circa Ariminum prouinciam fatis ejfc. ) dem lib. xxxv. Fosi ero die cocione aduocata de rebus a fegcslis , er de iniuria Tribuni bello alieno fc illigatis , ut fua uirtoriafrw * rtu fe fraudar et, quum defer uijfet nulitcs,exautcratos dimifit. In eoOcir^de Depectus. c a p. lxiii. DEpertus(fi vlpidno credimus) dicitur turpiter partus.Mi hi aute pro JimpUci potius accipi uidetur id,quod in muU tis fit,ut,demiror,deambulo,defumo,dcmonJlro,dcofculor, de * pingo,dcpofco,dcuito,dcguflo,di moror, deprecor , demulceo. Quod jt quando reperiatur pro turpiter partus(quodnon me* nuni legijfe mc)id fit no magis ui prapofitionis, qua hoc uerbu cdponitur,qudm ui ipfius uerbi,quod citra compofitionem no* nunquam turpem partione fgnificat.Cic.in Paradoxis: Si quo tidie fraudas, decipis, pofeis, pacifceris, aufers, eripis, fi focios ffolias,arariu expilas,fi tejhmetx amicoru expertas, ac ne ex* pertas quidc,atqi ipfe fupponts: hac utru abudantis, an egetis figna funttExcmplu uero,quod depertus no fignificat turpiter , partus, fed tantum partus,apud T eren.in Phormione: ltamcdij bene amct,ut mhi liceat txndiu, quod amo, frui ,1 am dcpecifci A A. ijtct^morte cupio,- T alc efl hoc T erentianu, quale efl illud Vergilij , Vi ELEGANTIARVM LIB. VI. -Vf$tm$ uolunt pro laude pacifici. iRud quocj; apud M.T udium,ficcundo Rhetoricorum: Quidam cum circunfedcretur,neq; effugere ullo modo pojfiet,depetius ejl cum hotiibut,ut arma,w impedimenta rclinquerct,nulites edu * ceret, lttfy ficif.armis, cr impedimentis amifiis,prxter ]}cm mU lites confieruauit. Non eft accipiendu pro turpiter pdttusabdu tore ejfe pofitu. Quippe qui caufdm narrat, de qua controuer* fia eft,an ille turpiter patius fit : non autem fatim hominis da* mnatio' aliquoties futium hoc,paulo pofi pdtiionem uocat.Et in libris ad Herennium hanc eandem rem gejhm ia exponitiut quod erat fui officij nefy accufiet,ne $ excufct, fed antwmmodo patium inter Pompilium , er Gallos ia fuijfie fignificet: hanc# controuer fia ab accufatore , atq; ab reo declamddam proponat . In eofdem,de Gemma, Sc Lapillus. cap. l x ii i i. GEmmas,lapidosq; vlpianus fic dijlinguit, dicens: Gemma: funt perlucida materia : quas ( ut refert Sabinus ad V itcU lium ) Seruius 'a lapidis fic ditiinguebat,ed quod gemma effient perlucida materia,ucluti Smaragdi, ChryfioUti,AmcthyfU: la* piUi contraria fiuperioribus tidtura,ut Abfidni,Neuctani.Mdr* garias autem nec gemmis, nec lapidis contineri fiatis confiitiffie idem Sabinus ait:quia concha apud rubrum mare er crefcit,zr coaleficit. Murrhina autem uafia in gemmis non efific Cafiius fieri bit.Hoc falfium ejfe, pace horum quatuor lurificofifiultorwm,cum omnes autores probant, quoru titulum Plinius degemms non translueetibus ficit,cr murrhina in gemmis numerat ,er omnes lapides precicfios,prater Margaritam ( cui unio nomen , quod tantum lingua Latina habet ) gemmas appedar.tum ipfia ratio. N am quis non uidct,lapidus,quod generale nomen ejt omnium paruorum lapidu,fied fiubintedetiione pretiofius,idem efific quod gemmula: Nam gemmas etiam accipimus multorum cubitorum inueniri:quas ut uere lapides, non lapidos appedarc pofiumus , ita quum mlnuU fuerint , lapidos appellare debemus. Quod fi F i lapides 411 Acndd.jt Ub.j7* Plin.U.9.c.3f« Jr* 4it LAVR. ELEG. LI B. VL Upides tam grandes translucidi non fuerint , fiue perlucidi,queritis,oratoribus,quatiim deniq ; omnibus fermone utetibus conducit rerum, uerborumq; interpretxtio,quod proprium e fi eloquentia i Certe hoc, cuius uim, iusq; interpretamur, tanti Jaciendum ejl inter extera uo- cabula,quanti Pluton inter reliqua numina triwm maximorum deorum er unus,er frater tertius.Kides uicifiim comparationis hyperbolen. T u uero uel per me licet rideas, tccum etiam rifu* Ub.Semui. rum,quum(ut inquit Horatius)ridetcm dicere ucrum Nil uetxt. Rideas inquam, non derideas. Nam er propius ad ueritate ac* cedet mea fuperlatio ridicula, quam tua cum detraftionc deri* fio. Nec nihil bella, nec inconcinna, nec inepta fane comparatio erit. Siquidem quemadmodum tres filij Saturni(fi uetujhti crc* dimus)omnia inter fe diuifereiut J upiter calum„Ncptunus ma* ria,Pluton infrros fortiretur. ita tria pronomina er inter fe ger mana,cr inter teteras uoces primaria,tum omnem perfonarum numerum complebuntur ( Ego finule loui,cuius prima ejl dU gnitas:Tu finule Neptuno,cuiusfecuda:Sui finulePlutoni,cuiui tertianum omnia dcriuatiua per totidem cafus fingula fibi uen dicant. Nam quid efr,quod non meum,auttuum, aut fuum dici que at i er licet fui non contineat tertiam omnino perfonam, ta* men illius ueluti fons ejl, perq ; ipfum ea tota nuncupatur , ditius nimirum ac locupletius utroq ; aliorwm: quoniam plures uoces po fidet tertia perfona,qukm reliqu£. Et hinc quoq; Plutoni co parandum,qui Dis k diuitijs,cr eadem caufa Grtce Pluton ap* pellatur. Et eo quidem magis, quod ficut Pluton defrbum lucis fentit,eiusq ; imperium omne ex alieno pefidet orbe, quod hinc iUuc aninu defcendunt,finc quibus non exifterct illius regnum: DE RECIPROC. SVI ET SVVS. ia SHf,er defcttim nominatiui habet , er ttiji regime cius aliun de pendcat, nequit fubfiftereizr ( quod ad rem maxime facit) qucadmodum Plutone prae fide bene , maleq; fittoru iudicia ex * erccntur,(ic in ufu diftioms,huius bene , maleq; loquentes prx* cipue iudicantur: ut qui ex hoc iudicio abfoluti difcefferint, ij optimo iure anquam ad Elyjiim eant , cu/mq; Vergiliano An * chifa dicant : Quifq; fuos patimur mancsiexinde peramplum Mittimur Elyfium, er pauci Lea arua tenemus. Quare fi pronomen ijlud anto Deo comparari potefl, cur eius trachtio perexigua, perq; exilia exiflimeturf Libuit iocariloan nes , dum no flram materiam (munus uidelicet in te meum) non effe antoperc contemnendam oflcndere uoluimus. Sedidipfa trachtio planum fkciet,me'q; non modo potuijJeiUam Labyrin tho coparare,fed forafiis etiam intus Minoaurtm,id efl, dejpe* rationem habenti.De cuius natura,zr ufu cum alij ueteres grd* matici nonnulla,tum Pnfcianus(cui inter caeteros ftre tribuitur pa\ma)permula pr£cipit , er haud fcio an ulla de re diligetius , ut nurcr liclapfam loquendi confuetudinem defluxijfe de uia. Noy huiufmodi erroris caufas (ut aberrantes reducamus in uia) quoad facultas fbrct,diligentius tradere conabimur. In quo dident Sui, I temq; pro his duobus apud cofdem aliud pronomen , id c% wmi, oii^,o&o70f» , ufurpari: quod proprie eji ipfius ipfi ipfu/m ipfo:uel ex utrofy compofitum , Wn>5 , e rc. Et licet nonnihil difjerant,tamen crebro illud pro hoc poni , ut uixfcias, quid in * ter ipfa interfit. Neq± me fugit dd figndndam differentiam illud afpirare folere , quum pro hoc ponitur : fed nefcio dn omnes id fcriptores obferudrint. Certe nec omnes editiones feruatu/m habent, c r qux habent,uix ubiq;: er fi ubify haberent , non fit* mem in totum lingu£ Latin £ refponderet. Pneterea hoc ipfunt compofitum prims, fecumUq; perfon £ accommodari , non fo= tum tertU , ut xfo/txfy wlpSoujTvii, apud nos ( fi uerbum fit e uerbo ) abfurdif.imwm , attendite nobis fibi, fiuc nobis fibijpfis: cum tantundem fignificet nobifipfis.Poftremo apud Homerum, er fi qui funt alij,fexcentn in locis reperiri oS.oi.l, hoc efl, fui , ftbi,fe:pro eius,ei,eum,eo:fiue pro illiui,illi, illum, illo:cuius au= toritatcm imitatum noftrum inuenio ncminem.Uacrfuam natu = ram interdum deferit hoc pronomen , er in locum fuum aliud fuccedere pdtitur.Quod nobis adeo denegatum efl,ut ficuti mei er meus , tui er tuus:ia fui er fuus nequeant alterum pro aU tero poni, quum non Ldtina jit , fed barbara oratio , ego amo amicum mci,uel tui, hic amat filium fui,pro meum, tuum, fuum: cr,hc me credit omnia facere amore meo , odio tuo , inuidia fua, pro mei, tui, fui, qu£ apud Gr£cos non efl differentia. Si* quidem ( ut alibi probduimus ) fui,ut mei,tui,noftri, er ueftri, pafiiue femper dccipitur.Suus u ero, ut meus, tuus, noftrum, ue* fbrwm,nosler,uefler,pofiefiiue,uel dftiuc.quod Prifcianu igno * raffe ob Grxcam fbrfitan imitationem quam mirum , tam ueruM eft.Quum ergo tot fint quibus d Gr£ca noftrd diffentit oratio, non quidflli dixerint efl intuendum,ne in eundem in quem no* nulliificut olendam ) errorem incidamus: fed quid noftri,quo * rurn autoritatem imitamur : Non t DE RECIPROC. SVI ET SWS. 463 Non efle tria genera conftruAionis praediftorum pronominum, fed reciprocationem fufficere, c a p. ii. HAec prafutus,ad rem ipfam uenio, cuius Prifcianus triage* ner a facit. Vnum , quod, uocdt reciprocum , quum pronos men in feipfum refleftitur.ut , Cato amdt fe. Alterum quod uo* cat tranjitionem,quum per deriudtiuum eius loquimur: ut,Cd* to amat fuum filium , fiue Catonem amat fuus filius. Tertium , quod uocat retrdnfitionem , quum accedit alterum uerbum : uel in primitiuo, fic:Cato precatur me, ut fui nuferear.Vel in deris uatiuo,fic: Cato precatur me,ut fuifilij mifcrear.Sed optimum fuerit eius ad literam fubijccrc uerba , cdq; aliquanto longius repetita ( quoniam non in unius tantum quajlionis ufum repes tentur ) quahaefunt: Poffefiiua uero modis con&ruuntur tribus, quum uerba uel a poffefiore in pojfefiionem , uel a pojfefiione in poffefiorem, uel extrinfecus trans firuntur. A' poffefiore in poffefiioneiut, doceo meum filium,doces tuum difcipulum,docct Ulc fuum auditorem. A' pojfefiione uero in poffefforemiut paret mihi meus filius, pa* ret tibi tuus cliens , paret Uli fuus feruus. Extrinfecus : ut doces tu, uel ille meum filium,doceo ego , uel ille tuum filium , doceo ego,uel tu fuum, uel illius filium. Sed melius hoc per tranfitio * nem:ut,rogat ille me,ut doceam fuum filiwm.Quum enim fuum jitrelatiuum , exigit, ut prius cognofcatur perfona poffeffom fui,ad quam referatur. Et fciendu quod omnia poJfefiiua,poffef» fons quidem perfonam fecundu primitiuu fignificant. P offefiio uero ipfa tertia ejl perfona,utmeus,tuus,fuus,quomodo er nos tnina quibus iunguntur:ut,mcus pater,tuus filiusiexcepto uoca * tiuo,qui folus in prima perfona poffcfiiuis inuenitur, quum f ex- eunda copulatur perfonaiut , mi pater, 6 mea Tullia , 6 noficr Chremes. Omnia tamen poffefiiua in genitiuos primitiuorum, non [olm nominibus 3fcd etiam uerba tranfitm fociata, pof* I 4 64 funt rcfolui:ut,amicwm meum moneo,pro amicu mei: er E Udtts drium filium Turnui interjecit , pro Eudndri filium : er Ddu* nius filius ab Aened uiftus eji , pro Dduni filius. Hoc dutcm in * terefl inter poffefiiuum pronomen , ut meus,tuus,fuus,cr primi * tiuwm mei, tui,fui,quod uoce poffefiiui genus, er cdfus, er nu* merus ipfius poffefiionis obtenditur , er fubjhntiud quide uerbd poffefiiuis coiunttUdd poffefores refiruntur. ut, tuus fim filius , C r mei« pdter es,ej fuus efl illius feruus. Et aliquanto poflc* rius.Nos uero primitiuis quidem , id eft,fui , fibi, fe,a fe, uel per rcciprocdtionemiut, fui potitur,(ibi indulget : uel perretranfis tionem utimur: ut, hortatur me iUe, ut fui potidr.ro gat te iUe,ut fibi indulgeds. Poffefiiuis uero quum in ed poffefiiuorum fidt trdnfitio:ut, fui ferui miferetur , er fuo feruo prodeft , er fuum feruum diligit. Nec dliter tamen poteft fupradiflum poffefiiuum tertis perfons con&rui cum alijs extrinfecus perfonis , ni fi per trdnfitionem(quomodo er primitiuum eius ) id efl, nifi prius a poffeffore eius proficifcdtur in dlidm uerbi perfondm: er fic db iild rurfus dd pofiefiione tertis , ficut er dd fe:ut,rogdt me idc, ut fuus feruus miniflret mihi uel tibi : precatur me ut fui patris ntifercdr.petit te ut fuo profis filio:obfecrat Cicero Vdrronem, ut fuum erudiat gnatum. Et notandum quod quum a tertia in tertiam fit tranfitio perfondm ,in dubium venit , poffcfiio di quam pertineat earum:ut , rogat ifle iUum ne fuo noceat filio, ambiguum, cuius filio fuo,iftius,dn illius: id efl,an rogantis , an eius qui rogatur : quomodo er apud Grscos, srofansTv? ita«- tcov« Ae/so[tAHjci»« Tfljv WtoU ondijfct,etidm:crgo,inqudm, etiam ueslro testimonio dici debet Aristoteles, non AriSlotiles,ut fieri pofiit Ariftotelicus. jn deriuatiuo autem quod cofequens eft,quum hoc fit eiufdem natur£,quodilli tamquam genitori,ucl domino , ucl duci non licet yid huic uel filio,uel feruo,uel militi non licere. Prima caufa,cur Sui,# Suus abutamur pro Eius, ucl Ipfius,ucl Illius, c a p. v. V Erum hic quijpiam,neq; hac mea ratione contentus,neefi p rifeiano fatis fidei habens, aget nobifem autoritatibus. DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 4*7 opponetq; V ergilianum iUud: Reaeid.i» Tumbreuitcr Barcen nutricem affata Sichxi , Nrfiftft fuam patria antiqua cinis ater habebat. Quod haud dubie iUi fitmlt eft,Seruus fuusminiBrat mihi:fiue, feruu fuum uidi,cr extera qux protuli paulo ante per omnes cafus exempla. vbi,etfi abefi ad quod referatur fuus , id tamen fubauditur.nemo enim dicit fuus,nifi de eo, cuius habita jit me * tioiut fi roganti,ubi efl Titus f rejf>ondeos,nefcio , feruusfuus efl hic,uel feruu fuum nidi. I n quo fi folcecifmus eft,cr in uer* fu Vergiliano fit neceffe eft. Sin in hoc non erit, falso ait P ri* fcianus in illo effe. Q uid igitur ad hoc dicemus f Si Vergilium damnamus,tantuuirtm,er poetarum Latinorum longe prin* cipem,quis ferat fer non eius autoritatem qualibet ratione po* tiorem exiftimetfSin Prifcianum,iam omnis huius rei ars fub * uerteretur,nullamq;,aut fuperuacud maximorum autoru juiffe dicamus obferuationem oportet.Ego etfi uideo Prifcianum (fi modo animaduertit) hoc difiimulaffe,tamen ipfe nondifiimu* labo,aut iam non difiirmlaui potius : quippe qui fuperioribus exemplis fimile effe confiffus fum. Seduel poeticam licentiam excufandam reor,uel operis imperfittionem. Etenim credere libet Vergilium,quum talem quendam uerfum faceret, Nanq; fuam patria liquerat tellure fepultam, impeditum prima fyUaba uerbi longa,mutaffe formam dicedi: atqj ita in foloccifmum ( fi diftu fas efl ) incidiffe. An non illud huic ex fuperiore libro,etfi non perfimile , tamen non difiinule prorfus ejlf V iuite filices, quibus efl fortuna perafta I am fua- Arndd, j. Pro ueftra,pofitum efl fua. Quod fi quis dicat pofitum effe pro propria,refteq; hoc dici:ut id refte diceretur, V iuite filices, quibus efl fortuna perafin I am propria , hic nihil dicit , quum fuum etiam pro proprio acceptum naturam tertix perfonx no mutet , nemoq; fic loquatur : efl mihi , aut efl tibi fuus feri * bendi mos, qum tamen dicamus , efl tnihi, aut efl tibi pro* G z prius r-4*» I JUndd.6. i EpiftPendop. adVljf. Acadd.7» JUneid.». LAVRENTI! VALLAE prius fcribcndi mos. N am in illo huius eiufdem poeta uerfu : Quifq; fuds patimur manes : non refertur id fuosad primam perfonam,quia jic refoluenda cfl oratio : nos patimur manes , fed quifii noslrum fuos. Eiufmodi pafiim reperiuntur exenu pla:ut,quum in bibliotheca nos ad fuum quifq; ftudium libros euolueremus. Non ejl autem huic V ergiliano,de quo dijfuta- mus,Ouidianum illud finule: Refficc Laerten,ut iam fua lumi * na condasivbi nonnihil rationn eft,quod utrunq j uerbum cis dem fuppojito [eruit. Hac igitur Vergilij autorit&s (er fi qu4 funt eiufmodi apud alios loca,quorum nonnulla pofterius at * tingam ) prima extitit caufa (ut iam caufts enumerare inci» piam) uulgaris erroris. Secunda eiufdem caufa. c a p. vi. AL tera,quod nonnulli* in locis fiue hominum , fiuc tempo* rum culpd,libri corrupti funt: ut apud Ciceronem in SaU lucium. Quod fiiftius uia memoriam uiccrit , aliam V utres Confcripti,non ex oratione, fed ex moribus futi fteftttre de* betis. Quem locum (nifi emendetur) non confido me expofi * turum. At qui fe exponere poffe confidunt,ut in toafententia, fic in uerbo fuis,quid ratio pofcat , non rejficiunt. N cc folum communis ejl huiufmodi menda librorum , fed etiam priuaa in fuis cuiufq ; codicibus. Nec aliunde /ittum ejl, ut refiram hac omnia fuis locis,ac temporibus,non eorum. Caufa cur Eius> Ipfius, Illius, abutamur pro Suus. c a p. IX. A T que ex ijs quidem qua: comrnemoraui,non modo fi&um a\eft,ut multi pro eius, fiue ipfius, fiue illius , uterentur fuus: uerum etiam ut econtrario pro hoc illis abuterentur ( de quo foloccifmo nullam facit Prif cianus mentionem) qualia fiunt mea proxima exempla:ut,uideo columbam triftem in periculo puU G i lorum 474 LAVRENTII VALLAE Ioni eius,uel columba luget pullos eius,cr quale Donati gram* matici (ut grammaticos potifimu fua artis admoneam, fi moda Donati grammatici libellus cjl dc uita Vergilij,in quo alterius quoq; genens uitia reprehendas)ait enim loquens de V ergilioz Voluit etiam eius offa Neapolim trans fvrri,ubi diu er fuauifii* me uixerat. Ac paulo pcfi: Translata igitur iuffu Augufii eius offa (prout Jhtuerat) Ne apolim, fuere fepula uia Puteolana intra lapidem fecundum,fuoq; fepulchro id diftiebon, quod fe* cerat,infcriptum e]}. Et iterum: J tem rogauit , quo patio quis alam, feli cemq ; eius fortuna [eruar e poj] et. Superius uerc:Quod quum magi»ler Jhbuli A ugujlo reciaj)'et,duplicari fibi in mer* cedent panes iuftit. Et alibi aliquoties fibi , uel fuo pro eius,cr eius pro fuo, uel fibi. Verum e Graea quoq ; figura non mini* mum caufc accefit huic crrori,id quod me pollicitus fum ofte* furum. Nam quum pro uno oir liceat dicere tum fuus,tum eius, tum ipfius,tum illius ( non tamen quodlibet femper) tardus,aut indiligens interpres quando hoc,cr quado illud competat, non difpicit. Quo uitio in interpretatione quidem ecclejiaflicorum librorum omneis interpretes decepit lingua peregrina. Sed nos indigni reprehenfione , qui maioribus aedimus : illi uero digni , qui maioribus fas credere noluerunt. Quo magis exijs pro* cipue uitiofadme funt exempla proferenda , ut errorem no* flrum,ubi fontem eius agnoucrimus,dcuitemus : quum tamen ex hoc nec contum clia ulla fiat libris ccclefiaflicis,H ebraa tantum, aut Graea lingua loquentibus (nefeio an honor potius habea* tur)ncc magna eorum traductoribus: fi modo dignitatis horum ratio habenda eft, qui uel incerti funt , uel ignoti , uel inter fc di fident es. Hoc mihi difi/nulandum non fiat, uel ob id,ne quis nubi iCtorum obijeeret autoritatem. lnpfulmis igitur (quos Hieronymus certe non tranflulit ) ubi pleraq; huiufmodi refte translata funt, illud non refte : A' gloria eorum expulfi funt: pro a gloria fua. Et iterum : Qui exacuerunt ut gladium lin* gUM DE RECIPROC. SVI ET SVVS. 47* gi las eorum: pro linguas fuas. Et iterum:Sdturdti funt filijs,zr dimiferunt reliquias paruuhs eorum:pro fuis.Et iterum: Peric* runt propter iniquitatem eorum:pro fudm . Neque uero me Id* tet,in quibufdam codicibus refte legi,fua , fuas , fuis,fuam. fed ego rcm,non hominem noto.Nccnon ibi:E t abjlulit jicut oues populum eius:quod melius alibi legitur fuum: Jicut ibi quoque : Sicut locutus ejl per os fanttoru fuorum,qui a feculo funt,pro* phetarum cius: alibi melius , Per os fandoru prophetarum fuo* rum,qui a feculo funt. In his omnibus Gr£ce ejl genitiuus «««£, cuunsiOujT&p, ille pluralis ,hic Jingularis . Aliquando etfi eiusfeu ipfius,feu illius tolerari potefl,tamcn Latinius ejl fuus:ut in eif* dem pfdlmis, N eq; defcendctcim eo glorid eius, pro fud:tametji aliqui non legunt eius.Et itcru:Defidcrium cordis cius tribuifti > et, er uoluntate labiorum eius nonjraudajli em : pro fui , er fuorm.Et iterum:Brachium eoru non faluauit eos , pro fuum . Et itenm:Benedicite domino omnes dngeli eius,benedicite do* ntino omnes uirtutes eius,b en edicite domino omnia opera eius t pro fui, fu£,fua: quale ejl illud in Apocalypji: Opera enim iUo= rum fequuntur illos: quod ego citius dixijfem , opera enim fua. Huius tamen genens non ejl,ji interuenit ucrbum,ad hunc mo * dm:Quod pater non amarit te , Jiuc patre non amaffe te,pro* bat ipfius tejhmentu, potius quam fuum:ut ejl apud Quintilia* num libro primo. Quomodo er ipfum er Vergilium quoque fcripjijfe manus eorum docent. Nam in itio apud pfalm. Omnia a teexpcdztnt,ut des illis cibum in tempore, dante te illis colli * gent : illis pro fibi pojitum ejl:de fecundo,illis , magis loquor , quod fibi quoq; translatum inuenio.Suo autem pro cius ( quod fuperioris generis uitium ejl) illic: Ad nihilum deduftus ejl in conjpedu fuo malignus.Et itent: Si autem dereliquerint filij fui legem meam.quanquamlego in quibufdam editionibus utrobi * que eius. Et iterum : Anima autem mea exultabit in domino, er deleftnbitur fuper falutari fuo: nam id fuo ? ad dominum refirtur,non ad animam: quemadmodum Gwc owr. At ibi nec fcias an uarieate gauifus interpres Jit , an conjilio uutaueritz Quoniam fecundum altitudinem coeli d terra corroborauit mi » fericordiam fuam fuper timentes fe. Quomodo mferetur pater filiorum,mifertus e jl dominus timentibus fe. Et in eodem pfaU mo paulo pcfliMifericordia domini ab xterno,cr ufifcin xter * num fuper timentes /e: er iujlitia illius fuper filios filiorum, his qui feruant tejhmentum eius.Et: Memores funt mandato* rum ipjlus.Pro his quinque noflris, fuam , fe, cius3ipfius,illius, unum e Jl pronomen Grxce cfav,ofoity,o2uni. idem, quod modo dixi,quod nunc ajpiretur necne, non attinet dicere , ut aceam raris in codicibus pj almorum reperiri hanc diligentiam . NdWf exterorum ecclejiafiicorum librorum in nullis adhuc reperi , nec eam ( iudicio meo) fatis exa£hm.V ter tamen fermo melior , fuper timentes fe,an fuper timentes eum, lucis dunaxat gratia, fuper timentes eum,uel ipfius interpretis teflimonio, qui prio* rem quodammodo pofteriore correxit : nifi uarieatts gratia ii frcit.Huius genens ille quoq ; locus efh Stabunt iujli in magna conjhntia aduerfus eos, qui fe anguftiauerunt : quod fi dixijfet aduerfus eos, qui ipfos angufiiauerunt,obfcuriatem deuiajfet. Ut taceam quod magis ad uerbum etiam tranfiulijfet. Quomodo uidecur amphibolia in Sui, 8C Suus. c a p. x. ENimu quomodo manus er DE RECIPROC. $V! ET SVVSi 4*S ipfius er Vergili) docent cos fcripfiffe. Sed hoc tranfeo,cr c 4.85 Aleator , Aleare , Alea ludere 1.6 Aliquantifrcr ».48 Aliquanto m* Aliquis i.6.cr 3*1* Alius x.itf.crj.5^ Aliter tii6 A Ueuo 5*8i Allocutio prmatura 4.107 Alludere 4.16 Alo 1.46 Alter alterum accufat 3.30 Alter 3-59 Alfi/tf i.s Aluearim 1,6 Alumnus 6.1 Amamus nos inuieem , mutuo , er parifer 3.74 Amator 7.37 Amatorium 1.6 Ambitio, AmbitUS 4.19 Ambitiojits ibidem Ambulo ' 7.79 Amicus, Amica 5.17 Amiculum 1.5 Amo • 5.37 D fc X. Amor 4.^8 Amorem conciliare 5.5 » Amoueomanm 5.9° An,Anne 1.17 Anacreon poeta 1,11 Andromeda . 5.* AnguiUalubrica 4.101 Animaduerto $.69 Animofus i.xc. Anniuerfarius 4.108 Anniculus 1.5 Annona 4.35 Annuatim 6.60 Ante uim habet comparatiui 1.16 Antecedetis a relatiuo difeor * dantia uenujh 3.19 Anfe dic ucnire,adej[e 4.80 A n tebae, ante illud x.76 Antiqui 4.5 Aper 4.4* Apertm,Apcrtile r.8 Apes non apis dicendum ».5 Apparatus belli 7.64 Apparo ibidem Appellationis uerba 3.9» Appendo 5.8* AppetitutyAppeto '5.7 Apud te - 6.14 Aquatilis r.8 Antf io 4.» H 5 Artor . I N E » E X. Arbor 4.*7 At «ero 1*14. Arceo 6.16 A uttio,Autliondri 4.3* . ArcejJo,cr Accerfo T.Zi Audis ibidem Architriclinus 4-34 Audiens fm tibi 3.4*. Ardi mulier 6.38 Audio te, er tibi 7**9 . Area 4.33.z?6.4i Audiui a patre , de patre , er Argentarius 4.4*.cr 44 ex pdfre 3.0* Argutus 1^30 Audire habeo 3.9* Armamentmm , Armarium Auditorim J.6 J.6 Autor 4.3*.er 5.3® Armenta,Armentarm 4.4* Autoramentm , Autorare Armiger 6.1 4.3* Arra, Arrabo 0.77 Autoritas 3. 8 8. er 4.3* Artificia. 4.44 Auerfor • 3. 80 J • --•«y Arum 4.77.er0.4i Aucrfus,Auerto . 7.90 Afcijco . 7.80 Aue 4.3P Afcribo 347 Auis \ _:;(4f47-. Afcriptitius X,K Aula 4.34 AjfcdAri 5.77 Auricula,Auris Attentor 6.66 Aufculto 3.4* Affeuero 3*7 Aufficdri,Auff>ex,Aufbicim AfiidcOjAfiido 3* 6. 1 / .v; . 1 Ajinus 4.4* Aut x.xi Afylm' 6. 19 Autem, Autem non iy*4 - Ajl *.i7 Auxilium do,cr fero 3.0* Ajier,Aftrm 6.z.i b Ajfmo 0.3 pA«i( *.*8 Affurgo - 3. 1* X3b^4,B4T^ 0.14 AtyAttaiuen i.*7 Beatitudo,Beatus » • 4.04 Atej; *.78 Bd Im 4.04 Atramentarium f.4 Bene *.7*.CT3*87 * * » Bene I N D 'E X. Bene cenfeo3Benc precor3Be* Calmniator,Cii Capio Jpem de te 5.81 Bimus ».7 Capio,Cdpior oculis «3 B inoftiiM *.33 Capitalis 4.109 Binm}Bini codicilli 3.7 Captus *.3 Bis centum,Bis nulle 3.4 Cardo : 6.61 Blandior 7.$* Car eo 7.87 B ombarda *. 3 4 Caritas,Charitas 4.4* Bona corporalia,!? incorpo = Carnarium x.tf ralut 4.98 Carnofus,Caro 4.73 Bonrt Decrcui3Decretm efi i.*4 D ecuru 6.Ji Decurio , Decurio municipa * lisDccurio Romanus ibide Decus3Decoro 4.’ti Dedecus3Dedecoro ibidem Dedere nox£ &}} Dcdititius I.II DedifcoyDedoceo ** Deduco •5.77 De)aiigatus3Defkiigor 4-99 Defeftio3Deficere 4> Defedus x.}o:& 4* Defendo 6.i4 Defero 7.44 D eftffut 1 4.5»? Deficio ' > , 4* £ De/ore rrt6 Defimgor3DeJunftus 2.7. 4 er 44 Dehifco Deinceps ±.)6 Delabor 1-19 Deliber aui 2.*4 a e x. V- - * Deliberatum ejl mihi ibidem Diligo3Deleftm agere 1.60 Dementia 3.36 Demereor 2-9? Demigro 7-9* pemwm cu compofuis 6.ZZ Denic/i t - ibidem Deorfum ' *-77 Depeftus 6.63 Depeculor 6.40 DepofitiriiM , D epofitoriut r A Deprecor 4.t4 De repetundis pecunijs i.x-4 Defcendo 7.J* Defcifco 2.$* DefcSyDefideo 762 Defideratiuauerba 7.*3 Definetmcter quo cu coparatiao t .n er s. 66 Epitiola j.6 Exanimatus 6.t$ Epulum 4.z} Exaudio i.z9 Epula: ibidem E xautoro 4.6 z Eques 6.jz Excandefio 6. ix Ev renibus 1.19 Excedo 7.97 Ergo z.4i Excogito l.i.er 10 Ergo'nc x.17 Excretus 1.30 Eripio 1. 83 Excubite 4.69 Errabundus 1.9 Excw/o 7,^7 E/c4 4.75 Exemplar,Exmplum 6. 53 Ejfi cordi, er in animo i,zz Exemplarium ibidem I Exequor INDEX. Exequor iujft *.6s Ex ufuyUtilitite ibidem Ex £quo 3- 1 9 F Exhanredo 5.104 T^kbrica 4.44 Exhibeo negotium 5-88 17 Fdccfio T.ZJ.CT5.88 Exhorreo 5.101 Facies 4.rj Exigo 5.* 4 Facile i.xS Eximius 3. i ) Facio certiorcm,iafturd3cre. Exiflimo J.zo 3.6) Existimatio 3.8 6 Facio dele fi; um 3.60 ExiftityExto 3.3 i Facio gradum *.** ExitialiSyExitidbilis 6.i s Facio gratum 3.76 Exoletus t.jo Facio copiam 4.63 E xfomnis i.zo Facio potefhtem ibidem Ex, cr inter cum interroga* Facio inuidiam r.zt tione i. iz Facio paria 5.74 Exoro 3.2.9 Facio tibi iniuriam 3.94 Expedit 3.49 Facio iter,cruiam , *** Expendo j.8z Facio negotium 3.88 Expeto 3.7 Facio potejhtem 4.18 Explicit 3.4r Facio fermonem 5-97 Explodo 3.9 Facio ftipendia 4.1*0 Exploratum ejl mihi , Expio* F acio ut *.*7 raui 3.t4 Fafiio 4.6i Exploratores ibidem F ador 4.3*- E xpoStulo 3.3 S Fdl/itf I. 30 Exprobro 6.44 Fallit me 3.80 Expugno 3.62. Fama 4.7 Ex fententia habere 3.70 Fama mea^zT mei z.t Ex tempore3ExteporaUs ). *9 Famofus}FamoJa mulier r.zi Exturbo 3.89 Fafces 4.84 Ex uinculis 3,19 Fdftidiofus V I.** **. I N fafiidium mem,cr mei x. i fatigatu* 4.99 fatuus 4.1x3 febris annua ,cr quotidiana 4.108 felix 4.87.0“ tt4 felicitas 4.«4 Femen, Ff»K>w,Frfflor4 4.77 femoraliOjfeminalia ibidem fex 6.61 ferx 4.41 Fere x.49 Fero, Fero f/M acceptu/m 7.100 Fero conditionem 4.61 fero auxilium,zr opem 3.67 ferox,ferus 4.97 ferre fententiam , cr legem 7.48 Ferri 4. 71 ferruminatio , Tenit/mino 6. 78 ferrumen ibidem fejfus 4 .99 fejh Scptimontdia 4.43 fcjliuuSyfeJlus 4.ji’ finitius, fiditis 1.8 ficus,ficulnus 1.4 fides pro tormentis 1.7 fides 7.30 fides non fidis, fidicula x.7 D E X. Fiw* no» tiicifwr r.i* filiafier ».7 filius 3.70 finis,et propofiti uerba 3-87 finitionis uerba 3.78 fihgo Fio'; 7.43 I.XX Fio tibi obuius 3.77 fifiihs 1.8 flageUayflageUare «.47 flagitiwm 4.78 flagito 7.78 fleo 7.7X fluuiatilis 1.8 fluxus 1.30 f ceneratitius i.ir Fanero,Faneror 7.*7 f oenus 4.79 fcctificare^foetura 4.7« foetuofus l.XI fatus , fatura, Fatifi> 4.71 care folia 4.68 F ore,et Ejf/e cu copo/itis t.z6 Formidolofus Ut frago nauim,cr finulia 3-77 fremitus 4.3-9 frequens, Frequentia 4.96 frondes 4.68 . fruges 4.3 7 fruor 77 I x frumen f N D E X. frumenti pramtaturd 4.107 Gejh 4.9 frumenti copia 4-7> Geflus,Geflio 4.Z frutex,Fruticari 4.* 7 Glans 4.^8 fuga 6. i Gladiatorium munus 4.1* fundus, Fundum 6.41 Gloriofus *.» X. 4** fundare , Fundanis tum ibidem Gradum Jacio er iacio 3.** fungor 3.} Grammatici audaces er fu* fustigare 6.47 percilioji z.x futilis 1.8 Gratiam ago , refero , habeo , futurum comunttiui, quo di- er reddo 3-4* fcct a proterito ciufdcm mor Gratiam ineo non dici 1.U di 3.18 Gratificor 3.7* futurum participij 1.33 Grator,Grdtulor 3.4i . G Gratum Jacio 2.7* 5.6 Gratus 4.89 ^~JGaudeo,Gaudiim 6.it GrauiSfGrduidus *. 80 Gemma 6.6 4 Gregatim 6.1 0 Gemo 2-4* Greges 4.4* Gena 4 .3* Gremium 4.37 G eneratim,G ener alit er 6,2.0 Tuvi 4.38 Genitworwm Jignificdtio z.i H Genitiui er ablatiui affinitas t tA beo ad uo tum 5.70 > 3.17 llHd&eo 4 patre 1 manda* Genitor, Genitrix 3.70 tum 1.1I Genuinus dens 4.?i Habeo cum gerundiis 1.1* Genuino rodere ibidem Habeo copias omnium rerum Gerundiorum Jignificdtio er 4.05 ufui 1.6.3. Habeo audire er't>7 Habeo conuenire ibidem Gertmculum Habeo dclettum 3.60 Habeo I N D E X. Habeo fident 5.60 Homo manfuet a er betue con Habeo gratiam 5.4 1 ditionis 4.67 Habeo in animo *.*5 Homo maturus , er primatu* Habeo iter 5.7* rusmlitu 4.1C7 Habeo orationem 5.97 Hortus t .«.er 3.9 H abeo rationem 7.18 HcJpcs,HoJpitim 4. Si Habeo polliceri 59» Hofpiales ibidem Habeo fermonem 5-97 Huc *57 Habeo te excufatum 7.67 Huc ades, pro adjis 55* H abeo te loco patris, er fimi* Hypotheca 0.37 lia 3.88 1 Haud aufyicato 4.1 T Actre fundamenta, 4.4* Hei X. 11 llacHre gradum 5-*5 Hem x.r5 laculariyldculm 6.5 Heri,Heflernwt X.ii lamtlanuam X 47 Herba 4.17 lamdiu i. 35 He fler no dic 4. 8r lamdudum ibidem Heu X.II lamuero x.x4.er47 Hic *5 lamolim 35 Hic nubi gloriaturae. 3.5* Iampridem x.34 Hic non ejl cum illo compa* lam ueniet , er wm pr I N D Igitur x.43 Ignominio fa tnifiio 6.62. Ignorans,! gnoranter 4.9+ Ignotus 1.30 ilis terminata nomina 1.8 lUaborotim *.*9 lUe x.4 Ittuc x.7 7 1 mago mea €T mei x.r Immigro 7-9* immunias 4.39 lmpendens,lmpendeo *.4X impendo 3.4*.CT2.sx lmperiofus . r.xi Impero 7. 48 lmperatiuo deejt pnma per* fona J.xS Imperfonaliwm quorudam re* gimennouim 3.44 Impertio *«33 Impertior pafiium er depo * nens ibidem Impleo 3.33 Imploro Imponoylmpoftor 3*9* Imprecor 2.96 er 4.x 4 Improbare 4.44 Imprudens 4.94 Imprudenter non dici 3 fed per imprudetiamjiue per igno* E X. rantiam 1 ibidem Impugno *.4x Imputo 4.44 Mycumuerbis 3.37 lnagendo,lnccena 3.?* I n animo ejt *.xx mannos 4.40 In auro, in tes 3.t* Incedo *.79 lncefio 1.4* Inceflus 4.4* Inchoatiuauerba I.XX lncidoin(Cs,uelin(erc 3.1* I ncifim 4,io Incola 4»*4 Inconfideratus I.JO Inconfultus *.40 Incorporeus 4.9* Increpare 4.2-9 Incumbo 3.44 Incuria r.xf I ncufo 4.IJ Indico, Indiftum *.68 indiem 3.48 Indoles 4.44 Indulgens pafiiuc fumptum 1.30 I ndulgentia,Indulgeo 4.1* I nduftrius i.xt lnclaboratm *** Ineo Ineo gratum lnefl rei er in rc lnfrnfus,lnfiftus lnfijhre Inficiatis fhtus N D E X. 2.24 I nfeiens,! nfeienter jeci 4.94 2. 32 t.zo 6.18 4.1* 6.44 }.*4 2-t 6.3.0 6.4 i.ij 39* 3.42 Infigitis 4.m Infomnis ibidem lnfhr 6.9 I n&itutt,! nftitutiones 1 nfi cias ire, I nficidtor ibidem I nftrattm 1 njidus 4. 1 0 3 I nftruft* ndues I n finit iuorm effc er fore dif= I nslruo firentid 1.3.6 lnfummd lnfinitiuum interiettum , uel lntendo,lntcntio posipofitum 3. zi Infer Infinitiuo ubi utendum 1.3.3 Inter aftionem l nfinitiuus loco fuppofiti ibid. Inter dgendrn, Inter ccendn * lnfrd 1.2 3 dum ibidem Ingenium pratcox 4.107 Intercedit 3-73 Ingenuus 4.1 Intercludo 2.69 I ngredior 3. 19 Interdico 3.39 Ingredior in ffiem 3.81 interim i. 49 Ingurgito 3.33 lnterefi cum fuppofito x.r Inhibeo 3. 4 lnterrogdtio cr refbonfio in lnhoram,In horas 3.68 diuerfis cdfibus *.2<> lnitim,lniens 3.34 Interrogo 2.61 In loco, In locum 3.88 Interfepio 2.6 9 ln mdnibus 2.3 4 Interunto 2.*3 In mentem uenit 3. s z Intimus *. r.17 ln morem 4. n lntrd *.23 lnnocuus,lnnoxius 6.17 lntrocludo 2.69 ln primis 3.71 Intueor te,cr in te 3.29 inquilinus 4.24 lnuenio 2.* inremprtefentem 4,n* lnucrto 2.i2 Inue I 4 T /“ I N D inueftigo J.4J inucteratus r.30 Inuicem 2-.J9.cr 3.74 I nuidia, I nuidiofus j. x 1 I ocufylocdriy I ocularia 4.1* Ipfe x.i 15 x.J Is demunt o.xr I#e ow» dduerb. iftic er dlijs x.4 Itu comparatum fcuconjlitu* tumcjl 3.89 I tt ciwn fupcrldtiuo 1. 1 j Ittrejponfiuum x.jo Itaproualde x. J4 Ifcwie i.17 x.J4 J ter ficere,zr hdbere 5.7* Item>ltidem x.jo Iterum x.jo Iterum conful 3.J9 luteo J.68 Jubendi uerbd j.xs Jucundus 4.89 ludicij uerbd 3.9X Iugtrum 1.7 lugulus,iugulum petere 4.3 * lugum 4.43 Iunftus 1.30 Iu**, luris naturalis fpecies 4.48 E X. Iurifconfultus ibidem lurijperitus nemo nifi Utera* rum peritus 3 .inpraf. 1 uri fcon fultus J.40 lurijperitus 4.48 I m* ndturdle , Iu* ciuile ibidem lujfus 1.7 luftitium J.* luudt 3.4* luucntA,luuentus 4.4o L LkbdfcOyhdbo J.J9 L dbor9eris. Labor , orts ibidem L deertofus Ldccjfo Lalifio L dmentor Lamina Ldnijkt Lapidare Lapillus LdpfuS Ldjfus LdtebrSyLatibula 4.79 Lauo,eius (fc deriuatiua r.x Luxus 4.99 L egutio pr amatura 4.107 Lege* 4.48 Legibus comparatum feucott Jlitutum ejl 3. 89 Lego i.xt X.X3.CT J.i4 4.4X J.J* 4.74 4.1^ ** 4.64 4.99. er J.J9 4.99 index: Lego,cr pertego j.SO Lucrum j.i * Lenticula 1.6 Lufluofus I.*C Ldeabundus 1.9 Luflus 4.60 Ltctor,L£tUS 6. i* Lucus 4.7* Leues 6.8 Ludere 4.16 Leuo ?.8l Ludibundus 1.9 Liberari 6. 43 Ludicrum 'i.* Libere loqui 4.17 Ludus 4.16 Liberi 3.8 Lues 4.7* Litor i ingenui 4.110 Lupus 4.4* Libera 4.1 LufiOyLufus 4.16 Liberas 4.17 M Libertinitas 4.1 A yr Aeetium 4.1S Libertinus,Libertus ibidem i.* X Maceror, Macef. I.i* Libra pro pondo 3 .1} Magis I.I* Licentia 4.17.CT 18 Magi fler, Mdgiflra 4.38 Liceor,Licitor 7.X8 Magiflratus officium 4.10 Licet Z.1T Magna autoriate uir 3**7 Liflor, Li florius . , Lintearius Magnificens 1. 30 i .6 Magni intercfl 33 Literd,Liter£,arum 3 .6 Mdgniloquens,cr fud compd Loco patris 3.8S ratiud,z? fuperlatiua : r.io Locorum quorundam nomina Maior, Maius i.ii 4.87 Minor,Mdximus ibidem Locus celebris et jr eques 4.96 Maiores 6. 77 L ombardia 4.87 Mala 4.7* Longe M7. CT 18 Male i.4i.CT3.87 Lotium X.i Malcdiflum 6.7* Lubricus 4-tor Malcdicentiffimus T.IO Luculentus 4.91 Malleolus 4.»-6 Luce, Luci 4.80 Malum 6.41 I 7 Mando I N D Mdtldo Maneo te 3.93 Mango 4.no.c T6$9 Manipulatim 6.x o Marinus, Maritimus 4.9 i Margariti 6.64 Mater j.7o.eT4.38 Materia 4-3S.c T6.3z Materies 4.38 Matuta dea 4.107 Maturi' er P rxmaturc ibide M aturef :o, M at uro ibidem Maturrimus, Maturus ibidem Maxilla 4.;x- M ea x.i.er i.x Me cum infinitiuo er accufa * tiuo z.14 Meditatiua uerba r,x4 Meiytui, fui, pronomina x.r Membrum 6. 10 Membratim 6. ro. er x o Membranee Vergamen £ 4.8 j ■Mone x.x Memini 3,39 Memoria mea er mei x.r MemoridyMemoriter ■ 3. $>3 Menda 4.6 Moenia 4.8 Meno,Mcntio 3,2$ Men; , Mentu/m , Mentior, Menti ibidem E X. ’ Menfarius 4.1 4 Mentula i.i Meo dormienti/s x.r Meoiure 6.3 Meo nomine z.49 Me occupato, er fimilia 3.64 Mereor 4.110 . er 2.99 Merere 4. no M er itor ius puer, M eretrix0.4 th Mefiis 3.14 Metuo 3.X7 M cww er mei differunt x. r Meam folius ibidem Migro 3.9$ Mihi 3.3Z Miles r.T4.er <>.}x Miles frequens Jfcflntor prolintidm ».3* N«fo 7.84 Olus 3.4 Omni 4.4 x INDEX. Omnium rerrn copias habeo o uis 4.6$ P Onager 4.4* ”r\A bulum 4.33 Opcmfiro 3 .6$ JT Pacatus fum. Pacificatus Opcra,ne,Opencpretiu 4.7 6 fum 3.7 5 Opcrofus i.xi P’ 4.3* Vefiime i.7*. Pocmtet 3.4^.CT4.i8 PeftilentidyPeftri m4.7* Polliceri habeo *.98 Petere iuguhrn 4.36 Poma cruda 4.ii4 Peto 7.78 Pomtf pra cocta , prmaturOy Petulans 4.107 zrferotina 4.107 Petulantia ibidem Pomarium i.4 QxfUciYSp 4.4 Pomeridiamm ibidem Philomela 6.x 0 Pomum 4.X8 Pompa t I Pompa Pondo Pono conditionem Populabundus Populnus Populus faequens Porcus Porro Fora Forari Portitor, Portorium Pofco Pojjcfio Pojfet te pigere N D E X. 4.J9 Prduum Prae,in compofitione P roecepa, praeceptiones Praecipio Procclarus,Prxclare Praecoquus Praecox Praeditus Praedium P raegnans Praelium Praematurus F rae me fero 3*5 4.67 1*9 1.4 4.96 4.4*' X.14 4.8 6.7* 1.6 7-78 6.4 * 3.46 F racparo 6.40 J.Jt 4.» 7.68 4.9* 4.I07.CT 7.J* 6.40 M* 4.64 4.107 7.17 7.64 Ppjfcfiiua nominum quorundd Pracpofitiones accufatiuo , er locorum 4.67 abUtiuo iunftac i.ty Poti,uim habet comparatiui Praeripio 7.68 Praefcribit ratio s.69 6.77 Prae fe fcrt,Prac fe ducit 7.17 ibidem Prae jxrt,Prae fe gerit ibidem 3.31 Praefens I.33.CT 4.11X' i.76 Proefenaneum 4.11*. x.xo.cr 33 Praefes, Prae fi deo 7 .67 4.107 Praefidcs hoies,Praefidiu 7 .66 7.78 Praejhns 4.111 z.i P rtjhre 6.16 4.4 Praetiofum 7.71 3.34 Pracful,Praefum,Pro:Jid. 7.67 6. x? Praeterquam 3.74 x.x Prtffor,Pr.*7 Prudens fici 4.94 Pudor 4.107 Pueri catamiti 4. no Pueri meritorij Pugillares Pugna PuUaftra Pullus Pulfare,Pulfatio ibidem 7.8 4.^4 i.7 4.^7* /i» PUrt « I N D P unftum 6. 41 Punftim 6.xo Punio Pupillus 4,3, Q. aV adringeni , Quadrin* genti, Quadragefi* nui 37 Q uadrimus t.f Quadrinoftio a.jj Qualitas *.J4 Quam pro quantum 1.17 Quam, ubi deceat 3.74 Quam pridem , Qum dudum - ^.34 QM4m cum gradibus 1.1-7. er is Quammfub diftione, tamen, fubintelligi i.40 Q«4m ut, quam qui, quam pro 1.17 Quamobrem 3.43 Quamuis X.XI Quando, Quandoquidem z.4 z. Quando utimur nominatiuo pro uocatiuo 3.zX Qua pietate es 3.74 Qjtanqudm x#iI Qy^4 Qttid interejl inter prateri* tum er futurum coniuntti* uimodi , r8 r.,7 K x Qki ' I N D e Qyiddm J.I6.CT zi QjiiihQuinetUm 4. 4 5 Quippe a'*1'7 Quippidm il6 quis quis er i/i in parcnthcji 5.84 Quis cui proponendum 3-i° Quifquts,Quicun^ i.rf Quijpiam,Quiplum 3.65 Quifq; x*14 q uifque cm uerbo , dut par* ticipio 3.60 Qiiodypro quo res 3 QU0,O~cb i.i5.CTi.37 Quod autem , Quod uero 4.55 Quod comitio *. 40. er 39 Quod feribis gaudeo , et quod fer ibas gdudeo 2..10 Quodeunefc 3>l6 Quodq ; *•*! quo mnM,Qup fecius 1.14 Qjtomodo 4.5 4 Quoniam 4.47 Quoquo 3* 16 Quoquo uerfus 4.8 Quoqj dblatiuus ».*4 Q tjpq; 4.5S E X. q uorundam locorum nomi,* nd, 4.8* Quotannis 6.60 Quotidiana febris 4.108 Quotidianus ibidem Quoties 4. 49 Quot modis iubemus 3. 4* QUOtUS 1-14 Qwwn M* R RApio J.8j RdptMI 6.ZO Rdjlltf 1.8 R dtio 6.36 Rationemhdbere , Rdfto coris jht,Rationem ducere 5.18 Rationum, er propojitiontm inculcatio 3*2° Re 2.3* Recompofta 5.^3 Recaludsler ».* Recerfo 5.?/ Receptor 4.84 Reciprocatio fvl. 47 ^cap. 3 Recludo 5.63 Reconcilio 3*14 Recordationis uerba 3-84 R ccrudefco 4."* R eddo,pro do -4.56 Reddo gratias 3.41 "R ^ /fm 'INDEX Redeo zj6 Reputo 6.44. Reditui parenthefes 3.11 Refcifco 6.1 3 Reduco j.77. R cfyojtdeo 3.45 Refero ad Senatum ?.roo Rcjpondeo fubaudittm 3.47 Referogratias ?.4r Refes,Refideo i.6f Refero tibiycr ad te 3.38 Refipifco 7.5 Refert cwm fuppofeto x.i Refegno,retego,retcxo iM Refertio, Refertu* 3.33 Rewrrfor Refigo j.6} RbeginenfeSyRhegini 4.87 Refi-agor 4.70 Rfcftor 4.81 Regimen nominum crimina = t«w»,er poenalium Regimen uerboru cwm diuerfa eorum fegnifecatione 3.4* Regionatim <>.10 Relatiui cwm antecedente di * f cor dia elegans 3*9 Religiofws Mr Remaneo 2*3 Remigro 2*2 Reperio 7. i Repeto 2**3 Repetundarum , Repetundis M4 Repignero *.27 RepOjRepto *2 Reporto *.2r Repofco 7.63 Repono intejfeem 3.?r Repofitoriwm Repurgo 2-31 Riditulus i.f Rixa 6.61 Rogatione s 4.43 Rogatos uelim r.2.7 Roma urbs Septicollis 4.43 Rofarium,Rofctum 1.6 Rumor 4,7 R«rt , 4.S0 Rurfus xj6 S SAccIluiJaJum r.$ Sacrarium x.6 Sacrilegum 6. 4 7. 67 Salto , Sit/ttfio , Salto J.IOf Saltus ibidem ,cr 4.7* SalubcTybris 4.33 Salue3Saluebis *.3o SaluctOySaluco, Salutare ibide Salutifer 4.88 K j Saltem I N D E X. Saltem}Sane z.17 Sedicula t.7 Sanus 4.98 Seditio 4.63 Sarcina , Sarcinam compone* Seges 4.*f re9uel colligere 4.49 S eget es promatur £ 4.107 Sarmentum 4 ,16 Semel rf.10 Satio uerbum, Saturo j.78 Sementis 4. »4 Saxatilis 1,8 Scmindrim 1.6 Scala ■3.13 Semifomnus 1.10 Scaturio 1.14 Sentfor 4.84 Sciens fici 4.94 Senatorius i.j.er Scilicet Scifcitor 7.6r Senatus frequens 4.9* Scitus 1.30 S cnatufconfultum 7.100 Scomma ?.io SeneSkjSenedus 4.40 Scribo 5.30 Senes 4.7 Sculptile 1.8 Senilis otas matura 4.107 Scurra 4.ji Senium 4.40 Secunda uiceconful 3.J9 Senpbilis9Senplis Secius j.it Sentina 6.61 Sedile i.s Separatim 6.ZO Sedor j.t Sepulchra 4.77 Secundm propoptio z. 46 Septicollis urbs Roma 4-43 Secundus 1.16 Septingem9Septingetem 3-7 Secus uim habet comparatiui Septimonmajejh 4.43 J.16 Series 4.03 3*a5 Triumphale 4.84 Vbi primum W7 Triumphdtor ibidem vbify 6.19 Triuiahs feientid 4.16 ve x.17 TudyTudinterejl 3,2, veflntio,Veflor 3.8* Tui i.i vefligal 4.59 Tum z.zz vel z.17 Tum uero z.z 4 VelutyV eluti *.39 ViUd 6.4* Vindico,vindiftA 2.S Vir 3.70 Vir mdgnx, purus, mediocris conditionis 4.^7 Virgo 6.38 Viritim 6.10 Virtuofus non dicitur MI Virtutis,?? uitij indolei 4 .46 Vifo • • I.A| Viabundus : * ' *.9 Vitium 4.*. er 2.8 Vitium cdpiale 4.109 Viuarium 1.6 Vitro citrocu A. J 7 VUus 3*3 E X. Vmbr utilis r.8 Vnu A.Jl vnio 6.64 Vnus 3-*7 Vnusaut alter 4.19 Vnufquifquc - 1.14 vocaiiui in nommatium mu tatio 3.1A Vocare in inuidiam r.ir Vocaui te a uti, e uti, , de uti 3 .66 Vociferor 2.2 a Vocor in fecm 3.81 Volatilis X.8 V olitxre,V olatus *.2 Volo 3.49 Volucris 4.42 Volumen 6.43 Vcluptuofus 1.1* Vrbani uiri 4.AO VrbsRoma ibidem Vrbs, frequens 4.9* Vrbs Septicollis Roma 4.43 vfquam - 6.19 Vfy a. e.& • 4.11A vfqueadeo A. 44 vfqucco ibidem vfurpo 220 vfus 2.2 Vfus nominatiui, pro uoedtis uo,z? contra 3.ai index. V fus pluralis, pro jingulari 3.ii Vfus nominatiui , pro accufa= tiuo 3.4} Vfus negationis 3.47 Vtc£tcros 3. xi Vtc£tcri ididem Vt, cum facio,?? committo i. 33 Vffr, er Q uis}cum interroga tione 1. r 3 Vter Kfraw accufit 1.30 Vtcrque cum uerbo,uel partU cipio 3.60 V f,er I ftt,cu fuperlatiuo 1 1 5 Vti *.36 Vtileeft 3.4 9 x.x7 Vtpote ibidem Vtor i.i Vt primum j.tj Vt , pro quam, ucl quantum ibidem Vt?pro quippe , feu utpote z, 18.36.cr ^4 Vtquia *. 3 7 Viqttod ibidem Vtroq^ uerfus x.s Vfrum i.ij V t,fuperlatiuo iunttum i.ij Vt tamen, abijeitur ab oratio = «e z. 40 Vuaceus i.it Vu£ pr£coces, er ferotime 4.107 Vftlftw 4.13 Z Zf«gm4 3.44 FINIS. t 'il SEBASTIANV GRYPHIVS GER# M A N V S EXCV* D H B A T L V= * G D V N I, annl m4 d4 xxxx. Laurentius Vallensis. Lorenzo Valla. Valla. Keywords: Cicerone, Virgilio, Quintiliano, Livio, rinascimento, grammatica, dialettica e rettorica, elegantia linguae latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valle” – Luigi Speranza, “Valle e Grice,”per la Fondazione Lorenzo Valla, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Valla.

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Valletta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei liberali, libertari e libertinisti – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Eessential Italian philosopher. Grice: “He was a libertine from Naples. I like him. His oeuvre published in Firenze. Studia dapprima letteratura presso i gesuiti per poi dedicarsi al diritto. Insieme a Andrea, e fra i fondatori degl’investiganti, che da impulso al grande rinnovamento culturale che prende grande avvio. Nelle accese polemiche filosofico-scientifiche tra progressisti e conservatori, insieme a CORNELIO, ANDREA, CAPUA e agl’altri investiganti appoggia attivamente i progressisti. Istituì a sue spese la cattedra di lingua greca a Napoli, affidando l'incarico di insegnamento al suo maestro ed amico MESSERE (vedi), illustre filosofo. Cura l'edizione napoletana delle opere e del Bacco in Toscana dello scienziato toscano REDI. Grande appassionato e conoscitore di libri, meritandosi l'appellativo di Helluo librorum et Secli Peireskius alter. Grazie all'interessamento di VICO, il fondo librario confluì nella biblioteca dei girolamini. Saggi: “Lettera in difesa della moderna filosofia e de' coltivatori di essa”, “Historia filosofica”. Lombardi, Storia della letteratura italiana, Tipografia camerale. Nicolini, V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Gl’Investiganti Andrea, Redi, V.,, nipote di V. Breve scheda biografica, Redi. Scienziato e poeta alla corte dei Medici. Lettera di V., napoletano in difessa della filosofia, e de’coltivatori di essa, INDIRIZZATA ALLA SANTITÀ DI CLEMENTE XL Aggiuntavi in fine un'ojf umazioni sopra la medesima. IN ROVERETO Nella Stamperia di Pierantonio Berno Libr. ALL’ XLWSTRISS. SIC. AB. ’f FRANCESCO PARTINI * è ;DE N AJOF, • f + • Nobile Provinciale del Tirolo, ec.ec,, l Olto tempo è, Jlluflriffmo Signor Abate, che per darvi qualche piccio- lo contraffegno della divoZioa mia verso di voi, io vado tra me ftejjo meditando, qual co/ a, non del tut- to di] pregevole, e di . voi indegna, do - vejft offerirvi . Ed ora ufcendo da’ miei * 5 tor- - .4 . p t * •# . è .. - j» % T“ » 'f '' i*' -ì r .! *orri &; la prima volta una dotta * ed erudita Opera del Sig. Giufeppe V., la quale manofcritta lungamen- te era andata per le mani de* virtuofi; quefta appunto ho . difegnato d' indiriz- zare a voi, sì 5 per darvi un picciolo faggio del de fiderio ardentìjfimo > eh' io bo d' incontrare con e fio voi ferviti, sì ancora per fare un pubblico attediato al mondo della /lima grande, ch'io con- fervo della voftra ragguardevole Perfo- ra . E nel vero fé, com * a tutt' altri è in ufo di fare, io voleffi raccoglier qui le glorie de * trapaffati, teffendo un lunoo catalogo di tanti e tanti glorio fi Antenati della vofira nobile Famiglia, i quali e nell' armi, e nelle lettere rifplendendo, non meno il vofiro Ceppo, che tutta cotejìa Patria ili ufi r areno ; certo de non; uno > ma ben mille moti- osi io avrei per indurmi a ciò fare. Concioffiachè allora egli . mi fi farebbe . tofto innanzi la fingolar perizia nell' ar- mi di PIETRO, illu (Ire, e .antico ger- irne della vofira onorati fiima prosapia, il quale da Galeazzo Vìfconte Duca di Milano meritò d* ejsere fatto Condot tiere delle fue. armi > Mi . fi prefent crebbe fitto gli occhi il valore di quell* altro PIET RO d' età ma ? non di merito inferiore, a cui i eccellenza nel mefiier te ftmil mente della guerra, acqutfiò l* uffizio d) Capitano dell*. Imperador Maj • fimifiano J. i, e di ALESSANDRO altresì, che in qualità pur di Capita • no fi morì in Ungheria . Ma molti, e molti ì anche fiudiof amente, trapalan- do y come potrebbe . poi .fuggirmi dalla vijìa la, decantata dottrina ., fingolar- mente nell* arte Medica > e la probità 9 e integrità de' cofiumi di FRANCESCO PARTINI, il quale in quel feli- ce fecola del cinquecento cotanto s* avan- zò > e ft difiinfe, che meritò le lodi, e gli applaufi d'uno de' maggiori letterati di quell'età, che fu Mattioli • e d'ef- Nell* Epiftola dedicatoria de 1 Di/cor fi /opra Diofcoride al Principe Ferdinando d* A u Aria . Venezia. E negli fte/fi Difcorfi /opra il libro 4- di Diofcoride. e d' e ([ere fatto Prot omedico dì due Ce- fali, cioè Ferdinando I ., e - Maffimilia- no li.'? Cèrto che i pregi di co fiat, i quali di molto accrebbero lo fplendore del- la vofira Stirpe -, io non potrei per mo- do alcuno non Jommamente celebrare: e tanto meno que' di MELCHIORE fuo figlio i il quale dalla matura pru- denza pur di Maffimiliano li. Impera - dorè » di cui era ' Configliero, > fu' (celta a far efeguire ^Imperiai comandamento di por giù /’ armi, fattola'- judditì del Finale in Italia '.(*) Ma io non ne verrei sì toflo a' capo, : quando 'a’ me- riti degli Avi'-vojìrì i.'com' -bó det- to piuttofiò chea voi mede fimo va- le jft riguardare . I pregj degli ante- nati' apportano più (limolo >3 -che lode a' (uccefiori \, ed è molto ' mifer, abile la condizione di colui -, ' il quale noti po((a in altro . mod o diftinguerft, che col! aprire i (epolcri de’ fuoi maggio- ri » \ • r t • r i n* •* a Rofeo Storie del Mondo. a io4« ri, e temendo nn lungo panegirico del- le loro gloriofe azioni, far fi corona al capo di meriti non fuoi.Per la qual cofa, ponendo da /’ • un de' lati quelle lodi, le quali non fono sì proprie dì voi, che comuni non fieno an- cora a tutta la Famìglia, ed alle fole voftre t in cui gli altri non v* hanno parte alcuna rifiringendomi ; dico > che quello, che principalmente rn ha invogliato a procacciarmi luogo nel no- vero de' vofìri fervidori t e che non pojfo fe non grandemente ammirare, fi è quella incredibile gentilezza, e foavità di coftumi.y e di maniere, per mezzo della quale ben fate chia- ramente apparire da qual . forgente traete t origine, e i natali . h non fo per cagion di quefla con qual fronte poffano riguardare in voi cer- te anime t le quali non riflettendo > che • /’ e (fere nate nobili è fiato un accidente, cui altro loro non appor- ta, che impegno di ben imitare gli antecejfori ; di tanta rufiicìtà, e fai - V3&7' falvatkhe^za ripiene comparirono folamente nell * afpre, ed altiere fembr ano .avere ripofia la loro gloria . Poi fiete certamente di un amaro rim- provero a tutti cofioro % e C umanità vofìra, quando attentamente vi riguar- da Q ero, non potrebbe che riufcir loro di jomma vergogna, e confo fione . Ma fic- come y nè alterigia, o di / prezzo altrùi la nobiltà della Famìglia, per chiara, eh' ella fi fa, è fiata giammai baftan- te ad infpirarvi, . Così nè al fafio y o al- la. libertà le •comodità » e gli agj > che dalla fortuna avete : nè .alla vanaglo- ria * o alla prefunzione le nobili quali- tà. dell’ animo voflro, hanno giammai potuto aprirvi la firada, Tanti rari pregi- finalmente, tutti infieme uniti, non fono -fiati valevoli a feemar punto di quella vofira naturale affabilità, e dolcezza di tratto, la quale quanto in altri è più rara > altrettanto in voi ab- bondantemente appari fee t e campeggia . Qttefta vi eccita la maraviglia di tut- ti coloro, che di voi hanno alcuna co. no- • >. . / * 't d - 'V. •4 ami. difienpì guefia concilia ì* amore, e ^uCfi^nera^iòni de- vojìri Concito adì* . niy^ 0?quefia finalmente induce, anzi con una dolce violenta quaft rapi* ffce, e sforzai cìafcbeduno a farvi un volontario tributo de* fuoi affetti, e del fuo cuore . Ma che dirò di quel - i* bontà j ingoiare, con cui prendete a protteggere qualche perfona ingiù • fiamente oppreffa, e oltraggiata > fa- cendo vedere, non altrimenti effervi fenfibili- i torti > che fi fanno alla ragione, e alla gtufiìzia, che fe a voi me de fimo f off ero fatti ? Voi con quel rincrefcimento fiete folito fentìre i colpi t che la fortuna vibra con - tra /’ onefie infelici perfine > col qua- le gli fentirefie, fi contra voi me- ' de (imo foffero fcagltati ; e con queir occhio riguardate gl * infortuni » e mi- ferie altrui, con cui riguarderefie quel- le de* vojìri più cari congiunti . Di qui è y che e col configlio, e con /’ opera non mai vi mofìrate fianco di fivvenire > e beneficare coloro i quali per la loro innocenza fi ren- dono meritevoli della vofira protezio- ne ; ; ed avendo avvertito, che il ve- ro carattere degli animi nobili, an- zi quello, che piu .all' Al tifiimo ld- dio viene ad accodarci, è * il f al- levamento delle per fine \o dalla ma- lignità degli uomini, >o dall' .avver- ata della fortuna inìquamente fir ac-' date ; voi perciò, avete creduto im - prefa degna di voi lo fendere a que- > fie benignamente il braccio, acciò la Patria vofira potefse andare altiera ; e dar fi vanto -, d'. avere d mercè di voi maifempre aperto un a filo all ' innocenza, re .fempremai pronta una fpada cantra la malvagità, e la co* lunnia . Con tal- mezzo voi rifiorate - i danni, che la me de [una '.per /’ immatura morte dì MELCHIOR PAR- TINI vofiro . degnifsìmo, Fratello ha que fi* anni addietro, fifferti # e quello ~ fplendore le ritornate,%che allora per efser ella refiata priva -d'-uno de'-fuoi più cofpicui, e qualificati Cittadini, ave- aveva pèrduto l ; A che fero molto t molto contriluifcono ancora gli altri due vofìri meritevoli (fimi Fratelli, dico GIOVAMBATJSTA PARTINI Abate della Reai Badìa di San Pietro di Loreto nell’Abruzzo, e il Padre CARLO PARTINI, Definitor Perpetuo Carmelita- no t la prudenza, e pietà di cui è così nota, e pale/e in quefìa Cit- tà. .y che. inut il cofa farebbe il farne per me qui parole . Ma troppo chiaro io m’aveggio d* avere già foverchiamen- te la modejìia vofira offefa, non ri- flettendo f che una delle maggiori lo- di > che vi fi debbono, è appunto il franco rifiuto, anzi difpregio, che voi fate delle medefime, Solo mi re- fia adunque di fupplicare il generofo animo voflro a ricevere in buon grado ia piccolezza del dono, che umilmen- te vi offro, non alla qualità di ejfo, ma al de fiderio dei donatore riguardan- do \ e pregandovi in fine a non difdirmi la fofpirata grazia d’effere anch' io allogato tra i voflri ~ fso v • y i,,, • Di V.S . f . i l Rovereto; V *'> 1 ^ «a ^ V . o V ^ / «' • 1 t i » ‘ t • V « • 1 J VmìUfs. Devotìfs. ObbUgatìfs. Servo Pierantonio Berno. lo Digitized by Google LO STAMPATORE A CHI LEGGE. NON poco tempo e (Tendo, che va per le mani degli ftudiofi una Lettera manoferitta di V., letterato napoletano, in difesa della filofofia, e d’ alquanti Tuoi concittadini profeflori della medefima, dirtela: ed avendo rav. v ifato, com’ella è molto avidamente ricercata, e letta dagl’intendenti ; ho (limato di far colà grata al pubblico, ed alle per* Ione letterate, dandola fuori per mezzo delle (lampe, sì per renderla più comune, e sì ancora per levare la briga a chi deli* dera averla, di farla tralcrivere.* (concia co*, là parendomi, che un così utile lavoro ve* nirte tuttavia contaminato, e guado dalla trafeuraggine, e fonnolenza de’copifti. Io a» vrei per verità molto caro avuto di abbattermi (e non all’ Originai medelimo dell’Autore, almeno a qualche copia elàtta, e fedele; il che per diligenza ufata non m* è venuta pienamente fatto di conlèguire. Spero però,' che mercè 1’ afliftenza da perlbne delle buo- ne lettere amanti predatami > le quali lì fono validamente adoperate in correggerla, rive- dendo poco men che tutti i palli nel proprio fonte, e togliendovi que* moiri, e quali in- finiti errori incorfivi nelle copie ; il cottele Lettore non avrà molto che deliberare . V* ho in fine aggiunta un’Offervazione fopra la medefi ma, affai tortele mente dal Sig. Gir ola- 7 ino Tartarotti Róveretano comunicatami, la quale fono più che certo, o Lettore, che non t’ increfcerà d’aver Ietta. Vivi felice, e - favorirci col tuo aggradimento la buona incli- nazione,- ch’io ho d* adoperarmi a tuo van- taggio . La fegùente notizia, polla per più contezza dell* Autore dell’Opera, è tratta dal Leffico degli Eruditi del Sig. Burcardo Men. thenio . Giureconfulto Italiano, na. Io in Napoli . fece la pratica nella sua patria, e ranno una copio, ftffimd libreria, injìeme con un gabinetto prezio fo di monete antiche, in frizioni ecì Corrifponde . va co ’ più infigni Letterati d’ Europa . Traduf- fe alcuni libri dall ’ Inglefe in Italiano . Scriffe un libro della necejjìtà della [olita pratica in ma- teria di religione, come pure un ’ opera toccante V impresone di monete move. BEAT1SSIMO PADRE. f * » 4 %# * • * t • • • f f • f l,i * ; r r* « * I. s. »4 I Ntichìflìmo coftumefu Beatissimo Pad re,o dir il vogliamo naturai genio, ovvero inclina- zione, o qual egli fi .fia avvenimento degli uomini, i quali a’pofteri hanno avuto in penfiero di lafciar qualche memoria per mezzo delle lettere, di muoversi a tal opra da picciola e lieve oc- cafione, ed. alle voi ce incominciare da balle, e aHai deboli fondamenta, ed indi poi pian piano p a dare più olcre fin- ché al defiato fine fi aggiunga ; e quali Tempre digiuni, e non mai fazj di di- vorare fulle carte il tempo, e l’ore. Quindi è, che veggiamo, che una fa- - tica, la quale fui principio fu ftimara opra di pochi fogli, tratto tratto li avanzi » e fi accresca in tanta gran- dezza, e mole, che a gran pena fe ftelfa comprenda . Lo ftelfo eflere av- ' venuto a me io già divido; ma non fo com’egli avvenuto fia . Perocché avendo già per foddisfare al gènio de* Deputati » incominciato a fcrivere una lette- ra indirizzata alla Santità' Vostr a intorno al procedimento del Santo Uf- fìzio nella noftra città di Napoli ; certo è, che io non ebbi altra intenzione che di raccorre breve e femplicemente le ragioni) ch’ella ne tiene. ..Indi po>i crefcendo da giorno in giorno, o ciò folfe per l’ampiezza della materia > o per la moltitudine delle ragioni, e va» rietà degli argumenti, e delle autorità che fi recavano in prova; s’ è tant’ol- . tre la fcrittura avanzata., eh* è -per comporre un volume intero .. Così io mentre penfava di avere già compita tutta la fatica, volli ancora inveftiga- r e la cagione, el’ origine de* movimen- ti > e tumulti della noftra città, acca» » duti per tal procedimento nel tribunale del Santo Uffizio ; quand’ecco che io conobbi-, Ae vidi chiaramente, che la cagione-di tai tumulti altro non fia fra- ta c che una tal gelofia, per così dire, di Scuole coll* occafione d' una . certa filosofia, nomata comunemente moderna, avvegnaché dia fia anct» chiffima, e profetata dagli uomini mi- gliori, e più fa vj della noli r a città. £ perchè la cofa o non è pur ben intefa, ovvero fe intefa, per ambizione, por aftio, o per altra cofa, è contrafiata a campo aperto, fono forzato, come av« vifai nella fuddetta altra fcrittura > con quell* altra lettera, indirizzata pari- A 2 racn- f i mente alla santità vostra, dimoi Ararne apertiflinumente la verità. ( per ordine ancora datomi da’ medefimi De- putati ) acciocché niente li taccia per quello, che convenevolmente appar- tiene alla difefa così della vita » come della fama de’ noftri cittadini ; e difen- dere un lungo ragionamento > per far palefe una volta > e più chiara teliimo- nianzaal mondo dell* empietà della Fi- iofolia Ariftotelica * « dell* innocenza di quell* altra che chiaman Moderna; al di cui manifeflamento ben poteano dare opera gli altri, e non ftarfene sì lentamente a ripofo in una caufa pub- blica, e di tanta, importanza,• perla quale ne lìamo malignamente tacciati, echi per Eretico» e chi per Ateo» fe- condo il livore» e l’ignoranza di quelli banditori del Periparo; mentre vene fono pur molti intendentilììmi di que- lla novella Filofofta, che meglio di me» e più profondamente l’appararono» il che loro eforco a fare ugualmente, per non cadere almeno nel bialìmo» che CICERONE da a coloro, che appretto di fefolirengon na 'corti i tefori delle lettere!,, senza farne partecipi gli altri; così dicendo nell’orazione a favore di Archia . Pudeat, ft qui ita fe litteris abdiderunt, ut nibil po fjìnt ex bis, neque ad communem adferre fruSìum, ncque in : adfpeSìum, lucemque proferì re . Ma non con animo, che pubbli- candoli quella fcrittura » vi lìa taluno, che fcrivcndo full’ifteffa materia, del- le medelìme co fe li avvagha, facen- done un’ altro edificio, in cui non vi ila di nuovo che una deferente figu- ra, e dimenfione. Laonde tralafciando la parte difpu- tabile, dalla quale fempremai la veri- tà fugge, e ne va lontana, opponen- doli ragioni a ragioni, . argomenti ad argomenri, e fpette volte iofifmi co* fofifini pugnando » con aliai delibera- to conliglio ho, fcelta la-parte idonea, in qua ponete, argumenta licei, non argument ari ., La quale ettendo màe- fira della vita, e de’ tempi, e de’co- A 3 ftu- fiumi allo ferì vere di Cicerone fteflò j potrà affai bene acconciamente com- parire più fchietta, e più finceramen- te difenderli avanti la Santità Vostra la caufa oneftilfima, e il diritto di quella Filofofia iniquilfimamente oltraggiata dalla turba de’ Peripatetici . Così furon degni di grandiffima loda tanti fcrittori, e Greci, e Latini; i quali all* i fioria fi appigliarono, ponendo perpetuo silenzio alle dispute, tormento degl* ingegni delle Scuole licenziofiflime delle feienze: così ancora fu degnilfimamente commendato anche dagli eretici fiefii il dottilfimo Baronio, il quale dovendo scrivere delle cose appartenenti alla nostra chiefa cattolica lasciando a’chiostri le controversie, e le questioni, eresie con assai maturo, e più fano avvedimento la parte ifiorica per trarne le confeguenze- più vere, e reali . Plus enim Annate s Baranti > quam Controverfue Bellàrmini bar etici s necuerunt . • .£ qui io avrei già finito, nè bifb. gnerebbe più dilungarmi : ma perchè 1* origine di tutto ciò è. d’ uopo che Ha palefe, prima di paflare più oltre, e affine,,-cbe niente fi taccia per quello, che appartiene alla difeia, così della vita, come della fama de’noftri cittadini; egli è neceflario far noto ancora alla Santità' Vostra, che 1 * origine di quelli nuovi rigori dell' Inquifizio- ne ella è data, che vedendoli pur trop- po fuora de’chioftri dilattate le lette-, re, e propagata nella noQra patria la Filofofia, la quale o fia. propria fata- lità / portando fempremai feco defla difagj, e fyenture, come dice Boe- zio, Atque boe ipfo affine s fuiffe vtde- mur maleficio, quod tua imbuti dìfcU pìtnis o Pbìlofopbia :o-fia per propria- gelosìa delle fcuole degli altri Filofo-, fanti ; perchè Nibil volunt inter borni' nes credi jmlius, quam quod ipfi te w, nent / ha cagionato a’ medefimi fai movimenti,. che fi fon lafciati a dire, .che quella fpffe di pregiudizio aliano* Ara fede, perchè da’ principi d’ A-ri-, A4. fio- . /•» Itotele lontana fia, come per la tanta autorità data ad Arinotele, diede motivo a taluno di dire fcherzando: Se»* %a Ariftotele noi mancavamo di molti articoli dì fede : come fe quelli fossero (tati cavati dalla dottrina d' Ari- notele, e non dalla facra Scrittura, e da altro ; che tanto dir non fi po- trebbe di S. Paolo, quanto alcuni han detto d’ un autore gentile, quando, come fcrifle un altro autore, e con fenno : Sanila fanliorum non babet _ bete Pbilofopbia . Ma prima di venire allo fcioglinaen- to di quelle vaniflìme oppofizioni, egli è di bifogno ricordare alla Santità* Vostra, quanto fia (tata commenda, ta la Filofofia non meno da' Gentili, che da’santi padri medesimi. Ecco quel che se diffe Tullio CICERONE. Philosophia am vita parentem, et hoc parricidio fe quifquam inquinare audet y et tam impie ingratus esse, ut e am accufct, quam vereri de ber et etiamfi minus percipere potuijfet ? Giuftino così : Philosophia est revfrà maximum lonutn t et poffeffio i et apud Deum verter abili fi qua" ducit ad eum > et fi flit fola et fanti i, beatique Htì, qui mentem et donane. E più oltre: Nemo fine Pbilofopbia reti am rationem intelligit; quare omnes homines pbilofopbari % et barre pracipuam fanti ione m ducere (de. San Clemente 1* Aleflandrino n* avvifa lo fteflò, e Sant* Agortino parimente co- sì : Qui Pbilofopbiam fugiendam putat % nibil vult aliud, quarti noi non amara fapientiam . E 1’ A portolo quando dif» fe, Videte ne quii vos decipìat per Pbi- lofopbiam t egli intefe di quella Filofo- fia, la quale con folli argomenti da Sofirti > e fecondo lemalfime del mondo 6 produce; il che chiarirtimo fi feor- ge dalle parole che feguono, a ut ina • nem fallati am % fecundum traditionem bomìnum, fecundum dementa mundi . 11 che vien dichiarato da Sant’Agoftk no medefimo, detto luogo fpiegando: Et quia ipfum nomen Pbiiofopbia ft con- fiderete rem magnam, totoque animo appetendam ffgnifieat fiquìdem Pbiìoì fophia e fi amof yfiudìumque fapienti, . cautifftme Apcfialus h ne ab amore fapie a*, ti* deterrere videretur, fubjeeit fecun - d*m dementa bujus mundi . . Egli è dunque affai ben chiaro, che nè Satv Paolo, nè Sant* Agoftino, o niun altro fanto Padre, Greco, o La- tino, abbia giammai pretefo, che quel» la apparare non fi doveffe ; anzi che leggiamo tutto il contrario, come s’è detto. Al che aggiugner u può - l’avvertimento di S. Clemente l’ Aleffandrino fopral lodato; Pbilofopbiam ante Domini adventùm, Crucis ad jufiitiam fui (fé neeeffariami nunc autem ad pei caltum t et pietatem utilem effe (*j La m* * » i j C|tt3e l • ...(*) Quello non fi vuol in terpefrar In modo, che S* Clemente Aimafle, che I Greci fi giufti6catfe- ro per mezzo della Filofofia .» Egli credeva, che la Filofofia remotamente gli difndnetfe alla cogni- zione di Crifio, dando lor notizia del vero Dio, c fomminiftrando loro i mezzi per isfuggire gli er- rori . Per altro fenza la Divina grazia, la fede, la carità &c. non credette, che uom fi giuftificaf- • fe. Vedi Naral Alefiàndro Dijfert. Vllh in Hijior ., E cc kf. f*c. IL Digltlzed by Google qual co fa ugualmente avverti il Cardi* nal Palla vicino : La Fibfofia nelle dot- trine Teologiche è utile come i foldati frante ri negli eferciti; cioè in maniera che fervano > ma non comandino. Imperocché a tutti fi permette la liber- tà di fìlofofare. Bona mene ( dice Se- neca ) omnibat patet, omnes admittit, omnes ad hoc fumus nobile r, nec rejicit quemquam Pbilofopbia, nec digit > omni- bus lue et . Tanto maggiormente che la natuta invidiofà per così dire a li- vellare i fuoi Segreti avarifiimaraen- te permette, che ora una cola, ora un* altra fi fveli, come s’ è finora fperimentato per tante ofiervazioni fatte e che fi fanno in molte cele- bri Accademie dell* Europa, (copren- doli fempremai novelli arcani » non che nuove, e plausibili opinioni nel- le Filosofie . Jn Pbilofopbia ( lafciò fcritto Seneca fcefio ) re maxima, et involai iffima, cum etìam multum atìum fuerit, omnis tamen atas, quod agat, inveniet . Quindi Atenagora, che det- tò k* tè un’ Apologia . a prò de’Criftiani agl* Imperatori Antonino, e Commodo ambeduo filofofi, dille : Nulìum in Pbilofopbia rcdundat Crimea .. £ più oltre così : Profeto autem bac crimine vacat . Tutto ciò però intender fi dee per la cognizione di quelle cole > che dipendono da caufe naturali, non altri menti foprannaturali. Il che fu con- fiderà to dal medefimo Seneca, ancorch* ei fofle gentile . Perfeveras ire ad bo~ nam mentem, quam fiultum ejì opta - re, cum pojfis a te impetrare. Non fune ad Ccelum eleva» da marnisi &c. £ pri- ma di lui avvisò Simplicio, Eos folum de cauffis naturalihus pbilofopbari fiata « ifie: nequaquam autem de Ut ^ qua fa « fra naturam exifiebant . r : Ora fia lecito d* efaminare più efpref- famente, fela Filofofia, che chiama» Moderna fia d* alcun pregiudicio alla noftra fede cattolica. Primieramente è neceflario, ch'io rinnovi alla mente della Santità* Vo- stra quei tempi più frefchi, in cui sì felicemente apparò le feienze tut- te, e con ciò : io rinnovèlli, e rallegri infìeme . 1* idee della prima fua età ; perchè non v'è co fa (come ditte il Cardinal Bentivoglio ) che maggior- mente I’ animo ricrei, che la memo- ria degli anni fcolarefchi, perchè ciò egli non è altro, che un tornare a vi- vere quella vita innocente, e piò lieta dell’ uomo. Si ricorderà dunque Vostra Santità», che malamente quefta Filofofìa fia nomata moder- na, perocch* ella è più antica, anzi la primiera d’ Bardefane, ed altri difenfori della Religione, furono tutti Platonici • Ed a chi non è palefe l’A- leffandrina fcuola in Oriente, ripiena di tanti fanti Padri, e tutti Platonici? Origene, Clemente, Cirillo, Eraclio, Dionifio, Atanafio, ed altri, io modo che Aleflandria, non meno per lofplen» dorè della difciplina Ecclefiaftica, che della domina, fu dimata un’altra Ro- i ma, e la feconda fedia Patriarcale do» po quella di S. Pietro . Sant’Agoftino nel libro delle Confefttoni di fe fteffo, e \ d* altri rettifica eflere flati Platonici, quando e’ narra la vilìta, che fece a Si m> pliciano > maeftro dì Sant’ Ambrogio, raccontandogli i libri eh' egli aveva letto de’ Platonici, da' Vittorino Ora- tore Romano tradotti in Latino, che morì poco dopo d’elferfi fatto Criftia- no . Sopra la qual cofa fè palefe anco- ra il piacere, che ricevette Simplicia- no in fentire, che non era caduto nel- la lezione d'altri libri di Filofofia, pie- ni di menzogne, e d* inganni; ma lo- lamente in quei de' Platonici, che in* fegnavàno la conofcenza di 'Dìo, e del Verbo Divino, le di cui parole fono qu ette: Gratulatiti eft ntìbi, quod non in aliorum Pbilofopborum f cripta incidi f- fem, piena faltaciarum, et deceptionum, fecundum dementa bujus mundi : in illh autem omnibus in ftn aari Deum ' % et ejus Verbum . Indi Agostino ileflo poi gli 1 chiamò i Filofofi di Dìo amatori ; ed Eufebio nel libro XI. della Demolirà- zione Evangelica, narra, commendan- do tanto le contemplazioui di Plato- ne, averle tratte da’facri libri degli Ebrei, cioè dell’Ente primiero ndelPI- dee, deli*, immortalità dell’ Anima, della produzione dell’ Univerfo,;del bruciamento del Mondo, del R i forgi - mento de’ morti, della Terra cele (le* e del Giudicio'. ultimo : il cbe vieti ri- portato ancora da Teofilo Galeo in di- fefa della Filofofia Platonica; ed Eu- febio. (lefib la difugualianza tra la Fi- lofofia Platonica,.e T Ariftotelica in quella maniera divisò : Mofes, Hebra't- que Pro.pheta beate Divendi finem tn P r ih mòdo • che fecondo la jua dottrina il Mondo * non è già - una monarchia, ma poliarchia y o piuttòflo anarchia p. ciò che -San 'Gregorio Na%i. anzeno ha' affai ben condannato . * II, Platone chiama 'Dio nofìro fovra - no Padre:' Arinotele non conofce ver fin Dio' per padre . 1 * «4 u«>v > -.-v. -> Platone nella sua Repubblica affìcura, che Dio fia > una fo fianca (empiici fftma : • Arinotele ah duo- decimo della fua 'Me taf (tea, lo pone nelC ordine degli animali > e dell' effe n^e compone. B 3 IV- il Platone nel [e fio della fua Repubblica, che Dio fta nofro fommo be- ne : Arinotele al duodecimo, della fua Metafiftca, che' Dio fta un bene, che conviene folamente al primo Cielo > del quale egli è Motore. >, Platone nella sua Repubblica – H. P. GRICE, PHILOSOPHICAL ESCHATOLOGY AND PLATO’S REPUBLIC -- y che Dìo fta la fovraha Sapienza: . Arinotele y che. fta un' intelligenza, che conofcendo le cofe un he rf ali » non, f appi a le. particolari. Platone nel Timeo y che il divino sta onnipotente. Il Lizio nell opere sue, che, non abbia altra potenza che di far muovere il cielo. L’ACCADEMIA nel.Filebo, nel Sofista e nel Parmenide di VELIA % thè . il divino crea le sostanze incorporee: il LIZIO che tati . ? X; Piatone, che il Mondo offendo' un corpo, abbia . una potenza finita: Ari-, (tot eie, che il Cielo, e il Mondo abbia- no una potenza infinita dì muover fi . Platone y che il Cielo, e il Mondo come corporei ftano corruttìbili Atintotele incorruttibili « - = XII. Platone, che- Dìo [taf opra ogn\ e fiere, J opra ogni foftaitzai Arifioteic-y. cbe’fìa falò foftanza . X /. . Platone che hi fogna pregare D.io .a fiacche ci ' faccia buoni.: Anfiote - le,, che Dio. -non .poffa- fentire, le no fi re preghiere, non conofcendo le cofe parti» eoi ari . XXllvP laton* i/ebe p uomo di buo- na vita. i:. fta gradevole' a Dio: Art fia- te le, che non .io gradifc4-\ t % 'non cono» fcendolò\ «'Vi (. ^ viv, Platone, che dopo morte, 7* anime de * malfattori fatto gafligate : ' A- ri flot eie-, ube /’ anime e fendo corrotte Col corpo i non -patif canti- più altro . XX^fV.- Piatone y^ thè, i' morti rifer- gerantio' 1 Arijìotele, che dalla privanti* otte all'abito non vi fia "rif òr pimento . Piatone, che V anirne derub- ili faratino collocate in luogo y dove fa- ranno molto' felici i' Arinotele non cono- fce alcun- luogo di quefia fori a . Quindi il Sidonio-difle, Explicatut Plato, ìmpiicat ut Ari fot elei, 'e il Pei trarca del difcorfo dell* ignoranza di fe ftefloy e d’altri, attéfta, che Pia* toner» Divinum, Ari fot e lem Damo» iuta Grati nuncupabant ; e però nel Trioni» fo della Fama, così di lui. degnamene te canto: A • • t I n it . V'olfimi dà man manca, e vidi . Plato, Cfo n quella fcbiera andò più prefr, . fo al fegno, . s «* 4 / ?«*/ aggiunge, a chi dal cielo ^ dat o • .. E finalmente tutti concordano, che la filofofia dell’ACCADEMIA fia fiata la più favorevole > ed acconcia, e quella d* «Ariftotele la più contraria, e pregiu- diciale alla dottrina della nofira Chie- fa cattolica, E Sant* Agoftino attefla. Platonica f amili* Pbilofopbos facillìme omnium, paucifque mutatiti r fieri poffe Cbrifiianos, Anzi un Autore, che fé* ce una Diftertazione del modo di ftudiare la Teologia, impreca coll’altre di Ugone Grozio De Jìudiis inflit uendis, vituperando aifatto la Filofofia Ari» fio te lica, e ragionando egli degli anti- chi Filofofi Crifiiani, così dice \ \Qm quis effet Arifiot elicti s, eo minus • Còri- flianum fuiffe E, de’ Padri foggiunge : Olir» multi viri pii, (S doElì % Origene: t Clemens Alexandrinut, Jufiinus, Augu - jlinu !, et alit y ex Plafoni s fcbola ad £c- clefiam Cbriftianamtranfierunt : f ed nul- li y aut certe pattei ex fcbola Ariftotelis, qui metaphyftcis ejus fpeculationibtn, et arguti is inferii erant . E il medefimo autore dice f che Pietro – NOT STRAWSON – GRICE -- £amo erafi d’opinione, che fi dovefle bandire da T tutte le scuole, ed Accademie la Me-t tafifica d’ Ariftoteleu Petrus Ramasi I ( fono parole dello fleflò Autore ) stiri do fi us, et perfpicacis in Philofopbia ju- dici't ( luet Ariftotelici contra fentiant ) Tbeologiam illam, quam ? Arinotele s in Metapbyjica docet » impietatem omnium impie tatum maxime execrabìlem, et de-> tefiabilem effe confirmat, adeoque ex A- cadem'ùs exterminanàam, ut a multi s fa- flit atum efi . Avendo egli ancora propo- fto> fecondò l'ufo dell’ Uni ver (Ita di Pa* rigi, primach’ ei fofle creato Maeftro, e primachè caduto fofle nell’erefla, pub* bliche Conclufioni,per le quali foftenne, Qutecumque ab Ari jlot eie dì fi a funt^falfa 4 et commentiti a effer, e perciò ifuoi fcrit- ti in Francia in grandiflimo pregio fono tenuti . £ di Guftavolte di Svezia rap* porta il medeflmo Autore > che Omnes Metapbyficas a regno fuo expulit t et exfu- Idrejuffit . Come primamente Antonino Caracalla, conofcendo ancor egli quefra verità, vietò affatto l’ Accademie de’Peripatetici, 'facendo bruciare ancora tutti i Iibrrd’ Arinotele . E Pietro Poi- ret nel libro de Deo, le diede più. che bando dalle fcuole con quella ’ defini- zione: Pbilofopbia e fi contemplatiti, vel cotnpages nugarum Scbolafìicarum ) Ari - fiotelicarutii t vel fimiVtum, ad oblivi] ce n- dum Dettm, mentemque tumidi s tenebri! t et inquieta - pet ulani ta implendam ; In modo che da’ mèdefimi Eretici fi con- feda edere la Filosofia Ariftotelica dan- nofilfima al Criftianefitrio. : £ chi potrà giammai dubitare, che la Fftofofia Ariftotelica- fia Hata l’uni- ca e fola cagione, anzi l’origine ftefta di tutte 1* creile, eflendo ciò mani fe- llo per l’autorità di tutti gl’lftorici, e di tutti i fanti Padri, ' che in quei tempi fiorirono, i quali erano predenti alle difpute, e ne’ Concili ftefti per confutarle ? Aezio Vefcovo d* Antiochia ne’ primi tempi appunto della no- ftra Chiefa, non fu egli Eretico, e poi foprannomato Ateo: Astìus Atbe- usì non peraltro, fe non perchè troppo addetto alle Categorie d* Arinote- le egli era, come nota Svida; ed Epi- fanio, e Gregorio Nifi'eno lo ftefio afr fermano.. De Chrijìo magis Academico t quant Eccleftaftico more f ape differebat. E fattoli pertai fofifmi Eretico, e poi Ateo, coro’ è detto,; fu. privato della Chiefa, e la fua fetta,,ch’è la ftefla, che l’Eunomiana, detta da Eunomio fuo, difcepolo, e compagno nell’erefia; fu fino alla morte perieguitata dagl* Imperadori Onorio „ è Arcadio ; e Te- miftio Ariftotelico, come nota Svida ftefio, chefcriffe fopra il trattato del- la Fifica ». dell*. Animai» e d’altri libri d’ Arinotele, fu Eretico, come Gio- vanni Filopono. ; N ice foro così d’eflb loro dicendo : Johannes ifte Philopone - us Alexandrìnus, . ita ut diximus T rithei- tarum i hdereticorum pr afe Bus fuit, prò- inde atque olim Tbemiftius Pbilofopbut jub .Valènte Agnoetarum feft et, qua conventi» lucis ad Be- Hai? £ S. Gregorio Nazianzeno ugual- mente ne fa molta doglianza, dicendo : In Ecclefiam irrepftffe captiones fopbiflicas, ac pravum art if cium Arinotele# artìs, et bujus generis alia, veìut ALgyptiacas quafdam piagar . E altrove così . Abjice Ariflotelis minutiloquium, Jagacitatem, et art ifi cium: abjice mortale s illos fuper Anima fermones,& human a illa dogmata. Ed in altro luogo deteftando in tutto e per tutto Ariftotele il chiama Struggit »• re della provi de n^a Divina . Ireneo in in quefto modo ne parla: Minutiloquium, et fubtilitatem circa quajìiones, cum ftt Ariflotelicum, fidei inferre conantur : Lattanzio così ; Arijlotelem de Deo ìpfum fecum dtfftdere, et repugnantia di- cere t et Jentire immo Deum nec colu- ti, % nec curavit « San Girolamo ad Eu- ftochio feri vendo : Attende et tu fa - tuorum fapientum princeps Ariftoteles . In altro luogo . Omnium b*reticorum do- ppiata fedem fthi et requiem inter Art - fiotelif, 0 Cbryfippi [pineta reponunt, et Ut fub diem cunfia concludam fer mo- ne, de illis fontibus univerfa dogmata argumentationum fuarum rivulis . trabunt . E femprcmai.con aperto vocabolo Gi- rolamo fteflb verfutiet chiama gli ar- gomenti di lui. Origene ne* libri ch’ha fatto contro Celfo, grida in più luo- ghi contro d’ A ri Itotele come nocivo al Criftianefimo > e la maggior parte degli altri fanti Padri fono del mede- limo fentimento, come Sàn Giuftino nel Dialogo per la verità della religio- ne Criftiana- con Trifone Giudeo : S. Clemente PAleflandrino nelfuo avver- timento, . che fa a’ Gentili ; Eufebio in più luoghi delle fue Opere: Sant’Ata- nalio contra Macedonia no : San Gre- Digitized by Google gorio Ni fieno eontra Cunomio : San Gregorio Nazianzeno più voice nelle fue Orazioni ; Sant* Epifanio ne* libri contro l’ercfie : Sant’Ambrogio di nuo- vo ne* libri degli Uffizi : S Gio. Grifo- ftomo fall* Epistola a* Romani ; e fo- pra tutto, quel» che ne feri fie Tertul» liano in più d’un luogo nel libro delle Prefcrìzioni, e dichiarando egli quel di San Paolo, Ne quii tot decipiat per Pbilofopbiam, intende egli quella d’A« riftorele vana, e fallace per fentenza di tutti. Quindi Cirillo l’ A leflandrU no gridava.* Heeretici- nìbil aìiud, quarti Arifiotelem ruSlant . E Sant’ Ambrogio con ugual fentimento, e colle lagrime agli occhi dicea, Reliquerunt Apofiolunt » fequuntur Arifiotelem . E fra Moderni Melchior Cano così ; Habent Arifiote- lem prò Cbrtfto, Averroem prò Retro, et Alexandrum prò Paulo . E tant' ab tri, i quali l'hanno riprovato, e con* futato, foto per timore, che non s’irn- primefle al Criftiano un carattere deb fa fua dialettica » per efler tutta con» *• C tratraria alla femplicità della fede > la qua» le altro non richiede, che una umile fommiffione» e totale credenza, fenza veruno ragionamento, e difcorfo uma- no . E finalmente lafciar non fi dee ciò, che ne fcrifle S. Vincenzo Ferre-- rio » che fremeva contro un tanto abu- fo nelle Scuole . Quel Predicatore io dico tanto zelante, che introduce la vigilanza dell’ Inquifizione .per man- tenere la purità della fede, non appel- la egli queft-a dottrina d’ Arinotele, e quella d‘ Averroe fuo feguace, Pbia ìas ir che nell’ anno MCCIV. fotto Filip- po ;1* Augufto, per pubblico confi- gli©,' come dannevoli alla noftra fe- de i libri della Metafilica, che al- lora folamente veduti s’erano, e tut- ti gli altri ancorché, non veduti, e foflcro per ^comparire, fu ordinato > che fi ì mandafiero alle fiamme . Ec- co le : parole ., dell’ Iflorico riporta- .te dal medefimo Padre Petavio > in diebus .uillis .legebantur, Parifiis. li- belli quidam ab Arinotele > ut dice ? » C i ban- bamur, compo fiti t luì aocebdnt Meta - pbyftcatn, éf 4 Graco in Latinum translati; qui quoniam non folum pre- dilla bareft fententiis (ubtitibus occafto * **0» prabebant, ò»/»o 6 * 4/»/ sondane investii pr abere poter ant, jufi funt 0- mnes comburi t et fub paena excommuni- eationis cautum eft in eodem Concilio, ne quìi de cetero eoi fcribere, legere fra fumerete vel quocumque modo b abe- re. Esfei anni dopo che fu condanna- ta ia Metafilica dei medeiimo, il Car- dinal di S. Stefano mandato in Fran- cia da Innocenzio III. in qualità di Le- gato, proibì a* Profeffori dell* Oniver- fità di Parigi d’ infegnare più la Fifica del medefimo Arifrotele, il che fu con- fermato poi per una Bolla di Gregorio IX. come ancor prima per lo Concilio •Tu rose fe fotto Aleflandro IIL fu pa- rimente vietato leggerli più la Fifica a’Religiofi ; quindi dall* Università del- la Facultà Teologica di Parigi, c da Francefco primo fu fcabilito > Che s* r infognale la f 'anta Scrittura, i fanti Canoni > i fanti Padri, la Teologia an- tica con tutta la purità e femplicità pofjtbile, e che fe ne sbandi (fero tutte le vane fattigliele, come riferifce coll* autorità di molti, M. Baillet . Alma* rico ( narra il medefimo Ifrorico, ri* portato dal P. Petavio (tetto ) non fu egli eretico, come feguace de* princi* pj d* Arifrotele? Simone de Turne ce* iebre Profettòre di Teologia della me- defima Univerfità di Parigi, e David Dedinant, poco tempo dopo, non fu- rono acculati per eretici, come trop- po attaccati, a* fentimcnti d* Arinote- le ? Gli Abailardi t i Lombardi, i Poi- * tierfi, i Porretatii» come Iettatori del medefimo, non furon eglino eretici ? Quefte fono le parole del prologo del libro contro le fentenze de* medefimi condannate « Quii quii hoc legerit, non dubitabit quatuor labyrintbos Francia, id efl Abaelardum, et Lombardata, Pe- trum PìEìavìnum, et Cilbertum Porre* tanum uno fpiritu Arijìotelico affiatos, C j dum 3 * . dum ineffabtìia Trmitatis, et Incarna- tionìs fcholaflica levitate t raffi arcnt, multai barefet olim vomuiffe, et adbuc errore s pullulare. I Luteri, i Calvini, iMelantoni, i Buceri, i Zuinglj, e ' gli altri loro feguaci, ancorché apparen- temente fi dimoftraflfero nemici. d’Ari- ftotele, gettarono, e coltivarono i loro velenofi Temi, non con altri ^principi fe non 'con quelli d’Ariftotele ftefio . I Pomponazj, i Porzj, ed altri traligna- rono da’ veri fentimenti deirimmorta- lità dell’anima, non con altro errore, fe non con quello d* Ariftotele medefi- mo . I Serveti, i Socini, i Poftelli, non con altra direzione che di lui ftefio divulgarono que’ loro pefiimi ritrovati ; e fceleratifiìme innovazioni alla noftra Religione . 11 Macchiavellifmo, ch’è lo ftefio che l’Ateifmo Exiit ( dice il Campanella, col fentimento ancora di Melchior Cano, dottifiimo Spagnuolo, ed uno de’ più facondi Scola dici del Tuo tempo, ed il maggior ornamento della famiglia Domenicana, degnifiimo Vescovo nell* Ifole Canariè, e fu eziandio uno de'Padri, che intervennero ahCon- cilio di Trento) exiìt t torno a dire,, ex Pcripateticifmo - Il quale aggiunge ancora : Ex Arinotele nata funt in Italia pe* fiifera illa dogmata de mori alitate animi, et divina circa res bumanat improvi dea- tia. £ Seneca ancorché Stoico, perchè la Filofofia Stoica alla Criftiana li ag- guaglia,' come dice Girolamo il Santo nelle Aie Epiftole » non fu valevole ar cancellare dal cuore di Nerone Aio di- fcepolo que* peftilènriflìmi. fentimenti, che imprefli. gli *avea. Alèflandro d\E- gea Aio primiero maeftra f efilofófo Pe- ripatetico. Come Peripatetico fu ancor ' Sergio, il maeftrcnperfidilfimodi Mau- mety il che* vien -riferitò da Pico della Mirandola ; avendo ancoi egli ( Arido* tele io dico) d’ una maniera- infegnato la fua Fitofofìa ad Alèflandro, e d’ um al- tra in Atene, quafi che varia, ediver- fà la.lnat ural Filofofìa infegnar fi dovef» fe ad un Principe ciré al popolo ; del che molto-de me. querelò «Alèflandro • cor» 4 ®. Arinotele fteflb, il quale fu atnbiziofó nel dominio delle lettere, come fa di più mondi . £ il Carpentario, an- corché eretico, nel principio del libro della fua JFilofofìa libera, non dice li- • \ bera mente così tjQuis enim ita ferver fi genti e fi, qui mecum nitro non fatea* tur., Pbilofophorum Principi ( d* Arino- tele ei parla )) ut bomini multa falja » et erronea ; : ut etbnico, et pagano mul* ta impia, et profana ; ut primo in* fìauratori multa . manca, et $mperfe * fi a excictife». £ il Padre Petavio ftef- fo, torno a dire, il genio veramente della Teologia * e delle feienze, il qua- le degnamente appellare fi dee il fior degl’ ingegni, e ’1 primiero letterato tra i Padri Gefui ti, allegando l’auto* rità. d’Anaftafio Sinai ra, non dice egli così ?, Anaftaftus Sinaita . in eo libro quem Via: Ducem nominavif, tefiit e fi, ha* reticos omnet, qui vel contra Incarna* tionit dogma nefarium movere belìum, ex ilio Ari fìat elico fonte fuxiffe . Indi egli è, che 1\ Autore fiefib della filosofia volgare re fatata ; così contro i fetrarj del medefimo grida : Et adbuà Arifiotelem leghi s t interpretamini, de- fenditi !, et exornatis. Quindi egli è, che da’fan ti filmi Pa- dri medefnni, e da molti favillimi, e dotti (fimi Autori è (lato ancora nota- to di gravifiimi errori . S Giuftino fcrif- fe tutto un Trattato contro i dogmi a e le fentcnze d* Arifiotele, nel princi- pio del quale così ragiona : It nibil dà rebus, quas definiendas ftbi commentationibus fui f ftatuit . San Cirillo nel li- bro contro a Giuliano fra i Filofofi » eh’ hanno errato, principalmente ri- pone Arinotele . E' perciò molto deri- fo da Bafilio, e particolarmente per quello, eh’ egliafierì intorno alla Ma- teria prima, e che la materia abbia una limpatia naturale d* unirli i e per- fezionarti colla forma - Eufebio nel li- ti ro della Preparazione dell’ Evangelio* e in quello contro i Filofofi detefia non (blamente la vita» i cofiumi, la Filo- fofia morale > e naturale ; ma la fua Metafifica, come una pelle delle Re- pubbliche. Lattanzio Firmiano il dan- na come Sofilla ., ed a fe fteflo contra- rio . Ambrolio ugualmente come va- rio, e incollante.- Come menzognero, efavolofoil riprendono Ago (lino, Teo-, doreto, S. Bernardo, e il .Beato Sera- fino da Fermo . San Tommafo allegane do Agoftino medefimo coll’autorità del Gcllio, prova, che fia un impoflore > come rapporta il Campanella.. Scoio, e Francefco Mairone, come un igno- rante affatto della Metafifica, e che le cofe tra effo loro repugnanti a-yefle ap- provato . Gio. Pico della 'Mirandola, e Francefco Patrizio il riprendono nel- la Geografia, e nell’ Agronomia, nel- le Meteore, nejl’jftorie degl’ animali; e eh* egli abbia ! malamente creduto, che la terra fia più elevata verfo il Settentrione, che altrove.* che’l Danubio prenda l’origine da’ Pirenei . Pie- tro Gaflcndp lo biafima nell’errore in- torno alla Galaflìa, all’ origine' delle Vene, c jje* nervi del cuore t c in molte s V N te altre fimili cofe . Telefio, Duran- do, Baccone, Baffone,. l’ Harveo >• Cherneo, Galilei, Maurneo, e Pie- tro Alliacenfe, e Niccola di Cufa Car-, dinali, ed ultimamente il P. Valeria- no Magno, piiffimo, e dottiamo au- tore Cappuccino, che fu Miffionario al Nord, il confutano» l’ acculano, e lo tacciano di molte altre limili fcioc- chezze . La fomma, e la foffanza fia, dice il medefimo Gaffendo,che non v’è per fona, che fenza roffore diffen- der lo poffa, nè fenza tema, e nota ef- preffa d’infamia, e di vituperio, che l'eguire lo voglia nell’ impoffibilità del- la creazione per lo ftabilimento del fuo principio, che noii fi faccia niente dal niente: che il Mondo fia eterno» e l’a- nima mortale : che la previdenza di Dio fia talmente limitata nelle cofe ce- letti, che non fi eftenda più di queir lo, ch’è fopra la Luna, negando an- corai’ idee, e confeguentemente il Ver- bo di Dio, non che Dio fteffo auto- re di tutte le cofe : l’efiftenza degl’Angeli, de* Diavoli!, l’Inferno, eia gloria beata,, e con ciò le pene adat- tivi, e i premj a ’ buoni . Inferni, et Supere s, effe fabulas Legislatori! e' dif- fe nel libro II. e XII. della fua Meta- filica. £ tutto ciò o fia propria difav- vedutezza, o fi a perchè fi ano fiate trafilate, e guade le fue opere, co- llie vogliono alcuni, perocché egli fa uno de’ maggiori Filofofi della Grecia» di cui molto n* hanno celebrata la fa- ma, e la dottrina, come dice Macro- bio : Nibil tantus vir ignorare potuit * Certo egli è nondimeno, che leggia- mo predo Diogene Laerzio, antichif- fimo autore, che Cleante Stoico fin da’fuoi tempi dir folea, Peripateticit idem uccidere, quod litteris, qua cum bene fonent, fé ipfas tamen non nudiunt * £ che il medefimo Arifiotele fof. fe fiato chiamato in giudicio a pena capitale dagli Ateniefi, per non poter (offrire anche nella loro politica, e falfa religione quei bugiardi, e corrot- ti principi d’ Arifiotele, diruttori per così Digitized by Google così dire dell* uomo, e di Dio freffo } la qual pena egli fchifò colla fuga . Per la qual cofa in quella maniera fcla- mò il Campanella di fdpra lodato; Et nos Cbrtfiiarìt retinebimus tanquam ma - gijlrum, ne àum tontra Patres > et Con- cilia / aera jubentia, quod jubebant A *> tbenienfes ; et quod jus : naturar damnat in illis, fciolonm au£lori%abit in nobisì Abfit Cosi il fuo difeorfo conchiu* dendo. O Ecelefia prudente r paftores, et o prudente s priucipes, vefirum eft banc domenicani perni eiem agnofeert » et prodigate . : i . £ quel, che maggiormente reca maraviglia egli è, che quei medefimi, che 1* hanno comentato, difendono Platone, dove Aratotele lo danna, e quei > che 1* hanno feguifato in molte cofe, non folamente 1* hanno contrad* detto y ma 1* hanno quali infamato . Alberto Magno l’arguifce, Quod ani- mai Coeli mot or e m facit . San Tomma* fo lo beffa, Quod bine Mundi eterni- tatem adferuit > illine animarum immor • 4 « t alitatevi fili contradixerit . Scoto il fot- tiliffimo Io. fchernifce, Quod tam in - conflanter de anima fenferit . E quel, che fommamente notar fi dee egli è, che il mentovato Alberto Magno, tan- to feguace d’ A ri (lo te le, per lo dubbio, ch’egli aveva» fe bene, o male avef- fe ragionato, in quello modo prote- •ftandofi ne’ Tuoi comentarj, conchiu- fe : In bis nibil.dixi fecundum opimo- nem me am propriam ; fed juxta pofitio - nes Peripateticorum ; et ideo illos l.au- det, vel reprebendat, non me . Quindi S. Tommafo fteflò, difcepo- lo d’Alberto Magno, fi avvalfe nella fua Teologia di quella Filofofìa, e di .quella morale d’ Ariftotele, che più. purgatamente fu difcefa in compendio ! da S- Gio. Damafceno, avendo da ef- •et * % «, v - ^ * W fo prefo un modo, più particolare, e (incero ; e il Campanella afferma, che S. Tommafo . Nullo palio putandum efl Ariftotelizaffe ; fed tantum Arifìote- lem expofuiffe, ut occurreret malis per I Arifìotelem illatis. E S. Tommafo medefìmé^iì lamentò molto con altri Filosofi più giudiciofi del fuo tempo, che gli Arabi, e i Mori colà nell' Àfri- ca avevan contaminata laFilofofia, e T Opere tutte d’ Ariftotele, per non faper eglino molto bene di Greco; per la quai cofa Giovanni Lomejero nel fuo libro della Biblioteca n* avvisò ; Qtiod fi Graca exemplaria corrupta fuerunt, quid de bis putandum e fi, qua in Lattnum.converfa funt ? Sed melius cum eo a Slum efi, qtsam cum aliis, . quorum opera funditus perierunt, et ipfe c auffa cxtitit cur multa per irent, qui aliar um gloriam adfetraxit .. Indi Monfignor Ciampoli chiamolla Filo- fofia Morefca t Monfignor Minturno Barbarica, e tutti Pagana-. E benché in «tempo poi dello /cadimento dell’imperio, e dell; Imperatore Pa- leologo > venuti alla noftra Italia i Greci filosofanti, e, fcienziati, forte ri- fiorita; la nobiltà dell’ idioma Greco 9 delle filofofie, e delhaltrd Scienze, ap- prettano! già eStinte e tamraerfc coll’innondatone de* Barberi ; eglino parò fi manifeftarono gagliardi difenfori della Filosofia Platonica e particolarmente il Cardinal BeiTarione Arcivefcovo di Nicea, e il più dotto tra elfi fai merito di cui tolfe il Papato laru* fiicità dell’arcivefcovo Perotti Tuo famigliare » e concia viftaj dicendo in primo luogo contro i Peripatetici, eh* eglino .malamente . Conantur Ariftote • lem ex gentili) et infitteli Apoflolum f& sere. Quoniamfides nojlr Religionis cum Feripatcticorum dottrina no» convenite Ne formò molte E pi (loie ; il quale fu poi feguitato da' maggiori ingegni Italiani» cioè da Marfilio Ficino, Gio. Pico della Mirandola, e da altri cat- tolici, e particolarmente da Niccola di Cufa, e da Pietro Bembo ambe* due Cardinali ; il quale contro d* Ari* itatele così fclamò: Fovemus ferpentem inter vifeera noftra . Di maniera che vedeli per lo più Tempre ofiervata là Platonica t la Democritica, e 1' Epi- curea Filofofia « e (fendo che fono tutte uniformi in concedendo, che gli Ato- mi foflero i primi principi di tutte le co fé corporee, e che il fovrano bene del piacere non confìtta ne’ diletti in- degni, e brutali ; ma (blamente nell» animo, e nella vitaonetta, e tranquil- la della virtù : non come altrimenti voleva Arittotele, conti* è detto. Fu notato bensì L’ORTO per così dire plagiario > avendo pubblicati per fuoi i libri degli Atomi di Democrito, «dannata in lui l' opinione della mortalità dell’anima. Gii altri fuoi fentimenti, per la fua moderazione, e moralità, fembrarono così giutti, e ragionevoli a Girolamo il Santo, che propofe a’Crittiani di fuo tempo la lezione de’fuoi libri ; e da molti fanti Padri eì fu commendato . E San Gregorio Naziao- zeno, così ne ragiona: jQuis crederete Mode rat us, et cafìus dum vixit fuìt fi- le, dogma moribui probans. E Sant’Am-. brogio ancorché più fevero d'ognaltro fanto Padre, e nelle Filofofie più ri- gido» pur egli ftimò effere più cpmpatìbili gli orti d’Epicuro, che d’ Arinotele i portici, come affatto dannevoli non che pericolofì ; perocché ne* libri degli uffizj al Cri diano apparte- nenti » così n’ avvisò ; Epicuri Hortot tolcrabiliorcs effe Lyceo Arinoteli. Il che rien confettato ancora da Lattanzio e da Origene contra Cello . Ari* Jlotelem effe deteriorerà Epicurei / . Que- lla Filofofia adunque d’ Epicuro, o fe altrimenti chiamar fi voglia Democri. tica » vien molto largamente di vi fata, e comprovata dall* incomparabile Pier Gattendi > Canonico, e poi Propoflo nella Chiefa di Digne fua patria, Teo- logo, e profeffore delle Matematiche feienze in Parigi» il quale fu di pura e cadiflìma vita, e uno de* più illuftri ornamenti della Francia» o quali l’ora- colo detto delle lettere del fecol no- Uro» di cui giudamente dir li potrebbe, eh’egli intorno alle cofe filofofi- che » e feienze Matematiche ne diede il giudicio cóme Pittagora, e fpiegolle come Platone. Indi il volere qui ripetere, anche in menoma parte quel* 10, eh* egli medefimo n’ ha fcritto, farebbe un ridire miferamente ciò » eh’ egli felicemente ne diffe ; e tanto mag- giormente, quantochè noi richiede la prefente fcrittura, per edere il tutto notiflìmo alla Santità' Vostra. An- zi in qualunque altra occalione che fofle, farebbe un cimentar la propria ftima, ed acquetarli certamente la rota di temerario, e d’arrogante. Ma da lecito farne qualche parola, e dir folo > che Galìendi avendo apprefo nelle, fcuole la Filofofia d’ Ariftotcle, e da eflo poi tutti i varj fiftemi degli antichi Filofofanti, per quanto gli fu permeilo dalla condizione umana » e dal fuo proprio intendimento » e abi- lità ; volle dopo feguitare, e perfezionare quella d’ Epicuro, come piti acconcia, e proporzionata Filofofia d’ognaltra, ammettendo gli Atomi principi di tutte le cole corporee ; come fende di fe Giacomo) Colonna 11 Vefcovo a Petrarca: Da Se 5 Se le parti del corpo mio diflrutte, E ritornate in atomi > e faville. Softenendo però, che Dio gli abbia creati, e che Dio averte lor dato il movimento) e il dirtendimeato, e la figura. E che il corpo umano, fia di minu- ti ffime particelle coni porto, leggefine* libri del diritto Civile, e propriamen- te nel Titolo de judiciis, nella Lege ' Proponebatur, così dicendo A1fono Varrò, gran Filofofo, e gran Giurcconfulto, e console di Roma, Quod fi quis pittar et, partibut commutati s, aliam rem feri: f ore, ut ex ejus ratione nos ipfi non idem eflemus, qui abbine anno fuiffemur, fropterea quod, ut pbilofopbi dicerent, ex quibus particul'ti mìnimts confliteremus, bue quoti die ex noflro corpore dee e dere nt, aliaque extrinfecus in earum locum acce* derent. Ouapropter, cujus rei Jpecies e a- dem confifieret, rem quoque eandem ef- fe exifìimari &c. Quelta Filofofia è (lata feguitata / v in io molte i e quali innumerabili carte- dre dell’ Europa, e ballerebbe fol di- re, eh* ella non è altrimenti proibita da verun Pontefice voftro predeceflb- ; re; anziché quali in tutti i luoghi cat- tolici pubblicamente s’infegna, ù. ap- para, e li profèta . Sia ancor lecito aggiungere a tante dottrine che li ad- ducono dal mede fimo G a flcndi, e da altri, per corroboramento di tal filosofia, un’ altra autorità di S. Gregorio Vefcovo di Nilfa, la primiera «fé-: dia della Cappadocia, il quale viveva nel quarto fecolo, fecondiamo di tan- ti e tanti fanti Padri, e Dottori della noftra Chiefa, fratello di S. Balilio il grande, e di S» Pietro Vefcovo di Se perocché egli diffe: Fuit fuhita, urgebat, nova rei fui fa - bat aures. £ finalmente foggiunfe, Che Veritas placet, et vincit. Cartesius bene intelleflut, nibsl cont'met ma- li . Onde ravvedutili gli altri, fi di- chiararono ugualmente Cartefiani. Soggiungendo ancora altriTeologi, che fentimenti di Renato intorno all’efi» ftenza di Dio fi conformavano con quei medefimi di Sant* Agostino, diftefi nel librò X. della Trinità > e -propriamente nel capitolo X. Ed un dotti f- fiimo Padre, di cui ne lafcia il no- me lo fcrittore della vita di Rena- to, vi aggiunfe molte altre limili dot- trine > eh’ egli aveva ritrovato in pro- va delle opinioni di Renato ; in mo- do che ciò fu di gran gioja.a Renato fteflò, in fentire, che i fuoi penile- ri erano uniformi con quei di Sant’Agoftino, e di Sant'Anfelmo nel libro, detto Profologio, e d’altri fanti Padri. E per li fentimenti dell' anima io vi aggiungo Glaudiano Mamerto, uno de’ più celebri fonti Padri, . che fiori nel quarto fecolo ftefiò della noli ra Chiefa, che compofc un divinilfimo Trattato dell’anima t in confutando quell’ enormilfimo errore di Faufto, Ve f covo di Rems nella Francia, che tenea quella falfiffima opinione >xhe nelle creature non vi fia niente d’ in- corporeo; ma Solamente in Dio . Quello Trattato fu dedicato. a Sidonio Apollinare, amiciflimo di Mamerto; .ed egli è molto elegantemente, e con foni- fommo giudicio, e finimmo • ingegno dirtelo, in cui trattanfi le queftioni metafifi che con ogni chiarezza, e fa- cilità poflibile in prova dell’immorta- lità dell’ anima in modo che non vi è fiato chi migliore, di lui ciò abbia comprovato . Fondando egli con ro« bufiifiitne ragioni, che l’anima operi tutta intera ne’ Tuoi movimenti: che non fi mova nè verfo l’alto, .-nè verfo il baffo, o altrove ; eh* ella non fia nè lunga» nè, larga, nè più alta r eh’ ella non abbia parti interne, nè efierne ; e eh* ella penfi, ella fenta, ella immagini, e penetri tutta in tutte le fofianze : eh* ella fia tutta intendimento, tutta fentimento, tut- ta immaginazione, tutta di. qualità» e non altrimenti di quantità; e final- mente, che fia immagine di Dio » e confeguentemente incorporea, e im- mortale. Et quia imago Dei efi, non e fi corpus . E che però cerchi Tempre Dio, e defideri conofcerlo, non con al- tra immagine di Divinità, chedelia /ua 6o propria ; e che fola mente il corpo fi tnifuri per lo fuo di (tendi mento in lunghezza» larghezza, e profondità, e con altri fomiglianti principi, de* quali fe la maggior parte fi veggono nelle Meditazioni, e negli altri libri di Renato » dir fi potrebbe, o che Renato gli abbia stolti da Mamerto, ò ch’egli abbia avuto un ingegno geo» metrico » giudo » e uguale a quello di Mamerto . Da tutto ciò adunque fi vede » che quelli principi di Rena» to fiano gl’ ideili d* un Tanto Padre, che fu Mamerto » gran Filofofo, e gr.and* Oratore, il quale fu giudicato uno de’migliori, e favillimi Padri del- la Chiefa: che meritò la dima d’ effere tenuto dotto, quanto Girolamo; dedruttore degli errori, quanto Lat- tanzio ; provatore della verità » quan- to Agodino; e che fia levato in alto t quanto Uario ; che abbia ancora fa- vellato, come Grifodomo ; riprefo, come Bafilio ; confortato» come Gre- gorio/ e che fia dato fertile » come Orofio; robufto, come Ruffino; nar- ratore, come Eufebio; dettatore, come Eucherio ; declamatore, come Paolino ; e foavitfimo, come Ambrogio. Quella adunque nuova Filofofia, o rinnovellata per dir meglio Filofofia di Renato, è fiata feguitata, e dife- fa dalle migliori Uniycrfità, e proviti- eie dell'Europa, ed infegnata pubbli- camente nelle cattedre più rinomate del Mondo ; e i cattolici fieffi ne fo- no difenfori, non che gli autori, e fer- rar] ancora, così attefiando il dottif- fimo Sorel ne’ Tuoi libri della Scienza universale . La dottrina di Momìt Defi cartes oggigiorno è feguitata in molte, Accademie, e conferenze . V* ha de* Prof e (fori di Filofofia, che /* infegnano. Molti fe ri appagano piu, che del - la Filofofia antica . La quale vien con- fermata con pubbliche (lampe da mol- ti Religiofi, che n’han divifato tanti e tanti libri che nulla più, approvati da’ loro Superiori, e fpeciali/fimamente ne fono Seguaci nelle cofe più prin- cipali i dottiifimi Padri Merfenni, e Detei, e Niceron Minimi . Maignani, e Barde : T incomparabi- le P. Nicolle, e Malebranche, che nel fuo libro de inquirenda Verità - te vi pofe tutti i principi, e tutti le parti della fua Filofofia Opera, che fi potrebbe appellare ' 1’ ultimo sforzo dell’ ingegno umano ; ed altri Padri dell* Oratorio di Parigi, i quali furo- no ancora amiciffimi di Renato, e fo- pra ognaltro affezionati (fimo, e mol- to famigliare di lui, e della fua JFilo- rf * fofa feguace, Arnaldo uno de» maggiori Teologi della Sorbona, e che M per la fublimità del fuo ingegno, ed eccellenza della fua dottrina, fi può - £ /giustamente chiamare l’Aquila degl* ingegni, lo Splendore dell’età noftra, e il più gagliardo foftenitore della fe- ‘uWw^r^de Contro il Calvinifmo ; il quale col fuo libro della perpetuità della fede, in cui con robufte ragioni, e con eloquenza veramente Grifciana ha fondata 1* eli* J e fi (lenza reale di Cri (lo nella santissima Eucaristia, e poi con altri volu- mi, autorizzando colle fentenze de’ santi Padri e Greci, e Latini di feco- lo in fecolo, e della Chiefa Orientale ancora, che fervirono di ri fpofta al li- bro di Monsù Claudio, Minirtro di Charenton, approvati da tutti gli Arci vefcovi, Vefcovi * e Curati della Francia > e da altri Teologi, e Dotto- ri della Sorbona ; ha dato tal confu- sone a'Calvinirti, colla lezione di quel* lo, che molti d’elfi illuminati, fi fo- no uniti alla nortra Chiefa, come il Vefcovo della Roccella, uno degli ap- provatoti fuddetti l’attefta: e per tan- ti altri libri, che quali ogn’ anno di fua vita ha dato alle (lampe, fe ne va carco di gloria, e d* anni con quella folitudine, propria d* un let- terato in Olanda, dove gran tem- po menò la fua vita ugualmente Renato, con rifiuto magnanimo delle cofe del Mondo . Parimen- te furono di Renato amorevoli il Cardinal de Bagne, e il Cardinal di Ecrè, e il Cardinal Berul, e il Car- dinal Barberino* quando ei fu Lega» to alla Francia il quale tanto fu a- mantiflìmo delle cofe dell’anima > che non per altro . pare * eh* egli avelie trasportato dall’ idioma Greco al no* Uro Italiano la vita di Marco Aure* lio Antonino Imperadore, eh* ei defcrifle di fe fteflb a fa fteffo * fé non per dedicarlo all’ anima fua, come Specchio veramente, e dottrina, quel libro* delle cofe morali * che ponde- rar fi debbono dall’uomo ; perciocché tutte le cofe di quaggiù, anche in ai- tiamo grado confiderate * fvampano in nulla . Fu protetta » e difefa anco* ra quefta Filofofia da tutti i Principi* e potentati ftelfi d* Europa } e particolarmente dal Re di Francia* che grati- ficò di due penfioni Renato* e dalla Re- gina di Svezia in cafa di cui egli mo- ri * ed ella in grembo della Chiefa ; coftà venuta, e fatta cattolica per o- pera fola d’un folo Renato com’ ella fteffa afferma in fua lettera, che fi legge nella vira del medefimo; l’auto- re della quale narra ancora, che la iua maniera di parlare della Religio- ne fece convertire alla noftra. Chiefa il Marefciallo di Torrena, un Ateo, e due Proiettanti; e dalla Principcfla Ehfabetta r fu nomato il refugio de’ cattolici di Olanda, ed al medefimo furono celebrati i funerali con aflìften- za di molti Prelati, e delì’Ambafcia. tore di Francia -, e d* altri perfonaggi illuftri t ed Ecclefiattici, e fu compian- to con funeftiffime Orazioni, e lugu- bri apparati dalle migliori Accademie, a cui ugualmente furono rizzati più e. pitafj e maufolei, ed impreffe medaglie in memoria della fua pietà, e dottrina. Ed ancorché i Padri Gefuiti, i quali poffono dar norma, ed efemplo per la loro dottrina, e - fantità di coftumi, abbiano, particolare infti- tuto, e regola di feguitare affolu- tamente .la . Filofofia d’ Ariftotele ; il che vien riferito ancora da uno E fcrit- 66 fcrittore, così dicendo : Apud Jefuitas ie gibus fauci curii e fi, neminem in Pbilo - fopbia prater Ariftotehm [equi, qua caufja e(ì, cur rnjtltt Ortbodoxi non alia de c auffa Pbilofopbiam rimentur, quam qmd abfque ea non poffe cum Jefuitis rette difputari ; nulladimeno vedefi, che molti d’ elfi di celebre .fama, e d’ una vita efemplare, non fedamente la FUofofia.Ariftotelica hanno trala. fciata, ma quella novella forma difi- lofofare hanno abbracciata, come sono Fabbri, Casati, Grimaldi, PLana, Pardies e Bartoli . La qual cofa li olTerva per lo modo di filofofare, fpiegando gli effetti della natura per mezzo delle particelle, eh’ eglino -han tenu- to ne’ loro libri già pubblicati alle (lampe, le quali non altrimenti permettonli fe non coll’ approvazioni d’altri Padri,, a ciò deflinati dal medefitno lor P. Generale, o Provinciale . Il P. Char- let, ugualmente Gefuita, che fu affi- ttente Francefe del P. Generale della Compagnia, e milfionario nell’Attjefica, non fu egli amico, protettoref^é direttore di Renato? 1} rJ*>j Dinet ^Provinciale nella Francia,:^* conf flore di Lodovico XIII. e di Lodovico XI V. non fu affezionato di Re-- nato raedefimo ? Ilr:P.:Braudin firnil-j mente Gefuita, benché una volta, gli? avelie contraddetto » e riprovate lo, Meditazioni, non fu egli medefimo £> che ravvedutoli, fi riconciliò con Re» nato IfelTo per mezzo del medefimo P.; Dinet ? Kircher preoccupato una volta dall’odio contro Renato, non procacciò poi la fua amici» zia, e corrifpondenza èri! P. Miland ugualmente Gefuita, non fu feguace della Filofofia. di Renato, riducendo; in compendio le di lui Meditazioni, ed in metodo Scolallico per infegnarle a’ fuoi difcepoli ? Anzi quello medefimo Padre prima di partire per 1* America, volle oflequiofamente, e con particó* lar fentimento dar. 1* ultimo addio: a Renato fuo amiciflìmc, quali che in £ 2 tal 68 ' tal dipartenza non fendile altro cor- doglio, che di lafciar Renato, non già i Tuoi compagni, i parenti, e la patria fteffa. Il P. Stefano' Noe! non fu egli parziali (fimo di Renato, e fat- to Rettore del Collegio di Chiaramon-' te a Parigi, non dedicò i due fuoi li- bri di Filìca a Renato, conformandoli co’ fentimenti del medefimo ? Pren- dendo ancor egli la difefa contro Paf- cale per l’opinione toccante il Vacuo. IlP.Vatier, parimente Gefuita, non fu egli fettario di Renato, ed appro- vante delle maniere di fpiegare il fa- crofanto mifterio della Santilfima Eucariftia, fecondo i fuoi principi, e ra- gioni? Il P.Grandamy gli fu finalmen- te amiciflirao i II P. Francò, il P# Fournier furono tanto amici di lui, che gli dedicarono i loro libri-. Fonseca, benché Portoghefe, e il P. Ciermans Fiamingo, ma ugualmente Gefuiti, fecero un elogio alla Metafi- lica del medefimo . In fomma tutti i ' Padri-Gefuiti de’Collegi della Francia furonoapprovatori, e fettatori della filofòfia di Renato, co’ quali egli ebbe una continua corrifpondenza, e vicen- devoi commercio di lettere ; e della Tua vita ne' due libri ultimamente pubbli- cati. Ed ancorché pochi anni fono ilP. Rapini, Umilmente Gefuita fi fia al- quanto allontanato da’fentimenti di Renato, dicendo egli molte cofe contra lui, ie quali quanto fian meritevoli di rifpo- ila lo dican gli altri, noi comportando la prefente Scrittura ; nulladimeno il xnedefimoP Rapini, parlando egli pri- 3 fiieramente del Cavalier Digby,eflerfi egli tròppo attratto nel fuo Trattato dell* immortalità dell'anima, così di Renato favella : Le Meditazioni Meta « .fifiche del Defcartes hanno avuto della re. f> ut azione j perch'egli s'interna più che al - .trinci midollo di quefte materie. Soggiun- gendo a quefte parole l’autor della vita di Renato . Senza eccettuarne t Gefuiti Suarez, e Fonfeca, de* quali prima egli aveva parlato, e che p affano per i migliori, e più profondi Met affici delle Scuole . E 3 Aggiungendoli ancora, che-vedendo le Univerlìtà Protettami di Bafilea e d’Olanda effer pur troppo pregi udi- ziale la Filofofia di Renato al Calvinifmo, Il concitarono tanto contro Renato, che non contenti di fori vere con- tro la fua dottrinargli ordirono anco- ra contro la per fona molte calunnie, in modo che GisbertoVoezio Miniftro d* Utrecht, per avergli oppofto con malignità il Ir r» V t t ì t .ì r tìamo le vivande fenza penfarci, dice il dottiffimo Boezio, noi refpiriamo dormendo fenza ciò considerare, e tan- to meno faper fi, pofTono 1* altre cofe naturali, e celefti . Jacent ( ne laSciò fcritto Cicerone ) ita omnia crajjts oc» calta, et circumfufa tenebris, ut nul- la acies bumani ingenti tanta fit, qua penetrare . in coelum, et terram intrare pofjit i Corpora noftra non novimus, qui fit fitus partium, quam vim unaquaque pars, babeat ignoramus . L’Angelo del- le Scuole manifestandone la ragione nella fua Somma, così favella : Quia ratio bumana in rebus bumani s ejl multum defciens, cujus fignum ejl, quia Pbilo/o- pbi de rebus bumanis naturali invejìi- gatione perfcrutantes in multis errave • runt, et / ibi ipftt contraria \fenferunt .. Il che Similmente avea detto Crifo. Homo ; Hi ipji, qui ad omnem pom- pam de Pbilofopbia gloriantur, multos, et plurimos de eifdem cauffts fcribentes libros, non modo fimpliciter difcepta- rmt t fed ttiam ftbi contraria pleraque ' di » X 1S dixerunt . Quindi Sant’ Agoflino fteflb, delle cole Metafifiche ragionando, con* figliò : Noli qu^rere quid fit Veritas % fiatim entra fé' oppone nt calìgine! imagi • num corporalium, et " nubila pban t af- ta at a, et pertutbabunt ferenitatem t qua primo iftu diluxit tìbi, ut dìcerem Veritas. Non perchè quella non vi lìa ; ma perchè di quella capaci non fu- mo, dille il medelimo ! Cicerone . Ve- ri effe al'tquìd non negamut, pertipi pof- fe negamus : E altrove : Non enim fu- mar ii, quibus nihil verum effe videtur ; fed qui omnibus veris fai fa quidam a- djunSla effe dicamus tanta fimilitudi - ne y ut nulla inftt certa judicandi, et difcernendi nota . £ quella è la cagio- ne, per ria- quale tanto fi lamentava A gofiinò medelimo dell* ignoranza u- •mana. QUomodo hoc fcio, quando quid fit tempus nefcioì-An forte ne feto que- madmodum- die am quod fcio ? Hei mi- bi, qui nefcio faltem '-quod nefeiam ! Come Plinio parimente compaifionan* do tutto l’uomo, ftimollo in ciò piò mi* L 9 f 1 $ i an incredibili celeritate vol- vatur : quanta fit terra crajjitudo, aut qtitbus fundamentis librata > et ( ufpen - fit . £' volere ciò difputare, e con- ghietturare Lattanzio il medefimo dice, non e (Ter altro, che difeorrere, e giudicare di cofe fatte in remotifiime parti non mai da noi vedute, o fapute . Quindi il medefimo Lattanzio, così ragionando, il fuo difcorfo con- chiude : Si nobis in ea re feientiam vendicemus, qua non potejl feirì, non- ne infanire videamur, qui id affirmare audeamus, *» quo revinci po/Jimus ? Quanto, magis, qui natura Ha, qua jet* ri ab bomine non poQunt, /city />«-, furìofi, dementefque funt ju di- cati di ? £ A rnobio così ; X?*»*/ incerta r fuf- penfa ; magìfque omnia verifimilia, quam vera, Minuzio Felice dille, Indi il Poeta .j Incerta bac ft tu poflules Battone certa facere nihilo plus 1 agas > Quam ft des operata, ut cum ratione infantai . £d in confermamento di ciò, fs noi riguardar vogliamo a quel, che n’han giudicato i medelimi, e i primi fetta- tori delle Filofofie, ritroveremo, eh’ eglino fteffi han detto > aver fondato il filofofare fu i principi dell’ ignoran- za medefima, comen’avvifà Arnobio fteflo . Ipft denique principe t et feti a- rum patres, nonne ipfa e a, qua dicunt, fuit eredita fufpicionibus dicunt* Zeno- ne, e tutti gli Stoici negarono 1’ opi- nazioni ftefle .• Opinar i entra, te feire, quod nefeias, non ejl fapientis, fed te- mer a rii potius, ac fluiti . Socrate, Quod neque feiri quicquam poteft, nec opinati oportet. Adunque Tota Pbilo- fophia fublata efl, difle Lattanzio. Ariftotele fteffo ne’ libri della Metafi- sica così ; De bis- enìm omnibus non modo invenire veritatem difficile ejl, verune ncque bene ratione dubitare facile ejl . Gli Accademici contro a’ Filici, Nul- la m effe fcientiam, ed ogni cola probabile . Democrito, che la verità delle fcienze ftia nell’- abiflò nafcolta . Arce- fila ( narra Epifanio ) nomato il mae- ftro dell’ignoranza da Lattanzio ftef- fo, niente doverli affermare di certo, negando all’ uomo la fcienza, riponen- dola lolo in Dio, e Dio ftelfo Non nifi ignorando fcire pojftmus Là onde Cice- rone così tutto il fuo detto fiabililce : Arcefilas ftbì otnne certamen inftituit, non pertinacia, aut fludìo vincendi, ut mihì quidem videtur, fed earum tettine ohfcuritate, qtu ad confejjionem ignora- tionif adduxerant Socra tem, et velutì a- mantes Socratem, Democrìtum, Anaxa- goram, Empedoclem, orane s pane vele- rei ; qui nìbil cognofci, nihil per dpi, ni- hil fciri pofje dixerunt : angttjlos fenfus, imbecillos animoiy brevia curricula vita t et y ut Democritus, in profundo verita- tem effe demerfam; opinicnibus, et injìitutìs ornata teneri : . nìhil ventati reità* qui : deinceps omnia tenebri! circttmf ti- fa effe dixerunt . £ della varietà di tan- te opinioni, dell* incertezza delle faenze y e della moltitudine di tanti Fi- losofi giudiciofiffi ma pirico così ne ragiona : Ita etiam in' hunc mundum, velati in quamdamma - i gnam domum, accefjìt multitudo Pbi - lofophorum t ad quarendam veritatem, quam qui acceperit e fi veriftmile e am non credere, quod reEìe conjecerit . li quidem certe non dicit ejse \aliquid, quod judicetur verità!, propterea quod 4 in eorum,r qua funt natura, nìhil pef- ftt comprebendi . Il che vien confermato ancora da Galeno, così dicendo: Scien- tiam neque apud Pbilofophoi, prafertim dum rerum naturam perfcrutantur, in- ventai . Ammonio tanto fettario d’ A- riftotele fteffo n’allega la ragione: Quia diverfitate opinionum, diverfo modo rei ef- fe verni velf alfa! : quoniam autem opinio- ne ihominum varine funt,& incerta, ideo fcientiat quoque e] se variai, et incerta!, ac F l proinde nuìlam effe rerum eertam f, eie ». tiam, et veritatem. Avendo ciafcuno il fuo fenfo, e la fua fantafia a parte, perchè, come fi dice, quanti uomini, tanti pareri: m Mille homìnum fpecies, et rerum difcolor ufus. Per la qual cofa è egli moltd virifimi- le, che ognuno dipenda dalle fue fan- tafìe, ed opinioni, Cum fit ftngulis o- pinio affluxus diffe Empirico fletto; di qui viene, che Eraclito nominava O- pìnìonem facrum morbum . Quella è quella, dalla quale fìam tocchi, e non dalle co fe medefìme, la quale dipende dalle prevenzioni, ed anticipazioni della mente, Sua cuique cum (tt animi cogitatio, colorque prior . Come ancora per la flima fuperiore al meri- to, eh’ ognuno fa di fe flefTo * cagio- natagli dall’ amor proprio, eh’ è il più cieco, ed il più violento d’ognalero,, a niuno ceder volendo : Pbilautia enim ejl omnium amorum violentiffìmus, cete- ToJ- i *7 rofque fuperat ; vien fempremai a darli cieco, ed imperfetto il giudicio. Amor, ftcut odium, ventati! judicium nefcit, ditte Bernardo il Santo. E 1* uomo non ha altro di proprio, che il mentire, e *1 peccare . Nemo enìmba v het de fuo y nifi mendacium, et pecca - tum . Per la qual cola, torno a dire con Lattanzio fteffo: dov’eglièla Fi- lofofia? O coll'autore de’ cinque Dialoghi, della Filofofia fletta parlando : Non e fi enìm de terminisi fed de tota profefftone coment io . Cioè, che non vi fia affatto certa, e determinata filosofia, anche Propter natuv alerti borninum ad difjentiendum facilitatem. DELLE CARTE medesimo per primo principio nelle fue Meditazioni non pone egli 1’ averli Tempre a dubitare nelle cofe filofofiche? In modo eh’ e’ con mo* deftiflima protefiazione la Tua Filo- fotta dirtele, confettando egli . dì fe fletto nella IV. Meditazione così . Cum enìm jam feiam naturam me am effe vai - di tnfirmam, et limitatam . Ed essendogli (lato una volta aspra, ed acerbamente jfcritto contro da un Padre Gesuita, di cui virtuofameate non volle palefare il nome alle (lampe, fé ne la- mentò benignamente in una lettera, che fcriffe al P. Dinet Tuo amico, ri- chiedendogli, ch’ei tro valle il modo, acciò gli fi notificaflero gli errori, per emendargli, così dicendo-; Nibil enim inibì cptatius efl, cjuam vel opinionum mearum certitudinem experiri, fi forte a magni! viris ex aminata nulla ex parte falfa rsperiantur, vel faltem errorum admoneri, ut ìpfos emendem . Come di (e (teffo Agoftioo il Santo : Si ahquid vel incautius, vel tndoSìius a me pofitum, ab aliis merito reprebenderetur, necm't- randum e fi, nec dolendum ; fed pottus ì- gnofcendum, atque gratulandum, non quia errai um eft ; fed quia improbatum. E pure quello Padre non aveva lette, nè vedute l’opere di Renato ; così egli fcrivendo nella medefi ma lettera: Etfi enim mibi valde indignum videretur, hominem Rtligìofum, cum quo nulla n mibt unquam inìmìcitia, nee quidem notitia intercejjerat, tam . publice t tam aperte, tam infolenter de me ma • le dixìfje, nibilque aìiud balere excu « f atlanti, . quota quod diceret, fe Dif* fertationem meam de Metbodo non le gip-- \ • £ tutto quello perchè ben Sapeva non eflervi certo filtema di Filofofia, che l’uomo Scuramente Seguitar do* vede ; elfendo ella in tante fette di- vifa j che Varrone fin da* Suoi tem- pi ducento ottantotto ne conta, e Temiftio trecento: onde Sant’Ambro- gio gridò: lnter bas diffenfiones, qu& veri potejl effe affina t io ? £ Lattanzio ugualmente così : In qua ponimus veritatem ? In omnibus certe non potejl Or che direbbero Ambrogio, e Lat- tanzio Hello fe foffero a* tempi no- ftri, ; vedendoli in maggior numero Sopraggiunte, ecrelciute ? E quella fra Religiofi (ledi, dalla Chiefa non con- traddetta, quella io dico sì fiera, e da non mai rappattumarli, e quietarli tra AQUINIO AQUINISTI e Scotisti, nominali, realisti, ed altri, e tutti del LIZIO, a sembianza degl’arabi, de’greci, e latini, i quali eran discordi in seguire, ed interpetrare 1’opinioni del medesimo LIZIO, come rapporta PICO. Per la qual cosa Teodoreto fin da’suoi tempi sciama: In litibus omne fiuditim, ornai s nibiì denique de quo universi una mente, ac voce confentiant . £ San Basilio di quei, che furon tenuti i primi savj della Grecia, dice non efiervi nè anche una sola ragione ferma, e collante. Nee sola quidem ratio, apud Gr ita ut eos refellere nibil fit negotii, cum illi propria dogmatibus evertendo fujficiant. E Teodoreto (ledo in quella maniera favella: Et Ht fiorici, et philosophi, et Poetà tum de anima, tum de corpore, tum de bominis genitura, et confiit ut ione inter se litem exercent, dum olii qttidem bac » alti vero illa pr a ferunt, alti rurfus et bis et illis contrariam opinionem adducunt, neque enim veritàtìs dicentes studio, et desiderio tenebantur; sed inani gloriola et ambitioni fervientes, ex quo fané faBum efi, ut in errores multo: inciderint. Per la qual cosa in quella maniera n’avvisa Minuzzo Felice: Itaque indignandum omnibus y indoloscendumque efi, audere quofdam certum aliquid de summa rerum, ac majeftate decernere de qua ab omnibus faculis feftarum plurimarum ufque adbuc ipsa philosophia deliberat Ed i t Ed allora che le filofofie de’greci incominciarono a comparire al cielo romano, i romani stessi non s’appigliarono a veruna d’esse, foggi ungendo CICERONE, perchè non eran sì balli gl’ ingegni romani, che avelfero a foggia cere alle altrui discipline; perocché Roma t che trionfa nel’armi, non comporta farli servile alle lettere: anzi i romani stessi non si manifefìarono giammai fettatori d’alcuna filosofia, ed i nobili li guardavano, come da una pelle, di non esser tenuti tali; perchè certi, che avevano professato la setta del PORTICO, come BRUTO, e CASSIO; ARULENO, e Sorano; Seneca, e Trasea, ed altri erano tutti mal capitati, come macchinatori di congiure quantunque Seneca flelTo avelie altrimente prote flato in una delle fue .Epi Itole, dicendo : Non me cu'tquam mancipavi, nttllius nomen fero, multum magnorum ingenio virorum tribuo, aliquid et fi meo vindico . Onde lubito che alcuno attendeva alla Filofofia, cadeva nell* ifteflo fofpetto, come di (Te TACITO d’AGRICOLA suo socero. E a 'tempi notòri dal re di Francia con un fuo arrefio delli d’Ottobre 1668. fu proibito a tutti i fuoi fudditi di chia- marli l’un l’ altro fettario > e fpecial* mente Gianfenitòa. I fanti Padri me- defimi avvertirono non dover elfere fettario 1 * uomo, e fra gli altri Cle- mente 1’ Aleffandrino > così dicendo: Praterea non particularìs fefia efi eli- genda, [ed quidquìd omnes reile dixe - runt Stoici, Platonici, Epicurei > Ariflo- telici . Hoc totum [eie Slum dico Pbilofo- pbiam. E Sant’Agoftino nel libro deh le Confezioni, diffe, Non iftam, a ut illam feti am, [ed ipfam, quacumque ef- jet, fapientiam diligebam > q vare barn, et ampie Sì ebar, Quindi San Tommalo ne’ fuoi Opufcoli infegnò con Agotòino medefimo, Non effe adfentiendum alieni Pbilofopbo in fcbola Cbriftiana, [ed ex omnibus decerpendum^quodreiìe dixerint. E fra moderni filofofanti Pietro Petito afferma nelle Differtazioni, che fa incorno alla Filofofia ftelfa di Cartellò, doverli notare d’arroganza colui, che* preflumcr voglia d’ alfentire più ad u- na fetta, che ad un’altra, la ragione egli rendendo : Ne uni precipue inba- rentes, in alias fotte me Hot e s, iniqui, et contumeliofi viderentur . Ed ancora quell’ altra» perchè non puote perfo- na veruna, benché a tutt’ uomo vi s* applicale, apparare, e farli capace di tutte; conciolfiecofachè non potreb- be darne retto giudicio, lodando più una, che un’ altra Filofofia . Omnium ( die’ egli ) fetta rum fieri perfette pe- ritum, humanum piane captum excedit . E a fen lenza d’ Euripide .* Unus non omnia vìdet . E Galeno così : Dif- ficile effe, ut qui homo fit, non in multis peccet, quadam videlìcet peni- tus ignorando, quadam vero male in- dicando, et quadam tandem negligen- tius fcriptis tradendo . E quando vo- glia alcuno vantarli di fapere, appet- to di quel, che non fa, egli è nul- la, dille Temiltio . Ea, qua novimuty portione minima contìnentur, fi .colla* ta, et comparata bis fuerint, qua igne* ramus. E Paganino Gaudenzio Teolo- go, e Protonotario A poftolico nel Li- bro degli errori delle Sette, parlando egli delle Scuole di Zenone) di Platone, di Democrito, e d’ Arinotele, così n* avvisò : Illusi quoque colligendum, in iis, in quibus nobis Cbnfiianis diffi- derà licet > non effe exploratam verità * tem. Magna nobis fas e fi uti liberiate extra illa, qua arcem Re ligio ni s non refpidunt, ut defendamus, quod nobis probabilius videretur., Ora egli è vero, com’ è verini- mo, che quei medefimi tanto fegua- ci d’ Arinotele fono gli autori, oppu- re gli approvatoti neflì dell* opinione probabile nelle cofe Morali, ammet- tendola per lo parere di due, ed an- che alle volte d’un folo Teologo, dot- to, e dabbene ; perchè nella Èilofofia non ammettono ugualmente la proba- bilità per tanti, e tanti gravifiimi au- - tori, e Teologi, e fanti Padri medesimi, dove ancora vi è la libertà di file* fofare, fecondo Ariftotele fteffo ? Per- chè concedere la probabilità nelle co- fe Morali, e poi nelle Fifiche negarla? Perchè amettere la probabilità in quel- le co fe, che riguardano i precetti del Decalogo, e di Cri Ilo, e poi contrad- dirla nelle Filofofie, così incerte, e dubbiofe? Perchè approvar, per co- sì dire, la libertà di teologare, e poi oppugnare la libertà nel filofofare ? In- trodurre il probabile nelle cofe fpiri- tuali, l’improbabile nelle feienze uma- ne : magnifiche opinioni nel mefiiere dell’ anima, Gretti cancelli nell* ope- razioni dell’intelletto, argomenti nel- la Morale, freno agl’ingegni : fetenza nelle confcienze, confidenza nelle fet- enze : ed in un motto, Accademici nella ^Teologia, Dogmatici nelle Filo- fofie : Filofofi nella Teologia, e nella Filosofia Teologi? Di qui neceffariamente nefegueper forza de’ loro argomenti medefimi, o che neghino affatto la probabilità nelle co fé Morali, o feguitandola, la con- fe(fino .lunga certamente s’ in- gannerebbe, perocché eflendo.fi dopo tante fette fcòvérro, -nuove' delle, nuo- vi pianeti, ed altri fenomeni,: e tane* altre cofe, e quali :un nuovo Mondo * par eh’ egli era d’uopo di nuova Filo- fofia per inveli igarle, non badando 1* antiche, per le quali torno 3 dire con Seneca dedo, Multum adhuc re fìat 0- - perii, multumque refìabit ; nec ulti noi to pofl mille facula pracludetur oc c a fio aliquid adbuc adjiciendi . E altrove c Veniet tempus i quo po/leri nojìri tam a+ perta noi nefcìffe mirentur . Plotino predo Teodoreto così : Multa, qua nobis 'ohm latebant, ipfa die i invenie tJ Ed il Poeta: • v . Multa dies 9 tabilii avi f 4 k • • Rettulit in melius * # « * • 0 t * » t E noi fopravanzando in due mila anni d’ efperienza, fiam piuttofto fuperiori . . Indi Cicerone tteflò fin da* Tuoi tempi vantava d* efferfi la fua etàl.u- gualmente fatta fuperiore nell’ arti, e nelle» feienze, perchè più finamente refe migliori, e perfette, come ugual- mente de’fuoi tempi affermò Tacito .• Nec omnia apud priores meliora, fed nojira quoque atas multa laudit > . et art tu m imìtanda pofleris . £ che i Mo- derni abbiano trapaflato, e fopraftat- to gli Antichi > egli è chiaro per tanti G 3 fpevariufque lai or ma- I sperimenti, e. nuovi inftrumenti per elfi fatti nelle celebri Accademie di Firenze, della Fraocia, della Germa- nia, dell’Inghilterra, di Lipfia, ed al- trove ; come ancora per molti libri ciò fi comprova,• e particolarmente per quelli delPerhault nel paragone tragli Antichi, e i Moderni; e di Rapini nella comparazione de’ medefimi %, i « V * dottilfimi in vero, ed eloquenti Ili mi fcrittori . Quelle fono le parole del me* defimo P’ Malebranche : Si quis Ari- jìoteiem, et Platonem taf allibite s fui ([e crederet, tum ih folis dumtaxat intei « ligendis merito • forte incumberet, [ed quii id credat, cui faltem mens jana fuerit ? quin ratio noe monet ìpfos no- vi s Pbilofopbis inferiore s effe, quippe bis mille annorum, quo tempori s fpatio silos Pbilofophos fuperamus, experien- ti a nos efficere debuit pe/tticres . E più nobilmente da Renato {ledo in quella maniera : Non eft quod anti- quis multum. tribuamus propter antiqui- tatem, (ed nos potius jis antìquiores dicendi ; jam en'rn fenior e fi mundus t quatti tutte » major emque babemus rerum experientiam . Il che fu detto fi foll- mente prima dal P. Antonio Pofle- vini dottillimo, ed eruditismo Gefuita - \Quamobrem fi diutius vtxijjet Anftotekt, vel fi jam revwifceret pofl tot fxcttla » quibtts ali £ res innumera t ac propemodum alter orbis emerfit, mul- ta effet correSìurus, quia contraria not experimur . Ed anche fulle feene dal latiniStno Comico . • r- I Res y tetas, ufus » aliqtiid adportet novi y Aliquid admoneat, ut qu quos varia de parte Ventai éff anditi- non cernant, propte>ea quod uni fefe Arinoteli non dediderunt fnodo y fed adeo devoverunt, ut fi fue - rit opus, prò dogmatibus ejus tuendit in fierrum, fiammamque ruaUt;' in cu - jus Pbilofopbia fi quafdam opinione s pra- va! conce perù ut $ ut iffum, fi furgeret e a defiomacbaturum putem &c. -E vicn confermato ancora dal medesimo So- rel, così dicendo .* Noi ci' prete jìia- mo di voler men male ad Arinote- le, che agli 'Arifiot elici . ; JZjfi fono guelfi, che ofiinatamente #* oppongono a cofe > ch’egli, fe vive (fé riceverebbe con piacere, per far profitto de' nuovi lumi, che ai .Mondo comparir vedreb- be. Lamentandoli ancora il medefimo P. Malebranche, che li ut piar imam, qui adverfus quafdam Pbilofopbia veri - ’tates : ree e ns ‘ compertas pertinacia s ob- firepunt, quibufdam innovatìonibus in Tbeologia detefiandis, pertinacia! a db at- tere 1 et indulgere videntur-. Quando i fe- Digltized by Google iò 5 i feguaci fteflì d” Ariftotel®, Ammonio dico» e Simplicio» : antichilfimi au- tori, avvertirono non dover effere gl» Interpetri ^cogì attaccati a’fentimenti delmedefimò» cornei ex tripode pro- nunziati, e tanto meno, come fetta- rj fcguirgti . Ammonio così: Horum . vero explanatcr debet ; neque per bene - volentiam afiruere conari ea, qua per - per am funt ditta, ac velati a tripode ea recipere t fed fuum ìpftus adferre dicium . Simplicio in quell’ altra ma- niera : Dignum autem Ariftotelicorum fcriptorum expofetorem oportet, non ef- fe vacuum undequaque magnitudine il- lius mentis . Oportet quoque judicium babere fwcerum^ jut neque ea, que re- tte ditta funt, malo more fufcipiendo, invalida ofiendat, neque ft quid ani- madverftone indigeat, omni contentane inculpabilia moneret, velati in Pbilofo- pbi fettam fe fe infcripfe/tt • Anzi infra i Giureconfulti ancora, i quali a guifa di Filofofanti fi divife- ro ugualmente in fette, chiamandole Tul- v ioS Tullio Famtlias diffentìentet ; legge fi, ch’eglino non erano cosi pertinaci in feguire le loro fette, che liberamen- te non dicefiero i loro proprj lenti- menti, ed alle volte a quei della con- traria fcuola non aderifiero, come fi vede praticato tra Capitone, e La- beone > i quali furono i primi fetta- tori affatto contrari fotto Auguflo,* e fotto Vefpafiano, ancorché vi folle quella de' Proculejani, e Pegafiani, e l’altra de’Sabiniani, e Caffiani, af- fai più contrarie fra efiò loro, perchè quei 1’ Aritmetica proporzione, e quc- fti la Geometrica feguitavano, gli uni Stoici, e gli altri Accademici elfendo; nulladimeno fu riguardevole la loro modeflia in non aderire tanto fervil- jnente alle loro famiglie, che volle la loro modejflia avellerò apportato freno alla libertà delle loro opinioni. Matiifejia futi, et confpicua vtterum Jurifconfultorum mode fi a y quod non ita nec certa alicujus feSìa opinionibus, nec futi quoque peculiaribus fententiis inh il quale ragionando di Cello; contrario alla fetta di Jabo* leno, fotto Adriano > e Antonino Pio f così loggiunge : Et fané videtur bh Celfus non adeo partium fiudiis addiSlut fuiffe ; • quintino Uberrima voluntate in utraque verfatut barefi, et qua ( ibi ad palatum fuere, nullo babito feSìa fua refpetlu [elegiffe . E in ritornando al medefimo Arinotele, leggeli nell’ O- pere di effo lui, ch’egli non prelume- va tanto di fe, che altri onninamen- tefeguitar lo doveffe. Nec alìud ( dif- fe un autore ) noi docet Arìftoteles * quam quod etiam docuerat Plato : ni» mirum fe ipfum refutare. Dicendo dife quello medelimo autore. Omne equidem genus Pbilofopbia peragravi, nulli acqui e f- co, et quamvis ex pr : mis fludkrum rudimen- ti!, Peripatetici, Stoici, aut Ac aderitici audivimus, pofiremotamen fapientijjimum quem- IO? f uemque Scepticam faSlum, tanquam ffanum aliquem in fetenti* campii in - gredientem video . E chi fece la nota al libro del fuddetto autore, foggiun- fe : Plato docuit Veritatem omnibus re* bus effe anteponendam . Male ergo fibi confulunt, qui veterum, a ut Arijlote - ìis placitis ita ob finate inbarent, ut tnalint cum illis . Uro Lionardo da Capua ne’ Tuoi Pare * r», e nelle Mofetc, e di Francesco Re- di . Il nobilissimo ritrovamento dell* argento vivo ne* cannelli per la prova del vuoto del Torricelli, efaminata alla lunga dal P. Bartoli Gefuita : de* Vortici del gran Renato ; e di tanti, e tant* altri ritrovati del Verulamio, del Sorelli, del Keplero, del Gil- berto, dello Steiliola, del Campanel- la, del Digby, del GaSTendi, del Boy- le, ed’ altri. Neil’ Algebra il Cardi- nal Slulio, che non ha rinvenuto col fuo libro Mefolabium, e il Cardinal Ricci in quello De maximis, et mini- mii ? Nell’ Agronomia che non hanno fcoverto i moderni ? dimostrando i Cieli edere fluidi, e non più orbi So- lidi, come vollero gli antichi : i pia- neti Stimati prima fare i loro giri in- ili >» torno alla terra, muoverli intorno al Sole; Venere mutar le lue fall, o figure a gutfa di Luna : Mercurio, e Marte ancora far lo' Hello : Giove « t edere circondato da quattro delle, chiamate Medicee, e Saturno da cin- que altre, come ditte il Cattini .* ef- fer la Lunà un corpo di fùperficie di- fuguale, e montuofa : ritrovarli nel-- la faccia del Sole molte macchie di' difuguale grandezza, e di varia dura* zione, agli antichi affatto ignote; eia qualità, e difpolizione delle Comete» e d’altri corpi celelti non intefe da A- riftotele, ed ; inveftigàte da Ticone ; e dal" Galilei : la Zòna torrida ere- duta inabitabile, etter abitabile, Antì- pode!, qui imaginarìì dicelantur, nunc rt- vera effe t et alia f excent a, ditte il noftro Luca Tozzi nella fua Lezione: e final- mente l’agghiacciamento de* liquori non etter condenfazione.ma rarefazione contra Ariftotele:ne’gravi cadenti accelerar- fi il moto fecondo i numeri fpari, ed ef- fer il tempo radice quadrata dello fpazio de- r I « ì * Jt # Ir I t IM ' '#1 J ij V I 1:i r 11. ' avverandófi quello, che dagli antichi (ledi fu pre- detto, e fi confeda da Cicerone anc'o^ ra : O pintori um commenta delet dies 't natura judicia confrmat . E però egli è vero, che quella Filofofia d’ Ari- notele dagli Àriftotelici (ledi non è altrimenti commendata, così dicendo 1 il ; medefimo P. • Podevini i' Deiride monjìrandum ( id quod etiam tritura ejì apud omnet Ariflotelicos ) nidiata- e!}e in Arifìotelis libris fcientificam de- fnonftrationem qua ' perfedìiffma fit y et omnibus numeris abfoluta' it agite nàti effe ipfius doSlrinam inconcuffam . La quale ha avuto- tanta varietà, ed incodanza di fortuna, óra 5 abbrac- ciandofi, ora rifiutandoli > che nul- la più, dome fi può- leggere Irt quel libro di Giovanni Launoi ^ quin- di in fimil calo ebbe a dire un au- tore Francefe : In effetto fi vede 1 '; che la fortuna ugualmente efercita il fuo capricciofo impero . fopra 1‘ opinio- ni, che jopr a /’ altre coje umane ; . H ma ma. non già fopra ìe mentì purìffime, e tétte de’ Tanti Padri, da* quali lem* pre è (lata bìafi mata, come nociva al* la noftra religione, e proibita da’ Sommi Pontefici, e da* Concili ltefli, com* è detto, e da quello Lateran eTe nella Seflìone ottava affatto vietato da infegnarfi piu nelle Scuole, come rap- porta il Campanella, e Neri nel libro, detto Setta Pbilo - fopbica, dicendo quefti ; Pracepit Con- ciliarti Scbolajiìcìs in Pbilojopbia drijlo- telila non immorari, quoniam babet ra- dica infetta!. ' J i ., Ma Te, come poco dianzi io dilli, fra tanti Filofofì, i prìncipi di Rena* to fono piìi conformi alla nollra reli- gione, chi non dirà, che colf ui, più che Ariftoteie .feguìr li debba ? Perocché chiunque hlofofar voleffe fra noi Cri- lliani co* medelimi principi di Renato, li uniformerebbe Co’ fentimenti d’A- goftino il. Santo, da cui o avvertito Renato, o Renato col proprio fpirito cristiano, e filofofico meditandogli, US gli ha pubblicati, e dirteli. Parole del Santo, nella Città di Dio, fecondo i documenti -del quale compofe il fuo Cftema Renato : Quìcumque igitur Pbi- lofophi de -Dea fummo > et vero ifìa jen- jerunt y quod et rerum creatarum fit ejfefior y et lumen cognofcendarum, et borni m agendarum » quod ab ilio nobis ftt et princtpium'- natura meritar doZìrin# * et felicita s vitee, five Pla- tonici accomoda tius numupentur ? fi ve quodlibet aliud fu a feti a. nomea impo * nani ; five itant ammodo J onici generiti- qui in eit precipui -fuerunt, ifìa jenfe - rinty ficut idem Plato, et qui eum be- ne intellexerunt : five etiam Italici prò- pter Pytbagoram, &• Pytbagoreos, et fi qui -forte alii: ejufdem Pententi# in ìd idem fuerunt : -.five -. aliar um quoque gen- tium, qui f apiente t y vel Pbilojopbi ba li, Hi f pani., alìique reperiuntur, qui boQ viderint., ac docuerint ; eos amnes. ceterii' anteponimi •;» eofque nobis . prò -tV* H 2 fin - x 1 6 pìnquiores fatemsir . Chi filofofa f vo- lt fle co’principj diRenatofi unifor- merebbe con S. Gregorio Nifleno, di- cendo egli nella narrazione della vira di Moisè : Si immortalerà effe animarti Pbilofopbus perbibet tic, et Deum effe non negat, - creatoremque omnium, d quo curiti a depende nt, et vere adfeve - rat, ac rationibus quantum fieri potè fi, demonftrat ; propìtius nobis Dei angelus fiet. Quella adunque è la Filofofia ve- ramente Criftiana, e non altrimente Pagana, come quella d’ .Arinotele Quella è la '. Filofofia veramente cat- ' tolica, fecondo gli avvertimenti de’santi Padri. Quella è quella Filofofia di Rena- to, il quale fdegnando di vedere piò- involte, e deturpate le fcuole Criftia- ne nelle Filofofiede’ gentili, meditò, e diltefe una Filofofia affatto lontana dal Paganefimo, conformandola, alla, noffra fanta religione, alla quale pa- reagli, che folo mancafle,* per laper • egli molto bene, che Definitisi! erat - - i Pia - » r «7 Plato J et Arinotele }, po/l mortem Cbri - fii, et eo rum I afte atta in Ecclefta pro> nibilo' babetur, come il dottiflìmo Re- my l’Arcirefcovo di Lione, re l’ avea infegnato colla fentenza fuddetta; de- liri dimando le Filosofie d’ ambedue il piiflimo. Prudenzio, in quella ma-: niera dicendo .,t Confale barbati delir amenta Pia - >tonis .« Confale » et birce fot Cynicos > quos • fomniat, Ó* quos Texit Arijloteles torta vertigine, -nv- nervotv • Quella .è quella Filofofìa di Renato il quale confederando, che tutta la Filofofìa Agoflino il Santo diftinfe in due foli principi, che fo- no 1* immortalità dell’anima, accioc- ché noi ftelfi riconofciamo ; e 1’ efi- lienza diDio» acciocché riconofciamo la noftra origine . Pbilojopbi# duplex guaflio e fi, una de Anima > altera de Deo . Prima ejficit y ut'nofmet ipfot nove rimas : altera originerà noflram ; H 3 fon- ri8 fondò i principi dei fuo fi'lofo/are fu quefte eterne,. ed infallibili verità., v ; Quella è; quella Filofofia di Rena-, to, la quale non folo, come didi, fu > lodata da tanti e tanti Relig'tofi, ed uomini di fantiffima vira,. -ma fpecial- mente dal P. Merfcnni, intendentifli- xno delle Matematiche, e 'Teologiche fcienze, così dicendo in un' Epiflola : Son refiato forprefo, che .un -uomo, il quale non ha fluitato in Teologia, ab - ha rifpofio sì fondatamente / opra punti import antijfimi della noftra religione . lo l'ho trovato così uniforme- collo, fpirito, e dottrina dì Sant' Ago fino., che. offerì vo quaft le cofe.. medeftme negli .ferii ti dell'uno, e dell altro . E più oltre così : Lo . fpirito di Monsu Defcartes infptra Soavemente l' amor di Dio, di modo che non pojfo perfuadermi, che la Filofofia di lui non fta, per Aornare in bene, e in ornamento dell a.. ver a re - ligione . Ed in un’ altra Lettera., che fi legge registrata nel primo Tomo della Geometria . del medefimo P. Mer- Merferini, cosi feri ve à Retiatd fteffiò:' Quibus omnibus, cum a udì am Pbyfii cam illam 'ab eruditi: viri: adeo exo- ptatam, prope dieta edìturum, qud longe perfeSfius cum dofir# fdei myftfr riis conveniat > omnium catbolicoriim nomine iibì maxima:,qua: poffum, gratids b’abtó > qui non folum Pbilofp- pbicis » fed' edam Tbeologicìf verltatV bus tam feliciter patrocinarli V ’ ', . Quella è quella Fflofófia di Ruba- to, alla quale diedeiJtìtolo Moiìsù Parlier Antiqua' fide:, Tbeologia no? va perchè Vincenzo Lirinefe dicea, Ecclefiam non dovere nova, fed nove \ Sòltenendó egli, che i principi di Renato fono più acconci > ed oppdrtuni di quelli, onde fi fervono' volgarmén- te gli altri, in ifpiegando ì mifteij della nolfra religióne -, ‘ e :che non "vi fia cofa nella fua Filófofià > che non s’accord» co* principi della hofira Chie- fa cattolica, così il detto Parlier at- teftando ; Ma egli ba fatto altresì ve- dere t non avervi altra Filo fifa,~che d H 4 me- 1 t V !, .1 b* H*’ •h »• .t no meglio della fu a j* accordi co’.prinìcpj della fede della Cbiefa . : .Quella è quella Filofofia di Rena* to, della quale il profondo, ed acu- tilfimo ingegno 4* Monfignor Caramu* .cle ne diede il giudizio ., e prefagio infieme, dicendo., che 1' opinioni di Renato faranno un giorno comuni . ed univerfalmente ricevuta, toltene però alcune pochiflìme cofe, copie ri* ferifle llaut I pj;e G della vita del medefi- mo . • Monfignor \ Caramuele ba predetto, che l opinioni del • DejcarW,. diverrei * ** » « Li V. • • » »* A'i . botto un.', giorno affatto comuni t e fareb» fono univer/aìmente ricevute ., rr»r alcune poche . E con ciò verificandoli 1* altro prefagio d’Alefiandro Taf- fone, intorno ad Arinotele Iteflò, di- cendo cosi; i L‘ opinioni d* ziri fot ile, le quali innanzi (e vittorie di Siila non erano introdotte, nè conofciute in Italia, potrebbe venir tempo, che non oftante /’ ofiin anione degl ’ idolatri di quel Filofofo, fi vedranno f cartate, * . / r Quella è quella Filofofia di Renato la V ' Cattolica religioni* profefftone perfeverans y me prafente, et exbortante, mortem cum vita commu- tanti, Cbrifti Salvator» redemtionem petit ur us . In ipforum fidem coram Dee tejìimonium perbibens, prafentem Aflum fubftgnavi in Conventu SanEìi Augufli - ni de Urbe r Rom* t die nona Ma ìì . Que- o pur per geiofia di gloria» da cui vien tócca, e facilmente turbata la Repubblica de’ Letterati . E fe in alcune cofc la Tan- ta .Sede-ha voluto, che refii donec cpYrigatur, potrebbe alla fine la San- tità' Vostra purgandola, fedare tan- te liti, e difpute, ancorché il contra-, rio malamente pretenda, e con danna- bile temerità la famiglia d’ alcuni Re. ligiofi, Solo per mantenere odi nata- mente le loro opinioni nelle loro Filo- fofie, come vien riferito dal P. Gre- gorio di Valenza, dal Vefcovo Fra Melchior Cano, e da altri . Ma refiino pur nelle, fcuole que- lli, e sì fatti argomenti, e ragioni intorno alla varietà delle Filofofie, e Vostra Santità* a cui s’appartie- ne di fiabilirne la verità./ perocché non **$ non ceffan mai tali contefe ; concor. dandoci piuttofto, come Seneca ditte» la divertirà degli orologi ne’ momenti» che de’filofofànti le fcuole,e partico- larmente tanto più fiere, quantochè fono d’ ingegno ; ond’ ebbe a dire uni certo autore: Citiut in gratiam, pojt mutuai cladei ingerita redeunt 'regei- »' quam partium fìudio infiammati pkilo- fopbi . Vnaqueque enim feda ( Lattanzio ditte-) omnei aitai- evertit, ut fe j fitaque confrmet, nec ulti - alteri fapere conce dit, ne fe dèfipere fateatur . Ita ut ( foggiunfe Eufebio non lingua, et calamo foltim, verum etiam manibui pralium -geratur . E sì fiottili ? e facili in rifutando beifando 1* una 1’ altra, com’; egli’ è più agevole il riprendere, .che 1* insegnare; il convincere la bugia, che ritrovare la verità E. in vero che ha che fare la Filofofia u— mana colla - ' celefte, eh’ è • la reli- gione, così appellandola Crifnftomo in più luoghi ? Religio Cbrijìiana vera » et caelejlìs Pbilofopbia eft . Che hi che fare la Filofofia umana > o fia l’an- tica, o fia la moderna colla fede, quan- do non v,’è altra Filofofia più vera, che la dottrina della Chiefa ?• Hanc ipfam folata comperi efse ver am, atque utilem Pbilofopbiam .» di/Te Giudino . C fe al- cuna cofa di vero avellerò detto i Fi- Iqfofi, come ingiudi pofleflòri di quel- la-rgli riprende Agodino . Si qua Pbi- lofopbi vera dix/rqnt, ab eis effe tan- quam injufiis poffefforibus vindicanda . E però 1* Apodolo delle genti, fopra ognaltra cofa efprelfamente comandò: Captare intelleRum in obfequium jidei noe debere qua rat ione demon - firari nequeunt . Conciolfiecofachè la nodra fede derivi da principi altiflìmi, e fopraqnaturali . Che ha che fare la ragione umana colla Teologia ftelfa ? Qjtemadmodum enim ( dice il Ver u la- mio ) Tbeologiam in Pbilofopbia qua* rere per inde e fi, ac fi viver quarat inter mortuos, ita contra Pbilofopbiam in Tbeologia quarert aliud non e fi V quarti mortuos quarere inter v'tvos . Oltreché la Filofofia egli è ancella, e ferva della Teologia medefìma la quale, come regina, delle fcienze, tragge dietro di fe incatenate tutte 1* altre facoltà > e difcipline umane ; la. qual cofa in piìi luoghi vien detta da S. Gio Grifo domo. Ex Pbilofopbia res divinar intelligere velie, e fi candent. ferrant i, non forcipe yf ed digito contee Slare . Lo fteffo in quelF altro modo. Nihil commune habet humana ratio collata in divinis; ideoque blasphemia I 1 '4 *# fu' condannata per comune parere de’ mede li mi Arillotelici, • a tellimonianza del, !*. PolTevini di fopra lodato ; ardirono di dire quella eflere la vera -, quella elTere la più certa, quando mon effer- vi niente di vero, e di certo nelle Fi* lofofie, Porfirio dilTe : Nulium effe in Pbilofopbia locum non dubitabìlem . Lo Hello altrove : De rebus Pbilofopbia multa diSla effe a Gradi, veruni ex conjeSìura . Quindi è, che.Adexerci- t attorie m ingenti Pbilofopbias > effe inven- tar,-Seneca manifellò . £d altrove co- sì : Pbilofopbias ft elegantias, et argu- tias dixero, reSìe cenfeam appella fj e . Anzi dalle ciance, e favole de’ Poeti } efler quelle originate arrelìa PlutarcOi Omnes videlicet P biìofopborum feSlas ab fìomero originerà fumfiffe . lpfeque Art - fioteles fatetur Pbilefopbos natura Pbi - lotnytbos, hoc efi fabularum fludtojos --J li* effe. De’ quali per li loro fogni, e fe- gni dati alle delle, diffe Manilio Fit totum fabula Coslum — . Vuole però Macrobio-» che Nec omni- bus f abititi Pb lo jopbia repugnai, nec o- mnibus acquìi'fcit . E San r ’ Epifanio fpezialmenre chiamò' la Filofofia d’AriItocele quoddam fabulamentum . Leg- gendoli preìfo Varrone' ancora : Porre- mo nemo agrotus quidquam (orrtniat tam ìnfandum, quod non alìquis dìcat Pbi - Jofopbus . E predo Cicerone lo (ledo: Nefcto quomedo nibil tam abfurdi dici potelì, quod non dicatur ab aliquo Pbi - lofopbo . E parlando della barbarica Filofofìa Clemente 1’ Aledandrino cosi ne lafciò fcrirto: Quod hi novi Pbilo • fopbi apud Gr fecondo il Paflavanti, diconfot- tigliezze, e noviradi, e varie Filofo- fie con parole miftiche, e figurate, che nulla conchiudono, come di Por. firio l’Ariftotelico, tanto nemico de* Crittiani, e della Criftiana dottrina cantò il Petrarca: Pot firio y .cbe d'acuti, fillogifmi Empiè la dialettica faretra, Facendo contea s / vero arme i fo- fifmi. Dicendo fimilmente il Petito, eh’ e- glino (ledi non intendono quello, che dicono, e tantomeno gli uditori. Non ìntellìgunt neque, qua loquuntur, ne- que de quibus affirmant . Il,he fece dire al Verularmo : Habet hoc ìnge - nìum bumanum, ut cum ad folida non fuffeccrìt, in futihbus atteratur . Po- co o nulla badando, quando fentono altrimeore parlare nella Teologia dell' Evangelio, de’ Padri, de’ Concilj Aedi, come n’avvifa il P. Malebran- che . Nejcio tamen qua mentis per- turbatione nonnulli eferantur, fi ali- ter quam Arijìoteles, pbilofopbari a si- de as, dum parum curant, an in re- bus T beolcgicis ab Evangelio Patribus t et Concilìis non difeedas . Il che fu detto primamente da Monlignor Ciam- poli, chiamandogli in primo luogo ambizioni di parere più Peripateti- ci, che Cattolici, poi fclamò; Che perversione di gìudicio è quefia, volere f .Il f f ! i fk •,j t| Sì Ir introdurre una religione più fedele ad Arijlotele, che a Dio ? E quel eh’ è di maraviglia, proccurano coltoro ('dice l’autore de’ cinque Dialoghi ) Di jof- fogare tutte l' altre fette nella maniera dagli Ottomani ujata, i quali non la- j ciano vivere alcuno de’ fuoi fratelli, per ijlabilire sì magi fralmente i loro do- gmi in tutte le fctiole Crìfiane . Come riferifee d’ Arinotele fteflo il Verula- mio. Arifìoteles more Otbomanorum re- gnare jebaud tutopoffe putaret, nifi fra - tres fuos omnes trucidaret . Credendo ancora di ritrovar in quello loro mae* Aro la falute, e di Ilare con elfo lui sì llrettamente attaccati, come ad un fallo, ad uno fccglio, qualìchè foffe- ro buttati da una tempella per fuggi, re il naufragio . E così appiccati, ed ubbidienti, dice un altro autore alla Filofofia del medefimo, che fembra lor commettere un delitto di fellonia il partirli un menomo punto da lui, in modo che non dicefi Peripatetico chiunque in tutto non s’ abbandona a’ fen. feriti menti del medefimo. Eaàem mente dice il medefimo Malebranche in un altro luogo Philosophia ista discenda eji, qua leguntur bì fiori ; fi enìm eo licentia deveniat ut ratióne et mente tua Utaris > ..nonefi quoà fpe- res te evafurum effe in magnum Philo- fopbum : oportet enim difcipulum ere. dere > £ il giudiciofiflìmo Sorel di fo- pra lodato, in quell’ altra maniera .* Jntantb quefii ciechi volontari ar di) co- no di pubblicare, che non bi fogna Sof- frire alcuna innovazione nè' riformazione nelle .fetenze ; benché quefio fi a il. filo piezzo per. renderle perfette . • Ma. a chi creder affi; piuttofio, a degli f chiavi, e mercenari* che non. fanno jemplicemente, che. difiribuire per gli feriti i t e per le loro lezioni la dottrina, ch'eglino hanno tro- fvata negli,.fcr itti degli altri} E pi fi oltre il medefimo Sorel così : Ci fino delle perfine così f empiici, che credono, che non fi debba ; rivocar pili in dubbio quello, eh' è in Arjfiotele, che quello » eh' è nell' Evangelio. Non mancandovi ancora degli altri, ì quali per difendere cotefta lor Filo-, fofia fi danno alle maldicenze, ed alle fatire, poco avvertendo non ef- fervi fatira maggiore > che quella della ragione llefla, la quale rende bugiardo, ed ignorante colui, che vien convinto da fbrtifiimi argomenti, facendo ingiuria ancora a tanti uomi- ni dabbene, e a tanti Religiofi, co- me fono i Padri de’ Minimi, e i Padri dell’ Oratorio, ed i migliori Gefuiti, eh han feguitato la Filo- fofia moderna, e foraftieri, e Ita- liani, e in Bologna particolarmente, dov* è Campata la Filofofia moder- na, fotto nome Burgundi a, infegna- ta pubblicamente a tempo, che Vostra Santità’ era ivi Legaro . E perciò coftui in quella maniera vien riprefo da Sant* Agoftino : Illius [cri- pta fumma funt, et au fioritale dignif- ftma, qui nuìlum verbum, quod revo- care deber et omifit . Hoc quifquis non efi adjequutus fecundas babeat partes modeftU, quia primas non potuti ba- lere Capti nti et catbedrar primas ambiente s ; in quello modo con in- crepazione favella : A deo nimirum altercando • non modo verità f arnitti- tur, jed caritas exjìinguitur, et dif- pntandi modum majorum exemplo tan- tum agreffos, nulla modeftia repagu- la cohibent ; ; Onde Luca Holftenio eruditilfimo Bibliotecario, -dolendoli della difunione della Chiefa Orien- tale, ed Occidentale ebbe a- di- re : LuEluofum fcbtfma Orienti!, et Occidenti s Ecclefias divìdens induxit dijput aridi pruritus, omnia in quafito- nem, et controverfiam > • poftb abita cantate, adducens ; nulla venta » ' tis cura, fed uno vincendi ftudio ; .e a confuet udine, vel opinione aliis legern fr^jcribens » et quod • mife- ra, * 3 $ ra j ó* afflìtta fortuna duri (firn atto ha- hjet, é? iniquijfmum efi, qttod ir, fugati- ti um ludibriis impune pateat -, Dicendo un altro autore : Jd nec Pbìkfophum, multo minus Cbrijlianum decuiffe videtur. Nè qui termina la loro baldanza, ar- rogandoli, ]a medelìma poteftà della SENTITA'- Vostra in condannare quel- lo., che non mai ha condannato nè Vostra Santità’, nè altro Pontefi- ce, dico, 1’, opinare nelle Filofofie, for- zando gl’ ingegni umani a feguir folo ifentimenti d’un gentile. Peripatetico, e con noyp giogo privarli di quella li- bertà, ch’.abbiamo per diritto di na- tura, e per legge d’ Iddio, che ci ha Jafciato il liberamente penfarc e medi- tare :> il che è quali l’ unica, e fola ra. gione, colla quale provali, che l’uo- mo lia ragionevole, e l’anima immor- tale . Quindi è, che prefe giufta oc- cafione Tommafo Moro ( alle di cui lodi ogni penna è ..vile per elTer egli chiari (fimo non meno nelle lettere, che nella pietà Criftiana, per la quale *39 facrifìcò fa vita, c i beni, e la fami- glia della ) di formare appodatamen- te una DilTertazione intorno a que* Teologi di fuo tempo » dandole que- llo titolo : Differtatio Epiftolica de a- lìquot fui tempori s Tbeologaftrorum ine • pt'jis ; non per altro, fe non perchè quedi co* principi d’ Aridotele difen- dere voleano, o piuttodo offen- dere la Teologia, • in quella ma- niera fgridandogli : Quamobrem piane non video qu qui in fuo fterquilinio fuperbit > ac. extra illa fepta fi panilo producatur longius » illico ignota rerum omnium facies, tene- bras > ac vertiginem offundit . E più ol- tre il fuo dilcorfo feguendo : Et mi- rum in modum verfa rerum vice contin- gity ut qui prius omnes fapie ntia numeros in argumentoja loquacitate pofuerat > jam I fenex infantijfimus omnibus rifui foret ~ nifi fluititi^ fu* fuperciliofum fuentium t fapientia loco pratexeret ; imo potute hoc ipfo ridìculus, quod qui fuerat Stentore 'damo fior, taciturnior pj[ce reddatur, et inter loquentes fedeat, v" * ' % Per fon* muta > truncoque ftmìlli- tnus Herma. E Umilmente Gio. Gerfone il gran Cancelliere della Chiefa, e dell’U* niverfità di Parigi, non potè atte- nerli di non- querelarli ancor egli de* Teologi di fuo tempo, in que- lla maniera dicendo : Cur appellati- tur Tbeologi nofìri tempori s fopbifl*, ut verbofi, imo et pbantafiici, nifi quia r elidi is utilibus, intelligibilibus prò auditorum qualìtate > transferunt fe ad nudam Logicam, vel Metaphy • ficam, etz/nw Mathematica™ > ubi t et, quando non oportet, i». ten fionc formarum, nunc de div'tfione continui, nunc detegendo fopbifmata The- ologicis termini s adumbrata, pri- ori- Digltized oritates quafdam.in Divini!, menfuraf % ' durationes, injìantias » ftgna natura, éf ftmilia in medium adducentes, vera r et foli da effent, ficut non funt, ad fubverfiotiem tamen magie . audientium •, vel irriftonem, quam re Sì am fidei adipe ationem proficiunt. Come eziandio de’ filofofanti diiuO tempo il giudiciofiflimo Niccola Leonico, {limato il più dotto delia fua età, nel Dialogo, a cui diede il titolo di Peripatetico, così lafciò fcritto : An non ego decem integro s annos, borum auditori a, ne die am ìufira, ad fidu a contrivi opera ? om - nefque illorum ineptiat, . et futile s co- ptionum tricas, ficcis, ut ajunt, an* ribus ebibi ? anxie femper quteritans fi quid inde excerpere poffem, ne va- cui s, quod dicunt, manibus et ofei- tans domum rtdirem . Verum, Dii immortale s, quam rerum inanità - tem apud silos, quantam ? u ? r I y i r4.it: mìb't magis fapere vifus fum, f »» quod cum Ulti de fi pere aliquando de (li- ti ; » così egli' ragiona ? Quofdàm pbilofopbantium avibus fimiles vide ri, qui levitate quadam, et ambi- tione ingenti e lati, alta petunt, et Phiftca fcrutantur tantum : aliot cani- bit t, qui laniare, et vellicare avidi * foli Logica adbarefcunt ut pelli, et in ea rixantur, et mentem ad ulteriora non mittunt. Indi leggiamo predo Laerzio, che da Euclide fofle fiata no- mata la Logica Rabiem difputandi : e leggiamo ancora che Arifione antichif- firno Filofofò quelli tali Cum iis compa - rabat, quicancros comedunt . Nam prò- pter exiguum alimentum circa crujìas, et teftat diu occupantur. Quindi Mario Nizolio, che fece un Trattato de' veri principi, e del vero modo di filofofare, fi lamentò non po- co di Leonico parimente, e di Pico, com’ eglino s’aveflero folamente rifen- tiro degl’ Intepetri e non d' Arino- tele, origine, e caufadi tutti. i mali* così dicendo: Hac quoque Jo Pieus Mi- randola co» tra barbato* Ariflotelis Inter- prete conqueritur, et vere Me quidem t Jed quemadmodum Leonicus, non cami- no jujìe, quia pratermittit eum, qui tan- forum illis errorym. c auffa fuerat, boa eji Arijìo telem . Sed o Bice non re Sì e faci*, cum de foli s Ini erpretibus Arifto- teli $ quereris, ipfum autem Ariflotelem, qui omnium malorum cauffq, et origo f it- iti. » omittis ; dìcen* te perdidiffe meliores anno*, tantafque vigilia apud Interprete Arinoteli, et nollens illud dicere quod erat verius, eadem illa omnia te multo ante perdidiffe apud Ariftot.elem ; Per la qual cofa pareagli, che miglio- re d’ ognaltro avefle fatto il Valla, che lafciando gl’ Interpetri fi prele la briga in dar la colpa ad Ariftotele, co- me vero autore, e primo fonte di tan- ti errori, e fallita, riprendendolo a- pertilfimamente dov* egli andò errato. Maravigliandoli grandemente il mede- fimo Nizolio ancora della barbarie del, lor favellare, Qui 5 e fi enim in fcbolit ijiorum pbilofopbaflrorum tam parum ver* fatti s, qui non centies audierit, potentia - Ut atei, quidditates . entitates, ecceitates, univerfalitates, formalitates, materiali - tates, et alia Jexcenta hujufmodi verbo - rum monfira, qua qui pattilo frequentiut ufurpant, ufquc adeo l^duntur, et per • vert untar, ut neceffe ftt eos, non folum valde falli, et errare in pbilojophando, fed etiam in loquendo, et fcrìbendo ve - hementer fadari, et confpurcari . Come ugualmente molto fé ne querelò Apulejo per alcune novità di parole a fuo tempo introdotte, le quali difle egli non fervire che all’ofcurità delle cole. Datar venia novitati ve ri or um, rerum obfcuritatibus fervientibm . E fi- nalmente cosi il medefimo Nizolio tutto il fuo difcorfo conchiufe: Quibus ita monftratìs, ut tandem aliquando et Caput hoc pofìremum, et totum bttnc Librum abfolvamus, ita concludi - K mus, X4$ tnuf, ut reììnquamus duo memoria man» danda, et adfidtte diligenter cogitanda omnibus, r^iìte pbilofopbari cupiunt, quorum unum e fi, Ubicumque, et quot» Cumque Dialettici, Metaphyscique funt, ibidem, et totidem effe capitales . veri i latti bofìes : alterum vero Quandiu in fcboiii pbilofopborum regnabit, Ari fio - rrtex 7/te Dialetticus, Ó* Metapbyftcus, fonditi in eis et falfitatem et barbari - fi» „ fi non lingua et orit, at perocché la Pitagorica > nomavafi Italiana } ila Platonica per efler egualmente Pitta* gorica non potea (limarli, anzi piut- tolto dottrina, e Capienza > tche •Filo* fofia, come dipendente da quella de* gli Ebrei. La Stoica poi, Epicurea, o (ìa Democritica riguarda più la Mo* tale, e il regolamento de’coltumi .che altro. E quella d* Arinotele io 'fon per dire edere la medeiima con quella d* A ree fila, (limata la più enorme ; per- chè quelli malamente (i ferviva della Platonica, infegnatagli da Crantore Platonico t imbrattandola co* (odimi di Diodorot (ottilifiuno dialettico, e col mutabile» e fuggitivo di Pirrone acutiflìmo fillogilta. Indi egli è » che dicealì di lui » come narra Plato > 'ex pojìerioribus Pyrrbo * ex mediti Diodo • rui ; E (eguitando Eufebio (ledo » cosi parla di lui : H/c autem fubtìlìtch tibus-. Diodori, qui actttui dìalefttcus erat, . et Pirrbonis ratiocinationibus Pia* tonte am eloquentiam feedavit, et modo K a toc y «I * qua ! pria ! aflruxerat, confutare . Erat igitur Hydra capita fap proprio enfe amputanti nec aliquìd habem utile », nifi quod libenter > et audiretur, et videretur . E dell’ of- curità, e ftrepiro di parole, di cui fon pieni i libri d’ Arinotele con ter- mini vaghi, e generali, in modo che appena rinvenire fi poflan due, an- corché fuoi feguaci, e Tettar j, che convenir fappiano in un medefimo sentimento; ecco Malebranche come ne fa chiari/lima testimonianza: Quamvii cairn Pbilofopbiipftus do Sì ria am fc docere adfeverent et autument, vìx tamen duo reperientur, qui circa ejat fententiam inter fe conjentiant ; quanti, am revera /iriflotelis libri adeo objcurl funt, totque fcatent termini t vagit et generalibui, ut eorum opinione s, qunC ipft maxime adverfantut non fine verift- milìtudine pojfìnt ipft trtbuì . In non- nulla illìus operibus quidlibet ipft adfcri- bere lìcet, quia in ijs ntbil pene dicìt t quamvts multa magno (Irepitu deblate- ret : quemadmodum pueri campwnas fo- ndu fuo quidlibet dicere fingunt, quia campana ingentem edunt fonum, nec quicquam dicunt . ' \ Quindi non fenza roSTóre de’ me- desimi Ariftotelici Gio. Sculero nell’Orazione per cosi dire inaugurale, eh’ ei fece intorno al riftauramer- to della Filofofia con quel principio-: i diffe : Quid magli noxiura Cbrijlìanre }uventuti Cógitarì fot e fi, a tenerti audire ? Quid periculoftus quarti tene* riniti eofum animiti > qui ad majo » ra defìinantut, et qu bui > juo tempore > fine ReìpubVtca » fitte Eoclefue ad L tninìfiratio committenda, talia, in fi ahi» lire, aperte Tbeologis Cbriftian qui ex prafcripto propri t inftitu- tì \ five ex adfeSlu erga praceptores. certi! opinionibui adharent, omnia fe- cundum illos dtjudicanl, quacumque auEìor ìtale y et demonflratione po fi b abi- ta, ad eafdem trahentes quidqutd au- diunt i qmdquid ìegunt . Il che fo al- mamente difpiacque ancora a Rodol- fo Agricola, uno de’ primi - letterati del fecolo pattato, (*) che di tanti FU lofofi 'dell’ antica età era folamente 4 ri- m 1, -»«,Cioè del fecolo fedicefimo, mentre il Signor Valletta { criflfe la fua Lettera nel 1700. in pun- tò : ma veramente Agricola non toccò plinto il decin*ofefto fecolo, pbiché nacque Tan- no *44 x.e mori, come notò il Trite- mio • * v Ci u ir tì ì 1 f y v»A' r i I t I 'I Jil f :n ; -ib, pra coftui muore T ultimo Audio de*, vecchi . ... Ecco le Aie parole ? Quid de Ari ftotele die am ? hic gnìm prope* modum [ohi omnium prife a alati! Pbi- ìojopborum permanfit in manibui : hunc [ohm, -, qui \ Pbilojopbite, defìinantur, attìngunt : hunc .primum pueri difeunt buie ultimum jenum jl uditi m immori - tur : hunc artet omnei, omnia fiu* diorum genera terunt, trahunt,, dif* cerptmt . Ma non già dopo che il Cartello aprì, il vero fentiero al mi- gliore, e più certo modo di filofo* fare;, che ad un Criftiano convenga*. Come ugualmente tutto ciò fu con» fiderato dal dottilfimo Vanhelmon- zio, dicendo ; Jndignor et merito » quod ScboU •• Pbilofopbia ethnica ado » lefcentet male ìmbuant . Lamentan- doli egli fra 1* altre cofe, non ben convenire la definizione pi che Ari* Itotele diede all* uomo chiamando- lo Animai ' Rat tonale ; non avendo egli conofciuto la Tua creazione > nè T effetto d’ ella ; e perciò 1, dice il fud« detto autore malamente fervirfène le fcuole Criftiane Vituperai am ìtaqttc definitìonem exìfiimo t qua homo Ani * mal rat tonale, vel e a effenti ee defcrì- ptione depìngitur . Siquidem ex ulti • mato fine dejìinationum . proprietatibus in creando - dejiniendut erat, fi .finii fit cauffarum prima ex Arinotele . Qua- propter nec hominii de fini fio e fonte Pagani f mi mendicanda erat ì qui ere* ationem, ejufque fines piane ignora* vit, Così egli defìniendolo ; Homo ergo eft creatura vivent in corpore • per. a rum am immortalem oh honorem Dei * fecundum lumen » &: ad tmaginem Ver- bi . Quando Arinotele -diede una definizione all* uomo che nulla va-» le » - non 'Vedendoli in quella nè crea* tura di Dio, nè immortalità dell’anima, da ‘esso lui affatto negata come Cerna verun dubbio l’ affettano Ciucino nella Parerteli, Teodoreto nel Libro della natura dell* uomo, Gregorio Nifleno nel Libro dell* Ani- ma Origene in più luoghi delle Tue Opere, Gregorio Nazianzeno nella dif- puta contro Eunomio, il Cardinal Gaetano nel Trattato deli’ Anima, Plutarco y Galeno, ed infiniti altri fcrittori profani . Per lo che non fen* za ragione chia mai Io Tertu]]iano«?//é- to f dicendo nel Libro delle Ptefcrizio- ni Miferum Arijlotelem ; foggiung; ndo, J Qui illis Diale Che am inHituit, artifi - eem (Intendi, et defiruendi verfipellem t in fententiìs co a Cium, in conjeCìurit nec t allietate Panos -, oec ar* tibusGracos, nec denique hoc ipfo bu - jus' sentii, et terra domenica > . nativo • que - fenftt Jtalos iffoi > et Latìnot $ fed pktate, ac religione, atque naiionel ’ que [uperavìmus . • :i E finalmente eonofeendofi ancora dagli Ebrei, la Filofofia d’ Arinotele ef- li • è 1 f r f Ì-1 h È i l - i Ir À, • I f .» t •1 a # • i li I t5* eflere in pregiu diciò della religione, fa. pubblicato decreto nel Sinedrio de- gli Afrnonei ( come fi legge nell* irto- ria de’ loro tempi ) così dicendo .• Ma- le diti us qui docet filium fuum Pbtlofo- pbiam G rac am . : Il che vien riferito ancora da Arrigo Enefiio nel fuo Li- bro Vir fapiens . Quindi, non fia ma- raviglia, quando leggiamo preffoCle- mente 1’ Aleflandrino, Grata itaque • Pbilofopbia, ut alti volunt, a Diabo- lo mota e fi i Anzi i Giudei dopo la venuta del noftro Salvatore, ancorché * empj, pur dannarono la Filofofìa d’A- riftotele ; perocché avendo pubblicato il Re Moisè un Libro» a cui diede il titolo 1 Mereh Nevekim, fu acculato, dagli altri Dottori d’aver corrotta la loro religione » per aver in effo pur troppo mefcolata la Metafilica d’ Ari- flotele, come narra il P. Si mone nel fupplemcnto al Libro delle cerimonie/ e de’coftumi de’ Giudei di Leone Mo- dena .. Ed io in finendo dirò di lui con il gran Pico della Mirandola ; Mali prtnctpiì finis masut . Da turco ciò, che fi è fin qui rap* portato, potrà la Santità 1 V ostra pienamente avvifare quànto fian da ri- prenderti co fi oro, ì quali ardi (cono di biafimare quefta Filofofia, che mala- mente chiaman moderna, e nuova, e dannarla come fcandalofa, e mala - r quando finora nè la Santità’ Vostra* nè gli altri fantiflìmi Pontefici antecefi» fori hannola giammai penfiata con- dannare . Anzi il contrario leggiamo riabilito dalla Santità d’Innocenzio XI» in una Bolla ; ciò egli è * . che niuna. cola tra filofofanti, ed altri, che fico- lafiicamente fi contende, giammai fi' danni o in difiputando* o fcrivendo, o in pubblicando, che pria dalla Santa Romana Chiefia condannata non fia ; Ma quando anche ciò non fofie, qual furore, o fpinto dii zelo ijpinge tant’oltre, cofioro ad incagionar coma- rea e mala una Filofofia che ha per autori uomini cattolici, dabbene, e di integrifiìma vita ; avendo per lo con* x$8 trario la lor Filofofia per autori fio. mini gentili, e tra gentili i più per- vertì, e federati ? Qual ila (iato già il lor Padre Arinotele, e di che coftumi l’iftorie de* Greci, e de’Latini ne fan piena, ed affai- ampia tedimonianza ; Quai fentimenti, e quanto perniziofi sì alle Repubbliche, sì alla j religione, che a’Tuoi tempi lì tenea tra Greci, egli lanciato abbia a’ poderi la San- tità' Vostra, rivolgendo l’occhio a quello, che per 1* autorità d’ infiniti fanti Padri, e di molti altri autori pro- fani fi è riportato, porrà benignamen- te giudicarlo., Non evvi Tanto Padre, che per otto e più - fecoli riprefo -, e biafimato non l’abbia, nè mai leggia- mo, che alcuno l’abbia feguito, o fia dato così dettamente legato alla di lui dottrina, come tuttavia fon codo- ro. Dottrina veramente tre volte per- niziofiflìma, madre, e fonte di tante e tante erefie + che per tanto tempo didurbarono. ed affliflero la Chiefa, e di Crido la vede lacerarono. E fe: rifor- riforgefle il gran Bafilio, quanti equa-' li de’ noftri tempi riprenderebbe più fortemente, che non fece ad Eunomio^ ed agli Eunomiani- de’Tuoi tempi j t - quali giuravano Tulle parole d’Arinotele, come full’Evangelo > e pofero in ifcompigtio la Chiefa d’ Oriente? Che diremo degli Atanasj, e degli A leffa n* dri Vefcovi d\ Aleffandria ? . Quanti Crilìiani taccierebbono d’ Arianifmo, yeggendogli così attaccati ad Arinotele, onde Tempio Ario prefe Tarmi, e le faettc contro del Verbo ? Non farei per mai finirla, fe voleffi addurre par* titamente tutte Terefie, • che da’fegua* ci d’ Arinotele fono fiate indotte nell» Romana Chiefa per tanti fecoli, e di giorno. in giorno van riforgendo. Baffi fol dire, che da fei, o più. fecoli tutti gli errori fian venuti da oriondi per così dire, e figliuoli del grande Aridetele ... i ' « Ma fliafì pur colla fua pace Aridotele, con quella pace, che nel più cu- po dell’ Inferno, ov’egli fea.giace, dar > fi può i6o fi può- Siali ' flato Arinotele non tan- to federato ; anzi dirò più, fiati (tato uomo dabbene, avvegnaché gentile ei lì (offe . Sianli Santi tutti gli Arifto- telici, i quali hanno avuto, ed hanno il nome di Criltiano . Siali la lor dot- trina ottima-, e di niun pregiudicio j non però avrà che far nulla colla no- Itra l’anta' religione nè di buono, nè di malo . Siali io dico, e ridico la lor dottrina profittevole in ifpiegare gli ar- cani della natura, la natura delle pian- te » degli animali, e che lo io ; non dovran perciò biafimare tutte 1’ altre Filofofie, eh’ eglino non profèlTano, quando quelle niuna cola infegnano, che contraria lia a’ buoni collumi, alle leggi naturali, ed alle leggi di Cri- Ho, e della Chiefa . Coloro, che rin- novate l’hanno tutti fon già morti cat- tolici, ed in feno della Chiefa, lenza veruno fofpetto, quantunque minimo d’erefia. E conceduto, che in qual- che Libro d’ alcun Filofofo Criltiano vi folle qualche opinione » chiaramente con- rii 'contraria alla verità della religione, fenza dubbio 'veruno toccherebbe alla Chiefa di condannarla . Potrebbe!! pe- rò ( parlo pieno di rifpetto, e di zelo, con quella riverenza ed ubbidienza, che lì dee alla Santità* Vostra, ed alla Santa Chiefa ) dìdimamente con- dannare quella opinione eretica, ovvero fcandalofa > come fece per molte dichiarazioni AlelTandro VII. ed altri Pontefici ; e non ributtarli tutto il cor- po d’un libro, il quale lì compone d* infinite, e varie opinioni, delle quali la maggior parte niuno attaccamento ha, ovvero dipendenza colla verità della fede. Così leggiamo Origene, e Tertulliano lìcuramente, avvegnaché ambedue in molte co fe lian traviati, come poco ollervanti della nollra reli. gione . Così leggiamo ancora ' San Ci-' priano Martire, quantunque folle fia- to d'opinione, che i battezzati dagli eretici lì doveflero ribattezzare ; laqua- le poi fu dannata dalla Santa Chiefa' per mezzo d’ un Concilio come ancora tanti altri errori di Lattanzio d’Arnobio e d’altri. Or fe ciò fia lecir- to nelle cofe di tanta importanza » cioè nella Teologia, potrà ancora efler Tecito nelle Filosofie, le quali van decorrendo femplicemente degli arcani della natura. Il filosofare, Beatissimo Padre, fu Tempre mai, conforme s’è dimoftrato, libero, e permefiò a chi che fia, purché contrario egli non fia alla religione > alle leggi umane > ed a’ buo- ni coftumi. Non han cofa gli uomini» che fia più lontana e men foggetta al- le poteftà terrene, che il loro Spirito. Nè v’ è cofa più intollerabile, cl}e quando fi veggono rapire la libertà de* loro penfieri ; perocché tanto è toglie- re la libertà del filosofare, quanto è togliere la libertà dell’ opinare ftefTo, non effendo altro le filosofie che opi- nazioni Quindi è, che coloro, i qua- li per dura legge delle genti fono schiavi delle altrui volontà pur fi riman- gono liberi nelle loro opinioni, ed i lor padroni > i quali han poteftà della lor vita, non poflòno difporre de’ loro li* beri fentimenti . Solamente lo fpirita dell’ uomo a Dio è tenuto renderli avvinto, elfendo egli folo la prima veri- tà per elfenza, la quale non può giam- mai nè ingannarli, nè ingannare ; ed iòdi poi ancora la fua Chiefa > la quale ci favella da fua parte, toccando a lei d’interpetrare gli oracoli, ed arca- ni di Dio . Indi quella ubbidienza del- la nollra ragione libera all* autorità Divina fu fempre giudicata da tutti la prima, e più grata vittima, che noi dobbiamo offerire a Dio. Il facrifizio certamente non è egli fanguinofo, è ben però il più pregiato, e caro ; perocché conduce gli fpiriti nollri, na- turalmente di ripofo impazienti a sì felice fervi tù, principio » e mezzo d’ogni nollro bene, e falute • Perchè li dee in ciò ufare grandilfima diligenza, nè legare sì llrettamente quello nollro libero arbitrio in cofe, le quali poco, o nulla montano ; perocché potreb- Lz beli befi temere di qualche rivolgimento, o per così dire temerità dal vederli sì ftretto, e incatenato . Oltreché po- trebbeli da ciò dar luogo di penfar malamente, che la noftra fede dipcn- deffe da’ principi delle Filofofie, e che la noftra religione » ed Arinotele fot fero sì Erettamente uniti, e me (cola- ti, che 1' una fenza l’altro non polla da noi crederli. Sarebbe ben tre volte incollante la noftra fede, fe ftabilita folle fopra così balle, e poco (labili fondamenta, ed andalfe dietro a’fogni, ed alle frafche de’ Filofofanti . La verità vien ricercata si dalla Filofofia,• ed è Hata ricercata già per migliaia d’anni ; ma non giammai però è Hata ella ritrovata ; perocché Iddio ha vo- luto lafciare il Mondo all’efercizio in- nocente delle Filofolie, ed all’incerto inveftigamento delle cole naturali, e però alle difpute . Mundum tradidit difputation'tbus eorum. Conforme anco- ra va dimoftrando San Gregorio Nazianzeno in un difeorfo, ch’egli detta delle dìfpute. La Teologia fola ha ri- trovata la verità, perch’ella fola s’ ag- gira intorno alla vera luce, e prima 1 ferità, eh’ è Iddio, principio d’ ogni j noftro fapere; onde gloriavafi 1’Apoflolo di non fapere altra cofe, che Critto crocifitto. Quefla verità ritrovata nella teologia altri non poffede, che 1 la noftra fanta religione, la quale quan- tunque contrattata, ed afflitta da tan- ti e tanti tiranni, pur fempre mai vìttoriofa per tanti » e tanti fecoli ha trionferò, e trionferà per fempre più gloriofa . Veritatem ( ditte un autore ) Pbilofopbia quper ciò fare ha volu- to fervirfi ; perocché verfando quefte intorno ad una caufa, la quale al prefente fi può dir prelfochè comune, di comune, ed univerlal difefa ancora elleno pedono molto acconciamente fervire. Recando adunque le molte parole fue m una, quella nella foftanza fembra edere fia- ta T idea di lui . Egli ha come in due parti divifa tutta la Lettera, in una delle quali s* è ingegnato di biafimare, e deprimere il pia che ha potuto Ariftotile; e nell’altra lodare, e portare alle ftelle Renato Defeartes. Egli ha depredo Ariftotile, comparandolo prima- mente con Platone, e inoltrando, che il principato tra i filolòfi è di quello fecondo; L 4 che da tutti i fanti Padri molto è flato cele* brato: che la fua filofofìa è la più favorevo- le, ed acconcia alla Chiefà cattolica ; e che quella d’ Ariftotile è la più contraria, e pre- giudiziale . S’ e poi ingegnato di inoltrare, che Ariftotile è flato 1’origine di tutte l’eresie. eh’ è flato biafimato da tutti i fanti Pa- dri, e finalmente tutto quello ha raccolto, che può fèrvire di biafimo, e di vitupero di quello filolofo • Di qui è pallato a glorifica- re il Defcartes . Ha mcftrato da quanti e quali uomini e fiata la lita filofofìa appro- vata, e ricevuta : com’ ella s’ uniforma a’fen- timenti de’ fanti Padri : come ferve molto per difi reggere l’erefie, e così fatte altre cofe af- fai. Onde porta l’incertezza di tutte le filo- fofie per cagione del corto intendimento u* mano, e porta Umilmente la libertà di giu- dicare, eh’ hanno gl’ intelletti nelle materie fìlofcfiche y ha concitilo, ellère molto da riprovare Tattaccarfi fidamente ad Ariftotile. C jntra il quale molte colè di nuovo adducendo, e moltiflime altresì a favore di Renato, della filofofìa di cui teffe un lungo panegiri- co ; finalmente conclude, effere forte da ri- prendere coloro, che ardifeono biafimare la filofofìa moderna, la quale non fido al paro coll’ Ariftotelica può andare; ma in oltre ad erta dee ellère antiporta, come quella, che dalla Platonica fi deriva, e per più altre lodi, ch’egli affai minutamente, e a lungo ya numerando. Ora volendo (opra cosi fatta argomentazio- ne col medefimo fine dell’autor fuo, cioè a prò della moderna filofòfia, alcuna colà offervare; dico in prima, non effere molto da commendare Io ftabilire la difefa di effe mo- derna filofòfia fopra la depreffione d’Ariftotile, e fopra la deificazione, per dir così, di Renato delle Carte. Quantunque volte un eccellente fcrittore ha occupato un poftocon- fiderabile nella repubblica delle lettere, non manca mai la fazione di quelli, che Pefàltano, e di coloro, che lo deprimono fuori del dovere . Vero è, che ci fono ancora difcreti eftimatori delle cole, i quali il buono dal reo feparando, quel prudente mezzo eleggono nel dar giudicio, che fecondo dirittura di ra* gione fi vuol tenere. Molti efèmpj io potrei addurre per confermazione di ciò: ma perchè fopra Ariflotile procede ilnoftro ragionamen- to, volentieri io non mi partirò da eflo. Per efempio adunque de’ glorificatori affettati di quello filofofo fia Averroe, il quale in que- llo modo lafciò fcritto di lui : j4riflotelir do Urina efl Stimma Veritas, quoniam ejus inteilelhts fuit finis bumani intclleftus ; quare bene dicitur de ilio, quod ipfe fnit creatus, et da tus nobis divina providentia, ut non ignori mus Doffibilia feiri . E nella Prefazione alla Fisica; Complevii ( Ix>gicam, Ethicam -, óc Metaphyficam ) quia nullus eorum, qui fecu * ti funt eum ufque ad hoc tcmpus, quod efl mille et . quingentorum annorum, quidquam addidit, nec invenies in ejus verbi s errorem alicujus quantitatis, # ta/ew £// per quan- to egli raedefimo ne dice, venti anni interi fpefi avendo iti Squadernare i libri d’Ariflotile, anzi oracolo, che giudicio è da repu- tarli . Così adunque egli fcrive nel Prolago al libro JY. del fuo Examen vanitati* dottrir Tue gentium : Multa apud Ariflotelem erudì . f > tio, multa eleganti a fcribendi, inulta etiam, fcrtajfe verità: fed certe non parva vanita - JLo fcrutinio fin qui da noi fatto di varj, c oppofti giudicj intorno al medefimo fog- getto formati, può fervir di regola nel giudi- 1 care di. tutti gli eccellenti fcrittori. Noq bifir gna nè alla bellezza della virtù, nè alia brut- tezza de’vizj lafciarfi cosi rollo ingannare, nè fafcinare in modo la vi (la, che fi travegga e fi finarrilca quel fenderò dì mezzo, per cui Tempre colla (corta della ragione dobbiamo proccurare d* incamminarci . Ma egli fi ritro- vano uomini d’ immaginazione tanto gagliar- da e forte, che poiché hanno fidato la men- te nella qualità d’ un oggetto, non (anno tanto o quanto fidarla per dominarne le al- tre - Conoro confederano ' le colè (blamente per quel verfo, a cui dal moto de* (oro fpi- riti fono portati, e di qui è, che o il bene folo, o il male precifamente contemplano » Quello predominio dell’ immaginazione in nelfun’ altra opera per mio avvilo meglio fi fcorge, quanto in quella de veris principiis, et vera ratione pbilofopbaudi di Mario Nizo- iio. Quello fcrietore avendo al principio con- ceputo della (lima verfo Cicerone, e vdeldifi credito per • Ari dotile,‘a poco a poco s* è lafeiato condurre a tale, che nuli*- altro che il lodevole in quello, e in quello nuli* altro che il biafimevole egli vedeva . Gli è fi- nalmente» paruto, eh’ ogni cofa, anche 1’ imperfezioni del primo roderò divinità, e le cole anche buone del fecondo fodero vizj, e magagne . Di qui è, che negli accennati li- bri, egli conculca ogni opinione, e lèntenzia d’ Arillotile, e glorifica ogni detto di CICERONE (si veda); per qualunque definizione anche de- bole, e imperfetta del quale, egli s’ ingegna di ritrovare principi, da cui fi deduce com* ella è giuftiflima, e vera. Quella lòrta di li- bri può efler utile per quelli, che all* oppo- fla parte fono dalla palfione portati / perchè fcorgendo nella lettura di elfi il rovescio, co- me fi dice, della medaglia, può avvenire, che s’inducano a dubitare di quello, che fi- no allora aveano tenuto per fermo . Per al- tro e l’uno e 1* altro di quelli eflremi merita grandilfimo biafimo, nè v’ ha colà,che più i retti giudici impedifca quanto quello fv la- mento della ragione, a cui la fantafia ha tolto la briglia di mano,. Intanto la vanità, e lafu- perbia dell’ uomo fi palce molto di così fat- to cibo, perchè o colla deificazione, o colla deprelfione altrui o coll’uno e l’altro inlìeme, fi fpera di potere llabilire la propria fama « Egli avviene nonpertanto, che la colà il più delle volte va tutt’all’ oppollo . Nulla è che minor imprelfione faccia nelle menti de- gli uomini, e che più agevolmente dimentichino, quanto quelli sforzi violenti : degl’ intelletti da troppo gagliarda immaginazione trafportati : non altrimenti appunto, che 1* azioni llravaganti, e inufitate de’ pazzi, ap- pena s’oflèrvano . E chi è egli, che fìlolò- fando fi Ila giammai attenuto a’ principj di- Mario Nizolio? lo non ritrovo appena regi- flrato il filo nome tra i nemici d’Àrillotile. Ma ritornando in via, dico, che l’autore di quella Lettera fembra effere (lato alquanto tocco dal prurito y di cui abbiamo fin qui favellato, mentre con tutto lo sforzo dello fpirito s y è ingegnato di raccogliere il polfibL. le con tra Ariftotile, e dall* altro canto por- tare fino alle ftelle il Delcartes ; ogni prova facendo > e nulla intentato lalciando per ap- pannare, e far violenza agl’intelletti de’luoi leggitori . Per contraflegno della fila palilo* ne, anche dentro a* cancelli di puro raccoglitore degli altrui giudicj, offervifi il modo, eh’egli tiene alla pagina 34. in iftorcere vio- lentemente contra Ariftotile alcune parole del P. Petavio, dette ad altro intendimento, anzi in propofito tutto conti ario. Quello Pa- dre nel capitolo III. numero V. dei Prolago alla fua Opera de* Dogmi Teologici, dopo avere addotto un lungo palio di S. Bafiiio, nel quale lèmbra, eh* e* rigetti in tutto la filolòfia Ariftotelica, foggiunge al fine cobi: Ceterum iifdem in verbi * videtur Bafìlius in totum abdicale, ac rejecijje ab fidei, Theo* hgiécque conjortio univerfam Ariflotelis philofo* phiam tanquam Cbriflo irrvifam, et inimicami atque ab bofle illius Diabolo proferì am . Quam uonmllorum opinionem refellit Clemens Ale*an- drinus in primo Stromateon > ut alibi memini - mus . Sed ab bujufmodi Jufpicione Bafilium paullo pofl purgabimus . Ora il nollro autore prende da quello palio quelle lòie parole ; Ari m Ari flotti is j>hilofophiam tanquam Chriflo invi, fam, et inimicam i atque ab hofle illitis Dia. bolo profeti am ; e le porta come un detto del P. Petavio contra la fìlolòfia d’ Ariftotile. E chi non vede però che il prurito di conculcare quello filofofo ha fuggerito all’autore della let- tera una sì aperta, e abominevole ftorpiatura? E pure y fe per 1* altro verfo vogliamo ri- guardare e Arillotile, e il Delcartes, non ci mancherà motivo, nè fcrittori, i quali ci a- prirànno la ftrada a deificare il primo, ed a deprimere, e conculcare ancora il fecondo, lènza nè pure aver bifogno di ricorrere a tali artificj . Ogni volta che uno fcrittore s’ha a. cquiftato un gran nome nella repubblica del- le lettere, e mafTìme per lungo tratto di tem- po, ’è pazzia l’immaginarli, che tutte le co- fe lue pollano eflère tee . Il buono làrà mi- fto col men buono, come di tutte l’ umane cofe, che perfette giammai non li videro j fiiole avvenire ; e però quelli, eh’ amano dì cogliere negli eftremi, troveranno in amen. - due le parti da làttollarli . Il punto Uà, che non lì lufinghino d’innalzare una fabbrica, che non polla eflère da alcun altro colle ilei* fe forze diftrutta, per non ritrovarli contra la loro efpettazione ingannati. Un altro, che riguardi lo fteflò oggetto dal lato oppofto a quello, che 1’ hanno riguardato efli, ritro- verà tolto gli liromenti da dilhuggere in quella fletta fucina dov’eglinò gli avevano ri. trovati per fabbricare - Di quella difputa d’ Ugone da Siena, al tempo del Concilio, che fi cominciò in Ferrara, riferita dall* autor della Letteta, come cola inftituitaperefalta- re Platone, e deprimere Ariftotile, così nel., la fua Cronaca lafciò fcritto Filippo da Ber- gamo : Cumque Nicolaus Marchio, et multi in Synodo congregati pbilofophi excellentes ad - venijfent, cuniios in medium philofophia jocos adduxit ( Ugo ) de quibus inter fe Plato ± Arifloteles fuis in Operibus contendere, ac magnopere dijfentire videntur, cdocens eamfe partem defenfurum y quamGraci oppugnandam ducer ent, five Platone m y fi ve alium je fequen - dum arbitrarentur . Lo fletto atteftano Enea Silvio nel capitolo LI I. della Dedizione delF Europa, e Andrea. Tiraquello nel capìtolo XXXI. del libro de Nobilitate . Ecco pertan- to, che il fine d’ Ugone non fu V efaltazion di Platone, e Pabbaflàmento d* Ariftotile, come vien fuppofta : ma fi profefsò di voler difputare problematicamente, che vai a dire, difendere la parte impugnata, e per confe- guenza difendere o l’uno, o l’altro di quelli due fUofofì . Cosi il Concilio Lateranefe V. a torto vien portato alla facciuola 114. come difàpprovatore, e condannatore della filofo- fia Peripatetica nella Scffione Vili. Bafta fo- to leggere P accennato luogo per chiarirli, che quello Concilio non condannò nè Anda- tile, nè Platone, nè alcun altro filofofo in particolare : ma generalmente della filofòfia ragionando, proibì primamente I* abufo a que’ tempi introdotto di difendere nelle pub- bliche Tefi, che circa lo dello punto, quel- lo era da dire fecondo la filofofia, e quefto fecondo la verità : ovvero tal colà fecondo la filosofia e r a vera, che fecondo la fede erafal- fa . In fecondo luogo ordinò a tutti i Lettori pubblici delle Univerfità, chefpiegando i fìlofòfi, avvertilfero la gioventù degli errori loro, alla fede noftra contrari, -confutando* gli, e riprovandogli . E finalmente (labili, che niunCherico doveffe dopo io ftudio della Grammatica appigliarli a quelloodeilaPoefia, o della Filolòfia, lènza ftudiareinfieme Teolo- gia, e Canoni, acciocché, foggiugne, In bis Janlìif, et utilibus profijfionibus Sacerdotes Domini inveniant, unde infili a s Pbilofopbia, et Poe fi s r adice s purgare, et fanare valeant. E tanto è lontano, che i Padri di quefto Concilio abbiano avuto in animo d’oltraggia- re Ariftotile, eh’ anzi lette le poco fa accen- nate cofe, e ricercato, fe alcuno avelTè pun- to che dire in contrario, fi levò fufo Niccolò Lippomano Vefcovo di Bergamo, e sì difle^ Quod non pìacebat fìbi, quod Tbeoìogi impo - nerent Pbilofopbis difputantibus de veritate in - ielle fi us tanquam de materia po/ita de mente M LIZIO y quam [ibi imponti Averroes: lieti fecundum verità rem tali opimo e fi fai fa. Similmente di queir Aezio Vescovo che dall’autor dell’epistola è rapportato come uno che per troppo starsi attaccato alle categorie del Lizio, cadesse in eresia e diventaflTe ateifta, Socrate nella sua storia ecclesiastica cosi ragiona. Hoc aiitem facit categorii s LIZIO sic liber iU le e fi ir. scriptus fidem habens ex quibus disputando ac se ipsum fallendo y non int clienti y ncque a feientibus didicìty quis fìt LIZIO feopus. Ille namque propter fopbifias philosoph'ue lum illudentes id genus exerctiii conscripsit y et Di al etite en per sophismata novis fopbiflis dicavti. Itaque academici qui ACCADEMIA y ac Plotini scripta e L 9 immaginazioni belle piut- rollo ad udirli, che fiifliftenti e fode, le quali sono fparfe per tutto il corpo della fua filolofia y e che tinta di fanatifmo T hanno fatta comparire. I vortici, che da fonti torbidi italiani, come sono quelli di Bruno, ha prefi il. Descartes – H. P. Grice, DESCARTES ON CLEAR AND DISTINCT PERCEPTION -- per far girare la fila triplice materia; sono colori, che possono servire a fare un ritratto di lui tutto diverso da quello, che ha fatto l’autor della lettera Malebranche mede, fimo l’uno de’più acerrimi difensori, e approvatori della dottrina di Renato, così lascia scritto nel libro ili. patte L della ricerca della verità. Mortsù Descartes è anch'egli uomo y soggetto all’errore, e all’illusione, come gli altri . Non v 9 ha alcuna delle sue opere y non eccettuando nè pure la sua geometria y in cui non sia qualche segno della debolezza dello spirito umano. Non bisogna adunque fiare alla sua parola; ma leggerlo cautamente, com 9 egli ftejfo ci avvertijfe. Non sono anche mancati uomini dotti, i quali hanno fatto vedere, che la sua filosofia è di pregiudicio alla fede, i8i ed è contraria a molti dogmi cattolici AIcuno ha pretefo, eh ella rinnovi l’eresie di Pelagio, e di Neftorio: ed altri, eh’ella sia la firada allo spinosismo, e all’ateismo Io sò, eh’è slato risposto a questi tali, e che vi si risponderà: ma quello appunto è quello, che il di sopra da noi detto conferma, e che mostra quanto agevol colà sia o, ecceder nella lode, o ecceder nel biafimo, quando non s 9 ami di fidar l’occhio che o ne’sòli vizj, o nelle sole virtù. Non sembra adunque, com’ho detto, degno di molta lode il disegno di stabilire la difesa della filosofia sopra le lodi, ell’efaltazione di Descartes, e sopra i biafimi, e depreflione del LIZIO, ficoome sopra un fondamento, che si può distruggere con quella stessa facilità, con cui s è innalzato: e per mezzo del quale, fermo e inconcuflò renando, si verrebbe a slabilire quello, che l’autor filo medesimo in alcun luogo con molte parole s 9 e ingegnato di diftruggere, cioè il farli seguace indivisibile d’alcun filosofo particolare come H. P. Grice. Ora diciamo alcuna cosa della principal ragione, sopra cui l’autor della Lettera ha piantato la difesa della filofofia; la quale si è, che derivando ella dal fonte dell’ACCADEMIA, fìlosofo superiore al LIZIO, approvato dagli antichi padri, e riconosciuto come molto vicino a’dogmi cattolici; ella non vuol eflere riprovata, massimamente in confronto del LIZIO, la quale, secondo lui, è J }a* fa l’unica, e sola cagione, anzi l y orìgine JìcJfa di tutte l’eresie. E quanto al primo, cioè quanto al principato, tra l’ACCADEMIA e il LIZIO; molto difficile, molto dibattuta, e da niiino per anche decite quistione ha preso a diterminare il nostro autore, augnandolo al primo. La difficoltà di tal decisione procede, che molti essendo i pregj delfinio e dell’altro filosofo, amendue ancora hanno le loro imperfezioni. Secondcchè pertanto si vogliono riguardare sì nell’uno, che nell’altro più quelli, che queste, si ha campo ancora di antiporre, o pote porre l’uno all’altro. Ma per quello, che riguarda il secondo y cioè quanto al far uso dell’uno, o dell’altro nella teologia, e nelle cose della religione, non sono pure ben d’accordo tra loro gli uomini dotti qual sia da preferirli. Se per L’ACCADEMIA sta l’uso, che mostrano averne fatto i primi padri della chiesa: nè anche il LIZIO va privo in tutto di fimi! pregio, mentre al riferire d’Eusebio nella storia ecclesiastica, in Alessandria, anche al tempo, che i dottori apostolici rifpJea« plendevano, il LIZIO (cuoia fioriva. Clemente Alessandrino Stromatam, riferita, che Ariltobolo con molti libri prova, la filosofia del LIZIO dalla legge di Mosè – IL DECALOGO H. P. GRICE THE 10 COMM --, e dagli altri profeti derivarli. E Gioleffo nel lib. I. contva Appìonem, insieme col mentovato Eusebio nel de preparatane evangelica, recano un luogo di Clearco, ditapoIo d’Annotile, da cui si scorge, come quello filosofo, eliendo m Asia, tenne lunghi, e sciendfici ragionamenti con un dotto, e savio ebreo, da cui apparo molte belle, ed eccellenti cose ne’divini libri contenute. Anzi fu opinione d’alcuni, che lo «elfo filosofo, avendo avuti per mezzo d’Alessandro i libri di Salomone, molte cose da quelli raccoglielTe, e trasportalfene’ fuoi. Ne mancarono fra moderni lasciando per ora da parteltare i libri de vietate il LIZIO, de f alate Anflotchs, ed altri limili dati fuori chi comparazioni tra la scrittura sacra, ed il LIZIO facendo, s insegnarono a tutta lor polla di mostrare, eh ealino pattano d’accordo, come Trapezonzio, Zeifoldo, Steuco, ed altri. Sopra così fatta lite pertanto a muno, s’io non vado errato, dispiacerà il prudente giudicio di Cano, stimato meritamente dall’autor del la lettera il maggior ornamento della famiglia domenicana. Divo Augusli, wofdice quell’ autore nel de loets Tbeologicis Pialo summus est: Divo Gazeo, di Teofìlo Patriarca d’Antiochia, di Lattanzio Firmiano, d’Eusebio Cefàrienfe, d’Epifanio, di Gregorio Nazianzeno, di Girolamo, di Crisostomo, e di Teodoreto, ne’quali, tutti concordemente biafimano, e {gridano l’ACCADEMIA, e la sua fìlosofia, come quella, ch’è fiata l’origine, ed da palcolo e fomento ad infiniti errori ed eresie. Ecco adunque che IL LIZIO non è fiata la sola pietra dello scandalo. Ecco ch’egli non è l’unica cagione di tutte l’eresie. Ma L’ACCADEMIA senz’alcun dubbio, in quella parte lo supera, ed è stato guardato di malocchio da padri; e l’accollarli, ch’egli fa in qualche modo più a noi, è ridondato in nollro maggior pregiudicio. Di qui fu però, che negìi ultimi tempi, quando Gemillo, il cardinal BelTarione, Gufano, e FICINO (si veda) illullrarono, e fecero rifiorire la ACCADEMIA limola, quali tutti non pertanto stimarono miglior avviso, o almeno minor pericolo, attenerli tuttavia al LIZIO. Sen. tali lòpra ciò 1’ avvedutiflìmo Giovan Fran- celco PICO (siveda) Mirandolano, il quale nel libro 1 V. capitolo IL del fuo Ex amen vanìtatis dotivi, ttee gentium, in quello modo lafciò Icritto. Alti nihilominus, Platone poflhabito, haferunt Arifloteli, exiflimantes illum noflr et exatìe, fed in comuni defumta ) prxbere aditum faci - lius po/fit, quam Arifloteles, qui rationibus, non fide, foleat plurìmum et fere femper inni - ti . Ma il talento di avvallare Ariflotile, e cacciamelo del mondo, e della memoria degli uomini; non ha lalciato Icorgere all’ au- tor della Lettera, non dico le lodi fue ; ma nè pure i biafimi, «Squali i medefimi Padri ne’medefimi luoghi, in cui nello ripigliano, » anche il fuo maedro fogliono non punto di- verfamente trattare . Per cagion d y efempio nel capitolo XJ. del Libro intitolato Regala Monacharum, a Girolamo già attribuito, fi leggono quelle parole ; Attende, et tu fatuorum fapientum princeps Arifloteles . Elleno però fono Hate tolto notate dal nodro auto, re, e nella lettera aliai avidamente inferite: ma queir altre: Verum non fine labore didicu ) fii tuam Japientiam fatuam Plato y folamente due verfi lontane, e quelle ancora aliai vicine; Non banv fatuitatem doéìijjimam Athenis Plato didicit, non Arifloteles y non Anaxagoras > non cete - rorum fiultorum mundi fapientum turba percepita non fono Hate avvertite da lui, nè notate, non altrimenti, che feo non iforitte, o rafe, e cancellate Hate li fodero. Ma che diremo, che dopo quel detto da lui in difcredito d’Afrillotilc recato, immediatamente al medefimo . filofofo quedo elogio è teduto, o leurato fi mil- mente, non fo come, c tolto agli occhi del nollro autore? Et fi fueris abfque dubitano, ne prfdigium, grandeque miraculum in tota na+ tura y cui pene videtur infufum, quicquid naturai iter efl capax humanum genus, 43c. Le quali parole anzi della foiocca abbjezione, e viltà del Chiofatore Arabo, che del- la gravità Geronimiana tenere mi sembrano r no Vero è però, che da tutti i Critici efl fendo coiai opera da quelle di Girolamo fe pa- rata, e come lavoro di più baili tempi, non fu Averroe nella Prefazione alla Fifica 4 parlando d’ Afiftotile difTe : Talem ejfe virtutem in indi- viduo uno tniraculofum et extra neum exifiit . A che pare, che corrifpondano qtìeft e parole : Si fuerir ab - fque dubitation e prodigi um 3 grand eque mìraculurn in tota natura . Averroe ancora fopra il libro JL della generazione degli animali, così lafciò fcrirto : Lau* demur Deum, qui feparavit lune virum ab a li ir in perfezione 5 appropriavitque ei vltimam dignità tem bumanam ò quam non omnis homo pottft in quacumque £tote attingere . Alle quali parole s } accofta- no ùmilmente quell* altre : Cui pene videtur infu - fum, quicquid naturaliter efl capax bumanutn gsnut. Di qui fi può formar conghiettura, che cotal Libro non fia flato feri ero, in cui fiorì Averroe. Oltre a moire voci de 9 tempi baffi, e parecchj veftigj di fcolaftico, e Parigino idioma, che vi s* incontrano y e che pofTono fervire per confermazione di quello 3 maggiormente ancora tutto ciò fi ftabilifce dalle parole, che fi leggo* Do nel Ut quafi quorundam pbilofo - pborum videretur in eis verificavi opinio, qui unam ponunt in bominibur univerfir animar» folam . La qual è opinione venuta fu ne* tempi baffi,dai rappor- tato Averroe mefTa fuori e difefa, impugni 3 da S. Tommafo,e finalmente condannata nel V. Con- cilio Lateranefe alla Seffione Vili. Ma perchè per . altra parte dell* accennata opera fi fa menzione del pranfodo- po nona ne’ dì di digiuno ; il qua! ufo s’è nella chiesa confervato fin verfo il fine del XIV. fecole 5 perciò potrebbe argomentarli 3 che il Libro non fof9i fna giudicata non era da farfi arma fuor di ragione contra lo Stajprita del nome d’un tanto Padre . Ben piu vantag- giofo e per V autore della Lettera, e per la verità flato farebbe, eh’ egli nelle vere ope- re i veri '(entimemi di sì gran Santo intorno a ciò rintracciato, e quafi fpigolato avefle, mentre in quella guifa il perfeguitato Arifto- tile dal glorificato Platone non mai guari lon- tano ritrovato avrebbe - Come (opra il capi- tolo X. v. XV. deir Ecclefiade. Lege Platone m: Arifloìdis revolve verfutias y et probabis verum esse quod dicitar : labor flaltoram affliget eos . Sopra il Salmo v. Vi. al- tresì. Nane ipji hareticì licet per Arìftotelern y et Platonem videantar fimplicitatern Ecdefi e fin dove fi debba fèguitargli • Poflòno è vero accodarli f chi piu, e chi meno a* dogmi della noftra re- ligione, fecondo i fonti da* quali attinie* ro le loro cognizioni ; ' ma non è però giammai da fperare, che ferifcano il fe. gno, perchè le tenebre, nelle quali viveano, loro non permettevano d y arrivare tant* alto . Altro dunque non fi può in /quella parte, che com piagnere la mifèria, e infelicità loro : per altro il biafimo, e la lode non ha propriamente luogo fòpra elfi,?fe non quando fi confiderano • da fe, come puri filofòfi, e fèparatamente da* do- gmi de* Criftiani. T Ora palliamo a dilcorrere brevemente dell* idea generale, che P amore della prefènte Lettera ha avuto ; il quale ha divifato > che la difefà di Defcartes fia la difefa della filofofia moderna, e la condannagione d’Ariftotiie fia la con. dannagione cella volgare. Incorno a ciò è da avvertire, che la mo- derna filcfòfia non è in modoconftituita dalla filofofia del Defcartes, che Cartellano, e N Mo' Moderno fìa la medefitrià cofa. E 1 ben vero, che non fi può eflère Cartellano lènza eflère ancora Moderno; ma non è vero, che non fi pofla eflère Moderno fenza eflère Cartefiano, Per la qual cofa la filolòfia Cartefiana fi ha alla Moderna, come la fpezie al genere. Ancora è da notare, che avvegnacchè la volgare fiJtfofia abbia voluto unicamente ac. taccarfi ad Ariftotile, tuttavia eflèndofi ella lèrvira per intenderlo dell* ioterpetrazioni de- gli Arabi, i quali per l’ignoranza delle lirt^ gue, e per mancanza d’erudizione, peflima- mente 1’ hanno iotefo: nè lette avendo gli Scolaflici quefte interpetrazioni nell’idioma, in cui da’ loro autori erano fiate fcritte; ma dall’Arabico trafportate in LATINO, o come alcun dice, in Ebreo dall’Arabico, e po. fcia dall’Ebreo in LATINO trafvafate ; può et fere per ciò aflai facilmente avvenuto, che la mente d’ AriflotiJe per lo diritto intendi- mento prefo, fia del. tutto oppofta a quella degli Scolaflici, e cosi la mente degli Scola. Ilici a quella d’Ariflotele. Ora di qui ne fégue, che come vituperandoli, e condannan- doli i modei ni, per avventura nè fi vitupe- rerebbe, .nè fi condannerebbe il Defcartes; ' così per l’oppoflo lodandoli, e difendendoli il Defcartes, può eflère, che nè fi lodino, nè fi difendano i moderni . Similmente fi ccome vituperandoli, e condannandoli gli Sco- la- lattici, è facil cotti, che nè fi vituperi, nè fi condanni Arittotile • cosi potrebbe dare il calo, che vituperandoli, e condannandoli Ariftotele, nè fi vituperaflèro, nè li con- dannaflèro gli Scolatici, eh’ è quanto dire la filolòfia volgare. E* ben vero però, che quell’ ultima . eiTendo colà dilEcilittima, e preffochè imponibile ; perchè non è da cre- dere, eh’ elfi Scolatoci perverlàmente intendendo Arittotile 1’ abbiano migliorato : ma piuttotto piggiorato affai ; cosi il vituperare, e il condannare Arittotile pare, che provi molto quanto al vituperare, e condannare la filolòfia volgare . Ma per 1’ oppofta {ra- gione il lodare, e il difendere Renato Dett cartes non pare, che provi tanto per quello^ che fpetta al lodare, e difendere la filcfofia moderna; Perbene adunque, e acconcia diente difen- dere, e lodare quella filofofia, {ómbra di me* ftieri cercare il fuo verocottitutivo, dalla bon- tà ^.o difetto del quale, la lode, e il bia* fimo ad eflà Umilmente fe ne derivi. Ora quello, che fembra la filofofìa moderna conttituire, e alla volgare degli Scolali ici immediatamente oppofta; renderla, fi è lo lcotimento del giogo Peripatetico, e di qualunque altro particolar filolòfo ; e la pura ricerca della verità. dove, e in qua- lunque luogo ella fi fia . La ichiavitù nel. N * la la quale, feguendo gli Arabi, gente d f ani* ino baffo, e fervile, avevano pollo il loro intelletto gli Scolaftici, per ellere dapper- tutto fparfi, e difufi, s’era ancora dapper^ tutto difufa, e inoltrata, ed avevano cbbligato tutto il mondo a non filofofare con altra mente, che con quella ' d’Ariflotile. Avvegnaché fopra infinite quiflioni di filo- lofi a 7 col là pere* la mente di quello filofo- fo, non fi fappia per anche nulla y tuttavia eglino s* erano immaginati di làper tutto. Nequc erìnn- Philofophum ; ( cóme dice Giovan Francesco PICO (si veda) ) fed Pbìlofopbi* legem pkrique omnès arbitrobantur . Quella però è la cagione, che fi fono veduti fopra tal qui. ftionepiù libri, deflinati ad eliminar la men- te d’ Ariflotile,' che a ricercare la lidia veri, tà della colà . Molti hanno incominciato a riflettere, che quello era un travaglio molto penofò, e che il frutto non -iftance era aliai tenue. Hanno offervato, che per quella via, al più non fi’ poteva venire in cognizione che di quanto fapeva Ariflotile, che vuol dire di pochiflìme cofe, rifpetto a quelle, che s* avrebbono potute fcoprire . Dove 1’altre ar- ti al tempo de* primi ritrovatori • fono Tempre comparlè rozze tempi d’ A ri Rotile >' di Piatone, di Demo- erito, e d’ Ippocrate, molto fi làpeva per squelPctà, allo ’ncontrocol tratto del tempo era venuto anzi perdendo che no, e le fet- enze s* erano piuttolìo abballate, e o Taira te, ^he illuflrate, e innalzateli, com’era di ra- gione - Conchifero adunque, che quello modo di filofofare degli Scolatici èra irragione- vole, e barbaro, e non tendeva ad altro, che a coprire tutto il mondo d’ una miferabile ignoranza, mentre, come avvertì anche Sene» .Qui aitimi fequtiur tiibil inventi, imo ne* que quarti.. Valla Romano fu il pri-, che a’ adpprò a trarre la filofofia del mi. fero fervaggio, in cui li giaceva, inoltrando èllere lecito fentire diverfo da Ariftotile co* duci tre Libri Diale Elie arum difputatwmm, che fcriflfe a ^quello fine . Anche .Giovati Francei- co Pico Mirandolano ne’ tre .ultimi Libri del fuo E* amen vanitati s dottrina gentium, molte colè difputò contra lo lìdio filofofo ; e mol- te altresì ; Lodovico iVives ne* fuoi Libri de cauffts corrupanrm artium, per non dir nulla delTelefio, del Patrizio i e d’altri fomiglian. ti,ii quali pure tennero la ll'eflà via . Dietro le velìigie di coltoro BONAIUTI (si veda) in Italia, e Barcone, in Inghilterra inftituirono Un modo di frlólòfare libero, e del tutto oppolto, all’ antico. Scola Iti co, e gittarono le prime fondamenta di quella ft- r«o n ? • io. lotcfia che fi chiama Moderna/ non perchè fidamente ora Ì fuoi principi fieno /tari po. Iti in ufo; che Tempre, e in tutti i fiecoli gli uomini ragionevoli altra via non hanno mai tenuto ne! tilofcfare; ma perché dopo ? in. fezione orribile, e univerfale degii Scolaftick iqtiali amava n meglio di fcioccheggiare coti Ariftotile, che con altri tàggiameme'iditcop* rere, come alcun diffe j q netti ottimi pria, eipj fono fiati felicemente richiamati, e pa. fti in ufo da moderni . Aperta cosi Ja fi rada da queftì due nobili, e valorófi ingegni . primo de’quali fu il primo ancora, che chia. mo in ajuto della filofofia le Matematiche, e che con profpero avvenimento Je v’ intro- dufie; comparvero ben tofloCartefio, e Gali, do ?r, r £ na . altri ec. celienti filofofì, i quali t a n te ^ e sì diverte ecfe e in cielo *, e in terra difcóprirono, e cosi fatto utile recarono a tutte I» altre arti, e fpecialmente alla Medicina, che ben fece, ro conofcere cogli effetti, quanto infelice, e miterevole fia la condizione di qpefti aridi, f d, g' 1 ™ d* Ariftotifc; e quanta fia la necetfita di battere altra via per ben fìioi babugemus in Italia Galil quotiefeumque ipfi permittitur libere quo* cumque vagari. Verumenimvcro nec argumenta in oppofitum defunty pracipue quantum ad pbilofopbiam. ^Ecce quanam plus minufve . /. Ouod nonHdeo rerum fcìentia aequiritur y fla- tim ac auttpfis innotefeit opimo 5 quacumque aliter fentiendi, aut fcribendi pr aclu fa facuh tate . Ih Qupd fape fapius temporis multum fruflra tranfigitur, germanum vefligando prò* prii auttoris fenfum > fpeciatim in aliquibus con- troverfiis y quas ipfe fubobfcure refolvit. Hinc ea penitus non declinari y qua timentur abfitrda, hoc efl circa opinandi libcrtatem ; Magifler enim nonnibil acutuSy auttorem quem- piam ad proprhtm fenfum jugiter potè fi expo - . i ntn - tot tendo trabere, ita ut in eunlfis fihi patroci. nari videatur. IV. Quod in pbilcfapbicis libe . rum unieuique effe debeat fuopte nutu de re. .rum natura fentire, et quod fcrutanda veri, tati plurimum obefl ita jur are in verba dolio, rum, ut borum auHoritatì, baudquaquam li. eeat refragari.V-, Quod iflopotifftmum loco Divi Atfguftinì norma m fequi cportet, adferen. tis, quantavis auiloritate, ac fanlìitate fulge. fit aliquis aulior, ipfi tamen indubitatum, fir. tnumque affenfum co folum effe prabendum, ? to rationes ejus illum a nobis extorqent . VI. andem Deum onice. effe, cujus auHoritati, nipote maino infallibili, fit tace fidendum. 4 t 1 » i INE. 0 •* • :t \ ; u M s i Delle cofe notabili, contenute nella preferite Lettera, . e -nell’; ; ; Offervazione. M si pone in Dio. 84. gran fbfifta. AriflptplicìJ Vedi Perl pitici . Tjf J AriflotUe rfòvetchia autorità dataglida alcuni 8 . * 1 ?4- condanna Platone, e n*è riprefo. 1 j.fiioi * : ièguaeV eretici . . pròBaMJifti venerato còme idolo. . i59.bia/tmatoda > fanti Padri ..da altri . . fuoi libri condannati . . notato di gravi errori da’ Padri, ed r, altri. 41. 4Z. .,'fu uno de 9 maggiori filo- . lòfi delia Grècia 44. fu chiamato in giu- *5 ^icio . . fuoi principi bugiardi . .; infa- mato da 1 fuoi feguaci lteffi ., 45-46. fe ve- nifle ora al mondo fi difdirebbe. c noniftimò di dover eflère norma univerfà- le . . e 1 origine di tutti gli errori de interpetri. i^.fwacrfcurità. . è li ìóJò tra tanti filofofi,(:he fia ftudiatq, fxid ila V n izio ne deIL*iTOii\c> biajtj ma|? -- immortaJi^delranima.. fua Logica T fofìftica . . lodato affettatamente . flrabocchevolmente biafimato> giudici retti fopra il medefimo . 171. non •%• • C Ano ( Melchior ) ; Tuo elogio •: 38. giu- ì dicio del medefimo intorno a Piatone e jAnilotile Capitone : fct raggiante i, ; Caramuele ( Gio. ) : ilio prelag io intorno al-, la filofofìa Cartefiana. . {, 120 Cartefto ( Renato ): lii che fondamenti pian- « tane il fuo fiftema - .. fiioi principi giu* ili y e buoni. . fuoi fèguaci. «‘ fo*! fuoi protettori converte la Regina di Svezia e altri lupi fentimenti fi conformano v «> n que, de y Padri. n8. chiamato il refu gio de J cartoli- onori fattigli. . calunniato dalle univerfità Protettami . . fuoi nemici - fiioi difenlòri . pone per primo principio il dubitare . 87-fua prote- it azione, $7. a ma d’effère corretto. . per- chè fine meditate una nuova, fflofofìa. lodato dal P. .Merlènni . 118.119. s’uniforma fo’ftntimenti di Platone. 121. fuoi coltami. iiz. giudicio fòpra il medefi. ino del Malebranche . . fua filofofia -difefa dalle migliori univerfità d’Europa. . ù »Ojr . fi dee antiporte a quella d* Ariftolile.. è veramente Criltiana lodata. prefagio del Caramuele intorno al* la medefima- . è tratta dalla Genefi perchè contraddetta da alcuni ha dato motivo a molti di dar in pazzie . ed empietà. 179. fuoi difetti U ha alla Moderna come la fpecie al genere Cartellano, e Moderno non è lo fteflq. P. C a fati: abbraccia la fìlolòfia Moderna. Caffi ni: fila oflervazione . ili Celfo: contrario a J a bolero. CeJ alpini ( Andrea ) .* fua. (coperta. Charlet : amico del Cartello Cbiefa: fua dottrina è la vera fìlolòfia . è interpetre degli arcani Divini . 163. Ve- di Teologia . P. Cbirchero ( Atanafio ): proccura 1’ amici- zia del Cartello Clemente ( AlefTandrino ): non iftimò, che i Greci fi giuftificafièro per mezzo della fìlo- lòfia. Cicerone ( M. Tullio ) .* divinizzato dal Nizo- Ito. Cielo : (ita grandezza, materia, e moti ignoti. • '>'••• ' Cipriano Martire: fao errore . P.Ciermans : loda il Cartello. Concilio Latermefe V. : filo luogo alla Seflìone Tie 8. fplegato . D Daniel ( Niccola ) : impugna Cartebracciata fua opinione intorno alla i . P- Detei: Cartellano . Defcartes . Vedi Carte fio. Digiuno : fin quanto abbia durato nella Chie- *'• là il pranlò dopo Nona. p. Di net ( Giacomo )ì amico del Cartello . > Dio: è la prima verità. Difpute : la verità fogge da eflè . 5. fono un tormento degl’ingegni . 6 . hanno diftrut. * to la filolofìa . altro lor pelfi- mo effètto. 137. Vedi Filofofi i Perìpate. E Berardo Gio. difende il Cartello.Epicuro : plagiario. - commendato da’ Padri. fua filofofìa abbracciata. anche da’ Padri meri. •• tò della medesima . . illultrata dal tiri) Sette. E Gal' v ; G^irenaiv T " - ; ' ° Erbe : non fi fa la loro virtù Ereboore : ( Adriano ) : Cartellano. 7 O Euclide: fuo detto ’ ; \ r \ * : f ’ Eunomiam: giurano 4 filile parole d’Ariftotile. .,Etintìniicr: compagno d’ Aezio nell’erefia . ^ fi vanta di conofcer Dio r . : è riprefo da’ Bafilio.'’" : i ! ', * Eurìpo : fuoi vortici non fi fa donde derivi- ' •1 no*. «, • .op * u:- t \ r r *jLvì r r f r *• » /i # ' »IA «4 • al *,1 *l*v* • 1 I • # Fabbri i abbraccia la fìlofofia Moderna. p. Farvagtie : difertfore del Cartefio. • 5^ Fede : 'richiede fommiffiorie. 34. Vedi Chic. *'/», ‘ : v>- ! v . Ecmrib( S. Vincenzo ) : introduttore dell In. '• cfuifizione Fìlopono X Giovanni ) .* eretico .Filosofare : è permeilo à tutti . -ir. liberta di •' éffo .. die fine deb- : bà avere.' • ^ ^ Filofofi'r contrari a fe medefimi .' 74. ton- ’ dano i principi del fi lofofare foli’ igno. •' -L 'i. a_ . 1 14 fri- • I • t “ «•. ?» tii.t 22.'fonó amanti delle favole . • i-! o *J°» 1 ZIO dicono le maggiori pazzie. *3 1. fé. ne - può trar bene, e male per la religione, 19^ non poflòno eflère biafimati di queftó • non bilbgna fperare, che parlino da Cristìiani biasimo 1 e lode quando abbia, luogo lopra euì. ' Filofopa: commendata’ da’ Gentili ) $ da^Pa- dii. 8. 9. io. 11. ip. non è fapienza..rV7^ : non è altro che opi nazione non . ve n'ha al mondo. divife in mille fette .. fua incertezza . . non abborrifce Je novità . fogget- ta a nuove (coperte. . ancella della Teologia. . è (tata ritrovata per efercitazion dell’ ingegno Jia avuto t. origine dajle fàvole de’ Poeti . non è . contraria a tutte le. favole. 131.nan.haan. cor trovato la verità. .,-y '^64 Filofofia Antica : fua / debolezza . j Hj-è up • giuoco fanciulldco Vedi Àrtjlotùc ~ y . 'Peripatetici t Scelffiiai • Fihfofià, ' Moderna : malamente n; ’4 • v - ." j; - :l ;;;;i 51 Gtfitttr:' hanno partkolar irtftituto di feguita* c re Ariftotile. 65. molti hanno abbracciato la fìlofofìa Moderna*. Gianfenifla : titolo proibito in Francia. 93 G indie io : norma .da tenerli nel. dar gfridició. .cr . noti bifògna dar negli cftremi Giureconsulti : non fono così pertinaci, come v : i iPcripa tctìdl*;! f: >\ fi j . vui !;; . Giuflino ( Martire ) : convertito per mezzo -ideila fìlofofìa Platonica i \ :U iV *7 f. Grandamy : amico del Cartello . 68 O 2 Grandini: non fi fa cóme s’ingenerino. 8r S, 'Gregorio ( Nifleno ) fuo elogio. 53. Epi- _ laureo. . .. 53- 54 P. Grimaldi : abbraccia la filofofia Moderna. • L ^' t \ * ;, M • -\ • «•..*# t 4 ( / 1 »» M « ^ 1 f » V • * ' i »»•' #..*•> « y i » • f . r II Gnoranz* ì et uo panegirico. 1 -- : % V« % ’ Incendy: ne* monti, non fi fa come fi i-ì facciano. . • :,. ' \ r . »... » ir f-.' % » “ 1 . «ili i • » r - • r » M ' • « 1 » t : i Lampi : non n fa come s’ ingenerino. . ci. ; P. Lupi : fi fa Cartellano. 56. perchè. 57, ? . S . • Stoici : negano 1’opinarionì lofpetti ap- po i Romani. T Affitti - f Alefiàndro ^ : fuO prefagio in- torno ad Ariftotilc verificato a Temiflio: eretico. ’ *9 Teologi: loro> difetti- • • 1 ^ - * ° Teologia : le novità in eflà fimo pericolofe . 98 ammeflè dagli Scolali ici. . è regina delle fcienze. 127. non ha che fare colla fi-, lofofia.127. 128. ha ritrovato la verità. 165 Icolallica non fi dee riprovareperchè fa ufo . • d* Arittotile Terremoti : non fi là come fi facciano Terra : ignoto fu qual baie fi libri, e quanto Ila grande. "8* Tejt pubbliche : loro abufo al tempo del V. Concilio Lateranelè . Ticcùne: file {coperte: • Aquino: come, e a che fine iludiafle Ariftotile . 46. fuo lamento . » • •,, - ' • - iZlO Tmricdli : .dio ritrovamento . . ' jio De Turne ( Simon ) : perchè acculato d* ere- fia., ... 22 f • f V ' “ f*** j »' i I V ' Alla ( Lorenzo .) r Tuo penfiero appro- vato dalNizolio. 144. Fu il primo a li. re: nega Topinazioni. 83. fua fetta fofpetta appo i Romani. Giuseppe Valletta. Valletta Keywords: storia della filosofia classica, Cicerone, Bruto, Cassio, L’Orto, Il Portico, Accademia, Lizio, Filosofi italiani, Pico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valletta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valletta.

 

Luigi Speranza -- Grice e Valore: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inventario del mondo – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords. Pegasus is Pegasus. H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of being. The ‘is’ of identity is reducible to the ‘is’ of ‘exists’ and ultimately to the ‘is’ of the copulative predication. Pegasus = Pegasus iff Pegasus exists. Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential Italian philosopher. Grice: “Having philosophsided on what Italians call ‘valore,’ I admire Valore!” Si occupa di metafisica, di ontologia generale e delle implicazioni ontologiche delle teorie formali. Si interessa anche dei progetti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie. Si laurea in filosofia a Milano, vi ha conseguito il dottorato di ricerca con uno studio su riferimento, rappresentazione e realta. Ricerca a Milano, dove insegna storia della filosofia. La sua prima produzione è stata dedicata principalmente a studi sulla filosofia dell'Ottocento e del Novecento e alla riabilitazione di una prospettiva trascendentalista soprattutto in metafisica. Partecipa al gruppo fondatore della rivista Problemata. Quaderni di Filosofia, di cui è stato caporedattore. Quando la Facoltà di ingegneria industriale del poli-tecnico di Milano gli ha affidato un corso di "Verità e teoria della corrispondenza", la sua ricerca si è spostata su tematiche sempre più teoriche, collegate alla filosofia analitica, alla metafisica e all'ontologia analitica. Organizza e cura il progetto. Diviene quindi professore aggregato di storia della metafisica a Milano, di filosofia teoretica al poli-tecnico con corsi dedicati all'ontologia formale e di filosofia degl’oggetti sociali (ontologia sociale) a Milano. Fonda In Koj. Interlingvistikaj Kajeroj, rivista di studio e discussione accademica sulle tematiche dei linguaggi artificiali. È stato membro del gruppo di ricerca European collaborative research finanziato dall'European science foundation e è il responsabile del progetto  per il programma Euro Scholars USA European Under-graduates Research Opportunities. Lavora su un suo progetto di ricerca di ontologia formale per il quale ha vinto una sponsorizzazione Fulbright nella categoria Fulbright Visiting Scholar. Collabora con la Rivista di storia della filosofia, è nel comitato scientifico delle riviste Materiali di estetica, Rivista Italiana di Filosofia Analitica Junior e Multi-linguismo e società ed è direttore delle collane di filosofia Biblioteca di Problemata (editore LED di Milano) e Ratio. Studi e testi di filosofia contemporanea (editore Polimetrica di Monza). Saggi: “Trascendentale e idea di ragione. Studio sulla fenomenologia di BANFI” (Firenze, Nuova Italia); “Rappresentazione, riferimento e realtà” (Torino, Thélème); “L'inventario del mondo. Guida allo studio dell'ontologia” (Torino, Pomba); “La sentenza di Isacco: come dire la verità senza essere realisti” (Milano-Udine, Mimesis); Curatele BANFI, Platone. Lezioni,  (Valore), Milano, Unicopli, Forma dat esse rei. Studi su razionalità e ontologia, Milano, Led, Paolo Va Ars experientiam recte intelligendi. Saggi filosofici, Monza, Polimetrica, Da un punto di vista logico. Saggi logico-filosofici (Milano, Cortina); Materiali per lo studio dei linguaggi artificiali (Milano, Cuem); “Questioni di metafisica” (Milano, Il Castoro); Quine (Milano, Angeli). Monaco di iera, Grin Verlag,. Pubblicato anche come “Inter-linguistica e filosofia dei linguaggi artificiali”, come numero monografico per la prima uscita del giornale accademico multilingue InKoj. Interlingvistikaj Kajeroj. Pisa, E di studio, Dispense universitarie La categoria di sostanza in Aristotele, Milano, Cuem, Introduzione al dibattito sulla distinzione tra analitico e sintetico (Milano. Cuem); Questioni di ontologia (Milano, Cusl); La struttura logico-analitica dell'ontologia di HERBART (Milano, Cusl); Laboratorio di ontologia analitica (Milano, Cusl); Verità e teoria della corrispondenza (Milano, Cusl); Philosophy of Social Objects (Milano, Bocconi); Bibliografie ragionate Ontologia, Milano, Unicopli, Verità, Milano, Unicopli, Saggi e articoli Acme,  "Idealizzazione della verità e coerentismo. Due perplessità sul realismo della 'seconda ingenuità'", in Iride. Filosofia e discussione pubblica, "La 'posizione' esistenziale e il giudizio ipotetico nell'ontologia di HERBART: il caso degl’oggetti inesistenti", in POGGI, Natura umana e individualità psichica. Scienza, filosofia e religione in Italia (Milano, Unicopli); “Sull'idea di una logica trascendentale", in Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica, "Alcune note sull'attualità dell'ontologia nella filosofia contemporanea più recente", in  V., Forma dat esse rei..., "L'interpretazione semantica del trascendentale e l'ontologia del mondo reale in PRETI", in V., Forma dat esse rei...,  "Il mestiere antico e nuovo del filosofo", in la Repubblica, (Milano).  "Fisica e geometria come modelli di lavoro per l'ontologia. Un'interpretazione del metodo delle relazioni”, Dall'epistolario di PRETI a BANFI", Ad BANFI cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, "Due tipi di parsimonia. Alcune considerazioni sul costruttivismo e il nominalismo ontologico", in La filosofia e i linguaggi, Macerata, Quodlibet. "Cosa c'è che non va nell'idea di una lingua cosmica. Il caso del LINCOS di Freudenthal", in Multilingusimo e Società,  "Nothing is part of everything", in Giornale di filosofia, Ontologie, Milano, Volume recensito da Utri sulla rivista Iride. Filosofia e discussione pubblica, Secretum on line. Scienze, saperi, forme di cultura,  e da Marazzi sulla Rivista di filosofia neoscolastica, Volume recensito da Gesner sulla rivista Belfagor. Rassegna di varia umanità, Volume recensito da Bianchetti, Chora. Laboratorio di attualità, scrittura e cultura filosofica,  Volume recensito da Giardino sulla Rivista di filosofia, nell'articolo "Tra i cavalli alati e la realtà" – cf. H. P. Grice, “Pegasus is Pegasus” Nomi vacui, su Il manifesto, Armezzani su SWIF Volume recensito da Corsetti su “L'esperanto. Revuo de itala esperanto-federacio”, recensito da sulla rivista web Secretum. Scienze, saperi, forme di cultura Si tratta di un Book accessibile con password. Si tratta di una replica critica all'articolo di Valduga "Filosofi all'anagrafe", pubblicato su la Repubblica, sezione Milano. Profilo accademico su immagini della mente. Elenco completo delle pubblicazioni sul sito universitario academia.edu. Paolo Valore. Valore. Keywords: Pegasus is Pegasus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Valore” – per il H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Valore.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanghetti: implicature di Deutero-Esperanto – la scuola di Greve in Chianti – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Greve in Chianti). Abstract. Keywords: Deutero-Esperanto. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Greve in Chianti, Firenze, Toscana. I progetti e l'influsso del Latino sine flexione di PEANO (si veda), interessante. Nonostante la fama inferiore rispetto ad altre LAI, è innegabile che, in seguito alla pubblicazione dei lavori di PEANO (si veda), si assisté a una proliferazione dei progetti di inter-lingua di base latina, ispirati proprio a quella del matematico piemontese. I numerosi tentativi sono testimoni del fatto che molti esponenti della comunità dei filosofi italiani condivide il pensiero che la lingua latina, opportunamente modificata, puo divenire il  mezzo perfetto per la comunicazione. Per i primi tentativi d’emulazione si devono aspettare a quando il filosofo italiano Vanghetti, esperto di lingue moderne e internazionali, pubblica le sue proposte di carattere esperantido, il Latin-Ido e il Latin-Esperanto. Con il termine “Esperantido” si intendono quelle lingue inventate ad uso internazionale che presentano un certo numero di caratteri tipici dell'Esperanto – cf. H. P. Grice, “Deutero-Esperanto in One Easy Lesson” -- entrambe si configurano come commistione delle idee di PEANO (si veda) e di altri sistemi, presentando un vocabolario di base ispirato al Latino sine flexione accostato rispettivamente alla struttura grammaticale dell'IDO (cf. Grice, Studies in the Way of IDO” --  e dell'Esperanto. A Empoli, mentre è membro della commissione, nominata dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, che dove occuparsi della promozione dell'uso e dello studio delle lingue internazionali, commissione di cui fa parte anche lo stesso PEANO (si veda) - pubblica nella rivista “Riforma” anche un saggio intitolato «Questione de lingua auxiliario internationale in Italia» a riprova del suo particolare interesse per la materia. Giuliano Vanghetti  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia  Strumenti  Giuliano Vanghetti Giuliano Vanghetti (Greve in Chianti, – Empoli) è stato un medico ortopedico italiano, famoso per aver condotto innovative sperimentazioni di protesi per arti amputati, in particolare quelli superiori. Di un certo rilievo fu anche il suo interesse alla linguistica: conoscitore di molte lingue, si occupò della promozione degli studi sulle lingue ausiliarie internazionali: l'interlingua e il latino sine flexione di Giuseppe Peano.  Biografia Giovinezza Dopo i primi studi a Greve in Chianti, dove il padre Dario si era trasferito da Empoli per svolgere l'incarico di pretore, conseguì la maturità a Siena e si iscrisse poi all'Università di Bologna. Qui frequentò ben tre facoltà - fisica, matematica e medicina - prima di optare per quest'ultima, in cui si laureò con un modesto 80/110 nel 1890. Iniziò la professione come assistente alla Clinica Dermosifilopatica di Parma ma, quando il padre si ritirò in pensione, rientrò con lui a Empoli accettando supplenze come medico condotto nei paesi circostanti.  L'esigenza di mantenere la famiglia che si era intanto formato (la moglie e i due figli Dario e Flora) e il desiderio di viaggiare e "conoscere il mondo", evadendo in qualche modo dalla dimessa routine della sua vita, lo spinsero allora a imbarcarsi come medico di bordo su navi in genere di emigranti italiani. Compì in quegli anni numerose e lunghe traversate soprattutto alla volta di Australia, Stati Uniti, Argentina e Brasile, imparando così l'inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e interessandosi anche ai primi studi sull'interlingua.[1]  Protesi "cinematiche" Come un po' tutti gli italiani, anche Vanghetti si crucciò alla notizia della disfatta di Adua (1º marzo 1896), ma rimase pure angosciato nell'apprendere della doppia mutilazione (mano destra e piede sinistro) inflitta a un migliaio di àscari fatti prigionieri dagli abissini, ai quali poi il governo italiano aveva fornito degli inerti "pezzi di legno" in sostituzione degli arti mancanti. Riflettendo sul come dare "movimento" a tali protesi, in particolare a quelle della mano, il "dottorino" toscano giunse alla semplice e geniale conclusione che esse dovevano essere collegate proprio a quei muscoli e tendini che erano stati recisi dall'amputazione: era il principio delle protesi "cinematiche" (talora definita anche "cineplastica").  Lasciate quindi navi e piroscafi, rientrò a Empoli per rintanarsi nella casa paterna in frazione Villanova, suddividendo il proprio tempo fra il pollaio e il laboratorio da lui improvvisato accanto allo studio del primo piano, in cui sperimentò le sue teorie testandole su delle galline alle quali aveva amputato una zampa e applicato delle protesi "mobili" in legno. Vanghetti e la sua domestica, promossa assistente, le visitavano ogni giorno con la soddisfazione di vederle tornare a camminare dopo qualche mese. Nell'aprile 1898 pubblicò a sue spese Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, breve memoria illustrativa del suo metodo che tuttavia non ebbe alcuna eco nel mondo medico e scientifico.  Nel 1900 riuscì a compiere il passaggio decisivo dalla teoria e dalla sperimentazione sugli animali alla pratica chirurgica sull'uomo presentando direttamente le sue idee al professor Antonio Ceci, direttore della Clinica chirurgica di Pisa, che le applicò in un intervento di amputazione all'avambraccio destro utilizzando una protesi realizzata dal rinomato ortopedico pisano Giuseppe Redini. L'operazione e il paziente furono presentati nel 1905 a Pisa, al XVIII Congresso italiano di chirurgia, suscitando i primi timidi interessi per la "cinematizzazione" dei monconi d'amputazione (oltre allo stesso Ceci, i chirurghi Roberto Alessandri di Roma, Riccardo Galeazzi di Milano e pochi altri). Dal canto suo, Vanghetti cercò di dare forma organica alle proprie concezioni in varie pubblicazioni, soprattutto nel saggio Plastica e protesi cinematiche, che ottenne un premio d'incoraggiamento dall'Accademia Nazionale dei Lincei.  Solo dieci anni dopo, con lo scoppio della prima guerra mondiale, tornarono di tragica attualità il problema della funzionalità delle protesi e quello connesso della reintegrazione sociale dei mutilati. Augusto Pellegrini, primario di chirurgia all'ospedale Melino Mellini di Chiari, prese allora Vanghetti con sé e, con il grado di maggiore della Croce Rossa, lo incaricò di organizzare e dirigervi un Centro per mutilati. Del resto, le necessità belliche incrementarono rapidamente e in tutta Europa i progressi della tecnologia e dell'efficacia protesica e molti chirurghi tradussero in pratica i principi di Vanghetti pur senza riconoscergliene pubblicamente la paternità (non così il celebre Ernst Ferdinand Sauerbruch, che attribuì al medico empolese la primogenitura dell'idea). Allo stesso modo, anche i dispositivi ortopedici da lui elaborati vennero utilizzati e brevettati da altri per produrre protesi funzionali; è il caso ad esempio della "mano Marelli", di fabbricazione italiana, in cui, in base ai principi di Vanghetti, due tiranti consentivano i piegamenti delle dita e la chiusura del pollice sul palmo.[8]  I riconoscimenti e gli ultimi anni Alla fine arrivarono anche i riconoscimenti, seppur pochi e tardivi: dall'Accademia Nazionale dei Lincei, come detto, dall'Accademia di Medicina di Torino con l'assegnazione del premio Alessandro Riberi, e dalla Croce Rossa Italiana, che gli conferì un diploma di benemerenza e la medaglia d'oro. La Società Ortopedica Italiana lo accolse come socio onorario in occasione del congresso nazionale, tenutosi a Milano sotto la direzione di Riccardo Galeazzi e con tema "Sull'amputazione cinematica. Patologia e cura dei monconi d'amputazione". Nello stesso anno gli giunse particolarmente gradito l'invito a visitare l'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, dove il chirurgo Codivilla era passato dall'iniziale diffidenza a un convinto sostegno per le protesi cinematiche, così come il suo successore, Putti.  Dopo la parentesi bellica, comunque, V. torna a isolarsi nella campagna empolese occupandosi da un lato del figlio Dario, immobilizzato da una grave malattia, e dall'altro di disegnare e costruire nuovi apparecchi meccanici (fra cui un corsetto correttivo della scoliosi). Usciva di casa raramente, in genere il giovedì per recarsi in città al mercato e poi dal farmacista, dal meccanico e dal falegname: per l'abbigliamento un po' trasandato e per queste sue abitudini poco socievoli, che gli facevano preferire i polli agli uomini, passava per un eccentrico, uno strambo, un "matto" inoffensivo.  Dopo la morte fu sepolto nella cappella di fronte alla sua vecchia casa, sul cui portone d'ingresso il municipio di Empoli fece affiggere nel 1942, nel secondo anniversario della sua scomparsa, una lapide: «In questa casa degli avi suoi, schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d'ogni cultura, Giuliano Vanghetti, riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore geniale della vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l'Italia e il mondo hanno meritamente iscritto nell'albo dei grandi benefattori dell'umanità».  Successivamente, l'officina-laboratorio-studio di Vanghetti è stata ricostruita in due ampi locali nel sottotetto della Biblioteca Comunale "Renato Fucini" di Empoli. Contiene tutti oggetti originali dell'epoca, donati nel 1990 dalla figlia Flora, come attrezzi, libri, calendari e protesi funzionanti. Greve in Chianti, suo paese natale, ha intitolato a Giuliano Vanghetti un viale.  Empoli, sua città avita e di adozione, gli ha dedicato una via, prossima al centro e, una delle scuole secondarie di I grado, in Via Liguria. Sulla rivista scientifica Neurology è apparso un articolo che presenta Vanghetti come il pioniere della neuroprotesica.[11] La copertina dello stesso numero è a lui dedicata. Se ne occuperà soprattutto negli anni precedenti e in quelli successivi alla prima guerra mondiale, entrando anche a far parte del consiglio direttivo dell'Academia pro Interlingua di Giuseppe Peano, votata alla promozione delle lingue ausiliarie internazionali e, in particolare, del latino sine flexione di Peano. ^ cineplastica, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ cinematizzazione, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vanghetti, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ «L'animale più indicato per questi studi sarebbe la scimmia, ma il prezzo d'essa, l'indisciplina e l'ingombro sono tali da renderlo impossibile ad esperimentatori di mezzi limitatissimi. I polli, dal pulcino al tacchino, sono gli animali che meglio si prestano per la loro docilità, per il prezzo svariato e per avere i tendini del tarso facilmente accessibili all'operatore.» Riportato da Nunzio Spina, Porro e Lorusso, Pellegrini. Contributions to surgery and prosthetic orthopaedics", in Journal of Medical Biography, Journal of the American Medical Association. Tuttavia, secondo Antonio Conti e Donatella Lippi, "La formazione sanitaria ad Empoli da Vincenzio Chiarugi ad oggi", in Ciampolini (a cura di), L'innovazione per lo sviluppo locale. L'università per il territorio (atti del convegno di studi, Empoli), Firenze, Firenze , «Il chirurgo tedesco Sauerbruch, dopo aver letto gli scritti di Vanghetti, se ne impossessò, iniziando ad applicare a tappeto la sua cura. Forte della sua fama e delle evidenze raccolte da V., rivendicò a sé la paternità di queste scoperte.» ^ Francesco Mattogno, Loredana Chiapparelli, Roberto Pellegrini e Marco Borzi, Manuale dispositivi ortopedici e classificazione ISO, ITOP - Officine Ortopediche, consultabile Archiviato  Internet Archive.). ^ Sul cosiddetto "Museo Vanghetti" si possono vedere: Maria Stella Rasetti, "Il Museo Vanghetti nella biblioteca cittadina di Empoli", in La Restitutio ad Integrum. Da Giuliano Vanghetti al Corso di laurea in fisioterapia, seminario di studi, Empoli (consultabile on line Archiviato in Internet Archive.); Ilenia Castaldi, "Il genio sperimentale del 'dottor' Giuliano Vanghetti", sul quotidiano on line gonews Archiviato Internet Archive. il sito della scuola Archiviato il 18 giugno 2012 in Internet Archive. Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, vCover Neurology, su neurology.org. Bibliografia Giuliano Vanghetti, Amputazioni, Disarticolazioni e Protesi, stampato in proprio, V., Plastica e protesi cinematiche. Nuova teoria sulle amputazioni e sulla protesi, Empoli, Traversari, Franceschini, La ricostruzione delle membra mutilate, Milano, Sonzogno, Pellegrini, "Come Vanghetti preconizzava le trazioni sullo scheletro mediante filo", in La chirurgia degli organi in movimento, Pellegrini, "Traitement des fractures des membres par l'archet de forgeron et les tractions sur le squelette par fil métallique selon la méthode de Vanghetti", in Bulletins et mémoires de la Société nationale de chirurgie,Maccaroni, "Vanghetti", in La riforma medica. Città di Empoli, Le onoranze a Vanghetti nel X anniversario della morte, Firenze, Noccioli, Landi, Mario Mannini e Pier Luigi Niccolai (a cura di), V.. Mostra documentaria, Empoli, Comune, 1990. Francesca Vannozzi, "I 'ferri del mestiere' di Vanghetti: possibilità di una indagine storica", in Giuliano Vanghetti: nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati (atti del convegno di studio, Empoli), Empoli. Antonia Francesca Franchini, "Empoli per Giuliano Vanghetti: l'importante convegno di studio sulla nascita, sviluppi e tendenze della chirurgia protesica dei mutilati", in Oris medicina, Spina, "Giuliano Vanghetti e le mutilazioni degli ascari: quando compassione e sensibilità scatenarono l'ingegno", in GIOT Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia Tropea, Alberto Mazzoni, Silvestro Micera, Massimo Corbo, Giuliano Vanghetti and the innovation of “cineplastic operations”, in Neurology, Vanghétti, Giuliano, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Portale Biografie   Portale Linguistica   Portale Medicina Categorie: Medici italiani Medici Medici Italiani Italiani Nati a Greve in Chianti Morti a Empoli [altre] Il Latino sine flexione di PEANO (si veda) ed altri, cioè l'Inter-Latino, o latino  internazionale, è già in uso vantaggiosamente in altre discipline, anche  in forma ufficiale (v. per es. le circolari dell'osservatorio di Cracovia).  Il soggetto è trattato in modo conciso, ma completo, dallo stesso O.  sulla Riforma Medica, in latino internazionale perfettamente  intelligibile a prima lettura da ogni persona colta di qualunque paese  anche se conosce bene solo l'inglese od una lingua neo-latina  più specialmente ad un medico, ed a chi ha studiato il latino. Lo scrivere in latino internazionale costa poca fatica, senza necessità  di studiare una grammatica e senza possibilità d’errori. Del resto esi stono già dizionari appositi (BASSO (si veda), PEANO (si veda), CANESI (si veda), Pinth) che lascian  solo da applicare s al plurale o poco più.  L'Esperanto richiede studio di grammatica e di vocabolario. Questo  ultimo è in via di esser LATINIZZATO per più facile comprensione. Ma la  grammatica, per quanto ridotta rispetto alle lingue naturali, è sempre un  po'complicata rispetto all'inter-latino che non ne ha affatto per il lettore,  e quasi nessuna per lo scrittore, e ad ogni modo non è obbligatoria. Anche astrazion fatta da ragioni politiche *contro* l'esperanto, non  è ammissibile l'obbligatorietà dello studio di esso nelle pubbliche scuole, come neppure quello di alcun altra delle lingue artificiali, nessuna delle quali è ancora perfettissima. La Società delle Nazioni, respinse alla quasi unanimità detta pretesa; e pur rimandando la questione generale  allo studio dell’Intesa Intellettuale, mostra propensione alla base inter-latina. Intanto, oltre che a scopo di corrispondenza scientifica praticamente già constatata facile e vantaggiosa, è nell'interesse della scienza italiana della sua lingua spesso ignorata e spogliata per scarsa diffusione  anche in quanto riguarda l'ortopedia, che gl’articoli  originali dei nostri periodici scientifici portassero un sommario in latino  internazionale. La società internazionale per lo studio del problema è attualmente in Italia, e presieduta da PEANO, via Barbaroux, Torino, insegnante di calcolo in quella R. U. Giuliano Vanghetti. Vanghetti. Keywords: Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vanghetti,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vanini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la scuola di Taurisano – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Taurisano). Abatract. Keywords: Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taurisano, Lecce, Puglia. Essential Italian philosopher. “If you speak Italian, you should never confuse Vanini with Vannini” -- Grice. Fra i primi esponenti di rilievo del libertinismo erudito. Nasce al casale di Terra d'Otranto, nella famiglia che il padre, uomo d'affari originario di Tresana in Toscana, costitusce sposando una Lopez de Noguera, appartenente a una famiglia appaltatrice delle regie dogane della Terra di Bari, della Terra d'Otranto, della Capitanata e della Basilicata. Anche un successivo documento scoperto nell'srchivio segreto vaticano, lo qualifica pugliese, confermando il luogo di nascita ch'egli si attribuisce nelle sue opere. Nel censimento ufficiale della popolazione del casale di Taurisano figurano solo i nomi di Giovan Battista Vanini, del figlio legittimo Alessandro, e del figlio naturale Giovan Francesco. Nessun cenno della moglie e dell'altro figlio legittimo Giulio Cesare. Si ha motivo di ritenere che il padre sia ri-entrato a Napoli. Sistemata ogni pendenza economica, entra nell'ordine carmelitano assume il nome di Gabriele e si trasfere a Padova per intraprendere gli studi. Giunge nelle terre della repubblica di Venezia quando le polemiche provocate due anni prima dall'interdetto di Paolo V sono ancora vivacissime. Durante il soggiorno padovano entra in contatto con il gruppo capeggiato da SARPI che, con l'appoggio dell'ambasciata inglese a Venezia, alimenta la polemica anti-papale. Consegue a Napoli il titolo di dottore in utroque iure, superando l'esame che gli consente di esercitare la professione di dottore nella legge civile e canonica. Come verrà descritto in documenti posteriori, assimila una grande cultura. Parla assai bene il latino e con una grande facilità, è alto di taglia e un po' magro, ha i capelli castani, il naso aquilino, gl’occhi vivi e fisionomia gradevole ed ingegnosa. Divenuto maggiorenne, si fa riconoscere da un tribunale della capitale erede di Giovan Battista. Con una serie di rogiti e procure notarili redatte a Napoli, inizia a sistemare ogni pendenza economica conseguente alla morte del padre. Vende una casa di sua proprietà sita in Ugento, a pochi chilometri dal suo paese d'origine. Dà mandato a uno zio di assolvere incarichi dello stesso tipo, incarica l'amico Scarciglia di recuperagli una somma e gli vende alcuni beni rimasti a Taurisano e tenuti in custodia dai due fratelli. Partecipa alle prediche quaresimali, attirandosi i sospetti delle autorità religiose. In conseguenza dei suoi atteggiamenti anti-papali, e allontanato dal convento di Padova e rinviato, in attesa di ulteriori sanzioni disciplinari, al provinciale di Terra di Lavoro con sentenza del generale dell'Ordine carmelitano, SILVIO, ma fugge in Inghilterra, insieme con il confratello genovese GENOCCHI. Nel viaggio, toccano Bologna, Milano, i grigioni svizzeri e discendono il corso del Reno sino alla costa del mare del nord, attraversando la Germania, i paesi bassi, il canale della Manica e giungendo infine a Londra e a Lambeth -- sede arcivescovile del Primato d'Inghilterra. Qui i due frati rimarranno per quasi II anni, nascondendo la loro reale identità perfino ai loro ospiti inglesi, poiché è provato che lo stesso arcivescovo di Canterbury, ABBOT, li conosceva sotto un nome diverso da quello reale. Nella chiesa londinese detta dei MERCIAI o degl’italiani, alla presenza di un folto auditorio e di Bacone, V. e il suo compagno fanno una pubblica sconfessione della loro fede cattolica, abbracciando la religione anglicana. In realtà i due frati non hanno tagliato i ponti con i loro ambienti di provenienza: infatti nel GENOCCHI viene raggiunto da una lettera molto amichevole di un amico e confratello genovese, SPINOLA. A loro volta, le autorità cattoliche vengono subito informate di questo caso. -- è il nunzio a Parigi ad avvertire la segreteria di stato vaticana che due frati veneziani non meglio identificati sono fuggiti in Inghilterra e si sono fatti ugonotti, che un vescovo italiano sta per seguirli e che lo stesso SARPI, morto il doge e privato della sua protezione, per non cadere in mano dei suoi nemici, è sul punto di fuggire in Palatinato tra i protestanti. Analoga notizia, arricchita di altri particolari, viene inoltrata dal nunzio in Fiandra al cardinale BORGHESE a Roma, che risponde mostrandosi già al corrente dei fatti e dell'esatta identità dei due frati. Sa che la fuga di V., di GENNOCHI, di SARPI, e di un non ancora identificato vescovo italiano potrebbe portare alla ricostituzione in terra protestante del gruppo di opposizione al papato già operante nella repubblica veneta al tempo dell'interdetto. Il nunzio UBALDINI da Parigi continua a inviare a Roma dettagli sulla condotta dei due frati rifugiati in Inghilterra, sulle loro predicazioni, su come sono stati accolti a corte e dalle autorità religiose, su come si continui a parlare dell'arrivo del vescovo italiano. La segreteria di stato vaticana esorta il nunzio in Francia ad attivare i suoi confidenti in Inghilterra al fine di scoprire l'identità del vescovo intenzionato a rifugiarvisi. Il cardinale UBALDINI da Parigi assicura alla segreteria di stato tutto il suo impegno in merito all'argomento dei due frati. Nello stesso dispaccio afferma che non mancherà di informare di ogni dettaglio anche il cardinale ARROGONI, che gli ha scritto in merito per conto del papa e della congregazione del sant’uffizio. Evidentemente a quella data la condotta veneziana e la successiva fuga dei due frati era già diventata argomento di discussione dell'inquisizione romana. Un'altra lettera del cardinale BORGHESE invita il nunzio in Francia ad essere vigile sulla faccenda della fuga del vescovo in Inghilterra e, nel caso egli passi per il suolo francese, a far di tutto per «farlo ritenere», come suggerisce il Papa e «come sarebbe molto a proposito». In dicembre il Nunzio UBALDINI invia da Parigi al cardinale BORGHESE notizie dettagliate e di tenore molto diverso rispetto alle precedenti sui due frati, attestando la buona reputazione di cui essi godono in Inghilterra e la fiducia che possano presto essere recuperati alla chiesa di Roma. Questa lettera viene poi trasmessa al tribunale dell'inquisizione romana che nei primi giorni del gennaio successivo inizia di fatto a istruire il processo contro V.. Nei mesi successivi si hanno varie notizie di un gran traffico di suppliche e lettere dei due frati a Roma, specialmente tramite l'ambasciatore spagnolo a Londra, per ottenere il perdono del papa e il ri-entro nel cattolicesimo. Le autorità religiose inglesi ne vengono segretamente informate e dispongono un'attenta sorveglianza nei confronti dei due frati.  Tra la fine dele l'inizio del V. si reca in visita a Cambridge e poi ad OXFORD (cf. H. P. GRICE). A OXFORD, V. confida ad alcuni conoscenti la sua ormai imminente fuga dall'Inghilterra, cosicché in gennaio i due frati vengono arrestati dalla guardie dell'arcivescovo dopo una funzione religiosa nella chiesa degli Italiani e rinchiusi in case di alcuni servi dell'arcivescovo. Scoppia un grande scandalo e dell'episodio vengono informati il re e le massime autorità dello stato, in quanto nelle operazioni di recupero appaiono chiaramente coinvolti agenti di nazioni straniere accreditati nelle ambasciate a Londra. Altissime personalità cattoliche da Roma seguono la vicenda e la favoriscono con grande calore.  GENOCCHI, eludendo la sorveglianza e con l'aiuto di agenti stranieri, fugge dalla prigione e dall'Inghilterra. In conseguenza di ciò, viene trasferito in luogo più sicuro e rinchiuso nella carzel publica, ovvero nella gate-house adiacente all'abbazia di Westminster. Dilaga lo scandalo. Volano le accuse di leggerezza nei confronti dei fautori della fuga dei due frati dall'Italia, mentre cominciano a circolare apertamente i nomi del cappellano dell'ambasciatore veneto a Londra, MORAVO, e dell'ambasciatore spagnolo quali autori del clamoroso recupero. Dalla curia romana si continua a seguire la vicenda e a favorirla in ogni modo.  A Londra viene intanto istruito il processo a V. Il frate rischia una severa punizione, non il rogo come i martiri della fede -- come il carmelitano scrive con enfasi poi nelle sue opera --, ma una lunga deportazione in desolate colonie lontane, come l'arcivescovo ABBOT suggerisce al re.  Anche V. riesce a evadere di prigione e a fuggire dall'Inghilterra, sempre grazie all'aiuto degli agenti dell'ambasciatore spagnolo a Londra, incoraggiato da alte personalità romane e del cappellano dell'ambasciata della repubblica veneta, che si avvale anche dell'opera di alcuni servi dell'ambasciatore stesso, ma all'insaputa di questi.  II anni dopo, durante il processo della repubblica veneta contro l'ambasciatore FOSCARINI per spionaggio e per aver consentito ad ABBOT di sottoporre ad interrogatorio il personale dell'ambasciata, vengono alla luce anche dettagli sulla complicità della fuga di V. da Londra. V. e GENOCCHI arrivano a Bruxelles e si presentano al nunzio di Fiandra, BENTIVOGLIO, che li attende da tempo. Vengono iniziate le prime pratiche per la concessione del perdono per la fuga in Inghilterra e per l'apostasia e viene loro accordato di tornare in Italia e di vivervi in abito di prete secolare, senza più indossare l'abito religioso, ma con il vincolo dell'obbedienza al loro superiore. Forti di tali concessioni, alla fine di maggio i due frati vengono posti sulla via per Parigi, dove devono presentarsi al nunzio di quella città, UBALDINI. All'incirca nello stesso periodo giunge a Parigi anche l'ultimo frate recuperato dall'Inghilterra, MARCHETTI. Altri due frati, invece, non ottengono il perdono dalle autorità cattoliche. A Parigi, durante la permanenza presso la sede del nunzio UBALDINI, V. si inserisce nella polemica relativa all'accettazione dei principi del concilio di Trento in Francia, che tarda ad arrivare a causa del rifiuto di parte del clero gallicano. Per orientare gl’animi nella direzione voluta dalla santa sede, scrive i Commentari in difesa del concilio di Trento, di cui egli poi intende avvalersi, come scrive UBALDINI ai suoi superiori in Roma, per dimostrare la sincerità del suo ritorno nella fede cattolica.  Riprende quindi la strada per l'Italia, dirigendosi a Roma, dove deve affrontare le difficili fasi finali del processo presso il tribunale dell'inquisizione. Dimora per qualche mese a Genova, dove ritrova l'amico GENOCCHI e si guadagna da vivere insegnando filosofia ai figli di DORIA. Nonostante le assicurazioni ricevute, il ritorno dei frati non è del tutto tranquillo. GENOCCHI viene inaspettatamente arrestato dall'inquisitore di Genova. A Ferrara accade lo stesso all'altro frate "recuperato", MARCHETTI. V. teme che gli accada la stessa sorte, fugge nuovamente in Francia e si dirige a Lione. Gl’esiti finali delle esperienze capitate al frate genovese e a quello ferrareseche vennero rilasciati dopo un breve periodo di detenzione e restituiti alla normale vita religiosasembrano indicare che forse V. esagera il pericolo insito in queste operazioni di polizia dell'inquisizione. A Lione, pubblica l' “Amphitheatrum”, che egli intende esibire in sua difesa alle autorità romane, come si legge in un dispaccio di UBALDINI alle autorità romane. Esso è dedicato a CASTRO, ambasciatore spagnolo presso la santa sede, già collegato con la famiglia V., da cui il frate fuggiasco s'aspetta un aiuto nell'operazione della concessione del perdono da parte delle autorità romane. Poco tempo dopo, grazie anche agli appoggi acquisiti presso certi ambienti cattolici con la pubblicazione della sua opera, V. ritorna a Parigi e si ripresenta al nunzio UBALDINI, chiedendogli di intervenire in suo favore presso le autorità di Roma. Il prelato scrive al cardinale BORGHESE, chiedendo chiare indicazioni sulla sorte dell'ex-carmelitano. Non si conosce la risposta del segretario di stato. V., comunque, non ritorna più in Italia e riesce invece a trovare la strada e i mezzi per entrare in ambienti molto prestigiosi della nobiltà francese. V. completa un'altro suo saggio, il “De Admirandis Naturae Reginae Deaeque Mortalium Arcanis” ed l'affida a due filosofi della Sorbona perché ne autorizzino la pubblicazione, secondo le norme del tempo vigenti in Francia. Il saggio è pubblicato in settembre a Parigi. Esso è dedicato a BASSOMPIERRE, uomo potente alla corte di Maria de' MEDICI, ma è stampata da Perier, tipografo notoriamente PROTESTANTE. Il saggio vede la luce in un ambiente ricco di pubblicazioni che vengono guardate con sospetto e che provocano pesanti condanne. L'opera del V. ottiene un immediato successo presso certi ambienti della nobiltà, popolati di spiriti che guardano con interesse alle innovazioni culturali e scientifiche che vengono dall'Italia. In questo senso il “De Admirandis” costituisce una summa, esposta in modo vivace e brillante, del nuovo sapere. Dà una risposta alle esigenze del momento di questo settore della nobiltà. Diviene una specie di manifesto culturale di questi esprits forts e rappresenta per V. una possibilità di stabile permanenza negli ambienti vicini alla corte di Parigi. Tuttavia, pochi giorni dopo la pubblicazione del saggio, i due teologi della Sorbona che espressano la loro approvazione alla pubblicazione si presentano ai membri della facoltà di teologia in seduta ufficiale e li informano di aver letto, a loro tempo, certi dialoghi scritti da V. Di non avervi trovato allora niente che contrastasse con il cattolicismo; di averli restituiti muniti della loro approvazione alla stampa e con la condizione che il manoscritto da essi controfirmato fosse depositato presso di essi a pubblicazione avvenuta, a testimonianza della fedeltà del testo pubblicato a quello da loro approvato; che ciò non era avvenuto e che circola invece un testo dell'opera diverso da quello approvato e contenente alcuni errori contro la comune fede di tutti, per cui i due dottori avanzano la supplica che il saggio non circoli più con la loro approvazione e che tale richiesta venga trascritta nel libro delle conclusioni della facoltà stessa. La Sorbona accoglie tale richiesta che costituì di fatto un DIVIETO di circolazione del testo. La Sorbona, però, sembra non occuparsi più del saggio di V., non prenderne più in esame l'opera, non elencarne o denunciarne, come da prassi, gl’errori da emendare, né mai condanna il suo contenuto o il suo autore. Comunque, una condanna espressa dal vicario episcopale di Tolosa, RUDÈLE, a sottoscritta anche dall'inquisitore BILLY. Inoltre anche la congregazione dell'indice pronuncia una condanna con la quale il “De admirandis” e condannato con la formula del “donec corrigatur” -- in base alla quale il SOTOMAIOR colloca V. nella prima classe degli autori proibiti nel suo indice. La collectio judiciorum de novis erroribus qui ab initio duodecimi seculi post Incarnationem Verbi, in Ecclesia proscripti sunt et notati, di ARGENTRÉ, dottore della Sorbona e vescovo, edita a Parigi, esamina le censure e le conclusioni espresse dalla facoltà che aveva condannato l'Amphitheatrum Aeternae Sapientiae di KHUNRATH e la “De Republica Ecclesiastica” di DOMINIS) non menziona invece provvedimenti contro V..  Tutto questo porterebbe a ritenere che non vi siano stati atti ufficiali specifici di persecuzione contro V. da parte delle autorità parigine, né religiose né civili, né in questo periodo né negli anni seguenti. Ma solo proteste e minacce nei suoi confronti da parte di alcuni settori. Una condanna del saggio di V. non avrebbe trovato fondate giustificazioni, né sul piano giuridico né su quello culturale, in quanto gran parte delle teorie esposte da V. non costituivano una novità.  Fuggito da pochi mesi dall'Inghilterra, impossibilitato a ri-entrare in Italia, minacciato da alcuni settori cattolici francesi, V. vede restringersi intorno gli spazi di movimento e ridursi le possibilità di trovare stabile sistemazione nella società francese. Ha paura che venga aperto un processo contro di lui anche a Parigi, per cui fugge dalla capitale e si nasconde in Bretagna, in una delle cui abbazie, quella di Redon, è abate commendatario il suo amico e protettore, SAINT-LUC. Ma intervengono anche altri fattori di preoccupazione. Viene ucciso a Parigi CONCINI, favorito di Maria de MEDICI, uomo potentissimo e molto odiato in Francia. L'episodio, seguito poco dopo dall'allontanamento della regina dalla capitale con il suo odiato seguito di italiani, crea notevole turbolenza politica e suscita un vasto movimento di ostilità nei confronti degl’italiani residenti a corte. Altre cronache del tempo segnalano la presenza di un misterioso italiano, con un nome strano, in possesso di una grande cultura ma dall'incerto passato, ancora più a sud, in alcune città della Guienna e poi della Linguadoca ed infine a Tolosa. Nella particolare suddivisione politica della Francia, il duca di MONTMORENCY, protettore degli esprits forts del tempo, sposato con la duchessa italiana ORSINI, è governatore di questa regione e sembra poter accordare protezione al fuggiasco, che continua comunque a tenersi prudentemente nascosto. La presenza a Tolosa di questo misterioso personaggio, di cui si ignora la provenienza e la formazione culturale, ma che fa mostra di grande sapienza, di grande vivacità dialettica specialmente e di affermazioni non sempre allineate con la morale del tempo, non passa inosservata ed attira i sospetti delle autorità, che cominciano a sorvegliarlo.  Dopo averlo ricercato per un mese, le autorità tolosane lo fanno arrestare e chiudere in prigione. Lo sottopongono ad interrogatorio, cercano di scoprire chi egli sia, quali siano le sue idee in materia di di morale, perché fosse arrivato fin in quel lontano angolo della Francia meridionale. Vengono convocati testimoni contro di lui, ma non riescono ad accertare nulla, né a farlo tradire. Il misterioso personaggio viene improvvisamente riconosciuto colpevole e condannato al rogo. Ormai isolato, braccato, impossibilitato a chiamare a sua difesa un passato travagliatissimo e ricco di nodi mai sciolti, abbandonato dai pochi amici rimastigli fedeli perché impotenti ad organizzare una chiara strategia in sua difesa, muore di morte atroce. Il Parlamento di Tolosa lo riconosce colpevole del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, condannandolo, sulla base della normativa del tempo prevista per i bestemmiatori, alla stessa pena cui erano andati incontro, in luoghi diversi ma in circostanze analoghe, certi FREMOND e FONTANIER. Gli viene tagliata la lingua, poi è strangolato e infine arso. Subito dopo l'esecuzione furono pubblicati due anonimi che fanno esplicitamente il nome del V. e quindi nel misterioso italiano giustiziato viene riconosciuto V., l'autore del “De Admirandis” che suscita i sospetti di alcuni settori cattolici parigini. Comparvero le Histoires memorables di ROSSET, che, con la quinta Histoire, divulga con poche modifiche il secondo dei due citati canards. RUDELE, teologo e vicario generale dell'arcivescovado di Tolosa, avverte pubblicamente di aver esaminato le due saggi di V. insieme con BILLY e di averle trovate contrarie al culto e all'accettazione del vero Dio e assertrici dell'ateismo, emettendo ufficiale ordinanza di condanna e proibendone la stampa e la vendita nella diocesi di Tolosa, territorio posto sotto la sua giurisdizione. In precedenza, La Sorbona non ha comunicato di aver adottato analogo provvedimento. Saggi: “Amphitheatrum Æternæ Providentiæ divino-magicum, christiano-physicum, necnon astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos” (Lione). Il saggio si compone di esercitazioni, che mirano a dimostrare l'esistenza di Dio, a definirne l'essenza, a descriverne la provvidenza, a vagliare o confutare le opinioni di Pitagora, Protagora, CICERONE (vedi), BOEZIO (vedi), AQUINO (vedi), l’orto, Aristotele, Averroè, CARDANO, i peripatetici dei LIZIO, il PORTICO, ecc., su questo argomento. “De Admirandis Naturæ Reginæ Deæque Mortalium Arcanis libri quattuor” (Parigi, Périer). Il saggio si divide in IV libri:  un Liber I de Cœlo et Aëre; un Liber II de Aqua et Terra; un Liber III de Animalia Generatione et Affectibus Quibusdam; un Liber IV de Religione Ethnicorum; in forma di dialogo -- che avvengono tra lui, nelle vesti di divulgatore del sapere, e un immaginario Alessandro, che si presta ad un gioco sottile e divertente nel corso del quale, con un atteggiamento compiacente e un po' complice, tra espressioni di meraviglia e ammirazione per la vastità del sapere di cui l'amico fa mostra, sollecita il suo interlocutore ad elencare e spiegare gli arcani della natura regina e dea che esistono intorno e all'interno dell'uomo. Così, in un misto di rilettura in nuova chiave critica del pensiero degli filosofi antichi e di divulgazione di nuove teorie scientifiche e religiose, il protagonista del lavoro discetta sulla materia, figura, colore, forma, motore ed eternità del cielo; sul moto, centro e poli dei cieli; sul sole, sulla luna, sugli astri; sul fuoco; sulla cometa e sull'arcobaleno; sulla folgore, la neve e la pioggia; sul moto e la quiete dei proiettili nell'aria; sull'impulsione delle bombarde e delle balestre; sull'aria soffiata e ventilata; sull'aria corrotta; sull'elemento dell'acqua; sulla nascita dei fiumi; sull'incremento del Nilo; sull'eternità e la salsedine del mare; sul fragore e sul moto delle acque; sul moto dei proiettili; sulla generazione delle isole e dei monti, nonché della causa dei terremoti; sulla genesi, radice e colore delle gemme, nonché delle macchie delle pietre; sulla vita, l'alimento e la morte delle pietre; sulla forza del magnete di attrarre il ferro e sulla sua direzione verso i poli terrestri; sulle piante; sulla spiegazione da dare ad alcuni fenomeni della vita di tutti i giorni – SUL SEME GENITALE -- sulla generazione, la natura, la respirazione e la nutrizione dei pesci; sulla generazione degli uccelli; sulla generazione delle api; sulla prima generazione dell'uomo; sulle macchie contratte dai bambini nell'utero; sulla generazione del MASCHIO e della femmina; sui parti di mostri; sulla faccia dei bambini coperta da una larva; sulla crescita dell'uomo; sulla lunghezza della vita umana; sulla vista; sull'udito; sull'odorato; sul gusto; sul tatto e solletico; sugli affetti dell'uomo; su Dio; sulle apparizioni nell'aria; sugli oracoli; sulle sibille; sugli indemoniati; sulle sacre immagini dei pagani; sugli àuguri; sulla guarigione delle malattie capitata miracolosamente ad alcuni al tempo della religione pagana; sulla resurrezione dei morti; sulla stregoneria; sui sogni. Empio osarono dirti e d'anatemi oppressero il tuo cuore e ti legarono e alle fiamme ti diedero. O uomo sacro! perché non discendesti in fiamme dal cielo, il capo a colpire ai blasfemi e la tempesta tu non invocasti che spazzasse le ceneri dei barbari dalla patria lontano e dalla terra! Ma pur colei che tu già vivo amasti, sacra Natura te morente accolse, del loro agire dimentica i nemici con te raccolse nell'antica pace. Hölderlin. L'interpretazione naturalistica dei fenomeni soprannaturali che POMPONAZZI (vedi) chiamato da V. magister meus, divinus praeceptor meus, nostri speculi philosophorum princeps da nel “De incantationibus” “aureum opusculum”, è ripresa nel De admirandis naturae, dove, con una prosa semplice ed elegante,fa riferimento anche a CARDANO, a BORDONI e ad altri cinquecentisti.  Dio agisce sugli esseri sub-lunari (cioè sugli esseri umani) servendosi dei cieli come strumento. Di qui l'origine naturale e la spiegazione razionale dei pretesi fenomeni sopra-naturali, dal momento che anche l'astrologia è considerata una scienza. L’esere supremo, quando incombono pericoli, dà avvertimenti agli uomini e specialmente ai sovrani, agli esempi dei quali il mondo si conforma. Ma i reali fondamenti dei presunti fenomeni sovrannaturali sono soprattutto la fantasia umana, capace a volte di modificare l'apparenza della realtà esterna, i fondatori delle religioni rivelate, Mosè, Gesù, Maometto e gli ecclesiastici impostori che impongono false credenze per ottenere ricchezze e potere, e i regnanti, interessati al mantenimento di credenze religiose per meglio dominare la plebe, come insegna già MACHIAVELLI, il principe degli atei per il quale tutte le cose religiose sono false e sono finte dai principi per istruire l'ingenua plebe affinché, dove non può giungere la ragione, almeno conduca la religione. Seguendo ancora POMPONAZZI e PORZIO nella loro interpretazione dei testi aristotelici, mutuata dai commenti di Alessandro di Afrodisia, nega l'immortalità dell'anima. Anche il cosmo aristotelico-scolastico subisce il suo attacco distruttivo. Analogamente a BRUNO, nega la differenza peripatetica tra un mondo sub-lunare e un mondo celeste, affermando che entrambi sono composti della stessa materia corruttibile. Scardina nell'ambito fisico e biologico il finalismo e la dottrina ile-morfica aristotelica, e, ricollegandosi a l’orto di LUCREZIO, elabora una nuova descrizione dell'universo d'impianto meccanicistico-materialistico. Gl’organismi sono parago orology. E concepisce una prima forma di trasformismo universale delle specie viventi. Concorda con gl’aristotelici del LIZIO sull'eternità del mondo, considerando in particolare l'aspetto temporale. Ma, contro di essi, afferma il moto di rotazione terrestre e appare respingere la tesi tolemaica in favore di quella eliocentrica copernicana. Se il primo curator CORVAGLIA e lo storico RUGGIERO, ingiustamente, considerarono la sua filosofia semplicemente un centone privo di originalità e di serietà scientifica, Garasse, ben più preoccupato delle conseguenze della diffusione della sua filosofia, li giudica la filosofia più perniciosa che in fatto di ateismo fosse mai uscita negli ultimi cento anni. E stato ampiamente ri-considerato e ri-valutato dalla critica, mettendo in mostra l'originalità e le intuizioni metafisiche, fisiche, biologiche, talvolta precorritrici nei tempi, dei suoi saggi. Visto che nasconde la sua filosofia, secondo un tipico espediente della cultura del suo tempo, per evitare seri conflitti con le autorità religiose e politiche costituite, conflitti che, come paradossalmente e sfortunatamente avvenne, nonostante le cautele, lo condussero infine alla morte), l'interpretazione del suo pensiero si offre a diversi piani di lettura. Tuttavia, nella storia della filosofia, resta di lui acquisita un'immagine di miscredente e persino di ateo (il che non era). E questo perché avversario di ogni superstizione e di fede costituita (meglio un proto-agnostico), tanto da essere considerato uno dei padri del libertinismo, malgrado avesse scritto persino un'apologia del concilio di Trento. Per una sintesi della sua filosofia si deve guardare da un lato al retroterra culturale, che è quello abbastanza tipico del Rinascimento, con prevalenza di elementi dell'aristotelismo ma con forti elementi di misticismo platonico. Dall'altro lato egli trae dal Cusano dei tipici elementi panteistici, simili a quelli che si ritrovano anche in Bruno, ma più materialistici. La sua visione del mondo si basa sull'eternità della materia, sulla omogeneità sostanziale cosmica, su un Dio dentro la natura come forza che la forma, la ordina e la dirige. Tutte le forme del vivente hanno avuto origine spontanea dalla terra stessa come loro creatrice. Considerato ateo, nel titolo del suo saggio pubblicato a Lione nel Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, atheos, epicureos, Peripateticos et Stoicos dimostra di non esserlo. Come precursore del libertinismo vi sono invece molti elementi che lo avvicinano al pensiero dell'ignoto autore del trattato dei tre impostori anch'egli panteista. Pensa infatti che i creatori delle tre religioni monoteiste, Mosè, Gesù Cristo e Maometto, non siano altro che degl’impostori. In “De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor” stampato a Parigi nelvengono riprese le tesi dell' “Amphiteatrum” con precisazioni e sviluppi che ne fanno il suo capolavoro e la sintesi della sua filosofia. Viene negata la creazione dal nulla e l'immortalità dell'anima, Dio è nella natura come sua forza propulsiva e vitale. Entrambi sono eterni. Gl’astri del cielo sono una specie di intermediari tra dio e la natura che sta nel mondo sub-lunare e di cui noi facciamo parte. La religione vera è perciò una religione della natura che non nega Dio ma lo considera un suo spirito-forza. La sua filosofia è abbastanza frammentaria e riflette anche la complessità della sua formazione. E un filosofo, un naturalista, un religioso, ma anche un medico e un po' un mago. Ciò che ne caratterizza è la veemenza anti-clericale. Tra le cose originali della sua filosofia c'è una specie di anticipazione della teoria dell’evoluzione, perché, dopo un primo tempo in cui sostiene che le specie animali nascano per generazione spontanea dalla terra, in un secondo tempo -- lo pensa anche CARDANO -- pare convinto che esse possano trasformarsi le une nelle altre e che l'uomo derivia d’animali affini all'uomo come la bertuca, il macacho e la scimmia in genere. Appaiono due saggi che consacrano il mito del V. ateo: La doctrine curieuse des beaux esprits de ce temps, di GARASSE e le Quaestiones celeberrimae in Genesim cum accurata explicatione, di MERSENNE. I due saggi, però, anziché spegnere la voce del filosofo, la amplificano in un ambiente che evidentemente e pronto a ricevere, discutere e riconoscerne la validità delle affermazioni. Il nome di V. viene nuovamente proiettato all'attenzione della filosofia in occasione del clamoroso processo che viene celebrato contro VIAU. Il progetto di interrogatorio che il procuratore generale del re, Molé, predispone con ben articolati capi d'accusa su cui interrogare VIAU, contiene impressionanti analogie colla filosofia vaniniana, cui vien fatto esplicito riferimento mentre MERSENNE torna a martellare su V., analizzandone alcune affermazioni nel suo “L'Impiétè des Déistes, Athées et Libertins de ce temps, combatuë, et renversee de point en point par raisons tirées de la Philosophie, et de la Theologie”, nel quale porta il suo giudizio concernente CARDANO e BRUNO. Anche Leibniz, oppositore al pari di Mersenne del libertinismo, si esprime duramente contro V., considerandolo un empio, un pazzo e un ciarlatano. Je n'ai pas encore vu l'apologie de V., je ne pense pas qu'elle mérite fort d'être lue. La philosophie de ce personnage e bien peu de chose. Mais un imbécille comme lui, ou pour mieux dire, un fou ne méritoit pas d'être brûlé. On étoit seulement en droit de l'enfermer, afin qu'il ne séduisît personne -- Epist. ad Kortholtum in Opera omnia, Genève. Ancora la leggenda nera creata intorno alla figura di V. sopravvive al passare del tempo, si espande ed affascina molti studiosi, che si avvicinano alla sua filosofia e ne tentano dei profili biografici. Così anche la cultura inglese mostra interesse per il filosofo di Taurisano ed è soprattutto con BLOUNT che V.entra nella filosofia inglese ed acquista una dimensione che non abbandona mai più, quando diviene un elemento cardine del libertinismo e deismo. Un manoscritto inedito della biblioteca municipale di Avignone custodisce delle Observations sur Lucilio V. redatte da Velleron, ma fornisce solo delle incerte notizie sul filosofo, in gran parte rettificate dagli ultimi studi. Viene effettuata una copia manoscritta dell'Amphitheatrum, su commissione di Uriot, il quale la trasferisce poi nella biblioteca ducale del duca di Württemberg. Attualmente essa si trova nella Württembergische Landesbibliothek di Stoccarda. Un'altra copia manoscritta del saggio si trova nella Staats und Universitätbibliothek di Amburgo, a testimonianza del perdurante interesse per V. Viene data alle stampe a Londra una biografia vaniniana con un estratto delle sue opere, dal titolo “The life of ‘Lucilio’, alias V., burnt for atheism at Toulouse, with an abstract of his writings. Il saggio, pur ricollegandosi alla consueta storiografia vaniniana e quindi con i soliti errori d'origine, sottopone ad un dibattito ponderato la figura ed il pensiero del filosofo italiano, a cui riconosce qualche merito. Ma la strada per una collocazione europea di V. e del suo pensiero è ormai aperta. Saggi: “Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum, christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres philosophos, Atheos, Epicureos, Peripateticos et Stoicos, Auctore Iulio Caesare Vanino, Philosopho, Theologo et Iuris utriusque Doctore, Lugduni, Apud Viduam Antonii de Harsy, ad insigne Scuti Coloniensis” (Galatina). “Iulii Caesaris Vanini, Neapoletani Theologi, Philosophi et Iuris utriusque Doctoris, De admirandis Naturae Reginae Deaeque mortalium arcanis libri quatuor, LPombaiae, Apud Adrianum Perier, via Iacobaea” (Galatina). Le opere di V. e le loro fonti, Milano (Galatina,); “Opere” (Porzio, Lecce); “Anfiteatro dell'eterna Provvidenza” Galatina; “I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali” Galatina); “Opere (Galatina); “Confutazione delle religioni “Anna Vasta, Catania, De Martinis et C.); “Opere” (Milano, Bompiani). Bucciantini, Lutero in Campo dei Fiori, in Il Sole 24 ORE Terzapagina. Filosofia ed ecologia per il "compleanno" di V., Una lettera dell'ambasciatore inglese a Venezia, Carleton, fa risalire l'episodio a nove anni prima. Raimondi, “V. e il libertinismo” Atti del Convegno di Studi, Taurisano (Galatina,  Raimondi, “Dal tardo Rinascimento al Libertinismo erudite” Atti del Convegno di Studi, Lecce-Taurisano Galatina, Spini, “Vaniniana” in «Rinascimento», Paola, “Il primo seicento anglo-veneto” Cutrofiano; Paola, “V. da Taurisano filosofo europeo, Fasano); Paola, “Documenti per una lettura di V., in «Bruniana et Campanelliana», Raimondi, Documenti vaniniani nell'archivio segreto vaticano, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, Il soggiorno vaniniano in Inghilterra alla luce di nuovi documenti spagnoli e londinesi, in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, “La Santa Inquisizione, Taurisano, Raimondi, “L'Europa del Seicento. con una appendice documentaria, Pisa Roma. L'appendice contiene la più completa documentazione sulla biografia vaniniana: documenti dalla nascita al rogo. Fasano, Fazio, V. nella cultura filosofica (Galatina); Marcialis, “Natura e uomo in V.” in «Giornale Critico della Filosofia Italiana»; Marcialis, V. nell'Europa del Seicento, in "Rivista di Storia della Filosofia", Paganini, Le Theophrastus redivivus et V., in «Kairos»,  Papuli, Le interpretazioni di V., Galatina, Perrino, "V. nel Theophrastus redivivus", in «Bollettino di Storia della Filosofia dell'Università degli Studi di Lecce», Raimondi, V. e il "De tribus impostoribus", in «Ethos e Cultura», Padova, G. Spini, Ricerca dei libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Firenze); Teofilato, V. nel III Centenario del suo martirio, Milano, Tip. Ed. La Stampa d'Avanguardia. Teofilato, V., in The Connecticut Magazine, articles in English and Italian, New Britain, Conn, C. Teofilato, Vaniniana, in La puglia letteraria, mensile di storia, Roma; V., Riflessioni sul problema V., in Bertelli, Il libertinismo in Europa, Milano-Napoli, Vasoli, V. e il suo processo per ateismo, in Niewohner e Pluta, Atheismus im Mittelalter und in der Renaissance, Wiesbaden); V. in Inghilterra. La seguente è una lista di alcuni documenti in cui è possibile trovare riferimenti alla presenza del frate carmelitano a Lambeth a Londra. Trascrizioni complete, riassunti e contesto di questi documenti sono disponibili. "V. e il primo seicento anglo-veneto" e in "V. da Taurisano filosofo europeo", Schena Editore, Brindisi. Documenti: London Public Record Office State Papers Venice Notizie sulla Mercers' Chapel a Londra, dove V. sconfesso la sua fede cattolica e tenne vari sermoni. London Public Record Office State Papers Petizione di due Carmelitani, V. e Genocchi, a Carleton, ambasciatore inglese a Venezia, per essere accettati in Inghilterra. Venezia. London Public Record Office State Papers Lettera di Carleton a Salisbury. Da Venezia, Carleton informa Salisbury che due frati gli hanno chiesto permesso di rifugiarsi in Inghilterra per evitare persecuzioni dai loro superiori. London Public Record Office State Papers. V. a Carleton. Da Lambeth. V. manda a Carleton informazioni riguardanti alla sua ricezione a Lambeth e la buona stima di cui gode lì. London Historical Manuscripts Commission De L'Isle and Dudley Manuscripts, Sir John Throckmorton al visconte Lisle. Flushing. Corrispondenza tra i due statisti riguardo ad una missione segreta di Florio, che forse accompagnò V. e il suo compagno a Londra. London, Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berk. Papers of Trumbull. Albery a Trumbull. Londra. Albery, un mercante inglese e corrispondente di Trumbull, agente inglese a Bruxelles, manda informazioni sull'arrivo di V. e le sue esperienze a Venezia. London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers. Albery a William Trumbull. Londra. Una copia della lettera da una fonte diversa. London Public Record Office State Papers Da Spinola a Ginocchio. Genova London Public Record Office State Papers Wake a Carleton. Londra London Public Record OfficeState Papers Wake a Carleton. Londra London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthamstead Park Berk. Papers of William Trumbull the Elder Alfonse de S. Victors a William Trumbull Da Middolborg (Middelburg) London Historical Manuscripts Commission Report on the Manuscripts of the Marquess of Downshire, Trumbull Papers, Alfonse de St. Victor a William Trumbull. Middelborg. London Public Record Office State Papers Domestic Series Jac. Chamberlain a Carleton. Londra, London Public Record Office State Papers Carleton a Lake. Da Venezia London Public Record OfficeState PapersDomestic Series, Biondi a Carleton. Da Londra LondonPublic Record Office State Papers, Carleton a Chamberlain. Da Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder. George Abbot a William Trumbull. Da Lambeth. London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  Trumbull Papers, Abbot a Trumbull. Lambeth  London Public Record OfficeState Papers Carleton a Chamberlain. Venezia, London Public Record Office State Papers Carleton a Giovan Francesco Biondi. Venezia, London Public Record Office State Papers Domestic Series, Abbot a Carleton. Lambeth London Public Record Office State Papers Sarpi a Carleton. Venezia London Record Office State Sarpi a Carleton. Venezia, London Public Record OfficeState Papers Paolo Sarpi a Sir Dudley Carleton. Venezia, giugno. London Historical Manuscripts Commission Report Hastings,  Notes of speeches and proceedings in the House of Lords. London Historical Manuscripts Commission Hastings, Notes of speeches and proceedings in the House of Lords London Public Record Office State Papers Carleton a Sua Signoria l'Arcivescovo di Canterbur. Venezia London Manuscripts of the Marquess of Downshire preserved at Easthampstead Park Berks. Papers of William Trumbull the Elder Abbot a Trumbull. Lambeth London Historical Manuscripts Commission Report of the Manuscripts of the Marquess of Downshire,  IV, Trumbull Papers George Abbot, Arcivescovo di Canterbury, a William Trumbull. Lambeth Archivio di Stato di VeneziaInquisitori di Stato, Istruzioni degli Inquisitori di Stato all'ambasciatore in Inghilterra. LondonCalendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, busta Venetian Archives. Gli Inquisitori di Stato a Gregorio Barbarigo,  London Calendar of State Papers on English Affairs in the Archives of Venice and other Libraries of North Italy Inquisitori di Stato, Venetian Archives. Examinations for Foscarini. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Londra, Interrogatorio di Lunardo Michelini sulle modalità della fuga di V. da Lambeth. Archivio di Stato di Venezia Inquisitori di Stato, Interrogatorio di Alessandro di Giulio Forti da Volterra sulle modalità della fuga di Vanini da Lambeth. Archivio General de Simancas fondo Inglaterra Legajo foglio privo di indicazioni. Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono arrivati sani e salvi dopo la loro fuga da Londra. Archivio General de Simancas Bentivoglio a Sarmiento. Bruxelles. Il nunzio apostolico a Bruxelles informa l'abasciatore di Spagna che Vanini e il suo compare sono partiti verso l'Italia, come era stato concordato a Roma. Documenti inclusi nell'opera di Namer La seguente è la lista dei documenti inglesi inclusi nel lavoro Documents sur la vie de V. de Taurisano di Ėmile Namer, che può essere considerato come un utile punto di partenza per la delineazione di una biografia di Vanini, e di cui la nuova documentazione deve essere considerata un completamento. London Foreign State Papers. Venice. Carleton ad Abbot. LondonForeign State Papers. Venice.Abbot a Carleton LondonState Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. Venezia, London Foreign State Papers. Venice. Sir D. Carleton all'Arcivescovo di Canterbury. London State Papers Domestic. James I. Chamberlain a Carleton. Londra, London State Papers Domestic. James I.  7 Chamberlain a Carleton. London Foreign State Papers. Venice Abbot a Carleton. London State Papers Domestic. James I.  Carleton a Chamberlain. London State Papers Domestic. James I. l'Arcivescovo di York al conte di Suffolk. London State Papers Domestic. James I. V. a Dudley Carleton. Da Lambeth, iLondonState Papers Domestic. James I.  Giulio Cesare Vanini a Sir Isaac Wake. Da Lambeth iLondon State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Carleton. da Londra. London State Papers Domestic. James I. Abbot a Carleton. Lambeth London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Biondi a Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Abbot.  London State Papers Domestic. James I. John Chamberlain a Dudley Carleton. Da Londra London State Papers Domestic. James I.  Abbot al vescovo di Bath Da Lambeth. London State Papers Domestic. James I.   Lake a Carleton. Dalla corte a Royston, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Sir Dudley Carleton. Da Londra London Foreign State Papers. Venice Carleton a Abbot London Foreign State Papers. Venice. Carleton a Sir Thomas Lake. London State Papers Domestic. James I. Abbot  a Carleton a Venezia. Lambeth, London State Papers Domestic. James I.  John Chamberlain a Dudley Carleton. Londra, LondonForeign State Papers. Venice.  Carleton a Abbot. Archivio de Simancas, Estado,  Cardinale Millino a Alonso de Velasco, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Millino a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Roma, Archivio de Simancas, Estado,  Cardinal Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles, Archivio de Simancas, Estado,  Bentivoglio a Diego Sarmiento de Acuña, ambasciatore spagnolo a Londra. Bruxelles,V. e l'Inquisizione di Roma Elenco di alcuni documenti presenti nella corrispondenza tra alcuni Nunzi apostolici in Europa e le autorità vaticane, dove è possibile trovare informazioni relative alla fuga, permanenza e rientro segreto dall'Inghilterra del frate carmelitano. Le trascrizioni complete, i sommari e le contestualizzazioni di questi documenti sono disponibili per studiosi e lettori in V. da Taurisano filosofo europeo, Schena Editore, Fasano (Brindisi), Il pontefice Paolo V e l'Inquisizione in Roma furono informati continuamente della vicenda di V. con dispacci dei Nunzi apostolici in Venezia, Francia e Fiandra e con missive dell'ambasciatore di Spagna a Londra, a cominciare dalla sua fuga da Venezia sino al suo desiderio di rientrare nel mondo cattolico.  RomaArchivio Segreto VaticanoSegreteria di StatoNunziatura di Francia,  Ubaldini, Nunzio papale in Francia, al Borghese, Segretario di Stato di Paolo V, de Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Fiandra,   il Nuntio alla Segreteria, Bentivoglio, Nunzio papale in Fiandra, al Card. Borghese. (Bruxelles) Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma li Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini da Parigi a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia,  293A, lettere scritte al Nuntio in Francia Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Ubaldini a Borghese Rom aA. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Franci Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere di Ubaldini, nella sua Nunziatura di Francia, Ubaldini a Borghese Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini, membro del Sant'Uffizio, il Tribunale dell'Inquisizione di Roma. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia, lettere scritte al Nuntio in Francia da Borghese, Borghese a Ubaldini. Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia,  Registro di Lettere della Segreteria di Stato di Paolo V al Vescovo di Montepulciano Nuntio in Francia Il Segretario Porfirio Feliciani vescovo di Foligno al Nuntio in Francia. Roma, RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia, Ubaldini al Mellini Roma A. S. Vaticano Segreteria di StatoNunziatura di Francia, Ubaldini a Mellini RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese. Di Parigi RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  lettere scritte al Nuntio in Francia dal Card. Borghese, Il card. Borghese a Ubaldini. Di Roma Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Ubaldini a Borghese Di Parigi.  RomaA. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a  Millini Roma A. S. Vaticano Segreteria di Stato Nunziatura di Francia Registro Ubaldini a Borghese Londra, British Museum, Lettere del Card. Ubaldini, nella sua nunziatura di Francia, Card. Ubaldini a Borghese Parigi, Bibliothèque nationale de FranceDepartement des Manuscrits, Italien Registro di Lettere della Nunziatura di Francia di Ubaldini dell'anno lettera, Ubaldini a Borghese Parigi) Roma A. S. VaticanoSegreteria di Stato Nunziature diverse, Francia,  Lettere del Sir. Card.le Ubaldini nella sua Nunciatura di Francia Ubaldini a Borghese Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Amphitheatrum e De admiandis. Raimondi Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Cesare Vanini. Vanini. Keywords: Vanini, Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Vanini e Grice,” Villa Grice, Luigi Speranza, “La statua all’aperto di Vanini,” Luigi Speranza, “Il medaglione di Vanini a Roma.” Vanini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vanni: la ragione conversazionale dell’azione e l’implicatura conversazionale dell’inter-azione conversazionale – la scuola di Città della Pieve – filosofia perugin – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Città della Pieve). Abstract. Keywords. aiuta, etologia, aiuta conversazionale, imperativo d’aiuta conversazionale. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Città della Pieve, Perugia, Umria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Inizia la carriera a Perugia e successivamente insegna a Parma, Bologna, e Roma.  Tra i fondatori del positivismo soziale, la sua filosofia si ispira a Kant e agli principali filosofi del positivismo. A lui si deve anche una originale lettura positivista della dottrina storicistica di VICO. Il suo è stato definito un positivismo critico, che vuole distinguere cioè tra la scienza dell’uomo dalla filosofia’ dell’uomo, contestando e rifiutando l'assimilazione positivista di quest'ultima con la morale e la sociologia, dottrina nata nell'ambito del positivismo, verso la quale V. ha un interesse particolare cercando di teorizzarne il carattere scientifico differenziandola però sia dall'evoluzionismo che dalla biologia. V. considera essenziale l'autonomia teorica del ‘ius’ o devere dai rapporti con gli aspetti storici-etnografici delle istituzioni giuridiche. V. è convinto che la filosofia, come analisi concettuale, del diritto ha la funzione pratica di definire il ‘fine’ (métier) della inter-azione umana. In questo modo, V. ribade l'impostazione criticista kantiana che acquista un tono metafisico criticato dai positivisti ortodossi che lo accusano di eclettismo. Saggi: “Della consuetudine nei suoi rapporti col dritto e con la legislazione” (Perugia); “Saggi critici sulla teoria socio-logica della popolazione” (Città di Castello); “Prime linee di un programma critico di sociologia” (Perugia); “Il problema della filosofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita ai tempi nostril” (Verona); “La filosofia del diritto” (Verona); “La funzione della filosofia considerata in sé ed in rapporto al socialismo” (Bologna); “La filosofia del diritto e la ricerca positivista” (Torino); “Il dritto nella totalità dei suoi rapporti e la ricerca oggettiva” (Roma); “La teoria della conoscenza come induzione socio-logica e l'esigenza critica del positivismo” (Roma); “Filosofia del diritto” (Bologna); “Filosofia sociale e filosofia giuridica” (Bologna). Biografia in Scuola normale superiore, Pisa, su picus.unica. Marino, Positivismo e giurisprudenza, Napoli, Cuculo, La sociologia positivista di V., in A. Millefiorini, Fenomenologia del disordine. Prospettive sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana (Nuova Cultura, Roma); Amelio, Positivismo, storicismo, materialismo storico in I. Vanni, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», Pusceddu, La sociologia positivista in Italia (Roma). siusa. archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.  Opere u open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere. I. Vanni. Vanni. Keywords: action, interaction, azione, interazione, Vico, positivismo, positivismo critico, etologia, ethology -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza,, “Grice e Vanni: azione ed inter-azione” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vanni.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vannini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del mistico – scuola di mistica -- di ‘Vitters’ – la scuola di Sa Piero a Sieve – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Piero a Sieve). Abstract. Keywords: mistic. Witters. Filosofo Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. San Piero a Sieve, Firenze, Toscana.  Essential Italian philosopher. “Never to be confused with the vain Vanini!” -- Grice. Dopo gli studi al ginnasio Michelangiolo di Firenze, si laurea in filosofia a Firenze, discutendo una tesi su “‘Vitters’: metafisico e mistico”! Ha vissuto nel convento agostiniano di S. Spirito a Firenze, ospite di Ciolini. Ha compiuto viaggi e soggiorni di studio in Europa. Insegna filosofia nei licei. Per un triennio storia della filosofia a Firenze e storia della mistica all'Istituto di scienze religiose a Trento.  Ha tenuto seminari e conferenze in università ed accademie italiane e straniere: Genova, Trento, Ancona, Perugia, Urbino, Pavia, Pisa, Macerata, Napoli, Fermo, Parma, Arezzo, Chieti, Roma, Avila, Strasburgo, Berlino. Considerato il maggior studioso di mistica o anche il più importante studioso italiano di Eckhart e della mistica cristiana, ha curato l'edizione italiana delle opera latine di Eckhart, nonché quelle di altri autori spirituali, come AGOSTINO, Gerson, Fénelon, Porete, Taulero, Anonimo Francofortese, Lutero, SILESIO, Czepko, Franck, Weigel, ecc. Lungo un percorso ormai di quasi mezzo secolo, è stato traduttore e curatore di importanti testi della mistica; critico della fenomenologia, da un punto di vista teoretico e storico; filosofo della religione, soprattutto nei suoi rapporti con la ragione e con la fede. V. legge il fenomeno mistico in maniera innovativa ma, soprattutto, pone lo stesso a fondamento di ogni forma ed esperienza religiosa. Tale presupposto impone come fuori da un'esperienza diretta di questo tipo sia pressoché impossibile cogliere il senso, le modalità e le finalità delle varie dottrine e pratiche religiose. Per V., la mistica è un sapere spirituale, inoggettivabile ma, soprattutto, un sapere che è un essere: è l'identità mistica il vero e proprio criterio per discernere il vero dal falso. Tale ermeneutica costituisce una propedeutica all'inverarsi in senso mistico della religione cristiana.  La filosofia di V. si basa su una esperienza spirituale, unitiva e teo-morfica. Centrali appaiono pertanto concetti appartenenti alla sfera semantica della divinizzazione, dell’homoiosis theo, quali vuoto, fondo dell'anima, generazione del logos, complementarità tra distacco ed amore. Tale esperienza risulta comprensibile solo quando si è fatto il vuoto nell'anima attraverso il distacco, diventando in tal modo recettivi alla luce proveniente dall'alto, tali da rendere il soggetto esso stesso luce eterna. Al vuoto in cui si perviene nel distacco corrisponde una pienezza, una traboccante ricchezza ed energia, una gioia sconfinata ed inesauribile. Il rapporto tra il divino e uomo non è quindi statico, di mutua esclusione, ma “dialettico” o dinamico, di reciproca compenetrazione. La “salvezza” viene letta nei parametri teologici di una escatologia realizzata nel presente, come immanente esperienza dello spirito. Essenziale diventa perciò il recupero della antropologia classica corpo, anima, spirito ove l'uomo è un corpo, piccola parte dell'universo; una psiche, fluttuazione infinita di pensieri, sentimenti, volizioni, soggetta al determinismo del tempo, dello spazio, delle circostanze. Ma soprattutto uno spirito universale, eterno, libero, uno nell'uno. L'attualità e l'originalità della posizione di V. ha suscitato e continua a suscitare un acceso dibattito in seno al panorama culturale italiano, filosofico e teologico: nei confronti dell'autore vari infatti sono stati i commenti, le recensioni, i contributi e gli interventi critici da parte di personalità quali (in ordine alfabetico) BOZZO, BALDINI, BIANCHI, CACCIARI, MONTICELLI, ESPOSITO, FORTE, GIVONE, MANCUSO, MUCCI, RAVASI, REALE, TORNO, VATTIMO, e VOLPI.  La particolare rilevanza della filosofia di V. può trasparire anche, ad esempio, dalle seguenti affermazioni in meritocitate in ordine sparsodi alcuni dei suddetti illustri filosofi. GIVONE: “A V., cui siamo debitori d'un lavoro filosofico estremamente prezioso, rivolgiamo questa domanda. A V. dobbiamo non soltanto edizioni impeccabili delle opere di Eckhart, Porete, Silesius, Gerson; ma anche il pensiero vigoroso e chiaro, qualunque cosa gli si posa obiettare, che la mistica è da un lato il cuore e la radice viva di ogni religione, ma dall'altro “la filosofia nel suo senso più reale e profondo”, la conoscenza e la pratica dell'essere e “la gioia dell'essere”. CACCIARI: “È un grosso debito quello che la filosofia e la teologia hanno accumulato in questi anni nei confronti di V.. Grazie al suo instancabile lavoro o sotto la sua direzione il nostro paese può oggi contare su impeccabili edizioni di Gerson, Silesius, Porete ed Eckhart. MUCCI: “In questi tempi di declino dell'ontologia, V. è certamente, in Italia, fuori dell'ambito ecclesiastico, il più illustre studioso di mistica.” REALE: “L'esperienza mistica è comunque per sua natura connessa con il religioso, come viene mostrato nella filosofia di V.i “La mistica delle religioni (Le Lettere) in questi giorni in libreria. V., uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale e internazionale, analizza in modo dettagliato questa esperienza spirituale nell'induismo, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel cristianesimo.” TORNO: “Segnalare un livre de chevet, vale a dire una di quelle opere maneggevoli che mai dovrebbero allontanarsi dal capezzale, è diventato difficile oltre che inattuale. Eppure qualcosa circola, come prova l'ultimo delizioso saggio di V. sulla grazia». FORTE: “L'ultimo bel libro di V. su “Mistica e filosofia” rivela ancora una volta la sua straordinaria competenza di storico e interprete della mistica.” Al pensiero di V. è stato dedicato “Mistica e filosofia in V.” Saggi: “Lontano dal SEGNO. Saggio sul cristianesimo” (La Nuova Italia, Firenze); “Esame della certezza” (Cenacolo, Firenze); “Eckhart. Opere” (Nuova Italia, Firenze); “Dialettica della fede” (Marietti, Casale Monferrato -- Le Lettere, Firenze); “L'esperienza dello spirito” (Augustinus, Palermo); “Mistica e filosofia” (Piemme, Casale Monferrato -- prefazione di CACCIARI -- Le Lettere, Firenze); “Il volto del Dio nascosto: l'esperienza mistica dall'Iliade a Weil” (Mondadori, Milano); “Storia della mistica occidentale” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); “Introduzione alla mistica” (Morcelliana, Brescia); “La morte dell'anima: dalla mistica alla psicologia” (Lettere, Firenze); “La mistica delle grandi religioni” (Mondadori, Milano; Lettere, Firenze); Tesi per una riforma religiosa (Lettere, Firenze); La religione della ragione” (Mondadori, Milano); “Sulla grazia” (Lettere, Firenze); “Prego Dio che mi liberi da Dio: la religione come verità e come menzogna” (Bompiani, Milano); “Lessico mistico: le parole della saggezza” (Le Lettere, Firenze) – under M, ‘scuola di mistica fascista’; “Il santo spirito fra religione e mistica” (Morcelliana Brescia); “Oltre il cristianesimo: da Eckhart a Le Saux” (Bompiani, Milano); “Inchiesta su Maria: la storia vera della fanciulla che divenne mito” (Rizzoli, Milano); “Indagine sulla vita eterna” (Mondadori, Milano); “Introduzione a Eckhart -- profilo e testi” (Lettere, Firenze); “L'Anti-Cristo: storia e mito” (Mondadori, Milano); “All'ultimo papa: lettere sull'amore, la grazia, la libertà” (Saggiatore, Milano); “VIO contro Lutero e il falso evangelo” (de' Medici, Firenze); “Il muro del paradisoL dialoghi sulla religione” (Medici, Firenze); “Mistica, psicologia, teologia” (Lettere, Firenze); liceo ginnasio Michelangiolo, Firenze. Mancuso, Lutero è vivo e lotta con noi, s.a., in: <Panorama> Azzarà, su Materialismo Storico   Bio-  Givone, Luce mistica dei moderni in: «Il ManifestoAlias», in il manifesto Alias, V., Mistica e filosofia, Prefazione, Firenze, Le Lettere, Mucci, Il pensiero di V., in «La Civiltà Cattolica»; Reale, Il misticismo vive in tutte le culture. Il testo di V., le «Upanishad» riedite, su corriere. Torno, Alla ricerca della grazia nel segno di Eckhart, «Corriere della Sera», Cultura, Forte, Mistica, l’enigma dell’altro, in «Avvenire», Schiavolin, Mistica e filosofia in V. (Nerbini, Firenze). Mistica Misticismo cristiano Mistica renana Meister Eckhart Hadot Henri Le Saux. Marco Vannini. Vannini. Keywords: the mystic, das mystische, la scuola di mistica fascista. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Vannini e Grice: il mistico di ‘Vitters’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vario: la ragione conversazionale della filosofia della vita a Roma – Philosophy of Life -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: IL GIARDINO. In Grice’s time, philosophy was not studied as a separate subject, but under classics. Philosophy wss introduced upon completion of five terms into the B. A. Lit. Hum. Mundle complained: Grice referred to ordinary language as the language employed by any philosopher who had earned a first at Greats – as his pupil Strawson never did! -- Filosofo italiano. L’orto. Friend of FILODEMO (vedi). A poet. One of his works, “On death,” was doubtless shaped by L’Orto. He had a significant influence on VIRGILIO (vedi). His tutor was SIRO (vedi). Lucio Vario Rufo. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varisco: la ragione conversazionale, o l’implicatura conversazionale del sommario di criticismo – la scuola di Chiari – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Chiari). Abstract. Keywords: gnothi seauton, implicatura dell’oracolo. Filosofia critica. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Chiari, Brescia, Lombardia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “We all learned about the ‘gnothi seauton’ at Clifton – Varisco composed a full tract about it! Calogero has analysed the implicatures! The idea is that you need a ‘thou’ to tell ‘thou’ ‘knowest THYself” – although the oracular mystique is still there!” – Insegna filosofia a Roma e senator. La sua formazione filosofica coincide con la crisi del positivismo.  Si laurea a Pavia. Partendo da posizioni solidamente scientifiche, V. avverte sollecitamente il limite di ogni conoscenza che voglia essere esclusivamente composto di ragione, e scopre insieme la concomitante componente fideistica di ogni affermazione di verità.  Questo ricorso alla fede come sentimento del sopra-naturale è utilizzato da V. sia per affermare la preminenza della filosofia come conoscenza concreta sui processi astrattivi della scienza -- “I massimi problemi” (Milano, Libreria Editrice Milanese) -- sia per approdare ad uno spiritualismo pluralistico con forti accentuazioni teistiche -- “Dall'uomo a Dio” (Padova, Milani).  Altre saggi: “Scienza ed opinione” (Roma, Alighieri); “La patria” (Roma, Provenzani), “Conosci te stesso” (Milano, Libreria Milanese); “La scuola per la vita” (Milano, Isis); “Linee di filosofia critica” (Roma, Signorelli); “Discorsi politici” (Roma, Alberti); “Sommario di filosofia” (Roma, Signorelli). Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria cavaliere dell'Ordine della corona d'Italia, ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia. Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia. Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Varisco. Keywords: know theyself, oracular implicature, Calogero. Refs.: The H. P. Grice Papers, BANC MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Varisco: per un sommario di filosofia critica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varisco.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Varrone: LINGUISTICA FILOSOFICA – Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della semiotica filosofica – la scuola di Rieti – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rieti). Abstract. Studies in the way of words. Keywords: studies in the way of words, Grice, Mundle: Grice regarded ordinary language as the language employed by anyone who got a first in Greats. Philosophy was introduced only upon completion of five terms into your B. A. Lit. Hum., since philosophy was not taught under a separate subject at Oxford, but under classics. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Rieti, Lazio. Grice: “I count Varrone as the first language philosopher. He woke up one day, and realised he was speaking ‘lingua latina,’ and dedicated 36 volumes to it!” --. Grice: “’Lingua latina’ has a nice Roman ring to it. In modern Italian, the ‘t’ has become an ‘z,’ as in “Lazio,  -- the calcio team from Latium – or a ‘d’ as in ‘ladino.’” Grice: “I know his Loeb edition by heart!” – Grice: “The Greeks never studied their lingo as Varro studied his! Of this Austin always reminded me: ‘We should be like Varro, analysing our tongue as a ‘fluid’ semiotic system!’”. Academic, Roman polymath, author of essays on language, agriculture, history and  philosophy, as well as satires, and principal conversationalist in CICERONE’s "Academica.” Questore della repubblica romana. Gens: Terentia. Questura in Illyricum. Pro-pretura in Spagna. Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari, sia divini che umani -- CICERONE, Academica Posteriora. Detto reatino, attributo che lo distingue da “Varrone Atacino,” vissuto nello stesso periodo. Nato da una famiglia di nobili origini, ha rilevanti proprietà terriere in Sabina, dove e educato con disciplina e severità dai familiari, integrate dall'acquisto di lussuose ville a Baia e fondi terrieri a Tusculum e Cassino. A Roma compe studi avanzati presso i migliori maestri del tempo. Lucio Elio Stilone PRECONINO (vedi) lo fa appassionare anche agli studi etimologici ed oratoria. Studia la lingua italiana con Lucio ACCIO (vedi), a cui dedica “De antiquitate litterarum.” Come molti romani, compe un grand tour in Grecia, dove ascolta filosofi accademici come Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, da cui deduce una posizione filosofica di tipo eclettico. A differenza di molti altri filosofi del tempo, non si ritira dalla vita politica ma, anzi, vi prende parte attivamente accostandosi agl’optimates, forse anche influenzato dall'estrazione sociale. Dopo aver, infatti, percorso le prime tappe del cursus honorum – trium-viro capitale, questore, e legato -- e vicino a POMPEO, per il quale ricopre incarichi di grande importanza. Legato e pro-questore, combatte nella guerra contro i pirati difendendo la zona navale tra la Sicilia e Delo. Allo scoppio della guerra civile e propretore. In una guerra che vede i romani contro i romani, tenta un’incerta difesa del suo territorio che si concluse in una resa che GIULIO (vedi) CESARE (vedi), nei Commentarii de bello civili, define poco gloriosa. Dopo la disfatta dei pompeiani, si avvicina, comunque, a GIULIO CESARE, che apprezza il reatino soprattutto sul piano culturale, affidandogli la costituzione di una biblioteca. Dopo l’assassinio di GIULIO CESARE, anzi, e inserito nelle liste di proscrizione sia di MAR’ANTONIO che di OTTAVIANO -- interessati più alle sue ricchezze che a punire i congiuranti -- da cui si salva grazie all'intervento di Fufio CALENO (vedi) per poi avvicinarsi a OTTAVIANO a cui dedica il “De vita populi Romani” volto alla divinizzazione della figura di GIULIO CESARE. Ha una produzione di oltre 620 libri, suddivisi in circa settanta opere. Saggi: “De re rustica” (Varrone) e “De lingua Latina”. La sua vasta produzione è suddivisa da Girolamo in un catalogo. Le sue opere di sono verosimilmente 74, suddivise in 620 volumi, sebbene stesso egli rifere di aver scritto 490 saggi.  I suoi saggi  possono essere suddivise in vari gruppi, dalle opere di erudizione, filologia (filosofia del linguaggio, o semantica) e storia a quelle giuridiche e burocratiche, dalle opere di filosofia (filosofia del linguaggio, semantica, semiotica) e agricoltura alle opere di poesia, di linguistica e letteratura; di retorica e diritto, con ben 15 libri De iure civili; di filosofia. Di questa enorme produzione è pervenuta quasi integra solo un'opera, il “De re rustica”. Del “De lingua Latina” sono pervenuti solo 6 libri su 25. Probabilmente, causa del quasi completo naufragio della immane varroniana è che, avendo compulsato tanta parte della cultura romana precedente, divenne la fonte indispensabile per i filosofi successivi, perdendosi, per così dire, per assimilazione. Della sua attività filologica fa testimonianza il cosiddetto canone varroniano, elaborato a partire da due opere, le “Quaestiones Plautinae” e il “De comoediis Plautinis”, in cui riparte il corpus plautino, che include 130 fabulae. Di queste, 21 vengono definite autentiche, 19 di origine incerta (dette "pseudo-varroniane”);  le restanti, spurie.  Si occupa soprattutto di antiquaria, con i 41 libri di “Antiquitates”, il suo capolavoro, divisi in 25 di “res humanae” e 16 di “res divinae”, fonte precipua di AGOSTINO nel “De civitate Dei.” Proprio d’AGOSTINO si evidenzia l'attenzione di V. sulla religione civile, con una compiuta disamina su culti e tradizioni, pur con acute critiche alla teologia mitica dei poeti in nome di una theologia naturalis. A questo gruppo appartiene anche l'opera, non pervenuta, “De bibliothecis”, presumibilmente legata alle incombenze come bibliotecario affidategli da GIULIO CESARE. Nell'ambito filosofico, notevoli dovevano essere “I logistorici” -- dal greco “discorsi di storia” -- in 76 libri, composta in forma di dialogo in prosa, di argomento morale e antiquario, in cui ogni libro prende il nome di un personaggio storico e un tema di cui il personaggio costituiva un modello, come il “Mario”, “de fortuna” o il “Cato”, “de liberis educandis”. Questi dialoghi storico-filosofici sono tra i modelli espositivi del “Lelio”; “de amicitia” e del “Catone maggiore”, “de senectute” di CICERONE. Al suo interesse filosofico e divulgativo, probabilmente scritte lungo tutto il corso della sua parabola culturale, riconducevano le “Saturae Menippeae”, che prendeno come modello Menippo, esponente della filosofia cinica -- da cui il nome. Le “Saturae Menippeae” si componevano di 150 libri, in prosa e in versi, di cui però ci rimangono circa 600 frammenti e novanta titoli, di argomento soprattutto filosofico, ma anche di critica dei costumi, morale, con rimpianti sui tempi antichi in contrasto con la corruzione del presente. Ciascuna satira reca un titolo, desunto da proverbi (“Cave canem” -- con allusione alla mordacità dei filosofi cinici) o dalla mitologia (“Eumenide” contro la tesi stoico-cinica per cui gl’uomini sono folli, “Trikàranos”, il mostro a tre teste, con un mordace riferimento al primo triumvirate, ed era caratterizzata da lessico popolaresco, polimetria e, come in Menippo, uno stile tragi-comico. Valerio Massimo, Aulo Gellio. Ce ne parla lui stesso in “De lingua latina”. Cicerone, Academica posteriora, Appiano, Guerre civili. Varrone, De re rustica. Svetonio, Cesare, Appiano, Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensium, Chronicon, ann. Aulo Gellio, Gellio, I cui frammenti sono editi nell’edizione di Cardauns: “Antiquitates rerum divinarum” Cfr. Zucchelli, V. logistoricus. Studio letterario e prosopografico, Parma, Cfr., ad esempio, il Fr. XIX Riese: "Da ragazzo, avevo solo una tunica modesta e una toga, calzature senza fascette, un cavallo non sellato; bagno giornaliero, niente e, davvero di rado, una tinozza".  Horsfall, V., in Letteratura Latina (Milano, Mondadori). Cfr. Salanitro, Le Menippee di V.: contributi esegetici e linguistici (Roma, Ateneo). Sulla satira varroniana, cfr. Alfonsi, Le Menippee di V., in "ANRW". Atti del Congresso di studi varroniani. Rieti, CENTRO DI STUDI VARRONIANI. Cenderelli, “Varroniana” Istituti e terminologia giuridica nelle opere di V. (Milano, Giuffrè); Dahlmann, “V. e la teoria della lingua” (Napoli, Loffredo), Corte, “V., il terzo gran lume romano” (Genova, Istituto universitario di Magistero); “De vita populi Romani” Introduzione e commento, Pisa; Riposati, “V. De vita populi Romani”. Fonti, esegesi, edizione critica dei frammenti (Milano, Vita e pensiero), Riposati, “V.: l'uomo e il filosofo” (Roma Istituto di studi romani); Traglia, Introduzione a V., “Opere” (Torino, POMBA), Zucchelli, “V. logistoricus: prosopo-grafica”, Parma, Istituto di lingua e letteratura latina, Satira menippea Biblioteche romane Antiquitates rerum humanarum et divinarum Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V. “De lingua Latina libri qui supersunt: cum fragmentis ejusdem” Biponti, ex typographia societatis. Biblioteca degli scrittori latini con traduzione e note: “V. quae supersunt opera” Venetiis, excudit Antonelli, “Grammaticae Romanae Fragmenta”, Gino Funaioli, Lipsiae, in aedibus Teubneri. “M. Terenti Varronis saturarum menippearum reliquiae” -- cur. Riese, Lipsiae, in aedibus Teubneri. In passing from Rome to Rieti we enter a different world. One rightly speaks of the Greco-Roman era as a period of unified civilisation around the Mediterranean area, but the respective roles of the Italotes and the Romns are dissimilar, if complementary. Without the other, the contribution of either would have been less significant and less productive. The Romans have for long enjoyed contact with Hellenic and Etrurian material culture and intellectual ideas, and further through the Greek settlements in the south of Italy: Sicily and Magna Grecia.The Romans learned to write from the western Greeks. But the Hellenic world fell progressively within the control of Rome, by now the mistress of the whole of Italia The expansion of Roman rule becomes complete, and the Roman Empire, as it now is, achieves a relatively permanent position, which, with fairly small-scale changes in Britain and on the northern and eastern frontiers, remains free of serious wars for years. The second half of this period earns Gibbon's encomium, 'If a man were called to fix the period in the history of the world during which the condition of the human race is most happy and prosperous, he would, without hesitation, name that which elapsed from the death of DOMIZIANO to the accession of COMMODO.' In taking over the Hellenic world, the Romans bring within their sway whatever they find on the way.The intellectual background of Etruria and the Hellenes and the polical unity and freedom of intercourse provided by Roman stability are the conditions in which the Roman Empire shines. To the Romans, Europe and much of the entire modern world owe the origins of their intellectual, moral, political and religious civilisation. From their earliest contacts, the Romans cheerfully acknowledge the superior pompousness of the Greeks – by which they included the Etrurians. Linguistically, this is reflected in the different languages of the eastern and the western provinces. In the western half of the Roman empire, where no contact had been made with a recognised civilization, Latin  -- which subsists in Italian – becomes he language of administration, business, law, learning, and social advancement. Ultimately, Latin displaces the former languages of most of the western provinces, and becomes in the course of linguistic evolution the modern Romance, or Neo-Latin, languages of contemporary Europe, notably French (Italian is no romance; Italian IS Latin!). In the east, however, already largely under Hellenic administration since the Hellenistic period, Greek retains the position it has already reached. Roman officials often complain about having to learn and use Greek in the course of their duties, and Hellenic philosophy was quite respected for its eccentricity. Ultimately this linguistic division is politically recognized in the splitting of the Roman Empire into the Western and the Eastern Empires, with the new eastern capital at COSTANTINO’s Constantinople enduring as the head of the Byzantine dominions through much trial and tribulation up to the beginning of the western Renaissance. The accepted view of the relation between Roman rule and Hellenic civilization is probably well represented in Vergil's summary of Rome's place and duty: let others (i.e. the Greeks) excel if they will in the arts, while Rome keeps the peace of the world. During the years in which Rome rules the western civilised world, there must have been contacts between speakers of Latin and speakers of other languages at all levels and in all places. Interpreters must have been in great demand, and the teaching and learning of Latin -- and, in the eastern provinces, of Greek --  must have been a concern for all manner of persons both in private households and in organized schools. Translations are numerous. Greek literature is systematically translated into Latin. So much did the prestige of Greek writing prevail, that Latin poetry abandons its native metres and was composed during the classical period and after in metres learned from the Greek poets. This adaptation to Latin of Greek metres find its culmination in the magnificent hexameters of VIRGILIO and the perfected elegiacs of OVIDIO. It is surprising that we know so little of the details of all this linguistic activity, and that so little writing on the various aspects of linguistic contacts is either preserved for us or known to have existed. The Romans are aware of multi-lingualism as an achievement. AULO GELLIO tells of the remarkable king Mithridates of Ponto who was able to converse with any of his subjects, who fell into more than twenty different speech communities. In linguistic science, the Roman experience is no exception to the general condition of their relations with Greek intellectual work. Roman linguistics is largely the application of Greek philosophy, Greek controversies, and Greek categories to the Latin language. The relatively similar basic structures of the two languages, together with the unity of civilization achieved in the Greco-Roman world, facilitate this meta-linguistic transfer. The introduction of linguistic studies into Rome is credited to one of those picturesque anecdotes that lighten the historian's narrative. CRATES, a philosopher of the Porch and grammarian, comes to Rome on a political delegation, and while sightseeing, falls on an open drain and is detained in bed with a broken leg. CRATES passes the time while recovering in giving lectures on literary themes to an appreciative audience. It is probable that Crates as a philosopher of the PORCH introduces mainly that doctrine in his teaching. But Greek philosophers and Greek philosophy enter the Roman world increasingly in this period, and by the time of V., both Alexandrian and Stoic opinions on language are known and discussed. V. is the first serious Latin philosopher on linguistic questions of whom we have any records. V. is a polymath, ranging in his interests through agriculture, senatorial procedure, and Roman antiquities. The number of his writings is celebrated by his contemporaries, and his "De lingua Latina", wherein he expounds his linguistic opinions, comprise XXV volumes, of which books V and VI and some fragments of the others survive. One major feature of V.’s linguistic philosophy is his lengthy exposition and formalization of the opposing views in the analogy-anomaly controversy, and a good deal of his description and analysis of Latin appears in his treatment of this problem. He is, in fact, one of the main sources for its details, and it has been claimed that he misrepresents it as a matter of permanent academic attack and counter-attack, rather than as the more probable co-existence of opposite tendencies or attitudes. V.'s style is criticised as unattractive, but on linguistic questions he is probably the most original of all the Latin philosophers. V. is much influenced by the philosophy of the Porch, including that of his own teacher STILONE. But V. is equally familiar with Alexandrian doctrine, and a fragment purporting to preserve his definition of grammar, 'the systematic knowledge of the usage of the majority of poets, historians, and orators' looks very much like a direct copy of Thrax's definition. On the other hand, V. appears to use his Greek predecessors and contemporaries rather than merely apply them with the minimum of change to Latin. His statements and conclusions are supported by argument and exposition, and by the independent investigation of earlier stages of the Latin language. V. is much admired and quoted by later philosophers, though in the main stream of linguistic theory his treatment of Latin grammar does not bring to bear the influence on the successors to antiquity that more derivative scholars such as PRISCIANO does, who set themselves to describe Latin within the framework already fixed for Greek by Thrax's Techne and the syntactic works of Apollonius. In the evaluation of V.'s work on language we are hampered by the fact that only two of the XXV books of the “De lingua Latina” survive. We have his threefold division of linguistic studies, into etymology, morphology, and syntax, and the material to judge the first and second.V. envisages language developing from an original set of primal words, imposed on things so as to refer to them, and acting productively as the source of large numbers of other words through subsequent changes in letters, or in phonetic form -- the two modes of description comes to the same thing for him.. These changes take place in the course of years. An earlier forms, such as "duellum" for classical "bellum", V. cites as an instance. At the same time, a *meaning* may change, as, for example, the meaning of “hostis”, once 'stranger', but in V.'s time, 'enemy.' These etymologico-semantic statements are supported by scholarship. But a great deal of V.’s etymology suffers from the same weakness and lack of comprehension that characterizes Hellenic work in this field. "Anas", from "nare", to swim, “vitis,” from “vis;” “cilra, “care, from “cor iirere,” are sadly typical both of V.’s philosophy and of Latin etymological studies in general. A fundamental ignorance of linguistic history is seen in V.'s references to Hellenism. A similarity in a form bearing comparable meanings in Latin and Greek is obvious. Take the first personal pronoun: 'ego.' Some similarities are the produ.ct of historical loans at various periods once the two communities made indirect and then direct contact. Other similarities are the joint descendants of an earlier common Aryan forms whose existence may be inferred and whose shape may to some extent be reconstructed by the methods of comparative and historical linguistics. But of this, V., like the rest of antiquity, has no conception. All such bunch is jointly regarded by him as a direct loan from the conquered Greek, whose place in the immediate history of Latin is misrepresented and exaggerated as a result of the Romans’ consciousness of their cultural debt to Greece and mythological associations of Greek heroes -- and their enemies, like Aeneas! -- in the story of the founding of Rome. In his conception of vocabulary growing from alterations made to the forms of primal words, V. unites two separate considerations: historical etymology and the synchronic formation of derivations and inflexions. Certain canonical members of paradigmatically associated word series are said to be primal -- all the others resulting from “declinatio”, the formal process of change. A derivational prefix is given particular attention. One must regret V.’s failure to distinguish two linguistic dimensions, because, as with other linguistic philosophers in antiquity, V.’s synchronic descriptive observations are much more informative and perceptive than his attempts at historical etymology. As an example of an apparent awareness of the distinction, one may note V.’s statement that, within Latin, "equitiittis" and "eques" -- stem "equit-" – may be associated with and descriptively referred back to "equus". But that no further explanation on the same lines is possible for "equus". Within Latin, ‘equus’ is primal. Any explanation of its form and its meaning involves a dia-chronic research into an earlier stages of the Indo-European family and cognate forms in languages other than Latin. In the field of word form variations from a single root, both derivational and inflexional, V. rehearses the arguments for and against analogy and anomaly, citing Latin examples of regularity and of irregularity. Sensibly enough, V. concludes that both the principle of analogy and the principle of anomaly must be recognized and accepted in the word formations of a language and in the meanings associated with them. In discussing the limits of strict regularity in the formation of words V. notices the pragmatic nature of language, with its vocabulary more differentiated in culturally important areas than in others. Thus "equus" and "equa" have separate forms for the male and female animal, because the sex difference is important to the Romans. But "corvus" does not, because in them the difference is not important to Romans. Once this is true of "columba" -- formerly all designated by the feminine noun. But since "columbae" are domesticated, a separate, analogical, masculine form "columbUS" is ‘coined.’ V. further recognises the possibilities open to the individual, particularly in poetic diction, of variations or anomalies beyond those sanctioned by majority usage or 'ordinary language', a conception not remote from the Saussurean interpretation of langue and parole. One of V.'s most penetrating observations in this context is the distinction between derivational and inflexional formation, a distinction not commonly made in antiquity. One of the characteristic features of inflexions is their very great generality. Inflexional paradigms contain few omissions and are mostly the same for all speakers of a single dialect or of an acknowledged standard language. This part of morphology V. calls 'declinatio naturalis’, because, given a word and its inflexional class, we can infer its other forms. By contrast, synchronic derivations vary in use and acceptability from person to person and from one word root to another. From "ovis" and "sus" are formed "ovile" and "suile.” But "bovile" is *not* acceptable to V. from "bos" -- although rustic CATONE is said to have used the form as opposed to the more standard "bubile.” The facultative and less ordered state of this part of morphology, which gives a language much of its flexibility, is distinguished by V. in what he dubs ‘declinatio VOLUNTARIA.’ V. shows himself likewise original in his proposed morphological classification of Latin words. His use in this of the morphological categories shows how V. understands and makes use of Greek sources without deliberately copying their conclusions. V. recognises, as the Greeks do, case and tense as the primary distinguishing categories of inflected words, and sets up a quadripartite system of FOUR inflexionally contrasting classes. Those with case inflexion. Those with tense inflexion. Those with case and tense inflexion. Those with neither. Noun (including Adjective). Verbs. Participle. Adverb. These IV classes are further categorised as a forms which, respectively, names, makes a statement, joins (i.e. shared in the syntax of nouns and verbs), and supports (constructed with verbs as their subordinate members). In the passages dealing with these IV classes, the adverbial examples are all morphologically derived forms -- like "docte" and "lecte". V.’s definition would apply equally well to the un-derived and mono-morphemic adverbs of Latin -- like "mox" and "eras". But these are referred to elsewhere among the uninflected, invariable or 'barren,’ sterile, words. A full classification of the invariable words of Latin would require the distinction of syntactically defined sub-classes such as Thrax used for Greek and the later Latin grammarians took over for Latin. But, from his examples, it seems clear that what was of prime interest to V. is the range of grammatically different words that may be formed on a single common root -- e.g. "lego" (VERB – CLASS II), "lector" – NOUN, CLASS I --, "legens" – PARTICIPLE, CLASS III -- and "lecte" – ADVERB – CLASS IV. In his treatment of the verbal category of tense, Varro displays his sympathy with the doctrine of the Porch, in which two semantic functions are distinguished within the forms of the tense paradigms, time reference and ‘aspect.’ In his analysis of the VI INDICATIVE indicative tenses, active and passive, the *aspectual* division, incomplete-complete, is the more fundamental for V., as each aspect regularly shares the same stem form, and, in the passive voice the *completive* aspect tenses consists of *two* expressions, though V. claims that, erroneously, most people only consider the time reference dimension. IS Active Time past present future Aspect incomplete DISCIBAM  I was DISCO I learn DISCAM I shall learning learn complete DIDICERAM I had DIDICI I have DIDICERII I shall learned learned have learned Passive incomplete AMTIBAR I was AMOR I am AMITBOR  I shall be loved loved loved complete AMTITUS  I had AMTITUS I have AMIITUS I shall ERAM been sum been ERA have been loved loved loved The Latin future perfect is in more common use than the corresponding Greek (Attic) future perfect. V. puts the Latin perfect tense forms DIDICI, etc., in the present *completive* place, corresponding to the place of the Greek perfect tense forms. In what we have or know of his writings, V. does not appear to have allowed for one of the major differences between the Greek and Latin tense paradigms -- viz. that, in the Latin perfect tense, there is a syncretism of a simple past meaning ('I did'), and a perfect meaning ('I have done') -- corresponding to the Greek aorist and perfect respectively. The Latin perfect tense forms belong in *both* completive and non-completive aspectual categories, a point clearly made later by PRISCIANO in his exposition of a similar analysis of the Latin verbal tenses. If the difference in use and meaning between the Greek and Latin perfect tense forms seems to escape V.'s attention, the more obvious contrast between the V-term case system of Greek and the *VI*-term system of Latin forces itself on him, as it does on anyone else who learned both languages. Latin formally distinguished an ABLATIVE CASE. 'By whom an action is performed' is the gloss given by V.. THE ABLATIVE CASE shares a number of the meanings and syntactic functions of both the Greek GENITIVE and DATIVE case forms. V. takes the NOMINATIVE form not as a casus but as as the canonical word forms, from which the oblique forms -- cases -- are developed. Like his Greek colleagues across the pond, V. contents himself with fixing on one stereo-typical meaning or relationship as definitive for each case. V., who was no Cicero – ‘he is a Varro’ implicates ‘he is a know-it-all’ in Roman -- mistranslates ‘aitiatike ptosis’ by ACCUSATIVUS rather than the more correct, CAUSATIVUS. V. is probably the most independent and original philosopher on linguistic topics among the Romans. After V. we can follow discussions of existing questions by several philosophers with no great claim on our attention. Among others, GIULIO CESARE – the well-known general assassinated by the senators -- is reported to have turned his mind to the analogy-anomaly debate while crossing the Alps on a campaign. Thereafter, the controversy gradually fades away. PRISCIANO uses ‘analogia’ to mean the regular inflexion of an inflected word, without mentioning ‘anomalia’. ‘Anomalia’ appears occasionally among the late grammarians.V.'s ideas on the classification of Latin words have been noticed. But the word class system that is established in the Latin tradition enshrines in the ‘saggi’ of PRISCIANO and the late Latin ‘philosophical’ grammarians – cf. CAMPANELLA, ‘Grammatica filosofica’ -- is much closer to. the one given in Thrax's Techne. The number of classes remains now at VIII, with one change. A class of words corresponding to the Greek definite article ‘ho,’ ‘he,’ ‘to,’ does not exist in  Latin. The definite article of Italian develops later from weakened forms of the demonstrative pronoun ‘ille’ (il) and ‘illa’ (la). The Greek *relative* pronoun is morphologically similar to the article and classed with it by Thrax and Apollonius. In Latin, the relative pronoun – ‘qui’, ‘quae’, and ‘quod’ -- is morphologically akin to the interrogative pronoun – ‘quis’, ‘quid’ -- and both are classed together either with the noun or the pronoun class. In place of the article, Latin grammarians recognise the ‘interjection’ as a separate ‘pars orationis’, instead of treating it as a subclass of adverbs as Thrax and Apollonius do. PRISCIAN regards the separate status of the interjection as common practice among Latin scholars. But the first philosopher who is known to have dealt with it in this way is REMMIO PALEMONE, a grammatical and literary scholar who defines the interjection as having no statable meaning but merely indicating – via natural meaning, as H. P. Grice would have it – emotion, as in Aelfric he he versus ha ha (Roman versus English laughter). PRISCIANO lays more stress on the syntactic independence of the interjection in sentence structure. QUINTILIANO, a Spaniard, not a Roma, is PALEMONE’s pupil. This Spaniard writes extensively on education, and in his “Institutio aratoria”, wherein he expounds his opinions, he dealt briefly with ‘GRAMMATICA’ – the first of the trivial arts --, regarding it as a propaedeutic to the full and proper appreciation of literature in a liberal education, in terms very similar to those used by Thrax at the beginning of the Techne. In a matter of detail, QUINTILIANO discusses the analysis of the Latin case system, a topic always prominent in the minds of Latin scholars who knew Greek by default (Who didn’t have a Greek slave?). QUINTILIANO suggests isolating the instrumental use of the ABLATIVE -- "gladiii" -- as case VII, since, as he notes, this instrumental use of the ablative case has nothing in common semantically with the other meanings of the ablative. A separate ‘instrumental’ case forms is found (but a Spaniard wouldn’t know) in Sanskrit, and may be inferred for unitary Indo-european, though the Greeks and Romans knew nothing of this. It was and is common practice to name the cases by reference to one of their meanings – DATIVUS,  'giving', ABLATIVUS, 'taking away', etc. -- but their formal identity as members of a VI-term paradigm rests on their meaning, or more generally, their meanings, and their syntactic functions being associated with a morphologically distinct form in at least some of the members of the case inflected word classes. PRISCIAN and DONATO see this, and in view of the absence of any morphological feature distinguishing an alleged instrumental use of the ablative case forms from their other uses, PRISCIANO explicitly reproves of such an addition to the descriptive grammar of Latin as redundant – or “supervacuum,” as he said for ‘otiose.’ The work of V., QUINTILIANO, shows the process of absorption of Greek linguistic theory, controversies, and categories, in their application to the Latin language. But Latin linguistic scholarship is best known for the formalization of descriptive Latin grammar, to become the basis of all education in later antiquity and the traditional schooling of the modern world. The Latin grammar of the present day is the direct descendants of the compilations of the later Latin grammarians, as the most cursory examination of PRISCIANO’s “Institutiones grammaticae” will show. PRISCIANO’s grammar, comprising XVIII books and running to nearly a thousand pages may be taken as representative of their work. Quite a number of writers of Latin grammars, working in different parts of the Roman Empire, are known to us. Of them DONATO and PRISCIANO are the best known. Though they differ on several points of detail, on the whole these philosopohical grammarians set out and follow the same basic system of grammatical description. For the most part, Roman philosophical grammarians show little originality, doing their best to apply the terminology and categories of the Greek grammarians to the Latin language. The Greek technical terms are given fixed translations with the nearest available Latin word. ‘onoma’, ‘NOMEN’ ‘anto-nymia,’ ‘PRO-NOMEN’ ‘syn-desmos,’ ‘CON-IUCTIO’ etc. In this procedure they had been encouraged by DIDIMO,  a voluminous scholar, who states that every feature of Greek grammar IS TO BE found in Latin. DIDIMO follows the word class system of the PORCH, which included the article (absent in Latin) and the personal pronouns in one class, so that the absence of a word form corresponding to the Greek article does not upset him or his classification. Among the Latin philosophical grammarians, MACROBIO gives an account of the 'differences and likenesses' of the Greek and the Latin verb, but it amounted to little more than a parallel listing of the forms, without any penetrating investigation of the verbal systems of the Latin language – his own, or Greek. The succession of Latin philosophical grammarians through whom the accepted grammatical description of the language is brought to completion and handed on to the Middle Ages spanned the centuries until the foundation of Oxford. This period covers the pax Romana and the unitary Greco-Roman civilization of the Mediterranean that lasts during the first two centuries, the breaking of the imperial peace in the third century, and the final shattering of the western provinces, including Italy, by invasion from beyond the earlier frontiers of the empire. Historically these centuries witness two events of permanent significance in the life of the civilized world. In the first place, Christianity – or the coming of the Galileans -- which, from a secular standpoint, starts as the religion of a small deviant sect of Jewish zealots, spread and extended its influence through the length and breadth of the empire, until, in the fourth century, after surviving repeated persecutions and attempts at its suppression, it is recognized as the official religion of the state! (Except Giuliano). Its subsequent dominance of European thought (except Luther) and of all branches of learning for the next thousand years is now assured, and neither doctrinal schisms nor heresies, nor the lapse of an emperor into apostasy could seriously check or halt its progress. As Christianity gains the upper hand and attracts to itself men of learning, the scholarship of the period shows the struggle between the old declining pagan standards of classical antiquity and the rising generations of Christian apologists, philosophers, and historians, interpreting and adapting the heritage of the past in the light of their own conceptions and requirements. The second event is a less gradual one, the splitting of the Roman world into two halves, east and west. After a century of civil turmoil and barbarian pressure, Rome ceases under DIOCLEZIANO to be the administrative capital of the empire, and his later successor COSTANTINO transfers his government to a new city, built on the old Byzantium and named Constantino-polis (literally: ‘my (kind of) town’). By the end of the fourth century, the Roman empire is formally divided into an eastern and a western realm, each governed by its own emperor (who often did not speak to each other – and for whom there was no lingua franca to be found). This division roughly corresponds to the separation of the old Hellenized area conquered by Rome but remaining Greek in culture and language, and the provinces raised from barbarism by Roman influence and Roman letters. Constantinople, assailed from the west and from the east, continues for a thousand years as the head of the Eastern Byzantine Empire, until it falls to the Turks. During and after the break-up of the Western Empire, Rome endures as the capital city of the Roman Church, while Christianity in the east gradually evolved in other directions to become the Eastern Orthodox Church. Culturally one sees as the years pass on from the so-called 'Silver Age' a decline in liberal attitudes, a gradual exhaustion of older themes, and a loss of vigour in developing new ones. Save only in the rising Christian communities, scholarship is backward-looking, taking the form of erudition devoted to the acknowledged standards of the past. This is an era of commentaries, epitomes, and dictionaries. The Latin grammarians, whose oudook is similar to that of the Alexandrian Greek scholars, like them directed their attention to the language of classical literature, for the study of which grammar serves as the introduction and foundation. The changes taking place in the spoken and the non-literary written Latin around them arise VERY little interest – ‘the plebs use it!’ --; their works are liberally exemplified with texts, all drawn from the prose and verse writers of classical Latin and their ante-classical predecessors Plautus and Terence. How different accepted written Latin is becoming may be seen by comparing the grammar and style of GIROLAMO's fourth translation of the Bible (the Vulgate), wherein several grammatical features of the Romance languages are anticipated, with the Latin preserved and described by the grammarians, one of whom, DONATO, second only to PRISCIANO in reputation, was in fact GIROLAMO’s teacher – and learned from him that God could be allowed a solecism or two! The nature and the achievement of the Latin philosophical grammarians can best be appreciated through a consideration of the work of their greatest representative, PRISCIANO, who teaches Latin grammar in Constantino-polis. Though PRISCIANO draws much from his Latin predecessors, his aim, like theirs, is to transfer as far as he could the grammatical system of Thrax's Techne and of Apollonius's writings to Latin. PRISCIANO’s admiration for Greek linguistic scholarship and his dependence on Apollonius and his son ERODIANO, in particular, 'the greatest authorities on grammar', are made clear in his introductory paragraphs and throughout his grammar. PRISCIANO works systematically through his subject, the description of the language of classical Latin literature. Pronunciation and syllable structure are covered by a description of the “littera’, defined as the smallest part of articulate speech, of which the properties are “nomen”, the name of the letter, “figura”, its written shape, and “potestas,” its phonetic value. All this had already been set out for Greek, and the phonetic descriptions of the letters as pronounced segments and of the syllable structures carry little of linguistic interest except for their partial evidence of the pronunciation of the Latin language. From phonetics PRISCIANO passes to morphology, defining the “dictio” and the “oratio” in the same terms that Thrax uses, as the minimum unit of sentence structure and the expression of a complete thought, respectively. As with the rest of western antiquity, PRISCIANO’s grammatical model is word and paradigm, and he expressly denies any linguistic significance to a division, in what would now be called morphemic analysis, *below* the word. On one of his rare entries into this field, PRISCIANO misrepresents the morphemic composition of words containing the negative prefix “in-“ -- “indoctus” -- by identifying it with the preposition “in.” These two morphemes, “in-“, negative, and “in-”, the prefixal use of the preposition, are in contrast in “invisus”, which may negate or strengthen the stem that follows (two words with two meanings, not a polysemous expression). After a review of earlier theories of Greek linguists, PRISCIANO sets out the classical system of VIII word classes laid down by Thrax and Apollonius, with the omission of the article but the separate recognition of the interjection. Each class of words is defined, and described by reference to its relevant formal category and “accidentia,” whence the later accidence for the morphology of a language, and all are copiously illustrated with examples from classical texts. All this takes up XVI of the XVIII books, the last II being devoted to syntax. PRISCIANO addresses himself (OBVIOUSLY) to readers already knowing Greek, as Greek examples are widely used and comparisons with Greek are drawn at various points, and the last hundred pages are wholly taken up with the comparison of different constructions in the two languages. Though Constantinopolis was a Greek-speaking city in a Greek-speaking area, Latin is decreed the official language when the new city was founded as the capital of the Eastern Empire. Great numbers of speakers of Greek as a first language needed Latin teaching from then on. The VIII parts of speech, or word classes, in PRISCIANO’s grammar may be compared with those in Dionysius Thrax's Techne. Reference to extant definitions in Apollonius and PRISCIANO’s expressed reliance on him allow us to infer that PRISICIANO’s definitions are substantially those of Apollonius, as is his statement that each separate class is known by its semantic content. “Nomen,” including adjectives. The property of the noun is to indicate a substance and a quality, and it assigns a common or a particular quality to every body or thing. The property of the VERBUM is to indicate an action or a being acted on; it has tense and mood forms, but is not case inflected. The PARTICIPIUM is a class of words always derivationally referable to a VERBUM, sharing the categories of verbs and a NOMEN (tenses and cases) -- and therefore distinct from both. This definition is in line with the Greek treatment of these words. The property of the PRONOMEN is its substitutability for a proper nouns and its specifiability as to person -- first, second, or third. The limitation to proper nouns, at least as far as third person pronouns are concerned, contradicts the facts of Latin. Elsewhere, PRISCIANO repeats Apollonius's statement that a specific property of the PRONOMEN is to indicate substance *without* quality, as a way of interpreting the lack of lexical restriction on the NOMEN which may be referred to anaphorically by a PRONOMEN. The property of the ADVERBIUM is to be used in construction with a VERBUM, to which it is syntactically and semantically subordinate. The property of the PRAE-POSITIO is to be used as a separate word before case inflected words and in composition before both case-inflected and non-case-inflected words. PRISCIANO, like Thrax, identifies the first part of words like “PRO-consul” and “INTER-currere”, as PRAE-POSITIO. INTER-IECTIO is a class of words syntactically independent of a VERBUM, and indicating a feeling or a state of mind. The property of the CON-IUCTIO is to join syntactically two or more members of any other word class, indicating a relationship between them. In reviewing PRISCIANO' s work as a whole, one notices that in the context in which he is writing and in the form in which he casts his description of Latin, no definition of grammar itself is found necessary. Where other late Latin grammarians do define the term, they do no more than abbreviate the definition given at the beginning of Thrax's Techne. It is clear that the place of grammar, and of linguistic studies in general, in education is the same as is precisely and deliberately set out by Thrax and summarily repeated by QUINTILIANO. PRISCIANO's omission is an indication of the long continuity of the conditions and objectives taken for granted during these centuries. PRISCIANO organises the morphological description of the forms of nouns and verbs, and of the other inflected words, by setting up canonical or basic forms, in nouns the nominative singular and in verbs the first person singular present indicative active. From these he proceeds to the other forms by a series of letter changes, the letter being for him, as for the rest of western antiquity, both the minimal graphic unit and the minimal phonological unit. The steps involved in these changes bear no relation to morphemic analysis, and are of the type that finds no favour at all in recent descriptive linguistics, though under the influence of the generative grammarians somewhat similar process terminologies are being suggested. The accidents or categories in which PRISCIANO classes the formally different word shapes of the inflected or variable words include both derivational and inflexional sets, PRISCIANO following the practice of the Greeks in not distinguishing between them. V.’s important insight is totally disregarded! But PRISCIANO is clearly informed on the theory of the establishment of categories and of the use of semantic labels to identify them. Verbs are defined by reference to action or being acted on. But PRISCIANO points out that on a deeper consideration – SI QUIS ALTIUS CONSIDERET --  such a definition would require considerable qualification; and case names are taken, for the most part, from just one relatively frequent use among a number of uses applicable to the particular case named. This is probably more prudent, if less exciting, than the insistent search for a common or basic meaning uniting all the semantic functions associated with each single set of morphologically identified case forms. The status of the VI cases of Latin nouns is shown to rest, not on the actually different case forms of any one noun or one declension of nouns, but on semantic and syntactic functions systematically correlated with differences in morphological shape at some point in the declensional paradigms of the noun class as a whole. The many-one relations found in Latin between forms and uses and between uses and forms are properly allowed for in the analysis. In describing the morphology of the Latin verb, PRISCIANO adopts the system set out by Thrax for the Greek verb, distinguishing present, past, and future, with a fourfold semantic division of the past into imperfect, perfect, plain past – aorist -- and pluperfect, and recognizing the syncretism (as V. does not) of perfect and aorist meanings in the Latin perfect tense forms. Except for the recognition of the full grammatical status of the Latin perfect tense forms, PRISCIANO’s analysis, based on that given in the Techne, is manifestly inferior to the one set out by V. under the influence of THE PORCH. The distinction between incomplete and complete aspect, correlating with differences in stem form, on which V. lays great stress, is concealed, although PRISCIANO recognises the morphological difference between the two stem forms underlying the VI tenses. Strangely, PRISCIANO seems to have misunderstood the use and meaning of the Latin future perfect, calling it the ‘future subjunctive’, though the first person singular form by which he cited it – “scripsero” -- is precisely the form which differentiates its paradigm from the perfect subjunctive paradigm – “scripserim” -- and, indeed, from any subjunctive verb form, none of which show a first person termination in -im. This seems all the more surprising because the corresponding forms in Greek --  “tetypsomai” -- are correctly identified. Possibly his reason was that his Greek predecessors had excluded the future perfect from their schematization of the tenses, in that this tense was not much used in Greek, and was felt to be an atticism. A like dependence on the Greek categorial framework probably leads Priscian to recognize both a subjunctive mood (subordinating) and an OPTATIVE mood (independent, expressing a wish) in the Latin verb, although Latin -- unlike Greek -- nowhere distinguishes these two mood forms morphologically, as PRISCIAN in fact admits, thus confounding his earlier explicit recognition of the status of a formal grammatical category. Despite such apparent misrepresentations, due primarily to an excessive trust in a point for point applicability of Thrax's and Apollonius's systematization of Greek to the Latin language, Priscian's morphology is detailed, orderly, and in most places definitive. His treatment of syntax in the last two books is much less so, and a number of the organizing features that we find in modern grammars of Latin are lacking in his account. They are added by later scholars on to the foundation of Priscianic morphology. Confidence in PRISCIANO’s syntactic theory is hardly increased by reading his assertion that the word order, most common in Latin, nominative case noun or pronoun (subject) followed by verb is the NATURAL one, because the substance (“homo”) is PRIOR to the action it performs (“currit”). Such are the dangers of philosophising on an inadequate basis of empirical fact. In the syntactic description of Latin, PRISCIANO classifies verbs on the same lines as had been worked out for Greek by the Greek grammarians, into active (transitive), passive, and neutral (intransitive), with due notice of the deponent verbs, passive in morphological form but active or intransitive in meaning and syntax and without corresponding passive tenses. Transitive verbs are those colligating with an oblique case -- “laudo te”, “noceo tibi,” “ego miserantis” -- and the absence of concord between oblique case forms and finite verbs is noted. But the terms subject and object were not in use in PRISCIANO’s time as grammatical terms, though the use of “subiectum” to designate the logical subject of a proposition is common. PRISCIANO makes mention of the ablative absolute construction, though the actual name of this construction is a later invention. PRISCIANO gives an account and examples of exactly this use of the ablative case -- me vidente puerum cecidisti -- and -- Augusto imperiitiire Alexandria provincia facta est. Of the systematic analysis of Latin syntactic structures PRISCIANO has little to say. The relation of subordination is recognized as the primary syntactic function of the relative pronoun -- qui, quae, quod -- and of similar words used to downgrade or relate a. verb or a whole clause to another, main, verb or clause. The concept of subordination is employed in distinguishing nouns (and pronouns used in their place) and verbs from all other words, in that these latter were generally used only in syntactically subordinate relations to nouns or verbs, these two classes of word being able by themselves to constitute complete sentences of the favourite, productive, type in Latin. But in the subclassification of the Latin conjunctions, the primary grammatical distinction between subordinating and coordinating conjunctions is left unmentioned, the co-ordinating “TAMEN”, being classed with the sub-ordinating “QUAMQUAM” and “QUAMSI”. – cf. Grice on ‘if’ as subordinating. Once again it must be said that it is all too easy to exercise hindsight and to point out the errors and omissions of one's predecessors. It is both more fair and more profitable to realise the extent of PRISCIANO’s achievement in compiling his extensive, detailed, and comprehensive description of the Latin language of the classical authors, which is to serve as the basis of grammatical theory for centuries and as the foundation of Latin teaching up to the present day. Such additions and corrections, particularly in the field of syntax, as later generations need to make could lie incorporated in the frame of reference that Priscian employs and expounds. Any division of linguistics (or of any other science) into sharply differentiated periods is a misrepresentation of the gradual passage of discoveries, theories, and attitudes that characterizes the greater part of man's intellectual history. But it is reasonable to close an account of Roman linguistic scholarship with PRISCIANO. In his detailed -- if in places misguided -- fitting of Greek theory and analysis to the Latin language he represents the culmination of the expressed intentions of most Roman scholars once Greek linguistic work had come to their notice. And this was wholly consonant with the general Roman attitude in intellectual and artistic fields towards 'captive Greece' who 'made captive her uncivilized captor and taught rustic Latium the finer arts. PRISCIANO’s work is more than the end of an era. It is also the bridge between antiquity and the Middle Ages in linguistic scholarship. By far the most widely used grammar, PRISCIANO’s “Institutiones grammaticae” runs to no fewer than one thousand manuscripts, and forms the basis of mediaeval Latin grammar and the foundation of mediaeval linguistic philosophy – i modisti or philosophical grammarians. PRISCIANO’s grammar is the fruit of a long period of Greco-Roman unity. This unity had already been broken by the time he writes, and in the centuries following, the Latin west is to be shattered beyond recognition. In the confusion of these times, the philosophical grammarians, their studies and their teaching, have been identified as one of the main defences of the classical heritage in the darkness of the Dark Ages. ARENS, Sprachwissenschaft: der Gang ihrer Entwicklung von der Antike bis zur Gegenwart, Freiburg. Bolgar, The classical heritage and its beneficiaries, Cambridge. J. Collart, V. grammairien latin, Paris. FEHLING, 'V. und die grammatische Lehre von der Analogie und der Flexion', Glotta, LERSCH, Die Sprachphilosophie der Alten, Bonn, H. NETTLESHIP, The study of grammar among the Romans, Journal of philology, ROBINS, Ancient and mediaeval grammatical theory in Europe, London, JSANDYS, History of classical scholarship, Cambridge, STEINTHAL, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den Griechen und Romern, Berlin. GIBBON, The decline and fall of the Roman Empire (ed. BURY), London, VERGIL, Aeneid 6, Ssi-3: Tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos. Noctes Atticae GEHMAN, The interpreters of foreign languages among the ancients, Lancaster, Pa., FEHLING, FUNAIOLI, Grammaticorum Romanorum fragmenta, Leipzig. Ars grammatica scientia est eorum quae a poetis historicis oratoribusque dicuntur ex parte maiore. De lingua Latina CHARisrus, Ars grammaticae I (KEIL, Grammatici, Leipzig). On Varro's linguistic theory in relation to modern linguistics, cp. D. LANGENDOEN, 'A note on the linguistic "theory of V.', Foundations of language 2, SUETONIUS, Caesar, GELLIUS, Noctes Atticae  PRISCIANO, Institutio de nomine pronomine et verbo 38, Institutiones grammaticae PROBUS, Instituta artium (H. KEIL, Grammatici Latini), DIONYSIUS-THRAX, Techne BEKKER, Anecdota Graeca, Berlin, APOLLONIUS DYSCOLUS, Syntax As noun, PRISCIAN as pronoun,- PROBUS, Instituta (KEIL, Grammatici APOLLONIUS, De adverbio, BEKKER, Anecdota Graeca, CHARISIUS, Ars grammaticae KEIL, Grammatici -- Nihil docibile habent, significant tamen adfectum animi. QUINTILIAN, Institutio aratoria Their works are published in KEIL, Grammatici Latini, Leipzig, PRISCIAN De figuris numerorum  PRISCIAN De differentiis et societatibus Graeci Latinique verbi, KEIL, Grammatici 5, Leipzig, Artis grammaticae maximi auctores', dedicatory preface Dictio est pars minima orationis constructae; Oratio est ordinatio dictionum congrua, sententiam perfectam demonstrans. Proprium est nominis substantiam et qualitatem significare; Nomen est pars orationis, quae unicuique subiectorum corporum seu rerum communem vel propriam qualitatem distribuit. Proprium est verbi actionem sive passionem significate; Verbum est pars orationis cum temporibus et modis, sine casu, agendi vel patiendi significativum. Participium iure separatur a verbo, quod et casus habet, quibus caret verbum, et genera ad similitudinem nominum, nee modos habet, quos continet verbum; Participium est pars orationis, quae pro verba accipitur, ex quo et derivatur naturaliter, genus et casum habens ad similitudinem nominis et accidentia verba absque discretione personarum et modorum. The problems arising from the peculiar position of the participle among the word classes, under the classification system prevailing in antiquity, are discussed there. Proprium est pronominis pro ali quo nomine proprio poni et certas significare personas; Pronomen est pars orationis, quae pro nomine proprio uniuscuiusque accipitur personasque finitas recipit. Substantiam significat sine aliqua certa qualitate. Proprium est adverbii cum verbo poni nee s·ine eo perfectam significationem posse habere; Adverbium est pars orationis indeclinabilis, cuius.significatio verbis adicitur. Praepositionis proprium est separatim quidem per appositionem casualibus praeponi coniun~tim vero per compositionem tam cum hahentibus casus quam cum non habentibus; Est praepositio pars orationis indeclinabilis, quae praeponitur aliis partibus vel appositione vel compositione. 48. IS-7·40: Videtur affectum habere in se Yerbi et plenam motus animi significationem, etiamsi non addatur verbum, demonstrare. Proprium est coniunctionis diversa nomina vel quascumque dictiones casuales vel diversa verba vel adverbia coniungere; Coniunctio est pars orationis indeclinabilis, coniunctiva aliarum partium orationis, quibus consignificat, vim vel ordinationem demons trans. so. cp. MATTHEWS, 'The inflectional component of a word-and-paradigm grammar', :Journal of linguistics HORACE, Epistles 2.1.156-7: Graecia capta ferum victorem cepit et artes Intulit agresti Latio. .LOT, La fin du monde antique et le debut du moyen age, Paris.  Marco Terenzio Varrone. He led an active and sometimes risky political life. Although he backed the wrong side in the civil war, he survived. He was a pupil of Posidonio at Rome. He was influenced by Antioco d’Ascalon. He wrote hundreds of works, most of which have since been lost. Amongst them was an extended series of fictional philosophical dialgoues, the Logistorici, in wich assorted Romans debated a variety of toipics, illustrating the arguments with examples from history. Tertulliano calls him the Roman Cynargo, perhaps because of some satires he wrote but it is highly unlikely that he was a Cinargo. Better attested is his interest in Pythagoreanism, whose cult he followed to the letter. THE LOEB CLASSICAL LIBRARY  FOUXDED BY JAMES LOEB, LL.D. ED. BY  T. E. PAGE, C.H., UTT.D.   E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, utt.d. V. DELLA LINGUA DEL LAZIO WITH A TR. BY KENT, LONDON, HEINEMANN LTD. V. was born in at Reate in the Sabine country, where his  family, which was of equestrian rank, possessed large  estates. He was a student under L. Aelius Stilo  Praeconinus, a scholar of the equestrian order, widely  versed in Greek and Latin literature and especially  interested in the history and antiquities of the Roman  people. He studied philosophy at Athens, with Anti-  ochus of Ascalon. With his tastes thus formed for  scholarship, he none the less took part in public life,  and was in the campaign against the rebel Sertorius  in Spain, in 76. He was an officer with Pompey in the  war with the Cilician pirates in 67, and presumably  also in Pompey 's campaign against Mithradates. In  the Civil War he was on Pompey 's side, first in Spain  and then in Epirus and Thessaly.   He was pardoned by Caesar, and lived quietly at  Rome, being appointed librarian of the great collec-  tion of Greek and Latin books which Caesar planned  to make. After Caesar's assassination, he was pro-  scribed by Antony, and his villa at Casinum, with  his personal library, was destroyed. But he himself  escaped death by the devotion of friends, who con-  cealed him, and he secured the protection of Octavian. He lived the remainder of his life in peace and quiet,  devoted to his -writings, and died in 27 B.C., in his  eighty-ninth year.   Throughout his life he wrote assiduously. His  works number seventy-four, amounting to about six  hundred and twenty books; they cover virtually all  fields of human thought : agriculture, grammar, the  history and antiquities of Rome, geography, law,  rhetoric, philosophy, mathematics and astronomy,  education, the history of literature and the drama,  satires, poems, orations, letters.   Of all these only one, his De Re Rustica or Treatise  on Agriculture, in three books, has reached us complete.  His De Lingua Latina or On the Latin Language, in  twenty-five books, has come down to us as a torso.;  only Books V. to X. are extant, and there are serious  gaps in these. The other works are represented by  scattered fragments only. The grammatical works of V., so far as we know  t hem, were the following : De Lingua Latina, in twenty-five books, a fuller account of which is given below. De Antiquitate Litterarum, in two books, addressed to the tragic poet L. Accius, who died about 86 b.c.; it was therefore one of V. 's earliest writings. De Origine Linguae Latinae, in three books, ad- dressed to Pompey. Ylzpl XapaKTrjpuv, in at least three books, on the formation of words. Quaestiones Plautinae, in five books, containing interpretations of rare words found in the comedies of Plautus. De Similitudine Verborum, in three books, on re- gularity in forms and words. De Utilitate Sermonis, in at least four books, in which he dealt with the principle of anomaly or irregularity. De Sermone Latino, in five books or more, addressed to Marcellus, which treats of orthography and the metres of poetry. DiscipUnae, an encyclopaedia on the liberal arts, in nine books, of which the first dealt with Grammatica. The extant fragments of these works, apart from those of the De Lingua Latina, may be found in the Goetz and Schoell edition of the De Lingua Latina, pages 199-242; in the collection of Wilmanns, pages 170-223; and in that of Funaioli, pages 179-371 (see the Bibliography). V.'s treatise On the Latin Language was a work in twenty-five books, composed in 47 to 45 B.C., and published before the death of Cicero in 43. The first book was an introduction, containing at the outset a dedication of the entire work to Cicero. The remainder seems to have been divided into four sections of six books each, each section being by its subject matter further divisible into two halves of three books each. Books II.-VII. dealt with the impositio vocabulorum, or how words were originated and applied to things and ideas. Of this portion, Books II. -IV. were prob- ably an earlier smaller work entitled De Etymologia or the like; it was separately dedicated to one Septumius or Septimius, who had at some time, which we cannot now identify, served V. as quaestor. Book II. presented the arguments which were advanced against Etymology as a branch of learning; Book III. presented those in its favour as a branch of learning, and useful; Book IV. discussed its nature. Books V.- VI I. start with a new dedication to Cicero. They treat of the origin of words, the sources from which they come, and the manner in which new words develop. Book V. is devoted to words which are the names of places, and to the objects which are in the places under discussion; VI. treats words denoting time-ideas, and those which contain some time-idea, notably verbs; VII. explains rare and difficult words which are met in the writings of the poets. Books VIII.-XIII. dealt with derivation of words from other words, including stem-derivation, de- clension of nouns, and conjugation of verbs. The first three treated especially the conflict between the principle of Anomaly, or Irregularity, based on con- suetude* ' popular usage,' and that of Analogy, or Regularity of a proportional character, based on ratio ' relation ' of form to form. VIII. gives the arguments against the existence of Analogy, IX. those in favour of its existence, X. V. 's own solution of the con- flicting views, with his decision in favour of its exi- stence. XI.-XIII. discussed Analogy in derivation, in the wide sense given above : probably XI. dealt with nouns of place and associated terms, XII. with time- ideas, notably verbs, XIII. with poetic words, Books XIV.-XIX. treated of syntax. Books XX.- XXV. seem to have continued the same theme, but probably with special attention to stylistic and rhetorical embellishments. Of these twenty-five books, we have to-day, apart from a few brief fragments, only Books V. to X., and in these there are several extensive gaps where the manuscript tradition fails. The fragments of the De Lingua Latina, that is, those quotations or paraphrases in other authors which do not correspond to the extant text of Books V.-X., are not numerous nor long. The most considerable of them are passages in the Nodes Atticae of Aulus Gellius ii. 25 and xvi. 8. They may be found in the edition of Goetz and Schoell, pages 3, 146, 192-198, and in the Collections of Wilmanns and Funaioli (see the Bibliography). It is hardly possible to discuss here even summarily V.'s linguistic theories, the sources upon which he drew, and his degree of independence of thought and procedure. He owed much to his teacher Aelius Stilo, to whom he refers frequently, and he draws heavily upon Greek predecessors, of course, but his practice has much to commend it : he followed neither the Anomalists nor the Analogists to the extreme of their theories, and he preferred to derive Latin words from Latin sources, rather than to refer practically all to Greek origins. On such topics reference may be made to the works of Barwick, Kowalski, Dam, Dahlmann, Kriegshammer, and Frederik Muller, and to the articles of Wolfflin in the eighth volume of the Archiv fur lateinische Lexikographie, all listed in our Bibliography. The text of the extant books of the De Lingua Latina is believed by most scholars to rest on the manuscript here first listed, from which (except for our No. 4) all other known manuscripts have been copied, directly or indirectly. 1. Codex Laurentianus li. 10, folios 2 to 34, parch- ment, written in Langobardic characters in the eleventh century, and now in the Laurentian Library at Florence. It is known as F. F was examined by Petrus Victorius and Iacobus Diacetius in 1521 (see the next paragraph); by Hieronymus Lagomarsini in 1740; by Heinrich Keil in 1851; by Adolf Groth in 1877; by Georg Schoell in 1906. Little doubt can remain as to its actual readings. 2. In 1521, Petrus Victorius and Iacobus Diacetius collated F with a copy of the editio princeps of the De Lingua Latina, in which they entered the differences which they observed. Their copy is preserved in Munich, and despite demonstrable errors in other portions, it has the value of a manuscript for v. 119 to vi. 61, where a quaternion has since their time been lost in F. For this portion, their recorded readings are known as Fv; and the readings of the editio princeps, where they have recorded no variation, are known as (Fv). 3. The Fragmentum Cassinense (called also Excerptum and Epitome), one folio of Codex Cassinensis 361, parchment, containing v. 41 Capitolium dictum to the end of v. 56; of the eleventh century. It was probably copied direct from F soon after F was written, but may possibly have been copied from the archetype of F. It is still at Monte Cassino, and was transcribed by Keil in 1848. It was published in facsimile as an appendix to Sexti Iulii Frontini de aquaeductu Urbis Romae, a phototyped reproduction of the entire manuscript, Monte Cassino, 1930. 4. The grammarian Priscian, who flourished about a.d. 500, transcribed into his De Figuris Numerorum Yarro's passage on coined money, beginning with multa, last word of v. 168, and ending with Nummi denarii decuma libella, at the beginning of v. 174. The passage is given in H. Keil's Grammatici Latini iii. 410-411. There are many manuscripts, the oldest and most important being Codex Parisinus 7496, of the ninth century. 5. Codex Laurentianus li. 5, written at Florence in 1427, where it still remains; it was examined by Keil. It is known as^*. 6. Codex Havniensis, of the fifteenth century; on paper, small quarto, 108 folia; now at Copenhagen. It was examined by B. G. Niebuhr for Koeler, and his records came into the hands of L. Spengel. It is known as H. 7. Codex Gothanus, parchment, of the sixteenth century, now at Gotha; it was examined by Regel for K. O. Mueller, who published its important variants in his edition, pages 270-298. It is known as G. 8. Codex Parisinus 7489, paper, of the fifteenth century, now at Paris; this and the next two were examined by Donndorf for L. Spengel, who gives their different readings in his edition, pages 661-718. It is known as a. 9- Codex Parisinus 6142, paper, of the fifteenth century; it goes only to viii. 7 declinarentur. It is known as b, 10. Codex Parisinus 7535, paper, of the sixteenth century; it contains only v. 1-122, ending with dictae. It is known as c. 11. Codex Vindobonensis lxiii., of the fifteenth century, at Vienna; it was examined by L. Spengel in 1835, and its important variants are recorded in the apparatus of A. Spengel's edition. It is known as V. 12. Codex Basiliensis F iv. 13, at Basel; examined by L. Spengel in 1838. It is known as p. 13. Codex Guelferbytanus, of the sixteenth cen- tury, at Wolfenbiittel; examined by Schneidewin for K. O. Mueller, and afterwards by L. Spengel. It is known as M. 14. Codex B, probably of the fifteenth century, now not identifiable; its variants were noted by Petrus Victorius in a copy of the Editio Gryphiana, and either it or a very similar manuscript was used by Antonius Augustinus in preparing the so-called Editio Vulgata. These are the manuscripts to which reference is made in our critical notes; there are many others, some of greater authority than those placed at the end of our list, but their readings are mostly not available. In any case, as F alone has prime value, the variants of other than the first four in our list can be only the attempted improvements made by their copyists, and have accordingly the same value as that which attaches to the emendations of editors of printed editions. Fuller information with regard to the manuscripts may be found in the following : Spengel, edition of the De Lingua Latina (1826), pages v-xviii. K. O. Mueller, edition (1833), pages xii-xxxi. Andreas Spengel, edition (1885), pages ii-xxviii. Giulio Antonibon, Supplemento di Lezioni Varianti ai libri de lingua Latina (1899) 3 pages 10-23. G. Goetz et F. Schoell, edition (1910), pages xi-xxxv. THE LAURENTIAN MANUSCRIPT F Manuscript F contains all the extant continuous text of the De Lingua Latina, except v. 119 trua quod to vi. 61 dicendojinit; this was contained in the second quaternion, now lost, but still in place when the other manuscripts were copied from it, and when Victorius and Diacetius collated it in 1 521 . There are a number of important lacunae, apart from omitted lines or single words; these are due to losses in its archetype. Leonhard Spengel, from the notations in the manuscript and the amount of text between the gaps, calculated that the archetype of F consisted of 16 quaternions, with these losses : Quaternion 4 lacked folios 4 and 5, the gap after v. 162. Quaternion 7 lacked folio 2, the end of vi. and the beginning of vii., and folio 7, the gap after vii. 23. Quaternion 11 was missing entire, the end of viii. and the beginning of ix. Quaternion 15 lacked folios 1 to 3, the gap after x. 23, and folios 6 to 8, the gap after x. 34. The amount of text lost at each point can be cal- [tJber die Kritik der V.nischen Bucher de Lingua Latina] culated from the fact that one folio of the archetype held about 50 lines of our text. There is a serious transposition in F, in the text of Book V. In § 23, near the end, after qui ad humum, there follows id Sabini, now in § 32, and so on to Septi- viontium, now in § 41; then comes demissior, now in § 23 after humum, and so on to ab hominibus, now in § 32, after which comes nominatum of § 41. Mueller," who identified the transposition and restored the text to its true order in his edition, showed that the altera- tion was due to the wrong folding of folios 4 and 5 in the first quaternion of an archetype of F; though this was not the immediate archetype of F, since the amount of text on each page was different. This transposition is now always rectified in our printed texts; but there is probably another in the later part of Book V., which has not been remedied because the breaks do not fall inside the sentences, thus making the text unintelligible. The sequence of topics indicates that v. 115-128 should stand be- tween v. 140 and v. 141 6; there is then the division by topics : General Heading v. 105 De Victu v. 105-112 De Vestitu v. 113-114, 129-133 De Instrument v. 134-140, 115-128, 141-183 a In the preface to his edition, pp. xvii-xviii. The dis- order in the text had previously been noticed by G. Buchanan, Turnebus, and Scaliger, and discussed by L. Spengel, Emen- dationum V.nianarum Specimen I, pp. 17-19. 6 L. Spengel, Emendationum V.nianarum Specimen I, pp. 13-19, identified this transposition, but considered the transpositions to be much more complicated, with the follow- ing order: §§105-114, §§ 129-140, § 128, §§ 166-168, §§118- 127, §§ 115-117, §§ 141-165, § 169 on. Then also vi. 49 and vi. 45 may have changed places, but I have not introduced this into the present text; I have however adopted the transfer of x. 18 from its manuscript position after x. 20, to the position before x. 19, which the continuity of the thought clearly demands. The text of F is unfortunately very corrupt, and while there are corrections both by the first hand and by a second hand, it is not always certain that the corrections are to be justified. The orthography of F contains not merely many corrupted spellings which must be corrected, but also many variant spellings which are within the range of recognized Latin orthography, and these must mostly be retained in any edition. For there are many points on which we are uncertain of V.'s own practice, and he even speaks of certain per- missible variations : if we were to standardize his orthography, we should do constant violence to the best manuscript tradition, without any assurance that we were in all respects restoring V.'s own spelling. Moreover, as this work is on language, V. has intentionally varied some spellings to suit his etymological argument; any extensive normal- ization might, and probably would, do him injustice in some passages. Further, V. quotes from earlier authors who used an older orthography; we do not know whether V., in quoting from them, tried to use their original orthography, or merely used the orthography which was his own habitual practice. I have therefore retained for the most part the spellings of F, or of the best authorities when F fails, replacing only a few of the more misleading spellings by the familiar ones, and allowing other variations to remain. These variations mostly fall within the following categories : 1. EI : V. wrote EI for the long vowel I in the nom. pi. of Decl. II (ix. 80); but he was probably not consistent in writing EI everywhere. The manuscript testifies to its use in the following : plebei (gen.; cf. plebis vi. 91> in a quotation) v. 40, 81, 158, vi. 87; eidem (nom. sing.) vii. 17 (eadem F), x. 10; scirpeis vii. 44; Terentiei (nom.), vireis Terentieis (masc), Teren- tieis (fem.) viii. 36; infeineiteis viii. 50 (changed to infiniteis in our text, cf. (in)finitam viii. 52); i(e)is viii. 51 (his F), ix. 5; iei (nom.) ix. 2, 35; hei re(e)i fer(re)ei de(e)i viii. 70; hinnulei ix. 28; utrei (nom. pi.) ix. 65 (utre.I. F; cf. utri ix. 65); (B)a(e)biei, B(a)ebieis x. 50 (alongside Caelii, Celiis). 2. AE and E : V., as a countryman, may in some words have used E where residents of the city of Rome used AE (cf. v. 97); but the standard ortho- graphy has been introduced in our text, except that E has been retained in seculum and sepio (and its compounds : v. 141, 150, 157, 162, vii. 7, 13), which always appear in this form. 3. OE and U : The writing OE is kept where it appears in the manuscript or is supported by the context : moerus and derivatives v. 50, 141 bis, 143, vi. 87; moenere, moenitius v. 141; Poenicum v. 113, viii. 65 bis; poeniendo v. 177. OE in other words is the standard orthography. 4. VO UO and VU UU : V. certainly wrote only VO or UO, but the manuscript rarely shows VO or UO in inflectional syllables. The examples are novom ix. 20 (corrected from nouum in F); nomina- tuom ix. 95, x. 30 (both -tiuom F); obliquom x. 50; loquontur vi. 1, ix. 85; sequontur x. 71; clivos v. 158; perhaps amburvom v. 127 (impurro Fv). In initial syllables VO is almost regular : volt vi. 47, etc.; volpes v. 101; volgus v. 58, etc., but vulgo viii. 66; Folcanus v. 70y etc.; volsillis ix. 33. Examples of the opposite practice are aequum vi. 71; duum x. 11; antiquus vi. 68; sequuntur viii. 25; confiuunt x. 50. Our text preserves the manuscript readings. 5. UV before a vowel : V. probably wrote U and not UV before a vowel, except initially, where his practice may have been the other way. The examples are : Pacuius v. 60, vi. 6 (catulus (Fv)), 94, vii. 18, 76, and Pacuvius v. 17, 24, vii. 59; gen. Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Pacuium vii. 87, 88, 91, 102; compluium, impluium v. 161, and pluvia v. 161, compluvium v. 125; simpuium v. 124 bis (simpulum codd.); cf. panuvellium v. 114. Initially : uvidus v. 24; uvae, uvore v. 104; uvidum v. 109- 6. U and I : V. shows in medial syllables a variation between U and I, before P or B or F or M plus a vowel. The orthography of the manuscript has been retained in our text, though it is likely that V. regularly used U in these types : The superlative and similar words : albissumum viii. 75; fnigalissumus viii. 77; c{a)esi(s)sumus viii. 76; intumus v. 154; maritumae v. 113; melissumum viii. 76; optumum vii. 51; pauperrumus viii. 77; proxuma etc. v. 36, 93, ix. 115, x. 4, 26; septuma etc. ix. 30, x. 46 ler; Septumio v. 1, vii. 109 5 superrumo vii. 51; decuma vi. 54. Cf. proximo, optima maxima v. 102, minimum vii. 101, and many in viii. 75-78. Compounds of -fex and derivatives : pontufex v. 83, pontufices v. 83 (F 2 for pontifices); artufices ix. 12; sacrujiciis v. 98, 124. Cf. pontifices v. 23, vi. 54, etc.; artifex v. 93, ix. Ill, etc.; sacrificium vii. 88, etc. Miscellaneous words : monumentum v. 148, but monimentum etc. v. 41, vi. 49 bis; mancupis v. 40, but mancipium etc. v. 163, vi. 74, 85; quadrupes v. 34, but quadripedem etc. vii. 39 bis, quadriplex etc. x. 46 etc., quadripertita etc. v. 12 etc. 7. LUBET and LIBET : V. probably wrote lubet, lubido, etc., but the orthography varies, and the manuscript tradition is kept in our text : lubere lubendo vi. 47, lubenter vii. 89, lubitum ix. 34, lubidine x. 56; and libido vi. 47, x. 60, libidinosus Libentina Libitina vi. 47, libidine x. 61. 8. H : Whether V. used the initial H according to the standard practice at Rome, is uncertain. In the country it was likely to be dropped in pronuncia- tion; and the manuscript shows variation in its use. We have restored the H in our text according to the usual orthography, except that irpices, v. 136 bis, has been left because of the attendant text. Examples of its omission are Arpocrates v. 57; Ypsicrates v. 88; aedus ircus v. 97; olus olera v. 108, x. 50; olitorium v. 146; olitores vi. 20; ortis v. 103, ortorum v. 146 bis, orti vi. 20; aruspex vii. 88. These are normalized in our text, along with certain other related spellings : sepulchrum vii. 24 is made to conform to the usual sepulcrum, and the almost invariable nichil and nichili have been changed to nihil and nihili. 9. X and CS : There are traces of a writing CS for X, which has in these instances been kept in the text : xx arcs vii. 44 {ares F); acsitiosae (ac sitiose F), acsitiosa (ac sitio a- F) vi. 66; dues (duces F) x. 57. 10. Doubled Consonants : V.'s practice in this matter is uncertain, in some words. F regularly has littera (only Uteris v. 3 has one T), but obliterata (ix. 16, -atae ix. 21, -at-trf v. 52), and these spellings are kept in our text. Communis has been made regular, though F usually has one M; casus is in- variable, except for de cassu in cassum viii. 39, which has been retained as probably coming from V. himself. Iupiter, with one P, is retained, because invariable in F; the only exception is Iuppitri viii. 33 (iuppiti F), which has also been kept. Numo vi. 61, for nummo, has been kept as perhaps an archaic spelling. Decusis ix. 81 has for the same reason been kept in the citation from Lucilius. In a few words the normal orthography has been introduced in the text : grallator vii. 69 bis for gralaior, grabatis viii. 32 for grabattis. For combinations resulting from pre- fixes see the next paragraph. 11. Consonants of Prefixes : V.'s usage here is quite uncertain, whether he kept the unassimilated consonants in the compounds. Apparently in some groups he made the assimilations, in others he did not. The evidence is as follows, the variant orthography being retained in our text : Ad-c- : always acc-, except possibly adcensos vii. 58 (F 2, for acensos F 1 ). Ad-f- : always off-, except adfuerit vi. 40. Ad-l- : always all-, except adlocutum vi. 57, adlucet vi. 79, adlatis (ablatis F) ix. 21. Ad-m- : always adm-, except ammonendum v. 6, amministrat vi. 78, amminicula vii. 2, amminister vii. 34 (F2, for adm- F*). Ad-s- : regularly ass-, but also adserere vi. 64, adsiet vi. 92, adsimus vii. 99? adsequi viii. 8, x. 9> a^- significare often (always except assignificant vii. 80), adsumi viii. 69, adsumat ix. 42, adsumere x. 58. Ad-sc-, ad-sp-, ad-st- : always with loss of the D, as in ascendere, ascribere, ascriptos (vii. 57), ascriptivi (vii. 56), aspicere, aspectus, astans. Ad-t- : always a#-, except adtributa v. 48, and possibly adtinuit (F 1, but a^- F 2 ) ix. 59- Con-l-, con-b-, con-m-, con-r-: always coll-, comb-, comm.-, corr-. Con-p- : always comp-, except conpernis ix. 10. Ex-f- : always eff-, except exfluit v. 29. Ex-s- : exsolveret v. 176, exsuperet vi. 50, but exuperantum vii. 18 (normalized in our text to exsuperantum). Ex-sc- : exculpserant v. 143. Ex-sp- : always expecto etc. vi. 82, x. 40, etc. Ex-sq- : regularly Esquiliis; but Exquilias v. 25, Exquiliis v. 159 (Fv)i normalized to Esq- in our text. Ex-st : extol v. 8, vi. 78; but exstat v. 3, normalized to extat in our text. In-l- : usually ill-, but inlicium vi. 88 bis, 93 (illici- tum F), 94, 95, inliceret vi. 90, inliciatur vi. 94; the variation is kept in our text: In-m- : always imm-, except in (i?i)mutatis vi. 38, where the restored addition is unassimilated to indi- cate the negative prefix and not the local in. In-p- : always imp-, except inpos v. 4 bis (once ineos F), inpotem v. 4 (inpotentem F), inplorat vi. 68. Ob-c-, ob-f-, ob-p- : always occ-, off-, opp-. Ob-t- : always opt-, as in optineo etc. vii. 17, 91 > x. 19, optemperare ix. 6. Per-l- : pellexit vi. 94, but perlucent v. 140. Sub-c-, sub-f-, sub-p- : always succ-, suff-, supp-, except subcidit v. 116. Subs- and subs- + consonant : regularly sus- + con- sonant, except subscribunt vii. 107. Sub-t- : only in suptilius x. 40. Trans-l- : in tralatum vi. 77, vii. 23, 103, x. 71; tralaticio vi. 55 (tranlatio Fv) and translaticio v. 32, vi. 64- (translatio F, tranlatio Fv), translaticiis vi. 78. Trans-v- : in travolat v. 118, and transversus vii. 81, x. 22, 23, 43. ' Trans-d- : in traducere. 12. DE and DI : The manuscript has been followed in the orthography of the following : directo vii. 15, dirigi viii. 26, derecti x. 22 bis, deriguntur derectorum x. 22, derecta directis x. 43, directas x. 44, derigitur x. 74; deiunctum x. 45, deiunctae x. 47. 13. Second Declension : Nora. sing, and acc. sing, in -uom and -uum, see 5. Gen. sing, of nouns in -ius : V. used the form ending in a single I (cf. viii. 36), and a few such forms stand in the manuscript : Muci v. 5 (muti F); Pacui v. 7, vi. 6, vii. 22; Mani vi. 90 5 Quinti vi. 92, Ephesi viii. 22 (ephesis F), Plauti et Marci viii. 36, dispendi ix. 54 (quoted, metrical; alongside dispendii ix. 54). The gen. in II is much commoner; both forms are kept in our text. Nom. pi., written by V. with EI (cf. ix. 80); examples are given in 1, above. Gen. pi. : The older form in -um for certain words (denarium, centumvirum, etc.) is upheld viii. 71, ix. 82, 85, and occurs occasionally elsewhere : Velabrum v. 44, Querquetulanum v. 49, Sabinum v. 74, etc. Dat.-abl. pi., written by V. with EIS (cf. ix. 80); examples are given in 1, above, but the manuscript regularly has IS. Dat.-abl. pi. of nouns ending in -ius, -ia, -turn, are almost always written IIS; there are a few for which the manuscript has IS, which we have normalized to IIS : Gabis v. 33, (Es)quilis v. 50, kostis v. 98, Publicis v. 158, Faleris v. 162, praeverbis vi. 82 (cf. praeverbiis vi. 38 bis), mysteris vii. 34- (cf. mysteriis vii. 19) 5 miliaris ix. 85 (inilitaris F). Deus shows the following variations : Nom. pi. de{e)i viii. 70, dei v. 57, 58 bis, 66, 71, vii. 36, ix. 59, dii v. 58, 144, vii. 16; dat.-abl. pi. deis v. 122, vii. 45, diis v. 69, 71, 182, vi. 24, 34, vii. 34. 14. Third Declension : The abl. sing, varies between E and I : supellectile viii. 30, 32, ix. 46, and supellectili ix. 20 (-lis F); cf. also vesperi (uespert- F) and vespere ix. 73. Nom. pi., where ending in IS in the manuscript, is altered to ES; the examples are mediocris v. 5; partis v. 21, 56; ambonis v. 115; urbis v. 143; aedis v. 160; compluris vi. 15; Novendialis vi. 26; auris vi. 83; dis- parilis viii. 67; lentis'vs.. 34; omnis ix. 81; dissimilis ix. 92. Gen. pi. in UM and IUM, see viii. 67. In view of dentum viii. 67, expressly championed by V., Veientum v. 30 (uenientum F), caelestum vi. 53, Quiritum vi. 68 have been kept in our text. Acc. pi. in ES and IS, see viii. 67. V. 's dis- tribution of the two endings seems to have been purely empirical and arbitrary, and the manuscript readings have been retained in our text. 15. Fourth Declension : Gen. sing. : Gellius, Nodes Atticae iv. 16. 1, tells us that V. always used UIS in this form. Nonius Marcellus 483-494 M. cites eleven such forms from V., but also sumpti. The De Lingua Latina gives the following partial examples of this ending : usuis ix. 4 (suis F), x. 73 (usui F), casuis x. 50 {casuum F), x. 62 (casus his F). Examples of this form ending in US are kept in our text : fructus v. 34, 134, senatus v. 87, exercitus v. 88, panus v. 105, domus v. 162, census v. 181, mofws vi. 3, sonitus vi. 67 sensus vi. 80, wjms viii. 28, 30 c, except as noted below. Letters changed from the manuscript reading are printed in italics. Some obvious additions, and the following changes, are sometimes not further explained by critical notes : ae with italic a, for manuscript e. oe, with italic o, for manuscript ae or e. italic b and v, for manuscript u and b. italic f andpA, for manuscript ph andf. italic i and y, for manuscript y and i. italic h, for an h omitted in the manuscript. The manuscripts are referred to as follows; read- ings without specification of the manuscript are from F : F=Laurentianus li. 10; No. 1 in our list. F 1 or m 1, the original writer of F, or the first hand. F 2 or m 2, the corrector of F, or the second hand. Fv = readings from the lost quaternion of F, as recorded by Victorius; our No. 2. Frag. Cass. = Cassinensis 361; our No. 3. f= Laurentianus li. 5; our No. 5. H= Havniensis; our No. 6. G = Gothanus; our No. 7. a = Parisinus 7489; our No. 8. 6 = Parisinus 6142; our No. 9- c=Parisinus 7535; our No. 10. V= Vindobonensis lxiii.; our No. 1 1 . p = Basiliensis F iv. 13; our No. 12. M= Guelferbytanus 896; our No. 13. B = that used by Augustinus; our No. 14. The following abbreviations are used for editors and editions (others are referred to by their full names) : Laetus = editio princeps of Pomponius Laetus. Rhol. = Rholandellus, whose first edition was in 1475. Pius = Baptista Pius, edition of 1510. Aug. = Antonius Augustinus, editor of the Vul- gate edition 1554, reprinted 1557. Sciop. = Gaspar Scioppius, edition of 1602, re- printed 1605. L. Sp. = Leonhard Spengel, edition of 1826 (and articles). Mue. = Karl Ottfried Mueller, edition of 1833. A. Sp. = Andreas Spengel, edition of 1885 (and articles). GS. = G. Goetz and F. Schoell, edition. De Disciplina Originum Verborum ad ClCERONEM. Quemadmodum vocabula essent imposita rebus in lingua Latina, sex libris exponere institui. De his tris ante hunc feci quos Septumio misi : in quibus est de disciplina, quam vocant eri'/ioAoyi/ojv 1 : quae contra ea(m) 2 dicerentur, volumine primo, quae pro ea, secundo, quae de ea, tertio. In his ad te scribam, a quibus rebus vocabula imposita sint in lingua Latina, et ea quae sunt in consuetudine apud (popu- lum et ea quae inveniuntur apud) 3 poetas. 2. Cuwz 1 unius cuiusque verbi naturae sint duae, a qua re et in qua re vocabulum sit impositum (itaque § 1. 1 For ethimologicen. 2 Rhol., for ea. 3 Added by A. Sp. §2. 1 Rhol., for cui. §1. "Books II. -VII.; Book I. was introductory. * Books II.-IV. e Quaestor to V., cf. vii. 109; but when or where is not known. Possibly he was the writer on architecture mentioned by Vitruvius, de Arch. vii. praef. 1 4, and even the composer of the Libri Observationttm men- ON THE LATIN LANGUAGE Ox THE SciEXCE OF THE ORIGIN OF WORDS, ADDRESSED TO ClCERO. In what way a name (like ‘shagy’) is applied to a thing (like shagginess) in Latin, I undertak to expound. Of this exposition, I have already composed three parts b before this one, and address them to SETTUMIO (vedasi) c; in those three parts I treat of the branch of learning which I call ‘etymology,’ from the Greek for ‘true’. The considerations which might be raised against it, I have put in a first part; those adduced in its favour, in the second; those merely describing it, in the third. In the following, addressed to thee, CICERONE, I shall discuss the PROBLEM – philosophical if ever there is one -- from what a thing a name is applied, either a name which is habitual with the ordinary folk, or that which is found in the poets, so-called, only. Inasmuch as each and every WORD [cf. Grice, “Utt ] has two innate features, from what thing and to what thing tioned by Quintilian, Inst. Orat. iv. 1. 19. d Cicero, to whom V. addresses the balance of the work, Books V.-XXV., written apparently in 47-45 b.c. 3 V. a qua re sit pertinacia cum requi(ri)tur, 2 ostenditur 3 esse a perten(den)do 4; in qua re sit impositum dicitur cum demonstratur, in quo non debet pertendi et pertendit, pertinaciam esse, quod in quo oporteat manere, si in eo perstet, perseverantia sit), priorem illam partem, ubi cur et unde sint verba scrutantur, Graeci vocant £Tu//oAoyiav, 5 illam alteram Trtp(}) °" r l- /xcuvo/xevwi'. De quibus duabus rebus in his libris promiscue dicam, sed exilius de posteriore. 3. Quae ideo sunt obscuriora, quod neque omnis impositio verborum extat, 1 quod vetustas quasdam delevit, nec quae extat sine mendo omnis imposita, nec quae recte est imposita, cuncta manet (multa enim verba li(t)teris commutatis sunt interpolata), neque omnis origo est nostrae linguae e vernaculis verbis, et multa verba aliud nunc ostendunt, aliud ante significabant, ut hostis : nam turn eo verbo dicebant peregrinum qui suis legibus uteretur, nunc dicunt eum quern turn dicebant perduellem. 4. In quo genere verborum aut casu erit illustrius unde videri possit origo, inde repetam. Ita fieri oportere apparet, quod recto casu quom 1 dicimus inpos, 2 obscurius est esse a potentia qua(m> 3 cum 2 OS., for sequitur. 3 For hostenditur. 4 Rhol., for pertendo. 5 For ethimologiam. § 3. 1 For exstat. § 4. 1 Aug., with B, for quem. 2 p, Laetus, for ineos. 3 For qua. § 2. ° Properly an abstract formed from pertinax, itself a compound of tenax ' tenacious,' derived from tenere ' to hold.' § 3. ° Cf. vii. 49. Not from potentia; but both from radical pot-. the name is applied (therefore, when the question is raised from what thing pertinacia ' obstinacy ' is,° it is shown to be from pertendere ' to persist ' : to what thing it is applied, is told when it is explained that it is pertinacia ' obstinacy ' in a matter in which there ought not to be persistence but there is, because it is perseverantia ' steadfastness ' if a person persists in that in which he ought to hold firm), that former part, where they examine why and whence words are, the Greeks call Etymology, that other part they call Semantics. Of these two matters I shall speak in the following books, not keeping them apart, but giving less attention to the second. 3. These relations are often rather obscure for the following reasons : Not every word that has been applied, still exists, because lapse of time has blotted out some. Not every word that is in use, has been applied without inaccuracy of some kind, nor does every word which has been applied correctly remain as it originally was; for many words are disguised by change of the letters. There are some whose origin is not from native words of our own language. Many words indicate one thing now, but formerly meant something else, as is the case with hostis ' enemy ' : for in olden times by this word they meant a foreigner from a country independent of Roman laws, but now they give the name to him whom they then called perduellis ' enemy.' a 4. I shall take as starting-point of my discussion that derivative or case-form of the words in which the origin can be more clearly seen. It is evident that we ought to operate in this way, because when we say inpos ' lacking power ' in the nominative, it is less clear that it is from potentia a ' power ' than when we 5 V. dicimus inpotem 4; et eo obscurius fit, si dicas pos quam 5 inpos : videtur enim pos significare potius pontem quam potentem. 5. Vetustas pauca non depravat, multa tollit. Quem puerum vidisti formosum, hunc vides defor- mem in senecta. Tertium seculum non videt eum homincm quem vidit primum. Quare ilia quae iam maioribus nostris ademit oblivio, fugitiva secuta sedulitas Muci 1 et Bruti retrahere nequit. Non, si non potuero indagare, eo ero tardior, sed velocior ideo, si quivero. Non mediocres 2 enim tenebrae in silva ubi haec captanda neque eo quo pervenire volumus semitae tritae, neque non in tramitibus quaedam obz'ecta 3 quae euntem retinere possent. 6. Quorum verborum novorum ac veterum dis- cordia omnis in consuetudine com(m)uni, quot modis 1 commutatio sit facta qui animadverterit, facilius scrutari origines patietur verborum : reperiet enim esse commutata, ut in superioribus libris ostendi, maxime propter bis quaternas causas. Litterarum enim fit demptione aut additione et propter earum tra(ie)ctionem 2 aut commutationem, item syllabarum productione (aut correptione, denique adiectione aut 4 Aug., for inpotentem. 5 Aug., with B, for postquam. § 5. 1 For muti. 2 For mediocris. 3 For oblecta. § 6. 1 After modis, Fr. Fritzsche deleted litterarum. 2 Scaliger and Popma,for tractationem. Avoided in practice, in favour of dissyllabic potis. " Be- cause the nasal was almost or quite lost before s; cf. the regular inscriptional spelling cosol= consul. § 5. ° P. Mucius Scaevola and M. Junius Brutus, distin- guished jurists and writers on law in the period 150-130 b.c. Mucius, as pontifex maximus, seems to have collected and e(n)ta'fodinae 2 et viocurus ? Secundus quo grammatica escendit 3 antiqua, quae ostendit, quem- admodum quodque poeta finxerit verbum, quod confinxerit, quod declinarit; hie Pacui : Rudentum sibilus, hie : Incwrvicervicum 4 pecus, hie : Clamide clupeat bacchium. s 8. Tertius gradus, quo philosophia ascendens per- venit atque ea quae in consuetudine communi essent aperire coepit, 1 ut a quo dictum esset oppidum, vicus, via. Quartus, ubi est adytum 2 et initia regis : quo si non perveniam (ad) 3 scientiam, at* opinionem aucupabor, quod etiam in salute nostra nonnunquam facit 5 cum aegrotamus medicus. 3 Added by Kent, after Scaliger, Mite., OS.; cf. Quintilian, hist. Orat. i. 6. 32. 4 After libris, Aug. deleted qui. §7. 1 After infimus, Sciop. deleted in. 2 Canal, for aretofodine. 3 Sciop., for descendit. 4 O, Aldus, for inceruice ruicum. 8 For bacchium. §8. 1 For caepit. 2 Sciop., for aditum. 3 Added by L. Sp. 4 Sciop., for ad. 5 Aldus, with p, for fecit. § 7. ° Cf. viii. 62. 6 Teucer, Trag. Rom. Frag. 336 Ilibbeck 3; R.O.L. ii. 296-297 Warmington. c Ex inc. fab. xliv, verse 408, Trag. Rom. Frag. Ribbeck 3, R.O.L. ii. 292-293 Warmington, referring to the dolphins of Nereus; the entire 8 ON THE LATIN LANGUAGE, V. &-8 by examples, in the preceding books, of what sort these phenomena are, I have thought that here I need only set a reminder of that previous discussion. 7. Now I shall set forth the origins of the indivi- dual words, of which there are four levels of explana- tion. The lowest is that to which even the common folk has come; who does not see the sources of argentifodinae a ' silver-mines ' and of viocurus ' road- overseer ' ? The second is that to which old-time grammar has mounted, which shows how the poet has made each word which he has fashioned and derived. Here belongs Pacuvius's 6 The whistling of the ropes, here his c Incurvate-necked flock, here his d With his mantle he beshields his arm. 8. The third level is that to which philosophy ascended, and on arrival began to reveal the nature of those words which are in common use, as, for example, from what oppidum ' town ' was named, and vicus ' row of houses,' a and via ' street.' The fourth is that where the sanctuary is, and the mysteries of the high- priest : if I shall not arrive at full knowledge there, at any rate I shall cast about for a conjecture, which even in matters of our health the physician sometimes does when we are ill. verse in Quintilian, Inst. Orat. i. 5. 67, Nerei repandirostrum incurvicervicum pecus. d Hermiona, Trag. Rom. Frag. 186 Ribbeck 3, R.O.L. ii. 232-233 Warmington; the entire verse in Nonius Marcellus, 87. 23 M. : currum liquit, clamide contorta astu clipeat braccium. § 8. ° From this meaning, either an entire small ' village ' or a ' street ' in a large city. Quodsi summum gradum non attigero, tamen secundum praeteribo, quod non solum ad Aris- tophanis lucernam, sed etiam ad CleantAis lucubravi. Volui praeterire eos, qui poetarum modo verba ut sint ficta expediunt. Non enim videbatur consen- taneum qua(e>re 1 me in eo verbo quod finxisset Ennius causam, neglegere quod ante rex Latinus finxisset, cum poeticis multis verbis magis delecter quam utar, antiquis magis utar quam delecter. An non potius mea verba ilia quae hereditate a Romulo rege venerunt quam quae a poeta Livio relicta ? 10. Igitur quoniam in haec sunt tripertita verba, quae sunt aut nostra aut aliena aut oblivia, de nostris dicam cur sint, de alienis unde sint, de obliviis re- linquam : quorum partim quid ta(men) invenerim aut opiner 1 scribam. In hoc libro dicam de vocabulis locorum et quae in his sunt, in secundo de temporum et quae in his fiunt, in tertio de utraque re a poetis comprehensa. 11. Pythagoras Samius ait omnium rerum initia esse bina ut finitum et infinitum, bonum et malum, §9. 1 Aug., for quare. § 10. 1 After A. Sp., with tamen from Fay's quo loco tamen; for quo ita inuenerim ita opiner. §9. Aristophanes of Byzantium, 262-185 b.c, pupil of Zenodotus and Callimachus at Alexandria, and himself one of the greatest of the Alexandrian grammarians, who busied himself especially with the textual correction and editing of the Greek authors, notably Homer, Hesiod, and the lyric poets. 6 Frag. 485 von Arnim; Cleanthes of Assos, 331- 232 b.c, pupil and successor of Zeno, founder of the Stoic school of philosophy (died 264), as head of the school, at Athens, and author of many works on all phases of the Stoic teaching. e L. Livius Andronicus, c. 284-202 b.c, born at Tarentum; first epic and dramatic poet of the Romans. §11. Pythagoras, born probably in Samos about 567 b.c, But if I have not reached the highest level, I shall none the less go farther up than the second, because I have studied not only by the lamp of Aris- tophanes, but also by that of Cleanthes. 6 I have desired to go farther than those who expound only how the words of the poets are made up. For it did not seem meet that I seek the source in the case of the word which Ennius had made, and neglect that which long before King Latinus had made, in view of the fact that I get pleasure rather than utility from many words of the poets, and more utility than pleasure from the ancient words. And in fact are not those words mine which have come to me by inheritance from King Romulus, rather than those which were left behind by the poet Livius ? c 10. Therefore since words are divided into these three groups, those which are our own, those which are of foreign origin, and those which are obsolete and of forgotten sources, I shall set forth about our own why they are, about those of foreign origin whence they are, and as to the obsolete I shall let them alone : except that concerning some of them I shall none the less write what I have found or myself conjecture. In this book I shall tell about the words denoting places and those things which are in them; in the follow- ing book I shall tell of the words denoting times and those things which take place in them : in the third I shall tell of both these as expressed by the poets. 11. Pythagoras the Samian says that the primal elements of all things are in pairs, as finite and infinite, removed to Croton in South Italy about 529 and was there the founder of the philosophic-political school of belief which attaches to his name. His teachings were oral only, and were reduced to writing by his followers.V. vitam et mortem, diem et noctem. Quare item duo status et motus, (utrumque quadripertitum) 1 : quod stat aut agitatur, corpus, ubi agitatur, locus, dum agitatur, tempus, quod est in agitatu, actio. Quadri- pertitio magis sic apparebit : corpus est ut cursor, locus stadium qua currit, tempus hora qua currit, actio cursio. 12. Quare fit, ut ideo fere omnia sint quadri- pertita et ea aeterna, quod neque unquam tempus, quin fuerit 1 motus : eius enim 2 intervallum tempus; ncque motus, ubi non locus et corpus, quod alterum est quod movetur, alterum ubi; neque ubi is agitatus, non actio ibi. Igitur initiorum quadrigae locus et corpus, tempus et actio. 13. Quare quod quattuor genera prima rerum, totidem verborum : e quis (de) locis et ns 1 rebus quae in his videntur in hoc libro summatim ponam. Sed qua cognatio eius erit verbi quae radices egerit extra fines suas, persequemur. Saepe enim ad limitem arboris radices sub vicini prodierunt segetem. Quare non, cum de locis dicam, si ab agro ad agrarium 2 hominem, ad agricolam pervenero, aberraro. Multa §11. 1 Added by L. Sp. §12. 1 For fuerint. 2 A ug., for animi. § 13. 1 L. Sp., for uerborum enim horum dequis locis et his. 2 L. Sp., for agrosium. § 13. ° Celebrated on April 23 and August 19, when an offering of new wine was made to Jupiter. good and bad, life and death, day and night. There- fore likewise there are the two fundamentals, station and motion, each divided into four kinds : what is stationary or is in motion, is body; where it is in motion, is place; while it is in motion, is time; what is inherent in the motion, is action. The fourfold division will be clearer in this way : body is, so to speak, the runner, place is the race-course where he runs, time is the period during which he runs, action is the running. 12. Therefore it comes about that for this reason all things, in general, are divided into four phases, and these universal; because there is never time without there being motion — for even an intermission of motion is time —; nor is there motion where there is not place and body, because the latter is that which is moved, and the former is where; nor where this motion is, does there fail to be action. Therefore place and body, time and action are the four-horse team of the elements. 13. Therefore because the primal classes of things are four in number, so many are the primal classes of words. From among these, concerning places and those things which are seen in them, I shall put a summary account in this book; but we shall follow them up wherever the kin of the word under discus- sion is, even if it has driven its roots beyond its own territory. For often the roots of a tree which is close to the line of the property have gone out under the neighbour's cornfield. Wherefore, when I speak of places, I shall not have gone astray, if from ager ' field ' I pass to an agrarius ' agrarian ' man, and to an agricola ' farmer.' The partnership of words is one of many members : the Wine Festival a cannot be set 13 V. societas verborum, nec Vinalia sine vino expediri nec Curia Calabra sine calatione potest aperiri. II. 14. Incipiam de locis ob 1 ipsius loci origine. Locus est, ubi locatum quid esse potest, ut nunc dicunt, collocatum. Veteres id dicere solitos apparet apud Plautum : Filiam habeo grandem dote cassa(m> atque inlocabile 3 Neque earn queo locare cuiquam. Apud Ennium : O Terra T/jraeca, ubi Liberi fanum incZutfum 3 Maro 4 locavi. 5 15. Ubi quidque consistit, locus. Ab eo praeco dicitur locare, quod usque idem it, 1 quoad in aliquo constitit pretium. In(de) 2 locarium quod datur in stabulo et taberna, ubi consistant. Sic loci muliebres, ubi nascendi initia consistunt. III. 16. Loca natura(e) 1 secundum antiquam divisionem prima duo, terra et caelum, deinde par- ticulatim utriusque multa. Caeli dicuntur loca su- § 14. 1 Sciop., for sub. 2 So Plautus, for cassa dote atque inlocabili F; Plautus also has virginem for filiam. 3 Wilhelm, for inciuium. 4 For miro F 2, maro F 1 . 6 Ribbeck, for locaui. § 15. 1 Turnebus, for id emit. 2 Laetus,for in. § 16. 1 Aug., for natura. 6 A place on the Capitoline Hill, near the cottage of Romulus, and also the meeting held there on the Kalends, when the priests announced the number of days until the Nones; cf. vi. 27, and Macrobius, Saturnalia, i. 15. 7. § 14. a Theuncompounded word; which, like its compound, meant both ' established in a fixed position ' and ' established in a marriage.' b Aulularia, 191-192. e That is, in marriage. d Trag. Rom. Frag. 347-348 Ribbeck 3; R.O.L. 14 on its way without wine, nor can the Curia Calabra ' Announcement Hall ' b be opened without the calatio ' proclamation.' II. 14. Among places, I shall begin with the origin of the word locus ' place ' itself. Locus is where something can be locatum a ' placed,' or as they say nowadays, colhcatum ' established.' That the ancients were wont to use the word in this meaning, is clear in Plautus 6 : I have a grown-up daughter, lacking dower, unplaceable,' Nor can I place her now with anyone. In Ennius we find d : O Thracian Land, where Bacchus' fane renowned Did Maro place. 15. Where anything comes to a standstill, is a locus ' place.' From this the auctioneer is said locare 1 to place ' because he is all the time likewise going on until the price comes to a standstill on someone. Thence also is locarium ' place-rent,' which is given for a lodging or a shop, where the payers take their stand. So also loci muliebres ' woman's places,' where the beginnings of birth are situated. III. 16. The primal places of the universe, accord- ing to the ancient division, are two, terra ' earth ' and caelum ' sky,' and then, according to the division into items, there are many places in each. The places of the sky are called loca super a ' upper places,' and i. 376-377 Warmington. Maro, son of Euanthes and priest of Apollo in the Thracian Ismaros, in thanks for protection for himself and his followers, gave Ulysses a present of excellent wine (Odyssey, ix. 197 ff.). Because of this, later legend drew him into the Dionysiac circle, as son or grandson of Bacchus, or otherwise. There were even cults of Maro himself in Maroneia, Samothrace, and elsewhere. pera et ea deorum, terrae loca infcra et ea hominum. Ut Asia sic caelum dicitur modis duobus. Nam et Asia, quae non Europa, in quo etiam Syria, et Asia dicitur prioris pars Asiae, in qua est Ionia ac provincia nostra. 17. Sic caelum et pars eius, summum ubi stellae, et id quod Pacuvius cum demonstrat dicit : Hoc vide circum supraque quod complexu continet Terram. Cui subiungit : Id quod nostri caelum memorant. A qua bipertita divisione Lua'Zius 1 suorum un(i)us 2 et viginti librorum initium fecit hoc : Aetheris et terrae genitabile quaerere tempus. 18. Caelum dictum scribit Aelius, quod est ccelatum, aut contrario nomine, celatum quod aper- tum est; non male, quod (im)positor 1 multo potius (caelare) 2 a caelo quam caelum a caelando. Sed non § 17. 1 Scaliger, for lucretius. 2 Laetus, for unum. § 18. 1 GS.,for posterior. 2 Added by Scaliger. § 16. ° Asia originally designated probably only a town or small district in Lydia, and then came to be what we now call Asia Minor, and finally the entire continent. 6 Ionia was a coastal region of Asia Minor, including Smyrna, Ephesus, Miletus, etc., and was included within provincia nostra. But ' our province ' ran much farther inland, comprising Phrygia, Mysia, Lydia, Caria (Cicero, Pro Flacco, 27. 65), which explains the ' and.' § 17. ° Chryses, Tray. Rom. Fray. 87-88 and 90 Ribbeck 3; R.O.L. 2. 202-203, lines 107-108, 1 1 1 Warmington. 6 Satirae, verse 1 Marx. As there were thirty books of Lucilius's Satires, the limitation to twenty-one by V. must be based on another division (for which there is evidence), thus : Books XXVI.-XXX. were written first, in various metres; I.-XXI., these belong to the gods; the places of the earth are loca infer a ' lower places,' and these belong to man- kind. Caelum ' sky ' is used in two ways, just as is Asia. For Asia means the Asia, which is not Europe, wherein is even Syria; and Asia means also that part a of the aforementioned Asia, in which is Ionia 6 and our province. 17. So caelum ' sky ' is both a part of itself, the top where the stars are, and that which Pacuvius means when he points it out : See this around and above, which holds in its embrace The earth. To which he adds : .That which the men of our days call the sky. From this division into two, Lucilius set this as the start of his twenty-one books 6 : Seeking the time when the ether above and the earth were created. 18. Caelum, Aelius writes," was so called because it is caelatum ' raised above the surface,' or from the opposite of its idea, 6 celatum ' hidden ' because it is exposed; not ill the remark, that the one who applied the term took caelare ' to raise ' much rather from caelum than caelum from caelare. But that second to which V. here alludes, were a second volume, in dactylic hexameters, which Lucilius had found to be the best vehicle for his work; XXII.-XXV. were a third part, in elegiacs, probably not published until after their author's death. § 18. ° Page 59 Funaioli. Caelum is probably connected with a root seen in German heiter ' bright,' and not with the words mentioned by V.. 6 Derivation by the contrary of the meaning, as in ludus, in quo minime luditur ' school, in which there is very little playing ' (Fesrus, 122. 16 M.). vol. I c 17 V. minus illud alterum de celando ab eo potuit dici, quod interdiu celatur, quam quod noctu non celatur. 19. Omnino epk(ap). 3 A puteis oppidum ut Puteoli, quod incircum eum locum aquae frigidae et caldae multae, nisi a putore potius, quod putidus odoribus soepe ex sulphure et alumine. Extra oppida a puteis puticuli, quod ibi in puteis obruebantur homines, nisi potius, ut Aelius scribit, puticuli 4 quod putescebant ibi cadavera proiecta, qui locus publicus ultra Esquilias. 5 Itaque eum Afranius /mti/ucos 6 in Togata appellat, quod inde suspiciunt per p?*teos 7 lumen. 26. Lacus lacuna magna, ubi aqua contineri potest. Palus paululum aquae in altitudinem et palam latius diffusae. Stagnum a Graeco, quod ii 1 o-reyvov quod non habet rimam. 2 Hinc ad villas rutunda 3 stagna, quod rutundum facillime continet, anguli maxime laborant. § 25. 1 For summi. 2 Buttmann, for potamon sic po tura potu. 3 Victorius, for pe. 4 Mue.,for puticulae. 5 For exquilias. 6 Scaliger, for cuticulos. 7 Canal, for perpetuos. § 26. 1 For 11. 2 Scaliger, for nomen habet primam. 3 B, for rutundas. § 25. Or ' pit '; derivative of root in pidare ' to cut, think,' cf. amputare ' to cut off.' 6 Aeolis, nom. pi. = Greek AloXeis. " This and ttvtcos are unknown in the extant remains of Aeolic Greek, but a number of Aeolic words show the change : anv for a-no, vfioCcos for ofiotcos. d The modern Pozzuoli, on the Bay of Naples, in a locality characterized by volcanic springs and exhalations; V.'s derivation is correct. * Page 65 Funaioli. ' The Roman ' potters' field,' for the poor and the slaves. * Com. Rom. Frag. 430 Ribbeck 3; with a jesting transposition of the consonants. Cf. for a similar effect ' pit-lets ' and ' pit-lights.' The description suggests that they were constructed like the Catacombs. If this moisture is in the ground no matter how far down, in a place from which it pote ' can ' be taken, it is a puteus ' well ' °; unless rather because the Aeolians 6 used to say, like 7ruTa/zos c for Trorafios ' river,' so also Trvreos ' well ' for iroreos ' drinkable,' from pohis ' act of drinking,' and not (f>peap ' well ' as they do now. From patei ' wells ' comes the town- name, such as Puteoli, d because around this place there are many hot and cold spring-waters; unless rather from putor ' stench,' because the place is often putidus ' stinking ' with smells of sulphur and alum. Outside the towns there are puticuli ' little pits,' named from putei ' pits,' because there the people used to be buried in putei ' pits '; unless rather, as Aelius e writes, the puticuli are so called because the corpses which had been thrown out putescebant ' used to rot ' there, in the public burial-place f which is beyond the Esqui- line. This place Afranius 9 in a comedy of Roman life calls the Putiluci ' pit-lights,' for the reason that from it they look up through putei ' pits ' to the lumen ' light.* 26. A lacus ' lake ' is a large lacuna a ' hollow,' where water can be confined. A palus b ' swamp ' is a paululum ' small amount ' of water as to depth, but spread quite widely palam ' in plain sight.' A stagnum c ' pool ' is from Greek, because they gave the name o-reyvos d ' waterproof ' to that which has no fissure. From this, at farmhouses the stagna ' pools ' are round, because a round shape most easily holds water in, but corners are extremely troublesome. §26. ° Lacuna is a derivative of lacus. 6 Palus, paulu- lum, palam are all etymologically distinct. e Properly, a pool without an outlet; perhaps akin to Greek arayuv ' drop (of liquid).' d Original meaning, ' covered.' Fluvius, quod fluit, item flumen : a quo lege praediorum urbanorum scribitur 1 : Stillicidia fluminaque 2 ut ita 3 cadant fluantque; inter haec hoc inter(est), quod stillicidium eo quod stillatim cadit, 4 flumen quod fluit continue. 28. Amnis id flumen quod circuit aliquod : nam ab ambitu amnis. Ab hoc qui circum Aternum 1 habitant, Amiternini appellati. Ab eo qui popu- lum candidatus circum it, 2 ambit, et qui aliter facit, indagabili ex ambitu causam dicit. Itaque Tiberis amnis, quod ambit Martium Campum et urbem; op- pidum Interamna dictum, quod inter amnis est constitutum; item Antemnae, quod ante amnis, qu(a> Anto 3 influit in Tiberim, quod bello male ac- ceptum consenuit. 29. Tiberis quod caput extra Latium, si inde nomen quoque exfluit in linguam nostram, nihil (ad) 1 eTv/ioAoyov Latinum, ut, quod oritur ex Samnio, For scribitur scribitur. 2 For flumina quae. 8 L. Sp., after Gothofredus, for ut ita. 4 a, Pape, for cadet. §28. 1 Aug., with B, for alterunum. 2 For id. 3 Canal, for quanto. § 29. 1 Added by Thiersch. § 27. a Cf. Digest, viii. 2. 17. That is, rain-waters dripping from roofs and streams resulting from rain shall in city properties not be diverted from their present courses. Such supplies of water were in early days a real asset. § 28. " Probably to be associated with English Avon (from Celtic word for ' river '), and not with ambire ' to go around.' b Good etymology; Amiternum was an old city in the Sabine country, on the Aternus River; with ambi- ' around ' in the form am-, as in amicire ' to place (a garment) around.' Fluvhis ' river ' is so named because it jiuit ' flows,' and likewise jiumen ' river ' : from which is written, according to the law of city estates," Stillicidia ' rain-waters ' and flumina ' rivers ' shall be allowed to fall and to flow without interference. 6 Between these there is this difference, that stillicidium ' rain-water ' is so named because it cadit ' falls ' stillatim ' drop by drop,' and Jiumen ' river ' because it jiuit ' flows ' uninterruptedly. 28. An amnis a is that river which goes around something; for amnis is named from ambitus ' circuit.' From this, those who dwell around the Aternus are called Amiternini ' men of Amiternum.' 6 From this, he who circum it ' goes around ' the people as a candi- date, ambit ' canvasses,' and he who does otherwise than he should, pleads his case in court as a result of his investigable ambitus ' canvassing.'" Therefore the Tiber is called an amnis, because it ambit ' goes around ' the Campus Martius and the City d; the town Interamna ' gets its name from its position inter amnis ' between rivers '; likewise Antemnae, because it lies ante amnis ' in front of the rivers,' where the Anio flows into the Tiber a town which suffered in war and wasted away until it perished. 29. The Tiber, because its source is outside Latium, if the name as well flows forth from there into our language, does not concern the Latin ety- mologist; just as the Volturnus, because it starts from e That is, for corrupt electioneering methods. d The Tiber swings to the west at Rome, forming a virtual semicircle. A city in Umbria, almost encircled by the river Nar. § 29. Adjective from voltur ' vulture '; there was a Mt. Voltur farther south, on the boundary between Samnium and Apulia. Volturnus nihil ad Latinam linguam : at 2 quod proxi- mum oppidum ab eo secundum mare Volturnum, ad nos, iam 3 Latinum vocabulum, ut Tiberinus no(me)n.' Et colonia enim nostra Volturnu?/? 5 et deus Tiberinus. 30. Sed de Tiberis nomine anceps historia. Nam et suum Etruria et Latium suum esse credit, quod fuerunt qui ab Thebri vicino regulo Veientum 1 dixe- rint appellat?fimam 4 Novam Viam locus sacellum (Ve>labrum. 5 44. Velabrum a vehendo. Velaturam facere etiam nunc dicuntur qui id mercede faciunt. Merces (dicitur a mcrendo et aere) huic vecturae qui ratibus transibant quadrans. Ab eo Lucilius scripsit : Quadrantis ratiti. VIII. 45. Reliqua urbis loca olim discreta, cum Argeorum sacraria septem et viginti in (quattuor) §43. x Added by Laetus. 2 Mue., with M, for auen- tinum. 3 Added by L. Sp. 4 Turnebus, for fimam. 5 Mue., for labrum. § 43. ° Page 115 Funaioli. Etymologies of place-names are particularly treacherous; none of those given here ex- plains Aventinus. V. elsewhere (de gente populi Romani, quoted by Servius in Aen. vii. 657) says that some Sabines established here by Romulus called it Aventinus from the Avens, a river of the district from which they had come. 6 Frag. Poet. Rom. 27 Baehrens; R.O.L. ii. 56-57 Warming- ton. c The spelling with d is required by the sense. d V. says that a ferry-raft was called a velabrum, and that this name was transferred to the passage on which the rafts had plied, when it was filled in and had become a street; but that there survived a chapel in honour of the ferry-rafts. § 44. ° Correct etymology. 6 Incorrect etymology. -±5 several origins. Naevius b says that it is from the aves ' birds,' because the birds went thither from the Tiber; others, that it is from King Aventinus the Alban, because he is buried there; others that it is the Adventine c Hill, from the adventus ' coming ' of people, because there a temple of Diana was estab- lished in which all the Latins had rights in common. I am decidedly of the opinion, that it is from advectus ' transport by water '; for of old the hill was cut off from everything else by swampy pools and streams. Therefore they advehebaniur ' were conveyed ' thither by rafts; and traces of this survive, in that the way by which they were then transported is now called Velabrum ' fern",' and the place from which they landed at the bottom of New Street is a chapel of the Velabra. " 44. Velabrum ° is from vehere ' to convey.' Even now, those persons are said to do velatura ' ferrying,' who do this for pay. The merces 6 ' pay ' (so called from merere ' to earn ' and aes ' copper money ') for this ferrying of those who crossed by rafts was a farthing. From this Lucilius wrote c : Of a raft-marked farthing. 1 * VIII. 45. The remaining localities of the City were long' ago divided off, when the twenty-seven c 1272 Marx. d The quadrans or fourth of an as was marked with the figure of a raft. § 45. ° It would seem simpler if the shrines numbered twenty-four, six in each of the four sections of Rome. But both here and in vii. 44 the number is driven as twenty-seven. It is hardly likely that in both places XXUII ( =XXVII) has been miswritten for XXIIII; yet this supposition must be made by those who think that the correct number is twenty- four. partis 1 urbi(s) 2 sunt disposita. Argeos dictos putant a principibus, qui cum /fercule Argivo venerunt Romam et in Saturnia subsederunt. E quis prima scripta est regio Suburana, 3 secunda' Esquilina, tertia Collina, quarta Palatina. 46. In Suburanae 1 regionis parte princeps est Caelius mons a C#ele Vibenna, 2 Tusco duce nobili, qui cum sua manu dicitur Romulo venisse auxilio contra 7atium 3 regem. Hinc post Caelis 4 obitum, quod nimis munita loca tenerent neque sine suspicione essent, deducti dicuntur in planum. Ab eis dictus Vicus Tuscus, et ideo ibi Vortumnum stare, quod is deus Etruriae princeps; de Caelianis qui a suspicione liberi essent, traductos in eum locum qui vocatur Cfleliolum. 4-7. Cum Cflelio 1 coniunctum Carinae et inter eas quern locum Caer(i)o/ensem 2 appellatum apparet, § 45. 1 L. Sp., for sacraria in septem et uiginti partis. 2 Ijaetus, for urbi. 3 Aug., for suburbana F 1, subura F 2 . § 46. 1 Aug., with B,for suburbanae. 2 Frag. Cass., for uibenno / cf. Tacitus, Ann. iv. 65. 3 Puccius, \oith Servius in Aen. v. 560, for latinum. 4 Coelis Aug., for celii. § 47. 1 Laetus, for celion. 2 Kent; Caeliolensem ten Brink {and similarly through the section); for ceroniensem. * Puppets or dolls made of rushes, thrown into the Tiber from the Pons Sublicius every year on May 14, as a sacrifice of purification; the distribution of the shrines from which they were brought was to enable them to take up the pollu- tion of the entire city. Possibly the dolls were a substitute for human victims. The name Argei clearly indicates that the ceremony was brought from Greece. § 46. Comparison with § 47, § 50, § 52, § 54, shows that shrines of the Argei 6 were distributed among the four sections of the City. The Argei, they think, were named from the chieftains who came to Rome with Hercules the Argive, and settled down in Saturnia. Of these sections, the first is recorded as the Suburan region, the second the Esquiline, the third the Colline, the fourth the Palatine. 46. In the section of the Suburan region, the first shrine ° is located on the Caelian Hill, named from Caeles Yibenna, a Tuscan leader of distinction, who is said to have come with his followers to help Romulus against King Tatius. From this hill the followers of Caeles are said, after his death, to have been brought down into the level ground, because they were in possession of a location which was too strongly forti- fied and their loyalty was somewhat under suspicion. From them was named the Vicus Tuscus ' Tuscan Row,' and therefore, they say, the statue of Vertumnus stands there, because he is the chief god of Etruria; but those of the Caelians who were free from suspicion were removed to that place which is called Caeliohim ' the little Caelian.' 6 47. Joined to the Caelian is Cannae ' the Keels '; and between them is the place which is called Caerio- the sacra Argeorum (§ 50) used princeps, terticeps, etc., to designate numerically the shrines in each pars; and that the place-name was set in the nominative alongside the neuter numeral : therefore " the first is the Caelian Hill " means that the first shrine is located on that hill. Cf. K. O. Mueller, Zur Topographle Horns : ilber die Fragmenta der Sacra Argeorum bei V., de Lingua Latlna,v. 8 (pp. 69-94 in C. A. Bottiger, Archaohgle und Kunst, vol. i., Breslau, 1828). * The Caeliolum, spoken of also as the Caeliculus (or -um) by Cicero, De liar. Resp. 15. 32, and as the Caelius Minor by Martial, xii. 18. 6, seems to have been a smaller and less im- portant section of the Caelian Hill. quod primae regionis quartum sacrarium scriptum sic est : Caer(i)olensis 3 : quarticeps 4 circa Minerviuin qua in Caeli?/(m> monte(m) B itur : in tabernola est. Cflcrolensis s a Carinarum 7 iunctu dictus; Carinae pote a 8 caeri(m)onia, 9 quod hinc oritur caput Sacrae Viae ab Streniae sacello quae pertinet in arce(m), 10 qua sacra quotquot mensibus feruntur in arcem et per quam augures ex arce profecti solent inaugurare. Huius Sacrae Viae pars haec sola volgo nota, quae est a Foro eunti primore 11 clivo. 48. Eidem regioni adtributa Subura, quod sub muro terreo Carinarum; in eo est Argeorum sacel- lum sextum. Subura(m) 1 Iunius scribit ab eo, quod fuerit sub antiqua urbc; cui testimonium potest esse, quod subest ei 2 loco qui terreus murus vocatur. Sed (ego a) 3 pago potius Succusano dictam puto Suc- cusam : (quod in nota etiam) 4 nunc scribitur (SVC) 5 3 Kent, for cerolienses. 4 Aug., for quae triceps. 5 Aug., for celio monte. 6 Kent, for cerulensis. 7 For carinaernm. 8 Jordan, for postea. 9 cerimonia Bek- ker, for cerionia. 10 Aug., and Frag. Cass., for arce. 11 Aldus, for primoro. § 48. 1 Wissowa, for subura. 2 Victorius, for et. 3 Added by Laetus (a Frag. Cass.). 4 Added by Mae., after Quintilian, Inst. Orat. i. 7. 29. 5 Added by Merck- lin, to fill a gap capable of holding three letters, in F; cf. Quintilian, loc. cit. § 47. ° That is, Caeliolensis ' pertaining to the Caeliolus.'' Through separation in meaning from the primitive, the r has been subject to regular dissimilation as in caerulus for *catlu- lensis, a obviously because the fourth shrine of the first region is thus written in the records : Coeriolensis : fourth 6 shrine, near the temple of Minerva, in the street by which you go up the Caelian Hill; it is in a booth.' Caeriolensis is so called from the joining of the Carinae with the Caelian. Carinae is perhaps from caerimonia ' ceremony,' because from here starts the beginning of the Sacred Way, which extends from the Chapel of Strenia d to the citadel, by which the offerings are brought ever)' year to the citadel, and by which the augurs regularly set out from the citadel for the observation of the birds. Of this Sacred Way, this is the only part commonly known, namely the part which is at the beginning of the Ascent as you go from the Forum. 48. To the same region is assigned the Subura, which is beneath the earth-wall of the Cannae; in it is the sixth chapel of the Argei. Junius 6 writes that Subura is so named because it was at the foot of the old city (sub urbe); proof of which may be in the fact that it is under that place which is called the earth- wall. But I rather think that from the Succusan dis- trict it was called Succusa; for even now when abbre- viated it is written SVC, with C and not B as third his, Parilia for Palilia; possibly association with Carinae furthered the change. * Cf. § 46, note a. e The words sinistra via or dexteriore via may have been lost before in tabernola; cf. ten Brink's note. d A goddess of health and physical well-being. § 48. " Etymology entirely uncertain. The neuters quod and in eo, referring to Subura, mutually support each other. 6 M. Junius Gracchanus, contemporary and partisan of the Gracchi; page 1 1 Huschke. He wrote an antiquarian work Be Potestatibus. 45 V. tertia littera C, non B. Pagus Succusanus, quod succurrit Carinis. 49. Sccundac rcgionis Esquiliae. 1 Alii has scrip- serunt ab excubiis regis dictas, alii ab eo quod (aes- culis} 2 excultae a rege Tullio essent. Huic origini magis concinunt loca vicina, 3 quod ibi lucus dicitur Facutalis et Larum Querquetulanum sacellum et l?*cus 4 Mefitis et Iunonis Lucinae, quorum angusti fines. Non mirum : iam diu enim late avaritia una (domina) 5 est. 50. Esquiliae duo montes habiti, quod pars (Op- pius pars) 1 Cespzus 2 mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacris appellatur. In Sacris Argeorum scriptum sic est : Oppius Mons : princeps quili(i>s 3 u/s 4 l?. 4 Sunt qui, quod ibi vimineta 5 fuerint. Coin's 6 Quirinalis, (quod ibi) 7 Quirini fanum. Sunt qui a Quiritibus, qui cum Tatio Curibus venerunt ad Roma(m), 8 quod ibi habuerint castra. 52. Quod vocabulum coniunctarum regionum nomina obliteravit. Dictos enim collis pluris apparet ex Argeorum Sacrificiis, in quibus scriptum sic est : Collis Quirinalis : terticeps cis 1 aedem Quirini. Collis Salutaris : quarticeps adversum est polinar cis 2 aedem Salutis. 13 Mue., for sceptius. 14 Mue., for quinticepsois. 15 Laetus, for lacum. 16 Scaliger, for esquilinis. § 51. 1 L. Sp., for colles. 2 Laetus, for uiminales. 3 Aug., with B, for uimino / cf Festus, 376 a 10 M. 4 L. Sp., after ten Brink (arae eius), for arae. 6 O, Aug., for uiminata. 6 Laetus, for colles. 7 Added by L. Sp. 8 Ten Brink; Romam Laetus; for ab Roma. § 52. 1 Mue., for terticepsois. 2 Apollinar cis Mue., for pilonarois. c Apparently to be associated with putidus ' stinking,' because of the mention of Mefitis a few lines before; but if so, the oe is a false archaic spelling, out of place in putidus and its kin. Another possibility is that it is to be connected with the plebeian gens Poetelia; one of this name was a member of the Second Decemvirate, 450 b.c. d That is, adjacent to the sacristan's dwelling. Cespian Hill : fifth shrine, this side of the Poetelian " Grove; it is on the Esquiline. Cespian Hill : sixth shrine, at the temple of Juno Lucina, where the sacristan customarily dwells.* 51. To the third region belong five hills, named from sanctuaries of gods; among these hills are two that are well-known. The .Viminal Hill got its name from Jupiter Viminius ' of the Osiers,' because there was his altar; ■ but there are some a who assign its name to the fact that there were vimineta ' willow- copses ' there. The Quirinal Hill was so named because there was the sanctuary of Quirinus 6; others c say that it is derived from the Quirites, who came with Tatius from Cures d to the vicinity of Rome, because there they established their camp. 52. This name has caused the names of the adjacent localities to be forgotten. For that there were other hills with their own names, is clear from the Sacrifices of the Argei, in which there is a record to this effect ° : Quirinal Hill : third shrine, this side of the temple of Quirinus. Salutary Hill * : fourth shrine, opposite the temple of Apollo, this side of the temple of Salus. §51. "Page 118 Funaioli. b Quirinalis, Quirinus, Quirites belong together; but Cures is probably to be kept apart. c Page 116 Funaioli. d An ancient city of the Sabines, about twenty-four miles from Rome, the city of Tatius and the birthplace of Xnma Pompilius, successor of Romulus; cf. Livy, i. 13, 18. § 53. ° Page 6 Preibisch. 6 Sal u tar is, from salus ' preservation '; the temple perhaps marked the place of a victory in a critical battle, or commemorated the end of a pestilence. We do not know whether this Salus was the same as Iuppiter Salutaris. mentioned by Cicero, De Finibus, iii. 20. 66; cf. the Greek Zevs aarrqp ' Zeus the Saviour.' vol. l E 49 V. Collis Mucialis : quinticeps apud aedem Dei Fidi 3; in delubro, ubi aeditumus habere solet. Colli's 4 Latiaris 5 : sexticeps in Vico Instef'ano 6 summo, apud au(gu)raculum'; aedificium solum est. Horum deorum arae, a quibus cognomina habent, in cius regionis partibus sunt. 53. Quartae regionis Palatium, quod Pallantes cum Euandro venerunt, qui et Palatini; (alii quod Palatini), 1 aborigines ex agro Reatino, qui appeliatur Palatium, ibi conse(de)runt 2; sed hoc alii a Palanto 3 uxore Latini putarunt. Eundem hunc locum a pecore dictum putant quidam; itaque Naevius Balatium appellat. 5 1. Huic Cermalum et Velias 1 coniunxerunt, quod in hac rcgione 2 scriptum est : Germalense : quinticeps apud aedem Romuli. Et Veliense 3 : sexticeps in Velia apud aedem deum Penatium. 3 For de i de fidi. 4 For colles. 5 M, Laetus, for latioris. 6 Jordan, for instelano; cf Livy, xxiv. 10. 8, in vico Insteio. 7 Turtiebus,for auraculum. § 53. 1 Added by A. Sp. 2 Fray. Cass., M, Laetus, for conserunt. 3 Mite., (Palantho L. Sp.), for palantio / cf Fest. 220. 6 M. § 54. 1 For uellias. 2 M, Laetus, for religione. 3 Bentlnus, for uelienses. c 3Ivcialis, apparently from the gens Mucia; the first known Mucius was the one who on failing to assassinate Porsenna, the Etruscan king who was besieging Pome, burned his right hand over the altar-fire and thus gained the cognomen Scae- vola ' Lefty.' Several Mucii with the cognomen Scaevola were prominent in the political and legal life of Rome from 215 to 82 b.c. d Detts Fidivs was an aspect of Jupiter; cf. Greek Zev? marios. e Latiaris 'pertaining to Latium'; Iuppiter Latiaris was the guardian deity of the Latin Con- federation, cf. Cicero, Pro Milone, 31. 85. Mucial Hill e : fifth shrine, at the temple of the God of Faith, 4 in the chapel where the sacristan customarily dwells. Latiary Hill * : sixth shrine, at the top of Insteian Row, at the augurs' place of observation; it is the only building. The altars of these gods, from which they have their surnames, are in the various parts of this region. 53. To the fourth region belongs the Palatine, so called because the Pallantes came there* with Evan- der, and they were called also Palatines; others think that it was because Palatines, aboriginal inhabitants of a Reatine district called Palatium, 6 settled there; but others c thought that it was from Palanto, d wife of Latinus. This same place certain authorities think was named from the pecus ' flocks '; therefore Naevius e calls it the Balalium f ' Bleat-ine.' 54. To this they joined the Cermalus ° and the Veliae, 6 because in the account of this region it is thus recorded c : Germalian : fifth shrine, at the temple of Romulus, and Velian : sixth shrine, on the Velia, at the temple of the deified Penates. § 53. ° For Palatium, there is no convincing etymology. 6 An ancient city of the Sabines, on the Via Salaria, forty- eight miles from Rome, on the banks of the river Velinus. ' Page 116 Funaioli. 4 According to Festus, 220. 5 M., Palanto was the mother of Latinus; she is called Pallantia by Servius in Jen. viii. 51. e Frag. Poet. Rom. 28 Baeh- rens; R.O.L. ii. 56-57 Warmington. 'As though from balare ' to bleat.' § 54. "There is no etymology for Cermalus; the word began with C, but for etymological purposes V. begins it with G, relying on the fact that in older Latin C represented two sounds, c and g. 6 Apparently used both in the singular, Velia, and in the plural, Veliae; there is no ety- mology. e Page 7 Preibisch. Germalum a germanis Romulo et Remo, quod ad ficum ruminalem, et ii ibi inventi, quo aqua hiberna Tiberis eos detulerat in alveolo expositos. Veliae unde essent plures accepi causas, in quis quod ibi pastores Palatini ex ovibus 4 ante tonsuram inventam vellere lanam sint soliti, a quo vellera 5 dieuntur. IX. 55. Ager Romanus primum divisus in partis tris, a quo tribus appellata Tztiensium, 1 Ramnium, Lueerum. Nominatae, ut ait Ennius, Titienses ab Tatio, Ramnenses ab Romulo, Lueeres, ut Iunius, ab Lueumone; sed omnia haee voeabula Tusca, ut Volnius, qui tragoedias 2 Tuscas seripsit, dicebat. 56. Ab hoe partes 1 quoque quattuor urbis tribus dietae,ab loeis Suburana, Palatina, Esquilina, Collina; quinta, quod sub Roma, Romilia; sic reliquae 2 tri(gin)ta 3 ab his rebus quibus in Tribu(u)m Libro 4 scripsi. X. 57. Quod ad loca quaeque his coniuneta fuerunt, 4 Victorius, for quibus. 5 Laetvs, for uelleinera (uellaera Frag. Cass.). § 55. 1 Groth, for tatiensium. 2 For tragaedias. § 56. 1 For partis. 2 For reliqna, altered from re- liquae. 3 Turnebus, for trita. 4 Frag. Cass., L. Sp., for libros. d Page 118 Funaioli. § 55. ° Roman possessions in land, both state property and private estates; as opposed to ager peregrinus ' foreign land.' 6 None of the etymologies is probable, which is not surprising, as they were of non-Latin origin, whether or not they were Etruscan. e Ann. i. frag. lix. Vahlen 2; R.O.L. i. 38-39 Warmington. d Page 121 Funaioli; page 11 Huschke. e Page 126 Funaioli; Volnius is not mentioned elsewhere. § 56. ° The four vrbanae tribus ' city tribes.' 6 The , V. 5±-57 Germalus, they say, is from the germani ' brothers ' Romulus and Remus, because it is beside the Fig-tree of the Suckling, and they were found there, where the Tiber's winter flood had brought them when they had been put out in a basket. For the source of the name Veliae I have found several reasons/* among them, that there the shepherds of the Palatine, before the invention of shearing, used to vellere ' pluck ' the wool from the sheep, from which the vellera ' fleeces ' were named. IX. 55. The Roman field-land a was at first divided into tris ' three ' parts, from which they called the Titienses, the Ramnes, and the Luceres each a tribus ' tribe.' These tribes were named, 6 as Ennius says," the Titienses from Tatius, the Ramnenses from Romulus, the Luceres, according to Junius/* from Lucumo; but all these words are Etruscan, as Vol- nius, e who wrote tragedies in Etruscan, stated. 56. From this, four parts of the City also were used as names of tribes, the Suburan, the Palatine, the Esquiline, the Colline, a from the places; a fifth, because it was sub Roma ' beneath the walls of Rome,' M as called Romilian 6; so also the remaining thirty c from those causes which ris. 1 A qua vi natis dicta vita et illud a Lucilio : Vis est vita, vides, vis nos facere omnia cogit. 64. Quare quod caelum principium, ab satu est dictus Saturnus, et quod ignis, Saturnalibus cerei superioribus mittuntur. Terra Ops, quod hie omne opus et hac opus ad vivendum, et ideo dicitur Ops mater, quod terra mater. Haec enim Terris gentis omnis peperit et resumit denuo, quae Dat cibaria, 8 Sciop.,/or uiere est uincere. 4 Scaliger, for palmam. § 63. 1 L. Sp.; significantes Veneris Laetus; for signi- ficantes se ueris. ' Vincire is in fact derived from an extension of the root seen in viere. 3 25 Vahlen 2; R.O.L. i. 404-405 Warming- ton. h Palma and paria are etymologically separate. § 63. A Greek legend, invented to connect the name of Aphrodite with dpos ' foam '; cf. Hesiod, Theogony, 188- 198. The name Aphrodite is probably of Semitic origin. itself, from vinctura ' binding,' said vieri ' to be plaited,' that is, vinciri ' to be bound ' f; whence there is the line in Ennius's Sota 9 : The lustful pair were going, to plait the Love-god's garland. Palma ' palm ' is so named because, being naturally bound on both sides, it has paria ' equal * leaves.^ 63. The poets, in that they say that the fiery seed fell from the Sky into the sea and Venus was born "from the foam-masses," ° through the conjunction of fire and moisture, are indicating that the vis ' force' which they have is that of Venus. Those born of this vis have what is called vita 6 ' life,' and that was meant by Lucilius c : Life is force, you see; to do everything force doth compel us. 64. Wherefore because the Sky is the beginning, Saturn was named from satus a ' sowing '; and because fire is a beginning, waxlights are presented to patrons at the Saturnalia. 6 Ops c is the Earth, be- cause in it is every opus ' work ' and there is opus ' need ' of it for living, and therefore Ops is called mother, because the Earth is the. mother. For she d All men hath produced in all the lands, and takes them back again, she who Gives the rations, * Vis and vita are not connected etymological ly. e 1340 Marx. § 64. ° This etymology is unlikely. * Confirmed by Festus, 54. 16 M. e Ops and opus are connected ety- mologically. d Ennius, Varia, 48 Vahlen 2; R.O.L. i. 412- 413 Warmington. 61 V. ut ait Ennius, quae Quod gerit fruges, Ceres; antiquis enim quod nunc G C. 1 65. Idem hi dei Caelum et Terra Iupiter et Iuno, quod ut ait Ennius : Istic est is Iupiter quem dico, quern Grneci vocant Aerem, qui ventus est et nubes, imber postea, Atque ex imbre frigus, verities 1 post fit, aer denuo. Hacc(e) 2 propter Iupiter sunt ista quae dico tibi, Qui 3 mortalis, (arva) 4 atque urbes beluasque omnis iuvat. Quod hi(n)c 5 omnes et sub hoc, eundem appellans dicit : Divumque hominumque pater rex. Pater, quod patefacit semen : nam turn esse 8 con- ceptual (pat)et, 7 inde cum exit quod oritur. 66. Hoc idem magis ostendit antiquius Iovis nomen : nam olim Diovis et Di(e)spiter 1 dictus, id est dies pater; a quo dei dicti qui inde, et diws 2 et § 64. 1 Lachmann; C quod nunc G Mite.; for quod nunc et. § 65. 1 Laetus, for uentis. 2 Mor. Jlaupt; haecce Mae.; for haec. 3 Aug., with B, for qua. 4 Added by Schoell. 5 L. Sp., for hie. 6 Mue., for est. 7 Mue., for et. § 66. 1 Laetus, for dispiter. 2 Bentinus, for dies. 'Varia, 49-50 Vahlen 2; R.O.L. i. 412-413 Warmington; gerit and Ceres are not connected. / There was a time when C had its original value g (as in Greek, where the third letter is gamma) and had taken over also the value of K. The use of the symbol G for the sound g was later. C in the value g survived in C. = Gaius, Cn. = Gnaeus. § 65. Varia, 54-58 Vahlen 2; R.O.L. i. 414-415 Warm- ington. * Iupiter and iuvare are not related. c An- as Ennius says, e who Is Ceres, since she brings (gerit) the fruits. For with the ancients, what is now G, was written C/ 65. These same gods Sky and Earth are Jupiter and Juno, because, as Ennius says,° That one is the Jupiter of whom I speak, whom Grecians call Air; who is the windy blast and cloud, and after- wards the rain; After rain, the cold; he then becomes again the wind and air. This is why those things of which I speak to you are Jupiter : Help he gives * to men, to fields and cities, and to beasties all. Because all come from him and are under him, he addresses him with the words c : O father and king of the gods and the mortals. Pater ' father ' because he patefacit d ' makes evident ' the seed; for then it patet ' is evident ' that concep- tion has taken place, when that which is born comes out from it. 66. This same thing the more ancient name of J upiter a shows even better : for of old he was called Diovis and Diespiter, that is, dies pater ' Father Day " b; from which they who come from him are called dei ' deities,' and dius ' god ' and divum ' sky,' whence sub divo ' under the sky,' and Dius Fidius ' god of nates, 5S0 Vahlen 2; R.O.L. i. 168-169 Warmington. d Pater and patere are not related. § 66. ° Iu- in Iupiter, Diovis, Dies, deus, Dius, divum belong together by etymology. b K. O. Mueller thought that Yarro meant dies as the old genitive, ' father of the day,' instead of as a nominative in apposition; but this is hardly likely. 63 V. divum, unde sub divo, Dius Fidius. Itaque inde eius perforatum tectum, ut ea videatur divum, id est caelum. Quidam negant sub tecto per hunc deierare oportere. Aelius Dium Fid(i)um dicebat Diovis filium, ut Grceci Aiocr/vopoi' Castorem, et putabat 3 hunc esse Sancum 4 ab Safeina lingua et Herculem a Graeca. Idem hie Dis 5 pater dicitur infimus, qui est coniunctus terrae, ubi omnia (ut) 6 oriuntur ita? abori- untur; quorum quod finis ortu(u)m, Orcus 8 dictus. 67. Quod Iovis Iuno coniunx et is Caelum, haec Terra, quae eadem Tellus, et ca dicta, quod una iuvat cum love, Iuno, et Regina, quod huius omnia ter- restria. 68. Sol 1 vel quod ita Sa&ini, vel (quod) 2 solus 3 ita lucet, ut ex eo dco dies sit. Luna, vel quod sola lucet noctu. Itaque ea dicta Noctiluca in Palatio : nam i.bi noctu lucet templum. Hanc ut Solem Apollinem quidam Dianam vocant (Apollinis vocabulum Grae- cum alterum, altcrum Latinum), et hinc quod luna in altitudinem et latitudinem simul it, 4 Diviana appel- lata. Hinc Epicharmus Ennii Proserpinam quoque 3 Puccius, for putabant. 4 Scaliger, for sanctum. 6 Mm., for dies. 6 Added by Miie. 7 Mue., for ui. 8 Tnrnebus, for ortus. § 68. 1 Laetus, with M, for sola. 2 Added by Aug., with B. 3 Sclop., for solum. 4 L. Sp., for et. c Page 60 Funaioli. d Sabine Sancus and the Umbrian divine epithet Sangio- are connected with Latin sanclre ' to make sacred,' sacer 'sacred.' ' Dis is the short form of dives ' rich,' cf. the genitive divitis or ditis, and is not con- nected with dies; it is a translation of the Greek ITAoutoji' ' Pluto,' as 'the rich one,' from -ttXoCtos 'wealth.' f The Italic god of death, not connected with ortus, but perhaps with arcere ' to hem in,' as ' the one who restrains the dead.' § 67. a Not connected either with Iupiter or with iitvare. 64 OX THE LATIN LANGUAGE, V. 6&-68 faith.' Thus from this reason the roof of his temple is pierced with holes, that in this way the divum, which is the caelum ' sky,' may be seen. Some say that it is improper to take an oath by his name, when you are under a roof. Aelius c said that Dins Fidius was a son of Diovis, just as the Greeks call Castor the son of Zeus, and he thought that he was Sancus in the Sabine tongue, d and Hercules in Greek. He is like- wise called Dispater e in his lowest capacity, when he is joined to the earth, where all things vanish away even as they originate; and because he is the end of these ortus ' creations,' he is called OrcusJ 67. Because Juno is Jupiter's wife, and he is Sky, she Terra ' Earth,' the same as Tellus ' Earth,' she also, because she iuvat ' helps ' una ' along ' with Jupiter, is called Juno,° and Regina ' Queen,' because all earthly things are hers. 68. Sol a ' Sun ' is so named either because the Sabines called him thus, or because he solus ' alone ' shines in such a way that from this god there is the daylight. Luna ' Moon ' is so named certainly be- cause she alone ' lucet ' shines at night. Therefore she is called Noctiluca ' Night-Shiner ' on the Pala- tine; for there her temple noctu lucet ' shines by night.' 6 Certain persons call her Diana, just as they call the Sun Apollo (the one name, that of Apollo, is Greek, the other Latin); and from the fact that the Moon goes both high and widely, she is called Diviana. c From the fact that the Moon is wont to be under the § 6S. " Not connected with solus. * Either because the white marble gleams in the moonlight, or because a light was kept burning there all night. 'An artificially pro- longed form of Diana; V. seems to have had in mind deviare ' to go aside ' as its basis. vol. if appellat, quod solet esse sub terris. Dicta Proserpina, quod haec ut serpens modo in dexteram modo in sinisteram partem late movetur. Serpere et proser- pere idem dicebant, ut Plautus quod scribit : Quasi proserpens bestia. 69. Quae ideo quoque videtur ab Latinis Iuno Lucina dicta vel quod est e(t) 1 Terra, ut physici dicunt, et lucet; vel quod 2 ab luce eius qua quis conceptus est usque ad earn, qua partus quis in lucem, (l)una 3 iuvat, donee mensibus actis produxit in lucem, ficta ab iuvando et luce Iuno Lucina. A quo parientes earn invocant : luna enim nascentium dux quod menses huius. Hoc vidisse antiquas apparet, quod mulieres potissimum supercilia sua attribuerunt ei deae. Hie enim debuit maxime collocari Iuno Lucina, ubi ab diis lux datur oculis. 70. Ignis a (g)nascendo, 1 quod hinc nascitur et omne quod nascitur ignis s(uc)cendit 2; ideo calet, ut qui denascitur eum amittit ac frigescit. Ab ignis iam maiore vi ac violentia Volcanus dictus. Ab eo quod § 69. 1 L. Sp., for e . 2 For quod uel. 3 Sciop., for una. § 70. 1 Mue., for nascendo. 2 OS., for scindit. d Ennius, Varia, 59 Vahlen 2 . Proserpina is really borrowed from Greek Hepoe6vri, but transformed in popular speech into a word seemingly of Latin antecedents. e Poenulus 1034, Stichus 724; in both passages meaning a snake. § 69. ° Lucina, from lux ' light,' indicates Juno as goddess of child-birth. 6 Equal to ' full moon,' or ' month.' lands as -well as over them, Ennius's Epicharmus calls her Proserpina.* Proserpina received her name because she, like a serpens ' creeper,' moves widely now to the right, now to the left. Serpere ' to creep ' and proserpere ' to creep forward ' meant the same thing, as Plautus means in what he writes e : Like a forward-creeping beast. 69. She appears therefore to be called by the Latins also Juno Lucina, either because she is also the Earth, as the natural scientists say, and lucet ' shines '; or because from that light of hers 6 in which a conception takes place until that one in which there is a birth into the light, the Moon continues to help, until she has brought it forth into the light when the months are past, the name Juno Lucina was made from iuvare ' to help ' and lux ' light.' From this fact women in child-birth invoke her; for the Moon is the guide of those that are born, since the months belong to her. It is clear that the women of olden times observed this, because women have given this goddess credit notably for their eyebrows." For Juno Lucina ought especially to be established in places where the gods give light to our eyes. 70. Ignis ' fire ' is named from gnasci a 'to be born,' because from it there is birth, and everything which is born the fire enkindles; therefore it is hot, just as he who dies loses the fire and becomes cold. From the fire's vis ac violentia ' force and violence,' now in greater measure, Vulcan was named." From the fact that fire on account of its brightness fulget e Because the eyebrows protect the eyes by which we enjoy the light (Festus, 305 b 10 M.). § 70. a False etymologies. ignis propter splendoreni fulget, fulgwr 3 et fulmen, et fulgur(itum) 4 quod fulmine ictum. 71. (In) 1 contrariis diis, ab aquae lapsu lubrico lt/mpha. Lympha Iuturna quae iuvaret : itaque multi aegroti propter id nomen hinc aquam petere solent. A fontibus et fluminibus ac ceteris aqm's 2 dei, ut Tiberinus ab Tiberi, et ab lacu Velini Velinia, et Lymphae Com(m)otiZ(e)s 3 ad lacum Cutiliensem a commotu, quod ibi insula in aqua commovetur. 72. Neptunus, quod mare terras obnubit ut nubes caelum, ab nuptu, id est opertione, ut antiqui, a quo nuptiae, nuptus dictus. Salacia Neptuni ab salo. Vem'lia 1 a veniendo ac vento illo, quern Plautus dicit : Quod ille 2 dixit qui secundo vento vectus est Tranquillo mari, 3 ventum gaudeo. 73. Bellona ab bello nunc, quae Duellona a duello. 3 Canal, for fulgor. 4 Turnebus, for fulgur. § 71. 1 Added by Madvig, who began the sentence here instead of after diis. 2 V, p,for ceteras aquas. 3 GS„ for comitiis. § 72. 1 Aug., for uenelia. 2 mss. of Plautus, for ibi F. 3 mss. of Plautus have mare. 6 The three words are from fulgere ' to flash '; but the -Hum of fulguritum is suflixal only, and is not connected with ictum. § 71. ° Properly from the Greek vu^ij, with dissimilative change of the first consonant. 6 The first part may be the same element seen in Iupiter, but is certainly not connected with iuvare. e A lake in the Sabine country, formed by the spreading out of the Avens River a few miles southeast of Interamna. d A lake in the Sabine country, a few miles east of Reate, in which there was a floating island which drifted with the wind. § 72. ° Neptunus is not connected with the other words, though nubes may perhaps be related to nubere and its' flashes,' come fulgur ' lightning-flash ' and fulmen ' thunderbolt,' and what has been fulmine ictum ' hit by a thunderbolt ' is catted fulguritum. b 71. Among deities of an opposite kind, Lympha a ' water-nymph ' is derived from the water's lapsus lubricits ' slippery gliding.' Juturna 6 was a nymph whose function was ittvare ' to give help '; therefore many sick persons, on account of this name, are wont to seek water from her spring. From springs and rivers and the other waters gods are named, as Tiberinus from the river Tiber, and Yelinia from the lake of the Velinus, c and the Commotiles ' Restless ' Nymphs at the Cutilian Lake, d from the commotus ' motion,' because there an island commovetar ' moves about ' in the water. 72. Neptune, because the sea veils the lands as the clouds veil the sky, gets his name from nuptus ' veiling,' that is, opertio ' covering,' as the ancients said; from which nupiiae ' wedding,' nuptus ' wed- lock ' are derived. Salacia, 6 wife of Neptune, got her name from salum ' the surging sea.' Venilia c was named from venire ' to come ' and that ventus ' wind ' which Plautus mentions d : As that one said who with a favouring wind was borne Over a placid sea : I'm glad I went.* 73. Bellona ' Goddess of War ' is said now, from helium a ' war,' which formerly was Duellona, from derivatives. 6 Almost certainly an abstract substantive to salax ' fond of leaping, lustful, provoking lust *; though popularly associated with salum. c There is a Venilia in the Aeneid, x. 76, a sea-nymph who is the mother of Turnns. d Cistellaria, 14-15. * Punning on ventum. : the last phrase may mean also " I'm glad there was a wind." § 73. ' Correct. 69 V. Mars ab eo quod maribus in bello praeest, aut quod Sabinis acceptus ibi est Mamers. Quirinus a Quiri- tibus. Virtus ut viri^us 1 a virilitate. Honos ab 2 onere : itaque honestum dicitur quod oneratum, et dictum : Onus est honos qui sustinet rem publicam. Castoris nomen Graecum, Pollucis a Graecis; in Latinis litteris veteribus nomen quod est, inscribitur ut IloXvSevK-qs 3 Polluces, non ut nunc 4 Pollux. Con- cordia a corde congruente. 74. Feronia, Minerva, Novensides a Sa&inis. Paulo aliter ab eisdem dicimus haec : Palem, 1 Vestam, Salutem, Fortunam, Fontem, Fidem. E(t> arae 2 Sabinum linguam olent, quae Tati regis voto sunt Romae dedicatae : nam, ut annales dicunt, vovit Opi, Florae, Vediovi 3 Saturnoque, Soli, Lunae, Volcano ct Summano, itemque Larundae, Termino, Quirino, Vortumno, Laribus, Dianae Lucinaeque; e quis non- nulla nomina in utraque lingua habent radices, ut arbores quae in confinio natae in utroque agro ser- § 73. 1 Scaliger, for uiri ius. 2 After ab, Woelfflin deleted honesto. 3 For pollideuces. 4 For nuns. § 74. 1 Scaliger, for hecralem. 2 Mue., for ea re. 3 Mue., for floreue dioioui. 6 Mars and Mamers go together, but mares ' males ' is quite distinct. c Virtus is in fact from vir. d Honos and onus are quite distinct. * Com. Rom. Frag., page 147 Ribbeck 3 . 'As in inscriptions, where such spellings are found. 9 Essentially correct. § 74. ° An old Italian goddess, later identified with Juno. 6 Apparently ' new settlers,' from novus and insidere, used of the gods brought from elsewhere as distinct from the indigetes or native gods. c It is unlikely that all the deities of the duellum. Mars is named from the fact that he com- mands the mares ' males ' in war, or that he is called Mamers 6 among the Sabines, with whom he is a favourite. Quirinus is from Quirites. Virtus ' valour,' as viritus, is from virilitas ' manhood.' e Honos ' honour, office ' is said from onus d ' burden '; therefore hones- turn ' honourable ' is said of that which is oneratum ' loaded with burdens,' and it has been said : Full onerous is the honour which maintains the state/ The name of Castor is Greek, that of Pollux likewise from the Greeks; the form of the name which is found in old Latin literature 1 is Polluces, like Greek lloXvSevKijs, not Pollux as it is now. Concordia ' Con- cord ' is from the cor congruens ' harmonious heart.' 9 74. Feronia, a Minerva, the Novensides 6 are from the Sabines. With slight changes, we say the follow- ing, also from the same people c : Pales, d Vesta, Salus, Fortune, Fons, e Fides ' Faith.' There is scent of the speech of the Sabines about the altars also, which by the vow of King Tatius were dedicated at Rome : for, as the Annals tell, he vowed altars to Ops, Flora, Vediovis and Saturn, Sun, Moon, Vulcan and Summa- nus, f &nd likewise to Larunda, 9 Terminus, Quirinus, V er- tumnus, the Lares, Diana and Lucina; some of these names have roots in both languages,* like trees which have sprung up on the boundary line and creep about next two lists were brought in from elsewhere; many of the names are perfectly Roman. d Goddess of the shepherds, who protected them and their flocks. ' God of Springs; cf. vi. 22. 1 A mysterious deity who was considered responsible for lightning at night. * Called also Lara, a tale-bearing nymph whom Jupiter deprived of the power of speech. * Quite possible, but very unlikely in the cases of Saturn and Diana. pwnt* : potest enim Saturnus hie de alia causa esse dictus atque in Sabinis, et sic Diana, 5 de quibus supra dictum est. XL 75. Quod ad immortalis attinet, haec; de- inceps quod ad mortalis attinet videamus. De his animalia in tribus locis quod sunt, in aere, in aqua, in terra, a summa parte (ad) 1 infimam descendam. Primum nomm(a) omm'wm 2 : alites (ab) alis, 3 volucres a volatu. Deinde generatim : de his pleraeque ab suis vocibus ut haec : upupa, cuculus, corvus, Airundo, ulula,bubo; item haec : pavo, anser,gallina,columba. 76. Sunt quae aliis de causis appellatae, ut noctua, quod noctu canit et vigilat, lusci(ni)ola, 1 quod luctuose canere existimatur atque esse ex Attica Progne in luctu facta avis. Sic galeritfus 2 et motacilla, altera quod in capite habet plumam elatam, altera quod semper movet caudam. Merula, quod mera, id est sola, volitat; contra ab eo graguli, quod gregatim, * For serpent. 5 Aldus, for dianae. §75. 1 Added by O, II. 2 Fay; nomen omnium Mite.; for nomen nominem. 3 Aug., for alii. §76. 1 Victorius, for lusciola. 2 Aug., with B, for galericus. * Saturn in § 64, Diana in § 68. §75. "The first six, except hirvndo (of unknown ety- mology), are onomatopoeic. Of the last four, pavo is borrowed from an Oriental language; anser is an old Indo- European word; gallina is ' the Gallic bird '; cohimba is named from its colour. §76. "Perhaps correct, if from luges-cania 'sorrow- singer.' * Procne, daughter of Pandion king of Athens and wife of Tereus king of Thrace, killed her son Itys and served him to his father for food, in revenge for his ill-treat- ment and infidelity; see Ovid, Metamorphoses, vi. 424-674. c Literally ' hooded,' wearing a galerum or hood-like helmet. d If not correct, then a very reasonable popular etymology. in both fields : for Saturn might be used as the god's name from one source here, and from another among the Sabines, and so also Diana; these names I have discussed above.* XL 75. This is what has to do with the immortals; next let us look at that which has to do with mortal creatures. Amongst these are the animals, and because they abide in three places — in the air, in the water, and on the land — I shall start from the highest place and come down to the lowest. First the names of them all, collectively : alites ' winged birds ' from their alae ' wings,' volucres ' fliers ' from volaius ' flight.' Next by kinds : of these, very many are named from their cries, as are these : upupa ' hoopoe,' cuculus ' cuckoo,' corvus ' raven,' hirundo ' swallow,' ulula ' screech-owl,' bubo ' horned owl '; likewise these : pavo ' peacock,' anser ' goose,' gallina ' hen,' columba ' dove.' ° 76. Some got their names from other reasons, such as the noctua ' night-owl,' because it stays awake and hoots noctu ' by night,' and the lusciniola ' night- ingale,' because it is thought to canere ' sing ' luctuose ' sorrowfully ' ° and to have been transformed from the Athenian Procne 6 in her luctus ' sorrow,' into a bird. Likewise the galeritus c ' crested lark ' and the motacilla ' wagtail,' the one because it has a feather standing up on its head, the other because it is always moving its tail."* The merula ' blackbird ' is so named because it flies mera ' unmixed,' that is, alone e; on the other hand, the graguli f 'jackdaws ' got their names because they fly gregatim ' in flocks,' as certain e That is, without other birds, like wine without water : an absurd etymology. f Properly graculi; not connected with greges. ut quidam Graeci greges yepyepa. Ficedula(e) 3 et miliariae a cibo, quod alterae fico, alterae milio fiunt pingues. XII. 77. Aquatilium vocabula animalium partim sunt vernacula, partim peregrina. Foris muraena, quod p.vpa.iva Gracce, cybium 1 et thynnus, cuius item partes Graecis vocabulis omnes, ut melander atque uraeon. Vocabula piscium pleraque translata a ter- restribus ex aliqua parte similibus rebus, ut anguilla, lingulaca, sudis 2; alia a coloribus, ut haec : asellus, umbra, turdus; alia a vi quadam, ut haec : lupus, canicula, torpedo. Item in conchyliis aliqua ex Graecis, ut peloris, ostrea, echinus. Vernacula ad similitudinem, ut surenae, 3 pectunculi, ungues. XIII. 78. Sunt etiam animalia in aqua, quae in terram interdum exeant : alia Graecis vocabulis, ut pohypus, hzppo(s) potamios, 1 crocodilos, 3 alia Latinis, 3 Ed. Veneta, for ficedula. §77. 1 Aldus, for cytybium. 2 Aldus, for lingula casudis. 3 For syrenae. § 78. 1 L. Sp., for yppo potamios. 2 For crocodillos. 9 Correct; V., De Re Rustica, iii. 5. 2, speaks of miliariae as prized delicacies, raised and fattened for the table. § 77. The identification of many animals and fishes is quite uncertain, and the translation is therefore tentative. But the etymological views in § 77 and § 78 are approximately correct. 6 More precisely, the flesh of the young tunny salted in cubes. " Seemingly a variant form for melan- dryon, Greek fie\dv8pvoi> ' slice of the large tunny called He\dv8pvs or black-oak.' d From Greek ovpatos 'pertain- ing to the tail (oi)pa).' 'Diminutive of anguis 'snake.' / Because flat like a lingua ' tongue '; lingulaca means also Greeks call greges ' flocks ' yepytpa. Ficedulae ' fig- peckers ' and miliariae ' ortolans ' are named from their food, 9 because the ones become fat on the Jicus ' fig,' the others on milium ' millet.' XII. 77. The names of water animals are some native, some foreign." From abroad come muraena ' moray,' because it is pvpaiva in Greek, cybium ' young tunny ' 6 and thunnus ' tunny,' all whose parts likewise go by Greek names, as melander ' black-oak-piece ' and uraeon d ' tail-piece.' Very many names of fishes are transferred from land objects which are like them in some respect, as anguilla e ' eel,' lingulaca f ' sole,' sudis 9 ' pike.' Others come from their colours, like these : asellus ' cod,' umbra ' grayling,' turdus ' sea- carp.' h Others come from some physical power, like these : lupus ' wolf-fish,' canicula ' dogfish,' torpedo 1 electric ray.' * Likewise among the shellfish there are some from Greek, as peloris ' mussel,' ostrea ' oyster,' echinus ' sea-urchin '; and also native words that point out a likeness, as surenaej pectunculi k ' scallops,' ungues 1 ' razor-clams.' XIII. 78. There are also animals in the water, which at times come out on the land : some with Greek names, like the octopus, the hippopotamus, the crocodile; others with Latin names, like rana ' frog,' ' chatter-box, talkative woman.* ' On land, a ' stake.' * On land, respectively ' little ass,' ' shadow,' * thrush.' ' On land, respectively ' wolf,' ' little dog,' ' numbness.' 1 Of unknown meaning, and perhaps a corrupt reading; Groth, De Codice Florentino, 27 (105), suggests pernae from Pliny, Nat. Hist, xxxii. 11. 54. 154, who mentions the perna as a sea-mussel standing on a high foot or stalk, like a haunch of ham with the leg. * On land, ' little combs,' diminutive of pecten. 1 ' Finger-nails '; perhaps not the razor-clam, but a small clam shaped like the finger-nail. 75 V. ut rana, (anas), 3 mergus; a quo Graeci ea quae in aqua et terra possunt vivere vocant dfufiifiia. E quis rana ab sua dicta voce, anas a nando, mergus quod mergendo in aquam captat escam. 79. Item alia 1 in hoc genere a Graecis, ut quer- quedula, (quod) 2 K€pK?yS?;s, 3 alcedo, 4 quod ea (xAkcwv; Latina, ut testudo, quod testa tectum hoc animal, lolligo, quod subvolat, littera commutata, primo vol- ligo. Ut ^4egypti in flumine quadrupes sic in Latio, nominati lw(t)ra 5 et fiber. Lw(t)ra, 5 quod succidere dicitur arborum radices in ripa atque eas dissolvere : ab (luere) ktra. 6 Fiber, ab extrema ora fluminis dextra et sinistra maxime quod solet videri, et antiqui februm dicebant extremum, a quo in sagis fimbr(i)ae ct in iecore extremum fibra, fiber dictus. XIV. 80. De animalibus in locis terrestribus quae sunt hominum propria primum, deinde de pecore, tertio de feris scribam. Incipiam ab honore publico. 3 Added by Aug. § 79. 1 L. Sp., with B, for aliae. 2 Added by Kent. 3 OS., for cerceris. 4 Groth; halcedo Laettis; for algedo. 5 GS.; lytra Turnebus; for lira. 6 Stroux; ab luere Scaliger; for ab litra. § 78. Of. § 77, note a. § 79. Conjectural purely. * An absurd etymology. c Originally udra ' water-animal,' with I from association with lutum ' mud ' or lutor ' washer.' V. attributes to the otter the tree-felling habit of the beaver. d Properly ' the brown animal.' e Fiber, fimbriae, fibra have no etymologi- cal connexion. anas ' duck,' mergus ' diver.' Whence the Greeks give the name amphibia to those which can live both in the water and on the land. Of these, the rana is named from its voice, the anas from nare ' to swim,' the mergus because it catches its food by mergendo ' diving ' into the water. 79. Likewise there are other names in this class, that are from the Greeks, as querquedula ' teal,' because it is Ke/DK/}S?;?,° and alcedo ' kingfisher,' because this is olXkvcjv : and Latin names, such as testudo ' tortoise,' because this animal is covered with a testa ' shell,' and lolligo ' cuttle-fish,' because it volat ' flies ' up from under, 6 originally volligo, but now with one letter changed. Just as in Egypt there is a quadruped living in the river, so there are river quadrupeds in Latium, named Intra ' otter ' and fiber ' beaver.' The lutra c is so named because it is said to cut off the roots of trees on the bank and set the trees loose : from luere ' to loose,' lutra. The beaver d was called fiber because it is usually seen very far off on the bank of the river to right or to left, and the ancients called a thing that was very far off afebrum; from which in blankets the last part is called fimbriae ' fringe ' and the last part in the liver is the fibra ' fibre.' 6 XIV. 80. Among the living beings on the land, I shall speak first of terms which apply to human beings, then of domestic animals, third of wild beasts. I shall start from the offices of the state. The Consul was § 80. Properly, consulere is derived from consul. Of consul, at least four reasonable etymologies are proposed, the simplest being that it is from com+sed ' those who sit to- gether,' as there were two consuls from the beginning; the I for d being a peculiarity taken from the dialect of the Sabines (cf. lingua for older dingua). Consu Jnominatus qui consuleret populum et senatum, nisi illinc potius uiide Accius 1 ait in Bruto : Qui recte consulat, consul /iat. 2 Praetor dictus qui praeiret iure et exercitu; a quo id Lucilius : Ergo praetorum est ante et praeire. 81. Censor ad cuius censionem, id est arbitrium, censeretur populus. Aedilis qui aedis sacras et privatas procuraret. Quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt; ab his postea qui quaestionum iudicia exercent quaes^tores 1 dicti. Tribuni militum, quod terni tribus tribubus Ramnium, Lucerum, Titium olim ad exercitum mitte- bantur. Tribuni plebei, quod ex tribunis militum primum tribuni plebei facti, qui plebem defenderent, in secessione Crustumerina. 82. Dictator, quod a consule dicebatur, cui dicto audientes omnes essent. Magister equitum, quod § 80. 1 Later codices, for tatius F 1, p*, taccius F 2, V, a. 2 Laetus, for consulciat. § 81. 1 Mommsen, for quaestores. * Trag. Rom. Frag. 39 Ribbeck 3; R.O.L. ii. 561-565 War- mington. c lure is dative. d 1160 Marx. § 81. ° The tribunus was by etymology merely the ' man of the tribus or tribe,' and therefore did not derive his name from the word for ' three,' except indirectly; cf. § 55. 6 That is, elected by the plebeians from among their military tribunes whom they had chosen to lead them in their Seces- sion to the Sacred Mount (which may have lain in the terri- tory of Crustumerium), in 494 B.C. Their persons were so named as the one who should consulere ' ask the advice of ' people and senate, unless rather from this fact whence Accius takes it when he says in the Brutus b : Let him who counsels right, become the Consul. The Praetor was so named as the one who should praeire ' go before ' the law c and the army; whence Lucilius said this d : Then to go out in front and before is the duty of praetors. 81. The Censor was so named as the one at whose censio ' rating,' that is, arbitrium ' judgement,' the people should be rated. The Aedile, as the one who was to look after aedes ' buildings ' sacred and private. The Quaestors, from quaerere' to seek,' who conquirerent ' should seek into ' the public moneys and illegal doings, which the triumviri capitales ' the prison board ' now investigate; from these, afterwards, those who pronounce judgement on the matters of investigation were named quaesitores ' inquisitors.' The Tribuni a Militum ' tribunes of the soldiers,' because of old there were sent to the army three each on behalf of the three tribes of Ramnes, Luceres, and Tities. The Tribuni Plebei ' tribunes of the plebs,' because from among the tribunes of the soldiers tribunes of the plebs were first created, 6 in the Secession to Crustumerium, for the purpose of defending the plebs ' populace.' 82. The Dictator, because he was named by the consul as the one to whose dictum ' order * all should be obedient. The Magister Equitum ' master of the sacrosanct, enabling them to carry out their duty of protect- ing the plebeians against the injustice of the patrician officials. § 82. ° Rather, because he dictat ' gives orders.' summa potestas huius in equites et acccnsos, ut est summa populi dictator, a quo is quoque magister populi appellatus. Reliqui, quod minorcs quam hi magistri, dicti magistratus, ut ab albo albatus. XV. 83. Sacerdotes universi a sacris dicti. Pontu- fices, ut 1 Scaevola Quintus pontufex maximus dicebat, a posse et facere, ut po(te)ntifices. 2 Ego a ponte arbitror : nam ab his Sublicius est factus primum ut restitutus saepe, cum ideo sacra et uls 3 et cis Tiberim non mediocri ritu fiant. Curiones dicti a curiis, qui fiunt ut in his sacra faciant. 84. Flamines, quod in Latio capite velato erant semper ac caput cinctum habebant filo, flamines 1 dicti. Horum singuli cognomina habent ab eo deo cui sacra faciunt; sed partim sunt aperta, partim obscura : aperta ut Martialis, Volcanalis; obscura Dialis et Furinalis, cum Dialis ab love sit (Diovis enim), Furi(n)alis a Furriwa, 2 cuius etiam in fastis §83. 1 After ut, Ed. Veneta deleted a. 2 OS., for pontifices, cf. v. 4. 3 For uis. § 84. 1 Canal, for flamines, cf. Festus, 87. 15 M. 2 L. Sp.; Furina Aldus; for furrida. 6 Not quite; for magistratus is a fourth declension sub- stantive, ' office of magister,' then ' holder of such an office,' while albatus is a second declension adjective. § 83. ° Q. Mucius Scaevola, consul 95 b.c, and subse- quently Pontifex Maximus; proscribed and killed by the Marian party in 82. He was a man of the highest character and abilities, and made the first systematic compilation of the ius civile; see i. 1 9 Huschke. 6 V. may be right, though perhaps it was the ' bridges ' between this world and the next which originally the pontifices were to keep in repair; cf. Class. Philol. viii. 317-326 (1913). "The wooden bridge on piles, traditionally built by Ancns Marcius. d The curia cavalry,' because he has supreme power over the cavalry and the replacement troops, just as the dictator is the highest authority over the people, from which he also is called magister, but of the people and not of the cavalry. The remaining officials, because they are inferior to these magistri ' masters,' are called magistratus ' magistrates,' derived just as albatus ' whitened, white-clad ' is derived from albus ' white.' 6 XV. 83. The sacerdotes ' priests ' collectively were named from the sacra ' sacred rites.' The pontifices ' high-priests,' Quintus Scaevola a the Pontifex Maxi- mus said, were 'named from posse ' to be able ' and facet e ' to do,' as though potentifices. For my part I think that the name comes from pons ' bridge ' 6; for by them the Bridge-on-Piles c was made in the first place, and it was likewise repeatedly repaired by them, since in that connexion rites are performed on both sides of the Tiber with no small ceremony. The curiones were named from the curiae; they are created for conducting sacred rites in the curiae.* 84. The jiamines a ' flamens,' because in Latium they always kept their heads covered and had their hair girt with a woollen filum ' band,' were originally called Jilamines. Individually they have distinguish- ing epithets from that god whose rites they perform; but some are obvious, others obscure : obvious, like Martialis and Volcanalis; obscure are Dialis and Furinalis, since Dialis is from Jove, for he is called also Diovis, and Furinalis from Furrina, 6 who even has a was the fundamental political unit in the early Roman state; it was an organization of yentes, originally ten to the curia, and ten curiae to each of the three tribes. § 84. ° Of uncertain etymology, but not from filamen. b A goddess, practically unknown. feriae Furinales sunt. Sic flamen Falacer a divo patre Falacre. 85. Salii ab salitando, quod facere in comitiis in sacris quotannis et solent et debent. Luperci, quod Lupercalibus in Lupercali sacra faciunt. Fratres Arvales dicti qui sacra publica faciunt propterea ut fruges ferant arva : a ferendo et arvis Fratres Arvales dicti. Sunt qui a fratria dixerunt : fratria est Groe- cum vocabulum partis 1 hominum, ut (Ne)apoli 2 etiam nunc. Sodales Titii pdrrjp ' clan brother '; any reference to it is here out of place. f Ac- cording to Tacitus, Ann. i. 54, they were established by Titus Tatius for the preservation of certain Sabine religious practices. § 86. Perhaps from an old word meaning ' law,' from the root seen in feci ' I made, established '; but without connexion with the words in the text. Foedus, fides, fidus are closely connected with one another. 6 In the early Furinal Festival in the calendar. So also the Flamen Falacer from the divine father Falacer. 6 85. The Salii were named ° from salitare ' to dance,' because they had the custom and the duty of dancing yearly in the assembly-places, in their cere- monies. The Luperci 6 were so named because they make offerings in the Lupercal at the festival of the Lupercalia. Fratres Arvales 1 Arval Brothers ' was the name given to those who perform public rites to the end that the ploughlands may bearfruits : from ferre ' to bear ' and arva ' ploughlands ' they are called Fratres Arvales'. But some have said d that they were named from fratria ' brotherhood ' : fratria is the Greek name of a part of the people, e as at Naples even now. The Sodales Titii ' Titian Comrades ' are so named from the titiantes ' twittering ' birds which they are accustomed to watch in some of their augural observations/ 86. The Fetiales a ' herald-priests,' because they were in charge of the state's word of honour in matters between peoples; for by them it was brought about that a war that was declared should be a just war, and by them the war was stopped, that by a foedus ' treaty ' thejides ' honesty ' of the peace might be established. Some of them were sent before war should be declared, to demand restitution of the stolen property, 6 and by them even now is made the foedus ' treaty,' which Ennius writes c was pronounced Jidus. days wars started chiefly as the result of raids in which property, cattle, and persons had been carried off. e Page 23S Vahlen*; R.O.L. i. 5&4 Warmington; Ennius probably wished by a pun to indicate a relation between foedus and the adjective Jidus which, in his opinion, did not really exist (though it did). In re militari praetor dictus qui praeiret exercitui. Imperator, ab imperio populi qui eos, qui id attemptasse(n)t, oppressi(t) 1 hostis. Legati qui lecti publice, quorum opera consilioque uteretur peregre magistratus, quive nuntii senatus aut populi essent. Exercitus, quod exercitando fit melior. Legio, quod leguntur milites in delectu. 88. Cohors, quod ut in villa ex pluribus tectis coniungitur ac quiddam fit unum, sic hie 1 ex manipulis pluribus copulatur 2 : cohors quae in villa, quod circa eum locum pecus cooreretur, tametsi cohortem in villa /fypsicrates 3 dicit esse Graece X!°P T0V * apud poetas dictam. Manipuhuo 4 canit, ut turn cum classes comitiis ad comit(i)atum 5 vocant. XVII. 92. Quae a fortuna vocabula, in his quae- dam minus aperta ut pauper, dives, miser, beatus, sic alia. Pauper a paulo lare. Mendicus a minus, cui cum opus est minus nullo est. Dives a divo qui ut deus nihil 1 indigere videtur. Opulentus ab ope, cui eae opimae; ab eadem inops qui eius indiget, et ab eodem fonte copis 2 ac copiosus. Pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu : a pastoribus enim horum vocabulorum origo. XVIII. 93. Artificibus maxima causa ars, id est, ab arte medicina ut sit medicus dictus, a sutrina sutor, non a medendo ac suendo, quae omnino ultima huic rei : (hae enim) 1 earum rerum radices, ut in proxumo §91. 1 For caepti. 2 IihoL, for litigines. 3 A. Sp., for classicos. 4 A. Sp., for cornu no. 5 Ver- tranius, for comitatum. § 92. 1 For nichil. 2 Turnebiis, for copiis. § 93. 1 Added by Reitzenstein. 6 That is, from lituus ' cornet ' and canere. § 92. " Pau-per has the same first element as pau-lus. b Derivative of mend um ' error, defect.' c Quite possibly, since the gods were thought of as conferring wealth; dives is derived from divus as caeles is from caelum. d From co- opts. * The earliest unit of value was a domestic animal; cf. English fee and German Viek ' cattle,' both cognate to Latin pecu. § 93. " Properly medicina from medicus, which is from mederi, etc. assistants, were at the start called optiones ' choices '; but now the tribunes, to increase their influence, do the appointing of them. Tubicines ' trumpeters,' from tuba ' trumpet ' and canere ' to sing or play '; in like fashion liticines b ' cornetists.' The classicus ' class- musician ' is named from the classis ' class of citi- zens '; he likewise plays on the horn or the cornet, for example when they call the classes to gather for an assembly. XVII. 92. Among the words which have to do with personal fortune, some are not very clear, such as pauper ' poor,' dives ' rich,' miser ' wretched,' beatus ' blest,' and others as well. Pauper a is from paulus lar ' scantily equipped home.' Mendicus b ' beggar ' is from minus ' less,' said of one who, when there is a need, has minus ' less ' than nothing. Dives ' rich ' is from divus 6 ' godlike person,' who, as being a deus ' god,' seems to lack nothing. Opulentus ' wealthy ' is from ops ' property,' said of one who has it in abun- dance; from the same, mops ' destitute ' is said of him who lacks ops, and from the same source copis d ' well supplied ' and copiosus ' abundantly furnished.' Pecuniosus ' moneyed ' is from a large amount of pecunia ' money '; pecunia is from peca ' flock ' : for it was among keepers of flocks that these words originated.' XVIII. 93. For artisans the chief cause of the names is the art itself, that is, that from the ars viedi- cina ' medical art ' the medicus ' physician ' should be named, and from the ars sutrina ' shoemaker's art ' the sutor ' shoemaker,' and not directly from mederi ' to cure ' and suere ' to sew,' though these are the absolutely final sources for such names. For these are the roots of these things, as will be shown in the libro aperietur. Quare quod ab arte artifex dicitur nec multa in eo obscura, relinquam. 94. Similis causa quae ab scientia voca 3 coactum in publicum, si erat aversum. 96. Ex quo 1 fructus maior, hie 2 est qui Graecis usus : (sus), quod vs, bos, quod j3ovs, taurus, quod (Tavpos), item ovis, quod ots : ita enim antiqui dicebant, non ut nunc -n-pofSarov. Possunt in Latio quoque ut in Graecia ab suis vocibus haec eadem ficta. Armenta, quod boves ideo maxime parabant, ut inde eligerent ad arandum; inde arimenta dicta, postea 1 tertia littera extrita. Vitulus, quod Greece anti- quitus iVaAos, aut quod plerique vegeti, vegitulus. 3 Iuvencus, iuvare qui iam ad agrum colendum posset. 97. Capra carpa, a quo scriptum Omnicarpae caprae. //ircus, 1 quod Sa&ini fircus; quod illic fedus, 2 in Latio rure hedus, qui in urbc ut in multis A addito Aaedus. 3 Porcus, quod Saoini dicww^ 4 aprun«(m) porra(m) 5; proi(n)de 6 porcus, nisi si a Graecis, quod Athenis in libris sacrorum scripta est iropK-q e(t> 7to/3ko(s). 7 2 Fay, for ut. 3 Aug., for esse. § 96. 1 Mue., for qua. 2 Mue., for hinc. 3 Laetus, for uigitulus. § 97. 1 Aug., for ircus. 2 For faedus. 3 Aug., for aedus. 4 Laetus, for dicto. 5 Kent; aprinum porcum L. Sp.; aprum porcum Scaliger; for apruno porco. 6 Turnebus, for poride. 7 Kent, for porcae porco. § 96. Correct equations; but the Latin words are not derived from the Greek : the four pairs are from the ancestral language, and only sus is likely to be onomatopoeic. 6 The Greek word is not the source of the Latin word, but is borrowed from it; there is no satisfactory etymology of vitulus. c Really ' youthful,' a derivative of invents ' young man,' and not from iuvare. §97. "Wrong. 6 An old inherited word. c Iden- a fine was imposed in pecus ' cattle ' and there was a collection into the state treasury, of what had been diverted. 96. Regarding cattle from which there is larger profit, there is the same use of names here as among the Greeks : sus ' swine,' the same as vs; bos ' cow,' the same as (3ov$; taurus ' bull,' the same as ravpos; likewise ovis ' sheep,' the same as 6is a : for thus the ancients used to say, not irpoparov as they do now. This identity of the names in Latium and in Greece may be the result of invention after the natural utter- ances of the animals. Armenta ' plough-oxen,' because they raised oxen especially that they might select some of them for arandum ' ploughing '; thence they were called arimenta, from which the third letter I was afterwards squeezed out. Vitulus ' calf,' because in Greek it was anciently Itu\6 3 an's 4; veteres nostri ariuga, hinc ariug?. 5 104. Vernacula : lact(u)c 1 a lacte, quod Aolus id habet lact; brassica 2 ut p(r)aesica, 3 quod ex eius scapo minutatim praesicatur; asparagi, quod ex asperis virgultis leguntur et ipsi scapi asperi sunt, non leves; nisi Graecum : illic quoque enim dicitur dcnrdpayos.* Cucumeres dicuntur a curvore, ut curvi- meres dicti. Fructus a ferundo, res eae quas 5 fundus et eae (quas) quae 6 in fundo ferunt ut fruamur. §103. 1 For raphanum. 2 For malachen. 3 For lirio. 4 For malache. 6 A. Sp.,/or sysimbrio. § 104. 1 M, Laetus, for lacte. 2 Laetus, for blassica. 3 Turnebus; praeseca Aldus; for passica. 4 For aspara- gus. 5 A. Sp., for ea cquas. 6 Mue., for ea eque. * Optima et maxima suggests Jupiter Optimus Maximus. e The juice of the walnut-hull does make a very dark stain. § 103. "All the examples in this section have come into Latin from Greek, except radix, rosa, malva. Radix is native Latin, and its Greek equivalent had a different mean- ing. Rosa and malva, and their Greek equivalents, were separately derived from an earlier language native in the being best and biggest, 6 is called ia-glans from 7«-piter and glans ' acorn.' The same word nux ' nut ' is so called because its juice makes a person's skin black, just as nox ' night ' makes the air black. 103. ° Of those which are grown in gardens, some are called by foreign names, as, by Greek names, ocimuvi ' basil,' menta ' mint,' rata ' rue,' which they now call -rffavov; likewise caulis ' cabbage,' lapathium ' sorrel,' radix ' radish ' : for thus the ancient Greeks called what they now call pdfavos; likewise these from Greek names : serpyllum 6 ' thyme,' rosa ' rose,' each with one letter changed; likewise Latin names from these Greek names : KoXiavhpov c ' coriander,' fj.aXdxrj, nvfiivov ' cummin '; likewise lilium ' lily ' from Xeipiov and malva ' mallow ' from p.a\d%i] and sisym- brium ' thyme ' from cricrvpfipiov. 104. ° Native words : lactuca ' lettuce ' from lact ' milk,' because this herb contains milk; brassica ' cabbage ' as though praesica, because from its stalk praesicatur ' leaves are cut off ' one by one; asparagi ' asparagus shoots,' because they are gathered from aspera ' rough ' bushes and the stems themselves are rough, not smooth : unless it is a Greek name, for in Greece also they say da-Trdpayos. Cucumeres ' cucum- bers ' are named from their curvor ' curvature,' as though curvimeres. Fructus ' fruits ' are named from ferre b ' to bear,' namely those things which the farm and those things which are on the farm bear, that Mediterranean region. * With initial * rather than h, by assimilation to Latin serpere. c Usually KopiavSpov, but here with dissimilative change of the prior r to I. § 104. " Correct on lactuca, fructus, mola; wrong on brassica, cucumeres, itva; asparagus Is from Greek. * Cf. v. 37, and note e. V. I line declinatae fruges et frumentuni, sed ea c terra; etiam frumentum, quod rum (m)acerare 3 cruda Solera. E quis ad coquendum quod e terra eru(itu)r, 4 ruapa, unde rapa. Olea ab eAcua 5; olea grandis orchitis, quod earn Attid 6 opxw /xopa.' 109. Hinc ad pecudis carnem perventum est. \bv Zvrepov appellasse. Ab eadem fartura farcimina (in) 6 extis appellata, a quo (farticulum) 8 : in eo quod tenuissimum intestinum fartum, hila ab hilo dicta i(l)lo 7 quod ait Ennius : Neque dispendi 8 facit hilum. Quod in hoc farcimine summo quiddam eminet, ab eo quod ut in capite apex, apexabo dicta. Tertium fartum est longavo, quod longius quam duo ilia. 3 Added by GS.; cf. Festus, 225. 15 M. 4 Laetus,for eo. 5 A. Sp.,for ad. §111. 1 Added by Mve. 2 Laetus, for lucanam. 3 Added by Aldus. 4 Fay, for partes. 5 Added by Aug., with B. 6 Added by GS. 7 Lackmann, for hilo. 8 For dispendii. e Perna has no connexion with pes; but the remaining etymologies of this section seem to be correct. d The precise meaning of this word is unknown; perhaps ' pork- chop,' cf. W. Heraeus, Archiv f. ImL Lex. 14. 124-125. e Meaning assured by offulam cum duobus costis, V., De Re Rustica, ii. 4." 11. 1 Page 345 Maurenbrecher; page 3 Morel. §111. °The preceding etymologies in this section are correct, but hila is properly hilla, diminutive of hira ' empty Perna c ' ham,' from pes ' foot.' Sueris, d from the animal's name. Offula ' rib-roast,' e from offa, a very small sueris. Insicia ' minced meat ' from this, that the meat is insecta ' cut up,' just as in the Song of the Salii f the word prosicium ' slice ' is used, for which, in the offering of the vitals, the word prosectum is now used. Murtatum ' myrtle-pudding,' from murta ' myrtle-berry,' because this berry is added plentifully to its stuffings. 111. An intestine of the thick sort that was stuffed, they call a Lucanica ' Lucanian,' because the soldiers got acquainted with it from the Lucanians, just as what they found at Falerii they call a Faliscan haggis; and they say fundolus ' bag-sausage ' from fundus ' bottom,' because this is not like the other intestines, but is open at only one end : from this, I think, the Greeks called it the blind intestine. From the same fartura ' stuffing ' were called the farcimina ' stuffies ' in the case of the vital organs for the sacrifice, whence also farticulum ' stufflet '; in this case, because it is the most slender intestine that is stuffed, it is called hila a from that hilum ' whit ' which Ennius 6 uses : And of loss not a whit does she suffer. Because at the top of this stuffy there is a little projec- tion, it is called an apexabo, c because the projection is like the apex ' pointed cap ' on a human head. The third kind of sausage is the longavo, e because it is longer than those two others. intestine '; cf. Festus, 101. 6 M. 6 Annales, 14 Yahlen 2; li.O.L. i. 6-7 Warmington; quoted also v. 60 and ix. 54. Apexabo and longavo doubtless have the same suffix, differ- ing only through the late Latin confusion of 6 and v; unless indeed both words are further corrupt. Augmentum, quod ex immolata hostia dc- sectum in iecore (imponitur) 1 in por(ric)iendo 2 a(u)gendi 3 causa. Magraentum 4 a magis, quod ad religionem magis pertinet : itaque propter hoc (mag)mentana 5 fana constituta locis certis quo id imponeretur. Mattea 6 ab eo quod ea Graece /larrm]. Item (a) 7 Graecis . . . singillatim haec 8 : . . . 9 ovum, bulbum. XXIII. 113. Lana Graecum, ut Polt/bius et Calli- machus scribunt. Purpura a purpurae maritumae colore, wt 1 P(o)enicum, quod a Poenis primum dicitur allata. Stamen a stando, quod eo stat omne in tela velamentum. Subtemen, quod subit stamini. Trama, quod tram(e)at 2 frigus id genus vestimenti. Densum a dentibus pectinis quibus feritur. Filum, quod minimum est hilum : id enim minimum est in vesti- mento. § 112. 1 Added by A. Sp. 2 L. Sp., for im poriendo. 3 Turnebus, for agendi. 4 B, M, Aug., for magnentum. 6 Tumebus, for mentarea. 6 Popma, for mattae. 7 Added by L. Sp. 8 For heae. 9 The lacuna was noted by Scaliger; the exact arrangement is by Kent, after Mue.'s indication of the probable contents. §113. 1 Lachmann; colore G, Laetus; for colerent. 2 Aug. {quoting a friend), for tramat. § 112. ° Correct, unless the purpose was to increase, that is, glorify the god. 6 Properly connected with mactare ' to sacrifice,' though popular association with magis affected its meaning. e A highly seasoned dish of hashed meat, poultry, and herbs, served cold as a dessert. The augme/itum a ' increase-cake ' is so called because a piece of it is cut out and put on the liver of the sacrificed victim at the presentation to the deity, for the sake of augendi ' increasing ' it. Magmentum b ' added offering,' from viagis ' more,' because it attaches viagis ' more ' closely to the worshipper's piety : for this reason magmentaria fana ' sanctuaries for the offering of magmenta ' have been established in certain places, that the added offering may there be laid on the original and offered with it. Mattea c ' cold meat-pie ' is so named because in Greek it is /larrvij. Likewise from the Greeks is another meat- dish called . . ., which contains item by item the following : . . ., an egg, a truffle. XXIII. 113. Lana a 'wool' is a Greek word, as Polybius 6 and Callimachus c write. Purpura d ' purple,' from the colour of the purpura ' purple-fish ' of the sea : a Punic word, because it is said to have been first brought to Italy by the Phoenicians. Stamen 1 warp,' from stare ' to stand,' because by this the whole fabric on the loom stat ' stands ' up. Sub- temen e ' woof,' because it subit ' goes under ' the stamen ' warp.' Trama * ' wide-meshed cloth,' be- cause the cold trameat ' goes through ' this kind of garment. Densum B ' close-woven cloth,' from the denies ' dents ' of the sley with which it is beaten. Filum 9 ' thread,' because it is the smallest hilum ' shred '; for this is the smallest thing in a garment. § 1 13. ° An old Italic word cognate to English wool; cf. v. 130. b Frag. inc. 99 (101) Hultsch. e Fray. 408 Schneider. 4 Quite possibly a Phoenician w ord, but transmitted to Italj' by the Greeks (irop^vpa). « From subtexere ' to weave underneath.' ' From trahere ' to pull.' " Wrong. Pannus Graecuw, 1 ubi E A 2 fecit. Panu- vellium dictum a pano et volvendo filo. Tunica ab tuendo corpore, tunica ut (tu)endica. 3 Toga a tegendo. Cinctus et cingillum a cingendo, alterum viris, alterum mulieribus attributum. XXIV. 115. Anna ab arcendo, quod his arcemus hostem. Parma, quod e medio in omnis partis par. Conum, quod cogitur in cacumen versus. Hasta, quod astans solet 1 ferri. Iaculum, quod ut iaciatur fit. Tragula a traiciendo. Scutum (a) 2 sectura ut secutum, quod a minute consectts 3 fit tabellis. Urn- bones 4 a Graeco, quod a/x/Swves. 5 116. Gladiu/M 1 C in G 2 commutato a clade, quod fit ad hostium cladem gladium; similiter ab omine 3 pilum, qui host«s periret, 4 ut perilum. Lorica, quod e loris de corio crudo pectoralia faciebant; postea subcidit galli(ca) 5 e ferro sub id vocabulum, ex anulis § 1 14. 1 Aug., with B, for greens. 2 Fay, for ea. 3 GS., for indica. §115. 1 For sollet. 2 Added by Laetus. 3 Aug., for consectum. 4 For umbonis. 5 Turnebus, for ambonis. § 1 16. 1 L. Sp., for gladius. 2 For G in C. 3 Aug., for homine. 4 Aug. (hostis B), for hostem feriret. 6 Mue.,for galli. § 1 14. ° Not pannus ' cloth,' but pannus ' bobbin,' in view of what follows; there is a Greek -nfjvos ' web,' and its diminutive irqvlov ' bobbin,' which in the Doric form would have A and not E. 6 Possibly right, if, as A. Spengel thinks, the word is really panuvollium. e From Semitic, either directly or through Etruscan. §115. ° Arma, parma, conum, hasta, tragula, scutum, umbones : all wrong etymologies. 6 Not from traicere, but from trahere ' to pull, drag '; perhaps because the thong wound round it for throwing (like the string used in starting a peg-top) ' pulls ' the javelin. 114. Pannus ° ' bobbin,' is a Greek word, where E has become A. Panuvelliuin 6 ' bobbin with thread ' was said from panus 4 bobbin ' and volvere 4 to wind ' the thread. Tunica c ' shirt,' from tuendo 4 protect- ing ' the body : tunica as though it were tuendica. Toga 4 toga ' from tegere 4 to cover.' Cincius ' belt ' and cingillum 4 girdle,' from cingere 4 to gird,' the one assigned to men and the other to women. XXIV. 115. Arma ° ' arms,' from arcere 4 to ward off,' because with them we arcemus 4 ward off' the enemy. Parma ' cavalry shield,' because from the centre it is par * even ' in every direction. Conum 4 pointed helmet,' because it cogitur 4 is narrowed ' toward the top. Hasta 4 spear,' because it is usually carried astajis' standing up.' Iaculum' javelin,' because it is made that it may iaci ' be thrown.' Tragula 6 ' thong-javelin,' from traicere 4 to pierce.' Scutum 4 shield,' from sectura 4 cutting,' as though secutum, because it is made of wood cut into small pieces. Umbones 4 bosses ' from a Greek word, namely 116.° Gladium 4 sword,' from clades 4 slaughter,' with change of C to G, because the gladium 6 is made for a slaughter of the enemy; likewise from its omen was said pilum, by which the enemy periret ' might perish,' as though perilum. Lorica ' corselet,' because they made chest-protectors from lora 4 thongs ' of rawhide; afterwards the Gallic corselet of iron was § 1 16. ° All etymologies wrong except those of lorica and (with reserves) of galea. b V. prefers {cf. viii. 45, ix. 81, Be Re Rust. i. 48. 3) the unfamiliar neuter form, which may be due to the influence of the associated words scutum, pilum, telum. The word is of Celtic origin, but may have an ulti- mate connexion with the root of clades. ferrea tunica. 6 Balteum, quod cingulum e corio habebant bullatum, balteum dictum. Ocrea, quod opponebatur ob crus. Galea ab galero, quod multi usi antiqui. 117. Tubae ab tubis, quos etiam nunc ita appellant tubicines sacrorum. Cornua, quod ea quae nunc sunt ex aere, tunc fiebant bubulo e cornu. Vallum vel quod ea varicare nemo posset vel quod singula ibi extrema 6acilla furcillata habent figuram litterae V. Cervi ab similitudine cornuum cervi; item reliqua fere ab similitudine ut vineae, testudo, aries. XXV. 118. Mensam escariam cillibam appella- bant; ea erat 1 quadrata ut etiam nunc in castris est; a cibo cilliba dicta; postea rutunda facta, et quod a nobis media et a Graecis fxecra, mensa dic^(a) 2 potest; nisi etiam quod ponebant pleraque in cibo mensa. Trulla a similitudine truae, quae quod magna et haec 6 Turnebus, for ferream tunicam. § 1 18. 1 For erant. 2 Mue.,for dici. e Rather galerum from galea, which looks like a borrowing from Greek yaAe'r; ' weasel '; the objection is that caps of weasel-skin are nowhere attested. §117. ° Wrong etymology. 6 Thrust into the embank- ment, to increase its defensive strength; can they be the stakes, pali or valli, forming a fence along its top ? But these are not elsewhere spoken of as forked. e Used by Caesar, who inserted such forked branches into the face of his wall at Alesia, Bell. Gall. vii. 72. 4, 73. 2. d Otherwise ' grape-arbours '; in military use, sheds under the protection of which soldiers could advance up to the enemy's fortifica- tions. " A close formation of overlapping shields. §118. "Borrowed from Greek KiXAlfias 'three-legged table,' a derivative of kIXXos ' ass.' 6 Or perhaps mesa, since n was weak before s; Priscian, i. 58. 17 Keil, states that V. used both spellings. Mensa seems to be the included under this name, an iron shirt made of links. Balteum ' sword-belt,' because they used to wear a leather belt bullatum ' with an amulet attached,' was called balteum. Ocrea ' shin-guard' was so called because it was set in the way ob crus ' before the shin.' Galea c ' leather helmet,' from galerum ' leather bonnet,' because many of the ancients used them. 117. Tubae ' trumpets,' from tubi ' tubes,' a name by which even now the trumpeters of the sacrifices call them. Cornua ' horns,' because these, which are now of bronze, were then made from the cornu ' horn ' of an ox. Vallum a ' camp wall,' either because no one could varicare ' straddle ' over it, or because the ends of the forked sticks 6 used there had individually the shape of the letter V. Cervi c ' chevaux-de-frise,' from the likeness to the horns of a cervus ' stag '; so the rest of the terms in general, from a likeness, as vineae ' mantlets,' d testudo ' tortoise,' e aries ' ram.' XXV. 118. The eating-table they used to call a cilliba °; it was square, as even now it is in the camp; the name cilliba came from cibus ' victuals.' After- wards it M'as made round, and the fact that it was media ' central ' with us and p-ka-a ' central ' with the Greeks, is the probable reason for its being called a mensa 6 ' table '; unless indeed they used to put on, amongst the victuals, many that were mensa ' measured out.' Trulla e ' ladle,' from its likeness to a trua ' gutter,' but because this is big and the other is small, they named it as if it were truella ' small triia '; this feminine of mensus ' measured '; perhaps from tabula mensa ' measured board.' e Trulta is of uncertain origin, and yielded trua by back-formation; Greek rpinJAij seems to have been borrowed from Latin, as V. states. pusilla, ut tr«e 3 enim et navovv* d(i)c(untur) 5 Graece. 6 Reliqua quod aperta sunt unde sint relinquo. XXVI. 121. Mensa vinaria rotunda nominabatur ci(l)liba (a)nte, 1 ut etiam nunc in castris. Id videtur declinatum a Graeco kvAikcuo, 2 (id) 3 a poculo cylice qui (in) 3 ilia. Capk?(es) 4 et minores capulae a capiendo, quod ansatae ut prehendi possent, id est capi. Harum figuras in vasis sacris ligneas ac fictiles antiquas etiam nunc videmus. 122. Praeterea in poculis erant paterae, ab eo quod late (pate)nZ 1 ita 2 dictae. Hisce etiam nunc in publico convivio antiquitatis retinendae causa, cum magistri fiunt, potio circumfertur, et in sacrificando deis hoc poculo magistratus dat deo vinum. Pocula a potione, unde potatio et etiam posca. 3 Haec possunt a 7roTa», 4 quod ttotos potio Graece. 2 Aug., with B, for triplia. 3 Aug., with B, for triplion. 4 L. Sp.,for canunun Fv. 5 GS.,forde. 6 Canal, for greca. § 121. 1 GS., for cilibantiim. 2 Turnebus, for culiceo. 3 Added by Mue. 4 L. Sp.; capis Turnebus; for capit. § 122. 1 GS.; patent L. Sp.; pateant latine Aldus; for latini. 2 After ita, Aldus deleted dicunt. 3 Turnebus, for postea. 4 Mue., for poto. 6 From Greek fiayLs ' a round pan.' " Better lancula, diminutive of lanx ' platter.' d Correct, except that canis- trum is from Greek Kaviorpov 4 bread-basket,' made of K&wai 'reeds '; page 117 Funaioli. § 121. ° Of. § 118, where a different etymology is given. § 122. Not from Greek, but from an Indo-European root inherited by Latin as well as by Greek. 6 The Greek- word means properly not a ' draught,' but a ' drinking-bout.' The magida 6 and the languid, both meaning ' platter,' they named from the magnitudo ' size ' of the one and the latitudo ' width ' of the other. Patenae ' plates ' they called from patulum ' spreading,' and the little plates, with which they offered the gods a preliminary sample of the dinner, they called patellae ' saucers.' Tryblia ' bowls ' and canistra ' bread-baskets,' though people think that they are Latin, are really Greek A : for rpvBkiov and Kavovv are said in Greek. The remaining terms I pass by, since their sources are obvious. XXVI. 121.' A round table for wine was formerly called a cilliba, a as even now it is in the camp. This seems to be derived from the Greek kvXikcIov ' buffet,' from the cup cylix which stands on it. The capides ' bowls ' and smaller capulae ' cups ' were named from capere ' to seize,' because they have handles to make it possible for them prehendi ' to be grasped,' that is, capi ' to be seized.' Their shapes we even now see among the sacred vessels, old-fashioned shapes in wood and earthenware. 122. In addition there were among the drinking- cups the paterae ' libation-saucers,' named from this, that they patent ' are open ' wide. For the sake of preserving the ancient practice, they use cups of this kind even now for passing around the potio ' draught ' at the public banquet, when the magistrates enter into their office; and it is this kind of cup that the magistrate uses in sacrificing to the gods, when he gives the wine to the god. Pocula ' drinking-cups,' from potio ' draught,' whence potatio ' drinking bout ' and also posca ' sour wine.' ° These may however come from ttotos, because ttotos is the Greek for potio. b 117 V. 123. Origo potionis aqua, quod oequa summa. Fons unde funditur e terra aqua viva, ut fistula a qua fusus aquae. Vas vinarium grandius sinum ab sinu, quod sinum maiorem cavtur 2 urnarium, quod urnas cum aqua positas ibi potissimum habebant in culina. Ab eo etiam nunc ante balineum locus ubi poni solebat urnarium vocatur. Urnae dictae, quod urinant in aqua Aaurienda ut smnator. C/rinare 3 est mergi in aquam. 127. .^m&un^m} 1 fictum ab uruo, 2 quod ita flexum ut redeat sursum versus tit 3 in aratro quod est wrvum. 4 Calix a caldo, quod in eo calda puis 5 appone- batur et caldum eo bibebant. Vas ubi coquebant cibum, ab eo caccabum appellarunt. Vera 6 a ver- sando. XXVIII. 128. Ab sedendo appellatae sedes, sedile, so/ium, 1 sellae, siliquastrum; deinde ab his subsellium : ut subsipere quod non plane sapit, sic quod non plane erat sella, subsellium. Ubi in eius- modi duo, bisellium dictum. Area, quod arcebantur § 126. 1 GS., for et. 2 uocabatur, tcith ba expunged, V; nocatur other mss. 3 Bent huts, for orinator orinare. §127. 1 Kent; imburvom Mue.; imburum Aldus, with B; for impurro. 2 Mue., for urbo. 3 Aldus, for est. 4 B, for aruum. 6 Laetus, for plus. 6 Aldus, for uera. § 128. 1 Aug., for souum. Wrong etymology. 6 Derivative of vrina at an early date when itrina still meant merely 4 water,' and not specifically ' urine.' § 127. ° ' Bent about,' a vessel shaped like a gravy-boat; if my conjecture as to the spelling of the word is right, there is basis for V.'s etymology. 6 Of uncertain etymology, but popularly derived by the Romans from Greek icvXii; ' cup,' the normal meaning also of Latin calix, but not the meaning in this passage. c From Greek KaKKaftos, a pot with three legs, to stand over the fire. d Wrong. Besides there was a third kind of table for vessels, rectangular like the second kind; it was called an urnarium, because it was the piece of furniture in the kitchen on which by preference they set and kept the urnae ' urns ' filled with water. From this even now the place in front of the bath where the urn-table is wont to be placed, is called an urnarium. Urnae ' urns ' got their name a from the fact that they urinant b ' dive ' in the drawing of water, like an urinator ' diver.' Urinate means to be plunged into water. 127. Amburvum, a a pot whose name is made from urvum ' curved,' because it is so bent that it turns up again like the part of the plough which is named the urvum ' beam.' Calix b ' cooking-pot,' from caldum ' hot,' because hot porridge was served up in it, and they drank hot liquid from it. The vessel in which they coquebant ' cooked ' their food, from that they called a caccabus. Feru ' spit,' from versare ' to turn.' d XXVIII. 128. From sedere ' to sit ' were named sedes ' seat,' sedile ' chair,' solium ' throne,' sellae a ' stools,' siliquastrum 6 ' wicker chair '; then from these subsellium ' bench ' : as subsipere is said a thing does not sapit ' taste ' clearly, so subsellium because it was not clearly c a sella ' stool.' Where two had room on a seat of this sort, it was called a bisellium ' double seat.' An area ' strong-chest,' because thieves arcebantur ' were kept away ' from it when it § 128. ° With M from dl. b Probably seliquastrum (or selli-), as in Festus, 340 b 10, 341. 5; Fay suggests ' seat- basket ' (sella + qualum + suffix), citing certain types of Mexi- can chairs. e Rather ' under-seat,' that is, a seat under the sitter. fures ab ea clausa. Armarium et armamentarium ab cadem origine, sed declinata aliter. XXIX. 129. Mundus (ornatus) 1 muliebris dictus a munditia. Ornatus quasi ab ore natus : hinc enim maxime sumitur quod earn deceat, itaque id paratur speculo. 2 Calamistrum, quod his calfactis in cinere capfillus ornatur. Qui ea ministrabat, a cinere cinera- rius est appellatus. Discerniculum, quo discernitur capillus. Pecten, quod per euro explicatur capillus. Speculum a speciendo, 3 quod ibi (s)e spectant.* 130. Vestis a vellis vel 1 ab eo quod vellus lana tonsa universa ovis : id dictum, quod vellebant.2 Lan(e)a, 3 ex lana facta. Quod capillum contineret, dictum a rete reticulum; rete ab raritudine; item texta fasciola,qua capillum in capitealligarent, dictum capital a capite, quod sacerdotulae in capite etiam nunc solent habere. Sic rica ab ritu, quod Romano ritu sacrificium feminae cum faciunt, capita velant. § 129. 1 Added by GS.; cf. Festus, 143. 1 M, 2 A. Sp., for speculum. 3 Laetus, for spiciendo. 4 a, b, Turnebus, for espeetant. § 130. 1 Ixietus, for uela. 2 B, Laetus, for uellabant. 3 Turnebus, for lana. d Both area and arcere are derived from arx ' stronghold.' * Not connected with area; but belonging together. § 129. Munditia is derived from mundus. 6 Wrong etymologies. § 130. Both etymological suggestions for vestis arc wrong; for the meaning, see A. Spengel, Bemerkungen. was locked.** Armarium ' closet ' and armamentarium ' warehouse,' from the same source,' but with different suffixes. XXIX. 129. Mundus is a woman's toilet set, named a from munditia ' neatness.' Ornatus ' toilet set,' as if natus ' born ' from the os ' face ' 6 : for from this especially is taken that which is to beautify a woman, and therefore this is handled with the help of a mirror. Calamistrum ' curling- iron,' because the hair is arranged with irons when they have been calfacta ' heated ' in the embers. 6 The one who attended to them was called a cinerarius ' ember-man,' from cinis ' embers.' Discerniculum ' bodkin,' with which the hair discernitur ' is parted.' Pecten ' comb,' because by it the hair explicatur ' is spread out.' b Speculum ' mirror,' from specere ' to look at,' because in it they spectant ' look at ' them- selves. 130. Festis ' garment ' " from velli 6 ' shaggy hair,' or from the fact that the shorn wool of a sheep, taken as a whole, is a vellus ' fleece ' : this was said because they formerly vellebant ' plucked ' it. Lanea ' woollen headband,' c because made from lana ' wool.' That which was to hold the hair, was called a reticulum ' net- cap,' from rete ' net '; rete, from raritudo ' looseness of mesh.' d Likewise the woven band with which they were to fasten the hair on the head, was called a capital ' headband,' from caput ' head '; and this the sub-priestesses are accustomed to wear on their heads even now. So rica ' veil,' from ritus ' fashion,' d because according to the Roman ritus, when women make a sacrifice, they veil their heads. The mitra 6 Yellis, dialectal for villis. e For meaning, see A. Spen- gel, Bemerkungen, 264. d Wrong etymologies. 123 V. Mitra et reliqua fere in capite postea addita cum vocabulis Graecis. XXX. 131. Prius deinde (ind)utui, 1 turn amictui quae sunt tangam. Capitium ab eo quod capit pec- tus, id est, ut antiqui dicebant, comprehendit. In- dutui alterum quod subtus, a quo subucula; alterum quod supra, a quo supparus, nisi id quod item dicunt Osce. Alterius generis item duo, unum quod foris ac palam, palla; alterum quod intus, a quo (indusium, ut) 2 intusium, id quod Plautus dicit : Indusiatam 3 patagiatam caltulam* ac crocotulam. Multa post luxuria attulit, quorum vocabula apparet esse Graeca, ut asbest(in)on. 5 132. Amictui dictum quod abiectum 1 est, id est circumiectum, 2 a quo etiam quo 3 vestitas se invol- vunt, circumiectui appellant, et quod amictui habet purpuram circum, vocant circumtextum. Antiquis- simi amictui ricinium; id quod eo utebantur duplici, § 131. 1 B, Turnebus, for deinde utui Fv, f. 2 Added by GS. 3 GS., for intusiatam; after the text of Plautus. * Laetus, for caltulum/ after the text of Plautus. 6 GS., for asbeston; cf. Pliny, jVat. Hist. xix. 4. 20. §132. 1 Mue., for abiectum. 2 ^w#.,/o?-circumlectum. 3 G, Aug., for quod. § 131 . The datives indutui, amictui, and circumiectui, are used in § 131 and § 132 as indeclinables, like frugi ' thrifty,' cordi ' pleasant,' original datives of purpose that have become stereotyped. 6 From caput ' head,' because it was put on over the head like a sweater. c From sub and the verb in ind-tiere, ' to put on,' ex-uere ' to take off.' d Probably Oscan. * Of unknown etymology. ' From induere 'to put on.' 9 Epidicus, 231. h The Latin words are adjectives modifying tunicam in the preceding line. ' Made of a mineral substance called aofieoTos. ' turban ' and in general the other things that go on the head, -were later importations, along -with their Greek names. XXX. 131. Next I shall first touch upon those things which are for putting on,° then those which are for wrapping about the person. Capitium 6 ' vest,' from the fact that it capii ' holds ' the chest, that is, as the ancients said, it comprehendit ' includes ' it. One kind of put-on goes subtus ' below,' from which it is called subucula c ' underskirt '; a second kind goes supra 1 above,' from which it is called supparus d ' dress,' unless, this is so called because they say it in the same way in Oscan. Of the second sort there are likewise two varieties, one called palla e ' outer dress,' because it is outside and palam ' openly ' visible; the other is intus ' inside,' from which it is called indusium * ' under-dress,' as though intusium, of which Plautus speaks 9 : Under-dress, a bordered dress, of marigold and saffron hue.* There are many garments which extravagance brought at later times, whose names are clearly Greek, such as asbestinon i ' fire-proof.' 132. Atnictui ' wrap ' is thus named because it is ambiectum ' thrown about,' that is, circumiectum ' thrown around,' from which moreover they gave the name of circumiectui ' throw-around ' to that with which women envelop themselves after they are dressed; and any wrap that has a purple edge around it, they call circumtextum ' edge-weave.' Those of very long ago called a wrap a ricinium ' mantilla '; it was called ricinium from reicere ' to throw back,' ° because they § 133. ° Properly from rica (§ 130); it was a square piece of cloth worn folded over the head in sign of mourning. ab eo quod dimidiam partem retrorsum zaciebant, 4 ab reiciendo ricinium dictum. 133. (Pallia) 1 hinc, quod facta duo simplicia paria, parilia primo dicta, R exclusum 2 propter levitatem. Parapechia, 3 cAlarmydes, 4 sic multa, Graeca. Loena, 5 quod de lana multa, duarum etiam togarum instar; ut antiquissimum mulierum ricinium, sic hoc duplex virorum. Instrumenta rustica quae serendi aut colendi fructus causa facta. Sarculum ab serendo ae sanendo. 1 Ligo, quod eo propter latitudinem quod sub terra facilius legitur. Pala a pangendo, 2 GL quod fuit. Rutrum ruitrum a ruendo. 135. Aratrum, quod aruit 1 terram. Eius fer- rum vomer, quod vomit eo plus terram. Dens, quod eo mordetur terra; super id regula quae stat, stiva ab stando, et in ea transversa regula manicula, quod manu bubulci tenetur. Qui quasi temo est inter 4 Ixietus, for faciebant. § 133. 1 Added by Canal. 2 Mue.; R esclusum Turnebus; for resclusum /, resculum Fv. 3 For para- pecchia Fv. 4 Ed. Veneta, for clamides. 5 Aldus, for lena. § 134. 1 Aldus, for sarcendo. 2 Added by Ellis. § 135. 1 Turnebus, for aruit; cf. V., De Re Rustica, i. 35, terra adruenda. § 133. ° Probably of Greek origin. 6 Greek irapam)xvs ' beside the elbow,' also ' woman's garment with purple border on each side.' The Latin word seems to come from the diminutive irapaTrrjxtov ' radius, small bone below the elbow,' which however may also have denoted the woman's garment, though this is not attested. c Probably from Greek ^Acum, perhaps with an Etruscan intermediary. wore it doubled, throwing back one half of it over the other. 133. Pallia ° ' cloaks ' from this, that they con- sisted of two single paria ' equal ' pieces of cloth, called parilia at first, from which R was eliminated for smoothness of sound. Parapechia b ' elbow-stripes,' chlamydes ' mantles,' and many others, are Greek. Laena 6 ' overcoat,' because they contained much lana ' wool,' even like two togas : as the ricinium was the most ancient garment of the women, so this double garment is the most ancient garment of the men. XXXI. 134. Farming tools which were made for planting or cultivating the crops. Sarculum ° ' hoe,' from serere ' to plant ' and sarire ' to weed.' Ligo 6 ' mattock,' because with this, on account of its width, what is under the ground legitur ' is gathered ' more easily. Pala c ' spade ' from pangere ' to fix in the earth '; the L was originally GL. Rutrum ' shovel,' previously ruitrum, from mere ' to fall in a heap.' 135.° Aratrum ' plough,' because it arruit b ' piles up ' the earth. Its iron part is called vomer ' plough- share,' because with its help it the more vomit ' spews up ' the earth. The dens ' colter,' because by this the earth is bit; the straight piece of wood which stands above this is called the stiva ' handle,' from stare ' to stand,' and the wooden cross-piece on it is the mani- cula ' hand-grip,' because it is held by the manns ' hand ' of the ploughman. That which is so to speak a wagon-tongue between the oxen, is called a bura § 134. From sarire. b Of uncertain origin. c Cor- rect; but from pag+ sla, with loss of the extra consonants in the group. § 135. ° Wrong on aratrum, vomer, stiva, bura, urvum. b Really from arat ' it ploughs.' boves, bura a bubus; alii hoc a curvo urvum 2 appel- lant. Sub iugo medio cavum, quod bura extrema addita oppilatur, vocatur coum 3 a cavo. 4 Iugum et iumentum ab iunctu. 136. Irpices regula compluribus dentibus, quam item ut plaustrum boves trahunt, ut eruant quae in terra ser(p>unt 1; sirpices, postea (irpices) 2 S detrito.. a quibusdam dicti. Rastelli ut irpices serrae leves; itaque 3 homo in pratis per fenisecza 4 eo festucas corradit, quo ab rasu rastelli dicti. Rastri, quibus dentaiis 5 penitus eradunt terram atque cruunt, a quo rutu n*a(s)tri 6 dicti. 137. Falces a farre littera 1 commutata; hae in Campania seculae a secando; a quadam similitudine harum aliae, ut quod apertum unde, falces fenariae et arbor(ar)iae 2 et, quod non apertum unde, falces lumaria(e) 3 et sirpiculae. Lumariae sunt quibus secant lumecta, id est cum in agris serpunt spinae; quas quod ab terra agricolae solvunt, id est luunt, lumecta. Falces sirpiculae vocatae ab sirpando, id 2 Turnebus, for curuum. 3 Aug., with B, for cous Fv. 4 Rhol., for couo. § 136. 1 Turnebus, for serunt. 2 Added by Mue. 3 Aug., with B, for ita qua. 4 Aug., for fenisecta. 6 Turnebus, for dentalis. 6 Kent; rutu rastri Scaliger : erutu rastri Turnebus; for ruturbatri Fv. § 137. 1 For litera in Fv, as often. 2 Georges, for arboriae; cf. V., Be Re Rust. i. 22. 5, and Cato, De Agric. 10. 3. 3 For lumaria. " The earlier form of cavus ' hollow ' was in fact covos. § 136. ° Properly hirpices, from hirpus, the Samnite word for ' wolf.' b Roots of weeds and grasses. " Diminu- tive of rostrum; therefore ultimately from radere. d Mas- culine plural of neuter singular rastrum, from radere ' to scrape.' ' beam,' from botes ' oxen '; others call this an urvum, from the curvuvi ' curve.' The hole under the middle of the yoke, which is stopped up by inserting the end of the beam, is called coum, from cavum ' hole.' Iugum ' yoke ' and iumentum ' yoke-animal/ from iunctus ' joining or yoking.' 136. Irpices a 'harrows' are a straight piece of wood with many teeth, which oxen draw just like a wagon, that they may pull up the things 6 that serpunt ' creep ' in the earth; they were called sir- pices and afterwards, by some persons, irpices, with the S worn off. Rastelli c ' hay-rakes,' like harrows, are saw-toothed instruments, but light in weight ; therefore a man in the meadows at haying time corradit ' scrapes together ' with this the stalks, from which rasns ' scraping ' they are called rastelli. Rastri d ' rakes ' are sharp-toothed instruments by which they scratch the earth deep, and eruunt ' dig it up,' from which rutus ' digging ' they are called ruastri. 137. Falces ' sickles,' from far ' spelt,' a with the change of a letter ; in Campania, these are called seculae, from secare ' to cut ' ; from a certain likeness to these are named others, the falces fenariae ' hay scythes ' and arborariae ' tree pruning-hooks,' of obvious origin, and falces lumariae and sirpiculae, whose source is obscure. Lumariae 6 are those with which lumecta are cut, that is when thorns grow up in the fields ; because the farmers solvunt ' loosen,' that is, luunt ' loose,' them from the earth, they are called lumecta ' thorn-thickets.' Falces sirpiculae c are named §137. "Wrong. 6 Possibly for dumariae and dumecta, with Sabine I for d ; cf. Festiis, 67. 10 M. 'Apparently from sirpus ' rush,' collateral form of scirpus. est ab alligando ; sic sirpata 4 dolia quassa, cum alligata his, dicta. Utuntur in vinea alligando fasces, incisos fustes, faculas. Has xranclas 5 Cherso(ne)sice. 6 138. Pilum, quod eo far pisunt, a quo ubi id fit dictum pistrinum (L 1 et S inter se saepe locum corn- mutant), inde post in Urbe Lucili pistrina et pistrix. Trapetes 2 molae oleariae ; vocant trapetes a terendo, nisi Graecum est ; ac molae a mol(l)iendo 3 : harum enim motu eo coniecta mol(l)iuntur. 4 Vallum a volatu, quod cum id iactant volant inde levia. Ven- tilabrum, quod ventilatur in aere frumentum. 139- Quibus conportatur fructus ac necessariae res : de his fiscina a ferendo dicta. Corbes ab eo quod eo spicas aliudve quid corruebant ; hinc minores corbulae dictae. De his quae iumenta ducunt, tragula, quod ab eo trahitur per terram ; sirpea, quae virgis sirpatur, id est colligando implicatur, in qua stercus aliudve quid vehitur. 4 Aug., with B, for sirpita. 5 Mue., for phanclas /, G, fanclas H, V, p. 6 Aug., with B, for chermosie /, chermosioe G, a. § 138. 1 Aug., for R. 2 For trapetas Fv. 3 Scaliger, for moliendo. 4 Scaliger, for moliuntnr. d Cf. the fiaschi vestiti or ' clothed wine-flasks ' of modern Italy. * Messana in Sicily was before the Greek coloniza- tion named Zancle ' sickle,' from the shape of the cape on which it stood. There is no other evidence that this cape was called a Chersonesus, but as over twenty peninsulas are referred to by this name, it is possible that the name was applied here also. § 138. a V.'s basis for this statement is not apparent. 6 Cf. 521 and 1250 Marx ; one must assume that one of the Satires of Lucilius was entitled Urbs. c From Greek. d From molere ' to grind.' e Diminutive of vannvs ' fan.' §139. "Wrong on fiscina and corbes. from sirpare ' to plait of rushes,' that is, alligare ' to fasten ' ; thus broken jars are said to have been sirpata ' rush-covered,' when they are fastened to- gether with rushes.* 1 They use rushes in the vine- yard for tying up bundles of fuel, cut stakes, and kindling. These sickles they call zanclae in the peninsular dialect." 138. The pi lum ' pestle ' is so named because with it they pisunt ' pound ' the spelt, from which the place where this is done is called a pistrinum ' mill ' — L and S often change places with each other" — and from that afterwards pistrina ' bakery ' and pistrix ' woman baker,' words used in Lucilius's Cityfi Trapetes c are the mill-stones of the olive-mill : they call them trapetes from terere ' to rub to pieces,' unless the word is Greek ; and molae d from mollire ' to soften,' for what is thrown in there is softened by their motion. Vallum * ' small win no wing-fan,' from volatus ' flight,' because when they swing this to and fro the light particles volant ' fly ' away from there. Ventilabrum ' winnowing-fork,' because with this the grain venti- latur ' is tossed ' in the air. 139. Those means with which field produce and necessary things are transported. Of these, fiscina a rush-basket ' was named from ferre ' to carry ' ; corbes ' baskets,' from the fact that into them they corrue- bant ' piled up ' corn-ears or something else ; from this the smaller ones were called corbulae. Of those which animals draw, the tragula ' sledge,' because it trahitur ' is dragged ' along the ground by the animal ; sirpea 6 ' wicker wagon,' which sirpatur ' is plaited ' of osiers, that is, is woven by binding them together, in which dung or something else is conveyed. Vehiculum, in quo faba aliudve quid vehitur, quod e 1 viminibus vietur 2 aut eo vehitur. Breviws 3 vehiculum dictum est aliis ut* arcera, quae etiam in Duodecim Tabulis appellatur ; quod ex tabulis vehiculum erat factum ut area, 5 arcera dictum. Plaus- trum ab eo quod non ut in his quae supra dixi (ex quadam parte), 6 sed ex omni parte palam est, quae in eo vehuntur quod perluce(n)t, 7 ut lapides, asseres, tignum. Aedificia nominata a parte ut multa : ab aedibus et faciendo maxime aedificium. Et oppidum ab opi dictum, quod munitur opis causa ubi sint et quod opus est ad vitam gerendam ubi habeant tuto. Oppida quod opere 1 muniebant, moenia ; quo moenitius esset quod exaggerabant, aggeres dicti, et qui aggerem contineret, moerus. 2 Quod muniendi causa portabatur, mwnus 3 ; quod sepiebant oppidum co moenere, 4 momis. 5 142. Eius summa pinnae ab his quas insigniti §140. 1 GS. ; ex Laetus ; for est. 2 Tvrnebus, for utetur. 3 A. Sp., for breui est. 4 A. Sp., for uel. 5 Laetus, for arcar Fv. 6 Added by L. Sp. 7 Aug., for perlucet. §141. 1 Aug., for operi. 2 Sciop., for moerum Fv. 3 Laetus, for manus. 4 Turnebus, for eae omoenere Fv. 5 Sciop., for murus. From vehere ' to carry.' 6 Page 116 Schoell. c From plaudere ' to creak.' § 141. ° Whence ' temple ' in the singular, ' house ' in the plural. * From prefix ob + pedom ' place ' ; cf. irihov, San- skrit padam. c Munire, moenia, murus, munus all belong together ; oe is the older spelling, preserved in moenia in classical Latin. It is a question how far we ought to restore moe- for mu- in this passage ; possibly in all the Vehiculum ° ' wagon,' in which beans or some- thing else is conveyed, because it vietur ' is plaited ' or because vehitur ' carrying is done ' by it. A shorter kind of wagon is called by others, as it were, an arcera ' covered wagon,' which is named even in the Twelve Tables b ; because the wagon was made of boards like an area ' strong box,' it was called an arcera. Plaus- trum e ' cart,' from the fact that unlike those which I have mentioned above it is palam ' open ' not to a certain degree but everywhere, for the objects which are conveyed in it perlucent ' shine forth to view,' such as stone slabs, wooden beams, and building material. XXXII. 141. Aedificia ' buildings ' are, like many things, named from a part : from aedes a ' hearths ' andjacere ' to make ' comes certainly aedificium. Op- pidum 6 ' town ' also is named from ops ' strength,' because it is fortified for ops ' strength,' as a place where the people may be, and because for spending their lives there is opus ' need ' of place where they may be in safety. Moenia c ' walls ' were so named because they muniebant ' fortified ' the towns with opus ' work.' What they exaggerabant ' heaped up ' that it might be moenitius ' better fortified,' was called aggeres d ' dikes,' and that which was to support the dike was called a moerus ' wall.' Because carrying was done for the sake of muniendi ' fortifying,' the work was a munus ' duty ' ; because they enclosed the town by this moenus, it was a moerus ' wall.' 142. Its top was called pinnae a ' pinnacles,' from those feathers which distinguished soldiers are accus- words, since V. had a fondness for archaic spellings. d Exaggerare is from agger, which is from ad ' to ' and gerere ' to carry.' § 142. ° Literally, ' feathers.' 133 V. milites in galeis habere solent et in gladiatoribus Samnites. Turres a torvis, quod eae proiciunt ante alios. Qua viam relinquebant in muro, qua in op- pidum portarent, portas. 143. Oppida condebant in Latio Etrusco ritu multi, id est iunctis bobus, tauro ct vacca interiore, aratro circumagebant sulcum (hoc faciebant religionis causa die auspicato), ut fossa et muro essent muniti. Terram unde exculpserant, fossam vocabant et intror- sum i'actam 1 murum. Post ea 2 qui fiebat orbis, urbis principium ; qui quod erat post murum, postmoerium dictum, eo usque 3 auspicia urbana finiuntur. Cippi pomeri stant et circum Arcciam et 4 circum 5 Romam. Quare et oppida quae prius erant circumducta aratro ab orbe 6 et urvo urb 2 postilionem postulare, id est civem fortissimum eo demitti. 3 Turn quendam Curtium virum fortem armatum ascendisse in equum et a Con- cordia versum cum equo eo 4 praecipitatum ; eo facto 2 macella Scaliger, for macelli. 3 Jordan, for iunium. 4 Added by 08., from Plautus, Cure. 474. 5 Added by GS. 6 Laetus, for quern. 7 For cuppedinis. Stowasser, for fuerit; cf. Festus, 125. 7 M. § 148. 1 After Cornelius, Mue. deleted Stilo. 2 Laetus, for manio. 3 Turnebus, for eodem mitti. 4 A. Sp., with II, for eum. 6 Curculio, 474. c Page 115 Funaioli. § 147. "Page 116 Funaioli. 6 Seemingly only an aetiological story ; the cognomen is not otherwise known. Could it here be a corruption of Marcellus ? § 148. a A writer on historical topics, possibly the Pro- cilius who was tribune of the plebs in 56 u.c. 6 L. Cal- purnius Piso Frugi, consul 133 B.C., adversary of the Gracchi ; small fortified villages. Along the Tiber, at the sanctuary of Portunus, they call it the Forum Pis- carium ' Fish Market ' ; therefore Plautus says 6 : Down at the Market that sells the fish. Where things of various kinds are sold, at the Cornel- Cherry . Groves, is the Forum Cuppedinis ' Luxury Market,' from cuppedium ' delicacy,' that is, from fastidium ' fastidiousness ' ; many c call it the Forum Cupidinis ' Greed Market,' from cupiditas ' greed.' 147. After all these things which pertain to human sustenance had been brought into one place, and the place had been built upon, it was called a Macellum, as certain writers say, a because there was a garden there ; others say that it was because there had been there a house of a thief with the cognomen Macellus, 6 which had been demolished by the state, and from which this building has been constructed which is called from him a Macellum. 148. In the Forum is the Lacus Curtius ' Pool of Curtius ' ; it is quite certain that it is named from Curtius, but the story about it has three versions : for Procilius a does not tell the same story as Piso, 6 nor did Cornelius c follow the story given by Procilius. Procilius states d that in this place the earth yawned open, and the matter was by decree of the senate referred to the haruspices ; they gave the answer that the God of the Dead demanded the fulfilment of a forgotten vow, namely that the bravest citizen be sent down to him. Then a certain Curtius, a brave man, put on his war-gear, mounted his horse, and turning away from the Temple of Concord, plunged into the author of a work on Roman history. e Identity quite uncertain. 6 Hist. Rom. Frag., page 198 Peter. locum coisse atque eius corpus divinitus humasse ac reliquisse genti suae monumentum. 149- Piso in Annalibus scribit Sabino bello, quod fuit Romulo et Tatio, virum fortissimum Met(t)ium Curiium 1 Sabinum, cum Romulus cum suis ex su- periore parte impressionem fecisset, 2 in locum 3 palus- trem, qui turn fuit in Foro antequam cloacae sunt factae, secessisse atque ad suos in Capitolium re- cepisse ; ab eo lacum (Curtium) 4 invenisse nomen. 150. Cornelius et Lutatius 1 scribunt eum locum esse fulguritum et ex S. C. septum esse : id quod factum es(se)t 2 a Curtio consule, cui M. Genucius 3 fuit collega, Curtium appellatum. 151. Arx ab arcendo, quod is locus munitissimus Urbis, a quo facillime possit hostis prohiberi. Career a coercendo, quod exire prohibentur. In hoc pars quae sub terra Tullianum, ideo quod additum a Tullio rege. Quod Syracusis, ubi de(licti) 1 causa custodiuntur, vocantur latomiae, (in)de 2 lautumia § 149. 1 For curcium Fv. 2 After fecisset, Popma de- leted curtium. 3 Laetus, for lacum. 4 Added by GS. § 150. 1 Aug., with B, for luctatius. 2 Mue., for est. 3 For genutius. § 151. 1 Bergmann, for de. 2 Mue. ; exinde Turnebus ; for et de. § 149. Hist. Rom. Frag., page 79 Peter. 6 Tradition- ally built by the first Tarquin ; cf. Livv, i. 38. 6. c Cf. Livy, i. 10-13, especially i. 12. 9-10 and! 13. 5. § 150. Q. Lutatius Catulus, 152-87 b.c, consul 102 as colleague of Marius in the victory over the Cimbri at Ver- cellae ; a writer on etymology and antiquities. b Hist. Rom. Frag., page 126 Peter ; Gram. Rom. Frag., page 105 Funaioli. c C. Curtius Chilo and M. Genucius Augurinus were colleagues in the consulship in 445 b.c. gap, horse and all ; upon which the place closed up and gave his body a burial divinely approved, and left to his clan a lasting memorial. 149. Piso in his Annals writes that in the Sabine War between Romulus and Tatius, a Sabine hero named Mettius Curtius, when Romulus with his men had charged down from higher ground and driven in the Sabines, got away into a swampy spot which at that time was in the Forum, before the sewers b had been made, and escaped from there to his own men on the Capitoline c ; and from this the pool found its name. 150. Cornelius and Lutatius a write b that this place was struck by lightning, and by decree of the senate was fenced in : because this was done by the consul Curtius, 6 who had M. Genucius as his colleague, it was called the Lacus Curtius. 151. The arx ' citadel,' from arcere ' to keep off,' because this is the most strongly fortified place in the City, from which the enemy can most easily be kept away. The career 6 ' prison,' from coercere ' to con- fine,' because those who are in it are prevented from going out. In this prison, the part which is under the ground is called the Tullianum, because it was added by King Tullius. Because at Syracuse the place where men are kept under guard on account of transgressions is called the Latomiae c ' quarries,' from § 151. "The northern summit of the Capitoline, on which stood the temple of Juno Moneta. * Beneath the Arx, at the corner of the Forum ; etymology wrong. e Greek XoLTOfuai, contracted from XaoTOfuai, which gave the Latin word ; there were old tufa-quarries on the slopes of the Capitoline, and the excavation which formed the dungeon was probably a part of the quarry. translatum, quod hie quoque in eo loco lapidicinae fuerunt. 152. In (Aventi)no 1 Lauretum ab eo quod ibi sepultus est Tatius rex, qui ab Laurentibus inter- fectus est, (aut) 2 ab silva laurea, quod ea ibi excisa et aedificatus vicus : ut inter Sacram Viam et Macellum editum Corneta (a cornis), 3 quae abscisae loco re- liquerunt nomen, ut ^esculetum ab aesculo 4 dictum et Fagutal a fago, unde etiam Iovis Fagutalis, quod ibi saeellum. 153. Armilustr(i)um 1 ab ambitu lustri : locus idem Circus Maximus 2 dictus, quod circum spectaculis aedificatus wbi 3 ludi fiunt, et quod ibi circum metas fertur pompa et equi currunt. Itaque dictum in Cornicula(ria) 4 militi's 5 adventu, quern circumeunt ludentes : Quid cessamus ludos facere ? Circus noster ecce adest. §152. 1 Groth, for in eo. 2 Added by Sciop. 3 Added by Aug., with B. 4 Laetus, for escula. § 153. 1 For armilustrum. 2 Laetus, for mecinus. 3 Aug., with B, for ibi. 4 Vertranius, for cornicula. 6 Tumebas, for milites. § 152. There is here a lacuna, or else the in eo of the manuscripts stands for in Aventino ; for the Lauretum was on the Aventine. § 153. The word denotes both the ceremony, held on October 19, and the place where it was performed, which seems originally to have been on the Aventine ; according to V., it was later held in the Circus, in the valley between the Aventine and the Palatine. According to Servius, in Aen. i. 283, the name was ambilustrum, so called because the ceremony was not legal unless performed by both (ambo) censors jointly ; it is possible that the word should be so emended here and at vi. 22. " Circum is merely the ac- that the word was taken over as lautumia, because here also in this place there were formerly stone- quarries. 1 52. On the Aventine a is the Lauretum ' Laurel- Grove,' called from the fact that King Tatius was buried there, who was killed by the Laurentes ' Lauren- tines,' or else from the laurea ' laurel ' wood, because there was one there which was cut down and a street run through with houses on both sides : just as between the Sacred Way and I lie higher part of the Macellum are the Corneta ' Cornel-Cherry Groves,' from corni 'cornel-cherry trees,' which though cut away left their name to the place ; just as the Aescu- letum ' Oak-Grove' is named from aesculus ' oak-tree,' and the Fagutal ' Beech-tree Shrine ' from fagus ' beech-tree,' whence also Jupiter Fagutalis ' of the Beech-tree,' because his shrine is there. 153. Armilustrium a ' purification of the arms,' from the going around of the lustrum ' purificatory offering'; and the same place is called the Circus Maximus, because, being the place where the games arc performed, it is built up circum 6 ' round about ' for the shows, and because there the procession goes and the horses race circum ' around ' the turning-posts. Thus in The Story of the Helmet-Horn c the following is said at the coming of the soldier, whom they en- circle and make fun of : Why do we refrain from making sport ? See, here's our circus-ring. cusative of circus. e Frag. I of Plautus's Cornicularia, which may be taken as the Story of the Corniculum, a horn- shaped ornament on the helmet, bestowed for bravery ; here apparently assumed by a braggart soldier, the miles of the text. V. In circo primum unde mittuntur equi, nunc dicuntur carceres, Naevius oppidum appellat. Carceres dicti, quod coercentur 6 equi, ne inde exeant antequam magistratus signum misit. Quod a(d) muri spm'em' pmnis 8 turribusque 9 carceres olim fuerunt, scripsit poeta : Dictator ubi currum insidit, pervehitur usque ad oppidum. 154. Intumus circus ad Murcice 1 vocatur, 4 ut Procilius aiebat, ab urceis, quod is locus esset inter figulos ; alii dicunt a murteto declinatum, quod ibi id fuerit ; cuius vestigium manet, quod ibi est sacellum etiam nunc Murteae Veneris. Item simili de causa Circus Flaminius dicitur, qui circum aedificatus est Flaminium Campum, et quod ibi quoque Ludis Tauriis equi circum metas currunt. 155. Comitium ab eo quod coibant eo comitiis curiatis et litium causa. 1 Curiae duorum generum : nam et ubi curarent sacerdotes res divinas, ut 2 curiae 6 p, Ed. Veneta (cohercentur Laetus), for coercuntur. 7 Mue., for a muris partem. 8 Laetus, for pennis. 9 Aug., for turribus qui. § 154. 1 L. Sp.,for murcim Fv. 2 Sciop.,/or uocatum. § 155. 1 Mue. ; caussa Aug., with B ; causae Fv. 2 For et. Merely the plural of career ' prison ' ; not related to coercere. e Naevius, Comic. Rom. Frag., inc. fab. II Rib- beck 3 ; R.O.L. ii. 148-149 Warmington. § 154. ° Hist. Rom. Frag., page 3 Peter. " Page 116 Funaioli. c In the level ground of the Campus Martius, through which C. Flaminius Nepos as censor in 220 b.c. built the Via Flaminia, the great highway from Rome to the north, and near it the Circus Flaminius ; he was consul in 217 and was killed in the battle with Hannibal at Lake In the Circus, the place from which the horses are let go at the start, is now called the Carceres ' Prison- stalls,' but Naevius called it the Town. Carceres d was said, because the horses coercentur ' are held in check,' that they may not go out from there before the official has given the sign. Because the Stalls were formerly adorned with pinnacles and towers like a wall, the poet wrote e : When the Dictator mounts his car, he rides the whole way to the Town. 1 54. The very centre of the Circus is called ad Murciae ' at Murcia's,' as Procilius ° said, from the urcei ' pitchers,' because this spot was in the potters' quarter ; others 6 say that it is derived from murtetum ' myrtle-grove,' because that was there : of which a trace remains in that the chapel of Venus Muriea 4 of the Myrtle ' is there even to this day. Likewise for a similar reason the Circus Flaminius ' Flaminian Circus ' got its name, for it is built c circum ' around ' the Flaminian Plain, and there also the horses race circum ' around ' the turning-posts at the Taurian Games. d 155. The Comitium ' Assembly-Place ' was named from this, that to it they coibant ' came together ' for the comitia curiata a ' curiate meetings ' and for law- suits. The curiae 6 ' meeting-houses ' are of two kinds : for there are those where the priests were to attend to affairs of the gods, like the old meeting- Trasumennus. d Games in honour of the deities of the netherworld. § 155. ° Long before V.'s time, practically replaced by the comitia centuriata. * Curia denoted first a group of gentes ; then a meeting-place for such groups ; then any meeting-place. vol. i L 145 V. veteres, et ubi senatus humanas, ut Curia Hostilia, quod primus aedificavit Hostilius rex. Ante hanc Rostra ; cuius id vocabulum, ex hostibus capta fixa sunt rostra ; sub dextra huius a Comitio locus sub- structus, ubi nationum subsisterent legati qui ad senatum essent missi ; is Graecostasis appellatus a parte, ut multa. 156. Senaculum supra Graecostasim, ubi Aedis Concordiae et Basilica Opimia ; Senaculum vocatum, ubi senatus aut ubi seniores consisterent, dictum ut yepoverta 1 apud Graecos. Lautolae ab lavando, quod ibi ad Ianum Geminum aquae caldae fuerunt. Ab his palus fuit in Minore Velabro, a quo, quod ibi vehebantur lintribus, 2 velabrum, ut illud de quo supra dictum est. 157. Aequimaelium,quod a€p€Tpoi>. 167. Posteaquam transierunt ad culcitas, quod in eas acus 1 aut tomentum aliudve quid calcabant, ab inculcando culcita dicta. Hoc quicquid insternebant ab sternendo stragulum appellabant. Pulvinar vel a plumbs vel a pellulis 2 declinarunt. Quibus operiban- tur, operimenta, et pallia opercula dixerunt. In his multa peregrina, ut sagum, reno Gallica, ut 3 gaunaca 4 et amphimallum Graeca ; contra Latinum toral, 5 ante torum, et torus a torto, 6 quod is in promptu. 2 Aug., for terras. 3 Ed. Veneta, for quam. 4 L. Sp., for ubi. 5 Added by L. Sp. §167. 1 Turnebus, for ea sagus. 2 Aldus, for a pluribus uel a pollulis. 3 GS. ; gallica Turnebus ; for galli quid. 4 GS. ; gaunacum Scaliger, for gaunacuma. 5 A. Sp. ; toral quod Aug.; torale quod Aldus ; for tore uel. 6 Meursius, for toruo. 6 That is, on additional straw and grass (if the text be correct). e From the Greek, with dissimilative loss of the prior t. d The standing grain ; then, the stems of the grain-plants, not merely of wheat. * From the Greek word, which is from epa> ' I bear.' §167. "Wrong. 6 Hoc = hue 'into this.' c From ' gathered ' the straw-coverings and the grass with which to make them, as even now is done in camp ; these couches, that they might not be on the earth, they raised up on these materials 6 ; — unless rather from the fact that the ancient Greeks called a bed a \tK-pov. Those who covered up a couch, called the coverings segestria, c because the coverings in general were made from the seges d ' wheat-stalks,' as even now is done in the camp ; unless the word is from the Greeks, for there it is o-rkyao-rpov. Because the bed of a dead man fertur ' is carried,' our ancestors called it a feretrum e ' bier,' and the Greeks called it a 3 quod olim v(i)num 4 dicebant multa?« 5 : itaque cum (in) 8 dolium aut culleum vinum addunt rustici, prima urna addita dicunt etiam nunc. Poena a poeniendo aut quod post peccatum sequitur. Pretium, quod emptionis aesti- mationisve causa constituitur, dictum a peritis, quod hi soli facere possunt recte id. § 175. 1 Bergk,for issedonion. § 176. 1 L. Sp., for ceptum. 2 A. Sp., for ab eadem mente. 3 Bentinus, for intrigo (intrigo dicta et intertrigo B and Aug.). § 177. 1 Groth, for a. 2 Aug., for multas. 3Added by Mue. 4 B, Laetus, for unum. 5 Goeschen, for multae. 6 Added by Aug., with B. §176. "Wrong. § 177. ° Multa 'fine,' possibly taken from Sabine, but probably from the root in mulcare ' to beat.' V. seems to identify it with multae ' many,' supply perhaps pecuniae : the magistrate imposed one multa after another, just as the countrymen poured one multa of wine after another into is Sdi'ciov with the Aeolians, and 86p.a as others say it, and ooo-is of the Athenians. Arrabo ' earnest-money,' when money is given on this stipulation, that a balance is to be paid : this word likewise is from the Greek, where it is dppafiwv. Reliquum ' balance,' because it is the reliquum ' remainder ' of what is owed. 176. Damnum ' loss,' from demptio ' taking away,' a when less is brought in by the sale of the object than it cost. Lucrum ' profit ' from luere ' to set free,' if more is taken in than will exsolvere ' release ' the price at which it was acquired. Detrimenium ' damage,' from detritus ' rubbing off,' because those things which are trita ' rubbed ' are of less value. From the same trimentum comes intertrimentum ' loss by attrition,' because two things which have been trita ' rubbed ' inter se ' against each other ' are also diminished ; from which moreover intertrigo ' chafing of the skin ' is said. 177. A multa ' fine ' is that money named by a magistrate, that it might be exacted on account of a transgression ; because the fines are named one at a time, they are called midtae as though ' many,' and because of old they called wine multa : thus when the countrymen put wine into a large jar or wine-skin, they even now call it a multa after the first pitcherful has been put in. a Poena ' penalty,' from poenire 6 ' to punish ' or because it follows post ' after ' a transgres- sion. Pretium ' price ' is that which is fixed for the purpose of purchase or of evaluation ; it is named from the periti d ' experts,' because these alone can set a price correctly. the storage jars or skins. 6 Poena from Greek : poenire (classical punire) from poena. * As though from pone ' behind,' =post. d Wrong etymology. Si quid datum pro opera aut opere, merces, a merendo. Quod manu factum erat et datum pro eo, manupretium, a manibus et pretio. Corollarium, si additum praeter quam quod debitum ; eius voca- bulum fictum a corollis, quod eae, cum placuerant actores, in scaena dari solitae. Praeda est ab hosti- bus capta, quod manu parta, ut parida praeda. Prae- mium a praeda, quod ob recte quid factum concessum. 179- Si datum quod reddatur, mutuum, quod Siculi [xoItov : itaque scribit Sophron Moitov arri/xo. 1 Et munus quod mutuo animo qui sunt dant officii causa ; alterum munus, quod muniendi causa impera- tum, a quo etiam municipes, qui una munus fungi debent, dicti. 180. Si es{ty ea pecunia quae in h/dicium 2 venit in litibus, sacramentum a sacro ; qui 3 petebat et qui infiiiabatur, 4 de aliis rebus ut(e)rque 5 quingenos aeris ad ponte Re liustica, iii. 5. 3, who says that the entrance to a bird-cote is called a coclia ' snail-shell,' being intended to admit air and some light, but not to permit direct vision from the interior to the outside. ' V. had a friend Q. Lucienn% a Roman senator, well versed in Greek; he appears as a speaker in V.'s De Re Rustica, ii. (5. 1, in turdarium ' thrush-cote ' and turdelix e ' spiral en- trance for thrushes.' Thus the Greeks, in adapting our names, make Aeivuqi'ds of Lucienns * and Koii'-ios of Quinctius, and we make Aristarcfius of their'Aptcr-ap- Xos and Z)/o of their Attov. In just this way, I say, our practice has altered many from the old form, as solum 9 ' soil ' from solu, hiberum h ' God of Wine ' from hoe- besom, hares i ' Hearth-Gods ' from hases : these words, covered up as they are by lapse of time, I shall try to dig out as best I can. II. 3. First we shall speak of the time-names, then of those things which take place through them, but in such a way that first Ave shall speak of their essential nature : for nature was man's guide to the imposition of names. Time, they say, is an interval in the motion of the world. This is divided into a number of parts, especially from the course of the sun and the moon. Therefore from their temperatus ' moderated ' career, tempus ' time ' is named," and from this comes tempestiva ' timely things ' ; and from their motus ' motion,' the mundus b ' world,' which is joined with the sky as a whole. 4. There are two motions of the sun : one with the sky, in that the moving is impelled by Jupiter as ruler, who in Greek is called ii'a, when it comes from east to west ° ; wherefore this time is from this god called a etc). ' With change from the fourth declension to the second (if the text is correct). * With change of the vowel as well as rhotacism ; the accusative form must be kept in the translation, to show this clearly. * With rhotacism (change of intervocalic s to r). The converse is true: temperare is from tempus. b Wrong. § 4. ° This insertion in the text gives the needed sense : the second motus is in § 8. ab hoc deo dies appellatur. Meridies ab eo quod mcdius dies. D antiqui, non R in hoc dicebant, ut Praeneste incisum in solario vidi. Solarium dictum id, in quo horae in sole inspiciebantur, (vel horologium ex aqua), 2 quod Cornelius in Basilica Aemilia et Fulvia inumbravit. Diei principium mane, quod turn 3 manat dies ab oriente, nisi potius quod bonum antiqui dicebant manum, ad cuiusmodi religionem Graeci quoque cum lumen affcrtur, solent dicere dyudov. 5. Suprema summum diei, id ab superrimo. Hoc tempus XII Tabulae dicunt occasum esse solis ; sed postea lex P/aetoria 1 id quoque tempus esse iubet supremum quo praetor in Comitio supremam pronun- tiavit populo. Secundum hoc dicitur crepusculum a crepero : id vocabulum sumpserunt a Safiinis, unde veniunt Crepusci nominati Amiterno, qui eo tempore erant nati, ut Luci(i) 2 prima luce in Reatino 3 ; cre- pusculum significat dubium ; ab eo res dictae dubiae creperae, quod crepusculum dies etiam nunc sit an iam nox multis dubium. 2 Added by GS. 3 For cum. §5. 1 Aug., for praetoria. 2 Laehis,for luci. 3 Mue., for reatione or creatione. * Dies is cognate with Greek Ala, but not derived from it. " P. Cornelius Scipio Nasica Corculum, when censor in 159 b.c. with M. Popilius Laenas, setup the first water-clock in Rome in this Basilica, which was erected in 179 on the north side of the Forum by the censors M. Aemilius Lepidus and M. Fulvius Nobilior, from whom it was named. d Both etymologies wrong. §5. "Approximately correct. * Page 119 Schoell. dies ' day.' 6 Meridies ' noon,' from the fact that it is the medius ' middle ' of the dies ' day.' The ancients said D in this word, and not R, as I have seen at Prae- neste, cut on a sun-dial. Solarium ' sun-dial ' was the name used for that on which the hours were seen in the sol ' sunlight ' ; or also there is the water-clock, which Cornelius* set up in the shade in the Basilica of Aemilius and Fulvius. The beginning of the day is mane ' early morning,' because then the day manat ' trickles ' from the east, unless rather because the ancients called the good manum d : from a supersti- tious belief of the same kind as influences the Greeks, who, when a light is brought, make a practice of saying, " Goodly light ! " 5. Suprema means the last part of the day ; it is from superrimum. a This time, the Twelve Tables say, 6 is sunset ; but afterwards the Plaetorian Law c de- clares that this time also should be ' last ' at which the praetor in the Comitium has announced to the people the suprema ' end of the session.' In line with this, crepusculum ' dusk ' is said from creperum ' obscure ' ; this word they took from the Sabines, from whom come those who were named Crepusci, from Amiter- num, who had been born at that time of day, just like the Lucii, who were those born at dawn (prima luce) in the Reatine country. Crepusculum means doubtful : from this doubtful matters are called creperae ' ob- scure,' d because dusk is a time when to many it is doubtful whether it is even yet day or is already night. e A law for the protection of minors, named from Plaetorius, a tribune of the people. d All etymologically sound, but a meaning 4 doubtful ' must have proceeded from a word crepus ' dusk.' VOL. I X 177 V. 6. Nox, quod, ut Pacm'us 1 ait, Omnia nisi interveniat sol pruina obriguerint, quod nocet, nox, nisi quod Graecc vv^ nox. Cum Stella prima exorta (eum Graeci vocant ea-irepov, nostri Vesperuginem ut Plautus : Neqne Vesperugo neque Vergiliae occidunt), id tempus dictum a Graecis kcnrkpa, Latine vesper ; ut ante solem ortum quod eadem Stella vocatur iubar, quod iubata, Pacui dicit pastor : Exorto iubare, noctis decurso itinere ; Enni* Aiax : Lumen — iubarne ? — in caelo cerno. 7. Inter vesperuginem et iubar dicta nox intem- pesta, ut in Bruto Cassii quod dicit Lucretia : Nocte intempesta nostram devenit domum. Intempestam Aelius dicebat cum tempus agendi est nullum, quod alii concubium 1 appellarunt, quod omnes fere tunc cubarent ; alii ab eo quod sileretur § 6. 1 Ribbeck ; Pacuvius Scaliger ; for catulus. 2 GS. ; Ennii Laetus ; for ennius. § 7. 1 Laetus, for inconcubium. §6. ° Antiopa, Trag. Rom. Frag. 14 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 170-171 Warmington; cf. Funaioli, page 123. Ribbeck 's nocti ni for nisi is probably Pacuvius's wording; V., as often, paraphrases the quotation. * Nox and vv£ come from the same source; connexion with nocere is dubious. e Amphitruo,275. d Correct etymologies. " Iubar and tuba ' mane ' are not related, despite vii. 76. f Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington. » Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 81 and vii. 76. § 7 ° A writer of praetextae, otherwise unknown : the name recurs at vii. 72 ; possibly Victorius's emendation to Nox ' night ' is called nox, because, as Pacuvius says," All will be stiff with frost unless the sun break in, because it nocet ' harms ' ; unless it is because in Greek night is vv£. b When the first star has come out (the Greeks call it Hesperus, and our people call it Vesperugo, as Plautus does c : The evening star sets not, nor yet the Pleiades), this time is by the Greeks called lter (ac> caeli, 1 quod movetur a bruma ad solstitium. Dicta bruma, quod brevissimus tunc dies est ; solstitium, quod sol eo die sistere videbatur, quo 2 ad nos versum proximus est. Sol 3 cum venit in medium spatium inter brumam et solstitium, quod dies aequus fit ac nox, aequinoctium dictum. Tempus a bruma ad brumam dum sol redit, vocatur annus, quod ut parvi circuli anuli, sic magni dicebantur circites ani, unde annus. 9- Huius temporis pars prima hiems, quod turn multi imbres ; hinc hibernacula, hibernum ; vel, quod turn anima quae flatur omnium apparet, ab hiatu hiems. Tempus secundum ver, quod turn virere 1 incipiunt virgulta ac vertere se tempus anni ; nisi quod Iones dicunt r;p 2 ver. Tertium ab aestu aestas ; hinc aestivum ; nisi forte a Graeco aWecr9ai. Quar- tum autumnus, (ab augendis hominum opibus dictus frugibusque coactis, quasi auctumnus). 3 2 For conticinnium /. 3 uidebitur Plautus. 4 redito hue Plautus. 6 For conticinnio /. § 8. 1 Mue.,for alter caeli. 2 quo A. Sp. ; quod Mue. ; for aut quod. 3 A. Sp. ; proximus est sol, solstitium L. Sp. ; for proximum est solstitium. § 9. 1 Aldus, for uiuere. 2 L. Sp. ; eap Victorius ; for et. 3 Added by GS., after Krieg shammer, and Fest. 23. 11 If. d Asinaria, 685. § 8. For the first motion, see § 4. 6 The winter and the summer solstices. e Annus is not connected with anus or anulus ' ring.' § 9. Wrong. * Cognate with the Greek, not derived from it. the time which Plautus likewise calls the conticinium ' general silence ' : for he writes d : We'll see, I want it done. At general-silence time come back. 8. There is a second motion of the suri, a differing from that of the sky, in that the motion is from bruma ' winter's day ' to sohtitium ' solstice.' 6 Bruma is so named, because then the day is brevissimus ' shortest ' : the sohtitium, because on that day the sol ' sun ' seems sister e ' to halt,' on which it is nearest to us. When the sun has arrived midway between the bruma and the sohtitium, it is called the aequinoctium ' equinox,' because the day becomes aequus ' equal ' to the nox ' night.' The time from the bruma until the sun re- turns to the bruma, is called an annus ' year,' because just as little circles are anuli ' rings,' so big circuits were called ani, whence comes annus ' year.' c 9. The first part of this time is the hiems ' winter,' so called because then there are many imbres ' showers ' a ; hence hibernacula ' winter encamp- ment,' hibernum ' winter time ' ; or because then everybody's breath which is breathed out is visible, hiems is from hiatus ' open mouth.' a The second season is the ver b * spring,' so called because then the virgulta ' bushes ' begin virere ' to become green ' and the time of year begins vertere ' to turn or change ' itself" ; unless it is because the Ionians say rjp for spring. The third season is the aestas ' summer,' from aestus ' heat ' ; from this, aestivum ' summer pas- ture ' ; unless perhaps it is from the Greek aWetrdai ' to blaze.' 6 The fourth is the autumnus ' autumn,' named from augere ' to increase ' the possessions of men and the gathered fruits, as if auctumnus. a 181 V. 10. endo 5 sub/iga&ulum. 6 Vo/turnalia 7 a deo Vo/turno, 8 cuius feriae turn. Octo- bri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum (novum) 1 et vetus libari et degustari medica- menti causa ; quod facere solent etiam nunc multi cum dicttnt 10 : Novum vetus vinum bibo : novo veteri 11 morbo medeor. 22. Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae eius ; ab eo turn et in fontes coronas iaciunt et puteos coronant. Armilustrium ab eo quod in Armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius dictus ab his ; sed quod de his prius, id ab luendo 1 aut lustro, id est quod circumibant ludentes ancilibus armati. 3 L. Sp., for aut. 4 Aldus, for diciturne. 6 Skutsch, for suffiendo. * Kent, for subligaculum. 7 For uor- turnalia ; cf. volturn. in the Fasti. 8 For uorturno / cf. preceding note. 9 Added by Laetus. 10 L. Sp., for dicant. 11 After veteri, G, V,f, Aldus deleted uino; cf. Festus, 123. 16 M. § 22. 1 Vertranius, for luendo. c An oblong piece of white cloth with a coloured border, which the Vestal Virgins fastened over their heads with a fibula ' clasp ' when they offered sacrifice ; cf. Festus, 348 a 25 and 3*9. 8 M. d On August 27; the god Volturnus cannot be identified unless he is identical with Vortumnus (Vertumnus), since he can hardly be the deity of the river Volturnus in Campania or of the mountain Voltur, in Apulia, near Horace's birthplace. « On October 3 ; Meditrina, may enter it except the Vestal Virgins and the state priest. " When he goes there, let him wear a white veil," is the direction ; this suffibuluni e ' white veil ' is named as if sub-Jigabulum from sujfigere ' to fasten down.' The Volturnalia ' Festival of Volturnus,' from the god Volturnus, 41 whose feast takes place then. In the month of October, the MeditrinaUa e ' Festival of Meditrina ' was named from mederi ' to be healed,' because Flaccus the special priest of Mars used to say that on this day it was the practice to pour an offering of new and old wine to the god, and to taste of the same/ for the purpose of being healed ; which many are accustomed to do even now, when they say : Wine new and old I drink, of illness new and old I'm cured.* 22. The Fontanalia ' Festival of the Springs,' from Fons ' God of Springs,' because that day ° is his holi- day ; on his account they then throw garlands into the springs and place them on the well- tops. The Armilustrium 6 ' Purification of the Arms,' from the fact that armed men perform the ceremony in the Armilustrium, unless the place c is rather named from the men ; but as I said of them previously, this word comes from ludere ' to play ' or from lustrum ' puri- fication,' that is, because armed men went around ludentes ' making sport ' with the sacred shields. d Goddess of Healing. 'The ceremonial first drinking of the new wine. ' Frag. Poet. Lat., page 31 Morel. § 22. » October 13. » October 13. e The place was named from the ceremony ; cf. v. 153. d The first ancile is said to have fallen from heaven in the reign of Numa, who had eleven others made exactly like it, to prevent its loss or to prevent knowledge of its loss ; for the safety of the City depended on the preservation of that shield which fell from heaven. 195 V. Saturnalia dicta ab Saturno, quod eo die feriae eius, ut post diem tertium Opalia Opis. 23. Angeronalia ab Angerona, cui sacrificium fit in Curia Acculeia et cuius feriae publicae is dies. Larentinae, quem diem quidam in scribendo Laren- talia appellant, ab Acca Larentia nominatus, cui sacerdotes nostri publice parentant e sexto die, 1 qui a& ea* dicitur die* 3 Parent(ali)um 4 Accas Larentinas. 5 24. Hoc sacrificium fit in Velabro, qua 1 in Novam Viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi prope faciunt diis Manibus servilibus sacer- dotes ; qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septimontium nominatus ab his septem montibus, in quis sita Urbs est ; feriae non populi, sed montanorum modo, ut Paganalibus, qui sunt alicuius pagi. 25. De statutis diebus dixi ; de anrialibus nec § 23. 1 parentant Aug., e sexto die Fay, for parent ante sexto die. 2 Mue., for atra. 3 L. Sp., for diem. 4 Mommsen, for tarentum. 6 L. Sp., for tarentinas. § 24. 1 Laetus, for quia. ' December 17, and the following days. ' December 19. § 23. ° On December 21. * Goddess of Suffering and Silence. c On December 23 ; supply feriae with Laren- tinae. d Wife of Faustulus ; she nursed and brought up the twins Romulus and Remus. e " Sixth " is wrong if the Saturnalia began on December 17, unless in this instance both ends are counted, or the allusion is to an earlier practice by which the Saturnalia began one day later. On the phrase e sexto die, cf. Fay, Amer. Jmtrn. Phil. xxxv. 246. f Archaic genitive singular ending in -as. The Saturnalia ' Festival of Saturn ' was named from Saturn, because on this day * was his festival, as on the second dav thereafter the Opalia/ the festival of Ops. 23. The Angeronalia," from Angerona, 6 to whom a sacrifice is made in the Acculeian Curia and of whom this day is a state festival. The Larentine Festival, 6 which certain writers call the Larentalia, was named from Acca Larentia, d to whom our priests officially perform ancestor-worship on the sixth day after the Saturnalia,' which day is from her called the Day of the Parentalia of Larentine Acca/ 24. This sacrifice is made in the Velabrum, where it ends in New Street, as certain authorities say, at the tomb of Acca, because near there the priests make offering to the departed spirits of the slaves ° : both these places b were outside the ancient city, not far from the Little Roman Gate, of which I spoke in the preceding book." Septimontium Day d was named from these septem viontes ' seven hills,' ' on which the City is set ; it is a holiday not of the people generally, but only of those who live on the hills, as only those who are of some pagus ' country district ' have a holi- day 1 at the Paganalia 3 ' Festival of the Country Districts.' 25. The fixed days are those of which I have spoken ; now I shall speak of the annual festivals § 24. ° Faustulus and Acca were, of course, slaves of the king. * The tomb of Acca and the place of sacrifice to the Manes serciles. e v. 164. d On December 11. * Not the usual later seven; Festus, 348 M., lists Capitoline with Velia and Cermalus, three spurs of the Esquiline — Oppius, Fagutal, Cispius — and the Subura valley between. ' Supply feriantur. ' Early in January, but not on a fixed date. 197 V. de 1 statutis dicam. Compitalia dies attributus Laribus viaUhus 2 : ideo ubi viae competunt turn in competis sacrificatur. Quotannis is dies concipitur. Similiter Latinae Feriae dies conceptivus 3 dictus a Latinis populis, quibus ex Albano Monte ex sacris carnem 4 petere fuit ius cum Romanis, a quibus Latinis Latinae dictae. 26. Sementivae 1 Feriae dies is, qui a pontificibus dictus, appellatus a semente, quod sationis causa sus- cepta(e). 2 Paganicae eiusdem agriculturae causa susceptae, ut haberent in agris omn/s 3 pagus, unde Paganicae dictae. Sunt praeterea feriae conceptivae quae non sunt annales, ut hae quae dicuntur sine proprio vocabulo aut cum perspic?/o, 4 ut Novendiales 5 sunt. IV. 27. De his diebus (satis) 1 ; nunc iam, qui hominum causa constituti, videamus. Primi dies mensium nominati ivalendae, 2 quod his diebus calan- § 25. 1 Mommsen, for de. 2 Bongars, for ut alibi. 3 Laetus, for conseptivus. 4 Victorius, for carmen. § 26. Vertranius, for sementinae. 2 Aldus, for suscepta. 3 Aldus, for omnes. 4 Aug., for perspicio. 6 For novendialis. § 27. 1 Added by Sciop. 2 Aug., with B, for caK § 25. ° That is, set by special proclamation, and not always falling on the same date. b By the praetor, not far from January 1. e Written competa in the text, to make the association with competunt. d The festival of the league of the Latin cities; its date was set by the Roman consuls (or by a consul) as soon as convenient after entry into office. § 26. ° In January, on two days separated by a space of seven days ; as they were days of sowing, the choice depended upon the weather. * Collective singular with which are not fixed on a special day.° The Compitalia is a day assigned 6 to the Lares of the highways ; therefore where the highways competunt ' meet,' sacrifice is then made at the compita c ' crossroads.' This day is appointed every year. Likewise the Latinae Feriae ' Latin Holiday ' d is an appointed day, named from the peoples of Latium, who had equal right with the Romans to get a share of the meat at the sacrifices on the Alban Mount : from these Latin peoples it was called the Latin Holiday. 26. The Sementivae Feriae ' Seed-time Holiday ' is that day which is set by the pontiffs ; it was named from the sementis ' seeding,' because it is entered upon for the sake of the sowing. The Paganicae ' Country-District Holiday ' was entered upon for the sake of this same agriculture, that the whole pagus 6 ' country-district ' might hold it in the fields, whence it was called Paganicae. There are also appointive holidays which are not annual, such as those which are set without a special name of their own, c or with an obvious one, such as is the Novendialis ' Ceremony of the Ninth Day.' d IV. 27. About these days this is enough ° ; now let us see to the days which are instituted for the interests of men. The first days of the months are named the Kalendae, b because on these days the plural verb. e Such as the supplicat tones voted for Caesar's victories in Gaul ; cf. Bell. Gall. ii. 35. 4, iv. 38. 5, vii. 90. 8. d The offerings and feasts for the dead on the ninth day after the funeral ; also, a festival of nine days proclaimed for the purpose of averting misfortunes whose approach was indicated by omens and prodigies. The insertion of satis makes the chapter beginning conform to those at v. 57, 75, 95, 184, vi. 35, etc. * The K in Kalendae and halo, before A, is well attested. 199 V. tur eius menszs 3 Nonae a pontificibus, quintanae an septimanae sint futurae, in Capitolio in Curia Calabra sic : " Die te quin/z 4 ka\o 5 Iuno Covella " (aut) 8 " Sep- tim(i) die te 7 ka\o 5 Iuno Covella." 28. Nonae appellatae aut quod ante diem nonum Idus semper, aut quod, ut novus annus Kalendae 1 Ianuariae ab novo sole appellatae, novus mensis (ab) a nova luna Nonce 3 ; eodem die 4 in Urbe(m) 5 (qui) 6 in agris ad regem conveniebat populus. Harum rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex edicit populo. Idus ab eo quod Tusci Itus, vel potius quod Sabini Idus dicunt. 29. Dies postridie Kalendas, Nonas, Idus appellati atri, quod per eos dies (nihil) 1 novi inciperent. Dies fasti, per quos praetoribus omnia verba sine piaculo licet fari ; comitiales dicti, quod turn ut (in Comitio) 2 3 Aug., with B, for menses. 4 Mommsen ; die te V Christ ; for dictae quinque. 5 See note 2, § 27. 6 Added by Zander. 7 Mommsen ; VII die te Christ ; for septem dictae. § 28. 1 Aug., with B,for calendae. 2 a added by Sciop. 3 Sciop., for nonis. 4 After die, Mue. deleted enim. 8 Laetus,for urbe. 6 Added by L. Sp. §29. 1 Added by Turnebus. 2 Added by Bergk. e See v. 13. d The statement of Macrobius, Sat. i. 15. 10, that kalo Iuno Covella was repeated five or seven times re- spectively, may rest merely on a corrupted form of this passage which was in the copy used by Macrobius. ' ' Juno of the New Moon ' ; Covella, diminutive from covus ' hollow,' earlier form of cavus (cf. v. 19) — unless it be corrupt for Novella, as Scaliger thought. For the New Moon has a concave shape. § 28. The north-eastern summit of the Capitoline. 6 Origin uncertain ; perhaps from Etruscan, as V. says. Nones of this month calantur ' are announced ' by the pontiffs on the Capitoline in Announcement Hall, c whether they will be on the fifth or on the seventh, in this way d : " Juno Covella, e I announce thee on the fifth day " or " Juno Covella, I announce thee on the seventh day." 28. The Nones are so called either because they are always the nonus ' ninth ' day before the Ides, or because the Nones are called the novus ' new ' month from the new moon, just as the Kalends of January are called the new year from the new sun ; on the same day the people who were in the fields used to flock into the City to the King. Traces of this status are seen in the ceremonies held on the Nones, on the Citadel," because at that time the high-priest announces to the people the first monthly holidays which are to take place in that month. The Idus b ' Ides,' from the fact that the Etruscans called them the Itus, or rather because the Sabines call them the Idus. 29. The days next after the Kalends, the Nones, and the Ides, were called atri ' black,' because on these days they might not start anything new. Dies fasti b ' righteous days, court days,' on which the praetors c are permitted fart ' to say ' any and all words without sin. Comitiales ' assembly days ' are so called because then it is the established law that the § 29. a Gf. Macrobius, Sat. i. 15. 22 ; the use of ater was appropriate after the Ides, when the moon was not visible in the day nor in the early evening, nor was it visible immedi- ately after the Kalends. 6 That is, when it was fas to hold court and make legal decisions; V. connects with fari ' to say,' with which the Romans associated fas etymologi- cally, but the connexion has recently been questioned. e Who functioned as judges. 201 V. esset populus constitutum est ad suffragium ferun- dum, nisi si quae feriae conceptae essent, propter quas non liceret, (ut) 3 Compitalia et Latinae. 30. Contrarii horum vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem " do," " dico," " ad- dico " ; itaque non potest agi : necesse est aliquo (eorum) 1 uti verbo, cum lege qui(d) 2 peragitur. Quod si turn imprudens id verbum emisit ac quem manu- misit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magi- stratus vitio creatus nihilo setf us 3 magistratus. Praetor qui turn fatus 4 est, si imprudens fecit, piaculari hostia facta piatur ; si prudens dixit, Quintus Mucius aiebat 5 eum expiari ut impium non posse. 31. Interctsi 1 dies sunt per quos mane et vesperi est nefas, medio tempore inter hostiam caesam e t exta porrecta 2 fas ; a quo quod fas turn intercedit aut eo 3 intercisum nefas, intercis?. 4 Dies qui vocatur sic " Quando 5 rex comitiavit fas," is 6 dictus ab eo quod 3 Added by Laetus. § 30. 1 Added by Laetus, with B. 2 Laetus, for qui. 3 A. Sp. ; secius Victorius ; for sed ius. 4 Turnebus, for factus. 8 L. Sp., for abigebat. § 31. 1 Laetus, for intercensi. 2 Aug., with B, for proiecta. 3 L. Sp. ; eo est Mue. ; for eos. 4 A. Sp., for intercisum. 5 Before quando, B inserts Q R C F, the abbreviation found in the Fasti. 6 fas is Victorius, for fassis. § 30. ° For the meaning of vitio, see Dorothy M. Paschall, " The Origin and Semantic Development of Latin Vitium," Trans. Amer. Philol. Assn. lxvii. 219-231. * i. 19 Huschke. § 31. ° March 24 and May 24. * The caedere ' to cut ' in intercidere and the cedere ' to go on ' in intercedere are not etymologically connected. people should be in the Comitium to cast their votes — unless some holidays should have been proclaimed on account of which this is not permissible, such as the Compitalia and the Latin Holiday. 30. The opposite of these are called dies nefasti ' unrighteous days,' on which it is nefas ' unrighteous- ness ' for the praetor to say do ' I give,' dico ' I pro- nounce,' addico ' I assign ' ; therefore no action can be taken, for it is necessary to use some one of these words, when anything is settled in due legal form. But if at that time he has inadvert- ently uttered such a word and set somebody free, the person is none the less free, but with a bad omen" in the proceeding, just as a magistrate elected in spite of an unfavourable omen is a magistrate just the same. The praetor who has made a legal decision at such a time, is freed of his sin by the sacrifice of an atonement victim, if he did it unintentionally ; but if he made the pro- nouncement with a realization of what he was doing, Quintus Mucius 6 said that he could not in any way atone for his sin, as one who had failed in his duty to God and country. 31. The intercisi dies ' divided days ' are those a on which legal business is wrong in the morning and in the evening, but right in the time between the slaying of the sacrificial victim and the offering of the vital organs ; whence they are intercisi because the fas ' right ' intercedit 6 ' comes in between ' at that time, or because the nefas ' wrong ' is intercisum ' cut into * by the fas. The day which is called thus : " When the high-priest has officiated in the Comitium, Right," is named from the fact that on this day the high-priest pronounces the proper formulas for the sacrifice in the 203 V. eo die rex sacrificio ius' dicat ad Comitium, ad quod tempus est nefas, ab eo fas : itaque post id tempus lege actum saepe. 32. Dies qui vocatur " Quando stercum delatum fas," 1 ab eo appellatus, quod eo die ex Aede Vestae stercus everritur et per Capitolinum Clivum in locum defertur certum. Dies Alliensis ab Allia 2 fluvio dictus : nam ibi exercitu nostro fugato Galli obse- derunt Romam. 33. Quod ad singulorum dicrum vocabula pertinet dixi. Mensium nomina fere sunt aperta, si a Martio, ut antiqui constituerunt, numeres : nam primus a Marte. Secundus, ut Fulvius scribit et Iunius, a Venere, quod ea sit ApArodite 1 ; cuius nomen ego antiquis litteris quod nusquam inveni, magis puto dictum, quod ver omnia aperit, Aprilem. Tertius a maioribus Maius, quartus a iunioribus dictus Iunius. 34. Dehinc quintus Quintilis et sic deinceps usque ad Decembrem a numero. Ad hos qui additi, prior a principe deo Ianuarius appellatus ; posterior, ut idem dicunt scriptores, ab diis inferis Februarius appellatus, 7 Other codices, for sacrificiolus Fv. § 32. 1 Before quando, B inserts Q S D F, the abbrevia- tion found in the Fasti. 2 B, Laetus,for allio (auio/). § 33. 1 For afrodite. § 32. a June 15. 6 July 18 ; anniversary of the battle of 390 b.c, at the place where the Allia flows into the Tiber, eleven miles above Rome. § 33. ° Probably from an adjective apero- ' second,' not otherwise found in Latin. 6 Servius Fulvius Flaccus, consul 135 b.c, skilled in law, literature, and ancient history. "Page 121 Funaioli ; page 11 Huschke. d From Maia, mother of Mercury. * From the goddess Juno ; page 121 Funaioli. § 34. a V. wrote before Quintilis was renamed Iulius presence of the assembly, up to which time legal business is wrong, and from that time on it is right : therefore after this time of day actions are often taken under the law. 32. The day a which is called " When the dung has been carried out, Right," is named from this, that on this day the dung is swept out of the Temple of Vesta and is carried away along the Capitoline Incline to a certain spot. The Dies Alliensis b ' Day of the Allia ' is called from the Allia River ; for there our army was put to flight by the Gauls just before they besieged Rome. 33. With this I have finished my account of what pertains to the names of individual days. The names of the months are in general obvious, if you count from March, as the ancients arranged them ; for the first month, Martius, is from Mars. The second, Aprilis, a as Fulvius 6 writes and Junius also, 6 is from Venus, because she is Aphrodite ; but I have nowhere found her name in the old writings about the month, and so think that it was called April rather because spring aperit ' opens ' everything. The third was called Maius d ' May ' from the maiores ' elders,' the fourth Iunius e ' June ' from the iuniores ' younger men.' 34. Thence the fifth is Quintilis a ' July ' and so in succession to December, named from the numeral. Of those which were added to these, the prior was called Ianuarius ' January ' from the god b who is first in order ; the latter, as the same writers say, 6 was called Februarius* ' February ' from the di inferi ' gods and Sextilis was renamed Augustus. * Janus. 'Page 16 Funaioli ; page 11 Huschke. d From a lost word feber ' sorrow.' V. quod turn his paren(te)tur x ; ego magis arbitror Februarium a die februato, quod turn februatur populus, id est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatinum gregibus humanis cinctum. V. 35. Quod ad temporum vocabula Latina attinet, hactenus sit satis dictum ; nunc quod ad eas res attinet quae in tempore aliquo fieri animadver- terentur, dicam, ut haec sunt : legisti, cumis, 1 ludens ; de quis duo praedicere volo, quanta sit multitudo eorum et quae sint obscuriora quam alia. 36. Cum verborum declinatuum 1 genera sint quat- tuor, unum quod tempora adsignificat neque habet casus, ut ab lego leges, lege 2 ; alterum quod casus habet neque tempora adsignificat, ut ab lego lectio et lector ; tertium quod habet utrunque et tempora et casus, ut ab lego legens, lecturus ; quartum quod neutrum habet, ut ab lego lecte ac lectissime : horum verborum si primigenia sunt ad mi/fe, 3 ut Cosconius scribit, ex eorum declinationibus verborum discrimina quingenta milia esse possunt ideo, quod a* singulis verbis primigenii(s) 5 circiter quingentae species de- clinationibus fiunt. § 34. 1 Aug. ; parentent Laetus ; for parent. § 35. 1 Mue., with G, II, for currus. § 36. 1 B, Laetus, for declinatiuum. 2 V, b, for lego Fv. 3 Victorius, for admitte. 4 L. Sp., for quia. 5 Aug., for primigenii. Three different ceremonies are confounded here : one of purification, one of expiation to the gods of the Lower World, one of fertility ; cf. vi. 13, note a. § 35. That is, all verbal forms, and the derivatives from the verbal roots. § 36. The verb has both meanings ; some of the deriva- tives have only one or the other. 6 Q. Cosconius, orator of the Lower World,' because at that time expiatory sacrifices are made to them ; but I think that it was called February rather from the dies februalus ' Puri- fication Day,' because then the people februatur ' is purified,' that is, the old Palatine town girt with flocks of people is passed around by the naked Luperci.' V. 35. As to what pertains to Latin names of time ideas, let that which has been said up to this point be enough. Now I shall speak of what concerns those things which might be observed as taking place at some special time a — such as the following : legisti ' thou didst read,' cursus ' act of running,' ludens ' playing.' With regard to these there are two things which I wish to say in advance : how great then- number is, and what features are less perspicuous than others. 36. The inflections of words are of four kinds : one which indicates the time and does not have case, as leges ' thou wilt gather or read,' a lege ' read thou,' from lego 1 I gather or read ' ; a second, which has case and does not indicate time, as from lego lectio ' collection, act of reading,' lector ' reader'; the third, which has both, time and case, as from lego legens ' reading,' ledums ' being about to read ' ; the third, which has neither, as from lego lecte 'choicely,' lectis- sime ' most choicely.' Therefore if the primitives of these words amount to one thousand, as Cosconius 6 writes, then from the inflections of these words the different forms can be five hundred thousand in number for the reason that from each and every primitive word about five hundred forms are made by derivation and inflection. and authority on grammar and literature, who flourished about 100 b.c. ; page 109 Funaioli. 207 V. 37. Primigenia dicuntur verba ut lego, scribo, sto, sedeo et cetera, quae non sunt ab ali(o) quo 1 verbo, sed suas habent radices. Contra verba declinata sunt, quae ab ali(o) quo 2 oriuntur, ut ab lego legis, legit, legam et sic 3 indidem hinc permulta. Quare si quis primigeniorum verborum origines ostenderit, si ea mille sunt, quingentum milium simplicium verborum causas aperuerit una ; sin 4 nullius, tamen qui ab his reliqua orta ostenderit, satis dixerit de originibus verborum, cum unde nata sint, principia erunt pauca, quae inde nata sint, innumerabilia. 38. A quibus iisdem principiis antepositis prae- verbiis paucis immanis verborum accedit numerus, quod praeverbiis (in)mutatis 1 additis atque commu- tatis aliud atque aliud fit : ut enim (pro)cessit 2 et recessit, sic accessit et abscessit ; item incessit et ex- cessit,sic successit et decessit, (discessit) 3 et concessit. Quod si haec decern sola praeverbia essent, quoniam ab uno verbo declinationum quingenta discrimina fierent, his decemplicatis coniuncto praeverbio ex uno quinque milia numero efficerent(ur), 4 ex mille ad quinquagies centum milia discrimina fieri possunt. §37. 1 Mue. ; alio Aug., G ; for aliquo. 2 Mue., for aliquo. 3 After sic, Laetus deleted in. 4 Turnebus, for unas in. § 38. 1 GS., for mutatis. 2 Fritzsche, for cessit. 3 Added by GS (et discessit added by Vertranius). 4 Aldus, for efficerent. § 37. " That is, cannot be referred to a simpler radical element. Primitive is the name applied to words like lego ' I gather,' scribo ' I write,' sto ' I stand,' sedeo ' I sit,' and the rest which are not from some other word, a but have their own roots. On the other hand deriva- tive words are those which do develop from some other word, as from lego come legis ' thou gatherest,' legit ' he gathers,' legam ' I shall gather,' and in this fashion from this same word come a great number of words. Therefore, if one has shown the origins of the primi- tive words, and if these are one thousand in number, he will have revealed at the same time the sources of five hundred thousand separate words ; but if without showing the origin of a single primitive word he has shown how the rest have developed from the primi- tives, he will have said quite enough about the origins of words, since the original elements from which the words are sprung are few and the words which have sprung from them are countless. 38. There are besides an enormous number of words derived from these same original elements by the addition of a few prefixes, because by the addition of prefixes with or without change a word is repeatedly transformed ; for as there is processit ' he marched forward ' and recessit-' drew back,' so there is accessit ' approached ' and abscessit ' went off,' likewise incessit ' advanced ' and excessit ' withdrew,' so also successit ' went up ' and decessit ' went away,' discessit ' de- parted ' and concessit ' gave way.' But if there were only these ten prefixes, from the thousand primitives five million different forms can be made inasmuch as from one word there are five hundred derivational forms and when these are multiplied by ten through union with a prefix five thousand different forms are produced out of one primitive. Democritus, Ecurus, 1 item alii qui infinita principia dixerunt, quae unde sint non dicunt, sed cuiusmodi sint, tamen faciunt magnum : quae ex his constant in mundo, ostendunt. Quare si etymologws 2 principia verborum postulet mille, de quibus ratio ab se non poscatur, et reliqua ostendat, quod non pos- tulat, tamen immanem verborum expediat numerum. 40. De multitudine quoniam quod satis esset admonui, 1 de obscuritate pauca dicam. Verborum quae tempora adsignificant ideo locus 2 difficillimus (TVfj.a, 3 quod neque his fere societas cum Graeca lingua, neque vernacula ea quorum in partum memoria adfuerit nostra ; e 4 quibus, ut dixi, 5 quae poterimus. VI. 41. Incipiam hinc primura 1 quod dicitur ago. Actio ab agitatu facta. Hinc dicimus " agit gestum tragoedus," 2 et " agitantur quadrigae " ; hinc " agi- tur pecus pastum." Qua 3 vix agi potest, hinc angi- portum ; qua nil potest agi, hinc angulus, (vel) 4 quod in eo locus angustissimus, cuius loci is angulus. 42. Actionum trium primus agitatus mentis, quod § 39. 1 Turnebus, for secutus Fv, securus G, II. 2 ety- mologos B, Rhol., for ethimologos Fv, ethimologus G. § 40. 1 Laetus, for admonuit. 2 f, Aldus, for locutus. 3 est Irv/xa Sciop. (L. Sp. deleted est), for est TTMa Fv. 4 A. Sp.,for nostrae. 6 M, Laetus, for dixit. §41. 1 Laetus, for primus. 2 For tragaedus. 3 Al- dus, for quia. 4 Added by Mue., whose punctuation is here followed. § 39. Of Abdera (about 460-373 b.c), originator of the atomic theory. * Of Athens (341-270 b.c), founder of the Epicurean school of philosophy; Epic. 201. 33 Usener. e That is, that he should be excused from interpreting them (quod for quot). § 40. For adfuerit with the goal construction, cf. Vergil, Eel. 2. 45 hue ades, etc. 6 v. 10. Democritus, a Epicurus, 6 and likewise others who have pronounced the original elements to be unlimited in number, though they do not tell us whence the elements are, but only of what sort they are, still perform a great service : they show us the things which in the world consist of these elements. Therefore if the etymologist should postulate one thousand original elements of words, about which an interpretation is not to be asked of him, and show the nature of the rest, about which he does not make the postulation, c the number of words which he would explain would still be enormous. 40. Since I have given a sufficient reminder of the number of existing words, I shall speak briefly about their obscurity. Of the words which also indicate time the most difficult feature is their radicals, for the reason that these have in general no communion with the Greek language, and those to whose birth a our memory reaches are not native Latin ; yet of these, as I have said, 6 we shall say what we can. VI. 41. I shall start first from the word ago ' I drive, effect, do.' Actio ' action ' is made from agitatus 1 motion.' a From this we say " The tragic actor agit ' makes ' a gesture," and " The chariot-team agitantur ' is driven ' " ; from this, " The flock agitur ' is driven ' to pasture." Where it is hardly possible for anything agi ' to be driven,' from this it is called an angiportum 6 1 alley ' ; where nothing can agi ' be driven,' from this it is an angulus ' corner,' or else because in it is a very narrow (angustus) place to which this corner belongs. 42. There are three actiones ' actions,' and of these § 41. All these words are derivatives of agere, except angiportum and angulus ; but actio does not develop by loss of the »' in agitatus. b Cf. v. 145. 211 V. primum ea quae sumus acturi cogitare debemus, deinde turn dicere et facere. De his tribus minime putat volgus esse actionem cogitationem ; tertium, in quo quid facimus, id maximum. Sed et cum cogi- tamus 1 quid et earn rem ogitamus 2 in mente, agimus, et cum pronuntiamus, agimus. Itaque ab eo orator agere dicitur causam et augures augurium agere dicuntur, quom in eo plura dicant quam faciant. 43. Cogitare a cogendo dictum : mens plura in unum cogit, unde eligere 1 possit. Sic e lacte coacto caseus nominatus ; sic ex hominibus contio dicta, sic coemptio, sic compitum nominatum. A cogitatione concilium, inde consilium ; quod ut vestimentum apud fullonem cum cogitur, conciliari 2 dictum. 44. Sic reminisci, cum ea quae tenuit mens ac memoria, cogitando repetuntur. Hinc etiam com- minisci dictum, a con et mente, cum finguntur in mente quae non sunt ; et ab hoc illud quod dicitur eminisci, 1 cum commentum pronuntiatur. Ab eadem § 42. 1 Sciop., for hos agitamus Fv. 2 L. Sp., for cogitamus. § 43. 1 a, p, RhoL, for elicere. 2 Aug., for consiliari. § 44. 1 Heusinger, for reminisci. § 42. a Page 16 Regell. § 43. a Here V. gives a parenthetic list of words with the prefix co- or com- ; though he is wrong in including caseus. b Cogitatio, concilium, consilium have nothing in common except the prefix. 212 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 42-44 the first is the agitatus ' motion ' of the mind, because we must first cogitare ' consider ' those things which we are acturi ' going to do,' and then thereafter say them and do them. Of these three, the common folk practically never thinks that cogitatio ' consideration ' is an action ; but it thinks that the third, in which we do something, is the most important. But also when we cogitamus ' consider ' something and agitamus ' turn it over ' in mind, we agimus ' are acting,' and when we make an utterance, we agimus ' are acting.' Therefore from this the orator is said agere ' to plead ' the case, and the augurs are said a agere ' to practice ' augury, although in it there is more saying than doing. 43. Cogitare ' to consider ' is said from cogere ' to bring together ' : the mind cogit ' brings together ' several things into one place, from which it can choose. Thus a from milk that is coactum ' pressed,' caseus ' cheese ' was named ; thus from men brought together was the contio ' mass meeting ' called, thus coemptio ' marriage by mutual sale,' thus compitum ' cross-roads.' From cogitatio ' consideration ' came concilium ' council,' and from that came consilium ' counsel ' ; 6 and the concilium is said conciliari ' to be brought into unity ' like a garment when it cogitur ' is pressed ' at the cleaner's. 44. Thus reminisci ' to recall,' when those things which have been held by mind and memory are fetched back again by considering (cogitando). From this also comminisci ' to fabricate a story ' is said, from con ' to- gether ' and mens ' mind,' when things which are not, are devised in the mind ; and from that comes the word eminisci ' to use the imagination,' when the commentum ' fabrication ' is uttered. From the same 213 V. mente meminisse dictum et amens, qui a mente sua cU'scedit. 2 45. Hinc etiam metus 1 (a) mente quodam modo mota, 2 ut 3 metuisti (te> 4 amovisti ; sic, quod frigidus timor, tremuisti timuisti. Tremo dictum a simili- tudine vocis, quae tunc cum valde tremunt apparet, cum etiam in corpore pili, ut arista in spica ^ordei, horrent. 46. Curare a cura dictum. Cura, quod cor urat ; curiosus, quod hac praeter modum utitur. Recor- dan, 1 rursus in cor revocare. Curiae, ubi senatus rempublicam curat, et ilia ubi cura sacrorum publica ; ab his curiones. 47. Volo a voluntate dictum et a volatu, quod animus ita est, ut puncto temporis pervolet quo volt. Lwbere 1 ab labendo dictum, quod lubrica mens ac prolabitur, ut dicebant olim. Ab lubendo libido, libidinosus ac Venus Libentina et Libitina, sic alia. 2 Aug., for descendit. § 45. 1 GS., for metuo. 2 Canal, for mentem quodam modo motam. 3 L. Sp., for uel. 4 Added by Kent, after Fay. § 46. 1 Aug., with B, for recordare. § 47. 1 L. Sp., for libere. § 45. ° According to Mueller, the sequence of the topics indicates that this section and § 49 have been interchanged in the manuscripts. All etymologies in this section are wrong. § 46. ° Three etymologically distinct sets of words are here united : cura, curare, curiosus ; cor, recordari ; curia, curio. § 47. ° Volo ' I wish ' is distinct from volo 1 I fly.' 6 Ijubet, later libet, is distinct from labi and from lubricus. e Either as a euphemism, or from the fact that the funeral apparatus was kept in the storerooms of the Temple of Venus, which caused the epithet to acquire a new meaning. 214 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 44-47 word mens ' mind ' come meminisse ' to remember ' and amens ' mad,' said of one who has departed a mente ' from his mind.' 45. ° From this moreover metus ' fear,' from the mens ' mind ' somehow mota ' moved,' as metuisti ' you feared,' equal to te amouisti ' you removed yourself.' So, because timor ' fear ' is cold, tremuisti ' you shivered ' is equal to timuisti ' you feared.' Tremo ' I shiver ' is said from the similarity to the behaviour of the voice, which is evident then when people shiver very much, when even the hairs on the body bristle up like the beard on an ear of barley. 46. " Curare ' to care for, look after ' is said from cur a ' care, attention.' Cura, because it cor urat ' burns the heart ' ; curiosus ' inquisitive,' because such a person indulges in cura beyond the proper measure. Recordari ' to recall to mind,' is revocare ' to call back ' again into the cor ' heart.' The curiae ' halls,' where the senate curat ' looks after ' the interests of the state, and also there where there is the cura ' care ' of the state sacrifices ; from these, the curiones ' priests of the curiae.' 47. Volo ' I wish ' is said from voluntas ' free-will ' and from volatus ' flight,' because the spirit is such that in an instant it pervolat ' flies through ' to any place whither it volt ' wishes.' a Lubere 6 'to be pleasing ' is said from labi ' to slip,' because the mind is lubrica ' slippery ' and prolabitur ' slips forward,' as of old they used to say. From lubere 1 to be pleasing ' come libido ' lust,' libidinosus ' lustful,' and Venus Libentina ' goddess of sensual pleasure ' and Libitina c ' goddess of the funeral equipment,' so also other words. 215 V. 48. Metuere a quodam motu animi, cum id quod malum casurum putat refugit mens. Cum vehe- mentius in movendo ut ab se abeat foras fertur, formido ; cum (parum movetur) 1 pavet, et ab eo pavor. 49. Meminisse a memoria, cum (in) id quod remansit in mente 1 rursus movetur ; quae a manendo 2 ut manimoria 3 potest esse dicta. Itaque Salii quod cantant : Mamuri Vetwn', 4 significant memoriam veterem. 5 Ab eodem monere, 6 quod is qui monet, proinde sit ac memoria ; sic monimenta quae in sepulcris, et ideo secundum viam, quo praetereuntis admoneant 7 et se fuisse et illos esse mortalis. Ab eo cetera quae scripta ac facta memoriae causa monimenta dieta. 50. Maerere a marcere, quod etiam corpus mar- cescere(t) 1 ; hinc etiam macri dicti. Laetari ab eo § 48. 1 Added by L. Sp. § 49. 1 A. Sp., for id quod remansit in mente in id quod/ the omission, with Sciop. 2 Rhol., for manando. 3 Other codices, for maniomoria Fv. 4 Turnebus, for memurii ueterum or ueteri. 5 Maurenbrecher ; veterem memoriam Aug., with B ; where, according to Victorius, F had memoriam followed by an illegible word. 6 For mo- nerem. 7 For admoueant Fv, admoneat B. § 50. 1 L. Sp.,for marcescere. § 48. All etymologies in the section are wrong. § 49. See note on § 45. Meminisse, mens, monere, monimentum (or monumentum) are from the same root ; memoria is perhaps remotely connected with them ; but manere is to be kept apart. 6 Frag. 8, page 339 Mauren- brecher; page 4 Morel. c The traditional smith who made the best of the duplicate ancilia (see vi. 22, note d), and at his request was rewarded by the insertion of his name in the Hymns of the Salii (Festus, 131. 11 M.). But V. seems 216 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 48-50 48. ° Metuere ' to fear,' from a certain motus ' emotion ' of the spirit, when the mind shrinks back from that misfortune which it thinks will fall upon it. When from excessive violence of the emotion it is borne foras ' forth ' so as to go out of itself, there is formido ' terror ' ; when parum movetur ' the emotion is not very strong,' it pavet ' dreads,' and from this comes pavor ' dread.' 49. ° Meminisse ' to remember,' from memoria ' memory,' when there is again a motion toward that which remansit 1 has remained ' in the mens ' mind ' : and this may have been said from manere ' to remain,' as though manimoria. Therefore the Salii, 6 when they sing O Mamurius Veturius,' indicate a memoria vetus ' memory of olden times.' From the same is monere ' to remind,' because he who monet ' reminds,' is just like a memory. So also the monimenta ' memorials ' which are on tombs, and in fact alongside the highway, that they may admonere ' admonish ' the passers-by that they themselves were mortal and that the readers are too. From this, the other things that are written and done to preserve their memoria ' memory ' are called monimenta ' monu- ments.' 50. ° Maerere ' to grieve,' was named from marcere ' to wither away,' because the body too would marces- cere ' waste away ' ; from this moreover the inacri ' lean ' were named. Laetari ' to be happy,' from this, to feel an etymological connexion between Mamuri Veturi and memoriam veterem. § 50. All etymologies wrong, except the association of laetari, laetitia, laeta. 217 V. quod latius gaudium propter magni boni opinionem diffusum. Itaque Iuventius ait : Gaudia Sua si omnes homines conferant unum in locum, Tamen mea exsuperet laetitia. Sic cum se habent, laeta. VII. 51. Narro, cum alterum facio narum, 1 a quo narratio, per quam cognoscimus rem gesta(m). 2 Quae pars agendi est ab dicendo 3 ac sunt aut con- iuncta cum temporibus aut ab his : eorum 4 hoc genus videntur ervfia. 52. Fatur is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab eo, ante quam ita faciant, pueri dicuntur infantes ; cum id faciunt, iam fari ; cum hoc vocabulum, 1 (turn) a similitudine vocis pueri (fario- lus) ac fatuus dictum. 2 Ab hoc tempora 3 quod turn pueris constituant Parcae fando, dictum fatum et res fatales. Ab hac eadem voce 4 qui facile fantur facundi dicti, et qui futura praedivinando soleant fari fatidici ; dicti idem vaticinari, quod vesana mente faciunt : §51. 1 Victorius, for narrum. 2 For gesta Fv. 3 L. Sp. ; a dicendo Ursinus ; for ab adiacendo Fv. * Aug., for earum. § 52. 1 Aug., for uocabulorum. 2 OS., for a simili- tudine uocis pueri ac fatuus fari id dictum. 3 Popma, for tempore. 4 Canal, for ad haec eandem uocem. 6 Com. Rom. Frag., verses 2-4 Ribbeck 3 . Juventius was a writer of comedies from the Greek, in the second century b.c. § 51. ° V. wrote naro, with one R, according to Cas- siodorus, vii. 159. 8 Keil ; the etymology is correct. 6 Cf. vi. 42. § 52. ° The etymologies in this section are correct, except those of fariolus and vaticinari. 6 Dialectal form, prob- 218 OX THE LATIN LANGUAGE, VI. 50-52 that joy is spread latius 'more widely' because of the idea that it is a great blessing. Therefore Juventius says 6 : Should all men bring their joys into a single spot, My happiness would yet surpass the total lot. When things are of this nature, they are said to be laeta ' happy.' VII. 51. Narro a 'I narrate,' when I make a second person narus ' acquainted with ' something ; from which comes narratio ' narration,' by which we make acquaintance with an occurrence. This part of acting is in the section of saying, 6 and the words are united with time-ideas or are from them : those of this sort seem to be radicals. 52.° That man fatur ' speaks ' who first emits from his mouth an utterance which may convey a meaning. From this, before they can do so, children are called infantes ' non-speakers, infants ' ; when they do this, they are said now fan ' to speak ' ; not only this word, but also, from likeness to the utterance of a child, fariolus 6 ' soothsayer ' and fatuus ' prophetic speaker ' are said. From the fact that the Birth-Goddesses by fando ' speaking ' then set the life-periods for the children, fatum ' fate ' is named, and the things that are fatales ' fateful.' From this same word, those who fantur ' speak ' easily are called facundi ' eloquent,' and those who are accustomed fari ' to speak ' the future through presentiment, are called fatidici ' sayers of the fates ' ; they likewise are said vaticinari ' to prophesy,' because they do this with frenzied ably Faliscan, for hariolus, which is connected with haruspex. * As though fati- ; but properly from the stems of rates ' bard ' and canere ' to sing.' 219 V. sed de hoc post erit usurpandum, cum de poetis dicemus. 53. Hinc fasti dies, quibus verba certa legitima sine piaculo praetoribus licet fari ; ab hoc nefasti, quibus diebus ea fari ius non est et, si fati sunt, pia- culum faciunt. Hinc efFata dicuntur, qui augures finem auspiciorum caelcstum extra urbem agri(s) 1 sunt effati ut esset ; hinc effari templa dicuntur : ab auguribus efFantur qui in his fines sunt. 54. Hinc fana nominata, quod 1 pontifices in sac- rando fati sint finem ; hinc profanum, quod est ante fanum coniunctum fano ; hinc profanatum quid in sacrificio aique 2 Herculi decuma appellata ab eo est quod sacrificio quodam fanatur, id est ut fani lege^it. 3 Id dicitur pollu(c)tum, 4 quod a porriciendo est fictum: cum enim ex mercibus libamenta porrecta 5 sunt Herculi in aram, turn pollu(c)tum 4 est, ut cum pro- fan(at)um 6 dicitur, id est proinde ut sit fani factum : itaque ibi 7 olim (in) 8 fano consumebatur omne quod § 53. 1 Laetus, for agri. § 54. 1 Laetus, for quae. 2 M, V, Laetus, for ad quae Fv. 3 Canal, for sit. 4 Aug. {quoting a friend), for pollutum. 5 Aug., with B, for proiecta. 6 Turnebus, for profanum. 7 Vertranius, for ubi. 8 Added by Vertranius. d Cf. vii. 36. § 53. ° Fastus and nefastus, from fas and nefas ; but whether fas and nefas are from the root of fari, is question- able. 6 Cf. vi. 29-30. c Page 19 Regell. d Effari is used both with active and with passive meaning. § 54. Fanum (whence adj. profanus), from fas, not from fari. b Profanus was used also of persons who remained ' before the sanctuary ' because they were not entitled to go inside, or because admission was refused ; therefore ' un- initiated ' or ' unholy,' respectively. " Wrong etymology. d Any edibles or drinkables were appropriate offerings to 220 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 52-54 mind : but this will have to be taken up later, when we speak about the poets. d 53. From this the dies fasti a ' righteous days, court days,' on which the praetors are permitted fori ' to speak ' without sin certain words of legal force ; from this the nefasti ' unrighteous days,' on which it is not right for them to speak them, and if they have spoken these words, they must make atonement. 6 From this those words are called effata ' pronounced,' by which the augurs c have effati ' pronounced ' the limit that the fields outside the city are to have, for the observance of signs in the sky ; from this, the areas of observation are said effari d ' to be pro- nounced ' ; by the augurs, 6 the boundaries effantur ' are pronounced ' which are attached to them. 54. From this the f ana ° ' sanctuaries ' are named, because the pontiffs in consecrating them have fati ' spoken ' their boundary ; from this, profanum ' being before the sanctuary,' b which applies to something that is in front of the sanctuary and joined to it ; from this, anything in the sacrifice, and especially Hercules 's tithe, is called prqfanatum ' brought before the sanc-» tuary, dedicated,' from this fact that it fanatur ' is consecrated ' by some sacrifice, that is, that it becomes by law the property of the sanctuary. This is called polluctum ' offered up,' a term which is shaped c from porricere ' to lay before ' : for when from articles of commerce first fruits d are laid before Hercules, on his altar, then there is a polluctum ' offering-up,' just as, when prqfanatum is said, it is as if the thing had be- come the sanctuary's property. So formerly all that was profanatum e ' dedicated ' used to be consumed in Hercules ; cf. Festus, 253 a 17-21 M. ' That is, so far as it was not burned on the altar, in the god's honour. profan(at)um 8 erat, ut etiam (nunc) 10 fit quod praetor urb(an)ws u quotannis facit, cum Herculi immolat publice iuvencam. 55. Ab eodem verbo fari fabulae, ut tragoediae et comoediae, 1 dictae. Hinc fassi ac confessi, qui fati id quod ab is 2 quaesitum. Hinc professi ; hinc fama et famosi. Ab eodem falli, sed et falsum et fallacia, quae propterea, quod fando quern decipit ac contra quam dixit facit. Itaque si quis re fallit, in hoc non proprio nomine fallacia, sed tralati(ci)o, 3 ut a pede nostro pes lecti ac betae. Hinc etiam famigerabile 4 et sic compositicia 5 aha item ut declinata multa, in quo et Fatuus et Fatuae. 6 56. Loqui ab loco dictum. 1 Quod qui primo dicitur iam fari 2 vocabula et reliqua verba dicit ante quam suo quique 3 loco ea dicere potest, 1 hunc CArys- ippus negat loqui, sed ut loqui : quare ut imago hominis non sit homo, sic in corvis, cornicibus, pueris primitus incipientibus fari verba non esse verba, quod 8 L. Sp., for profanum. 10 Added by L. Sp. 11 Aug., with B, for P. R. urbis Fv. % 55. 1 For tragaediae et comaediae. 2 For his. 3 A. Sp. ; tralatitio Sciop. ; for tranlatio. 4 M, V, p, Aldus, for famiger fabile Fv. 5 A. Sp.,for composititia Fv. « B, O, f, for fatue Fv. § 56. 1 Punctuation by Stroux. 2 For farit Fv. 3 L. Sp. ; quidque Aug. ; for quisque. § 55. ° The preceding words all belong with fari ; but falli, falsum, fallacia form a distinct group. 6 Instead of by speaking. e That is, beet-root. d Faunus and the Nymphs. § 56. ° Wrong. 6 Page 143 von Arnim. " Ravens the sanctuary, as even now is done "with that which the City Praetor offers every year, when on behalf of the state he sacrifices a heifer to Hercules. 55. From the same word fan ' to speak,' the fabulae ' plays,' such as tragedies and comedies, were named. From this word, those persons have fassi ' admitted ' and confessi ' confessed,' who have fati 4 spoken ' that which was asked of them. From this, professi ' openly declared ' ; from this, fama ' talk, rumour,' and famosi ' much talked of, notorious.' a From the same,/affi ' to be deceived,' but also falsum ' false ' and fallacia ' deceit,' which are so named on this account, that by fando ' speaking ' one misleads someone and then does the opposite of what he has said. Therefore if one fallit ' deceives ' by an act, 6 in this there is not fallacia ' deceit ' in its own proper meaning, but in a transferred sense, as from our pes ' foot ' the pes ' foot ' of a bed and of a beet c are spoken of. From this, moreover, famigerabile ' worth being talked about,' and in this fashion other com- pounded words, just as there are many derived -words, among which are Fatuus ' god of prophetic speaking ' and the Fatuae ' women of prophecy.' d 56. Loqui 'to talk,' is said from locus 'place.' Because he who is said to speak now for the first time, utters the names and other words before he can say them each in its own locus ' place,' such a person Chrysippus says 6 does not loqui ' talk,' but quasi- talks ; and that therefore, as a man's sculptured bust is not the real man, so in the case of ravens, crows," and boys making their first attempts to speak, their words are not real words, because they are not talk- and crows were the chief speaking birds of the Romans ; cf. Macrobius, Sat. ii. 4. 29-30. V. non loquantur. 4 Igitur is loquitur, qui suo loco quod- que verbum sciens ponit, et is turn 5 prolocutus, 6 quom in animo quod habuit extulit loquendo. 57. Hinc dicuntur eloqui ac reloqui 1 in fanis Sabinis, e cella dei qui loquuntur. 2 Hinc dictus loquax, qui nimium loqueretur ; hinc eloquens, qui copiose loquitur ; hinc colloquium, cum veniunt in unum locum loquendi causa ; hinc adlocutum mulieres ire aiunt, cum eunt ad aliquam locutum consolandi 3 causa ; hinc quidam loquelam dixerunt verbum quod in loquendo efferimus. Concinne loqui dictum a concinere, 4 ubi inter se conveniunt partes ita 3 novissimum, quod extremum. Sic ab eadem origine novitas et novicius et novalis in agro et " sub No vis " dicta pars in Foro aedificiorum, quod vocabulum ei pervetustww, 4 ut Novae Viae, quae via iam diu vetus. 60. Ab eo quoque potest dictum nominare, quod res novae in usum quom 1 additae erant, quibus ea(s) 2 novissent, nomina ponebant. Ab eo nuncupare, quod tunc (pro) 3 civitate vota nova suscipiuntur. Nuncu- pare nominare valere apparet in legibus, ubi " nun- cupatae pecuniae " sunt scriptae ; item in Choro in quo est : Aenea ! — Quis 4 est qui meum nomen nuncupat ? § 59. 1 Aug., from Gellius, x. 21. 2, for dico. 2 Ben- tinus, from Gellius, I.e., for uetustus ac ueterrimus. 3 Added by Aug., from Gellius, I.e. 4 B, Laetus, for peruetustas. § 60. 1 Aug. (quoting a friend), for quomodo. 2 Ver- tranius,for ea. 3 Added by L. Sp. 4 Added by Grotius. e Naples ; Nova-polis is a half-way translation into Latin. § 59. ° Page 57 Funaioli. * The Tabernae Novae were the shops on the north side of the Forum which replaced those burned in the fire of 210 b.c. ; those on the south side, which escaped the fire, were called the Tabernae Veteres. § 60. ° Nomen and nominare are distinct from novus, and 226 ON THE LATIN LANGUAGE, VI. 58-60 derived from a Greek word ; from this, accordingly, their Neapolis e ' New City ' was called Nova-polis ' New-polis ' by the old-time Romans. 59. From this, moreover, novissimum ' newest ' also began to be used popularly for extremum ' last,' a use which within my memory both Aelius and some elderly men avoided, on the ground that the proper form of the superlative of this word was nimium novum ; its origin is just like vetustius ' older ' and veterrimum ' oldest ' from vetus ' old,' thus from novum were derived novius ' newer ' and novissimum, which means ' last.' So, from the same origin, novitas ' newness ' and novi- cius ' novice ' and novalis ' ploughed anew ' in the case of a field, and a part of the buildings in the Forum was called sub Xovis 6 ' by the New Shops ' ; though it has had the name for a very long time, as has the Nova Via New Street,' which has been an old street this long while. 60. From this can be said also nominare ' to call by name,' because when novae ' new ' things were brought into use, they set nomina ' names ' on them, by which they novissent ' might know ' them. From this, nuncupate* ' to pronounce vows publicly,' because then nova ' new ' vows are undertaken for the state. That nuncupare is the same as nominare, is evident in the laws, where sums of money are written down as nuncupatae ' bequeathed by name ' ; likewise in the Chorus, in which there is c : Aeneas ! — Who is this who calls me by my name ? also from novisse ' to know.' * Containing the elements of nomen and capere ' to take.' e Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3 ; R O.L. ii. 608-609 Warmington ; possibly belonging to a play entitled Proserpina, cf. vi. 9-1. But the title is perhaps hopelessly corrupt. V. Item in Medo 5 : Quis tu es, mulier, quae me insueto nuncupasti nomine ? 61. Dico originem habet Graecam, quod Graeci SeiKvvw. 1 Hinc (etiam dicare, ut ait) 8 Ennius : Dico VI hunc dicare (circum metulas). 3 Hinc iudicare, quod tunc ius dicatur ; hinc iudex, quod iu(s> dicat 4 accepta potestate ; (hinc dedicat), 5 id est quibusdam verbis dicendo finit : sic 6 enim aedis sacra a magistratu pontifice prae(e)unte 7 dicendo dedicatur. Hinc, ab dicendo, 8 indicium ; hinc ilia : indicit (b)ellum, 9 indixit funus, prodixit diem, addixit iudicium ; hinc appellatum dictum in mimo, 10 ac dictiosus ; hinc in manipulis castrensibus (dicta 11 ab) 13 ducibus ; hinc dictata in ludo ; hinc dictator magister populi, quod is a consule debet dici ; hinc antiqua ilia (ad)dici 13 numo et dicis causa et addictus. 6 Aldus, for medio. §61. 1 L. Sp. ; SeiKvvvai Mue. ; SeiKco Scaliger ; for NISIhce Fv. 2 Added by Kent. 3 Fay, for qui hunc dicare; cf Festus, 153 a 15-21 M., and Livy, xli. 27. 6. 4 Aug., with B,for iudicat. b Added by Stroux. 8 With sic enim, F resumes ; cf. v. 118, crit. note 7. 7 Bcntinus (or earlier) ; praeunte /, Laetus ; for prae unce F. 8 L. Sp.,for dicando. 9 Turnebus, for ilium. 10 B, Aldus, for minimo. 11 Added by Aug., with B. 18 Added by Kent ; a added by Fay. 13 Budaeus, for dici. d Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 239 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 260- 261 Warmington ; the play was named from one of Medea's sons. §61. ° All the words explained in this section belong together ; but dicere is cognate with the Greek word, not derived from it. 6 Inc. frag. 39 Vahlen 2 ; see critical note. c Rather, because he dictat ' gives orders ' to the people. d Numo in the text is the older spelling, in which consonants were never doubled. * Applied to the fictitious sale of an And likewise in the Medus d : Who are you, woman, who have called me by an unaccustomed name ? 61. Dico ° ' I say ' has a Greek origin, that which the Greeks call BeiKvi'm ' I show.' From this more- over comes dicare ' to show, dedicate,' as Ennius says b : I say this circus shows six little turning-posts. From this, iudicare ' to judge,' because then ius ' right ' dicitur ' is spoken ' ; from this, index ' judge,' because he ius dicat ' speaks the decision ' after receiving the power to do so ; from this, dedicat ' he dedicates,' that is, he finishes the matter by dicendo ' saying ' certain fixed words : for thus a temple of a god dedicatur ' is dedicated ' by the magistrate, by dicendo ' saying ' the formulas after the pontiff. From this, that is from dicere, comes indicium ' information ' ; from this, the following : indicit ' he declares ' war, indixit ' he has invited to ' a funeral, prodixit ' he has postponed ' the day, addixit ' he has awarded ' the decision ; from this was named a dictum ' bon mot ' in a farce, and dic- tiosus ' witty person ' ; from this, in the companies of soldiers in camp, the dicta ' orders ' of the leaders ; from this, the dictata ' dictation exercises ' in the school ; from this, the dictator c ' dictator,' as master of the people, because he must did ' be appointed ' by the consul ; from this, those old phrases addict nummo d ' to be made over to somebody for a shilling,' e and dicis causa ' for the sake of judicial form,' and addictus " bound over f ' to somebody. inheritance to the heir. ' Said of a defendant who was unable to pay the amount of debt or damages, and was de- livered to the custody of the plaintiff as a virtual slave until he could arrange payment. V. 62. Si dico quid (sciens 1 ne)scienti, 2 quod ei 3 quod ignoravit trado, hinc doceo declinatum vel quod cum docemus 4 dicimus vel quod qui docentur induczm- tur 5 in id quod docentur. Ab eo quod scit ducere 6 qui est dux aut ductor ; (hinc 7 doctor) 8 qui ita inducit, ut doceat. Ab dwcendo 9 docere disciplina discere litteris commutatis paucis. Ab eodcm principio documenta, quae exempla docendi causa dicuntur. 63. Disputatio ct computatio e 1 propositione putandi, quod valet purum facere ; ideo antiqui purum putum appellarunt ; ideo putator, quod arbores puras facit ; ideo ratio putari dicitur, in qua summa fit pura : sic is sermo in quo pure disponuntur verba, ne sit confusus atque ut diluceat, dicitur dis- putare. 64. Quod dicimus disserit item translati(ci)o 1 aeque 2 ex agris verbo : nam ut //olitor disserit in areas sui cuiusque generis res, sic in oratione qui facit, disertus. Sermo, opinor, est a serie, unde serta ; ctiam in vestimento sartum, quod comprehensum : Added by L. Sp. 2 Scaliger, for scienti. 3 Sciop., for det. 4 After docemus, Laetus deleted ut. 6 Reiter, for inducantur. 6 M, Laetus, for ducare. 7 Added by GS. 8 Added by L. Sp. 9 Fay, for docendo. § 63. 1 L. Sp., for et. §64. 1 A. Sp. ; translatitio Aug.; for translatio. 2 Aug., for atque. § 62. ° Docere is quite independent of dicere, and also of ducere. b Disciplina was popularly associated with discere, but was really a derivative of discipulus, which came from dis + capere 1 to take apart (for examination).' § 64. ° There are in Latin two verbs sero serere, distinct in etymology : serere sevi satus 4 to sow, plant,' and serere serui sertus ' to join together, intertwine.' The derivatives in this section are all from the second verb, except sartum, the participle of sarcio, which is distinct from both. If I DICO ' say ' something – H. P. Grice, dictiveness, dictive content, what is said -- that I know to one who does NOT know it, because I trado ' hand over' to him what he was ignorant of, from this is derived DOCEO a ' I teach,' or else because when we docemus ' teach ' we dicivius ' say,' or else because those who docentur ' are taught ' inducuntur ' are led on ' to that which they docentur ' are taught.' From this fact, that he knows how ducere ' to lead,' is named the one who is dux ' guide ' or ductor ' leader ' ; from this, doctor ' teacher,' who so inducit ' leads on ' that he docet ' teaches.' From ducere ' to lead,' come docere ' to teach,' disciplina b ' instruction,' discere ' to learn,' by the change of a few letters. From the same original element comes documenta ' instructive ex- amples,' which are said as models for the purpose of teaching. 63. Disputatio ' discussion ' and coniputatio ' reckon- ing,' from the general idea of putare, which means to make purum ' clean ' ; for the ancients used putum to mean purum. Therefore putator ' trimmer', because he makes trees clean ; therefore a business account is said putari ' to be adjusted,' in which the sum is pura ' net.' So also that discourse in which the words are arranged pure ' neatly,' that it may not be confused and that it may be transparent of meaning, is said disputare ' to discuss ' a problem or question. 64. Our word disserit a is used in a figurative mean- ing as well as in relation to the fields : for as the kitchen-gardener disserit ' distributes ' the things of each kind upon his garden plots, so he who does the like in speaking is disertus ' skilful.' Sermo ' conversa- tion,' I think, is from series ' succession,' whence serta ' garlands ' ; and moreover in the case of a garment sartum ' patched,' because it is held together : for 231 V. sermo enim non potest in uno homine esse solo, sed ubi (o)ratio 3 cum altero coniuncta. Sic conserere manu(m) 4 dicimur cum hoste ; sic ex iure manu(m) 5 consertum vocare ; hinc adserere manu 6 in libertatem cum prendimus. Sic augures dicunt : Si mihi auctor es 7 verbenam 6 manu 9 asserere, dicit(o> 10 consortes. 65. Hinc etiam, a quo 1 ipsi consortes, sors ; hinc etiam sortes, quod in his iuncta tempora cum homini- bus ac rebus ; ab his sortilegi ; ab hoc pecunia quae in faenore sors est, impendium quod inter se iung^t. 2 66. Legere dictum, quod leguntur ab oculis litterae ; ideo etiam legati, quod (ut) 1 publice mit- tantur leguntur. Item ab legendo leguli, qui oleam aut qui uvas legunt ; hinc legumina in frugibus variis ; etiam leges, quae lectae et ad populum latae quas observet. Hinc legitima et collegae, qui una lecti, et qui in eorum locum suppositi, sublecti ; additi allecti et collecta, quae ex pluribus locis in unum lecta. Ab 3 Aug., for ratio. 4 Other codd.,for manu F. 5 Sciop., for manu ; cf. Gellius, xx. 10. 6 p, Aug., for manum. 7 Aug., for est. 8 Bergk, for verbi nam. 9 Aug., for manum. 10 A. Sp.,for dicit. §65. 1 L. Sp., for ad qui. 2 Groth, for iungat. § 66. 1 Added by B, Aldus. b Genitive plural. e Page 18 Regell. § 65. ° These words belong to serere, but V.'s reason for the meaning of sors may not be correct. 6 To V., the fundamental meaning in sors is one of ' joining ' : cf. v. 183. § 66. ° All words discussed in this section are from various forms of the root seen in legere, which means ' to gather, pick, select, choose, read ' ; except legumen. * Properly parti- ciple of legare ' to appoint,' a derivative of legere. e More exactly, legumina are, according to V., fruits of various kinds that have to be picked (rather than cut, like cabbage, sermo ' conversation ' cannot be where one man is alone, but where his speech is joined with another's. So we are said conserere manum ' to join hand-to-hand fight ' with an enemy ; so to call for vianum 6 consertum ' a laying on of hands' according to law ; from this, adserere manu in libertatem ' to claim that so-and-so is free,' when we lay hold of him. So the augurs say c : If you authorize me to take in my hand the sacred "bough, then name my colleagues (consortes). 65. From this, moreover, sors a ' lot,' from which the consortes ' colleagues ' themselves are named ; from this, further, sortes ' lots,' because in them time- ideas are joined with men and things ; from these, the sortilegi ' lot-pickers, fortune-tellers ' ; from this, the money which is at interest is the sors 1 principal,' because it joins 6 one expense to another. 66. ° Legere ' to pick or read,' because the letters leguntur ' are picked ' with the eyes ; therefore also legati 6 ' envoys,' because they leguntur ' are chosen ' to be sent on behalf of the state. Likewise, from legere ' to pick,' the leguli ' pickers,' who legunt ' gather ' the olives or the grapes ; from this, the legumina e ' beans ' of various kinds ; moreover, the leges ' laws,' which are lectae ' chosen ' and brought before the people for them to observe. From this, legitima ' law- ful things ' ; and collegae ' colleagues,' who have been lecti ' chosen ' together, and those who have been put into their places, are sublecti ' substitutes ' ; those added are allecti ' chosen in addition,' and things which have been lecta ' gathered ' from several places into one, are collecta ' collected.' From legere ' to gather ' or mowed, like wheat) ; but the resemblance to legere seems to be only accidental. 233 V. legendo ligna quoque, quod ea caduca legebantur in agro quibus in focum uterentur. Indidem ab legendo legio et diligens et dilectus. 67. Murmuran' 1 a similitudiae sonitus dictus, qui ita leviter loquitur, ut magis e sono id faccre quam ut intellegatur videatur. Hinc etiam poctae Murmurantia litora. Similiter fremere, gemere, clamare, crepare ab similitudine vocis sonitus dicta. Hinc ilia Arma sonant, fremor oritur ; hinc Nihil 2 me increpitando commoves. 68. Vicina horum quiritarc, iubilare. Quiritare dicitur is qui Quiritum fidem clamans inplorat. Qui- rites a Curensibus ; ab his cum Tatio rege in socie- tatem venerunt civitatz's. 1 Ut quiritare urbanorum, sic iubilare rusticorum : itaquc hos imitans Aprissius ait : Io bucco ! — Quis me iubilat ? — Vicinns tuus antiquus. Sic triumphare appellatum, quod cum imperatore § 67. 1 L. Sp.,for murmuratur dictum. 2 For nichil. § 68. 1 Sciop., for civitates. d Better spelling, delectus. § 67. ° Some, but not all, of the words discussed in this section are onomatopoeic. b Lh-iter ' lightly.' e Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 ; but the words look like part of a dactylic hexameter, in which case it should read Arma sonant, oritur fremor. d Trag. Rom. Frag., page 314 Ribbeck 3 . Frequentative of queri ' to complain,' and not connected with Quirites. b Cures, ancient capital city of the Sabines. c The name is corrupt, but no probable comes also ligna ' firewood,' because the wood that had fallen was gathered in the field, to be used on the fireplace. From the same source, legere ' to gather,' came legio ' legion,' and diligens ' careful,' and dilectus A ' military levy.' 67. ° From likeness to the sound, he is said mur- murari ' to murmur,' who speaks so softly b that he seems more as the result of the sound to be doing it, than to be doing it for the purpose of being understood. From this, moreover, the poets say Murmuring sea-shore. Likewise, fremere ' to roar,' gemere ' to groan,' clamare ' to shout,' crepare ' to rattle ' are said from the likeness of the sound of the word to that which it denotes. From this, that passage c : Arms are resounding, a roar doth arise. From this, also, d By your rebuking you alarm me not. 68. Close to these are quiritare a ' to shriek,' iubilare ' to call joyfully.' He is said quiritare, who shouts and implores the protection of the Quirites. The Quirites were named from the Curenses ' men of Cures ' b ; from that place they came with King Tatius to receive a share in the Roman state. As quiritare is a word of city people, so iubilare is a word of the countrymen ; thus in imitation of them Apris- sius c says : Oho, Fat-Face ! — Who is calling rne ? — Your neighbour of long standing. So triumpkare ' to triumph ' was said, because the emendation has been suggested ; Com. Rom. Frag., page 332 Ribbeck 3 . milites redeuntes clamitant per Urbem in Capitolium eunti " (I)o 2 triumphe " ; id a dpidfifiu) 3 ac Graeco Liberi cognomento potest dictum. 69- Spondere est dicere spondee-, a sponte : nam id (idem) 1 valet et a voluntate. Itaque Lucilius scribit de Cretcea, 2 cum ad se cubitum venerit sua voluntate, sponte ipsam suapte adductam, ut tunicam et cetera 3 reiceret. Eandem voluntatem Terentius significat, cum ait satius esse Sua sponte recte facere quam alieno metu. Ab eadem sponte, a qua dictum spondere, declinatum (de)spondet 4 et respondet et desponsor et sponsa, item sic alia. Spondet enim qui dicit a sua sponte " spondeo " ; (qui) spo(po)ndit, 5 est sponsor ; qui (i)dem« (ut) 7 faciat obligatur sponsu, 8 consponsus. 70. Hoc Naevius significat cum ait " consponsi." (Si) 1 spondebatur pecunia aut filia nuptiarum causa, 2 Laetus, for o. 3 Aldus, for triambo. § 69. 1 Added by Fay. 2 For Gretea. 3 For ceterae. 4 GS, after Lachmann, for spondit. 8 L. Sp., for spondit. 6 B, Ed. Veneta, for quidem. 7 Added by Aug., with B. 8 L. Sp.,for sponsus. § 70. 1 Added by Fay. d From the Greek, through the Etruscan. e Ac, intro- ducing an appositive. § 69. ° Verses 925-927 Marx. Cretaea was a meretrix, named from the country of her origin. V. has para- phrased the quotation, which was thus restored to metrical form by Lachmann, the first two words being added by Marx : Cretaea nuper, cum ad me cubitum venerat, Sponte ipsa suapte adducta ut tunicam et cetera Reiceret. soldiers shout " Oho, triumph ! " as they come back with the general through the City and he is going up to the Capitol; this is perhaps derived** from dpiafifios, as * a Greek surname of Liber. 69« Spondere is to say spondeo ' I solemnly promise,' from sponte ' of one's own inclination ' : for this has the same meaning as from voluntas ' personal desire.' Therefore Lucilius writes of the Cretan woman, that when she had come of her own desire to his house to lie with him, she was of her own sponte ' inclination ' led to throw back her tunic and other garments. The same voluntas ' personal desire ' is what Terence means 6 when he says that it is better Of one's own inclination right to do, Than merely by the fear of other folk. From the same sponte from which spondere is said, are derived despondet ' he pledges ' and respondet ' he promises in return, answers,' and desponsor ' promiser ' and sponsa ' promised brides' and likewise others in the same fashion. For he spondet ' solemnly promises ' who says of his own sponte ' inclination ' spondeo ' I promise ' ; he who spopondit ' has promised ' is a sponsor ' surety ' ; he who is by sponsus ' formal promise ' bound to do the same thing as the other party, is a consponsus ' co-surety.' 70. This is what Naevius means" when he says consponsi. If money 6 or a daughter spondebatur ' was promised ' in connexion with a marriage, both the While this might accord with the Lucilian prototype of Horace, Sat. i. 5. 82-85, the meter forbids, and because of the subject matter A. Spengel proposed Licinius, writer of comedies, for Lucilius. b Adelphoe, 75. §70. " Com. Rom. Frag., page 34 Ribbeck*; R.O.L. ii. 598 Warmington. * As dower. 237 V. appellabatur etpecunia et quae desponsa erat sponsa ; quae pecunia inter se contra sponsu 2 rogata erat, dicta sponsio ; cui desponsa quae 3 erat, sponsus ; quo die sponsum erat, sponsalis. 71. Qui 1 spoponderat filiam, despondisse 2 dice- bant, quod de sponte eius, id est de voluntate, exierat : non enim si volebat, dabat, quod sponsu erat alligatus : nam ut in com(o)ediis vides dici : Sponde(n) 3 tuam gnatam 4 filio uxorem meo ? Quod turn et praetorium ius ad legem et censorium iudicium ad aequum existimabatur. Sic despondisse animum quoque dicitur, ut despondisse filiam, quod suae spontis statuerat finem. 72. A sua sponte dicere cum spondere, (respon- dere) 1 quoque dixerunt, cum a(d) sponte(m) 2 re- sponderent, id est ad voluntatem rogatoris. 3 Itaque qui ad id quod rogatur non dicit, non respondet, ut non spondet ille statim qui dixit spondeo, si iocandi 2 L. Sp., for sponsum. 3 Hue., for quo. § 71. 1 G, B, Laetus, for quo. 2 B, Aldus, for dispon- disse. 3 Aug. ; spondem Rhol. ; for sponde. 4 Rhol., for agnatam. § 72. 1 Lachmann, for a qua sponte dicere cumspondere. 2 Turnebus, for a sponte. 3 L. Sp.,for rogationis. c To be forfeited to the other party as damages by that party which might break the agreement. § 71. ° Com, Rom. Frag., page 134 Ribbeck 3 . money and the girl who had been desponsa ' pledged ' were called sponsa ' promised, pledged * ; the money which had been asked under the sponsus ' engagement ' for their mutual protection against the breaking of the agreement,* was called a sponsio ' guarantee de- posit ' ; the man to whom the money or the girl was desponsa ' pledged,' was called sponsus ' betrothed ' ; the day on which the engagement was made, was called sponsalis ' betrothal day.' 71. He who spoponderat ' had promised ' his daughter, they said, despondisse ' had promised her away,' because she had gone out of the power of his sponte ' inclination,' that is, from the control of his voluntas ' desire ' : for even if he wished not to give her, still he gave her, because he was bound by his sponsus ' formal promise ' : for you see it said, as in comedies a : Do you now promise your daughter to my son as wife ? This was at that time considered a principle estab- lished by the praetors to supplement the statutes, and a decision of the censors for the sake of fairness. So a person is said despondisse animum ' to have promised his spirit away, to have become despondent,' just as he is said despondisse Jiliam ' to have promised his daughter away,' because he had fixed an end of the power of his sponte ' inclination.' 72. Since spondere was said from sua sponte dicere ' to say of one's own inclination,' they said also re- spondere ' to answer,' when they responderunt ' promised in return ' to the other party's spontem ' inclination,' that is, to the desire of the asker. Therefore he who says " no " to that which is asked, does not respondere, just as he does not spondere who has immediately said 239 V. causa dixit, neque agi potest cum eo ex sponsu. Itaqu(e) is 4 qu(o)i dicit(ur) 5 in co?«oedia 6 : Meministin 7 te spondere 8 mihi gnatam 9 tuam ? quod sine sponte sua dixit, cum eo non potest agi ex sponsu. 73. Etiam spes a sponte potest esse declinata, quod turn sperat cum quod 1 volt fieri putat : nam quod non volt si putat, metuit, non sperat. Itaque hi 2 quoque qui dicunt in Astraba Plauti : Nwwc 3 sequere adseque, Polybadisce, meam spem cupio consequi. — Sequor hercle (e)quidem, 4 nam libenter mea(m) sperata(m) 5 consequor : quod sine sponte dicunt, vere neque ille sperat qui dicit adolescens neque ilia (quae) 6 sperata est. 74. Sponsor et praes et vas neque ide/w, 1 neque res a quibus hi, sed e re simili. 2 Itaque praes qui a magistratu interrogatus, in publicum ut praestet ; a quo et cum respondet, dicit " praes." Vas appel- 4 L. Sp., for itaquis. 5 Kent, for qui dicit F (d'r a = dici- tur). 6 L. Sp.,for tragoedia. 7 Aug., for meministine. 8 Lachmann, metri gratia, for despondere. 9 Rhol., for agnatam. § 73. 1 Aug., for quod cum. 2 L. Sp., for hie. 3 L. Sp., for ne. 4 L. Sp., for quidem. 6 Ritschl, for mea sperata. 6 Added by Kent. §74. 1 Laetus, for ideo. 2 Sciop., for simile. § 72. Hanging nominative, resumed by cum eo after the quotation. b Trag. Rom. Frag., page 305 Ribbeck 3 ; but as the content indicates that it came from a comedy rather than from a tragedy, I have accepted L. Spengel's emenda- tion comoedia for the. manuscript tragoedia. § 73. a Wrong. * Frag. I Ritschl. c A dseque, active imperative form ; cf. Neue-Wagener, Formenlehre der lat. spondeo, if he said it for a joke, nor can legal action be taken against him as a result of such a sponsus 'promise.' Thus he" to whom someone says in a comedy, 6 Do you recall you pledged your daughter unto me ? which he had said without his sponte ' inclination,' cannot be proceeded against under his sponsus. 73. Spes ' hope ' is perhaps also derived a from sponte ' inclination,' because a person then sperat ' hopes,' M'hen he thinks that what he wishes is coming true ; for if he thinks that what he does not wish is coming true, he fears, not hopes. Therefore these also who speak in the Astraba of Plautus 6 : Follow now closely,' Polybadiscus, I wish to overtake my hope. — Heavens I surely do : I'm glad to overtake her whom I hope : because they speak without sponte ' feeling of success,' the youth who speaks does not truly ' hope,' nor does the girl who is ' hoped for.' d 74. Sponsor and praes and vas are not the same thing, nor are the matters identical from which these terms come ; but they develop out of similar situa- tions. Thus a praes is one who is asked by the magistrate that he praestat 1 make a guarantee ' to the state ; from which, also when he answers, he says, " I am your praes." He was called a vas Spr. 3 iii. 89. d Sperata, a regular term for the object of a young man's love. § 7i. " V. apparently says that a sponsor is one who undertakes an engagement toward an individual or indivi- duals ; a praes is one who undertakes an engagement on his own behalf, toward the state ; a vas is one who guarantees another person's engagement toward the state. VOL. I r 2-H V. latus, qui pro altero vadimonium promittebat. Con- suetudo erat, cum re?/s 3 parum esset idoneus inceptis rebus, ut pro se alium daret ; a quo caveri 4 postea lege coeptum 5 est ab his, qui praedia venderent, vadem ne darent ; ab eo ascribi coeptum 5 in lege mancipiorum: Vadem ne poscerent nec dabitur. 75. Canere, 1 accanit et succanit ut canto et can- tatio ex Camena permutato pro M N. 2 Ab eo quod semel, canit, si saepius, cantat. Hinc cantitat, item alia ; nec sine canendo (tubicines, liticines, corni- cines), 3 tibicines dicti : omnium enim horum quo- da^) 4 canere ; etiam bucinator a vocis similitudine et cantu dictus. 76. Oro ab ore et perorat et exorat et oratio et orator et osculum dictum. Indidem omen, orna- mentum ; alterum quod ex ore primum elatum est, osmen dictum ; alterum nunc cum propositione dici- tur vulgo ornamentum, quod sicut olim ornamenta 1 3 For reos. 4 For cavari. 6 For caeptum. §75. 1 For canerae. 2 Mue., for N.M. 8 Added by L. Sp., after Mue. recognized the lacuna and its contents, but set it after tibicines; cf v. 91. 4 Kent ; quoddam Canal ; for quod a. §76. 1 OS., for ornamentum. §75. ° The words explained in this section belong to- gether, except Camena, which stands apart. 6 Either ' sing ' or ' play on an instrument.' c Usually in the plural ; Italian goddesses of springs and waters, regularly identified with the Greek Muses. d The insertion in the text is rendered necessary by omnium horum ; cf. also critical note. e Quodam, ablative with canere. § 76. ° These words are from os, except omen, ornamen- tum, oscines. ' bondsman ' who promised bond for another. It was the custom, that when a part}' in a suit was not considered capable of fulfilling his engagements, he should give another as bondsman for him : from which they later began to provide by law against those who should sell their real estate, that they should not offer themselves as bondsmen. From this, they began to add the provision in the law about the transfer of properties, that " they should not demand a bondsman, nor will a bondsman be given." 7o. a Canere 6 ' to sing,' accanit ' he sings to ' some- thing, and succanit ' he sings a second part,' like canto ' I sing ' and cantatio ' song,' from Camena c ' Muse,' with N substituted for M. From the fact that a person sings once, he canit : if he sings more often, he cantat. From this, cantitat ' he sings repeatedly,' and likewise other words ; nor without canere ' singing, playing ' are the tubicines ' trumpeters,' named, and the liticines ' cornetists,' cornicines ' horn-blowers,' d iibicines ' pipes-players ' : for canere ' playing ' on some special instrument * belongs to all these. The bucinator ' trumpeter ' also was named from the like- ness of the sound and the cantus ' playing.' 76. a Oro ' I beseech ' was so called from os ' mouth,' and so were perorat ' he ends his speech ' and exorat ' he gains by pleading,' and oratio ' speech ' and orator ' speaker ' and osculum ' kiss.' From the same, omen ' presage ' and ornamentum ' ornament ' : because the former was first uttered from the os ' mouth,' it was called osmen ; the latter is now commonly used in the singular with the general idea of ornament, but as formerly most of the play-actors use it in 24-3 V. scoenici plerique dicunt. Hinc oscines dicuntur apud augures, quae ore faciunt auspicium. VIII. 77. Tertium gradum agcndi esse dicunt, ubi quid faciant ; in eo propter similitudinem agendi et faciendi et gerendi quidam error his qui putant esse unum. Potest enim aliquid facere et non agere, ut poeta facit fabulam et non agit, contra actor agit et (non) 1 facit, et sic a poeta fabula fit, non agitur, ab actore agitur, non fit. Contra imperator quod dicitur res gerere, in eo neque facit neque agit, sed gerit, id est sustinet, tralatum ab his qui onera 2 gerunt, quod hi sustinent. 78. Proprio nomine dicitur facere a facie, qui rci quam facit imponit faciem. Ut fictor cum dicit fingo, figuram imponit, quom dicit formo, 1 formam, sic cum dicit facio, faciem imponit ; a qua facie discernitur, ut dici possit aliud esse vestimentum, aliud vas, sic item quae fiunt apud fabros, fictores, item alios alia. Qui quid 2 amministrat, cuius opus non extat quod sub § 77. 1 Omitted in F. 2 G, H, for honera F. § 78. 1 L. Sp„ for informo. 2 Aug., for quicquid. 6 Found only in the plural in the scenic poets, who used it of ornaments for the head and face (os) ; it is a derivative of ornare ' to adorn,' which comes from ordo ordinis. c From prefix ops + can- ' sing ' : cf. o(p)s-tendere ' to show.' § 77. Cf vi. 41-42. 6 The distinction is almost impossible to imitate in translation, but the argument is good so far as the examples in the text are concerned. § 78. a Fades is from facere. the plural. 6 From this, oscines c ' singing birds ' are spoken of among the augurs, which indicate their pre- monitions by the os ' mouth.' VIII. 77. The third stage of action ° is, they say, that in -which they fadunt ' make ' something : in this, on account of the likeness among agere ' to act ' and facere ' to make ' and gerere ' to carry or carry on,' a certain error is committed by those •who think that it is only one thing. 6 For a person can facere something and not agere it, as a poet fadt ' makes ' a play and does not act it, and on the other hand the actor agit ' acts ' it and does not make it, and so a play ft ' is made ' by the poet, not acted, and agitur ' is acted ' by the actor, not made. On the other hand, the general, in that he is said to gerere ' carry on ' affairs, in this neither fadt ' makes ' nor agit ' acts,' but gerit ' carries on,' that is, supports, a meaning transferred from those who gerunt ' carry ' burdens, because they support them. 78. In its literal sense facere ' to make ' is from fades ° ' external appearance ' : he is said facere ( to make ' a thing, who puts a fades ' external appear- ance ' on the thing which he facit ' makes.' As the fetor ' image-maker,' when he says " Fingo ' I shape,' " puts a figura ' shape ' on the object, and when he says " Formo ' I form,' " puts a. forma ' form ' on it, so when he says " Fado ' I make,' " he puts a fades ' external appearance ' on it ; by this external appearance there comes a distinction, so that one thing can be said to be a garment, another a dish, and likewise the various things that are made by the carpenters, the image- makers, and other workers. He who furnishes a service, whose work does not stand out in concrete form so as to come under the observation of our 245 V. sensu(m) 3 veniat, ab agitatu, ut dixi, magis agere quam facere putatur ; sed quod his magis promiscue quam diligenter eonsuetudo est usa, translations utimur verbis : nam et qui dieit, faeere verba dieimus, et qui aliquid agit, non esse inficientem. 79- (Et facere lumen, 1 faculam) 2 qui adlueet, dieitur. Lucere ab luere, (quod) et 3 luce dissolvun- tur tenebrae ; ab luce Noctiluea, 4 quod propter lueem amissam is eultus institutus. Aequirere est ad et quaerere ; ipsum quaerere ab eo quod quae res ut reeiperetur datur opera ; a quoerendo quaestio, ab his turn quaestor. 5 80. Video a visu, (id a vi) 1 : qui(n)que 2 enim sensuum maximus in oeulis : nam cum sensus nullus quod abest mille passus sentire possit, oculorum sensus vis usque pervenit ad stellas. Hinc : Visenda vigilant, vigilium invident. Et Acci 3 : 3 //, Aldus, for sensu. § 79. 1 Added by GS. 2 Added by Fay, from Plautus, Persa, 515. 3 quod et Kent; quod A. Sp. ; for et. 4 After Noctiluea, L. Sp. deleted lucere item ab luce, a mar- ginal gloss that had crept into the text. 6 Kent, for con- qucstor. §80. 1 Added by L. Sp. 2 For qui que. 3 Kent, for atti. 6 vi. 41-42. § 79. " Wrong etymology. 6 This sentence, if properly reconstructed, goes with the preceding section. c Wrong. d As dis-so-luuntur, which is in fact its origin. * This sentence is out of place, but its proper place cannot be deter- mined ; cf. v. 81. f Correct etymologies, except that of qnaerere itself. § 80. " Video is to be kept distinct from vis and from vigilium. 6 Part of a verse from an unknown play, in physical senses, is, from his agitatus ' action, motion,' as I have said, 6 thought rather agere ' to act ' than facere ' to make ' something ; but because general practice has used these words indiscriminately rather than with care, we use them in transferred meanings ; for he who dicit ' says ' something, we say facere ' makes ' words, and he who agit ' acts ' something, we say is not inficiens ' failing to do ' something. 79. And he who lights a faculam a ' torch,' is said to facere ' make ' a light. 6 Lucere ' to shine,' from luere c ' to loose,' because it is also by the light that the shades of night dissohuntur d ' are loosed apart ' ; from lux ' light ' comes Noctiluca ' Shiner of the Night,' because this worship was instituted on account of the loss of the daylight. Acquirere e ' to acquire ' is ad' in addition ' and quaerere ' to seek ' ; quaerere itself is from this, that attention is given to quae res ' what thing ' is to be got back ; from quaerere comes quaestio ' question ' ; then from these, quaestor ' in- vestigator, treasurer.' * 80. Video a ' I see,' from visus ' sight,' this from vis ' strength ' ; for the greatest of the five senses is in the eyes. For while no one of the senses can feel that which is a mile away, the strength of the sense of the eyes reaches even to the stars. From this 6 : They watch for what is to be seen, but hate to stay awake.' Also the verse of Accius d : which the persons are watching the night sky for omens. e Invidere 4 to look at with dislike ' originally took a direct object, as here ; cf. Cicero, Tusc. iii. 9. 20. d If properly reconstituted, an iambic tetrameter catalectic, referring to Actaeon,_who inadvertently beheld Artemis bathing with the nymphs. 247 V. Cum illud o(c)wli(s) violavit 4 (is), 5 qui inmdit 6 invidendum. A quo etiam violavit virginem pro vit(i)avit dicebant ; acque eadem modestia potius cum muliere fuisse quam concubuisse dicebant. 81. Cerno idem valet : itaque pro video ait En- nius : Lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Cawius 1 : Sensumque inesse et motum in membris cerno. Dictum cerno a cereo, id est a creando ; dictum ab eo quod cum quid creatum est, tunc denique videtur. Hinc fines capilli d^scripti, 2 quod finis videtur, dis- crimen ; et quod 3 in testamento (cernito), 4 id est facito videant te esse heredem : itaque in cretione adhibere iubent testes. Ab eodem est quod ait Medea : Ter sub armis malim vz'tam 5 cernere, Quam semel modo parere ; quod, ut decernunt de vita eo tempore, multorum videtur vitae finis. 4 Mue., for obliuio lavet (obviolavit Aug., with B). 5 Added by Kent, metri gratia. 6 Kent ; vidit Mue. ; for incidit. §81. 1 Schoell, marginal note in his copy of A. Sp.'s edition,for canius. 2 A. Sp., for descripti. 3 Turnebus, for qui id. 4 Added by Turnebus. 5 Bentinus, from Nonius Marc. 261. 22 M.,for multa. e See note c. f Invidendum with negative prefix in-, unlike the preceding word; cf. infectum meaning both ' stained ' and ' not done.' §81. "Literally 'separate'; hence 'distinguish, see,' and also ' discriminate, decide.' Cerno has no connexion When that he violated with his eyes, Who looked upon • what ought not to be seen.' From which moreover they used to say violavit ' he did violence to ' a girl instead of vitiavit ' ruined ' her ; and similarly, with the same modesty, thev used to say rather that a man fult ' was ' with a woman, than that he concubuit ' lay ' with her. 81. Cerno a has the same meaning; therefore Ennius b uses it for video : I see light in the sky — can it be dawn ? Cassius c says : I see that in her limbs there's feeling still and motion. Cerno ' I see ' is said from cereo, that is, creo ' I create ' ; it is said from this fact, that when something has been created, then finally it is seen. From this, the bound- ary-lines of the parted hair, d because a boundary- line is seen, got the name discrimen ' separation ' ; and the cernito ' let him decide,' e which is in a will, that is, make them see that you are heir : therefore in the cretio ' decision ' they direct that the heir bring wit- nesses. From the same is that which Medea says / : I'd rather thrice decide, in battle wild, My life or death, than bear but once a child. Because, when they decernunt ' decide ' about life at that time, the end of many persons' lives is seen. with creo. 6 Trag. Rom. Frag., verse 338 Ribbeck* ; R.O.L. i. 226-227 Warmington ; from the Ajar ; cf. vi. 6 and vii. 76. e Fitting Cassius's play Lucretia ; cf. vi. 7 and vii. 72. * Capittus in the singular was used as a collective by V., according to Charisius, i. 104. 20 Keil. • Cf. Gams, Institut. ii. 1 74. ' Ennius, Medea, 222-223 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 316-317 Warmington; translated from Euripides, Medea, 250-251. 249 V. 82. Spectare dictum ab (specio) 1 antiquo, quo etiam Ennius usus : uos 2 Epulo postquam spexit, et quod in auspiciis distributum est qui habent spec- tionem, qui non habeant, et quod in auguriis etiam nunc augurcs dicunt avem specere. Consuetudo com(m)unis quae cum praeverbi(i)s coniun(c)ta fuerunt etiam nunc servat, ut aspicio, conspicio, respicio, suspicio, despicio, 3 sic alia ; in quo etiam expecto quod spectare volo. Hinc speculo(r), 4 hinc speculum, quod in eo specimus imaginem. Specula, de quo prospicimus. Speculator, quern mittimus ante, ut respiciat quae volumus. Hinc qui oculos inunguimus quibus specimus, specillum. 83. Ab auribus verba videntur dicta audio et ausculto ; aures 1 ab aveo, 2 quod his avemus di(s)cere 3 semper, quod Ennius videtur ervfiov ostendere velle in Alexandro cum ait : lam dudum ab ludis animus atque aures avent, Avide expectantes nuntium. Propter hanc aurium aviditatem theatra replentur. Ab audiendo etiam auscultare declinatum, quod hi § 82. 1 Added bp Aug. 2 A. Sp., from Festus, 330 b 32 31., for uos. 3 31, Jxietus, for didestspicio. 4 Canal, for specula. § 83. 1 3Iue., for audio. 2 Laetus, for abaucto. 3 Aug., for dicere. § 82. ° Annales, 421 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 148-149 Warm- ington ; given in better form by Festus, 330 b 32 M. : Quos ubi rex (Ep)ulo spexit de cotibus (=cautibus) celsis. Epulo was a king of the Istrians, who fought against the Romans in 178-177 b.c. ; cf. Livy,xli. 1,4, 11. 6 Page 20 Regell. c Page 17 Regell. § 83. Auris, audio, ausculto belong ultimately together, Spectare ' to see ' is said from the old word specere, which in fact Ennius used a : After Epulo saw them, and because in the taking of the auspices 6 there is a division into those who have the spectio ' watch-duty ' and those who have not ; and because in the taking of the auguries even now the augurs say c specere ' to watch ' a bird. Gammon practice even now keeps the compounds made with prefixes, as aspicio ' I look at,' conspicio ' I observe,' respicio ' I look back at,' suspicio ' I look up at,' despicio ' I look down upon,' and similarly others ; in which group is also expecto ' I look for, expect ' that which I wish spectare ' to see.' From this, speculor ' I watch ' ; from this, speculum ' mirror,' because in it we specimus ' see ' our image. Specula ' look-out,' that from which we prospicimus ' look forth.' Speculator ' scout,' whom we send ahead, that he respiciat 1 may look attentively ' at what we wish. From this, the instrument with which we anoint our eyes by which we specimus ' see,' is called a specillum ' eye-spatula.' 83. From the aures ' ears ' seem to have been said the words audio ' I hear ' and ausculto ' I listen, heed ' ; aures ' ears ' from aveo a ' I am eager,' because with these we are ever eager to learn, which Ennius seems to wish to show as the radical in his Alexander, 1 * when he says : A long time eager have been my spirit and my ears, Awaiting eagerly some message from the games. It is on account of this eagerness of the ears that the theatres are filled. From audire ' to hear ' is derived also auscultare ' to listen, heed,' because they are said but are not to be connected with aveo. 6 Trag. Rom. Frag. 34-35 Ribbeck'; R.O.L. i. 236-237 Warmington. V. auscultare dicuntur qui auditis parent, a quo dictum poetae : Audio, . 7 84. Ore edo, sorbeo, bibo, poto. Edo a Graeco low, 1 hinc esculentum et esca edulia 2 ; et quod Graece yei'eTcu, 3 Latine gustat. Sorbere, item bi- bere a vocis sono, ut fervere aquam ab eius rei simili sonitu. Ab eadem lingua, quod irorov, potio, unde poculum, potatio, repotia. 4 Indidem puteus, quod sic Graecum antiquum, non ut nunc (f>peap dictum. 85. A manu manupretium 1 ; mancipium, quod manu capitur ; (quod) 2 coniungit plures manus, manipulus ; manipularis, manica. Manubrium, quod manu tenetur. Mantelium, ubi manus terguntur. . . . 3 4 Aug. {quoting a friend), for aut. 5 B, Laetus, for ob- scnlto. 6 L. Sp., for odoratur. 7 sic alia ab ore A. Sp., for sic ab ore (Mue. deleted sic, and set ab ore at the begin- ning of the next section). §84. 1 A Idus, for edon. 2 Canal; escae edulia Aldus; for escaedulia. 3 Victorias, for geuete. 4 Aug. (quot- ing a friend), for repotatio. Victorius, for mantur praetium. 2 Added by G, H. 3 Lacuna recognized by Aug. e That is, with an changed to o, as if audor were the origin of odor ; olor, with the well-known change of d to I, is not attested elsewhere in Latin literature, but is found in the glosses and survives in the Romance languages. These words belong together, but are not to be grouped with audio. The etymological connexions are correct (except for puteus ; cf. v. 25 note a), but the Latin words are cognate auscultare who obey what they have heard ; from which comes the poet's saying : I hear, but do not heed. With the change of a letter are formed odor c or olor ' smell ' ; from this, olet ' it emits an odour,' and odorari ' to detect by the odour,' and odoratus ' perfumed,' and an odora ' fragrant ' thing, and similarly other words. 84. a With the mouth edo ' I eat,' sorbeo ' I suck in,' 6160 ' I drink,' poto ' I drink.' Edo from Greek eSto ' I eat ' ; from this, esculentum ' edible ' and esca ' food ' and edulia ' eatables ' ; and because in Greek it is yevtrat ' he tastes,' in Latin it is gustat. Sorbere ' to suck in,' and likewise bibere ' to drink,' from the sound 6 of the word, as for water fervere ' to boil ' is from the sound like the action. From the same language, because there it is — 6-ov ' drink,' is potio ' drink,' whence poculum ' cup,' potatio ' drinking-bout,' repotia ' next day's drinking.' From the same comes puteus ' well,' because the old Greek word was like this, and not pcap as it is now. 80. From manus ' hand ' comes manupretium ' workman's wages ' ; mancipium ' possession of pro- perty,' because it capitur ' is taken ' mann ' in hand ' ; manipulus ' maniple,' because it unites several manus ' hands ' ; manipularis ' soldier of a maniple,' manica ' sleeve.' Manubrium ' handle,' because it is grasped by the manus ' hand.' Mantelium ' towel,' on which the manus ' hands ' terguniur ' are wiped.' . . . a with the Greek, not derived from it. 6 These words are not onomatopoeic § 85. The gap is serious : the subject matter shifts abruptly, and many appropriate topics are missed, such as the actions of the feet, and some further discussion of the distinctions among agere, facere, gerere. Nunc primum ponam (de) 1 Censoriis Tabulis : Ubi noctu in templum censor 2 auspicaverit atque de caelo nuntium erit, praeconi 3 sic imperato 4 ut viros vocet : " Quod bonum fortunatum felix salutareque siet 5 populo Ro- mano Quiritiiw* 6 reique publicae populi Romani Quiritium mihique collegaeque meo, fidei magistratuique nostro : omnes Quirites pedites armatos, privatosque, curatores omnium tribuum, si quis pro se sive pro 1 altero rationem dari volet, voca 8 inlicium hue ad me." 87. Praeco in templo primum vocat, postea de moeris 1 item vocat. Ubi ht 12 ex(qua)0ra(s>, 13 consules praetores tribunosque plebis collegasque uos, 14 et in templo adesse iubeas omnes 15 ; ac cum mittas, contionem avoces. 18 92. In eodem Commentario Awquisitionis 1 ad ex- tremum scriptum caput edicti hoc est : Item quod attingat qui de censoribus 2 classicum ad comitia centuriata redemptum habent, uti curent eo die quo die comitia erunt, in Arce classicus canat 3 circumque muros et ante privati huiusce T. Quinti Trogi scelerosi ostium 4 canat, et ut in Campo cum primo luci adsiet. 5 93. Inter id cum circum muros mittitur et cum contio advocatur, interesse tempus apparet ex his quae interea fieri mlicium 1 scriptum est ; sed ad comitiatum 2 vocatur populus ideo, quod alia de causa hie magistratus non potest exercitum urbanum con- § 91. 1 Bergk, for orande sed. 2 Mommsen, for au- spiciis. 3 L. Sp., for dum. 4 Sciop., for commeatum. 5 Kent ; praeco reum Aug. ; for praetores. 6 Laetus, for portet. 7 Aug., with B, for cornicem. 8 Aldus, for cannat. ' Rhol., for colligam. 10 Mue., for rogis. 11 Victorius, for comitiae dicat. 12 Mue., for censeat. 13 Bergk ; exquiras Mue.; for extra. 14 Sciop., for uos. 15 Sciop., for homines. 16 B, G, Aug., for auoces. § 92. 1 Aug., with B, for acquisitionis. 2 Aug., with B, for decessoribus. 3 Victorius, for cannatum. 4 Sciop., for hostium. 5 Sciop., for adsit et. § 93. 1 Aldus, for illicitum F 1 (illicium F 2 ). 2 Sciop., for comitia turn. § 91. a The document is addressed to Sergius as quaestor. 6 Page 21 Regell. "The northern summit of the Capito- You° shall give your attention to the auspices, 4 and take the auspices in the sacred precinct ; then you shall send to the praetor or to the consul the favourable presage which has been sought. The praetor shall call the accused to appear in the assembly before you, and the herald shall call him from the walls : it is proper to give this command. A horn-blower you shall send to the doorway of the private individual and to the Citadel," where the signal is to sound. Your colleague you shall request that from the speaker's stand he proclaim an assembly, and that the bankers shut up their shops.* You shall seek that the senators express their opinion, and bid them be present ; you shall seek that the magistrates express their opinion, the consuls, the praetors, the tribunes of the people, and your colleagues, and you shall bid them all be present in the temple ; and when you send the request, you shall summon the gathering. 92. In the same Commentary on the Indictment, at the end, this summing up of the edict is written : Likewise in what pertains to those who have received from the censors the contract for the trumpeter who gives the summons to the centuriate assembly, they shall see to it that on that day, on which the assembly shall take place, the trumpeter shall sound the trumpet on the Citadel and around the walls, and shall sound it before the house-entrance of this accursed Titus Quintius Trogus, and that he be present in the Campus Martius at daybreak." That between the sending around the walls and the calling of the gathering some time elapses, is clear from those things the doing of which in the meantime is written down as the inlicium ' imitation ' ; but the people is called to appear in the assembly because for any other reason this magistrate cannot call together the citizen-army of the City. The line. * These shops (c/. § 59 and note), on both sides of the Forum, were to be closed during the trial of Trogus. § 92. In early Latin, lux was normally masculine, as in Plautus, Aul. 7-lS,Cist. 525, Capt. 1008 ; Terence, Adel. 841. § 93. a The praetor. 259 V. vocare ; censor, consul, dictator, interrex potest, quod censor 3 exercitum centuriato constituit quinquen- nalem, cum lustrare 4 et in urbem ad vexillum ducere debet ; dictator et consul in singulos annos, quod hie exercitui imperare potest quo eat, id quod propter centuriata comitia imperare solent. 94. Quare non est dubium, quin 1 hoc inlicium sit, cum circum muros itur, ut populus inliciatur ad magis- tratus conspectum, qui (vi)ros 2 vocare 3 potest, in eum locum unde vox ad contionem vocantis exaudiri possit. Quare una origine illici et inlicis quod in Choro Pro- serpinae est, et pellexit, quod in //ermiona est, cum ait Pacuius : Regni alieni cupiditas Pellexit. Sic Elicii Iovis ara 4 in Aventino, ab eliciendo. 95. Hoc nunc aliter fit atque olim, quod augur consuli adest turn cum exercitus imperatur ac praeit quid eum dicere oporteat. Consul augur(i) 1 imperare solet, ut iralicium 2 vocet, non accenso aut praeconi. Id inceptum credo, cum non adesset accensus ; et nihil intererat cui imperaret, et dicis causa fieba(n)t 3 3 Laetus, for censorem. 4 Scaliger, for lustraret. § 94. 1 Vertranvus, for cum. 2 L. Sp., for qui ros. 3 Aldus, for uocari. 4 Victor -ins, for iobis uisa ara. §95. 1 Victorius, for augur. 2 B, Laetus, for is licium. 3 Aug., with B, for fiebat. 6 This statement refers to the consul only ; the part de- fining the dictator's powers seems to have fallen out of the text. § 94. " Trag. Rom. Frag., page 272 Ribbeck 3, of an un- known poet ; unless Chorus Proserpinae is a substitute name for Eumenides, a tragedy of Ennius. " Trag. Rom. Frag., verses 170-171 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 226-227 Warmington. c A popular etymology only, since Jupiter could hardly be censor, the consul, the dictator, the interrex can, because the censor arranges in centuries the citizen- army for a period of five years, when he must cere- monially purify it and lead it to the city under its standards ; the dictator and the consul do so every year, 6 because the latter can order the citizen-army where it is to go, a thing which they are accustomed to order on account of the centuriate assembly. 91. Therefore there is no doubt that this is the inUcium, when they go around the walls that the people may inlici 1 be enticed ' before the eyes of the magistrate who has the authority to call the men into that place from which the voice of the one who is calling them to the gathering can be heard. There- fore there come from the same source also illici 1 to be enticed ' and inlicis ' thou enticest,' which are in the Chorus of Proserpina, a and pellexit ' lured,' which is in the Hermiona, when Pacuvius says 6 : Desire for another's kingdom lured him on. So also the altar of Jupiter Elicius ' the Elicited ' on the Aventine, from elicere ' to lure forth.' c 95. This is now done otherwise than it was of old, because the augur is present with the consul when the citizen-army is summoned, and says in advance the formulas which he is to say. The consul regularly gives order to the augur, not to the assistant nor to the herald, that he shall call the inlicium ' invitation.' I believe that this was begun on an occasion when the assistant was not present ; it really made no difference to whom he gave the order, and it was for form's sake ' tricked ' ; according to G. S. Hopkins, Indo-European deiwos and Related Words, 27-32, Elicius is a derivative of liquere ' to be liquid,' and Jupiter Elicius is a rain-god. 261 V. quaedam neque item facta neque item dicta semper. Hoc ipsum inlieium scriptum inveni in M. Iunii Com- mentariis ; quod tamen (inlex apud Plautum in Persa est qui legi non paret), 4 ibidem est quod illicit illex, (f)it quod 5 (I) 6 cum E et C cum G magnam habet co(m)munitatem. X. 96. Sed quoniam in hoe de paucis rebus verba feci plura, de pluribus rebus verba faciam pauca, et potissimum quae in Graeea lingua putant Latina, ut sealpere a o-KaAeveiv, 1 sternere a a-rpwvvf.iv, 2 lingere a Xixfiaadai? i ab W(t), i ite ab Ttc, 5 gignitur toris. 6 Non reprehendendum igitur in illis qui in scrutando verbo litteram adiciunt aut demunt, quo 7 facilius quid sub ea voce subsit viden' 8 possit : ut* enim facilius obscuram operam (M)yrmecidw 10 ex 1 The lost heading is restored after that of Book VI. 2 F contains this statement of loss; B and the Leipzig codex contain an interpolated beginning : Temporum vocabula et eorum quae coniuncta sunt, aut in agendo fiunt, aut cum tempore aliquo enuntiantur, priore libro dixi. In hoc dicam de poeticis vocabulis et eorum originibus, in quis multa difficilia : nam, after which comes repens ruina aperuit. AT THIS POINT, AT LEAST ONE LEAF, BUT PERHAPS MORE, IS LACKING. A word a poet uses is hard to expound. For, often, some meaning, or sense, that is fixed in olden times is buried by a sudden catastrophe, or in some word whose proper make-up of letters is hidden after some element has been taken away from it, the INTENT OR INTENTION – Grice’s m-intention -- of him who first applied the word becomes in this fashion quite obscure. There should be no rebuking then of those who, in examining a word, add a letter or take one away, that what underlies this expression may be more easily perceived : just as, for instance, that the eyes may more easily see Myrmecides' indistinct Proposed by A. Sp., as the most probable indication of what immediately preceded. * Turnebus, for aperuit. s A. Sp., for ut. * Turnebus, for sit. 5 Aldus, 11, for obscurius. 6 Victorius, for in posterioris. 7 Turnebus, for quid. 8 L. Sp., for uidere. ' Victorius, for et. 10 L. Sp. ; Myrmetidis Aldus ; for yrmeci dum. 267 V. ebore oculi videant, extrinsecus admovent nigras setas. 2. Cum haec amminicula addas ad eruendum voluntatem impositoris, tamen latent multa. Quod si poetice (quae) 1 in carminibus servant 2 multa prisca quae essent,sic etiam cur essent posuisset^yecundius 4 poemata ferrent fructum ; sed ut in soluta oratione sic in poematis verba (non) 5 omnia quae habent 8 ervfxa possunt dici, neque multa ab eo, quern non erunt in lucubratione litterae prosecutae, multum licet legeret. AeliV hominis in primo in litteris Latinis exercitati interpretationem Carminum Salio- rum videbis et exili littera expedita(m) 8 et praeterita obscura 9 multa. 3. Nec mirum, cum non modo Epemenides 1 (s)opor(e) 2 post annos L experrectus a multis non cognoscatur, sed etiam Teucer Livii post XV annos ab suis qui sit ignoretur. At 3 hoc quid ad verborum poeticorum aetatem ? Quorum si Pompili regnum fons in Carminibus Saliorum neque ea ab superioribus § 2. 1 Added by L. Sp. 2 Victorius, for servabit. 3 Victorius, for posuissent. 4 Laetns, for secundius. 6 Added by line. 6 For haberent. 7 H, B, Ed. Veneta, for helii. 8 Laetus, for expedita. 9 For praeteritam obscuram. §3. 1 Aug., icith B, for Epamenidis. 2 GS., for opos. 3 Victorius, for ad. § 1. ° Cf. ix. 108 ; his carvings were so tiny that the detail in the white ivory could be seen only against a black background. A Cretan poet and prophet, reputed to have cleansed Athens of a plague in 596 b.c According to one story, in his boyhood he went into a cave to escape the noonday sun, and fell into a sleep that lasted fifty-seven years. When he awoke, handiwork in ivory, men put black hairs behind the objects. 2. Even though you employ these tools to unearth the intent of him who applied the word, much remains hidden. But if the art of poesy, which has in the verses preserved many words that are early, had in the same fashion also set down why and how they came to be, the poems would bear fruit in more pro- lific measure ; unfortunately, in poems as in prose, not all the words can be assigned to their primitive radicals, and there are many which cannot be so assigned by him whom learning does not attend with favour in his nocturnal studies, though he read pro- digiously. In the interpretation of the Hymns of the Saltans, which was made by Aelius, an outstanding scholar in Latin literature, you will see that the inter- pretation is greatly furthered by attention to a single poor letter, and that much is obscured if such a letter is passed by. 3. Nor is this astonishing : for not only were there many who failed to recognize Epimenides ° when he awoke from sleep after fifty years, but even Teucer's own family, in the play of Livius Andronicus, 6 do not know who he is after his absence of fifteen years. But what has this to do with the age of poetic words ? If the reign of Numa Pompilius c is the source of those in the Hymns of the Saltans and those words were not received from earlier hymn-makers, they are none the everything was changed ; his younger brother had become an old man. * Livius Andronicus, T rag. Rom. Frag., page 7 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 14-15 Warmington. Teucer, son of Telamon king of Salamis, was absent from home during the Trojan War, and again during his exile after his return from that war. e Second king of Rome, founder of the Salian priesthood. 269 V. accepta, tamen habent DCC annos. Quare cur scriptoris industriam reprehendas qui herois tritavum, atavum non potuerit reperire, cum ipse tui tritavi matrem dicere non possis ? Quod intervallum multo tanto propius nos, quam hinc ad initium Saliorum, quo Romanorum prima verba poetica dicunt Latina. 4. Igitur de originibus verborum qui multa dix- erit commode, potius boni consulendum, quam qui aliquid nequierit reprehendendum, praesertim quom dicat etymologice 1 non omnium verborum posse dici causa 2 natura in caelo, ab auspiciis in terra, a similitudine sub terra. In caelo te(m)plum dicitur, ut in .Hecuba : O magna templa caelitum, commixta stellis splendidis. In terra, ut in Periboea : Scrupea saxea Ba(c)chi Templa prope aggreditur. Sub terra, ut in Andromacha : Acherusia templa alta Orci, salvete, infera. 7. Quaqua 1 initi erat 2 oculi, a tuendo primo templum dictum : quocirca caelum qua attui- mur dictum templum ; sic : Contremuit templum magnum Iovis altitonantis, 2 Sciop., for excidit. § 6. 1 Groth, with V, p, for auspicendo. 2 Added by L. Sp. % 7. 1 Aug., for quaquia. 2 Sciop., for initium erat. § 6. ° Said of Romulus, by Ennius, Ann. 65-66 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 22-23 Warmington ; quoted without templa by Ovid, Met. xiv. 814 and Fast. ii. 487. » Properly a ' limited space,' for divination or otherwise ; from the root tern- 'cut.' c Page 18 Regell. d That is, likeness to a templum in the sky or on the earth. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 163 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 292-293 Warmington. that if any word lies outside this fourfold division, I shall still include it in the account. 6. I shall begin from this : One there shall be, whom thou shalt raise up to sky's azure temples." Templum 6 ' temple ' is used in three ways, of nature, of taking the auspices, 6 from likeness d : of nature, in the sky ; of taking the auspices, on the earth ; from likeness, under the earth. In the sky, templum is used as in the Hecuba e : O great temples of the gods, united with the shining stars. On the earth, as in the Periboea f : To Bacchus' temples aloft On sharp jagged rocks it draws near. Under the earth, as in the Andromacha : Be greeted, great temples of Orcus, By Acheron's waters, in Hades. 7. Whatever place the eyes had iniuiti ' gazed on,' was originally called a templum ' temple,' from tueri ' to gaze ' ; therefore the sky, where we attuimur ' gaze at ' it, got the name templum, as in this ° : Trembled the mighty temple of Jove who thunders in heaven, ' Pacuvius, Tray. Rom. Frag. 310 Ribbeck*; R.O.L. ii. 278- 279 Warmington ; anapaestic; said of a Bacchic rout. ' Ennius, Trag. Rom. Frag. 70-71 Ribbeck*; R.O.L. i. 254- 255 Warmington ; anapaestic ; quoted more fully by Cicero, Tusc. Disp. i. 21. 48. §7. "Ennius, Ann. 541 Vahlen*; R.O.L. i. 450-451 Warmington. vol. i T 273 V. id est, ut ait Naevius, HemispAaerium 3 ubi conca* Caerulo 6 septum stat. Eius templi partes quattuor dicuntur, sinistra ab oriente, dextra ab occasu, antica ad meridiem, postica ad septemtrionem. 8. In terris dictum templum locus augurii aut auspicii causa quibusdam conceptis verbis finitus. Concipitur verbis non isdem 1 usque quaque ; in Arce sic : Tem tescaque 2 me ita sunto, quoad ego- ea rite 3 lingua 4 nuncupavero. Olla t'er(a) 6 arbos quirquir est, quam me sentio dixisse, templum tescumque me esto 6 in sinistrum. Olla ver(&} 7 arbos quirquir est, quam 6 me sentio dixisse, te(m)plum tescumque me esto 6 (in) 9 dextrum. Inter ea conregione conspicione cortumione, utique ea (rit)e dixisse me 10 sensi. 9. In hoc templo faciundo arbores constitui fines apparet et intra eas regiones qua oculi conspiciant, id 3 Turnebns, B, for hiemisferium. 4 Mue., for conca. 6 For cherulo. §8. 1 Mue., for hisdem. 2 Turnebus,for item testaque. 3 ea rite L. Sp., for eas te. 4 Victorius, p, for linquam. 6 Kent, for ullaber. 6 tescum Turnebus, -que me Fay, esto Scaliger and Turnebns, for tectum quern festo. 7 Kent, for ollaner. 6 Mue., for quod. . 9 Added by B, Laetus. 10 L. Sp., ; ea dixisse me Sciop. ; for ea erectissime. b An uncertain fragment, not listed in the collections of the fragments of Naevius. c Cf. p. 18 Regell. § 8. Page 18 Regell. 6 Text and translation both very problematic. I take me as dative (cf Fest. 160. 2) ; regard quirquir as equal to quisquis, either by manuscript corruption or with rhotacism in the phrase quisquis est, that is, as Naevius says, 6 Where land's semicircle lies, Fenced by the azure vault. Of this temple c the four quarters are named thus : the left quarter, to the east ; the right quarter, to the west ; the front quarter, to the south ; the back quarter, to the north. 8. On the earth, templum is the name given to a place set aside and limited by certain formulaic words for the purpose of augury a or the taking of the auspices. The words of the ceremony are not the same everywhere ; on the Citadel, they are as follows 6 : Temples and wild lands be mine in this manner, up to where I have named them with my tongue in proper fashion. Of whatever kind that truthful' tree is, which I con- sider that I have mentioned, temple and wild land be mine to that point on the left. Of whatever kind that truthful tree is, which I consider that I have mentioned, temple and wild land be mine to that point on the right. Between these points, temples and wild lands be mine for direction, for viewing, and for interpreting, and just as I have felt assured that I have mentioned them in proper fashion. 9. In making this temple, it is evident that the trees are set as boundaries, and that within them the regions are set where the eyes are to view, that is we becoming quisquir est (so Fay, Amur. Journ. Phil. xxxv. 253) ; take as datives the three words in -one in the last sentence (meanings, vii. 9), supplying after them templa tescaque me sunto. For meaning of tescum, cf. vii. 10-11. ' That is, lending itself to true predictions through the auspices. est tueamur, a quo templum dictum, et contemplare, ut apud Ennium in Medea : Contempla et templum Cereris ad laevam aspice. Contempla et conspicare id(em) 1 esse apparet, ideo dicere turn, cum te(m)plum 2 facit, augurem con- spicione, qua oculorum conspectum fmiat. Quod cum dicunt conspicionem, addunt cortumionem, dicitur a cordis visu : cor enim cortumionis origo. 10. Quod addit templa ut si(n)t 1 tesca, 2 aiunt sancta esse qui glossas scripserunt. Id est falsum : nam Curia Hostilia templum est et sanctum non est ; sed hoc ut putarent aedem sacram esse templum, . 14 Quare haec quo(d) tesca dixit, non erravit, neque ideo quod sancta, sed quod ubi mysteria fiunt at- tuentur, 15 tuesca dicta. 12. Tueri duo significat, unum ab aspectu ut dixi, unde est Ennii 1 illud : Tueor te, senex ? Pro Iupiter ! § 11. 1 Laetus, for ut. 2 Aldus, for philocto etatem. 3 Aldus, for appones (cf. adportas Festus, 356 a 26 31.). 4 Added by Mue. 6 Aug., with B, for prest olitor a rarat. 6 For teues. 7 Aldus, for castris. 8 For uolgania. 9 Added by Ribbeck. 10 Aug., with B, for lumine. 11 Vertranius {from Cicero, Tusc. ii. 10. .23), for ignes. 12 Aldus, for clauet. 13 Added by Victorius (from Cicero, I.e.). 14 Turnebus (from Cicero, I.e.), for diuis. 15 Mue.. for aut tuentur. § 12. 1 Sciop., for enim. § 11. » Trag. Bom. Frag. 554 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 514- 515 Warmington. 6 Trag. Bom. Frag. 525-534 Ribbeck 3 ; For there is the following in Accius, in the Philoctetes of Lemnos a : What man are thou, who dost advance To places desert, places waste ? What sort of places these are, he indicates when he says 6 : Around you you have the Lemnian shores, Apart from the world, and the high-seated shrines Of Cabirian Gods, and the mysteries which Of old were expressed with sacrifice pure. Then : You see now the temples of Vulcan, close by Those very same hills, upon which he is said To have fallen when thrown from the sky's lofty sill. e And : The wood here you see with the smoke gushing forth, Whence the fire — so they say — was secretly brought To mankind.* Therefore he made no mistake in calling these lands tesca, and yet he did not do so because they were con- secrated ; but because men attuentur ' gaze at ' places where mysteries take place, they were called tuesca. 6 12. Tueri has two meanings, one of ' seeing ' as I have said, whence that verse of Ennius ° : I really see thee, sire? Oh Jupiter ! R.O.L. ii. 506-507 Warmington ; anapaestic. e He fell on Lemnos, as related in Iliad, i. 590-594. d This last portion is quoted by Cicero, Tusc. Disp. ii. 10. 23, who continues with a summary of the story of Prometheus. * V. means that tesca is for tuesca, waste or wild land where men may look at (attueri) celebrations of religious mysteries : an incorrect etymology. § 12. ° Trag. Rom. Frag. 335 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 290- 291 Warmington. 279 V. Et :Quis pater aut cognatus volet vos 2 contra tueri ?   Alterum a curando ac tutela, ut cum dicimus " vellet 3  tueri villain," a quo etiam quidam dicunt ilium qui  curat aedes sacras cedituum, non aeditamuiw ; sed  tamen hoc ipsum ab eadem est profectum origine,  quod quern volumus domum curare dicimus " tu domi  videbis," ut Plautus cum ait :   Intus para, cura, vide. Quod opus(t> 5 flat.   Sic dicta vestis(pi)ca,* quae vestem spiceret, id est  videret vestem ac tueretur. Quare a tuendo et  templa et tesca dicta cum discrimine eo quod dixi.  13. Etiam indidem illud EnmV 1 :   Extemplo acceptam 2 me necato 3 et filiam. 4  Extemplo enim est continuo, quod omne te(m)plum  esse debet conti(nu)o septum nec plus unum in-  troitum habere.   2 Aug., with B, for nos. 3 Ellis, for bell . . et {vacant  space for two letters). 4 For aeditomum. 6 From  Plautus, Men. 352, for quid opus. 6 Aldus, for vestisca.   § 13. 1 Scaliger, for enim. 2 Voss, for acceptum.   3 Scaliger, for negato. 4 Bothe,for filium / cf. Euripides,  Hecuba, 391.     » Ann. 463 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 172-173 Warmington.  * Aeditumus is original, with the second part of uncertain  origin. d V. compares the two meanings of tueri  with the two meanings of videre, ' to see ' and ' to see after,  care for.' * Men. 352.    And 6 :   Who will now wish, though father or kinsman, to look  on your faces ?   The other meaning is of ' caring for ' and tutela  ' guardianship,' as when we say " I wish he were will-  ing tueri ' to care for ' the farmhouse," from which  some indeed say that the man who attends to con-  secrated buildings is an aedituus and not an aedi-  tumus c ; but still this other form itself proceeded from  the same source, because when we want some one to  take care of the house we say " You will see to d  matters at home," as Plautus does when he says * :   Inside prepare, take pains, see to 't ;  Let that be done, that's needed.   In this way the vestispica ' wardrobe maid ' was named,  who was spicere ' to see ' the vestis ' clothing,' that is,  was to see to the clothing and tueri 1 guard ' it. There-  fore, both temples and tesca ' wastes ' were named  from tueri, with that difference of meaning which I  have mentioned.   13. Moreover, from the same source comes the  word in Ennius a :   Extemplo take me, kill me, kill my daughter too.   For extemplo 6 ' on the spot ' is continuo ' without in-  terval,' because every templum ought to be fenced  in uninterruptedly and have not more than one  entrance.   § 13. a Trag. Rom. Frag. 355 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 380-  381 Warmington; perhaps spoken by the captive Hecuba,  who gave her name to a tragedy by Ennius. 6 Templum  denotes a limited portion of time as well as of space ; in  extemplo the application is to time.   281     V.   14. Quod est apud Accium :   Pervade polum, splendida mundi  Sidera, bigis, (bis) 1 continues )  Se(x ex)pkti $ign\s,*   polus Graecum, id significat circum caeli : quare quod  est pervade polum valet 3 vade irepl ttoXov. Signa  dicuntur eadem et sidera. Signa quod aliquid  significent, ut libra aequinoctium ; sidera, quae  (qua)si 4 insidunt atque ita significant aliquid in terris  perurendo aliave 5 qua re : ut signum candens in  pecore.   15. Quod est :   Terrarum anfracta revisam, 1   anfractum est flexum, ab origine duplici dictum, ab  ambitu et frangendo : ab eo leges iubent in directo  pedum VIII esse (viam), 2 in anfracto XVI, id est in  flexu.   16. Ennius :   Ut tibi   Titanis Trivia dederit stirpem liberum.  Titanis Trivia Diana est, ab eo dicta Trivia, quod in   § 14. 1 Added by Kent ; cf. GS., note. 2 Continui se  cepit spoliis F ; continuis sex apti signis Scaliger ; picti  Ribbeck, exceptis Fay, expicti Kent. 3 Victoritis, for  valde. 4 quae quasi GS. ; quod quasi L. Sp. ; for quae  si. 5 A. Sp., for aliudue.   § 15. 1 Aug., with B, for anfractare visum. 2 Added  by GS ; following Sciop., who added viam after iubent.     § 14. ° Trag. Rom. Frag. 678-680 Ribbeck 3 ; R.O.L.  ii. 572-573 Warmington ; anapaestic. The passage is appar-  ently addressed to Phaethon, but possibly to the Sun-God or  to the Moon-God. The twelve signs of the zodiac are con-  ceived as taken by the Universe and worn by it as a girdle.  6 Properly 1 white-hot ' ; the Roman poets often speak of As for what is in Accius,°   With thy team do thou go through the sky, through  the bright   Constellations aloft, which the universe holds,  Adorned with its twice six continuous signs,   the word polus ' sky ' is Greek, it means the circle  of the sky : therefore the expression pervade polum  ' traverse the sky ' means ' go around the -oAos.'  Signa 1 signs of the zodiac ' means the same as sidera  ' constellations.' Signa are so called because they  significant ' indicate ' something, as the Balance marks  the equinox ; those are sidera which so to speak in-  sidunt ' settle down ' and thus indicate something on  earth by burning or otherwise : as for example a  signum candens ' scorching sign,' 6 in the matter of  the flocks.   15. In the phrase   Again of the land I shall see the anfracta,"   anfractum means ' bent or curved,' being formed from  a double source, from ambitus ' circuit ' and frangere  ' to break.' Concerning this the laws 6 bid that a road  shall be eight feet wide where it is straight, and six-  teen at an anfractum, that is, at a curve.   16. Ennius says ° :   As surely as to thee  Titan's daughter Trivia shall grant a line of sons.   The Trivian Titaness is Diana, called Trivia from the   the flocks as being burned by the heat of Canicula ' the  Dog-star,' which is visible while the sun is in the sign of Leo.   § 15. • Accius, Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L.  ii. 440-141 Warmington. 6 Cf. XII Tabulae, page 138  Schoell.   § 16. ■ Trag. Rom. Frag. 362 Ribbeck*; R.O.L. i. 260-  261 Warmington.   283     V.   trivio ponitur fere in oppidis Graecis, vel quod luna  dicitur esse, quae in caelo tribus viis movetur, in  altitudinem et latitudinem et longitudinem. Titanis  dicta, quod earn genuit, ut ai(t) 1 Plautus, Lato ; ea,  ut scribit Manilius,   Est Coe(o> creata 2 Titano.   Ut idem scribit :   Latona pari(e)t 3 casta complexu Iovis  Deliadas 4 geminos,   id est Apollinem et Dianam. Dii, quod Titanis  aX6si 1 :   /iellespontum et claustra.   (Claustra), 2 quod Xerxes 3 quondam eum locum   clausit : nam, ut Ennius ait,   Isque Hellespont*) pontem contendit in alto.   Nisi potius ab eo quod Asia et Europa ibi cow(c)ludi-   t(ur> 4 mare ; inter angustias facit Propontidis fauces.   §19. 1 Ribbeck, for quid. 2 Ribbeck ; aequam pugnam  Mue. ; aequom palam Bothe ; for quam pudam. 3 Laetus,  for his locis.   § 20. 1 For piple. ide ( = id est) espiades, with h above the  e of esp-.   § 21. 1 Mue. ; Cassius Sciop. ; for quasi. 2 Added by  Scaliger. 3 Bentinus, for exerses. 4 A. Sp. ; con-  clude Ijaetus ; for colludit.     c Trag. Rom. Frag. 349 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 272-273  Warmington. d At the trial of Orestes for the murder  of his mother.   §20. "Ennius, Ann. 1 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 2-3 War-  mington ; opening the poem. * As home of the gods.  c That is, not merely the Greeks. a Pipleides or Pim-   288     OX THE LATIN LANGUAGE, VII. 19-21     In the verse of Ennius, c   Since the Areopagites have cast an equal vote,*   Areopagitae ' Areopagites ' is from Areopagus ; this is  a place at Athens.   20. Muses, ye who with dancing feet beat mighty  Olympus."   Olympus is the name which the Greeks give to the  sky, b and all peoples c give to a mountain in Mace-  donia ; it is from the latter, I am inclined to think,  that the Muses are spoken of as the Olympiads : for  they are called in the same way from other places on  earth the Libethrids, the Pipleids, d the Thespiads,  the Heliconids. e   21. In this phrase of Cassius,   The Hellespont and its barriers,   claustra ' barriers ' is used because once on a time  Xerxes clausit ' closed ' the place by barriers b : for,  as Ennius says, c   He, and none other, on Hellespont deep did fasten  a bridgeway.   Unless it is said rather from the fact that at this place  the sea concluditur ' is hemmed in ' by Asia and Europe ;  in the narrows it forms the entrance to the Propontis.   pleides. e Respectively from Libethra, a fountain sacred  to the Muses, near Libethmm and Magnesia, in Mace-  donia ; Pimpla, a place and fountain in Pieria, in Mace-  donia ; Thespiae, a town of Boeotia at the foot of Helicon ;  and Helicon, a mountain-range in Boeotia.   §21. 8 Trag. Rom. Frag. inc. inc. 106 Ribbeck* ; with  the text as here emended, it belongs to Cassius. * Cf.  Herodotus, vii. 33-36. e Ann. 378 Vahlen*; R.O.L. i.  136-137 Warming-ton.   vol. I U 289     V.     22. Pacui :   Li 2 nos esse   (Camenas). 2   Ca(s)menarum 3 priscum vocabulum ita natum ac  scriptum est alibi ; Carmenae ad eadem origine sunt  declinatae. In multis verbis in quo 4 antiqui dicebant  S, postea dicunt R, ut in Carmine Saliorum sunt haec :   10 This statement is in the margin of F, opposite a blank space  which amounts to one and one half pages.   § 24. 1 Added by L. Sp. and by Bergk. 2 Mue., for  infulas hostiis. 3 For sepulchrum. 4 L. Sp. and Rib-  beck, for lanas. 6 L. Sp. and Ribbeck, for frondentis  comas.   § 25. 1 GS. (cornutam umbram L. Sp. ; cornutarum  umbram Victor hi s ; iacit Scaliger), for cornua taurum  umbram iaci.   § 26. 1 Scaliger, for curuamus ac (which includes the last  word of § 25). 2 Additions by Jordan. 3 Laetus, for  camenarum. 4 Later codd.,for quod F.     § 24. a Trag. Rom. Frag. inc. inc. 220-221 Ribbeck 3 .   § 25. ° Trag. Rom. Frag. inc. inc. 222 Ribbeck 3 .  6 Cornu and curvus are not connected etymologically.   § 26. a Ennius, Ann. 2 Vahlen 2 . 6 Perhaps of Etruscan  origin ; at any rate, not connected with canere ' to sing.'  c A spelling caused by association with carmen and Car-   292     ON THE LATIN LANGUAGE, VII. 23-26     HERE OXE LEAF IS LACKING IX THE MODEL COPY   III. 2 k ... it is clear that agrestes ' rural '  sacrificial victims were so called from ager ' field-  land ' ; that infulatae ' filleted ' victims were so called,  because the head-adornments of wool which are put  on them, are infulae ' fillets ' : therefore then, with  reference to the carrying of leafy branches and flowers  to the burial-place, he added a :   Decked not with wool, but with a hair-like shock  of leaves.   25. The horned shadow lures the bull to fight.   It is clear that cornuta ' horned ' is said from cormia  ' horns ' ; cornua is said from curvor ' curvature,'  because most horns are curva ' curved.' 6   26. Learn that we, the Camenae, are those whom   they tell of as Muses.   Casmenae b is the early form of the name, when it  originated, and it is so written in other places ; the  name Carmenae c is derived from the same origin. In  many words, at the point where the ancients said S,  the later pronunciation is R, d as the following in the  Hymn of the Saltans e :   menta ; though no etymological connexion with them exists.  d The well-known phenomenon of rhotacism, the change of  intervocalic S to R. • Fragy. 2-3, pp. 332-335 Mauren-  brecher ; page 1 Morel. It is hazardous in the extreme to  attempt to restore and interpret the text of the Hymn. These  sentences seem to invoke Mars not as God of War, but in his  old Italic capacity of God of Agriculture, spoken of in several  functions. It was the view of L. Spengel, approved by A.  Spengel, that this verbatim text of the Hymn was an inter-  polation, and that foedesum foederum of § 27 immediately  followed in Carmine Saliorum sunt haec. Cozevi o6orieso. Omnia vero ad Patulc(ium)   co»imisse.  Ianeus iam es, duonus Cerus es, du(o)nus Ianus.  Ven(i)es po(tissimu)m melios eum recum . . . 5   HIC SPATIUM X LINEARUM RELICTUM ERAT IN  EXEMPLARI . . . . f(o)edesum foederum, 1 plusima plu-  rima, meliosem meliorem, asenam arenam, ianitos  ianitor. Quare e 2 Casmena Carmena,  3 Carmena 4  R extrito Camena factum. Ab eadem voce canite,  pro quo in Saliari versu scriptum est cante, hoc  versu :   Divum em pa 5 cante, divum deo supplicate. 6   28. In Carmine Priami 1 quod est :  Veteres Casmenas cascam rem volo profarier, 2   5 F has : Cozeulodori eso. Omnia uero adpatula coemisse.  ian cusianes duonus ceruses, dunus ianusue uet pom melios  eum recum. This is here emended as follows : Cozevi Havet ;  oborieso Kent; Patulcium Kent, after Bergk ; commissei  Kent; Ianeus GS., cf Festus, 103. 11 31.; iam es Kent;  duonus Cerus es, duonus Ianus Bergk; ueniet V, venies  Kent ; potissimum, cf Festus, 205 all 31. 6 At this point,  the remainder of the line and the next four lines are vacant in  F, with traces of writing in the last empty line, which must  have given the data for this statement, found in II and a.   §27. 1 For faederum. 2 A. Sp. ; ex Ursinus ; for e  (=est). 3 Added by A. Sp. * A. Sp., for carmina  carmen. 5 Bergk, for empta. 6 Grotefend, for sup-  plicante.   § 28. 1 At this point, the rest of the page (three and one-  third lines) remains vacant in F, but there is no gap in the  text. 2 Scaliger,for profari et.   ' Cozevi, voc. of Consivius (epithet of Janus, in Macrobius,  Sat. i. 9. 15), with NS developing to NTS as in Umbrian,  the N not written before the consonants (cf. Latin cosol for  consul), and z having the value of ts, as in the Umbrian   O Planter God/ arise. Everything indeed have I  committed unto (thee as) the Opener." Now art  thou the Doorkeeper, thou art the Good Creator,  the Good God of Beginnings. Thou'lt come especi-  ally, thou the superior of these kings HERE A SPACE OF TEN LINES IS LEFT VACANT IN  THE MODEL COPY In the Hymn of the Saltans are found  such old forms as) foedesum for foederum ' of treaties,'  plusima for plurima ' most,' meliosem for meliorem  ' better,' asenam for arenam ' sand,' ianitos for ianitor °  ' doorkeeper.' Therefore from Casmena came Car-  viena, and from Carmena, with loss of the R, came  Camena. b From the same radical came canite ' sing  ye,' for which in a Salian verse c is written cante, and  this is the verse :   Sing ye to the Father d of the Gods, entreat the God  of Gods.*   28. In The Song of Priam there is the following ° :  I wish the ancient Muses to tell a story old.   alphabet. 9 Epithet of Janus, in Macrobius, Sat. i. 9. 15.  * The god is addressed as more powerful than all earthly  lords, whether kings or (perhaps) priests. The gen. plural  eum, equal to eorum. is elsewhere attested. ' The vacant  lines in the model copy may have represented more of the  text of the Hymn, too illegible to copy.   § 27. a Fragg. 4, 7, 20, 26, 27, pages 335, 339, 347, 349  Maurenbrecher. Ianitos is an incorrect form, since the word  had an original R ; but all the other words have R from  earlier S. » Cf. § 26, note 6. e Frag. 1, page 331  Maurenbrecher ; page 1 Morel. * Here em pa stands for  in patrem ; so Th. Bergk, Zts.f. Altertumswiss. xiv. 138 =  Kleine Philol. Schriften, i. 505, relying on Festus, 205 all M.,  pa pro parte (read patre) et po pro potissimum positum est in  Saliari Carmine. * Equal to ' father of the gods.'   § 28. a Frag. Poet. Lat., page 29 Morel.   295     V.   primum cascum significat vetus ; secundo eius origo  Safeina, quae usque radices in Oscam linguam egit.  Cascum vetus esse significat Ennius quod ait :   Quam Prisci casci populi tenuere 3 Latini.  Eo magis Manilius quod ait :   Cascum duxisse cascam non mirabile est,  Quoniam cariosas 4 conficiebat nuptias.   Item ostendit Papini epigrammation, quod in adole-  scentem fecerat Cascam :   Ridiculum est, cum te Cascam tua dicit arnica, 5  Fili(a> 6 Potoni, sesquisenex' puerum.   Die tu illam 8 pusam : sic net " mutua 9 muli " :  Nam vere pusns tu, tua arnica senex.   29. Idem ostendit quod oppidum vocatur Casinum  (hoc enim ab Sabinis orti Samnites tenuerunt) et 1  nostri etiam nunc Forum Vetus appellant. Item  significat 2 in Atellanis aliquot Pappum, senem quod  Osci 3 casnar appellant.   3 Columna, for genuere. 4 L. Sp. and Lachmann, for  carioras. 6 Laetus, B, for amici. 6 Popma, for fili.  7 Turnebus, for potonis es qui senex. 8 Turnebus, for dicit  pusum puellam. 9 Pantagatkus, for mutuam.   § 29. 1 L. Sp. deleted nunc after et. 2 For significant.  3 For ostii.     * The native Latin word was canus 1 grey-haired,' from  casnos, with the same root as in cascus, but a different suffix.  e Sabine was not a dialect of Oscan, but stood on an equal  footing with it. d Ann. 24 Vahlen 2 ; B.O.L. i. 12-13  Warmington. ' Frag. Poet. Lat., page 52 Morel.  1 Frag. Poet. Lat., page 42 Morel ; the poet's name is  doubtful : Priscian, ii. 90. 2 K., calls him Pomponius, and  Bergk, Opusc. i. 88, proposes Pompilius. 9 Casca was  a male cognomen in the Servilian gens only ; for this reason  Potonius is rather to be taken as a jesting family name of  the arnica. h Pusum puellam (see crit. note) was origin-   296     ON THE LATIN LANGUAGE, VII. 28-29   First, cascum means ' old ' ; secondly, it has its origin  from the Sabine language, 6 which ran its roots back  into Oscan. c That cascum is ' old,' is indicated by the  phrase of Ennius a :   Land that the Early Latins then held, the long-ago  peoples.   It is even better shown in Manilius's utterance e :   That Whitehead married Oldie is surely no surprise :  The marriage, when he made it, was aged and decayed.   It is shown likewise in the epigram of Papinius/ which  he made with reference to the youth Casca :   Funny it is, when your mistress tenderly calls you her  " Casca " 3 :   Daughter of Rummy she, old and a half — you a boy.  Call her your " laddie " A ; for thus there will be the   mule's trade of favours ' :  You're but a lad, to be sure ; Oldie's the name for   your girl.   29. The same is shown by the fact that there is a  town named Casinum, a which was inhabited by the  Samnites, who originated from the Sabines, 6 and we  Romans even now call it Old Market. Likewise in  several Atellan farces c the word denotes Pappus, an  old man's character, because the Oscans call an old  man casnar.   ally a marginal gloss to pusam, since pusus had no normal  feminine form ; cf. French la garqonne. But the gloss  crept into the text. ' Proverbial phrase, equal to ' tit for  tat,' or ' an eye for an eye.'   § 29. A town of southeastern Latium, on the borders of  Samnium. b The Samnites and the Sabines were separate  peoples, but their names are etymologically related, and so  presumably were the two peoples. e Com. Rom. Frag,  inc. nom. vii. p. 334 Ribbeck 3 ; these farces were named  from Atella, an Oscan town in Campania a few miles north  of Naples.   297     V.   30. Apud Lucilium :   Quid tibi ego ambages Ambiv(i) 1 scribere coner ?   Profectum a verbo ambe, quod inest in ambitu et  ambitioso.   31. Apud Valerium Soranura :   Vetus adagio est, O Publi 1 Scipio,  quod verbum usque eo evanuit, ut Graecum pro eo  positum magis sit apertum : nam id(em) est 2 quod  Trapoi/xiav vocant Graeci, ut est :   Auribus lupum teneo ;  Canis caninam non est.   Adagio est littera commutata a(m)bagio, 3 dicta ab  eo quod ambit orationem, neque in aliqua una re  consistit sola. (Amb)agio 4 dicta ut a(m)6ustum, 5  quo(d) 6 circum ustum est, ut ambegna 7 bos apud  augures, quam circum aliae hostiae constituuntur.   32. Cum tria sint coniuncta in origine verborum  quae sint animadvertenda, a quo sit impositum et in  quo et quid, saepe non minus de tertio quam de  primo dubitatur, ut in hoc, utrum primum una canis   § 30. 1 Laetus, for ambiu.   § 31. 1 Abbreviated to P in F. 2 idem est Mve. ; idem  early edd., with later codd. ; for id est F. 3 Tvrnebus,  for abagio. 4 L. Sp. ; adagio Laetus ; for agio. 8 Aug.,  for adustum. 6 Laetus, M, for quo. 7 Tvrnebus, with  Festus, 4. 16 M., for ambiegna.     § 30. ° 1281 Marx. 6 If the text is correctly restored,  this is L. Ambivius Turpio, famous stage director and actor  of Caecilius Statius and of Terence ; Lucilius puns on his  name. c Equal to Greek a^i, and found in Latin only  as a prefix.   § 31. "A little-known writer of the second century b.c. ;  Frag. Poet, Lat., page 40 Morel. b Adagio, gen. -onis ; not  In Lucilius ° :   Why should I try to tell to you Roundway's * round-  about speeches ?   The word ambages ' circumlocutions ' comes from the  word ambe c ' round about,' which is present in ambitus  ' circuit ' and in ambitiosus ' going around (for votes),  ambitious.'   31. In Valerius of Sora a is the following :   It is an old adagio, 1 * Publius Scipio.   This word has gone out of use to such a,point that the  Greek word put for it is more easily understood : for  it is the same as that which the Greeks call Trapoifita ' proverb,' as for example : I'm holding a wolf by the ears, c Dog doesn't eat dog-flesh. Now adagio d is only ambagio with a letter changed, which is said because it ambit ' goes around ' the dis- course and does not stop at some one thing only." Ambagio resembles ambustum, which is ' burnt around,' and an ambegna cow f in the augural speech, 9 which is a cow around which other victims are arranged. 32. Whereas there are three things combined which must be observed in the origin of words, namely from what the word is applied, and to what, and what it is, often there is doubt about the third no less than about the first, as in this case, whether the word for dog in the singular was at first canis or canes : the more usual adagium. e Terence, Phor. 506, etc. 4 Really from ad ' thereto ' and the root of aio 'I say.' e That is, it applies also to other things than that which it specifically mentions. ' ' Having a lamb {agna) on each side.' 8 Page 17 Regell. 299 V. aut canes si^ 1 appellata : dicta enim apud veteres una canes. Itaque Ennius scribit : Tantidem quasi feta 2 canes sine dentibus latrat. Lucilius : Nequam et magnus homo, laniorum immams 3 canes ut. Impositio unius debuit esse canis, plurium canes ; sed neque Ennius consuetudinem illam sequens repre- hendendus, nec is qui nunc dicit : Canis canina(m> 4 non est. Sed canes quod latratu 5 signum dant, ut signa canunt, canes appellatae, et quod ea voce indicant noctu quae latent, latratus appellatus. 33. Sic dictum a quibusdam ut una canes, una trabes : (Trabes) 1 remis rostrata per altum. Ennius : Utinam ne in nemore Pelio 2 securibiis Caesa accidisset abiegna ad terram trabes, cuius verbi singularis casus rect«s 3 correptus 4 ac facta trabs. § 32. 1 For sic. 2 For faeta. 3 Aug., with B, for immanes. 4 Laetus, for canina. 6 M, V,p, Laetus,for latratus. § 33. 1 Added by Colnmnn. 2 For polio. 3 Sciop., for recte. 4 Laetus, for correctus. §32. ° Ann. 528 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 432-433 Warming- ton. 6 Her bark is worse than her bite, as a pregnant bitch was proverbially harmless ; cf. Plautus, Most. 852, Tarn placidast {ilia canis) quam feta quaevis. e 1221 for in the older writers the expression is one canes. Therefore Ennius writes the following, using canes a : Barks just as loud as a pregnant bitch : but she's toothless. 6 Lucilius also uses canes : Worthless man and huge, like the monstrous dog of the butchers. When applied to one, the word should have been cams, and when applied to several it should have been canes ; but Ennius ought not to be blamed for follow- ing the earlier custom, nor should he who now says : Canis ' dog ' doesn't eat dog-flesh. But because dogs by their barking give the signal, as it were, canunt ' sound ' the signals, they are called canes ; and because by this noise they make known the things which latent ' are hidden ' in the night, their barking is called latratus. d 33. As some have said canes in the singular, so others have said trabes ' beam, ship ' in the singular : The beaked trabes is driven by oars through the waters. Ennius used trabes in the following 6 : I would the trabes of the fir-tree ne'er had fall'n To earth, in Pelion's forest, by the axes cut ! But now the nominative singular of this word has lost a vowel and become trabs. Marx. d Canis is not etymologically connected with canere, nor tat rat us with latere. §33. ° Ennius, Ann. 616 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. * Medea Exul, Trag. Rom. Frag. 205- 206 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 312-313 Warmington; that is, " would that the ship Argo had never been built." 301 V. 34. In Medo : Caelitum Camilla, expectata advenis : salve, Aospita. Camilla(m) 1 qui glos(s)emata interpretati dixerunt administram ; addi oportet, in his quae occultiora : itaque dicitur nuptiis camillus 2 qui cumerum 3 fert, in quo quid sit, in ministerio plerique extrinsecus neim 1 : Subulo quondam marinas propter astabat plagas. 2 Subulo dictus, quod ita dicunt tibicines Tusci : quo- circa radices eius in Etr(ur)ia, non Latio quaerundae. 3 36. Versibus quo(s) 1 olim Fauni 2 vatesque canebant. Fauni dei Latinorum, ita ut et Faunus et Fauna sit ; hos versibus quos vocant Saturnios in silvestribus locis traditum est solitos fari (futura, 3 a) 4 quo fando § 34.. 1 Mue., for Camilla. 2 Turnebus, for scamillus. 3 Turnebus, for quicum merum. 4 Turnebus, for nectunc. 6 For casmillus. § 35. 1 Laetus, for enim. 2 Mue., from Fest. 309 a 5 M., for aquas. 3 Victorius, for querunda e. §36. 1 Aldus, for quo. 2 Laetus deleted et after Fauni, following Cicero, Div. i. 50. 114, Brut. 18. 71, Orator, 51. 171. 3 Added by Mue., from Serv. Dan. in Georg. i. 11. 4 Added by Aug. §34. "Pacuvius, Trag. Rom. Frag. 232 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 256-257 Warmington. 6 Page 112 Funaioli. c Probably certain belongings of the bride. d Identified with Hermes, the messenger of the gods, according to Ma- crobius, Sat. iii. 8. 6. ' More probably Etruscan than Greek : there were Etruscans on Lemnos, not far from Samothrace, which may explain the use of the similar word In the Medus a : Long awaited, Camilla of the gods, thou comest ; guest, all hail ! A Camilla, according to those who have interpreted 6 difficult words, is a handmaid assistant ; one ought to add, in matters of a more secret nature : therefore at a marriage he is called a camillus who carries the box the contents of which c are unknown to most of the uninitiated persons who perform the service. From this, the name Casmilus is given, in the Samothracian mysteries, to a certain divine personage who attends upon the Great Gods. 6 poematis cum scribam ostendam. 37. Corpore Tartarino prognata Pallida virago. Tartarino dictj^m) 1 a Tartaro. Plato in IIII de fluminibus apud inferos quae sint in his unum Tar- tarum appellat : quare Tartari origo Graeca. Paluda a paludamentis. Haec insignia atque ornamenta militaria : ideo ad bellum cum exit imperator ac lictores mutarunt vestem et signa incinuerunt, palu- datus dicitur proficisci ; quae propter quod con- spiciuntur qui ea habent ac fiunt palam, paludamenta dicta. 38. Plautus : Epeum fumificum, qui legioni nostrae habet Coctum cibum. Epeum fumificum cocum, ab Epeo illo qui dicitur ad Troiam fecisse Equum Troianum et Argivis cibum curasse. 39. Apud Naevium : Atque 1 prius pariet lucusta 2 Lucam bovem. Luca bos elepAans ; cur ita sit dicta, duobus modis 5 Canal and L. Sp., for antiquos. 6 Added by L. Sp., cf. vi. 52. § 37. 1 Laetus, for dicta. § 39. 1 For at quae. 2 For lucustam. c This applies both to words and to music. d Page 213 Funaioli. §37. "Ennius, Ann. 521 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 96-97 Warmington; referring to Discordia, an incarnation of chaos. b Phaedo, 112-113; in Thrasyllus' numbering of Plato's dialogues, the Phaedo was the fourth in the first tetralogy. But in Plato's account, Tartarus is not a river of Hades, but the abyss beneath, into which all the rivers of Hades empty. c Of unknown etymology ; not from palam. rates ' poets,' the old writers used to give this name to poets from viere ' to plait ' c verses, as I shall show when I write about poems. d 37. Born of a Tartarine body, the w arrior maiden Paluda. Tartarinum ' Tartarine ' is derived from Tartarus. Plato in his Fourth Dialogue,* speaking of the rivers which are in the world of the dead, gives Tartarus as the name of one of them ; therefore the origin of Tartarus is Greek. Paluda c is from paludamenta, which are distinguishing garments and adornments in the army ; therefore when the general goes forth to war and the lictors have changed their garb and have sounded the signals, he is said to set forth palu- datus ' wearing the pahdamentum.' The reason why these garments are called paludamenta is that those who wear them are on account of them conspicuous and are made palam ' plainly * visible. 38. Plautus has this a : Epeus the maker of smoke, who for our army gets The well-cooked food. Epeus fumificus ' the smoke-maker ' was a cook, named from that Epeus who is said to have made the Trojan Horse at Troy and to have looked after the food of the Greeks. 6 39. In Naevius is the verse a : And sooner will a lobster give birth to a Luca bos. Luca bos is an elephant ; why it is thus called, I have § 38. Fab. inc. frag. 1 Ritschl. * Epeus is not else- where said to have been a cook, though he is said to have furnished the Atridae with their water supply. § 39. « Frag. Poet. Jxit., page 28 Morel; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. vol. I x 305 V. inveni scriptum. Nam et in Cornelii Commentario erat ab Libycis Lucas, et in Vergilu 3 ab Lucanis Lucas ; ab co quod nostri, cum maximam quadri- pedem quam ipsi habercnt vocarent bovem et in Lucanis PyrrAi bello primum vidissent apud hostis elep^antos, id est 4 item quadripedes cornutas (nam quos dentes multi dicunt sunt cornua), Lucanam bovem quod putabant, Lucam bovem appellasse(nt). 5 40. Si ab Libya dictae essent Lucae, fortasse an pantherae quoque et leones non Africae bestiae dicerentur, sed Lucae ; neque ursi potius Lucani quam Luci. Quare ego 1 arbitror potius Lucas ab luce, quod longe relucebant propter inauratos regios clupeos, quibus eorum turn ornatae erant turres. 41. Apud Ennium : Orator sine pace redit regique refert rem. Orator dictus ab oratione : qui enim verba 1 haberet publice adversus eum quo legabatur, 2 ab oratione orator dictus ; cum res maior erat (act)iom', 3 lege- 3 For uirgilius. 4 Aug. deleted non after est. 5 O, H, Mue., for appellasse. § 40. 1 G, H, M, for ergo. §41. 1 Sciop. deleted orationum after verba. 2 Seal i- ger, for legebatur. 3 GS. (maior erat Turn.), for maiore ratione. 6 Cf. v. 150. " An otherwise unknown author; page 106 Funaioli. a V. is wrong ; elephants' tusks are teeth. * Apparently correct ; iAicanus was in Oscan Jsucans, pro- nounced Lucas by the Romans, to which a feminine form Lnica was made. found set forth by the authors hi two ways. For in the Commentary of Cornelius 6 was the statement that Lucas is from Libyci ' the Libyans,' and in that of Ver- gilius, c that Lucas was from Lucani ' the Lucanians ' : from the fact that our compatriots used to call the largest quadruped that they themselves had, a bos ' cow ' ; and so, when among the Lucanians, in the war with Pyrrhus, they first saw elephants in the ranks of the enemy — that is, horned quadrupeds like- wise (for what many call teeth are really horns riai. 1 Olli valet dictum illi ab olla et olio, quod alterum comitiis cum recitatur a praecone dicitur olla centuria, non ilia ; alterum apparet in funeribus indictivis, quo dicitur Ollus leto 2 datus est, quod Graecus dicit ^jOy, id est oblivioni. 43. Apud Ennium : Mensas constituit idemque ancilia (primus. 1 Ancilia) 2 dicta ab ambecisu, quod ea arma ab utraquc parte ut TTzracum incisa. 44. Libaque, 1 fictores, Argeos et tutulatos. Liba, quod libandi causa fiunt. Fictores dicti a fin- gendis libis. Argei ab Argis ; Argei fiunt e scir- peis, simulacra hominum XXVII ; ea quotannis de § 42. 1 Victor his, for egria i. 2 For laeto. § 43. 1 Added by Scaliger. 2 Added by B, Laetns. § 44. 1 Victorius, for incisa saliba quae {which includes the end of § 43). c Ann. 582 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 438-439 Warmington. § 42. ° Ann. 119 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; a conversation between Numa Pompilius and his adviser, the nymph Egeria. 6 Fest. 254 a 34 M. inserts Quirts in this formula after ollus. c Of uncertain etymology, but not from the Greek. § 43. ° Ann. 120 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 Warmington ; enumerating the institutions of Numa Pompilius. 6 Of the priests ; cf. Livy, i. 20. e Cf vi. 22. §44. "Ennius, Ann. 121 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 42-43 port, those were selected for the pleading who could plead the case most skilfully. Therefore Ennius says c : Spokesmen, learnedly speaking. 42. In Ennius is this a : Olli answered Egeria's voice, speaking softly and sweetly. Olli ' to him ' is the same as Mi, dative to feminine olla and to mascuhne ollus. The one of these is said by the herald when he announces at the elections " Olla ' that ' century," and not Ma. The other is heard in the case of funerals of which announcement is made, wherein is said Ollus h ' that man ' has been given to letum e ' death,' which the Greek calls XrjOrj, that is, oblivion. 43. In Ennius this verse is found a : Banquets 6 he first did establish, and likewise the shields c that are holy The ancilia ' shields ' were named from their ambe- cisus ' incision on both sides,' because these arms were incised at right and left like those of the Thracians. 44. Cakes and their bakers, Argei and priests with conical topknots." Liba ' cakes,' so named because they are made libare ' to offer ' to the gods. 6 Fictores ' bakers ' were so called irom Jingere ' to shape ' the liba. Argei from the city Argos c : the Argei are made of rushes, human figures twenty-seven d in number ; these are each Warmington; continuing the list of Numa's institutions. * Libare is derived from liba I c Etymology of Argei and of tutulus quite uncertain. * On the number, see v. 45, note a. 309 V. Ponte Sublicio a sacerdotibus publice dezci 2 solent in Tiberim. Tutulati dicti hi, qui in sacris in capitibus habere solent ut metam ; id tutulus appellatus ab eo quod matres familias crines convolutos ad verticem capitis quos habent vit(ta} 3 velatos 4 dicebantur tutuli, sive ab eo quod id tuendi causa capilli fiebat, sive ab eo quod altissimum in urbe quod est, Arcs, 5 tutis- simum vocatur. 45. Eundem Pompilium ait fecisse flamines, qui cum omnes sunt a singulis deis cognominati, in qui- busdam apparent erv/xa, ut cur sit Martialis et Quiri- nalis ; sunt in quibus flaminum cognominibus latent origines, ut in his qui sunt versibus plerique : Volturnalem, Palatualem, Furinalem, Floralemqu^ 1 Falacrem et PomonaJem fecit Hie idem, quae o(b>scura sunt ; eorum origo Volturnus, diva Palatua, Furrina, Flora, Falacer pater, Pomona. 2 46. Apud Ennium : lam cata signa ferae 1 sonitum dare voce parabant. Cata acuta : hoc enim verbo dicunt Sa&ini : quare Catus Melius Sextus 2 Rhoh, for duci. 3 Mue. ; vittis Popma ; for uti. 4 Laetus, for velatas. 5 For ares. § 45. 1 Mue., for floralem qui. 2 Turnebus, for pomo- rum nam. § 46. 1 So F ; but fera {agreeing with voce) Mue. " See § 44 note c. §45. "Ennius, Ann. 122-124 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 44-45 Warmington. 6 The protecting spirit of the Palatine. §46. Ann. 459 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 182-183 "Warming- ton. "Ennius, Ann. 331 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 120-121 year thrown into the Tiber from the Bridge-on-Piles, by the priests, acting on behalf of the state. These are called tutulati ' provided with tutuli,' since they at the sacrifices are accustomed to have on their heads something like a conical marker ; this is called a tutulus from the fact e that the twisted locks of hair which the matrons wear on the tops of their heads wrapped with a woollen band, used to be called tutuli, whether named from the fact that this was done for the purpose of tueri ' protecting ' the hair, or because that which is highest in the city, namely the Citadel, was called tutissimum ' safest.' 45. He says ° that this same Pompilius created the flamens or special priests, every one of whom gets a distinguishing name from one special god : in cer- tain cases the sources are clear, for example, why one is called Martial and another Quirinal ; but there are others who have titles of quite hidden origin, as most of those in these verses : The Volturnal, Palatual, the Furinal, and Floral, Falacrine and Pomonal this ruler likewise created ; and these are obscure. Their origins are Volturnus, the divine Palatua, 6 Furrina, Flora, Father Falacer, Pomona. 46. In Ennius is this verse ° : Now the beasts were about to give cry, their shrill-toned signals. In this, cata ' shrill-toned ' is acuta ' sharp or pointed,' for the Sabines use the word in this meaning ; there- fore Keen Aelius Sextus * Warmington ; Sextus Aelius Paetus, consul 198, censor 194, a distinguished writer on Roman law. 311 V. non, ut aiunt, sapiens, sed acutus, et quod est : Tunc cepit memorare simul cata 2 dicta, accipienda acuta dicta. 47. Apud Lucilium : Quid est P 1 Thynno capto co&ium 2 excludunt foras, et Occidunt, Lupe, saperdae te 3 et iura siluri et Sumere te atque amian. Piscium nomina sunt eorumque in Groecia origo. 48. Apud Ennium : Quae cava corpore caeruleo (c)orh'na receptat. 1 Cava cortina dicta, quod est inter terram et caelum ad similitudinem cortinae Apollinis ; ea a eorde, quod inde sortes primae existimatae. 49. Apud Ennium : Quin inde invitis sumpserwnt 1 perduellibus. 2 Bergk filled out the verse by reading simul stulta et cata, Vahlen, by proposing simul lacrimans cata. § 47. 1 L. Sp., for quidem. 2 Mue., for corium. 3 Turnebus, for lupes aper de te. § 48. 1 Mue. (following Turnebus in cava and cortina receptat, and Scaliger in deleting in and caelo; he himself deleted que and transposed corpore cava), for quaeque in corpore causa ceruleo caelo orta nare ceptat. § 49. 1 M, Laetus, for sumpserint. "Page 115 Funaioli. d Ennius, Ann. 529 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 458-459 Warmington. § 47. a Respectively 938, 54, 1304 Marx. 6 Lucilius puns on iura, 'sauces ' and ' rights, justice,' and on Lupe, a man's name and also a kind of fish. Respectively Ovwos ' tunny,' called horse-mackerel and tuna in America ; Kw&og ' sand-goby,' a worthless fish ; o. 3 Roram 1 dicti ab rore qui bellum committebant, ideo quod ante rorat quam plu«7. 4 Accensos 5 ministra- tores Cato esse scribit ; potest id (ab censione, id est) 6 ab arbitrio : nam ide(m) 7 ad arbitrium eius cuius minister. 59- Pacuvius : Cum deum triportenta . . 60. In Mercatore : Non tibi 1 istuc magis dividiaest 2 quam mihi hodie fuit. (Eadem (vi) 3 hoc est in Corollaria Naevius (usus). 4 ) Dividia ab dividendo dicta, quod divisio distractio est doloris : itaque idem in Curculione ait : Sed quid tibi est ? — Lien enecat, 5 renes dolent, Pulmones distrahuntur. § 58. 1 RhoL, for rorani. 2 F 2, for an F 1 . 3 Added by Kent, to complete verse metrically. 4 H 2 and p, for plusti. 5 For acensos F 1, adcensos F 2 . 6 Added by GS. 7 Brakmann, for inde. § 59. 1 Lacuna marked by Scaliger. § 60. 1 L. Sp. deleted in mercatore non tibi, here repeated in F. 2 Aug., for diuidia est, from the text of Plautus. 3 Added by GS. 4 Added by L. Sp. 5 b, for liene negat. b That is, not to be retained in the hand during use. § 58. a Plautus, Friv. frag. IV Ritschl. 6 Page 81. 14 Jordan. e For correct etymology, see vi. 89, note a. §59. a Trag. Rom. Frag. 381 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 304- empty and profitless ; or because those were called ferentarii cavalrymen who had only weapons which ferrentur ' were to be thrown,' 6 such as a javelin. Cavalrymen of this kind I have seen in a painting in the old temple of Aesculapius, with the label "feren- tarii." 58. In The Story of the Trifles a : Where are you, rorarii ? Behold, they're here. Where are the accensi ? See, they're here. Rorarii ' skirmishers ' were those who started the battle, named from the ros ' dew-drops,' because it rorat ' sprinkles ' before it really rains. The accensi, Cato writes, 6 were attendants ; the word may be from censio ' opinion,' that is, from arbitrium ' de- cision,' for the accensus c is present to do the arbitrium of him whose attendant he is. 59- Pacuvius says a : When the gods' portents triply strong . . . 60. In The Trader a : That's no more a dividia to you than 'twas to me to-day. (This word was used by Naevius in The Story of the Garland, b in the same meaning.) Dividia ' vexation ' is said from dividere ' to divide,' because the distractio ' pulling asunder ' caused by pain is a division ; therefore the same author says in the Curculio e : But what's the matter ? — Stitch in the side, an aching back, And my lungs are torn asunder. 305 Warmington ; perhaps referring to portents of the in- fernal deities. § 60. Plautus, Merc. 619. " Cam. Rom. Frag. IX Ribbeck*. e Plautus, Cure. 236-237 ; literally, ' my spleen kills me, my kidneys hurt me.' vol. 1 Y 321 V. 61. In Pagone : Honos syncerasto peri(i>t, x pernis, gla stribula 1 (a)ut 2 de lumbo obscena viscera. 3 Stribula, ut Opil/us 4 scribit, circum coxendices 5 sunt bovis e ; id Graecum est ab eius loci versura. 68. In (N)ervolaria 1 : Scobina 2 ego illu?i(c) 3 actutum adrasi (s)enem. 4 Scobinam a scobe : lima enim materia(e) 5 fabrilis est. 69. In Penulo : Vinceretis cerium curs?* 1 vel gralatorem 2 gradu. 3 Gral(l)ator 2 a gradu 3 magno dictus. 70. In Truculento : Sine virtute argutum civem mihi habeam pro praefica. (Praefica) 1 dicta, ut Aurelius scribit, mulier ab luco quae conduceretur quae ante domum mortui laudis ' Added by Mue., whose et was changed to ut by GS. § 67. 1 Buecheler, for distribute. 2 Sciop., for ut. 3 Mue., for obscenabis cera, with o above first e and v above second b, F 1 . 4 GS. (cf. vii. 50), for opilius. 5 Aldus, for coxa indices. 6 Sciop., for uobis. § 68. 1 Aldus, for eruolaria. 2 Sciop., for scobinam. 3 A. Sp., metri gratia, for ilium. 4 Lachmann, for enim. 5 Canal, for materia. §69. 1 Aldus, from Plautus, for circumcurso. 2 -1I-, from Festns, 97. 12 M. 3 Aldus, from Plautus, for gradum. § 70. 1 Added by B, Aldus. c Page 97 Funaioli. § 67. ° Plautus, Frag. 52 Ritschl. 6 Page 92 Funaioli. c Of uncertain etymology ; Festus, 313 a 34 M ., has strebula, and calls it an Umbrian word. d V. perhaps derived it from Greek orpefiXos ' twisted.' Claudius c writes that women who make joint en- treaties are clearly shown to be axitiosae ' united, unionist.' Axitiosae is from agere ' to act ' : as fac- tiosae ' partisan women ' are named from facere ' doing ' something in unison, so axitiosae are named from agere ' acting ' together, as though actiosae. 67. In the Cesistio a : For the gods the thigh-meats or the lewd parts from the loins. Stribula ' thigh-meats,' as Opillus 6 - writes, are the fleshy parts of cattle around the hips ; the word c is Greek, derived from the fact that in this place there is a socket-joint. d 68. In The Story of the Prison Ropes a : At once I with my rasp did scrape the old fellow clean. Scobina ' rasp,' from scobis ' sawdust ' ; for a file belongs to a carpenter's equipment. 69- In The Little Man from Carthage a : You'd outdo the stag in running or the stilt-walker in stride. Grallator ' stilt-walker ' is said from his great gradus ' stride.' 70. In The Rough Customer a : Although without a deed of bravery I may have A clear-toned citizen as leader of my praise. Praefica ' praise-leader,' as Aurelius 6 writes, is a name applied to a woman from the grove of Libitina, 6 who was to be hired to sing the praises of a dead man in § 68. ° Plautus, Frag. 94 Ritschl. § 69. ° Plautus, Poen. 530. § 70. ° Plautus. True. 495. " Page 90 Funaioli. c Where the wailing-women had their stand ; cf. Dionysius Halic iv. 15. 327 V. eius caneret. Hoc factitatum Aristoteles scribit in libro qui (in)scribitur 2 No/xi/m (3apj3apiKa, 3 quibus testimonium est, quod (in) Freto est 4 Noevii : Haec quidem hercle, opinor, praefica est : nam mortuum collaudat. Claudius scribit : Quae praeficeretur ancillis, quemadmodum lamentarentur, praefica est dicta. Utrumque ostendit a praefectione praeficam dictam. 71. Apud Ennium : Decern Coclites quas montibus summis Ripaeis fodere. 1 Ab oculo codes, ut ocles, dictus, qui unum haberet oculum : quocirca in Curculione est : De Coclitum prosapia 2 esse arbitror : Nam hi sunt unoculi. IV. 72. Nunc de temporibus dicam. Quod est apud Cassium : Nocte intempesta nostram devenit domum, intempesta nox dicta ab tempestate, tempestas ab 2 Aug., with B, for scribitur. 3 Turnebus, for nomina barbarica. 4 GS. ; Freto inest Canal ; for f return est. § 71. 1 a, Ttirnebvs,for federe. 2 Added by Aug., from Plautus. d Frag. 604, page 367 Rose. " Coin. Rom. Frag. 129 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 142-143 Warmington. 'Page 98 Funaioli. § 71. ° Sat. 67-68 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 392-393 Warming- ton. The one-eyed Arimaspi of northern Scythia (where the Rhipaean or Rhiphaean mountains were located) were said to have taken much gold from their neighbours the Grypes (or Griffins); cf. Herodotus, iii. 116, iv. 13, iv. 27, who front of his house. That this was regularly done, is stated by Aristotle in his book entitled Customs of Foreign Nations d ; whereto there is the testimony which is in The Strait of Naevius e : Dear me, I think, the woman's a praefica : it's a dead man she is praising. Claudius writes f : A woman who praeficeret ur ' was to be put in charge ' of the maids as to how they should perform their lamentations, was called a praefica. Both passages show that the praefica was named from praefectio ' appointment as leader.' 71. In Ennius we find ° : Treasures which ten of the Coclites buried, High on the tops of Rhiphaean mountains. Codes ' one-eyed ' was derived from ociilus ' eye,' as though ocles, b and denoted a person who had only one eye ; therefore in the Curculio c there is this : I think that you are from the race of Coclites ; For they are one-eyed. IV. 72. Now I shall speak of terms denoting time. In the phrase of Cassius," By dead of night he came unto our home, intempesta nox ' dead of night ' is derived from tem- pestas, and tempestas from tempus ' time ' : a nox quotes (with incredulity) from a poem by Aristeas of Procon- nesus. Fodere = infodere. * V. means, from co-ocles ' with an eye ' ; but the word is derived from Greek kvkXcdi/i, through the Etruscan. e Plantus, Cure. 393-394. § 72. ° Accius, Com. Rom. Frag. Praet. V, verse 41 Rib- beck 8 ; R.O.L. ii. 562-563 Warmington ; repeated from vi. 7, where see note a on authorship. 329 V. tempore ; nox intempesta, quo tempore nihil 1 agitur. 73. Quid noctis videtur ? — In altisono Caeli clipeo temo superat Stellas sublime(n) 1 agens etiam Atque etiam noctis iter. Hie multam noctem ostendere volt a temonis motu ; sed temo unde et cur dicatur latet. Arbitror antiques rusticos primum notasse quaedam in caelo signa, quae praeter alia erant insignia atque ad aliquem usum, (ut) 2 culturae tempus, designandum convenire animadvertebantur. 74. Eius signa sunt, quod has septem Stellas Graeci ut Homcrus voca(n)t a/jui^ar 1 et propinquum eius signum {3qwti)v, nostri eas septem Stellas (t)r(i)o«es 2 et temonem et prope eas axem : triones enim et boves appellantur a bubulcis etiam nunc, maxime cum arant terra??* 3 ; e quis ut dicti Valentes glebarii, qui facile proscindunt glebas, sic omnes qui terram arabant a terra terriones, unde triones ut dicerentur detrito. 4 75. Temo dictus a tenendo : is enim continet § 72. 1 For nichil. §73. 1 Skutsch, after Buecheler, for sublime. 2 Added by Mue. §74. 1 For AMA2AN. 2 L. Sp.,/or boues. 3 For terras. 4 A tig., for de tritu. §73. "Ennius, Trag. Rom. Frag. 177-180 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 300-301 Warmington; freely adapted from Euri- pides, Iphig. in Aid. 6-8; anapaestic. Cf. v. 19, above. 6 Signa in this and the following seems to vary in meaning between ' signs = marks ' and ' signs = constellations.' § 74. " E.g., Od. v. 272-273. 6 Charles' Wain, or the Great Dipper ; and other parts of the constellation Ursa intempesta ' un-timely night ' is a time at which no activity goes on. 73. What time of the night doth it seem ? — In the shield Of the sky, that soundeth aloft, lo the Pole Of the Wain outstrippeth the stars as on high More and more it driveth its journey of night." Here the author -wishes to indicate that the night is advanced, from the motion of the Temo ' Wagon- Pole ' ; but the origin of Temo and the reason for its use, are hidden. My opinion is that in old times the farmers first noticed certain signs 6 in the sky which were more conspicuous than the rest, and w T hich were observed as suitable to indicate some profitable use, such as the time for tilling the fields. 74. The marks of this one are, that the Greeks, for example Homer, call these seven stars the Wagon 6 and the sign that is next to it the Ploughman, while our countrymen call these seven stars the Triones ' Plough-Oxen ' and the Temo ' Wagon-Pole ' and near them the Axis ' axle of the earth, north pole * c : for indeed oxen are called triones by the ploughmen even now, especially when they are ploughing the land ; just as those of them which easily cleave the glebae ' clods of earth ' are called Mighty glebarii ' clod-breakers,' so all that ploughed the land were from terra ' land ' called terriones, so that from this they were called triones, d with loss of the E. 75. Temo is derived from tenere ' to hold ' ° : for it Major. e Or perhaps even the Pole-Star itself. d Trio is a derivative of terere ' to tread,' cf. perf. trivi and ptc. tritus. § 75. ° Wrong etymology. 331 V. iugum et plaustrum, appellatum a parte 1 totum, ut multa. Possunt triones dicti, VII quod ita sitae stellae, ut ternae trigona faciant. 76. Aliquod lumen — iubarne ? — in caelo cerno. Iubar dicitur stella Lucifer, quae in summo quod habet lumen diffusum, ut leo in capite iubam. Huius ortus significat circiter esse extremam noctem. Itaque ait Pacuius : Exorto iubare, noctis decurso itinere. 77. Apud Plautum in Parasito Pigro : Inde hie bene potus 1 primo 2 crepusculo. Crepusculum ab Saftinis, et id dubium tempus noctis an diei sit. Itaque in Condalio est : Tarn crepusculo, ferae 3 ut amant, lampades accendite. Ideo (d)ubiae res 4 creperae dictae. 78. In Trinummo : Concubium sit noctis priusquam (ad) 1 postremum perveneris. Concubium a concubitu dormiendi causa dictum. § 75. 1 B, Laetus,for aperte. § 77. 1 Pius, for de nepotus. 2 Scaliger, for primo. 3 Buecheler, for fere. 4 Laetus, for ubi heres. § 78. 1 Added by Aug., from Plautus. 6 Wrong etymology. § 76. ° Ennius, Trag. Rom. Frag. 336 Ribbeck 3 ; R.O.L. i. 226-227 Warmington; cf. vi. 6 and vi. 81. 6 Iubar and iuba are not etymologically connected. c That is, shortly before sunrise, when it is visible in the eastern sky. d Trag. Rom. Frag. 347 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 320-321 Warmington : cf. vi. 6. continet ' holds together ' the yoke and the cart, the whole being named from a part, as is true of many things. The name triones may perhaps have been given because the seven stars are so placed that the sets of three stars make triangles. 1 * 76. I see some light in the sky — can it be dawn ? ° The morning-star is called iubar, because it has at the top a diffused light, just as a lion has on his head a tuba ' mane.' 6 Its rising c indicates that it is about the end of the night. Therefore Pacuvius says d : When morning-star appears and night has run her course. 77. Plautus has this in The Lazy Hanger-on a : From there to here, right drunk, he came, at early dusk. Crepusculum ' dusk ' is a word taken from the Sabines, and it is the time when there is doubt whether it belongs to the night or to the day. 6 Therefore in The Finger-Ring there is this c : So at dusk, the time when wild beasts make their love, light up your lamps. Therefore doubtful matters were called creperae. b 78. In The Three Shillings ° : General resting time of night 'twould be, before you reached its end. Concubium ' general rest ' is said from concubitus ' general lying-down ' for the purpose of sleeping. 6 § 77. ° Frag. I, verse 107 Ritschl. * Cf. vi. 5 and notes. e Plautus, Frag. 60 Ritschl. § 78. a Plautus, Trin. 8S6 ; that is, " if I should try to tell you my name." * Cf. vi. 7 and note c. 333 V. 79. In Asinaria : Videbitur, factum volo : redito 1 conticim'o. 2 Putem a conticiscendo conticinn/m 3 sive, ut Opil/us 4 scribit, ab eo cum conticuerunt homines. V. 80. Nunc de his rebus quae assignificant ali- quod tempus, cum dicuntur aut fiunt, dicam. Apud Accium : Reciproca tendens nervo equino concita Tela. Reciproca est cum unde quid profectum redit eo ; ab recipere reciprocare Actum, aut quod poscere procare 1 dictum. 81. Apud Plautum : Ut 1 transversus, 2 non proversus cedit quasi cancer solet. (Proversus) 3 dicitur ab eo qui in id quod est (ante, est) 4 versus, et ideo qui exit in vestibulum, quod est ante domum, prodire et procedere ; quod cum lerao 5 non faceret, sed secundum parietem transversus iret, § 79. 1 A. Sp. ; redito hue Vertranius, from Plautus ; at redito Rhol. ; for ad reditum. 2 Laetus, for conticinno. 3 Laetus, for conticinnam. 4 GS.,for o pilius ; cf. vii. 50, vii. 67. § 80. 1 B, Aldus, for prorogare. § 81. 1 Bentinus,for aut. 2 Aug., for transuersum ; the mss. of Plautus have non prorsus uerum ex transuerso cedit ... 3 Added by L. Sp. 4 Added by Christ. 5 Aldus, for lemo. § 79. Plautus, Asin. 685 ; where the text is redito hue. Cf. vi. 7. 6 Page 88 Funaioli. § 80. a That is, words of actions, whether or not they are verbs. 6 Philoctetes, Trag. Rom. Frag. 545-546 Ribbeck 3 ; Ji.O.L. ii. 512-513 Warmington. Reciproca tela is properly In The Story of the Ass there is this verse a : I'll see to it, I wish it done ; come back at conticinium. I rather think that conticinium ' general silence ' is from conticiscere ' to become silent,' or else, as Opillus 6 writes, from that time when men conticuerunt ' have become silent.' V. 80. Now I shall speak of those things which have an added meaning of occurrence at some special time, when they are said or done. In Accius b : The elastic weapon bring into action, bending it With horse-hair string. Reciproca ' elastic ' is a condition which is present when a thing returns to the position from which it has started. Reciprocare ' to move to and fro ' is made c from recipere ' to take back,' or else because procare was said for poscere ' to demand.' d 81. InPlautus : How sidewise, as a crab is wont, he moves, Not straight ahead. Proversus ' straight ahead ' is said of a man who is turned toward that which is in front of him ; and therefore he who is going out into the vestibule, which is at the front of the house, is said prodire ' to go forth ' or procedere ' to proceed.' But since the brothel-keeper was not doing this, but was going sidewise along the wall, Plautus said " How sidewise only the Homeric (Iliad, viii. 266, x. 459) iraAlmova t6£cl ' backward-stretched bow,' and not as V. interprets it. e Probably from reque proque ' backward and forward ' ; not as V. interprets it. d That is, ' demand return.' §81. " Pseud. 955; said of the brothel-keeper as he enters. 335 V. dixit " ut transversus cedit quasi cancer, non pro- versus ut homo." 82. Apud Ennium : Andromachae nomen qui indidit, recte 1 indidit. Item : Quapropter Parim pastores nunc Alexandrum vocant. Imitari dum volm't* Eurip/den 3 et ponere ervfiov, est lapsus ; nam Euripides quod Graeca posuit, eTv/ia sunt aperta. Ille ait ideo nomen additum Andro- machae, quod ai'S/yt ^a^eTca 4 : hoc Enni?/(m) 5 quis potest intellegere in versu 6 significare Andromachae nomen qui indidit, recte indidit, aut Alexandrum ab eo appellatum in Graecia qui Paris fuisset, a quo Herculem quoque cognominatum aX^iKaKov, ab eo quod defensor esset hominum ? 83. Apud Accium : Iamque Auroram rutilare procul Cerno. Aurora dicitur ante solis ortum, ab eo quod ab igni solis turn aureo aer aurescit. Quod addit rutilare, est ab eodem colore : aurei enim rutili, et inde equam 1 lymphata (aut Bacchi sacris Commota. Lymphata) 2 dicta a hympha ; (lympha) 3 a Nympha, ut quod apud Graecos 9eT 5 spe quidem id successor* tibi ; apud Pompilium : Heu, qua me causa, Fortuna, infeste premis 7 ? Quod ait iurgio, id est litibus : itaque quibus res erat in controversia, ea vocabatur lis : ideo in actionibus videmus dici quam rem sive litem 8 dicere oportet. Ex quo licet vidcre iurgare esse ab iure dictum, cum quis iure litigaret ; ab quo obiurgat is qui id facit iuste. 94. Apud LuczVium 1 : Atque aliquo(t) sibi 2, 8 osmen, e quo S 9 extritum. 98. Apud Plautum : Quia ego antehac te amavi o 5 quidem nos pretio (facile 8 0>ptanti est 7 frequentare : Ita in prandio nos lepide ac nitide Accepisti, apparet dicere : facile est curare ut (adsidue) 8 adsi- mus, cum tarn 9 bene nos accipias. 100. Apud Ennium : Decretum est stare i muset 1 obrutum. §99. 1 Aug., for quo desimi. 2 Ellis ; fere quom Canal; for ferret quern. 3 Aug., with B, for his. 4 Added by L. Sp. 5 GS. (pol istoc Aug., from Plautus), for dicunto. 8 Added by Aug., from Plautus. 7 Schoell (after A. Sp., icho proposed and rejected optanti), for ptanti F, with p deleted by cross-lines. 8 Added by GS. ' Aug., for iam. § 100. 1 GS., after Fest. 84. 7 M. ; est stare et fossari Bergk ; est fossare B, Vertranius ; for est stare. § 101. 1 L. Sp. ; fac is musset Mue. ; face musset Turne- bus ; for facimus et. § 99 ° Plautus, Cist. 6. b Frequens usually means ' in numbers ' (that is, many at one place at the same time) In the same author, the word frequentem b frequent ' in Frequent aid you gave me means assiduam ' busily present ' : therefore he who is at hand assiduus ' constantly present ' fere et quom ' generally and when ' he ought to be, he is frequens, as the opposite of which infrequens c is wont to be used. Therefore that which these same girls say d : Dear me, at that price that you say it is easy For one who desires it to be frequently with us ; So nicely and elegantly you received us At luncheon, clearly means : it is easy to get us to be constantly present at your house, since you entertain us so well. 100. In Ennius ° : Resolved are they to stand and be dug through their bodies with javelins. This verb Jbdare ' to dig ' which Ennius used, was made from fodere ' to dig,' from which comes fossa ' ditch.' 101. In Ennius ° : With words destroy him, crush him if he make a sound. and not ' frequent ' (that is, one in the same place at many different times), which is why the word here needs explana- tion. V. takes it as a shortening of the phrase fere et quom=f, r, e'qu(ym+s, which needs no refutation. " Used especially of a soldier qui abest afuitve a signis ' who is or has been absent from his place in the ranks ' (Festus, 112. 7 M.). d Cist. 8-11, with omissions ; anapaestic and bacchiac verses alternately. §100. 'Ann. 571 Vahlen*; B.O.L. i. 190-191 Warm- ington. § 101. » Trag. Rom. Frag. 393 Ribbeck 8 ; R.O.L. i. 378- 379 Warmington. VOL. I 2 A V. Mussare dictum, quod muti non amplius quam fxv dicunt ; a quo idem dicit id quod minimum est : Neque, ut aiunt, (iD facere audent. 102. Apud Pacuium : Di 1 monerint meliora atque amentiam averruncassint (tuam. 2 Ab) 3 avertendo averruncare, ut deus qui in eis rebus praeest Averruncus. Itaque ab eo precari solent, ut pericula avertat. 103. In Aulularia : Pipulo te 1 differam ante aedis, id est convicio, declinatum a pi(p)atu 2 pullorum. Multa ab animalium vocibus tralata in homines, partim quae sunt aperta, partim obscura ; perspicua, ut Ennii : Animus cum pectore latrat. Plauti : Gannit odiosus omni totae familiae. (Cae)cilii 3 : Tantum rem dibalare ut pro nilo habuerit. § 102. 1 For dim. 2 Added from Festus, 373. 4 M. 3 Added by Turnebus. § 103. 1 So F ; but pipulo te hie Nonius, 152. 5 31., pipulo hie Plautus. 2 Aldus, for piatu. 3 Laetus, for cilii. 6 Onomatopoeic, as V. indicates. c Ennius, Inc. 10 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 438-439 Warmington. §102. a Trag. Rom. Frag. 112 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 206-207 Warmington; quoted by Festus, 373. 4 M., with tuam, and by Nonius, 74. 22 M. (who assigns it to Lucilius, Bk. XXVI.) with meam. b Monerint is perf. subj. of monere, a form known from other sources also. e The word combines averrere ' to sweep away ' with runcare ' to remove weeds.' d Mentioned elsewhere only by Mussare 6 ' to make a sound ' is said because the muti ' mute ' say nothing more than mu ; from which the same poet uses this for that which is least c : And, as they say, not even a mu dare they utter. 102. In Pacuvius a : May the gods advise * thee of better things to do, and thy madness sweep away ! Averruncare e ' to sweep away ' is from avertere ' to avert,' just as the god who presides over such matters is called Averruncus. neque 12 in Iudicium ^4esopi nec theatri trittiles. 105. In Colace : Nexum . . . (Nexum) 1 Mawilius 2 scribit omne quod per libram et aes geritur, in quo sint mancipia ; Mucius, quae per aes et libram fiant ut obligentur, praeter quom 3 mancipio detur. Hoc verius esse ipsum verbum ostendit, de quo quaerit(ur) 4 : nam id aes 5 quod obligatur per libram neque suum fit, inde nexum dictum. Liber qui suas operas in servitutem pro pecunia quam debebat (nectebat), 6 dum solveret, nexus vocatur, ut ab aere obaeratus. Hoc C. Poetelio 9 GS., after Mati Mue., for Maccius. 10 Baehrens, for sues. 11 Mue. ; a volucri L. Sp. ; for auoluerat. 12 Kent, for tradedeque inreneque. § 105. 1 Added by L. Sp., who recognized the lacuna. 2 Laetus, for mamilius. 3 Huschke, for quam. 4 Aug., for querit. 5 Mommsen, for est. 6 debebat nectebat Kent ; debeat dat Aug. ; for debebat. ' Plautus, Cas. 267 ; the more common orthography is fringilla and friguttis. k Frag. Poet. Lat., page 54 Morel ; wrongly listed by Ribbeck 3 as Juventius, Com. Rom. Frag. IV. 1 Trit, the sound made by the crushing or breaking of a hard grain or seed, as by the strong-beaked birds. If the text is correctly restored, the passage refers to a complaint against trittiles, that is, persons who made similar noises and thereby disturbed a theatrical perform- ance ; the poet says that he will refer the complaint to a regular law-court, and not to the prejudiced decision of the That of Maccius in the Casina, from finches 3 : What do you twitter for ? What's that you wish so eagerly ? That of Sueius, from birds * : So he'll bring the snappers 1 fairly into court and not To the judgement of Aesopus m and the audience. 105. In The Flatterer a : A bound obligation . . . Xexum ' bound obligation,' Manilius 6 writes, is every- thing which is transacted by cash and balance-scale, c including rights of ownership ; but Mucius d defines it as those things which are done by copper ingot and balance-scale in such a way that they rest under formal obligation, except when delivery of property is made under formal taking of possession. That the latter is the truer interpretation, is shown by the very word about which the inquiry is made : for that copper which is placed under obligation according to the balance-scale and does not again become independent (nec suum) of this obligation, is from that fact said to be nexum ' bound.' A free man who, for money which he owed, nectebat ' bound ' his labour in slavery until he should pay, is called a nexus ' bondslave,' just as a man is called obaeratus ' indebted,' from aes ' money- debt.' When Gaius Poetelius Libo Visulus * was offended actor and of the annoyed fellow - spectators. m Famous tragic actor of Cicero's time. § 105. ° Plautus, Frag. IV Ritschl ; but possibly from the Colax of Naevius. 6 Page 6 Huschke. e That is, by agreement to pay a sum of money, measured by weight. * Page 18 Huschke. • Consul in 346, 333 (?), 326 (Liyy, viii. 23. 17), and dictator in 313 (Livy, ix. 28. 2), in which V. sets the abolition of slavery for debt, though Livy, viii. 28, sets it in his third consulship. 359 V. (Li)bone Ftsolo 7 dictatore sublatum ne fieret, et omnes qui Bonam Copiam iurarunt, ne essent nexi dissoluti. 106. In Ca(sina) : Sine ame^, 1 sine quod lubet id facial, 2 Quando tibi domi nihil 3 delicuum est. Dictum ab eo, quod (ad) deliquandum non sunt, ut turbida quae sunt deliquantur, ut liquida fiant. Aurelius scribit delicuum esse 1 ab liquido ; Cla(u)dius ab eliquato. Si quis alterutrum sequi malet, 5 habebit auctorem. Apud Atilium : Per laetitiam liquitur Animus. Ab liquando liquitur fictum. VI. 107. Multa apud poetas reliqua esse verba quorum origines possint dici, non dubito, ut apud Naevium in ^4esiona mucro 1 gladii " lingula " a lingua ; in Clastidio " vitulantes " a Vitula ; in Dolo 7 Poetelio Libone Visolo Lachmann ; Poetelio Visolo Aug. ; for popillio vocare sillo. § 106. 1 In CasinaiW^M*, sine a.met Aldus (from Plautus), for in casineam esses. 2 Aug. (from Plautus), for facias. 3 Plautus has nihil domi. 4 For est. 5 Laetus, for mallet. § 107. 1 Aesiona Buecheler, mucro Groth, for esionam uero. ' That is, swore that they were not regular slaves, but were held in slavery for debt only. 9 Mentioned also by Ovid, Met. ix. 88. § 106. ° Plautus, Cas. 206-207 ; anapaestic. * Appar- ently meant by Plautus as ' lacking,' from delinquere ' to lack,' and so understood by Festus, 73. 10 M., who glosses it with minus. V. has taken it as ' strainable, subject to straining (for purification),' and has connected it with liquare and liquere ' to strain, purify,' also ' to melt.' c Page dictator, this method of dealing with, debtors was done away with, and all who took oath f by the Good Goddess of Plenty 3 were freed from being bond- slaves. 106. In the Casino. a : Let him go and make love, let him do what he will, As long as at home you have nothing amiss. Nihil delicuum 6 ' nothing amiss ' is said from this, that things are not ad deliquandum ' in need of straining out ' the admixtures, as those which are turbid are strained, that they may become liqvida ' clear.' Aurelius c writes that delicuum is from liquidum ' clear ' ; Claudius, 4 * that it is from eliquatum ' strained.' Any- one who prefers to follow either of them will have an authority to back him up. In Atilius e : With joy his mind is melted. Liquitur ' is melted ' is formed from liquare ' to melt.' VI. 107. I am quite aware ° that there are many words still remaining in the poets, whose origins could be set forth ; as in Naevius, 6 in the Hesione, 6 the tip of a sword is called lingula, from lingua ' tongue ' ; in the Clastidium, d vitulantes ' singing songs 89 Funaioli. d Page 97 Funaioli. • Com. Rom. Frag., inc. fab. frag. II, page 37 Ribbeck*. § 107. » Cf the beginning of § 109. * All the citations in § 107 and § 108 are from Naevius; R.O.L. ii. 88-89, 92-93, 96-97, 104-105, 136-137, 597-598 Warmington. c Trag. Rom. Frag. 1 Ribbeck 8 ; for the spelling of the title, cf Buecheler, Rh. Mus. xxvii. 475. d Trag. Rom. Frag., Praet. I Ribbeck* ; vitulari was glossed by V. with TrauwC- £«v, according to Macrobius, Sat. iii. 2. 11. It is difficult to connect the two words with Latin rictus and victoria, so that the resemblance may be fortuitous — unless Vitula be a dialectal word, with CT reduced to T. 361 V. " caperrata fronte " a caprae fronte ; in Demetrio " persibus " a perite : itaque sub hoc glossema ' callide ' subscribunt ; in Lampadione " protinam a protinus, continuitatem significans ; in Nagidone " c/u(ci)datfus " 3 suavis, tametsi a magistris accepi- mus mansuetum ; in Romulo " (con)sponsus " 3 contra sponsum rogatus ; in Stigmatia " praebia " a prae- bendo, ut sit tutus, quod si(n)t 4 remedia in collo pueris ; in Technico 5 " confidant" 6 a conficto con- venire dictum ; 108. In Tarentilla " p(r)ae(l)u(c)idum Ml a luce, illustre ; in Tunicularia : ecbolas 2 aulas quassant quae eiciuntur, a Graeco verbo ck/JoA?? 3 dictum ; in Bello Punico : nec satis sardare 4 2 Scallger, for caudacus. 3 JYeukirch, with Popma, for sponsus. 4 Laetus, for sit. 5 For thechnico. 6 Turne- bus, for conficiant. § 108. 1 Mue., for pacui dum. 2 Kent, for exbolas, metri gratia. 3 Aldus, for exbole. 4 A. Sp. {from Festus, 323. 6 M.), for sarrare. * Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; caperrata may be related to capra only by popular etymology. ' Com. Rom. Frag, after 49 Ribbeck 3 ; persibus is seemingly an Oscan perfect participle active, cf. Oscan sipus, from which perhaps it is to be corrected to persipus. 9 Page 113 Funaioli. h Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 . * Com. Rom. Frag, after 60 Ribbeck 3 ; clucidatus is a participle to a Latin verb borrowed from Greek yAu/a'£eiv ' to sweeten.' ' Trag. Rom. Frag., Praet. IT Ribbeck 3 ; for consponsus, cf. vi. 70. * Com. Rom. Frag. 71 Ribbeck 3 . 1 Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck 3 ; confidant, derived from confingere. of victory,' from Vitula 'Goddess of Joy and Victory ' ; in The Artificer caperrata f route ' with wrinkled fore- head,' from the forehead of a capra ' she-goat ' ; in the Demetrius/ persibus ' very knowing,' from perite ' learnedly ' : therefore under this rare word they write 9 collide' shrewdly ' ; in the Lampadio, h protinam ' forthwith ' from protinus (of the same meaning), indicating lack of interruption in time or place ; in the Nagido,* clucidatus ' sweetened,' although we have been told by the teachers that it means ' tame ' ; in the Romulus,' consponsus, meaning a person who has been asked to make a counter-promise ; in The Branded Slave, k praebia ' amulets,' from praebere ' pro- viding ' that he may be safe, because they are prophy- lactics to be hung on boys' necks ; in The Craftsman, 1 confidant ' they unite on a tale,' said from agreeing on a confictum ' fabrication.' 108. Also, in The Girl of Tarentum, a praelucidum ' very brilliant,' from lux ' light,' meaning ' shining ' : in The Story of the Shirt, b They shake the jars that make the lots jump out, ecbolicas ' causing to jump out,' because of the lots which are cast out, is said from the Greek word eK/SoXi] ; and in The Punic War c Not even quite sardare ' to understand like a Sardinian,' § 108. ° Com. Rom. Frag, after 93 Ribbeck 3 . h Com. Rom. Frag. 103 Ribbeck 3 ; R.O.L. ii. 106-107 Warming- ton (with different interpretation). e Frag. Poet. Rom. 53-54 Baehrens; R.O.L. ii. 72-73 Warmington. According to Festus, 322 a 24 and 323. 6 M., sardare means intel- legere, perhaps 'to understand like a Sardinian,' that is, very poorly, for the Sardinians had in antiquity a bad re- putation in various lines. The verse of Naevius runs : Quod bruti nec satis sardare queunt. ab serare dictum, id est aperire ; hinc etiam sera, 5 qua remota fores panduntur. VII. 109. Sed quod vereor ne plures sint futuri qui de hoc genere me quod nimium multa scripseriwz 1 reprehendant quam quod 2 reliquerim 3 quaedam accusent, ideo potius iam reprimendum quam pro- cudendum puto esse volumen : nemo reprensus qui e segete ad spicilegium reliquit stipulam. Quare in- stitutis sex libris, quemadmodum rebus Latina nomina essent imposita ad usum nostrum : e quis tn's 4 scripsi Po. 5 Septumio qui mihi fuit quaestor, tris tibi, quorum hie est tertius, prior es de disciplina verborum originis, posterior es de verborum originibus. In illis, qui ante sunt, in primo volumine est quae dicantur, cur ervfj-oXoyiKr) 6 neque ar(s> sit 7 neque ea utilis sit, in secundo quae sint, cur et ars ea sit et (ut)ilis 8 sit, in tertio quae forma etymologiae. 9 110. In secundis tribus quos ad te misi item generatim discretis, primum in quo sunt origines verborum 1 locorum et earum rerum quae in locis esse solent, secundum quibus vocabulis te(m)pora sint notata et eae res quae in temporibus hunt, tertius 5 Ed. Veneta, for serae. Laetus,for rescripserint. 2 quam quod A Idus, for quamquam. 3 For reliquerint. 4 Laetus, for tres. 5 po stands here in F, but with lines drawn through the letters. 6 L. Sp.,for ethimologice. 7 ars sit V, p, L. Sp.,for ansit. 8 et utilis Turnebus; et illis utilis V; for et illis F. 9 For ethimologiae. § 110. 1 Crossed out by F 1, but required by the meaning. d In such an etymology, V. is operating on the basis that things may be named from their opposites; cf. Festus, 122. 16 M., ludum dicimus, in quo minime luditur. § 109. ° A liber or ' book ' was calculated to fill a volumen where sardare is said from serare ' to bolt,' d that is, sardare means ' to open ' ; from this also sera ' bolt,' on the removal of which the doors are opened. VII. 109- But because I fear that there will be more who will blame me for writing too much of this sort than will accuse me of omitting certain items, I think that this roll must now rather be compressed than hammered out to greater length a : no one is blamed who in the cornfield has left the stems for the gleaning. 6 Therefore as I had arranged six books c on how Latin names were set upon things for our use d : of these I dedicated three to Publius Septumius who was my quaestor," and three to you, of which this is the third — the first three on the doctrine of the origin of words, the second three f on the origins of words. Of those which precede, the first roll con- tains the arguments which are offered as to why Etymology is not a branch of learning and is not useful ; the second contains the arguments why it is a branch of learning and is useful ; the third states what the nature of etymology is. 110. In the second three which I sent to you, the subjects are likewise divided off: first, that in which the origins of words for places are set forth, and for those things which are wont to be in places ; second, with what words times are designated and those things which are done in times ; third, the present or ' roll ' of convenient size for handling. * That is, who has cut off the ears of standing grain and left the stalks. e Books II.-VII. ; cf. v. 1. d This sentence is resumed at Quocirca, in the middle of § 1 10. * Varro held office in the war against the pirates and Mithridates in 67-66, under Pompey, and again in Pompey's forces in Spain in 49 and at Pharsalus in 48 ; but it is unknown in which of these he had Septumius as quaestor. ' Books V.-VII. 365 VARRO hie, in quo a poetis item sumpta ut il/a 2 quae dixi in duobus libris solwta 3 oratione. Quocirca quoniam omnis operis de Lingua Latina tris feci partis, primo quemadmodum vocabula imposita essent rebus, secundo quemadmodum ea in casus declinarentur, tertio quemadmodum coniungerentur, prima parte perpetrata, ut secundam ordiri possim, huic libro faciam finem. 8 Victorius, for utilia. 3 Sciop., for solita. book, in which words are taken from the poets in the same way as those which I have mentioned in the other two books were taken from prose writings. Therefore," since I have made three parts of the whole work On the Latin Language, first how names were set upon things, second how the words are declined in cases, third how they are combined into sentences — as the first part is now finished, I shall make an end to this book, that I may be able to commence the second part. §110. "This resumes the sentence interrupted at the middle of the previous section. Rolfe. DESCRIPTIVE PROSPECTUS ON APPLICATION THE LOEB CLASSICAL LIBRARY FOUNDED BY JAMES LOEB, IX. D. EDITED BY fT. E. PAGE, C.H., LITT.D. E. CAPPS, ph.d., ll.d. W. H. D. ROUSE, litt.d. FRAGMENTS LONDON HEINEMANN QUAE DICANTUR CUR NON SIT ANALOGIA LIBER I I. 1. Quom oratio natura tripertita esset, ut su- perioribus libris ostendi, cuius prima pars, quemad- modum vocabula rebus essent imposita, secunda, quo pacto de his declinata in discrimina iermt, 1 tertia, ut ea inter se ratione coniuncta sententiam efferant, prima parte exposita de secunda incipiam hinc. Ut propago omnis natura secunda, quod prius illud rectum, unde ea, sic declinata : itaque declinatur in verbis : rectum homo, obliquum hominis, quod de- clinatum a recto. § 1. 1 Sciop.,for ierunt. § 1. a That is, bent aside and downward, from the vertical. The Greeks conceived the paradigm of the noun as the upper right quadrant of a circle : the nominative was the vertical radius, and the other cases were radii which 4 declined 1 to the right, and were therefore called m-coous 'fallings,' which the Romans translated literally by casus. The casus rectus is therefore a contradiction in itself. The Latin verb de- 370 MARCUS TERENTIUS VARRCTS ON THE LATIN LANGUAGE BOOK VII ENDS HERE, AND HERE BEGINS BOOK VIII One Book of Arguments which are advanced AGAINST THE EXISTENCE OF THE Principle of Analogy. Speech is naturally divided into THREE parts. Its first part is how a name is imposed upon a thing; its second, in what way a derivative of a name arrives at its difference; its third, how a a ‘sentence’, or words united with another one reasoningly, EXPRESSES an idea – Not that there may not be one-word sentences, like ‘Come!’ [H. P. Grice, Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning]. Having set forth the first part, I shall begin upon the second. As every offshoot is secondary by nature, because that vertical trunk from which it comes is primary, and it is therefore declined, so there may be declension in a word – shag, shaggy : HOMO 1 man * is the vertical, HOMINIS * man's ' is the oblique, because it is declined from the vertical. clinare is used in the meanings * to decline (a noun)/ * to conjugate (a verb),' and * to derive ' in general, as well as * to bend aside and down * in a literal physical sense : it therefore offers great difficulties in translating. De huiusce(modi) 1 multiplici natura discrimi- num (ca)wsae 2 sunt hae, cur et quo et quemadmodum in loquendo declinata sunt verba. De quibus duo prima duabus causis percurram breviter, quod et turn, cum de copia verborum scribam, erit retractandum et quod de tribus tertium quod est habet suas permultas ac magnas partes. II. 3. Declinatio inducta in sermones non solum Latinos, sed omnium hominum utili et necessaria de causa : nisi enim ita esset factum, neque di(s)cere 1 tantum numerum verborum possemus (infinitae enim sunt naturae in quas ea declinantur) neque quae didicissemus, ex his, quae inter se rerum cognatio esset, appareret. At nunc ideo videmus, quod simile est, quod propagatum : legi (c)um (de lego) 2 de- clinatum est, duo simul apparent, quodam modo eadem dici et non eodem tempore factum ; at 3 si verbi gratia alterum horum diceretur Priamus, alterum fiecuba, nullam unitatem adsigniflcaret, quae ap- paret in lego et legi et in Priamus Priamo. Ut in hominibus quaedam sunt agnationes ac 1 gentilitates, sic in verbis : ut enim ab AemiMo homines orti ^emilii ac gentiles, sic ab ^emilii nomine de- clinatae voces in gentilitate nominali : ab eo enim, § 2. 1 Added by L. Sp. 2 L. Sp., for orae. § 3. 1 Mue. t for dicere ; cf, § 5. 2 GS.,for legium F ; cf. declinatum est ab lego Aug. from B, and last sentence of this section. 3 Mue., for ut. §4. 1 L. Sp. t for ad. § 2. a Cf. viii. 9 in quas. b That is, the collective vocabulary;. § 3. a The term ' inflection ' will be convenient oftentimes to express declinatio, including both declension of nouns and conjugation of verbs. 372 ON THE LATIN LANGUAGE, VIII. 2-i 2. From the manifold nature of this sort there are these causes of the differences : for what reason, and to what product, a and in what way, in speaking, the words are declined. The first two of these I shall pass over briefly, for two reasons : because there will have to be a rehandling of the topics when I write of the stock of words, 6 and because the third of them has numerous and extensive subdivisions of its own. II. 3. Inflection a has been introduced not only into Latin speech, but into the speech of all men, because it is useful and necessary ; for if this system had not developed, we could not learn such a great number of words as we should have— for the possible forms into which they are inflected are numerically unlimited — nor from those which we should have learned would it be clear what relationship existed between them so far as their meanings were con- cerned. But as it is, we do see, for the reason that that which is the offshoot bears a similarity to the original : when legi ' I have gathered ' is inflected from lego ' I gather,' two things are clear at the same time, namely that in some fashion the acts are said to be the same, and yet that their doing did not take place at the same time. But if, for the sake of a word, one of these two related ideas was called Priamus and the other Hecuba, there would be no indication of the unity of idea which is clear in lego and legi, and in nominative Priamus, dative Priamo. 4. As among men there are certain kinships, either through the males or through the clan, so there are among words. For as from an Aemilius were sprung the men named Aemilius, and the clan-mcmbers of the name, so from the name of Aemilius were inflected the words in the noun-clan : for from that name which quod est impositum recto casu ^emilius, orta ^emilii, ^emilium, ^emilios, ^4emiliorum et sic reliquae eius- dem quae sunt*stirpis. 5. Duo igitur omnino verborum principia 3 im- positio (et declinatio), 1 alterum ut fons, alterum ut rivus. Impositicia nomina esse voluerunt quam paucissima, quo citius ediscere possent, declinata quam plurima, quo facilius omncs quibus ad usum opus esset 2 dicerent. 3 6. Ad illud genus, quod prius, historia opus est : nisi dzscendo 1 enim aliter id non* pervenit ad nos ; ad reliquum genus, quod posterius. ars : ad quam opus est paucis praeceptis quae sunt brevia. Qua enim ratione in uno vocabulo declinare didiceris, in infinito numero nominum uti possis : itaque novis nominibus allatis 3 (in) 4 consuetudinem sine dubitatione eorum declinatus statim omnis dicit populus ; etiam novicii servi empti in magna familia cito omnium conser- vorum (n)om{i)na 5 recto casu accepto in reliquos obliquos declinant. 7. Qui s(i) 1 non numquam offendunt, non est mirum : et enim ille 2 qui primi nomina imposuerunt rebus fortasse an in quibusdam sint lapsi : voluis(se) enim putant(ur) 3 singularis res notarc, ut ex his in multitudine(m) 4 declinaretur, ab homine homines ; § 5. 1 Added by L. Sp., V, p. 2 Canal, for essent. 3 Ed. Veneta, for dicerentur. § 6. 1 Stephanus, for descendendo. 2 For idum. 3 For allatius. 4 Added by Aug. 6 Aug., for omnes. § 7. 1 Aldus, for quid. 2 Aldus, for ilia. 3 Ellis, for putant. % 4 -dinem H, for -dine F and other codd. That is, in the singular. was imposed in the nominative case as Aemilius were made Aemilii, Aemilium, Aemilios, Aemiliorum, and in this way also all the other words which are of this same line. 5. The origins of words are therefore two in num- ber, and no more : imposition and inflection ; the one is as it were the spring, the other the brook. Men have wished that imposed nouns should be as few as possible, that they might be able to learn them more quickly ; but derivative nouns they have wished to be as numerous as possible, that all might the more easily say those nouns which they needed to use. 6. In connexion with the first class, a historical narrative is necessary, for except by outright learning such words do not reach us ; for the other class, the second, a grammatical treatment is necessary, and for this there is need of a few brief maxims. For the scheme by which you have learned to inflect in the instance of one noun, you can employ in a countless number of nouns : therefore when new nouns have been brought into common use, the whole people at once utters their declined forms without any hesita- tion. Moreover, those who have freshly become slaves and on purchase become members of a large house- hold, quickly inflect the names of all their fellow- slaves in the oblique cases, provided only they have heard the nominative. 7. If they sometimes make mistakes, it is not astonishing. Even those who first imposed names upon things perhaps made some slips in some in- stances : for they are supposed to have desired to designate things individually, that from these inflec- tion might be made to indicate plurality, as homines ' men * from homo ' man.' They are supposed to have V. sic mares liberos voluisse notari, ut ex his feminae declinarentur, ut est ab Terentio Terentia ; sic in recto casu quas imponerent voces, ut illinc e sent futurae quo declinarentur : sed haec in omnibus tenere nequisse, quod et una(e) et (binae) 5 dicuntur scopae, et mas et femina aquila, et recto et obliquo vocabulo vis. 8. Cur haec non tarn si(n)t x in culpa quam putant, pleraque solvere non difficile, sed nunc non necesse : non enim qui potuerint adsequi sed qui voluerint, ad hoc quod propositum refert, quod nihilo minus 2 de- clinari potest ab eo quod imposuerunt 3 scopae scopa- (rum), 4 quam si imposuissent scopa, ab eo scopae, sic alia. III. 9. Causa, inquam, cur eas 1 ab impositis nominibus declinarint, quam ostendi ; sequitur, in quas voluerint 2 declinari aut noluerint, ut generatim ac summatim item informem. Duo enim genera verborum, unum fecundum, 3 quod declinando multas ex se parit disparilis formas, ut est lego legi 4 legam, 5 Mette ; unae et duae A. Sp. ; unae Mue. ; for una et. § 8. 1 Aug.) with for sit. 2 For nichiloniinus. 3 For imposiuerunt. 4 Reitzenstein, for scopa. § 9. 1 Laetus, M,for earn. 2 Laetits deleted declinarint after voluerint. 3 JlhoL, for fcmndum. 4 L. Sp., for legis ; cf. § 3, end. 1 The genitive. desired that male children be designated in such a way that from these the females might be indicated by inflection, as the feminine Terentia from the masculine Terentivs ; and that similarly from the names which they set in the nominative case, there might be other forms to which they could arrive by inflection. But they are supposed to have been unable to hold fast to these principles in every- thing, because the plural form scopae denotes either one or two brooms, and aquila ' eagle ' denotes both the male and the female, and vis * force ' is used for the nominative and for an oblique case b of the word. 8. Why such words are not so much at fault as men think, it is in most instances not hard to explain, but it is not necessary to do so at this time ; for it is not how they have been able to arrive at the words, but how they wished to express themselves, that is of import for the subject which is before us : inasmuch as genitive scoparum can be no less easily derived from the plural scopae which they did impose on the object as its name, than if they had given it the name scopa in the singular, and made the genitive scopae from this — and other words likewise. III. 9- The reason, I say, why they made these inflected forms a from the names which they had set upon things, is that which I have shown ; the next point is for me to sketch by classes, but briefly, the forms a at which they have wished to arrive by inflec- tion, or have not wished to arrive. For there are two classes of words, one fruitful, which by inflection pro- duces from itself many different forms, as for example lego ' I gather/ legi * I have gathered,' legam * I shall § 9. a Understand voces with eas and with quas. V. sic alia, alterum genus sterile, quod ex se parit nihil, 5 ut est et iam 6 vix eras 7 magis cur. 10. Quarum rerum usus erat simplex, (simplex) 1 ibi etiam vocabuli declinatus, ut in qua domo unus servus, uno servili opwst 2 nomine, in qua 3 multi, pluri- bus. Igitur et in his rebus quae 4 sunt nomina, quod discrimina vocis plura, propagines plures, et in his rebus quae copulae sunt ac iungunt 5 verba, quod non opus fuit declinari in plura, fere singula sunt : uno enim loro alligare possis vel hominem vel equum vel aliud quod, quicquid est quod cum altero potest colligari. Sic quod dicimus in loquendo " Consul fuit Tullius et Antonius," eodem illo ' et ' omnis binos consules colligtfre 6 possumus, vel dicam amplius, omnia nomina, atque «deo 7 etiam omnia verba, cum fulmentuw 8 ex una syllaba illud ' et ' maneat unum. Quare duce natura (factum)s/,* quae imposita essent vocabula rebus, ne ab omnibus his declina/us 10 puta- r emus. 11 IV. 11. Quorum 1 generum declinationes oriantur, partes orationis sunt duae, (ni)si 2 item ut Dzon in tris diviserimus partes res quae verbis significantur : 6 For nichil. 6 GS., for etiam. 7 L. Sp., for vixerat ; cf. vix magis eras Aug., with B. § 10. 1 Added by Sciop. 2 servili L. Sp., opust Sciop., for seruilio post. 3 B, for quam. 4 L. Sp.^for quorum. 6 Mue. f for hmguntur. 6 Aug., for colligere. 7 Sciop., for ideo. 6 Mue., for fulmen tunc. 9 L. Sp., for si. 10 Laetus, for declinandus. 11 Fay, for putarent. § 11. 1 Laetus, for quarum. 2 Roehrscheidt, for si. 6 The invariable and indeclinable words. § 10. a ~Cf. the Marcipor ' Marcus' boy,' of earlier times. 6 In 63 b.c. ; the example compliments Cicero, to whom the work is addressed. c That is, we should expect some words to be invariable and uninflected. gather/ and similarly other words ; and a second class which is barren, 5 which produces nothing from itself, as for example et * and/ tarn * now/ vix ' hardly/ eras ' to-morrow/ magis * more/ cur 'why/ 10. In those things whose use was simple, the inflection of the name also was simple ; just as in a house where there is only one slave there is need of only one slave-name, a but in a house where there are many slaves there is need of many such names. There- fore also in those things which are names, because the differentiations of the word are several, there are more offshoots, and in those things which are connectives and join words, because there was no need for them to be inflected into several forms, the words generally have but one form : for with one and the same thong you can fasten a man or a horse or anything else, whatever it is, which can be fastened to something else. Thus, for example, we say in our talking, " Tullius et * and ' Antonius were consuls " 6 : with that same et we can link together any set of two con- suls, or — to put it more strongly — any and all names, and even all words, while all the time that one-syllabled prop-word et remains unchanged. Therefore under nature s guidance it has come about that we should not think that there are inflected forms from all these names which have been set upon things. IV. 11. In the word-classes in which inflections may develop, the parts of speech are two, unless, following Dion, a we divide into three divisions the ideas which are indicated by words : one division §11. ° An Academic philosopher of Alexandria, who headed an embassy to Rome in 56 to seek help against the exiled king Ptolemy Auletes, and was there poisoned by the king's agents. V. unam 3 quae adsignificat casus, 4 alteram 5 quae tem- pora, tertia(m) 6 quae neutrum. De his Aristoteles orationis duas partes esse dicit : vocabula et verba, ut homo et equus, et legit et currit. 12. Utriusque generis, et vocabuli et verbi, quae- dam priora, quaedam posteriora ; priora ut homo, scribit, posteriora ut doctus et docte : dicitur enim homo doctus et scribit docte. Haec sequitur locus et tempus, quod neque homo nec scribi(t) 1 potest sine loco et tempore esse, ita ut magis sit locus homini coniunctus, tempus scriptioni. 13. Cum de his nomen sit primum (prius enim nomen est quam verbum temporale et reliqua pos- terius quam nomen et verbum), prima igitur nomina : quare de eorum declinatione quam de verborum ante dicam. V. 14. Nomina declinantur aut in earum rerum discrimina, quarum nomina sunt, ut ab Terentius Terenti(a), 1 aut in ea(s) 2 res extrinsecus, quarum ea nomina non sunt, ut ab equo equiso. In sua dis- crimina declinantur aut propter ipsius rei naturam de 3 i?, for unum. 4 Laetus, for capus. 5 Laetus, B, for alterum. 6 Mue.^for tertia. § 12. 1 B, II, Laetus, for scribi. Reitzenstein, for Tcrenti; cf. ix. 55, 59. 2 V, p, Laetus^ for ea. b A division into nouns, verbs, and convinct tones went back to Aristotle, according to Quintilian, Inst, Oral. i. 4. 18 {cf also Priscian, ii. 54. 5 Keil) ; but more detailed classifications of the parts - of speech had also been made before V.'s time. e Rhet. iii. 2 ; but cf. preceding note. § 19. ° That is, grammatically subordinate in the phrase. § 13. ° Since verbum means both ' word ' in general, and which indicates also case, a second which indicates also time, a third which indicates neither. 6 Of these, Aristotle c says that there are two parts of speech ; nouns, like homo * man * and equus ' horse/ and verbs, like legit * gathers ' and currit ' runs.* 12. Of the two kinds, noun and verb, certain words are primary and certain are secondary a : primary like homo ' man * and scribit * writes/ and secondary like doctus * learned * and docie * learnedly/ for we say homo doctus ' a learned man * and scribit docie * writes learnedly.* These ideas are attended by those of place and time, because neither homo nor scribit can be asserted without the presupposition of place and of time — yet in such a way that place is more closely associated with the idea of the noun homo, and time more closely with the act of writing. 13. Since among these the noun is first — for the noun comes ahead of the verb, a and the other words stand later relatively to the noun and the verl> — the nouns are accordingly first. Therefore I shall speak of the form-variations b of nouns before I take up those of verbs. V. 14. Nouns are varied in form either to show differences in those things of which they are the names, as the woman's name Terentia from the man's name Tereniius, or to denote those things outside, of which they are not the names, as equiso ' stable-boy * from equus * horse.* To show differences in them- selves they are varied in form either on account of the nature of the thing itself about which mention is ' verb * specifically, V. here writes verbum temporale to avoid any ambiguity. * Declinatio denotes not only de- clension, but conjugation of verbs, derivation by prefixes and suffixes, and composition. 381 V. qua 3 dicitur aut -propter illius (usum) 4 qui dicit. Propter ipsius rei discrimina, aut ab toto (aut a parte. Quae a toto, declinata sunt aut propter multitudinem aut propter exiguitatem. Propter exiguitatem), 5 ut ab homine homunculus, ab capite capitulum ; propter multitudinem, ut ab homine homines ; ab eo (abeo)* quod alii dicunt cervices et id Hortensius in poematis cervix. 15. Quae a parte 1 declinata, aut a corpore, ut a mamma mammosae, a manu manubria, aut ab animo, ut a prudentia pruden(te)s, 2 ab ingenio ingeniosi. Haec sine agitationibus ; at ubi motus maiores, item ab animo (aut a corpore), 3 ut ab strenuitate et nobili- tate strenui et nobiles, sic a pugnando et currendo pugiles et cursores. Ut aliae dechnationes ab animo, aliae a corpore, sic aliae quae extra hominem, ut pecimiosi, agrarii, quod foris pecunia et ager. VI. 16. Propter eorum qui dicunt usum 1 declinati casus, uti is qui de altero diceret, distinguere posset, 3 Vert ran ius, for quo. 4 Added by GS., following Reitzen- stein, who added it after dicit. 5 Added by Reitzenstein ; aut a parte, ab toto added by L. Sp., after Aug.* who added aut a parte, a toto, suggested to him by B aut a parte aut ab animo. a toto. • Added by Fay. § 15. 1 For aperte. 1 L. Sp. t for prudens. 3 Added by L. Sp. § 16. 1 Vert ranius, for dicuntur sum. § 14. a That is, syntactical variations, indicated by the case-forms. b Other categories resulting in variations might have been listed. e Frag. Poet. Lat.^ page 91 Morel. d As did also Ennius and Pacuvius, before Hortensius ; the plural was the only regularly used form, outside the poets. § 15. ° We expect rather a plural adjective meaning * big- handed.* 6 The long abstract nouns are of course derived from the adjectives. e Or perhaps in the original meaning * farmers.* made, or on account of the use to which the speaker puts the word. a On account of differences in the thing itself, the variation is made either with reference to the whole thing, or with reference to a part of it. Those forms which concern the whole are derived either on account of plurality or on account of small- ness. 6 On account of smallness, homunculus * mani- kin ' is formed from homo * man/ and capitulum * little head ' from caput 4 head.' On account of plurality, homines 4 men ' is made from homo 4 man ' ; I pass by the fact that others use cervices 4 back of the neck ' in the plural, and Hortensius c in his poems uses it in the singular cervix. d 15. Those which are derived from a part, come either from the body, as mammosae * big-breasted women ' from mamma * breast ' and manubria a * handles ' from manus * hand/ or from the mind, as prudentes 4 prudent men * from prudentia * prudence ' and ingeniosi * men of talent ' from ingenium 4 innate .... . ability.' The preceding are quite apart from move- ments ; but where there are important motions, the derivatives are similarly from the mind or from the body, as strenui 4 the quick ' and nobiles * the noble/ from strenuitas 4 quickness ' and nobilitas 4 nobility/ b and in this way also pugiles 4 boxers * and cursores * runners * from pugnare 4 to fight ' and currere 4 to run.' As some derivations are from the mind and others from the body, so also there are others which refer to external things, as pecuniosi 4 moneyed men ' and agrarii c 4 advocates of agrarian laws/ because pecunia * money * and ager * field-land ' are exterior to the men to whom the derivatives are applied. VI. 16. It was for the use of the speakers that the case-forms were derived, that he who spoke of another V. cum vocaret, cum daret, cum accusaret, sic alia eiusdem (modi) 2 discrimina, quae nos et Graecos ad declinandum duxerunt. Sine 3 controversia (sunt obliqui, qui nascuntur a recto : unde rectus an sit casus) 4 sunt qui quae(rant. Nos vero sex habemus, Graeci quinque) 4 : quis vocetur, ut 7/ercules ; quem- admodum vocetur, ut 7/ercule ; quo vocetur, ut ad 7/crculem ; a quo vocetur, ut ab 7/ercule ; cui voce- tur, ut 7/erculi ; cuius vocetur, ut 7/erculis. VII. 17. Propter ea verba quae erant proinde ac cognomina, ut prudens, candidus, strenuus, quod in his praeterea sunt discrimina propter incrementum, quod maius aut minus in his esse potest, accessit declinationum genus, ut a candido candidius candi- dissimum sic a longo, divite, id genus aliis ut fieret. 18. Quae in eas res quae extrinsecus declinantur, sunt ab equo equile, ab ovibus ovile, sic alia : haec contraria illis quae supra dicta, ut a pecunia pecunio- 2 Added by Mue. 3 For sinae. 4 Added by Schoell apud GS. ; cf. note b. § 16. ° Vocative, dative, accusative cases ; the accusative was in Latin a poorly named case, through a mistranslation of its Greek name. b The only controversy was whether or not the nominative was to be called a case, and the text must be expanded to conform to this basic fact ; cf. Charisius, i. 154. 6-8 Keil, Priscian, ii. 185. 12-14 Keil, etc. Cf. viii. 1 note a, above. c The Greeks had no ablative case. § 17. a Nowhere recorded as a cognomen, despite V.. b Recorded as a cognomen in the Claudian and the Julian gentes, and in several others. c Not recorded as a cog- nomen. d Namely, comparison of adjectives. * For such cognomina, c/. Fulvius Nobilior and Fabius Maximus. f i.e., adjectives. might be able to make a distinction when he was calling, when he was giving, when he was accusing," and other differences of this same sort, which led us as well as the Greeks to the declension of nouns. The oblique forms which develop from the nominative are without dispute to be called cases ; but there are those who question whether the nominative is properly a case. 6 At any rate, we have six forms, and the Greeks five e : he who is called, as (nominative) Her- cules ; how the calling is done, as (vocative) Hercule ; whither there is a calling, as to (accusative) Herculem ; by whom the calling is done, as by (ablative) Hercule ; to or for whom there is a calling, as to or for (dative) Herculi ; of whom the calling or called object is, as of (genitive) Herculis. VII. 17. There are certain words which are like added family names, such as Prudens ° * prudent,* Cajididus b * frank/ Strenuus e * brisk,* and in them differences may be shown by a suffix, since the quality may be present in them to a greater or a smaller degree : therefore to these words a kind of inflection d is attached, so that from candidum 1 shining white ' comes the comparative candidius and the superlative candidissimumf formed in the same way as similar forms from longum * long,' dives 1 rich,' and other words of this kind/ 18. The terms which are derived for application to exterior objects, are for example equile ' horse- stable ' from equus ' horse,' ovile ' sheepfold * from oves 1 sheep,' and others in this same way ; these are the opposite of those which I mentioned above, such § 18. ° Here, objects named by derivation from living beings ; in § 15, living beings named by derivation from inanimate objects. vol. ti c 385 V. sus, ab urbe urbanus, ab atro atratus : ut nonnunquam ab homine locus, ab eo loco homo, ut ab Romulo Roma, ab Roma Romanus. 19. Aliquot modis declinata ea quae foris : nam aliter qui a maioribus suis, Laton{i)us 1 et Priamidae, aliter quae (a) 2 facto, ut a praedando praeda, a merendo merces ; sic alia sunt, quae circum ire non difficile ; sed quod genus iam videtur et alia urgent, omitto. In verborum genere quae tempora ad- significant, quod ea erant tria, praeteritum, praesens, futurum, declinatio facienda fuit triplex, ut ab saluto salutabam, salutabo ; cum item personarum natura triplex esset, qui loqueretur, (ad quern), 1 de quo, haec ab eodem verbo declinata, quae in copia verborum explicabuntur. IX. 21. Quoniam dictum de duobus, declinatio 1 cur et in qua(s) 2 sit facta, 3 tertium quod relinquitur, § 19. 1 p, Laetus, for latonus F. 2 Added by Aug., with B. % 20. 1 Added by Laetus after de quo, and transferred to this position by Mue. § 21. 1 Mue., for duabus declinationibus. 2 KenU for qua ; cf in quas viii. 9. 3 A. Sp.,for fama. Romulus is derived from Roma, not the reverse, as V. has it. Apollo ; but oftener Latonia (fern.), Diana. b Especially Hector, Paris, Helenus, Deiphobus. e Cf v. 44. § 20. a That is, verbs. as pecuniosus ' moneyed man * from pecunia 1 money/ urbanus 1 city man ' from urbs 1 city/ atraius * clad in mourning ' from atrum ' black.' Thus sometimes a place is named from a man, and then a man from this place, as Rome from Romulus b and then Roman from Rome. 19. The nouns which relate to exterior objects are derived in sundry ways : those like Latonias ' Latona's child * a and Priamidae ' Priam's sons/ b which are derived from the names of their progenitors, are formed in one way, and those which come from an action are made in another way, such as praeda ' booty ' from praedari * to pillage * and merces ' wages ' c from mereri ' to earn. 1 In the same way there are still others, which can be enumerated without diffi- culty ; but because this category of words is now clear to the understanding and other matters press for attention, I pass them by. VIII. 20. Inasmuch as in the class of words which indicate also time-ideas a there were these three time-ideas, past, present, and future, there had to be three sets of derived forms, as from the present saluto ' I salute ' there are the past salutabam and the future salutabo. Since the persons of the verb were likewise of three natures, the one who was speaking, the one to whom the speaking was done, and the one about whom the speaking took place, there are these deriva- tive forms of each and every verb ; and these forms will be expounded in the account of the stock of verbs which is in use. IX. 21 . Since two points have been discussed, why derivation exists and to what products it eventuates, the remaining third point shall now be spoken of, namely, how and in what manner derivation takes quemadmodum, nunc dicetur.* Declinationum genera sunt duo, voluntarium et naturale ; voluntarium est, quo ut cuiusque tulit voluntas declinavit. Sic tres cum emerunt Ephesi singulos servos, nonnunquam alius declinat nomen ab eo qui vendit Artemidorus, atque Artemam appellat, alius a regione quod ibi emit, ab Ion(i)a 5 Iona,* alius quod Ephesi Ephesium, sic alius ab alia aliqua re, ut visum est. 22. Contra naturalem declinationem dico, quae non a singulorum oritur voluntate, sed a com(m)uni consensu. Itaque omnes impositis nominibus eorum item declinant casus atque eodem modo dicunt huius Artemidori 1 et huius Ionis et huius Ephesi, 2 sic in casibus aliis. 23. Cum utrumque nonnunquam accidat, et ut in voluntaria declinatione animadvertatur natura et in naturali voluntas, quae, cuiusmodi sint, aperientur infra ; quod utraque declinatione alia fiunt similia, alia dissimilia, de eo Graeci Latinique libros fecerunt multos, partim cum alii putarent in loquendo ea verba sequi oportere, quae ab similibus similiter essent declinata, quas appellarunt dvaXoylas, 1 alii cum id 4 Aitg., for dicitur. 5 Laetus, for Iona. 6 Mue., for Ionam. §22. 1 Apparently V.^s own slip for Artemae. 2 Rhol.,for Ephesis. § 23. 1 For analogiias. § 21. a This term includes both word-formation and word- inflection. 6 Practically equal to subjective and objective. C A common type of hypocoristic or nickname, cf. Demas from Demvcritus and similar names, Hippias from Hip- parchus, etc. § 22. a This is inflection. b Specifically, declension. §23. a Cf. viii. 15-16, 51. b Cf. page 118 Funaioli. place. There are two kinds of derivation, voluntary and natural. b Voluntary derivation is that which is the product of the individual person's volition, direct- ing itself apart from control by others. So, when three men have bought a slave apiece at Ephesus, sometimes one derives his slave's name from that of the seller Artemidorus and calls him Artemas c ; another names his slave Ion, from Ionia the district, because he has bought him there ; the third calls his slave Ephesius, because he has bought him at Ephesus. In this way each derives the name from a different source, as he preferred. 22. On the other hand I call that derivation natural, which is based not on the volition of indivi- duals acting singly, but on general agreement. So, when the names have been fixed, they derive the case-forms of them in like fashion, 5 and in one and the same way they all say in the genitive case Artemidori, Ionis, Ephesi ; and so on in the other cases. 23. Sometimes both are found together, and in such a way that in the voluntary derivation the pro- cesses of nature are noted, and in the natural deriva- tion the effects of volition ; of what sort these are, will be recounted below. Since in the two kinds of derivation some things approach likeness and others become unlike, the Greeks and the Latins b have written many books on the subject : in some of them certain writers express the idea that in speaking men ought to follow those words and forms which are derived in similar fashion from like starting-points— which they called the products of Analogy c ; and e The regularizing principle which tends to eliminate irre- gular forms of less frequent occurrence, still called Analogy, by scientific linguists. ncglegendum putarent ac potius sequendam (dis)- similitudinem, 2 quae in consuetudine est, quam vocaruwtf 3 d(v)o)fxakiav, 4 cum, ut ego arbitror, utrum- que sit nobis sequendum, quod (in) 5 declinatione voluntaria sit anomalia, in naturali magis analogia. 24. De quibus utriusque generis declinationibus libros faciam bis ternos, prioris tris de earum declina- tionum disciplina, posteriores de 1 eius disciplinae propaginibus. De prioribus primus erit hie, quae contra similitudinem declinationum dicantur, secun- dus, quae contra dissimilitudinem, tertius de simili- tudinum forma ; de quibus quae expediero 2 singulis tribus, turn de alteris totidem scribere ac dividere 3 incipiam. X. 25.Quod huiusce 1 libri est dicere contra eos qui similitudinem sequuntur, quae est ut in aetate puer ad senem, (puella) 2 ad anum, in verbis ut est scribo scribam, 3 dicam prius contra universam ana- logiam, dein turn de singulis partibus. A natura sermo(nis) 4 incipiam. XI. 26. Omnis oratio cum debeat dirigi ad utili- tatem, ad quam turn denique pervenit, si est aperta 2 Aug., with B t for similitudinem. 3 For vocarum. 4 Aldus* for AtoM AeNAN. 5 Added by Aug. § 24. 1 L. Sp.,for ex. 2 Mue. ; expedierint Aug. ; for experiero. 3 L. Sp. deleted incipimus after dividere. g 25. 1 For huiuscae. 2 Added by Aldus. 3 L. Sp. deleted dico after scribam. 4 Aug., for sermo. d The irregularities summed up in this term are the products of the regular working of ' phonetic law,' unrestrained by the operation of Analogy ; the term Anomaly names it from the product rather than from the working process. e It seems better henceforth to translate analogia by Regularity or the like, rather than to keep the word Analogy. others are of opinion that this should be disregarded and rather men should follow the dissimilar and irregular, which is found in ordinary habitual speech — which they called the product of Anomaly.* But in my opinion we ought to follow both, because in voluntary derivation there is Anomaly, and in the natural derivation there is even more strikingly Regularity.* 24. About these two kinds of derivation I shall write two sets of three books each : the first three about the principles of these derivations, and the latter set about the products of these principles. In the former set the first book will contain the views which may be offered against likeness in derivation and declension ; the second will contain the argu- ments against unlikeness ; the third will be about the shape and manner of the likenesses. What I have set in order on these topics, I shall write in the three separate books ; then on the second set of topics I shall begin to write, with due division into the same number of books. X. 25. Inasmuch as it is the task of this book to speak against those who follow likeness a — which is like the relation of boy to old man in the matter of human life, and like that of girl to old woman, and in verbs is the relation of scribo * I write * and scribam ' I shall write * — I shall speak first against Regularity in general, and then thereafter concerning its several subdivisions. I shall begin with the nature of human speech. XI. 26. All speaking ought to be aimed at practical utility, and it attains this only if it is clear § 25. ° That is, regularity of paradigms resulting from the process of Analogy. et brevis, quae petimus, quod obscurus 1 et longi(or) 2 orator est odio ; et cum efficiat aperta, ut intellegatur, brevis, ut 3 cito intellegatur, et aperta(m) 4 consuetudo, brevem temperantia loquentis, et utrumque fieri possit sine analogia, nihil 5 ea opus est. Neque enim, utrum Herculi an Herculis clavam dici oporteat, si doceat analogia, cum utrumque sit in consuetudine, non neglegendum, 6 quod aeque sunt et brevi(a) et aperta. XII. 27. Praeterea quoius 1 utilitatis causa quae- que res sit inventa, si ex ea quis id sit consecutus, amplius ea(m) 2 scrutari cum sit nimium otiosi, et cum utilitatis causa verba ideo sint imposita rebus ut ea(s) 3 significent, si id consequimur una consuetudine, nihil 4 prodest analogia. XIII. 28. Accedit 1 quod quaecumque usus causa ad vitam sint assumpta, in his no(strumst) 2 utilitatem quaerere, non similitudinem : itaque in vestitu cum dissimillima sit virilis toga tunica(e), 3 muliebri(s) 4 stola pallio, tamen inaequabilitatem hanc sequiwur 5 nihilo 6 minus. XIV. 29. In tfedificiis, quo?n 1 non videamus habere § 26. 1 Aldus, for obscurum. 2 GS., for longi (Aldus longus). 3 Aldus, for et. 4 Aug., for aperta. 5 For nichiL 6 Aug. deleted sunt after neglegendum. §27. 1 Mue. s for quod ius. 2 Aug., for ea. 3 Ver- tranius, for ea. 4 For nichil. § 28. 1 Aldus, for accidit. 2 Fay, for non. 3 Laetus, for tunica., 4 Cuper, for muliebri. 5 Aug., with B, for sequitur. . 6 For nichilo. § 29. 1 Mue. ; quod quom L. Sp. ; for quod. and brief : characteristics which we seek, because an obscure and longish speaker is disliked. And since clear speaking causes the utterance to be understood, and brief speaking causes it to be under- stood quickly, and since also habitual use makes the utterance clear and the speaker's self-restraint makes it brief, and both these can be present without Regu- larity, there is no need of this Regularity. For if Regularity should instruct us whether we ought to say Herculi a or Hercitlis for the genitive, as in the phrase * the club of Hercules,' we must not fail to disregard its teaching, since both are in habitual use, and both forms are equally short and clear. XII. 27. Besides, if from a thing one has secured that useful service for which it was invented, it is the act of a person with a great deal of idle time, to examine it further ; and since the useful service for which names are set upon things is that the names should designate the things, then if we secure this result by habitual use alone, Regularity adds no gain. XIII. 28. There is the additional fact that in those things which are taken into our daily life for use, it is our practice to seek utility and not to seek resemblance ; thus in the matter of clothing, although a man's toga a is very unlike his tunic, et and a woman's stola c is very unlike a. pallium? we make no objection to the difference. XIV. 29. In the case of buildings, although we do § 26. This form occurs in Plautus, Persa 2, Rudens 822, and in other authors. § 28. The formal outer garment of a Roman man. * A shirt or undergarment. c The dress of a Roman matron. d The long outer garment of the Greeks, properly a man's garb only, but worn also by prostitutes both in Greece and in Italy as a sign of their livelihood. (ad) 2 atrium 7reptcrTv\.ov z similitudinem ct cubiculum ad equile, 4 tamen propter utilitatcm in his dissimili- tudines potius quam similitudines seqm'mur 5 : itaque et hiberna triclinia et aestiva non item valvata ac fenestrata facimus. XV. 30. Quare cum, ut 1 in vestitu aedificiis, sic in supellectile cibo ceterisque omnibus quae usus (causa) 2 ad vitam sunt assumpta dominetur inaequabilitas, in sermone quoquc, qui est usus causa constitutus, ea non repudianda. XVI. 31. Quod si quis duplicem putat esse sum- mam, ad quas metas 1 naturae sit perveniendumin usu, utilitatis et elegantiae, quod non solum vestiti esse vol umus ut vitcmus frigus, sed etiam ut videamur vestiti esse honeste, non domum habere ut simus in tecto et tuto solum, quo 2 necessitas contruserit, sed etiam ubi voluptas retineri possit, non solum vasa ad victum habilia,sed etiam figura bella atqueab artifice (ficta), 3 quod aliud homini, aliud humanitati satis est ; quod- vis sitienti homini poculum idoneum, humanitati (ni)si 4 bellum parum ; sed cum discessum e(s)t 5 ab utilitate ad voluptatem, tamen in eo ex dissimilitudine plus voluptatis quam ex similitudine saepe capitur. 32. Quo nomine et gemina conclavia dissimiliter 2 Added by L. Sp. 3 For ITePHCThAON. 4 Hue. deleted quod after equile. 5 F, Mue., for sequamur. § 30. 1 Stephanus, for et. 2 Added by L. Sp. §31. 1 For maetas. 2 Aug. (quoting a friend), for quod. 3 Fay ; facta L. Sp. ; to fill a blank space in F of about 4 letters. 4 Aldus, for si. 5 Aug., with B,for et. § 29. a Jhe garden in the rear part of the house, surrounded by colonnaded porticos. 6 The main hall in the front of the house, with a central opening to the sky under which there was a rectangular water-basin built in the floor. not see the persistyle a bearing resemblance to the atrium 6 nor the sleeping-room bearing resemblance to the horse-stable, still, on account of the utility in them we seek for unlikenesses rather than likenesses ; so also we provide winter dining-rooms and summer dining-rooms with a different equipment of doors and windows. XV. 30. Therefore, since difference prevails not only in clothing and in buildings, but also in furniture, in food, and in all the other things which have been taken into our daily life for use, the principle of difference should not be rejected in human speech either, which has been framed for the purpose of use. XVI. 31. But if one should think that the sum of those natural goals to which we ought to attain in actual use consists of two items, that of utility and that of refinement, because we wish to be clothed not only to avoid cold but also to appear to be honourably clothed ; and we wish to have a house not merely that we may be under a roof and in a safe place into which necessity has crowded us together, but also that we may be where we may continue to experience the pleasures of life ; and we wish to have table- vessels that are not merely suitable to hold our food, but also beautiful in form and shaped by an artist — for one thing is enough for the human animal, and quite another thing satisfies human refinement : any cup at all is satisfactory to a man parched with thirst, but any cup is inferior to the demands of refinement unless it is artistically beautiful : — but as we have digressed from the matter of utility to that of pleasure, it is a fact that in such a case greater pleasure is often got from difference of appearance than from likeness. 32. On this account, identical rooms are often V. pohwnt 1 et leetos non omnis paris magnitudine ae figura faeiunt. Quod (si) 2 esset 3 analogia petenda supelleetili, omnis leetos haberemus domi ad unam formam et aut eum fulcro aut sine eo, nee eum ad trieliniarem gradum, non item ad cubicularem ; neque potius delectaremur supellectile distincta quae esset ex ebore (aliisve) 4 rebus disparibus figuris quam grabatis, 5 qui dva koyov* ad similem formam plerum- que eadem materia fiunt. Quare aut negandum nobis disparia esse iucunda aut, quoniam necesse est confiteri, dicendum verborum dissimilitudine(m), quae sit in eonsuetudine, 7 non esse vitandam. XVII. 33. Quod si analogia sequenda est nobis, aut ea observanda est quae est in eonsuetudine aut quae non est. Si ea quae est sequenda est, prae- ceptis nihil 1 opus est, quod, eum eonsuetudinem sequemur, ea nos sequetur ; si quae non est in eon- suetudine, quflteremus : ut quisque duo verba in quattuor formis finxen't 2 similiter, quamvis haee nolemus, tamen erunt sequenda, ut Iuppit(r)i, 3 Marspitrem ? Quas si quis servet analogias, pro insano sit reprehendendus. Non ergo ea est se- quenda. § 32. 1 Koeler, for pollent. 2 Added by Laetus. 3 Laetus, for essent. 4 Fay ; aliisque Laetus ; to fill a blank space of about 4 letters in F ; cf ix. 47. 5 For grabattis. 6 Mue., for analogon ; cf x. 2. 7 For eonsuetudinem. §33. 1 For nichil. 2 Vert ran ius, for finxerunt. 3 L. Sp., for Iuppiti. § 33. a Namely, genitive, dative, accusative, ablative, from the nominative as starting-point. 6 Such forms, retaining and inflecting the pater which forms the second ornamented in unlike manner, and couches are not all made the same in size and shape. But if Regularity were to be sought in furniture, we should have all the couches in the house made in one fashion, and either with posts or without them, and when we had a couch suited for use beside the dining-table, we should not fail to have just the same for bedroom use ; nor should we rather be delighted with furniture which was decorated with varying figures of ivory or other materials, any more than in camp-beds, which with regularity are almost always made of the same material and in the same shape. Therefore either we must deny that differences give pleasure, or, since we must admit that they do, we must say that the un- likeness in words which is found in habitual usage, is not something to be avoided. XVII. 33. But if we must follow Regularity, either we must observe that Regularity which is present in ordinary usage, or we must observe also that which is not found there. If we must follow that which is present, there is no need of rules, because when we follow usage, Regularity attends us. But if we ought to follow the Regularity which is not present in ordinary usage, then we shall ask, When any one has made two words in four forms ° according to the same pattern, must we employ them just the same, even though we do not wish to — as for example a dative Iuppitri and an accusative Marspiirem ? b If any one should persist in using such * regular forms,* he ought to be rebuked as crazy. This kind of Regularity, therefore, is not to be followed. part of Iuppiter and Marspiter, are quite abnormal, and are found chiefly in the grammarians as examples of forms which are not to be used. 397 V. XVIII. 34. Quod si oportet id es(se), 1 ut a simili- bus similiter omnia declinentur verba, sequitur, ut ab dissimilibus 2 dissimilia debeant fingi, quod non fit : nam et (ab) 3 similibus alia fiunt similia, alia dis- similia, et ab dissimilibus partim similia partim dis- similia. Ab similibus similia, ut a bono et malo bonum malum ; ab similibus dissimilia, ut ab lupus lepus lupo lepori. Contra 4 ab dissimilibus dissimilia, ut Priamus Paris, Priamo Pari ; ab dissimilibus similia, ut Iupiter ovis, lovi ovi. 35. Eo iam magis analogias (esse negandum, 1 quod non modo ab similibus) 2 dissimilia finguntur, sed etiam ab isdem 3 vocabulis dissimilia neque a dis- similibus similia, sed etiam eadem. Ab isdem 4 voca- bulis dissimilia fingi apparet, quod, cum duae sint Al&ae, ab una dicuntur Albani, ab altera Albenses ; cum trinae fuerint Athenae, ab una dicti Athenae(i), 5 ab altera Athenaiis, a tertia Athenaeopolitae. 36. Sic ex diversis verbis multa facta in declinando inveniuntur eadem, ut cum dico ab Saturni Lua Luam, § 34. 1 id esse Canal ; ita esse Hue., for id est. 2 L. Sp.,for his similibus. 3 Added by L. Sp. ; a Aug., with B. 4 Aug., for contraria. § 35. 1 Added by L. Sp. 2 Added by Christ, who has non solum a., for which Groth, citing L. Sp., gives non modo ab. 3 Mae. ; iisdem Laetus ; for hisdem. 4 For hisdem. 8 Laetus, for Athenae. Or accusative masculine. Inhabitants of Alba Longa. h Inhabitants of Alba Fucens or Fucentia, among the Aequi on the borders of the Marsi. c There were several cities named Athens, only that in Attica being important ; the forms of the names are uncertain, especially that of the second, which may however stand for 'Adyvateis like Aeolis v. 25 for AtoXeis. There were many ethnics in -tvs, plural -e?s. But if the proper thing is that all words that start from similar forms should be inflected similarly, it follows that from dissimilar starting forms dissimilar forme should be made by inflection ; and this is not what is found. For from like forms some like forms are made, and other unlike forms, and from unlike forms also come some like forms and some unlike forms. For instance, from likes cume likes, as from bonus * good ' and malus * bad * come the neuter a forms bonum and malum ; also from likes come unlikes, as from lupus * wolf * and lepus ' hare ' come the unlike datives lupo and lepori. On the other hand, from unlikes there are unlikes, as from the nominatives Priamus and Paris come the datives Priamo and Pari ; also from unlikes there are likes, as nominatives Iupiter * Jupiter,* avis * sheep,' and datives Iovi and aw. 35. So much the more now must it be denied that Regularities exist, because not only are un- likes made from likes, but also from identical words unlikes are made, and not merely likes, but identicals are made from unlikes. From identical names unlikes, it is clear, are made, because while there are two towns named Alba, the people of the one are called Albani a and those of the other are called Albenses b ; while there are three cities named Athens, the people of the one are called Athenaei, those of the second are Athenaiis, those of the third A thenaeopolitae. c 36. Similarly, many words made in derivation from different words are found to be identical, as when I say accusative Luam from Saturn s Lua, a and § 36. ° An old Italic goddess who expiated the blood shed in battle ; her formulaic connexion with Saturn is uncertain. et ab solvendo luo 1 luam. 2 Omnia 3 fere nostra (n)omina 4 wrilia 5 et muliebria multitudinis cum recto casu fiunt dissimilia, e#(de)m (in) 6 danc?(i) 7 : dis- similia, ut mares Terentiei, feminae Terentia(e), 8 eadem in dandi, vireis Terentieis et mulieribus Terentieis. Dissimile Plautus et Plautius, (Marcus et Marcius) 8 ; et co(m)mune, ut huius Plauti et Marci. XIX. 37. Denique si est analogia, quod in multis verbis e(s)t x similitudo verborum, sequitur, quod in pluribus est dissimilitudo, ut non sit in sermone sequenda analogia. XX. 38. Postremo, si est in oratione, aut in omnibus eius partibus est aut in aliqua 1 : at 2 in omni- bus non est, in aliqua esse parum est, ut album esse ^ethiopa 3 non satis est quod habet candidos dentes : non est ergo analogia. XXI. 39- Cum ab similibus verbis quae declinan- tur similia fore polliceantur qui analogias esse dicunt, et cum simile turn 1 denique dicant esse 2 verbo ver- bum, ex eodem si 3 genere eadem figura transitum de cassu in cassum similiter ostendi possit, qui haec dicunt utrumque ignorant, et in quo loco similitudo debeat esse, et quemadmodum spectari soleat, simile § 36. 1 Suerdsioeus, for abluo. 2 Aug.,, for abluam. 3 For omina. 4 JO. Sp.^for omina. 5 Scaliger, for libe- ralia. * L. Sp.,for eum. 7 Laetus,for dant. 8 Ixietus, for femina e terentia. 9 Added by Groth. §37. x Aug., for ^t. § 38. 1 Aug., with B, deleted esse parum after aliqua. 2 Canal, for et. 3 Mue.,for ethiopam. § 39. 1 Aug., with B, for simili laetum. 2 L. Sp., for dicantes se. 3 L. Sp., for sit. b Solvendo is here attached to luo as a grloss, just as Saturni is attached to Lua. c The older spelling -EI, historically correct in these forms, was normal after I until the end of the also luam as future of luo 1 loosing.' b Almost all our names of men and women are unlike in the nomina- tive case of the plural, but are identical in the dative : unlike, as the men Terentu, c the women Terentiae, but identical in the dative, men Terentiis c and women Terentiis. Unlike are Plautus and Plautius, Marcus and Marcius ; and yet there is a form common to both, namely the genitive Plauti and Marci. d XIX. 37. Finally, if Regularity does exist for the reason that in many words there is a likeness of the word-forms, it follows that because there is unlikeness in a greater number of words the principle of Regu- larity ought not to be followed in actual talking. XX. 38. In the last place, if Regularity does exist in speech, it exists either in all its parts or in some one part ; but it does not exist in all, and it is not enough that it exists in some one part, just as the fact that an Ethiopian has white teeth Is not enough to justify us in saying that an Ethiopian is white : therefore Regularity does not exist. XXI. 39. Since those who declare that Regulari- ties exist, promise that the inflected forms from like words will be alike, and since they then say that a word is like another word only if it can be shown that starting from the same gender and the same inflectional form it passes in like fashion from case to case, those who make these assertions show their ignorance both of that in which the likeness must be found and of how the presence or absence of the like- Republic, and was therefore V.'s regular orthography. In the translation the standardized Latin forms are used. d The contracted form ending in -I was practically the exclu- sive form used as genitive of nouns ending in -I US in the nominative, until the end of the Republic. vol. 11 D 401 V. sit necne. Quae cum ignorant, sequitur ut, cum (de) analogia 4 dicere non possint, sequi (non) 6 de- beamus. 40. Quaero enim, verbum utrum dicant vocem quae ex syllabis est ficta, earn quam audimus, an quod ea significat, quam intellegimus, an utrumque. Si vox voci esse debet similis, nihil 1 refert, quod significat mas an femina sit, et utrum nomen an vocabulum sit, quod ilk' 2 interesse dicunt. 41. Sin illud quod significatur debet esse simile, Diona et Theona quos dicunt esse paene ipsi geminos, inveniuntur esse dissimiles, si alter erit puer, alter senex, aut unus albus et alter ^ethiops, item aliqua re alia dissimile(s). 1 Sin ex 2 utraque parte debet verbum esse simile, non cito invenietur qui(n) 3 in altera utra re claudicet, nec Perpenna et Alfen(a) 4 erit simile, quod alterum nomen virum, alterum mulierem significat. Quare quoniam ubi similitudo esse debeat nequeunt ostendere, impudentes sunt qui dicunt esse analogias. XXII. 42. Alterum illud quod dixi, quemad- modum simile (s)pectari 1 oporteret, ignorare apparet ex eorum praecepto, quod dicunt, cum transient e 4 GS.,for analogiam ; cf. viii. 43. 5 Added by Vertranius. % 40. 1 For nichil. 2 Laetus, for illae. §41. 1 Aug., for dissimile. 2 For ex ex. 3 Ed. Veneta, for qui. 4 GS. ; Alphena L. Sp. ; Alphaena Rhol. ; Alfaena Laetus ; for Alfaen. Victorias, for expectari. § 41. ° These names were often used by the philosophers as a typical pair in their discussions ; the accusatives Diona and Theona in the text, instead of the nominative, are assimil- ness is wont to be recognized. Since they are ignorant of these matters, it follows that we ought not to follow them, inasmuch as they are unable to pro- nounce with authority on the subject of Regularity. 4-0. For I ask whether by a * word ' they mean the spoken word which consists of syllables, that word which we hear, or that which the spoken word indi- cates, which we understand, or both. If the spoken word must be like another spoken word, it makes no difference whether what it indicates is male or female, and whether it is a proper name or a common noun ; and yet the supporters of Regularity say that these factors do make a difference. 41. But if that which is denoted by like words ought to be like, then Dion and Tkeon, a which they themselves say are almost identical, are found to be unlike, if the one is a boy and the other an old man, or one is white and the other an Ethiopian 6 ; and likewise if they are unlike in some other respect. But if the word must be like in both directions, there will not quickly be found one that is not defective in one respect or the other, nor will Perpenna and Alfena prove to be alike, because the one name denotes a man and the other a woman. Therefore, since they are unable to show wherein the likeness must exist, those who assert that Regularities exist are utterly shameless. XXII. 42. The other matter that I have men- tioned, how the likeness is to be recognized, they clearly fail to appreciate in that they set up a precept that only when the passage is made from the nomina- ated to the immediately following relative. b For the same contrast, yatic. et XXXII. 57. The words which are made from verbs are such as scriptor ' writer ' from scribere 1 to write * and lector ' read er * from legere ' to read * ; that those also do not preserve a likeness can be seen from the following : although amator * lover ' from amare * to love ' and salutator * saluter * from salutare ' to salute * are formed in like manner, there is no cantator ° ' singer * from cantare * to sing * ; and § 56. a Wrong forms, formed for purposes of argument. * Not Libyatici, but Libyci was the form in use. § 57. a Up to V.'s time, only cantor was used ; can- tator is a later word. V. cum dicatur lassus sum metendo ferendo, ex his voca- bula non reddunt proportionem, quo(niam) 2 non fit ut messor fertor. Multa sunt item in hac specie in quibus potius consuetudinem sequimur quam ra- tionem verborum. 58. Pr^eterea cum sint ab eadem origine ver- borum vocabula dissimilia superiorum, quod simul habent casus et tempora, quo vocantur participia, et multa sint contraria ut amo amor, lego legor, 1 ab amo et eiusmodi omnibus verbis oriuntur praesens et futurum ut 2 amans et amaturus, 3 ab eis verbis tertium quod debet fingi praeteriti, in lingua Latina reperiri non potest : non ergo est analogia. Sic ab awor 4 legor et eiusmodi verbis 5 vocabulum eius generis praeteriti te(m)poris fit, ut amatus, 6 neque praesentis et futuri ab his fit. 59. Non est ergo analogia, praesertim cum tantus numerus vocabulorum in eo genere interierit 1 quod dicimus. In his verbis quae contraria non habent, (ut) 2 loquor et venor, tamen dicimus loquens et venans, locuturus (et venaturus, 3 locutus et venatus), 4 quod secundum analogias non est, quoniam dicimus 2 L. Sp., for quo. § 58. 1 L. Sp. t /or amor amo seco secor. 2 Bentinus,for et. 3 H, B, Ixzetus, for ueta maturus. 4 Aug., for amabor. 5 Aug.> for uerbi est. 6 L. Sp.,for amaturus eram sum ero. § 59. 1 Laetus, for inter orierit. 2 Added by L. Sp. 3 Added by Laetus. 4 Added by Fay. b The corresponding noun of agency is lator. § 58. a,That is, active and passive voices. 6 Of the active voice. c Of the passive voice. d V. does not consider the gerundive amandus to be a future passive par- ticiple. though we say " I am tired with metendo * reaping ' and ferendo * carrying,' " the words from these do not represent a like relation, since there is no fertor b * carrier ' made like messor ' reaper.' There are like- wise many others of this class in which we follow usage rather than conformity to the verbs. 58. Besides these there are other words which also originate from verbs but are unlike those of which we have already spoken, because they have both cases and tenses, whence they are called participles. And as many verbs have opposite forms, such as amo ' I love,' amor * I am loved,* lego ' I read,' legor * I am read,' from amo and all verbs of this kind 6 there develop present and future participles, such as amans * loving ' and amaturus * about to love,' but from these verbs the third form which ought to be made, namely the past participle, cannot be found in the Latin language : therefore there is no Regularity. So also from amor * I am loved,' legor * I am read,' and verbs of this kind c the word of this class is made for past time, as amatus ' loved,' but from them none is made for the present and the future.* 59. Therefore there is no Regularity, especially since such a great number of words has perished in this class which we are mentioning. In these verbs which have not both voices, such as loquor ' I speak ' and venor 1 I hunt,' b we none the less say loquens 1 speaking ' and venans ' hunting,' locutarus * about to speak ' and venaturus * about to hunt,' locutus ' having spoken ' and venatus * having hunted.' This is not according to the Regularities, since we say § 59. That is, many verbs lack a complete paradigm that includes both active and passive forms. b Deponent verbs. loquor et venor, (non loquo et veno), 5 unde 8 ilia erant superiora ; e(o) minus 7 servantur, quod 8 ex his quae contraria verba non habent* alia efficiunt tenia, ut ea quae dixi, alia bina, ut ea quae dicam : currens ambulans, cursurus ambulaturus : tertia enim prae- teriti non sunt, ut cursus sum, ambulatus sum. 60. Ne in his quidem, quae saepius quid fieri ostendunt, servatur analogia : nam ut est a cantando cantitans, ab amando amitans non est et sic multa. Ut in his singularibus, sic in multitudinis : sicut enim cantitantes seditantes 1 non dicuntur. XXXIII. 61. Quoniam est vocabulorum genus quod appellant compositicium et negant conferri id oportere cum simplicibus de quibus adhuc dixi, de compositis separatim dicam. Cum ab tibiis et canendo tibicines dicantur, quaerunt, si analogias sequi opor- teat, cur non a cithara et psalterio et pandura dicamus citharicen et sic alia ; si ab aede et tuendo (aeditumus 5 Added by L. Sp. 6 venor unde Laetus, for uenerunt de. 7 L. Sp., for eminus. 8 Mue. deleted cum after quod. 9 Aug., with B,for habentur. § 60. 1 M, Laetus, for sed ettitantes. c That is, the deponent verbs, since they lack the active forms otherwise, should not have the active participles which actually they have. d Deponent verbs. e In- transitive verbs of active form, which naturally have no passive, and consequently no passive participle. / V.'s logic here deserts him, since the deponent verbs have a perfect participle of passive form and active mean- ing, and there is no reason why intransitive verbs of active form should not have a perfect participle passive in form and active in meaning : in fact, such a participle is sometimes found, like adultus * grown up,* from adoJescere 1 to grow up.' loquor and venor, not loquo and veno, whence came the forms given above. c The Regularities are the less preserved, because some of the verbs which have not both voices, make three participles each, like those which I have named, d and other make only two each,* such as those which I shall now name : currens * running * and ambulans 1 walking,' cursurus ' about to run ' and ambulaturus ' about to walk ' ; for the third forms, those of the past, do not exist/ as in cursus sum * I am run/ ambulatus sum 1 I am walked.' 60. But Regularity is not preserved even in those which indicate that something is done with greater frequency ; for though there is a cantitans ' repeatedly singing * from caniare 1 to sing,' there is no amiians 1 repeatedly loving ' from amare * to love/ and simi- larly with many others. The situation is the same in the forms of the plural as in those of the singular : though the plural caniitantes is used, seditantes* 1 sitting ' is not. XXXIII. 61. Since there is a class of words which they call compositional, saying that they ought not to be grouped in the same category with the simple words of which I have so far spoken, I shall deal separately with these compounds. Since from tibiae * pipes * and canere * to play * the tibicines 1 pipers ' are named, they ask, If we ought to follow the Regularities, why then from cithara * lute * and psalterium 1 psaltery ' and pandura * Pans strings * should we not say citharicen a * lute-player * and the rest in the same way ? If from aedes * temple ' and tueri ' to guard * the aedi- § 60. a The singular seditans also is not used, which is implied by V., but not stated. §61. • Citharista^ fern, citharistria, are used, both taken from Greek. 419 V. dicatur, cur non ab atrio et tuendo) 1 potius atritumus sit quam atriensis ; si ab avibus capiendis auceps dicatur, debuisse aiunt a piscibus capiendis ut aucu- pem sic pisci(cu)pem 2 dici. 62. Ubi lavctur aes aerarias, non aerelavinas nominari ; et ubi fodiatur argentum argentifodinas dici, neque (ubi) 1 fodiatur ferrum ferrifodinas ; qui lapides caedunt lapicidas, qui ligna, lignicidas non dici ; neque ut aurificem sic argentificem ; non doctum dici indoctum, non salsum insulsum. Sic ab hoc quoque fonte quae profluant, (analogiam non servare) 2 animadvertere est facile. XXXIV. 63. Reliquitur de casibus, in quo Aris- tarchei suos contendunt nervos. XXXV. Primum si in his esset 1 analogia, dicunt de&ttisse 2 omnis nomi- natus 3 et articulos habere totidem casus : nunc alios habere unum solum, ut litteras singulas omnes, alios tris, ut praedium praedii praedio, alios quattuor, ut §61. 1 The omission in F (and all codd.) was filled by Laetus with edituus est cur ab atrio et tuendo / Aldus inserted non after tuendo ; Mue. wrote aeditumus and (with B) set non after cur; A. Sp. proposed dicatur for sit. 2 Aug., with Btfor piscipem. §62. 1 Added by Laetus. 2 Added by Christ. § 63. 1 For essent. 2 Aldus, for de risse. 3 L. Sp. 9 for nominatiuos. b The regular word is piscator ; one inscription has piscicapus. §62. ° Regularly ferrariae * iron-mines.' b Regularly lignatores 4 wood-cutters.' c Regularly argentarius 4 silver- smith.' d The difference here consists in the change of the radical vowel of salsus, when it comes to stand in a medial syllable ; the process is called Vowel Weakening. § 63. n Aristarchus, of Samothrace, famous grammarian of Alexandria, lived about 216-144 b.c. He wrote many commentaries on Greek authors, and many works on gram- mar, in which he defended the principle of Regularity. tumus * sacristan * is named, why from atrium ' main hall * and tueri ' to guard ' is it not atriiumus ' butler ' rather than atriensis ? And if from avis caper e 4 to catch birds * the auceps 4 fowler * is named, they say, from pisds capere 4 to catch fish ' there ought to be a pisciceps b * fisherman ' named like the auceps. 62. They remark also that establishments where aes * copper * lavatur * is refined ' are called aerariae 4 smelters ' and not aerelavinae 4 copper-washery ' ; and places where argentum 4 silver 1 foditur 4 is mined ' are called argentifodinae ' silver-mines,* but that places where ferrum 4 iron ' is mined are not called ferrifodinae a ; that those who caedunt 4 cut * lapides * stones ' are called lapicidae * stone-cutters,' but that those who cut lign a * firewood ' are not called ligni- cidae b ; that there is no term argentifex e * silver- smith ' like aurifex * goldsmith ' ; that a person who is not doctus * learned ' is called indoctus, but one who is not salsus * witty ' is called insulsus. d Thus the words which come from this source also, it is easy to see, do not observe Regularity. XXXIV. 63. It remains to consider the problem of the cases, on which the Aristarcheans a especially exert their energies. XXXV. First, if in these there were Regularity, they b say that all names and articles ought to have the same number of cases ; but that as things are some have one only, c like all individual letters, others have three/ 1 like praedium praedii Among his pupils were important scholars of the next genera- tion. h Those who do not believe in the principle of Regu- larity. c These are the indeclinable nouns. d V. counts only different case-forms : where he finds three, the nom., acc., and voc. are identical, and the dat. and abl. are identical ; etc. 421 V. mel mellis melli melle, alios quinque, nt quintus quinti quinto quintum quinte, alios sex, ut unus unius uni unum line uno : non esse ergo in casibus analogias. XXXVI. 64. Secundo quod Crates, 1 cur quae singulos habent casus, ut litterae Graecae, non dican- tur alpha alphati alphatos, si idem mihi respondebitur quod Crateti, 2 non esse 3 vocabula nostra, sed penitus barbara, qucreram, cur idem nostra nomina et Per- sarum et ceterorum quos voeant barbaros cum easibus dica(n)t. 4 65. Quare si essent in analogia, aut ut Poenicum et ^/eg^ptiorum vocabula singulis easibus dicerent, aut pluribus ut Gallorum ae eeterorum ; nam dicunt alavda alauefcs 1 et sie alia. Sin 2 quod scrib?mt 3 dicent, quod Poenicum si(n)t, 4 singulis casibus ideo eas lit- teras Graecas nominari : sie Graeci nostra senis easibus non quinis 5 dicere debebant ; quod eum non faciunt, non est analogia. Quae si esset, 1 negant ullum casum duobus modis debuisse dici ; quod fit contra. Nam sine reprehensione vulgo alii dicunt in singulari hae § 64. 1 Laetus, for grates. 2 Laetus, for grateti. 3 Aug., with B, for essent. 4 Laetus, for dicat. § 65. 1 Scaliger, for alacco alaucus. 2 Popma, for alias in. 3 Popma, M, for scribent. 4 lihol., for sit. 6 Laetus transposed quinis non. § 66. 1 Laetus, for essent. § 64. ° Crates of Mallos, head of the Pergamene school of scholarship, was a contemporary and opponent of Aris- tarchus, and championed the principle of Anomaly. b Names of letters were indeclinable both in Greek and in Latin. § 65. a Not the Carthaginians, but the Phoenicians. 6 V. knew that neither language had a case system. praedio * farm,' others four, like mel mellis melli melle ' honey/ others five, like qidntus quinti quinto quintum quinie ' fifth,' others six, like units unius uni umim une uno * one ' ; therefore in cases there are no Regularities. Second, in reference to what Crates ° said as to why those which have only one case-form each are not used in the forms alpha, dat. alphati, gen. alphaios, because they are Greek letters b — if the same answer is given to me as to Crates, that they are not our words at all, but utterly foreign words, then I shall ask why the same persons use a full set of case- forms not only for our own personal names, but also for those of the Persians and of the others whom they call barbarians. 65. Wherefore, if these proper names were in a state of Regularity, either they would use them with a single case-form each, like the words of the Phoeni- cians a and the Egyptians, b or with several, like those of the Gauls and of the rest : for they say nom. alauda c * lark,' gen. alaudas, and similarly other words. But if, as they write, they say that the Greek letters received names with but one case-form each for the reason that they really belong to the Phoeni- cians, then in this way the Greeks ought to speak our words in six cases d each, not in five : inasmuch as they do not do this, there is no Regularity. If Regularity existed, they say, no case ought to be used in two forms ; but the opposite is found to occur. For without censure quite com- monly some say in the ablative singular ovi * sheep ' The text is desperate here; but at any rate alauda is Celtic. Greek had no form by which it might represent the Latin ablative. V. ovi et avi, alii hac ove et ave ; in multitudinis hae puppis restis et hae puppes restes ; item quod in patrico 2 casu hoc genus dispariliter dicuntur civitatum parentum et civitatium parentium, in accusandi hos montes fontes et hos montis fontis. Item cum, si sit analogia, debeant ab similibus verbis similiter declinatis sirnilia fieri et id non fieri ostendi possit, despiciendam earn esse rationem. Atqui ostenditur : nam qui potest similius esse quam gens, mens, 1 dens ? Cum horum casus patricus et accusativus in multitudine sint dispariles 2 : nam a primo fit gentium et gentis, utrubique ut sit {I), 3 ab secundo mentium et mentes, 4 ut in priore solo sit I, ab tertio dentum et dentes, ut in neutro sit. 68. Sic item quoniam simile est recto casu surus lupus lepus, rogant, quor non dicatur proportione 1 suro lupo lepo. Sin respondeatur sirnilia non esse, quod ea vocemus dissimiliter sure lupe lepus (sic enim respondere voluit Aristarc^us Crateti : nam cum scripsisset sirnilia esse Philomedes Heraclides Meli- certes, dixit non esse sirnilia : in vocando enim cum and that both kinds are present in our language also ? 32. For my part I have no doubt that you have observed the countless number of likenesses in speech, such as those of the three tenses of the verb, or its three persons. XXV. Who indeed can have failed to join you in observing that in all speech there are the three tenses lego 1 I read/ legebam ' I was reading/ legam I shall read/ and similarly the three persons lego 1 I read/ legis * thou readest/ legit ' he reads/ though these same forms may be spoken in such a way that sometimes one only is meant, at other times more ? Who is so slow-witted that he has not observed also those likenesses which we use in commands, those which we use in wishes, those in questions, those in the case of matters not peratives and subjunctives) exhibit certain regular resem- blances ; and so do those used in wishes, etc. in interrogando, quibus in infectis rebus, quibus in perfectis, sic in aliis discriminibus? Quare qui negant esse rationem 1 analogiae, non vide(n)t 2 naturam non solum ora- tionis, sed etiam mundi ; qui autem vident et sequi negant oportere, pugnant contra naturam, non contra analogian, et pugnant volsillis, non gladio, cum pauca excepta verba ex pelago sermonis (po)puli 3 minus (usu) 4 trita afferant, cum dicant propterea analogias non esse, similiter ut, si quis viderit mutilum bovem aut luscum hominem claudicantemque equum, neget in 5 bovum hominum et equorum natura similitudines proportione constare. Qui autem duo genera esse dicunt analogiae, unum naturale, quod ut ex satis 1 nascuntur (lentibus) 2 lentes 3 sic e.r (lupino) 4 lupinum, alterum voluntarium, ut in fabrica, cum vident sctfenam ut in dexteriore parte sint ostia, sic esse in sinisteriore simili ratione factam, de his duobus generibus naturalcm esse analogian, ut sit in motibus caeli, voluntariam non esse, quod ut quo(i)que 5 fabro lubitum sit possit facere partis scaenae : sic in homi- num partibus esse analogias, quod ea(s) 6 natura faciat, in verbis non esse, quod ea homines ad suam quisque voluntatem fingat, itaque de eisdem rebus alia verba habere Graecos, alia S?/ros, alia Latinos : ego declinatus verbornm et voluntarios et naturalis § 33. 1 For orationem. 2 For uidet. 3 Canal, for puli. 4 Transferred to this place by Fay ; added by GS. before populi. 5 Sciop, deleted cornibus after in. §34. 1 Vertranius, after Aug., for natis. 2 Added by L. Sp. 3 For lentis. 4 L. Sp. ; ex lupinis Aug., with B ; for et. 5 B, for quoque. 6 Laetus, for ea. § 34. a The expected continuation is, " They are in error." completed and those for matters completed, and similarly in other differentiations ? Therefore those who say that there is no logical system of Regularity, fail to see the nature not only of speech, but also of the world. Those who see it and say that it ought not to be followed, are fighting against nature, not against the principle of Regularity, and they are fighting with pincers, not with a sword, since out of the great sea of speech they select and offer in evidence a few words not very familiar in popular use, saying that for this reason the Regularities do not exist : just as if one should have seen a dehorned ox or a one-eyed man and a lame horse, and should say that the likenesses do not exist with regularity in the nature of cattle, men, and horses. XXVII. 34. Those moreover who say that there are two kinds of Regularity, one natural, namely that lentils grow from planted lentils, and so does lupine from lupine, and the other voluntary, as in the workshop, when they see the stage as "having an entrance on the right and think that it has for a like reason been made with an entrance on the left ; and say further, that of these two kinds the natural Regularity really exists, as in the motions of the heavenly bodies, but the voluntary Regularity is not real, because each craftsman can make the parts of the stage as he pleases : that thus in the parts of men there are Regularities, because nature makes them, but there is none in words, because men shape them each as he wills, and therefore as names for the same things the Greeks have one set of words, the Syrians another, the Latins still another a — I firmly think that there are both voluntary and natural esse puto, voluntarios quibus homines vocabula imposwerint 7 rebus quaedam, ut ab Romulo Roma, ab Tibure* TVburtes, naturales ut ab impositis vo- cabulis quae inclinantur in tempore* aut in casus, ut ab Romulo Romuli Romulum et ab dico dicebam dixeram. 35. Itaque in voluntariis declinationibus incon- stantia est, in naturalibus constantia ; quae utrasque quoniam iei non debeant negare esse in oratione, quom 1 in mundi partibus omnibus sint, et declina- tiones verborum innumerabilcs, dicendum est esse in his analogias. Neque ideo statim ea in omnibus verbis est sequenda : nam si qua perperam declinavit verba consuetudo, ut ea aliter (non possint efferri) 2 sine offensione multorum, hinc rationem 3 verborum praetermittendam ostendit loquendi ratio. XXVIII. 36. Quod ad universam pertinet cau- sam, cur similitudo et sit in oratione et debeat observari et quam ad finem quoque, satis dictum. Quare quod sequitur de partibus singulis deinceps expediemus ac singula crimina quae dicunt (contra) 1 analogias solvemus. 37. In quo animadvertito natura quadruplicem esse formam, ad quam in declinando accommodari debeant verba : quod debeat subesse res quae 1 7 For imposierint 8 For tybere. 9 For tempore. § 35. 1 Mtie., with a, for quam. 2 Added by GS., after Aldus efferri non possit (Aug., possint). 3 Sciop., a, for orationem. § 36. 1 Added by L. Sp. ; cf ix. 7. §37. 1 RhoL, for resque. That is, a regular form must be discarded in derivations of words, voluntary for the things on which men have imposed certain names, as Rome from Romulus and the Tiburfes ' men of Tibur ' from Tibur, and natural as those which are inflected for tenses or for cases from the imposed names, as genitive Romuli and accusative Eomulum from Romulus, and from dico ' I say ' the imperfect dicebam and the pluperfect dixeram. 35. Therefore in the voluntary derivations there is inconsistency, and in the natural derivations there is consistency. Inasmuch as they ought not to deny the presence of both of these in speech, since they are in all parts of the world, and the derivative forms of words are countless, we must say that in words also the Regularities are present. And yet Regularity does not for this reason have to be followed in all words ; for if usage has inflected or derived any words wrongly, so that they cannot be uttered without giving offence to many persons, the logic of speaking shows us that because of this offence the logic of the words must be set aside. XXVIII. 36. As far as concerns the general cause why likeness is present in speech and ought to be observed, and also to what extent this should be done, enough has now been said. Therefore in the following we shall set forth its several parts item by item, and refute the individual charges which they bring against the Regularities. 37. In this matter, you should take notice that by nature there are four elements in the basic situation to which words must be adjusted in inflection : there must be an underlying object or idea to be de- favour of an irregular form if the feeling (Sprachge/uhl) of the speakers rebels against it. vol. ii h 465 V. designetur, 2 et ut sit ea res 3 in usu, et ut vocis natura ea sit quae significavit, ut declinari possit, et simili- tude* figura(e) 4 verbi ut sit ea quae ex se declinatw 5 genus prodere certum posset. 6 38. Quo neque a terra terrus ut dicatur postu- landum est, quod natura non subest, ut in hoc alterum maris, alterum feminae debeat esse ; sic neque propter usum, ut Terentius significat unum, plures Terentii, postulandum est, ut sic dicamus faba et fabae : non enim in simili us(u) 1 utrumque ; neque ut dicimus ab Terentius Terentium, sic postulandum ut inclinemus ab A et B, quod non omnis vox natura habet declinatus. 39. Neque in forma collata quaerendum solum, quid habeat in figura simile, sed etiam nonnunquam in eo quern habeat effectum. Sic enim lana Gallicana et Apula videtur imperito similis propter speciem, cum peritus Apulam emat pluris, quod in usu firmior sit. Haec nunc strictim dicta apertiora fient infra. Incipiam hinc. Quod rogant ex qua parte oporteat simile esse verbum, a voce an a 1 significatione, re- spondemus a voce ; scd tamen nonnunquam quaerimus genere similiane sint quae significantur ac nomen 2 Laetus, for design entur. 3 G, IJ, a, Laetus^ for cares. 4 Mite., for figura. 5 L. Sp.,for declinata. 6 Aug for passu nt. § 38. 1 L. Sp., for similius. § 40. 1 After J^aetus, ab voce an, for aboceana. The singular faba was used also collectively for the plural or mass idea ; cf. Priscian, ii. 176 Keil. b Names of letters. § 39. a Cf. § 92. § 40. ° Cf viii. 40. signated ; this object or idea must be in use ; the nature of the utterance which has designated it, must be such that it can be inflected ; and the re- semblance of the word s form to other words must be such that of itself it can reveal a definite class in respect to inflection. 38. Therefore it is not to be demanded that from terra * earth * there should be also a terms, because there is no natural basis that in this object there ought to be one word for the male and another for the female. Similarly, with respect to usage, while Terentius designates one person of the name and Terentii designates several, it is not to be demanded that in this way we should say faba * bean ' and Jabae ' beans/ for the two are not subject to the same use. a Nor is it to be demanded that as we say acc. Tereniium from nom. Terentius, we should make case-forms from A and B, b because not every utter- ance is naturally fitted for declensional forms. 39. The likeness which the word has in its shape must be investigated not in the comparison of the basis merely, but also sometimes in the effect which it has. For thus the Gallic wool and the Apulian wool seem alike to the inexperienced on account of their appearance, though the expert buys the Apulian at a higher price because in use it lasts better. These matters, which have been touched upon hastily here, will become clearer in a later discussion. Now I shall start. XXIX. 40. To their question in what respect a word ought to be similar, sound or meaning, we answer that it should be so in sound. But yet some- times we ask whether the objects designated are like in kind, and compare a man's name with a man's, V. virile cum virili conferimus, feminae cum muliebri : non quod id quod significant vocem commoveat, sed quod nonnunquam in re dissim(ili par)ilis 2 figurae formas in simile' 3 imponunt dispariles, 4 ut calcei mulie- bres sint an viriles dicimus ad similitudinem figurae, cum tamen sciamus nonnunquam et mulierem habere calceos viriles et virum muliebris. 41. Sic dici virum Perpennam ut AZ/enam 1 muliebri forma 2 et contra parietem ut abietem esse forma 8 similem, quo(m) 4 alterum vocabulum dicatur virile, alterum muliebre et utrumque natura neutrum sit. 5 Itaque ea virilia dicimus non quae virum' significant, sed quibus proponimus hie et hi, et sic muliebria in quibus dicere posswmus 7 haec aut hae. XXX. 42. Quare nihil 1 est, quod dicunt Theona et Diona non esse similis, si alter est Jethiops, alter al6us, 2 si analogia rerum dissimilitudines adsumat ad discernendum vocis verbi figuras. XXXI. 43. Quod dicunt simile sit necne nomen nomini impudenter AristarcAum praecipere opor- tere spectare non solum ex recto, sed etiam ex eorum vocandi casu, esse 1 enim deridiculum, si similes 2 GS. ; dissimilis Mue. ; for dissimilis. 3 GS. ; §41. 1 ut Alfenam Mue., for aut plenam ; cf viii. 41. 2 Laetus, for formam. 3 Aldus, for formam. 4 Mue. ; cum Aug.; for quo. 5 Ant. Miller and Reiter, for sic. 6 Aldus, for utrum. 7 M, Laetus,for possimus. For nichil. 2 Mue., for galhis / cf viii. 41. § 43. 1 L. Sp., C. F. W. Mueller, Madvig, for esset. § 41. a Cf viii. 41. 6 The forms of hie haec hoc are regularly used by the grammarians to indicate the case, number, and gender of a word. in simili Mue. ; for indissimiles. a woman's name with a woman's : not because that which they designate affects the word, but because sometimes in case of an unlike thing they set upon it forms of an equivalent appearance, and on a like thing they set unequal forms, as we call shoes women's shoes or men's shoes by the likeness of the shape, although we know that sometimes a woman wears men's shoes and a man wears women's shoes. 41. In like fashion, we say, a man is called Perpe?ina f like Alfena, with a feminine form ° ; and on the other hand paries ' house-wall ' is like abies ' fir-tree ' in form, although the former word is used as a masculine, the latter as a feminine, and both are naturally neuter. Therefore those which we use as masculines are not those which denote a male being, but those before which we employ hie and hi, and those are feminines with reference to which we can say haec or hae. b XXX. 42. For this reason it amounts to nothing, that on the premise that Regularity adopts the unlikenesses of the objects as a criterion for difference in the forms a of the spoken word, 6 they say that Theon and Dion are not alike if the one is an Ethiopian and the other is a white man. c XXXI. 43. As to what they say, a that Aristarchus was shameless in his instructions that to see whether one name was like another you should view it not only from the nominative, but also from the vocative — for the same persons say that it is absurd to judge § 42. ° One of the rare examples of the accusative of the gerund with an object. b The word as sound is vox, while the word as symbol of meaning is verbum ; the vox verbi is therefore the sound, or series of sounds, which represent the symbol of meaning. Cf. viii. 40. e Cf. viii. 41. § 43. a Cf. viii. 42. V. inter se parentes sint, de filiis iudicare 2 : errant, quod non ab eo(rum) 3 obliquis casibus fit, ut recti simih' 4 facie ostendantur, sed propter eos facilius perspici similitudo potest eorum quam vim habeat, 5 ut lucerna in tenebris allata non facit (ut) 6 quae ibi sunt posita similia sint, sed ut videantur, quae sunt quoius (mo)di sint. 7 44. Quid similius videtur quam in his est extrema littera crux Phryx 1 ? Quas, qui audit voces, auribus discernere potest nemo, cum easdem non esse similes ex (declin)atfs 2 verbis intellegamus, quod cum sit cruces et Phryges* et de his extremis syllabis exemp- tum* sit E, ex altero fit ut ex C et S crux, ex altero G et S Phryx, 1 Quod item apparet, cum est demp- tum S : nam fit unum cruce, 5 alterum Phryge* XXXII. 45. Quod aiunt, cum in maiore parte orationis non sit similitudo, non esse analogian, dupliciter stulte dicunt, quod et in maiore parte est et si in minore parte 1 sit, tamen sit, 2 nisi etiam nos calceos negabunt habere, quod in maiore parte corporis calceos non habeamus. 2 L. Sp. deleted qui after iudicare. 3 L. Sp., for eo. 4 Laetus, for simile. 5 Laetus, for habeant. 6 Added by L. Sp. 1 L. Sp., for dissint. §44. 1 Aldus, for frix. 2 GS„ for aliis. 3 Aldus, for friges. 4 Aldus, for exemplum. 6 L. Sp., for cruci. 6 Phruge L. Sp., Phrj'gi Aldus ; for frigi. § 45. 1 Here L. Sp., following other slightly different deletions, deleted a repeated est et si in minore. 2 After sit, L. Sp. deleted in maiore. . § 44. a For Phryx and its forms, Augustinus (with B) read frux, etc. ; but nom. frux was no longer used in V.'s from the children whether the parents are alike : those who say this are mistaken, for it does not come about from their oblique cases that the nominatives are shown to be of like appearance, but through the oblique cases can be more easily seen what evidential force lies in the likeness of the nominatives — even as a lamp in the dark, when brought, does not cause that the things which are there should be "alike, but that they should be seen in their real character. 44. What seems more closely alike than the last letter in the words crux ' cross ' and Phryx * Phry- gian ' ? a No one who hears the spoken words can by his ears distinguish the letters, 6 although we know from the declined forms of the words that though alike they are not identical ; because M'hen the plurals cruces and Phryges are taken and E is removed from the last syllables, from the one there results crux, with X from C and S, and from the other comes Phryx, from G and S. And the difference is likewise clear, when S is removed ; for the one be- comes cruce, the other Pkryge. c XXXII. 45. As to what they say, a that since likeness does not exist in the greater part of speech, Regularity does not exist, they speak foolishly in two ways, because Regularity is present in the greater part of speech, and even if it should exist only in the smaller part, still it is there : unless they will say that we do not wear any shoes, because on the greater part of our body we do not wear any. time, cf. ix. 75-76. b The usual confusion of letters and sounds. * Abl. sing. ; the manuscript has forms ending in -i, which are datives, but the removal of s from cruces and Phryges leaves forms ending in e, not in i. § 45. a Cf viii. 37. 471 V. Quod dicunt nos dissimilitudinem (potius gratam aceeptamque habere quam simili- tudinem) 1 : itaque in vestitu in supellectile delectari varietate, non paribus subuculis uxoris, respondeo, si varietas iucunditas, magis varium esse in quo alia sunt similia, alia non sunt : itaque sicut abacum argento ornari, ut alia (paria sint, alia) 2 disparia, sic orationem. 47. Rogant, si similitudo sit sequenda, cur malimus habere lectos alios ex ebore, alios ex testudine, sie item genere aliquo alio. Ad quae dico non dis(simili- tudines solum nos, sed) 1 similitudines quoque sequi saepe. Itaque ex eadem supellectili licet videre : nam nemo facit triclinii lectos nisi paris et materia et altitudine et figura. Qui(s) 2 facit mappas trielinaris non similis inter se ? Quis pulvinos ? Quis denique eetera, quae unius generis sint plura ? 48. Cum, inqui(un)t, 1 utilitatis causa introducta sit oratio, sequendum non quae habebit similitudinem, sed quae utilitatem. Ego utilitatis causa orationem factam coneedo, sed ut vestimenta : quare ut hie similitudines seqm'mur, 2 ut virilis tunica sit virili similis, item toga togae, sic mulierum stola ut sit stola(e) 3 proportione et pallium pallio simile, sie § 46. 1 Added by GS., following other attempts {Aug., with B, inserted sequi after nos / but cf. § 47, where sequi is actually found). 2 Added by Aug., with B. § 47. 1 Added by Mve. 2 Aldus, for qui. § 48. 1 Vertranius, for in quit. 2 Sciop., for sequere- mur. 3 Aug., for stola. As to what they say, a that we find unlikeness pleasing and acceptable rather than likeness, and therefore in clothing and in furniture we take pleasure in variety, and not in having our wives* undertunics all identical : I answer, that if variety is pleasure, then there is greater variety in that in which some things are alike and others are not ; and just as a side-table is adorned with silver in such a way that some ornaments are alike and others are unlike, so also is speech adorned. They ask why, if likeness is to be followed, we prefer to have some couches inlaid with ivory, others with tortoise-shell, and so on with some other kind of material. To which I say that unlikenesses are not the only thing which we follow, but often we follow likenesses. And this may be seen from the same piece of furniture ; for no one makes the three couches of the dining-room other than alike in material and in height and in shape. Who makes the table- napkins not like each other ? Or the cushions ? And finally the other things which are several in number but of one sort ? 48. Since speech, they say,° was introduced for the sake of utility, we should follow not that kind of speech which has likeness, but that which has utility. I grant that speech has been produced for utility's sake, but in the same way as garments have : there- fore as in the latter we follow the likenesses, so that a man's tunic is like a man's, and a toga like a -toga, and a woman's dress is like a dress regularly and a cloak like a cloak, so also, as words that are names § 46. a Cf. viii. 31-32. § 48. • C/. viu. 28-29. V. cum sint nomina utilitatis causa, tamen virilia inter se similia, item muliebria inter se sequi debemus. XXXIV. 49. Quod aiunt ut persedit et perstitit sic (periacuit et) 1 percubuit quoniam non si(n)t, 2 non esse analogian, et 3 in hoc e(r)rant 4 : quod duo posteriora ex prioribus declinata non sunt, cum analogia polliceatur ex duobus similibus similiter declinatis similia fore. Qui dicunt quod sit ab Romulo Roma et non Romula neque ut ab ove ovih'a 1 sic a bove bovih'a, 2 (non) 3 esse analogias, errant, quod nemo pollicetur e vocabulo vocabulum declinari recto casu singulari in rectum singularem, sed ex duobus vocabulis similibus casus similiter declinatos similes fieri. XXXVI. 51. Dicunt, quod vocabula litterarum Latinarum non declinentur in casus, non esse analo- gias. Hi ea quae natura declinari non possunt, eorum declinatus requirunt, 1 proinde et non eo(rum) 2 dicatur esse analogia quae ab similibus verbis simili- ter esse(nt) 3 declinata. Quare non solum in vocabu- lis litterarum haec non requirenda analogia, sed (ne) 4 in syllaba quidem ulla, quod dicimus hoc BA, huius BA, sic alia. §49. 1 Added by Canal. 2 Kent, for sit. 3 Aug., for ut. 4 B, Bhol.,for erant. § 50. 1 Aug., for ovilla. 2 Aug., for bovilla. 3 Added by Stephanus. § 51. 1 B, G, II, a, Aug., for sequirunt. 2 L. Sp., for eo F 1, ea F 2 . 3 L. Sp. ; esset M, a, Aug. ; for esse. 4 Added by Aldus. § 49. Referring to a passage now lost. b The two verbs are not attested in any form. § 50. Cf. viii. 54 and 80. of persons exist for the purpose of utility, ue ought still to employ men's names that are like one another, and women's names that also have mutual resem- blances. XXXIV. 49. As to the fact that they say a that Regularity does not exist because there are no perfects periacuit ' remained lying ' .and percubuit ' remained lying,' like persedit 1 remained sitting ' and perstitit ' remained standing,' in this also they are mistaken : for the two perfects have no presents 6 from which to be inflected, whereas Regularity promises only that from two like words inflected in like manner there will be like forms. XXXV. 50. Those who say that there are no Regularities because from Romulus there is Roma and not Romala and there is no bovilia ' cow-stables ' from bos * cow ' as there is ovilia * she epf olds ' from ovis * sheep,' are in error ; because nobody professes that one word is derived from another word, from nominative singular to nominative singular, but only that from two like words like case-forms develop when they are inflected in like manner. XXXVI. 51. They say that because the words denoting the Latin letters are not inflected into case-forms the Regularities do not exist. Such persons are demanding the declension of those words which by nature cannot be inflected ; just as if Regularity were not said b to belong merely to those forms which had already been inflected in like fashion from like words. Therefore not only in the names of the letters must this kind of Regularity not be sought, but not even in any syllable, because we say nomina- tive ba, genitive ba, and so on. § 51. a Of. viii. 64. 6 Cf. viii. 23. Quod si quis in hoc quoque velit dicere esse analogias rerum, tenere potest : lit eni(m) 1 dicunt ipsi alia nomina, quod quinque habeant figuras, habere quinque casus, alia quattuor, sic minus alia, dicere poterunt esse litteras ac syllabas in voce quae singulos habeant casus, in rebus pluris 2 ; quemad- modum inter se conferent ea quae quaternos habe- bunt vocabulis casus, item ea inter se qua(e) ternos, 3 sic quae* singulos habebunt, ut conferant inter se dicentes, ut sit hoc A, huic A, esse hoc E, 5 huic E. Quod dicunt esse quaedam verba quae habeant declinatus, ut caput (capitis, nihil nihili), 1 quorum par reperiri quod non possit, non esse analogias, respondendum sine dubio, si quod est singulare verbum, id non habere analogias : minimum duo esse debent verba, in quibus sit similitudo. Quare in hoc tollunt esse analogias. 54. Sed nikilum 1 vocabulum recto casu apparet in hoc : Quae dedit ipsa, 2 cap/t 3 neque dispendi facit hilum, § 52. 1 For eni. 2 GS. ; plureis Canal ; for plurimis. 3 Koeler, for quaternos. 4 For sicque. 5 After hoc E, L, Sp. deleted huiusce E. § 53. 1 Added by Reitzenstein. § 54. 1 Lachmann ; in nihil Sciop. ; for initium. 2 Sciop., for ira. 3 Seal ig er t for caput. § 52. a Cf. viii. 63. 6 That is, words indeclinable in form have only one case-form, but still have all the case-uses. § 53. There is no corresponding passage in Book VIII. 6 That is, when they select a unique word as basis for argu- ment. But if any one should wish to say that in this also there are Regularities in the things, he can maintain it. For as they themselves say a that some nouns, because they have five forms, have five cases, and others have four, and others fewer in like manner, they will be able to say that the letters and syllables which have one case-form apiece in sound, have several in connexion with the things h ; as they will compare only with each other those which have four case-forms for the words, and likewise those which have three apiece, so let them compare with each other those which have only one form each, saying that nominative E, dative E is like nominative A, dative A. As to the fact that they say a that there are certain words which have declensional forms, like caput ' head,* genitive capitis, and nihil * nothing,* genitive nihili, a match for which cannot be found, and therefore the Regularities do not exist, answer must be made that unquestionably any word which is the only one of its kind is outside the systems of Regularity ; there must be at least two words for a likeness to be existent therein. Therefore, in this case, et they eliminate the possible existence of the Regularities. 54. But the word nihilum * nothing ' is found in the nominative in the following a : The body she's given Earth doth herself take back, and of loss not a whit does she suffer, §54. ° Ennuis, Ann. 14 Vahlen 2 ; R.O.L. i. 6-7 War- mington ; cf. v. 60 and 111. The neuter accusative, having the same form as the nominative, is used as a proof of the nominative form. quod valet nec dispendii facit quicquam. Idem hoc obliquo apud Plautum : Video enim 4 te nihili 5 pendere prae Philolacho* omnis homines, quod est ex ne et hili : quare dictus est nihili 5 qui non hili erat. Casus tautum 1 commutantur de quo dici- tur, (ut) 8 de homine : clicimus cnim hie homo nihili 9 et huius hominis nihili et hunc hominem nihili. Si in illo commutaremus, dicercmus ut hoc linum et li£>um, 10 sic nihilum, non hie nihili, et (ut) 11 huic lino et li&o 12, sic nihilo, non huic nihili. Potest dici patricus casus, ut ei praeponantur 13 nomina 14 plura, ut hie casus Terentii, hunc casum Terentii, hie miles legionis, huius militis legionis, hunc militem legionis. Negant, cum omnis natura sit aut mas aut femina aut neutrum, (non) 1 debuisse ex singulis vocibus ternas figuras vocabulorum fieri, ut albus alba album ; nunc fieri in multis rebus binas, ut Metellus Metella, 2 Aemi(]\)us ^e?wt(li)a, 3 nonnulla singula, ut tragoedws, com(o)edtt$ 4 ; sic esse Marcum, Numerium, at Marcam, at Numeriam 4 Enim is V.'s addition; it is not found in the manu- scripts of Plautus. 5 For nichili. 6 The manuscripts of Plautus have Philolache. 7 Fay, for turn cum. 8 Added by GS. 9 After nihili, L. Sp. deleted est. 10 Mue., for limum, 11 et ut Mue. ; ut L. Sp. ; for et. 12 Mue., for Hmo. 13 Mue., for praeponuntur. 14 Kent, for praenomina. § 55. 1 Added by Mue. 2 Ixietus, for metelle. 3 Wackernagel ; Ennius Ennia Laetus ; for enuus enua. 4 Christ, for tragoedia comedia. which is the same as ' nor of loss does she suffer anything/ This same word is found in an oblique case in Plautus 6 : I see, beside Philolaches you count all men as nothing. The word is from ne 1 not ' and genitive hilt ' whit ' ; therefore he has been called nihili ' of naught ' who was not kill * of a whit ' in value. Change is made only in the case-forms of that about w hich the speak- ing is done, as about a man ; for we say a man nihili ' of no account ' in nominative, in genitive, in accusa- tive, changing the forms of homo but not changing the form nihili. If we were to make changes in it, then we should say not hie nihili c but nihilum as the nominative, like linum ' flax * and libum ' cake,' and dative not huic nihili d but nihilo like lino and libo. The genitive case * can however be said with various nouns set before it, like nominative casus ' mishap ' Terentii ' of Terence,' accusative casum Terentii, and nominative miles 'soldier* legionis 1 of the legion/ genitive militis legionis, accusative militem legionis. They say a that since every nature is either male or female or neuter, from the individual spoken words there should not fail to be forms of the words in sets of three, like albus, alba, album ' white ' ; that now in many things there are only two, like Metellus and Metella, Aemilius and Aetnilia, and some with only one, like tragoedus * tragic actor ' and comoedus ' comic actor ' ; that there are the names Marcus and Numerius, but no * Plautus, Most. 245. c The genitive nihili depending on a nominative. d The genitive nihili depending on a dative. * Such as the form nihili. § 55. a Cf. viii. 47. 479 V. non esse ; dici coruum, 5 turdum, non 6 dici coruam, 5 turdam ; contra dici pantherarn, merulam, non dici pantherum, merulum ; nullius nostrum 7 filium et filiam non apte 8 discerni marem ac feminam, ut Terentium 9 et Terentiam, contra deorum liberos et servorum non i/idem, 10 ut Iovis filium et filiam, Iovem 11 et Iovam ; item magnum numerum vocabu- lorum in hoc genere non servare analogias. 56. Ad haec dicimus, omnis orationis quamvis res naturae subsit, tamen si ea in usu(m) 1 non pervenerit, eo non pervenire verba : ideo equus dicitur et equa : in usu enim horum discrimina 2 ; corvus et corva non, quod sine usu id, quod dissimilis natura(e). 3 Itaque quaedam al(i)ter ohm ac nunc : nam et turn omnes mares et feminae dicebantur columbae, quod non erant in eo usu domestico quo nunc, (ct nunc) 4 contra, propter domesticos usus quod internovimus, appellatur mas columbus, femina columba. 57. Natura cum tria genera transit et id est in usu discriminat*/(m), turn 1 denique apparet, ut est in doctus 2 et docta et doctum : doctrina enim per tria haec transire potest et usus docuit discriminare doctam rem ab hominibus et in his marem ac feminam. In mare et femina et neutro neque natura mans 3 6 Aldus, for corbum and corbam. * Aldus, for non non. 7 Aug., for neutros. 8 Aug., with B, for apta. 9 For terentium et terentium. 10 Ed. Veneta, for ididem. 11 For iouem iouem. § 56. 1 Aug., with B, for usu. 2 Aug., for discrimine. 3 Vertranius, for natura. * Added by L. Sp. § 57. 1 Reiter, for discrimina totum. 2 Aug., with B, for docto. 3 L. Sp., for mares. b Numeria is in fact found, but as a divine name. c Cf. §59. § 56. a For the expression, cf. ix. 37. Marca and Numeria 6 ; that corvus ' raven ' and turdus * thrush ' are said, but the feminines corva and turda are not said ; that on the other hand pantkera * panther * and merula 1 blackbird ' are used, but the masculines pantherus and merulus are not ; that there is no one of us whose son and daughter are not suit- ably distinguished as male and female^ as Terentius and Terentia ; that on the other hand the children of gods and slaves are not distinguished in the same way, c as by Iovis and Iova for the son and the daughter of Jupiter ; that likewise a great number of common nouns do not in this respect preserve the Regularities. 56. To this we say that although the object is basic a for the character of all speech, the words do not succeed in reaching the object if it has not come into our use ; therefore equus ' stallion ' and equa * mare ' are said, but not corva beside corvtts, because in that case the factor of unlike nature is without use to us. But for this reason some things were for- merly named otherwise than they are now : for then all doves, male and female, were called columbae, because they were not in that domestic use in which they are now, and now, on the other hand, because we have come to make a distinction on account of their uses as domestic fowl, the male is called colnmbus and the female columba. 57. When the nature goes through the three genders and this distinction is made in use, then finally it is seen, as it is in doctus 4 learned man ' and docta * learned woman ' and doctum 4 learned thing ' ; for learning can go across through these three, and use has taught us to differentiate a learned thing from human beings, and among the latter to distinguish the male and the female. But in a male or a female transit neque feminae neque neutra, et ideo non dicitur fcminus femina feminum, sic reliqua : itaque singularibus ac secretis vocabulis appellati sunt. 58. Quare in quibus rebus non subest similis natura aut usus,in his vocabulis huiusce modi ratio quaeri non debet : ergo dicitur ut surdus vir, surda mulier, sic surdum theatrum, quod omnes tres (res) 1 ad auditum sunt comparatae ; contra nemo dicit cubiculum surdum, (quod) 2 ad silentium, non ad auditum ; at si fenestram non habet, dicitur caecum, ut coccus et caeca, quod omnia (non) 3 habent (quod) 3 lumen habere debent. 59. Mas et femina habent inter se natura quandam societatem, (nullam societatem) 1 neutra cum his, quod sunt diversa ; inter se 2 quoque de his perpauca sunt quae habeant quandam co(m)munitatem. Dei et servi nomina quod non item ut libera nostra trans- eunt, eadem e(s)t 3 causa, quod ad usum attinct (et) 4 institui opus fuit de liberis, de reliquis nihil attinuit, quod in servis gentilicia natura non subest in usu, in nostri(s) nominibus qui sumus in Latio et liberi, necessaria. Itaque ibi apparet analogia ac dicitur Tcrentius vir, Terentia femina, Terentium genus. § 58. 1 tres res Mve. ; res Bentinus ; for tres. 2 Added by Canal ; quod id Mae. ; quod sit Sciop. 3 Added by Fay. § 59. 1 Added by A. Sp., after L. Sp. and Mue. 2 B, G, II, Aug., for interest. 3 L. Sp., for et. 4 Added by L. Sp. ' § 58. a V. means a theatre in which it is difficult to hear ; but the term is applicable also to an audience which is inattentive. b Rather, things are called 4 blind ' because they hinder vision by darkness or by walls without openings, such as windows and doors. or what is neither, the nature of the male does not shift, nor that of the female, nor the neuter nature, and for this reason there is no saying of feminus, femina.) Jemirrum, and so with the rest. Therefore they are called by special and separate words. 58. Wherefore in the names of those things in which there is no likeness of nature or of use as the basis, a relation of this sort ought not to be sought. Accordingly, as a surdus * deaf * man is a current term, and a surda woman, so also is a surdum theatre,* 1 because all three things are equally intended for the act of hearing. On the other hand, nobody says a surdum sleeping-room, because it is intended for silence and not for hearing ; but if it has no window, it is called caecum 1 blind/ as a man is called caecus and a woman caeca, because not all sleeping-rooms have the light which they ought to have. b 59. The male and the female have by nature a certain association with each other ; but the neuters have no association with them, because they are different from them in kind, and even of these neuters there are very few which have any elements in common with other neuters. As for the fact that the names of a god and of a slave do not vary like our free names, there is the same reason, namely that the variation is connected with use, and had to be established with reference to free persons, but as to the rest had no consequence, because among slaves the clan quality has no foundation in practice, but it is necessary in the names of us who are in Latium and are free. Therefore in that class Regularity makes its appearance, and we say Terentius for a man, Terentia for a woman, and Terentium for the genus * stock.' V. In praenominibus ideo non fit item, quod haec instituta ad usum singularia, quibus discernerentur nomina gentilicia, ut ab numero Secunda, Tertia, Quarta (in mulieribus), 1 in viris ut Quintus, Sextus, Decimus, sic ab aliis rebus. Cum essent duo Terentii aut plures, discernendi causa, ut aliquid singulare haberent, notabant, forsitan ab eo, qui mane natus diceretur, ut is Manius esset, qui luci, Lucius, 2 qui post patris mortem, Postumus. 61 . E quibus (ae)que 1 cum item accidisset feminis, proportione ita appellata declinarant praenomina mulierum antiqua, Mania, Lucia, Postuma : videmus enim Maniam matrem Larum dici, Luciam Voht- mniam 2 Saliorum Carminibus appellari, Postumam a multis post patris mortem etiam nunc appellari. 62. Quare quocumque progressa est natura cum usu vocabul?, 1 similiter proportione propagata est analogia, cum in quibus declinatus voluntarii 2 maris et feminae et neutri, quae voluntaria, non debeant similiter declinari, sed in quibus naturales, sint de- § 60. 1 Placed here by GS. ; added before Secunda by L. Sp. 2 p t Aldus^for lucilius. § 61. 1 A. for que. 2 Aug., for Volaminiam. § 62. 1 Aug. y with i?, for vocabula. 2 L. Sp., for declinationibus voluntariis. § 60. a Seemingly a contamination of ab eo quod with sic . . . ut. b Properly, as the * last ' child ; but not to be associated with post kit mum * after (burial in the) earth,' though this popular etymology gave a later spelling post- humus and the English posthumous, § 61. a Mania is perhaps not related etymologieally to Manius ; see Marbach in Pauly-Wissowa's Encyc. d. cl. Alt.- wiss, xiv. 1110. b More probable than the Volaminia of F, In first names the situation is not the same, because these were in practice established as in- dividual names, by which the clan names might be differentiated ; from the numerals came Secunda, Tertia, Quarta for women, Quintus, Sextus, Decimus for men. and similarly other names from other things. When there were two or more persons of the name Terentius, then that they might liave something individual to distinguish them they marked them perhaps in this way,° that he should be Manius who was said to have been born mane ' in the morning,' and he who has been born luci * at dawn ' should be Lucius, and he who was born post ' after ' his father's death should be Postumus. 6 61. When any of these things happened to females as well, they derived the first names of women regularly in this manner — that is, in former times — and called them by them, for example, Mania, Lucia, Postuma : for we see that the mother of the Lares is called Mania, a that Lucia Volumnia b is addressed in the Hymns of the Salians, c and that even now many give the name Postuma to a daughter born after the death of her father. 62.Therefore as far as the nature and the use of  a word have jointly advanced, so far has Regularity  been extended in like manner by a corresponding  relationship, since of the words in which there are  voluntary inflections of male and female and neuter,  those which are voluntary in inflection ought not to be  inflected in similar manner, but in those in which  there are natural inflections there are those regular   not found elsewhere ; several members of the gens Volumnia  are mentioned at Rome during V.'s time. e Frag. 5,  page 336 Maurenbrecher ; page 4 Morel.    clinatus hi qui esse reperiuntur. Quocirca in tribus  generibus nominum in(i)que 3 tollunt analogias.   XXXIX. 63. Qui autem eas reprehendunt, quod  alia vocabula singularia sint solum, ut cicer, alia multi-  tudinis solum, ut scalae, cum debuerint omnia esse  duplicia, ut equus equi, analogiae fundamentum esse  obliviscuntur naturam et usu(m). 1 Singulare est  quod natura unum significat, ut equus, aut quod  coniuncta quodammodo ad unum usu, 2 ut bigae :  itaque (ut) 3 dicimus una Musa, sic dicimus unae  bigae.   64«. Multitudinis vocabula sunt unum infinitum,  ut Musae, alterum finitum, ut duae, tres, quattuor :  dicimus enim ut hae Musae sic unae bigae et binae  et trinae bigae, sic deinceps. Quare tarn unae et uni  et una quodammodo singularia sunt quam unus et una  et unum ; hoc modo mutat, quod altera in singu-  laribus, altera in coniunctis rebus ; et ut duo tria sunt  multitudinis, sic bina trina.   65. Est tertium quoque genus singulare ut in  multitudine, uter, in quo multitudinis ut utrei 1 ; uter   3 Aldus, for inquae.   §63. 1 p t Mue., for usu. 2 A. Sp., for usum.  3 Added by h. Sp.   §65. 1 A. Sp.,for utre   § 62. a Crates and his followers, who uphold Anomaly.  § 63. ° Cf. viii. 48. b Cf. x. 54.   § 64. B The first is the generic or collective, without speci-  fication of the number or of the individuals ; the second is  numerical, in which the number of the individuals is given or  their identity is clearly implied. 6 A word like bigae, inflections which are actually found to exist. There-  fore in the matter of the three genders they a are  unfair in setting aside the Regularities.   XXXIX. 63. Moreover those who find fault a  with the Regularities, because some words are  singulars only, like cicer ' chickpea,' and others are  plural only, like scalae ' stairs,' et although all ought  to have the two forms, like equus ' horse ' and equi  ' horses,' forget that the foundation of Regularity  is nature and use taken in combination. That is  singular which by nature denotes one thing, like  equus ' horse/ or which denotes things that by use  are joined together in some way, like bigae * two-horse  team.' Therefore just as we say una Musa * one  Muse,' we say unae bigae * one two-horse team/   64. Plural words are of two sorts, a the one in-  definite, like Musae * Muses/ the other definite, like  duae ' two/ tres * three/ quattuor 1 four ' ; for as we  say Musae in the plural, so also we say unae bigae ' one  two-horse team/ and binae ' two ' and trinae b bigae  1 three two-horse teams/ and so on. Wherefore  unae and the masc. uni and the neut. una are in  a certain manner as much singulars as unus and una  and unum : the word changes in this way because  the one set of forms is said of individual things, the  other of things joined together in sets ; and just as  duo and tria are plurals, so also are bina and trina.   65. There is also a third class which is singular  though expressed by a plural form, namely uter  1 which of two,' in which the plural form is for ex-   already plural in form, can be pluralized in meaning only by  the use of a numerical modifier ; for this purpose, distribu-  tive numerals such as bini are used. For the singular idea,  the plural form of unus is used.   487     V.     poeta singulari, utri poetae multitudinis est. Qua  explicata natura apparet non debere omnia vocabula  multitudinis habere par singulare : omnes enim  numeri ab duobus susum versus multitudinis sunt  neque eorum quisquam habere potest singulare  compar. Iniuria igitur postulant, si qua sint singu-  laria, oportere habere multitudinis.   XL. 66. Item qui reprehendunt, quod non dicatur  ut unguentum unguenta vinum vina sic acetum aceta  garum gara, faciunt imperite : qui ibi desidcrant  multitudinis vocabulum, quae sub mensuram ac pon-  dcra potius quam sub numerum succedunt : nam in  plumbo, 1 a(r)ge(n)to, a cum incrementum accessit,  dicimus 3 multum, 4 sic multum plumbum, argentum ;  non 5 plumba, argenta, cum quae ex hisce fiant, dica-  mus plumbea et argentea (aliud enim cum argenteum :  nam id turn cum iam vas : argent(e)um 6 enim, si  pocillum aut quid item) : quod pocilla argentea  multa, non quod argentum multum.   67. Ea, natura in quibus est mensura, non  numerus, si genera in se habe(n)t 1 plura et ea in  usum venerunt, a genere multo, sic vina et unguenta,  dicta : alii generis enim vinum quod Chio, aliuc? 2   § 66. 1 After phimbo, L. Sp. deleted oleo. 2 Aug., for  aceto. 3 After dicimus, Aldus deleted enim. 4 After  rnultum, L. Sp. deleted oleum. 5 After non, L. Sp. deleted  multa olea. 6 Aug., with B t for argentum.   § 67. 1 Laetus, for habet. 2 For aliut.     § 65. ° The old spelling of the nominative plural, still  more or less in use in V.'s time, though rarely attested in  the manuscripts.   § 66. a Cf § 67. b Derivative adjectives, ' made of  lead ' and * made of silver * ; supply vasa 4 utensils.' ample utrei ° : uter poeta ' which of two poets ' in the  singular, utri poetae 4 which of two sets of poets ' in  the plural. Now that the nature of this has been  explained it is clear that plural nouns are not all  under obligations to have a like singular form ; for  all the numerals from two upwards are plural, and  no one of them can have a singular to match it.  Therefore it is quite wrongly that they demand that  all singulars that there are, must have a correspond-  ing plural form.   XL. 66. Likewise those who find fault because  there are no plurals aceta and gara to acetum ' vinegar '  and garum * fish-sauce ' like unguenia to unguentum  ' perfume ' and vtna to vinum ' wine/ a act ignorantly ;  they are looking for a plural name in connexion  with things which come under the categories of  quantity and weight rather than under that of  number. For in plumbum 4 lead ' and argentum * sil-  ver,' when there has been added an increase, we say  multum * much ' : thus multum plumbum or argentum,  not plumba ' leads ' and argenta ' silvers/ since articles  made of these we call plumbea and argentea b (silver  is something else when it is argenteum, for that is  what it is when it has now become a utensil ; thus  argenteum if it is a small cup or the like), because in  this case we speak of many argentea ' silver ' cups,  and not of much argentum ' silver/   67. But if those things which have by nature the  idea of quantity rather than that of number, exist in  several kinds and these kinds have come into use,  then from the plurality of kinds they are spoken of  in the plural, as for example vina 1 wines ' and un-  guenia ' perfumes.' For there is wine of one kind,  which comes from Chios, another wine which is from quod Lesbo, 3 sic ex regionibus aliis. (Ae)que 4 ipsa  dicuntur nunc melius unguenta, 5 cui nunc genera  aliquot. Si item discrimina magna essent olei et  aceti et sic ceterarum rerum eiusmodi in usu co(m)-  muni, dicerentur sic olea et (aceta ut) 6 vina. Quare  in titraque re (i)nique 7 rescindere conantur analogias,  et 8 cum in dissimili usu similia vocabula quaerant* et  cum item ea quae metimur atque ea quae numcramus  dici putent oportere.   XLI. 68. Item reprehendunt analogias, quod  dicantur multitudinis nomine publicae balneae, non  balnea, contra quod privati dicant unum balneum,  quo?/* 1 plura balnea (non) 2 dicant. Quibus respon-  ded' 3 potest non esse reprehendendum, quod scalae  et aquae caldae, pleraque* cum causa, multitudinis  vocabulis sint appellata neque eorum singularia in  usum venerint ; idemque item contra. Primum  balneum (nomen e(s)t 5 Graecum), (cum) 6 introiit in  urbem, publice ibi consedit, ubi bina essent con-  iuncta aedificia lavandi causa, unum ubi viri, alterum  ubi mulieres lavarentur ; ab eadem ratione domi  suae quisque ubi lavatur balneum dixcrunt et, quod  non erant duo, balnea dicere non consuerunt, cum   3 V, p, Aldus, for Lesbio. 4 A. Sp., for quae. 5 For unguentia. 6 Added by L. Sp. 7 Canal, for denique. 8 Aug., for analogiam set. * L. Sp.,for querunt. §68. 1 Canal, for quod. 2 Added by Popma. 3 Al- dus, for respondere. 4 After pleraque, L. Sp. deleted quae. 6 GS., for et. 6 Added by GS. §68. ° The word is a heteroclite in form, with a different Lesbos, and so on from other localities. Likewise unguenta 1 perfumes ' themselves are now properly spoken of in the plural, for of perfume there are now a number of kinds. If in like fashion there were great differences in olive-oil and vinegar and the other articles of this sort, in common use, then we should employ the plurals olea and aceta, like vina. There- fore in both these matters their attempt to destroy the Regularities is unfair, since they expect that the words will be alike though their uses are different, and since they think that articles which we measure and objects which we count should be spoken of in the same way. XLI. 68. Likewise they find fault with the Regu- larities, because public baths are spoken of as balneae, with the form in the plural, and not as balnea, in the singular ; and on the other hand they speak of one bal- neum of a private individual, though they do not use the plural balneal To them answer can be made, that fault ought not to be found because scalae * stairs ' and aquae caldae ' hot springs/ mostly with good reason, have been called by plural names and the corresponding singulars have not come into use : and vice versa* The first balneuvi * bath-room ' (the name is Greek), when it was brought into the city of Rome, was as a public establishment set in a place where two connected buildings might be used for the bathing, in one of which the men should bathe and in the other the women. From the same logical reasoning each person called the place in his own house where baths were taken, a balneum ; and they were not accustomed to speak of balnea in the plural, meaning in the two numbers. But the plural balnea began to be used in the time of Augustus. 6 C/. § 69. V. hoc antiqui non balneum, sed lavatrinam 7 appellare consuessent. 8 69- Sic aquae caldae ab loco et aqua, quae ibi scateret, cum ut colerentur venissent in usum nostris, cum aliae ad alium morbum idoneae essent, eae cum plures essent, ut Puteolis ct in Tuscis, quibus uteban- tur, multitudinis potius quam singulari vocabulo appellarunt. Sic scalas, quod ab scandendo dicuntur et singulos gradus scanderent, magis erat quaeren- dum, si appellassent singulari vocabulo scalam, cum origo nominatus ostcnderet contra. XLII. 70. Item reprehendunt de casibus, quod quidam nominatus habent rectos, quidam obliquos, quod dicunt utrosque in vocibus oportere. Quibus idem responderi potest, in quibus usus aut natura non subsit, ibi non esse analogiam. Sed ne in his (quidem) 1 vocabulis quae declinantur, si transeunt e recto casu in rectum casum : quae tamcn fere non discedunt ab ratione sine iusta causa, ut hi qui gladiatores Faustina* : nam quod plerique dicuntur, ut tris extremas syllabas 7 Aug., with B, for lauiatrinam. 8 2?, Ed. Veneta,for consuescent. § 71. 1 Added here by L. Sp. ; added after vocabulis by Madvig. 2 Mtie. t for faustinos. c More commonly in the contracted form latrina, and in V.'s time meaning ' water-closet, privy.' § 69. ° At least nine places in Etruria bore the name Aquae. % 70. ° Cf. viii. 49. b There seems to be a lacuna here, as examples illustrating this point of the refutation are lack- ing. § 71. c That is, by derivation with suffixes, not merely by because they did not have two in one house — though our forbears were accustomed to call this not a balneum, but a lavatrina c ' wash-room.* 69. So also, the hot springs, on account of the locality and the water which gushed out there, came to be frequented for our use, since some of the springs were beneficial to one disease and others to another ; and because those which they used were several in number, as at Puteoli and in Etruria, they called them by a plural word rather than by a singular. So also with the scalae ' stairs ' ; because they are named from scandere ' to mount ' and there were separate steps to be mounted, it would be a more difficult problem to answer if they had called them scala, in the singular, inasmuch as the origin of the name shows their plural nature. XLII. 70. Likewise they find fault a about the cases, because some nouns have nominative forms only, and others have only oblique forms : whereupon they say that all words ought to have both the nominative and the oblique forms. To them the same answer can be given, that there is no Regularity in those instances which lack a relationship in use or in nature. . . . b 71. But they should not look for complete Regu- larity even in these names which are derived by passage from one nominative form to another. Still, such words do not in general depart from the path of logic without valid reason, such as there is for those gladiators who are called Faustini b ; for though most gladiators are spoken of in such a way that they case-inflection. b The troops of gladiators were designated by adjectives of this sort which were derived from the names of the owners. habeant easdem, Cascelliani, (Caeciliani), 3 Aquiliani, animadvertant, 4 unde oriuntur, nomina dissimilia Cascellius, 5 Cflecilius, Aquilius, (Faustus : quod si esset) 8 Faustius, recte dicerent Faustianos ; si(c) 7 a Scipione quidam male dicunt Scipioninos : nam est Scipionarios. Sed, ut dixi, quod ab huiuscemodi cognominibus raro declinantur cognomina neque in usum etiam perducta, natant quaedam. XLIIL 72. Item dicunt, cum sit simile stultus luscus et dicatur stultus stultior stultissimus, non dici luscus luscior luscissimus, sic in hoc genere multa. Ad quae dico ideo fieri, quod natura nemo lusco magis sit luscus, cum stultior fieri videatur. Quod rogant, cur (non) 1 dicamus mane manius manissimc, item de vesperi : in 2 tempore vere magis et minus esse non potest, ante et post potest. Itaque prius est hora prima quam secunda, non magis hora. Sed magis mane surgere tamen dicitur : qui primo mane surgit, (magis mane surgit) 3 quam qui non pri(m)o 4 : ut enim dies non potest esse magis quam (dies, sic mane non magis quam) 5 mane ; 3 Placed here by L. Sp. ; added after Aquiliani by Aug. 4 Aug., for animaduertunt. 5 Cascelius Aug., for Cas- sellius F. 6 Added by Mue. 7 M 9 Laetus.for si. § 73. 1 Added by Aug. 2 Popma, for uespertino. 3 Added by GS. 4 Stephanus, for prior. 5 Added by L. Sp. § 72. a Cf viii. 75. § 73. a Cf. viii. 76. b The usual phrase is multo mane ; evidently, to the Romans, mane was not completely an adverb like English* early. e The Latin corresponding to this (English) sentence should perhaps, as GS. suggest, be placed before the sentence beginning Itaque prlus ; the argument then develops more logically. have the last three syllables alike, Cascelliani, Cae- ciliani, AquilianiJ* let them take note that the names from which these come, Cascellius, Caecilius, Aquilius on the one hand, and Faustus on the other, are unlike : if the name were Faustius, they would be right in saying Faustiani. In the same way, from Scipio some make the bad formation Scipionini ; it is prop- erly Scipionarii. But, as I have said, since appella- tions are rarely derived from surnames of this kind and they are not fully at home in use, some such formations fluctuate in form. XLIII. 72. Likewise they say,° that although stultus * stupid ' and luscus * one-eyed * are like words, and stultus is compared with stultior and stultissimus, the forms lusrior and luscissimus are not used with luscus, and similarly with many words of this class. To which I say that this happens for the reason that by nature no one is more one-eyed than a one- eyed man, whereas he may seem to become more stupid. XLIV. 73. To their question a why we do not say mane ' in the morning/ comparative manius, super- lative manissime. with a similar question about vesperi * in the evening/ I reply that in matters of time there is properly no ' more ' and ' less/ but there can be before and after. Therefore the first hour is earlier than the second, but not ' more hour/ But nevertheless to rise magis mane ' more in the morning * is an expression in use ; he who rises in the first part of the morning rises magis mane 6 * more in the morning ' than he who does not rise in that first part. For as the day cannot be said to be more than day, so mane cannot be said to be more than mane* Therefore that very magis ' more ' itaque ipsum hoc quod dicitur magis sibi non constat, quod magis mane significat primum mane, magis vespere novissimum vesper. XLV. 74. Item ab huiuscemodi (dis)similitu- dinibus 1 reprehenditur analogia, quod cum sit anus cadus simile et sit ab anu aniculaanicilla, a cado duo reliqua quod non sint propagata, sic non dicatur a piscina piscinula piscinilla. Ad (haec respondeo) 2 huiuscemodi vocabuh's 3 analogias esse, ut dixi, ubi magnitudo animadvertenda sit in unoquoque gradu eaquc 4 sit in usu co(m)muni, ut est cista cistula cistella et canis catulus catellus, quod in pecoris usu non est. Itaque consuetudo frequentius res in binas dividi partis ut maius et minus, ut lectus et lectulus, area et arcula, sic alia. XLVI. 75. Quod dicunt casus alia non habere rectos, alia obliquos et idco non esse analogias, falsum est. Negant habere rectos ut in hoc frugis frugi frugem, item cole(m) colis cole, 1 obliquos non habere ut in hoc Diespiter Diespitri Diespitrem, Maspiter Maspitri Maspitrem. § 74. 1 L. Sp., for similitudinibus. 2 Added by L. Sp. 3 L. Sp., for vocabula. 4 Mite., for ea quae. §75. 1 A. Sp. ; colis coli colem Mue. ; for role rolis role. § 74. a Cf viii. 79. b The diminutives are not ety- mological derivatives of cants, but are of quite distinct origin. e Curiously, none of the Latin words denoting sheep and goats, cattle and horses, had a diminutive in regular use in V.'s time or earlier, except that V. himself used equulus and equula. Plautus, Asin. 667, coined the words agnellns ' little lamb,' haedillus 4 little kid,' vitellus 4 little calf,' as terms of endearment, but they do not appear again. d The normal, undiminished object. § 75. ° Cf. viii. 49 ; the subject-matter of § 75 seems to come closely after that of § 70, but there seems to be no sure which is commonly said is not consistent with itself, because magis mane means the first part of the mane, and magis vespere the last part of the evening. XLV. 74. Similarly, Regularity is found fault with on account of unlikenesses of this sort," that although anus * old woman ' and cadus * cask ' are like words, and from anus there are the diminutives aniatla and anicilla, the other two are not formed from cadus, nor from piscina ' fish-pond * are piscinula and piscinilla made. To this I answer that words of this kind have the Regularities, as I have said, only when the size must be noted in each separate stage, and this is in common use, as is cista * box/ cistula, cistella, and canis b 1 dog,' catulus * puppy,' catellus * little puppy ' ; this is not indicated in the usage connected with flocks.* Therefore the usage is more often that things be divided into two sets, as larger d and smaller, like lectus * couch * and lectulus, area ' strong-box * and arcula, and other such words. XLVL 75. As to their saying a that some words lack the nominative and others lack the oblique cases, and that therefore the Regularities do not exist, this is an error. For they say that the nomina- tive is lacking in such words as frugis frugi frugem b * fruit of the earth * and colem colis cole c 1 plant- stalk/ and the oblique cases are lacking in such as Diespiter * Jupiter,' dat. Diespitri, acc. Diespitrem, and Maspiter ' Mars,' Maspitri, Maspitrem* way of rearranging the order of the text. * Gen., dat., acc. c Acc, gen., abL, unless the manuscript readings are to be more seriously altered ; the word is more properly caul- % but Cato and V. prefer the country forms, with o from au. d For Dies pater and Mars pater ; the addition of pater is found only in nom. and voc. (Iuppiter, older Iuplter % is a voc. form). VOL. II K 497 V. 76. Ad haec respondeo et priora habere nominandi et posteriora obliquos. Nam et frugi rectus est natura frux, at secundum consuetudinem dicimus ut haec avis, haec ovis, sic haec frugis ; sic secundum naturam nominandi est casus cols, 1 secundum con- suetudinem colis, 2 cum utrumque conveniat ad analo- gian, quod et id quod in consuetudine non est cuius modi debeat esse apparet, et quod est in consuetu- dine nunc in recto casu, eadem est analogia ac plera- que, quae ex multitudine cum transeunt in singulare, difficulter efFeruntur ore. Sic cum transiretur ex eo quod dicebatur haec oves, una non est dicta ovs sine J, 3 sed additum I ac factum ambiguum verbum nominandi an patrici esse(t) 4 casus. Ut ovis, et avis. 77. Sic in obliquis casibus cur negent esse Diespitri Diespitrem non video, nisi quod minus est tritum in consuetudine quam Diespiter ; quod in nihil argumentum est : nam tarn casus qui non tritus est quam qui est. Sed est(o) 1 in casuum serie alia vocabula non habere nominandi, alia de obliquis aliquem: nihil enim ideo quo minus siet 2 ratio per- cellere poterit hoc crimen. § 76. 1 Mi*e., for rois. 2 Hue., for rolis. 3 L. &/>., for una. 4 L, Sp., for esse. § 77. 1 L. Sp., for est. 2 Mue., for si et ; on the possi- bility of the use of siet in V.'s time, cf Cicero, Orator 47. 157. § 76. ° Frux is found in Ennius, Ann. 314 (' honest man ') and 431 Vahlen 2 = R.O.L. i. 1 16-1 17 and 150-151 Warming- ton ; but nom. frugis is not quotable from a text. b Colis may be cited from Lucilius, 135 Marx, and V., R. R. i. 41 . 6. 4 c V. is speaking on the basis that the relation is nom. sing, ending in -s, nom. pi. in -es, as in dux^ pi. duces. d Haec before oves is the sign of the nom. pi. fern. ; V. appears to use hae before consonants, haec To this I answer that the former have nomina- tives and the latter have oblique case-forms. For the nominative of fntgi is by nature frux, but by usage we say fntgis, a like avis * bird * and ovis ' sheep * ; so also, the nominative of the other word is by nature cols and by usage colis. b Both of these agree with the principle of Regularity, because it is perfectly clear of what sort that form ought to be which is not in use, and in that which is now in use in the nominative there is the same kind of Regularity as most words have that are hard to pronounce when they pass from the plural to the singular. So when the passage was made from the spoken plural oves, d the form which was pronounced was not ovs without I, but an I was added and the word became ambiguous as to whether the case was nominative or genitive.* Like the nominative ovis is also the nominative amis. 77. Thus I do not see why they say that in the oblique cases Diespitri and Diespitrem are lacking, except because they are less common in use than Diespiter. But the argument amounts to nothing ; for the case-form which is uncommon is just as much a case-form as that which is common. But let us grant that in the list of case-forms some words lack the nominative and others lack some one of the oblique cases ; for this charge will not for that reason be able in any way to destroy the existence of a logical relationship a among the forms. before vowels as here (and at the sentence-end, as at v. 75). * V. is of course unaware of the fact that some nouns of the third declension had stems ending in i and therefore had a right to nominatives in is, while others had stems ending in consonants and could have the ending is only by analogy with the «-stems. § 77. ° That is, Regularity. Nam ut signa quae non habent caput 1 aut aliquam aliam partem, nihilo minus 2 in reliquis mem- bris eorum esse possunt analogiae, sic in vocabulis casuum possunt item fieri (iacturae. Potest etiam refingi) 3 ac reponi quod aberit, ubi patietur natura et consuetudo : quod nonnunquam apud poetas invenimus factum, ut in hoc apud Naevium in Clas- tidio : Vita insepulta laetus in patriam redux. XLVII. 79. Itemreprehendunt,quoddicaturhaec strues, hie Hercules, 1 hie homo : debuisset enim dici, si esset analogia, hie Hercul, haec strus, hie hom(en. N)on 2 haec ostendunt no(mi)?*a 3 non analogian esse, sed obliquos casus non habere caput ex sua analogia. Non, ut si in Alexandri statua imposueris caput Philippi, membra conveniant ad rationem, sic* et Alexandri membrorum simulacro 5 caput quod re- spondeat item sit ? Non, si quis tunicam in usu ita consult, ut altera plagula 6 sit angustis clavis, altera latis, utraque pars in suo genere caret analogia. XLVIII. 80. Item negant esse analogias, quod § 78. 1 After caput, M and Laetus deleted et. 2 For nihil hominus. 3 Added by GS. ; but the lost part may be some what longer. % 79. 1 p, Laetus, for Herculis. 2 GS. ; homen Canal ; for homon. 3 Kent, for noua. 4 G, H, Aug., for sit. 5 A. Sp.yfor simulacrum. 6 Aldus, for placula. § 78. a By regular formation. b Tray. Rom. Frag., Praet. II Ribbeck 3 . c Redux, not elsewhere found in the nom. sing. § 79. If the nominatives were of the usual types, which replace the .genitive ending -IS by -S or by nothing at all, like $11$, animal, nomen, genitives suis, animalis, nominis. b That is, the nominatives are not formed ' regularly ' from the oblique cases, but from these nominatives of variant types For as some statues lack the head or some other part without destroying the Regularities in their other limbs, so in words certain losses of cases can take place, with as little result. Besides, what is lacking can be remade a and put back into its place, where nature and usage permit ; which we sometimes find done by the poets, as in this verse of Naevius, in the Clastidium b : With life unburied, glad, to fatherland restored.* XLVII. 79. Likewise they find fault with the nominatives strues 1 heap,' Hercules, homo * man ' ; for if Regularity actually existed, they say, these forms should have been strus, Hercul, homen. a These nouns do not show that Regularity is non-existent, but that the oblique cases do not have a head or starting-point according to their type of Regularity. b Is it not a fact that, if you should put a head of Philip on a statue of Alexander and the limbs should be proportionately symmetrical, then the head which does correspond to the statue of Alexander's limbs c would likewise be symmetrical ? And it is not a fact that if one should in practice sew together a tunic in such a way that one breadth of the cloth has narrow border-stripes and the other has broad stripes, each part lacks regular conformity within its own class. d XLVIII. 80. Likewise they say that the Regu- the oblique cases are formed regularly. c That is, the heads or nominatives may be varied, but the limbs or oblique cases are of uniform type. d For there are tunics with the broad stripe, worn by senators, and tunics with the narrow stripe, worn by knights ; therefore, though the two halves in the example do not belong together, each has its regular precedent. alii dicunt cupressus, alii cupressi, item dc ficis platanis et plerisque arboribus, dc quibus alii ex- tremum US, alii EI faciunt. Id est falsum : nam debent dici E et I, fici ut nummi, quod est ut num- mi^) fici(s), 1 ut nummorum ficorum. Si essent plures ficus, essent ut manus ; diceremus ut manibus, sic ficibus, et ut manuum, sic ficuum, neque has ficos diceremus, sed ficus, ut non manos appellamus, sed (manus, nec) 2 consuetude* diceret singularis obliquos casus huius fici neque hac fico, ut non dici(t) 3 huius mani, 4 sed huius manus, (n)ec 5 hac mano, sed hac manu. XLIX. 81. Etiam illud putant esse causae, cur non sit 1 analogia, quod Lucilius scribit : Dccuis, 2 Sive decusibus est. Qui errant, quod Lucilius non debuit dubitare, quod utrumque : nam in aere usque ab asse ad centussis numerus aes significat, et eius numero finiti casus omnes 3 ab dupondio sunt, quod dicitur a multis duobus modis hie dupondius et hoc dupondium, ut § 80. 1 L. Sp., for nummi fici. 2 Added by Mue. ; manus neque L. Sp. 3 Aug., for dici. 4 M, Laetus,for manui. 5 L. Sp., for et. §81. 1 After sit, Aldus deleted in. 2 Lachmann ; decussi Mue. ; for decuis. 3 For omnis. § 80. ° As belonging to the fourth and the second de- clensions respectively. b This shows that V. wrote the nominative plural of the second declension with EI, and not with I ; but it would be pedantic to substitute such spellings throughout 4 his works, or even merely in this section. c As type of the second declension. d As type of the fourth declension. larities do not exist, because some say cupressus ' cypress-trees ' in the plural and others say cupressif and similarly with fig-trees, plane-trees, and most other trees, to which some give the ending US and others give EI. This is wrong ; for the tree-names ought to be spoken with E and l 9 b Jici like nummi c ' sesterces,* because the ablative is jicis like nummis, and the genitive is ficorum like nummorum. If the plural were Jicus, then it would be like mantis d * hand ' ; we should say ablative Jicibus like manibus, and genitive jicuum like manuum 9 and we should not say accusative Jicos, but Jicus, just as we do not say accusative vianos but manus ; nor would usage speak the oblique cases of the singular genitive Jici and ablative Jico, just as it does not say genitive mani but manus, nor ablative mono but manu. XLIX. 81. Moreover, they think that there is proof of the non-existence of Regularity, in the fact that Lucilius writes a ; Priced a teiww, or else we may say at ten-asses. b They are in error, because Lucilius should not have been uncertain as to the form, since both are right. For in copper money, from the as to the hundred-a-y, the number adds to itself the meaning of the copper coin, and all its case-forms are limited by its numerical value, starting from the dupondius * two-as piece,' which is used by many in two ways, masculine dupondius and neuter dupondium, like gladius and §81. ° Lucilius, 1153-4 Marx. "Or decussis, decus- sibus; but the single S is elsewhere attested in these words, and Lucilius may well have followed the older orthography, which doubled no consonants. On the as, cf. v. 169* c As first element in the compound. hoc gladium et hie gladius ; ab tressibus virilia multi- tudinis hi tresses et " his tressibus confido," singulare " hoc tressis habeo " et " hoc tres(s)is 4 confido," sic deinceps a(d) 5 centussis. Deinde numerus aes non significatf. 6 82. Numeri qui aes non significant, usque a quat- tuor ad centum, triplicis habent formas, quod dicun- tur hi quattuor, hae quattuor, haec quattuor ; cum perventum est ad mille, quartum assumit singulare neutrum, quod dicitur hoc mille denarium, a quo multitudinis fit milia denarii. 1 S3. Quare gwo(nia)m 1 ad analogias quod pertineat non (opus) 2 est ut omnia similia dicantur, sed ut in suo quaeque genere similiter declinentur, stulte quaerunt, cur as et dupondius et tressis non dicantur proportione, cum as 3 sit simple^, 4 d?*pondius 5 fictus, quod duo asses pendebat, 6 tressis ex tribus aeris quod sit. Pro assibus nonnunquam aes dicebant antiqui, a 4 For tresis. 5 Aug., for a. 6 Aug., for significans. § 82. 1 Aug.) for denaria. § 83. 1 Mue., for cum. 2 Added by GS. 3 as sit Aldus, for adsit. 4 For simples. 5 For dipondius. 6 Aug., for pendebant. d Cf. v. 116 and viii. 45. "The value-names tressis to centussis were invariable in the singular, but had a full set of cases in the plural, without multiplying the value of the term ; thus tresses in the plural still means ' three asses ' precisely like the singular. § 82. ° One invariable form serves for three genders. b Mille is not only an indeclinable plural adjective, of three genders, but also a neuter noun in the singular, upon which a genitive depends ; and in this last capacity it has a plural, which is declinable. c The denarius was a Roman silver coin, equivalent to the Greek drachma, and in modern times gladium* From tressis 4 three-as ' there is a mascu- line plural 3 tresses in the nominative and tressibus in the ablative, as in "I trust in these three asses," singular tressis as in " I have this three-flj " and " I trust in this three-as." The same usage is followed all the way to centussis 4 hundred-^. ' e From here on, the numeral does not denote money any more than other things. 82. The numerals which do not signify money, from quaiiuor 4 four ' to centum 4 hundred/ have forms of triple function, because quaituor is masculine, feminine, and neuter. When mille 4 thousand ' is reached, it takes on a fourth function, 6 that of a singular neuter, because the expression in use is mille 4 thousand * of denarii, c from which is made a * plural, milia 1 thousands * of denarii. 83. Since therefore so far as concerns the Regu- larities it is not essential that all words that are spoken should be alike in their systems, but only that they should be inflected alike each in its own class, those persons are stupid who ask why as and dupondius and tressis are not spoken according to a regular scheme ; for the as is a single unit, the dupondius is a compound term indicating that it pendebat 1 weighed ' duo 1 two ' asses, and the tressis is so called a because it is composed of tres 4 three ' units of aes 4 copper.' Instead of asses, the ancients used sometimes to say aes 6 ; a usage which survives when we hold an as in to the Swiss franc (about Is. 4d. English, or 32 cents U.S.A., in 1936). § 83. ° From tres and as, not from tres and aes. b But in the genitive, if with a numeral ; just as we say " four o'clock," = " four (hours) of the clock " ; in the singular, aes might mean * money ' collectively, like the French argent, and sometimes even a * copper piece.' quo dicimus assem tenentes " hoc 7 aere aeneaque libra " et " mille aeris legasse." 84. Quare quod ab tressis usque ad centussis 1 numeri ex (partibus) 2 eiusdem modi sunt compositi, eiusdem modi habent similitudinem : dupondius, quod dissimilis est, ut debuit, dissimilem habet rationem. Sic as, quoniam simplex est ac principium, et unum significat et multitudinis habet suum in- finitum : dicimus enim asses, quos cum finimus, dicimus dupondius et tressis et sic porro. 85. Sic videtur mihi, quoniam finitum et infinitum habeat dissimilitudinem, non debere utrumque item dici, eo magis quod in ipsis vocabulis 1 ubi additur certus numerus miliar(i)is 2 aliter atque in reliquis dicitur : nam sic loquontur, hoc mille denarium, non hoc mille denari(orum), 3 et haec duo milia denarn/m, 4 non duo milia denari(orum). 5 Si esset denarii in recto casu atque infinitam multitudinem significaret, tunc in patrico denariorum dici oportebat ; et non solum in denariis, victoriatis, drachmis,* nummis, sed etiam in viris idem servari oportere, cum dicimus 7 After hoc, Brissonius deleted ab. § 84. 1 Aug., for ducentussis. 2 Added by GS. % 85. 1 M 9 Laetus, for vocalibus. 2 Miie. ; milliards L. Sp. ; for militaris. 3 L. Sp.,for denarii. 4 Aug., for denaria. 5 Christ, for denarii. 6 Rhol^for et rachmis. c A legal survival used in symbolic sales, cf. v. 163; for the ancient as UbraUs (cf v. 169) had long since been decreased in weight and was not coined after 74 b.c. § 84. ° Even as dies and annus were not modified by the lower numerals ; for such phrases the Romans substituted biduum, triduum, biennium, triennium> etc. So for sums the hand and say " with this aes * copper piece ' and aenea libra ' pound of copper/ " c and also in the legal formula " to have bequeathed a thousand (asses) of aes * copper.* '* 84. Therefore, because the numerals from tressis to centussis are compounded of parts of the same kind, they have a likeness of the same kind ; but the word dupondius, because it is different in formation, has a different system of declension, as it should have. So also the as, because it is a single unit and is the beginning, means one and has its own in- definite plural, for we say asses ; but when we limit them numerically, we say dupondius and tressis and so on. a . Thus it seems to me that since the definite and the indefinite have an inherent difference, the two ought not to be spoken in the same fashion, the more so because in the words themselves, when they are attached to a definite number in the thousands, a form is used which is not the same as that used in other expressions. For they speak thus : mille dena- rium a * thousand of denarii,' not denariorum, and two milia denarium ' thousands of denarii,* not denariorum. If it were denarii in the nominative and it denoted an indefinite quantity, then it ought to be denariorum in the genitive ; and the same distinction must be pre- served, it seems to me, not only in denarii, victoriati, h drachmae, and nummi, but also in viri, when we say from 2 to 100 asses, the compound words were used, and not asses with the numeral. § 85. a For names of weights and measures, and for some other words, the old genitive in -um continued in use long after the new form in -onim had been generalized. 6 The vktoriatus was a silver coin stamped with a figure of Victory, and worth half a denarius. iudicium fuisse triumvirum, decem(virum, centum)- wum, 7 non (triumvirorum, decemvirorum), 8 centum- virorum. 86. Numeri antiqui habent analogias, quod omni- bus est una 1 regula, duo actus, tres gradus, sex de- curiae, qua(e) 1 omnia similiter inter se respondent. Regula 3 est numerus novenarius, quod, ab uno ad novem cum pervenimus, rursus redimus ad unum et V(IIII) 4 ; hinc et LX(XXX) 6 et nongenta 6 ab una sunt natura novenaria ; sic ab octonaria, et deo(r)sum versus ad singularia perveniunt. 87. Actus primus est ab uno (ad) 1 DCCCC, se- cundus a mille ad nongenta* milia ; quod idem valebat unum et mille, utrumque singulari nomine appellatur : nam ut dicitur hoc unum, haec duo, (sic hoc mille, haec duo) 3 milia et sic deinceps multitudinis in duobus actibus reliqui omnes item numeri. Gradus singu- laris est in utroque actu ab uno ad novem, denariws 4 gradus (a) 5 decern ad LX(XXX), 6 centenarius a cen- tum (ad) 7 DCCCC. Ita tribus gradibus sex decuriae fiunt, tres miliariae, tres 8 minores. Antiqui his numeris fuerunt contenti. Added by L. Sp. 8 Added by A. Sp., after Aldus. §86. 1 After una, L. Sp. deleted non novenaria (Aug. deleted non). 2 Rhol., for qua. 3 Sciop., for regulae. 4 novem L. Sp., for V. 5 nonaginta Aldus, for LX. 6 L. Sp. ; nongenti G, H ; for nungenti. § 87. 1 Added by Aug. 2 For nungenta. 3 Added by Gronov. 4 Aug., for denarios. 5 Added by Aug. 6 nonaginta Aug., for LX. 7 Added by Aug. 6 L. Sp., for miliaria etres. c The tresviri or triumviri capitales, in charge of prisons and that there has been a decision of the triumvirs, c the decemvirs, d the centum virs, e all of which have the genitive virum and not virorum. 86. The old numbers have their Regularities, because they all have one rule, two acts, three grades, and six decades, all of which show regular internal correspondences. The rule is the number nine, because, when we have gone from one to nine, we return again to one and nine ° ; hence both ninety and nine hundred are of that one and the same nine- containing nature. So there are numbers of eight- containing nature, 6 and going downwards they arrive at those which are merely ones. 87. The first act ° is from one to nine hundred, the second from one thousand to nine hundred thousand. Because one and thousand are alike unities, both are called by a name in the singular ; for as we say 1 this one ' and ' these two,* so we say 1 this thousand ' and ' these two thousands/ and after that all the other numbers in the two acts are likewise plural. The unitary grade is found in both acts, from one to nine ; the denary grade extends from ten to ninety ; the centenary grade from hundred to nine hundred. Thus from the three grades, six decades are made, three in the thousands, and three in the smaller numbers. The ancients were satisfied with these numerals. executions. *The decemviri stlitibus iudicandis, a per- manent board with jurisdiction over cases involving liberty or citizenship. * The centumviri or board of judges with jurisdiction over civil suits, especially those involving in- heritances. § 86. As multiples of ten ; and then as multiples of one hundred. 6 But these do not constitute the 4 rule.* § 87. Technical term, taken from the drama. Ad 1 hos tertium et quartum actum (addcntes) 2 ab decie(n)s (et ab deciens miliens) 2 minores im- posuerunt vocabula, neque rationc, sed tamen non contra est earn de qua scribimus analogiam. Nam 3 deciens 4 cum dicatur hoc deciens ut mille hoc mille, ut sit utrumque sine casibus vocis, dicemus ut hoc mille, huius mille, sic hoc deciens, huius deciens, neque eo minus in altero, quod est mille, praeponemus hi mille, horum mille, (sic hi deciens, horum deciens). 5 L. 89. Quoniam in eo est nomen co(m)mune, quam vocant ofnovvfuav, 1 obliqui casus ab eodem capite, ubi erit ofuavvfiia, 2 quo minus dissimiles fiant, analogia non prohibet. Itaque dicimus hie Argus, cum hominem dicimus, cum oppidum, Graec(e Graec)an(i)ceve 3 hoc Argos, cum Latine (hi) 4 Argi. Item faciemus, si eadem vox nomen et 5 verbum significant, 6 ut et in casus et in tempora dispariliter declinetur, ut faciemus a Meto quod nomen est Metonis Metonem, quod verbum estmetammetebam. § 88. 1 For ab. 2 Added by Kent, after Mue. (actum ab deciens minorem, (a deciens miliens maiorem addentes), imposuerunt). 3 A fter nam, L. Sp. deleted ut. 4 Aug., for decienis. 6 Added by L. Sp. ; there may have been other text also in the lacuna. § 89. 1 For omonimyan. 2 For omonimya / after which Aug. deleted obliqui casus. 3 Fay, cf. x. 71 ; graecanice Pius ; for graecancaene. 4 Added by Vertranius ; (hei) Aug. 6 Pius, for nominet. 6 Pius, for significavit. Elliptic for decies centena milia ' ten times a hundred thousands.* b Similarly elliptic for decies milies centena milia. c V. seems not to know the abl. sing. milll, found in Plautus, Bac. 928 (assured by the metre), and in Lucilius, 327 and 506 Marx (assured by Gellius, i. 10. 10-13). To these, their descendants added a third and a fourth act, imposing names which started from deciens a ' million ' and deciens miliens b ' thousand million ' ; and though the names were not formed by logical relation with the lower numerals, still their for- mation is not in conflict with the Regularity about which we are writing. For inasmuch as deciens is used as a neuter singular like mille, so that both words are without change of form for the various cases, 6 we shall use deciens unchanged as nominative and as genitive, even as we do mille ; and none the less shall we set before mille the signs of nominative and of genitive plural, because mille is also in the other number — and so also shall we speak of* these deciens ' in the same cases. L. 89. When a noun is the same in the nomina- tive though it has more than one meaning, in which instance they call it a homonymy, Regularity does not prevent the oblique cases from the same starting form in which the homonymy is, from being dis- similar. Therefore we say Argus in the masculine, when we mean the man, but when we mean the town we say, in Greek or in the Greek fashion, Argos a in the neuter, though in Latin it is Argi, masculine plural. Likewise, if the same word de- notes both a noun and a verb, we shall cause it to be inflected both for cases and for tenses, with different inflection for noun and verb, so that from Melo as a noun, a man's name, we form gen. Metonis, acc. Metonem, but from meto as a verb, * I reap/ we form the future metam and the imperfect metebam. § 89. ° The homonymy is not perfect, since the forms are Argus and Argos ; the neuter Argos is found in Latin only in nom. and acc. Reprehendunt, cum ab eadem voce plura sunt vocabula declinata, quas a-vvtawfitas 1 appellant, ut 2 Alc(m)#eus 3 et Alc(m)«eo, 3 sic Gen/on, Ger?/o- n(e)us, 4 Ger^ones. In hoc genere quod casus per- peram permutant quidam, non reprehendunt ana- logiam, sed qui eis utuntur imperite ; quod quisque caput prenderit, sequi debet eius consequenti(s) 5 casus in declinando ac non facere, cum dixerit recto casu Alc(m)aeus, 6 in obliquis 7 Alc(m)«eoni 6 et Alc(m)aeonem 6 ; quod si miscuerit et non secutus erit analogias, reprehendendum. LII. 91. (Reprehendunt) 1 Aristarchum, quod haec nomina Melicertes et Philomedes similia neget esse, quod vocandi casus habet alter Melicerta, alter Philomede(s), 2 sic qui dicat lepus et lupus non esse simile, quod alterius vocandi casus sit lupe, alterius lepus, sic socer, macer, quod in transitu fiat ab altero triss/llabum soceri, ab altero bisyllabum macri. 92. De hoc etsi supra responsum est, cum dixi de lana, hie quoque 1 amplius adiciam similia non solum §90. 1 For synonimyas. 2 After ut, Aug. deleted sapho et. 3 Kent, for alceus and alceo, usually corrected to Alcaeus, Alcaeo, though a variant nominative Alcaeo is unknown ; whereas Alcumeus occurs in Plant us* Capt. 562, and Alcmaeo in Cicero, Acad. Priora ii. 28. 89, and else- where. 4 Mue., for gerionus. 6 L. Sp.,for consequenti. • Kent, for alceus, alceoni, alceonem ; cf. crit. note 3. 7 After obliquis, Mue. deleted dicere. §91. 1 Added by L. Sp„ after Aug. 2 Mue., for philomede. § 92. 1 For hie hie quoque. Son of Amphiaraus and Eriphyle, who killed his mother at the command of his father, because she tricked him into going to a war in which he was destined to die ; cf. also the critical note. b The three-bodied giant whom Hercules They find fault when from the same utterance two or more word-forms are derived, which they call synonymns, such as Alcmaeus and Alanaeo, a and also Geryon, Geryoneus, GeryonesS* As to the fact that in this class certain speakers interchange the case-forms wrongly — they are not finding fault with Regularity, but with the speakers who use those case- forms unskillfully : each speaker ought to follow, in his inflection, the case-forms which attend upon the nominative which he has taken as his start, and he ought not to make a dative Alcmaeoni and an accusative Alcmaeonem when he has said Alcmaeus in the nominative ; if he has mixed his declensions and has not followed the Regularities, blame must be laid upon him. LII. 91. They find fault a with Aristarchus for saying that the names Meliceries and Pkilomedes are not alike, because one has as its vocative Melicerta, and the other has Pkilomedes b ; and likewise with those who say that lepus * hare ' and lupus ' wolf * are not alike, because the vocative case of one is lupe and of the other is lepus, and with those who say the same of socer ' father-in-law * and macer ' lean/ because in the declensional change there comes from the one the three-syllabled genitive soceri and from the other the two-syllabled genitive macri. 92. Although the answer to this was given above when I spoke about the kinds of wool, I shall make here some further statements : the likenesses of overpowered and robbed of his cattle ; all three forms are known in Greek, but only Geryon and Geryones in Latin. §91. a Cf. viii. 68. b The Greek nominatives end in -17s, but the vocatives end in -a and -€s respectivelv. § 92. a C/. ix. 39.a facie dici, sed etiam ab aliqua coniuncta vi et potestate, quae et oculis et auribus latere soleant : itaque saepe gemina facie mala negamus esse similia, si sapore sunt alio ; sic equos eadem facie nonnullos negamus esse similis, (s)i 2 natione s(unt) 3 ex procreante dissimiles. 4 93. Itaque in hominibus emendis, si natione alter est melior, emimus pluris. Atque in hisce omnibus similitudines non sumimus tantum a figura, sed etiam aliu for externi. Present imperative, future imperative, present subjunctive. b The indicative mood. c V. dis- regards the, plural forms in this calculation. § 102. ° Meaning 1 mood ' ; cf. § 95, note a. b Cf ix. 75-79. used to say present esum es est, imperfect eram eras erat, future ero eris erit. In this same fashion you will see that the other verbs of this kind preserve the principle of Regularity. Besides, they find fault with Regu- larity in this matter, that certain verbs have not the three persons, nor the three tenses ; but it is with lack of insight that they find this fault, as if one should blame Nature because she has not shaped all living creatures after the same mould. For if by nature not all forms of the verbs have three tenses and three persons, then the divisions of the verbs do not all have this same number. Therefore when we give a com- mand, a form which only the verbs of uncompleted time have — when we give a command to a person present or not actually present, three verb-forms a are made, like lege ' read (thou)/ legito ' read (thou) * or ' let him read/ legal ' let him read 1 : for nobody gives a command with a form denoting action already completed. On the other hand, in the forms which denote declaration, 6 like lego ' I read/ legis * thou readest/ legit ' he reads/ there are nine verb-forms of uncompleted action and nine of completed action. LIX. 102. For this and similar reasons the question that should be asked is not whether one kind ° disagrees with another kind, but whether there is anything lacking in each kind. If to these there is added what I said above b about nouns, all difficulties will be easily resolved. For as the nomina- tive case-form is in them the source for the derivative cases, so in verbs the source for other forms is in the form which expresses the person of the speaker and the present tense : like scribo * I write/ lego ' I read.' Quare ut illic fit, si 1 hie item acciderit, in formula ut aut caput non sit aut ex alieno genere sit, proportione eadem quae illic dicimus, cur nihilominus 2 servctur analogia. Item, sicut illic caput suum habebit et in obliquis casibus transitio erit in ali(am) quam 3 formulam, qua assumpta reliqua facilius possint videri verba, unde sint declinata (fit enim, ut rectus casus nonnunquam sit ambiguus), ut in hoc verbo volo, quod id duo significat, unum a voluntate, alterum a volando ; itaque a volo intellegimus et volare et velle. LX. 101. Quidam reprehendunt, quod pluit et luit dicamus in praeterito et praesenti tempore, cum analogize sui cuiusque temporis verba debeant dis- criminare. Falluntur : nam est ac putant aliter, quod in praeteritis U dicimus longum pluit (luit), 1 in praesenti breve pluit luit : ideoque in lege vendi- tions fundi " ruta caesa " ita dicimus, ut U produ- camus. LXI. 105. Item reprehendunt quidam, quod putant idem esse sacrifico 1 et sacrificor, lavat 2 et lavatur ; quod sit an non, nihil commovet analogian, dum sacrifico 3 qui dicat servet sacrificabo et sic per § 103. 1 Mite.,, for sic. 2 For nichilominus. 3 Mue., for aliquam. Added by Aug. § 105. 1 Aug.> for sacrificio. 2 L. Sp. ; sacrificor et lavat Aug. ; for sacrifico relauat. 3 Aug,) for sacrifici. § 103. ° Cf ix. 76. § 104. a Found in older Latin, but seemingly shortened by about V.'s time. 6 One might exempt from inclu- sion in the sale of a property all things dug up (sand, chalk, ete.) and ail things cut down (timber, etc.), even though they were still unwrought materials. c The u is short in the compounds erutus^ obrutus, etc. Wherefore, if it has happened in verbs as it does happen in nouns, that in the pattern the starting- point is lacking or belongs to a different kind, we give the same arguments here which we gave there, with suitable changes in application, as to why and how Regularity is none the less preserved. And as in nouns the word will have its own peculiar starting- point and in the oblique cases there will be a change to some other pattern, on the assumption of which it can be more easily seen from what the word-forms are derived (for it happens that the nominative case-form is sometimes ambiguous), so it is in verbs, as in this verb volo, because it has two meanings, one from wishing and the other from flying ; therefore from volo we appreciate that there are both volare ' to fly ' and velle * to wish/ LX. 104. Certain critics find fault, because we say pluit * rains ' and luit * looses ' both in the past tense and in the present, although the Regularities ought to make a distinction between the verb-forms of the two tenses. But they are mistaken ; for it is otherwise than they think, because in the past tense we say pluit and luit with a long U, a and in the present with a short U ; and therefore in the law about the sale of farms we say rata caesa ' things dug up and things cut,' 6 with a lengthened u. c LXI. 105. Likewise certain persons find fault, because they think that active sacrifico ' I sacrifice ' and passive sacrificor, active lav at * he bathes ' and passive lavatur, are the same ° : but whether this is so or not, has no effect on the principle of Regularity, provided that he who says sacrifico sticks to the future § 105. ° With the same meaning ; but the passive of these verbs sometimes has true passive meaning. totam formam, ne dicat sacrificatur 4 aut sacrificatus sum : haec cnim inter se non conveniunt. 106. Apud Plautum, cum dicit : Piscis ego credo qui usque dum vivunt lavant Diu minus lavari 1 quam haec lavat Phronesium, ad lavant lavari non convenit, ut I 2 sit postremum, sed E ; ad lavantur analogia lavari reddit : quod Plauti aut librarii mendum si est, non ideo analogia, sed qui scripsit est reprehendendus. Omnino et lavat 3 et lavatur dicitur separatimrecte in rebus certis, quod puerum nutrix lava(t), 4 puer a nutrice lavatur, nos in 6alneis et lavamus et lavamur. 107. Sed consuetudo alterum utrum cum satis haberet, in toto corpore potius utitur lavamur, in partibus lavamus, quod dicimus lavo manus, sic pedes et cetera. Quare e balneis non recte dicunt lavi, lavi manus recte. Sed quoniam in balneis lavor lautus sum, scquitur, ut contra, quoniam est soleo, oporte(a)ti dici solui, ut Cato et Ennius scribit, non ut dicit volgus, solitus sum, debere dici ; neque propter haec, quod discrepant in sermone pauca, minus est analogia, ut supra dictum est. 4 L. Sp. f /or sacrificaturus. § 106. 1 Plautus has minus diu lavare. 2 II, for T. 3 II, for lauant. 4 For laua. § 107. 1 Mue.,for oportet. § 106. ° True. 322-323. § 107. °\The passive form as a middle or reflexive, but the active form as a transitive requiring an object. b Frag, inc. 54 Jordan. e Frag. inc. 26 Vahlen 2 .' * Cf. ix. 33. sacrificabo and so on in the active, through the whole paradigm, avoiding the passive sacrificatur and sacrificatus sum : for these two sets do not harmonize with each other. 106. In Plautus, when he says a : The fish, I really think, that bathe through all their life, Are in the bath less time than this Phronesium, lavari * are in the bath/ with final I instead of E, does not attach to lavant * bathe ' : Regularity refers lavari to lavantur, and whether the error belongs to Plautus or to the copyist, it is not Regularity, but the writer that is to be blamed. At any rate, lavat and lavatur are used with a difference of meaning in certain matters, because a nurse lavat 1 bathes ' a child, the child lavatur ' is bathed ' by the nurse, and in the bathing establishments we both lavamus * bathe * and lavamur ' are bathed.' 107. But since usage approves both, in the case of the whole body one uses rather lavamur * we bathe ourselves,' and in the case of portions of the body lavamus * we wash,' in that we say lavo * I wash ' my hands, my feet, and so on.° Therefore with reference to the bathing establishments they are wrong in saying lavi * I have bathed,' but right in saying lavi * I have M ashed * my hands. But since in the bathing establishments lavor * I bathe ' and lauius sum * I have bathed,' it follows that on the other hand from soleo 1 I am wont,' which is in the active, one ought to say solui 4 I have been wont,' as Cato 6 and Ennius c write, and that solitus sum, as the people in general say, ought not to be used. But as I have said above,** Regularity exists none the less for these few in- consistencies which occur in speech. Item cur non sit analogia, a^erunt, 1 quod ab similibus similia non declinentur, ut ab dolo et colo : ab altero enim dicitur dolavi, ab altero colui ; in quibus assumi solet aliquid, quo facilius reliqua dicantur, ut i(n) 2 M^rmecidis 3 operibus minutis solet fieri : igitur in verbis temporalibus, quo(m) 4 simili- tudo saepe sit confusa, ut discerni nequeat, nisi trans- ieris in aliam personam aut in tempus, quae pro- posita sunt no(n e)sse 5 similia intellegitur, cum trans- itum est in secundam personam, quod alterum est dolas, alterum colis. 109. Itaque in reliqua forma verborum suam utr(um)que 1 sequitur formam. Utrum in secunda (persona) 2 forma verborum temporalz(um) 3 habeat in extrema syllaba AS (an ES) an IS a(u)t IS, 4 ad discernendas similitudines interest : quocirca ibi potius index analogiae quam in prima, quod ibi abstrusa est dissimilitudo, ut apparet in his meo, neo, ruo : ab his enim dissimilia fiunt transitu, quod sic dicuntur meo meas, neo nes, ruo ruis, quorum unumquodque suam conservat similitudinis formam. LXIII. 110. Analogiam item de his quae appel- lantur participia reprehendunt multz 1 ; iniuria : nam non debent dici terna ab singulis verbis amaturus amans amatus, quod est ab amo amans et amaturus, § 108. 1 adferunt Aug., for asserunt. 2 Aug., for uti. 3 Plus, for murmecidis. 4 Aug., for quo. 5 Vertranius, for nosse. § 109. 1 Schp.,for uterque. 2 Added by L. Sp. 3 h. Bp., for temporale. 4 L. Sp. (aut ES Canal), for as anis at si. § 110. 1 GS.,for multa. § 108. Just as we nowadays take the infinitive to show the conjugation, adding the perfect active and the passive Likewise, they present as an argument against the existence of Regularity the fact that like forms are not derived from likes, as from dolo 4 1 chop ' and colo 4 I till ' ; for one forms the perfect dolavi and the other forms colui. In such instances some- thing additional is wont to be taken to aid in the making of the other forms, a just as we do in the tiny art-works of Myrmecides b : therefore in verbs, since the likeness is often so confusing that the distinction cannot be made unless you pass to another person or tense, you become aware that the words before you are not alike when passage is made to the second person, which is dolas in the one verb and colis in the other. 109. Thus in the rest of the paradigm of the verbs each follows its own special type. Whether in the second person the paradigm of verbs has in the final syllable AS or ES or IS or IS, is of importance for distinguishing the likenesses. Wherefore the mark of Regularity is in the second person rather than in the first, because in the first the unlikeness is concealed, as appears in meo 4 I go/ neo 4 I sew,' ruo 4 1 fall ' ; for from these there develop unlike forms by the change from first to second person, because they are spoken thus : meo meas, neo nes, ruo rids, each one of which preserves its own type of likeness. Likewise, many find fault with Regularity in connexion with the so-called parti- ciples ; wrongly : for it should not be said that the set of three participles comes from each individual verb, like amaturus 4 about to love,' amans ' loving,' amaius 4 loved,' because amans and amaturus are from participle to make up the "principal parts" which are our guide. » Cf. vii. 1. ab amor 2 amatus. Illud analogia quod praestare debet, in suo quicque genere habet, casus, ut amatus amato et amati amatis ; et sic in muliebribus amata et amatae ; item amaturus eiusdem modi habet declinationes, amans paulo aliter ; quod hoc genus omnia sunt in suo genere similia proportione, sic virilia et muliebria sunt eadem. De eo quod in priore libro extremum est, ideo non es(se) analogia(m), 1 quod qui de ea scripserint aut inter se non conveniant aut in quibus conveniant ea cum consuetudinis discrepant 2 verbis, utrumque (est leve) 3 : sic enim omnis repudiandum erit artis, quod et in medicina et in musica et in aliis multis discrepant scriptores ; item in quibus conveniunt m 4 scriptis, si e(a) tam(en) 5 repudiat 6 natura : quod ita ut dicitur non sit ars, sed artifex reprehendendus, qui (dici) 7 debet in scribendo non vidisse verum, non ideo non posse scribi verum. 112. Qui dicit hoc monti et hoc fonti, cum alii dicant hoc monte et hoc fonte, sic alia quae duobus modis dicuntur, cum alterum sit verum, alterum falsum, non uter peccat tollit analogias, sed uter recte dicit confirmat ; et quemadmodum is qui 1 peccat in his verbis, ubi duobus modis dicuntur, non 2 Aug. ; amaturus ab amabar Rhol. ; for ab amaturus amabar. §111. 1 Mue. 9 for est analogia. 2 Mue., for dis- crepant. 3 Added by GS. ; falsum A, Sp. ; falsum est Popma. 4 A. Sp., for ut. 5 GS., for etiam. 6 For repudiant. 7 Added by GS. § 112. 1 L. Sp.,for quicum. fl C/. viii. 66. the active amo, and amatus is from the passive amor. But that which Regularity can offer, which the parti- ciples have, each in its own class, is case-forms, as amatus, dative amato, and plural amati, dative amatis ; and so in the feminine, amata and plural amatae. Likewise amaturus has a declension of the same kind. Amans has a somewhat different declension ; because all words of this kind have a regular likeness in their own class, amans, like others of its class, uses the same forms for masculine and for feminine. LXIV. 111. About the last argument in the pre- ceding book, that Regularity does not exist for the reason that those who have written about it do not agree with one another, or else the points on which they agree are at variance with the words of actual usage, both reasons are of little weight. For in this fashion you will have to reject all the arts, because in medicine and in music and in many other arts the writers do not agree ; you must take the same attitude in the matters in which they agree in their writings, if none the less nature rejects their conclusions. For in this way, as is often said, it is not the art but the artist that is to be found fault with, who, it must be said, has in his writing failed to see the correct view ; we should not for this reason say that the correct view cannot be formulated in writing. 112. As to the man who uses as ablatives monti ' hill ' and fonti * spring ' while others say monie and fontef along with other words which are used in two forms, one form is correct and the other is wrong, yet the person who errs is not destroying the Regu- larities, but the one who speaks correctly is strength- ening it ; and as he who errs in these words where they are used in two forms is not destroying logical vol. n m tollit rationem cum sequitur falsum, sic etiam in his (quae) 2 non 3 duobus dicuntur, si quis aliter putat dici oportere atque oportet, non scientiam tollit orationis, sed suam inscientiam denudat. Quibus rebus solvi arbitraremur posse quae dicta sunt priori libro contra analogian, ut potui brevi percucurri. Ex quibus si id confecissent 1 quod volunt, ut in lingua Latina esset anomalia, tamen nihil egissent 2 ideo, quod in omnibus partibus mundi utraque natura inest, quod alia inter se (similia), 3 alia (dissimilia) 3 sunt, sicut in animalibus dissimilia sunt, ut equus bos ovis homo, item alia, et in uno quoque horum genere inter se similia innumerabilia. Item in piscibus dissimilis murctena lupo, is 4 soleae, haec muraenae 5 et mustelae, sic aliis, ut maior ille numerus sit similitudinum earum quae sunt separatim in muraenis, separatim in asellis, sic in generibus aliis. Quare cum in inclinationibus verborum numerus sit magnus a dissimilibus verbis ortus, quod etiam vel maior est in quibus similitudines reperiun- tur, confYtendum 1 est esse analogias. Itemque 2 cum ea non multo minus quam in omnibus verbis patiatur uti consuetudo co(m)munis, fatendum illud quoquo 2 Added by Aug. 3 After non, Aug. deleted in. For conficissent. 2 Aug., for legissent. Added by Mue. 4 L. Sp.,for his. 5 G, II, Aldus, for nerene. §114. 1 Aug., for conferendum. 2 Aug., for item quae. 6 That is, wrong forms not recognized as having a limited currency, but practically individual with the speaker. § 113. a The identification of the various kinds of fish is system when he follows the wrong form, so even in those words which are not spoken in two ways, a person who thinks they ought to be spoken otherwise than they ought, b is not destroying the science of speech, but exposing his own lack of knowledge. LXV. 113. The considerations by which we might think that the arguments could be refuted which were presented against Regularity in the preceding book, I have touched upon briefly, as best I could. Even if by their arguments they had achieved what they wish, namely that in the Latin language there should be Anomaly, still they would have accom- plished nothing, for the reason that in all parts of the world both natures are present : because some things are like, and others are unlike, just as in animals there are unlikes such as horse, ox, sheep, man, and others, and yet in each kind there are countless individuals that are like one another. In the same way, among fishes, the moray is unlike the wolf-fish, the wolf-fish is unlike the sole, and this is unlike the moray and the lamprey, and others also ; though the number of those resemblances is still greater, which exist separately among morays, among codfish, and in other kinds of fish, class by class.* 1 114. Now although in the derivations of words a great number develop from unlike words, still the number of those in which likenesses are found is even greater, and therefore it must be admitted that the Regularities do exist. And likewise, since general usage permits us to follow the principle of Regularity in almost all words, it must be admitted that we ought in some instances uncertain, but is not important for V.'s argument. 7w{o)do* analogian sequi nos debere universos, singulos autem praeterquam in quibus verbis ofFen- sura sit consuetudo co(m)munis, quod ut dixi aliud debet praestare populus, aliud e populo singuli homines. 115. Ncque id mirum est, cum singuli quoque non sint eodem hire : nam liberius potest poeta quam orator sequi analogias. Quare cum hie liber id quod pollicitus est demonstraturum absolved/, 1 faciam finem ; proxumo deinceps de dcclinatorum verborum forma 2 scribam. 3 Canal ; quoque modo Mue. ; quodammodo Aug, ; for quo quando. § 115. 1 Aldus, for absoluerim. 2 Pius, for firma. as a body to follow Regularity in every way, and individually also except in words the general use of which will give offence ; because, as I have said, a the people ought to follow one standard, the in- dividual persons ought to follow another. 115. And this is not astonishing, since not all individuals have the same privileges and rights ; for the poet can follow the Regularities more freely than can the orator. Therefore, since this book has completed the exposition of what it promised to set forth, I shall bring it to a close ; and then in the next book I shall write about the form of inflected words. §114. °C/. ix. 5. DE LINGUA LATINA AD CICERONEM LIBER Villi EXPLICIT ; INCIPIT. In verborum declmationibus disciplinaloquendi dissimilitudinem an similitudinem sequi deberet, multi quaesierunt. Cum ab his ratio quae ab simili- tudine oriretur vocaretur analogia, reliqua pars appellaretur anomalia : de qua re primo libro quae dicerentur cur dissimilitudinem ducem haberi opor- teret, dixi, secundo contra quae dic(er)entur J 1 cur potius similitudinem 2 eonveniret praeponi : quarum rerum quod nee fundamenta, ut deb(u)it, 3 posita ab ullo neque ordo ae natura, ut res postulat, explicita, ipse eius rei formam exponam. 2. Dieam de quattuor rebus, quae continent deelinationes 1 verborum : quid sit simile ac dissimile, quid ratio quam appellant \6yov, quid pro portione 2 §1. 1 Aldus, for dicentur. 2 Aldus, for dissimili- tudinem. 3 Aug., for debita. § 2. 1 L. Sp., for declinationibus. 2 Plasberg* for pro- portione. § 1. ° Book VIII., which begins a fresh section of the entire work. b Book IX. Addressed to Cicero book ix ends, and here begins BOOK X I. 1. Many have raised the question whether in the inflections of words the art of speaking ought to follow the principle of unlikeness or that of likeness. This is important, since from these develop the two systems of relationship : that which develops from likeness is called Regularity, and its counterpart is called Anomaly. Of this, in the first book, I gave the arguments which are advanced in favour of con- sidering unlikeness as the proper guide ; in the second, 6 those advanced to show that it is proper rather to prefer likeness. Therefore, as their founda- * tions have not been laid by anyone, as should have been done, nor have their order and nature been set forth as the matter demands, I shall myself sketch an outline of the subject. 2. I shall speak of four factors which limit the inflections of words : what likeness and unlikeness are ; what the relationship is which they call logos ; what " by comparative likeness "is, which they call 53$ V. quod 3 dicunt dva Aoyov, 4 quid consuetudo ; quae explicatae declarabunt analogiam et anomalia(m), 5 unde sit, quid sit, cuius modi sit. II. 3. De similitudine et dissimilitudine ideo primum dicendum, quod ea res est fundamentum omnium declinationum ac continet rationem ver- borum. Simile est quod res plerasque habere videtur easdem quas illud cuiusque simile : dissimile est quod videtur esse contrarium huius. Minimum ex duobus constat omne simile, item dissimile, quod nihil potest esse simile, quin alicuius sit simile, item nihil dicitur dissimile, quin addatur quoius sit dis- simile. 4. Sic dicitur similis homo homini, equus equo, et dissimilis homo equo : nam similis est homo homini ideo, quod easdem figuras membrorum habent, quae eos dividunt ab reliquorum animalium specie. In ipsis hominibus simili de causa vir viro similior quam vir mulieri, quod plures habent easdem partis ; et sic senior seni similior quam puero. Eo porro similiores sunt qui facie quoque paene eadem, habitu corporis, filo : itaque qui plura habent eadem, dicuntur similiores ; qui proxume accedunt ad id, ut omnia habeant eadem, vocantur gemini, simillimi. 5. Sunt qui tris naturas rerum putent esse, simile, dissimile, neutrum, quod alias vocant non simile, alias 3 Aug., for quid. 4 Plasberg, for analogon. 6 Pius, for anomalia. § 2. Cf. x. 37. " according to logos " a ; what usage is. The explana- tion of these matters will make clear the problems connected with Regularity and Anomaly : whence they come, what they are, of what sort they are. II. 3. The first topic to be discussed must be like- ness and unlikeness, because this matter is the foundation of all inflections and set limits to the relationship of words. That is like which is seen to have several features identical with those of that which is like it, in each case : that is unlike, which is seen to be the opposite of what has just been said. Every like or unlike consists of two units at least, because nothing can be like without being like some- thing else, and nothing can be unlike without associa- tion with something to which it is unlike. 4. Thus a human being is said to be like a human being, and a horse to be like a horse, and a human being to be unlike a horse ; for a human being is like a human being because they have limbs of the same shape, which separate human beings from the cate- gory of the other animals. Among human beings themselves, for a like reason a man is more like a man than a man is like a woman, because men have more physical parts the same ; and so an elderly man is more like an old man than he is like a boy. Further, they are more like who are of almost the same features, the same bearing of person, the same shape of body ; therefore those who have more points of identity, are said to be more like ; and those who come nearest to having them all alike, are called most like, as it were, twins. 5. There are those M*ho think that things have three natures, like, unlike, and neutral, which last they sometimes call the not like, and sometimes the 537 V. non dissimile (sed quamvis tria sint simile dissimile neutrum, tamen potest dividi etiam in duas partes sic, quodcumque conferas aut simile esse aut non esse) ; simile esse et dissimile, si videatur esse ut dixi, neu- trum, si in neutram partem praeponderet, ut si duae res quae conferuntur vicenas habent partes et in his denas habeant easdem, denas alias ad similitudinem et dissimilitudinem aeque animadvertendas : hanc naturam plerique subiciunt sub dissimilitudinis nomen. 6\ Quare quoniam fit 1 ut potius de vocabulo quam de re controversia esse videatur, illud est potius advertendum, quom simile quid esse dicitur, cui 2 parti simile dicatur esse (in hoc enim solet esse error), quod potest fieri ut homo homini simih's 3 non sit, 4 ut multas partis habeat similis et ideo dici possit similis habere oculos, nianus, pedes, sic alias res separatim et una plures. 7. Itaque quod diligentcr videndum est in verbis, quas partis et quot modis oporteat similis habere (quae similitudinem habere) 1 dicuntur, ut infra apparebit, is locus maxime lubricus est. Quid enim similius potest videri indiligenti quam duo verba haec suis et suis ? Quae non sunt, quod alterum 2 sig- nificat suere, alterum suem. Itaque similia vocibus § 6. 1 Aug., for fuit. 2 quoi L. Sp., for quin cui. 3 V 9 p, C. F. W. Mueller, for simile. 4 non sit Rhol.,for sit non sit. § 7. 1 Added by GS., cf § 12 end ; quae similia esse, added by L\ Sp. ; ut similia, by Canal. 2 After alterum, p and Aug. deleted non. 538 ON THE LATIN LANGUAGE, X. 5-7 not unlike ; but although there are the three, like, unlike, neutral, there can also be a division into two parts only, in such a way that whatever you compare with something else either is like or is not. They think that a thing is like and is unlike if it is seen to be of such a kind as I have described, and neutral, if it does not have greater weight on one side than on the other ; as if the two things which are being com- pared have twenty parts each, and among these should have ten to be noted as identical and ten likewise to be noted as different, in respect to likeness and unlikeness. This nature most scholars include under the name of unlikeness. 6. Therefore since it happens that the question in dispute seems rather to be about the name than about the thing, attention must rather be directed, when something is said to be like, to the problem to what part it is said to be like ; for it is in this that any mistake ordinarily rests. This must be noted, I say, because it can happen that a man may not be like another man even though he has many parts like the other's, and can be said therefore to have like eyes, hands, feet, and other physical features in consider- able number, separately and taken together, like the other man's. 7. Therefore because careful watch must be kept in words to see what parts those words which are said to show likeness ought to have alike, and in what ways, the inquirer is on this topic especially likely to slip into error, as will appear below. For to the careless person what can seem more alike than the two words suis and suis ? But they are not alike, because one is from suere 1 to sew ' and means ' thou sewest,' and the other is from sus and means * of a swine.' There- 539 V. esse ac syllabis confitemur, dissimilia esse partibus orationis videmus, quod alterum habet tempora, alterum casus, quae duae res vel maxime discernunt analogias. 8. Item propinquiora genere inter se verba similem s^epe pariunt errorem, ut in hoc, quod nemus 1 et lepus videtur esse simile, quom 2 utrumque habeat eundem casum rectum ; sed non est simile, quod eis 3 certae similitudines opus sunt, in quo est ut in genere nominum sint eodem, quod in his non est : nam in virili genere 4 est lepus, ex neutro nemus ; dicitur enim hie lepus et hoc nemus. Si eiusdem generis esse(n)t, 5 utrique praeponeretur idem ac diceretur aut hie lepus et hie nemus aut hoc nemus, hoc lepus. 9. Quare quae et cuius modi sunt genera simili- tudinum ad hanc rem, perspiciendum ei qui declina- tiones verborum proportione sintne quaeret, Quern 1 locum, quod est difficilis, qui de his rebus scripserunt aut vitaverunt aut inceperunt neque adsequi potu- erunt. 10. Itaque in eo dissensio neque ea unius modi apparet : nam alii de omnibus universis discriminibus posuerunt numerum, ut D/onysius S/donius, qui scripsit ea 1 esse septuaginta unwm, 2 alii parti's 3 eius quae habet 4 casus, cuius eidem hie cum dicat esse § 8. 1 H 9 JthoL, for numerus. 2 Mue., for quod cum. 3 Aug., for eas. 4 After genere, Aug, deleted nominum sint eodem, repeated from the previous line, 5 Aug., for esset. § 9. 1 Mue^for quod. § 10. 1 L. Sp.,for eas. 2 L. Sp.,for unam. 3 Mue. y for partes. 4 Mue.,for habent. § 8. a That is, so far as the termination is concerned. § 10. a That is, schemes of inflection. b A pupil of Aristarchus. fore we admit that they are alike as spoken words and in their separate syllables, but we see that they are unlike in their parts of speech, because one has tenses and the other has cases ; and tenses and cases are the two features which in the highest degree serve to distinguish the different systems of Regularity. 8. Likewise, words that are even nearer alike in kind often cause a similar mistake, as in the fact that nemus ' grove ' and lepus * hare ' seem to be alike since both have the same nominative a ; but it is not an instance of likeness, because they stand in need of certain factors of likeness, among which is that they should be in the same noun-gender. But these two words are not, for lepus is masculine and nemus is neuter ; for we say hie * this ' with lepus and hoc with nemus. If they were of the same gender, the same form would be set before both, and we should say either hie lepus and hie nemus, or hoc nemus and hoc lepus. 9. Therefore he who asks whether the inflections of words stand in a regular relation, must examine to see what kinds of likenesses there are and of what sort they are, which pertain to this matter. And just because this topic is difficult, those who have written of these subjects either have avoided it or have begun it without being able to complete their treatment of it. 10. Therefore in this there is seen a lack of agree- ment, and not merely of one kind. For some have fixed the number of all the distinctions a as a whole, as did Dionysius of Sidon, 6 who wrote that there were seventy-one of them ; and others set the number of those distinctions which apply to the words which have cases : the same writer says that of these there are discrimina quadnzginta 5 septem, Aristocles re/tulit 6 in litteras XII II, Parmeniscus VIII, sic alii pauciora aut plura. 11. Quarum similitudinum si esset origo recte capta et inde orsa ratio, minus erraret(ur) 1 in de- clinationibus v(er)borum. 2 Quarum ego principia prima duum generum sola arbitror esse, ad quae 3 similitudines exigi 4 oporteat : e quis unum positum in verborum materia, alterum ut in materiac figura, quae ex declinatione fit. 12. Nam debet esse unum, ut verbum verbo, unde declinetur, sit simile ; alterum, ut e verbo in verbum declinatio, ad quam conferetur, eiusdem modi sit : alias enim ab similibus verbis similiter declinantur, ut ab erus 1 ferus, ero 2 fero, alias dissimiliter erus 1 ferus, eri 3 ferum. Cum utrumque et verbum verbo erit simile et declinatio declinationi, turn denique dicam esse simile 4 ac duplicem et perfectam simili- tudinem habere, id quod postulat analogia. 5 13. Sed ne astutius videar posuisse duo genera esse similitudinum sola, cum utriusque inferiores species sint plures, si de his reticuero, ut mihi relin- 5 My Laetus, for quadringenta. 6 Mue. ; retulit Laetus ; for rutulit. §11. 1 Vertranius, for erraret. 2 For ubo rum. 3 Al- dus, for atque. 4 For exegi. For herus. 2 For hero. 3 For heri. 4 L. Sp. t for similem. 5 For analogiam. Probably Aristocles of Rhodes, a contemporary of V.. d A pupil of Aristarchus. forty-seven, Aristocles c reduced them to fourteen headings, Parmeniscus d to eight, and others made the number smaller or larger. 11. If the origin of these likenesses had been correctly grasped and their logical explanation had proceeded from that as a beginning, there would be less error in regard to the inflections of words. Of these likenesses there are, I think, first principles of two kinds only, by which the likenesses ought to be tested ; of which one lies in the substance of the words, the other lies, so to speak, in the form 6 of that substance, which comes from inflection. 12. For there must be one, that the word be like the word from which it is inflected, and two, that in comparison from word to word the inflectional form with which the comparison is made should be of the same kind. * For sometimes there are like forms reached by inflection from like words, such as datives ero and fero from eras ' master * and Jerus ' wild,* and sometimes unlike forms, such as genitive eri and accusative Jerum, from erus and Jerus. When both principles are fulfilled and word is like word and inflectional form like inflectional form, then and not before will I pronounce that the word is like, and has a twofold and perfect likeness to the other — which is what Regularity demands. 13. But I wish to avoid the appearance of tricki- ness in having declared that there are only two kinds of likenesses when both have a number of sub-forms — if I say nothing about these, you may think that I am intentionally leaving myself a place of refuge ; I §11. a That is, its form and ending, in the form which is the starting point for inflection. 6 The inflectional form. quam latebras, repetam ab origine similitudinum quae in conferendis verbis et inclinandis sequendae aut vitandae sint. 14. Prima divisio in oratione, quod alia verba nusquam declmantur, 1 ut haec vix mox, alia decli- nantur, ut ab lima limae, 2 a fero ferebam, et cum nisi in his verbis quae dcclinantur non possit esse analogia, qui dicit simile esse mox et nox errat, quod non est eiusdem generis utrumque verbum, cum nox suc- cedere debeat sub casuum ratione(m), 3 mox neque debeat neque possit. 15. Secunda divisio est de his verbis quae de- clinari possunt, quod alia sunt a voluntate, alia a natura. Voluntatem appello, cum unus quivis a nomine aliae (rei) 1 imponit nomen, ut Romulus Romae ; naturam dico, cum universi acceptum nomen ab eo qui imposuit non requirimus quemadmodum is velit declinari, sed ipsi declinamus, ut huius Romae, hanc Romam, hac Roma. De his duabus partibus voluntaria declinatio refertur ad consuetudinem, naturalis ad rationem. 2 16. Quare proinde ac simile conferre 1 non oportet ac dicere, ut sit ab Roma Romanus, sic ex Capua dici oportere Capuanus, quod in consuetudine vehementer natat, quod declinantes imperite rebus nomina im- ponunt, a quibus cum accepit consuetudo, turbulenta § 14. 1 For declimantur. 2 OS., for limabo. 3 Lach- mann y for ratione. § 15. 1 Added by GS. 2 Aug., for orationem. §16. 1 Stephanus, for conferri. shall therefore go back and start from the origin of the likenesses which must be followed or avoided in the comparison of words and in their inflections. The first division in speech is that some words are not changed into any other form whatsoever, like vix 'hardly' and mox soon/ and others are inflected, like genitive limae from lima file,' imperfect ferebam from fero * I bear ' ; and since Regularity cannot be present except in words which are inflected, he who says that mox and nox * night * are alike, is mistaken, because the two words are not of the same kind, since nox must come under the system of case- forms, but mox must not and cannot. 1 5. The second division is that, of the words which can be changed by derivation and inflection, some are changed in accordance with will, and others in accordance with nature. I call it will, when from a name a person sets a name on something else, as Romulus gave a name to Roma ; I call it nature, when we all accept a name but do not ask of the one who set it how he wishes it to be inflected, but our- selves inflect it, as genitive Romae } accusative Romam, ablative Roma. Of these two parts, voluntary deriva- tion goes back to usage, and natural goes back to logical system. 16. For this reason we ought not to compare Romanus * Roman ' and Capuanus ' Capuan ' as alike, and to say that Capuanus ought to be said from Capua just as Romanus is from Roma ; for in such there is in actual usage an extreme fluctuation, since those who derive the words set the names on the things with utter lack of skill, and when usage has accepted the words from them, it must of necessity speak confused names variously derived. Therefore vol. ii n 545 V. necesse est dicere. Itaque neque Aristarchd 2 neque alii in analogiis defendendam eius susceperunt cau- sam, sed, ut dixi, hoc genere declinatio in co(m)- muni consuetudine verborum aegrotat, quod oritur e populo multiplici (et) 3 imperito : itaque in hoc genere in loquendo 4 magis anomalia quam analogia. 17. Tertia divisio est : quae verba declinata natura ; ea dividwntur 1 in partis quattuor : in unam quae habet casus neque tempora, ut docilis et facilis ; in alteram quae tempora neque casus, ut docet facit ; in tertiam quae utraque, ut doccns faciens ; in quartam quae neutra, ut docte et facete. Ex hac divisione singulis partibus tres reliquae 2 dissimiles. Quare nisi in sua parte inter se collata erunt verba, si 3 conveniunt, non erit ita simile, ut debeat facere idem. 18. Unius cuiusque part/s 1 quoniam species plures, de singulis dicam. Prima pars casualis dividitur in partis duas, in nominatus scilicet 2 (et articulos), 3 quod aeque 4 finitum (et infinitum) 5 est ut hie et quis ; de his generibus duobus utrum sumpseris, cum 2 Kent, for Aristarchii ; cf. viii. 63. 3 Added by Groth. 4 For loquenda.§17. 1 L. Sp., for dividitur. 2 Mve. % for reliquere. 3 After si, Canal deleted non. § 18. The text of this § stands in the manuscripts between § 90 and § 21 ; the shift of position was made by Mueller \ who left unius cuiusque partis at the end of § 20 ; A. Spengel transferred these words also. 1 Sciop., for partes. 2 Laetus^for s ( =sunt). 3 Added by Mue* 4 L. Sp., for neque. 6 Added by L. Sp. ; cf. viii. 45. § 1 6. This is shown even to-day in the new technical terminology of some near-sciences. b V. is somewhat neither the followers of Aristarchus nor any others have undertaken to defend the cause of voluntary derivation as among the Regularities ; but, as I have said, this kind of derivation of words in common usage is an ill thing, because it springs from the people, which is without uniformity and without skill. Therefore, in speaking, there is in this kind of derivation rather Anomaly than Regularity. 6 17. There is a third division, the words which are by their nature inflected. These are divided into four subdivisions : one which has cases but not tenses, like docilis ' docile ' and facilis ' easy ' ; a second, which has tenses but not cases, 6 like docet * teaches/ facit * makes ' ; a third which has both, c like docens 1 teaching/ faciens * making ' ; a fourth which has neither,*" like docte * learnedly * and facete * wittily.' The individual parts of this division are each unlike the three remaining parts. Therefore, unless the words are compared with one another in their own subdivision, even if they do agree the one word will not be so like the other that it ought to make the same inflectional scheme. 18. Since there are several species in each part, I shall speak of them one by one. The first sub- division, characterized by the possession of cases, is divided into two parts, namely into nouns and articles, which latter class is both definite and in- definite, as for example hie * this ' and quis 4 who.' Whichever of these two kinds you have taken, it must not be compared with the other, because they belong unfair here, since derivation by suffixes, though varied, is not without its regular principles. § 17. a Nouns, pronouns, adjectives (except participles). 6 Finite verbs. e Participles. d Adverbs. reliquo non conferendum, quod inter se dissimiles habent analogias. 19. In articulis vix adumbrata est analogia et magis rerum quam vocum ; in nomin(at)ibus 1 magis expressa ac plus etiam in vocibus ac (syllabarum) 2 similitudinibus quam in rebus suam optinet rationem. Etiam illud accedit ut in articulis habere analogias ostendere sit difficile, quod singula sint verba, hie contra facile, quod magna sit copia similium nomina- tuum. Quare non tarn hanc partem ab ilia 8 dividen- dum quam illud videndum, ut satis sit verecundi(ae) 4 etiam illam in eandem arenam vocare pugnatum. 20. Ut in articulis duae partes, finitae et infinitae, sic in noyninaitibus 1 duae, vocabulum et nomen : non enim idem oppidum et Roma, cum oppidum sit vocabulum, Roma nomen, quorum discrimen in his reddendis rationibus alii discernunt, alii non ; nos sicubi opus fuerit, quid sit et cur, ascribemus. 2 21. Nominatm' 1 ut similis sit nominatus, habere debet ut sit eodem genere, specie eadem, sic casu, exitu eodem 2 : specie, 8 ut si nomen est quod conferas, cum quo conferas sit nomen ; genere, 4 ut non solum (unum sed) 5 utrumque sit virile ; casu, 6 ut si alterum sit dandi, item alterum sit dandi ; exitu, ut quas § 19. 1 L. Sp., for nominibus. 2 Added by GS. 3 After ilia, Aug. deleted ab. 4 Kent, for uerecundi. § 20. 1 L. Sp., for uocabulis. 2 Sciop., for ascribimus. § 21. 1 Mve., for nominatus (Sciop. changed the second nominatus to -tui). 2 Mue., for eius. 8 Liibbert, for genere, transposing with specie (note 4). 4 Liibbert, for specie (cf preceding note) ; after this, L. Sp. deleted simile. fi Added by Mite. ; sed added by Aug. 6 After casu, L. Sp. deleted simile. § 21. Here, as often in V., including adjective as well as substantive. to schemes of Regularity which are different from each other. 19. In the articles, Regularity is hardly even a shadow, and more a Regularity of things than of spoken words ; in nouns, it comes out better, and consummates itself rather in the spoken words and the likeness of the syllables than in the things named. There is also the additional fact that it is difficult to show that Regularities reside in the articles, because they are single words ; but in nouns it is easy, because there is a great abundance of like name-words. Therefore it is not so much a matter of dividing this part from that other part, as of see- ing to it that the investigator should be too much ashamed even to call that other part into the same arena to do battle. 20. As there are two groups in the articles, the definite and the indefinite, so there are in the nouns, the common nouns and the proper names ; for oppidum ' town ' and Roma * Rome * are not the same, since oppidum is a common noun, and Roma is a proper name. In their account of the systems, some make this distinction, and others do not ; but we shall enter in our account, at the proper place, what this difference is and why it has come to be. 21 . That noun a may be like noun, it ought to have the qualities of being of the same gender, of the same kind, also in the same case and with the same ending : kind, that if it is a proper name which you are com- paring, it be a proper name with which you compare it ; gender, that not merely one, but both words be masculine ; case, that if one is in the dative, the other likewise be in the dative ; ending, that what- unum habeat extremas littcras, easdem alterum habcat. 22. Ad hunc quadruplicem fontem ordines derigun- tur bini, uni transversi, alteri derecti, ut in tabula solet in qua latrunculzs 1 ludunt. Transversi sunt qui ab recto casu obliqui declinantur, ut albus albi albo ; dcrecti sunt qui ab recto casu in rectos declinantur, ut albus alba album ; utrique sunt parti- bus senis. Transversorum ordinum partes appellan- tur 2 casus, derectorum genera, 3 utrisque inter se implicatis forma. 4 23. Dicam prius de transversis. Casuum voca- bula alius alio modo appellavit ; nos dicemus, qui nominandi causa dicitur, nominandi vel nomina- tivum. .HIC DESUNT TRIA FOLIA IN EXEMPLARI (dicuntur una)e 1 scopae, non dicitur una scopa : alia enim natura, quod priora simplicibus, Bentinus, for latrunculus. 2 Aldus, for expel- lantur. 3 Aug., for genere. 4 Aug., for formam. § 23. 1 There is blank space here in F, for the rest of the page (18 lines), all the next page (39 lines), and the first part of the following (8 lines). 2 F 2, in margin. § 24. 1 Added and altered by Kent, for et ; cf viii. 7. § 22. ° The * men ' in a game like draughts or checkers were called latrunctdi ' brigands ' by the Romans. 6 V. did not arrange his paradigm of adjectives as we do, but set the cases of the same number and gender in one line across the page, while the other genders followed in the next two lines, and then the three genders of the plural in the succeed- ing lines. - c V. counts his six genders by considering the genders of the plural as additional genders. § 23. ° The cases. b V.'s names for the remaining 550 ON THE LATIN LANGUAGE, X. 21-24 ever last letters the one has, the other also have the same. 22. To this fourfold spring two sets of lines are drawn up, the ones crosswise and the others vertical, as is the regular arrangement on a board on which they play with movable pieces. Those are cross- wise which are the oblique cases formed from a nomi- native, et like albus ' white,' genitive albi, dative albo ; those are vertical which are inflected from one nominative to other nominatives, as masculine albus, feminine alba, neuter album. Both sets of lines are of six members. 6 Each member of the crosswise lines is called a case ; each member of the vertical lines is a gender ; that which belongs to both in their crossed arrangement, is a form. 23. I shall speak first of the crosswise lines. Scholars have given various sets of names to the cases ; we shall call that case which is spoken for the purpose of naming, the case of naming or nomina- tive ... HERE AT LEAST THREE LEAVES – BUT MAYBE MORE -- ARE LACKING Iff THE MODEL COPY c 24-. . . . To indicate one * broom * the plural scopae is used, not the singular scopa. a For they b are different by nature, because the names first men- cases, Ayhich were listed in the lost text, are : casus patriots or pat ri us, casus dandi, casus accusandi or accusativus, casus vocandi, casus sextus. The names genetivus, dativus, voca- tivus, ablativus appear in Quintilian and Gellius. e In the lost text stood the remainder of the discussion of cases, a U the discussion of gender, and almost all concerning number, which is concluded in § 30. § 24. 8 Cf. viii. 7. 5 The nouns in the preceding dis- cussion, of which scopae alone is preserved in the text. posteriora in coniunctis rebus vocabula ponuntur, sic bigae, sic quadrigae a coniunctu dictae. Itaque non dicitur, ut haec una lata ct alba, sic una biga, sed unae bigae, neque 2 dicitur ut hae duae latae, albae, sic hae duae bigae et quadrigae, (sed hae binae bigae et quadrigae). 3 25. Item figura verbi qualis sit rcfert, quod in figura vocis alias commutatio fit in primo 1 verbo suit 2 modo suit, 2 alias in medio, ut curso 3 cursito, alias in extrcnio, ut docco docui, alias co(m)munis, ut lego legs'. 4 Refert igitur ex quibus litteris quodque verbum constet, maxime extrema, quod ea in plerisque commutatur. 5 26. Quare in his quoque partibus similitudines ab aliis male, ab aliis bene quod solent sumi in casibus conferendis, recte an perperam videndum ; sed ubicumque commoventur litterae, non solum eae sunt animadvertendae, sed etiam quae proxumae sunt neque moventur : haec enim vicinitas aliquan- tum potes(t) 1 in verborum declinationibus. 27. In quis figuris non ea similia dicemus quae 2 After neque, p and Sciop. deleted ut. 3 Added by L. Sp., cf. ix. 64. § 25. 1 Mue., for uno. 2 Mue. added the signs of quantity ; cf. ix. 104. 3 Aug., for cursu. 4 Aug., for lege. 5 L. Sp. for commutantur. § 26. 1 Aldus, for potes. c These are all lost. d Scopae, as * twigs ' done in a bundle ; bigae and quadrigae, because of the number of horses in- volved. e The distributive numeral is used to multiply ideas whose singular is denoted by a plural form: cf. ix. 64. § 25. ° I have added the signs of quantity in lego and legi, to make clear V.'s point. tioned c are set upon simple objects, and those men- tioned later apply to compounded objects d ; thus bigae ' two-horse team ' and quadrigae ' four-horse team ' are employed in the plural because they denote a union of objects. Therefore we do not say one biga, like one lata 1 broad 1 and alba ' white,' but one bigae, with the numeral also in the plural ; nor do Ave say duae ' two ' with reference to bigae and quadrigae, as we say duae ' two ' with application to the plural forms laiae and albae, but we say binae * two sets ' of bigae and quadrigae. 6 25. Likewise the character of the form of a word is important, because in the form of the spoken word a change is sometimes made in the first part of the word, as in suit ' sews ' and suit ' sewed ' ; some- times in the middle, as in curso ' I run to and fro/ and cursito, of the same meaning ; sometimes at the end, as in doceo 1 I teach ' and docui * I have taught ' ; sometimes the change is common to two parts, as in Ugo ' I read,' legi 1 I have read.' a It is important therefore to observe of what letters each word con- sists ; and the last letter is especially important, because it is changed in the greatest number of in- stances. 26. Because of this, since the likenesses in these parts also are wont to be used in the comparison of case-forms, and this is done ill by some and well by others, we must see whether this has been done rightly or wrongly. Yet wherever the letters are altered, not only the altered letters must be noted, but also those which are next to them and are not affected ; for this proximity has considerable influence in the inflections of words. 27. Among these forms we shall not call those similis res significant, sed quae ea forma sint, ut eius modi res similis 1 ex instituto significare plerum- que sole(a)nt, 2 ut tunicam virilem et muliebrem dicimus non earn quam habet vir aut mulier, sed quam habere ex instituto debet : potest enim mulie- brem vir, virilem mulier habere, ut in scaena ab actoribus haberi videmus, sed earn dicimus muliebrem, quae de eo genere est quo indutui mulieres ut uteren- tur est institutum. Ut actor stolam muliebrem sic Perpenna et Ctfecina et (S)purinna 3 figura muliebria dicuntur habere nomina, non mulierum. 28. Flexurae quoque similitudo videnda ideo quod alia verba quam vi(a)m x habeant ex ipsis verbis, unde declinantur, apparet, 2 ut quemadmodum oporteat ute 3 praetor consul, praetori consuli ; alia ex transitu intelleguntur, ut socer macer, quod alterum fit socerum, alterum macrum, quorum utrum- que in reliquis a transitu suam viam sequitur et in singularibus et in multitudinis declinationibus. Hoc fit ideo quod naturarum genera sunt duo quae inter se conferri possunt, unum quod per se videri potest, ut homo et equus, alterum sine assumpta aliqua re § 27. 1 Mite., for similia. 2 Aldus, for solent. 3 Aug., for purinna. § 28. 1 Schoell (marginal note in his copy of A. SpSs ed.), for uim. 2 Pius, for appellant. 3 A. Sp.,for ut a. § 27. ° With eius modi, understand figurae ; cf in eius modi, v. 128. b Cf ix. 48. c Cf viii. 41, 81, ix. 41. § 28. a That is, the nominative is the stem to which the case-endings are added. 6 That is, the stem is seen in an words like which denote like things, but those which are of such a stamp that such forms a are in most instances wont by custom to denote like things, as by a man's tunic or a woman's tunic we mean not a tunic that a man or a woman is wearing, but one which by custom a man or a woman ought to wear. 6 For a man can wear a woman's tunic, and a woman can wear a man's, as we see done on the stage by actors ; but we say that that is a woman's tunic, which is of the kind that women customarily use to dress themselves in. As an actor may wear a woman's dress, so Perpenna and Caecina and Spurinna are said to have names that are feminine in form ; they are not said to have women's names. c 28. The likeness of the inflection also must be watched, because the way which some words take is clear from the very words from which their inflection starts, as how it is proper to use praetor and consul, dative praetori and considi. Others are properly appreciated only as a result of the change seen in the inflections, as in socer 1 father-in-law ' and macer 1 lean,' because the one becomes socerum in the accusative, and the other macrum ; after making this change, each of them follows its own way in the remaining forms, 6 both in the inflections of the singular and in those of the plural. This method is employed c because in the inflections there are two kinds of natures which can be compared with each other, one which can be seen in the word itself, such as homo 1 man ' and equus ' horse,' but the second cannot be seen through without bringing in some- oblique case rather than in the nominative; cf. ix. 91-94. e V.'s logical sequence is here at fault, for he brings in derivative stems, after speaking only of noun declensions. extrinsecus perspici non possit, ut eques et equiso : uterque enim dicitur ab equo. 29. Quare hominem homini similem esse aut non esse, si contuleris, ex ipsis homini(bus) 1 animadversis scies ; at duo inter se similiterne sint longiores quam sint eorum fratres, dicere non possis, si illos breviores cum quibus conferuntur quam longi sint ignores 2 ; si(c) 3 latiorum atque altiorum, item cetera eiusdem generis sine assumpto extrinsecus aliquo perspici similitudines non possunt. Sic igitur quidam casus quod ex hoc genere sunt, non facile est dicere similis esse, si eorum singulorum solum animadvertas voces, nisi assumpseris alterum, quo flectitur in trans- eundo 4 vox. 30. Quod ad nominatuom 1 similitudines animad- vertendas arbitratus sum satis es(se) tangere, 2 hctec sunt. Relinquitur de articulis, in quibus quaedam eadem, quaedam alia. De quinque enim generibus duo prima habent eadem, quod sunt et virilia et muliebria et neutra, et quod alia sunt ut significent unum, (alia) 3 ut plura, et de casibus quod habent quinos : nam vocandi voce notatus non est. Pro- prium illud habent, quod partim sunt finita, et hie haec, partim infinita, ut quis et quae, 4 quorum quod adumbrata et tenuis analogia, in hoc libro plura dicere (non) 5 necesse est. §29. 1 Canal, for homini. 2 Aldus, for ignorent. 3 Aug., for si. 4 Aug., for transeundum. §30. 1 L.. Sp. ; -tuum Aug., for nominatiuom. 2 Aug., for est angere. 3 Added by Aug. 4 After quae, Aug. deleted et. 5 Added by Aug. thing from outside, as in eques ' horseman ' and equiso 1 stable-boy * — for both are derived from equus 1 horse. ' d 29. By this method, you will, on making a compari- son, know that of men observed in person one is or is not like the other; but you could not say that the two are in like fashion taller than their brothers, if you should not know how tall those shorter brothers are with whom they are compared. In this way the likenesses of things broader and higher, and others of the same kind, cannot be examined without bringing in some help from outside. So therefore, inasmuch as certain case-forms are of this kind, it is not easy to say that they are like, if you observe the spoken words in one case only ; to make a correct judgement, you will have to bring in another case-form to which the spoken word passes as it is inflected. 30. These considerations are what I have thought enough to touch upon, for observing the likenesses of nouns. It remains to speak of the articles, of which some are like nouns and others are different. For of the five classes the first two have the same properties, because they have forms for masculine, feminine, and neuter, they have some forms to denote the singular and others to denote the plural, and they have five cases ; the vocative is not indicated by a separate spoken form. They have this of their own, that some are definite, like hie ' this/ feminine haec, and others are indefinite, like quis 4 which,' feminine quae. But since their system of Regularity is shadowy and thin, it is not necessary to speak further of it in this book. a d Cf. viii. 14. § 30. • Cf. x. 19-20. 31. Secundum genus quae verba tempora habent neque casus, sec? 1 habent personas. Eorum declina- tuum species sunt sex : una quae dicitur temporalis, ut legebam gemebam, lego 2 gemo ; altera perso- narum, ut sero meto, seris metis ; tertia rogandi, ut scribone legone, scribisne legisne. Quarta respon- dendi, ut fingo pingo, fingis pingis ; quinta optandi, ut dicerem facerem, dicam faciam ; sexta imperandi, ut cape rape, capito rapito. 32. Item sunt declinatuum species quattuor quae tempora habent sine personis : in rogando, ut fodi- turne seriturne, et fodieturne sereturne. Ab re- spondendi specie eaedem figurae fiunt extremis syllabis demptis ; op(t)andi species, ut vivatur ametur, viveretur amaretur. Imperandi declinatus sz'ntne habet 1 dubitationem et eorum sitne 2 haec ratio : paretur pugnetur, parafor pugna/or. 3 33. Accedunt ad has species a copulis divisionum quadrinis : ab infecti et perfecti, (ut) 1 emo edo, emi § 31. 1 Aug., for si. 2 For logo. § 32. 1 Aug., for sum ne habent. 2 Aug.,, for sint ne. 3 Canal, for parari pugnari. § 33. * x Added by L. Sp. §31. ° Cf. x. 17. 6 Respectively tense, person, inter- rogative (indicative), declarative indicative, subjunctive, imperative ; the technical vocabulary was not fully developed in V.'s time. Corresponding to the last four of the categories in § 31 ; V. shows a good understanding of the impersonal passive. §33. a C/.x. 14-17. The second subdivision a consists of those words which have tenses but not cases, and have persons. The categories of their inflections are six et : one which is that of the tenses, as legebam 1 I was reading,' gemebam * I was groaning,' lego ' I read,' gemo * I groan ' ; the second is that of the persons, as sero * I sow,' meto ' I reap,' seris ' thou sowest,' metis ' thou reapest ' ; the third is the interrogative, as scribone 1 do I write ? ', legone * do I read ? ', scribisne, legisne ; the fourth is that of the answer, as Jingo * I form,' pingo * I paint, ' Jingis, pingis ; the fifth that of the wish, as dicerem * would I were saying,' facerem * would I were making,* dicam * may I say,' faciam ' may I make * ; the sixth that of the command, as cape ' take,' rape ' seize,' capito, rapito. 32. Likewise there are four categories of inflec- tions which have tenses without persons a : in the interrogative, as foditume ' is digging going on ? ', seriturne ' is sowing going on ? ' and fodieturne 4 will digging be done ? ', sereiurne ' will sowing be done ? * ; of the category for the answer the same forms are used, but without the last syllable ne ; the category for the wish, as vivatur * may there be living,' ameiur ' may there be loving,* viveretur * would there were living,' amaretur * would there were loving.* Whether the inflections for the impersonal command exist, is somewhat doubtful ; there is also doubt about the scheme of the forms, which is given as parehir * let there be preparation,' pugneiur * let there be fight- ing,' or parator, pugnator. 33. There are added to these categories those which proceed from the four sets of pairs a consisting of the divisions : from that of the incomplete and the completed, as emo ' I buy ' and edo * I eat,' emi * I edi ; ab semel et saepius, ut scribo lego, scriptito lectito 2 ; (a) 3 faciendi et patiendi, ut uro ungo, uror ungor ; a singulari et multitudinis, ut laudo culpo, laudamus culpamus. Huius generis verborum cuius species exposui quam late quidque pateat et cuius modi efficiat figuras, in libris qui de formulis verborum erunt diligentius expedietur. 34. Tertii generis, quae declinantur cum tem- poribus ac casibus ac vocantur a multis ideo partici- palia, sunt hoc ge(nere) HIC DESUNT FOLIA III IN EXEMPLARI quemadmodum declinemus, 1 quaerimus casus eius, etiamsi siqui 2 finxit poeta aliquod vocabu- lum et ab eo casu(m) 3 ipse aliquem perperam de- clinavit, potius eum reprehendimus quam sequimur. Igitur ratio quam dico utrubique, et in his verbis quae imponuntur et in his quae declinantur, neque non etiam tertia ilia, quae ex utroque miscetur genere. 36. Quarum una quaeque ratio collata cum altera 2 L. Sp.,for scriptitaui lectitaui. 3 Added by L. Sp. § 34. 1 Added by Rhol. ; F here leaves blank the rest of the page (a little more than 28 lines) and all the next page (39 lines). 2 F 1, in margin. § 35. 1 L. Sp., for declinamus. 2 L. Sp., for is qui. 3 L. Sp., for casu. b Verbs. c Not extant. Adjective to the more common term participia or participles; both meaning taking part in the features of two sets of words, nouns and verbs. For the form partkipalia (in F) rather than -pialia in p, Niedermann, Mnemosyne, lxiii. 267-268 (1936). b The lost text contained the discussion of participles, that of adverbs, and the be- ginning of that on ratio. . ° This is perhaps the simplest way of giving a mean- ing to the incomplete sentence. h Referring to the previous discussion, now almost entirely lost. c The independent have bought * and edi * I have eaten ' ; from that of the act done once and the act done more often, as scribo * I write ' and lego * I read/ scriptito 1 I am busy with writing,' and lectito * I read and reread ' ; from that of active and passive, as uro 1 I burn ' and ango ' I anoint,' uror * I am burned ' and ungor * I am anointed ' ; from that of singular and plural, as laudo ' I praise ' and culpo * I blame,' laudamus ' we praise * and culpamus ' we blame. ' With regard to the words of this class 6 whose categories I have described, the matter of how full an equipment of forms each has, and what sort of forms it makes, will be set forth with more attention to detail in the books c which are to be on the paradigms of verbs. 34. The words of the third subdivision, which are inflected with tenses and cases and are by many therefore called participials, a are of this kind HERE THREE – OR PERHAPS TWENTY-FIVE -- LEAVES ARE LACKING IN THE MODEL COPY When w T e meet a new word, a we ask about its case-forms, as to how we shall inflect them ; and yet if some poet has made up some word and has himself formed from it some case-form in an incorrect way, we blame him rather than follow his example. Therefore Ratio or Relation, of which I am speaking, is present in both 6 : in the words which are imposed upon things, 6 and in those which are formed by in- flection d ; and then also there is that third kind of Relation, which combines the characteristics of the two.* 36. Among these, each and every relation, when words. d The paradigms. e In derivatives formed by suffixes. aut similis aut dissimilis, aut saepe verba alia, ratio eadem, et nonnunquam ratio alia, verba eadem. Quae ratio in amor amori, eadem in dolor dolori, neque eadem in dolor dolorem, et cum eadem ratio quae est in amor et 1 amoris sit in amores et amorum, tamen ea, quod non in ea qua oportet confertur 2 materia, per se solum efficere non potest analogias propter disparilitatem vocis figurarum, quod verbum copulatum singulare 3 cum multitudine : ita cum est pro portione, ut candem habeat rationem, turn denique ea ratio conficit id quod postulat analogia ; de qua deinceps dicam. III. 37. Sequitur tertius locus, quae sit ratio pro portione ; (e)a Greece 1 vocatur 2 dva Xoyov ; ab analogo dicta analogia. Ex eodem genere quae res inter se aliqua parte dissimiles rationem habent aliquam, si ad eas duas alterae duae res allatae sunt, quae rationem habeant eandem, quod ea verba bina habent eundem Xoyov, dicitur utrumque separatim dvdXoyov, simul collata quattuor dvaXoy(t)a. z 38. Nam ut in geminis, cum simile(m) 1 dicimus esse Menaechmum Menaechmo, de uno dicimus ; cum similitudine(m) 2 esse in his, de utroque : sic cum dicimus eandem rationem habere assem ad § 36. 1 After et, a repeated amor et has been deleted. 2 After confertur, Aug, deleted a. 3 Aug., for singularem. 1 L. Sp., for agrece. 2 Aug., for uocantur. 3 OS. ; analogia Mue., with G ; for analoga. §38. 1 Mueller, for simile. 2 Aug., for similitudine. Because of the difference in number. § 37. a As in mathematics, two ratios of equal value make a proportion. § 38. a In the comedy of Plautus. compared with another, is either like or unlike ; and often the words are different but the relation is the same, and sometimes the relation is different but the words are the same. The same relation which is in amor ' love * and dative amort is in dolor 1 pain ' and dative dolori, but not in dolor and accusative dolorem. The same relation which is in amor and genitive amoris is in plural amores and genitive amorum ; and yet, because the subject-matter in it is not compared as it should be, a this relation cannot of itself effect Regularities, on account of the differences in the forms of the spoken word, because a singular word has been associated with a plural. So, when it is by a proportionate likeness that the word has the same relation, then and not until then does this relation achieve what is demanded by Analogia or Regularity ; of which I shall speak next. III. 37. There follows the third topic : What is Ratio or Relation that is pro portione ' by proportionate likeness ' ? This is in Greek called 4 according to logos * ; and from analogue the term Analogia or Regularity is derived. If there are two things of the same class which belong to some relation though in some respect unlike each other, and if alongside these two things two other things which have the same relation are placed, then because the two sets of words belong to the same logos each one is said separately to be an analogue and the comparison of the four constitutes an Analogia, 38. For it is as in a matter of twins : when we say that the one Menaechmus is like the other Menaech- mus, a we are speaking of one only ; but when we say that a likeness is present in them, we are speaking of both. So, when we say that a copper as has the same semissem quam habet in argento 3 libella ad simbeli&mf quid sit dvdXoyov ostendimus ; cum utrubique dici- mus et in aere et in argento esse eandem rationem, turn dicimus de analogia. 39. Ut sodalis et sodalitas, civis et civitas non est idem, sed utrumque ab eodem ac coniunctum, sic dvdXoyov et dvakoyta idem non est, sed item est con- generatum. Quare si homines sustuleris, sodalis sustuleris ; si sodalis, sodalitatem : sic item si sus- tuleris Xoyov, sustuleris dvdXoyov ; si id, dvaXoytav. 40. Quae cum inter se tanta sint cognatione, de- bebis suptilius audire quam dici expectare, id est cum dixero quid de utroque et erit co(m)mune, (ne) 1 expectes, dum ego in scribendo transferam in re- liquum, sed ut potius tu persequare ammo. 41. Haec fiunt in dissimilibus rebus, ut in numeris si contuleris cum uno duo, sic cum decern viginti : nam (quam) 1 rationem duo ad unum habent, eandem habent viginti ad decern ; in nummis in similibus sic est ad unum victoriatum denarius, si(cut) 2 ad alterum victoriatum alter denarius ; sic item in aliis rebus omnibus pro portione dicuntur ea, in quo est sic quadruplex natura, ut in progenie vois ' nature ' as an originating or moving power. * Properly, of sounds. § 56. ° Principia are the singular forms, in whichever direction the argument is carried ; but perhaps quam in singular} should be inserted between ordiri and quod. b Because the B and the C ending the stems can be seen in the deleted repeated from above. to two, should the conclusion be drawn that in teach- ing the later thing cannot be the clearer, for the purpose of beginning from it, to show what the prior thing is. Therefore even those who deal with the nature of the universe and are on this account called physici a ' natural philosophers,' proceed from nature as a whole and show by backward reasoning from the later things, what the beginnings of the world were. Though speech consists of letters, 6 it is nevertheless from speech that the grammarians start in order to show the nature of the letters. 56. Therefore in the explanation, since one ought rather to set out from that which is clearer than from that which is prior, and rather from the un- corrupted than from a corrupt original, from the nature of things rather than from the fancy of men, and since these three factors which are more to be followed are less present in the singulars than in the plurals, one can more easily commence from the plural than from the singular, because in the latter as starting-points ° there is less of a basis for relation- ship in the forming of words. That the singular forms of words can be more easily interpreted from plural forms than plural forms from the singular, is shown by these words 6 : plural trabes * beams,* singular trabs ; plural duces * leaders,' singular dux. 57. For we see that from the plural nominatives trabes and duces the letter E of the last syllable has been eliminated and thereby in the singular have been plural, but cannot be inferred with certainty from the nomi- native singular, especially if we read not trabs but traps (Roth, Philol. xvii. 176, and Mueller's note to § 57), which represents the actual pronunciation. Yet V. wrote trabs and not traps, according to Cassiodorus, Gram. Lat. vii. 159. 23 Keil. lari factum esse trabs dux. Contra ex singularibus non tam videmus quemadmodum facta sint ex B et S trabs 1 et ex C et S du#. 2 58. Si mwl(t)itudinis 1 rectus casus forte figura corrupta erit, id quod accidit raro, prius id corrigemus quam inde ordiemur ; (ab) 2 obliquis adsumere oportetf 3 figuras eas quae non erunt ambiguae, sive singulares sive multitudims, 4 ex quibus id, cuius modi debent esse, perspici possit. 5 59. Nam nonnunquam alterum ex altero videtur, ut Chn/sippus scribit, quemadmodum pater ex filio et filius ex patre, neque minus in fornicibus propter sinistram dextra stat quam propter dextraw 1 sinistra. Quapropter et ex rectis casibus obliqui et ex obliquis recti et ex singularibus multitudims 2 et ex multi- tudinis singulares nonnunquam recuperari possunt. 60. Principium id potissimum sequi debemus, ut in eo fundamentum sit 1 natura, quod in declina- tionibus ibi facilior ratio. Facile est enim animad- vertere, peccatum magis cadere posse in impositiones eas quae fiunt plerumque in rectis casibus singulari- bus, quod homines imperiti et dispersi vocabula rebus imponunt, quocumque eos libido invitavit : natura § 57. 1 Aug.,, for trabes. 2 Aug., for duces. § 58. 1 si multitudinis Mue.,for similitudinis. 2 Added by Canal. 3 L. Sp., for oportere. 4 Aug., for multi- tudines. 5 Sciop.,for possint. §59. 1 Laetu s, for dextras. 2 Vertranhis, for multitu- dines. § 60. 1 After sit, L. Sp. deleted in. § 59. a Frag. 1 55 von Arnim. made the nominatives trabs and dux. But on the other hand, if we start from the singulars we do not so easily see how they have become trabs, from B and S, and dux, from C and S. 58. If the nominative plural is by any chance a corrupted form, which rarely occurs, we shall correct this before we make it our starting-point ; it is proper to take from the oblique cases, either singular or plural, some forms which are not ambiguous, from which can be seen the make-up which the other forms ought to have. 59- For sometimes the one is seen from the other and at other times the other is seen from the one, as Chrysippus writes, as the father s qualities may be seen from the son, and the son's from the father, and in arches the right-hand side stands on account of the left-hand side, no less than the left on account of theright. Therefore the oblique forms can sometimes be regained from the nominatives, and sometimes the nominatives from the oblique forms ; sometimes the plural from the singular forms, and sometimes the singular forms from the plural. 60. The principle that we should most of all follow, is that in this the foundation be nature, because in nature a there is the easier relationship in inflections. For it is easy to note that error can more easily make its way into those impositions b which are mostly made in the nominative singular, because men, being unskilled and scattered/ set names on things just as their fancy has impelled them ; but nature d is of § 60. a Rather than in voluntas. b Or imposed word- names, characterized by voluntas, e For this point of the Stoic philosophy, cf. Cicero, de Inventione, i. 2. d The quality underlying the paradigms. incorrupta plerumque est suapte sponte, nisi qui earn usu inscio deprava&it. 61. Quarc si quis principium analogiae potius posuerit in naturalibus casibus quam in (im)positiciis, 1 non multa 2 (inconcinna) 3 in consuetudine occurrent et a natura libido humana corrigetur, non a libidine natura, quod qui impositionem sequi voluerint facient contra. 4 62. Sin ab singulari quis potius proficisci volet, inift'um 1 facere oportebit ab sexto casu, qui est pro- prius Latinus : nam eius casuis 2 litterarum dis- criminibus facilius reliquorum varietate(m) 3 discer- nere poterit, quod ei habent exitus aut in A, ut hac terra, aut in E, ut hac lance, aut in I, ut hac (c)lavi, 4 aut in O, ut hoc caelo, aut in U, ut hoc versu. Igitur ad demonstrandas declinationes biceps v?a 5 haec. 63. Sed quoniam ubi analogia, tria, 1 unum quod in rebus, alterum 2 quod in vocibus, tertium quod in utroque, duo priora simplicia, tertium duplex, ani- madvertendum haec quam inter se habeant rationem. 64-. Primum ea quae sunt discrimina in rebus, partim sunt quae ad orationem non attineant, partim quae pertineant. Non pertinent ut ea quae obser- vant in aedificiis et signis faciendis ceterisque rebus §61. 1 L. Sp. ; in impositivis Aug.; for in positiciis. 2 Aug., for multae. 3 Added by Christ. 4 Aug., for contraria. § 62. 1 Groth, for inillum. 2 A. Sp. ; cassuis Mue. ; for casus his. 3 Aug., for uarietate. 4 Groth^for leui; cf V., R. R. i. 22. 6. 5 Canal, for una. § 63. 1 Aldus, for atria. 2 alterum is repeated in F. e By making wrongly inflected forms. § 62. a The name 4 ablative ' had not come into use in itself for the most part uncorrupted, unless somebody perverts it by ignorant use.* 61. Therefore, if one has founded the principle of Regularity on the natural cases rather than on the imposed case-forms, not many awkwardnesses will be his to face in usage ; human fancifulness will be cor- rected by nature, and not nature by fancy, because those who have wished to follow imposition will in reality act in the opposite way. 62. But if one should prefer to start from the singular, he ought to start from the sixth case, a which is a case peculiar to Latin ; for by the differences in the letters b of this case-form he will be more easily able to discern the variation in the remaining cases, because the ablative forms end either in A, like terra * earth,* or in E, c like lance ' platter,' or in I, like clavi ' key/ or in O, like caelo * sky,' or in U, like versu ' verse.' Therefore, for the explaining of the declensions, there is this way, which may proceed from either of two starting-points. 63. But where there is Regularity, there are three factors, one which is in the things, a second which is in the spoken words, a third which is in both ; the first two are simple, the third is twofold. In view of this, attention must be given to the relation which they have to one another. 64% First, of the differences which exist in the things, there are some which have no bearing on speech, others which are connected with it. Those which are not connected with it are like those which the artificers observe in making buildings and statues V.'s time. b That is, the endings. e V. does not list separately the ablative of the fifth declension, ending in long E. artifices, e quis vocantur aliac Aarmonicae, sic item aliae nominibus aliis : scd nulla harum fit (in) 1 loquendo pars. 2 65. Ad orationem quae pertinent, res eae sunt quae verbis dicuntur pro portione neque a similitudine quoque vocum declinatus habent, ut Iupiter Mars- piter, Iovi Marti. Haec enim genere 1 nominum et numero et casibus similia sunt inter se, quod utraque et nomina sunt et virilia sunt et singularia et casu nominandi et dandi. 66. Alterum genus vocale est, in quo voces modo sunt pro portione similes, non res, ut biga bigae, nuptia nuptiae : neque enim in his res singularis subest una, cum dicitur biga quadriga, neque ab his vocibus quae declinata sunt, multitudinis significant quicquam, id 1 quod omnia multitudinis quae decli- nantur ab uno, ut a merula merulae : sunt (enim) 2 eius modi, ut singulari subiungatur, sic merulae duae, catulae tres, faculae quattuor. 67. Quare cum idem non possit subiungi, quod 1 (non) 2 dicimus biga una, 3 quadrigae duae, nuptiae tres, scd pro eo unae bigae, binae quadrigae, trinae nuptiae, apparet non esse a biga et quadriga 4 bigae et quadrigae, sed ut est huius ordinis una 5 duae tres Added by L. Sp. 2 Sentence division of Boot. § 65. 1 Mue.,for genera. § 66. 1 Fay, for ideo. 2 Added by Fay, §67. 1 Sciop., for cum. 2 Added by Sciop. 3 L. Sp. ; una b\g&Sciop. ; for bigae unae. 4 After quadriga, L. Sp. deleted et. 5 Aug., for unae. § 65. ° The unlikeness is in the forms of the nominative ; but both words denote male deities. § 66. a The two words belong to the same declension and both lack the singular forms ; but the objects denoted are entirely unlike. and other things, of which some are called harmonic, and others are called by other names ; but no one of these becomes an element in speaking. 65. The differences which pertain to speech, consist of those things which are expressed by the words in a proportionate way, and yet do not have a likeness of the spoken words also to help in forming the inflections : such as nominative Iupiter and Marspiter, dative Iovi and Marti. a For these are like one another in the gender of the nouns, and in the number, and in the cases ; because both are nouns, and are masculine, and singular, and nominative and dative in case. 66. The second kind has to do with the sounds, in which the spoken words only are similar in a proportionate way — and not the things — as in biga and bigae, nuptia and nuptiae. a For in these there is no underlying unit thing expressed by the singular when we say biga or quadriga, nor have the plural forms which are derived from these words any plural meaning. Yet all plurals which are derived from a unit singular, like merulae from merula ' blackbird,' do have such plural meaning ; for they are of such a sort that there is subordina- tion to a singular form : thus two merulae * black- birds,' three catulae 1 female puppies,' four Jaculae ' torches/ 67. Therefore since there cannot be the same sub- ordinating relation because we do not say una biga, duae quadrigae, ires nuptiae, but instead unae bigae ' one two-horse team/ binae quadrigae ' two teams of four horses/ trinae nuptiae ' three sets of nuptials,' it is clear that bigae and quadrigae are not from biga and quadriga, but belong to another series : the usual princip(i)um una, sic in hoc ordine altero unae binae trinae principium est unae. 68. Tertium genus est illud duplex quod dixi, in quo ct res et voces similiter pro portione dicuntur ut bonus malus, boni mali, de quorum analogia et Ari- stophanes et alii scripserunt. Etenim haec denique perfecta ut in oratione, illae duac simplices inchoatae analogiae, de quibus tamen separatim dicam, quod his quoque utimur in loquendo. 69- Sed prius de perfecta, in qua et res et voces quadam similitudine continentur, cuius genera sunt tria : unum vernaculum ac domi natum, alterum adventicium, tertium nothum ex peregrino hie natum. Vernaculum est ut sutor et pistor, sutori pistori ; adventicium est ut Hectores Nes tores, Hectoras Nestoras ; tertium ilium nothum ut Achilles et Peles. 70. De (his primo) 1 genere multi utuntur non modo poetae, sed etiam plerique omnes qui soluta oratione loquuntur. Haec primo 2 dicebant ut quaes- torem praetorem, sic Hectorem Nestorem : itaque Ennius ait : Hectoris natum de mnro iactari and lavo ' I wash,' perf. lavi, d pungo ' I prick/ perf. pupugi, tundo 1 1 pound/ perf. tutudi t e and pingo * I paint/ perf. pinxi. (7) And although/' he con- tinues, " from ceno ' I dine * and prandeo ' I lunch ' and poto * I drink * we form the perfects cenatus sum, pransus sum, and potus sum, f yet from destringor * I scrape myself and extergeor * I wipe myself dry * and lavor ' I bathe myself we make the perfects destrinxi * I am scraped * and extersi ' I am dried * and lavi ' I have had a bath.'* 7 Furthermore, although from Oscus ' Oscan/ Tuscus * Etruscan/ and Graecus ' Greek ' we derive the adverbs Osce ' in Oscan/ Tusce * in Etruscan/ 9 Active perfects of passive verbs, yet with passive (intransi- tive, reflexive) meaning : this meaning of the perfect lavi is regular in Plautus, but is nowhere attested for destrinxi and extersi. Osce Tusce Graece, a Gallo tamen et Mauro Gallice et Maurice dicimus ; item a probus probe, a doctus docte, sed a rarus non dicitur rare, sed alii raro dicunt, alii rarenter. Idem M. V. in eodem libro : " Sentior," inquit, " nemo dicit et id per se nihil est, adsentior tamen fere omnes dicunt. Sisenna unus adsentio in senatu dicebat et eum postea multi secuti, neque tamen vincere consuetudinem potuerunt. Sed idem V. in aliis libris multa pro dva- Xoyia. tuenda scribit. Librorum XI-XXIV Fragmenta XI Fr. 6. 1 Et ubi auctoritas maiorum genus tibi non de- monstraverit, quid ibi faciendum est ? Scripsit V. ad Ciceronem : " Potestatis nostrae est illis rebus dare genera, quae ex natura genus non habent." Fr. 7a. 1 Nunc de generibus dicamus. V. dicit " genera dicta a generando. Quicquid enim gignit aut gignitur, hoc potest genus dici et genus facere." Fr. 6. 1 Julianus Toletanus, Commentarius in Donatum> v. 318. 31-34 Keil. Fr. 7. 1 [Sergii] Explanat. in Donation, iv. 492. 37-493. 3 Keil. h Charisius, i. 217. 8 Keil, cites rare as used by Cicero,Cato, and Plautus (Budens 995) ; but editors usually replace  it by raro. * That is, not a deponent unless compounded ;  even in a passive meaning, the passive form of the un-  compounded verb is rare, though occasionally found, as in  Caesar, Bellum Civile i. 67 (sentiretur), where it is however  impersonal. > Notably in ix.  and Graece * in Greek/ yet from G alius ' Gaul * and  Maurus * Moor ' we have Gallice 1 in Gallic ' and  Maurice ' in Moorish ' ; also from probus * honest '  comes probe ' honestly/ from doctus * learned ' docte  ' learnedly/ but from rarus * rare ' there is no  adverb rare, but some say raro, others rarenter" h   (9) In the same book V. goes on to say : " No  one uses the passive sentior* and that form by itself is  naught, but almost every one says adsentior 1 1 agree/  Sisenna alone used to say adsentio in the senate, and  later many followed his example, yet could not  prevail over usage."   (10) But this same V. in other books 3 wrote a  great deal in defence of Regularity.   Fragments of Books XI -XX IV a  XI   Fr. 6. Where the authority of our ancestors has not  shown you the gender of a word, what in this instance  must be done ? V. wrote, in the treatise addressed  to Cicero : " We men have the right and power to  give genders to the names of those things which by  nature have no gender." °   Fr. 7a. Now let us speak of genders. V. says :  " Genera * genders ' are named from generare 1 to  generate.' For whatever gignit * begets * or gignitur  * is begotten/ that can be called a genus and can   XI.-XXIV. a On Books XI.-XIIL, see also vii. 110, viii.2,  20, 34, x. 33 ; and on Books XIV.-XXV., see vii. 110.   Fr. 6. ° V. uses genus both for grammatical gender  and for natural sex ; each is a * kind ' or 4 class/ cf. Frag. 7,  note a. Quod si verum est, nulla potest res integrum genus  habere nisi masculinum et femininum.   Fr. 7b. 2 Tractat de generibus. V. ait " genera  tantum ilia esse quae generant : ilia proprie dicuntur  genera." Quodsi sequemur auctoritatem ipsius, non  erunt genera nisi duo, masculinum et femininum.  Nulla enim genera creare possunt nisi haec duo.   Fr. 8. 1 Ostrea 2 si primae declinationis fuerit, sicut  Musa, feminino genere declinabitur, ut ad animaZ 3  referamus ; si 4 ad testam, ostreum 5 dicendum est  neutro genere et ad secundam declinationem, ut sit  huius ostrei, huic ostreo, 6 quia dicit 7 V. " nullam  rem animalem neutro genere declinari."   Fr. 9- 1 Ait Plinius Secundus secutus V.nem :  " Quando dubitamus principale genus, redeamus ad  diminutionem, et ex diminutivo cognoscimus princi-  pale genus. Puta arbor ignoro cuius generis sit :  fac diminutivum arbuscula, ecce hinc intellegis et  principale genus quale sit. Item si dicas columna, 2 Pompeius, Commentum Artis Donati. Keil. Fr. Cledonius, Ars Grammatica. Keil. For ostria. Keil, for animam. For sic. For  ostrium. Keil, for sicui ostri. For dicitur. Fr. Pompeius, Commentum Artis Donati Keil. The root gen- lies at the basis of all these words;  but genus has the weakened meaning kind, class, from which the idea of begetting has faded out. Donatus,  the eminent grammarian That is, kinds; Frag., note. Ft.. This distinction is not borne out by the use of the  words in the Latin authors. Almost precisely true for  Latin, though there are many exceptions in Greek and in the  Germanic languages tIkvov, German das Kind, and the neuter diminutives in -iqv, -chen, -lein., 7a-9 produce a genus a If this is true, the genus that a thing has is not perfect unless it is masculine or feminine.  Fr. He 6 treats of genders. V. says: Only  those are genera genders which generant generate; those are properly called genera. But if we follow his authority, there will be only two genders, masculine and feminine. For no genders e can procreate except these two. Fr. If ostrea oyster is of the first declension, like Musa Muse, it will be declined in the feminine  gender, so that we refer the word to the liying being; if we use it for the shell, the word must be ostreum, inflected in the neuter and according to the second declension, so that it is genitive ostrei, dative ostreo a: because V. says: No living creature has a name which is inflected in the neuter gender. Fr. Plinius Secundus a says, following V.: When we are in doubt about the gender of a main  word, let us turn to the diminutive form, and from the diminutive we learn the gender of the main word. Suppose that I do not know the gender of arbor tree; form the diminutive arbuscula, and lo! from this you observe as well the gender of the word  from which it comes. Again, if you say, What is the  Fr. a This and subsequent citations from Pliny are taken from the Elder Pliny's Dubitts Sermo, a work mentioned by the Younger Pliny, Epist. Diminutives have in Latin the gender of the words from  which they are derived; the exceptions are very few. In  Greek and in the Germanic languages, however, diminutives are commonly neuter without regard to their primitives cuius generis est? facis inde diminutivum, id est  columella, et inde intellegis quoniam principale  feminini generis est. Fr. Jiypocorismata semper generibus suis und(e oriuntur consonant, pauca dissonant, velut  haec rana) hie ranunculus, hie ung(u)is haec ungula,  hoc glandium haec glandula, hie panis hie pastillus et) hoc pastillum, ut V. dixit: haec beta hie betace(us, haec malva hie malvaceus, hoc pistrinum haec pistrilla, ut Terentius in Adelphis, hie ensis haec ensicula et hie ensiculus: sic in Rudente Plautus. Fr. Dies communis generis est. Qui masculino genere dicendum putaverunt, has causas reddiderunt, quod dies festos auctores dixerunt, non festas, et 2 quartum et quintum Kalendas, non quartam nec quintam, et cum hodie dicimus, nihil aliud quam hoc die intelligstur. Qui vero feminino, catholico utuntur, quod ablativo casu E non nisi producta finiatur, Fr. Charisius, Instit, Gram, Keil, The right-hand edge of the manuscript is destroyed, but the restorations are made with certainty from almost verbatim repetitions Charisius Keil, in which V. is not mentioned as the source. Hie pastillus, required by the space, was added by Keil from Fr. Charisius, Instit, Gram, KeiL For ut. For intellegatur.  Fr. As substantive, for pes betaceus: but betaceus is  an adjective, not a diminutive. Also an adjective; its application as substantive is not known. Adelphoe. Rudens. Fr. Dies was by origin a masculine; in Latin, because it was declined like the feminines of the fifth declension, possibly also because its counterpart nox was, gender of columna column, make from it the diminutive, that is, columella, and therefrom you understand that the word from which it comes is of the feminine gender. Fr. Diminutives always agree in gender with the words from which they come: a few differ, such as fern, rana ' frog,' diminutive masc. ranunculus  'tadpole'; masc. unguis 'nail (of finger or toe), 1 fern. ungula 'hoof, talon'; neut. glandium 'kernel of  pork fem. glandula tonsil; masc. panis loaf of bread, masc. pastillus and neut. pastillum 'roll,' as V. said; fem. beta 'beet,' masc. betaceus beet-root'; fem. malva' mallow,' masc. malvaceus h mallow-like vegetable'; neut. pistrinum 'pounding-mill,' fem. pistrilla 'small mill,’ as Terence says  in The Brothers e; masc. ensis 'sword,' fem. ensicula and masc. ensiculus 'toy-sword': so Plautus in The  Rope Fr. Dies 'day’ is of common gender. Those  who thought that it must be used as a masculine, offered these reasons: that their authorities said dies festi ‘holidays,’ with the masculine adjective, not the fem. festae; that they said the fourth and the fifth day before the Kalends, with the masculine and not the  feminine form of the adjective; and that when we  say hodie ‘to-day,’ it is understood as hoc die 'on this  day,' with the masculine article, and nothing else. On the other hand, those who regard dies as feminine, use the general argument, that in the ablative the feminine, it acquired use as a feminine in some meanings. Full phrase: ante diem quartum (quintum) Kalendas. A demonstrative is an article in the grammatical terminology of the Romans. et quod deminutio eius diecula sit, non dieculus, ut ait Terentius: Quod tibi addo dieculam. V. autem distinxit, ut A masculino genere unius diei cursum SIGNIFICARE (t), feminino autem temporis spatium; quod nemo servavit. A Catinus masculino genere dicitur et hinc deminutive catillus fit. Sed V. ad  Ciceronem "catinuli" dixit, non catilli. Fr. Naevus generis neutri, sed V. ad Ciceronem "hie naevus." Fr. Antiquissimi tamen et hie gausapes et haec gausapa et hoc gausape et plurale neutri haec gausapa quasi a nominativo hoc gausapum protulisse  inveniuntur V. vero de Lingua Latina-ait,  " talia ex Graeco sumpta ex masculino in femininum  transire et A litera finiri : 6 Ko\^ta unless the genitive is identical with the nomina-  tive, when the ablative ends in i ; an adjective also has the  ablative in i if it stands before a noun which it modifies. The  scientific formulation is that consonant-stems should have  short e in the ablative, and t-stems should have long % : a  status much disturbed by the encroachment of the ^-ending  on the t-ending. c Not all these should, by the ' rule,'  end in i ; for carbo, falx, mons,fons t pons, teges do not have  identical nom. and gen. ; and the nom. of asse is as, very  rarely assis. As to the actual forms of the ablative, igni is  commoner than igne ; orbi, turri,frni, strigili, avi, axi, navi\  said and wrote senatuis, domuis, and jluctuis as the  genitive case of the words senatus ' senate,' domus  ' house,' and Jluctus * wave,* and used senatui, domui,  fiuctui as the dative ; and that they used other simi-  lar words with the corresponding endings.   Fr. 18. Amni was used by Vergil a as ablative of  amnis river, as in  He drifts with the stream of the river. On this point, PLINIO in the same book says: " By the  old writers, whom V. criticizes adversely, all  observance of the rule 6 is disregarded, yet not  utterly. For we still say," says he, " canali ' canal,*  stti ' thirst,' tussi * cough,' febri ' fever * as the abla-  tive forms. But in most words the form has been  changed, and uses the ablative which ends in E : cane ' dog,' orbe 1 circle,' carbone ' charcoal, iurre tower,' falce ' sickle,' igne ' fire,' teste garment,'  fine limit,' monte mountain, fonie spring,* ponte   * bridge,* sirigile * scraper,* tegeie ' mat,' ave ' bird,'  asse ' as,' axe * axle,' nave ' ship,' classe * fleet.' " c   Fr. 19. V., whom Pliny mentions as having  said, in the eleventh book of his treatise addressed to  Cicero " a plantation of trees set in rows rare a 1 in  the country.' Fonteis * springs,' accusative plural spelled  with EIS : " The nouns which gain an I in the genitive  plural before the ending UM," says Pliny, " have the   classi are found in authors of the first century b.c, but are  less common than the forms with e, or are used to satisfy  metrical requirements ; ponti is found once in older Latin ;  monti and fonti are cited by V., ix. 112.   Fr. 19. Instead of the usual locative form ruri. accusativus," inquit Plinius, " per EIS loquetur,  montium monteis ; licet V.," inquit, " exemplis  hanc regulam confutare temptarit istius modi, falcium  falces, non falceis facit, nec has merceis, nec hos axeis  lmtreis ventreis stirpeis urbeis cor&eis 3 vecteis men-  teis. 4 Et tamen manus dat praemissae regulae  ridicule, ut exceptis his nominibus valeat regula."   Fr. Poematorum et in II et in III idem V.  adsidue dicit et his poematis, tarn quam nominativo  hoc poematum sit et non hoc poema. Nam et ad  Ciceronem, horum poematorum et his poematis  oportere dici.   Fr. 22. 1 Git : V. ad Ciceronem XI per omnes  casus id nomen ire dcberc conmeminit ; vulgo autem  hoc gitti dicunt.  Fr. Palpetras per T V. ad Ciceronem dixit. Sed Fabianus de Animalibus primo pal-  pebras per B. Alii dicunt palpetras genas, palpebras  autem ipsos pilos.   3 For curueis. 4 GS. t for inepteis. Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 141. 29-31 Keil.  Fr. 22. 1 Charisius, Inst. Gram. Keil.  Fr. Ckarishts, Inst. Gram. Keil.  This EI does not represent an earlier diphthong,  but was often written for a long i after the original diphthong  had become identical in sound with the long i. There are  scattered examples of the ending EIS in the accusative, found  in inscriptions and manuscripts.  accusative in EIS, a like genitive montium * mountains,'  accusative monteis ; although V.," he continues,  " tried to refute this rule by examples of the following  sort : to the genitive fold urn ' sickles * the accusative  is folces and not folceis, nor is the proper spelling  merceis 1 wares, nor axeis axles/ lintreis ' skiffs,*  ventreis * bellies/ stirpeis * stocks/ urbeis ' cities/  corbeis * baskets/ vecteis * levers/ menteis * minds.'  And yet he gives up the fight against the aforesaid  rule in a ridiculous fashion, saying that apart from  these nouns the rule holds. In the second and the third books V.  constantly uses the genitive poematorum poems and  the dative poematis, as though the word were poema-  tum in the nominative and not poema. For in the  eleventh book of the treatise addressed to Cicero he  says that genitive poematorum and dative poematis are  the proper forms to be used. Git * fennel ' a : V. in the eleventh  book of the treatise addressed to Cicero states that  this form ought to be used in all the cases ; but  people quite commonly say gitti in the ablative. V. in the thirteenth book of the treatise  addressed to Cicero used palpetrae, with T. But  Fabianus, a in the first book On Animals, wrote palpe-  brae with B. Others say that palpetrae means the  eyelids, and palpebrae the eyelashes. a Xigella sativa.   Fr. Papirius Fabianus, who wrote on philosophy  and on natural history in the time of Augustus. Oxo : " V. ad Ciceronem olivo  et oxo putat fieri/' inquit Plinius Sermonis Dubii  libro VI.  Indiscriminatim, indiflferenter. V. de  Lingua Latina: Quibus nos in hoc libro,  proinde ut nihil intersit, utemur indiscriminatim,  promisee. Fr. Rure Terentius in Eunucho: Ex meo propinquo rure hoc capio commodi.  Itaque et V. ad Ciceronem " rure veni."   Fr. 27. 1 V. ad Ciceronem:  "ingluvies tori," inquit, " sunt circa gulam, qui  propter pinguedinem fiunt atque interiectas habent  rugas." Sed nunc pro gula positum. Charisins, Inst. Gram. i. 139. 15-16 Keil.  Fr. 25. 1 Nonius Marcellus, de Compendiosa Doctrina,  127. 24-26 M.   Fr. Charisius, Inst. Gram. i. 142. 18-20 Keil,  Fr. 27. 1 Serv. Dan, in Georg. iii. 431. Fr. 24. a Antecedent unknown. b Greek 6£os (neuter,  third decl.), denoting sour wine, and vinegar made therefrom.  Fr. 25. Antecedent unknown. These are examples of rure as a pure  ablative. The continuation is our Fragment 19, in which  examples of rure as a locative are discussed.   Fr. 27. « That is, double chins.  Fr. Ojco, ablative : " V., in the thirteenth  book of the treatise addressed to Cicero, expresses  the opinion that it a is composed of olive-oil and oxos b  * vinegar/ " says Pliny in the sixth book of the treatise  entitled Variations in Speech. Indiscriminaiim means ' without differ-  ence.' V. in the eighteenth book of the treatise  On the Latin Language says : " Which a in this book  we shall use indiscriminatim 1 without distinction/  promiscuously, just as if there were no difference  between them." Fr. The ablative rure is used by Terence in  the Eunuchus a :   I get this comfort from my near-by country-seat.   So also V., in the twenty-second book of the  treatise addressed to Cicero, says : I have come rure from the country Fr. V., in the twenty- third book of the  treatise addressed to Cicero, says : " The ingluvies is  the bulging muscles around the throat, which are  produced by fatness and have creases between  them/* a But now the word is used merely for the  throat. Cum in disciplinas dialecticas induci  atque imbui vellemus, necessus fuit adire atque  cognoscere quas vocant dialectici €itrayu>yas. Turn, quia in primo 7repl a^tw/xarwv discendum, quae  M. V. alias profata, alias proloquia appellat, Com-  mentarium de Proloquiis L. Aelii, docti hominis, qui  magister V.nis fuit, studiose quaesivimus eumque  in Pacis Bibliotheca repertum legimus. (3) Sed in  eo nihil edocenter neque ad instituendum explanate  scriptum est, fecisseque videtur eum librum Aelius  sui magis admonendi quam aliorum docendi gratia. Redimus igitur necessario ad Graecos libros.  Ex quibus accepimus a£ta>/jta esse his verbis (defini-  tum) : XtKTuv avroreXh diro^avTov ovov etf> avra>.  (5) Hoc ego supersedi vertere, quia no vis et incon-  ditis vocibus ntendum fuit, quas pati aures per inso-  lentiam vix possent. Sed M. V. in libro de  Lingua Latina ad Ciceronem quarto vicesimo ex-  peditissime ita finit: Proloquium est sententia in  qua nihil desideratur." Erit autem planius quid istud sit, si exemplum  eius dixerimus. 'A^tw/xa igitur, sive id proloquium  dicere placet, huiuscemodi est : Hannibal Poenus  fuit ; Scipio Numantiam delevit ; Milo caedis  damnatus est ; Neque bonum est voluptas neque  malum ; et omnino quicquid ita dicitur plena  atque perfecta verborum sententia, ut id necesse sit  aut verum aut falsum esse, id a dialecticis d£«o/m   Fr. 28. 1 Aulas Gellius, Nodes Atticae, xvi. 8. 1-14 ;  Rolfe's text, in the Loeb Classical Library, Rolfe's translation, in the Loeb Classical Library,  with modifications. b In Vespasian's Temple of Peace, in  the Forum Pacis. c Page 75 Funaioli. When I wished to be introduced to  the science of logic and instructed in it, it was neces-  sary to take up and learn what the logicians call  curaycoyac, or ' introductory exercises.' (2) Then  because at first I had to learn about axioms, which  Marcus V. calls, now prof ata or ' propositions,' and  now proloqitia or ' forthright statements,' I sought  diligently for the Commentary on Proloquia of Lucius  Aelius, a learned man, who was the teacher of V.;  and finding it in the Library of Peace, 5 I read it. But I found in it nothing that was written to  instruct or to make the matter clear ; Aelius c seems to  have made that book rather as suggestions for his own  use than for the purpose of teaching others. I therefore of necessity returned to my Greek books. From these I obtained this definition of an  axiom: a proposition complete in itself, declared with reference to itself only. This I have forborne to turn into Latin, since it would have been  necessary to use new and as yet uncoined words, such as, from their strangeness, the ear could hardly endure. But Marcus V., in his treatise On the Latin Language, dedicated  to Cicerone, thus defines the word very briefly: A proloquium is a statement in which nothing is lacking. But his definition will be clearer if I give an  example. An axiom, then, or a forthright statement, if you prefer, is of this kind: Hannibal was  a Carthaginian; 11 Scipio destroyed Numantia; Milo was found guilty of murder. Pleasure is  neither a good nor an evil; and in general any saying which is a full and perfect thought, so expressed  in words that it is necessarily either true or false, is called by the logicians an axiom; by Marcus V., appellatum est, a M. V., sicuti dixi, proloquium,  a M. autem Cicerone pronuntiatum, quo ille tamen vocabulo tantisper uti se adtestatus est, "quoad melius," inquit, "invenero." Sed quod Graeci crvvrjfxfxevov aftw^ta dicunt, id  alii nostrorum adiunctum, alii conexum dixerunt. Id conexum tale est: Si Plato ambulat, Plato movetur; Si dies est, sol super terras est. Item quod  illi o-vfjLTreTrXeyfiei'ov, nos vel coniunctum vel copulatum dicimus, quod est eiusdemmodi: P. Scipio,  Pauli filius, et bis consul fuit et triumphavit et censura  functus est et collega in censura L. Mummi fuit. In omni autem coniuncto si unum est mendacium,  etiamsi cetera vera sunt, totum esse mendacium  dicitur. Nam si ad ea omnia quae de Scipione illo vera  dixi addidero Et Hannibalem in Africa superavit, quod est falsum, universa quoque ilia quae coniuncte  dicta sunt, propter hoc unum quod falsum accesserit,  quia simul dicentur, vera non erunt.  Est item aliud quod Graeci Siefrvy/itvov a£iw/xa,  nos disiunctum dicimus. Id huiuscemodi est : Aut  malum est voluptas aut bonum, aut neque bonum  neque malum est. Omnia autem quae disiunguntur pugnantia esse inter sese oportet, eorumquc opposita, quae dvriKd^va Graeci dicunt, ea quoque  ipsa inter se adversa esse. Ex omnibus quae dis-   d Tusc. Disp. i. 7. 14. Two connected statements, of  which the second follows as the result of the first. f This  is the younger Africanus, who destroyed Carthage in 146 b.c;  it was the older Africanus who defeated Hannibal at Zama. FRAGMENTS as I have said, a proloquium or 'forthright statement’; but by Marcus Cicero d a pronuntiatum  or  pronouncement/ a word however which he  declared that he used only until I can find a better  one. But what the Greeks call aicharmus. Marco Terenzio Varrone. Varrone. Keywords: centro di studi varroniani, idioma, idiom, lingua latina, lingua anglica, Lazio, Lazini, la lingua del Lazio, Varrone, Prisciano, Donato, Girolamo, Giulio Cesare – Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice e Varrone: semiotica filosofica” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Varrone.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Varzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale delle parole, degl’oggetti, e degl’eventi – la scuola di Galliate – filosofia piemontese -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Galliate). Abstract. Keywords: universalia, universale, katholou.   The language of this contrast (‘in’ a subject vs. ‘said of’ a subject) is peculiar to the Categories, but the idea seems to recur in other works as the distinction between accidental vs. essential predication. Similarly, in works other than the Categories, Aristotle uses the label ‘universals’ (ta katholou) for the things that are “said of many;” things that are not universal he calls ‘particulars’ (ta kath’ hekasta). Although he does not use these labels in the Categories, it is not misleading to say that the doctrine of the Categories is that each category contains a hierarchy of universals and particulars, with each universal being ‘said of’ the lower-level universals and particulars that fall beneath it. Each category thus has the structure of an upside-down tree.[2] At the top (or trunk) of the tree are the most generic items in that category[3] (e.g., in the case of the category of substance, the genus plant and the genus animal); branching below them are universals at the next highest level, and branching below these are found lower levels of universals, and so on, down to the lowest level universals (e.g., such infimae species as man and horse); at the lowest level — the leaves of the tree — are found the individual substances, e.g., this man, that horse, etc.  The individuals in the category of substance play a special role in this scheme. Aristotle calls them “primary substances” (prôtai ousiai) for without them, as he says, nothing else would exist. Indeed, Aristotle offers an argument (2a35-2b7) to establish the primary substances as the fundamental entities in this ontology. Everything that is not a primary substance, he points out, stands in one of the two relations (inhering ‘in’, or being ‘said of’) to primary substances. A genus, such as animal, is ‘said of’ the species below it and, since they are ‘said of’ primary substances, so is the genus (recall the transitivity of the ‘said of’ relation). Thus, everything in the category of substance that is not itself a primary substance is, ultimately, ‘said of’ primary substances. And if there were no primary substances, there would be no “secondary” substances (species and genera), either. For these secondary substances are just the ways in which the primary substances are fundamentally classified within the category of substance. As for the members of non-substance categories, they too depend for their existence on primary substances. A universal in a non-substance category, e.g., color, in the category of quality, is ‘in’ body, Aristotle tells us, and therefore in individual bodies. For color could not be ‘in’ body, in general, unless it were ‘in’ at least some particular bodies. Similarly, particulars in non-substance categories (although there is not general agreement among scholars about what such particulars might be) cannot exist on their own. E.g., a determinate shade of color, or a particular and non-shareable bit of that shade, is not capable of existing on its own — if it were not ‘in’ at least some primary substance, it would not exist. So primary substances are the basic entities — the basic “things that there are” — in the world of the Categories. Being (existence), like unity is predicated of everything. This statement certainly implies that   'exist' is truly applicable to every object; it may also imply that the universal signined by 'exist' (or, it there is a plurality of such unircrsals. that one or another of the universals signified by 'exist') is instantiated by every object.     But let us be cautious, and let us not assume that the second implication holds    De Inierpretatione, Every simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase) which signifies something said of something else the 'something che' being signined by a noun phrase,     Indeed the divisibility of declaratire sentences into kaapináseis (assertions and ipopirseis (denials), which respoctively allira or deny something about something (17a25| suggests that the noton of the exhibition of 'subject-predicate fon' enters into the definition of the concept of a declarative sentence or proposition. Existential sentences propositions) are no exception to this thesis, and they even tolerate quantilicational modifiers    From this it follows that existential propositions attribute universals to subject items.    Il 'crist' signified a single universal il would signily a gencric universal, since, as is shown by category-differences, there are different ways of existing which would le species of existence.     [This step has been supplied by me.l    Being (existence) is not a genus, and so is not a generie universal.    This is argued in Metaphysies and the detals of this argument will be turther examined by me in an appendix lo my presentation of argument A1. A different account therefore, has to be found of what are naturally thought of as ways of existence.    From this it tollows that be (exist' does not signily a singic universal.    From this it follows that 'exist' signifies now one, now another, of a plurality duality or multiplicity  of universals.    If 'exist' signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should satisty two conditions:     it should be as small i plurality as possible (by an intuitively acceptable principle of economy), and     each of the elements of the plurality should be an essential property of items of the kind to which it attaches:     the removal of such a property from any bearer belonging to that kind should deprive that bearer of existence, more brietly, with respect to each kind, cach element property should be entailed by the concept of existence.    The only set of universals which would satisfy both of the conditions which are specified is the set of category-beads themselves (as the most general list of essential properties one of another of which every  objeet possesses);     so the category-heads constitute the required plurality or multiplicity    So exist by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily. Of signification.    The argument given by Aristotle in favour of the contention that being is not a genus is obscure;     it rests on the thesis that a genus cannot be predicable of a differcutia of one of its species, and     if being were i genus it would have to offend against this probbition, since being is unisersally predicable.     The following is my speculative expansion of this argument.     Il Sis a species of a genus G then it must be the case     that G belongs essentally to Sand is therefore in the same category as S; (2)   that S is differentiated, within G, by some universal D; and      that D is categorially difterent from, and (so to speak) "categorially inferior to" $ and G (in that no item in the category of § and & may attach essentially to, and so be predicabie of. D. Two-footed,  for example, it a difterentia of ern, will difles in category from     man and     animal (will loe a quality rather than a substance) in such a way that acither mars not animal can be predicable of it;     A  secondaty substance is not predicable of a quality, even though it may be the case that necessarily anything which has a cenain quality is a certain sort of substance.     But if be were a genus G, since b is uneversally predicable it would be predicable of any differentin of any of its species.    To show that ‘exists’ possesses not merely multiplicity of signification, but  multiplicity of signification  thT may rendered aequi-vocal, we shall need a further igument which 1 shall endeavour to supply.  A  By the preceding argument an item Alpha“exists” just in case it belongs te some  category C (c.g., Substance, quality, quantity, eic.)    If category C is a catogory OTHER  than a substance, an item x can be a C (fall under C) only if alphais a C of some substance beta.    This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se.     a version which demands that the existence of a universal U requires not just the possibility but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal     This thesis is enunciated in Metaphysics     Being a C of some substance beta which *instantiates* C entails being a C of something y which exists in that sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances.     By hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance.    So that a substance beta exists is prior to, and presupposed by, cach forni of exists as it applies to an alpha which is not a substance     So the set of ways in which 'exists is said are united by appropriate relanon to primary (substantial) be, and so "exist' exhibits unified semantic multiplicity    .  I hope that the argument, which I have presented hase both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm.     owen’s argument does however, has its drawbacks both from a historical and from a conceptual point of view    A crucial passage for consideration is Metapitysics devoted to what is (be) in the  philosophical lexicon contained in the Metaphysics. '    There, Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the "foms of predication" presumably the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'be' has     AS MANY SIGNIFICATIOZnS as there are forms of PREDICATION..     Since predieates sometimes say what a thing is EST sometimes what it is EST like, sometimes how much it is, EST (and so on) there would be a a signification of 'be' IST corresponding to each predication     Aristotle concludes with the remark that there is no difference between "man walks (flourishes)" and "man is IST walking (Gourishing)".    The obvious interpretation of the last remark is that the appearance of a vert-form like "walks' or 'Bourishes' creates no difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is IST walking' or "is IST flourishing';     If the expression regarded by Aristoile as canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at least at his point discussing acopulative. COPULATION     Owen, though he recognizes  that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of copulative 'is. iST IZZES evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here with the copulative "is';    So Owen rather strangely interprets, the remark as alluding to semantic multiplicity in the copula as bei (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in ‘existit’    owen’s interpretation seems difticult to detend.    When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation of signification        But  Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (    such predications as "      Socrates IS a man", "    Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour)     A desire to hannonize these statements leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits  multiplicity of signification which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the signification of 'is varies between "Socrates is a man"     Fido is shaggy  Cambridge blue is a colour" A weight of two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly:     it might be Aristotle's view that if (a)     "Sociates is F"     Smiths dog is shaggy    is an occidental (non-essential) predication,     "F" signifies an item in category C, and     has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia (presentia, deen the LOGICAL FORM    of the proposition     Socrates is F may     Smiths dog is shaggy  be regarded as expressed by     "Socrates HAS something which is. F" where 'ist represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category C.     The copula Ist in such cases expresses the logical PRODUCT  of a constant relation expressed by 'has' HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by  'is' (Ist 'is essentially').    These predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle regards Ex existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent.     A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy    . 11 is possible that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists.     One form of such an objection would be that  "goats mumble" EX (x)  , whether treated as a way of saying "goats always  mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats.    Cf Warnock - Strawson     This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists. This is an absurdity. Even for Collingwood     It seems to me that Aristotle can be defended against this attack.     To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition;     one might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity.    Presupposition  as implicature in negation  presupposition as entailment in affirmation        But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods,both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid the churge.     In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom,     and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as     threshold     and     ice, which contain analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things:     the pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g.,   "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists") and "A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether.     I would suggest, on Aristotle's behalf that this ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "    ice exists" , "    A goA exists     while the category citing forms.  like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like     Socrates exists". A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which "ist is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.     The sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two respecis, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account.     The main hope is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's    (L)  I start, much as Aristotle does in Caiegories, by distinguishing two  forms Predication    Each relation, which may be called  "izzes' and  "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations     Is said of     and is in (a subject);     Ian x izees () y  i=df y is said of x  hab  X hZzsz y  =df y is present in x. I shall begin by listing some of the properties which I wish to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems to be options.     Izzing is reflexive (Vxix izzes  x),     Non-symmetrical (symmetry-neutral),     and transitive.     Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical.     In all cases,     if an individual x izzes y, y is essential to x     in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence;     indeed, I am inclined to think, that this is not truc in any casc.     I am disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz;     the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the "mixed" law. (    ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y.     1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follow    I is an individual iff nothing other than x izzes x    x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x.    x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x.    x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual.    x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. We may compare this last definition with the conceptual analysis of the copula. Ist     And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y);     but obviously, in the case of such a foreign predication a nethod will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y. We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from  '   ).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme),     nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions.   And while Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are nog clear     Such shortcomings matter Little    it will be sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories.     I assume that there is an operation,  "substantialization, which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing;     the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist    The scheme  would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization;     would ensure that substantialization goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory.    The scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of category (say  "logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. The scheme would leave room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth.     All of these specifie classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division.     Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items. There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example,  insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).    Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.    I have discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of ist    One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the use of the copula to signify different predication relations. Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations;     the categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other.  There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium.     The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour".     But it will remain true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case.  Nor is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition.     It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning;     it would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning.     What Aristole is really proposing is a separation of   — the question what an U universals is, — the question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals.     It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. I am aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticularoccasion are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock;  1 think, moreover, that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what universals do, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence.  I am not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born.  There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon.  The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word  'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez  This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder.  This delence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples:  (1) If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  (2) By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' "  Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion.  IV. Modes of Unification of Semantic Multiplicity  Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.Recursive Unification  The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.  For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number.  If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it.  There seem to be two objections.  It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities.  (1) One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another.  (2) One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression  "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.  Focal Unification  The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical',  "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate.  This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth.  It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.  Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").  A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher.  "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context  "French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase  "French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance.  Analogical Unilication  I turn now to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word  "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.  My next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  I come now to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,-  Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen.  The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other.  At this stage, I would propose a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts.  In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning.  Conclusions  I conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives.  Ihe second comment is that matcrial introduced in my suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.  Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning.  V. Some Larger Issues  Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.  Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. I suspect, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4) Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.  Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail   of any of its species.  To show that exist possesses not merely semantic multiplicity, but unified semantic multiplicity, we shall need a further igument which 1 shall endeavour to supply.  Argarer A2  By the preceding argument A1, an item exists just in case it belongs te some particular category C (c.g., Substance, quality, quantity, eic.) If category C is a catogory other than a substance, then an item x can be a C (fall under C) only if x is a C of some substance y. This thesis can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se. a version which demands that the existence of a universal requires not just the possibility but the actuality of an item which instantiates that universal This thesis, though not my justification of it, seems to be enunciated in Metaphysics IV. ii. 1003a7. Being a C of some substance y which instantiates C entails being a C of something y which exists in that sense (interpretation) of 'exist which is appropriate for substances. By hypothesis, for a substance to exist is for it to be a substance. So substancial existence' is prior to, and presupposed by, cach forni of 'non-substantial existence' (3) So the set of ways in which 'esistence is said are united byapproprate relanon to primary (substantial) being, and so "exist' exhibits unified semantic multiplicity.  I hope that the twin arguments, which I have presented hase both a recognizable allinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have lickd, and also at loast a superficial charm. They do, however, have their drawbacks both from a historical and from a conceptual point of vicw. My cument thoughts with regard to the first of these two aspects have been greatly influenced by my colleague Alon Code.  A crucial passage for consideration is Metapitysics V, vi (4 7), 1017a23-31, part of the chaptes devoted to what is (being) in the  "philosophical lexicon" contained in the Metaphysics. 'There, Aristolle says, it seems that whatever things are signilied by the "foms of predication" (i.e. presumably the categories), are said to be in themselves (per se, kath' auta); 'being' has as many significations as there are forms of predication. Since predieates sometimes say what a thing is, sometimes what it is like, sometimes how much it is, (and so on) there is a signification of 'being' corresponding to each of these. He concludes with the remark that there is no difference between "man walks (flourishes)" and "man is walking (Gourishing)".  (a) The obvious interpretation of the last remark is that the appearance of vert-forms like "walks' or 'Bourishes' create no difficulty, since they con be replaced by expressions in canonical for like 'is walking' or "is flourishing'; and if the latter expressions are regarded by Aristoile as canonical in form it is because the uses of eindi ("being') whose multiplicity he is at least at his point discussing are not existential but copulative. Owen, though he recognizes [ASO p. 82 n| that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of the copulative 'is. evidently is unwilling to allow that Anstotle is primarily concerned here with the copulative "is'; so he rather strangely interprets, the last remark (1017a27-30) as alluding to semantic multiplicity in the copula as being (supposedly) a consequence of semantic multiplisity in the existential 'is'.  This interpretation seems difticult to detend.  (b) When Aristotle says that predicates sometimes say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the uses of the copula in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation. But in the immediately preceding sentence, Aristotle has connected the semantic multiplicity in the copula not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (such predications as "Socrates is a man", "Cambridge blue is a colour (a blue, a blue colour) *). A desire to hannonize these statementsleads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula exhibits semantic multiplicity which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being; the signification of 'is varies between (i) "Socrates is a man" (ii) "Cambridge blue is a colour" (ili) "A weight of two pounds is in magnitude". To voice my suspicion more explicitly: it might be Aristotle's view that if (a) "Sociates is F" is an occidental (non-essential) predication, (b) "F" signifies an item in category C, and (c) "has" expresses the converse of Aristotle's relation of inherence (presence in), deen the logical form of the proposition Socrates is F may be regarded as expressed by "Socrates has something which is. F" where 'is'. represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category  C. The copula in such cases expresses the logical product of a constant relation expressed by 'has' and a categorially variant relation expressed by  'is' ('is essentially').  These predominantly scholarly murmurs agoinst the 'reccived' vicw that Aristotle regards existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that existentials are a particular type of subject predicate statements. 11 is possible (1 am not certain) that Owen voices something like this charge in ASO when he distinguishes single star and double-star existence. One form of such an objection would be that  "goats mumble"  , whether treated as a way of saying "goats always  mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal and particular statements, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "goats exist" to be analogous to "goats mumble", would be to suppose that "goats exist" presuppose that goats exist; or to put it another way, the truth of "goats exist" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that goats exist. This is an absurdity.  It seems to me that Aristotle can be defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic relation of presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition; one might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not generate the alleged absurdity. But a more sericus defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling existentials; that there are indeed two such methods,both subject-predicate in character, which when combined avoid the churge. In Metaphysics VIII, in; 1042h100., where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as threshold and ice, which contain analogues of genus and differentia. At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of analysis for existentials about such things: the pattern consists (it seems) of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water is frozen" (an analysand for "ice exists") and "A stone is situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain existentials a definiens in subject-predizate form which by utilizing the elements in definitions, eliminates the word 'exists' altogether. I would suggest, on Aristotle's behalf that this climinative form could be employed lo analyst general existentials, like "ice exists" , "gonts exist", while the category citing forms.  like Socrates is a substance could be used to analyse singular existentials, like "Socrates exists".  B. Copulative Being and Semontc Mutiplicity  My strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-tange of examples in which "be' is used as a copula, viz., cases of acedental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which I rogard as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument. My sketch will depast from Aristotle's own position in one or, two respecis, thereby depicting. I think, i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous excusion of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. My main hope is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more systematic than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's writings  (L) I start, much as Aristotle did in Caiegories, by distinguishing two Capital Predication Relations. My relations, which I shall call "izzing' and  "hazzing', are approximately the converses, respectively, of his relations being said of and being in (a subject); x izees (hazzes) y approximately iff y is said of (y is present in) x. I shall use the upper case letters 1 and 11 10 symbolize these relations, I shall begin by listing some of the formal properties which I wish to assign to these relations. I may remark that in one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes  x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral (depending on which view is taken of an operation which I shall mention in a moment), and (i think) asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, then y is essential to x in the sense that it x were not to izz y, then x would not (or would no longer) exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, I am inclined to think, though 1 am not wholly confident that this is not truc in any casc. I am disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, then x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. 1 am not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz, then x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals (in a somewhat technical sense of individual explained below); in which case, l might also espouse the idea that the copula can be analyzed in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y. But this procedure could easily be relaxed.  (2) Sone definitions can now be given.' It will be noted that, unlike Aristotle, 1 hare made izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follows:  I is an individual iff nothing other than x izzes x x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y. (We may compare this last definition with my carlier suggestion of the analysis of the copula.) (3) And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a primary individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y); but obviously, in the case of such 'forcign' predications a nethod will be needed for determining which 'foreign' category is involved as being the category of the predicated item y. Here it must be admitted that Aristotle's offering is less than fully satisfactory. We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from  ' An extended treatacot of my views about izzing and hazzing can te lamd in Alan Code, "Aristotie: Essence and Accident" in Richard Grandy und Richard Wiarner (eds.).  Pludosophicol Grounds of Rationality: Insentions, Calegories, Ends (Oxlord: Oxford  University Y'ress. 1966).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives; but it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme), nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions. And while Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are neither clear nor clearly correct. Fortunately, however, for my present purposes, such shortcomings do not matter; it will be sufficient for me to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  (4) At this point my sketch incorporates the previously mentioned extension of Aristotle's thcory of categories. I assume that there is an operation (which I shall call "substantialization) which, when appled directly to individuals which belong to a con-substantial category, relocates them (or counterparts of them) in a non-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit non-primary divisions of categories other than that of substantials. Qualities of substances, for example, might be relocated as non primary substantials, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, or whatever: that is to say. inhabitants of a non-primary division of this or that non-substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. The scheme, as l envisage it: (a) would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some non-substantial category; some categories, however, might be inebigible for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization; (b) would ensure that substantialization went hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but (e) would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory.  The scheme as 1 have set it out is absirace of 'mathematical' in character: and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs. It might also, even if concretely applicable, be oaly partial in character; it might, for example, provide for one kind of category (say  "logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. But if some version of it were to prove viable, that would generate several philosophical dividends.(l) The scheme would leave room in more than one way lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, (a) There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of quality: and there would be opportunity to legislate (if that should be desirable) against any item's belonging to more than one sub-division. (b) Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.  (2) There will be room (again should it seem otherwise desirable) 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quinian condition of being "quantifiable over"  * One might, for example,  insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).  (3) Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.  III. Semantic Multiplicity and Mulliplicity of Meaning  It is now time to take stock. I have discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of being. One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existence (of the use of the verb to be' to signify existence); the other would lie in the use of the copula to signify different predication relations. Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations; the categorial multiplicity of the term 'exist' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking two, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour". But it will remain true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' in particular cases. Nor is it clear whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem. It is possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. I am not sure how seriously to take this line of reflection.  The second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that the existential "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; it would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a separation of the question what universals ure, or may be, signified by a particular capression, from the question how many meanings that expression possesses. He is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning and yet be used on different occasions to signify different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist; but this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of linguistic expressions; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse.  Universals and Meaning  I am aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticularoccasion are signified by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock; 1 think, moreover, that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Let us consider first the reaction of one who is friendly to universals. He will be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what universals do, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence.  I am not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born.  There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon.  The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word  'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez  This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder.  This delence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples:  (1) If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  (2) By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' "  Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion.  IV. Modes of Unification of Semantic Multiplicity  Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to G.E.L. Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.Recursive Unification  The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.  For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/ If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number.  If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it.  There seem to be two objections.  It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities.  (1) One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another.  (2) One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression  "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus.  Focal Unification  The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical',  "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate.  This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth.  It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.  Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").  A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher.  "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context  "French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase  "French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance.  Analogical Unilication  I turn now to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable.  So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.  This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture.  I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word  "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.  My next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  I come now to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,-  Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen.  The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other.  At this stage, I would propose a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts.  In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning.  Conclusions  I conclude the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives.  Ihe second comment is that matcrial introduced in my suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.  Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning.  V. Some Larger Issues  Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.  Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. I suspect, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. (4) Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.  Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail - GRICE E BOEZIO BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.   Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published, under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay, for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to Berkeley in his fifties), entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, or some of them, were struck by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes: it’s not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – in the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality.   “My enterprise,” Grice writes in “Aristotle on the multiplicity of being,” is “to explore some of the questions which arise out of a fairly well-known cluster of Aristoteleian theses.” Which are these? In “Categories,” on which Grice lectured with Austin at Oxford – as Ackrill testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the application of a word or phrase – say, ‘ist’ [I will follow Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. One sort of cases is that in which both the word or phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” -- , but no single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.  In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist” -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two things which are syn-nomina, or synonymum as Boethius would have it. Lewis and Short define it as “a word having the same meaning with another, a synonym.” Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis. In the second the word or phrase – say “ist” –  is, Grice goes on, applied homo-nymously (AEQVI-VOCALLY)  — to at least two things which are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But one for homoymus and homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name, homonymous – “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons, an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, the source for ‘homonymia’, translated by Lewis and Shrot as homonymy, is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353.Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous applications of a word or phrase into (a) cases of "chance homonymy" and (b) cases of "other-than-chance homonymy", or as Aristotlle calls them, cases of "paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and Short for paronymum, but for paronomasia! Ever the philosopher for great tags, Grice adds: One may label the second (b) of these subdivisions cases of "UNIFIED Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will assume that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice versa. Prominent among examples of Multiple-Signification Unity is the application of the verb 'ist’ – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is guided by Grice’s considerations in his more precise, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found trouble in remembering. In that essay (WOW, p. 131) Grice provides for “To utter a psi-cross correlated … if (for some A) U wants A to psi-cross a particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates of beta. The reference here is to his previous realization that a philosopher of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta (adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy).  Grice would often criticize Aristotle for what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. According  to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is _said_ in many — more than one — ways"Grice adds that, among further important examples of this type of UNIFICATION or univocity Aristotle and Grice seem to be seeking – never mind Boethius -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum "good") which, according to Aristotle, exhibits a seemingly superficial*multiplicity* of signification related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’; for in Nicomachean Ethics – that Grice taught ‘for years at Oxford under the tutelage of the translation  by his Oxford tutor, Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is  _said_ in *as many ways* as being"  This needed doctrine of the Unification of Apparently Multiple Signification of 'ist’' is notoriously of great importance to Aristotle, since it is used by him to preserve the otherwise acceptable characterisation  of the philosophical discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist, which is threatened by two objections. First, that t is not the case that "ist” applies *syn-nonymously* to all the items of things with which such philosophia prima is concerned.Second, that there is, therefore, no more a genuine or legitimate single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice since we apply ‘vice’ to such a thing as dishonesty, which is a moral thing -- but also to such a thing as a clamp which is a thing made of metal, rather.  These objections can, Aristotle, Boethius, and Grice would hope, he met by the reply a multiplicity – i. e. not unicity, but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single science provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality, rather than unity -- of signification  is somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep your utterance UNIVOCAL and multiply implicatures as you please.  Grice had witnessed the Viennese bombshells at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the attacks by Ayer. “I should like,” Grice says in some decades of hindsight, “to say a word about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind to undertake.”Grice regards Aristotle as being, like one or two other historical figures — notably Kant — , not just a great philosopher of the past but as being a great philosopher simpliciter; that is to say. To think of Aristotle – as read by Boethius, say -- as being concerned with many of the problems to which we today are, or at least sbould be, devoting our efforts. Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio, who worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted, he is likely found to have been handling such problems in ways from which we have much to leam.  In brief, Gricde subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — his views (and 1 am not too fussy about the difference between these two descriptions) in such a way that, unless the text is totally probibitive, 1 ascribe to him views which are true rather than false, which are reasoned rather than unreasoned, and which are interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of this endeavour fall there are specially strong reasons for listening as attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. A definition of the nature and range of the enquiries falling under philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks; We need all the help we can get, particularly at a time when metaphysicians have only recently begun to reemerge from the closet, and to my mind are still hampered by the aftermath of decades of ridicule and vilification at the hands of the rednecks of Vienna and their adherents — notably at Oxford! The man questons to which Grice addresses himself are various, or shall we say, multiple.If, as Aristotle suggests, at least some expressions connected with the notion of "ist” – as in ‘The α is β’ exhibit multiplicity of signification, of which actual expressions or utterances is the suggestion true? More precisely: is “ist” the form of the verb in the syntactical construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible?What cognates of the ‘ist’, if any, are similarly affected? Grice has in mind the philosophical lexicon that also has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their conjugated forms.What link is there, if any, between unity,  multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic multiplicity actually become unified?What considerations, il any, confer upon the availability of a single definition of special pride of place among possible criteria for identity of meaning or sense or content? Is the suggestion for univocality to be argued for, or is it just a matter of the intuitions of the native speaker of a language? How, if at all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved in the doctrine of univocality be confirmed, or disconfirmed, for that matter?Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of unification applies to the semantic multiplicity connected with "α ist β"? Unlike English, Boethius does not need to involve the definite descriptor when discussing the copula.One first question to be faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β' (or of cinai (to bo) esse  or dò & (what is)) ens  is a not very subile question of interpretation.In what range of employmcats of the word 'be' (or of an appropriate Greek or Latin of Italian or English : counterpart) is semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint (to which Grice admittedly does not in fact wholly subscribe) there will be various  possible locations of such semantic multiplicity:  The thesis which Grice identifies with Oxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s necrology of Ryle in the Aristotelian Society -- in the word 'be' taken as meaning 'exist', Grice’s own thesis, at this stage of development, is in the word 'he' taken as a copula in a statement of predication. The α is β.Grice considers two other possibilies, which he soon dismisses: In the word 'be' taken as expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus = Pegasus’, and in the word "be considered as a noun and as roughly equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter.Some of these variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an object or entity seems to be anything which is or exists, it is reasonable to suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as 'entity' if, and only it, it also attaches to  'exists.’Furthermore, if we accept the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity (Pegasus, for example, exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus), any semantic multiplicity in the phrase "is identical with" goes hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in the  'existit'.  Grice seems relieved to realise that we appear then left with two independent candidates for semantic multiplicity, non-predicational ‘ist' (understood as meaning 'existit') and ‘ist’ understood as meaning a copula.Owen, who left Canada to settle in Oxford, in his provocative Aristotie on the Snares of Ontology, that Grice finds some especial excitmenet in quoting just for amusement, opts for the supposition that semantic multiplicity attaches to 'ist’' (meaning 'existit’).“I tor a long time shared this belief,” Grice confesses. The two groups hardly met while at Oxford. Grice considers it first, since he is the one who enjoys learning from his errors. Since Grice wishes to attribute a view to Aristotle only if Grice can find in Aistotle’s oeuvre or altematively invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice wonders whether we can find of devise such an argument in this instance.Grice offers the following.In Topica, Aristotle claims that being (existence), like unity is predicated of everything. This statement, Grice notes, seems to imply that 'exists' is truly applicable to every object.But the dictum may also imply that the universal signified by 'existit', or, it there is a plurality of such universals. that one or another of the universals signified by 'existit' is instantiated by every object. But Grice warns us to be cautious, and let us not assume that the second implication holds. In De Inierpretatione, which as we’ve noted, Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the pupils who attended --  Aristotle declares that every simple declarative sentence [propositionalj contains a hréme (verb phrase) which signifies something said of something else the 'something che' being signined by a noun phrase, Indeed, Grice notes, the divisibility of declaratire sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a denial, which respectively allira or deny something about something| -- vide Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the subject-predicate form enters into the very definition or conceptual analysis oof a declarative sentence or proposition. A crucial topic for Grice’s reason to leave Owen for good is that an existential sentence or proposition is no exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier. Indeed, ‘the a is b’ may be to display such a toleration: Smith’s dog is shaggy – being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy. Grice relies on German philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on what ‘the’ actually means in English! From this it follows that an existential proposition attributes a universal to its subject item.If 'existit' signified a single universal it would signify a generic universal, as Grice calls it, since, as is shown by differences in categories, there is more than one way of existing which would be a species of such existence. But then Aristotle suggests, in his Metaphysics– a rather strong hint here -- that being (existence) is not a genus, and so is not a generic universal. A different account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more than one way of such existence.‘Existit' cannot signify a singular or unique universal.Rather, 'existit' signifies now one, now another, of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity  of this o that universal.Now, if 'existit' signifies a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should need to satisfy two conditions:  First, the plurality of universals ‘existit’ allegedly signifies should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the elements of the plurality would need to be a essential property of items of the kind to which it attaches. It is at this point that Grice thinks of coining ‘IZZES’ to name ‘is’ in such kind of predication of essence – His logic is the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘izzes’: ‘hazzes’ – it’s not Socrates has whiteness, but Socrates HAZZES whiteness.The removal of such a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any bearer belonging to a given kind should deprive that bearer of existence. More briefly, with respect to any kind, each element property sems to be entailed by the very concept of existence, to which Owen’s thesis attributes such weight. The only set of universals which would satisfy both of these conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of properties of essentia one of another of which every item possesses. Such (ten) category-heads then constitute the required plurality, not duality now, or multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’.‘Exists’ by virue of signifying a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicily of signification. (In “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning ascriptions for “Fido” and “shaggy”, skipping “is” altogether!The argument given by Aristotle in favour of the contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is rather obscure, if not Heraclitean.Aistotle’s argument for denying ‘ists’ a GENERIC analysis rests on the thesis that a genus cannot be predicable of a differentia (diaphoron – symbolized by Grice as D -- of one of its species.  Aristotle also relies on the supposition that, if being were a genus, it would have to offend against this prohibition, since ‘ist’ – or being is universally predicable. Now, if S is a species of a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S and is therefore in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some universal D; and that D is categorially difterent from, and, so to speak, categorially inferior to S and G, in that no item in the category of S and G may attach essentially to, and so be predicable of D.Two-footed,  for example, as a difterentia, differs in category from man and animal – it is a quality rather than a substance, in such a way that neither man nor animal can be predicated of it. Which is not the case.Now, a secondaty substance is not predicable of a quality, even though it may be the case that necessarily anything which has a given quality is a given sort of substance. But if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, existit) is universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification as an EXPRESSION, but  multiplicity of signification as per UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it belongs to some  category C: e. g., substance, quality, quantity, etc.If category C is a category OTHER  than a substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if alphai s a C of some substance beta. This can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se.A version of the doctrine of universalia in se demands that the existence of a universal, symbolized by U, requires not just the possibility but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal  This thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics: being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use Moore’s coinage -- being a C of something y which exists in that sense or under that nterpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. For a substance to exist is for it to be a substance.That a substance beta exists is prior to, and presupposed by, each form of exists as it applies to an alpha which is not a substance – say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways (Arsitotle’s phrase) in which 'existit’ is said are united by appropriate relatio to a primary substantial be. "Exisitt' would exhibits unified semantic multiplicity In spite of a recognizable affinity with philosophical positions which Aristotle is known 1o have liked, and also at least a superficial charm, Owen’s argument does however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual point of viewA crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are signified by the forms of predication, presumably the categories, are said to be in themselves -- per se, kath' auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION..  Since a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is EST. But a predicate sometimes says what alpha is EST like. Sometimes a predicate says how much alph is, EST. And so on.There would be a different signification of 'be' IST corresponding to each predication. Occam’s razor rendered totally useless if it’s not here to cut Plato’s beard!Aristotle concludes that passage with the almost scholastic remark that there is no real difference in depth between the superficially varied "man walks (flourishes)" and "man is IST walking (flourishing). The obvious interpretation of the this remark beloved by Boethius and all the scholastics is that the appearance of a vert-form like "walks' or 'Bourishes', or flies (for Pegasus) or ‘rides Pegasus’ for Bellerophon, creates no difficulty, since they may be replaced, without loss or change of sense, by such an expression in canonical form such as  'is IST walking' or "is IST flourishing' ‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as canonical in form it is because the uses of IST ') whose multiplicity he is at least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATIONAlthough he does recognise  that Aristotle does on occasion admit categorial variation in the sense of copulative ‘ist’.  iST IZZES, Owen is evidently unwilling to allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’.As a result, and it seems Grice is having Warnock’s Metaphysics in logic in mind, Grice notes that Owen rather strangely interprets, the remark by Aristotle as alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of semantic multiplicity in ‘existit.’ Now, Owen’s interpretation seems difticult to defend.When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what is it like (its quality), sometimes how much it is (its quantity) and so on, he seems to be saying that if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Socrates or a cow, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES in the ascription of these predicates will undergo corresponding variation of signification  But  Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between predicates of one subject, but with variation between essential (per se) predications upon different (indeed categorially different) subjecis (such predications as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads me to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits  multiplicity of signification which corresponds to categorial differences between different statements about one subject, for example, Socrates, but also that dis semantic multiplicity is attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST; the signification of 'is varies between  "Socrates is a man", Fido is shaggy, Cambridge blue is a colour", A weight of two pounds is in magnitude". To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view that if (a)  "Sociates is BETA" of F (the symbol used by Grice in “Vacuous Names”) Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e. non-essential, predication,  Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and ‘has" expresses the COZnVERSE of Aristotle's relation of inherentia (presentia, deen the LOGICAL FORMof the proposition ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or Smiths dog is shaggy may be regarded as expressed by "Socrates HAS something which is. F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is' (of 'is essentially') which correspoads to category C. The copula ‘ist’ in such cases expresses the logical PRODUCT  of a constant relation expressed by 'has' HAZZES — not Ist — and a categorially variant relation expressed by 'is' (Ist 'is essentially'). These predominantly scholarly murmurs against the 'received' view, Grice notes, that Aristotle regards Ex existential statements (propositions) as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent.  A different kind of complaint, against the viability of the position which I have been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUZoUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy It is possible, Grice concedes, that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x), whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock - Strawson  This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists.  This is an absurdity. Even for Collingwood  It seems to me that Aristotle can be defended against this attack.  To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition;  One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity. Presupposition  as implicature in negation; presupposition as entailment in affirmation   But a more serious defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods, both S Ist P subject-predicate in character, which when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which contain analogues of genus and differentia.  At this point, almose parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists").  We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf, that this ELZiZmIznATIZvE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "ice exists" , "A goA exists  while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula (or in a sub-range of examples in which "ist is used as a copula, viz., cases of accidental predication) will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.  The sketch departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s motivation is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's (L)  Grice starts, much as Aristotle does in Caiegories, by distinguishing two  forms Predication. Each relation, which may be called  "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x izees () y  i=df y is said of x. hab  X hZzsz y  =df y is present in x.  Grice goes on to list some of the properties which I wish to assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), Non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive.  Hazzing, on theother hand, is ineflexive, either intransitive or transitivily-neutral ), and asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not truc in any casc. But Grice is disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y.  Grice makes izzing reflexive, so some of my definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The debnitions will run as follows. I is an individual iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y.  We may now compare this last definition with the conceptual analysis of the copula. Ist.  And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of such a foreign predication a nethod will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y.  We can atiempt to make use of the diflerent one-word interrogatives which can be extracted from ).Anstotle, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, secm to escape this programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions.  While Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are nog clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since my main oracern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a cort  At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an operation,  "substantialization, which, when appled directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the iclocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz. (soy) fusther qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist The scheme would, provide for substantialization with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be *inebigible£ for the application of substantialication, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialization.The scheme also ensures that substantialization goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialiced items would hazz further items in every non-substantial catessory. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cascs.  It might also, even if concretely applicable, be oaly PARTZi in character; it might, for example, provide for one kind of category (say"logical categories'), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions ictween, for cxample, qualities of substances, qualitics of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specifie classes would fall within a general category of QUALZiTY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being huzzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialication).Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reutty (the richer the realer, with primary substantials at the topi.Having discussed two different suggestions about the possible location of semantic multipticity associated with the notion of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general specitications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence).Tthe other would lie in the use of the copula to signify different predication relations.  Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different fonns of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps conaected with intuitively acooptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour". But it remains true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem.  It is ultimately possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A second line of reflection, however, is one which I am certainly inclined 10 take seriously. Unlike the first, it would not lavour the attribution to Aristole of one rather than the other of two viens about the location of a cortain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distirction.Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists "is signites a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo precication relations therchy signifyiog a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristole is really proposing is a separation of — the question what an U universals is, — the question how many SIZgNZuFZiCAtIZoznS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meoning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philisaphical disonurse in order to be itens in which the meaning of particular expressions might consist. But this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well aware that the suggestion, whether advanced on behalf of Aristotic or independently, that a distinction should be made between, on the onc hand, the universal or universals, which either in general or on a pasticular occasion are pointex T by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock; Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction of one who is friendly to universals.The philosopher may be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, cach of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either becausc, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningtul, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a caningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of mcaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such hostility to the general idea of divorcing the signification of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Napoleon, he might reply in two quite dilferent ways. He might say "Certainly I do; he was born in Corsica." Altematively he might reply "I am afraid I don't. Napolcon was born in Corsica, 1 am afraid I have never been able to get to Corsica so I don't know the place at all." The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Napoleon was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Napoleon was born. There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presentedby my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may tumm out to be uscful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowlcdge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Napoleon" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Napoleon" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Napoleon. The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of "that which" the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word'watershed means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaningof the expression Ez but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of Ez This attack on the historical genesis of universals as the focal elements in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the mcaning of an expression E would emerge as knowing what E mcans, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the link between universals and meanings may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d'ete of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be mct. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If I were to say "The wind is blowing in the direction of Sacramento", any norally equipped English speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase *in the direction of Sacramento; that is to say he would know both what in general the phrase means and what 1 mcant by it on the occasion of utterance. But such cxamples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description *the meaning of the phrase 'in the direction of Sacramento'" applics, cither senceally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justifythe claim, such a justification scems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is meant by the phrase the inducement which I otfer you for looking after my garden', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the meaning of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my garden' " Before leaving this topic, I should make two comments: first, the fact that the concction between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristolle's views about the connection between the unification of semantic multiplicity and the prescnce or absence of identity of meuning. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Alistotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what 1 shall call recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, (b) what I may, with deference to Owen, call focal unification (unification which derives from connection with a single central item), (c) analogical unifiestion, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order.The cases of recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations excmplifying priority and posteriority. The Platonists, so Aristolle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions.For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiae pa-' (nor indeed any P').For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiales pr-/If P™ = P' , no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the firstnumber. If the fulfillment of the abore conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cunnot have a predecessor and so nothing ean be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a nuenber, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality) If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitu. tive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more bricfly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be casy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another. One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a gencric universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus. The second mode of unification to which semantic multiplicity may be susceptible, that of focal unification, is discussed at length in Metaphysics IV, i (T, ii) 1003a32f., there Aristotle brings up two of his favourite examples, the applications of the adjectives "healthy' and 'medical'. He states that everything to which the word "heulthy' applies is related to, in one way or another, the focal item of health, "one thing in the sense that it preserves health, another that in the sense that it produces it, another in the sense that it is a symptom of health, another because it is capable of it." Similar considerations apply to applications of the adjective 'medical', "that which is medical is relative to the medical art, one thing being called medical because it possesses it, another because it is naturally adapted to it, another because it is a function of the medical art." On the most obvious interpretation of this passage Aristotle will be suggesting that standard semantic theory will be right in supposing the applicability of certain adjectives to particular items depends on a relationship of such items to an associated universal, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation; other sorts of relationship are frequently involved. There is, however, a less obvious position which Aristotle might have been taking up; this position would maintain with respect to universals, that the only way in which individual items may be related to universals is that of instantiation: that there will beOther entities which will indeed be general entities though not universals; to them individual items may be related in a variety of ways which are distinct from instantiation. The rolative merits of these two ideas will be a matter for debate. This mode of unification is of special interest in my present enquiry since Aristotle states quite plainly that this is the mode of unification which applies 10 the semantic multiplicity connected with being. Categorially cifferent sorts of things may all be said to be by virtue of different kinds of connections which they have to the focal item, which will be intimately connected with the notion of substance. This central item might be an individeal substance or, more likely, might be the notion of substantal type: any items which 'izzed' this type would be an individual substance and so would exist. But non-substantial items could also be said to be by virtue of their relationship (different in different cases) to the same central item; some things may be said to be because they are affections of substanee, others because they are a process towards substance, and su forth. It is evident that Aristotle habitually thinks of the focal item as being a universal, or at least some kind of general entity; but such restriction is not mandatory, nothing prevents the focal item from being a particular.Consider the adjective "French" as it occurs in the pluases, "French citizen", "French poem", "French professor". The following features are perhaps signilicant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" (or "attributive").A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher."French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase "French citizen" standardly means "citizen of France", while the phrase "French poem standardly means "poci in French"; but it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) meanings or senses of the word "French". The word French" has only one meaning, namely "of or pertaining to France"; it will, however, be what I might call 'context senstive"; we might indeed say, if you like, that while "French" has only one meaning or sense, it has a variety of meanings-in-context; relative to one context, "French" means "of France" as in the phrase "French citizen", whereas relative to another context"French" means, "in the French language" as in the phrase "French poem". Whether the focal item is a universal or a particular is quite irrelevant to the question of the meaning of the related adjective; the medical art is no more the meaning of the adjective 'medical', as France is the meaning of the adjective 'French'. As a concluding observation I may remark that while the attachment of the context may well suggest an interpretation in context of a word, it need not be the case that suchsuggestion is indefeasible. It might be for instance that "French poem" would have to mean "poem composed in French" unless there were counter indications; in which case, perhaps, the phrase might mean "poem composed by a French competitor" (in some competition). For the phrase"French professor" there would be two obvious meanings in context; and disambiguation would have 10 depend on a wider linguistic context or on the cireumstances of utterance. Grice then turns to what is possibly the most baffling of the ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what I am calling USM may arise. These will be cases in which the application of an epithet to a range of objects is accounted for by analogy detectable within that range; more explicitly to analogies between the specific universals which determine the application of the epithet, or (perhaps) berween the exemplifications of those universals by this or that type of object. More explicitly to analogies between the specific universals U, and Uz etc., which determine the application of the epithet, or (perhaps) between the exemplifications of U,, Uz ete., by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotie's treatment of this topic arises from a number of different factors. First there are two things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets, the application of which to a given range of objects is to be accounted for in this way; alternatively, he might have given us a reasonably clear characterization of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things; he offers us only the most meagle hints about the way in which analogy might unify the various applications of an epithet; we are told, for example, that as sight is in the eye, so intellect is in the soul with the implicit suggestion that this fact accounts for the application of the word 'see' both to cases of optical vision and cases of intellectual vision, and he also suggests that analogy is responsible for the application of the word 'calm' both to undisturbed bodies of sea water and to undisturbed expanses of air. Such offerings do not get us very far, furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread the commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comcs from Ross who suggests as Aristotle's view that the application of the word 'good' is attributable to the fact that within onc category things which are good are related to things in general belonging to that category in a way which is analogous to the way in which good things in some second category are related to the general run of things which belong to that second category. Apart from obscurity in thepresentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, namely that the application of the epithet 'good' is one exemplification of unification which is the outcome of analogy: Ross's suggestion about 'good' would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. I might add that little supplementary assistance is derivable from those who study general semantic concepts; such persons seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself is concerned it seems fairly clear to me that tie primary notion behiad the concept of analogy is that of 'proportion'.This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of justice. where one kind of justice is alleged to consist in a due proportion between return (reward or penalty) and antecedent desert (merit or demerit) but it remains a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitive relationship gets converted into a not-quantitive relation of correspondence of allinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture. Grice takes as his first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. In this case a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification. One of these would be examples of shifis in respect of what might be termed syntactical metaphysical category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow; and it would be tempting here to suggest that the relevantly involved universal, that of increase in size or getting larger, provides the toundational instance of the signitication of a universal by the word "grow'; we have here, so to speak, the 'ground-floor' meaning of the verb. But not only the physical substance itself but the various accidents of the substance may also be said to grow; not only the piece of wax but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality (beauty) might each be said to grow; and it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents might be different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence or analogical connection between growth in the case of a non-substantial item and growth in the case of a substantial item. Another and different kind of calegorial variation may separate some of the universals which the word "grow' may be used to signify from others; these will be connected withdifferences in the sub-categories within the category of suistance within which fall different sorts of entitics which may be said to grow; different universals may be signified by sonicone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing, and the confection between these diverse realizations of growth may rest on analogy. In what is called the growth of a plant, internally originated increase in size may occupy a prominent place, whereas in the case of a buman being the kind of development which may be involved in growth may be much more varied and comples; the link between the two distinct universals which may be signified might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterized. No doubl many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing growth.Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify semantic multiplicity; and if such an account should be found to offer prospecis of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is my idea that in metaphorical description a universal is signified, which though distinct from that which underlies the literal meaning of an epithet is nevertheless recognizably similar to that literal signification  Grice comes then to the notion of analogy itself. I shall start by considering items any one of which may be called an S,; I shall initially suppose that being an S, consists in belonging to a substantial type or kind, S,. though that supposition may be relaxed later. My first move will be to assume that being an S, consists in being subject to a systern of laws which jointly express the nature of the type or kind Si; and further that these laws, which furnish the central theory of S,, will all be formulable in terius of a finite set of S,-central propertics (let us say P, to P,); each law will involve some ordered extract from the central set, and their totality will govern any tully authentic Sy. This totality may well not include all the laws which apply to S,: but it does include all the laws which are relevant to the identity of Sy, all the laws which determine whether or not a particular item is to count as an 5,- Let us next consider not merely things each of which is an S,, but also things each of which is an Sz; it is to remain at least for the moment an open question whether or not the typeS, is identical with the type S1. 1 assume that, as in the case of S,, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to properties which are central to S2. I shall symbolize these properties by the devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which iscentral to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end we shall assume that the properties which are central to being an $, are the properties O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P, through P, belongs to the central theory of Sto a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through , will belong to the contral theory of Sa; and that the same holds in reverse. In that case, we shall be in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; and in that case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them (perhaps) being accessible to sight; we shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct; how that is to be interpreted will remain to be seen. The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say pait of the central theory of one type (say S,) may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such circumstances one might be led to say (in one case) that the type S, is a special case of the type S,; or (in the other case) that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. A third possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, exists between the two central theories; the best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as signifying substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or scientific sort. I shall now think of such symbols as relating to what I hope might be legitimately regarded as informal precursors of the aforementioned substantial types, as expressing concepts of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in the unregimented descriptions and explanations of pre-theoretical. Examples of such unregimented classifica-tory concepts might be the concepts of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. I would hope that in many ways their general character might run parallel to that of their more regimented counterparts. In particular, one might hope and expect that their nature would be bound up with conformity to a certain set of central generalitics (platitudes, truisms, etc.); to be an investor or a vchicle will be to do a sufficientnumber of the kinds of things which typically are done by investors or vehicles. One might expect, however, that the varicty of possible forms of generalization might considerably exceed the meagre armament which theoretical enquirers normally permit themselves to employ. One might also hope and expect that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence from time to time of analogy, at least of imperfect analogy, between scucralities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for semantic unity in the employment of a single epithet to signify dilferent classificatory concepts; and this semantic unity, in turn, might be sufficient to justify the idea that in such cases the expression in question is used with a single lexical meaning. Grice concludes the presentation of my suggestions about the interpretation of the notion of analogy as a possible foundation for semantic unity with two supplementary comments. The first is that there scems to be a good ease for supposing that anyone who accepts this account of analogy-based unity of meaning is not free to combine it with a icjection of the analytid synthctic distinction. The account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws or other generalities which is expressive of that concept, and, this in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws or generalitics are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, fo suppose that such contrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction. So either one accepts the analytic/synthetic distinction or one rejects at least this account of analogy-based semantic unity. I make no attempt here to decide between these alternatives. Ihe second comment is that matcrial introduced in Grice’s suggested claboration of the notion of unalogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or other generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, spocies, and differentia is a paradigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of meaning. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item i, rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does itsapplication to item iz, as being a limiting case of partial perfect analogy.Situations in which no icinterpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though reinterpretation is required. one is available which ochieves partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet applies to a range of items solely by virtue of the presence of a single universal, and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of meaning. Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the theory of mcaning and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localized attention to questions about the relation between universals and meaning than has so far been visible in my rellections. I have it in mind to raise not the general question whether, despite the Nominalists, a theory of meaning requires universals (to which I shall for the moment assume an affirmative answer), but rather the question in what way universals are to be supposed to be relevant to meaning.Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on my interpretation of him, Aristotle has proposed an illegitimate divorce between universals and mcaning suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce, There will be many different forms of connection between the varicty of universals which may be signified by a non-equivocable expression beyond that countenunced by the tradition of Theory of Definition, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These will include some forms of connection like those involved in metonymy and synecdoche, recognized by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, I suggest, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modem dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, I suspect, reveal both that in a given case the invocation of one mode of concction may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations of meaning are thought of as synchronie or diachronic has no beating on the nature of the uniting connections. The same forms of connection will be available in both cases, and these in turn may well befound to correspond with the range of different figures of speech which conversational practice may typically cmploy. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, I would guess, run along the following lines.Rational human thought and communication will, in pursuit of their various parposes, encounter a boundless and unpredictable multitude of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shell not have, ready made, any vast altay of forms of description and explanation from which to select what is suitabie for a particular occasion. We shall have lo rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising if the operations of our thoughts were to refleet, in this or that way, the character of the capacities on which thought relies. I have to confess to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail  References  Boethius, De Interpretatione. Grice, H. P. (1988). Aristotle on the multiplicity of being. Pacific Philosophical Quarterly.  Grice, H. P., P. F. Strawson, and D. F. Pears (1957). Metaphysics, in D. F. Pears, The nature of metaphysics, London: Macmillan. Owen, G. E. L. Aristotle on The snares of ontology Warnock, G. J. (1952). Metaphysics in Logic. -  GRICE E BOEZIO ÆQVIVOCVM -- BOEZIO E GRICE: UNI-VOCALITY OF “EST” AND “IZZES” J. L. Speranza, The Grice Club.  Et similiter enunciationes plures dicuntur quæ plura et non unum significant: non solum quando interponitur aliqua coniunctio, vel inter nomina vel verba, vel etiam inter ipsas enunciationes; sed etiam si vel inconiunctione, idest absque aliqua interposita coniunctione plura significat, vel quia est unum nomen æquivocum, multa significans, vel quia ponuntur plura nomina absque coniunctione, ex quorum significatis non fit unum; ut si dicam, homo albus grammaticus logicus currit. CARAMELLO  Abstract In 1988, the year of his demise, H. P. Grice got published for The Pacific Philosophical Quarterly (having moved from Oxford to Berkeley in his fifties) under the editorship of his former Oxford pupil B. F. Loar, a rather intriguing essay, entitled, “Aristotle on the multiplicity of being.’ Philosophers well aware of the deep issues involved in matters of ‘univocity’ of ‘being’ and its enemies – equivocity, etc. –, and some of them, were struck by the choice of ‘multiplicity’ in the title, and by the lack of square quotes. It is not the multiplicity of ‘being’, but of being itself! In these notes, I propose to reconsider Grice’s main point vis-à-vis what he calls elsewhere – scil. in the Kant lectures at Stanford – the ‘aequi-vocal’ thesis – as it conforms to his well known advice: unity of sense, multiplicity of implicatures. I add Austin and Boethius for good measure! Keywords: Boethius, H. P. Grice, univocality, J. L. Austin, aequi-vocality thesis.  “My enterprise,” Grice writes in his “Aristotle on the multiplicity of being,” posthumously edited by B. F. Loar, is “to explore some of the questions which arise out of a fairly well-known cluster of Aristotelian theses.” Which are these? The first brings him to his years of Oxford as university lecturer, in this case his joint seminar with J. L. Austin – who had been obsessed with paronymy since his tutorials with Prichard. In Categoriae, on which Grice lectured rather brilliantly with Austin at Oxford – as Ackrill testifies -- Aristotle distinguishes two different sorts of case of the application of a word or phrase – say, ‘ist’ – in ‘The α is β’ or ‘A ist B’ [I will follow Boethius and stick to the third-person singular] to a range of situations. The first sort of cases that Aristotle isolates is that in which both the word or the phrase and a single definition, account, λόγος, or conceptual analysis, as I prefer, apply throughout that range. The second sort of cases is that, in which the word or phrase – “ist” --, but no single definition or conceptual analysis, applies throughout the range.  In the first sort of case, Aristotle says, that the word or phrase – say “ist” (A ist B) -- is applied syn-nomymously, or, more strictly, to at least two things which are syn-nomina – each a synonymum as Boethius would have it. For the record, Lewis and Short defines synonymum as “a word having the same meaning with another, a synonym.” They give the source: Front. Eloqu. p. 237; Prisc. 579 P; Serv. Verg. A. 2, 128. (obs. Synophites,, ae, m., a read. In Plin. 37, 10, 59, section 162 fron synnephitis.  In the second sort of case, the word or phrase – say “ist” (A ist B)–  is, Grice goes on, applied homo-nymously (cf. AEQVI-VOCALLY)  — to at least two things which are merely homonuma. Lewis and Short lack an entry for homonymum. But have one for the masculine homoymus and the abstract noun homonymia. Homonymus is defined as ‘of the same name, homonymous, and they give Quintilian as the source: “sicut in his, quae homonyma vocantur: ut, Taurus animal sit, an mons, an signfum in caelo, an nomen hominis, an radix arboris, nis distinctum non intelligitur” – Quint. 8 2 13. Interestingly, for ‘homonymia’, translated by Lewis and Shrot as homonymy, their source is Fronto, Diff. Verbs, p.. 353. Aequivoces. Provision is also made, Grice adds, for an *intermediate* class of cases – that fascinated Austin --, or (as some may prefer) a sub-division of homonymous applications of a word or phrase into (a) cases of “chance homonymy” and (b) cases of “other-than-chance homonymy,” or as Aristotlle calls them: cases of "paronymy". Cicero couldn’t translate this. So, no entry in Lewis and Short for paronymum, if for paronomasia! (cf. Dictionnaire des untranslatables – PARONYMY, citing Grice). Ever the philosopher for great tags, Grice adds that one may label the second of these sub-division cases of "UNIFIED – the word is key -- Multiplicity of Signification, or meaning. With Boethius, I will assume throughout that when Grice writes ‘meaning,’ he means ‘signification,’ and vice versa. Prominent among examples of The Unity (Univocity, Aequivocity) of Multiple-Signification is the application of the verb 'ist’ (as in A ist B) – as in the formula ‘The α is β.’ My choice of alpha and beta is informed by Grice’s careful considerations in his more precise, “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning” – and essay whose title he often found trouble in remembering. Now reprinted in WoW (p. 131ff), in that essay Grice provides for “To utter a psi-cross correlated … if (for some audience  or addressee A) the utterer U wants his audience o addressee A to psi-cross a particular R-correlate of alpha to be one of a particular set of D-correlates of beta. The reference here being his previous realization that a philosopher of language may “need to be able to apply such notion as a PREDICATION of beta (adjectival) on alpha (nominal).” (Smith is tactful, Smith is happy). (As an interesting point, in that essay, Grice is neutral about the mode of the utterance, ‘Let Smith be tactful’, whereas in his lectures on Aristotle he sticks to Aristotle’s obsession with the indicative mode). Grice would often criticize Aristotle for what Grice calls Aristotle’s rather vague ‘dicta’. (The Pacific-Philosophical-Quarterly paper is an offspring of an earlier lecture delivered at Victoria, where to G. E. L. Owen, Grice makes more than a passing reference). According  to Aristotle, Grice reminds us, “[ist] is _said_ in many — more than one — ways.” πολλαχῶς λέγεται τὸ εἶναι Grice adds that, among further important examples of this type of UNIFICATION or univocity, or aequivocality, Aristotle and Grice seem to be seeking – never mind Boethius or Austin -- we find the word αγαθόν (Cicero bonum, “good”) which, according to Aristotle, exhibits a seemingly superficial *multiplicity* of signification related to, and perhaps even dependent upon, that displayed by ‘ist’ as in “A ist B”; for in Ethica Nichomachea – that brings Grice again to his years as University Lecturer at Oxford taught ‘for years at Oxford under the tutelage of the translation  by his Oxford tutor – of Owen’s generation -- Hardie -- Aristotle remarks that “αγαθόν” is  _said_ in *as many ways* as being.” This needed doctrine of the Unification, Unity, Univocality, or Aequivocality of Apparently Multiple Signification of 'ist’ as in ‘A ist B’ is notoriously of great importance to Aristotle. It is used by Aristotle, no less, to preserve the otherwise acceptable characterisation  of the philosophical discipline of philosophia prima as dealing with ist qua ist. The characterization is threatened by two objections. The first objection being that it is not the case that "ist” (as in ‘A ist B’) applies *syn-nonymously* -- for lack of a conceptual definition, or λόγος -- to all the items of things with which such philosophia prima is supposed to be concerned. The second objection has Grice in jest: and it is the one that claims that there is, therefore, no more a genuine or legitimate single prima philosophia than there is, say, — English Oxonian spelling assumed— a genuine single science or discipline of vice. And this is because we apply the expression ‘vice’ to such a thing as dishonesty, which is a moral thing. But we also apply ‘vice’ to such a thing as a clamp, which is a thing made of metal, rather.  These objections can, Aristotle, Boethius, and Grice, and Austin (if ethics has a subject-matter) would hope, he met by the reply that a multiplicity – i. e. not unicity, but duality or plurality -- of signification – if not sense, or content -- can be tolerated in the terminology specifying the subject-matter of a single science, provided that such apparent multiplicity (again, duality or plurality, rather than unity -- of signification  is somehow UNIFIED. Enter UNI VOCAL. Do not multiply senses beyond necessity. Keep your utterance UNIVOCAL and feel free to multiply implicatures as you please.  Grice had witnessed the Viennese bombshells at Oxford as a student at Corpus, and has a thing or two to say about the attacks by Ayer. As if expanding on the state of the art of metaphysics in Post-War Oxford (in his joint article with his former pupil P. F. Strawson and D. F. Pears, ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics,’ Grice notes: “I should like,” Grice says after some decades of hindsight, “to say a word (or two) about the nature of my interest in Aristotle — and the peripatetics in general — or the Lycaeum — and about the prospects of deriving from Aristotle a significant contribution to the enquiries which I have it in mind to undertake.” Grice (like Austin, but unlike Ayer) just happens to regards Aristotle as being, like one or two other historical figures — notably Kant (Kantotle is the best)— , not just a great philosopher of the past but as being a great philosopher simpliciter. That is to say: to think of Aristotle – as read by Boethius, say (vide Minnio Paulello on the Aristoteles Latinus – so much studied at Oxford) as being concerned with many of the problems to which we today are, or at least should be, devoting our efforts. Furthermore, it is Grice’s view that once Aristotle — or Boethius, or Vio – vide Ashworth on analogy in Vio in the Stanford Encyclopedia of Philosophy -- who worked so arduously on analogy to improve on Aquinas — is properly interpreted, he is likely found to have been handling such problems in ways from which philosophers still have much to learn.  In brief, then, Grice subscribes to a programme of trying to interpret — of reconstruct — the views of Aristotle (and he is not too fussy about the difference between these two descriptions) in such a way that, unless Aristotle’s text is totally probibitive, Grice will ascribe to Aristotle a view which is true rather than false, reasoned rather than unreasoned, and interesting and profound rather than dull or trivial. Grice is convinced that, in the philosophical area within which the topics of this endeavour fall, there are specially strong reasons for listening as attentively as possible to what Aristotle has to say or implicate. After all, a defence and definition of the nature and range of the enquiries falling under philosophia prima is among the most formidable of philosophical tasks. Philosophers need all the help they can get, particularly at a time when metaphysicians are only recently beginning to re-emerge from the closet, and, to Grice’s mind, are still hampered by the after-math of decades of ridicule and vilification at the hands of those ‘rednecks of Vienna and their adherents’ — notably at Oxford! The main questions to which Grice addresses himself are various, or shall we say, multiplicitous. As Aristotle suggests, IF at least some expressions connected with the notion of "ist” (never mind αγαθόν – the title of his Victoria conference was on ‘Aristotle on good and being’– as in ‘The α is β’ -- exhibit multiplicity of signification: of which actual expression or utterance is that suggestion true? More precisely: is “ist” -- the conjugated third-person singular form of the verb, in the canonical predication-relation surfaced in the syntactical construction ‘The α is β’ where this suggestion is most plausible? What cognates of the ‘ist’, if any, are similarly affected? What happens when ‘ist’ is merely deleted, as is often the case with Cicero – how can the absence of a verb have a SENSE? What about ‘Socrates walks’ and ‘Socrates is a walker’ – How much freedom should we allow for the convertibility of non-copulative utterances into copulative utterances? Grice has in mind the philosophical lexicon that also has entries for ‘inherentia’ or ‘praesentia,’ and their respective conjugated forms, including ‘existit.’ What link is there, if any, between unity,  multiplicity of significationand jdentity or difference of CONTENT or sense? In what different ways may semantic multiplicity actually become unified? What considerations, if any, confer upon the availability of a single definition or conceptual analysis of special pride of place among possible criteria for identity of meanin, or of sense, or content? Is Aristotle’s suggestion for univocality of ‘A ist B’ to be argued for? Or is it just a matter of the intuitions of the native, however dialectal, speaker of a language? How, if at all, can the availability of such a definition or conceptual analysis involved in the doctrine of univocality be confirmed -- or disconfirmed, for that matter? Is Aristotle's classification of the ways of unifying semantic multiplicity exhaustive? Are its components mutually exclusive? Which form of unification applies to the semantic multiplicity connected with "The α ist β"? Note that, unlike an English philosopher like Grice, Boethius does not need to involve himself with the definite descriptor – ‘the A’ -- when discussing the canonical copulative predication relation: “A ist B” just does.  One first key question to be faced with regard to the possible semantic multiplicity of 'α ist β,’ or of einai, to be, esse  or tò on, what is, ens  is a not very subile question of interpretation. In what range of employments of the word ‘be,’ or of an appropriate Greek or Latin of Italian or other English counterparts, is semantic multiplicity to be looked for? From a standard viewpoint, to which Grice admits he does not in fact wholly subscribe, there seem to be various  possible locations of such semantic multiplicity:  The thesis which Grice identifies with COxford philosopher Owen – of the Ryle group – vide Owen’s necrology of Ryle in The Aristotelian Society, making a passing reference to the reverence Austin’s and laer Grice’s play group had amongst pupils -- in the word ‘be’ taken as meaning ‘existit’. Second, there is Grice’s own thesis, at this stage of development, that the word 'be' be taken as a copula in a statement of predication relation: The α is β. Grice considers two other possible collocations, only to go to dismiss soon: The word ‘be’ taken as expressing identity – vide his “Vacuous Names” for things like “Pegasus = Pegasus’ --. Fourth, the word ‘be’ considered as a noun and as roughly equivalent to 'object' or 'entity. ‘The ‘is’of the matter. Some of these four variants, Grice notes, are not really independent of one another. Since an entity or ens seems to be anything which is -- or exists, it is reasonable to suppose that semantic multiplicity would attach to such a noun as ‘entity’ or ens if, and only it, it also attaches to ‘exists.’ Furthermore, if we accept the commonly received view that 'existit’ may be paraphrased in terms of self-identity -- Pegasus exists if and only if Pegasus is identical with Pegasus, which creates to Meinongian ontological jungle, to paraphrase Grice in “Vacuous Names,” any semantic multiplicity in such a phrase as “is identical with” will go hand in hand with a corresponding semantic multiplicity in the ‘existit.’ Grice seems somewhat relieved to realise that we appear then to be left with just two independent candidates for semantic multiplicity: non-predicational ‘ist' (understood as meaning 'existit', as in the infamous thesis by Owen; and ‘ist’ understood as meaning a copula, as Grice 2.0. Owen, in Oxford, in his provocative ‘Aristotle on the Snares of Ontology,’ that Grice finds some especial excitment in quoting just for amusement, opts indeed – with the aid of asterisks to distinguish between ‘is*’ and ‘is**’ -- for the supposition that semantic multiplicity attaches to 'ist,’ meaning, or with the sense of, 'existit’).“I for a long time shared this belief,” Grice confesses. Austin never did since, an earlier Defensor of linguistic botanizing, always found Prichard’s disregard for the paronymy of ‘agathon’ almost insulting! The two groups – Ryle’s, with Owen, and Austin’s, with Grice, hardly met while at Oxford. Still, our of deference for his Owen, Grice considers Owen’s proposal first, since, too, Grice is the one to enjoy to learn from his errors. (Similarly, in his lecture for the British Academy, Grice starts by noting how he turned from a Stoutian into a neo-Prichardian).  Since Grice wishes to attribute a view to Aristotle only if Grice can find in Aristotle’s oeuvre, or altenatively invent on his behalf, a reasonable plausible argument to support it, Grice wonders whether we can find, or devise, such an argument in this instance. Grice offers the following. In Topica, Aristotle claims that being – or existence --, like unity is predicated of everything. By making this statement, Grice notes, Aristotle seems to imply that 'exists' is truly applicable to every, er, entity. But, Grice warns us, in making the dictum, Aristotle may also be implying that the universal ‘signified,’ or ‘denoted,’ by 'existit', or, if there is a more than such a universal – indeed a duality, plurality, or multiplicity, that one or another of each universal ‘signified,’ or denoted, by 'existit' is instantiated by every, er, entity. But Grice warns us to be cautious, and let us not assume that the second implicature holds, or is not cancellable! Grice goes on to quote from his favourite Aristotle – as it was Boethius’s favourite, too --. In De Inierpretatione, on which as we’ve noted, Grice lectured for years at Oxford with Austin – Ackrill being among the fortunate pupils who attended, and who ends up translating the thing for The Clarendon Press --  Aristotle declares that every simple declarative sentence, or proposition, contains a hréme, or verb phrase, which ‘signifies’ something said of something else -- the ‘something else' being ‘signfied’ by a noun phrase. – like Smith’s dog, as in Smith’s dog is shaggy (Grice’s example in ‘Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning’.  Indeed, Grice notes, the divisibility of declarative sentences into a kaapináseis, or assertion, and a ipopirseis, or a denial, which respectively assert or deny something (shagginess or hairy-coatedness) about something (Smith’s dog, Fido) -- vide Boethius’s commentary -- suggests that the notion of the exhibition of the subject-predicate relation or form enters into the very definition or conceptual analysis of a declarative sentence or proposition. A crucial reason for Grice to leave Owen for good is that an existential sentence, or proposition – as logicians use ‘existential’ -- is no exception to this thesis, and it even tolerates a quantificational modifier (Some dog is shaggy). Indeed, ‘the a is b’ displays such a toleration. For the analysis of ‘Smith’s dog is shaggy’– being Grice’s example, as opposed to Fido is shaggy, Grice relies on German philosopher Hans Sluga, who had left Germany for Berkeley, for clarification on what ‘the’ actually means in English! See the footnote in Grice’s ‘Presupposition and conversational implicature.’ (Grice had met Sluga at Oxford and found the time to teach him some cricket – he got a tutorial in logic in exchange. From this it follows that a so-called existential proposition attributes, ascribes, or predicates, a ‘universal’ (shaggy) to its subject item (Fido). And here the reductio ad absurdum of Owen’s proposal: if ‘existit’ did signify a single universal, it would signify a generic universal – but ‘being’ ain’t a genus --, as Grice calls it, since, as is shown by differences in the ten categories, there is more than one way of ‘existing’ which would be (now) a species of such genus as existence is claimed to be. But then Aristotle suggests in his Metaphysics, too -- a rather strong hint here -- that being, or existence, is notably not a genus, and so is *not* a generic universal.  A crucially different account therefore, needs to be found of what are naturally thought of as more than one way of such an ‘existence.’‘Existit’ cannot ‘signify’, on the other hand, a singular or unique universal, since Greeks and Englishmen like to talk, and criss-cross at least the ten categories of Aristotle! Rather, ‘existit’ would ‘signify,’ or denote, now one, now another, of at least a duality, a plurality, or duality, or multiplicity of this o that universal – any of the each ten categories, with the provision that some include essential predication, i. e. predication of essentia – whereas the canonical form now involves what Grice sees as a non-essential predication relation – not what A is, but what A has – a hairy coat.  Now, if ‘existit’ would ‘signify’ a duality plurality of multiplicity of universals, that plurality should need to satisfy at least two serious conditions. First, the plurality of universals that ‘existit’ allegedly would ‘signify’ or denote should be as small a plurality as possible -- by an intuitively acceptable principle of economy or semantical parsimony – Grice’s razor: Senses – even significations, especially when ascribed to an expression rather than its utterer -- are not to be multiplied beyond necessity. Second, each of the elemental categories or universals of the plurality for ‘existence’ would notably need to be an essential property of items of the kind to which it attaches.  While Owen’s thesis then involves a reference to ‘essentia,’ Grice feels like playing the linguistic game vis-à-vis Owen when distinguishing two senses of ‘is’ – is* and is** --. It is at this point that Grice coins ‘… IZZES …’ to name ‘is’ in such kind of predication of essentia. Grice’s logic is the converse of Aristotle, which allows Grice to introduce a counterpart for ‘… izzes …’ – notably: ‘… hazzes …’ – and its nominal counterpart: ‘a hazzer’. It is not that Fido IZZES a hairy coat, but that Fido HAZZES it. The removal of a property pertaining to the essentia – cognate indeed with ‘ist’ -- from any bearer belonging to a given kind (Fido is a dog) just deprives that bearer of existence. With respect to any kind, each element property seems to be entailed by the very concept of this spatio-temporal ‘existence,’ to which Owen’s thesis attributes such weight. The only set of universals which satisfies both of these two strong conditions is the set of category-heads themselves, as the most general list of properties of essentia one of another of which every item may on occasion possess. Such ten category-heads then constitute the required plurality (not duality now) or multiplicity – which accounts for Aristotle’s ‘many ways’. ‘Exists’ by virue of ‘signifying’ a plurality or multiplicity of universals, exhibits multiplicity of signification. Interestingly, in his own “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word-meaning”, Grice analyses meaning ascriptions for both the nominal “Fido” and the adjectival “shaggy”, skipping a meaning ascription for “is” altogether – to which he laid the focus in his Aristotelian researches only. The argument given by Aristotle in favour of the contention that the concept behind ‘ist’ is not a genus is, Grice admits, rather obscure, if not of the Heraclitean type. Aistotle’s argument for denying ‘ist’ a GENERIC conceptual analysis rests on the thesis that a genus G cannot be predicable of a differentia, or diaphoron – symbolized by Grice as D -- of one of its species S. Aristotle also seems to rely on the supposition that, if  ‘ist’ were a genus, it would have to offend against this prohibition. After all, ‘ist’ is universally predicable. More formally, if S is a species of a genus G, it must be the case that G belongs essentially to S, and is, therefore in the same category as S, that S is differentiated, within G, by some universal D; and that D is categorially different from, and, so to speak, categorially inferior to both S and G, in that no item in the category of S and G attaches essentially to, and so be predicable of D. Grice’s example: ‘two-footed,’ as a difterentia, differs in category from man and mammal – it is a quality, rather than a substance, in such a way that neither man nor mammal can be predicated of it. Which is not the case. It is a secondary substance which is not predicable of a quality, even though it may be the case that, necessarily, anything which has a given quality is a given sort of substance. But, if ‘ist’ were a genus G, since ‘ist’ (read, alla Owen, ‘existit’) is universally predicable, it would be predicable of any differentia of any of its species. To show that ‘existit’ possesses not merely multiplicity of signification as an EXPRESSION, but  multiplicity of signification as per UTTERER’s MEANING may render it aequi-vocal. An item Alpha “existit” just in case it belongs to some  category C. E. g., substance, quality, quantity, etc. If category C is a category OTHER  than the first one, i. e. a substance, an item x can be a C, i. e. fall under C, only if alpha is a C of some substance beta. This can be seen as an application of a version of the doctrine of universalia in se. A version of the doctrine of universalia in se demands that the existence of a universal U requires, not just the possibility, but the actuality of an item alpha or beta which instantiates that universal. The instantiation thesis is explicitly enunciated by Aristotle in Metaphysics. X being a C of some substance beta which *instantiates* C entails – to use Moore’s coinage -- being a C of something Y which ‘exists; in that sense or under that interpretation of 'existit’ which is appropriate for a substance. – Bunbury, but not disinterestedness. For a substance to exist is, plainly, lfor it to be a substance. (In seminars at Oxford with Strawson, Grice played with the difference between ‘Bunbury doesn’t exist’ and ‘Disinterestedness doesn’t exist’. The former, but not the latter, requires spatio-temporal continuity: ‘That’s not true: he’s in the next room,’ whereas ‘Disinterestedness is in the other room’ only IMPLICATES that an ‘instantiation’ of ‘disinterestedness’ is in the other room. (Grice regretted that Strawson failed to credit him when Strawson eventually published his Individuals: an essay in descriptive metaphysics. That a substance beta (say Fido) exists is prior to, or ‘presupposed’ by, each form of ‘exists,’ as it applies to an alpha which is not a substance – say, shagginess, or hairy-coatedness. The set of ways, in Aristotle’s phrase, in which 'existit’ is said are united by an appropriate relation to a primary substantial be, like Fido. "Exisit' would then exhibit unified semantic multiplicity In spite of a recognisable affinity with philosophical positions which Aristotle is known to have liked, and also due to its bearing of at least a superficial charm, Owen’s argument does not however, lack its drawbacks -- both from a historical and from a conceptual point of view. A crucial passage for consideration is Aristotle’s Metaphysics devoted to what is (be) in the philosophical lexicon contained in the Metaphysics. There, Aristotle says, it seems, that whatever things are ‘signified’ by the forms of predication, presumably the categories, are said to be in themselves -- per se, kath'auta); 'be' has AS MANY SIGNIFICATIONS as there are forms of PREDICATION..  Since a predicate (beta) sometimes say what a thing (alpha) is, EST. But a predicate sometimes says what alpha is EST like. Sometimes, even, a predicate says how much alpha is, EST. And so on. There would be a different ‘signification’ of ‘EST’ corresponding to each predication, essential or non-essential. Occam’s razor rendered totally useless if it’s not here to cut Plato’s beard! Aristotle concludes that passage in the Metaphysics with the with the almost scholastic, if controversial, remark that there is no real difference in depth between the superficially varied “man walks (flourishes)” and “man is IST walking (flourishing).” The obvious interpretation of this remark, beloved by Boethius and all the scholastics, is that the appearance of any verb-form like “walks” or “flourishes,” or “flies,” said of Pegasus, or “rides Pegasus,” said of Bellerophon, creates no major difficulty for Grice, since they may all be replaced, without loss or change of sense, by such an expression in canonical form such as  'is IST walking' or "is IST flourishing' ‘is flying, ‘is riding Pegasus’. If the expression regarded by Aristotle as canonical in form it is because the explicit use of ‘IST,’ whose multiplicity he is at least at his point discussing a copulative, or, strictly, COPULATION. Grice concedes that Aristotle on occasion does admit a categorial variation in the sense of copulative ‘ist’.  IST as IZZES, Owen is notably unwilling to allow that Aristotle is primarily concerned with copulative ‘ist’ regardless. As a result, and it seems Grice is having Warnock’s ‘Metaphysics in logic’ in mind here – in the well-circulated Flew collection --, Grice notes that Owen, rather strangely, interprets, the remark by Aristotle as alluding to semantic multiplicity in the copula as being supposedly a consequence of semantic multiplicity in ‘existit’! (Warnock’s three examples being: “There are tigers in Africa”; “Tigers still exist,” and “There are such things as tigers.” P. 88. Now, Owen’s interpretation seems difficult to defend for someone with the ears atuned to the type of linguistic botanizing that philosophers of Grice’s generation – like Austin, his senior by two years, and Warnock – but unlike Owen’s generation, like Ryle, or Prichard --. When Aristotle says that a predicate sometimes may say what a thing is, sometimes what  it is like -- its quality --, sometimes how much it is -- its quantity --, and so on, he seems to be saying that, if we consider the range of predicates which can be applied to some item, for example to a substance like Fido – Smith’s infamously shaggy dog --, these predicates are categorially various, and so the use of the IST IzzES, in the ascription of these predicates, would undergo a terrifying corresponding variation of signification! In fairness to Owen, Aristotle has connected the semantic multiplicity in IST not with variation between the various predicates of one subject, but with variation between essential, pertaining to the essentia, or per se, predications upon different, indeed categorially different, subjects. Grice is having in mind Aristotle’s predications such as as "Socrates IS a man", "Cambridge blue IS a colour (a blue, a blue colour) A desire to harmonise these statements leads Grice to wonder whether Aristotle may be maintaining not only that the copula IS exhibits a multiplicity of signification which corresponds to the categorial differences between different statements – assertions or denials -- about one subject, for example, Fido, but also that this semantic multiplicity may be attributable to a multiplicity in the notion of essential being IST. The signification of 'is’ would, if Owen were right, vary between  "Socrates is a man", “Fido is shaggy,” and Cambridge blue is a colour",  or, to use another of Aristotle’s examples from his bag of linguistic botany: the didascalian “A weight of two pounds is a magnitude.”  To voice his suspicion more explicitly, Grice ventures that it might be Aristotle's view that if "Sociates is BETA" of F, to adopt the canonical symbol used by Grice in “Vacuous Names” to refer to a predicate (Fa, Ga, Fb, Gb), Smiths dog is shaggy, is an accidental, i. e. non-essential, predication,  Beta (as in Utterer’s meaning, sentence meaning, and word meaning) or "F" (as in Vacuous Names) signifies an item in category C, and ‘has" expresses the CONVERSE of Aristotle's relation of inherentia or praesentia, then the LOGICAL FORM of a proposition like ‘Socrates is beta’ or ‘Socrates is F’ or ‘Smith’s dog is shaggy’ may be regarded as expressed by the simpler "Socrates HAS, but IS not, something which IS F" or BETA -- where 'ist’ represents a sense of 'is,’ of 'is essentially,’ which corresponds to category C. The copula est in such cases expresses the logical PRODUCT of a constant, and thus manageable and systematic relation expressed by 'has,’ HAZZES — not est— and a categorially variant relation expressed by 'is,’ est is essentially.’ These predominantly scholarly murmurs against the received view, Grice notes, that Aristotle regards so-called (by logicians) ‘Ex’ (or in Peano’s inverted Ex – an existential statement or proposition as the habitat of semantic multiplicity are not the only possible kinds of dissent. A different kind of complaint, against the viability of the position which Grice has been treating so far as if it were Aristotle's rather than against the suggestion that he in fact held it, would urge the untenability of the thesis, supposedly a foundation of his position that EZx  are a particular VACUOUS NAMES type of subject-predicate utterance type (Smith is happy). But it is possible, Grice concedes, that Owen voices something like this charge iwhen he distinguishes typex of exists. One form of such an objection would be that "goats mumble" EX (x), whether treated as a way of saying "goats always mumble" or saying "goats usually mumble", or of saying "goats sometimes mumble", or as being indeterminate between these alternatives, has to be supposed to presuppose the existence of goats. Cf Warnock – Strawson. This will be attested both by intuition, and by a need to extend to all interpretations a feature which is demanded for universal of total and particular utterance types, in order to escape ditficulties which arise in connection with the Square of Opposition. To suppose "a goats exists" – but not a stag-goat exists, or a flying horse exists outside the realms of Greek mythology -- to be analogous to "a goats mumbles", would be to suppose that "a goats exists — Warnock a tiger exists — " presuppose that a goats exists or to put it another way, the truth of "a goats exists" is a necessary precondition of its being enher tre or faise that a goats exists.  This is an absurdity. Even for Collingwood, who loved a metaphysical presupposition (vide Grice’s early treatment of Collingwood, then a big name at Oxford, in ‘Metaphysics,’ in Pears, The nature of metaphysics). It seems to Grice that Aristotle can be defended against this attack. To begin with, the invocation of a semantic relation of  collingwoodisn presupposition is not the only recourse when one is faced with troubles about the Square of Opposition. One might, for example, try to deploy a pragmatic notion of presupposition which would not mitigate the alleged absurdity. Presupposition  as implicature in negation; presupposition as entailment in affirmation   But a more serious defence might suggest that Aristotle has more than one method of handling Ex existentisls; that there are indeed two such methods, both S est P subject-predicate in character, which when combined avoid the charge. In Metaphysics where the primary topic seems 10 be what kinds of attributes are constitutive of and differentiate between sons of sensible things, Aristotle argues the range of such crudal teatures is much larger than Democritus allows atom, and indicates ways of giving quasi definitions of a variety of sensible objects, such as a threshold or ice, which contain analogues of genus and differentia.  At this point, almost parenthetically, he gives a pattern of conceptual definitional analysis for existentials about such things. The pattern consists (of the sequence some + genus* + l: + differentia*; c.g., "Some water IST frozen" (an analysand for "ice exists" and “A stone iIST situated in threshold position" (an analysand for "a threshold exists"). We have, then, for certain Ex existential a definiens in subject-predizate s Ist P form which by utilizing the elements in definitions, ELIZmIznATES eliminates the  'existit altogether. Grice goes on to suggest, on Aristotle's behalf, that this ELIMINATIVE form could be employed lo conceptually analyst and define general existentials, like "ice exists" , "A goat exists,” -- while the category citing forms. like Socrates is a substance could be used to conceptuallyto analyse or define singular existentials, like ‘Socrates exists".A strategy for an attempted presentation of in argument in support of the hypothesis that unified semantic multiplicity is to be located in the copula, or in a sub-range of examples in which est is used as a copula, viz., cases of accidental predication, will be to put forward as a preliminary a partial sketch of a theory of categories, which Grice regards as being in the main Aristotelian, to comment on some points of interest in that sketch, and finally to use it as a basis for the proposed argument.  Grice’s sketch departs from Aristotle's own position in one or, two respects, thereby depicting i somewhat improved theory, and it will incorporate what seems to be a conspicuous extension of his theory, though one which, so far as I can see, he might well have accepted without detriment to his account. Grice’s motivation is to put forward an outline of an account of categories which is overtly more SYSTEMATIZc than the assemblage of dicta which one may extract from Aristotle's (L). Grice starts, much as Aristotle does in Categoriae, by distinguishing two forms of predication. Each relation, which may be called  "izzes' and -- "Hazzes', are approximately the converses, respectively, of his relations “Is” said of and “is in (a subject)”. Ian x izzes () y  i=df y is said of x. hab  X hZzsz y  =df y is present in x. Grice goes on to list some of the properties which I wish to assign to these relations, adding that n one or two cases there seems to be options. Izzing is reflexive (Vxix izzes x), non-symmetrical (symmetry-neutral), and transitive. Grice’s hazzing, on the other hand, is inreflexive, either intransitive or transitivily-neutral, and asymmetrical. In all cases, if an individual x izzes y, y is essential to x, in the sense that it x were not to izz y, x would no longer exist. It is, however, certainly not true in all cases that if x hazzes y, its hazzing y is essential to its existence; indeed, Grice confesses to an inclination to think, that this is not true in any case. Grice is however disposed to accept the following "mised" law. (0) 11 x I y and y H z, x Hz; the acceptability of this law would depend on the idea that a non individual y hazzes something z ilt [of necessity] every individual falling under y (that is every indivicual that izzes y) hazzes 2. Grice is however, not disposed to accopf the "mixed" law. (ii) If x H y and y lz,  x Il z, since I would like to espouse the idea that a subject a (in any category other than that of x) harzes only individuals); in which case, l might also espouse the idea that the copula Ist can be conceptually analyzed or defined in terms of the disjunction of & l y and x H something z which I y. Grice makes izzing reflexive, so some of his definitions must differ from his, since I cannot claim, as le did in Caregories 3a7, that nothing tzzes an individual substance. The definitions will run as follows. I is an individual iff nothing other than x izzes x. x is a primary individual iff x is an individual and nothing hazzes x. x is a primary substantial (x is in the category of "substance") iff sune primary individual izees x. x is il secondary substance ig & is a primary substantial but not an individual. x is identical with y iff x izzes y and y izzes x. y is predicable of x iff either x izzes y or & huzzes something z which izzes y.  Grice is now ready to compare his definition with the conceptual analysis of the copula est.  And y will be a primary element in some category other than that of substantials just in case there is a individual x [an individual which is a primary substantiall which hazzes something z which in tum izzes y (this allows for the possibility that z may be identical with y). Obviously, in the case of such a foreign predication a method will be needed for determining which foreign' category is involved as being the category of the predicated item y.  We can attempt to make use of the different one-word interrogatives which can be extracted from Aristotle – and Cook Wilson, whose Statement and Inference Grice sort of worshipped, with the supposition that items in a particular category may be suitably invoked to provide answers to just one of the kinds of questions asked by each of such interrogatives. But it is not clear that such a list of interrogatives is sufficiently comprehensive (relatives, for example, seem to escape this programme. Nor is it clear what the rational basis would be for such a list of questions. While Aristotle says much that is interesting about some particular categories, his attempts, for example in the cases of quantity and quality, to pick on primary distinguishing marks are not clear. Such shortcomings matter Little. It seems sufficient to assume the availability of some discriminating procedure (perhaps some furtirer development of the 'interrogatives method) since Grice’s main concern is with the consequences of a scheme involving some procedure of such a sort. At this point the sketch incorporates the extension of Aristotle's thcory of categories. Grice assumes that there is an operation, substantialisation – a metaphysical routine if ever there was one – Grice, Prejudices and preilections, which become the life and opinions of H. P. Grice, which, when applied directly to an individual which belong to a con-substantial category, relocates it  in a NON-primary division of the category of substantials, thereby instituting or licensing the alocated items as further subjects of hazzing; the items hazzed by them will inhabit NON primary divisions of categories other than that of substantials. A Qualities of substance na be might be relocated as a non primary substantial, thereby becoming subjects which hazz (soy) further qualitatives of quantitatives, : that is to say. inhabitants of a NON primary division of this or that NON substantial category. So the category of qualitatives may include qualities of substances, qualities of substantialized qualities (or substantialized quantities) of substances, and so without any fixed limit. Fidinterestnedd diedng exist Banbury doesn’t exist. The scheme would, provide for substantialisation with respect to some, but not necessarily to all, items which initially belong to some NON substantial category; some categories, however, might be inebigible£ for the application of substantialisation, and in other categories it might be that only sub-categories would be eligible for substantialisation.The scheme also ensures that substantialisation goes hand-in hand with beooming a subject of hazzing; but would not guarantee that substantialised items would hazz further items in every non-substantial category. Admittedly, Grice’s scheme as is absirace : and it would be necessary to make sure that it could have application to concrete cases.  It might also, even if concretely applicable, be only PARTIAL in character; it might, for example, provide for one kind of category (say “logical categories”), but leave other kinds of categories, like sensory categories, unprovided for. Grice’s scheme leaves room lor sub. categorial diversities within a given overall entegory, There might be distinctions between, for example, qualities of substances, qualities of quantities of substances, qualities of quantities of actions of substances, and so forth. All of these specific classes would fall within a general category of QUALITY: and there would be opportunity to legislate against any item's belonging to more than one sub-division. Within an already discriminated category or sub-category there might be a categorial distinction between substantializable and non-substantialicable items.There will be room 1o adopt a cruerion of realiy distinct frem the perhaps increasingly cedious Quineian condition of being "quantifiable over" One might, for example, insist that reality attaches, or full reality attaches, only to items which besides being izzers, being izzed, and being hazzed, are themselves haziers (that is, are susceptible to substantialisation).Since it cannot be assumed that a non-primary substantial will receive predicables in every non-substantial category, there is room for distinctions of richness between the range of categories from which predicobles apply to one huzzer, and that from which predicables apply to another; and these variations in predicationable richness could be used as a measure of degree of reality: the richer the realer, with primary substantials at the top. Having discussed two different suggestions about the possible location of semantic multiplicity associated with the notion of ist Grice expands. One would lie ta the range of maximally general specifications of the notion of existit (of the use of the verb to be' to signify existence). The other would lie in the use of the copula to signify different predication relations.  Both suggestions seem to have solid Aristotelian foundations. The categorial multiplicity of the term 'existit' and the distinction between different forms of predication relations are both well-established Aristochian docirines. So far, then, there might seem little room for a preference of one suggestion to the other. There are, however, two lines of reflection which in one way or another might upset this equilibrium. The first line of reflection would allow that Aristotle or an Aristotelian might have good reasons for secking TWO, rather than merely one, predication-relation, reasons perhaps connected with intuitively acceptable restrictions on the scope of transitivity, and with a desire to block such unwanted inferential moves as "Socrates is white, white is a colour, so Socrates is a colour.” (But cf. “Fido’s coat is shaggy; so Fido is shaggy”). But it remains true that nocharacterization hos been given of the concept of a predication-relation; and though certain formal properties may have been assigned to izzing and hazzing, it is not clear that these formal properties would by themselves be adequate guides for someone wanting to be told how to apply the terms izzing' and luzzing' to a particular case. It is not clear, either, whot extra formal supplementation could he provided, one would hardly suppose, for example, such relational terms to be susceptible of ostensive definition. It may then be that these relations do not (and presumably cannot) have a readily discernible character, a fact which if not a blemish at least creates a problem.  It is ultimately possible then that despite initial appearances the notion of a predization-relation is not well-defined, and indeed that apparent examples of such relations are illusory. This alternative line of reflection then, might confer better survival chances upon the first of the two suggestions here dstinguished. A different line of reflection, however, is one which Grice is certainly more inclined to take seriously. Unlike the previous one, this line of reflection would not lavour the attribution to Aristotle of one rather than the other of two viens about the location of a contain semantis multiplicity. It would rather suggest. or conjecture, that the attribution to Aristotle of either view would involve a misconception of Aristotle's position, unless it wore accompanied by a recognition of a certain not immediately obvious distinction. Enter pragmatics – and implicature. It would be a mistake to suppose Aristotle to be holding that exists est ‘signifies; a plurality of distinct universals and that therefore the existential 'is' bos a plurality of meaning; It would also he a mistake to attribute to Aristotle the view that the copulative 'is may signify one or another of lWo predication-relations thereby ‘signifying’ a plurality of universals, with the consequence that the copulative "is' has more than one meaning. What Aristotle is really proposing is a separation of — the question what an U universals is, — the question how many SIGNIFICATIONS an expression possesses. Aristotle is suggesting the possibility that a particular expression may have only one meaning sense or content and yet be used on different occasions to point to different universals. It is no doubt trus that historically universals were admitted to the realm of philosophical discourse in order to be items in which the meaning of particular expressions might consist. But this historical fact does not establish an indissoluble connection between universals and the meanings of a linguistic expression; and it should be modified or abandoned should subsequent rational reflection provide reasons for adopting such a ovurse. Grice is well aware that his suggestion, whether advanced on behalf of Aristotle or independently, that a distinction should be made between, on the one hand, the universal or universals, which either in general or on a particular occasion are pointed by the expression, and, on the other hand, the meaning or meanings of the expression in question, which is likely to give rise to a sense of shock. Grice suggests that susceptibility to this sense of shock will be independent of the question whether the person who feels it is friendly or unfriendly towards universals. Grice invites us to consider first the reaction of one who is friendly to universals. The philosopher may be liable to take the view that the reason for introducing universals in the first place was primarily, indeed exclusively, to equip ourselves with a range of items, each of which would serve as that which was meant, or as one of the things that was meant by significant expressions. This is what a universal does, and it is what they are supposed to do, and they do it perfectly well; it is not therefore in order te propose a severance of just that connection with meaning which gives universals a raison d'être. One who is unfriendly to universals can hardly be expected to be more sympathetic to the proposal, such a person might be unfriendly to universals either because, like Quine, while he is prepared to describe each of a multitude of expressions as being meaningful, be is not prepared to count as legitimate specifications of what it is that a meaningful expression means, or he is not prepared to allow that two distinct expressions may each mean the same thing. These denials are plainly linked; if it is legitimate to ask of two meaningful expressions, what it is that each mcans we can hardly preveat it from being the case, sometimes, that what each means is just the same as what the other means. Alternatively the enemy of universals might not wish to eliminate specifications of meaning or the possibility of synonymy; his position is rather that an adequate account of the full range of meaning-concepts can be provided without resort to universals. But the enemies of universals, from whichever camp they come, may well insist that one who, unlike them, is disposed to bring in universals is not at liberty to contemplate divorcing them from that connection with meaning which he will have to allow as underlying their claim to existence. Grice is not sure that such hostility to the general idea of divorcing the ‘signification’ of one or more universals from the possession of one or more meanings is as solidly founded as initially it appears to be. If I ask someone whether he knows the birth place of Cicero, he might reply in two quite different ways. He might say: “Certainly I do; he was born in Arpino.” Alternatively he might reply "I am afraid I do not. Cicero was born in Arpino, 1 am afraid I have never been able to get to Arpino so I don't know the place at all.’ The obvious difference between these two distinct interpretations of the question seems to me to be plainly connected with the functioning of certain pronouns as (a) indirect interrogatives (b) as relatives; in my example, the first reply claims knowledge where Cicero was born, the second claims ignorance of that place where (in which) Cicero was born. There are other ways of looking at the linguistic phenomenon presented by my example, which are not incompatible with the way just outlined. and indeed which may turn out to be useful complementaries to it. One might draw attention to a distinction between knowledge of propositions and knowledge of things, suggesting that what the first respondent claims is propositional knowledge, whereas, what the second respondent disclaims is thing-knowledge; the second respondent exhibits a certain bit of propositional knowledge but professes substantial ignorance concerning the item to which his propositional knowledge relates. There is of course no reason why these two states should not coexist. While we are directing our attention to this approach, we night bear in mind that one kind of knowledge might be dependent on the other. It might, for example, be the case that knowing a thing a consists in the possession of a perhaps indefinitely extended supply of pieces of propositional knowledge, all of which are cases of propositional knowledge which relates to x; or alternatively, knowledge of x might consist not in an indefinite supply of pieces of propositional knowledge about x, but rather in the possession of a foundation or a base from which such propositional knowledge may be readily generated. Yet a further idea to be considered begins with the recognition that definite descriptions like many other kinds of phrases may, within a sentence occupy either subject position or predicate position; as some might prefer to put it, "the birth place of Cicero" may be used either referentially or predicatively. It might then be suggested that in the mouth, or at least in the mind, of the first respondent the phrase "the birth place of Cicero" occurs predicatively, whereas in the case of the second respondent it occurs referentially, as, potentially at least, a subject expression. If we suppose the phrase to occur predicatively in a given cose, it will be necessary that one should be able to point to a mentioned or unmentioned item to which the predicate in question might apply: then, in the case of the first respondent in normal circumstances there will be some particular item which he thinks of as, or believes to be, the birth place of Cicero. The relevance of this discussion to the topic of meaning and universals is that it may with some plausibility be alleged that those who have invoked universals as the items in which the meaning or meanings of significant expressions consist are guilty of representing such a phrase as "knowing the meaning of the word 'watershed " as referring to knowledge of an object or thing, as knowledge of “that which” the word watershed' significs or means (where the pronoun "which' is a relative pronoun); whereas, in fact, the phrase plainly refers to knowing what the word ‘watershed’ – or ‘runt’ means where the pronoun 'what' is indirectly interrogative rather than relative. The theory of universals as meaning, then, rests on a syntactical blunder; that this is so is attested by the fact that in principle at least the caning of an expression E, may be identical with the meaning of the expression E’ but plainly to know the meaning of E, is not the same as to know the meaning of E’. This attack on the historical genesis of the concept of a universal as the focal element in a certain kind of anti-nominalistic theory of meaning, might encounter the following response. It might not be denied that the kind of syntactical blunder, which I have been attempting to expose, is in fact a blunder and has indeed been committed by some who have championed the cause of universals. It is, however, a remedial blunder which can be rectified, ultimately not only without damage, but even with advantage to the view of universals as the primary constituents of meaning. Once universals are admitted, they can be, and should be, thought of and accepted as being those items which are the meanings of this or that element of language. In the end, then, knowing the meaning of an expression E would emerge as knowing what E means, rather than what an utterer U means by uttering E, that is, as propositional knowledge connected with interrogative pronouns rather than as thing-knowledge connected with relative pronouns. So everything comes right in the end; and the tie between universals and meanings cannot be put asunder. This defence of the inviolability of the link between the concept of a universal and ‘signification’ may be ingeniously contrived, but is not, I think, irresistible. If the specification of meanings were to provide not merely a useful mode of employment for universals once they are recognized as being around, but rather the sole justification and raison d’être of the supposition that they are around, the specification of meaning would have to be not merely something that can be commodiously done with universals, but rather something which cannot be done or fully done without universals. To my mind this stronger requirement cannot be met. There are, I think, some cases of expressions E such that knowing the meaning of E cannot comfortably be represented as knowing, with respect to some acceptable entity that it is that to which the description "the (a) meaning of E" applies. I offer two examples: If Grice were to say "The wind is blowing in the direction of Arpino", any normally equipped Greek, Latin, English, or Italian speaker would know the meaning both in general and on the current occasion of the phrase ‘in the direction of Arpino’; that is to say he would know both what in general the phrase means and what Grice meant by it on the occasion of utterance. But such examples of knowledge of the meaning in general, and also the meaning relevant to a particular occasion, of a particular phrase, so far as 1 can sec, neither requires, nor is assisted by, the specification of an admissible entity which is to be properly regarded as that to which the description ‘the meaning of the phrase ‘in the direction of Arpino’’ applies, either generally or on this occasion. It is unlikely that there is such an admissible entity, the phrase 'in the direction of Sacramento' does not seem to be one which applies to any particular entity; and even if it were possible to justify the claim, such a justification seems hardly to contribute to one's capacity for knowing what such a phrase means.  By a precisely parallel argument I may know perfectly well what is ‘signified’ by ‘the inducement which I offers you for looking after my farm in Sibila', even though I am neither helped nor hindered by the presence or absence of any thought to the effect that there is some admissible item which satisfies the description "the signification of the phrase 'the inducement which I offer you for looking atter my farm in Sibile' " Before leaving this topic, Grice makes two further comments. First, the fact that the conection between universals and meanings may not be inviolable does not dispense someone who wishes to modify it from obligations to make clear just what changes he is making; second, if a theory of meaning should fail to provide an indispensable rationale for the introduction of universals, it might turn out to be incumbent upon a metaphysician to offer an alternative rationale. But this question will have to wait for another occasion. Let us for the moment retain an open mind on the nature of Aristotle's views about the connection between the unification of multiplicity of signification and the presence or absence of identity of ‘signification’. Aristotle lists a number of modes of this kind of unification which I shall consider one by one. As one embarks on this enterprise one might well bear in mind the possibility that the list provided by Aristotle might not be intended to be exhaustive; and that the number and proper characterization of the modes which do occur in Aristotle's list is sometimes uncertain. Aristotle refers to cases in which a general term is applied by reference to a central item or type of items as ones in which there is a single source for a contribution to a single end. It is not clear whether he is giving a single general description or a pair of more specific descriptions each of which applies to a different sub-class of examples. I know no way of settling this uncertainty. The modes of unification actually listed by Aristotle consist in (a) what Grice dubs, with deference to Peano, recursive unification in which the application of each member of a range of predicates is determined by the conditions governing the application of a primary member of that range, and as opposed to both what Grice, with deference to Owen, calls focal unification (unification which derives from connection with a single central item), and analogical unification, in which the applicability of one predicate or class of predicates is generated by analogies with other predicates or classes of predicates, I shall consider these headings in order. The cases of Peanoan recursive unification are primarily, though not exclusively. mathematical in character; they are also cases in which what one might call the "would-be" species of a generic universal stand to one another in relations exemplifying priority and posteriority. The Platonists – or academia, as Cicero prefers --, so Aristotle tells us, regarded such priority and posteriority as inadmissible between fellow species of a single genus. Aristotle does not explicitly subscribe to this view, but he does not explicitly reject it and is liable to act as if he accepted it. Grice suggests that ‘number’ and ‘soul’ fall under this type of unification – vide his “Method in philosophical psychology: from the banal to the bizarre”. Why should priority and posteriority stand in the way of being different species of a single genus? Why should not different numbers be distinct species of the genus number? In the case of numbers, End. Eih. (121%aff.) attempts a reductio ad absurdum: if there were a form (universal) signified by "number" it would have to be prior to the first number, which is impossible; this argument might be expanded as follows: consider a sequence of "number-properties" (Pl, p?..., e.g., 2-ness, 3-ness ...): such a sequence satisfies, inter alia, the following conditions. For any x and for any n 1, x instantiates Pi entails x does not instantiate pa-' (nor indeed any P'). For any x and for any n * 1, x instantiates P" entails something y (* x) instantiates pr-/If P™ = P', no counterpart of (a), (b) holds; so Pl is the first number. If the fulfillment of the above conditions is to be sufficient to establish a sequence of properties as a sequence of number properties, then there cannot be a universal number; if there were, it would, like any genus, be prior to each of its species, and so prior to Pl; but since P' is the first number it cannot have a predecessor and so nothing can be prior to it. There seem to be two objections. It is by no means clear that the above conditions are sufficient to guarantee that a sequence of properties is a sequence of number-properties. Even if they were, one part of them would not be fulfilled in the case of Pl and being a number; if x instantiates Pl (viz., 2-ness), x, not something other than x, will instantiate being a number, a set whose cardinality is 2 itself instantiates being a number (as a cardinality). If this route to a denial of the existence of a generic universal number fails there are two further possibilities. One might attempt to represent conformity to a "standard" genus-species-differentia model as being not just an acceptable picture of situations in which a more general universal has under it a range of subordinate universals which are its specializations, but as being constitutive for such examples of the existence of the more general universal. The slogan might be "For there to be a universal U, with specializations U,, U,, ..., U,, U has to be the genus of those specializations with all that that entails" (or, more briefly, "no specialization without species"). The justification for such a claim will not be easy to find. While, intuitively. one might be prepared to accept the idea that a more general universal must be independent of its specializations in that the non-emptiness of the general universal should be compatible with the emptiness of any particular specialization (though not of course with the emptiness of all specializations), it does not seem intuitively acceptable to make it a condition of the existence of U that any pair of specializations U, and U2 should be in this sense independent of one another. One might try a simpler form of argument. If the special cuses for the application of a general term E, that is to say, the universals U, ... U, are united by a single ordering relation R into a series 5, the elements of which [U, ... U.] cover every item to which E applies, and only such items, then we do not need a generic universal U; its would-be species U, ... U, are already unified by membership of the series S. The expression "being an instance of some universal in the series S" is of course applicable to anything to which E is applicable; but this expression does not even look like the name of a gonus. Another, more Oxonian, indeed more Corpus, sice it was Owen’s -- mode of unification to which the alleged multiplicity of ‘significations’ may be susceptible, that of, to use Owen’s verbiage, focal unification, is discussed at length by Aristotle in Metaphysics. – who incidentally, never read Owen! In Metaphysics Aristotle brings up two of his favourite – Grice’s Oxford pupil, Strawson, said ‘stock’ -- examples, the applications of the sanus and medicalis. Aristotle indeed states that everything to which sanus or sanum or sana applies – never mind the plurals -- is related to, in one way or another, the focal item of sanitas, -- an universal if ever there is one --. One item, in the that the item *preserves* sanitas; another item that in that the item *produces* it; an yet another in that the item is a symptom of sanitas; an fourthly, another item, because it is an item which is capable of it. Similar considerations apply to applications of medicalis. An item which is medical is relative to the medical art, another item being medical because it possesses such an art; yet another item because it is naturally adapted to the medical art; and another item because it is a function of the medical art. On the most obvious interpretation of the passage, Aristotle seems to be implicating that standard analysis of ‘signification’ will be right in supposing the applicability of an adjective such as sanus or medicus to a particular item depending on the relationship of the item to an associated ‘universal’ – sanitas --, but wrong in supposing that the relationship in question is invariably that of instantiation – ; there are more ways of killing a cat than skinning it. There are other sorts of relationship that may be conversationally involved, especially in Athens, where they did little but engage in sophistries! There is, however, a less obvious, if more enlightening, position which Aristotle might have been taking up. According to this position, Aritstotle, or any graduate from the Lycaeum, say, would be maintaining, with respect to this or that universal, that the only way in which an individual items may be related to this or that universal is indeed that of instantiation, but that there will be other items which will indeed be general items, though not this or that universal. To such an universal, this or that individual items may be related in a variety of ways which are quite distinct from instantiation. The relative merits of these two ideas will be a matter for debate, and Owen’s interest was focalised at this point. The focal mode of unification, in any case is of special interest in Grice’s enquiry since Aristotle states, and quite plainly too, that this is the mode of unification which applies, in Owen’s interpretation, to the multiplicity of ‘signification’ connected with ‘A est B’ – rather than the previously discussed recursive unification, or, say, analogical unification. While Owen is wrong about the focus being on the existence – or ‘quantified existentials’, to use Warnock’s happier phrase --  two categorially different items may all be said to be, by virtue of different kinds of connections which they have to some focal (to use Owen’s verbiage) item, which will be intimately and ultimately connected with the notion of a substance that exists as a spatio-temporal continuant, to use Grice’s pupil Strawson’s verbiage bow. This central item might be an individual substance or, more likely, it might be the notion of substantal type, or, if you’re not enough of a Russellian, kind: any item which izzes this type or kind would be an individual substance, and, therefore, it would exist. But a non-substantial item may also be said to be, by virtue of their relationship -- different in different cases, of course -- to the same central or focal item. Some item may be said to be because it is an affection, a quality, of a primary substance. Think a Rylean agitation. Another item one may be willing to say to be merely because it (or he or she) is a process towards substance – think Whitehead --, and so forth. It is pretty diaphanous that the Stagirite habitually thinks of the focal item as being indeed a universal, or at least some kind of pretty general entity. But such restriction is hardly mandatory, nothing prevents the focal item from being a straight particular out of Strawson’s Individuals – his essay in descriptive metaphysics – a kind of odour, say – elaborated while joining Grice for their joint seminars in ‘Meaning’ at Oxford. Consider the adjective Cockney, for Strawson almost was one,or French or italiano as it occurs in the phrases, "French citizen",  citadino italiano, "French poem", poema italiano, "French professor". professore italiano. The following features are perhaps significant: (1) The appearance of the adjective in these phrases is what I might call "adjunctive" rather than "conjunctive" or "attributive". A French poem, is not as I see it, something which combines the separate eatures of being a poem and being French, as a fat philosopher would simply combine the features of being fat and of being a philosopher. "French" here occurs, so to speak, adverbially. (2) The phrase French citizen or citadino italiano standardly ‘signifies’ ‘citizen of France’ or ‘citizen of Italy’, while the phrase French poem or poema Italiano standardly ‘signifies’ "poem in the French language,’ or ‘poem in the Italian language’ (Sicilian if Pirandello, as Pirandello would hasten to add). But it would be a mistake to suppose that this fact implies that there are two (indeed more than two) ‘signfiications’ or Fregean ‘senses’ of the French or italiano – or siciliano. The expression French or italiano has only one – unified – ‘signification,’ viz. ‘of or pertaining to France’ or ‘of or pertaining to Italy.’ French, or italiano, will, however, be what one might call 'context sensitive,’ as Grice suggests in ‘The theory of context’ – Let’s put the theory of context into context. One might indeed say, if you like, that while it has only one ‘signification’ or Fregean sense, French or italiano has a variety of ‘signfiications’-in-context. That is: relative to one context, French or italiano ‘signifies’ ‘of France’ or ‘of Italy,’ as in the phrase French citizen, or citadino italiano. Relative to another context French or italiano ‘signifies’, ‘in the French language,’ or ‘in the Italian language,’ as in the phrase French poem, or poema italiano. Whether the, to use Owen’s epithet, focal item is a ‘universal’ or a mere particular is quite irrelevant to the question of the ‘signification’ of the adjective. To use Aristotle’s example, the medical art is no more the ‘signification’ of medical, as France or Italy is the ‘signification’ of French or italiano. As a concluding observation Grice remarks that, while the attachment of the long-awaited, life-saving appropriate conversational context may well suggest an interpretation in context of a given expression or conversational move, it need not always be the case that even such suggestion is indefeasible. It might be for instance that French poem or poema italiano would have to ‘signify’ ‘poem composed in French,’ or ‘poem composed in Italian,’ unless there are counter indications. In which case, perhaps, the phrase might mean ‘poem composed by a French competitor’ (in some competition) or ‘poem composed by an Italian competitor (in another competition). Now, for the phrase French professor or professore italiano there would be at least two obvious ‘significations’ in context. The ‘disambiguation’ would depend on the wider conversational context that makes for the circumstances of utterance of the conversational move (He was an Italian professor – no more).  Grice turns to a third mode of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and what is possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what Grice is calling this unification or aequi-vocality the multiplicity of significations may arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in which the application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for by an analogy detectable within that range. More explicitly, an analogy between the specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, … Un, which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets or expressions, the application of which to a given range of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so understanding is in the soul with the implicature that this fact accounts for the application of see both to a case of optical vision and a case of intellectual ‘vision.’ He also suggests that analogy is responsible for the application of the calm both to an undisturbed body of sea water and to an undisturbed expanse of air. Such offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but the influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view, that the application of good is attributable to the fact that within one category C1 items which are good are related to an item in general belonging to that category, in a way which is analogous to the way in which a good item (say, a good cabbage) in some second category C2 is related to the general run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about good would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification via aequi-vocality, and would not give us any general account of such unification. Grice adds that little supplementary assistance is derivable from those who study general concepts. Such philosophers seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, and her sisters: metaphor, simile, allegory, and parable. So far as Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just is alleged to consist in a due proportion between return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitative relationship gets converted into a non-quantitative relation of correspondence or affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be an inspired conjecture. Grice takes as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. Grice expects this to involve the detection of an analogical link between the exemplifications of the variety of this or that universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen is grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of these would be examples of shifts in respect of what might be termed a syntactical metaphysical or ontological category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved ‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by the application of th expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the physical substance itself but some accident of the substance may also be said to grow. Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from others. These will be connected with differences in some sub-category within the category of substance within which fall different sorts of items which may be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing. The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say, vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose, internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human being, the kind of development which may be involved in the grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor (as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification. Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si. Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,: but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or identification of Sy, every law which determines whether or not a particular item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to those properties which are central to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we assume that the properties which are central to being an S, are the properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to sight. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct. The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the two central theories. The best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort. But Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this or that concept of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical. Examples of such unregimented classificatory concepts might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that in many ways their general character or metier might run parallel to that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such concepts would be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an investor or a vehicle will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically even stereotypically done by an investor or a vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of ‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of ‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning, or Fregean sense.  Grice concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the analogy-based unity account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of an initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’ and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to raise not the general question whether, despite what he calls the school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of connection like that involved in metonymy or synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same form of connection may be available in both cases, and either case may in turn well be found to correspond with the range of such different figures of speech which conversational practice may typically employ for the effect of implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose, encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity -- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready made, any vast array of forms of description and explanation from which to select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way, the character of the capacities on which we rely.  Grice confesses to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is veiled under the guise of unification, but the spirit lives on!  References  Abbagnano La critica kantiana consiste nel dire che l’intera psicologia razionale si fonda su di un « paralogisma » cioè su un errore formale di ragionamento o su un equivoco [H. P. Grice: aequivocality]: nel senso che assume come oggetto di conoscenza, a cui sia applicabile la scienza e, spesso, ridotta alla stessa coscienza. Quest’inversione del rapporto tra A. e coscienza per cui la coscienza, da via d’accesso alla realtà-A., si trasforma in questa stessa realtà, è egualmente evidente nelle due grandi correnti della filosofia ottocentesca, l’Idealismo e il Positivismo. Hegel, per es., considera l’A. come il primo grado dello sviluppo dello Spirito, che è la coscienza nel suo grado più alto, cioè Auto-coscienza; e la configura come « Spirito soggettivo », cioè come lo spirito nell’aspetto della sua individualità. Ed ecco come egli descrive il processo dello Spirito soggettivo: « Nell'A. si desta la coscienza; la coscienza si pone come ragione che si è immediatamente destata alla consapevolezza di sè; e la ragione mediante la sua attività si libera col farsi oggettività, coscienza del suo oggetto» (Enc., $ 387). Il primo di questi momenti, cioè il destarsi della coscienza, è l’anima. Ad essa Hegel riconosce le caratteristiche tradizionali (sostanzialità, immaterialità), ma in un senso in cui queste caratteristiche possono essere riferite alla coscienza. « L’A., egli dice, non è immateriale soltanto per sè ma è l’immaterialità universale della natura, la sua semplice vita ideale. Essa è la sostanza e quindi il fondamento assoluto di ogni particolarizzamento e individualizzazione dello spirito, di modo che lo spirito ha nell’A. ogni materia della sua determinazione e l’A. resta l’idealità identica e prevalente di questa. Ma in tale determinazione ancora astrapreparare e di fondare una « scienza » dei fatti psichici che avesse lo stesso rigore delle scienze della natura. In questa direzione già il termine « A. » appare improprio e viene spesso sostituito dal termine spirito (v.); e in questo senso Stuart Mill, dice, per es., che lo spirito (mind) è la «serie delle nostre sensazioni» con in più « un'infinita possibilità di sentire» (Kant ritenne l’aggettivo «sommo» EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality]  giacchè esso può significare sia supremo (supremum) sia perfetto (conBENE SOMMO summatum). CHIACCHIERA (ted. Gerede). Secondo Heidegger uno dei modi d’essere dell’uomo nella vita quotidiana ed anonima (insieme con la curiosità [v.] e l’equivoco [v.]). La C. non è un termine dispregiativo ma indica un fenomeno positivo che costituisce uno dei modi (l’inautentico) di comprendere il mondo e di viverci dentro. La C. rompe il rapporto del linguaggio coi fatti. Sicchè ciò che viene detto acquista un carattere d’autorità e si implica che «la cosa stia appunto così come si dice » (Ste questo farsi è la chiarificazione. Scheler ha mostrato l’equivoco di questo presupposto che in realtà confonde la C. (che è simpatia e partecipazione emotiva) con il contagio emotivo. Al contrario, nota Scheler, «la C. è assente tutte le volte che c’è contagio della sofferenza, giacchè allora la sofferenza non è più quella di un altro ma la mia, ed io credo di potermici sottrarre evitando il quadro o l’aspetto della sofferenza in generale» (Sympathie, cap. II, $ 3). Per l’appunto quest’avvertenza fondamentale si è tenuta presente nel caratterizzare la C. al principio di questo articolo. UNIVOCO ED EQUIVOCO [H. P. Grice: aequivocality] (gr. suvevupoc, sudvupog; lat. Univocus, Aequivocus; ingl. Univocal, Equivocal; franc. Univoque, Équivoque; ted. Eindeutig, Aequivok). Questi due termini hanno avuto definizioni diverse a seconda che sono stati riferiti all'oggetto o al concetto (o nome). 1. Aristotele li riferì all'oggetto e intese per univoci (o sinonimi) gli oggetti che hanno in comune sia il nome sia la definizione del nome: così, ad es., sia l’uomo che il bue si dicono animali. Chiamò invece equivoci [H. P. Grice: aequivocality] (od omonimi) gli oggetti che hanno in comune il nome mentre le definizioni richiamate dal nome sono diverse: in questo senso si chiama animale sia l’uomo sia un disegno (Cat., I, 1a 1-11). Queste definizioni ricorrono frequentemente nella scolastica (per es., Pietro Ispano, Summ. Log., 3.01) e si mantengono anche in logici più recenti (ad es., Jungius, Logica Hamburgensis, 1, 2, 4-9). 2. La logica terministica ritenne «improprio» il riferimento dei due termini agli oggetti e ritenne che essi si dovessero riferire propriamente soltanto ai segni e cioè ai concetti o nomi. Da questo punto di vista, le definizioni di Ockham sono le seguenti. «U. è o la voce o il segno convenzionale che corrisponde a un solo concetto o, più strettamente, è ciò che si può predicare di per sè di più cose o è il pronome dimostrativo di una cosa. Equivoco [H. P. Grice: aequivocality] dall’altro lato è il nome che, significando più cose, 900 non è subordinato a un unico concetto ma è unico segno di più concetti o intenzioni dell’anima. L’U. può derivare o dal caso, come accade quando il nome Socrate viene imposto a più uomini, o da una deliberazione quando si impone un certo nome a certe cose e lo si subordina a un solo concetto e poi per la similitudine di questo concetto con altri si estende ad altri il nome stesso» (Summa Log., I, 13). Le definizioni terministiche dei due termini sono quelle che si danno anche oggi dei termini stessi. Le discussioni medievali sulla natura dell’univocità avevano nel Medio Evo un’immediata risonanza teologica, per la disputa tra i sostenitori dell’univocità e quelli dell’analogicità dell’essere (v. ANALOGIA). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Galliate, Novara, Piemonte. Essential Italian philosopher. Some Italians do not consider Varzi an “Italian” philosopher in that his maximal degree was earned elsewhere! If philosophy is a branch of the belles lettres, part of Varzi’s essays belong in English literature. He has written on ‘universal semantics.’ All'Trento. Grice: “Varzi rather freely uses ‘universal’ as in ‘universal semantics’ – while my own pragmatic rules have been challenged universal status, by, of all people, Elinor Ochs!” Grice: “Some Italians consider Varzi a specimen of ‘brain drain’ in more than one way: his maximal degree was obtained without Italy, not within Italy, and not in Italian – plus the fact that he is at Colombo’s Columbia!” Esponente della filosofia analitica, è noto principalmente per le sue ricerche di logica e per il suo contributo alla rinascita degli studi in ambito di metafisica e ontologia. Laureatosi a Trento con una tesi, “La logica libera” stato insignito della Targa Piazzi per la ricerca scientifica e del Premio Bozzi per l'Ontologia. Dopo un periodo dedicato soprattutto allo studio dell'immagine del mondo propria del senso comune, si è indirizzato progressivamente verso posizioni di stampo nominalista e convenzionalista, nella convinzione che buona parte della struttura che siamo soliti attribuire alla realtà esterna risieda a ben vedere nella nostra testa, nelle nostre pratiche organizzatrici, nel complesso sistema di concetti e categorie che sottendono alla nostra rappresentazione dell'esperienza e al nostro bisogno di rappresentarla in quel modo. Noto anche per la sua attività divulgativa, spesso in collaborazione con Casati, ispirata al principio secondo cui la filosofia è una sfida in cui il pensiero parte dalla semplicità delle cose quotidiane e ne mostra la meravigliosa complessità. Saggi: “Semplicemente diaboliche” (Laterza); “L’amicizia” (Orthotes); “I colori del bene, Orthotes,. L'incertezza elettorale (Aracne). Le tribolazioni del filosofare. Comedia Metaphysica ne la quale si tratta de li errori et de le pene de l’Infero (Laterza); Il mondo messo a fuoco, Laterza, Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi di immaginazione filosofica, Einaudi, Ontologia, Laterza, Semplicità insormontabili storie filosofiche, Laterza, Parole, oggetti, eventi e altri argomenti di metafisica, Carocci. “Logica” McGraw-Hill Italia,  Buchi e altre superficialità, Garzanti. Studi: Casetta e Giardino, Mettere a fuoco il mondo. Conversazioni sulla filosofia di V., Isonomia Epistemologica,  Calemi, V.. Logica, semantica, metafisica (Albo Versorio, Milano); Il mondo messo a fuoco, Laterza. Dal risvolto di copertina di Semplicità insormontabili, Laterza. Da questo libro è stato tratto lo spettacolo teatrale Insurmountable Simplicities, per la regia di Glick, presentato dall'All Gone Theatre Company all'edizione  del New York International Fringe Festival. Biografia "negativa" di V., su columbia. Intervista ad V. di Caffo, Rivista italiana di filosofia analitica. Achille Varzi. Varzi. Keywords: ‘universal’, Grice on universal in ‘Aristotle on the multiplicity of being’. – section: universals in Meaning. Refs.:  Luigi Speranza, "Grice e Varzi: semantica filosofica," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasa: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della RAGIONE E LA LIBERTÀ – filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aggius). Abstract. Keywords, liberus, free fall. Flosofo sardo. Aggius, Sassari, Sardegna. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Società Filosofica Italiana Congresso Nazionale L'Aquila. Nacque al paese della Gallura di forte e suggestivo paesaggio e di forti vicende. Compiuti in anticipo gli studi secondari, anda a studiare filosofia a Milano dove si laurea. Insegna nel liceo ginnasio “Arnaldo” di Brescia. Dove interrompere l’insegnamento a causa della sua partecipazione alla Resistenza con il gruppo che fa capo a Parri. Alla fine della guerra riprese l’insegnamento a Milano nel liceo classico Carducci nel liceo ginnasio Manzoni. Ottenne la libera docenza. Assistente volontario e poi incaricato di filosofia, Milano. Vincitore di un concorso a cattedre di filosofia teoretica, chiamato  a Cagliari e Firenze. Rimase sempre fortemente legato al paese natale. Il Comune di Aggius ne ha conservato la memoria.  Negli anni di formazione, si trova a partecipare al tentativo condotto da BONTADINI, di cui era allievo e amico, di superare la contrapposizione tra la scolastica e l’idealismo, comprendendo e assimilando quanto della metafisica hegeliana e cristiana era in questo indirizzo. In questa operazione prende una sua via personale. Abbandona l’interesse metafisico simpatizzando per l’attualismo di GENTILE (vedi) per quanto esso restituiva all’uomo dignità e responsabilità, mettendone tuttavia in luce l’impossibilità di una fondazione logica. Nacquero così le indagini sulla logica di Hegel che portarono a rilevanti osservazioni critiche riguardo all’idealismo. Con l’idea che i valori immanenti costituiscono l’orizzonte trascendentale nella prassi razionale ed etica dell’uomo vienne a cadere per V. l’opposizione di immanenza e trascendenza.  Nella comune partecipazione alla Resistenza si lega di amicizia con PRA (vedi), filosofo di profonda esperienza religiosa e sociale e innovatore della storiografia filosofica. Tramite PRA, V. entra in contatto con BANFI, che rappresenta la scuola filosofica milanese. Nel confronto con il razionalismo critico di BANFI, che mira a chiarire una struttura della ragione nel solco della tradizione kantiana, V. pensa ad un razionalismo che anda oltre ogni struttura presupposta della ragione verso un orizzonte di possibilità non ancora prevedibili. Questo comporta l’idea della ricerca di una logica della possibilità. Si pone così quella proposta filosofica detta “trascendentalismo della prassi”, radicalmente critica e programmaticamente aperta, e che venne difesa da PRA e Vn, sia nella «Rivista di storia della filosofia» fondata da PRA, sia nei Congressi della “Società filosofica italiana” ri-nata dopo lo scioglimento imposto dall’autorità del FASCISMO. Il “trascendentalismo della prassi” è contrapposto al "teoricismo", inteso come il carattere di tutta filosofia che presuppone un principio di datità del reale e del valore, cioè di tutta filosofia metafisica. Il trascendentalismo della prassi non vuole essere una teoria, ma un atteggiamento pratico possibile, effettivo, che riconosce la temporalità della prassi e ne rivendica la libertà e la responsabillità. La proposta del trascendentalismo della prassi, che è immediatamente critica del pensiero di CROCE e GENTILE, ma che investiva tutti gli indirizzi contemporanei, è il modo più radicale del domandarsi dopo la guerra, sul métier della filosofia. La «Rivista di storia della filosofia» costituì il contatto con il “neo-illuminismo”, che, animato da ABBAGNANO (vedi), avendo come centro Torino, collega e confronta in convegni periodici i nuovi indirizzi metodologici e anti-metafisici. Affermatisi gli indirizzi della fenomenologia trascendentale, della filosofia analitica e dell’empirismo. Con il suo metodo, caratterizzato dall’apertura e dalla tensione critica ad un continuo “andar oltre”, V. da di essi interpretazioni originali in numerosi studi e seminari. La sua ricerca, ora caratterizzata come razionalismo della prassi, continua a mettere in discussione ogni naturalismo limitativo della libertà della persona. Conferma così l’idea di una “via negativa alla filosofia” a cui siamo costretti in mancanza di principi universali oggettivi o di autorità universali nella prassi. Questa negazione confuta la tematizzazione ingenua del mondo, mette fra parentesi la tradizione, toglie l’unicità di senso al nostro rapporto con la realtà e, aprendo la ricerca alla prospettiva di generalizzazioni nuove, risponde al bisogno della persona di costruirsi e perseguire finalità proprie.  Per influenza dell’amico GEYMONAT, e in discussione con lui, V. vide concretamente nelle scienze in sviluppo l’orizzonte effettivo delle possibilità razionali, pertanto si cimentò nella comprensione di esse attraverso l’epistemologia e la logica. Esamina il moderno formalismo logico-matematico di Russell; l’analisi del linguaggio (formale ed ordinario) di ‘Vitters’; il convenzionalismo logico e linguistico che egli coglieva nell’empirismo di Carnap e nella discussione di Quine sull’ontologia; lo stesso svolgimento dell’epistemologia dagli inizi col circolo di Vienna ai successivi sviluppi autocritici e “liberali”; le rivoluzioni concettuali delle scienze. Sono tutti problemi che hanno all’origine e segnalano una crisi del fondamento. V. vuole chiarirli leggendovi la sollecitazione a porre fra parentesi ad aggredire o a variare all’infinito ogni “conoscenza, di spazi e tempi, di atomi, masse e cause naturali. La sua ricerca mantene così l’etica dei fini umani. La logica è anche logica della Speranza. La filosofia ritrova il senso originario di “amore della saggezza”. Saggi: “Il problema della ragione” (Bocca, Milano); “Ricerche sul razionalismo della prassi” (Sansoni, Firenze); “Logica, scienza e prassi” (Nuova Italia, Firenze); “Logica, religione e filosofia” (Angeli, Milano); “Logica, scienze della natura e mondo della vita” (Angeli, Milano); “Poeti di Aggius. Michele Andrea Tortu, Pisanu (Antologia di Lepori con prefazione, traduzione e note di V.), Nota introduttiva di Pirodda, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro. “Il Trascendentalismo della prassi, la filosofia della Resistenza. Sandrini, Mimesis, Centro Internazionale Insubrico, Milano. In memoria di V., filosofo della modernità, La Nuova Sardegna, Treccani: V. Ragione e libertà. Saggio sul pensiero di V. V., Una discussione con Bontadini su metafisica e filosofia, in Studi di filosofia in onore di Bontadini, Vita e Pensiero, Milano I saggi di V. sono raccolti in “Logica, religione e filosofia: Scritti filosofiici”. Memoria di Gentile, in Giornale critico della filosofia italiana, Vedi Croce, Le cosiddette ‘riforme della filosofia’ e in particolare di quella hegeliana, a proposito del saggio di V. su RUGGIERO (vedi) -- Quaderni della Critica, poi in Indagini su Hegel, Laterza, Bari. Pra, La filosofia italiana oggi, Rivista critica di storia della filosofia, Sul trascendentalismo della prassi, in Il problema della filosofia oggi. Atti del Congresso nazionale di Filosofia (Bologna,  promosso dalla SFI, Bocca, Roma-Milano, Vedi: saggi come l’Introduzione alla trad. Di Husserl, L’idea della fenomenologia (Rosso), Il Saggiatore, Milano,  Logica e religione di fronte al compito di una possibile unificazione del sapere, in «Il Pensiero», L’ateismo religioso di Wittgenstein, in «Archivio di Filosofia», (Esistenza, Mito, Ermeneutica), e le lezioni raccolte nel volume Logica, scienze della natura e mondo della vita. V., Logica, scienze della natura e mondo della vita.  La frase (di V.) compare nella presentazione editoriale del volume Logica, scienza e prassi. Luporini, Casari, Pra, Geymonat, Marinotti, Ricordo di V.. Corsi, seminari, Olschki, Firenze, Natale, Storicità della filosofia e filosofia come storiografia. Un dibattito tra filosofi italiani in Dentro la storiografia filosofica. Questioni di teoria e didattica (Dedalo, Bar). Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica, Milano. Marinotti,  Handjaras, “Ragione e libertà: la filosofia di V., Prefazione di Pra (Angeli, Milano); Pra, Filosofi del Novecento, Angeli, Milano, vi è raccolto il contributo già in, Ricordo di V. (Olschki, Firenze); Monti, Religione e prassi in V., in «La Fortezza. Rivista di studi», Liberalismo etico e prospettive razionalistiche in V., Etica e scienza. Saggi di filosofia, Carocci, Roma. Sandrini e Al., V. uomo e filosofo (Atti del convegno di Aggius. Comprende: relazioni di Sandrini, “L’eredità vasiana”. Lecis, Viaggio verso una meta incerta. L’universo dei mondi possibili di V.; F. Minazzi, La strada per Megara e l’irriducibilità della libertà umana. Il problema della ragione nel trascendentalismo della prassi di V.; E. Palombi, Sul senso dell’uomo nel pensiero di V.; alcuni brevi Scritti e testi inediti,  Minazzi e Sandrini, in «Il Protagora», poi in volume con lo stesso titolo, Barbieri, Manduria. Marinotti, Ragione e prassi in V. e in Geymonat. Memoria di una discussione filosofica e di un’amicizia, in Geymonat un maestro del Novecento. Il filosofo, il partigiano e il docente, Minazzi, Unicopli, Milano; Rambaldi, La formazione di V., in Pala filosofo laico, appassionato delle scienze. Studi e testimonianze, Maiorca, Cuec, Cagliari, Rambaldi, Da Gentile a Hegel. Trascendentalismo e anti-fascismo in V.. Con un’appendice di testi e documenti, in «Rivista di storia della filosofia». Andrea Vasa. Vasa. Keywords: liberta, freedom. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vasa: ragione e liberta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vasa.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vasoli: la ragione conversazionale e l’implicatura a MERTON ecc – la scuola di Firenze – filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract: medieval. Keywords: medieval. Grice: “They said we were frivolous, but what about those mediaeval discussions about how many angels could dance on the tip of a needle? -- Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia italiano. Si formato con GARIN (si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di filosofia morale. Al suo maestro è rimasto sempre profondamente legato, riprendendo e sviluppandone in modo originale temi e motivi.  Assistente e libero docente e incaricato di Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà di filosofia a Firenze. È stato professore ordinario di storia della FILOSOFIA MEDIEVALE a Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di storia della filosofia, quindi di storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore honoris causa della Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei Lincei.  Autore di una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si ricordano:  La filosofia medievale (Feltrinell), La dialettica e la retorica dell'Umanesimo: "Invenzione" e "Metodo"  (Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e Rinascimento (Palumbo) Magia e scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La filosofia moderna (Vallardi) La cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento (Guida) Tra maestri, umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi: studi sulla cultura (Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento (Mondadori) L'enciclopedismo  (Bibliopolis) Ha inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il Defensor minor di Marsilio da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis, l'edizione critica del Convivio d’ALIGHIERI (Ricciardi).  Si è poi dedicato allo studio delle idee filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI (si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin, Marsilio da Padova), e, in particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA ed al rapporto tra le varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle nuove concezioni rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari esperienze etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia italiani Italiani Italiani Nati a Firenze Morti a Firenze.  La filosofia medioevale Storia della Filosofia La filosofia medioevale Il pensiero filosofico del Medioevo, dai mani-  chei ai nominalisti, da Ockham a Maestro  Eckhart, da S. Ag ostino a S. Tommaso, visto  in continuo, costante riferimento con l’am-  biente culturale, politico e sociale. Gli aspetti  ideologici delle dottrine e il loro peso effettivo  ‘nella società medioevale — sulla teologia, sul-  le concezioni della politica e dello stato —  vengono ampiamente analizzati e portati in  primo piano, offrendo al lettore un panorama  quanto mai affascinante dello sviluppo storico  e del significato culturale e politico delle varie  filosofie. In questo quadro denso di fatti, di  notizie, di osservazioni, di riferimenti, una  speciale attenzione è rivolta dall’autore alla  organizzazione della cultura, al formarsi delle  università, alla nascita degli ordini mendican-  ti, insomma a tutte le forme di vita teorica e  pratica del Medioevo, in cui si è riflessa in  maniera decisiva l’attività filosofica.    La filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il  primo, in ordine di pubblicazione, di una se-  rie di volumi affidati a diversi studiosi, che  costituiranno un’organica storia della filosofia.  Seguiranno a questo i volumi dedicati alla  Filosofia antica, alla Filosofia nell'età del Ri-  nascimento, alla Filosofia moderna e alla Filo-  sofia contemporanea.    Quest'opera intende offrire a un pubblico colto, ma non necessariamente specializzato, un  ampio e documentato panorama dello svilup-  po storico del pensiero filosofico. Nella stesura del lavoro i collaboratori si sono soprat segue  seguito    tutto preoccupati di evitare due opposti pericoli: un troppo rigoroso tecnicismo con una  conseguente terminologia da iniziati e una  sommarietà di trattazione adatta a manuali  di uso scolastico. La filosofia antica La filosofia medioevale   La filosofia nell’età del Rinascimento La filosofia moderna La filosofia contemporanea    Di imminente pubblicazione: Adorno, La filosofia antica. V., professore di storia della filosofia medioevale a Firenze. È autore di un volume su Occam e di numerosi studi sulla filosofia. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche  sul pensiero contemporaneo nel volume, di recente  pubblicazione, Tra cultura e ideologia. Collabora alla “Rivista critica di storia della filosofia,” di cui è  redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a “Paragone”  e ad altre riviste filosofiche e di cultura. Sovracoperta: Albe Steiner  Feltrinelli Milano Storia della Filosofia Giangiacomo Feltrinelli, Milano. La filosofia medioevale, Feltrinelli Milano. V. dedica il saggio allasua moglie, compagna carissima. Agostino si spegna nella sua sede episcopale ad Ippona, assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di filosofo, di retore  e di teologo, di elegante letterato e di padre della cristianità occidentale, Agostino assiste al lungo sfacelo della società romana corrosa da un’insanabile crisi economica e politica, minacciata dalla  crescente pressione delle gentes germaniche e dall’esplodere sempre più  frequente di drammatiche rivolte contadine; ma adesso, nei suoi ultimi giorni, egli assisteva all’estrema rovina di quello Stato che si era  ormai intimamente compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dall’età costantiniana, aveva associato i vescovi e il clero romano alla  guida dell’Impero. Sorto per volere di una provvidenza misteriosa e  inaccessibile, che dispone dei troni e dei poteri, secondo l’esigenza di  un suo segreto disegno, l’Impero di Roma andava adesso dissolvendosi per una legge ugualmente necessaria e provvidenziale; ma nella  estrema confusione del secolo, nell’anarchia di tutte le autorità e di  tutti i poteri, il vescovo vede solo il segno dell’avvento di  una nuova società integralmente religiosa, capace di assorbire nella  sua più alta finalità cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo  per i suoi scopi superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte  la propria origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sorgere a imporre nel nome della sua destinazione ultraterrena la pace e  l'universale concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ecclesiae.   La dottrina che Agostino elabora nel De civitate Dei,  scritto in anni trai più tragici della storia dell’Impero, era certamente un tentativo coerente di sottrarre la comunità  cristiana all'imminente catastrofe, riaffermando che il suo destino ol Introduzione    trepassa sempre la storia e il mondo presente, che la sua verità trascendente è al di là di ogni fortuna o sventura storica. Ma il suo  richiamo alla superiorità di un destino celeste, estraneo alla misura  mondana degli uomini carnali, non diminuiva la gravità di una crisi  che incideva sugli stessi fondamenti della situazione civile e intellettuale in cui era maturato il trionfo politico del cristianesimo. In Gallia e in Iberia le sanguinose dagaude, ribellioni delle gentes non  romane contro l’aristocrazia latina e quella indigena latinizzata, segnavano irrevocabilmente la fine dell’unità romana. E mentre, nel precipitare della dissoluzione militare e amministrativa dell’Impero, si  spezzavano anche i legami culturali che avevano tenuto unite le più  diverse regioni d’Europa, i popoli germanici si installavano già pesantemente nel cuore dell'Impero, portando a contatto con la millenaria esperienza di una società economica evoluta la loro organizzazione ancora tribale, i loro culti della forza e del sangue.   Certo, ad Oriente, nella recente capitale di Costantinopoli, continuava la stessa tradizione romana che avrebbe più tardi trovato le  basi di una nuova ripresa politica e intellettuale nel difficile connubio.  dell’ellenismo e del cristianesimo. Ma nell’Occidente devastato dalle  invasioni e dalle insurrezioni contadine e militari, l’autorità e il potere  dell’Impero erano ormai soltanto un nome ed una finzione giuridica.  E presto i capi germanici avrebbero potuto imporre il loro sostanziale dominio a tutte le classi e i ceti dell’antica società romana. Cosî il potere militare e politico sarebbe passato definitivamente dalle mani dell’aristocrazia senatoria e latifondistica e della burocrazia imperiale in quelle  di una ristretta casta militare germanica, pronta però ad accettare la  collaborazione dei vinti e a riconoscere la loro superiorità intellettuale.   Questa dissoluzione dell’Impero e, con essa, la crisi della stessa  struttura organizzativa della cultura romana, non fu però, certamente,  un evento improvviso, né ebbe quel carattere catastrofico che gli è  stato cosî a lungo attribuito dalla storiografia romantica. Anzi, anche  quando tra la fine del IV e gli inizi del V secolo l'emigrazione delle  gentes germaniche si trasformò in vera e propria invasione, lo stanziamento delle loro tribi nell’Occidente romano avvenne ancora, in  generale, nel quadro degli ordinamenti romani. I capi barbarici che  occuparono con i loro exercitus l’Italia e le province più latinizzate  dell'Europa occidentale e dell’Africa, tennero spesso a comportarsi: pit  come mandatari dell’autorità imperiale che non come veri e propri sovrani, senza mutare la struttura organizzativa dello stato romano. Né  le condizioni politiche e sociali delle élites subirono, almeno nei primi tempi, un mutamento radicale, o venne trasformata la struttura  sociale del Basso Impero, che restò di fatto immutata, anche se alle  aristocrazie latifondistiche romane o provinciali si sostitui, in gran  parte, la nuova aristocrazia militare germanica. È vero che le invasioni barbariche, nelle regioni pid lontane o periferiche, ebbero talvolta come immediata conseguenza la rottura della recente tradizione  romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento delle gentes germaniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte tessuto  urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il rapido  regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione alla robusta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si ebbe invece  in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana.   Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la  base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva  raggiunto un notevole grado di uniformità e di stilizzazione  scolastica, la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva  di gravi conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli  III e IV e le invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune  tessuto giuridico e amministrativo che aveva unito per secoli le regioni dell’Occidente. Adesso, il costituirsi di regni barbarici separati ed autonomi in Italia, in Spagna, nelle Gallie e nell’Africa romana, rese permanente quella rottura ed approfondi gli elementi di  divisione, anche sul piano della vita intellettuale. Per prima cosa, infatti, l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente mediterraneo,  che seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e intellettuale  completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con caratteri  assai distinti da quelli che si delinearono nelle terre occidentali. Ma    un’altra barriera venne pure a cadere tra l’Italia  che era stata il  maggiore centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e dove l'elemento romano restò sempre prevalente  e le altre regioni  dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in maniera assai  più netta la graduale formazione delle nuove unità nazionali. Il formarsi di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale romana,  presto polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto Medioevo;  il sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche alle vecchie  classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come naturale esito  storico il progressivo frazionamento della cultura e della vita intellettuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante influenza  della gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale frazionamento fu poi accentuato dal costante spostamento dell’asse economico-sociale della civiltà europea dalla città verso la campagna e dalle attività mercantili e artigiane a quelle rurali, dal rallentamento dei  rapporti economici e politici con l'Impero d’Oriente e dalla naturale  diminuzione degli scambi tra le varie regioni. Ciò spiega anche il  progressivo differenziarsi delle caratteristiche culturali di popolazioni  che erano pure rimaste per secoli nell’ambito della tradizione romana,  nonché l’effettivo regresso di molti aspetti della vita sociale, sui quali,  del resto, si rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie  delle aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla  quale si ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani  poterono spesso esercitare liberamente funzioni anche di notevole rilievo politico e continuare a trasmettere il proprio patrimonio culturale. Ma questo non toglie che la scomparsa o l’indebolimento di un  saldo potere centrale, e il lento disgregarsi dei ceci sociali che avevano  avuto per secoli il pieno monopolio della cultura, non influisse decisamente. nelle condizioni di base della vita intellettuale. Da un  lato, infatti, si accentuò quel processo di riduzione scolastica della  cultura che era, del resto, già caratteristica dell'uitima età imperiale,  e la prevalenza di un criterio utilitario che legava lo svolgimento  dell’attività intellettuale alla formazione di un personale giuridico e  amministrativo, e, soprattutto, della gerarchia ecctesiastica. D'altro canto, la forza politica e amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario  e saldamente organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla  cultura un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizzazione scolastica romana una nuova efficiente rete di scuole religiose.  Ma, soprattutto, il patrimonio di cultura greco-romana si semplifica e schematizza, secondo le esigenze di una società sempre più  disorganica, e la riflessione filosofica venne ormai strettamente legata alla tematica religiosa cristiana e quindi naturalmente esposta  agli interventi e al controllo della potente gerarchia vescovile. Cost,  mentre a Costantinopoli la direttiva cesaro-papistica degli Imperatori  conduceva a una stretta intrinsecazione tra dogma religioso e autorità  politica, preludendo alla definitiva liquidazione delle ultime scuole filosofiche non cristiane operata da Giustiniano, anche in Occidente il primato intellettuale della Chiesa pose di fatto le condizioni  del suo monopolio quasi esclusivo dell’educazione e della cultura. È appunto da questo momento storico, che conclude la lunga crisi  dell'Impero e inizia la lenta formazione della nuova società europea,  che deve muovere lo studio storico del pensiero medioevale. Poiché,  se è vero che il passaggio tra la civiltà greco-romana del tardo Impero  e quella dell’Alto Medioevo fu lento e graduale, è però altrettanto evidente che la cultura di Boezio e di Cassiodoro, per non dir poi di  quella di Isidoro di Siviglia, presenta già dei caratteri ben definiti, i  quali la distaccano nettamente dagli ultimi sviluppi contemporanei della filosofia classica che hanno luogo ad Atene o ad Alessandria. E chi  guardi alle radici concrete dei fatti intellettuali e all’ambiente storico  in cui essi si svolgono, non ha difficoltà a riconoscere che proprio intorno alla metà del V secolo passa il grande spartiacque tra la cultura  del mondo antico e quella dell’età medioevale.   Con questo, non si vuol certo dire che il carattere iniziale della  civiltà del Medioevo sia dato da un profondo imbarbarimento, o  tanto meno che la riflessione medioevale sia condizionata, fin. dalle  sue origini, da una esclusiva direttiva scolastica e dogmatica. Al  contrario, la vicenda della cultura dell’Alto Medioevo è anzi la testimonianza di vitali esigenze spirituali che, al di là di tutti gli ostacoli  posti dalle avverse condizioni politiche, mantengono le fila di una grande tradizione e preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è pure,  a ben guardare, la testimonianza di quella costante differenziazione  di atteggiamenti intellettuali, nei confronti delle tradizioni fornite dal  pensiero classico che, fin dall’inizio dell’età medioevale, si delineò nell’unità religioso-filosofica instaurata ben presto dalla Chiesa romana.  Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura medioevale occidentale   della quale ci occuperemo in modo prevalente  abbia avuto risultati  più ricchi e fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privilegiata sia dalla continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intellettuali della Grecia e dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condizioni di convivenza civile e religiosa. Senza diminuire l’importanza storica della filosofia e della cultura bizantina, che pure ha avuto personalità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio che dei due settori che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo sostanzialmente unitario della tarda antichità, quello occidentale fu nettamente  superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove soluzioni teoriche  e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto una rigida schematizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti intellettuali che non    Introduzione    consentirono progressi di grante portata, la cultura dell’Occidente  cristiano svolse invece una funzione indubbiamente più positiva  e costruttiva nei confronti della società in cui operava, favorita in  ciò dalla stessa posizione particolare della Chiesa romana non legata,  come quella di Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta autocrazia del Basileus. L’indubbia superiorità dell'incidenza storica della cultura medioevale occidentale nei confronti della tradizione bizantina, giustifica poi il punto di vista che terremo nelle pagine seguenti, e l’attenzione prevalente, se non certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed  alle personalità della filosofia, della teologia, del pensiero politico e  della scienza occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al  corso diverso e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare all'influenza dello Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi  alla fortuna di Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta storica del XII e XIII secolo, dovremo trattare, con particolare ampiezza,  le dottrine dei filosofi arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi  decisiva nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per  quanto concerne la linea principale della nostra trattazione, essa verterà  soprattutto su quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono  nell’ambito delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tentativo compiuto da Boezio per assicurare alla civiltà latina medioevale un  ricco patrimonio filosofico e scientifico, alla rinascita carolingia, dalJa grande ripresa dei secoli XI e XII alla eccezionale fioritura speculativa del Duecento, e dalla crisi della tradizione filosofica medioevale  denunciata dalle correnti di pensiero trecentesco fino alle ultime mani‘festazioni critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla luce di questo  lungo e complesso processo storico, saranno pure valutati gli apporti  delle altre grandi tradizioni di pensiero e di cultura che agirono in  questi dieci secoli nel mondo mediterraneo.  Tale prospettiva, che è del resto comune a tutte le trattazioni generali di storia della filosofia medioevale, non deve però indurre a  pensare che dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale possano semplicemente ridursi sotto la consunta etichetta di una storia della scolastica. È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita  una funzione difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni scolastiche moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellettuale, controlla, insieme alla Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive  di tutta la civiltà. Ma questo dato di fatto, di cui è facile render  ragione, analizzando le condizioni sociali di base che determinano la  fortuna e lo sviluppo delle scholae, non significa affatto che la cultura  filosofica medioevale sia un chiuso regno di teologi e di magistri, indifferenti al volgersi storico delle vicende umane, estranei alla società  ‘in cui vivono ed operano. Né tanto meno il cosiddetto mondo medioevale è certo quell’unità uniforme, statica, esclusa da ogni progresso, immutabile nei suoi principi dominanti, che è stata spesso  descritta dagli avversari, come dagli apologeti di un tipo di civiltà e  di vita sociale che non è mai esistita, né poteva esistere. Al contrario, il Medioevo europeo è invece una lunga età della storia umana  estremamente complessa, ricca di eventi e di processi storici che sono  stati decisivi per l’evoluzione di tutta la civiltà occidentale. In mille  anni, non solo si è compiuto quel processo di trasformazione economico-sociale che ha portato gran parte d’Europa dalla economia latifondistica del tardo Impero al feudalesimo, e, quindi, al primo sviluppo  precapitalistico del XIV secolo, ma si sono realizzate esperienze intellettuali, religiose, politiche e scientifiche, di cui non occorre neppure  ricordare l’eccezionale significato storico. Sicché giustamente si possono  ripetere anche oggi le parole che lo Haskins scrisse più di trent'anni  fa, quando la disputa sui caratteri storici del Medioevo era ancora  pienamente in corso e le polemiche sulla continuità e discontinuità della sua cultura con la civiltà classica e l’età del Rinascimento erano ‘al  centro delle discussioni storiografiche: Contrasti tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo, sacro e  profano, ideale e attuale, danno vita e colore e movimento a questo  periodo, mentre la sua stretta relazione sia con l'antichità che con il  mondo moderno gli assicurano un posto nella continua storia dello  sviluppo umano. Tanto la continuità che il mutamento sono caratteristiche del Medioevo, come di tutte le grandi epoche storiche Chi  studi la storia del pensiero medioevale, non come un astratto museo  scolastico di dottrine superate, un arsenale di apparati teologici, o  una raccolta di bizzarrie o di errori scientifici, bensi come la risposta data da una particolare società ai problemi storici del suo tempo,  non può che condividere queste idee. Né gli è difficile riconoscere il  nesso tra la lucida elaborazione delle idee al livello teologico e filosofico, la pugnace polemica della riflessione politica e i grandi mutamenti economici e sociali che. si verificano nell’Europa medioevale,  determinando una serie di trasformazioni che ha sempre il suo riflesso anche nell’ impassibile meditazione di metafisici o teologi.   Da questo punto di vista, anche la diversità e il mutamento di  orizzonti e prospettive intellettuali che si verificano nei diversi momenti della cultura medioevale riceve una compiuta spiegazione solo  quando le varie dottrine sono immerse nel compiuto contesto storico  in cui si formarono e si diffusero. Non v’è dubbio infatti che sarebbe  ben difficile spiegare fuori dal complesso di una radicale trasformazione economica e sociale il rinascimento intellettuale del XII secolo,  comprendere l’evoluzione della teologia e della filosofia duecentesca  fuori della grande fioritura della civiltà comunale, o intendere la crisi  speculativa del XIV secolo separatamente da una più profonda trasformazione che coinvolge tutte le strutture della società medioevale.  Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei vari momenti in cui  si scandisce lo sviluppo storico della riflessione medioevale, risultano sicuramente definiti solo se, prescindendo da ogni astratto riferimento a correnti o linee ideali, sono riconosciuti come espressioni di un mondo storico ben pi vasto e complesso di quello rappresentato dalla esclusiva portata dei singoli temi filosofici o teologici  tradizionali. A questo proposito  e per chiarire un’altra direttiva alla quale  ci siamo tenuti nella stesura di questa storia  è bene anche aggiungere che il carattere particolare della filosofia medioevale costringe lo  studioso ad affrontare assai spesso una complessa tematica teologica,  la quale è anzi cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione filosofica, da rendere impossibile qualunque arbitraria distinzione. In  una società in cui la Chiesa mantiene per almeno otto secoli il monopolio effettivo della cultura, e in cui la figura dell’intellettuale si  identifica con quella del clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pretendere di tracciare una linea rigorosa di demarcazione tra la storia  della filosofia e quella della teologia. E certamente, come lo studioso  del pensiero moderno non può prescindere nella valutazione dello sviluppo filosofico dalla concomitante incidenza della storia delle scienze, a più forte ragione lo storico del pensiero medioevale deve tener  presente, per prima cosa, che proprio la teologia, con i suoi problemi  e i suoi dogmi, fu l’ambito ideologico in cui si sviluppò, per quasi  un millennio, la discussione filosofica, condizionandone naturalmente  i particolari svolgimenti. Ma questo non significa che si possa cata  logare mille anni di evoluzione storica del pensiero umano sotto l’etichetta di comodo della vocazione trascendente, o dello spirito ascetico o ridurre la riflessione medioevale all’unico problema del rapporto fede-ragione. Che tale problema sia stato largamente presente  ai filosofi del Medioevo, che ‘abbia acquistato un'importanza drammatica via via che tornavano a circolare le grandi testimonianze del  pensiero classico, è cosa evidente. Però, nulla sarebbe pit falso che ridurre questo problema, che fu anch’esso squisitamente storico e rifletté atteggiamenti e soluzioni ben radicate nell’evoluzione della società medioevale, ad una sorta di rigida disputa controversistica; tanto  più che è cosi facile cedere alla tentazione di introdurre in una cultura e in una fase della storia della Chiesa che le ignoravano, certe  nozioni di ortodossia o eterodossia tipiche dell’età post-tridentina;  e ben lontane dalla mentalità e dai gusti speculativi dei magistri medioevali,   D'altro canto, la prevalente natura teologica del pensiero medioevale (prevalente, ma non esclusiva, perché il Medioevo ebbe pure i  suoi grandi medici, giuristi e scienziati che influirono non poco anche  nella storia della filosofia propriamente detta) non deve indurre ad  accettare per la filosofia medioevale la definizione esclusiva di filosofia cristiana. A parte il fatto che la cultura filosofica medioevale è  frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di Avicebron e del Maimonide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso o  di Duns Scoto, la sua eredità classica è sempre cosf attiva, da rendere assai difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo  ambiente intellettuale debbano al messaggio cristiano, e quanto invece alla presenza di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo.  Il caso della scuola di Chartres (per citare uno degli argomerti che  ha pit offerto occasioni per discutere l’ispirazione cristiana o pagana di taluni pensatori di alto rilievo) insegna quanto sia fallace e  pericolosa l'applicazione di simili parametri alla storia della filosofia  medioevale. Perciò, senza entrare nei particolari di una discussione che  ha impegnato, trent'anni fa, alcuni dei maggiori studiosi cattolici e laici,  ci limiteremo a sottolineare che la nostra voluta astensione da ogni giudizio di tal genere dipende dalla certezza che l’opera dello storico,  qualunque sia la direzione o i livelli in cui si svolge, non ha nulla  da guadagnare da simili atteggiamenti strettamente ideologici.   Naturalmente, non si vuol mettere in dubbio che la cultura medioevale sia profondamente permeata di spirito cristiano e che, anzi, proprio la tematica teologica e religiosa rappresenti la sua più immediata espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito ricordare che anche le credenze religiose assumono continuamente significati ed espressioni sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti  o ambienti in cui si articola il grande corpo della C4ristianitas medioevale, e secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti intellettuali che venivano da ambienti e tradizioni laiche. Accanto alla dominante facoltà teologica, accanto ai commentatori della Bibbia  e delle Sentenze e agli autori delle grandi Summae, v'è infatti, e acquisterà sempre più peso e influenza nella storia della cultura medioevale, il mondo dei medici e dei giuristi, dei magistri artium e  degli spetiales, lettori spregiudicati degli scienziati e dei filosofi greci  e arabi, spesso osservatori acuti delle res nazurales e già abituati a  pensare il cosmo fisico come un complesso di fatti e di fenomeni  autonomi. Non solo; ma più procederà l’evoluzione della società mediosvale, e più questi ceti di intellettuali, estranei al tessuto clericale della cultura teologica, si trasformeranno in portatori di idee e  concezioni che minano profondamente l’antico ideale unitario e carismatico della Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove ragioni  degli stati cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali esigenze  laiche delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né questo  spirito resterà estraneo anche alla problematica teologica o all'ambiente  clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a Parigi come  ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in forma esemplare la crisi di una società e di una cultura che stavano profondamente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato i fondamenti  della fisica e della metafisica scolastica siano, al tempo stesso, i liquidatori della scientia teologica medioevale e, non di rado, anche  audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei comportamenti  economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una maggiore cautela nel giudicare i rapporti che la matura cultura medioevale istituî  tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la conoscenza critica  della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica dimostra, nel modo  più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf spesso il quadro  universale di una visione del mondo in cui si riconobbe tanta parte  della società medioevale, questa visione subî però sempre la stessa  sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei suoi concetti più  universali, trascendenti quello stesso faticoso processo di evoluzione che si definiva concretamente nel progresso delle scienze e delle tecniche, come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi di  organizzazione sociale e politica.   A queste considerazioni dobbiamo poi aggiungerne un’altra, non  meno importante; e, cioè che se l’autorità e le gerarchie della Chiesa  condizionarono in larga parte, e in senso positivo, come in senso negativo l’evoluzione del pensiero medioevale, pure non poterono mai impedire che le ragioni della storia avessero il sopravvento. Le condanne,  i divieti, le ammonizioni di cui è pure straordinariamente ricca la  storia della cultura medioevale non hanno mai arrestato quelle idee o  dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi e necessari di una  società in movimento; e, certo, chi rifletta alla storia dei ripetuti e  costanti divieti all'insegnamento di Aristotele, alla condanna del vescovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o alla lunga lotta contro i teorici dell'autonomia della ricerca scientifica o filosofica, ha  larga materia di meditazione sull’estrema relatività di una vicenda  che doveva concludersi proprio con l'accettazione dell’aristotelismo come strumento filosofico della teologia cattolica e con l’assunzione del  tomismo a filosofia ufficiale della Chiesa. Comunque, al di là dei conflitti che spesso opposero le correnti più avanzate della rifl-ssione medioevale alla forza frenante di una tradizione sempre ancorata al passato, anche il mondo delle scholae fu protagonista e, insieme, testimone dell’evoluzione storica che conduceva i popoli dell’Europa occidentale verso l'avvento di un nuovo mondo storico fondato sui valori  umani della scienza, della tecnica e del lavoro. Tra il cristianesimo  monastico e ascetico di Pier Damiani e la lucida mentalità scientifica  di Ruggero Bacone che affida il trionfo della sua fede nel mondo alla  meravigliosa potenza di invenzioni e tecniche umane; tra la rigida teocrazia di Papa Gregorio e la teorica di Marsilio da Padova, che studia  con rigore razionale le strutture e le finalità dello stato umano, si  muove la lunga, umile fatica di commentatori e di maestri, di traduttori e compilatori indaffarati a riconquistare e restituire ai propri  contemporanei il sapere degli antichi, a dare piena cittadinanza nella  Europa cristiana al gran pagano Aristotele, o ai nuovi strumenti e  ritrovati della scienza araba. Ma quest’opera che fornisce gli strumenti alla nuova scienza come ai prestigiosi edifici delle grandi Summae, dove la cultura del tempo celebra la propria visione del mondo,  ha significato e valore solo quando è calata nella vivente unità del  mondo storico, nella feconda fatica di una lunga giornata umana. I regni romano-barbarici furono l’espressione politica di un lento  e complesso processo di assimilazione tra il tessuto tradizionale della  società romana e i nuovi elementi etnici e politici recati in Occidente  dagli invasori germanici. Nuovi ad una forma di vita organizzata entro stabili ordinamenti politici ed amministrativi, ed anzi avvezzi ad  una forma di convivenza civile ancora rudimentale, i germani si trovarono infatti dinanzi al grave problema di dar vita ad un tipo di stato  che, pur assicurando il predominio militare e politico dell’aristocrazia  teutonica, permettesse però la convivenza con le élites romane, avvezze da secoli a maneggiare i delicati strumenti amministrativi di una  grande società a struttura urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle terre  dell’Impero con tradizioni assai diverse, i germani costituirono in Italia, in Spagna e nelle varie regioni della Gallia, un tipo di stato assai  simile che univa a istituzioni romane consuetudini e ordinamenti caratteristici delle diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere politico  restava concentrato nelle mani del kònig germanico e degli arimanni che costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa delle singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura  e la forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a dominare i vari regni sorti dalla rovina dell'Impero.   In un tipo di stato cosî ordinato, era ben naturale che l’elemento  latino mantenesse immutata la propria supremazia intellettuale e che  tutte le forme di elaborazione ideologica fossero patrimonio particolare  dell’aristocrazia romana che aveva dovuto cedere ai germani la sua  tradizionale supremazia politica ed anche gran parte del suo potere  economico. Agli intellettuali formatisi nella pura tradizione della cultura classica resta affidato il difficile compito storico di continuare la  esperienza giuridica-filosofica-teologica maturata dall’incontro delle concezioni filosofiche greche, della problematica dei Padri e dell’elaborazione secolare del diritto romano. Ma questa esperienza non venne  semplicemente trasmessa dai suoi naturali depositari alla nuova aristocrazia intellettuale che si formava soprattutto nell’ambito delle istituzioni ecclesiastiche; fu invece profodamente trasformata attraverso una  complessa opera di adattamento cui parteciperanno ben presto anche intellettuali di origine barbarica, rapidamente assimilati dal tessuto vitale della Chiesa. I risultati e le conseguenze di questo processo saranno ben visibili nelle condizioni della cultura europea tra il V  e il VII secolo, che rappresentano chiaramente una confusa e drammatica età di transizione tra gli ultimi sviluppi della cultura greco-romana  e un nuovo ambiente intellettuale dominato dalla tematica religiosa  cristiana. Però il declino dell’alta cultura filosofica e la relativa povertà  anche delle espressioni più significative di questo periodo non può far  dimenticare la preziosa funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro  e da Isidoro di Siviglia nel periodo in cui si viene preparando la nuova  struttura sociale dell'Europa medioevale. È per loro merito che le  pur decadute istituzioni culturali dei regni romano-barbarici potranno  continuare a tramandare per due secoli, di generazione in generazione,  alcuni dei motivi dominanti della speculazione classica e della scienza  antica. Ed è pure sulla traccia segnata dalle loro opere che comincia a  prender corpo tutto un nuovo tipo d’insegnamento saldamente contenuto nell’unità filosofica e religiosa della cultura ecclesiastica e perfettamente adeguato alle esigenze del tempo. Certo, a parte il caso particolare di Boezio la cui originalità filosofica è fuor di dubbio, l’opera  di questi intellettuali è volta principalmente all’utilizzazione del patrimonio fornito dal pensiero classico ed alla sua riduzione in sintetiche  enciclopedie o manuali di facile uso scolastico, adatti al compito fondamentale della formazione dei chierici che costituiscono adesso la principale classe colta della società romano-barbarica. Eppure è proprio  attraverso questa attività apparentemente cosi umile che si cominciano  a predisporre le basi intellettuali per la futura rinascita carolingia e per  il primo grande tentativo di elaborazione culturale conforme ai caratteri sociali e politici dell'Europa medioevale.   Tra i pensatori che segnano il graduale passaggio tra la tarda  cultura classica e la nuova temperie spirituale dell’età romano-barbarica,  la figura di maggior rilievo è certo quella di Marco Anicio Severino  Boezio. Nato a Roma da famiglia senatoriale intorno al 470 d.C., egli  segui il normale corso di studi di un giovane aristocratico dei suoi  tempi, destinato ad alte funzioni politiche ed amministrative, e, in particolare, studiò filosofia nelle scuole di Roma e di Alessandria. Ancora  fanciullo allorché venne deposto l’ultimo imperatore d’Occidente, Boezio era nella prima maturità quando la politica conciliante e filoromana  di Teodorico, re degli Ostrogoti, lo chiamò a far parte del concistorium  regio con il titolo di console e poi di magister palatit. In tale qualità  l’aristocratico romano visse alla corte del re barbaro per oltre un decennio, vi esercitò delicati uffici e fu ascoltato consigliere di Teodorico. Ma il profilarsi della minaccia bizantina e la violenta opposizione  della aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata all’elemento romano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli aristocratici  romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il Basileus di Costantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu imprigionato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De consolatione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la  sua morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire  per tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica  ha completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono  stati sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di BOEZIO alla  religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi  specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura attribuzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si cita  un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio, ha  permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici che  andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche di  accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa cristiana.  Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera filosofica  di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente esemplata  sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento all’Isagoge di  Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un secondo commento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari altri trattati e commenti logici (Introductio ad categoricos syllogismos, De syllogismo categorico, De syllogismo hypotetico, De divisione, De differetiis topicis) di un commento ai Topica ciceroniani, di un commento  alle Caregoriae e di due al De interpretatione, egli è l’effettivo fondatore della tradizione logica medioevale e l’ordinatore di quel complesso di testi e di problemi che saranno al centro dell’insegnamento  dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto importante è la sua attività di traduttore che gli permise di consegnare alla cultura occidentale  una parte notevole dell’Orgaron aristotelico, in versioni che hanno circolato per secoli in tutte le scuole di Europa. Sue sono infatti le tradu zioni delle Categoriae, del De interpretatione, degli Analytici priores e  posteriores, degli Elenchi sophistici e dei Topici, ossia di quei testi che  furono fino al XIII secolo l’unica fonte essenziale dell’insegnamento di  Aristotele. Però il programma di Boezio era, a quanto sembra, assai  più ambizioso, se è vero che si era proposto di tradurre integralmente  tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus aristotelico, allo scopo di  mostrare il profondo, sostanziale accordo tra le due dottrine. Né il  fatto che il suo progetto non sia mai stato realizzato toglie importanza  a questo aspetto dell’opera di Boezio, prezioso intermediario tra i  maggiori documenti del pensiero greco e la cultura latina medioevale.   Anche un esame superficiale degli scritti logici basta, d’altra parte,  a mostrare la sua larga conoscenza della tradizione filosofica classica e  la sua familiarità con i problemi già dibattuti dagli interpreti alessandrini. Ed anzi, come è stato concordemente rilevato dalla maggior  parte degli studiosi, è sempre evidente nella logica di Boezio la tendenza ad interpretare le dottrine dell’Organon secondo una direttiva sostanzialmente platonica, perfettamente plausibile ove si pensi che egli  sente fortemente l’influsso dei commenti di Porfirio e della sua discussione intorno al significato ed alla natura degli universali.   Quale sia stata l’origine di questo problema  che per una significativa distorsione storiografica è stato considerato cosî a lungo come il  problema essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia medioevale  è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge Porfirio, dopo aver  definito i termini logici di genere e di specie, aveva infatti aggiunto  che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione sull’effettiva natura di  questi concetti; e cioè se i generi e le sp'cie fossero delle realtà sussistenti di per sé o, invece, delle semplici categorie mentali; se, nel caso  che fossero delle realtà, avessero una natura corporea o incorporea; e  se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro separatamente dalle cose  sensibili o vi fossero invece intrinsecamente unite. Ora, sappiamo benissimo che di fronte a queste ipotesi Porfirio aderiva ad una soluzione  di schietto carattere platonico. Ma poiché l’Isagoge era semplicemente  uf testo elementare, scritto per avviare i giovani alla lettura dell’Organon, era naturale che egli soprassedesse ad una discussione di carattere  metafisico, risolta, del resto, altrove in piena coerenza con la sua ispirazione metafisica. La questione lasciata così in sospeso dall'Isagoge è  invece affrontata da Boezio, il quale si rende perfettamente conto della  netta divergenza tra una soluzione fedele alla dottrina aristotelica e  quella che si può dedurre dalla concezione platonica delle idee. Così nei suoi Commenti dell’Isagoge, egli espone, in sostanza, la tesi aristotelica, mostrando l’impossibilità di attribuire una realtà sostanziale alle  idee di genere e di specie che, appunto perché sono comuni ad interi  gruppi di individui, non possono essere esse stesse degli individui, e  tanto meno delle sostanze sensibili. D'altra parte, Boezio rileva che se  gli universali fossero soltanto delle semplici nozioni mentali e non  avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il nostro pensiero non  avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi, pensandoli, non penserebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono essere sempre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che quindi il  problema della loro natura coinvolge tutto quanto il significato ed il  valore della conoscenza umana.   Per risolvere questo problema  che si sarebbe pi tardi ripresentato a tanti logici medioevali costringendoli sempre a precise scelte  di ordine metafisico  Boezio si richiama poi ad una dottrina, non  nuova e già svolta ampiamente da alcuni interpreti greci. Egli nota  infatti che il nostro intelletto è capace di astrarre dalla visione confusa  delle cose particolari, presentate dai sensi, talune proprietà fondamentali  comuni ad un'intera classe o gruppo d’individui. Ma le specie ed i generi sono appunto delle qualità comuni che sussistono, in certo senso, in ognuna delle cose individuali e materiali, pur essendo pensate dall'intelletto come forme pure ed immateriali. La facoltà astrattiva dell’intelletto umano è, insomma, capace di estrarre dagli individui concreti le forme o nozioni astratte definite nei concetti universali. O,  come scrive appunto Boezio in un passo che ha goduto di un’eccezionale fortuna storica, gli universali subsistunt ergo circa sensibilia, intelliguntur autem praeter corpora.   È chiaro che una soluzione di questo genere è assai vicina alla  classica dottrina aristotelica dell’astrazione di cui ricalca le linee generali. Ma sarebbe erroneo credere che Boezio, pur presentando come  commentatore la dottrina di Aristotele, vi aderisse pienamente, senza dubbi o riserve. Intanto, di fronte al testo dell’Orgazon, egli non  manca anche di presentare l’opposta opinione platonica, ossia la dottrina realistica delle idee considerata come pienamente sostenibile e  legittima. Inoltre Boezio, che non cita mai la dottrina aristotelica dell'intelletto agente, inseparabile dalla concezione peripatetica dell’astrazione, presenta in un testo del V libro del De consolatione una dottrina  gnoseologica del tutto diversa, fondata sulla considerazione gerarchica  delle varie facoltà o funzioni dell'anima umana. Certamente anche qui Boezio muove dalle prime impressioni sensibili indispensabili  a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per passare  poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere nella materia sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste facoltà  originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione capace di afferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e finalmente la  pura virti dell’intelligenza che perviene a cogliere le forme di per  se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame o connessione  sensibile.   Ciò spiega naturalmente le diverse e contrastanti interpretazioni  che vennero date durante tutto il Medioevo agli scritti di Boezio, nonché la ragione per cui tanti maestri di logica dell'Alto Medioevo poterono pervenire a conclusioni schiettamente platoniche, pur movendo  dall’analisi delle dottrine aristoteliche. In realtà, tutta la meditazione  filosofica di Boezio è profondamente legata alla tradizione platonica  e neoplatonica, e tende a concludersi nella suprema scienza delle Idee  e nella contemplazione della Mente divina che reca già in se stessa gli  archetipi o rationes universali di tutte le cose.   Bene supremo ed assoluto, eterno oggetto di pensiero di cui ogni  mente umana possiede una conoscenza innata e indelebile, Dio è infatti  l’Essere perfettissimo, fonte di ogni esistenza, la causa prima di cui è  impossibile concepire qualcosa di più perfetto. Per questo, la sua esistenza è cosi certa ed evidente da escludere ogni dubbio o incertezza;  poiché, se è vero che l’esistenza di tutto ciò che è imperfetto presuppone  sempre quella del perfetto, e se è evidente che esistono molteplici esseri  imperfetti, limitati e contingenti, dev’essere necessario che esista un  Essere perfettissimo, donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal  modo, in uno schema dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia  dell'XI secolo, Boezio lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esistenza divina al postulato insieme logico e metafisico di un unico fondamento di tutte le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine gerarchico dell’universo e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile,  assolutamente superiore ad ogni categoria o determinazione logica.   Questa concezione di Dio (che non è necessariamente cristiana,  ma fondata su di un’argomentazione di carattere platonico) domina tutto il De consolatione, uno dei testi più fortunati di tutta la letteratura  filosofica medioevale. Identificando la filosofia con l’amore della saggezza eterna, pensiero vivente e causa prima di tutte le cose, Boezio  ne considera infatti tutte le diverse funzioni secondo una precisa gerarchia che muove dalla considerazione delle cose naturali, per salire  quindi a quella degli intelligibili e affisarsi infine nella pura contem 28    Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici    plazione degli inzellectibilia, sostanze separate da ogni corporeità o carattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi naturali è la fisica  (distinta nelle quattro arti del quadrivio: aritmetica, astronomia, geometria e musica), e quella degli intelligibili svela invece le funzioni proprie dell’anima nell’atto d’apprendere, la scienza degli inzellectibilia (la  teologia) ha per oggetto la dottrina di Dio e degli angeli. Ma la conoscenza teologica ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli esseri intelligibili, tra i quali è appunto l’anima umana concepita da Boezio,  platonicamente, come una pura essenza affine alle sostanze angeliche,  degenerata al contatto con il suo corpo, ma pur sempre mirante alla  conoscenza delle idee e di Dio. Come tutti gli esseri naturali che tendono sempre al proprio scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della  conoscenza filosofica e teologica che coincide con la perfetta beatitudine; però, mentre negli altri individui naturali questo moto è un processo necessario e meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna,  nell’uomo il tendere verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un  atto volontario e libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol  dire, naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà  particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato  e disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta  perfezione. Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della volontà  umana e l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da Boezio  che ha forse presente la classica problematica agostiniana  affermando che la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio vuole e  nell’amare ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al grande  problema teologico di come possa conciliarsi quella previsione infallibile di ogni evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà della  scelta umana, egli può sostenere che tale previsione non distrugge  affatto l’arbitrio dei singoli atti che sono appunto previsti da Dio  nella loro integrale libertà. E proprio nel De consolazione questa dottrina è confermata mediante la netta separazione tra il piano temporale, dove gli eventi mondani accadono nella successione del prima e  del poi, e l’immutabile eternità di Dio, possesso totale, simultaneo  di una vita senza fine, in cui ogni fatto presente, passato o futuro  esiste in una perenne eternità. La conoscenza eterna che Boezio attribuisce a Dio non è tanto una previdenza quanto piuttosto una provvidenza, né la sua prescienza degli atti volontari nega o diminuisce  la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere del sole non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche la prescienza di Dio non impone affatto una condizione fatale alle libere  decisioni che ogni individuo può scegliere.   Simili motivi  presenti, del resto, anche in altri scritti boeziani   sono probabilmente legati ad un filone di discussioni di chiara ascendenza patristica. Ma insieme a questa tematica teologico-metafisica, è  però presente nel De consolazione tutta una dottrina dell’origine e  della struttura del mondo, il cui influsso sarà poi costante per gran parte  del pensiero medioevale. Infatti, nel m. 9 del L. III, egli si accosta  a! contenuto del Timeo platonico (di cui conosce anche il commento di  Calcidio) per descrivere l’azione ordinatrice che Dio svolge nell’universo,  quando adorna la materia caotica secondo i modelli ideali, disponendone dapprima le forme matematico-geometriche e poi imponendo entro  questa materia già definita e determinata la luce degli archetipi eterni.  Tutte le idee fondamentali della tradizione platonica e neoplatonica (come, ad esempio, la dottrina dei numeri e degli elementi e la teoria dell’anima del mondo, intermediaria tra la natura e il mondo ideale) sono  cosi risolte nel quadro di una grande visione cosmica, già del resto resa  familiare alla cultura filosofica classica dall’ecc:zionale fortuna del Timeo platonico. Ma Boezio non si limita soltanto a trasmettere alla  riflessione medioevale dei temi cosi caratteristici e destinati a costituire  per secoli il fulcro delle concezioni cosmologiche, bensf si preoccupa  di armonizzare l’idea di un destino necessariamente immanente all’ordine della natura, come la legge interna che regola il movimento  di tutte le cose, con la concezione provvidenziale dell’attiva presenza  divina. In questo tentativo  che costituisce uno degli aspetti più  interessanti del De consolatione  il filosofio romano subisce fortemente l’influenza di Calcidio donde trae la miglior parte dei suoi argomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo, cosi anche qui  l’ordine della natura assume un significato diverso secondo che lo si  consideri alla luce del pensiero divino che guida e muove tutta la  realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge rigorosa e necessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali ne costituisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni ben  diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella sua  perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione degli  eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il destino contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la legge  di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli individui.  Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è sottoposto alla forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta    30    Filosofia e cultura nell'età des regni romano-barbarici    e perfetta. La concezione stoicheggiante del destino che sta alla base  della cosmologia boeziana può in tal modo coesistere con una soluzione di tono schiettamente platonico; la cert:zza dell’assoluta necessità che è pure presente in ogni aspetto o momento della natura  sembra cedere di nuovo ad un’immagine dell’universo non troppo diversa da quella di Agostino e dominata anch’essa dalla perfezione di  un disegno provvidenziale.   In un universo cosi concepito, nessuna delle cose esistenti può esser quindi estranea all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni  ente reale, ogni individuo particolare, dal più umile al più eccelso, contribuisce difatti a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella  sua norma, né il male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose  siano sostanzialmente buone  in quanto partecipanti tutte dello stesso Bene  non implica, per Boezio, che esse s’identifichino con l’essere  supremo e non siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo possiede un insieme di caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una  collectio di elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiungersi senza distruggere la propria individualità. Se è vero che ogni  composto è distinguibile in una materia determinata e in una forma  determinante, la sua realtà effettiva è tuttavia sempre strettamente dipendente dalla indissolubilità del composto. Per questo, in ogni sostanza composta possiamo sempre scorgere la necessaria diversità tra  l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua essenza e l’esistenza di fatto  determinata. Tale diversità non potrebbe però mai verificarsi in Dio  che, per essere una sostanza assolutamente semplice, esclude da sé  ogni distinzione di elementi o principi costitutivi. Tra la natura delle  cose che da Lui dipendono e la sua propria realtà, v'è dunque un  criterio distintivo indiscutibile, la cui validità non potrebbe essere impugnata se non rovesciando tutto l’ordine metafisico dell’universo.   Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è tutto volto all’essere  divino, e ad esso aspira nelle più intime strutture. Ché tutti gli esseri, qualunque sia la loro dignità e la loro perfezione, partecipano alle  Idee divine o meglio a quelle forme con cui Dio ha determinato la  materia informe e che sono come il riflesso terreno degli archetipi presenti nella mente divina. Queste forme o immagini  che Boezio pensa in modo non lontano dalla dottrina delle species nazivae di Calcidio  o dalla dottrina stoica delle raziones seminales  sono i principi attivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le operazioni biologiche. Attraverso di esse e nella loro stretta, organica connessione, l’anima del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e traduce  nel mondo della materia le divine essenze ideali.   L’interesse di Boezio per i motivi cosmologici della tradizione platonica e stoica, non è però soltanto attestato dalla sua riflessione filosofica; ma è confermato dalle opere di carattere scientifico, dedicate a  ciascuna delle scienze del guadrivium, che comprende l’aritmetica,  la musica, la geometria e l’astronomia. Noi non possediamo il corso completo degli scritti, destinati appunto a fornire un curriculum completo per gli studi superiori; ma ci sono giunti il De institutione  musica, il De institutione arithmetica, assai interessanti per la conoscenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio. Non è difficile  scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e compendio della  classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si richiama all’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta quindi nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso di essi  la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di cognizioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la conoscenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio sull'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura decisivo, e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà poi  organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la continuità della vita intellettuale.  Da Cassiodoro a Gregorio Magno  Il pensiero di BOEZIO di cui abbiamo soltanto enunciato i motivi  più interessanti e più attivi nella storia del pensiero medioevale, è certo  il frutto di una cultura maturata nell’ambito dell’ultima filosofia ellenistica, fondato su di un impianto metafisico platonico e stoicheggiante,  eppur già caratterizzato dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le  stesse caratteristichè della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo  collega ed amico Cassiodoro, proveniente come Boezio dall’aristocrazia romana, e come lui alto dignitario della corte teodoriciana. Più fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo una brillante carriera, poté ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese di Vivarium ove  costitui una delle maggiori biblioteche del suo tempo e compose due  opere, il De anima e le Institutiones divinarum ct saecularium litterarum, che ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura scolastica.   La prima, ispirata al De anima e al De origine animae di Agostino, nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato in difesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i residui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa tra  gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una sostanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma immateriale e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del resto,  una dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa. Più  importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale nelle  scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus ac disciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico, autore di epistole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima latinità, traccia il piano  di un corso completo di studi liberali ad uso dei religiosi. E richiamandosi ad una divisione che risaliva attraverso Marciano Capella alla  costante tradizione pedagogica greco-romana, distingue le arti del £rsvium (grammatica, dialettica, retorica) da quelle del quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica), ossia tra quelle arti che ci  offrono i mezzi per esprimere quanto comprendiamo e quelle che conducono ad una effettiva conoscenza dell’ordine naturale e morale. La distinzione, già adombrata anche da Boezio, non ha in sé molto di nuovo  e di originale. Eppure nella forma che le diede Cassiodoro, essa  formò la base dell’insegnamento per gran parte del Medioevo, e divenne un modello costantemente seguito nell’organizzazione fondamentale degli studi. Per il resto l’aspetto più significativo dell’operetta è dato  dalla sistematica riduzione dei materiali elementari della cultura classica  al servizio delle esigenze ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura.  Che le arti liberali debbano diventare parte integrante delle discipline  cristiane e della stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di  Cassiodoro che ritiene indispensabile alla formazione dei clerici una  buona conoscenza degli scrittori antichi e una discreta peritia litterarum. Certo, le dottrine dei Gentili vanno spogliate del loro antico  significato peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano  dalle loro origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la  loro giusta interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cognizione dei mezzi di espressione e di pensiero o se non si conoscessero  almeno i fondamenti della scienza mondana. Le litterae humanae e le  litterae divinae non sono tra loro incompatibili e necessariamente avverse, tanto più che l’esatta comprensione e intelligenza della Scrittura  è condizionata dal possesso dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio  per questo Cassiodoro, riprendendo la soluzione già posta da Agostino  al problema del rapporto tra la cultura profana e la tradizione cristia na, delinea una soluzione perfettamente conforme ai caratteri storici di  una società in cui l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione  esclusiva degli uomini di Chiesa.   Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata cultura classica e la larga conoscenza della tradizione filosofica greco-romana, sono certo gli  ultimi rappresentanti dell’aristocrazia romana che ancora riesce ad imporre la propria supremazia intellettuale ai barbari e a legare alle istituzioni pedagogiche della Chiesa il proprio indirizzo filosofico e ideologico. La fine della collaborazione tra i goti e i latini, la disastrosa  guerra greco-gotica che desolò per quasi venti anni le terre italiane e,  poi, la rovinosa invasione longobarda, dovevano però rendere sempre  più precaria quell’opera di mediazione tra la cultura classica e la nuova  società che nasceva faticosamente dai quadri rudimentali dei regni barbari, sotto la crescente autorità politica e intellettuale della Chiesa.  Ma se l’Italia vide rapidamente imbarbarire le istituzioni culturali ancora sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure condizioni del dominio longobardo resero quanto mai labili le tracce di una continuità affidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura burocratica e  giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non mancarono altrove  nuove testimonianze del progressivo processo di adattamento della tradizione classica alle nuove esigenze storiche.   È infatti nella relativa stabilità del regno visigotico di Spagna,  largamente influenzato dagli elementi giuridici ed amministrativi dell'ordinamento romano, e dominato dalla crescente potenza dell’autorità  ecclesiastica, che opera il più tipico rappresentante della cultura del  VII secolo, il vescovo di Siviglia Isidoro. Autore di vari  scritti dottrinali e teologici, la sua opera più importante sono però gli  Etymologiarum libri, destinati ad una eccezionale fortuna storica. Quest'opera  tra le pil lette e diffuse in tutto il Medioevo  ci  mostra in modo esemplare come avvenga la riduzione del patrimonio  intellettuale della antichità in una sintetica enciclopedia di nozioni, utile  sia per chi si volge allo studio delle varie artes che per chi voglia dedicarsi alle cure del magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è possibile sempre rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraverso l'etimologia del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singolare criterio una grande massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teologiche, spesso trattate con grande ingenuità, ma sempre fondate sulle  testimonianze di molti autori classici. Ma l’importanza delle Origines  non sta certo nella ricchezza dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nell'interesse vivace e vitale per molti aspetti della cultura e della tradi 34    l’ilosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre libri, i più celebrati e conosciuti,  Isidoro traccia un piano compiuto dello studio delle sette arti liberali,  cui aggiunge poi negli altri 17 libri un complesso ordinato di nozioni  che toccano tutti gli aspetti dello scibile, dalla medicina alla storia, dalla  Sacra Scrittura alla teologia ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia all’arte della guerra, dalla geografia alle arti meccaniche, ecc.   La evidente modestia delle dottrine esposte da Isidoro, la sua assenza di spirito critico o di attitudine filosofica, non toglie nulla alla  importanza storica di quest'opera che salvò dalla dimenticanza alcune  nozioni e idee fondamentali destinate ad esser tramandate, di generazione in generazione, nella scuola medioevale. NÉ, del resto, è estranea  al suo autore una discreta conoscenza della scienza medica e naturale  del suo tempo che va posta forse in rapporto con la fioritura delle scuole  ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi della tradizione platonica. Anche le altre opere di Isidoro  il De fide catholica, i Sententiarium libri tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la Historia regum Gothorum et Vandalorum  testimoniano, del resto, la notevole  larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente dall’ispirazione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue nozioni  storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti filosofiche e  letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in pieno VII secolo.   Ora, è vero che nel corso di un secolo, il cerchio delle conoscenze e  delle letture si è fortemente ristretto, e che Isidoro mostra, nei confronti  di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza assai minore dei classici e un  uso molto più rozzo degli stessi strumenti linguistici. Eppure, nella sua  opera, come in quella di un altro minore contemporaneo, Martino  di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si realizza la continuità della  cultura classica e si compie il difficile salvataggio degli ultimi resti di  una civiltà ormai in rovina. Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinandole nell’ambito di una concezione educativa strettamente legata alla  finalità ecclesiastica, Isidoro lascia in eredità agli uomini della rinascenza carolingia un prezioso patrimonio sopravvissuto ai periodi più oscuri  della crisi del mondo classico.  La vita intellettuale dell’Europa occidentale continua a decadere  progressivamente nel corso del VII secolo sotto il peso di molteplici fattori storici che fanno di questo periodo uno dei momenti più drammatici e oscuri di tutta l’età medioevale. Mentre i regni romano-barbarici  si disgregano, svelando le loro profonde tare costituzionali (quando addirittura non scompaiono, stroncati dall’efimera ripresa bizantina), si cristallizza la struttura latifondistica della società europea, gravata dal pesante predominio delle nuove aristocrazie germaniche, ancora estranee  alla cultura ed alla tradizione greco-romana. L'attività economica rallenta adesso il ritmo, si attenuano, quando addirittura non si spezzano,  gli ultimi legami politici con l'Impero d’Oriente, che le invasioni islamiche stanno privando dei suoi territori africani e del Medio e Vicino  Oriente. E, intanto, il progressivo esaurimento delle classi dirigenti romane, l’avanzata di popolazioni più barbare e arretrate, rendono ancora più precaria la sorte della tradizione intellettuale greco-romana, legata tradizionalmente alla continuità delle istituzioni urbane.   Quel filone di solida dottrina che scorre ancora per buona parte  del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si fissa definitivamente  nei canoni stilizzati dell’insegnamento ecclesiastico, nelle formule spesso assai elementari e sommarie che guidano l’insegnamento dei maestri  delle scuole vescovili o monastiche. In luogo della ricca esperienza filosofica, testimoniata ancora dall’opera di Boezio, si realizza ora il monopolio della vita intellettuale da parte della Chiesa, l’unica istituzione  che continui, al di là del crescente frazionamento dei poteri politici ed  amministrativi, la funzione unificatrice già esercitata dall’Impero, e che  imponga, in una società disorganica e disgregata, un’ideologia unitaria  e organica. Certo, anche la cultura ecclesiastica accusa gravemente le  conseguenze dello sfacelo della società romana e non è esente da un  processo di progressivo imbarbarimento e di netto regresso intellettuale.  Il tentativo di risolvere le idee dominanti nell’alta cultura greco-romana entro il tessuto religioso del Cristianesimo si è ormai trasformato  nella passiva acquisizione di un complesso di nozioni dottrinali sopravvissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte. Ma se il  crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in cui erano  maturate le prime esperienze decisive della filosofia cristiana, non  scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha ormai elaborato,  nell’età patristica, ed ha posto alla base della formazione delle sue  nuove élites sacerdotali.   Queste dottrine sono poi strettamente legate a un tipo di formazione e di tirocinio ancora esemplato, in gran parte, sui modelli tradizionali dell’età classica. Ed è appunto per questo che una personalità  come Gregorio Magno (540 ca. 604), interprete esemplare delle esigenze  politiche e organizzative della Chiesa romana, ha potuto esser considerato come l’ultimo difensore di una tradizione romana trasferita  integralmente nell'ordinamento disciplinare della Chiesa, o come il primo vero rappresentante della cultura cristiana medioevale. La sua personalità e la sua azione storica giustificano, del resto, questa apparente differenza di giudizio; perché Gregorio, discendente da  una famiglia dell’alto patriziato romano, educato al tirocinio intellettuale proprio della sua stirpe e della sua classe, fu il vero creatore della  Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui organizzazione venne completamente  trasformata dalle sue riforme. Dall’ordinamento economico e giuridico  dei grandi feudi della Chiesa, alle forme rituali e liturgiche, non vi fu  campo della vita ecclesiastica che non recasse l'impronta di questa eccezionale tempra di pontefice e di uomo di governo, abilissimo diplomatico  e politico raffinato. Ma la cristianità medioevale non venerò nel pontefice romano solo l’uomo che aveva portato la Chiesa ad una effettiva  supremazia ideologica nell'Europa barbarica; bensi ammirò i suoi scritti  il cui successo eccezionale corrispose giustamente ai bisogni della cultura ecclesiastica dei suoi tempi. Il Liber regulae pastoralis, che definiva i compiti e le funzioni del clero romano, restò infatti, per secoli,  il libro fondamentale per la formazione della gerarchia cattolica;  Dialoghi (che sono una raccolta di leggende agiografiche) e i Moralia  in Job furono tra i libri più letti per tutto il Medioevo e tenuti a modello del metodo di commento allegorico della Scrittura. Eppure, nonostante la sua formazione e l’evidente influsso agostiniano, gli scritti  di Gregorio sono già ben lontani dalla mentalità e dalla ispirazione classica dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi, la sua diffidenza  verso lo studio dei classici, la sua ostilità nei confronti dell’insegnamento grammaticale e letterario, sono drastiche e rigorose.   In una famosa lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato,  che s’era dedicato personalmente a insegnare la grammatica e a leggere  i poeti latini ai suoi chierici per impedire che la loro ignoranza della  lingua li rendesse incapaci d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio condanna aspramente qualsiasi tentativo di associare l’insegnamento delle  litterae sacrae a quello delle Aumanae litterae, e di legare le parole di  Dio all’uso delle arti profane. Il suo atteggiamento nei confronti della  cultura classica è ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei  Re, ove si ammette che si possa conoscere la lingua latina e le arti liberali, ma solo per quanto può giovare all’intendimento della Scrittura,  e senza alcuna pretesa di considerare lo studio delle lettere come fine a  se stesso. Ecco perché, anche di fronte al problema dell’uso retto della  lingua latina (e cioè se si debba prender come norma la lingua dei classici o quella della Bibbia), Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta  preminenza del latino biblico, le cui pretese interpretazioni grammaticali e sintattiche sono ben superiori alle regole di Donato. Non solo; ma Gregorio  la cui prosa è ben lontana dalla misura ancora classica  di Boezio o di Cassiodoro  è il difensore e il teorico della nuova lingua  ecclesiastica, forgiata nel latino scritturale, e nettamente distinta dalla  lingua profana dei classici.   Il distacco tra le fonti della tradizione non potrebbe essere più reciso. Né meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo spirito organizzativo e nella sua azione ecclesiastica e politica, concepisca lo studio  delle lettere solo come un mezzo per il magistero pastorale, e cioè per  ben intendere e spiegare la Bibbia. Nondimeno la sua opera di evangelizzatore doveva lasciare una grande traccia nella storia della cultura  e della filosofia medioevale. Perché fu proprio questo Papa, così scarso  ammiratore delle lettere, che promosse la cristianizzazione della Britannia e di una vasta parte della Germania, diffondendo in quelle regioni  la lingua e la cultura latina della Chiesa. I risultati di tale importante evento storico saranno ben chiari già nella seconda metà del secolo, quando l’opera dei missionari e dei monaci delle abbazie britanniche e irlandesi avranno già costituito dei solidi centri di vita intellettuale, al riparo dal marasma politico dell'Europa continentale, dove si  conserverà un ricco patrimonio di cognizioni teologiche, e fiorirà una  eccezionale cultura umanistica, destinata ben presto a rifluire nelle  scuole dell'impero carolingio.   Mentre in Occidente si consuma cosi la crisi della cultura antica  e si delineano le prime linee fondamentali della cultura medioevale,  nell’Impero bizantino continua la tradizione della filosofia classica ed  ellenistica e dei grandi padri greci. Chiusa la Scuola di Atene con un  decreto di Giustiniano (529) la vita filosofica prosegue a Bisanzio sotto  la predominante influenza della tematica neoplatonica. L'interesse per  gli scritti attribuiti a Dionigi Areopagita, che sarà cosî forte poi anche  ‘in Occidente, e per tutta la tradizione che va da Plotino a Porfirio a  Proclo è la caratteristica dominante delle scuole bizantine. Ma il neoplatonismo nelle sue varie forme e sfumature si unisce anche a una solida tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto sul piano della logica e  delle scienze. Di questa cultura è tipico esponente Giovanni Damasceno  (+ 750) vissuto nel pieno delle lotte iconoclastiche e della prima grande  crisi nei rapporti tra la cristianità occidentale e orientale. La sua opera  principale IMInyhyv6oewg è una grande raccolta di materiali filosofici e  teologici ordinati sistematicamente e con un evidente scopo apologetico  e scolastico. Tuttavia nella sua introduzione a carattere filosofico, Keparasa piaoropixà, il Damasceno svolge un'interessante trattazione della  logica e metafisica di Aristotele nonché di dottrine derivate da Porfirio e da Ammonio. A questo prologo filosofico segue un ampio catalogo  storico delle eresie e quindi, nella terza parte, una classificazione sistematica di testi patristici, unita ad una esposizione organica della teologia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che tradotta nel 1151 da  Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri sententiarum, venne  largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre presente ai  teologi occidentali della seconda metà del XII e XIII secolo.   La tradizione platonica e aristotelica delle scuole bizantine continua  poi ancora per tutto il IX secolo per opera del patriarca Fozio (820897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di Aristotele e sostenitore  della superiorità di Aristotele di fronte a Platone. Ma con Fozio, la cui  grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali sulla cultura filosofica  classica, siamo già al punto di massima rottura tra il mondo bizantino  e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva rendere presto ben difficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e l'Occidente che, del resto, le  invasioni islamiche avevano già gravemente minacciato, spezzando la    unità imperiale del bacino mediterraneo.  I due secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno all’incoronazione romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella storia  dell'Europa medioevale. In questo periodo  che è pure uno dei pit  oscuri e drammatici della storia occidentale  si viene infatti compiendo il lento passaggio dalla struttura sociale del tardo Impero alle forme di organizzazione economica e politica proprie della società feudale; si opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle aristocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma  definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costituisce il saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società. Naturalmente un simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi  a seconda che si compia nell'ambiente particolarmente propizio del regno franco, ove si verifica una rapida e facile assimilazione tra la vecchia classe senatoriale gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nell’ambiente più arretrato e barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il  suo ciclo può già considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII secolo, quando l’alleanza tra la più forte monarchia germanica, quella  dei Franchi, e la crescente potenza spirituale e mondana del Vescovo  di Roma pone la condizione storica essenziale per la formazione dell'Impero carolingio.   All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà ben presto la maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e diversi  fattori di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile illustrare  in questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non affronteremo i numerosi e gravi problemi relativi alla genesi dell'Impero carolingio, all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo, non si  potrà trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei caratteri  storici essenziali che sono propri di questo periodo. Il primo e, certo, il più importante, è appunto la profonda trasformazione che hanno ormai subîto le strutture fondamentali della vita  economica e sociale dell'Europa occidentale che presenta adesso un aspetto profondamente diverso da quello dell’età delle grandi invasioni. Ancora nel corso del VII secolo, i regni romano-barbarici avevano infatti  continuato a dominare su di una società, già in via di mutamento,  ma che non era ancora lontana dalle caratteristiche assunte durante gli  ultimi tempi del Basso Impero. La continuità di un'intensa vita economica in gran parte del bacino del Mediterraneo e soprattutto in Gallia,  in Africa e in Spagna, la persistenza di rapporti marittimi e di discreti  scambi commerciali con Bisanzio, la relativa, ma ancora notevole, floridezza dei centri urbani e mercantili, testimoniano l’assenza di una vera  e propria cesura con la vita economica, sociale e intellettuale del mondo  romano. Se si assiste all’evidente imbarbarimento delle istituzioni e dei  costumi, gli ordinamenti amministrativi sono ancora in gran parte  quelli romani e la supremazia degli invasori germanici non ha ancora  totalmente distrutto le solide basi di strutture statali ancora improntate  al modello latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono per la cultura e gli istituti che permettono la continuità e lo sviluppo della vita intellettuale.  La cultura di tipo schiettamente classico decade  è vero  progressivamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e politiche, ma  continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni romane e greche; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo influsso, ancora  particolarmente forte intorno alla metà del VI secolo.   Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII secolo, è  invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle ragioni  e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa profondità e  portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo radicale come quella del Pirenne (che ha indicato nella svolta dell'VIII secolo  l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa dell’attività commerciale e da una economia strutturale rigorosamente chiusa e rurale), è  certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia non ha più molti  tratti in comune con la società in cui si erano mossi gli ultimi grandi rappresentanti della cultura classica, come Boezio e Cassiodoro. I territori mediterranei, un tempo al centro dell’attività economica e della  vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per l’effetto congiunto  delle continue invasioni, delle carestie e delle guerre o della costante  diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza marittima dell’Islam.  Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e non decadono in proporzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino; ed  alla loro decadenza corrisponde un notevole prevalere dell’economia  rurale, e la conseguente egemonia politica dell’aristocrazia militare e  fondiaria che detiene, in gran parte, il monopolio della terra. In tal  modo il carattere prevalentemente urbano e mercantile della società  romana cede adesso il suo posto ad un assetto economico e sociale fondato prevalentemente sull’unità della vile e su un circuito di scambi a breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle istituzioni romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministrativo che era sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi  lineamenti di un ordine politico che non ha certo un diretto rapporto  con la tradizione romana.   L’impronta fortemente germanico-cristiana, che sarà propria dell’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse politico dell'Europa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del grande mutamento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione che si  è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi, nei  ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive intellettuali.   La base storica concreta su cui si fonda questo Impero è difatti la  grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente costituendosi nel  secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il perno della complessa macchina amministrativa carolingia è costituito da una fitta rete  di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi rappresentano in  tutte le più delicate funzioni politiche ed amministrative, di una gerarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia imperiale romana, perché vive del provento delle imposte o delle concessioni di terre largite dal sovrano ed è legata al proprio compito solo dal vincolo di fedeltà stretto personalmente con l'Imperatore. Questa aristocrazia,  prodotto naturale delle condizioni economiche e politiche maturate dallo sfacelo dell’ordine politico romano e dalla sostituzione della nobiltà  germanica alla vecchia classe latifondista del Basso Impero, è insieme  la forza armata dell’Impero e il suo corpo amministrativo, ne rappresenta la salvaguardia militare e la classe politica dominante. Ma essa  non è certamente l’unico elemento della costruzione politica di Carlo  Magno che, sebbene strettamente plasmata sulla struttura sociale dell’Europa romano-barbarica, trova la propria giustificazione ideale nel  carattere religioso del potere e nella propria funzione mediatrice tra il  crescente particolarismo delle istituzioni politiche e la forza di un principio universale che si richiama alla salda tradizione unitaria della  Chiesa romana.  Nell’immane mosaico di popoli e di genti ancora scarsamente amalgamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo, l’unico vincolo unitario  è infatti rappresentato dalla radicale compenetrazione tra l’Impero e  la Chiesa. E quanto questa compenetrazione caratterizzi la struttura  politica della società carolingia, lo dimostra appunto la preoccupazione di Carlo di presentarsi sempre come l’advocatus ecclesiae, difensore della cristianità, e di far coincidere la legittima estensione dei  suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa che non ha mai confini  ma si estende su tutto l’orbe ovunque si pronunzia il nome di Cristo. Convinto sinceramente che la sua autorità gli discenda dalla  natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano, ispirato da  consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i insegnamento  della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco si presenta  con un carattere del tutto diverso da quello che era stato proprio anche degli ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida del popolo di Dio. Legislatore della comunità civile, supremo principio di  autorità e di diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto ad  impugnare le due spade dell’autorità spirituale e di quella temporale. Ma proprio perché l’Imperatore è reggitore della Chiesa oltre  che dello Stato, la sua autorità penetra ovunque, e come detta nei  capitolari le norme per la tenuta delle villze e l’amministrazione dei  demani imperiali, cosî fissa le regole più particolari e minute per la  condotta del clero e la disciplina rituale e canonica. L'osservanza della domenica, l'esecuzione del canto ecclesiastico e le condizioni per  l'ammissione dei novizi nei monasteri, scrive giustamente il Dawson,  sono punti fissati nei capitolari, altrettanto come la difesa delle fronliere e l'amministrazione dei beni della corona. Ciò spiega un altro  carattere tipico dell'ordinamento carolingio, e cioè l’esistenza di una  potente aristocrazia ecclesiastica, non meno influente di quella militare e fondiaria, che partecipa all’amministrazione delle trecento contee  in cui si divide l’Impero, e ha una propria funzione politica e persino  militare. Il governo centrale è poi addirittura nelle mani degli ecclesiastici della cancelleria e della cappella reale. Non solo; l’autorità di  questa aristocrazia ecclesiastica è ben rappresentata anche nella tipica  istituzione carolingia dei missi dominici, deputati alla sorveglianza ed  al controllo sull’amministrazione locale, costituiti in gran parte da vescovi ed abati, sempre pronti ad informare minutamente il sovrano  dell'andamento della vita economica, civile e religiosa dei più lontani territori della Christianitas.   Lo spirito profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso    drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e detti di Carlo, è perfettamente  definito nella identificazione dell’autorità sacramentale e carismatica  del clero e quella non meno sacrale che discende dalla volontà del sovrano. Ed è appunto nel quadro di questa concezione, destinata a continuare ben oltre lo stesso sfacelo dell’Impero, che la società carolingia  elabora i propri ideali e le proprie istituzioni culturali, strettamente  legate alle nuove esigenze politiche.   La rinascita culturale che va sotto il nome di rinascenza carolingia è quindi il prodotto storico naturale dello spirito teologico  che permea tutta l’organizzazione carolingia, della necessità impellente  di formare un corpo di funzionari colti e competenti e di preparare  una larga élite del clero a compiti e funzioni che richiedevano un  tipo di cultura pid raffinata e mondana. Però la riforma perseouita da  Carlo non si limita solo a rinnovare la tradizione deoli studia Aumanitatis o a rinortare nelle istituzioni scolastiche dell’Occidente la linfa vitale dell’insernamento delle arti liberali ma è addirittura il  primo tentativo di ricostituire l’unità intellettuale della società europea, edificata sui resti della cultura classica. la cui influenza continua,  del resto, a dominare anche i maestri delle scuole palatine. Naturalmente, rroprio perché è legata cosî strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la cultura del TX secolo  ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri dominanti. Nonostante  tutti i tentativi di riconnettere la rinascenza carolincia alla grande  fioritura intellettuale, o, addirittura, all’umanesimo quattrocentesco, pesano infatti su questa cultura i limiti storici di una società che non riusci mai a darsi una vera struttura statale organica e  che nella sua rigida divisione di caste realizzò la piti compiuta separazione tra il ristretto ceto dei clerici monopolizzatori della cultura  e la gran massa dei fedeli. Non a caso, quindi, la rinascenza carolingia ha come suo precipuo ideale l’elaborazione di una cultura di  carattere esclusivamente ecclesiastico  0, meglio, ecclesiastico-amministrativo,  capace di garantire l’unità religiosa e ideologica della  Christianitas e di subordinare la stessa validità delle discipline classiche  alle esigenze dogmatiche predominanti della ortodossia cattolica. E  non per nulla gli stessi teologi e i maestri della scuola palatina, strenui  difensori di una concezione unitaria dell’autorità imperiale che è di  schietta impronta romana, sono, al tempo stesso, anche i tenaci sostenitori del fondamento sacrale del potere civile e della sua piena  coesione con l’immutabile ordine della gerarchia ecclesiastica.   Del resto, quant'è diversa la finalità e la destinazione ideologica della civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è altrettanto profondamente mutato l’ambiente in cui essa maggiormente  fiorisce. I cenui della rinascenza non sono ora le città del vecchio  mondo romano, né le terre dell’Italia, della Francia meridionale o  della Spagna, bensi la stessa corte imperiale, le innumerevoli abbazie e scuole monastiche disseminate nel vasto dominio franco e soprattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra la Loira e il Weser.  I maestri, i chierici che la propagano non sono grandi aristocratici  romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della tradizione latina  come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di origine barbarica che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato della  tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a Reichenau,  tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente di nuova  vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo limitato delle  lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi anche nell’ambito  delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci carolingi portano ad  una perfezione prima ignorata. Così, sebbene l’Impero, minato dalla sua debole struttura, si avvii rapidamente alla fine, le grandi abbazie benedettine diventano gli unici centri intellettuali dell'Europa, tormentata dall’erompere dell’anarchia feudale, di una società sconvolta  e lacerata da nuove ondate d’invasione. All’adempimento di un tale compito storico, l’abbazia benedettina  era stata del resto già preparata da due secoli di oscura e paziente  elaborazione di nuove élises intellettuali. Da quando la regola di  Benedetto aveva creato, agli inizi del VI secolo, un nuovo tipo di  monachesimo, operoso e attivo, ispirato alla norma della preghiera e  del lavoro collettivo e fraterno, l’antico ideale dell’ascesi individuale  era stato sostituito da una nuova direttiva spirituale di contenuto sociale. Nel monastero benedettino, costituito in una salda unità amministrativa e disciplinare, il lavoro manuale e la pura ricerca contemplativa avevano ritrovato una profonda unità del tutto ignota alla società del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia militare e fondiaria e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in una  età in cui l’economia era prevalentemente agricola e gli ordinamenti  politici si sfasciavano sotto il peso crescente delle tendenze particolaristiche), la diffusione delle istituzioni benedettine aveva permesso la  formazione di numerosi centri d’intensa vita produttiva, dove la coltivazione delle grandi proprietà abbaziali si alternava allo studio ed  all’apprendimento dei primi rudimenti delle arti liberali. Tutto ciò  spiega e giustifica la grande fortuna dell’ordine benedettino in tutta  la Cristianità occidentale, e soprattutto nelle regioni dell'Europa continentale ove si erano già delineati i caratteri incipienti della civiltà feudale. Poiché fu soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania  meridionale che il sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli  economici e amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della  diffusione organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e monastico, ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione  classica. All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un contributo ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei paesi  anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente  dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monachesimo, che in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece  delle isole britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato  la gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria  vita entro la cornice esclusiva delle regole monastiche. E tale carattere è certo ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo anglosassone sorse in un paese quasi completamente pagano, ove soltanto  nel 596 era ripresa la tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di  Gregorio Magno.  Il successo della predicazione del monaco Agostino, primo vescovo  di Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però assai rapido: già nel  644 l’East Anglia aveva un proprio vescovo anglosassone, e dieci anni  dopo anche il seggio primaziale di Canterbury era stato occupato dal  sassone Deusdedit cui: doveva succedere il monaco greco Teodoro,  dotto nelle lettere greche e latine. Teodoro e l’abate africano Adriano  furono gli iniziatori di una fortunata opera di riforma intellettuale che  aveva naturalmente uno scopo e una finalità essenzialmente devota,  ma che non trascurava neppure l’insegnamento delle lingue classiche  e la lettura degli auctores. Liberi da ogni stretto vincolo disciplinare  e dogmatico, animati da uno spirito di tenace e vivace proselitismo, i  monaci da loro educati ne diffusero l'insegnamento e la pratica in una  fitta rete di istituzioni monastiche che coprì rapidamente tutte le regioni delle isole britanniche, dalla Britannia al Galles, alla pagana Caledonia.   Da Canterbury a Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da    L'età carolingia    S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino al  lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e ricco  di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e storiche  posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi dell'Europa  continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci è appunto  noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci ricorda di  aver appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali del diritto romano, i principi della metrica e della prosodia, le figure principali dell’arte retorica, e, ancora, la matematica e l’astronomia.   Certo, a giudicare dalla notevole barbarie della prosa di Adelmo  e dalla sua ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare non pochi  dubbi sul valore della tradizione classica diffusa negli ambienti monastici anglosassoni. Eppure si tratta dei primi timidi frutti di una  cultura che non ignora né Virgilio, né Terenzio, né Orazio, né Giovenale, e che continua, in sostanza, un tipo d’insegnamento non troppo dissimile da quello praticato nelle scuole del Basso Impero. Né i  risultati di questo insegnamento sono da disprezzare, se è vero che  a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i monasteri anglosassoni inviavano sul continente i loro primi missionari.   Del resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in  Francia il monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione monastica in Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in  Italia, ove l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo  anglosassone. Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco anglosassone, Wynfrith, l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di  Magonza sotto il nome di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto  l’apostolo della Germania, da lui evangelizzata mercé la protezione  della monarchia franca e nel quadro della direttiva episcopale romana,  bensi l’uomo di Chiesa che seppe operare la saldatura storica tra la tradizione benedettina e romana e quella anglosassone, diventando cost  il diretto intermediario tra la cultura dei monasteri irlandesi e britannici  e la ripresa intellettuale che cominciava a delinearsi nel continente.  Chiamato, nel 742, da Carlomanno, fratello e collega di Pipino il  Breve, perché provvedesse a riordinare lo stato della Chiesa nel suo ducato di Neustria, ove il clero era profondamente decaduto dal punto  di vista disciplinare e privo di ogni cultura, Bonifacio compì in breve  tempo una riforma radicale. Nel suo periodo di governo, durato dal  ‘42 al °47, non solo provvide ad eliminare gli abusi più gravi, e a sottoporre l’episcopato franco all’autorità apostolica romana, ma trapiantò  nelle scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la cultura che fioriva in Britannia nei nuovi monasteri sorti nel VII secolo, come quello  di S. Pietro di Wearmouth, fondato nel 674 da Benedetto Biscop.   In questo ambiente colto ed erudito, sui testi devoti e profani che  il Biscop aveva portato dall’Italia e dalla Gallia, si era, del resto, già  formato, negli ultimi decenni del VII secolo, un monaco anglosassone,  che aveva scritto la storia ecclesiastica del suo popolo in un latino eccezionalmente limpido e puro. Nato nel momento di massima  fortuna della cultura monastica anglosassone, il monaco Beda, che i medioevali chiameranno il Venerabile, non si era limitato a compiere la sua opera di storiografo guidata da una fondamentale ispirazione romana, ma aveva illustrato la sua cultura letteraria nel De  orthographia e nel trattatello De schematibus et tropis, e definito i  principi e metodi della cronologia nel De temporibus, De temporum  ratione, De ratione computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé  per tutto il Medioevo di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura,  costruito sul modello dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una  cultura più raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non differisce troppo da quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le  sue opere si direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in  un ambiente sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, addirittura, in un Paese che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà  romana. Eppure, è proprio in Inghilterra e in Irlanda che la cultura  classica riprese a fiorire con forme ed intenti ancora ignoti agli altri  paesi dell'Occidente; né è certo un caso che le prime forme di prosa  d’arte, atteggiate sul modello della tradizione letteraria latina, nascessero nei conventi di Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda. Quando poi,  agli inizi del IX secolo, re Alfredo tradusse la Cura pastoralis di Gregorio Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la Consolatio di Boezio,  non creò soltanto i primi modelli letterari della prosa anglosassone, ma  offri una nuova prova del carattere squisitamente classico della ma tura civiltà anglosassone. Questa ricca cultura di origine e ispirazione classica, non avrebbe  però avuto una effettiva incidenza storica, se non si fosse presto diffusa  nell'Europa continentale, improntando di sé la vita intellettuale dell’Impero carolingio. Abbiamo già accennato alla missione di Bonifacio  ed al suo tentativo di migliorare la formazione intellettuale del clero franco mediante lo studio dei rudimenta letterari necessari per l’insegnamento della Scrittura. Ma l’uomo che seppe trapiantare in Occidente i frutti più maturi della cultura anglosassone e servirsene come fondamento di una vasta riforma intellettuale, fu un monaco irlandese, Alcuino di York. Formatosi in una scuola largamente  aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto la guida  di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del trivio e del quadrivio. Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore della  humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che già  in quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni scolastiche  per la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo chiamò alla sua  corte, affidandogli la guida della riforma scolastica. Già presente alla  corte carolingia, Alcuino, dopo un breve soggiorno  britannico, vi tornò stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla morte  e per quasi vent’anni il monaco irlandese mirò  come disse  a trasformare l’Impero di Carlo in una nuova Atene, superiore anzi all'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali dello Spirito  Santo.   In realtà, il maggiore merito storico di Alcuino fu quello d’intendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura necessario per la  società carolingia, e di trasformare la tradizione classica dei monasteri  e delle scuole anglosassoni in una organica direttiva intellettuale strettamente associata all’ideale teocratico dell'Impero e legata alla gigantesca macchina politica e amministrativa costruita da Carlo. Tutti i  risultati più positivi di due secoli di lenta maturazione intellettuale;  furono cosî posti al servizio della società rigorosamente gerarchica su  cui si fondava l’impero, e divennero i criteri formativi di una nuova  élite intellettuale, emersa dalla confusa vicenda di due secoli di  crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò soltanto a questo compito  di organizzazione del nuovo sistema delle scholae imperiali, o alla  trasmissione della esperienza anglosassone; egli stesso elaborò la distinzione organica e sistematica delle sette arti liberali, trasformando la  pratica tradizionale della cultura classica in un complesso ragionato c  ordinato di nozioni e di tecniche. I frutti della sua attività furono certamente tali da influenzare per quasi tre secoli gli sviluppi essenziali  della cultura europea; gli uomini educati alla sua scuola poterono giustamente vantarsi di aver restaurato un solido legame con la cultura  classica, e di aver, per cosi dire, riannodato quel filo sottile della tradizione che sembrava essersi spezzato con la crisi dell'unità romana.   Certo, il tipo di cultura instaurato da Alcuino rispecchiò anche tutti i limiti storici dell'ambiente da cui nasceva e per la sua impostazione esclusivamente ecclesiastica fu lo specchio di una società divisa  in caste, e che affidava al dominio spirituale della Chiesa l’assoluto  monopolio della formazione delle id:e. Ma anche entro questi limiti,  l’opera di Alcuino fu eccezionalmente fruttuosa; si può dire che si  debba alla sua direttiva la prima organizzazione di un sistema di istituzioni scolastiche comune a gran parte dell'Europa carolingia e la  formazione di un tipo di cultura raffinata, non più limitata al chiuso  mondo anglosassone, bensi diffusa in Francia come nella Germania  meridionale, in Italia come nelle isole britanniche. Da questa cultura   destinata a sopravvivere al crollo dell’Impero e al pid torbido periodo di anarchia feudale  muoveranno poi nell'XI secolo le nuove  correnti di pensiero che, parallelamente’ alla grande trasformazione  economica della società medioevale, guideranno la rinascita intellettuale dell’Europa.   A spiegare il successo dell’opera di Alcuino può contribuire la  considerazione che la Gallia era stata influenzata dalla cultura latina  assai più dei territori britannici, e che il ricordo della lingua e della  civiltà non vi si era mai perduto. Però lo stato di miseria intellettuale del clero franco  deprecato dal dotto Bonifacio  e i lamenti  che Gregorio di Tours o Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle  condizioni della cultura nella vecchia Gallia romana, testimoniano una  profonda decadenza, che si era sempre più accentuata dopo che si erano  allentati i vincoli con l’Italia e con le altre regioni pi progredite del  vecchio Impero. Proprio la constatazione che gran parte dei suoi ufficiali laici o ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina,  aveva indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole  vescovili e monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio  e le salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesiastico e della grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle  istituzioni scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impellente la necessità di organizzare in breve tempo un vero e proprio  corpo di dignitari e di amministratori, capace di adempiere al grave  compito del governo dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era rivolto dapprima in Italia, donde era venuto alla sua corte il dotto  longobardo Paolo Diacono (725-797) che per cinque anni vi aveva insegnato il greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di Montecassino.   Durante il suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e corretto una  collezione di Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento alla ripresa degli studi. Più tardi il suo insegnamento era stato continuato da Pietro di PISA (vedasi), già maestro a Pavia, e da Paolino di Aquileia, presenti alla corte carolingia. Questi maestri erano però  ben lontani dal livello intellettuale e dalla preparazione dei monaci  irlandesi e britannici; e la loro cultura era forse anche inferiore a quella  di due dotti ecclesiastici ispano-gallici, come Agobardo,  che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo (t821) vescovo di Orléans,  vomini di larga cultura teologica e letteraria, conoscitori ed ammiratori  di Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano e Cicerone. Nondimeno, quei maestri italici furono il primo nucleo della élite intellettuale raccolta da  Carlo intorno alla sua corte; e fu sul terreno preparato da questi modesti  professori che si maturò la riforma di Alcuino, guidata da una lucida  consapevolezza della continuità della cultura classica e dalla eccezionale capacità di ridurre i suoi elementi essenziali a componenti di una  ruova direttiva ideologica e dottrinale.   Il rapporto che Alcuino volle porre tra la nuova cultura di cui  era- ispiratore e la tradizione classica, è infatti espresso chiaramente  in più di un testo. Il suo dialogo De virtutibus ci insegna che la scienza, la virti e la verità valgono di per se stesse, e che i cristiani, lungi  dal condannare le verità e le virti degli antichi, debbono anzi accettarle e coltivarle. I poeti, i grammatici, i retori ed anche gli stessi  filosofi, spesso oggetto di timori e di condanne, hanno infatti insegnato delle dottrine intrinsecamente utili e vere che costituiscono un  prezioso patrimonio umano. Perciò, al discepolo che gli chiede quale  sia la differenza tra i filosofi antichi e i cristiani, Alcuino può rispondere che solo il battesimo e la fede li distinguono, e che la saggezza  antica, che ha compreso la natura e la ragione delle cose, può costituire il migliore accesso alla suprema sapienza cristiana. I filosofi,  egli scrive, non hanno creato, ma solo scoperto quelle arti; poiché  Dio stesso le ha poste nella realtà e nella natura, lasciando che gli  uomini più dotti le scoprissero con le loro forze. Come non riconoscere, perciò, la necessità dello studio delle arti liberali, necessarie,  del resto, anche ai teologi e a tutti i maestri della Sacra Pagina? E  come non scorgere in questo studio un alto dono di Dio, e un compito meritorio per ogni cristiano?   Ecco perché, nel tracciare il suo piano di insegnamento, Alcuino  affermò cosi recisamente la funzione propedeutica delle arti liberali che  costituiscono la solida base della cultura, e perché costrui la scuola  carolingia sul modello delle scuole monastiche ed episcopali anglosassoni, cercando di raccogliere organicamente le testimonianze e le fonti  essenziali delle antiche discipline. Mediocre poeta, teologo di scarso rilievo (il suo De ratione animae non è che una esposizione debole e  generica di motivi agostiniani e vagamente neoplatonici), egli ebbe però, in sommo grado, il senso della organizzazione della cultura.E lo  testimoniano i suoi manuali, dalla Grammatica ricavata dagli scritti  di Prisciano, Donato e Isidoro, al De orthographia che ricalca Beda, al  Dialogus de rhetorica costruito su materiali ciceroniani, al De dialectica  ove utili zza Boezio, Isidoro e le pseudoagostiniane Categoriae decem. La nuova organizzazione degli studi promossa da Alcuino non  tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno di Carlo le regioni  centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le istituzioni scolastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini. Le abbazie di  S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i centri della  cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli, le direttive  essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che ha non pochi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo Impero.  Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente ecclesiastico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e patristiche, la base  su cui si fonda l’istruzione dei chierici è squisitamente classica e legata alla lettura e al commento dei classici latini. Ciò spiega il moltiplicarsi dei codici, copiati nei centri scrittori delle maggiori abbazie  e rapidamente diffusi nelle varie scuole di Europa. Ma la lettura di  questi testi e il commento grammaticale non sono certo l’unica attività dei dotti carolingi, né la loro cultura si esaurisce  come è stato  pur detto da taluni storici  in una esercitazione grammaticale.  La partecipazione commossa alla cultura classica, l’amore per gli  antiqui considerati come maestri di umanità, la familiarità con le loro opere, implicano infatti tutto un modo di concepire il rapporto tra  la sapientia cristiana e il pensiero degli antichi, ben lontano dalla  intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né meraviglia che i discepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi e gli aggettivi delle divinità antiche per alludere agli attributi del Dio cristiano, o paragonare, quasi inconsapevolmente, le beatitudini paradisiache alle gioie  sensibili dell'Olimpo classico.   D'altra parte, accanto a questa formazione prevalentemente letteraria e umanistica, la cultura carolingia non manca già d’interessi più  nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla vicina tradizione    L'età carolingia    della filosofia classica. Studi recenti hanno appunto accentuato, magari attribuendole un significato superiore al suo vero carattere, l’Épistola de nihilo et tenebris di un discepolo di Alcuino, Fredegiso di  Tours, maestro di notevole influenza durante il regno di Ludovico il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso muove dall’interpretazione letterale del testo scritturale ove è scritto che Dio ha creato il mondo dal  nulla (er rikilo), per concludere che il nulla è qualcosa di reale. Questa idea induce poi, come naturale conseguenza, ad affermare che il  nulla non è affatto semplicemente l’assenza o negazione dell'essere;  nerché  come argomenta il monaco  ogni nome deve avere un  sionificato esatto e determinato, e quindi indicare qualcosa. di positivo e di reale; perciò se, dicendo uomo, pietra, ecc.. indichiamo  sempre una cosa reale, anche pronunziando il nome niki! dovremo  indicare una res. Nel caso contrario non sarebbe possibile stabilire un  significato per il termine nihil, siacché ogni significazione è significazione di quello che c'è, ossia di qualcosa di esistente; e se questo  è vero, e se il termine nihil è significativo, vuol dire che esso indica  un ente reale ed evidente.   L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era, almeno nella  sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità dialettica simile a  ouelli attribuiti a un îonoto Atheniensis Sophicta che sarebbe vissuto  alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato ben diverso, se si  riflette che la sua discussione finisce con l’implicare lo stesso concetto  doematico della creazione er nikilo e con l’ammettere l’esistenza di  una entità comune e indefinita di cui Dio si sarebbe servito come di  una materia indispensabile per creare il mondo. Una simile idea  che  rispecchia orobabilmente una precisa influenza platonica  spiega assai  hene le polemiche e le accuse sollevate contro Fredegiso da altri maestri,  come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum gli contestò anche  di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo, critico insistente  delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche che stigmatizzò  più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le dottrine di Fredegiso,  di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto con i dati della rivelazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità con gli antichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione e la sua  avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze superstiziose, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia di cui rispecchiano alcune delle componenti essenziali.   Fredegiso ed Agobardo sono due personalità strettamente legate  alla diffusione della nuova cultura, mei principali centri scolastici della    Francia carolingia. Ma negli stessi anni anche la Germania meridionale conobbe gli effetti della rinascita intellettuale promossa da Carlo  e da Alcuino, soprattutto per merito della scuola benedettina di Fulda.  Principale protagonista di questa diffusione fu, del resto, un altro discepolo di Alcuino, Rabano Mauro che, dopo aver iniziato  i suoi studi a Fulda, era passato alla grande scuola di S. Martino di  Tours, per tornare di nuovo a Fulda, arricchito dell’esperienza di un  ambiente intellettuale cos superiore alla rozzezza delle scuole tedesche. Maestro ed abate di Fulda, e poi arcivescovo di Magonza, Rabano esercitò una influenza determinante nell’organizzazione della  vita culturale ed ecclestiastica della Germania. Ma soprattutto egli  diede alle scuole medioevali un complesso di scritti e di manuali  particolarmente adatti alle condizioni della cultura del tempo, come la  Grammatica, redatta sui modelli cari ad Alcuino, e un trattato sul  computo ecclesiastico. Al nome di Rabano sono, pure attribuite, ma  senza gran fondamento, anche delle glosse a Porfirio e al De interpretatione di Aristotele che, se fossero realmente sue, testimonierebbero un vigore dialettico davvero eccezionale per i suoi tempi. Ma  la sua opera più importante fu il trattato De clericorum institutione,  un vero e proprio corso di studi ecclesiastici per la formazione e l’incivilimento del clero germanico.   Il programma che Rabano vi propone non è sostanzialmente diverso da quello di Alcuino, da cui riprende l’ordinamento sistematico  delle arti del trivio e del quadrivio, e lo studio degli autori classici come maestri di eloquenza. Certo, questo studio va condotto  secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione e prudenza di  un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe mondane  che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro sapere  non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve largamente di materiali classici anche nel suo ampio scritto enciclopedico  De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica rerum  significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati in  senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non dissimile da quello di Beda e di Isidoro.   L’opera educativa di Rabano fu continuata in Germania da Candido di Fulda, autore dei Dicta Candidi, modesto opuscolo intessuto  di citazioni agostiniane, che ha però interessato gli storici perché contiene già alcuni elementi di una prova dialettica dell’esistenza di Dio,  fondata sul rapporto tra l’imperfezione umana e l’assoluta perfezione  divina. L'influenza di Rabano non si limitò però all'ambiente di Fulda, ma si estese anche al monastero benedettino di Reichenau, con l’insegnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove l’opera di Servato  Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni ermeneutici di Rabano, continuandone la direttiva umanistica con sottile sagacia filologica.   La vivace ripresa culturale della fine dell’VIII secolo e della prima  metà del IX, non poteva naturalmente restare estranea all’ambito del le discussioni teologiche, e difatti nella seconda metà del IX secolo  si svolgono nuove controversie che riflettono la presenza di tendenze  dottrinali divergenti e rivelano un uso già scaltrito degli strumenti  dialettici. Le controversie investono i temi più delicati della riflessione  teologica dalla natura del rapporto trinitario al modo onde è avvenuta  la generazione di Cristo, sul carattere della visione beatifica, sul rapporto tra l’anima e il corpo e, ancora e soprattutto, sulla presenza del  Cristo nelle specie eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di una  scuola o di una abbazia, divengono presto cosa pubblica, provocano  l'intervento delle gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso, anche  quello dell’Imperatore che, come advocatus ecclesiae, investe della lorc soluzione i sinodi e i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di una  vasta letteratura controversistica, nella quale vengono largamente usati  i metodi acquisiti attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi Pascasio  Radberto, abate di Corbie affronterà nel suo trattato De corpore et sanguine Christi il problema della presenza del Cristo nell’eucarestia, dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza  divina in veritate, e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro  che sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi  attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.  D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema  in polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scriverà un trattato De quantitate animae e un De anima assai interessanti,  poiché rivelano la presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dottrine attribuite a un Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una  anima universale comune a tutti gli uomini.   Queste discussioni  come quella assai più importante sulla predestinazione che coinvolgerà intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gottschalco di Orbais, Rabano Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto  Eriugena  sono l’ultimo frutto della civiltà carolingia già avviata  al suo rapido declino. Ma prima che l’Europa, devastata da nuove ondate d’invasione e travolta dall’anarchia feudale, conosca una nuova  età di regresso intellettuale, la cultura cafolingia toccherà il suo pit  alto livello filosofico nelle speculazioni di Giovanni Scoto Eriugena. La cultura carolingia attinse principalmente le sue dottrine teologiche dalla tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino;  ma non le furono però neppure estranee le dottrine dei Padri greci  che i monaci britannici avevano spesso letto direttamente nella loro  lingua, né le tesi platoniche esposte e commentate nelle opere di Boezio. D'altra parte, i monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodoro di Canterbury si erano rifugiati dei dotti religiosi britanni desiderosi di dedicarsi liberamente alla vita contemplativa, perfezionarono  la conoscenza del greco al diretto confronto di testi e tradizioni ignote,  in quel momento, nelle scuole continentali. Sicché il vivo interesse per  il mondo antico e per i suoi grandi awctores poté essere mantenuto e  coltivato, nel corso del IX secolo, dalla larga emigrazione di maestri  irlandesi che passarono nelle scuole della Francia, soprattutto a Reims  e a Laon, portando spesso, insieme alla loro perizia nelle arti liberali,  anche la testimonianza e la diretta influenza di una generica ispirazione platonica. Ma le loro modeste conoscenze filosofiche non potrebbero spiegare la maturazione di un'eccezionale personalità filosofica come Giovanni Scoto Eriugena, destinata a imporre una netta caratteristica platonica e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica dell’Alto  Medioevo. Né questa rinascita speculativa sarebbe storicamente comprensibile ove non ricordassimo la funzione determinante esercitata  nella tarda cultura carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dionigi l’Areopagita..   Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima fatica di uno  scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e l’inizio del V  secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente intellettuale carolingio, già predisposto singolarmente a subire le suggestioni delle  dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il Pio dal Basileus bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti solennemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Parigi, ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costantemente la loro diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti  del tempo, e che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato  proprio nel singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati  (De coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis nominibus,  de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta, in realtà,  il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine essenziali del neoplatonismo nel quadro di una concezione sostanzialmente  cristiana.   Nel Corpus areopagiticum, in cui rivive lo spirito di Plotino, ma  più ancora di Proclo (la cui Elementatio theologica ispirò largamente  l'ignoto autore), è delineato tutto un modo di considerare il sistema  della realtà, il suo rapporto con Dio, e l’essenza stessa della divina  natura e dei suoi attributi, che si accorda perfettamente alla mentalità di uomini educati al platonismo dei Padri e di Boezio. Applicando  alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine, l’uno positivo e l’altro  negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio tutte le perfezioni che  la mente umana coglie nelle creature e che nella divinità sono esaltate  al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino e di Proclo, nega  tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi attributi umanamente apposti alla sostanza divina. Per questo, specialmente nel De  divinis nominibus, Dio è definito come bontà, essere, luce, unità; eppure viene insieme affermata la sua assoluta impredicabilità,  perché anche il più eccelso attributo è sempre inadeguato, e la più  alta conoscenza di Dio è data soltanto dall’oscurità tenebrosa del sapere mistico.   La Theologia mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta  trascendenza divina, che è al di là di ogni possibile definizione, persino dello stesso nome di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è oltre ogni affermazione ed ogni negazione, che ignora sapendo d’ignorare  e rifiuta qualsiasi determinazione concettuale, è l’unico grado supremo  di conoscenza, smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione  della mente con Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limitato e temporale. Ma ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta  la realtà partecipi in certo modo della realtà divina, sia insomma una  celeste processione di forme che Dio trae dalla sua perfetta supernità, distinguendole da sé, nell’infinita diffusione della sua eterna luce.   Con lo stesso linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u L'Alto Medioevo    sando le loro stesse analogie luminose, cariche di reminiscenze platoniche, l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio di grado in grado, il suo generare un mondo scandito in successivi gradi di perfezioni gerarchiche, il suo rivelarsi attraverso le proprie opere nella perfetta teofania dell’universo. Tutto, infatti, dagli esseri intelligibili  e intelligenti alle anime irrazionali degli animali, alla vita torpida  delle piante, alle cose che non hanno né anima né vita, è parola di  Dio, espressione compiuta della eterna illuminazione con cui Egli  esprime il suo Essere. E se è vero che infinita e incolmabile è la differenza e la distanza tra Dio e le creature, pure ogni aspetto e forma  della realtà è un grado dell’ascesa verso Dio, fino all’ultimo salto  della unione mistica. Naturalmente, la presenza divina si dispiega poi  in sommo grado nella gerarchia degli spiriti puri (trattato De coelesti  hierarchia), che muovono le sfere celesti e costituiscono gli intermediari tra Dio e la natura terrena, cosîf come la gerarchia ecclesiastica  è intermediaria tra l’uomo e la grazia divina. Cosi Dio, fine ultimo e  supremo, attira a sé tutte le cose create attraverso il moto d’amore che  ispira alle celesti intelligenze e che da queste si propaga di grado in  grado, fino a confluire nella perfetta mobilità della monade divina.  Per un duplice processo, la cui descrizione risolve in sé tutte le vicende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed eternamente  vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e le onde  del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima riva.   Non occorre  credo  insistere ulteriormente sul carattere della  speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al pensiero  medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la tradizione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del Vangelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica della  realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata sull’ordine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da un ideale  teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile. L’analogia  dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia ecclesiastica, l’interpretazione allegorica e mistica di qualsiasi momento della realtà, l’insistenza sulla trama di rapporti mistici e segreti che unisce all’unità  divina le molteplici, transitorie manifestazioni dell’ordine temporale  e mondano, furono infatti i caratteri della mistica dionisiana che dominarono tanti aspetti della cultura medioevale ispirando con uguale  fervore la fantasia dei poeti e l’esaltata visione dei santi. Ma se l’influenza del Corpus areopagiticum è presente in tutta la storia della mistica medioevale, che di qui trasse la sua tipica descrizione dell’ascesa    dell'anima a Dio e il suo linguaggio speculativo, non fu però inferiore  anche nell’ambito strettamente filosofico. Ed è anzi proprio attraverso  gli scritti dionisiani che entrarono in circolazione molte dottrine e motivi platonici e neoplatonici, presto associati alle testimonianze di Macrobio, alle dottrine del Timeo fisico e del commento necplatonico di  Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la naturale diffusione del  Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e l’interesse che lo accompagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti da Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio nell’accettare l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi scritti furono  infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine. Ma ben  più che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi dovettero la  loro rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo irlandese,  professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di Carlo il  Calvo: Giovanni Scoto Eriugena. Dotto di latino e di greco (anche se sembra che abbia studiato questa lingua solo durante il suo soggiorno parigino), questo monaco si era rapidamente segnalato tra i suoi colleghi francesi e irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di Laon e Incmaro di Reims avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco che sosteneva l’assoluta predestinazione sia alla dannazione che alla salvazione eterna, ne avevano affidato l’incarico all’Eriugena già noto per la sua larga conoscenza dei Padri e della letteratura teologica. Nell’opuscolo De praedestinatione, Giovanni affrontò le tesi di Gottschalco, negando recisamente qualsiasi forma di predestinazione al peccato; ma il modo con cui trattò il delicato problema teologico alla luce delle idee che furono poi al centro della sua meditazione, gli valse la severa censura dei due vescovi e quindi le prime condanne comminategli dai Concili di Valenza e di Langres. La traduzione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno all’858, confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era già manifestata nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi aggiunse anche la versione del De hominis opificio di Gregorio di Nissa e gli Ambigua di Massimo il Confessore, due operette di schietta impronta platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo si era sforzato di volgere in un senso pienamente cristiano le dottrine più ambigue del corpo dionisiano, identificando le forme divine con gli archetipi immutabili che Dio immette nella realtà mondana come segni della propria perfezione e della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il significato mediano dell’uomo, posto come intermediario tra Dio e il mondo, partecipe di due diverse nature e di due opposti destini, Queste fonti sono, del resto, sempre presenti in tutte le opere di Scoto Eriugena, dal vasto dialogo metafisico De divisione naturae, al commento alla Hierarchia coelestis, al commento, pervenutoci frammentario, al Vancelo secondo Giovanni, all’Omelia sul prologo dello stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano principalmente la continuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf da una larga familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale conoscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente platonica si accompagna però un metodo argomentativo che presuppone una notevole conoscenza dei testi logici aristotelici e, in particolare, delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è anzi proprio la riduzione degli strumenti logici aristotelici in funzione di una concezione metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà, pid tardi, profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei secoli X e XI, determinandone talune direttive essenziali. La concezione dottrinale esposta principalmente nel dialogo De divisione naturae è, certo, tra le pi audaci che siano state formulate nell’età medioevale, anche se è vero che talune interpretazioni ne hanno spesso deformato gli effettivi lineamenti storici, attribuendo al monaco irlandese opinioni e atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed alla sua formazione. Le tesi cosi care agli storici ottocenteschi, che scorgevano nell’Eriugena una specie di libero pensatore avant lettre e un filosofo decisamente orientato verso posizioni panteistiche o immanentistiche sono state infatti smentite da analisi pi approfondite ed aderenti alla reale posizione filosofica dello Scoto. Eppure, anche se non è più possibile aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo che la sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale nella storia della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale veicolo di idee destinate ad influenzare fecondamente la cultura filosofica e teologica dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della perfetta coinci IX e il X secolo denza della verità filosofica raggiunta per la via del ragionamento logico, e la verità rilevata direttamente da Dio. Filosofia e teologia hanno in comune la stessa origine divina, sono entrambe espressione della medesima eterna Sapienza; e quindi non può esservi tra loro mai contraddizione o opposizione perché è impossibile che due doni divini siano contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione filosofica è per Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene in se stessa tutte le possibili verità di ragione. O, come afferma appunto l’Eriugena in un passo che è stato spesso citato come prova della sua ortodossia: la vera filosofia è la vera religione e, viceversa, la vera religione è la vera filosofia. Tale principio, più volte affermato dallo Scoto, sembra presentare una soluzione quanto mai coerente del problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici della fede ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito di verità rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la certezza salvatrice della rivelazione debba essere sempre illuminata dalla ragione che ne permette l'effettiva comprensione e la piena consapevolezza. Se la rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve credere a proposito della natura divina, della natura della nostra anima e del suo destino oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica della ragione che si sforza di interpretare le parole della Scrittura e di renderle evidenti e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure intendere cosa significhi, ad esempio, la dottrina biblica della creazione, o quale sia il senso degli attributi divini, senza una oculata interpretazione, svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei Padri, che raccoglie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno ai massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai esser poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della infallibilità della parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un contrasto tra la giusta ragione e l’autorità dei Padri, l’Eriugena ritiene che si debba scegliere la verità della ragione ben motivata e definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile solo se si fonda su di un ragionamento evidente e rispondente ai requisiti della verità logica. Né credere alla rivelazione o all'autorità divina significa accettare ciecamente i suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi; la loro autorità deve essere sempre confrontata con l’autorità più alta della ragione cui spetta in ultima analisi il giudizio definitivo. È appunto fondandosi su questa piena fiducia nel valore dell’interpretazione razionale dei dati della rivelazione, che Eriugena traccia un grande quadro della creazione e della realtà costruita mediante l’uso sistematico e costante di un procedimento razionale che si richiama ai modelli della dialettica platonica. Se da un lato egli muove dalla considerazione dei generi supremi per distinguere analiticamente entro queste unità razionali i generi e le specie sempre meno universali che vi sono contenuti, d’altra parte risale anche in sen so inverso l’ordito della realtà, muovendo dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo cosî in un duplice movimento l’eterno processo dialettico della creazione. La divisione della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo discendere dalla unità immutabile del sommo, unico principio divino alla infinita molteplicità delle sue determinazioni successive che però, a loro volta, sono razionalmente ricondotte all’unità che le genera e considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plutone nelle pagine del Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto a fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onnipotenza creatrice, sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e mutevole delle cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione dell'ordine e della struttura gerarchica dell’universo, già definita dallo Pseudo-Dionigi, si risolve nell’intelligenza di come si generino dalla Sapienza divina le idee, i generi, le specie e gli individui che lo costituiscono secondo la legge immutabile di un processo logico interno ad ogni realtà. Se l’universo è per l’Eriugena, come per lo Pseudo-Dionigi il puro specchio di Dio in cui si riflettono le forme e le immagini delle idee eterne, il movimento razionale per cui si risale dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno della realtà alla sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto questo spiega perché la natura sia considerata nel De divisione entro una quadruplice distinzione che segna appunto i momenti essenziali del suo interno processo dialettico. Cosi, in primo luogo, natura non creata e creante è l’unità divina donde tutto si genera. Natura creata e creante sono le idee eterne presenti nel suo intelletto come archetipi eterni delle cose, mentre sono natura creata e non creante le realtà molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito nella misura della temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine e supremo scopo della realtà, è la natura non creata e non creante, perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è subito evidente che queste distinzioni si risolvono sostanzialmente nell’unica distinzione fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e la sua esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio secondo la definizione dionisiana è al di là di tutte le determinazioni possibili e trascende ogni forma, aspetto o nome definito, anche l’Eriugena può riprendere la tematica della teologia negativa applicandola con logico rigore. In tal modo, se per via positiva si può affermare di Dio tutto ciò che esiste e attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però ricordare che tale affermazione è solo simbolica e che la si può riferire a Dio non perché egli sia realmente questa o quella realtà determinante, ma perché è la causa e il fondamento assoluto del suo essere. Definire Dio con un nome o con un concetto, chiuderlo entro un termine particolare, significherebbe negare la sua realtà superessenziale; perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa, occorre insieme affermare e negare, attribuire e non attribuire. Dio è infatti al di là di ogni essenza, com'è al di là della verità e dell’eternità, oltre ogni categoria logica e ogni perfezione attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una superessenza, una superbontà e sovraeternità, e che il linguaggio umano non abbia altra via che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la stessa affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla tematica dionisiana, derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è cosa ben evidente. Ma la conseguenza più importante è la compresenza nel pensiero dell’Eriugena di una profonda esigenza mistica che mira a risolvere la conoscenza di Dio’ nell’oscura trascendenza dell’ignoranza, e di una considerazione positiva della realtà mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno creatore. Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime infatti nella sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal non essere per condurla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone una intima relazione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che, nel linguaggio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione non molto lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi plotiniane. Certo, il processo che entro l’immutabile unità divina distingue il Padre, il Figlio e lo Spirito, non è una divisione come quella che distingue le varie specie entro lo stesso genere, o le varie parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione di una forma dall’altra forma. Eppure, è proprio mediante questa distinzione che l’Eriugena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella molteplicità delle Idee, prototipi, predestinazioni, volontà divine e, insomma, archetipi di tutte le cose create che il Padre preforma o stabilisce nel Verbo. Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né fine nel tempo, anche se il Padre è l’assoluto principio del loro essere. Pur diverse e molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica semplice realtà, ove è già eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi esistere e svilupparsi nel tempo. Ma benché siano identiche e identificate nel Verbo divino, esse sono però già delle creature, teofanie che svelano l’ineffabile superessenza divina, conservandone l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina può quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio: Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro, l’effettiva e necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne considerate nella loro molteplicità sono però, al tempo stesso, anche quelle essenze e forme immutabili secondo le quali è costruito tutto l’opificio del mondo sensibile. Come Dio crea le Idee distinguendole nella sua unità, cosî le Idee si moltiplicano nella produzione degli individui, secondo un ordine gerarchico perfettamente logico e dialettico. Dalle Idee derivano infatti direttamente i generi, dai generi le specie e da queste le sostanze individuali; ma questo processo è pur sempre opera divina, anzi particolare attribuzione della terza persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce come un principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o essenze divine. Cosi ogni creatura che riproduce a suo modo l’immagine di Dio resta definita in una sua intima trinità che riflette la trinità divina; poiché, se l’essenza corrisponde al Padre, la sua virtus attiva corrisponde al Verbo e la sua propria operazione allo Spirito Santo. Le serie delle teofanie che discendono dalle Idee agli individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della natura. Ma questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata dall’Eriugena, mediante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il rapporto tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono infatti altrettante determinazioni particolari e singole dell’unica luce divina, il cui splendore si manifesta in grado diverso secondo la maggiore o minore perfezione dei singoli individui. Ogni cosa determinata e particolare è, a suo modo, segno e simbolo della divinità, rivelazione ed espressione dell’infinita potenza divina. Dalle sostanze immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che partecipa insieme dell’ordine spirituale e della natura materiale, alle cose puramente materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di rivelazione, un espandersi e definirsi della luminosità divina, in forme sempre pid limitate e lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che v'è di reale e di esistente deriva infatti necessariamente dalla sostanza divina, il cui essere è pertanto l’essere di tutte le cose. Eppure proprio perché ogni realtà individuale partecipa dell’Essere divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco delinearsi tra Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che nessun intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce divina nei suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue infatti un preciso ordine gerarchico, in cui ogni grado definisce dei rapporti di analogia e significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre incapaci di restituire compiutamente la fondamentale natura divina; e la gerarchia presente in ogni grado e forma della realtà, mentre esprime l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere divino, accentua però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura limitata e molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’essi distinti dalle idee divine perché possiedono un corpo spirituale, senza dimensioni o forme sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta semplicità della natura creata e creante. Agli angeli spetta però il privilegio di conoscere direttamente la realtà divina, quasi per mezzo di un’esperienza sovrarazionale che coglie Dio nella sua prima manifestazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di tutte le cose. Ma anche questa conoscenza viene partecipata agli angeli, in linea gerarchica, a seconda della loro maggiore o minore perfezione, sino all’ultimo grado della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette ai supremi fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla tra la massa oscura e inferiore dei fedeli, Difatti l’uomo, per quanto sia posto per sua natura al confine tra il mondo spirituale e quello naturale, non sarebbe mai capace di afferrare liberamente, con le sue forze naturali, la luce della rivelazione divina. Situata nell’ordine cosmico, in un grado ben inferiore a quello delle nature angeliche, limitata dalla sua esistenza corporea e dai bisogni e dalle necessità che ne derivano, la natura umana è profondamente decaduta e corrotta, né possiede di per se stessa i mezzi e il potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre presente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne possiede eternamente. Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé quanto v'è di più eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi come la sintesi vivente di tutta la creazione, il microcosmo che riflette e risolve in sé l’ordine e l’infinita ricchezza del macrocosmo. Da un lato, la parte più nobile della nostra natura, che è l’intelletto e l’essenza, c'induce a volgerci direttamente a Dio, con un atto di desiderio che mira all’essere eccellentissimo, al di là di ogni essenza particolare, o di ogni definizione o limite. Ma d’altra parte, l’uomo è pure ragione discorsiva, e cioè capacità di definire l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di tutte le cose, di contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza alcun bisogno dell’aiuto dell'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza di queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre capace di afferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e ineffabile. Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo lontane dai limiti della ragione umana, è sempre possibile afferrare le loro teofanie che si presentano nelle nature angeliche come nelle anime umane. In tal modo attraverso la contemplazione delle teofanie la mente può pervenire ad una conoscenza delle cause prime che se anche non ci rivela le loro essenze, ci lascia però comprendere la loro effettiva azione e la loro presenza nelle cose. Oltre a queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una terza attività che mira a comprendere l’essenza delle singole cose create dalle cause prime o archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale cono. scenza è de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa natura a seconda che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli oggetti esterni o che si tratti invece di immagini formate dall’anima in dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse rappresentano il diretto rapporto con il mondo molteplice degli iridividui in cui si scandisce l’ordine naturale. E come il processo della creazione muove dall’unità per generare l’infinita molteplicità della natura, cosi anche la conoscenza umana viene determinandosi e distinguendosi di grado in grado, via via che discende dalla contemplazione dell’uno all’intellezione dei generi e delle specie, e quindi all’esperienza sensibile delle cose determinate e individue. A questo processo di divisione, svolto secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde però un identico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è capace di muovere dalla molteplicità degli individui conosciuti per via sensibile per passare discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei loro generi, e da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contemplazione dell’Uno. Che questo processo di ritorno sia possibile è dimostrato per Giovanni Scoto Eriugena, da un'analisi più profonda della natura uma na. Se l’uomo, originariamente dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico, ha perso con il peccato originale questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed alla morte, non ha però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare nel Verbo divino un principio di redenzione che riabiliti, attraverso la restaurazione della natura umana, l’intero ordine della natura fisica. È infatti solo nell’unità ideale del Verbo che il mondo molteplice e transitorio, la matura creata e non creante può tornare nuovamente alla sua fonte e compiere quel processo di unificazione cui tende fatalmente ogni individuo creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto dissimile per il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi di identificare il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di grado in grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a questo scopo supremo è necessario un lungo processo di ritorni successivi e parziali, attraverso il quale la mente umana ripercorra esattamente tutti i gradi o momenti con cui si è scandita l’opera della creazione. E se l’anima razionale si è prima come dispersa e moltiplicata nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri fisici, occorre che adesso essa muova da questa dispersione per tornare all’unità originaria e rispondere al richiamo irresistibile della divinità. La morte fisica che disperde e dissocia al massimo gli elementi costitutivi dell’uomo è quindi quel punto solutivo in cui la caduta dell'anima dall’umanità divina nel mondo sensibile si arresta bruscamente ed ha termine. Una seconda fase del ritorno avrà luogo nel momento della resurrezione, quando ogni anima riprenderà il suo corpo e ricostituirà l’unità dei propri elementi; ad essa seguirà una terza fase consistente nella progressiva trasfigurazione del corpo nello spirito, attraverso i vari gradi di vita spirituale, dal senso alla ragione allo spirito o intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni creatura razionale. Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua totalità potrà tornare alle Idee o cause prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa attingerà dapprima in Dio la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi, poi, alla Sapienza o contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è possibile a un intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà possibile un ultimo più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si compendia tutto l’universo creato, sarà profondamente penetrata da Dio e si risolverà nella sua superessenza, termine ultimo, definitivo della perfetta unificazione. Un tale processo di ritorno che ricorda con impressionante parallelismo certe famose pagine neoplatoniche non è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa a Dio della ragione naturale. Giovanni Scoto Eriugena afferma che senza l’intervento della grazia divina e senza la morte e la resurrezione di Cristo, non sarebbe mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né, d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura di deificazione, egli intende teorizzare una totale risoluzione della natura umana in quella divina o accedere ad una possibile soluzione panteistica. Al contrario come è scritto in un passo, del resto, ben noto del De divisione si tratta di una adunatio sine confusione, vel iunctura, vel compositione, che non dovrebbe affatto negare la diversità radicale tra la sostanza umana e la sovraessenza divina, pur realizzando la profonda unità spirituale tra l’anima contemplante e l’oggetto supremo della sua contemplazione. Ma sebbene l’Eriugena professi di restare fedele al suo compito di interprete della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno ossequio alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche continuamente usate spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente compatibili con l’ortodossia. In questo universo cosi profondamente unito all’unità creatrice, in questa cosmologia che si sforza di conciliare il racconto biblico della creazione con le dottrine del Timeo e di Calcidio, non è facile’ cogliere il punto di distinzione tra l’infinità assoluta di Dio e l’infinita generazione delle creature prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che l’Eriugena si richiami spesso anche ad Agostino, e non perda occasione per temperare la sua ispirazione filosofica con le dottrine dei Padri, egli è soprattutto un filosofo di formazione e mentalità neoplatonica preoccupato profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale e Ortodosso, sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico delle sue dottrine fonda mentali. Ecco perché le idee escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han no un significato cosi vicino a quelle di Origene, donde riprendono del resto alcuni motivi fondamentali. In questo universo in cui la stessa materia fisica si riduce ai propri elementi intelligibili non v'è naturalmente posto per un male irriducibile o per la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione tradizionale delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole con questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano. Ma basta leggere talune pagine significative del De divisione o del commento al De coelesti hierarchia per intendere come elezione e condanna, beatitudine e sofferenza eterna siano identificate dall’Eriugena con la vera conoscenza o con l’assoluta ignoranza della verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione alle sofferenze o godimenti sensibili. La vera beatitudine della vita eterna è dunque la visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo essere. La natura riscattata e salvata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa dell'anima non reca più nessun segno del male, né potrebbe mai ammettere nell’eternità dell’inferno le vittorie del male e di Satana, la loro eterna ribellione all’invincibile richiamo dell’Uno. A motivi cosî speculativi e filosofici va poi connesso l’atteggiamento di notevole libertà che Giovanni Scoto assume di fronte agli stessi contenuti della rivelazione scritturale, nonché il suo costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega i testi biblici ed evangelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che nel De divisione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni neoplatoniche può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto alla forma di espressione ardita e inattesa che non al significato effettivo delle parole dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella capacità della ragione d’interpretare perfettamente anche i sensi più riposti della Scrittura, e il costante intreccio tra i tempi caratteristici della tradizione filosofica classica e il contesto teologico cristiano, segnano comunque l’inizio di una lunga e duratura esperienza filosofica destinata agli esiti più lontani e diversi. Il costante appello alle autorità di Dionigi, di Massimo, di Gregorio, di Agostino e di tanti altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e il suo linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con sintomatica frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana. Condannate e destinate alla distruzione dai teologi del suo tempo colpiti dalla sconcertante novità di una riflessione che reintroduceva in Occidente dottrine ormai di L’Also Medioevo menticate o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere dell’Eriugena continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino alla rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal monaco irlandese rappresenterà il naturale presupposto della prima grande cultura filosofica elaborata dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione dello Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si trovano larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e delle sue parti. Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti riflessi su l’evoluzione del platonismo medioevale, è un capitolo della storia della cultura ancora non del tutto chiarito. Il De divisione naturae è certo l’opera filosofica che conclude e riassume l'ambizioso tentativo della rinascita carolingia, nata da un tentativo di riorganizzazione politica dell'Europa e legata, naturalmente, alla sorte delle istituzioni imperiali. Già intorno all’877, data presumibile della morte dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particolaristica dei poteri feudali e delle tendenze teocratiche del pontificato romano. La forza dominante dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della forza armata, l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e dei rapporti sociali, le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il mondo bizantino e tra le stesse regioni dell’Impero aggravano le condizioni di isolamento in cui è immersa la nascente società feudale, corrosa dalla generale anarchia e da continui insanabili conflitti dinastici. Ma a questa disgregazione che è la diretta conseguenza della debolezza originaria delle istituzioni carolinge corrisponde il progressivo dissolversi del vincolo unitario che durante il dominio di Carlo, aveva unito latini, germani e celti, permettendo l’instaurazione di un tipo di cultura comune alle diverse terre dominate dal monarca franco. Non a caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà del X secolo, giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica delle maggiori nazionalità europee che già si distinguono nella formazione, sia pure ancora soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E se è vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissimili, alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro questa uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze particolaristiche che mirano a trasformare i più importanti centri feudali in altrettanti nuclei direttivi ed autonomi della vita economica, sociale e politica. Indubbiamente questa società immobile, abitudinaria e uniforme, divisa in centinaia di centri, e frazionata nei suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di traffici ridotte ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di vita cittadina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni storiche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occidentale, le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante isole all’interno di una società a struttura rurale che ha il suo centro nel castello feudale e il suo fondamento nel sistema delle wvillae carolinge. Ciò spiega il notevole regresso della cultura e l’inaridirsi della vita intellettuale che continua a tramandare in forme sempre pid stanche ed esauste i modelli elaborati della riforma carolingia; e spiega, altresi, perché il X secolo, nonostante la presenza di alcuni grandi centri culturali e la continuità di talune esperienze letterarie non prive di eleganza e misura classica, sia stato considerato come uno dei secoli più infecondi e poveri della cultura europea. Eppure, anche nel colmo dell'anarchia feudale e nel periodo di maggiore disgregazione politica è possibile intravedere la lenta evoluzione di nuove forze e condi- . zioni storiche che permetteranno, a distanza di un secolo, un’eccezionale ripresa economica e sociale. Le istituzioni feudali che si sostituiscono al vuoto creato dallo sfacelo dell’ordinamento carolingio rappresentano infatti un solido baluardo contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un nuovo tipo di comunità produttiva naturalmente volta a riallacciare stabili legami con i centri urbani. Nelle città che conservano almeno in parte gli ultimi resti della loro autonomia tradizionale l’autorità preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica affidata quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a Pavia, alle scuole regie dove si formano notai o giudici. Certo la cultura che si tramanda in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico o giuridico, risente profondamente le conseguenze della grave crisi politica e sociale, né è capace di produrre concezioni intellettuali degne di particolare attenzione. Ma la continuità dell’insegnamento delle arti liberali e della tradizione scolastica di origine carolingia è tuttavia un carattere tipico della cultura del X secolo di cui occorre riconoscere la indubbia funzione storica. A questa società cosi disgregata” e particolaristica non manca del resto un’unità ideologica fondamentale che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione storica dell’ideale teocratico carolingio. Nonostante la dissoluzione dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che aveva unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale concezione della Christianitas raccolta sotto un'unica guida e un unico potere continua ad ispirare anche i chierici del X secolo depositari della cultura e di ogni attività magistrale. Ma alla figura dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi anche la vita disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re, cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da cui dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La progressiva carenza del potere imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la monarchia carolingia fino alla sua definitiva deposizione, spierano facilmente come il concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di un'assoluta teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di tutte le autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio ad opera del primo pontefice, Giovanni VIII (872882), che decide di fatto dell’attribuzione della corona imperiale. La definizione che Giovanni VIII diede della Chiesa come quella che ha autorità su tutti i popoli ed alla quale sono unite le nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre e ad una sola testa è già eloquente testimonianza di un'assoluta supremazia che ha il suo fondamento nel pieno monopolio della vita intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa le sedi cattedrali e abbaziali è infatti la sola forza organica e organizzata che, pur nell’età della massima anarchia feudale, continui ad esercitare una funzione unitaria, nonostante le crisi interne della vita ecclesiastica e la profonda decadenza del pontificato presto dominato dalla nobiltà romana. Ma appunto perché la fede cattolica, e la gerarchia che la difende e la diffonde, costituisce l’elemento comune a tutte le classi e a tutti i ceti della società feudale, è naturale che questo legame spirituale venga transvalutato alla luce del concetto agostiniano della Civitas Dei e della Respublica Christianorum. Il termine Christianitas che comincia cosi frequentemente a ricorrere nella seconda metà del IX secolo, indica appunto questa comunità di tutti i cristiani in quanto tali che ha una propria sostanza e struttura politica ed una finalità oltremondana, ma agisce però anche sul piano mondano, nell’ambito della vita civile. Ora, questa comunità così come l’intende Giovanni VIII implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto e superiore a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema dinanzi alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o dell’Imperatore sono soltanto degli strumenti subordinati e inferiori. Sicché il pontefice romano, che della Chiesa è il capo designato dal Cristo, è perciò stesso la suprema autorità della C4ristiaritas, l’unica legittima fonte di qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del rapporto tra l’autorità imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe essere più netto e radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per gran parte del X secolo da una profonda decadenza, non farà ancora valere praticamente il suo primato cosî teorizzato, sono già posti però i presupposti delle dottrine teocratiche destinate a dominare le polemiche e le lotte politiche dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai chiaro Giona di Orléans, il quale nella sua Admonitio a Pipino di Aquitania (nota col titolo di De Institutione regia) afferma che il potere regio è concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla giustizia, al benessere del popolo e, soprattutto, alla protezione della Chiesa. Ove il re non adempia a questa missione il suo potere è illegittimo e tirannico. La supremazia e il completo monopolio intellettuale esercitati dalle gerarchie ecclesiastiche nel corso del X secolo, si riflettono naturalmente sul carattere della cultura che accentua e rende definitiva la tipica impronta ecclesiastica della riforma carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra, travagliate da gravi crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti, insieme alle abbazie benedettine, gli unici centri attivi di cultura ove si continua l'insegnamento del trivio e talvolta anche del quadrivio, e dove si leggono e si commentano i testi restituiti alla cultura occidentale dalla paziente attività dei monaci britanni e irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di Ferrières, che vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è appunto il maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante di una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testimonianze classiche, poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come proprio fine la formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento intellettuale dei maestri del suo tempo, spesso divisi tra l’ammirato amore dei classici e l’ossequio alla pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana dall’eleganza ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St. Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bibliotecario di un ignoto monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli teologici, conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui si serviva largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori classici. Questa opera modesta e paziente di grammatici e di maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici della CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed all’uso di un discreto latino di lontana impronta ciceroniana, ma travalica molto spessc nell’ambito delle discipline filosofiche e teologiche. Già infatti nella seconda metà del IX secolo Eirico di Auxerre(841-876), fondatore dell'omonima scuola benedettina e buon poeta e letterato, unisce all’insegnamento della grammatica anche quello della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani Categoriae decem e De dialectica secondo le discusse attribuzioni dello Hauréau, il De interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste glosse dialettiche e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di più sicura attribuzion e, è evidente la forte influenza dell’Eriugena che si rivela particolarmente nell’uso del concetto di natura e nella definizione dell’essere identificato con ogni essenza semplice e immutabile direttamente creata da Dio. Tuttavia Eirico non spinge il suo platonismo fino ad affermare la realtà oggettiva delle specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica realtà concreta è costituita dalle sostanze individuali e che, pertanto, le idee di specie e di genere non hanno altro significato se non quello d’indicare la natura comune ai singoli individui. Gli universali sono, insomma, come dei segni che servono alla ragione umana per orientarsi nella gran selva degli individui e raccogliere ordinatamente entro idee sempre più generali le caratteristiche che denotano la specie e poi il genere, fino alla caratteristica dell'essere comune e fondamentale per tutti gli individui. La soluzione di Eirico che è stata avvicinata, benché impropriamente, alla genuina nozione aristotelica dell’universale è probabilmente il risultato di un insegnamento dialettico ‘piuttosto elementare e legato strettamente all’analisi grammaticale del discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola si formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il grammatico e dialettico Remigio di Auxerre, autore di fortunati commenti alle grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore di Persio, di Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è però soltanto un uomo di lettere e un abile maestro di grammatica, perché l’analisi delle glosse alla Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli recentemente dal Courcelle, mostra chiaramente una larga conoscenza delle fonti patristiche e un notevole acume logico. Del resto, anche i suoi commenti a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed alla Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il carattere del suo pensiero che si distingue da quello del maestro, per una concezione nettamente realistica degli universali, considerati come pure essenze, immutabili ed eternamente presenti nella mente divina. È questa la soluzione che influenzerà largamente i dibattiti dialettici dell'XI secolo e che rivela, però, fin da adesso, quale sia il reale significato metafisico della discussione sull’essenza degli universali, svolta in un ambiente intellettuale che aveva assimilato da tante fonti una costante direttiva platonica. E naturalmente anche in questa dottrina è presente l’influsso dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una precisa e diretta conoscenza. Remigio di Auxerre mori probabilmente agli inizi del X secolo, allorché la cultura carolingia cominciava la sua parabola discendente e si inaridivano i migliori frutti della riforma di Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la loro decadenza è infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione, dalla povertà degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale decadenza delle attività intellettuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra gli scrittori del X secolo non si possono dimenticare Raterio di Verona, Notkero Labeone di S. Gallo, autore di scritti sulla dialettica e Oddone di Cluny, uno degli iniziatori del movimento riformatore che dominerà la vita religiosa ed ecclesiastica del secolo successivo; o l’attività magistrale di Abbone, monaco di Cluny, che nella scuola claustrale di Fleury sur Loire organizzò un corso organico di studi fondato sulla lettura sistematica dei Padri, ma anche sull’insegnamento della grammatica, della dialettica e della retorica. Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si debba proprio ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di notevole interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto cronologico della costituzione del corpus dei testi logici usati nell’insegnamento scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scritto, è certo che intorno alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di Aristotele, già noti nel IX secolo -- Categoriae e De interpretatione – GRICE e AUSTIN – ACKRILL -- , ma anche i trattati di BEOZIO sugli Analytici priores e poste riores, che solo assai più tardi verranno sostituiti dagli scritti originali di Aristotele. D'altra parte i commenti alla Consolatio di Bovo di Corvey e di Adaboldo di Utrecht testimoniano la continuità della tradizione boeziana che avrà tanta influenza sulla cultura dell’XI e e del XII secolo. Assai pid importante di Abbone è però la personalità di Gerberto di Aurillac (t 1003), l’uomo pit dotto del suo tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente monastico di Cluny, soggiornò a lungo in Spagna dove entrò in contatto con la grande tradizione scientifica araba e, più tardi, maestro a Reims, abate di Bobbio e arcivescovo di Reims e di Ravenna, diffuse le sue cognizioni nelle scuole francesi e italiane. Asceso nel 999 al soglio pontificio col nome di Silvestro II, egli esercitò una notevole influenza sul giovane Imperatore Ottone III e sul suo singolare e sfortunato tentativo di restaurazione imperiale romana; ma se l’attività di Papa Silvestro II interessa la storia ecclesiastica e politica, lo studioso della cultura medioevale considera piuttosto la sua figura di maestro, conoscitore perfetto del trivio e del quadrivio, e di scienziato dotato di discrete conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche. Lettore degli antichi, i cui testi fece ricercare e raccogliere in tutto l’Occidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua iniziativa la conservazione di un certo numero di orazioni ciceroniane), Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e l’esatto raziocinio non contrastano affatto con la fede, e che anzi la formazione del buon chierico non può prescindere dall’apprendimento organico e sistematico delle arti liberali. Per questo, nella sua scuola s’insegnava la retorica sull'esempio degli scrittori classici e si usavano correntemente, oltre ai soliti testi aristotelici, anche tutti i commenti logici di Boezio e i Topica di Cicerone. E quale fosse, del resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai problemi dell’insegnamento logico risulta chiaramente dal suo libretto De rationale et ratione uti, ove prendendo a pretesto il caso di una proposizione in cui il predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le funzioni e il significato logico dei vari termini della proposizione. Tuttavia l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: dedicata allo studio della geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli è attribuita è opera scientifica di non gran valore e i suoi scritti sulla tecnica del calcolo rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il Liber de astrolabio mostra già una notevole influenza della scienza araba. Questo risveglio di un discreto interesse scientifico ed enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione scientifica araba sono però fat ti storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di una netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e di ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche scuole umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie spirituale di Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti della gerarchia ecclesiastica quando non penetra addirittura anche negli ambienti femminili delle corti e dei monasteri. È ben nota ad esempio, la figura della badessa Hrosvita, autrice di commedie edificanti e di poemi latini, discepola di altre monache dotte come suor Rikkardis o l’ahbadessa Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano pure Edvige di Baviera, una principessa che conosceva il latino e il greco e leggeva con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto, la costante ammirazione per gli antichi e l’amore per le lettere non è certo solo la caratteristica della cultura delle scuole francesi, germaniche o anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia, possiede importanti istituzioni scolastiche dove si continua l’insegnamento della grammatica e della lingua latina, anteponendolo addirittura a quello di tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo particolarmente significativa la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che sarebbe stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un singolare movimento ereticale. È un racconto questo che come ha giustamente notato il Gilson va accettato con un largo beneficio d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffondere una storia di questo genere è già una testimonianza abbastanza importante delle tendenze della cultura scolastica. Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in Roma dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa incoronazione che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano eccezionalmente abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca dell’anarchia feudale e risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una salda unità politica comune a una vasta parte dell’Europa occidentale. Erede della tradizione carolingia, restauratore del potere imperiale ridotto ad un puro simbolo dalla potenza della grande aristocrazia militare e fondiaria, Ottone si presentava all’Europa con lo stesso carattere carismatico che aveva assunto il suo predecessore franco. Eppure, nonostante la finzione di una continuità storica, la nuova costruzione politica ottoniana era profondamente diversa dall’Impero di Carlo, rispecchiava condizioni storiche affatto nuove, e costituiva, essa stessa, un ulteriore fattore di sviluppo della società europea e della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e politiche. Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa struttura geografica e politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa, l’asse del potere politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in una direzione diversa da quella in cui si era orientata la struttura amministrativa dell’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum Imperium Teutonicorum ha adesso un ambito territoriale ben definito, limitato ai due antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla pretesa di estendersi sull’intera cristianità e di coincidere con il corpo visibile della Chiesa militante. Fondato saldamente sulla supremazia militare che Ottone ha conquistato prima in Germania e poi in Italia, chiudendo la via alle ultime invasioni e sconfiggendo la riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi feudatari, l’Impero mira a riassumere tutti i poteri e le prerogative che erano state assunte di fatto dalle grandi dinastie feudali e dall’alto predominio spirituale della Chiesa romana. E proprio per porre termine al periodo di disgregrazione sociale e politica seguito alla caduta delle istituzioni carolinge, la politica di Ottone deve assumere un atteggiamento di rigida ostilità sia nei confronti della feudalità che verso il papato accentuando tendenze, direttive e atteggiamenti che nell’Impero carolingio erano stati assai meno radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà cosî a fronteggiare la rinnovata supremazia del potere imperiale che comincia ad avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia ecclesiastica, completamente controllata dal sovrano che le attribuisce poteri e funzioni feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia ecclesiastica è però sottoposta all’assoluta autorità dell’Imperatore che dispone, di fatto, dell’elezione dei vescovi e della designazione del Pontefice. Il giuramento di fedeltà che Papa Giovanni XII è stata costretto a prestargli e le rigide clausole del Privilegium Othonis permettono infatti all’Imperatore germanico di esercitare sul pontefice romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si preoccupa di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite dirigente della Chiesa, Ottone rafforza in Germania e in Italia le attribuzioni dei conti palatini, gettando i presupposti di un rigido controllo dell’aristocrazia laica la cui lenta decadenza economica e politica andrà progressivamente aggravandosi nel corso dell’XI secolo, sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran parte impliciti nelle contraddizioni interne della società feudale. In tal modo, mentre chiude ad Oriente la via tradizionale delle grandi invasioni, l’Imperatore sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una vera funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che si era aperta con la crisi della dinastia carolingia una nuova direttiva unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non è però, nel corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco o italico; ma si verifica anche nelle altre terre di Europa ormai sottratte di fatto alla teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le lunghe lotte tra 1 discendenti carolingi e i capetingi e l’assenza di un’autorità dominante rendono infatti estremamente precaria la ricostruzione di uno stabile ordinamento politico. In Inghilterra, le ripetute incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni anglosassoni creano una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno presto approfittare gli invasori norman82 La rinascita ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove, nelle regioni dell’Italia meridionale, estranee all’Impero, le forze opposte dei bizantini, delle signorie longobarde, dei saraceni e dei poteri feudali e cittadini locali, continuano a combattersi in una perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già verso la metà dell'XI secolo, anche la condizione politica della Francia e dell’Inghilterra comincia a subire un mutamento di portata decisiva. E mentre l’Impero, minacciato da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo periodo di «ecad:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma costante rafforzamento, che permetterà più tardi a Luigi VI di riaffermare vigorosamente la supremazia regia, e l'Inghilterra, dominata e unificata dai normanni, assume sotto gli Angiò-Plantageneti una solida struttura dinastica. Un tale processo di profonda trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti è però soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più radicale che investe tutte le strutture economiche e sociali dell'Europa feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa esplosione di forze economiche prive di radici nella storia passata; al contrario, è proprio la rapida maturazione di energi: già esistenti in seno alla società feudale che imprime adessc una svolta decisiva al processo storico. Il ritorno ad una condizione di vita civile più pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità centrale capace di frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi naturalmente più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di organizzazione economica e di ordinamento politico. Se nei seccli precedenti il regime feudale aveva permesso la continuità della vita produttiva, difendendo cittadini e coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita un filone pur esile di scambi e di attività urbane, adesso l’ago dell'economia europea tend: a riportarsi nuovamente verso le città che vedono incrementarsi i loro traffici, accrescersi l’attività artigiana e aumentare costantemente il ritmo della vita civile. Ccssa cosi quel lento, costante decrescere della popolazione soprattutto urbana, che in certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un punto impressionante. Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’installano definitivamente in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dando vita a nuovi organismi statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in stretti rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché, anzi, esso si manifesta principalmente nelle regioni dell’Europa mediterranea, nelle campagne come nelle città, ove esso produrrà una serie di conseguenze economiche e politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti nelle zone rurali i castelli che si trasformano in borghi, centri di attività artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei vescovi-conti, la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un tessuto sociale già differenziato ed organico. Naturalmente, questo processo di ripresa demografica si traduce, poi, ben presto, in un rapido incremento dell’attività produttiva. I boschi, abbandonati da secoli o sfruttati soltanto nelle zone delle grandi abbazie benedettine, cedono il posto alla terra coltivabile; nelle zone paludose vengono operati i primi tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono di estensione trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre dell’Est, aperte alla colonizzazione germanica dalle vittorie di Ottone I, vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione rurale che si spingono profondamente nei territori abitati dagli slavi. L’esigenza di un forte aumento dei mezzi di vita agisce, d’altra parte, anche come incentivo all’acquisizione di conoscenze tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso di strumenti e di mezzi che contribuiscono, a loro volta, a modificare le condizioni economiche. Ma trasformazioni ancor più decisive si verificano nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e costante, grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di comunicazione ed alla crescente intensità dei rapporti economici tra le varie regioni dell'Europa feudale. In tal modo, le città, che pure erano sopravvissute anche ai periodi di pil grave stasi economica, riprendono rapidamente a svilupparsi; e divengono sedi di mercati o di fiere, centri di produzione artigiana, nell’ambito di un movimento economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle terre bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate causerà poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo dell’economia cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una società nuova, dominata dall’iniziativa delle classi mercantili ed artigiane, già capaci di porre le prime basi della loro futura potenza finanziaria. È quindi naturale che una trasformazione demografica ed economica incida profondamente anche sulle condizioni sociali ed economiche delle varie classi che avevano costituito i quadri della società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti della gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione colonica assai più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono ora più esattamente i rapporti tra il proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è ancor pi decisivo nell’ambito cittadino, dove la nobiltà di origine feudale deve cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri interessi e scopi economici e politici. In questa società, già in preda ad un profondo fermento innovatore, continuano ancora a dominare gli ideali ideologici elaborati nell’età carolingia e difesi dalla restaurazione ottoniana. Il mito unitario dell’autorità assoluta e divina dell’unico Imperatore, pastore e guida del popolo cristiano, è ancora un’idea attiva ed operante che trova sostenitori e teorici tra i giuristi che illustrano i testi giustinianei come tra i dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone. Certo, la crisi che segue alla estinzione della monarchia sassone, il definitivo rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli inizi dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a far fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che restaurerà la supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ritorno alla tradizione carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovrano e le correnti di riforma ecclesiastica testimoniato dalle radicali risoluzioni dei sinodi di Sutri e di Roma (1046) rafforzerà nei nuovi ceti popolari la fiducia nella funzione carismatica e sacrale dell’Imperium, custode della giustizia e dell’ordine cristiano. Alla continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rinnovamento e di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma che trova larga partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino e tra le nuove forze sociali. La decadenza della disciplina e del costume ecclesiastico divenuta gravissima e generale nell’età postcarolingia suscita non solo l’indignata protesta di uomini votati alla severa disciplina benedettina o dediti ad una vita di contemplazione e di preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di varia origine e condizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità ecclesiastica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra le pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasformata in un vero e proprio corpo politico di elezione imperiale, si svolge infatti l’aspra polemica dei riformatori che, con toni e parole apocalittiche, denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua cupidigia di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e del concubinato, il tradimento e il ripudio della parola evangelica. Sono motivi, questi, che tornano con costante violenza nella predicazione dei monaci come nelle invettive di cronisti popolari o ecclesiastici, ugualmente schierati contro la potenza e l’oppressione terrena esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e dalla loro condanna emerge un quadro profondamente pessimistico della vita ecclesiastica del tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra aver raggiunto uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e il fermento antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote, furono però presto organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale che si era formata verso la fine del X secolo nell’ambiente purificato delle abbazie riformate. Già nel 910 il duca Guglielmo di Aquitania aveva fondato a Cluny un monastero ispirato al rispetto integrale della regola benedettina, in netto contrasto con la rilassat:zza delle antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie feudali. Sotto la guida di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi corrotti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione con i poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già particolarmente diffusa verso la fine del X secolo, ebbe presto una grande influenza in tutta l'Europa cristiana. In Francia, in Italia, in Germania, numerose abbazie tornarono alla regola; altri monasteri, come quelli italiani di Camaldoli (fondato nel 1012) e di Vallombrosa, originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza cluniacense; infine, il nuovo spirito riformatore penetrò in un vasto settore della stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza delle istituzioni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei Pontefici tedeschi eletti dopo il concilio di Sutri, favori poi un ulteriore sviluppo della riforma cluniacense, che già nella seconda metà dell’XI secolo contava circa duemila monasteri. Né la forza dei cluniacensi fu soltanto spirituale, bensi anche politica; poiché la concessione papale della cosiddetta Commendatio Sancti Petri, che rese immuni i loro monasteri dalla giuri86 La rinascita ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE sdizione dei vescovi, ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza gerarchica che aveva ormai assunto un carattere schiettamente feudale. Ora, è chiaro che una tale prerogativa implicava non solo un profondo mutamento nella struttura della Chiesa, ma la trasformazione della riforma cluniacense in un potente strumento del rinnovamento ecclesiastico e della restaurazione dell’autorità pontificia. Il che giova a comprendere perché il movimento di Cluny potesse assumere una parte decisiva nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e nell'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la vita della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà la sua originaria vocazione riformatrice e subirà lo stesso processo di decadenza che aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il risveglio spirituale che è espressione delle nuove forze storiche maturate nel corso del X secolo troverà ancora interpreti nell’ascetismo di altre regole monastiche, come i certosini e i cistercensi, e nella continuità di un moto riformatore popolare e laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più sensibili alle sue immediate implicazioni politiche e sociali. E, mentre si rinnovano in Europa eresie che forse si collegano ad antiche tradizioni manichee, nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei Patari, campioni zelanti della lotta contro la corruttela morale e disciplinare dell’alto clero. Nelle città, già centri attivi di vita mercantile e di attività produttrici, il potere del vescovo-conte diviene cosi sempre più precario e soggetto al minaccioso intervento delle forze politiche organizzate nelle quali si specchiano gli interessi e le aspirazioni dei ceti mercantili e artigiani. I frequenti tumulti contro i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che dominano attorno alla metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono appunto la testimonianza storica dello stretto legame che si è già stabilito tra le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti sociali emersi dall’incipiente crisi della feudalità. Non è qui certo possibile seguire le fasi della progressiva riforma delle istituzioni ecclesiastiche compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e culminata con i decreti di Niccolò II e con i drastici provvedimenti di Alessandro II contro l’influenza laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non sarebbe possibile intendere tanti aspetti della riflessione filosofica dell’XI e XII secolo, senza ricordare che la riforma mossa da una profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col concludersi nell’affermazione di un ideale teocratico fondato sul principio di un unico potere supremo, quello papale, principio e fonte di ogni autorità e potestà temporale e spirituale. Questa dottrina, formulata con estremo rigore negli scritti di Gregorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae, implicava naturalmente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani del Papa e la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione sociale e politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi all'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della autorità imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme che abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le toglievano praticamente ogni diritto di controllo sulla feudalità ecclesiastica. La lunga lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte d’Europa in due campi avversi, fu quindi l’epilogo naturale di un contrasto inconciliabile: che traeva origine dallo stesso carattere sociale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia costituita dalla struttura burocratico-ecclesiastica della società carolingia. Ma questa contesa che ebbe la sua espressione ideologica in una vasta letteratura controversista rappresentò anche una favorevole occasione per lo sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso della guerra delle investiture acquistarono una precisa coscienza del loro peso e dei loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni comunali sono spesso strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e il papato che causarono la rapida crisi della feudalità ecclesiastica; e, d’altro canto, è proprio nel corso dell’XI secolo che si ricostituiscono e si rafforzano le monarchie nazionali destinate a svolgere una funzione politica decisiva per tutto il Basso Medioevo. È appunto entro questa prospettiva storica che occorre valutare il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già alla fine del X secolo in stretta connessione con la rinascita economica e sociale dell'Europa occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti sia pure in grado e misura diversi tanto la rinnovata prevalenza delle istituzioni urbane e il tono più elevato e raffinato della vita civile, quanto l’impetuosa predicazione dei riformatori e l’esigenza di elaborare nuovi strumenti intellettuali per le continue controversie tra il potere ecclesiastico e quello civile o tra i diversi gradi della stessa gerarchia clericale. Ma vi contribuisce altresi e in maniera spesso assai rilevante anche l’aprirsi delle civiltà europee a più stretti e continui contatti con il mondo arabo e bizantino sia per l'incremento degli scambi sia attraverso le guerre di riconquista in Sicilia e in Spagna e infine, negli ultimi anni del secolo, l'iniziativa espansionistica della I Crociata. Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo sulla cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sulla via tracciata dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le antiche scuole monastiche non sono più gli unici grandi centri di una cultura di carattere letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a un largo processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte dell'Europa occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni di carattere nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto un fiorire di scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e dove le arti del trivio e del quadrivio vengono tramandate alle nuove generazioni di chierici, mentre in Italia si assiste invece al sorgere di scuole cittadine, dipendenti solo in parte dalle autorità ecclesiastiche e dedicate principalmente agli studi di diritto, cosî necessari ad una società fondata sulla pratica del commercio e sullo sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla tradizione teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche e cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso apprendimento delle arti liberali è condizionato a nuove finalità e interessi diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio approfondito della dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e forense. Questo nuovo indirizzo di studi si manifestò dapprima in Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o adriatiche dove il diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre conservato la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti con Bisanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie che fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero bizantino, e dove la conquista normanna non eliminò il carattere ormai acquisito della cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica la continuità della tradizione giuridica romana non venne mai spezzata. Nella Sicilia, riacquistata dai Normanni nella seconda metà del secolo, continuò invece a fiorire una ricca cultura d’impronta greca ed araba destinata a costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la civiltà europea e le tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza della scienza isla‘mica. Ma l’interesse scientifico e i rapporti con la cultura greco-araba furono particolarmente intensi nella scuola medica di Salerno, già attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai dettami classici della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino Africano, un medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in Italia e costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni delle opere fondamentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua attività trovò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca di testi greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà tecnicamente più progredita come quella araba. L’influenza che la scuola salernitana esercitò in tutta Europa, spingendo numerosi dotti a coltivare insieme agli studi medici anche quelli scientifici e filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo sviluppo di una cultura di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole monastiche, e già profondamente permeata di motivi filosofici e scientifici propri della tradizione oreca ed araba. EA è certo ben simnificativo che proprio un vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085), traducesse il De natura hominis di Nemesio, ove è chiaramente definita l’idea dell’uomo come microcosmo, sintesi di tutti i caratteri e di tutte le forme dell’universo. Un indirizzo prevalentemente giuridico ebbe invece la cultura dell’Italia settentrionale, pit legata alla rapida evoluzione politica dei rapporti economici e sociali che richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di rispondere alle esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il diritto romano rappresentava la tradizione giuridica maggiormente affine al nuovo tipo di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus iuris attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo, prima della scuola ravennate e poi della grande scuola bolornese da Pepo all’Accursio, non è certo arsomento che possa interessare questo rapido schizzo della cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che lo studio e l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido corredo di nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il largo incremento della pratica forense comportava uno studio ancora più accurato dell’arte retorica. Il naturale interesse per le arti del trivio non fu però esclusivo delle scuole giuridiche frequentate da laici e volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la cultura ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti un’importante ripresa dello studio ‘della dialettica, la cui fortuna è certo da porre in rapporto anche con l’evoluzione parallela delle istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione di tipo giuridico propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la lunga contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il fiorire di una vasta letteratura controversista, favori indubbiamente la tendenza all’uso sistematico degli strumenti dialettici forniti dall’insegnamento delle scholae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di discussione dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle dispute su argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi logici cui si dedicarono tanti maestri di questo secolo, dettero luogo cosf spesso a gravi conseguenze metafisiche e teologiche dalle quali non furono esenti neppure i temi più gelosi della tradizione ortodossa. Non solo; la maturazione di una mentalità più critica, nutrita di studi profani e di solide cognizioni dialettiche, ebbe certo una notevole influenza anche sull’evoluzione delle correnti riformatrici e, in generale, nell’atteggiamento intellettuale dell’élize ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un tipico esponente della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i chierici del suo tempo più avvezzi a studiare i principi della dialettica aristotelica o della retorica ciceroniana che non a meditare le Sacre Scritture. Ed è anzi un luogo comune presentare la filosofia dell’XI secolo sotto il segno della lotta tra i dialettici che miravano a spiegare con i loro sillogismi anche il dogma e le verità rivelate e i rigidi difensori dell’ortodossia che consideravano l’uso di argomenti razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una storiografia che non teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune della cultura di cui partecipavano entrambi gli avversari e che spesso traspare anche dietro la polemica più irruente. Ma ciò non toglie che l’inseri- mento dei metodi dialettici nel campo degli studi sacri segni una tappa fondamentale nell’evoluzione della teologia cristiana, e che l’importante ripresa di studi logici dell’XI secolo prepari già l’ambiente storico in cui maturerà la grande esperienza di Abelardo. Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati Berengario di Tours e Anselmo di Besate detto il Peripatetico, entrambi tipici esponenti delle nuove tendenze intellettuali. Discepolo di Fulberto di Chartres e organizzatore a sua volta della scuola cattedrale di Tours, Berengario spinse l’uso degli argomenti dialettici fino al tentativo di ridurre in puri termini razionali anche i principi di fede. Come scrive nel De sacra coena che è appunto un tentativo d’interpretazione dialettica del dogma dell’eucarestia egli ritiene infatti che la rinunzia all’esercizio della ragione significhi disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra facoltà che ci rende maggiormente simili alla natura di Dio. Perciò, alle autorità ed alla stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre la superiorità della ricerca razionale il cui campo di azione non deve arrestarsi neppure dinanzi ai misteri della transustanziazione o della presenza reale. Il modo in cui procede questa discussione dialettica del tema trinitario, è poi una testimonianza caratteristica della mentalità di Berengario. In qualsiasi composto di materia e forma egli argomenta è impossibile che permangano inalterati gli accidenti, se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che anche dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi accidenti, dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro forma e la trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è realizzata soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti del pane e del vino. Simili argomenti, che Berengario continuò a sostenere nonostante l’abiura cui fu costretto nel 1050 dal sinodo di Vercelli, mostrano assai bene quali fossero i possibili sviluppi della trattazione dialettica della materia teologica. E si può ben comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di Anselmo di Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava instancabilmente tra le scuole d’Italia, di Francia e di Germania, insegnando particolarmente l’uso delle argomentazioni contraddittorie. Certo, la sua RAetorimachia non è davvero un gran monumento filosofico, né mostra l’intenzione di estendere la sua rudimentale tecnica dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo insegnamento doveva influenzare profondamente la mentalità dei giovani chierici con conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e costituiva comunque un pericoloso precedente per i sostenitori dell’integrale rispetto delle pure norme di fede. Ecco perché negli ambienti della ritorma cluniacense, e, più tardi, della riforma cistercense e certosina, si delineò una cosî violenta reazione contro la puerilità e l’empietà dei dialettici, e una condanna delle scienze profane considerate inutili se non addirittura temibili per la salvezza del cristiano. Le dure parole con cui il vescovo Gerardo di Czanard vieta l’uso delle argomentazioni filosofiche nell’ambito teologico, i rimproveri di Otloh di S. Emmeran contro gli stolti e gli ingenui che credono di dover sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della dialettica, sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha profonde radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi fa eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach (t 1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come sostenitore della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la verità cristiana), ammette, st, l’utilità della filosofia nei limiti delle scienze mondane, ma sottolinea il radicale contrasto tra le spiegazioni filosofiche e la rivelazione, tra le falsità dei pagani Platone ed Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo che spinge, fino alle sue estreme conseguenze la polemica contro i dialettici e la filosofia, è però uno dei maggiori esponenti della riforma, un monaco che prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli insegnato dialettica nella scuola di Ravenna: Pier Damiani. Nei suoi scritti, cosi spesso citati come esempi del medioevale contemptus mundi, le più oscure denunzie della miseria invincibile della natura umana si alternano alla condanna di ogni forma di sapere mondano e di ogni scienza o arte che non abbia come fine la glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e di Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione mistica, unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la dialettica, le regole di Donato o i sillogismi di Aristotele, sono invece altrettanti allettamenti demoniaci che minacciano la purezza dottrinale del clero. E nella sua dura polemica (che non a caso si giova però di tutti gli strumenti retorici e letterari propri della cultura di un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a bandire la filosofia dallo scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di una schiava prigioniera destinata a servire alla suprema verità teologale. Il rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le lettere fomentatrici di dubbi e di errori, non potrebbero essere più radicali e più netti. Eppure Pier Damiani mostra di saper ben usare nei suoi scritti i metodi di argomentazione dialettica che non esita ad applicare anche in quell'opuscolo De divina omnipotentia, giustamente considerato come la espressione più eloquente del suo puro fideismo. Lo scopo che egli vi si propone è certo del tutto opposto a quello dei dialettici nel loro tentativo di dare una veste argomentativa anche ai contenuti dogmatici; perché consiste nell’affermare l’assoluta incommensurabilità del volere divino, che possiede il potere di far si che ciò che è stato non sia mai stato. Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è infatti al di là di qualsiasi condizione o norma che possa apparire contraddittoria agli occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite il fluire irrevocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta a rispettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la ragione umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede una tale prerogativa, anche tutti i tentativi di applicare nei suoi riguardi dei ragionamenti umani sono perfettamente vani ed inadeguati. Dinanzi al mistero insondabile della natura di Dio, dinanzi all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra via che la umile preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della trascend:nza divina, Pier Damiani ha di mira molti chierici e maestri contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le male piante della dialettica cresciute indebitamente nel giardino della teologia. Ma l’affermazione dell’onnipotenza divina spinta fino alle sue estr:me conclusioni è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza maturerà nei secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose minacce p:r la teologia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i suoi seguaci faranno del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale negazione del valore scientifico della teologia, è una testimonianza assai eloquente dell’esito di un atteggiamento polemico che era nato proprio per restaurare la supremazia degli studia divinitatis. Né meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier Damiani o di Manegoldo di Lautenbach preannunzi già temi e motivi che avranno più tardi tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla caduta del tentativo tomista di una mediazione positiva tra la ricerca filosofica e il sacro dominio della teologia. La posizione teologica di Pier Damiani, cosi intransigente e radicale si accorda, del resto, perfettamente con la sua mentalità di riformatore gregoriano e di teorico della teocrazia. Nella Disceptatio sinodalis egli non solo afferma la supremazia dell’ordine spirituale su quello temporale (con argomenti del tutto simili a quelli adoperati per celebrare la supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo di sapere ancillare) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere papale su quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità imperiale dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il suo scopo debba consistere soltanto nel guidare il popolo cristiano verso i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di una dottrina destinata a larghi sviluppi negli scrittori papalisti del XII e XIII secolo. Anche se Pier Damiani riconosce che l'Imperatore è stato delegato dall’autorità papale all’esercizio dell’amministrazione temporale della cristianità, non per questo ammette che possa avere un fine diverso o distinto da quello della Chiesa o, tanto meno, che possa conservare legittimamente il suo potere quando cessi d’operare secondo la guida o la volontà del Pontefic:. Come l’unione della natura umana e di quella divina costituisce la realtà vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e dell’Imperatore costituisce, per una specie di divino mistero, la vivente unità della Christianitas. Destinato a reggere il corpo e a guidare la vita mondana della società cristiana l’Imperatore deve perciò sollecitare la guida del Pontefice che è rex animarum e, pertanto, signore dell’interiore realtà spirituale. Per questo il dominio imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare, se non in via del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione sotto la sovranità spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di ordinamento temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel tempo e siano sottoposti alla necessità di un potere e di una coercizione mondana, non significa quindi che la loro società temporale si possa confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi corpo politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso di mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può servire per raggiungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla gerarchia ecclesiastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di Pier Damiani, l’Impero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato nelle sue funzioni e destinato esclusivamente alla difesa ed all'incremento della fede e dell’ordine cristiano. Lungi dall’accettare la dottrina carolingia che riconosceva nell’Imperatore l’advocatus Ecclesiae, capo temporale di tutto l’orbe cristiano, egli lo considera infatti solo come uno dei tanti principi (anche se il più potente) ai quali spetta il compito di realizzare neil’ordine mondano le supreme direttive del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua più stretta e totale subordinazione ai dettami dell’autorità pontificia; subordinazione da cui dipende la stessa legittimità del potere imperiale, sempre condizionata alla filiale ubbidienza alla volontà del Papa. Il rovesciamento della dottrina carolingia non potrebbe certo essere più radicale, né pit decisa l’affermazione della suprema sovranità della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni aspetto della vita civile. Ma questa tesi di cui è evidente lo stretto nesso con la polemica antidialettica e la difesa dell’assoluto primato della fede non è l’espressione isolata di un grande spirito mistico, difensore della riforma e del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach, deciso assertore della concezione teocratica della Christiana respublica, i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici della plezitudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi sostanzialmente identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae, attribuito allo stesso Papa Gregorio, dove il riconoscimento al Pontefice di ogni potere e diritto mondano, incluso quello di deporre gli imperatori e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, costituisce il fondamento dell’assoluta monarchia pontificia. Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani rappresentano senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata negli ambienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici e politici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione dimenticare che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo anche altre posizioni intellettuali assai più caute e moderate soprattutto nei confronti dell’uso dei metodi dialettici e della loro possibile applicazione nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa necessità pratica di formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere l’ortodossia dalle minacce ereticali con l’uso di tecniche argomentative accettabili anche da chi ignorasse le autorità dei Padri (e, d’altra parte, il timore che le soluzioni radicalmente fideistiche conducessero a pericolose conseguenze sui temi della grazia e della predestinazione) induce probabilmente molti maestri ad assumere un atteggiamento ugualmente distante dalle audaci conclusioni teologiche di Berengario e dalla insolenza polemica di Pier Damiani e di Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento dello studio della filosofia nelle discipline clericali distinguano nettamente l’uso lecito della dialettica dalle sue degenerazioni, non per questo negano l’utilità e la importanza di una solida preparazione filosofica e logica. Come sostiene Lanfranco di Pavia, abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non è infatti lecito condannare il legittimo desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli argomenti della ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui confutò le argomentazioni sofistiche, Lanfranco crede che anche gli errori del maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi dal loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con le loro premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi metodi di ragionamento potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e confermare i misteri divini la cui verità non contraddice affatto l’uso moderato della ragione filosofica. Una dottrina filosofica conscia dei propri limiti e fondata su di una buona conoscenza della dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di quanto non possa nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi indotti. Simili idee attuate nella pratica quotidiana della scuola ebbero naturalmente un’influenza decisiva sullo sviluppo degli studi filosofici e teologici e sulla legittima accettazione delle tecniche filosofiche nell'ambito della cultura ecclesiastica. Ma il loro trionfo fu dovuto principalmente all’opera di un discepolo di Lanfranco, Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica del suo tempo e il vero iniziatore di una nuova tradizione della teologia occidentale. Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia di Bec, poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi sulla cattedra arcivescovile di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e sigpificativa della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali del suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai vasta e profonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione filosofica e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica, avrebbero continuato ad agire anche su alcuni pensatori che consideriamo tra i rappresentanti più cospicui della filosofia moderna. La ragione di questa eccezionale influenza sta certo nel rigore e nella rara acutezza di questo monaco che profondamente nutrito dalla riflessione agostiniana e guidato da una conoscenza della dialettica, seppe accogliere in un sistema organico di idee le tendenze più attive e vitali del suo tempo. E se la sua posizione intellettuale e le sue dottrine furono spesso nei secoli successivi oggetto di critica severa da parte di grandi maestri della scolastica, è certo che Anselmo diede per primo un metodo razionale alla disciplina teologica, sostituendo al costante richiamo dell’auctoritas una via argomentativa basata unicamente sull’uso oculato e guardingo del ragionamento dialettico. Il fatto che AOSTA si sia occupato esclusivamente di temi teologici (dall’esistenza di Dio alla Trinità, dall’Incarnazione al peccato originale) non toglie nulla alla novità del suo metodo che egli estese, del resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il fondamento della sua dottrina rimase sempre strettamente agostiniano; e da Agostino egli derivò gran parte delle sue premesse sviluppate però secondo una lucida tecnica dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la dottrina teologica dei suoi tempi. La pid intensa attività filosofica di Anselmo si svolse in un periodo di tempo relativamente breve, dal .1070 al 1080, nell’ambiente dell'abbazia di Bec già predisposto dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione degli studi teologici. Fu appunto in questi anni che Anselmo elaborò i suoi scritti fondamentali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo accordo tra i metodi di argomentazione razionale e i dati essenziali della fede; per dir meglio, dalla necessità che i principi della rivelazione siano illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e presupposti della fede. Questa posizione, che Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam, implica naturalmente una concezione strumentale della ragione il cui compito consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro indiscutibile verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi dinlettici anche ai contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la dimostrazione dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che tali procedimenti valgono solo come chiarimento e delucidazione di una verità che la ragione umana può cercare di rendere più evidente, pur riconoscendo i propri limiti e la sua radicale incapacità a penetrare intimamente nei misteri divini. Ecco perché nel -Mozologion che è appunto un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come modello di meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio egli afferma di voler procedere solo per via di ragione, senza ricorrere ai riferimenti ed alle autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemica coi dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della fede, principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso intellet to. La fede è, dunque, il fondamento e la ragione prima della conoscenza umana; giacché non s'intende per credere ma bensi si crede per intendere. Eppure chi crede con certezza e fervore può usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i puri procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È chiaro che un simile atteggiamento presuppone una fiducia completa nella ragione come strumento che non arretra neppure dinanzi al tentativo di spiegare con procedimenti analogici anche i sacri misteri. Il modo in cui Anselmo affronta la tematica teologica tradizionale, cercando di mostrare l’intima necessità razionale della trinità e dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai chiara. Ma, d’altra parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante dell’intelletto dinanzi agli abissi della rivelazione è ben limitato, perché la verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale potrà mai possederla compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei Padri e dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre all’uso legittimo della ragione l’autorità esclusiva degli Apostou e dei Padri, dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la verità con mente umana e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà d’illuminare la Chiesa e di permettere ai fedeli una comprensione sempre più profonda della sua parola. D'altra parte se è vero che la visione beatiticante della verità divina è esclusa da questo stato mondano, ciò non signitica che la ragione umana non possa ampliare la sua intelligenza della fede. Comprendere la propria fede signitica appunto avvicinarsi alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei suoi aoni. Se è cosa empia pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha celato nella protondità insindacabile del mistero, esistono però problemi e temi teologici che non sono affatto incomprensibui ala ragione, ma che anzi essa deve speculare e chiarire. Dimostrare che Dio esiste è appunto uno di questi compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza aicun ricorso ad autorità o fondamenu estranei a1 suoi poteri; ed anzi dalla validità intrinseca di questa dimostrazione dipende la possibilità di costruire una scienza dotata degli stessi strumenti argomentativi propri delle altre arti. La dimostrazione dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi centrali del pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine di confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso Medioevo. Ma le prove che egli presenta, compenetrate di spirito agostiniano, sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica ancora estranea al pensiero di Agostino e secondo una direttiva metafisica di carattere squisitamente platonico. Ciò è evidente soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la dimostrazione poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione presente nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore o minore di perfezione deve partecipare necessariamente della perfezione assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razionale ci mostrano che esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto quanto esiste ha sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle perfezioni particolari e contingenti ci rinvia per necessità ad una causa unica e prima, cosi com’è evidente che quanto è perfetto in un grado minore o maggiore, lo è soltanto perché deriva da un supremo ed unico principio di perfezione. Naturalmente questo bene, del 100 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene massimo ed assoluto, superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfezione. Ma ciò significa che quanto è assolutamente buono è anche infinitamente grande e che quindi esiste un rrimo essere superiore ad ogni realtà esistente limitata, e questo essere è Dio. Un tale argomento di cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere platonico-agostiniano può essere ugualmente svolto muovendo da quella perfezione dell’essere che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e misura diversi. Ogni ente esistente ha infatti una propria causa; ma la moltevlicità delle canse particolari presenti nell’universo può essere considerata come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora come costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se però esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole cause esistenti per se stesse hanno almeno in comune questo essere per sé che costituisce il princinio della loro esistenza e quindi la loro unica causa comune. Né è diversa la conclusione cui si giunce esaminando anche la terza ipotesi, perché supporre che una cosa esista a cansa di ciò cui essa stessa dì l’essere, è ipotesi assurda e contraddittoria. Non resta perciò valida che la prima ipotesi: tutto ananto è, esiste per una causa unica éd assoluta, necessariamente identificabile con Dio. Ma non basta. L’ardine dell'universo è costitnito come s'è cià visto da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono pii perfetti ed altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità inonnugnabile è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di perfezione non abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di sé, un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito da un numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per la sua assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipotesi che Anselmo ciudica assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo superiore a tutti gli altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si potrebhero ammettere al sommo della gerarchia due enti forniti di uguale perfezione, è facile rispondere che questi due esseri sono uguali o perché la loro essenza è comune e quindi sono in realtà un solo essere, oppure perché partecipano entrambi ad un essere superiore che li trascende tutti e due e che, pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è dunque il termine unico e assoluto che conclude la serie finita degli esseri; e ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la causa. OI L’XI e il XII secolo Un simile tipo di argomentazione, cosi legato ad una visione gerarchica della realtà di schietto senso platonico, si fonda evidentemente sul passaggio dialettico dal limitato all’assoluto e dall’essere particolare al suo fondamento universale. Ed è chiaro che Anselmo introduce in tal modo nella storia della teologia un metodo speculativo che era già implicito nelle dottrine dell’Areopagita e nella sua immagine di un universo ascendente di grado in grado, di perfezione in perfezione verso il suptemo approdo dell’unica esistenza divina. Anselmo però non si arresta a questò procedimento che, almeno in apparenza, muove dall’esperienza e dalla realtà definita dei singoli enti esistenti. Proprio perché vuol dare alla riflessione teologica una base schiettamente speculativa, egli si sforza di portare altre prove che s'impongano per pura evidenza logica, prescindendo dalla corsiderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le prove precedenti con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge alle estreme conclusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra via, la stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita nel Monologion. Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo dichiarava di voler muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di Dio che ci è fornita dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per evidenza interna anche la necessità logica della sua esistenza reale. Noi crediamo infatti che Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile concepire niente di maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò che affermiamo con queste proposizioni, e deve quindi ammettere che tale concetto possiede un'esistenza mentale, in quanto è attualmente presente negli intelletti che lo pensano. Una cosa può infatti esistere nell’intelletto senza che questo ne ammetta l’esistenza esteriore: quando un pittore si rappresenta l’immagine che vuole dipingere, egli possiede in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma non ne conosce affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha ancora dipinto. Ecco, dunque, che anche l’insipiens è costretto a riconoscere che almeno nel suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire niente di maggiore. Però una volta accettata questa premessa non gli è più possibile negare che l’ente perfettissimo esiste anche nella realtà, poiché questa esistenza possiede un grado di perfezione superiore a quello dell’altra. Difatti se l’essere di cui non è possibile concepire uno maggiore esistesse unicamente nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un essere dotato di tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che è data dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente contraddetta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e quindi l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia nell'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo approfondita per intendere come questa argomentazione si fondi sulla certezza interiore della fede e sulla opinione “platonica, che esistere nel pensiero è già esistere nella realtà e che quindi la nozione di Dio, data dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e assoluta. Anche qui, come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque dalla certezza preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare, per concludere alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens perfectissimum; ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di argomentazione, il processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un diverso grado di perfezione ontologica che subordina l’essere pensato alla superiore perfezione dell’essere reale. In tal modo il passaggio dal dato originario della fede alla prova o conclusione razionale, è reso possibile proprio mediante il confronto tra l’esserte pensato e l’essere reale, tra l’idea di Dio esistente nel pensiero e la certezza logica che questa esistenza mentale, che è anche essa reale, sarebbe certamente impossibile se Dio non esistesse anche nella realtà. Sicché la vera differenza tra le argomentazioni del Monologion e quelle del Proslogion consiste solo nel diverso punto di partenza, e nel carattere della realtà che è posta come termine di paragone con la perfezione assoluta e necessaria del supremo ente reale. Solo in Dio l’esistenza mentale e l’esistenza reale debbono coincidere per intrinseca necessità logica; mentre, in ogni altro caso, l’esistenza reale può essere verificata solo se l’Essere sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo conduce fino alle sue logiche conseguenze quelle fondamentali caratteristiche platoniche che erano già evidentissime nella dottrina agostiniana; e mentre si appella alla fede come primo fondamento di certezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo quella ragione dialettica che la rende perfettamente comprensibile anche all’intelletto. L’impiego cosi coerente del procedimento dial:ttico si risolve in un nuovo metodo apologetico, o meglio, nella conferma del primato assoluto della fede, i cui principi costituiscono in ogni caso il presupposto indiscutibile e necessario di qualsiasi prova o dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se già taluni dei contemporanei di Anselmo contestarono il valore e la fondatezza dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo stesso Tommaso d’Aquino. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un monaco del monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro insipiente che è una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto su cui si fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio monaco non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario egli riafferma che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche sofistico e pericoloso. Le parole che udiamo argomenta infatti Gaunilone possono avere o non avere un loro significato; ma se l’hanno è solo perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che esse richiamano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli individui dotati di caratteri particolari che ci permette di formare dei concetti di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole corrispondenti; ma quando ciò non accade, quando le parole che pronunciamo non hanno un nesso mentale corrispettivo, esse restano prive di significato come se fossero scritte o pronunziate in una lingua ignota. Difatti chi, non conoscendo il latino, sente pronunziare la parola avis, non può connetterla a nessuna rappresentazione particolare o generale, ma può soltanto percepirne il suono fisico. Ebbene: per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo pronunziare la parola Dio e la frase l’essere di cui non si può pensarne uno maggiore, espressioni che non hanno nessun fondamento nell’esperienza. Dio infatti non è pensabile in rapporto alle altre cose che ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è oggetto della nostra esperienza non esiste neppure un concetto che stia in rapporto a Dio come il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo Socrate. Per questo udendo la parola Dio noi sentiamo solo dei suoni e non riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto significato. Ed anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è presente nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che costui possiede nel suo intelletto solo delle parole incomprensibili e dei nomi privi di significato. Non solo: esistono anche errori e idee false che non hanno alcuna esistenza fuori del pensiero, immaginazioni e fantasie ben presenti all’intelletto ma del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle isole Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni, non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più perfette tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento vale anche contro la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito passaggio dall’esistenza nel pensiero alla esistenza nella realtà: Come infatti si potrebbe dimostrare maggiore di tutti, se io nego 0 dubito ancora che esso esiste anche nel pensiero? Dovrei prima sapere che quell’ente esiste realmente da qualche parte; e quindi trarrei dal fatto che è il maggiore di tutti la certezza che esiste anche in realtà. A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione dell’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella accettata da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza nel pensiero all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso dell'ens perfectissimum la cui certezza è fondata sulla fede; e, in secondo luogo, che questo concetto può essere dedotto dalla considerazione della realtà finita che, in base agli argomenti del Monologion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere assoluto superiore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il sionificativo riconoscimento di un fondamento fideistico del concetto di Dio, estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale. La dimostrazione dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato dalla teologia anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono discussi con particolare insistenza anche il prob'ema degli attributi divini e quello del rapporto tra Dio e la realtà da lui creata. A questo proposito Anselmo afferma con un evidente richiamo alla dottrina agostiniana che solo Dio esiste di per se stesso e che quindi solo in lui essenza ed esistenza s’identificano perfettamente, cosî come la luce s’identifica con lo splendore che emana. Tutti gli ‘altri esseri possiedono, invece, un’essenza che non implica necessariamente l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera divina; il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è la causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta per la sua evidente conseguenza panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della creazione ex nikilo, come l’unica soluzione che soddisfi al tempo stesso l’esigenza della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza senza che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è una realtà positiva, bensf semplicemente l’assenza totale di realtà. Il passaggio dal non essere all’essere è causato da un libero decreto della volontà divina, decreto che non conosce nessun presupposto metafisico n ontologico. Con questo non si deve però credere che Anselmo neghi ogni forma di esistenza o di realtà precedente all’atto con cui Dio ha creato il mondo. Riprendendo un motivo fondamentale della tradizione platonico-agostiniana, anche Anselmo ammette infatti l’esistenza di forme ideali della realtà logicamente precedenti all'emergere della realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero divino e ad esse consustanziali sono appunto espresse e realizzate dall’atto che modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo è stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non erano prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una qualsiasi materia da cui potessero essere formate. Ma considerate dal punto di vista del sapere divino esse sono già tutte presenti nel pensiero eterno e ne escono in virtà della Parola creatrice che non ha alcuna somiglianza col parlare umano, bensi rassomiglia alla nostra conoscenza dell’essenza universale ed alla parola interiore con cui le definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra parola interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro prototipo immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e conosce attualmente, nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e transitorio degli enti. Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina è stato creato dal Verbo che lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf alle singole creature di permanere nel loro essere. Ma ciò significa che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede con la perfezione ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là di tutto il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà, eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se cerchiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un essere che trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le altre cose, è necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che designano uno stato di perfezione positiva. E perché tali attributi siano vera Aosta e la cultura teologica del suo tempo    mente legittimi occorre che gli siano riferiti in un senso assoluto e  che si predichino di lui solo quelle perfezioni che superano in valore  tutto il resto della realtà. Ecco perché non si può mai dire di Dio  che è corpo, bensi soltanto che è spirito, poiché lo spirito è superiore  e più perfetto del corpo; similmente, per attribuirgli tutte le perfezioni che gli sono più vicine e più degne lo si dirà vivente, sapiente, onnipotente, vero, giusto, beato, ed eterno, pur comprendendo che anche questi attributi sono ben lungi dal cogliere l’infinita perfezione divina. D'altra parte, queste molteplici perfezioni  non significano affatto che in Dio esista realmente molteplicità o distinzione né che la sua natura abbia dei caratteri essenziali insieme  ad altri caratteri accidentali, 0, tanto meno, che vi siano in lui cangiamenti o processi. Al contrario la sua essenza, del tutto coincidente con l’esistenza, è sempre assolutamente una, identica e immutabile; né Dio, che è in tutti i luoghi e in tutti i tempi pur essendo  al di là di ogni luogo e di ogni tempo, può mai ammettere inizio  e fine. Anche il suo atto creatore non comporta infatti alcun mutariento nella sua essenza, cosîf come i decreti della sua volontà non  tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo, moderando la tesi  radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina non potrebbe  mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato, tuttavia insiste  sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad ogni norma  umana.   Tra le creature che Dio ha creato e che sono state espresse dal  suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in maggior misura  l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere se stessa, di  ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana rispecchia  infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna trinità divina.  E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da Dio che  illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la perfetta  cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso l’intermediario delle  eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente, alla luce di questa  impostazione di schietto carattere agostiniano, non è neppure difficile  intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano della realtà  ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa soluzione realistica del problema degli universali un presupposto essenziale della  sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile intendere completamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni ontologiche se  non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della realtà delle  idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato e valore solo in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo così  ogni perfezione individua trova la propria realtà nella partecipazione  alla perfezione assoluta; sicché l’identità necessaria tra l’esistenza pensata dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può rendere possibile l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro il procedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto realista e  da una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana.  L’opera di Anselmo, tutta incentrata sui grandi temi teologici  che abbiamo esposto, segna una tappa d’importanza decisiva nella storia del pensiero medioevale e pone già in chiara luce le esigenze fondamentali che guideranno poi per più di tre secoli lo svolgimento della  cultura scolastica. Fu infatti all'esempio di Anselmo che si richiamarono assai spesso i maestri del XII secolo ben decisi a far valere sul  piano della riflessione teologica  che non si distingweva ancora dalla  meditazione filosofica autonoma  i metodi della dialettica, oppure  a risolvere nell’ambito di grandiose concezioni cosmolociche gli stessi  temi capitali della tradizione agostiniana e boeziana. Ma il suo pensiero doveva ancora costituire per lungo tempo un necessario termine  di riferimento nella lunga discussione sul reciproco rapporto tra la  ragione e la fede, e stimolare, sia pure attraverso atteggiamenti e  tendenze di carattere assai diverso, la progressiva trasformazione della teologia in una scienza speculativa dotata di metodi e strumenti  logici non diversi da quelli delle altre scienze.   Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi di organizzare tutta la materia teologica in vaste sintesi sistematiche, è  del resto già ben visibile nell'opera di alcuni scrittori contemporanei  che cooperano a elaborare i quadri concettuali della scientia Dei.  I Libri Sententiarum attribuiti ad Anselmo di Laon forniscono  già l’esempio di una raccolta organica dei testi dei Padri della Chiesa,  ordinati secondo i problemi e i temi teologici fondamentali, ed offrono  cosi un modello che sarà poi ripreso e sviluppato da Guglielmo di Champeaux, Pietro Abelardo, Roberto di Melun e, con particolare fortuna, da  Pietro Lombardo. Ma l’importanza di questa raccolta, compilata allo scopo di fornire argomenti di prova nelle discussioni teologiche, non consiste soltanto nella preparazione di un cospicuo materiale selezionato  dalla gran selva della letteratura patristica, bensf nella cornice organica e compiuta entro cui viene inserita la trattazione teologale. L'esistenza,  la natura, gli attributi di Dio, il significato e il modo della creazione,  l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua caduta alla redenzione, la  via di salute indicata dalla natura e dalla grazia, la funzione carismatica della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono adesso gli oggetti  ben definiti della speculazione filosofica, i temi intorno ai quali si  dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei grandi maesti scolastici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi ideologici  di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee, questa  cornice stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione filosofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad  ogni passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni  e di analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero  passo alla indagine della ragione.   Certo gli autori delle sentenze, e Anselmo di Laon per primo,  insistono sempre sui dati di fede e sulla gelosa custodia della pura  verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano un metodo di studio e di  riflessione teologica che impone un più ampio sviluppo della dialettica e una capacità di critica razionale destinata a dar presto i suoi  frutti nella temperie storica del XII e del XIII secolo. La grande fioritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di una caratteristica  letteratura teologica sempre più raffinata e intellettualmente scaltrita,  sono la diretta conseguenza del nuovo corso impresso alla cultura scolastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e dai suoi contemporanei.  E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza dei Libri Sententiarum  e dei loro commenti che nasceranno le grandi Summzae del XIII secolo.   Quale fosse però la funzione innovatrice esercitata dalla diffusione  degli studi dialettici nell’ambito della cultura teologica, e quali potessero essere le sue conseguenze più estreme, è ben dimostrato dalla  personalità, ancora non molto nota, di Roscellino di Compiègne. Sui  suoi studi e la sua formazione non possediamo purtroppo testimonianze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come maestro Giovanni  il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e che, più tardi, mentre  era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato formalmente dinanzi al concilio di Soissons d’insegnare che vi sono tre dii. Abiurò  e gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a Tours e a Loches, dove fu maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra morisse  intorno al 1120. La scarsità di notizie e di testimonianze non polemiche sul suo insegnamento, rendono certo molto difficile una valutazione della sua dottrina, probabilmente assai deformata dagli attacchi dei suoi avversari. Ma ciò non toglie che Roscellino sia stato considerato dai contemporanei e dai posteri come il principale sostenitore  di una concezione degli universali che identificava l’idea generale con  la parola che la definisce. In aperta polemica con la soluzione realista che attribuisce una  realtà ai termini astratti del pensiero, Roscellino sembra negare qualsiasi realtà che non sia strettamente individuale; e per questo afferma che il termine uomo, come tutti gli altri che indicano una specie o  un genere, corrisponde soltanto o alla realtà fisica della parola uomo  (cioè a un flatus vocis, o emissione di suono) oppure a degli individui  particolari e concreti che quel termine può semplicemente esprimere.   Come si vede il rifiuto della dottrina realista, cosi connaturata  al fondo agostiniano-platonico della cultura filosofica dell’Alto Medioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma proprio perché era maestro  di arte dialettica e quindi di una scienza che si applica principalmente ai termini del discorso umano, Roscellino non solo negò il loro  fondamento reale, metafisico, ma sembra che estendesse la sua conclusione dal piano della pura analisi dialettica alle sue conseguenze teologiche. Certo, è probabile che Roscellino non intendesse affatto affermare l’esistenza di tre distinte divinità; eppure, coerentemente al suo  assunto logico, egli sostenne che anche nella trinità le tre persone  hanno una loro distinta realtà individuale e che ognuno dei loro  nomi (Padre, Figlio, Spirito) indica indubbiamente una cosa unica  e singola In tal modo la trinità è costituita, per Roscellino, da tre  sostanze distinte che pure possiedono un’unica potenza ed una sola  volontà; perciò egli affermò, identificando il concetto teologico tradizionale di persona con quello di sostanza, che soltanto a causa di  una particolare abitudine linguistica i teologi possono triplicare le  persone senza triplicare le sostanze.   Non v’è quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei considerassero con estremo sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo,  forzando il senso delle sue espressioni, di triteismo. La sua traspo  sizione dell'ipotesi nominalistica dal piano dialettico a quello teologico e l’uso. di una terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa.  zioni e i timori di devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la  mentalità del dialettico Roscellino con la sua rigida coerenza tra  l’atteggiamento di logico e le sue conseguenze teologiche, è già il segno di una profonda incidenza delle nuove tecniche logico-grammaticali nell’ambito sacrale della scientia de divinis. Gli eventi storici dell’XI secolo e in particolare la lunga lotta  per le investiture e i violenti contrasti tra l’aristocrazia ecclesiastica  e laica e la feudalità maggiore e minore, accelerarono la crisi della  società feudale, favorendo il progressivo sviluppo delle forze economiche e sociali che erano lentamente maturate. Nell’Italia settentrionale e centrale, nelle Fiandre, ed anche nei maggiori centri urbani  della Francia e dell’Inghilterra, si assiste adesso a un impetuoso sviluppo di tutte le attività, e a un incremento delle forze produttive e  degli scambi commerciali assai maggiore di quello che si era già  delineato nel corso del secolo precedente. Nelle città che sono al centro del nuovo corso economico fondato sull'economia mercantile. ai  poteri feudali si sostituiscono gli ordinamenti comunali che assicurano  una sostanziale supremazia politica ai ceti della borghesia mercantile  e artigiana. Sulle coste mediterranee si vengono formando nuovi stati,  tra i quali eccelle per il carattere accentratore ed assolutistico, il regno normanno di Sicilia destinato a svolgere la sua direttiva espansionistica verso i territori dei Balcani e del Vicino Oriente. Allo sforzo  militare dei Normanni, corrisponde, su più vasta scala, l’attività delle  Repubbliche marinare che incrementano costantemente i loro traffici  raggiungendo l’effettivo controllo delle grandi vie di commercio che  congiungono il bacino mediterraneo ai lontani mercati asiatici. Infine,  negli ultimi anni del secolo, la rinascita economica e sociale dà luogo  ad un grande movimento di espansione armata verso i paesi del Medio Oriente, che è insieme la conseguenza del profondo risveglio religioso operato dalla riforma gregoriana e patarina, e il risultato dell'alleanza tra le declinanti classi feudali spinte dalla necessità di conquistare nuove terre e la borghesia mercantile e marittima di Genova,  di Venezia, di Amalfi e di Pisa. Le conquiste degli eserciti crociati guidati dalla predicazione dei  missionari riformatori, non furono però tanto importanti nei loro aspetti religiosi e politici, quanto piuttosto per gli effetti sulla vita economica e intellettuale dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debolezza degli stati crociati fece fallire il tentativo di colonizzazione feudale delle terre siriache e palestinesi, gli stabilimenti commerciali  creati dai genovesi e dai veneziani, sopravvissero anche alla caduta  del Regno di Gerusalemme, permettendo la formazione di stabili rapporti commerciali con i grandi mercati asiatici ed un'eccezionale ripresa dell’attività mercantile nel bacino mediterraneo. Ai rapporti economici seguirono poi, naturalmente, anche più stretti rapporti intellettuali con la civiltà islamica, molto piti avanzata dell’Europa occidentale nel campo degli studi scientifici e del progresso tecnico. Proprio il diretto contatto con i maggiori centri culturali dell’Impero arabo  permise che circolassero rapidamente anche in Occidente, dottrine, idee  e conoscenze scientifiche e tecniche particolarmente necessarie per una  società a base urbana e mercantile.   All’acquisizione di questa cultura di carattere molto diverso da  quella che aveva dominato le scuole occidentali dall’epoca della riforma carolingia, contribuirono in larga misura sia la conquista normanna della Sicilia che pose a disposizione dei dotti occidentali un gran  numero di testi arabi, sia la reconquista cristiana dei territori musulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti istituzioni culturali e si  era affermata una grande tradizione di studi filosofici e scientifici.  La presenza, a Palermo come a Toledo, di un ceto di dotti arabi ed  ebrei, rese più rapida e pit facile l’acquisizione da parte della cultura occidentale di quei testi ai quali era affidata tanta parte della  tradizione filosofica greca e della scienza ellenistica ed araba. Ma, nello  stesso tempo, divennero anche pit stretti i rapporti con la tradizione  teologica e filosofica greco-bizantina, le cui opere e dottrine più significative furono ripresentate nelle scuole occidentali dalle traduzioni di  Burgundio Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano, Giacomo da Venezia, ecc., tutti presenti ed operanti in Costantinopoli.   Questo vigoroso sviluppo economico e intellettuale che è comune a gran parte dell'Europa occidentale, non fu naturalmente privo  di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni politiche e religiose. Già si è accennato alla nascita delle forme di organizzazione comunale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e artigiani che dominano  adesso la vita dei centri urbani, ma con questa evoluzione politica  s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti e tendenze riCaratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo    formatrici, più radicali di quelle che avevano caratterizzato la vita religiosa dell’XI secolo. In una società che non conosceva altra  forma di espressione ideologica che non fosse quella religiosa, le esigenze e le polemiche riformatrici sottintendono infatti, assai spesso,  una prima, oscura coscienza di interessi squisitamente politici. E l’esigenza di un profondo rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche,  che la riforma gregoriana non è riuscita a realizzare compiutamente,  muove adesso nuove forze monastiche e laiche che esprimono ideali  e speranze non solo proprie di una limitata élite ecclesiastica, ma  di grandi masse di artigiani, mercanti e popolani. Cosî, la decadenza  dei monasteri cluniacensi, che a causa delle grandi ricchezze accumulate si distinguono ormai solo per la rilassatezza dei costumi e la povertà della vita religiosa, provoca la reazione dei nuovi ordini riformatori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei Cistercensi, che richiamano monaci e fedeli al rigore della pratica ascetica, respingendo ogni  compromissione mondana per salvaguardare l’intimità e la segreta  purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica, chiusa nei  limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il moto di rivolta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue lotte di  consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi residui  della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti religiosi di schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui aderenti  sono quasi sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini che  esprimono in forma religiosa e spirituale le loro esigenze politiche  ed economiche e tendono a configurare liberamente il loro rapporto  con la gerarchia e le istituzioni ecclesiastiche.   In un prossimo capitolo esamineremo in modo pit particolareggiato le dottrine ereticali che si diffusero nel corso dell’XI e XII secolo in tutte le regioni dell’Europa occidentale come espressione di  una profonda crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe possibile intendere compiutamente anche la grande fioritura filosofica e teologica  del XII secolo, se non si ricordasse che la presenza dei movimenti ereticali (dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre correnti riformatrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande importanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella  più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un costante termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della gerarchia ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e speculative. Alla polemica ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde infatti  con i mezzi coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta connessione col potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove generazioni di teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione  e di esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistematico di quello in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati  delle prime summae percorrono le città e le campagne della Francia meridionale, centro dell’eresia catara e valdese; i maestri che nell'ambito delle nuove istituzioni cittadine preparano gli strumenti logici e i testi necessari alla formazione di un clero pi colto e più  dotto, sono appunto i primi artefici di un imponente processo di  riforma della teologia. Ma la loro attività non si limita alla lotta  contro l’eresia, ma assai spesso è rivolta a controbattere le dottrine  politiche che i sostenitori delle monarchie nazionali e dell’Impero  contrappongono alle tesi teocratiche di Gregorio VII. Ciò implica naturalmente una sempre maggiore penetrazione di metodi e dottrine  filosofiche nell’ambito degli studi teologici, una costante attenzione  per i nuovi e vecchi strumenti della logica aristotelica di cui ora si  possiede, del resto, una conoscenza assai più ampia e precisa. Non  solo: insieme alla dialettica ed alla logica entra a far parte della  natura ecclesiastica anche una solida formazione giuridica, necessaria  per affrontare le polemiche teologico-politiche e per dare una definita  consistenza all'ordinamento interno della Chiesa minacciata dalla crescente fioritura dei movimenti riformatori ed ereticali.   È chiaro che questa trasformazione della cultura ecclesiastica comporta però anche un mutamento sostanziale nelle istituzioni che fino  ad ora avevano provveduto alla formazione del clero e delle sue gerarchie. Lo sviluppo della vita cittadina, e l’importanza acquisita dai  centri urbani dell’Italia e della Francia, aveva tolto alle scuole monastiche il tradizionale monopolio dell’attività intellettuale, mentre si  era invece accresciuta l’influenza delle scuole vescovili e capitolari poste quasi sempre nelle città e direttamente influenzate dal nuovo ambiente sociale, politico e religioso. Già fin dal X secolo il clero dell*  cattedrali era stato infatti sottoposto a un regime di vita comune di  tipo monastico, soggetto ad una particolare regola o canone (donde  appunto il nome di canonici); più tardi sotto l’impulso delle correnti riformatrici e della crisi della feudalità ecclesiastica, i canonici avevano ottenuto il diritto di eleggere i vescovi e di organizzarsi  in capitoli con gerarchie interne e con l’attribuzione di cariche ben  definite, come quella dello scholasticus incaricato di dirigere le scuole  annesse alle cattedrali. L'evoluzione del clero era poi continuata su  queste linee, ed alla metà dell’XI secolo i capitoli avevano ormai  l'aspetto di comunità monastiche, con caratteri distinti e differenziali  nei confronti degli ordini abbaziali, e una particolare specializzazione  di carattere giuridico e teologico. È quindi ben comprensibile che  l’accesso ai titoli canonicali venisse riservato ai chierici, dotti nel diritto  canonico e nelle scienze teologiche, che fossero capaci di coadiuvare  il vescovo nell’amministrazione delle diocesi, e nel corso delle frequenti contese civili e religiose con le autorità laiche e la curia romana, e nelle lotte contro la diffusione delle dottrine ereticali. La presenza di questi elementi dotti  che spesso esercitavano al tempo stesso  funzioni curiali ed ecclesiastiche  favori poi la formazione nelle  maggiori sedi vescovili di veri e propri centri di vita intellettuale, dotati di grandi biblioteche, e di adeguati organismi scolastici. Ed è  appunto nell’ambiente delle scuole cattedrali che fiori una ricca cultura filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un notevole sviluppo degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti sermocinali (grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso  alla riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.   Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che  interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno  nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita culturale che non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici  e teologici, bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla letteratura alla medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche.  Il cosiddetto “rinascimento del XII secolo  che taluni storici hanno  voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo umanesimo  di tono letterario e devoto  ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e  scientifico e diede comunque i suoi primi frutti nel campo di questi  studi e non in quello letterario o filosofico. Anche gli ambienti in  cui fu più fervido l’amore per le “lettere antiche e più viva l’imitazione e la venerazione dei poeti e dei filosofi classici, furono spesso   ervasi da un uguale entusiasmo per le nuove cognizioni scientifiche che  si diffondevano in Occidente attraverso il tramite prezioso degli interpreti arabi. Né si comprende, ad esempio, il significato e la funzione  storica dell’“umanesimo di Chartres, se si dimentica che quei raffinati maestri, cosî amanti degli studia litteraria e dei grandi miti platonici, sono acuti interpreti del Timeo “fisico, lettori di Calcidio e di  Macrobio, e ricercano con grande curiosità e interesse i testi di carattere  astrologico, medico e addirittura magico.   Del resto, il notevole progresso compiuto, già alla fine dell'XI  secolo, dal sapere giuridico e medico-scientifico, è particolarmente visibile per chi studi l’ambiente intellettuale delle città italiane dove le  nascenti istituzioni comunali favoriscono naturalmente il costituirsi  di un tipo di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico e caratterizzato  dalla sua natura laicale. Proprio negli ultimi anni dell'XI secolo, Afflacio, Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi trattati di  anatomia e di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni del  secolo e l’inizio del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza che  avranno tanto peso anche sugli sviluppi della riflessione politica, e  contribuiranno, fin dalla loro origine, alla formazione di un nuovo  metodo di interpretazione e di analisi dei testi del Corpus juris. Questi studi giuridici  i cui metodi influiranno non poco anche sull'evoluzione parallela degli studi teologici e filosofici  ebbero in  primo luogo il grande merito storico di restaurare in Occidente una  tradizione giuridica, come quella romana, particolarmente consona alle nuove istituzioni sociali e politiche delle città comunali e delle nascenti monarchie nazionali. Però la loro metodologia e i principi cui  erano ispirati influenzarono profondamente anche l’ordinamento interno della Chiesa, che proprio agli inizi del XII secolo  dopo i primi  tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di Worms, Deusdedit e  Ivo di Chartres   definisce il proprio diritto autonomo, sancito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano. La fioritura di una  vasta letteratura “canonistica che riprende gli stessi metodi esegetici  delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi, naturalmente, alla trasformazione della cultura delle scuole ecclesiastiche, sempre più permeata da atteggiamenti e motivi “profani e da nozioni tecniche di  squisito carattere grammaticale e logico. Adottando il metodo di esposizione dialettica, tipico delle scuole giuridiche laiche, anche i canonisti  debbono acquistare e sviluppare una problematica concettuale, fondata  sui testi aristotelici, e, certo, ancor più avanzata di quella già affrontata  da Anselmo di Besate e dallo stesso Berengario.   Allo sviluppo degli studi giuridici e di quelli medici, sollecitati  dal crescente afflusso di testi greco-arabi, corrisponde quindi assai  presto anche la tendenza della speculazione teologica a organizzarsi  definitivamente secondo metodi espositivi e critici non molto lontani  da quelli invalsi nell’insegnamento giuridico e, quindi, un crescente uso delle tecniche razionali applicate, spesso, con una precisa consapevolezza delle loro implicazioni speculative. Non solo; ma la discussione dei più grandi temi teologici implica subito anche la trattazione  delle dottrine schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinenza con tali argomenti, e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi  problemi che sorgono dal rapporto tra teologia e filosofia, o, per meglio dire, tra l'accettazione di una serie di postulati dogmatici e una  analisi della realtà condotta sulla linea della filosofia classica, rappresentata soprattutto dalle sue componenti platoniche. La cultura delle più importanti scuole cattedrali  che sono i  centri principali della rinascita filosofica  è, non a caso, caratterizzata da una larga familiarità con quei testi cui è affidata in Occidente la sopravvivenza della tradizione platonica e neoplatonica,  nonché dalla conoscenza sempre più vasta e approfondita dell’Organon aristotelico. Ma accanto a questi documenti di schietto carattere  filosofico, gli scolastici di Chartres o di Parigi pongono anche le  grandi reliquie letterarie della civiltà romana, ammirano la castità  dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di imitare quella forma di  eleganza e di stile che è fissata dalla tradizione retorica classica.   Lettori nostalgici di Virgilio e di Stazio, di Ovidio e di Lucano,  ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi difendono contro i rigidi riformatori certosini il valore di una formazione letteraria ed umanistica  che perfeziona e porta alla sua massima fioritura i caratteri più validi  della cultura di origine carolingia. Ma il loro amore per gli exempla  degli antichi, il loro entusiasmo per l’eloquentia, anzi il miele soavissimo, che sgorga dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la  poesia di Ovidio, è certo cosa ben più seria e profonda che la fredda  imitazione di modelli retorici o la ripetizione di vecchi moduli letterari mai dimenticati dalla cultura scolastica occidentale.  I chierici del XII secolo che vivono nell’ambiente fecondo e vitale della città, a contatto con il corso tumultuoso degli eventi politici,  delle passioni di parte e delle contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano  infatti in quegli scrittori esempi e forme di umanità che sembrano  esattamente celate nelle vicende di una società e di una cultura pur  cosi lontana e diversa. Ecco perché uno scolastico  come Bernardo di Chartres  può porre a fondamento di tutti gli studi la  lettura e lo studio devoto degli antichi che non minaccia o contamina  affatto la purezza della fede; ed ecco perché in tutti gli ambienti di  alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a Reims, la ricerca teologica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente richiamo  alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi eloquenti da  indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica continuità  storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo rinascimentale.   Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi filosofico-storiografica di un’unica tradizione umanistica che dall’età carolingia e dal  rinascimento del XII secolo si spingerebbe fino all’umanesimo cristiano del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli di  barbarie ritornata e dalla deviazione scientifica e arabizzante del  XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse componenti  ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo atteggiamento  cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi storici. Ma neppure l’alto grado di gusto letterario e di spirito umanistico, che riconosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o nella spregiudicata  coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa, può ingannare  sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur sempre nell’ambito della vita e della tradizione medioevale; ed alla quale manca proprio quella essenziale componente storica e critica che sarà tipica dell’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del XII secolo conoscano perfettamente i grandi scrittori latini e li leggano con assiduità ed amore; che uomini come Guglielmo di Conches, Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano interessi filosofici e atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera spregiudicatezza, sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune  esperienza degli studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fioritura letteraria del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta  espressione, non può negare la presenza di una vocazione classica che  ispira tanto i Romans che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto  le grandi cosmologie chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene  il significato dello stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti  o personalità di questa cultura alle loro fonti antiche e, in generale,  al mondo classico, non è difficile intendere che la classicità del XII  secolo è in sostanza un prolungamento o addirittura il raffinato esaurimento della civiltà antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti  del XII secolo ci appare piuttosto come la nostalgia di un passato di  cui si avverte il fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo  modo di sentire e di vivere.   Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura di questo secolo  segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei secoli precedenti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che muove verso una crescente espansione economica e civile. Questo carattere è  del resto confermato, forse, più che dalla rinascita letteraria e poetica  del secolo, dal forte interesse per tutte le nuove forme di sapere, cosi  vivo in tutti gli ambienti più avanzati intellettualmente. L'eleganza  letteraria, la formazione umanistica e la dottrina teologale non contrastano, in molti pensatori del tempo, con un vivace spirito naturalistico che si nutre spesso degli apporti decisivi delle scienze grecoarabe rientrate adesso nel circolo della cultura occidentale. I maestri  di Chartres, educati dal gusto raffinato di un insigne grammatico come Bernardo, non esitano infatti a dare al loro platonismo un’impronta schiettamente cosmologica e inserire nel loro contesto dottrinale le novità filosofiche che vengono dai centri della Spagna o della Sicilia ove si traducono i testi arabi. È certo significativo che numerosi testi scientifici e filosofici tradotti in latino siano subito largamente usati  nelle scuole francesi più importanti e assorbiti nell’ambito di una cultura che si fonda tuttavia sulle costanti della tradizione platonica e  della riflessione agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo  di Bath (che, venuto a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia  meridionale e la Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi  di astronomia, di ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno  il Dalmatico, autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolomeo; la rapida diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di Toledo negli ultimi decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza  degli interessi e delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’ambiente scolastico e del nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento  del pensiero medioevale. L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro rapporto con i  successivi sviluppi della cultura medioevale saranno esaminati particolarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio definire e limitare  il carattere della rinascita del XII secolo, sarà bene osservare che  essa ebbe il suo centro in un’area geografica ben delimitata che comprende principalmente le città dell’Italia settentrionale, le città del  centro e dell’ovest della Francia, alcune sedi episcopali inglesi e spagnole e la corte normanna in Sicilia. Però, lo sviluppo della vita intellettuale fu diverso secondo i vari ambienti; se la cultura delle città  italiane fu eminentemente giuridica e medica, le scuole cattedrali di Chartres e di Orléans furono invece i centri della rinascita letteraria  e filosofica, Reims e Laon ebbero piuttosto una solida tradizione scientifica, mentre le scuole parigine assunsero fin dall’inizio una precisa  caratterizzazione teologico-filosofica.   Alla testa di questo movimento sono poi (e con la sola eccezione  delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di chiesa, formatisi  nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri e cancellieri di  queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più interessanti scrittori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di Lavardin (scolastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers), Pietro  Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica parigina) e  Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres ove si  era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre altri  provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come Roberto  di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è diversa  la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze intellettuali si  svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a Canterbury. Qui  avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e acuto filosofo  come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e canonisti di  origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi giuridici. E  sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere d’Inghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica, parimenti educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti liberali.   Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai mussulmani,  vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non dissimili da quelle  francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona c a Toledo, saranno il  tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente e la grande esperienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di Toledo, Raimondo,  provvederà infatti a istituire quel collegio di traduttori donde usciranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo le fortunate versioni  di tanti testi arabi ed ebraici.   Queste scuole e istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato,  eserciteranno, dunque, una funzione dominante nella cosiddetta rinascita del XII secolo. Ma accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale  concorrenza, si sviluppano altri centri di attività intellettualé posti  sotto il patrocinio di sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo  accennato alle scuole giuridiche e mediche italiane di carattere laico che. godono o della protezione dell’Imperatore, o dei Comuni, o  dei sovrani normanni di Sicilia. Anche le corti francese e anglonormanna, che tendono però già a trasformarsi in organismi politici e am120    C..ratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XH secolo    ministrativi, attraggono spesso intellettuali ecclesiastici e laici, assurti  talvolta ad alte funzioni; e lo stesso accade anche nelle brillanti corti  della Francia meridionale, dei Pirenei francesi e dell’Aquitania, o  nella corte di Palermo, che gareggia con le scuole episcopali spagnole  nella rapida assimilazione della cultura araba e bizantina. Proprio a  Palermo, durante il felice regno di Ruggero II, l’incontro  tra gli influssi arabi e bizantini e i motivi tradizionali della cultura  filosofica occidentale e della tradizione medica meridionale sarà anzi  particolarmente fecondo. Scienziati arabi, come al-Idrisi, il maggiore  geografo mussulmano, vivono alla corte del sovrano normanno, insieme a traduttori e studiosi di dottrine filosofiche come il vescovo  Enrico Aristippo di Catania (autore delle notissime traduzioni del Fedone e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio Eugenio di Palermo, o a  dotti medici e astrologhi attratti dalle munificenze del sovrano normanno. Alla fine del secolo, la cultura della corte siciliana sarà certo tra  le pifi avanzate e moderne di tutt'Europa; pochi decenni dopo, durante  il regno di Federico II, la magna curia palermitana costituirà un grande centro di attrazione per i dotti di ogni parte di Europa, e avrà  parte notevolissima nella diffusione dell’opera di Averroè e di altri  grandi maestri mussulmani.   La crescente influenza di vari centri intellettuali ecclesiastici e  laici, la raffinatezza e la civile misura delle principali corti vescovili  o signorili, cosî contrastanti con la povertà e la rozzezza del X secolo  o della prima metà dell’XI, non costituiscono però un fenomeno isolato o caratteristico soltanto di alcuni ambienti di particolare prestigio  religioso o civile. L'incremento costante dell’attività economica, la  minore incidenza delle antiche barriere geografiche e politiche sugli  scambi e sui rapporti umani, favoriscono infatti una più rapida circolazione delle idee e più feconde relazioni tra le diverse regioni dell'Europa occidentale.   Lungo i grandi itinerari commerciali continuamente battuti dai  mercanti, lungo le strade percorse dai pellegrini che accorrono ai grandi santuari di Francia e di Spagna o a venerare la tomba di S. Pietro,  fluisce anche il rapido corso delle nuove dottrine che raggiunge spesso,  con impressionante rapidità, anche gli ambienti più lontani e diversi.  Come viaggiano mercanti e pellegrini, che riportano in patria l’ammirato ricordo delle città e delle scuole ove è più viva l’attività intellettuale, cosî si muovono anche i maestri e gli uomini di cultura spesso  presenti, a breve distanza di tempo, nei maggiori centri scolastici della  Francia, dell’Inghilterra e dell’Italia; e con loro circolano i codici copiati da abili scrivani che giungono anche. nelle pit lontane contrade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo l’interesse per le  nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento in cui era caduta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società medioevale si  avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e organismi di  cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già aperto  a nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire della  civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche di  Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia, anche la vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e collabora ad  immettere nella rinascente civiltà europea forze ed energie rimaste finora soffocate dalle rigide strutture feudali. Tra i centri di studi filosofici, già fioriti nella prima metà dell’XI  secolo, il più interessante e fecondo fu indubbiamente la scuola cattedrale di Chartres, vicina a Parigi. La sua fama risaliva già al tempo del vescovo Fulberto che vi  aveva insegnato tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, e che non  solo aveva dato grande impulso allo studio delle arti del trivio, ma  anche alla pratica del quadrivio studiato sulla scorta delle traduzioni di Costantino Africano. Più tardi, durante l’episcopato di Ivo,  il prestigio della scuola era stato accresciuto dall’autorità e dalla dottrina di questo vescovo; ma il predominio di Chartres nella cultura  teologica e filosofica della prima metà del secolo fu stabilito dall’eccezionale personalità del bretone Bernardo, cancelliere della cattedrale,  che v'insegnò. Il fatto che non  possediamo delle opere di sicura attribuzione rende certo difficile un  esatto apprezzamento dei suoi metodi pedagogici e della sua formazione culturale; ma Giovanni di Salisbury che lo considerava Ia pit  ricca fonte di cultura letteraria dei nostri tempi ci ha lasciato una  descrizione quanto mai eloquente della personalità di Bernardo e della sua particolare professione scolastica. Professore di retorica, ispirato dalla tradizione di Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a  Chartres le figure grammaticali, i colori retorici, i cavilli dialettici, e, insieme, esaltava le bellezze e l'ordine del discorso che derivano o dalla proprietà (che si dà quando l’aggettivo o il verbu sono  uniti elegantemente al sostantivo) o dalle metafore per cui una parola  può essere traslata ad un altro significato. Questo insegnamento uma:  nistico e letterario non era però condotto da Bernardo in modo pedante e frusto: ché anzi egli formava il gusto degli scolari presentando  l'esempio dei poeti e degli oratori classici; incitandoli a leggere e meditare le pagine pit esemplari dell’antichità. Tuttavia la sua ammirazione per gli antichi non disconosceva neppure il valore dei moderni  che hanno il privilegio di conoscere piu cose e pid lontane, proprio  perché, come nani assisi sulle spalle dei giganti, possono valersi sia  delle loro nuove esperienze che dell’insegnamento degli antichi.  Platonico in filosofia  anche se è certo che conoscesse ben poco  della genuina tradizione platonica  Bernardo accettava i temi tradi- zionali del Timeo e del commento di Calcidio; e cosf distingueva  nettamente la materia (Ayle) dall'idea che considerava come coincidente  assolutamente con l’essere. La materia era quindi per lui un elemento  secondario, creato da-Dio per imprimervi il suggello delle proprie idee  eterne, e pertanto assolutamente non coevo all’eternità divina. Di  conseguenza Bernardo distingueva anche le idee presenti nella mente  di Dio come pure forme, dalle idee presenti nelle cose e immanenti  alla materia come riflesso e ombre della suprema verità. Queste idee  erano solo l’intermediario tra Dio e il mondo, tra la perfezione della  ragione eterna e la confusa molteplicità della natura contingente e  mortale. Il platonismo di Bernardo, probabilmente ancora assai sommario e generico, fondato su dottrine e idee già espresse con ben maggiore vigore dallo Scoto Eriugena, influenzò tutto lo svolgimento della  scuola che mantenne sempre nei suoi maggiori esponenti la linea umanistica e platonica. Ma nell’insegnamento di Bernardo questa posizione filosofica era però connessa allo studio della dialettica e della grammatica,  due discipline che avevano in comune il problema del significato del  nome e del verbo e della natura della posizione. Ora sebbene fosse  lontano dal considerare la grammatica come un semplice ramo della  logica e s’ispirasse piuttosto alla distinzione posta da Quintiliano tra  grammatica e dialettica, Bernardo non esitava ad attribuire un significato filosofico anche alle questioni grammaticali. Da buon lettore di Macrobio e di BOEZIO aderiva ad una concezione strettamente platonica dei termini di specie e di genere, considerati come pure idee,  mentre affermava che la natura degli individui non merita, neppure  grammaticalmente, di essere designata da nomi sostantivi. Perciò, nel  trattare, sulle tracce di Prisciano, il problema squisitamente grammaticale della derivazione dei vari nomi da una radice comune, Bernardo  affermava che tutti i derivati significano in primo luogo ciò che  significa la loro radice, sia pure sotto relazioni e accidenti diversi.  Sicché il rapporto tra il nome primitivo e il derivato si risolveva in  una specie di partecipazione ideale sostanzialmente analoga a quella  posta dai platonici tra le idee e le loro determinazioni individuali, Il maestro che continuò l'insegnamento di Bernardo succedendogli nel cancellierato fu Gilberto de la Porrée che, più tardi, passò alla scuola di Parigi influendo largamente sul suo sviluppo. Difensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi letterari, contro  la polemica dei riformatori certosini ostili alla diffusione del sapere profano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori della cultura filosofica della prima metà del secolo. E fu per suo merito che il platonismo ancora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una coerente dottrina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e teologica consiste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti teologici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo all’eccezionale fortuna di un breve commento delle categorie di Aristotele, il Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Facoltà delle arti e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di  Porfirio. Questo scritto  che con ogni probabilità non è opera di  Gilberto è comunque un documento tra i più interessanti del pensiero logico e, in particolare, delle tendenze platoniche  che esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle  categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due  gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la  relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente  invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azione, passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la  funzione di forme inerenti considera le altre come semplici forme assistenti o accessorie. Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce  in realtà una vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che  muovendo dal supremo predicamento della sostanza e dalle altre  categorie ad essa inerenti discende poi di grado in grado per concludersi con la categoria più intrinseca alla sostanza. Ma è appunto in  funzione di questo ordinamento che il Liber può risolvere in senso  perfettamente platonico e realistico la dottrina aristotelica delle categorie, concepite adesso non tanto come distinzioni logiche, naturalmente distinte ma equivalenti in quanto termini della predicazione,  quanto piuttosto come entità metafisiche corrispondenti alla struttura  ideale dell’Essere. Non deve quindi meravigliare che il platonismo del Liber avesse  delle dirette incidenze anche nell’ambito della riflessione teologica; ed  è stato giustamente rilevato che l’inclusione della categoria della relazione tra le forme inerenti alimentò una lunga discussione sul significato metafisico di questo concetto sempre connessa al problema  teologico del rapporto tra le persone trinitarie. Se il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi commenti  agli opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli un posto  di primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti Gilberto  pone infatti una netta distinzione tra la sostanza intesa come l’individuo esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la sussistenza  che è invece la proprietà o essenza universale considerata in sé, indipendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta dall’unione della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai essere  se stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria determinata concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure sussistenze,  prive come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni accidentali, gli individui sono pertanto dei composti la cui sostanza deve  necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di accidenti.   Una tale concezione implica, naturalmente, che all’origine di ogni  realtà siano delle idee o forme sostanziali pure (substantiae sincerae),  archetipi la cui realtà è indipendente dall’esistenza delle singole cose materiali e sensibili. Però Gilberto chiarisce subito che queste pure idee non si uniscono direttamente alla materia per creare gli individui, ma che da esse derivano delle forme distinte e separate le quali sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali forme  nativae  unendosi alla materia danno appuato luogo alle sostanze individuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea divina  sono invece principi universali e costituiscono il fondamento dell’unità delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può giungere  a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono presenti ed  unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui; il movimento  del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto nel considerare la forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre che le sono simili, nel raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel giungere, cosi, alla comprensione delle pure sussistenze (le specie). Naturalmente questo processo compiuto all’interno della specie può essere ripetuto per risalire dalle varie specie al genere comune e di qui  alla visione dei modelli ideali che esistono eternamente nella mente  divina.   Che una simile dottrina rappresenti il trionfo del pit classico  realismo platonico è cosa evidente. Ma Gilberto accentua ancor pit  questo carattere della sua filosofia quando affronta il problema del rapporto tra Dio e le creature che già lo stesso Boezio aveva definito in    La scuola di Chartres    un senso schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge infatti la spiegazione tradizionale che faceva direttamente dipendere da  Dio l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio e  le cose concrete e individuali gli intermediari metafisici delle forme  o essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essenza universale della corporeità, cosi come la ragione immediata d’esistere di ogni uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il che significa,  secondo i termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni realtà individuale è determinata ad essere ciò che è (14 quod est) da quel principio  universale (gwo est) per cui essa possizde la propria realtà.   La funzione determinante di questo principio nella costituzione  dell’essere è quindi tale che si può ben dire che il quo est è l’essere  (esse) stesso di ciò che esiste; ed anzi la verità di questa tesi è dimostrata dalla stessa natura dell’essere divino assolutamente semplice in  cui l’id quod est e il quo est coincidono necessariamente. Negli altri  individui composti ha luogo invece sempre la composizione dei due  termini e quindi in certo senso una imperfetta e limitata realizzazione  del principio universale. Cosi un individuo non è mai interamente  ciò che è, proprio perché il fatto di essere composto di un corpo e di  un’anima che è la forma, gli impedisce di identificarsi pienamente con  questa stessa forma universale che pure gli attribuisce il suo essere. La natura radicalmente platonica di questa concezione non ha  certo bisogno di essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà luogo a una dottrina dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccellenza (essentia), da cui trae la propria essenza ogni altro essere determinato, diviene in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La sua  attività creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme  o esse delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee  divine eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma  generica o essenza determina la connessione di una certa materia con  la sua forma particolare, generando cosi l’individualità concreta. In  tal modo l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle  altre creature alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria essenza generica; mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nell’essere dall’essenza o forma che li fa esistere giungono tutti a partecipare dell’essere (o generalissima subsistentia) attraverso una trama di  essenze e di forme (com: ad esempio la corporeità e umanità) il  cui fondamento riposa in ultima analisi sulla perfezione immutabile  dell’essere divino.   Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica ha poi    naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina teologica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà essenziale assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si identifica con l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali lo induce a ripetere spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio a  causa del proprio quo est (la divinitas). Ecco perché Gilberto fu cosi duramente attaccato da Bernardo di  Clairvaux e accusato di sostenere tesi pericolose ed erronee; ma dinanzi al concilio di Reims egli seppe abilmente difendere la sua dottrina, negando che la distinzione metafisica tra substantia e subsistentia potesse valere anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le  accuse e le polemiche i temi centrali della sua speculazione, derivati  per originale elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si  ritroveranno in scrittori del XII secolo; si da formare una vera e propria scuola teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facilmente con gli esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate  naturae et personae; Sententiae divinitatis, ecc.). Se Gilberto Porrettano indirizza il platonismo di Chartres verso  uno sviluppo schiettamente speculativo e teologico, ‘Teodorico fratello  minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese invece dall’insegnamento del fratello il culto degli studi letterari e l’interesse per le arti del quadrivio.  Il suo Heptateuchon, prezioso documento sull’insegnamento e la vita  culturale di Chartres, è un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e  gli interessi di un intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzione tra la lettura dei classici e lo studio delle scienze della natura condotte non solo sulle fonti ormai tradizionali ma anche sui nuovi materiali greci e arabi. Cosi per l’insegnamento grammaticale Teodorico si giova dei classici manuali di Donato e di Prisciano, per lo studio  della logica ricorre a Boezio ed ai testi aristotelici (ivi compresi i Primi  Analitici, i Topici e gli Elenchi sofistici) mentre svolge le sue lezioni di  retorica sulla scorta di Cicerone e di Marciano Capella. Ma più interessante è l’elenco degli autori di cui si serve per l’insegnamento delle  arti del quadrivio, elenco che comprende i nomi di Boezio, di Marciano Capella, di Isidoro, di Columella, di Gerberto di Aurillac e di Igino, considerati gli autori più accreditati nei campi dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia e della musica. E non basta; Teodorico conosce già anche le traduzioni di alcuni testi astronomici greci ed arabi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della versione del  Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno il Dalmata.   Questi interessi scientifici, perfettamente accordati cogli ideali umanisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti nell’altra opera maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus et sex operum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi condotto principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del Timeo,  ma con probabile riferimento anche ad altri testi di origine medioevale come il De compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui, lasciando da parte l’interpretazione allegorica del testo biblico, Teodorico si  propone di svolgere un commento secundum physicam e ad litteram,  cioè d’interpretare in modo razionale e sulla base delle nozioni fisiche del suo tempo, le cause da cui il mondo trae l'essere e l'ordine  dei tempi in cui fu creato e ordinato. Perciò, convinto che l’universo  presenti un ordine perfettamente logico e struttura matematica, si sforza di riconoscere un’intima necessità in tutti gli aspetti della fabbrica mondana e di considerarli come le parti indispensabili di un grande meccanismo formato con la massima perfezione.   Nell’ordine di produzione della realtà, egli riconosce una causa  efficiente che è Dio stesso, una causa formale (la saggezza divina) che  determina le essenze o le forme, una causa finale (la bontà divina) verso  cui tende tutta la creazione, e una causa materiale che è invece costituita dai quattro elementi tradizionali creati primamente da Dio. Ma  posti cosi questi principi, Teodorico tende però a spiegare la formazione della natura e delle sue parti ricorrendo a considerazioni matematiche ed all’analisi interna dei singoli movimenti che permettono il  rapido passaggio tra le particelle elementari. Tali particelle non sono  concepite come dotate di qualità fisse e neppure come poste in luoghi  fissi; ché anzi tutti gli elementi sono sottoposti ad una sorta di reciproca compenetrazione, si che la terra può passare, ad esempio, dallo  stato di solidità a quelli di liquefazione e di combustione. D’altra  parte, anche le qualità fondamentali come la durezza o la leggerezza  proprie dei singoli elementi sono soltanto il risultato del movimento  generale degli altri elementi che preme da ogni parte l’acqua e la terra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della terra e del cielo,  semplicemente come la produzione delle particelle elementari mobili, il  cui movimento richiede appunto l’esistenza di un centro immobile (la  terra) attorno al quale rotano le particelle dell’aria e del fuoco. L'importanza storica di tale concezione fisica  che il Gilson, forzandone il significato, ha avvicinato addirittura alle dottrine dei fisici  parigini del XIV secolo  consiste principalmente nel tentativo di  spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche degli elementi con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i suoi  fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo atteggiamento (che è perfettamente coerente con la mentalità matematizzante propria del platonismo chartriano) è ancor più interessante se si pensa che Teodorico, ignorando la Fisica di Aristotele e le sue teorie del  movimento, avanza già la teoria dell’impetus, come spiegazione naturale dei processi di moto e cosi adombra un'ipotesi fisica destinata a  lunghi sviluppi nella storia della tarda scolastica.   Sarebbe certo assai ‘interessante seguire Teodorico nello svolgimento particolareggiato della sua cosmologia platonica. Ma più che la  lunga descrizione del modo in cui ha creato successivamente tutte le  forme e i momenti della natura (e, in particolare, l’armonia perfetta  degli astri e del firmamento) gioverà osservare che nell’Hexaemeron, anche l’esistenza di Dio e la sua relazione e distinzione dal mondo, viene dimostrata con un procedimento argomentativo di schietto impianto  matematico che implica a sua volta la credenza in un ordine pitagorico dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena, anche Teodorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la forma essendi di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte le cose  sono in Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico fondamento.   Ciò non significa però che Dio sia presente nella materia di ogni  essere, ma bensi che la presenza della divinità in tutte le creature è  il loro essere totale ed unico si che la stessa natura deve la sua esistenza alla presenza della divinità» Ma se è vero che il mondo delle  creature si presenta all’esperienza umana come il regno della molteplicità e del divenire, laddove Dio è invece l’unità immobile e immutabile, non sarà difficile comprendere che il molteplice e il mutabile presuppongono sempre l’unità e che, al di là di ogni distinzione o  mutamento, deve sempre esistere l’uno immutabile. Come la serie dei  numeri presuppone sempre l’unità da cui deriva, cosî l’universo trae  origine in ogni sua molteplice manifestazione dalla semplice unità divina; e tutte le unità di cui è composto non sono che partecipazioni  alla vera unità, la cui esistenza è anzi determinata proprio dal grado  e dalla continuità di questa partecipazione. Per questo i teologi insistono sempre sull’unità essenziale di Dio, pur distinguendo in questa unità la diversità delle persone; e difatti lo st:sso termine perso  na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane sempre identica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i filosofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o Saggezza hanno sempre considerato questi caratteri come det.rminazioni  dell’Uno, sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né sarebbe possibile intendere o pensar: Dio prescindendo dal principio dell’unità che  ne costituisce il carattere dominante e consustanziale.   Ecco perché Teodorico, pur tenendo fermo alla distinzione cristiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi di evitare ogni accento  panteistico, accetta il principio neoplatonico della generazione della  unità dall’altra unità e lo applica anche in campo teologico secondo il  principio della processione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.  Non solo: il filosofo chartriano non esita ad identificare la terza persona trinitaria con l’anima del mondo platonica, concepita come principio formatore ed agente che dà ordine e disposizione alla materia  creata. L’influ:nza di queste dottrine filosofiche e teologiche, sostenute  da un notevole corredo di nozioni matematiche, fisiche ed astronomiche, è assai larga e duratura anche al di là dell'ambiente di Chartres  o delle correnti platoniche ancora dominanti nel XII secolo. Né si deve  dimenticare che la loro diffusione contribuisce a creare quel particolare  humus filosofico cui si deve la particolare fortuna del Liber de causis e  quindi il rifuire di alcuni dei più tipici motivi neoplatonici, nella cultura filosofica dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un unico contesto intellettuale la tra‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi scientifici, lo studio dei classici e l’interpretazione filosofica del testo biblico, è propria anche di  Bernardo Silvestre, uno scrittore e poeta legato evidentemente all’ambiente di Chartres. Nel suo poema De mundi universitate sive Megacosmus et microcosmus ritroviamo la stessa influenza dominante del  Timeo platonico e del commento di Calcidio, la stessa presenza di motivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma le stesse predilezioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri chartriani. Composto  sul modello tradizionale del De consolatione boeziano, scritto in distici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De mundi universitate  si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la Provvidenza che  offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo e la sua costruzione secondo le norme e gli archetipi ideali della mente divina. Nel I  libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo stato di caos e di confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la prega di dare  ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e bellezza. La Provvidenza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei quattro elementi e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo aver  eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura, le  celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la perfezione  delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata; e difatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento  e culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento;  cosi l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e costituito come sintesi (microcosmo) di tutta l’immane fabbrica dell'universo (macrocosmo) di cui ripete e raccoglie tutte le più alte perfezioni.   Questo tessuto poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano i temi più  cari ai pensatori chartriani, le probabili reminiscenze di antichi motivi  ereticali e la diretta influenza degli scritti di Tolomeo e di Albumasar  (da poco noti agli occidentali) è però solo uno schema letterario particolarmente adatto per svolgere in forma allegorica una vasta concezione  cosmogonica, il cui carattere è ben espresso dalla figura del vecchio demiurgo Pantomorfo che forma e modella le creature naturali secondo  i terreni esempi delle idee. Poiché se da Dio emana il Logos che contiene in sé tutte le eterne forme delle cose, dal Logos procede a sua  volta l’Anima del mondo, principio plasmatore della materia mondana, alla quale imprime il suggello delle forme. Essa, agendo entro la  hyle informe, costituisce perennemente il cosmo nella sua armonia  razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima mundi è il complesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è stato  generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato e  per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura.   Di fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordinatrice sta però, nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate  mundi, una materia puramente informe (4yle), condizione fondamentale dell’esistenza del cosmo. Questa informità primordiale, quest’orrida sylva caratterizzata dalla confusione e dal male, è concepita da  Bernardo con una singolare oscillazione che rivela, da un lato, l’esigenza di evitare una possibile conclusione dualistica, ma anche la persistenza di suggestioni e reminiscenze di antica ascendenza stoica. La  insistenza sul carattere negativo della materia, sulla sua irriducibile  malignità è infatti un aspetto particolarmente significativo del poema di Bernardo, anche se non mancano accanto a passi di netto sapore dualistico, altri testi che testimoniano lo sforzo di accordare l’idea  platonica di un non essere posto a fondamento dell’essere o l’immagine stoica del caos primordiale con Ja tradizionale nozione biblica della creazione ex mnihilo. Sono questi, del resto, atteggiamenti  facilmente comprensibili nell’ambito di una composizione poetica che  non mira tanto ad una salda unità dottrinale quanto all’uso fantasioso  di un ricco materiale filosofico suscettibile delle più lontane e diverse  interpretazioni. In realtà, il merito storico pit importante dell’opera di Bernardo Silvestre sembra consistere nella diffusione di motivi  destinati, con alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura filosofica  medioevale e a fornire argomenti per le interpretazioni più lontane ed  avverse. Per questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare la concezione di Bernardo Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come la  eresia amalriciana, altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece forzato il significato del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né  stupisce che l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta  dinanzi all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito  vario e fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura filosofica  del suo tempo.   Per il resto, l’opera di Bernardo è un documento assai interessante sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e geomantiche che gli  ambienti intellettuali dell'Occidente venivano rapidamente assimilando dai testi arabi. Un’operetta come il Mathematicus, tutta impostata  su di un tipico topos della tradizione astrologica, e la traduzione dello Experimentarius, trattatello g-omantico rielaborato da Bernardo, bastano a mostrare la larga familiarità di questo poeta con i tempi più  caratteristici della tradizione magico-astrologica. L’opera di Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singolare tentativo di tradurre nel quadro allegorico di un mito cosmologico idee e dottrine che circolavano largamente nell’ambiente di Chartres. Ma chi dette a queste dottrine una formazione addirittura classica, destinata a influenzare durevolmente il pensiero del XII secolo,  fu il maestro Guglielmo di Conches, sulla cui filosofia giova soffermarsi con particolare attenzione. Discepolo di Bernardo di  Chartres e quindi maestro egli stesso per circa vent'anni, Guglielmo  fu anche un grammatico, lettore dei classici, e difese contro i cornificiani nemici delle l-ttere l'ideale chartriano di una cultura fondata sul costante colloquio con gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le “arti liberali. Autore tra l’altro di un Commento al Timeo di grande importanza filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e di scritti morali ispirati a Cicerone ed a Seneca, le sue opere principali furono però  la Philosophia mundi, una vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c  il Dragmaticon Philosophiae in forma di dialogo col duca di Normandia, Goffredo Plantageneto, ove Guglielmo riespone soprattutto, sviluppandoli con grande ampiezza, i problemi fisici già discussi nella Philosovhia alla luce di opere conosciute già vent'anni prima dai maestri  dell'Occidente.   Gli studi più recenti sulla scuola di Chartres e il platonismo medioevale hanno giustamente attribuito un particolare valore a questi  scritti ed hanno posto in esatto rilievo la robusta e lucida ispirazione  scientifica e filosofica del loro autore che si fonda, naturalmente, sulla  tradizione del Timeo e del commento di Calcidio, ma mostra anche  una notevole conoscenza di altri filoni sp*culativi (ad esempio, la tradizione ermetica) e una evidente familiarità con le nuove dottrine  scientifiche di origine araba. Come filosofo e scienziato anche Guglielmo si sforza di perseguire l’accordo tra l’ispirazione platonica del  suo pensiero e il testo scritturale, e mira a rendere possibile una duplice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine filosofiche e scientifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane e diverse. Ma sebbene nella sua concezione dell’universo domini la figura del Dio cristiano, la cui esistenza è proprio accertata dall’ordine e dalla perfetta  disposizione della natura, pure Guglielmo applica anche alla dottrina  della creazione, motivi dedotti sostanzialmente dal Timeo platonico. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto creatore di Dio ha direttamente prodotto la materia traendola dal nulla, le Idee, concepite  come causa formale dell’universo, rappr:sentano i modelli e gli archetipi eterni sui quali sono plasmate le singole cose sensibili. L’“anima  del mondo, che Guglielmo, nella PAslosophia, identifica anch’egli con  lo Spirito Santo, è quindi l’intermediario divino che traduce nella realtà l’ordine ideale, conducendo a perfezione l’opera mondana. Ma, a  diff:renza di Teodorico, Guglielmo non si limita solo a risolvere questo tipico motivo platonico e stoico nella trattazione del dogma trinitario (ed anzi nel Dragmaticon questa identificazione è chiaramente  ripudiata); bensi la presenta come una forza infusa intrinsecamente alla  natura, o, per usare le sue stesse parole, come il principio vitale “che    dà l'essere alle piante, la vita alle erbe ed agli alberi, il sentire agli  animali e la ragione agli uomini.   È vero che tale principio è anche “la divina disposizione degli  clementi; ma il fatto che in Dio siano eternamente presenti l’archetipo della realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non toglie  che nell’ordine mondano esista una disposizione o processo naturale  delle cose che se pur risponde all’eterno disegno divino, si svolge per  una intrinseca necessità razionale. Quest’ordine che coincide con l’opera  “industre dell'anima del mondo ha anzi una struttura schiettamente  matematica. Ed è naturale che Guglielmo voglia spiegare la formazione dell’universo ricorrendo a ipotesi matematiche e a procedimenti  meccanici e accettando, insieme alla teoria degli elementi primi, anche le  tesi atomistiche che erano state ripresentate in Occidente dalla traduzione di Costantino africano e di Adelardo di Bath.   Questo atteggiamento si riflette anche sulla sua concezione della  natura che riprende e svolge motivi già parzialmente presenti anche  nel pensiero di Teodorico. Tra questi il più interessante è certo la  caratteristica distinzione tra il momento della creazio mundi e quello  del perfezionamento o exornazio della “fabbrica mondana dovuto alle  tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai principi immanenti alla  stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi scientifici sono testimoniati da una larga e significativa conoscenza delle principali opere e nozioni scientifiche note al suo tempo) dà particolare importanza alle arti  del “quadrivio che indagano la struttura e i processi della natura e ne  rivelano i fondamenti matematici e la costituzione atomistica. Matematica e geometria, astronomia e musica sono pertanto gli strumenti necessari “per le vere conoscenze della realtà» Ed è alle loro leggi che deve ispirarsi anche la dottrina del filosofo e la sua indagine della “disposizione o ordine naturale delle cose. All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura scientifica  di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato anche il  singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da un  maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui personalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale sono state  attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo diverse e discordi. Il De imagine  che non possiamo qui analizzare minutamente   è certo un documento d’estremo interesse sulle cognizioni scientifiche del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che costituiscono una  vera e propria enciclopedia della Natura (il De imagine tratta infatti del  cosmo fisico e della sua composizione elementare, delle terre poste al centro del mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna e  flora, e quindi del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo dal  tempo della creazione) l’attenzione dello studioso è attratta dall’evidente familiarità di Onorio con un largo materiale attinto anche al di  fuori dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal suo  largo interesse per la conoscenza della realtà naturale considerata nella  sua unità vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e l’assenza  di una approfondita elaborazione filosofica non toglie che il De imagine  rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata, uno specchio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere dei maestri di  Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque, anche la rapida analisi dei suoi principali maestri basta a mostrare che la scuola di Chartres fu un centro vitale di cultura, legato allo spirito umanistico, al gusto di un risorgente classicismo,  e alle controversie teologiche del tempo, ma profondamente interessato a problemi filosofici e scientifici affrontati alla luce di un'ispirazione  plitonica che non ignorava però né la tecnica logica aristotelica né  i nuovi contributi: del sapere arabo. Scuola cattedrale, e come tale prevalentemente dedicata allo studio della teologia, essa fu però uno dei  più vivaci focolari di resistenza contro le polemiche di Bernardo di  Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi che condannavano aspramente lo sviluppo e l’incremento degli studi liberali e del sapere  naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i maestri di Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lottarono contro le estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo  che la grande ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dialettica e delle retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie  astratte o di eleganze formali.   Le pagine che lo stesso Guglielmo di Conches scrive contro l’inutilità delle vane dispute o lo studio dell’eloquenza fine a se stessa, sono  tra le testimonianze più utili per chi vuole intendere il vero carattere  degli studi di Chartres. La sua polemica contro coloro che svuotando  il sapere di ogni contenuto spirituale lo riducono a un mero gioco verbale, è infatti perfettamente situata nel quadro di una meditazione che  scorge tanto nella ricerca filosofico-scientifica che in quella teologica la  via diretta per elevarsi alla comprensione dei più alti misteri. Ecco perché i filosofi di Chartres e il loro più geniale discepolo, Giovanni di  Salisbury, si opposero con irriducibile rigore ai sostenitori di un tipo  di cultura più elementare e pratica ridotta all’apprendimento delle sole cognizioni utili per le varie attività o professioni. Contro i cornificiani che cercavano il sapere e disprezzavano lo studio disinteressato  del trivio e del quadrivio, l’umanesimo chartriano difese ed esaltò  l'ideale di una formazione armoniosa e compiuta, ugualmente volta al.  mondo delle lettere ed alle ardite conoscenze dell’ordine naturale. Il suo  platonismo, in cui erano filtrati i motivi più fecondi della nuova esperienza scientifica attinta alle fonti greco-arabe (rese note dalle versioni  contemporanee di Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo da Cremona, Ugo di Santalla, Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è la  espressione più compiuta del moto di rinnovamento che domina tutta    la cultura filosofica del XII secolo, preparando la grande fioritura della  riflessione duecentesca. Il raffinato platonismo e il vivace spirito scientifico dell’ambiente  di Chartres, è però solo uno degli aspetti dominanti della rinascita filosofica del XII secolo. Mentre a Chartres maturano le grandi cosmogonie e le enciclopedie politiche, è infatti già in corso una profonda  trasformazione degli studi logici, destinata ad esercitare una vasta influenza nella storia della cultura filosofica medioevale. Già parlando  delle predilezioni intellettuali di Teodorico di Chartres, s'è visto quale importanza aveva per lui l’insegnamento dialettico fondato sulle  opere di Boezio e sulla conoscenza quasi totale dell’Organon aristotelico. Ma le testimonianze contemporanee sono anche ricche di notizie  e di accenni polemici sugli sviluppi della scuola di Petit-Pont, nelle vicinanze di Parigi, dove Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi  scolari proponendo e discutendo delle quaestiones insolubiles, ossia  alcuni di quei problemi sofistici entrati da tempo nella pratica dell'insegnamento dialettico. La cavillosa ingenuità di molti dei problemi  riferiti da queste testimonianze, non deve però ingannarci, inducendoci a credere che gli studiosi medioevali non si rendessero conto della  loro futilità. Esercizi di scuola, adoperati dai maestri per affinare le  capacità dei loro allievi, simili discussioni valevano soprattutto a stimolare l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente utile  per gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che l’insegnamento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro arti  maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi come  una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che sarà presto un carattere peculiare della scuola parigina.   È appunto in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dottrine di Berengario e di Roscellino, che si formò la personalità più eminente della prima metà del XII secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pellet, vicino a Nantes nel 1079, egli si dedicò fin da giovanissimo allo  studio delle arti liberali e specialmente della dialettica di cui pare gli  fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti tardi recatosi a Parigi, che era  il centro più vivace di studi dialettici, fu scolaro di un maestro come  Guglielmo di Champeaux che godeva in quel momento  di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo soddisfece  il giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le dottrine  del maestro con estrema vivacità.   La ragione di tale polemica è, del resto, perfettamente chiara ed  evidente.Discepolo di Manegoldo di Lautenbach e poi di Anselmo di  Laon, amico di Bernardo di Clairvaux e fondatore della Abbazia di S.  Vittore, che sarà poi uno dei maggiori centri del pensiero mistico medioevale, Guglielmo di Champeaux era un deciso sostenitore delle concezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a proposito del significato dei  concetti di genere e di specie, si atteneva alla soluzione realistica che abbiamo già visto affermata dallo Scoto Eriugena e da Anselmo da Aosta.  Secondo la testimonianza di Abelardo, egli avr-bbe infatti sostenuto che  la medesima realtà è tutta presente essenzialmente nei singoli individui, tra i quali non vi sarebbe alcuna diversità essenziale, ma bensi una  distinzione causata dalla molteplicità degli accidenti Il che spiega  perché Guglielmo ritenesse che in tutti gli uomini numericamente diversi v'è sempre una identica sostanza umana, che si determina e si  concreta variamente ora in Socrate ed ora in Platone, secondo particolari determinazioni accidentali.   Contro questa dottrina, che rispecchia fedelmente un atteggiamento metafisico platonicamente fondato sull’ordine gerarchico di essenze e categorie universali, Abelardo non tardò ad opporre argomenti che gli venivano almeno in parte dall’esperienza nominalistica di  Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars sermocinalis, scienza e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica o dalla teologia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche, sotto  lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli individui,  pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a dover sostenere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa la realtà  delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero necessariamente le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e ne seguirebbe che ogni categoria è essenza e che quindi tutte le sostanze sono,  in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola qualità. Perciò, la sostanza  di Socrate sarebbe la stessa sostanza di Platone, e le qualità dell’uno  quelle dell’altro, ecc.; ma in tal modo la realtà individuale e distinta    di Platone e di Socrate sarebbero totalmente perdute perché i due individui sarebbero di fatto una sola unità indistinguibile.   Tali obiezioni  racconta Abelardo  avrebbero subito smantellato la dottrina realistica di Guglielmo di Champeaux; e il maestro  parigino avrebbe ripiegato sulla tesi della indifferenza degli universali, sostenendo che la realtà dei generi e delle specie è identica nei  diversi individui, non quanto all’essenza ma bensi nell’*indifferenza,  giacché, ad esempio, i singoli uomini, distinti di per sé gli uni dagli  altri, costituiscono pur sempre l’identica realtà umana e, quindi, non  differiscono nella loro comune natura. Abelardo criticò, però, con non  minore intransigenza, anche questa dottrina che non era sostanzialmente diversa da quella precedente, e dimostrò che se la sola indifferenza positiva è quella che intercorre tra gli individui che possiedono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le medesime difficoltà  già rilevate a proposito della concezione realistica.   Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi famoso  non giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie dei  condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove  apri una sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina  alla capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare  retorica, sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi  rapporti co] maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione,  Guglielmo sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere apertamente la fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abelardo, ormai padrone delle arti sermocinali, lasciò di nuovo la scuola parigina per dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di  Anselmo di Laon.   Polemico e innovatore come sempre, il filosofo bretone non restò  però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo, era  di nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di teologia, riscuotendo un successo clamoroso. Studenti di ogni parte di Francia e di  Europa (e tra essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155 sarebbe  stato arso in Roma, come capo di un movimento riformatore violentemente avverso al potere mondano della gerarchia ecclesiastica) accorsero a udire le sue lezioni, divulgarono la dottrina del Peripateticus  Palatinus in tutti gli ambienti colti del tempo; e intorno alla sua scuola  cominciò a costituirsi la futura università parigina, luogo di attrazione  per i teologi e i filosofi di tutta la Cristianità occidentale.   L'episodio del suo amore per Eloisa, donna eccezionalmente dotta  e partecipe degli stessi problemi teologici e morali, la vendetta del    canonico Fulberto, e la vergognosa mutilazione che costrinse Abelardo  ad abbandonare l’insegnamento parigino, sono episodi fin troppo noti  perché occorra ricordarli. Colpito nella sua dignità di clericus e di  maestro, Abelardo prese l’abito monastico e prese a vagare di monastero in monastero, di abbazia in abbazia, portando dovunque la sua  umana inquietudine e la sua polemica filosofica, caldeggiando la formazione di una comunità puramente speculativa dedicata al Paracleto.  La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non ne riusci però diminuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano nei suoi spostamenti,  e che la sua fama continuava a diffondersi per tutta Europa. Del resto,  gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e il 1142, quando  mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e di costante,  approfondita riflessione sui temi più ardui della logica, della metafisica, della teologia e della morale. E pure in questo periodo si svolge  tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare che è veramente  uno dei capolavori della letteratura mediocvale.   La lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine dell’epistolario,  e soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con estrema decisione la  nobiltà e la purezza della sua passione, hanno spesso indotto gli storici ad accentuare la modernità dell’atteggiamento morale dei due  celebri amanti. Ma non è certo un buon criterio storico giudicare tutta la personalità e l’opera filosofica di Abelardo alla luce di questa appassionata testimonianza umana, per tentare magari confronti arditi e  poco plausibili con la mentalità e il costume morale degli intellettuali  del Rinascimento. Anche il tono e il contenuto delle lettere di Abelardo e di Eloisa sono infatti veramente comprensibili solo nell’ambito  di una vicenda che si svolse nell'ambiente scolastico della Parigi medioevale, entro il chiuso mondo dei clercs, dominati dai propri pregiudizi etici e professionali, e tra due persone drammaticamente consapevoli del conflitto tra la loro condizione e le idee e le norme proprie della loro casta. D'altra parte non conviene all’intelligenza storica  dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro razionalista o, ancor peggio, come un precursore del libero pensiero, inteso a rovesciare il principio dell’autorità e ad instaurare contro il fideismo di  Bernardo di Clairvaux i sovrani diritti della ragione. Questa immagine di Abzlardo, che pure piacque alla vecchia storiografia dell’età  romantica, è certo del tutto antistorica e deforma, fino a ridurli caricaturali, i veri caratteri del suo pensiero. Ma ciò non toglie che questo filosofo cosi combattivo e polemico, questo dialettico rigoroso e  teologo spregiudicato, sia stato veramente l’interprete più originale    ed acuto della rinascita filosofica del XII secolo. Alieno dal costruire  un compiuto sistema cosmologico come quelli elaborati dai Maestri di  Chartres, egli fu infatti autore di opere di logica, di teologia e di morale che hanno avuto una influenza decisiva su molti aspetti della riflessione del suo tempo, e che segnano un progresso decisivo nei confronti delle concezioni filosofiche precedenti.   Già abbiamo visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggiamento di fronte al realismo logico di Guglielmo di Champeaux; ma è  bene aggiungere che la sua polemica fu altreitanto rigorosa anche nei  riguardi di tutte le altre forme di realismo, iv comprese quelle che  identificavano l’universale con l’intera collezione degli individui cui  esso si riferisce. Per Abelardo l’universale è invece semplicem.nte un  dato del linguaggio, un vocabolo trovato in modo che si possa predicare singolarmente di molti; e quindi il termine ‘uomo’ che usiamo tanto per indicare Socrate che Platone non differisce dal nome  proprio con cui indichiamo questo o quell'individuo se non perché è  atto a far da predicato di proposizioni che hanno per soggetto il nome  proprio di molti individui. Una volta definito il significato sermocinale del termine universale, Abelardo afferma poi rigorosamente  che i nomi universali non indicano affatto un’essenza o realtà comune  a vari individui, e che occorre quindi respingere l’idea che essi implichino qualcosa di reale sia di per se stessi sia nella natura degli individui. La conoscenza ha come punto di partenza l’individuale e il  sensibile, la cui caratteristica è data proprio dalla sua diversità e distinzione nei confronti di ogni altra cosa individuale. Perciò il termine universale deve unicamente valere come un segno logico, necessario per assolvere una particolare funzione nella costruzione dei discorsi umani.   Dopo aver cosi definita la funzione del termine universale, Abelardo cerca però di analizzarne anche le proprietà logiche. La constatazione che i nomi universali non indicano delle essenze o entità comuni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non abbiano alcun riferimento effettivo con le cose e che non permettano di intendere effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo  è un logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina  di Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus  vocis. Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli individui, ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri  ed attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la  loro comune condizione di essere uomini. L'errore di chi attribuisce una realtà oggettiva agli universali indipendentemente dall’esistenza  individuale, consiste dunque nel confond.re un'ipotetica essenza dell'uomo, che non esiste, con l’essere uomo che è invece una condizione reale particolare e concreta. Sicché, dire che questo o quell’individuo convengono nello status di uomo, cioè nell’essere uomo,  significa riconoscere che esiste una causa comune per cui s'impone ai  singoli individui il termine o nome universale di uomo. Questi stars sono dunque le cose stesse costituite in questa o quella natura; e  dunque, per giungere alla formulazione del termine universale, basta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono effettivamente nello stesso status e designarla con un nome.   Quale sia poi il contenuto che questi universali assumono nel nostro pensiero, è indicato chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento  della sua teoria gnoseologica. All’origine dell’attività conoscitiva sta  infatti la percezione sensibile che ci permette di percepire questo o  quell’individuo particolare; ma l’intelletto è capace di formarsi una  immagine di ogni oggetto percepito che esiste ormai indipendentemente dall’oggetto stesso e persiste nella mente anche dopo la scomparsa dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini presenti nella mente si distinguono però dalle immagini fittizie composte liberamente dalla fantasia senza alcun riferimento ad una realtà effettiva;  ma si distinguono altresi anche da quelle che si presentano all’intelletto quando pensiamo all’uomo o alla torre in generale. L’intelligenza del nome universale. scrive Abelardo in un testo particolarmente importante, concepisce un'immagine comune e confusa di molte cose, laddove l'intellezione prodotta dalla parola singolare comprende la forma di una sola cosa. Il nome di Socrate o di Platone,  individui concreti e particolari, farà quindi sorg:re nella mente un’immagine che esprime la figura e la somiglianza di una determinata persona; mentre invece il termine uomo potrà dar luogo soltanto ad  un’immagine scialba e relativamente ind:terminata, costituita soltanto  dai caratteri comuni degli individui da cui è tratta. L’universale è  dunque soltanto una parola che designa l’immagine confusa di una  collettività d’individui di natura simile, o, per usare le parole stesse di  Abelardo, che possiedono il medesimo status. È chiaro che da queste premesse deriva subito un complesso di  conseguenze logiche e gnoseologiche di estrema importanza. Per prima cosa, le sole conoscenze chiare e connesse ad oggetti reali sono  quelle degli individui particolari, uniche realtà di cui si dia diretta  intellezione umana; mentre invece i termini universali ci permettono semplicemente di acquistare un’opinione limitata sempre suscettibile  di mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo credere che A belardo non riconosca il fondamento reale dell'immagine comune. Il fatto che, considerando molti individui, la nostra mente fermi la sua attenzione su ciò in cui convengono, sui loro aspetti simili o identici, è anzi perfettamente naturale; cosi com'è del tutto legittima la formazione dell'immagine comune, prodotta da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via di riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità inscindibile dell'individuo. A questa determinazione astratta della forma o immagine comune, corrisponde poi naturalmente una vox o termine che, di per se stesso, è cosa particolare del tutto distinta dall’altra realtà che significa. Ma affinché questa significatio sia legittima ed effettiva occorre che la vox venga strettamente connessa all'immagine mentale e sia capace per comune istituzione umana di farla subito sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può diventare un elemento del discorso umano, e può adempiere al suo compito logico che consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res. Non credo occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per se stessa tanto chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve trattazione della logica abelardiana, sarà utile ricordare che il Peripatetico Palatino può rispondere in modo profondamente nuovo ed originale alle questioni poste da Porfirio. Cosî, alla domanda se i generi e le specie designino cose realmente esistenti, o siano semplici oggetti d’intellezione, egli risponde che essi esistono nel solo intelletto nudo e puro, ma che però indicano sempre esseri reali che sono gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi universali sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci pronunziate con mezzi fisici; però la loro capacità di designare una pluralità d’individui è invece incorporea. E se è vero che i generi e le specie sussistono nella realtà sensibile in quanto designano forme e qualità proprie degli individui, sono però al di là delle cose sensibili proprio perché le designano per astrazione. Non solo; Abelardo afferma che questi termini non potrebbero mai esistere senza gli oggetti da essi significati; il che non toglie però che i loro significati possano sussistere anche se sono legati semplicemente ad un'immagine mentale e non ad un oggetto sensibile, come nel caso della proposizione la rosa non esiste, il cui significato è pienamente legittimo. Tali soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa, rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della logica e della riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti, Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici condotta in assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico, come scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro la persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già sulla via che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe, modello e forma delle cose reali. Nondimeno, il valore preminente che egli attribuisce alla conoscenza dell’individuale, e la sua insistenza sulla funzione preliminare ed essenziale dell’esperienza sensibile, sono altrettanti motivi di grande rilievo storico, destinati a influire profondamente sulle dispute logiche e metafisiche del XIII secolo. AI significato critico della dottrina logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche la novità e l’arditezza di talune tesi teologiche esposte, oltre che nel Sic et Non, anche nel De wnitate et trinitate divina, nella Theologia Christiana, nella Introductio in theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philosophum et Christianum. Tra queste opere il Sic et Non è certo particolarmente importante per il metodo con cui Abelardo procede alla presentazione ed al vaglio delle auctoritates scritturali e patristiche, opponendo tra di loro quelle che appaiono contrastanti o contraddittorie. È vero come è stato sottolineato anche recentemente che Abelardo non intende servirsi di questo metodo per scalzare il principio dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene dichiari spesso che il fondamento della verità e della salvezza consiste nelle nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che Abelardo procede anche nella sua indagine teologica con il preciso intento di chiarire le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso parlando del metodo seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione del teologo non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento umano; e poiché questo procedimento analogico è usato da Abelardo anche per spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non meraviglia che, come i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platonico-stoico dell'anima mundi per illustrare analogicamente la terza persona trinitaria. È vero che per Abelardo si tratta soltanto di un’analogia incapace di spiegare fino in fondo la misteriosa verità d:1 dogma; però egli non esita ad usare anche in altri casi dottrine filosofiche, soprattutto di origine platonica, per illuminare il contenuto della teologia cristiana, affermando implicitamente una continuità ed un accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina cristiana. Ecco perché Clairvaux, mistico cistercense ed intransigente difensore del primato sovrarazionale della fede cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il più temibile nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella prospettiva teorizzata da Abelardo, la teologia cristiana non solo è strettamente legata alla ricerca della ragione, ma si può dire che la stessa rivelazione si esprima anche nelle forme del ragionamento razionale, e che le verità filosofiche degli antichi siano anticipazioni o premesse di una verità più alta, ma non avversa alla ragione. Come Abelardo scrive nel Dia/ogus, il Cristianesimo è certamente la verità assoluta che accoglie e risolve in sé tutte le altre verità parziali ed imperfette; però anche la dimostrazione dei suoi principi può procedere per via dimostrativo-analitica; quindi il metodo razionale può essere applicato anche alla ricerca teologica, senza temere di cadere per questo nell’empietà o nell’eresia. La polemica di Bernardo e il severo giudizio del Concilio di Sens, che condannò alcune sue proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo abelardiano influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione teologica. Né stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della materia teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un vero metodo della scienza teologica, già chiaramente delineato nelle prime Summae o nel crescente successo dei Libri sententiarum. Solo per restare nell’ambito della sua scuola, opere come l’Epitome theologiae di Maestro Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e le Sententiae di Rolando Bandinelli (il futuro Alessandro III), sono eloquenti testimonianze del progresso compiuto nella prima metà del XII secolo dalla cultura scolastica parigina. Tra le dottrine di Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano anche talune tesi di morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle concezioni ascetiche tradizionali che ponevano tra i peccati anche le inclinazioni più naturali dell’uomo, ostile ad una morale che definisce rigidamente il ben: ed il male identificandoli con un certo modo astratto di comportamento, Abelardo tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito interiore che lo accompagna. Cosi, egli distingue nettamente il vizio dell'anima dal piccato; e se il vizio che dipende spesso dalla natura e dalla complessione fisica ci rende soltanto inclini ad acconsentire all’illecito, il peccato consiste invece nel consenso volontario al male, in una scelta lib:ra e consapevole. Certo, anche le inclinazioni radicate profondamente nella natura particolare di ciascun individuo possono spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate, non sono di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul fatto che solo l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e del male, indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione. L'intenzione scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te ipsum di particolare rilevanza teorica è di per se stessa buona o cattiva; ma l'azione è detta buona o cattiva non perché implichi in se stessa un elemento di bontà o di malizia, ma perché deriva da un'intenzione buona 0 cattiva. La medesima azione può essere dunque positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva se deriva da un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione contro le concezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione dalla adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del tutto estranea alla volontà. Tale concezione che è certo uno dei motivi più moderni e originali del pensiero abelardiano è poi spesso congiunta con una insist-nie critica della considerazione meramente carismatica dei poteri sacerdotali, che egli vuole invece siano fondati sulla pratica attiva ed esemplare delle virti. La successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui, significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza dell’esempio religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva semplicemente nella cerimonia dell'imposizione delle mani o nell’osservanza esteriore e farisaica delle norme canoniche. Proprio pr questo sono cosi frequenti negli scritti morali e teologici di Abelardo la denuncia della corruzione del clero, la condanna dell’eccessiva potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un rigido, astratto legalismo morale e religioso che è del tutto contrastante con il carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. La vicinanza di alcuni dei suoi motivi polemici con le idee largamente diffuse nei movimenti popolari di riforma o in talune sètte ereticali, è stata quindi giustamente sottolineata dagli storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio. Ma più che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui sottolineare come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico e gnoseologico, il pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più matura di un comune fermento critico che pervade tutti gli strati e gli ambienti della società del suo tempo e che tende a corrodere i capisaldi d:Ila cultura tradizionale. L’influenza di Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla logica alla teologia, dalle discussioni puramente filosofiche alla casistica etica, tutta la riflessione del suo tempo e dei decenni successivi reca il segno della sua personalità e delle sue idee. Ma la superiorità teorica di molte posizioni abelardiane, soprattutto nel campo della logica, non deve indurci a trascurare l’apporto degli altri logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso diametralmente opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle successive dottrine che egli avrebbe avanzato discutendo il problema degli universali; ma dobbiamo qui ugualmente ricordare Josselino di Soissons cui Giovanni di Salisbury attribuisce nel Meealogicon una singolare dottrina che, pur rifiutando la universalità agli individui considerati nella loro singolarità, la concedeva però alla condizione collettiva della specie o del genere. Questa tesi, che compare anche nel trattato anonimo De generibus et speciebus (già attribuito dal Cousin ad Abelardo, ma che evidentemente non può esser suo), deve aver avuto una discreta diffusione proprio per la sua tendenza a conciliare le opposte tesi dei realisti e dei nominali. Secondo la concezione di Josselino la specie si presenta infatti in ogni individuo come una sorta di materia comune la cui forma è costituita dalle singole determinazioni particolari; e perciò nell’individuo Socrate coesiste l’umanità (materia comune) con la socrateità che ne è la forma, e quindi Socrate possiede una sua umanità particolare distinta da quella di Platone o di Aristotele. Il fatto che il termine uomo sia comune ad un intero gruppo di individui non significa che l’umanità di SoLo sviluppo della logica e l'opera di Abelardo crate o di Platone costituisca una realtà unica, identica e comune nei vari individui. Al contrario, questo fondamento comune è profondamente differenziato dai caratteri peculiari e dalla struttura propria di ogni individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino può sembrare assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo &tesso Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il gruppo è sempre posteriore agli individui che lo costituiscono, laddove invece la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità indifferenziata della materia comune dalla concreta esistenza dzi singoli. La difesa della priorità dell'individuo anche nei confronti della posizione moderata di Josselino ribadisce la radicale vocazione nominalistica della logica di Abelardo. Però il problema di rapporti tra r0men e res, tra la determinazione concettuale e la struttura reale degli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto nel trattato De codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro, formatosi nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti anni pellegrino in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di testi arabi e greci di cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di primo piano nella storia della scienza medioevale. Nelle sue traduzioni dei testi astronomici arabi e degli Elementa di Euclide e nelle sue Quaestiones naturales, ricche di temi della tradizione araba, egli si rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma anche il De eodem et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed esatta, perfettamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si agitavano dietro le modeste apparenze del problema degli universali. Cosî egli accetta la definizione abelardiana degli universali come nomi delle cose che contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina aristotelica che esclude ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza individuale concreta. Però osserva che i nomi del genere, della specie e dell’individuo vengono imposti alla stessa essenza sotto diversi rispetti? e che se i filosofi, quando vogliono parlare delle cose come si presentano ai sensi le chiamarono individui, definendole con il loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le considerano pid profondamente, le chiamano anche specie o generi, senza negare la loro realtà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi sono impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo le stesse cose sensibili considerate in modo più acuto, e queste sp:cie e generi nella loro funzione di termini o modi universali vengono distinti per immaginazione dalla stessa realtà sensibile e considerati come forme astratte. Non v’è quindi da meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi considerare sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di Aristotele, i quali hanno soltanto accentuato i due diversi aspetti del problema. E una dottrina non diversa viene pure attribuita al maestro parigino Mortagne, il quale, secondo la testimonianza di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone, secondo status diversi, è individuo, specie e genere subalterno o supremo. Certamente e Adelardo insiste particolarmente su questo punto alwra è la conoscenza legata all’esperienza immediata e quasi costretta dal tumulto esteriore dei sensi, ed altra la conoscenza intelligibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali e addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo Adelardo respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche quando è serrata nel carcere del corpo e si muove soltanto tra le forme sensibili delle cose. Anche questo sapere, quando è capace di giungere agli elementi permanenti, costitutivi della realtà, è valido e necessario. VanperPoL, Le droit de guerre d'après les théologiens et les canonistes du moyen dge, Parigi, Leiser, Name und Begriff der Synderesis in d. mittelalt. 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Sterndeutung, Lipsia, Maier, Das Problem der intensiven Gròsse in der Scholastik, LipsiaRoma, THornpikE - P. Kipre, A Catalogues of incipits of medieval scientific writings in latin, Cambridge (Mass.), Supplementi in Spec. Mieli, La science arabe, Leida, Pinès, Les précurseurs musulmans de la théorie de l'impetus, Archeion, Marr, Die Impetus-theorie der Scholastik, Vienna-Roma, Inem, Die Vorliufer Galileis im 14 Jahrhundert, Roma, Inem, Zwei Grundprobleme der scholastischen Naturphilosophie, Roma Moopy - M. CLacett, The mediacval scienceof Weights (Scientia de ponderibus), Madison, Kacan, Jewish Medicine, Maier, An der Grenze von Scholastik und Naturwissenschaft, Roma, 19522. Inem, Metaphysiche Hintergrunde der spitscholastischen Naturphilosophie, Roma Ipem, Die Naturphilosophische Bedeutung der scholastischen Impetustheorie, Schol., Wirson, W. Heytesbury. Medieval Logic and the Rise of Mathematical Physics, Madison, ArnaLpez-L. Massicnon, La science arabe, in Histoire générale des Sciences, vol. 1, Parigi, Brauyouan, La science dans l'Occident médiéval chrétien, in Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi IpeM, L'interdependence entre la science scholastique et les techniques utilitaires, Alengon, CromBie, Augustine to Galileo. The History of Science. Melbourne-Londra-Toronto Ley, Studien z. Geschichte d. Materialismus im Mittelalter, Berlino, Reap, Through Alchemy to Chemistry, New York, Simon, La science hébraique médiévale, in Histoire générale des Sciences, vol. I, Parigi Tufoporipìs, La science byzantine, in Histoire générale des Sciences, Parigi, Carmony, The Arabic Corpus of Greek Astronomers and Mathematicians, Bologna, Maier, Zwischen Philosophie und Mechanik. Studien zur Naturphilosophie der Spitscholastit, Roma, WrisHEIPL, The Development of physical Theory in the Middle Ages, Londra-New York, Marr, Ergebnisse der spitscholastischen Naturphilosophie, Schol., CLacett, The science of mechanics in the middle age, Madison. BOEZIO (vedasi) De institutione arithmetica De institutione musica; uno scritto di astronomia perduto; uno scritto di geometria anch'esso perduto, traduzione delle Categorie; Commento alle Categorie; traduzione del De interpretatione; primo Commento al De interpretatione; secondo Commento al De interpretatione; traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è certo, però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia autentica); traduzione della Isagoge di Porfirio; primo Commento all'Isagoge; secondo Commento alla Isagoge; commento ai Topici di CICERONE; De syllogismo categorico; Introductio in syllogismos categoricos; De syllogismo hypotetico; De divisione; De differeptiis topicis; Consolatio philosophiae. È discussa l’attribuzione della versione degli Elenchi sofistici. De Trinitate; Ad Iohannem diaconum utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur; Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint, cum non sint substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non è invece autentico il De fide catholica attribuito tradizionalmente a Boezio. Le opere in P. L., nel Corpus di Vienna. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD, Londra, la Consolatio nell’ed. BreLer, in Corpus Christianorum; del De interpretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia. Delle traduzioni italiane della Consolatio ricordiamo quelle del Moricca, Firenze, e del Cappa, Milano. Gli Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania; i Pensieri sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firenze. La bibl. generale in GEYER; De Barr; De Wutr. V. inoltre tra le opere pit importanti e recenti: I. Brnez, Boèce et Porphyre, Rev. Belge Philol. Hist., Bruprr, Die philosophischen Elemente in den Opuscula Sacra des Boethius, Lipsia, Cooper, A concordance of Boethius, Cambridge, Bonnaup, L'éducation scientiphique de Boèce, Spec. 1Carton, Le christianisme et l'augustinisme d e Boèce, Revue Philos., BroscH, Der Seinbegriff bei Boethius, Innsbruck, Capone Braca, La soluzione cristiana del problema del summum bonum, in Philosophiae consolationis libri V di Boezio, Arch. st. filos. GUZZO (vedasi) L'Isagoge di Porfirio e i commenti di Boezio, in Concetto e saggi di storia della filosofia, Firenze, Atronsi, Problemi filosofici della Consolatio boeziana, Riv. filos. neosc., SoLmsen, Boethius and the history of the Organon, American Journ. Philos., PaLueLLo, The sext of the Caiegoriae, the latin tradition, Classi cal Quart., 1945. ALronsi, L’umanesimo boeziano della Consolatio, Solidalitas Erasmia pa, Diurr, The Propositional Logic of Boethius, Amsterdam, Depeck-Hery, Boethius De consolatione philosophiae ‘by Jean de Meun, Med. Stud., Vann, The Wisdom of Boethius, Londra Rapisarpa, La crisi spirituale di Boezio, Catania, REICHENVERGER, Untersuchungen zur liter. Stellung der Consolatio phi losophiae, Colonia PrLicersporFER, Zu Boethius De interpretatione Wiener Stud., AcLronsi, Storia interiore e storia cosmica nella Consolatio boeziana, Convivium, KortLER, The vulgate tradition of the Consolatio in the 14*h century, Med. Stud. NéponceLLES, Le variations de Boèce sur la personne, Rev. sc. relig., Scumipr, Gottheit und Trinitit. Nach dem Kommentar des Gilbert Porreta zu Boethius, De Trinitate Basilea, Rapisarna, Poetica e poesia di Boezio, Orpheus, ScHmIpT, Philosophisches und Medizinisches în der Consolatio des Boethius, Festschrift Bruno Snell, Monaco, SuLowski, Les sources du De consolatione Philosophiae de Boèce, Sophia, PaLuetto, Les traductions et les commentaires aristotéliciens de Boèce, Studia patristica, mogsb s Z PU FO simo Pa LP Lr VISCARPI, BOEZIO (vedasi) e la conservazione e la trasmissione dell'eredità del pensiero antico, in I Goti in Occidente, Spoleto, SHiet, Boethius and Andronicus of Rhodes, Vig. Christ., GecenscHatz, Die Freiheit der Entscheidung in der Consolatio philosophiae des Boethius, Museum Helveticum, Lepet, Die antike Musik-theorie im Lichte des Boethius, Berlino SHiet, Boethius Commentaries on Aristotle, Med. Renaiss. Stud., PACATTO, Per un'edizione critica del De hypotheticis syllogismis di BOEZIO, Italia medioevale e umanistica, Hapor, Un fragment du commentaire perdu de Boèce sur les Catégories d'Aristote dans le Codex bernensis 363, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., Cassiodoro Opere: De anima; Institutiones. Edizioni: Oltre l’ed. in P. L., si vedano le Opera in Corpus Christianorum; le Institutiones nella fondamentale ed. R.A.B. Mynors, Oxford, La bibl. generale in GeyER; De Brie, WuLr, Tra la produzione più importante e pit recente cfr.: A. Van pe Vrver, Cassiodore et son ocuvre, Spec., TuÙiece, Cassiodor, seine Klostergriindung Vivarium und sein Nachwirken im Mittelalter, Studien u. Mitt. z. Gesch. der Benedektinerordens, Monaco, Ranp, The new Cassiodorus, Spec. Vrver, Les Institutiones de Cassiodore et sa fondation à Vivarium, Rev. Bénédict., CourceLLE, Les lettres grecques en Occident, Parigi Barpyr, Cassiodor et la fin du mond ancien, Année théol., Jones, Cassiodorus senator, New York, Lamma, Cultura e vita in Cassiodoro, Studium, MomicLiano, Cassiodorus and Italian culture of his time, Oxford, Siviglia Opere: Etymologiae; De natura rerum; De ordine creaturarum; Differentiarum libri duo. Edizioni: in P. L.; le Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Oxford. La bibl. generale in GevER; De Brie, WutrFr, ALraner, Der Stand der Isidorforschung, Roma, Pérez pe UrBet, S. Isidor de Sevilla, Barcellona, Mavoz, Contrastes y discrepancias entre el Liber de variis quaestionibus y S. Isidor, Est. eccl., Montero Diaz, Etimologias de S. Isidor de Sevilla, Madrid Fontaine, Isidore de Séville et la culture classique dans l'Espagne wisigothique, Parigi, DeLHavye, Les idées morales de st. Isidore de Séville, Rech. théol. anc. méd., EtLias pe TEJADA, Ideas politicas y juridicas de S. Isidoro de Sevilla, Madrid, GREGORIO (vedasi) Magno Homiliae in Evangelium; Homiliae in Ezechielem; Liber regulae pastoralis; Moralia o Expositio in Job; Dialogorum libri IV; Epistolae. Edizioni: in P. L., Dei Dialoghi cfr. l’ed. crit. di U. Moricca, Roma, LiesLanc, Grundfragen der mystischen Theologie nach Gregors des Grossen Moralia und Ezechielhomilien, Friburgo i. B., Weser, Haupifragen der Moraliheologie Gregors des Grossen, Friburgo, WassELYNcK, La part des Moralia de Job de St. Grégor le Grand, Mélanges sc. relig., ManseLLI, L'escatologia di S. Gregorio Magno, Ric. stor. relig., BrunHES, La foi chrétienne et la philosophie au temps de la Renaissance carolingienne, Parigi, DopscHn, Wirischafiliche und soziale Grundlagen der europàischen Kultureniwicklung aus der Zeit von Caesar bis auf Karl den Grossen, Vienna BerLIÈRE, L'ordre monastique, Parigi, trad. it., Bari. PatzeLT, Die Karolingische Renaissance, Vienna, Lor, La fin du monde antique et la début du moyen dge, Parigi, Ranp, Founders of de middle ages, Cambridge (Mass.), ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Lipsia, LaistnEr, Thought and letters in Western Europe, A, D, 500-900, Londra, 1931, 1957. i E. Gitson, Les idées et les lettres (Humanisme médiéval et Renaissance), Parigi, Pourrat, Les origines de la théologie scolastique. Les précurseurs du IX° au XI° siècle, Rev. apologétique, KLerncLausz, Charlemagne, Parigi, Prrenne, Mahomet et Charlemagne, Bruxelles-Parigi, tu. it., Bonnaun, L'idée de paix è l'époque carolingienne, Parigi, Lopez, Muhammad and Charlemagne: a revision, Spec., CALMETTE, Charlemagne, sa vie, son oeuvre, Parigi, HaLpHEn, Charlemagne et l'Empire carolingien, Parigi, Lomsaro, Mahomet et Charlemagne. Le problème économique, Annales, DennET, Pirenne und Muhammad, Spec., SaLIn, La civilisation mérovingienne, Parigi, 1950. A. Ficutenau, Das Karolingische Imperium. Soziale und geistige Problematik eines Grossreiches, Zurigo, trad. it. Inem, Karl der Grosse und das Kaisertum, in Mitt. d. Inst. f. Oest. Gesch. forschung., Sul monachesimo occidentale e la sua diffusione e influenza culturale: Benedictus, Regula, Introd., testo, apparati, trad. e comm., a cura di G Penco, Firenze, ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre de St. Bénoit, Maresdous Ryan, Irish monasticism, Dublino BerLiÈrE, L'Ordine monastico dalle origini, tr. it., Bari, ScHurer, Kirche und Kultur in Mittelalt., Paderborn, HitpiscH, Gesch. des Benedektinischen Minchtums in ihren Grundzigen dargestellt, Friburgo, HimxecLer, Vom Mònchtum des hl. Benedikt. Gedanken iiber bene dektinische Wesenart, Geschichte und Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre il Bulletin d’histoire benédéctine” nella Revue bénédictine.” Beda il Venerabile Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De natura rerum; De temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super Genesim. Edizioni: Le opere si vedano in P. L. 90-95, e in corso di pubbli cazione in Corpus Christianorum,” Turnholt, Parigi, 1955; l'Opera historica nell’ed. L. E. Kinc, Londra, 1931; l'Opera de temporibus nell'ed. C. Jones, Cambridge (Mass.), 1943 e l’Expositio actuum apostolorum nell’ed. M. L. W. LarstwEr, Cambridge (Mass.), La bibl. generale in GEyER, p. 672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129. Tra le opere piti importanti e pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His life, times and writings, Oxford, 1935. H. M. Gite, St. Beda the Venerable, Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez - B. Tuum, St. Beda Venerable, Studia Anselmiana,” .1936. T. A. Carrot, The Ven. Beda; his spiritual Teachings, Washington, 1946. C. H. Beeson, The manuscripts of Beda, Classical Philol. Beumer, Das Kirchenbild in den Schriftkomment Bedas, Schol.,” 1953. Alcuino Opere: Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus de rhetorica et de virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis; De animae ratione; De virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni: Le opere in P. L. L’ed. crit. delle Epistolae in Epistolae Karolini aevi (M. G. H., II,18-481). Cfr. inoltre i Monumenta Alcuiniana, Berlino, La bibl. generale in GryER, p. 691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli studi pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE, II M. Rocer, L’enseignement des lettres classiques d'Ausone è Alcuin, Parigi Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of Alcuin, Princeton, 1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin Liturgist, New York, 1956. L. WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies in Carolingian History of Literature, Itaca - New York, 1959. Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris. Edizioni: P.L. La bibl. generale in GevER, p. 691-692; DE Wutr Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878 (con ed. crit. del De nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der friihmittclalt. Philos., Miinster i. W.,. Germonar, I problemi del nulla e delle tenebre in Fredegiso di Tours, in Saggi di filosofia neorazionalistica, Torino, 1953,101-111. Agobardo Opere: Le numerose opere teologiche, che non occorre qui enumerare particolarmente in P.L. Oltre alle opere indicate in GevER,691-692; cfr. particolarmente: J. B. Martin, s.v. in DTHC, I, 613-615. M. Bresson, s.v. in DHGE, Rabano Mauro De institutione clericorum; De rerum naturis; De computo; Grammatica P.L. La bibl. generale in GevER, p. 692; De Brie, n. 5110; De Wutr, I, p. 129. In particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus Maurus, cin Zeit-und Lebensbild, Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL, Rabanus Maurus und Claudius von Turin, Hist. Jahrb., BLumenKranz, Raban Maur et St. Augustin, Rev. m. à. lat.,” 1951. ‘Candido di Fulda Opere: Il pensiero di Candido è espresso nei Dicta Candidi (ed. Hauréau, Parigi, 1872). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE Wutr, I, p. 129. In particolare vedi Zimmermann, Candidus. Ein Beitrag zur Geschichte der Friihscholastik, Div. Th.” (F.), 1929. A. KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, Servato Lupo di Ferrières Opere: Epistolae; Liber de tribus quaestionibus; Collectaneum. Edizioni: Le opere nell’ed. BaLuze, Parigi, 1664 e 1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi, Gever,692-693; De Brie, n. 5135; DE WuLF Sprotte, Biographie de Servatus Lupus, BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle, Loup de Ferrières, Mons, 1912. E. Amann, in DThC, IX, 963-967. Pascasio Radberto Opere: Tra le numerose opere teologiche, che qui non enumeriamo, ricordiamo soprattutto il Liber de corpore et sanguine Christi le opere in P.L., 120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De Brie, n. 5136. In particolare: J. Ernst, Die Lehre des hl. Paschasius Radbertus von der Eucharistie, 1897. J. Jacquin, Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, Rev. sc. philos. théol., 1914. H. PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens, 1932. IpeM, s.v., in DThC, GLiozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio Radberto e Ratramno, monaci di Corbia, Palermo, 1945. H. WerisweiLEr, Paschasius Radbertus als Vermittler des Gedankengutes der karolingischen Renaissance in der Matthiuskommentaren des Kreises um Anselm von Laon, Schol., 1960. Ratramno di Corbie Opere: Le numerose opere teologiche in P.L., il De corpore et sanguine domini nell’ed. crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK, Amsterdam, 1954. Bibliografia: Cfr. GeyERr, Wutr, I,165-166. In particolare cfr.: A. NaEcLe, Ratramnus und die hl. Eucharistie, 1903. M. ManitIUs, Gesch. d. latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923, 412-17. A. Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime, Rev. bénédict., 1931. C. GLiozzo, La dottrina della convers. eucarist. in Pasc. Radberto e R. monaci di Corbia, Palermo, GHÙeLLINcK, Le mouvement théolog. au XII° s., Bruges, 1948?, p. 27 e passim. Cfr. inoltre: J. JoLiver, Godescale d'Orbais et la Trinité. La méthode de la théologie a l'époque carolingienne, Paris, 1958. 933 Bibliografia Capitolo terzo Il Corpus dello Pseudo-Dionigi. Massimo il Confessore Edizioni: Per le edd. del Corpus cfr. P.G., 3-4. La raccolta delle traduzioni latine dei testi dionisiani e la fonte delle citazioni in PH. CHEVALLIER, Dionysiaca, Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit. del De coelesti hierarchia, a cura di R. Roques e G. Hait, con trad. fr. di M. De Ganpittac nelle Sources chrétiennes, n. 58, Parigi, 1958. Si veda inoltre la trad. delle Oeuvres complètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a cura del De Ganpittac, Parigi, 1943. Per le traduzioni italiane cfr. Le gerarchie celesti, Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le Opere, Padova, 1956. Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul Corpus ci limitiamo, in questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J. Stic.marr (Feldkirch, 1895; Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft, Zeitsch. f. die kathol. Theologie, 1899; Schol., 1927, 1928) e alle indicazioni generali in GevER, De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p. 112, i seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis, Arch. latin. Med. Aev., 1931. E. StePHANOU, Les derniers essais d’identification du pseudo-Denys, Echos d’Orient, 1932. G. Tufry, Études dionysiennes, Parigi BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys und ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, Hist. Jahrb., 1938. V. Lossky, La théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite, Rev. sc. philos. théol., 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der Schrift De divinis nominibus des PseudoDionysius, Schol., 1940. G. DeLLa VoLpe, La dottrina dell’Arcopagita e i suoi presupposti neoplatonici, Roma, 1941 (e cfr. La mistica da Plotino a S. Agostino, Messina Roques, La notion de Hiérarchie selon le Ps--Denis, Arch. Hist. doctr. litt. m. A., 1950-1951. H. F. Donpaine, Le Corpus dionysien de l'Université de Paris au XIII siècle, Roma, 1953. R. Roques, L'univers dionysien, Parigi, 1954. E. Turotta, Introduzione a una lettura dello Ps. Dionigi, Sophia, 1956. E. Von IvAnxka, Ps. Dionisius und Julian, Wiener Stud., 1957. R. Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps. Dion., Bull. Ass. Budé. Parigi, 1957. W. VoeLxer, Kontemplation und Ekstase bei Ps. Dion., Wiesbaden, 1958. P. Scazzoso, Note sulla tradizione manoscritta della Theologia mystica dello Pseudo Dionigi, Aevum, 1958. J. VANNESTE, Le mystère de Dieu. Essai sur la structure rationelle de la doctrine mystique du Pseudo-Dénys l'Aréopagite, Parigi Corsini, La questione arcopagitica. Conwibuto alla cronologia dello Pseudo-Dionigi, Atti Acc. Sc. Torino, 1959. E. Von IvAnka, Das Corpus arcopagiticum bei Gerhard von Csanad, Traditio, 1959. L. H. Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, Bull. Ass. G. Budé, 1959. Ipem, La terminologie metalogique dans la théol. dynisienne, in L'homme et son destin, cit.,335-346. Per gli scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La Mistagogia e altri scritti a cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12 libro ascetico, a cura di M. Dat Pra, Milano. Per gli studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus Confessor und Johannes Scotus Erigena Theol. Stud. u. Kritiken BaLtHasar, Kosmische Liturgie d. Max der Bekenner, Friburgo ScHerwooD, The carlier Ambigua of Maxim the Conf. and his refutation of origenism, Roma, 1955. G. MarHiev, Travaux préparatoires è une édition critique des oeuvres de S. Maxime le Conf., Lovanio, 1957. E. Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der Auscinandersetzung Maximos des Bekenners mit dem Origenismus, Jahrb. oester. byzant Gesell., 1958. Scoto Eriugena Opere: De praedestinatione; Versio operum S. Dionyssi Arcopagitac; Versio Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae; Expositiones super Jerarchiam coelestem S. Dionysi; Commentarius in S. Evangelium secundum Johannem; Homilia in prologum S. Evangelii secundum Johannem; Carmina; Commentarius ad opuscola sacra Boethii; Annotationes in Marcianum. Edizioni: in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B. Scunùrer, Miinster, 1938; per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K. Ranp, Monaco, 1906; gli Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e Univ. Calif. closs. philol., 1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz, Johannis Scottii Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.) La bibl. generale in GEvER,693-694; De Brie Wutr, I,144-145. In particolare cfr.: A. Scuneiper, Die Erkenntnislehre des Joh. Eriug. im Rahmen ihrer metaphysischen und anthropologischen Voraussetzungen nach den Quellen dargestellt, Berlino, 1921-23. H. Bert, Johannes Scot Er. 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Huemer, Corpus Vienn., BurnAM, Commentaire anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de Valenciennes, Parigi La bibl. generale in GevERr,695; DE Wutr, I,158159. In particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by Remigius Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius, Journal of Theol. Studies, 1916. M. Cappuyns, Le plus anciens commentaire des Opuscula sacra et son origine, Rech. théol. anc. méd., 1931. C. E. Lutz, The Commentary of Remigius of Auxerre on Martianus Capella, Med. Stud., 1957. Raterio di Verona Opere: Tra le numerose opere, interessano particolarmente oltre alle Epistolae i Praeloquiorum libri VI. Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae nell’ed. F. WercLe M.G.H., Weimar, 1949. Bibliografia: E. Amann, in DThC, XIII, 1679-1688. G. MontICELLI, Reterio, vescovo di Verona, Milano WeicLE, Zur Geschichte des Bischofs Ratero von Verona, Deutsch. Arch. Tampieri, I! doveri morali di ciascuno stato di vita secondo i Praeloquia di Raterio da Verona, Bagnacavallo Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione; Geometria; Liber de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di A. OLLERIS, Clermont-Ferrand - Parigi, 1867; Epistolae a cura di J. Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a cura di N. Busnov, Berlino, 1899. Bibliografia: F. Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp, Gerbdert, Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J. LEFLON, Gerbert, Parigi ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Stud. Bibl. Warburg, 1929. A. CarteLLIERI, Die Westellung des deutsche Reiches, 911-1047, Monaco Berlino Forz, Le souvenir et la légende de Charlemagne dans l'Empire germanique médiéval, Parigi, 1951. Su Cluny e la sua riforma: L. M. SmitH, The early history of Cluny, Oxford, 1920. J. Spor, Grundformen hochmittelalt. Geschichtanschauung, Monaco, 1935. A. 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Spiritualità cluniacense (Convegni del centro di studi sulla spiritualità medioevale, II), Todi Costantino Africano Opere: il Wiistenfeld gli attribuisce le seguenti traduzioni: Liber completus artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni, di Ali Ibn ‘Abbas; Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e Liber experimentorum dell’arabo ar-Rari; Liber dietarum universalium es particuliarium, Liber urinarum, Liber febrium, Liber de gradibus, di Ishiq al-Isra'ili. Tradusse inoltre opere di Ippocrate e di Galeno. Gever,703-704. In particolare v.: M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine arabischen Quellen, Archiv. f. pathol. Anatomie u. Phisiol., WisrenreLD, Die Ubersetzungen arabischer Werke ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!, d. K. Gesellsch. d. Wiss. 2. Gòttingen CLervaL, Les écoles de Chartres au moyen dge du V° au XVI? siècle, Parigi, 1895. L. THornpIiKE, A history of magic and experimental science, cit., I, 742-759. Alfano di Salerno e l'ambiente salernitano Opere: Vita et passio s. Christinae; Sermone; De unione Verbi Dei et hominis (smarrito); Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.); traduzione del trattato di Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla suddetta traduzione; Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis humani (framm.). Bibliografia: in particolare v.: M. ScHIPA, Alfano 1., arciv. di Salerno, Salerno, 1880. Inem, Storia del Principato longobardo di Salerno, Arch. Stor. per le provincie napoletane, 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,14-20. A. AmetLI, La basilica di Montecassino e la Lateranense nel sec. XI, Misc. Cassinese FaLco, Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, Arch. Soc. Romana di Storia Patria, 35 (1912),439-82. B. ALsers, Verse des Erzbischofs Alfanus von Salerno fiir Monte Cassino, N. Arch. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, cit., 618-37. P. O. KrisreLLer, The school of Salerno, Bull. Hist. of Med., 1945. Inem, Nuove fonti per la medicina salernitana, Rass. stor. salernitana, 1957. Pier Damiani Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis; De Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones (l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa). Edizioni: P.L. 144-45 (è la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con l'aggiunta di vari opuscoli scoperti da AnceLo Mar e apparsi in Scriptorum 530 Bibliografia veterum nova collectio, VI, Roma, 1832,193-244); manca una edizione critica completa, esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L. De HeineMmann, in MGH, Libelli, 1, Hannover Warrz, ibidem, Scriptores, IV.; P. Brezzi - B. Narpi, S. Pier Damiani, De Divina omnipotentia, ed altri opuscoli (con trad. it.), Firenze KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum, Diisseldorf, 1949. Bibliografia: cfr. GevER,696-697; De Brie, n. 5160; in particolare v.: J. A. Enpres, P. Damiani und die weliliche Wissenschaft (Beitrage), Miinster, 1910. L. KùHN, Petrus Damianus und scine Anschauungen iiber Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A. Enpres, Forschungen zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (Beitrige, XVII, 2-3), Miinster, 1915. ]. Rmère, S. Pierre Damien et les droits politiques du Pape, Bull. litt. eccl., Losacco, Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI, Sophia Poretti, Il vero atteggiamento antidialettico di S. P. Damiani, Faenza, 1953. F. DriessLEr, P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE, P. Damien et la culture profane, Lovanio Berengario di Tour Opere: De sacra coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum, ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino, 1834; una nuova ed., di W. H. BeEKENrAMp, L’Aja Morin, Lettre inédite de B. de T. à Parchev. Joscelin de Bordeaux, Rev. Bénédict., 1932,220-26. Bibliografia: Cfr. GevER,696; De Brie, n. 5146; DE Wutr, I,166; in particolare v.: C. PrantI ScHmITzER, B. v. 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Edizioni: P.L., 155; il Liber in M.G.H., Libelli, I (1891),308-490. Bibliografia: cfr. Gever,166; De Wutr, I,166; in particolare v.: J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre Gegner im 11 Jahrhundert, cit, 25-27; 1913,160-69. Ipem, Manegold von Lautenbach, Hist. Pol. Blitter, 1901. Inem, Manegold von Lautenbach, Modernarum magister magistrorum, Hist. Jahrb., 1904. M. T. Streap, Manegold of Lautenbach, Engl. Hist. Rev., 1914. E. Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de Grégoire VII, Lovanio, Garin, Contributi alla storia del platonismo medievale,(ora, con aggiornata bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.). Lanfranco di Pavia Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni: P. L., 150. Bibliografia: cfr. Gever,697-698; DE WuLF, I, p. 166; in particolare v.: A. J. MacponaLp, Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford, Londra AOSTA (vedasi) Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei; Proslogion o Fides quacrens intellectum; De grammatico; De veritate; De libertate arbitri (cadono tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu diaboli (1085-1090); Epistola de incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red. 1094) o De mysterio Trinitatis; Cur Deus homo (1098); De conceptu virgirali (1099-1100); De processione Spiritus Sancti (1102); Epistola de sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae (entrambe tra il 1106 e il 1107); De concordia praescientiae et praedestinatione et gratiae Dei cum libero arbitrio (1108); Epistolae; Orationes sive meditationes (1070-1104). Edizioni: in P.L.; ma si veda l’ed. crit. a cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi due voll.), EdimburgoLondra, 1943-1951 (i restanti tre voll.) e, inoltre, il Monologion e.il Proslogion, Padova, 1951, con un testo che riproduce l’ed. ScHMitT, e del Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt) con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle trad. italiane ricordiamo le Opere filosofiche a cura di C. Orraviano (escluso il Monologior), Lanciano, 1928; per il Monologion, quella sempre .a. cura dell’Ortaviano, Palermo, 1932; di A. Beccari, Torino, 1930; di A. LANTRUA, Firenze, Cfr. inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le Orazioni, e le meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G. Sanpri, Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr Brie Wutr Tra le opere più interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle opere e sul pensiero in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la philosophie de St. Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von Canterbury, der Vater der Scholastik, Diisseldorf, 1927. A. Levasti, S. Anselmo, vita e pensiero, Bari, Jacquin, Les rationes necessariae de St. Ansélme, Mél. Mandonnet, II, Parigi BartH, Fides quaerens intellectum. Anselms Beweis der Existenz Gottes im Zusammenhang seines theolog. Programms, Monaco, 1931, 1958. W. BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit telalters, Gotha, 1931. A. Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme contre le trittisme de Roscelin, Rech. théol. anc. méd. ScHMITT, Zur Ueberlieferung der Korrespondenz Anselms von Canterbury, Rev. Bénédict., 1931. IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, Rev. Bénédict., 1932. C. Orraviano, Le rationes necessariae in S. Anselmo, Sophia, 1933. 533 Bibliografia E. Giuson, Sens et nature de Pargument de St. Anselme, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1934. R. ALcers, Anselm von Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S. ScHMITT, Eine neues unvollendetes Werk des Hl. Anselme von Canterbury. De potestate et impotentia, necessitate et libertate, (Beitrige, XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein Leben, seine Bedeutung, seine Hauptwerke, Monaco, 1937. L. 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Gever,700; De Brie, 5299-5314; De Wuctr, I,250-251; in particolare GHELLINCK, The Sentences of Anselm of Laon and their place in the codification of theology during the XIII century, Irish theol. Quart., 1911. F. BLIEMETZRIEDER, Anselm von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige, XVIII, 2-3), Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la littérature théologique contemporaine, Rech. Théol. anc. méd. WriswriLeR, Das Schriftum der Schule A. von Laon und Wilhems vom Champeaux in deutschen Biblioteken, (Beitrige, XXXIII, 1-2), Miinster, 1936. A. Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa Sententiarum und Anselm von Laon, Div. Th. (F.), 1936. O. Lortin, Aux ornigines de l'école d'A. de Laon, Rech. théol. anc. méd. IpeM, Nouveaux fragments théologiques de Pécole d'A. de Laon, bibl. Ipem, Psychol. et morale Cavarcera, D'Anselme de Laon è Pierre Lombard, Bull. litt. ecclés., 1940. B. Smatrey, The study of the Bible in the Middle Ages, Oxford, 1941, 33-35, 40-43, 45-46. H. 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Prister, De Fulberti Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI, 964-967. .Bernardo Opere: Fonti e frammenti in P.L., 199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in Mel. Graux, Parigi, 1884, dove pubblica alcuni estratti del De invenzione .rhetorica. Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i Commenti ai salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I Commenti a Boezio insieme agli stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la Porrée, Arch. Hist. doctr. m. à., 1946); ed. crit. dei Commenti: al De Hebdomadibus, Traditio, 1953, ai. due Opuscoli sulla Trinità, Studies and Textes, I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium (De duabus naturis), Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1954. Le opere esegetiche bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr. P.L., 188, 12551270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532. Bibliografia: La bibl. generale in Grever,704-705; De Brie, nn. ‘5208-5211; De Wutr, I,213-214. In particolare cfr.: A. Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée, Zeitschr. Kathol. Theol., 1930. Ipem, Mitteil. 2. Schule Gilbert Porreta-s, Collect. franc., 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les commentaire du De hebdomadibus} Rev. néosc. philos., 1934. Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, Rev. cours et confér., 1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur théologique de Gilbert de la Porrée, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les Porretains et l'avicennisme avant 1215, Rev. sc. philos. théol., 1937. M. Harinc, The case of Gilbert de la Porrée, Med. Stud., 1951. E. Wicciams, The Teaching of Gilbert Porretta on the Trinity, Roma, 1951. 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Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau, Notices et extraits..., 1893,52e in W. Jansen, Der Kommentar d. Clarembaldus v. Arras zu Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926; Heptateucon, scoperto e presentato da A. CLervar in Congrès scient. int. d. Cathol., II, Parigi, 1889,277 sgg., ed. del prologo a cura dello JeaunEAU in Méd. Stud., 1954; Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on Boethius De Trinitate by Thierry of Chartres, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1956. La bibl. generale in Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, 192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le système du monde, cit., III,184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de Thierry de Chartres, Congrès de Tours et Poitiers, 1954. Ipem, Un représentant du platonisme au XII° siècle: Thierry de Chartres, Mém. Soc. archéol. d’Eure-et-Loire, 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de Thierry de Chartres, Sophia, 1955 539 Bibliografia N. M. Harinc, A short treatise on the Trinity from the School of Thierry of Chartres, Med. Stud., 1957. Inem, The lectures of Thierry of Chartres on Boethius De Trinitate Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (De Trinitate and De Hebdomadibus) by Thierry of Chartres, ibidem, 1960. Guglielmo di Conches Opere: Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae; Glosse alla Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile anche l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezionalmente fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le opere di Beda) e 172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation, ed. C. Parra, Parigi, 1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in V. Cousin, Ouvrages inédits d’Abélard, Parigi, 1936,669-677, ove si trovano pure alcuni frammenti del Commento al Timeo,648-657. Per la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH. Journary, Notices et extraits..., XX, 2, Parigi, 1862, e, particolarmente T. Grecory, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, Firenze, 1955, ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze, 1958. Per il Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE Wutr, I,192-193. In parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die philosophie des Wilhelm von Conches, Coblenza, 1929. C. Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa philosophiae, Arch. st. filos., 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM, Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli, 1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école de Chartres, (con brani delle glosse a Boezio e al Timeo). Pu. DeLHave, Une adaptation du De Officiis au XII° siècle, le Moralium dogma philosophorum, Rech. théol. anc. méd., 1949. T. Grecory, Sull'attribuzione a Guglielmo di Conches di un rimaneggiamento della Philosophia mundi) Gior. crit. filos. ital. 1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, B. OprrerNAM, L'usage de la notion d'Integumentum à travers les gloses de Guillaume de Conches, Arch. Hist. doctr. litt. m. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit.,417-429. E. JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe. Notes sur les manuscrits, Arch. Hist. doctr. litt. m. 2., 1960. Ipem, Deux rédactions des gloses de Guillaume de Conches sur Priscien, Rech. théol. anc. méd., 1960. Bernardo Silvestre Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et Microcosmus; Commentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De gemellis; De paupere ingrato; Experimentarius. Edizioni: Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate, cfr. l'ed. S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, 1876; per il Commentum l’ed. RiepEL, Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per l'Experimentarius cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia presentato da Bernardo Silvestre di Tours (XII secolo): L’Experimentarius Riv. crit. st. filos., La bibl. generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192. In particolare cfr.: E. Girson, La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7 1928. L. THornpIKE, An History of magic and experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu. Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, Modern Philol., 1948. Capitolo quinto Pietro Abelardo logica: Glosse letterali: Editio super Porphyrium; Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de interpretatione; De divisionibus; 2) Logica Ingredientibus; 3) Logica Nostrorum petitioni sociorum (Glosse a Porfirio); 4) Dialectica (pit volte rimaneggiata tra il 1118 e il 1137). 6) teologia: 1) De wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia christiana Theologia Sic et Non Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il 1125); 6) Sermones; 7) Dialogus inter iudacum, philosophum et christianum. Ethica, seu liber Scito te ipsum. Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente importanti il carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni: Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages inédits d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle opere già edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di V. Cousin e Cu. Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che completano il Corpus abelardiano: P. AsaELARDI, De unitate et trinitate divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891; Peter Abaclards Philosophische Schriften (1. Die Logica Ingredientibus 1; Die Glossen zu Porphyrius; Die Logica Ingredientibus 2; Die Glossen zu den Kategorien; Die Logica Nostrorum petitioni sociorum; Die Glossen zu Porphyrius), a cura di B. GEvER, in Beitrige, XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI, 3, 1927; XXI, 4, 1933; Peter Abaelards Theologia Summi Boni zum ersten Male volistindig herausgegeben (Beitrige, XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of Consolation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T. MuckLeE, Med. Stud., Toronto, ed ora nell’ed. crit. d i J. Monratn: ABfLarp, Historia calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO, Scritti filosofici (Editio super Porphyrium, Glossae in Categorias, Super Aristotelem de Interpretatione, De divisionibus, Super Topica glossae), editi per la prima volta da M. Dar Pra, Milano-Roma, 1954; Twelfth century logic. Texts and Studies, a cura di L. Minio-ParueLLo, Roma, 1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P. AsaeLarpus, Diglectica, First complete edition of the Parisian manuscript, a cura di L. M. De Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De GanpiLLac, Ocuvres Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è stato tradotto in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C. OrTaviano, Palermo La bibl. generale in Gever,702-703; De Brie, nn. 5212-5244; De Wutr, Rémusar, Abélard. Sa vie, sa pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2. ed. 1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851; Roma, 1887. E. Kaiser, Pierre Abélard critique, Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter Abelard, New York, Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (Beitràge, VIII, 5), Miinster, GevER, Die Stellung Abàlards in der Universalienfrage... (Beitràge, suppl. I), Miinster, 1913. H. OsrLenper, P. Abelards Theologia und die Sentenzenbiicher seiner Schule, Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro Abelardo, La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard, Rev. hist. ecclés., 1932. 542 Bibliografia J. G. Sikes, Peter Abaelard, Cambridge, 1932. Cu. CHarrier, Héloise dans l'histoire et dans la légende, Parigi, 1933. ]. Rivière, Les capitula d’Abélard condamnés au concile de Sens, Rech.. théol. anc. méd. OstLenper, Die Theologia Scholarium des Peter Abaelard, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitràge, Suppl. III), Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason in the Theology of Peter Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass., 1937. R. J. TrÒompson, The role of dialectical Reason in the Ethics of Abelard, Proceed. Cathol. Philos. Ass. 1937. E. Girson, Héloise et Abélard, Parigi, 1938, 1948? (trad. it., Torino RoHMERr, La finalité morale chez les théologiens de S. Augustin è Duns Scot; Parigi Wappett, Peter Abelard, Londra, 1939. L. 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La bibl. generale in GeyER,701-702; De Brie, nn. 5299, 5306, 5313; De WuLr, I, p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la relativa bibl. al capitolo I della P. IV. Sugli sviluppi della scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr. particolarmente A. Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theologischen Literatur der Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits théologiques de l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e Ysagoge in theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia Capitolo sesto Pietro Lombardo Opere: Commenti scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum. Edizioni: Le Opere in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum, nell'edizione critica dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever,710-711; De Brie, nn. 5369-5378; De WuLF EspensERGER, Die Philosophie des Petrus Lombardus (Beitrige, III, 5), Miinster, 1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre Lombard, Arch. Philos., GHeELLINCK, Pierre Lombard, in DThC, Weriswerer, La Summa sententiarum, source de Pierre Lombard, Rech. théol. anc. méd., 1934. Pietro Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de Ghellinck, 24-25). S. Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la filosofia medievale, Sapienza, 1954. Miscellanea Lombardiana (in occasione delle celebrazioni organizzate in Novara per onorare Pietro Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato all'elaborazione dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M. GrasMmann, Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933,286-9; F. StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg, 1947, con le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI, Z. K. SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in Miscellanea philosophica Polonorum, Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol., Parigi, 1871. M. Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit.,3-25, 476-563. G. Paré, A. Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance du XII s. Les écoles et l'enscignement, G. EncLHarpr, Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom Abaelardstreit bis Philipp den Kanzler, (Beitrige, XIII), 1933. P. GLorieux, Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII s., cit., passim. M.-D. ChÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn, Psychologie et morale..., cit., VI,9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum; Polycraticus, sive 545 Bibliografia de nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon; Historia pontificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di R. L. Poote, Oxford, 1927; a cura dello stesso anche le Epistolae. Bibliografia: Cfr. Gever,705; De Brig, nn. 5384-5390; De WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C. J. WeB8, John of Salisbury, Londra, Huizinca, Een proegothieke geest, Johannes van Salisbury, Tijdschrift voor geschiedenis, 1933, ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, Wess, Joannis Sarisberiensis Metalogicon. Addenda et corrigenda, Med. Ren. Stud. Denis, Un humaniste au moyen dge: Salisbury, Nova et Vetera LiesescHirz, Mediaeval Humanism in the life and writings of John of Salisbury, Londra, 1950. M. Dar Pra, Giovanni di Salisbury, Milano, 1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of John of Salisbury: A Twelfth Century Defense of the Verbal and Logical Arts of the Trivium, BerkeleyLos Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of Salisbury"s Metalogicon, Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund, 1951-1952. B. HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im Policraticus des Johann von Salisbury, Zurigo, 1956. H. HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der letzen zehn Jahre, Hist. Jahrb., 1958. M. A. Brown, John of Salisbury, Franc. Stud. 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de Sacra theologia; Summa quoniam homines; Tractatus de virtutibus, de vitiis et de donis Spiritus Sancti; De Planctu Naturac; Anticlaudianus; Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos; Liber Paenitentialis; Rythmus. Edizioni: In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, Med. Stud., 1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines, a cura di P. GLorreux, Arch. Hist. litt. doctr. m. à., 1954; Anticlaudianus, testo critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi, 1955. 546 Bibliografia Bibliografia: Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die Philosophie des Alanus de Insulis, (Beitrage, II, 4), Miinster, 1896. J. Huizinca, Veber die Verkniipfung des poetischen mit dem Theologischen bei Alanus de Insulis, Mededeel d.k. Akad. Afd. Letterkunde, LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app. un’altra red. del De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, 1949,3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII* siècle, Rev. sc. philos. théol, 1935. J. M. Parent, Un nouveau témoin de la théologie dionysienne au XII° siècle, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters (Beitrige, Suppl. III), Miinster, 1935. P. GLorieux, L'iauteur de la Somme Quoniam homines Rech. théol. anc. méd., 1950., G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du XII° siècle, Parigi, Green, Alan of Lille's De planctu naturae Spec., 1956. V. CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie axiomatique au XII° siècle. Alain de Lille, Cîteaux Nederl., 1958. A. Ciorti, Alano e Dente Convivium, 1960. O. Lortin, Alein de Lille une des sources des Disputationes di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit., VI,93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano di Lilla, Bull. Ist. st. it. m. e., 1961. Ipem, La teologia apothetica di Alano di Lilla, Riv. crit. st. filos., 1961. Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel De Planctu e nellAnticlaudianus Gior. crit. filos. ital. 1961. Nicola di Amiens Opere: De aste catholicae fidei Edizioni: In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla. Bibliografia: Cfr. Gever,706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere: Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia: Cfr. Gever,704; DE Wutr, I,192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras 2. Boethius De Trinitate, Breslavia, 1926. 547 Bibliografia Capitolo settimo Sulle eresie cfr. in generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze, 1884 (cfr. anche Albori della vita italiana, Milano Vorpe, Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na: sec. XI-XIV, Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose Bewegungen im Mittelalter, Berlino, Srerano, Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938. R. MansELLI, Profilo dell'eresia medioevale, Humanitas, 1950. R. MorcHEN, Medioevo Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo). A. Donparne, L'origine de l'hérésie médiévale, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1952. L. Sommariva, Studi recenti sulle eresie medioevali (1939-1952), Riv. st. ital. 1952. A. Borst, Die Katharer, Stoccarda, 1953. R. ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma, Per il Francescanesimo rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della Parte IV. Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia veteris et novi Testamenti; Tractatus super IV _Evangelia; Expositio in Apocalypsim; Psalterium decem chordarum; Adversus ludaeos; De articulis fidei. Edizioni: Concordia, Venezia, 1519; Expositio, ivi, 1627; Psalterium, Venezia, 1957. Edizioni recenti: Joachim de Fiore. Tractatus super quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti, Roma, 1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti minori. De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr. anche L. TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino, 1939-1940. Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere generale: E. Buonaruti, G. da Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio, Roma, Benz, Joechim-Studien, Zeitschr. f. Kirchengesch., 1931, 1932, 1934. J. Ca. Huck, Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F. Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Padova, 1942. M. Reeves, The Liber figurarum of |. of Fiore, Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von Flora, Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze, 1954. 548 Bibliografia A. Crocco, La teologia triniteria di Gioachino da Fiore, Sophia; 1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A critical survey of his canon, teachings, sources, biography and influence, Traditio, 1957. E. Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, Cîteaux Nederl., Clairvaux Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L., 183 (nuova ed. a cura di B. GseLL-L. JANAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891); Tractatus: 1) ascetico-mistici, in P.L., 182; 2) monastici, in P.L., 182; 3) liturgici, in P.L., 182-183; 4) dogmatici ed apologetici, in P.L., 182; 5) agiografici, in P.L., 182. L’ed. critica delle opere, a cura di J. LecLERO, C. H. TaLBor, H. M. RocHars, è in corso a Roma, 1957Cfr. inoltre: Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a cura di M. M. Davr, Parigi, 1945 e l’ed. spagnola in corso a Madrid, 1953 Bibliografia: Cfr. GevEr,707-708; De Brie, nn. 5263-5284; De WuLF, I,255-256. Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr. G. Hurrer, Die Wunder des Al. Bernard, Hist. Jahrb., 1889 e in L. JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast., Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S. Bernardo, Riv. st. d. Chiesa in Ital., 1954; J. 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FourNIER, s.v., in DHGE, II, 14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche: Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus; Mistiche: De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha animac; Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X., ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philosophiam, ed. Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel examen de ses ocuvres, Parigi 1859; Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio legendi, ed. critica a cura di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St. Victor, La contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi, 1958. Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des ocuvres de Hugues de St. Victor, Rech. sc. relig., 1910; e Un catalogue des oeuvres de H. de S. V., Rev. néoscol. philos., 1913. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr, I,221-222. In particolare v.: A. 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Inem, Essai sur la succesion et la date des écrits de Hugues de St. Victor, Roma, S. Vittore Tractatus de gradibus charitatis; Beniamin minor; Beniamin maior; De Trinitate; Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et Filii; Liber exceptionum; Epistolae. Edizioni: I testi in P.L., 196; 177 coll. 193Cfr. inoltre: Richard de S. V. Les quatre degrés, testo critico, trad. e note, a cura di G. DUuMEIGE, Parigi; De Trinitate, ed. e note di J. RisarLLier, Parigi, 1958; Liber exceptionum ed. e note di J. CratiLLON, Parigi, 1958, e ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura di G. SaLET, Parigi, 1960 e R. de St. Victor, Sermons et opuscules inédits tr. fr. Pragi, 1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn. 5496, 5550; De WuLr, I, p. 222. In particolare: C. Ortaviano, Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere, il pensiero, Mem. R. Accad., Naz. Lincei, 1933. A. M. EtHIER, Le De Trinitate de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939. J. A. 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IpeM, Le Microcosmus de Godefroy de Saint-Victor. Étude théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda di Bingen Opera: Scivias, Liber divinorum operum simplicis hominis, ecc. P.L., 197, 145-1038; in J. B. Prrra, Analecta sacra spicilegio Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau, Novae edit. opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena, 1893-1899. Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions of S. Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford, 1917. H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche Naturforscherin und Aerz®n, Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das allegorische Weltbild der hl. Hildegard von Bingen, Lipsia, 1930. M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie der hl. Hildegard von Bingen, Miinster, 1938. D. Baumcarpr, The concept of mysticism, Rev. of. relig., 1948. Capitolo ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico ed alle controversie teologico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente alla ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R. W. e A. J. CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari. Tra la vastissima bibliografia sulla filosofia araba (e cfr. GEvER, pp: 716720; De Brie, nn. 21819-21923) citiamo soltanto i seguenti studi di carattere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des ouvrages arabes ou relatifs aux Arabes publiés dans l'Europe chrétienne de 1810 à 1885, Liegi, 1892-1922. D. PranmuLcer, Handbuch der Islam-Literatur, Berlino, 1923. E. Carverev, A brief bibliography of arabic philosophy, The Moslen World, 1942. ° ]. Sauvacet, Introduction è l'histoire de l’Orient musulman: éléments de bibliographie, 1943; Corrections et suppléments, 1946. P. J. De Menasce, Arabische Philosophie, fasc. 6 di Bibliographische Einfihrungen in das Studium der Philosophie, Berna, 1948. G. C. 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BortoLotTI, Storia della matematica elementare, in Enciclopedia della matematica elementare, Milano, 1950. al-Kindi Opere: De intellectu; De somno et visione; De somno et vigilia; De quinque essentiis; Liber introductorius in artem logicae demonstrationis; Epistola sull'acquisto della filosofia solo mediante le matematiche; Trattato circa il numero dei libri di Aristotele e circa ciò che è necessario per raggiungere la filosofia; Sull'anima; Epistola intorno all'arte di allontanare la tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica, tradotto da Gerardo da Cremona e diffusissimo nel XIII e XIV sec. Edizioni: Numerosi scritti sono stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi alfalasafiyyah, il Cairo, 1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi sull'anima, a cura di G. Furtani, Riv. trimestr. di studi fil. e relig., 1922. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p. 305. In particolare vedi: A. 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Alfarabis Philosophische Abhandlungen (testo arabo), a cura di F. Diererici, Leida, 1890 (trad. ted., Leida, 1892); Der Musterstaat von Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leída trad. ted., Leida, 1904); Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F. Dreterici, Leida, 1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des Emir Ismail el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster, 1906; A/farabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat. medievale, a cura di E. Gitson, Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1929-1930; Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di A. J. Arserry, Riv. stud. orient., 1930; Alfarabius, Catélogo de las ciencias, ediz. a cura di A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius, De Platonis philosophia, a cura di F. RosENTHALR. Watzer, Londra, 1943; Alfarabius, Compendium Legum Platonis, testo arabo e trad. lat. a cura di F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi), Londra Al Farabi's Arabic-Latin Writings on Music... De scientiis and De ortu scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos., 1938. H. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. 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Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lentiis and De ortu scientiarum, testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever,720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, Riv. filos. neoscol., 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 4., 1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane, Parigi Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de Farabi, Rev. étud. juives, 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of Poetry, Riv. stud. orient. 1937. Karam, La Ciudad virtuosa de Alfarabi, Ciencia tomista, 1939. BéporeT, Les premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, Rev. néosc. philos. Sarman, Le Liber exescitationis ad viam felicitatis d’Alfarabi, Rech. théol. anc. méd., 1940. H. SaLman, The Mediaeval Latin Translations of Alfarabi's Works, N. Schol., 1939. Strauss, Farabi's Plato, L. Ginzeberg Jubilee Volume, New York, 1945257-294. Corrasarria, Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, Ciencia tomista, 1951. IneM, Doctrinas psicologicas de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952. Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras de Alberto Magno, Est. filos., 1953. D. CasaneLAas, Alfarabi y su Libro de la concordancia entre Platon y Aristoteles, Verdad y Vita, 1950. p_TODO SD Ta F F. Rassmann, L'Intellectus acquisitus in Alfarabi, Gior. crit. filos. ital., BertoLa, Commento al Dell'essenza dell'anima di al-Farabi, Misc. Centro di studi mediev. dell’Un. catt. di Milano, Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's theory of profecy and divination, Jour. hellen. Stud., 1957. L. Strauss, How Farabi read Plato's Laws, Mél. L. Massignon, 1959. Avicenna Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opwscoli filosofici; alcuni frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat [Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone, pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559 Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel Medioevo furono pubblicate a Venezia nel 1495 (rist. anast., Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten, Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913; tr. lat. della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae compendium, Roma, 1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima (la parte psicologica delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra, 1959. Gli scritti mistici (Trastés mystiques) in tr. fr. a cura di M. A. MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica orientale, ed. sotto il titolo Mantig al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr. inoltre: Introduction è Avicenne, son Epitre des définitions, tr. con note di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon d'Aristote dans le monde arabe... quelques pensées à un commentaire inédi di'Ibn Sina, Parigi, 1934; Livre des Directives et Remarques, tr. con intr. e note di A. M. GorcHon, Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science (Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M. AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de la médecine, a cura di A. JAHIER e A. NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre tutte le opere persiane di Avicenna sono state edite a Teheran in occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario di Avicenna a Teheran e Hamadan, in Oriente moderno, 1954). Per i testi di Avicenna che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della Metaphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast. Heverlee-Lovanio, 1960); 1546; De Anima, Pavia, De animalibus, Venezia Canon, Strasburgo, Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in Enc. Ital, V, 638-639. T. J. De Borr, /bn Sinz, Encycl. de l'Islam, II, 446. O. Ercin, /brni Sinami eserleri, Biiyik tirk filosof., 1937. G. C. Anawati, Mw’ allafat Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in Rev. Thom., 1951. A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, Congrès de Bagdad Sa‘tn Naricy, Bibliographie des principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran, 1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life, Works, Thought and Time), Teheran, 1954. YauHyva Maunpavi, Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin Sina bibliografyasi, Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne 1951-1960, Rev. thom., 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, Rev. du Caire, giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il Cairo, 1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne, Scientist and Philosopher, a 560 Bibliografia Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le livre du Millénaire d'Avi cenne, Teheran, 1954; Rev. Thom., 1951, n. 2. Cfr. inoltre Gever Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,305-306. Tra gli studi più recenti e significativi, ci limitiamo a indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne, Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, Arch. st. scien., 1923. D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926. E. Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8. 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G. FurLani, Avicenna e il Cogito ergo sum di Cartesio, Islamica, 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, Riv. stud. orient., 1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de l'augustinisme avicennisant, Arch. Hist. doctr. litt. m. 8., 1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de l'ime et du corp d’après Avicenne, Mél. Mandonnet GorcHon, Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C. Fasro, Avicenna e la conoscenza divina dei particolari, Bull. filos., 1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935. A. M. GoicHon, La distinction de l'essence et de l'existence d'après Ibn Sinà, Parigi, 1937. Ipem, Lexique de la langue philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem, Vocabulaire comparé d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi IpeM, La philosophie d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944, 195122 M. Cruz HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada, 1949. L. GarpeT, La pensée religieuse d’Avicenne, Parigi, 1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary Symposium, a cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés philosophiques, Il Cairo, 1952. Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la philosophie d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et ses répercussions sur l’histoire de la philosophie, Ann. Inst. Etud. orien. Alger, 1953. M. Cruz HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su interpretacion en la filosofia occidental, Misc. Millés-Vallicrosa, 1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson, Avicenna, Algazali and Averroes on divine attributes, ibidem. Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma Arnan, Avicenna, his life and works, Londra-New York, 1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne et les mythes platoniciens, Rev. d. la Mediterr., 1958. M. Atonso, La Alanniyya de Avicenna y el problema de la esencia y existencia, Pens., 1958. I. 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Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506; Tendentiae philosophorum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il Cairo, 1888; Algazel's Metaphysic. A mediaeval translation, a cura di J. T. Mucxkte, Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H. ScHeRER, Beirut, 1951; 1ky2' ‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences de la foi, ed. trad. G. H. Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal, testo arabo e trad. di C. M. Farm JaBre, Beirut, 1959. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21968-21991a; De Wutr, Asfn Patacios, Algazel: dogmdtica, moral, ascética, Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux, Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle, 1912. Inem, Uber Intention, reine Absicht und Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der Ehe, Halle Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus Ghazalis, Vienna-Lipsia, 1921. M Bouuyces, Algazeliana, Mél. Fac. Orient., 1922. H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle, 1922. M. Asfn Patacios, Un compendio musulmano de pedagogia, el libre de la introducion a las ciencias de al-Gazali, Saragozza, 1924. Ipem, La espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, Arch. Hist. doctr. Hitt. m. 4., 1936. A. J. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi, 1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom Gottvertrauen, Halle, 1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic, Londra, Warr, The Authenticity of the Works Attributed to al-Gazali, Jour. R. Asiatic Soc. Ipem, The Faith and Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip Jagre, Biographie et Oecuvres de Ghazali, Mél. Ideo, 1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance rationelle chea Gazali, Bull. Etud. orient., Farip JaBrE, La certitude de Ghazali dans ses origines et son histoire, Parigi, 1956. S. De Braurecuen-G. C. Anawati, Une preuve de lexistence de Dieu chez Ghazzali et St. Thomas, Mél. Inst. dominicain Etud. orient. 1956. 563 Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion de certitude selon Ghazali dans ses origines psychologiques et historiques, Parigi, 1958. M. Aronso, Influencia de Algazel en el mundo latino, al-Andalus, 1958. G. F. Hourani, The dialogue between al-Ghazzali and the philosophers on the origin of the world, The Muslim World, 1958. Avempace Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola expeditionis (Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale Il regime del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e un trattatello: Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi illustrati da Averroè; un De plantis. Edizioni: I testi arabi, con tr. sp. del De plantis, della Continuatio, del Regime e dell’Epistola in al-Andalus, 1940, 1942 1943, a cura di M. Asîn Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura di Asin PaLacios, Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn. 22010a-22011e; De WuLF, II, p. 305. In particolare cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo zaragozano Avempace, Rev. de Aragon, 1900-1901. Inem, Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por Moisés de Narbona, ibidem, 1942. U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and the philosophy in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M. Duntop, Ibn Bajjah's Tadbir'! Mutawahhid (Rule of Solitary), Jour. R. Asiatic Soc., Munk, Mélanges de philosophie juive et arabe, cit.,386-410. Aba Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico Hayy ibn Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut, 1936; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo, 1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza, 1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, Rev. de Aragon, 1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909. C. A. Naztino, Filosofia orientale od illuminativa di Avicenna? Riv. stud. orient. 1925., ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948,218-256. F. Garcia G6mez, Un cuento drabe fuente comin de Aben Tofail y de Gracidn, Rev. Arch. Bibl. y Museos, 1926 . Ipem, Una Oasida politica inédita de Ibn Tufail, Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos, 1953. Averroè Opere: L'elenco particolareggiato degli scritti in M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes connus des Latins au Moyen Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès, Mél. de l’Univ. St. Joseph, Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche ricordiamo principalmente il Kulliyyat al-tibb [Principî generali di medicina]. Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti separati: 1) Fals al-magal watagrir ma bayna alshasî wa al-higma min al-'ittisal [Sentenza risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia è unita alla religione]; 2) al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla wa ta'arif ma waqa'a fiha bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida' al-mudhila [Svelamento del metodo di argomentare sui principî della religione e indicazione sull'ambiguità ed errori eretici dovuti all'interpretazione del testo sacro); 3) Damimat al mas'alat al-il algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4) Tahafut al Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5) Sulla possibilità della congiunzione fra l'intelletto materiale e l'intelletto separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6) Soluzione del problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo nella versione ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1) Commento Grande (shark o tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3: Compendi o perifrasi (gavami' o mukhtasar) (Commenti a tutte le opere aristoteliche, eccettuata la Politica sostituita dalla Repubblica di Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae beatitudine, la cui prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus seu epistola de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer, L'origine del Tractatus De animae beatitudine Atti del XIX Cong. int. degli Orientalisti, Roma). Edizioni: Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco, 1858 (e quindi le edd. Il Cairo, 1895-1896, 1910); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L. GaurHieR, Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de la religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri, 19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura di M. Asfn Patacios, in Homenaje a Codera, Saragozza, 1904; tr. integrali di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie von Averroés (Monumenta Saecularia Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875, ingl. di M. Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes, 565 Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M. ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di M. Bouxces in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Arabe, III, Beirut, 1930; tr. ingl. di S. Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C. Qurés, in Pens., 1960; ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes, Des Averroés Abhandlung: Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion, Halle, 1892; ed. di 4 6 in app. a M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit der Welt bei den mittelalterlichen arabischen Philosophen (Beitrige, III, 4), Miinster, 1900. Ed. di et 1: Commento alla Metaphysica ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M. Bouxrces, in Bibl. arab. Scholasticorum, S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum in De anima di F. Stuart Crawrorp; Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem della Mediaeval Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.), 1953. Ed. di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo, Talkhis kitab al-maqulat di M. Bouyces, in Bibl. Arab. Scholasticorum, S. Araba, III, Beirut, 1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Il Commento medio della Retorica di Aristotele, Firenze, 1875-1878 (incompiuta); alla Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio, Pisa, 1872 e ripubbl. da ’AspuzRAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De Poetica, Il Cairo, 1953; al De generatione et corruptione, trad. dall’or. arabo e dal testo ebreo e versioni latine di S. KueLanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.), 1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del Kurtanp (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i . Ed. di 5 3: compendio di Physica, De caelo; De generatione, Meteorologica, De anima, Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis, kitàb alnafs, Il Cairo; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani, Fiil tigat alaquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz RopricuEz, AvERrroes, Compendio de Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted. di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A. BapHawt, Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo, 1954,191-239; Parva naturalia, ed. crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps (Corpus Comm. Averrois in Aristotelem, Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H. BLumBerc (ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone, ed crit. tr. ebr. med. di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956; commpendio del De gencratione et corruptione in trad. ingl. insieme alla versione del Commento medio, Ed. di c: la versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei Abhandlungen tiber die Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen von Auverroés, Berlino, 1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato pubblicato sotto il titolo Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566 Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei commenti e delle opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di Aristotele con i Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois in ca opera commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le varie edd. cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia, 1552 e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever,722-723; De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr, l,306-307. In particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi, 1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, Ann. Soc. ital. per gli Studi Orient., 1873, 1874; Gior. Soc. Asiatica italiana, 1897-1898, 1899. L. GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la religion et de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion et les maftres de l’Averroisme, Rev. sc. philos. théol., 1911. P. S. Curist, The psychology of the active intellect of Averroes, Filadelfia, 1926. H. A. 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GaurHnIER, Antécédents gréco-arabes de la psycho-physique, Beirut Atonso, Averroes observador de la naturaleza, al-Andalus, Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia sull'argomento (cfr. Gerer,723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De Wutr, I, p. 307) citiamo solo i seguenti studi di carattere generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen Philosophie des Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of Medieval Jewish Philosophy, Filadelfia, 1916, u. e. GurtMann, Die Philosophie des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of Jewish Mysticism, Londra, 1946. E. BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G. Vagpa, Introduction è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive, tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive, Parigi, 1953. T. Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem Griechischen, Gottinga, 19542. J. ApLer, Philosophy of Judaism, New York, 1960. Cfr. inoltre: S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies, Gerusalemme, 1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19, Bibliographische Einfùhrungen in das Studium der Philos., Berna, 1950. Isacco Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il Liber definitionum (Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer ha-Hibbar) i trattati di 568 Bibliografia medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac, Lione, 1515; ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1937-1938; la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura di H. HirscHreeLD, in Festgabe Steinschneider, Lipsia, 1894; del Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD, Drohobycz, 1900; il frammento arabo nell’ed. H. HrrscHreLp, in Jewish Quart. Rev., 1903. Inoltre la trad. inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M. STERN, in Zsaac Israeli a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn (N. J.) - Londra, 1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn. 21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben Salomon Isracli, Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of Science, I, Baltimora, 1927, 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson, Isaac Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G. Kohut, New York, 1935,583-598. Sa'adyah ben Yosef Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat (Libro delle credenze religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer ha-Émunot wè ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo. Edizioni: Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J. DERENBOURG, 6 voll. Parigi, 1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi, 1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864; tr. ingl. di R. RoSENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia: Cfr. Gever,725-726; De Brie, nn. 21700-21705; DE Wutr MALTER, Saadia Gaon. His life and Works, Filadelfia, 1921 (con bibl. fina al 1920). D. Neumark, Saadia's Philosophy. Sources Characters, in Essays in Jewisk Philosophy, 1929. M. Ventura, La philosophie de Saadia Gaon, Parigi, 1934. A. FreImann, Saadia's Bibliography, New York, 1943. A. Neuman-S. ZerrLin, Saadia Studies, Filadelfia, 1943. H. A. Wotrson, in Jewish Quart. Rev., 1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema quasi totalmente perduto: Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri morali); Mutkhar al-Giawahir (Scelta di perle, raccolta di sentenze di autori antichi); AzarotA (Prescrizioni, 613 norme Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor Hayyim (Fonte della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si ricordano inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis, perduti, e il Keter Malkat (Corona regale), poema filosofico particolarmente importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr. lat.). Fons vitae: parafrasi ebraica in S. Munx, Mélanges de philos. juive et arabe, nuova ed., Parigi, 1955; tr. lat. in CL. BAEUMKER, Avencembrolis Fons vitae (Beitrige, I, 24); Miinster, 1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura di S. Wise, New York, 1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925; Poesie, la raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3 voll., Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia con tr. ingl. in J. Davipson, Selected Religious Poems of S. I. Gebirol, Filadelfia, 1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson, cit., e testo e intr. a cura di A. CHouraou, in Rev. thom., 1952; tr. fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De anima in A. LoEWENTHAL, Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung zu S. i. Gebirol, Berlino, 1891. Bibliografia: Cfr. Gerer, p. 726; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, GurtMann, Die philosophie des S. I. Gebirol, Gottinga, 1889. D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol, Jewish Quart. Rev., 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I. Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols, Jah.ber. des Jiid. in Theol. Seminars, Breslavia, 1900. M. Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu Avencebrol, (Bcitrige, III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols (Ib Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (Beitrige, V, 1), Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des Salomo ibn Gabirol, Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der Einheit in der Philosophie Gabirols, Monatschrift f. Gesch. u. 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Ma gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor (Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah (La tradizione della Legge); un Codice di prescrizioni, scritto intorno al 1180 e il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel 1170. Edizioni: Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in caratteri ebraici), Le guide des égarés (con tr. fr. e note), Parigi, 1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931; tr. it. di D. J. Maroni, Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M. FriepLANDER, Londra, 1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi, 1952; trad. ted. di A. WrIss, Lipsia, 1923-1924; trad. sp. di J. Suarez, Madrid Per le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in Enc. Ital., XXI, 951-952. Ricordiamo inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella ingl. del Codice, New Haven, 1951 Bibliografia: Cfr. Gever,727-728; De Brie, nn. 21713-21807; Ds Wutr, I,307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides, Londra, 1903, rist. 1935, tr. it. Firenze, BacHeEr, M. Brann, D. Simonsen, Moses ben Maimon, Francoforte, Levy, Maimonide, Parigi, Minz, Moses ben Maimon (Maimonides). Sein Leben und seine Werke, Francoforte s. M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu d'aprèòs Maimonide, Rev. néosc. philos., 1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des maimonichschen Lehre, Tartu, 1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie, Berlino, 1935. L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer, Das System des Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for the perplexed. Moses Maimonide, Londra, 1948. H. Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé de sa philosophie, Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides, Rev. filos. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, Bull. J. Rylands Libr., 1953. M. 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Sulla Cabbala Oltre alle numerose indicazioni contenute nei volumi giàdello ScHoLem e del Vagpa si veda: E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée de la Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the Cabbalah, New York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah. Der Quabbalist als voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos, Friburgo, 1957. A. Sarran, La Cabale, Parigi Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed ebraiche cfr. in gene rale: De Wutr, I,81-83; II,55-60. In particolare cfr.: A. Jourpain, Recherches critiques sur l'dge et l'origine des traductions latines d' Aristote, Parigi, 1819, n. ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte Uebersetzer, Hermes, 1866. Ipem, Ptolomacus und die Schule von Toledo, Ibidem, 1874. F. WisrenFELD, Die Uebersetzungen Arab. Werke in das Lateinische seit die XI Jahrb., *Abhandl. Kgl. Gesellschaft d. 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Béporet, Les premières versions tolédanes, Inem, L'auteur et le traducteur du Liber de causis, Rev. néosc. philos., 1938 E. FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del pensiero greco in Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di Giacomo Chierico da Venezia, Atti Soc. ital. progr. sc., Roma, Themistius parafrasis of the Posterior Analytics in Gerardo of Cremona's translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, Med. Stud., 1958. O Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni, Della vita e delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs, G. the naturalist, Spec., 1936. Michele Scoto Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio (Bologna, Venezia, 1631); i XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et mundo; De anima e, probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i commenti di AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia). Divisio philosophiae; Quaestiones Nicolai peripatetici. astrologiche: Liber introductorius; Liber de particularibus; Physionomta (in Scriptores Physiognomici, I, Lipsia, 1893). Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II, p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and Legend of M. Scottus, Edimburgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere Aristoteles Fragen, Eranos, DuHEM, Le système du monde, cit., III,241-249, 344-347. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.) THornpiKE, A History of magic and experimental science, II, cit., 307-337. i R. pe Vaux, La première entrée d’Averroès chez les latins, Rev. sc. philos. théol., 1933. M. KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai peripatetici, Maed. Philos. Polonorum (Varsavia), 1958. Enrico Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio NazianzeNO; DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De generatione et corruptione e gli Analytici secondi; il Menone e il Fedone di PLatone. Tradusse inoltre la Sintassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di Palermo, l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete Henrico Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart LuLors, Phaedro interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950. Bibliografia: De Wutr, II,58. Cu. H. Haskins, Studies in the History of Medieval Science, cit.87-123. M. T. Manpatari, Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania nella vita culturale e politica del XII sec., Bull. stor. catanese, PaLuetto, Henry Aristippo, Guillaume de Moerbeke et les traductions latines médiévales de Méséréologiques et du De generatione et corruptione, Rev. philos. Louvain, 1947. Ipem, Les trois redactions de la traduction médievale greco-latine du De Generatione et corruptione d'Aristote, Rev. philos. Louvain, 1950. Amalrico di Bène e David di Dinant Bibliografia: cfr. Gever,706-707; De Wutr, I, p. 242. V. P. DuHEM, Le système du monde, cit., V,244-249. G. THiéry, Essai sur David de Dinant d'après Albert le Grand et St. Thomas, ME. thom., 1923. Ipem, Autour du décret de 1210: I. David de Dinant. Étude sur son panthéisme maiérialiste, Parigi, 1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de 1210; III. Amaury de Bène. Étude sur. son panthéisme formel, Parigi, 1932. CL. BAEUMKER, Contra Amaurianos (Beitrige, XXIV, 5-6) Miinster, 1926. A. BirRKENMAJER, Découverte de fragments mss. de David de Dinant, Rev. néosc. philos., Arnou, Quelques idées néoplatoniciennes de David de Dinant, in Festgabe J. Geyser, 1930. M. Dar Pra, Amalrico di Bène, Milano, 1951. M. T. p'ALverny, Un fragment du procès des Amauriciens, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1953. M. KurpziaLEK, Fragments des Quaestiones naturales de David de Dinant, Mediaevalia Philosophica Polonorum (Varsavia), 1958. Sulla reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.: M. GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e Gregorio IX (Miscell. hist. pontif., V, 7) Roma, 1941. Guglielmo di Moerbecke Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo (Il. III-IV, 1260); Meseorologica (Il. I-III, 1260 ca.); Mesaphysica (1. XI); Politica (Il. III-VIII, forse 1260); R&etorica; De animalibus (21 1l.); Poetica (1278). Tradusse inoltre i sottoelencati commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici; Perihermeneias (Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et mundo (Simplicio, 1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269); Metaphysica (Alessandro, 1260); De anima (Temistio); L. III De anima (Giovanni Filopono). Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di testi aristotelici: De anima (prima del 1268); De memoria et reminiscentia; Physica Metseorol.; Metaphysica (eccetto il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.); I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578 Bibliografia Elenchi sophystici; probabilmente anche il De generazione et corruptione € i Parva naturalia. Tradusse inoltre l’Elementatio theologica e altri opuscoli di ProcLo. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988, 5005, 57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI, Aristotele nel M. E. latino, G. Lacomse, in Corpus philosophorum Medii Aevi. Aristoteles latinus, Roma, 1939. M. GraBMann, Guglielmo di Moerbecke, il traduttore delle opere di Aristotele, (Miscell. hist. pontif., XI, 20), Roma, 1546 (con bibl.). L. Minio PaLuvetto, Guglielmo di Moerbecke, traduttore della Poetica di Aristotele, Riv. filos. neosc., 1947. IpeMm, Note sull’Aristotele latino medioevale cit., ibidem, 1952. 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Micxsorr, Quaestiones disputatae de Fide de Bartolomeo v. Bologna, O, F. M. (Beitrige, XXIV, 4), Miinster, 1940 (ed.). Alessandro di Hales Opere: Exoticon, alcuni Sermones, Glossa in quatuor libros Sententiarum, Quaestiones et quodlibeta, alle quali vanno aggiunte le seguenti opere scritte in collaborazione: Expositio regulae, e Summa. Edizioni: oltre le ediz. di Venezia e di Colonia, cfr. della Summa Theologica l'ediz. critica, a cura dei Francescani di Quaracchi, in 4 voll., Quaracchi (Firenze), 1924-1948; Alexander de Hales, Quaestio de Fato, a cura di J. Goercen, Franz. Stud., 1932; Alexandri de Hales Glossa în quattuor libros sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze), 1951-1954; Alerandri de Hales Quaestiones disputatae antequam esset frater) Quaracchi (Firenze), 1960. Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla Glossa in quatuor libros sententiarum, I, Quaracchi, 1951,7-75. Quanto agli ultimi risultati della critica sugli scritti cfr.: V. Doucer, s.v., in Enciclopedia Cattolica, I, 784-787. Per altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W. Lampen, in Lexicon fiir Theol. u. Kirche, I, 249-50. Bibliografia generale in GeveRr,734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II,117-120. Per il pensiero filosofico: P. Dunem, Le système du monde Mrxces, Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal. zugeschriebene Summa de virtutibus, (Beitrige, suppl. I), Miinster, 1913 (vedi anche in Franz. Stud. 1914, 1915, 1916; in Theol. Quart., 1915; in Riv. filos. neosc. RoHMER, La théorie de labstraction dans l'école franciscaine d'Al. de Hales à Jean Peckam, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1928. B. Geyer, Zur Frage nach der Echtheit der Summa des Alex. Hal., Franz. Stud., Lortin, Alex. de Hales et la Summa de vitiis de Jean de la Rochelle, e Al. d. Hal. et la Summa de anima de Jean de la Roch., Rech. théol. anc. méd., 1929, 1930. J. FucHs, Die Proprietiten des Seins bei Alexander von Hales, Monaco, 1930. ]. 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Le sue opere a carattere prevalentemente filosofico comnrendono: Tractatus de multiplici divisione potentiarum animae, Summa de anima, De cognitione animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si sa inoltre che scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato ritrovato. Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T. DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr. Gever, p. 735; De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120. In particolare v.: G. Manser, Johann von Rupella, Jahrb. Philos. u. spek. Theol., 1912. P. Mrnces, De scriptis quibusdam fr. loannis de Ruvella, Arch. franc. Hist., 1913,597-622 (e cfr. anche Phil. Jahrb., 1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz. ]. de Ruvella, Philos. Jahrb., 1914. P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII* siècle, Lortin, Les traités sur l'îme et les vertus de ]. de R.. Rev. néosc. philos., 1930. 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Cai Edd.: Tutti gli scritti di San Bonaventura sono raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei padri francescani di Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze), 1882-1902. Si veda inoltre: De Aumanae coenitionis ratione Anecdota qauaedam Seravhici Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi, 1883; S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata, Quaracchi; S. B. Collationes in Hexaémeron et Bonaventuriana quaedam selecta, a cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934; S. B. opera thenlocica selecta. Editio minor (1. Liber 1 sententiarum; II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV. Liber II sent.; V. Liber IV sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes De caritate. De novissimis ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. Cfr. inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile ancora ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius Marta A Vicetia, Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle arti, a cura di A. HerMET, Lanciano, 1923 (insieme alla tr. dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura di G. BatteLLI. S. Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G. Piccioni. Siena, 1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della mente a Dio, a cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926; di C. Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma; Scaramtizzi, Padova. 1943: di F. Macconn Torino, 1947: di G. BonarepE, Roma, 1951; I) principio della conoscenza (De humanae cognitionis suprema ratione), a cura di G. Marino, Milano, 1925. Bibliografia: La bibl. generale in Gever,735-738; De Brie, nn. 57205811; De Wutr, II,133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae philosophia christiana, Roma In particolare, tra la vastissima bibliografia, si veda: K. ZiescHf. Die Lehre von Materie und Form; Die Naturlehre Bonaventuras, Philos. Jahrb., 1900, 1908. E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen dargestellt, Miinster, DuHeMm, Le système du monde, cit., III,497-511; VI,82-88, 102-106; VII,198-199; X,33-34. Luvcxx, Die Erkenntnislehre Bonaventuras (Beitrige, XXIII, 3-4). Miinster, 1923. A. Stonr, Die Trinititslehre des hl. Bonaventura, Miinster, 1923. E. Gitson, La philosophie de St. Bonaventure, Parigi, 1924, 19533 (con ottima bibliografia). P. Grorreux, Essai sur la chronologie de S. Bon., Arch. franc. hist., 1926. F. ScHwenpincer, Die Erkenntnis in den ewicen Ideen nach der Lehre des hl. Bonaventura, Franz. Stud., 192% . J. M. Brssen, L'exemplarisme divin selon S. Bon., Parigi, Bonxrroy. Le Saint Esprit et ses dons selon S. Bon., Parivi, 1929. B. Trimocre, Deutune und Bedeutune der Schrift des hl. Bonav. De re. ductione artium ad theologiam, Werl, 1930. C. J. O’'Lrary, The substantial composition of man according to S. 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Alberto Magno Philosophia rationalis o Logica: De praedicabilibus (Super Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In categorias Aristotelis): De sex frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano); Zn Boétii de divisione; In duos Peri hermeneias; In Boétii de syllogismis categoricis; In duos Priorum Analyticorum; In Boétii de syllogismis hypoteticis (inedito); In duos Posteriorum analyticorum; In octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) Philosophia realis: 1) Physica sive naturalis: De audito physico (In octo libros Physycorum); In duos libros de generatione et corruptione; In quattuor libros de caelo et mundo; De natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In quattuor libros Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De nutrimento; De sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis animae et contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus contra averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De motibus progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De iuventute et seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI; Quaestiones super libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri VII; Sul De fato (De sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in Opera omnia, citata più oltre, p. 138. La Summa naturalium o philosophia pauperum già attribuita ad Alberto Magno dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad Alberto di Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose ispirandosi pienamente al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata da Pietro di Dresda nel Parvus philosophiae naturalis, che circolò a lungo nelle scuole sotto il nome di Alberto Magno (cfr. M. GrasMANN, Die Philosophia pauperum und ihr Verfasser Albert von Orlamiinde, (*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P. ManponneT, Sr. Albert le Grand et la philosophia pauperum, Rev. néosc. Philos., 1934; B. GevERr, Die Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium (Beitrige, XXV, 1), Munster Mathematica: Super geometriam Euclidis. 3) Metaphysica: Metaphysicorum libri XIII; De causis et processu universitatis (In librum de causis); De natura deorum (perduto). c) Phulosophia moralis: In decem libros Ethicorum; In octo libros Politicorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam (inedito). d) Exegesis: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum; In Jeremiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas minores; in Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la trad. manoscritta di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem; In epistutas S. Pauli). e) Theologia systematica: In Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii Le cactesti hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor libros Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De creatone et creatura; 2) De bono et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.); De resurretione (ined.); Tractatus de natura boni (ined.); Summa theotogica (altera); De sacrificio missae; De eucharistiae sacramento; Sermones XXAII de sacramento Eucharisttae; Marsale, sive quaestiones super: Missus est. f) Parenetica: De forma orandi (Pater Noster); Sermones LXXVIII de tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia in Luc. XI, 27; Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super evangelia dominicalia totius anni; Orationes super Sententias. L'Opera omnia di Alberto, comprendente tutti i testi allora conosciuti, fu pubblicata da P. JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet, Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le seguenti altre edizioni di testi compresi o non compresi nelle Opera omnia: De vegetalibus, a cura di C. JessEN, Berlino, 186/; il De guindecim problematibus, in MANDONNET, Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de Divisione, a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di SrapLer (Beitrige, XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la Philosophia pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a cura del GraBMANN, Quellen Gesch. Dominik. Lipsia, 1919; il De antecedentibus ad logicam a cura di J. BLarer, Teoresi, 1954; Albertus Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S. SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il De occultis naturac, ed. P. KiBRE, Osiris, 1958 (trattato alchimistico di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa di tutte le opere di Alberto lavorano da parecchi anni appositi Istituti domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volumi previsti dal piano di ed. sono usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae; Liber de principiis motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX, Postilla supra Isaiam, Postillae super Ezechielem fragmenta; XXVI, De Sacramentis, De Incarnatione, De Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll. I-V, Miinster, 1951Cfr. inoltre l’ed. dell’Ausographum 590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d. 4 a 1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il catalogo generale degli scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, in Maître Albert, n. spec. della Rev. thom., 1931,36-38; G. MEERSEMANN, Introductio in Opera omnia B. Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la bibl. generale e speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de bibliographie albertienne, in Maitre Albert, cit.,422468; A. Watz - A. Perzer, Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris rerum naturalium, n. unic. di Ang. 1944,13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli scritti di S. Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste (1930-1931), in Rev. néosc. philos., 1938; M. ScHoovans, Bibliographie philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre: GEvER,739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687, 6197, 6198; De Wute, Il, 157-162. / Tra la vasta e, più recente, bibliografia si indicano: P. DuHEM, Le système du monde, PeLster, Kristische Studien zum Leben und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H. CH. ScHEEBEN, Der Hl. Albert der Grosse, Monaco, 1930. H. WiLms, Albert der Gr., Monaco, 1930, tr. it. Bologna, 1931. M. GraBMann, L'influsso di Alberto Magno sulla vita intellettuale del medioevo, Roma, 1931.? H. Cu. ScHeEBEN, Les écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, Rev. thom., 1931. IpeM, Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I (ma cfr. anche Div. Th. (F.), 1932). Alberto Magno, Atti della settimana albertina, Roma, 1931. A. Garreau, St. Albert le Grand, Parigi, 1932. H. Cu. ScHeeBEN, Albertus Magnus, Bonn, 1932. D. SrepLER, Intellektualismus und Volontarismus bei Albertus Magnus (*Beitrage," XXXVI, 2), Miinster, 1941. B. Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso, Gior. crit. filos. ital. 1941. L. DE Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno, Napoli, 1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947. B. Narpi, Note per una storia dell’averroismo latino: La posizione di Alberto Magno di fronte all’averroismo, Riv. stor. filos., 1947. H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia Tra gli scritti su problemi particolari citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M. als Biolog, Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl De unitate di Alberto Magno e di Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli, 1949, Wacz, L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini recenti, Sa pienza, 1952. Z. Lauer, St. Albert und the theory of abstraction, Thomist, 1954. CortaBarrfa, Las obras y la doctrina de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno, Ciencia tom., 1952, (e cfr. Estud. filos.). . MicHaup - QuantIn, Les Platonici chez Albert le Grand, Rech. théol. anc. méd., 1956. . RueLLo, Le commentaire inédit de S. Albert le Grand sur les Noms Divins. Présentation et apergus de théologie trinitaire, Traditio, 1956. . DucHARME, Esse chez St. Albert le Grand. Introduction è la métaphy sique des ses premiérs écrits, Rev. Univ. Ottawa, 1957. GrIER, Die mathematischen Schriften des Albertus Magnus, Ang., 1957. A. WeisHEIPL, Albertus Magnus and the Oxford Platonists, Proceed. Amer. Cathol. Ass., 1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on ore deposits, Isis, 1958. L. A. KennEDy, The Nature of the human intellect according St. Albert the Great, Mod. School., 1959-1960. B. Barisan, Natura e grazia secondo S. Alberto Magno, Stud. Patavina, 1959. NI IpeM, La giustizia originale secondo S. Alberto Magno, ibidem, 1959. D. A. CacLus, Une oeuvre récenment decouverte de St. Albert le Grand: De XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis, Rev. sc. philos. théol., 1960. F. J. Catania, Divine Infinity in Albert the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of Peter Lombard, Med. Stud., 1960. O. LortIn, in Psychologie et morale, cit., VI,237-331. B. Narpi, Studi di filosofia medioevale, Roma, 1960,69-150. J. A. WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII ascribed to Albertus Magnus, Med. Stud., 1960. Sulla scuola di Alberto cfr.: G. MEERSEMANN, Geschichte des Albertismus, Roma PX_P_NS si pini Ugo Ripelin di Strasburgo Opere: Compendium theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di un Commentarium in IV libros Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e Quaestiones. Bibliografia: cfr. GevER,742-743; De Brie, n. 7404; DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia In particolare v.: M. Grasmann, Mittelalterl. geistesleben, Ì, cit.,147 sgg., 174-85. K. Scumitt, Die Gotteslehre des Compendium theologicae veritatis des Hugo Ripelin von Strassburg, Miinster - Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di Strasburgo Opere: Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele (Meteorologica, De anima) e un Commento alle Sentenze, opere perdute. È rimasta la Summa de bono. Ed.: 1. Il (par.) a cura di M. GrABMANN, in Sitz. ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos. Hist. KI. Monaco, 1928; I. I a cura di J. Dacuiton, Parigi, 1930. Bibliografia: cfr. Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162. In particolare v.: M. Grasmann, Studien tiber Ulrich von Strassburg, in Mittelalterliches Geistesleben,I,147-221., P. GLorievx, in DThC, XV, 2058-61. A. Stonr, Die Trinitàtslehre Ulrichs von Strassburg, Miinster, 1928. J. KocxH, Neue Literatur tiber Ulrich von Strassburg, Theol. Rev., 1930. H. WeriswriLer, Eine neue Ueberlieferung aus der Summa de bono Ulrichs von Strassburg, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1935. A. 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Kress, Meister Dietrich, sein Leben, seine Werke, seine Wissenschaft 593 Bibliografia (Beitrige, V, 5-6), Miinster, 1906 (con ed. del Tractatus de intellectu, e del de habitibus), C. GaurHIER, Un psychologue de la fin du XIII° siècle: Thierry de Fribourg, Rev. august., 1909-10. . Kress, Le traité De esse et essentia de Thierry de Fribourg, Rev. néosc. philos., 1911,516-36 (con ed.). J. WuùrscHMIDT, Dietrich von F.: De iride et radialibus impressionibus (Beitrige, XII, 5-6), Miinster, 1914 (con ed.) A. Drrorr, Uber Heinrich und Dietrich von F., Philos. Jahrb., 1915, 55-63. P. DuHEM, Le système du monde, cit., III,382-396; VI,188-203. A. BirkenMaJER, Drei neue Handschriften der Werke Meisters Dietrich (Beitràge, XX, 5), Miinster, 1922. F. SrecmuùLLer, Meister Dietrich von F.: tiber die Zeit und das Sein, Arch. Hist. doct. litt. m. à., 1940-42. IpeM, Meister Dietrich von Freiberg tiber den Ursprung der Kategorie A (con testo), Arch. Hist. doctr. litt. m. &., 1957. um Bertoldo di Mosburg Opere: Expositio in Elementationem theologicam Procli, Commenti sui Meteorologici di Aristotele. Bibliografia: cfr. Gever,778-779; De Wutr, II, p. 350. In particolare v.: M. Grasmann, Der Neuplatonismus in der deutschen Hochscholastik, Philos. Jahrb., 1910,53-54. IpeM, Mittelalterliches Geistesleben. W. EckErt, Berthold von Moosburg O. P. Ein Vertreter der Einheitsmetaphysik im Spétmittelalter, Philos. Jahrb., 1956. Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo (fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione (fino a I, 17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima; In librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; . In XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è) altri commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boezio; agli scritti dello Pseudo-Dionigi.   c) commenti biblici: Expositio super Isaiam; Expositio super Jeremiam;  Lectura super psalmos; Expositio super Job; Lectura super S. ]Johannem;  Lectura super S. Matheum; Super kpistolas S. Pauli; Catena aurea, sive  Expositio continua.   d) opere teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De  Trinitate di Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia;  3) De malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus;  7) De unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa  Theologica.   e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et essentia; De operationibus  occultis naturae; De mixtione elementorum; De motu cordis; De unitate  intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De regimine principum); De  regimine Judacorum; Compendium theologiae; Declaratio XXXVI quae  suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII quaestionum ad magistrum  Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio VI quaestionum ad lectorem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et religionem; De  perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam retrahentium a religione;  Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et sacramentis Ecclesiae; De  rationibus fidei; Responsio super materiam venditionis; Responsio ad Bernardum abbatem Casinensem; De forma absolutionis paenitentiae sacramentalis; De sortibus; In quibus potest homo licite uti judicio astrorum;  Expositio super secundam decretalem; Expositio circa primam decretalem;  Collatsones de Credo in Deum; Collatione de Pater Noster; Collationes de  Ave Marta; Collationes de decem praeceptis; Ufficium corporis Christi; Sermo  de festo corporis Christi; Duo principia de commendatione sacrae scripturae;  De secreto; De propositionibus modalibus; De fallaciis; Epistola de modo  studendi; Piae preces; De differentia verbi divini et humani; De demonstratione; De instantibus; De natura verbi intellectus; De principio individuationis; De natura generis; De natura accidentis; De natura materiae; De  quattuor oppositis.   Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P. MANDoNNET, Des écrits  authentiques de S. Thomas, Friburgo, 1910? e M. GraBmann, Die Werke  des hl. Thomas von Aquino (Beitrige) XXII, 1-2), Miinster, 1931.    Edizioni: Piana, ordinata da Pio V, Roma, 1570-71; PaRMENSIS, 25 voll.,  Fiaccadori, Parma, 1852-73; rist. fotolitogr. a cura di V. J. Bourke, New  York, 1948; Vivès, 34 voll., Parigi, 1871-80; 2 ed., ivi, 1889-90; LEoNINA,  ordinata da Leone XIII, finora 16 voll., Roma, 1882(voli. 1V-X1I: Sum.  theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la recensione leonina della Sum.  theol. nella n. ed. MARIETTI; della C. Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA  ManuaLe, 1934, 1948; TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, Torino, 1845 sgg.; n. ed., 1946 sgg.; ParisiensIs (manuale), Lethielleux, Parigi,  1925(con intr. del ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten595    Bibliografia    ze ed. P. Manponner e F. Moos, n. ed., 4 voll., Parigi, 1929-47; rist., tomo III,  vol. I-II, ivi, 1956; De ente et essentia, ed. M. D. 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Polonaise scienc. lettres, Cracovia,  Ispano (Giovanni XXI)  Summulae logicales; De anima; Commento al De anima di Aristotele; De morte et vita et de causis longitudinis et brevitatis vitae; Liber  naturalis de rebus principalibus; Expositio librorum B. Dionysti.   Edizioni: Obras filoséficas, a cura di M. ALonso, 3 voll., Madrid, 1941-52  (il I vol. contiene il Scienzia libri de anima; il II il commento al De anima;  il III l’Expositio libri de anima, il De morte et vita e il Liber naturalis);  Summulae logicales, ed. }. P. MurtaLty (Publ. in Med. Stud., 8), Notre  Dame, Ind. 1945; ed. I. M. BocHensxI, 1947; l’Expositio librorum B.  Dionysii, ed. M. ALonso, Lisbona, 1957.   Bibliografia: Cfr. Gever, p. 758; De Brie, nn. 7439-750; DE WuLF,  II,92-43; e la Bibliografia sobre Pedro Hispano, Riv. portuguesa filos.,  1952.    607    Bibliografia    In particolare cfr.:   L. THorNDIRE, A History of magic and experimental Science, cit., Il, 488-516.   H. D. Simonin, Les Summulae de P. 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FerreIRA, As Stmulas logicas de Pedro Hispano e os seus comentatores, Colectanea de Estudos (Braga), 1953.   Inem, Introd. ao estudo do Liber de anima de Pedro Hispano, Riv.  Filos6fica (Coimbra), 1953.   Ipem, Os estudos de Pedro Hispano, Colect. de Estudos, 1954. .   IpeM, Presenga do augustinismo avicenizante na teoria dos intellectos de  Pedro Hispano, Itinerarium, 1959.   Per la bibliografia relativa’ allo sviluppo delle scienze cfr. le opere ge nerali elencate a505-506.   Per la bibliografia relativa a Roberto Grossatesta, Ruggero Bacone,   Giovanni Peckam, Pietro d’Aban o; cfr. rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di questa parte e 5 della V Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva o Optica; De natura demonum; De prima causa paenitentiae. Edizioni: Perspectiva, Norimberga; Basilea, 1572; e vedi ora numerosi estratti in CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und Naturforscher des XIII Jah. (Beitrige, III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr, II, p. 290. P. Dunem, Le systome du monde, cit., III,508-511, 514-516; V, 369-373. 608 Bibliografia A. BrrgenmaJer, Études sur Wit., Bill. intern. Acad. Polon. Cl. des se. et des lettres, Ipem, Witelo e lo Studio di Padova, in Omaggio dell’Acc. polacca all’Univ. di Padova, Cracovia, 1922. C. BaeuMKER, Zur Frage nach Abfassungszeit u. Verfasser des irrttiml. Witelo zugeschr. Liber de intelligentiis, Misc. F. Ehrle, I, 1924. A. BEDNARSKI, Die anatom. Augenbilder in den Handschriften des R. Bacon, J. Peckham und Wit., Arch. f. Gesch. d. Medizin, THornpIiKE, A History of magic and exper. science, CromBie, R. Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, Maricouri Opera: Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis. Edizioni: Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften tiber Meteorologie und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 12691599, Berlino, 1898; cfr. E. ScHLunD, Petrus Peregrinus...,sotto. Bibliografia: Cfr. Gever; De WutF,301-302. Inoltre in: E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine Schriften, Arch. franc. hist., 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R. Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et des philosophies médiévales, Parigi, DuHem, Le système du monde, THornpike, A History of magic and experimental science, cit., II, p. 791 Sugli sviluppi della geologia cfr. le opere generali sulla scienza medioevale. Per Alberto Magno la bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601, ecc.Gever,732-733; De Brie, nn. 7342-7343; DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: Gorens, in DHGE, VI, 975-977. A. ScHnemER, Metaphysische Begriffe des Bartholomaeus Anglicus (Beitrige, Suppl. I), Miinster, 1913. T. PLassmann, Barthol. Anglicus, Arch. franc. hist., 1919. G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his Encyclopaedia, The Journ. English and Germanic Philol., Lùssinc, Zur Biography des B. Anglicus, Franz. Stud., 1925. J. G. Mirne-J. Sweetino, Marginalia in a Copy of Bartholomaeus Anglicu's De proprietatibus rerum. A new Version of the Nine Worthies, The Modern Language Rev., 1945. Ipem, Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus, ibidem, 1945. Vincenzo di Beauvais Opere: De eruditione filiorum regalium (1248-1250); De morali principis institutione (1260-1263); Speculum quadruplex. Edizioni: Il De eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo Speculum nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236. In particolare v.: P. Minces, Exzerpte aus Ales. von Hales bei Vincenz von Beauvais, Franz. Stud., 1914, L. Lieser, V. von Beauwais als Kompilator und Philosoph. Eine Untersuchung seiner Scelenlehre in Speculum maius, Forsch. z. Gesch. d. Philos u. Paedag., III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A History of magic and experimental science, II, cit., 1457-76. H. Pettier, in DThC, XV, 3026-3033. Pu. DeLHave, Un dictionnaire d'éthique attribué à Vincent de Beauwais dans le ms. Béle B XI 3, Mélang. sc. rélig., 1951. A. L. GasrieL, The educational ideas of Vincent of Beauvais, Notre-Dame (In.), 1950. Alessandro Neckam: v. Bibliografia del capitolo VI. Tommaso di Cantimpré Opere: Bonum universale de apibus; De rerum naturis o Liber de natura rerum. Edizioni: Il Bonum universale de apibus, L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140. H. SrapLer, Albertus Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von Beauvais, *Natur und Kultur.‘ L. TÒÙornpikE, A History of magic and experimental science, Il, cit., 372-398. G. MEERSEMANN, Intr. in Opera Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p. 144. Per lo sviluppo delle scienze nel XIII sec. cfr. gli studi generali già citati a513-515. Averroismo latino Sulla vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata bibliografia di Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi, 1933 e IpeMm, in DHGE, V, 1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II,218-222; III,152, 175-176. In particolare vedi: K. Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in Sitz.ber. Wien. Akad. d. Wissensch., 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio (Les philosophes belges, VI, VII) M. Grasmann, in Maitterlalterliches Gesstesleben, IpeM, Der lateinische Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur christliche Weltanschauung, Monaco, 1931. R. De Vaux, La première entrée d'Averroès chez les Latin, Rev. sc. philos. théol., 1933. M. Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante con particolare riguardo all’Università di Bologna, Riv. filos. neosc., 1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en France et les sources du ratio . malisme, Rev. Univ. Ottawa, NardI, Note per una storia dell'averroismo latino, Riv. Stor. Filos., 1947, 1948, 1949. F. ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del XIII sec., Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett., 1953. Sui rapporti tra la scuola francescana e l’averroismo cfr.: C. Krzanic, La scuola francescana e l'averroismo, Riv. filos. neosc., IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, Sigieri di Brabante Opere: a) autentiche: 1) Quaestio utrum haec sit vera: homo est animal, nullo homine existente (1268 ca.): 2) Sophisma: omnis homo de necessitate est animal (1268); 3) Compendium super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4) Quaestiones in librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales (dopo 1268); 6) Quaestiones supra secundum Phisicae; 7) Impossibilia Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. De aerernitate mundi (1271); 10) Tractatus de anima intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia causarum (1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299) (1273 ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum; Quaestiones morales attribuite: Quaestiones in libros I, II, III, IV, physicorum; 2) Quaestiones in librum 1, II, Il, IV et VII physicorum; 3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De VIII physicorum; 5) Commenium in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7) Quaestiones in librum I, II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de generatione et corruptione; 9) Quaestiones in librum de somno et vigilia; 10) Quaestiones in librum de iuventute; 11) Quaestiones in libros tres de anima; 12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2) Liber de felicitate; 3) De motore primo; 4) Rescriptum: significatum est; 5) Super politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis ignota; 7) De caelo et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum I. in MAnDONNET, Sigier.., cit., 1 ed.,47-54; 2 ed, 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, Le Philosophes Belges, XII-XIII, Lovanio, 1931-1942,333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem, 291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN STEENBERGHEN, ibidem,164-177; ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed.,37-45; 2 ed.,55-61; 6) Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de ‘Brabant sur la physique d’ Aristote, in Riv. Philos. Louvain, 1946 e in J. J. Dun, La Doctrine de la Providence dans les écrits de Siger de Brabant, Les philosophes médiévaux, III, Lovanio, 1954,60-62; 7) ed. in CL. BaEUMKER, Die impossibilia des Siger von Brabant, (Beitrige, II, 6), Miinster, 1898; ManDONNET, op. cit., 2 ed.,73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd.,57-67; 2 ed.,97-107; 9) Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in ManDONNET, op. cit., 1 ed.,71-83, 2 ed.,131-142; R. Barsori, S. de Brabante de aeternitate mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de Brabant De aeternitate mundi, Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op. cit., 1 ed.,87-115, 2 ed.,145-172; 11) ed. ManpoNNET, op. cit., 2 ed.,111-128; Dun, op. cit,14-50; 12) ed. F. SrEGMULLER, in Rech. Théol. anc. méd., 1931,177-182; 13) ed. C. A. GrAIFF, S. d. B. Questions sur la Métaphysique, Les Philosophes médiévaux, I, Lovanio, 1948; alcuni passi da altri mss. a cura di A. MaurER, in Med. Stud., 1949, 1950. Altre qq. sono state pubblicate dal Duin, op. cit.,71-111; 14) ed. STEGMULLER Per la attribuzione sono il DeLHAYE, il GRarrr, il DE Wutr, il LorTIN, il PeLsTER, il Dun, contro GiLson e Narpi. 1) ed. parziale del Dun, op. cit.,51-57; 2) ed. Pu. DeLHave in Les philosophes belges, Lovanio, 1941; 3) ed. parziale Dun, op. cit.,63-67; 4) ed. parziale Duin, 67-71; 5) inedito; 6) inedito; 7) riassunto da Van STEENBERGHEN, op. cif., 233-263; ed. parziale Dun, op. cit.,111-118; 8) riassunto da Van STEENBERGHEN, Op. cit.,268-291; 9) riassunto da VAN STEENBERCHEN, op. cit.,223-233; 10) riassunto da Van STEENBERGHEN, 0). cif., 263-267; 11) ed. Van SreENBERGHEN, in Les philosophes belges, XII, 21-160; 12) cfr. Dun, op. cit.,235-241. 612 Bibliografia Bibliografia: Oltre le opere fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEENBERGHEN, del Dun, BaEuMKER, Zur Beurteilung Sigers von Brabant, Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von Brabant, ibidem. M. F. F. G. L. = PI [ec] A A. B A. Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von Brabant und Boetius von Dacien, Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1., Sassen, Um Siger de Brabant et la double vérité, Rev. néosc. philos. STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres inédites, ibidem, 1930. BuswetLI, L'accordo di Sig. di Brab. Ed Aquino, Civ. Catt. 1932. Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco, Giorn. dantesco, Narpi, Il preteso tomismo di Sigieri di Brab., Giorn. crit. filos. ital. 1936, 1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi, 1939, passim. . GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, Deutsches Dante Jahrb. Vanni-RovicHi, Sigieri di Brabante nella storia dell'aristotelismo, Riv. filos. neoscol., Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Marer, Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la Physique d' Aristote, Rev. Philos. Louvain, 1945. MaureER, Esse and Essentia in the Methaphysics of Siger of Brabant, Med. Stud., 1946. . Narpi, Individualità e immortalità nell’averroismo e nel tomismo, Arch. filos., Maier, Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués à Siger de Brabant, Rev. philos. Louvain, 1949. Ipem, Die Vorlàufer Galileis..., cit,184 sgg., 237 A. Op pu MauRER, Siger of Brab. and an Averroistic Commentary on the Metaphysics, in Cambridge Peterhouse ms. 152, Med. Stud., 1950. Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, Giorn. crit. filos. ital. 1950. Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, Mod. School., 1951-1952. . Maurer, Siger of Brabant's De necessitate et contingentia causarum and Ms. Peterhouse 152, Med. Stud., 1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit.,97 sgg., 159 De Parma, La dottrina dell'unità dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM, L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, Collect. franc., 1954, 613 Bibliografia 0. DuneM, Le système du monde, cit., V,574-577; VI,13-15, 394-395. S. Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to the Problem of Latin Averroism, Rev. Metaph., 1954, 1955. MAauRER, Between reason and faith: Siger of Brabant and Pomponazzi on the magic arts, Med. Stud. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de Brabant et son école, Rev. philos. Louvain, 1956. . Zimmermann, Die Questionen der Siger von Brabant zur Physik des Aristoteles, Colonia, 1956. . De Parma, La conoscenza intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di Brabante, Sophia, Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di filosofia medioevale. Cfr. inoltre le indicazioni bibl. generali in GeyER,757-758; DE Brie, nn. 6798-6818; De Wutr, II,220-222. DUO on > Boezio di Dacia Opere: Commenti alle opere aristoteliche; De modis significandi; De summo bono; De somno et vigilia; De mundi aeternitate. Edizioni: Die Op. De summo bono sive De vita philosophi und De sompniis des Boetius von Dacien, a cura di M. GraBmann, Arch. hist. doctr. litt. m.-à., 1932; 2 ed. in Mittelalterliches Geistesleben, Il, cit., 200-224; G. Sayo, Un traité récemment découvert de Boèce de Dacie De mundi acternitate Texte inédite, avec une introduction critique et en appendice un texte inédit de Siger de Brabant: Super VI Metaphysicaey Budapest, GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352, 7415; De Wutr, Il,221-222. In particolare v.: P. Doncoeur, Notes sur les averroistes latins: Boèce de Dace, Rev. scien. philos. théol., 1910. M. Grapmann, Neu aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI., II, 1924. P. ManponnetT, Note complémentaire sur Boèce de Dace, Rev. sc. philos. théol., 1933. F. Van STEENBERGHEN, in DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien und Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und existentia, Miscell. Gredt, 1938. A. Maurer, Boetius of Dacia and the Double Truth, Med. Stud., 1955, 014 Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie en de theorie van de dubbele Waarheid, Stud. cath., Hurnacet, Zum Lehre von der doppelten Wahrheit, Theol. Quart., 1956. Capitolo ottavo Roberto Grossatesta Opere: a) propedeutiche: De arzibus liberalibus; De generatione sono rum; astronomiche: De sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c) cosmologiche: De luce seu de incoatione formarum; Quod homo sit minor mundo; ottiche: De lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus radiorum; De natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis; De differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De motu supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus aèris, seu de prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De intelligentiis; De statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De veritate et propositionibus; De scientia Dei; De ordine enucleandi causatorum a Deo; g) psicologiche: De libero arbitrio. Opere dubbie: De anima. Opere non autentiche: Summa philosophiae; Commento alla Consolatio boeziana. Commenti autentici: agli Analytici posteriori; alla Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici; In Hexaemeron. Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele di Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et vitiis; De lineis indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del c. 1 del 1. III); De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello Pseupo Dionici € di Giovanni Damasceno (con il Commento al De Mystica theologia). Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert Grosseteste, (£Beitrage, IX), Miinster, 1912; il Commento agli Analityci nell’ed. di Venezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a cura di U. GamBa, Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T. MuckLe, The Hexaemeron of R. G., in Med. Stud., 1944; le Epistolae, ed. H. R. Luarp, Londra. V. inoltre: S. H. THomson, The Notule of Grosseteste on the Nichomachean Ethics, Londra, 1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert Grosseteste, Studies in med. History presented to F. M. Powicke, Oxford, 1948. Tr. del De luce a cura di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light, Milwaukee, 1942, Bibliografia: La bibl. generale in GEvER,731-732; De Brie, nn. 54365450; De Wutr, II,102-103, 615 Bibliografia In particolare cfr.: F. S. Stevenson, Robert Grosseteste Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem, Le svstème du monde, cit., II,277-288; 410-413; IV, 13-15, 49-52; V,295-297, 340-345, 348-359; VI,112-119; VII, 176-177, VIII,67-68, 257-258; IX,31-36. L. Baur, Die Philosophie des Robert Grosseteste (Beitrige, XVIII, 4-6), Munster, 1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des Robert Grosseteste, Schol., 1926. S. H. TuÙomson, The De anima of Robert Grosseteste, N. Schol., 1933. IpeM, The Text of Grosseteste's de cometis, Isis 1933. Ipem, The Summa in VIII libros Physicorum of Grosseteste, Ibidem, 1934. E. FrancescHINI, /ntorno ad alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, Aevum, 1934. S. H. Tuomson, The Writings of Robert Grosseteste, Bishop of Lincoln, Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of Divine Ideas and Illumination in Robert Grosseteste, Med. Stud. 1941. D. A. CaLcus, Philip the Chancelor and the De anima ascribed to Robert Grosseteste, Med. Stud., 1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and the Pseudo Grosseteste's De Anima, Rech. théol. anc. méd., 1946. lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste, Oxoniensia, 1949. ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual life, The Harvard Theol. Rev., 1950. Ipem, Some Notes upon the Career of Robert Grosseteste, ibidem, 1955. E. FrancescHINI, Un inedito di Roberto Grossatesta: la Quaestio de accessu et recessu maris, Riv. filos. neosc., 1952. Ipem, Sulla presunta datazione del De impressionibus aèris di Roberto Grossatesta, ibidem, 1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in Roberto Grossatesta, Gior. Met., 1954. S. Girsen, Le potenze naturali dell'anima secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et son destin... cit.,437-443. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore: PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, The Proceed. of Arist. Acad., 1930. S. H. THÒomson, A note on Grosseteste's Work of Translation, Jour. of theol. Stud., 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's Translation of the Prologus and the Scholia of Maximus to the Writings of the Pseudo-Dionysius Arcopagita, Jour. theol. stud., 1933. Ipem, Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, Atti Ist. Ven., Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Etica Nicomachea, Aevum, 1953. Sul pensiero e sull’attività scientifica: L. THornpike, 4 History of magic and experimental Science, Il, cit., 436-353. D. E. SHiarp, Franciscan philosophy at Oxford in XIII th. Century, Oxford. i al A. C. CromBie, Robert Grosseteste and the Origins of Experimental Science. 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TuRBAYNE, Grosseteste and an ancient optical principle, Isis Marsh Numerose composizioni di carattere teologico ed esegetico ancora inedite: Le Epistolae in Monumenta franciscana historica, I, Londra, 1858,77-489 (ed. J. S. BrEWER). Gever, p. 738; De Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p. 103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in DHGE, I, 482 H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine francescano (tr. it.), Siena, 1911,285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor spiritualis, Ant., 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of Augustine De Trinitate ascribed to Adam Marsh, The Bodleian Library Record, 1957. 617 Bibliografia Riccardo di Cornovaglia Bibliografia: Cfr. GevEr, p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr, II,103-104. In particclare cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School at Oxford, Arch. franc. hist., 1926. F. 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Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York (Beitrige, Suppl. I), Miinster, 1913. F. PeLstEer, Thomas von York o.f.m. als Verfasser des Traktats Manus..., Arch. franc. hist., 1922. E. Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme métaphysique du XIII° s., ibidem, 1926. Ipem, Thomas d’York et Matthieu d'Acquasparta (Textes inédits sur le problème de la Création) Arch. Hist. doctr. litt. m. 4. 1926. F. Treserra, Entorn del Sapientiale de Thomas de York, Criterion, 1929. IpeM, De doctrinis metaphysicis fr. Thomae de Eboraco, Anal. Sacra Tarrac., SWÙiarp, Franciscan philosophy at Oxford, Oxford, 1930,49-112. E. Amann, in DThC, XV, 781-787. G. BonarepE, Il pensiero francescano nel sec. XIII, Palermo, 1952. J. P. ReiLLy, Thomas de York on the efficacy of secondary causes, Med. Stud., 1953. La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE Wutr Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus tertium; Compendium studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac et de nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia; inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici, opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia mathematica e il Liber communium naturalium. Edizioni: Opus Majus, ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H. Bripces, Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928; Opus minus et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon, opera quaedam hactenus inedita Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Londra, 1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un frag. inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, Engl. Hist. Rev. 1897; Compendium studii philosophiae e De Secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER (cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE, collez. I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo religioso, Milano, 1945); The Greek Grammar of R. B. and a Fragment of his Hebrew Grammar, a cura di E. NoLan e S. HirscH, Cambridge, 1902; Compendium studii theologiae, a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, Le opere già inedite in: Opera hactenus inedita R. Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi Moralis Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona, La bibl. generale in GeveR,760-761; De Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr, II,302-304. Come indicazioni bibliografiche sommarie ‘cfr.: E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines, Parigi, 1861. H. HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Archiv. f. Gesch. d. Phil., 1907 (vedi anche in Rev. néosc. philos., 1906, 1908, 1909). P. ManponneT, Rog. Bac. et le Speculum astronomiae e Rog. Bac. et la composition des trois Opus,} Rev. néosc. philos., 1910, 1913. H. Héover, Rog. Bacons Hylomorphismus als Grundlage seiner philosophischen Anschauung, )ahrb. Philos. u. spek. Theol., LirtLEe, Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914. P. Dunem, Le système du monde . BaeuMKER, Rog. Bac. Naturphilosophie, Franz. Stud., 1916. R. Carton, L'expérience physique chez Rog. Bac. Contribution è l'étude de la méthode et de la science expérimentale au XIII° siècle, Parigi, 1924. IpeM, L'expérience mystique de l'illumination intérieure chez Rog. Bacon, Parigi, 1924. IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi, 1924. R. Wacz, Das Verhiltnis von Glauben und Wissen bei Roger Bac., Friburgo, 1928. CH. VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire de la philologie, Parigi, 1929. F. PeLstER, Rog. 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School., Kilwardby commenti: all’'Isagoge; a vari testi dell’Organon, alla Physica, al De coelo et mundo; al De generatione et corruptione; ai Matercologica; al De anima; alla Metaphysica, e ad alcuni testi boeziani; b) trattati: Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et divisione scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo. Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau, Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13 Jhts., Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt., 1889. Il prologo del Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in Opuscula et textus, S. schol., 17, Miinster, il De Imagine et vestigio Trinitatis, in Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A. CaLLus), Bruges, Gevyer, p. 764; De Brie, nn. 7463-7474; De WuLFe, II,237-238. In particolare: A. BirkENMAJER, Der Brief R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die Streitschrift des Aegidius von Lessines (Beitràge, XX, 5), Miinster. CÙenu, Le De spiritu imaginativo de Robert Kilwardby, Rev. sc. philos. théol., 1926. IpeM, Le De coscientia de Kilwardby, ibidem, 1927. IpeM, Les réponses de St. Thomas et de Kilwardby è la consultation de Jean de Verceil, 1271, Mél. Mandonnet, 1930. Ipem, Le traité De tempore de Robert Kilwardby, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, F. StEGMULLER, Robert Kilwardby O. P. Ueber die Mòglichkeit der natiirlichen Gottesliebe, Div. Th., (F), SHarp, The De ortu scientiarum of Kilwardby, N. Schol., IpeM, The 1277 condemnation by Kilwardby, Ibidem, 1934. IpeM, Further philosophical Doctrines of Kilwardby, ibidem, 1935. A. Donpamne, Le De tempore de Robert Kilwardby, Rech. théol. anc. méd., 1936. E. M. F. Sommer-SEcKENDORFF, Studies in the Life of Robert Kilwardby, Roma, 1937. IpeM, Robert Kilwardby und seine philosophische Einleitung De ortu scientiarum, Hist. Jahrb. Gitton, L'amour naturel de Dieu d'après Robert Kilwardby, Ang. 1952. G. Gar, Robert Kilwarby's questions on the Metaphysics and Physics of Aristotele, Franc. Stud. Peckam Tra le numerose opere teologiche, filosofiche scientifiche ricordiamo particolarmente: Quaestiones tractantes de anima; Summa de esse et essentia; Quodlibet romanum; Tractatus de anima; Perspectiva communis; Tractatus sphaerae; Teorica planetarum; Mathematicae rudimenta. Edizioni: Registrum epistularum f. ]. Peckam, ed. C. T. MartIn, Londra, 1882-1885. Quaestiones de anima, ed. H. SpettMANN (Beitrige, XIX, 5-6), Miinster, 1918; Summa de esse et essentia, ed. F. M. DeLORME, Firenze, 1928; Quodlibet romanum, ed. F. M. DeLORME, Roma, 1938; Tractatus de anima, ed. G. Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed. G. MELANI, Quaracchi, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 762; De Brie, nn. 5710-5712; De Wutr, II,268-269. In particolare cfr.: F. Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des Augustinismus u. Aristotelismus, Zeitschr. f. kathol. Theol., 1889. IpeM, L'agostinismo e l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Roma, 1925. H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie des ]. Peckam, Franz. Stud., 1915, Ipem, Die Psychologie des ]. Peckam (Beitrige, XX, 6), Miinster, 1919. IpeM, Der Ethikkommentar des ]. Peckam (Beitràgey Suppl., II), Miinster, 1923. IpeM, Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ]. Peckam, Div. Th. (F.); 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, Arch. franc. hist., 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140. 622 Biblogra fia V. Doucet, Notulae bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash, Ant., 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ]. Peckam toward Monastic Houses under his jurisdiction, Washington, 1949. F. PeLster, Neue Textausgaben von Werken des St. Thomas, des |. Peckam, und Vitalis de Furno, Greg. 1950. T. CrowLey, /. Peckam, archbishop of Canterbury, versus the new Aristotelianism, Bull. John Rylands Libr., THoRNDIKE, A. }. Peckam's Manuscript, Arch. franc. hist., 1952. G. BonarEpe, Il pensiero francescano nel sec. XIII, D. L. Dowie, Archbishop Peckam, Oxford, 1952. Capitolo nono Ubertino da Casale Opere: Arbor vitae crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della povertà francescana. : Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere di polemica francescana edite da F. Ente, in Arch. Lit. u. Kirchengesch. d. Mittelalt. Berlino, 1886, 1887; e da A. Heysse, in Arch. franc. hist., 1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini circa quaestionem de paupertate Christi nella Miscellanea sacra di E. BaLuze-M.Mansi, Lucca, 1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae paupertatis, ed. M. Bir, Arch. franc. hist., 1939 ed F. M. DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., Collect. franc., 1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von Casale und dessen Ideenkreis, Friburgo, 1903. F. 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Ehrle, I, Roma, 1924. IpeM, Le commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges, Pubbl. Inst. étud. méd. d’Ottawa, 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier de Bruges sur le IV L. des. Sentences, Rech. théol. anc méd., 1930. S. BeLmonp, La preuve de l'existence en théodicée d'après Gauthier de Bru ges, Riv. filos. neosc., 1933. O. Lottin, La liberté selon Gauthier, Rech. théol. anc. méd., 1935. R. Hormann, Die Gewissenslehre des Walters v. Briigge und die EntwicKlung der Gewissenslehre in der Hochscholastik (Beitrige, XXXVI, 5-6), Miinster, 1941. G. Bonarepe, Il pensiero francescano, J. BeumER, Die vier Ursachen der Theologie nach dem unedierten Sentenzenkommentar des Walter von Briigge, Franz. Stud., Acquasparta Tra la numerosa produzione teologica e filosofica dell’Acquasparta (cfr. Enc. Catt., s.v.) ricordiamo particolarmente le Quaestiones disputatac. Edizioni: Antologia in De humanae cognitionis ratione, Quaracchi, 1883; Quaestiones disputatae selectae, 2 voll., ibidem, 1903-1914, 19572; Quaestiones disputatae de gratia con intr. e note di V. Doucer, ibid., 1935. De productione rerum et de providentia, a cura di G. Gar, ibidem, 1956; Quaestibnes disputatae de anima separata, de anima beata, de icunio et de legibus, Quaracchi, 1959. Estratti dal Comm. alle Sentenze a cura di A. DanieLs, in (Beitrige, VIII, 1-2), Miinster, 1909; in E. Loncpré, Thomas d'York et M. d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la création, Arch. Hist. doctr. litt. m. à., 1926-1927, e da S. Vanni-RovicHI, R. ZaVALLONI, GeveR,761-762; De Brie, nn. 6794-6797; DE WuLF, II, p. 269. E. Loncpré, in DThC, X, 375-389. M. Grasmann, Die philos. und theol. Erkenntnislehre des Kard. M. v. Acquasparta, Vienna, 1906. . Vanni-RovicHi, L'immortalità dell'anima nei maestri francescani del sec. XIII, Milano, 1936. . 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Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto Opere: L'elenco definitivo delle opere autentiche sarà possibile stenderlo solo quando sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di cui sono apparsi solo i primi volumi (Opera omnia, studio et cura Commissionis scotisticae ad fidem codicum edita, Città del Vaticano, 1950 sgg.) che reca .nel I vol. una Disquisitio critica di particolare valore. Tra le opere già contenute nell’ed. Vivès si possono però considerare autentiche sicuramente le seguenti: Quaestiones super universalia; Super praedicamenta; Super Ì. I Periermencias, In Il librum Periermencias; Secundi operis Periermeneias; Super libros Elenchorum Aristotelis; Super l. I Priorum; Super l. II Priorum; Super l I Posteriorum; Super l. Il Posteriorum; Quaestiones in libros Aristotelis de anima; De primo principio; Collationes Oxonienses; Collationes parisienses; Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristotelis; Opus Oxoniense (Ordinatio o Liber Scoti); Reportata Parisiensia; Quaestiones quodlibetales XXI. È in discussione l'autenticità del Tracsazus imperfectus de cognitione Dei, del De perfectione statuum e dei Theoremata. Sono stati inoltre scoperti recentemente altri scritti contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti sono noti col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio magna. Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll., Lione, 1639; Opera omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895; Opera omnia, a cura della Commissione scotista, presieduta dal P. C. BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr. del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ]. Duns Skotus, Scriptorium, 1954, e Au sujet de l'édition critique des oeuvres de ]. Duns Scot, in L'homme et son destin... cit.,229-239). Opus Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912, 1914; I. D. Scoti doctrina 645 Bibliografia philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi, 1908, 1930?; Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di C. R. S. Harris, 1927; Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo, 1941 (ed. crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio philosophica; I. Synthesis theologica), Le Havre, 1908-1911 (vedi anche Scozus docens, Le Havre, 1934). È in corso (Madrid, 1960 sgg.) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula (scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, 1932 e l'antologia a cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze). Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische Lite ratur des 20 Jhts, Franz. Stud., 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études scotistes, Rev. néoscol. philos., 1923. S. Stmonis, De vita et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi decennii, Ant., 1928. V. Comte-Lime, Bibliographie scotiste de langue frangaise (1900-1934) Cong. des lecteurs francisc., Lione, 1934. M. Grayewsxi, Skotistic Bibliography of the Last Decade (1929-1939), Franc. Stud., 1941. U. Smetts, Lineamenta bibliogr. Scotisticae, Roma, 1942. E. Bertoni, Vent'anni di studi scotistici (1920-1940), Milano, 1943. O. ScHaErER, Bibl. de vita, operibus et doctrina ]. Duns Scoti... saec. XIXXX, Roma, 1954. C. O. HuattacHam, On recent Studies of the Opening Question in Ss Ordinatio Franc. Stud., 1955. Per il lessico scotista cfr. F. 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Quaestio I principalis; ed. PH. BoHNER, Paderborn, 1939 e I dist. II, 8 in The new Schol.; I dist. III, 9, 14-15, in Traditio, 1943; «, 2) a cura di B. BrrcH, Burlington (Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1945; 4, 5) PH. BOHNER, Perihergeneias, in Traditio, 1946; «, a cura di PH. B6HNER, FIDANZA (vedasi) (New York); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in GuiLeLmi De OckHam, Opera politica, I, Manchester, 1940 (cc. I-VI); 5, 4) ed. L. Baupry, in Rev. hist. francis, 1926; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, III,(estratti e analisi in R. ScHoLz, Unbekannte kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma, 1914,403-417); è, 7) ed. H. S. OrrLER, in Opera poditica, III,(analisi ed estratti in R. ScHotz, op. cit.,403-417; è, 9) (estratti in R. ScHoLz, op. cit.,417-431); 5, 10) ed. H. S. OFFLER, in Opera politica, I,(estratti in R. ScHoLz, op. cit.,432-453); 5, 11), ed R. ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, I, cit.; è, 14) R. ScHoLz, op. cit.,; ed. C. K. Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in Arch. franc. Hist., XVI-XVII; 5, 15) ed. K. MiLLer, Traktat gegen Unterwer656 Bibliografia fungsformel..., Giessen; R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Traktatus contra Wilhelmum Occam, in op. cit., 11,347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), ; c, 4) L. Baupry, Le Tractatus de principiis theologiae attribut è Guillaume d'Ockham, Parigi, 1936; c, 6) M. GraBMANN, Quaestio de universali secundum viam et docirinam Guillelmi de Ockam (Op. et Tex., X) Miinster, 1930; c, 7) G. E. MoHan, The Quaestio de relatione attributed to William Ockam, in Franc. Stud., 1951; c, 8) L. Baupry, Parigi. Inoltre F. Corvino ha pubblicato: Sette questioni inedite di Ockham sul concetto, in Riv. crit. st. filos., 1955; Questioni di Ockham sul tempo, ibidem, 1956; Questioni inedite sul continuo, ibidem, Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi, 1490, Strasburgo, 1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich, s.d., Parigi s.d., Parigi 1488; Strasburgo, (rist. anast. Lovanio, 1961); 4, 4) Bologna, 1496 (insieme ad @, 5) Bologna, Parigi, Bologna, Venezia, Oxford, Bologna, 1494, Venezia Roma, 1637; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea, III,315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum, V,388-396; è, 2) Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani imperii, Amsterdam, 1631, Il, Francoforte, 1668, III; è, Parigi Lione, in GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale assente nel Goldast (l’ed. GoLpast è ora stata ristampata fotostaticamente a cura di L. Firpo, Torino, Parigi, 1476, Lione; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lovanio, 1481, Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op. cit.; b, 13) in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia dispensationis, Heidelberg; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER (Ockham, Philosophical Writings, a selection edited and translated by Pu. Bonner), Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche bibliografie generali in V. HevncH, in Franz. Stud., 1950,164-183; L. Baupry, Guillaume d’Ockham, Parigi, 1950, 273-294. Per il lessico occamista v.: L. Baupry, Lerigue philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi, 1958. Cfr. inoltre Gever,781-782; De Brie, nn.; De Wutr, III,4951. In particolare vedi: F. BruckMmùLLER, Die Gotteslehre W. v. Ockham, Monaco, Horer, Biographische Studien iiber W. von Ockham, Arch. franc. hist., Kuccer, Der Begriff der Erkenninis bei W. von Ockham, Breslau, 1913. P. Doncoeur, Le nominalisme de G. d'Oc. La théorie de la relation in Rev. néos. philos., e Le mouvement, temps et lieux d'après Oc., Rev. philos., A. Perzer, Les 51 articles de G. Oc. censurés en Avignon en 1326, Rev. hist. ecclés., 1922. F. FepERHOFER, Fin Beitrag zur Bibliographie und Biographie des W. von Ockham, Philos. Jahrb., Inem, Die philosophie des W. von Oc. in Rahmen seiner Zeit, Franz. Stud., 1925. Ipem, Die Psychologie und die psychologischen Grundlagen der Erkenntnislehre des W. Oc., Philos. Jour., 1926. E. HocusrettEr, Studien zur Metaphysik und Erkenntnislehre des W. v. Oc., Berlino, 1927. J. MarfcHat, Le point de départ de la métaphysique, I, Lovanio, Bruxelles, Assacnano, Guglielmo d'Ockham, Lanciano, 1931. E. Amann- P. Vionaux, Occam, in DThC, XI, 864-904. P. Vicnaux, Nominalisme, in DThC, XI, 748-784. L. 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Hist. doctr. litt. m. &., Burleigh Opere: 1) De vita et moribus philosophorum; De materia et forma; 3) Commenti ad Aristotele (Etica, Logica, Fsica); 4) Summa totius logitae; 5) Questiones metaphysicales et defensiones Thomae Aquinatis; 6) In Isagogen Porphyrii; 7) De intentione et remissione formarum; 8) Super libros politicorum; 9) De substantia orbis; 10) De intellectu agente; In Sent. ll. IV; De Caelo et mundo; In Aristotelem de Anima; De puritate artis logicae. Colonia; ed. crit., Tubinga, 1886; 2) Oxford, 1500; 4) Venezia, 1508; 5) Venezia, 1494; 6) Venezia, 1481; 7) Venezia, 1496; 14) ed. Pu. BéHnER, S. Bonaventure (New York) Gever, p. 788; De Wutr, III, p. 168. In particolare v.: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci, Parigi, 1906-1913, II,414 K. MicÙarski, Les courants philosophique è Oxford et à Paris pendant le XIV siecle, Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett., 1920. IpeM, Les courants critiques et sceptiques dans la philosophie du XIV° siècle (Bull. Acad. Polonaise Sc. 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MicHaLSsKI, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie Holkot Quaestiones super libros Sententiarum; Quodlibeta; Commenti scritturali. Quaestiones super IV ll. Sent., Lione; Utrum theologia sit scientia a quodlibet question, ed. J. T. Mucxie, Med. Stud., GevER In particolare: Dunem, Études sur Léonard de VINCI (vedasi) MickÒats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV? siècle, Inem, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques en XIV° siècle, Ipem, Le problème de la volonté è Oxford et à Paris au XIV® siècle, in Commentariorum Societatis philos. Polon., Leopoli, GLomeux, La litterature quodlibétique, Meissner, Gotteserkenntnis und Gotteslehre nach dem englischen Dominikanertheologen R. Holkot, Limburgo-Lahn, DuHEM, Le système du monde, THorwnpike, A new Work by R. Holkot, Arch. int. Hist. sc. Buckingham Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones disputatae; Tractatus de infinito. MicHaLski, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV siècle, Inem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris, M.-D. CHenu, Les Quaestiones de Thomas de Buchingam, Stud. med. in honorem R. I. Martin, Bruges, Bradwardine De causa Dei contra Pelagium et de virtute causarum; 2) Arithmetica speculativa; Geometria speculativa; Tractatus de proportione motuum; Incerta l’esistenza di un Commento alle Sentenze. ed. Savire, Londra; Parigi; Parigi; Parigi, Venezia, Vienna; e in H. L. Crosry, 'Th. of Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its significance for the development of mathematical physics, University of Wisconsin, Gever; De Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Haxn, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen Willensfreiheit (*Beitrige, V, 2), Miinster, DuHem, Études sur Léonard de Vinci, MicHats€i, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris..., Inpem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au XIV siècle, F. 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Bibliografia: Atti del processo in DENIFLE, Chartularium, Lappe, N. von Autrecourt. Sein Leben, seine Philosophie, seine Schriften (Beitrage, VI, 1), Miinster, Rasupatt, N. de Ultricuria, a mediaeval Hume, Proceed. of the Aristotelian Soc., Manser, Drei Zweifler am Kausalprinzip im XIV Jahrh., Jahrb. f. Philos. spekul. Theol. K. MicHatsri, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris, P: Vicwaux, in DThC, XI, 561-587. H. ELie, Le complexe significabile, Parigi, O°DonneL, Nicholas of Autrecourt, in Med. Stud. IneMm, The Philosophy of N. of Autrecout and his Appraisal of Aalualio ibidem, 1942. R. J. Wernserc, N. of Autrecourt, Princeton Marer, Die Vorliufer Galileis. Dac Pra, Nicola di Autrecourt, Milano, Ipem, La fondazione dell'empirismo e le sue aporie nel pensiero di Nicola di Autrecourt, Riv. crit. st. filos.;? E. Maccacnoro, Metafisica e gnoseologia in Nicola di Autrecourt, Riv. filos. neosc., DuHEM, Le système du monde, La bibl. generale in GeyER; De Brie, nn.; De Wutr, III, Buridano Summulae o Compendium Logicae Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis Quaestiones super octo physicorum libros; 4) Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis; 5) Quaestiones in libros de gnima; In metaphysicam Aristotelis quaestiones; In Ethicum quaestiones. Parigi Parigi Parigi, Parigi, Parigi; il Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in Riv. crit. st. filos., Gever; De Brie, n.; De Wutr, DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci Le système du monde, MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., IpeM, Le criticisme et le scepticisme..., E. A. Moopy, John Buridan on the habitability of the Earth, Spec. Ipem, /. Buridan, Quaestiones super libros IV de coelo et mundo, Cambridge (Mass.), Fara, /. Buridan, notes sur les manuscrits, les éditions te le contenu de ses ocuvres, Arch. Hist. doctr. litt. m. Ipem, Jean Buridan, in Histoire litt. de la France, Marer, Die Vorlaufer Galileis. IpeM, Zwei Grundprobleme. IpeM, An der Grenze von Scholastik. Reina, // problema del linguaggio in Buridano, Riv. crit. st. filos., .Ipem, Note sulla psicologia di Buridano, Milano, Roserts, A chimera is a chimera, a medieval tautology, Journ. Hist. Ideas Odone varie Quaestiones in logicam, un Commentario în libros decem Ethicorum, e un Commento alle Sentenze. Edizioni: Il Commentario all’Ethica, Venezia, BartoLoMÉ, Fr. Ger. de Odon, Murcia, 1928. P. DuHem, Le système du monde, Marer, Die Vorliufer Galileis.. IpeM, Zwei Grundprobleme. Marbres Quaestiones sulla Fisica. Edizioni: Padova, 1475; Venezia, 1492, 1516, 1520. Bibliografia: L. Baupry, En lisant Jean le Chanosne, Arch. hist. doctr. litt. m. 4. 1934. A. Marr, Die Vorliufer Galileis. IpeMm, Zwei Grundprobleme. lpem, An der Grenze von Scholastik. DuHem, Le système du monde, cBonet Opere: Commenti alla Metafisica, alla Fisica, alle Categorie, una Theologia naturalis, Formalitates in via Scoti. Edizioni: Venezia BarceLonE, N. Bonet Tourangeau, doctor proficuus, Etud. Franc., 1925. F. O'Brian, in DHGE, Doucer, in Arch. franc. hist. Maier, Die Vorliufer Galileis. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit.,198 P. Dunem, Le système du monde Fitz Ralph Commento alle Sentenze; Sermones; Summa contra Armenos. Bibliografia: Cfr. De Wutr, MicHALSRI, Le criticisme et le scepticisme..., Ipem, Le problème de la volonté..., A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, Studies, Maier, Die Vorldufer Galileis. Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze; vari Commenti scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica di AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino; Commento agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni spirituali. Edizioni: Il Commento alle Sentenze nelle edizioni di Lione, 1484; Parigi Milano Venezia Cremona; Madrid, Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e Venezia GEvER, Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., Ipem, Joan Baconthorpe Averroista?, Criterion, Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine Carmelitarum, Lovanio Crisocone du Saint-SacraMENT, Maftre Jean Baconthorpe, Rev. néosc. philos., LyncHn, De distinctione intentionali apud |. Baconthorpe, Anal. Ord. Carm., 1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni Baconthorpe, Ephemerides Carmeliticae, Marer, Zwei Grundprobleme. Anastasio di S. Paoro, in DHGE. B. Smattey, /. Baconthorpe's postill on St. Matthew, Med. Ren. Stud., Giovanni di ]andun Opere: De laudibus Parisius; Commento all'Expositio problematum Aristotelis di Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et mundo, Physica, Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà. Avrebbe inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia: Quaestiones de formatione foetus; Quaestiones de gradibus et pluralitate formarum; Tractatus de specie intelligibili; Duo tractatus de sensu agente. Edizioni: De anima, Venezia Physica, De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi; tutte più volte ristampate; De substantia orbis, ivi; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens, Parigi, Bibliografia: Cfr. Geyer; De Wutr, IVators, Jean de ]Jandun, in Histoire litt. de France, Parigi. Dunem, Le système du monde, cit., IV,96-104; V,571-580; VI,534-536, 543-575. E. Girson, É:udes de philosophie médiévale, Parigi, Rivière, in DThC, Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., Ipem, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde Maurer, John of Jandun and the Divine Causality, Med. Stud., THornpIKE, Jean de Jandun on Gravitation, Jour. Hist. Ideas. GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun, Bull. Ist. stor. ital. m. e. + PaccHi, Note sul Commento al De anima di Giovanni di ]andun, Riv. crit. st. filos. lac] > zrp Parma Commento al De anima; due Quaestiones disputatae; Quaestio de augmento; Quaestio de elementis; Expositio sulla Theorica planetarum di Cremona. Le Quaestiones de anima di Parma, cur. Vanni-RovicHi, Milano, Brie, n.; De Wutr, In particolare v.: Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica di T. da P., Riv. filos. neoscol., Marr, Ein Beitrag zur Gesch. des italienischen Averroismus im XIV., Jahrh., Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl., Ipem, Die Vorlaufer Galileis. Ipem, An der Grenze von Scholastik. Arezzo Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, Gubbio Quaestiones; Commento alle Meteore; Quaestiones de anima Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali nell'Univ. di BOLOGNA Ant. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis. URBANO da BOLOGNA Trattato sui Commenti averroistici alla Physica Venezia con prefazione di Vernia. Wutr, SorsetLI, Storia dell'Università di BOLOGNA, Bologna, Abano Conciliator differentiarum phylosophorum et praecipue medicorum; Liber compilationis physonomiae; Expositio problematum Aristotelis; Lucidator astronomiae, ed altre inedite. Conciliator, Venezia, 1476; Liber.., ivi, ; Expositio, Padova; Lucidator, frammenti in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Parigi, Gever, p. 786; De Brie; De WuLF. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro d’Abano, Genova. Ipem, Per la biografia e per gli scritti d’Abano, Mem. R. Accad. dei Lincei, Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo Abano, Riv. filos. neosc., DuHem, Le système du monde Narpi, Intorno alle dottrine filosofiche d’Abano, N. Riv. stor. ALIGHIERI e ABANO, Saggi di filosofia dantesca THÒornpikE, A History of magic and experimental Science, con Bibl. completa degli scritti Gucon, Abano e l'averroismo padovano, Atti XXVI riunione Soc. ital. progr. sc. Roma Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova Inem, Per l'averroismo padovano o veneto, Atti R..Ist. Veneto, Narpi, Studi sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, rivisti e rielaborati Ascoli L’Acerba; De principiis astrologiae; De eccentricis et de epyciclis; Tractatus in sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario, Lanciano; di A. Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro, Firenze, 1905; De eccentricis..., ed. BorFITO Casretti, La vita e le opere di ASCOLI, Bologna PaoLETTI, Ascoli, Bologna, Beccaria, I biografi di Cecco d'Ascoli e le fonti per la sua storia e la sua leggenda, Mem. Acc. sc. di Torino, Eckhart Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione dominica; Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intelligere Angeli; Utrum laus Dei; Quaestiones: Aliquem motum, Utrum in corpore Christi; Buch der gottlichen Trostung; Sermone vom dem edlen Menschen; Opus tripartitum; Opus expositionum Prologi, In Genesim; In Exodum; In Eccl. In Sapientiam, In Genesim I (II forma); In Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In Johannem; Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE in Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalter; le Opere tedesche, già edite a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker des-XIV Jahrh., II, Gottinga), sono ora edite insieme alle latine da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock, K. Christ, E. Benz, J. Quint, Stoccarda-Berlino, Un’altra ed. delle op. latine a cura di G. THfry e di R. KLIBANSKI, Lipsia si è fermata al f. III. Tra le tradd. it. ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E. Buonaruti, Bologna, e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte) a cura di G. Faccin, Firenze. Per altre edizioni particolari di testi e documenti cfr.: G. Tufry, Édition critique des pièces relatives au procès d'Eckhart, Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,; Le Commentaire de M. E. sur le livre de la Sagesse Loncpré, Questions inédites de M. E., Rev. Néoscol. Philos. Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in seinem geistigen Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M. GRABMANN, Abhandl. Bayer. Akad. Philos. Kl., Monaco GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn. Per l’amplissima bibl. cfr. Gever; De BRIE Wutr, Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la mistica preprotestante, Milano. Ci limitiamo qui a citare: F. Jostes, M. Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, Hornsrein, Les grands mystiques allemands du XIV siècle, Lucerna, LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena Karrer, Meist. Eckhart, Monaco, VOLPE, Il misticismo speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti storici, Bologna Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga, OLtManns, M. Eckhart, Francoforte, Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, Dempe, Meist. Eckhart. Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia, 1n. e. Friburgo Laurent, Autour du procès de Maître Eckhart. Les documents des Archives Vaticanes, Div. Th." (P.) BoLza, Meister Eckhart als Mystiker, Monaco DaLcmann, Die Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga MiLLer-THyn, On the University of Being in Meister Eckhart, New York, EseLinc, Meister Eckharts Mystik. Studien zu der Geisterkampfen um die Wende des 13 Jahrh., Stoccarda, CLark, The Great German Mystics, Eckhart, Tauler, Suso, Oxford. Spann, M. Eckharts mystische Philosophie, Vienna, Licxer, M. Eckhart und die Devotio Moderna," Leida DenirtLe, Die deutschen mystiker des 14. Jahrhunderts. Beitrige zur Deutung ihrer Lehre, nuova ediz. a cura di O. Spiess, Friburgo, Detta Votpe, Eckhart o della filosofia mistica, Roma, H. Hor, Scintilla animae. Eine Studie zu einem Grundbegriff in Meister Eckharss Philosophie..., Lund-Bonn, Tu. StemBucHEL, Mensch und Gott in Frimmigheit und Ethos der deutschen mistik, Diisseldorf BinpsHepLERr, Meister Eckharts Lehre von der Gerechtigheit, Stud. Philos. ScHmoLpt, Die deutsche Begriffssprache Meister Eckharts Studien zur philos. Terminologie des Mittelhochdeutschen, Heidelberg SrePHENSON, Gortheit und Gott in der speculativen Mystik Meister Eckharts, Bonn Kopper, Die Metaphysik Meister Eckharts, Saarbriicken AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart et la mystique rhénane, Parigi LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus Zeugnis M. Eckharts, Berlino Wilmersdorf Or.rmanns, M. Eckhart, Francoforte sul Meno, KeLLec, M. Eckharts doctrine of divine subjectivity, Downs. Rev., Kertz, M. Eckhart's teaching on the birth of the divine Word in the soul, Traditio FiscHEr, Die theologischen Werke M. Eckharts, Schol. Benz, Mystik als Seinserfiillung bei M. Eckharts in Sinn und Sein, cin philos. Symposion F. S. von Rintelen gewidmet, Tubinga, Lossxy, TAéologie négative et connaissance de Dieu chez M. Eckhart, Parigi Eckhart der Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R. OecxHstin, Friburgo, Basilea, Vienna, Héoi, Metaphysik u. Mistik im Denken des M. Eckhart, Zeitschr. f. kathol. Theol. GPKHEV. M Tauler Opere: Sermoni: edd.: Lipsia, Augusta; Basilea, Colonia; in ted. moderno, Francoforte s. M., trad. lat.: Colonia, Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini Pisaneschi, Firenze; Prediche, Milano, Trad. franc.: Parigi, Gever De Brie Naumann, Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle MùtLer, Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang untersucht, Berna Hucueny, Le doctrine mystique de Tauler, Rev. sc. philos. théol., THéry, Esquisse d’une vie de Tauler, Suppl. de la Vie Spirituelle, WentzLarr-EccesErT, Studien zur Lebenslehre Taulers, Berlino, PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi, DThC LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga, Ganpitac, De Johann Tauler à Heinrich Seuse. Leur doctrine spirituelle, Étud. GermaniquesValeur du temps dans la pédagogie spirituelle de Jean Tauler, Conférence Albert le Grand, Montréal TERMENÉN SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et son destin. Scuse Btichlein der Wahrheit; Biichlein der ewigen Weisheit; Leztere; Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie inesatte dei suoi scritti); Horologium Sapientiae. Opera ed. crit. di K. BreHLMEyER, Stoccarda; dell’Exemplar in ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco; nuova ed. dello Horologium, Torino, tr. fr. Oeuvres mystiques du b. Henri Suse, di G. THirioT, Parigi, tr. it. Diglogo della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano; Scritti scelti, a cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino; Il libro della saggezza eterna, Milano. Cfr. inoltre: Pranzer, Der Textgeschichte und Textkritik des Horologium Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, Div. Th. (F.) Faccin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante E cfr. Geyer; De Brie, nn. ; De Wutr, Til. In particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als Philosoph, Beitrige, Suppl. 1, Miinster. Hornstern, Les grands mystiques allemands Le b. Henri Suse, Rev. tom., Levasti, Enrico Seuse, Riv. filos. neosc. ScHwarz, Das Christusbild des deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre Wirkung auf die bildende Kunst, Berlino Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse, Friburgo. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi Bizet, Henry Suso et le déclin de la Scholastique, Parigi Ganpittac, De Johann Tauler è Heinrich Sceuse..., cit., Étud. Germaniques, Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, Rev. thom. Ruysbroeck Trattati in dialetto fiammingo tra i quali particolarmente importanti: Il regno degli amanti di Dio; Le nozze spirituali; Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta verità; Il libro dei dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl., Anversa tr. it. Lo specchio dell'eterna salute, in F. Fori, Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck, Roma L'ornamento delle nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, ; Pagine scelte, tr. di G. Mariani, Milano; Gradi dell'amore spirituale (col titolo Vita e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F. N., Torino; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable, Bruxelles, Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam; cfr. GEYER Dr Brie De Wutr Cfr. inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de: Wunderbaren, Breslauer Stud. z. hist. Theol., Voorne, Ruusbroec en de geest der mystick, Anversa, Bricuf, in DHhC,Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson, Parigi Ampe, Kernproblemen uit de leer van Ruysbroeck, Tielt. P. Henry, La mistique trinitaire du Bienheureux Jean Ruusbroec, Rech. sc. relig. Per Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W. MurLper, Anversa, Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J. Pont, Opere di Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, Post, De Moderne Devotie, Geert Groote en zijne stithtingen, Amsterdam. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr. l’ed. Un, Berlino a. c. Prezzolini). La bibl., in Faccin, Giovanni Eckhart e la mistica preprotestante. V., La Teologia tedesca Riv. crit. st. Filos Wycliff De ideis; Tractatus de logica; Summa de ente; De dominio divino; De civili dominio; De veritate Scripturae; De Ecclesia; De officio regis De potestate Papae De ordine christiano De apostasia De eucharestia Trialogus ed altri scritti minori filosofici e teologico-politici. La Opera a cura della Wycliff Society di Londra; il Trialogus anche nell’ed. LecHLER, Oxford; la Summa de ente (L. 1, tr. 1-2), Londra, Sul significato e l’opera storica di W. cfr. soprattutto Mannino, Cambridge medieval History Cambridge e ampia bibl. Poore, Wicliff and the movements for Reform, Londra GarronER, Lollardy and the Reformation in England, Londra Losert H, Wiclif und der Wiclifismus, Realencycl. f. prot. Theol. u. Kirche con ampia bibl. Workman. Wiclif. A Study of the English medieval Church, Oxford. TÒÙomson, A lost chapter of Wiclif Summa de ente Cambridge, The philosophical basis of Wiclif theology, Jour. of relig. STEIN, Another lost chapter of Wiclif Summa de ente Spec. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et de Wiclif, Arch. Hist. doctr. litt. m.-.Cristiani, in DThC. W. Lanc, Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, Mc Fartane, Wiclif and the Beginnings of English nonconformity, Londra Huss Opera Omnia, ed. FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga v. anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis martyrum Christi historia et monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga, KruMmmEL, Geschichte der bbemischer Reformation, Gotha LoserTH, Hus und Wicliff zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, Monaco, LecHier, Johannes Huss, Halle Lirzow, Life and times of master J. Huss ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching and Death after five hundred years, New York Haucx, Srudien zu J. Huss, Lipsia EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von Candia MoncetLe, in DThC Srrunz, /. Hus, sein leben und sein Werk, Monaco. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der Prager Universitàt, Mitt. des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders Trapp, Clem. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at Prague um 1381, Rech. théol. anc. méd. Oresme Commento alle Sentenze (perduto, tranne il De communicatione idiomatum Quaestiones su Euclide; Tractatus de configurationibus formarum; Parafrasi francesi di Politica, Economica, Etica di AristotELE; Livre du ciel et du monde; Traicté de la prémière invention de la monnaie Traicté de la sphère Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8) Commenti alla Physica ed ai Metereologica. Parigi Politica ed Economica Parigi Etica; della parafrasi all’Etica cfr. ed. A. D. MenuT, New York e dell’Economica l’ed. A. D. MEnUT, Filadelfia, ed. A. D. MenUT - A. J. DenoMy, in Med. Stud., ed.Wotowsxi, Parigi ed. Jonnson, Edimburgo Parigi La bibl. generale in GEveR; De Brie; De Wuctr Bripey, N. Oresme. La théorie de la monnaie, Parigi Dunem, Études sur Léonard Le système du monde WiecertNnEr, N. Oresme und die graphische Darstellung der Spàtscholastik, Natur u. Kultur DincLer, Ueber die Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der Wissenschaften, Philos. Jahrb. THorNDIKE, History of magic and experimental Science, III, New York. BorcHerRT, Die Lehre von der Bewegung bei N. Oresme (Beitrige), Miinster THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, Osiris Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, America BocHERT, in (Beitrige,y XXXV, 4-5), Miinster con led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die Vorliufer Galileis IneMm, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Metaphys. Hintergriinde der spatscholastischen Naturphilosophie, Roma, THoRrNpIKE, Oresme and commentaries on Metereologica, Isis PepersEN, Nicole Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, MarzHIEU, dd la recherche du De Anima de Nic. Oresme, Arch. Hist. doct. litt. m. à. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a N. Oresme, [De instantibus)ì, Arch. Hist. doctr. litt. m. à. L'inter omnes impressiones de Nicole d'Oresme, (con testo) Arch. Hist. doct. litt. m. d., ore mm ce Alberto di Sassonia Tractatus logicace; Quaestiones in logicam Guill. Occam; Sophismata; Tractatus proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos; Quaestiones super octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De generatione et corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum Aristotelis; De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER Gever Wutr, JuLLian, Un scolastique de la décadence, Albert de Sore, Rev. August Dunem, Ezudes sur Léonard Le système du monde, Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und sein Kommentar z. Nikom. Ethik Aristot. (Beitrige), Miinster, MicHatski, Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle, IneM, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques.., cit. A. Mar, Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit., passim. Inem, An der Grenze von Scholastik Per gli scritti matematici: B. Boncompacni, Intorno al Tractatus proportionum di Alberto di Sassonia, Bull. di bibl. stor. scienze nat. fis. Sutez, Der Tractatus de quadratura circuli des Albert d. S., Zeitschr. f. Mathem. u. Phys. Die Quaestio de proportione diametri quadrati ad costam eiusdem Inghen Textus dialectices de suppositionibus Expositio super Analyt. post. Abbreviationes libri Physicorum Aristotelis Quaestiones subtilissimae super VIII libros physicorum secundum nominalium viam; Quaestiones de gencratione et corruptione; Quaestiones super IV. Il. Sententiarum Vienna Venezia Lione Venezia sotto il nome di Duns Scoto, c quindi inserite nella ed. delle sue opere Venezia Strasburgo Gever De BRIE Dunem, Érudes sur Léonard Le système du monde MicHasri, Les courants philosophiques. Le criticisme et le scepticisme EHnLE, Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit., passim. G. Ritter, Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und die Okkam Schule in Deutschland, Vienna, Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper, Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Hainbuch Opere: Fil. teol: De reductione effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle Sentenze; Commentario alla Genesi. Canonistiche: Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula de contractibus emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico religiose: Epistula pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae; De contempu mundi. Edd., trad. v. GEYER Gever; DE Wes Harrwic, Leben und Schriften des H. von Langestein AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt, Vienna Rorx, Zur Bibliographie des H. Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, Beihefte zum Zentralblatt fiir Bibliothekswesen Pruckner, Studien zu den astrologischen Schriften des H. von Langestein, Lipsia, Maier, Zwei Gundprobleme Dunem, Le système du monde Totting di Oyta Commentario alle Sentenze Tractatus moralis de contractibus reddituum annuorum Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius Parigi, la Quaestio de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A. Lanc, Miinster AscHsacH, Geschichte d. Wiener Universitàt, SoMMERFELDT, in Mitt. d. Institut f. Gsterreis. Geschichtsforsch., Dunem, Le système du monde MicHar.sKi, Le criticisme et le scepticisme EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, Lane, H. Totting von Oyta, (Beitrige Miinster. Rucker, Zum Problematik der Spatscholastik, Theol. Rev. Decker, Ein fundamentaltheologischer Traktat des mittelalters CH. Totting v. Oyta, Quaestiones super libros Sententiarum], Wiss. Weish La bibl. generale, in GevER De Brie, Dv» Heytesbury Opere: Le sue numerose opere di logica sono pubblicate sotto il titolo: Tractatus Guillelmi Heutisberi de sensu, composito et diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus (con una Declaratio e Expositio litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate propositionis, Venezia, PrantL, Gesch. d. Logik. DuHem, Études sur Léonard Marr, Die Vorliufer Galileis. An der Grenze von Scholastik Wison, W. Heitesbury..., Madison, DuHEMm, Le système du monde, Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus; Calculationes Padova DuHem, Études sur Léonard MicHaLsxki, Le criticisme et le scepticisme Maier, Die Vorlaufer Galileis Zwei Grundprobleme. InpeM, An der Grenze von Scholastik CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, Osiris DuHEm, Le système du monde Sui Calculatores di Merton GRICE cfr. inoltre sotto la bibl. generale alla voce Scienze, in particolare il testo di CromBIE, Augustine t0 Galileo THornpikE, A History of magic and experimental science Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de tactu corporum durorum; Quaestiones sull’ottica. Padova Venezia insieme alla Quaestio de modalibus di Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle Quaestiones de latitudinibus formarum, in Annali Ist. tecn. Porta, Napoli Per le Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Pelacani a cura di ALessio, Riv. crit. st. filos. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da Parma, in Atti del IV Congr. dei Matematici, III, Roma THorNDIKE, A History of magic and experimental science DuHem, Le système du monde Mater, Die Vorliufer Galileis. Zwei Grundprobleme An der Grenze von Scholastik Moopy-M. CLacett, The mediaeval science of weights (Scientia de ponderibusì..., cit. M. CLacett, The science of mechanics in the middle age, cit. Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica aristotelica in un maestro del sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma Riv. filos. Ailly Scrive opere solo in parte edite. Alcune tra le minori sono state pubblicate da L. DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni Gerson, e talune addirittura attribuite allo stesso Gerson (Opera, Anversa); altre opere minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in Rev. des Scien. ecclés., 1. Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose del d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des Oeuvres du cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai, Compiègne, e Les oeuvres francaises du card. Pierre d’Ailly, Arras L’opera filosofica più importante è costituita dalle Quaestiones super Sententiarum, Bruxelles, Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De legibus et sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed. cit., 1); Vigintiloquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia); e l’Imago mundi (ed. E. Buron, Gembloux-Parigi cfr. GeyER Brie; DE WuLF SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly, Mons-en-Barouel. Ipem, in DThC, DHGE. M. De Ganpittac, Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly, Arch. Hist. doctr. litt. m..Roserts, The theories of Ailly concerning forms of government in Church and State, Bull. Inst. hist. research Ailly and the Council of Constance: A study in Ockamiste theory and practice Trans. R. Hist. Soc., McGowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance, Washington DuHEM, Le système du monde Candia Opera: Commento alle Sentenze (inedito). Bibliografia: F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von Candia, des Pisaner Papstes Alexander V, Franz. Stud., Beiheft Maier, An der Grenze von Scholastik Dunem, Le système du monde Gerson Tra le sue numerose opere ricordiamo qui particolarmente: Centiloquium de conceptibus; Centiloquium de causa finali; De concordantia metaphysicae cum logica (1426); De modis significandis; De parvulis ad Christum trahendis; Lectiones duae contra vanam curiositatem; Super canticum canticorum; Commento alle Sentenze Opera omnia, ed. E..Dupin, Anversa, rist. L’Aja; le Notulae super quaedam verba Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur dionysien, Parigi, 1940. È ora in corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica Theologia, sempre a cura del Comes, nel Tesaurus mundi Gever, p. 791; De Brie WuLr, ScHwag, Johannes Gerson, Wiirzburg, .Masson, Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres, STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia SaLemBier, in DHhC, Connoiy, John Gerson, Reformator and Mystic, Lovanio con ricca bibl. Dress, De theologia Gersoni, Giitersloh ScHnàrer, Die Staatslehre, de Gerson, Colonia. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist. doctr. litt. m. con particolare riferimento al Commento alle sentenze ScHnEMER, Die Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach Gerson, “Zeitschr. f. kathol. Theol., VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, Rev. hist. droit. frane. et étran., GLorieux, Autour de la liste des ocuvres de Gerson, “Rech. théol. anc. méd. DuHem, Le système du monde Sulla crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr. inoltre particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in Medioevo e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari Angelicum Antonianum Archivum Fratrum Praedicatorum Archives d’Histoire doctrinale et littéraire du moyen fge. Archivio di storia della filosofia. Augustiniana. Cîteaux in de Nederlanden Collectanea franciscana Divus Thomas (Friburgo) Divus Thomas (Piacenza) English Historical Review Estudios ecclesiasticos France franciscaine Franciscan Studies Franziskanische Studien Giornale critico della filosofia italiana Gregorianum Historisches Jahrbuch Journal of theological Studies Italia francescana Mediaeval and Renaissance Studies Mediaeval Studies Miscellanea francescana The Modern Schoolman Neues Archiv The new Scholasticism The Philosophical Review Recherches de théologie ancienne et médiévale. Recherches de sciences réligieuses Revue augustinienne Revue bénédictine Revue d’histoire ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Revue de metaphysique Revue du moyen fge latin Revue néoscolastique de philosophie Revue philosophique de Louvain Revue des sciences philosophiques et théologiques Revue thomiste Rivista critica di storia della filosofia Rivista di filosofia Rivista di filosofia neoscolastica Rivista storica italiana Rivista di studi orientali Scholastik Speculum Studi francescani The theological Quarterly The theological Review Theologische Zeitschrift Wissenschaft und Weisheit Zeitschrift fir katholische Theologie Zeitschrift fir Kirchengeschichte. Cesare Vasoli. Vasoli. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vasoli,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vasoli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vatinio: la ragione conversazionale a Roma – l’implictaura conversazionale della setta di Crotone -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: CROTONE. Grice: “Italians refer to Pythagoreanism as ‘la scuola di Crotone,’ seeing that that was where the Master settled. One may well speak of the dialettica crotonese – Crotonian dialectic, Athenian dialectic, Oxonian dialectic. Filosofo italiano. A politician, supporter of GIULIO (vedi) CESARE and a friend of CICERONE, who at different times, attacks and defends him. V. calls himself a Pythagorean, but Cicerone questions V’s right to do so on account of his dubious behaviour. Publio Vatinio. Keywords: Roma antica. Per H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vattimo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’implicatvm o impiegato come comunicatvm debole – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Absract. Keywords: debole, forte. Implicatum come communicatum debole. Grice: make a stronger statement. DEFEASIBILITY – can be defeated.  Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Essential Italian philosopher. Grice: “It may be argued that what Vattimo means by ‘strong’ is what I mean by ‘weak’ and viceversa – With Popper, ‘I know’ is weaker than ‘I believe’ and ‘every x’ is weaker than ‘some (at least) one’ or ‘the’ – I have explored ‘the’ – Keyword: massima della debolezza conversazionale; massima della forza conversazionale” – Filosofo italiano. -- not one that provinicial Beaney would include in his handbooks and dictionaries. Vattimo’s philosophy shares quite a bit with Grice’s programme, as anyone familiar with both Vattimo and Grice may testify. Vattimo has philosophised on Heidegger and Nietzsche, and one of his essays is on the subject and the maskanother on reality. There is a volume in his honour. Participante del Foro Internacional por la Emancipación y la Igualdad. Partito Comunista. In precedenza: DS PdCI IdV Indipendente. Laurea in Filosofia. Torino. Filosofo, professore universitario. Tra i massimi esponenti della corrente post-moderna, è teorizzatore della filosofia debole. Il padre è un poliziotto calabrese, che muore quando V. ha I anno e mezzo. La madre è una sarta. Ha una sorella di otto anni più grande. Durante la guerra si trasferisce con la famiglia in Calabria, restandoci per II anni e ritornando a Torino. Studente del liceo classico Gioberti è attivo nella Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del movimento diretta da Straniero. Si autodefine come un cattolico militante, influenzato dalla lettura di Maritain, Mounier e dei racconti di Bernanos, portato dalla fede ad un disinteresse per il razionalismo storico, l'Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx. Allievo di PAREYSON (vedi) assieme a ECO (vedi) con cui ha condiviso amicizia e interessi, si laurea in filosofia a Torino. Lavora ai programmi culturali della Rai. Consegue la specializzazione a Heidelberg, con Löwith e Gadamer, di cui ha introdotto la filosofia in Italia. Professore incaricato e ordinario di estetica a Torino, nella quale è stato preside, della facoltà di Lettere e Filosofia. Ordinario di filosofia teoretica presso la stessa università. Professore emerito, titolo che non gli precluse lo svolgimento d’eventuali attività didattiche presso la suddetta università. Idea e condotto su Raitre il programma di divulgazione filosofica “La clessidra.” Insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto seminari in diversi atenei del mondo. Direttore della Rivista di estetica, membro di comitati scientifici di varie riviste, socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Dirige la rivista Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica edita da Aracne Editrice. Per i suoi saggi riceve lauree honoris causa dalle La Plata, Palermo, Madrid e Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit. Svolge attività politica in diverse formazioni: nel Partito Radicale, Alleanza per Torino, Democratici di Sinistra, per i quali è stato parlamentare europeo, e nel Partito dei Comunisti Italiani. Candidato da una lista civica a sindaco di una cittadina calabrese, San Giovanni in Fiore (Cs), per combattere la degenerazione intellettuale che affligge quel paese, ma non è riuscito ad arrivare al secondo turno. Annunciato la sua candidatura a parlamentare europeo nelle liste dell'Italia dei Valori di Pietro, rivendicando tuttavia le proprie origini comuniste, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel giorno dell'anniversario della fondazione del PCd'I, annuncia la sua adesione al Partito Comunista.  Il suo ideale politico-religioso si riassume in una forma da lui definita comunismo cristiano e comunismo ermeneutico, un' ideale anti-dogmatico di comunismo debole nel pensiero e nell'essere, che si ispira alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone alla violenza delle industrializzazione pesante forzata e dello stalinismo in genere, così come anche alle tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza. Accusato di antisemitismo, a causa delle sue dichiarazioni sul controllo ebraico di banche. "Ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild. Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lo accusa di anti-semitismo, additando le sue dichiarazioni come "parole di odio che non aggiungono nulla di nuovo e che sono accompagnate dalla riproposizione squallida di stereotipi anti-semiti". Anche Aiello, primo rabbino donna in Italia, corrobora queste accuse, tacciando V. di antisemitismo. Rilascia un'intervista al Corriere in cui dichiara, riguardo a Israele  «bisognerebbe procurarsi missili più efficaci dei Qassam e portarli laggiù». La dichiarazione, riferita ai missili Qassam con cui Hamas colpisce Israele, ha suscitato molte polemiche. Il filosofo ha tuttavia chiarito che le sue prese di posizione sono rivolte contro Israele e che non hanno nulla a che vedere con l’anti-semitismo. In occasione dell'aggressione di Tartaglia a Berlusconi ha espresso a Radio Radicale la convinzione che quell'aggressione fosse stata una montatura. Afferma inoltre che se l'aggressore avesse voluto veramente fare del male a Berlusconi era preferibile usare una pistola invece di una statuetta. Si è occupato dell'ontologia ermeneutica, proponendone una propria interpretazione, che chiama “debolita”, in contrapposizione con le diverse forme di pensiero forte (fortitude) dell'hegelismo con la sua dialettica, il marxismo, la fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo. Ognuno di questi movimenti si è proposto come superamento delle posizioni filosofiche precedenti e smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore consiste proprio in questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore consiste proprio nella volontà di rifondare fundamenta inconcussa che non vi possono essere. Debolita è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il peso dell'errore, ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non viceversa. La debolita è la chiave per la democratizzazione della società, la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della tolleranza. In questa maniera deve essere almeno segnalata la grande e decisiva importanza che assume nella sua filosofia la nozione di nichilismo, che rimette all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani (dall'etica, alla politica, dalla religione -- l'indebolimento del divino alla teoria della comunicazione – implicatura come communicatum debole. Con i suoi saggi come “Credere di credere”  rivendica alla proprio filosofia anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la postmodernità.  Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro PAREYSON e di Quinzio, V. rifiuta l'identificazione del divino nell'essere razionale, così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di PAREYSON  e Quinzio, però, non condivide la visione religiosa tragica. Suggestionato da Girard, V. legge la vicenda di Cristo come rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis -- lett. svuotamento -- divina è a vantaggio della libertà e della pace umana.  Le posizioni di V. rappresentano una svolta, sia nella sua impostazione filosofica dell'interpretazione del presente, sia nel campo dell'attività politica. Abbandona il partito dei Democratici di Sinistra e abbraccia il marxismo rivalutandone positivamente l'autenticità e validità dei principi progettuali, auspicando un ritorno al pensiero del filosofo di Treviri e a un comunismo epurato dagli sviluppi delle distorte politiche pubbliche sovietiche da superare dialetticamente. Per quanto la svolta possa apparire contraddittoria con le precedenti posizioni, V. rivendica la continuità delle nuove scelte con il processo di ricerca sul pensiero debole, pur ammettendo il cambiamento di "molte delle sue idee". È lo stesso filosofo a parlare di un "Marx indebolito", ovvero di una base ideologica capace di illustrare la vera natura del comunismo e adatta nella pratica politica a superare ogni tipo di pudore liberal. L'approdo al marxismo si configura quindi come una tappa dello sviluppo del pensiero debole, arricchito nella prassi da una prospettiva politica concreta.  V. ha anche espresso posizioni ambientaliste ed in particolare a favore dei diritti degli animali. In un'epoca in cui l'umanità si vede sempre più minacciata nelle stesse elementari possibilità di sopravvivenza -- la fame, la morte atomica, l'inquinamento -- la nostra radicale fratellanza con gl’animali si presenta in una luce più immediata ed evidente. Da parlamentare europeo si è battuto, tra l'altro, contro la sperimentazione animale e contro il maltrattamento degli animali negli allevamenti. Pubblicamente dichiara la sua omosessualità. Sviluppa una concezione di Cristianesimo secolarizzato, il quale, conseguentemente, non necessita di istituzioni ecclesiastiche, fondandosi sulla kénosis, ossia sull'abbassamento e sull'indebolimento dell'idea di Dio. Per V. il non riconoscimento di un "assoluto", inteso come una verità definitiva, porterebbe ad una maggiore accettazione della diversità sociale e culturale.  Il compagno di V., Mamino, storico dell'architettura, malato di tumore ai polmoni, muore nel bagno dell'aereo che lo portan nei Paesi Bassi per effettuare un'eutanasia. Ad accompagnarlo c'era con lui sull'aereo lo stesso V.  Collabora con vari quotidiani (La Stampa, L'Unità, il manifesto, Il Fatto Quotidiano), con editoriali e riflessioni critiche su vari temi di attualità, politica e cultura.  Saggi: “Il concetto di fare in Aristotele” (Giappichelli, Torino); “Essere, storia e linguaggio in Heidegger” (Filosofia, Torino); “Ipotesi su Nietzsche” (Giappichelli, Torino); “Poesia e ontologia” (Mursia, Milano); “Schleiermacher, filosofo dell'interpretazione” (Mursia, Milano); “Introduzione ad Heidegger” (Laterza, Roma); “Il soggetto e la maschera” (Bompiani, Milano); “Le avventure della differenza” (Garzanti, Milano); “Al di là del soggetto” (Feltrinelli, Milano); “Il pensiero debole” (Feltrinelli, Milano); Vattimo e Rovatti); “La fine della modernità” (Garzanti, Milano); “Introduzione a Nietzsche (Laterza, Roma); “La società trasparente” (Garzanti, Milano); “Etica dell'interpretazione” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Filosofia al presente” (Garzanti, Milano); “Oltre l'interpretazione” (Laterza, Roma); “Credere di credere” (Garzanti, Milano); “Vocazione e responsabilità del filosofo” (Melangolo, Genova); “Dialogo con Nietzsche” (Garzanti, Milano); “Tecnica ed esistenza: una mappa filosofica” (Mondadori, Milano); “Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso” (Garzanti, Milano); “Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e diritto, Zabala” (Garzanti, Milano); “Il socialismo ossia l'Europa” (Trauben); “Il Futuro della Religione, S. Zabala, Garzanti, Milano, “Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo, Antonello, Transeuropa Edizioni, Massa); “Non essere Dio. Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, “Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si era, Fazi, Roma, “Addio alla Verità, Meltemi, Introduzione all'estetica, ETS, Pisa, “Magnificat. Un'idea di montagna, Vivalda, “Della realtà, Garzanti, Milano, Pubblica presso Laterza un annuario filosofico a carattere monografico (Filosofia). La sezione Filosofia ha vinto il Premio Brancati.  V. a Lima, Perú. Pecoraro, "Dossier Vattimo", Pecoraro, in: "Alceu". Rivista del Dip. di Comunicazione. Monaco, V.. Ontologia ermeneutica, cristianesimo e postmodernità, Ets, Pisa; Weiss, V.. Einführung. Vienna, Passagen Giovanni Giorgio, Il pensiero di V.. L'emancipazione della metafisica tra dialettica ed ermeneutica (Franco Angeli, Milano); Numero della rivista A Parte Rei (Madrid), dedicato a V.. Pensare l'attualità, cambiare il mondo, Chiurazzi, Mondadori, Milano); Redaelli, Il nodo dei nodi. L'esercizio del pensiero in V., Vitiello, Sini, Ets, Pisa  L'apertura del presente. Sull'ontologia ermeneutica di V., L. Bagetto, Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica. Kopić, V. Čitanka, V. Reader. Zagabria, Antibarbarus. Gutiérrez, Leiro, Rivera.  Fondazione verano centini/images/ allegati Movi100 Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, su movi100.azione  Gallo, V. Interview, su public seminar.; V.: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro. Rizzo con GRAMSCI alla Camera (il nipote omonimo) e il filosofo V., nuovi iscritti al Partito Comunista. Comitato Centrale a Livorno, su Ilpartito comunista, Angus, Interview with V.: “Only Weak Communism Can Save Us”, su MRANSA, Italian philosopher politician slammed as anti-Semite, su la gazzetta delmezzogiorno.   'Shoot those bastard Zionists': Italian scholar, su the local Corriere della Sera, Non acquistiamo i prodotti di lì, su archivio storico.corriere. Repubblica -V.: "Non sono un antisemita. Solo anti-israeliano", su torino repubblica. A Radio Radicale Il delirio di V.: «Per fargli male doveva sparare»  Il Giornale,  In questo senso Cfr, tra molti, La fine della modernità e Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica e diritto, dello stesso V. e Niilismo e (Pós-Modernidade) dell'italo-brasiliano Pecoraro, libro pubblicato a Rio de Janeiro e San Paolo.  Da Animali quarto mondo, in, I diritti degl’animali, Battaglia e Castignone, Centro di Bioetica, Genova. Dichiarazione scritta sul riconoscimento dell'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale nell'UE, su gianni vattimo. Interrogazione scritta alla Commissione sul benessere degli animali, su Gianni vattimo. 4Vattimo: accanimento sui gay, ma io non bacio in pubblico, Corriere della Sera, su corriere.   «Il mio compagno voleva farla finita Ma morì in viaggio tra le mie braccia» Corriere della Sera, su corriere. Albo d'oro premio Brancati, su comune. zafferana etnea.ct. Pensiero debole. Blog su Gianni vattimo blog spot V., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. su open MLOL, Horizons Unlimited srl.  V. su europarl. europa.eu, Parlamento europeo.  Registrazioni su Radio Radicale. Revista A parte rei, su personales. ya.com. Dicussion e sul Pensiero Unico su mito11settembre. Lezione di congedo dall'Torino La verità e l’evento: dal dialogo al conflitto, su teologiae liberazione. blogspot.com. Credere di credere. Genesi e significato di una conversione debole Giornale di filosofia della religione V. Un comunista postmoderno? (di Preve) RAI Filosofia, su filosofia.rai. Gianteresio “Gianni” Vattimo. Gianteresio Vattimo Gianni Vattimo. Vattimo. Keyword: debole/forte – implicatum come communicatum debole. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Vattimo," The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Vattimo.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Veca: la ragione conversazional e l’implicatura conversazionale della massima dell’altruismo conversazionale – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: altruism, Hampshire, Hart, Grice, giustizia, cooperare, aiuta, ragione, le mosse della ragione, ragione conversazionale -- Grice's interests at this time were not driven entirely by philosophical trends in Oxford and America; he was also turning his attention to some very old logical problems. In particular, he was interested in questions concerning apparent counterparts to logical constants in natural language. For instance, in the early 1960s he revisited a theme he hadfirst considered before the war, when he gave a series of lectures on  'Negation'  . In these, he concerns himself with the analysis of sentences  containing 'not', and with the extent to which this should coincide with a logical analysis of negation. Consideration of a variety of example sentences leads him to reject the simple equation of 'not' with the logical operation of switching truth polarity, usually positive to negative. He argues that 'it might be said that in explaining the force of "not" in terms of "contradictory" we have oversimplified the ordinary use of  "not"! In another lecture from the series he suggests that the lack of correspondence between 'not' and contradiction 'might be explained in terms of pragmatic pressures which govern the use of language in general'® Grice was hoping to find not just an account of the uses of this particular expression, but a general theory of language use capable of extension to other problems in logic. He would have been familiar enough with such problems. The discussion of some of them dates back as far as Aristotle, in whose work he was well read even as an undergraduate.  In Categoriae, Aristotle describes not just categories of lexical meaning, but also the types of relationships holding between words. To the modern logician, the use of terms in the following passage may be obscure, but the relationship of logical entailment is easily recognisable.  One is prior to two because if there are two it follows at once that there is one whereas if there is one there are not necessarily two, so that the implication of the other's existence does not hold reciprocally from one.'  The relationship between 'two' and 'one', or indeed between any two cardinal numbers where one is greater than the other, is one of asymmetrical entailment. 'Two' entails 'one',  ', but 'one' does not entail 'two'  A similar relationship holds between a superordinate and any of its hyponyms, or between a general and a more specific term. To use Aristotle's example: 'if there is a fish there is an animal, but if there is an animal there is not necessarily a fish.'º The asymmetrical nature of this relationship means that use of the more general term tells us nothing at all about the applicability of the more specific. Aristotle also considers the relative acceptability of general and specific terms, and in doing this he goes beyond a narrowly logical focus.  For if one is to say of the primary substance what it is, it will be more informative and apt to give the species than the genus. For example,it would be more informative to say of the individual man that he is a man than that he is an animal (since the one is more distinctive of the individual man while the other is more general)."  Applying the term 'animal' to an individual tells us nothing about whether that individual is a man or not. Therefore, if the more specific term 'man' applies it is more 'apt', because it gives more information.  This same point arises in a discussion of the applicability of certain descriptions later in Categoriae. Aristotle suggests that: 'it is not what has not teeth that we call toothless, or what has not sight blind, but what has not got them at the time when it is natural for it to have them.'2 A term such as 'toothless' is only applied, because it is only informative, in those situations when it might be expected not to apply. Here, again, the discussion of what 'we call' things goes beyond purely logical meaning to take account of how expressions are generally used. Logically speaking a stone could appropriately be described as toothless or blind; in actual practice it is very unlikely to be so described.  Grice's self-imposed task in considering the general 'pragmatic pressures' on language use was, at least in part, one of extending Aristotle's sensitivity to the standard uses of certain expressions, and examining how regularities of use can have distorting effects on intuitions about logical meaning. He was by no means the first philosopher to consider this. For instance, John Stuart Mill, in his response to the work of Sir William Hamilton, draws attention to the distinction between logic and  'the usage of language', 13 He reproaches Hamilton for not paying sufficient attention to this distinction, and suggests that this is enough to explain some of Hamilton's mistakes in logic. Mill glosses Hamilton as maintaining that 'the form "Some A is B" ... ought in logical propriety to be used and understood in the sense of "some and some only" ' 14 Hamilton is therefore committed to the claim that 'all' and 'some' are mutually incompatible: that an assertion involving 'some' has as part of its meaning 'not all'. This is at odds with the observations on quantity in Categoriae and indeed, as Mill suggests, with 'the practice of all writers on logic'. Mill explains this mistake as a confusion of logical meaning with a feature of 'common conversation in its most unprecise form'. In this, he is drawing on the extra, non-logical but generally understood 'meanings' associated with particular expressions. In a passage that would not be out of place in a modern discussion of lin-guistics, Mill suggests that:If I say to any one, 'I saw some of your children to-day,' he might be justified in inferring that I did not see them all, not because the words mean it, but because, if I had seen them all, it is most likely that I should have said so.  15  Mill draws a distinction between what 'words mean' and what we generally infer from hearing them used. In what can be seen as an extension of Aristotle's discussion of 'aptness', he argues that it is a mistake to confuse these two very different types of significance. A more specific word such as 'all' is more appropriate, if it is applicable, than a more general word such as 'some'. Therefore, the use of the more general leads to the inference, although it does not strictly mean, that the more specific does not apply. 'Some' suggests, but does not actually entail 'not all'.  Besides his interest in logical problems with a venerable pedigree, Grice was also concerned with issues familiar to him from the work of recent or contemporary philosophers. In both published work and informal notes he frequently lists these and arranges them in groups.  Part of his achievement in the theory he was developing lay in seeing connections between an apparently disparate collection of problems and countenancing a single solution for them all. For instance, in Concept of Mind, Ryle argues that, although the expressions 'voluntary' and 'involuntary' appear to be simple opposites, they both require a particular condition for applicability, namely that the action in question is in some way reprehensible. If they were simple opposites, it should always be the case that one or other would be correct in describing an action, yet in the absence of the crucial condition, to apply either would be to say something 'absurd'. Similarly, although if someone has performed some action, that person must in a sense have tried to perform it, it is often extremely odd to say so. In cases where there was no difficulty or doubt over the outcome, it is inappropriate to say that someone tried to do something: so much so that some philosophers, such as Wittgenstein, have claimed that it is simply wrong. Another related problem is familiar from Austin's work; it is the one summed up in his slogan 'no modification without aberration'. For the ordinary uses of many verbs, it does not seem appropriate to apply either a modifying word or phrase or its opposite. Austin was therefore offering a gen-eralisation that includes, but is not restricted to, Ryle's claims about  'voluntary' and 'involuntary'. For many everyday action verbs, the act described must have taken place in some non-standard way for anymodification appropriately to apply. Austin offers no theory based on this observation, and indeed Grice was unimpressed by it even as a gen-eralisation; he claimed in an unpublished paper that it was 'clearly fraudulent'. 'No "aberration" is needed for the appearance of the adverbial "in a taxi" within the phrase "he travelled to the airport in a taxi"; aberrations are needed only for modifications which are corrective qualifications. 16  Grice's general account of language, conceived with the twin ambitions of refining his philosophy of meaning and of explaining a diverse range of philosophical problems, gradually developed into his theory of conversation. Like his project in 'Meaning', this draws on a  'common-sense' understanding of language: in this case, that what people say and what they mean are often very different matters. This observation was far from original, but Grice's response to it was in some crucial ways entirely new in philosophy. Unlike formal philosophers such as Russell or the logical positivists, he argued that the differences between literal and speaker meaning are not random and diverse, and do not make the rigorous study of the latter a futile exercise. But he also differed from contemporary philosophers of ordinary language, in arguing that interest in formal or abstract meaning need not be abandoned in the face of the particularities of individual usage. Rather, the difference between the two types of meaning could be seen as systematic and explicable, following from one very general principle of human behaviour, and a number of specific ways in which this worked out in practice. In effect, the use of language, like many other aspects of human behaviour, is an end-driven endeavour. People engage in communication in the expectation of achieving certain outcomes, and in the pursuit of those outcomes they are prepared to maintain, and expect others to maintain, certain strategies. This mutual pursuit of goals results in cooperation between speakers. This manifests itself in terms of four distinct categories of behaviour, each of which can be sum-marised by one or more maxims that speakers observe. The categories and maxims are familiar to every student of pragmatics, although in later commentaries they are often all subsumed under the title  'maxims'  Category of Quantity  Make your contribution as informative as is required (for the current purposes of the exchange).  Do not make your contribution more informative than is required.  Category of Quality  Do not say what you believe to be false.  Do not say that for which you lack adequate evidence.  Category of Relation   Be relevant.  Category of Manner  Avoid ambiguity of expression.  Avoid ambiguity.  Be brief.  Be orderly.!7  Grice uses the simple notion of cooperation, together with the more elaborate structure of categories, to offer a systematic account of the many ways in which literal and implied meaning, or 'what is said' and what is implicated', differ from one another. In effect, the expectation of cooperation both licenses these differences and explains their usually successful resolution. Speakers rely on the fact that hearers will be able to reinterpret the literal content of their utterances, or fill in missing information, so as to achieve a successful contribution to the conversation in hand. The noun 'implicature' and verb 'implicate' (as used in relation to that noun) are now familiar in the discussion of pragmatic meaning, but they were coined by Grice, and coined fairly late on in the development of his theory. In early work on conversation he suggested that a 'special kind of implication' could be used to account for various differences between conventional meaning and speaker meaning. He ultimately found this formulation inadequate, together with a host of other words such as 'suggest', 'hint' and even 'mean', precisely because of their complex pre-existing usage both within and outside philosophy.    The difference between saying and meaning had an established philosophical pedigree, as well as a basis in common sense. A literature dating back to G. E. Moore, but largely concentrated in the 1950s and 1960s, offers a significant context to Grice's work. Little of this is now read and none of it attempts anything as ambitious as a generalising theory of communication. With typical laxness, Grice does not refer to this body of work in any of his writings on the topic, although he must have been aware of it; much of it originated from the tight circle of Oxford phi-losophy. Writing for his fellow philosophers, and in the conventions ofhis time, he was able to refer vaguely and generally to the debate in the expectation that the relevant context would be recognised  G. E. Moore had argued that when we use an indicative sentence we assert the content of the sentence, but we also imply personal commitment to the truthfulness of that content; 'If I say that I went to the pictures last Tuesday, I imply by saying so that I believe or know that I did, but I do not say that I believe or know this."8 This distinction was picked up by a number of philosophers in the 1940s and 1950s. In 1946, Yehoshua Bar-Hillel discussed the sense of 'imply' identified by Moore, proposing to describe it as 'pragmatical'. Bar-Hillel identifies himself as a supporter of 'logical empiricism' (he quotes approvingly a comment from Carnap to the effect that natural languages are too complex and messy to be the focus of rigorous scientific enquiry) and his article is aimed explicitly at rejecting philosophy of the 'analytic method' in general and of Moore in particular. However, he suggests that by using sentences that are 'meaningless' to logical empiricists, such as the sentences of metaphysics or aesthetics, 'one may nevertheless imply sentences which are perfectly meaningful, according to the same criteria, and are perhaps even true and highly important' 2º A full account of the pragmatic sense of 'implies' might, he predicts, prove highly important in discussing linguistic behaviour. A few years later D. J. O'Connor contrasted the familiar 'logical paradoxes' of philosophy with less well known 'pragmatic paradoxes'. O'Connor draws attention to certain example sentences (such as 'I believe there are tigers in Mexico but there aren't any there at all') which, although not logically contradictory or necessarily false, are pragmatically unsatisfactory. His purpose is to distinguish between logic and language and to urge philosophers to attempt to 'make a little clearer the ways in which ordinary language can limit and mislead us'. 21  The philosophical significance of implication was also discussed by those more sympathetic to ordinary language, in particular by members of the Play Group. Writing in Mind in 1952, J. O. Urmson acknowledged the 'implied claim to truth' in the use of indicative statements, but felt the need to clarify his terms: 'The word "implies" is being used in such a way that if there is a convention that X will only be done in circumstances Y, a man implies that situation Y holds if he does X.22 Urmson suggests the addition of an 'implied claim to reasonableness'; 'it is, I think, a presupposition of communication that people will not make statements, thereby implying their truth, unless they have some ground, however tenuous, for those statements. 23 Read with hindsight, Urmson's suggestion looks like a hint towards Grice's second maxim ofQuality. Another member of the Play Group, P. H. Nowell-Smith, appears to add something like a maxim of Relevance, a notion that Grice discusses as early as the original version of 'Meaning'. In his book Ethics, Nowell-Smith suggests that there are certain 'contextual implications' that generally accompany the use of words, but that are dependent on particular contexts. Without reference to Urmson, he phrases these as follows:  When a speaker uses a sentence to make a statement, it is contextually implied that he believes it to be true.... A speaker contextually implies that he has what he himself believes to be good reasons for his statement.... What a speaker says may be assumed to be relevant to the interests of his audience.24  For Nowell-Smith the contextual rules are primary, and do not operate with reference to logical meaning; in effect there is no 'what is said'. In fact, he specifies that logical meaning is a subclass of contextual impli-cation, because it is meaning we are entitled to infer in any context whatsoever. Other philosophers concerned with implication, however, did identify different levels of meaning. In The Logic of Moral Discourse, 1955, Paul Edwards distinguishes between the referent of a sentence (the fact that makes a sentence true or, in its absence, false: in effect the truth-conditions) and 'what the sentence expresses' (anything it is possible to infer about the speaker on the basis of the utterance).25  Some attempted syntheses of thinking about implication lacked much in the way of generalising or explanatory force. In his 1958 article 'Prag-matic implication', C. K. Grant's account of a wide variety of linguistic phenomena leads him to the claim that 'a statement pragmatically implies those propositions whose falsity would render the making of the statement absurd, that is, pointless.26 What is implied by a statement of p, he insists, is not just the speaker's belief in p, but some further proposition. Isobel Hungerland, writing in 1960, reviews the range of attempts to mediate between asserted and implied meaning and exclaims 'What a range of rules!'? Her suggestion of a generalisa-tion across these rules is that 'a speaker in making a statement contextually implies whatever one is entitled to infer on the basis of the presumption that his act of stating is normal. 28  Grice was working on his own generalisation, which was to link together the range of principles of language use into one coherent account, and to give this a place in a more ambitious theory of lan-guage. If the maxims of Quality and of Relation were familiar from con-temporary work in Ethics, those of Quantity and Manner drew on Grice's long-standing concern about stronger and weaker statements.  This was the idea that had interested him in his rough notes on 'visa' for his work on perception with Geoffrey Warnock. The earliest published indication appeared in 1952, in a footnote to Peter Strawson's Introduction to Logical Theory. In discussing the relationship between the statement 'there is not a book in his room which is not by an English author' and the assumption 'there are books in his room', Strawson draws attention to the need to distinguish between strictly logically relations and the rules of 'linguistic conduct' 29 He suggests as one such rule:  'one does not make the (logically) lesser when one could truthfully (and with equal or greater linguistic economy) make the greater, claim. It would be misleading, although not strictly false, to make the less informative claim about English authors if in a position to make the much more informative claim that there are no books at all. Strawson acknowledges that 'the operation of this "pragmatic rule" was first pointed out to me, in a different connection, by Mr H. P. Grice!  It was typical of Grice that he did not publish his own account of this pragmatic rule until almost ten years after Strawson's acknowledgement.  'The causal theory of perception' appeared in the Proceedings of the Aristotelian Society, after Grice delivered it as a symposium paper at the meeting of the Society in Cambridge in July 1961. His main focus is his long-standing interest in the status of our observations of material objects. Grice offers tentative support for a causal account of percep-tion. Theories of this type date back at least to John Locke. They maintain that we directly perceive through our faculties of sense a series of information, given the title 'sense data' by later philosophers, and infer that these are caused by material objects in the world. For Locke, the inference was justifiable, but his account of perception, and causal theories ever since, had been dogged by accusations of scepticism. If we have no direct access to material objects, but only to the sense data they putatively cause, the way is left open to doubt the independent existence of such objects.  Grice's defence is tentative, even by his own circumspect standards.  He proposes to advance a version of the causal theory 'which is, if not true, at least not obviously false'.3° Some of the defence itself is presented in quotation marks, as a fictional 'opponent' argues with a fictional 'objector' to the causal theory, implicitly distancing Grice from the arguments on either side. This tentativeness might in part be explained by the extreme heresy of Grice's enterprise for a philosopher of ordinary language. Some of Austin's most strident remarks about ordi-nary language had appeared in his attack in Sense and Sensibilia on philosophical theories of perception, and their reliance on the obscure and technical notion of 'sense data'. Austin's chief target here had been phe-nomenalism which, in claiming that sense data are the essence of what we think of as material objects, is often seen as a direct competitor to the causal theory of perception. Although defending one of phenome-nalism's rivals, Grice was suggesting reasons for retaining Austin's particular bugbear, 'sense data', as a term of art. Indeed, he even goes so far as to hint that his own, speculative version of the causal theory 'neither obviously entails nor obviously conflicts with Phenomenalism'.31  Grice defends sense data because, as he argues, the sceptic who wants to question the existence of the material world needs to make use of them and the sceptic's position at least deserves to be heard. He defends it also because of his own ideas about language use. Indeed, his essay on perception seems at times in danger of being hijacked by his interest in language. This is not entirely out of keeping with the subject; through Locke and Berkeley to Ayer and Austin, the philosophy of perception had focused on the correct interpretation of sentences in which judgements of perception are expressed. However, Grice makes no secret of his hope that his interpretation of such sentences will fit with views of language and use motivated by other considerations. Much of the essay is taken up with a discussion of general principles governing the use of language. This is inspired by a standard argument for retaining  'sense data' as a technical term; it would appear to underlie ordinary expressions such as 'so-and-so looks @ [e.g. blue] to me'. In effect, a suitably rigorous account of the meaning of such expressions would need to include reference to something such as a sense datum that corresponds to the subjective experience described. A potential objector might point out that such expressions are not appropriate to all instances of perception; they would only in fact be used in contexts where a condition of either doubt or denial (D-or-D) as to the applicability of @ holds. 'There would be something at least prima facie odd about my saying "That looks red to me" (not as a joke) when I am confronted by a British pillar box in normal daylight at a range of a few feet.'32  Grice considers two possible ways of explaining this oddity. It could be seen as 'a feature of the use, perhaps of the meaning' of such expressions that they carry the implication that the D-or-D condition is ful-filled. Use of such expressions in the absence of the condition would therefore constitute a misuse, and would fail to be either true or false.Alternatively, such statements could be seen as true whenever the property @ applies but, in the absence of the D-or-D condition, severely mis-leading. Use in the absence of the condition would therefore constitute a more general error, because of 'a general feature or principle of the use of language' 33 Grice des cribes how until recently he had been undecided as to which of these two explanations to favour. He had, however, lent towards the second because it 'was more in line with the kind of thing I was inclined to say about other linguistic phenomena which are in some degree comparable.  934  Towards the end of his discussion, Grice hesitantly suggests a first attempt at formulating the general principle of language use: 'One should not make a weaker statement rather than a stronger one unless there is a good reason for so doing. 35 This is, of course, remarkably similar to the observation attributed to him by Strawson a decade earlier.  It seems that during the intervening years Grice had become increasingly impressed by how many different types of meaning this rule could explain, in other words by how general and simple an account of language use it suggested. In two interesting respects the formulation of the rule had changed. First, it had changed from a statement about what  'one does' in language use to what 'one should do'. This brought it nearer to the first maxim of Quantity it was eventually to become.  Second, the new formulation of the rule introduces possible exceptions, by alluding to 'good reasons' for breaking it. Again, Grice does not elaborate on this qualification, but the consideration of reasons for breaching the maxims, together with a discussion of the consequences of doing so, was to be vital to the subsequent development of his work.  It was what was to give it explanatory and generalising abilities beyond those of a simple list of 'rules' of linguistic behaviour.  Grice's claims about the use of language offer support to the defender of sense data. They allow the defender to describe statements of the  'so-and-so looks @ to me' type as strictly true regardless of whether the D-or-D condition holds. If such statements call for the use of sense data as a technical term to explain their meaning, then sense data are applicable to any description of perception. It is simply that in most non-con-troversial contexts such statements will be avoided because, although perfectly true, they will introduce misleading suggestions. Here, perhaps, was Grice's greatest heresy. Austin's rejection of sense data relied on an appeal to what people ordinarily say, together with an assumption that this is the best guide to meaning and truth. Grice's tentative support for it relies on a distinction between what people can truthfully say, and what they actually, realistically do say. Despite itsemphasis on linguistic use, 'The causal theory of perception' was well received as a contribution to the philosophy of perception. It was anthologised in 1965 in Robert Swartz's Perceiving, Sensing and Knowing.  In 1967, Grice's sometime collaborator Geoffrey Warnock included the essay in his volume on The Philosophy of Perception, singling it out for praise as an 'exceedingly ingenious and resourceful contribution'. 36  As was the case throughout his working life, Grice made no firm distinction between his teaching and the development of his own philosophical ideas. A series of lecture notes from the 1960s on topics relating to speaker meaning and context therefore provide an insight into the lines along which his thinking was developing, as do some rough notes from the same period. What his students gained from the fresh ideas in Grice's lectures, however, they paid for in his cavalier attitude to the topic and aims of the class. He begins one lecture, which is entitled simply 'Saying: Week 1':  Although the official title of this class is 'Saying', let me say at once that we are unlikely to reach any direct discussion of the notion of saying for several weeks, and in the likely event of our failing to make any substantial inroads on the title topic this term, my present intention is to continue the class into next term.37  Grice's interest in these lectures was in finding out what can be learnt about speaker meaning, specifically about what sets it apart from linguistic meaning, from close attention to its characteristics and circum-stances. The opening of another of the lectures, entitled 'The general theory of context', tells rather more of his purpose and method than is made explicit in much of the later, published work.  Philosophers often say that context is very important. Let us take this remark seriously. Surely, if we do, we shall want to consider this remark not merely in its relation to this or that problem, i.e. in context, but also in itself, i.e. out of context. If we are to take this seriously, we must be systematic, that is thorough and orderly. If we are to be orderly we must start with what is relatively simple. Here, though not of course everywhere, to be simple is to be as abstract as possible; by this I mean merely that we want, to begin with, to have as few cards on the table as we can. Orderliness will then consist in seeing first what we can do with the cards we have; and when we think that we have exhausted this investigation, we put another card on the table, and see what that enables us to do.It is not hard to discern Austin's influence here, in the insistence that a particular philosophical commonplace, if it is to be accepted as a useful explanation, must first be subject to a rigorous process of analy-sis. The call for system and order, however, is Grice's own. He had reacted against precisely the tendency towards unordered, open-ended lists in Austin's work. He argues in these lectures that thinking seriously about context means thinking about conversation; this is the setting for most examples of speaker meaning. He proposes, therefore, to compile an account of some of the basic properties common to conversations generally. His method of limiting his hand was to result in certain highly artificial simplifications, but he made these simplifications deliberately and knowingly. For instance, the relevant context was to be assumed to be limited to what he calls the 'linguistic environment': to the content of the conversation itself. Conversation was assumed to take place between two people who alternate as speaker and hearer, and to be concerned simply with the business of transferring information between them.  A number of the lectures include discussion of the types of behaviour people in general exhibit, and therefore the types of expectations they might bring to a venture such as a conversation. Grice suggests that people in general both exhibit and expect a certain degree of helpfulness from others, usually on the understanding that such helpfulness does not get in the way of particular goals, and does not involve undue effort. If two people, even complete strangers, are going through a gate, the expectation is that the first one through will hold the gate open, or at least leave it open, for the second. The expectation is such that to do otherwise without particular reason would be interpreted as deliberately rude.  The type of helpfulness exhibited and expected in conversation is more specific because of a particular, although not a unique, feature of con-versation; it is a collaborative venture between the participants. At least in the simplified version of conversation discussed in these lectures, there is a shared aim or purpose. However, an account of the particular type of helpfulness expected in conversation must be capable of extension to any collaborative activity. In his early notes on the subject, Grice considers  'cooperation' as a label for the features he was seeking to describe. Does  'helpfulness in something we are doing together'  ', he wonders in a note,  equate to 'cooperation'? He seems to have decided that it does; by the later lectures in the series 'the principle of conversational helpfulness' IMPERATIVO DELL’AIUTA CONVERSAZIONALE -- has been rebranded the expectation of 'cooperation'.  During the Oxford lectures Grice develops his account of the precise nature of this cooperation. It can be seen as governed by certain regu-larities, or principles, detailing expected behaviour. The term 'maxim' to describe these regularities appears relatively late in the lectures.  Grice's initial choices of term are 'objectives', or 'desiderata'; he was interested in detailing the desirable forms of behaviour for the purpose of achieving the joint goal of the conversation. Initially, Grice posits two such desiderata: those relating to candour on the one hand, and clarity on the other. The desideratum of candour contains his general principle of making the strongest possible statement and, as a limiting factor on this, the suggestion that speakers should try not to mislead.  The desideratum of clarity concerns the manner of expression for any conversational contribution. It includes the importance of expectations of relevance to understanding and also insists that the main import of an utterance be clear and explicit. These two factors are constantly to be weighed against two fundamental and sometimes competing demands. Contributions to a conversation are aimed towards the agreed current purposes by the principle of Conversational Benevolence BENEVOLENZA CONVERSAZIONALE. The principle of Conversational Self-Love ensures the assumption on the part of both participants that neither will go to unnecessary trouble in framing their contribution.  Grice suggests that many philosophers are guilty of inexactness in their use of expressions such as 'saying', 'meaning' and 'use'  ', applying  them as if they were interchangeable, and in effect confusing different ways in which a single utterance can convey information. For instance, Grice refers back to the discussion at a previous class he had given jointly with David Pears, when the exact meaning of the verb 'to try' was discussed. This, of course, was one of the specific philosophical problems he was interested in accounting for by means of general principles of use. Stuart Hampshire had apparently claimed that if someone, X, did something, it is always possible to say that X tried to do it. This was challenged; in situations when there is no obvious difficulty or risk of failure involved it is inappropriate to talk of someone's trying to do something. Grice's answer had been that, while it is always true to say that X tried to do something, this may sometimes be a misleading way of speaking. If X succeeded in performing the act, it would be more informative and therefore more cooperative to say so. Therefore, an utterance of 'X tried to do it' will imply, but not actually say, that X did not succeed.  In his consideration of the desiderata of conversational participation, Grice initially compiles a loose assemblage of features. By the later lectures these appear in more or less their final form under the categories Quantity, Quality, Relation and Manner (or, sometimes, Mode). Inarranging the desiderata in this way, Grice was presumably seeking to impose a formal arrangement on a diverse set of principles. But it seems that he had other motives: semi-seriously to echo the use of categories in such orthodox philosophies as those of Aristotle and Kant, and more importantly to draw on their ideas of natural, universal divisions of experience. The regularities of conversational behaviour were intended to include aspects of human behaviour and cognition beyond the purely linguistic. Grice's collaborative work with Strawson had been concerned with Aristotle's division of experience into 'categories' of substances.  Aristotle's original formulation of the list of such properties allows that they can take the form of 'either substance or quantity or qualification or a relative or where or when or being-in-a-position or having or doing or being-affected'.38 He concentrates mainly on the first four, and these received most attention in subsequent developments of his work. They were the starting-point for Kant's use of categories to describe types of human experience, and his argument that these form the basis of all possible human knowledge. In the Critique of Pure Reason, Kant proposes to divide the pure concepts of understanding into four main divisions:  'Following Aristotle we will call these concepts categories, for our aim is basically identical with his although very distinct from it in execu-tion. '39 These are categories 'Of Quantity', 'Of Quality', 'Of Relation' and  'Of Modality', with various subdivisions ascribed to each. Kant's claims for both the fundamental and the exhaustive nature of these categories are explicit:  This division is systematically generated from a common principle, namely the faculty for judging (which is the same as the faculty for thinking), and has not arisen rhapsodically from a haphazard search for pure concepts, of the completeness of which one could never be certain.  40  Kant goes so far as to suggest that his table of categories, containing all the basic concepts of understanding, could provide the basis for any philosophical theory. These, therefore, offered Grice divisions of experience with a sound pedigree and an established claim to be universals of human cognition.  Early in 1967, Grice travelled to Harvard to deliver that year's William James lectures, the prestigious philosophical series in which Austin had put forward his theory of speech acts 12 years earlier. Grice's entitled his lectures 'Logic and conversation'. He was presenting his current thinking about meaning to an audience beyond that of his students andimmediate colleagues and was clearly aware of the different assumptions and prejudices he could expect in an American, as opposed to an Oxford, audience. 'Some of you may regard some of the examples of the manoeuvre which I am about to mention as being representative of an out-dated style of philosophy', he suggests in the introductory lecture, 'I do not think that one should be too quick to write off such a style.'41 Addressing philosophical concerns by means of an attention to everyday language was still a highly respectable, even an orthodox approach in Oxford. In America it was seen by at least some as belonging to an unsuccessful, and now rather passé, school of thought. In pleading its cause, Grice argues that it still has much to offer: in this case, the possibility of developing a theory to discriminate between utterances that are inappropriate because false, and those that are inappropriate for some other reason. Despite the difficulties inherent in such an ambitious scheme, and the well-known problems with the school of thought in question, he does not give up hope altogether of 'system-atizing the linguistic phenomena of natural discourse'.  Grice's ultimate aim in the lectures is ambitious and uncompromis-ing; his interest 'will lie in the generation of an outline of a philosophical theory of language' 4 He argues for a complex understanding of the significance of any utterance in a particular context; its meaning is not a unitary phenomenon. Conventional meanin g has a necessary, but by no means a sufficient role to play. Indeed conventional meaning is itself not a unitary phenomenon. Some aspects of it involve the speaker in a commitment to the truth of a certain proposition; this is  'what is said' on any particular occasion. Other aspects may be associated by convention with the words used, but not be part of what the speaker is understood literally to have said. The examples 'She was poor but honest' and 'He is an Englishman; he is, therefore, brave' convey more than just the truth of the two conjuncts, more than would be conveyed by 'She was poor and honest' or 'He is an Englishman and he is brave'.  '. An idea of contrast is introduced in the first example and one of consequence in the second. These ideas are attached to the use of the individual words 'but' and 'therefore', but do not contribute to the truth-conditions of the sentences. We would not want to say that the sentences were actually false if both conjuncts were true, but we did not agree with the idea of contrast or of consequence. We might, rather, want to say that the speaker was presenting true facts in a misleading way. These examples demonstrate implicated elements associated with the conventional meaning of the words used, elements Grice labels  'conventional implicatures'There is another level at which speaker meaning can differ from what is said, dependent on context or, for Grice, on conversation. In 'con-versational implicatures' meaning is conveyed not so much by what is said, but by the fact that it is said. This is where the categories of conversational cooperation, and their various maxims, play their part.  The onus on participants in a conversation to cooperate towards their common goal, and more particularly the expectation each participant has of cooperation from the other, ensures that the understanding of an utterance often goes beyond what is said. Faced with an apparently uncooperative utterance, or one apparently in breach of some maxim, a conversationalist will if possible 'rescue' that utterance by interpreting it as an appropriate contribution. In this way, Grice offers a more detailed account of the idea he explored in 'Meaning', and in his notes from that time: that there are three 'levels' of meaning, or three different degrees to which a speaker may be committed to a proposition. His model now includes, 'what is said', 'conventional meaning' (including conventional implicatures) and 'what is conversationally implicated'.  The presentation of the norms of conversational behaviour in the William James lectures is rather different from Grice's handling of them in his earlier work. The maxims, or the categories they fall into, are no longer presented as the primary forces at work. Instead, all are assumed under a general 'Principle of Cooperation'. The principle appeared late in the development of Grice's theory. It enjoins speakers to: Make your conversational contribution such as is required, at the stage at which it occurs, by the accepted purpose or direction of the talk exchange in which you are engaged.'43 The name 'Cooperative Principle' was even later; it was added using an omission mark in a manuscript copy of the second William James lecture. Grice may well have been attempting to give a name, and an exact formulation, to his previously rather nebulous idea of cooperation or 'helpfulness'. However, the effect was to change what was presented as a series of 'desiderata', features of conversational behaviour participants might expect in their exchanges, to something looking like a powerful and general injunction to correct social behaviour.  In the development of his theory of conversation, Grice was much exercised by the status of the categories as psychological concepts. He questioned whether the maxims were the result of entering into a quasi-contract by engaging in conversation, simply inductive generalisations over what people do in fact do in conversation, or, as he suggested in one rough note, just 'special cases of what a decent chap should do'.  He remained undecided on this matter throughout the development ofthe theory, content to concentrate on the effects on meaning of the maxims, whatever their status. By the time of the William James lectures, however, he seems to be closer to an answer. He is 'enough of a rationalist' to want to find an explanation beyond mere empirical generalisation.  4 The following suggestion results from this impetus:  So I would like to be able to show that observation of the Cooperative Principle and maxims is reasonable (rational) along the following lines: that anyone who cares about the goals that are central to conversation/communication (such as giving and receiving information, influencing and being influenced by others) must be expected to have an interest, given suitable circumstances, in participation in talk exchanges that will be profitable only on the assumption that they are conducted in general accordance with the Cooperative Principle and the maxims.45  This is a wordy explanation, and also a troublesome one. It seems to create a loop linking the aim of explaining cooperation to an account of conversation as dependent on cooperation, a loop from which it does not successfully escape. The link between reasonableness and cooperation is far from explicit. Nevertheless, this passage offers Grice's account of his own preferences in seeking an answer to the question over the status, and hence the motivation, for the Cooperative Principle. His preference, particularly his reference to 'rational' behaviour, was to prove important in the subsequent development of his work.  However derived, the maxims operate to produce conversational implicatures in a number of different ways. In many cases, they simply  'fill in' the extra information needed to make a contribution fully coop-erative. A says 'Smith doesn't seem to have a girlfriend these days' and B replies, 'He has been paying a lot of visits to New York lately'. B's remark does not, as it stands, appear relevant to the preceding remark.  But it is easy enough to supply the missing belief B must hold for the remark to be relevant. B conversationally implicates that Smith has, or may have a girlfriend in New York.46  In other cases the speaker seems to be far less cooperative, at least at the level of 'what is said'. In order to be rescued as cooperative contributions to the conversation, such examples need to be not so much filled out as re-analysed. Because of the strength of the conviction that the speaker will, other things being equal, provide cooperative contri-butions, the other participant will put in the work necessary to reach such an interpretation. In perhaps his most famous example of con-versational implicature, Grice suggests the case of a letter of reference for a candidate for a philosophy job that runs as follows: 'Dear Sir, Mr X's command of English is excellent, and his attendance at tutorials has been regular. Yours, etc! The information given is grossly inadequate; the writer appears to be seriously in breach of the first maxim of Quan-tity, enjoining the utterer to give as much information as is appropri-ate. However, the receiver of the letter is able to deduce that the writer, as the candidate's tutor, must know more than this about the candidate.  There must be some reason why the writer is reluctant to offer the extra information that would be helpful. The most obvious reason is that the writer does not want explicitly to comment on Mr X's philosophical ability, because it is not possible to do so without writing something socially unpleasant. The writer is therefore taken conversationally to implicate that Mr X is no good at philosophy; the letter is cooperative not at the level of what is literally said, but at the level of what is impli-cated. In examples such as this a maxim is deliberately and ostentatiously flouted in order to give rise to a conversational implicature; such examples involve exploitation.  These examples, and others Grice discusses in the second William James lecture, are all specific to, and entirely dependent on, the individual contexts in which they occur. Grice labels all such example  'particularised conversational implicatures'. There are other types of conversational implicature in which the context is less significant, or at least can operate only as a 'veto' to implicatures that arise by default unless prevented. These are implicatures associated with the use of particular words. Unlike conventional implicatures, they can be cancelled: that is explicitly denied without contradiction. These 'generalised conversational implicatures' account for many of the differences between the logical constants and the behaviour of their natural language counterparts. In effect, Grice claims that there simply is no difference between, say '', 'n', 'v' and 'not', 'and', 'or' at the level of what is said.  The well-known differences are generalised conversational implicatures often associated with the use of these expressions, implicatures determined by the categories and maxims he has established.  Part of Grice's motivation for this proposal was the desire for a simplification of semantics. The alternative to such an account was to posit a semantic ambiguity for a wide range of linguistic expressions. Grice argues against this, proposing a principle he labels 'Modified Occam's Razor', which would rule against it in decisions of a theoretical nature.  The principle states that 'senses are not to be multiplied beyond neces-sity' 47 Grice's reference was to William of Occam, or Ockham, thefourteenth-century philosopher credited with the dictum 'entities are not to be multiplied beyond necessity'. This is known as 'Occam's razor' although it is not clearly attributable to any of his writings, and it is not at all uncommon for philosophers to discuss it in isolation from Occam's actual work. It is taken as a general injunction not to complicate philosophical theories; the best theory is the simplest theory, invoking the fewest explanatory categories. The preference for simple philosophical theories that do not add complex and potentially unnecessary categories was one with an obvious appeal to philosophers of ordinary language. Indeed, when Gilbert Ryle published his collected papers in 1971, he commented on the 'Occamising zeal' particularly apparent in the earlier articles. Another contemporary philosopher to draw on an Occam-type approach to discussions of meaning was B. S.  Benjamin, whose article 'Remembering' is referred to in the first William James lecture. He does not draw an explicit comparison to Occam's razor, but he does pose himself the question of whether the verb  'remember' should be analysed as multivocal or univocal. For Benjamin, a 'universal core of meaning is preserved in its use in different contexts'.49  Grice himself did not develop the connection between conversational implicature and the logical constants in any great depth, either in the William James lectures or elsewhere. This is perhaps surprising, given that he introduces his theory in terms of the question of the equiva-lence, or lack of equivalence, between certain logical devices and expressions of natural language. The implications of this question, together with the specific answers offered by conversational implicature, are treated in detail by others.5° A. P. Martinich has suggested that the initial concentration on, and subsequent abandonment of, the logical particles is a serious flaw in the construction of the second, and most widely read, of the William James lectures. In a book aimed at describing and promoting good philosophical writing, Martinich identifies this as 'one of the greatest articles of the twentieth century', but argues that the more general theory of 'linguistic communication' ought to have been made the focus from the outset. He comments that on first reading Grice's article he was unimpressed by what he saw as an unacceptably complex mechanism to solve a very particular logical problem: 'Once I realised that the solution was a minor consequence of his theory I was awed by its elegance and simplicity.'51  Grice's discussion of logic is mainly restricted to the fourth William James lecture, which he later labelled 'Indicative conditionals' after the chief, but not the only, logical constant it discusses. Indicative condi-tions had been a central theme of some lectures on logical form Grice delivered at Oxford while working on his theory of conversation. There he had commented extensively on Peter Strawson's treatment of this topic in his 1952 book Introduction to Logical Theory. Grice does not mention Strawson at all in this fourth William James lecture. He does, however, discuss the views of what he calls a '"strong" theorist', views that accord with Strawson's in the insistence that the logical implica-tion, 'po q' is different in meaning from various expressions in natural language, most notably 'if p then q'. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Veca. Like me, he speaks of altruisn, and he has contributed to a collective volume, “Cooperare e competere.”” Essential Italian philosopher. Svoge un ruolo chiave nell'introduzione nel dibattito culturale italiano dell'approccio alla filosofia politica derivato dall'impostazione di Rawls, divenendo un punto di riferimento filosofico della sinistra, sia come teorico che come militante. La sua formazione di tipo analitico -- sensibile quindi alle metodologie e alle questioni della filosofia del linguaggio e della logica -- insolita rispetto alla figura del teorico politico così come tradizionalmente concepito in Italia, ha permesso alla sua riflessione di spaziare anche negli ambiti dell'epistemologia e della metafisica, indagandone le connessioni con l'ambito della filosofia morale e politica.  V. da un impulso decisive nel dibattito filosofico italiano a temi quali il realismo, il problema della completezza nelle teorie epistemiche e politiche, la giustizia globale e la sostenibilità. Studia a Milano, dove si laurea con una tesi sotto PACI (vedi) e GEYMONAT (vedi). Assistente volontario, borsista CNR e assistente incaricato presso la cattedra di filosofia teoretica a Milano. Professore incaricato di filosofia a Calabria. Professore incaricato di storia delle istituzioni e delle strutture sociali presso la facoltà di filosofia di Bologna.  Professore incaricato, professore incaricato stabilizzato e professore associato di filosofia politica presso la facoltà di scienze politiche di Milano. Professore straordinario di filosofia politica presso la facoltà di filosofia, Firenze. Professore di filosofia politica, facoltà di scienze politiche, Pavia. Vicepreside della facoltà di scienze politiche, Pavia. Presidente della Facoltà di Scienze politiche, Pavia. Membro del Comitato direttivo della Scuola Superiore IUSS di Pavia. rettore del Collegio Universitario Giasone del Maino, Pavia. Direttore del Centro Inter-Dipartimentale di Studi e Ricerche in Filosofia sociale a Pavia; prorettore per la didattica dell'Pavia; componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Romagnosi di Pavia e del Comitato scientifico dell’European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering presso l'Pavia; parte del Consiglio d'amministrazione dell'Istituto italiano di scienze umane di Firenze; vicedirettore dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Coordinatore dei corsi ordinari dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Pro-rettore vicario dell'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Professore di Filosofia politica presso l'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Insegna Filosofia politica nelle Classi di Scienze umane e Scienze sociali dell'Istituto Universitario di Studi Superiori, Pavia. Tienne seminari e cicli di lezioni a Cambridge (Christ's), a San Paolo, Campinas, Bogotà, Evora, La Sorbonne, Grenoble, Istituto Universitario Europeo. Svolge un'intensa attività di consulenza e direzione editoriale. Ha assunto, grazie a un invito di Bo, la direzione scientifica della Fondazione Feltrinelli di Milano presidente della Fondazione Feltrinelli, promuovendo lo sviluppo del suo Centro di Scienza politica. Direttore degli "Annali" della Fondazione, impegna l'istituzione in una ampia gamma di attività di ricerca, documentazione e pubblicazione nell'ambito della teoria politica e sociale contemporanea che perseguono lo scopo di coniugare la tradizione della ricerca storico-sociale con l'innovazione dei metodi e degli esiti della teoria normativa e descrittiva della politica. Coordina le attività del Seminario annuale di Filosofia politica, promosso dalla Feltrinelli in collaborazione con il Centro Studi Politici Farneti di Torino e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Avvia il progetto della “Biblioteca europea” della Fondazione Feltrinelli, di cui è direttore. Designato Presidente onorario della Fondazione Feltrinelli ed è direttore scientifico del suo Laboratorio Expo -- è inoltre stato condirettore di Aut Aut con PACI (vedi) e ROVATTI. Dirigge la collana Readings per l'Università della Casa editrice Feltrinelli, di cui è consulente per la saggistica nel campo della filosofia e della teoria politica e sociale. Consulente della saggistica de il Saggiatore, di cui ha diretto, con Mondadori, la collana Theoria.  Fa parte del comitato scientifico o di direzione di riviste quali "Rassegna italiana di sociologia", "Teoria politica", "Biblioteca della libertà", "Transizione", "Etica degli affari", "Iride", "European Journal of Philosophy", "Filosofia e questioni pubbliche", "Reset", "Quaderni di Scienza politica", "Il Politico", "Rivista di filosofia", “Italianieuropei”. Direttore de “Il giornale di Socrate al caffè. Bimestrale di cultura e conversazione civile; curatore scientifico della Carta di Milano per Expo. Parte del Comitato direttivo di "Politeia", Centro per la ricerca e la formazione in politica ed etica di Milano, di cui è stato uno dei fondatori. Comitato etico dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano e del Comitato etico dell'Istituto Mondino di Pavia; Comitato scientifico della Fondazione Rosselli di Torino; coordinatore del Comitato Scientifico dell’Associazione per la ricerca e l'insegnamento della filosofia, parte del Consiglio direttivo nazionale della Società Filosofica italiana. Componente del Consiglio nazionale presso il Ministero dei Beni culturali e ambientali; presidente dell'Associazione “I quattro cavalieri” che ha promosso le attività dell’ensemble cameristico “I solisti di Pavia”, diretto da Dindo. Comitato generale Premi della Fondazione Balzan “Premio” di Milano. Presidente della Fondazione Campus di Lucca; direttore delle Scuole di formazione politica dell'Associazione “Libertà e giustizia; presidente della Fondazione Grassi La voce della culturadi Milano; Presidente del Comitato Generale Premi della Fondazione Balzan di Milano; membro del Comitato dei Garanti della Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova. Socio corrispondente residente della Classe di Scienze morali dell'Istituto lombardo di scienze e lettere; consigliere della Fondazione del Centenario della BSI di Lugano. Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Gualtiero Marchesi. Accademico corrispondente non residente della Classe di Scienze Morali dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna; designato da Pavia quale Garante dei diritti degli studenti; presidente della Casa della Cultura di Milano.  Socio corrispondente non residente dell'Accademia delle Scienze di Torino. membro effettivo dell'Istituto Lombardo di Lettere e Scienze e componente del Comitato dei Garanti del FAI. Premio Castiglioncello sezione di filosofia per il saggio “Dell'incertezza” e gli è stata conferita, con decreto del Presidente della Repubblica, la medaglia d'oro e il diploma di prima classe, riservati ai benemeriti della Scienza e della cultura. Riceve il premio dell'Accademia di Carrara per il saggio “La filosofia politica”. Premio per la filosofia “Viaggio a Siracusa” per La priorità del male e l'offerta filosofica; premio “Ponte per la cultura” della Fondazione Europea Venosta per il saggio “Etica e verità”. Medaglia d'oro di benemerenza civica dal Comune di Milano. Nella sua filosofia sono individuabili tre fasi distinte.  La prima fase della sua ricerca è stata dedicata a questioni di teoria della conoscenza o di epistemologia. Pubblica “Fondazione e modalità in Kant” e altri saggi su problemi di filosofia della logica, della matematica e della fisica in Whitehead, Frege, Cassirer e Quine. Il suo centro di interesse scientifico si sposta sulle teorie di Marx in rapporto alle scienze economiche, sociali e politiche, delineando una seconda fase i cui esiti sono formulati in “Marx e la critica dell'economia politica” e, soprattutto, “Il programma scientifico di Marx.” Si impegna in un programma di ricerca nell'ambito della filosofia politica influenzato dalla prospettiva della teoria normativa della politica. Dopo “Le mosse della ragione,” introduce la discussione sulla giustizia con “La società giusta” ed elabora e sviluppa la sua prospettiva teorica in “Questioni di giustizia” e “Una filosofia pubblica.” Dedica un saggio divulgativo agli esiti di questa fase della sua ricerca, “L'altruismo.” Gli sviluppi successivi della sua ricerca, orientata al problema dei rapporti fra teoria normativa e teoria descrittiva della politica e incentrata sulla questione del pluralismo come fatto e come valore per la teoria democratica, sono rinvenibile in “Libertà e eguaglianza.” Una prospettiva filosofica in Progetto Ottantanove, in Etica e politica e, in particolare in “Cittadinanza: riflessioni filosofiche sull'idea di emancipazione.” Lavora alla stesura di tre meditazioni filosofiche intorno a questioni di verità, giustizia e identità, in cui estende la gamma dei suoi interessi teorici. Sviluppando una serie di idee originariamente presentate in Questioni di vita e conversazioni filosofiche, gli esiti di questa ricerca sono contenuti in “L’incertezza.” Pubblica “L'idea di giustizia da Platone ad oggi.” Pubblica un saggio di filosofia sociale e politica, “La lealtà civile: un messaggio nella bottiglia” e un saggio dedicato alla interpretazione e alla ricostruzione della teoria politica normative, “La filosofia politica.” Pubblica “La penultima parola e altri enigmi. Questioni di filosofia” in cui sono approfonditi alcuni esiti di Dell'incertezza ed è affrontata la questione meta-teorica della relazione fra l'attività filosofica e la sua storia nel tempo. Pubblica “Il bello e gl’ppressi: l'idea di giustizia” in cui sono presentate alcune idee di base per una teoria della giustizia globale. Presenta la sua prospettiva filosofica nel saggio “Il giardino delle idee: passi nel mondo della filosofia.” In “La priorità del male e l'offerta filosofica” sviluppa e approfondisce le questioni di una teoria della giustizia globale e mette a fuoco, fra l'altro, le connessioni fra l'offerta di filosofia politica e le circostanze e i soggetti di politica.  “Le cose della vita: congetture, conversazioni e lezioni personali” estende l'esame delle questioni di vita, inteso come tentativo di autoritratto, e lo connette al problema dell'eredità intellettuale, nel senso della dimensione storica del sapere filosofico. Il “Dizionario minimo. Per la convivenza democratica,” esamina e discute alcuni temi fondamentali per l'interpretazione e la valutazione della forma di vita democratica, sulla base di una tesi sulla natura della libertà democratica. “Etica e verità” raccolge saggi incentrati sui rapporti fra la crescita dell'impresa scientifica e i nostri criteri di giudizio etico. “Quattro lezioni sull'idea di incompletezza” presenta i primi risultati di una ricerca filosofica sull'idea di incompletezza, messa a fuoco in distinti domini di applicazione, quali quello della interpretazione, della giustificazione e della dimostrazione. In “Incompletezza” espone gli esiti delle sue ricerche filosofiche cercando di esplicitarne la coerenza e la connessione con l’incertezza. In “L'immaginazione filosofica” sviluppa la tesi conclusive del contributo all'idea di incompletezza e sullo sfondo di una definizione delle principali linee della propria ricerca filosofica. In “Un'idea di laicità” propone un argomento a favore della laicità delle istituzioni e delle scelte sociali basato su un'interpretazione della natura della libertà democratica e del fatto del pluralismo. In “Non c'è alternativa. Falso!” mette a fuoco, in una prospettiva filosofica, alcuni aspetti rilevanti della crisi economica strutturale e dei rapporti fra capitalismo e democrazia rappresentativa. In “La gran città del genere umano” tratta temi differenti accomunati dalla prospettiva globale “degli occhi del resto d'umanità”. In “La barca di Neurath” affronta questioni epistemologiche, normative e meta-filosofiche sullo sfondo dell’incertezza e dell'incompletezza; curatore del volume degli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Laboratorio Expo. “Il senso della possibilità, dove Veca, raccogliendo intuizioni sviluppate in quegli anni nelle lezioni presso la Scuola Superiore IUSS di Pavia, espone il suo interesse per la l'interpretazione filosofica delle modalità. In particolare, le questioni metafisiche delle modalità (specie il confronto tra mondo attuale e mondi possibili, esaminando le differenti posizioni di Kripke, Lewis, e Armstrong) costituirebbero la chiave di volta filosofica a cui si riconducono le questioni normative ed ontologiche relative all'epistemologia, all'etica e alla politica esposte nel saggio sull’incompletezza e sull’incertezza. In particolare, la distinzione tra mondi possibili e realtà modale, che fornirebbe una fondazione alla compatibilità tra costruttivismo griceiano e realismo, proposta in chiusura, può considerarsi l'apertura di una nuova fase di sua filosofia, stavolta di stampo prettamente metafisico, e che si ricollega peraltro all'interesse per le modalità centrale nella sua opera prima. Altre saggi: “Fondazione e modalità in Kant” (Milano, Saggiatore); “Marx e le critiche dell'economia” (Milano, Saggiatore); “Il programma scientifico di Marx” (Milano, Saggiatore); “Le mosse della ragione” (Milano, Saggiatore); “La società giusta: argomenti per il CONTRATTUALISMO” (Milano, Il Saggiatore); “Crisi della democrazia e neo-CONTRATTUALISMO” (Roma, Riuniti); “Questioni di giustizia” (Parma, Pratiche); “Co-operare e competere” (Milano, Feltrinelli); “Una filosofia pubblica” (Milano, Feltrinelli); “L'Altruismo” (Milano, Garzanti); “Etica e politica” (Milano, Garzanti); “Progetto Ottantanove” (Milano, Il Saggiatore); “Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull'idea di emancipazione” (Milano, Feltrinelli); “Questioni di vita e conversazioni filosofiche” (Milano, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli); “Questioni di giustizia. Corso di filosofia politica. Torino, Einaudi,  Europa Universitas. Tre saggi sull'impresa scientifica europea, Milano, Feltrinelli, Filosofia, politica, società. Annali di etica pubblica, Roma, Donzelli,  L'Idea di giustizia da Platone a Rawls, Roma, Laterza, Dell'incertezza. Milano, Feltrinelli, La politica e l'amicizia, Milano, Edizioni lavoro, Della lealtà civile: un messaggio nella bottiglia. Milano, Feltrinelli, La penultima parola e altri enigmi. Roma, Laterza, La filosofia politica. Roma, Laterza, La bellezza e gli oppressi: sull'idea di giustizia. Milano, Feltrinelli,  Il giardino delle idee. Quattro passi nel mondo della filosofia. Milano, Frassinelli, collana "I libri di Arnoldo Mosca Mondadori",  La priorità del male e l'offerta filosofica” (Milano, Feltrinelli); Le cose della vita. Congetture, conversazioni e lezioni personali. Milano, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli, Dizionario minimo. Le parole della filosofia per una convivenza democratica. Milano, Frassinelli, Quattro lezioni sull'idea di incompletezza. Milano, La Scuola di Pitagora); “Etica e verità” Milano, Giampiero Casagrande editore, collana "Attualità e studi", L'idea di incompletezza. Quattro lezioni. Milano, Feltrinelli,  Sarabanda. Oratorio in tre tempi per voce sola. Milano, Feltrinelli,  Kant. Milano, Book Time,  Tolleranza. Le virtù civili. Milano, ASMEPA,  L'immaginazione filosofica” (Milano, Feltrinelli); “Un'idea di laicità. Bologna, il Mulino,  Ragione, giustizia, filosofia, scritti scelti, Antonella Besussi e Anna E. Galeotti. Milano, Feltrinelli, Omnia Mutantur. La scoperta filosofica del pluralismo culturale (Milano, Marsilio,. Non c'è alternativa. Falso! Roma, Laterza,. La gran città del genere umano. Milano, Mursia,. La barca di Neurath. SPisa, Scuola Normale Superiore,. Laboratorio Expo.  Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,. Il giardino di Camilla. Milano, Mursia,. Responsabilità-Uguaglianza-Sostenibilità. Tre parole-chiave per interpretare il futuro (Bologna, Dehoniane); Il senso della possibilità” Milano, Feltrinelli); “Le virtù cardinali: prudenza, temperanza, fortezza, giustizia” (Roma, Laterza), A proposito di Marx. Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,. Quasi un diario. Socrate al caffè. Milano, Casagrande, “ Qualcosa di sinistra. Idee per una politica progressista. Milano, Feltrinelli,. Libertà. Roma, Treccani. Cura, introdotto la filosofia di Rawls, Nozick, Dahl, Easton, Nagel, Williams, Parfit, Putnam, Walzer, Berlin, Sen, Goodman, Arrow, Regan, Elster, Passmore, Pontara, Dunn, Larmore, MacIntyre, Harsanyi, Hempel, Finetti, Meade, Dworkin, Axelrod, Moore, Hampshire, Pettit, Spence, scrittore britannico  Scuola di Milano. Treccani Enciclopedie  Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Socrate al Caffè, su socrate.apnetwork. Biografia. Pavia. Centro di filosofia sociale Scritti Pavia. Centro di filosofia sociale la teoria della giustizia  RAI Filosofia Presentazione del volume Ragione, Giustizia, Filosofia. Scritti in onore. Le mosse della ragione conversazionale – La mossa della ragione conversazionale – dinamica conversazionale – la dinamica della ragione conversazionale. Salvatore Veca. Keywords: altruismo, Hampshire, Hart, Grice, giustizia, cooperare e competere,  – ragione – virtu capitali, le mosse della ragione – ragione conversazionale -- -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Veca: la massima dell’altruismo conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Veca.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vecchio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del criticismo trascendentale contro il positivismo di neo-Trasimaco – la scuola di Bologna -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Abstract: giusto. Keywords: giusto. Ross's suggestion about agathon, Cicero’s bonum, would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification, and would not give us any general account of such unification. Little supplementary assistance is derivable from those philosophers who study this or that general concept. Such a person – semein, signare, semantic -- seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, metaphor, simile, allegory and parable. So far as Aristotle himself and the Lycaeum, Liceo, Lizio – Accademia – Accademian dialectic, Lycaeum dialectic -- is concerned it seems fairly clear that tie primary notion behind Vio’s concept of analogy is that of Cicero’s 'proportio’ proporzione. The notion of proportio is embodied, for in Aristotle's treatment of what is just – diakios – as an improvement on Platos vagaries in the republic in terms of parts of the soul. The LIZIO claims that one kind of ‘just’ or dikaios – iustus – iustum -- is alleged to consist in a due proportion between consequent return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit.  But it remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a mere quantitive proportionate relationship gets converted into a non-quantitive relation of correspondence of affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be inspired conjecture. I take as my first task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. I shall expect this to involve the detection of analogical links between the exemplifications of the varicty of universals which the epithet may be used to signify. My chosen specimen is the verb grow. Filosofo bolognese. Filosofo romagnuolo. Filosofo italiano. Bologna, Romagna. Essential Italian philosopher. Interessi principali: Etica, filosofia del diritto, filosofia politica. Influenzato a BOBBIO. Eminente filosofo italiano del diritto. Tra gl’altri, ha influenzato BOBBIO. Famoso per il suo saggio “Giustizia.” Insegna a Ferrara, Sassari, Messina, Bologna e Roma. Rettore a Roma. Aderito al FASCISMO, come molti filosofi del diritto in Italia -- anche se lui stesso rimosso dal l'ideologia fascista nella fase iniziale. Perde la sua cattedra per due volte e per ragioni opposte. Per mano dei fascisti, perché e un ebreo. Per mano di anti-fascisti, perché è accusato di simpatizzare con il fascismo all'inizio della sua carriera. Reintegrato nell'insegnamento durante la seconda guerra mondiale, lavora con il Secolo d'Italia e la rivista Pages libero, pubblicazione regia di Panucci. Fa parte del comitato organizzatore di INSPE, un Istituto di ricerca che negli anni Cinquanta e Sessanta si è opposto alla cultura marxista, la promozione di conferenze internazionali e pubblicazioni. Fondatore e direttore del giornale internazionale di Filosofia del Diritto. Considerato tra i maggiori interpreti del kantismo. Criticato il positivismo, affermando che il concetto di ‘ius’ non può essere derivata dall'osservazione dei fenomeni giuridici. A questo proposito, le sue convinzioni concordarono con una vertenza che si svolge in Germania tra filosofia, sociologia e legale Teoria generale che sembra di ridefinire la "filosofia del diritto" a cui Vecchio ha attribuito questi tre compiti: compito logico: costruire il concetto di ‘legge’ -- compito fenomenologico: lo studio del diritto come fenomeno sociale. Compito ontologico: la natura del ‘giusto’ IVSTVM -- o l'essenza del diritto come – dovere -- dovrebbe essere. Saggi: “Senso giuridico: presupposti del concetto di legge, Il concetto di legge, Il concetto di natura e il principio di diritto, Sui principi generali della legge, Giurisprudenza, Lezioni Filosofia del diritto, La crisi della scienza del diritto, Storia della Filosofia del diritto, Mutevolezza ed Eternità della legge, Gli studi sul diritto. Treccani. “Principi generali del diritto.” Vechio: essential Italian philosopher. Grice: “Note that it is DelVecchio.” SCOPO DELLO STATO È ATTUARE LA GIUSTIZIA LUG 25, 2022 Giorgio Del Vecchio in una foto d'epoca In anni di incontrastato positivismo, la pubblicazione in successione di tre opere di V., I presupposti filosofici della nozione del diritto, Il concetto del diritto, Il concetto della natura e il principio del diritto, sconvolse il mondo degli studi filosofico-giuridici italiani. Al suo interno fermenti antipositivistici covavano, ma non trovavano la via per svilupparsi, mentre molti positivisti si risvegliarono da quello che si potrebbe chiamare kantianamente il loro sonno dogmatico. Ebbe inizio in Italia – così come in Germania con R. Stammler – quel capovolgimento dell’impostazione del problema filosofico del diritto, che vedrà quest’ultimo osservato non dalla parte dell’oggetto, come fenomeno che il pensiero passivamente conosce, bensì dalla parte del soggetto. 1. Giorgio Del Vecchio è rimasto sempre legato a Bologna, dove è nato, fino alla morte avvenuta, tanto da interessarsi da ultimo anche della storia cittadina. Il trasferimento a Genova del padre – docente di statistica –, lo porta a laurearsi e a vivere in questa città, dove pubblica su Il Convito e sulla Rivista ligure di scienze lettere ed arti. Nello stesso periodo si dedica a due saggi scientifici, uno “L’evoluzione della ospitalità”, apparso sulla Rivista italiana di sociologia, e l’altro, Il sentimento giuridico – IVSTVM --, sulla Rivista italiana per le scienze giuridiche. Insegna Filosofia del diritto all’Università di Ferrara e pubblica Le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino nella rivoluzione francese[1] . Nel frattempo avvia alcune delle relazioni internazionali che caratterizzeranno la sua attività scientifica, frequentando l’Università di Berlino, dove conosce Lasson, Kohler e Paulsen. Viene chiamato presso l’Università di Sassari e successivamente in quella di Messina; diventato ordinario, si trasferisce dall’Università di Messina a quella di Bologna, e nel 1920 a Roma. Nel 1905 scrive I presupposti filosofici della nozione del diritto, nel 1906 Il concetto del diritto e Il concetto della natura e il principio del diritto, raccolte successivamente nell’opera Presupposti, concetto e principio del diritto, denominata Trilogia, apparsa in America con il titolo unitario The formal bases of law, per la Boston Book Company, inserita nella The modern legal philosophy series. Presupposti, concetto e principio del dirittorappresenta a pieno titolo il pensiero filosofico-giuridico di Del Vecchio: in esso egli definisce il diritto come «la coordinazione obiettiva delle azioni possibili tra più soggetti, secondo un principio etico che le determina, escludendone l’impedimento». Gli studi su Kant e le riflessioni in un orizzonte di proiezione universale lo portano ad approfondire e ad avvicinare i neokantiani, che in Italia vede studiosi come Petrone, Bartolomei e Ravà. Il suo lavoro, in realtà, si muove tra idealità e prassi del diritto, nella ricerca costante di un’armonia che chiarifichi le distonie; l’ispirazione a Kant lo fa assimilare alla Scuola di Marburgo, mentre l’attenzione all’idealismo tedesco lo porta a criticare, in modo metodico, sia il positivismo filosofico che quello giuridico. 2. Alla filosofia del diritto Del Vecchio pone un problema preliminare: quello della possibilità della determinazione del concetto del diritto. È questa la prima delle tre ricerche proprie, come già avevano ritenuto Vanni e Petrone, della filosofia del diritto, la ricerca logica, quella fenomenologica, e quella deontologica. Alla ricerca logica devono accompagnarsi secondo Del Vecchio quelle fenomenologica e deontologica. La ricerca fenomenologica, studio misto di filosofia della storia del diritto e di sociologia giuridica, non è fra gli aspetti più significativi del suo pensiero: essa dovrebbe consistere nella determinazione delle linee generali dello svolgimento storico del diritto, che dimostrerebbero la tendenza degli ordinamenti giuridici positivi a una progressiva adeguazione all’ideale della giustizia, in quanto nel corso del tempo emergerebbero, sarebbero riconosciute, e a poco a poco si attuerebbero le prerogative essenziali della persona umana. Questo fine che V. riconosce nello svolgimento storico del diritto – o piuttosto assegna a esso – indica quale sia la sua prospettiva riguardo al problema deontologico – GRICE MODE OPERATORS --, ossia di ciò che il diritto dovrebbe essere: in altre parole, al problema della giustizia. In questa materia, da un’iniziale posizione kantiana Del Vecchio via via si avvicina a quella del giusnaturalismo cattolico: mediante l’attribuzione di un significato sempre meno formale e più contenutistico del concetto di persona. V. dichiara legge etica fondamentale il dovere di operare non come mezzo o veicolo delle forze della natura, ma come essere autonomo, avente la qualità di principio e fine, non come individuo empirico (homo phaenomenon), determinato da passioni e affezioni fisiche, ma come io razionale (homo noumenon), indipendente da esse. Il concetto, e la stessa terminologia, sono kantiani, e del resto il richiamo alKant è esplicito. Nel campo dell’etica oggettiva, ossia del diritto, da questa concezione della natura, nel senso di essenza, dell’uomo, discende logicamente il diritto soggettivo a non essere costretto ad accettare un rapporto con altri che non dipenda anche dalla propria determinazione; e questo diritto soggettivo costituisce il «principio, o idea-limite, di un diritto proprio universalmente della persona, insito in essa e non esauribile mai in alcun rapporto concreto di convivenza. V. non esita a chiamare tale diritto «diritto naturale», considerandolo anteriore ad ogni applicazione e ad ogni rapporto sociale – di cui esso è anzi la legge –, ed indipendentemente dal rispetto che un ordinamento giuridico positivo ne compia. Del Vecchio sostenne sempre, seguendo un giusnaturalismo che da quello kantiano andò avvicinandosi a quello tomistico, il limite al potere dello Stato costituito dai diritti naturali dell’individuo (o della «persona»). Nella prospettiva ideale di uno stato di giustizia – IVSTVM -- la cui ragione prima è la tutela di tali diritti, egli respinge ogni teoria che ponga lo Stato al di sopra o al di fuori del limite giuridico costituito dalla sua intima ragione d’essere, l’attuazione della giustizia, in quanto solo da questa sua missione esso trae la propria autorità; anzi, di uno Stato che agisca in contrasto con la giustizia V. giunge a parlare come di stato delinquente. La giustizia è da lui affermata perciò «valida ed efficace anche contro un sistema giuridico positivamente vigente» quando questo contrasti irreparabilmente con le esigenze elementari della giustizia che sono le ragioni della sua validità: è legittima allora «la rivendicazione del diritto naturale contro il positivo che lo rinneghi»[9]. Onori, V., La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nella rivoluzione francese. Tra le sue opere: Il sentimento giuridico; L’etica evoluzionista; Diritto e personalità umana; I presupposti filosofici della nozione del diritto; Su la teoria del contratto sociale; Il concetto del diritto; Il concetto della natura e i principio del diritto; Sull’idea di una scienza del diritto universale comparato; Il fenomeno della guerra e l’idea della pace; Sulla positività come carattere del diritto; Sui principi generali del diritto; Sulla statualità del diritto; Stato e società degli Stati; La crisi della scienza del diritto; La crisi dello Stato; Il problema delle fonti del diritto positivo; Individuo, Stato e corporazione; Etica, diritto e Stato; Diritto ed economia; L’homo juridicus e l’insufficienza del diritto come regola della vita; Sulla involuzione nel diritto; Sul fondamento della giustizia penale; Verità e inganno nella morale e nel diritto; Dispute e conclusioni sul diritto naturale, Orecchia, Bibliografia di V., V., Lezioni di filosofia del diritto, Milano, V., Il concetto della natura e il principio del diritto, Torino, V., Etica, diritto e Stato, nel vol. Saggi intorno allo Stato, Roma. Nello stesso volume, nel saggio Individuo, Stato e corporazione, v. il tentativo di fare rientrare nel concetto di Stato di diritto lo stato corporativo fascista. V., Lo Stato delinquente V., La giustizia, Roma. Ma le idee di Del Vecchio circa il diritto naturale appaiono in numerosi suoi scritti: fra quelli dedicati espressamente a tale argomento v. Dispute e conclusioni sul diritto naturale, Essenza del diritto naturale, e Mutabilità ed eternità del diritto naturale, gli ultimi due ora in Studi sul diritto, TORINO °0‘0‘’ROMA MILANO FIRENZE BOCCA Estratto dalla Rwista Italiana per le science gi “7 ? Ù i Città di Castello Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, Nel principio della Politica, volendo Aristotele definire in che l’uomo si distingua da tutti gli altri animali, dice questo esser proprio di lui, ch’egli ha il senso del giusto e dell’ingiusto.! Se fin da tempi antichi si disputò lungamente su la costituzione semplice o derivata, naturale o artificiale di questo dato della coscienza, la sua esistenza, cioè la realtà psicologica del senso della giustizia, non fu posta in dubbio da alcuno. Il problema della sua essenza ed origine andò congiunto di regola, come facilmente s'intende, con altri più generali, su la natura etica dell’uomo, e l’essere obiettivo del giusto; di guisa che non potrebbe tracciarsi compiutamente la storia di così fatta questione senza comprendervi quella intera della Filosofia del diritto. Un'idea sinottica del contrasto si acquista considerando i due punti nei quali accentraronsi le opposte dottrine. Socrate fondando la concezione ideale del mondo riconobbe nel cuore dell'uomo l’immagine della giustizia in universale; e tal principio accolto nel sistema platonico più non scomparve dagli orizzonti speculativi, benchè sia stato nei secoli, da quelli stessi che vi sì attennero, variamente inteso e modificato. Così gli Stoici ammisero un é6pdò3 A6y05, espressione o riverbero nella coscienza della legge immutabile di natura; 1 Toto yàp nods TRA taa tots dvdperots lorov, TO povov.... dmatov xal ddlwov. axiodnow eyew [I, 1 (2) $ 10 (11)]. 6 questa tesi sostenuta eloquentemente da CICERONE, dritto naturale. D'altra parte essa s'era contemperata nella et mentibus? non fu mai abbandonato dalla filosofia positiva; #@ 4.0.. si Date E dr: fu acDA SEAA Î colta (benchè in forma men rigorosa) dai giuristi di Roma; e |’e . ) O . Ù PIGLIO IO. i St VE gato, ari divenne poi uno tra i fondamentali principî delle scuole di || x DI dottrina teologica d’AQUINO coi dogmi della rivelazione la vie o della caduta. Allo stesso ordine appartiene la concezione del Vico, innalzata però a meravigliosa potenza per comprendere insieme storia e filosofia dell'umanità, .? : LR L’assunto di una imago justitiae, per naturam impressa. ad esso si riferirono generalmente pure i giuristi, in armonia. © col comune dettato delle coscienze. Ipo Bensì, mentre da un lato si considerò il fondamento della. Sopra tutto in quel mirabile passo della Repubblica ; (w Lactantius, Inst., VI, 8): Est quidem vera lex recta ratio naturae con-. gruens, diffusa în omnes, constans, sempiterna. Neque est quaeren- nr dus explanator, aut interpres eius alius. Nec erit alia lex Romae, alia Athenis, alia nunc, alia posthac; sed et omnes gentes et omni | tempore una lex, et sempiterna, et immutabilis continebit;... cui qui. non parebit ipse se fugiet, ac naturam hominis aspernatus hoc ipso de luet maximas poenas, etiam si cetera supplicia, quae putantur effugerit,. A ragione disse di questo il Rosmini, non esservi forse su tal T° soggetto “luogo più splendido in tutta l’antichità,,. MANO ? Principj di una Scienza nuova (1%), I, 6; II, 4. “Siccome in noi. sono sepolti alcuni semi eterni di vero che tratto tratto dalla fanciullezza si van coltivando, finchè con l’età e con le discipline provengono. in ischiaratissime cognizioni di scienze; così nel genere umano per lo. Vial peccato furono sepolti è semi eterni del giusto, che tratto tratto dalla fanciullezza del mondo, col più e più spiegarsi la mente umana sopra (°° la sua vera natura, si sono iti spiegando in massime dimostrate di giustizia,. se IA GRAVINA, Orig. jur. civ. LIE Intendasi questa parola nel proprio senso. Oggi va sotto questo nome la filosofia negativa. i It > KANT, Grundlegung zur Metaphysilk der Sitten, IT Abschn.: “Aus. dem Angefihrten erhellt : dass alle sittliche Begriffe vòllig a priori in . der Vernunft ihren Sitz und Ursprung haben; dass sie von keinem empirischen und darum bloss zufalligen Erkenntnisse abstrahirt wer-. den kònnen; dass in dieser Reinigkeit ihres Ursprunges eben ihre a) Wirde liege,, ecc. -- la Hinleitung in die Rechtslehre, $ B. TM FICHTE, Grundlage des Naturrechts: “ Es wird sonach zu | | Folge der geleisteten Deduktion behauptet, dass der Rechtsbegriff im |° Wesen der Vernunft liege, und dass kein endliches verniinftiges Wesen mòglich sey, in welchem derselbe nicht keinesweges zu Folge |. der Erfahrung, des Unterrichts, willkihrlicher Anordnungen unter den .. Menschen, u. s. f. sondern zu Folge seiner verniinftigen Natur, Vols ue a, N 4 + È nz TERI e N E s* Mia Len #1 Hp 5 > 04) ERRO: D Ti (0... a Uur’esigenza intrinseca della volontà, e l’amore, più che il concetto, della giustizia si riconobbe innato nell’uomo.! | Il sentimento giuridico ebbe ancora fondamentale impor| tanza nelle teorie della scuola storica, la quale ad esso ri condusse come ad original fonte la genesi fenomenica del di| ritto, ? Contto a questa serie di concezioni, aventi a tratto-comune il principio di una intuizione giuridica immediata ed "irriducibile, un’altra si svolse, intorno al principio di una ‘formazione progressiva e mediata, spesso anche artificiale, del senso del giusto, per effetto dell’esperienza e delle relazioni esteriori, komme,,. ©Ofr. pure Das System der Rechtslehre (Fichte ?s Nachgelas i sene Werke Zw. B.). Questa massima fu sentita più profondamente forse che da alcun altro da J. J. Roussmau. Vedi specialmente nel Discours sur l'origine et les fondementes de l’inégalité parmi les hommes, il passo in cui si tratteggia la teorica della pietà (nell’ediz. LeFÈvrE delle Oeuvres complètes); e nell’Emile. la Profession de fot du vicaire savoyard. Anche in tutti gli altri suoi scritti s'incontrano accenni a cet amour de la Justice, inné dans tous les coeurs, Confess. Analoga è la dottrina di SCHOPENHAUER, in quanto anch'egli fa scaturire il sentimento della giustizia dalla naturale compassione, che | {in tal sistema è poggiata su l’unità trascendente della volontà come cosa in sè. Dieses Mitleid ist eine unleugbare Thatsache des menx» sohlichen Bewusstseins, ist diesem wesentlich eigen, beruht nicht auf Voraussetzungen, Begriffen, Religionen, Dogmen, Mythen, Erziehung und Bildung; sondern ist urspriinglich und unmittelbar, liegt in der | menschlichen Natur selbst, hélt eben deshalb unter allen Verhàaltnissen «Stich, und zeigt sich in allen Làndern und Zeiten n (Uber die Grundla IISB, et 62, ge der Moral, $ 17). Cfr. Die Welt als Wille und Vorstellung, spec. Tale dottrina è però profondamente diversa da l’altre ond’è pri ‘ma fatta menzione. Anzitutto essa non considera il sentimento giu ridico come un dato della coscienza singola, ma sì quale espressione ipostatica di un'anima popolare. Questa espressione poi è intesa solo i \6ome principio sforîco, cioè avente ad unico e necessario riscontro la | realtà delle istituzioni vigenti. Esso si rappresenta, per conseguenza, quale principio vivente e organico (benchè invisibile e in parte inconscio), che si svolge nel tempo e nello spazio e assume forme deter \iminate secondo le condizioni particolari della nazione. è Questa teorica si raccosta nella sostanza, e si concilia più che a prima giunta non paia, col sistema di HegrI. Specialmente nei continua tori di questo è visibile la mutua tendenza delle due concezioni. ‘Pet altro lato la scuola storica si connette alla tendenza realistica della i moderna sclenza sociale. V. su ciò le belle osservazioni del VANNI: giuristi della scuola storica di Germania nella storia della Sociologia e della Filosofia positiva, in Rivista di Filosofia scientifica, vol. IV, Milano Bi Questo concetto, antico quanto il contrario, ! ebbe il suo massimo svolgimento nella filosofia inglese, ove sempre, in Ì; una od in altra forma, prevalse; pur non mancando tra essa propugnatori della dottrina classica dianzi indicata, Al nostro tempo la spiegazione genetica fu accolta dal i5 maggior numero, come quella che s'accordava colla generale tendenza empirica del pensiero.® La forma più sostenibile Ne sono in vero già visibili i tratti nelle teorie dei sofisti; e non mancano accenni pure anteriori. Che nella filosofia greca sino a Platone siano stati toccati presso che tutti i punti di vista onda è possa sibile speculare, fu già avvertito. Circa i sofisti stessi è ormai dimostrato che, non ostante alcuni comuni caratteri, le loro dottrine dif-' più ferivano di non poco, e talvolta direttamente si contrariavano. Oltre l’opere classiche del Grorn e dello ZELLER, si cfr. in ispecie il saggio di CHIAPPELLI: Sulle teorie sociali dei sofisti grecî (in Atti della. ©’ R. Accad. di scienze morali e politiche, vol. XXIII, Napoli). Il detto notissimo di ARCHELAO, Tò dlxztoy etvat, nai Tò aloypòv ob oudet, KAAÈ | vép» (su le varie interpretazioni del quale v. BERTINI, La filosofia greca prima di Socrate, Torino, pone, forse per la prima volta, il quesito dell’esistenza di un dato morale nella natura. La risposta negativa, quale è data qui dal discepolo di Anassagora, fu certo poi tra È i sofisti la dominante; ma non essa può dirsi assunto generale di quella scuola, bensi l’astrazione della natura dal fatto storico della moralità, e la contrapposizione (in un senso o in un altro) di questi due termini fra di loro. La tesi per la quale il giusto IVSTVM e l’ingiusto si riconducono al semplice fatto della posizione storica, e non se ne ammette un fondamento in natura, è propria della filosofia della SCESI d'ogni tempo. Così se ne può osservare il ritorno presso Montaigne, Essaîs: Les loix de. nat la conscience, que nous disons naistre de nature, naiîssent de la coustume, ecc.; Pascal, Pensées, sog. sec. to tea volta dagli stessi positivisti; SA CROATO, L'origine del sentimento intuitore del ginsto è DI ari problema di pura ragion metafisica. DISPADIAI Noi teniamo per fermo che la spiegazione storica del manifestarsi di un fatto, in connessione con gli altri dati della 0 i natura, non distrugga la sua esistenza d’idea; la quale è soggetta come tale ad una costruzione ontologica, indipendente dall’accidentalità del suo concretarsi. La mutua incisi ili denza dell'idea in fatto, e del fatto in idea, la loro trascendenza reciproca è il primo canone della filosofia e della vita. tanga: Essere il mondo un prodotto della coscienza non è men vero, che non sia vero essere la coscienza un prodotto del NARA mondo. Onde riesce palese l’assurdità dell’assunto materialista: secondo il quale, provata la condizionalità reale del pensiero, sarebbe esclusa per ciò la condizionalità ideale dei fatti. Most Tale illusione ritorna non pertanto incessantemente: e. de: benché trovi nella coscienza di ognuno la sua sufficiente con- d ; Justice, DARWIN, The descent of man; Bain, Mental and Moral Science: Ethics,, DI (London). È.L’imperfetta posizione del problema, per la quale vuolsi risolvere l’essere in divenire, conduce a simili contraddizioni: onde si è costretti ad ammettere in fine che l'elemento essenziale è già posto in principio. Vedi ad es. il saggio del Lirtrè, Origine de l’idée de Dr n. justice (in La Science au point de vue philosophique, Paris. Ivi prima si dice che la justice, loin d'ètre primordiale, innée, élementaire, est secondaire, acquise et complexe; però di la si riconduce tosto a un fait psychique irréductible e in fine si ammette che l’idée de justice n’est pas autre chose que la dérivation d’un fait purement intellectuel, extrèémement simple, véritablement intuitif. Per una critica originale ed acuta dell’empirismo nella filosofia giuridica vedi Patrone, La filosofia del dritto, Pisa, e La filosofia del diritto al lume dell’idealismo critico, Rassegna Nazionale. Su gl’elementi irriducibili della coscienza etico-giuridica v. ancora del medesimo Il valore ed i limiti di una psicogenesi della morale, Roma, Maori, e La storia interna ed il problema della filosofia del diritto, Modena. e dee 4 Men + ARA Mione. ritenta, a tratti, di costruirsi in ragion filosofica. Questo è in sostanza l’errore fondamentale, il grundirrtum, che Schopenhauer dice non perir mai dalla terra, ma elevare di tratto in tratto il suo capo, finchè l’universale indignazione non lo costringa a rimpiattarsi di nuovo. Il problema della natura originale del giusto comporta dunque in verità più soluzioni, secondo il modo ond’esso si pone: secondo che si consideri il fenomeno del suo sviluppo, o la sua essenza d’idea. Questa non può come tale avere alcuna origine storica; poichè i fatti potranno mostrar solo esempi di sue affermazioni, perfette o imperfette, ma non LI rodurre ciò che, da questo punto di vista. è condizione del ì ) lor presentarsi. La storia non puo però mai soppiantare l’idea, perchè non potrà liberarsi del suo presupposto; e l’idea è metempirica per essenza, cioè non si esaurisce nell’accadere. Così nel proposito nostro le condizioni storiche della vita. (educazione, abitudine, eredità) non generano l’idea del giusto; ma sono le occasioni ed i modi dei fatti che a lei corrispondono, le ragioni del suo affermarsi o riscontrarsi in concreto. Solo in questo senso, cioè nel suo aspetto empirico, la coscienza del giusto può dirsi subordinata a condizioni storiche di sviluppo. Nel suo aspetto ideale, essa non ha altra ragione di determinazione o d’interferenza che quella logica. H in tal senso appunto v’è tra la personalità ed il diritto una coerenza essenziale, cioò l’un termine esige l’altro e lo implica nella sua contenenza d’idea. A questo nesso ideale corrisponde necessariamente una intrinseca relazione nel fatto, poichè l’esistenza di un termine è coordinata nella sua possibilità con quella dell’altro. Così la personalità ed il diritto considerati quali prodotti nell'ordine naturale dell’accadere hanno comuni e compenetrate le condizioni empiriche di sviluppo. Onde il necessario apparire della coscienza giuridica nella personalità sviluppata, e del diritto nella vita storica in generale. Parerga und Paralipomena, Ed. di KonBeR Zw. B. 10 n IL SENTIMENTO GIURIDICO La questione metafisica non pregiudica del resto in alcun modo l’analisi del dato psichico e delle sue funzioni. Il sentimento del giusto è un dato primario e normale della coscienza etica, un elemento o un aspetto di questa; Ta la sua natura è affettiva al tempo stesso e ideologica, in quanto che alla forza dell’animo, che sente alcunchè giusto o ingiusto, necessariamente espresso o latente, Vin STA tuito teoretico di un criterio. x ; Facendoci ad esaminare le funzioni specifiche di questo SS dato, ci proponiamo di determinare il posto che ad esso "Pata di nella teoria del diritto. Una vocazione giuridica della coscienza è il presuppo{° sto della stessa considerazione storica del diritto. Noi dob- PAIA biamo sentire ripercuotersi in noi la vibrazione ideale che corrisponde obiettivamente alla struttura del dritto, per comprendere questa. Non la parola diritto, nè le sue corrispondenti od analoghe, nella storia indaghiamo: ma l'essenziale | (°° verità dell'obietto; il quale ha naturalmente in noi stessi la sua radice ed il suo fondamento. Chi non sente in sè gli rt elementi e le ragioni semplici e necessarie degl’istituti giu- (°° ridici in generale; chi non ha vivo e desto nella coscienza Il principio teoretico ed emotivo che corrisponde intrinsecamente ai dati storici del diritto, non potrà sussumerli, non. |’ potrà assimilarli; sopra tutto non potrà coglierne l'intimo | senso e la vera i sO E però fallirà nel suo assunto colui che volendo pene-.. trare la ragion naturale del dritto rifiuti per preconcetto di (6 scuola il ricorso alla sede interiore di esso, e s'avvisi compiet. l'indagine secondo puri dati meccanici e materiali. Non la Sii. “Lia sperata semplicità ed esattezza, ma il più pernicioso sviamento | sarà solo l’effetto di questo metodo: che non potrà mài condurre al nodo essenziale dei rapporti giuridici. Natura Juris ni ab hominîis repetenda est natura. Rei: Il fondamento psicologico del diritto ha dunque una funzione gravissima nella stessa indagine storica ed obiettiva; {|| x dn pi ; n SANA "pe x è («| ‘ STE, i | appartenendo ad esso generalmente il darci 1 abito alla giu risprudenza, è Il sentimento del giusto è altresì presupposto da ogni ordine giuridico nei suoi componenti, per l’intelligenza e l'osservanza delle sue norme; in particolare poi si richiede tal fondamento nella coscienza del giudice, il quale ad esso deve attingere ultimamente, secondo lo spirito della legge, le sue sentenze. Si pensi in ispecie all’interpretazione estensiva, e ai giudizi “secondo i principî generali del diritto. LA TEORIA ROMANA DELL’ÆQVITAS, che tanta e sì viva parte ebbe nello sviluppo di quel diritto, si riferiva costantemente a questo elemento giuridico della coscienza; e certo non sa rebbe stata possibile senza di esso. Le stesse determinazioni legislative e di consuetudine sono d’ordinario un riflesso organico del sentimento giuridico dominante; ed allo svolgimento di questo corrisponde in effetto un variare di quelle. Il processo, per cui il sentimento subiettivo del giusto si traduce storicamente in istituzioni, è però assai più complesso e meno immediato che non siasi avvertito dalla Aistorische Rechtsschule. Questa, avendo posto a priori la massima della “coscienza giuridica popolare,, riferì ad essa sic et simpliciter, come a fattore storico trascendente, la genesi del diritto; e in essa ne vide il principio razionale e reale ad un tempo. Per tal guisa, non uscendo mai dalla ipostasi dogmatica della “coscienza giuridica popolare,, quella scuola ne trascurò interamente l’analisi nella sua prima sede, ch’ è la coscienza sin- È importante su questo punto il raffronto della dottrina storica ‘.con quella dei giuristi romani. Essi ammettevano pure un intuito primario del giusto, ma l’estimavano un dato teoretico della ragione, quasi espressione logica della necessità intrinseca del diritto. Lo spirito popolare all'incontro, secondo la scuola storica, è una vera potenza dialettica, una ragione vivente e per se stessa attuosa. Con che s'intende com’esso abbia potuto parers bastante a spiegare la genesi storica del diritto; laddove i Romani, anzichè su la naturalis ratio, si fondarono a ciò espressamente sul principio dinamico della vol/untas, e il momento ideale di quella usaron piuttosto come argomento della universalità umana del dritto, e come massima ausiliare e interpretativa, promotrice dell’equa pratica giudiziale. AN ABETI en ... ubi tOE CSC LA DI ; A 4 . e ile ; Ù 3 R P, Lf .gola*; dalla quale bisogna appunto tòrre ‘principio per iscoprir | | io poi le leggi del suo comporsi obiettivamente in fattore storico, La coscienza o persuasione giuridica popolare, che parve a cotesta scuola un che di misterioso e d’imperscrutabile,® ha | nella realtà i suoi principî in quegli stessi elementi dell'essere | © personale, che sono generalmente le condizioni subiettive 0 psichiche del diritto; mentre trova d'altro lato i suoi termini. {°° in quei dati della natura storica, onde il sentimento del giu- et || ° sto ha materia a determinarsi, e coi quali è pertanto necessariamente connesso nel suo sviluppo e nelle sue concrezioni, Se non che, anche così risoluto il concetto di coscienza |giuriaica popolare, non può riconoscersi in questa, come volle n la scuola storica, la causa imperturbata, semplice e onnipotente della posizione fenomenica del diritto. Cotesta concezione romantica del Volksbewusstsein, come di un tutto costantemente pacifico ed omogeneo, contraddice alla storia | (\° dell'evoluzione giuridica; che ci dimostra le istituzioni nascere per via di sforzi laboriosi e tenaci, onde le volontà coesistenti portano a interferire i rispettivi dati delle coscienze. ‘Lungi d’essere unanimi nella statuizione giuridica, i popoli trovano in essa un peculiare e quasi non interrotto argomento di dissidio e di lotta; nella quale non solo il sentimento del Degna di nota è la luminosa intuizione platonica in questo senso: Tà aUTà Sv Sxdotm Eveotiv Mudv elòn te xxl NIN, darep Èv Ti moiSt. od Yap mod «AXodev èneios dopintar. Repubbl., IV, 435 E. Similmente il Vico insegnava che come questo mondo civile certamente è stato fatto dagli uomini, così se ne debbono ritruovare i principj dentro la natura e le modificazioni della nostra medesima mente umana, Scienza. La teoria della coscienza sociale “come sintesi di relazioni delle coscienze e dei subietti individuali,, è tracciata con profondità di vedute dal FiLomusi GusLFI nella eccellente Enciclopedia giuridica. Vedi quivi ancora i.$$ 16 e 17. Caratteristica è l’ingenua domanda del PucHTA: “Wer wiirde es unternehmen, den Wegen zu folgen, auf welchen eine Ueberzeugung | in einem Volk entspringt, keimt, wàchst, sich entfaltet, hervortreibt?,, (Instit.). Tra questi dati della natura storica che tendono a reagire sulla coscienza viene a occupare la prima linea, come somma dei processi LI anteriori, lo stesso ordine giuridico, da che è in fatto costituito. Si determina così uno stato di azione e reazione reciproca tra il diritto esistente e la disposizione giuridica della coscienza. In questa è però sempre un principio attivo: e l'avere in qualche modo veduto ciò è uno dei meriti principali della scuola storica del diritto. | © NA CARREO giusto, ma pure ogni altra potenza e passione interviene e si ripercuote. E la statuizione o posizione del dritto è determinata dalla volontà sociale preponderante, cioè dalle idee storicamente più forti. n. Il legislatore stesso è da concepire, non come il messo fatidico dell'entità del VolKksgeist, ma come il rappresentante e la voce organica della ragione storica sufficiente. L'armonia delle statuizioni legislative coll’universale sentimento dei singoli potrà assumersi a segno della perfezione di esse, ma certo non è condizione del loro positivo vigere: che anzi mai nella storia.tale armonia si presentò integramente avverata. Il vedere a priori nel sistema che avvince un popolo l’espressione fedele del suo proprio genio è sovrimporre alla storia una formola, contro cui la stessa voce dei fatti in mille casi apertamente protesta; ed è vuoto e indegno sofisma, come disse benissimo il Bruns (in Enc. der R. W. di Holtzendorff, 5. Aufl.), il riferire alla coscienza giuridica di una nazione la sua tolleranza di un’autorità usurpatrice. A simile argomentare aveva già risposto Jean Jacques: “On pourroit employer une méthode plus conséquente, mais non plus favorable aux tyrans, (Contr. soc. – GRICE MYTH OF CONTRACT, quasi-contractualism).! Il sentimento del giusto ha con tutto ciò una funzione fondamentale e primaria nella determinazione positiva del dritto. Se non se ne può riconoscere in fatto l’onnipotenza, esso è però, anche storicamente, una forza viva, e per sua nas tura tende a tradursi in quegl’istituti, di cui è per se stesso l’espressione embrionica o potenziale. E di tutte le forze, che presiedono al vigere storico del diritto, esso è la più profonda e la più indistruttibile; perchè anche oppresso, vive latente, ed alla fine, tosto o tardi, si esprime in atto e si fa valere. Gli ordini giuridici sono in effetto tanto più saldi e durevoli, quanto più ampio e profondo è il loro consenso col dettame attuoso delle coscienze. Onde il generale paralleUna rettificazione della teoria della scuola storica nel senso indicato fu del resto intrapresa al tempo stesso della sua maggior Voga. Rammentiamo in ispecie la bella polemica sostenuta dal BesELER col suoscritto: Volksrecht und Juristenrecht e colla appendice ad esso in risposta alla critica del PUCHTA. i i lismo dianzi notato, tra l'evoluzione interiore e Bit aste: sia He riore della FA: A wi Il sentimento del giusto è lungi d’avere un vincolo . od un confine nelle statuizioni vigenti, che pure esso stesso ha in tutto o in parte determinate. Ai suoi sforzi di porle in armonia con se stesso, alle sue varie e successive esigenze segue ordinariamente, secondo i principî accennati, uno sviluppo nella legislazione; la quale del resto, quasi temendo di porsi in contrasto con esso, suol riconoscerne la funzione rinnovatrice, e ad esso in molti casi si riferisce; semprechè la per-. pui suasione giuridica si presenti esplicata obiettivamente in costume. Ma la possibilità di un conflitto non è perciò tolta: ed in tal caso il sentimento del giusto si manifesta come elemento perturbatore dell'ordine giuridico istituito; e può presedere contro di esso ad un’azione occulta o palese, corrosiva o violenta. Ciò accade generalmente allorchè troppo grave è la discrepanza tra l’autorità esteriore del reggimento e quella interiore delle coscienze. La qual discrepanza è a sua volta quasi sempre l’effetto del non aver potuto, per contingenze storiche quali che siano, il sentimento del giusto esercitare la sua azione normale rispetto alla genesi del diritto. Allora manifesta la sua efficacia perturbatrice o rivolutiva. Certo non è sempre agevole segnare in fatto il confine tra questa e l’azione ordinaria o legalmente rinnovatrice. La realtà cl presenta anche in ciò, come vuole la sua natura, una serie impercettibile di gradazioni. Ma l’averne rico nosciuto nel proprio senso i due termini basta a mostrare generalmente il carattere del processo. L'aspetto testò toccato della coscienza giuridica si con nette immediatamente, nel suo significato teoretico, con un altro, che rappresenta la sua funzione CATA Greni e ne definisce il valore fondamentale. La coscienza del giusto ha in sè la potenza di contrap porsi all’autorità del diritto storico, e di cercare in altro che nella realità del vigere la sua giustificazione ideale. E ssa ha ai ata v Ù in sè la potenza di giudicare le leggi vigenti, e precisamente sub specie juris, cioè alla stregua di quello stesso criterio, che ha pure in esse la sua storica espressione più forte, e formalmente esclusiva. Certamente una concordanza tra il sentimento originale della coscienza e la realtà degl’istituti vigenti è, non che possibile, consueta; nè potrebbero questi durare senza un minimo di consenso. Ma l'importante è questo: che sotto tal luce, cioè secondo l’intuito proprio della coscienza, la giustizia delle obiettive determinazioni giuridiche non è implicita in questa lor qualità, ma è sempre rispetto ad essa mero accidente: e chi l’affermi enuncia un giudizio eminentemente sintetico. Noi abbiamo così nella coscienza il principio di tutto quanto un ordine di determinazioni giuridiche, indipendenti da quelle storicamente costituite, e comprendenti anzi pur queste sotto la loro giurisdizione. Molti dottori rifiutano a determinazioni sì fatte la qualità di giuridiche, e negano che il diritto si affermi altrimenti che nella storia e come istituto; ma è il caso di chiedersi se negando i fatti si risolvano le difficoltà che ne nascono. Il vero è che un principio giuridico è di sua natura il medesimo se sia affermato da un solo o da tutto un popolo; e similmente non tocca l’essenza sua logica il fatto, ch’esso sia molto o poco o nulla applicato. L'applicazione storica presta bensì d’ordinario ai principî vigenti una minutezza, e una precisione di forme che manca spesso alle manifestazioni immediate della coscienza; la quale sì smarrisce talvolta nelle ipotesi complicate, e mossa com’è d'ordinario da intuito di casi singoli, non sempre eleva le sue sentenze all’universale. Ma per essere in una od in altra forma espresse e specificate, le immagini di diritto non sono però meno tali; onde anche da questo lato si vede che la distinzione tra i dettati giuridici della coscienza e quelli degl’istituti storicamente posti tiene in realtà solo al modo, onde gli uni e gli altri sono affermati. L'indipendenza da ogni sanzione esteriore, il non ripetere la sua autorità da alcun fatto empirico è carattere distintivo e fondamentale del sentimento del giusto; il quale TINA CALO ERA, MLN A 9: iL GS Î) È pone se shesso come assoluto a presi î I E questa qualità psic | assolutezza noù può esser negata neppure da chi le. ragion metafisica quale che sia, ti ARMI ATI VA { ; N |. Nessuna prescrizione di legge potrebbe distrugge . facoltà originale della coscienza, di contrapporre se come principio supremo, all’autorità del diritto costitu quando Hobbes dichiara (De Cive) che a nessi | nella società civile permesso un giudizio su ciò che s » |. sto o ingiusto, dice cosa non solo ignobile, ma anche van CARTE . L'esame storico poi ci mostra, che questo principio momo di ragion pratica, debole negli inizi e quasi ripo - A x è . = | sviluppa gradatamente e si afforza colla progressiva indi duazione delle coscienze. L'idea etica si scevera sempre più mente e lucidamente all’essere. Il richiamo a una ragioì SAIL autorevole per se stessa succede di mano in mano alla ob SEE dienza passiva e all’indiscusso seguitamento degli usi. ® i Io La coscienza giuridica sta così a fondamento di un’a ‘.||_°°’‘’‘»..°‘’’‘vità speculativa, la quale partendo dalle più vaghe indi i UR, i zioni del sentimento, giunge infine a costruire sistematicamente le immagini ideali della giustizia; ed illustrando le. ragioni del dritto in universale, offre agl’istituti vigenti u | criterio d'estimazione ch’essi non potrebbero mai trovare : se stessi, © go DET, SIERRA 1 Questo carattere spiega altresì la ragione della distinzione verbale tra giustizia e diritto. Giusto è ciò che è diritto indipendente- © «\ uu... mente dalla sanzione storica posttiva, cioè astrazion fatta da questa; | SELVA E ‘benchè nel fatto la possa anche avere. RCA CR ALIA .._, Con ciò non s'intende certo affermare che la parola giustizia ab bia un solo significato, nè che l’uso rispetti sempre la distinzione A cennata. Già in Aristotele la parola ètxxtosivy ha due sensi distin Ofr., sul significato delle parole, la. nota (del resto discutibile) del . SMINI in Filosofia del Diritto (ed. Milano, 1841; ibid. in “i 2* ed., Intra); Lasson, System der Rechtsphilosophie | @ seg.; Mili, On Utilitarianism. Su la giu: stizia “nel suo concetto più generale possibile; vedi RomaGNOsI, Degli enti morali, $$ 463-4. ODI .,,} Ciò è stato avvertito chiaramente dal VANNI, nel Proble della Filosofia del diritto, e nell’altro notevole s gio: Il Sistema etico-giuridico di Spencer premesso alla trad, della Giustizia 0% 600 Y si tt DARILETT . TORO .Du; coscienza raubicitiva: del giusto è però in questo : senso ‘un principio critico e costruttivo; e le sue esplicazioni rap| (ad ‘appunto gli HOST teoretici ed il programma. Hi ii di quelle vicende storiche del diritto, alle quali la stessa coscienza giuridica, costituita in fattore empirico, atti| vamente partecipa. Nella vocazione giuridica della coscienza ha dunque pure la sua radice la Filosofia del diritto. Così abbiamo disposto quasi in un cielo le varie, e pure connesse funzioni del sentimento del giusto. In questo dato della coscienza (psicologicamente accertato, comunque se n’intenda l’origine) abbiamo riconosciuto il germe e la condizione di tutte le forme, ideali e storiche, nelle quali il diritto si afferma. Ognuna di esse se ne dimostra un’esplicazione particolare od un ramo. Si conterrà dunque nel sentimento del giusto la verità giuridica in generale, e sarà esso per sè sufficiente a dimostrarne l’essenza? Le stesse deduzioni analitiche sinora esposte non consentono sì fatta tesi. Solo un'illusione mentale potrebbe far ravvisare il diritto in ciò che n'è la ragion subiettiva e il psicologico fondamento. Nel sentimento del giusto abbiamo in vero riconosciuto la prova della vocazione ideale della subiettività alla giustizia. Questa vocazione giuridica non è altro che la naturalità psicologica del diritto, la ragione della nostra attitudine ad esso. Ella è quel principio, che sentiamo in noi come forza embrionica, che fa del diritto un oggetto psichico a noi adeguato, e naturalmente c’induce all’attribuzione simpatica dei predicati di giusto e ingiusto: onde il suo presentarsi qual “ sentimento,. Ciò spiega come noi abbiam potuto ricondurre a questo dato della coscienza la verità giuridica in ogni aspetto, e vedervi convergere tutti i raggi di essa come in un focus. Ma al tempo stesso dimostra, che il diritto come espressione perfetta e verità logica articolata non può trovarsi nel senti‘mento del giusto. La personalità umana non è il diritto; bensì lo involge naturalmente in se stessa; lo suggerisce, lo esige; e il sentimento del giusto è per appunto l’esigenza an |. ideale e storico (quali noi abbiam tentato ; | propriamente alla Filosofia del diritto; ma non furono d’ordi | siderate se non per accenni, ovvero in qualche aspetto pai 10 da Ts vaola Lasi sentimento ETA è n, fin au A, Solo nei suoi termini generali, in quanto essa è coi più larghi assunti di psicologia e d’etica, ha luogo nei trattati . scienze. La natura specifica e le funzioni di qu uel ig de 1 esporre) a Rammentiamo, oltre i già. citati, AuHRENS, Corso di diritto Parte generale, II, $ 2 (trad. it., Milano); RéDAR, Gi des Naturrechts 2 Aufl., Leipzig, spec. $ 14; Pòzx, U . Rechtssinn, Minchen; RùmmLIN, Veber das Rechtsgefuhl den und Aufsàtee, Tibingen); Ueber die Idee tas Gerecht: (ib., Neue Folge, Freiburg); J Chit Der Kampf um’s- et o} A'ufl., Wien). w CRT È LOI Torino . FI? \VTELLI BOCCA Enron x Torino Recentissime pubblicazioni : —rrwrrrr_21111414_a_ y-y__aoeoeo M. STIRNER \ JA We C) II Con una introduzione di ETTORE ZOCCOLI Un volume in-8 L. 8 - Legato elegantemente in tela con fregi \ es SELLE Profes PETTO nario di diritto commerciale ta SI SI Roma ofessore onorar Jo /della "Uni ves ità di TRATTATO DI DIRITTO COM MERCIALE VOLUMESP Pig M*© Un volume in-8 GATTI DELL AUTORITÀ DEL GIUDICATO CIVILE nel diritto italiano Un volume EINAUDI STUDI SUGLI BPRETTI DELLE IMPOSTE Contributo allo studio dei problemi tributari municipali Un volume grande FUBINI La dottrina dell'errore in diritto civile italiano Un volume in-8 grande —s LI TSE © La Rivista Italiana = “SMI } f L «€ = per le scienze giuridiche : it. è diretta dai professori F. Schupfer in Roma e G. Fusinato in Torino. Il Consiglio di direzione si compone dei Signori: ?. Ellero Senatore, Consigliere di Stato; N. Filomusi-Guelfi Prof. all’Università di Roma e V. Scialoia Prof. all’Università di Roma, Hanno promesso la loro collaborazione i Signori: Abello Abignente Alessio Anirich Arcoleo Ascoli Barassi Baviera Belotti Bensa Bertolini Besta Bianchi Bianchi Biscaro Boccardo Bolaffio Bonasi Bonelli Bonolis Brandileone Brezzo Brini Brondi Brugi Brunialti Brusa Buonamici Buzzati Cantarelli Caporali Carle Catellani Cavagrari Chiappelli Chiovenda Chironi Ciccaglione Codacci-Pisanelli Cogliolo Corsi Costa Coviello Cuturi Del Giudice Delogu Demurtas Zichina De Ruggero Dùsi Esperson Fadda Fedozzi Ferrarini Ferraris Ferri Ferrini Fiore Fioretti Formiggini Franchi Gabba Galluppi Garofalo Garufi Gaudenzi Gazzilli Gianturco Giorgi Grasso Grippo Laghi La Mantia Landucci Leporini Loria Lucchini Luzzatto Macrì Majorana Majorana Malgarini Maltini Manara Mancaleoni Manfredini Manna Marghieri Mariani Marino Masé Dari Mecacci Melucci Miceli Minguzzi Miraglia Mondolfo Morelli Moriani Mortara Mosca Moscatelli Navarrini Oliva Orlando Pacinotti Pampaloni Pantaleoni Patetta Pepere Perozzi Pessina Petrone Piras Polacco Puglia Puviani Ramponi Ranelletti Ravà Rava Ricci Rocco Ruffini Sabbatini Sacerdoti Salandra Salvia Salvioli Salvioni Sampolo Seredo Scaduto Scalvanti Schanzer Schiattarella Sdagrà Semeraro Simoncelli Solmi Squitti Speranza Stoppato Supino Tartufari Trincheri Tuozzi Vadalà-Papale Vanni Venezian Vidari Villa Virgilii Vitail Vivante Zocco-Rosa Zdekauer. La Rivista esce in fascicoli bimestrali di circa 160 pagine ognuno. Il prezzo dell’associazione annuale è di L. 20, anticipate, per l’Italia e di L. 22,50 (marchi 18) per i paesi stranieri, che formano parte dell’Unione postale. Ogni fascicolo L. 5. Le associazioni si ricevono dagli editori FRATELLI BOCCA in Torino, Roma, Milano e Firenze e da tutti i principali librai. rr. # _—tt1tttttt6t6;60]_'’. Città di Castello, Tipografia dello Stubilimento S. Lapi, E. IL SENTIMENTO GIURIDICO. TORINO ROMA MILANO FIRENZE BOCCA ét ni TE cre fl TTT: TETTI e ener o nec TT Cosi e re degli studiosi. Giorgio Del Vecchio. DelVecchio. Vecchio. Keywords: neo-Trasimaco, Hart, ius, kantismo, positivism, giustizia, il giusto, fascismo, Bobbio, Aristotle on unification of ‘just’ dikaios – analogical, quantitative, non-quantitative return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice, Hart, e Vecchio: il kantianismo dell’ ‘ius.’” Vecchio.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vedovelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di una furtiva lagrima – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstracct. Keywords: implicatura, una furtiva lagricma. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Italia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Rettore a Siena, assessore alla cultura del comune di Siena. Laureato in filosofia a Roma. Insegna a Siena, dove Precedentemente svolge attività di ricerca e di docenza a Heidelberg, Calabria, Roma, e Pavia. I suoi settori di ricerca si muovono nell'ambito della glossologia, la semiotica, la sociolinguistica e la linguistica acquisizionale. Introduce il concetto di lingua immigrata. Le sue ricerche si concentrano sull'insegnamento e apprendimento delle lingue in contesto migratorio. È autore di un commento al quadro comune europeo di riferimento per l'insegnamento delle lingue e co-autore della ricerca italiano, indagine motivazionale sui pubblici dell'italiano all'estero, realizzata  sotto la guida di Mauro. Fondatore e direttore della certificazione di italiano come lingua straniera, e del Centro di eccellenza della Ricerca Osservatorio linguistico dell'italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia, istituiti a Siena. Saggi: “Lessico di frequenza dell'italiano parlato” (Milano, IBMEtas),  Italiano, I pubblici e le motivazioni dell'italiano diffuso tra stranieri (Roma, Bulzoni); Guida all'italiano per stranieri: la prospettiva del quadro comune europeo per le lingue” (Roma, Carocci); “Una furtiva lagrima: l'italiano degli stranieri – specialmente nei tenori di opera” (Roma, Carocci); Lingua in giallo. Analfabeti, criminali, sordomuti, certificazioni di lingua straniera, Perugia, Guerra, Storia linguistica dell'emigrazione italiana nel mondo, Roma, Carocci, Siena Certificazione CILS Linguistica educativa Glottodidattica Semiotica  Registrazioni di V. su Radio Radicale. Massimo Vedovelli. Vedovelli. Keywords. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Vedovelli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vegetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’accademia di Pater – vadum boum – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords: ariskant meets Plathegel. Philosophy at Oxford could only be studied under the classics, and philosophy indeed introduced upon five terms completed towards the degree: B. A. Lit. Hum., which become after seven years of matriculation and paying the fee, the M. A. Lit. Hum., which was the highest degree earned by Grice. Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Insegna a Pavia. Si laurea a Pavia con la tesi, “La storiografia di Tucidide,” quale alunno del collegio Ghislieri. Libero docente e successivamente professore incaricato in storia della filosofia antica. Professore di questa disciplina a Pavia dove ricopre più volte il ruolo di direttore nel dipartimento di filosofia. Docente presso la scuola superiore IUSS di Pavia e la scuola europea di studi avanzati dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Membro del Collegium Politicum e socio dell'Accademia di scienze morali e politiche di Napoli, e dell'Istituto lombardo accademia di scienze e lettere. Condivise il lavoro intellettuale e l'impegno sociale con Finzi. Si dedica alla filosofia greco-romana, secondo l'insegnamento del suo maestro GEYMONAT (vedi). Fa studi sulla medicina e sulla biologia da Ippocrate a Galeno. Il primo in Italia a impartire un corso di storia della filosofia antica che prende in considerazione i riferimenti alla storia della scienza, particolarmente in ambito greco-romano. Nella ricerca della connessione fra scienze e filosofia, segue la metodologia di GEYMONAT. Il campo d'indagine approfondito da V. consistette nello studio degl’aspetti etici e politici della filosofia, in particolare il platonismo dell’accademia, il aristotelismo del lizio, e il PORTICO, in rapporto con l'ambito sociale ed ideologico della cultura greco-romana. Relativamente all'etica, che assimila l'ordine stabilito dalla legge morale e politica con l'ordine naturale insito nel kósmos, l'universo ordinato, V. ritenne che si configurasse per la prima volta nell' “Iliade” proseguendo poi nella riflessione orfica-pitagorica sull'anima. Apprezzato per i suoi studi su Platone, Aristotele, Ippocrate, Galeno  e sull'etica. Saggi: “Il coltello e lo stilo” (Saggiatore, Milano); “Tra Edipo e Euclide” (Saggiatore, Milano); “L'etica degl’antichi” (Laterza, Roma); “La medicina platonica” (Cardo, Venezia); “La Repubblica platonica” (Napoli, Bibliopolis); “Il platonismo” (Einaudi); “Socrate incontra Marx. Lo Straniero di Treviri, ed. Guida; “Guida alla lettura della Repubblica di Platone (Laterza, Roma); “Un paradigma in cielo. Platone politico, ed. Carocci. Collabora in: “Marxismo e società antica” (Feltrinelli, Milano); “Oralità, scrittura, spettacolo” (Boringhieri, Torino); Il sapere degl’antichi” (Boringhieri, Torino); “L'esperienza religiosa antica” (Boringhieri, Torin) (con Giannantoni) La scienza ellenistica, Bibliopolis, Napoli, Le opere psicologiche di Galeno, Bibliopolis, Napoli, Nuove antichità, "Aut Aut", "Dialoghi con gl’antichi", Sankt Augustio. Traduce  Ippocrate, Opere, Vegetti, POMBA, Torino, Aristotele, Opere biologiche, Lanza e V., POMBA, Torino, Galeno, Opere, Garofalo e Vegetti, POMBA, Torino, Platone, Repubblica, Vegetti, Libri I-III, Dipartimento di Filosofia, Pavia, "Platone, Repubblica", Vegetti, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano. “Nell'ombra di Theuth: dinamiche della scrittura in Platone, in Sapere e scrittura in Grecia, Detienne (Laterza, Roma); “Tra il sapere e la pratica: la medicina ellenistica” in Storia del sapere medico occidentale Grmek, Laterza, Roma-Bari. “L' idea del bene nella Repubblica di Platone, in "Discipline filosofiche", Passioni antiche: l'io collerico, in Storia delle passioni S. Vegetti Finzi, Laterza, Roma. Curato inoltre, per Zanichelli, “Filosofie e società.” Biografia su Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, su emsf.rai. Vegetti, Finzi, Celli, Fare società, ed. Einaudi  Entrambi collaboratori della rivista “Iride” delle edizioni del Mulino. Biografia su Enciclopedia delle scienze filosofiche, su emsf. rai. Filosofo studioso di Platone, su corriere.  Curci, Intervista a Gastaldi, in ricordo di V., la provincial pavese. Enciclopedia Treccani alla voce "Galeno" Intervista Carioti, "Critico il Platone di REALE, il marxismo non c'entra", intervista di V., Corriere della Sera, Opere su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere V. Pubblicazioni su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de l'Innovation.  Registrazioni su Radio Radicale. L'etica e la filosofia antica, su emsf. La retorica e la persuasione, su emsf. La medicina greca. Aristotele. I pitagorici. Socrate., su emsf. L'etica in Platone e Aristotele, su emsf. V.: il primato del filosofo per Aristotele, sul  RAI filosofia. Mario Vegetti. Vegetti. Keywords: ariskant, plathegel. -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, -- Luigi Speranza, “Grice e Vegetti e il platonismo oxoniense di Pater” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza: Grice e Velino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei velini – la scuola di Velia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Velia). Abstract: la porta, first in greats. At Oxford, philosophy was then studied under the classics, and indeed philosophy introduced into your first term into the degree – B. A. Lit. Hum., to become, upon paying the fee, a M. A. Lit. Hum., which was the highest degree earned by H. P. Grice. Mundle noticed that the ordinary language Grice expected from others was one as used by a man (Oxford was not co-educational the) who had earned a first in Greats ( Strawson did not). Filosofo campanese. Filosofo italiano. Velia, Ascea, Salerno, Campania. Italian philosopher Grice: “”A = A,” Parmenides says,” “Le donne sono le donne,” “La guerra è la guerra.” Enough to irritate an Italian neo-non-parmenideian“ One of the most important Italian philosophers, if only because Plato dedicated a dialogue to him!” Grice.   --   Parmenide Parmènide di Velia. Παρμενίδης, Parmenídēs. Velia. Filosofo antico. Autore di un poema sulla natura. Viene considerato il fondatore dell'ontologia, con cui ha influenzato l'intera storia della filosofia occidentale. È il filosofo dell'essere statico e immutabile, in contrasto col divenire d’Eraclito, secondo il quale viceversa, tutto cambia. A V. si deve la nascita della scuola eleatica – o velina -- a cui appartenevano anche Zenone, o ‘Senone’ nella grafia antica più correta -- di Velia e Melisso. La rivalità tra Parmenide ed Eraclito è stata reintrodotta negli odierni dibattiti sulla concezione del tempo, e della fisica moderna. Nacque a Velia, in Ascea, da una famiglia aristocratica. Della sua vita si hanno poche notizie. Secondo Speusippo, nipote di Platone, e chiamato dai suoi concittadini a re-digere la legge di Ascea. Secondo Sozione è discepolo del pitagorico AMINIA (vedi), di Crotone. Per altri, è probabilmente discepolo di Senofane di Colofone. Ad Ascea fonda inoltre una scuola o setta, insieme al suo discepolo prediletto, Zenone. Platone nel “Parmenide” riferisce di un viaggio che Parmenide intraprese alla volta di Atene, dove conosce Socrate col quale ebbe una vivace discussione. L'unica opera di Parmenide è il poema in esametri “sulla natura”, di cui alcune parti sono citate da Simplicio in “De coelo” e nei suoi commenti alla fisica del Lizio, da Sesto Empirico e da altri saggi filosofichi antichi. Di queso poema sulla natura ci sono giunti ad oggi XIX frammenti, alcuni dei quali allo stato di puro stralcio, che comprendono un proemio e una trattazione in parti II: la via della verità e la via dell'opinione. Di quest'ultima abbiamo solo pochi versi.  Εἰ δ' ἄγ' ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ -, ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις. ... τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il DISCORSO, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare. L’una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della persuasione -- infatti segue la verità. L’altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile. Infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è -- poiché non è possibile -- né potresti esprimerlo. Infatti lo stesso è pensare ed essere. Sostiene che la molteplicità e i mutamenti del mondo sono illusori, e afferma, contrariamente al senso comune, la realtà dell'essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile, eterno.  La narrazione si snoda intorno al percorso intellettuale del filosofo che racconta il suo viaggio verso la dimora della dea della giustizia la quale lo conduce al cuore inconcusso della ben rotonda verità. La dea, in quanto tutrice dell'ordine cosmico, e vista in tal senso anche come garante dell'ordine logico, cioè del corretto filosofare. La dea gli mostra la via dell'opinione, che conduce all'apparenza e all'inganno, e la via della verità che conduce alla sapienza e all'essere -- τὸ εἶναι.  Pur non specificando cosa sia questo essere, è il che per primo ne mette a tema esplicitamente il concetto. Su di esso egli esprime soltanto una lapidaria formula, la più antica testimonianza in materia, secondo la quale l'essere è, e non può non essere. Il non-essere non è, e non può essere -- ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι … ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι -- è, e non è possibile che non sia … non è, ed è necessario che non sia»  -- Simplicio, Phys., Proclo, Comm. al Tim.). Con queste parole intende affermare che niente si crea dal niente -- ex nihilo nihil fit -- e nulla può essere distrutto nel nulla. Già i primi filosofi avevano cercato l'origine (ἀρχή) della mutevolezza dei fenomeni in un principio statico che potesse renderne ragione, non riuscendo a spiegarsi il divenire. Ma i cambiamenti e le trasformazioni a cui è soggetta la natura, tali per cui alcune realtà nascono, altre scompaiono, non hanno semplicemente motivo di esistere, essendo pura illusione. La vera natura del mondo, il vero essere della realtà, è statico e immobile. A tali affermazioni giunge promuovendo per la prima volta una filosofia – discorso filosofico -- basato non più su spiegazioni mitologiche del cosmo, ma su un metodo razionale, servendosi in particolare della logica formale di non-contraddizione, da cui si traggono le seguenti conclusion. L'essere è immobile perché se si muovesse sarebbe soggetto al divenire, e quindi ora sarebbe, ora non sarebbe. L'essere è uno perché non possono esserci due esseri. Se uno è l'essere, l'altro non sarebbe il primo, e sarebbe quindi non-essere. Allo stesso modo per cui, se A è l'essere, e B è diverso da A, allora B non è. Qualcosa che non sia essere non può essere, per definizione. L'essere è eterno perché non può esserci un momento in cui non è più, o non è ancora. Se l'essere è solo per un certo periodo di tempo, a un certo momento non è, e si cade in contraddizione. L'essere è dunque ingenerato e immortale, poiché in caso contrario implicherebbe il non essere. La nascita significa essere, ma è anche non essere prima di nascere. La morte significa non essere, ovvero essere solo fino a un certo momento. L'essere è indivisibile, perché altrimenti richiederebbe la presenza del non-essere come elemento separatore. L'essere risulta così vincolato dalla necessità (ἀνάγχη), che è il suo limite ma al contempo il suo fondamento costitutivo. La dominatrice necessità lo tiene nelle strettoie del limite che lo rinserra tutto intorno. Perché bisogna che l'essere non sia incompiuto. L'essere, secondo Parmenide: privo di imperfezioni e identico in ogni sua parte come una sfera paragona l'essere a una sfera perfetta, sempre uguale a se stessa nello spazio e nel tempo, chiusa e finita -- il finito è sinonimo di perfezione. La sfera è infatti l'unico solido geometrico che non ha differenze al suo interno, ed è uguale dovunque la si guardi. L’ipotesi collima suggestivamente con la teoria della relatività di Einstein. Se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremmo una linea curva chiusa all'infinito in tutte le direzioni dello spazio, ovvero, complessivamente, una sfera. Per lo scienziato infatti l'universo è finito sebbene illimitato, fatto di uno spazio tondo ripiegato su se stesso. Fuori dell'essere non può esistere nulla, perché il non-essere, secondo logica, non è, per sua stessa definizione. Il divenire attestato dai sensi, secondo cui gl’enti ora sono e ora non sono, è una mera illusione -- che appare ma in realtà non è. La vera conoscenza dunque non deriva dai sensi, ma nasce dalla ragione. Non c'è nulla di errato nell'intelletto che prima non sia stato negli erranti sensi. Questa è la frase che d'ora in poi è attribuita a V.. Il pensiero è dunque la via maestra per cogliere la verità dell'essere. Ed è lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l'essere non troverai il pensare, a indicare come l'essere si trovi nel pensiero. Pensare il nulla è difatti impossibile, il pensiero è necessariamente pensiero dell'essere. Di conseguenza, poiché è sempre l'essere a muovere il pensiero, la pensabilità di qualcosa dimostra l'esistenza dell'oggetto pensato.Tale identità immediata di essere e pensiero, a cui si giunge scartando tutte le impressioni e i falsi concetti derivanti dai sensi, abbandonando ogni dinamismo del pensiero, accomuna Parmenide alla dimensione mistica delle filosofie apofatiche orientali, come il buddhismo, il taoismo e l'induismo. Una volta stabilito che l'essere è, e il non-essere non è, restava tuttavia da spiegare come nascesse l'errore dei sensi, dato che nell'essere non ci sono imperfezioni, e perché gl’uomini tendano a prestare fede al divenire attribuendo l'essere al non-essere. V. si limita ad affermare che gl’uomini si lasciano guidare dall'opinione (δόξα), anziché dalla verità. Ossia, giudicano la realtà in base all'apparenza, secondo procedimenti illogici. L'errore in definitiva è una semplice illusione, e dunque, in quanto non esiste, non si può trovargli una ragione. Compito del filosofo è unicamente quello di rivelare la nuda verità dell'essere nascosta sotto la superficie degl’inganni. Il tema è ripreso da Platone che cerca una soluzione al conflitto tra l'essere e il molteplice. Per sciogliere il dramma umano costituito dal divenire per cui tutto muta che si scontra con una ragione, altra dimensione fondamentale, che è portata a negarlo, Platone conceve il non-essere non più alla maniera di Parmenide staticamente e assolutamente contrapposto all'essere, ma come diverso dall'essere in maniera relativa, nel tentativo di dare una spiegazione razionale anche al tempo e al molteplice.  Il rigore logico di Parmenide gli valse inoltre l'appellativo di "venerando e terribile" da parte di Platone. La fiducia di Parmenide in un sapere completamente dedotto dalla ragione, e viceversa la sua totale sfiducia nei confronti dei sensi e di una conoscenza empirica, fa di lui un filosofo profondamente razionalista.  Parmenide e la scuola di Veli. Parmenide ne "La scuola di Atene", affresco di Sanzio. Parmenide è il fondatore della scuola o setta di Velia, dove ha vari discepoli, il più importante dei quali è Zenone. Il metodo usato dagli velini è la dimostrazione per assurdo, con cui confutano le tesi dellavversario giungendo a dimostrare la verità dell'essere, nonché la falsità del divenire e delle impressioni dei sensi, per una impossibilità logica di pensare altrimenti. Stupiva i contemporanei un ragionamento che scaturiva dalla radicale contrapposizione essere/non-essere e da un'immediata conseguenza del principio di non-contraddittorietà dell'essere e del pensiero, teorizzato in seguito da Aristotele nel Lizio come evidenza prima e indimostrabile alla ragione senza la quale diverrebbe impossibile qualsiasi conoscenza necessaria-filosofica, restando solo il mondo dell'opinione.  Parmenide e i velini si contrapponevano soprattutto al pensiero d’Eraclito, loro contemporaneo, filosofo del divenire che basa la conoscenza interamente sui sensi. Nella prospettiva della storia della filosofia, è quindi Hegel a concepire l'essere in maniera radicalmente opposta a Parmenide.  Anche l'atomismo democriteo intese contrapporsi alla teoria velina dell'essere -- che cerca una soluzione al problema dell'archè negando alla radice un fondamento originario al divenire -- presupponendo gl’atomi e uno spazio vuoto, diverso dagl’atomi, in cui essi potessero muoversi, ipotizzando in una certa maniera una convivenza di essere e non-essere.  In seguito furono i sofisti a cercare di confutare il pensiero dei velini, opponendo al loro sapere certo e indubitabile (επιστήμη) sia il relativismo di Protagora, sia il nichilismo di Gorgia di Leonzio. Uno dei maggiori problemi sollevati da Parmenide riguardava in particolare l'impossibilità di oggettivare l'essere, di darne un predicato, di sottrarlo all'astrattezza formale con cui egli l'enuncia, e che sembra contrastare con la pienezza totale del suo contenuto. È seguendo questa strada che Platone, nel tentativo di risolvere il problema, approde al mondo delle idee.  L'interpretazione della "doxa" REALE (vedi) ha elencato le diverse interpretazioni contemporanee sullo statuto e il significato dell'opinione ed il suo rapporto con la verità. Accanto ad una lettura che le vede contrapporre radicalmente, ne esiste una diversa, che REALE appoggia, secondo cui l'opinione (δόξα) non è da intendersi in Parmenide come negazione assoluta della verità, ma come un modo improprio di accostarsi ad essa. Non si tratterebbe cioè di puro non-essere, della via dell'errore scartata a priori, ma di una TERZA possibilità in cui i fenomeni (δοκοῦντα) sarebbero entità pensabili e quindi plausibili, se non altro come manifestazioni esteriori del fondamento occulto e autentico dell'essere. Nelle parole della dea, infatti, Parmenide è chiamato a conoscere anche le opinioni dei mortali, in cui non è certezza verace. Eppure anche questo imparerai. Come l'esistenza delle apparenze sia necessario ammetta colui che in tutti i sensi tutto indaga. Si tratta di un'interpretazione condivisa in varia misura anche da Schwabl, Untersteiner, COLLI (vedi), RUGGIU (vedi), sebbene respinta da altri, che fa di Parmenide un anticipatore della futura ontologia platonica, mentre i suoi discepoli invece mantenneno una concezione più rigorosa dell'essere, quella tradizionalmente attribuita ai velini. Tra le filosofie volte al recupero del pensiero classico in chiave attuale, in direzione del quale si sono mossi specialmente gli studi di Heidegger e di BONTADINI, l'opera di SEVERINO si segnala come una parziale ripresa della dottrina di Parmenide, e viene perciò definita neo-parmenidismo. In particolare nel suo saggio “Ritornare a Parmenide”, SEVERINO intende proporre un'originale re-interpretazione delle categorie fondamentali del pensiero alla luce della rigorosa logica del velino. Secondo Platone in “Parmenide”. Dopo che è scoperta in uno scavo ad Ascea un'erma acefala con l'iscrizione Πα[ρ]μενείδης Πύρητος Οόλιάδης φυσικός -- Parmenide figlio di Pirete medico degli Uliadai -- dove Parmenide viene cioè indicato come capo della scuola medica di Velia degli Ούλιάδαι, si ritrova in seguito la testa-ritratto con barba qui raffigurata, con la base del collo adattata ad essere sovrapposta in un'erma del tipo di quella precedentemente ritrovata con l'iscrizione citata. Altri ritengono invece che questa scultura riproduca il busto del filosofo epicureo Metrodoro di Lampsaco (Picozzi, Parmenide, Enciclopedia dell'arte antica Treccani).  Logos: rivista internazionale di filosofia, Bartelli e Verando. I paradossi di Zenone contro il movimento vennero enunciati proprio per argomentare la posizione filosofica di Parmenide. Lugiato, L'uomo e il limite, Milano, FrancoAngeli, Secondo Platone in Parmenide, Diogene Laerzio. Così Plutarco, Contro Colote. Fra questi Aristotele, (Metafisica) e Platone (Sofista) e così anche Diogene Laerzio, Vite dei filosofi. I presocratici, a cura di Giannantoni, Bari. Platone, Parmenide, Simplicio, De cœlo. Simplicio, In Aristotelis Physica commentaria. Sesto Empirico, Adversus mathematicos. Finito non da intendersi come imperfetto perché per la mentalità antica il segno di perfezione è la compiutezza, il finito. L'infinito vorrebbe dire che non è completo, che gli manca qualcosa quindi imperfetto. Sul tema del viaggio in Parmenide si veda quest'intervista a Ruggiu, tratta dall'Enciclopedia delle scienze filosofiche. Dalla raccolta I presocratici di Diels e Kranz. Jellamo, Il cammino di Dike: l'idea di giustizia da Omero a Eschilo, Roma, Donzelli. Sull'ipotesi che la dea della giustizia è interpretata da Parmenide in una maniera nuova, filosofica, cfr. Fränkel, Wege und Formen Frühgriechischen Denkens. Literarische und Philosophiegeschichtliche Studien, München, Beck -- per il quale essa veniva ora vista come dea della giustezza o esattezza (dikaiosyne), preludio di quella platonica. Sulla dike "filosofica" cfr. anche Deichgräber, Parmenides' Auffahrt zur Göttin des Rechts, Untersuchungen zum Prooimion seines Lehrgedichts, Magonza. La nascita della parola "filosofia" è molto controversa, in quanto ha diverse accezioni. Già anticamente, così come altri termini composti col suffisso "philo-" (cfr. Hadot, Che cos'è la filosofia antica?, Torino, Einaudi) essa indicava una passione, una tensione (φίλος, fìlos) verso il sapere (σοφία, sofìa). Secondo Capizzi, tuttavia, Parmenide non era un filosofo nel senso etimologico, in quanto più che al "sapere per il sapere" propende per le applicazioni politiche del sapere, ma la questione è tutt'altro che definitiva. Principio enunciato da Melisso e poi reso in latino da LUCREZIO (vedi), ma implicitamente presente in un fragmento di Parmenide (cfr. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Fede et Cultura. Il principio di non-contraddizione, introdotto da Parmenide per rivelare l'essere stesso, la verità essenziale, è successivamente impiegato come strumento del pensiero logicamente cogente per qualsiasi affermazione esatta. Sorsero così la logica e la dialettica -- Jaspers, I grandi filosofi, Longanesi, Milano). Della raccolta Diels e Kranz. Einstein si espresse tra l'altro in maniera sorprendentemente simile a Parmenide, in quanto anch'egli tende a negare la discontinuità del divenire e il suo svolgimento nel tempo. Secondo Popper, grandi scienziati come Boltzmann, Minkowski, Weyl, Schrödinger, Gödel e, soprattutto, Einstein hanno concepito le cose in modo similare a Parmenide e si sono espressi in termini singolarmente simili. La materia, secondo Einstein, si curverebbe su se stessa, per cui l'universo sarebbe illimitato ma finito, simile ad una sfera, che è illimitatamente percorribile anche se finita. Inoltre Einstein ritiene che non ha senso chiedersi che cosa esista fuori dell'universo (Riva, Manuale di filosofia).  Meinong, proprio come Parmenide, difese ad esempio l'idea che anche la montagna d'oro sussista poiché se ne può parlare. Diels e Kranz. Sull'analogia tra la posizione parmenidea e le filosofie dell'Oriente, cfr. Severino. Il Poema, le fonti, le interpretazioni, su filosofico. Cfr. anche l'intervista a SEVERINO (Venezia, Museo Correr, Biblioteca Marciana) in Parmenide su Emsf.rai Platone, Teeteto. Un famoso esempio si ha nelle aporie note come paradossi di Zenone. Si veda La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, di Zeller, Mondolfo, Eleati, a cura di Reale, Firenze, La Nuova Italia, a cura di Girgenti, Milano, Bompiani. Dunque, Parmenide ha esposto un'opinione plausibile, oltre a quella fallace, e cerca, a suo modo, di dar conto dei fenomeni -- Reale, Storia della filosofia antica, Vita e Pensiero, Milano, trad. di Reale. Schwabl, Sein und Doxa bei Parmenides, Wiener Studien, Untersteiner, La Doxa di Parmenide, in Parmenide. Testimonianze e frammenti, Sansoni, Firenze, COLLI, Physis kryptesthai philei, ed. dell'Ateneo, Roma. Ruggiu, Saggio introduttivo e commentario filosofico, in Parmenide, Poema sulla natura: i frammenti e le testimonianze indirette, Rusconi, Milano. Di origine evidentemente iranica è il dualismo luce-tenebre che per Parmenide sta alla base della dóxa, mentre è addirittura di origine indiana il carattere puramente apparente da lui attribuito al mondo sensibile (sostenuto dalla corrente Samkya delle Upanishad nella famosa dottrina del "velo di Maya", ripresa da Schopenhauer), e lo stesso viaggio del filosofo al cospetto della dea, esposto nel proemio del poema parmenideo, ricorderebbe i viaggi degli sciamani asiatici -- West, La filosofia greca arcaica e l'Oriente (Mulino, Bologna). In esso, tuttavia, SEVERINO afferma dapprima di aver compiuto il secondo grande parmenicidio, dopo quello di Platone. Parmenide svaluta e quindi annulla i fenomeni. Ma questi appaiono, quindi esistono e, se esistono, non divengono. Ma tutti sono eterni. In secondo luogo, SEVERINO usa la logica parmenidea per confutare l'etica e la fede in Dio. Poiché il divenire non esiste, non sarebbero possibili la libera scelta morale e l'esistenza di un creatore che tragga l'essere dal nulla, creandolo ex nihilo. Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, a cura di Reale con la collaborazione di Girgenti e Ramelli (Milano, Bompiani); Albertelli, Gli Eleati: testimonianze e frammenti (Bari, Laterza); Vitali, Parmenide d'Elea. Peri physeos, una ricostruzione del Poema (Faenza, Lega); Reale, Ruggiu, Parmenide. Poema sulla natura (Milano, Rusconi); Cerri, Parmenide. Poema sulla natura (Milano, BUR); Nolletti, Che cos'è l'essere di Parmenide: spiegazione di un enigma filosofico” (Teramo, La Nuova Editrice); I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti di Diels e Kranz, a cura di Reale (Milano, Bompiani); Untersteiner, Eleati. Parmenide, Zenone, Melisso. Testimonianze E Frammenti (Milano, Bompiani); Severino, Ritornare a Parmenide in Essenza del nichilismo (Paideia, Brescia); DIANO (vedi), Parmenide in Studi e saggi di filosofia antica, successivamente ne Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici (Bollati Boringhieri); Ruggiu, Parmenide (Venezia, Marsilio); Capizzi, Introduzione a Parmenide (Laterza, Roma); CAPIZZI (vedi), La porta di Parmenid: saggi per una nuova lettura del poema” (Ateneo, Roma); CALOGERO, Studi sull'eleatismo (Roma, La Nuova Italia, Firenze); Hussey, I presocratici, Rampello (Mursia, Milano); Heinrich, Parmenide e Giona: studi sul rapporto tra filosofia e mitologia” (Guida, Napoli); Casertano, Parmenide il metodo la scienza l'esperienza” (Loffredo, Napoli); Popper, “Il mondo di Parmenide: alla scoperta dell'illuminismo presocratico” (Piemme, Casale Monferrat); Heidegger, “Parmenide”, a cura di VOLPI (vedi) (Adelphi, Milano); Gadamer, Scritti su Parmenide, a cura di Saviani (Filema, Napoli); Colli, Gorgia di LEONZIO e V.. Lezioni (Adelphi, Milano); Cordero, “By Being, It is. The Thesis of Parmenides, Parmenides Publishing, Las Vega); Pulpito, Parmenide e la negazione del tempo. Interpretazioni e problemi” (LED, Milano); Sangiacomo, La sfida di Parmenide. Verso la Rinascenza, Il Prato, Padova); Abbate, Parmenide e i neoplatonici. Dall'Essere all'Uno e al di là dell'Uno” (Edizioni dell'Orso, Alessandria); Toro, L'enigma Parmenide. Poesia e filosofia nel proemio” (Aracne, Rom); Ferrari, “Il migliore dei mondi impossibili: Parmenide e il cosmo dei Presocratici” (Aracne, Roma); Donà (vedi), Parmenide. Dell'essere e del nulla, (Alboversorio, Milano); Sperduto, Il divenire dell'eterno (Aracne, Roma); Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,  Parmènide (filosofo), su sapere; Agostini. Spiegazione dell'enigma dell'essere di Parmenide, su parmenide; Severino. Il Poema, le fonti, le interpretazioni, su filosofico. Severino: Parmenide, su rai scuola; Sull'Essere" recitato in greco antico ricostruito, su podium-arts; Un'ampia lista degli studi dedicati a Parmenide su Parmenides; Parmenides and the Question of Being in Greek Thought, su ontology. con una bibliografia annotata degli studi recenti e delle edizioni critiche.Stanford. Refs.: H. P. Grice, “Negation and privation,” “Lectures on negation,” Wiggins, “Grice and Parmenides”. Parmenide. Keywords: Velia, velino, velini, la porta. Refs.: Luigi Speranza, “Il parmenideismo italiano,” Luigi Speranza, "Grice e Parmenide," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Velia.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Velia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei velini – la scuola di Velia – Campania -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Velia). Abstract. Keywords: “A first in Greats” --.Mundle said that the type of ordinary language H. P. Grice promoted was one that would be used by a he (Oxford was not co-educational then) who got a first in Greats. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Velia, Ascea, Salerno, Campania. Cf. senofane, parmenide -- Velia --  (or as Strawson would prefer, Zeno). Sometimes spelt ‘Senone’ "Senone *loved* his native Velia. Vivid evidence of the cultural impact of Senone's arguments in Italia is to be found in the interior of a red-figure drinking cup (Roma, Villa Giulia, inv. 3591) discovered in the Etrurian city of Falerii. It depicts a heroic figure racing nimbly ahead of a large tortoise and has every appearance of being the first known ‘response’ to the Achilles (or Mercurio, Ermete) paradox. “Was ‘Senone’ BORN in Velia?” -- that is the question!” -- Grice. Italian philosopher, as as such, or as Grice prefers, ‘senone’ – Zeno’s paradoxes. “Since Elea is in Italy, we can say Zeno is Italian.” H. P. Grice. “Linguistic puzzles, in nature.”  H. P. Grice. four paradoxes relating to space and motion attributed to Zenone di Velia. The race-track, Achilles and the tortoise, the stadium, and the arrow. Zenoe’s work is known to us through secondary sources, in particular Aristotle. The race-track paradox. If a runner is to reach the end of the track, he must first complete an infinite number of different journeys: getting to the midpoint, then to the point midway between the midpoint and the end, then to the point midway between this one and the end, and so on. But it is logically impossible for someone to complete an infinite series of journeys. Therefore, the runner cannot reach the end of the track. Since it is irrelevant to the argument how far the end of the track is -- it could be a foot or an inch or a micron away -- this argument, if sound, shows that motion is impossible. Moving to any point involves an infinite number of journeys, and an infinite number of journeys cannot be completed. The paradox of Achilles and the tortoise. Achilles runs much faster than the tortoise. A race is arranged between them, and the tortoise is given a lead. Zenone argues that Achilles never catches up with the tortoise no matter how fast he runs and no matter how long the race goes on. For, the first thing Achilles has to do is to get to the place from which the tortoise started. But the tortoise, though slow, is unflagging. While Achilles is occupied in making up his handicap, the tortoise advances a little farther. The next thing Achilles has to do is to get to the new place the tortoise occupies. While Achilles is doing this, the tortoise has gone a little farther still. However small the gap that remains, it take Achilles some time to cross it. In that tim, the tortoise creates another gap. So, however fast Achilles runs, all that the tortoise has to do, in order not to be beaten, is not to stop. The stadium paradox. Imagine three equal cubes, A, B, and C, with sides all of length l, arranged in a line stretching away from one. A is moved perpendicularly out of line to the right by a distance equal to l. At the same time, and at the same rate, C is moved perpendicularly out of line to the left by a distance equal to l. The time it takes A to travel l/2 relative to B equals the time it takes A to travel to l relative to C. So, it follows that half the time equals its double. The arrow paradox. At any instant of time, the flying arrow occupies a space equal to itself. That is, the arrow at an instant cannot be moving, for motion takes a period of time, and a temporal instant is conceived as a point, not itself having duration. It follows that the arrow is at rest at every instant, and so does not move. What goes for arrows goes for everything: nothing moves. Scholars disagree about what Zenone himself takes his paradoxes to show. There is no evidence that Zenone offers any “solution” to his paradoxes. One view is that the four paradoxes are part of a programme to establish that *multiplicity* -- including motion -- is an illusion of the senses, and that reality is a seamless whole. V.’s argument may be reconstructed like this. If you allow that reality can be successively divided into parts, you find yourself with these four insupportable paradoxes. So you must think of reality as a single indivisible one. Senza le premesse di tale discussione e problematica si precisano chiaramente nei finissimi argomenti di V. di Velia, discepolo e difensore di Parmenide di Velia, in cui si vede bene il taglio netto tra l'essere che è e in cui tutto si annulla, e il mondo umano costruito dall'uomo stesso. All'inizio del “Parmenide” Platone narra che una volta, durante le grandi Panatenee, Parmenide e V. vennero ad Atene. Parmenide e d'aspetto bello e nobile. Zenone, di grande statura e bell'uomo anche (“Parmenide”). Platone dice, poi, che in quell'occasione Zenone legge un saggio che scrive per difendere la tesi di Parmenide di Velia, ma che quel saggio Zenone compose per amor di polemica e che per giunta un tale glielo ha sottratto, per cui, Platone fa dire a Zenone. Non ha neppure il tempo di pensare se fosse o no il caso di darlo alla luce. Platone, forse, per dare avvio alla sua discussione, probabilmente nei confronti della setta di Velia, si riallaccia di proposito a Parmenide e a Zenone mettendoli in rapporto con Socrate. Può darsi, dunque, che Platone forza la notizia di Zenone e Parmenide ad Atene in un'epoca in cui sembra difficile, per ragioni cronologiche, che Parmenide sia potuto venire ad Atene. Nulla vieta, invece, di pensare che lui sia stato effettivamente ad Atene, anche se in epoca diversa. Discepolo di Parmenide, Zenone nasce a Velia. Platone (“Parmenide”) narra che V. e venuto con Parmenide ad Atene. Tutte le fonti lo presentano come uomo prestante e altamente intelligente, che prende attiva parte alla vita politica di Velia, dove sarebbe eroicamente morto combattendo il tiranno Ncarco, quando, preso da Nearco e torturato, per non parlare si spezza la lingua con i denti, sputandola addosso al tiranno. Sembra che la struttura originaria del saggio di Zenone, o dei suoi saggi, e anti-nomica, e che [Altro punto sospetto è che Platone dice che il saggio che V. scrive e stato fatto circolare senza il permesso dell'autore. Potrebbe questo essere indice che Platone, in effetto, non espone la tesi vera di Zenone, anche se, nella finzione del dialogo, lui stesso approvi, con qualche riserva, il sunto che dei punti salienti dà Socrate. Platone, nel “Parmenide” tende a dimostrare l'impossibilità di pensare l'essere di Parmenide che porta dietro di sé l'altrettanta impossibilità di pensare i molti, onde, postici sul piano di Parmenide, risulta impossibile il discorso, un qual-sivoglia giudizio. Non interessa ora la soluzione di Platone e il suo tentativo di poter pensare l'essere come dialetticità corrispondente alla dialetticità del pensiero, per cui si rende possibile porre un tutto oggettivo. come ordine dialettico e misura su cui scandire, attraverso la conoscenza di sé, lo stesso ordine politico. È tuttavia importante sottolineare che nei confronti dell'uno di Parmenide e delle opere di lui -- che accettando l'ipotesi di Parmenide e anche accettando che l'uno di Parmenide si può, all'estremo, ritenere assurdo, vuoi dimostrare che altrettanto assurdo è porre unità accanto a unità, come i pitagorici, quando si ritenga che queste siano realtà per sé e non puri nomi -- la polemica di Platone chiarifica quella che storicamente dev'essere stata l'aporia fondamentale in cui si trova il lettore del saggio di V.. In verità - abbietta V. nel Parmenide di Platone - questo mio saggio vuol essere in certo modo una difesa della dottrina di Parmenide contro quelli che cercano di metterla in ridicolo sostenendo che la tesi dell'esistenza dell'uno va incontro a molte conseguenze ridicole e contraddittorie. Vuole confutare perciò questo mio saggio quelli che asseriscono l'esistenza dei molti e render loro la pariglia e anche di piu, cercando di mostrare che la loro ipotesi dell'esistenza dei molti va incontro a CONSEQUENZE ANCOR  PIU RIDICOLE di quella dell'uno se si vuole andare in fondo alla ricerca. In effetto, qui Platone corregge la sua prima affermazione che V. e VELIA diceno la stessa cosa ("dite su per giu la cosa medesima”), e per i suoi intenti lascia cadere la precisazione di V.. Ma ciò è fondamentale, perché, in genere, è con questi abili accenni che Platone distingue, quello che a Platone importa da quello che accantona, ma che corrisponde, quasi sempre, alla verità storica. Zenone, quaranta fossero gl’argomenti contro la tesi che sostiene il molteplice e il moto. Platone che vede in Zenone il difensore dell’Uno di Parmenide, lo chiama il "palamede eleatico" (Fedro) ] dunque, sarebbe parmenideo alla rovescia. V. accetta che l'uno-tutto di Parmenide porta alla finale contraddizione dell'impensabilità -- proprio sulla via del pensiero -- dell'uno stesso. Solo che la facile critica dell'annullarsi dell'uno deve tener presente che, ammessa la esistenza dei molti, di punti accanto a punti, come enti reali, si cade nelle stesse contraddizioni di chi pone l'uno. Zenone non dice mai cosa sia l'essere. V. nega che posti i molti come esistenti, sul piano logico i molti esistano, confermando cosi la tesi di Parmenide che i molti in quanto tali, in quanto definizioni, non sono che puri *nomi* (nel piano linguistico) o illusione (nel piano cognoscitivo). Ammessa, dunque, pitagoricamente, l'esistenza di punti reali costituenti le cose, bisogna necessariamente ammettere che ciascuna di tali unità in quanto punto ha una grandezza, anche se minima, onde in ogni punto vi sono infiniti punti e quindi ogni punto-unità e infinitamente grande. Se il punto poi non ha gradezza, poiché le cose si costituiscono come aventi grandezza per l'unione dei punti, come e mai possibile che punti senza grandezza diano luogo a grandezze? Un punto dunque, se non ha grandezza, non è. Ancora: ammesse piu cose costituite di punti, esse saranno ad un tempo in numero finito e infinito, il che è contraddittorio. Saranno in numero finito, perché non possono essere piu o meno di quante sono. Saranno in numero nfinito perché tra l'una e l'altra ve ne sarà un'altra ancora, e tra questa e l'altra un'altra ancora all'infinito. Ancora: ammessa la molteplicità di cose reali per sé, bisogna ammettere o che sono continue, onde la molteplicità si annulla nella continuità, che, essendo divisibile all'infinito, è costituita d’infiniti punti a loro volta divisibili all'infinito, fino al nulla; oppure che ogni cosa, limitando l'altra, occupa uno spazio e si distingue dall'altra per uno spazio. Ma allora ogni spazio in quanto luogo implica un altro luogo e cosi all'infinito, sino all'unico luogo cioè l'uno, cioè il nulla (Aristotele, Fisica; Simplicio, Fisica). Entro questa linea rientra anche il cosiddetto argomento del grano di miglio. Un grano o la decimillesima parte di un grano di miglio fa rumore. Ora, se fra un grano di miglio e un medimmo c'è proporzione, vi sarà proporzione anche tra i suoni, per cui se un medimmo di miglio fa rumore lo fa anche un solo grano (Aristotele, Fisica; Simplicio, Fisica). Ma ciò non avviene. Evidentemente quest'ultimo argomento rientra nei termini dei primi. Se l'uno, o la totalità, è impensabile irrelativamente, altrettanto impensabili sono i molti qualora si pongano quali realtà accanto a realtà. Nessuna parte del molteplice costituie il limite ultimo e nessuna e senza una relazione con un'altra. Poiché i molti sono impensabili, se non determinati come variazione di quantità di un CONTINUO, e poiché IL CONTINUO si può rappresentare come retta all'infinito, fino al nulla, i molti, se posti come realtà per sé, non sono. Cosi nell'ipotetica retta -- nulla è pensabile se non in quanto estensione ed estensione che si qualifica -- altrettanto inconcepibile è il moto, o meglio la possibilità dello spostamento e del passaggio da punto a punto, ché, dato, ad esempio, un segmento AB, tra A e B posta una metà A', necessariamente tra A e A', vi sarà una metà A" e cosi vita all'infinito – eis apeiron -- (argomento della dicotomia, cioè della divisione in due: Aristotele, Fisica; Simplido, Fisica). Evidentemente non vi è allora passaggio tra un ipotetico primo punto A e il punto della linea accanto ad A, onde si può dire che Achille piè veloce" in A non raggiunge mai la tartarugà che sia un passo avanti in A", ché, in effetto, logicamente, né l'uno né l'altra si muovono -- argomento dell'Achille—pie-veloce: cfr. Aristotele, Fisica; Simplicio), tanto piu che la linea, essendo costituita d'infiniti punti, è divisibile all'infinito, e quindi, all'infinito, si annulla. Analogamente LA FRECCIA non raggiungerà mai il bersaglio, dovendo percorrere l'infinito e rimanendo sempre ferma al punto di partenza -- argomento della freccia: cfr. Aristotele, Fisica; Simplicio, Fisica; Filopono, Fisica; Temistio, Fisica). Infine, dei presunti XL argomenti con i quali V. dimostra la contraddittorietà in cui pone o l'esperienza sensibile o la definizione dei dati che implicano la molteplicità o il movimento, abbiamo l'argomento detto dello stadio. Considerando in uno stadio un punto mobile che va ad una certa velocità, se lo si considera rispetto ad un punto fermo andrà, ad esempio, a X chilometri l'ora. Se lo si considera invece rispetto a un altro punto mobile che vada alla sua stessa velocità in senso opposto, quello stesso mobile va a XX chilometri all'ora. Il  argomento IV - dice Aristotele - è quello delle due serie di masse uguali che si muovono in senso contrario nello stadio, lungo altre masse uguali, le une cioè a partire dalla fine dello stadio, le altre dalla metà, con velocità uguale. La conseguenza è che la metà del tempo è uguale al doppio (Fisica; cfr. anche Simplicio, Fisica). I celebri argomenti contro il movimento, con cui, accettata la premessa che esiste il moto, con ferrea consequenzialità, di deduzione in deduzione, si dimostra come sul piano logico, contraddicendosi, non si possa se non negare il moto -- onde, appunto, Aristotele, secondo Diogene Laerzio, nel “Sofista” andato perduto - ha potuto dire che lui e padre della DIALETTICA, e non Gorgia da Leonzio -- come arte del confutare -- ci sono rimasti attraverso le discussioni e le critiche di Aristotele. Non sappiamo, in effetto, se tali argomenti sono proprii del saggio di Zenone, ché le fonti precedenti, ivi compreso Platone -- che fa intravedere solo gli argomenti contro l'esistenza della molteplicità -- ne tacciono. Certo gl’argomenti contro il movimento potevano essere conseguenza di quelli sulla pluralità, che, portando a dimostrare l'intraducibilità della fisica in termini logico-matematici, per l'impensabilità del CONTINUO SPAZIALE, portano anche a rendere impensabile il continuo spazio-temporale su cui si determinano, definendoli, i punti-geometrici, i cui rapporti di movimento divenivano rapporti spaziali e, quindi, ancora una volta impensabili o contraddittori. La sua polemica sembra quindi rivolta sia contro i punti-cose dei primi della setta di CROTONE (o se si vuole contro la riduzione a numeri interi delle cose da parte dei primi de quella setta), supponendo i numeri irrazionali, sia contro l'impossibilità di ridurre le esperienze della vita, della mutevolezza, alla sfera della ragione e dei numeri, senza perdere in puri nomi quella stessa vitalità. Le conseguenze della discussione di Zenone di V., tenendo presenti certe posizioni a lui contemporanee o immediatamente posteriori - lasciando da parte le implicazioni che vi hanno veduto certi storici, riferendo le sue tesi ad alcune delle concezioni della matematica e della fisica moderna -- sembrano potersi indicare nei seguenti punti. L’impossibilità di ridurre la fisica in termini matematici. La conseguente impossibilità di pensare, e quindi di definire, sia l'essere come totalità, sia la molteplicità. La consapevolezza che ogni ricostruzione matematica è valida, in quanto ipotetica e che altrettanto ipotetica è ogni ricostruzione fisica. Sul piano storico si determinano cosi. Posizioni diverse, a seconda di quale aspetto della problematica, impostata da Zenone, viene approfondito. O si insistito sul continuo giungendo a risolvere e ad annullare i molti (che restano come determinazioni valide su di UN PIANO PURAMENTE LINGUISTICO) nel continuo stesso, cioè nell'infinita unità (Melisso).O si è risolto l'uno su di un piano puramente matematico, per cui l'uno non è nessuno dei punti della serie, né il pari né il dispari, ma la possibilità dell'uno e dell'altro, e che nell'opposizione-armonia dà luogo a un'ipotesi logica che spiega un'ipotesi fisica (CROTONE e TARANTO). O si è assunta l'ipotesi fisica del continuo divisibile all'infinito in infiniti punti ognuno dei quali, infinito, ha in sé tutte le infinite possibilità, gl'infiniti semi vitali, onde in ogni punto tutto è tutto (Anassagora); o si è fatta l'ipotesi che gli infiniti punti, proprio perché infiniti e quindi escludenti un passaggio dall'uno all'altro all'infinito costituiscono infiniti limiti, d'onde una infinita serie di limiti, d'indivisibili (atomi) implicanti nel limite una separazione, cioè un altro limite come vuoto (Leucippo, che fu discepolo di V. di V., e Democrito). Infine, se da un lato la sua problematica portava a impostare l'intelligibilità del reale non come afferrante la struttura in sé del reale stesso, ma come ipotesi o fisica o matematica, dall'altro lato portava, nella consapevolezza dell'impossibilità logica dell'essere o del divenire, della verità, a rimanere sul piano dell'opinione e del discorso umani, entro i termini dello stesso mondo dègl’uomini e dei loro rapporti (Protagora, Gorgia). Grice: “At Oxford, it would be ridiculous to refer to Occam, the philosopher, as William. Mutatis mutandis, Parmenides of Velia and Zenone of Velia should be referred to as “Velia.” I propose to call Parmnide VELIA, and Zenone VELINO, to avoid ambiguity!”. Senone di Velia. Keywords: reductio ad absurdum, alievo di Parmenide di Velia, scuola di Velia, scuola di Crotone, i veliati, i veliani, Adorno, velino. Refs.: H. P. Grice, “Zeno’s sophisma;” Luigi Speranza, "Senone e Grice," “Grice e Zenone” -- The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Velino.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Velleio: la ragione converazionale a Roma –- l’orto divino -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: Roma antica. “At that time, at Oxford, philosophy could not be studied but under the classics. Philosophy started to be studied fie terms into your degree. Your degree was for a B. A. Lit. Hum., which upon seven years from matriculation could become, if you pay the fee, the M. A. Lit. Hum., which was Grice’s highest earned degree. He then became Tutorial Fellow in Philosophy at St. John’s, upscaling from his more modest ubrining at Corpus, and Merton. Filosofo italiano. L’orto. Used by Cicerone as a representative of L’orto -- on the topic of the divine in “De natura deorum.” Although a senator, his philosophical views lead him to steer clear of ‘dirty’ politics. Gaio Velleio. Velleio. Keywords: Roma antica. Luigi Speranza, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Velleio.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!: ossia, Grice e Venanzio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’estetica – la scula di Portogruaro – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Portogruaro). Abstract. good, kalloskagathia, kallon agathon, Sibley. Grice on multiplicity – beauty, beautiful. Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano.Portogruaro, Venezia, Veneto. Essential talian philosopher. Filosofo italiano. Dov'e nato gli e dato a precettore Fortis, prete onesto, né senza ingegno. A' tredici anni studiò nel patrio seminario belle lettere e filosofia; ed è ben curioso a pensare, come a quel tempo, che pur anch'esso gloriavasi di civiltà e cominciava a combattere la tirannia de vecchii errori, non mancasse più d'uno che con ra-gionamento, meglio specioso che giusto, sentenziasse doversi apprendere prima filosofia e poscia retorica, perché, innanzi di scrivere, era debito d'imparare a pensare. Una fedele immagine di quelle scuole ci presenta lo stesso V. In retorica continue traduzioni dei classici latini, affatto pedantesche, per non dire meccaniche; della letteratura italiana neppure un cenno; Dante, Petrarca, Tasso, Ariosto, nomi ignoti; non si prefiggeva allo scrivere italiano altro modello, che il Cesarotti nei versi, ed il Thomas nella prosa; onde chi produceva versi più sonanti, o periodi più tronchi, più smozzicati, più era lodato. In FILOSOFIA, la lettura di qualche TESTO LATINO DI LOGICA E DI METAFISICA, che poscia si mandava alla memoria senza bene intenderlo; qualche libamento di fisica; le quattro operazioni fondamentali dell'aritmetica ed una occhiata al calcolo delle frazioni; le prime proposizioni d'Euclide; a ciò tutto riducevasi allora il tirocinio filosofico'». qualche cosa. Il Venanzio abbracciò coll'acutezza dell'ingegno e con solerte diligenza la filosofia e la giurisprudenza: nella quale fu addottorato; e fra la gravità degli studii continui, che lo fecero prematuramente vecchio, fra le publiche cure e l'esemplare affetto alla sua famiglia può dirsi ch'egli abbia spesa la vita. E fu la sua veramente vita non vaga di brighe, né di mondano romore, ma quale si conviene a chiunque ami sinceramente gli studii e voglia rendersi non talso sacerdote del bello. La natura lo aveva arricchito di tutte le doti che sono richieste al filosofo e al letterato. V. abbraccia coll'acutezza dell'ingegno e con solerte diligenza la filosofia e la giurisprudenza: nella quale fu addottorato; e fra la gravità degli studii continui, che lo fecero prematuramente vecchio, fra le publiche cure e l'esemplare affetto alla sua famiglia può dirsi ch'egli abbia spesa la lunga vita. E fu la sua veramente vita non vaga di brighe, né di mondano romore, ma quale si conviene a chiunque ami sinceramente gli studii e voglia rendersi non talso sacerdote del bello. La natura lo aveva arricchito di tutte le doti che sono richieste al filosofo e al letterato. Forza e acume d'intellet-to, tenace memoria, pronta e fervida fantasia; animo capace di sentir alto e soave. Tentata, non intelicemente, la lirica e la drammatica, non tardò a comprendere il grandissimo bisogno che di buoni prosatori, più che di poeti, aveva l'Italia. E a conseguire il nobilissimo fine stimò necessarii gli studii estetici; ai quali si siede con largo apparecchio di filosofia e filologia, apprendendo altresì con volere fermissimo il greco. Onde compose e pubblica quell'opera, che dall'amore del bello non saprei perché intitolasse Callofilia me-glio, che Filocalia. Della quale meritamente egli colse a que' giorni bellissima fama, come di lavoro d'alta natura e di sottili investiga-zioni, chiaramente e ordinatamente esposte e di certa eleganza e amenità di stile vestite.  Divide la materia in tre libri. Parla nel primo del bello naturale; e definito essere la bellezza non una verità, ma un sentimento, dimostra che in tutte le età, in tutte le condizio-ni, in tutte le sue principali tendenze l'uomo è dominato dalla forza del principio estetico, e prova sempre il bisogno di porre in movimento le proprie facoltà vitali. Famiglia, patria, religione, aspetti naturali, avvenimenti storici d'ogni maniera, tutto agita, tutto commuove, tutto modifica la sua vita. La storia de popo-li, tanto somigliante alla vita degl'individui, (poiché questi fanno per giorni ciò che quelli per secoli) ne fa certi che la brama di senti-re, di pensare, è in tutte le nazioni operosa e assidua. Ondeché, ristrignendo le osservazioni al bello e alle facoltà sensitive, pone l'autore che il bello naturale consiste nell'at-titudine che hanno gli oggetti componenti la universale natura di esercitare proporzionatamente le facoltà sensitive dell'uomo. Svolge ampiamente e sottilmente le conseguenze che se ne traggono; e, detto della differenza tra il vero, il bello e il buono, dimostra come l'accoppiamento del vario coll'uno sia il necessario generatore della bellezza. E poiché primo bisogno dell'anima nostra è, che sieno le facoltà convenientemente esercitate, ed è proprio ed essenziale uffizio della bellezza il soddisfare a questo bisogno, per quanto spetta alle facoltà sensitive, il Venanzio stabilisce i principii, secondo che si può conoscere quali tra le passioni abbiano veracemente in sé il pregio della morale bellezza, e in qual grado e per quali motivi. Di che si fa manifesto che la morale bellezza, la quale è l'esemplare della vita e la regola de' costumi, non è un ente speculativo dipendente dai pensamenti e dai capricci degli uomini, talora dagli errori oscurato, spesso alterato e contraffatto da' bisogni, dalle vicende, da ogni maniera di malvagità; ma un ente che per le sue ispirazioni può dirsi reale ed effettivo, reggentesi sul fondamento posto dalla natura e dettante le leggi sue con una voce, ch'è una in tutti. Per la qual cosa, essendo la bellezza morale riproduzione della naturale, ne segue che le stesse norme e condizioni attribuite all'una sieno da attribuire anche all'altra; onde primieramen-te e solamente la vista e l'udito sono organi della morale bellezza; della cui molteplice e ordinata varietà d'aspetti egregiamente discorre V., e ne addita la scala, che una serie di gradi progressivi d'efficacia e di forza compone. E così procedendo a faticosa e ingegnosa analisi pon fine al secondo libro.  Materia al terzo è il bello artificiale; obietto precipuo dell'opera. Quando in un uomo perfettamente costituito la bellezza genera le sue impressioni, havvi un punto, in cui la sensazione si trasforma in imagine; e per l'ettetto simultaneo della della imagine sorgono nell'anima gl'impul-si creatori e le determinazioni della volontà.  Ivi è l'origine della poesia, ch'è nel suo più ampio concetto la commozione dell'animo eccitato dalla bellezza a operare. Tutte le opere dell'uomo, nate dalle ispirazioni della bellezza, costituiscono vera e schietta poesia; ma come non tutte le azioni della vita hanno in sé l'impronta della bellezza, così alcune sono di lor natura poetiche, e altre non sono.  Senza che, varie son le maniere di presentare le inspirazioni del bello; o cercando nelle forze fisiche e morali, commosse a splendidi impeti, la via di palesare con fatti la propria commozione; o, in luogo di fatti, figurando un sentimento vero con mezzi che non son veri. Di qua l'origine della imitazione; la quale viene l'autore mirabilmente considerando in tutte le possibili relazioni e in tutte le varietà de fenomeni ch'ella presenta; né meno maestrevolmente esamina quella parte della poesia, che nella imitazione è riposta, distinguendo in essa il concetto, la composizione e la esecuzione. Molto poi sottilmente ragiona del bello ideale, che tanto e lungamente diede a pensare e discutere. E vinti tutti i sofismi, egli ammette l'esistenza di questo bello idea-le, che molti pur negano, e n'espone gli ufficii e ne dimostra i caratteri con assai giuste ragioni ed esempii autorevoli. Né con minore importanza tralascia di parlare della esecuzione, punto in cui nascono e si partono le arti imitative, onde l'ingegno rende manifesti e sensibili i suoi proprii concepimenti. E, o imiti l'artista il bello naturale per mezzo delle arti del disegno, o il bello morale per quelle dell'armonia, si troveranno spesso amendue queste parti rannodate fra loro dall'espressio-ne; santissimo vincolo della bellezza naturale colla bellezza morale. Appartiene finalmente all'estetica e alla retorica, non meno che alle pratiche istituzioni additar l'uso de' mezzi materiali, particolari a ciascun'arte; e insegnare le forme, le figure, i modi acconci ad efficacemente e nobilmente rappresentare il concetto. In fine conchiude, non essere il bello argomento di diletto e di piacevoli in-vestigazioni, ma motore principalissimo della natura morale, dalla quale e impulso e norma e qualità e misura ricevono le passioni; doversi e per importanza e per dignità agguagliare alla logica; perocché l'una mira a bene indirizzare la mente; l'altra educa il cuore; questa segue il lume della verità: quella, della bellez-za; potere insomma e l'etica e la metafisica e il diritto in generale e l'economia trarre grandissima utilità dall'amore della bellezza.Carrer. Pietose esequie per lui si celebrarono nella Basilica di S. Marco, e il dolore apparve su tutti i volti, qual era in tutti i cuori, solenne e profondo; ed il municipio di Venezia gli decreta sepoltura propria ed iscrizione monumentale nel comunale cimiterio. Così quella feconda vita innanzi tempo si spense e la gloria dell'estinto ormai più non dura che nella memoria delle sue virtù e nella splendida bellezza delle sue opere. Sventura acerbissima! che priva la patria di un cospicuo decoro e tolse alla italiana filosofia di cogliere il pieno frutto dei nobili studj di un tanto filosofo, ed a questo di godere più a lungo, dopo i sofferti infortunj, il meritato riposo e e ben conseguite ricompense. -- Dal Comentario della vita e delle opere di Carrer, in Carrer, Poesie (Le Monnier, Firenze). Sulla eccellenza dei prosatori. Chiunque alle prime origini ed alle rarie vicende della italiana filosofia volga la mente, scorgerà dì leggieri, che ogni epoca di essa è renduta dalle altre singolare da pregi non solo segnalati in se stessi, ma eziandio ai progressi della letteratura medesima in partìcolar modo accomodati; cosicché, mentre le altre nazioni la maggior loro gloria in un solo secolo ripongono, la nostra può a giusto diritto di molti egualmente vantarsi. Amore ardentissimo di patria, zelo di libertà e quel senso squisito del bello che alla prima aurora della civiltà corse a risvegliare gli animi per lungo sonno inoperosi, mossero i nostri padri del trecento a fondare la lingua e la letteratura italiana; e tanta fu la fiamma allora accesa nei petti sdegnosi dell'antica barbarie, che sursero ad un tratto quei miracoli di sapere e d'ingegno, Dante, Petrarca, e Boccaccio; ai quali tenne dietro la onorata comitiva dei Villani, dei Cavalca, dei Passavanti, dei Compagni, e di parecchi illustri Volgarizzatori, dalle cui scritture la purissima vena discorre dell'italiano favellare.  E nella eccelsa carriera, dappertutto, ed alla testa di tutti si mostra GALILEI; spirito che più che a decoro della sua patria e del suo secolo parve nato a lume ed a stupore dell'universo. Ch'egli pensò e previdde come Bacone, ma con alacrità inoltrossi pel sentiero che quegli aveva soltanto additato; dubitò come Cartesio, ma alle opinioni rivocate in dubbio non sostituì come quello vane chimere e sognate ipotesi; osservò e scoprì come Newton; ma la progressione dei tempi riservò al filosofo inglese il vanto di dare il suo nome al grande sistema per cui l'italiano aveva in gran parte approntato i materiali. Imperciocchè dopo avere in terra stabilite le leggi della caduta dei gravi, delle velocità, delle resistenze, delle percosse, e dopo aver per così dire valutati i corpi in numero, peso e misura, colla pupilla armata del telescopio da lui forse inventato e certamente perfezionato speculò arditamente nel cielo, ed ivi con invitta forza stabilì l'impero del sole ed il nostro mondo gli rese soggetto, vide valli e monti nella luna, vide di nuove stelle risplendere il firmamento, e Giove che prima per solitaria via moveva deserto fornì d'astri seguaci, ed il vaghissimo volto di Venere a seconda dei tempi e delle vicende fece che in vari aspetti ai cupid'occhi si mostrasse: felice! chè le opere ed i trovati mostrarono quanto in lui vi fosse di divino, le sole sventure quanto di mortale. Il Dizionario della Crusca è il solo da cui e precettori e discepoli trar possano norme e soccorsi, serbiamo con ogni cura intatta la fede e la dignità di questo libro reverendo; e non feriamone l'autorità coll'arme del ridicolo. Gli alti pensieri, lo stile acconcio e severo e le scelte ed accresciute parole costituiscono le qualità distintive delle prose dei buoni scrittori del seicento; per le quali la lingua italiana giunse in quel secolo ad un vigore e ad un nerbo, che fra le splendide pompe e le floride eleganze del secolo antecedente non aveva forse saputo acquistare. A niuno inferiore e superiore a molti è Redi, e sia che il proprio animo manifesti nella epistolare corrispondenza, sia che della inferma salute de' suoi ammalati discorra, sia ch'espenga le sue gravissime osservazioni alla istoria naturale pertinenti, sia che si applichi ad illustrare la patria favella ed a risolverne le più sottili questioni, dagli altri di lunga mano si distingue per la spontanea leggiadria con cui le scritture condisce senza renderle affettate o leziose, per le grazie ingenue e festive di cui le sparge, pel patrimonio prezioso di schiette e adequate parole di cui le arricchisce, esoprattutto per certi ritorcimenti e per certe giudiziose piegature con cui nuovi significati e vaghezza nuova alle voci radicali sa dare.  Girolamo Venanzio, Sulla eccellenza dei prosatori, in Memorie scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Treviso, Andreola, Treviso. Girolamo Venanzio Venanzio. Keywords: filocallia, callofilo, il bello, l’estetica. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza, “Grice e Venanzio” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Venanzio.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!: ossia, Grice e Vera: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’idealismo italiano – la scuola d’Amelia – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Amelia). Abstract. Keywords: ideare, ideatum. DAL VOCABOLARIO ideare   v. tr. [der. di idea] (io idèo, ecc.; poco usate le forme del pres. indic. e cong., e soprattutto rarissime, per ragioni di eufonia, pur essendo le sole regolari, le forme ideiamo dell’indic. e ideiamo, ideiate del cong.). – Concepire con la mente l’idea, cioè determinare le linee generali, il progetto o il programma di qualche cosa che sarà, o dovrebbe essere, poi realizzata: i. un’opera, un poema, un sito web; i. uno scherzo; il palazzo è stato eseguito in modo diverso da come l’aveva ideato l’architetto. Più genericam., ma meno com., proporsi di fare qualche cosa: avevo ideato una bella escursione in montagna.Filosofo umbro. Filosofo italiano. Amelia, Terni, Umbria. Essential Italian philosopher. Senatore del Regno d'Italia. Filosofo italiano. Grice: “One of my own favourite unpublications is “Absolutes,” which took its inspiration from a little tract by Vera which was especially influential on Flaubert, “Il problema dell’assoluto.” Strawson remarked: “it was a boojum, you see!” Senatore del Regno d'Italia. Compe i suoi studi alla Sapienza di Roma, terminandoli alla Sorbona di Parigi. Mostra subito un immenso talento per l'insegnamento, caratterizzato da lucidità di esposizione e genuino spirito filosofico, reggendo svariate cattedre in città importanti della Francia e della Svizzera. Il colpo di stato di Napoleone III lo costrinse a rifugiarsi in Inghilterra a causa delle sue idee eterodosse. Qui intraprese la stesura in francese dell’“Introduzione alla filosofia” di Hegel. Torna in Italia, riuscendo a diventare il più geniale e originale comunicatore della filosofia di Hegel, insegnando storia della filosofia dapprima all'accademia di Milano, e poi, su invito di SANCTIS (vedi), a Napoli. Continua a intrattenere scambi fecondi con la Società filosofica di Berlino e con gl’ambienti hegeliani tedeschi e francesi. Divenne socio nazionale dell'accademia dei lincei.  E suo fedelissimo allievo MARIANO.  E durante i suoi studi con Cousin a Parigi che V. arriva a conoscere la filosofia, risentendo fortemente dell'hegelismo allora in voga, di cui divenne in Italia promotore indiscusso. Si deve infatti a V. il risveglio in Italia dell'interesse per la filosofia idealista ed hegeliana in particolare, anche se egli godette di maggior fortuna all'estero, mentre ha un influsso molto minore in patria rispetto a quello esercitato ad esempio dai lavori di SPAVENTA. A differenza di SPAVENTA, infatti, che reinterpreta la filosofia di Hegel in chiave critica, V. si mantenne sostanzialmente fedele al dettato ortodosso della dottrina.  Nei suoi saggi, che esaltano la capacità di Hegel nel collegare ogni aspetto della realtà in un sistema organico, prevale l'attenzione per il problema religioso. V. interpreta l'idea logica hegeliana in senso trascendente, come il concetto del divino venendo per questo accostato in certa misura alla destra hegeliana in Germania, sebbene una tale lettura possa apparire una forzatura.  Centrale è il primato dell'idea, che si articola nella storia come organismo spirituale, e per attingere la quale occorre trascendere la natura. L'idea esiste bensì anche nelle piante e neg’animali, ma in maniera incosciente, e nel’imperatore di Prussia in maniera consciente. Solo nell'essere umano – la persona -- essa giunge a pensarsi come idea, divenendo in tal modo storia, e rendendo possibile anche il progresso delle entità collettive di personi che sussistono come una nazione. Finché una nazione vive nella sfera del suo essere sensibile e animale, essa non si muove. Essa ripete ogni giorno la stessa vita e gli stessi eventi. Essa prova sempre gli stessi bisogni. Che se non fosse possibile trascendere questa sfera, la storia stessa non sarebbe possibile. Queste poche considerazioni ci spingono adunque a riconoscere con più pieno convincimento che solo l'idea o l'assoluto è il motore della nazione italiana e dell'umanità, ovvero il principio determinante della storia” -- “Introduzione alla filosofia della storia” (Monnier, Firenze). La sua “Introduzione alla filosofia di Hegel” influenza Flaubert nella stesura di Bouvard e Pécuchet.  In Italia invece è stato determinante per aver stimolato, insieme a SPAVENTA, la nascita dell'idealismo con CROCE e GENTILE. Il suo saggio filosofico più famoso è “Il problema dell'assoluto.” Si dedica anche a tematiche giuridiche e politiche su Cavour con Libera Chiesa in libero Stato, in cui attribuie il ritardo del processo di rinnovamento liberale in Italia alla mancanza, durante il suo rinascimento, di una riforma luterana come quella d'oltralpe. Tesi in latino: “Platonis, Aristotelis et Hegelii: de medio termino doctrina. Quaestio philosophica”. Saggi: “Amore e filosofia: orazione inaugurale nel solenne riaprimento dell'accademia (Milano); “La pena di morte” (Napoli); “Prolusioni alla storia della filosofia e alla filosofia della storia” (Napoli); “Ricerche sulla scienza speculativa e sperimentale” (Napoli); “La filosofia della storia” (Firenze); “Cavour e libera Chiesa in libero Stato” (Napoli); “Problema dell'assoluto” (Napoli); “Platone e l'immortalità dell'anima” (Napoli); “Saggi filosofici” (Napoli). Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nastrino per uniforme ordinaria. Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Enciclopedia Italiana. V., su treccani. La Civiltà cattolica, Firenze, libraio L. Manuelli. Sträter osserva in proposito che V. sembra la degna riproduzione italo-francese di quel tipo a cui in Germania usiamo dare il nome di hegeliani o anche di ortodossi di stretta osservanz -- cit. in Tortora, Le filosofie italiane,  de "Le filosofie contemporanee", Università degli Studi Federico II di Napoli. La rinascita hegeliana a Napoli, su eleaml. altervista.o.  Lezioni di V., raccolte e pubblicate con l'approvazione dell'autore da Mariano, Monnier, Firenze, Revue Flaubert, L'escatologia pitagorica nella tradizione occidentale, su rito simbolico. Cotroneo, Filosofia e storiografia, Rubbettino, Mariano, Introduzione alla filosofia della storia. Lezioni di V. raccolte e pubblicate con l'approvazione dell'autore da Mariano (Firenze, Monnier). Gentile, V. e l'ortodossismo hegeliano, in Le origini della filosofia contemporanea in Italia,  Messina, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, PLEBE, Spaventa e V., Torino, Edizioni di Filosofia, Oldrini, “Gli hegeliani di Napoli. V. e la corrente ortodossa” (Milano, Feltrinelli); Cricelli, V. e la filosofia hegeliana, Il Testo. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  V., Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., Senatori d'Italia, Senato della Repubblica. Vita e opere di V., su malerba. Introduzione alla filosofia della storia. Lezioni di V. raccolte e pubblicate con l'approvazione dell'autore da Mariano (Firenze Monnier).  Gatti, per far meglio conoscere ai lettori della sua Rivista napoletana Augusto V., il pensatore illustre che insegnava già da due anni nell'Università di Napoli, ma non pare godesse la riputa-zione e la simpatia di altri professori aderenti alla stessa scuola filosofica e assai men noti fuori d'Italia, pubblicava due inediti frammenti di filosofia hegeliana del  V.: e si accingeva quindi a voltare in italiano e a divulgare in elegante o puscolo una discussione dell'empirismo inglese, dall'autore già pubblicata a Londra nel 1856 %.  Gli pareva che le questioni toccatevi fossero cosi fondamentali e riguardassero cosi da vicino l'essenza stessa del sapere filosofico da poter giovare all'Italia non meno che all'Inghilterra, aiutando gli studi nostri ad orientarsi verso un concetto esatto della filosofia come scienza dell'assoluto, da conseguire con un metodo adeguato al suo oggetto, ossia parimenti assoluto: che era la tesi propugnata dal V. dal punto di vista dello hegelismo, che è a come a dire l'ultima parola della scienza». Giac-ché la reazione sorta in Germania, in quegli anni, contro questa filosofia, era, agli occhi del nostro Gatti, fallita, non essendo riuscita ad opporre allo hegelismo e un altro sistema della medesima comprensione, il quale abbia potuto come quello impadronirsi di tutto il sapere e penetrarne tutte le parti». E intanto il Gatti vedeva che non c'era campo di studi che il pensiero hegeliano non avesse fecondato, « e le scienze naturali e le filologiche e le istoriche son tutte piene del suo spirito. Prova indu-bitata che quel sistema rappresenta la general maniera di pensare e le esigenze del pensiero contemporaneo e che ha le sue radici, come ogni altra filosofia le ha avute, nelle intime condizioni dello spirito stesso del secolo», Le proteste individuali erano state sopraffatte dall'energia del pensiero; e lo spirito della filosofia combattuta aveva, senza che essi lo sapessero, soggiogato i suoi stessi avver-sari, « riducendoli, quasi direi, a muoversi nella sua atmo-sfera, a respirarne l'aria, a guardare attraverso di essa le cose e i fatti e le loro relazioni e trasformazioni ».  Questa filosofia con sforzi perseveranti e con ricchezza non comune di sapere V. s'era studiato di diffondere, di renderla accessibile al maggior numero in Francia, «d' inocularla colle sue genuine fattezze in Italia » e d'ini-ziarvi anche l'Inghilterra. Di questa vasta filosofia il Gatti non conosceva « né più intero interprete, né più ardente propagatore, né più libero e insieme più fedel seguace; e ne tesseva l'elogio con evidente intenzione di contrapporlo a un altro interprete della stessa filosofia, che insegnava allora nella Università di Napoli accanto al V., e che molti pel rigore e la profondità del pensiero come pel libero atteggiamento verso l'autore del sistema propendevano a mettere al di sopra del V.. « Con una conoscenza profonda del sistema che ha accettato, con una persuasione intima che fuori di quello non sia salvezza per la filosofia, V. è lontano da quella pedan-teria che fa consistere la profondità o la sostanza di un sistema in certe astruserie di formole, le quali spesso perdono il significato passando di una lingua in un'altra.  Né meno è lontano da quella affettazione d' indipendenza per la quale i discepoli più pedissequi si credono talora ambiziosamente obbligati a cercare un punto in cui si possano mostrare in disaccordo col maestro». Dove par di udire l'eco di certi giudizi privati dello stesso V., che, come vedremo, fu di proposito e per forza il più ortodosso degli hegeliani. Non v'ha dubbio d'altronde che egli, in perfetto accordo col Gatti, fosse convinto che la sua perfetta ortodossia non stesse per nulla a scapito della sua originalità: « Francamente e compiutamente hegeliano ha invece tutta quell'aria di originalità che viene dall'intera padronanza di una dottrina divenuta propria x 1.  2.  Pure questo franco e compiuto hegeliano, questo geniale e originale espositore di Hegel in un paese cosi ben preparato a ricevere un insegnamento di filosofia hegeliana, come forse nessun altro in Europa, insegnò a Napoli per circa un quarto di secolo senza quasi lasciarvi traccia della sua opera. E il suo nome, se vivo ancora in Francia e altrove come quello del traduttore francese dell' Enciclopedia e di parte della Filosofia della religione di Hegel, è presso che dimenticato in Italia, dove Hegel ora si può leggere in traduzioni italiane migliori e s'è spenta la fievole eco de suoi scritti. Il discepolo, l'unico discepolo del V., fu Raffaele Mariano che, a furia di dilucidare in prolisse elucubrazioni quei profondi concetti che gli pareva d'aver imparato a intendere alla scuoladel suo maestro, fini col non raccapezzarne più nulla 1.  E anche lui non mancò mai di fare le proteste del Gatti intorno all'originalità del maestro, sciogliendole bensi nel suo stile lungo e nella sua più libera logica. La mente dell' Hegel, disse egli, una volta, tessendo l'elogio del  V., «appunto per la novità, e ancora più per la vastità sintetica ed organica, era apparsa pressoché impene-trabile. Non solo fuori della Germania, ma quivi stesso la forma astrusa ed inviluppata aveva fatto intoppo  agli stessi discepoli immediati di lui, i quali in molti, e forse nei punti più essenziali, non giunsero ad affer-rarla». Ma quel che non giunsero ad afferrare gli scolari immediati, l'afferrò, miracolosamente, V., che mai non vide l' Hegel; e con sapiente accorgimento poté comunicarlo a chiunque poi ne avesse voglia. * A renderla universalmente accessibile e intelligibile, era necessario spezzarne il rigido involucro formalistico, schiuderne e rivelarne lo spirito e le intime e recondite potenze. E tale è lo scopo a cui V. ha mirato». Egli non riprodusse, non ripeté le cose da colui insegnate; ma vi aggiunse la spontaneità ed originalità del proprio pensiero ». Come si possa aggiungere alle cose un'originalità e spontaneità di pensiero, lasciando le cose quelle cose che erano, il Mariano naturalmente non può dirci se non ripetendo, alla sua volta, la metafora del viluppo formalistico che V. spezzò, per assicurarci che « passando attraverso la mente di lui, l' Hegel esce rifatto, rinnovato, compiuto; non è più l'Hegel, che, nel primo intuire e manifestare i suoi nuovi e profondi concetti rimane incompreso e riesce in molta parte incomprensibile; ma è l' Hegel che, a dir così, s'è ripiegato sopra di sé, è ritornato suiconcetti suoi, e, pel ripetuto lavorio riflessivo e cogita-tivo, vi ha acquistato consapevolezza perspicua e piena ».  L'originalità non consiste « nell'avere e nel propalare una dottrina di nostro capo». La dottrina del V. è quella di Hegel: tal quale. Ma l'essenziale dell'originalità consiste, a giudizio del Mariano, nel contribuire a mantener viva, svolgendola ed allargandola, la tradizione filosofica (anzi «la continuità» di questa tradizione):  consiste nel concorrere « a spingere, a condurre il pensiero e la ragione ad una più intima, ad una più consapevole comprensione di sé e dell'universo». O che volete che V. inventasse? L'invenzione non è affar della filosofia (ciò che proverebbe troppo, perché bisognerebbe allora indurne o che Hegel non ha trovato nulla di nuovo, o che quel che ha trovato, non ha che fare con la filosofia).  « Più dell'escogitare e porre nuove questioni, vale a gran pezza il dare alle antiche questioni soluzioni soluzioni più adeguate, più determinate e concrete che penetrino più addentro nella natura di quelle»* In-  somma, V. fu più originale di Hegel!  3. - Ma se l'originalità è stata per solito messa in dubbio, la fedeltà, invece, agl' insegnamenti dell' Hegel, la schiettezza e rigorosità dell' hegelismo da lui professato sono state sempre riconosciute universalmente; e perfino hegeliani tedeschi come il Rosenkranz lo proclamarono tra i più autorevoli e felici interpreti della dottrinaOnde spesso nei paesi di lingua latina è accaduto che detti e modi del V. passassero per detti e modi di Hegel, e che i più trovassero comodo di cercare l'immagine del  filosofo tedesco nel suo traduttore e manipolatore italo-francese, fattosi l'apostolo ispirato e il privilegiato maestro del suo verbot. Hegel e V. furono per molti anni due nomi inseparabili. Lo stesso V., rinato nello spirito hegeliano, non serbò quasi più nessuna memoria della sua vita precedente e dovette finire col persuadersi di non essere mai stato altro che illuminato da quella su-periore luce, che fu per lui l'hegelismo. Non pare che il suo scolaro e intimo amico, che se ne fece biografo, cono-  scesse direttamente i primi scritti di lui; né si può spie-gare se non come un'eco di conversazioni dello stesso V. quel che racconta dell'esame pel dottorato sostenuto dal V. alla Sorbona: dove gia egli si  sarebbe  presentato, nel 1845, paladino dell'idealismo assoluto.  Fu questo il momento, racconta il Mariano, in cui gli screzi già latenti tra lui e il Cousin si fecero mani-festi. L'appoggio da costui prestatogli non era valso a far velo alla mente del V.. Le dottrine e un po' anche  il carattere, tutt'altro che schietto e sincero, dell'uomo gli avevano ispirato sin dal principio forte ripugnanza.  Ora che nella filosofia di Hegel s'era addentrato e ne aveva misurato davvero l'intimo e profondo valore,gli faceva sopra tutto nausea la guerra sleale da colui mossale, dopo averla sfruttata». Guerra che avrebbe fatto tremare un candidato meno del V. coraggiosamente risoluto a scendere in campo per le proprie idee.  Questi invece, irremovibile nelle sue convinzioni, deciso ad affermate a viso aperto, facendo tacere considerazioni e rispetti umani e mondani, quella che egli reputava la verità, non esitò un istante a presentare due tesi pel dottorato, il Problème de la certitude e il Pla-tonis, Aristotelis et Hegeli de medio termino doctrina, delle quali il Cousin non voleva affatto sentir parlare..  Fortuna che, se il Cousin fu fieramente avverso (argo-mentando, ci assicura il Mariano, contro quelle tesi a in modo poco degno, nonché per un filosofo, ma per un uomo serio*), tutti gli altri membri della commissione furono unanimi nel dire che « da un pezzo alla Sorbona non s'era avuto un esame si splendido»; e uno di essi, il Saint-Marc-Girardin, « discutendo sull'essere e non essere, fece una specie di professione di fede hegeliana i con grande sorpresa del Saisset che lo sapeva solito ad andare a messa tutte le domeniche. Ma il Mariano lascia credere che dopo quell'esame si sarebbe voltata in Francia pel V. la ruota della Fortuna, che vi aveva percorso piuttosto rapidamente la carriera dell'insegnamento.  Sicché il filosofo italiano avrebbe incominciato fin d'al-lora, a proprie spese, il suo apostolato, durato fin presso alla morte, incoltagli nella solitudine e nell'abbandono, a Napoli, in mezzo alla quasi indifferenza d'una nazione incapace d'apprezzare l'alto valore scientifico e morale della dottrina e dell'uomo che se n'era fatto campione.imparare da giovinetto l'inglese. Compiuti gli studi letterari nei seminari di Amelia, Spello, Todi, era passato a studiar leggi nella Università di Roma; ma non pare venisse a capo di nulla. E nell'inverno 1835 cedé agl' inviti d'un suo parente, archeologo e antiquario, che dimorava in Francia; e si recò a Parigi. Dove conobbe alcuni scrittori illustri; frequentò la Sorbona; e il 1837 poté ottenere il posto d'insegnante di latino e letteratura francese nell'Istituto di Hofwyl, presso Berna, diretto dal Fellenberg, discepolo del Pestalozzi. Vi rimase un anno, e vi studio il tedesco e la filosofia germanica, specialmente Kant; ma alla fine di quell'anno gli convenne dimettersi a causa delle sue opinioni religiose non cosi rigidamente cristiane come le avrebbe volute il direttore dell'Istituto, quantunque V. allora riconoscesse la divinità di Cristo. Passò in un altro istituto, a Champel, vicino a Ginevra 1; e vi comincio a insegnareanche filosofia. A Champel un suo collega hegeliano l'introdusse nella conoscenza della filosofia di Hegel.  Ma nel 1839 era tornato a Parigi, dove il Cousin cono-sciutolo e avuto con lui un colloquio intorno alle condizioni degli studi filosofici, gli avrebbe chiesto: Voules-vous vous enrôler sous ma bannière? E di li a pochi giorni gli avrebbe recato a casa egli stesso il diploma di professore di filosofia nel collegio comunale di Mont-de-Marsan, L'anno dopo Cousin, ministro dell'istruzione, lo promoveva a Tolone. Donde V., che intanto s'era fornito dei necessari gradi accademici, era nel 43 trasferito a Lilla. Di qui nel novembre 1845 a Limoges: dove rimase fin al 48, quando per un anno suppli il Franck in un liceo di Parigi. Da Limoges nell'aprile 49 passò a Rouen, e quindi nel settembre 1850 a Strasburgo. Che fu l'ultima tappa del suo insegnamento in Francia. Dopo il colpo di Stato, non si sa perché, lasciò questa sua seconda patria; e si recò in Inghilterra. Dove sperò da principio di ottenere una cattedra filosofica nell'Università di Londra; ma dovette contentarsi di vivere de' magri proventi di conferenze private e lavori letterari. Torno in Italia, e Mamiani lo nomina alla cattedra di Storia della filosofia nell'Accademia scientifico-letteraria di Milano; donde il ministro  Sanctis lo tramuta, insieme con Spaventa, a Napoli. E qui rimase tutto il resto della vita. Quandera a Tolone nel maggio 1843, secondo il Mariano, egli avrebbe pubblicato nella Revue du Lyon-  nais «il suo primo scritto filosofico»: Philosophie alle-mande: Doctrine de Hégel, che dovette essere un breve articolo informativo. " Rapido schizzo», e' informa lo stesso Mariano, « della filosofia germanica da Kant ad  Hegel »: e continua:  Certo, come primo scritto, si risente dell' insufficienza degli studi. Il pensiero non vi è per anco profondo né appieno sicuro e maturo: pure, er ungue leonem: ci è uno sguardo a dir cosi fatidico sulla seconda maniera della filosofia di Schelling, che allora insegnava a Berlino. Quel che essa propriamente fosse, V. non mostra saperlo in modo chiaro e preciso; e, nondimeno, in una nota osserva che non potrebbe aggiungere nulla di nuovo al pensiero filosofico tedesco, il quale con Hegel aveva toccato al più alto punto di svolgimento, e che con le sue nuove speculazioni lo Schelling.  lungi di accrescersi gloria, se la sarebbe  diminuita 1  Checché ne sia di questo scritto (che io non ho potuto vedere), a leggere il giudizio che del sistema di Hegel V. faceva anche due anni dopo, si stenta a credere che questo sistema potesse nel '43 esser detto da lui il più alto punto di svolgimento della speculazione germa-nica. Certo, non fu quello il primo scritto di carattere filosofico pubblicato dal V.. Nel Museo scientifico, letterario ed artistico, che si pubblicava a Torino sotto la direzione del poeta estemporaneo Luigi Cicconi (che V. conobbe in Francia e fu da lui presentato a Mme Louise Colet, presso la quale ebbe frequente occasione d'incontrarsi col Cousin) 3, egli aveva già inserito il 16 febbraio 1839 un articolo sulla Filosofia della storiadel Ballanche, annunziando il proposito di « scrivere alcun cenno sui più famosi sistemi che governano il movimento delle idee de tempi nostri, in Francia e in Ale-magna, al fine di « spargere in Italia alcun soffio della vita intellettuale che si vive», egli diceva, al di qua de' monti». Egli avrebbe fatto soltanto la parte dell'espo-sitore, lasciando al lettore quella del critico e riserbandosi intatta la propria opinione. Ma non cela le sue idee a tal punto da non lasciare scorgere che il Ballanche, che fu uno dei primi scrittori francesi che egli personalmente conobbe e coi quali strinse relazioni amichevoli, un forte influsso aveva esercitato sulla sua mente giovanile, Per spiegare infatti il vivo interesse cosi largamente diffuso nel periodo della restaurazione per gli studi di filosofia della storia, V. rappresenta coi colori proprii dei tradizionalisti cattolici del tempo il senso di sgomento onde fu presa la società in seguito all'opera demolitrice delle dottrine del sec. XVIII. Le quali avevano distrutto, anche secondo il giovane scrittore umbro, « l'edificio sociale, senza poterlo ristorare. e abbandonata  «l'umanità come perduta in una vasta solitudine senza religione, senza costumi, senza leggi ».  Il turbine della rivoluzione, dopo aver solcato il suolo di Francia e dell'Europa, dopo aver scosso e scompaginato i troni e gli altari, e offerto dappertutto olocausti di sangue umano colpevole e innocente, andava a spegnersi sulle spiaggie lontane e deserte dell'Africa. La ragione gemette allora sui suoi travia-menti, gittò uno sguardo pieno d'ansia e di dolore sul passato e sul terribile avvenire, e non vide ovunque che ruite, nazioniin aspro travaglio, credenze affievolite o spente, l'uomo avvolto nel fango del senso, dimentico di sé, di Dio e dell'alto fine a cui è creato. Ma in mezzo a questo trambusto d'opinioni.... vi furono degli uomini generosi e santi, che custodirono puro ed intatto il sacro deposito della verità e della scienza, e lo condussero a salvamento a traverso gli incendi e le ruine, e lo mostrarono qual segno di salute all' Europa attonita e sfiduciata. Si nobile officio adempirono l'illustre autore del Genio del Cristianesimo, il conte De Maistre, De Bonald e Ballanche.  Dopo la Rivoluzione, la società dovette pensare al proprio avvenire per rialzare quanto era stato demolito; e per questo bisogno sarebbe sorta questa profonda riflessione di tanti pensatori sull'andamento delle cose umane e sulle leggi che governano il corso della storia.  *Noi rigettiamo a tutta possa le dottrine del XVIII se-colo, e gli effetti che ne sono derivati. Saremmo però ingiusti e irragionevoli se ricusassimo loro il beneficio di aver risvegliato una novella energia nella società ». Anche nel 1839 dunque dopo la prima conoscenza dell' hege-lismo fatta già in Svizzera, egli era dominato dallo spirito tradizionalista e aspirava anche lui alla ristaurazione nella religione; e se inneggiava alla novella energia della ragione risvegliatasi in Francia e in Germania, (e doveva ignorare quel che intanto, più profondamente, aveva fatto in Italia il Rosmini, e già s'apprestava a fare con maggior forza il Gioberti), questa energia non gli appariva ancora nella forma più possente dell'idealismo assoluto; quantunque gli studi che in quel torno continuava sugli scrittori tedeschi gli facessero intravvedere di là dal Reno una gran luce nuova.  Caratteristico, sotto questo riguardo, l'esordio di un articolo su Koerner pubblicato nello stesso giornale, nell'aprile dell'anno dopo. In esso, ricordata la Germania di Tacito, scritta con la speranza che al paragone i concittadini avrebbero provato onta della propria degradazione e si sarebbero indotti a ristorare le vecchie e cadenti istituzioni della patria, protestava:Io non ho né la forte penna, né l'autorità dell'austero patrizio di Roma, ma ho ugual affetto pel mio paese, ugual sentimento della grandezza e dignità dell'uomo, e mi stimerei ben fortunato se questi scritti invogliassero i miei concittadini a comprendere e studiar il movimento della scienza e letteratura tedesca.  Allorché Tacito scrivea, era ben lungi dal prevedere ciò che segui.  Il settentrione fece irruzione sul mezzodi, e il giovin sangue germano scese a rinvigorire le razze vecchie e spossate degl' itali.  Ora l'umanità è più ricca d'esperienza e di previsione; e chi può e sa esaminare lo stato della società e della scienza, vede chiaramente che avvenimenti analoghi si preparano; ma ora i popoli non si rinnovellano per dir cosi fisicamente, per mezzo d'emigrazione e di grandi catastrofi, ma spiritualmente. per virtù e commercio delle idee e della scienza. E questa si e una delle più grandi, e forse la più gran differenza tra il vecchio e il nuovo mondo.  Idea non mantenuta poi interamente, dopo che ebbe meglio conosciuto Hegel; ma che già era attinta a quella stessa corrente del romanticismo tedesco, da cui era sorto il pensiero hegeliano, e che, meglio determinata più tardi in conformità delle opinioni espresse da Hegel, segnatamente nella Filosofia della storia, resterà uno degli articoli più saldi del credo di V..  Gli articoli, che tra il 40 e il '45 dovette venite scrivendo in vari giornali, da lui stesso poi dimenticati (o rifiutati), ci aiuterebbero forse a illuminare questo periodo di formazione della sua mente, e a determinare quindi meglio il carattere del suo posteriore sviluppo.  Ma siamo costretti a saltare alla tesi francese e alla tesi latina del 45, che lo stesso V. citò sempre nelle sue opere degli anni più tardi come contenenti dottrine hege-liane; e invece serbano alla nostra curiosità la inaspet-tata scoperta di un V. (del più vecchio V., non destinato presumibilmente a sparire del tutto nel nuovo !) antihegeliano.  V. antihegeliano! Si direbbe una contradictio in adiecto. Eppure in questi due scritti V. non solo combatte Hegel, dandogli battaglia sul terreno stesso della sua logica, e come nella piazza forte della sua dot-trina; ma si inspira a tutta una concezione recisamente avversa allo spirito hegeliano.  Ci sia permesso di studiare con qualche cura questo  V. antihegeliano, nella speranza che la conoscenza di esso ci giovi ad intendere meglio V. di dopo, e fors'anco a darci la soluzione di quel problema storico, in cui ci siamo di sopra incontrati: di un cosi poderoso hegeliano, che per molti anni insegnò e scrisse liberamente con l'autorità di un ufficio universalmente tenuto in grande estimazione e reverenza, e in un paese già pregno di spirito hegeliano, senza lasciar quasi  nessuna  traccia dell'opera propria.  Sedici pagine della tesi francese 1 contengono una rapida esposizione e una critica dei principii fondamentali della logica hegeliana; ma delle sedici, l'esposizione ne ha sole quattro. Dove si dice che, secondo Hegel, l'essere e la conoscenza, l'esistenza e la verità fanno uno: sono due forme d'una stessa unità, percorrono gli stessi gradi, si sviluppano e finiscono simultaneamente. L'essenza delle cose è la ragione, e la ragione è il pensiero puro, perché il pensiero non ha altro oggetto che se stesso, cioè la nozione o l'idea. Porre con un processo d'analisi ciò che è essenzialmente contenuto nell'idea, sviluppare  L'idea sotto tutte le sue forme, seguirla e, per cosi dire,ritrovarla ne' diversi gradi dell'esistenza, questo il compito della filosofia. Ed ecco spuntare un' interpretazione dello hegelismo, che si può certamente difendere sotto il riguardo storico, ma che può anche condurre a una radicale falsificazione del significato storico di questa filosofia. Giacché altro è dire che l'essere e la conoscenza, il reale e l'idea sono uno, altro che siano due forme, due facce di un'unità, tra loro perfettamente parallele.  Nel primo caso siamo sulla via dell'idealismo assoluto; e nel secondo siamo nello spinozismo e potremmo finire addirittura nel platonismo accentuando, come fa V., l'organismo dell'idea come unico oggetto della filosofia.  L'idea, secondo V., è da prima, nel suo stato astratto e assoluto, separata da ogni esistenza concreta e da ogni oggetto. Come tale si sviluppa in una serie di termini, il cui insieme costituisce la logica. Questo sviluppo ha luogo in virtù d'un movimento proprio e interno alla stessa Idea, prodotto dalla dialettica dell'Idea, ossia da una necessità inerente a questa, per cui l'Idea si nega e passa nel suo contrario, e annulla quindi l'opposizione in un terzo termine che ci dà l'unità e la conciliazione dei due primi. Con questo processo l'Idea attraversa tutte le forme logiche fino all'ultima, che è l'Idea asso-luta: con la quale si compie la logica che è «l' Idea allo stato astratto», ossia: una realtà, una forza infinita, ma una realtà, una forza che ignora se stessa ». Essa deve realizzare l'idea della sua infinità, deve acquistare la coscienza di sé: deve, per dir cosi, manifestarsi a se medesima, ponendo un oggetto alla propria attività ..  Evidentemente, qui V. concepisce il passaggio dall'Idea alla Natura, o dall'astratto, com'egli dice, all'esi-  stenza, come un'aggiunta anzi che  come uno sviluppo.  L'oggetto che l'Idea si dà nella natura, non par che ei lo concepisca come la stessa Idea. E vero, che chiarendo poi l'antinomia di Logica e Natura, dice: «l'Idée, DEVENUE NATURE, se sépare en quelque sorte d'elle même»; ma, poco dopo, definisce lo Spirito (il tetzo termine in cui concilia Logica e Natura) «un idéal où l'Idée a acquis la conscience d'elle même, où, APRÈS AVOIR, pour ainsi dire, FAÇONNÉ SON OBJET el s'être retrouvée en lui, elle rentre dans son absolue antén.  Ma, e questo è più notevole, pel V., lo Spirito, come mediatore dell'Idea logica e della Natura, non è, logi-camente, dopo la Natura; bensi nella stessa Natura, quantunque non vi si possa realizzare. V' è dentro, ed esso (come finalità) la muove da dentro. Onde la triade vien capovolta. Non è la dialettica dell'Idea che crea il mondo. La dialettica dell'Idea hegeliana, al pari della pigra dialettica delle idee platoniche, non genera nulla, non vive, non si muove. « L'Idée ne devient pas, à pro-prement parler; car elle est éternelle et infinie.. E lo Spirito farebbe proprio le parti del demiurgo del Timeo. * Son oeurre consiste à faire descendre l'Idée dans la Nature, et puis à vamener la Nature à l'Idée par un acte pur et simple de la pensée». E cosi col divenire dello Spirito l'Idea spiegherebbe tutta la ricchezza delle sue forme, penetrando nella Natura ed entrando in possesso della sua esistenza assoluta. Per se stessa, adunque, la Logica potrebbe restare un arsenale di armi arrugginite.  Ma non è meraviglia se qui V. non penetrasse nell'intimo del sistema hegeliano, poiché protestava che esso «donne lieu à des graves objections», pur giudicandolo una delle più vaste e profonde concezioni della filosofia moderna. I due elementi, egli notava, di questo sistema, sono 1' Idea e il movimento dialettico, Gravi difficoltà s'affollano intorno ad entrambi. L'Idea è da principio essere puro, che trova la sua negazione nel puro niente, e la conciliazione con questo nel divenire. Ma, dice il futuro hegeliano: è proprio vero che l'essere puro contiene il niente? «L'essere puro, dice Hegel, richiama [appelle)il niente, perché non c'è in esso nessun segno, nessun carattere, e niente si può pensare né affermare di esso ».  Questa spiegazione dell'identità essere - niente più tardi apparirà anche a lui ineccepibile: qui invece non riesce a rendersene conto. L'essere, egli dice, o è, o non è. Se non è, allora tanto vale cominciare dal niente, quanto dall'essere. Se è, ci sarà soltanto l'essere, e non si vedrà il suo contrario.  Così, in due parole, la prima proposizione della Logica è bella e spacciata. Non monta che Hegel inviti a considerare che proprio lo stesso concetto dell'essere che è, puramente e semplicemente, s' identifica col non-essere, da se medesimo (e che insomma richiami l'attenzione sulla impossibilità di tener separati i due concetti di essere e non-essere). V. non sa vedere altro essere che l'essere di Parmenide (l'idea stessa platonica): e però sentenzia che «l'idea del niente è qui aggiunta all'essere da un pensiero finito, anzi che esser dedotta dall'analisi pura dell'idea stessa dell'essere». E così anche V., almeno qui, resta tra le corna di quello stesso dilemma, in cui si impiglio, come vedemmo, il Passerini *. E come era da prevedere, non riesce quindi a capacitarsi del terzo termine della triade: il divenire. Questo termine non si può, egli dice, dedurre legittimamente dai primi due.  Infatti, se di fronte all'essere puro c'è il puro niente, il niente annullerà l'essere, e non ci sarà punto divenire. Inoltre: di ciò che diviene si può dire che i o che non è, ma non che è e non è a un tempo; perché, se ciò che diviene è realmente a un dato momento del suo divenire, non si potrà dire di esso se non che  ¿, e il niente sarà avanti o dopo di esso. Che se al contrario si concepisce ciò che diviene come tale che in ogni momento del suo divenire non sia, tutto quello che se ne potrà dire, è che non i, e non che diviene. Ancora: da quale dei due termini il divenire è dedotto? O dall'essere o dal niente divisi, o dall'esseree dal niente congiunti. Ma non può esser dedotto dal niente, perché il niente, non essendo, non può divenire. Né dall'essere, perché l'essere è, e non diviene. Né dall'essere e dal niente presi insieme, perché, quel che non possono separati, non potranno neppure congiunti. E del resto, chi li congiunge? il divenire ? ma allora il divenire non sarà dedotto dalla loro combinazione.  Ovvero sono riuniti prima di divenire? ma allora non si vede più quale sia l'ufficio [le vôle] del divenire.  Sofismi dello stesso genere di quelli di Zenone, di Gor-gia, dei Megarici; e che avevano un grandissimo valore quando la logica era la logica degli Eleati, dell'essere che non può essere altro che essere: la logica che con Platone e Aristotele si fisso e s' irrigidi come logica dell'idea astratta; ma che dopo Hegel giova conoscere soltanto come documento dell'educazione mentale del V. trentaduenne, indugiantesi tuttavia agli antipodi della nuova concezione dialettica hegeliana.  Procedendo, l'oscurità si addensa, com'è ovvio, al passaggio dalla Idea logica alla Natura. « Questo passaggio non è spiegato». Si dice che l'Idea nella natura si dà l'oggetto, per conoscersi poi nello spirito. Dunque, nella logica non si conosce. E come da questa idea senza oggetto e ignara di sé può ricavarsi la realtà e la cono-scenza? E se non ha un oggetto in cui conoscersi, come va che la meta di tutto lo sviluppo è la conoscenza appunto dell'Idea nella sua pura idealità logica? - Voi volete dedurre da questa Idea logica la natura e lo spirito.  Ma, quantunque sia difficile vedere come si possa, con una deduzione pura  l'intervento dell'esperienza,  cavare  l'idea della natura dall'idea logica, ad ogni modo non si potrà tirare altro da un essere logico che un essete egualmente logico: e cosi non si avrà più una natura reale, ma una natura ideale:  non si avrà esseri organizzati, qualità e una materia concrete, ma esseri organizzati, qualità e una materia astratte. E in fine sarà sempre l'Idea logica. Solamente,  I'Idea-natura espri-  merá altra cosa dell'Idea-logica, ma, in quanto Idea,non ci sarà tra loro nessuna differenza. E lo stesso si dica dello spirito, Giacché, con una simile deduzione, si avrà uno spirito ideale e non uno spirito reale e personale.  Obbiezioni, senza dubbio, tutt'altro che lievi, ma che provano appunto che egli aveva inteso la dottrina di Hegel come una nuova edizione non corretta, in verità, né riveduta della platonica: l'Idea fuori del mondo, e non come lo stesso principio interno e assoluto del mondo. La Idea hegeliana, non essendo natura né spi-rito, è astratta, pel V., e cioè non reale. E invece per Hegel è la stessa realtà. Onde lo sforzo maggiore che egli dovrà fare per entrare nell' hegelismo, e quasi la breccia che gli dovrà aprire il varco per introdursi in questa filosofia, consisterà proprio in questo punto: d'intendere l'idea come realtà, e fin da principio l'es-sere, non come l'idea dell'essere, ma l'essere dell'Idea.  Quanto allo Spirito, ci sono altre gravi ripu-gnanze, O l'Idea, egli dice, pensa fin da principio, nello stato d'Idea logica, o pensa quando diviene Spirito.  Ma nel primo caso l'edifizio hegeliano crolla; ed Hegel infatti esclude questa alternativa. Per pensare, adunque, deve farsi Spirito. E allora o la facoltà di pensare c'era nell'Idea fin da principio, o le si viene ad aggiungere quando si trasforma in Spirito, Ma, se l'Idea come tale avesse già la facoltà di pensare, non potrebbe non pensarsi, almeno come Idea. Se questo pensiero le si aggiunge, allora il pensiero sarà altra cosa dall'Idea, e dovrà avere un'altra origine. E poiché il pensiero, non derivando dall' Idea, conterrebbe in sé l'Idea e la rea-lizzerebbe, sarebbe un principio superiore all'Idea, la quale non si potrebbe più dire essenza di tutte le cose. - Obbiezione anche questa assai grave, ma fondata sulla falsa concezione dell'Idea hegeliana come contenuto-oggetto di pensiero, e non, qual'è, forma assoluta e cioèassoluto soggetto,  sich wissende Wahrheit, come dice  Hegel: onde, se si distingue uno Spirito da un Logo, anche questo, per Hegel, è pensiero.  Se si nega, insiste V., la successione di Idea, Natura e Spirito, facendone tre termini inseparabili e simultanei di un'unità, che è la pienezza dell'esistenza e la vita del mondo, viene a mancare il movimento: tutto è, e nulla diviene. Il divenire nel sistema hegeliano non è nell'Idea in sé. « Si elle devient, c'est-à-dire si elle se ma-nifeste, c'est par l'action successive de l'esprit qui la pense».  Bisogna dunque ammettere una successività, che importa nello spirito qualche cosa che non è nell'Idea: bisogna concepire questo Spirito non come l'idea dello Spirito, bensi come pensiero di un soggetto uno e indivisibile, che genera le idee e comunica loro attività e vita.  Cosi a questa unità dell'essere e del conoscere, che si pretende realizzare nell'unità dell'Idea, sfugge, e la molteplicità degli elementi riapparisce ». Anche ammesso che il pensiero possa ricavarsi dall' Idea, esso penserebbe bensi insieme i due contrari, ma distinguendoli, non unificandoli. Essere e non-essere, idea e natura, bene e male, giustizia e crimine restano nel pensiero opposti.  E del resto « lors même que la pensée pourrait effacer l'op-position des contraires, il ne suivrait pas de là nécessai-rement que l'opposition aurait disparu dans la réalité », Ora che l'opposizione non possa esser cancellata dal pensiero, si è visto per le due categorie di essere e non-  essere: ma si può dimostrare in un modo più generale «en signalant un vice qui atteint el ruine, suivant nous,  tout le système d' Hégel.  Quest'ultima critica è il suggello dell'incapacità del V. a superare, con tutto l'aiuto di Hegel, la posizione platonica. In questo sistema, egli dice, la verità e l'essere non sono principii, ma risultati. La natura e ilpensiero non sono mossi da un principio posto fuori del mondo, e in possesso della pienezza dell'essere e della verità. L'essere da sé non si muove, né muove. Il non-  essere piuttosto sollecita l'essere; e come essere e non-  essere si uniscono nel divenire, il principio non è l'essere ma il divenire. E lo stesso si dica della triade maggiore  Idea-Natura-Spirito. L'Idea in sé è morta, e non si moverebbe mai. Dev'esser negata nella Natura, perché abbia luogo la vita dello Spirito. Se mai, la Natura, non l'Idea, dovrebbe considerarsi come principio dello Spi-rito, svegliando in certo modo l'Idea e comunicandole con la sua negazione una certa energia. Ma il vero principio è lo Spirito, in cui si concilia l'opposizione di Idea e Natura; e che trascinerà nel flusso del suo divenire l'essere e il non-essere dell'Idea, ossia Idea e Natura.  E insomma: o nulla diviene facendosi l'Idea principio di una Natura come Idea-natura e di uno Spirito che è Idea-spirito; che sarebbe il partito della logica; o tutto diviene, facendosi lo Spirito principio di tutto; che sarebbe il partito dell'esperienza. Nel primo caso si hanno tre idee pure ed immobili, e non si ha il mondo, Nel secondo si ha il divenire dello Spirito, e quindi della Natura e della stessa Idea, ma non si ha più principii, né asso-luto: e lo stesso spirito del mondo, di cui parla Hegel, non sarà, in fondo, se non una generalizzazione dell'esperienza e degli spiriti finiti.  In conclusione, la principale esigenza della critica del V. è il concetto dell'assoluto estramondano; e la legge del suo pensiero il principio astratto d'identità.  10. - Nella tesi latina (dove la dottrina hegeliana confrontata a quella platonica e a quella aristotelica del termine medio è appunto la dialettica, la cui sintesi vien considerata come termine medio tra tesi e antitesi) V. ripete in parte la critica che abbiamoesposta della sua tesi francese, ma formula pure la prima: e capitale obbiezione nella più schietta forma teistica, che giova a determinare nettamente la sua posizione mentale. Dice qui presupposto gratuito quello di Hegel quando ideas aeternas rerum causas el principia esse contendit!. Le idee possono aver questo valore, oppone V., si cui vi, vel menti, insint, quod sensit Plato. Ciò che non è storicamente esatto, ma serve a dirci in che modo il V. intendesse il platonismo da cui era do-minato.  E accumula contro le prime categorie altre difficoltà.  Hegel vede il niente nell'essere come una sua determinazione (o nota), perché dell'essere non si può dire se non che è. Ma questo è piuttosto una ragione perché l'essere respinga da sé il nulla. Affinché infatti si possa dire che l'essere è, non occorre che in esso ci sia determinazione di sorta: e il niente vi sarebbe se l'essere fosse in qualche modo determinato: - Poi, se tutto deve cominciare con l'essere e niente ci dev'esser prima del-  l'essere, nec vor, nec res, nec cognitio, allora prima dell'essere non ci sarà altro che il niente; e dal niente si dovrebbe cominciare piuttosto che dall'essere. Ancora: per Hegel l'essere diviene; e niente è. Ma, affinché qualche cosa divenga, bisogna che qualcosa sia, e non divenga.  Giacché se a prima vista pare che quel che diviene sia e non sia insieme, in realtà, chi consideri con più diligenza, esso non è, solamente. Giacché quel che ora diviene,dev'essere stato e non divenuto; e poiché era, diviene. - Inoltre, essere e niente son cose; il divenire, invece, è stato o proprietà d'una cosa; e non può quindi congiungere l'essere e il niente. Hae enim verum proprietatibus virtus inesse nequit. - La verità e la potenza che e è nel divenire, deve ricavarsi da quel che era e che è. Sicché l'essere dovrebbe essere alcunché di più perfetto di quel che ne deriva, realtà o cognizione. Laddove Hegel muove da un essere, che non è il primo essere, ma un essere, per così dire, passato attraverso il niente. Onde il processo va dal meno al più, dall' imperfetto al per-  fetto; il divenire invece è incremento di perfezione.  Verum haec rationi repugnant.  E c'è altro. O c'è un principio delle cose, o no. Se c'è, qualunque sia, o una forza (vis quaedam), o solo una idea (ens logicum), deve preceder tutto, rispetto alla forza, al tempo, al moto, al vero. Hegel muove dall'essere: ebbene da quest'essere, se forza, dovrà ricavarsi la forza di tutto; se idea, tutte le idee. E non si uscirà mai quindi dall'essere; il principio sarà sempre l'essere. - Che se la conclusione dovesse essere il divenire, il divenire non cessa mai, non è mai un atto esaurito: e il processo del reale e del conoscere andrebbe all'infinito. - E guardando ai rapporti non più intelligibili dell'Idea con la Natura e con lo Spirito, la tesi latina, con qualche variante dalla tesi francese, trae questo colpo finale contro la dottrina di Hegel: « Infine, se lo spirito sta di mezzo tra la natura e la idea e per ciò stesso va innanzi alle idee, le idee non sono i principii. E ammesso che siano principii, poiché lo spirito diviene, e le idee sono inerenti allo spirito, è necessario che divengano anch'esse.  Se  non che quel che diviene, non è, ma sarà; né intende, ma intenderà; sicché né spirito né idea avranno coscienza di sé, né ci sarà un fine nel mondo, ma il tutto andrà soggetto alla cieca necessità delle idee. Dei quali errori tutti il V. trova la prima origine in due cause principali. L'una, che Hegel torse la dialettica dal suo vero ufficio, che è di respingere il falso, alla scoperta e dimostrazione del vero: pretendendo di edificare con uno strumento di demolizione. L'altra, che ben vide doversi cercare nell'infinito la ragione del suo rapporto col finito, ma errò presumendo di rendersi conto del modo di questo rapporto, onde fu costretto a cercare il finito nella stessa natura necessaria dell' in-  finito: ponendo un infinito semplice che si dirompe suapte natura e quodam necessario impetu nelle cose finites, e non potendovi poi restare si sforza di tornare a sé e ri-staurare certo infinito composto, con un circolo che Hegel per altro non riesce a chiudere, perché l'infinito, una volta mescolatosi alle cose finite, non può più tornare infinito.  Egli è, insomma, che Hegel vide il vero problema della scienza; mai però appunto andò più lungi dal segno (sed ob ipsum forsan longius a vero provectum). Perché il V. è convinto che tale problema è troppo più grave che non possa sostenere l'omero mortale. Funzione del termine medio, fulero d'ogni dimostrazione, è unire il finito con l'infinito. Ma come questa unione avvenga né Aristotele, né Hegel, né lo stesso Platone, quantunque la sua dottrina sia la più soddisfacente, han potuto ad-ditare, perché il rapporto muove dall'infinito, la cui natura sfugge alla mente umana. Si enim intelligeremus (dice il V. riecheggiando un motivo della filosofia ales-sandrina, già accolto dal Ficino, e tornato in onore nel De antiquissima Italorum sapientia del Vico) *, Si enim intelligeremus (infiniti naturam], non solum rerum ratio, sed el quomodo res perficiuntur nobis innotesceret, neque id tantum, sed el res ipsas quodammodo perficere nobisconcessum esset. Qui enim verum vim naturamque pentus  agnoscit,  his recte uti ad res ipsas conficiendas valebit.  Isque absolute demonstrat qui non modo res intelligit, sed et intelligendo conficit. Quemadmodum summus is est artifex qui opus non modo in mente revolvit, sed et conficit et confi-ciendo sibi et aliis mentem suam patejacit et demonstrat. Di questo scetticismo teistico il V. tratto di proposito nel Problème de la certitude. Dove, è superfluo dirlo, non solo Hegel, ma anche Kant è assai bistrattato.  Basti per un esempio la prima obbiezione che il V. muove contro la Critica; ed è che la distinzione di senso, intelletto e ragione è più artificiale che reale; perché né la sensazione è altro che un giudizio, né la categoria ha caratteri diversi dalle idee. « Che l'atto intellettuale non venga ad aggiungersi [sic] all'impressione esterna, e la sensazione non avrà luogo. Essa è dunque un giudizio sollecitato da una causa esterna, ma che, come ogni altro giudizio, non può aver luogo senza l'intervento dell'in-telletto. Sicché senso e intelletto non sono due facoltà distinte; ciò che Kant stesso confessa implicitamente, allorché attribuisce certe categorie al senso non meno che all'intelletto. Infatti, il tempo e lo spazio sono concetti puri dell'intelligenza, né più né meno della causa, della sostanza, ecc., e quelli non sono meno di queste condizioni essenziali di ogni pensiero. Non si vede dunque in che differiscano queste due facoltà, poiché sono sede di nozioni della stessa natura»?. E con osservazioni della stessa forza continua a dimostrare che non c'è modo di distinguere per davvero le categorie dalle idee, fino a far sospettare che il V. non avesse mai letto la Critica (per la quale infatti rinvia 3 alle lezioni del Cousin).In tutta la storia della filosofia non vede se non sforzi vani per superare lo scetticismo; e il suo lavoro vuol essere un nuovo saggio di teoria della conoscenza. Ogni conoscenza riguarda i fatti o i principii. Fatti sono le esistenze e le qualità fenomeniche; principii, le cause delle une e delle altre. La causa d'un fenomeno non è il fenomeno che lo precede, ma il principio interno, la natura dell'essere che si manifesta nel fenomeno: l'es-senza. Altro è la sostanza, sostrato o soggetto delle qualità; altro l'essenza, forma intelligibile della stessa sostanza. Ed è chiaro che il pensiero non può mirare di là dell'essenza alla sostanza; perché di questa che altro potrebbe cercare che l'essenza? La vera cognizione, che non si arresti al puro fenomeno, s' indirizza all'essenza. Ma l'essenza non è conoscibile, per ragioni derivanti in parte dalla natura sua, in parte dalla costituzione della nostra intelligenza.  L'essenza è una; e intanto è uopo che si moltiplichi negl' individui. Che è il problema della creazione, inespli-cabile, Si ammetterà un'essenza per le cose periture e una per le eterne? Ma quale sarà il loro rapporto? e quale la loro differenza se, come essenze, saranno pure entrambe eterne ed infinite? Si ammetteranno soltanto essenze individuali (atomismo): e allora l'essenza in sé sarà una semplice astrazione. - O si ammetterà una sola essenza; e allora tutti gli individui diverranno fenomeni transitori e apparenze. - E poi è necessario ridurre tutte le essenze a un solo principio, e che questo esista; perché quando ve ne fossero molte, dovrebbero sempre essere tra loro in un rapporto; e questo importerebbe un principio superiore, il quale sarebbe perciò il vero principio e unico. E che sarà questo principio? Gli si possono attribuire, come s'è fatto in tutti i sistemi, tanti caratteri; ma questi caratteri non ci faranno mai vedere l'intimo del principio e la sua propria natura.La natura poi della nostra mente ci toglie la possibilità di montare all'unità assoluta; perché niente possiamo pensare che non si presenti alla nostra coscienza come suo oggetto e che, sia esso Io o non-lo, non si ponga pel fatto stesso d'esser pensato come non-lo di contro al nostro Io. Né giova la pretesa intuizione intellettuale di Schelling. Perché o in essa il pensiero conserva la coscienza di sé, e allora permane la dualità: o smarrisce questa coscienza, e assorbendosi nell'oggetto, non sarà più pensiero, ma il niente del pensiero.  Ignorando l'essenza, non si possono spiegare i rapporti.  Si conoscono le esistenze e si conoscono i rapporti degli esseri; ma dal che non si passa al come. Non si può contestare che io sia, e che siano i prodotti della mia attività interna e del mio pensiero e gli oggetti e fenomeni del mondo esterno. Saranno tutti fenomeni, apparenze fugaci; ma non si potrà negar loro un certo essere e dire che non siano, almeno nel momento in cui sono. Chi si provasse a farlo, si contraddirebbe. Ma se vi sono esistenze che cominciano, che sono e non erano, e, insomma, effetti, questi effetti devono avere una causa. La quale causa o bisognerà cercarla tra le cose finite, o sarà la collezione delle cose finite, o la sostanza infinita di cui le sostanze finite siano emanazioni, o infine un principio separato dal mondo e avente esistenza propria e indivi-  duale. Le prime tre ipotesi sono da escludere.  a) E evidente che non può esser causa del finito un fini-to, che come tale è effetto, e richiede esso stesso una causa.  6) La collezione dei finiti non aggiunge ai finiti se non una unità artificiale ed astratta, esistente solo nel soggetto che la pensa. Quindi non può contenere più dei finiti, né essere altro che finita: cioè un effetto, anch'essa.  Senza dire che la collezione è risultato e non principio, e suppone una causa radunatrice degli elementi e quindi costitutiva di essa collezione.c) La sostanza che producesse eternamente le cose, effondendosi in esse senza potersene distinguere, anzi facendone parte, potrebbe essere o un Io, o una causa meccanica. Un lo, di cui le coscienze individuali fossero parti integranti, sarebbe tanto causa di queste, quanto queste di esso. Giacché in un tutto essenziale alle parti come le parti al tutto, non ci può essere efficienza o causalità vera, ma solo una causalitá logica. Che se l'Io assoluto si concepisca come una forza infinita manifestantesi negli individui, si potrà chiedere: e perché si manifesta o sviluppa? per darsi così una coscienza più chiara e più larga? ovvero per passare dalla potenza all'atto? In un caso e nell'altro l'effetto conterrebbe qualche cosa di più che la causa, e questo di più resterebbe senza causa. - O sarà la sostanza una causa cieca e meccanica? Ma la sola vera causa è la libertà. Se un corpo in movimento ne mette in moto un altro, noi diciamo impropriamente il primo causa del movimento del secondo; laddove ne è solo la condizione. Infatti esso non può non muovere il corpo, e non può non muoverlo con la velocità e la direzione con cui lo muove perché non è esso stesso la causa del proprio movimento, né quindi del movimento che ha comunicato. La vera causa del movimento non dev'esser mossa, ma deve muovere da sé: esser libera.  Sicché la causa assoluta dev'essere separata dal finito, libera, persona assoluta. Libera, in quanto indipendente dal suo effetto; ma legata bensi alla legge della sua es-senza. Questo già vede il V.: che la necessità interna non è incompatibile con la libertà, almeno quando si tratti della causa assoluta. Perché nell'uomo, che non s'è dato il suo essere, il V. crede bene che la necessità interna sia anche esterna; quantunque anche l'uomo che fa il bene, se fare il bene si concepisce come legge della sua natura, debba dirsi libero. La necessità, invece, della causa assoluta le è, per dir così, più intimamente interna.Il V., in questa tesi, non ammette nessuna reciprocità tra la causa e l'effetto. Questo richiama quella: ma «l'idea di causa, lungi dal contenere quella dell'effetto, l'esclude pel fatto stesso che è causa», Insomma, dualismo assoluto.  La causa assoluta, essendo libera, è intelligente, perché non è libertà senza intelligenza. E semplice e indivisibile; perché se il suo atto non fosse uno, e si risolvesse p. e. in due parti, una di queste agirebbe sull'altra, e la causa non sarebbe causa, e le due azioni causali, esercitandosi successivamente, darebbero luogo ad effetti a un dato istante sottratti alla causa, che cesserebbe perciò di essere assoluta causa. E l'atto uno suppone la sostanza una.  E già una sostanza composta sarebbe materiale, e non sarebbe più libera. Né occorre dire che, per essere asso-luta, la causa dev'essere universale.  La causalità conferisce realtà all'idea di sostanza, concepita come principio del finito, e conferisce realtà ugualmente a tutte le idee effettrici delle esistenze finite: al bene assoluto, causa del bene relativo, alla verità assoluta, alla bellezza assoluta, e via discorrendo. Con la sola categoria di sostanza potremo avere l'idea di Hegel, l'essere puro, come una « concezione logica ».  La causa ci fa fermare il piede nel reale; e la certezza del fenomeno si fonda sull'intuizione della causalità reale supposta dal fenomeno. * Il pensiero non comincia con l'affermazione d'una causalità astratta, ma d'una causalità reale. Il sentimento della mia finità è inseparabile dalla mia esistenza, e col primo sentimento della vita si produce a un tempo il sentimento del mio niente e d'un principio che mi ha fatto passare dal niente all'es-sere. Ecco già l'idea di causa che si manifesta a me insieme con la mia esistenza. E non è una causa astratta e possibile, ma una causa reale e attuale come il suo ef-fetto; non è una causa che deduco da un principio, mauna causa che colgo con un' intuizione semplice e imme-diata, con un atto analogo a quello col quale affermo me stesso». Nel libro non è citato mai il Gioberti; ma questa dottrina coincide a capello con quella della formola ideale, che cinque anni prima il Gioberti aveva propugnata nell'Introduzione allo studio della f-losofia.  Immediatezza della cognizione, inconoscibilità dell'es-senza, e quindi misticismo scettico; opposizione assoluta tra essere e pensiero, Dio estramondano e quindi negazione della libertà e della verità dello spirito come della spiritualità del vero; concezione conseguente della verità o idea come contenuto trascendente del pensiero, retto quindi dalla legge dell'identità, e della dialettica come funzione meramente negativa del pensiero soggettivo: tutta la somma delle dottrine essenziali alla vecchia intuizione platonica del mondo, contro le quali da secoli e secoli combatteva la filosofia moderna, e che furono definitivamente superate dal principio hegeliano, faceva intoppo nella mente del V. all'intelligenza dello hege-lismo. La folla incomposta delle difficoltà che egli vi in-  contrava, attesta chiaramente la refrattarietà del suo spirito agli incitamenti e alle suggestioni della nuova filosofia, cosi rudemente paradossale a chi non sia preparato da un vivo affiatamento con tutta la storia del pensiero moderno (e si può dire anche del pensiero cri-stiano, in opposizione al greco) a guardare il mondo con gli occhi nuovi dello spirito conscio della sua vita assoluta.  Come fece il V. negli anni seguenti a liberarsi dalla grave mora de vecchi pregiudizi, per rifarsi con nuovo e fresco vigore intorno allo hegelismo, romperne la dura scorza, e penetrarne l'intimo spirito? Rifece egli più metodicamente il cammino percorso dal pensiero speculativo da Cartesio a Hegel. I primi lavori del V. sono quattro articoli del 1848, scritti per una rivista La liberté de penser, fondata a Parigi dopo la rivoluzione di febbraio da alcuni giovani professori, come il Simon, il  Saisset, il Jacques e lo stesso V.. E in essi il demolitore della logica e di tutto il sistema di Hegel ci si presenta in veste di hegeliano. Nessun documento illumina la crisi antecedente del suo pensiero; e bisogna contentarsi di osservare in questi articoli il suo primo atteggiamento nel nuovo indirizzo.  Il primo (La Religion et l'Etat) fu scritto a proposito delle discussioni dell'Assemblea Nazionale per definire i rapporti tra Stato e Chiesa; e combatte l'idea della se-  parazione. Sarà più tardi, come vedremo, uno degli argomenti su cui più si travaglierà il pensiero del V., senza riuscire mai a dar nettamente la soluzione del pro-blema. In questo primo saggio, forse perché lo scrittore non sente ancora tutta la difficoltà della questione, il suo pensiero tocca il massimo della chiarezza, che abbia mai raggiunto. Vede il progresso storico dei rapporti tra Chiesa e Stato indirizzato verso la libertà di coscienza; e giudica la Riforma protestante, malgrado la sua proclamazione del libero esame, inferiore a cotesto principio, per cui la ragione umana può sottrarsi alla tutela dell'autorità sacerdotale; perché la Riforma non proclamò insieme l'abolizione delle religioni di Stato. E religione di Stato significa autorità che è compressione della li-bertà, in quanto non è l'autorità della ragione invisibile e universale, conciliatrice della regola con la libertà, della disciplina col movimento, ma quell'autorità visibile e materiale, che, come imprigionata nel fatto e nella  lettera della legge, colpisce d'immobilità il pensiero, contrasta ogni espansione nuova dello spirito e riesce alla violenza e all'asservimento delle coscienze. La Rivoluzione francese ha compiuto l'opera della Riforma,ispirandosi a un principio superiore: il principio dei diritti dell'uomo in generale, onde la libertà nuova da lei proclamata non è più quella di una società particolare, ma del mondo. E abolisce la religione di Stato, presupponendo quella religione ideale e assoluta - scoperta dalla filosofia, di cui la Rivoluzione è figlia ed erede - la quale si sviluppa e manifesta successivamente nella coscienza dei popoli, domina e abbraccia tutte le religioni positive e compone ad armonia nella propria unità le credenze parziali del genere umano: la religione, in-  somma, naturale o razionale. Ma né la Francia né l'Europa eran preparate alla riforma religiosa, che questi principii, rigorosamente applicati, avrebbero richiesta: e ad essi occorre tuttavia far capo per gettare le basi della nuova carta religiosa.  In un articolo successivo, ma dello stesso anno, il V., accintosi ad esporre la filosofia della religione di Hegel, giudicherà con lui e rifiuterà, come idealismo ordinario, cotesto deismo prevalso nel sec. XVIII, il quale astrattamente foggiava la religione ideale e filosofica, che giace in germe nel fondo d'ogni intelligenza »1, Ma, pure appigliandosi per qualche altro particolare alla dottrina di Hegel, è fermo nella convinzione che basti svolgere razionalmente il principio posto dalla rivoluzione francese, fondato, come s'è visto, sulla dottrina della religione naturale. Segno che egli non era ancor giunto a possedere un concetto determinato della religione, né, comunque, a impadronirsi di quello di  Hegel.  Svolgere il principio della Rivoluzione, della libertà di coscienza, non era ciò che dal Lamennais in poi venivano chiedendo in Francia i cattolici, e avevano finito con invocare gli stessi gesuiti? Ecco, dice il V.: « nellapresente questione, come nella maggior parte delle questioni sociali, la difficoltà consiste nel conciliare l'ordine e la libertà. Se si sopprime una di queste due condizioni, s' incorrerà nell' inevitabile alternativa, o di tornare all'autorità e alle religioni ufficiali, o di rinunziare a ogni azione normale ed efficace sugli spiriti ", Temeva il V.. che se l'Impero, la Ristaurazione e la Monarchia di Luglio avevano piegato dal lato della tradizione e del-l'autorità, ora si piegasse dal lato opposto, esagerando il principio della libertà. Si preoccupava degli effetti di una libertà assoluta, che avrebbe portato all'anarchia delle coscienze, all'impossibilità di ogni governo morale e quindi d'ogni governo politico. Se la pigliava con la stessa espressione di libertà illimitata, che non può essere, diceva, se non una figura rettorica lusingatrice degli orecchi e del gusto del pubblico, non potendosi concepire potere che non sia limite della libertà. Né pertanto è ammissibile la separazione. I sostenitori della quale si rappresentano la società come una sorta di d'ag-gregato di parti unite insieme da legami estrinseci: laddove la storia e la teoria ci mettono innanzi un'unità sociale organica, in cui tutto è concatenato e la vita di una parte va di conserva con quella del tutto, e un'unità invisibile vi circola dentro. Perciò Hegel disse che le rivoluzioni politiche e religiose sono inseparabili; e un popolo che ne fa una e non fa l'altra, ha lasciato a mezzo la sua opera, mantenendo un antagonismo, che dovrà rimuovere, se non vuol soccombere. E questo basta qui al V. per concludere che Chiesa e Stato sono insepara-bili. Quantungue non sia difficile vedere che il suo argomento supponga provato quel che è da provare: l'imma-nenza dell'elemento religioso, anzi della Chiesa, nell'organismo dello Stato.  La separazione è voluta da coloro che dividono con un taglio netto la sfera religiosa da quella del diritto:nella prima delle quali lo spirito umano si solleva all'eterno e all'infinito, laddove nella seconda l'uomo rimane stretto ai suoi bisogni passeggeri e terreni, e quindi implicato negli interessi, nelle passioni, nelle lotte, da cui si libera affatto mercé la religione. In questo argomento V. riconosce, a primo aspetto, un'apparenza di verità. Ma gli studi che in quel torno ei doveva fare della filosofia hegeliana, gliene additano il difetto. « Au fond, il repose sur une notion incomplète de la vie religieuse, et il se rat-tache à cette métaphysique qui ne saisit qu'un seul élément dans les êtres, el qui, en négligeant l'élément contraire, n' aboutit qu'à des abstractions ou à des inconséquences... E vero che Dio, comunque si concepisca, trascende ogni limite, ed è termine immutabile e infinito. Ma Dio è un termine solo del rapporto religioso, onde Dio si manifesta, e l'altro è l'uomo con le sue condizioni sensibili e finite. Né la religione è un fatto isolato, chiuso nella coscienza del-l'individuo, ma un'istituzione sociale, la quale ha per iscopo l'istruzione e la guida delle anime; e pertanto non può sorgere, conservarsi e svolgersi senza determinate condizioni materiali ed esterne, insegnamento orale e simbolico, associazione, disciplina, mezzi finanziari ecc.:  tutte cose che rannodano la Chiesa con lo Stato,  Ebbene, esclusa la separazione (lo stesso V. si pro-pone, come sarà sempre suo costume, l'obbiezione), come sfuggire all'alternativa dell'oppressione della Chiesa sullo Stato, o dello Stato sulla Chiesa? Ma (come sarà pur sempre suo costume) se n'esce pel rotto della cuffia, perché non si spinge fino a una rigorosa definizione dei concetti che adopera. La soluzione qui la trova in quella astratta filosofia della religione, che ha accettata dal secolo XVIII, e che è pure quella dottrina eclettica della verità relativa di tutte le religioni positive nell'assolutaverità della religione naturale, che, nei nostri filosofi della Rinascenza (BRUNO (si veda) e sopra tutto CAMPANELLA (si veda), che ne è il vero fondatore, a lui, molto probabilmente, essendosi inspirato Herbert di Cherbury) ' portava logicamente alla religione di Stato. Lo Stato, pel V., deve sanzionare la libertà di coscienza: ma in questo stesso postulato è implicata l'attribuzione allo Stato di legiferare in materia religiosa, riconoscendo a tutte le religioni positive quella legittimità che è loro conferita dalla religione ideale in cui tutte sono comprese. Se lo Stato non s'incontrasse nella religione, non potrebbe né anche riconoscerne e garentirne la libertà. Lo Stato s' investe in questo suo atto di un principio filosofico, e la filosofia gli conferisce la potenza e il diritto di dettar legge in re-ligione. La filosofia che è « la fonte della vera libertà, perché essa sola proclama ed assicura quell'alta libertà dello spirito che è il principio di ogni libertà, e perché essa solleva continuamente l'umanità al di sopra di se medesima, e delle cose periture e finite, alla regione dell'eterno e dell'infinito». E però nell'alleanza dello Stato con la filosofia è il fondamento di ogni libertà: alleanza tutt'altro che facile, di certo, anzi, sotto certi aspetti. né possibile né desiderabile: ma perciò appunto fornita del carattere di ogni ideale, che genera il progresso in quanto meta inattingibile. «Tout progrès possible repose  sur un principe impossiblen 3.  E un altro punto, in cui il V. non si solleva fino allo hegelismo, restando al dover essere (Sollen) kantiano, messo in derisione dal pensatore di Stoccarda. E la coscienza dell' irrealità dell'ideale limita l'astrattezza, tutta platonica, di questo Stato filosofico, in cui si rifugia ilV., assai imbarazzato poi quando si tratta di tornare fuori, per rimettersi in rapporto con la realtà storica.  Se Stato e Chiesa sono inseparabili, il prete è, pel  V., un funzionario dello Stato. Dacché un culto è legalmente ammesso, esso diventa una funzione di Stato.  Funzione varia, diversa, molteplice, perché lo Stato ammette tutti i culti, quantunque non s' immedesimi con nessuna religione. E lo Stato perciò retribuirà i ministri di tutti i culti. - Ma proprio tutti? - Sì certamente, perché « tutti i culti, quali che siano le dottrine che professano e la parte di verità che contengono, devon o incontrarsi in un pensiero e in un'opera comune, dovendo tutti, sotto una forma o un'altra, per vie e gradi differenti, disciplinare le anime non soltanto a salvarsi, ma ad adempiere i loro doveri civili». Devono in - contrarsi: ma s'incontrano realmente? Lo Stato solo può giudicare se e in quel misura una dottrina religiosa soddisfi questa condizione. Che se si contesta allo Stato questa facoltà, bisognerà contestargli anche quella di concedere la libertà dei culti: poiché la libertà dei culti, ripeto, suppone questo criterio: suppone che lo Stato abbia saputo riconoscere che la verità non è prerogativa d'un solo culto, e che saprà anche distinguere, fra le dottrine nuove, quelle che bisognerà ammettere o rigettare ».  Ossia, in conclusione, saranno ammessi tutti i culti, che lo Stato con la sua filosofia approverà, poiché pare ce ne possano anche essere di quelli che non siano compatibili coi fini essenziali dello Stato. E allora? Noi crediamo, conchiude il V., che « nello stato presente del mondo, appartenga ai poteri civili e alla civiltà laica l'iniziativa della riforma religiosa, e che questa riforma debba essere imposta alla Chiesa nell'interesse della libertà e della Chiesa stessa ».  Ma allora abbiamo lo Stato teologo e la religione di Stato! - Parola più speciosa che vera», risponde l'au-tore. « Noi pretendiamo che lo Stato, quale l'abbiamo definito, quale l'han reso la filosofia e la Rivoluzione, sia perfettamente competente nella questione religiosa.  Lo Stato, bensì, non fa della teologia scolastica, non disserta sulla grazia, il peccato originale e la trinità.  Lascia queste dispute ai teologi e ai filosofi. Ma può dire fino a che punto una religione risponda ai bisogni della società, e studiando seriamente questi bisogni, giovandosi dei lumi della filosofia e della libera discussione, ha il diritto e il potere di imprendere la riforma delle istituzioni religiose, modificarle e ringiovanirle, facendovi penetrare i germi di verità nuova na  14. - Come possa lo Stato riformare una religione senza entrare nella teologia; come giovarsi della filosofia, senza intendere la filosofia stessa, e quindi filosofare: come proclamare la libertà dei culti e riconoscere a tutti i culti un valore, dovendone pure eventualmente respingere qualcuno con un criterio suo; come imporre una riforma alla Chiesa, rispettando il principio della libertà: sono tutti certamente punti molto oscuri, e non i soli, della soluzione caldeggiata dal V.. Ma qui giova soltanto fermare l'attenzione sul carattere permanente di questa filosofia del V., malgrado il giudizio sulla Rivoluzione francese, cosi diverso da quello enunciato otto anni prima, e malgrado gli spunti hegeliani contro le astrazioni dell'intelletto. Essa evidentemente è ancora una filosofia non compenetrata dal concetto della razionalità del reale e della realtà del razionale: una filosofia di una ragione concepita come sovrapposta alla vita, alla storia, al reale. L'infinito si vuole congiunto essenzialmente col finito (e però la Chiesa con lo Stato). Ma l'infinito è infinito, e il finito è finito. Lo Stato non hainfinità (non ha valore), se non gli viene comunicata dalla Chiesa; né  esso può acquistarsela da sé, incorpo-  randosi e risolvendo in sé la Chiesa: a fine di stabilire i suoi rapporti con la Chiesa deve ricorrere alla filosofia, che non è nello Stato, e non è perciò lo Stato. Tutta la storia, come progresso compiuto in virtù d'un principio impossibile, ha il proprio valore fuori di sé: ossia, non ha valore. Questo non era il nuovo mondo di Hegel.  Segui la prima parte dello studio sulla Philo-sophie de la religion de Hégel, non continuato, perché la Liberté de penser cessò di pubblicarsi. E in questo scritto il V. espose il punto di vista di Hegel in questa parte del suo sistema e il suo concetto in generale della filosofia con manifesti segni di adesione, sebbene qui ancora non s'incontrino quell' iperbolici elogi della filosofia hegeliana che poi diverranno frequentissimi nei suoi libri. Tornò ad esporre brevemente il concetto della filosofia hegeliana col metodo stesso adoperato nelle tesi di tre anni prima, quantunque le difficoltà formidabili intorno ai punti fondamentali e preliminari che tre anni prima gli sbarravano l'adito al sistema, pare siano già come per incanto sparite: quel metodo, il quale consiste nel saltar dentro a una filosofia, dopo averla distaccata dal complesso della storia, in cui essa sorse e visse, e nel muovervisi dentro come altri può percorrere una galleria di quadri che non sappia come e donde raccolti. Il metodo più antihegeliano che ci sia. E cosi ora, così sempre: anche quando egli diventerà assai più esperto hegeliano e più fervido propugnatore di questa filosofia, Hegel sarà un filosofo, per V., tutto chiuso in sé, che si lascia indietro, a mille miglia di distanza, non pure la filosofia prekantiana, ma Kant, Fichte e lo stesso Schelling: e se qualche riscontro potrà consentire, richiamerà Platone e Aristotele (che sono poi gli antesignani dell'oppostaconcezione del mondo). Per ora, non una parola di altri filosofi, e le determinazioni della filosofia hegeliana, strappate dal loro terreno storico, si presentano, com'è na-turale, in un aspetto equivoco ed incerto.  La filosofia ricerca l'universale, l'infinito, l'assoluto in tutte le sfere sulle quali si esercita l'attività del pensiero»›, Definizione, che, se non è detto quale sia la natura di questo universale, eterno, infinito, può competere tanto alla filosofia di Hegel, quanto a qualunque altra. « Secondo Hegel, l'oggetto della filosofia è la conoscenza dell'Idea». Anche questo è troppo poco.  E tutto quello che segue non giova a differenziare 1 he-gelismo dal platonismo: « L'assoluto è lIdea, la quale si divide e si specifica in una serie di determinazioni, di cui ciascuna costituisce un modo della Idea, nonché un grado e una faccia dell'esistenza. Questa Idea e questa serie di idee non si producono a caso e secondo rapporti arbitrari ed esteriori, ma sono legate da rapporti necessari ed eterni, e formano un organismo interno, e come una trama indistruttibile su cui sono fondate l'unità e la vita del mondo»2. Lo stesso V. sa che così c' è una profonda differenza tra l'idealismo « ordinario» e l'idea-lismo « assoluto » di Hegel. L'idea di quello è astratta, e l'idea di questo è concreta. Cioè? - Le idee del primo sono poste meccanicamente l'una accanto all'altra:  quelle del secondo hanno un concatenamento e una necessità interna. - Distinzione così, sulle generali, ille-gittima: perché non c'è filosofia idealistica che non miri appunto a questo intimo concatenamento delle sue idee; e in questo senso le idee di tutti gli idealisti sono state concrete. La concretezza hegeliana non consiste tantonella concatenazione delle idee, che, tutte concatenate, possono essere nondimeno tutte fisse, immobili: quanto nell'atto stesso del concatenamento, per cui l'idea non è legata più a un'altra idea, ma è l'altra; è, e non è se stessa; si muove, e movendosi, divenendo, è un'idea ed è un'altra idea. Sicché non più catena, ma medesi-mezza, coincidenza di opposti. E se non si guarda a questa concretezza, l'idealismo hegeliano smarrisce la sua fiso-nomia, e si confonde con l'antico idealismo.  17. - Il V. nota che l'idea concreta è una triade: nè prima se stessa, poi il suo contrario, e infine la loro unità»; dove il 'prima', il 'poi' e l'infine', possono già dar luogo ad equivoci grossi. « Cosi il vero non è né nel-  Tessere, nénel non-essere, né nella causa, nénell'effetto, nénel tempo, né nello spazio ecc.  L'essere e il non-essere, la causa e l'effetto, il tempo e lo spazio sono elementi essenziali del vero, ma questo non è se non nella loro identificazione in un terzo termine: nel divenire, nel movimento ecc. essi attingono la loro completa realtà. Qui la cosa è diventata chiaris-sima, e le critiche di tre anni prima contro le prime categorie della logica hegeliana sono cose dimenticate.  Capi l'autore che egli mal si era apposto, cercando come il non-essere possa uscire dall'essere, ed essere e non-essere, messi insieme, produrre il divenire? Intende egli ora il processo logico come superamento dell'astrattezza nella realtà della sintesi? Parrebbe ora la sua interpre-tazione. Ma anche qui può risorgere il malinteso, assai più pericoloso, perché chi non se n'accorga, crederà d'essere già dentro l' hegelismo, e non sarà giunto invece né anche a Platone. Se l'essere e il non-essere sono elementi del vero, e il vero completo, la realtà è nel dive-nire, unità concreta dei due elementi, il passaggio del-l'astratto al concreto si può intendere in doppio modo:come passaggio dello stesso astratto alla propria con-  cretezza; ovvero come passaggio del pensiero che pensa la realtà e che, dopo averla pensata astrattamente ne' suoi elementi, si sforza di pensarla in concreto nella sua unità. Nel primo caso si tratta di un passaggio oggettivo, che è in fondo un passaggio soggettivo; nel secondo, di un semplice passaggio soggettivo, che importa un oggettivo non-passaggio. Giacché nel primo caso si muove, realizza od invera l'oggetto, la stessa realtà; che in tanto si muove, realizza od invera in quanto la stessa realtà è pensiero, Nel secondo invece è il pensiero, postosi di fronte alla realtà, o foggiatasi una realtà opposta a sé, che si muove nello sforzo di adeguarsi alla realtà stessa: segno che, se vi si adegua o quando vi si adegua, non avrà più bisogno di muoversi perché la realtà è immobile.  La strada eraclitea che è la stessa strada nelle opposte direzioni in su e in giù (ádóc ava váTo pía xai duTi)  dà luogo a una contrarietà e a un movimento appartenenti soltanto al soggetto: ma in sé è una, immutabile e immobile, come l'essere eleatico. L'idea (dell'essere elea-tico o del divenire eracliteo) si può concepire in due modi: o come una cogitatio (modus cogitandi, ipsum intelligere) come profondamente voleva Spinoza, o come un quid mutum instar picturae in tabula. Anche il fiume eracliteo infatti può esser dipinto! E allora non scorre, quantunque noi vi scorriamo sopra con la fantasia. Questo è stato il problema secolare del concetto del divenire, che non poteva risolversi se non nella filosofia moderna dopo il cogito (ergo sum) di Cartesio, e quell'idea che è l'ipsum intelligere di Spinoza, e il nuovo concetto leib-niziano della monade, e la sintesi di Kant, e l'Io di Fichte e l'Identità di Schelling- Se lo stesso divenire è visto come esterno al pensiero, si ferma e sta, come pictura in tabula. Il divenire è vero divenire del reale quando il reale non è di fronte al pensiero che lo pensa (movendosi  lui, o illudendosi di far muovere il reale), ma dentro il pensiero, lo stesso pensiero che pensando diviene e genera appunto quella realtà che esso è. Qui è il punto. E la costruzione difficile dell' hegelismo è cosiffatta, che molti han potuto, prima e dopo il V., scambiare l'Idea lo-gica hegeliana con l'Idea platonica, oggetto del pensiero solo considerando la posizione di essa di fronte alla na-  importante ed essenziale, che si la natura come lo spirito (fin allo spirito assoluto, e alla stessa filosofia del filosofo  che sta filosofando) sono la realizzazione dell' Idea stessa, e cioe la stessa Idea nel processo autonomo del suo  svolgimento.  18. - Come l'intende il V. in questo suo primo saggio di filosofia hegeliana? Dice:  Tout le travail de la pensée consiste à poser un élément de l'idée, - moment immédiat, — à saisir dans cet élément un élément contraire, — moment de médiation, analyse — et à trouver un troisième terme qui concilie et unit les deux pre-miers, - synthèse — puis à dégager de ce troisième terme une nouvelle détermination qui enveloppe les précédentes, et qui, à son tour, engendre une détermination opposée, laquelle se trouve conciliée avec la première dans une troisième, et ainsi de suite, jusqu'à ce qu'on s'élève à une esistence, à une idée suprême qui efface et absorbe tous les moments, toutes les contradictions précédentes dans son unité. C'est là la vie et le mouvement éternels de la pensée, et, partant, la vie et le mouvement éternels de la réalité ! Il pensiero, di cui qui si narrano le gesta, è il pensiero in sé, lo stesso reale, o il pensiero che intende il reale, il pensiero del filosofo che tesse la faticosa tela della lo-gica? Nel primo caso il pensiero sarebbe la stessa idea;e la maniera in cui il V. si esprime, facendo del pensiero l'artefice e dell'idea la materia del suo lavoro, sarebbe per lo meno molto fantastica e metaforica. Non che queste espressioni siano illegittime; ma qui dan luogo al ragionevole sospetto che l'autore abbia veramente inteso il rapporto del pensiero con l'idea in senso dua-listico, in guisa che la conchiusione (c'est là la vie et le mouvement éternels de la pénsée, et, partant, la vie et le mouvement étérnels de la réalité) non possa avere altro significato che di una dommatica inferenza, contraria del tutto allo spirito dello hegelismo. Giacché quel partant. in astratto, potrebbe avere due significati ben diversi: o dire che il processo logico è il processo della realtà, perché la realtà è pensiero (identita); o dire che il processo logico è anche il processo della realtà, perché la forma della realtà è intelligibile come pensiero, il pensie-ro si attua nella realtà, e (nella forma più rigorosa di questa concezione) ordo et connexio verum idem est ac ordo et con-nexio idearum (parallelismo, e, in fondo, duali-smo). Ma nel nostro caso l'interpretazione dualistica é confortata dalla più ovvia interpretazione dei periodi prece-denti, dove è evidente che l'autore non avrebbe mancato di richiamare esplicitamente l'attenzione sul vero e proprio rapporto del pensiero con l'idea, se egli ne fosse stato  nettamente consapevole. Ed è anche confermata dal modo in cui il V. passa ad esporre la triade Idea-Natura-Spirito, L'Idea, egli dice, è da prima in uno stato « d' indeterminazione e semplice virtualità», quando è idea logica, e contiene le determinazioni più generali degli esseri. Giunta al limite estremo della sua evoluzione logica, l'Idea e esce da questa esistenza formale e indeterminata, e si dà per sua virtù propria, e come spinta da una necessità interna, una esistenza oggettiva e determinata nella natura n.  L'Idea infatti genera la Natura; ma in questa non esiste nella sua forma logica, generale ed assoluta, nella purezza perfetta delle sue determinazioni: diviene esterna a se stessa, si spezza in prodotti particolari esposti alla contingenza e al caso. Questa contraddizione è superata in una terza forma dell'esistenza, superiore alle due prime e che le involge nella sua unità: lo Spirito, il pensiero, dove l'idea concreta e determinata, risolleva la natura all'unità ed universalità ed acquista coscienza di sé nella libertà. - Orbene: il processo nello stesso Hegel è tutt'altro che facile; e lo vedremo a suo tempo; ma ha un carattere determinato, che a chi sia penetrato, secondo le osservazioni già fatte, nello spirito dello hegelismo, non può sfuggire. Dev'essere tutto un processo logico: una via che il pensiero pensando deve necessariamente percorrere. Ora il V. non si mette per questa via. Egli è appunto come lo spettatore della pictura in tabula: vede uscire dall'Idea la Natura, o l'Idea generare o farsi la Natura, e non sa né può sapere per quale interna necessità: non si prova nemmeno a fare (egli che è pen-siero, quella stessa idea) quel medesimo che vede fare all'idea: non si prova a pensarlo. E come potrebbe pen-sarlo, dopo aver definito il logo una semplice vir-tualità? Posta l'assolutezza del logo, se s'intende la virtualità al modo di Leibniz (ossia nel modo più fa-vorevole), donde la ragion sufficiente ?I9. — Ma il senso di questa virtualità della idea logica ci può essere svelato da scritti posteriori del V., il quale, sia detto qui subito, rimase fermo a questo con-cetto. Apriamo l'Introduction à la philosophie de Hégel  (1855), che è il suo lavoro più organico su Hegel, ed ebbe molta fortuna in Francia e in Italia come autorevole esposizione della filosofia hegeliana: che i più si contentarono di non conoscere altrimenti 1. In questo libro si legge che nella sfera della logica, Dio è la possibilità e la forma assoluta; è l'essere anteriore a ogni cosa creata, e che contiene perciò stesso, virtualmente, tutte le cose » 3: dove possibilità non significa altro che pensabilità, Infatti l'autore è stato trascinato innanzi a svelare e confessare quel suo segreto concetto della logica, come non la storia eterna, la gesta eterna, dell'idea, ma come la semplice scienza dell'idea, poiché intanto era germogliato il seme da noi sospettato nel saggio del 1848. Qual è, ora egli si chiede, l'oggetto della logica? La logica è « la scienza delle forme universali e assolute del pensiero e dell'esi-stenza»: forme, bensi, che non sono semplici forme, perché queste forme si compenetrano col con-  tenuto, sono le forme del contenuto, che è l'idea stessa nella serie delle sue determinazioni. Come tale, la logica è il fondamento di tutte le scienze.  La Nature et 1 Esprit costituent, il est vrai, des états, des sphères plus concrétes et plus réelles de l'Idée, et, a cet égard la Logique peut être considérée comme une science formelleou comme la science de la méthode, mais comme la science de la forme et de la méthode absolues, comme le type, le modèle intérieur, sur lequel la Nature et l'Esprit doivent se développer et s'organiser, comme la forme, en un mot, sous laquelle l'être et la vérité existent 5.  Dove si può bensi distinguere tra logica e idea, di cui la prima è la scienza; ma è chiaro che quel che il V. dice tipo e modello della natura e dello spirito è appunto la logica e non l'idea. Non già che egli finisca nel concetto della categoria kantianamente intesa come  condizione soggettiva della costituzione dell'esperienza, e però della natura fenomenica, quale si trova nella nostra esperienza. Il V. rimane molto più indietro di Kant.  Oscillando tra la sua ingenua interpretazione soggetti-vistica e la lettera degli scritti di Hegel, dove l'Idea é lo stesso assoluto, egli, se da una parte non sa concepire la logica se non come una elaborazione scientifica della mente contemplatrice della verità e della mente che pensa di fatto questa verità per le idee dell'essere, della qualità, della quantità, della causa ecc., dall'altra non riesce a conferire altrimenti valore oggettivo  a siffatte  condizioni della pensabilità del reale se non ipostatiz-zandole platonicamente come tipo e modello della natura e dello spirito: ai quali l'Idea fornisce - egli dice esplicito - una parte del loro contenuto: (e chi darà il resto ?). Su questo punto il V. si spiega chiaramente, notando che si potrebbe dire la Logica, cosi concepita, la scienza delle possibilità assolute, non nel senso che le idee logiche siano possibilitàe non realtà, ma in questo senso che niente non e possibile né può esser pensato se non per queste idee .1.  E ricorda Kant, che aveva riconosciuto le idee logiche  come « condizione necessaria di ogni esistenza e verità »; ma le aveva concepite come condizioni negative, indotto in errore dal termine stesso di condizione; laddove 1' idea  ¿ condizione come elemento integrante  e costitutivo  delle cose. La possibilità insomma, di cui parla V.,  ¿ possibilità rispetto alla natura e allo spirito: in sé e reale e principio di realtà. La possibilità, egli dice in fine, non può toccare i principii; perché i principii o sono o non sono. Possibile è questo individuo, questo triangolo, ma non l'essenza dell' individuo e del triangolo. I concetti universali, realizzati; ecco la logica di Hegel, per V.: che e per l'appunto, sostanzialmente, il mondo ideale di Platone, con la sua impossibilità di risolversi  nel mondo dell'esperienza :.  Ma nel saggio hegeliano la conchiusione è che la logica, la natura e lo spirito formano una triade indivisibile; sono tre termini consustanziali di cui l'idea è il fondo comune, ed è l'azione reciproca e la fusione eterna di queste tre sostanze che fanno l'unità e la vita del mondo«3. Dove quel che si vede è la tri-plicità delle sostanze, e quel che si dice di vedere l'unità  dell' idea.  Insomma, abbiamo fin qui un hegeliano che vuol esser tale, perché ha studiato Hegel e ha creduto d'intravve-dere il vasto mondo della sua filosofia, assai più sícuro rifugio dallo scetticismo del Problème de la certitude, chenon fosse quella ragnatela di teismo intuizionistico in cui dapprima gli parve di poter riparare. Ma il segreto di quella filosofia rimane ancora per lui un segreto; e il suo spirito continua a gravitare verso la trascendenza platonica. Nel terzo articolo Un mot sur la philosophie el la Revolation française, il V., prendendo le mosse dal giudizio dato da Hegel nella Filosofia della Storia sulla Rivoluzione, come opera del pensiero, ritorna sul tema del primo scritto, sulla libertà di coscienza che lo Stato deve garentire ispirandosi alla filosofia. Ma veniamo all'ultimo La souveraineté du peuple, che, come il V. ci fa sapere, la direzione della Liberté de penser, all'in-domani della rivoluzione di febbraio, non credette op-portuno pubblicare perché « il aurait trop heurté les opinions du moment». Vi era infatti combattuta la sovranità del popolo e il suffragio universale, sostenendo che la vera autorità è l'autorità della ragione; che la ragione non raggiunge lo stesso grado di forza, di chiarezza in tutte le intelligenze, qui restando latente e oscura, li ma-nifestandosi in una maniera incompleta, e in pochi rag-  giungendo il maggiore sviluppo; e che pertanto l'autorità spetta alla minoranza. E guardando questo lato solo della verità che egli vedeva, difende la sua tesi con quel calore d'entusiasmo, che fu con la facilità della forma una delle cause più efficaci della riputazione conquista-tasi dallo scrittore:  Si toute vérité a son origine dans l'esprit, elle est d'abord à l'état théorique et idéal avant de revêtir une forme matérielle et de passer dans les faits. Dans cet état, elle se trouve en face de la réalité matérielle, il faut qu'elle lutte contre des intéréts et des croyances séculaires, contre des habitudes invétérées; contre les préjugés et l'ignorance. C'est cette vue antérieure et prophétique de la vérité, c'est ce combat pour le triomphe d'une idée, qui constitue l'héroisme et le génie. Or les massesne sauraient s'élever à la conception de l'idéal; car l'idéal ne se révéle qu'à la contemplation solitaire et réfléchie, il demande une culture speciale, une organisation d'élite, et cette  inspira-  tion, qui a sa source dans les profondeurs cachées de l'ame, et qui ne s'éveille que sous l'action paisible et soutenue de l'intelligence et de la volonté. Les masses sont comme emprisonnées dans la réalité visible, et par le gente de leurs travaux, par leurs goûts, leurs habitudes, et par la nécessité où elles sont de pour-voir a leurs besoins matériels, elle ne peuvent franchir les limites du fait et de l'ordre actuel des choses, ni discerner le vrai et le faux, le possibile et l'impossibile 1.  Il vero uomo di Stato non si confonde infatti col po-polo, non se ne fa strumento - che sarebbe interdirsi ogni azione durevole e salutare su di esso; non abdica alla propria individualità, ma la fa servire al bene del paese. Ebbene, se la luce nella società e perciò l'autorità, non sale ma scende dall'alto, al sommo della vita sociale ci sono tre sfere d'attività che riassumono e dominano tutte le altre: la politica la religione e la filosofia. In quale di esse risiederà l'autorità suprema? Nell'uomo politico, nel prete, o nel filosofo? Il V. rinvia la ricerca a un altro studio; ma la risposta è implicita nel suo scritto e nel primo di questi articoli: il potere cioè spetta all'uomo politico, che prende voce e norma dal filosofo. - Con tutto l' hegelismo del V., siamo ancora, almeno fino a questo punto, al concetto della repubblica di Platone!  L' hegelismo tuttavia, a poco per volta, divenne un credo fermissimo pel V.; e la storia della filosofia fini con l'esser messa da parte. Non abbiamo certo Coup d'oeil sur l'Idéalismes, che dovette esser pubblicato prima che il V. passasse in Inghilterra. E di anterioreall'Introduction à la philosophie de Hégel non ci resta che l'opuscolo inglese del 18554, scritto in proposito di  una  Teorica dell' infinito del filosofo scozzese Calder-wood (contro Hamilton) e delle Istituzioni di metafisica del Ferrier: libri che parvero notevoli al V. perché  questi autori  si sollevavano al di sopra del solito empi-  rismo inglese e della filosofia del senso comune. Il giudizio del Ferrier su Hegel (che a guisa di gigantesco serpente boa avrebbe stretto nelle spire delle sue dottrine impenetrabili come diamante tutti gli errori correnti)  dava qui occasione al V. di dichiarare che « ci ha nella filosofia dell' Hegel una certa natural direzione, certi tratti cosi determinati e certe principali conseguenze che non possono sfuggire a chiunque vi si sia accostato, e che formeranno d'oggi innanzi il criterio e la norma direttiva di ogni ricerca filosofica; e di accennare quindi questi punti fondamentali della filosofia hegeliana. In questi punti, evidentemente, si condensa l' hegelismo del  V..  In primo luogo: la filosofia è la scienza dell'assoluto: postulato indimostrabile, perché ogni dimostrazione 1o presuppone, non essendovi intendere che non sia intendimento dell'assoluto. Quindi l'assurdità di tutte le dottrine che cominciano dal negare o mettere in dubbio il valore della conoscenza.  In secondo luogo: chi dice scienza dell'assoluto, dice scienza delle idee, perché tutto si conosce per mezzo delle idee», né possiamo conoscer nulla di là dai limiti del mondo delle idee: onde, se diciamo che l'anima non è un'idea, ma una forza, una causa, una sostanza, che è semplice, immateriale ecc., anche allora, senza riflettervi « noi usiamo delle idee, e descriviamo l'oggetto come unaggregato di quelli stessi elementi che abbiamo respinti sotto un'altra forma ».  In terzo luogo: il metodo filosofico è il metodo proprio della conoscenza dell'assoluto, o delle idee: metodo as-soluto, non essendo altro che la forma dello stesso as-soluto, o la forma in cui le cose esistono e sono cono-sciute: ossia il sistema, nel suo ordinamento dialettico.  In quarto luogo: il sistema importa l'unità e la molte-plicità, elementi identici e contradittori. Il metodo assoluto o speculativo si distingue appunto per questa sua conciliazione dei contrari, onde gli elementi discordi si compongono in armonia.  Con questi concetti Hegel ha dato corpo a uno de' più comprensivi e profondi sistemi che mai vennero fuori della mente umana, il quale abbraccia tutte le parti del sapere, la logica, la filosofia dello spirito, la filosofia della natura, la politica, la filosofia dell'istoria, l'estetica, la religione. Anzi, strettamente parlando, si può dire che nell'istoria della scienza il suo sia il primo e vero sistema, imperocché né Platone, né Ari-stotele, né alcun moderno filosofo hanno avuto un cosi vasto concetto della scienza, e così abbracciato e legato insieme i diversi anelli dell'aurea catena a cui l'universo è sospeso. E uno de' tratti principali di questo maraviglioso filosofo si è che le sue più alte speculazioni hanno un carattere tutto istorico, e un risultamento positivo e una pratica applicazione. Cosi potente e cosi comprensiva era la sua mente, cosi profondo lo sguardo che egli getta nella natura delle cose 1,  E il primo inno cantato dal V. al suo autore, che tornerà a dire nella sua prolusione napoletana: « quella mente prodigiosa e sovrana, che i nostri tempi hanno prodotta, e che, non esito a procla-marlo, per la profondità, per la vastità delle cognizioni, e anzitutto per la mente speculativa e sistematizzatrice tutte le altre ha vinte, ma le ha vinte in sé riepilogandolee concentrandole»*; e altrove: « le plus grand génie dont s'honore l'humanité»=; colui nella cui filosofia e' è tutto, e c'è « comme il doit y être, par là qu' il y est dans  SON existence systématique»3; e la cui  Enciclopedia si  compiacerà di considerare come una nuova Bibbia, « la Bibbia dell' hegelismo, Ed è altresì la prima volta che egli enuncia come titolo singolarissimo della filosofia hegeliana questa sua prerogativa, che poi non si stancherà mai di esibire: la sua sistematicità, parendogli pregio altissimo questo di Hegel di aver trattato ex projesso tutte le parti del sistema della sua filosofia, ed esteso il suo sguardo a tutti i rami del sapere, legandoli fortemente tra loro e creando un vero sistemas: non considerando che non c'è filosofia, né pensiero mai, che non abbia la sua perfetta sistematicità; e che il sistema non consiste nella configurazione esteriore delle parti (al qual patto Wolff è più sistematico assai di Leibniz, e ogni pedante espositore dell'autore esposto), sibbene nella universalità del principio e nella profondità dell'intuizione originaria. Egli superficialmente si contentava della forma estrinseca e non cercava più in là, lasciandosi sfuggire i titoli più autentici del genio di  Hegel.  Ma, tornando ai quattro punti essenziali che gli pareva di scorgere, quando già meditava la sua Intro-duzione, nella filosofia hegeliana, non occortono commenti ad assodare che il suo hegelismo era tuttavia un hegelismo abbastanza platonico; e platonico di quel platonismo della decadenza della filosofia greca, in cui, sorto già lo scetticismo contro la primitiva posizione platonica, la fede nelle idee era ristaurata con nuova e peggior forma di dommatismo. Che sono infatti quelle idee, in cui si risolvono tutte le categorie della realtà, così come il V. ce le presenta, se non le stesse idee vuote della vecchia metafisica wolfiana, riduzione ideale evanescente del mondo, onde tutto si pensa senza nulla fare? quella specie d'oro di Mida, in cui si converte tutto il mondo del povero re, esposto alla dura sorte di morirsi di fame e di sete ?  Questa concezione rimase fitta nella mente del V..  Il quale, nella sua prolusione di Milano Amore e filosofia (11 novembre 186t), uno degli scritti, di cui più egli si compiacque!, ripetendo il ritornello che la filosofia è la scienza dell'assoluto, che l'assoluto è l'idea, in cui si concentrano e unificano la molteplicità e le diffe-renze, sostenne che perciò « la filosofia e la scienza delle scienze e, rigorosamente parlando, la sola scienza, e che tutte le scienze e tutte le filosofie, che lo vogliano o non lo vogliano, che lo sappiano o l'ignorino, sono parti di una sola scienza e di una sola filosofia»: o, come dirà altrove :, tutti gli uomini sono hegeliani senza saperlo. Poiché pensare e intendere è pensare e intendere idee, e non e' è altra filosofia o scienza che l'idealismo assoluto 3. Sicché il materialista, che non pensa « la materia, la forza, la na-tura senza le idee di forza, di materia e di natura», è anche lui a suo marcio dispetto dentro l'idealismo, e non se n'accorge. E come il materialista, lo scienziato, il fisico e il matematico sono idealisti senza saperlo; perché tutti maneggiano le idee; e non potrebbero fare altrimenti. E nella già citata prolusione della fine dello stesso anno ripeté le stesse cose ponendo in forma più ingenua l' inconsapevole dualismo e il conseguente dom-matismo in cui egli restava sempre impigliato. « Nella stessa guisa che non si può pensare il triangolo, o il bene, o la giustizia, o la luce, o il tempo, o lo spazio, o un altro ente qualsiasi senza l'idea che ad essi corrisponde, così non si può pensar l'assoluto senza l'idea dell'assoluto » 1.  Non si potrebbe più chiaramente confessare che questo assoluto, il quale deve generare non solo l'essere ma la cognizione dell'essere, non si sa d'altra parte concepire se non come l'obbietto della mente, in sé, perciò, estraneo alla mentalità, e l'idea della mente come altro dall'assoluto a cui deve corrispondere. E come corrispondere ?  V. non ebbe mai un orientamento storico degno di una filosofia come la hegeliana, che concepisce tutte le filosofie precedenti come suoi momenti. Chiusosi nello hegelismo, ei fu subito tratto instintivamente dal suo cattivo genio a tagliare i ponti con tutti gli altri sistemi e principii filosofici, di cui avrebbe invece dovuto cercare i rispettivi gradi di verità. Nelle Ricerche sulla scienza speculativa e sperimentale, combattendo l'empi-rismo inglese, si rifà dalla dottrina baconiana dell'indu-zione, e giudica a questo proposito Bacone. E lo giudica cercando se nel Novum Organum ci sia un principio nuovo.  L'induzione? Ma negli Analitici di Aristotele la natura di questo metodo, le sue leggi, i suoi limiti, le sue rela-zioni con la conoscenza oggettiva  Sono  State descritte  con quella maniera concisa ma sostanziale che è propria del filosofo greco. Né Bacone vi ha fatto alcuna giunta essenziale. Peggio: Bacone non aveva un concetto esatto della natura della scienza e delle sue esigenze, e però né anche della stessa induzione, come è dimostrato dalla sua pretesa che la scienza non si possa ottenere se non induttivamente. Bacone, troppo poco versato nella flo-soha greca, non vide che le sue novità erano vecchie: i suoi contemporanei « non meglio istruiti di lui sulle fonti originali e sul vero valore delle teoriche aristoteliche, accettarono leggermente le sue opinioni., Insomma, tutta la fama di Bacone è una fama scroccata, fondata su errori di fatto, cui basterebbe a correggere il solo voltare la pagina di un libro».  E con questi profondi criteri storici scrisse in inglese nel 57 uno studio su Bacone, in certo giornale, Emporio italiano, che egli stesso dirigeva:: dove le stesse considerazioni delle Ricerche sono svolte e confortate dall'analisi di alcune dottrine baconiane per conchiudere egualmente, che si può cancellare dalla storia del pensiero speculativo un così importante momento qual è, per chi l'intenda, questa prima affermazione, nell'età moderna, della storicità del sapere o del momento della certezza.  Il saggio finisce con una sentenza che potrebbe esser profonda, ma è piuttosto superficiale: « La scienza, anziché essere la esatta riproduzione e la copia fedele del-l'esperienza, dev'esser in certo senso l'opposto dell'espe-rienza; e quindi voler fondare la scienza sulla esperienza è andare a ritroso della scienza stessa ». Frase che, ristampando il saggio nel 1883, l'autore stesso senti il bisogno di commentare con autocorrection.cancel lunga nota, poiché gli si affac-ciò il sospetto che una volta che c'è il mondo dell'esperienza e dell'induzione, il mondo fenomenale debb'avere anch'esso la sua ragion d'essere e contenere la verità; sicché esagera negando alla cognizione empirica ogni ragione ed ogni verità». E si scusava adducendo che il suo scritto aveva carattere popolare, e che egli vi s'era proposto di mettere sopra tutto in rilievo il lato vulnerabile del-l'empirismo, e che infine la verità della cognizione empirica è una « verità subordinata, una verità, cioè, che non rinchiude in se stessa la ragione del suo essere, e suppone quindi una più alta verità; e che perciò quando l'empirismo pretende di essere il solo e vero organo della verità, «esso sconvolge l'ordine delle cose e nel fatto nega ogni verità e cognizione. Scuse troppo magre, perché queste ragioni potevano limitare, non negare il valore di Bacone.  24. - E in realtà quale sia la verità dell'empirismo né allora né poi il V. volle mai dire 1. Nelle Ricerche, postosi sullo stesso terreno dell'empirista, l'esperienza la concepisce, per rigettarla, allo stesso modo di chi ne fa l'unica fonte della conoscenza quasi sbocco nel pensiero, di una realtà esterna. E contro Locke sostiene che tutte le idee sono innate, perché non c'è sensazione che possa essere avvertita, e cioè pensata, come una sensazionesenza un idea corrispondente; che il non esserne mai consapevoli non prova, come credette il Locke, che non esistano, come non si può dire « che non vi siano leggi che regolano le operazioni organiche del corpo perché  da prima camminiamo, mangiamo, digeriamo senza es-serne consci, ed ignorandole». L'empirista, intento ad osservare e raccoglier fatti, non s'accorge di adoperare una quantità di principii, che pur « debbono preesistere nella sua mente, e dee la sua mente concepirli, ancorché oscuramente e sotto un' incerta e confusa luce.. - Dove parrebbe di scorgere una prova che ancora il V. non si fosse dato la pena di studiare la Critica della ragion pura, né i Nuovi Saggi sull' intelletto umano.  Di Leibniz si occupò nel 186r nella sua polemica col  Saisset e col Janet ‹, poiché il primo di questi, parlando  insieme di Leibniz e di Hegel, aveva accennato a met-tere il filosofo della Teodicea al di sopra di quello della Fenomenologia: e il nome del Leibniz, grazie all' interesse per gli studi storici suscitato e nudrito dall' impulso del Cousin, era salito in auge in Francia, e Foucher de Careil aveva dato i due volumi del carteggio di Leibniz con Bossuet, e l'Accademia aveva messo a concorso un tema sulla filosofia leibniziana, ottenendo due lavori degni del premio, uno dello stesso Foucher de Careil e l'altro del Nourrisson. Il V., che gia insegnava storia della filosofia, e si professava hegeliano, dice a questo pro-posito in tono tra l'ironico e lo stizzito:  J'ai moi aussi le culte des morts, qui est une religion, on l'a dit, je crois, et qui, comme toute religion, est utile aux vivants.  Aussi l'Acadentie mettrait-elle au concours la vie et les gestes de Confucius, ou de Menou qu'il faudrait lui en savoir gré. A plus forte raison, faut-il lui en savoir, lorsqu'elle fait de son mieux pour entourer d'une nouvelle auréole un nom comme celui deLeibriz. Jusque là c'est très-bien. Mais ce qui est moins bien, ce que du moins je ne puis approuver, et ce qui pourrait même au besoin m'indigner et me révolter, c'est qu'on fasse du bruit autour d'un mort pour étouffer la voix des vivants, c'est qu'on veuille donner à une ombre des proportions gigantesques pour couvrir et effacer un véritable géant.  E alzando sempre più il tono:  Voilà ce que je ne veux point, et ce que je combattrai de toutes mes forces, eusse-je devant moi l'ombre de Platon ou d'Aristote. Et, en combattant ainsi, je croirai combattre, non sculement pour la vérité et la justice, mais pour la dignité de mon siècle, et de la nature humaine.  E pare credesse sul serio che si « esumasse » Leibniz, e si « facesse chiasso» intorno a questo nome per dirci che l'epoca dei giganti è passata e siamo a quella dei  pigmei; sicché oggi « per colpire Hegel» ci serviamo di  Leibniz; domani si potrà esumare Plotino, Giamblico, per mostrare, come diceva il Saisset, che la dottrina di Hegel è quella del vecchio panteismo: et nous reculerons ainsi, s'il le faut, jusqu'au paradis terrestre1 Onde ridu-ceva la questione a questi termini:  Ainsi donc, vous nous dites, Leibniz est un grand personnage, et Hégel n'est pas un grand personnage, car c'est là, au fond, la pensée qui domine dans l'écrit de M. Saisset. À cela je repon-drai sans hésiter, si Leibniz est grand, Hégel est plus grand encore.  passi. Ma il V., per rendere, com'egli dice, più preciso e più sensibile il proprio pensiero, aggiunge che «se Leibniz non fosse esistito, la catena della scienza non sarebbe punto spezzata, perché noi avremmo Newton a prendere il posto lasciato da Leibniz», che è un gran matematico, ma un mediocre filosofo e un diplomatico: diplomatico non solo nelle controversie religiose, ma nella stessa filosofia. « La sua filosofia è la filosofia degli espe-dienti, delle parole e delle apparenze. Quando non intende la cosa, mette una parola al suo posto; quando una difficoltà lo stringe, non vi si sottrae attaccandola sinceramente e di fronte, ma per l'uscio di dietro ».  E della sua critica concreta basti un esempio. Che è la monade di Leibniz? Questi parte dal principio che ogni essere o ogni sostanza composta, in quanto tale, deve risolversi negli elementi componenti semplici e indivi-sibili; che sono appunto le monadi. - Ora che metodo è questo? Decomporre un tutto nelle sue parti: il metodo che aveva prodotto l'atomismo: metodo volgare, arbi-trario, che non si preoccupa niente niente di giustificarsi.  Perché si decompone? a qual fine? che si cerca? Nessuna risposta. E si può decomporre un tutto? Ma se certi elementi sono uniti in un tutto, il loro essere dipende anche dalla loro unione, e separarli è distruggerli.  Donde poi le escogitazioni puramente verbali dell'armonia prestabilita e delle fulgurazioni della monade delle mo-nadi, necessarie per ricostruire alla meglio quell'unità malamente infranta. - Critica, che è vera certamente ed hegeliana: ma ha il gravissimo difetto (e difetto tutt'altro che hegeliano!) di essere soltanto negativa, e non saper vedere il pregio grandissimo della monade leibni-ziana, come la prima concezione, nella storia del pensiero umano, dell'autonomia assoluta dello spirito.  Né più penetrazione e simpatia storica ebbe per l'altro grande filosofo prussiano, E. Kant, malgrado la sua capitale importanza nella genesi dell' hegelismo.  Ogni volta che ne scrisse 1, ne disconobbe affatto il va-lore, guardando solo al lato negativo della filosofia critica,e sconvolgendo co'  suoi giudizi tutta la storia che la pre-  para. Non può intendere Kant, chi non intenda Cartesio.  E che è Cartesio pel V.? Uno scettico, da dar dei punti a Carneade. E vero che la dottrina della versimiglianza è per l'accademico il risultato della scienza; e il dubbio è, invece, per Cartesio un punto di partenza e il mezzo di purificare la mente che deve accingersi alla ricerca della verità. « Tuttavia, questa differenza fra le sue dottrine è più apparente che reale. Imperocché ogni qual volta si fa del dubbio una condizione o un elemento essenziale della cognizione, ch'egli si mostri al punto d'arrivo...  o al punto di partenza.... il risultato è lo stesso: si colpi-sce, cioè, la scienza nella sua essenza, che è l'affermazione, e la si rende impossibile »1. E non riesce a scorgere mai né la ragione metodica del dubbio cartesiano, dimostrazione di quel carattere essenziale della conoscenza, che è la certezza, o presenza del soggetto nella verità; né della necessità di quel dubbio, per giungere all'affermazione tutta cartesiana del cogito; né il significato di questo  cogito 326. - Scettico Cartesio, due volte scettico Kant.  Contro il quale il V. non si stancò mai di ripetere la critica hegeliana (che in Hegel ha un valore affatto in-cidentale) della assurdità di una ricerca sul valore della cognizione come necessario preliminare all'uso della cognizione stessa. Critica, sulla quale non giova insistere troppo contro Kant, che dal bisogno di una preliminare teorica della conoscenza non parte per giungere allo scet-ticismo, ma alla giustificazione di una sua positiva filo-sofia; essendo questa la natura propria di ogni filosofia, ossia della filosofia, di essere un circolo, in cui non si può muovere da un punto senza volgere le spalle a tutto il resto del cerchio che si ha da percorrere. Ma, a parte questo punto, che non fu chiaro nemmeno a Hegel, del V. è tutta la scoperta (in un suo articolo del '60) che uno dei risultati» dell'analisi kantiana dell'intelligenza « fu, com' è noto, la discoperta di un doppio elemento in ogni atto o operazione del pensiero, di un elemento estrinseco, cioè contingente e variabile, il feno-meno, e d'un elemento intrinseco, necessario e inva-riabile, il noumeno: il quale venne da Kant suddiviso in categorie e idee:!. Confusione tra noumeno e categorie o idee (ossia di ciò che vi ha di più opposto per Kant), che non impedisce al V. di identificare poi il noumeno con la cosa in sé, mediante l'equazione del noumeno con « Dio, l'idea, l'assoluto». Onde la sua critica di Kant culmina in quest'accusa, che in realtà, la sensazione costituisce il criterio della filosofia critica, e tutti i suoi ragionamenti vertono intorno a questo principio: l'assoluto, il noumeno, la cosa in sé (Ding an sich), come Kant la chiama, non possono esser conosciuti ed affermati, perché non possono essere sentiti e imaginati ». Così non v'ha dubbio che Kant stesso (quellosopra tutto dalla seconda edizione della Critica) si sarebbe visto camuffato da scettico!  Il V. dovette più tardi, io credo, leggere l'opera maggiore di Kant, e della sua dottrina tornò a discorrere un po' distesamente all'Accademia delle scienze morali e politiche di Napoli nel 1882. Dopo la solita accusa di scetticismo larvato, prese ad esporte umoristicamente la teoria kantiana dell'esperienza, accennando la decomposizione dell'atto dell' intendimento in forma a priori e contenuto a posteriori, o categoria e dato sensibile. Due elementi, che non sono separati, ma uniti indivisibil-mente.  Come, adunque, S'incontrano e si uniscono? Nulla di più semplice. Quando il mondo esterno, la natura, viene col concorso della sensibilità a bussare alla porta della intelligenza, questa sorge dal suo letargo, trae fuori dal suo arsenale le categorie, e risponde alla chiamata battezzando e imponendo un nome al-l'obbietto, e impartendo con ciò a se stessa una esistenza e una realtà obbiettiva. Quindi l'esperienza è un battesimo in cui il neonato, l'obbietto esterno, riceve un nome, una forma razionale che lo trasforma in un qualché d' intelligibile 1.  E dopo questa caricatura, eccolo a far la voce seria e a rimproverare Kant di aver diviso i due elementi del-l'esperienza: chiudendo gli occhi, malgrado i magistrali lavori dello Spaventa, che c'erano stati in Italia, e malgrado le profonde interpretazioni di Schultze e di Beck prima, e poi di Fichte (che il V. non avrebbe dovuto ignorare), su tutta l'attività creatrice dello spirito, che plasma e governa l'esperienza di Kant.  Qui, se non confonde più categorie e noumeni, continua a ritenere sinonimi nel linguaggio kantiano noumeni, cosa in sé e idee, e la ragione chiama • facoltà dei nou-  meni, cioè delle idee propriamente detten e dalla semi-passività delle categorie, la cui funzione è subordinata al concorso dell'oggetto esterno, argomenta:  Se gli elementi, o principii che costituiscono l'esperienza, sono limitati, subordinati e passivi, ne siegue ch'essi presuppongono un principio attivo che li domina, che è il loro comune prin-cipio, la loro unità, e di cui sono le differenze, i momenti. La cosa in sé, il noumeno, l'idea di Kant altro non può essere che siffatto principio. Il noumeno è principio del fenomeno, vale a dire della categoria e dell'obbietto sensibile, come anche del loro rapporto, della loro unione, cioé, nell'atto sperimentale, nel fe-  nomeno.  E cosi, per intendere la sintesi a priori guarda all'estremo opposto di quello, a cui la storia della filosofia già, continuando Kant, aveva guardato.  Eppure, nell' Introduction à la philosophie de Hégel il V. riconobbe che accanto ai risultati negativi della critica, vi son pure in quella filosofia « des germes si fé-conds, des vues si larges et si riches, et une intuition si profonde de la science, qu'elle était destinée à susciter un grand et nouveau monvement» t. Ma li dall' indirizzo stesso della sua ricerca, in cui si proponeva di sbozzare in qualche modo il risorgimento dell'idealismo fino al suo culminare in Hegel, era stimolato a cercare in Kant l'addentellato della filosotia posteriore. Ma anche li, quali sono pel V. i meriti di Kant? Tutto si riduce a questo: che Kant, pel primo nei tempi moderni, ha ricondotto l'idealismo sul terreno dell'ontologia, provocando cosi, dopo Platone, una nuova ricerca sulla natura delle idee.  Infatti, « movendo dal principio che ogni conoscenza si fonda su una forma primitiva del pensiero, fu condotto a seguire il pensiero in tutte le sue applicazioni e in tutte le sfere della sua attività, e a fissare per ciascuna d'esse l'elemento essenziale che la regge e determina. Dondenumerose ricerche concernenti la cerchia intera delle cognizioni, la metafisica, la morale, la natura, la religione, il diritto, l'arte, . dove Kant si sforza sempre di cogliere le leggi invariabili e assolute dell'intelligenza ». Sicché il pregio dell'idealismo kantiano consisterebbe nell'esempio dato di una indagine universale governata da unità di principii: l'unità della scienza e del metodo: « voilà le côté posilij el vraiment fécond de la philosophie de Kant, et c'est par ce côté qu'elle se rattache au monvement ulté-rieur de la philosophie allemande». Concetto che non gli potrebbe servire a una qualunque ricostruzione di questa filosofia; se egli (messo, forse, sulla strada dalla fonte di cui si doveva servire) non passasse poi a determinarlo altrimenti, facendo consistere l'unità di principio, portata da Kant in tutta la scienza, nell'idea considerata come condizione assoluta della conoscenza, e il processo speculativo da Kant ad Hegel nel passaggio dell'idea stessa da condizione della conoscenza a principio assoluto delle cose. Quel che segue infatti, dove passa a mostrare che i germi di questa trasformazione erano già in Kant, non può essere pensiero del V., il quale non se ne ricordo mai, in séguito, nei suoi giudizi sul criticismo. Il passaggio da Kant a Hegel era per lui oscuro, e chi sa donde è attinta questa giustissima osservazione, dove per altro talune espressioni incerte e poco esatte tradiscono una conoscenza indiretta: che « nella filosofia kantiana, quantunque essa faccia una larga parte all'esperienza, considerata come condizione all'esercizio dell'intelletto e il solo mezzo di verificare il valore oggettivo delle sue leggi, il pensiero conserva la sua superiorità sull'esperienza, e, anzi che ricevere da essa le sue leggi, gliele impone in guisa che esso foggia (jaçonne] e si assimila i fenomeni, i quali non possono giungere a lui se non attraverso le sue forme e le sue leggi»; e quest'altra idea, più profonda, che «l'atto trascendente e sintetico della coscienza, iopenso, vi è presentato come la condizione essenziale e, per dir cosi, il substratam di ogni conoscenza, e costituente l'unità della coscienza e di tutti i suoi elementi, delle sue appercezioni interne o esterne, delle categorie e delle idee come dei materiali forniti dall'esperienza. Anche il passaggio da Kant a Fichte (il V. pare non sappia nulla dei minori kantiani che spianano la via a Fichte) è bene rappresentato, almeno in appa-renza: osservandosi che le leggi del pensiero non sono poi elementi vuoti e inerti, ma potenze, forze che producono i fenomeni; e che il loro centro è in quell'unità profonda dell'Io («la cui forma più elevata è l'atto sintetico del pensiero i); e però dall'Io scaturisce ogni attività dell'intelletto, e quindi questo mondo esterno e oggettivo, su cui l'intelletto si esercita. Donde Fichte, che pone nell'Io l'unità delle cose. Ma le poche pagine dedicate al pensiero di Fichte sono seguite da critiche, che dimostrano la scarsa familiarità del V. con quel pensiero in relazione ai principii più profondi della Cri-tica, e la sua incapacità di apprezzare storicamente questi punti capitali della preparazione allo hegelismo.  Tutto il progresso di Fichte è raccolto in queste tre osservazioni, superficiali o del tutto erronee: che Fichte ristabili l'unità della intelligenza, che Kant aveva spezzata con la sua divisione della ragione, in pratica e spe-culativa; 2) dedusse con metodo rigoroso l'una dall'altra le varie parti della conoscenza, facendo così sentire sempre di più il bisogno e mostrando insieme la possibilità di organizzare la scienza secondo i rapporti interni delle sue parti; 3) facendo dell'Io il principio del pensiero e dell'essere, «provocava ricerche più profonde sulla natura e le leggi del pensiero e i loro rapporti con le cose, e preparava la via alla filosofia dello spirito di Hegel ».  Ma la parte negativa, al solito, supera di gran lunga lapositiva; e le censure si accumulano l'una sull'altra con una desolante inintelligenza. Eccone qualche esempio.  Le deduzioni di Fichte non penetrano gran che nella natura delle cose, di modo che non si vede né perché né come si producano le opposizioni e come si passi da un termine all'altro. — Il non-io è contenuto bensi nell'Io (anzi, dice il V., dans la notion même du moi) ma questo punto non è dimostrato; perché Fichte non s'era elevato a quel metodo che ricava dal concetto di una cosa la sua differenza e la sua unità. Il suo metodo era ancora accidentale ed estrinseco; e però egli ridusse tutte le opposizioni a quelle di lo e non-Io, laddove la contradizione c'è anche nel non-lo preso separatamente (bel gusto, invero, a prenderlo separatamente, dopo Fichte!). - E poi l'Io è un concetto o una forza? (domanda, che è una rivelazione o una confessione rispetto alla posizione del V. nell'intendere la natura del movimento del pensiero nella logica hegeliana). - Ancora: I' Io di Fichte, se è un lo relativo, contingente e finito, si lascia sfuggire l'assoluto e l'infinito della scienza; se è l'Io assoluto, allora la sua tendenza, il suo sforzo infinito per attingere l'assoluto è inesplicabile. E via di questo passo, o con questi salti. Ma il più curioso è che il V. infine dice: «Telles (0 sont les lacunes que présent la doctri-ne de Fichle et que Schelling s'efforça de faire disparaitre. E sorte non migliore, per iscarsa o nessuna conoscenza diretta e per divergenza di punto di vista, capita quindi a Schelling, di cui il V., non occorre dirlo, non sospetta nemmeno il reale motivo speculativo e il progresso vero su Fichte: e il cui sistema giudica, a un tratto, come « plutot une oeuvre d'arl qu'ane ocuore waiment scientifique,.. plutôt le produit de la jeunesse que de la maturité de la pensée d'une vive et riche imagi-nation que de celle intuition profonde et réféchie, qui est le résultat des procédés sevères de la sciencent.  Se cosi giudicava i maggiori filosofi tedeschi, che non fossero Hegel, qual meraviglia che non tenesse in nessun conto tutti i filosofi italiani? Quanto più d' ingegno e di dottrina spiegava il suo collega napoletano  B. Spaventa a mettere, come si dice, in valore la filosofia italiana, dimostrando con le sue penetranti investigazioni i tesori di pensiero che si celavano nelle sue viscere, tanto più il V., la cui cultura s'era formata fuori d'Italia, e che, scrivendo in Francia, aveva finito col non dire più  'i francesi ' ma 'noi'=; e imbevutosi dell' hegelismo, non aveva più saputo guardare all'Italia con altri occhi, che quelli onde, in generale, tutti i romantici tedeschi vi guardarono commiserando 3; tanto più, il V., per cuidunque non esisteva il problema dello Spaventa, di edificare sulle fondamenta, e svolgere il pensiero italiano,  movendosi dentro di esso e movendosi con esso, più s' impuntava, assai poco hegelianamente, ad asserire che in Italia non s'era mai filosofato, e che bisognava rifarsi da capo. Una eccezione parve talora farla pel Bruno, celebrato da Hegel come » nobile anima, che sente in sé l' immanenza dello spirito e intende l'unità della sua essenza e dell'essenza universale come tutta la vita del pensiero. Nella sua prolusione a Napoli, la occasione stessa l'obbligò quasi a ricordare i due grandi nomi na-poletani: Bruno e Vico. E il primo mise al di sopra del secondo, quantunque manchi a quello « sopratutto il punto di vista, o concetto istorico, concetto importantissimo e che è il segno caratteristico, e dirò come il trionfo della filosofia moderna»: e l'abbia invece il Vico, e sia anzi la sua originalità. Pure, «Bruno è un profondo me-tafisico, a tal segno ch' è come l'eco dell'antica filosofia e il precursore della moderna». Ma non andò (né credo potesse con la cognizione che doveva averne) oltre tali e simili generalità. A cui si attenne anche lo scolaro  Raffaele Mariano in quel suo pamphlet sulla filosofia contemporanea italiana, in cui si fece, come già in altri scritti, organo del pensiero del V.. Tra BRUNO (si veda) e VICO (si veda)  V. non vedeva che tenebre. Di Campanella mai una parola, che io sappia. Vico è lodato caldamente in un articoletto (L'esegesi), scritto in Inghilterra con qualche accento di italianità: lodato come « genio profondo e originale», « uno dei primi, per non dire il primo, ad entrar nella carrieran in cui andarono poi tanto innanzi i tedeschi, della critica erudita e della filologia: come quegli che nel De antiquissima Italorum sapientia « ha poste le basi della critica filosofica delle lingue», nel De unico principio et fine tris (sic) « ha poste le basi della critica del diritto e nella Scienza nuova ha fondato la filosofia della storia, e quindi i principii della critica storica. e con la sua teoria sul « vero Omero » va considerato «come il punto di partenza e il motore di tutte le ricerche posteriori sulla questione omerica..  Giudizio molto modificato più tardi:, in parte corretto (in ciò che concerne il De antiquissima ne aveva bisogno), in parte peggiorato e ravvolto in un apprezzamento complessivo superficialissimo. « Vico è un mediocre me-tafisico. Trasportando l'idea platonica, e anzitutto l'idea della repubblica di Platone nella storia comprese che avervi una storia ideale. Questo intese, ma mal comprese; e mal comprese ed attuò, perché alla verità e altezza del concetto non aggiunse una facoltà vera-mente speculativa». Non seppe addentrarsi nella cognizione dell'idea, «sia con uno studio profondo delle dottrine platoniche e aristoteliche, sia con indagini proprie e veramente originali». Avrebbe dovuto costruire prima l'idea della storia, e indi desumere il fatto o storia reale delle nazioni. E invece mosse dal fatto, la storia di Roma, e però non poté intendere l'Oriente, la Grecia, il Cristianesimo e le nazioni e la storia moderna (che sono, come ognun vede dall'indice della Filosofia della Storia di Hegel, le altre parti della trattazione hegeliana, oltre la storia romana). Più tardi disse che Vico intravvide, non vide la vera idea della storia!. Viceversa, discorrendone più di proposito nella Introduzione alla filosofia della Storia :, tornava ad asserire che « il gran pregio di VICO (si veda), che niuno potrà rapirgli, sta in questo, nell'aver pel primo riconosciuto che l'idea è il principio della storia». Ma, con l'usata deplorevole confusione,  accettava l'inter-  pretazione platonica che il Vico stesso fa delle sue idee, parendogli chiaro che «studiando la teorica platonica delle idee, comprendendo, cioè, l'importanza e la funzione dell'idea dell'universo, si giunge naturalmente al punto di vista di Vico. E d'altra parte, guardando poi all'applicazione che il Vico aveva fatto della sua dottrina alla scoperta del vero Omero, dove il Vico non avrebbe inteso che l'idea non si manifesta se non incarnandosi in certi individui, non dubitava di arguirne che  *Vico non intese la vera natura dell'idea, né quella del suo rapporto con la storia e con l'individuo ».  E dopo Vico? «Vico», risponde per lui il Mariano, « è un'apparizione che non ha antecedenti e non lascia tradizione »3. E poiché Vico non ebbe coscienza della me-tafisica richiesta dal suo concetto storico della scienza, si può dire che « il pensiero italiano chiuda il suo ciclo storico con Bruno, e s'estingua, se cosi può dirsi, sul suo rogo». Doloroso a dirsi: l'Italia moderna non esiste nella storia, se esistere nella storia significa rappresentare un'idea; o esiste pel suo papato. Dall'alto di questo giudicatorio universale, che diventavano quei pigmei di un Galluppi, di un Rosmini, di un Gioberti, di cui faceva tanto caso lo Spaventa? Il Mariano risponde:  « A nostro avviso, i filosofi italiani degli ultimi tempi non hanno contribuito in nessuna maniera con le loro dottrine al movimento e allo sviluppo del pensiero filo-sofico; poiché, oltre a venire quando tutto lo sviluppo di questo pensiero era già compiuto, essi si chiudono in punti di vista esclusivi e subordinati. Le loro dottrine non sono siste-matiche, nascono non si potrebbe dire donde né come,  senza aver nemmeno una coscienza chiara di se stesse, né della filosofia in generale; e infine segnano un regresso e una decadenza del pensiero. La tesi dello Spa-venta, che non intendeva si potesse trapiantare in Italia una filosofia la quale non avesse nessun appiglio nella tradizione del suo pensiero, e che andava orgoglioso di aver dimostrato che tutti i nostri più grandi pensatori da Bruno a Campanella al Gioberti s'erano mossi nello stesso circolo del moderno pensiero europeo, pareva al Mariano e al V. « falsasse il concetto della filosofia, del suo oggetto e della sua storia», uno di quei « tours de force intellettuali, che non sono rari, che sono anzi disgraziatamente troppo comuni, e consistono nel mettere in una dottrina quel che è nel nostro proprio pensiero e nel pensiero d'un altro».  Bella testa davvero quello Spaventa, che veniva a dire 'a questi asini papalini degl' Italiani, che alla fine la filosofia di Hegel non era poi l'ultima parola dello spirito speculativo, e non si doveva ripetere e commentare meccanicamente le sue deduzioni come tante formole sacramentali. « Parole sonore, ma vuote. L'essenziale è intendere quelle deduzioni e quelle formole, come piace allo Spaventa di chiamarle. Ma lo Spaventa le intende ?  Par di no, dacché identifica [e non era vero] Gioberti e Hegel. Poi che il pensiero di Hegel possa essere ulteriormente svolto e compiuto entro certi limiti, nessuno hegeliano, noi crediamo, si rifiuterà di ammetterlo. Ma se lo Spaventa avesse inteso la storia della filosofia e l'hegelismo, avrebbe visto che non sono possibili svolgimenti ulteriori deviando o uscendo dal pensiero hegeliano, e in questo senso può dirsi che la filosofia di Hegel sia per l'appunto l'ultima parola dello spirito speculativo. Che poteva essere magari la convinzione dello Spaventa, ove si dia a questa frase un significato rigoroso, che non era disposto di certo a darle né il Mariano né il V., quando questi scriveva p. e, che « la filosofia di Hegel chiude, quanto alle parti costitutive, il ciclo storico della filosofia; quantunque non vogliamo negar con ciò la possibilità di altri svolgimenti, ma sempre di un ordine particolare e subordinato, che il pensiero filosofico potrà ammettere »3. - Uomo pericoloso quello Spaventa, infido hegeliano! Quei suoi Principii di filosofia, cominciati a pubblicare nel 1867! Sempre quel suo fare d'uomo che dice e non dice (les mêmes allures contournées et de-tournées !), quell'ambiguità di linguaggio, quell' hegelismo che non è punto hegelismo: « una logica hegeliana che si dà delle arie di non sappiamo qual'altra logica: infine, una filosofia nuova, ma stranamente nuova, prima perchévi si dà per nuovo quel che Hegel stesso e dopo Hegel alcuni de suoi discepoli hanno esplicitamente e da lungo tempo insegnato, e poi, sopra tutto, perché non si potrebbe dire che cosa è, donde viene e dove va, e perché non può avere altro risultato che di creare o perpetuare l'equivoco, la confusione e l'indisciplina degli spiriti».  Cosi dal V. aveva imparato a giudicare dello Spaventa, uno scrittorello, che, tanto per accreditare la filosofia hegeliana, rifaceva in quattro e quattr'otto e tenendosi sempre sulle generali, senza analisi di testi, né discussione di punti controversi, la storia della filosofia italiana, e sentenziava che quella specie di eclettismo del Galluppi era un « fenomeno isolato e accidentale, che non s'era accorto di venire al mondo quando il movimento filosofico tedesco con Hegel era « achevé, lorsque l'idéalisme étail une doctrine constituée» (povero Galluppi!). Il pensiero del Rosmini è più vasto e completo, ma è un vano sforzo • di risuscitare la filosofia scolastica, e, per questo rispetto, un regresso. Gioberti poi « non soltanto un'apparizione inutile nell'ordine del pensiero come in quello della storia, ma la negazione della storia e della scienza " 5 Spaventa ne aveva fatto la satira anticipata. A proposito di costoro che non vedevano nulla di nulla in Italia, e la filosofia morta da due o trecento anni, e si scalmanavano a raccomandare l'idea, a rifarsi dalla idea, e sopra tutto a far come loro (e guardate a noi, fate come facciamo noi, e dite come diciamo noi: uno, due, tre; e ritornerete vivi, sani e salvi; e sarete felici »)  aveva ricordato « un tale, bravomo del resto; il quale un giorno, di pien meriggio, nel mese di luglio, non sapendo che fare e avendo accolto in casa, nel suo gabi-netto, numerosi amici, chiuse ermeticamente le impostedelle finestre e l'uscio, e all'oscuro accese subitamente un suo lumicino, e fattosi in mezzo, non per gioco, ma col maggior senno del mondo, esclamò: - Non temete; ecco, io vi riporto la luce!* E la satira conchiudeva: « Mi fu detto poi, che il brav'omo fini i suoi giorni al mani-comio, e non parlava d'altro che del lume spento e del suo lumicino. Quando imprese la sua volgarizzazione della filosofia hegeliana, V. non s'era proposto se non di tradurre in francese la piccola Enciclopedia di Hegel, come già erano state tradotte le opere principali di Kant, Fichte, Schelling, l' Estetica dello stesso Hegel e una parte della Logica. Ma estremamente prolisso com'era, e com'è degli scrittori che non approfondiscono il pensiero e scivolano sulle difficoltà, postosi a scrivere un proemio introduttivo alla traduzione, la materia gli crebbe ben presto tra mani fino ad imporgli la necessità di pubblicare questo scritto a parte, come formante da solo un tutto « indipendente, sotto certi aspetti, dal sistema di Hegel», le cui tre parti pensò quindi di dare poi in tre volumi distinti. Se non che quando poté cominciare a pubblicare la sua traduzione, penso che se a tutta l'Enciclopedia aveva mandato innanzi una introduzione generale, una speciale per la Logica, ossia per la prima parte, da cui gli toccava di cominciare, sarebbe stata pure opportuna.  E cosi per la sola Logica occorsero già due volumi 3;come tre gliene occorsero poi per la Filosofia della natura 5  infarcita di lunghissime note, oltre la solita vasta introduzione; e due infine per la F'ilosofia dello spiritos, ma grossi: perché, pubblicato a tre anni di distanza dal primo, il secondo gli parve che non potesse andar privo di una nuova speciale introduzione. E tra introduzioni prime e seconde, avant-propos e avertissements premessi agli avant-propos, commenti perpetui, appendici, pole-miche, si esauri tutta la sua attività letteraria non impiegata nel tradurre il testo. Tutta, o quasi tutta. Quando parve proporsi un tema di trattazione originale, come il Cavour e il Problema dell'Assoluto, in fatto continuò egualmente a discettare intorno all'uno o all'altro punto di dottrina hegeliana; e quando, come nel Problema dell Assoluto, doveva pure levar l'ala pervoglia di volare, finiva tosto per fare come il cicognino dantesco, che  non s'attenta  D'abbandonar lo nido, e giù la cala.  E lasciava interrotto il lavoro.  L'opuscolo sulla Pena di morte (1863) 1, che, per il vivo interesse che suscitava allora la questione in Italia, fu degli scritti più noti, più letti e discussi del V. 3, è anch'esso un commento a un'opinione dell' Hegel.  L'Introduzione alla filosofia della storia sono corsi di lezioni raccolte da uno scolaro, le quali non hanno nessuna pretesa d'originalità scientifica. Lo Strauss, l'ancienne et la nouvelle foi (1873) si propone di chiarire e confermare la filosofia della religione di Hegel contro il radicalismo teologico dello Strauss. Si può dire pertanto che tutta l'opera del V. si riduca alla traduzione e al commento dell' Enciclopedia di Hegel con speciale insistenza sulla parte che riguarda la filosofia della religione.  Opera certamente assai benemerita pei vantaggi arrecati alla cultura delle nazioni latine, principalmente della Francia e dell'Italia, in un tempo in cui la filosofia di Hegel era venuta in discredito, le sue opere apparivano in conseguenza assai più difficili che in realtà non siano, e facevano torcere il muso agli studiosi, i quali non avrebbero forse letto nulla di lui, se non avessero avuto a portata di mano quell' Hegel volgare (come avrebbero dettoi nostri antichi), così agevolmente accessibile nello sciolto francese in cui il V. lo dilavò, e cosi largamente illustrato da chi non dubitava di parlare come l'autentico interprete dello hegelismo. Soltanto in questi ultimi anni le sue traduzioni sono state, nel rinnovato studio di Hegel, riscontrate accuratamente con l'originale; e trovate malfide. Se nella prima traduzione della Logica gli errori d'interpretazione erano frequenti, i lettori non lo seppero forse prima che ne li avvertisse lo stesso V. quando li corresse nella seconda?. Lo stile discorsivo, senza muscoli e senza nervi, del traduttore non somigliava punto a quello di Hegel: ma chi se n'accorgeva ?  I punti più delicati ed essenziali dello hegelismo nelle interpretazioni veriane andavano alterati. Il colorito generale e il carattere fondamentale di questa filosofia attraverso quelle interpretazioni eran cancellati o apparivano troppo sbiaditi. E questo era certamente difetto ingente per la fortuna del pensiero hegeliano e il progresso speculativo. Ma non è per altro da credere che una più schietta traduzione e una interpretazione più rigorosa del pensiero hegeliano sarebbe bastato in quel ventennio tra il 186o e l'8o in cui cadde l'opera del V., a dare una direzione diversa allo spirito filosofico, preso com'era dalla brama dei fatti e dal disgusto d'ogni speculazione.  E d'altra parte, c'è in ogni grande filosofo e in ogni grande scrittore una folla di verità particolari, frammenti e scheggie luminose di pensiero, di cui giova pure arricchire ed accade sempre provvidenzialmente che venga arricchito il patrimonio generale della cultura, e impinguato quello che si può dire il terreno spirituale, da cui germogliano, maturate che siano le stagioni opportune,i nuovi pensieri, e da cui pur continuamente traggono il loro succo vitale tutte le forme dell'attività umana.  Chi potrebbe dire, da questo aspetto, quanto sia il benefizio arrecato alla cultura dalle fatiche di V.?  3L. - Questa fu la sua parte: la parte del commen-tatore, che si chiude nel pensiero del suo autore, quasi in un cerchio di Orbilio, e non vede come sia più possibile uscirne. Il « Commentatore» per antonomasia del medio evo disse di Aristotele, che egli era stato la regola della natura e come un modello in cui essa aveva cercato di esprimere il tipo dell'ultima perfezione; posto al più alto grado dell'eccellenza umana, cui nessun uomo mai aveva saputo pervenire: disse la sua dottrina « la verità sovrana: perché il suo intelletto è stato il limite dell'intelletto umano, sicché di lui possa a ragione dirsi esserci stato dalla Provvidenza dato per imparare tutto ciò che è possibile sapere»; e che insomma egli « è il principio di ogni filosofia: non si può differire se non nell'interpretazione delle sue parole e nelle conseguenze da ricavarne». E le stesse cose, su per giù, ripete di Hegel, come già in parte abbiamo visto, V., lieto di potersi dire «un hégélien pur, un hégélien à outrance n3; pronto a protestare che gli anni e la riflessione non facevano che fortificare la sua convinzione che la philosophie de Hégel est la sente philosophie véritable, la philosophie absolue »3; che sempre Hégel a raison contre tous4, perché egli è non pure uno dei più potenti pensatori, ma il più potente forse che sia mai esistito s. Nella Introduction driconosceva ancora un qualche valore al concetto (hegelianeggiante) di Leibniz della philosophia perennis; ma nel 1873. polemizzando con lo Strauss « in nome della filosofia » teneva a dichiarare com'egli la intendesse. « Per me, lo confesso, quando sento parlare di una filosofia in generale, di quella filosofia che Leibniz e altri sulle sue tracce chiamano col nome sonoro di philosophia perennis, chiudo gli occhi e gli orecchi, e preferisco non vedere né sentire, che sentire e vedere mercé d'una tale filosofia». E si appellava al principio, hegeliano senza dubbio, che la filosofia non può essere che una determinata filosofia; ma continuava, distruggendo ipso facto il valore di quel principio: « E questa filosofia non mi stancherò di ripeterlo, e, per quanto è in me di dimostrarlo, è la filosofia hegeliana; laddove una delle determinazioni essenziali della filosofia hegeliana era appunto questa di adeguarsi alla storia della filosofia o, se si vuole, alla philosophia pe-rennis, in cui tutte le determinate filosofie sono la filosofia veramente determinata.  E da quest'angusta e in certo senso materialistica concezione della filosofia hegeliana, tutta chiusa in una individualità semifantastica, sorretta dalla rappresentazione di certi libri e di certe parole o di una certa persona vissuta in certi tempi e luoghi, il V. era trascinato a perpetrare un vero tradimento di Hegel: da lui disarmato e consegnato, legato mani e piedi, al primo venuto dei suoi avversari. Poiché, una volta concepito un sistema filosofico come chiuso in sé, senza rapporti con gli altri sistemi, prodotto di una speciale visione del mondo, che non ha che fare con gli altri possibili punti di vista, quasi spettacolo che si goda in una stanza, e di cui non sia dato saper nulla a chi non vi entri, cotesto sistema non si può più dimostrare a chi non sia già persuaso della sua verità; perde cioè la sua universalità,la sua verità, il suo valore di pensiero, che non è mai atto di uno senza esser atto di tutti: perde la vita del pensiero che è espansione e forza invadente, conquistatrice e trionfatrice; per diventare una cosa, che sta dove la mettete, in eterno, ignara di sé, inerte, esposta al libito di chi vi si abbatta! Concezione strana, umiliante, ad accettar la quale, coraggiosamente, il V. fu anche spinto da un profondo concetto hegeliano, da lui inteso a metà: che la verità di un sistema sta dentro il sistema e in tutto il sistema. Ma Hegel stesso andava subito incontro al pericolo d'una possibile interpretazione materialistica di questa proposizione, per cui il suo pensiero sarebbe rimasto disteso sovra un'altura inacces-sibile, concependo dapprima come una prima parte del sistema una  Fenomenologia dello spirito come autoaf-  fermazione della propria filosofia attraverso tutte le posizioni storiche e ideali del pensiero, e premettendo poi all' Enciclopedia un'introduzione critica e polemica destinata a giustificare il proprio punto di vista di fronte a quelli inferiori. Talché, se pure era nella sua dottrina,  quale si venne scolasticamente consolidando attraverso le varie redazioni dell' Enciclopedia (nata per la scuola), la tendenza a fare del sistema un dato circolo chiuso, nel quale bisognasse penetrare per non so quale grazia sovrannaturale o luce illuminante ogni privilegiato hege-liano; questa tendenza era spontaneamente frenata e corretta dalla possente vita del genio investito dalla forza della verità. Ed era intanto punto capitale della sua dottrina, che la critica di un sistema filosofico - e quindi il passaggio a un sistema superiore - non è critica soggettiva che altri possa fare movendo da principii di sistemi diversi, ma critica interna, autonoma, sgorgante dalle viscere dello stesso sistema; sicché non si sale slanciandosi in alto per aggrapparsi con la punta delle dita alla proda delle balze superiori, ma fermando bene ilpiede sul grado già raggiunto, e di li sforzandosi di salire, costretti dallo stesso disagio della via erta ed arta, - per tornare ancora una volta alle immagini dantesche. Sicchè la vera dottrina di Hegel è che la verità della sua filosofia, se, come sistema, vive nel circolo del suo pensiero siste-matico, si conquista attraverso tutte le filosofie, e si pone percio per motivi di verità che giacciono in tutti i sistemi. L' hegelismo che si chiude gli occhi e gli orec-chi, e, come la Notte di Michelangelo, vuole « non veder, non sentir, non è quell'originale hegelismo che figge per tutto il suo occhio sereno, certo che tutto che è reale è anche razionale, ma un hegelismo veriano, alquanto adulterato.  E cosi accadeva al V., malgrado tutta la forza del  suo hegelismo, di trovarsi come chi, in paese straniero di cui ignori la lingua, abbia bisogno di far valere le proprie ragioni, e non trovi né anche un interprete. Non sapeva parlar altro che l'« hegeliano » 1 Nella introdu-zione alla Filosofia dello spirito, dopo avere intravvedute ben sei gravi obbiezioni contro il concetto da lui esposto del sistema hegeliano, dovendo ribatterle, si ricordò della  sua  teoria dell'hegelismo chiuso, gia spiattellata tre anni prima nella nuova prefazione all' Introduction à la philosophie de Hégel, a proposito delle critiche del Foucher de Careil e del Trendelenburg; e si senti in dovere di fare questa confessione:  Nous commencerons par avouer que ces objections  nOuS  embarassent très-fort, et que nous ne voyons pas comment nous pourrions y répondre d'une manière satisfaisante, d'une manière, voulons-nous dire, qui satisfasse complètement celui qui nous les adresse. Car ce n'est pas nous autres hégéliens, bien entendu. qui nous faisons ces objections, ou si nous nous les faisons, nous en trouvons aussi la solution. Seulement cette solution est valable pour nous, mais elle ne l'est pas, len général, pour les au-tres, c'est-à-dire pour les non-hégéliens (!).Et la raison en est bien simple. C'est que la solution est dans le système, et que par suite elle ne saurait être entendue et acceptée qu'autant qu'on est dans le système. Par conséquent, celui qui fait des objections, qui les fait hors du système, c'est-à-dire en se plaçant au point de vue de l'opinion, de la conscience vulgaire et irréfléchie du sens commun comme on l'appelle, et même de la philosophie de l'entendement, et qui, avant d'entrer dans le système, demande qu'on lui réponde d'une façon qui leve complètement ses doutes, demande ce qu'en réalité il n'est pas raisonnable de nous demander. Car ces doutes viennent précisément de ce qu'il demeure hors du système, et que sa pensée est impuissante à saisir la vérité systématique. Par con-séquent, tant qu'il n'aura pas franchi cette limite, et qu'il ne sera pas entré dans le système, toutes nos réponses et toutes nos explications devront nécessairement lui paraitre insuffisantes, par la même que sa pensée et notre pensée ne sont pas la même pensée 1.  Non era questo un disarmare Hegel e consegnarlo  agli avversari? Tommaso d'Aquino, convinto che oltre gli articuli fidei, ci siano anche i preambula ad articulos, aveva potuto scrivere una somma de veritate catholicae fidei contra gentiles; ma contro i gentili dell' hegelismo il nuovo apostolis gentium non vedeva come un povero diavolo d'apostolo se la potesse cavare: e badava a ri-petere il motto di Anselmo: fides quaerens intellectum,  ma senza ottemperare troppo alacremente al maggior detto dello stesso Anselmo (Cur Deus homo, c. 2): « Ne-  gligentiae mihi esse videtur, si postquam confirmali sumus in fide, non studemus, quod credimus intelligere! ». Il momento della fede, come vedremo più chiaramente, era l'essenziale per lui. Questo infatti gli bastava a reggere l'opera sua di paladino di Hegel. Non confessó quel tale, che moriva in duello pel Tasso contro l'Ariosto, di non aver letto nessuno dei due ?I libri di Hegel il V. certamente li aveva letti e ri-letti. Non tutti, forse, quando scese in campo per lui con l'Introduction, né tutti poi con la stessa attenzione e diligenza. Il Janet • notò che in quella Introduzione manca ogni menzione della Fenomenologia; e la critica che già ne abbiamo rilevata contro lo Schelling autorizza a crede che ei non avesse ancor letta la prefazione di quell'opera di Hegel. Doveva allora conoscere l'Enciclopedia e, in parte, la Filosofia della religione: in parte anche la Scienza della logica; ma così male, da non essersi ancora reso conto ben chiaro della redazione di queste opere. Cosi allora dimostrava di sconoscere che le appendici (Zusätze) ai singoli paragrafi dell' Enciclopedia non furono aggiunte da Hegel stesso, bensi dagli scolari (Henning, Mi-chelet e Boumann) che ne curarono l'edizione postuma e si giovarono di appunti del maestro e di quaderni di scuola:  Anzi, confondendo con tali appendici le osservazioni che Hegel infatti aggiunse per la prima volta nel 1827 ai singoli paragrafi, - che da soli formavano il testo della prima edizione, - asseri 3 che Hegel nella seconda edizione credette di aggiungere co-teste appendici, per rendere il suo pensiero meno astratto e più accessibile. E questo errore ripeté nel '59 nell'avvertenza premessa alla Logica, aggravandolo di un'altra inesattezza che potrebbe far credere non aver egli allora col secondo e col terzo volume dell' Enciclopedia postuma (detta ordinariamente Grande Enciclopedia, per distinguerla dalla Piccola, cui mancano quelle appendici) la familiarità che dovevaaver acquistato col primo contenente la Logica: perché dice che Hegel non diede propriamente una seconda edizione di tutta l'Enciclopedia accresciuta delle appendici, ma della sola Logica: « Par les deux autres parties de la Grande Encyclopédie n'ont paru qu'après la mort de Hégel dans Védition complète de ses oeuvres qui a été publiée par le soin de ses disciples et de ses amis » 1.  Apparse dopo la morte di Hegel: ma già redatte da lui stesso, comprese le appendici, come il V. tornò a dire chiaramente nell'avvertenza al primo volume della Filosofia della natura.  Confusionis che potrebbero anche ascriversi a sbadataggine di studioso inesperto d'ogni buona usanza filologica: ma che, se in parte son pure indizio di scarsa familiarità coi testi hegeliani, in questo caso son pure da riportarsi all'indole del suo spirito, di cui abbiamo già cominciato a intendere alcuni tratti essenziali. Il V. era cominciato mistico: scettico verso i metodi razionalisti, aveva asserito l' inconoscibilità delle essenze, e certa intuitiva rivelazione originaria di Dio, alla Jacobi.  Il mistico non può essere idealista che a mo' di Platone: per cui la verità non è processo, ma conoscenza immediata e miracolosa, presenza dell'oggetto, in cui si prescinde dal soggetto o in cui perciò il pensiero tende a risolvere e seppellire la propria soggettività. L'idea a chi cerchi una tale verità si presenta e impone da sé; è se stessa; e non può farsi, ancorché definita come processo (diventa allora idea del processo, e, come idea, immobile). In quanto sistema, diventa sistema in sé, che non forma la mente, ma è innanzi alla mente; e non è svolgimento;ma un tutto perfetto, in sé, senza passaggio da altro a esso, né da esso ad altro. E filosofia che non è la filosofia, ma una filosofia, che ha fuori di sé le altre, il pensiero volgare, l'opinione, la filosofia intellettualistica, senza un ponte da queste forme mentali a essa. - O tutto, o niente; o scetticismo, o cognizione assoluta (idest, il sistema di Hegel), come badava a ripetere V.. E che cosa era per lui la mente fuori dell' hegelismo? Se la verità era tutta dall'altra parte, di qua non ci restava nulla. La sua pertanto era una concezione mistica del1' hegelismo, per cui il rapporto dello spirito con la vera filosofia, o illuminazione mentale, veniva concepito come una unione soprarazionale, di là dalla quale si sarebbe instaurata la razionalità dello spirito. E questa tendenza mistica del V., se io non m' inganno, gli faceva prendere in mano i libri di Hegel e non guardare attentamente alle prefazioni, non cercare le varie edizioni, non studiare la storia dei testi: giacché in ogni tempo la misticità è stata nimica mortale di tutte le questioni concernenti la lettera, come ad esse piace di dire, e non lo spirito, quali son quelle di filologia. Pericolosissima china; giacché se questa tendenza nel V. col dispregio della filologia portò l'impossibilità di una vera dottrina storico-filosofica, nel discepolo Mariano, che avrebbe dovuto essere di professione uno storico del cristianesimo, frutto tutta una boriosa e vuota teorica di metodo storico, che è una delle più solenni e funeste falsificazioni della dottrina hegeliana, cioè della prima filosofia venuta in luce dacché il pensiero prosegue la sua eterna fatica, a giustificare non solo, ma ad esaltare ogni forma di storia; e nella scuola del V., tra i suoi insegnamenti di storia della filosofia e di filosofia della storia, fu piegata goffamente a significare un pensiero rispettoso bensi a parole della storia, dello svolgimento, della determinatezza, ma, nei fatti, di una tracotante svalutazione d'ogni sincera ricerca dellastoria, ossia dei particolari più determinati, in cui pur consiste il concreto svolgimento del reale.  Della quale tendenza, mistica e però antisto-rica, della mente del V. si potrebbero raccogliere ne' suoi scritti molte manifestazioni. Il Janet, in un suo articolo sul primo volume della Filosofia della religione notava finemente che il V., nella lunghissima introduzione che mise di suo in quel volume per ragionare dei rapporti tra filosofia e religione, «est encore ici fort dans la discussion, vague et obscur dans la conclusion. Il ré-sume très-bien toutes les manières de se rapresenter le rap-port de la religion et de la philosophie. Mais on ne vort trop quelle est la vaie». E nel '73 lo stesso V. contro Strauss osservava che la posizione da costui assunta era très-nette. E, soggiungeva «les positions très-nettes sont souvent, surtout dans la science, très-fausses, par la raison même qu'elles sont très-nettes, par la raison, veux-je dire, qu'elles mutilent les problèmes, et qu'en les simplifiant les faussent». Ragione hegeliana e piena di verità; ma pretesto, pel V., e conforto a non trarsi fuori da quel-  l'oscuro, da quel vago che il Janet gli rimproverava, e a restare irresoluto tra il sì e il no. Giacché sarebbe invero assai volgare insolenza asserire di Hegel, nuovo e pit rigoroso assertore della dialettica del sic et non, che ei si tenesse perciò di qua dalle soluzioni très-nettes! Ché se rifiutava, e metteva in satira anche lui, le soluzioni semplicistiche dell' intelletto astratto, poneva nettissime, per suo conto, quelle della ragione. E non era il V. che potesse in nome della dialettica accamparsi contro il semplicismo e l'astrattismo dei semplificatori; egli chenon sapeva entrare nella realtà se non armato di astratte definizioni; e si scalmanava contro chi nella realtà vedeva si quei concetti, ma limitati e commisti ai loro contrari; e lo Stato reale, p. e., essere e non essere Stato: la Chiesa essere e non essere Chiesa; e l'esercito essere e non essere esercito; e cosi ogni cosa, non in quanto considerata nel mondo intelligibile, a cui egli platonicamente guardava, ma in quello reale, in cui, con tanto poco gusto (a quel che pare), era pur costretto a vivere.  Egli è piuttosto che, com'è proprio dei mistici, il V., da una parte, doveva dilettarsi di cotesto mondo di puri intelligibili, che appunto perché tali sono estranei alla vita dell'intelligenza e non si pongono se non per negazione o una mera affermazione immediata dell'in-telligenza, e poteva d'altra parte riuscir più nella critica e demolizione che nell'affermazione e nella dimostrazione.  Giacché questo è uno dei caratteri del misticismo: che non rifugge bensi dalla filosofia, ma si pasce di una filosofia negativa che ha per conchiusione, com' è facile scorgere nella storia della mistica, una dotta ignoranza: hoc unum scio. Così nel Problème de la certitude, della età giovanile, il verbo della speculazione veriana era stato lo scetticismo: la sua affermazione dommatica un timido e vago tentativo di filosofia dell'intuizione immediata di Dio, conosciuto come che, ma non come quale: postu-lato, non propriamente conosciuto. Quella stessa menta-lità, abbattutasi quindi a una conoscenza meno superficiale dello hegelismo, presa di ammirazione per quella  vasta sistemazione del mondo contemplato sub specie aeterni, cambiò forma, non sostanza; e sotto il nuovo abito rimase presso che immutato il vecchio V.. L'oggetto del suo mistico intuito (conoscenza immediata, senza processo) era prima quel Dio inconoscibile e indi-  mostrabile, di cui non si poteva fare a meno; ora è il sistema hegeliano, cioè, non propriamente una filosolia,ma un xóguo vontós, e insomma Dio stesso, quello di prima, egualmente indimostrabile e irraggiungibile con un processo di pensiero.  E pure nell' Introduction volle scrivere anche lui, come già tanti altri mistici, il suo itinerario della mente a Dio: o come egli disse, mettere sotto gli occhi del lettore «les recherches qui nous ont conduit nous-mêmes à l'intelligence de la philosophie hégélienne»t, Ma, posto quel concetto del sistema chiuso, che per allora covava nel profondo della sua mente, che itinerario poteva essere il suo? Sarebbe facile dimostrare che questa specie di itinerario procede, non altrimenti da tutti gli scritti consimili, per presupposizione, fin da principio, del punto d'arrivo, e per conseguente critica e negazione delle posizioni diverse: non muove da queste, e non dimostra realmente il punto a cui vuol pervenire; non è insomma  un processo.  E già noi vedemmo a che si riduca pel V. il movimento da Kant a Hegel. Dopo un brevissimo capitolo (di tre pagine) sulla « fisonomia generale della filosofia di Hegel», in cui si coglie, ma assai estrinsecamente, un tratto senza dubbio essenziale di essa, qual è quello della storicità sua, oggettiva e soggettiva, in quanto essa concepisce il suo oggetto come manifestantesi attraverso il movimento storico e sé stessa in intima e necessaria relazione con la propria storia 1, il V. passa subito a dimostrare quella sua tesi, che già conosciamo, tutti ifilosofi essere idealisti senza saperlo: poiché, nell'antichità e nei tempi moderni, tutti, compresi i materialisti, han sempre mirato all'idea; poiché nessun filosofo mai ha potuto fare a meno dei principii che sono al di là dell'esperienza. Basta pel V. esser metafisico per  CS-  sere idealista; e in questo senso egli pensa che in ogni filosofia sia un germe di verità, che si deve svolgere e compiere, e non si può negare. Vale a dire, all'esclusi-vismo dei vari sistemi che ricorrono a una o più idee, bisogna sostituire una filosofia comprensiva che le accolga tutte e le organizzi; fare insomma quel che aveva fatto Platone, quantunque ora si possa fare un po' meglio.  Sicché l'oggetto della filosofia, quale egli lo concepisce, non è diverso da quello che aveva dato vita all'idealismo platonico; né egli sapeva concepire altra filosofia che sul tipo di quell'idealismo, e quasi frammento di esso. Quindi tutto il resto della sua Introduzione, prima di quel rapidissimo schizzo dell'Enciclopedia hegeliana che forma la seconda parte del volume, è tutta una polemica per determinare il concetto della filosofia, come scienza delle idee, e il metodo di essa, che all'organismo delle idee non può adeguarsi se non mercé la dialettica. Tutto 1' itine-rario, adunque, consiste nel mettersi dentro alla verità, fin da principio, e difenderla contro gli errori. Ma se la filosofia per Platone e pel mistico era pura contemplazione, parrebbe che il V. ne avesse un concetto assai più profondo e nuovo, dove sostiene che essa è non solo una spiegazione della realtà (inten-dendo per spiegazione la contemplazione appunto di tutto il reale in idea), ma « anche e per ciò stesso, una  creazione":  e una creazione, com'egli dice, nel solo e  vero senso del termine»!. Ma dal detto al fatto corre8ran  tratto; e quando deve realmente concepire questa creazione che dice di concepire, la cosa non gli riesce; perché tutto si riduce a dire che le essenze, l'assoluto, le idee sono eterne, e che di creato e generato non v'è se non i fenomeni, le esistenze particolari e finite; le quali sono create appunto, dall'assoluto, che ne è la ragion d'essere; e che la filosofia, se ha per oggetto l'assoluto, deve non solo sapere come l'assoluto genera le esistenze particolari e finite, ma deve in certo modo (d'une certaine façon»!) generarle essa stessa, perché, se non si vuol negare la scienza, bisogna ammettere «qu' il y a un point où la connaissance et l'être, la pensée et son objet coincident et se confondenti. Bisogna ammettere; ma è questo il punto: hoc opus! E il V. si sente tanto poco di superate questo punto, che passa subito a intendere la creazione in un altro modo: nel senso cioè che la scienza, elevandosi all'assoluto e cogliendo la natura intima degli esseri, elle refait et dédouble en quelque sorte leur existence».  Sicché, «d'une certaine façon » prima, e «en quelque sorte » poi: e la creazione vera e propria «nell'unico senso del ter-mine» non si vede e non si tocca mai. Giacché, se c' è duplicità tra il processo dall'assoluto al relativo e il processo dalla conoscenza dello assoluto alla conoscenza del relativo, il due non è uno, e non solo si rinunzia alla creazione delle cose per tenersi soltanto alla cognizione delle cose, ma pare anche si abbia una certa voglia di tinunziare altresi a quell'unità del sapere e dell'essere, senza di cui pur s'intravvede non essere vero sapere. Conchiusione innanzi alla quale si ritira sgomento il pensiero del nuovo hegeliano. Egli infatti, a questo punto, per garentire il carattere creativo della cognizione assoluta sottraendola a quell'ombra che sarebbe per lei quel doppio, contorce e trae a un significato improprio la dottrina hegeliana del rapporto della natura con lo spi-rito. La vera creazione, egli dice, non è quella che dal-l'assoluto va al particolare delle esistenze finite. Perché la natura, considerata in se stessa e indipendentemente dallo spirito, è un'esistenza morta, priva di coscienza e di pensiero, un aggregato di elementi e forze individuali e isolate, che non hanno in se stesse il loro legame, il loro principio e il loro fine; e lo spirito stesso ne' suoi gradi inferiori, per cui è a contatto della natura, in quella sua vita oscura e irriflessa in cui s'ignora e mescola e confonde tutto, e si lascia avvolgere nell'infinita varietà dei fenomeni e delle sensazioni, ha un'esistenza imperfetta, « che non risponde né all'idea della scienza, né a quella dell'assoluto». Ora questa imperfezione sparisce per opera della scienza, la quale « completa e rifa l'esistenza della natura e dello spirito, elevandoli, con la riflessione e col pensiero, fino al loro principio, dando loro la coscienza di se medesimi e ordinandoli secondo la ragione. 1.  Se non che, questo processo dall' imperfetto al perfetto, dalla natura allo spirito, e dai gradi inferiori di questo ai gradi superiori, in Hegel è, e non può essere altro che un processo ontologico, il processo dall'assoluto alla coscienza dell'assoluto, o dalla idea logica allo spirito as-soluto. Ma, per intendere qui la creatività di questa scienza che rifà, noi dovremmo ritornare sul processo stesso e ripercorrerlo, secondo la concezione del V.. Chi gli garentisce che il secondo viaggio non sia inutile, e serva anch'esso a creare qualche cosa? Perché il processo gnoseologico creasse davvero, non dovrebbe rifare l'ontologico, mettendosi fuori di esso, come altro da esso, ma fare, semplicemente, continuando quell'identico processo; e la scienza non dovrebbe guardarsi indietro.  V. non ha quest'orientamento. Il suo assoluto è dietro le sue spalle; ed è necessario che egli si rivolti.Con la scienza si corregge il fatto e la realtà materiale, con una specie di creazione continua, « per cui l'assoluto entra più profondamente nella vita del mondo per imprimervi una impronta sempre più visibile di se stesso, e farlo sempre più a sua immagine». Egli è persuaso che « sans doute, l'absolu et le monde, l'idée et le fail, la pensée et sa réalisation matérielle demeureront fowjours distinels, et même, dans une certaine mesure, opposés » 1, L'Assoluto è prima del mondo, che deve rassomigliarvisi; deve e non può, pei limiti della materia, al di sopra della quale lo spirito si solleva, per riunirsi alla sua origine ideale.  E la vecchia posizione platonica.  L'essenza, inconoscibile nel Problème de la cer-titude, ora per definizione è conoscibile. E un progresso questo? Quella scepsi conteneva un bisogno e un'affer-mazione: quel bisogno e quell'affermazione che minavano da secoli l'universale astratto della filosofia greca, e che dopo Hume dovevano far nascere la critica di Kant: la realtà non si coglie con idee astratte; cento talleri si possono pensare benissimo senza che perciò esistano.  Che cosa manca loro? Cartesio aveva trovata la via: cogito ergo sum: un ergo che non è sillogismo, che non muove da idee, da quegli universali, in cui ancora V.  faceva consistere l'assoluto. E si domandava: se di ogni essere c'è un'idea corrispondente, ne segue che quella idea sia la sua essenza? O c'è, oltre l'idea, « un'esistenza più alta e più profonda di cui l'idea non sarebbe se non la forma, una forza di cui la natura intima ci sfugge, e che avrebbe la sua radice nell'essenza divina, o che, per dir meglio, non sarebbe altro che quest'essenza stessa?». Questa era la dottrina sua. - Ora la sua risposta suona il contrario; e la ragione che gliha fatto cangiare avviso è questa: che ove si ammetta un'essenza di là dall'idea, quest'altro quid non è pensabile se non per mezzo di idee. Ma la verità è che, non avendo egli prima approfondito, attraverso Kant (che non aveva letto), il significato della esigenza a cui obbediva il suo scetticismo, ora è di troppo facile contenta-tura; togliendosi per essenza appunto quello che come mera idea gli appariva una volta ben altra cosa dall'es-senza, e rinunziando di fatto all'essenza più preziosa, che allora desiderava. E che? dice ora per consolarsi, facendo il verso al Socrate di Platone: « quando studiamo l'anima, non tale anima in particolare, ma l'anima in generale noi vogliamo conoscere, né crediamo di possedere la scienza dell'anima se non quando possediamo cotesta conoscenza: come se con l'anima in generale ci fosse, o ci potesse essere un'anima! Giacché il destino curioso di questo hegelismo veriano, come del platonismo, è proprio questo: che queste idee che son tutto, poi non sono niente: e per V. rimangono come abbiamo visto assolute possibilità o virtualità.  Ma come con un tal concetto dell'idea, che non è Thathandlung dell' Io (per usare la gran parola di Fichte), ma termine esterno o eterno presupposto del pensiero, può egli ammettere una dialettica nel senso hegeliano?  Sorvoliamo sui rapporti che il V. vede tra la dialettica di Hegel e quella di Platone; e tocchiamo brevissimamente del suo modo d' intendere la prima nell'Introduction e nelle opere posteriori. Qui è il centro del suo hegelismo.  In tutti i suoi seritti, se si paragonano a quell'articolo del 48, che abbiamo altra volta analizzato, non c'è pro-gresso, ma sempre un medesimo concetto che torna su se stesso, si rafferma sempre maggiormente e si ribadisce.  Li egli saltò il fosso, sembratogli già abisso invalicabile,affermando, come vedemmo, la posizione, innanzi al pensiero, non dei contrari singolarmente presi in astratto, ma della loro unità. Nella Introduction dice che, se i membri della contraddizione presi separatamente sono incompleti e falsi, si contraddicono in quanto sono in rapporto tra loro mediante un terzo termine, che « non è nessuno di essi presi sia separatamente sia congiunta-mente, ma è tutto insieme se stesso e i due termini che esso involgen 1, sicché « l'essere e il non-essere si trovano identici nel divenire n. Posti cosi l'essere e il non-essere, e in generale tesi e antitesi, non come momenti, ma come elementi della sintesi, ci può essere quel movimento soggettivo, che già illustrammo: ma oggettivamente c' è la sintesi, stabile e fissa, identica a se stessa. Dei tre termini, idea logica, natura e spirito, la realtà appartiene al terzo termine, che contiene nel suo seno fin dal principio gli altri due: e dentro lo spirito ogni triade non avendo mai una tesi, da cui sia da sviluppare un'anti-tesi, è come un fiume dipinto, la cui acqua non scorre.  Tutto il congegno del movimento è arrestato da un pensiero intuitivo che impietra l'oggetto suo.  Quasi tutti gli hegeliani s'erano travagliati e si travagliavano nell'intelligenza del dialettismo dell'idea hegeliana. Vedremo quali sforzi costasse questo punto a Bertrando Spaventa. A V., quand'ebbe pensato che essere e non essere fanno uno nel divenire, il passaggio dall'uno all'altro apparve cosi ovvio, così semplice, che nulla più (infatti era un passaggio che non passava!).  A proposito delle critiche di Janet: « Il fant voir », diceva tutto meravigliato, «dans quel dédale inestricable de rai-sonnements M. Janet s'engage à cet égard, sans se rendre compte ni du point de départ ni du point d'arrivée».era dimenticato, a quel che pare, del suo labirinto). L'essere, che è il termine più astratto, da cui il pensiero possa muovere, non è se non l'essere: e tutto ciò che si può dire di esso è, che esso è. E anche dicendo questo, non si rappresenta il suo concetto secondo verità;  perché il pronome e la terza persona vi aggiungono elementi e gli danno una forma che gli sono estranei, e appartengono a determinazioni ulteriori dell'idea. Peggio poi se vi s' introduce il concetto del vuoto, come ha fatto l'Erdmann, o pure il pensiero, come ha fatto Kuno  Fischera. Qui noi siamo nella sfera della scienza, e l'essere è colto dal pensiero tal quale è nel suo concetto.  L'essere è nel pensiero, è l'essere pensato, ma il pensiero, per coglierlo nel suo vero concetto, deve pensarlo qui come essere e non come pensiero, perché, pensandolo come essere pensato, vi aggiunge un elemento o una proprietà, che esso, in quanto essere, non ha. Con quest'aggiunta si facilita la dimostrazione, ma non si ha più la vera dimostrazione. L'essere non è altro che l'es-sere, l'essere assolutamente indeterminato, e però non si può dire neanche che esso è, e per ciò stesso non è, o è il non-essere. Ora l'essere che non è, o che è il non-  essere, è anche il non-essere che è, ossia è il divenire. E la dimostrazione più semplice, più diretta e più vera del passaggio dall'essere al non essere nella loro unità, il divenire »3. Dimostrazione, la cui ingenuità salta agli (Si —occhi; perché mentre si dice che all'essere non si deve aggiungere il pensiero, si fa divenire l'essere mettendoci dentro questo pensiero: che non si possa né anche dire che esso sia, - Nella introduzione alla Logica  aveva dice. L'essere puro è l'essere, ma l'essere che non è se non l'essere, e che, per questo fatto che non è se non l'essere, richiama il non-essere, o il non-essere dell'essere, o, se si vuole, ciò che l'essere non e.... In altri termini, i due concetti di essere e non-essere sono inse-parabili: dato l'uno, è dato anche l'altro, e quel che è uno, è l'altro. Formano, per conseguenza, un solo e stesso concetto, e questo concetto è il divenire ». Dove di chiaro non c'è se non l'unità del divenire; ma quell'essere che si tira dietro il non-essere, anch'esso, come l'altro di prima, non può farlo se non aiutato dal pensiero, che lo mette in rapporto con quel che esso non è. - In una nota al § 87 della Logica in altra forma ripete lo stesso.  « L'essere che non è se non l'essere, è l'essere assolutamente indeterminato, e per quanto è permesso di far intervenire qui la possibilità e la cosa, si potrebbe dire che esso è la possibilità assoluta di tutte le cose, ma che non è nessuna cosa, non è niente; e che quindi è il niente, il non-essere », Se non che qui ha un vago sentore di certe difficoltà; ma non le affisa di fronte, e se ne lascia sfuggire tutto il valore. In primo luogo egli si obbietta: Altro è dire che l'essere non è niente, altro dire che è il niente.  Cioè la prima volta si nega dell'essere ogni determinazione; la seconda lo stesso essere indeterminato. Ma il V. non intende la cosa con tutto questo rigore, perché risponde che « qui si tratta del niente assolutamente astratto, o, se si vuole, del niente assoluto; di guisa che dire l'es-sere non è niente, torna lo stesso che dire: l'essere è niente o il niente. Il che non è vero, evidentemente. L'assolu-  tamente astratto, il niente, di cui si parla qui, è il non -  determinato, non già il non-indetermi-nato!. - In secondo luogo: questo niente, questa negazione prima e assolutamente astratta non  Viene qui  ad aggiungersi all'essere, dal di fuori? - E anche qui una risposta insufficiente: « Il niente non è se non il niente dell'essere: il non essere. E l'essere che si nega egli stesso.  La risposta può avere un significato solo a un patto: che s'intenda il non-essere come non-essere dell'essere, in quanto il concetto dell'essere non può prescindere (come fu detto nell' Introduction) dal concetto del non-  essere; e che cioè il divenire è prima dell'essere e del non-essere. L'essere, insisteva contro il Trendelen-burg, passa nel non-essere perché non è altro che essere, per la sua assoluta indeterminatezza e astrattezza: e nella massima astrattezza dell'essere e della sua negazione sta la difficoltà del passaggio. Via via che si procede nell'evoluzione dell'idea, si coglie più facilmente il passaggio reciproco dei termini, perché si hanno termini più concreti, come lo stesso e l'altro, l'uno e il più, la causa e l'effetto, ecc., tra i quali si trova più facilmente un rapporto, laddove al principio non si ha se non l'essere ».  Questa è certamente la via da battere per afferrare il senso segreto della dialettica hegeliana: la quale, ormai è chiaro, malgrado le proteste dei semplicisti alla maniera del V. 3, non pervenne in Hegel alla chiaracoscienza della propria natura, come è dimostrato dal ginepraio, in cui si son trovati involti i suoi seguaci. Ma quella è una via che non spunta, o meglio riconduce alla vecchia filosofia da cui si crede di allontanarsi, se non si bada bene a considerare che non è via già bella e fatta innanzi al pensiero, e che al pensiero non resti se non di percorrere, ma è la via del pensiero, la via che esso si apre e che prolunga in eterno. Essere e non-essere sono identici (e differenti) nel divenire; ma il divenire non è niente più dell'essere che si pretende di superare, se esso stesso rimane di fronte al pensiero, e non è appunto esso il pensiero che ha negato l'essere. Perché il divenire non ha da essere giustapposizione de due momenti, ma compenetrazione e unità intima: la quale non è cosa, ma atto: non è termine di pensiero, ma pensiero; non è punto a cui il pensiero pervenga e da cui poi debba muovere, ma lo stesso movimento del pensiero; non è limite, ma posizione di limite, e opera dell' illimitato. Se il divenire si vuol concepire come l'organismo, di cui essere e non-es-sere siano le membra indivisibili, ebbene, si badi che l'organismo non è il corpo che la vita debba investire o con cui debba accoppiarsi: l'organismo in tale astrattezza esanime non vale né più né meno di un membro avulso dal resto: è la morte. L'organismo è organizzazione continua e attualità, è anima, che crea gli organi. E così il divenire, se dev'essere la risoluzione vera degli opposti, dev'essere pure l'energia creatrice di essi: cioè, come di-  cevo, il pensiero.Non basta perciò dire rapporto, anteriore ai termini: bisogna concepire questo rapporto come rapporto vivo.  E dalla logica movendo, come fa il V., per la natura allo spirito, non basta dire, com'egli dice, coerentemente alla sua intuizione del mondo hegeliano che a c'est l'esprit lui-même, ou l'idée en tant qu'esprit, qui pose la logique et la nature»t; e che «la pensée (= l'esprit) est l' idée active et creatrice»; e che questa attività non è l'activité qui crée accidentellement, ni l'activité qui crée hors d'elle-même un monde antre qu'elle-même, mais L'activité qui crée au dedans d'elle-même, qui crée un monde qui n'est pas autre qu'elle-même, mais l'autre d'elle-même, si l'on peut ainsi s'exprimer, et qui crée pour être elle-même, c'est-á-dire pour être dans la plénitude de sa nature et de sa réalité»: bisogna che questo non sia soltanto il pensiero in sé, il pensiero che pensa se stesso, di cui parla Aristotele, il pensiero divino: ma appunto il nostro stesso pensiero, tanto più divino quanto più nostro, colto nella realtà massima della nostra intima soggettività e indivi-dualità, dove più vibra l'attualità del mondo. E perché questo pensiero sia davvero il pensiero vivo, esso appunto bisogna che divenga, e si muova, e viva insomma, e vibri, e in esso vibri il mondo: e che non rappresenti il termine fisso d'ogni desio, la morta gora ove precipiti ogni acqua corrente dell'universo. Che se col V. si dice  "tout devient hormis la pensée, et tout devient parce qu' il n'est pas la pensée, et pour devenir pensée, el exister en tant que pensée»3, questo pensiero diventa qualche cosa di trascendente il pensiero storico e il mondo, e però assolutamente trascendente; e quindi il suo stesso processo ideale (posizione e negazione del logo e della naturaper la posizione di se medesimo) diventa tutto un processo trascendente, come la processione dello spirito nella teologia cristiana; e tutto l' immanentismo di Hegel sfuma, e la sua dialettica s'irrigidisce nel mondo ideale, di là da ogni reale accadimento, e concepito ancora una volta, alla maniera del vecchio Platone, come natura (ancorché ideale) e non più come spirito. Il V. vi dirà in tanti modi diversi, perché messo sull'avviso da tante esigenze interne dell' hegelismo, che «ce qui devient n'est pas étranger à la pensée» e che « il faut même dire que c'est la pensée qui pose son devenir, et que, s' il devient, c'est précisément que la pensée est en lui». Ma distinguerà allora tra pensiero in potenza e pensiero in attor e il pensiero immanente nel mondo lo portà come pensiero virtuale («sculement la pensée n'est en lui que virtuellements).  Tal quale è concepito il pensiero da Aristotele. « Tout se ment en vue de la pensée, et tout est má par la pensée». Il pensiero è il motore immoto. Perché il pensiero « atto assoluto» è unità d'intelligenza e intelligibile, come totalità dell'idea una e sistematica.  Due, dunque, i difetti capitalissimi di questa dialet-tica, a cui si solleva V.: 1) che il pensiero, e nel pensiero tutto il processo del reale nelle sue forme ideali o intelligibili che aristotelicamente il V. è costretto a inchiudere nel pensiero stesso, è un pensiero trascendente, il cui processo pertanto è egualmente trascendente; che, come trascendente, cotesto processo è un processo ideale senza essere un processo reale; non è un vero processo. Due difetti che sono un solo: la negazione pura e semplice della dialettica hegeliana, sfuggita dal mondo, di sopra alla testa del filosofo. Situazione disperante per una filosofia che avesse mirato alla comprensione della realtà determinata, attuale, storica, del sistema, insomma, in cui è il soggetto artefice della filosofia, anzi dello stesso mondo nel sistema di esso soggetto; ma il più comodo dei piani inclinati in cui potesse scivolare un temperamento mistico, portato perciò stesso alla negazione di ogni determinatezza e della propria concreta individualità. E allora s' intende da una parte il vuoto di tutte le discussioni di V. intorno ai problemi storici e concreti: esempi solenni le sue lezioni di filosofia della storia, uno dei libri più flosci e vacui, che si siano mai pubblicati, pur essendovi gettati dentro, come in un sacco, taluni dei più forti pensieri che siano stati mai pensati, ma tolti dal sistema e dall'anima che li regge nella mente poderosa di Hegel; nonché quella lunga filatessa che reca il titolo di Cavour e libera Chiesa in libero Stato, con annessa prefazione, apparsa la prima volta nella traduzione francese, la più strana discussione che si possa immagi-nare: rivolta a combattere il pensiero d'un uomo e un uomo e un sistema e tutta la storia d'un popolo, il tutto speculato dentro una formola (libera Chiesa ecc.), quando il più elementare buon senso richiedeva che si  cercasse  com'era nata quella formula, nel pensiero dell'uomo, nelle circostanze e dottrine che all'uomo l'avevan sug-gerita, e quali problemi, dentro quali limiti, essa mirava a risolvere, e insomma quale ne era il proprio e genuino e determinato significato. Perché egli è chiaro che l'intelligenza del V. era la più antistorica e antibegeliana che ci potesse essere. E s'intende d'altra parte il segreto motivo della preminente importanza da lui attribuita alla questione religiosa e quel suo perpetuo bisogno di rifarsi da essa, quantunque la filosofia che aveva alle mani non gli desse modo di ottenerne una soluzione per lui molto soddisfacente.Egli è che al V., come a tutti i mistici, il mondo restava scisso in due mondi: uno dei quali non era il suo, e (ahimé!) era tutto. In fondo alla lunga introduzione premessa al primo volume della Filosofia della religione, dopo centocinquanta pagine di schiarimenti, sentiva che gli si sarebbe potuto opporre. Voi dite che il pensiero è l'assoluto, e che come tale è il principio supremo e generatore delle cose. Sicché, tutte le cose saranno pensieri. Intanto, riconoscete anche voi che c'è qualche altra cosa oltre i pensieri, poiché parlate di rappresentazione, fenomeno, natura e spirito finito. Questa qualche altra cosa, avrà essa un altro principio? E com' è che l'asso-luto non basta a se stesso? E come conciliate l'idea o il pensiero con la storia? « La storia è moto, sviluppo, trasformazione, laddove l'idea, il pensiero, l'assoluto è l'assoluto precisamente perché esclude ogni trasformazione ogni cangiamento, ogni divenire. Infine voi dite che l'idea è insieme forma e contenuto. E sta bene. Ma l'idea sarà sempre un contenuto ideale, laddove il contenuto che la storia sviluppa e aggiunge incessantemente a se stessa è un contenuto sensibile, fenomenico, reale. Cosi ci sono  due mondi. Obbiezioni che colpivano in pieno petto.  Ebbene, risponde V., noi in parte abbiamo risposto  a queste obbiezioni; ma le ripiglieremo e le esamineremo nei volumi seguenti, che trattano più specialmente delle questioni a cui queste obbiezioni si riferiscono, e che si possono in generale designare come il problema storico. Ma nel secondo volume il problema è appena accennato; gli altri volumi non vennero più; e li dove il problema è accennato, la soluzione non è una soluzione, e lascia intatto il problema.  Nous disons que si l'absolu est le devenir, il n'y a ni histoire ni absolu, si l'histoire n'est pas un moment de l'absolu lui-même.  Par consequent notre thèse est que l'histoire est un moment de l'absolu, mais qu'elle n'est qu'un moment, et qu'ainsi pendant que d'un côté, l'absolu crée et engendre l'histoire, et qu'il est lui-même dans la création et l'histoire, il s'élève, de l'autre, au-dessus de l'histoire, la nie, il est la negativité absolue. Dove l'unico senso possibile è quello aristotelico già indicato, che è in realtà la negazione della storia: per cui cioe l'atto assoluto del pensiero è di là dalla storia.  E però ogni volta che risorgeva questo problema storico, che V. pur sapeva essere il segreto dell' hegelismo, era un tormento pel suo povero cervello, rimasto in pre-senza di quel Dio pronto, peggio che Saturno, a divo-rate le sue creature.  Suo vero problema non era quello storico, bensi il religioso. Il suo hegelismo era cominciato, come s'e visto, con uno studio sulla Filosofia della religione di Hegel, quando non gli pareva possibile concepire altri-menti lo Stato che subordinato al divino della religione professata nella Chiesa 3, E quando con la Filosofia dello spirito ebbe condotta a termine la versione dell' Enci-clopedia, le ultime pagine di questa Filosofia lo ricon-dussero a meditare il problema religioso secondo la filo-sofia hegeliana. E allora scrisse il Cavour, lo Strauss, e la prefazione all'edizione francese del Cavour; e si accinse a lavorare attorno alla Filosofia della religione di Hegel, che, pubblicandone il primo volume, annunziava di voler accompagnare de plusieures introductions. Poiché qui si imbatteva in un arduo pro-blema: in cui egli disse di veder chiaro, ma di cui parlò tanto da dimostrare che non ci vedeva poi tutta quellachiarezza che diceva: il problema dei rapporti tra religione e filosofia: «un des problèmes les plus difficiles », come protesto una volta con tutta franchezza, « peut-être même le problème le plus difficile que l'intelligence trouve devant elle, ou, pour mieux dire, en elle-même et dans les profondeurs de sa nature ».  La soluzione hegeliana, infatti, si presenta tutt'altro che facile. Dire che la religione e la filosofia hanno lo stesso contenuto (conoscenza dell'assoluto) ma in una forma diversa (conoscendo l'una per rappresentazioni, miti, simboli, e l'altra per concetti) è porre anzi che risolvere un problema per una filosofia che non concepisce forma separabile dal contenuto, e non può porre perciò un contenuto in due forme. Questo bensi non è un problema speciale in seno allo hegelismo: ma sempre quello stesso problema che s'incontra già sulla soglia, dell'unità di identità e differenza implicita nel concetto del dive-nire. La forma della religione hegeliana non è una veste soggettiva, onde nell'anima degl' ignoranti si rivesta Iddio: è una forma dello stesso Dio. Il Dio dello spirito assoluto, che è religione, diviene il Dio dello spirito assoluto che è filosofia. Il rapporto tra religione e filosofia è il rapporto tra questi due momenti di Dio o dello spirito assoluto. Come si passa da un momento all'altro ?  O, in generale, come si passa? Ecco il problema. E il povero V. che non era venuto a capo di questo pro-blema, se lo ritrovava avanti in fondo all'Enciclopedia; e per pronto che fosse a sobbarcarsi a svelare altrui l'enigma, badava a ripetere: « Sans donte, déterminer, saisir l'idée de la religion, et la saisir à la fois en elle-même, et dans son rapport avec l'idée de la philosophie, c'est le problème le plus ardu peut-être qui s'ofre à notre intelligence». E dopo le molte pagine spese attorno a questa difficoltà nel primo volume della Filosofia della religione, passandosi una mano sul petto, confessava:C'est celle difficulté que je me suis appliqué à lever....  L'ai-je complètement levée? Eh non! je le sais». Gli si affacciava alla mente, a confortarlo, quella bella e comoda idea che non si può ai non-hegeliani togliere le difficoltà di Hegel. E accennava anche ciò; ma soggiungeva subito con una osservazione che è una rivelazione intima: « On peut même dire qu'il est impossible de la lever [cette diffi-culté] complètement dans un livre. Un livre est toujours une ouvre imparfaite. C'est plus ou moins la lettre, ce n'est pas l'esprit. Un livre a toujours besoin d'être complété et vivifié. Osservazione, che è forse anche una reminiscenza dell'immortale discorso di Socrate nel Fedro ma è pure la sincera confessione del personal sentimento dello autore analogo a quello del poeta:  Ahi, fu una nota del poema eterno  Quel ch'io sentiva, e picciol verso or e:  quel sentimento appunto del mistico che non vede proporzione tra il picciol verso e il poema eterno, e questo gli suona dentro come ineffabile; e se gli apparisce sotto forma di problema, è un problema senza soluzione. Se la filosofia, infatti, è pensiero assoluto, se questo è di là dal divenire, qual uomo mortale che ad ora ad ora viene imparando a meglio pensare avrà la tracotanza di pre-tendersi in possesso di quel sistema dentro il quale sarebbe la soluzione? Ora è chiaro che in questa situazione di spirito la filosofia, in quanto filosofia negativa o dimostrazione dell'impossibilità di raggiungere l'assoluta cono-scenza, non può menare ad altra soluzione del problema religioso che a quella direttamente opposta professata da Hegel. Di tale soluzione, non occorre dirlo, V. non farà mai esplicita asserzione, non essendo tale il suo atteggiamento mentale verso la dottrina di Hegelda permettergli di questi aperti dissensi; ma non perciò essa sarà meno la base di tutti i suoi ragionamenti intorno alla questione religiosa, e il centro della sua vita spirituale.  Particolarmente significativa in questo proposito l'ultima lettera da lui scritta al suo diletto Mariano, prima di morire:  Se al vostro ritorno [gli scriveva] la Parca fatale avrà troncato il filo della mia vita, io me ne sarò andato col dolce pensiero che la mia immagine, e piú della mia immagine, il mio insegnamento mai non si cancellerà dalla vostra memoria. Perché credo che il mio insegnamento sia la vera e genuina esposizione della dottrina hegeliana. E la filosofia hegeliana è la sola e vera filosofia; e lo è anzitutto, perché è essenzialmente reli-giosa, e religiosa nel senso profondo della dottrina cristiana.  Ed è questo tratto saliente che la distingue da tutte le altre filosofie, che a lei mi attiro sin dai primi passi della mia carriera filosofica, come ne fa fede uno scritto pubblicato, se ben ricordo,  nella Liberté de penser. Ed anche CAVOUR (si veda) non ha altra origine. Perché io sono, e sono sempre stato, e per indole e per riflessione, un uomo religioso. E la religione io ho sempre considerata come uno dei più alti privilegi della natura nostra. Senza di essa l'uomo è un essere degradato e miserabile. E la dottrina hegeliana insegna ad amare ed adorare Iddio col cuore e con la mente, due cose che in una anima bene equilibrata non si esclu-dono, anzi si compiono a vicenda. E da questa via, caro Mariano, non vi scostate. Solo in essa troverete e conforto e la forza per traversare questa vita si ripiena di disinganni e di amarezze.  Perché Iddio é il sommo e il solo bene, onde, vivendo col cuore e con la mente e con tutto l'esser nostro con lui e in lui, diventiamo partecipi delle sue eterne ed immortali perfezioni. Ora la filosofia hegeliana è sì una filosofia essenzialmente religiosa, ma appunto in quanto risolve in sé la religione, ed è religione: si concepisce come la rivela-zione, anzi realizzazione di Dio; e nella unità sua di sapere e saputo, concepisce tutto il suo mondo, in tutti isuoi gradi, come rivelazione o realizzazione di Dio: onde, mediando Dio, supera l'immediatezza propria della religione come tale (insufficiente coscienza che lo spirito, secondo la dottrina hegeliana, avrebbe della propria natura, e però del reale assoluto), e non lascia posto per lei, in quanto religione pura (in quanto non fi-losofia) in nessuna parte del suo mondo. Il mondo hegeliano, d'altra parte, non è soltanto il mondo della filosofia, in cui tutti i gradi anteriori siano già risoluti.  Una tale filosofia sarebbe astratta e trascendente. La sua concretezza importa, quel che il V. non poté vedere, il suo eterno divenire, ossia l'eterno risolversi degli altri gradi in questo grado supremo del processo dialettico della realtà. Di guisa che la filosofia hegeliana è portata a concepire tutto ciò che non è filosofia e la stessa religione come momento necessario di se medesima: e in questo senso, a concepire razionale tutto il reale. La religione come tale è conservata dallo hegelismo, ma dichiarata momento della filosofia, e quindi subordinata, nella filo-sofia, a questa. Sit viva, dum non sit diva. Pertanto il filosofo hegeliano: 1) ha la sua religione nella sua filosofia;  2) riconosce che ognuno, di qua dallo hegelismo, ha la propria religione nella sua filosofia, o la filosofia nella propria religione.  Le questioni adunque in cui si travagliò il V., se nella vita delle nazioni ci sia nulla che possa sostituire la religione (ed egli era d'avviso che non ci fosse nulla, né la scienza, né la filosofia): se la Chiesa debba essere subordinata allo Stato, o lo Stato alla Chiesa, o se debbano separarsi (ed egli inclinava alla seconda ipotesi, benché non sapesse poi concepire il come della subordi-nazione, né determinare la Chiesa a cui lo Stato si sarebbedovuto subordinare) *; queste e simili questioni sono questioni suscettibili, nello hegelismo, di una sola solu-zione, che è quella derivante dal concetto filosofico hegeliano della manifestazione mediata di Dio in tutto il reale e in sommo grado nella filosofia; ma anche di infinite soluzioni per tutti coloro, che non essendo hegeliani aspirano soltanto, secondo l'hegelismo, a esser tali, quantunque non lo sappiano. Ma è pur chiaro che se la verità dell' hegelismo deve valere per lui come la sola verità, egli non potrà non combattere le soluzioni diverse dalla sua, ossia tutte le altre filosofie in quanto vogliano passare per filosofia, e dominare. Il filosofo hegeliano non solo rispetterà tutte le credenze religiose, ma avrà interesse ad alimentarle come quel terreno da cui soltanto essa potrà germogliare; così come entra negli interessi dello spirito, secondo la sua filosofia, la cura della salute fisica.  Le soluzioni del V. erano invece non per il dominio od autonomia della filosofia e di tutte le forme spirituali che entrano nel mondo della filosofia, ma per la soggezione di tutto alla religione: come di chi non ha la propria religione nella filosofia, ma la propria filosofia nella religione. Egli, insomma, per usare il linguaggio hegeliano, non si sollevò mai veramente dalla sfera della rappresentazione a quella del concetto nello spirito assoluto.  4I. - Non si poteva sollevare, pel suo radicale misti-  cismo. Al quale non mi pare contrasti la tesi presa a sostenere nella Introduction contro l'immortalità dell'anima:  onde la sua autorità d'interprete consumato dello hege-lismo era opposta poi alla Florenzi Waddington, solatra gli hegeliani d'Italia a propugnare il concetto dell'immortalità dell'anima. Giacché non è vero quello che Kant e tutti i filosofi della religione naturale sosten-gono, che la credenza nella immortalità sia un principio essenziale dello spirito religioso. Che anzi la più profonda radice della religione, nel senso più stretto del misticismo, è riposta nel senso della vanità e nullità dell'individuo, nella nichiltade cantata così fervidamente da Jacopone, nell'aspirazione al nirvana bud-distico, nell'affermazione della divinità sola; e non si capisce l'anima immortale se non si concepisce la sostanzialità assoluta dell'io individuale, senza riconoscere l'infinito nello stesso finito e insomma superare, come fa il cristianesimo, l'astrattezza della religione imme-diata. Che anzi nella incertezza del V. nella Intro-duction circa l'interpretazione di questo punto di dottrina in conseguenza dei principii hegeliani, la sua pro-pensione verso la tesi negativa non credo si possa altrimenti spiegare che con la sua tendenza generale a negare il finito nell'infinito, e il pensiero dell'uomo e lo spirito individuale nel divino. Alla stessa tendenza riporterei anche l'interesse da lui posto nella questione dell'abolizione della pena di morte, che a lui non si presentava tanto, come ad Hegel, come una conseguenza ferrea della dialettica della legge, che non si può volere disvolendola, e da accettare virilmente come il taglio del chirurgo che arreca la vita, quanto una delle parti più belle e più sante della filosofia della morte: poiché gli piacque considerarla più come un diritto dello Stato sull'individuo colpevole che come un logico momento del diritto, in cui si realizza la vita dello stato insieme e dello stesso individuo, che ne è parte. E però ricondusse la legittimità della pena di morte a una questione più generale: della razionalità della morte inflitta dallo Stato; passando quindi a quella del diritto che lo Stato ha di far guerra. E scioglieva appassionati inni alla guerra, che fa sentire ai popoli quel che valgono e quel che possono operare, dà loro la coscienza dei propri diritti, sveglia tutte le energie dello spirito, è stromento di civiltà e di progresso: alla guerra, dove l'uomo non muore per sé, ma per la patria e per l'umanità, e la morte adempie a un più alto ufficio e raggiunge più alti fini della semplice morte naturale: poiché in essaL'individuo si sacrifica non ai fini naturali della specie, sì a quelli morali della civiltà. E in generale, sempre, « la morte è un bene, ora per l'individuo, ora per l'uma-nità; per l'individuo anche se tutto egli perisce con la morte: perché se la morte lo colpisce nella vecchiaia, lo colpisce quando la sua vita non ha più pregio né per lui né per gli altri; e se lo coglie nel vigor degli anni, essa lo eleva nello stesso istante al più alto grado della libertà e dell'amore. Ma sopra tutto per l'umanità la morte è un bene, sempre un bene. Infatti, la gioventù, la bellezza, la potenza, l'espansione dello Spirito suppongono la morte: dell'individuo, come dei popoli: giacché lo Spirito non si conserva, non si rafforza, non cresce che per la morte. L'individuo, per potenti che siano le sue facoltà, è uno spirito limitato pel solo fatto che vive in organi limitati; ond'è che, dopo aver con-tribuito, per la sua parte, allo svolgimento e alla vita dello Spirito, non pure ei diviene un ostacolo a nuovi svolgimenti, ma s'abbandona egli stesso, se può dirsi cosi: ciò che v' ha di profondo e di eterno nel suo pensiero gli sfugge, e cade come colpito d'atonia e d'impotenza.  E quel che è vero per l'individuo, è vero altresi per i popoli. Cosi la Grecia e Roma, dopo aver elevato il mondo antico alla più alta civiltà, diventano un ostacolo alla civiltà nuova. - Bisogna dunque che la morte, affrancando lo Spirito dai lacci della Natura, gli permetta di vivere una vita sempre giovane e sempre nuova, e d'in-nestare sull'antico lo spirito nuovo. Cosi si spiega perché l'individuo cresce dopo la morte nella coscienza dell'u-manità, e perché la morte è considerata come la consacrazione dell'amore e il segno della riconciliazione dello spirito. E infatti come la pace, che viene dopo la guerra e la termina, la pace che è il risultato dell'esercizio di tutte le potenze della vita, val meglio, checché se ne dica, di quella pace artificiale che snerva e ammollisce il corpoe l'anima; così la morte, liberando lo spirito dalle sue pastoie, fa brillare la verità eterna di cui egli era l'organo d'un più vivo splendore, la rende più visibile agli altri spiriti, la propaga e la fortifica con la loro adesione e trionfa così della natura. Quest'argomento fa V. eloquente, come corda che risuonava dal profondo del suo animo. E altrove, cantando l'amore, a mo' di Platone, come l'aspirazione allo Assoluto o filosofia, si riscaldava all' ispirazione leo-pardiana di Amore e morte, facendo della morte « il segno, la consacrazione e il trionfo dell'amore.:. E nella morte inflitta dallo Stato, vindice dell'eterna giustizia dello Spirito, egli vedeva pertanto l'olocausto dell'individuo sull'altare dello Spirito: poiché nell'individuo vedeva, come testé ci ha detto, l'organo dello Spirito, ma non lo Spirito stesso, che come tale non è individualità finita. Non era questa l'interpretazione della filosofia hegeliana, che potesse concorrere al progresso del pensiero speculativo. Ma è indubitabile che essa pure traeva  alimento da uno di quei forti amori dell'eterno e del divino, senza i quali lo spirito umano non sarebbe a volta a volta distratto dagl' interessi mondani e spinto alla ricerca filosofica. E per questo verso il V. fu uno degli scrittori più vigorosi, più sinceri, più alacri che ci siano stati in Italia negli ultimi tempi; e non possiamo passare innanzi a lui senza inchinarci.  Il suo fu un vano sforzo di impadronirsi di quell'ideale di sistema, unità di religione e di filosofia, che Hegel gli fece balenare alla mente: vano sopra tutto per mancato orientamento nella storia della filosofia, dacui l' hegelismo aveva con stretta possente voluto spremere il succo vitale. Perciò una costante meditazione di trent'anni non valse a fargli superare definitivamente il punto di vista, da cui  nelle sue tesi di dottorato aveva cominciato a combattere Hegel. Nell'ultimo suo scritto Dio secondo Platone, Aristotele ed Hegel sentiva egli stesso di « tornare ai primi e quindi vecchi amori, poiché l'argomento» che vi esaminava « non differisce in fondo da quello trattato nell'opuscolo Platonis, Aristotelis el Hegeli de medio termino doctrina», e prendeva di nuovo a studiarlo e svolgendo ed allargando la prima tratta-zione, chiarendone e correggendone alcuni punti, e in tal senso compiendola». Ma le correzioni non toccavano, in verità, la sostanza delle sue giovanili speculazioni.  Poiché egli ancora, come nel 1845, toglieva a difendere la tesi che la filosofia muove da una fede; dalla fede dell'intelligenza in se stessa; dalla fede nella conoscenza; nella conoscenza della verità; cioè dell'Assoluto o di Dio:  dalla fede dell' Efesio ady pi huntoy auniatow oin  EfEupnGEL, aveEepeivntoy Eoy xoi aopov. E se ora bensi  diceva, che questa fede è l'alfa della scienza e la sola possibilità di essa, la scienza, pur troppo, non seguiva.  Lo scritto, condotto innanzi fino al punto in cui ancora una volta il filosofo stanco si ritrovava innanzi al problema della differenza tra religione e filosofia, si arre-  stava, troncato dalla morte. Augusto Vera. Vera. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vera” – The Swimming-Pool Library. Vera.

 

Luigi Speranza – GRICE ITAL!; ossia, Grice e Vercellone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del bello e l’estetico – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Abstract: immaginare, immaginatum, immaginato. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. La sua filosofia si svolge inizialmente intorno all’ermeneutica e il concetto di ‘classico’ – as in English ‘classy’, in Loeb’s classy library --. Anche il nichilismo: la sua “Introduzione al nichilismo” edito da Laterza.  Continuando a muoversi intorno al rapporto tra estetica ed ermeneutica, il suo percorso filosofico verte in seguito su ambiti decisivi:  il rapporto tra temporalità storica e coscienza estetica, la dispersione dell'estetico; il problema del ‘pulcer’ (‘il bello’) (“Oltre il bello” – Castiglioncello, Bologna, Il Mulino); e il concetto di ‘immagine’. Soprattutto quest'ultima linea occupa le sue ricerche orientate sull'idea di un radicamento estetico. Insengna a Torino. Direttore del centro inter-universitario inter-dipartimentale di ricerca sulla morfologia dell’Udine. Presidente dell’Associazione italiana degli studiosi d’stetica. Vice-Presidente della Società italiana d’estetica. Collabora con La Stampa. Altre saggi: “Identità dell' ‘antico’ – (drawing from the antique”) – il concetto di  ‘classico’” (Torino, Rosenberg e Sellier); “Apparenza e interpretazione” (Milano, Guerini e Associati);  “Pervasività dell’arte: ermeneutica ed estetizzazione” del mondo della vita” (Milano, Guerini); “Nature del tempo. Novalis e la forma poetica del romanticismo tedesco” (Milano, Guerini); “Estetica”, Bologna, Il Mulino); “Storia dell’estetica” (Bologna, Il Mulino); “Morfologie del moderno” (Genova, Il Melangolo); “Lineamenti di storia dell’estetica. La filosofia dell’arte” (Bologna, Il Mulino); “Pensare per immagini: tra scienza e arte” (Milano, Mondadori); “Le ragioni della forma” (Milano-Udine, Mimesis); “Dopo la morte dell'arte” (Bologna, Il Mulino); “Il futuro dell'immagine” (Bologna, Il Mulino); “Simboli della fine”  (Bologna, Mulino); “Morte dell'arte e rinascita dell'immagine: saggi in onore di V.” (Roma, Aracne); Perniola, “Estetica italiana” (Bompiani; D’Angelo); “L’estetica italiana” (Laterza); Franzini, Immagini del moderno, in Bertinetto, Garelli, Morte dell'arte e rinascita dell'immagine. Saggi in suo onore, Roma, Aracne.  Vattimo, L'arte è morta, anzi no: è "dopo", Repubblica, Bertinetto, Garelli, Morte dell'arte e rinascita dell'immagine. Saggi in onore di V. Belpoliti, “Tra bello e brutto non c'è più differenza” La Stampa, Bodei, “Là dove rinasce il bello” Il Sole 24 Ore, Bodei, Salto nel vuoto dell'immagine, Il Sole 24 Ore, Mattazzi, Aprire lo sguardo. Stili della visione in grado di agire sul reale, Il Manifesto; Vallora, Nelle torri di Kiefer per trovare un senso in mezzo alle rovine, La Stampa, Università degli Studi di Torino.  La filologia, il tragico, lo spazio letterario. Per una rilettura del giovane Nietzsche, in «Rivista di estetica», Oriente e ornamento nell'estetica di Hegel, in «Rivista di Estetica«, L'Oriente romantico, in «Rivista di estetica», 1Scheda di "The British Journal of Aesthetics", vol. 21, n.2, primavera 1981, in "Rivista di Estetica", Scheda di "The British Journal of Aesthetics", vol. 21, n.3, estate 1981, in "Rivista di Estetica", Scheda di "Revue d'Esthétique", Musique présente, in "Rivista di Estetica", Scheda di "The British Journal of Aesthetics", "Rivista di Estetica", Scheda di "Revista de estética","Rivista di Estetica", Dal simbolo alla scrittura. Friedrich Creuzer, in «Rivista di estetica», La riappropriazione del senso e l'opacità della lettera. Modelli della comprensione storica, in "Rivista di Estetica", Cura della sezione dedicata a L'Ottocento di AA.VV., Il pensiero ermeneutico, Scheda di "Revue d'Esthétique", n.8, 4, 1985, in "Rivista di Estetica", Scheda di "Zeitschrift für Asthetik und allgemeine Kunstwissenschaft "Rivista di Estetica",Scheda di "Revue d'Esthétique", n. 12, 1986, in "Rivista di Estetica", Al di là della lettera. Lo studio dell'antichità nel pensiero di Ast, in M. Ravera, F.  Vercellone, T. Griffero, Estetica ed ermeneutica, Palermo, Aesthetica.  16) Scheda di "Zeitschrift für Asthetik und allgemeine Kunstwissenschaft "Rivista di Estetica", Identità dell'antico . L'idea del classico nella cultura tedesca del primo Ottocento, Torino, Rosenberg. L'estetica moderna. Percorsi bibliografici, in S. Givone, Storia dell'estetica, Roma- Bari, Laterza.  Per una storia del circolo ermeneutico in : AA. VV., Ciò che l'autore non sa, Milano, Guerini.  Apparenza e interpretazione, Milano, Guerini. Con Gianni Carchia, Premessa a Romanticismo e poesia, in "Rivista di Estetica", Scheda di "The Journal of Aesthetics and Art Criticism", 'Rivista di Estetica", Sublime e memoria. A partire dal giovane Nietzsche, in Dicibilità del sublime, a cura di T. Kemeny e E. Cotta Ramusino, Udine, Campanotto. Pervasività dell'arte, Milano, Guerini. Aparencia y desencanto. Nihilismo y hermenéutica en la Frühromantik, in «Revista de Occidente», Scheda di "The British Journal of Aesthetics, in "Rivista di Estetica", rasa a della di resenca, Mila D, a Rimanik a Niezsche, in Teatro   Heidegger e Bäumler interpreti di Nietzsche, in «Immediati dintorni».  Introduzione al nichilismo, Roma-Bari, Laterza. Allegoria del contesto. Note su ermeneutica e modernità, in Oltre la linea dell'avanguardia, a cura di E. Calvi, Milano, Guerini. Forma ed estetismo nella Torino di Gobetti e di Lionello Venturi, in Alberto Sartoris. Novanta gioielli, a cura di A. Abriani e J. Gubler, Milano, Mazzotta. L'utopia del visibile. Note sull'ermeneutica dell'immagine a partire dalla 'Romantik', in «aut aut», Introduzione a W. H. Wackenroder, Scritti di poesia e di estetica, Torino, Bollati Boringhieri. Anmerkungen zur Romantik, Hermeneutik, Nihilismus, in H.M.Baumgartner und W. Jacobs (a cura di) Philosophie der Subjektivität? Zur Bestimmung der neuzeitlichen Philosophierens, Stuttgart, Fromman-Holzboog.  Autocoscienza, immaginazione e temporalità nelle Fichte-Studien di Novalis, in «Annuario filosofico», Milano, Mursia. Estetica ed ermeneutica nella filosofia italiana contemporanea, in L'estetica italiana del '900, Napoli, Tempi Moderni.  Recensione a G. Moretti, L'estetica di Novalis, Torino, Rosenberg et Sellier,  in «Itinerari», n.2. Voci: «Nichilismo», «Jonas», «Koselleck», «K. Ph.Moritz», «Wackenroder» in Enciclopedia Garzanti di Filosofia. Classicità fra natura e artificio. Goethe e Nietzsche, in «Itinerari», 3 (ripubblicato poi in «Paradosso»,  cur. Givone, Sul pensiero simbolico). Modernità e progetto; lezione tenuta nell'ambito del corso di perfezionamento in Progettazione Architettonica della Facoltà di Architettura di Roma (prof. F.Purini), in «Bolletino della Biblioteca del Dipartimento di Architettura di analisi della città», La volontà e l'informe. In margine alla recente riedizione della «Volontà di potenza», in «Iride», Prospettiva sull'Ofterdingen di Novalis, in «Paradosso», n. 9. Recensione a E. Calvi, Tempo e progetto, Milano, Guerini, 1991, in «Rivista di estetica», La questione della forma parte della voce Estetica, redatta in collaborazione con M. Ferraris e Sergio Givone, in La filosofia, vol.III, diretta da P. Rossi, Torino, Utet. Storicità e destino. A proposito del Nietzsche di Heidegger, in «Iride», La temporalità del poetico in Goethe e Novalis in Atti del Convegno dell'«Associazione Italiana Studi di Estetica», 1993, Milano, Luni. 17) Depregia del sublime at onl sed e anore di Citici della Pri comanik.  Carchia e M. Ferraris, Milano, Cortina.  48) P. Szondi, Saggio sul tragico, (a cura di F. Vercellone, trad. it. di G. Garelli),  Torino, Einaudi.  Estetica, in collaborazione S. Givone e M. Ferraris, Milano, TEA (riproduce n.44). Recensione a U. Perone, Nonostante il soggetto, Torino, Rosenberg et Sellier, 1995, su «Iride», L'ermeneutica e l'autore, in Prima dell'autore. Spettacolo cinematografico, testo, autorialità dalle origini agli anni Trenta, Udine, Forum, Romanticismo e modernità, a cura di C. Cianc io e F. Vercellone, Torino, Zamorani. L'altro sublime: note sull'ontologia del primo romanticismo tedesco in Romanticismo e modernità, cit.  Recensione del vol. di G. Carchia, Arte e bellezza. Saggio sull'estetica della pittura (Bologna, Il Mulino), in «Iride», Note su caos e morfogenesi nel romanticismo tedesco, in Il paesaggio dell'estetica, Torino, Trauben. M. Frank, Individualità. Difesa della soggettività dai suoi detrattori, ediz. it. a cura di F. Vercellone, Udine, Campanotto. Nature del tempo. Novalis e la forma poetica del romanticismo tedesco, Milano, Guerini et Associati.  58) Nichilismo e cristianesimo, intervista a mia cura di L. Pareyson, comparsa originariamente su «L'Ora», Liberatevi da ogni colpa); versione ampliata in «Annuario filosofico», Pareyson, Opere complete, Essere Libertà Ambiguità, a cura di F. Tomatis,  Milano, Mursia, Categorie estetiche. in Estetica. Storia, categorie, bibliografia, a cura di S.  Givone, Firenze, La Nuova Italia.  Einführung zum Nihilismus, München, Fink (trad. ted. con lievi modifiche del vol. di cui a 29). L'Occidente della verità. Identità e destino della cultura europea, a cura di C. Ciancio e F. Vercellone, Milano, Guerini.  Arte e bellezza (testo della conferenza tenuta a Jesi, presso il Palazzo dei Convegni di Jesi nel ciclo L'estetica e i suoi luoghi a cura del Circolo Culturale Jesino «Massimo Ferretti»), in AA.VV., L'estetica e i suoi luoghi, Jesi,  Arti Grafiche Jesine).  Recensione a: Maria Moneti Codignola, Moralità e soggetto in Hegel, Pisa, ETS, su «Iride») Estetica dell'Ottocento, Bologna, Il Mulino (trad. portoghese: A estética do século  X/X Editorial Estampa, Lisbona, 2000; trad. spagnola: Estetica del siglo X/X, Madrid,  Machados., Corpo, memoria, storia., in «Iride» nella rubrica «Libri in discussione», a proposito del volume di D. Dietrich Harth, Das Gedächtnis der Kulturwissenschaften, Dresden, Dresden Recensione al vol. di N. Humphrey, Una storia della mente, trad. it. di B. Antonielli, Torino. Instar Libri, 1998 su «Iride», Recensione a G. Carchia, L'estetica antica, Roma-Bari, Laterza, su «Iride», Composizione dell'infinito: Goethe e Novalis, in «Annali dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli-Sezione Germanica»,mMerce come ornamento, in Le provocazioni dell'estetica. Dibattiti a Gargnano, Torino, Trauben. L'eredità estetico-filosofica di Goethe, In Omaggio a Goethe. Fotografie di Dario Lanzardo, Torino, Museo Regionale di Scienze Naturali. L'artificio della bellezza, in Arte, Natura, Storicità, Atti del Convegno Dipartimento di Filosofia dell'Università della Calabria, a cura di R. Bufalo e P.  Colonnello, Napoli, Luciano (riproduce con alcune modifiche ...).  Note su Gadamer e la filosofia italiana, in «Iride» Trad. con Serenella lovino del saggio di P. Maisak, Parole e immagini sono correlati che incessantemente si ricercano, in J.W. Goehte, Immagini per la prospettata edizione italiana del Viaggio in Italia, a cura di C. Diekamp, Torino, Museo Regionale di Scienze Naturali. Archeologia della natura e teleologia dell'essere. Da Goethe a Klee, in G.  Cacciatore, P. Colonnello, D. Jervolino (a cura di), Ermeneutica, fenomenologia, storia, Napoli, Liguori; trad. spagnola : Arquelogia de la naturaleza y teleologia del ser: de Goethe a Klee, in «Círculo Hermenéutico», Revista del Seminario d'Estetica y  Semiótica (S.E.Y.S.), n.1  75) P. Szondi, Poetica e filosofia della storia, a cura di R. Gilodi e F. Vercellone,  Torino, Einaudi. Perché Il Laocoonte non grida? in «Quaderni di Estetica e Critica», 6-2001,  Estetiche della visione, Note sull'immaginazione trascendentale nel primo Fichte, in «Annuario filosofico»  17/2001, Mursia, Milano, Morfologie del moderno, Torino, Trauben Storia dell'estetica moderna e contemporanea, insieme a A. Bertinetto e G. Garelli,  Bologna, Il Mulino.  Bemerkungen über Gott, Welt und Wissen in Schleiermachers Dialektik, in.  Schleiermachers Dialektik, hrsg. Von C. Helmer, C. Kranich, B. 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Land der Residenz", Neu Entdeckt/Essays, Zweite Thüringer  Landesaustellung, Schloß Sonderhausen, Hrsg. von K.  Scheurmann u. J. Frank, Mainz, Zabern,, Ermeneutica e pensiero tragico. Studi in onore di Sergio Givone, a c. di F.  Vercellone et alii, Genova, Il Melangolo, La seppia e il sublime. Sulla naturalizzazione dell'estetica contemporanea insieme a O. Breidbach e a M. Di Bartolo, in "Estetica", Arte, scienza e natura in Goethe, a cura di D. von Engelhardt, Frigo, Simili,  V., Torino, Trauben.  Il tramonto della bellezza tra Goethe e il romanticismo in:Estetica tra morfologia ed ermeneutica. Dalla Klassik al romanticismo tedesco in :, La ani, Mise due compresa. Saggi in memoria di Francesco Moiso, a cura di F. Art Beyond Aesthetics: Hans-Georg Gadamer and the crisis of Aesthetic Consciousness, in: Wiercinski (cur.), Between Description and Interpretation. 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London.   Voci in “Enciclopedia Filosofica Bompiani”, Fondazione Centro Studi Filosofici di Gallarate, Milano, Bompiani:  "'Decadenza, filosofia della", Europa",  Hölderlin Johann Cristoph Friedrich", "Horen", "Novalis","Superuomo"; "Schamrsow, August" cofirmata con : G.Bettini, "Taine, Hyppolite- Adolphe, cofirmata con: G.  Morra;  Heidegger e Bäumler interpreti di Nietzsche in: Metafisica e nichilismo: Löwith e Heidegger interpreti di Nietzsche, a cura di Carlo Gentili, Werner Stegmaier, Aldo Venturelli, Bologna, Pendragon, Questioni di morfologia. Dalla Klassik all'espressionismo tedesco, in: Goethe e la pianta. Natura, scienza e arte, a cura di Dietrich v. Engelhardt e Raimondo, in "Quaderni", del Seminario di Storia della  Scienze, Facoltà di Scienze -Università di Salerno, Vattimo La filosofia come ontologia dell'attualità, Intervista biografico-teorica a cura di L. Savarino e di F. Vercellone, in «Iride», Goethe e la forma come struttura comunicativa, in : Johann Wolfgang Goethe.Der Symbolische Mord. Der Mord der Kunst, des Menschen und Gottes  Lübeck, Schmidt Römhild, Atti del convegno omonimo a cura di D.v.  Engelhardt; Lübeck, Note su Dio, mondo e sapere nella Dialettica di Schleiermacher in «Annuario Filosofico» Milano, Mursia; Borita, Mia 0, Mere da di a ora il versole a cue: i Vercellone e A.  Estetica tra morfologia ed ermeneutica. Dalla Klassik all'espressionismo tedesco in: Soggettività ontologia linguaggio, a cura di F. Mora e L. Ruggiu,  Venezia, Cafoscarina, Forma como comunicacion. Da Goethe a Carus, in Goethe, Pajsajes, Madrid, Círculo de Bellas Artes. Mi filosofia como ontologia de la actualidad, por Vattimo, (entrevista de Savarino y V.), in : Gianni Vattimo. Hermeneusis e historicidad, fascicolo monografico della rivista "Anthropos", di adio Cornale ondei dei Veria un Pere il era Sei in onore  Onl, iae libertà Scriti in onore di Claudio Ciancio, a cura di U. Perone e F.  Lineamenti di storia dell'estetica: La filosofia dell'arte da Kant, insieme a Bertinetto e Garelli. Conviene essere eguali a se stessi? Sulla teoria romantica dell' autocoscienza, in «Multiverso. Pes o m d eco in Le de Fori, Primat  Trauben, Evoluzione e forma, a cura di G. Lacchin, Seregno (MI), Herrenhaus, Arte e mondo dell'espressione. Da Goethe al Blaue Reiter, in  "Bios e Anthropos". Filosofia, biologia e antropologia, a cura di G.F. Frigo, Milano, Guerini et Associati, Nitti, S. Morandini).  Premessa a : F. Schlegel, Sullo studio della poesia greca, a cura di G. Lacchin, Milano, Mimesis, pp.7-9.  Oltre la bellezza, Bologna, Il Mulino. Herméneutique et nihilisme in : Berner, Thouard, Sens et interpretation. 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Bozzetti, (versione rivista e ampliata Mimesis, Menas atejus jo pabaigai.  Pastabos apie meno mirti siandien (Art after Its End: Notes on the "Death of Art" Today, in "Religija ir Kultura", Der Untergang der Romantik in der Renaissance, in Maio, Macht und Ohnmacht des Wortes. Ethische Grundfragen einer personalen Medizin,  Göttingen, Wallstein, ntroduzione a Ontologia dell'immagine, con di Ciancio, Cantillo, Trione. Nietzsche y la imagen. ¿El mundo verdadero se ha convertido en una fábula? In «Estudios Nietzsche», L'estetica di Luigi Pareyson come ermeneutica dell'arte, in «Annuario  Filosofico», I o5-413 tr della belles, in Sudi d erietica 46,  "Gete, Su enerthe  marima di ) ion Sardi (rietino)  Di Sedi laso 2, evione monografica di  del resataio di e aria c.09, e de pensi, Hacia la morfo-logia in : " Escritura e Imagen", ripreso anche in 150) L'Estetica di Luigi Pareyson come ermeneutica dell'arte., in "Annuario Fi o, espressione, in : La vergogna/The  shame, Milano/Udine, Mimesis, Dopo la morte dell'arte, Bologna, Il Mulino Recensione a S. Poggi, L'io dei filosofi e l'io dei narratori. Da Goethe a Proust, Milano, Cortina, "Iride" Mas allá de la bellezza, Madrid, Biblioteca Nueva, Perché la cornice è un modello razionale? In "Multiverso, Due secoli di "morte dell'arte", in Sotto la superficie visibile. Scritti in onore di Franco Bernabei,a cura di M.Nezzo e G. Tomasella, Padova?, Canova, L'esperienza dell'arte di Massimo Poldelmengo, in Poldelmengo l'opera del prima, a cura di S. Chiarandini, Udine, Venti d'Arte, (con traduzione inglese e tedesca sino a Dalla contemplazione all'interattività. Modificazioni dell'esperienza estetica dopo la morte dell'arte, «Anterem. Rivista di ricerca letteraria» After Art: Notes on the Death of Art Today, in M.F. Molder, D. Soerio e Nuno Fonseca (a cura di), Morphology: Questions on Method and Language, Peter Lang, Bern, Le ragioni dell'immagine. Considerazioni sull'interattività, in Angelo, Franzini, Lombardo e Tedesco, Costellazioni estetiche. Dalla storia alla neoestetica. Studi in onore di Luigi Russo, Guerini, Milano, La mort de l'art après Hegel, «Klesis» Tecnologia e classicismo in : Parole chiave nel percorso di Frigo a cur. Valle, Pretis, Grigenti, L.Illettterati, Pasdova, Padova University Press, pp. A Disenchanted Reenchantment. Hermeneutics and Morphology, in E. 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Studi in onore di Salizzoni, a cura di Antonelli e Martinengo, volume edito in collana Tropos Orizzonti - opere collettanee 7, Aracne Editrice Roma Il nichilismo e le nuove forme dell'immaginario tardo-moderno, in Aut Aut, Il Saggiatore, Milano, Nihilism and the New Forms of Late-Modern Imaginery, in Listening to Art, ed. Givone and Magherini, Firenze, Nicomp Bredekamp, Immagini che ci guardano Teoria dell'atto iconico, a cura V., Milano, Cortina, Immagini immaginanti, Introduzione all'edizione italiana) Modificazioni dell'infinito, in Collezioni, a cura di D. Eccher, vol quarto, Allestimento Torino, Allemandi, L'immagine senza logos. All'alba dell'estetica in «ISLL Papers», Dossier, La vita nelle forme. Il diritto e le altre arti. Atti del VI Convegno Nazionale ISLL, Urbino a cura di L. Alfieri e P. Mittica, Cascia see cia, Me eliana, Festschift in onore di Massimo  1ctitenet d mott, a i di A, Matheng, Rom, Apere Modificazioni dell'esperienza estetica tardo-moderna Abitare Possibile. Estetica, architettura, new media, Milano, Mondadori. The lost Experience of Art, in «Cosmo», Art and aesthetic experience, InSpe iosotto Nuneto - F StA I, Spaio Fisoridlco. regolazians socie, Miens il no 201n Romanticism, in Teoria e Critica ella  3orelone Mence, Tit SEN rad K Veves. F. tamell, F.  Das Ende der Kunst und die Geburt der Ästhetik Nemo contra deum nisi deus ipse. Il nichilismo dell'apparenza e il re- Ricensament onicanidate su. X, o losofico» Vichlismo e moderità.  Concepts of Morphology, edited by O. Breidbach et F. Vercellone, rist. rivista di 122), Milano-Udine, Mimesis International- Chaos and Morphogenesis in German Romanticism, in Visiocrazia. Immagine e forma della legge/ Visiocracy. Image and Form of Law, Milano-Udine, Mimesis, trad. Inglese con lievi modifiche pe estelica Rico do riach, in «Anuario, Misil osare in eie ne ritrea prima pal do e ell eranza,  Prefazione a A. Vianello, Sapere e fede. Un confronto credibile, Udine, Forum, Identità a venire nello specchio del Grand Tour, in «nuova informazione bibliografica», Braco Dimitrijevic. La storia oltre la storia, in Braco Dimitrijevic, a cura di D. Eccher,  L'universalità dell'ermeneutica nel tempo dell' "immagine del mondo". Note e riflessioni, in «Lo sguardo». Rivista di filosofia. Herméneutique et interculturalité, a cura di C.Berner, C.Canullo, J.-J. Wunenburger,  LoSguardo While Love is not a Feeling, in Love. Contemporary Art meets Amour, edited by Eccher, Milano, Skira, Nuovo romanticismo: la civiltà dell'immagine, in G. Lingua e Sergio Racca (a cura di), La cornice simbolica del legame sociale. Prospettive sugli immaginari contemporanei, Mimesis, Milano, Francesca Iannelli, Gianluca Garelli, Federico Vercellone, Klaus Vieweg (a cura di), Fine o nuovo inizio dell'arte. Estetiche della crisi da Hegel al pictorial turn, ETS, Pisa, La fine dell'arte e la nascita dell'estetica, in lannelli, G. Garelli, F. Vercellone, K. Vieweg, Oltre la leggenda della fine dell'arte, El nihilismo y las nuevas formas de la imagen tardomoderna, in «Bajo Palabra. Revista de Filosofia, La morte dell'arte dopo Hegel, in Gabilondo, Méndez, Ramos, Tudela, Lozano (cur.), La herida del concepto, UAM, Madrid, Preface, in C. Concilio, M. Festa (a cura di), Word and Image in Literature and Visual Arts, Mimesis, Milano,Bertram, L’ARTE COME PRASSI UMANA: un'estetica, edizione italiana, cur. V., Cortina, Milano, Introduzione Il futuro dell'immagine, il Mulino, Bologna, Fantasmi, fantasmagorie, agnizioni, in D. Eccher (a cura di), Boltanski: Anime, di luogo in luogo, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, Trad. ingl., Ghosts, Phantasmagorias, Agnitions, in D. Eccher (ed.), Boltanski: Souls, from Place to Place, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, Nuovo romanticismo? La civiltà dell'immagine, in «Teologia», Beyond Beauty, New York, SUNY, tIl lusso come problema filosofico, in «Iride», Cura del numero monografico di «Azafea», La Nueva Morfologia, Perspectives On A New Morphology, Kiefer e I Sette Palazzi Celesti. Ovvero l'inizio come la fine e l'inverso, in «Bollettino filosofico», Pareyson, Suny Press, Albany Simboli della fine, Bologna, il Mulino, con esteria Maria e ilesia di) Champo delo, logaica, Palarono,  Palermo, Libri in discussione: Vita quotidiana di Enrica Lisciani-Petrini (con M. Garda e S.  Forti), in Iride - Filosofia e Discussione Pubblica, Dream, Geist. Strategie del Regno, in Dream - L'arte incontra i sogni - catalogo.  Skira, Roma, In uscita o da verificare:  en el siglo XIX Universidad Internacional Menéndez  Pelayo; traduzi lituana in corso; L'educazione estetica nella civiltà dell'immagine. Ipotesi sul futuro prossimo in versione spagnola negli Atti del con vegno Schiller a Madrid  La morfologia oltre l'estetica. Ricordo di Olaf Breidbach, trad. tedesca in Atti del convegno «Anschauen, Ordnen, Deuten, Wissen». Gedächtnissymposium zur  Erinnerung von Olaf Breidbach, Jena. Federico Vercellone. Vercellone. Keywords: bello, estetico, immagine. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vercellone: l’estetico e il bello’ – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vercellone.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Verdiglione: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della congiura degl’idioti – la scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese – la scuola di Caulonia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Caulonia). Abstract: de-cifrare. Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Caulonia, Reggio Calabria, Calabria. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I like Verdiglione; my favourite: his “La congiura degl’idioti” – I have used the Greek root which Boezio translated as ‘proprium’ twice in my seminar on implicature. The first time to refer to ‘kick the bucket’ as a ‘recognised idiom’ – idioma in Latin and idIoma, with stress on the i, in the Grecian; but more importantly – since ‘recognised by who?’ – in the next session I referred to a conversationalist using a one-off signaling which I referred to as a ‘signalling idiolect.’ Yes, Speranza and I can be pretty idiosyncratic!”. Vincitore di una borsa di studio nel collegio Augustinianum, studia a Milano, dove si laurea con una tesi sulla filosofia semiotica di PIRANDELLO (vedi). Formatosi con Lacan, pubblica con le case editrici Marsilio, Rizzoli, Feltrinelli e Sugarco, con cui collabora. Per quest'ultima dirige la collana "Bordi". Traduce la raccolta di testi Scilicet di Lacan per Feltrinelli e il Seminario XXII. Con la sua casa editrice, Spirali, pubblica testi come la traduzione del Malleus Maleficarum, Il martello delle streghe, il manuale dell'Inquisizione per la caccia alle streghe, e in seguito, sempre per le edizioni Spirali, pubblica alcuni testi di BRUNO, come “Le ombre delle idee” e “Cabala del cavallo pegaseo.” Traduce per Feltrinelli libri che in Francia animano il dibattito in ambito culturale, come il saggio di Irigaray Speculum. L'altra donna edito da Feltrinelli nella traduzione di Muraro, il saggio di Mannoni, Educazione impossibile. Introduce in Italia Kristeva. Incontra anche Oury, fondatore assieme a Guattari della clinica La borde, di cui pubblica “Creazione e schizophrenia”, “Psicosi e logica istituzionale”. “Il collettivo”, Babele e la Pentecoste. La Borde e la scrittura della psicosi, La psicosi e il tempo. Traduce sempre per Feltrinelli l'edizione del libro di Jean-Goux, Freud, Marx: economia e simbolico. Fonda il Movimento freudiano e la Spirali Edizioni. Con Spirali, pubblica autori come  Daniel, Lévy, Glucksmann, Halter, Arrabal, Grillet.  Esce in edicola il primo numero del mensile “Spirali: giornale di cultura”, a cui segue l'edizione francese Spirales, Il Secondo Rinascimento. V. e il Collettivo “Semiotica e psicanalisi” organizzano a Milano, in V sedi differenti, il Congresso internazionale "Sessualità e politica" seguito dai media italiani. Partecipano molte filosofi. Sempre con il Collettivo “Semiotica e psicanalisi”, organizza il congresso “La follia”, che si svolge in più sedi, tra cui il Palazzo dei Congressi e il Museo della scienza e della tecnica. Il congresso è seguito dalla stampa di vari paesi. Intanto, inventa la “cifre-matica,” la cosiddetta scienza della parola. Nell'Enciclopedia Rizzoli Larousse viene così definita la cifrematica come dottrina della parabola intesa come cifra -- dottrina elaborata da V. e utilizzata all'interno di esperienze di conversazione, lettura, ecc. Secondo la cifre-matica, ogni parabola può essere analizzata secondo la sua logica idiomatica – cfr. Grice, “Idioma, not language” -- o la sua qualità cifratica, come ‘cifrema.’ C’e logica idiomatica della relazione, dello stigma, della funzione, della operazione, e della dimensione. C’e tre 'strutture': struttura sintattica, struttura frastica e struttura pragmatica – o griceiana, secondo cui ogni expression – idioma --  può essere 'de-cifrata.’ E a Milano, su invito di V. Ionesco. In un'assemblea di intellettuali e lettori, c’e un convegno organizzato da lui, portando la testimonianza della sua vita e della sua attività filosofica, documentata nel libro Una vita di poesia.  La sua Università internazionale del Secondo Rinascimento acquista dalla famiglia Borromeo la Villa di Senago e il parco, lasciati per anni in uno stato di abbandono. I nuovi proprietari decidono pertanto di avviare un primo importante restauro che mira alla salvaguardia stessa del bene. Il restauro si è protratto nel tempo, fedele a criteri conservativi, con la collaborazione di ingegneri, esperti, architetti, tecnici, storici e filologi che hanno lavorato, insieme, sotto la direzione della sopra-intendenza ai beni ambientali ed architettonici di Milano. L'attività editoriale prosegue quanto già avviato e si indirizza soprattutto sulla dissidenza, in particolare romanzieri. Pubblica libri di Bukovskij, Zinovev, Naghibin, Maksimov e molti altri. L'interesse per la dissidenza lo porta a pubblicare saggisti come Suvorov, gl’ambasciatori russi in Italia Adamishin, Jurij, il teorico della perestrojka Jakovlev, e l'ex ministro per l'energia e leader dell'opposizione di destra Nemtsov. Oltre agl’autori, pubblica dissidenti provenienti da tutto il pianeta. In questa direzione sono stati organizzati i convegni internazionali Festival della modernità che propongono, in ciascuna edizione, diverse tematiche -- scrittura, libertà, politica.  Prosegue il lungo processo di restauro della Villa San Carlo Borromeo di Senago, restituendo all'edificio la sua originaria bellezza e trasformandolo in un palazzo del turismo culturale e artistico, nella sede dell'Università internazionale del Secondo Rinascimento e della casa editrice Spirali. In questi anni, la villa è sede di congressi, di corsi, di seminari, di riunioni di enti pubblici e privati, italiani e stranieri, di un museo permanente e di un museo per grandi mostre. V. ha totalizzato X anni e VI mesi di carcere per reati vari.  È stato condannato a IV anni e due mesi per truffa, tentata estorsione e circonvenzione di incapace. Dopo un patteggiamento è stato condannato a I anno e IV mesi. è stato di nuovo condannato in primo grado a IX anni (e la moglie a VII) per associazione a delinquere, frode fiscale, truffa alle banche e allo stato. In seguito la pena è stata ridotta a V anni. In tale occasione ha causato sofferenze bancarie per 73,4 milioni: 18,3 sono in capo a Intesa Sanpaolo, altri 25,9 milioni a Banca Etruria. Truffa, tentata estorsione e circonvenzione di incapace V. è al centro di una serie di vicende giudiziarie (Affaire V.) relative all'attività sua, della sua fondazione e dei suoi collaboratori. Viene condannato a IV anni e due mesi di reclusione per truffa, tentata estorsione e circonvenzione di incapace, condanna che passa in giudicato. Intellettuali di vari paesi -- tra cui Lévy, Ionesco, Arrabal, Halter, Benamou, Henric, Bukovskij, Safouan, Xenakis, Zinovev, Mathé, Lanzmann -- acquistano una pagina del quotidiano “Le Monde” in cui pubblicano e sottoscrivono un appello rivolto al presidente della repubblica italiana e ai giudici milanesi, col quale denunciano un presunto clima di caccia alle streghe. Il caso V. secondo i firmatari mette in discussione le nozioni di diritto, giustizia e libertà di parola in Italia. Daniel, direttore del Nouvel Observateur, pubblica su la Repubblica una lettera, intitolata "Difendo V.", rivolta al direttore del quotidiano. Il Partito Radicale organizza un incontro internazionale in piazza Montecitorio sul Ve., a cui partecipano anche importanti esponenti del "Comitato Internazionale per V.", promosso da MORAVIA, Ionesco, Lévinas, Arrabal, Bukovskij, Lévy, Halter. La Repubblica scrive che dopo quello di Tortora ci e la sponsorizzazione da parte del PR del caso giudiziario di V.”. Il programma satirico Drive In lo fa conoscere anche al grande pubblico, attraverso la parodia del "Dottor Vermilione, psicanalista santone" impersonato da Greggio. Il caso V. è anche citato in relazione al disegno di legge per l'abolizione del reato di circonvenzione d'incapace -- articolo del codice penale. Dopo la condanna in Cassazione, la vicenda giudiziaria si conclude con il rinvio a giudizio per i capi di imputazione stralciati in occasione del primo procedimento giudiziario e con il definitivo patteggiamento a una pena di I anno e IV mesi e indennizzi di oltre 3 miliardi di lire a ex allievi. Si concludono le indagini della Guardia di Finanza coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, Viene indagato per evasione fiscale in relazione all'emissione di fatture false, e appropriazione indebita. A seguito della richiesta avanzata dalla procura di Milano, due dimore storiche riconducibili al professore (tra cui la Villa San Carlo Borromeo di Senago) per ordinanza del Gip vengono poste sotto sequestro preventivo, pur mantenendone la disponibilità. A meno di III settimane di distanza il Tribunale del Riesame di Milano annulla i decreti di sequestro concessi dal GIP C. Mannocci al PM Albertini, e restituisce gli immobili alle proprietà, in quanto non sussiste l'accusa di evasione fiscale. Si tratta invece di neutralità fiscale, in quanto l'IVA dovuta sarebbe sempre stata pari a zero. In base alle conclusioni del giudice, sarebbero state emesse fatturazioni fittiziema regolarmente pagatetra società facenti capo a V., allo scopo di ottenere crediti presso gli istituti finanziari, potendo esibire bilanci dai quali risultano entrate ingenti, in realtà fasulle.  La giudice Marchiondelli rinvia a giudizio V. per associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale e truffa allo stato. Viene condannato a IX anni per i reati di associazione a delinquere finalizzata a frode fiscale, truffa alle banche e truffa allo stato. Nel medesimo processo vengono emesse condanne anche a carico della moglie  Angeli e di due sue società, intanto fallite. Viene altresì disposta la confisca, fino ad un valore equivalente rispettivamente di 100 milioni e 10 milioni di euro, di beni come la storica dimora trecentesca Villa San Carlo Borromeo a Senago con 10 ettari di parco. La sentenza di secondo grado conferma la prima, nonostante che Procuratore generale, nella sua requisitoria, abbia chiesto l'annullamento della sentenza di primo grado per assoluta indeterminatezza e intrinseca contradditorietà delle accuse. La condanna a V anni di reclusione diventa esecutiva. Nel pieno delle inchieste giudiziarie, l'associazione da lui fondata viene definita setta dallo psicoterapeuta infantile Foti. Analoga affermazione fu fatta da Calefato, professoressa associata di sociolinguistica, che così si espresse in un'intervista per un quotidiano locale in occasione dell'incontro con Verdiglione organizzato a Bari da Ponzio, Professore di filosofia del linguaggio, intitolato "La cifra del Levante". MUSATTI, considerato il fondatore della psicanalisi italiana, prova una profonda avversione per V. che etichetta come "“il magliaro di Caulonia” e come "cialtrone". V. ha ospitato come relatori, nell'ambito di alcuni congressi organizzati alla Villa San Carlo Borromeo, autori come Duesberg, virologo statunitense, scopritore dei retrovirus, e Rasnick, biologo, che negano l'esistenza dell'AIDS, sostenendo che gli ammalati di tale morbo morissero in realtà sia a causa dell'assunzione di droghe sintetiche fortemente immune-soppressive sia a causa delle cure che erano loro imposte nella prima fase sperimentale, dove si ricorreva all'utilizzo di farmaci come l'AZT, originariamente sintetizzato a scopo anti-neoplastico e poi abbandonato per l'elevata tossicità. Saggi: “Il carcere. La questione della parola, Associazione Amici di Spirali,  Ur-kommunismus; “La paura della parola”, Associazione Amici di Spirali, “La grammatica dello spirito,” L'androgino trinitario e la bilancia dell'orrore, Associazione Amici di Spirali, “I padroni del nulla” Associazione Amici di Spirali,  L'Operazione guru, Associazione Amici di Spirali,  La rivoluzione dell'imprenditore, Associazione Amici di Spirali,  Il bilancio di guerra, Associazione Amici di Spirali,  In nome del nulla. L'accusa di blasfemia, Associazione Amici di Spirali,  Il bilancio intellettuale dell'impresa, Associazione Amici di Spirali,  Parola mia, Spirali,  La realtà intellettuale, Spirali,  L'Affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali,  Scrittori, artisti, Spirali, La libertà della parola, Spirali, “La politica e la sua lingua”, Spirali, La nostra salute, Spirali, Il capitale della vita, Spirali,  Master dell'art ambassador, Spirali, Master del brainworker, Spirali, Master del cifrematico, Spirali,  “L'interlocutore”, Spirali, Il Manifesto di cifrematica, Spirali, La rivoluzione cifrematica, Spirali, Artisti, Spirali, Il brainworking. La direzione intellettuale. La formazione dell'imprenditore. La ristrutturazione delle aziende, Spirali, Edipo e Cristo. La nostra saga, Spirali, La famiglia, l'impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale, Spirali, Venere e Maria. La fiaba originaria, Spirali, MACHIAVELLI, Spirali/Vel, Vinci, Spirali/Vel, La congiura degl’idioti, -- cfr. Grice, “L’idioma dell’idiota” -- Spirali/Vel, L'albero di San Vittore, Spirali, Lettera all'eccellentissima corte di appello, Spirali, Quale accusa?, Spirali, Processo alla parola, Spirali, Il giardino dell'automa, Spirali, Manifesto del secondo rinascimento, Rizzoli, Spirali, La mia industria, Rizzoli Spirali,  Dio, Spirali, La peste, Spirali, La psicanalisi questa mia avventura, Marsilio, Spirali, La dissidenza freudiana, Feltrinelli, Spirali. E. Roudinesco, Histoire de la psychanalyse en France, Paris: Le Seuil (réédition Fayard )  dal sito web italiano per la filosofia.  il domenicale arretrati n. Domenicale miei libri Scienze umane Sociologia e comunicazione Sollers-scrittore La dissidenza della scrittura Lacan e altri, Scilicet: rivista dell'école freudienne de Paris, trad. di V., Feltrinelli, Milano, Lacan,  Il seminario, in «Ornicar? Venezia. Institor (Krämer), Sprenger, V., Il martello delle streghe. La sessualità femminile nel "transfert" degli inquisitori, Spirali, Milano, BRUNO, Caiazza, Le ombre delle idee, Spirali, Milano, BRUNO, Sini, Cabala del cavallo pegaseo, Spirali, Milano, Mannoni, Educazione impossibile, (Feltrinelli, Milano). Spirali pubblica le opere La rivoluzione del linguaggio poetico. L'avanguardia, : Lautrémont e Mallarmé e Poteri dell'orrore. Saggio sull'abiezione  Guattari /spirali books-of-Jean+Oury. Php  Goux, Freud, Marx: economia e simbolico, introduzione e cura di V., Milano, Feltrinelli, atti del Convegno Sessualità e politica edito da Feltrinelli, 2000 partecipanti al Congresso di Psicanalisi con tema "Sessualità e Politica", svoltosi a Milano", Anquetil, "A Milan, le sage congrès de la folie", Les Nouvelles Littéraires, Dadoun, "A Milan F comme Folie", La Quinzaine littéraire,  Descamps, "A Milan au congrès de psychanalyse on a débattu (vivement) de “Sexe et politique”", La Quinzaine littéraire, Congres v Milanu, “Razprave problemi”, Maggiori, "La 'Jet Society' psychanalytique reunie a Milan", Liberation,  Italianistica, Cifrematica: di che cosa parliamo?  Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, Rizzoli, Milano, Mascheroni, il Giornale, Borzi, Etruria perde 26 milioni nel crack V., in Il Sole 24 ore, V. affidato al servizi sociali, la Repubblica, in Archiviola Repubblica.  "Pour V.", Le Monde, "Difendo Verdiglione", di Daniel, direttore di Le Nouvel Observateur pubblicato da la Repubblica, Caso v.:, all'hotel nazionale in piazza montecitorio, a partire dalle ore 11.45, incontro internazionale sul tema: "il caso v.". marco pann..., su radio radicale. I radicali bocciano pannella, la Repubblica, in Archivio la Repubblica legislature camera dati/leg10/lavori/ stampati Milano, 18 rinvii a giudizio per la vicenda v., Repubblica » Ricerca, non profit, v. fa lo sponsor e le associazione danno forfeit, la Repubblica, in Archivio la Repubblica. Turano, V. spa, in Corriere Economia, V., ovvero come sposare lo sponsor e viver felici  Corriere della Sera, su milano.corriere.  Archivio Corriere della Sera, su archivio storico.corriere. Corriere della Sera, su archivio storico.corriere.  Frode fiscale, IX anni a V. confiscati beni per 110 milioni, in Corriere della Sera. Lo psicanalista V. dai fasti al ritorno in carcere, su milano corriere.  sito dell'associazione diretta da Foti, 'V. fuori dall'Ateneo' la Repubblica, in Archivio la Repubblica. Il chiaccierato V., la Repubblica, in Archivio la Repubblica. musatti Analisi laica, su Analisi laica. Italian guru, la Repubblica, in Archivio la Repubblica. Szaz, La battaglia della salute, Spirali. «L'Aids non è contagioso in nessun modo, non si trasmette né attraverso rapporti eterosessuali né attraverso rapporti omosessuali e neanche senza rapporti, non si trasmette in nessun modo; l'Hiv è un retro-virus che, secondo Dusberg, è innocuo." "Muoiono per via della cura. È la cura, che li ammazza."».  Dizionario di cifrematica, su dizionario di cifrematica. V.  Com: Recenti Vicende, su tg mediaset. Armando Verdiglione. Verdiglione. Keywords: de-ciphering the cipher, cifra decrifrata, implicatura e cifra, Bruno, Machiavelli. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Verdiglione e l’idioma dell’idiota” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Verdiglione.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vernia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei peripatetici del lizio – la scuola di Chieti – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Chieti). Abstract. Keywords: living thing. Grice soul psuche bios Joachim logically developing series. Zen psuche. Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo. Grice: “I love Vernia, but then any Englishman would, especially when learning that Saint Thomas (Aquino) would have made such a fuss about him!” -- Essential Italian philosopher. Allievo a Padova di PERGOLA e Thiese e successore di quest'ultimo. Ha come collega POMPONAZZI (il Pomponaccio). Tra i suoi allievi: NIFO e PICO. Seguace dell'ermetismo imperante a Padova, cura un'edizione di Aristotele, il lizio. V. sostenne l'unità dell'intelletto -- dottrina poi abbandonata a causa di una condanna inflittagli dal vescovo di Padova --, l'autonomia della fisica rispetto alla meta-fisica, e la superiorità della scienza della natura sulle scienze dell'uomo. Saggi: “Contra perversam Averrois opinionem de unitate intellectus et de animae felicitate”; “De unitate intellectus et de animae felicitate”; “Expositio in posteriorum capitulum secundum in fine”; “Expositio in posteriorum librum priorem”; “Quaestio de gravibus et levibus”; “Quaestio de rationibus seminalibus”; “Quaestio de unitate intellectus”; “Quaestio in De anima. Bellis, “L’aristotelismo” – del lizeo (Firenze, Olscheki editore, Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   Esaminiamo in prima quali sieno le sue cose stampate, le quali sono poco conosciute, si perché si trovano inserite in altre opere, si perché scritte con caratteri molto fitti, danno pena all'occhio anche molto paziente. La dissertazione più conosciuta é l'ultima, contro l' unità dell'intelletto di Averroe; tanto è vero, che nella seconda iscrizione apposta al monumento trasportato dalla chiesa di S. Bartoloneo all'oratorio dell'ospedale civile di Vi-cenza, è precisamente questo ultimo scritto ricordato. Del Vernia sono stampate sei dissertazioni. La prima porta la data del 1480 (') ed è: quuestio un ens mobile sit toliusphilosopine nuturalis siljectum ('); essa si trova nel commento sul de general. et corrupt. di Aristotele, di Egidio Romano, di Marsilio Ingnen, e di Alberto di Sassonia.  La seconda é collegata colla terza, e tratta della partizione della filosofia; è una prolusione ad un corso di un anno intorno alla fisica di Aristotele. La terza è: utrum medicina jure civili sit nobilior: è come una conclusione della seconda (°); tutte e due sono nella fisica di Burleo, e sono precedute da una lettera a Sebastiano Baduario, censore di Vicenza (3), nella quale ricorda il Vernia la grandezza della di lui famiglia, di cui i capitani sono scolpiti nelle immagini del Palazzo Ducale di Venezia. Il Badua-rio fu discepolo, come il Vernia, di Paolo della Pergola, ed addivenne illustre scotista. In sua casa fu educato il compaesano del Vernia, Nicola Manupello, di Chieti, che fu fisico e medico. E qui soggiunge, che essendo stato pregato dagli stampatori di emendare il libro sulla fisica di Burleo che era corrotto e che doveva leggere agli scolari, volle premettere la divisione della filosofia e l'ampia questione de inchoatione formaruin da lui trattita, ed al Baduario dedicata. Questa ultima questione è andata perduta; almeno finora non la rinvenni. La partizione della filosofia e l'altra sulla medicina portano la data della fine di febbraro 1482 (*). La quarta dissertazione è sul  de gracibns et lucciles, dedicata a Berardo Bolderio filosofo e medico veronese; tratta se i gravi ed i leggeri inanimati si muovano da se stessi o da altro, quando sia rimosso ogni impedimento. Essa si trova nello scritto sull'intelletto contro Averroe. La data non ci è veramente segnata; ma siccome essa é citata nella quinta dissertazione, e non nelle altre prevedenti, è da dirsi essere la quarta. La quinta dissertazione é: questio an denter unicersalin realia, ed é premessa al commento sulla fisica di Urbano Servita, Averroista. Il Renan seguendo l'Hain, ha creduto che sia una prefazione ('); invece è una questione a se, che la poca relazione propriamente culla fisica. Antonio Alabante scrive al Vernia di leggere ed esaminare il manoscritto di Urbano Servita, e di vedere se ne sia stato l'autore Giovanni Marcanova, ovvero Urbano. Il Vernia risponde che il manoscritto nel primo esemplare è di Urbano: Marcanova lo copiò e fu trovato nei libro di costui senza indice: che è degno di essere stampato, jerche Urbano supera moltissimi averroisti, e non islugge le questioni le più difficili della fisica. Corrisponde alla gentilezza e stima di Alabante di Bologna con pari condutta, mandandogli la dissertazione sugli universali, perché la legga e gli dica se può essere stanpata.  La lettera di accompagnamento porta la data del giugno 1492 da Padova; e la dissertazione è stata terininita nel 17 febbraio 1492 (*). Sino a questo tempo il Vernia è un pretto averroista, mostrando nei suoi scritti unlampo di razionalitá e di liberta di filosofare pregevole e rarissima a quei tempi.  Ma alla sorveglianza del Vescovo di Padova e alla • pietá di un uomo dottissimo quale era il Barozzi non poteva sfuggire il libero pensiero del Vernia. Imperocche il Barozzi nel 4 maggio 1489 aveva emanata la scomunica lutae sententiae a tutti quelli che disputavano pubblicamente quoris quaesito colore, sull'unità dell' intelletto.  Il Vernia con tutto ciò si mantiene ancora fermo ai suoi principii; sperava che essi fossero mantenuti illesi colla pubblicazione delle sue dottrine, affidata alla protezione di uomo colto ed autorevole che l'aveva accolta.  Cio non basto a salvarlo: una più severa minaccia di seomunica direttamente al Vernia dovette venire, la quale l'obbligava a ritrattarsi. Non si puù spiegare diversamente la vicinanza delle due date, della quarta e della sesta dissertazione, nella quale ultima il Vernia si ritratta interamente del suo averroismo. La questione degli universali porta la data del 17 febbraio. La lettera poi di accompagnamento di questa dissertazione diretta ad Antonio Alabante porta la data di giugno 1492; mentre quella contro l'unità dell'intelletto è del 18 settembre, dello stesso anno, 1192.  Non dustrente ophtelmia quae me tune molestant, soggiunge il Vernia in fine: una circostanza tuti'altro favorevole a fare scrittura. Argomento da ciò, che il Vernia la dovuto affrettarsi a fare questa ritrattazione. Che la dissertazione sesta sia un po' affrettata ed un poco anche confusi, é in qualcle parte evidente. Che rimanga il dubbio di avere abbandonato l' averroismo perfettamente, e evidentissimo; ed il Barozi se n'era già accorto. Epperò non possiamo noi accettare come veridica la sua confessione, cioé, che solo per disputare e per aguzzare l'ingegno tentò di corroborare con argonenti l'opinione di Averroe intorno all'unico intelletto.  Contro tale dichiarazione sta non solo la dissertazione precedente dello stesso anno sugh universali, in cui si professa puru averroista, ma anche un'altra che è sparita, intorno al1180 nella prina questione preliminare intorno al soggetto della fisica (').  Ma la vita di insegnante per 33 anni nell' università di Padova sarebbe stata troppo scarsa di frutti intellettivi, se il Vernia si fosse limitato a queste sole sei dissertilzioni. Giá abbiamo visto che egli emendo la fisica di Burleo. Anche ai tempi di POMPONAZZI (si veda) Burleo gode allcora grande autoritá nella scienza. Ed alcune opere di lui erano già andate perdute (°). Un altro lavoro di currezione di edizione lo fece intorno al de caelo et murulo del Gianduno. Pellenegra di Troja che insegno filosofia morale a Padova, ci da notizia di avere più accuratamente stampate le questioni del Giandono che furono emendate da V. Noto questa notizia molto rilevanImperocché sono di credere che molti hanno pubblicato dei lavori del Vernia, non originali però, ma intorno ai commenti di Aristotele, appropriandosi in tutto e per tutto gli scritti del filosofo chietino. Che V. non perde il tempo sulla cattedra, si rileva dalle sue stesse parole nelle quali dice che essendo stato professore per anni a Padova, crede essere poco decoroso, se non avesse pubblicato ció che avea raccolto con diligenza per tanti anni dai filosofi latini. Egli non cessa tutti i giorni di forbire e ritrallare i commenti che aveva fatto su tutti i libri del LIZIO, perché potessero meritare di essere pubblicati . Ma manda alla stampa in prima l'opuscolo sulla immortalità secondo la fede cattolica, aífinché fosse esso come il conduttiero delle altre opere. Prega inoltre Grimani di accettare questo dono durante il tempo, che egli da un'aitra mano ai coinmenti di Aristotele. Se la lettera dedicatoria è scritta nel 1499, nella quale confessa che egli ha già pronti questi commenti, ma non li pubblica perché hanno bisogno di essere ricorsecondo il tenore del suo opuscolo, cioè contraria ad Averroe, di cui era stato per tanti anni fautore. Quindi si può supporre, o che egli non li abbia pubblicati prima per la minaccia del Barozzi, ovvero che dal 1499 egli siasi messo a ritrattare tutti i commenti in senso antiaverroistico, e che non li abbia finiti per gli acciacchi della sua età. Pochissimo é stato anche il tempo dalla pubblicazione dell'opuscolo alla sua morte; quindi si può ritenere che i suoi scritti sieno andati nelle mani degli altri.  Una caratteristica quasi costante si può notare negli scritti del Vernia, la quale è duplice, materiale e formale.  Il Vernia è molto ordinato nel suo scrivere: quasi tutte le sue dissertazioni sono divise in tre parti: la prima espone tutti coloro che hanno deviato da Aristotele e dal suo commentatore, Averroe; la seconda, che cosi al buno sentito entrambi intorno al quesito proposto, e la terza contuta le opposizioni addotte dagli avversari. Questo tenore di dividere in tre parti l'argomento era però comune a tutti i tomisti e scotisti. Ciò riguarda la materia dei suoi argomenti. Circa la sua opinione, a quale cioé, dei filosofi più si accostava, è da dire in genere, che egli sebbene averroista, era piu veramente un albertista. Tomista non mai periettanente. Il suo storzo è di mostrare che l'opinione di Averroe poco differisce da quella di Alberto. Lo dice finanche nella sua sesta questione contro l'unità dell'intelletto. Sebbene in quest'ultima sia stato costretto ad essere tonista, per avvalorare la sua ritrattazione.  Il Vernia insegnava propriamente li tisica a Padova, e non poteva sottrarsi all'esameseguace, d’AQUINO (si veda), o di Alberto. Tale questione era, se l'oggetto della filosofia naturale era l'ens mobile, come disse S. Tommaso, ovvero il corpres mobile, come opinó Alberto. Osserva che Egidio Romano combatté l'opinione di S. Tommaso, perché la scienza naturale non è subalterna della metafisica; poiché tre sono gli abiti speculativi, il metafisico, il matematico, ed il naturale. E se la mobilità è un' accidentalità, questa non deriva punto dall' essere, in quanto questo è obbietto della metafisica.  La scienza naturale non é parte della metafisica, ma questa e quelle sono diverse parti della filosofia. D’AQUINO (si veda) la la più buona opinione, dicendolo il migliore espositore tra i latini; ma pure non solo in questa, ma in altre questioni gli é spesso contrario. Lo Scoto volevi invece clie l'oggetto dalla fisica fosse la sostanza naturale, che é soggetto del moto e di altre aflezioni. Ma se per naturale s' intende il sensibile, soggiunge il Vernia, esso  è il soggetto che é principio di moto e di quiete.  Sostiene perció che il corpo mobile sia il soggetto della fisica. Otto sono le condizioni requisite per un subbietto di una scienza: che sia reale, uno almeno per unitá analogica, universale, adeguato, primo noto in quanto alla sua ragion formale, che abbia parti, che abbia affezioni, che abbia principii. Ora l'errore di Antonio Andrea è di aver posto l'essere come comune a Dio ed alla creatura. Queste otto condizioni si trovano nel corpo mobile,l'ammettere il noto come soggetto di scienza, risponde che quell'accidente solo non entra nella scienza, il quale non ha causa.  Due difficoltá considerevoli s'incontravano in tale definizione della fisica. Se il corjo mobile é il subbietto della fisica, gli angeli sono mobili, ma non sono corpi: inoltre, il cielo non é composto di materia e forma, e quindi cone può essere l'obbietto della fisica? La questione dell'an  gelo intorbidava la liberta di filosofare nella scienza naturale. Intorno alle specie ci era quella della plurabilita,  o moltiplicabilità dell'angelo, che non era ammessa da S.  Tommaso, perché ogni angelo rappresentava la specie tutta. Per l'anima umana invece si doveva sostenere la plu  rabilita, altrimenti si cadeva nell'averroismo, e si riconosceva l'unita dell'intelletto umano. Il Vernia confessa che egli intende di parlare secondo la ragion naturale in tale questione: e dice che gli angeli non si possono muovere con una velocita infinita, perché la velocita dura un certo tempo: il loro moto locale, se fosse veloce infinitamente, dovrebbe avere uno spazio infinito ; locché non conviene all'angelo. Esso é dunque una sostanza semplice ricettiva di luogo, e quindi di moto. Era giá il primo indizio, con cui egli si dipartiva dalle veritá di fede e della teologia ('). I teologi invero volevano concedere all'angelo il moto infinitamente veloce, ovrero  l'ubiquità, negandogli il luogo. Locché e contraddittorrio per V. E se con AQUINO (si veda) ammette che l'angelo rappresentando tutta la specie, era implurificabile, lo stesso sosteneva rispetto all'intelletto umano.  Ma si riserva di trattare tale questione in quella dell'intelletto.  Se questo scritto sia stato pubblicato, non si sa: forse dovette sparire dietro la persecuzione del Barozzi; non credo però che gli fu impedito di pubblicarlo. Il Nifo pare che lo accenni. Imperocché e chiaro che la citazione sui concorda perfettamente colla dottrina che espone e che pol Il Nito combatte. Cioé, che per sostenere l' unità dell'intelletto, disse un nuoro espositore, che una stessa forma spirituale informa subbiettivamente la fantasia e l'intelletto. Imperocché la forma spirituale può essere una di numero in diversi soggetti, come il colore nell'acqua e nell'aria. L'intelletto in se come uno in atto informa il nostro intelletto, ed é la specie intelligibile; informa anclie la fantasia, ed è il fantasma.  La seconda difficolta era: se  Averroe aveva ammes  so che il cielo non è coinposto di materia e foria, perché é ingenerabile e pur tuttavolta è mobile, come poteva abbracciare l'idea del corpo mobile il cielo e le cose terrestri? V.risponde che la sostanza mobile è cio che è soggetto alla triplice dimensione. Pare accostarsi per ciò all'opinione di Egidio COLONNA ROMANO (si veda) che pone identici natura nel cielo e nella terra. Ma pure non é veramente cosi; perché confessa altrove che il cielo è atto, e non si da in esso passaggio dall' essere al non essere.  Il punto di vista interessante per caratterizzare fin da ora il chietino filosofo è questo nel primo suo lavoro, dichiarare, cioè, la fisica indipendente della metafisica: sottrarre la natura, per quanto poteva, dall'influenza della teologia. Fin di ora i fisici non stunno in accordo coi metafisici. E una linea di condotta che è troppo costante  in V.  La seconda dissertazione intorno alla partizione delli filosofia è una prolusione che fece in un anno del suo insegnamento; nel quale dovendo esporre la filosofia naturale, esamina quali sieno le relazioni delle varie parti del sapere al tutto.  La filosofia, dice il Vernia, è la perfezione del sapere; essa è prattica, speculativa e razionale; e riducendo, è reale e razionale. Questa ultima è la logca; dando a questa il solo valore razionale e non reale, il Vernia si dichiara vero occamista: non tomista, né scotista. In tal guisa seguiva la tradizione patavina cirça la logica, la quale, non solo di Nicoletto Veneto e da Nicola della Pergola era stata ritenuta come speculativa secondo Alberto, il differenza di alcuni tomisti che la dissero pratica, ma anche di valore nominale; e cio era la massima distinzione degli occanisti moderni dai logici antichi che erano o tomisti, o scotisti. Siccome tre sono gli atti di ragione in eni jo siano errare, tre sono le parti della logica che servono a dirigerci alla verita.  Le Categorie che Aristotele e Platone ricevettero da Archita da TARANTO (si veda), servono a non attribuire id una cosa uni qualitá che conviene ad un'altra. Il libro de interpretalione tratta delle enunciazioni singole, in cui vi è la composizione, o la divisione dell'intelletto. Il terzo atto é il sillogino pertetto: ed è questa l'arte nuova che fu da Aristotele ritrovata. Questa parte é divisa nell'inventiva e nella giudicativa: quindi la topica e la sofistica. Lia giudicativa è l'analitica, di cui la prima tratta del sillogismo comune in cui si risolve la conclusione nella preinessa;la seconda é quella che riduce gli elletti alle loro cause.  La risolucione prima é relativa alla seconda ; perché quella é comune ad ogni sillogismo, questa é speciale al sillogismo che versa intorno alle cose necessarie.  Al libro dei primi analitici viene quello dei topici; e poi quello dei secondi analitici, e finalmente quello degli elenchi. Doyo, la rettorica e la pratica.  La scienza reale poi é divisa in prattica e speculativa.  Quella in fattiva come la medicina, ed in attiva clie comprende l'etica, l'economica e la politica. Questa compren Je la naturale, la matematica e la divina. La considerazione intorno al mobile in se è della fisica, che è priuna tra le parti della filosofia naturale: se si considera il solo moto locale, ecco la trattzione del cielo; se verso la forina, ecco il libro della generazione; se verso il misto, si la il libro dei meteorologici, e quello dei minerali : se é animato, questo o è in genere ed ecco il libro de  parcis naturalibus, o é specitico, ed e il de planlis et de animalibus.  La scienza dell' anima contiene tre parti : la prima il trattato deila vita e della morte, poi quello de respirationo e il de jucentute et seneclule, de causis  lougitulinis et bieritatzs citae, de sunate et acgriedine el de nutrimento, i quali due ultimi libri non ci pervennero. La seconda ciò che riguarda il motivo, de cresis motes animalium et de pingresse animalium.  La terra cio che è propriamente del sensitivo, quindi de sense et sensat), de memoria et reminiscentia, de sonno et vigiliu. Ma perché dai sinili si procede al dissimile, perció dopo il libro dell'anima in genere, vien quello del senso, del sonno e della veglia. L'intelletto non a. endo concretez/a nel corjo, é delle sostance separate che appartengono alla metatisica. Sbagliano perciò coloro che dicono soggetto del libro dell'anima il corpo animato e che l'anima sia sostanca del corpo. Perché il corpo animato secondo le operazioni comuni a tutti i corpi animati,è soggetto del libro perenni animalinm: considerato poi secondo le operazioni specifiche è il soggetto dei libri de animalibus et plantis. Vernia è nella dottrina dell'anima in armonia colla dottrina del cielo. L'anima è propriamente l'intelligenza, così nel cielo, come nell'uomo L'intelligenza è sostanza separata; eppero non appartiene veramente alle cose né celesti, né umane. L'anima come senso, come fantasia, appartiene alla natura, siccome la forma e la materia del cielo danno il cielo nella sua pienezza. Questa dottrina del 1482 è in pieno accordo colla dissertazione inedita, se il cielo é animato.  Di qui è chiaro l'ordine delle arti liberali: cioé, prima apprendiamo la grammatica, indi la logica e la parola, poi la filosofia naturale e la matenatica: da ultimo la divina sapienza.  Da questa seconda dissertazione non comparisce per noi nulla di notevole, salvo una mente abbastanza ordinata in mezzo a tutto il ginepraio dei trattati aristotelici. Si può ritenere che il Vernia gia si era dichiarato per l'unità dell'intelletto fin dal 1482, perché dichiara l'intelletto non avere concreteria nel corpo, essendo una potenza separata. Una dottrina che aveva per conseguenza la mortalitá dell'anima. Imperocché egli confessa che non solo la sensazione, ma anche la memoria appartengono alla vita sensitiva. Il senso non è che una specie dell'anima.  L'intelletto come unico appartiene alla metafisica. Non sappiamo se a quest'ora avesse gia pubblicato il suo traltato de unitute intellectus. Forse no: ma questa dichiarazione è già abbastanza, oltre quella che si trova nella prima dissertazione, per dichiararlo rigido averroista.  La terza dissertazione, se sia jiù nobile la professione della medicina o quella del dritto civile ('), ha qualcheche di spiritoso. Nissuno si deve meravigliare che il Vernia abbia preso a trattare quest'argomento; poichè era egli un medico e filosofo. Difatti, distingue in questo lavoro la medicina come scienza di cui parla, dalla medicina come arte, la quale dipende da quella. I medici artisti sono quelli che discreditano la nostra medicina, dice lui:  e dovrebbero essere espulsi dalle città (').  Dopo avere esposto alcuni argomenti in contrario, tra cui, che il fine del dritto è fare l'uomo virtuoso, quello della medicina conservarlo nel suo essere solamente, che con questa si sana il corpo, con quello si sana l'anima, ragiona cosi per la parte vera. La medicina riguarda la conservazione dell'individuo, che è come la sostanza migliore di ogni accidente. Il dritto si appoggia sull'autorità dei dottori, la medicina dá una certezza dimostrativa.  Essa veramente dipende immediatamente dalla filosofia naturale. Senza di quella nulla si conoscerebbe: ed in essa consiste la felicità, anzi che nella convivenza, che è una certa felicita. Dimostra a lungo la felicità consistere nella speculazione; e gli pare clie il giurista sia più lontano dall'ultimo fine che attinge il naturalista. La medicina fu sempre avuta più in onore, epperò fu bene ricompensata.  Qui non gli mancano vari esempi dalla storia. Una scienza indeterminata e variabile non può mai essere davvero scientifica. Tale è la legge degli atti umani, in cui è impossibile dire universalmente un vero: anzi è utile in certi casi particolari osservare l'opposto di una legge (°).  I forestieri che entrano nella cittá, sono puniti: ma se questa è assediata, ed entrano per liberarla, sono degnidi premio. Cne leges cariantui secundum locorum commoditutes et ad libitum hominum. Leges enim Justiniani in Gallia nihil culent. Aristotele nel V dell'etica le rassomiglia alle misure del vino e del frumento. Similiter non naturalia et lumana justa non eadem ubique. Dopo aver distinto la inedicina come scienza da quella come arte, osserva che gli scicnziati medici non solo fanno gli esperimenti, ma ricercano le cause di essi dalle cose naturali. E se ad Esculapio gli Ateniesi, ad Antonio  Musso i Romani per avere sanato Ottavio Augusto ere:sero una statua di bronzo, che cosa dovremmo fare noi a Gerardo Bolderio di Verona, principe tra i moderni  medici? (').  Osserva clie i legislatori dei suoi tempi sono privi di cultura e li disprezza, perclé non conoscono le scienze morali, nè quelle dell'anima. Tali non furono gli antichi legislatori, come Solone ed Aristotele, che erano periti nella scienza naturale. Dopo aver riferita l'autorità di (icerone nella pro Murena, in cui dice che se Servio Sulpicio aprese dritto civile, non perciò trova aperta la via al consolato, mette in ridicolo alcune glosse che si trovano nel codice giustinianeo (*).  Fra le risoluzioni delle difficoltà poste nella prima parte della discussione, noto questa. Sebbene la virtú siapreferibile alla vita nel genere dei costumi, perchè la morte è preferibile alla vita turpe, perché è più lodevole chi muore per virti di chi vive ozioso; pure nel genere della natura non è cosi, anzi è l'opposto, essendo preferibile l'essere alla virtú. E siccome, più essenziale è il genere di natura di quello del costume, è meglio vivere cle è il fine della medicina, che essere virtuoso che è il fine della legge. Acuta riflessione! Questa dissertazione mi è apparsa la più originale tra tutte, perché, oltre che è lasciata interamente la forma scolastica, essendo scritta in maniera molto spigliata e libera, è piena di osservazioni punto, sprezzabili. Né si dica che era usuale a quei tempi l'invettiva dei professori di vari studi contro i legisti, i quali erano decaduti nella stima jer l'aridità delle loro dottrine. Imperocchè V. si mostra jiuttosto inspirato ad un altissimo concetto che è vero : cioè, che la scienza della natura è la sola che ci procaccia una felicita per le verità conosciute, le quali non sono variabili come le leggi umane. Comprendo che da essa risulta pure evidente lo stato di decadimento della giurisprudenza a quei tempi. Ma V. indica pure il modo come rinsanguare quegli studi coll' estendere la coltura a quelle sorgenti, da cui puó fluire la vita del pensiero che era rimasta assiderata nella forma e nella parola.  La questione de paritus et lecilus è di poca importanza: tratta se i gravi e leggieri inanimati, rimosso l'impedimento, si muovono localmente da se, o da altro.  Espone secondo il solito, le opinioni devianti da Aristotele e le confuta, quella di Averroe che é la stessa di Aristotele, e finalmente risponde alle obbiezioni. L’Accademia che pone l'anima e le cose inanimate muoversi da se, è in opposizione ad Aristotele, che volle nissuna cosa poter muovere se stessa. Alberto disse muoversi per accidente; e che non ci è bisogno del movente nel moto naturale, ma solo nel violento: e questo è l'aria. Ma osserva che ogni moto ricerca per se il movente, e tali sono i gravi. Contro AQUINO (si veda) che dice i gravi finmaliter si muovono da se, ed effectire dal movente, dice che per il moto in atto ci è bisogno del movente in atto.  Neppure l'opinione di Gianduno che disse il movente essere la forma, e la materia la cosa mossa, sta benc, perché allora la forma sarebbe movente e mossi, perché il moto in atto è distinto dal motore. Alcuni teologi separarono la gravità dalla sostanza; e dissero clie l'ostia consacrata cade in giù come gravità, non come sostanza. Ma questa opinione non è naturale: e non ne parla perciò. Egli dice che i gravi e leggieri, dopo che sono generati, si muovono da se, rimosso l'ostacolo, ai loghi naturali propri, e fuori di essi sono mossi dall'aria per l'impeto dato dal morente violento. I proiettili sono mossi dall'aria secondo Averroe, la quale è causa della velocita.  Imperocché il mobile in fine è più veloce, perché maggiore quantità d'aria lo segue nel fine, che nel principio.Lo stesso succede per l'acqua, perché aria ed acqua sono corpi interminati, indifferenti a qualunque figura, come non é dei solidi. Cosi si spiega, perché la balista percuote più a certa distanza che vicino, perché i raggi si uniscono nello specchio a certa distanza. E curioso che si mantiene più fedele ad Averroe che ad Alberto, il quale secondo lui non ha detto bene che i gravi sono mossi dall'impeto ad essi dato e non dall'aria e dall'acqua, perché i gravi misti terminati non sono nati a ricevere tali violenze. Altrimenti un uomo getterebbe a maggiore distanza una piuma che un pezzo di ferro; locché è contro l'esperienza. E se il maestro Gaetano risponde, che avendo il ferro più materia, riceve più impeto e va quindi a maygiore distanza, gli osserva V. che, data una pietra ed un pezzo di ferro della stessa quantita, il ferro dovrebbe andare a maggiore distanza. Cio proviene perché la mano si applica meglio alla pietra, che alla piuma.  Questa dissertazione fa troppo desiderare la venuta di BONAIUTI (si veda )per isciogliere questo quesito della fisica che arriluppo nel buio le povere menti aristoteliche.  Nella quinta dissertazione, un dentur unirersalia vealia, il Vernia è ancora pretto averroista, cioè sino algiugno del 1492. Espone secondo il solito le opinioni devianti da Aristotele e dal commentatore, poi quella di questi due, e finalmente risolve un numero immenso di obbiezioni. Dice che gli universali o sono concetti puri secondo Occam, ovvero sono reali secondo Burleo nel prologo della fisica; oppure ci è la via media in quanto sono reali nella cosa singolare e formali nell'intenzione. V. prende lo stato della questione non dai primordi della discussione, ma dalle ultine forme che aveva assunte nella scienza. Perché il Burleo discepolo di Occam stando alla pura questione filosofica, aseva guardato più alla parte fisica dei generi e delle specie, ed Occam aveva ridotto la soluzione al puro nominalismo. Non crede dover fare lunga discussione sugli universali ante rem, parendogli fuori proposito pei tempi della scienza. Noi che camminiamo nella via media, dice lui, affermiamo che l'essenza di ogni cosa si può considerare doppiamente, cioè in se, e nella materia, in quanto è quell'aptitudo realis che nou è particolare, perche è una essenza non di unitá di numero, ma l'unità secondo l'aptiludinem communicabilitatis. È una comunità non di materia, ma di forma. Ed é appunto questa inchoulio formae che é reale. Cosi nello sperma non cessa mai la forma umana, fin tanto chie l'nomo si perfeziona. Altrimenti la forma sarebbe creata dal niente di se. Il Vernia è un fisico, e non può trattare la questione degli universali, se non dal lato della sua scienza. Essa si può dire che si identiticacon quella dei germi della vita, sino ad un certo punto.Occam sciolge la questione degli universali negando ogni esistenza astratta e tutto riducendo il loro valore al puro termine. Ma la specie non ha valore in se? Ecco il Burleo che ammette quest' universale nella specie : il Vernia lo chiama unita di forma che é increata, eterna, appunto per negare la creazione temporanea della specie. La difficoltà era per l'anima intellettiva, ritenendosi che essa è creata prima e poi infusa nel corpo. Sebbene ciò, dice il Vernia, é secondo la mente dei sacri teologi, non è però secondo la mente di Aristotele ('). Poichè secondo Averroe nel settimo della metafisica non può uno stesso effelto essere prodotto da due agenti che non sono subordinati nell'operare, e che non concorrono aggiustatamente allo stesso effetto. Cosi sarebbe di Dio e di un particolare agente nella generazione di Socrate. Epperó egli é di opinione clie la dottrina di Alberto a questo punto poco differisca da quella di Averroe. Il quale volle tutte le forme prodotte ed emanate dalla potenza della materia e non per creazione, la quale credette essere impossibile. Quindi l'anima intellettiva non è creata, maché la volle creata. Ma cio che ha esistenza preesistente, è al aeterno.  Il Vernia nella questione dell'anima vede la cosa secondo il fatto. L'uomo genera l'uomo per l'apretito naturale clie non può essere indarno. L'agente fa la  mil  tazione, trasmutando la materia dalla potenza all'atto, non congregando due cose jer fare l'unità di un effetto: cosi si approssima alla creazione. La forma non si crei, ma si produce per generazione. La creazione de noco non gli va. La generazione non é per trasferimento secondo Anassagora, nè per le idee secondo Platone. Per Averroe quando succede la generazione, vi è qualche cosa che si completa: la forma è il termine di essa. La forma particolare è distinta dalla essenza che la include; jercio essa non si crea, ma si genera. Se Alberto dice che è creata dal niente di se stessa, rispondo che è jer accidente generata. E se soggiunge che incomincia ad essere de noco, rispondo anche dicendo non dal niente di se stessa, ma da qualche clie di se, cioè dalla essenza che è l'incoazione ed il seme nella stessa specie. E coloro che non intendono queste cose, non hanno il cervello abilitato al bene, e non sono atti a filosofare secondo i principi di Aristotele ('), il cui assioma è dal niente niente farsi. La quale dottrina fu accolta da tutti quelli che parlano naturalmente. Ottima confessione! Ma osserva ancora che la forma della specie non è distinta da quella dell'individuo; perché nell'uomo vi è una forma particolare che si dice l'anima cogitativa. Nello sperma da cui si ha l'uomo, non si distruggono le parti di esso, ma si generano successivamente le forme dell'uono, finchè si perfeziona la forma umana. L'incoativo sene non è una potenza subbiettiva, ma potenza formale, distinta dalla materia ('). Da ciò segue darsi gli universali reali. Anzi arriva a dire che tutte le specie rimangono in ogni ora, altrimenti tutto sarebbe corruttibile, locché appartiene al solo singolare. Perfino il concetto di finalità nella natura non lo ammette; poiché il fine è ens rationis, il quale è ben diverso dal processo naturale, che non dipende dall'anima nostra. L'incoazio  ne è reale, dice più prima, é nella materia, non è nell'intuizione delle cause agenti (*). Segue una immensità di obbiezioni che tralascio per brevità: qualcuna solo voglio menzionare. Con questa teoria in ogni uomo vi sarebbe qualche che dell' asino; risponde : in potenza vi é questa indifferenza della specie, in atto no. Essendo questi universali separati dall'individuo, non vi sarebbe la necessita dell'intelletto agente. Risponde: questo essere necessario a produrre nell'intelletto jossibile mediante i fantasmi le intenzioni dell'intelletto in atto. Nota poi con Alberto che questi universali incorporei sono sempliciquiddità ulique eristentes, come la quantità indeterminata. Infine a Burleo che nega gli universali nella mente, altrimenti si andrebbe all'infinito nei concetti comuni, e cosi non vi sarebbero principi primi della scienza, risponde, che il concetto dell' essenza in ratione entis è singolare, in ratione signi è comunissimo. Un uomo e un uomo sono lo stesso rutione signi, ma differiscono materialiter. Per questa dottrina egli si avvicina di molto ad Occam che è un puro terminista; ritiene con lui gli universali nella mente rutione signi, e combatte Burleo clie li negó nella mente: ma ritiene con costui la realtà degli universali come enti obbiettivi, che nego l'Occam. In questa dissertazione vi è del buono, vi è del falso. Ad ogni modo è la ultima manifestazione del suo averroismo. Il Vernia nega la creazione perché riconosce in natura la sola generazione: ed arriva sino a toccare la questione nebulosa della generazione spontanea colla dottrina della indifferenza dei generi. Non fa eccezione per l'uomo e neinmeno per l'anima cogitativa, dicendola una specie non diversa dall'individuo, un' accidentalità della natura, per cui non ci è bisogno della creazione de noco. Nega l'infondersi dell'anima nel corpo umano secondo S. Tommaso, reputando sufficiente la generazione per l'appetito naturale inerente all'uomo. Questo è il lato più vero dell'arerroismo professato dal Vernia. E se ritiene gli universali separati dai singolari in quanto sono in se, non è meraviglia che sia costretto ad ammettere anche l'intelletto agente che completa nell'uomo la cognizione. Il Vernia mi pare proprio sospeso tra il cielo e la terra, tra la scolastica antica a cui non può dare un totale addio, e la nuova dottrina della realtá della natura di cui ne ha qualche presagio. E certo peró, che se altro scritto mancasse a conoscere qualche valore negli studi naturali, questa quinta dissertazione è la più valida prova del suo talento negli studi filosofici. Con questa dissertazione quinta preceduta dall'altra, se il cielo èanimato, inedita, il Vernia chiude il suo averroismo il più deciso. E si noti che è una dissertazione in cui fu minacciato della scomunica; cioé prima della sua ritrattazione, e  prima del saggio de intellecte di Nifo, che ne è il preludio. Discepolo e maestro, cioe Nifo prima e V. scrivono due saggi contro* l'unità dell'intelletto di Averroe.  Il trattato de intellectu di Nifo è molto più lungo: maci sostara e quine di io iu pablicato nel 1503, cosi quello di V. vidde la luce nel 1499. Naude ha detto che il de intellecte di Nifo fu prima di quello de unitrle di V. É vero, perché nella dedica del libro a Baduario, patrizio veneto, dice che gli avevabe procurato di stamparla, se non ci fossero stati gli invidiosi che lo accusavano di eresia. Da ció si è argomentato che Nifo ha giá fatto il trattato; e che avendo diteso V., si attirò sopra di lui accuse di eresia; epperò fu costretto a pubblicarlo nell'anno dopo, avendolo prima del tutto emendato.  E questo ha potuto essere sino a quando V. è ancora averroista. Ma mutatosi d'opinione il maestro, si muto anche lo scolaro. Kimane la difficoltà rispetto al Vernia, che è maggiore di quella di Nifo, come dopo più di due mesi soltanto cambio opinione, cive da averroista addivenne antiaveroista col trattato de unitute intellectus contro Averroe. Di cosi subitanea mutazione la causa dovette essere la scomunica di Barozzi fattasi sentire un po' più efficacemente.  Che il Nifo ricerette dal Vernia l'indirizzo fondamentale dalla sua ritrattazione, risulta non solo dall'andamento del libro de intellecte nel tutto insieme, ma anche da un'altra circostanza che c' induce a credere cosi. Nifo confessa nella dedica del commento de anima al Giulio cardinale dei Medici, che tutte le cose raccolte sul de anima da lui fin da quasi fanciullo gli furono rubate e stampate a sua insaputa e col suo nome, acciocché la cosa fosse più verosimile (). Si capisce che queste cose raccolte furono sotto scuola del Vernia. E se il de intellectu a confessione del Nifo si intende per il commento de anima, e deve succedere a questo, ed è giudicato il primo parto suo giovanile, è ragionevole supporre che l'un e l'altro libro sieno stati inspirati dal suo maestro nei punti principali della ritrattazione.  Percorriamo ora brevemente la sesta dissertazione, per vederne il contenuto. Dice che Anassagora, Esiodo, Senofane, Melisso di VELIA e VELIA convengono nel porre che sia lo stesso Dio e l'anima intellettiva: unico Dio, unico intelletto. Di qui nacque l'errore di Averroe e di altri peripatetici che dicono uno essere l'intelletto in tutti.  Democrito e Leucippo non facendo differenza tra senso ed intelletto, ammisero l'anima fatta di atomi. Empedocle volle l'anima composta degli stessi principii delle cose, perché conosce queste cose. Costoro dunque ammettono l'anima generabile. Riferisce l'opinione di Pitagora che pose l'anima immortale per la metempsicosi, e di Platone che disse l'anima da Dio creata, infusa nei corpi. Ma Origene secondo AQUINO (si veda) volle l'anima creata de noronon eterna, rinchiusa nel corpo pel peccato originale. Avicenna che ammise l'immortalità, disse le specie non causate dai fantasmi per l'agente intelletto, ma clie questi dispongano l'anima a ricevere le specie. Dopo ciò, magna discordia inter peripateticos, perché in Aristotele non si trova sciolta né la prima ne la seconda questione, cioe an anima intellection sit forina substantiulis humani corporis, utrunce sit in eo felicitabilis. Alessandro ammise l'anima intellettiva essere eterna, e pose l'intelletto agente e possibile come eterni. Averroe non avendo conosciuto il horo dell'anima di Aristotele, disse l'intelletto possibile corruttibile, ed intese per intelletto possibile l'anima cogitativa. Ma se è immortale l'agente, tale è anche il possibile. La sua attitudine a tutto ricevere è in consonanza colla libertà. Qui ci è una esposizione delle ragioni per cui Averroe ammise l'unita dell'intelletto; perché è impossibile l'infinita moltitudine d'intelletti, perché non non vi è moltitudine nella stessa specie se non per la materia, perché è impossibile la creazione. E subito dopo una imprecazione ad Arerroe.  Conchiude coi peripatetici più famosi che tra Platone ed Aristotele non ci è discordia, se non nelle parole, e che l' anima sia sostanziale dans esse forinaliter corpori hurano, moltiplicata in singulis hominibus, ab acteïno creata a deo et corporibus infusa. E ciò secundum sacrosanctam Rom. Ecclesiam et veritatem. Ma ci è qualche cosa di più: sostiene che queste cose non solo bisogna credere ex fide, sei philosoplice, non dicendo nulla di contrario ai principii di Aristotele. Arriva ad ascrivere ad Aristotele anche la creazione: locché é la cosa più strana per il Vernia, che a questo profosito si era cosi decisanente espresso cessario cambiarne altre con quella connesse. Ritiene perciò che all'anima non conviene mutazione per l'acquisto della scienza. Per l'unione ai fantasmi è l'universale co  nosciuto. Ma il singolare non può essere conosciuto prima dall'intelletto, ma solo dal senso in cui vi è mutazione.  Nega quindi al Gianduno che l'intelletto per conoscere l'universale abbia prima bisogno della conoscenza del particolare; altrimenti vi sarebbe mutazione nella scienza, e quindi alterazione nell'intelletto. Cosi spiega che l'intendere è per reminiscenza. Similmente circa la indivisibilità dell'anima, il cui opposto ammise Averroe, Osserva che se l'anima non fosse tale, l'uomo non sarebbe lo stesso da mane a sera. Un altro inciampo era, come l'anima intellettiva dá l'essere al corpo umano. Crede una stoltezza l'affermare col Gianduno che non può avvenire se non jer miracolo, che una forma inestesa dia l'estensione.  Qui intanto anche lui si rifugia alla fede, ut fideles ponunt. Finalmente ne dimostra la immortalità: ciò che é indebilitabile per la esistenza dell'oggetto, è immortale.  L'intelletto è tale: è eterno, come gli universali, non è organico, jerché la sua operazione non è corporea. Un argomento spesso riprodotto dal Pomponazzi, è questo : non si va da un estremo all'altro senza un mezzo. Tri la forma astratta e la nateriale ci è la media che dá l'essere alla materiale: e jer questo conviene colla be-stia, ed è incorrutibile come la celeste natura. In mezzo a tante difficoltà che tratta, egli è però convinto che lasoluzione si trova nella fede: e e Platone si accostò alla verità, non la vidde completamente. Sei soluin ficiles inspirationis lemine fidei illuminati ceritatem attingere complete, et soli complete salisfuciunt omnies poesi-  tis in his difficultatibies. Da questa dissertazione si vede che V. mostra di aver perduto ogni vigoria speculativa, ed ogni connes sione stretta di pensare. Ed essa si può piuttosto accettare come una confessione di fede, anzi che come una vera tesi scientifica. Il rifugio nella scienza è AQUINO (si veda), od un Platonismo cristiano. Tale era l'intonazione che da Bessarione venendo in Italia: e questa si seguito piuttosto a Firenze, che a Padova. E nissnn dubbio che questo indirizzo lo segue il Vernia. E credo che gli faceva coin-modo per levarsi dagli impicci che gli dava il Baroz-zi, e perché desiderava il canonicato di Aquileia, al quale avrebbe trovato ajerta la via con tale pubblica con-tessione. Ma, siccome è troppo difficile abbandonare quelle idee che sono state il nutrimento di un giovane intelletto; cosi anche qui si vede in mezzo alle imprecazioni ad Averroe ed alle eccessive dottrine di fede, una tendenza a mitigare l'averroismo, cioè a con-temperarlo colle dottrine della chiesa. Ed il Barorzi gli dice nella lettera di risposta che lui la fatto bene di fare questo opuscolo, sia che senta cosi, sia che no, perché la sua autorità è grandissima. E lo paragona a S. Paolo con-  vertito; ma pure il sospetto sulla sua fede non cessó to-talmente. Epperò egli replica la sua confessione dopo pochi mesi dalla pubblicazione del suo opuscolo nel suo testamento.  Il Nifo nella età giovane imito in tutto il suo mae.tro nella tarda etá colla sua barcollante fede nell' arerroi-smo. Cosa che il Pomponazzi gli osservò bene nel de-fensorium. Che autorità ha quest'uomo (ei dice) che mentre ora segue l'unita dell'intelletto che noi diciano essere di Averroe, prima l'ha condannata! Allude appunto al trat-se il sistema secondo il Bessarione, di non avere nissun criterio proprio. E nella prefazione al de Anima egli professa col Bessarione che né Platone ne Aristotele arrivarono perfettamente alla fede ortodossa; ma in loro si osserva una parvenza della nostra religione, che poi il creatore per mezzo della dottrina del suo figlio rivelò più manife-stamente. Le sentenze perció di Platone e di Aristotele si debbono accomodare a quella di Cristo. Tale fu il Ver-nia nell'eta decrepita, e tale il Nifo nella gioventi.  Il sistema era molto commodo non solo a non avere disturbi quali ebbe il Vernia, ma anche ad aprirsi una via sicura agli onori che la chiesa impartiva. Era il tempo della simonia allora: una fede anche larvata ci voleva semj re, come scala alle lucrose onorificenze.  Noi non ci meraviglieremo delia confessione del Ver-nia, o meglio della sua ritrattazione, perclé ancle il povero Pomponari fu obbligato a confessare che gli argomenti del Padre Crisostomo, dell'ordine dei predicatori, contro il suo trattato de immortalitale erano fuori ogni dubbio. E si obbliga che il suo libro non puù esser venduto senza quella aggiunzione! Solo ci possiamo meravigliare del suo discejolo che seppe imitare a proprio vantaggio ció che fu un tratto di deboleza senile del suo maestro, senza aver mai dato in tutte le sue 44 opere un lampo di ingegno un po' libero e meno servile alla chiesa. Nicoletto Vernia. Vernia. Keywords: i parepatetici, i parepatetici padovani – i parepatetici di padova, il lizio, unita, Aquino, method in philosophical psychology “living thing” -- Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vernia: viva Aristotele!” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vernia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vero: la ragione conversazionale a Roma – l’implicatura conversazionale del fratello d’Antonino – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: il principe filosofo di Siracusa. Cuoco. Platone in Italia. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.  Roma, Lazio. Like Antonino, he is adopted by Antonino Pio. They share many tutors, including Erode Attico, Frontone, Apollonio, and Sesto. They both succeed the throne when their adoptive father dies. When he dies, his brother deifies him for the Roman people.   Quando Marco Aurelio, gia’ Cesare di Antonino Pio, divenne Augusto alla morte del padre adottivo, si verifico’ un fatto straordinario : l’ Impero Romano ebbe per la prima volta nella sua storia due Imperatori legittimi ; ma come si giunse a questa anomala circostanza ?  L' Imperatore Adriano aveva stabilito che alla sua morte l’ Impero passasse all’ adottato Cesare, Lucio Ceionio Commodo, meglio conosciuto come Lucio Elio Vero, non tutti i consiglieri di Adriano approvarono questa scelta, ma cosi’ fu ; Lucio Elio dopo una breve permanenza lungo la frontiera del Danubio, tipiche di questo periodo sono le monete emesse con al rovescio Pannonia, tornò a Roma per pronunciarvi il primo giorno del 138, un discorso innanzi al Senato riunito . La notte prima del discorso però si ammalò e morì di emorragia nel corso della giornata . Il 24 gennaio del 138 Adriano scelse allora come successore Aurelio Antonino, che assunse poi l’ appellativo di Pio, obbligandolo a sua volta di adottare il futuro Imperatore Marco Aurelio e Lucio Vero il figlio di Elio Cesare .  Marco Aurelio, nato come Marco Annio Catilio Severo, divenne Marco Annio Vero, che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con sua cugina Faustina, figlia di Antonino, assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell' Augusto, durante l'impero di Antonino Pio .  Marco Aurelio Antonino fu dunque, su espressa indicazione di Adriano, adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò erede all' Impero . Alla morte di Antonino Pio il Senato voleva confermare solo Marco ma si rifiutò di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori, alla fine il Senato fu costretto ad accettare e insignì anche Lucio Vero del titolo di Augustus . Marco divenne nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto mentre Lucio divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero Augusto . Per la prima volta Roma veniva governata da due imperatori contemporaneamente .  Marco conservò una preminenza, dovuta al fatto che era stato Cesare dell’ ultimo Imperatore Antonino Pio, fatto che Vero non contestò mai sebbene la sua elezione ad Augusto fosse stata voluta da Adriano per onorare la memoria di Lucio Elio adottandone il figlio e al tempo stesso lasciare l' Impero anche a  Marco Aurelio di cui aveva capito le grandi qualità . A dispetto della loro uguaglianza nominale, Marco ebbe maggior autorita' di Lucio Vero e fu Console una volta di più avendo condiviso la carica già con Antonino Pio ; fu anche il solo tra i due a divenire Pontifice Massimo . In pratica l' Imperatore più anziano, Marco Aurelio aveva circa 10 anni piu' di Lucio Vero, deteneva un comando superiore al fratello più giovane .  Marco Aurelio durante l’ Impero tenuto in fratellanza con Lucio Vero ebbe diversi figli da Faustina minore ma uno solo sopravvisse, il futuro Imperatore Commodo . Apparentemente sembra che i due Imperatori regnassero in armonia con l’ unica informazione certa che Marco Aurelio non approvasse lo stile di vita del fratello adottivo in quanto da lui ritenuta troppo libertina per un Imperatore, come dimostro’ Lucio nella campagna partica nella quale affido’ in loco gran parte della guerra ai suoi generali mentre lui si divertiva in Antiochia ; Lucio ebbe anche qualche remora nel seguire Marco nella campagna in Germania essendo da poco tornato dall’ Oriente .  A questo punto della storia sorge la domanda del titolo, la morte di Lucio Vero ad Altino vicino Venezia a causa di un colpo apoplettico, fu casualita’ naturale o dovuta ad altra causa ? La domanda nasce spontanea per due motivi principali, il primo, forse meno importante, si riferisce al fatto che Cassio Dione nel narrare dei fatti di questa epoca, tace completamente sulla morte di Lucio Vero e questo fatto e’ alquanto strano aver taciuto sulla morte di un Imperatore conoscendo la serieta’, scrupolisita’ e precisione dello storico greco, una dimenticanza ? Forse, ma rimane comunque un fatto strano .  Secondo motivo, piu’ importante, e’ che Marco Aurelio aveva quasi 10 anni in piu’ di Lucio vero e sapendo sempre tramite Cassio Dione che Marco Aurelio era di costituzione fisica non perfetta anzi cagionevole, in teoria sarebbe forse morto con molta probabilita’ prima di Lucio Vero e a quell’ epoca avere 10 anni in piu’ rispetto ad altra persona era quasi una naturale condanna a morire prima . Cio’ avrebbe comportato il fatto che Lucio Vero sarebbe rimasto un giorno unico Imperatore legittimo in carica, alla barba di Commodo figlio di Marco, oppure se questi avesse rivendicato l’ Impero anche per se, si sarebbe verificato il rischio di una guerra civile, come in seguito avvenne tra Marco e Avidio Cassio . Insomma i motivi per eliminare Lucio Vero erano seri, a Marco non piaceva il suo stile di vita e si sentiva anche legato nelle scelte di politica imperiale, inoltre lo strano assoluto silenzio di Cassio Dione sulla morte di Lucio lascia quanto meno perplessi essendo stato questi un Imperatore .  Occorre anche aggiungere che Giulio Capitolino nel narrare la Vita di Marco Aurelio riporta un passo secondo cui Marco Aurelio, nonostante le sue grandi qualita’ morali da tutti riconosciutegli, “sapesse anche abilmente fingere o almeno di essere meno leale di quanto sembrava”  Al termine di questo discorso si puo’ affermare che non esiste nulla di concreto, si ipotizza soltanto, ma le basi per avere dei blandi sospetti esistono ; naturalmente se di omicidio si tratto’, non e’ detto che sia avvenuto per volonta' di Marco Aurelio, contrasterebbe troppo con la sua natura umana, potrebbe essere stato deciso da altra persona della cerchia imperiale, i pettegolezzi circa la sua morte, inseriti nella Vita di Lucio Vero, in questo senso non mancano .  In foto un cammeo antico in sardonice con Marco e Lucio, due busti al Museo di Londra, una moneta celebrante la Concordia degli Augusti e una di Lucio Elio con la Pannonia.  Marcus Aurelius: Plato's Philosopher King Article Joshua J. Mark by Joshua J. Mark published on 09 May 2018 Available in other languages: French, Spanish  Subscribe to topic Subscribe to author Print Article PDF Plato's concept of the Philosopher-King (one who governs according to philosophical precepts and higher truths) is thought to be best exemplified through the Roman emperor Marcus Aurelius Antoninus (r. 161-180 CE), the last of the Five Good Emperors of Rome and a devout student of Stoicism, whose principles informed both his life and reign.  Scholar Michael Grant describes Aurelius as “the noblest of all the men who, by sheer intelligence and force of character, have prized and achieved goodness for its own sake and not for any reward” (Grant, 139). This is the common view of Aurelius, whose reign was characterized by a devotion to his people and a stoic discipline expressed clearly in his work Meditations, a private journal he kept which, once published, has become his greatest legacy.   Aurelius was highly respected in his lifetime and is referred to as “the philosopher” by later ancient sources such as Cassius Dio (l. c. 155-235 CE) and the authors of the Historia Augusta (4th century CE), a history of Roman emperors. It is clear from both these sources that Aurelius' Meditations was known to them but the authors focus, not only on the written work – which Aurelius never intended for publication – but on how he lived his philosophy throughout his reign.  Roman Emperor Marcus Aurelius Roman Emperor Marcus Aurelius Bibi Saint-Pol (Public Domain) The Meditations is Aurelius' journal, written between c. 170-180 CE when he was on military campaigns in Germania, and expresses his philosophical, particularly Stoic, view of life. The work is a private reflection on how to live the best life possible – it is not a polished philosophical tract – and repeats a number of themes throughout its twelve books as Aurelius grapples with the same serious questions at different times. Scholar Gregory Hays elaborates:   The questions that the Meditations tries to answer are primarily metaphysical and ethical ones: Why are we here? How should we live our lives? How can we ensure that we do what is right? How can we protect ourselves against the stresses and pressures of daily life? How should we deal with pain and misfortune? How can we live with the knowledge that someday we will no longer exist? (xxiv-xxv)  His Meditations has inspired countless people through the centuries but, in the present day, he is probably best known for his depiction in popular Hollywood films such as Gladiator (2000). While his depiction in Gladiator is somewhat fictionalized, especially concerning his cause of death and his `vision' for Rome, that he should be played so sympathetically in the movie is a testament to his legacy.  Whatever artistic license the film may have taken with the facts of Aurelius' life, the spirit of the man comes through as a close proximation to Plato's concept of the Philosopher King articulated in Book V of the Republic. Plato writes:   Unless either philosophers become kings in their countries, or those who are now called kings and rulers come to be sufficiently inspired with a genuine desire for wisdom; unless, that is to say, political power and philosophy meet together…there can be no rest from troubles. (Republic V.473d)  Aurelius himself would never have thought to compare himself favorably with Plato's vision nor with the ideal of a Roman Emperor as embodied by his noble predecessor Antoninus Pius (r. 138-161 CE) who adopted him as successor. He saw himself as a student of philosophy, not as a “philosopher”, and as a man struggling to fulfill his obligations to the people who had faith in him, not as an “emperor”. It is precisely his humble view of himself which makes him the ideal candidate as the Philosopher King. Plato's concept stipulates that is precisely the man who loves wisdom more than power who is best suited to rule.   Antoninus Pius adopted and groomed Aurelius as a Roman emperor but it is clear that the young man would have preferred the life of the philosopher. In his Meditations he returns constantly to the theme of the importance of living a true, honest life in the attempt to find inner peace rather than pay attention to the trappings of power and the kind of responsibilities inherent in ruling an empire.  The Meditations are the diary or journal of Marcus Aurelius, written largely during his campaigns in the Danube region in twelve books. Youth & Introduction to Philosophy Aurelius was born in Spain in 121 CE to an aristocratic Roman family which was politically connected. He was named after his father, Marcus Annius Verus, who had been named for his father and his father's father who were senators. His mother, Domitia Lucilla (l. c. 155-161 CE) was also a wealthy patrician and well-connected politically. At the age of three, following the death of his father in c. 124 CE, Aurelius was brought up primarily by his grandfathers and nurses.   When he was eleven years old he was introduced to philosophical thought by one of his teachers, Diognetus, and internalized the discipline which would guide him throughout the rest of his life. In his Meditations, Aurelius thanks Diognetus for the lessons he learned and lists them:  Not to waste time on nonsense. Not to be taken in by conjurors and hoodoo artists with their talk about incantations and exorcism and all the rest of it. Not to be obsessed with quail-fighting or other crazes like that. To hear unwelcome truths. To practice philosophy…to write dialogues as a student. To choose the Greek lifestyle – the camp-bed and the cloak. (I.6)  Aurelius' reference to the “camp-bed and the cloak” suggests the Cynic school of philosophy as the first to have a major impact on him. The Cynic School was founded by Antisthenes of Athens (l. c. 445-365 BCE), a student of Socrates (l. c. 469/470-399 BCE) and its teachings were later exemplified in the lives of Diogenes of Sinope (l. c. 404-323 BCE) and Crates of Thebes (l. c. 360-280 BCE). The Cynic philosophers, as well as Plato, would influence Zeno of Citium (l. c. 336-265 BCE) who founded the Stoic School of philosophy which would come to have a profound impact on Aurelius' life and thought later on.  Antisthenes Bust, Vatican Museums Antisthenes Bust, Vatican Museums Mark Cartwright (CC BY-NC-SA) The Cynic School was characterized by the discipline of self-denial which rejected luxuries, social status, and wealth along with unnecessary material objects. By freeing one's self on all non-essentials – including social conventions of polite manners and “proper” behavior – one would be free to pursue simply being one's self.   Aurelius seems to have found this kind of life appealing and pursued it by choosing the “Greek Style”, as he calls it, and sleeping on the ground or the floor of his room instead of his bed and adopting the simple woolen cloak of the philosopher. If he fully embraced Cynicism he would have also renounced any luxurious possessions, contented himself with the simplest food, and rejected basic hygiene as an expression of vanity. His immersion in this lifestyle, however, was curtailed by his mother fairly quickly who felt he should pursue goals more in keeping with the family name and their status in society.  His mother and grandfathers hired tutors to train the boy and no expense was spared. Historian Will Durant remarks, “never was a boy so persistently educated” and continues, “four grammarians, four rhetors, one jurist, and eight philosophers divided his soul among them…he was attached in boyhood to the service of temples and priests” (425). His early education also included the services of the highly-respected orators and rhetoricians Herodes Atticus (l. c. 101-177 CE) and Marcus Cornelius Fronto (d. late 160's CE) who would both exert significant influence over the boy. Aurelius and Fronto, in fact, would become life-long friends.  Adoption & Stoicism In 138 CE, Antoninus adopted Aurelius and his future co-emperor Lucius Verus (r. 161-169 CE) as successors as stipulated by his predecessor Hadrian (r. 117-138 CE). Aurelius at this time took the name Marcus Aurelius Antoninus and was betrothed to Antoninus' daughter Faustina. Antoninus then began a careful grooming of the young man as future emperor and this included not only responsibilities at court but further education by tutors.   Book Recommendation THE CLIMAX OF ROME by Grant, Michael published by Weidenfeld (1993)  $13.99 Aurelius dutifully complied with his adopted father's wishes but found his new life unsatisfying. In his letters to Fronto (still extant) he complains about his boring lessons in law, his secretarial duties, and his life at court. He also expresses these feelings in one of his more famous lines from Meditations:  The things you think about determine the quality of your mind. Your soul takes on the color of your thoughts. Color it with a run of thoughts like these: Anywhere you can lead your life, you can lead a good one. Lives are led at court – so then good ones can be. (V.16)  Fronto had tried to dissuade his pupil from philosophical pursuits, feeling they were a waste of time, and directed him to what he saw as more practical disciplines. Aurelius had always been predisposed to philosophy, however, and his preoccupation with introspective thought on the meaning of any given action, and life in general, would continue throughout his life.  Fronto was disappointed, then, when he learned that, included in his former-pupil's education at court, he would be tutored in philosophy; but this news must have been a great relief to Aurelius himself. Antoninus hired two philosophers who would greatly impress Aurelius and whose teachings would inform the rest of the young man's life: Apollonius of Chalcedon (dates unknown) and Quintus Junius Rusticus (l. c. 100-170 CE), one of the greatest Stoic philosophers of his day.  Epictetus Epictetus MB (Public Domain) These tutors instructed him in Stoicism, the philosophical school first articulated by Zeno of Citium but fully expressed in the writings of Epictetus (l. c. 50-130 CE) in his Discourses and Enchiridion. Stoicism held that there was an eternal binding force to the universe called the logos from which all things came. The logos infused everything, bound it together, and allowed it to dissipate all in its own good time according to nature.  There was nothing in life, therefore, which could be called “bad” because all observable and unobservable events flowed naturally from the logos and judgments on whether an experience was “bad” or “good” were simply transient sense perceptions of the individual. A person could lead a peaceful, harmonious, life if that person focused on the nature of the logos and controlled one's sense-impressions. Epictetus writes:  It is not circumstances themselves that trouble people, but their judgments about those circumstances. For example, death is nothing terrible, for if it were, it would have appeared so to Socrates; but having the opinion the death is terrible, this is what is terrible. Therefore, whenever we are hindered or troubled or distressed, let us never blame others, but ourselves, that is, our own judgments. (Enchiridion I. 5)  In his Meditations, Aurelius thanks Apollonius and Rusticus for their instruction and notes that Rusticus introduced him to the work of Epictetus, lending him his own copy (Meditations, I.7). The Stoic view became Aurelius' view from this point on and he expresses this in another of the best-known passages from Meditations:  If it is good to you, O Universe, it is good to me. Your harmony is mine. Whatever time you choose is the right time. Not late, not early. What the turn of your seasons brings me falls like ripe fruit. All things are born from you, exist in you, return to you. (IV.23)  In 161 CE, Antoninus died and Aurelius became emperor. The senate preferred to ignore Hadrian's wish that Verus should co-rule with him as they thought him unfit for office. Aurelius, however, reminded them that Antoninus had promised his predecessor to adopt both himself and Verus as successors and refused to take on the mantle of power unless Verus was named co-emperor; the senate had no choice but to comply.  Remove Ads The Philosopher King Verus was younger than Aurelius and far more interested in pursuing pleasure than the duties of an emperor. He threw lavish and expensive parties and gave luxuriant gifts to his guests. Aurelius, on the other hand, continued to live as he always had: simply and without pretension. He took his responsibilities seriously, even if he did not always care for them, and devoted all his energies to making sure his decisions were just. Cassius Dio writes:  The emperor, as often as he had leisure from war, would hold court; he used to allow abundant time to the speakers and entered into the preliminary inquiries and examinations at great length, so as to ensure strict justice by every possible means. In consequence, he would often be trying the same case for as much as eleven or twelve days, even though he sometimes held court at night. For he was industrious and applied himself diligently to all the duties of his office; and he neither said, wrote, nor did anything as if it were a minor matter but sometimes he would consume whole days over the minutest point, not thinking it right that the emperor should do anything hurriedly. For he believed that if he should slight even the smallest detail, this would bring reproach upon all his other actions. (Roman History, Book LXXII.6)  Shortly after coming to power, the province of Syria revolted and the Kingdom of Parthia invaded Armenia, which was under Rome's protection. When Cassius Dio notes how Aurelius performed his duties when “he had leisure from war” he is referencing very little time indeed; but Aurelius was pressed by other matters as well, both public and private.  Marcus Aurelius Equestrian Statue Marcus Aurelius Equestrian Statue Mark Cartwright (CC BY-NC-SA) Throughout the nineteen years of his reign, Aurelius would be constantly harassed by bloody military campaigns, natural disasters, and domestic sorrows. Of the five sons Faustina bore him, only one, Commodus (r. 177-192 CE) survived to adulthood. Aurelius had only been emperor about a year when the River Tiber flooded in 162 CE, destroying crops and livestock, resulting in widespread famine.  When Verus returned to Rome from his military campaigns against Parthia and the Syrian rebels, his troops brought the plague back with them. Verus, in fact, would die of the plague in 169 CE, leaving Aurelius to rule alone. At about this same time (c. 162-166 CE) there was a surge in Christian persecutions which have been blamed on Aurelius. Modern scholarship, however, claims that Aurelius never ordered any such edict and, in fact, tried to protect Christians from unjust practices such as higher taxation and confiscation of goods. Melito of Sardis (d. 180 CE), who addressed his Apology for Christianity to Aurelius, clearly refers to him as a protector, not a persecutor, in asking for his intervention.  The tribes of the Marcomanni and Quadi began invading the frontiers in c. 166 CE and Aurelius spent untold hours and resources trying to secure and maintain the boundaries as well as expand Rome's territory into the Danube region as a buffer. Although Plato promises an “end to troubles” once a philosopher becomes king, Aurelius had no end of troubles throughout his reign. Even so, as history and his own writings attest, Aurelius did his best to remain steady in the face of challenges, exhibiting what Hemingway would later call “grace under pressure” – the ability to remain steady and true to one's self no matter the circumstance.  Conclusion The choices Aurelius made during his reign give evidence of a kind, compassionate, disciplined soul who placed a high value on loyalty to one's true self as well as to others. His insistence on honoring promises and upholding tradition, however, sometimes led him into error as seen when he refused to rule unless Hadrian's wishes were honored and Verus ruled with him. Verus proved a vastly inferior emperor to Aurelius in every respect.  Remove Ads His choice of Commodus as his co-ruler and successor in 177 CE, however, was his greatest mistake in that his son never shared his high ideals nor displayed his intelligence. That Commodus would essentially un-do all the good that Aurelius had done, handing over the rule of Rome to incompetents and amusing himself constantly in his seraglio (which allegedly was comprised of 300 girls and 300 boys) shows exactly how poor Aurelius' judgment could be. Aurelius seems to have sensed that his son would never measure up to the potential he saw in him and, when he died in 180 CE, Commodus would prove himself the worst choice possible as successor.  Yet it is this very `human-ness', this kindness and hope for others to share his same vision to become the best version of themselves which makes Aurelius so admirable and the Meditations so enduring. The work stands as a testament to the nobility of its author and endures because of the immense practicality and sense of the vision for life it expresses. There is no room for self-pity or self-excuse in the pages of Meditations; only the constant exhortation to do one's best under any circumstance and to use one's time wisely, for life is short. He writes:  You must one day realize at last of what cosmos you are a part and from what Governor of the cosmos your existence comes, and that a limit of time has been set aside for you, and if you do not use it to clear away the clouds from your mind it will be gone, and you will be gone, and it will never return again. (Book II.4)  Aurelius understood that, if one wants to change the world, one cannot live the way the rest of the world does. Even at the height of his power, he never betrayed his philosophical vision or his belief in a fundamental meaning to human life. He expresses this ideal in Meditations Book VIII.59: “People exist for the sake of one another; teach them, then, or bear with them.”  In this passage, as in many others, Aurelius pre-figures the much later ideals of the 20th century Existentialists who also held that the purpose of one's life is to be the very best human being one can be regardless of the circumstances or the actions of other people. At the same time, of course, he embodies the earlier concept of Plato's Philosopher King: the man who rules, not for himself, but for the greater good of his people.  Did you like this article?   Subscribe to topic Bibliography Related Content Books Cite This Work License  Editorial Review This human-authored article has been reviewed by our editorial team before publication to ensure accuracy, reliability and adherence to academic standards in accordance with our editorial policy.  Bibliography Adkins, L. & Adkins, R. A. Handbook to Life in Ancient Rome. Oxford University Press, 1998. Baird, F. E. Philosophic Classics, Volume I: Ancient Philosophy. Routledge, 2010. Dio Cassius. Cassius Dio's History. Harvard University Press, 1924. Durant, W. Caesar and Christ. Simon & Schuster, 1972. Grant, M. The Climax of Rome. Weidenfeld, 1993. Harvey, B. K. Daily Life in Ancient Rome. Focus, 2016. Hays, G., translator. Meditations of Marcus Aurelius. Modern Library, 2004. Lewis, J. E. The Mammoth Book of Eyewitness Ancient Rome. Running Press, 2003. Long, G., translator; Edman, I., Introduction. Meditations of Marcus Aurelius. Walter J. Black, Inc., 1945. Mellor, R. The Historians of Ancient Rome. Routledge, 2012. Plato. Plato's Republic. Harvard University Press, 2013. Plato. The Collected Dialogues of Plato. Princeton University Press, 2005. Staniforth, M. Marcus Aurelius Meditations. Penguin Classics, 1964. The Meditations of Marcus Aurelius translated by George Long, accessed 23 Mar 2018. World History Encyclopedia is an Amazon Associate and earns a commission on qualifying book purchases.Lucio Vero. Vero. Keywords: il principe filosofo. Luigi Speranza, “Grice e Vero”. Vero.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Veronelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sadismo italiano – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Abstract. Keywords: philos Aritotle logically developing series, Joachim, Grice, recusive unification. Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Essential Italian philosopher. Figura centrale nella valorizzazione e diffusione del patrimonio eno-gastronomico. Antesignano di espressioni e punti di vista che poi sono entrati nell'uso comune e protagonista di caparbie battaglie per la preservazione delle diversità nel campo della produzione agricola e alimentare, attraverso la creazione delle denominazioni comunali, le battaglie a fianco delle amministrazioni locali, l'appoggio ai produttori al dettaglio. V. assieme ad alcuni sommelier F.I.S.A.R. Originario del quartiere Isola di Milano, dopo il r. ginnasio Parini, compie studi di filosofia a Milano, diventando assistente di BARIE (vedi). Si professa per tutta la vita di fede anarchica, rifacendosi anche alle ultime lezioni tenute da CROCE a Milano. Inizia l'esperienza di editore, pubblicando tre riviste: “I problemi del socialismo,” “Il pensiero”, e “Il gastronomo.” Pubblica “La questione sociale di Proudhon” e “Historiettes, contes et fabliaux di De Sade”. Per quest'ultima viene condannato, insieme a MANFREDI (autore dei disegni, poi assolto), a tre mesi di reclusione per il reato di pornografia. L’opera di De Sade e poi messa al rogo nel cortile della procura di Varese. Subisce anche una condanna di VI mesi di detenzione per aver istigato i contadini piemontesi alla rivolta, con l'occupazione della stazione di Asti e dell'auto-strada, per protestare contro l'indifferenza della politica per i problemi dei contadini e dei piccoli produttori. Diventa collaboratore de Il Giorno.  L'attività giornalistica lo impegna, e i suoi articoli, di stile aulico e provocatorio, ricchi di neologismi e arcaismi, faranno scuola nel giornalismo eno-gastronomico e no. Tra le testate cui collabora vanno ricordate, oltre a Il Giorno: Corriere della Sera, Class, Il Sommelier, V. EV, Carta, Panorama, Epoca, Amica, Capital, Week End, L'Espresso, Sorrisi e Canzoni TV, A Rivista Anarchica, Travel e Wine Spectator, Decanter, Gran Riserva ed Enciclopedia del Vino, The European. L'apparizione televisiva ne aumenta notevolmente la fama, in particolare A tavola alle 7, in cui conduce il programma prima a fianco di Scala e di Orsini, poi di Ave Ninchi, e il Viaggio Sentimentale nell'Italia dei Vini, dove realizza l'aggiornamento, provocatorio e di denuncia, della viti-coltura italiana, con inchieste, interviste, proposte che hanno scosso quel mondo.  La sua attività di ricerca e di approfondimento nel campo eno-gastronomico lo porta alla pubblicazione di alcune opere fondamentali, anche di carattere divulgativo. Da segnalare: “I Vignaioli Storici”, “Cataloghi dei Vini d'Italia”, dei “Vini del Mondo”, “Degli Spumanti e degli Champagne, delle Acquaviti e degli Oli extra-vergine”, “Alla ricerca dei cibi perduti”, “Il vino giusto”, e la collana Guide V. all'Italia piacevole. Fondamentale anche la collaborazione con Carnacina, maître e gastronomo celeberrimo e Guazzoni maître e sommelier. Ne nascono, ad esempio, “La cucina italiana” e “Il Carnacina.”  Fonda la seconda V. Editore col puntuale obiettivo di approfondire la classificazione dell'immenso patrimonio gastronomico italiano e contribuire ad accrescere la conoscenza dell’attrattive turistiche del “paese più bello del mondo,” secondo Platone. La casa editrice cessa l'attività a fine. Collabora con Derive\Approdi scrivendo le prefazioni ad alcuni libri di carattere storico, politico e gastronomico. L'intenso rapporto epistolare sulle pagine di Carta con Echaurren costituisce un forte stimolo di riflessione sulle questioni legate alla terra e alla qualità della vita materiale per il movimento contro la globalizzazione. Isieme ad alcuni centri sociali, tra cui La Chimica di Verona e il Leoncavallo di Milano, al movimento Terra e libertà. Sempre di questi anni le battaglie per le denominazioni comunali, una salvaguardia dell'origine di un prodotto; per il prezzo-sorgente, cioè l'identificazione del prezzo di un prodotto alimentare all'origine, per rendere evidenti eccessivi ricarichi nei passaggi dal produttore al consumatore; per l'olio extra vergine d'oliva, contro le prepotenze e il monopolio delle multi-nazionali e le ingiustizie della legislazione per i piccoli olive-coltori. Di idee anarchiche, si è anche interessato di questioni filosofiche, pubblicando anche articoli su A/Rivista Anarchica e saggi. Le pubblicazioni hanno subito il segno dei suoi interessi libertari, libertini, eno-gastronomici: racconti, novelle e novelline di de Sade -- che gli procurerà una denuncia e la condanna al rogo dei libri, tra gli ultimi roghi di libri avvenuti in Italia --, le poesie di Pagliarani, la rivista Il gastronomo e quella di filosofia “Il pensiero”, poi interessante per qualche anno e l'editore della rivista Problemi del socialismo, diretta da BASSO. In seguito mise un po' in disparte le questioni filosofiche per concentrarsi su quelle più propriamente eno-gastronomiche e agricole. In A-Rivista Anarchica si definisce V. l'"anarchenologo" ritenendo che l'attività di V. vada inquadrata in un ambito libertario e contro l'attività delle multi-nazionali agricole.  Gli anarchici della Cellula V., con l'intento di mostrare l'aspetto più propriamente politico di V., hanno organizzato un incontro intitolato "V. politico", a cui hanno preso parte personalità del calibro di MURA, giornalista di La Repubblica, FERRARI della Federazione Anarchica Reggiana (promotrice dell'evento biennale, ideato nella sua prima edizione insieme allo stesso Veronelli, Le cucine del popolo) e TIBALDI. Dag’anarchici è sempre stato considerato un compagno. V. e un libertario, un uomo colto, senza dogmi, senza ipocrisie, in perenne lotta contro l’armate schiaviste delle multi-nazionali (Pagliaro, Umanità Nova, Milano gli attribuisce l'ambrogino d'oro.  Rassegna stampa. A-Rivista, Lettera i giovani estremi  Proudhon: La questione sociale – V. politico. L'ultimo dei vini artigianali sarà sempre migliore del primo dei vini industriali, perché avrà un'anima -- Il canto della Terra. Il nostro anarchenologo. Un incontro inatteso. Cellula V. Veronelli politico. Circolo Cucine del Popolo, l'addio, Bosana Salsa suprema. This article examines Aristotle’s use of the term philia. As a basis for the analysis, the author employs the communicative component of this notion. This allows us to consider friendship as a process, distinguishing it from everything else that cannot be identified as such. This “residue” is something that comes from nature (original), common to all living creatures, and is at the root of all types of positive communication. The goal of this article is to show that the content identified as such can be understood as a separate concept.  Keywords:  philiakoinoniahomiliafriendshipfriendlinessfriendabilitycommunicationpositive communication Notes 1. In his Index Aristotelicus, Hermann Bonitz also identifies only two meanings for this term in Aristotle’s ethical works: comitas, which corresponds to “friendliness” (a virtue), and amicitia, which corresponds to “friendship.” See the entry on “φιλία” in Index Aristotelicus, ed. H. Bontiz (Berlin, 1870).  2. All terminology and citations from the Ancient Greek are in conformity with the following publications: Aristotelis [Aristotle]. Ethica Nicomachea, ed. I. Bywater (Oxford: Clarendon Press, 1962) (henceforth EN, with indications for chapter, paragraph, and pagination); Aristotel’, Evdemovo etika, trans. T.V. Vasil’eva, T.A. Miller, and M.A. Solopova (Moscow: Kanon+, 2011) (henceforth EE, with indications for chapter, paragraph, and pagination); and Aristotle, Politics, trans. H. Rackham (London: William Heinemann Ltd, 1959) (henceforth Pol., with indications for chapter, paragraph, and pagination).  3. EN II.7, 1108a25–30.  4. In some English editions, φιλία is sometimes translated as excellence.—Ed.  5. All terminology and citations from the English are in conformity with Aristotle, The Complete Works of Aristotle, ed. Jonathan Barnes, vol. 2 (Princeton, NJ: Princeton University Press, 1995), and unless otherwise noted, Aristotle, Politics, trans. H. Rackham (London: William Heinemann Ltd., 1959).  6. EN VIII.3, 1156a5–10.  7. David Ross, Harris Rackham, and Roger Crisp equally adhere to these two terms when translating φιλία, as well as Franz Dirlmeier and Olof Gigon in German.  8. EN VII.2, 1155b15–20.  9. For example, Lorraine Smith Pangle replaces “friendship” for “love” when it sounds better: “Parents love children … this love of one’s own is so deep.” See L.S. Pangle, Aristotle and the Philosophy of Friendship (New York: Cambridge University Press, 2003), p. 87. However, we see the same mismatched approach in the translations.  10. R. Nickel, “Erläuterungen,” in Aristoteles, Die Nikomachische Ethik, ed. Rainer Nickel and trans. Olof Gigon (Berlin: De Gruyter, 2007), p. 512. See also the description of φιλία in N.V. Braginskaia, “Primechaniia,” in Aristotel’, Soch. v 4 t-kh, vol. 4 (Moscow: Mysl’, 1984), pp. 736–37; L. Brown, “Explanatory Notes” in Aristotle, The Nicomachean Ethics, trans. W.D. Ross (Oxford–New York: Oxford University Press, 2009), p. 252.  11. EN VIII.1 1155a15–20 in Aristotle, The Nicomachean Ethics, trans. H. Rackham, in Aristotle in 23 Volumes, vol. 19 (Cambridge: Harvard University Press; London: William Heinemann Ltd., 1934).  12. In the first Russian translation, Eduard Radlov followed the English and German in using the term “friendship”: see Aristotel’ [Aristotle]. Etika Aristotelia, trans. E. Radlov (St. Petersburg: Obshchestvennaia pol’za, 1908).  13. EN VIII.1, 1155a5.  14. The English term “friendability” is used (and immediately noted in the list of key words) as a possible rendering of the Russian term “druzhestvennost_’ ”since English translations have not yet adopted a word that could consolidate the substantive meaning that this article refers to. Most of all, the second part of this word seems felicitous, since it indicates a capacity or something that makes friendship possible.  15. Also including one point where Harris Rackham uses “affection.” EE VII.9, 1241b10–15.  17. EN I.2, 1094b5.  18. Pol. I.1, 1253a15–20.  19. Pol. I.1, 1252a25–30, 1253a30.  20. More precisely: positive communication.  21. EN II.7, 1108a25–30.  22. EN IV.6, 1126b10–25.  23. EN IV.6, 1126b10–30.  24. According to Maria Silvia Vaccarezza, friendliness (which she terms “amiability”) and “homonoia are two possible (even if not the only) expressions of the same disposition, namely politike philia.” See M.S. Vaccarezza, “Aristotle’s account of philia/amiability,” Philosophy Study, vol. 2, no. 3 (2012), p. 198.  25. EN IV.6, 1126b25–30.  26. EN IV.6, 1127a1–5.  27. See J. Annas, The Morality of Happiness (New York–Oxford: Oxford University Press, 1995), p. 249.  28. EN VIII.3, 1156a10.  29. EN . “All friendship for the sake of good or of pleasure” (EN VIII.3, 1156b20).  31. EN VIII.2, 1155b30–35.  32. EE VII.2, 1237a5.  33. EE VII.2, 1235b15–20.  34. EN VIII.2, 1155b25.  35. EE VII.2, 1236b20–25.  36. EE VII.2, 1236а15–25.  37. EN VIII.4, 1157а30. Marco Zingano shows that the definition “by similarity” preserves a hierarchy in kinds of friendship. See M. Zingano, “The Conceptual Unity of Friendship in the Eudemian and the Nicomachean Ethics,” Apeiron, 2015, no. 48(2), pp. 195–219. This is important because the defined semantic core is preserved.  38. See the description of the first and second kinds: EN VIII.3, 1156a5–1156b5.  39. EN VIII.4, 1157а15–20.  40. EE VII.2, 1236b5–10.  41. EE VII.10, 1242b30–1243a.  42. EN VIII.11, 1161b1–5.  43. EN IX.1, 1164а.  44. EN IX.4, 1166а10.  45. “Aristotle highlights the importance of pleasure and utility in all friendships, including the very highest. See L.S. Pangle, Aristotle and the Philosophy of Friendship (New York: Cambridge University Press, 2003), p. 52.  46. EE VII.6, 1240b15–20.  47. EN VIII.1, 1156b5–10.  48. As David Kostan says of this, “unequivocally and emphatically altruistic.” See D. Konstan, “Aristotle on Love and Friendship,” ΣΧΟΛΗ, 2008, vol. II, no. 2, p. 209.  49. Further consideration of this issue is beyond the scope of this article. It is merely important to show that, in our analysis, φιλαυτία does not procedurally extend beyond ethical friendship: you cannot love yourself (or be your own friend) alone. Conversely, in that sense, you are your own friend when you truly befriend others.  50. EN IX.9, 1169b5–10; “ἄλλος αὐτός” (EE VII.12, 1245a30).  51. “A man cannot think only of himself, because he possesses the good usually through another. In other words, the pure I is displayed in the individual through the contemplative activity of the human mind, while the empirical I, which is dependent, above all, on the other and on perceiving itself through the other, comes to know itself … in another empirical I.” See M.A. Garntsev, Problema samosoznaniia v zapadnoevropeiskoi filosofii (Moscow: Izdatel’stvo MGU, 1987), p. 34.  52. EN IX.9 1169b5–10.  53. Which also encompasses all the sensory phenomena: “Aristotle is highlighting a consequence of his theory of pleasure, namely that pleasure is necessarily co-extensive with intellectual or perceptual activity of the highest form.” See C. Shields, “Perfecting Pleasures: The Metaphysics of Pleasure in Nicomachean Ethics,” in Aristotle’s Nicomachean Ethics. A Critical Guide (New York: Cambridge University Press, 2011), p. 209.  54. For example, a friend as such is “the greatest of external goods” (EN IX.9 1169b10).  55. David Konstan reaches a somewhat similar conclusion, saying that “philia has two uses,” one “refers to an altruistic wish,” and the other to a “corresponding wish,” that is, it requires reciprocity. See Konstan, p. 212.  56. Aspiring to its ultimate form.  57. EN II.1, 1103a25. In her examination of the nature of the virtues, Paula Gottleib’s conclusion, “If people had naturally bad tendencies that had to be overcome, the ethical virtues would be contrary to nature,” could be an additional argument in favor of the assumption of some positive, innate property. P. Gottlieb, The Virtue of Aristotle’s Ethics (Cambridge/New York: Cambridge University Press, 2009), p. 57.  58. As Julia Annas has noted, it is this feature that does not enter into Aristotelian analysis of friendship, yet “this idea of extended self-concern suggests the later Stoic theory of oikeiōsis.” J. Annas, The Morality of Happiness (New York/Oxford: Oxford University Press, 1995), p. 255.  59. EN VIII.1, 1155a15–20.  60. EN VIII.1, 1155a15–1155b10.  61. EN II.5, 1105b20–25.  62. See: EN VIII.5, 1157b25–30.—Ed.  63. See: R.G. Apressyan, “Slova liubvi: eros, philia, agape,” Filosofiia i kul’tura, 2012, no. 8(56), pp. 27–40.  64. Braginskaia, p. 703.  65. Aristotle does not use φιλία at this point in the original text since he is giving examples of what he called φιλία above.  66. EE VII.2, 1236b10.  67. “Passions, faculties, states” (πάθη δυνάμει ἕξεις) (EN II.5, 1105b20). Matching φιλία with a capability is unnecessary, since there is no direct or indirect alignment as there is with passion or virtue.  68. EN VIII.3, 1156b30.  69. EE VII.7, 1241a5.  70. EN IX.5, 1166b30.  71. EN VIII.6, 1158а5–10.  72. EN IX.5, 1167а10.  73. EE VII.10, 1242а.  74. Pol. I.2, 1253b.  75. When “the association of a father with his sons bears the form of monarchy … of man and wife seems to be aristocratic … of brothers is like timocracy… . Democracy is found chiefly in masterless dwellings (EN VIII.10, 1160b20–1161a5).  76. For example, Aristotle views the relationships of “those with whom one has studied philosophy” (that is, teachers and students) as the kind of relationships “with the gods and with one’s parents” (EN IX.1, 1164b1–5).  77. EN VIII.10, 1155a20.  78. Pangle, p. 143.  79. Aristoteles, Nikomachische Ethik, ed. F. Dirlmeier, in Aristoteles: Werke in deutsche Übersetzung, vol. 6 (Berlin: Akademie Verlag GmbH., 1999), p. 510.  80. On this question, Julia Annas very precisely locates the “sociological reasons” that limit the activity of φιλία: Aristotle believes man is, to a significant extent, “the product of moral education in particular contexts–the family, the peer-group, the city.” Annas, p. 251. This is especially important in our case, when using the concept of communication.  81. EN I.7, 1097b10 (in the Rackham translation).  82. Σωφρονιστήριον is the prison in Plato’s “Laws,” designed to enlighten the ignorant. See fragment 908a–909b in Plato, “Laws,” in Platonis Opera, ed. J. Burnet, vol. 5(II) (Oxford: Clarendon Press, 1903).  83. EN VI.13, 1144b1–15.Luigi Veronelli. Veronelli. Keywords: implicatura. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft – Luigi Speranza, “Grice e Veronelli: metafisica dell’amore” – The Swimming-Pool Library, Liguria. Veronelli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Verrecchia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della falena dello spirito – la scuola di Vallerotonda – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Vallerotonda). Abstract. Keywords: la metafisica dell’amore, Aristotle on the recursive definition of philia – cited by Joachim, ‘logically developing series’ Aristotle philia. Grice on friedship philia – φιλός Filosofo italiano. Filosofo lazio. Vallerotonda, Frosinone, Lazio. Essential Italian philosopher. Studia a Torino. Trascorse un certo periodo nel parco nazionale del Gran Paradiso, considerato come il più formativo della sua vita. Lì contempla in modo disinteressato i fenomeni della natura. Fa tre università -- e solito dire -: quella vera e propria, che non mi ha dato nulla o quasi; la collaborazione alle pagine dei quotidiani come elzevirista, che mi ha costretto a leggere libri che altrimenti non avrei mai letto; e infine l'università più utile in assoluto, vale a dire il soggiorno nel Gran Paradiso a contatto con la natura. Frutto di quel soggiorno è il saggio che contiene la sua filosofia, potentemente aforistica. I manoscritti riaffiorati molto più tardi spiegano la tardività della sua pubblicazione, avvenuta presso Fògolasi tratta del Diario del Gran Paradiso. Visse poi a Berlino ed e per addetto culturale all'ambasciata d'Italia a Vienna. Collabora alle pagine culturali di giornali italiani, tra cui Il Resto del Carlino, La Stampa, Il Giornale. Collabora stranieri (Die Presse, Die Welt). Non parla volentieri della sua vita privata perché, dice, di un filosofo ciò che interessa sono gli teorie e non le vicissitudini personali. Traduttore di Lichtenberg, appassionato studioso di BRUNO e Nietzsche, nel suo orizzonte culturale, però, la figura che risalta di più è senz'altro quella di Schopenhauer, da lui considerato a tutti gl’effetti un maestro da tradurre e continuare. Elementi caratteristici dei suoi saggi sono l'irriducibile vena polemica e una sacra bilis, ma la sua prosa spicca anche per chiarezza ed energia. La sua prosa insieme a quella di CERONETTI, SGALAMBRO e GIAMETTA è stata giudicata la migliore prosa filosofica. Saggi: “L'eretico dello spirito” (Firenze: Nuova Italia); “La catastrofe di Nietzsche a Torino” (Torino: Einaudi), “La tragedia di Nietzsche a Torino: la catastrofe del filosofo che sogna un super-uomo al di là del bene e del male (Milano: Bompiani); “Incontri viennesi” (Genova: Marietti), “Cieli d'Italia (Milano: Spiral); “Diario del Gran Paradiso (Torino: Fogola), “BRUNO: la falena dello spirito” (Roma: Donzelli); “Rapsodia viennese: luoghi e personaggi celebri della capitale danubiana” (Roma: Donzelli), “Schopenhauer e la Vispa Teresa: l'Italia, le donne, le avventure” (Roma: Donzelli), “Vagabondaggi culturali” (Torino: Fogola); “La stufa dell'Anti-cristo: altri vagabondaggi culturali” (Torino: Fogola), “Batracomachia di Bayeruth: nietzschiani contro wagneriani; Padova: il prato, Lettere Mercuriali (Torino: Fògola). “Il cantore filosofo” (Firenze, Clinamen); “Il mastino del Parnaso: elzeviri e polemiche” (Firenze: Clinamen); Saggi introduttivi, traduzioni e cure Viaggio in Italia  di Mommsen (Torino: Fogola). Libretto di consolazione (Milano: Rizzoli); Le civiltà pre-colombiane (Milano: Bompiani,). Colloqui (Milano: Rizzoli), poi: “Il filosofo che ride” (Milano: Rizzoli), “Metafisica dell'amore sessuale: l'amore inganno della natura” (Milano: Rizzoli); “Sulla filosofia di Schopenhauer (Milano: TEA); “Aforismi per una vita saggia” (Milano: Fabbri); “O si pensa o si crede: sulla religione” (Milano: Rizzoli); “Lo scandaglio dell'anima” (Milano: Rizzoli); “Breviario spirituale” (Torino: POMBA). A Bogotà c'è un erede di Montaigne. Tuttolibri de La Stampa, Allora basta un rospo per finire al rogo. Tutto libri de La Stampa, MATHIEU, Tre giorni in giallo. Tutto libri de La Stampa, Risvolto di copertina della Rapsodia viennese.  Verrecchia, su digilander libero. Lanterna, V. venerando e terribile, Pulp Libri, (ora in Lanterna, Il caleidoscopio infelice. Note sulla letteratura di fine libro, Clinamen, critica Lanterna, Il caleidoscopio infelice. Note sulla letteratura di fine libro, Clinamen. Dotti, I vagabondaggi culturali di V., in rivista. Le case illustri, di Lisa Elena su archivio la stampa. Addio al filosofo V., di Sorrentino, su poesia. RAInews. L'Anticristo goloso, di Rota, su piemontemese. "Developing Series" -- From Aristotle To Grice -- And Back I'm analyzing a passage from Ethica Nichomachea by Aristotle -- what a difficulty!  It is mentioned by Grice in his "Method in philosophical  psychology".  Apparently, Aristotle coined the term, 'developing series'. This when first reading Grice, I thought it was a boring notion in evolution theory; but it's not: it's a fascinating area of semantics.  For Aristotle (and Grice), various notions allow for a 'developing  series'.  One is _number_ indeed. Aristotle criticises Plato for having failed to  reflect on 'number' (but only on oneness, twoness, threness, etc). Then  Aristotle uses the argument of 'developing series' not just for 'number' but to elucidate the meaning of 'good' (agathon) -- as per the passage below.  Finally, and this is what interested primarily Grice: to identify  'psyche' in terms of a 'developing series'. Thus, Grice quotes Witters. Witters  had said, "an animal can expect food (e.g. Geary's feral cats) but a man can expect a drought in the summer. Yet we wouldn't say that 'expect' has a  different sense for cats and men. It's a developing series.  Aristotle writes:  "to men gar zên koinon einai phainetai kai tois phutois, zêteitai de to idion. aphoristeon ara tên te threptikên kai tên auxêtikên zôên. hepomenê de aisthêtikê tis an eiê, phainetai de kai autê koinê kai hippôi kai boï kai panti  zôiôi. leipetai dê praktikê tis tou logon echontos: toutou de to men hôs  epipeithes logôi, to d' hôs echon kai dianooumenon. dittôs de kai tautês legomenês tên kat' energeian theteon: kuriôteron gar hautê dokei legesthai. ei  d' estin ergon anthrôpou psuchês energeia kata logon ê mê aneu logou, to d' auto  phamen ergon einai tôi genei toude kai toude spoudaiou, hôsper kitharistou kai  spoudaiou kitharistou, kai haplôs dê tout' epi pantôn, prostithemenês tês kata  tên aretên huperochês pros to ergon: kitharistou men  gar kitharizein, spoudaiou  de to eu: ei d' houtôs, [anthrôpou de tithemen ergon zôên tina, tautên de  psuchês energeian kai praxeis meta logou, spoudaiou d' andros eu tauta kai  kalôs, hekaston d' eu kata tên oikeian aretên apoteleitai: ei d' houtô,] to  anthrôpinon agathon psuchês energeia ginetai kat' aretên, ei de pleious hai  aretai, kata tên aristên kai teleiotatên. eti d' en biôi teleiôi. mia gar  chelidôn ear ou poiei, oude mia hêmera: houtô de oude makarion kai eudaimona mia  hêmera oud' oligos chronos. perigegraphthô men oun tagathon tautêi: dei gar isôs  hupotupôsai prôton, eith' husteron anagrapsai. doxeie d' an pantos einai  proagagein kai diarthrôsai ta kalôs echonta têi perigraphêi, kai ho chronos tôn  toioutôn heuretês ê sunergos  agathos einai: hothen kai tôn technôn gegonasin hai  epidoseis: pantos gar prostheinai to elleipon. memnêsthai de kai tôn  proeirêmenôn chrê, kai tên  akribeian mê homoiôs en hapasin epizêtein, all' en  hekastois kata tên hupokeimenên hulên kai epi tosouton eph' hoson oikeion têi  methodôi. kai gar tektôn kai geômetrês diapherontôs epizêtousi tên orthên: ho  men gar eph' hoson chrêsimê pros to ergon, ho de ti estin ê poion ti: theatês  gar talêthous. ton auton dê tropon kai en tois allois poiêteon, hopôs mê ta  parerga tôn ergôn pleiô ginêtai."  The Loeb Classical Library translates:  "The mere act of living appears to be shared even by plants, whereas we are  looking for the function peculiar to man; we must therefore set aside the vital  activity of nutrition and growth. Next in the scale will come some form of  sentient life; but this too appears to be shared by horses, oxen, and animals  generally. [13] There remains therefore what may be called the practical1 life  of the rational part of man. (This part has two divisions,2 one rational as  obedient to principle, the others possessing principle and exercising  intelligence). Rational life again has two meanings; let us assume that we are  here concerned with the active exercise3 of the rational faculty, since this  seems to be the more proper sense of the term. [14] If then the function of man  is the active exercise of the soul's faculties4 in conformity with rational  principle, or at all events not in dissociation from rational principle, and if  we acknowledge the function of an individual and of a good individual of the  same class (for instance, a harper and a good harper, and so generally with all  classes) to be generically the same, the qualification of the latter's  superiority in excellence being added to the function in his case (I mean that  if the function of a harper is to play the harp, that of a good harper is to  play the harp well): if this is so, and if we declare that the function of man  is a certain form of life, and define that form of life as the exercise of the  soul's faculties and activities in association with rational principle, [15] and  say that the function of a good man is to perform these activities well and  rightly, and if a function is well performed when it is performed in accordance  with its own  proper excellence--from these premises it follows that the Good of  man is the active exercise of his soul's faculties in conformity with excellence  or virtue, or if there be several human excellences or virtues, in conformity  with the best and most perfect among them. [16] Moreover, to be happy takes a complete lifetime; for one swallow does not make spring, nor does one fine day;  and similarly one day or a brief period of happinessdoes not make a man supremely blessed5 and happy."Anacleto Verrecchia. Verrecchia. Keywords: la metafisica dell’amore, Nietzsche a Torino, Bruno, la falena dello spirito. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Verrecchia: metafisica dell’amore” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Verrecchia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del va’ pensiero – il carattere della filosofia italiana – la scuola d’Aosta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aosta). Abstract. Keywords: filosofia romana, neo-traditionalismo. Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aostda. Esential Italian philosopher. Filosofo italiano. Si laurea in filosofia a Torino sotto ABBAGNANO. Insegna a Milano e Cagliari. Fa ritorno, in qualità di ordinario fuori ruolo di storia della filosofia, a Torino. Fa parte del Comitato Nazionale per la bio-etica, ed è stato membro del direttivo della “Rivista di filosofia” e socio nazionale dell'accademia delle scienze di Torino.  Insignito del premio Feltrinelli per la storia dela filosofia. Di formazione illuminista, V. si occupa di storia della filosofia antica. -- è autore di importanti studi su Aristotele (“La logica di Aristotele” (Torino, Taylor) e l’empirismo (“Dal razionalismo all'illuminismo” (Einaudi, Torino); “Il pensiero politico” (Laterza, Roma). Nel campo dell'etica, oltre a studi storici -- “L'etica” (Mondatori, Milano), “Teorie etiche” (Boringhieri, Torino) -- si dedica a promuovere la costruzione di una bio-etica e a denunciare la timidezza dei laici di fronte alle ingerenze del cristianesimo.  Da Mistretta, direttore editoriale della Laterza di Roma, gli fu affidata, la direzione di una “Storia della filosofia.” Altre saggi: “La selva delle somiglianze: il filosofo e il medico” (Torino, Einaudi); “Va' pensiero: il carattere della filosofia italiana” (Torino, Einaud); “Filosofia italiana nel dopo-guerra” (Bologna, Mulino); “Etica pubblica” (Roma/Bari, Laterza); “Le città filosofiche: per una geografia della cultura filosofica italiana” (Bologna, Il Mulino); “Le imposture degl’antichi e i miracoli dei moderni” (Torino, Einaudi); “Laici in ginocchio” (Roma/Bari, Laterza); “Stagioni filosofiche: la filosofia del Novecento fra Torino e l'Italia” (Bologna, Mulino); “La scintilla di Caino: storia della coscienza e dei suoi usi” (Torino, Boringhieri). Profilo biografico sull’accademia delle scienze. Mori, Torino ricorda V., su Torino. Cerimonia nell'accademia nazionale dei lincei, su presidenza della repubblica, Roma. Treccani Enciclopedie,  Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Registrazioni su Radio Radicale, Radio Radicale.  Biografia e testi sull'Enciclopedia multimediale RAI delle scienze filosofiche Rassegna stampa sul Sito Italiano per la Filosofia Recensione di "Le città filosofiche" su Recensioni Filosofiche. Il lizio. Il punto di vista da cui intendiamo prendere le mosse e che ci pare adatto a permettere un proficuo studio della logica del LIZIO – tanto celelbrato a Roma -- può essere sufficientemente precisato se messo in rapporto con la tradizione storiografica concernente questo argomento. Le non molte pagine che compongono l’ “Organon” hanno suscitato interessi per secoli intieri dal tempo dei commenti romani fino ai rinnovati studi aristotelici del '500, attraverso gli studi medioevali, e fino alla logica classica dell'800. Ma una vera e propria indagine storiografica volta non a sviluppare una tecnica logica i cui principi si considerassero posti da Aristotele, bensì a comprendere il significato delle dottrine dello Stagirita e nei rapporti con gli atteggiamenti di pensiero dei suoi contemporanei e nei rapporti con gli interessi dello Stagirita stesso, sorse solo all'inizio del secolo scorso e tramontò abbastanza rapidamente: tanto che da cinquant'anni a questa parte poche e non molto significative sono le opere dedicate alla logica aristotelica.  Le ragioni di ciò si possono forse trovare nella impostazione che nella filosofia contemporanea viene data al problema logico. Infatti, nell'800 da un lato la critica kantiana presenta un' interpretazione della scienza classica servendosi proprio delle categorie della logica tradizionale come categorie proprie dell'intelletto umano, categorie di cui si serve ancora la logica hegeliana che pretende addirittura di assurgere a logica di tutta la realtà; d'altra parte il positivismo, soprattutto in Inghilterra, tenta di elaborare una logica empirica servendosi degli schemi che la logica tradizionale aveva mutuato da Aristotele; e la stessa logica formale ottocentesca finisce con il favorire lo studio di quello che i suoi cultori conside ravano come il fondatore della loro disciplina. Invece nel 'goo l'ideali-smo neo-hegeliano abbandona l' esigenza panlogistica, almeno quale si configura nello Hegel, preferendo parlare di una Coscienza assoluta più che di un'Idea che si svolga secondo una necessità logica, scoprendo perciò negli schemi cui ancora la Wissenschaft der Logik si era attenuta contraddizioni insanabili, come il Bradley, o vedendo nella logica che si attiene agli schemi aristotelici una indebita infiltrazione di schemi verbali irrigiditi nel campo del pensiero puro, come CROCE, o l' irrigidirsi del pensiero pensante nell'astratto pensiero pensato, come GENTILE. D'altra parte anche la logica della scienza tentava di liberarsi degli schemi tradizionali diventati incapaci di intendere i metodi nuovi di cui l' indagine scientifica si serviva o avvicinandosi sempre di più alla tecnica della ma-  tematica, con la logistica, o configurandosi come rigorosa analisi sintat-tica del linguaggio o servendosi delle nuove categorie che il pragmatismo offriva per l'interpretazione della scienza. In questo orizzonte gli studi sulla logica aristotelica non trovavano terreno propizio per germogliare.  Infatti gli interpreti idealisti, tra i quali il più significativo è forse CALOGERO, accettavano ben volentieri la qualificazione della logica aristotelica come logica formale, come solidificazione astratta ed artificiosa dell'opera vivente del pensiero e perciò tentavano di mostrare come essa non fosse essenziale per la comprensione del vero pensiero aristotelico in quanto costituisce un' intrusione del dianoetico nella noesi, cioè nell'atto di pensiero puro che determina i suoi contenuti immediatamente e senza ricorrere allo schema verbale del giudizio, come dimostrerebbe nel modo più lampante il libro della Metaphysica ed il frequente affiorare di questa esigenza anche nelle pagine dell'Organon, additate con molto acume e con molta perizia nella succitata opera del CALOGERO. La logistica, per bocca del Russell, prendeva un netto atteggiamento polemico nei riguardi della logica aristotelica vedendo in essa un insieme di schemi verbali non rispondenti però ad un'autentica tecnica logica, perché inficiati dal presupposto sostanzialistico, di carattere metafisico, che, riducendo tutte le enunciazioni a proposizioni della forma soggetto-predicato, preclude ogni considerazione delle relazioni. Tuttavia proprio nell'ambito della logistica doveva sorgere un altro atteggiamento verso la logica ari-stotelica, meno polemico, rappresentato soprattutto dallo Scholz, dal Becker e dal Bochénski. Comune a questi interpreti è il presupposto che la logica di Aristotele sia logica formale, cioè volta ad elaborare schemi linguistici aventi rapporti noti ed indipendenti dal valore dato alle incognite che in essi possono comparire. In questo modo, pur accettando l'osservazione del Russell che la logica aristotelica non va accettata così com'è perché deve essere integrata e sviluppata soprattutto con l'aggiunta della logica delle relazioni, essi non polemizzano più contro di essa, ma anzi la considerano come il precedente storico della logica formale contemporanea che si presenta appunto come un progresso rispetto a quella. Di conseguenza questi interpreti non mettono in problema le dottrine aristoteliche e l'impostazione da esse data al problema della logica; ma anzi accettano che quella dello Stagirita sia la vera impostazione del problema logico, la soluzione del quale consiste nello sviluppo diretto delle dottrine dell'Organon. Infatti secondo lo Scholz Aristotele avrebbe formulato un'as-siomatica che permetteva alla scienza del suo tempo di organizzarsi come un sistema di proposizioni necessariamente connesse; su questa base, da un lato, il Becker ha intrapreso una trascrizione in simboli della dottrina aristotelica della possibilità senza dare ragione delle diverse interpretazioni che di questa categoria lo Stagirita veniva dando, mentre dall'altro il Bochénski ha svolto un esame particolareggiato dell'assio-matica di cui parlava lo Scholz e della dottrina linguistica da questa pre-supposta, senza però vedere i rapporti tra questa e quella. Contro questo rapporto di derivazione diretta della logica formale contemporanea da quella aristotelica protestava il Veatch facendo però uso di argomenti non molto persuasivi. Fuori della logistica, frattanto, le difficoltà sorgenti dal tentativo di interpretare la scienza contemporanea con la logica aristotelica venivano messe in luce dal Reiser in alcuni articoli assai superficiali e disordinati, ma contenenti alcune buone osservazioni, e soprattutto dal Dewey che, con un atteggiamento ben più equilibrato, notava come la logica aristotelica presupponesse l'ontologia della sostanza alla quale era legata. Ma, facendo occasionalmente queste osservazioni in un'opera teorica, egli lasciava aperto proprio il problema di trovare i modi precisi di questo rapporto tra ontologia e logica e di determinare come l'ontologia si modelli attraverso la logica.  Dall'esame delle interpretazioni surriferite si possono trarre alcune importanti considerazioni che permettono subito di orientarsi di fronte alla logica aristotelica. Infatti lo studio della logica propria della scienza contemporanea ci fa subito avvertiti che ad essa 101 sono più applicabili gli schemi dell'Organon distruggendo così la pretesa di vedere in esso le tavole eterne, sebbene magari ancora incomplete, su cui sono segnate le leggi del pensiero umano e scoprendo le quali Aristotele avrebbe fatto l'uomo razionale, dopo che Dio lo aveva fatto semplice creatura a due gambe, come disse il Locke. Ciò posto, risulta impossibile giustificare storicamente la logica aristotelica vedendo in essa la scoperta del procedimento del pensiero in quanto tale, che è in fondo l'interpretazione del Barthélemy Saint-Hilaire, o anche solo dell’intelletto che sarà poi superato dialetticamente dalla Ragione, come sostiene Hegel. Ma allora il problema della logica del LIZIO si presenta in tutta la sua gravità. Infatti essa non potrà più essere giustificata come insieme di regole che reggano il corso del pensiero stesso in quanto tale, ma bisognerà esaminare l'effettivo valore che essa ha per noi, i problemi che essa ci pone, gli eventuali mezzi per risolverli che essa ci offre. Ma queste sono prospettive di ricerca che ci si offrono solo in quanto alla logica aristotelica non si attribuisca una validità metastorica e si riconosca in essa un insieme di dottrine storicamente condizionate che storicamente vanno studiate. Da ciò consegue che la logica di Aristotele non potrà essere studiata come logica in quanto tale, ma dovrà essere studiata come logica aristotelica: cioè svolgere una ricerca su di essa vorrà dire giustificare il suo posto nell'insieme delle opere aristoteliche, mettere in luce quali problemi il suo autore si proponeva di risolvere e quali riusciva a risolvere con essa. Perciò le interpretazioni idealistiche e lo-  gistiche, che sopra abbiamo esaminato, non conducono a fondo l'interpretazione storica della logica aristotelica in quanto lasciano sussistere dei termini - logica formale, schema verbale - il cui significato non viene determinato nel corso dell'indagine stessa, ma presupposto ad essa. È vero che la logica di Aristotele è costruita di schemi verbali; ma l'osservare che quegli schemi verbali sono troppo limitati o che essi oggi non servono più e rimproverare ad essi di soffocare la vera vita del pensiero non serve a comprendere storicamente il pensiero dello Stagirita; piuttosto giova vedere che cosa potesse significare per Aristotele stesso « schema verbale», quale uso di esso egli giustificasse, di quali dimensioni tenesse conto e quali eliminasse per costruire proprio quella nozione. Ed altrettanto dicasi per la qualificazione della sua logica come logica formale: in un certo senso questa attribuzione può essere sostenuta in quanto almeno gli Analytica priora si occupano di pure forme verbali in cui i termini sono rappresentati con lettere che prescindono da ogni eventuale contenuto. Ma il problema che subito si presenta è quello di determinare che significato abbia per Aristotele la « forma» e l'aggettivo « verbale» che ad essa viene attribuito. Perciò la comprensione storica della logica aristotelica ha come sua condizione la connessione delle dottrine logiche con le altre dottrine filosofiche dello Stagirita: a questo modo la logica non verrà considerata come la scienza del pensiero in quanto tale, ma come la logica resa possibile da una ben determinata posizione filosofica, presupponente una ben determinata metafisica, mentre, d'altra parte, sarà aperta la via a considerare con quali mezzi logico-lin-guistici sia stato possibile costruire quella metafisica.  La connessione delle dottrine logiche con quelle metafisiche nell' interpretazione di Aristotele non è nuova e, anzi, costituisce il tema dominante di alcuni studi assai celebri. Essa è riscontrabile nelle opere appartenenti alla storiografia francese di ispirazione spiritualistica facente capo al Ravaisson, all' Hamelin ed al Bergson. Carattere comune di questi studi è la presupposizione di una certa interpretazione della metafisica aristotelica, nella quale si cerca un posto per la logica o partendo dalla quale si discutono questioni pertinenti propriamente alla logica. E anche l'interpretazione della metafisica è caratterizzabile in modo assai tipico: essa infatti viene spiegata con schemi in prevalenza neoplatonici in base ai quali si vuole vedere teorizzata l'opera di un universale che darebbe vita agli individuali senza tuttavia risolversi totalmente in essi, lasciando così sussistere quelle aporie che. secondo questi interpreti, sarebbero riscontrabili nel xoprouós delle idec platoniche. Di conseguenza le interpretazioni della logica appartenenti a questa corrente, comc quelle di Chevalier, Aslan, Badareu, Robin, e Mansion rivelano un unico schema nel quale la logica appare come la dottrina dell'universale puro ed assolutamente necessario che lascia fuori di sé il particolare esistente, nel quale la nocessità si attenua fino a diventare soltanto il per lo più: anche qui cioè spunta la difficoltà della metafisica per cui da un lato l'universale è il solo oggetto veramente conoscibile, dall'altro il particolare è il solo oggetto veramente esistente. A questa interpretazione si potrebbe obbiettare che lascia insoluto proprio il problema della logica come logica, ossia come ricerca sulla possibilità di un discorso rigoroso, in quanto in questi studi non si vede come lo stesso discorso rigoroso, per potersi costituire come tale, richieda per Aristotele una certa metafisica. Del resto è assai significativo che questi interpreti si siano cimentati ben poco con gli Analytica priora esponendone semmai la dottrina, ma accettando implicitamente la tesi che in essi è svolta una trattazione di logica formale. Lo stesso Chevalier, che più degli altri si addentra nell'analisi di questo trattato, dichiara che esso rappresenta un tentativo di costruire una logica formale -- tentativo fallito perché il sillogismo richiede come fondamento una necessità reale che è concepibile solo se le premesse sono immediatamente intuibili, perché in caso contrario la pura necessità logica diventerebbe una mera necessità ipotetica. Ma la difficoltà sta proprio qui, cioè nell'assunzione che il sillogismo sia un mero mezzo di svolgere cocrente-mente un'ipotesi, il cui unico contatto con la realta consista in un' intui-zione intellettuale.  Ben più significativo è il modo in cui il Prantl tenta di connettere la logica con la metafisica nella sua Geschichte der Logik im Abendlande. Il fondamento della mediazione logica è un Realprincip immanente alle cose stesse e costituente l'equivalente ontologico delle categorie linguistiche di cui fa uso la logica. Il merito del Prantl consiste appunto nel tentare di definire per quel che gli è possibile il principio ontologico con categorie logiche, mettendo in luce la stretta connessione che per Aristotele sussiste tra questi due aspetti. Senonché anche qui non si vede poi come non solo il Realprincip sia definibile con categorie logiche, ma come le stesse categorie logiche determinino il Realprincip costituendosi pro-prio come categorie logiche. Mentre Prantl pone al centro della inter-pretazione il concetto che è definibile contemporaneamente con catego-rie ontologiche e con categorie logiche, il Trendelenburg preferisce par-tire dalla considerazione del giudizio nel quale prendono senso lc cate-gorie che deriverebbero dalle varie parti del discorso distinte dalla gram-matica. Da questa interpretazione prendeva l'avvio una lunga discus-sione sulla dottrina delle categorie aristoteliche condotta da Bonitz, Apelt, Gercke, Witte, Geyser, Gillespie, e Fritz, nel corso della quale si tenta di penetrare sei-pre meglio i precedenti academici della dottrina aristotelica e si abban-dona anche l'analogia con le categorie kantiane che in un primo tempo erano state il termine del confronto che tutte le trattazioni si sentivano in dovere di fare impedendosi cosi la comprensione del significato propria-mente aristotelico di quella dottrina. Ma il motivo della centralità del giudizio nella logica aristotelica veniva ripreso ed ampliato dal Maier che intitolava un'amplissima opera sulla logica aristotelica Die Syllogistik des Aristoteles, mostrando appunto di voler imperniare tutte le sue indagini sul sillogismo considerato come la base di tutte le dottrine dell'Organon. Il Maier rifiuta nettamente l'interpretazione formalistica della logica aristotelica sostenendo che per lo Stagirita giudizio e sillogismo hanno sempre un valore logico ed un valore ontologico. Ma poi distingue il significato ontologico da quello metafisico considerando l'intrusione del metafisico nella logica come un passaggio indebito compiuto in più punti dallo stesso Aristotele. Di conseguenza la logica, anziché essere interpretata in connessione con le dottrine metafisiche di Aristotele, viene disgiunta da esse ed irrigidita in una struttura formale che a quelle è estranea: perciò solo apparentemente il Maier respinge l'interpretazione formale della logica aristotelica, in quanto la sua interpretazione si distingue da quella formalistica solo perché non riconosce valore meramente linguistico agli schemi logici, ma li trasporta nel reale stesso pur senza alterare la loro natura. Appunto perciò l'interprete non è poi in grado di mettere in luce la connessione di quegli schemi con le altre dottrine filosofiche dello Stagirita, dalle quali, anzi, pretende di prescindere. Il Maier mette iu luce una esigenza che si fa veramente valere nell'indagine sull' Organon - cioè il bisogno di precisare il valore ontologico degli schemi logici —, ma non è in grado di soddi-sfarla, in quanto la distinzione dell'ontologia dalla mctafisica non regge, almeno nell'ambito delle dottrine aristoteliche, perché 1°) per Aristotele la metafisica si configura appunto come ontologia, in quanto pretende di essere la teoria dell'essere in quanto tale; 2°) l'eliminazione della metafisica dalla pura ontologia costituita dalle dottrine dell'Organon ha costretto Maier ad espungere idealmente dalla logica aristotelica sviluppi non irrilevanti.  Poiché abbiamo visto che l'autentica comprensione storica delle dottrine logiche dello Stagirita ha come condizione la loro connessione con le dottrine metafisiche, ci pare di poter affermare che gli interpreti che si sono messi su questa via e che sopra abbiamo citato, non hanno realizzato appieno il loro proposito in quanto non hanno del tutto realizzato proprio quella condizione. Infatti o, come il Maier, hanno irrigidito la logica in una struttura che ha impedito ogni suo ulteriore collegamento  son le errin pietarite oraco, i Pro e su pisto mone nageione,  poi la logica si sarebbe dovuta adeguare. Per stabilire un più stretto legame tra logica e metafisica aristoteliche bisogna esaminare la logica con l'intento di cercarvi gli strumenti con cui Aristotele ha potuto costruire la metafisica: cioè non si deve studiare la logica presupponendo la meta-fisica, ma considerando la metafisica come punto di arrivo della logica.  Ciò tuttavia non implica che la logica si svolga senza presupposti metafisici; ché anzi le dottrine logiche si vengono precisando via via con il precisarsi delle dottrine metafisiche e presuppongono posizioni metafisiche dalle quali sono indisgiungibili. La metafisica, perciò, si costituisce come punto di arrivo della logica non perché sia separata da questa, ma perché queste stesse categoric della metafisica si configurano in modo tale da determinare anche gli strumenti con cui esse sono usabili; d'altra parte dallo studio della logica si vedrà appunto come l'uso di certi determinati strumenti logici, l'impostazione della ricerca su certe determinate dimensioni e l'eliminazione di altre, porti all'elaborazione di una certa determinata metafisica che, a sua volta, giustifica quegli strumenti ed è il loro presupposto. A questo modo è possibile trarre dallo studio della logica l'orizzonte categoriale della metafisica, vale a dire l'unità delle dottrine metafisiche stabilite in base all'uso degli strumenti ad esse ap-propriati. Solo dalla indagine delle effettive categorie di cui Aristotele fa uso e del loro modo di operare potrà così emergere l'unità della filosofia aristotelica.  Ma per far ciò non sarà più possibile considerare la logica aristotelica come dottrina del procedere naturale dell'intelligenza o dottrina della conoscenza in generale, ma bisognerà fare concreto rifcrimento al modo preciso in cui Aristotele pensò che l'intelligenza lavorasse, cioè alla sua concezione della scienza. Infatti la stretta connessione della logica con la metafisica, nel modo che sopra abbiamo illustrato, diventa la stretta connessione della logica con la scienza, in quanto la metafisica di Aristotele si presenta appunto come una scienza che ha la medesima struttura delle altre scienze. Perciò dire che l'oggetto della logica aristotelica è il discorso comune, come fa il Kapp, non è interamente vero, in quanto il discorso comune può si costituire il punto di partenza ed il materiale delle considerazioni di Aristotele il cui oggetto, però, è la costruzione di un discorso scientifico fondato sul reale. Perciò se da un lato la metafisica esige la logica come quella che può determinare gli strumenti con cui le categorie metafisiche sono usabili, d'altra parte la logica tende alla metafisica come quella che, dando un fondamento nell' essere alle categorie logiche, legittima l'uso degli strumenti che quelle presuppongono. Ed appunto perciò la logica non sarà, come la tradizione con il nome di organon ha tramandato e come lo Zeller interpreta, uno strumento essa stessa, anche se mette in luce gli strumenti con cui certe categorie possono essere usate: essa, infatti, è una struttura che è necessaria all'essere perché possa esserci un discorso che lo enunci e al discorso per potersi costituire come discorso, anche sbagliato. Perciò presentandosi come logica della scienza quella di Aristotele non si configura come inetodologia, in quanto quest'ultima è possibile solo là dove non si presupponga l'esistenza di una struttura dell'essere già costituita e gli strumenti per conoscere la quale sono stabiliti una volta per tutte e stanno originariamente nelle nostre mani. Di conseguenza l'unico precetto metodologico che dalla logica aristotelica deriva è quello di non falsare gli strumenti che possediamo e di riconoscere l'essere in quello che veramente è. Ma tutto ciò potrà veramente venire alla luce solo attraverso lo studio dei fondamenti linguistici della logica aristotelica: infatti per Aristotele, come per Eraclito, la ragione è essenzialmente lóyos, discorso, cioè capacità di cogliere e di indicare con parole l'essenza stessa dell'essere. Il linguaggio, perciò, è lo strumento essenziale con il quale le categorie aristoteliche hanno da essere usate; e la posizione che ad esso Aristotele conferisce e le possibilità che ad esso apre costituiscono i fondamenti di tutta la costruzione logica e metafisica dello Stagirita. Del resto questo lato dell'indagine risponde pienamente agli interessi cui la filosofia odierna dedica la sua attenzione. Infatti, mentre da un lato la logica e la metodologia delle scienze dedicano sempre maggiore cura all'esame delle scienze in quanto fanno uso di certi determinati linguaggi e alle possibilità e ai limiti di questi linguaggi, dall'altro la considerazione dell'elemento linguistico della ricerca filosofica ha assai contribuito ad aumentare la cautela critica di quest'ultima e l'interesse per l'indagine sulle sue reali possibilità. Dalla tendenza volta a limitare la filosofia ad un'attività critica sull'uso delle parole ad altre più propense a dare ad essa un più vasto significato, le correnti più significative della filosofia con-temporanca si rendono conto dell'importanza che ha la determinazione del tipo di discorso che la filosofia deve adottare e delle possibilità che ne può trarre; e nella stessa tecnica dell'indagine filosofia l'analisi linguistica dei termini è praticata con sempre maggior frequenza nel tentativo di eliminare quelle parole o quei significati la cui determinazione non è possibile fare con mezzi il cui comportamento sia noto e, in qualche modo, controllabile. Il linguaggio cioè non è un insieme di segni assolutamente trasparenti, capaci di riprodurre fedelmente il puro pensiero o l'essere senza nulla pregiudicare di quella ricerca che nelle parole troverebbe solo la sede adatta alle sue conclusioni, ma interviene attivamente nella ricerca rischiando di deviarla su direzioni del tutto illusorie. Questo problema è particolarmente importante per la filosofia aristotelica che pretende di rintracciare, proprio avvalendosi del discorso, una struttura dell'essere universalmente valida e che nella logica si preoccupa di mettere in luce la posizione che il linguaggio ha come mezzo per enunciare quella strut-tura. Dalla soluzione data al problema del linguaggio come mezzo per enunciare l'essere dipende la configurazione della logica come struttura necessaria e non come disciplina possibile del discorso; nel senso che i mezzi semantici di cui il discorso è costituito sono sempre adatti a mettere capo ad un insieme in cui le categorie dell'essere sono adeguatamente aggravata dal fatto che sull'autenticità di due opere del corpus logicum si sono sollevati dubbi. È nostro preciso intento trattare questo problema nella misura richiesta dall'indagine che intendiamo condurre ed esclusivamente in vista di essa. Ora, del trattato delle Categoriae ci siamo serviti solo in quanto conteneva dottrine del tutto confermate da altri scritti di sicura attribuzione, mentre più largo uso abbiamo fatto del De interpretatione. Contro le difficoltà di natura oggettiva sollevate fin dall'antichità contro il trattatello ha svolto considerazioni probanti il Maier. Quanto a noi ce ne siamo serviti per studiare dottrine che trovano sicuro riscontro negli Analytica priora (qualità e quantità dei giudizi e dottrina della modalità), salvo differenze trascurabili per il punto di vista da cui ci siamo collocati (p. es. la comparsa dei giudizi individuali non considerati dagli Analytica). La dottrina della convenzionalità non trova invece riscontro letterale in altri testi aristotelici; senonché si può osservare: 1°) la nozione di inópavas come avíleois di arópiois e xatápaois compare anche negli Analytica posteriora e la costituzione di un discorso apofantico presuppone appunto l'eliminazione del problema della semanticità, che è proprio il senso in cui abbiamo interpretato la nozione aristotelica di convenzionalità del linguaggio; 2°) la dottrina del giudizio in tutte le sue enunciazioni presuppone la convenzionalità nel senso sopra specificato; 3") la Poetica che parairasa passi del “De interpretatione” eliminando la tesi della convenzionalità è stato dimostrato dal Maier essere un'in-terpolazione tendenziosa. Perciò mentre mancano criteri oggettivi sicuri capaci di sostenere la tesi dell' inautenticità, neppure l'esito dell'esame condotto sulla concordanza dottrinale può indurrc a pronunciare l'atetesi del De interpretatione, o almeno delle parti che ci interessano.  Assai più difficile si presenta la questione della collocazione cronologica degli scritti logici. Essa fu affrontata dapprima dal Brandis che sostenne la precedenza dei Topica rispetto alle altre opere aristote-liche, tesi ripresa e completata dal Maier che ritenne di poter dividere i Topica in parti che non presuppongono la conoscenza del sillogismo e parti che la presuppongono. Altre a ciò il Maier ritenne di poter considerare il De interpreta-tiene posteriore agli Analytica, dando così un piano completo della successione delle opere logiche aristoteliche, dai più accettato e confer-mato recentemente, con uno studio sui rinvii reciproci delle singole opere, dal Tielscher. Mentre la considerazione dei libri B e H (nei ca-pitoli sopra citati) come le parti più antiche dell' Organon sembra del tutto pacifica, maggiori riserve si potrebbero sollevare di fronte alla col-locazione nello stesso periodo dei libri che eseguono un progetto tracciato all' inizio del A, sì da costituire un corpo ab-bastanza unitario nel quale si trova un rinvio ben netto alla dottrina della dimostrazione di Analytica posteriora. Se questo indizio nonè affatto sufficiente per posticipare i libri in questione, esso rivela tuttavia il tentativo di trovare, attraverso un' interpolazione, un inserimento della dialettica dei Topica nella sillogistica degli Analytica. Quanto alla posticipazione del “De interpretatione”, le ragioni più importanti addotte dal Maier - la mancanza di citazioni in altri scritti e la giustificazione del cap. go come polemica contro Diodoro Crono - non sono del tutto probanti.  L'opera iniziata dal Maier portava innanzi il Solmsen che, partendo dagli studi del Jäger, suo maestro, dava un ordinamento del tutto nuovo al corpus logicum accettando quasi integralmente le tesi del Maier per i Topica ma facendo precedere gli Analytica posteriora ai priora; ordinamento che, accettato dallo Stocks, veniva criticato con consi-derazioni ragionevoli del Ross. D'altra parte il Gohlke, prendendo in esame le dottrine della quantità e della modalità dei giudizi tentava di individuare strati diversi di composizione delle opere dell' Organon; ten-tativo parzialmente condotto anche dal Becker. In realtà nessuno di questi tentativi ha dato finora un ordine cronologico fornito di un grado apprezzabile di probabilità e stabilito su basi puramente oggettive, cioè tale da non implicare un' interpretazione filosofica della logica aristotelica.  Vista l'estrema difficoltà di stabilire un ordine cronologico filologi-camente fondato in maniera soddisfacente, abbiamo preferito rinunciare all'ordine cronologico (che sarebbe stato ben malsicuro), pur tenendo conto, dove ciò ci è parso indispensabile, dei nessi di priorità che ci sono sembrati indiscutibili. Ma, d'altra parte, abbiamo cercato di non irrigidire le dottrine di Aristotele in un sistema che non fosse il sistema stesso di Aristotele, tentando piuttosto di mettere in luce l'orizzonte in cui tutte quelle dottrine si impostano e sforzandoci di non impacciare le loro movenze pur cercando la loro unità: unità consistente appunto nel problema di rintracciare una struttura linguistica universalmente necessaria. Se essa precisa i suoi tratti con particolare evidenza nel De interpretatione e negli Analytica priora, tuttavia sta già alla base della dottrina del giudizio e del ragionamento rintracciabile nei Topica e costituisce uno dei tratti tipici dell'aristotelismo; quell'aristotelismo che è già riscontrabile nel platonisino del Aristotele dell’Accademia e non del Lizio! Viano. Keywords: la filosofia romana, il neo-tradizionalismo. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viano: il neo-tradizionalismo” – “Viano e la filosofia romana” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Viano.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viazzi: la ragione conversazionale  e l’implicatura conversazionale della bellezza della vita – la scuola d’Alessandria – filosofia alessandrina – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Gavi). Abstract. Keywords: Vico. Filosofo alessandrino. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Gavi, Alessadria, Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Apprezzato teorico e studioso di filosofia. Fra critici e interpreti di VICO, vuol esser ricordato con speciale considerazione, V.; il quale cura un'edizione della Scienza Nuova, facendola precedere d'una sua lunga prefazione, “La modernità e il positivismo di V.”, e accompagnandola con note che vorrebbero essere interpretative del testo. Comte e Spencer, Vogt e LOMBROSO, Büchner Haeckel, Ribot e Morselli, son questi i nomi cari a V. E accanto ad essi, egli pone quello del VICO, come di un sicuro e diretto loro antenato. Gli è che l'opera del VICO, fuori l'indirizze genuino dei metodi naturalistici, non può affatto intendersi, com non l'hanno intesa appunto - afferma esplicitarente il nostre nuovo interprete vichiano - tutti i metafisici, dai concettualisti pur ai neo-critici. Nè, altresì, conviene altrimenti giudicare il metod‹ vichiano, nell'idea e nell'attuazione, se non come empirico, in duttivo e psicologico, in forza del quale, è chiaro come il pen siero del filosofo, fortemente temprato dell'empiria del Bacone traesse decisamente a un sistema di sociologia o di demopsicologia. Il vero si è che VICO, accanto a Comte e Spencer, deve esser considerato come uno dei fondatori della scienza sociale; e nel modo suo di ricerca, negl'indirizzi degli studi nel loro stesso risultato, ci si rivela come il più genuino forse dei precursori dell'odierno positivismo critico, o filosofia scientifica che altri la voglia chiamare. Se è cosi, la nota dell'irreligiosità, nel sistema di dottrine di VICO, deve risonare con aperta e larga intonazione, non come un semplice motivo, chiuso chiuso, di preludio. Non si tratta più, dunque, di germi ideali ancora immaturi per il loro tempo, ma destinati poi alla fecondazione, dopo circa due se! coli d' inosservata incubazione; a spandere i loro effluvi inebbrianti sul campo rinnovellato del pensiero, che reca la piena iberta dello spirito, la suprema indipendenza della ragione. Contrariamente a ciò che opina il CROCE con i suoi, le conclusioni antireligiose dei principi vichiani sono apparse limpidamente delineate nel libero pensiero del filosofo; e inoltre sono state, esplicitamente, già dedotte dall'autore medesimo con una certa sufficienza, a chi ben osserva, e insieme con meditata parsi-monia, e, secondo l'importanza che esse hanno nell'organismo del sistema, messe nella loro vera luce, sebbene non piena e sfolgorante e a tutti accessibile. Sicché, da ogni pagina della Scienza Nuova emerge spontaneo, per una critica evoluta, il pensiero tutto vibrante di naturalità scientifica, tutto saturo di positivismo, che s'effonde con facile corso, attraverso il modo suo di ricerca, nell'indirizzo degli studi, nel loro stesso rieultato. Che se il VICO, per tal modo, ebbe a bandire estremamente, con matura persuasione e con coscienza, dall'opera sua di pensiero ogni genuina idea del divino e di religione, non poté conservare alcuna fede in fondo al suo cuore. Questo è ovvio.  Nè deve fare impressione di sorta il parlare, talvolta coperto, dell'autore, talvolta, ancora, irto di reticenze e concessioni, che sembra voglian salvare la forma d'una certa professione religiosa. Tale professione di fede (ci si fa notare) soverchiamente ripetuta, ha quasi sempre tutta la forma di un voler parere, più che altro si rifletta all'epoca ed al luogo in cui scrisse il nostro autore, e si comprenderà tutta la ragionevolezza pratica di talune concessioni'». Siamo, dunque, intesi: era una pura finzione di religiosità; una professione di fede, che doveva servire soltanto per il libero scambio nello smercio delle idee. E V. viene alle corte. A carico del VICO (s' intende, dall'aspetto del positivismo) fu quasi unanimemente posta la importanza, reputata eccessiva, non solo, ma intaccante alla base tutto il suo sistema, ch'egli dà ad una provvidenza divina regolatrice di questo mondo delle nazioni che egli prese a studiare. Ma quei che in tal guisa obbiettano, s'arrestano alla corteccia, e non penetrano con lo sguardo al midollo sottostante.  Non s'è detto, insomma, che VICO, non amante delle noie, cercava sempre, con insistente ostentazione, di allontanare il pericolo che s'addensassero, intorno alla sua opera, i sospetti e le avversioni dell'ortodossia dominante? Vico lo sente, quest'odioso freno all'espressione della sua idea, ma vi si trova costretto, e lo subisce. E incredulo qual'era nel pensiero e nel sentimento, tuttavia volle adoperare un ripiego formale che, senza dubbio, poteva giovargli di passaporto nell'epoca e nel luogo di pubblicazione del suo libro.? Si rifletta poi, in fine, che egli non era punto di apostolo.Se avesse avuto l'animo di BRUNO, si sa che le cose sarebbero procedute ben altrimenti. Cosi il nostro animoso interprete vichiano va difilato alla conclusione della sua fatica, per quel che concerne l'idea (della provvidenza divina) che domina e vivifica tutta l'esposizione dottrinale della Scienza Nuova. È chiaro, secondo lui, che anche qui la parola e l'espressione metempirica adoperate segnano un concetto prettamente positivo. Ricordiamo anzitutto come con singolare ostinazione VICO si richiami assai spesso a questo suo concetto, che il mondo delle gentili nazioni è pur certamente opera degli uomini. Questo nel campo delle idee. Nel campo ristretto della sua operosità di uomo, bisogna tener conto del fatto che VICO era obbligato a mettere i suoi libri sotto la protezione di cardinali; che scriveva prolusioni le quali non dovevano soverchiamente urtare il Corpo accademico dell'Università. Poichè in Italia si faceva professione di cattolicismo. quanto più superficiale tanto più generalmente ostentato; era utile e, più che utile, necessario, per un uomo che si trovava nelle umilissime condizioni del nostro autore dimostrare l'importanza del sentimento religioso nella vita sociale? Pio Viazzi. Viazzi. Keywords: Vico. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viazzi” – “Il Vico di Grice e il Vico di Viazzi” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Viazzi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vico: “We should treat those who were great and are dead as if they were great  and living” (Grice) -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’antichissima sapienza degl'italici -- da rintracciare nelle origini della sua lingua – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: lingua italiana. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Napoli, Campania. Filosofo italiano. “The best philosopher, but that’s Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si potrebbe presentare la storia ulteriore del pensiero come un ricorso delle idee del Vico” (CROCE, La filosofia di V., Laterza, Bari). – cf. Whitehead on metaphysics as footnotes to Plato. matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni, ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura perché non siamo noi ad averla creata.  Conoscere una cosa significa rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento aristotelico, veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi primi li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa equivale a farla».  Le obiezioni a Cartesio Il principio del verum ipsum factum non era una nuova e originale scoperta di Vico ma era già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiedeva l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che, tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura filosofica napoletana del tempo di V.. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa produce; il principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo cartesiano che V. inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana e delle scienze sociali, che non possono essere analizzate solo in astratto, perché esse hanno sempre un margine di imprevedibilità.  V. però si serve di quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia cartesiana trionfante in quel periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio essere, coscienza non è conoscenza: avrò coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto.  L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno... Ma è assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque sono".»  (Giambattista V., De antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p.70)  Il criterio del metodo cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una conoscenza chiara e distinta, che però per V. non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della natura colti nella loro interezza e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di entrambi, possiede la verità (livello di conoscenza maggiore: inter - legere).  Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e la geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno certa della fisica.  Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare.»  (Ibidem, pag. 82)  Mente umana e mente divina I latini... dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la mia propria mente.»  (Giambattista V., De antiquissima, 6)  Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando metafisicamente a esse.  L'ingegno Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella facoltà che V. chiama ingegno che è la facoltà propria del conoscere... per cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano, per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gli esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del fatto.  L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso l'errore:  Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.»  (Giambattista V., De antiquissima, 6)  Il sapere metafisico Contro lo scetticismo V. sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico:  Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico.»  (Giambattista V., De antiquissima, 3)  Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un "primo vero", comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina.  Il primo vero è in Dio, perché Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.»  (Giambattista V., De antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p. 62)  La metafisica di V. Il platonico V. Attraverso i propri scritti V. fa capire la sua conversione dalla filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica, egli descrive la metafisica del filosofo di riferimento come tale che:  conduce a un principio fisico che è idea eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale, che esso stesso si fermi l'uovo.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., Opere Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11")  Egli illustra nell'Autobiografia i suoi capisaldi:  1) nella nostra mente sono certe eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che non sono da noi», cioè che non sono fatte da noi  2) del rimanente sentiamo in noi una libertà di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminescenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni, i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi. […] Ma per le verità eterne che non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostro, dobbiamo intendere essere Principio delle cose tutte come una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in tempo e le contiene dentro sé...».»  La coerenza della filosofia 'timaica' di V. può essere analizzata anche da questi due punti, infatti, nel primo caso, questa si riferisce a un principio materiale, immateriale, ideale, eterno e attivo; nel secondo caso si riferisce al principio di materia che è prodotta da ὗλη (materia) e conserva la propria capacità di muoversi a causa di questa origine.  La religione secondo V. Anche per V. le religioni non sono vere, ma in esse non è nemmeno possibile che tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se tutte le loro parti fossero sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio, ma non possono spiegare come abbiano saputo restituire la loro "tenerezza" secondo il metodo della separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer (liberale), la religione assume così la "rutunda Dei religio" nella sua forma puramente circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa nella teoria del ciclo storico di V.; ci sono molti punti in comune tra le filosofie di Herbert e quella di V., anche se la causa finale è in V. determinata come 'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la filosofia vichiana e la filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti di connessione e paragone tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con un capitolo del De Antiquissima di V. parte dal concetto di provvidenza e sostiene l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi alla ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata.  Il conato Si giunge dunque a uno dei punti cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che V. chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile nella tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera l'estensione".  Il punto-momento è il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea; moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella metafisica, e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che merita di essere riscontrata nei testi.  V. dà ai punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina alla fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice che:  La metafisica trascende la fisica perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.»  (V., "Opere Filosofiche, pp. 93-94")  Poi V. aggiunge:  L'essenza del corpo consiste in indivisibili; il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è: dunque è l'altra cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che contiene, sostiene, mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta egualmente; sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla divina, e perciò unica a dimostrare l'umano vero.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p. 94")  Da un punto di vista matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è indivisibile perché uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non ha in che dividersi, non potendo dividerlo in nulla.  Possiamo raccontare V. come un seguace di Galilei; tuttavia, lo critica per aver sostenuto la diversità tra infinito e indivisibile. Quando Galilei parla dell'infinitezza, per esempio, della percossa, ovvero di quella espansiva degli ignicoli, egli, per V., non fa che trasferire erroneamente il conato infinito nel moto al fine di dare a quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo maggiore. L'accumulo di moto, che Galilei vede risultare dall'infinitezza della percossa, secondo V., che dà una interpretazione più rigida dell'equazione conato=momento=punto indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il conato sviluppa in ogni sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista metafisico, non varia mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma della struttura dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare è ripresa nei capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De animo et anima, V. sostiene che:  Gli stessi muscoli del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue è continuamente fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo dai nervi il proprio moto.»  (Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p. 104")  Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, V. commenta, in modo platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore avvicinamento al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa mente".  La metafisica vichiana a confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e V. (a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale divergenza tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema scientifico, già costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle possibilità e coi limiti delle facoltà umane; l'interesse di V. è invece rivolto a un 'oggetto' del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la scienza e la sua genesi, nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e istituzioni sociali che hanno accompagnato le sue modificazioni.  V. è a conoscenza della discussione sul platonismo precedente e seguente il suo saggio sulla metafisica, conobbe sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi rivolse una critica importante. Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che:  Le scienze debbono incominciare da che ‘ncominciò la materia; esse ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a umanamente pensare, non già quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra l'umane menti (come ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l Newtone.»  Con questa osservazione, V. integra l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione della genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere 'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di V. a Brucker ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli attribuisce alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee platonico-galileiane è nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la trasformazione strutturata di un complesso di tradizioni, istituzioni e conoscenze umane che si sostengono reciprocamente e si modificano conflittualmente. Il punto di attacco delle scienze della natura di tipo galileiano (integrato nella filosofia del platonismo moderno) con la scienza dell'uomo, è dato dal costituirsi di un diverso 'oggetto' a esse legato, che ha però la sua autonomia, le sue regole, costituendo un sottosistema aperto all'invenzione di nuovi strumenti interpretativi.  La scienza vichiana si organizza in modo da delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a Brucker ha già dato un'idea del modo come V., partendo dalla scienza moderna e violentemente ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici e formativi per recuperarne, poi, gli aspetti complessi.  La Scienza nuova  Frontespizio della terza edizione 1744 della Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano a essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli appartiene.  questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana.»  (Giambattista V. Scienza nuova, terza ediz., libro I, sez. 3)  La storia creatrice L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum factum, creando così una scienza nuova che avrà un valore di verità come la matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.[44]  Filosofia e "filologia" La definizione dell'uomo e della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico.  La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde viene la coscienza del certo... Questa medesima degnità (assioma) dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità con la ragion dei filosofi.»  (Giambattista V. Ibidem Degnità X)  Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo.  Le leggi della 'scienza nuova' Compito della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento, com'è per tutte le altre scienze:  Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni.»  (Giambattista V. Ibidem, libro I, sez. 3)  La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni.  L'eterogenesi dei fini e la Provvidenza storica Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è sufficiente: si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore a essa che la regola e la indirizza ai suoi fini, che vanno al di là o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini.  Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni... ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti.» V. Ibidem, Conclusione)  La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli eventi storici, ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla Provvidenza che prepone alla storia divina.  I corsi storici Secondo V. il metodo storico dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.  Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:  l'età degli dei, nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»; l'età degli eroi, dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana». I bestioni La storia umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti simili a primitivi "bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra». La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene:  per la nascita della religione, nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei morti, segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima età V. sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli eroi ebbe inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della ragion di Stato, conosciuta solo da loro, comandavano sui servi che, quando rivendicarono i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo periodo della storia umana.  In questa seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché l'essenziale è che rispettino la ragione naturale, che eguaglia tutti».  La legge delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni». Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta:  Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.»  (Giambattista V. Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII)  La verità divina nella storia Se nella storia, pur tra le violenze e i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo, ciò è dovuto secondo V. all'azione della Provvidenza, che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso nelle tre età:  nelle prime due età il vero si presenta come certo gli uomini che non sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.»  (Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità IX)  Questa certezza non viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano.»  La sapienza poetica Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V. definisce poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.»  Se vogliamo quindi conoscere la storia dei popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura. Il mito infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servivano di universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentavano modelli ideali universali: come fecero ad esempio i Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza ma raccontarono di Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo prudente.  La poesia V. si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto  è autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base, mentre invece la poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari modi di spiegarsi di tutte le prime nazioni poetiche»; La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini; la lingua non ha quindi un'origine convenzionale perché questo presupporrebbe un uso tecnico della lingua che invece sorge spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto un popolo, V. arriva alla discoverta del vero Omero che è non il singolo autore dei suoi poemi ma l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo greco. È comunque da respingere la interpretazione platonica di Omero come filosofo, fornito di una sublime sapienza riposta».  Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente (opera) d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.»  (Giambattista V., Scienza Nuova)  Verità e storia La sapienza antica ha per contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manifesta in forme diverse storicamente, ma essa come verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello divino:  nel fare umano si manifesta il vero divino; e il vero umano si realizza tramite il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici e gli epicurei che niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla regredire:  Gli uomini prima sentono il necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar di sostanze.»  (Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità LXVI)  A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente.  La filosofia Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il consenso della ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione: Così "ordenando la provvedenza": che non avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia le virtù nella lor idea». La ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità».  La ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la Provvidenza che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla:  Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.»  (Giambattista V. Scienza Nuova, Conclusione)  Teorizzazione sul riso La concezione di V. sul riso è riportata in Ridere la verità di Rosella Prezzo che scrive: La teorizzazione vichiana sul riso, rimasta per lo più sconosciuta, si trova celata in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici vindicae», dove il filosofo napoletano scrive che il riso proviene dall'inganno teso all'ingegno umano, avido del vero: ragion per cui scoppia tanto più abbondante quanto maggiore è la simulazione di questo».[56] Già Niccolò Tommaseo parlando della grandezza del V. lo presentava come non invaghito per nulla dalla novità che nuove (dic'egli) son anco le cose ridicole e mostruose» né cercando l'arguzia siccome col riso le arguzie sterili, sono con la malinconia i concetti possenti».[57] Francesco Flora riporta il racconto che V. fa dell'origine dell'interiezione: Seguitarono a formarsi le voci umane con l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito di passioni violente, che 'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla meraviglia alla vista dei primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di Giove. Il riso intravede la goffaggine di tali giganti» e vi si inserisce.[58]  Il giudizio della filosofia posteriore Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. V. resisteva. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui Pensieri erano lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui Saggio era la metafisica del senso». Resisteva, ma li studiava più che facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza del V.. Era un moderno e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sé.»  (Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 314.)  Fintanto che V. fu in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte quasi unicamente agli ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più vasto seguito sol a quasi due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà dell'Ottocento e il Novecento. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso fu conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano (nonostante l'iniziale rifiuto), dagli idealisti (dai quali fu proclamato precursore dello storicismo hegeliano), dai positivisti e persino da diversi marxisti. Come fa notare il Fassò V. è ben più di un semplice filosofo [...] tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama fu apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti fu celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre veniva ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare umano». Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione filosofica del Seicento che permeava l'ambiente partenopeo, rappresenta un ponte fra la cultura secentesca e quella settecentesca.[17] Nonostante V. non sia caratterizzato da audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota Abbagnano – alcuni risultati fondamentali» che lo connettono a pieno titolo al Settecento. Tuttavia non può tacersi il carattere conservatore della filosofia politico-religiosa del V., generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo». Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo (ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il cartesianesimo, il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni limite gnoseologico.  Opere Sei Orazioni Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709) Orazione Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda: Proemium Liber metaphysicus Risposte al giornale dei letterati Prima risposta Seconda risposta  Institutiones oratoriae  De universis Juris  De universis juris uno principio et fine uno liber unus - include De opera proloquium»  De constantia jurisprudentis liber alter  Notae in duos libros, alterum De uno universi juris principio et fine uno», alterum De constantia jurisprudentis»  Scienza nuova prima  Vici Vindiciae Vita di V. scritta da se medesimo, (l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda  De mente heroica  Scienza nuova terza  Edizioni  Scritti storici, 1939 Giambattista V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia 135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Scienza nuova seconda. 2, Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1914-40 in otto volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; II, 1936, Diritto universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928, Scienza nuova II; V, 1929, Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939, Scritti storici; VII, 1940, Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie, Institutiones oratoriae. Giambattista V., Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1971. Giambattista V., Opere giuridiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni, 1974. Giambattista V., Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Giuliano Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, 1989. Nicola Badaloni, Introduzione a Gianbattista V., Bari, Laterza, 1999. Giambattista V., La scienza nuova - Le tre edizioni del 1725, 1730, 1744, a cura di Manuela Sanna e Vincenzo Vitiello, Milano, Bompiani, 2012, Amoroso, Introduzione alla Scienza nuova di V., Pisa, ETS, Croce, La filosofia di Giambattista V., Bari, Laterza. Croce, La filosofia di V., Bari, Laterza Glasersfeld, An Introduction to Radical Constructivism. ^ Bizzell and Herzberg, The Rhetorical Tradition. V., A Companion to Early Modern Philosophy, Steven M. Nadler, ed. London:Blackwell V. and Herder: Two Studies in the History of Ideas. V., The Topics of History: The Deep Structure of the New Science", in Tagliacozzo and Verene, eds, Science of Humanity, Baltimore and London: 1976. ^ Giambattista V.: An International Symposium. Giorgio Tagliacozzo and Hayden V. White, eds. 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Mondadori. ^ David Armando, Manuela Sanna, "V., Giambattista", Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Politica, Enciclopedia Italiana Treccani. ^ Francesco Adorno, Tullio Gregory, Valerio Verra, Storia della filosofia, Editori Laterza, 1983.  Guido Fassò, Storia della filosofia del diritto. II: L'età moderna, Editori Laterza, 2001.  Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2006.  Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli. ^ Giambattista V., Principj di scienza nuova, di Giambattista V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Volume 1, Francesco d'Amico. Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Editore Osanna Venosa V., Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani), Milano, 1947, p. 57.  Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Guido Fassò), cit. p. 16, Morano. V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 46, Biblioteca Universale Rizzoli. ^ Giovanni Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. ^ V. che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a papa Clemente XII, fu costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. (Cfr. M. Fubini, V.. Autobiografia, Torino Einaudi. ^ M. Fubini, V.. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima redazione dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma negativa. ^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma ampliata con una modifica di V. ^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della "Società napoletana di storia patria", . ^ La fondazione "V.", voluta da Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di San Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^ Giambattista V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano 1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità del pensiero di Giambattista V., Cenacolo Serafico. ^ Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a più di settantasei anni: mancò nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi precisi. ...» in La Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista V., Ricciardi. ^ La storia di Giambattista V., su napolitoday. ^ Secondo notizie di stampa diffuse nell'ottobre 2011, resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la salma di Giambattista V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato il 14 novembre 2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque commentata con prudenza dagli esperti. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto Nicolini, La giovinezza di Giambattista V.: saggio biografico, Società editrice Il Mulino, Croce, Nuovi saggi sul Seicento. ^ Per una silloge di pensieri» del Malvezzi, Politici e moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza. ^ V. nel perduto De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui ...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^ Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in Bollettino del Centro di Studi Vichiani»,  (Roma : Edizioni di Storia e Letteratura, 2011). V., Opere, Sansoni, Firenze ^ V. è considerato da alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista. Infatti V. sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gli uomini alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick, La realtà inventata, Milano, Feltrinelli  Per V. la filologia non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi, religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ L'età degli dei nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane.» (G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera). ^ G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» (Ibidem). ^ Ibidem. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto 2016 in Internet Archive. ^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti che Benedetto Croce riconobbe al pensiero vichiano: [V.] criticò tutt'insieme le tre dottrine della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana.»  (Benedetto Croce, La filosofia di V.  ^ [qual era quello dei tempi d'Omero] V., Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di pietas, sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità. Scena comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Cortina. ^ Niccolò Tommaseo, Storia civile nella letteraria, in Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, Flora, V., in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione riveduta e ampliata, Volume terzo, Il Cinquecento Il Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo Mondadori. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. era poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder, chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della filosofia.  La filosofia di V. comincia ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano: François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma, soprattutto  Jules Michelet, Principes de la philosophie de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di V. di cui apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino.  Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di V. ma furono i filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che videro in lui un maestro. ommaseo, V. e il suo secolo, 1843, rist. Torino, mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di Gioberti. Agostino Maria de Carlo, Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di Giambattista V. ad uso della gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo. Nuove interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo  Giuseppe Ferrari, Il genio di V., 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916. C. Cattaneo, Sulla 'Scienza Nuova' di V., Milano, 1946-47. C. Cantoni, V., Torino. P. Siciliani, Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia, Firenze, Civelli, 1871. Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e l'Illuminismo:  Alberto Donati, Giambattista V.. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne. Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e  G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915, rist. Firenze, Sansoni, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche e rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura questa, secondo alcuni critici, ripresa da Croce, La filosofia di V., Bari, Laterza, 1911. che ebbe soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento alla trascendenza della Provvidenza vichiana.  Un'accurata ricerca storica su V. fu operata dal crociano  Fausto Nicolini, La giovinezza di V., Bari, Laterza. Fausto Nicolini, La religiosità di V., Bari, Laterza, 1949. Fausto Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza nuova', Roma, 1949-50. Fausto Nicolini, Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna. Contrari all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza:  E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. V., Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di V., Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. V., Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di V., Napoli. F. Lanza, Saggi di poetica vichiana, Varese, Magenta. Il dibattito tra le interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina:  G. Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè, 1949. G. Fassò, V. e Grozio, Napoli, Guida. Maura Del Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla concezione della storia ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del pensiero vichiano: A. R. Caponigri, Time and Idea, Londra-Chicago 1953, trad. it. Tempo e idea, Bologna, Pàtron. sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Giovanni A. Bianca, Il concetto di poesia in G.B.V., Messina, D'Anna, 1967. Thomas Gilbhard, V.s Denkbild. Studien zur Dipintura der Scienza Nuova und der Lehre vom Ingenium, Berlin, Akademie Verlag, 2012, ISBN 978-3-05-005209-0. Giuseppe Prestipino, La teoria del mito e la modernità di G. B. V., in Annali della Facoltà di Palermo», Patella, Senso, corpo, poesia. Giambattista V. e l'origine dell'estetica moderna, Milano. Guerini, Sini, Figure vichiane. Retorica e topica della Scienza nuova, Milano, LED. Patella, Giambattista V. tra Barocco e Postmoderno, Milano, Mimesis. Patella, Ingegno V.. Saggi estetici, Pisa, ETS. sugli aspetti giuridici e sociologici: P. Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, Firenze, Firenze University Donati, Nuovi studi sulla filosofia civile di G. B. V., Firenze, 1947. L. Bellafiore, La dottrina del diritto naturale in G. B. V., Milano, 1954. D. Pasini, Diritto, società e stato in V., Napoli Jovene, 1970. V. Giannantonio, Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba, 2009. G. Leone, [rec. al vol. di] V. Giannantonio, Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano tra '700 e '800, Lanciano, Carabba, in Misure Critiche», 2, 2010, pp. 138-140; e in Forum Italicum», 2, 2010, pp. 581–582. 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Modifica su Wikidata V., Giambattista, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. Modifica su Wikidata V., Giovanni Battista, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Jules-Marie Chaix-Ruy, Giambattista V., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Giambattista V., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su Wikidata Andrea Battistini, V., Giambattista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 99, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020. Modifica su Wikidata Giambattista V., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista V., su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista V. / Giambattista V. (altra versione) / Giambattista V. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata Opere di Giambattista V., su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista V., su Progetto Gutenberg. 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Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,” contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi di grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per dedicarsi al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale, tuttavia, rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento dall'attività intellettuale per I anno e mezzo.  Ripresa la via degli studi, V. si reca nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto ancora una volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per affrontare la meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno, V. e “applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE, s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si cimenta, come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO, si appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha egli da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella casa natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V.. Nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello studio. Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo di tempo intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti, nonostante l' “Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo magistero, svolge attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il castello di Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo di studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio, nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi, rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in affitto in V.lo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e altre comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel momento non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de' letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”. L'incontro di V. con la filosofia di Ugon capo» ha un'importanza decisiva per il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che, nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero fece anche V., insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio, sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento accademico. La morte [incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia, alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali. Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio, Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa.  “De antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”, che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione, avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché non siamo noi ad averla creata.  Conoscere una cosa significa rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che tale cosa produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di Cartesio che inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della storia umana, che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha sempre un margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio  trionfante in quel periodo. Il cogito di Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede la verità.  Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I latini diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque ragionevole congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente umana si manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino conosco la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene in primo luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio, per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del fatto.  L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero, comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina.  Il primo vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor); codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli appartiene  questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici, che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore ad essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla provvidenza che prepone alla storia divina. Secondo V. il metodo storico dove procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue, e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.  Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età:  l'età degli dei, nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli oracoli; l'età degl’eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degl’uomini nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana. La storia umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini, giganti simili a primitivi "bestioni", vivevno vagando nelle foreste in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene:  per la nascita della religione, nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato, per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti, segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima età sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui basarsi. Infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza. Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gl’eroi che con la forza e in nome della ragion di stato, conosciuta solo da loro, comandano su i servi che, quando rivendicano i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, danno vita allo stato aristo-cratico che caratterizza il secondo periodo della storia umana.  In questa seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine, la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degl’uomini e alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato sul diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato non necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V. define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del antico popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura. Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente.  V. si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana. La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello divino:  nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento della provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il consenso della ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità.  La ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio. Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA, DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti -- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO – alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma. Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario, l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”; “Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”; “Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo, (l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica, Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V., Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; Diritto universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse; Poesie, Institutiones oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V., Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V., Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase quasi del tutto ignorato dalla cultura europea con una diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Herder, chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della filosofia.  La filosofia di V. comincia ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano: Chateaubriand e Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la philosophie de l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx stimarono la filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI, e soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il suo secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di V.” (Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo. FERRARI, Il genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.” (Milano); CANTONI, “V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia” (Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente fra il filosofo e l’illuminismo. Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne). Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli studi di SPAVENTA e SANCTIS iniziatori di quella corrente dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in CROCE e  GENTILE, Studi vichiani, Messina, rist. Sansoni Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche e rinascimentali, rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista, e interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura questa, secondo alcuni critici, ripresa da  CROCE, “La filosofia di V.” (Laterza, Bari) che ha soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica dello sviluppo dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla trascendenza della provvidenza vichiana.  Un'accurata ricerca storica su V. e operata dal crociano  Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La religiosità di V.” (Laterza, Bari); Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini,  V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa” (Osanna Venosa). Contrari all'interpretazione immanentistica della provvidenza vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza:  Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano, Amerio, Introduzione allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina della provvidenza in V., Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli); Lanza, Saggi di poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina:  Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della Scienza nuova” (Milano, Giuffrè), non esistente. Fassò, V. e Grozio, Napoli, Guida, Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del pensiero vichiano:  Caponigri, Tempo e idea, Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono quelli di Bianca, Il concetto di poesia in V.,  D'Anna, Messina, Prestipino, "La teoria del mito e la modernità di V.", Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti giuridici e sociologici: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, Firenze,  Donati, Nuovi studi sulla filosofia civile (Firenze); Bellafiore, Il diritto naturale (Milano); Pasini, Diritto, società e stato in V., Jovene, Napoli, Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano (Carabba, Lanciano); Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano, in Misure critiche, La Fenice, Salerno, e in "Forum Italicum", Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: V. e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In: Battistini e Guaragnella, V. e l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa multimedia (Mneme). Croce, La filosofia di V., Bari, Laterza, Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria e cultura a Napoli, Napoli: Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia, Laterza, V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, V., Ferrari, La scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de' Classici Italiani,  Cioffi ed altri, I filosofi e le idee, Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del diritto (Laterza); Abbagnano, Storia della filosofia (L'Espresso); V., La scienza nuova (Rizzoli); V., Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Amico,  Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani, Milano); V., La scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V., La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. V. che si era rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a Papa Clemente XII, e costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. Cfr. Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi). La prima redazione dell'opera, andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in forma negative.  L'Autobiografia e pubblicata postuma  ampliata con una modifica di V..  RIVISTA DI STUDI CROCIANI, a cura della Società napoletana di storia patria, La fondazione V. voluta da Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio Maggiore, Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo in Napoli. V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Ferrari, Società tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela, L'unità e la religiosità del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi nella notte e a settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura italiana: Storia e testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday. Secondo notizie di stampa diffuse resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la salma di V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet Archive. La notizia è stata comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La scienza nuova, Biblioteca Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il Mulino), CROCE, Nuovi saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA, Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio corporis animantis espone una concezione secondo cui riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole. Secondo un'ipotesi di Croce e Nicolini l'opera e stata concepita come appendice al “Liber Physicus” ed e donata in forma manoscritta al suo grande amico, Aulisio. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita.  Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di storia e letteratura).  Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da alcuni interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V. sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano, Feltrinelli)  Per V. la filologia non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi. L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente, l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che CROCE riconosce al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei tempi d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione  Nel senso di pietas, sentimento religioso.  V., La scienza nuova (Biblioteca Universale Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana integrali in più volumi dalla collana  "Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbV. Portale V., su giambattist aV.. u treccani., in Il contributo italiano alla storia del Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V., Principj di una scienza nuova di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti. Italian philosopher. Grice: “The Italians revere him so much that his emblem is on one of their stamps!”“It would be as having Ryle on one of ours!” V.: He is so beloved by the Italians “that they made a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “V. and the origin of language.” Philosopher who founded modern philosophy of history, philosophy of culture, and philosophy of mythology. He was born and lived all his life in or near Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a force in Naples throughout V.’s lifetime. A turning point in his career was his loss of the concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and an injustice, it enabled him to produce his major philosophical work. He was appointed royal historiographer by Charles of Bourbon. V.’s major work is “La scienza nuova”  completely revised in a second, definitive version. He published three connected works on jurisprudence, under the title Universal Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the historical life of nations. V.’s principal works preceding this are On the Study Methods of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding human education, and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the Cartesian conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the conception of modern intellectual autobiography. Basic to V.’s philosophy is his principle that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is true is convertible with what is made. This principle is central in his conception of “science” scientia, scienza. A science is possible only for those subjects in which such a conversion is possible. There can be a science of mathematics, since mathematical truths are such because we make them. Analogously, there can be a science of the civil world of the historical life of nations. Since we make the things of the civil world, it is possible for us to have a science of them. As the makers of our own world, like God as the maker who makes by knowing and knows by making, we can have knowledge per caussas through causes, from within. In the natural sciences we can have only conscientia a kind of “consciousness”, not scientia, because things in nature are not made by the knower. V.’s “new science” is a science of the principles whereby “men make history”; it is also a demonstration of “what providence has wrought in history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e ricorsi in a pattern governed by providence. The world of nations or, in the Augustinian phrase V. uses, “the great city of the human race,” exhibits a pattern of three ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every nation passes through an age of gods when people think in terms of gods, an age of heroes when all virtues and institutions are formed through the personalities of heroes, and an age of humans when all sense of the divine is lost, life becomes luxurious and false, and thought becomes abstract and ineffective; then the cycle must begin again. In the first two ages all life and thought are governed by the primordial power of “imagination” fantasia and the world is ordered through the power of humans to form experience in terms of “imaginative universals” universali fantastici. These two ages are governed by “poetic wisdom” sapienza poetica. At the basis of V.’s conception of history, society, and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the human world. Fantasia is the original power of the human mind through which the true and the made are converted to create the myths and gods that are at the basis of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas. He made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the principal disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as a substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with one in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive V. as the  Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N. Hampshire, “V.,” in The New Yorker. Luigi Speranza, “V. alla Villa Grice.” H. P. Grice, “V. and language.” Danesi, Metaphor, and the Origin of Language. Serious scholars of V. as well as glotto-geneticists will find much of value in this excellent monograph. V. Studies. A provocative, well-researched argument which might find re-application in philosophy. Theological Book ReviewDANESI returns to V. to create a persuasive, original account of the evolution and development of the Italian language, one of the deep mysteries of Italians. V.’s reconstruction of the origin of language is described and evaluated in light of Grice’s philosophical conversational pragmatics. Keywords: V. e la filosofia romana, V., VARRONE, storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi, la ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto. Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto. The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation, Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective; computationism. SAGGI FILOSOFICI ii V.  CROCE LA  FILOSOFIA DI V. BARI LATERZA TI  l'OQ  KAFI-KDITOBI-LIHK  AI Stampato in Trani, coi tipi dolla Ditta  Tipografica Editrice Vecchi.ifs V4GV0X WINDELBAND Per quali ragioni a Croce è sembrata necessaria una esposizione della filosofia di V. puo agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna di questo filosofo e dalle notizie bibliografiche, che si leggono nella seconda e terza appendice. Qui occorre avvertire soltanto che l’esposizione di Croce. non  vuol essere un riassunto saggio per saggio e parte per parte dei saggi di V.; e, anzi, presuppone la conoscenza di questi saggi e, ove manchi, vuol eccitare il lettore a procacciarsela per meglio seguire, e per riscontrare, l’interpetrazioni ed i giudizi che gli vengono offerti da Croce. Su questo presupposto, pur valendomi assai spesso (specialmente nei  capitoli relativi alla storiografia) delle parole testuali di V., Croce non crede opportuno virgoleggiarle (salvo dove piace a Croce dare risalto alla precisa espressione originale), perché, avendole di solito combinate da brani sparsi nei più vari luoghi e ora abbreviate ora allargate e sempre frammischiate liberamente con parole e frasi di Croce di  commento, il continuo virgoleggiarle è stato un mettere in mostra, con più di fastidio che d’utilità, il rovescio del ricamo di Croce, che ciascuno puo osservare da sé, quando ne ha voglia, col sussidio dei rimandi che Croce mette in fondo al saggio. Desideroso d’attestare, per quanto è possibile a Croce, in ogni particolare del suo saggio, la reverenza  che si deve al gran nome di V., Crice è studiato d’essere breve, di quella brevità che V. considera quasi suggello di saggi scientifici ben meditati. Al qual uopo Croce sacrifica anche le discussioni coi singoli interpetri, contentandosi di semplici accenni. Del resto, parte dell’interpetrazioni esposte sembrano a Croce frutti dell’indagini e controversie  che costituiscono la migliore letteratura di e su V.; e tutta quell'altra parte, che è personale di Croce, e l'idea stessa generale del suo saggio, difende a suo tempo, se è il caso, contro i dissenzienti e gl’obiettanti, nel modo diretto che nel corso dell'esposizione Croce non stima d’adoperare. Perché Croce spera che il suo saggio ha l'effetto non già di  spegnere ma di raccendere le discussioni intorno alla filosofia di V. Di questo altvater, come lo chiama Goethe, che è fortuna per un popolo possedere, e al quale bisognerà sempre fare capo per SENTIRE ITALIANAMENTE la filosofìa, pur pensandola cosmopoliticamente. La dedica del lavoro (oltre a essere omaggio a uno dei maggiori maestri  della storia della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che venga presto riempita, in tale storia, la lacuna, sulla quale richiama l'attenzione più volte, e specialmente alla fine della seconda dell’appendici del volume. Raiano, Aquila. L'augurio espresso nell’ultime linee dell’avvertenza ha compimento, e non solo Windelband da luogo alla  filosofia di  V. nella sua Storia della filosofìa (Leipzig), ma il saggio di Croce è subito tradotto in francese, e altre versioni se ne preparavano, e fiorisceno l’indagini e le discussioni, quando la guerra sopravvenne a sospendere quella ripresa di studi e la divulgazione dell'opera di V. fuori d'Italia. Non si per altro che, durante la guerra e in relazione  ad essa, i concetti di V. non sono qua e là richiamati per dominare col pensiero il corso delle cose; e li richiama, tra gl’altri, lo stesso Windelband, nel suo saggio, che è una lezione di guerra sulla filosofia della storia. L’edizione contiene piccole correzioni, schiarimenti e aggiunte, ed è messa al corrente nella parte bibliografica. La tavola dei rinvìi  ai testi di V. è resa più precisa, e in ciò, come nella revisione generale, Croce ha l'amichevole aiuto di NICOLINI, benemerito editore della Scienza nuova. Circa la concezione e il metodo del saggio non ha alcun cangiamento d’introdurre né pentimento da  manifestare: sebbene da più parti mi sia stata rivolta la facile ma superflcialissima critica,  che l'interpretazione di V. vi è tutta compenetrata  dal proprio pensiero filosofico di Croce, e perciò non è oggettiva. In verità, chi voglia conoscere davvero V. deve leggere e meditare i saggi del V.; e questo è indispensabile, e questa è la sola oggettività possibile: non la cosiddetta esposizione oggettiva che altri ne faccia, e che non potrebbe riuscire  se non lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e critica d’un filosofo ha una diversa e più alta oggettività, ed è necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale solamente l'antico pensiero viene inteso e compreso. E tale è, o procura d’essere, il saggio di Croce. Che cosa avrei potutoi ntendere Croce di V.,  se non mi fossi travagliato su problemi strettamente congiunti ai suoi o derivanti da quelli suoi?  Per questa ragione anche non posso dare importanza all'opposizione che mi è venuta d’egregi scrittori cattolici, i quali è naturale che vedano le cose con occhi diversi dai miei. Ciò che, per altro, non mi sembra logico, è il loro sforzo di ridurre V. a  filosofo ortodosso; nel quale sforzo urtano inevitabilmente in due gravi difficoltà. In primo luogo essi vengono a trovarsi di fronte all'impossibilità di spiegare perché mai V., che, a loro giudizio, non fa altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica, sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato tanto a  genio ai filosofi. E parimente,  in secondo luogo, si tolgono il modo di spiegareT avversione che per lui provarono i cattolici del suo secolo e taluno insigne del secolo seguente, come, per  es., BALBO (vedsi), che lo senti estraneo alla scienza. E questo basti aver detto, perché, riguardoso come credo d'esser sempre stato verso i cattolici, non perciò  polemizzerei mai con essi, stimando la cosa tanto poco utile, quanto utile e doveroso è, per me, tirare innanzi per la mia via. Napoli. La prima forma della dottrina di V. sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero cartesiano, che da oltre mezzo secolo da l'indirizzo generale allo spirito europeo ed era destinato a dominare  ancora per un secolo le menti e gli animi. Cartesio colloca f  ideale della scienza perfetta nella geometria, sul modello della quale intende a riformare la filosofia e ogni altra parte del sapere. E poiché il metodo geometrico perviene mercé l'analisi a verità intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione sintetica sempre più complesse  affermazioni, la filosofia, per procedere con rigore di scienza, dove, a mente di Cartesio, cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verità primitiva e intuitiva, dalla quale deduce tutte le sue ulteriori affermazioni, teologiche, metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e distinta – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct ideas” -- era, dunque, criterio supremo; e  l'inferenza immediata, l'intuitiva  connessione del pensiero coll'essere, del cogito col sum, porge la prima verità e la base pella scienza. Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduce al cogito, Cartesio si argomenta di sconfiggere una volta per sempre lo scetticismo.  Ma, per ciò stesso, tutto quel sapere non ancora ridotto o non riducibile a percezione chiara e distinta e a deduzione geometrica, perde ai suoi occhi valore e importanza. Tale la storia, che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non ancora matematizzata; la saggezza pratica e l'eloquenza, che si valgono dell'empirica conoscenza del cuore  umano; la poesia, che offre immagini fantastiche. Piuttosto che un sapere, codesti prodotti spirituali erano per Cartesio illusioni e torbide visioni: idee confuse, destinate o a farsi chiare e distinte e perciò a svestire la loro anteriore forma d'esistenza, o a trascinare un'esistenza miserabile, indegna dell'attenzione del filosofo. La  luce solare  del metodo matematico rende superflue le fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano sovente ombre ingannatrici. Ora V. non si restringe e non s’attarda, come altr’avversari di Cartesio, a prendere scandalo pelle conseguenze del metodo soggettivo, pericoloso alla religione; o a disputare scolasticamente se il cogito sia o non sia un  sillogismo, e se come sillogismo sia o no difettoso; o a protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo cartesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va diritto al cuore della questione, al criterio stesso stabilito da Cartesio per la verità scientifica, al principio dell'evidenza; e dove il filosofo gallo stima d’aver fornito tutto quanto si  potesse richiedere pella scienza più  rigorosa, V. osserva che, posta l'esigenza alla quale s'intende soddisfare, in realtà, col metodo raccomandato, s’ottene ben poco o addirittura nulla. Bella scienza, dice V., è codesta dell'idea chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso è, si, cosa indubitabile, ma non mi ha punto l'aria d’una proposizione  scientifica. Ogni idea, per erronea che sia, può apparire evidente; e, non perché a me appaia tale, acquista virtù di scienza. Che se si pensa, si è anche, era cosa nota persino al Sosia di Plauto, che esprime questa sua persuasione quasi colle stesse parole della filosofia  cartesiana. SED QVOM COGITO EQVIDEM CERTO SVM. Ma lo scettico  replica sempre ai Sosì e ai Cartesì, che egli non dubita di pensare; professa anzi asseverantemente che quel che a lui sembra scorgere è certo, e lo sosterrà con ogni sorta di cavilli; e che non dubita d’essere, anzi cura d’esser bene, mercé la sospensione dell'assenso, per non aggiungere ai fastidì delle cose gl’altri provenienti dall’opinioni. Ma, nell'affermare  cosi, sosterrà insieme che la certezza del suo pensare e del suo essere è coscienza e non scienza; ed è coscienza volgare. Tanto poco la chiara e distinta percezione è scienza, che da quando, per effetto del cartesianismo, essa viene adoperata nella fisica, la conoscenza delle cose naturali non è divenuta punto più sicura. Cartesio spicca un salto per  sollevarsi dalla coscienza volgare alla scienza; ed è ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la scienza agognata. Ma in che cosa la verità scientifica consiste, poiché certamente non consiste nella coscienza immediata? In che la scienza differisce dalla semplice coscienza? Qual è il criterio, o, in altri termini, quale la condizione  che rende possibile la scienza? Colla chiarezza e colla distinzione non si muove un sol passo; coll'affermazione d’un primo vero non si risolve il problema, che non è già circa un primo vero, ma circa la forma che la verità deve avere perché possa essere riconosciuta verità scientifica, ossia verità vera. V. risponde a questa domanda, e giustifica la  sua accusa d' insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere a una proposizione che, a bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza della tesi storica colla quale  V. l'accompagna e che egli stesso poi ebbe a rifiutare, cioè che quella proposizione risalga a un'ANTICHISSIMA SAPIENZA ITALICA; ma nel senso  che essa era comune e quasi intrinseca al pensiero. Nulla di più familiare, infatti, a un italiano, il quale recita ogni giorno il suo credo in un dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e della terra, dell'affermazione che solo Dio può avere scienza piena delle cose, perché egli solo ne è l'autore. Il primo vero, ripete V., è in Dio, perché Dio è il  primo fattore; ed è vero infinito perché egli è fattore delle cose tutte, esattissimo perché rappresenta a lui gl’elementi cosi esterni come interni delle cose, le quali egli contiene tutte in sé. Questa medesima proposizione circola nelle scuole, specie, a quanto sembra, presso scotisti e occamisti, e, nel rinascimento, FICINO l'asseriva nella Theologia  platonica, dicendo che la natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco, come la mente del geometra dall'intrinseco fabbrica le sue figure; e CARDANO ripete che tale è la vera scienza, la scienza divina, quaì res facit, e che di essa tra le umane rende immagine la sola geometria; e lo scettico Sanchez, nel Quod nihil scltur,  ricorda che non può perfecte cognoscere quis quaì non creavit, nec Deus creare potuisset nec creata regere quce non perfecte prcecognovisset; ipse ergo, solus sapientia, cognitio, intellectus perfectus, omnia penetrai, omnia sapit, omnia cognoscit, omnia intelligit, quia ipse omnia est et in omnibus, omniaque ipse sunt et in ipso. Ma  il [Si veda per  le origini il saggio di CROCE: Le fonti della gnoseologia di V., cit. nell'append. bibliografica. Sul concetto di Sanchez, Opera medica, ed. di Tectosagum] richiama l'attenzione Windelband, Gesch. d. Philosophie.] V. non si restringe ad affermazioni incidentali e, intendendo pel primo la fecondità del concetto espresso in quella proposizione,  dall'elogio dell'infinita potenza e sapienza di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricava, contro Cartesio, il principio gnoseologico universale, che la condizione per conoscere una cosa è il farla, e il vero è il fatto stesso: verum ipsum factum. Non altro che codesto si vuol dire, egli chiarisce, quando s’afferma che la scienza è peiccnisas  scire, perché la cagione è quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, è il genere o modo d’una cosa: conoscere la cagione è saper mandare ad effetto la cosa, provare dalla causa è farla. In altri termini, è rifare idealmente quel che si è fatto e si fa praticamente. La cognizione e l'operazione debbono convertirsi tra loro, come in  Dio intelletto e volontà si convertono e fanno tutt'uno. Senonché, stabilito nella connessione del vero e del fatto l'ideale della scienza, e, poiché l'ideale è la vera realtà, conosciuta la natura vera della scienza, la prima conseguenza che da questo riconoscimento deve trarsi è quella stessa che ne traevano i platonici e gli scettici del rinascimento,  l'impossibilità della scienza pell'uomo. Se Dio crea le cose, Dio solo le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha la scienza. Forse che l'uomo ha esso creato il mondo? ha esso creato la propria anima? All'uomo non è data la scienza, ma la sola coscienza, la quale per l'appunto volge sulle cose di cui non si può  dimostrare il genere o forma onde si fanno. La verità di coscienza è il lato umano del sapere divino, e sta a questo come la superficie al solido: piuttosto che verità, dovrebbe dirsi CERTEZZA – H. P. Grice: objective It is certain that p; subjective, I am certain that p – Intention and UNcertainty. A Dio l' ìntelligere, all'uomo il solo cogitare, il  pensare, l'andare raccogliendo gl’elementi delle cose, senza poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero dimostrativo; all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o CERTE PER SEGNI INDUBITATI O PROBABILI per forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti congetture. Il certo, la verità di coscienza, non è scienza,  ma non perciò è il falso. E V. si guarda bene dal chiamare false le dottrine di Cartesio: egli vuole soltanto degradarle da verità compiute a verità frammentarie, da scienza a coscienza. Tatt'altro che falso è il cogito ergo sum: il trovarsi finanche sulla bocca del Sosia plautino è argomento non per rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verità di  semplice coscienza. Il pensare, non essendo causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'induce, essendo l'uomo, secondo che i cartesiani ammettono, mente e corpo, il pensiero sarebbe causa del corpo; il che ci avvolgerebbe tra tutte le spine e gli sterpi delle dispute circa l'azione della mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il  cogito è, dunque, UN MERO SEGNO O INDIZIO del mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non può dare criterio, non pure delle altre cose ma della mente medesima, perché la mente in quel suo conoscersi non si fa, e, poiché non si fa, ignora il genere o modo onde si conosce. Ma l'idea chiara e distinta è quel che solo è concesso allo spirito  dell'uomo, e, come unica ricchezza ch'egli abbia, preziosissima. Anche per V. la metafisica serba il primato fra le scienze umane, che tutte derivano da lei; ma laddove per Cartesio essa può procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico, per V. deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per cause ma di cause. E del  probabile si contentò ai suoi bei tempi, nella Grecia antica, nella ROMA ANTICA DI CICERONE, e nell'Italia del Rinascimento; e quando volle abbandonare il probabile e si empi la testa dei fumi di quel detto fastoso: sapientem nihil opinavi, cominciò a  turbarsi e a decadere. L'esistenza  di Dio è certa, ma non è scientificamente dimostrabile, e  ogni tentativo di dimostrazione è da considerare documento non tanto di pietà quanto piuttosto d'empietà, perché, per dimostrare Dio, dovremmo farlo: l'uomo dovrebbe diventare creatore – GRICE GENITORE -- di  Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto quello che ci è stato rivelato da Dio, ma non domandare in qual modo sia vero, che è ciò  che non potremo mai comprendere. Sulla verità rivelata e sulla coscienza di Dio s’appoggiano le scienze umane e vi trovano la loro norma di verità; ma il fondamento stesso è verità di coscienza e non di scienza. Come V. abbassa le scienze che Cartesio prediligeva e coltiva, la metafisica, la teologia, la fisica, cosi risolleva le forme di sapere che  Cartesio aveva abbassate: la storia, l'osservazione naturalistica, la cognizione empirica circa l'uomo e la società, l'eloquenza e la poesia. 0, per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per rivendicarle: dimostrato che le superbe verità della filosofia condotta con metodo geometrico si riducono anch'esse a nient'altro che probabilità e asserzioni  aventi valore di seniplice coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere è, nell'atto stesso, bella e compiuta, perché tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga da sé un'altra indegna di questo nome perché fondata non sul ragionamento ma sull'autorità, è  chiarita illusoria. L'autorità delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze, l'opinione generale, la tradizione, la coscienza del genere umano, vengono restaurate nell'ufficio che hanno sempre avuto e che ebbero nello stesso Cartesio; il quale, come suole accadere, disprezza quel che egli possede in gran copia e di cui si era potentemente giovato,  e, uomo dottissimo, scredita la dottrina e l'erudizione, come chi si è  nutrito può darsi il lusso di parlare con disdegno del cibo che è già sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio contro l'autorità si era provata, per alcuni rispetti, benefica, avendo scosso la troppo vile servitù di star sempre sopra l'autorità. Ma che non regni altro che il proprio  individuale giudizio, che si pretenda rifare da cima a fondo il sapere sulla propria individuale coscienza, che si giunga, come fa Malebranche, ad augurare perfino di vedere bruciati tutti i filosofi e di tornare alla nudità di Adamo; è una follia o, per lo meno, un eccesso, dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il giusto mezzo è di seguire il  proprio giudizio, ma con qualche riguardo all'autorità; di congiungere insieme, cattolicamente, la fede colla critica circoscritta dalla fede e giovevole alla fede stessa: in modo conforme al carattere indelebile di mera probabilità che ha il sapere o la scienza umana, in modo avverso all'indirizzo della riforma, pel quale lo spirito interno di ciascuno si  fa divina regola delle cose che si devono credere. C'è, per altro, un gruppo delle scienze cartesiane al quale par che V. riconosca, come i suoi  predecessori del rinascimento, un posto privilegiato; vale a dire, non di coscienza, ma di vera e propria scienza, non nella certezza, ma nella verità: le discipline matematiche. Sono queste, secondo lui, le  sole  conoscenze possedute dall'uomo in modo del tutto identico a quello del sapere divino, e cioè perfetto e dimostrativo. E non già, come Cartesio crede, per effetto del loro carattere d’evidenza. L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non dà una verità della stessa forza che nelle matematiche. Né le matematiche sono per sé evidenti: con  quale chiara e distinta idea si potrebbe concepire che la linea consti di punti che non hanno parti? Ma il punto impartibile, che non si può concepire nelle cose reali, si può, invece, definire; e col DEFINIRE CERTI NOMI, l'uomo si crea gli eiementi delle matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce certe verità eterne, e  con questi infiniti e con questa eternità disponendo i loro elementi, egli fa IL VERO CH’INSEGNA. La forza delle matematiche nasce, dunque, non dal criterio cartesiano, ma appunto dall'altro enunciato da V.; non dall'evidenza, ma dalla conversione del conoscere col fare: mathematica demonstramus, quia verum facimus. L'uomo prende l'uno e  lo moltiplica, PRENDE IL PUNTO E LO DISEGNA, e crea i numeri e le grandezze che egli conosce perfettamente perché opera sua. Le matematiche –PEANO -- sono scienze operative, e non solo nei loro problemi, ma negli stessi teoremi, che volgarmente si stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione esse sono anche scienze che  dimostrano per cause, contrariamente all'altra opinione volgare che esclude dalle matematiche il concetto di causa; sono, anzi, le sole, tra le scienze umane, che davvero provino per cause. Da questo procedere provengono le loro Verità meravigliose; e tutto l'arcano del metodo geometrico consiste nel DEFINIRE PRIMA LE VOCI, e cioè fare i  concetti coi quali si abbia a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col quale si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una qualche posizione non verrebbero a capo; e con questi principi da verità pili semplici dimostrate  procedere fil filo alle più composte, e le composte non affermare se prima non s’esaminino una per una le parti che le compongono. Si  direbbe che V. sia circa il valore delle matematiche affatto d'accordo con Cartesio, dal quale differisca soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto che la sua fondazione debba considerarsi più profonda, tanto  più ne verrebbe rafforzato ed esaltato l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza perfetta che lo spirito umano raggiunga è quella matematica, è chiaro che sopra essa bisogna sorreggersi e alla stregua d’essa modellare o giudicare l’altre. V., insomma, si sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe procurato  una migliore ragione che quegli non sospetta. Ma, quantunque cosi sembri a prima vista, e cosi abbia pensato qualche interpetre, osservando meglio si scorge che la gran perfezione che V. attribuisce alle matematiche è più apparente che reale; che la sicurezza che egli vanta di quel procedere, è, per sua medesima confessione, acquistata a spese  della  realtà; e che, insomma, l'accento della teoria non cade tanto sulla verità di quelle discipline quanto sulla loro arbitrarietà. E in questo risalto dato al carattere d’arbitrarietà egli differisce non solo dai ricordati filosofi del rinascimento, ma anche da BONAITUO GALILEI e dalla sua scuola. L'uomo infatti, egli  dice, andando attorno a investigare la  natura delle cose, e accorgendosi finalmente di non poterla in niun modo conseguire, perché non ha dentro di sé gl’elementi onde sono composte, e, anzi, li ha tutti fuori di sé, è condotto via via a volgere a profitto questo stesso vizio della sua mente; e con l'astrazione (non, s'intende, coll'astrazione sulle cose materiali, perché V. NON ASSEGNA origine empirica alle matematiche, ma coll'astrazione che s’esercita sugli enti metafisici, si foggia due cose, duo sibi confingit: IL PUNTO DA DISEGNARE, e l'unità da moltiplicare. Entrambi finzioni, utrumque  ftctum, perché IL PUNTO DISEGNATO non è più punto – Grice: CIRCLE AND CIRCLE IN PLATO -- e l'uno moltiplicato non è più uno. Indi, da quelle finzioni, di proprio arbitrio, proprio  iure – GRICE DEEM -- assume di procedere all'infinito, sicché le linee si possano condurre nell'immenso, Si veda sulla storia della gnoseologia delle matematiche fino a  V.  il saggio di CROCE  cit.] l'uno moltiplicare pell'innumerabile. A questo modo costruisce per suo uso un mondo di  forme e numeri, che egli abbraccia tutto dentro di sé; e col prolungare, col tagliare, col comporre le linee, coll'aggiungere, togliere e computare i numeri, fa infinite opere e conosce infiniti veri. Non può definire le cose e DEFINISCE NOMI – GRICE ROBINSON --;  non può attingere gl’elementi reali e si contenta d’elementi immaginari –IL LATINO SINE FLEXIONE DI GRICE E PEANO – DEUTERO LATINO SINE FLEXIONE --, dai quali sorgono idee che non ammettono alcuna controversia. Simile a Dio, ad Del instar  >, da nessun sostrato materiale, e quasi dal niente, crea punto, linea, superficie: il punto che è posto come quello che non ha parti; la linea come l'escurso del  punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondità; la superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cioè la lunghezza e la larghezza senza la profondità. Cosi le matematiche purgano il vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di sé e di non aver essa fatto ciò che vuole conoscere. Quelle fanno ciò che  conoscono, hanno in sé medesime i loro elementi e si configurano, perciò, a somiglianza perfetta della scienza divina {sdentici divince similes evadunt. A chi legge queste e altrettali descrizioni e celebrazioni da V. del procedere matematico, par d'avvertire come un'ombra d'ironia, se non proprio intenzionale, certamente risultante dalle cose stesse.  La fulgida verità delle matematiche nasce, dunque, dalla disperazione della verità; la loro formidabile potenza dalla riconosciuta impotenza! La somiglianza dell'uomo matematico con Dio non è troppo diversa da quella del contraffattore – the black front -- di un'opera col suo autore: ciò che Dio ò nell'universo della realtà, l'uomo è, si, nell'universo  delle grandezze e dei numeri, ma questo universo è popolato d’astrazioni e finzioni. La divinità conferita all'uomo è, quasi, divinità da burla. Per effetto della diversa genesi che V.  ASSEGNA alle matematiche, anche la loro efficacia viene assai ristretta. Le matematiche non stanno più, come per Cartesio, al sommo del sapere umano, scienze  aristocratiche – ma blue-collar – Grice -- , destinate a redimere e a governare le scienze subalterne; ma occupano una cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale se mai esse si provano a uscire, pèrdono, d'un subito, ogni loro mirabile virtù. Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte post: nel  loro fondamento e in quel che a loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento, perché se creano i loro elementi, cioè le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste sono ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, è fornita dalla metafisica, la quale, non potendo dar loro il proprio soggetto, ne dà certe immagini.  Dalla metafisica la geometria toglie il punto PER DISEGNARLO, cioè,  per  annullarlo  come  punto; e l'aritmetica l'uno per moltiplicarlo, cioè, per distruggerlo come uno. E poiché la verità metafisica, per quanto certa appaia alla coscienza, non è dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano anch'esse sull'autorità e sul probabile. Ciò  basta a svelare la fallacia d’ogni trattazione matematica che si tenti dalla Metafisica.  V. sembra ammettere una specie di circolo tra geometria e metafisica, la prima delle quali riceve il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella stessa metafisica, confermando reciprocamente la scienza umana colla divina. Ma questo concetto, che  è  più che contestabile e si può dichiarare senz'altro incoerente e contradittorio, richiama, in ogni caso, l'uso metafisico, o piuttosto L’USO SIMBOLICO – Grice Austin SYMBOLO -- e  poetico che della matematica fanno Pitagora a CROTONE e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e non ha nulla da vedere con una filosofia trattata matematicamente  al modo dei cartesiani o Spinoza. La geometria sarebbe, a giudizio di V., l'unica ipotesi pella quale dalla metafisica sia dato passare alla fisica e la FISIOLOGIA; ma rimarrebbe in tale accezione un'ipotesi, una probabilità, qualcosa di mezzo tra la fede e la critica, tra l' immaginazione di WARNOCK e il ragionamento, quale rimane sempre la  metafisica e, in genere, la scienza umana, secondo il modo di vedere di V. in questa prima forma della sua gnoseologia. Come non fondano la metafisica dalla quale anzi derivano, cosi le matematiche – o LA GEOMETRIA e l’ARIMMETICA del quadrivio -- non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte le materie, diverse dai numeri e dalle misure, sono affatto incapaci di metodo geometrico. La fisica – o la FISIOLOGIA -- non è dimostrabile; se potessimo dimostrare le cose fisiche nella FISIOLOGIA, le faremmo -- sì physica demonstrare possemus, faceremus. – GRICE ENGINEER E GENITORE -- Ma non le facciamo e perciò non possiamo darne dimostrazione. L'introduzione del metodo matematico nella fisica e nella FISIOLOGIA non ha giovato a questa disciplina, che fa scoperte grandi senza quel  metodo, e nessuna né grande né piccola ha fatta mercé d’esso. La fisica o la FISIOLOGIA somiglia, in verità, a una casa che gl’antenati hanno riccamente arredata  e di cui gl’eredi non hanno accresciuto la suppellettile, ma si divertono solamente a cangiarla di posto e a disporla in modi nuovi. È necessario perciò restaurare e sostenere, in fisica e FISIOLOGIA, l'indirizzo sperimentale contro quello matematico: l'indirizzo britannico contro  quello gallo, il cauto uso che delle matematiche fa BUONAIUTO GALILEI e la sua scuola contro l'incauto e arrogante dei cartesiani. A ragione nlla BRITANNIA si proibisce l'insegnamento della fisica e della fisiologia matematica – il sabato per sperimenti a Oxford – TYE MALPAS --: cotal metodo non procede se non prima DEFINITI I NOMI – GRICE ROBINSON --, fermati gli assiomi e convenute –GRICE CONVENTIO -- le domande; ma in fisica si hanno a definire cose e non nomi, non vi ha convenzione che non sia contrastata, né si può domandare cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo – My neighbour’s three-year old is not adult” --:  si espongono le osservazioni fìsiche  colla dicitura: pella definizione IV, pel postulato II,  pelll'assioma III, e si conclude con le solenni abbreviature: Q. e. d.; ma non si svolge nessuna forza dimostrativa e la mente resta dipoi in tutta la libertà d’opinare che possede innanzi d’udire tali metodi strepitosi. V. non sa astenersi, a tal  proposito, da paragoni satirici. Il metodo geometrico, egli  dice, quando è nel suo legittimo dominio, opera senza farsi sentire, e, ove fa strepito, SEGNO è che non opera – those spots SEGNO E CHE ha masles:  appunto come negl’assalti l'uomo timido grida e non ferisce, l'uomo d'animo fermato tace e fa colpi mortali. E ancora: il vantatore del metodo geometrico in cose in cui quel metodo non trae  necessità di consentire, quando pronuncia: questo è assioma o questo è dimostrato, è simile al pittore che a immagini informi, le quali per sé non si possano riconoscere, scrive sotto: questo è uomo, questo è satiro, questo è leone – DENNETT RYLE – GRICE – questo non e gatto, e cane --, e via discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostra i principi della fisica e della fisiologia del LIZIO, Cartesio i suoi, se non tutti opposti, certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si può dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisogna, se mai, introdurre nella fisica o fisiologia sarebbe non il metodo ma la dimostrazione geometrica; ma  questa è proprio ciò che non è dato introdurvi. Meno ancora è possibile nelle altre scienze via via più corpulente e più concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze – sono scienze? -- morali. E perciò, non potendosi usare la cosa, in cambio s’abusa tanto del NOME; e, come il titolo di signore, rifiutato un tempo da TIBERIO  perché  troppo  superbo – mister Grice, master Grice --, si dà ora a ogni vilissimo uomo, cosi quello di dimostrazione, applicato a ragioni probabili e talora apertamente false, ha sminuito la venerazione che si deve alla verità. Per le matematiche stesse V. scorge pericoli nella sostituzione dei metodi analitici ai geometrici o sintetici. E dubita che la nuova meccanica sia  frutto davvero dell'analisi, la quale attutisce l'ingegno, ossia la facoltà inventiva, e, certa nel risultato {opere), è oscura nella via (opera), laddove il metodo sintetico è tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte d'indovinare, o una macchina piuttosto che  un  pensiero. Per analoghe considerazioni V. non tene in alcun pregio le topiche più o meno meccaniche e le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia pello sperimentalismo che, come si è visto, stacca V. dall'indirizzo gallo e cartesiano e l’avvicina piuttosto a quello ITALIANO o britannico,  a BUONAITUO GALILEI e  a  Bacone, lo rende altresì nemico del LIZIO e dello scolasticismo. Esortando egli a cercare i particolari e a valersi del metodo induttivo; affermando che il genere umano era stato arricchito d’innumerevoli verità dalla tìsica, la quale, mercé il fuoco, le macchine e gli strumenti, si era fatta operatrice di cose simili a peculiari opere della natura; raccomandando la propria metafisica come tale che serve bene, anclllantem, alla fisica o fisiologia sperimentale; non può non riconoscere ben meritato il discredito in cui era caduta la fisica del LIZIO, troppo, egli dice, universale. E se a Cartesio rimprovera l'introduzione delle forme fisiche o FISIOLOGICHE nella metafisica, e con ciò la tendenza  verso il materialismo, il LIZIO e gli scolastici sono poi da lui accusati dell'errore opposto, cioè d’aver voluto introdurre le forme metafisiche nella FISIOLOGIA. Come Bacone, egli stima che il sillogismo e il sorite non producano nulla di nuovo e ripetano ciò che è già contenuto nelle premesse; e mette in chiaro i molteplici danni che gl’universali  del LIZIO cagionano in tutte le parti del saper: nella giurisprudenza, in cui le vuote generalità soffocano il senno legislativo; nella medicina, che bada piuttosto a tenere in piedi i sistemi che a sanare gl'infermi; nella vita pratica, nella quale gl’abusatori d’universali sono derisi col nome di uomini  tematici. Dagl’universali derivano l’omonimie o  equivoci – AEQUI-VOX -- cause d'ogni sorta d’errori. Alla diffidenza verso gl’universali, intesi qui nel senso di concetti generali o astratti, risponde in V., com'era stato caso frequente presso gl’anti-LIZIO della Rinascenza, l'esaltazione dell’idee platoniche, delle forme metafisiche, o, come egli anche le chiama, dei generi, modelli eterni degl’oggetti  e infiniti per perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo – BETE NOIRE GRICE -- in tutti gl’altri campi del sapere, V. asserisce la realtà delle forme o dell’idee, e narra e attratto da questa dottrina, INSEGNATAGLI d’un suo maestro che era scotista e perciò seguace di quella tra le filosofie scolastiche che più si  approssima all’ACCADEMIA. Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia di V. non è intellettualistica, non è sensistica e non è veramente speculativa; ma contiene tutte tre queste tendenze che si compongono in certo modo tra loro, non col sottomettersi gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla riconosciuta  incompiutezza della scienza umana. Il suo intento e di fronteggiare, con un sol movimento tattico, dominatici DOMMATICI  -- Grice underdogma -- e scettici, contro i primi negando che si possa sapere tutto e contro i secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione di scettiicismo o agnosticismo, nella quale non  manca neppure qualche tratto mistico. Il sapere divino è sapere unitario, quello umano è la frammentazione dell'unità; Dio sa tutte le cose perché contiene in sé gl’elementi dai quali le compone tutte; l'uomo si studia di conoscerle col ridurle in pezzi. La scienza umana è una sorta d’anatomia delle opere di natura, e viene dividendo l'uomo in corpo  e anima, e l'anima in intelletto e volontà – GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL --,  e dal corpo astrae la figura e il moto, e da questi l'ente e l'uno – GRICE MULTIPLICITY OF BEING --;  onde la metafisica contempla l'ente, l'arimmetica l'uno e la sua moltiplicazione – MULTIPLICITY --,  la geometria la figura e le sue misure, la  meccanica il moto – LA DINAMICA -- dell'ambito, la fisica o FISIOLOGIA il moto del centro, la medicina il corpo, la logica la ragione, la morale la volontà. Ma accade di quest’anatomia come di quella del corpo umano, circa la quale i più acuti fisiologi dubitano se per effetto della morte e della stessa dissezione sia più possibile indagare il vero  sito, struttura e uso delle parti. L'ente, l'unità, la figura, il moto, il corpo, l'intelletto, la volontà sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano divisi: in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara e distinta, nonché prova di forza, è prova di debolezza dell'intendimento umano. Le forme fisiche appaiono evidenti fintanto che non si mettono al paragone delle metafisiche: il cogito ergo sum è certissimo, quando l'uomo considera sé stesso, creatura finita, ma addentrandosi in Dio, che è l'unico e vero ente, egli conosce veramente non essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di stabilire verità eterne, ma nel fatto ccelum ipsum petimus stillatici,  perché l’eterne verità – GRICE HOLY OF HOLLIES, LA CITTA DELL’ETERNA VERITA -- sono solamente in Dio: eterno ci sembra l'assioma che il tutto è maggiore della parte, ma, risalendo ai principi, si scorge che è falso e si vede che tanta virtù d’estensione è nel punto del cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perciò, conclude  V., in  metafisica colui avrà profittato che nella meditazione di questa scienza avrà sé stesso perduto. Giudicare, come pur talora è stato fatto, che in queste proposizioni V. sia nient'altro che un ACCADEMICO o un seguace della tradizionale filosofia, e negare per conseguenza qualsiasi importanza alla sua prima gnoseologia, significa attenersi a  quell'erroneo modo di critica e di storia filosofica il quale, guardando alle conclusioni generali d’un sistema, ne trascura il contenuto particolare, che solo gli dà la vera fisonomia. S'intende bene che ogni filosofo è sempre, nelle sue conclusioni finali, o agnostico o mistico o materialista o spiritualista, e via dicendo; ossia rientra in qualcuna delle  perpetue categorie nelle quali s’aggira il pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in questo modo unilaterale i filosofi giova soltanto a favorire il pregiudizio – e la predillezione GRICE --  che la storia del pensiero ripeta di continuo, sterilmente, sé medesima, passando d’un errore ad un altro  -- GRICE PHILOSOPHY REPEATING ITSELF, DEAD -- e abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che poi sarebbe anch'esso un vecchio rifatto o ritinto giovane. L’ACCADEMIA, agnosticismo  o  misticismo di V. è sommamente originale perché tutto contesto di dottrine che non solo non sono inferiori al livello della filosofia, ma lo sorpassano d'assai. La  prima di queste dottrine è la teoria  del conoscere come conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della percezione chiara e distinta. Quantunque per V. quella conversione rappresenti un ideale inconseguibile dall'uomo, non pertanto con essa viene esattamente determinata la condizione e la natura della conoscenza, l'identità del pensiero e dell'essere, senza la  quale il conoscere è inconcepibile. La seconda è la svelata natura delle matematiche, singolari per la loro origine tra le altre conoscenze umane, rigorose perché arbitrarie, ammirevoli ma inette a dominare e a trasformare il restante sapere umano. La terza dottrina, finalmente, è la rivendicazione del mondo dell'intuizione, dell'esperienza, della  probabilità, dell'autorità, di quelle forme tutte che l'intellettualismo ignora o nega. In questi punti l'agnostico, l’ACCADEMICO, il mistico V. non e né agnostico né mistico né ACCADEMICO, e compie un triplice progressos sopra Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, vene da lui definitivamente criticato. Dove, invece, Cartesio sopravanza  ancora V. e, per l'appunto, in quel dommatismo di  cui V. non voleva a niun conto sapere. Riuscisse o no, Cartesio tenta una scienza umana perfetta, dedotta dall'interna coscienza; e V., giudicando troppo superbo il filosofo gallo e disperando del tentativo, asseriva invece la trascendenza della verità, s’appoggia alla rivelazione e si restringe a dare  una metafisica humana imbecillitale dignam. La sua e una gnoseologia dell'umiltà – dell’IMBECILE --, come quella di Cartesio della superbia. Ora, V. non poteva progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio; introducendo nel suo spirito cattolico un po' del  lievito di quello spirito protestante che gli sembra cosi pericoloso; provandosi a concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto più degna dell'uomo, che è debole e forte insieme, è uomo ed è Dio. E questo progresso è manifesto nella forma successiva del suo pensiero. La volontà di credere, fortissima in V., e la completa dedizione del suo animo al cattolicismo del suo  tempo e del suo paese, lo legano saldamente alla gnoseologia e metafisica ACCADEMICA; la quale, per questi ostacoli psicologici, non poteva sviluppare nella mente di lui le contradizioni di cui e pregna. L'idea di Dio lo doma e lo sorregge insieme; ed egli non aveva l'audacia né sente  il bisogno  d'investigare a fondo quale valore sia d’attribuire alla  rivelazione, o se sia concepibile un Dio fuori del mondo, o come l'uomo possa affermare Dio senza in qualche modo dimostrarlo e perciò crearlo lui. Per far si che V. aprisse e in parte percorre una nuova via, la quale avrebbe condotto lo spirito umano al superamento della concezione  platonica,  era indispensabile che la provvidenza, per servirci fin d’ora di un concetto di V., che verrà illustrato più oltre) adoperasse verso di lui un inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova via, non lasciandogli sospettare dove questa avrebbe messo capo. Gli scritti, nei quali V. espose la sua prima gnoseologia, il De ratione  studiorum, il De antiquissìma italorum sapientia, e le polemiche relative, appartengono ad un quadriennio. Nel decennio che segui, V. fu tratto a darsi sempre più alle ricerche sulla storia del diritto e della civiltà. Lesse Grozio per prepararsi a scrivere la vita di Carafa, e s'ingolfò nei dibattiti sul DIRITTO NATURALE; intensificò gli studi sul DIRITTO ROMANO e sulla scienza del diritto in genere, per rendersi degno, come H. L. A. Hart,  d’una cattedra di giurisprudenza nella università di NAPOLI; ripensò alle origini delle lingue, delle religioni, degli Stati, poco soddisfatto delle tesi storiche da lui sostenute nel De antiquissima, e forse anche intimamente scosso da qualche critica che  coglieva giusto, fattagli da un recensente del Giornale dei  letterati, l'INSEGNARE  rettorica, che era il suo mestiere, gli porgeva continua occasione a meditare sulla natura e la storia della poesia e delle forme del linguaggio. Cosicché, se non è esatto dire che V. fu condotto al suo  nuovo orientamento, culminante nella Scienza nuova, mercé un  processo non filosofico ma filologico, essendo chiaro che un orientamento filosofico non può nascere se non d’un processo egualmente filosofico, è indubitabile che il materiale e lo stimolo pel suo nuovo pensiero gli furono offerti dagli studi filologici. Attraverso i quali egli ebbe a fare un'esperienza solenne: cioè, che quella materia di studio non  poteva essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di certi principi necessari, che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a meditare. Un  tempo gli era sembrato che le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella quotidiana familiarità con quelle  scienze, gli si veniva scoprendo il contrario: niente di più sicuro del fondamento della FILOSOFIA MORALE. E quella loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana, nella quale l'oggetto, per intrinseco che si dica, rimane estrinseco; ma era una sicurezza davvero intrinseca, intrinsecamente  ottenuta. Nel ripiegarsi colla mente sui fatti della  storia, V. sentiva d’appropriarsi meglio qualcosa che già gli appartene, di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo; e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso? Chi fa la storia se non la fa l'uomo, colle sue idee, i suoi sentimenti, le sue passioni, la sua volontà, la sua azione? E lo spirito  umano, che fa la storia, non è quello stesso che si adopera a pensarla e a conoscerla? La verità dei principi generatori della storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla connessione indissolubile del soggetto coll'oggetto della conoscenza. Il che importa che la scoperta che V. ora compiva, la verità che egli ora riconosce  alla FILOSOFIA MORALE, era la visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico già da lai formolato nel periodo precedente della sua speculazione, ossia del criterio della verità riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta, pella quale l'uomo può avere perfetta scienza del mondo umano, è per l'appunto che il mondo  umano l'ha fatto l'uomo stesso; e ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più certa l'istoria. Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione circa la possibilità della FILOSOFIA MORALE non prese, soggettivamente, nello spirito di V. l'importanza e non portò le conseguenze d’una rivoluzione, che gli  sconvolgesse da cima a fondo l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo. Quell'affermazione parve a lui, d’una parte, una conferma della sua dottrina, un esempio aggiunto agli altri che aveva già recati di scienza perfetta, scienza divina dell'universo e scienza umana del mondo matematico; e dall'altra, un'estensione del  campo conoscitivo, i cui limiti, perché certi limiti sussistevano sempre, aveva tracciati dapprima in modo troppo stretto. Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa in mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa s’amplia d’un  tanto, e  d’altrettanto scema la  zona tenebrosa. Ampliamento  che non lo getta  punto in conflitto colle sue convinzioni religiose, e, anzi, sembra favorirle ed esserne favorito. La religione non INSEGNA forse la libertà, responsabilità e consapevolezza che l'uomo ha dei  propri atti e fatti? V.  non senti dunque il bisogno di scrivere un saggio metafisico, perché gli sembrò che bastasse aggiungere una postilla al già scritto e  ritoccare alquanto le sue precedenti affermazioni. La sua gnoseologia, tenendo fermo il criterio generale della verità contrapposto al criterio cartesiano e cioè, che solo chi fa le cose le conosce, divide le cose tutte nel mondo della natura e nel mondo umano; e osservando che il mondo della natura è stato fatto da Dio e perciò Dio solo ne ha la scienza,  restringe l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiar, per contrario, che del mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Eleva cosi le conoscenze, dapprima meramente INDIZIARIE – “I believe that this frown is a sign of my disgust” – Grice --  e probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetta; ed esprime  maraviglia che i filosofi si studino con tanto impegno di conseguire la scienza del mondo naturale, chiuso all'uomo, e trascurino il mondo umano o CIVILE CONVERSAZIONE o delle nazioni, come anche lo chiama, del quale è possibile conseguire scienza. Di questo erramento trova la cagione nella facilità che la mente umana, immersa e seppellita  nel corpo, prova a sentire le cose del corpo, e nello sforzo e fatica che le costa d'intendere sé medesima: come l'occhio corporale vede tutti gl’oggetti fuori di sé e, per vedere sé stesso, ha bisogno dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restano immutate. Di là dal mondo umano, il mondo soprannaturale, inaccessibile all'uomo, e il mondo  naturale, che era in certo senso anch'esso soprannaturale; di là dalla scienza perfetta che l'uomo può avere di sé stesso, la metafisica platonica, adatta alla debolezza, che continua pur sempre ad affliggere l'uomo. Le discipline naturali venivano considerate sempre come semi-scienze; le matematiche come una formazione astratta, validissima  nell'astratto, priva di forza innanzi al reale. Il sillogismo del LIZIO, il sorite del PORTICO, il metodo geometrico dèi cartesiani erano perseguitati dallo stesso odio di prima, e collo stesso amore celebrata  l'induzione che il verulamio,  gran filosofo insieme e politico, commenda e illustrava nel suo Organo, e che i britannici adoperavano con gran  frutto della sperimentale filosofia.  Un ravvedimento circa l'applicabilità del metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione di V. che la scienza delle cose umane sia da lui costruita con uno stretto metodo geometrico. Ma, anche a lasciar andare che la struttura della Scienza è proprio l'opposto di quella geometrica, è un fatto che, nel  tempo stesso e negli stessi libri, egli non cessa di mettere in guardia contro l'uso del metodo matematico nelle cose fisiche e morali, il quale ove non sono figure di linee o di numeri o non porta necessità, spesso invece di dimostrare il vero può dare apparenza di dimostrazione al  falso; onde il preteso ravvedimento sarebbe una palmare contradizione,  se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce interamente la coerenza nelle idee di V.. Un significato assai sémplice, perché, riconosciuta ormai alla FILOSOFIA MORALE  non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto, esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della geometria, o con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il mondo umano dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino alla sua perfezione, sicché lo studioso non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti, ma dove percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non si recalcitra a  quelle della geometria, e attendendo soltanto a esaminare la saldezza del nesso tra premesse e conseguenze. Era, dunque, codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o PER SINEDDOCHE, ma in effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere coll'applicazione della matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esempì i  cartesiani e Spinoza. Né si può concedere senza riserve il giudizio d’alcuni interpetri: che V. in realtà, coll'ammettere una scienza dell'uomo d’investigarsi nelle modificazioni stesse della mente umana, si ravvicinasse e fa seguace di Cartesio; al qual uopo si suole addurre anche l'altra dichiarazione di lui, che, per pensare la sua Scienza, convenisse    ridursi a uno stato di somma ignoranza, come né filosofi né filologi né libro alcuno fossero mai stati al mond. Certamente, V. colla forma della sua gnoseologia entra anche lui nel soggettivismo della filosofia inaugurato da Cartesio (anzi, vi era già entrato, in certo modo, colla sua dottrina attivistica della verità come rifacimento del fatto); e, in  questo significato del tutto generico può dirsi, anche lui, cartesiano. Pure, se a Cartesio rimane ancora inferiore, perché il suo soggettivismo è principio non della scienza tutta ma di quella sola del mondo umano, per un altro verso si pone di sopra al filosofo gallo, in quanto, per lui, la verità meditata nel mondo umano non è STATICA  ma DINAMICA, non è trovata ma prodotta, è scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far conto come se non vi fossero mai stati libri al mondo né placiti di filosofi e di filologi, essa non importa altro se non che bisogni spogliarsi d’ogni pregiudizio, d’ogni comune invecchiata anticipazione, d’ogni corpulenza proveniente da  fantasia o da memoria, per ridursi in istato di puro intendimento, informe d’ogni forma particolare, com'è indispensabile per la scoperta e l'apprendimento d’ogni verità; e tanto poco qui l'esortazione ha il significato cartesiano e malebranchiano d’un rifiuto dell’erudizione e dell'autorità, che, per non dir altro, nel medesimo luogo al quale di sopra  si è ALLUSO, si trova avvertito che la Scienza suppone una grande e varia cosi dottrina come erudizione, dalle quali prende le verità come già conosciute per valersene da termini per fare le sue proposizioni. Nella sua gnoseologia V., insomma, diventa non già più cartesiano ma sempre più vicinano, sempre più lui. Cartesio non pare gli servisse  neppure come tramite attraverso cui giungere alla persuasione della possibilità di costruire colla mente la scienza della mente. Il tramite vero fu il criterio stesso di V. della verità, messo a contatto coll’osservazioni che l'autore venne facendo nel corso dei suoi studi storici. Che se si volessero cercare precedenti, nella storia della filosofia, alla forma  della gnoseologia di  V., bisognerebbe, circa la divisione dei due mondi di realtà e delle due sfere di conoscenza, e circa la preferenza manifestata pelle indagini morali rispetto alle naturali, correre col pensiero alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo tempo, al sentimento di religioso mistero onde il filosofo attico arretra innanzi  al mondo della natura e si rivolge a indagare la conformazione dell'animo umano. E, circa la maggiore trasparenza delle scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si potrebbe richiamare la partizione del LIZIO delle scienze in fisiche, che considerano il movimento estrinseco all'uomo, e in pratiche e poietiche, che  considerano le cose prodotte dall'uomo. La distinzione era passata nella filosofia delle scuole; e AQUINO parla della natura come  ORDO QUEM RATIO CONSIDERAT SED NON FACIT, e del mondo dell'attività umana come ORDO QUEM RATIO CONSIDERANDO FACIT. Ma queste riferenze non sono indicate da V., il quale pure assai si  compiace nel fare omaggio dei propri pensieri agl’antichi filosofi; e, ammesso anche che avessero qualche efficacia sopra di lui, è certo che tra esse e la dottrina di V. sulla conoscibilità del mondo umano corre distanza non minore che tra la proposizione dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che egli sa ricavarne. Di questo  principio, la dottrina di V. sulle scienze morali è né più né meno che la prima legittima applicazione; e inesattamente il suo autore, come di solito, poi, gl'interpetri, ebbe a presentarla quale semplice estensione dell’applicazioni già date, un secondo caso aggiunto a quello già contemplato delle scienze matematiche. Nel caso delle scienze matematiche,  il principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in apparenza. Originale e vero, quel principio; originale e vera la teoria delle matematiche; del tutto artificiale e falsa la connessione delle due verità. Manca, se non c'inganniamo, un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che crea il mondo, e, perché lo crea, lo conosce; e quello  di colui che costruisce arbitrariamente un mondo di astrazioni e, nel fare ciò, non conosce nulla o conosce soltanto, quando non è più geometra o arimmetico ma filosofo, quando scrive non gl’Elementi d’Euclide ma le pagine di gnoseologia del De antiquissima, che egli procede arbitrariamente. Se le discipline matematiche foggiano i concetti a  libito, se producono finzioni e non verità, esse, a dir vero, non sono scienze né conoscenze di sorta, e non c'è possibilità di porle a riscontro colla scienza divina, che è scienza della reale realtà. Nelle  matematiche, dice V., l'uomo, contenendo dentro di sé un immaginato mondo di linee e di numeri, opera talmente in quello coll'astrazione, come  Dio  nell'universo colla realtà. Il riscontro può riuscire brillante, ma risplende, forse, di luce piuttosto metaforica che logica. Nella FILOSOFIA MORALE, invece, il riscontro è tanto logico che deve dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere umano è, qualitativamente, il medesimo del divino, e al pari del pensiero divino conosce il mondo umano; sebbene,  quantitativamente più  ristretto, non si estenda, come quello, al mondo della natura. Nel campo umano, non più espedienti di debolezza, non più finzioni, non più falsificazioni: qui si è nella maggiore concretezza del conoscere. L'uomo crea il mondo umano, lo crea trasformandosi nelle cose CIVILI – CIVILE CONVERSAZIONE;  e, col pensarlo,  ricrea la sua creazione, ripercorre vie già percorse, la rifa idealmente e perciò conosce con vera e piena scienza. Questo è davvero un mondo, e l'uomo è per davvero il Dio di questo mondo. Ci sembra, dunque, incontrastabile che solamente l'applicazione del verum- factum, quale si effettua nella Scienza, risponda al criterio stabilito; e che l'altra  che ne era stata anteriormente tentata pelle matematiche, importante per altri rispetti e validissima a liberare gli spiriti dal pregiudizio matematico, non si possa considerare vera e propria applicazione. E, forse, V. ebbe talvolta qualche sentore della differenza tra le due applicazioni, la propria e la metaforica, che per solito confuse come identiche. La scienza del mondo umano, egli  dice, procede appunto come la geometria che, mentre sopra i suoi elementi il costruisce o'1 contempla, essa stessa si faccia il mondo delle grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gl’ordini d'intorno alle faccende degl’uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie o figure. E un altro indizio  della coscienza che s’accende a tratti in lui d’avere pella prima volta, nella dottrina circa il mondo umano, ritrovata una conoscenza vera e propria, non una mera finzione di conoscenza, potrebbe vedersi nell'uso assai più convinto, più caldo ed entusiastico che egli fa, in questo caso, dell'epiteto divino; ben diverso da quello freddo, se non  propriamente ironico, dell' ad Dei instar nel De antiquissima. Le prove della Scienza, dice più d'una volta, con rapimento, sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore, arrecarti un divin piacere, perocché in  Dio il conoscere e il fare è una medesima cosa! La conversione del vero col fatto nella FILOSOFIA MORALE non poteva non ripercuotersi  nella trattazione del certo ossia, secondo uno dei parecchi significati, e forse il principale, che V. attribuisce a questa parola, delle cognizioni storiche, del peculiare, certuni, contrapposto al commune o veruni; il che forma l'altro tratto importante della gnoseologia di V. Nella gnoseologia, quelle cognizioni erano legittimate e protette, come si è  visto, col parificarle a ogni altra sorta di conoscenze tutte egualmente deboli o egualmente forti, perché tutte fondate sulla probabilità e sull'autorità, sia dell'individuo, autopsia, sia del genere umano. Ma, redenta dall'autorità e dalla probabilità la conoscenza dello spirito umano e delle sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro natura  fondate sempre in qualche modo sull'autorità, venivano rischiarate di nuova luce. Il certo dove entrare in un nuovo rapporto, perché aveva ormai di fronte non un altro certo, ossia una semplice conoscenza probabile circa lo spirito umano, ma un vero, una conoscenza filosofica. Questo rapporto è chiamato altresì da V. il rapporto di filosofia e  filologia, la prima delle quali versa circa necessaria naturai e contempla la ragione onde viene la scienza del vero, la seconda  circa piatita fiumani arbitrii e osserva l'autorità onde viene la coscienza del  certo. L'una considera l'universale, l'altra l'individuale, l'una, dice Leibniz, le vérités de raison, l'altra le vérités de fait. Distinzione che non è  mantenuta dappertutto, presso V., nella medesima nettezza; tanto che a volte l'autorità contrapposta alla ragione diventa, secondo lui, parte della ragione stessa, o si confonde colla conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della volontà razionale; ma di cui è per altro chiarissimo il senso generale. E per filologia V. non intende solamente  lo studio nella via delle parole – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- e della loro storia, ma, poiché alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia delle cose; onde i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi, commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e d’ogni altra cosa che s’attenga  alla vita dell'uomo nel mondo. La filologia insomma (nel significato di V. – GRICE UTTERER’S MEANING -- che è  poi il significato esatto) abbraccia non solamente la storia delle lingue o delle letterature, ma quella altresì delle idee e dei fatti, della filosofia e della politica. Certamente, la filologia, le verità di fatto, il certo non sempre erano  stati brutalmente maltrattati come dai cartesiani. Grozio da esempio di vastissima erudizione storica, messa a servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. GRAVINA (vedasi), contemporaneo e connazionale di V., richiede come necessarie al giurisperito non solo la ratiocinandi ars, ma la LATINAE LINGVAE PERITIA e la notitia temporum. E Leibniz, or ora ricordato, riasseriva l'importanza dell'erudizione contro i cartesiani e padroneggia da gran signore i più svariati aneddoti storici, che profonde a piene mani nei suoi libri. Ma V. nota che filosofia e filologia rimaneno tuttavia estranee l'una all'altra, come erano state quasi del tutto presso I ROMANI: i tanti luoghi di storici, oratori,  filosofi e poeti, che Grozio accumula, costituivano un puro ornamento; e il medesimo V. avrebbe giudicato forse, se ne avesse avuto conoscenza e ce n’avesse comunicato il suo giudizio, del largo uso che Leibniz fa della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli prova un tal senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento inintelligente delle notizie  storiche, che era tratto quasi a dare ragione, e dovè darla per qualche tempo incondizionatamente, a Cartesio e Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonché, pensa dipoi, quei due filosofi, in cambio di sprezzare l'erudizione, avrebbero dovuto piuttosto indagare se non fosse stato possibile richiamare la filologia ai principi della filosofia;  e i filologi, da parte loro, invece d’arrecare i fatti a pompa d’erudizione, debbono industriarsi d’elaborarli a fini di scienza. La filologia è da ridurre a scienza: ceco il pensiero di V. circa i rapporti del certo col vero, della filologia colla filosofia. Che cosa vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che è lo stesso, a scienza o a filosofia? A rigore, la  riduzione non è possibile, non perché si tratti di cose eterogenee, ma anzi perché quelle sono omogenee: la storia è già intrinsecamente filosofia; non è possibile proferire la più piccola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cioè, colla filosofia. Ma poiché questo presupposto filosofico della filologia allora non era avvertito, come non  fu molto spesso neppure nei tempi seguenti, e facilmente veniva negato; poiché i più, come sappiamo, o concepivano un'aristocratica filosofia geometrica, disdegnosa e aborrente dal profanum vulgus dei casi storici, ovvero, come fa prima V. stesso, una filosofia e una storia egualmente poco rigorose e meramente opinabili; V., mutato il suo punto di  vista filosofico, raggiunta la coscienza del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso più profondamente lo spirito umano, dove scorgere quanto ci fosse da riformare nella storiografia corrente, sentire il bisogno d’una più perfetta filologia come conseguenza della sua più perfetta filosofia, e in termini gnoseologici esprimerlo con quella  formola del richiamare alla filosofia la filologia, ut haec posterior, ut par est, prioris sit consequentìa. Dove, in altre parole, togliere la storia dalla sua condizione d'inferiorità, dalla servitù al capriccio, alla vanità, al moralismo, alla PRECETISTICA (GRICE) o ad altri fini estrinseci, e riconoscerle il fine proprio e intrinseco di necessario complemento del vero universale. In pari tempo, la filosofia si sarebbe riempita di storia, affiatata colla storia; e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso più vivo della realtà concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, è uno dei significati che ha la formola di V. del congiungimento di filosofia e filologia e della riduzione della  filologia a scienza. Ma non meno è fuori dubbio che, nel pronunziare quella  formola, V. voleva qualcosa di più e, di solito, intende qualcosa d'altro. Questo qualcos'altro può, nel modo più diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa a Bacone e al suo metodo di filosofare più accertato: metodo espresso nel titolo del libro baconiano: Cogitata et  visa – GRICE E WARNOCK -- , e che V. si propone di  trasportare dalle naturali alle umane cose CIVILI CIVIL CONVERSAZIONE. Esige, insomma, la costruzione d’una storia tipica delle società umane, cogitare, da riscontrare poi nei fatti, videre, accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando colla costruzione ideale i fatti, confermando  la ragione coll'autorità e l'autorità colla ragione; d’una scienza che fosse insieme filosofia dell'umanità e storia universale delle nazioni. Ora questa costruzione che egli esige, questo qualcosa di mezzo tra il cogitare e il videre, tra il pensiero e l'esperienza, questo misto dei due processi, è intrinsecamente diverso dalla unita, di filosofia e filologia  in quanto interpetrazione filosofica dei dati di fatto. Questa interpetrazione è la storia vivente; l'altra non è né filosofia né storia, ma una scienza empirica dell'uomo e delle società, materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e neppure gì'individuali fatti storici, benché senza categorie filosofiche e senza fatti storici non  potrebbero mai costruirsi: una scienza empirica, e perciò né esatta né vera, ma solamente approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da parte cosi della filosofia come della storia. Sarebbe impossibile determinare quale di codesti due significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio di V., perché nel suo pensiero  si trovano tutti e due; o quale prevalga, perché effettivamente prevale ora l'uno ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia più di frequente formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando V. intitolava Scienza la sua opera, il principale dei significati che da a questo titolo invidioso si riferiva appunto a quella scienza empirica: alla scienza  cioè che e insieme filosofia e storia  dell'umanità, alla storia ideale delle leggi eterne sopra le quali corrono i fatti d’ogni nazione nel sorgimento, progresso, stato, decadenza e fine. V., in realtà, non unifica mai, e non poteva, i due diversi significati, e ne serba la duplicità, la quale, appunto perché non e distinta chiaramente, prende apparenza  d'identità. Di qui la parziale giustificazione d’entrambe le tendenze che si sono manifestate tra gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che V. professa e adopera il metodo speculativo, altri che il suo metodo e, nell'idea e nell'attuazione, empirico, induttivo e psicologico; gl’uni che egli mira a dare un sistema di filosofia dell'umanità, gl’altri  che si    propones una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i secondi più dei  primi, perché se in verità in  V. c'è di Bacone e c'è dell’ACCADEMIA, dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo ingegno, quando si penetra nell'intimo del suo spirito, e si partecipa ai suoi dissidi e al suo magnanimo sforzo, si deve  riconoscere che V., checché volesse e credesse, e della stoffa di  un ACCADEMICO e non d’un  Bacone; che Bacone stesso del quale egli parla è mezzo immaginato da lui, è un Bacone alquanto ACCADEMICO; e che la Scienza gli pare, in fondo, cosi non perché e un'empìrica costruzione alla Bacone, nel quale caso niente di più vecchio, bastando  ricordare la Politica del LIZIO e i discorsi di MACHIAVELLI, ma perché e tutta pregna d’una filosofia, la quale, infatti, irrompe d’ogni parte, attraverso tutta la sua empiria. La poca chiarezza circa il rapporto di filosofia e filologia, l'indistinzione dei due modi affatto diversi di concepire la riduzione della filologia a scienza, sono conseguenza e  cagione insieme dell'oscurità che regna nel saggio di V. sulla scienza. Col quale nome intendiamo tutto quel complesso di ricerche e dottrine che V. venne mettendo fuori, e che, elaborato precipuamente nelle tre opere del De uno universi iuris principio et fine uno e della Scienza, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma più  sviluppata, alla quale principalmente giova riferirsi. La scienza, in modo conforme al vario significato del termine e del rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt'insieme una filosofia dello spirito, una storia, o gruppo di storie, e una scienza sociale. Alla prima appartengono  le idee, enunciate in alcuni assiomi o DIGNITA e sparse altresì nel corso del saggio, sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio morale, sulla forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle passioni, sulla provvidenza, e tutte l’altre determinazioni concernenti il corso o sviluppo  necessario della mente ossia dello spirito umano. Alla seconda, ossia alla storia, l'abbozzo d’una storia universale delle razze primitive e dell'origine delle varie civiltà; la caratteristica della società barbarica o societa eroica antica in Grecia e SPECIALMENTE IN ROMA SOTTO L’ASPETTO della religione, del  costume,  del  diritto, DELLA LINGUA, della costituzione politica; l'indagine sulla poesia primitiva, che s’esemplifica poi più largamente colla determinazione della genesi e del carattere dei poemi omerici; la storia delle lotte sociali tra PATRIZIATO e plebe e dell'origine della REPUBBLICA, studiata anch'essa PRINCIPALMENTE IN ROMA; la caratteristica della barbarie  ricorsa, ossia del medioevo, anch'esso studiato in tutti gl’aspetti della vita e raffrontato colle società barbariche primitive. Finalmente, alla scienza empirica si richiama il tentativo di stabilire un corso uniforme in ogni nazione, concernente la successione cosi delle forme politiche come dell’altre e correlative manifestazioni teoretiche e pratiche  della vita, e i tanti tipi che V. viene delineando del PATRIZIATO, della plebe, del feudalesimo, della patria potestà e della famiglia, del diritto simbolico, del linguaggio metaforico, della scrittura geroglifica, e via discorrendo. Ora se questi tre ordini di ricerche e dottrine fossero stati logicamente distinti nella mente di V. e solo letterariamente mescolati e compressi in un medesimo saggio, questo sarebbe potuto riuscire disordinato, sproporzionato, disarmonico, e perciò faticoso a chi si fa a leggerlo, ma non veramente oscuro. Né, del resto, in linea di fatto, può dirsi che la scienza,  almeno l'esposizione definitiva che V. offri del suo  pensiero, difetti d’un disegno generale, abbastanza ben  concepito. L'opera è divisa. La prima parte raccoglie i principi generali, cioè  la filosofia. La seconda parte, oltre un breve cenno sulla storia universale antichissima, descrive la vita delle società barbariche, e ad esso forma appendice una terza parte sulla discoverta del vero Omero, e cioè sul più cospicuo esempio della  poesia barbarica. Una quarta parte delinea la scienza empirica del corso che fanno ogni nazione. La quinta ed ultima parte esemplifica il ricorso col caso particolare del medioevo. E tuttavia, a dispetto di questa bella architettura, la scienza, com'è la più ricca e compiuta, cosi è IL PIU OSCURO tra i saggi di V.. Se, d'altra parte, V., pur avendo ben chiare in mente le sue idee,  adopera una terminologia insueta o una forma troppo concisa d’esposizione e troppo piena d’allusioni e d'inespressi  presupposti – L’IMPLICATURE DI GRICE! --,  e senza dubbio un filosofo difficile, ma, neppure in questa  ipotesi, oscuro. La quale ipotesi neanche risponde alla realtà, giacché V. è assai parco di termini scolastici e predilige le  espressioni vive e popolari; è filosofo robusto ma non laconico, e spesso si compiace di ripetere le sue idee fermandovisi sopra a più riprese e con molta insistenza; emette in tavola tutte le sue carte, cioè tutto il materiale erudito dal quale gli sono state suggerite le dottrine. Né, infine, si è detto molto quando si è detto che a V. manca piena coscienza delle sue scoperte; perché questa coscienza manca più o meno in ogni filosofo  e in nessuno può essere mai piena. L'oscurità, la vera  oscurità, quella che s’avverte in V., e che a volte avverte egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non è superficiale e non nasce da cagioni estrinseche o accidentali, ma consiste veramente in oscurità d'idee,  nella deficiente intelligenza di certi nessi e nella sostituzione con nessi fallaci, nell'elemento arbitrario che perciò s'introduce nel pensiero, o, per dirla nel modo più semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la scienza rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia, chi scrive ha fatto per suo conto questa prova, e  l'oscurità persiste, anzi si  accresce, perché in siffatta traduzione il saggio, perdendo la forma originale, perde altresì quella torbida ma possente efficacia che può tenere luogo talvolta della chiarezza e che, dove non illumina, scuote lo spirito del lettore e propaga l'onda del pensiero quasi per vibrazioni simpatetiche. Che cagione dell'oscurità, ossia  dell'errore o degl’errori di V., sia l' indistinzione o confusione già notata nella sua gnoseologia circa il rapporto tra filosofìa, storia e scienza empirica, e sussistente non meno nel suo effettivo pensiero intorno ai problemi dello spirito e della storia umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza empirica si convertano a volta a volta  presso di lui l'una nell'altra e, danneggiandosi a vicenda, producano quelle perplessità, equivoci, esagerazioni e temerità, che sogliono turbare il lettore della scienza. La filosofia dello spirito s’atteggia ora come scienza empirica ora come storia; la scienza empirica ora come filosofia ora come storia; e la proposizione storica acquista l'universalità  del principio filosofico o la generalità dello schema empirico. Per esempio, la filosofia dell'umanità assume di determinare le forme, categorie o momenti ideali dello spirito nella loro successione necessaria, e bene merita per tal rispetto il titolo o la definizione di storia ideale eterna sulla quale corrono nel tempo le storie particolari, non potendosi  concepire nessun frammento, per piccolo che sia, di storia reale, dove non operi quella storia ideale. Ma poiché storia ideale è anche per V. la determinazione empirica dell'ordine in cui si succedono le forme delle civiltà, degli stati, dei LINGUE, degli stili, delle poesie, accade che egli concepisca la serie empirica come identica alla serie ideale e  fornita delle virtù di questa; onde la pronunzia tale che debba sempre esattamente riscontrarsi nei fatti, fosse anco che nell'eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti; il che è apertamente falso, non essendovi alcuna ragione che si ripetano in perpetuo, col dovette, deve e dovrà, l’empirica aristocrazia di ROMA, e la civiltà sorgano o  decadano pell'appunto come sorsero o decaddero quella della ROMA ANTICA. E nel medesimo atto di questo assolutizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela d’un'ombra empirica, perché, reso identico all'altro, riceve il carattere empirico dell'altro, e si temporalizza, d’eterno ed extratemporale che e nella concezione iniziale. Si dica il  medesimo delle singole forme dello spirito, le quali, come ideali ed extratemporali, sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma V., confondendole coi fatti reali e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene, subito dopo averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e distinzione. È vero che il momento della forza non e  quello della giustizia; ma il tipo empirico della società barbarica fondata sulla forza, appunto perché è una determinazione rappresentativa e approssimativa, e si riferisce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene solamente forza, si anche giustizia; e quando quel momento ideale e quel tipo sono scambiati fra loro e presi come identici, da  una parte il concetto filosofico della forza – il ROMOLO e il neo-TRASIMACO di Grice -- s'intorbida di quello di giustizia – il neo-Socrate di Grice e REMO --  e, facendosi ibrido e contradittorio e incoerente, si sforma, dall'altra il tipo empirico della società barbarica viene esagerato e di troppo irrigidito. La confusione dell'elemento filosofico e  dell'empirico si può dire manifesta nella DIGNITA che definisce la natura delle cose: Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose; dove appaiono messi insieme le guise e i tempi, la genesi ideale e la genesi empirica. Similmente, è verissimo che  la storia procede d'accordo colla filosofìa, e che quello che è filosoficamente ripugnante non possa essere giammai storicamente accaduto; ma, poiché  per V. la filosofia è indistinta dalla scienza empirica, egli, dove il documento gli manca e perciò nessuna filosofia è applicabile, si sente tuttavia sicuro della verità, e, riempiendo il vuoto colla  congettura che gli fornisce lo schema della scienza empirica, s'illude di aver fatto ricorso a prove metafisiche. O anche, trovandosi innanzi a fatti dubbi, anziché attendere che la scoperta ài altri documenti dissipi le dubbiezze, risolve il dubbio col prenderli, come egli dice, in conformità delle leggi, cioè sempre dello schema empirico; il che, in via  d'ipotesi, è certamente lecito. Ma queir ipotesi è, invece, per V., una verità meditata in idea, sicché il riscontro coi fatti, che egli pure raccomanda per conferma, dove essere superfluo; o, se i fatti nel riscontro risultassero contrari, il torto dovrebbe essere dei fatti, cioè dell'apparenza, non mai dell'ipotesi, affermata come verità indubbia – GRICE MEANING AND VALUE -- perché filosofica. Di qui la tendenza, che è in V., a fare, come si dice, violenza ai fatti. Bastino questi esempì a indicare il vizio intimo di struttura che è nella scienza, e a porre uno dei capisaldi della nostra esposizione e della critica di CROCE del pensiero di V., nel corso delle quali molti altri esempì ci si faranno  spontaneamente innanzi e anche i già dati saranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire è che quel vizio è il vizio d’un organismo sommamente robusto, e che gl’ordini di ricerche che vengono da V. confusi sono costituiti d’effettive ricerche di straordinaria novità, verità e importanza. E, insomma, il vizio medesimo che  s'incontra di frequente presso gl'ingegni assai originali e inventivi, i quali di rado portano a perfezione nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono essere più. esatti e conseguenti – GRICE HARDY --. Profondità e acume non sempre vanno insieme e con pari vigore; e V., quantunque non fosse molto acuto, era sempre  molto profondo. Luce e tenebre, verità ed errore che s’alternano e incrociano quasi a ogni punto della scienza, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e critici; anzi, in casi eminenti com'è questo di V., si possono scorgere in modo più netto tali diversità. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare ogni più piccola  contradizione, inesorabili nell'esigere le prove d’ogni affermazione, vigorose nel maneggiare le tenaglie dei dilemmi che stritolano senza pietà un povero grand'uomo. Per costoro l'opera  di V., e molte altre della stessa qualità, è un libro chiuso; e, tutt'al più, offrirà loro l'argomento per una di quelle cosi dette demolizioni, che essi compiono con  grande facilità e gusto, sebbene con scarso successo, perché l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole restare più vivo di prima. Ma vi sono altre anime, che alla prima parola che vada diritta al loro cuore, al primo raggio di verità che lampeggi ai loro occhi, s’aprono tutte con desiderio, s’abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo, non  vogliono sapere di difetti, non scorgono difficoltà, o le difficoltà appianano subito e i difetti giustificano nel modo più semplice, e, quando per caso scrivono, le loro scritture si configurano come apologie – SCHIFFER SU GRICE – I trust Paul will forbear of my apostasy”.  E per costoro è da temere che la scienza sia un libro troppo aperto – ECO – OPERA APERTA. Certamente, se fra questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisogna risolversi di necessità pell'uno o pell'altro, sarebbe da preferire il peccato del troppo vivo amore a quello della gelida indifferenza, la troppa fede, che pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne lascia vedere  alcuno. Ma un terzo atteggiamento è possibile, ed è doveroso pel critico: quello di non perdere mai di vista la luce, ma di non dimenticare le oscurità; di giungere allo spirito passando oltre la lettera, ma di non trascurare la lettera, anzi di ritornarvi di continuo, procurando di mantenersi interpetre libero ma non fantasioso, amante fervido ma non  cieco. I due capisaldi stabiliti, il vizio e la virtù che si sono riconosciuti propri della mente di V., la sua geniale confusione o la sua genialità confusionaria, impongono perciò come generale canone ermeneutico d’andare separando per via  d'analisi la schietta filosofia che è in lui dall'empiria e dalla storia colle quali è commista e quasi incorporata, e altresì  queste  da  quella, e di notare via via gl’effetti e le cause della commistione. Le scorie non possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono all'oro nello stato di natura, ma non debbono impedire di riconoscere e purificare l'oro; o, fuori di metafora, la storia dev'essere storia senza dubbio, ma tale non è se non è intelligente. Delle forme dello spirito V. studia nella scienza principalmente, e si potrebbe dire esclusivamente, quelle inferiori o individualizzanti, che egli designa tutt'insieme col nome di certo: nello spirito teoretico la fantasia, nello spirito pratico la forza o arbitrio, e nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello spirito, la civiltà barbarica o  sapienza poetica, la cui investigazione costituisce, come egli stesso dice, quasi tutto il corpo dell'opera. Perché e come egli prende cosi forte interesse a codeste forme inferiori e alle società primitive e storie barbariche che le rappresentavano, è anche qui, nell'aspetto estrinseco, spiegato dagli studi che V. ebbe a condurre sul DIRITTO ROMANO e  sui tropi e le figure rettoriche – GRICE, FIGURE OF SPEECH --, dalla tradizione umanistica ancora viva in Italia, dal culto allora rinvigorito pelle scienze archeologiche, dalla curiosità che spinge  a indagare L’ANTICHISSIMA CIVILTA ITALIANA, e via enumerando. Ma altri non pochi, nel suo tempo e nel suo stesso paese, trattarono le  medesime materie senza punto acquistare la predilezione e la penetrazione del fantastico, dell'ingenuo, del violento: cose delle quali lo stesso V. possede la predilezione, ma non ancora la penetrazione, quando compone il De  antiquissima. Sicché la ragione piena di queir interessamento si vede quando si consideri l'origine del V. filosofo e si tenga  presente il carattere della sua mente, antitetica allo spirito cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle forme universalizzanti e astrattive, trascura le individualizzanti; e tanto più V. dove essere attirato d’esse come d’un mistero. Il cartesianismo rifuggiva con orrore dalla selva selvaggia della storia; e V. s'interna bramoso in quella parte appunto  della storia, nella quale, per cosi dire, è più forte il sentore della storicità: nella storia che è più lontana e diversa dalla psicologia dell’età colte. Il cartesianismo generalizza questa psicologia a tutti i tempi e a tutti i popoli, e V. era portato a indagare nelle loro profonde differenze e opposizioni i modi di sentire e di pensare delle varie età.  Lo sforzo  grande che bisogna fare, e che egli stesso fa, per riprendere, attraverso l'intellettualismo, la coscienza della psicologia primitiva, è espresso da V., dove parla delle aspre difficultà che gli era costata la  ricerca per discendere da queste nostre umane nature ingentilite a quelle affatto fiere ed immani, le quali ci è affatto negato d'imaginare e solamente a gran pena ci è permesso d'intendere; o, poco diversamente, quando insiste sull'impossibilità ora che le menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino presso il volgo, adusate ai tanti vocaboli astratti, assottigliate coll'arte dello scrivere, quasi spiritualizzate dalla pratica dei numeri d’entrare nella vasta immaginativa dei primi uomini, le menti  dei quali di nulla sono astratte, di nulla assottigliate – GRICE ONE OFF IMPLICATURE --, di nulla spiritualizzate, anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite nei corpi, e di formare l'idea, per es., della natura simpatetica. E quello sforzo, doloroso ma trionfante, che aveva dovuto compiere, era un'altra delle ragioni  pelle quali egli sente come nuova la scienza. Di questa infatti, ossia della ricerca sulla forma ideale e sull'epoca storica del certo, manca, egli  dice,  tutta la filosofìa. L’ACCADEMIA  la tenta invano nel Cratilo, perché gli era rimasta ignota LA LINGUA dei primi legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle forinole emendate e ammodernate  che le leggi erano venute rivestendo via via in Atene. In un errore analogo sono caduti BORDONE (vedasi) Scaligero, Sanchez  e  Schopp, che presero a spiegare le lingue coi principi della logica, e della logica del LIZIO, sorta tanti secoli DOPO le lingue. E Grozio, Selden, Pufendorf  e gl’altri filosofi del diritto naturale meditarono anch'essi sulla  natura – GRICE NATURAL MEANING -- umana ingentilita dalla religione e dalle leggi, sicché ritrassero il corso storico cominciando dalla metà in giù; ossia si fermarono sull'intelletto e ignorano la fantasia, sulla volontà moralmente disciplinata e trascurarono la selvaggia  passione. Egli stesso, V., se col prendere a indagare l'antichissima  sapienza ITALIANA da segno del suo interessamento per quel problema,si era, per altro, sviato nella ricerca, seguendo l’orme dell'autore del Cratilo. Sotto l'aspetto filosofico, la scienza, per questa preponderanza che vi ha l'indagine delle forme individualizzanti e in ispecie della fantasia, la dottrina dei primi popoli come poeti e del loro pensare  per caratteri poetici è, dice V., la chiave maestra dell'opera, si potrebbe non troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con particolare riguardo alla filosofia della  fantasia, cioè all'Estetica. L'Estetica è da considerare veramente una scoperta di V.: sia pure colle riserve onde s'intendono sempre circondate tutte le determinazioni di  scoperte e di scopritori, e quantunque egli non la tratta in un saggio speciale – GRICE IMPLICATURE --, né le da il nome fortunato col quale doveva battezzarla Baumgarten. Del resto, giova notare che nella terminologia della scienza nuova s'incontra un nome simile ad alcuno degl’equivalenti che Baumgarten passa in rassegna pell'Estetica: quello  di Logica poetica. Ma, in fondo, il nome importa poco, e assai importa la cosa; e la cosa è che V. espone una idea della poesia, che era a quei tempi, e dove rimanere per un pezzo ancora, un'ardita e rivoluzionaria novità. Persiste allora la vecchia idea praticistica o pedagogica, che dalla tarda antichità, attraverso il Medioevo, si era trapiantata e  radicata nel Rinascimento, della poesia come ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti filosofici – METAFORA, IPERBOLE, MEIOSI, SINEDOCCHE -- e teologici – ANALOGIA, ALLEGORIA;  e, accanto a questa, sebbene in grado minore, l'altra che la considera come prodotto o strumento di svago e di voluttà -- rettorica e prammatica infernza, non logica – PRATT GRICE BERKELEY. Queste concezioni avevano alterato perfino il senso originale del trattato del LIZIO della Poetica, nel quale venivano introdotte e poi lette come se effettivamente il LIZIO le avesse pensate e scritte. Né il cartesianismo le rettificò, ma piuttosto, com'era d’aspettare, data la sua generale tendenza,  attenuò e annullò l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di trascurabile valore. In un tempo in cui si cerca di ridurre a forma matematica la metafisica e l'etica, in cui si dispregia l'intuizione del concreto, s’escogitavano una letteratura e una poesia atte a diffondere la scienza nel volgo o nel bel mondo, s'iniziano tentativi  per foggiare lingue  artificiali – il deutero-esperanto di Grice -- logiche più perfette di quelle storiche e viventi, e perfino si tene possibile di stabilire regole per comporre arie musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; in codesto ambiente distratto, gelido, nemico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse risvegliare una diversa e  opposta coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e della sua originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito tormentato, agitato e scrutatore di V., il quale critica tutt' insieme le tre dottrine della poesia, come esornatrice e mediatrice di verità intellettuali – GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE --, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio  di piacere – cf. LORD GRICE AESTHETIC INSTRUMENTALISM – maximise pleasure --, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile che, senza d’essa, non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana. L'uomo, prima d’essere in grado di formare universali, forma fantasmi; prima di riflettere con  mente pura, avverte con animo perturbato e commosso; prima d’articolare, canta; prima di parlare in prosa, parla in versi; prima d’adoperare termini tecnici, metaforeggia, e il suo parlare per metafore è tanto proprio quanto quello che si dice proprio – FIGURA DE-FIGURA, RE-FIGURA. La poesia, non che essere una maniera di divulgare la  metafisica, è distinta e opposta alla metafìsica: l'una purga la mente dai  sensi, l'altra ve la immerge e rovescia dentro; l'una è tanto più perfetta quanto più s'innalza agl’universali, l'altra quanto più s’appropria ai  particolari, al concreto; l'una infievolisce la fantasia, l'altra la richiede robusta; quella ci ammonisce di non fare dello spirito corpo,  questa si diletta di dare corpo allo spirito; le sentenze poetiche sono composte di sensi e passioni, quelle filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la rendono falsa e fredda: non mai, in tutta la distesa dei tempi, uno stesso uomo fu insieme grande metafisico e grande  poeta -- LUCREZIO. Poeti e filosofi possono dirsi gli uni il senso, gl’altri  l'intelletto dell'umanità; e in tale significato è da ritenere vero il detto delle scuole che niente è nell'intelletto che prima non sia nel senso – ma  l’intelletto medesimo. Senza il senso, non si dà intelletto; senza poesia, non si dà filosofia né civiltà alcuna. Quasi più miracoloso di questa concezione della  poesia è che V. intravedesse la qualità genuina  della lingua: problema non meglio risoluto e assai meno  agitato e investigato dalla filosofia. La lingua si sole, a volta a volta, o confonderlo colla logicità o abbassarlo a semplice SEGNO estrinseco e convenzionale o, per disperazione, dichiararlo d’origine  divina. V. intende che l'origine divina è, in questo caso, un rifugio da pigri, e che la  lingua  non è né logicità NÉ ARBITRIO, e, al pari della poesia, non è prodotto né di sapienza riposta NÉ DI PLACITO o convenzione. La lingua sorge NATURALMENTE. Nella prima forma d’essa, gl’uomini si spiegarono con atti muti, ossia per cenni, e con corpi aventi naturali rapporti all’idee che vuoleno SIGNIFICARE, ossia per oggetti simbolici.  Ma, anche pella lingua articolata e la lingua volgare, con troppo di buona fede, cioè con iscarso accorgimento, è stato ricevuto d’ogni filologo che esse SIGNIFICANO A PLACITO; laddove, pell’anzidette origini, dovettero SIGNIFICARE NATURALMENTE – Grice, MEANING NATURAL AND NON-NATURAL --, e ogni parola volgare  cominciare certamente d’un singolo individuo – GRICE IDIOSYNCRASY – d’una nazione e provenire dalla lingua primitiva per cenni e per oggetti. Nella lingua del LAZIO, come nelle altre, s’osserva che quasi ogni voce è formata per proprietà naturali o per trasporti; e il maggior corpo d’ogni lingua, presso ogni nazione, è costituito dalla metafora – Grice YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE. La diversa opinione deriva dall'ignoranza dei grammatici, i quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e indistinte, non sapendone l’origini onde sono un tempo luminose e distinte, escogitarono, per darsi pace, la dottrina del PLACITO e la convenzione, e vi trassero il LIZIO e Galeno, armandoli contro l’ACCADEMIA e Giamblico. La grave difficoltà che si suole mettere innanzi contro l'origine naturale del linguaggio e in favore della convenzione, la diversità delle lingue volgari secondo i popoli, si scioglie col considerare che i popoli, pella diversità dei climi, temperamenti e costumi, guardarono le medesime  utilità o necessità della vita sotto aspetti diversi, e perciò produssero lingue diverse; com'è comprovato altresì dai proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni. Singolarmente importante è poi l'insistenza onde V. professa d’avere ritrovato le vere origini  delle lingue nei principi della poesia: con che viene, per una parte, riasserita l'origine spontanea e fantastica della lingua, e dall'altra, se non per esplicito, certo per implicito, si tende a sopprimere la dualità di poesia e lingua. Nei quali principi della poesia  V. ritrova non solamente l'origine della lingua, ma anche quella delle lettere o scritture,  dichiarando errore di grammatici la separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva  mutola,  per  cenni  e per oggetti. La sapienza riposta e la convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non sono un ritrovato di filosofi per nascondervi dentro i misteri delle  loro grandi idee, ma comuni e naturali necessità d’ogni primo popolo; e solamente le scritture alfabetiche nacquero tra i popoli già inciviliti per effetto di libera convenzione. In altri termini, V. viene a distinguere, sia pure in modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che è propriamente scrittura e perciò convenzione, dall'altra che è invece  DIRETTA ESPRESSIONE – DAVIS GRICE MEANING AND EXPRESSION – ESTETICA DI CROCE --, e perciò lingua, favola, poesia, pittura. Caratteristica di queste scritture espressive o lingue è l'inseparabilità del contenuto dalla forma; la loro ragione poetica è tutta qui: che la favola e L’ESPRESSIONE sono una cosa stessa, cioè una metafora  comune ai poeti e ai pittori, sicché un mutolo senza espressione verbale possa dipingerla. V. arreca in esempio d’esse alcuni aneddoti tradizionali, come le cinque parole reali, la ranocchia, il topo, l'uccello, il dente d'aratro e l'arco da saettare, che Idantura, re degli sciti, manda in risposta a Dario che gli aveva intimato guerra; e l'apologo degl’alti  papaveri che re TARQUINIO svolge innanzi agl’occhi dell'ambasciatore di suo tìglio Sesto circa il modo di domare Gabì: procedimenti ESPRESSIVI non diversi da costumanze che s’osservano ancora presso popolazioni selvagge e presso i volghi; e poi, altresì, l’imprese, le bandiere, gl’emblemi delle medaglie e monete. Una frivola favoletta – FAVOLA – FAME --, che  rimpicciolisce e calunnia l'ufficio vero dell’imprese, narra come esse venissero inventate nei tornei di Germania, qual costume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per meritare l'amore delle nobili donzelle. Ma l’imprese, nel Medioevo, sono cosa seria, come a dire la scrittura geroglifica di quell'età: un parlare – GRICE PARABOLARE -- muto, che suppliva la povertà dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e solamente più tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si convertirono in imprese galanti ed erudite, le quali bisogna animare coi motti, perché, ora, hanno SIGNIFICAZIONI solamente analoghe, laddove quelle primitive e naturali  sono mutole e tuttavia parlano senza bisogno d'interpetri – Those spots didn’t mean anything to me, but to the doctor they meant that he had the measles. In questa schietta naturalità perdurano nei tempi colti alcune di tali forme espressive; per es., le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, colla quale le nazioni, come prive di FAVELLA, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci. Cosi, al lume del concetto estetico pensato da V., poesia, parole, metafore, scritture, simboli figurati, tutto si rischiara di lampi e dà guizzi di vita: cose grandi e cose piccole, l'EPOS e l'araldica. La dottrina delle forme  fantastiche riceve un avviamento nuovo affatto nella storia dell’idee; perché se  V. s’oppone coi suoi concetti alle scuole del suo tempo e specie alla cartesiana, nemmeno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione più o meno remota. Egli stesso sente la propria opposizione come diretta non contro una scuola particolare, ma contro tutte quelle  che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'argomento. Circa la poesia dice che egli rovescia tutto ciò che se n’è pensato da Platone e poi da Aristotele via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero BORDONE e Castelvetro (si veda), i quali si perderono in inezie tali che fa vergogna fin riferirle. Patrizzi fa nascere la  poesia dai canti degl’uccelli e  dal sibilo dei venti! Circa la lingua, il suo intendimento non è rimasto soddisfatto né da Platone né dai Lazio, Scaligero BORDONE e Sanchez. Circa le lettere, rifiutata l'origine divina che era sostenuta da Mallinkrot ed Elingio, o, che vale il medesimo, interpetratala a suo modo, dà saggio per iscandalo delle vane opinioni, incerte, leggiere, sconce,  boriose e ridevoli, che le facevano provenire dai goti e per essi d’Adamo e dalla personale comunicazione di Dio, o più direttamente dal paradiso terrestre, o d’un gotico Mercurio inventore. Circa l’imprese, infine, osserva che i tanti che n’avevano composto trattati, non n’avevano inteso nulla, e, solo per caso e indovinando, lasciavano trapelare un  seniore della verità col chiamarle eroiche. In realtà, sarebbe difficile assegnare veri e propri precedenti ai concetti estetici di V., e tutt'al più si potrebbero ritrovarne vaghe suggestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie; qualche stimolo più prossimo nelle dispute secentesche sulle differenze tra intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,    dialettica e rettorica; e qualche riscontro di particolari estrinseci, come nei ravvicinamenti fatti da qualche retore di quel tempo, il Tesauro, delle arguzie rettoriche parlate colle arguzie figurate. Senonché quei concetti, nati da cosi possente getto d’originalità, non appena dai loro lineamenti generali si passi alle determinazioni particolari, dall'idea  o ispirazione originaria agli svolgimenti effettivi, si vedono come turbarsi, ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte le varie successive opinioni che V. tenne, e che si legano al processo storico del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla metafora, dalle orazioni accademiche e poi dal De ratione e dal De antiquissima al Diritto universale, e  ancora da questo alla  prima, e dalla prima alla seconda Scienza nuova: indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e che non entra nel quadro della nostra esposizione. Ma, anche nella forma ultima del suo pensiero estetico, coesistono dottrine contradittorie. Egli non sta pago a dire, come ha detto, che la forma poetica è  la  prima operazione della  mente, che essa è costituita da sensi di passione, è tutta fantastica, priva di concetti e di riflessioni; ma aggiunge che la poesia, diversamente dalla storia, rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perciò quella giustizia e attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre s’ottiene nella  storia, dominata sovente dal capriccio, dalla necessità e dalla fortuna. Dice ancora che la poesia ha per suo fine l'animazione dell'inanimato, essendo il più sublime lavoro d’essa indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dice che la poesia non è altro che imitazione, e che i fanciulli, i quali valgono assai nell'imitare, sono poeti, e che i popoli  primitivi, fanciulli del genere umano, furono in Si veda il capo della parte storica della Estetica di CROCE.] sieme sublimi poeti. Dice che la poesia ha per propria  materia l'impossibile credibile, com'è  impossibile che i corpi siano menti e pure fu creduto che il cielo tonante è Giove, onde i poeti non s’esercitarono in altro maggiormente che nel  cantare i prodigi compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dice che la poesia è nata d’inopia, ossia che è un effetto d'infermità dello spirito; perché l'uomo rozzo e di debole cervello, non potendo soddisfare il bisogno che prova del generale e dell'universale, foggia a sostituzione i generi fantastici, gl’universali o caratteri poetici; e che, per  conseguenza, il vero dei poeti e il vero dei filosofi sono lo stesso, questo astratto e quello rivestito d'immagini, questo una metafisica ragionata e quello una metafisica sentita e immaginata, confacente all'intendimento popolaresco. Parimente d’inopia, cioè dall'incapacità ad articolare, nasce il canto, e perciò i muti e gli scilinguati escono in suoni  che sono canti; e dall'incapacità a SIGNIFICARE le cose in modo PROPRIO, le metafore – GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE.  Dice, infine, che lo scopo della poesia è d'INSEGNARE al volgo l'operare virtuosamente. In questi detti sono accennati i più diversi concetti sulla poesia, alcuni conciliabili colla dottrina fondamentale, ma  proposti senza mediazione e perciò effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. V. potrebbe essere, a volta a volta, sul fondamento di singoli testi, presentato come sostenitore dell'estetica moralistica, pedagogica, astratta e tipeggiante, mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie teorie che egli aborre, e se  non si dissipa tra gl’errori nuovi che precorre, si deve al fatto che su tutte quelle varietà e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia è la prima forma della mente, anteriore all'intelletto e libera da riflessione e raziocini. Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e accorciare gl’altri che circa la natura della poesia  esistevano nella tradizione scientifica o erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia delle classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio, si sforza di filosofarle, e tenta di dedurre serialmente le diverse forme della poesia, epica lirica drammatica; del verso e del metro, spondaico giambico prosastico; del parlare  figurato, metafora metonimia sineddoche ironia – GRICE LEECH CONVERSATIONAL RHETORIC;  delle parti del discorso, onomatopee interiezioni GRICE OUCH pronomi particelle nomi – Figgo is shaggy -- verbi, modi e tempi del verbo, al qual proposito richiama perfino un caso d’afasia da lui osservato in Napoli in persona d’un uomo onesto  tócco da grave apoplessia, il quale mentova nomi e si è dimenticato affatto de’verbi, delle scritture, geroglifiche simboliche alfabetiche; delle lingue secondo la loro crescente complessità, che va dalle parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di vocali e dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemina dappertutto  interpetrazioni nuove e parzialmente vere di fatti particolari; ma non giunse, e non poteva, a sistemazione scientifica. E neppure vide chiaro nella relazione della poesia colle altr’arti, che talora unificò con quella, come quando considera intrinsecamente identiche pittura e poesia, e viene notando analogie tra la poesia e la pittura del Medioevo; e,  tal'altra, stranamente separò, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle filosofie e che delicatissime siano pittura, scultura, fonderia e intaglio, perché debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano. Queste incoerenze ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da scarsa capacità di distinzione  e d’elaborazione, per un'altra e maggiore parte si riportano più direttamente al già chiarito vizio fondamentale che è nella strattura della Scienza nuova e qui, propriamente, allo scambio fatto da V. tra il concetto filosofico della forma poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della civiltà, talché, egli  stesso  dichiara, questa  prima età del mondo si può dire con verità tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente. Ma la prima età del mondo, essendo costituita d’uomini in carne ed ossa e non da categorie filosofiche, non potè essere occupata intorno a una sola operazione della mente. Quest'una poteva, come si suol dire, prevalere (e la parola stessa scopre il  carattere quantitativo e approssimativo del concetto); ma tutte l’altre dovevano essere in atto insieme con lei, la fantasia e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volontà e la moralità, il cantare e il numerare. A siffatta evidenza V. non poteva sottrarsi, epperò in quella fase di civiltà introdusse non solo il poeta, ma anche il teologo, il fisico,  l'astronomo, il pater familias, il guerriero, il politico, il legislatore; senonché l’attività di tutti costoro volle considerare e chiamare poetiche, con metafora tratta dall'asserita prevalenza della forma fantastica dello spirito, e il complesso d’esse sapienza poetica. Il carattere metaforico della denominazione è accusato, o balza agl’occhi, in alcuni luoghi  caratteristici; come dove le  arti, ossia le arti meccaniche, produttrici pratiche d’oggetti per gl’usi della vita, sono definite poesie in certo modo reali, e l'antico DIRITTO ROMANO, per l'abbondanza delle formole e cerimonie onde si riveste, è detto poema drammatico serio. Ma le metafore sono pericolose, quando, come nel caso della Scienza  nuova, trovano terreno favorevole alla loro conversione in concetti; e, infatti, l'età storica, barbarica, metaforeggiata come sapienza poetica, non tarda a trasformarsi, presso V., nell'età ideale della poesia, conferendo a quest'ultima tutte le proprie attribuzioni. Colà erano teologi, e la poesia fu considerata da V. come teologia, sebbene  fantastica;  educatori, e fu fatta educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza, sebbene di fisica immaginaria. E poiché quei barbari non potevano non pensare per concetti, rozzi che questi fossero e involti nelle immagini, i fantasmi della poesia, individuati, singolarizzati, le sentenze d’essa sempre corpulente, si falsificarono in  universali fantastici, che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione, che è individualizzante, e il concetto, che universalizza: la poesia, che dove rappresentare il senso, lo schietto senso, rappresenta invece il senso già intellettualizzato, e il detto che niente si trova nell'intelletto che non sia già nel senso, acquistò il significato che l'intelletto è il  senso stesso, schiarito, o il senso l'intelletto stesso, confuso; onde non si ebbe più bisogno dell'aggiunta cautela: nìsi intellectus ipse. Per converso, la civiltà barbarica divenne come una mitologia o allegoria dell’ideale età poetica; e i primi popoli furono trasformati in moltitudini di sublimi poeti; come poeti furono fatti, nella  ontogenesi  corrispondente a tale filogenesi, perfino i fanciulli. Il concetto dell'universale fantastico come anteriore all'universale ragionato concentra in sé la duplice contradizione della dottrina; perché all'elemento fantastico dovrebbe essere congiunto in quella formazione mentale l'elemento dell'universalità, il quale, per sé preso, sarebbe poi un vero e  proprio  universale, ragionato e non fantastico: donde una petitio principii, per la quale la genesi degl’universali ragionati, che dovrebbe essere spiegata, viene presupposta. E, d'altro canto, se l'universale fantastico s'interpetrasse come purificato dell'elemento universale e logico, cioè come mero fantasma, la coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina  estetica; ma la sapienza poetica o civiltà barbarica verrebbe mutilata d’una parte essenziale del suo organismo, perché privata d’ogni sorta di concetti, e, per dir cosi, disossata. Per risolvere la contradizione conveniva dissociare poesia e sapienza poetica; del che, in verità, s'incontra qualche accenno presso V. Egli confessa talvolta, quasi  involontariamente, la non corrispondenza tra la categoria filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo è costretto a ricorrere ai press'a poco, e ai più o meno. Gli accade di dire, per es., che gli uomini primitivi erano nulla o assai poco ragione e tutti robustissima fantasia, quasi tutti corpo e quasi niuna riflessione; ovvero, dopo avere distinte con  filosofiche pretese tre lingue degli dèi, degl’eroi e degl’uomini, osserva che la lingua degli dèi fu quasi tutta muta e pochissimo  articolata; la lingua degl’eroi mescolata egualmente di articolata e di muta; la lingua degl’uomini quasi tutta articolata e pochissimo muta. La favella poetica, ammette  ancora, sopravvive alla sapienza poetica e scorre per  lungo tratto dentro il tempo istorico o età civile, come, dice con magnifica immagine, i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l'acque portatevi colla violenza del corso. Anche nei tempi moderni non si può dismettere il parlare fantastico, e per ispiegare i lavori della mente pura ci han da soccorrere i parlari poetici per  trasporti de'sensi. La poesia non sembra che sia finita colla fine della barbarie, perché pur nei tempi civili sorgono poeti; e che quelli della prima epoca fossero fantastici per natura, e i nuovi tali si facciano per arte ed industria, ossia, come V. vuole, collo sforzarsi di perdere memoria delle parole proprie, di purgarsi delle filosofie, di riempirsi la  mente di pregiudizi fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi costringendosi, tra l'altro, all'uso della  rima, queste restrizioni, del resto facilmente confutabili, s’affaticano invano a sminuire l'importanza del fatto riconosciuto: che la poesia è di tutti i tempi, e non di quello solo barbarico; è una categoria ideale e non un fatto storico. Ma  le restrizioni anzidette, come la rarità e la timidezza degl’accenni ricordati, provano che V. non era in grado d’eseguire la dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone dall'ibridismo del concetto e del metodo stesso della Scienza nuova. Se, per altro, l'idea della poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle  quali s’avvolge, non fosse rimasta salda nel fondo del pensiero di V., e non avesse operato, per cosi dire, nel sottosuolo della Scienza nuova, non sarebbe agevole, né forse possibile, intendere la concezione capitale che domina la sua filosofia dello spirito, e che è strettamente legata con quell'idea. Diciamo, la concezione dello spirito come sviluppo, o, per adoperare la terminologia propria di V., come corso o spiegamento: concezione la quale, pur senza espressa contrapposizione, supera quella ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare le facoltà dello spirito. La dottrina degl’universali fantastici come spontanee formazioni mentali, universali rozzi ma forniti d’un  motivo di vero, era certamente bastevole come strumento per debellare l'empirica teoria che fa sorgere le civiltà d’un'alta e ragionata saggezza ordinatrice, opera personale di Dio o di uomini sapienti, sorti NON SI SA COME e piovuti NON SI SA DONDE. V. pone chiaro il dilemma delle due e non più guise di spiegare l'origine della civiltà: o nella  riflessione d’uomini sapienti, ovvero  in un certo senso e istinto umano d’uomini bestioni; e si risolve pella seconda ipotesi, per i bestioni che via via s’erano fatti uomini; cioè pel pensiero che s’evolve dall'universale fantastico a quello ragionato, per l'assetto sociale che procede via via dalla forza all'EQUITÀ. Ma era quella concezione bastevole  per fondare la storia ideale o filosofia dello spirito?  Nella filosofia dello spirito, essa si sarebbe tradotta in qualcosa di simile, se non d'identico, alla dottrina che, per effetto del cartesianismo e anche d’una certa tal quale rinascita che ebbe la scolastica di Duns Scotus, corre ai tempi di V., e secondo cui la vita dello spirito s’esplica nei gradi  successivi del concetto oscuro, confuso, chiaro e distinto: Leibniz, com'è noto, fa argomento di speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes  perceptions. Dottrina nel suo intrinseco  intellettualistica, perché i concetti, confusi e oscuri che fossero, erano pur sempre concetti; e impotente perciò a dare ragione, nonché della poesia, neppure  delio sviluppo spirituale, che non può intendersi, nella sua dialettica quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in realtà, non sono differenze ma identità e perciò immobilità; e, infatti, tutto quell'indirizzo fa, insieme, antiestetico e statico, privo d’una vera dottrina della fantasia e d’una vera dottrina dello sviluppo. Il  pensiero di V. ò, invece, avverso all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo spirito è, per lui, un eterno dramma; e, poiché il dramma vuole tesi e antitesi, la sua filosofia della mente è impiantata sull'antinomia, cioè sulla reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica, forza ed EQUITÀ,  passione e moralità, per quanto egli sembri talvolta, pelle ragioni già note, disconoscerla o, piuttosto, per quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine empiriche e con determinazioni storiche. Anche la dottrina di V. sul mito, se è non meno originale e profonda di quella circa la poesia, non è del tutto limpida, perché le relazioni tra  poesia e mito sono cosi strette che l'ombra gettata sull'una deve necessariamente stendersi in qualche modo sull'altro. Proseguendo a indagare, come abbiamo fatto sin qui e faremo sempre nel séguito, lo stato delle cognizioni ai tempi di V. secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare, ricorderemo in breve, circa gli studi sulla  mitologia, come tra il Cinque e il Seicento non solamente si mettessero insieme grandi compilazioni letterarie di miti, delle quali già aveva dato esempio, nel Trecento, Boccaccio, ma venissero dottamente propugnate le due teorie esplicative già note all'antichità classica e non ignote del tutto al Medioevo: la teoria del mito come allegoria di verità  filosofiche, morali, politiche, e via discorrendo, e quella del mito come storia di personaggi effettivamente esistiti e d’avvenimenti accaduti, adornate dall'immaginazione che divinizza gl’eroi, evemerismo. L'allegorismo ispira, tra l'altre, l'opera di Conti, MythologicB sive explanationis fabularum libri decerti e il De sapientia veterum di Bacone;  dove, per altro, quel sistema era proposto non senza qualche dubbio e colla espressa cautela che, se anche non vale come interpetrazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere il suo valore di moralizzazione, aut antiqultatem illustrabimus aut res ipsas. Il neoevemerismo era rappresentato autorevolmente da Giovanni Ledere, Clericus, l'erudito  ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza e gratitudine ebbe a professare V. per aver degnato d’attenzione il suo Diritto universale, e del quale fece epoca, in materia mitologica, l'edizione della Teogonia esiodea; lo segui tra gl’altri Banier, autore di Les  fables expllquèes par l'histoire. Un  terzo sistema, anch'esso non senza qualche precedente  antico, deriva i miti da popoli particolari, dagl’egiziani o dagl’ebrei, ovvero dall'opera di singoli filosofi e poeti inventori; e, quando non si risolve in una pura e semplice ipotesi storica sulla formazione di alcuni o di tutti i miti trasmessi dall'antichità o non si riporta alla rivelazione divina, è chiaro che implica la teoria che il mito sia non già una  forma eterna, ma un contingente prodotto dello spirito, il quale, com'è nato una volta, cosi possa morire o sia già morto. V. s’oppone risolutamente alla prima e alla terza scuola, all'allegorismo e alla dottrina della derivazione storica; e ricorda, perla prima, il trattato di BACONE dal quale tratta incentivo a meditare sull'argomento, ma ch'egli  giudica    più ingegnoso che  vero; e per l'altra scuola, considerante i miti come storie sacre alterate e corrotte dai gentili e in particolare dai greci, il De theologla gentili di Vossio, la Demonstratio evangelica di Huet, e il Phaleg et Canaan di Bochart. I miti o favole non contengono sapienza riposta, cioè concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo  della favola; e perciò non sono allegorie. L'allegoria – GRICE SCATOLOGIA FILOSOFICA -- importa che s’abbia, d’una  parte, il concetto o significato, dall'altra la favola o involucro, e tra le due cose l'artifizio che le fa stare insieme. Ma i miti non si possono scindere in questi tre momenti, e neppure in un significato e un significante: i loro  significati sono univoci. Importa altresì, quella teoria che chi crede al contenuto non creda alla forma; ma i creatori dei miti dettero ingenua e piena fede a quelle loro creazioni; e fintasi, per es., la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero in appresso, GIOVE ROMANO re e padre degli dèi e degl’uomini in atto di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo credettero, e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e osservarono. Il mito, insomma, non è favola ma storia, quale possono formarsela gli spiriti primitivi, e da questi è severamente tenuta come racconto di cose reali. I filosofi che sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in modo allegorico le loro dottrine – cleaning the stables at Oxford – GRICE --, ovvero illudendosi di ritrovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'antichità tanto più venerabile quanto più oscura, ovvero stimando comodo di giovarsi di tale espediente per i loro fini politici, e cosi Platone omerizzando e, nel tratto stesso, platonizzando Omero; resero i miti favole, quali in origine non erano e intrinsecamente non sono. Onde è da dire che filosofi e mitologi furono piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole, laddove i poeti o creatori primitivi furono i veri mitologi e intesero narrare cose vere dei loro tempi. Per la medesima ragione, ossia per essere i miti parte essenziale della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei in tutti i tempi e luoghi, non si può attribuirli a un singolo popolo che li avrebbe inventati e dal quale si sarebbero trasmessi agl’altri, quasi ritrovato particolare d’uomini particolari od oggetto di rivelazione. Codesta dottrina, superante l'allegorìe mò e lo storici 5 srao, è un altro aspetto della rivendicazione che V. compi delle forme conoscitive alogiche contro l' intellettualismo, il quale le nega appunto col presentarle ora come forme artificiali ora come prodotti accidentali o dovuti a cause soprannaturali. Né sembra accettabile l'opinione che aggrega V. all'indirizzo neoevemeristico, da lui in verità non combattuto espressamente e verso il quale presenta anche, se si vuole, alcune superficiali somiglianze, ma insieme colle somiglianze questa radicale diversità: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali né si riferiscono di necessità a individui reali – BELLEROPHON RODE PEGASUS GRICE --, ma sono intrinsecamente verità storica, nella forma che la verità storica suol prendere nelle menti primitive. Altra più precisa determinazione circa la natura del mito V. non dà né poteva, appunto perché essendo in lui ondeggiante il concetto stesso della poesia, egli non era in grado di segnare i limiti tra le due forme. Parlò, in genere, di poesia e di mito come di cose distinte, ma non fermò la distinzione. Eppure, V. si era bene imbattuto nel concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonché, in cambio di valersene pella dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle sue parecchie definizioni della poesia. Quel carattere poetico, quell'universale fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo della poesia, dà origine a tante insuperabili difficoltà, è invece, pell'appunto, la definizione del mito, e come tale fornisce alla scienza della mitologia il vero principio che le bisogna. Se il concetto del compiere grandi fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare dall'immagine d’un uomo particolare che abbia compiuto alcuna di quelle fatiche – GRICE THE STABLES OF OXFORD --, quel concetto diventa il mito, per es., di ERCOLE; ed Ercole è insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il leone nemeo o LAVA LE STALLE D’AUGIA – GRICE RETROSPECTIVE EPILOGUE --, ed è un concetto; come il concetto dell'operosità utile e gloriosa è un concetto ed è, insieme, Ercole: è un universale – AND SOURCE OF IDIOMS -- e un fantasma: un universale fantastico – that every Oxonian learns about, even if rich. Anche quel sublime lavoro., che V. dice proprio della poesia, di dare vita alle cose inanimate, spetta non propriamente alla poesia ma al mito – those spots naturally NATURA DEVS mean measles. Il quale, incorporando i concetti in immagini, ed essendo l’immagini sempre qualcosa d'individuale, viene ad atteggiarli come esseri viventi. Cosi gl’uomini primitivi, che non conoscevano la cagione del fulmine – or of dark clouds -- e perciò non ne possedevano la definizione fisica fisiologica naturale, erano tratti, miteggiando, a concepire il cielo come un vasto corpo animato con una mente che menta – MEAN STEVENSON ‘The barometer ‘means’ that --, che a somiglianza d’essi medesimi quando erano in preda alle loro violentissime passioni, urlando, brontolando, fremendo, parlasse e volesse dire qualche cosa. E del mito e non della poesia si deve riconoscere l'origine nell'inopia, nella debolezza della mente e nella sua inadeguazione ai problemi che vuole risolvere, nell’incapacità a pensare per universali ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono gl’universali fantastici e le metonimie e le sineddoche e ogni sorta di metafore ed IMPLICATURE -- espresse. Le contradizioni, notate da noi nell'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare la dottrina estetica – GRICE: I EXPRESS MY BELIEF --, stanno perfettamente a posto nella dottrina del mito; il quale è, pell'appunto, questa contradizione: un concetto che vuol essere immagine e un'immagine che vuol essere concetto, e perciò un'inopia, anzi un'impotenza potente, un contrasto e una transizione spirituale, dove il nero non è ancora e il bianco muore. Infine, la sapienza poetica, cioè la teologia, fisica, cosmografia, geografia, astronomia e tutto il complesso delle restanti idee e credenze dei popoli primitivi, esposte da V., erano effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, pella buona ragione ch'egli stesso adduce che quelle erano le loro storie; e la poesia è poesia e non istoria, neppure più o meno fantasticata. Poesia, i poemi omerici in quanto esprimevano i sentimenti e le umane aspirazioni della grecità – I’ve been washing the stables --; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti: due forme di prodotti spirituali che, se sembrano materialmente raccogliersi in una stessa opera, non per ciò s'identificano. Tutto questo V. vede e non vede, o, meglio, ora intravede e ora travede e perciò non si può dire che riesca a determinare veramente la distinzione e a risolvere il problema dei rapporti tra mito e poesia. Un altro importante e ancora assai dibattuto problema della scienza mitologica, se cioè il mito sia filosofia o storia, potrebbe credersi, invece, da lui risoluto in modo netto; perché egli ripete molte volte che i miti contengono sensi storici, e non già filosofici, dei popoli primitivi; ma, in realtà, ove si faccia bene attenzione, si scorge che egli, nonché risolverlo, non se lo propone neppure. I sensi storici, che V. assevera, sono contrapposti non propriamente ai sensi filosofici in genere, ma ai sensi mistici d’altissima filosofia e ai sensi analogi – GRICE ANALOGIA COME IMPLICATURA --, che i mitologi da lui criticati vi ritrovavano; cioè, d’una parte ripetono la critica all'allegorismo e, dall'altra, combattono quel cattivo modo d'interpetrazione storica che trasferisce idee e costumi moderni ai popoli antichi. La sua teoria si concilia, a dir vero, alla pari con quella che avvicina il mito alla filosofia, e coll'altra che l'avvicina alla storia; coll'eclettica che ammette entrambi gl’elementi, e colla speculativa, che li ammette altresì entrambi ma perla ragione che filosofia e storia, cosi in sé medesime come nel mito, costituiscono, in fondo, una cosa sola e indivisibile. Come inopia, il mito deve essere superato. La mente umana che agogna naturalmente d’unirsi a Dio donde ella viene, cioè al vero Uno, e che non potendo per l’esuberante natura sensuale dell'uomo primitivo esercitare la facoltà, sepolta sotto i loro sensi troppo vigorosi, d’astrarre dai subietti le proprietà e le forme universali, s’era finta le unità immaginarie, i generi fantastici o i miti, nel suo successivo SPIEGARSI – EXPLICATURA -- o esplicarsi risolve via via i generi fantastici in generi intelligibili, gl’universali poetici in ragionati, e si libera dai miti. L'errore del mito passa cosi nella verità della filosofia. V. conosce e adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto, nascente dalla volontà e non dal pensiero, il quale quanto a sé non erra mai, mens enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum; dell'errore che consiste in vuote parole arbitrariamente combinate, verbo, autem scepissime veri vini voluntate MENTIENTIS – GRICE MEANING -- eludimi oc mentem deserunt, immo nienti vim faciunt et Dea obsistunt; dell'errore, insomma, che, per adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gl’uomini mentre colla bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il falso, che è nulla. Ma sa anche che l'errore non è mai del tutto errore, appunto perché, non potendosi dare idee false e consistendo il falso soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso è sempre il vero, e ogni favola ha qualche motivo di verità. Perciò, lungi dal disprezzare le favole, ne riconosce il valore quasi d’embrione del sapere riposto o della filosofia che si svolge poi. I poeti, ossia, nel nuovo significato che assume in V. questa parola, i creatori dei miti, sono il senso, cioè, nel nuovo significato, la filosofia rudimentale e imperfetta – stone-age physics --; e i filosofi sono l'intelletto dell'umanità (vale a dire, la filosofia più compiuta, che nasce dalla precedente). L'idea di Dio s’evolve a poco a poco da Dio, che colpi la fantasia dell'uomo isolato, al Dio delle famiglie, divi parentum, al Dio della classe sociale o della patria, divi patrii, al Dio delle nazioni, fino a quel Dio che a tutti è GIOVE, al Dio dell'umanità. Le favole destarono Platone a intendere le tre pene divine, che gli dèi solamente, e non gl’uomini, possono infliggere: l'oblio, l'infamia e il rimorso; il passaggio pell’Inferno gli suggerì il concetto della via purgativa onde l'anima si purifica dalle passioni, e l'arrivo agl’elisi quello della via unitiva onde la mente va ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne cose divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo trasse gl’esempì e gl’apologi con cui dette i suoi avvisi; e dall'esempio, che si fonda sopra un caso solo e soddisfa le menti rozze, si svolge l'induzione, che si vale di più casi simili, quale l'insegnò Socrate colla dialettica, e successivamente il sillogismo, che Aristotele scoperse e che non regge senz’un universale. L’etimologie delle parole svelano le verità intraviste dai primi uomini e deposte nella loro lingua; per es., -- MEAN GRICE -- ciò che i filosofi con gravi ragioni hanno dimostrato che i sensi fanno essi le qualità sensibili, è già adombrato nella parola OLFACERE – GRICE ODOUR SMELL -- della lingua del LAZIO, che implica il pensiero che l'odorato faccia l'odore – GRICE, SOME REMARKS ABOUT THE SENSES -- V. attribuisce tanta importanza a questa connessione tra universali poetici e universali ragionati, tra mito e filosofia, d’essere tratto ad affermare che le sentenze dei filosofi, le quali non trovino precedente e riscontro nella sapienza poetica e volgare – the lay and the learned --, debbano essere errate. Anzi, è questo un altro significato che egli assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia – THE WAY OF WORDS --: d’una conferma reciproca tra sapienza volgare – the lay -- e sapienza riposta – the learned --, conciliate entrambe nell'idea d’una filosofia perenne dell'umanità. Colla teoria del mito e del rapporto d’esso colla filosofia V. dato, tutt'insieme, la sua teoria della religione e del rapporto tra religione e filosofia. Due pensieri circolano, a questo proposito, per entro la Scienza nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debolczza e dell'incultura, dal bisogno mentale di dare pace alla curiosità e d'intendere in qualche modo le cose della natura e dell'uomo. di spiegare, per es., il fulmine – or the dark clouds meant by Nature --, l'altro, che la religione s'ingeneri negli animi pel terrore di colui che minaccia fulminando – those spots are killing us. E si potrebbero chiamare le due teorie, dell'origine teoretica e dell'origine pratica della religione; e poiché, conformemente alle dottrine di V., l'uomo è nient'altro che intelletto e volontà, è chiaro come, fuori di queste due origini, la religione non possa averne altre. Ora, lasciando da parte la religione nel significato pratico, della quale si discorre più innanzi, la religione nel significato teoretico che cosa è altro se non l'universale fantastico, l'ANIMISMO – spots ‘mean’ measles -- poetico, il mito? A essa si lega quell'istituto che V. chiama la divinazione, il complesso dei metodi coi quali si raccoglie e interpetra la lingua di Giove, le parole reali, I SEGNI ie cenni del Dio, finto nell'universale fantastico e creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito procede la scienza e la filosofia, cosi, parimente, dalla divinazione la conoscenza delle ragioni e cause, la previsione filosofica e scientifica. V., a questo modo, si libera dal pregiudizio che comincia a prevalere al suo tempo, si ricordino la storia degl’oracoli antichi di Van Dale, resa popolare da Fontenelle, e il libro già citato di Banier, e tanta efficacia ebbe per un secolo ancora, delle religioni come impostura d'altrui, quando erano invece, egli dice, nate da propria credulità. Colui che non ammette l'origine artificiale dei miti, non poteva ammetterla neppure delle religioni. Ma come egli rifiuta altresì l'origine soprannaturale o rivelata dai miti, cosi nello stesso atto pronunzia né più né meno che l'origine naturale, anzi umana, delle religioni; e, quel che più specialmente è da notare, la ripone in una forma inadeguata dello spirito, nella forma semifantastica, che è il mito. Né bisogna fare caso di qualche suo breve detto incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come là dove dice che la religione precede non solo le filosofie ma la lingua stessa, il quale suppone la coscienza di qualcosa di comune tra gl’uomini: equivoci derivanti dalla solita perplessità metodica e d’abito di poca chiarezza. L'identificazione della religione col mito, e l'origine umana delle religioni, non solo è insistentemente espressa, ma è essenziale a tutto il sistema di V. Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un diverso concetto di religione: la religione rivelata, e perciò d’origine soprannaturale. Egli, infatti, pone sempre, d’un canto, la teologia poetica, che è mitologia, e la teologia naturale, che è metafisica o filosofia; e, dall'altro, la teologia rivelata. Ma quest'ultimo concetto è ammesso da lui, non perché si leghi ai precedenti e tutti derivino d’un principio comune, si bene semplicemente perché V. afferma gl’uni e afferma l'altro. L'origine umana, la teologia poetica, di cui è séguito la teologia metafisica, è quella che vale pell'umanità gentilesca, ossia pell'umanità intera, fatta eccezione del popolo ebreo che è privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi V. serba questo dualismo, e sopra quali contradizioni pungenti è a cagione d’esso costretto ad adagiarsi, anche questo si vedrà più oltre, e a suo luogo. Ma appunto perché quel dualismo rimase in lui senza mediazione, noi dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'origine meramente umana: la religione quale prodotto del bisogno teoretico dell'uomo giacente in condizioni di relativa povertà mentale. Concetto che ha rapporti solamente indiretti con quellodi BRUNO della religione come cosa necessaria alla moltitudine rozza e poco sviluppata, e con quello di CAMPANELLA della religione naturale o perpetua, eterna filosofia razionale coincidente col cristianesimo spogliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del tempo, i quali, anche quando v’accennano di passaggio, l'intendono in modo superficiale e lo presentano senza nessuna coerenza colle altre loro idee: battono sulla religione in quanto ignoranza e trascurano la sapienza di quell’ignoranza, la religione come verità. L’altre dottrine di V. di ragion teoretica, cioè di logica della filosofia, delle scienze fisiche e matematiche e delle discipline storiche, sono state già esposte nell 'esporre la sua gnoseologia, e si desumono quasi tutte dai primi scritti, perché nella Scienza nuova la fase della mente tutta spiegata appare, più che altro, come un limite della ricerca. Soltanto giova notare che V. tocca altresì il problema del rapporto tra poesia e storia, ma, sempre a causa dell' indistinzione tra filosofia e scienza sociale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poesia, perché questa, dice, presuppone la realtà e contiene una imitazione di più; sotto un altro aspetto, che la poesia costituisca la forma prima, perché presso i popoli primitivi la loro storia è la loro poesia – la battaglia di Maldon -- e i primi storici sono i poeti. A ogni modo, egli insiste sull'elemento poetico, intrinseco alla storia; e d’Erodoto, padre della greca storia, osserva che non solo i libri di lui sono ripieni la più parte di favole, ma lo stile ritiene moltissimo dell'omerico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica e la volgare: VERBA FERME POSTARVM, come ripete altrove facendo suo un detto di CICERONE. Né si trovano svolti particolarmente in V. i rapporti fra teoria e pratica, intelletto GRICE JUDGING e volontà GRICE WILLING, benché dappertutto egli SUGGERISCA – sub-gest – Grice, implicate -- il pensiero generale che come in Dio intelletto e volontà coincidono, similmente nell'uomo, immagine di Dio; onde la mente o spirito non è divisa in un pensiero e in una volontà – GRICE PSI-ING --, in un pensiero che proceda per un verso e in una volontà che proceda per un altro, ma pensiero e volontà si compenetrano e formano un tutto solo: concezione assai superiore a quella della filosofìa del suo tempo, cioè del leibnizianismo, in cui persiste il concetto dell'arbitrio divino, e perciò dell'irrazionalità. Un altro suo e singolare pensiero importerebbe invece, per chi concluda frettolosamente, la precedenza della pratica – GRICE VOLITING DEFINES JUDGING -- sulla teoria; perché V. dice che i filosofi pervengono ai loro concetti mercé l'esperienza dell’istituzioni sociali e delle leggi nelle quali gl’uomini s’accordano come in qualcosa d’universale, e che Socrate e Platone, per es., presuppongono la democrazia e i tribunali ateniesi, e CARNEADE presuppone CATONE. Ma questa successione delle religioni che generano la repubblica, della repubblica che genera la legge, della legge che genera l’idee filosofiche, e che egli chiama una particella della storia della filosofia narrata filosoficament, è, appunto, teoria d'importanza non filosofica ma sociologica. Per quel che concerne le dottrine di ragion pratica, delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che V., diversamente che in quelle di ragion teoretica, non sia in recisa opposizione alle idee del suo tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziatore del movimento, Grozio, era da lui chiamato uno dei suoi quattro autori – per Grice: due: Quine e Chomsky --, insieme con Platone, in cui trova appagata la sua brama d’una filosofia idealistica, con Bacone che gli fa sorgere in mente l'idea d’una scienza positiva e storica delle società, e con TACITO, che vedremo più innanzi qual servizio gli rese o V. crede d’averne ottenuto. E insieme col Grozio ricorda perpetuamente gl’altri principali autori del diritto naturale, Selden e Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro seguaci, che considera, piuttosto che autori di scienza, semplici adornatori del sistema di GROZIO. Il ricollegamento, in un certo senso, è evidente e confessato e professato dallo stesso V.; ma anche è indubitabile che egli non aderì semplicemente a quella scuola, neppure la continua al modo di chi serbi i concetti generali e direttivi, e svolga o corregga i particolari. La continua solamente in significato dialettico, cioè in quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o ad accoglierle cangiandole profondamente. Il diritto naturale gl’offerse non soluzioni ma problemi, e di questi anche s’alcuni gl’offerse ben determinati, altri, e più gravi, suscita solamente nel suo spirito: problemi dunque o non risoluti o neppure veduti, che V. si propone e in parte risolve. Gl’aspetti e le tendenze del diritto naturale erano molteplici, e conviene preliminarmente distinguerli ed enumerarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo complesso e nei suoi tratti essenziali, s’esprime il progresso sociale, onde l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si da una nuova coscienza, spiccatamente borghese e LAICA: si ricordi che la formazione d’essa fu quasi contemporanea alla nascita dell'anticlericale e borghese istituto della massoneria. Naturale voleva dire, tra l'altro, non soprannaturale – GRICE ON MOORE --; e, quindi, ostilità o indifferenza di fronte al soprannaturale e alle istituzioni che lo rappresentavano e ai conflitti sociali che ingenera. Non a caso Grozio fu arminiano; Pufendorf ebbe liti con teologi; TOMASIO è rammentato tra i promotori della libertà di coscienza. Le proteste di reverenza verso la religione e verso la chiesa, che con molta abbondanza quei pubblicisti solevano inserire nei loro scritti (i quali ne sono come soffusi d’un velo di pietà), erano cautele da politici, che procurano di minare il nemico senza lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela lodata, per es., nel Grozio d’uno dei seguaci della scuola, l'autore della Pauco plenior iuris naturalis historia, che celebra il maestro come instrumentum divince providentice, quasi Messia venuto a redimere il lumen naturale dalla servitù al super naturale, e fornito perciò di tutta la forza e di tutta l'abilità occorrenti; talché, esperto delle persecuzioni scolastiche, caute versabatur ne maius bilem adversus prudentiam naturalem et rationalem ex latebris productam tara minis irritaret, e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non prende di fronte la scuola teologica coll'attaccarne gli errori fondamentali, anzi perfino la loda nei prolegomeni dell'opera sua. Naturale significa altresì ciò che è comune agl’individui delle varie nazioni e stati; onde, sotto l'aspetto pratico, forniva un ottimo motto d'ordine per riunire in certi desideri, speranze e lotte comuni la borghesia dei vari paesi. I trattati del diritto naturale furono pella borghesia quel che il Manifesto dei comunisti e il grido: Proletari di tutto il mondo, unitevi, tentarono d’essere pella classe operaia. In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano manifestazione d’un moto pratico, l'interesse filosofico v’aveva parte subordinata e ufficio sussidiario. Per questa ragione, in secondo luogo, le trattazioni del diritto naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un chiaro e popolare empirismo. I principi, sui quali si appoggiano, non sono approfonditi e assai spesso neppure estrinsecamente unificati; i concetti, che adoperano, sono piuttosto rappresentazioni generali; la forma della trattazione è solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli scrittori procura di collegare le sue dottrine giusnaturalisticbe colla filosofia platonica, del PORTICO o cartesiana, risaliva ad assiomi logici e metafisici, si giova della deduzione e del metodo matematico. Ma tutto codesto era accostamento e non fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al più, vale come prova di diligenza e di serietà d'intenzioni. La filosofia, pell’altro, implicita più o meno nei trattatisti del diritto naturale ed esplicita nei filosofi che presero a elaborarlo speculativamente, s’accorda collo spirito del tempo, del quale ci sono noti i caratteri generali. Cosicché terzo aspetto del giusnaturalismo fu, in etica, o l'utilitarismo, ora più o meno larvato ora apertamente dichiarato, e a volta a volta ragionato con filosofia piuttosto matematizzante o piuttosto sensistica, di tendenze materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero, che è quasi il medesimo, un astratto e intellettualistico moralismo, che minaccia di precipitare a ogni istante nell'utilitarismo. Dal quale intellettualismo e utilitarismo, combinati coll'impronta pratica e rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un semplicistico diritto da far trionfare che non a riconoscere quello realmente svoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicende, deriva il quarto carattere d’esso, cioè la mancanza di senso storico, l'antistoricismo della scuola, la quale stabiliva l'astratto ideale di’una natura umana fuori della storia umana o non fusa e vivente in questa. Infine, borghese, anticlericale, utilitario o materialistico com'era, il giusnaturalismo aveva un quinto e importante carattere, l'avversione alla trascendenza e la tendenza a una concezione immanentistica dell'uomo e della società. Carattere poco esplicato e poco ragionato dottrinalmente, ma non pertanto facilmente riconoscibile nel complesso dei concetti di quella scuola. Ora, l'ispirazione di V. era genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto pratica o riformistica; altamente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empirismo; idealistico, e perciò antimaterialistico e antiutilitaristico, il suo spirito; la sua gnoseologia anelante al concreto, al certo, e però storicizzante. Per conseguenza, la sua dottrina della ragion pratica, pure prendendo le mosse dal giusnaturalismo, dove uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincide, non nella via per pervenirvi, ma nel risultamento, era appunto dove meno l'autore avrebbe voluto: nel carattere immanentistico e areligioso. Ma poiché il nostro proprio tema non è già la critica e modificazione che il diritto naturale ebbe nel pensiero di V., si bene questo pensiero stesso, sarà opportuno, ripigliando il filo dell’esposizione, seguire ordine alquanto diverso da quello tenuto nel ricapitolare i vari caratteri del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere l'opposizione di V. all'utilitarismo dichiarato o larvato di quella scuola, e la dottrina ch’egli svolge sul principio dell'etica. I due principali rappresentanti dell'utilitarismo che V. ha sempre innanzi agl’occhi, sono Hobbes e Spinoza; ma ricorda insieme con essi Locke e Bayle e, MACHIAVELLI e, risalendo all'antichità, IL PORTICO ROMANO col suo concetto del fato, L’ORTO ROMANO con quello del caso, Carneade col suo scessi, e perfino l'inconsapevole dottrina che è contenuta nel motto Vce victis, attribuito al Brenno o capo dei Galli invasori di Roma. Di Hobbes ammira lo sforzo magnanimo nel cercare d’accrescere la filosofia d’una teoria che l’era mancata nei bei tempi della Grecia, cioè della teoria dell'uomo considerato in tutta la società del genere umano; ma dice infelice l'evento, fallito il tentativo, che, come anche quello di Locke, nel fatto risulta assai prossimo all'ORTO ROMANO. Hobbes non s’era accorto che egli non si sarebbe potuto neppure proporre il suo problema del diritto naturale dell'umanità, s’il motivo non gliene fosse stato fornito pell'appunto dalla religione cristiana, la quale comanda verso tutto il genere umano, nonché la giustizia, la carità. Al PORTICO ROMANO invece, al suo fato e al suo determinismo onde furono incapaci a ragionare adeguatamente di repubblica e di leggi, a codesti spinosisti dell'antichità, si collega idealmente Spinoza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lockiano quanto dall'hobbesiano, perché Spinoza mente, non sensu de veris rerum diiudìcat, non isfuggiva a V. la singolarità. Ma, per singolare che debba dirsi, esso costrinse Spinoza a ragionare di repubblica in modo poco elevato, come d’una società che sia di mercadanti. Quelle dottrine utilitarie, calunniose dell'umana natura, parvero a V. proprie d’uomini disperati, che pella loro viltà non ebbero mai parte nello stato, o pella loro superbia si stimarono tenuti bassi e non promossi agl’onori dei quali pella loro boria si credevano degni; e annovera tra costoro il povero Spinoza, il quale, non avendo, perché ebreo, niuna repubblica, mosso da livore, si sarebbe dato a escogitare una metafisica da rovinare tutte le repubbliche del mondo. Severo è il suo giudizio sulle condizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere sulla base d’una metafisica meccanica e materialistica, senza lume di finalità. Cartesio fu affatto sterile in quel campo, perché le poche cose che sparsamente ne lascia scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Passioni serve piuttosto alla medicina che alla morale; similmente sterili Malebranche e Nicole, e i Pensieri di Pascal, solitaria eccezione, sono pur lumi sparsi. Degl’italiani, PALLAVICINO offri appena un abbozzo d’etica nel suo trattato Del bene, e MURATORI, nella sua Filosofia morale, fece prova assai infelice. L' utilità non è principio esplicativo della moralità, perché proviene dalla parte corporale dell'uomo e, per tale provenienza, è caugevole, laddove la moralità, l' honestas, è eterna. Derivare la moralità dall'utilità -- THE OUGHT CASHED OUT ON A HIGHER-ORDER WANT – GRICE -- è scambiare l'occasione colla causa, fermarsi alla superfìcie e non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari modi nei quali il principio utilitario viene atteggiato dai filosofi, la frode o impostura, la forza, il bisogno, rende conto delle differenziazioni, cioè dell'organismo sociale. Quale frode poteva mai sedurre e trarre in inganno i supposti primi semplici e parchi posseditori di campi, i quali vivevano affatto contenti della sorte loro? Quale forza, se i ricchi, i pretesi usurpatori, erano pochi, e i poveri, i derubati, molti? Codeste spiegazioni sono giochetti, indegni del grave problema. Quei forti, quei potenti erano, in realtà, potenti d'altro che di sola forza; tanto che si facevano protettori dei deboli e oppugnatori delle tendenze distruttive e antisociali: la loro legge era, si, di forza, ma a natura prcestantiori dlctata, cosa che ben era lecito ignorare al barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La forza creatrice e organizzatrice delle prime repubbliche fa tutta umanità generosa, alla quale si debbono richiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati coll'impostura e colla forza, perché reggano e si conservino; conformemente al detto di MACHIAVELLI di richiamarli all’origini, ma coll'intesa che l’origini profonde si trovano nella clemenza e nella giustizia. Gl’uomini sono tenuti insieme da qualcosa di più saldo dell'utilità. Società d'uomini non può incominciare e durare senza fede scambievole; senza che altri riposino sopra l’altrui promesse e s’acquetino alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si può forse ottenere questa fede col rigore delle leggi penali contro la menzogna? Ma le leggi sono prodotto della società, e, perché sorga società, è necessaria quella fede scambievole. Si dirà, come dice Locke, che si tratta d’un processo psicologico, pel quale gl’uomini via via s’avvezzano a credere quando altri loro dica e prometta di narrare la verità? Ma, in questo caso, quegli uomini già intendono l'idea d’un vero, che basti rivelare per obbligare altrui a doverlo credere senza niun documento umano; e il principio psicologico dell'abitudine è oltrepassato. La causa vera della società umana non è, dunque, l'utilità, la quale favorisce soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gl’uomini, per natura sociale deboli e indigenti, e divisi dal vizio d’origine, si traggano a celebrare la loro natura sociale, REBVS IPSIS DICANTIBVS, secondo la formola di POMPONIO, che V. ripete con predilezione. Cose, fatti, circostanze mutano nella moralità che non muta; e di qui l'illusione degl’utilitaristi, che guardano dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non la costanza. L'omicidio è vietato; ma l'approvazione che si dà a colui il quale, minacciato nella vita, non potendo altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto aggressore, non importa mutevolezza del criterio morale circa l'omicidio, perché, in quelle particolari circostanze, non si tratta, in realtà, d’omicidio, ma di pena capitale che l'ingiustamente aggredito, trovandosi in solitudine, infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto è vietato; ma colui che, per tenersi in vita, prende altrui un pane, non viola la moralità, perché esercita un diritto fondato sull'equobono. La sola filosofia che porti con sé una vera etica sembra a V. la platonica, risalente a un principio metafisico, l'idea eterna che educe da sé e crea la materia; laddove l'etica aristotelica è fondata sopra una metafisica che conduce a un principio fisico, alla materia, dalla quale s’educono le forme particolari facendo di Dio un vasellaio che lavori le cose fuori di sé. L'etica dei GIURECONSULTI ROMANI abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma non è altro che una semplice arte d’equità, insegnata con innumerabili minuti precetti di giusto naturale, che quelli indagano dentro le ragioni delle leggi e la volontà del legislatore; epperò non può considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere da pochissime verità eterne, stabilite in metafìsica d’una giustizia ideale. Per ragioni analoghe V. non poteva appagarsi di Grozio e degli altri giusnaturalisti; circa i quali nota in genere cosa verissima, cioè che i loro grossi volumi recano, si, titoli magnifici, ma poi non contengono nulla più di ciò che è volgarmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio colla bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto probabili e verisimili che necessari e invitti. Nella questione dell'utilità Grozio non coglie il punto giusto, non distinguendo l'occasione dalla causa; né inchioda, ossia non definisce, l'antichissima disputa s’il diritto sia in natura o solo nelle opinioni degl’uomini, nella quale filosofi e teologi ancora contendono collo scettico Carneade e coll’ORTO ROMANO; propone l'ipotesi degl’uomini primitivi che siano semplicioni, ma si dimentica affatto di ragionarla. E poiché quei suoi semplicioni, accortisi dei danni della solitudine bestiale, vengono alla vita comune, e questa determinazione è loro dettata dall'utilità, Grozio scivola anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'ORTO ROMANO. Ma V., invece, alla domanda s’il diritto sia per natura o per convenzione -- GRICE NATURAL CONVENTIONAL -- risponde colla solenne dignità: Le cose fuori del loro stato naturale né vi s’adagiano né vi durano. Alla domanda donde nasca la società risponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno che ha l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli rode il petto. L'origine è certamente nel timore, ma nel timore di sé stesso, non della violenza altrui; è nel rimorso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il volto dei primi uomini fa risplendere pella prima volta la moralità sulla terra. Dal pudore nascono tutte le virtù, l'onore, la frugalità, la probità, la fede nelle promesse, la verità nelle parole – GRICE LE MASSIME CONVERSAZIONALI WARNOCK OBJECT MORALITY --, l'astensione dall'altrui, la pudicizia. Celebrando la società, l'uomo celebra la natura umana. Il pudore o coscienza morale – L’IMMANUELE CONVERSAZIONALE --, tradotto nella corrispondente scienza empirica, dà il senso comune degl’uomini d'intorno alle umane necessità o utilità, che è la fonte del diritto naturale delle genti. Questo senso comune, dice V., è un giudizio senza alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione e da tutto il genere umano. Giudizio senza riflessione non è veramente giudizio, dal quale la riflessione è inseparabile; non è giudizio anche perché sentito e non pensato. Ma non è neppure – MASSIME – what WE DO FOLLOW that we OUGHT to follow -- quello che poi si disse sentimento, termine vago, ignoto a V. non meno che alla filosofia tradizionale. È piuttosto un atteggiamento pratico che, simile a un di presso negl'individui viventi in condizioni simili, produce i simili costumi dei vari gruppi sociali, da quelli d’una classe particolare a quelli dell'intera umanità. Atteggiamento affatto spontaneo, e, anche per questo definito privo di riflessione, onde i costumi si generano dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati gl’uni dagl’altri, senza prendere esempio l'una nazione dall'altra. Attraverso quel senso comune la coscienza morale s'incorpora in compatti e resistenti istituti; ed esso accerta l'umano arbitrio, che è di sua natura incertissimo. Ma il timore interno, il pudore, la coscienza morale è svegliata negl’uomini dalla religione: il timore è timore di Dio, il pudore è vergogna innanzi a lui. Gl’uomini primitivi errano pella terra solitari, selvaggi, feroci, senza lingue articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro disordinate violentissime passioni; piuttosto che uomini, bestioni. Chi li frenerà? Donde verrà il soccorso che loro impedisca di distruggersi a vicenda? Non possono indirizzarli uomini sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro; non può salvarli l'intervento di Dio: Dio si è ritirato nel suo popolo eletto e non ha nessun commercio colla restante umanità, coll'umanità gentilesca. Ma quei bestioni son pur uomini: Dio, nell'abbandonarli, lascia nel fondo del loro cuore una favilla dell'esser suo. Ecco: il cielo fulmina, i bestioni stupiscono, si fermano, temono; s’accende in loro la confusa idea di qualcosa che li supera, d’una divinità. Ed essi pensano, o piuttosto immaginano, un primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per placarlo o per invocarlo a soccorso. Ma per placarlo e averlo soccorritore debbono conformare la propria vita a questo intento: umiliarsi alla divinità, domare l'orgoglio e la fierezza, astenersi da certi atti, COMPIERNE altri. Dal pensiero della divinità riceve forza dunque il conato ossia la libertà, che è propria della volontà umana, di tenere in freno i moti impressi alla mente dal corpo per acquetarli o per dare loro altra direzione. E con questi atti di dominio sopra sé stesso, colla libertà, è nata insieme la moralità: il timore di Dio ha posto il fondamento alla vita umana. La terra si copre di are; le grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso dei concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai primi riti nuziali, proteggono le prime famiglie; il grembo della terra s’apre ad accogliere il pio deposito dei morti corpi. Le prime e fondamentali istituzioni etiche, culto religioso, matrimoni, sepolture, sono sorte. Questa potenza etica e sociale dell'idea di Dio si riafferma nel corso della storia posteriore; perché, quando i popoli sono infieriti colle armi, e nessun potere hanno più sopra di loro le umane leggi, l'unico mezzo di ridurli è la religione. Si riafferma nello svolgimento individuale della vita umana: ai fanciulli, infatti, non si può altrimenti insegnare la pietà che col timore di qualche divinità; e, nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, l'uomo desidera un essere superiore che lo salvi, e questo essere è Dio. Tutte le nazioni credono in una divinità PROVVIDENTE: popoli che vivano in società senza alcuna coscienza di Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in Cafra, nell’Antille, sono novelle di viaggiatori, che procurano smaltimento ai loro libri con mostruosi ragguagli. S’è cosi. e cosi è certamente, nessuna dottrina è più stolta di quella che pretende concepire morale e civiltà senza religione. Come delle cose fisiche non si può avere certa scienza senza la guida delle verità astratte fornite dalle matematiche, delle cose morali non si può senza la scorta delle verità astratte metafisiche, e perciò senza l'idea di Dio. Quando si spegne o si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e s’oscura il concetto di società e di stato. Ebrei, cristiani, gentili e maomettani ebbero quel concetto, perché tutti credettero in qualche divinità, sia come mente infinita libera, sia come più dèi composti di mente e di corpo, sia come un unico Dio, mente infinita libera in corpo infinito. Ma non lo ha L’ORTO ROMANO, che attribuisce a Dio il solo corpo e col corpo il caso; né IL PORTICO Romano, che lo fa soggetto al fato. E ottimamente CICERONE dice ad ATTICO, DELL’ORTO ROMANO, di non potere istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concede che vi sia un divino PROVVIDENTE. Hobbes, che rinnova L’ORTO ROMANO, e Spinoza, rinnovatore del PORTICO ROMANO, si è visto che non intesero nulla di quel che siano società e stato. Tra gl’empì uomini primitivi, brutti, irsuti, squallidi, rabbuffati, dovrebbero andarsi a disperdere quei dotti dalla sfumata letteratura, e a capo d’essi Bayle, che sostengono che senza religione possa vivere, e viva di fatto, umana società. La manchevolezza nell'idea di Dio è altresì il principale argomento della critica che V. muove a due di coloro che egli altamente onora come principi del diritto naturale, a Grozio e a Pufendorf. Né l'uno né l'altro, egli dice, statuisce per primo e proprio principio il divino PROVVIDENTE. Grozio non già che propriamente la neghi, ma, pello stesso grande affetto che porta alla verità, per meglio assodare la necessità razionale dell'umana società, ne vuol prescindere, e professa che il suo sistema regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde V. lo taccia di socinianismo, perché pone la naturale innocenza in una semplicità di natura umana. Peggio Pufendorf, il quale addirittura sembra sconoscere il PROVVIDENTE e comincia con un'ipotesi scandalosa dell’ORTO ROMANO, supponendo 1'uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio, senza neppure quella scintilla chiusa in petto, che si dilata in fiamma morale; della qual cosa essendo stato ripreso, da Schwartz, cerca di giustificarsi con una particolare dissertazione, l'Apologia, ma non giunse a scorgere il principio vero che solo rende possibile spiegare la società. Ora perché mai, essendoci note tutte codeste energiche affermazioni e polemiche di V. sulla condizionalità religiosa della morale, abbiamo asserito che il solo punto in cui egli si trovi veramente d'accordo con Grozio, con Pufendorf, e in genere colla scuola del diritto naturale, è la concezione affatto immanente dell'etica? Perché, se ben s’osserva, V. non s’oppone al metodo tenuto dai giusnaturalisti; che anzi anch'egli costruisce la sua scienza della società umana prescindendo, come Grozio, d’ogni idea di Dio, e, come Pufendorf, ponendo l'uomo senza aiuto e cura di Dio, cioè prescindendo dalla religione rivelata e dal Dio d’essa. Come per quei due, materia della sua indagine è il diritto naturale e non il soprannaturale, il diritto delle genti e non quello del popolo eletto, il diritto che sorge spontaneo nelle caverne e non quello che scende giù dal Sinai – MT SINAI PERHAPS MOISES BROUGHT MORE THAN THE 10 COMMS – GRICE -- L'opposizione di V., da lui esposta colla consueta confusione e oscurità, s’aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione. La religione, insomma, della quale egli parla, non è la medesima di cui parlano, o non parlano, Grozio e Pufendorf. Religione, come già sappiamo, vale per V. non già rivelazione ma concezione della realtà; o che s’affermi, come nei tempi della mente tutta spiegata, in forma di metafisica intelligibile, e mova dal pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a purgare il cuore dell'uomo colla morale; o che s’affacci, come nei primordi dell'umanità, in forma di metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando si ricerchi il fondamento della morale, si può ben prescindere; ma in qual modo si potrebbe da quella religione naturale, che è tutt'una cosa colla coscienza della verità? Plutarco, descrivendo le primitive religioni spaventevoli, pone in problema se, invece di venerare cosi empiamente gli dèi, non sarebbe stato meglio che non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle fiere superstizioni si svolsero luminose civiltà e sull'ateismo non crebbe mai nulla. Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia l'idea più o meno determinata e più o meno elevata di qualcosa che superi gl'individui e in cui gl’individui tutti si raccolgano, mancherebbe alla volontà morale l'oggetto del suo volere. E a questo punto si chiarisce quello che abbiamo distinto come il secondo significato, pratico o etico, della parola religione in V. Nel qual significato egli rivendica e giustifica il detto degli empì che il timore fa gli dèi; o, anche, addita la radice della religione nel desiderio che gl’uomini hanno di vivere eternamente, mossi d’un senso comune d'immortalità nascosto nel fondo della loro mente. La religione è, in questo secondo significato, un fatto pratico ossia la moralità stessa, come nel primo era la verità stessa. Intesa dunque la religione da V. o, nel primo significato, come condizione o, nel secondo, come sinonimo della moralità, è chiaro che, col censurare Grozio e Pufendorf pella loro trascuranza di questo importantissimo concetto, egli non fa altro in sostanza che ribadire la critica all'insipido moralismo e al larvato utilitarismo di quei due pensatori. E pel medesimo fine ebbe anche altre volte ricorso all'efficace strumento del concetto di religione. Perché se alla filosofìa attribuì talora l'ufficio di giovare il genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudicò che essa sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime GRICE ragionate dai filosofi intorno alla morale servano solamente all'eloquenza per accendere i sensi a compiere i doveri della virtù, laddove solo la religione è efficace a far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a questa parte della filosofia dello spirito, V., mutate in due epoche storiche la religione, o metafisica poetica, e la filosofia, fatto della prima il carattere dell'epoca barbarica e della seconda quello dell'epoca civile, è ovvio che dove sostenere, come sostenne, che sola fondatrice d’ogni civiltà e della stessa filosofia è la religione, e rigettare il detto, che egli, non senza ritoccarlo, attribuisce a Polibio, che, se ci fossero al mondo filosofi, non farebbero uopo religioni. Come potrebbero sorgere filosofi, egli obietta, se prima non sorgano le repubbliche ossia le civiltà? e come le repubbliche potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si deve dunque invertire: senza religione, nessuna filosofia. Fu la religione, fa il divio provvidente, che addimesticò i figliuoli dei Polifemi e via via li ridusse all'umanità degl’Aristidi e dei SPERATI, dei Lelì e degli Scipioni Africani. Anche il concetto dello stato ferino, che nei libri dei giusnaturalisti serve d’ipotesi e d’espediente didascalico, sia per isvolgere la trattazione indipendentemente dalla teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia per insinuare le loro teorie utilitaristiche, in V. ricompare con nuovo ufficio è nuovo contenuto. Cattolico di pure intenzioni, avendo dato pace al suo animo col separare la religione rivelata da quella umana, egli è in grado d’assumere lo stato ferino come vera e propria realtà. Verità ideale, in quanto rappresenta nella dialettica della coscienza pratica un momento necessario pella genesi della moralità, il momento premorale; realtà storica ed empirica, come approssimativa condizione di fatto in quei periodi d’anarchia e fermentazione che precedono il sorgere della civiltà o seguono alle crisi di queste. I giusnaturalisti fanno ossequio, ora più ora meno, alla dottrina tradizionale della chiesa, cioè che l'umanità gentilesca, nella dispersione seguita alla confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata, un vago ricordo del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli dèi falsi e bugiardi, barlume del Dio vero; e per questa ragione lo stato ferino veniva proposto nel loro sistema come astratto e irreale. V. eseguiva sul serio la distinzione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come privo d’ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale l'uomo era, per cosi dire, da solo a solo colle proprie sconvolte e turbolente passioni. Stato di fatto senza moralità, ma. diversamente che nell'ipotesi utilitaria, tutto pregno d’esigenze morali, e dal quale s’esce col farsi esplicito di questo implicito IMPLICATURA GRICE. Ma si esce naturalmente e non già per effetto della grazia divina: la vera grazia divina è la stessa natura umana, a cui partecipano i gentili al pari degl’ebrei, tutti irraggiati nel volto d’un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle passioni virtù; e nel suo travaglio verso la virtù è aiutato in modo naturale dal divino provvidente. Di certo, V. non intende disconoscere l'efficacia altresì della diretta e personale grazia divina; ma, col suo solito metodo, la separa del divino provvidente NATURALE, che solo gì’importa e solo considera. A lui piacque sempre, per quel che concerne le controversie sulla grazia, di tenersi lontano dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo lui, dal pelagianismo e dal calvinismo; e studiando le opere di Ricardo, il gesuita Deschamps, teologo della Sorbona, ne accetta la dimostrazione circa l'eccellenza della dottrina d’AGOSTINO, appunto perché media tra quegli estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembra propria, dice, per meditare un principio di diritto naturale delle genti, che spiega l'origine del DIRITTO ROMANO e d’ogni altro gentilesco, e per tenersi nel tempo stesso in accordo colla religione cattolica. Era disposto a concedere che vi sia una nazione privilegiata, l'ebrea; e che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni, sia più forte del non cristiano, perché, dove non giunge la grazia naturale, può essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, infine, il miracolo è miracolo [WAR IS WAR, WOMEN ARE WOMEN --, e la Scienza nuova non è scienza di miracoli. Che tale non sia, è confermato dalla critica di V. al terzo dei tre principi del diritto naturale, a Selden, celebre ai suoi tempi quanto dimenticato poi, autore del De iure naturali et gentium iuxta disciplinam hebrceoì'um. Diversamente da Grozio, e avversario di lui anche in altre questioni, Selden non nega anzi sublima l'efficacia della religione, né concepiva possibilità alcuna di vita morale e civile pel genere umano, fuori della rivelazione. La quale, fatta da Dio al popolo ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per maestro Ezechiele; Aristotele, al tempo della spedizione d’Alessandro in Asia, si sarebbe stretto in amicizia con Simone il giusto; a NUMA Pompilio sarebbe giunta qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare ogni animo di credente, che si ritraesse timoroso dai libri degl’altri giusnaturalisti avvertendone le tendenze eterodosse. Ma V. non vuol sapere di codesto sistema ultrareligioso. Se Grozio prescinde del divino PROVVIDENTE e Pufendorf lo sconosce, Selden aveva il torto, egli dice, di supporlo, di farne cioè un deus ex machina, senza spiegarla coll’intrinseca natura della mente umana. Contrario alla filosofia, quel sistema non era meno contrario alla storia sacra, la quale anche pell’ebrei ammette in certo modo un diritto non rivelato ma naturale, e solamente perché essi ne persero coscienza nel tempo della schiavitù d'Egitto, fa intervenire l'opera diretta di Dio con la legge – il decalogo conversazionale di Grice -- data a Mosé; e non era conforme, nell'asserita trasfusione di cognizioni e leggi dagl’ebrei nei gentili, a quel che dice Flavio Giuseppe degl’ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con popoli stranieri, e a quel che V. suppone fosse detto anche a questo proposito da Lattanzio, come in genere era privo di qualsiasi più elementare sussidio di documenti. Cosicché la conclusione di V. è sempre la medesima: gl’ebrei si giovarono altresì d’un aiuto straordinario del vero Dio, ma le restanti nazioni s'incivilirono per opera dei soli lumi ordinari dal divino provvidente. Se poi V. interpetra esattamente Grozio e Pufendorf ed esattamente ne riferisse le parole, è quesito per noi di lieve peso, perché non tanto e'importa il modo nel quale V. espose e giudica gl’altri filosofi, quanto l’idee che egli sostenne pur attraverso i suoi fraintendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi. Tuttavia, sarà bene indicare di volo, circa le difficoltà che possono incontrarsi su questo punto, la soluzione che a noi sembra plausibile. Senza dubbio, chi, dopo aver letto le censure di V., apra il De iure belli et pacis e vi trovi che Grozio include espressamente fra i suoi tre principi fondamentali, accanto alla RAGIONE e alla socialità, la volontà divina, e che quel suo prescindere da Dio suona poco più d’una semplice frase enfatica a significare la forza della socialità e della ragione, le quali avrebbero efficacia etiamsi daremus non esse Deum o che Dio non si curi delle cose umane, quod sine summo scelere davi nequit, chi apra Pufendorf e vi legga il più solenne rifiuto dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che la legge naturale resta sospesa in aria, priva di forza, senza la volontà d’un Dio legislatore, può essere tratto a tacciar V. di poca diligenza o di strana puntigliosità ortodossa nella critica che muove a questi suoi predecessori. Ma V., in verità, non sa che cosa farsi d’un Dio messo accanto alle altre fonti della moralità, o messovi disopra come una superflua fonte della fonte; egli, che cerca Dio nel cuore dell'uomo, sente e scorge l'abisso che lo separa da coloro che non l'avevano più nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo serbavano nelle parole. Più sottilmente si potrebbe domandare perché mai, se V. era d'accordo coi giusnaturalisti nel prescindere dalla rivelazione, e s’egli, anziché rigettare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanentistica, s’atteggia a loro risoluto avversario e fa la voce grossa e insiste presso prelati e pontefici nell'attribuirsi il vanto d’aver esso pel primo formato un sistema del diritto naturale, diverso da quello dei tre autori protestanti e adatto alla chiesa romana. L'ipotesi che opera cosi per politica cautela la proporremmo, se, invece di lui, avessimo innanzi, per es., un appassionato e magnanimo ma furbo frate, un CAMPANELLA; ma la candida personalità di V. l’esclude affatto, e solo si può concedere che, poco chiaro com'era sempre nelle sue idee, questa volta s’adagia alquanto nella poca chiarezza e, trasportato dalla sua calda fede, alimenta le sue illusioni, fino a idoleggiarsi dentro di sé colla veste di defensor ecclesia nell'atto stesso che soppianta la religione della chiesa con quella dell'umanità. Da TACITO, insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo gran lavoro, che fu di rendere concreto l'ideale, e d'inserire, come dice, adattando un detto di CICERONE, la repubblica di Platone nella feccia di Romolo. Come lo spirito conoscitivo passa dal sentire senza avvertire all'avvertire con animo perturbato e commosso e indi al riflettere con mente pura; cosi, analogamente, lo spirito volitivo passa dalla ferinità al certo pratico e da questo al vero. Nella correlativa scienza empirica il passaggio è press'a poco quello dallo stato ferino all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni della vita si conformano a questi tre tipi sociali: donde tre spezie di nature, tre spezie di costumi, tre spezie di diritti e quindi di repubbliche, tre spezie di lingue e di scritture, tre spezie d’autorità, di ragioni, di giudizi, tre sètte di tempi. Per quanto V. sia confuso e talvolta contradittorio nel determinare i particolari delle varie corrispondenze, il suo pensiero generale è chiaro. Dove la riflessione è scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gagliarde le passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte alla rigida autorità paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i procedimenti dei negozi giuridici, metaforiche le lingue, geroglifiche le scritture. Per contrario, dove la riflessione predomina, la poesia si dilegua o si riempie di filosofia, i costumi si fanno miti, le passioni regolate, i popoli assumono i governi, i componenti delle famiglie sono anzitutto cittadini dello stato, le leggi si compenetrano d’equità, le procedure si semplificano, la lingua si sfronda della metafora, le scritture diventano alfabetiche. Forme miste, quali le vagheggiano artificiosamente alcuni politici, sarebbero mostri; e sebbene s’osservino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il vezzo delle primiere, ciascuna forma pella sua unità si sforza sempre, quanto più può, di scacciare dal suo subbietto tutte le proprietà d’altre forme. Quale dei vari tipi sociali sta a fondamento degl’altri e porge il criterio per giudicarli? o quale è il criterio e la misura per giudicarli tutti quanti? Una siffatta domanda, per V., non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la propria misura in sé stesso. I governi, egli dice, debbono essere conformi alla natura degl’uomini governati: la scuola dei principi è la morale dei popoli. Si può inorridire innanzi alla guerra, al diritto del più forte – GRICE NEOTRASIMACO NEOSOCRTE --, alla riduzione dei vinti a schiavi, cioè a cose che ripugnano ai nostri costumi ingentiliti; ma la società, che s’esplica con quei costumi, era necessaria e perciò buona. La divinità della forza, come si è detto di sopra, teneva il posto e compie l'ufficio del non ancora possibile impero della ragione. Vengono di poi i tempi della ragione umana tutta spiegata; e gl’uomini non si stimano più secondo la forza, ma si riconoscono eguali nella natura ragionevole, che è la propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri costumi, e buoni non meno, ma non più, dei primi. Tanto varrebbe domandare la misura comune di questi vari tipi sociali, quanto se si domanda quale sia la vera età della vita individuale, la misura comune della fanciullezza, della giovinezza, della virilità, della vecchiaia. Paragone che, pell'appunto, V. stesso mette innanzi. Come i fanciulli tutto scelgono secondo il capriccio e si comportano con violenza – GRICE GOLDING --, gl’adolescenti vigoreggiano pella fantasia, gl’adulti guidano le cose con più pura ragione e i vecchi con solida prudenza; cosi al genere umano, infermo, solitario e indigentissimo nelle sue origini, convenne crescere dapprima in isfrenata libertà, poi ritrovare i necessari, utili e comodi della vita coll'ingegno e colla fantasia, che fu il secolo dei poeti; e, infine, coltivare la sapienza colla ragione, che fu il secolo dei filosofi. Parimente, il diritto naturale nasce dapprima con leggi, per cosi dire, di giusta libidine e di giusta violenza; poi fu rivestito con alcune favole di giusta ragione; infine, si afferma apertamente nella sua schietta ragione e generosa verità. Con siffatto modo di considerare e giudicare stati, leggi e costumi, V. respinge un'altra delle dottrine o delle pretese capitali del giusnaturalismo: quell'astrattismo e antistoricismo, che abbiamo ricordato a suo luogo, e del quale era conseguenza la concezione di’un diritto naturale, che stia di sopra al diritto positivo, e perciò una sorta di codice eterno, una legislazione perfetta, non attuata ancora pienamente ma d’attuare, i cui lineamenti traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei giusnaturalisti attraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Codice eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un codice contingente e transitorio, o almeno la proposta di un codice conforme alle tendenze riformistiche e rivoluzionarie di quegli scrittori, piuttosto che filosofi, pubblicisti. V. si spaccia del codice ideale eterno senza averne l'aria: prontissimo, anzi, a riconoscere che il ius naturale philosophorum ò eterno nella sua idea e severissimamente stabilito ad rationis mternee libellam. Ma dall'eternità concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia scolastica e tradizionale, della quale qua e là egli risente l'efficacia, passa a negargli di fatto l'eternità e il carattere soprastorico, perché, invece di metterlo sopra e fuori la storia, lo colloca al posto che gli spetta, dentro la storia. Il diritto della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto incivilito, giunge via via a un certo termine di chiarezza, al quale pella sua perfezione altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo compia e fermi con massime GRICE ragionate sull'idea d’un giusto eterno; e questo raziocinamento e sistemazione è il ius naturale philosophorum, estrema forma dello svolgimento storico del diritto e non già regola perpetua d’esso: risultamento, non misura. Di qui l'accusa di V. a Grozio GRICEVS GRICEO GRIZEO che, per avere scambiato il ius naturale philosophorum, il diritto composto di massime GRICE ragionate da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium, nella terminologia groziana, per avere scambiato il diritto naturale con una forma di diritto arbitrario o positivo), fraintese i giureconsulti romani, i quali intendeno parlare solamente di questo secondo, e perciò propone correzioni e mosse loro censure i cui colpi vanno a cadere nel vuoto. Il codice eterno, considerato intrinsecamente, è un'utopia – un MITO GRICE --; e poiché la prima e maggiore dell’utopie fu la Repubblica platonica – H. P. GRICE, PLATO’S REPUBLIC -- , conviene, per meglio determinare il punto di cui si tratta, osservare il comportamento di V. rispetto alla costruzione politica platonica. A dare ascolto alle sue parole, la Repubblica platonica sarebbe stata un altro dei tanti incentivi e modelli che egli avrebbe avuti a concepire la Scienza nuova. Dallo studio di Platone incomincia a destarsi in lui, senz'avvertirlo, il pensiero di meditare un dritto ideale eterno che celebrassesi in una città universale nell'idea o disegno del provvidente, sopra la quale idea son pure fondate tutte le repubbliche di tutti i tempi, di tutte le nazioni: che era quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua metafisica divina dove meditar Platone. Dove, ma non lo potè fare pell'ignoranza, in cui egli era, del primo uomo caduto; cioè dell'originario stato ferino e della sapienza, che gli successe, affatto poetica o volgare: ignoranza in cui fu mantenuto per un errore comune delle menti umane che misurano da sé le nature non ben conosciute d'altrui, di guisa che egli innalza le barbare e rozze origini dell'umanità gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e sapientissimi di tal sapienza riposta immagina quei primi uomini che furono invece, nella realtà, bestioni tutti stupore e ferocia. In conseguenza di quest'errore erudito Platone, in cambio di meditare sulla repubblica eterna e sulle leggi del giusto eterno colle quali il provvidente ordina il mondo delle nazioni e lo governa colle bisogne comuni del genere umano onde esse si reggono sul comune senso di tutta l'umana generazione, medita in una repubblica ideale ed in un pur ideale giusto –GRICE JUSTICE AS FAIRNESS neosocrates neotrasimaco --, col quale le nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero discostarsenc e purgarsene, perché tra quelle determinazioni di repubblica perfetta se ne trovano alcune disoneste e d’aborrire, com'è la comunanza delle donne. Cosicché, V. accetta da Platone  l'idea d’una repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la soggiunta riserva: che la vera repubblica eterna non è l'astratta platonica, ma il corso storico in tutti i suoi vari e successivi modi, dai bestioni non esclusi a Platone compreso. Di codesta, che è la generis Immani respublica, la magna generis humani civitas, la respublica universa, egli intende studiare formarti, ordines, societates, negotia, leges, peccata, pcvnas et scientiam in ea tractandi iuris, e come tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque primis human itatis originibus, divina providentia – provvidente -- moderante, moribus gentium ac proinde auctoritate, cioè presso V. può essere, anzi è pell'appunto, quello  della persuasione circa il provvidente, ossia l'idea che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito, dipoi in quella pura e ragionata della filosofia. L’antiche nazioni gentili, egli dice, incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio pell'attributo del provvidente, sulla quale furono fondati gl’auspici e la divinazione. Senza del provvidente, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che è coscienza dell'infinito; non sorge la moralità, ch'è timore e riverenza del potere superiore che governa le cose umane. Ma il provvidente, in tale significato, non dà luogo a nuovo discorso, dopo di quello già fatto da noi a proposito cosi del mito come dei rapporti tra morale e religione. Passando, dunque, senz'altro, al provvidente nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante da V. e fornire alcuni schiarimenti dottrinali. È comune osservazione che altro è produrre un fatto, altro conoscere il fatto prodotto. La conoscenza di ciò che realmente un fatto è, s’ottiene  talora, nella vita dell'individuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanità dopo parecchi secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti d’un fatto, non ne hanno di solito la conoscenza o l'hanno assai imperfetta e fallace; tanto che sono passate in proverbio le illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attività degl’uomini. Il poeta crede di  cantare la purità ed effettivamente canta la lascivia; crede di cantare la forza e canta la debolezza; crede d’essere terribilmente pessimista ed è fanciullescamente ottimista; crede d’essere Satana ed è un brav'uomo inoffensivo. Non meno s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo, in verità, andar lontano a cercare esempì, perché tanti e  tanti ce ne viene porgendo proprio il filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo politico che, assai spesso, credendo e professando di lottare pella libertà, è semplice aiutatore di reazione, o credendo di servire alla reazione, incita a ribellarsi e serve alla libertà.  E via discorrendo. Illusioni spiegabilissime, perché gl'individui e i popoli, nel fervore del produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro stato d'animo, ma non farne quella critica che è il racconto storico; onde, quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé stessi storie fantastiche, verità e poesia commiste.  Anzi, in questa dimostrata difficoltà di conoscere l'agire nell'agire è uno dei motivi della saggia raccomandazione a parlare il meno possibile di sé medesimi, e della diffidenza che si prova pelle autobiografie e i libri di memorie, curiosi e anche, se si vuole, importanti, ma che non porgono mai la schietta verità storica dei fatti narrati. L’opere umane  ci giungono, per tal modo, avvolte nei fumi dell’illusioni che si sollevano dagl'individui. E lo storico superficiale si ferma all'involucro e prende a raccontare come le cose siano andate, facendosi portavoce di quelle illusioni. A questo modo la storia della poesia si viene conformando come il racconto dell’intenzioni, dell’opinioni, dei fini del poeta  o di quelli che gl’attribuirono i suoi contemporanei; la storia della filosofia, come l'aneddotica dei sentimenti, delle bizze, e dei fini pratici dei filosofi; quella politica, come un tessuto d'intrighi, di bassi interessi, di pettegolezzi, di miserie. Ma non appena un più cauto o diverso ingegno storico s’avvicina a quelle storie, il primo atto ch'egli compie  è di soffiare sulla nebbia, spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di là dagl'individui, come un'opera che si compia dietro le loro spalle: opera d’una forza diversa dagl'individui agenti:  Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e riempivano la scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi, destituiti di seria efficacia, destano riso o pietà – GRICE CAESAR RUBICONE --  Si guarda atterriti il Fato che li domina, si stupisce alle strane combinazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, s’adorano i disegni imperscrutabili del divino provvidente. Di codeste forze gl'individui appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi strumenti. Senonché una più profonda considerazione va oltre anche questa seconda veduta della storia. La pietà che sembrano destare gl'individui, la  comicità che suscitano, in effetti non è meritata d’essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto, da coloro che le scambiano per verità. La storia reale è fatta dall’opere e non dall’immaginazioni e illusioni; ma l’opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in quanto sognanti – il suicidio di CATONE --, ma, appunto, in quanto operanti; non nella frivolezza del loro opinare, ma nell'ispirazione del genio, nel sacro furore del vero, nel santo entusiasmo dell'eroismo d’ENEA, TURNO, e ROMOLO. Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto, che è di separare l'individuo (AGENT, DOER) dal suo prodotto (ACT), e, invece di cacciare via, come si  argomentano, il capriccio o l'arbitrio individuale – GIULIO RUBICONE GRICE -- dalla storia, inconsapevolmente lo rafforzano e lo moltiplicano. Capriccioso è il cieco Fato, il Caso stravagante, il tirannico Dio; epperò il Fato passa nel Caso e in Dio, il Caso in Fato e Dio, e Dio si converte nell'uno e nell'altro, tutti eguali e tutt'uno. L'idea, che  supera e corregge tanto la visione individualistica della storia quanto quella sopraindividualistica, è l' idea della razionalità della storia. La storia è fatta dagl'individui; ma l'individualità è la concretezza stessa dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perché individuale, è sopraindividuale. Non vi è né l'individuo né l'universale come due  cose distinte, ma l'unico corso storico, i cui aspetti astratti sono l'individualità priva d’universalità e l'universalità priva d'individualità. Quest'unico corso storico è coerente nelle sue molteplici determinazioni, al modo d’un'opera d'arte che è varia e una insieme e nella quale ogni parola s’abbraccia coll'altra, ogni tono di colore si riferisce agli altri  tutti, ogni linea si lega a ogni altra linea. A tale patto solamente è dato intendere la storia, che altrimenti resta inintelligibile, come inintelligibili restano un discorso senza significato e una incoerente azione da folle. La storia dunque non è opera né del Fato né del Caso, ma di quella necessità che non è fatalità e di quella libertà che non è caso. E  poiché la veduta religiosa che la storia sia opera di Dio ha, sulle altre, il vantaggio e il merito d'introdurre una causa della storia che non sia né fato né caso, e perciò neppure pili propriamente causa ma efficienza creativa e spirito intelligente e libero, è naturale che, per atto di gratitudine verso questa veduta più alta, non meno che per opportunità  di linguaggio, si sia tratti a dare alla razionalità della storia il nome di Dio che tutto regge e governa ed e provvidente. A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denominazione delle sue scorie mitiche, pelle quali Dio provvidente si corrompevano di nuovo in un fato o in un caso. Onde il provvidente nella storia ha, in quest'ultima sua forma  logica, il duplice valore d’una critica dell’illusioni individuali, allorché si presentano come la piena e sola realtà della storia, e d’una critica della trascendenza del divino. E si può dire che nel punto di vista d’essa si siano collocati e si collochino sempre, come per istinto, cioè anche senza fare professione d’esplicita teoria, tutti gì'ingegni naturalmente  forniti di quella particolare attitudine che si chiama senso storico. S’ora, nel tornare a V., ricerchiamo quale soluzione egli da al problema della forza che muove la storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto del provvidente nel significato oggettivo, è agevole anzitutto escludere che la sua fosse quel provvidente trascendente e  miracoloso, che aveva formato il tema dell'eloquente Discours di Bossuet. Agevole, sia perché egli in tutta la sua filosofia non fa mai altro che ridurre il trascendente all'immanente, e qui innumeri volte ripete che il suo provvidente opera per vie naturali o, valendosi della terminologia della scuola, per cause seconde; sia perché sopra questo punto  c'è, si può dire, fra gl'interpetri consenso generale. Non meno insistente è la sua critica del fato del PORTICO e del caso DELL’ORTO, o, come talora  tripartisce, della fortuna, del fato e del caso. Egli avverte anche che la dottrina DEL PORTICO del fato s’aggira in un circolo vizioso, perché la serie eterna delle cagioni, colla quale esso tiene cinto  e legato il mondo, pende dall'arbitrio di Giove e Giove è insieme soggetto al fato; onde c'è rischio che IL PORTICO resta avvolti in quella catena di Giove, colla quale vogliono trascinare le cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le opportunità se si tratta di cose desiderate—GRICE HE IS A LUCKY MAN --, l’occasioni se di quelle che avvengono oltre la speranza, e  gl’accidenti se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono distinzioni più che altro dell'apprendimento soggettivo, perché oggettivamente pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi altresì fortuna, ove con Platone si riconosca per signora delle cose umane l'opportunità; e tutte tre sono le  manifestazioni e le vie del divino provvidente, che è intelligenza, libertà, necessità. Quello che fa il mondo delle nazioni fu pur Mente, perché'1 fecero gl’uomini con intelligenza; non fu Fato, perché'1 fecero con elezione; non Caso, perché con perpetuità, sempre cosi facendo, escono nelle medesime cose. V. lumeggia nei modi più immaginosi  quella commedia degl’equivoci, che sono l’illusioni circa i fini dell’azioni che si compiono. Gl’uomini credettero di salvarsi dalle minacce del cielo fulminante col portare via le femmine nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori dello sguardo di Dio; e, nel  tenerle ferme colà dentro, fondarono i primi concubiti pudici e le prime società; cioè  i matrimoni e le famiglie. Si fortificarono in luoghi adatti col fine di difendere sé stessi e le loro famiglie; e, in realtà, con quel fortificarsi in certi luoghi, ponevano fine alla vita nomade, al divagamento ferino, e imparavano la cultura dei campi. I deboli e sregolati, ridotti alle estreme necessità dalla fame e dalle vicendevoli uccisioni, per campare  la vita corsero a chiedere riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli degl’eroi come ROMOLO; e cosi, senza sliperlo, vennero ad ampliare le famiglie da famiglie di soli figliuoli a famiglie anche di famoli e da queste a stati aristocratici e feudali. Gl’aristocratici o OTTIMATI, feudatari o patrizi, credettero di difendere e perpetuare il loro  dominio quiritario sulle terre coll'usare la più stretta rigidità verso i famoli o plebi che le lavoravano; ma a questo modo indussero i famoli, per loro difesa, a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria forza, da plebe ne fecero uomini, e quanto più fieramente i patrizi ed OTTIMATI si stimarono patrizi e si sforzarono di mantenersi  tali, tanto più efficacemente concorsero a distruggere lo stato patrizio o OTTIMO e a creare quello democratico. Cosi, dice V., il mondo delle nazioni esce d’una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini s’avevan proposti; de'quali fini ristretti fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli  ha sempre adoperati per conservare l'umana generazione in questa terra. Ma già da talune di queste parole di V. si potrebbe ritrarre che egli tende talvolta a concepire gl’uomini come coscienti dei propri fini utilitari e incoscienti di quelli morali. Il che conduce logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la moralità come  un qualcosa d’accidentale rispetto alla volontà umana e perciò di non veramente morale: una formazione estrinseca più o meno potente a tenere insieme gl’uomini, o l'opera nascosta d’un provvidente extramondano. L'utilitarismo s'insinua – IMPLICATURA -- soprattutto in una pagina nella quale è detto che l'uomo, pella sua corrotta natura, essendo  tiranneggiato dall'amor proprio pel quale segue principalmente la propria utilità e vuole tutto l'utile per sé e niuna parte pel compagno e non può porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia, nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e generati figliuoli, ama la sua salvezza colla salvezza della famiglia; venuto a vita  civile, ama la sua salvezza colla salvezza della città di ROMA; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza colla salvezza della nazione ITALIANA; unite le nazioni in guerre, paci, alleanze e commerci, ama la sua salvezza colla salvezza di tutto il genere umano; e in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità propria. Pella qual  ragione, non d’altri che dal divino provvidente deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia conseguire ciò che dee dell'utilità, ch'è quel che dicesi giusto. La pubblica VIRTÙ ROMANA, scrive  altrove, non è altro che un buon uso che il divino provvidente – Giove -- fa di si gravi, laidi e fieri vizi privati, perché si conservassero la città di ROMA ne'tempi che le menti degl’uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben comune. Senonché l'utilitarismo, come sappiamo, è affafto repugnante alla concezione etica  di V., fondata sulla coscienza morale o sul pudore; e perciò queste sue affermazioni, che inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto del turbamento che talora produce in lui la sopravvivenza del concetto trascendente e teologico circa il divino provvidente, e anche della poca chiarezza di pensiero, pella quale  non gli riusce di tenere ben distinto il concetto dell’illusioni individuali da quello dei fini individuali e sostituiva talvolta il secondo dove avrebbe dovuto trattare solamente del primo. S’il divino provvidente, 1'unità della religione d'una divinità PROVEDENTE, è  l'unità dello spirito ch’informa e dà vita al mondo delle nazioni, questa religiosità  non può starsene al pensiero dell'inconsapevole indirizzamento dei fini individuali –GOD WHO MADE THEE MIGHTY -- a effetti universali, ma deve esplicarsi nel dar vita e vigore ai fini universali direttamente, e l'uomo sarà tutt'insieme utilitario e morale, oche s'illuda d’essere morale dov'è utilitario o d’esser utilitario dov'è effettivamente  morale – GRICE MORALITY CASHING OUT ON DESIRE.  A ogni modo, e nonostante queste oscillazioni o piuttosto confusioni, concepire i fini particolari di GUILIO CESARE o CATONE come veicolo degl’universali e l’illusioni come accompagnanti e eoo peranti coll'azione importa concepire dialetticamente il moto della storia e superare – IL NASO DI CLEOPATRA -- il problema del male. In V., questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui domina l'idea ch’il divino providente governi tutto; e perciò quel che si chiama male, non solo gli si mostra voluto dagl’uomini sotto sembianza di bene, falsum sub veri specie, mala sub bonorum simulaci ìs amplectimur, ma dove  logicamente svelarglisi come esso stesso una forma di bene, a quella guisa che bene è la barbarica forza costitutrice della prima società. In qualche raro luogo dei suoi primi scritti nel quale gl’accade d’accennare a tali questioni, V. nota che noi altri uomini, a causa della nostra iniquità onde nosmetipsos, non hanc rerum universitatem spectamus, le  cose che ci contrariano stimiamo male, quce tamen, quia in mundi commune conferunt, bona sunt. La concezione della storia diventa in V. veramente oggettiva, affrancata dall'arbitrio divino, ma non meno dall'impero delle piccole cause – DECAPITATION WILLED CHARLES I’S DEATH -- e delle spiegazioni aneddotiche; e acquista coscienza  del suo fine intrinseco, che è d'intendere il nesso dei fatti, la logica degl’avvenimenti, d’essere rifacimento razionale d’un fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneggiati dal primo errore, che anzi la concezione teologica, fin dagl’inizi del Rinascimento ITALIANO, poteva considerarsi decaduta, quanto da quella forma di  storia che appunto allora venne prendendo nome di PRAMMATICA GROZIANA GRICEIANA, e che restringendosi all'aspetto personale degl’avvenimenti di GIULIO CESARE e non raggiungendo per questa via la piena realtà storica, cerca di darsi calore e vita mercé le riflessioni e gli ammaestramenti politici e morali. Un monumento di storia  prammatica sorge nella stessa patria di V., contemporaneamente alla sua scienza: la storia civile del regno di Napoli dal condannato GIANNONE, il quale è veramente l'uomo del suo paese e del suo tempo e scrive un gran saggio di polemica e anche, per certi rispetti, di storia, ma tale che, colla sua altezza, dà modo di segnare la tanto maggiore  altezza dell'opera di V. Ben altro che astuzie di papi, vescovi e abati, e semplicità di duchi e imperatori, avrebbe saputo scoprire V., s’avesse dovuto narrare lui per filo e per segno l’origini della proprietà  e della potenza ecclesiastica – ecclesiaste -- nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli scopri realmente nella storia, tutte le volte che prese  a indagarne qualche parte. Nello spirito, percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla violenza all'equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso, e di là riprendere il moto ascensivo,  iniziare il ricorso. È codesto il significato filosofico del ri-corso di V., ma non è il modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti di V., dove l'eterno circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ri-corso delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella barbarie della riflessione, peggiore della prima barbarie del senso, che era d’una fierezza generosa, laddove l'altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. Tuttavia, dai fatti storici e dallo schema sociologico bisogna estrarre e depurare il concetto del ri-corso, non solo per  rendersi conto dell'assolutezza ed eternità che V. gl’attribuisce, ma anche per giustificare la rappresentazione storica e la LEGGE SOCIO-logica che si fondano sopra d’esso e d’esso principalmente attingono la loro forza. Le legge del ri-corso, che era stat stabilita dai filosofi e politici romani antichi e da quelli italiani del Rinascimento, si fondano  certamente anch'esse sopra qualche filosofia, ma assai superficiale; onde assumevano a loro obietto l’estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procuravano di determinare la successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini. Ma  V. ha per suo obietto le forme di cultura, che abbracciano in sé tutti gl’atteggiamenti della vita, l'economia  e il diritto, la religione e l'arte, la scienza e la lingua; e, riportandole alla loro intima fonte, che è lo spirito umano, ne stabilisce la successione secondo il ritmo dell’elementari forme dello spirito. Per questo, tutta l'erudizione che si è spesa per ravvicinare il ri-corso di V. alle teorie di Platone o di Polibio, di MACHIAVELLI o di CAMPANELLA,  riesce mediocremente inutile: tanto più che V., il quale, come sappiamo, pure fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si può dire che volesse celarli, anzi, dove gli pare scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggia, non senti il bisogno di ricordarle o vi accenna con poca stima. L'àvay.óxXtoats di Polibio, la sua economia della natura secondo la quale si cangiano e tramutano e al medesimo punto gli stati ritornano, è sembrata quasi un'anticipazione della storia ideale eterna; pure V. mette Polibio insieme cogl’ altri, invitando i lettori a considerare quanto, poco, i filosofi abbiano con iscienza meditato sui principi dei civili governi, e quanto, poco, con verità, Polibio abbia ragionato sulle  loro mutazioni. CAMPANELLA connette i suoi circoli storici con leggi ASTRO-logiche;  e MACHIAVELLI ecco come concepisce la catastrofe – la congiura contro LORENZO -- che inizia il ri-corso: Quando l'astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità  che il mondo si purghi per uno dei tre modi, peste, fame e  inondazione, oltre quelli umani delle nuove religioni e lingue, acciocché gl’uomini, essendo divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente e divengano  migliori. Il solo precedente al quale V. quasi si gloria di riferirsi, è l'antichissima tradizione egiziana – IL NASO DI CLEOPATRA -- sulla successione delle tre età degli dèi, degl’eroi e degl’uomini, che interpetra in guisa tutta sua, alla napoletana, e riempie di contenuto affatto nuovo. Se la filosofìa, che è nel fondo, conferisce forza alla teoria sociologica di V. del ri-corso, il materiale storico col quale è, per cosi dire, impastata, v'introduce qualche debolezza. V. ebbe pratica e predilezione particolare pella storia specialmente  giuridica di ROMA, donde mossero le sue indagini e alla quale si dedica per anni; e questa storia, sia perché da lui meglio ricercata, sia pella sua stessa complessità, GRANDIOSITÀ e  durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di misura tutte l’altre, e gli si confuse colla stessa legge del ri-corso. ROMA offre V. l'asilo di ROMOLO,  cioè il passaggio dallo stato ferino – UOMINI LUPA LUPI -- all'ordinamento politico; l’aristocrazie OTTIMO OTTIMATI, monarchiche REGNO dapprima solo in apparenza, e poi neppure nell'apparenza; la REPUBBLICA, uscente dalla lotta contro gl’OTTIMATI e terminante nell'effettivo PRINCIPATO, cioè  nella  forma  più perfetta della vita  civile; e di qui, per processo degenerativo, la barbarie della riflessione ossia della civiltà, che è incomparabilmente peggiore della prima e generosa barbarie della LUPA D’ALBALONGA, e, conseguenza d’essa, una seconda condizione di divagamento ferino, SENZA LA LUPA CAPITOLINA, e la nuova barbarie, la nuova gioventù, il Medioevo.  La storia di ROMA, a mala pena generalizzata e integrata qua e là con quella d’ATENE –the importanc of being Dorian --, si scorge nelle degnità di V. che formolano le leggi della dinamica sociale. Gl’uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del  piacere, quindi si dissolvono  nel lusso di NERONE, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono prima uomini immani e goffi come i Polifemi, affinché l'uomo ubbidisca all'uomo nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato futuro delle città. Ci vogliono i magnanimi e gl’orgogliosi come gl’Achilli o ROMOLO o GIULIO CESARE, determinati a non cedere ai loro pari, affinché sulle famiglie si costituiscano le repubbliche di forma aristocratica degl’OTTIMATI. Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gl’Aristidi e gli Scipioni Africani – l’inizio della filosofia a ROMA – il circolo degli Scipioni --, per aprire la strada alla libertà popolare. Più innanzi, personaggi appariscenti  con grandi immagini di virtù accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo fanno strepito di vera gloria, quali gl’Alessandri e i Cesari, per introdurre le monarchie. Più oltre ancora, i tristi riflessivi, quali i Tiberi, per istabilirle; e, finalmente, i furiosi, dissoluti e sfacciati, quali i Caligola, i Neroni, i Domiziani, per rovesciarle. Per effetto di  questo assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la legge di V. del ri-corso è tutta rotta d’eccezioni, assai più frequenti e gravi che la medesima legge empirica non comporta j talché se il suo schema empirico fosse tutt'uno, come a lui sembra, colla legge ideale  dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza d’esso nell'eternità e nei mondi infiniti. Il disegnato corso delle cose umane, egli  scrive, non fecero, nell'antichità, Cartagine, Capua e Numanzia le tre città che minacciarono di disputare a Roma l'impero del mondo; perché i cartaginesi furono prevenuti dalla nativa acutezza africana, che più  aguzzarono nei commerci marittimi; i capuani dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della Campagna felice; i numantini, perché nel loro primo furore dell'eroismo furono oppressi dalla potenza romana, comandata d’uno Scipione  Africano, vincitore di Cartagine, e assistita dalle forze del mondo. E dall'antichità saltando ai tempi moderni, gli  americani correrebbero ora il corso delle cose umane, se non fossero stati scoperti dagl’europei; Polonia e Inghilterra persistono stati aristocratici, tale stima V. la BRITANNIA, perché, non come  la GALLIA, monarchia assoluta, ma perverranno a perfettissime monarchie, s’il corso naturale delle cose umane civili non sarà loro impedito da cagioni  straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente di V., come un vero e proprio ritorno allo stato ferino – l’eta oscura --,  se s’apri collo stabilimento dell’universita di Bologna e la religione del vero Dio, del cristianesimo; né, a ogni modo, quel ritorno alla ferinità e alla barbarie sembra che sia la sola via che s’offra alle  nazioni, giunte alla loro tbqiVj, al loro culmine. C'è l'altra che le nazioni corrotte perdano l'indipendenza e vengano sotto il dominio d’altre migliori. Né, infine, la decadenza è inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono serbare la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti, come egli nota, le  poche repubbliche aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali residui del Medioevo, per  es., Venezia, riuscivano a conservarsi con arti di sopraffina sapienza. I suoi propri tempi V. giudica d’alta civiltà: una compiuta umanità, egli dice, sembra sparsa, oggi, per tutte le nazioni. Pochi grandi monarchi reggono il mondo dei popoli, e quelli  ancora barbari o durano pella perdurante sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo czar di Moscovia sono di mente pigra; quelle del chan di Tartaria, genti molli; i popoli sui quali regnano il negus d’Etiopia e i re di Fez e di Marocco, deboli  e parchi. Nella zona temperata il Giappone celebra un'umanità eroica, somigliante alla romana dei tempi delle guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua ch’arieggia la latina, qui  V. fraintende il ragguaglio d’un missionario gesuita, con una religione feroce di dèi orribili tutti carichi d'armi infeste, e qui esagera alquanto un passo di BARTOLI; i cinesi, invece, con una religione mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti l’arti della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano alla mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro religione, e i turchi in ispecie temperano l'orgoglio colla magnificenza, col fasto, colla liberalità e colla gratitudine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale insegna un'idea di Dio infinitamente pura e perfetta e comanda la carità verso tutto il genere umano.  V. ferma l'occhio sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite d’Olanda, che gli ricordano le leghe  etolie ed achee, e sul corpo dell'impero germanico, sistema di città libere e di principi sovrani, che gli sembra quasi saggio d’un grande stato aristocratico, il più perfetto di tutti – GRICE HEGEL PRUSSIA --, forma ultima degli stati civili, perché non si può intenderne altra superiore, riproducendo essa la prima, l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani  nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime città, ma riproducendola non più barbarica, anzi sommamente civile. L'Europa sfolgora dappertutto di tanta umanità, che vi s’abbonda di tutti i beni i quali possono felicitare l'umana vita non meno pei piaceri della mente e dell'animo che pegli’agi del corpo; e tutto ciò per virtù della religione  cristiana che insegna verità sublimi, servita dalle più dotte filosofie dei gentili e dalla maggiori lingua del mondo, la latina, e riunente per tal  modo la sapienza comandata colla ragionata, la più scelta dottrina dei filosofi colla più colta erudizione dei filologi. Codesta somma civiltà, garantita dal cristianesimo, sarebbe andata o sta per andare incontro  a un nuovo stato ferino? È diffìcile conoscere quel che veramente V. pensa in proposito. C'è, tra i suoi versi, una canzone cupamente pessimistica; ma è una effusione e, a ogni modo, piuttosto che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo. Nelle sue lettere, si fa un triste quadro delle condizioni dell’UNIVERSITA DI BOLOGNA ai suoi tempi; ma non si spinge lo sguardo fuori di quel campo ristretto, a considerare la vita sociale e politica. D'altra parte, in un suo scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano tutto essere ormai perfetto e non presentarsi nient'altro da fare, afferma che s’era nel maggior fervore di progresso: Mundus  iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab hinc annis, quorum tamen quadringentos barbaries percurrit, quot nova inventa? quot novee artesf  qnot novee scientice  exeogitatee? Ma si potrebbe osservare che il De mente heroica è un'orazione detta A NAPOLI, e che forse per questo V. vi fa tacere i suoi dubbi o i suoi intimi convincimenti. In  ogni caso, come adattare nella previsione d’una imminente decadenza il sorgere di quel fatto del PROVIDENTE che era la sua Scienza, la quale illumina la vita delle nazioni e ne rende possibile la diagnosi e la cura? Tutto sommato, è probabile che il pensiero di  V. circa le sorti della società a lui contemporanea sia difficile tanto a cogliere perché,  in verità, un pensiero determinato su quel punto a lui manca, essendo il suo animo tratto in qua e in là da diverse e opposte tendenze e agitato fra timori e speranze.  Se non fosse stata turbata dallo schema della storia di ROMA, la teoria empirica del ri-corso non sarebbe stata costretta ad accogliere tante e tanto gravi eccezioni, né si sarebbe  impigliata in cosi angosciose perplessità, e avrebbe pili agevolmente allogato l’osservazioni storiche dell'autore, e, insomma, si sarebbe presentata con tratti più semplici e generali. Essa sarebbe consistita sopratutto nella determinazione e illustrazione del nesso tra epoche di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva, tra spontanee e  riflesse, onde dalle prime escono le seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la degenerazione e la decomposizione, si torna alle prime. La storia politica mostra di continuo lo spettacolo d’aristocrazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli, e cedono all'urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente più  energiche, fintanto che queste, diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fioritura delle idee storiche di cui portano il germe, entrano in un periodo di decadenza e di fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e periodi speculativi, l'irrigidirsi  delle soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ritorno alla mera osservazione del fatto singolo, e il rinascente processo speculativo. E la storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici, romantici e classicisti, di corruttela classica che è alessandrinismo e decadentismo d’ANNUNZIO, e di barbarie FUTURISTICA DI MARINETTI romantica che da questo risorge. Ecco altrettanti casi di vero e proprio ri-corso vie hi ani. Ma poiché la natura dello spirito, messa a fondamento di questi cicli, è fuori del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza, deve per altro serbare  anche una certa elasticità. Non bisogna mai dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o democratica, romantica o classica, positiva – GRICE AYER VIENNESE BOMBSHELLS -- o speculativa che si dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, è dato notare momenti aristocratici e democratici, romantici e classici, positivi e speculativi, e che  quelle distinzioni su grande scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci né a sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo nell'artificiosità, né a combatterla a oltranza, ricusando i servigi che gli schemi generali e approssimativi sogliono rendere.  Perciò, quando sia cosi intesa e corretta, non solo non' e' è bisogno d'introdurre in  essa quelle grosse e stridenti eccezioni che il modellamento – GRICE MODEL IMPLICATURE -- sulla  storia  di ROMA e sulla sua catastrofe finale dai mani di goti fa necessarie, ma le accuse mosse a  V. di troppa uniformità si dileguano. Cuoco, uno dei primi che prendeno a studiare con intelligenza  l'opera  di V., nota, a proposito e contro il concetto del ri-corso, che la natura non si rassomiglia mai a sé stessa, ed è l'uomo che per comporre le sue osservazioni forma le classi e i nomi. Verissima sentenza, ma che si volesse applicare a questo caso, non varrebbe solo contro il ri-corso di V., ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri rimprovera a V. d’avere  trascurato  ordini di cause che hanno importanza grande nella storia, per es. il clima, le disposizioni naturali delle razze e dei popoli, gl’avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che V. fa menzione più volte di tutte queste cose mettendo in rapporto i caratteri dei popoli e i climi colle forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze che  affrettano il corso naturale ossia ordinario delle nazioni, come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca, o l’eruzzione del Vesuvio pella fortuna d’ERCOLANO; il vero è che egli non dove tenerne conto, o non poteva indugiarvisi, perché il suo assunto concerne le uniformità e non le differenze, o certe uniformità e non certe altre, che rispetto alle  prime diventavano differenze trascurabili. Allo stesso modo, e il paragone è calzante ed è più che un paragone, chi si faccia a notare i caratteri generali delle varie età della vita, dell’infanzia, della fanciullezza, dell'adolescenza e via dicendo, trascure di notare gl’acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo i vari climi o le varie razze o i vari accidenti.  Nel medesimo gruppo d’addebiti, veri e inopportuni insieme, rientra che V. nega la comunicabilità e compenetrazione reciproca delle civiltà col sostenere insistentemente che la civiltà nasce separatamente presso i popoli senza sapere nulla gl’uni degl’altri – ROMA ED ATENE, CARNEADE AL CAMPIDOGLIO --  e perciò senza prendere esempio  reciproco. Il quale addebito è stato controbattuto osservando che V. non manca di ricordare casi d’efficacia d’un popolo sull'altro e di trasmissione delle civiltà e dei loro prodotti – IL LAOCOONTE DEL BELVEDERE --  per  es., della scrittura alfabetica dai caldei ai fenici e da questi agli egiziani, e che, a ogni modo, la sua legge è non empirica  ma filosofica e si riferisce alla spontaneità produttrice dello spirito umano. Senonché, ciò che è in discussione è appunto l'aspetto empirico e non quello filosofico della legge; e la risposta giusta sembra a noi, come si è già accennato, che V. non potesse e non dove tenere conto delle altre circostanze, al modo stesso, per ripigliare l'esempio, che chi  nello studiare le varie fasi della vita descrive le prime manifestazioni del bisogno sessuale nel vago fantasticare o in altri fatti consimili della pubertà, non tiene conto dell'iniziazione all'amore che gl’adolescenti meno esperti possono ricevere dai piti esperti, quando l'assunto della ricerca concerna non le leggi sociali dell'imitazione ma le leggi  fisiologiche dello sviluppo organico. E colui che affermasse che pur senza iniziazione e ammaliziamento il bisogno sessuale si risveglia egualmente e si procaccia soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile verità d’un'antichissima novellina orientale che Boccaccio inseri nel Decamerone, ma pronunzia insieme il  più esatto riscontro alla famosa e tanto contrastata dignità di V.  Né il ri-corso di V. s’oppone di necessità, come spesso s’è creduto, al concetto di progresso sociale. Si opporrebbero, se, invece d’essere semplicemente uniformi, fossero identici, in conformità dell'idea, che s’è affacciata nell'antichità e nei giorni  nostri a qualche cervello stravagante, dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. IL RI-PERCORSO DEL CORSO, il circolo eterno dello spirito, può e deve, sebbene V. non lo dice, pensarsi non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi e crescente su sé stesso, in guisa che la nuova epoca del senso è in realtà arricchita di tutto l'intelletto, di tutto lo  svolgimento precedente, e cosi la nuova epoca della fantasia o quella della mente spiegata. La barbarie ritornata, il Medioevo, fu per tanti rispetti uniforme all'antica barbarie ecetto BOLOGNA; ma non per ciò deve considerarsi identica se contenne in sé BOLOGNA e il cristianesimo che compendia e supera il pensiero antico romano. Tutt'altra  questione è se in V. è esplicito e rilevato il concetto di progresso. V. non nega il progresso, vi fa anche, quando parla delle condizioni dei suoi tempi, qualche accenno come a una realtà di fatto; ma non ne ha il concetto, e molto meno gli dà rilievo. La sua filosofia, se procura l'alta visione del processo dello spirito ubbidiente alla sua propria legge,  ritiene tuttavia, da questa mancanza di coscienza circa il progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e di triste. Il carattere individuale degl’uomini e degl’avvenimenti – L’ASSASSINIO DI GIULIO CESARE -- ò,  in  V., obliterato: individui e avvenimenti stanno soltanto come casi particolari d’un aspetto dello spirito o d’una fase  della civiltà; e perciò, sempre, Aristide con Scipione, Alessandro con Cesare, non mai Aristide come Aristide, Scipione come Scipione, e Alessandro e Cesare come Alessandro e come Cesare. Progresso importa ufficio privilegiato di ciascun fatto, di ciascun individuo, ciascuno mettendo la propria nota, insostituibile, nel poema della storia, e  ciascuno rispondente con maggior voce al suo predecessore. Ma  la ragione pella quale a V. dove fare difetto l'idea di progresso e la sua ricerca storica dove riuscire unilaterale, non si può scorgere bene se non quando si sia dato uno sguardo alla sua metafisica. Per metafisica – GRICE STRAWSON PEARS METAPHYSICS PEARS THE NATURE OF METAPHYSICS -- intendiamo la concezione che ha V. e COLLINGWOOD -- della realtà tutta e non del solo mondo umano; e includiamo nel significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che afferma l'inconoscibilità o l’imperfetta conoscibilità d’una o più  -- KANT E CARNAP CITATI DA GRICE -- sfere del reale, o di  quella suprema in cui le altre si riuniscono. V. pell'appunto, come ci è noto dalla sua gnoseologia, segna una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo naturale: il primo trasparente all'uomo perché fatto dall'uomo – UTTERER’S MEANING, e il secondo opaco – THOSE SPOTS MEANT NOTHING TO ME, BUT MEASLES TO THE DOCTOR -- perché Dio, che l'ha fatto, egli ne ha la scienza. E la sua concezione della realtà totale e ultima, la metafisica da lui esposta tutt'insieme colla sua gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le concede, d’una probabile ma inverificabile congettura, la quale si compie nella certezza della teologia rivelata – NATURE MEANS THAT THOSE SPOTS MEAN MEASLES. Essa rimane perciò senza possibile congiungimento colla scienza, che procede con metodo sicuro di verità e prescinde affatto dalla rivelazione. V. non la rifiutò mai; ne discorre nella sua autobiografia che è contemporanea al sagio sulla scienza; la ricorda con compiacimento, cioè dopo il saggio sulla scienza,  quando la sua vita scientifica era, ed egli stesso cosi la considera, terminata. Ma, sebbene non la rifiuta, la tenne sempre come appartata in un angolo della sua mente. Sembrerebbe che, assodato questo punto, non ci dove essere, circa la metafisica di V., altro da dire d'importanza filosofica. Pure, non è cosi. E in primo luogo, poiché OGNI PARTE DELLA FILOSOFIA IMPLICA L’ALTRE – like virtue, it is entire -- e dalla trattazione d’una delle cosi dette scienze filosofiche particolari – la filosofia della lingua di CESAROTTI -- si può SEMPRE desumere il carattere del tutto, è legittimo cercar di determinare, scrutando il saggio sulla scienza, quale metafisica vi è implicita, ossia quale  complemento filosofico quella scienza LOGICAMENTE sopporta e richiede.  Ora il saggio sulla scienza, che afferma la conoscibilità piena delle cose umane, e non già nella loro superficie come in una psicologia, ma nell'intima loro natura; la Scienza, che raggiunge di là dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo ed è il PROVIDENTE; quella Scienza, che con divino piacere contempla l'eterno circolo dello Spirto: innalzata che s’era a tale altezza tende necessariamente all'interpetrazione di tutta la realtà, della natura e di Dio come Mente. Che questa tendenza fosse oggettiva, della  Scienza, e non soggettiva, di V., nel quale quella scienza, per cosi dire, s’era pensata,  è quasi superfluo avvertire di nuovo. V., come persona, non solo non la favori, ma anzi la compresse e represse con tanta energia che non ne lascia apparire traccia nei suoi saggi. Di nessuna dottrina filosofica ebbe tanto terrore, e contro nessuna polemizza con tanta frequenza, quanto contro il panteismo animista naturale di Grice; e forse proprio questa preoccupazione polemica è la sola traccia, sebbene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi saggi, della tendenza che egli dove sentire in sé. Egli era e voleva restare cristiano e cattolico: la trascendenza, il Dio personale, la sostanzialità dell'anima, per quanto la sua scienza non vi conduce, erano bisogni irrefrenabili della sua  coscienza. Ma ciò, come permette a V. di reprimere soltanto, e non di sopprimere – SVPPRESSIO FALSI VERI -- la logica e intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi dà a noi facoltà di riconoscerla nella cosa stessa. E a ragione un critico italiano SPAVENTA ha ad affermare che in V. s’affacci l'esigenza d’una metafisica; e un altro, tedesco e  cattolico, defini il sistema di lui un semipanteismo. Più arrischiato sarebbe forse, col ricordato critico italiano, spingersi a dire – STONE AGE PHYSICS REGINA SCIENTIARVM -- che V. progredì sul concetto delle due sostanze cartesiane e dei due attributi spinoziani e della stessa monade leibniziana, sorpassando il parallelismo e l'armonia  prestabilita col distinguere le due PROVIDENTI, i due attributi, la natura e lo spirito, in modo che uno di essi sia scala all'altro, e col concepire il punto d’unione e la derivazione del contrario come spiegamento o sviluppo; onde la natura sarebbe il fenomeno e la base propria dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a sé stesso per essere  veramente spirito, vera unità. Perché, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o dei due PROVIDENTI, la naturale e l'umana, sia ben fondata e ineluttabile conseguenza del concepire la sostanza come spirito e come mente, non si può dedurre il passaggio evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto di V. della  mente.  Per questa seconda e particolare tendenza occorrono, insomma, prove particolari e documentarie, che s’hanno bensì ma insufficienti e malsicure, e non nel sistema della Scienza, ma piuttosto in quello che cronologicamente lo precede. Perché anche la metafisica che V. delinea non è, com'è sembrato a parecchi e può sembrare a prima vista, priva di  ogni significato e importanza. Essa dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il  medesimo amore pell’idealismo – GRICE WHAT PLATO WAS AFTER -- che anima le  meditazioni della Scienza. La filosofia dell’ORTO ROMANO – del PATER che Grice amava --, che prende a suo principio il  corpo già formato e diviso in parti  multiformi ultime, composte d'altre parti – IL DUALISMO DI RYLE CHE GRICE CRITICA -- che per difetto di vuoto interposto si fingono indivisibili, sembra a lui una filosofia da soddisfare le menti rozze dei fanciulli e le deboli delle donnicciuole;  e con quanto diletto vede spiegate dall’ORTO ROMANO, ossia  nel poema di Lucrezio, le  forme  della natura corporea, con  altrettanto o riso o compatimento  lo vede tratto dalla dura necessità a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della mente. Di falsa posizione, non meno dell dell’ORTO ROMANO, V. accusa la tìsica cartesiana, che anch'essa ha per principio il corpo già formato, diversa da quella dell’ORTO ROMANO e LUCREZIO in ciò che l'una ferma la divisibilità del corpo negl’atomi, l'altra fa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; l'una pone il moto nel vano, l'altra nel pieno; l'una comincia a formare i suoi  infiniti  mondi d’una casuale CLINAZIONE E DE-CLINAZIONE d’atomi dal moto in giù del proprio loro peso e gravità; l'altra, i suoi indefiniti  vortici – ABBAGNANO VEDAS – d’un impeto impresso a un pezzo di materia inerte INORGANICA e quindi non divisa ancora, che col moto impresso si divide in quadrelli e impedita dalla sua mole mette in necessità di sforzarsi a movere in moto retto, e, non potendo  per il suo pieno, incomincia, divisa nei suoi quadrelli, a moversi circa il centro  di ciascun quadrello. Cosi se L’ORTO ROMANO commette il mondo al Caso, Cartesio lo assoggetta al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappone alla sua fisica una meta-fisica alla maniera platonica – la res cogitans --, con cui si studia di stabilire due sostanze, una distesa e l'altra intelligente, e di far luogo a un agente  immateriale, perché queste due parti – che s’incontrano nella glandola pineale -- non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fìsica meccanica dellle machine animate d’un fantasma -- una metafisica come la dell’ORTO ROMANO, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante. Per simili o analoghe ragioni, V. respinge le  filosofie di GASSENDI, di Spinoza e di Locke; e le fisiche d’altri autori, quella per es. di Boyle – qualita primaria del BULK --, gli parevano profittevoli pella medicina e pella spargirica – alla CHURCHLANDS, inutili pella filosofia. Di BONAIUTO GALILEI giudica che avesse mirato la fisica con occhio di gran geometra, ma non con tutto il  lume della metafisica. Le sue simpatie si volgevano ai filosofi ch’erano insieme geometri, e perciò alla fisica pitagorica o TIMAICA, secondo la quale il mondo consta di numeri; alla metafisica dell’ACCADEMIA che dalla forma della nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose l'idea eterna sulla scienza e coscienza  che abbiamo di certe eterne verità – GRICE THE CITY OF THE ETERNAL TRUTH -- che sono nella nostra mente e che non possiamo sconoscere o rinnegare; alla dottrina, che egli attribuiva a Zenone DEL PORTICO, non di VELIA, dei punti metafisici; e, infine, alla filosofia del Rinascimento italiano, quando risplendeno  i  FICINO,  i  PICO  della Mirandola, gli STEUCO, i NIFO, i MAZZONI,  i PICCOLOMINI, gli ACQUAVIVA e i Patrizzi. Il concetto fondamentale della sua cosmologia era dato dai punti metafisici, nei quali trova applicazione il rioperamento della matematica sulla metafisica, da lui ammesso come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso che dal punto  geometrico nasce la linea e la superficie, e il punto che viene definito non aver parti dà la dimostrazione che le linee altrimenti incommensurabili si tagliano eguali nei loro punti; cosi è lecito postulare punti non più geometrici ma metafisici, i quali, non estesi, generino l'estensione. Tra Dio, che è quiete, e il corpo, che è moto, s'interpone mediatore  il punto metafisico, il cui attributo è il conato, ossia l'indefinita virtù e sforzo dell'universo a mandar fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esistenza del corpo non è altro che un'indefinita virtù di mantenerlo disteso, la quale sta egualmente sotto cose distese quantunque disuguali, ed è insieme indefinita virtù di muovere che sta sotto ai moti  quanto si voglia disuguali. Sotto un granello d’arena – GRICE BLAKE -- vi ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, dà e sostiene un'infinita estensione e grandezza; sicché la mole dell'universo tutto, nel corpo del granello, se non è in atto, è bene in potenza e in virtù. Questo sforzo dell'universo, che è sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non  è né l'estensione del corpicciuolo né l'estensione dell'universo; è la mente di Dio, la quale, pura d’ogni corpolenza, agita e muove il tutto. Ogni particolare determinazione della realtà s’accorda con questa verità fondamentale. Il tempo si divide, l'eternità è nell'indiviso; le perturbazioni dell'animo diminuiscono e crescono, la tranquillità d'animo non  conosce gradi; le cose estese si corrompono, le inestese constano nell'indivisibilità; il corpo tollera divisione, la mente non la tollera – GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL; le opportunità sono nel punto, i casi in ogni parte; la scienza non si divide, l'opinione genera le sètte; la virtù non sta né più in qua né più in là, il vizio spazia  dappertutto; il retto è uno, le cose prave innumerevoli; in ogni genere di cose, insomma, l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. La sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose, si divide nelle due specie della sostanza distesa, che e quella che sostiene ugualmente estensioni disuguali, e della sostanza cogitante, che sostiene ugualmente  pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione è divisa dall'altra ma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte della cogitazione, cioè a dire un determinato pensiero, è divisa dall'altra ed è indivisa nella sostanza dell'anima. Proprio dell'anima è il conato, ossia la libertà, negata affatto ai corpi – GRICE FREE FALL --; e Cartesio, che  comincia la sua  fisica dal conato dei corpi, l’incomincia veramente da poeta e ricade nelle concezioni antropomorfiche ANIMISTA NATURALISTA dei popoli primitivi. Quelli che i meccanici dicono conati, forme, potenze, sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come voleva la meccanica antica, ai loro centri di gravità, o,  secondo le teorie della meccanica nuova, s'allontanano CENTRIPETATICAMENTE – STROPICAMENTE, non con entropia CENTRIFUGAMENTE -- dai loro centri del moto. E, al pari del conato, e inconcepibile nei corpi la comunicazione del  moto o L’ANIMAZIONE, concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei  corpi, non essendo altro il moto che il corpo che si muove: la percossa data a una palla è soltanto occasione perché lo sforzo dell'universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare ch’essa si mantene quieta, si spieghi di più e cosi ci dia apparenza di più sensibile moto. Coi cartesiani, per altro, e in ispecie con Malebranche, V. s'accorda circa  l'origine dell’idee, inclinando alla concezione che Dio le crei in noi volta per volta; coi cartesiani altresì tene che i bruti – GRICE SQUARREL TOBY -- sono macchine; e con tutta la filosofia del suo tempo riconosce la soggettività delle qualità sensibili. Lasciando queste ultime dottrine, alle quali V. accenna appena e che non gli sono proprie, tutta  sua veramente è quella fondamentale dei punti metafisici; giacché l'attribuzione d’essa a un fantastico Zenone DEL PORTICO, nella cui persona erano fusi e  confusi  l'eleate di VELIA e quello del PORTICO, secondo un errore comune nella letteratura filosofica del tempo, non può ingannare nessuno, e non inganna il medesimo V. che, messo alle  strette, spiega come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ciò che di Zenone riferisce Aristotele e conclude che, se quella dottrina non si voleva ricevere come zenoniana, la si prende per sua propria e non assistita da nomi grandi. Né, d'altro canto, si può riportarla alla monadologia leibniziana, che è dubbio se fosse nota a V., che V. a ogni  modo non mentova, laddove pur mentova, con parole d’alta reverenza, Leibniz, e colla quale  la somiglianza è  molto vaga, perché i punti metafisici non sono monadi. Se mai, qualche efficacia si può affermare che avesse sopra d’essa la scoperta leibniziana e newtoniana, che allora si comincia a divulgare in Italia anche per opera di taluni amici  personali di V., del calcolo infinitesimale; i cui termini d'infiniti  massimi, minori, maggiori e via dicendo, egli dice, stravolge l'umano intendimento, perché l'infinito è schivo d’ogni moltiplicazione e comparazione, se non soccorre una metafìsica la quale stabilisca che sotto tutti gl’attuali distesi e attuali movimenti sia una virtù o potenza di  estensione e di moto sempre uguale a sé stessa, cioè infinita. E più giustamente ancora è stato indagato il confluire nella concezione di V. delle correnti platoniche, del  platonismo  della  Rinascenza, e di BONAIUTO GALILEI, particolarmente di queste ultime; il che, per altro, non ne diminuisce l'originalità. Originalità, senza dubbio, di’un pensare  fantasticheggiante e arbitrario, che per tal ragione rimane senza possibilità di svolgimento e senza efficacia diretta sulla restante concezione di V. Al recensente del Giornale dei letterati, che chiama quella metafisica un abbozzo, l'autore risponde che era affatto compiuta: un ABORTO, invero, piuttostq ch’un abbozzo, e, COME ABORTO, COMPIUTO. E nella Scienza, oltre qualche richiamo alla negata attribuzione del conato ai corpi, c'è un solo fuggevole ma curioso tentativo di connessione con una metafìsica geometrica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata; ed è là dove s’afferma che sull'ordine delle cose civili corpulente e composte si conviene l'ordine dei numeri, che sono  cose astratte e purissime, e s’osserva che, infatti, i governi cominciano dall'uno colle monarchie familiari, passano ai pochi coll’OLIGARCHIA – the many and the wise few -- le aristocrazie, s'inoltrano ai molti e tutti nelle repubbliche, e finalmente ritornano all'uno nel principato civile  assoluto, sicché l'umanità corre sempre dall'uno (ROMOLO)  all'uno (OTTAVIANO), dall'assolutismo del paterfamilias a quello de principe illuminato. Ma se si può e si deve negar valore alla cosmologia di V.; se le contradizioni e l’oscurità in cui s’avvolge sono manifeste e furono notate dai critici del tempo; è anche innegabile il carattere ch’essa ha di dinamismo, in opposizione al meccanicismo della  filosofìa contemporanea. L'escogitazione dei punti metafisici, nella quale Dio appare il gran geometra che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, è come il simbolo della necessità di risolvere la natura in termini idealistici. Un V. teologizzante, un V. agnostico, perfino un  V. immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tìsici, si  trova qua e là; ma un V. materialista non si trova in nessuna parte dell'opera sua. Anche questa non ardita metafisica destò sospetto di panteismo, benché l'autore insiste nella dottrina teologica che il fare di Dio si converte ab intra col generato e ab extra col fatto, e che perciò il mondo è creato in tempo; che l'anima umana, la quale, specchio della  divina,  pensa l'infinito e l'eterno, non è terminata da corpo e quindi neppure da tempo, e perciò è immortale; e che in qual modo l'infinito sia disceso nelle cose finite—IL CIRCOLO DI GRICE -- ciò, se anche Dio l'insegna, non si potrebbe intendere dall'uomo. Comunque, egli stima necessario chiudere le risposte ai suoi critici col raccogliere le  proposizioni che dimostrano il suo ortodossismo, e ribadire che essendo Dio altrimente sostanza e altrimente le creature, e la ragion d'essere – GRICE RATIO ESSENDI -- o l'essenza essendo propria della sostanza, le sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono diverse e distinte dalla sostanza di  Dio. La trascendenza limita la mente di  V. e,  impedendogli di raggiungere l'unità del reale, gì'impede anche la conoscenza veramente completa di quel mondo umano, ch'egli aveva cosi potentemente, con opposto principio, rischiarato. Ed ecco ora perché V., senza negare il progresso, non poteva averne il concetto. E stato osservato che il concetto di progresso è estraneo al cattolicismo e prende  origine dalla riforma protestante, e che perciò il cattolico V. dove inibirselo. Ma altresì il concetto del providente immanente è inconciliabile col cattolicismo, e tuttavia V. lo pensa profondamente. Il che vuol dire che non l'impulso gli manca, ma piuttosto la possibilità d’andar oltre un certo segno, dove la sua fede sarebbe stata messa a troppo aperto  sbaraglio. Il progresso, dedotto dal providente immanente e introdotto nella Scienza, accentua la differenza nell'uniformità, il sorgere del nuovo a ogni  istante, il perpetuo arricchimento del corso a ogni ri-corso; avrebbe cangiato la storia, d’un rassegnato percorrere e ri-percorrere il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha  in sé la propria ragion d'essere – GRICE METIER --; avrebbe trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il pensiero dei mondi infiniti. V., all'affacciarsi di questa visione, arretra pauroso, si ferma ostinato, e il filosofo è sostituito in lui dal credente. Dalle cose precedentemente discorse è chiaro che la parte storica della Scienza non poteva  configurarsi come una storia del genere umano, nella quale ai popoli e agl'individui fosse riconosciuto l'ufficio proprio e singolare che ciascuno d’essi esercita nel corso degl’avvenimenti. A tal uopo V. avrebbe dovuto chiudere il suo sistema di pensiero, che in un punto rimane spezzato e aperto alla concezione religiosa; e  innalzare la sua divinità  PROVIDENTE a  divinità progrediente, determinando il corso  ed il ri-corso come il ritmo interno del progresso. Ovvero, per  raggiungere nella storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualità, dove abbandonare la sua germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra il PROVIDENTE ordinario e straordinario, darsi  totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare la storia dell'umanità sul disegno che Dio aveva rivelato o permetteva d' intravvedere. Come credente, egli repugna al primo partito, come filosofo, al secondo; onde la storia da lui ricostruita non poteva essere, e non fu, storia universale. Per conseguenza, non fu neppure quello  che si chiama filosofia della storia, se a questa denominazione si rida il significato originario d’una storia universale, cioè che abbia l'occhio alle maggiori e più nascoste iuncturce rerum, narrata filosoficamente, vale a dire, più filosoficamente che non si sole dai cronisti, dagl’aneddotisti e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali. La  controversia se a  V. o a Herder spetti d’aver fondato la filosofia della storia, dovrebbe francamente risolversi a favore di Herder, perché l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla Scienza; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare a Herder precursori in buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema  delle quattro monarchie, che rimase non solo nel Medioevo ma ben oltre nei tempi moderni lo schema costruttivo della storia universale. Né sarà fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della storia in quanto storia universale non costituisce una speciale scienza filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia, salvo  che, per ismania di renderla autonoma, non se ne faccia il mostro d’una storia astratta o d’una filosofia storicizzata; e quando a  V. o a Herder s’attribuisce il vanto d’avere creato colla filosofia della storia una scienza, si rivolge loro un complimento di dubbia lega: il quale, per ciò che in particolare concerne V., è stato cagione che non si scorge il  valore vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, intesa come l'equivoca scienza della filosofia della storia, Philosophie de l'histoire intitola Michelet la sua riduzione galla dell'opera di V., non ha lasciato vedere la Scienza come nuova filosofia dello spirito e iniziale metafisica della mente. Il dissidio che era,  nella sua concezione generale, tra scienza e credenza, riappare, nella storiografia di  V., come divisione e opposizione  tra  storia  degl’ebrei e storia delle genti, tra storia sacra e storia profana. La storia ebraica non anda soggetta alla legge della storia della gente, ha un corso tutto proprio – GRICE E HART --, si spiega con principi affatto particolari, cioè con l'azione diretta di Dio. La Scienza, che nella sua parte filosofica non ne da i principi esplicativi, non avrebbe dunque dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato, forse, il desiderio di V. Ma al desiderio s’oppone, senza parlare del bisogno in cui egli era di premunirsi della taccia d’empietà, che non sarebbe mancata,  il suo scrupolo di uomo di fede e di buona fede, che lo spinge a cercare una qualche armonia tra le due storie, le quali, per quanto divise egli le pone, ricordando in proposito che anche un autore gentile, Tacito, chiama gl’ebrei uomini  insocievoli, entrambe si erano svolte sulla terra e avevano avuto reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine  dell'umanità e nella sua palingenesi per opera del cristianesimo. Accadde che V. il quale voleva e dove, per l'indirizzo stesso della sua mente, evitare il racconto della storia universale, e attenersi insieme ai soli problemi filosoficamente e filologicamente trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal tentare un qualche  congiungimento tra le due storie, e in pari tempo una qualche apologia della storia sacra cogl’argomenti forniti dalla scienza e dalla storia. E questa la parte più infelice ma altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua mente, che gl’ebrei avevano goduto il  privilegio di serbare intatte le loro memorie fino dal principio del mondo, della qual cosa le altre nazioni si vantavano a vuoto, e che perciò l'origine e successione certa della storia universale dove domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza di connettere i suoi concetti circa le civiltà primitive colla cronologia biblica, coll'anno che si sole assegnare  alla creazione del mondo, colla tradizione del diluvio universale e con quella dei giganti, di trovare, com'egli dice, la perpetuità della storia sacra colla profana, lo porta a immaginare le cose più stravaganti. Imperversato dunque  nell'anno 1656 dalla creazione il diluvio, e separatisi i figli di Noè, mentre gl’ebrei iniziano o proseguono la loro sacra  storia con Abramo e gli altri patriarchi, e poi colla legge data da Dio a Mosè GRICE, tutti i restanti semiti e i camiti e giapetici, i primi più tardi e per minor tempo, i secondi e i terzi più presto e per tempo più lungo, caddero nello stato ferino ed errarono pella terra, bestioni stupidi e feroci. E laddove gl’ebrei, sottomessi al governo teocratico,  severamente educati e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle altre razze, senza disciplina né morale né fisica, travolgendosi nel fango, nello sterco e nell'urina e assorbendo sali nitrici, cosi come di sterco e d’urina la terra s'ingrassa e diventa feconda, crebbero in corpi mostruosi e giganteschi. Cento anni pei semiti e  dugento per le altre due razze dura lo stato ferino; fino a quando la terra, che era rimasta a lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi manda fuori esalazioni secche o materie ignite in aria a ingenerare i fulmini. Coi fulmini, come già sappiamo, e colla mitologia del cielo fulminante che è Giove, si sveglia nei bestioni la  coscienza di Dio e la coscienza di sé, onde diventano uomini. S’apre cosi l'età degli dèi, che socialmente  è quella di ROMOLO e delle monarchie familiari dove il  padre è re e sacerdote e nel corso della quale si viene costituendo il sistema delle deità maggiori, e i giganti mercé le spaventose religioni e l'educazione domestica che doma la loro  carne e sviluppa in essi l'elemento spirituale, e mercé le lavande, degradano via via alla giusta corporatura quale hanno gl’uomini che s'incontrailo agl’inizi della susseguente età eroica. Tale, indicata per sommi capi, come TURNO ED ENEA, E ROMOLO, è la bizzarra costruzione, fatta da V., dei cominciamenti della storia umana sulla terra, messi  in armonia coi racconti della storia sacra; e d’essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse guardato al dramma che vi è sotto, alla tormentosa coscienza del credenteche, lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Colle quali, a ogni modo, V. valica sopra una serie di sassi vacillanti. il diluvio, i giganti, le esalazioni secche, la  fiumana della tradizione religiosa e raggiunge il terreno sodo della storia critica, dove scopre altresì il primo appoggio della sua filosofia dello spirito, la ferinità. È d’osservare inoltre che il rapporto colla storia ebraica, la sola che a lui s'impone come storia vera e propria, cioè come un unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto  individuato, gli  suggerì i rari  accenni che s' incontrano nei suoi scritti ad assegnare ai vari popoli uno speciale ufficio o missione; onde gli parve talvolta che gl’ebrei rappresentassero la mens, i caldei la ratio e i giapetici la pliantasia. Parallelamente a questa storia fantastica dei cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi d’apologetica biblica.  V. non tralascia d’arrecare prove che dovrebbero profanamente confermare i racconti della storia sacra. Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sarebbero i simiglianti racconti dei greci e di altri popoli; il governo teocratico, del quale nessuna storia profana ha notizia precisa e oscuramente vi alludono i poeti nelle loro favole, si riscontrerebbe  nel governo degl’ebrei innanzi e dopo il diluvio; gl’ebrei avrebbero ignorato la divinazione, perché vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o divinazione secondo i moti degli astri e i popoli d’Europa quella per auspici. Si sente in tutto ciò, senza dubbio, qualcosa di voluto, un voler vedere o un voler non vedere,  un darsi sulla voce, un eccitarsi alla persuasione; come è consueto, del resto, in molti credenti colti e scientificamente educati. V. scrive perfino una volta, nell'esporre la genesi storica delle forme grammaticali e nell'asserire che i verbi cominciarono dagl’imperativi – GRICE JUDGING IN TERMS OF VOLITING -- e cioè dai comandi monosillabici  che i padri danno a mogli, figliuoli e famoli, ES, STA, I, DA, FAC, ecc. – Fido is shaggy, che da ciò si ricava un'indiretta dimostrazione della verità del cristianesimo, perché in ebraico la terza persona singola e maschile del perfetto è rappresentata dalla nuda radice senza alcun segno flessivo: prova evidente che i patriarchi dovettero dare gl’ordini  nelle loro famiglie a nome di un sol Dio, Deus dixit. Questo, a suo parere, era un fulmine d’atterrare tutti gli scrittori cheoppinano  gl’ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando, dall'incominciar a formarsi, la lingua ebraica incomincia d’un solo Dio. Sono fulmini, a dir vero, che invece di fulminare i miscredenti, illuminano la povertà  degl’argomenti sui quali l'apologetica s’appoggia anche in un uomo come V.; e, oggettivamente considerando, la divisione introdotta per iscrupolo religioso tra storia sacra e storia profana, col conseguente trattamento critico di questa e dommatico di quella, e colle conseguenti strane ipotesi e difese, fa pensare irresistibilmente che il sottrarsi della  storia sacra alla scienza umana provenga non dall'impotenza della scienza umana, ma dall'impotenza della storia sacra, cioè, dall'impotenza a serbarsi inalterata nella scienza; sicché di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla causa della religione. Ma V. aveva troppo genuino e rigoroso senso scientifico da mettersi a fare, e per giunta a  contraggenio, Selden o Bossuet; onde l'armonizzamento colla storia sacra o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali si può prescindere. E poiché, d'altra parte, gli era vietato di profanare del tutto la filosofia e la storia, e di rappresentare il movimento storico complessivo in base al criterio del progresso, non gli resta se non guardare i fatti  dall'aspetto che la sua filosofia gli concede libero: quello del re-corso, dell'eterno processo e delle eterne fasi dello spirito. Qui era la sua forza, qui poteva riconoscere il carattere specifico, se non propriamente quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole, d'intere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese dalla storiografia fino  ai suoi tempi. E per questa ragione egli, anziché narrare la storia, dove restringersi a mettere in luce gl’aspetti comuni di certi gruppi di fatti, appartenenti a tempi e nazioni varie. Nella Scienza si ha, egli  dice, tutta spiegata la storia, non già particolare ed in tempo delle leggi e dei fatti de’ROMANI, ma sull'identità in sostanza d'intendere e diversità  dei modi lor di spiegarsi. S’arrecheranno, dice ancora in altra occasione, i fatti a modo di esempli perché s'intendano in ragion di principi, imperocché vedere avverati i principi nella quasi innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che da noi o già se ne son date fuori o già sono alla mano per uscire alla luce delle  stampe. Ossia, come sappiamo, in quella scienza si ha da una parte una filosofia e dall'altra una descrittiva empirica, storicamente esemplificata, nella qualeI ROMANI non stanno COME ROMANI, ma in ciò che hanno di comune con ogni nazione; la storia di ROMA sotto i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue affinità con quella dei  primi secoli del Medioevo; e Omero non sta come Omero, ma come esempio della poesia primitiva e, attraverso i secoli, ritrova e abbraccia il suo fratello, ALIGHIERI. Forza e limite insieme, perché la storia non consiste di certo, essenzialmente, in queste somiglianze; ma senza la percezione delle somiglianze come si giungerebbe a fissare le  differenze? ALIGHIERI non è Omero, i baroni non sono i   patres r l'ateniese Solone non è il romano PUBLILIO FILONE, il feudalismo dell'età carolingia e in genere medievale non  è la costituzione sociale delle età primitive di Roma; ma certamente, per taluni rispetti, Alighieri è più vicino a Omero che non al Petrarca, i baroni della prima epoca  più prossimi ai patres che non alla posteriore nobiltà di corte, Solone somiglia più a un tribuno o a un dittatore romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole andare congiunto, il feudalismo medievale si rischiara col ravvicinamento alle società fondate sull'economia agraria. Notare queste somiglianze significa negare o rigettare indietro altre più superficiali e aprire la via alla conoscenza dell'individualità, indicando la regione approssimativa dove si trova la verità piena. V., piuttosto che narrare e rappresentare, classifica; ma c'è classificazione e classificazione: quella che si fa a servigio di un pensiero superficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo. E la parte  storica della Scienza è una grande sostituzione di classificazioni superficiali con classificazioni profonde. In questo àmbito, dov'è la forza della storiografia di V., le deficienze e gli errori provengono non dal dì fuori dei limiti tracciati, ma  da cagioni operanti dentro quei limiti stessi. È stato allegato, in discolpa di V., che gran parte dei suoi errori  sono d’attribuire ai materiali scarsi e insufficienti dei quali egli dispone; ma scarsi e insufficienti rispetto alla nostra brama di sapere sono, sempre, i materiali di studio, e nel giudicare uno storico non può essere questione di ciò, si del modo cauto o incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora è stato detto che V. ebbe i difetti  del suo tempo; e qui s’è dimenticato che egli nasce nel secolo nel quale s’era svolta la criticissima filologia di Scaligero BORDONE e di tutta la scuola olandese, e Che suoi contemporanei sono in Italia Zeno, Maffei e Muratori. Il vero è che la forma mentale da noi giù, descritta, di V., come turba la pura trattazione filosofica colle determinazioni della scienza empirica e dei dati storici, cosi turba la ricerca storica col miscuglio della filosofia e della scienza empirica. V. è in uno stato come d’ebrezza: confondendo categorie e fatti, si sente molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli diceno e non li lascia parlare e subito mette loro in bocca la sua risposta. Una frequente illusione gli fa  ravvisare rapporti tra cose che non ne avevano alcuno; gli muta ogni ipotetica combinazione in certezza; gli fa leggere negl’autori, invece delle parole esistenti, altre non mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene interiormente pronunzia e proietta negli scritti altrui. L'esattezza gl’è impossibile, e in quella sua eccitazione ed esaltazione di  spirito, quasi la disprezza; perché, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che cosa avrebbero tolto alla verità sostanziale? L'esattezza, la diligenza, egli dice, dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti e' hanno della grandezza, perocché ella è una minuta e, perché minuta, anco tarda virtù. Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche  arrischiate e infondate, scambi di nomi e tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle sue pagine e molte se ne possono vedere notate nella bella edizione della Scienza, curata da Nicolini, e qualcuna ne noteremo via via anche noi a mo'di saggio, ma guardandoci dal dargli di continuo sulla voce, e qualche volta  rettificando tacitamente le sue citazioni. Sicché, come parlando della sua filosofia abbiamo osservato che V. non era ingegno acuto, cosi, parlando della sua storiografia, dobbiamo ora dire che egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli colà l'acume in piccolo, gli riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondità, cosi anche qui  dobbiamo aggiungere che, se V. manca di senso critico in piccolo, abbonda di quello in grande. Negligente, cervellotico, affastellato nei particolari; circospetto, logico, penetrativo nei punti essenziali; scopre il fianco, e talora tutta la persona ai colpi del pili meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed è atto a ispirare reverenza a ogni critico e  storico, per grande che sia. E se spaziando sempre negli universali e tutto preso dalle sue geniali scoperte, molte volte non die tempo ài tempo e non die agio e campo alla sua forza indagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia inventa miti e intessé romanzi; dove poi lascia che quella forza liberamente si spiega, compi anche nel campo  della storia cose mirabili, come c'industrieremo di venire mostrando nei capitoli che seguono. Ma passare a rassegna l’interpetrazioni storiche di V. per confrontarle, come da molti si è fatto ed è comune vezzo, con quelle della storiografia odierna e lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perché, dove c'è accordo tra i due  termini del confronto, l'accordo potrebbe essere fortuito, e, dove c'ò divergenza, la dottrina recente potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o conseguenza del tentativo antico, e, a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso una misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo, oltreché superiore alle nostre  forze, ripigliare tutti i problemi che V. tratta e tocca per esaminare quel che' di vero o di falso fosse nelle sue conclusioni, perché tanto varrebbe scrivere un’altra Scienza, meglio conforme ai nostri tempi. A noi spetta indicare soltanto i principali problemi storici che egli si propone, riassumere le soluzioni che ne da, e avere l'occhio sempre allo  stato della scienza non già ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si debbano a V. nella storia degli studi storici. Il periodo storiografico che precede V. è tutt'altro che di credulità e di acrisia – cf CRISIA. Trascorsi d’un pezzo erano i tempi in cui si compilano le cronache del mondo e s’accoglie ogni favola e ogni più  grossolana falsificazione come storia: i semi sparsi d’alcuni umanisti portano i loro frutti negl’eruditi italiani, nella scuola giuridica galla, nella già ricordata di BORDONE, in tutti i grandi cronologi, epigrafisti, archeologi,topografi e geografi, ch’ordinano le prime e colossali raccolte critiche di fonti pella storia dell'antichità romana. Anzi, nel  tempo stesso che i filologi andano correggendo e perfezionando i loro metodie sfatavano imposture e riempivano lacune, si diffonde, per effetto della filosofia intellettualistica, lo scetticismo, o pirronismo storico come anche è chiamato, con Bayle, con Fontenelle, con Saint-Evremond e altri molti, precursori di quella polemica contro la verità e  l'utilità della storia di ROMA, che dove diventare cosi vivace. Quest'ultimo indirizzo è, piuttosto che critico, ipercritico, mettendo capo alla distruzione della storia in  genere; e poiché lo scetticismo storico rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della società elegante e dei belli spiriti, la sua efficacia sul progresso degli studi è assai scarsa, o, tutt'al più, valse a provocare vigorose reazioni, d’una delle quali è rappresentante V., a favore della tradizione e dell'autorità. Giova invece notare le deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei filologi e antiquari: i quali restituivano testi, svelavano falsificazioni, ricostruivano serie di sovrani e di magistrati, raddrizzavano  la cronologia, contestano perfino alcune leggende; ma, sia pella mentalità consueta dei puri eruditi e filologi, sia pell'ambiente generale della  cultura, pur vivendo sempre a contatto dell'antico e del  primitivo, non sentivano punto, e non facevano sentire, l'antico e il primitivo. Fortissimi nei particolari, erano deboli nelle cose essenziali. Anche  quando alcuno dei più geniali s’accorge, per  es., dell'importanza dei canti popolari, mezzo di trasmissione storica in tempi in cui manca o era rarissimo l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceve tale scossa d’esserne spinto a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita primitiva, come accadde invece a V.,  il quale,  quasi a un tempo, intese la forma filosofica del certo e i due periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano nella storia reale: il periodo oscuro e quello favoloso. Anch'egli moveva d’una sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle nazioni circa l'indole e i fatti dell'antichità romana; e statuiva, nel combatterli, una serie di canoni o  degnità, che paiono ispirati agl’idola di  Bacone, di cui offrono come l'analogo nel campo della ricerca storica. V. mette in guardia in primo luogo contro le magnifiche opinioni che s’erano avute fino ai suoi tempi intorno alla lontanissima e sconosciuta antichità romana: ingenua illusione  di  cui trova la sorgente in ciò che  l'uomo, allorché si rovescia nell'ignoranza, fa di sé regola dell'universo e qui è più vicina l'analogia con Bacone, perché tale enunciato somiglia pell'appunto alla classe degl’idola tribus in cui la mente fa di sé regola delle cose, ex analogia hominis, non ex analogia universi. Sopra la medesima osservazione si fonda il detto che fama crescit eundo, e il di Tacito omne ignotum prò magnifico est. Donde il vezzo d'interpetrare i costumi antichi coll'aspettazione di trovarli simili o migliori di quelli moderni e civili. Cosi CICERONE, per un trasporto di fantasia ammira la mansuetudine degl’antichi romani, che chiamano ospite il nemico di guerra; non avvedendosi che la cosa sta proprio al rovescio  e che gl’ospiti sono HOSTES, stranieri e nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga usare umanità verso gli schiavi, ricorda che i padroni sono detti in antico padri di famiglia: quasi che i patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonché contro gli schiavi e famoli, contro i medesimi loro figliuoli, adeguati ai famoli. E pello stesso  pregiudizio Grozio, che veramente V. scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole, volendo dimostrare la mitezza degl’antichi germani, reca un gran numero di leggi barbariche, nelle quali l'omicidio è punito colla multa di pochi danari: documento, per contrario, di quanto fosse tenuto a vile il sangue dei poveri vassalli  rustici, che sono pell'appunto gli homìnes, di cui parlano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non prestare fede alla boria delle nazioni, che, come osserva Diodoro siculo, tutte sia romane sia barbare, caldei, sciti, egizi, cinesi, si vantarono d’avere, ciascuna prima delle altre, fondata l'umanità, ritrovati i comodi della vita e serbate le loro  memorie fin dall’origini del mondo. Ciascuna d’esse, non avendo per molte migliaia d'anni avuto commercio colle altre onde potesse accomunare le notizie, fu, nel buio della sua cronologia, simile a un uomo che, dormendo in una stanza piccolissima, nell'errore delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quanto colle mani la toccherà poi.  Chi prenda quei sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra tante nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara come primitive. Colla boria delle nazioni V. mette la boria dei dotti, i quali ciò ch’essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perciò si compiacciono nell'immaginare una  inarrivabile riposta sapienza degl’antichi, che coincide poi pell'appunto, mirabilmente, colle opinioni professate da ciascuno di quei dotti e d’essi ammantate d’antichità per imporne pili solennemente l'accettazione. In tale errore cadde non solo Platone, specialmente nelle ricerche del Cratilo, ma quasi tutti gli storici, antichi e moderni: v’era caduto  lo stesso V., che potè, dunque, studiarlo assai bene in sé medesimo, quando nel De antiquissima crede di trovare nell’etimologie dei vocaboli latini le prove d’una METAFISICA ITALIANA perfettamente concorde con quella sua propria della conversione tra verum e factum e dei punti metafisici. Ai quali tre pregiudizi, e più strettamente alla boria  dei dotti, va di séguito il quarto che ora si chiama delle fonti o degl’influssi di cultura, e che V. sarcasticamente designa come quello della successione delle scuole pelle nazioni. Secondo tale dottrina, Zoroastro, per es., avrebbe istruito Beroso pella Caldea, Beroso a sua volta Mercurio Trismegisto pell'Egitto, Mercurio Atlante legislatore dell'Etiopia,  Atlante Orfeo missionario della Tracia, e finalmente Orfeo ferma la sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi, e  agevoli, in verità, a quelle prime nazioni che, appena uscite dallo stato selvaggio, vivevano appollaiate sulle montagne in siti poco accessibili, sconosciute alle loro medesime confinanti! E questi lunghi viaggi avrebbero avuto per oggetto di  diffondere invenzioni, che ciascuna nazione poteva fare senz'altro da sé, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli per guerre e trattati, si ritrovarono simili, è perché contenevano un motivo comune di vero e nascevano dalle medesime necessità umane. C'era bisogno di supporre l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul ROMANO, come  usano i pareggiatori delle leggi o trattatisti del diritto comparato, per ispiegare come si fosse formato il diritto, riconosciuto in Roma, d’uccidere il ladro di notte? C'era bisogno che Pitagora anda diffondendo la dottrina della trasmigrazione dell’anime, che si ritrova perfino in India? Resta il pregiudizio circa gli storici antichi considerati come  informatissimi dei tempi primitivi, i quali, invece, nel racconto dell’origini, seppero quanto o meno di noi posteri. Per la storia,  V. legge, o meglio crede di leggere, in Tucidide la confessione che, fino alla generazione a questo storico precedente, non si conosce nulla della propria antichità; e osserva altresì che gli storici solo al tempo di Senofonte cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose. LA STORIA DI ROMA si sole principiarla d’ALBA LONGA; ma con Roma certamente non nasce il mondo, la quale è una città fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli del Lazio; e per Roma stessa LIVIO dichiara di non entrare mallevadore della verità dei fatti concernenti il principio di quella storia colla LUPA, e a proposito della guerra cartaginese, di cui è in grado di scrivere con più verità, ingenuamente confessa  di non sapere da qual parte Annibale fa il suo grande e memorabile passaggio in Italia, se dall’Alpi eozie o dall’appennine. Tanto gli storici antichi erano bene informati! Per questi e altrettali motivi di  scetticismo, tutto quanto si narra dei romani fino alla guerra cartaginese parve a V. TUTTO INCERTISSIMO: un territorio quasi res nullius, ove si poteva entrare col diritto del primo occupante. Egli vi entra armato dei canoni positivi che nascevano accanto, anzi dal grembo di quelli negativi, che abbiamo riferiti. Perché, se V. nega fede agli storici  lontani dai tempi e luoghi dei fatti che raccontano, se scredita le vanterie nazionali, se svela l’illusioni e le ciarlatanerie dei dotti, non rimane pago per altro a quest'opera di distruzione; e al posto del vecchio e malfido cacciato via bada a sostituire il nuovo di migliore qualità e di maggiore resistenza, cioè un complesso di metodi mercé i quali era  dato procacciarsi nuovi documenti collo studiare meglio quelli già posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze storiche non s’effettua, in verità, in altra guisa che con questo ritorno dal racconto ricevuto al documento sottostante, col quale solamente è dato confermare, rettificare e arricchire il racconto. Il primo metodo che V. addita, la prima  fonte che egli schiude pella conoscenza delle società antichissime, è l'etimologia della lingua del LAZIO, che si sole esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col raffrontare i suoni di qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali somiglianze, inferendone la derivazione d’un vocabolo dal latino. Ma affinché l'etimologizzare sia  fruttuoso, bisogna non dimenticare che la lingua del LAZIO e il testimonio più grave degl’antichi costumi del popolo del LAZIO, che si celebrarono al tempo in cui si forma essa lingua; e illuminare perciò, perpetuamente, la lingua del LAZIO coi costumi e i costumi colla lingua del LAZIO. Cosi l’etimologie d’un vocabolo astratto (SHAGGINESS)  ci porta nel bel mezzo d‘una società affatto contadinesca, perché 1'INTELLIGERE, per es., richiama il LEGERE o raccogliere i frutti dei campi, donde LEGUMINA; il DISSERERE, lo spargere semenze; e la maggior parte dell’espressioni intorno a cose inanimate (those spots meaning measles) si svelano trasporti dal corpo umano e dalle sue parti  e dagl’umani sensi e passioni, come bocca per ogni apertura, labbro per orlo di vaso, fronte e spalle per avanti e dietro, e simili. V. vagheggia un etimologico comune  a la lingua del LAZIO, composto di radici monosillabiche e in gran parte onomatopeiche; un altro delle voci d’origine straniera, introdotte dopo che le nazioni si furono conosciute  tra loro; un terzo, universale, pella scienza del diritto delle genti, dal quale apparisse come gli stessi uomini, fatti o cose, guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni a tutte le nazioni, che, spiegando le idee uniformi circa le sostanze e le modificazioni diverse  che le nazioni ebbero nel pensare intorno alle stesse necessità umane o utilità comuni a tutte, secondo la diversità dei loro siti, cieli, nature e costumi, narra l’origini delle diverse lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale comune. La seconda fonte, schiusa da V., è l'interpetrazione dei miti o favole, che, conforme alla sua dottrina, non  erano allegorie, invenzioni o imposture, ma la scienza stessa dei popoli primitivi. Nel Diritto universale V. distinse quattro sensi pei quali gli dèi passarono: dapprima significando cose naturali – those spots mean measles --, Giove il cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il mare, e cosi via; poi, cose umane naturali,  per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati; in  terzo luogo, fatti sociali; fintanto che, in ultimo, salirono al cielo, furono assunti agli astri, e le cose terrene e umane vennero divise dalle divine. Ma nelle Scienze mise in rilievo quasi esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che diventò per lui l'originario; perché, sembra  che egli pensa, le prime nazioni erano troppo intente a sé stesse, troppo immerse nella loro dura e difficile vita,  da speculare astraendo dalle cose sociali. Cosi nei miti egli trova riflesse l’istituzioni, le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di classe, i viaggi, le guerre, dei popoli primitivi. Anche pei tempi abbastanza progrediti V. fu alieno dalle  interpetrazioni naturalistiche o filosofiche; e il Conosci te stesso, attribuito all'antico savio, gli parve nient'altro che un monito alla plebe ateniese perché conoscesse le proprie forze, trasportato dipoi a sensi metafisici e morali. Oltre questa ermeneutica sociale, un altro principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati galanti,  lubrici e osceni delle favole furono tutti intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpetrarono i costumi antichi sui propri o presero a giustificare le proprie lascivie coll'immaginare che gli dèi ne avessero dato l'esempio. Onde s’ebbero Giove adultero, Giunone nemica a morte della virtù degl’Ercoli, la casta Diana che sollecita gl’abbracciamenti degl’addormentati Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche donzelle, Marte che come se non basta commettere adulteri in terra li trasporta fin dentro il mare con Venere, e, peggio ancora, gl’amori di Giove con GANIMEDE – convito dell’ACCADEMIA --  e dello stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte a sciogliere  il freno al vizio, come per l'appunto accadde nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella loro forma e significato originari le favole furono tutte severe e austere, degne di fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne allude agl'indovini o àuspici delle nozze, che perseguitavano pelle selve le donne ancora in preda ai concubiti  vagabondi e nefarì; Venere, che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di matrimoni solenni; gl’eroi, figliuoli di Giove, non erano già i frutti degl’adulteri, ma gl’eroi nati da nozze certe e solenni, celebrate colla volontà di Giove che si rivela negl’auspici. Omnia intenda mundis et immunda immundis: le selve e i picchi delle montagne  non potevano produrre immagini d’alcove e postriboli. Oltre queste due ricche fonti della lingua del LAZIO e dei  miti, V. ne menziona e adopera una terza, che chiama dei sima real donzella Polissena, della rovinata casa del poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli venga sacrificata sul sepolcro e le sue ceneri assetate di  vendetta non bevano l'ultima goccia di quel sangue innocente. E giù. nell'inferno Achille, domandato d’Ulisse come vi stia volentieri, risponde che vorrebbe essere un vilissimo schiavo, ma  vivo! Questo è l'eroe che Omero, coll'aggiunto perpetuo d'irreprensibile, àjiójAwv, canta ai popoli in esempio della virtù eroica. Un siffatto eroe, che pone tutta  la ragione nella punta della lancia, non si può altrimenti intendere se non come un uomo orgoglioso, il quale ora si direbbe che non si faccia passare la mosca per innanzi alla punta del naso. Se i più grandi caratteri di Omero sono tanto sconvenevoli alla nostra natura civile, le comparazioni delle quali egli si vale hanno a lor materia belve e altre  cose selvagge. E se per i costumi che rappresenta da fanciulli pella leggerezza delle menti, da femmine pella robustezza della fantasia, da violentissimi giovani pel fervido bollore della collera, e pelle favole degne di vecchierella che intrattenga bimbi ond'è piena l'Odissea, non si può attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j quel suo cotanto  riuscire nelle fiere comparazioni non è certamente da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. Né da animo che sia umanato e impietosito da filosofia potrebbe nascere quella truculenza e fierezza di stile, onde si descrivono tante e si varie e sanguinose battaglie, tante e si diverse e tutte in istravaganti guise crudelissime specie di  ammazzamenti, che particolarmente formano la sublimità dell'Ilìade. Ma chi fu, in realtà, Omero? Che cosa di lui dicono gli antichi scrittori, che cosa si trae dai suoi poemi? A leggere l'Iliade e l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo ci si avventano agli occhi e ci offendono stravaganze e incoerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or di qua  or di là a tempi lontanissimi tra loro: da una parte si vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse, l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la ferocia, l'atrocità; dall'altra, i lussi di Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di Circe, i canti delle sirene, i passatempi dei proci, che tentano anzi assediano le caste Penelopi; da una  parte, costumi rustici e ruvidi, dall'altra giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli; da una parte, rigida società eroica, dall'altra, perfino, accenni a libertà popolari. Questi costumi cosi delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello stesso tempo si narrano dei medesimi eroi,  particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono incompossibili: dai costumi dell'età troiana si sbalza senza transizione a quelli del tempo di NUMA; talché, ne placidi s coè'ant inmitia, si è costretti a pensare che i due poemi furono per più età e da più mani lavorati e condotti. Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse  trabalzano in ambienti fisici diversi e lontani: l'Iliade all'oriente della Grecia, verso settentrione; l'Odissea, all'occidente, verso mezzodì. Incoerenze di linguaggio, sconcezze di favellari, che permangono nonostante l'emendazione d’Aristarco, e pella quale si sono proposte le più strane teorie, come quella che Omero sarebbe andato raccogliendo il  suo linguaggio da tutte le varie popolazioni. Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore, nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto, o da chi altri ne sia l'autore, e da Plutarco, dallo pseudo Plutarco. Intorno a Omero mancano le notizie più elementari: proprio dove dagli antichi si tratta di questo che fu il maggior lume di  Grecia, siamo lasciati affatto al buio. Non si sa di Omero né il tempo in cui visse né il luogo di nascita: ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendica suo cittadino. Si narra bensì ch'egli fosse povero e cieco; ma codeste sono di quelle minute particolarità che mettono sospetto, come muove a riso ciò che dice Longino che Omero componesse l' Iliade e  piu tardi l'Odissea. Mirabile che si conoscessero queste private faccende di un uomo del quale s' ignoravano poi due cose da nulla: il tempo e il luogo! E la critica deve domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo compone due cosi lunghi poemi, in un'età nella quale non esiste ancora la scrittura; giacché le tre iscrizioni eroiche,  una di Anfitrione, l'altra d'Ippocoonte e la terza di Laomedonte, delle quali con troppo buona fede parla Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono eseguire i falsificatori di medaglie antiche. Per tutte queste considerazioni sorse in V. il sospetto che Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto, un personaggio reale, ma anch'esso    pella meta uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nell'antichità lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se infatti ci si prova a pensare che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi tesori dei costumi della Grecia antichissima, che contengono la storia del diritto naturale e dell'età eroica delle genti  greche; se invece che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo intero poetante; invece che a due opere di getto, a una poesia popolare svoltasi per secoli: tutto si rischiara e si riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle favole, perché la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla terza età di quelle, vere e severe presso i poeti teologi,  alterate e corrotte presso gli eroici, e ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le varietà dei costumi, richiamanti le varie età della composizione; e altresì l'Omero, simbolo del più antico (Illiade) e del più recente (Odissea) tempo della Grecia primitiva. Si spiega la varietà dei luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e le varietà  dei suoi linguaggi, perché vari furono i popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perché ogni popolo greco volle Omero suo concittadino, pella ragione cioè che essi popoli pell'appunto furono quest'Omero; e perché fosse detto cieco e mendico, perché tali erano di solito i cantori che girano pelle fiere recitando le storie. Bisogna dunque  che Omero, perché sia inteso nella sua verità, venga sperduto dentro la folla dei popoli e considerato come un'idea o carattere eroico di uomini in quanto narravano cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e inverisimiglianze nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte convenevolezze e necessità. E, innanzi  tutto, gli s’aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo storico a noi pervenuto. In Omero si ha il documento della primitiva identità di storia e poesia, e una conferma di quel che V. crede di leggere in  Strabone, cioè che prima d’Erodoto, anzi prima d’Ecateo milesio, la storia dei popoli fu scritta dai poeti. Nell'Odissea, volendosi  lodare alcuno per avere ben narrata una storia, si dice averla raccontata da musico e da cantore. V. non si perde in poco feconde congetture istituendo indagini più particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia per due principali autori poeti, l'uno pell'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia, verso  settentrione, l'altro pell’Odissea, nativo dell'occidente verso mezzodì; e il nome Omero intende come di compositore e legatore di favole. Ma, d'altro canto, a causa del significato puramente ideale che per lui ha quel nome, non è da escludere, forse, l'interpetrazione che  i due Omeri fossero, a loro volta, due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di cantori popolari.  Le persone storiche, che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi uno chi altro, andano recitando i canti d'Omero nelle fiere e nelle feste pelle città. Lunga età corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi dell’Iliade e dell'Odissea, donde si  deduce quanto innanzi dovessero essere stati una confusa congerie di cose, e ordinarono che d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle feste panatenaiche.  Comunque, non è di certo in questa risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere poetico l'importanza, come, forse, non è la verità, della teoria di V. Dalle  incoerenze ch'egli non pel primo nota, e non sempre con esattezza, la qual cosa, per altro, è di poco rilievo, essendo agevole compensare le osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui tralasciate, non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non esistenza di un Omero individuo, principale autore di uno o di entrambi i poemi.  Quelle incoerenze valevano a dimostrare che il poeta o i poeti lavorarono sopra una ricca materia tradizionale, della provenienza più varia per luoghi e per tempi, e non tanto disposta a strati secondo la provenienza, che era a un dipresso l'fpotesi messa innanzi da Aubignac, quanto piuttosto in tutti i suoi strati mescolata e sconvolta. Uno o molti  poeti, ovvero molti poeti e un abile collettore dei loro canti, o una società di abili collettori; queste e altrettali ipotesi si potevano proporre, come si sono proposte di poi, con pari diritto, e sostenere, come sono state sostenute, con argomentazioni parimente valide e parimente difettose perché non documentabili. Ma nel fondo di quella risoluzione di  Omero in un carattere poetico, come analogamente in altre simili risoluzioni fatte o tentate da V., era la scoperta della lunga e laboriosa genesi storica attraverso cui era passata la materia di quei poemi, che, in questo senso, ben potevano dirsi prodotto di collaborazione d’un intero  popolo. La sostituzione a Omero di un popolo di Omeri fu, anche  questa volta, la mitologia tessuta da  V. sulla propria scoperta: mitologia che omnes quivìtes tenerent. L'autorità del SENATO ROMANO ne venne ristretta, perché laddove, precedentemente, di quel che IL POPOLO ROMANO delibera i padri si fanno auctores, ora i padri sono essi  autori al popolo, che approva la legge secondo la forinola proposta  dal SENATO ROMANO, o le antiqua, cioè dichiara di non volere novità. La plebe ottenne, inoltre, l'ultima magistratura ancora non comunicata, la CENSVRA. La legge petelia, che segui pochi anni dopo, cancella l'ultimo vestigio di legame feudale, il nesso, nexus, che rende i plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili  e li costringe  sovente  a lavorare tutta la vita nelle private prigioni di costoro. Quando FABIO MASSIMO alla divisione tra patriziato e plebe, coi corrispondenti comizi curiati e tributi, ebbe sostituita la divisione secondo i patrimoni dei cittadini, ripartiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'ordine dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e cavaliere non furono più sinonimi di patrizio, né plebeo d'ignobile. Ma al senato rimase il dominio sovrano sopra i fondi del romano imperio, che era già passato nel popolo; e, mercé i cosi detti senatoconsulti ultimi o ultimce necessitatis, lo mantenne con la forza delle armi finché la romana fu repubblica popolare; e quante volte il popolo tentò di disporne, tante il senato armò i consoli, i quali dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che avevano promosso quei tentativi. Il che si spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranità, come a V. pare confermato dal detto di Scipione Nasica nell'armare il popolo CONTRO Tiberio Gracco: Qui rempublicam salvam velit, consulem sequatur. Aperta con le leggi la porta degli onori alla moltitudine che comanda nelle repubbliche popolari, non resta altro in tempo di pace che contendere di potenza, non colla legge ma colle armi; e mercé atti di potenza comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde provennero in pari tempo guerre civili in casa e ingiuste fuori. Tutta la società, col trionfo della plebe e colla mutazione dello stato d’aristocratico in popolare, muta fisonomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia: nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare le ricchezze dentro l'ordine, solo tardi furono ammesse le successioni testamentarie e facilmente i testamenti venivano annullati; dalla successione paterna era escluso il figliuolo emancipato; l'emancipazione aveva l'effetto di una pena; le legittimazioni non erano permesse; è da dubitare che le donne succedessero. Ma nella società democratica, poiché la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta la sua forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia a sentire la tenerezza del sangue, e i pretori ne considerano i diritti e prendono a fargli ragione con le honorum possessiones e a sanare coi loro rimedi i vizi o i difetti dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ricchezze, che sole sono ammirate presso il volgo. Muta il significato degli istituti della proprietà: il dominio civile non è più di ragion pubblica e si disperde per tutti i domini privati dei cittadini, che formano ora la città popolare; il dominio ottimo non è più quello fortissimo, non infievolito da niun peso reale, neppure pubblico, e significa semplicemente quello che sia libero da ogni peso privato: il quiritario non è più il dominio di cui il nobile era signore feudale e che dove venire a difendere nel caso che ne fosse decaduto il cliente o plebeo, ma è diventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni, diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso. Le forme dei processi, cosi frondose di finzioni, di forinole solenni, di atti simbolici, sono semplificate e razionalizzate: si comincia a far uso dell'intelletto, ossia della mente del legislatore e i cittadini si conformano in un'idea di comune ragionevole utilità, intesa come spirituale di sua natura. Le caussce, che prima erano forinole cautelate di proprie e precise parole, diventano affari o negozi, che si solennizzano coi PATTI convenuti e, nei trasferimenti di dominio, colla tradizione naturale; e solamente nei CONTRATTI che si dicono compiersi colle parole, nei contratti verbali, cioè nelle stipulazioni, le cautele rimangono caussce, nell'antica proprietà di questo termine. Cosi il certo della legge, essendosi la ragione umana spiegata tutta, mette capo nel vero delle idee, determinate colla ragione delle circostanze dei fatti, che è una forinola informe di ogni forma particolare, formula naturai, come dice VARRONE, che a guisa di luce informa di sé, in tutte le ultime minutissime parti della superficie loro, i corpi opachi dei fatti sopra i quali ella è diffusa. Nelle repubbliche popolari regna l’cequum bonum, l'equità naturale. Le crudelissime pene, che si usavano nel tempo delle monarchie familiari e delle società eroiche, le leggi delle dodici tavole condannavano a essere bruciati vivi coloro che avevano dato fuoco alle biade altrui, precipitati giù dalla rupe Tarpea i falsi testimoni GRICE MASSIMA, fatti vivi in brani ì debitori falliti, vengono sostituite da pene benigne, perché la moltitudine, che è composta di deboli, è di sua natura incline a compassione. La legge, che era nelle aristocrazie unica, ferma e religiosamente osservata, si moltiplica nella democrazie e si fa cangevole e flessibile. Gli spartani, che serbarono l'aristocrazia, dicevano che in Atene si scrivevano molte leggi, ma le poche che erano in Isparta s’osservavano: la plebe romana, a guisa dell'ateniese, comanda tutto dì leggi singolari, e invano Silla, capoparte dei nobili, cerca di ripararvi alquanto colle questioni perpetue, perché, dopo di lui, si moltiplicarono di nuovo. Le stesse guerre, crudelissime nelle repubbliche aristocratiche, che distruggevano le città conquistate e riducevano i vinti in gruppi di giornalieri sparsi pelle campagne a coltivare a prò dei vincitori, si mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, togliendo ai vinti il diritto delle genti eroiche, lasciano loro quello naturale delle genti umane. Gl'imperi si dilatano, perché le repubbliche popolari valgono assai più delle aristocratiche pelle conquiste, e più ancora vi valgono le monarchie. Eppure, in questo generale umanarsi dei costumi, scema la sapienza di governo, la virtù politica. Gli antichi patrizi fanno duramente rispettare la legge; e, avendo privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, a questo grande interesse particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano gl'interessi privati minori, e perciò magnanimamente difendevano il bene dello stato e saggiamente consigliano intorno ad esso. Per contrario, negli stati popolari, e perché i cittadini comandano il bene pubblico che si ripartisce loro in minutissime parti quanti sono essi i cittadini che compongono il popolo, e pelle cagioni che producono siffatta forma di stati, che sono affetto d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna e desiderio di vita, gli uomini sono portati ad attendere alle ultime circostanze dei fatti che promuovono le loro private utilità, e perciò all'equobono, che è ciò solo di cui le moltitudini sono capaci. A cotal punto balza spontanea, perché di lunga mano preparata e resa necessaria, la monarchia: quella monarchia che gli ordinari scrittori di politica facevano venir fuori, senza il precorso di tante e si varie cagioni che debbono condizionarla, di un tratto, al bel principio della storia umana, cosi come, dice V., nasce, piovendo l'està, una ranocchia. E molto meno sorse artificialmente, per effetto della favoleggiata legge regia dell'ignorante grecuzzo Triboniano, colla quale il popolo romano si sarebbe spogliato del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La legge, che le die vita, fu una legge naturale, concepita con questa forinola di eterna utilità: che poiché nelle repubbliche popolari tutti guardano ai loro privati interessi ai quali fanno servire le pubbliche armi in eccidio della propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un solo, come tra i romani Augusto, qui »j come scrive Tacito, cuncta beììis civililms fessa nomine principia su imperium accepit; un solo, che colla forza delle armi richiami a sé tutte le cure pubbliche e lasci ai soggetti l'attendere alle loro cose private o a quel tanto delle cose pubbliche che viene loro permesso, e si circondi di pochi sapienti di stato per consultare coll'equità civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo è invocato alla pari da nobili e da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbassati e sottomessi al governo plebeo, abbandonata l'antica aristocratica volontà d'impero, non pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia, della quale non si dà tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città, fatti accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione. La monarchia è, dunque, una nuova forma del governo popolare. Perché un potente diventi sovrano, è necessario che il popolo parteggi per lui, ed egli deve governare popolarmente, agguagliare tutti i soggetti, umiliare i grandi per tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppressione, mantenere il popolo soddisfatto e contento circa il sostentamento che gli bisogna pella vita e circa gli usi della libertà naturale, e adoprare un ben ponderato sistema di concessioni e privilegi o a interi ordini, nel qua! caso si chiamano privilegi di libertà, o a persone particolari, promovendo fuori d'ordine uomini di merito straordinario e di virtù eccezionali. Nella monarchia, che è governo umano al pari della democrazia, prosegue e s'intensifica quel processo di umanamente o ingentilimento dei costumi e della legge, che le repubbliche popolari iniziano. Si sciolgono sempre più i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia. Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della nobiltà, si diedero a promuovere le ragioni della natura umana, comune a nobili e a plebei; e Augusto attese a proteggere i fedeco in messi, coi quali nei tempi innanzi, mercé la puntualità degli eredi gravati, i beni erano passati agi'incapaci di eredità, e li trasformò in necessità di ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entrarono nell'ordine degli agnati; finché Giustiniano tolse le differenze tra legati e fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco i testamenti dai codicilli e adeguò ab intestato, in tutto e per tutto, gli agnati e i cognati. Tanto la legge romana ultima si profuse in favorire i testamenti che, laddove anticamente per ogni leggi ero motivo essi erano invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo che meglio conduce a mantenerli saldi. Caduto affatto il diritto ciclopico, che i padri avevano esercitato sulle persone dei figliuoli, anda cadendo altresì quello economico sugli acquisti dei figliuoli; onde gl'imperatori introdussero prima il peculio castrense per attrarre i uomini alla guerra, poi il quasicastrense per invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere contenti quelli che non erano né soldati né letterati, il peculio avventizio. Tolsero l'effetto della patria potestà alle adozioni, le quali non si contennero più ristrette nella cerchia di pochi congiunti; approvarono universalmente le arrogazioni, difficili alquanto perché è difficile che un pater familias, un sui iiiris, si sottometta alla patria potestà d'un estraneo; reputarono le emancipazioni quali benefizi e dettero alle legittimazioni, degn.; le cosi dette prove metafisiche di V., i fatti dubbi sono asseriti da V. in conformità delle leggi e ritenuti da lui verità meditate in idea; Il certo, Opere, la sapienza poetica costituisce quasi tutto il corpo della scienza; le aspre difficultà per discendere dalle nostre nature ingentilite a quelle degli uomini primitivi e l'idea della natura simpatetica; una delle ragioni perché nuova la Scienza di V.; errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero, Sanchez, Schopp; gli errori di Grozio, Selden e Puffendorf; V. confessa l'errore commesso da lui medesimo nel De antiquissima; la sapienza poetica è la chiave maestra della Scienza; la Logica poetica; la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai filosofi; la poesia è necessità di natura e la prima operazione della mente umana; l'uomo, prima di riflettere, avverte con animo commosso e, prima di articolare, canta; la poesia è anteriore alla prosa; il linguaggio proprio e il linguaggio improprio; la poesia e la metafìsica; nessuno fu insieme gran metafisico e gran poeta; i poeti sono il senso, i filosofi l'intelletto dell'umanità; il linguaggio per atti muti; le lingue articolate non sono per convenzione; le origini delle lingue furon trovate da V. nei principi della poesia; una e medesima è l'origine del linguaggio e della scrittura; i geroglifici; identità tra favola, poetica, ed espressione; le cinque parole reali d' Idantura; gli alti papaveri troncati dal re Tarquinio; analoghi procedimenti espressivi presso popolazioni selvagge e i volghi; le imprese, bandiere, medaglie, monete; la favoletta sull'origine delle imprese; le improse primitive furon mutole; le insegne e bandiere sono una sorta di lingua armata; le teorie di Platone, Aristotele, ecc. sulla poesia son rovesciate da quella di V.; Il De Cristofaro è il noto matematico e giureconsulto napoletano, pel quale si veda Amodeo, Vita matematica napoletana, Napoli, Giannini, e fu amico di V.. Altre notizie intorno ALL’ORTO ROMANO di Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere, Lettera, erano mai codesti errori e debolezze; E quando usci il De universi iurte tino principio et fine uno, anzi la Sinopsi che ne da il programma, le prime voci avverse, che V. senti levarsi, erano tinte da una simulata pietà; contro le quali egli trova scudo e conforto nella religione stessa, cioè nell'assenso di Giacchi, primo lume del pili severo e più santo ordine de'religiosi. Ma come delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci resta notizia particolare, cosi dei dubbi religiosi, che poterono travagliarlo, non si ha nemmeno la generica certezza. Tutti gli scritti di V. mostrano che nel suo animo s’assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione cattolica: salda e forte cosi da non essere neppure in piccola parte intaccata dalla critica, che egli inaugura, dei miti. Né soltanto in tutte le esteriori dimostrazioni V. fu cattolico irreprensibile, e sottomise sempre ogni parola che mette in istampa alla doppia censura, pubblica e privata, degli amici ecclesiastici, e fra zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, più ancora che fra toghe di giuristi, menò la sua vita filosofica e letteraria; ma egli giunse perfino allo scrupolo d'intermettere il commento a Grozio, non sembrandogli dicevole che un cattolico commenta un autore protestante; ed ebbe cosi delicato punto d'onore cattolico da non accettare nemmeno la polemica circa i suoi sentimenti religiosi: Questa difficoltà, dice ai critici del Giornale de'letterati, come quella che mi fate sull'immortalità dell'anima, dove par che premiate la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte la quale, quantunque si pro i Autob. tegga e sostenga colla vita e coi costumi, pure s'offende colla stessa difesa. Ma trattiamo le cose! Il suo cattolicesimo si mostra scevro di materialità e superstizioni, cosi generali nel costume del tempo, e specie a Napoli dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica interveniva attore e direttore san Gennaro: era cattolicesimo di animo e di mente alta, e non di volgo. Ma neppure contro le credenze popolari e le superstizioni V. assunse le parti di censore; pago di non parlarne, come non si parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della nostra reverenza. Disposizione d'animo analoga per più rispetti a quella verso la religione ebbe V. verso la vita politica e sociale. Non era nulla in, lui dello spirito combattivo da apòstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu di alcuni filosofi della Rinascenza; in ispecie di quel Bruno e di quel Campanella, che egli, benché, e forse PERCHÉ NAPOLETANO non nomina mai. Certo, il suo tempo e il suo paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e rivoluzioni e di quegli ardenti contrasti che suscitano grandi azioni e passioni politiche. Pure, vi s’agitarono partiti politici, il gallo e l'austriaco, e si profilò un certo desiderio d'indipendenza nazionale, e sorsero uomini che dettero l'opera e la vita a questi fini, e furono perseguitati e andarono profughi; e, segnatamente, giunge in quel tempo al più alto punto la lotta dello Stato contro la Le cose, cioè, non le obiezioni religiose, che a lui suonano come offesa personale Risposta al Giornale de' letterati, in Orazioni ecc., ed. Gentile-Nicolini. Chiesa, e di Napoli contro Roma, con Giannone, del quale come di tutto quel movimento tacque sempre e parve non essersi nemmeno accorto. La vita politica sta alta sopra il suo capo, come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attingerla. Come le controversie religiose, cosi quelle politiche e sociali furono il limite della sua attività. Era veramente uomo apolitico. Di che non si può fargli colpa né accagionarlo di fiacchezza, perché ogni uomo ha il suo limite, e una lotta esclude l'altra, un lavoro esclude gli altri lavori.Non che egli si ritraesse da ogni contatto colla politica e coi rappresentanti di essa. Purtroppo, dovette corteggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali basterebbero da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli: il viceregno, la congiura e rivoluzione tentata dagli autonomisti, la reazione e il rassodato viccrcgno, la conquista austriaca, il viceregno austriaco, la riconquista e il regno di Carlo Borbone. Ma egli, molto pei suoi bisogni conversevole, e professore d’eloquenza nella regia università, dove fornire i componimenti letterari, richiesti dalle solennità del giorno; cosi come il drappiere lavora, pelle medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi. E quali frange e quali svolazzi! Perdura la moda letteraria; e 'ciò basta per gran parte a spiegare quel che nelle lodi profuse da V. ci sembra, ed è, iperbolico e barocco. Del suo animo indifferente e innocente può dare esempio quel In Autob., ecc.. luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo del Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per ordine dell'ultimo viceré duca di Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un semplice appresso: Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo regno, ebbe l'ordine di comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di Capece e di Sangro; cioè dei due ribelli contro Filippo V, che il governo precedente aveva MESSI A MORTE nella repressione della congiura di Macchia, da V. narrata, veridicamente bensì ma con ossequio al governo costituito, nel De parthenopea coniuratione. Ma non c'è, in V., bassezza; e, se deve dirsi, in quei suoi scritti, retore e panegirista, non può dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo senza coscienza, vilipende e calunnia gli avversari degli uomini da lui adulati, o colpisce i vinti; e questo è bassezza. V., il quale, pur conoscendo chi fosse l' italiano, anzi il napoletano, che aveva inviato agli Ada lipslensìa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo facilmente rovinarlo, perché quella noterella era anticattolica, generosamente non volle mai svelare quel nome, presta, si, i suoi servigi di professore d'eloquenza, ma non traffica cogl’interessi dei suoi lodati padroni. Della Vita di Carafa, composta per commissione, e col provento della quale marita una figliuola, dice che la lavorò temprata di onore del subietto, di riverenza verso i principi e di giustizia che si dee aver pella verità. E, per tornare Autob., Lettera; in Autob., ecc., Autob.] al caso sopraricordato di Capece e di Sangro, quando nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di quei due nemici della parte trionfante, mostra anche allora, in taluni particolari, il suo animo gentile; e di Capece, che non volle arrendersi ai soldati, scrive ostentali s pectus ned eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit, fortissimum mortis genus si causa cohonestasset; e per Sangro, riferita la voce della grazia fattagli da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unde maior damnati, qui iam poenas persolverat, miserano. Senza dubbio, non poteva essergli, e non gli era, nascosto che la più parte degli individui da lui lodati vale ben poco. A leggere i suoi scritti panegiristici pare che Napoli ha allora una nobiltà splendida di virtù, di cultura, di dottrina; eppure, informando Vitry che gli aveva chiesto notizie circa le condizioni degli studi in Napoli, V. non cela la realtà: i nobili sono addormentati da'piaceri della vita allegra -- ONLY THE POOR LEARN AT OXFORD -- Un suo motto satirico circa quella nobiltà, spesso pezzente ma sempre fastosa e capace di soffrire la fame in casa pur di sfoggiare in pubblico con cocchi e altre gale, ci è stato serbato dal suo scolaro GENOVESI. A proposito del letterato duca di Laurenzano formula la teoria che gli scrittori nobili non possono essere se non eccellenti; eppure, tra le sue carte io ho trovato il manoscritto di un libro di quel signore, riscritto da cima a fondo dallo stesso Opp., ed. Ferrari, e Croce, Critica, Autob., ecc., Dice che molti tiravano le carrozze colle budella! In Autob., ecc., V. K Contradizioni e transazioni da pover'uomo, schiacciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto che riesce difficile determinare fino a qual punto egli ammira a parole e per compiacenza, e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorità sociale si muta in effettiva ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignità e tutto quello che a lui manca, e che stavano cosi in alto, ed erano i signori. in Perché, com'è risaputo, le sue condizioni economiche sono sempre tristissime. Figliuolo d’un libraiuccio di Napoli, è dapprima costretto a recarsi come precettore domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli, tenta invano d’ottenere il posto di segretario della città, e, avuta per concorso la cattedra di rettorica, rimane in quell'ufficio collo stipendio annuo di cento ducati, lire 425. Invano tenta di passare a cattedra di maggiore importanza: fosse sfortuna, fosse inabilità, uomo di poco spirito intorno alle cose che riguardano l'utilità, si riconosce esso stesso, dove rinunziare a ogni avanzamento universitario. È costretto, dunque, ad aiutarsi un po'coi lavori letterari del genere detto di sopra, e più ancora colle lezioni private; e non solamente, oltre quella nella pubblica università, tene scuola a casa sua, ma sale e scende le altrui scale come insegnante di grammatica. Non è fortunato nella famigli. La moglie è analfabeta, senza le virtù delle donne analfabete, incapacissima di curare le più piccole Antob.] faccende domestiche; cosicché il marito dove farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli muore dopo lunga malattia, e dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri; un figliuolo maschio gli da grandi dolori ed egli è costretto a invocare l'intervento della polizia per chiuderlo in una casa di correzione. La sua irrazionale e sublime tenerezza paterna è tanta, in questa occasione, che al vedere dalla finestra gl’uffiziali di polizia da lui richiesti i quali venivano a portar via il figliuolo sciagurato ed amato, corre a costui gridandogli, Figlio mio, salvati! Ha, invero, animo affettuosissimo: il che si può ritrarre, fra l'altro, dall'orazione piena di nobiltà e di dolcezza che compone pella morte della sua amica donna Angela Cimini, dagli accenti di pietà e di sdegno che ha nella Scienza pelle plebi oppresse, di cui investiga la storia, o pelle dolenti figure di Priamo e di Polissena, di cui risente la poesia; e perfino da certi sparsi segni stilistici, come, per es., in quella dignità dove ricorda che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini, e tutto si turba, in modo inopportuno ma significante, pella sorte di quei piccini, che adorna nella commossa fantasia di superlativa amabilità! I maggiori conforti domestici gli vennero dalla figliuola Luisa, colta e poetessa, e dal figliuolo Gennaro, che lo supplì e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elogio della contessa d'Althann, accenna sarcasticamente ai filosofi che ragionano passeggiando pegl’ameni giardini o sotto i portici dipinti, non nauseati né afflitti dalle mogli che infantano e dai figliuoli che nei morbi Villakosa, nelle aggiunte alVAuloò. languiscono, si sente che parla per diretta esperienza e che lo pungono ricordi angosciosi della propria vita familiare. Accade molto spesso, specie ai giorni nostri, di osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi da questo o quello dei più umili doveri; e tanto più bisogna ammirare quest'uomo di genio, che invece li accetta tutti e, per adoperare una parola che Flaubert disse di sé medesimo, pensando da semidio, visse costantemente da borghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere, scrivere, meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo strepito de'suoi figliuoli. La salute ebbe sempre malferma; gli amici lo chiamano mastro Tisicuzzo: debole, straziato d’ulceri alla gola, da dolori alle cosce e alle gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tranquillità, che altri filosofi goderono per tutta la loro vita, o per lunghi tratti di questa, a V. MANCA SEMPRE. Egli dove fare da Marta e da Maddalena: travagliandosi pelle necessità pratiche sue e dei suoi; travagliandosi insiememente con sé stesso, per adempiere alla missione assegnatagli fin dalla nascita e dare forma concreta al mondo spirituale che gli s’agita dentro. Non c'è bisogno, dunque, di foggiare o desiderare un V. eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e politica, quando il V. eroe ci sta innanzi, ed è appunto questo: l'eroe della vita filosofica. E stato notato da altri Opp., ed. Ferrari, Autob., Autob.] che egli ebbe carissima la parola eroe e tutti i derivati di essa, eroismo, eroico, ecc.; e ne fece continuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo è, per lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei ri-corsi della storia. Questa forza egli dove sentire in sé medesimo, nel lavorare pella verità e nell'aprire, abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla scienza. Per questa forza, superate le incertezze, gli smarrimenti, gli avvilimenti, che talvolta lo fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico, come si vede dalla canzone Affetti d'un disperato, potè sollevarsi alla sicura professione di metodo scientifico, che enunciò nel De nostri temporis studiorum ratione, e al suo primo tentativo di applicazione filosofico-storica, rappresentato dal DE ANTIQUISSIMA ITALORVM SAPIENTIA, e da questo, poi, disfacendo in parte il suo stesso pensiero e ritessendo col resto una nuova tela, giungere al De uno universi iuris principio et fine uno e alla Scienza: dopo anni, egli dice delle scoperte contenute in questa, di continova ed aspra meditazione. L'opera, menata a termine da quel povero maestro di grammatica e rettorica, da quel pedagogo che un satirico contemporaneo raffigura stralunato e smunto, colla ferula in mano, da quel tormentato pater familias, stupisce e, quasi, spaventa: tanta somma di energia mentale vi è condensata. È un'opera di reazione e di rivoluzione insieme: reazione al presente per riattaccarsi alla tradizione dell'antichità e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e il passato per fondare l’avvenire. Nel campo della scienza, l'umile popolano diventa aristocratico; e quello stile da signori, che egli falsamente loda nelle misere scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati, era veramente il suo. Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che comincia a diffondersi dalla Gallia in Italia e negli altri paesi d'Europa, i libri pelle dame. Ma non meno rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si chiamano ora manuali, e in cui s’espongono per filo e per segno definizioni elementari e cose già da altri accertate: ibri che possono giovare soltanto ai cui per altro V. già abbastanza si sacrifica nella cerchia della scuola perché dove poi sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita scientifica. In questa mira ad altro pubblico che a cavalieri: quando scrive, il suo primo pensiero, la sua prima pratica era: Come riceverebbero le cose da lui meditate un Platone, un VARRONE, un QVINTO MUZIO SCEVOLA?; e la seconda: Come riceverà queste cose la posterità. Dei contemporanei, aveva innanzi agli occhi, esclusivamente, la Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le Accademie di Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ciòche già era stato trovato e detto nel corso della storia delle scienze e che esso aveva bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del sapere: non libri voluminosi, ma piccioli libricciuoli, tutti pieni di cose proprie. Un pubblico ideale, insomma, che ingenuamente egli confonde talvolta con quello dei dotti di professione e dei critici da riviste letterarie; donde,. la Autob., In Autob., Ordz., ecc., Scienza, ed. Nicolini, Oraz.] poi, le frequenti sue delusioni. I libri brevi, in materia metafisica, sembra a lui che avessero, come infatti hanno, particolare efficacia, acconciamente paragonata alle meditazioni sacre, che brievemente propongono pochi punti, le quali fanno molto più profitto nelle cose dello spirito che non le prediche più eloquenti e più spiegate da facondissimi predicatori. Per quest'amore alla brevità, fu restio dall'aggravare di troppi libri la repubblica letteraria, che già non regge sotto il peso; lasciò inedite le orazioni, stampò per dovere il De ratione, ed ebbe, infine, a manifestare più volte il desiderio che, di tutte le sue opere, sola gli sopravvive la Scienza, la quale contene condensate e perfezionate tutte le sue indagini. All'aristocrazia dell'ideale s’accompagnavano nella sua concezione della vita scientifica il più nobile decoro e la più profonda lealtà. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero catechismo circa il modo in cui si debbono condurre le dispute letterarie. Bisogna, egli dice, non mirare a vincere nella disputa, ma a vincere nella verità -- EPAGOGE DIAGOGE --; onde voleva che quelle si svolgessero con sedatissima maniera di ragionare, perché chi ha potenza non minaccia e chi ha ragione non ingiuria; variate tutt'al più da piacevoli motti, i quali diano a divedere gli animi de'ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e commossi. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe, face notare: Il giudizio è in termini troppo generali: e gli uomini gravi non hanno mai di risposta deguato se non le particolari e determinate opposizioni, che loro sono fatte. Ai medesimi, quando si appellavano alraffinato Oraz., Tra le altre, nella lettera a Galiani Autob., e il cui autografo è presso di me. buon gusto del secolo, il quale ha sbandito, ecc. ecc., risponde sdegnoso: Questa è invero una grande opposizione, perché opposizione non è; perché, ritirandosi gli avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire di codesto che tu dici non ho idea, da avversari divengono giudici. Alle autorità non intendeva appoggiarsi, ma neppure le disprezza; dovendo l'autorità farci considerati a investigare le cagioni che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi, indurre a questo o a quello opinare. E, accusato di avere commesso il medesimo peccato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli con agevolezza confutare, protesta dignitosamente: Io mi contento del mio poco sapere ingenuo, che essere comparato di mal costume ad un gran filosofo. Della sua equanimità può dare esempio lo splendido elogio che egli fa di Cartesio, contro il quale pure era rivolto tutto lo sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealtà è attestata dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso, dice, in un punto, ai critici del Giornale dei letterati, che la mia divisione è VIZIOSA. Né già questo, scrive nella Scienza, dee sembrare fasto a taluni che noi non contenti de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo le disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui; altri, che per avventura sono di cuor picciolo, s'empiono de'favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno ingrandito l'animo di correggere, sup 1 Si vedano pass, le Risposte, in Oraz., ecc.] plire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra. Vita scientifica proba, come di serio ricercatore del vero: vita sentimentale commossa e rapita, come di chi giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui la sua alta poesia, che è non già nei versi, ma nelle prose, e, segnatamente, nella Scienza. V. è poeta, scrive Tommaseo: dal fumo dà luce, dalle metafisiche astrazioni trae imagini vive: raccontando, ragiona e, ragionando, dipinge; e pelle cime de'pensieri non passeggia, ma vola; onde in un suo periodo sovente è più estro lirico che in odi assai. Certo, fossero anche tutte immaginazioni le sue dottrine, quella nascita che egli descrive della società, quella rappresentazione delle età primitive e delle lotte in cui si travagliano e assurgono, plenderebbe ognora, colle sue gigantesche figure, colle sue robuste passioni, col divino immanente in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e Sanctis vide infatti nella Scienza l'andamento di un poema, quasi di una nuova Divina commedia. E, come ALIGHIERI sublime, fu anche più di Dante severo; e se le labbra del ghibellin fuggiasco pur si mossero talvolta un poco a riso, V. leva veramente innanzi alla storia un volto che giammai non rise. Del resto, egli che ha avuto tante censure pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso della buona forma e della toscanità, non meno che sottile estimatore, al dire di Capasso, di vocaboli latini Scienza V. e il suo secolo, La storia civile nella letteraria, Torino, Loescher; un giudizio su V. scrittore. Più ampiamente ora, Nicolini, nella introd. alla sua ediz. della Scienza Autob., Opp., ed. Ferrari, Autob. Ma compone male i suoi libri, perché la sua mente non padroneggia tutta la materia filosofica e storica che accumula; scrive confusamente, perché con furore e come in preda a un dèmone: donde, le sproporzioni nelle varie parti dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende talora immagine di quella bottiglia di cui parla il poeta, piena d'acqua e capovolta di botto, nella quale l'umore, che vorrebbe uscire, tanto s'affretta e intrica pella via angusta, che a goccia a goccia fuori esce a fatica. A fatica o a fiotti, disordinatamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richiama un'altra, e questa un fatto, e il fatto un altro fatto; ed egli vuol dire tutto in una volta, e perciò le parentesi s’aprono nelle parentesd, con ritmo spesso vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri originali, cosi sono tutti contesti di frasi possenti, di parole scultorie, di espressioni commosse, d'immagini pittoresche. Egli scrive male, se cosi piace dire; ma di quello scriver male, del quale i grandi scrittori portano con sé il segreto. L'eroismo filosofico di V. non s’afferma soltanto nella lotta interiore con sé stesso pell'elaborazione della scienza, ma fu sottomesso ad altre e più dure prove. La posizione mentale, da lui raggiunta, avversa al presente e, sotto specie di reazione, vòlta all'avvenire, lo condanna necessariamente all'incomprensione. È codesta, senza dubbio, la sorte di tutti gli uomini di genio: incompresi intimamente, anche quando la fortuna sociale sembra secondarli ed essi sollevano entusiasmi e trovano in folla scolari e ripetitori. Il motto che, secondo la leggenda, Hegel pronunzia sul letto di morte, uno solo de'miei scolari m’ha inteso, e questi m’ha frainteso, esprime a meraviglia tale necessità storica: chi è perfettamente inteso nel suo tempo, muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la sproporzione tra il proprio pensiero e la incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come nel caso di V. Se altre cagioni d'infelicità non l'avessero tormentato, sarebbe bastata quest'una. Il desio di laude, che è poi negli animi non volgari desio di vedere compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ciò che a essi sembra vero e buono, rimase sempre per lui un van desio. Tanto pid l'incomprensione e l'indifferenza lo angosciano, in quanto, com'è facile supporre, aveva piena coscienza, dell'importanza delle proprie scoperte. Egli sa che il providete gli aveva affidato una missione altissima; sa di esser nato pella gloria della sua patria, e in conseguenza dell'Italia, perché quivi nato, e non in Marrocco, esso riusci letterato. Allorché mandò fuori la Scienza, gli pare come di avere dato fuoco a una mina, e ne aspetta da un momento all'altro lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene parlava; onde egli scrive a un amico, dopo qualche giorno: In questa città si io fo conto d’averla mandata al deserto; e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a'quali l'ho mandata, e, se per necessità egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto. Egli aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di trovare gli animi pronti e gl'intelletti aperti a ricevere e a fecondare i suoi pensieri, In Aulob., Lettera a Giacchi, in Anteo., nientemeno che tra i suoi contemporanei e conoscenti di Napoli: tra i frati occupati a comporre e mandare a memoria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimano sonettuzzi, tra gli avvocati che scrivevano allegazioni! Trovò, invece, moltissimi scettici e indifferenti, e non pochi irrisori. Già il libro sul Diritto universale, quando comparve, venne generalmente ripreso per oscuretto, come c'informa Metastasio; e fu poco letto e avventatamente censurato pelle stravaganze che la lettura disattenta e a salti fa trovarvi in ogni punto. Paoli, cui l'autore ne aveva donato copia, vi scrisse sopra un distico celiando sull'incomprensibilità dell'opera. Peggio fu pella Scienza: si sa che Capasso, che pure era dotto uomo e bene affetto verso V., provatosi a leggerla, credè di avere smarrito ogni scintilla d'intendimento, e, buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal medico Cirillo. Un erudito senese, nel riferire le impressioni d’una sua visita a V. e della lettura di qualche suo scritto, lo definì stravagante, privo di criterio e seccatore. Un nobile napoletano, interrogato a Venezia da Finetti circa quel che si pensa a Napoli di V., disse che, per un certo tempo costui era passato per uomo davvero dotto, ma che dipoi, pelle strane sue opinioni, aveva acquistato fama di squilibrato. E quando die fuori la Scienza? insiste Finetti. Oh, allora, rispose l'altro, era già diventato affatto pazzo! I maldicenti lo Latterà a Giacchi in Aniob., In Autob., Lettera di Bandiera ed. da Nicolini e ristamp. Critica In Autob.] colpivano perfino nella modesta professione da cui traeva il sostentamento, dicendolo buono ad insegnare dopo aver fatto tutto il corso de'loro studi, cioè quando erano stati da essi già resi appagati del lor sapere; o, più insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare, ma a dar buon indirizzo ad essi maestri; e, cioè, riconoscevano la sua superiorità soltanto per farsene un argomento da danneggiarlo nella già cosi stentata sua vita pratica. Né alla generale indifferenza e alla leggerezza o alla malignità dei critici potevano formare compenso gli amici e lodatori, che anche a V. non mancano. Come sarebbero potuti mancargli, se egli ne fa una trepida ed attenta cultura artificiale? Si veda, per es., in qual modo coltiva Giacchi. Lodava di costui le opere ammirabili, il divinissimo ingegno, la rara sublimità delle meravigliose e divine idee. Gli annunzia di aver dato a leggere ai letterati della città l'epistola elogiativa ricevuta da lui, e che tutti ne avevano ammirato il sublime torno del concepire, eppure egli proprio, rifaceva in latino d'oro le iscrizioni che Giacchi compone in un latino fratesco! Gli comunica, altra volta, che le lodi di un Giacchi avevano destato invidia ed erano state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spende per propiziarsi Gaeta, un vanitoso, tutto pieno del proprio merito, negli Elogi di Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza, e che non sa parlare se non di sé stesso, autore di un panegirico Autob. Furono pubblicate da CROCE in Napoli nobiliss., e di ììtftvo in Sscondo nappi, alla BUA. deh. di Benedetto XIII, pel quale, lodato e rilodato da V., non si sazia mai, e provoca, anzi chiede espressamente, nuove lodi. E V. a inaffiarlo pazientemente della linfa desiderata: la maravigliosa opera di V. S. I. ; il suo dire da signore; le digressioni demosteniche; l'eloquenza, che fu la favella filosofica, colla quale parlano gli antichi accademici, tra i latini Cicerone, e tra gl'italiani niun altro che V. S. I.! A Solla, che gli era stato scolaro e si era poi ritirato in provincia, insinua che la sua Scienza aspetta che egli fosse tra i pochissimi forniti d'alto intendimento, che volessero riceverla con mente sgombra di tutti i pregiudizi circa i principi dell'umanità. Erano artifizi ingenui, fanciullaggini pietose, colle quali procura di dare un'illusoria soddisfazione al suo bisogno di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi nervi eccitati. Ma anche a questo modo raccoglie frutti assai poveri. Nelle lettere di Giacchi, non è parola che provi che costui avesse intesa una sola delle dottrine di V. o che almeno le avesse considerate con serio interesse. Gaeta, dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere più ammirate che intese le opere di lui; e, certamente, non le aveva neppur lette, tutto occupato ad ammirare la propria prosa. Solla, nel quale V. sembra riporre tante speranze, giudica l'orazione pella morte di Cimini cosa superiore a tutte le altre opere dell'autore e alla stessa Scienza. Un simile incauto complimento rivolge a V. un altro ammiratore, pur caldo e affettuoso, Esteban. Lodi generiche o banali gli giungevano talvolta, ma più spesso per In Autob. darà vano, ostinati, la trascuranza e il silenzio, in ricambio di alcuno dei tanti esemplari delle proprie opere, che invia non solamente ai letterati di Napoli, ma a quelli di Roma, di Pisa, di Padova, anzi di Germania, di Olanda, d'Inghilterra: ne manda, perfino, a Newton. Egli ottenne, tutt'al più, di farsi considerare erudito tra centinaia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto uomo, insomma; ma niente altro. Senza dubbio, V. ebbe, tra i modesti, tra gl’oscuri, tra i giovani, schietti ammiratori. Di costoro era il poeta, poi oratore sacro, Angelis; i già ricordati Solla ed Esteban; Concina di Padova; e altri pochi. Ma, se il loro affetto era grande, la loro intelligenza era scarsa. Anche il Concilia confessa, in mezzo i1 fervore dei suoi entusiasmi, di non intendere troppo bene: I HAVE NO IDEA WHAT THIS MEANS – I HOPE YOU DO Oh quanti fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono per entro! Cosi avessi io talento da farne uso e da comprendere il fondo ed il mirabile artificio, che panni alquanto di ravvisare! Il miglior ufficio, che codesti amici potessero adempiere, era di lenire con parole buone, se non con intima corrispondenza di pensieri, l'animo esacerbato di V. Cosi fa Esteban, concludendo la lettera nella quale procura di rimediare a quel che gli era scappato dalla penna a proposito dell'orazione per Cimini, e ripete frasi che aveva dovuto cogliere sulla bocca del maestro: Vivete sicuro che il providente, per canali da V. S. non immaginati, farà sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali! LodoV., autore del distico, che si legge sotto il ritratto di V., ricevuta la Scienza Autob., In Autob., nuova, manda all'autore, con pratico senno, un po' di vino della cantina e un po'di pane del forno della casa della Nunziatella, con una graziosa letterina nella quale lo prega di accettare codeste cosucce, comeché semplici, quando né pure il bambino Gesù rifiuta le rozze offerte de'rustici pastorelli. E gli suggeriva di aggiungere nella simbolica dipintura che precede l'opera, accanto all'alfabeto, un piccolo nano in atteggiamento di chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto con significante dieresi il nome: Lodo-V.! Tra i tanti giovani della sua scuola, erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il maestro a spada tratta T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani. Se quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche parte delle dottrine di V., se ne sarebbero vedute le tracce nella letteratura e nella cultura della generazione che segui a V.; e, invece, non ne fu nulla o quasi. Appena qualche sentenza, qualche affermazione storica, qualche concetto isolato e superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia da Conti, a Padova da Concina, da Luzàn, il quale aveva dimorato a Napoli negli anni della pubblicazione della Scienza, e qualche cosa di più nella patria dell'autore, da Genovesi e particolarmente da Galiani. GÌ' invidi, i leggieri, i pettegoli, i calunniatori, gl'inintelligenti eccitavano in V. scoppi di collera violenta. Di questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che con maniera troppo risentita inveiva contro o gli errori d' ingegno o di dottrina o mal costume dei letterati suoi emuli, che dove con cristiana carità, e da vero fi i In Autob., losofo, o dissimulare o compatirgli. Ma, in fondo, quel peccato non gli spiace: al pari di Dante, vi trova qualche bellezza. L'orazione per Cimini contiene una specie d'inno alla collera, alla collera eroica, che negli animi generosi co' suoi bollori turbando e dall'imo confondendo ogni mal nata riflessione della mente, da cui nasce la razza vile della fraude, dell'inganno, della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e fidi, e si, interessandoli della verità, li arma forti campioni della ragione incontro ai torti ed alle offese. Benché nello scrivere si guardasse a tutto potere dal cadere in quella passione, la collera si sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in tutte quelle punte contro i dotti cattivi, che amano più l'erudizione che la verità, contro il comune degli uomini che è tutto memoria e fantasia, e via dicendo. Nella conversazione poi, era, a quel che sembra, mordacissimo. Quando, Romano pubblica un libro contro la tesi di V. relativa alle dodici tavole, V., racconta Romano medesimo, sebbene vi fosse stato trattato coi titoli di dottissimo e di celeberrimo e con ogni altra dimostrazione di reverenza, ci addenta in maniera che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi si trovò presente, vedendo egli di malissima voglia che un garzone come noi si fusse con lui cimentato. Ma agli scoppi di collera s’alternavano le ricadute nella più profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato che l'ingiusto odio altrui creò sovente, onde si era np i Opp-ì eJ. Ferrari, Autob., In Autob., partato dal consorzio umano a vivere solo con sé stesso. Da quel torpore si riscoteva, talvolta, per qualche istante: Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar là dov'era, di me, non per mia colpa, ho da dolermi. Eppure, fra tanti tormenti e contrarietà e delusioni, in mezzo a questa tristezza che veniva frequente a ricoprirlo dei suoi neri veli, V. provò una delle più alte felicità dell'uomo: quel vivere di meditazione scevra e pura di passione, che allora senza la compagnia tumultuosa e grave del corpo vive veramente l'uomo solo; quella vita di sicuro possesso, perché medesimata coll'anima, sempre presta e presente, che gli dimostra il suo essere fisso nell'Eterno che tutti i tempi misura, e spaziante nell'infinito che tutte le finite cose comprende; e si il colma di una eterna immensa gioia, non in certi luoghi invidiosamente né in certi tempi avaramente ristretta, ma che senza uggia di emulazione, senza tema di scemamento, per ciò unicamente in esso lui accrescere si potrebbe se ella fosse tuttavia a più e più umane HVMANIORES menti comunicata e diffusa. Della verità raggiunta non dubitò mai, pur continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema presentato nel libro del Diritto universale la sua mente, egli dice, riposa sodisfatta. Le fatiche, e gli stessi dolori che aveva cosi acerbamente sofferti, gli erano cari, perché attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte: In Autob., Opp., ed. Ferrari, Lettera a Giacchi in Autob., Benedico ben anni da me spesi nella meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversità della mia fortuna e le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han tentato delle nuove e gravi discoverte. Come poteva non benedire quelle fatiche e quei dolori e quelle avversità, se ogni qual volta si solleva dal tumulto passionale dell'uomo empirico e dalle lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostra la necessità ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di quanto aveva sofferto, e l'ima e l'altra necessità strette in modo tra loro da formarne una sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porge dunque la medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella dottrina che aveva per centro l'idea del providente immanente o, come si disse poi, della necessità storica. Sia pur sempre lodato il providente, che quando agl'infermi occhi mortali sembra lui tutto severa giustizia, allora più che mai è impiegato in una somma benignità! Perché da questa opera io mi sento aver vestito un nuovo uomo e provo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere che mi ha fatto tal'avversa fortuna; perché questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato e assistito a lavorare quest'opera. Anzi, non sarà per avventura egli vero, ma mi piace che fosse vero, quest'opera mi ha informato di un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba alcun timore della morte e sperimento l'animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente, mi ha fermato come sopra un'alta adamantina ròcca il giudizio Lettera a Corsini in Autob., di Dio, il quale fa giustizia alle opere d'ingegno colla stima dei saggi, degli uomini cioè di altissimo intendimento, di erudizione tutta propria, generosi e magnanimi, intenti a conferire opere immortali nel comune delle lettere, che sempre e da per tutto furono pochissimi. Il providente gli mostra, dunque, la necessità di tutto ciò che gli era accaduto e ancora gli accade nella vita, e, inculcandogli la rassegnazione, gli promette la Gloria. Cosi l'uomo collerico diventa perfino tollerante: di quella tolleranza, di quella indulgenza superiore che non è da confondere col volgare tollerantismo. L'Università, nella quale aveva sperato fare avanzamento e verso cui aveva rivolto il pensiero nel comporre le prime opere, non aveva voluto sapere di lui; ed egli si era tutto ritirato in sé stesso a meditare la Scienza. Dunque, dice con sorriso in cui si sente ancora alcunché d’amaro, questa mia opera io la debbo all'Università, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non volendomi occupato a trattar paragrafi, mi ha dato l'agio di meditarla: posso io avergliene più grado di questo? Un amico, il fiorentino Sostegni, in un sonetto a lui indirizzato, usciva in parole di biasimo contro la città di Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E V., nella risposta, giustifica con nobili parole la patria, dura con lui perché molto da lui aspettala e molto aveva voluto ottenerne: In Autob., Lettera a Giacchi in Autob..Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e vile; ma grave in viso ancor l'ode e rimira. Da questa condizione di spirito nasce l’Autobiografia, opera che è stata mal giudicata e del tutto fraintesa da Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e vi lamenta la mancanza di una spiegazione psicologica della vita di V. Come se V. medesimo non avesse professato che l'aveva scritta da filosofo! E che cosa significa scrivere da filosofo la vita d’un filosofo, se non intendere l'oggettiva necessità del suo pensiero e scorgerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo pensò, non apparivano del tutto chiari? V. medita nelle cagioni cosi naturali come morali, e nell'occasioni della fortuna; medita nelle sue ch'ebbe fin da fanciullo o inclinazioni o avversioni più ad altre spezie di studi che ad altre; medita nell'opportunitadi o nelle traversie onde fece o ritardò i suoi progressi; medita, finalmente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti, i quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali lavora l'ultima sua opera della Scienza, la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua vita letteraria. L' Autobiografia di V. è, insomma, l'applicazione della Scienza alla biografìa dell'autore, alla storia della propria vita individuale – H. P. Grice, Prejudices and predilections; which become, The life and opinions of H P. Grice; e il metodo ne è, quanto originale, altrettanto giusto e vero. Che poi V. riuscisse solo in parte nel suo assunto, e, cioè, non potesse fare la critica e la storia di sé stesso come sono in In Autob., Nell'introd. Opere. Autob., grado di farla i critici e gli storici odierni, e altrimenti saranno quelli futuri, è troppo ovvio perché vi si debba insistere. L'Autobiografia termina anch'essa con una benedizione alle avversità, un riconoscimento del providente e una certezza di fama e di gloria. Negli ultimi anni di sua vita V., aggravato dalla vecchiaia, dalle domestiche cure e dalle malattie, rinunzia affatto agli studi. Da la tremante man cade il mio stile e de'pensier s'è chiuso il mio tesauro, esclama in due versi, pieni di lacrime, di un sonetto. Prepara allora, per una possibile ristampa, le aggiunte e correzioni alla Scienza, e le incorporò nel definitivo manoscritto dell'opera; pensò per un momento di mettere a stampa l'operetta De cequilibrio corporis animantìs, composta molti anni prima e che andò poi smarrita; adempiè ancora a qualche obbligo di uffizio, come, all'orazione pelle nozze di re Carlo Borbone. Il figliuolo cominciat a sostituirlo nella scuola, e riceve definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritira. Vive V. tra i suoi, come un soldato exacta militici, nel ricordo delle battaglie combattute, nella coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva, Autob., In Autob., sonetto pellle nozze di Sangro Autob., ed. cit., Sec. tuppL, In Aidob.y ogni giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da lui più amati e studiati un tempo. E, in questo suo tramonto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento dei tormenti: quello che straziò negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di lui più fortunato, Kant, ansioso di dare séguito e compimento al suo sistema filosofico e consumantesi in una sterile lotta coi pensieri che gli sfuggivano e le parole che non più gli obbedivano. V. aveva detto tutto ciò che doveva dire, e conobbe da sé stesso, quale grande storico di sé stesso, il momento in cui il providente aveva terminato in lui l'opera sua, chiudeva il tesoro dei pensieri che gli aveva cosi largamente aperto per tanti anni e gli comanda di deporre la penna. La narrazione delle vicende alle quali anda soggetta la fama di V. non dev'essere sostituita o frammischiata all'esposizione e giudizio del pensiero di V., perdendo di vista la storia della filosofia propriamente detta o turbandola colla storia della cultura. Ma anche quando poi si passi a questa seconda storia, bisogna guardarsi da un altro genere di errore: dalla pretesa di giungere a determinare, mercé quella narrazione, se l'opera di V. fosse o no culturalmente utile, e quanti gradi di utilità le si debbano riconoscere. Siffatta indagine è priva di significato e la corrispondente misurazione impossibile et eseguire; perché, se ben si consideri, un unico discepolo può valere le decine e le centinaia, un effetto solo prodottosi dopo secoli compensare un'efficacia ritardata per secoli, un oblio immeritato riuscire altrettanto memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una mede Restringo in breve i principali risultati delle ricerche da CROCE fatte sull'argomento ed esposte nella Bibliografia di V. e nei annessi Supplementi, ai quali lavori rimando per maggiori particolari e pella documentazione delle cose che qui si affermano. sima verità, scoperta due volte in modo indipendente, da questa stessa duplicazione e apparente superfluità ricevere come il crisma della sua ineluttabile necessità. L'opera di V., si è concluso di solito, fu del tutto inutile, perché apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta o giunta a notizia quando non poteva insegnare più nulla. E, col dire ciò, si è blasfemato contro la storia, la quale non ammette nulla d'inutile ed e sempre, in ogni sua parte, opera, avrebbe detto V., del providente, alle cui ampie utilità non è lecito applicare piccole misure umane, corte di una spanna. Ebbe V. rinomanza, lettori, intenditori e seguaci? Si è risposto, con pari risolutezza, no e si; e, a provare la risposta affermativa, si sono andati raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del nome e delle dottrine di V. si trovano sparsi negli scritti dei filosofi, accumulando sospetti e indizi su tracce inconfessate delle sue idee, che si scorgerebbero in libri. Ma un pensatore come V. non si può dire propriamente conosciuto se non quando di lui sia stato còlto il pensiero fondamentale e risentito lo spirito animatore. Ora la maggior parte dei fatti arrecati a documento dell'efficacia dell'opera sua concernono dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono accettate o contestate né più né meno di quelle di qualsiasi altro critico ed erudito o dicitore di paradossi del tempo suo. Tale è il caso, in primo luogo, della teoria circa l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella polemica che s’agita fraTanucci e Grandi, oppugnata da Romano, accolta nella Gallia da Bonamy e rammentata da Terrasson; delle interpretazioni storiche circa i primi tempi di Roma, ricordate da Chaslellux, seguite e svolte da Duni e, attraverso costui, sfruttate da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini dell'umanità, adoperate e alterate da Boulanger nella Gallia e da Pagano in Italia; dei concetti storici e politici, e di quelli sulla poesia e sulla lingua del LAZIO che si trovano presso Galiani, Pagano, Cesarotti e qualche altro. Questione pili sostanziale era quella del metodo di studiare e giudicare le istituzioni politiche e le leggi; pella qual parte Montesquieu fu messo a paragone con V. e accusato di essersi valso largamente della Scienza senza citarla. È ormai accertato che Conti in Venezia consiglia al futuro autore dell'Esprit des lois, come risulta dai diari di quest'ultimo, di comprare a Napoli il libro di V.: consiglio che fu certamente messo in atto quando Montesquieu si reca a Napoli, perché un esemplare della Scienza si serba ancora nella biblioteca del castello de la Bròde. Ma ingegno troppo diverso rispetto al V., e troppo meno profondo, era quello dello scrittore gallo, da trarre vitale nutrimento da un'opera come la Scienza; e i vestigi d' imitazione, che si è creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono assai contestabili e, in ogni caso, di scarsa importanza. Deve dirsi, per altro, che il merito generalmente attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'elemento storico nel diritto positivo, prendendo per tal modo a considerare in guisa veramente filosofica, come poi scrisse Hegel, la legislazione, quale momento dipendente di una totalità in rapporto a tutte le altre determinazioni che formano il carattere di un popolo o di un'epoca; questo inerito, in ordine cosi di tempo come di eccellenza, spetta invece a V. Come Montesquieu pella scienza della legislazione, cosi Wolf pella questione omerica, fu sospettato di essersi giovato tacitamente delle speculazioni di V. Ma Wolf, quando die fuori i Prolegomena ad Homerum, ignora, almeno direttamente, la Scienza, che non conobbe se non di nome e poi di fatto pel dono che di quel libro gli fece Cesarotti. È da notare per altro che i concetti di V. circa il carattere barbarico e la mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano, forse per opera di Galiani, divulgati dalla Gazette Uttéraire de l'Europe del Suard e d’Arnaud; e, meglio ancora, che la Scienza era conosciuta e adoperata dal filologo e archeologo Zoega, il quale la cita in un suo saggio su Omero; e che con Zoega teneva carteggio Heyne, il quale accusò poi Wolf di avere attinto alle sue lezioni pella teoria presentata nei Prolegomena – cf GRICE CAJOLED -- IN THE NEW WORLD -- e, in verità, sin d’anti, manifesta l'idea di una genesi graduale dei poemi omerici; e, infine, che quelle teorie già si profilavano in Wood e in alcune memorie di Merian. I concetti di V. con o senza il nome del loro autore – SIDONIO, IMPLICATURA -- erano dunque penetrati in qualche misura nell'ambiente filologico; e Wolf ne ebbe indubbiamente un certo sentore indiretto. E, in ogni caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da tutti coloro che hanno studiato la questione: che la teoria omerica, cosi come si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma vichiana, GRICEIANA perché tale è veramente in quasi tutti i suoi tratti fondamentali. Del resto, Wolf, filologo di gran lunga superiore a V. ma anch'esso pensatore assai minore – KRETZMANN ON GRICE --, non era in grado d'intendere le motivazioni ideali che avevano condotto il suo predecessore a quella dottrina intorno a Omero; com'è chiaro dall'articolo, alquanto superficiale, che vi scrisse intorno. Certamente a Napoli fu in molti una confusa coscienza della grandezza dell'opera di V.; ma in che propriamente questa grandezza consistesse non si sa determinare, perché facevano ancora difetto l'esperienza e la preparazione adeguate. E fuori d'Italia, e in Germania in particolare – i tedeschi amano gl’italiani --, dove questa preparazione c'era, o almeno ce n'era assai di più, l'opera di V. rimane generalmente sconosciuta, in parte per il discredito di NAPOLI in cui erano caduti i libri italiani, in parte pelle difficoltà che lo stile di V. offre agli stranieri. Quando la Scienza capitò tra le mani di uomini atti a comprenderla, sembra come se il caso si divertisse a impedirne loro la seria lettura e l'intelligenza. Hamann si procurò la Scienza da Firenze, in un tempo in cui si occupava di economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si trattassero tali materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette, si avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche, eseguite per giunta con scarsa acribia. Goethe l'ebbe a Napoli, con grandi raccomandazioni, da Filangieri e la porta seco in Germania e la presta a Jacobi; ma solo per una felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza o per un chiaro intuito, avvicinò il nome di V. a quello di Hamann. Herder, che anch'esso conobbe l'opera di V. non forse mercé l'accenno fattogliene da Hamann nel loro carteggio, ma piuttosto nel suo viaggio d'Italia, ne discorse in termini affatto generici e senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che a V. lo stringevano, in ispecie nelle dottrine sulla lingua del LAZIO e sulla poesia. I soli che veramente penetrassero la tendenza fondamentale di V. e, pur senza volerlo, ne riconoscessero la genuina grandezza, furono, a nuova conferma della salda contestura spirituale del cattolicesimo, gli avversari cattolici, che egli, allora, ebbe in buon numero: Romano, Lami, Rogadei, e sopra tutti, Finetti. Videro costoro che V., nonostante i suoi fermi propositi di ortodossia religiosa, coltiva un' idea del providente affatto difforme da quella della teologia cristiana, e di Dio fa continua menzione a parole, ma non lo lascia poi operare effettivamente, come Dio personale, nella storia; che distacca con taglio cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina affatto naturale e umana delle origini della civiltà, mercé lo stato ferino, e di quelle della religione, mercé il timore, il pudore e l'universale fantastico, laddove la dottrina tradizionale cattolica ammette una certa comunicazione tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civiltà pagana riconosce il lievito operante di una qualche notizia,sia pur vaga, della primitiva verità rivelata; che, pure protestando di accogliere e rafforzare l'autorità della Bibbia, egli la mina e scrolla in molti punti; che la sua critica alla tradizione storica profana, condotta con spirito superbo di ribellione al passato, poteva aprire l'adito a dannosissimi abusi, perché istiga ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece poi Boulanger. Un'invettiva, insomma, nella quale erano già accuratamente indicate tutte le parti che dovevano dipoi entrare a comporre il grandioso elogio che s’avrebbe indirizzato a V.. Nacque per tal modo tra gli uomini di chiesa una certa diffidenza verso questo autore; di che, tra l'altro, fu effetto più tardi, al tempo della restaurazione, la polemica anti-V. di Colangelo, preceduta da un giudizio di Giustiniani, che dice la Scienza: un libro il quale da luogo a segnare un'epoca molto infelice in Europa. La critica dei cattolici contro V. porse materia a un libro assai istruttivo di Labanca: più oltre in questo volume. Quasi a contrasto, tra i filosofi che in Napoli coltivano con ardore gli studi sociali e politici e s’accingevano all'opera attiva della imminente rivoluzione, V. comincia a essere considerato come filosofo anticlericale e anticattolico, e sorse la leggenda che V. avesse di proposito e per accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla censura ecclesiastica. Quei filosofi presero a leggere e a vantare la Scienza; disegnarono di ristamparla, perché era divenuta rara, colle altre opere dell'autore e cogli scritti inediti; prepararono lavori espositivi e critici sul sistema filosofico e storico di V.; taluno, come Pagano, si prova a rielaborarlo mescolandolo colle idee del sensismo gallo, e tal altro, come Filangieri, benché molto lo ammirasse, non ne fu distolto dai sogni del più roseo riformismo; il tedesco Gerning, che capita a Napoli, nota questo fervore di studi intorno a V. e augura una traduzione o almeno un estratto tedesco della Scienza. E quando la caduta della repubblica napoletana spinse quei filosofi, quelli, tra essi, che scamparono dalle stragi e dai patiboli della reazione borbonica, agli esili nell'Italia superiore e specialmente in Lombardia, la fama di V. ebbe i suoi primi ardenti apostoli e missionari. Cuoco, Lomonaco, Salii e altri patrioti meridionali fecero conoscere la Scienza a Monti, che ne toccò nella sua prolusione universitaria di Pavia; a Foscolo, che ne accolse parecchi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica; a Manzoni, che dove poi istituire nel Discorso sulla storia lombarda un celebre raffronto tra V. e Muratori; e ad altri minori. Cuoco informò intorno a V. Degérando, che allora lavor alla sua Histoire comparée des sgstèmes philosophiques; un altro esule, Angelis, mette la Scienza tra le mani di Michelet; Salti discorre di V. negli articoli della Revue encyclopèdique e in volumi ed opuscoli scritti in francese. Anche per suggerimento di quei napoletani, fu a Milano ristampata la Scienza; e altre edizioni e raccolte di opere minori vicinane non tardarono a comparire. Per tali vicende, V., da reputazione quasi esclusivamente municipale e napoletana, pervenne a reputazione nazionale e italiana. Senonché, conforme alle loro personali disposizioni e alle tendenze del tempo, il primo e principale ammaestramento che i patrioti studiosi di V. trassero dal suo pensiero, fu POLITICO o di filosofia politica; e cioè, la critica di quel giacobinismo e di quel filo-gallismo che avevano fatto cosi cattiva prova negli avvenimenti a Napoli. Il pensiero di V. li guida a concetti più concreti, e generò un'opera di capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Cuoco. Similmente, Ballanche, nei suoi Essais de palingénesie sociale, scrive che V., se fosse stato noto nell Gallia piu temprano avrebbe esercitato un'azione moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali che seguirono. Un altro particolare aspetto di V., la riforma ch'egli inizia della metodologia storica e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito e lumeggiato da Iannelli nel libro: Sulla natura e necessità della scienza delle cosa e delle storie umane. Foscolo principalmente, e coloro che da lui presero ispirazione, fecero penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni di V. sulla interpetrazione storica della poesia. Invece, in Germania, Jacobi, che aveva letto il De 1 quali V. trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis animantis, che molti anni dipoi pensa di pubblicare e che è andato perduto; onde di quelle, come delle sue speculazioni di fisica, che dovevano costituire il Liber physicus, non si sa altro se non ciò che egli stesso dice nell'autobiografia. Tralasciando gli scritti rettorici e per commissione, dei quali il più esteso è il De rebus gestis Antonii Campitevi, Napoli, Mosca, i nuovi frutti del suo pensiero, che si andò concentrando sui problemi morali e storici, prima accennati in una prolusione della quale il sommario è nell'autobiografia, furono condensati da V., in italiano, in un programma a stampa di quattro pagine fitte a due colonne, noto sotto il nome di Sinopsi del diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno principio et fine uno liber units, Napoli, Mosca, compiuta l'anno dopo dal Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta dalle Kotce in dioos libros, ecc., che rappresentano un ulteriore avanzamento; la quale opera si suole designare nel suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore, col nome di Diritto universale. Questo libro, secondo Cantoni rappresenta il culmine dell'attività scientifica di V.: giudizio non meno inaccettabile del precedente. L'autore (Opp.) rifiutò il diritto universale, perché gli pare che vi perdurassero il pregiudizio e la pretesa di scendere dalla mente di Platone e degli altri filosofi a quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe errato in alquante materie ma lo disse anche a ragione, abbozzo della Scienza, qual è veramente. Le idee sulla poesia vi sono ancora perplesse, Omero non vi è ancora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero poi, per l'origine delle XII tavole s’affaccia un'ipotesi ibrida, la teoria del ri-corso vi è appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale eterna come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature. L'opera è rifusa nelle posteriori, salvo ciò che riguarda la generale filosofia etica e giuridica, che non è molto originale, e salvo alcuni svolgimenti storici che nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno. È andato perduto il manoscritto di un'opera italiana, divisa in due libri, in cui V. espone le sue dottrine per via negativa, ossia con metodo prevalentemente polemico. In modo positivo, invece, e in forma concisa, le espose nei Principi di una Scienza intorno alla comune natura delle nazioni, pella quale sì ritrovano i principi di altro sistema del diritto naturale delle genti, Napoli, Mosca, che sono coKOsciuti colla denominazione, anche questa proveniente dall'autore medesimo, di scienza. Nello stesso anno in cui pubblicò la scienza V. narra la storia dei suoi studi: Vita di V. scritta da sé medesimo, che fu inserita nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici di Calogerà, Venezia, Zani. Dei minori scritti di questo periodo sono notevoli altresì le due orazioni in morte della contessa di Althann e della marchesana della Petrella Angiola Cimini; il volumetto Vici vindicice, Napoli, Mosca, contenente una difesa di carattere personale, con un'importante digressione teorica sul riso, contro una maligna noterella inserita negli Acta lipsiensia intorno alla Scienza; e alcune lettere bellissime a Giacchi, a Angioli, a Esperti, a Vitry e a Solla, sul contrasto tra la sua opera e le condizioni degli studi a quel tempo. Alla scienza V. pensò di aggiungere una lunga serie di Annotazioni, effettivamente poi scritte ma andate disperse, in una ristampa che se ne prepara a Venezia. Ma poiché questa non ebbe più effetto e, d'altro canto, quel libro non lo soddisfaceva se non proprio pelle materie, egli dice, pell'ordine tenuto, Opp., si risolse a dare un'esposizione affatto nuova delle sue dottrine nei libri de' principi di una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, in questa impressione con più propia maniera condotti e di molto accresciuti, Napoli, Mosca, che formano la scienza. Quantunque Cantoni consideri quest'opera come una variazione del pensiero di V., essa è invece il risultato necessario e la forma perfetta a cui mettono capo i tentativi precedenti; ed è il libro che, insieme col De antiquissima e coll'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale pella conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima scienza nuova si può spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato; ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine della scienza in un modo meno profondo e meno sicuro, e, certamente, meno vichiano. Il confronto particolare tra queste tre opere fu eseguito con diligenza nei sommarietti apposti da Ferrari alle sue edizioni della scienza; e moltissimi altri riscontri e più particolareggiati possono vedersi ora nella edizione della Scienza, curata da Nicolini. Anche alla redazione V., senza quasi più mutarne l'ordine e la sostanza, andò facendo molte variazioni e aggiunte, che poi incorporò per gran parte nel testo in un manoscritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione dei Principi di una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, uscita dopo la morte di V.—GRICE STUDIES IN THE WAY, Napoli, nella stamperia muziana. Sono serbati nella Biblioteca di Napoli gli autografi cosi di questo manoscritto come di altri anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali trassero alcuni brani rimasti inediti Giordano, Napoli, e Giudice, Napoli, e ora tutti i brani inediti e le varianti ha estratto Nicolini pella sua edizione. Dopo la scienza, V. scrisse pochissime cose notevoli, tra esse, l'orazione De mente heroica, Napoli, l'aggiunta all'autobiografia e alcuni sonetti, nei quali, sebbene composti, come quasi tutti i suoi versi, per occasione e commissione, risuona, qua e là, una nota personale. Degli scritti minori di V. si fecero raccolte, una delle sole Latince orationes, a cura di Daniele, Napoli, e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini, a cura del marchese di Villarosa, Napoli. Villarosa ebbe tutto ciò che avanza delle carte di V. dal figliuolo di costui, Gennaro; e i preziosi autografi si serbano ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e incenzo, de Rosa di Villarosa. Delle Opere complete la prima, e si può dire unica edizione perché riprodotta in tutte le altre, è quella di Ferrari, Milano, Classici italiani, ristampata con qualche miglionnento. Le Opere a cura di Corcia, Napoli, tipografia della Sibilla, sono, invece, una scelta; e le Opere a cura di Preclari, Milano, Bravetta, si arrestano al primo e disordinato volume. Incompleta e disordinata è anche l'edizione di Napoli, Iovene, che segue l'edizione di Ferrari, ma pur contiene qualche bazzecola inedita. Materialmente condotta sulla ferrariana, e poco corretta, è l'edizione napoletana delle Opere presso la tipografia dei Classici italiani, e Morano; la quale, per altro, e la più completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie e le Orazioni latine edite da Galasso, che vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari); vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima e del Diritto universale, a cura di Pomodoro. Scritti inediti o sparsi di V., non compresi in nessuna di tali edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografìa vichiana e supplementi, e ricerche e in un opuscolo di Donati: si veda più oltre. Una edizione critica della scienza è stata pubblicata nella Collana dei classici della filosofia moderna diretta da Croce e Gentile, Bari, Laterza. È dovuta a Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito l'edizione Ferrari, che contene solo i brani soppressi, di tutti i brani delle redazioni intermedie fino al testo; ha, inoltre, riscontrato le citazioni vichiane e recato in nota i luoghi degli autori classici e moderni ai quali si riferiva V.; additati i molti errori d'erudizione, procurando sempre che fosse possibile di mostrarne la genesi; schiariti i punti oscuri col riferimento alle altre opere di V.; e, finalmente, riforma, secondo un desiderio più volte espresso anche da autorevoli letterati come Tommaseo, l'ortografia e la punteggiatura. Dell'edizione ferrariana sono riprodotti in questa di Nicolini, ma alquanto ritoccati, gli utili sommarietti. In un'ampia introduzione si studia V. scrittore e si da notizia delle sue cessive redazioni e rimanipolazioni della Scienza, escursi mostrano come V. giunse via via alla sua teoria omerica e all'altra analoga sulla Legge delle XII Tavole; e le ricerche sono agevolate da un minuto indice analitico. Lo stesso Nicolini, con Croce e con Gentile, attende a una edizione delle Opere complete, che fa parte della raccolta degli Scrittori a Italia del Laterza e il cui disegno e indice particolareggiato si può leggere nel Croce, Supplemento alla Bibliografia vichiqna. Di questa edizione sono stati pubblicati Le orazioni inaugurali, il De italorum sapientia e le polemiche, a cura di Gentile e di Nicolini, e L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di Croce. Le opere latine di V. sono state più volte tradotte in italiano: il De antiquissima da un anonimo, che forse fu Monti, e poi da Sarchi; il primo libro del Diritto universale da Corcia, d’Amante, da Giani e da Sarchi, e tutti i due libri, nonché il De ratione e il De antiquissima, da Pomodoro. La scienza fu tradotta in gallo, ma molto abbreviata, da Michelet, col titolo Principes de la philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, e più volte ristampata, e di nuovo, completa, da un anonimo che si designa come l'auteur de l'Essai sur la formation du dogme catkolique e che fu la principessa di Belgioioso Cristina Trivulzi, Paris, Renouard. Completa anche, e fornita di ottime note, è la traduzione tedesca di Weber, Leipzig, Brockhaus, che suggerimenti e aiuti ebbe da Orelli. In britannico, si ha solo la versione del libro su Omero, condotta sulla francese di Michelet e inserita nell'opera di Coleridge, Introduction to the study of the greek classic poets, London, Murray. Michelet traduce alcune delle operette minori di V., che si accompagnano alla Scienza nell'edizione CEuvres choisies de V., Paris, Hachette, e in ristampe. Del primo libro del Diritto universale si ha un compendio in tedesco di Miiller, primo volumetto di una serie non proseguita di Kleine Schriften di V., Neubrandeburg, Brùnslow. A supplemento dell'autobiografia, Villarosa raccolse le notizie degli ultimi anni della vita di V., e le mise come continuazione di quello scritto nella sua edizione degli Opuscoli. Questo supplemento, e tutto ciò che di poi è venuto fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno a V., si trovano raccolti nella edizione delle opere di V., intitolato: L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di Croce, Bari, Laterza. Posteriormente, alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, e Nuove curiosità storiche, Napoli, Ricciardi, e nel volumetto di Donati. Le tre sole monografie intorno a V., che possano ancora essere lette con frutto, quella di Ferrari, pur cosi benemerito editore, La mente di V., è degna di essere pietosamente dimenticata, sono: Croce, La filosofìa di V. Cantoni, V., studi critici e comparativi, Torino, Civelli. Per alcune riserve Faggi, Rivista filosofica italiana, e Gentile, Critica, Werner, V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumùller, Zeitschrift far Philosophie und philos. Kritik, Flint, V. Edinburgh a. Londo. Traduzione italiana di Finocchietti, Firenze. Dei lavori hi'cvi di carattere generale hanno singolare pregio Spaventa, V., Prolusione e introduzione alle lezioni di filosofia, Napoli, Vitale: opera ristampata col titolo: La filosofia italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, a cura di Gentile, Bari, Laterza; Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, Morano; molte ristampe, Fiorentino, Lettere sopra la Scienza, Firenze; ristampate in Scritti vari, Napoli, Morano, Cauer, V. und seine Stellung zur modernen Wissenscìiaft nel Deutsclies Museum, diretto da Prutz e Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs. Pella trattazione più o meno larga di parti speciali sono da tenere presenti Wolf, V. iiber den Homer nel Museum der Alterthumsicissenschaft, Berlino, Orelli, V. und Nìebuhr nello Scìnceizerisches Museum di Aarau, Iannelli, Sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie umane, Napoli, Porcelli, e Milano, Fontana, Amari, Critica di una scienza della legislazione comparata, Genova, Istituto dei sordomuti. Intorno a questo libro Werner, E. A. in seinem Verhàltniss zu V., Wien; dai Sitzung sberi elite der phil.-histor. Classe della Accademia imperiale di Vienna, Acri, Teoria di V. intorno alle idee o paradimmi, Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao; e con modificazioni nel volume: Vidcbimus in aenigmate, Bologna, Mareggiani, Cenni, esposizione della metafisica di V., del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perché il titolo suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del traforo del Gottardo, Firenze, Cellini, Bouvy, De V. Cartesii adversario, Paris, Hachette, Bouvy, La critique dantesque: Dante et V., Paris, Leroux, Sorel, Etude sur V. nel Devenir social, Parigi; e si veda, altresì, dello stesso autore: Le système historique de Renan Paris, Jacques, Labanca, V. e i suoi critici cattolici, Napoli, Pierro, Rossi, V. nei tempi di V. Rivista filosofica italiana, Maugain, Etude sur revolution intellectuelle de l'Italie, Paris, Hachette, Finsler, Homer in der Neuzeit von Dante bis Goethe, Leipzig, Teubner, Gentile, Studi vichianì, Messina, Principato. Contiene, tra l'altro, un'importante monografia su Lo svolgimento della filosofia di V., Nicolini, Galloni e V., Giorn. stor. d. leti. Hai., Divagazioni omeriche, Firenze, Ariani, Gemmingen, V., Hamann und Herder, Inaugural dissertation, Bona-Leipzig, Noske, Scrocca, V. nella critica di Croce, Napoli, Giannini, dal punto di vista cattolico. Donati, Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi, note pella storia del pensiero di V., Bologna, Zanichelli. Circa i lavori di CROCE precedenti su V., s’avverta che la materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana, Croce, Estetica, Bari, Laterza, è rielaborata; lo critto sull'Etica di V., Critica, è rifuso; e cosi quello sui Lineamenti di storia, letteraria in V.; gli altri scritti sparsi hanno, in genere, interesse solamente erudito, filologico o polemico. Posteriormente alla prima ed. di questo libro, Croce pubblica Le fonti della gnoseologia vichiana, Atti d. Acc. Pontan.; ristamp. nel voi. Saggio sullo Hegel e altri scritti di storia della filosofia, Bari, La dottrina del riso e dell'ironia in V., ristamp., e la critica omerica, ristamp., Bianchini e V., ristamp. in Conversazioni critiche, Bari, V. e Ferrari. Dell'influsso di V. sugli studi italiani CROCE tratta ampiamente nella Storia della storiografia italiana, Bari. Sulla posizione di V. nella storia della critica dantesca, v. La poesia di Dante, Bari. Del resto, tutta la letteratura vichiana, con estratti dei libri, opuscoli e articoli più rari e con documenti inediti, come tutte le più minute notizie sulle edizioni degli scritti di V., si trovano raccolte nelle tre memorie, alle quali più volte si è fatto riferimento: Croce, Bibliografìa vichiana contenente il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle opere di V., quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno a V, lettere inedite di V. e a V., documenti e altri scritti inediti o rari, e varie appendici illustrative, Napoli; estratto dagli Atti dell'Accademia pontanianal di Napoli; Supplemento alla Bibliografia vichiana, estr. dagli Atti cit., e Secondo supplemento, estr. dagli Atti cit., riunite anche tutte e tre in un sol volume col titolo: Bibliografia viciliana, raccolta di tre memorie presentate all'Accademia pontaniana di Napoli, con appendice di Nicolini,Bari, Laterza. Continuazione di queste memorie sono le Nuove ricerche sulla vita e le opere di V. e sul vìchismo, Critica. Si veda anche Pella biografia di V., ora in Nuove curiosità storiche, Napoli, Ricciardi.OPERE COMPLETE DI GENTILE A CURA DELLA FONDAZIONE GENTILE PER GLI STUDI FILOSOFICI GENTILE OPERE, GENTILE STUDI VICHIANI, edizione riveduta e accresciuta, cur. BELLEZZA, SANSONI, FIRENZE  Stampato in Italia. All’amico NICOLINI  delle opere di V. editore e illustratore diligentissimo e intelligente. GENTILE aaccolge in questo volume, rivedendoli e introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte consigliatemi da studi posteriori da GENTILE ed altrui, alcuni saggi concernenti la storia  del pensiero di V., la sua biografia e la  sua fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia di V. inaugura, li pare a GENTILE, un nuovo genere di ricerche, che da GENTILE sono state appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno  all'origine e al significato proprio delle idee di V. V. è stato studiato pell’innanzi in relazione col suo tempo e colla filosofia dell crisi e post-crisi, ala quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura di certo non rimase estraneo, e in essa pertanto bisogna pure che dallo storico sia collocato. V. è anche e sopra tutto un autodidatta, che molto studia, a suo modo,di antichi pensatori e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse taluni de’suoi concetti fondamentali, che elabora bensì e trasforma profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’ impronta originaria. E questa impronta GENTILE si è studiato di rimettere alla luce. Palermo.  fr. ca De di etnei L’edizione contiene di più e di meno di quella previa. È un'aggiunta il sagio che forma un capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul CUOCO, con relativa appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume  dedicato a CUOCO, pubblicato dalla Nuova Italia, Venezia. Ma gli altri saggi che sono nella prima edizione qui sono tutti conservati, con correzioni e molte aggiunte rese necessarie da  nuovi studi, specialmente di NICOLINI. Al quale vedrà il  lettore quanto gli studi di GENTILE devono di nuove notizie ed osservazioni sulla biografia e sulla cronologia vichiana.  Roma. Degli scritti raccolti in Studi su V., Il pensiero  italiano nel secolo di V. consta di due recensioni pubblicate nella Critica del CRCE.La prima  fase della filosofia di V. è la prima volta dato in luce nel vol. di Studi pubblicati in onore di Torraca, Napoli.  La seconda e la terza fase usce dapprima in francese col  titolo La philosophie di V. nella rivista France-Italie,  e in tedesco col titolo V.s Stellung in der Gesch. der europàischen Philosophie, Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di Berlino. Dal concetto della grazia a quello della provvidenza è pubblicato la prima volta nella prima edizione di questi Studi  vichiani. Le varie redazioni della  Scienza nel Giorn. Stor. d. letter. ital.; e sul Figlio di V. nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane, Napoli, Pierro. Roma. L’edizione è accresciuta d’una Appendice, in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. V. nel ciclo delle celebrazioni campane, è tenuto nell’aula  magna della R. Università di Napoli nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confederazione dei professionisti e degli artisti, ed è pubblicato in  Celebrazioni campane, Urbino, nella  Tiv. Leonardo e a parte nella Biblioteca del Leonardo, Firenze. V. nel secondo centenario della morte è tenuto all'Accademia d’Italia, in Firenze, è pubblicato nella Nuova Antologia. La relazione su Cartesio e V. È discussa alla Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, e quindi pubblicata  negli Atti di quella Accademia. Roma. IE AS SERIO A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67 RS IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO di V. CI ie LL SEO Leopoldo de’ Medici fonda l'Accademia del  Cimento. Per la prima volta, dopo la condanna di Galileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo scopo  di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripigliare, contro i ciechi amici della tradizione, la lotta  rimasta interrotta nel 1633, quando il maestro era stato  condannato e aveva dovuto ritrattare la dottrina dei  Massimi sistemi. L’esempio degli accademici  toscani è imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68  è fondato a Roma il primo Giornale de’ letterati, organo  de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono in voga in  Italia Lucrezio e Gassendi.   D'altra parte, verso la metà del secolo seguente, Galileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i suoi resti  sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; sl fa  una pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato:  Il metodo sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si  diffonde per tutta la Penisola, che vi resterà fedele per  Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il ’50 si spengono gli scrittori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel secolo:  Fagiuoli, V., Giannone, Conti, Muratori e Zeno. Un valente studioso francese, il Mougain, ha voluto  studiare 1 lo svolgimento intellettuale italiano durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie  de 1657 à 1750 environ, Paris, Hachette. Ted. ALZI -—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o.    Tr da (0...] questo periodo di fermento e di preparazione, in cui,  tolto V., solitario, e dal Maugain, a dir vero, non abbastanza staccato dallo sfondo del suo quadro, benché  non possa non rilevarne l’opposizione alle idee correnti  del tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !.  Essa lavora unicamente a riformare la propria cultura,  liberandola dal peso schiacciante della tradizione e procurando di partecipare alla vita europea. Poiché il centro  di questa vita, rimasto fin allora tra noi, s'era già trasferito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi.  I nomi più insigni che eccellono in questo secolo, più  che alla storia letteraria o alla storia della scienza, appartengono alla storia della cultura, nel senso che danno i  tedeschi a questa espressione; giacché, tolto sempre V.,  non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono,  oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla  scienza, anche se preparino un nuovo sapere, come chi,  agendo appunto sullo spirito del suo tempo, promuove  le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale dello  spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive  appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo,  definendo filosoficamente i nuovi concetti della scienza  naturale e della natura: che furono per lui una nuova  filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di vita religiosa, di vita  artistica, di vita filosofica dello spirito, in cui ogni istante  è una posizione nuova e una creazione, in cui insomma  lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna  traccia cospicua.   Questa atonia spirituale ci spiega la gran fortuna incontrata al principio di questo periodo in Italia dal G assendi, del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione    I Contro questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubblicando nella Critica (1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali per  altro non modificano sostanzialmente il concetto della filosofia italiana  in quel secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni notevoli movimenti d'idee finora poco noti.] meccanica, conforme, metafisicamente, al fiorente naturalismo galileiano; e alla fine dal Locke, di cui si nota  e si apprezza principalmente l’empirismo, che giustifica  anch'esso, gnoseologicamente, la scienza sperimentale  della natura, e, come allo spirito dei gretti galileiani importava, questa sola. Cartesio sul cadere del Sei e nei  primi trent'anni del Settecento suscita entusiasmi e opposizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo appassionamento: ma non sveglia nessuno spirito di filosofo. Gl’Italiani accettano e mettono in versi la diottrica, la fisica,  la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il metodo,  come assunto, meramente formale ed estrinseco, di libertà  di filosofare; assunto, che in Italia era trionfato nella  storia viva dello spirito scientifico fin dal primo affermarsi dell’ Umanismo; ed era stato celebrato nella scuola  del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei Lincei:,  e non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello  straniero. Ma della metafisica cartesiana appena si bisbiglia; né se ne vede scosso profondamente nessuno.  Son dilettanti, che fanno della filosofia un passatempo e  un argomento di moda nei salotti (Maugain ricorda  Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare  anche Giuseppa Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei  Principii di filosofia»: sono medici, fisici e avvocati, i  quali, compiacendosi degli ultimi portati letterari della  filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere, legati  Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più  Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi  sì cambia testo nei licei, senza nessuna profonda ragione    1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio scientifico ed accademico fra î  primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc. mor..  serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925.   ? B. Croce, Supplem. alla Bibliografia vichiana, Napoli. Incontreremo la Barbapiccola anche nello scritto sul Figlio di V., cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col V., cfr. V., Autobiografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome. spirituale, e che, per difendere la loro infrazione alle  tradizioni della scuola italiana, scrivono anch'essi qualche  libercolo pro e contro. La metafisica, in realtà, sarebbe  dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi pubblici; e Concina, nella sua prolusione a  Padova, ringraziava il governo veneto di non essersi arreso ai consigli di chi tentava far sopprimere quella cattedra come inutile e indegna d’una sì illustre università *.   Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali dei  letterati, che in questo tempo si pubblicavano in Italia,  a guida delle sue laboriose ricerche, trovandovi l’eco  continua delle questioni che si venivano dibattendo tra  le persone colte, avrebbe anche dovuto seguire la storia  dei principali insegnamenti nelle varie università, i quali  coi programmi e le provvisioni delle autorità, i libri degl’ insegnanti, le loro polemiche e le attinenze rispettive  coi loro avversari, sono anch'essi i centri di riferimento  della cultura temporanea. Pure la fine del sec. XVII e la prima metà del successivo sono l’epoca del maggior fiorire degli studi storici  in Italia. È il tempo in cui il benedettino Benedetto  Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis (1708),  e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori  imprende arditamente la critica delle leggende agiografiche; Maffei distrugge le favolose origini  dell'ordine costantiniano e illustra con vasta erudizione  le antichità veronesi; Muratori, dopo avere indagato con occhio di lince le antichità italiane del Medio  Evo, mette insieme con lena infaticabile e con sagace I MAUGAIN critica la sua monumentale raccolta: per non dire dello  stuolo numeroso dei minori eruditi, che coadiuvano i  maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la compilazione dei giornali, la raccolta e la critica dei documenti.  Come si spiega questa vivacità d’interesse storico durante  la stasi generale della vita più profonda dello spirito, se  nella storia si concentrano le energie dello spirito, se la  storia non è concepibile senza le grandi passioni e senza  quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi pensiamo  la storia come la stessa concretezza della filosofia. Il  Maugain, con giusto fiuto della verità, ricollega gli studi  storici che mettono capo al Muratori, e che più propriamente sono studi di erudizione, al fiorire delle scienze  sperimentali: Cette renaissance a lieu durani la lutte  décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent  sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes  naturels ou aux étres organisés. Bien mieux, plusieurs de  ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la première moité  du XVIII’, se sont illustrés comme érudits, connaissaient  en détails et admiraient les progrès accomplis depuis une  centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois,  ils y avaient personnellement contribué ». E altrove, non  meno giustamente, osserva che V. si distingue non  soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da tutti  gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Penisola prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani  disdegnavano.  Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on ?  On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes  importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et  l’on décrit minutieusement des statues antiques, des médarlles, des monnaies. On les examine de près pour fixer quelque  point d’érudition jusqu'alors incertain, on ne va plus loin;  on a épuisé toute la curiosité dont on était capable. I O. c. Tutto questo è verissimo. Anche di recente abbiamo  assistito a questo fenomeno del decadere della filosofia  nel momento stesso in cui risorgevano e vigoreggiavano  gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori di  questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al  metodo delle scienze sperimentali, o, come questa volta  si diceva, della filosofia positiva: raccostamento, che aveva  un lato di vero in quanto positivismo e metodo storico,  ciascuno a modo suo e nel suo campo, si proponeva di  ricostruire una verità certa: ossia una verità che constasse al soggetto, con di più il presupposto ingenuo,  che questa ricostruzione possa aver luogo senza che il  soggetto — cioè la mente conscia di sé e quindi capace  di render conto di sé — ci metta nulla del proprio, delle  sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.  Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano  gli studi storici, in Italia; mancava la storia, come comprensione dello spirito nella sua concreta attualità. Allora,  la storia era morta col Sarpi e col Pallavicino, rappresentanti di due grandi, opposte, concezioni della vita;  la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile  del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza  intrinseca colle idee dominanti nella generale cultura  italiana, e con radici sprofondate nella storia economica  e politica del Napoletano: anch'essa, come la Scienza  Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano  contemporaneo.   Non già, beninteso, che negli studi storici muratoriani  non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono tutti  storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e  perciò, nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che  non ha raggiunta la sua forma vera della comprensione  comunque determinata del processo storico, perché non  poteva raggiungerla, non animata, com'era, da nessuna  sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di idee che si realizzano nei fatti, non poteva mancare, e non manca in una mente come quella del V.;  e va cercata nella parte più propriamente storica della  Scienza Nuova *. E nessuno meglio di V., nell’orazione  De nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Francesco Solla e nella stessa opera maggiore, intese questo  vuoto spirituale che vaneggiava negli studi contemporanei.   In conchiusione, la storia che con tanto amore e tanta  fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che ci  sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra.  È una storia assai malinconica. Tolta la tradizione galileiana, che è storia di epigoni, ancorché non pochi insigni,  è tutto lavorio di ripercussione, d’ imitazione, di traduzione e adattamento. Sorgono i Giornali de’ letterati,  segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un  certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi  edizione italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono,  come s’ è detto, gli studi critici intorno alle fonti della  storia; e Muratori è gloria italiana incontestabile; ma  gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro le  tracce del Mabillon e degli altri famosi benedettini francesi. I riformatori della letteratura, che levano la bandiera del vero e dell’utile, riecheggiano l’estetica razionalistica postcartesiana. Prodotto italiano è l’Arcadia, dei poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti verso il loro contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata, per altro, dai primi del Seicento: versificazione di testi religiosi, mescolati ai motivi comuni allo stile poetico del tempo: Les poètes, dice il Mau I Come ha dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. V., Bari, Laterza, 1911 (23 ed., 1922), capp. XIII-XVIII. è Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della scienza, Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia, saggi e profili, Napoli, Perrella.gain !, ne songeaient aucunement à y méditer sur les grands problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs émottons religieuses. Ils se bornaient à traduire un paragraphe de théologie ou à rimer quelque passage de la vie des saints. Malinconica storia, dunque, e specchio dell’estrema ruina della decadenza italiana. Dopo la metà del secolo XVIII, da questa morte rinascerà la vita, e si preparerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa si riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le manifestazioni della vita spirituale, e si aprirà un varco nella politica de’ grandi Stati, e risorgerà come nazione. Ma devo pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio Maugain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più malinconica che forse non sia nel fatto: tutta senza colore, senza anima, né anche piccola, né anche frammentaria: senza significato. Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha costruito il suo libro Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione. Spogliò otto collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750, dove, se non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di opere, delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma, Bologna, Venezia, Padova, Verona, Bergamo, Milano, Torino e Genova. Scorse parecchie raccolte importanti di lettere e il Mare magnum della Marucelliana; cercò e studiò articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo metodico della Camera, dal Giornale storico, dalla Bibliothèque des éerivains de la Compagnie de Jésus di Backer-Sommervogel. Gli venne così fatto di raccogliere una gran quantità I O. c.. 2 — (ii —=m_t2t“ zz ic ‘cir —. II di documenti, che gli parve di poter classificare in tre parti, secondo che si riferissero alla credulità e allo spirito critico (conseguenza della condanna di Galileo, movimento delle scienze sperimentali, contrasti tra antichi e moderni, studi di critica storica); alle lotte tra spiritualisti e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici, attacchi di Doria e di V.); al vero e all’utile nelle lettere (idee intorno alla poesia prevalse dalla Poetica del Gravina in poi, giudizi e polemiche, come quella BouhoursOrsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai modelli greci e latini, caratteri principali della letteratura italiana del tempo). Fatta questa classificazione, il Maugain si è messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro, ordinando ed esponendo secondo legami cronologici, topografici e per soggetti il suo vasto materiale. Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne è venuto infatti un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare qualunque studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo: e dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello strumento prezioso di ricerca apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e gl’ indirizzi delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di vedute storiche. Ma rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto, un senso profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno spettacolo interessante, ma troppo da lungi per poter udire le parole degli attori, e seguirne con l'occhio il commento che ne vien facendo in ciascuno la fisionomia. In uno studio come questo non è possibile, certo, rappresentare nella loro varietà psicologica i singoli attori, che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la fisionomia morale. Una storia dello svolgimento generale dello spirito in un dato tempo e paese dev'essere per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo stesso schema, divenendo oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una vita sua nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti, vissute da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive insieme coi motivi che le sorressero, articolarsi nelle forme in cui si concretarono, riflettere una situazione storica: avere insomma, anch'esse, quella individualità che è proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i titoli dei libri, come le designazioni generiche e le etichette estrinseche, è ovvio, non giovano. Per meschina che sia, poniamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non basterà dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come lo difendeva, e perché; quale vita il cartesianismo assumeva in lui, quale propriamente era il suo cartesianismo. Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse con un po’ più di simpatia storica la materia del suo dotto studio: perché allora ci saremmo visto innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non degli spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia pensante visse tra la metà del Sei e la metà del Settecento, l’avremmo pure avuta. Giacché non bisogna dimenticare che quella stessa che diciamo morte, è tale soltanto in un senso relativo; non sarà una vita palese, appariscente; sarà una vita segreta, torpida, e presso che invisibile, e pure condizione e momento di quella che fu dopo la vita più intensa ed evidente; e senza intendere l’una, non è possibile giungere all’ intendimento dell’altra. La stasi del periodo studiato dal Maugain non è il progresso della creazione, ma è pure progresso, se è preparazione al progresso che seguirà. Noi infatti non potremmo intendere l’ Italia nuova, nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione nostra, quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se la innestassimo immediatamente all’ Italia tutta italiana, creatrice in filosofia come in arte, maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di una vita spirituale sua, del Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657 al 1750 è l’ Italia che accoglie il riflusso della cultura europea, su cui ha esercitato ella precedentemente un’azione storica rinnovatrice: e in questo lavoro di riassorbimento, che dev'essere ed è anche di reazione (esempio solenne V.), è la vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di questa vita nuova, se non m' inganno, non c’ è nel libro di Maugain: forse perché esso è un semplice saggio », che per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una ricostruzione più profonda e più intima in ogni sua parte. Il secolo del V. è stato in Italia negli ultimi tempi argomento di studio di molti, che variamente hanno tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe Ferrari, sostanzialmente giusta benché espressa in formula troppo rigida e contornata da più di un giudizio paradossale, secondo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi merita che qui si menzioni, anche come tipico esempio di quella passione che in ogni tempo suscitò con le parti stesse misteriose del suo pensiero e della sua vita Giambattista V. nelle province meridionali, uno scrittore erudito e ingegnoso, quantunque variamente indulgente alle tendenze di una cultura dilettantesca: Raffaele Cotugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G. 8. V., il suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1, dove raccolse il miglior frutto de’ suoi lungbi studi. CoTUuGNO, La sorte di V. e le polemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del XVIII secolo, Bari, Laterza. Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo autore, non solo come studioso e ammiratore intelligente, ma quasi come un coetaneo ed amico: raccogliendo libri e ricordi rari non solo del V., ma di quanti ebbero rapporti con lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno piace vedere e amare il suo V.; leggeva e rileggeva, e godeva, come amico che torna sempre con piacere a conversare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più familiare non solo il suo spirito attuale, ma i casi passati della sua vita, e tutti i particolari, in cui può vagheggiarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica, non esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore dell’amico gli è bene accetto, ancorché contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di gran cuore al V. del Croce. V. crociano (come ad alcuno con giudizio affrettato piacque affermare »)? — Ma che! Esso è la più vasta, profonda, ed il più che sì poteva, completa esposizione delle dottrine del sublime pensatore la cui anima nessuno seppe più e meglio [del Croce] comprendere e penetrare ». — E come va allora che il vostro V. non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che voi fate del Gravina, in estetica, un precursore del V.; e il Croce invece ha detto che precursore egli si può dire nel senso che V., riprendendo le medesime questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a quello del Gravina ? E come non vi siete accorto che, se V. del Croce è il vero V., per la vostra tesi bisognava cercare nel pensiero contemporaneo e anteriore idee a cui potessero rannodarsi le dottrine estetiche, gnoseologiche, metafisiche, etiche e storiche, che sono il V. del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel V. non è un culto critico; e però nulla di strano che, senza andar pel sottile, si fondano in un’ immagine sola quel V. che egli è uso a vedere e V. esaltato dallo studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio: e l’uno è inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che G. B. V. non era stato un solitario, un anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1; e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre precedenti (i più importanti del volume), e che è intitolato, come tutto il libro, La sorte di G. B. V., torna a ribadire quello che già si sapeva e s’era sempre detto, che V. non passò inosservato al suo tempo (tutt'altro !), ma non fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo, tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella Scienza Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario. Lo stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica, per venire al risorgimento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl’ intenti del libro. Lo stesso difetto nella indeterminatezza di molti giudizi particolari; ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma un accessorio di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale raccoglie attorno al V. una messe 10. c., p. v. copiosa di notizie dirette su uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur nelle biblioteche napoletane, intorno alla cultura scientifica, filosofica, letteraria, giuridica dell’ambiente in cui V. formò la sua; e in cui bisogna perciò rivivere col V., chi voglia intenderne pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della sua mirabile Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento progressivo del pensiero vichiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del filosofo, concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è naturale, che non si guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi stimoli all’originalità delle sue idee. Malgrado tutto, gli studiosi si gioveranno molto del nuovo libro del Cotugno, che porta molte aggiunte e rettifiche all’ opera del Maugain; e gli sapranno anche grado di un curioso documento inedito di cui, per comunicazione dello stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce nelle note all’Autobiografia, ma che dal Cotugno è integralmente pubblicato nell’appendice del suo volume: contenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata al povero V., dopo morte, per le strane e villane gelosie della confraternita laica, a cui era ascritto, e che ne avrebbe dovuto curare perciò il seppellimento; e invece, dopo aver costretti i professori universitari, recatisi in forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abbandonò il feretro nel cortile in cui era stato intanto calato, per nuove contestazioni di prerogative col parroco. La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo morte! Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è ovvio, in un senso relativo; perché questa fase, per prima che sia, suppone un processo già avviato, di cui non sarebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così chiusa in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle che le succederanno; e le succederanno con una continuità di processo, che costituisce l’unità assoluta, solo astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico svolgimento. Il primo momento di una filosofia può, dunque, essere soltanto quella forma, nella quale noi possiamo conoscerla attraverso i documenti più antichi, che di fatto ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello che possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia come germe o avviamento del pensiero ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e quindi nel significato più profondo che l’autore seppe conferire al sistema delle proprie idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto. Del V. gli studiosi conoscono soltanto due filosofie, o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il primo dei quali è rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum ratione (18 ottobre 1708), dal libro De antiquissima Italorum sapientia, e dalle due Risposte che V. oppose alle critiche mosse a questo suo libro dal Giornale dei letterati d’ Italia: il secondo, iniziato nel 1720 col De universi iuris uno princidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso processo della Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata, come si vedrà, e la cui ultima edizione venne in luce nell’anno stesso della morte del filosofo. Lo stesso V., ricostruendo nella Autobiografia lo svolgimento del proprio pensiero, fa cominciare dal 1708, dall’orazione sul metodo degli studi de’ suoi tempi, la storia della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritrovato se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando versi e orazioni rettoriche 1. Dal ’99, come professore di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando proporre universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile »°. E nell’Autobiografia, dopo aver riferito sommariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino al 1707, dice: Fin dal tempo della prima orazione..., e per quelle e per tutte l’altre seguenti e più di tutte per queste ultime, apertamente si vede che V. agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio unisse egli tutto ilsapere umano e divino)»; cioè il principio di una filosofia ciceronianamente intesa dal nostro professore di rettorica come rerum divinarum et humanarum scientia; ma tutti questi da lui trattati ne eran troppo lontani. Ond’egli godé non aver dato alla luce queste orazioni, perché stimò non doversi gravare di più libri la repubblica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ importanti discoverte e di utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la biografia di G. B. V., puntata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.), p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di CROCE, Bari, Laterza (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G. Gentile, e F. Nicolini, nella collezione degli Scrittori d’ Italia. Da quest'Autobiografia, quando non sia altrimenti avvertito, sono tolti tutti i luoghi e le parole del V. riferite qui appresso nel testo. Così, nel 1725, V. rifiutava le sue orazioni scritte tra il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza Nuova, scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda: Né già questo dee sembrare falso a taluni, che noi, non contenti de’ vantaggiosi giudizi da tali uomini [quali Giovanni Le Clerc] dati alle nostre opere, dopo le disappruoviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo, s'tempiono de’ favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s’avvanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno ingrandito l’ animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra » *. V., autodidatta, com’egli si compiaceva di affermarsi *, fu tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi autodidatti; i quali si trovano quasi d’un tratto, con la cultura personale e tutta propria raccolta nel loro cervello, a cozzare con quella dei contemporanei; e mal riescono ad orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e smarrimenti penosi s’ incamminano per la propria via. Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da un bisogno incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in termini più netti i loro problemi, trovarne soluzioni più adeguate: impotenti a guardare con un solo sguardo la realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano quale essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì pro Scienza Nuova, ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa esagerazione: cfr. NICOLINI, Per la bdiografia di G. B. V., puntata II. DI vano a mirarla qual’ è per i contemporanei: fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni più vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. V. sentì tragicamente questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a un certo punto, la vittima, poiché alla chiarezza delle idee, che covavano nella sua mente, egli non pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di un quarto di secolo, se non tutti gli anni quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si può dire che tutto il suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di gestazione. Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso ci fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a Vatolla, in quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti, dove attese alla istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè dai diciotto ai venti- sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da ogni moto di cultura viva, com'era allora quella di Napoli, sotto l’ in- flusso della scuola galileiana, e poi di Gassendi e di De- scartes. Quando V. ne partì, era avviato per gli studi giuridici; e in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli del Rocca. Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno vatollese dal NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II. 2 A suo dire », giacché ora gli studi di DONATI (Auto- grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna, Zanichelli, 1921, 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), hanno mostrato che il così detto novennio vatollese » fu intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici, e che anzi, forse, durante quei nove anni, V. dimorò più a Napoli che non a Vatolla. 3 Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è revocata in dubbio e con buone ragioni, dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), secondo il quale V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi del suo soggiorno in quella casa, avrebbe data qualche lezione di giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio). pascolo della sua mente: poiché in essi aveva portato un abito mentale, di analisi e di penetrazione speculativa, che della giurisprudenza doveva fare semplice materia di ri- flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro un gesuita nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio delle Summule di Pietro Ispano e di Paolo Veneto: e se l'ingegno ancor debole da reggere a quella specie di logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso V.) si smarrì, si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di- sfatta dovette restargli una natural ripugnanza a tale ma- niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa e formale, propria dei terministi. E se un qualche profitto ne ricavò, non poté essere altro che negativo: il senso forse della va- nità di una filosofia che, staccati i concetti dalla realtà, e perduto perciò ogni intimo contatto con la verità, si riduce a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso di scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non poté esserne snidato dagli studi di filosofia poco stante ri- presi e continuati sotto la guida d’ un altro gesuita, uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista nel fondo » :. Presso costui V. ricorda com’egli apprendesse con piacere che le sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi- nalista. Lo scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e della sostanza, e lo invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes metaphysicae di Suarez, su cui V. passò un intero anno. Perché, posta pure la realtà delle sostanze astratte, chi assicurerà l’animo invaso una I Zenonismo è la filosofia dal V. attribuita a Zenone nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito allo sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii meta- fisici. Ma intorno al significato di questo zenonismo » nella filosofia del tempo, vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, V. ne' tempi di V.: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907,015-7. 24 STUDI VICHIANI volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche a quelle astratte sostanze ? Sulla via della speculazione della sostanza, aperta da Suarez, si misero pure i grandi padri della filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e riu- scirono a una metafisica che è una matematica, ossia a una costruzione della realtà meramente pensata, o sol- tanto possibile, come cominciò ad avvertire Leibniz; di contro alla quale Kant trovò giustificabile lo scetticismo di Hume. Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il V. acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre ?: tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla metafisica aveva già incominciato a formare la mente universale a ragio- nar de’ particolari per assiomi o sien massime ». Sì di- stolse quindi anche da quella scuola, e prese a studiare da sé le Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del Canisio. E qui, specie nel Vulteio, si trovò a suo genio. Sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari mo- tivi dell’equità, ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi avvertì e giu- I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei Cartesius im Zusammenhang mit der scholastischen und neueren Philosophie, Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und die Scholastik, in Philos. Aufsdtze Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una recens. in Zettschr. f. Philos. u. philos. Krit., t. CVI,113-15; L. BRruNSCHVvICcG, La révolution cartésienne et la notion spinoziste de la substance, in Revue de métaphys. et de morale, sept. 1904; G. TH. RICHTER, Spinozas philos. Terminologie historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I Abth. Leipzig, Barth, 1913; e le mie note all’ Etica, Bari, Laterza, 1914. 2 Francesco Verde. Sul quale, sul suo insegnamento e sul tempo in cui V. frequentò la sua scuola privata (1684), vedere ora NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,44 Sg8., 54 S88. dicò essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra, in osservare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’ decreti del Senato e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile romano » 1. Non Vultelo, dunque, e i giureconsulti romani furono il suo nutrimento spirituale; ma quella filosofia e quella storia o filologia, che egli costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del diritto era materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno scotista, con la sottigliezza filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo l’andazzo dei tempi, anch'egli era solito spampinare nelle maniere più corrotte del poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso » e della poesia s’era fatto un esercizio d’ ingegno in opere di argutezza »). La giurisprudenza diventava occasione o materia indifferente a trovare nelle determinazioni dello spirito umano i principii, i concetti fondamentali, le sostanze reali, in cui per lo scotismo si risolve tutto il reale, e a tormentare le parole, in cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano corpo, per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che era un primo avviamento del problema vichiano della constantia iurisprudentiae come constantia philosophiae et constantia philologiae, e della Scienza nuova come scienza a un tratto del vero e del certo. I Questo il racconto dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo ad attenermi, quantunque il NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto proposito, anacronistica, e cioè che V. (in perfetta buona fede, s' intende), abbia intruso, in quella che fu l’effettiva forma mentale dei suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza spirituale di chi aveva già scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la biografia cit., puntata I.] Intanto con questo mondo filosofico, in cui il giovanetto si chiudeva, attraverso lo studio del diritto si poneva la realtà che doveva essere oggetto della sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo umano, creato dalla volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né V. poteva trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di Vatolla, doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito come libertà. Profondando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei canoni, al quale lo portava l’obbligazione contratta col Rocca, in grazia della ragion canonica inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’ intorno alla materia della grazia »; e gli accadde di conoscere e appropriarsi tale dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che o all’una di queste due o all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al V., secondo egli stesso dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le origini del diritto romano ed ogni altra forma di civiltà gentilesca, senza contraddire alla sana dottrina della grazia; che fu perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto della Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e determinato dal senso comune *: una volontà, non immediata, generica, astratta, ma determinata e concreta attraverso la storia, nel cui corso razionale si realizza una volontà superiore a quella dell’ individuo, un fine in cui si risolvono i fini particolari dei singoli uomini: la grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è un'esigenza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo (astratta posizione della grazia o volontà divina, e quindi negazione della umana; ed astratta posizione della volontà I S. N., dign.] umana, e quindi negazione della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di maturare per divenire un concetto !. Intanto V. non dissocia lo studio del pensiero da cui discende il diritto, dallo studio delle parole, in cui il diritto vive. Le Eleganze del Valla lo rimandano a Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano del secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Petrarca =. Orazio gli fa osservare che la suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla lettura dei filosofi morali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il fondamento del diritto romano essere nella ideale giustizia, di cui parla il filosofo, architetta nel lavoro delle città. Dalla morale così intesa si volge alla metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ragione del giusto ideale. Perché ? Allora non sapeva rendersene conto. Passò a Platone; e vi trovò il fatto suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore di Suarez, andava cercando, per non cadere, rispetto all’ idea della giustizia o giustizia ideale, nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega perché alla sua morale trovò il fondamento in Platone e non in Aristotele, dando delle due dottrine la seguente caratteristica: Perché la metafisica d'Aristotele conduce a un principio fisico, il quale è materia, dalla quale si educono le forme particolari, e si fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori di sé; ma la metafisica di Platone conduce a un principio metafisico, che è lor idea eterna, che da sé educe e crea la 1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal concetto della grazia a quello della Provvidenza. 2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il passaggio del V. dal Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo, sebbene egli non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per la biografia cit., puntata III. materia medesima, come uno spirito seminale che esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è propriamente definita né la metafisica di Aristotele, né quella di Platone. L’ Iddio aristotelico che pensa se stesso, è troppo pago di sé perché possa fare questo mestiere del vasellaio, che tragga le forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche quella della giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha fuori di sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé. Questo platonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia platonica, ma posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più in là, dove V. accenna allo studio della fisica gassendiana e cartesiana da lui potuto fare in quello stesso torno di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta physicae del Regio, dice esplicitamente che queste fisiche gli erano come divertimenti dalle meditazioni severe sopra i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i Marsili Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napoletani, che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chiostri, poi per la moda cartesiana avessero preso a tutta voga a coltivarle, non già sopra i Platoni e i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran letterati, ma sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ». I Anche a codesto proposito, l’Autobiografia, secondo il Nicolini, è anacronistica. Antigassendiano e soprattutto anticartesiano, V. secondo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella sua gioventù,invece, anch'egli partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e concittadini per Lucrezio (sul quale è da vedere un suo importante giudizio in Opere, ediz. Ferrari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e, pur con riserve in fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli altri cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano. Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per curiosità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esemplare della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del convento di Santa Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione reca appunto il gran commento » di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. L’aristotelismo rifiutato dal giovane V. era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè !; il platonismo da lui abbracciato è il monismo emanatistico di Plotino così strettamente affine a quello del De la causa di Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei spiritalia et vIvifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo, emanazione di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale importanza nella storia del pensiero di Giambattista V.. Dal neoplatonismo egli dovette ricevere un forte impulso ad approfondire il concetto agostiniano della grazia come mediazione della volontà umana I Cfr. Autob., p. 11: La metafisica non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè....» e p. 19: Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la metafisica d’Aristotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi conferì del suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui risuona l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un ravviÌcinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1; e poi meglio K. WERNER, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumiiller, 1881,8-9; per cui cfr. FLINT, V., Edimburgh a. London, 1884,74-5, 128-9. In una recensione della prima edizione di questi studi un critico della Civiltà Cattolica, quaderno del 5 febbraio 1916, osservava che se V. nella pref. al Diritto Universale dice che Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis principia vecte aut a divina philosophia esse repetenda: namque haec metaphysices argumenta Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘ verum divinarum * nomine significabant »: da ciò appare come V. non avesse nella prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile, l’aristotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ». Ma io avevo detto: L'aristotelismo rifiutato dal giovane V. era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ». Dunque, non io avevo affermato che V. avesse respinto l’ aristotelismo: questo lo dice esso V.. Io dicevo invece che, sotto nome di aristotelismo, V. aveva respinto l’averroismo. Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fabbro del mondo delle nazioni di V.].... Plotino lo dice padre e progenitore, ed è il prossimo dispensator de le forme. Da nol si chiama artefice interno, perché forma la materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed esplica lo stipe; da dentro lo stipe cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la causa, in Opere italiane, ed. Gentile, I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in Opera latine conser, I, III, 142. 3 e della divina, e attingere il primo bisogno dell’immanenza del divino nella natura e nella storia. Una pagina della Theologia Platonica (IV, I) del Ficino dovette fermare certamente la sua attenzione, poiché un’eco ne risuona, molti anni dopo, nelle teorie fondamentali del De antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser riletta. | Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio quaedam, atque haec ars per certas operum rationes fabricat opera, similiter efficit ipsa natura, et tanto vivaciore sapientioreque arte, quanto efficit efficacius et efficit pulchriora. Ac si ars vivas rationes habet, quae opera facit non viventia, neque principales formas inducit, neque integras, quanto magis putandum est vivas naturae rationes inesse, quae viventia generat, formasque principales producit et integras ! Quid est ars humana? Natura quaedam materiam tractans exstrinsecus [cfr. il vasellaio del V.]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam temperans, ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat operi faciundo, ut certa opera certis consummet ideis, quanto magis ars id naturalis implebit, quae non ita materiae superficiem per manus aliave instrumenta exteriora tangit, ut geometrae anima pulverem, quando figuras describit in terra, sed perinde ut geometrica mens materiam intrinsecus phantasticam fabricat. Sicut enim geometrae mens, dum figurarum rationes secum ipsa volutat, format imaginibus figurarum intrinsecus phantasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum absque labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem ipsi coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc materiam quoque facillime format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in materia separata. Quid naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia. Tanto igitur huius operis ordo similior est ordini qui in arte est naturali, quam ordo artificii hominis arti; quanto et materia propinquior est naturae quam homini, et natura magis quam homo materiae dominatur. Ergo dubitabis certorum operum certas in natura ponere rationes ? Imo vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae, et per contingentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit contingentes, é sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes essentiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro luogo dello stesso Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico: Cum enim nos per cognitionem non simus authores rerum, nulla forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi proportio quaedam; cum vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo res cogniturus est Deus, quia congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam ipse est causa rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim et cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa equazione tra conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta talvolta come un luogo comune anche da filosofi che non fecero poi su questo concetto tanta attenzione da sentire il bisogno di svilupparlo e connetterlo intimamente con le altre loro dottrine. Così nel trattato De arcanis aeternitatis di G. Cardano s'incontra una chiara formulazione della stessa dottrina vichiana, quantunque lasciata lì senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana in corpore posita substantias rerum attingere non potest, sed in illarum superficie vagatur sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones, similitudines ac doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res, velut etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus rectis aequales, eadem ferme est ipsi veritati: unde patet naturalem scientiam alterius generis esse a vera scientia in nobis 3. E non avrà letto V. questa pagina del Cardano ? Egli non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è Ficino, Opera, Basilea, 1561, t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149. 3 Tract. de arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212. meraviglia, chi pensi ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con quella sua insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di libri, non leggesse anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che trovava nella biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di sicuro, ben nota :, non è credibile. Ora in quella biblioteca sì conservava (e si conserva tuttavia nella Biblioteca dei Gerolamini, dove i libri del Valletta passarono) l’esemplare della Scelta d’alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla cavate da’ suoi libri detti La Cantica con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che era stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta non solo possedeva, ma aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver avuto egli stesso occasione di additare all'amico filosofo e gran divoratore di libri. In quelle Poesîe V. poté leggere i seguenti versi: Ma lo Senno Primero che tutte cose feo tutte è insieme, e fue; né per saperle, in lor si muta Deo, S’egli era quelle già in esser più vero. Tu, inventor, l’opre tue sai, non impari; e Dio è primo ingegniero. I Autob. ed. CROCE,41, 113, 192. È anzi tanto più sicuro che con la biblioteca Valletta V. avesse familiarità fin dai suoi primi studi, in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua puerizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo indusse a porre a stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,30 sgg., e puntata III. 2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta di poesie, così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella. Ho ricevuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al Magliabechi, serbata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, ho ricevuto l’ Incredulo senza scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate dal padre CAMPANELLA nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F. NICOLINI)}. Dio primo ingegniero » è frase che infatti si ritroverà nello stesso V. !. Il quale, nell'esposizione degli stessi versi, poté trovare che Dio è il primo ingegniere avanti la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e non l’ impara »?. E in altro luogo3 dell’esposizione: Se l’alma non sa come s’ è fabbricato il corpo, né come fece tante membra a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno ch’essa non fece il corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che, quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue osservazioni, V. trarrà l’opposizione scettica della gnoseologia del De antiquissima tra il sapere divino che è formazione intrinseca della natura, e il sapere umano che è la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla il Ficino 5; ma trarrà anche la sua intuizione dinamica o, I De antiquissima, in Opere I, 179, e Vindiciae, in Opere, ed. Fer. rari, IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste, ed. Gentile, p. 33. 3 O. c.. 4 Niun dubbio, io credo, che al V. doverono esser note anche altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il problema delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A. SARNO, (Campanella e V., nel Giornale critico della filosofia ital., IV, 1924, p. 137) altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il mio G. Bruno e il pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi, 1925, p. 276. Aggiungo qui un riscontro alla dottrina vichiana della Provvidenza relativa alla eterogenia dei fini. Campanella (nella Città del sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: Però gli spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi saranno testimoni della verità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo quello che facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia di danari cercando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca struggere la terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in questo sia laudato ». Cfr. ed. Paladino, p. 59. 5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina vichiana è ormai riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913,250-I. GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come fare, attribuendolo agli scolastici: So wie nach den Scholastikern Gott alles erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige Erschaffen hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann von selber »: Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza. com’egli, confondendo in uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che è vero e proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà dar luogo allo scetticismo della metafisica vichiana, più tardi renderà possibile la profonda concezione — che è la scoperta di V. — della scienza del mondo umano, 0, com’ è stato detto, della metafisica della mente. Giacché, una volta ammesso il concetto neoplatonico, svolto anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et servat, et in omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di una natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza della natura non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana sarà I Nell’ Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec. risposta al Giorn. d. letterati V. parla indifferentemente di Zenone e della sua scuola (de Zenone eiusque secta, Zenonii) e di Zenone e degli stoici, mostrando perciò di unificare i due Zenoni. E Znv@vetot in Dio. L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di Zenone, che V. dice malamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI della Fisica), è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove si arresta la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che V. stesso nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei punti metafisici (che parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri zenoniani-pitagorici, è fantastica. Realmente egli aveva contaminato il concetto dell’ Eleate con la dottrina stoica, ed il dinamismo del De antiquissima è di origine stoica. Si chiamino punti metafisici i X6yot orepuatixot, e la metafisica di V. avrà la sua base nello stoicismo. Con la cui rpévota, quale si ritrova nei neoplatonici, da Plotino (Enn. III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe pure essere messa in relazione la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi par dubbio che al V. lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della divisione all’ infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2) si riscontra puntualmente con quella che contro lo stesso concetto aveva rivolta fin dal 1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può parere che si ripiglino gli argomenti lucreziani in favore dell’atomo, ma in realtà, come in V., si trasforma l’atomo in conato, o operazione dell'anima del mondo (v. GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinascimento,223-4). Le radici delle due filosofie, bruniana e vichiana, si toccano e s' intrecciano. 2 Theol. plat., II, 7. in nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi non siamo dentro a noi (e la conoscenza del nostro mondo sarà certa) !. A Vatolla giungevano bensì le novelle di Napoli e delle forme di cultura che colà venivano in auge. La notizia del nuovo epicureismo, messo in onore dal Gassendi, fa studiare al V. Lucrezio: la cui dottrina, data già la sua intuizione metafisica, non poteva non apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva molti anni più tardi, che gli era apparsa ?: una filosofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli e le deboli delle donnicciuole ». Questo studio gli servi di gran motivo di confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3; cioè dei neoplatonici; pensando 4 essere principio delle cose tutte una idea eterna, tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose in I Cfr. il concetto vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per cui il vero soggetto nostro trascende neoplatonicamente il nostro soggetto empirico e i suoi fini particolari e finiti. ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della voga goduta a Napoli dal poema lucreziano, V., più che da lontano e per sentito dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per conoscenza diretta, vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. 3 Ma non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo vatollese, bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del 1708. Cfr. NicoLINI, Per la biografia, puntata III. 4 Autob., p. 17. 5 Non operari eum [Deum] externos effectus per meram intelligentiam, nisi accedat voluntatis assensus »: Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere la dottrina di S. Tommaso, Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per Ficino, come già per Plotino, come per Bruno e per Spinoza, la volontà razionale di Dio coincide con l'intelligenza, ed è quindi libera in quanto necessaria. Vedi Th. pi., II, 12: Si ubi plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio est, vel fons rationis, nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem ipse est Deus.... Et quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi est summa libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle. Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae compos, ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita quoque velit, verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le contiene dentro di sé e contenendole le sostiene » !. A Napoli era salita in pregio la fisica sperimentale, e si magnificava il nome di Roberto Boyle. V. ne ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta da sé lontana.... perché nulla conferiva alla filosofia dell’uomo.... ed egli principalmente attendeva allo studio delle leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia degli umani costumi e la scienza della lingua e del governo romano, che unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il suo spirito graviterà sempre più verso il mondo umano; di un umanesimo concepito come accade di concepirlo a chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto positivo, ossia come società. Ond’ è che non gli parrà mai morale quella degli stoici né quella degli epicurei, siccome quelle che entrambe sono una morale di solitari ». Poi venne a sapere aver oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato delle Carte »; e cercò averne contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e giudicata nell’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al pari di quella di Epicuro. Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla metafisica 2. Si erano cominciate a coltivare le Meditazioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta, tuttavia immerso nelle meditazioni severe sopra i metafisici platonici », non provò per la metafisica cartesiana la stessa ripugnanza che per la fisica. Vide e non vide il carattere di questa filosofia: non la trovò coerente, perché alla sua fisica con I Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6; G. Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente, nell’affermarsi assai sorpreso di trovar Napoli affatto diversa da quella ch’egli aveva lasciata, V. esagera, secondo il Nicolini, giacché, come s’è detto, i suoi contatti con la sua città natale durante il novennio vatollese erano stati frequenti e talora abbastanza lunghi.] verrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza corporea operante »: e quindi alla sua metafisica una fisica fondata sui principii spirituali (spiriti seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come dimostrava in quel torno, a insaputa di V., il Leibniz, che movendo dal cogito cartesiano, trasformava il meccanismo nel dinamismo. E in conclusione quello sterile abbozzo metafisico delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi incapace di svolgimento sistematico, parve al V. niente più che un brandello del platonismo suo. Più tardi, quando s'acuì il suo senso di avversione al cartesianismo, scrisse addirittura il Descartes non aver fatto altro che tracciare alquante prime linee di metafisica alla maniera di Platone.... per avere un giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una metafisica materialista non sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando, intorno al 1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi tracce luminose di verità, rese più visibili dal contrasto di esse col giudizio che egli aveva dato della fisica cartesiana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva fatto nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové parergli una felix culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il celebrato filosofo francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva dare nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo momento piuttosto esagerare che attenuare il merito del Cartesio, scorgendovi più platonismo che realmente non vi sia, e che lo stesso V. più tardi non vi riconoscesse. Il suo neoplatonismo non era la preparazione più adatta per entrare nello spirito del cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per quel che è il pregio di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo I V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova. pensiero; e quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio neoplatonico. Giova chiarire brevemente questa situazione. L’ intuizione fondamentale cartesiana (metafisica) è direttamente opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto questa è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o come verità; quella invece verso il pensiero, come soggetto o certezza. Il problema di Platone è appunto il concetto della verità, quello di Cartesio il concetto della certezza. Dentro ciascuno di questi concetti le due filosofie ricomprendono, naturalmente, e costruiscono tutta la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è diversa soltanto se si considera come contenuto del rispettivo concetto, in cui si organizza. Lo stesso concetto della certezza, c’ è nel platonismo, ma come momento del concetto della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come momento del concetto della certezza. La differenza, in altri termini, è nel punto di partenza, in quanto Platone muove dalla massima oggettività (le idee come mondo intelligibile), e Cartesio dalla massima soggettività (1’ idea come attività intelligente). V., platoneggiando, muove dalla massima oggettività (quella idea, che egli dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi trova solo alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il centro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o meglio, vi vede questo concetto, platonicamente, come momento della verità. Le critiche che farà più tardi a Cartesio attesteranno appunto questo capovolgimento che egli fa del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, verranno più tardi in conseguenza della logica che egli metteva dentro al suo concetto del cartesianismo. Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo suo: poiché col vecchio cervello esercitato sulle opere della libreria dei Minori Osservanti di Vatolla egli si trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi intanto nella cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze naturali, che trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tommaso Cornelio e Leonardo da Capua ', non doveva fargli specie: anzi veniva incontro a quella opposizione tra sapienza umana e divina, che egli aveva trovata nei neoplatonici. La filosofia galileiana di un Luca Antonio Porzio, suo stretto amico ?, dovette parergli una esemplificazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nell’ interno della natura. Bacone, conosciuto in quel tempo, non destò per altro la sua ammirazione, che per avere nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati della scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mirava il filosofo inglese nella sua polemica contro la logica aristotelica e nella rivendicazione del sapere come ricerca della causa reale, non poteva fermare la sua attenzione. Questa nuova filosofia non poteva avere un significato per lui, rimasto cogli occhi intenti sulla realtà platonica, oggetto del pensiero. Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filosofia egli l'aveva cercata per intendere il mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica aristotelica; per questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli averroisti, e s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è mondo dell’umana volontà, s'era affacciato alle controversie sulla grazia, e s'era fermato in un concetto che non negasse l'autonomia del volere umano, ma né pure l'azione su di esso del volere divino. E facendo sua la metafisica degli zenonisti, per salvare il suo mondo, era scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo interesse era tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob.,21, 33; e del CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata physica, Napoli, 1688,66 e sgg. Cfr. ora il citato scritto del Croce, Fonti della gnoseologia vichiana. 2 Autob., p. 37. Boyle con la sua fisica da tutti vantata; ed egli poté consentire con gli scettici della scienza della natura, e, oltre Platone raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere Tacito che lo rappresenta quale è, e in Bacone ammirare il magnanimo programma della storia umana futura. Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del platonico filosofante; e preme da dentro per rompere la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e riassorbirla nel circolo della sua vita. Poiché V. non resterà di qua da Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica, si sforzerà di procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che gli si agita dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del tutto. Quando nel dicembre 1697 si bandisce il concorso per la cattedra di rettorica dell’universià, qual meraviglia che il nostro umanista, abituato a cercare il pensiero nelle parole, e nelle parole il pensiero, lettore assiduo di poeti e di filosofi, a intelligenza del suo diritto romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è nominato professore di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore, dovendo per l’ ufficio suo recitare nell’annuale inaugurazione degli studi un discorso d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una meditazione filosofica ? II. I primi documenti diretti del pensiero filosofico del V. (poiché finora abbiamo ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi, non anteriori al 1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra l’ottobre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro pubblicate da Antonio Galasso nel 1867 ! di sul manoscritto, in cui l’autore, non avendole messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio da Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e quindi ristampata più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma dal Galasso integrata del principio che si desiderava. Questi scritti, per altro, da mezzo secolo che sono venuti alla luce, non sono stati mai studiati con l’attenzione che meritano le prime manifestazioni di un pensiero così profondamente originale. Quando furono pubblicati, il Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul V. un’ampia monografia (dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore giudicasse il filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò lodevole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste orazioni si aggirano intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e per verità, meno qualche considerazione qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle mille orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argomento » 5. Roberto Flint, che è stato degli studiosi più accurati della filosofia vichiana, riconobbe che le prime tracce di questa son da cercare in queste orazioni, vedendo qual conto fosse da fare del giudizio che ne dà nella sua Vita lo stesso V.; e fece di queste orazioni una succinta I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V. pubbl. da un cod. ms. della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso, Napoli, Morano, 1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco in questo volume ove cito soltanto: Opere, I. 2 JoH. B. Vici, Opuscula, Neapoli,191-208. 3 V. le mie Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%,280-85, e A. FacGI, Cantoni e V., nella Riv. filos., IX (1906),593 S8g8 4 Il Galasso premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia intima della Scienza Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe mai da presso la questione del valore storico delle orazioni pubblicate. 5 C. CANTONI, recensione del vol. del Galasso nella Nuova Antologia del 1870, vol XIV, p. 392. analisi !, additando alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere posteriori. Ma l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più pieno concetto storico dello svolgimento di tutto il pensiero vichiano. Soggetto della prima orazione è la dimostrazione della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrinarum orbem brevi absolvendum maximo cuique esse incitamento; ossia che la conoscenza dello spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato un concetto eloquentemente svolto dal Pico nel De hkomanis dignitate, e anche altrove. Dio, secondo il Pico, creato il mondo e fatto Adamo, avrebbe detto a questo: Nec certam sedem, nec propriam faciem, nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o Adam, ut quam sedem, quam faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro tua sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra praescriptas a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèrcitus, pro tuo arbitrio, in cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi posui, ut circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem, neque terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut tur 1psius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam malueris, tute formam effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta, degenerare; poteris in superiora, quae sunt divina, ex tui animi sententia regenerari ». All’uomo perciò è dato habere quod optat, 1d esse quod velit. I bruti, da che nascono, portano seco quel che potranno mai possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli) furono fin da principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti homini omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. FLINT, V.,50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ indole del suo libro, ne ha fatto B. Croce, La filosofia di G. B. V. A seconda di quello che ne avrà coltivato, ognuno crescerà e fruttificherà. S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia, obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intellectualia, angelus eritt et Dei filius. Et si, nulla creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine, qui est super omnia constitutus, omnibus antestabit »*. E per questa sua onnifaria natura l’uomo si può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua natura spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il carattere privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio. La stessa natura è negli angeli, e più eccellente, e meno commista alla natura contraria. La proprietà, onde l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che kominis substantta omnium in se mnaturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re ipsa complectitur ». Re ipsa: vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in quanto può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo: che il primo contiene in sé tutto, come principio di tutto; 1l secondo contiene tutto, come medio tra tutti gli esseri, onde in lui tutti gli esseri inferiori si nobilitano e i superiori degenerano ?. Ccen questo panteistico concetto dell’uomo, V. richiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro sul tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di tanta verità, che dagli antichi, quantunque alcuni le attribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a Biante, altri a Chione, tutti, per consentimento generale, vere colonne dell’umana sapienza, si finì col toglierle a questi stessi sapientissimi uomini, e ascriverle per unanime consenso all’oracolo pizio. Così parve meraviglioso che, tam pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab I Pico, Opera, Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato profondo. Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia umana, come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare la scarsezza delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare gli uomini a quanto v’ è di grande e di sublime, riconoscendone loro la capacità. Difficile bensì questa piena cognizione di se medesimo. Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a Napoli, difficilissima. V. ricorderà nella sua Vita: che allora, negli anni estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini ai quantunque dotti e grandi ingegni, perché si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche corpuscolari, in isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane riuscivano astrusissime appunto per la difficoltà di ritrar da’ sensi le menti per meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: — Costui intende le Meditazioni di Renato ». Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono esercitati i platonici, occorreva per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in quanto platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo magnus ingenti conatus est revocare mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abducere». In una dignità della Scienza Nuova (la LXIII) dirà che la mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della riflessione ad intendere se medesima ». L’ascenso, infatti, pei platonici è arduo, difficile, e di pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem innesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento cartesiano, che è la critica del sapere ricevuto, della tradizione o della storia positiva. Ma V. non se n’'accorge, e insiste nel motivo platonico: Af mentis actes, quae omnia invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc 1 dutob., p. 25. ipso agnoscis animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max. simulacrum esse animadvertis ». Par di riudire Pico. L’animo pel V. è expressissimum simulacrum di Dio, per la medesima ragione per cui tutti i neoplatonici, da Plotino fino, si può dire, a Spinoza, concepiscono Dio come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi tutto in tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo, ogni unità. Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum universitate continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem, qua dpraestat, per sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium divinus esse percipitur ». La molteplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità delle operazioni psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci sono due modi di passare dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello di S. Tommaso (degli argomenti a posteriori dell'esistenza di Dio), per cui il molteplice è sostanzialmente differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire perciò senza il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è quello di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il molteplice non è pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non si può pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne costituiscono l'essenza). Il modo di V. è questo di Spinoza, e non quello di Tommaso: è il panteista. Ut enim Deus in mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi elementa, animus per membra corporis humani perfusus; uterque omni concretione secreti omnique corpore meri I È qui da confrontare questo luogo di Bruno: Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a deceptoribus fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in potentia partim indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem percipimus, ita ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas trig. stat., in Opera, III, 143. 4 purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono (concretione secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde Dio e l’anima senza il mondo e il corpo saranno, ma non si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt cognoscuntur. Così, se V. dice che mundus vivit quia Deus est; si mundus pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus sentit quia viget animus; si corpus occidat, animus tamen est immortalis, egli però premette: Deus semper actuosus, semper operosus animus; e così pareggia le partite, perché l’agire lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale l’ Uno al molteplice, o, nel linguaggio cartesiano, la sostanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo rigoroso, come coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure il neoplatonismo, assai più antico di Spinoza e di Cartesio. Par di leggere Giordano Bruno: Er Deus in mundo, et in corpore animus ubique adest, nec usquam comprehenditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1ntorquet fulmina, in mari procellas ciet, in terra denique cuncta gignit [quindi anche i pensieri della mente e i decreti della volontà]; mec coelum, nec mare, nec tellus Dei circumscriptae sunt sedes: mens humana in aure audit, in oculo videt, in stomacho tirascitur, ridet 1n liene, in corde sapit, in cerebro intelligit, nec in ulla corporis parte habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia, et extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani generis, ipse agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3. I Cfr. G. Bruno, De la causa, dial. II: Se l’anima del mondo e forma universale [cioè la divinità] se dicono essere per tutto, non s’ intende corporalmente e dimensionalmente; perché tali non sono; e così non possono essere in parte alcuna; ma sono tutti per tutto spiritualmente. Come per esempio, anche rozzo, potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta in una stanza, e in ogni parte di quella; perché da per tutto se intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr. anche 183-4 e Opera lat., III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col corpo ha la stessa individualità, perché sta all'anima del mondo come il modo alla sostanza spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del [ Non ci vuole molto ad accorgersi che, per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a Bruno, V. si sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima, chiamando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1, riferendosi al concetto svolto in questa orazione, una specie di divinità, parlando soltanto, come qui fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per definire la facoltà umana del pensiero), il rapporto in cui lo spirito umano è posto con Dio, è rapporto d’ identità, poiché alla distinzione di Deus e animus precede il concetto panteistico ficiniano: Deus omnia agit. Procedendo su questa strada, V. si trovò più d'una volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose, a cui la sua filosofia poteva condurre. Il recensore del Giornale de’ letterati vide profondamente dentro il De antiquissima quando della sostanza vichiana, punto metafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e principio di estensione, notò che, convenendo cotesti concetti altresì alle sostanze spirituali e pensanti, se ne potrebbe dedurre che queste ancora sieno principio di estensione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non assurdo per V., che per l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo formato, a cui s'arrestava per una falsa posizione la fisica corpuscolare, intendeva edurre la materia dallo spirito. — V. rispose: Queste difficultà, come quelle che fate dell’ immortalità dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la vita e col co Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr. Theol. plat., XV, 5 (I, p. 337): Anima tota est in qualibet particula corporis ». Cfr. PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos. (1540), IX, 5; IX, 14; IX, 23. 1 Autob. stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa » 1, E soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva bensì l’assurdo, ma conferma l’ interpretazione monistica dell'avversario; laddove quella ombrosa sensibilità religiosa, quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei costumi svelano che egli, come Bruno, assegnava la religione allo spirito pratico, sottraendo la ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2. La stessa contraddizione ingenua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in fondo al lamento, onde V. nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di certe accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della Sinopsi del Diritto universale 3: Le prime voci che in Napoli ho sentito contro da coloro che han voluto troppo in fretta accusarmi dal medesimo saggio che ne avea dato, erano tinte di una simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle antiche o piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto nuove discoverte nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o se per ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere, si confortava dicendo al suo corrispondente: Però il grande Iddio ha permesso per sua infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v. il mio G. Bruno,160 sgg. 3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava forse ancora qualche debolezza giovanile del V., in fatto di religione. Fausto Nicolini mi comunica in proposito: Che V. attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo pessimismo, è cosa che gli Affetti di un disperato non potrebbero mostrare in modo più chiaro. Di più, ancora nel 1710, V. dirà (prologo del De antiquissima) che i suoi amici più cari erano Agostino Ariani, Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio contro l’ultimo fu intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per ateismo dal Sant’ Ufficio: processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo libro sul Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale esiste anche uno spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte notizie complementari si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto nei carteggi cifrati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella Vaticana). Dal pro che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un padre Giacchi, primo lume del più severo e più santo ordine de’ religiosi, desse tal giudizio, per bontà sua, delle mie debolezze » !. Comunque, il suo pensiero viveva dentro questo mondo, in cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con profondo sentimento, che ricollega nella storia del nostro pensiero, direttamente, V. a Bruno, suo forse ignorato precursore; ed è da entrambi chiamato, con termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ? cesso e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran propaganda e che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-ateistica fosse parte della gioventù studiosa napoletana (compreso il Galizia). Finora il nome del V. non è venuto fuori (disgraziatamente molti nomi nel processo sono indicati con segni convenzionali). Ma, tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe illegittimo congetturare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei, avesse una parentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza per lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove V. pone ripetutamente l’equazione filii Dei o filii Jovis = eroi, nobili ». Orbene quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un forte capo di accusa, al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali, al dir dei denunzianti, ne cavavano la conseguenza che l’attributo di filius Dei» dato a Cristo volesse dire, non già che egli fosse davvero figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli eroi dell’antichità pagana, che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso Nicolini non crede di esser giunto sopra questa materia a conclusioni definitive. I Autob., p. 143. 2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175. Che V. abbia potuto leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile dal fatto che questi, a tempo del V., dovevano essere familiari tra gli amici stessi del V.. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimostrano i suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui biblioteca, come abbiamo visto (p. 32), V. poté leggere Campanella, aveva pure il De l’ infinito universo e mondi del Nolano. In un suo libro cominciato a stampate ma rimasto incompiuto (conservato tra i Mss. della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149 Q. 26) Sul procedimento del Sant’ Uffizio,LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la seguente citazione importantissima per la storia della fortuna che ebbero le opere del Bruno: Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est, et in eo uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole dell’Apostolo: Unum mundum condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro 3 Contro gli Accademici, si pose egli ad esplicare la probabilità di sì fatta sentenza », e audacemente dice.... che noi non dobbiamo condannare il parere In questo suo mondo V. potrà trovare il principio della Scienza Nuova (il concetto della provvidenza realizzantesi nella storia). In questa prima fase del suo filosofare egli ha in mente, ma non vede, l’unità del divino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva coscienza della realtà umana; e la sua realtà vera è an di altri filosofi intorno alla pluralità de’ Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se alcun s’applicasse, dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più naturalmente, inveniet cam certe multum habere probabilitatis. Il che reca non poco di meraviglia in un uomo di tanta autorità quanto egli certamente si era; e potrebbe, se non altro, dar luogo alla calunnia, di dire che egli abbia per avventura approvato la dottrina di Giordano Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse rimasta affatto incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non vivesse ancora nel suo abbominevole libro scritto della pluralità di Mondi. Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti opinioni, già sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito sistema; dove a pruova risplende l’umano ardimento e la libertà non meno di pensar tutto ciò, che è possibile, che di scrivere tutto ciò che può pensarsi. Nî/ mortalibus arduum, coelum ipsum petitur stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo del nostro Mondo immobile il Sole; e la Terra con perpetue vertigini intorno a quello s’aggira: come in un Madrialetto, posto nel terzo dialogo: Quanto nel Cielo, e sotto il Ciel si mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento, vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro sole; e che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo, nettampoco le stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste sparse nello spazio infinito dell’ Universo; che, essendo com'’ei dice, immagine dell’ Onnipotenza infinita, non dee riconoscere termine alcuno. E non bastando questo alla vastità della sua immaginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti Mondi sono abitati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’ interminata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine questo scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà, così, dopo apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una in altra empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non sono semplici, sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni degniì Teologi non se admettano; perché provvidamente considerando, sanno che gli rozzi popoli ed ignoranti, con questa necessità vegnono a non posser concipere come possa star la elettione, e dignità, e meriti di giusticia: onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono necessariamente scelleratissimi. Come talvolta certi correttori di leggi, fede e religione, volendo parere SI cora per lui, come per i platonici, quella che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno e di Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è dentro, ma fuori della realtà divina; e può solo intuirla risalendo all’ Uno, cioè come operazione non propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo spinoziano). Qui si ferma V., restando innanzi al dualismo, e quindi allo scetticismo, che corrode alla radice la metafisica del De antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699, il confronto tra Dio e lo spirito umano, V. dice: Tandem Deus naturae artifex; animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. Formola che coincide a capello con quella del Ficino, e anticipa la gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e c' è l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo delle nazioni, si dirà nella Scienza Nuova), dove, se è vero, come V. ha detto, che Dio en terra cuncta gignit, lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio (senza metafora); l'opposizione nella natura, dove Dio crea, e l’uomo guarda da fuori. Da questo punto di partenza V. potrà giungere alla Scienza Nuova, ma non potrà mai superare la posizione del De antiquissima; perché quella natura, di cui la metafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo fuori dello spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *. savii, hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scellerati che non eran prima, dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi ad ogni vizio e ribalderia, per le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci de intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed. Gentile, 1%,339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e l'occasione a cui si riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II, 64. I Opere, I, 8. 2 Accenno alla tesi dello Spaventa circa il concetto della metafisica della mente, di cui la Scienza Nuova dimostrerebbe per lo meno L'avrebbe superata, se avesse potuto cangiare il suo mondo, e non essere insomma V. neoplatonico, riportante tutto a Dio e mirante quindi la natura come parallela allo spirito nelle manifestazioni di Dio, per concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una natura essa stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto ad ars. Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente trascendente del reale, che si organizzeranno alla meglio a poco a poco per la laboriosa meditazione del mondo umano del diritto e in generale della storia, nella Scienza Nuova, ce ne sono, e di grandissima importanza, già in questa Orazione del 1699. Poiché fin da questo scritto il nostro filosofo ha un acuto intuito dell’attività creatrice dello spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova, autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contemplato dalla sapienza poetica, fa qui la sua prima apparizione: Vis vero illa rerum imagines conformandi, quae dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat, divinitatem profecto originis asserit et confirmat. Haec finxit maiorum minorumque gentium deos; haec finxit heroas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo secernit; haec res maxime remotissimas ad oculos pontt....». Né questa facoltà di creare gli dèi è assegnata incidentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro di Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella Scienza Nuova a riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV), che cioè gli Egizi tutti 1 ritrovati_r_r-@y666 l'esigenza; e sono d’accordo col Croce (La filos. di G. B. V., p. 137; 2% ed. p. 141), nel ritenere che non si possa parlare di unificazione di natura e spirito in V.: il quale s’arrestò, e doveva arrestarsi, alla dualità degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere l’esigenza implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica del De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da distruggere la posizione del De ant. Per la sua esigenza, V. va al di là di Spinoza e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. utili alla vita umana attribuissero a Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al V. fin da quando scriveva nel ’99: Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut summam admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne ethnici homines, suimet ipsorum ignari, sive ad deos quosdam retulerunt, sive deorum dona esse existimarunt? Leges, quod iis vitae societas conservetur, deorum donum » Demosthenes dixit; at eae donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates moralem philosophiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, eloquentiam ad Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus navis, inter sidera invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio caelestes esse confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos ob aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit antiquitas, vos estis. Razionalismo evemeristico, che si fonde nel pensiero fondamentale dell’animus artium deus (poiché leggi, filosofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte arti); e dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet ipsorum ignari, un posto nella metafisica generale del nostro pensatore. Che poi la fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi V., caratteri poetici o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi, non sia pur fatta creatrice di tutti gli dèi, antichi o moderni — poiché anche la religione è un’ars — non vorrebbe dir nulla, se V. avesse la forza di rovesciare il suo mondo sulla propria base, per fondarlo sullo spirito: allora la sua fantasia, il suo spirito diverrebbe creatore davvero del cielo e della terra. Per esser tale, infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe saperlo: suimet ipsius ignarus. V., interrogato, a rigore non potrebbe non negare. Questa è, e rimarrà, una pura esigenza del suo pensiero: non far creare misteriosamente l'uomo da Dio, ma, razionalmente, Dio dall’uomo. Certo, da queste prime formule del suo pensiero fino alle dignità più solide e definitive di esso, sta per V. che gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (dign. LIII); e in generale, come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto; verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza Nuova può essere una dimostrazione di fatto storico della Provvidenza, perché dee essere una storia degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del genere umano » ®. È dunque stretta dottrina del V., che la piena coscienza del suo pensiero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella riflessione posteriore. Né la fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lingue, con sorprendente rapidità; sì che a due anni, al più a tre, si sanno omnia verba et res quibus communis vitae usus continentur; che se si volesse redigerne un vocabolario, vi occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di noi ha in sé una filosofia, tutto lo scibile: e non lo sa. Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce di immagini stoiche, dove V. esorta ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque tantarum a prima veritate insitas et quasi consignatas notiones, quae in animo, tanquam igniculi sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis incendium excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone platonico, dove lo schiavo ignaro di geometria, accortamente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum sunt, vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte novenitis, fortunatissimi. Questo innatismo è un modo della inconsapevolezza originaria dell’anima, quale va concepita nella dottrina I S. N.. IT. neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo grembo !. Ne acquista coscienza con la volontà, come richiede il platonismo, dall’&owg del Convito all'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. O insignem desidiosorum ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia noluerint; quando ut sapientes simus, id voluntate maxime constat ». E a persuadere che questo tesoro è già nell'animo, e che basta quindi volere, che cioè veramente lo spirito non possiede soltanto quello che sa di possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi anche V. scende all'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà piccole percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas intuetur, sed innumera non videt quae pictores observant; cottidie symphonias et cantus audit, sed quam multa eum fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non vi manca altro, conchiude V., che l’arte del vedere e dell’udire. Che più ? La stessa filosofia non è se non una scoperta, che chi vuole fa dentro di sé, di un mondo che reca in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostrazione di ciò, neoplatonicamente, V. esemplifica ai suoi uditori il processo filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei cognitionem ascensto. Ma l’esposizione di questo processo riesce affatto nuova e sorprendente a chi, familiare col V. delle opere da lui pubblicate, legga per la prima volta queste orazioni che egli, maturata la sua filosofia, rifiutò. L’acerbo critico di Cartesio qui ci apparisce cartesiano. Vediamo. Etsi de omnibus omnino rebus mens humana haereat dubitetque, nullo usquam pacto ambigere potest quod cogitet, nam id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque nequeat se non cogitationis consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia conficit primum, quod sit res quaedam; nam, si nihil esset, qui cogitaret ? Questo è il cogito ergo sum cartesiano, se anche non esposto con tutta la precisione desiderabile (poiché con quel nam sî nihil esset la verità della proposizione cessa di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu che Cartesio voleva). Ma V. prosegue: Deinde sibi infinitae cuiusdam rei notionem esse insitam sensit; tum adsumit tantundem in caussa esse oportere quantum in re est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo colligit, eam infinitae rei notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic se finitum et imperfectum agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab infinita quadam re, cuius ipse aliqua sit particula, obortam esse. Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum est, in se continet omnia, nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus complectitur eam notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam. Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est erfectionibus cumulatum. — Colligit denuo: Itaque ab eo nulla secreta est. Ad haec assumit: Perfectio est quid esse. Tandem denique concludit: Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est omni pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve intendere questo cartesianismo della prima fase della filosofia di V. ? L’anticartesianismo è la sola norma legittima della sua interpetrazione. Nel De antiquissima e nella polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà una critica della certezza cartesiana, che ha due momenti inseparabili. I) La certezza del cogito è coscienza, nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat; conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare I Opere.] non possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cognizione di quella causa che per produrre l’effetto non ha bisogno di cosa forestiera?: onde il criterio di avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto; e che il pruovare della causa sia il farla; e questo essere assolutamente vero, perché sì converte col fatto, e la cognizione di esso e la operazione è una cosa istessa »3. V. avverte che egli non rifiuta perciò l’analisi con la quale il Cartesio perviene al suo primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua, come nella Orazione del 1699. Io l’appruovo e l’appruovo tanto, che dico anche i Sosi di Plauto, posti in dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fallace, acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem sum. Ma dico che quel cogito è segno indubbitato del mio essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non m'’ induce scienza dell’essere » 4. 2) Il vero processo per V. è quest'altro: Quid in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis ideam agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe Deus. Perciò egli, approvando l’analisi cartesiana, può illustrare il significato del cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum dell’ esse: Nisi forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex rebus, de quibus omnino dubitare non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem pervenerit, postquam eum morit, falsa agnoscat vel ca, quae omnino habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae de rebus creatis prae idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus sunt, quae ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I, 139. 2 Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3 Sec. risp., $ IV: Opere, I, 258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem Deo idea vera sit, quia is unus ex vero est » 1. E però V. rimprovera al Malebranche, che pur platoneggiava, di non essersi accorto che la mente umana può ricavare la cognizione, non pure del corpo, ma di se medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi in Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: Mens cogitando se exhibet: Deus in me cogitat: in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco ». Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo primo momento, ha un significato; nel suo complesso ne ha un altro. A V. sfugge interamente il valore del cogito cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in cui non è centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il pensiero come pensato: l’ Idea, l’ Uno, il Dio platonico e neo-platonico. Il cogito non può essere la causa dell’esse (cogitansì, come pure evidentemente è per chi attribuisce al cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, perché V. non vuol dimenticare (e Cartesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo punto) quello che ha appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse, lo stesso esse cogitans, non è causa sui, non è sostanza, ma res creata, la quale perciò non ha in sé nessuna verità, e va riportata alla sua causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista vichiano contro Cartesio è panteistico e antispirituale, precisamente come quello di Spinoza ?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a Cartesio: vulgus philosophicum incipere a creaturis, Cartesium incepisse a mente, se incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista V. non sorpassò mai; e in I De ant., c. VI; in Opere, I, 173-4. ? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos. Cartes., e Eth., II, prop. X, sch. 2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN, Leibniz u. Spinoza, Berlin.] certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731 alla Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la stessa critica, sul principio che gli addottrinati non debbono ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche Spinoza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar poco lui stesso, e più tardi infatti vi rinunziò) di dimostrare una reale distinzione tra il mio essere e il vero Essere. La questione già gli si era presentata nel De antiquissima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius mentem cognosco; facendo Dio omnium motuum sive corporum sive animorum primus Auctor. Gli s'era affacciata negli stessi termini che a Plotino e a tutti quelli che s’eran messi sulle tracce di lui, finché Spinoza non trasse col coraggio del genio filosofico la conseguenza necessaria, che sola poteva chiarire il gran difetto di quel primus Auctor. Unde mala? V. sente tutta la difficoltà: sed heic illae syrtes, illi scopuli. Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot foeda, tot falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della cognizione intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive, spiega del pari platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi perché non debba essere della stessa passività dell’ intelletto, se la sua libertà non importa altro che la possibilità dell'errore. La soluzione del V. è più profonda. Nessuno, come insegna il Vangelo di Giovanni, può andare al Padre, misi Pater idem traxerit. E la volontà ? Quomodo trahit, st volentem trahit? V. aveva accettato e accetta la dottrina agostiniana come la più conforme alla so I Pubblicate per la prima volta nell’ed. Nicolini,242-3, ma da lui anticipate nella Critica, VIII (1910), p. 479. stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del male, nega il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo del De antiquissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande importanza per l’ intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum simulacris amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed id ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus a corporibus excitari, a corporibus communicari nobis videre videmur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae communicationes Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confirmant; prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus !. Nel De antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente: Sed cum neque rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis rebus in ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri »; come se realmente l’ intelligibilità da lui veduta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova: dove i bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel corso dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în ?1nteriore homine, per risalire quindi sopra la mente a Dio. E V. aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III, LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA per lui, in Cartesio, era falso, e il vero era vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del Ficino *: Neque audiendi sunt sceptici, si negaverint in animis nostris esse veritatem, quia videantur de singulis dubitare. Non enim de omnibus dubitat animus, ut apparuit in omnibus necessariis veritatibus quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc mihi iucunde olere scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat summum bonum esse, quo nihil praestantius ? Et esse vel in homine, vel extra hominem, et si in homine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis non certo sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse, vel plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? oportere Deum esse corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus, esse necessario incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere della vecchia metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti senza realtà, 0, se sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas multas astrologiae et medicinae certas esse declarat effectus [che è, si badi, il concetto dell'esperimento, non baconiano, dunque, ma ficiniano di V.]*, ut arithmeticas et geometricas praetermittam, quibus nihil est certius [che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est certus. Nam se tunc dubitare non dubitat. ‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a veritate certa id habet certum. Quippe qui se dubitantem intelligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus est, de vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubitat, in seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet I Lib. XI, c. 7; ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $ 2: Opere, I, 136: In physica ea meditata probantur, quorum simile quid operemur: et ideo praeclarissima habentur de rebus naturalibus cogitata, et summa omnium consensione excipiuntur, si iis experimenta apponamus, quibus quid naturae simile faciamus ». 3 Cfr. sopra30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189), dove il Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale delle realtà matematiche. eum de veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut Augustinus inquit, praesertim cum non modo se dubitare intelligat, sed quod hoc intelligit animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in infinitum. Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto satius foret non dubitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper certus se investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui non est, vivit, sentit, et investigat. Certus quoque est se non esse primam veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet. Scit eam dubitatione et errore non implicare Qui il cartesianismo di V. c’ è tutto; ma a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra mente, la quale agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente nostra a se medesima, o in questa passività della mente, in quanto mente infinita, si fonda neoplatonicamente il concetto della inconsapevolezza originaria dello spirito come fantasia, quale si vede, per la prima volta, nella nostra Orazione. Il legame intimo dei due concetti è chiaro appunto in Ficino, e mi permetto di riportare ancora un lungo passo di lui per l’ interesse che ha qui il chiarimento di questo punto: Mens autem, quae supra nos est, quia purus intellectus est, puro intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem nostra mens assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est in anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius veri naturalis essentialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior atque praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione divinus ! Cfr. il celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: A Deo errantes per fiagella reducti sumus ad viam salutis et cognitio- [Iamblicus confirmavit, quod quemadmodum temporalia contingentiaque per temporalem contingentemque cognitionem attingimus, ita oportet necessaria et aeterna per essentialem et perpetuam attingere notionem, quae non aliter inquisitionem nostram antecedit, quam status motum. Temporalis vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut contingens effectus motum sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum mentis actum, qui quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animadversionem pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque actus intellectus rationalis, vel rationis intellectualis, qui discursione fiunt, propter operationes inferiores soleant intermitti, atque e converso. Verum cur non animadvertimus tam mirabile nostrae illius divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter continuam spectandi consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut quia mediae vires animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad negotia vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis occupata, quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt ocium, defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae velut in speculum. Unde et vera ratiocinatio nascitur ex intelligentia vera, et humana intelligentia ex divina. Neque mirum est aliquid in mente illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil enim animadvertimus nisi quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis concupiscendi esuriat atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in phantasiam transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue agit ? Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque perpetuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa debilior, quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est potius vehementior. Saepe enim dum canimus aut currimus, canere nos aut currere nequaquam excogitamus, atque ex hoc attentius operamur. Animadversio enim actionis intentionem distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in qualibet arte opera eius artis sine attentione non agunt, veterani autem, etiam nem divinorum, non per syllogismum, qui est quasi sagitta qua scopum attingimus a longe absque gustu, neque modo per authoritatem, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per tactum intrinsecum in magna suavitate ». si non attendant, habitu quodam et quasi natura operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis intelligentiam ? !. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopenhauer e Hartmann avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la potenza creatrice dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio. Anche per V., da principio, la cognizione originaria, la vera cognizione, base d'ogni riflessione, è questo tesoro non nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto Bruno, che sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino, per dirla ancora con Bruno, solo se è predestinato, può arrivare alla Gerusalemme della beatitudine e visione aperta della verità divina: perché gli sopramonta quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia » 3. V. nella Scienza Nuova scoprirà una Gerusalemme della ragione tutta spiegata, a cui si conduce l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in quanto, profondandosi sempre più nella stessa intuizione neoplatonica, troverà che le forze dell’uomo sono la stessa forza divina; e l’asino e il cavaliere bruniani diventeranno a’ suoi occhi un essere solo. III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si potrebbe scorgervi un accento personale e una traccia di elaborazione originale del pensiero vichiano. Pure il V., quando già aveva tutte quante scritte queste sei orazioni anteriori al De nostri temporis studiorum ratione, 1 Theol. plat., libr. XII, c. 4; I, p. 273. * Cabala del cavallo pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile, IT,245-6. questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino ! dimostra che almeno allora non era dell’opinione espressa più tardi nell’ Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno pensava allora di darla alla repubblica delle lettere; quantunque il suo disegno non avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa seconda orazione non può aver altro significato se non che V. attribuiva uno special valore alle verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte eloquenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in questa orazione, che è tra le pagine più belle del V.. Egli vi espone principii dell'etica, di cui nella precedente orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso (nel senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione neoplatonica del bene come Uno immanente nello stesso molteplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva. V. comincia dal contrapposto, che abbiamo visto in Pico della Mirandola *, tra la natura e l’uomo: la natura, governata da leggi necessarie, assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può essere che se stessa e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà, onde può accogliere in sé le più aspre contraddizioni. La natura è fatta, l’uomo si fa: o, come dice Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino, Theol. plat.] V., nella natura omnia ad aeternum exemplar facta, aeternoque consilio regi; nell'uomo nedum diversa et contraria, sed a sua communique natura aliena atque abhorrentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un alzum a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel V. della Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque, come ha nettamente veduto il Croce 1, né anche V. si liberi del tutto della trascendenza in modo da poter conquistare un pieno concetto del progresso. In questa orazione tentenna, come Pico, come Ficino, come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va a vedere, questa che si dice libertà, è servitù, e la vera libertà è quella per cui si nega la prima, senza conservarla, senza mostrare che soltanto per la prima si giunge alla seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge. All’uomo questa, scolpita da V. nello stile delle XII Tavole: Homo mortali corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum et honestum, sive adeo mihi uni, nascitor. Mens verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne imponunto. Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cupiditates rationi ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione, sed sui conscia iudicato; neve animus ex libidine, sed ratione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam sibi nominis claritudinem parato. Virtute et constantia humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam fraudem, sive per luxum, sive per ignaviam, sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis reus sibi 1psi bellum indicato » 2. La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è valore; è un dover essere, che è essere; è una volontà, I La filos. di G. B. V.,143-4; 28 ed.,147-8. 2 Riferita con qualche variante dal V. nell’Autob., ed. Croce, p. 28. mere Ade ii LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA che è piuttosto natura. Si determina in imperativi che,  mentre par sì dirigano da Dio all'uomo, sono rivolti da  Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il tendere  naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene,  il conoscer la mente il vero e il falso, sono, e devono  essere, volontà di Dio; non sono, né possono essere, volontà dell’uomo. E se le altre determinazioni della legge  umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non si farebbe  da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per volere  di Dio. V., non occorre dirlo, da questo genere di  determinazioni passò ad altre determinazioni che come  libere potessero essere rimesse alla libertà umana (non  sottomettere la ragione ai sensi, ma dar l'impero alla  ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando al  fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra  tra le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché  esse non sono se non le definizioni della natura umana,  quale può esser data dalla cognizione della propria divinità (onde V. conchiude che lex, quam Deus humano  generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non  può essere del senso, ma solo della mente, la quale per  natura cognoscit verum et falsum, ed è quindi incapace  di errore, non si vede come la legge potrebbe esser mai  liberamente violata: non si vede cioè come queste altre  determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà  umana (leggi morali) e non più per la divina (leggi naturali), se V., come altri prima di lui, non sottintendesse  una volontà, che non è mens né sensus, o meglio è insieme  mens e sensus, e però può farsi questo e tornare ad essere  quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica vichiana, è quello della morale stoica e neoplatonica: seguir  la natura: Si sapientiae studiis animum adiungamus,  naturam sequimur: sin ab ea ad stultitiam traducamur, a  nostra declinamus natura, et in cam facimus legem ». Liberar la propria natura (concepita nella sua originaria divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è il  processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu  concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché  intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle  scuole socratiche e nel neoplatonismo, per cui il supremo  fastigio dello spirito è amor Dei intellectualis.   V. comincia dal ritrarre co’ più foschi colori una  truce immagine della guerra: scontro degli eserciti avversi, e fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve  inesorabile l’ ira e il furore acceca le menti e una prepotente libidine di strage infierisce negli animi. E i volti  efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di fiamme  cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale  pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni respinti indietreggiano, gli altri incalzano: se questi stan  fermi, quelli fanno impeto; dove si scompiglian le file,  penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo miserando,  il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli  orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni.   Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla  guerra che dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde  si perde patria, felicità, libertà e ogni fortuna. L’anima  è parte razionale, parte irrazionale. Nell’anima irrazionale,  secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due cavalli,  maschio e femmina; uno irascibile e l’altro concupiscibile:  uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e languore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava  cupiditas alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle  passioni (perturbationes), di cui la sorgente è l’amore;  che è desiderio, seilbeneè lontano; speranza,  se sl può conseguire; gaudio, se presente; gelosia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa  godere; e quindi emulazione, invidia se altri  .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo scopo e strappata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa male, l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene  l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la  tristezza e il dolore. Edecco riscuotersi l’altro  cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia, se  può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce  l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tollerabile, ne viene la noia (faedium); se trasmoda, lo  sbalordimento (stupor). Le gioie s’alternano perpetuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come  fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito !   Gli stolti che gli si danno in balìa, veggono talvolta  Il soave diletto di un Archimede occupato, durante il  saccheggio di Siracusa, nelle sue dimostrazioni geometriche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma  della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una  villetta a studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle  meditazioni della filosofia e del ricordo delle sue grandi  gesta. Ma che perciò ? Basta forse la bellezza della virtù,  a metterli, destando il desiderio di sé, sulla via che sola  conduce a quella dolce gioia che non è premio della virtù,  ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto  mezzo o di quei termini, per dirla del poeta,    Quos ultra citraque nequit consistere rectum;    è coerenza logica, per cui non si può lodare la virtù e  Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si sottrae  all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie.  Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque  is sibi dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Llaborat, suique taedet ac poenitet. Nunquam ei velle ac  nolle decretum est ». Lo stolto, dice V., semper foris est;  nunquam secum habitat.   Sconfitto nella guerra con se stesso, egli vien cacciato  dalla sua patria. Dalla patria del sapiente: non dalla    piccola città che un muro e una fossa serra, ma dalla  grande, cui circondano i flammantia moenia del poeta;  non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo  con umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure:  dalla città, in cui con Dio abitano i saggi: il mondo divino, che è la natura degli stoici e dei neoplatonici, panteisticamente intuita nella sua divinità: etenim ius, quo  haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo  et partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum  continet et tuetur ». Quella ragione, che è in Dio, e costituisce la sapienza divina, è conosciuta dall’uomo, e costituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è  detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché  questi non la conosce se non in se stesso); quella ferfecta  ratio, come V. dice pure esplicitamente,  qua Deus  cuncta operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche  le passioni, la cui conoscenza viene ad essere perciò sapientia, quindi superamento della stultitia, e però libertà  virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale virtù, appunto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio  operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde  noi intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è operazione dell’uomo, ma dello stesso Dio. A V. infatti  par troppo superbo il pensiero degli stoici, che la virtù  (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più  vero e più profondo dire: una re nos Deus sur similes  reddit, virtute, qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam  aeternae nos compotes facit felicitatis ». L'amore intellettuale  della mente verso Dio, aveva detto Spinoza,  col quale  V. era portato necessariamente ad incontrarsi spesso  dalla logica del suo pensiero 1,  è lo stesso amore di    I Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti  ideali di V. con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti  storici v. B. CROCE, La filosofia di G. B. V., p. 198; 28 ed., p. 204.  I riscontri della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da    Dio: l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in  quanto è infinito, ma in quanto si può esplicare per l’essenza della mente umana considerata sub specie aeternitatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente    CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. V., Milano, Bortolotti, 1877,103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non  trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimostrano nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono  nessun concetto specifico dello spinozismo.   Ecco invece alcune coincidenze significative che potranno fornire  materia a una speciale indagine. Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due  specie di causa: Causam adaequatam appello eam, cuius effectus  potest clare et distincie per eandem percipi. Inadaequatam autem seu  partialem illam voco, cuius effectus per ipsam solam intelligi non potest». E V. nella Prima risp. al Giorn. d. Letter. (Opere, I, 221)  avverte: Per vera cagione intendo quella che per produrre  l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come spiega nella Sec. risp. (I, 257),  non ha di cosa forestiera bisogno »: quella causa insomma nella cognizion della quale la scienza consiste, poiché il criterio di avere  scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana, più che  cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli attributi propugnata nel  De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I, 267): Sostanza in  genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose, indivisibile in  sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise cose, quantunque  disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue spezie:sostanza  distesa è quella che sostiene estensioni disuguali egualmente; s o stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali  egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra,  ma indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione,  cioè a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed  è indivisa nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?,  ed. Ferrari, III, 16).  V., De antiq., c. IV, $ 2 (Opere),  riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e modus.   Spinoziano è pure quel che V. dice nella Sec. risposta (I, 268) intorno all’errore: Io non mai ho inteso dire false le apprensioni  nell’esser loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno  fedelmente l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco  qualche realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le  ho dette false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente  in giudizii falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35 etc.   Per Spinoza (E#h., II, pr. 7) ordo et connexio idearum idem est ac  ordo et connexio rerum; e per V. egualmente: L'ordine dell’ idee  dee procedere secondo l’ordine delle cose » e le dottrine debbono  cominciare da quando cominciano le materie che trattano »: due dignità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non suonino le  parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza.  Per Spinoza è un  corollario della cit. proposizione quod Dei cogitandi potentia aequalis  est ipsius actualì agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det    DI    verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se  stesso !.   Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria  felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a    natura sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine  eademque connexione sequitur in Deo obiective»: che è il verum  factum convertuntur rispetto a Dio, di V..  Per Spinoza (E#à., I,  app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet communtiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem  agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo  ad Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E V.:  Gli  uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non  le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi dànno alle cose  la loro propria natura.... », e La fisica degli ignoranti è una volgar  metafisica, con la quale rendon le cagioni delle cose ch’ ignorano alla  volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina  si serve » (dign.).  E altri riscontri si possono  aggiungere come i seguenti:  Primum verum metaphysicum et primum  verum logicum unum idemque esse »: V., Notae al Diritto Universale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI: Le  dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che  trattano »; cfr. pure dign.). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch.   La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc.  N.2, dign. XXXVI; e cfr. oltre,84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.pol., c. 2:  Nam qui maxime imaginatione pollent, minus apti sunt  ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis pollent,  eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis temperatam,  magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum intellectu confundatur ».  Anche per lo Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I  e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari, Laterza, 1914, parte IV, nn. 40,  80) la religione è, come pel V., il principio della vita civile dell’umanità.  A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del  certo (v. oltre,120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è  nella sua dottrina del valore probativo dei fatti storici (a proposito  delle profezie) nel Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo  delle Annot. in Tract. th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177:   Per res perceptibiles non illas tantum intelligo, quae legitime demonstrantur, sed etiam illas, quae morali certitudine amplecti et sine  admiratione audire solemus, tametsi demonstrare nequaquam possunt.  Euclidis demonstrationes a quovis percipiuntur priusquam demonstrantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum quam praeteritarum,  quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura, instituta et mores,  perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt mathematice demonstrari.  Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem omnem excedere  videntur, imperceptibiles dico.Eth., V, prop. 36. Era dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui  un luogo di un nostro neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spinoza, Leone Ebreo; il quale nei Dialoghi di amore (1516) dice che    se stessa: la virtù, che è rerum scientia, certa scire, quindi  mente adire Deum, che è il sommo bene. Il saggio, ritraendosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta  libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse  mai compromessa e smarrita per il libero arbitrio !):  poiché egli  agnoscit quae in nobis sunt, natura sua libera  et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris ». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se medesimo, è gittato nel carcere del corpo:  Tenebricosus  carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas, error; custodes,  sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et in  omni vita pravis affectionibus corruptissimi ».   Il nosce te ipsum della prima Orazione diviene nella  seconda: sequere naturam. Ma è sempre lo stesso pro ]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma contiene in sé l’onestà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che sia: perché  la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti onesti.... È principio,  perché dalla divinità depende l’anima intellettiva agente di tutte l’onestà  umane, la quale non è altro che un piccolo raggio dell’ infinita chiarezza  di Dio appropriato all'uomo per farlo razionale, immortale e felice. E  ancora questafanima intellettiva, per venire a fare le cose oneste, bisogna che partecipi del lume divino: perché, non ostante che quella  sia prodotta chiara, come raggio della luce divina, per l’ intendimento  della colligazione che tiene col corpo, e per essere offuscata dalla tenebrosità della materia, non può pervenire all’ illustri abiti de la virtù  e lucidi concetti della sapienzia, se non ralluminata dalla luce divina  in tali atti e condizioni, che così come l’occhio, se ben da sé è chiaro,  non è capace di vedere i colori, le figure e altre cose visibili, senza  esser illuminato dalla luce del sole, la quale, distribuita nel proprio occhio e  nell'oggetto che si vede e nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa  la visione oculare attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro  da sé, è di tal sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla compagnia del rozzo corpo e così offuscato, che gli è di bisogno essere illuminato dalla luce divina....»; ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19.  Pei rapporti di Leone con Spinoza vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo,  Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE, Studi sul Rinascimento, Firenze,  Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un importante lavoro su Leone fu  pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos Lehre vom Weltall u.  ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen Anschauungen, notevole  per la illustrazione delle fonti di Leone (Plotino, Ficino): in Arch. f.  Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403, 456-96. Vedi ora gli studi del  SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital., 1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee  der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr, 1926.    cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma un'etica  che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella  di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la  sua libertà perché è un modo della sostanza. Se V.  fosse rimasto a questo punto, in cui Deus operaur e  l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al  concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non  sarebbe mai pervenuto. Ma egli ora va ricercando come  l’ intelligere umano possa essere un operari di Dio; unità  di contrari, senza di cui la storia della Scienza Nuova  non sarebbe nata nemmeno ?. La terza Orazione (che V. dice recitata il 18 ottobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) = riprende la concezione dell’etica adombrata nella precedente, mantenendo l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso, virtù e passioni, e quindi il concetto della libertà come prerogativa fatale dell’uomo, prima origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa l’uomo, lo fa lui, e tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È rafforzata l'opposizione tra la necessità naturale e la libertà umana coi colori presso a poco di cui s’era servito, come s' è 1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione ricompaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel 1701, causa la così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio napoletano si riaprì, non secondo la tradizione, il giorno di San Luca (18 ottobre), bensì, senza alcuna cerimonia inaugurale, il ro novembre. Inoltre in certi Giornali inediti di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data del 18 ottobre 1702, è detto che, nella riapertura degli Studi avvenuta in quel giorno, il signore Giovanni de V. fe’ una erudita orazione come lettore di rettorica » (Comunicazione di F. NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più precisa documentazione)]. veduto, il Pico. Ma esplicitamente deplorata, a differenza del Pico, la sua prerogativa. At utinam Deus fecisset immortalis naturam humanam sibi itidem, ut reliquae, mancipatam ! ». Se non che, nell’etica di quest'anno spunta un elemento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’ Orazione precedente. L'uomo, tornando in se stesso, per seguire la propria natura, vi trova una legge che lo riporta fuori di se stesso: Maxima quidem et potentissima illa vis est in hominum animis insita, quae alium alii consociat et comungit ». Pel V. la filosofia è ancora una naturae vestigatio; ma in questa natura comincia ad esserci veramente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio, e che non è male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più l’ Uno astratto del neoplatonico, perché si realizza nella molteplicità; talché la stessa sapientia, che prima era quel dio che l’ individuo trovava nel fondo della propria essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità, di cui compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che comincia a premere in V. sul neoplatonismo: un empirismo contro una filosofia, ma che ha su questa il vantaggio di affermare il valore di quel mondo umano, vario, diverso, non raggomitolato nel pensiero immutabile dell’immutabile verità, ma spiegantesi attraverso l’amore e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio aut rem aut operam conferat in commune; e V. in questa Orazione svolge pedagogicamente la necessità che i soci di quella società che è costituita dai letterati, dagli scienziati e dai filosofi adempiano in buona fede secondo il monito del giureconsulto romano (inter bonos bene agier) cotesta legge. Scarsa l’ importanza scientifica dei singoli precetti di questa morale letteraria esposta nel séguito dell’orazione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi V. ha occasione di darci notizie assai interessanti per la storia del suo pensiero filosofico, e indizi manifesti di una crisi che in lui vien maturando. Dove riprende i filosofastri che contravvengono alla buona legge della repubblica letteraria non recandovi il contributo di opere proprie, ma badando a lacerare le altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono scagliare contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro Zenone, vanum mirabilium promissorem, magnificum, suderbum et fastus plenum; contro Democrito ed Epicuro, carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, € contro Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna. Lo studioso di buona fede deve, invece, lodare in ogni scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli errori all’umana debolezza. Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae disserat de animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a libidine defoecato; et eum divini cognomentum lure promeruisse cognosces. Audi Stoicos, quam graviter et severe sapientis constantiam doceant; et tute rigidos ac torvos virtutis custodes dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi quam explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addiderunt: quo corde de re oratoria et poética praecepta tradat; absolutissimum illud de morum philosophia systema perlege; et ingeniorum miraculum ultro fateberis. Audi Democritum, quam verisimillima de principiis rerum, de corpusculorum effluvio, de sensibus contempletur; et Naturae praelucem appellabis. Audi Carthesium, quae de corporum motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum in physicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum exemplar factum. Dove, se non m’ inganno, è un documento assai notevole delle opinioni filosofiche di V. al 1702. Platone coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de geniis e il de Deo summo bono) è sempre, com'era da aspettarsi, il fondamento: su cui si accettano degli stoici la morale (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica, la rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel che è più interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio, di cui già la prima Orazione accettava la teoria del primo vero, che il De antiquissima combatterà, e il metodo geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato come l’ ideale della dimostrazione scientifica in tutte le opere, fino alla Scienza Nuova; ma, quel che non ci saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche a quella fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana, che dal De antiquissima in poi V. avverserà vigorosamente dallo stesso punto di vista dal quale contemporaneamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz. La dottrina dei punti metafisici non era ancor nata; ma è lecito anche sospettare che per allora V. non vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è tra il meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo della sua metafisica platonica. Non è per altro da trascurare che fin d’allora V. non riconosceva valore di verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a quella dottrina fisica, come probabilmente alla teoria democritea, che poco prima aveva rinnovato il Locke, della soggettività delle qualità secondarie (cui forse si allude col de sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spuntano quelle riserve, che egli farà più tardi esplicitamente circa la portata dimostrativa del metodo geometrico, su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento; e s’affaccia quello scetticismo rispetto alla scienza della natura che sarà svolto poi nel De antiquissima, quando V. acquisterà la chiara coscienza (una trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è vietata dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà esplicitamente che il razionalismo dei filosofi dal fastoso placito sapientem nihil opinari, genera l’ordine tutto opposto degli scettici: e opporrà al vero dei matematici i probabile dei filosofi!. Nella fisica corpuscolare doveva vedere nel 1702 una verisimiglianza equivalente alla probabilità propria della metafisica del De antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è da credere che rimanesse in atto di non irriverente scetticismo; secondo una tendenza ovvia del suo neoplatonismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che contrappone l’operare di Dio nella natura all’operare della mente nell'animo: dualismo, per questo lato non diverso da quello onde l’empirismo inglese doveva minare la scienza razionalistica cartesiana. Tra gli altri precetti di buona fede scientifica V. appunto raccomanda di non finger di sapere quello che s’ ignora. E nella illustrazione di questo precetto fermenta certo lievito di scetticismo, indice di studi nuovi e di nuovi bisogni mentali. Esempio di ignoranza dissimulata sotto la maschera della scienza: l’antipatia. La si definisce: una facoltà che non ne soffre un’altra. Ma che Dio ti benedica, spiègami in che cosa è riposta questa facoltà. In certa facoltà occulta. Ma appunto di questo ti prego: spiegami questa facoltà occulta. E zitto. Perché non dire piuttosto fin da principio: non so ? ?. Fin qui è la polemica cartesiana contro le entità metafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue un altro esempio, che è la satira di un'applicazione car I Sec. visp., in Opere, I, 273-4. 2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere, I, 261, V. poi diede torto così agli aristotelici, che guardano le cose fisiche con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così credono esser luce quelle cose che sono opache »; come ai cartesiani, che con l'aspetto di fisici guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite, cioè non credono esser luce se non dove ella riflette ». tesiana del metodo geometrico in fisica. Donde apparisce che fin da principio V. doveva in quella sorta di fisica incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge una certa anticipazione di una arguta censura mossa più tardi all'abuso di certi metodi strepitosi: S' immagina che un cartesiano, movendo dalle sue regole, definizioni e postulati, voglia dimostrare che i corpi lanciati sien portati non dalla gravità, bensì dalla circumpulsione dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la stessa evidenza di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due retti. V. non la vede così chiara. Ma tu hai concesso i principil. SÌ, perché sono molto verisimili. E allora? Ma, chi sa? Qualcuna di queste regole del moto di Cartesio potrebbe anche esser falsa. Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche ne ha scoperta falsa una sola? In conclusione: Quid simulamus et geometricas demonstrationes homini sanae mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe come chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole. Ma confessiamo qualche volta la debolezza della nostra natura: :n hoc studia valeant, ut hoc sciamus vel nescire, vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo sa d’ ignorare. Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al 18 ottobre 1704)? V. illustra un concetto ancor più alieno dal mero ascetismo: che i maggiori vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che coincidono Sec. risp., $ IV: Opere, I 272. 2 Vedi Nota più avanti,92 sgg. So coi fini morali propri degli studi stessi indirizzati a pro della comunità civile. Egli s’allontana sempre più dalla concezione mistica dello spirito, attratto dal vivo senso della realtà storica della natura umana: onde finirà col vedere il vero e il certo dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo bene non è più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è cangiato il punto di vista; ma la legge morale si riempie di un contenuto, al quale lo spirito prima era indifferente, e che accentua il motivo dell’ immanenza, di contro a quello della trascendenza del panteismo acosmico dei neoplatonici. La sapienza o cognizione di Dio si orienta verso la realtà umana; pur rimanendo mera cognizione, ed un'etica, perciò, eudemonistica. V. sente il bisogno di spezzare una lancia in favore dell’ intellettualismo socratico, combattuto da Aristotele, pigliandosela con coloro che omnium primi hanc humanae societati perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis honestique’ distinctionem; et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus distraxerunt ». Per V., come per Spinoza! e per tutti i platonizzanti, la felicità, consistendo nella cognizione, che è pure la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide con questa. V., per altro, introduce di suo una distinzione notevole: distingue beni fisici e beni spirituali, tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei primi la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e restringendosi ai secondi. Officia, egli nota, quae a mentis opibus animique proveniunt, non sunt ciusmodi, ut vita, fundus, aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non insumit; sed res eius miri generis sunt, ut qui eas tenent, non habeant; qui donant, hoc ipso quod donani, conser t Eth., IV, prop. 24. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales dixeris copiosos. Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes, agendorum fugiendorumque consilia uter în suis rationibus referat îs, qui accepit has res, an qui dederit ? Quod si ita se res habet, necessario illud conficitur: quo quis eiusmodi officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior finis, quam velle iuvare quam plurimos, quo uno homines, alius alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit, cuius ea est natura, iuvare omnes ? >. Qui abbiamo, mi pare, un nuovo orientamento, non per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel concetto fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in cui si continua sempre a risolvere il processo dello spirito, non è veduta come un ritrarsi dello spirito dalla molteplicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi come un uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi nella molteplicità (dello stesso spirito, come comunità sociale). V. non guarda più alla natura, in cui non ha trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di raccogliersi in sé; ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato sempre se stesso, studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli si rovescia, e se prima era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad apparirgli un descenso anch’esso parallelo al divino; e con questo di vantaggio, che il descenso divino del neoplatonico è decremento di realtà, e il descenso dello spirito è un incremento di realtà, e quindi piuttosto un ascenso. Lo spirito si realizza nella comunicazione; non si diffonde perciò, ma si concentra. Non si tratta più di cieco emanatismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico, processo teogonico. V. intravvede già oscuramente la via sua, e comincia a staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via risolutamente s’avanza nella successiva Orazione (18 ottobre 1705) *, che, proponendosi di provare respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, cum maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere il concetto dialettico dello spirito che è spuntato nell’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si aggira intorno al concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto diverso da quello, in cui era stata rappresentata nell’ Orazione del 1700. Lì la guerra era dell’uomo in balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice di male agli altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura, nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto di sorta. Nata dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come l’errore: effetto di una libertà malaugurata, non manifestava la divinità, anzi la miseria dell’uomo alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece l’errore stesso comincia ad apparire all'uomo, che ha meditato sul mondo umano, qualche cosa di necessario: ut ad quod verum vecta pergere nati sumus, non nisi per viarum amfractus circumducamur. Che è ben altra cosa da quella facile impresa che pareva una volta la filosofia a V. (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a guardar il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la filosofia è un’ impresa non meno virile ed ardua della gesta guerriera. Le forze dello spirito si sublimano ai suoi occhi; non per la loro natura od origine, ma pel loro valore e destino. An ignoramus, quanta sit animi vis, quamque admirabilis?... Qui sapientiam ociosam putant, non plane norunt. Ea enim est hominis emendatio. Nam mens et animus homo: mens autem erroribus obrupta, animus cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique medetur malo, et mentem veritate, animum virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper.... ». Qui tutto è capovolto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda I Se questa data assegnata dal V. è esatta.] Orazione si metterebbe arrendendosi agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza (la natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo comincia ad apparire originariamente non più l’Adamo dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano. La ragione tutta spiegata non è a principio, ma alla fine; e il processo non è un tornare indietro dopo vani erramenti, ma un andare avanti, sempre avanti, dall’errore alla verità. I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono più accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse quo res componanit vengon dichiarate necessarie al genere umano !. Quid enim sibi volunt graves ex eo 1ure conceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hostimentum revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi vindicare inferendas, ulcisci acceptas ius sit: et fas nationum supremamque iuris gentium legem, conservationem humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium officiorum moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ». Le guerre, secondo V., si devono definire turis 1udicia; la scienza della guerra humani iuris prudentia, giurisprudenza internazionale; e, perché tale, atta a nutrirsi, come è dimostrato anche dallo studio della storia, di tutta la ricchezza spirituale che in uno Stato è tesorizzata dal fiorire d'ogni cultura letteraria, scientifica, filosofica, 0, in genere, dello spirito. Sì comincia così ad intravvedere un vero certo, un razionale provato dalla realtà, un diritto prodotto dai fatti; un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a cui collabora il genere umano, in una fatica che non è più vana. V. distingue due specie di guerre, bella generis inferioris e bella generis superioris; le guerre di Attila, devastatrici e barbariche, e le guerre di Senofonte, civili ed edificatrici di civiltà. Inutile qui rilevare il carattere empirico della distinzione. V. ha distratto il suo sguardo dal mondo intelligibile dei filosofi platonici; è concentrato nella contemplazione dell’uomo. Nella sesta Orazione (18 ottobre 1707) ® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione notissima dell’anno dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello spirito dal lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio ad universum ingenuarum artium scientiarumque orbem absolvendum invitat, ac rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem exponit. È il problema stesso della prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva scoprire altro che l’astratta natura divina dello spirito umano, e qui invece mette innanzi tutto un processo di sviluppo di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla scienza. Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la realizzazione dello spirito; e a cui perciò il pedagogista si appella contro l’usanza di avviare i giovani allo studio di questa o quella determinata scienza o arte, filiorum ingenio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato, et eorumdem naturae viribus inexpensis, ex sua animi libidine.... vel invita quam sacpissime Minerva 2. V. comincia dal descrivere al vivo gli effetti del peccato originale, oltre il quale la sua mente più tardi non risalirà a vagheggiare lo stato originario dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella lingua lo strumento di espressione adeguato del proprio pensiero; nella mente non ha più lo strumento del vero; e quindi si travaglia tra le apparenze fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non gli serve 1 Vedi Nota più avanti,92 sgg. 2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo in preda alla tempesta delle passioni. L'emendazione dello spirito consisterà pertanto nell’eloquenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo, si può dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne loqui. Uomini divini son quelli che stimolano efficacemente gli uomini al raggiungimento di cotesto fine. Nec sane alio fictis fabulis poètae sapientissimi Orpheum lyra mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa, t1sque sese sponte sua ad symphoniam congerentibus, Thebas moenisse muris; et ob ea merita illius lyram, delphinum huius in coelum invectum astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa, illa robora, illae ferae homines stulti sunt: Orpheus, Amphion sapientes, qui divinarum scientiam huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni, erusque fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo ipsorum amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab effrena libertate ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum imbecillis rationis aequabilitate consociant ». Orfeo e Anfione diverranno per V., più tardi, ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivilitrice dell’uomo: ma qui appariscono come i rappresentanti della forza plasmatrice (flexamina vis) tutta propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro, costringono la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro forze selvagge al mite governo della ragione: quello insomma che si dirà il mondo delle nazioni. Is perpetuo est horum studiorum verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non doversi altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie di divinità nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione ! A dichiarazione del metodo proposto come l’unico da seguire per il raggiungimento del fine proprio degli studì, V. premette un disegno dell’enciclopedia (:9sam sapientiae suppellectilem omnem instrumentumque). Disegno, che dà luogo a due osservazioni. La scienza delle cose divine è distinta in scienza delle cose naturali, quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine propriamente dette, quarum natura Deus est. Distinzione, come si vede, neoplatonica, fondata sulla distinzione di un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in Bruno. Le scienze naturali sono: la matematica, di cui è un’applicazione, operaria appendix, la meccanica; e la fisica, a cui van riportate l’anatomia, studio della fabbrica del corpo umano, e la medicina, fisica del corpo umano ammalato, e corollario pratico dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la prima volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra breve nel De antiquissima, dove prenderà corpo lo scetticismo prenunciato nell’ Orazione terza: Naturalium rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter homines conventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas conficit apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctissimos homines disceptatur, quas explicat physice ». E più innanzi dello studio delle matematiche si dice: Eo facto adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato vero verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur, idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta prima forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato vero accenna già all’artificiosità delle matematiche, di queste verità, che son tali per noi perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da vicino al verum factum. L'applicazione della matematica alla fisica è già dichiarata impotente a conferire a questa la certezza di quella. Ma, come or ora vedremo, V. non ha raggiunto ancora la chiara coscienza della esigenza di una fisica dinamistica contenuta nella sua metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare che, salvo le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una parte storica; che, nel pensiero del V., non è propriamente la storia delle singole discipline, ma la concretezza del loro contenuto, l'applicazione delle teorie ai particolari, l’esemplificazione dei concetti generali nelle specie. Giacché altro è studiare, poniamo, la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei suoi ottimi scrittori; altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo studio della poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non deve né anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici sono la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri, nei dommi e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della disciplina della Chiesa. La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole leggi, nelle interpretazioni singole dei giureconsulti, nei vari esempi delle cose giudicate. La dottrina dell’uomo e del cittadino (moralis et civilis), non occorre dirlo, hanno la loro storia in quella che è la storia per antonomasia, le memorie e gli annali degli uomini grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno di rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una delle intuizioni principali, la principale, della Scienza Nuova. Definito quindi il disegno di una compiuta istruzione onde lo spirito può instaurare la propria natura, V. trae il suo criterio metodico dalla norma già altra volta invocata a instaurazione dello spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli studi, naturam, egli dice, se 88 DI quamur ducem. E infatti la deduzione del suo metodo è una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima delle sue Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive. Le quali saranno riprese nell’ Orazione dell’anno appresso De nostri temporis studiorum ratione, e non saranno più cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano. La prima proposizione, in cui culmina un pensiero già incontrato nella prima Orazione, d'origine neoplatonica, suona: Nullum sane dubium est, quin pueritia, quantum ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat »; la quale poco più oltre vien integrata con l’altra: n ephoebis phantasia plurimum pollet.... nil autem rationi magis, quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo, phantasia attenuanda est, ut per cam ipsam ratio invalescat » *. Che saranno due delle più famose dignità della Scienza Nuova: La fantasia tanto più è robusta quanto è più debole il raziocinio » 2; e ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che memoria dilatata o composta»: e tutte insieme uno dei concetti più importanti e suggestivi della filosofia del V.. Che la memoria sia potente nei fanciulli vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima Orazione, circa il ricchissimo patrimonio linguistico che i fanciulli son capaci di accumulare nei primi tre anni; e dall'altra, che V. dimenticherà nel De antiquissima, ma rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali della Scienza Nuova: che cioè la lingua non è creazione della ragione, ma della memoria (o fantasia), perché pro en I Nella Orazione IV già aveva detto: Atque ea omnia quae memorari facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vigent et phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae vinculis relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur ignoratione rerum, sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37. ? Dign.] dotto popolare, e non frutto di sapienza riposta *. Il corollario pedagogico è, che le lingue sono gli studi più adatti alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione. Ma lo sviluppo di questa è impedito dal fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere "della ‘fantasia. Chi non sa che, quando questa ci ha fatto immaginare da giovinetti città e regioni lontane e mai viste, a stento col progredire degli anni riusciamo a formarci un'idea diversa ? Tam alte prior caelata est, ut complanari, et alia super ca induci non posstt. E dell'opposizione tra fantasia e ragione si fa esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci superano nella fantasia, fanno meno uso della ragione: onde più degli uomini soggiacciono alle passioni. L’attenuazione della fantasia è, come siè accennato, il miglior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1 giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un esercizio d’ immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per tener dietro a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio (per una specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto la Scienza Nuova a intendere lo sviluppo dello spirito), vien rimettendo ogni crassezza e corpulenza (crassitie et corpulentia): la fantasia, si direbbe, nega se stessa nella considerazione dei punti e delle linee: la mente umana si liquefà, comincia a purgarsi, e dal senso passa al pensiero. Giacché, dopo le matematiche, si può volgere alla fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono corpi; atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par est, quae omnem sensum effugiuni colligere, adhuc corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che studia « insensibilia Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat, quam sermonis, nam eius ratio consensus et usus populi est: quem penes arbitrium est, et ius, et norma loquendi»: Opere, I, 63-4. corpora corumque insensibiles et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum principia et caussae ». (Siamo, come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di falsa posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la mente, fer gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della fisica, si vien depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi allo studio delle cose spirituali, e conoscere con intelletto puro (la mente pura della Dign. LIII) se stessa, e per se stessa Dio. Scoperta quindi la regola del vero e del falso, si potrà studiar la logica; e, conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi all’etica, che consegue dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma poco importano 1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello spirito: molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi occhi (mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si può salire all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e nella sua opera maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in quell’oscuro mondo dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che era affatto ignorato da tutta la filosofia precedente. Conchiudendo: la prima fase del pensiero vichiano si distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora indistinta di entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guardare per intendere le due fasi consecutive, ciascuna delle quali la porterà tuttavia oscuramente in se stessa. In questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui la mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega la sua molteplicità, lo sviluppo si contrae nel suo punto di partenza, e il mondo, come mondo, non ha valore, e rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà. È la metafisica antica, platonica per antonomasia; verità senza certezza; oggetto senza spirito: e quindi trascendenza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e lo scetticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che non è dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è se non in quanto si fa (spiritualmente), attraverso contrasti, sempre composti e sempre rinascenti, in cui si svolge con incremento continuo la realtà, che non è più concetto astratto (genera, gli universali della logica aristotelica), ma storia, particolari, onde si realizza l’universale: individuo. La prima metafisica è svolta nel De antiquissima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo, dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua attività letteraria. Ma, come il conato della prima metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo spirito a farsi natura, la natura umana della seconda è naturalmente portata a dilettarsi dell'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo conato: spinge il molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il sentire senza avvertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura), che, come senso comune (Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito finito, ed è la stessa Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il primo conato lega Dio al mondo, e quindi la metafisica a una storia che, per non esser nostra, non può esser conosciuta da noi; il secondo lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa della storia la nostra vera metafisica. Ma V. 1 Scienza Nuova?, ed. Nicolini,183, 238. .,* E questo istesso è argomento che tali pruove [della S. N.] sieno d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin piacere.] ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere quel che è lo scetticismo del De antiquissima, e però di conservare la metafisica che non è nostra (di quel mondo naturale, di cui Dio solo ha la scienza)! insieme con la nostra metafisica. Le due vedute, le due opere vichiane,"s’ integrano a vicenda. Il che vuol dire che a fondamento del processo dalla natura a Dio della Scienza Nuova rimane sempre pel V. un processo da Dio alla natura, un descenso platonico, che spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’ immanenza e però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come la tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo e alla trascendenza, e però al platonismo e alla metafisica dell’essere. La luce è anche in V. cinta da un emisfero di tenebre. NOTA Un valente studioso, DONATI pubblica (negli Annali della Fac. di Giurispr. della Univ. di Perugia, vol. XXX) un’ importante memoria sui Prolegomeni della filosofia giuridica del V. attraverso le Orazioni inaugurali dal 1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgimento del pensiero vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del 1708 De nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero svolgendo i germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E non si può non congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti del V., che fino a pochi anni fa solevano passare quasi inosservati: poiché il Donati mette nella più chiara luce gli addentellati che in essi hanno taluni dei concetti principali del periodo posteriore della speculazione vichiana, T- -» I Dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le prime sei Orazioni V. non avesse più pubblicate, e in qual senso rifiutasse tutte le opere anteriori alla Scienza Nuova seconda; quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive illustrazioni e dichiarazioni dell’Awutobiografia per accertare l’originario significato dei primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono considerate strettamente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la trattazione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0 introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le prime sei dal V. lasciate inedite in due trilogie (come le vuol denominate il Donati): l’una sul fondamento della sapienza, e l’altra sulla destinazione di questa. Alle quali trilogie seguirebbe da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul metodo. E poiché il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento dell’attività razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura dello spirito considerata dal V. non come astratta unità isolata, ma, unità del molteplice, e quindi individualità che ha la sua concretezza nella storia, nelle attinenze sociali e nella vita comune, dalla prima trilogia è ovvio il passaggio logico alla seconda, destinata a illustrare i fini della scienza desunti dalla vita, e a mostrare nella scienza stessa uno strumento per l’azione e il principio della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si possono a ragione considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che è rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che V. nella sua Autobiografia dice come un abbozzo dell’opera che poi lavorò: De universi iuris uno principio ecc., di cui è appendice l’altra De constantia iurisprudentis ». La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno è meritevole d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in modo da riuscire una illustrazione efficacissima dell’ordine di pensieri adombrati dal filosofo napoletano nella forma alquanto rettorica di quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che ne venga un risultato nuovo per gli studi intorno alla formazione della filosofia vichiana; né che riesca sufficientemente dimostrata la tesi finale dell’autore, circa l'autonomia del Diritto Universale, come trattazione speciale di filosofia del diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui il problema del diritto si sarebbe esteso dopo il De uno. In un punto il Donati accenna ad una interpretazione della Orazione del 1699 diversa da quella data da me. Egli ritiene che le dichiarazioni del V. in quella Orazione circa la potenza creatrice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’autonomia dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per l’ identità che io vidi in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello stesso luogo io richiamai altri pensieri analoghi di scrittori del nostro Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora lo studio intorno al Concetto dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G. Bruno e il pensiero del Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di dubbio che questa celebrazione dell’uomo era un motivo tradizionale, caro sopra tutto agli scrittori neoplatonici, ignari ancora d’ogni vero principio di distinzione dello spirito umano dal divino, e insufficiente quindi da sola a quella coscienza dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con tanto ardore V.. E sta logicamente che, se già nel 1699 V. avesse raggiunto questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe potuto, undici anni dopo, incorrere nello scetticismo del De antiquissima. E quanto ai rapporti del De uno con la Scienza Nuova, sono essi da considerare o no, come due redazioni diverse e successive della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello speciale problema del diritto dal V. non ravvisato mai nella sua caratteristica differenziale che l’autore può aver fatto nel De uno per ragioni estrinseche, come quelle de’ suoi interessi accademici, non può aver peso per decidere se, sostanzialmente, il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del V. sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in proposito dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere perplessità ed equivoci (p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso autore, che quando il proposito del V. nel De uno ritorna per dar materia alla Scienza Nuova, si allarga nella sua estensione, si precisa nel suo significato » (ivi). Il che non costituisce certamente una differenza sostanziale, per la quale s’abbia a conferire al problema del diritto nella filosofia vichiana quell’ importanza specifica che esso non ha: almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una dimostrazione più conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello opuscolo. Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto alla storia intellettuale del V., sono quelli che vien conducendo sull’Autobiografia il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici commessi dal V. nella ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e fors’anche nella datazione delle sue vecchie Orazioni inedite, è indotto a dubitare se per avventura non solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo stesso neoplatonismo di questa prima fase del pensiero vichiano non sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che l’autore medesimo fece del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi ha amichevolmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto se si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pensiero vichiano, non voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle quali bisogna tener conto ancorché non bastino a suffragare le conclusioni che il Nicolini tende a ricavarne. Prima di tutto a proposito del cenno autobiografico sul Di Capua da me richiamato a p. 39: Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni del V. da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che abitava a Napoli a pochi passi dalla casuccia del V., a San Biagio dei Librai), posso affermare di sicuro che V. nella sua gioventù fu un fervente ‘ capuista ’, e che il giudizio non favorevole dato nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua è, al solito, anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del V. nel 1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata del mio lavoro Per la biografia, ove, tra altri argomenti, son messi in rilievo questi: a) la prosa giovanile del V. (periodo, costruzione, terminologia e giro di frase) è modellata esattamente su quella di Lionardo di Capua; b) ancora nel 1715-17 V. era (almeno letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato anche dal CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa); c) nella famosa disputa tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni tenne divisa la Napoli dotta in due partiti avversissimi, che polemizzarono tra loro nel modo più violento, V., insieme con altri suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di Capua; tanto che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò soltanto nel 1709, dopo che V. ebbe pubblicato il De studiorum ratione (cfr. Autobiografia, p. 33). Insomma, qui come in molti altri punti dell’ Autobiografia, V., nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò alla sua forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che la conseguenza che, per la ricostruzione della primissima fase del suo pensiero, l’Autobiografia è una fonte assai infida. Diverso, naturalmente, dovrebb’essere il caso per la ricostruzione del pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali. Senonché, queste, nel testo in cui ci son pervenute, ci offrono l'effettivo e successivo svolgimento della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione. Che il codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi tu e io pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura (quella recitata via via all’ Università) e nemmeno la seconda (di cui restan soltanto alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, dimostrai già nella Nota bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta ora a vedere: I) in qual tempo V. allestì codesta terza stesura; 2) se nell’allestirla, egli v’introdusse soltanto correzioni di forma, o non anche mutamenti filosofici più o meno profondi e correlativi al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo pensiero. Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza stesura delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai anteriore al 1708. Basti dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto di pugno di Giuseppe V. con correzioni autografe di Giambattista), le sei Orazioni inaugurali formano un sol corpo col De studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette s' intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae convenientibus. Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione del De studiorum ratione contenuta dal codice anzidetto comincia a sembrarmi non anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709), la data dell’ intero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709 e 1 principii del 1710. Se poi nell’allestire codesta stesura definitiva V. introducesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi alla sua forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente dimostrare con una prova documentaria, perché manca il meglio: il testo primitivo su cui compiere il raffronto. Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio vedere, la cosa altamente probabile. 1) Il pensiero del V., come tu ben sai, non fu mai statico, ma sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra cento, dalla pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a quella delle Note al Diritto universale (1722) corrono appena pochi mesi: eppur nelle Note V. svolse, sopra tutto in fatto di mitologia, di estetica e di critica letteraria, ‘canoni ’ affatto diversi e talora diametralmente opposti a quelli ch’egli medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni inaugurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto anni (1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione e dall’una all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pensiero già bell’e formato e, sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra l’altra; tutte si compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri sviluppi, ma senza alcun mutamento fonda mentale, il motivo centrale della prima: tutte sei, insomma, col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico coro namento, formano, come V. voleva che formassero, un blocco solo, un tutto armonico. Salvo dunque a supporre che il dinamicissimo V. del 1720-44 fosse invece nel 1699-1709 il più statico dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che, allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette Orazioni (De studiorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus naturae hum anae convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più antiche, mutamenti così profondi da farle sembrar tutte scritte in un momento solo. O, per dir la medesima cosa con altre parole, le sette Orazioni non sono sette documenti di sette momenti diversi del pensiero del V., ma un documento unico d’un momento solo, naturalmente, l’ultimo (1709 o 1710). 2) Non mancano indizi che V. allestisse il testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza guardar nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto relativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700, ecc. ecc.) era materialmente impossibile che V. sbagliasse le date delle singole Orazioni. Invece curiosissimi errori del genere si trovano nella stesura definitiva e nel riassunto che V. stesso ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare che la terza Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate effettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche, nella stesura definitiva, qualche inversione), che la terza Orazione, dicevo, fu pronunziata il 18 ottobre, non del 1701, secondo afferma V., ma del 1702. E molto maggiori, e più aggrovigliate, sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella quarta Orazione, alla quale, così nel testo definitivo come nell’Autobiografia, V. assegna la data del 18 ottobre 1704. A principio di essa si dice che, nei due precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna Orazione inaugurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’ inizio dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega del V. Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di Istituzioni di diritto civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în inclyta Academia Neapolitana habita, Neapoli, 1703); e un’altra, a principio dell’anno scolastico 1702-3, l'aveva recitata proprio Giambattista V. ! V. soggiunge che causa del suo supposto silenzio nei due anni precedenti era stata la preparazione della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal cappellano maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio che la sua cattedra di rettorica, da quadriennale, divenisse perpetua) era stata già bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la nota prammatica del 28 febbraio 1703. c) Nell’Autobiografia, infine, V. aggiunge che dopo che, il 18 ottobre 1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Orazione, entrò nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, presidente del Sacro Real Consiglio, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e più breve al già detto, e attaccollo con ciò che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704 don Felice Lanzina Ulloa era già morto da diciotto mesi, giacché la Gazzetta di Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui, presidente del Sacro Real Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703. 3) Alla sesta Orazione V. assegna, così nella stesura definitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre 1707. Ma tre mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due volte secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il viceregno austriaco; e come loro re i napoletani non avevan più Filippo V di Spagna, ma Carlo d’Austria. È mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così clamorosi, non si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di omaggio al nuovo dinasta ? e che non vi accennasse proprio V., i cui scritti ufficiali, come dice argutamente il Croce, ‘basterebbero da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla metà del decimottavo ’ ? il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima dell’ Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di preparare una solenne commemorazione dei martiri della congiura di Macchia ? Allora una delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno diverso dal 1707, oppure nella stesura definitiva V. soppresse qualsiasi accenno politico. E, nell’un caso o nell’altro, si giunge sempre al risultato, che la stesura definitiva è diversa dal testo primitivo. Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor troppo poca cosa perché possan già far configurare diversamente la cronologia (che in questo caso è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò certo, nelle mie future postille all’Autobiografia, di allargare e approfondire l’ indagine. Ma, in fin dei conti, nessuno potrà sconvenire che la sicurezza, che finora avevamo tutti, che al neoplatonismo V. passasse per lo meno fin dal 1699 (data della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E correlativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto passaggio, almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708 O 1709, cioè quasi alla vigilia del giorno in cui, col De antiquissima (1710), V. spiegherà risolutamente la bandiera anticarte- siana. Neoplatonismo e anticartesianismo, insomma, potrebbero nel V. esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li dice l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già bell'e compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse in lui non cominciò a prender consistenza se non molti anni dopo. Che se poi questi miei dubbi assurgessero un giorno a certezza, sarebbe molto interessante indagare se e in qual misura il neo- platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e appas- sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria, ricor- date dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel- l’Autobiografia ». LA SECONDA E LA TERZA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA La filosofia di V., se si può da una parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello schietto spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi- luppatesi dalla storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a chi ne investighi accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno specchio dei principii fonda- mentali della moderna filosofia europea: francese, inglese e tedesca. Essa, insomma, come le affermazioni più vigo- rose dello spirito, unisce in sé e concilia in un solo atto di vita la più larga universalità ideale con la più con- creta determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o all'altra faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello scrittore, che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual- Stasi letteratura: quella storia anch'essa a doppia faccia di un illustre ignoto »: di un grande, anzi grandissimo filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non né Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di ammirazione mista a riverenza come innanzi a uno de’ genti maggiori della loro stirpe, di quelli che la coscienza d o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari; e d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come tale, malgrado sporadici omaggi di simpatie, di lodi, e di plagi, nel mondo della cultura internazionale *, Contrasto tanto più significativo, se sl considera che l'ammirazione universale e sconfinata degli Italiani per V. non aveva punto radici in sentimenti e tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché V. sorge in mezzo a una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente francesi, e la sua fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel secolo XIX, in cui l’ Italia non lavora che ad affiatarsi con la filosofia stra- niera, dal Galluppi, che meditò tutta la vita la filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a Bertrando Spaventa hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il positivismo francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli stranieri, se disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del V., non indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori rappre- sentanti della genialità italiana. Basti per tutti ricordare il Goethe, di cui invano Gaetano Filangieri richiamò l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe invece animo così pronto a intendere e gustare Giordano Bruno, p. es., e il Manzoni. Onde è chiaro che non, per così dire, la generica italianità di V. fu ostacolo all’ intelligenza del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua italianità parti- colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati delle forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre- sentati nella filosofia straniera: ossia appunto in quella filosofia che era stata il maggior pascolo delle loro menti. Uno dei caratteri più appariscenti della italianità del V. è il suo atteggiamento negativo e polemico verso I Tutti i documenti di questa singolare storia sono stati con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento del 1907, il Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte nella Cri- tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano era tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le idee dominanti oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle due forme dell’atomismo gassendista e del matematicismo cartesiano. E V. alla intuizione mate- rialistica e naturalistica dell’atomismo contrappone la concezione idealistica e umanistica della storia, e all'astratta contemplazione delle idee chiare e distinte, oggetto di intuizione e deduzione matematica, il processo autogenetico della umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se stessa. La storia dell’umanità, prima del V. e attorno al V., in Italia e fuori d'’ Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello stesso V.): rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività dello spirito umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’ intimo sviluppo di quest’attività medesima. Movimento, di certo, tutt’altro che trascurabile, anzi di grandissima importanza nella storia dello spirito italiano, nella quale LudoV. Antonio Muratori occupa un posto cospicuo: ma che aveva nondimeno nel suo presupposto speculativo quel difetto che V. avvertì: di vedere il solo aspetto esterno di quella realtà, che è il processo storico: quel difetto, di cui lo stesso V. additò profondamente la correzione nella sua unità di filologia e filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le menti italiane entravano in una corrente che moveva dalla Francia *. Contro questa cultura in voga, di cui notava accortamente le origini forestiere, V. si vantava di essere autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodandosi alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del Cinquecento: ai Ficino, ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi G. Maucain, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ,93 sgg.; agli Steuco. E in realtà la mentalità del V. si spiega meglio nel suo svolgimento se si ricollega col pensiero italiano del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi contemporanei. Non s'intenderebbe mai, per dirne una, perché V. affermi con tanta insistenza di essere un platonico, egli che è pure l’autore di una delle filosofie più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di platonismo rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filosofi italiani neoplatonici e neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa intima parentela italica della mente vichiana non s’' intenderebbe neppure un’altra delle caratteristiche più speciali della sua filosofia, che non è stata tra le minori cause della sua scarsa fortuna nella storia internazionale del pensiero speculativo: voglio dire la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno scritto del V., che si possa additare come esposizione adeguata o approssimativa della sua dottrina, a quel modo che si fa per Cartesio, per Spinoza, per Leibniz, per Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del periodo stesso, a cui V. appartiene. Questi, invece, non sì propone mai chiaramente e direttamente la trattazione del problema, che agita realmente il suo pensiero, e vi riceve infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico fondamentale, per motivi estranei alla sua interna struttura logica, ci è presentato in una forma più atta a deviare l’attenzione da esso che non a fermarvela sopra e concentrarvela: in una forma impostagli violentemente dall’autore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa forma estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed originale del suo pensiero. Le opere capitali del V. son due: il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova d’ intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edizione 1730 e ’44). Nella prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone per l’appunto di dimostrare quale sia la filosofia che può e deve ricavarsi dalle origini della lingua latina, come quella dottrina che una volta dové esser professata da’ più antichi saggi d’Italia; e nella seconda come argomento principale della ricerca viene annunziata una scienza nuova intorno alla natura della società umana (come si vien realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato che i problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del V. in queste due opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enunciati, nei quali è pure innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose riserve di dottrina e d’ ingegno, segnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere il De antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo titolo e del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che, secondo 1l V., supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a considerare in se stessa questa dottrina che egli pretende rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente italica, e che non è altro che una dottrina modernissima, quale poteva essere costruita da esso V. nel 1710. E chi voglia parimenti penetrare nel pensiero nuovo, che è il nocciolo sostanziale della Scienza Nuova, non deve arrestarsi agli sforzi faticosi, con cui V. si argomenta di dimostrare come infatti l’umanità civile percorra e ripercorra nel tempo una storia ideale eterna, ossia come il processo storico obbedisca a una legge costante immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’assunto di quel contestabile problema filosofico, che si disse poi di filosofia della storia »); ma guardare più addentro, per mirare a quella profonda speculazione (su cui pur costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla natura dello spirito umano. Della quale egli scopre in 108 STUDI VICHIANI fatti una scienza nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un nuovo sistema filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un forte guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non può gustare quel pensiero. Ora questo guscio, come dicevo, non si spiegherebbe senza la cultura speciale del V.: cultura anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile fatica che si dà l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di talune voci latine per farne altrettanti documenti di un pensiero italiano antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture, fino alla filosofia degli egiziani !, richiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma si riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del Rinascimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'essere nel sec. XV e nel XVI, ma diventa una semplice maniera » letteraria nel XVIII; quantunque qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa V. aver ricevuto dagli stessi scrittori contemporanei 3. Il neoplatonismo italiano del Quattrocento risaliva anch'esso, per la trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo, Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sapienza egiziana 4: ed era uso comune a tutti i filosofi platonizzanti di esporre il proprio pensiero come dottrina de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti, filosofi e sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo del De perenni philosophia di Agostino Steuco (1540), dal V. menzionato tra gli autori da lui tenuti in maggior considerazione. I V., Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1; Opp., I, 242-8. 2 Ricordato dallo stesso V. nel Proemio. 3 GIOVANNI RossI, V. nei tempi di V.: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica, vol. X (1907),602 sgg. 4 Ficino, Argomento premesso alla sua trad. del Pimandro. LA II E LA II FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Quanto alla Scienza Nuova, non parmi possibile spieGare la genesi del problema, nella forma in cui vi è proPosto, senza rifarsi da Platone, dal V. così lungamente meditato in compagnia de’ suoi filosofi del Rinascimento, € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero filoSofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella Scienza Nuova sia, com’ho accennato, diametralmente contraria ai principii del platonismo. Che altro, infatti, è la Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche modo dalla speculazione della natura dello spirito umano; storia, in cui campeggia una forma di Stato ideale, punto di partenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi ciclici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa non può, nel suo divenire, spiegarsi se non pel natural moto dei sentimenti e delle idee umane ? Nella prima edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime origini ideali dell'umanità, a ridursi in quello stato di somma ignotanza », libero dalle comuni invecchiate anticipazioni », in cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo Svegliarsi d’ogni senso d’umanità », V. dice: Tutte Queste dubbiezze, insieme unite, non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la qual dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in conseguenza della quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare questa sola picciola terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui principii si debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente umana, e nella forza del nostro intendere». E Platone aveva detto che quante sono le forme degli Stati, altrettante rischiandi essere le forme dell’anima »: cinque quelle, cinque queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal rovere e dal macigno procedono le forme politiche, sì dai costumi dei popoli che nel loro mutare trascinan seco tutto il resto. La differenza tra la ricerca platonica e la vichiana è certo grandissima per la diversa concezione da cui muovono, della storia o dell'umanità: ma, senza dire delle analogie particolari, qui si vuole fermar l’attenzione sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno alla storia, ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica questa impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare chi voglia scoprire la sostanza di pensiero filosofico viva nelle due opere. La teoria delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere con le fiacche speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore; come le dottrine intorno al mondo dello spirito svolte dal V. nella Scienza Nuova non hanno intrinseco legame con la filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E come il filosofo antico, in quella sua indagine della ideale successione delle forme di reggimento politico, ritenne 3 più opportuno, perché più evidente, @c vapyfotepov, indurre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contemplare la natura dello spirito non in se medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua manifestazione storica ; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di rielaborazione logica (e però incongrua) della materia storica, per farne sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che sono il proprio oggetto della sua speculazione. I Rep.] Di qui un errore capitale della sua costruzione, che sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e che si può definire come quel riflesso del dualismo, per cui si pone fuori dell’eterno il temporaneo, e si persegue pertanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché V. è tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la quale, per essere eterna, non può avere fuor di sé il tempo, e non deve quindi né applicarsi, né verificarsi in riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è, non può esser altro che essa. E se, dopo aver concepito una realtà eterna, ne concepiamo ancora una temporanea, egli è che noi mettiamo da parte la prima per concepire la seconda. La violenta mescolanza che il V., dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme di Platone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni) della storia con la considerazione empirica (sub specie temdoris), ha fatto della Scienza Nuova una filosofia della storia, laddove essa avrebbe dovuto esser nella forma, come è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo valore, una filosofia dello spirito, cioè una metafisica della realtà intesa come spirito. E come filosofo della storia bisogna dire che V. è stato conosciuto piuttosto largamente, anche fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo particolari fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli senza dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il guscio, assai duro a rompersi, celava il nocciolo prezioso. Ma quando, intorno al 1860, la sua opera maggiore fu riletta attentamente da un pensatore italiano espertissimo nell’ intendimento dei più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta costituendo la filosofia moderna, Bertrando Spaventa, uno dei più forti pensatori che abbia avuto l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la cagione stessa del V., cioè per la sua intensa italianità, il guscio fu infranto :; e dentro al filosofo della storia si cominciò a vedere il filosofo originalissimo. Del quale un'analisi e ricostruzione ampia e sistematica diede per primo Benedetto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle che si possono dire le scoperte del celebre pensatore napoletano, ed eloquentemente dimostrando le ragioni dell'alta valutazione che di esso deve farsi nella storia universale. Ora, invece che l'originalità del V., io vorrei qui brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Europa i pensieri fondamentali della sua filosofia nella seconda e nella terza ed ultima fase del suo svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor di stagione, sì uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la speculazione umana nel sec. XVIII, in guisa da non pure raccogliere la più ricca eredità del passato, ma da anticipare altresì le più valide conquiste dell’avvenire. La filosofia vichiana, superata la sua prima fase di preparazione e di orientamento, in cui rimane sotto l’ influsso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il proprio punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per due principali gradi, nettamente distinti, quan I Da vedere tra i suoi Scritti filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione Carattere e sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al nostro tempo (1860), la lettera Paolottismo, positivismo, razionalismo (1868), e La Filosofia ital. nelle sue rela. con la filos. europea (1861), lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza, 1908; 2% edizione 1926. è La filosofia di G. B. V., cit. tunque il secondo sia evidentemente lo svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima (1710); l’altro dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla Scienza Nuova. In quello si hanno 1 lineamenti di una filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamentali della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo sono affermati i principii stessi della filosofia postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco. Dall’uno all’altro c’ è infatti un passaggio analogo a quello per cui l’idealismo soggettivo della Critica della ragion pura = diventa in Hegel un idealismo assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono la metafisica del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empirismo inglese, così nella prima filosofia vichiana il principio kantiano della sintesi costruttiva del sapere umano si presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti punti di contatto con quello, posteriore di trent'anni, di David Hume, e di una metafisica che ha strane somiglianze con quella di Leibniz, da cui è storicamente indipendente. V. infatti segue questi stessi indirizzi, in cui sì moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra il razionalismo francese e tedesco; ma stringendoli insieme, e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che precorrono di almeno sessant’anni le più profonde vedute del criticismo. | Egli scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il fisico sa della natura quel che n E _ I Come si suole designare, sull'esempio dell’autore, il suo trattato De universi iuris uno principio et fine uno (1720), compiuto l’anno dopo con un secondo libro: De constantia îurisprudentis. è Il primo a notare il riscontro della dottrina gnoseologica del De antiquissima col criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke.] riesce a rifarne (utpote 1d pro vero in natura habeamus, cuius quid simile per experimenta facimus) :: restando negli stessi limiti della dottrina baconiana che, ferma nel supposto empirista della opposizione della natura allo spirito, non può riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne un quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari che in Bacone e in Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza sensibile come solo mezzo di conoscenza diretta della realtà naturale. Ma, con più coerenza di Galileo, V. si sottrae alla illusione dell’oggettività della geometria o della matematicità della natura, e combatte il metodo geometrico di Cartesio e dei cartesiani, e in generale la concezione razionalistica del reale con un nominalismo empirico, che è scala allo storicismo della sua seconda filosofia. E viene perciò ad incontrarsi con Hume, che separerà la conoscenza della natura dalla conoscenza matematica, contrapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per oggetto verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e assegnando quindi alla prima un compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda, quantunque neppure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della causa, non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale potere o forza produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq., concl. Cfr. cap. II, p. 144-5: Genus humanum innumeris novis veris ditarunt ignis et machina, istrumenta, quibus utitur recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium naturae operum, operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV, 309): Utinam philosophiae opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod philosophi meditarentur, id ii verum esse experimentis ipsis demonstrarent.... Nam, si ita physicae incumberetur, non solum non pluris fierent a Socrate sutores quam sophistae, cum illi tamen aliquod faciant opus humano generi utile, hi vero nullum omnino; sed in eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes fierent, cuius intelligentia et opus unum idemque sunt». LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale come connessione necessaria. La ragione per la quale Hume nega alla matematica la facoltà di conferire alla fisica il carattere necessario proprio di essa come scienza razionale e a priori, coincide con quella del V.: ed è l'assoluta opposizione della mente alla natura, il cui processo è un processo interno, diverso e remoto da quello della mente, che nell’esperienza può seguire soltanto le semplici apparenze sensibili nel loro contingente succedersi. La realtà, in questa seconda forma della filosofia vichiana, è esterna alla mente. E però V. si schiera contro la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro l’ innatismo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna Aristotele, che metaphysicam recta in physicam intult ; quare de rebus physicis metaphysico genere disserit. per virtutes et facultates »; convinto che naturae iam exstantis phaenomena non virtute et potestate explicare par est», e vedendo con soddisfazione che tam meliorum virtute Pphysicorum illud disserendi genus per studia et averstonesnaturae, per arcana eiusdem constlia, quas qualitates occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda il Descartes ?, che volle il proprio sentimento regola del vero; perché era servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »; e volle l’ordine nel pensare; perché già sì pensava troppo disordinatamente con quelli tanti e tanto sciolti tra loro obiicies primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il sillogismo e quella deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al sorite stoico, e combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui contro la logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1 De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV: Opere, I, 261-63. Cfr.83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5. (al V. familiari per le Accademiche di Cicerone, da lui espressamente citate, e per le [fotipost di Sesto Empirico, che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso l’ Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae disciplinae di Giovan Francesco Pico della Mirandola) *. DI Il metodo deduttivo anche per V. è sterile: presuppone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut nova inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa. Così egli paragona i fisici contemporanei, tutti soddisfatti della loro fisica razionale, chiusa in un sistema statico di idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con l’esperienza mutevole, a coloro, quibus aedes a parentibus relictae sunt, ubi nihil ad magnificentiam et usum desideretur, ut iis tantum amplam supellectilem mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem exornare relinquatur ». Costoro, nota V. profondamente, scambiano la natura con la loro fisica (pongono infatti le loro idee chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono 1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si riferisce ad Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argomento degli aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3 (dottrina dei segni) con H. P., II, 10. Per la critica del sillogismo e del sorite v. De nostri temp., VI, in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed. Nicolini,358-9; e non occorre ricordare la famosa e perentoria critica del sillogismo di Sesto, H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne (nella Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan, 1906,125-30. Un primo accenno allo scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase della filosofia vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione III (1701), in Opere, I, 36: Te iactas, philosophe, principia rerum et caussas assecutum. In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae sectae alius te putat errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum; et sciamus, vetitam primi parentis curiositatem in nobis esse vera rerum cognitione mulctatam. Hoc disciplinae doctos a vulgo distinguat. Utrique nesciunt: sed vulgus se scire putat, eruditus ignorare se noscit. Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa exceptione affirmet: ‘ Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam falletur, nec unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘ Aliter putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: Academici antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire, practerquam nescire affirmabat, abundantes et ornatissimi ». scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare perché con la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la natura: nos tanto negotio naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la più efficace critica che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei diritti dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae V. alle. sue conseguenze nominalistiche, dov’ è il fondamento ultimo della critica del razionalismo astratto. Combatte infatti nel De nostri temporis l'applicazione del sorite (metodo deduttivo) alla medicina, avvertendo che nella deduzione non si procede da una verità antica a una verità nuova, ma si rende esplicito l’ implicito, cioè si rimane nel vero già posseduto. Afqui morbi semper novi sunt et alri, ut semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc sum, qui modo fui, dum aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis momenta tam actatis meae praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum diem impellor, tam facti sunt». E nel De antiquissima poco dopo dirà: ‘ Rectum’ et ‘idem’ res metaphysicae sunt. Idem ipse mihi videor; sed perenni accessu et decessu rerun, quae me intrani, a me exeunt, quoquo temporis momento sum alius». E ancora: Haec est vita rerum, fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia atque alia aqua proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De nostri temp., c. VI e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164. Cfr. per la VI Orazione qui sopra86-87. V. così fa sua la dottrina, che PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva, o meglio dalla quale egli, che moveva dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E prima del V. l'aveva fatta sua in Italia Tommaso Campanella, a cui V. qui sì rannoda. Basta leggerne questo curioso brano che ha così vivo sapore di modernità: Però gran stoltizia è credere, che la scienza consista nel sapere gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale razionale, mentre non intendo le sue qualità e proprietà minutamente ? Vero è che, essendo impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per mancamento fu bisogno imparare le scienze in universali e in confuso; ma Dio sa le minutissime particolarità d’ogni cosa; e questa è vera, certa sapienza. Ma la medicina per il bisogno si avvisa, che non basta sapere [Così nel De studiorum ratione conclude che la definizione del concetto generico non coglie quel che vi è di proprio nei singoli casi; e però miglior partito sarà guardare al concreto (ut particularia consectemur), e attenersi alla induzione. Che febra è questa, ma quando, come assale, e la complessione dell’ infermo particolare, e del morbo, e del medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di questo reubarbaro, che se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso delle cose, ed. Bruers, II, 22 (Bari, Laterza, 1925, p. 106). CAMPANELLA, Metaph., V, 2, a. 2: Itaque principia scientiarum sunt nobis historiae »; e in proposito, RITTER, Gesch. d. Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da V., dei difetti della medicina del suo tempo aveva detto nel De augm. scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I, 590): Solent autem homines naturam tanquam ex praealta turri et a longe despicere, et circa generalia nimium occupari; quando si descendere placuerit, et ad particularia accedere, resque ipsas attentius et diligentius inspicere, magis vera et utilis fieret comprehensio. Itaque huius incommodi remedium non in eo solum est, ut organum ipsum vel acuant vel roborent, sed simul ut ad objectum propius accedant. Ideoque dubitandum non est quin si medici, missis paulisper istis generalibus, naturae obviam ire vellent, compotes ejus fierent, de quo ait poéta [Ovid., Rem. am. 525]: Et quoniam variant morbi, variabimus artes; Mille mali species, mille salutis erunt ». E tra i desiderata per i progressi della medicina aveva osservato (ivi, I,591-2): Primum est, intermissio diligentiae illius Hippocratis, utilis admodum et accuratae, cui moris erat narrativam componere casuum circa aegrotos specialium; referendo qualis fuisset morbi natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei nactis nobis jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro qui tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum aliquod forinsecum ab alienis artibus petere; veluti a prudentia jurisconsultorum, quibus nihil antiquius quam illustriores casus et novas decisiones scriptis mandare, quo melius se ad futuros casus muniant et instruant ». Ma più degno di considerazione, per le sue probabili relazioni col pensiero del V. è forse un brano della Dissertatio logica (1681) del medico napoletano Luca ANTONIO Porzio ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo » (come lo chiama V. nell’Autob., p. 37, ricordando la stretta amicizia e gli spessi ragionamenti avuti con lui). In questo brano, dopo aver accennata la dottrina platonica e cartesiana delle idee innate, è detto: Coeterum licet haec majori ex parte verissima censeri possint; homini tamen, ut satis excultus animo sit, non sufficere existimo, universalia et communia scientiarum principia. Oportet enim non raro ad particularia descendere, et singularem alicujus rei nobis scientiam comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo quaesitae rei principio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et exercendi gratia, posse Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran discredito in cui è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo universale, laddove gli esperimenti della fisica moderna riproducono fenomeni peculiari determinati. Così nella giurisprudenza l’arte non consiste nel possedere summum et generale regularum, ma nel vedere le circostanze prossime, alle quali non sempre si possono applicare le disposizioni generali della legge. Ottimi oratori non sono quelli che discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone, haerent in propriis. Né gli storici possono contentarsi di narrare i fatti all’ ingrosso, assegnandone cause generiche. Né la sapienza della vita si giova di massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso per caso, e non affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dottrinari (fhematici), poiché la realtà è sempre nuova: e nova, mira, inopinata universalibus illis generibus non providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene sia propria e adatta a ciò che a volta a volta si vuol dire; nos arbitratu nostro quaecumque velimus determinare, et cuiuscunque speculationis, quod lubet statuere principium, atque inde quaenam investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum ei, quod sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum dignitatibus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus hominum Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si quid vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra hypothesim, tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum cogitationum.... Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium tantummodo exerceamus, verum etiam ut speculationum et inventionum nostrarum aliquis sit usus, deducendae illae sunt tum ab universalibus scientiarum principiis et communibus hominum opinionibus, tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi; sed quae sit secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo quidem iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium historia sive civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum, quarumcunque rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa natura universalia non edoceat, observatarum rerum historia particularia nobis praebet principia unicuique scientiae propria, quibus adjuti pleraque, quae nobis occulta erant, dignoscere valeamus »: Opera omnia medica, philosophica et mathematica, Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI, t. 1,379-80. 1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144. giacché loqui universalibus verbis infantium est aut barbarorum. Ed ecco spuntare una dottrina, che avrà un grande valore nella terza forma della filosofia vichiana: la dottrina del certo. IIIl Il certo nel pensiero del V. è il determinato, il positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’ ha realtà, ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria dell’ induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del De nostri temporis studiorum ratione e del De antiquissima Italorum sapientia, nonché della polemica a cui questo libro diede luogo, V. raccomanda l’ induzione baconiana, come l'organo proprio della scienza, che vuol costruire il vero sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del De antiquissima ?, svolge una teoria della conoscenza che va assai più in là di Bacone. Attribuisce alla mente tre operazioni: percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le tre arti della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di giudicare, e del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma fondamentali sono la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire e del giudicare. E tra le due quella che costituisce ed estende il dominio del sapere, la propria sciendi facultas, è la funzione del percepire, che V. ama chiamare ingegno?3: che è qualche cosa di analogo, ma anche qualche cosa di supe I E il concetto ritorna nella Scienza Nuova*, ed. Nic.,358-9. 2? Cap. VII, $ 5. 3 Oltre il De antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed. Ferrari, IV, 309. riore alla esperienza o intuizione sensibile di Kant. Alla celebre proposizione di questo, che l’ intuizione è cieca senza il concetto, e il concetto vuoto senza l’ intuizione, 11 V. prelude nel suo linguaggio dicendo: Neque inventio sine tudicio, neque tudicium sine inventione certum esse potest ». E il gi udizio vichiano è proprio quello che è il concetto puro kantiano, se fuso con l’invenzione o percezione: laddove si muta in un’ idea a priori, in una prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in un' idea innata a mo’ di Cartesio, se diviso dalla percezione. La quale, come operazione propria dell’ ingegno, non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’ intuizione di Kant), ma ogni intuizione del certo, ossia del nuovo, del proprio o singolo, del reale, onde si estende la sfera del conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’ ingegno è la forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel dominio della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti: onde la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’ intuizione kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei romantici tedeschi. La percezione è insomma non tanto la esperienza passiva di Kant, base alla funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura attività mentale, creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto già acquisito, ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e non si rimane perciò nel già noto, ma si procede di là dal suoi confini: non analytica via, sed sinthetica, per usare le stesse parole del V., che anticipa con esse la famosa distinzione della Critica della ragion pura. Academici toti în arte inveniendi, în illa iudicandi toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per V. i filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza, ma s’eran limitati a raccogliere le apparenze sensibili e i dati di fatto, senza né pur giudicarli per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; laddove gli Stoici, contro cui gli Accademici avevan battagliato, s'erano sbizzarriti a dommatizzare con la loro presunta scienza naturale della natura; cioè i razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e degli altri vuol essere pel V. lo stesso programma annunziato nelle prime parole della Critica di Kant: Non c’ è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia con l’esperienza.... ma non per questo tutta la nostra conoscenza deriva dalla esperienza »: il superamento e la conciliazione del pretto empirismo e della metafisica razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il V. abbia una particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli serba tutti i suoi strali per gli Stoici (leggi Cartesio '*), come Kant intitola Critica della ragion pura la sua opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e intitolare Critica della pura esperienza ». Per questa simpatia verso gli Accademici V. accentua da una parte lo scetticismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più che tra qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto, tornato ad ispirarsi alla filosofia accademica ?, il motivo umanistico-socratico di questa, s’apre la via dallo scetticismo del De antiquissima alla filosofia positiva della Scienza Nuova. Al dommatismo cartesiano, che, agli occhi del V., rinnovava quello degli Stoici, egli contrappose il pro b a bilismo di Carneade 3, salvandone, come Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di un I .... Stoicis, quibus recentiores respondere videntur »: De nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr. De antiquissima, ivi,138-9. 2? Hume, An enquiry concerning human understanding, sect. V, part. I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere. Vero senza certezza; come il certo del probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli occhi del V. diventa quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni scettico: un fatto, un certo, com’egli dice; un probabile, come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa che è oggetto di coscienza, non di scienza; quindi privo della certezza, nel senso cartesiano di esclusione del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per esser vero, e non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti. Ma in che consiste la dimostrazione del matematico? o, in altri termini, in che consiste la verità del suo sapere ? Se la scienza della natura è offuscata dall’ ignoranza ineliminabile dell’ intimo processo della natura, onde la causalità cessa di essere una connessione necessaria, e uno schema d'’ intelligibilità sistematica dei fatti naturali, nella matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica: la conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le figure (che son la realtà del matematico); e come quel processo pei fatti naturali è inattingibile, perché la natura è una realtà opposta allo spirito che la conosce, così il processo generatore della realtà matematica dovrà, per essere conoscibile, coincidere col processo conoscitivo; e la causazione essere la stessa conoscenza. Di qui la or: mula vichiana: verum et factum convertuntur. A questo concetto della matematica in opposizione al concetto della fisica, che del resto serpeggiava, ancora immaturo, in Galileo e nella sua scuola, V. fu spinto e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino egli aveva letto qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel suo spirito della nuova gnoseologia delle matematiche, dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e dei vecchi concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di ! Cfr. la dimostrazione precedente,30 sgg. e più avanti139588. Dio col mondo. Posto il carattere di verità delle matematiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal Rinascimento in poi; posto lo scetticismo come negazione della conoscenza causale della natura come realtà estramentale; posta la naturaco me realizzazione del pensiero divino (quale la concepiscono tutti gli scolastici e quei neoplatonici, a cui V. amava rannodarsi); il dommatismo matematico doveva apparire il rovescio del ricamo dello scetticismo fisico. E così V. fu condotto a scoprire il suo grande principio del verum factum, per cui la scienza è solo di ciò che si fa: che è lo stesso concetto con cui Kant doveva, molto più tardi, giustificare il valore della scienza, quale cognizione, non di un oggetto che si porga bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto costruito appunto dall’atto stesso del conoscere. La scienza, rispetto alla quale sorge nel De antiquissima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una scienza puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza. Vuota di certezza, perché la realtà pel V., nel De antiquissima, resta la natura (l’opera di Dio): la natura stessa degli empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è lo stesso) spinozisticamente considerata, cioè superata: non però nel monismo meccanico del filosofo di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo dinamico, che richiama quello di Leibniz. Come Spinoza, V. pone una natura estesa irriducibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera Spinoza, come lo supera Hume; giacché non iscambia la causalità razionale (che è l’intelligibilità della matematica, o della verità senza certezza) con la causalità reale della natura, e tiene ben distinto l’ordine delle verità di fatto dall’ordine delle verità di ragione. Spinoza risolve la sua natura corporea o la molteplicità infinita dei modi dell'estensione nell’unità della sostanza estesa, la quale nella sua unità è la negazione del corpo e del moto; ma la sostanza per LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Spinoza non si sveste mai né può svestirsi dell’estensione, che è attributo irriducibile ad altri attributi. Per V., invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio nello inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è inestesa 1. Né il movimento si risolve nel meccanismo dell’ impulso che un corpo esercita sopra un altro corpo, come nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso della sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il punto metafisico, che nella metafisica vichiana ora par molti, ora uno, con un'esitazione che non è in Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta di quella di Leibniz: perché la molteplicità è uno dei caratteri fantastici della monade leibniziana, la quale, come principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'essere esclusione assoluta della molteplicità. La scienza del punto metafisico viene ad essere pel V. una sorta di geometria del divino, per la quale non si penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura (oggetto della fisica), destinato a rimanere un libro chiuso con sette suggelli; al punto che, se Dio volesse insegnarci egli stesso come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in questi finiti (i modi), noi non potremmo, dice risolutamente il V., comprenderlo: perché cotesta è propria scienza di Dio, che fa dell’ infinito il finito. Si ricordi la dotta ignoranza, o cognizione negativa del Cusano, che V. non pare abbia conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò anche lui. Senza trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale concessa all'uomo, una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t In mundo, quem Deus condidit, est quaedam individua virtus extensionis, quae, quia individua est, iniquis exstensis ex aequo sternitur » (De antig., IV, 2; Opp., I, 156). Per le relazioni di questa dottrina con quelle affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel, v. SPAVENTA, Saggi di critica, Napoli, Ghio.] Critica, indagare i Principii metafisici della scienza della natura; una metafisica che, conforme allo spirito d’umile agnosticismo della religione 1, stia nei termini della geometria 2; e sia una geometria che renda pensabili i dati dell'esperienza, procurando di spiegare il mondo che è fuori della mente con quello che è dentro di essa, come pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei numeri fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti ci dà corpi e moto. Ora, pensare quelli e questo non è possibile senza trascenderli: ché l’essenza del corpo, ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente di esteso e divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ inesteso e indivisibile. Né l’essenza del movimento si muove; e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma, se il corpo realizza la propria essenza, questo è un inesteso che si estende; e se il moto realizza la sua essenza, questa non è neppure l’assoluta quiete, ma il principio del movimento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è il punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le figure e, in generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il suo principio sarà principio di movimento, oltre che di estensione: conato. Il punto metafisico (che è lo stesso concetto del punto geometrico, non come definizione nominale, ma reale) e il conato sono i due concetti che, secondo V., rendono intelligibile la fisica quale apparisce alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre, e dire come e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo IChristianae fidei commoda m»: De antig., concl. 2 Et ea ratione geometria a metaphysica suum verum accipit, et acceptum in ipsam metaphysicam refundit »: De antig., IV, 2, in Opere Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam vere ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent, explicare per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in Opere.] si estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo alla natura. La quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da lui. Pure quel semplice sguardo negativo gettato dentro al segreto della natura basta a farci apparire tutta la meccanica del determinismo una apparenza seco stessa contradittoria. Come Leibniz, V. non sa più concepire quiete assoluta, né comunicazione di movimento. Accetta da Malebranche l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio ogni attività: Lo sforzo dell’universo, che sostiene ogni piccolissimo corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione dell'universo. Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpolenza, che agita e muove il tutto » 2. E quel che Dio è al corpi, è anche alle menti, in cui V., traendo audacemente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica del Malebranche 3, non ammette se non quello che vi pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive animorum, primus auctor. Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima rispecchia quella critica interna del meccanismo cartesiano che, attraverso Geulincx e Malebranche, perviene in Leibniz al superamento della fisica come scienza dei fenomeni (dei corpi formati, come dice V.) nella speculazione dei punti metafisici, che caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della filosofia leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché, per quanto si sforzi V. d’ introdurre e affermare nella sua stessa intuizione emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la nota più profonda della monade), I Dunque la percossa non serve ad altro che di occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì debole nella palla, che sembrava star queta, alla percossa si spieghi più, e, più spiegandosi, ci dia apparenza di più sensibile moto »: Sec. risposta, in Opere, I, 265. * Prima risp., $ III, Opere. 3 Cfr. De antiq., cap. VI. questo concetto rimane affatto estraneo al suo pensiero; e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia sempre tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo centro reale di questo mondo) e il concetto dei molti centri individuali di forza. IV. Ma il concetto della spiritualità e della libertà del reale nello sviluppo ulteriore del pensiero vichiano fu affermato ben più validamente che nella monadologia leibniziana. Lo sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo significato negativo, è una tappa nella speculazione del V.. Tappa, in cui V. si è sbarazzato del meccanismo, e si è raffermato nella sua intuizione giovanile dell’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana. Della quale intanto aveva scoperta la legge intrinseca: che è quella di creare il mondo che è suo, e non poter penetrare nella costituzione di un mondo derivante da un principio diverso. Questa scoperta, a cui la meditazione dell’antico scetticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un grandioso ampliamento, pur che V. avesse volto l'animo a un altro importante suggerimento implicito in uno dei motivi principali dello scetticismo accademico: voglio dire nel concetto socratico della conversione della ricerca speculativa dalle cose naturali o divine alle umane: concetto centrale nella filosofia accademica, considerata perciò da taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un ritorno al punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate. Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ratione: come dalla Seconda risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto ben disposto fosse l'animo del V. ad accogliere quel suggerimento e a fecondarlo dentro di sé, già fin dal tempo della sua metafisica negativa. Nel primo scritto infatti lamenta, come grave danno arrecato dal metodo dommatico e scientifico prevalente nella cultura contemporanea, quel chiudersi negli studi delle scienze naturali, considerando la natura solo oggetto possibile di scienza, cioè di cognizione universale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Certamente, il metodo aprioristico della scienza fallisce nelle cose umane, dove il variare delle occasioni e la scelta generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (frudentia civilis vitae) non si giova della ricerca del vero (dell’astratto), né i fatti umani possono valutarsi ex ista mentis regula, quae rigida est; anzi debbono misurarsi con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i corpi, ma essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto di cognizione, che non guardi alle vette della scienza, sì alle infime particolarità delle cose individuali, e segua la realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti mercé il senso comune, che, in luogo del vero, si contenta e si giova del verisimile. E nello scritto polemico, contro il matematicismo cartesiano V. asserisce che la repubblica delle lettere fu così da prima fondata, che 1 filosofi si contentassero del probabile, esi lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre si conservaron questi ordini al mondo, del quale avem notizia, diede la Grecia tutti i principii delle scienze e delle arti, e quei felicissimi secoli furono ricchi di inimitabili repubbliche, imprese, lavori e detti e fatti grandi; e godé l’umana società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e tutti 1 piaceri della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta stoica, I $ IV. Questa Sec. risp. è del 1712. e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo de’ matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil opinari; e la repubblica non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi abbia qualche notizia della dottrina di Carneade non può non riconoscere il suo probabilismo in servizio della gpévnotc, che è la stessa prudenza vichiana; come non è possibile disconoscere la parentela della critica vichiana della morale stoica e giansenista ! con la polemica anticrisippea di Carneade. Per V., dunque, come per Carneade e per tutta la tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò ad essere Socrate, che anche lui parve primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et vitiis, omninoque de bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che sconsigliava dallo speculare sulle cose celesti e sul come la divinità produca ciascuno di quei fenomeni » per non dare in vaneggiamenti non meno assurdi di quelli in cui era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così gran vanto di sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3. Socrate, che, tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, domandava se, a quella guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in grado di effettuare.... quello che avranno imparato, così parimente gli indagatori delle cose divine credono, scoperte che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di poterlo produrre quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti, le pioggie, le stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4. Parole, di cui par di sentire un'eco lontana in quelle con cui V. enuncia insieme ed illustra la sua più matura I CROCE, 0. C.,97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg. ? CIcER., Ac., I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr. Bertini). 40. c., I. 1, 15. LA Il E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA concezione del problema della scienza: Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire che questo concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non è possibile non tener conto, con idee della filosofia socratica e accademica, è, nel suo proprio significato, assolutamente originale; come lo scetticismo del De antiquissima, malgrado le sue manifeste ispirazioni accademiche, è, col suo concetto kantiano delle scienze formali matematiche, più moderno dello stesso scetticismo di D. Hume. Ora, se nel De antiquissima V. anticipava Kant, qui, nella Scienza Nuova egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò esclusivamente valore pel soggetto che lo costruisce, mentre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio. E lo spirito geometrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva dirsi il geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spirito appare creatore di un mondo saldo, in sé perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo scetticismo lo richiamava, ha fatto scoprire in questa I Scienza Nuova, ed. Nicolini,172-3. 2 Geometra in illo suo figurarum mundo est quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc mundo animorum et corporum est quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 V. nelle Vindiciae: Opere, ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da Dio. Il conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello sforzo dell’universo, e quindi in Dio, di cui è atto, diventa ora il conato, il qual è proprio dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual’è domicilio e stanza di tutte le virtù » 1. Il punto metafisico quindi diventa monade; ma anche ben più che monade. Perché nel concetto della monade leibniziana rimane qualche cosa del concetto dell’estensione, che vuol superare; giacché ogni monade, come elemento costitutivo del composto, ha accanto a sé tante altre monadi; sicché è sì spirito, ma limitato e particolare; è individuo, ma di una individualità che non contiene ancora in sé l'universalità; quella universalità interna, senza la quale non ci è spirito. La monade vichiana invece è la trasformazione del punto metafisico, quale lo concepiva V., tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spirito, unità che non ha altre unità fuori di sé, ed è perciò vera, assoluta unità. L’umano arbitrio (che è il conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato, nel linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘ senso comune vien definito un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano »: il gran criterio insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’ intorno al diritto natural delle genti » 2, onde s’ intesse tutta la trama della storia. In guisa che lo spirito non è più concepito né come individuale, che abbia fuori di sé l’uni -_& I S. N, ed. Nic., p. 183. 2 S. N.2, Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di sé l’ individuale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto che V. era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina dell’unità della percezione e del giudizio. Il certo delle leggi », dice ora 1, è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor certo, che in buon latino significa particolarizzato o, come le scuole dicono, individuato; nel qual senso certum e commune, con troppo latina eleganza, sono opposti tra loro ». Troppo, perché, secondo V., il comune nel certo può essere oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato positivo o della forza; ma non può mancare. E in un’altra tesi fondamentale 2: La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è la scienza stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il dommatismo dell’universale astratto. La co scienza del certo è l’attualità del fenomeno, che V. nella già accennata critica di Cartesio ha detto non esser negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto di Hume. Alla matematica del De antiquissima mancava la coscienza del certo: come alla fisica mancava la scienza del vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di quelle due scienze, mercé il concetto della storia, in cui appunto vero e certo coincidono. E però dopo le parole testé riferite V. soggiungeva, che quella sentenza dimostrava, aver mancato per metà così i filosofi che non I Dign. CXI. * Dign. X. accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto,... ci avrebber prevenuto nel meditar questa scienza »; la quale si propone di essere l’unità della filologia e della filosofia. Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e di fatto, perché è la stessa ragione che si attua nella volontà (l'umano arbitrio). Non è pura speculazione sul fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione stessa dello spirito. La realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente, ma mente come autocoscienza: non astratta universalità, quale apparisce a se stessa la mente considerata come oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio trascendente), ma quella concreta universalità che è il soggetto che si pone per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di sé. È insomma la mente quale si realizza nella storia. Infatti natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente vien manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il processo storico. Che è il concetto dello spirito o dell’ idea assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel. Non è possibile indagare qui fino a che punto V. sia riuscito a svolgere un tal concetto. Il suo maggior difetto consiste nel non essersi liberato del tutto dalla trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova realtà da lui scoperta (che non tollera compagnia) quella del De antiquissima, ossia la natura opera di Dio; e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza Nuova, come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di natura) di rimpetto alla scienza, quasi storia che debba esser rifatta dallo storiografo: dualismo del tutto analogo a quello con cui V. si rappresentava nel I Dign.] l'esperimento l’opera del fisico rispetto all’opera indipendente della natura. Ma questi gravi residui della concezione dualistica antica permangono anche nell’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene chiarendo: e l’opera del V. precede di poco meno che un secolo quella di Hegel. NOTA Riproduco qui appresso un brano d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916) a una recensione che della prima edizione di questo libro fu fatta nella Civiltà Cattolica del 5 febbraio di quell’anno. Il punto principale dove io e altri (Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un grosso abbaglio, e lo scrittore della Civiltà Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è quel che riguarda la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima, da me raccostata, per la sua parte negativa, allo scetticismo di Hume, e per la parte positiva intesa, come dagli altri maggiori interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e raffrontata a certe osservazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il recensore non ha capito proprio di che si tratta. La distinzione », egli dice, onde V. separava la geometria e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si accorgeva il bravo uomo che non diversa è la posizione del nostro intelletto davanti alla matematica di quel che sia di fronte a qualunque altro 0ggetto delle cose; e anche il punto, la linea, la superficie e la matematica, che diceva dall'uomo creati ad Dei instar ex nulla re substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti nella mente per una astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose corpulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né superficie » (p. 340). Gran brav’uomo davvero quel V.! In primo luogo, è da fermar bene che non le scienze matematiche diceva egli esser fatte dall'uomo: ché questo era carattere comune (da tutti am messo) a ogni scienza, la teologia esclusa; ma la differenza specifica del sapere matematico, per la quale questo sapere si salva dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè anche il suo o0ggetto è fatto da noi. In secondo luogo, non è possibile stare a ripetere che la matematica è scienza d’astrazione (ossia empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il significato della dottrina vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni matematiche che il recensore dice già esistenti e fatte nelle cose e negli oggetti della nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde l’uomo mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem intra se universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che è in sé compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti dell’esperienza. Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno alla mente, il punto e l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che già ineriscano alla materia delle cose corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: Atqui utrumque fictumi punctum enim, si designes, puncium non est; unum si multiplices, non est amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad ogni modo, sarà apprezzamento, non accertamento del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica saltar su a confondere e cancellare i tratti essenziali della dottrina di cui si vuol discutere 1: Va però osservato, a non esagerare di troppo la tendenza scettica della norma vichiana, esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che V., quando afferma la minor certezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella metafisica di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole non sembrano sconosciute al V.. Non pare pertanto che, come afferma il Gentile, proprio dalla schietta dottrina neoplatonica V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p. 341). Malgrado l’abilità dello stile (che vuol dire e non dire), qui evidentemente si afferma che almeno un addentellato alla gnoseologia del verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi in Suarez I Del resto, a proposito di un’ interpretazione arbitraria che io avrei fatta di alcune parole di V., la Civiltà Cattolica ci addita una novissima e mai sospettata interpretazione del verum-factum, scrivendo: Se, secondo V.,il vero si converte col fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue parole sia la verità (!) della sua mente quale intese farcela conoscere » (p. 345). In verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un filosofo ! einS. let. 3, Ma (2.0 Re laphysi Mathen Talibus fecta superio Modo esse te i haec ulteriu Parter Plicite Quod Per ns0 di condert pol di la tele gin È of cer” dicev* Jla DE i paso! -r.] e in S. Tommaso. Del primo dei quali si cita Metaph., Disp. I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib. I, lect. 2. Ma ecco integralmente il luogo del Suarez: Respondetur ! ergo primo fortasse in aliquo statu posse Metaphysicam humanam esse perfectiorem et certiorem quam sint Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis natu- ralibus viribus et ordinario modo humano non possit tam per- fecta obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua superiori causa in ipsomet discursu naturali, vel si ipsa scientia modo supernaturali fiat, licet res ipsa sit naturalis, potest forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas superet. Quia vero haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc partem, inferior Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et essentialiter esse nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se et ex parte obiecti certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad dignitatem scientiae et illa est quae per se redundat in scientiam: imperfectiones autem quae ex parte nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc tendit definitio data, in quo sensu nullam involvit repugnantiam». Dove, per aguzzare che si faccia la vista, non si vede nulla della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando quel testo della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente, più esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e più elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede qualche dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a proposito del luogo di ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era proposta la distinzione tra la metafisica in noi che ha minor certezza della matematica, e la metafisica in sé, a cui la matematica stessa è subordinata, e dal cui valore perciò dipende, poiché res illae de quibus Mathematicae tractant, includunt communia et trascendentia praedicata de quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa della metafi- sica, nel numero 25 si opponeva: Haec scientia [sc. Metaph.], prout in nobis est, semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est alia nîsì humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili- tatem Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ? illud enim erit verum de Metaph. angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra, videtur involvi repugnantia in illa distinctione secundum se et prout in nobis. Haec enim optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster. etin principio Phys. et Metaph. At vero acconimodata actibus vel habitibus nostris nullo modo videtur posse habere locum ». Quanto aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto sunt certiores: quod ex hoc patet, quia illae scientiae, quae dicuntur ex additione ad alias, sunt minus certae scientiis, quae pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut Arithmetica certior est Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex additione ad ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod utraque scientia considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum. Punctus enim addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem unitatis constituit; et haec, secundum quod habet rationem mensurae, fit principium numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed scientiae particulares sunt posteriores secundum naturam universalibus scientiis, quia subiecta earum addunt ad subiecta scientiarum universalium, sicut patet quod ens mo- bile, de quo est naturalis philosophia addit supra ens sim- pliciter, de quo est Metaphysica, et supra ens quantum, de quo est Mathematica: ergo scientia illa, quae est de ente et maxime universalibus, est certissima. Nec illud est contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod sciat omnia. Nam universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed plura in potentia. Et tanto aliqua scientia est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau- ciora actu consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae sunt incertissimae, quia oportet quod considerent multas singu- larium operabilium circumstantias ». La certezza di cui parla qui Tommaso d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele, non ha nulla da vedere con la certezza di cui parla V., la certitude cartesiana, che è il problema di Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna. Quella è, si può dire, una certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara di Descartes; questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe potuto rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione di dirne nel mio studio. Senza dire poi che per Aristotele e per Tom- maso d’Aquino, di questa certezza, è sì più certa l’aritmetica della geometria, e tutte due della fisica; ma più certa ancora dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il concetto di questa qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di contatto con la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo scrittore della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S. Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia fatto ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del V.. I riscontri invece tra il concetto del V. e la dottrina del Ficino, seguitata dal Campanella, di cui ho pure additato luoghi molto significativi, sono così evidenti, che bisogna proprio voler tenere gli occhi ben chiusi per non vederli. Il mio recensore vi sorvola per notare poi che sulla identità del vero col fatto, dal Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino dice della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia producendo esse dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo dove l’arte umana è paragonata alla divina, e quindi si distingue una veritas operis humani, adaequatio eius ad hominis mentem e una veritas operis naturalis, quod est divinae mentis opus, adaequatio ad divinam mentem. Ma egli stesso poi deve affrettarsi a soggiungere: In ciò il filosofo cristiano platonico non diceva nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e dall’Aquinate » (p. 342). O allora ? Se per trovare l’origine del concetto vichiano che lo stesso recensore è costretto a riconoscere come diverso dal concetto scolastico si deve cercare in un concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivolgersi a quegli altri punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e che il recensore si guarda bene dal considerare. Ai quali mi piace qui aggiungerne un altro, che sempre più conferma che il concetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino un’osservazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo: Unum est illud in primis animadvertendum, quod artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet qua ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui eodem pollet artis ingenio. Nemo enim discerneret qua via Archimedes sphaeras constituit aeneas, eisque motus motibus caelestibus similes tradidit, nisi simili esset ingenio praeditus. Et qui propter ingenii similitudinem discernit, is certe posset easdem constituere, postquam agnovit, modo non deesset materia. Cum igitur homo caelorum ordinem, unde moveantur, quo progrediantur, et quibus mensuris, quidve pariant, viderit, quis neget eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et author ille caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus fuerit, materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia materia, tamen persimiles ordine ? Nel suo Commentario al Parmenide poi, cap. si trova un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31, dove il Ficino dice che la cognizione umana delle cose materiali, poiché noi non siamo gli autori delle cose non è altro che una proportio quaedam, laddove Dio le conosce veramente, perché ne è la causa. Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la cognizione umana intendere forse come proporzione al conosciuto, ossia come adequazione del soggetto all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa, dimostrando perché la cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto divino con le cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura affatto soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: Multo minus actio in agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est cognoscentem, pro ipso cognoscendorum modo cognoscere: quod omne cognoscens non simpliciter pro rei cognitae qualitate, sed pro ipsa cognitivae virtutis natura, forma et dignitate, cognoscat et iudicet, hinc apparet, quia hominem nobis obiectum aliter quidem sensus exterior, aliter autem imaginatio viderat, aliter item ratio, aliter intellectus. Sensus enim solam rem praesentem percipit et accidentia sola; imaginatio et absentem repetit et quodammodo substantiam suspicatur, componit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque sensus; ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad universalem speciem incorporeamque naturam argumentando se transfert; intellectus denique simul quodam intuitu conspicit, quae ratio multifariam argumentando circumspicit, quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus autem saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones, sed naturam ipsam suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: naturam inquam uniformem, indivisibilem, immutabilem ». Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza della gnoseologia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva il dualismo del soggetto e dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal platonismo, ho sostenuto che il V. fosse anche indirizzato verso quella intuizione panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo pensiero filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni che si tornano a fare ancora una volta circa l’avversione del V. al panteismo. Nessuno ha mai dubitato di ciò, e la questione non è questa. Il punto ora contestato è che dal Ficino il filosofo napoletano potesse ricevere suggestioni panteistiche. Contestato, LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA bensi, col solito dire e disdire: perché prima si assicura che se V. lesse e studiò le opere del Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici »: il che vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si garentisce che quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben ferrato in teologia cattolica » e che la sua Theologia platonica altro non è che una teologia cristiana » e che è assai difficile ammettere che il F. e dopo di lui V. accogliessero il panteismo » (341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il Ficino e V., egli accolse il panteismo, perciò incorse nelle condanne della Chiesa ». Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani napoletani hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del Fiore accolse l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di questo nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare per tutti il Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école d’Alexandrie, che è della metà del secolo passato, ma che non è stata ancora sostituita. Il quale, dopo dimostrato che nella stessa Theologia il Ficino espose la dottrina di Plotino avec un ordre, une clarté, une précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades, osserva: En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe. Mais il est facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de la théologie chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs Psychologiques dont le dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais il les détruit pour les définitions et les explications tout Alexandrines qu’ il en donne.... La psychologie de Ficin est encore Plus compléiement alexandrine que sa théologie», ecc. (t. III, 180-1). Sicché questa almeno del panteismo ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o napoletana ! DAL CONCETTO DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA La quistione della grazia, come s’ è veduto, fu studiata dal V. negli anni passati a Vatolla (1686-95). In grazia della ragion canonica », racconta di sé nell’Autobiografia, inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ritruovò poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’intorno alla materia della grazia, particolarmente con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna si aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo teologo V. stesso riassume dicendo che costui con un metodo geometrico fa vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che all'una di queste due o all’altra si avvicinano; la qual disposizione riuscì a lui efficace a meditar poi un principio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo a spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro civile gentilesco per quel che riguarda la storia, e fosse conforme alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così dire, postuma: data dal V. più di trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il suo pensiero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cammino. Non è quindi privo d’ interesse ricordare quanto del V. ci sia nell’ interpretazione del Ricardo, e quanto del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essenziale di questa filosofia. Il Ricardo, a cui V. si riferisce, è il gesuita francese Stefano Dechamps (1613-1701), professore della Sorbona, confessore del principe di Condé, autore di vari scritti polemici di teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseudonimo di Antonius Richardus *. Gran diffusione ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti e gesuiti, la sua Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur censura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et plures novi dogmatis propositiones ab eadem merito proscribi et S. Augustini aliorum Patrum ac veterum theologorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui una quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una quinta a Colonia nel 1653; e il grosso ?n-folio, al quale V. certamente allude, De haeresi Janseniana ab apostolica sedes merito proscripta, in tre libri, la cui prima edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda del ‘54. A documentare la posizione tenuta dal Dechamps meglio di ogni esposizione possono giovare alcune citazioni testuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa di pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi del Concilio di Trento: Et sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia pendeamus; quamvis nihil boni operetur fidelis, quod in illo non efficiat Deus; quamvis non solum gratia conferatur ut converti possimus, sed etiam ut convertamur; etsi gratia haec, quae ad operandum necessaria est et velle facit, non sit quaecumque inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio: quamvis I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus, part. I, t. II, coli. 1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our. anonymes et pseudon.., Paris, 1884, s. Richardus. Citerò quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia vere admittamus, homini tamen semper liberum relinquitur divinae operationi praebere impedimentum, eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti, sunt liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec est Coloniensium patrum Societatis Iesu sententia, quam Pelagianismi insimulare numquam desinis !, Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e libero arbitrio; quel libero arbitrio, che i pelagiani avrebbero preso dalla filosofia profana, e introdotto in teologia ad extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere, oltre al libero arbitrio, la grazia: qui semel liberum hominis lapsi arbitrium indifferentem ad utrumlibet facultatem esse definienit, etsi postea gratiam ad bene agendum necessariam esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S. Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ». Tutte calunnie, secondo il Dechamps. Il quale contesta che non si possa conciliare il concetto della libertà con quello della grazia, e che Agostino abbia condannato come pelagiano qualsiasi concetto della libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo luogo bisogna osservare che il libero arbitrio può esser considerato in due modi, Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro libito potest alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omnibus ad agendum requisitis, agere potest et non agere. Secundo, pro facultate omnibus ad bene agendum viribus instructa. Quae duo quantum inter se distent, hoc exemplo intelligetur. Aliud est oculum posito lumine videre posse, aliud habere lumen ad videndum. Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu et nulla collustretur luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux adfuerit, videre poterit. Ita aliud est hominis voluntatem esse eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum praerequisitis, agere possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum praerequisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat; secundum Lib, I, disp. III, ad libertatem gratiae, sive ad laudabilem illum liberi arbitrii statum, ad quem divina gratia evehimur. Prima libertas deleri peccato non potest. Nam, etsi voluntas necessariis ad bene agendum praesidiis spolietur, et, infami daemonis servituti mancipata, ne levissimum quidem melioris vitae votum de se concipere possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde necessaria ad bene agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura afflaverit, agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit. Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam incidimus, ut non simus sufficientes cogitare aliquid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Catholici, hanc utriusque libertatis distinctionem diligenter observaverunt; quod ex illa totius de libero arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); Ignoras», inquit, aliud esse hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam consentiendi vel dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum dicitur arbitrium; aliud vero libertatem meritorie operandi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur arbitrium»!. In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa diversamente sant’Agostino: il quale, quando nega contro Pelagio il libero arbitrio, intende di questa libertà liberata, principio attivo di bene; ma non nega mai in conseguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come principio di male. Fides Catholica, egli dice, neque liberum arbitrium negat, neque tantum eci tribuit, ut sine gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente: Peccato Adae liberum arbitrium de hominum natura periisse non dicimus, sed ad peccandum valere in hominibus subditis diabolo ; ad bene autem vivendum non valere, nisi ipsa voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum actionis, cogitationis, sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap. 18. Questo concetto insufficiente della libertà negativa s' è già incontrato nel V., nell’ Orazione del 1700 *. Ma in quella stessa Orazione abbiamo visto com'’egli sentisse pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrinseco aiuto della divina grazia bastasse a bene operare; quantunque dovesse, senz’alcun dubbio, esser più soddisfatto da questa dottrina che un’ombra almeno di libertà lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che egli chiamerà umanità gentilesca, artefice anch'egli del mondo delle nazioni. E non poteva egualmente non propendere alla sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa della grazia efficace, che è l’altro mcmento della negazione della libertà nel giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento dalla grazia, perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è libero né anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice consiste nella necessità della redenzione. Prima la sua volontà è principio del male, e soltanto del male; poi, del bene, e soltanto del bene. E non vien concepita mai come principio degli opposti, quale dev'essere, per esser libera. Anche qui il gesuita distingue; e se la distinzione tra grazia sufficiente che non è sufficiente e grazia efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha una profonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la libertà, senza la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo riferisce in proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino, che egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i nemici della grazia e del libero arbitrio: un muro di bronzo contro pelagiani, manichei, luterani, calvinisti e simili pesti. 1 Vedi sopra65 sgg.. Attendat et videat non ideo tantum istam voluntatem divino muneri tribuendam, quia ex libero arbitrio est, quod nobis naturaliter concreatum est; verum etiam quod visorum suasionibus agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per Evangelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iustificantem credendo confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat in mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est. His ergo modis quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat; neque enim credere potest quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio vel vocatio, cui credat; profecto et ipsum bonum velle Deus operatur in homine, et in omnibus misericordia eius praevenit nos: consentire vocationi Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi, propriae voluntatis est!. Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti gratiae posse dissentiri. Basta perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana la volontà (e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di sana volontà Agostino 3 afferma Deum permisisse atque dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in eius arbitrio reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’attenzione del V. 4: Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus ille, quo S. Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic affatur: Si tibi proponam quaestionem, quomodo Deus Pater attrahat ad filium homines, quos in libero dimisit arbitrio, fortasse eam difficile soluturus ess Quomodo enim attrahit, si dimittit ut quis quod vo I Lib. III, disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can. 4. 3 De corrept. et gratia, c. 12. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI luerit eligat? Et tamen utrumque verum est, sed intellectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo fieri potest, ut quos in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium Pater, sic fieri potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non auferant liberum arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad Donatistarum querelas retundendas, qui cum propositis suppliciis ab haeresi sua deterrebantur, de Catholicis graviter expostulabant in haec verba: Cur vos non liberum arbitrium unicuique sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus liberum arbitrium dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbitrium legum coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non violatur. Unde concludit: Nemo ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed vos diligenter attendite quid potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in malitia perseverantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia clarissime et expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus affirmat, quod gratiae nullam agendi necessitatem inferentis argumentum esse Jansenius profitetur: nempe Deum per gratiam homines trabhere: et tamen in libero dimittere arbitrio, ut quis quod voluerit eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et contra S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem imponeret; nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum contendebat: nimirum intentata a legibus supplicio necessitatem parendi imponere, adeoque libertatem illam, quae necessitati est inimica, hominibus adimere. V. riferisce ed accetta, come abbiamo visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana del problema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44): Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». V. condensa la soluzione nel motto: Non solum volentem, sed et lubentem trahit, et voluptate trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721) dirà: Ex divini sacrificiù meritis divina gratia ita trahit - +À# I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I, 174. ad Deum homines, ut, quemadmodum appositissime D. Augustinus * ex Poeta docet: .... trahit sua quemque voluptas ». Intorno a questa voluftas 1 Dechamps disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare concessa da Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato. Per la quale osserva che Agostino non adopera mai nessuno dei termini da lui usati per esprimere i moti della volontà, sia come impulsi di essa, sia come aiuti attuali inerenti a lei stessa. E nota ben dodici di questi termini; sel che si riconducono all’amor indeliberatus (come spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei che hanno per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo, condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii dell’uomo beneficato dalla grazia dopo il peccato, ed esprimenti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in cui la natura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presuppone l'opposizione. Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de statu innocentiae disputantes, his nominibus natura, naturalis possibilitas, liberum arbitrium, non solam voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam, quae completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerumque intelligant, quid mirum si bona status illius opera vel libero arbitrio adscribant, vel naturae opera appellent, vel, quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi S. Augustinum de bono opere disputantem: Hoc opus est gratiae, non naturae: opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit secundus Adam; non naturae, quam totam perdidit in semetipso primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura liberi arbitrii, quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran 1 V. rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4. 2 Lib. III, disp. III, c. 16. | 3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.] ditate perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus bonum, quod iam gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore opus naturae; sed huius rei caussam inde repetit, quod ante primum peccatum gratia Dei esset in natura liberi arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex parte voluntatis requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del peccato, era immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e per quanta voluptas Dio ci faccia sentire nell’assenso al suo divino suggerimento, essa non può considerarsi una espressione della stessa umana natura: come la sua voluptas del poeta latino. E quando perciò V. nel De constantia iurisprudentis raccosta la voluptas agostiniana a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito nel lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e nel Ricardo un po’, anzi molto del suo pensiero, che tende a risolvere il dualismo insuperabile del domma della grazia in una fondamentale unità. Ma, tanto nel De antiquissima quanto nel Diritto Universale V., pure accennando con questa interpretazione sforzata della dottrina agostiniana a superare il concetto trascendente della grazia, crede tuttavia di doversi arrestare. E mantiene la necessità della grazia per spiegare il processo dello spirito. Nella seconda delle due opere testé menzionate si propone esplicitamente il problema. Contrapposta la stoltezza dell’uomo caduto alla eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato, concepisce la vita umana come un processo di realizzazione dell’ infinito, ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse, velle infimitum; l’uomo, poiché è corpo, oltre che spirito, e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio, che è il suo principio; e questa aspirazione può compiere ! Lib. III, disp.] soltanto conformandosi all’ordine della natura, nel quale sovrasta per la ragione a tutti gli animali; ossia sommettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in cui consistette la natura hominis integra, conferita da Dio ad Adamo, ut nullo sensuum tumultu agitaretur, sed et in sensus ed in cupiditates liberum pacatumque exerceret imperium. Questa natura integra dell’ucmo, conforme all’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra. Ma questa rettitudine naturale dell’uomo venne corrotta per colpa dell’uomo: in che modo ? Ut voluntas rationi dominaretur. Donde nasce la passione (cupiditas), che non è altro che amor sui ipsius, e l’errore, ossia quella iudicii temeritas, qua de rebus 1udicamus, antequam eas habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare la verità, e ristaurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De antiquissima *, V. sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo; quia a Deo sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam Dei lumen in omnibus rebus, nisi reflexu, saltem radiorum refractu cernere cuique datur. Quare homo falli nequit, nisi sub aliqua veritatis imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua boni specie 2. Ma queste immagini della verità, questi semi di bene non bastano ancora pel V. a spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine corrupto non prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur contra naturae corruptionem. Conato, che è l’effetto della provvidenza e della grazia divina, come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra I Vedi sopra59-60. 2 Opere, ed. Ferrari, III, p. 26. zia, poco prima ha detto provvidenza »; dove, definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò, quod omnibus rebus a se creatis quemdam conatum, quoddam 1ngenium indit se conservandi. Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus dividitur, atteritur et corrumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non possunt, divina Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit, et conservati în suo quaeque genere cuncia. Di guisa che questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza divina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia promat, Divina Providentia appellatur. Quella divina Provvidenza, le cui vie sono le opportunità, le occasioni, gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza, e virtù etica, infrenatrice degli affetti, imperfetta nei gentili, o perfetta, qual’ è soltanto la virtù cristiana, che, reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La virtù si può bensì distinguere in prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto che vadano tutte insiem= congiunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. Sed Dei virtus est, divina gratia, quae suo lumine Christianis perspicue recta vitae agenda demonstrat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus contembplandis et rebus in vita agendis assentiamur. Uno genere assensionis, perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire, socraticamente, V. tiene a confermare quel che ha stabilito nel lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà libera o razionale coincide con l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et idem sunt, aveva detto SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): Unum esse genus assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita agendis, perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur. Nam qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi id perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et animus ea sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in geometricis rebus ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia sive affectus nulli, quibus perturbari homines possint, idcirco in iis ac in vitae officiis faciendis diversum assensionis genus esse videtur »: V., Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr.42-43. La virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno quel lume della divina grazia, che rende possibile il volere umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel V. un ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immutabile come fato, quasi sanctio et veluti vox divinae mentis, al dire di Agostino. E l’uomo vien instaurando questa eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di necessità, che la Provvidenza gli vien presentando affinché esso affini e svolga la sua natura primitiva. Homo erat factus ad Deum contemplandum colendumque et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae erat honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus et necessitas, quibus Divina Providentia rebus ipsis dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc est ipsarum sponte rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate integra, quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non integros, sed ex aliqua honestatis parte, nempe ex corporis utilitatum aequalitate, quae magna et bona parte corruptos ad colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa, sed occasio, ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !. Qui, evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci sarebbe giustizia, e quindi non ci sarebbe società, è identica con la grazia: la quale opera sulla volontà umana illuminandola e traendola a Dio con quell’azione che vien definita dalla sana teologia agostiniana. Onde nella seconda parte del Diritto Universale (De const. iurisprud.) V. crederà di poter dire che i suoi tur:s principia sunt maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim naturalis est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est lumen divini vultus super omnes signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani arbitrii, ut possimus, I Pagg. 30-31. si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel Christianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut humana gloria, non tam subsistunt, quam deflectant motus cupiditatis, unde edunt imperfectae virtutis facinora: sola Christi gratia victrix praestat, quam diximus esse verae virtutis notam !. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti V. accennava alla morale giansenistica, deplorando che in odio della probabile s’ irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo lui, «i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza, facendosi strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar al genere umano, dee sollevar a reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura »; ignari «che si dia Provvidenza divina » e « che si debbano moderare l’umane passioni con la giustizia e da quella sì moderate farne umane virtù » 3. Tutte determinazioni che nella Scienza Nuova V. riferisce bensì agli stoici, ma a quegli stoici, coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fatalismo e rigorismo erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo, conseguenza necessaria del carattere trascendente della dottrina giansenistica della grazia, era pel V. un lato solo della verità, che egli certamente, nel suo platonismo, non voleva disconoscere. E nel Diritto Universale, stabilita l’eternità come nota propria del diritto naturale, ossia della morale, soggiunge: « Indidem ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in I Pagg. 220-1. * Opere, V, 186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730). Cfr. S. N.! in Opere, ed. Ferr., p. 14. 4 Egli conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi» e semplici tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed. Ferr., VI, 127, e Opere, V, 19, 238. telligis »; e nota che di qui viene l’ immutabilità dello stesso giusto volontario: Quod fateri verum omnes necesse est, qui de divina gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii libertatem tueri »; atque hac ratione iurisprudentiae Christianae propria principia docerent !. E qui interviene il concetto della sintesi del vero e del certo, ossia della ragione e dell’autorità o volontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia non si parla, e V. si contenta di speculare su quella Provvidenza scoperta nel Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo mondo delle nazioni » mediante la sapienza del genere umano: «mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto; la quale, per sua infinita bontà, in quanto appartiene a questo argomento, ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini, per li quali principalmente proposti essi anderebbero a perdersi, ella fuori e bene spesso contro ogni loro proposito dispone a un fine universale; per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari fini, li conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si profonda sempre più nella speculazione di questa razionalità positiva del giusto, della civiltà, del processo storico, insomma, dello spirito umano. Onde, condensando nelle dignità della seconda Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue indagini, finirà con l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto dall’opera del Cristo, e perciò non ha Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per Sant'Agostino V. qui cita dell'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De civ. Dei, V, 10, VII, 30 (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il Ferrari riproduce la nota con qualche inesattezza. 2 Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40, 41. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign. VI, considera l’uomo quale deve essere, la legislazione considera l’uomo qual è per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a traverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità ». Donde il corollario: Questa Degnità pruova esservi Provvedenza divina, e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità, ne fa la giustizia, con la quale si conservi umanamente la generazione degli uomini, che si chiama gener umano ». La Provvidenza qui, evidentemente, è la stessa logica onde si rende intelligibile lo stesso fatto storico dell'umanità. Il quale basta, per V., nella successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura o, che è lo stesso, che l’umana natura è socievole, poiché il gener umano da che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società », e le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». E tutto ciò! prova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio è aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza e, soprannaturalmente, dalla divina grazia». Ed ecco esplicitamente messa da parte la grazia, e ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità immanente ogni spiegazione della realtà umana, o di quella natura comune delle nazioni » che V. chiama sub & I Dign.] bietto adeguato » della propria scienza 1. La grazia non è negata, di certo, ma dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se non che, e questa è l’importanza delle riflessioni spese dal V. nella questione della grazia, il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della grazia e spiccatosi da esso quando V. sentì il bisogno d’una grazia immanente, conserva sempre la primitiva impronta della dottrina della grazia, quale è propugnata dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV (la consuetudine è simile al re.... ») che conferma l’ VIII, l’autore torna a dedurne che l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ». E soggiunge: E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio della cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nell’ idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: che ella operi nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buone opere, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2. Dove la dottrina della grazia coincide perfettamente con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se si bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità si tiene ad affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla grazia si distingue la Provvidenza, non propria del Cristianesimo, bensì comune a tutte le religioni, e dal V. concepita come la legge stessa di quel processo dal finito all’ infinito, che è per lui la vita dello spirito come unità 1 Mi attengo qui al testo del 1730, che è più affine al pensiero del Diritto Universale, ponendo la giustizia termine medio tra Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed. Nicolini CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi due opposti. Sicché, terminando la Scienza Nuova, ei potrà dire che quella mente che fece il mondo delle Nazioni, è bensì una sovrumana sapienza, ma che opera senza forza di leggi, anzi facendo uso degli stessi costumi degli uomini, de’ quali le costumanze sono tanto libere d’ogni forza, quanto lo è agli uomini celebrare la lor natura»: E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per quanto oscuramente, con la stessa natura. I S. N, ed. Nicolini LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE Digitized by Google Non spetta a me di lodare Fausto Nicolini del lavoro faticoso e difficile da lui condotto a termine nei tre magnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3; quantunque io sia dei pochissimi che possano personalmente attestare l’amore, l'entusiasmo che ha sorretto per sei anni o sette questa tempra fortissima di studioso sagace, instancabile e geniale attraverso la lunghissima via percorsa per rifare parola per parola la composizione, così singolare anche per gli sforzi tormentosi costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del pensiero italiano che è l’opera maggiore del V.. L’amore, l'entusiasmo del Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il quale si apre con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente le complicate difficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vichiano, e 1 molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a grado accostando alla sua espressione finale nell'ultima I GIAMBATTISTA V., La Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite e corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei Classici della Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916 (8°, un vol. in tre parti diLXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esemplari numerati, di carta a mano, formato 8° grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di stampa, negli Scrittori d’ Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel primo sarà dato il testo e una scelta delle varianti di maggiore interesse. Nel secondo saranno condensate, in un'’esposizione continua, le note, arricchite di molte giunte. forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei manoscritti e delle stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a cui s’ è inspirata la nuova edizione. Si conchiude con un ricchissimo indice analitico, dove tutti gli elementi sparsi nel contenuto del difficile libro sono ad uno ad uno disarticolati e classificati e ordinati alfabeticamente. E tutte le mille e dugento pagine mostrano il valente editore vigile scrutatore d'ogni parola, d’ogni sillaba, d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua e là, perfino a emendare, ma con molta discrezione, l’ intricata né sempre corretta sintassi dell'autore, a indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle citazioni e dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare pensieri; e non posar mai, insomma, finché non abbia accompagnato il suo gran V. al termine del suo viaggio. Il nome di V. non potrà più disgiungersi da quello del Nicolini; perché nessuno più studierà la Scienza Nuova senza servirsi di questa edizione e attingere al tesoro di erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione degli accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pensiero vichiano. E questo è il maggior premio e la lode più bella che il Nicolini potesse ambire. Singolare opera la Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della edizione del Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa struttura, per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum sapientia (1710), che contiene per alcune parti una dottrina in diretta antitesi con quella della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio filosofico più profondo, che animerà l’opera maggiore, V. tutti gli altri trentaquattro anni della sua vita li visse nella meditazione dei problemi, che sono argomento della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi pensieri avevano preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36, quando si può ritenere abbia data l’ultima forma al libro cui intendeva affidare il suo nome, lavorò a ben quattro esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma nei due libri De universi iuris uno principio et fine uno (1720) e De constantia turisprudentis (1721): due parti di una stessa opera, che V. stesso dice del Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla sua volta due parti: una, molto breve, De constantia philosophiae, esposizione dei principii filosofici che illuminano tutta la storia del diritto nella sua concreta realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la civiltà; e l’altra, assai ampia, De constantia fhilologiae, ricostruzione dei fatti dalle testimonianze rimasteci, interpretate al lume di quei principii. E qui era un capitolo: Nova scientia tentatur; donde » (come dirà V. stesso nella sua Autobiografia) s’ incomincia la filologia a ridurre a principii di scienza, e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di tutti i dotti di tutti i tempi »!. I Autobiografia ed. Croce,41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza Nuova, v. ora anche NIcoOLINI, Vita di G.B. V., nel Giorn. crit. di filos. ital., 1925. Ma quanto alla data assegnata dal V. alla Scienza Nuova in forma negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: Par difficile che alla Scienza Nuova in forma negativa V. cominciasse a lavorare fin dal 1722. Basta pensare che nel 1722 V. lavorava intorno alle Note al Diritto Universale, le quali furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722. Pertanto, malgrado l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza Nuova negativa V. si accingesse non prima ma do po la disavventura universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre 1723, giacché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato da [A questa prima forma ne seguì ben presto un'altra, che non fu più stampata, quantunque già pronta per la stampa, e già riveduta e approvata dal censore ecclesiastico. La quale è andata smarrita. Essa dovette essere scritta nel '22 o nel ’23; perché nella Autobiografia il V., dopo aver narrato la disavventura toccatagli nel concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo tra il gennaio e l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò egli non si ritrasse punto di lavorare altre opere; come in effetto ne aveva già lavorata una divisa in due libri, ch'avrebbono occupato due giusti volumi in quarto; nel primo de’ quali andava a ritrovare I princip del diritto naturale delle genti dentro quegli dell’umanità delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto ciò che ne avevano gli altri innanzi più imaginato che raggionato; in conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de’ greci »*: la Scienza Nuova, insomma, «in forma negativa ». Questo manoscritto non poté essere stampato perché troppo voluminoso; e al povero V. falli la speranza riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese della stampa in contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità (di cui parve qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua volta il Muratori che V. «lavorava sopra un’opera che voleva intitolare Dubbi e desidèri intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi compiuta l’opera era già nel novembre 1724, e cioè quando V. mandò al Corsini, per mezzo del Monti, la minuta della dedica (divenuta poi dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto per la stampa il ms. non fu se non nel maggio 1725: tempo in cui V. lo dié al canonico Torno per la revisione. Il titolo definitivo che V. voleva dare a codesta Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI (Autografi e documenti vichiani,153 Sgg.): Scienza nuova dintorno aì principii dell'umanità ». 1 Autobiografia] al V. dover esser grato alla Provvidenza) di riscrivere la sua opera in forma più stretta e, come a lui parve, anche più stringente: abbandonando quel metodo negativo che procedeva « per via di dubbi e desiderii; maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »; e facendo un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva V. stesso, un mese dopo stampatala, il 20 nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace; nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate dall’universale delle nazioni, che si prendono per principli, e per un gran séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve e più spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano nella prima, si truovano tali principii convincere di fatto e 1 filosofi obbesiani e i filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza Nuova in forma positiva, che è quella che, col titolo di Principit di una Scienza Nuova intorno alla natura delle nazioni, per la quale si ritruovano i principii di altro sistema del diritto naturale delle genti, venne in luce nel ’25; e che divenne più tardi, pel V. e per gli studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una nuova edizione, che, cominciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma sostanzialmente conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata postuma nel ’44. Sicché le redazioni principali dell’opera son quattro: il Diritto Universale e tre Scienze Nuove, la prima delle quali, in forma negativa, non ci è pervenuta, e le altre due sono a stampa. Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma non ebbe, alla sua volta, meno di quattro redazioni: due rappresentate dalle edizioni ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora note per t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr. l’accuratissimo spoglio fattone dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli; e sono due forme intermedie, dove più compendiose dove più ampie della Scienza Nuova terza, l’una del 1731 e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto Universale alla Scienza Nuova del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le quali gli stessi problemi vengono risoluti e ripresi complicandosi con nuovi problemi per essere tornati a risolvere in forma sempre più adeguata, finché sulle tormentate carte non cadde la stanca mano: da la tremante man cade lo stile e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro; come lo stesso V. dice nel suo sonetto a Gaetano Brancone, nel 1735 !. Né basta. Le due redazioni intermedie suddette, rimaste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni, miglioramenti ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate all'opera nella ristampa della Scienza Nuova” seconda », come V. soggiunge al titolo di quelle del 1731. In realtà, più che una revisione del testo del ’30, ne sono, le une e le altre, un rifacimento: come quel testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento affatto nuovo del testo anteriore del ’25, quantunque V. credesse prima di poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno alla natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed unito, e principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero =. Il titolo si spiega con l’origine di queste ulteriori redazioni, le quali, quasi per generazione spontanea, nascevano a volta a volta accanto al testo anteriore per l’ insoddisfazione che V. provava, Autobiografia.] appena data forma concreta e determinata al proprio pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di postille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annotazioni ordinate con rinvii ai vari luoghi che gli parevano bisognosi d'ampliamenti e schiarimenti; e poi finiva col rifarsi da capo per dare sistema e unità alle stesse annotazioni, sì da farne un’opera nuova. Così fece col Diritto Universale, di cui prima tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma, dopo quello con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì di dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc., alterum De constantia t1urisprudentis (1722): note tanto importanti da contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al vero Omero. Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, appena pubblicata, gli die’ materia a scrivere un commento di 600 pagine, che nel ’28 egli, a richiesta del p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a stampare a Venezia; e se ne iniziava infatti la stampa colà, poi interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non più proseguita !. E il manoscritto, richiamato dal V. a Napoli, fu da cima a fondo rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, con un estro quasi fatale », al dire dello stesso V.: e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non aveva ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le prime Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore faceva in tempo ad aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin ora, hanno affermato i biografi, compreso il Nicolini. Il quale, per altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere, è giunto ora alla conclusione che le parole dell’Autobiografia: ma, dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne un fatto », ecc. (ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza Nuova prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla Scienza Nuova seconda, ossia all'edizione del 1730. V., insomma, riebbe da Venezia il ms. delle Annotazioni, dopo che già aveva stampata a Napoli più della metà della Scienza Nuova seconda, e cioè circa a metà del 1730). fondo al volume. E divulgate appena le prime copie della nuova edizione, ecco V., quasi felice che un errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione di pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’ importanti giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi curiati (CMA?). Ma queste prime revisioni rapidissime avevan dato luogo soltanto ad aggiunte relative ad alcuni luoghi particolari. In dodici paginette del Trascelto (pp. 46578) sono le CMA: e nelle dodici paginette della Lettera al Principe di Scalea sono comprese, oltre questa lettera, le CMA=?. Dalla continuazione dello stesso lavoro di revisione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono le CMA:3, che è un manoscritto di duecento pagine fittissime, nel corso del quale V. s’accorge di fare opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza Nuova prima (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre capitoli come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di questo due capitoli soli, di cui era tuttavia contento. E quando, due o tre anni dopo, rifà nelle CMA4 questo nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di centoquaranta pagine, toglie ancora e aggiunge, e mostra di non essere per anco soddisfatto a pieno della forma raggiunta dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a rielaborare in quella che sarà la Scienza Nuova terza, ossia la definitiva forma della Scienza Nuova seconda, ch'egli non poté vedere stampata, e che ci rappresenta l’ultimo sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con sistema tutto il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro la mente, solcato in tutti i sensi, ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del suo genio speculativo. Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la brevità loro, le CMA: e le CMA?, il Nicolini ha potuto dirci, che ben nove sono state le redazioni (più o men diverse tra loro) della Scienza Nuova: I. Diritto Universale ; 2. Note al Diritto Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita); 4. Scienza Nuova prima; 5. Scienza Nuova veneta (ossia, Scienza Nuova prima con Annotazioni e commenti, andati anch'essi smarriti); 6. Scienza Nuova seconda (1730); 7. CMA3; 8. CMA4; o. Scienza Nuova terza (1744; ma scritta tra il ’35 e il '36 e continuamente corretta fino al 1743). E pure il conto non si può dire rigorosissimo. Se sl contano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure contare il saggio » del D. U. che iì V. pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D. U.; quantunque questa supponga forse già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una prima redazione, a noi non giunta: per cui la somma complessiva delle redazioni della Scienza Nuova deve salire a dieci. Il Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico frammento di un’opera vichiana che non possediamo, e che nel 1837 fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla sua Mente di V.) come prefazione al perduto Commento a Grozio del V. 1. Il Croce osservò ?, che quella pagina I. non è una prefazione, ma la nota finale di un’opera (in operis calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce a un commento a Grozio, perché, nel citare l’opera di questo, se ne dà il titolo per disteso e s’ invita a metterla a raffronto con quella di esso V....; 4. si riferisce, invece, I Nelle Opere del V., vol. I,280-1; nella 28 ed., vol. I,250-I. 2 Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana,3-4. 12 a un’opera del V. in più libri (n tertia universae nostrae tractationis parte). L'opera trattava de metaphysica, de philologia, de re morali ac civili, de lingua, historia et iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; V. sì preoccupava di essere in essa riuscito oscuro; vi aveva esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si dimostrava falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota finale non possa concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima, è certo, perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o appartiene al disegno di un’opera che fu la prima idea del Diritto Universale; o (il che ci sembra più probabile) era destinata a questa opera stessa; la quale, benché divisa in due libri, essendo il secondo di questi bipartito, si può considerare come composta di tre parti». Il Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi del Croce, e ne trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto un lavoro originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o terzo, o quarto) getto dell’opera capitale del V. » (p. XXVI). Che si tratti della materia stessa del Diritto Universale è indubbio. Non solo le parole rilevate dal Croce, ma altre anche più precise c’ informano con certezza del contenuto dell’opera, là dove l’autore invita l’equanime lettore che volesse criticarla a metterglisi contro faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt numero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt metaphysica, quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est, alia faciliori et feliciori methodo plura quam nos, in universa historia profana, re poetica, grammatica, morali, civilique doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomodate in unum systema componas, et sic efficies, ui nostrum sua sponte corruerit. Tutte queste materie rientrano appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben riflettervi, si possa parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti di cotesta opera. Che non sia propriamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato nel 1720-21, risulta da questa sfida lanciata dall’autore al suo immaginario critico, di fare quanto aveva fatto lui nel suo libro, componendo un ugual numero di scoperte di storia profana universale, di poetica, di grammatica, di dottrina morale e civile, in un sistema di cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto da non più che sette principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette, che non vedo dove si possa rintracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei principii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia philosophiae. Questi sette principii o verità (vera), così come sono definiti, parrebbero aver riscontro nei tre elementi d’ogni erudizione divina e umana (mosse, velle, posse), che nel Diritto Universale sono messi a base di tutto, come quelli quae tam existere, et nostra esse, quam nos vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14): ma non sono questi tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come principio di unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau LI gurale del 1719, che non ci è stata conservata, ma di I Nel De Uno questa triade veramente è Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E V. citando, al solito, a memoria, dice ut D. Augustinus in Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess. XIII, 11) dà invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione del 1719 (Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine: Nosse, velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non credo risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campanella (che V., per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella Metafisica e nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle primalità, o della monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per luoghi della Metafisica) Poesie filosofiche, ed. Gentile,31, 44, 133. E per i rapporti tra V. e Campanella, vedi sopra31-33.cui V. ci riferisce nella Autobiografia l'argomento, poi ripetuto testualmente nel Proloquium del Diritto Universale. E si badi alla partizione che fin d'allora faceva dell'argomento: Quod quo facilius facitamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum lumen sive acternum verum per haec tria quae proposuimus elementa omnes scientias permeare, casque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia, quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sit quod cum his principiis congruerit, verumy quod dissenserit, falsum esse demonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia.... » ®. Partizione precisamente identica a quella presupposta dal commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore dice al suo critico: .... Sin postules inconditis rationibus, et distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam labefactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam silentum non mihi adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa ipsa fuerint, quae in tertia nostrae universae tractationis parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non congruerini, falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto della terza parte diventa chiarissimo quando si riscontri con l'argomento dell’ Orazione del ’19, messo poi a capo anche del Diritto Universale. Conviene osservare altresì che le tre parti De uno, Constantia philosophiae e Constantia philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse nella sua succinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era distinta l’opera smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t Autobiogr., p. 40; cfr. D. U. Ferrari?, p. 14. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA per indicare come nel Diritto Universale mantenesse le superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice esplicitamente che nel De uno pruova la prima e la seconda parte della dissertazione » (cioè, de origine, de circulo); e nel De constantia turisprudentis più a minuto sì pruova la terza parte della dissertazione, la quale in questo libro si divide in due parti, una De constantia philosophiae, altra De constantia philologiae » *. Dunque, il Diritto Universale fu scritto dopo la dissertazione del ’19 (e quando nel ’20 V. pubblicò soltanto il primo libro, De uno, certo egli aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia), la quale altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui sarebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece rispecchia la sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta, questa piuttosto deve ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E per questa ragione, come per la discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera perduta e il Diritto Universale, bisogna conchiudere che piima di questa opera (scritta tra il ’19 e il ’21), prima dell’ Orazione inaugurale del ’19, V. dové scrivere un’opera che possiamo dire la prima forma così del Diritto Universale come della Scienza Nuova, e di cui ci è giunto il solo commiato. Quando la scrisse ? Certamente dopo la Vita di Antonio Carafa (1716), perché nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita, ll V. si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et pacis », che fu il suo quarto auttore » =; aggiuntosi allora a Platone, Tacito e Bacone: Ugone Grozio, che pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia delle cose o favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2 Autobiogr.] delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana religione »1. Quando scrisse l’opera perduta, egli non solo aveva letto il De rure delli et pacis (da cui si può dire, in certo senso, che togliesse il problema), ma lo avea, come ora si direbbe, superato, potendo enunciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche inter- vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade un altro lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che V. molto più poi si fe’ addentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note, che ’1 V. cominciò a scrivere, più che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...; e già ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo; delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico adornare di note opera di auttore eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere, perché dal lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del problema dovette cominciare a sorgergli nella mente e a prender forma e figura quel systema che doveva esser suo. Con questi studi », continua infatti V., con queste cognizioni, con questi quattro autori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in uso della cattolica religione, finalmente V. intese [tra il ’17 e il 18] non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior filosofia, qual’ è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del V. quello che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una apertura di studi pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento ». Che è quello che conosciamo: e che egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla sua mente il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699) era andato cercando: e che dev’essere appunto quell’opera anteriore al Diritto Universale, primissimo incunabulo della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste osservazioni, si può dire con tutta verità che sono state ben dieci le redazioni distinte e da considerare come altrettante stazioni attraverso le quali venne posando e passando il pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni tre, dunque, sono per noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in forma negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste, due, Diritto Universale e Note al Diritto Universale, possono pure riguardarsi come un’opera sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari; quantunque, dato il diverso momento che esse rappresentano nello svolgimento della dottrina, meglio forse sarebbe aggiunger le Note a guisa di appendice, all’opera cui si riconnettono. Resta a sé la Scienza Nuova: del ’25; e fanno corpo insieme le altre quattro redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza Nuova: con le migliori aggiunte CMA*-:, già a stampa. III. Il Nicolini, facendo l’edizione di questa terza Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente dal Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di accontentarsi della sola lezione del 1744, e notò tutte le varianti delle edizioni del 1730 e tutte le aggiunte inserite in quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva, assistere allo spettacolo delle ultime idee di V., vedere in qual modo egli stesso si avvedesse di avere qualche volta naufragato contro la realtà istorica; e.... conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di V. dinanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha esteso questo metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4, in guisa da darci prospetticamente, per intero, tutto il processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda alla terza edizione fattane dallo stesso autore. Quanta fatica debba esser costata al Nicolini questo riscontro e raccordo, può vedere ognuno che scorra con l'occhio la varia provenienza delle varianti che accompagnano in serie perpetua il testo, contrassegnate ciascuna dalla sigla della rispettiva redazione a cui appartiene. Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il Nicolini ha più bene meritato degli studi vichiani, ove si consideri che mercé sua non solo sono cronologicamente distinti tutti gli elementi di questo tormentoso processo di pensiero che in cinque o sei anni fece e rifece tante volte con erculei sforzi l’elaborazione d’un vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono anche portati a nostra cognizione molteplici documenti o frammenti finora ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse angosclose oscurità esercita tanto fascino e desta tanto interesse in noi, che vogliamo leggervi fino al fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario della Biblioteca Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E messo sulle tracce di questi dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti I Opere, ed. Ferrariz, V, p. XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G. B. V. tratti da un ms., ecc., Napoli, Giovannitti LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri pochi brani, tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti pubblicare, ma poco correttamente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia riprodotti nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella ingloriosa ma tutt’altro che spregevole edizione napoletana curata da Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi brani staccati non apparivano nella loro importanza; e ora ci tornano innanzi accompagnati da tutto lo spoglio dei manoscritti a cui spettano, nel sistema compiuto di tutto lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imperfetta di quello che V. sentì poi di poter esprimere più efficacemente, o più pienamente, o con maggior concisione; ora elementi espunti più tardi, probabilmente perché sembrati accessori o discordi dal filo del pensiero principale, o non più soddisfacenti a quel poderoso intelletto così vigorosamente autocritico: ma che in ogni caso riescono, qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo studioso. Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava di essere così tutta accuratamente analizzata e messa in luce. Redazione quasi del tutto inedita », avverte il Nicolini, e pure di singolare interesse per lo svolgimento delle idee vichiane », giacché l'edizione del 1730 formava (almeno nella mente del V.) tutt'uno con la Scienza Nuova prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata, non con questo nome, ma con l’altro generico di ‘ opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro. Invece nella nuova redazione, l’edizione del 1725 non solo non è più presupposta (e quindi V. comincia a citarla col nome, che è poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre capitoli, rifiutata. E rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti di G. B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università, 1862. Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma negativa e tutto ciò che V. aveva fino allora scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba trovare in questa.... redazione, in cui V. aveva voluto raccogliere quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità. Delle quattro redazioni della seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del 1730, essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta ben quindici capitoli in più », ecc. E si badi che di questi capitoli soltanto sette rimangono in CMA4. Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono nel testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani soppressi delle stesse CM 43 come delle CM A* era necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato colpito dalla importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trattavasi di capitoli interi, l’ ha incorporato senz'altro nel testo, avvertendone bensì sempre la provenienza. Risoluzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal carattere di questa edizione, che vuol essere pure una storia illustrativa di tutto il testo vichiano; e che per altro non crederei più giustificata in un’edizione che, pur fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più necessario dopo questa monumentale fatica, che non sarà più da rifare), ci mettesse innanzi in forma criticamente corretta quella che per l’autore fu, comunque, la forma definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque, soppressi dopo CM A3, sono dal Nicolini restituiti al testo; e con essi una sorta di prefazione, che in quella redazione l’autore aveva scritta col titolo Occasione di meditarsi I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.] quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti, uno dintorno alla legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e l’altro dintorno alla legge regia di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune pagine del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza Nuova prima, come tutto ciò che all’autore pareva nel 31 di dover conservare di quei primi abbozzi della sua opera, che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *. Di questi brani e interi capitoli restituiti al testo della Scienza Nuova o soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti, buona parte era già nota, benché scorrettamente pubblicata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto nuovi nella edizione del Nicolini (pp. 238-44), senza dire delle moltissime varianti, alcune lunghe, e altre brevi, ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini a darceli col resto dell’opera, benché bisogna pur dirlo a onore del V., che lavorò con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose redazioni, e non soppresse, credo, mai nulla a caso, ragionevolmente fossero stati soppressi dall’autore nell’ulteriore revisione del libro. Dei due infatti (lib. II, sez. 1, capp. 3 e 4) il primo, Come da questa debbano tutte l’altre scienze prender i loro principii, ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti, in tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke, è un documento notabilissimo della posizione intellettuale del V., ma non colpisce nessuno dei tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più alto, o perché mira più basso, e mai al segno giusto. E V. forse sentì che la sua critica contro il soggettivismo cartesiano era stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I Pagg. XXXVII-IX. ? Venne già anticipato nella Critica egli dice che cotal maniera di filosofare diede lo scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire nello spinozismo; e non gli consentiva quindi più la critica alla quale egli subito passa dello Spinoza. In sostanza V., faccia a faccia col panteismo, che era nel fondo del suo pensiero, doveva dare addietro, e sopprimere il suo pericoloso saggio di critica. Quanto al Locke, che V. non doveva aver letto, e che giunge a riguardare come un materialista, egli non poteva non aver qualche dubbio a dirlo costretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi poteva fermarsi a credere veramente efficace contro l’empirismo del filosofo inglese il concetto del vero Essere » anteriore ad ogni esperienza, compresa quella che il soggetto fa di se stesso. In generale credo sl possa dire (occorrerebbe un’analisi molto minuta e lunga per dimostrarlo) che l’autore fu bene avvisato, come sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle modificazioni che venne via via apportando al suo lavoro. Che, del resto, non diede poi subito al tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo trattenne parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua intelligenza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita affievolendo, egli certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti redazioni e restituire nell’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi soddisfatto. E quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. Il Nicolini bensi ha preferito abbondare, una volta avviato il lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e commenti, dotti, arguti, inattesi, e sempre luminosi, nel ricchissimo commento, allargatosi da ultimo per alcuni punti sostanziali in excursus e note illustrative che sono vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi I Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte II. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA rabile di lucidità, intorno alla teoria vichiana sulla legge delle XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricordati Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini, ancorché laboriosa e densa, è agile sempre e quasi festosa, perché sorretta e animata da un gioioso spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che delle vie piane ed aperte, per l'occasione che ne ha a cercare, a scrutare, ad esercitare il suo acume e il suo fiuto di segugio valente, e stare attorno al suo V. a fargli lume e rendergli l’omaggio, profondamente sentito, bleno corde, della propria infinita devozione. Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo V.; e chi dava di quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle stampe del suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non del tutto necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena irrompente in questo commento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha dovuto a poco a poco ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e lasciar fare: e ora non può che plaudire a una somma di lavoro così difficile, così utile, così disinteressato, e così degno in tutto del gran V., che aspettava da quasi due secoli questo studio rivendicatore. Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo commento, aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di tutto, è impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe quintuplicarsi; e resterebbe sempre da invitare il lettore della recensione a prendere in mano 1 tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi V., ora che lo studio è tanto agevolato; e quindi a scrutare anche lui, la sua parte, dentro ai pensieri di questo grande spirito e alle tante congetture che lo strenuo commentatore ha dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io preferisco perciò fermarmi qui, solo citando un luogo, dei più curiosi, e singolarmente caratteristico del fare vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in cui l’annotatore s’ è dovuto dibattere. Latona, dice il V. nell’ Iconomica poetica, partorì i suoi figliuoli, Apollo e Diana, presso l’acque delle fontane perenni, ch’abbiamo detto; al cui parto gli uomini diventaron ranocchie, le quali nelle piogge d’està nascono dalla terra, la qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono propriamente della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? Non sappiamo », scappò qui a protestare certo pedante dei tanti abbattutisi in V., non sappiamo in nessun modo intendere come l’autore si facesse a mandar fuori che al parto di Latona gli uomini diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è punto un mito e solo si rinviene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma, assai probabilmente », nota il Nicolini, V. aveva in mente quelle che più sopra ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181) gli uomini allo stato di pura natura, prima che incominciassero, come dice V., a umanamente pensare ». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe potuto essere illustrata da quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9, che ci serba notizia della dottrina epicurea intorno all'origine naturale dell’uomo: Democrito Abderitae ex aqua limoque primum visum esse homines procreatos. Nec longe secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio quos radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et infantibus ex se editis ingenitum lactis umorem natura ministrante praebuisse, quos ita educatos et adultos genus propagasse » (Usener, Epicurea,225-6) *1. Questi uteri I [Ora, il Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito a cui precisamente voleva alludere V. e la fonte a cui, pur con°qualche libertà, egli attinse. Si tratta del passo delle Metamorfosi ovidiane ov’ è detto che Latona, dopo aver partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata di là da Giunone, giunse coi due neonati in Licia, presso un piccolo lago, e poiché alcuni villani volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li trasformò in rane]. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA nella fantasia corpulentissima del V. diventano quelle ranocchie che nella credenza popolare nelle piogge d’està nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini, e grossi uomini goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero, primi padri del genere umano, per V. come già per Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi uomini, che il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e dall’acqua, come dice Epicuro, e come si può leggere in fondo al mito di Latona che partorisce presso alle fonti: mito, secondo il quale V. dice perciò che gli uomini diventaron ranocchie, cioè si rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci, sorti ex aqua limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che ne toglie spesso materia a note argutissime, come quella sullo scudo » funebre napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in questa materia. E basta anche cogli esempi; e faccio punto !. I A proposito di quel che ho detto nelle174 sgg., Fausto Nicolini mi comunica le seguenti osservazioni: Quando, a proposito dell’opera di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera capitale del V., volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo della parola, e cioè intesa come quel complesso di problemi a cui V. die’ poi il titolo di Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto Universale. E a confermarmi nella mia opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue pagine è detto dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e la prolusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che V. scrivesse prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii del 1720 in un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera d’ incerto titolo); e per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor troppo ristretto, si desse a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte del Diritto Universale. Che l’opera d’ incerto titolo sia anteriore al Diritto Universale è evidente; ma che essa sia anteriore anche alla prolusione del 1719, mi sembra non solo non evidente (e a ogni modo non provato), ma anche pochissimo verisimile. Aggiungo, a sostegno della mia opinione, proprio la sfida all’ immaginario critico che tu adduci. Critico che non è tanto immaginario. Narra infatti V. nell’Autobiografia che, dopo aver recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a taluni l'argomento, particolarmente per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere conclusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici appunto, tra i quali par che fossero il Capasso e altri professori universitari capassiani, è rivolta la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale V. dice che fu consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema della prolusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e poi dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le innumerabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del 1719; il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse o volesse fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non essere scritta, ma soltanto abbozzata). Pertanto la Scienza Nuova avrebbe avute le seguenti redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8); 2. Orazione del 1719; 3. Opera d° incerto titolo (sviluppo dell’ Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto Universale (1720); 5. Diritto Universale; 6. Note al Diritto Universale (1722); 7. Scienza Nuova negativa; 8. Scienza Nuova prima; 9. Scienza Nuova veneta; 10. Scienza Nuova seconda; 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e agg. quarte; 13. Scienza Nuova terza (1734-1744). Ciò senza calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la Giunone in danza (1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai scritta) tenuta dal V. in casa del suo antico discepolo Giambattista Filomarino della Rocca (1721 o 1722); la lettera a Monsignor Monti del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto della Scienza Nuova prima recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». IL FIGLIO DI V. E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI. LA FAMIGLIA DEL V. Di figli, veramente, G. B. V. ne ebbe più d'uno. E se Angelo Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel 1818 il marchese di Villarosa corresse l'affermazione del biografo pisano, portando quel numero a sei. E sarebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro, morto in tenera età, un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la famiglia del V. fu anche più numerosa, come dimostrano i registri parrocchiali del Duomo di Napoli. Egli si ammogliò il 12 dicembre 1699 =. Il 17 settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono imposti i nomi di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda figlia, non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata Carmelia Nicoletta 4. Il 31 dicembre 1704, una terza figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere morte ben presto e aver lasciato poca memoria di sé I Opuscoli di G. B. V., racc. e pubbl. da C. A. DE Rosa, march. di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. 3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21 settembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Ringrazio l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui volle ricercarmi queste notizie nella parrocchia del Duomo. 4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703, nello stesso libro XI, fol. 109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705, nello stesso lib. XI, fol. 121. nella famiglia :. Il quarto figlio, finalmente, fu un maschio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò Ignazio Nicolò Gaetano Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da donna Teresa Stiammone de’ duchi di Salza =. Dopo, un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice il Villarosa, ma Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il 19 luglio 1712; ma non visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo Gennaro, che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel febbraio 1720 infine chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio Francesco Gaetano 4. Di tutti questi figli due soli sembra siano sopravvissuti al padre 5. Giacché Niccolò Solla 6, autore di una Vita del V., e amico e scolaro del V. stesso, onorato », come egli dice, di tutta la sua confidenza ed amore », scrive: Rimasero di lui due figliuoli: il prime de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra di I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo appare che Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna Silvestra il 28 luglio 1705 (Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà la documentazione delle sue giunte e correzioni, qui inserite, in un suo studio su G. B. V. nella vita domestica))]. 2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal 17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più esattamante: al fonte battesimale ricevè i nomi di Angela Teresa Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita Cantelmi, duchessa di Bruzzano (le cui nozze V. aveva cantate nel 1696 nella canzone D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il parere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato dal NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709 (lib. XII dei Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato il 24 luglio 1712 (ivi, fol. 41); il secondo (ivi, fol. 64); Filippo, il 18 febbraio 1720 (ivi, fol. 84). 5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa e Angiola Teresa. Il Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine (Comunicazione di F. NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è attestato da un luogo delle Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6 B. Croc£, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904,45-06. eloquenza » 1; cioè, come si vedrà, Gennaro: e l’altro, ce lo dice il Villarosa =, Filippo, morì impiegato nella Regia Dogana di Napoli 3. Di un figliuolo, il cui nome non gli piacque di ricordare, il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato, ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua cattiva indole. Cresciuto questi in età, lungi di dar opera agli studi ed alle oneste discipline, diessi interamente in preda ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’ vizi di ogni maniera, in guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ». Riuscite vane le ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli amici, il povero V. fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per farlo imprigionare. Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che i birri già montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato dal paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli disse: Figlio, salvati. Ma un tal passo di paterna tenerezza non impedì, che la giustizia avesse il corso dovuto, poiché il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò lunga pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente ne’ costumi mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ? I Vita di G. B. V., nel Giornale arcadico del 1830, t. XLVIII, 97-8. % Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di sicuro, morì impiegato nella Dogana napoletana fu, veramente, Ignazio. Ma potrebbe anche darsi che Filippo, dopo il 1744, avesse un posto simile a quello del suo maggior fratello (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Opuscoli, I, 161-2; cfr. ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo inverisimile e sarà magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei documenti contemporanei venuti finora alla luce. I quali, per altro, dicono che l’ 8 febbraio 1730 Ignazio V. sposò la ventenne Caterina Tomaselli senza che i genitori di lui, a differenza che per gli altri loro figliuoli, intervenissero al matrimonio (da che parrebbe che non lo volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile impedimento canonico da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che Ignazio avesse una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)]. 194 STUDI VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte vichiane, conservate tuttavia dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi fa propendere a vedere piuttosto l’ultimo dei due ora nominati nello sciagurato figlio, che addolorò tanto l’animo paterno. È una Breve nota di ragioni per D. Giov. Battista di V. contro la magnifica Caterina Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto quando, ma certo negli anni più tardi della vita del V. ?, innanzi al Sacro Real Consiglio. Era morto Ignazio V., lasciando una figlia, a nome Candida; e la vedova, Caterina Tomaselli, sosteneva che spettasse a lei l'educazione della bambina, e dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a decisioni analoghe del magistrato 3. L’avvocato del V. risponde non essere applicabili tali decisioni al caso presente; perché, in una di esse, s'era considerato che il padre della pupilla era emancipato, e quindi poteva far testamento e lasciare per tutrice la madre; e s'era anche avuto riguardo al fatto che la madre era persona prudente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava la pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che I Rendo qui le più vive grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa dei marchesi di Villarosa, i quali hanno gentilmente messe a mia disposizione le preziose carte vichiane, che già furono del loro bisavolo C. A. De Rosa marchese di Villarosa, benemerito editore degli Opuscoli di V.. Un catalogo di queste carte pubblicò poi il NICOLINI in B. CROocE, Secondo supplemento,35-43. 2 [Infatti la causa ebbe inizio negli ultimi giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5 aprile 1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non divisim, al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vivere coi suoceri e di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena un paio di mesi dopo (26 luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar di casa la nuora. Da che la lite, terminata o sospesa in un primo momento col trionfo del V. che riuscì, fino alla sua morte, a tener con sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno 1744, mercé nuovo intervento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla madre (Comunicazione di F. NICOLINI)]. VI. l’avo era un dissipatore. Di una terza, che l’avo non era persona di buona fama e condizione. Nella specie della presente causa, concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di V., avo paterno, è persona di somma prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto; ed all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente e di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e giustizia la tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi al predetto D. Gio. Battista di V. avo paterno. Anco perché detto Ignazio di V., padre di detta pupilla, era figlio di famiglia, e come tale, oltre non poter fare testamento, ma nemmeno lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve a sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la tenuità del peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe d’esso Gio. Battista. Se il figlio innominato, di cui parla il Villarosa, non fosse quest’ Ignazio, bisognerebbe dire che non uno, ma due figli fossero stati il tormento di Giambattista V. *. Egli amava 1 suol con eccesso di tenerezza; contento piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un servile Nella commedia in quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Battista V., Napoli, Stamp. della Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo sarebbe Filippo. Se non che il Genoino cita tutte le sue fonti (gli Opuscoli di V. a cura del Villarosa); né accenna a tradizioni orali. Questa del Genoino dovette essere la commedia dal titolo G. B. Vizo, che il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ottobre 1854 al Teatro dei Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore. C’ è bensì nell’elenco dei personaggi un Don Vincenzo » che non compare nella commedia del Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera modifica della scena 38, atto IV del Genoino, dov’ è descritto l’ incontro di Don Vincenzo Milesio, suocero di Filippo V., con costui e col padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte delle commedie del bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche di Napoli, compresa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. V.; e sospetto che la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da uno scambio col Genoino. Un dramma Giambattista V. pubblicò nel 1845 DomENIco BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e anche qui, come ricavo da una recensione di un tal Pier MURANI (Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio 1864, Padova), comunicatami da B. CROCE, ci sono pure alcune scene in cui l’autore ci mostra V. in 196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie Caterina Destito 2, analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui a pensare a provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro i piccoli suoi figliuoli avean di bisogno » 3. Attese alla loro educazione ed istruzione da se medesimo; ed è bello pensare che, tra un pensiero e un altro della sua alta speculazione, egli rivolgesse l’animo a coltivare l’ intelligenza delle sue figliuole predilette: Luisa e Angiola. Furono la sua più cara consolazione. Al p. Benedetto Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716, diede per la censura ecclesiastica il parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un giorno il filosofo a scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un sorriso spensierato su quella faccia per solito meditabonda, tornarono sulle labbra quei versi del Tasso: Mirasi qui fra le meonie ancelle Favoleggiar con la conocchia Alcide. E V. ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata di raro ingegno, aveva largamente corrisposto alle cure paterne, ed era capace di scrivere de’ versi non inferiori famiglia, amato e venerato da pochi buoni e dai figli suoi, tranne da un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il quale lo amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino. 1 SOLLA, Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre 1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. Sopravvisse di quindici anni al marito, risultando dal necrologio della chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei Gerolamini, che fu ivi sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. TaGLIALATELA, Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3 [Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti contemporanei, per altro, dicon soltanto che V. aveva conosciuta la Caterina da bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora dopo trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande affetto e riconoscenza. S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia, ma sorella di Pietro, scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)]. a quelli che scrivevano tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva, della società in cui V. sl aggirava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita affaticata. Perché aveva quell’ornamento in casa 1, egli che ebbe sempre abitazioni così modeste, poteva accogliere presso di sé uomini insigni e gentildonne dell’alta società napoletana; e certo doveva condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le nobili dame da lui frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo: fino al 1727 ordinariamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella. Oh il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando, quell’anno, donna Angiola morì! Chi non conosce l'elogio magnifico che V. ne scrisse e premise a una raccolta di scritti di tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata ed ornata del ritratto della marchesa e di molti finissimi fregi? La raccolta, che allora fece molto rumore in Napoli, e tanto se ne parlò che una mala lingua ne fece una satira ?. In quell’ Orazione, V., celebrando la grazia di questa novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere e di entrare in questioni filosofiche, ricorda: Ippolita Cantelmi-Stuarta, principessa della Roccella, donna che con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto e colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza I [La Luisa, per altro, cessò di convivere col padre fin dal settembre 1717, tempo in cui sposò un Antonio Servillo, e prese a dimorare col marito presso la chiesa della Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2 FRANcEscO VESPOLI, il cui nome s'incontra non di rado nelle raccolte poetiche di quel tempo, a proposito degli Ultimi onori di letterati amici in morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e di uno speciale libro di versi pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo De Angelis, scrisse una satira in ternari, non priva di spirito, tuttora inedita, che pubblico in appendice (v.343-53) come documento della società a cui V. appartenne. dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo splendore delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari stessi dell’ Africa o della Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere d’essere degno generoso rampollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola che nella nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed amore! ...». E chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai versi del V., oltre la Cantelmi (che era, s'è veduto, sua comare), frequentavano la sua casa! Letterati, scolari del V., come il De Angelis 2, professori, frati, predicatori, tutto il circolo degli amici ed ammiratori di lui, doveva spesso adunarsi nella modesta dimora del Largo dei Gerolamini al n. 12 (dove V. abitò dal 1704 al ’18), o, più tardi, in quella nel V. delle Grotte della Marra, e poi nel V. delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche Pietro Metastasio, giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5 leggeva +rr__rm I Opere, ed. Ferrari, VI, 265. 2 Su Gherardo De Angelis o degli Angioli v. ora lo scritto di ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908,249-54, nonché LuIci PAPA, G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del MANDARINI, // centenario di V., ne La Carità, riv. relig. scientif. letter., a. III, quad. VI, 1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F. NICOLINI, Per la biografia cit., punt. I,181. 4 F. NUNZIANTE, Metastasio a Napoli, nella Nuova Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn. stor. letter. ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro Metastasio poeta cesareo, aggiuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce che la canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in Napoli nella sua verde età per la figlia del celebre letterato G. B. V. », col quale spesso trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi di lei». Ma questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso della biografia del M. (SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde, come s’ è detto, Luisa era maritata fin dal 1717. 5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie mss. di VI. IL FIGLIO DI G. B. V. I99 i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come ce la presenta uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727: Il mover dolce di costei mi suole Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al vago riso intenti, e al vestir schietto, E più alle saggie oneste alme parole ! Ma, quando scioglier l’angelico vuole Suo canto dal gentil candido petto, Lo mio spirto volar sovra è costretto A’ giri eterni, oltra le vie del sole, Sciolto nuotando in que’ diletti immensi; Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto, Se alcun poi nol richiama, e riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto intanto, Dicendo all’alma: Or dove star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran Mastro la figlia!. In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa: O figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità di spirito e animo di attendere alla poesia: Né amare indegne di Fortuna offese, Né d’aspri mali tempestoso verno Turbin mai lo bel tuo lucido interno Spirto, che a saper nuovo il cammin prese. Che se in te vedi, hai potestate accolta Di spezzar l’armi a’ minaccevoli astri, Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che sono sparse per le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I, 228. 1 Rime scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con pref. di G. B. V.), p. 185. Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo e l’altro sonetto, che sarà citato, appartengono, era stato stampato integralmente la prima volta nel 1727. Ad aprir siegui or tua limpida e colta Vena, che sazia i più superbi mastri: O forte e saggia, quanto adorna e bella !. Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa ebbe marito; e certamente a lei Giambattista V. diede i mille ducati, guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli servirono, come raccontava Gherardo De Angelis, per mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli, o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era gravemente ammalata, e si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia prediletta, s'immagini il dolore dell’avo. In quella quaresima, venne a predicare in Duomo il p. Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo; e contrasse amicizia con parecchi uomini di lettere e col V., che lo ascoltarono con ammirazione. Frequentò anche lui la casa del filosofo, allora centro di una vera e propria scuola letteraria, non ancora ben nota, e degna di essere studiata 3; e confortò la giovane madre palpitante per la salute della figliuola. Di che V. credé quasi di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica del V., che divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti in Parnaso », cioè di componimenti poetici scritti in onore di p. Michelangelo da alquanti gentili spiriti » 4. I Rime scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225. 3 Da vedere per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento, tip. Forche Caudine, 1901, e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con un'appendice di sonetti inediti e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910. 4 Componimenti in lode del P. Michelangelo da Reggio di Lombardia cappuccino predicatore nel duomo di Napoli nella quaresima dell’anno MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del V. è ristampata dal ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal Ferrari, né dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec. supplem.,74-5. IL FIGLIO DI G. B. V. 20I Vi sono distici latini e sonetti italiani di parecchi letterati del solito circolo vichiano; uno, che giova rilevare, di Gaetano Maria Brancone 1, personaggio di grand'’affare, che presto incontreremo in un momento importante della biografia ael V.. Ve ne sono, naturalmente, anche di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e che era amica a Luisa V., e cultrice di studi filosofici 3, oltre che di poesia, Giuseppa Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della nostra Luisa, che ha un accento personale e I Ap. 13. * Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III, 11-12. Ma il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia tutta al di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche che il 3° dei sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle successive (ed. Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio, non si trova in cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Villarosa (p. 53) reca per titolo solo: In lode di un Sacro Oratore. Comincia: Ammirdro già un tempo Atene e Roma. Il Villarosa lo trasse dall'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52. 3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE ANGELIS, rivolgendosi alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che aggiunse altro splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico; E "1 monte aspro di gloria, ov’ i0 m’ implico, Vinse, pascendo d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu Francia superba, Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive ancora in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia vanti Ciascuna età, che le più degne serba ... La Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano, per saggio di aver coltivate le moderne dottrine, produsse in italiano una versione della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura, vol. V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di Renato Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in cui l’Autore gli scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi MiRISTA, Torino, Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di40 + 350 + 18 con figure intercalate. Vedi pure F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad. Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli o 900 T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ et | NA S UN II NN si O LÒ Wa: 5 LA ND é N N i NN N a \K N \ MENTA) Lt ta agli È apr ab LU n Tipi ma, PO PIENA \ 7.0 st \ Arignano NN PL È “kan \k v alt \ N Ni \ DI INNI \ Fo Ul ì BRANI >, n ANN Ma) Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt POL IL FIGLIO DI V. Due anni appresso, in una raccolta nuziale, che reca anche un sonetto di Pietro Metastasio (Vanne, sposa leggiadra, ove sospira), Luisa rispose con un sonetto a rime obbligate all’amica Barbapiccola, che le diceva: O tu, che forte incontro a rei martiri Donna saggia ne vai, lucido esempio Di quel valor che signoreggia l’empio Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri; Vieni, e tu aita i giusti miei desiri De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc. E Luisa di rimando: Poic’ ho sì l’alma carca di martiri Fatta degl’ infelici un raro esempio, A cui turba e confonde il rio Fat'empio Ogni voglia leggiadra, ov’ella aspiri, Com’ornar posso i tuoi giusti desiri Per l’alta coppia, in cui miro e contempio Mille belle speranze entro il gran tempio Che virtù alzossi in su gli eterni giri ? Lionora, tu colla tua fronte lieta Chiama Imeneo, a cui, madre d’eroi, Partenope gentil applaude e gode. E tessi al chiaro innesto or degna lode Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso toccar tant’alta meta !. Meno male che donna Luisa, in fine, aveva questa distrazione della letteratura !?. I Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce [...], in Firenze. Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di Francesco Vespoli (p. 37), e uno (a p. 25) di G. B. V., che non è stato mai ristampato: Benché io mi veggia da quel fato oppresso. Credo opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu ristampato anche dal NICOLINI, 0. C., p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa V. fu ristampato da G. FERRARI, nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal terrestre spoglia, ed . PRIMI ANNI DI GENNARO V. CORSINI E LA PRIMA SCIENZA NUOVA Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al padre, attese, e seriamente, agli studi stessi di lui, continuò il suo insegnamento universitario e quasi la tradizione domestica; quello che confortò del suo affetto filiale gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del V., insomma, che tutti gli studiosi conobbero, in Napoli, durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero spesso capo per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre 1715. E di lui ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci rimangono, perché ne può derivar qualche luce sulla stessa biografia di Giambattista e sulla sua fama postuma. E già il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così poco avventurato, che può quasi parere un debito di riconoscenza verso di lui adunare attorno al suo nome le fronde sparte delle sue memorie domestiche. La prima volta che vien ricordato Gennaro nella vita del padre, è nel suo carteggio col card. Lorenzo Corsini, a proposito della prima Scienza Nuova *: carteggio, le cui date non sono scevre di qualche incertezza. Già il Croce notò che non si comprende come la risposta negativa del Corsini alla istanza del V. per le spese di stampa era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D. Giuseppe Alliata Paruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. V. scrisse il sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera. I Un accenno veramente a questo figliuolo aveva già fatto V. stesso nel De const. iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Ferrari, III, 270; ed è stato rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ incivilimento, Napoli, 1926). della prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa 1, del luglio 1726, quando la prima Scienza Nuova era stata già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa avvertenza doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data di quella lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed è confermata da quanto dirò in seguito). E, se si accetta questa correzione, si rifletta un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva d'interesse. Nella sua Vita, Giambattista V., dopo avere accennato alla primitiva redazione dell’opera sua (che avrebbe occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci rimane solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724, a mons. Filippo M. Monti 4, continua dicendo: Già l’opera era stata riveduta dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana, quando esso [V.], riflettendo che tal maniera negativa di dimostrare [seguìta nella primitiva redazione], quanto fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendimento, poiché con essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non poterla dare alle stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio punto di darla fuori, r itrovandosi aver promesso di pubblicarla, restrinse tutto il suo spirito in un’aspra meditazione per ritro I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito alla stampa del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa. È, tranne la firma, di mano del segretario del Corsini. * Bibliogr. cit., p. 97, n. 2. 3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV, 134, e quella Pomodoro, 1860, VI, 80. w 4 CROCE, Bibliografia vichiana,96-7; e ora Carteggio, in Opere, s 167. 14 varne un metodo positivo, e sì più stretto, e quindi più ancora efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce precisamente nel novembre 1725. Il colpo di avversa tortuna, non c'è dubbio, è la delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di pubblicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del maggio 1725; la lettera, con la quale V. aveva dovuto accompagnare al cardinale l’invio della sua dedicatoria, che ha per l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi infatti la celebre postilla fatta dal povero V. alla sconfortante risposta del Corsini 2; Lettera di S. E. Corsini, che non ha facultà di somministrare la spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di pensar a questa della mia povertà, che restrinse il mio spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè dopo il luglio] a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea, ove era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me ’1 trovava promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4. Si badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio Torno, che è in fondo al libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo stesso parere ricordato dal V. nella sua Vita come già scritto dal Torno per la prima redazione. È vero che vi si dice il libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe potuto dire della prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione forse la sola, introdotta nella stampa del parere, I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho riletta sull’autografo, in un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il CROCE, op. e loc. cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.; ora in Opere, V, 77. perché richiesta dalla mutata mole del libro, rimasto d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto quindi a una nuova revisione ecclesiastica. Il parere, invece, del censore civile, Giovanni Chiajese, è scritto dietro ordine del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione per l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché devesi riferire alla redazione pubblicata e già allora certamente tutta stampata, poiché il 18 novembre successivo ! l’autore poté mandare un certo numero di esemplari del libro, belli e legati, a Roma 2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al quale V., scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare anche perché l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella che gli aveva propriamente offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà queste parole: Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra Eminenza mi aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuta nella vostra alta protezione l’opera da me scritta in due libri, nella quale per via di dubbi e desiderii, maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana, si andavano ritrovando i principii dell'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto natural delle genti, 1a qual opera già era alla mano I Cfr. le importanti lettere del V. all’ Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725, pubblicate dal CROCE, Bibliogr.,98-100; e ora Opere, V, 172, 173. Anche la lettera precedente a Celestino Galiani è del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un modo e nell’altro). ® [Anzi, fin dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esemplari ad amici e conoscenti napoletani, V. ne inviava ad Arienzo un altro a suo p. Giacchi; e fin dal 3 novembre una cassetta con altri esemplari partiva da Napoli per Livorno, diretta al letterato ebreo Giuseppe Athias (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 [Era magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura che costò, certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il Corsini, senza neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò (decembre 1725) al marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla sua morte (1746), lo lasciò, con la restante sua biblioteca, alla Vaticana, ove tuttora si serba (Comunicazione di F. NICOLINI)]. per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e consacrare a Vostra Eminenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace della prima » !. Questa seconda opera, dunque, nei mesi che corsero dal luglio al settembre dello stesso anno 1725, ossia non più che in due mesi, obbligò V., impegnato ormai alla pubblicazione nonché alla dedica già annunziate al cardinale, diventatone poi immeritevole, a restringere, com'egli ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra meditazione, per ritrovare il metodo positivo e più stretto ». Soprattutto più stretto, povero V.!uSì fatta opera », scrive egli al Corsini, nella stessa lettera del 30 novembre, aveva io destinato dare alla luce qualche anno dopo, come per soluzione della prima, quasi d’un problema innanzi proposto ». Non solo però dare alla luce, ma scrivere anche: benché l'animo gentile vieti al V. di far intendere al cardinale la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro vagheggiato quale riposato lavoro di qualche anno, come avrà affaticato, in quei due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso; e la brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a un principe di Santa Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per intendere le ragioni dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e del bisogno che V. sentì di mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le postille sui margini di tanti esemplari donati agli amici 2, e con l'edizione del 1730, nonché poscia, del rifacimento radicale della edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; V., Opere, V., 173. 2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr.,25-6. Altre difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una lettera del V. al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le solite carte del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a professar a Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza dell’animo, onde ha Ella degnato con sensi sì generosi, e proprj della Vostra Grandezza di gradire una mia umile, e riverente offerta, che io non avendo l’ardire da me stesso, m’avvanzai d’umiliargliela per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché benedico tutte le mie lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti anni ho speso nella meditazione di questa mia Opera che sta per uscire alla luce, ed in mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che portassi a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito, 0 per meglio dire la buona ventura di compiacersene un principe di S. Chiesa di tanta Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama da per tutto con immortali laudi la celebra. Onde per non perdere una tanto per me onorevole occasione, con l’istessa umiltà di spirito mi fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena testimonianza dell’animo mio grato e riverente, di annunciarle propizio questo giorno tanto nella Chiesa segnalato, e memorabile.... Di questa bozza tutta la parte che non è in carattere spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal Villarosa, Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V,168-9, lett. n. XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), Philippi V Hispaniarum regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro et in Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », V. scrisse, nel 1738, un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI, 309). V. nel 1721 lo aveva pur ricordato nella Giunone in danza: Opere, V, p. 288. Questa notizia della parte avuta anche dal Buonocore nella offerta del V. al Corsini è nuova. Sullo stesso Buonocore v. SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro, 1904, 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779. con la data del 15 dicembre 1725 *. E l’autografo corrispondente reca infatti questa data. Ora si può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15 dicembre, V. poteva dire della Scienza Nuova sta per uscire alla luce », se da un mese egli ne aveva mandato al Corsini, come s'è visto, alcuni esemplari, e se fin dall’ 8 dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del dono ricevuto ? Inoltre: che cosa offrì V. per mezzo del protomedico Buonocore ? Non certo l’opera stampata, che V. fece consegnare al Corsini nel novembre, per mano del signor abate Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma, nella stessa lettera del novembre al Corsini, V. ricorda il sommo onore, che Sua Eminenza gli aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuto nella sua alta protezione l’opera » nella primitiva redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera (che trovasi nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca il testo originale, pure autografo e senza data, della lettera del V. al Corsini, stampata dal Villarosa 5 con la data del 26 dicembre 1725), è detto, che l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di gradire l'umile ed ossequioso disiderio, di consegnare sotto l'alto e potente patrocinio del Cardinale un debol parto del suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce, gli dava ora lo spirito di non perdere una tanto per lui onorevole occasione, di dare a S. E. una piena testimonianza del suo animo umile e riverente, di annunciarle propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del CROCE). Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi dal Ferrari e dagli editori posteriori. 3 V. la lett. del 20 novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche la lettera del 18 novembre 1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr.,96-7; ora in Opere, V, 167. 5 Opuscoli, II, 173-4. questo giorno tanto per noi segnalato e memorabile, augurandoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo mio può concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc. Parole che si riscontrano tutte nella stampa. Sicché, ancora il 26 dicembre 1725, l’opera stava per uscire alla luce, e V. introduceva in questa lettera le parole d’augurio già inserite nella bozza della prima, di dieci giorni innanzi, e poi soppresse. Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi documenti, se non si ammette che, scrivendo a un principe della Cristiana Repubblica », V. non abbia voluto nella data segnare questa volta l’anno ab incarnatione, anzi che l’anno comune: trasportando così le due lettere al 1724 !. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso stato delle due minute. V., dopo aver tentato, nel novembre 1724, la via di monsignor Monti (al quale tornò nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato più speditivo l'intervento del medico Buonocore, per I E questa dev'essere anche la spiegazione della data 20 luglio 1726 della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che Innocenzo XII (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare l’anno, nelle date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates, Paris, Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della Società Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al Galiani, del tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del concordato, con la doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg., 169 sgg.). Ciò che prova come anche allora durasse l’uso di far cominciare l’anno ab incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma. [Le correzioni qui sopra proposte alla cronologia del carteggio del V. col card. Corsini sono state accettate dal CRrocE nella sua ed. delle lettere vichiane, salvo che per la lett. XXXVI, pubbl. dal Villarosa e mantenuta anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725: per la quale il Croce osserva: Anche per questa lettera sarebbe da accettare la data proposta dal Gentile del 1724, se essa non fosse scritta sullo stesso foglio che contiene la lettera del Corsini dell’ 8 dicembre 1725, esprimente i ringraziamenti per gli esemplari ricevuti della Scienza Nuova. È, dunque, effettivamente del 15 dicembre 1725; e quanto alla sua relazione con l’altra del dicembre 1724 (n. XXVII), è da ritenere che V., serbando tra le sue carte l’abbozzo di una lettera officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di essa l’anno dopo »: p. 341). aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli l’opera, che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il consenso, il 15 dicembre dello stesso anno 1724, se non prima, dové scrivere la minuta d’una lettera di ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo, sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua azione di grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli ancor più l’animo del cardinale (prima di accennargli la sua speranza del sussidio per la stampa), rimandò gli augurii a un altro giorno, e scrisse la lettera, che spedì subito, e che è quella a stampa con la data del 15 dicembre 1725. Ma conservò la prima minuta, quasi per ricordarsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco di essa, dieci giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera, che spedi senza altri mutamenti, riprendendo per gli augurii quasi i termini stessi già preparati. Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il Corsini, di ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di Frascati, in cui gli occorse di metter mano a molte esorbitanti spese », gli confidava di non aver modo di secondare la sua istanza. E V. non rifiatò. Stampare un libro di 500 fogli, di due volumi in-4°, con lo stipendio che aveva dall’università, di 100 ducati annui! Ma era corsa la promessa a un sì gran signore: e bisognò restringersi, e dare come i risultati dell’opera, e così stampare, dedicare e mandare al cardinale il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e tanta amarezza. Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera con cui il Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, protestando la propria riconoscenza, lo esortò a ripromettersene altresì i proporzionati effetti », pur che gli avesse indicato le convenevoli aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA, Opusc, II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori. IL FIGLIO DI V. di suo servigio ».. Che aperture ? Al povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva costumato e promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è veduto. Ed egli l’amava tanto ! È per natura », rifletteva nell’ Orazione per la Cimini, che gli ultimi parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi di umanità: tra perché essi sono li più innocenti, e per conseguenza, che ci hanno recato maggior piacere, meno disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga difesa, la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a quelli al maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse a Gennaro un benefizio per farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere scritta, non l’abbiamo. Ma abbiamo la risposta del Corsini, del IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a rifarsi d’animo il V., e a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il cardinale gli ridava sì buone parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e accampava di quelle difficoltà, che svelano il poco buon volere: Nel particolare poi del far conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora, che si trovano in oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza sentesi la provista ». Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E V., come soleva, scrisse malinconicamente sul dorso del foglio del cardinale: Lettera di S. E. Corsini, con cui dice non poter proccurarmi un beneficio da potersi ordinare 1 Opuscoli, ed. Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252 e nelle edizioni posteriori. un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un mese, lo sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per offrire le sue più umili grazie, e dichiararsi convinto che il differimento dell’effetto egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa fortuna con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la potente protezione » di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò più; e, quando, quattro anni dopo, il padre ristampò, sempre a sue spese, la Scienza Nuova, la dedicò un’altra volta al Corsini, già divenuto Clemente XII: Al quale », racconta nelle aggiunte postume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più di mezzo secolo dopo che papa Corsini era morto anche lui, al quale era stata la prima [edizione] essendo cardinale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche questa dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a Lorenzo, gli dava, il 6 gennaio 1731, la consolazione della notizia, che questa seconda edizione aveva incontrato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il gradimento ». Nient'altro. Allora, colmato V. di tanto onore », è V. che parla, non ebbe cosa al mondo più da sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche, afflitta da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori nelle cosce e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea divorato quasi tutto ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della testa e ’1 palato, rinunziò affatto agli studi ». 1 Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n. 2 La lettera fu pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora V., Opere, V, 192. In questa lettera, è detto che il figliuolo, che si sarebbe dovuto ordinare, era Gennaro. 3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini. PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL V. AL FIGLIO E MORTE DEL FILOSOFO Il buon Gennaro continuò con amore gli studi sotto la direzione paterna !, e pensò a farsi la sua strada col lavoro. E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, cominciava a pesare indicibilmente quella scuola eterna che era costretto a tenere in casa, per ingrossare un po’ il sottile soldo universitario. Quando partirono quelle sanguisughe degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone, incorato forse dal cappellano maggiore Celestino Galiani, V. si fece innanzi, chiedendo la carica di regio istoriografo ?, nel giugno 1734. L'’infante don Carlo, si ricordi, non era entrato in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del V. dovevano essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da questa consulta, ancora inedita, mandata al Montealegre: Illustrissimo Signore, Con riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto mese ho ricevuto i supremi veneratissimi comandi di S. M., che Iddio guardi, di riferire sopra un memoriale presentato alla M. S. da Gio. Battista V., lettore di Rettorica in questa Regia Università; in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche letterarie, I Vedi VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842,61-62. 2 La supplica del V. è passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti, esposta nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol. XIV, incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie di Stato di Acton. La supplica del V. fu pubblicata, il 19 aprile 1885, nella Napoli letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla cortesia dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare nell'Archivio di Stato i documenti inediti su G. B. e Gennaro V., di cui mi servo in questo lavoro. supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa coronar i suoi studj col mandare alla posterità le gloriosissime gesta della M. S. Su di ciò con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S. Ill.ma, esser più che vero quanto il suddetto V. espone delle sue opere date alla luce. Egli è certamente uno de’ primi letterati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di questa Regia Università, a cui colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore. Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della medesima Università, ed insieme poverissimo, non rendendogli più la sua cattedra, dopo il lungo corso di tanti anni che serve il pubblico, che cento ducati l’anno, oltre a pochi altri ducati, che ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che dagli studi di lettere umane passano a quei delle leggi; e trovandosi carico di famiglia, trovasi certamente in grande miseria, dalla quale recargli qualche sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe cosa degnissima della somma regal clemenza e carità della M. S. Qui finora non vi è stato l’impiego d’ Istoriografo. Ma ora che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto desiderato beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal impiego vi vorrebbe; e il detto V. certamente sarebbe abilissimo ad esercitarlo con tutto il maggior decoro ed applauso che potesse desiderarsi 1, E sottoponendo tutto all’alta comprensione della M. S., con tutta osservanza resto Di V. S. IllLlma Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed obl.mo servidore C. Arcivescovo di Tessalonica Cappellano Maggiore. I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli, Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735) sono, dopo questo punto, cancellate le parole seguenti: Quando poi piacesse al Regal animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto merito, coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per assegnargli una mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si potrebbe assegnar una pensione ecclesiastica di quella quantità che alla M. S. più piacesse, sopra qualche Vescovato di regia prelazione allora quando ve ne sarà l’apertura ». Ma Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla nomina del suo istoriografo. Solo il 2 luglio dell’anno seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che il re si era degnato onorare G. B. V. del titolo ed impiego di suo istoriografo. E fu notizia applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il cappellano maggiore, pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il decreto nei termini più onorevoli per il vecchio V. 1. E il 22 luglio, finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e l’assegno di otros cien ducados =. Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a quello che V. percepiva da 38 anni, lo raddoppiava.Né qui si arrestarono le premure di Celestino Galiani. Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che V. ebbe notizia del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una commissione, già sollecitata dal Galiani stesso, incaricata di proporre le riforme possibili per un migliore assetto dell'organico dell’ Università. La commissione, a capo della quale fu il Galiani, si riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò la sua Relazione per la riforma dell’ Università. In essa, la cattedra del V. non era dimenticata: Dell’ Eloquenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor Giambattista V., Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta, avrà di dote ducati 200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava questa parte delle proposte; la quale era stata particolarmente raccomandata da Bernardo Tanucci, nel suo parere sui lavori della commis I Questo doc., da una copia esistente nella biblioteca della Società nap. di storia patria, è stato pubblicato da M. ScHIPA, Carlo di Borbone,739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6. è Pubblicata la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla Vita del V., Opuscoli, I, 163: quindi ristampata in tutte le edizioni della Vita. sione del 17 ottobre *. Il Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona por el merito, por la necesidad y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de V. a lo menos se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non si volle confuso il valore della cattedra con quello del cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati: non aveva mai sperato tanto V. dalla sua misera cattedra quadriennale. Ma don Giambattista non reggeva più alla fatica dell’ insegnamento. Gennaro, non saprei dire se dottorato in legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui di fare un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli aveva insegnato con tanta cura il latino, e fatto leggere gli scrittori, cominciò anche a farsi aiutare da lui; dapprima, forse, nel solo insegnamento privato. Giacché, com’ ho accennato, V. aveva sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere latine 3, frequentata dai figli dei più scelti gentiluomini della Capitale ». E uno scolaro del V. ci dice che egli in casa abbassavasi fino a spiegar Plauto, Terenzio e Tacito. Conservava nondimeno in questa stessa sua umiliazione tutta la grandezza del proprio carattere. Erano da lui, come di passaggio, avvertiti i mezzi della lingua, le or gini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria delle espressioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta Relazione, £.0 196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34. Di questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto sommario il prof. F. AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e Ferd. IV Borbone, negli Atti dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902,Ir sgg. 2 Al soldo della cattedra si riferisce infatti l'estratto di questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che pare, da F. Daniele e pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal CROCE, Bibl., p. 86. I doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci, erano proprio quelli proposti per la cattedra di eloquenza. VILLAROSA, nelle sue Aggiunte alla Vita del V.. penetrando egli ne’ più segreti recessi del nostro cuore, intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle umane azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere, secondo le varie relazioni che noi abbiamo con Dio, con noi medesimi e cogli altri uomini, passava a descrivere le prime linee della moral filosofia e del diritto universal delle genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate in pratica sulle acutissime riflessioni di Tacito » !. In questa scuola privata, Gennaro dovette fare le sue prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre. Ma le condizioni di questo s’aggravavano sempre più; e già non si sentiva la forza di trascinarsi fino all’università, per le sue lezioni ordinarie. Il 1° settembre 1736, un suo entusiasta ammiratore, professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo fratello Daniele, amico anch'egli del V. ?), e per quello che doveva avergli detto di sé V. stesso, gli scriveva: Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò di pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e comune vantaggio del mondo letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di essere di una grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore, e gli bramo ogni miglior fortuna » 3. E V. gli rispondeva, il 16 dello stesso mese: La lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina, fa negli I SOLLA, Vita di G. B. V., in Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95. Per questa scuola privata devono essere state scritte le Ammnotazioni sopra gli Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene delle Opere, IV, 409-418. Ad essa devono anche appartenere la maggior parte dei mss. vichiani posseduti dal sig. Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett. it, del prof. Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem.,42, 85-93. 2 Cfr. il brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE, Bibl., 107-8; e ora in Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte posteriori. studi migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta all’orecchia, e l’amore che gentilmente perciò gli portate, gli sono forti stimoli a più vigorosamente correre la strada della virtù » !. Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in quei mesi, trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione generalmente incontrata da Gennaro quell’anno, per aver cominciato a sostituire felicemente il padre nella cattedra di rettorica, con gran compiacimento di quanti stimavano e amavano V., e gli desideravano pace all’età stanca. Gennaro, quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento universitario, come sostituto del padre; e divenne poi il titolare della cattedra, che conservò, vedremo, fino al 1805. Ma ecco come, in una supplica indirizzata a Ferdinando IV, al principio del 1797, lo stesso Gennaro ricordava da vecchio l’ inizio del suo insegnamento. Nelle sue parole trema ancora la commozione che il giovane provò, nel ’36, a prendere il posto del padre e maestro venerato: S. R. M. Signore, Gennaro V., pubblico professor di rettorica nella Vostra Regia Università de’ studj di Napoli, prostrato a’ piedi del Vostro Real Trono, umilmente l’espone, come finora ha avuta la gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso della vita d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’ Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista V., suo padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe fatighe del tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la salute del corpo; al che si aggiungeva, che a misura che le forze del corpo gli s’ indebolivano, del pari l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle continue profonde meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo con tanto stento trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno, in I In VILLAROSA, II, 210, e nelle raccolte posteriori. tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con incaricarsi prima della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne la spiega. Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per liberarnelo intieramente, di avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e palpitazione; e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che gli era stato il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre, che avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più imbarazzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e quanto gli era riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani, allora Cappellano Maggiore, il quale dimostronne sommo piacere, e d'allora cominciò, forse per ciò che disegnava, a non far passar quasi settimana che non venisse a sentirlo per la spiega in latino, com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’ incarico di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo d’aver servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne umiliò supplica all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima memoria, ed ottenne dalla di Lui Real Clemenza, in virtù di favorevolissima consulta del Cappellano Maggiore, la Cattedra in proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio già n’ è scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa, avendola detto suo padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando passare quest’ultima data, che, in una supplica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge in 1697 (e avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza storica bisogna avvertire due /afsus memoriae, ne’ quali incorre il più che ottuagenario V. secondo; uno, che la Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Orazione, fu letta da lui non prima, ma nello stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e l’altro, che la cattedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne abbiamo i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da Gennaro, e preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo = .rr I Arch. Sta. Napoli, Espedienti di Consiglio, fascio 837, I, 12 dicembre 1797. Questo non’ è se non un brano, da principio, della istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani volle, al principio dell’anno accademico 17401741, regolare e assicurare la condizione del primo nell’ Università. Dové esortare il vecchio filosofo a presentare al sovrano la seguente supplica, che ci rimane, autografa, nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio: e che io pubblico per la prima volta. È il pietoso testamento del V., che chiede di lasciare al figliuolo quella cattedra, che, bene o male, era servita a sostertare la sua famiglia. S. R. M. Signore, Gio. Battista V., Historiografo regio, e Professor d’ Eloquenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V., umilmente supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni ha servito e serve in questa regia Università nella cattedra di Rettorica, col tenue soldo di cento ducati annui!, co’quali miseramente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera famiglia; e perché ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e quasi oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe sofferte soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie domestiche, e dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali sempre, ed ora più che mai, troppo crudelmente viene malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed uniti ai più potenti, quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato affatto inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in un letto: per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire in suo luogo interinamente nella Cattedra della Rettorica un suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da più anni s’ ha indossato il peso di questa carica, ed in essa se ne disimpegna con qualche soddisfazione del pubblico, e della gioventù; del che ne può essere bastante pruova il mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di giovani, che esso supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età cadente, e dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne considera e prevede le mag cm. I V. qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei suoi 43 ann di servizio. giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere cessando esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Clemenza a volersi degnare con suo real ordine di conferire la futura sostituzione proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica in persona di detto suo figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo la sua mancanza, possa almeno avere un qualche ricovero, donde in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e vergognosa povertà, nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà dalla Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus 4. Dal 1737 ministro dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria Brancone, persona dottissima, al dire dei contemporanei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni letterarie col V.. Il quale, nel 1735, nella raccolta per le nozze di don Raimondo de Sangro, principe di Sansevero, con donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a lui un sonetto, in cui malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o gemme ed auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro; Da la tremante man cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso il mio tesauro 3. Il Brancone conosceva, dunque da vicino lo stato del V.. E appena avuta la supplica. si affrettò a trasmetterla, per la consulta, al Galiani con questo decreto 4: Ill.mo Signore, Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan Bap.ta de V. haciendo instancia que en remuneracién de sus I Arch. Sta. Napoli. R. segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti di Consiglio, gennaio 1741, fascio 42: Cautelas de la semana de 8 por todo los 14 de Enero de 1741. ? ScHIPA, Carlo di Borbone Opere, V, 326. 4 Dispacci dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados servicios se digne conferir 4 Genaro su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que està exerciendo con la aprobaci6n que es notoria por la indisposiciòén del suplicante, me ha ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que se le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Galiani intanto era dovuto tornare a Roma per le trattative del Concordato, che indi a poco si conchiuse. Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone, scriveva e spediva la seguente consulta, nobilissima per le cose che dice, e pel modo: S. R. M. Si è servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memoriale di Giambattista di V., regio istoriografo, e professor d’eloquenza ne’ regj studj: nel quale, dopo aver esposto il suo lungo servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie della sua povera famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla sua morte non molto lontana, attesa la sua età troppo avanzata, e le malattie del corpo, che soffrisce; supplica la M. V. che con suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in proprietà a Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo le veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte. . Non vi è dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di V. è benemerito della Regia Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore; e perciò richiede la pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche riguardo. Il suddetto suo figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e nell’esercizio della detta cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro, perché il dover frequentare la Vicaria, che richiede certamente tutto l’uomo, e fare il professore in una cattedra d’eloquenza, che richiede profondo studio degli autori greci e latini de’ migliori tempi; sono due mestieri, che insieme non possono star bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o pure cn mt = ur € ev _ pr ne amendue. Quindi sarei di parere, quando non sembri altrimenti al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse il supplicante Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse certo, che il suo figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi, fusse Per voltar tutto l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a quei, Che sono necessarj per riuscir eccellente in tal non facile e stimatissima professione. Che è quanto su di ciò ho stimato dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra Regal Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi. Roma, 6 gennaio 1741. Umilissimo Vassallo e Cappellano C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1. Non era giunta da Roma questa consulta, che il Brancone portò, il 12 gennaio, la supplica del V. col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel giorno, sollecitò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco della relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio 1741. Nel Consiglio di Stato: Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore, ed essendo il suo figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’esercizio della suddetta Cattedra avendo incontrato tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire in proprietà a Gennaro la suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo le veci di suo Padre da qualche anno a questa parte. Si vede che 11 Brancone non credette necessario assicurarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il foro. E, quel giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento I Nell’ incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de semana 8-14, I, 1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle Relazioni del Cappellano maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I (mandate da Roma alla corte di Napoli). 2 Vedi questa relazione in Appendice I.] con la nota apposta sotto il decreto ora riferito: ex.do en dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M. Capellan M vy. Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due seguenti dispacci del Brancone al segretario dell'azienda Giovanni Brancaccio, e all’obispo de Puzol, cioè a Nicola de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano maggiore interino, nell’assenza del Galiani. A Brancaccio, Decreto: Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta de V. Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Genaro la Cathedra de Eloquencia en la Universidad de Estudios que posee y presentemente la està exerciendo el mismo, respecto 4 que por le edad muy adelantada en que se halla, y por los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4 desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n 4 ser el suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente es capaz de publica gratitud, y assimismo et que su hijo Genaro es de mucha habilidad como lo ha manifestado de algunos afios 4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra supliendo las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia especial al dicho D. Genaro de V. la citada Cathedra de Eloquencia, con el sueldo que 4 la misma està sefialado, en remuneraci6n de las circunstancias expresadas. Y de Real orden lo prevengo 4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo conveniente 4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libramento de dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de V., y que se la satisfaxa, como y quando et los demés cathedràticos. D. G. Pal. à 12 de Enero 1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol: Ill.mo Sig. Atendiendo el Rey 4 la supplica que le ha hecho D.n Juan Bap.ta de V. Historiografo Regio, y Cathedratico de la Eloquencia 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre 1740-gennaio 1741), carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 227 en la Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad adelantada que tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y le impiden de poder continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha executado por lo passado con mucho beNeficio de la misma Universidad y de los Estudiantes, se dignase Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està presentemente desempefiando con publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al mismo tiempo consideracibn 4 que el suplicante es benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud, y assimismo et que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha manifestado de algunos afios à esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra, supliendo las vezes de su Padre, se ha dignado por gracia especial conferir en propiedad al referido D.n Genaro de V. la enunciada cathedra de Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién de las circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo prevengo a Usted, 4 fin que en esta inteligencia disponga su complimiento, pues ya se ha dado lo conveniente 4 la contaduria principal para el asiento de la Cathedra y libramento del sueldo. Dios guarde. Palo 4 12 de Enero 1741 Ill.mo Sig.r Don Gaetano M.a Brancone !. Questi documenti rettificano le inesattezze in cui incorse il Villarosa, nel suo racconto di questo passaggio della cattedra dal V. padre al V. figlio; dove attribuisce al proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo omaggio reso dallo Stato di Napoli alla gloriosa vecchiezza di G. B. V.. Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho trovato copia a capo dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro V. dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione: 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd. 2 Nelle Aggiunte alla vita del V., Opusc., I, 164 (ora Opere, V, 81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p. xv. Secondo il VILLAROSA, il vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’ istanza del V. padre. Su Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa- decido de los muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta de V. Historiografo Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real piedad se dignase conferir à Don Genaro de V. su hijo la citada cathedra de la Universidad de los estudios que sirve de algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino en conceder por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de V., en atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que la desempena y a los particulares meritos de su Padre y mandé se le considerasse y pagasse el sueldo que le correspondia desde el mismo dia 12 de Henero de 1741, en adelante al mismo tiempo que 4 los demas cathedraticos. Nell’ Ordinario segue la nota: cuya gracia fué con- firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745 *; cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo. Quando si diffuse la notizia, nel gennaio 1741, fu anch'essa applauditissima » per Napoli. Francesco Serao scrisse al venerando filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un napoletano la lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento, qual era la promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude florentis- simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli o al Brancaccio, o ad entrambi. Ego, soggiungeva, qui unus e multis, sed minime vulgari aut tralaticio animo, familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum finem faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus concelebrandi : tum animus est collegas lectissimos exci- tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro publico 1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805, vol. 32, c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i pagamenti fatti a Gennaro V. dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783. A c. 134, ricomincia la nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno 1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del doc. riferito nel testo, è avvertito che il real ordine del 1741 acompafia el Pliego de la fué Contadoria Principal del mismo (G. V.); e la conferma del 1745 acompaòia el Pliego de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre 1745 firmato dal Brancone, che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad supremos aulae proceres habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil universae scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3. Tra le carte di Gennaro si trova anche l’orazione che egli lesse nell’occasione dell'apertura degli studi, il primo anno che ebbe da titolare la cattedra che era stata del padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera- rum studiosam iuventutem perquam doctissimam efficere dotest. Giova qui riferirne l’esordio: Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam difficile sit ex hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere, in quem nihil nisi ingenio elaboratum et industria perfectum et perpolitum adferri oportere comperio; dicendum est enim in hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus, am- plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et constipato, magis magisque huius diei subeundum periculum animus de- spondebat, cum me et dicendi rudem et rerum omnium impe- ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic tanto oneri, quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam cum id diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per- ferre non posse intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et vestra dignitas me quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque difficultatibus jactato, quae me ab hoc optatissimo laudis aditu prohibebant, occurrebat pietatis erga optime de me meritum patrem officium; quum eum conspicerem senio malisque pene absumptum, curis confectum, et adversa fortuna usque vexatum et nunc quam maxime saeviente, corpus vix ac ne vix quidem trahere, aequum esse duxi me labentem iam aetatem ejus aliqua ex parte substentare; atque ita quodammodo in animum induxi meum ejus vices, quamquam deterrima comparatione, explere; etenim erga patrem officium praetendendo, me facile temeritatis vitium effugere posse, eaque pietatis professione, si non aliqua laude, at certe excusatione dignum fore arbitratus sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in ordinarium 1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi in Opere, V, 256-7. Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto tamque praeclaro munere, nullo ingenii mei periculo facto, di- gnum et parem censuisset, ejus sacratissimam mentem, qua hoc pene immensum civile corpus informat et inspirat, et cuncta ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus vidisse, et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius perlustrasse et penitius introspexisse putavi; quapropter auctus animo, Augustissimi Principis praesertim judicio, quod mihi maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse poterit, hoc mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius, quam deponendum censui. Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua e là, in margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un certo punto, Gennaro diceva: Nulla animi affectio homi- nis tam propria, quam curiositas, quae mihil aliud est, quam veri quaedam investigandi cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando veram rerum scientiam prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un fiore poetico: unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ». E già, col consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni di lui, Gennaro aveva dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti, in più luoghi i soliti pensieri, i soliti movimenti oratorii di Giambattista. Gennaro dice ai giovani: Ne desides et inertes supina vota concipiatis, ut vobis in sinu de coleo decidat sapientia .... Neve imperitum hominum vulgus imitemini, qui ventri et somno dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac publica sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus bene în vita gerendis sufficere possit ». E il padre, I Queste parole non potevano essere scritte prima del 12 gennaio 1741. Ma l’ Orazione doveva già essere preparata dalla metà di dicembre, perché in un angolo dell’ultima pagina (che fa da copertina al ms.), si legge, della mano stessa di Gennaro, una fede di studi in data Neap. Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano già assicurato l'esito della supplica al V..] nella solenne Orazione De mente heroica aveva detto, con ispirazione bensì molto più alta: Ne supina vota concipiatis, ut dormientibus vobis in sinum de coelo cadat sapientia, eius efficaci desiderio commoveamini, improbo, invictoque labore facite vestri pericula, quid possitis .... vestras mentes excutite; et incalescite Deo, quo Dleni estis ». Gennaro, dunque, consolò gli anni estremi del padre, che morì il 23! gennaio 1744. Ma Gennaro solo nel 1789 ? poté fargli murare nella chiesa dei Gerolamini, in cui era stato seppellito, una modesta lapide, che rammenta con quello del padre il nome della madre coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del giorno v. Croce, in V., Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo erroneamente, A. RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144; cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte, in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P. Napoli-Signorelli pubblicate da C. G. MININNI nel suo vol. P. N.-S., vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc., Città di Castello, Lapi, 1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al quale il N.-S. invia due iscrizioni di Gennaro V. per suo Padre » che aveva trovate tra le proprie carte. LA CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V. Il padre morì, come è pur noto, nella casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora abitava Gennaro nel 1768 1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra l’università, gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non si elevò mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico e rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile tradizione domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del padre e studiò con pari amore le più leggiadre eleganze della lingua latina. Dev’essere stato un ottimo insegnante della sua materia; e le idee didattiche accennate nelle sue Orazioni inaugurali, che ci sono giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche dottrina classica e acume non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo maggiore restò sempre quello di essere figliuolo di Gian Battista V.. Né egli avrebbe ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna grandezza. Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’ Orazione sul tema: Dissidium linguae ab animo factum praecipuum corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul principio di questa, accenna a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc annis, nella quale aveva indagato quidnam esset, quod plures omnibus in artibus, quam in dicendo admairabiles extitissent. Ma questa non si trova tra le sue carte. Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leggere l’ Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una copia d’una Orazione per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato l’ indirizzo di Gennaro così: A S. Apostolo il Signor D. Gennaro V.. Attaccato alla porteria ». scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto affine a quello della prima Orazione: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno prima, il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in occasione più solenne alla gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae Carolinae Austriae nupius. E queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido volumetto nel 1775, amicis summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo parere, il revisore civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro sì fece onore. Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, era un professore di teologia, ne giudicava così: In e:s tantum nitoris ac dignitatis, totque Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas numquam satis laudare quiverim, mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem ejus doctissimum, Jo. Baptistam Vicum, immortalis memoriae virum, latine loquentem audire jam videor. Adeo verum plerumque illud est : Fortes creantur fortibus et bonis » 2. Il Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745, aveva stabilito la dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella di eloquenza latina con 200 ducati 3. I L'opuscolo ha questo frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap. ac Sicil. regis et Mariae Carolinae Austriae oratio a JANUARIO V. Regio Eloquentiae Professore, ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia solemniter habita Non. Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e da p. LI a p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad studiosam juventutem habita. La data di pubblicazione risulta dall'ordine dell’ imprimatur (p. LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2 Il parere di questo revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30 agosto 1775. 3 Vedi il Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di Napoli di AL. DE SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV,41-42. Ma Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca elevò la dotazione complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era rimasta fin dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi gli stipendi dei professori. E della cattedra di Gennaro, chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano che 11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’ecclesiastico con dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto: Questa Cattedra nella Università gode ora ducati 200, insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare per tutto l’anno, a riserva del mese di ottobre, anche la Poetica » =. Fu duro a Gennaro V., passati i 62 anni, restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando per quell'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà dire egli stesso, tra poco, in una relazione del Cappellano maggiore su certa sua istanza al re, che riporteremo più innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno successivo (1778), quando appunto, negli anni precedenti, soleva smettere le sue lezioni, venne a incorarlo un altro segno della regia benevolenza. È noto il dispaccio del marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR. Accademia delle il testo originale di esso è tra i Dispacci del GATTA, parte II, t. III, 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi dei singoli insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi di duc. 800. Ivi a p. 454: Eloquencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro V., dos cientos ducados ». I Vedilo in DE SARIIs, lib. X, tit. IV,51-3. Cfr. anche AMoDEO (Rif. universitarie,25, 55) il quale ignora che questi docc. erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796. 2 Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino al 1777 il Calendario di Corte chiama la cattedra di G. V.: Rettorica. In quello del 1777 (p. 68) si comincia a dire: Rettorica e poetica. Non è esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO, Riforme,24-5 4 Ristampato dal Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite nella città di Napoli, in Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pubblicato dal DE SARIIS, lib. X, tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel t. XIII della Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del GiusTINIANI (Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), scienze e belle lettere. L’ Accademia veniva compartita in quattro classi: due per le scienze, Matematica e Fisica, e due per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il vice-presidente e un segretario per ciascuno dei due rami dell’ Accademia; infine, quattro accademici pensionari ( coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui ducati sessanta »), uno per classe: per la Storia ed erudizione antica, don Gennaro V. ». Presidente, vice-presidente segretari e questi primi quattro accademici dovevano riunirsi per formare il piano e le regole dell’ Accademia », proporre il numerc degli accademici pensionari e onorari, e i soggetti per occuparne le piazze, con riferirsi tutto al Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si dice destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì meravigliasse dell’onore segnalato che riceveva Gennaro V.. Certo, egli doveva essere ben veduto dalla Corte; ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un certo riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi ogni giorno più saldamente, doveva essere stimato ed amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo stesso Gennaro collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli del 30 settembre di quello stesso anno. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte e due al BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti dell’Accademia Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62) che il Minieri-Riccio pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla pubblicazione del MinieriRiccio il Beltrani non poté intendere il vero carattere del doc., che egli prende per una semplice /ettera del marchese della Sambuca al principe di Francavilla, maggiordomo reale (p. 3); laddove si tratta d’un regolare dispaccio di segreteria, ossia della ordinaria forma ufficiale onde erano annunziate tutte le determinazioni reali. Su quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in GALIANI, Dialetto napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t. XIII,58 sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze e delle belle lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp. Reale, 1780. Ivi è anche il lungo elenco dei soci. Facevasi obbligo agli accademici pensionari d’intervenire a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non allontanarsi dalla capitale, senza averne prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione del presidente ». Infine, si stabiliva: Ogni accademico pensionario sarà nell’obbligo indispensabile di comporre in ogni anno una memoria su quell’argomento, che egli, a propria elezione, scerrà dalla serie degli argomenti dei lavori scientifici annuali ». Giacché non era riconosciuto ai singoli soci il diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di presentare ogni anno in iscritto un breve parere sul metodo, sugli argomenti e sulla qualità de’ lavori letterari e scientifici, che potrebbero per tutto il resto dell’anno in ogni Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere esaminati da una Deputazione di uomini savi e intelligenti », nominata, per ciascuna classe, dal presidente, che, com'era stato ordinato nel dispaccio del 22 giugno, sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M. Gennaro fu messo a capo della classe di Erudizione e storia antica, che, nel dispaccio posteriore del 19 gennaio 1783, fu detta di Alta antichità *. | Nel 1788, uscì il primo ed unico volume degli Atti di quest’ Accademia, contenente gli atti dalla fondazione sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del V. 3; ma il segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico preliminare, esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio (MINIERI-Riccio, in Arch. Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari di non astenersi senza il real permesso dal presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si domandasse la grazia di passare tra gli onorari. 2 Atti della R. Acc. delle scienze e belle lettere di Napoli, Napoli, Don. Campo, 1788, diXCVIII-374 in -4°, con 18 tavole. 3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom. Diodati (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786: Illustrazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due Sicili. (pp. 313-370). demia in quel primo decennio, ricorda anche la parte di Gennaro: L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gennaro V., degno figliuolo dell’ immortale autore dei Principit di una Scienza Nuova e suo successore nella cattedra di Eloquenza nel Liceo Napolitano, prese in una dissertazione con piena erudizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre città della Campania, sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio. Non ebbe per oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa, ma di considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rilevarne le vicende. Saggio e modesto quanto sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di produrre cosa nuova in un argomento venerabile per la sua antichità, egli conseguì la rara lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi barlumi lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di apportar somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite ricerche !. E ne riporta un largo sunto ?, compilato con le parole stesse dell’autore, come risulta dal confronto con l’originale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa. Codesta memoria il Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783, anno dei terremoti delle Calabrie e di Messina, che diedero occasione a speciali indagini e studi dell’ Accademia 3. Un'altra memoria del V. ricorda poi, letta nel 1787, sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si attendeva la continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non venne più. Questa memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima cura, come apparisce da molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove pure si trova un buon tratto della medesima, col titolo: Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione, governo, AttiLXII sgg. ® Pagg. LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria del BELTRANI. ed uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G. V. Parte I: Dell’origine della Repubblica di Locri ®. Ma altro dové scrivere per l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando altrove il medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria sulle antichità lancianesi mandata all'Accademia in forma d’una serie di questioni, accenna ai dottissimi giudizi portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il giureconsulto Domenico Diodati ed il regio professor di eloquenza Gennaro V. »; il quale prende per mano tutti i punti additati nella memoria, e ne illustra buona parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso; e certamente il di lui esame merita (se pure torni un tempo che ci si conceda ?) che si renda di pubblica ragione » 3. Quel tempo non tornò più: ma della relazione del V. sulla memoria del Finamore ci resta una copia di mano del marchese di Villarosa, insieme con una lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore, per la notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non sperando di vederla presto pubblicata, prega Gennaro V., con cui era entrato in relazione epistolare, di volergliela comunicare manoscritta *. E altro fors’'anco scrisse, di cui non ci resta notizia, per l'Accademia. Certo, quest'occasione a lavori di erudizione storica troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché egli fosse ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere erano sempre state, come vedremo, ora I Non resta una copia completa, né anche della parte I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie finanziarie in cui si trovò l'Accademia, vedi BELTRANI, La RR. Acc. ecc. 3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV adombrato în tre volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381. I Vedila in Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante espressione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il suo mondo, sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi. Tra i ricordi della sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici. Si trae un largo respiro, svolgendo le sue carte muffite, quando, finalmente, s'incontra la seguente lettera, che ci dà al viso quasi un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di don Gennaro, forse per una cortesia usatagli dal marchese di Campolattaro. Dalla cui villa immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente in sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e don Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei poter meglio meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che le mandai, furono da me raccolte per terra, e come che alla giornata cadono immature, essendone io ora incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino le vedano; ed intanto le mandai, perché le avesse riposte, avendomi detto Giovanni che, accadendo l’ istesso alle sue, egli le ripone perché col tempo vengono alla maturità, sapendo bene che queste pere d’ inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre mi dichiaro non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte l’ EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il Marchesino non misurasse me alla sua misura, e che si facesse carico della gran disparità della condizione e dello stato suo e mio, ed ancora della mia corte compendiosissima; perché una brieve anticipazione porta, che, se non posso far quel che devo, almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui quanto V. E. faccino conto di tener qui un fattore di campagna: basta che si diano la pena di mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere di eseguirlo. Poiché state colla falsa prevenzione che, favorendomi con anticipazione, io mi metta in cerimonie (veramente vi feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e per aver l’onore [dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col contentarmi che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro hinc ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria e declinatoria di foro, la quale è del tenore seguente, videlicet: Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento quatenus opus, che, anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto farvi truovare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario mangiare, intendendosi d’anticipazione a solo fine che non restiamo tutti digiuni !. Intorno al 1790, a cagione di grave infermità sopravvenutagli, Gennaro V. fu costretto a smettere il suo insegnamento. Non potendo più leggere la memoria d’obbligo all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E si preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio V. continuava a raccontare di sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor cistico, che da tanti anni aveva alla gola, con un fiume perenne di sangue, che per cinque mesi lo tenne inchiodato in un fondo di letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola Frongillo, degnissimo Lettore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli proibì, che non avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene I La lettera nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né intestazione; ma nello stesso foglio, a riscontro della minuta della lettera, sono due abbozzi, pure di mano di Gennaro, della seguente epigrafe: Villam hanc suburbanam breve otii negotiique confinium atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus facile principem N. Blanch Campilactaris Marchio sibi emptam sibi auctam atque ad ingeniosissimam Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’ Borboni, e confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale. Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli avvenimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i termini stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed ammirando alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornossene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare coll’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia, ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch. Sta. Napoli). In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio 1797. Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che stimi più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio, forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli, Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente, riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza interruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista V., il quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V. M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi, della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26 agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’ Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in proposito una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che fosse allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V. M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac. don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A Gennaro V. però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arrecata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale, I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore, Gennaro V., pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la generosa inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Prammatica del conte di Lemos del 1616, parte III, tit. II, art. I dice: Ordiniamo e comandiamo che niuno studente grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima essere stato esaminato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, sia approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore: confidando di tutto conseguire dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra. Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro V., con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il soprasoldo Roma, 1883,264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve rapporto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia. 242 STUDI che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordinarsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore.Debbo inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro V.,  essendosi a me presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe  desiderato il solo domandato sussidio senza la giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio Professore  fino alla morte.   Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante  don Gennaro V., se non che per la condizione de’ tempi, in  cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello  Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi,  giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non  potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don  Gennaro V. continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica  colla pensione di annui D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti,  avrebbe con queste un giusto compenso per la mancanza dei  D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’ Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli  emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di  annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse  per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il  quale si è offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo  o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la  sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino  a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso  ordinato; essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità  in grado di Professore, ma noto eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di attaccamento al Regio  Trono.   La giubilazione, o Signore, del ricorrente don Gennaro V.,  non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana  Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il  lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di    proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore di  Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha perduto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno  amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120,  e continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica,  accordandogli per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti  senza soldo o riconoscenza alcuna, come esso Ciampitti si è offerto.   Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre prosperi la  vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novembre 1797 = L. Arciv. di Colosso.    Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente  decisione:    Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio  pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette, che  lo stesso rimanga nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel  tempo stesso, per dare al medesimo un segno di sua sovrana  beneficenza, gli accorda l’annua pensione di ducati 120 sul Monte  Frumentario, soggetta però al peso della decima.   Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto  al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi  R.li ordini.   Resti accordato per sostituto il proposto don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò se  gli faccia la domanda.   C[orradini].   es.° a 19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e che tutta la cultura è venuta in sospetto  a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V. Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc. Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo: Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli mostrato non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V., don Nicola Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel 1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli, 1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V. Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo, non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5 dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva varie cattedre fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori proprietari delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubilazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione a ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola Ciampitti. V., adunque, morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblicato il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5 Collez. degli editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO INSEGNAMENTO Quando Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere erudite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam arborem, pubblicati. L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?, salsus attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché illeggibile scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di V. da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 invece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione, An. 1768; che è l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Martini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, « amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno (II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei] pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem (Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem; mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ? Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note, aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48; cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V., eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice, meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam, quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis, potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria, sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi, magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni stampate: In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone: da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum: aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V. dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni, aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est. Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod, inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata, verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum, ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio, secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere, quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse, et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam, in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est, quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae, etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur, verum est, quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum causam educere, nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V., quindi, si fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. V., nel 1711, aveva detto: Per ciò che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contentavano, e gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso, infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno, senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico: Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio, ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso. Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod, nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius, frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi: e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt. Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo :: Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime, innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem, solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli, Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet? Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset. Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’ Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789) del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta: demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai, nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768), giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma, senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum, Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana ratione fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus ». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della Università nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un documento interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum, quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum totius ferme Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Mazzocchi 2, Gennaro dice: Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit, pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum mare productae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo dei poveri, cominciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. V. nel ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante articolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilissima, vol. XIII, 1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent. E delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per vetitum ruens, caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admirandaque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, perspicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fabbrica di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva desiderato di starsene diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum patefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi risponde Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, ut ejus gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato: Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, maximorum praemium meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, XVI-XX. elegantiam compositam instructamque genio suo comparavit. Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta la lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello (Capodimonte).] aperto. Nel principio del suo male, per non far mancanza, stabilì per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1, conosciuto per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cappellano Maggiore, per averne il permesso, il quale molto ne commendò la scelta; sempre però che la M. V. si degni di confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione, dovendolo il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angustissime sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro appoggio, che quello della Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’ Borboni, e confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale. Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli avvenimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i termini stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed ammirando alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornossene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare coll’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia, ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch. Sta. Napoli). In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio 1797. Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che stimi più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio, forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli, Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente, riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza interruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista V., il quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V. M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi, della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26 agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’ Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in proposito una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che fosse allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V. M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac. don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A Gennaro V. però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arrecata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale, I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore, Gennaro V., pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la generosa inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Prammatica del conte di Lemos dice: Ordiniamo e comandiamo che niuno studente grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima essere stato esaminato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà esaminato ».L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, sia approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore: confidando di tutto conseguire dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra. Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro V., con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il soprasoldo Roma, 1883,264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve rapporto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia. 242 STUDI che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordinarsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore. Debbo inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro V., essendosi a me presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo domandato sussidio senza la giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio Professore fino alla morte. Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante don Gennaro V., se non che per la condizione de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi, giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V. continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’ Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso ordinato; essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore, ma noto eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del ricorrente don Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha perduto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novembre 1797 = L. Arciv. di Colosso. Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente decisione: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua pensione di ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi R.li ordini. Resti accordato per sostituto il proposto don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a 19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e che tutta la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V. Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc. Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo: Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli mostrato non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V., don Nicola Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel 1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli, 1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V. Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo, non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5 dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva varie cattedre fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori proprietari delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubilazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione a ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola Ciampitti. V., adunque, morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblicato il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5 Collez. degli editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO INSEGNAMENTO Quando Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere erudite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam arborem, pubblicati. L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?, salsus attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché illeggibile scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di V. da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 invece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione, An. 1768; che è l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Martini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, « amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno (II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei] pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem (Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem; mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ? Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note, aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48; cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V., eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice, meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza. A una cortese comunicazione dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam, quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis, potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria, sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi (1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni stampate: In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone: da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum: aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V. dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni, aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est. Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod, inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata, verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum, ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio, secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere, quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse, et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam, in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est, quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae, etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur, verum est, quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum causam educere, nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V., quindi, si fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. V., nel 1711, aveva detto: Per ciò che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contentavano, e gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso, infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno, senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico: Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio, ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso. Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod, nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius, frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi: e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt. Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo :: Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime, innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem, solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli, Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet? Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset. Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’ Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789) del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta: demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai, nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768), giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma, senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum, Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana ratione fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus ». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della Università nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un documento interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum, quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum totius ferme Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Mazzocchi 2, Gennaro dice: Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit, pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum mare productae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo dei poveri, cominciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. V. nel ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante articolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilissima, vol. XIII, 1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent.E delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per vetitum ruens, caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admirandaque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, perspicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fabbrica di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva desiderato di starsene diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum patefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi risponde Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, ut ejus gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato: Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, maximorum praemium meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, XVI-XX. STUDI VICHIANI È vero che per costui almeno si sarebbe dovuto attendere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere sull'esempio da imitare che Carlo aveva lasciato al figlio. Ma poi s’interrompe: At quorsum abeo ? fortes degenerem nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo stesso Ferdinando con parole affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam esse; non traducem peregre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis autem natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo tectum; eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem solum, patriam, patrios Divos communes habere nobiscum; nostris moribus institutisque imbutum; atque adeo civem nostrum esse!, etc. Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma, come si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è lodata la bellezza, la serenità della fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia, il sorriso. Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit augetque quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut arcibus insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te intuentium alliciendos 2. Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili principi nel ’99, quando gl’impiccarono anche il suo Falconieri? In quell’occasione delle nozze di Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta alla porta dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’ Orazione: Carolo III Borbonio Hispaniarum Regi Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu pro firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae nuptiis Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum Numen Apollo e suis excitus adytis Laeta omina futura canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo respondit. Del re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non so se Gennaro V. abbia avuto l’incarico di leggere l’elogio. Tra le sue carte non ci resta se non un frammento di minuta di un’ Orazione in lode di questo re. Ma sono a stampa le quattro iscrizioni latine da lui composte pel funerale celebrato in onore di Carlo III dalla Real Compa gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di esse dice: Si tuis precibus pronae Dei aures sì votîs invocari incipis pro ea în quam nos vecepisti fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae Carolinae DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità funebre all’eterna memoria di Carlo III, celebrata nella Real Compagnia de’ Bianchi della Carità sotto l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di Napoli, s. a. In questo opuscolo, dopo descritto il mausoleo, è detto: Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni composte dal regio prof. della Università don Gennaro V. » (p. 3). L’elogio fu So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teoogia.] semper propitius adsis cum in eorum incolumitate securitas et felicitas nostra contineantur. Gennaro V. non fu regio istoriografo come il padre: ma, fosse obbligo, in certo modo, della sua cattedra di rettorica, fosse gratitudine per i benefici ricevuti dalla dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re. Così nel 1781, quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto per la morte di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro diede anche lui in luce un elogio dell’imperatrice, che non risulta, per altro, scritto per incarico ufficiale 2. Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col collega, professore di lingua latina e antichità romane, don Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni furono raccolte in due volumi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2). Infatti, quando il 28 giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’ Università, il valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al mausoleo furono composte dal Campolongo, e una, la più importante, da collocare sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal V.: che in tale genere », dice il narratore di quei funerali, han presso di noi raggiunto lo schietto ed aureo genio dell’antichità » 3. I Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi in morte di Maria Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K 16. Vi è anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali celebrati in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche un martire del ’99! 2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO V. inscriptum; Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di 7 più I inn. in-4°. Stampa di lusso. 3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof. [...] celebrato nella Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp. Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. V. che contiene tutta la biografia del morto è a p. 7. V’è anche (pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. Tra le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una epigrafe per una principessina reale, morta nel luglio 1783. L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è questo: Regia Infantula Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae filia infelicissima quasi esset parum ab omnibus naturae et summae Fortunae bonis ejici luce orba utraque carens nomine a suorun columbario etiam prohibita ad hoc tantum mata ui omnium expers esset | heic condita®. Nel 1787 morì, ancora in tenerissima età, un altro figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro scrisse quest'altra epigrafe: Have Animula innocentissima Caroli Titi dulcissima Augustae Domus Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3 Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum Parentum sinu et complexu acerbissimo funere erepta amarissimo cunctis relicto desiderio tui. Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII Coelo recepta Ter I à I A 2 i Questo verso nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. e ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro anche un’altra bozza. Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio di Francesco Borbone il mancato discepolo di Gennaro V. con Maria Clementina d’ Austria, i fratelli Terres presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui erano insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la dedica Gennaro: Faustissimo Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae conjugio dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio comperientis ! nostram felicitatem ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare hac marmorea tabula novo picturae genere dedita opera expresso ut quae corporum conjunctio în speciem oculis subjicitur eadem animorum, dissecto marmore, penitus inveniatur F. T. pronti et venerabundi D. D. D. 1 Pare si accenni propriamente al 1790, quando si celebrò il matrimonio di Maria Teresa e Luigia Amelia di Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e si formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con Maria Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola simile, con l’effigie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a Ferdinando duca di Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli Terres, Gennaro scrisse la seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro d’una lettera in data 12 marzo 1789: Ferdinando Parmae Placentiaeque Duci Qui praeclarum Borbonidarum munificentiae cum Farnesiorum in fovendis alendisque pacis artibus singulari studio fida societate conjunxit marmoream tabellam cum Divi Dominici ei praecipuo cultu habiti effigie indelebili quodam picturae genere marmovi coalescente haud pridem invento atque anaglyptico opere exornatam - cujus libenter accepta vel maximum proemium fuisset manus munere sive potius cultum culto rependens suam imaginem maximo aureo numismate graphice expressam colendam misiît cuius pars aversa drammaticae Poéèseos coronatio ut omnes cognoscerent Parmensem ditionem uti pridem, ita modo etiam Musarum esse domicillum atque optimarum artium culiricem pro quo summo beneficio Fratres Terres Neapolitani Bibliopolae proni et venerabundi cum gratia agunt tum maximas habent et immortales. Pare che i Terres stampassero anche un’incisione della medaglia ricevuta, con un’altra iscrizione del V. che comincia: En cur honor VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 279 Ferdinando IV fa ricostruire un ponte sul Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il ricordo ai posteri®. Nasce a Ferdinando un altro figlio; e V. raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro i ringraziamenti del popolo: St antea Dive Januari hanc sacerdotum sacra fronde redimitorum solemnem pompam caste celebravimus nunc vero solido gaudio perfusi ingentes tibi gratias agimus quod Maria Carolina felice foecunditate Ferdinandum alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius firmaretur. Si celebra la solita festa a S. Gennaro, e sono del V. le quattro iscrizioni che si leggono quel giorno nel Duomo; in una delle quali si prega il santo di voler rappresentare, in suo liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae DD. NN. Totique Domui Augustae perpetuam incolumitatem felicitatemque ac proinde nostram securitatem. alit artes en cos ingeniorum en effigies Parmae et Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico ignoto pingendi genere et nova diaglyphice nulla ferri ope eleganter exornata. I Vedi questa e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che restano tra le carte di Gennaro, per lo più sepolcrali. Con le lodi di Carlo III e di Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di Pompei : del primo, per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese, che veniva certo in proposito di ricordare in uno scritto con cui s’inauguravano i lavori della classe d’ Alta Antichità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo impulso dato ai medesimi studi con la nuova istituzione. Per adempiere [continua l’autore modestissimo] per quanto la scarsezza de’ miei talenti e la cortissima estensione delle mie cognizioni mi permettono, l’incarico superiore di gran lunga a me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per oggetto delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto; ma di considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’autorità dei greci e de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato circoscritto il commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché di tutto da essi abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto mi sia possibile, le di lei vicende. Né sulla lusinga di produrre cosa nuova in un argomento, il qual solamente è venerabile per la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre e combinar insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi, potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se fossero da più dotta e più maestra mano stati ordinati e composti. Ma sulla speranza che siccome que’ venerabili avanzi di antichità, che da Ercolano si estrassero, furon cagione, che s’ instituisse l’Accademia Ercolanense, così a vicenda questa real Accademia istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima del risorgimento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso di ben XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi svelti ed infranti, rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti chiarissimi ingegni, che vi travagliarono, si son resi non meno ammirabili per il buon lume ricevuto, che per la loro antichità; onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa cotanto celebre, che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso in questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte nazioni: quanta, e quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai potesse vedersi una nobilissima città, unico esempio nella storia di tutti i tempi, intieramente esposta alla luce del sole, e quindi all’ammirazione dell'universo ? Gli scavi di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nell'aprile 1748 !; ma rimasero presto interrotti; e s’è visto che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria lasciata da re Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del V. va ricordato tra coloro che incitarono efficacemente a quest'opera importantissima. E, come già altri ha notato ?, a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui parte più notevole è, come si disse, riferita dal NapoliSignorelli nella sua Storia dell’ Accademia delle scienze e belle lettere. In questa monografia è innegabile profonda conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie. Chi vorrà studiare il bel tema degli studi d’erudizione antica in Napoli durante il sec. XVIII, non potrà trascurare questo scritto del V., e il frammento che ci resta dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne particolare esame. Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di professione. Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle scarse testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il buon senso mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi congetturali, che facilmente attraggono lo studioso dell’antichità. Ciò è particolarmente notevole nella relazione sulla memoria del Finamore intorno alle origini di Lanciano; dove, nonostante la cadente età » e la languidezza dello spirito », accusate sul principio dall'autore, spunta qua e là anche il bonario sorriso del buon senso contro certi arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’ Accademia riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che una colonia romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi lancianesi mandate dallo stesso Finamore all’ Accademia, I FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o Pomp. antiq. historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi. ® BELTRANI, La R. Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del V. non è citato, nota lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e Stabia di FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901. il buon V. viene a questa conclusione, che mi piace riferire: Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore, se li monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in questa occasione sperimento pur troppo vera la natura dell’ambizione, che non respiciîit, che non si volta mai indietro; la quale, quantunque vizio, quando però si propone per oggetto la virtù ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima: siccome Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen causa viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia innanzi, che l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda di tanti meno felici, che gli vengono appresso; e le passioni più commendabili devono essere regolate sempre da quel ne quid nimis; perché Virtus est medium vitiorum et utrimque reductum. Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem col suo collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui est studiorum societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichiarato municipio, la quale quasi già non lo è; e non si volge dietro a considerare tant’altre città di condizione meno ragguardevole che Lanciano, che le vengono appresso. Mi lusingava di dover fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché l'autorità e li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha prodotti, punto non lo suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli abbia intieramente perduta la sua causa: perché quod petit intus habet. Non sente essersi talmente confusi li diritti, e le prerogative de’ municipi con quelle delle colonie, e questi in quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli altri non sì distinguevano ? Non sente da Gellio il nome di municipio già dileguato obscura et obliterata suni municipiorum jura, quibus uti per innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li municipi pretesero di cangiar la loro condizione in quella delle colonie, e non vede le istesse città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio storico-critico della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca del Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE, Notizie sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc. Campobasso, Colitti, 1900. essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li distinti cittadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non conosce quindi, che il tutto si riduce alla distinzione del nome ? Perché Struggersi per investir la sua patria di un pregio, che, in tempo che valeva, era in sì poco conto, ed ora si riduce a un nome vano, in guisa che, se allora municipium e colonia eran riputati lo stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In questa dotta relazione, dove l’ immortal Muratori » è vichianamente detto, con ammirazione, ingordo voracissimo rivolgitor di biblioteche », è pur degna di nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione filosofica, o disgressione in astratto », come dice l’autore; e che egli chiede di poter fare, giudicandola non capricciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi applicabile alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da quale autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci scoprono li costumi delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo, dovettero nascere aspre, dure, orride, esprimendo la rozzezza e la ferocia delle nazioni, che le parlavano; a misura poi che li costumi a poco a poco s'ingentilirono colle arti dell’ umanità, si raddolcirono anche le lingue: del che ce ne somministra una testimonianza la lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti delle leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo della fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio, di Pacuvio, di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è restato, e provenne assai più tardi, essendo morto nel consolato di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio Licinio, cioè nel 570 di Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come, per esempio, nel Prologo dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane una copia di mano del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata letta una breve Relazione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa critica. Ut vos în vostris voltis mercimoniis Emundis vendundisque. Uno scrittore del secolo d’oro avrebbe detto: Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis vendendisque. Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre nazioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa [fu] la ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel rumoroso strepito di voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser avvenuto nella ricorsa barbarie in tutti i dialetti della lingua italiana, che fu una corruzione della latina: le lingue, le quali ora parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o quattro secoli addietro ! Si ricordi la Dignità XVII della seconda Scienza Nuova: I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo, ch’essi si formaron le lingue ». Ma tutto il pensiero e le espressioni di questo brano sono di (G. B. V.. Le cui opere Gennaro dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e rileggere, benché non avesse intelletto pari alle speculazioni paterne; ma per compiacersi in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla cui ombra svolgevasi la sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei libri. Dev’essere un suo parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente lettera: Casa, 27 luglio 1789. Veneratissimo mio Sig.r don Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che (sîc) molto devo, desidera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per incon I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispondente di G. B. V.. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del V. allo zio, relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA, Opuscoli, 368-9, e CROCE, Bibliogr.] trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che l’abbiate, e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’ vostri favori, resto pieno di stima dicendomi Vostro devot.mo servitore obbl.mo Nicolò Santaniello 1. Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel preparar la raccolta delle Latinae orationes del padre, pubblicata nel 1767 da Francesco Daniele 2. Ma questi dové più tardi rivolgere nell’animo il proposito di raccogliere tutti gli scritti sparsi del V.. E allora certo ricorse a Gennaro 3. Se non che il Daniele in fine non ne fece nulla; e Gennaro per un momento poté sperare di far lui la desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai I Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della casa de’ signori Santaniello, ultimi eredi del V., sita nella strada dei Mannesi »; e dice che in essa conservavasi il ritratto di G. B. V. dipinto dal Solimena, che fu distrutto con la casa stessa da un incendio intorno al 1819 (v. anche Croce, Bibdl., p. 116). [Filippo Santaniello (mi comunica il Nicolini), sposò Candida V., figlia di Ignazio, e due figli, Mercurio e Carlo, nati da questo matrimonio, son nominati nel testamento di Gennaro V., in data 2 settembre 1805). 2 Nella dedica del libro al Targiani, il Daniele dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo quelle Orazioni. Cfr. CROCE, Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti del V. e di sue lettere, scrivendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce (Bib/., p. 30) ha richiamato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del 1804) al Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla Soc. storica napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario veneziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Venezia: Ho fatto ricerche per le Lettere del V. richieste, e nulla si è trovato. Per quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già possedute in Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per quelle al Lodoli non vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di lui in uno dei Pubblici Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di lui; perché vi si trovavano scritture di affari di Stato mescolate, e si fece un’asporto (sic) totale senza discrezione. Per quelle al Porcìa ho fatto cercare in Udine presso li discendenti del corrispondente col V., e nulla si è trovato. Sicché null’altro mi resta da fare » (Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor. nap.). Le relazioni del V. coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non poté conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del 19 nota la minuta della prefazione ! che egli già aveva preparata pel primo volume, che avrebbe dovuto contenere la Scienza Nuova del 1744. Tandem tot flagitatoribus, tot obtrectatoribus mihi tanquam parum officioso exprobantibus morem gero, a quibus quasi obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus negare desino, cum non mea me voluntas, sed rationes meae ab incepto prohiberent: fidem meam absolvo, dato fidejussore satis superque locuplete, honestissimo Neapolitano Michaele Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus etsìi eundem muneris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu explessem !) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt. Accennando alla diuturna meditazione in cui s'era maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è questa la ragione principale della pretesa oscurità trovata in quell’opera da taluni, qui, ne de grege imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis admiratur quae minus intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt ». Aliud est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere un pochino lo stato d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova ; aliud est dicere, non intellago, aliud, non intelligitur : illud modestiae, et suae cujusque conscientiae potius tribuendum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod firmissimum supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud, quam se supra omnes extollere ac postulare, quod ipse non intelligit, e nemine intelligi posse ? Nam vere docti quantum sibi desit, sciunt. V., che erano presso Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A quell’anno, infatti, devono pur risalire le avvertenze del Daniele comunicate al Villarosa per una ristampa della Vita del V. (cfr. Croce, Bibl., p. 110); dalle quali apparisce e la conoscenza delle carte vichiane possedute da Gennaro V., e la familiarità del Daniele con quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a farle per compiacere al marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata dal Croce, Bibl., 112-13. Non credo poi Gennaro tanto modesto da non credersi uno di questi vere doctt! Egli ben sentiva per sua esperienza che la Scienza Nuova non est ex eo librorum genere, saeculi commoditati obsecundantium, quos sagina graves, in lecto strati, supini et oscitantes, aut fallendi temporis aut somni conciliandi gratia in manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi; aurum autem natura occultum et latens, indagatione ex terrae visceribus, in quibus jacet, patefaciendum eruendumque. Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro, quando rileggeva per la ventesima o trentesima volta (non aveva letto 35 volte il suo Tacito il padre, scoprendovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che correva indietro a rivedere il vecchio Giambattista, languente in un angolo tristo della casa, dove Gennaro rimase! E qual dolore non dové essere per lui che l'edizione non si facesse più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la speranza di veder ristampati in un corpo gli scritti paterni. Sollecitava l'edizione un giovane di grande ingegno, che studiava profondamente V. ed era capace d’intenderlc. A Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio Falconieri, che con quel giovane aveva dimestichezza, e doveva di lì a poco metterlo a grave repentaglio, traendolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana d’un dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane era Vincenzo Cuoco. Il quale però, pochi anni più tardi, nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De Gérando, ricordava: Una buona edizione di V. [...] forse si sarebbe fatta in Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti materiali. Si era invitato il figlio, allora ancor vivo !, a ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da Napoli, pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia ! somministrare i manoscritti del padre. Si eran raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di ciò che erasi preparato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case furono nel saccheggio anglo-russo-turco-napoletano saccheggiate. Ed addio edizione di V. »!. Intorno al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro vecchissimo fu visitato dal marchese Villarosa. Il quale, nella prefazione al primo volume degli Opuscoli =, non pubblicato, per altro, prima del 1818, quando Gennaro era morto da tredici anni, racconta che nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al figlio di Gio. Battista, uomo di antichissimi costumi, per informarlo del suo proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del padre, che aveva presso di sé. Il buon vecchio, gravato dagli anni, e più da’ malori, quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli diede infatti i pochi manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte alla Vita pubblicata dal Calogerà. Anche i libri del padre a uno a uno gli erano stati portati via dagli amici; ma conservava un Tacito tutto dal padre nel margine postillato e qualche altro latino libro ». Qualche ferro, insomma, del mestiere ! Giacché anche gli storici il professore di rettorica doveva leggere e illustrare. Delle origini di questa cattedra si sa poco, come in generale delle origini di tutti gl’insegnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per le esigenze umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto gli Aragonesi. Il maestro del Sannazzaro, Giuniano Maio, l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino De priscorum proprietate verborum, il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V. Cuoco, 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I, 314-15. 2? Opusc., I, XIV-XV. d’ Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia o arte oratoria, col soldo di trenta o quaranta ducati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippolita Sforza, di cui era stato maestro, una cattedra di eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum, poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del resto, che il Lascaris v’insegnasse più d'un anno; e alla sua partenza la cattedra dové cadere. Non così quella di rettorica latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri di fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’insegnò sempre con la provvisione di 40 ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte, dal 1520 al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio, ebbe un assetto stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I) ordinò una cattedra di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha da leggere i precetti di essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per il libro Ad Herennium, et parte dell’anno alcun oratore, o istoriografo per poter esemplificare detti precetti » 6. In questo programma, d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza I Pércopo, Nuovi docc. sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Arch. stor. nap., XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Napoli, 1892, p. CCXVIII; e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rinascimento, Napoli, Tocco, 1895, docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. Mayo de Juliano ». % CANNAVALE, doc. 13, p. XXI. 3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli astrologi, Napoli, Pierro, 1895, 69 e 173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. 69 e 177-9. Per altri nomi oscuri vedi oltre il Pércopo, l. c., il CANNAVALE Dai documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo era salito a 60 duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69 (p. 70), risalì a 60 nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580 (p. 74), ultimo anno per cui si abbia notizia d’un lettore d’humanità: e forse fino al 1616. Per maggiori particolari sulla cattedra si veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia della Università di Napoli. 6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII, p. 17. dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento, che in esso ebbe quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G. B. V. dettò di suo le Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno strappo al programma, perché la sostanza era sempre quella tradizionale. E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione. Fino al ‘77 insegnò la solita rettorica; dopo gli toccò anche di formare » le Istituzioni poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano, rinnovato dagli umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col perdurare del generale indirizzo strettamente classico della cultura e della letteratura. Vedremo tra poco come timidamente, durante la vita stessa del nostro Gennaro, farà capolino nello Studio un insegnamento letterario moderno; e quanta fatica durerà ad affermarsi con carattere e spirito veramente nuovo e indipendente da questo vecchio istituto umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani criteri, che, per ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua disciplina, insistendo sempre sull'importanza del contenuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le virtuosità stilistiche e sofistiche, le minuzie grammaticali :, ed incitando i giovani agli studi seri e profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato nel 1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali occupazioni della gioventù effeminata del tempo, affermava questo bisogno degli studi coltivati con ardore d’animo e vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis sapientiae adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3. I Sono degni d’esser letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del latino, da lui dati, pare, per l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e che io sono costretto a rimandare all’Appendice I. ? Vi sono ripetuti anche de’ periodi. 3 Pag. LXIv. La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà che non si superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da riporre nel guadagno. Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis contemnentibus ultro abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis et scientiae, is nullo emolumento ad eas res impellitur: quin etiam qui ingenuis studiis delectantur, eos videmus nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem; omnia perpeti ipsa cognitione et scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara in discendo capiunt voluptatem. Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade, Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe potuto ricordare il padre, se non l'avesse trattenuto certo pudore domestico, che mai non gli fece pronunciare quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse suonare lattanza.LA CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da uno sdoppiamento della vecchia cattedra di rettorica, nell’ Università di Napoli, trasse origine l’insegnamento di letteratura italiana. Quello stesso marchese della Sambuca, che nel 1778, per porre in attività il genio della nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà, die’ vita, come s’è visto, all’ Accademia delle scienze e belle lettere, in. quel torno stesso, tentò anche un ammodernamento dell’ Università con la riforma, che qualche modificazione importò anche alla cattedra di Gennaro V.. Nel dispaccio con cui comunicava a Carlo Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione dipendeva), il nuovo piano dell’ Università, scriveva: La pubblica educazione, che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben regolato governo, per la influenza, che ha sul costume de’ popoli e su la floridezza dello Stato, con la cognizione e con l’esercizio delle scienze e delle arti liberali e meccaniche, necessarie non meno alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua ricchezza e potenza, col promuoverne e sostenerne il com‘mercio, avea già richiamata l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo dei lumi. Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per l’istruzione. Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha il Re voluto rivolgere ancora il suo pensiero all’ Università degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che siccome nelle I Disp. cit. pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del Salvatore vi erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli studi faceansi; e così in questa e in quelle ne mancavano poi molte, che le nuove scoverte fatte nelle scienze e nelle arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che si combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che vi fosse di superfluo, e aggiungendo quel che mancasse per l’altra, e alcuni soldi, ch’'erano nelle scuole, sopprimendo, ed altri, che nell’ Università eran troppo. tenui, aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di tutto ciò, ch’ è necessario alla perfetta istituzione della gioventù, cominciando da’ primi elementi fin alla Facoltà delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto questo corpo completo di studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Università passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il convitto. Né qui si sono arrestate le paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che si formino, oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura .... altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle lettere, con avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici ed ai segretari dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M. S. dichiarati, col presidente delle medesime. E siccome queste Accademie si terranno nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi 2, ha disposto ancora S. M. che nel medesimo si situino le magnifiche due regali Biblioteche, Farnesiana e Palatina, destinandole all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi saranno trasportati li due ricchissimi suoi regali Musei, Farnesiano ed Ercolanese, per lo stesso uso ». E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato nel DE SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli, Orsini, 1796, 47 S8g 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA (Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme con l’ Università al Salvatore. nulla mancasse alla perfezione di que sta grande opera, ed alla compiuta istruzione della gioventù, si disponeva l'istituzione di una cattedra di storia naturale, di un orto botanico, di un laboratorio chimico, e che vi sieno tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre operazioni corrispondenti ». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi. Si ordinava altresì all’ Ospedale degli Incurabili una cattedra di ostetricia e la formazione di un teatro anatomico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di un Osservatorio astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può dire la riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Eloquenza italiana. Si dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26 settembre 1777, col soldo di ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove, si doveva provvedere per concorso: Solamente », diceva il marchese della Sambuca al Demarco nel suo dispaccio, solamente, per questa prima volta li maestri delle nuove cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia intelligenza, per combinarsi colla Riforma fatta ». Non passarono infatti tre mesi, che il ministro Carlo Demarco spediva al cappellano maggiore del tempo, don Matteo Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di Cartagine, il seguente dispaccio: Essendosi fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello scorso novembre, contenente le terne de’ soggetti proposti per le nuove cattedre aggiunte all’ Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per l’Eloquenza italiana don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per l’Arte Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese; per la Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I Arch. Sta. Nap., Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. IL FIGLIO DI G. B. V. 295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per l’Architettura Civile e Geometria pratica il Canonico Taralli; per la Geografia e Nautica il p. don LodoV. Marrano; coll’obbligo però, che debbano tutti tali lettori di persona far le lezioni, senz'ammettersi sostituti in loro vece nelle cennate rispettive cattedre nuovamente aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e Metafisica, S. M. si ha riservato di risolvere in appresso, ed allora a suo tempo comunicherò a V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome pertanto comunico a V. S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla M. S. perché ne disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’ medesimi per loro intelligenza. Palazzo, 10 dicembre 1777 !. Chi era don Luigi Serio ? Nato nel 1744 a V. Equense, esercitava in Napoli la professione d’avvocato; ma già intorno al ’65 era diventato una celebrità come improvvisatore. A differenza dei soliti poeti estemporanei, il Serio aveva solida cultura letteraria e scientifica. Né era privo di buon gusto, come dimostrano alcune sue polemiche letterarie. La fraseologia dei novatori, della gente alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensibili, dei filosofanti, era un suo odio particolare. Contro costoro scrisse, tra l’altro, un opuscoletto, pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in caricatura gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano addossare alla poesia. Ma non pare che questo suo odio fosse effetto di un pensiero profondo »?. Le sue Rime, del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778), ff. 140-141; nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore, vol. 34, i ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato dal prof. N. BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e paleografia nell’ Univ. e nel G. Archivio, Valle di Pompei CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D. Cimarosa, Napoli, Giannini; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e profili settecenteschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno studio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Settecento, negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo, vol. VI, fasc. 1-2. STUDI VICHIANI scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri sulla poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di vituperii): Voi siete un letterato di vivacissimo spirito, di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete dunque, se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il vostro giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi Pensieri, in cui pure non mancano buone osservazioni sul mutare degli ideali artistici col mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il Serio dové la cattedra di Eloquenza italiana alla stima guadagnatasi in Corte con le sue ammirate improvvisazioni, che già quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la nomina di poeta di Corte, nonché l’incarico di rivedere le opere teatrali e provvedere ai bisogni poetici del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero all’istituzione della nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli, facendone risalire il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: Vide il nostro Re che la gioventù dedita alla greca e latina eloquenza od a svolgere Demostene, Pindaro ed Omero, o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così rozzamente a disviluppare i propri concetti nella materna lingua volgare, come si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi I Di cui non conosciamo altro che le prime 12 conservate in una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società storica napoletana. 2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore teatrale, per la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli, Napoli, Pierro, 1891, 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. P. Calà ULLOA, che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: On peut reconnaître encore dans quelques pages de Luigi Serio, plus éloquantes et plus spécieuses que raisonnables, des pensées neuves, et des images heureuses à còté des traits les plus hasardés. Il eut le torte de semer dans l’arène du palais les fleurs et les ornements de la poésie. Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence factice et d’un goùt passager; il avait plus d’imagination que de force d’exprit ». Altri, d’ ingegno anche inferiore, se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de fleurs d’une déclamation académique »: Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du Royaume de Naples, Genève, 1859-60, I, 33-4. d’allegazioni ed altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare a tale inconveniente col fondare una cattedra di Elo quenza italiana, e fece sì che la lingua di Dante, del Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del secolo decimosesto s’intendesse, s’imparasse per principii e si pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A. Genovesi, che fu il primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in italiano, quando iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un piano di scuole che poi non poté essere adottato, almeno interamente propose anche una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ; perciocché, mirando già tutte le nazioni di Europa a rendere volgari e comuni le regole delle arti e delle scienze, parve all'abate Genovesi necessario che i giovani si avvezzassero di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed eleganza la propria lingua ». Ma questo studio sì necessario », concludeva il biografo del Genovesi, nel 1770 *, è intanto il più negletto nella nostra educazione ». Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere accennato alle altre cattedre moderne stabilite con la riforma del 1777, ci dice della impressione che di quelle novità ebbero i contemporanei: Chi crederebbe », egli esclama, che queste gloriose novità dovessero sembrare innovazioni inutili a certi vecchioni che non hanno mai inteso più oltre delle istituzioni mediche, legali e teologiche, della fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda pedanteria (ma non altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute larve, ignoranti dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il muso: Quali cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi I G. M. GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed., Firenze, 1781, 7I, 9I1-3, 109. mica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia fisica ! Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua volgare che parliamo dalle fasce .... Così favellano certi noti annosi maestri, che non mai seppero passare oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di cognizioni, come di grandezza d’animo, di possanza e di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti idioti eruditi alla vecchia maniera, ha fondate queste nuove scuole importantissime per rimuovere la gioventù da’ rancidumi, onde non più comparisca inceppata e coperta di timidezza da collegio a fronte di chi bevve in migliori fonti » 1. Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi sarà stato anche Gennaro V. ? Non parrà improbabile, se si considera che realmente, così come nacque, l’insegnamento della letteratura italiana fu una duplicazione della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue lamentele del 1797 per la sorte toccatagli, di raggiungere dopo 40 anni d’insegnamento quello stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p. es. don Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente insegnato il Serio sì può argomentare da un interessante documento rimastoci ?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14 anni d'insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli, 16 maggio 179I: Agli amatori della bella letteratura: I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV, Napoli, Migliac cio, 1798, 242, 244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della Soc. stor. napoletana. Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla pubblica luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv. Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro tomi: il primo conterrà le più importanti questioni intorno all'origine, all’ indole ed al carattere della lingua; e in esso si tratterà eziandio di tutto ciò, che principalmente alla grammatica appartiene, ma con animo di veder come esser possa una delle fonti dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore ritrovando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede di esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In che consiste l’artifizio delle metafore, e quale utilità se ne ricava ? II. Perché le figure, che si addimandan retoriche, facciano mirabili effetti in qualunque specie di scrittura e di discorso ? E se ne additerà la cagione nelle passioni, di cui esse sono, e devono esser il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri ingegnosi e i concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o riescon freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo, hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che forma l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in particolare. V. L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee distinte o confuse ? e possono esser soggette a un maggiore schiarimento ? VI. Che cosa è stile ? E qui, abbracciandosi l’antica divisione di stile semplice, temperato e sublime, se ne dimostreranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo stile semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’ dialoghi, sulle materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla istoria; e per lo stile sublime si andrà esaminando in che consista il merito di que’ fortunati pensieri, che in prosa o in verso riempiscono gli animi de’ lettori in un medesimo tempo di gioia, di maraviglia e di nobile ardimento. VII. Si faranno finalmente opportune riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il quarto tomo è destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati, cioè l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso, e come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar persona alle idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie; e i principii della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio. L'insegnamento del Serio era, come si vede, il pendant della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro V.. Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei classici latini; il Serio con quella degli scrittori italiani. A’ suoi commenti danteschi accenna il marchese di Villarosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti poetici fa dire al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura, Talora i pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le teoriche dovevano spesso dar luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di classici, secondo era richiesto già dall’antico programma di Rettorica. Lo stesso Villarosa ci dice che, esercitando il suo ufficio, il Serio ne riscosse non mentite lodi, perciocché le sue lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran ripiene di recondito sapere, le bellezze additando dell’idioma gentil sonante e puro». Ma la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella della sua morte » 3. È noto il racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo, che assaltavano Napoli: Il vecchio, per grande animo e natural difetto agli occhi, non vedendo il pericolo, procedeva combattendo con le armi e con la voce. Morì su le sponde del Sebeto: nome onorato da lui, quando visse, con le muse gentili dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il borbonico Villarosa nota amaramente che le Muse non furono capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté evitar la taccia di arrogante ed ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro questa ingratitudine dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più saperne di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di Corte del 1805 la cattedra si dà ancora per vacante 5. Ed. cit., p. 21. O. c., p. 84. B. CROcE, Aneddoti, p. 298. 4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5 Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, 122-3 (Napoli, 1805). Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un decreto, come fu sopra accennato, per riorganizzare gli studi universitari sopprimendo parecchie cattedre, anche di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *. Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo d' Ippocrate, Etica, Teologia primaria, Testo di S. Tommaso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche, come dissi già, la Rettorica: la cattedra di V. 2. L’ Università fu divisa in cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3 e Scienze naturali. Ma alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre diverse : Commercio; Critica e diplomatica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca; Lingua ebraica; Lingue orientali. Nell’ Eloquenza antica e moderna pare s’intendesse fondere i due insegnamenti di Gennaro V. e di L. Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di Gennaro, il can. Nicola Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò la cattedra con quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un decreto del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di Letteratura antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di 3* classe, come tutti gli altri delle cattedre diverse ») certo Angelo Marinelli. Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse quell'anno stesso în occasione dell'apertura della nuova cattedra di letteratura antica e moderna eretta nella R. Università degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle ragioni, per cui la coltissima » Accademia di storia e d’antichità, fondata I Vedi questo Decreto nella Collez. degli editti, determinaz., decreti e leggi di S. M. da’ 15 febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), 384 Sgg., nonché nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure importantissima) delle leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel già Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I, 6-7. 2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel 1805 era passata a Monteoliveto, tornò al palazzo detto del Gesù vecchio ». 3 In questa Facoltà furono comprese 6 cattedre: 1) logica e metafisica; 2) matematica semplice; 3) matematica trascendentale; 4) meccanica; 5) fisica sperimentale; 6) astronomia. l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e garantita » al governo l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello che tale insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare questo Marinelli. Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora in parte pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti napoletani dal 1794 al 1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu, come il fratello, caldo fautore della repubblica del 1799. Ma più del fratello dové compromettersi, se, appena caduta la repubblica, il 14 giugno venne arrestato e condotto al Ponte della Maddalena, quartier generale del Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il 14 agosto; ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno il fratello 4, come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni lordura, che trovavano in terra ». Il 27 settembre il fratello notava ancora 5: Quest’oggi mio fratello Angelo Marinelli mi ha mandato a dire, ch'è stato condannato ad esser deportato fuori il territorio napole I Con decreto del 17 marzo 1807: vedi la Col/ez. ora citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi, com'è noto (COLLETTA, Storia, lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch. Stor. Nap., V, 1880, 595-7) incorporata nella Società reale di Napoli, istituita da Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56), diventata nel 1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII, 80-82, è riferito il decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue questo ricordo: Per decreto di S. M. sono nominati Accademici dell’Accademia Reale d’ Istoria e di Antichità i signori p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo Capecelatro, abbate Gaetano Carcani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli, abbate Nicola Ciampitti, Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico, professore Gargiulo, abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli, abbate Girolamo Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo Bosini, canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D. Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 17993, Bari, Laterza, 1912, 187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M. a cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, 81-2. 4 Ivi, p. 88. 5 Ivi p. 96. tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti, Angelo, in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo di andare in esilio sua vita durante » *. Onde il 14 dicembre Diomede poteva registrare con piacere che nella notte il fratello era stato imbarcato per Marsiglia: Sto contento », scriveva, temendo di peggio » =. Non ne seppe altro fino al giugno dell’anno dopo, quando Angelo, dopo sei mesi, gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non doveva rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo otto anni d'esilio ! 4. Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per altro, aveva esercitato sempre la professione dell’insegnamento, ne fecero un professore dell’ Università, con cattedra istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. La sua reputazione », dice l’ Ulloa 5, e una vita esente da rimproveri furono forse le vere cause della sua riuscita e del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede, quando il giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: Questa mattina Angelo mio fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi Studi, di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi che pochi anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7: Angelo Marinelli, mio fratello germano, nato nel 17658, è passato a miglior vita nella notte a sei ore venendo il sabato di marzo del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia dopo una tediosa malattia di quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata con cangrena nella verga. È stato seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p. 112. 2 Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data nel ms. t. XI, p. 708: Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio fratello dopo l’esilio di otto anni ». 5 Pensées cit., I, 114. 6 Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p. 733. 8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise. Congregazione di S. Caterina a Formello. Esso mio fratello era sacerdote, e professore dell’ Università di Napoli. Gli primi studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e rettore per pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della nota rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne essendo passato in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di Alessandria e di Casal Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre del 1807 si ritirò in mia casa, e poco dopo fu fatto professore nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione seguìta a dì 18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore nelle scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di offendere niuno in fatti, sebbene in parole spacciasse che la vendetta era il nettare di Giove. Amava la gioventù e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei che lo conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma torniamo alla Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra ha di mira particolarmente l’analisi critica e ragionata de’ classici antichi e moderni » per formare di una maniera facile e breve » il gusto dei giovani, e abituarli ad apprezzare e leggere gli autori con discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio giudizio con sicurezza, e, proponendoseli per modelli, lavorare componimenti solidi e degni dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi scrittori di queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la Francia di Luigi XIV. Da essi trar bisogna l’abbondanza e la ricchezza de’ termini, la varietà delle figure, la maniera di comporre, le immagini, i movimenti, l’armonia e tutto ciò che evvi di bello, di grande e di squisito I Un nipote di Angelo Marinelli affermava nel 1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia dell’uomo si conservava manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce, O. c., p. 187): ma non se ne sa altro. IL FIGLIO DI G. B. V. 305 nel carattere del loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura ed analisi di Omero, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio, Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso, Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio importantissimo ai tempi nostri, dice il Marinelli, perché oggi più che mai si trascurano i grandi originali, che soli formar possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante non intendeva presentare questi classici per modelli perfetti all’ammirazione cieca degli scolari. Anzi annunziava una critica severa », che, rilevando le imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito, come il fuoco dà un nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La censura non fece forse migliori i cittadini di Roma? Bisogna distinguere le buone guide dalle pericolose. Chi non sa che Seneca, Lucano e Marino hanno in diverse epoche contribuito a corrompere il gusto della gioventù ? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto è egualmente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egualmente in tutti i tempi e luoghi. Chi oserebbe imitare oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e le similitudini ch'egli prende da cose basse e triviali; i dettagli minutissimi d’ Ovidio; lo stil concettoso del Marino; le leggi drammatiche tante volte trascurate dal gran Corneille ? ». Questa dev'essere scuola di critica e di buon gusto ». E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi uditori, non servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’ concetti e per le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto non è ancora depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre, quella saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mostrare che nelle cose piuttosto che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra: forse perché non si poteva tirare come il Petrarca (per via degl’ imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il Marinelli conchiude: Questi ed altri scrittori celeberrimi.] cercare la nobiltà dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi quella grandiosità affettata, la quale egualmente che la semplicità triviale, è contraria alla dignità della dizione; insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a convincervi della sua utilità ». Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto che col Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la rettorica: ma che rivoluzione ! Tutta la precettistica, tutto il convenzionalismo, e il formalismo classico e pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche accento ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non stonasse, tra tanto buon senso e indipendenza di giudizio, qualche accenno a quel filosofismo, di cui il Marinelli doveva essersi imbevuto già prima del ’99, e anche più nelle sue peregrinazioni in Francia e nella Cisalpina. Terminando il suo discorso, esponeva brevemente il metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe studiato di sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno contribuito alla nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna letteratura ». Avrebbe cercato perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è veduta nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove, non ha prodotto dei frutti che a forza di cultura, o perché selvatica ha resistito alle cure che si son prese di ccltivarla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fioritura delle quattro epoche letterarie. Compiuto questo quadro filosofico delle vicende e della storia letteraria de’ quattro secoli », sarebbe venuto quindi all’esame dei classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati per tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi interamente ignorato, s’avvicini a principii e metodi molto recenti: Di quelli che col lor sapere e coll’opera loro si renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più brevemente di quelli che non furon per equal modo famosi. Della vita de’ più rinomati scrittori accennerò in iscorcio le cose le più importanti, e quelle particolarmente che contribuir possono a dar lume e risalto maggiore alle lor produzioni; più diffusamente ragionerò di ciò che appartiene al loro carattere, al loro sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e le bellezze che sfolgoreggiano nelle opere loro, per promuoverne l’ imitazione. Non passerò sotto silenzio i difetti che intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar dovrassi di due o più scrittori, che si saranno nello stesso genere segnalati, non tralascerò di farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro primeggi. Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che questo insegnamento avrebbe istruita la gioventù senza obbligarla al meccanismo de’ precetti, e senza ingolfarla nelle minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli alle persone di già avanzate negli studi ». Ben presto però il carattere speculativo di un tale insegnamento dovette prevalere sulla sua parte storica, e la materia trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza. Filosofia dell’eloquenza s'intitola infatti il libro pubblicato dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in data di Napoli, I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore di letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e socio di varie Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà svolto nel suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere nei quattro secoli accennati nella Prolusione del 1808. Una Filosofia dell’eloquenza o sia l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783 in due grossi volumi in-16° (in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv. FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri del ’99, nato a Casarano, in Puglia, nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo repubblicano e d’una trad. dei Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi su di lui una notizia di N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli del Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti ecc., Roma, 1883, 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol. del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce, La Rivol. napoletana. La Filosofia dell’eloquenza ebbe una ristampa a Venezia, e fu tradotta in francese dall’ Yverdun; ed è certamente opera notevole per la profonda conoscenza che dimostra della letteratura estetica straniera, specie francese ed inglese, e per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici pubblicati quel 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della pubblica istruzione, versando sulla riforma dello studio dell’eloquenza ». Scopo del libro era quello di mostrare che, più degli aridi precetti de’ retori, una felice disposizione della natura, il genio, l'entusiasmo, la conoscenza del mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche formano l’uomo eloquente ». Questa, dice il Marinelli nella sua dedica, è una teoria da me già dimostrata ad evidenza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?) Pure a giudizio di alcuni essa sembra ancora un problema ». Da qui parrebbe che il suo insegnamento avesse suscitato qualche critica e forse anche un certo scandalo. Che insegnava egli dunque ? Un cenno di questo libro non si riterrà fuor di luogo, se si tien conto delle felici osservazioni che vi abbondano e la grande rarità di esso. l’anno stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del V. con quelle dei sensisti. La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia dell’estetica, nella Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5 (poi in Probl. di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari, 1910, p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la rettorica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli. Un lavoro sull’A. fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER, Franc. Ant. Astore, patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor., serie 58, vol. XIV, 299-315. L’Astore fu in amicizia con Gennaro V., com'è dimostrato da una sua letterina pubblicata dal DE SiMONE, p. 303, dov’ è detto: Vi acchiudo due esemplari di certe bagattelle poetiche.... di un vostro amico.... il quale.... ve ne presenta un esemplare per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro signor V. ». Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser ricordato il Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa, Pulejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A. si dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. Questo saggio », dice D. ScINÀ (Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII, Palermo, 1824-27, III, 440-4I), è modellato sul Batteux, e su quelli francesi, che scrivono di eloquenza più colla teorica, che col sentimento, e più colla metafisica che col gusto; e come manca di quel senso delicato, vero e naturale che ci fa il bello sentire; così avviene che di sugose osservazioni scarseggi, e venga nella scelta degli esempii non di rado a fallare. Cioè non di meno, se il Gentile non è atto a formare degli oratori o pur de’ poeti, ha il pregio di tener lontani i giovani dalla pedanteria ». È diviso in due parti, una negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla scienza del comporre, che espone le dottrine critiche del Marinelli. L'esposizione procede per considerazioni aforistiche ed epigrammatiche; ed è più una serie di appunti, che una trattazione vera e propria. Rilevata l’importanza del linguaggio nello sviluppo dello spirito, accennati gli effetti per esso conseguibili quando tocchi il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi effetti annunciano la forza ed il potere di un’anima che signoreggia sulle anime mercé l'ascendente della parola » +. E nota subito: Quel che evvi però di singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad un talento sì raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il ridurre, se si potesse, il genio a precetti. E colui che ha preteso il primo, che gli uomini eloquenti si debbano all’arte, o 11 dono della parola certamente non possedeva, o era molto sconoscente ed ingrato verso la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente. Gli ornamenti studiati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore” della scolastica di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più triviale quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì ridicola ? Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di grande, movimenti imprestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non vi giungono giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel maestro alcuna elevazione di spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera eloquenza essendo l'emanazione di un’anima ad un tempo semplice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé concentrare tutte I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), il quale dice anche lui, che questa Filosofia dell’eloquenza ne manquait pas d’apergus nouveaux et intéressants » (1, 116), a proposito dei discorsi letti dal Marinelli nella Pontaniana nota che in quel tempo la conduite des écrivains était inégale et incorrecte. À ce défaut près, l’auteur a de la méthode, de l’érudition et du jugement.] queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur con franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorprendente, dal sublime, lungi non è dall’esprimerlo !. I precetti non hanno prodotto mai nessun capolavoro. Infatti i grandi scrittori sono d’accordo nel dire che gli squarci più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sempre loro costato minor fatica, perché sono stati ad essi come ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata avanti le regole della rettorica.Cmero sparso avea di tratti sublimi  e magnifici i suoi poemi divini, ed il teatro greco vantava  un Eschilo, un Sofocle ed un Euripide, prima che lo stile  sublime fosse stato definito da Demetrio Falereo, ed il  filosofo di Stagira prescritto avesse regole sulla tragedia ».  La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il popolo  stesso usa il linguaggio figurato, e nulla più frequente  dei tropi sulla sua bocca.   Come nelle leggi la lettera uccide e lo spirito vivifica,  così le teorie rettoriche sono diventate altrettante gravi  catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei retori  moderni, modellate su quelle degli antichi,  rigurgitano  di definizioni, di regole e di particolarità, necessarie forse  per leggere con profitto gli oratori latini, ma assolutamente inutili e contrarie anche al genere di eloquenza,  che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, « fanatici  per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci dettero  per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero, senza  discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del sentimento e della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna  ricavarle dagli stessi  principii delle cose », dallo studio  degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non devono essere regole, a cui il genio abbia da sottomettersi  servilmente, senza il diritto di scostarsene ogni volta che  ZII  gli siano di peso e d’imbarazzo. Abbia egli la regola per  far bene, ma anche la libertà, per far meglio. Il Gravina  avrebbe voluto che il Metastasio  radesse il suolo, schiavo  della regola, quando era fornito di penne per tentare un  volo di Dedalo, ed apprendesse le leggi del teatro dalle  usanze de’ greci, quando, per ispirazione di Melpomene,  st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la  natura la vinse sull’autorità del maestro! La scuola lo  rese autor del Giustino; il genio ne fece un classico ».  Sicché le opere artistiche bisogna giudicarle non dalle  imperfezioni e dalle quisquilie che vi si rinvengono, ma  dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e, almeno  per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio  fondamentale della sua critica.  Il poema di Klopstock »,  dice il nostro Marinelli, è forse meglio condotto della  Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta  la regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e  la Divina Commedia di Dante hanno delle imperfezioni  barbare e disgustevoli; ma a traverso di quella densa  caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino soli  potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno  l’immaginazione; lasciate saltellare e correre a suo  bell’agio quel destrier generoso; esso non è giammai sì  bello quanto ne’ suoi traviamenti .... Abbandonato a se  stesso, alle volte cadrà certamente; ma che ? anche nella  sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia che  perderebbe colla libertà.   La turba dei retori definisce l’eloquenza: l’arte di  ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio il  D’ Alembert: il talento di far passare con rapidità, ed  imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento profondo di cui siamo penetrati ». In tutte le lingue vi sono    I Pagg. squarci eloquentissimi, che non provano nulla, e quindi  non si può dire che siano atti a persuadere; eloquenti sono  perché scuotono potentemente chi legge od ascolta.  Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio  di Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese  Ettore sul punto di andare a battersi con Achille, non ha  certamente disegno di persuaderla. Ella geme e, piena  del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri il suo  cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza  prosaica, non tanto diverse, che, attingendo le loro  ricchezze nella medesima sorgente, non si ravvicinino  qualche volta, non si tocchino, non si confondano ».  La distinzione tra poesia e prosa è propriamente distinzione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli ha un concetto prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i prosatori; ed è agevol cosa a trovarne la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e del sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo idee ristrette e limitate, sono per conseguenza sommamente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri nei fanciulli che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario, la prosa richiede intelletto e spirito di osservazione. Quindi negli uomini sviluppandosi più presto quelle prime facoltà, che i talenti, i quali suppongono la maturezza del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica ha sempre fiorito prima della prosastica in tutte l’epoche della letteratura ». Dopo di che fa veramente meraviglia che il Marinelli si affanni a dimostrare che la filosofia, lungi dal nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che il più bello squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che vien compartito dallo spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino, che, pompeggiando in mezzo al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena colto, langue e si scolora ». Miscuglio di falso e di vero, in cui senti l’influenza della filosofia di moda, come là dove Dio non è altrimenti nominato che Ente supremo » da questo curioso prete della rivoluzione, il quale si dice amasse vestire sempre da laico *. Pure, un fondo di verità, per dirla con lo stesso Marinelli, nel suo pensiero c’è; e si scopre subito, quando l’autore soggiunge che per sentire il pregio dell’espressione, bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi da Verulamio, i Montesquieu e i Filangieri, unire l’arte di scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira qui l’aria romantica ? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e 11 più necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete conoscere gli uomini ? Vedeteli da vicino, ascoltateli, osservateli continuamente: Una parola, un colpo d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso è alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?. Non sta negli ornamenti estrinseci il vero pregio di un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi, conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi interessante ? S’investa bene della parte sua, ed esamini a fondo le cagioni e gli effetti degli avvenimenti. Quando una volta si è renduto padrone della sua materia; quando si è investito del carattere che dee rappresentare; quando la sua anima si è riscaldata, per così dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa è montata al livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il valore del sentimento interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol.] tratto ha espresso una passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare. Romantica è anche l’idea del Marinelli, che bisogna essere originali, ma che, se avete disegno di depredare le idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i vostri nazionali un nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la sfera delle loro cognizioni ». C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vecchiume rettorico; ma c’è pure una tendenza, che ha una importanza storica notevole; e qua e là lampeggia un ingegno critico non comune. I A questo proposito il Marinelli fa una critica del Laocoonte di Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di giudizio (PP. 73-4). Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne come socio residente), vol. I, Stamp. Reale, 1810, 93-120, e 213-39, sono due memorie del Marinelli: Cagioni dei progressi straordinari dei greci nella letter. e nelle belle arti, letta ai 20 dicembre 1808; e Origine e progressi della letter. e delle belle arti presso 1 Romani, letta nella sed. de’ 30 maggio 1809. La prima è una dimostrazione di quell'amore della bellezza che i greci portarono in tutte le forme della loro attività. Curioso questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità greca: I greci erano semplicissimi, per la ragione ch’essendo repubblicani, esser dovevano più liberi e generalmente popolari. Sì, quella libertà ch’eleva l’animo dei cittadini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel popolo classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il codice eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà ch'è loro necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce e di catene per tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle frontiere per garentire lo stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore, i lumi e la virtù sono i figli della libertà ». La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria romana. A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII tavole, dice: Non s’ignora che Giambattista V. nella sua Scienza Nuova intorno alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo fatto; ma il dotto avvocato Antonio Terrasson in una delle sue memorie inserita negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha difeso in modo, che sembra non potersene più dubitare ». Pur citando il Terrasson (Sulle leggi delle XII tavole), il Cuoco, invece, nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e con brio la tesi vichiana. DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia dell’eloquenza aveva proposta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, intelletto veramente superiore, nel piano degli studi universitari, al luogo della cattedra del Ciampitti (Eloquenza antica e moderna)e di quella del Marinelli, il cui titolo era propriamente, come s’è veduto: Letteratura antica e moderna. Il Rapporto e progetto di legge presentato nel 1809 a G. Murat dalla Commissione straordinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli, di cui fece parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e scientifico più notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa nostra ricerca. Questa scrittura del potente scrittore di Civitacampomarano, insieme col Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che di più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra il 'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco grandeggia in questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché egli si rannoda direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome sacro ma incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso, e per cui si distese la vita presso che vuota di Gennaro V.. Il nome del padre di costui ricorre in questo scritto più d’una volta. Sono esplicitamente richiamate alcune delle idee più geniali dell’ Orazione De nostri femporis studiorum ratione*. Ma quando gli accade di I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl. con note e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati menzionare la Scienza Nuova, l’autore esce a dire di essa: Una delle opere le più ardite che lo spirito umano abbia tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora tutto quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era superiore di mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è degno di osservazione, che le idee di V. vanno sbocciando nelle menti altrui, a misura che la filosofia dell’erudizione progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie come novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari della dottrina di V.. Noi non ne facciamo l’enumerazione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i quali saranno inventori di quelle cose, delle quali potrebbero esser creduti plagiari:, se mai le opere di V. fossero tanto note, quanto meriterebbero di esserlo. Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina di V. è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue applicazioni; ma n’è rimasta oscura la teoria generale, da cui tali applicazioni dipendono, e da cui sl possono rendere più ampie e più certe » ?. Il Cuoco non è certo un plagiario del V., né anche in questo Rapporto 3: dal V. trae ispirazioni e germi fecondi di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto del Cuoco nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu ristampato nel vol. I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo riferisce al 1812. Ma documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli (da me pubblicati nel volume Scritti pedagogici inediti o rari, 251-6) ci attestano che il Rapporto e il Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg. I Il Cuoco non prende questo termine nel senso ora corrente: ma vuol dire ripetitori, non originali. Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può vedere del Cuoco l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI, 186-99 (cfr. sopra, 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M. Romano nel vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, 181-92. 2 O. c., 132-3. Sui rapporti del Cuoco col V. si può anche vedere quel che ne ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904, III, 39 sgg.; nel mio Saggio su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente ristampato con la mia Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol. XXII delle Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)]. sarebbe qui fuor di luogo. Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il Cuoco propone e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegnamento letterario nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una riforma capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua italiana, della quale nelle scuole mezzane non s’era pensato ancora a far oggetto di studio speciale 1. E bisogna sentire come ragiona la sua proposta. Il linguaggio », egli dice, non è solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è anche l’istrumento. La prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la propria. L'educazione de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì possono 1 Dopo la cacciata dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci, che ordinò in Napoli il collegio del Salvatore e altri reali collegi in Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Salerno, restrinse ancora tutto l’ insegnamento letterario al latino e al greco. Vedi il Regolamento degli studi del Collegio napoletano del SS. Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE SARIIS, lib. X, tit. VI, (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp. 42-50). Vedi pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie, anche del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i convittori del convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno di scuola particolare perlostudio delle lingue italiana, francese e spagnuola, in due soli anni del corso, che era di otto; fuori, dunque, del programma comune. Nell’ istituzione dei collegi il Tanucci fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi la Vita dell’ab. F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, 35-6. Nelle Lettere di F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei gesuiti. Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che si potrà dar la cura di distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università; ma intanto che si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’ regolamenti distesi dal sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di Campagna per il nuovo Collegio di Sora, messo sotto la sua cura. Kegolamenti, che fan conoscere non meno l’adequatezza e acume della mente, che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli altri regolamenti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di ore ecc. di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati. apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte benissimo il proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e l’esperienza giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi e semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio della lingua, e non già della grammatica, deve esser lungo; ma ogni studio soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende se non colla lettura e retta imitazione de’ classici ». Tanto buon senso non dico che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora non ne sono capaci. Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo punto. Noi diremo anche di più », continua il Cuoco: rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un meccanismo comune, il quale dipende dalla natura comune delle menti umane ». Da questo principio vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a proposito della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con metodo filosofico, che faciliti l'apprendimento delle altre lingue. Allo studio dell’italiana vuole unito quello delle lingue classiche, perché quando esse si potessero senza danno e senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si debbono ignorare da noi ». Ma con lo studio delle lingue (tra cui non crede trascurabili le moderne, sopra tutto la francese) il Cuoco intende che vada di pari passo la lettura dei classici, così latini e greci come italiani: E questa continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non per tutta la vita ? Sarà cura della Direzione ? il fare una I Il Cuoco doveva avere in mente la Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un ufficio preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’ Interno. ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli adattati alla diversa età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’ professori manodurli in questa lettura, più utile di qualunque lezione; renderla più utile ancora colle imitazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri generi di esercizi scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non occorre parlare ». Il concetto, come ognun vede, giu-tissimo, del Marinelli. Ma dove si nota anche più la modernità del Cuoco, è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e della rettorica. Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di molto valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della rettorica. Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile ad apprendersi, che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della grammatica, seguendo il metodo degli antichi, che tali lezioni alla grammatica solevano unire. Ma quanta distanza vi è fra il conoscere il meccanismo della versificazione, ed il saper fare de’ bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene intesa imitazione de’ grandi esemplari. Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle rettoriche ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consistesse in altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno, per farne sorgere una terza, che non si ha ancora; e quasi potesse inventare chi non ha idee, e non ha acquistato, a forza di esercizi matematici e logici, quella versatilità, che è necessaria per farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi che il disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee ed i sentimenti in modo, che producano il massimo effetto possibile; e quasi che questo non sia l’ultimo risultato della più profonda cognizione del cuore e dell’ intelletto umano! L’elocuzione, quasi che la forza intrinseca, principale dello stile, non dipenda dalla varia associazione e coordinazione delle idee! Che rimane dunque in quella, che chiamasi rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o sia de’ t ro pi, la cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di sua natura tanto facile, che il più grande forse, e certamente il più filosofo degli scrittori, che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato, che que’ modi, che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali di esprimerci !. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle varie parti di un nostro discorso: nomenclatura, chesi può apprendere, e si apprende benissimo, anche senza maestro; perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno racconta, fauna narrazione, quando descrive fa unadescrizione. È tutto questo materia sufficiente per un corso particolare di lezioni ? AI risorgere delle lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione degli antichi: abbiam ritrovati di essi alcuni trattati particolari sopra talune parti della rettorica, sull'invenzione, sui tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che abbiam destinata pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i loro libri anche gli antichi ? Aristotele non parla di rettorica al suo grande allievo, se non dopo i più profondi studi di morale e di politica; e l’opera rettorica, che di lui abbiamo, ben dimostra che non poteva esser diversamente: essa non potrebbe intendersi da un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva non esservi, propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper bene parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente sentire. Ed alla scuola platonica non si può per certo rimproverare di disprezzare ciò che non sapeva. Cicerone ha voluto difendere contro Platone la sua arte; ed ha voluto dimostrare, che l’oratore ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere. La disputa forse non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto negare, che all’oratore il sapere era indispensabile. Perché invertiamo l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro che non ancora sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani de’ nostri collegj sanno tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non sanno scrivere un biglietto? Perché turbiamo la classificazione delle scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che deve esser il risultato di altri studi, i quali sono egualmente necessari ? Perché finalmente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo studio dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva compiuti tutti suoi studi, quando si esercitava sotto Molone. Cfr. CROCE, Estetica 3, 502-3. 2 Cioè l’Ars rethorica (1659) tante volte ristampata, di CYGNE, gesuita. Il libro del De Colonia è più noto. Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto alla rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà approvato M. Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della cultura di costui, ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e che dichiarò anch’esso guerra alle regole, alle tradizioni, alle pedanterie. Il Cuoco era altra tempra intellettuale: il suo libro è la Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per accertarsene, ciò che dice con profondità da cui rimangono ancora assai lontani i compilatori di certi non ancor dimenticati programmi e pedagogisti della scuola media. Basta anche notare questa sua osservazione: La storia deve esser collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto lodevoli quelle tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di filosofiche, si sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se fate che le riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia, ma riflessioni: e siccome la storia tiene nelle cose morali il luogo dell’esperienza, voi rassomigliate ad un maestro di fisica, il quale in vece di esperienza dia sistemi, in vece di dati dia conseguenze». Questo era genuino pensiero vichiano; era la buona tradizione paesana. Prima che queste idee del Cuoco nella scuola trionfino, passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F. De Sanctis che dia mano, nella scuola di V. Bisi, alle lezioni sulla rettorica, o piuttosto sull’anti-rettorica »; per insegnare allora per la prima volta a una gioventù che ascolterà plaudente come alla rivelazione della verità che la rettorica ha per base l’arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già provetti nelle discipline filosofiche »; che essa fu una invenzione e quasi un gioco dei sofisti» e produsse l’indifferenza verso il contenuto e il disprezzo della verità »; che le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la rettorica non ti dà il ben dire, così neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito »!: che la parola non manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che bisogna perciò studiare le cose con serietà e libertà d’intelletto. E così rinnovare la critica delle figure rettoriche e conchiudere proprio come Cuoco che la rettorica svia da’ forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che bisogna buttare al fuoco tutte le rettoriche, e che ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa » =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma l’indirizzo di pensiero, da cui trarrà i motivi della sua critica, sarà pure una continuazione di quello del Cuoco, a lui per questo rispetto rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco si compie in ciò che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone era la prima volta la costituzione d’una speciale Facoltà di Belle lettere e filosofia;ela vuole anzia capo di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma in un ordine diverso 3). In essa, oltre l’ideologia e l’etica, o teoria de’ sentimenti morali (nell'ordinamento del 1806, l’etica religiosa e filosofica » era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà di filosofia s’era istituita una cattedra di logica e metafisica, rimasta immutata fino al 1860), chiede una disciplina filosofica del tutto nuova: quella dell’eloquenza, I Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto (Scritti, p. 94), è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a ragionare, ma a riflettere sulle operazioni logiche dello spirito. ? Vedi per tutto ciò La giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, 252-3, 254, 250-7. 3 Cioè: 2) scienze matematiche e fisiche; 3) medicina; 4) giurisprudenza; 5) teologia. A quest’ultima, oltre l’esegesi e la storia, non lasciava che la teologia dogmatica e morale evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli Scritti, 197-200. o, per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza, la quale chiamar si potrebbe il complemento della filosofia istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco prevede due sorta opposte di avversari: Alcuni troveranno questa cattedra inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la rettorica; altri, perché per mezzo di essa non si faranno mai degli uomini eloquenti ». Ma ai primi la risposta è facile. È da qualche tempo, che la filosofia si è impadronita delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti vorrebero far credere un’usurpazione, non è che una legittima rivindica di ciò che la filosofia possedeva nei tempi antichi ». E accenna quindi compendiosamente quanta luce la filosofia avesse fatta sulla vecchia materia empirica della rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un Du Marsais cuochiano, o vichiano che si voglia dire) a rilevare gli errori degli antichi teorici. E dopo aver disegnato a grandi tratti il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più fondamentale e più opportuno : Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo sarebbe duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si dicesse e si credesse, non basterebbe. Quando anche tutte le osservazioni finora fatte fossero false, non ne verrebbe perciò, che non se ne dovessero fare delle vere; perché non ne verrebbe mai che i precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste ragioni si debbono ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le officine de’ retori, siccome diceva Cicerone, si debba ritornare alle accademie de’ filosofi. È vero, i pedanti perderanno il diritto di censurare il Tasso, perché avea messo il canto al principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel mezzo; i sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di canzoni, di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì santo; i precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o servile, se non vi discostate dall’originale, o pericoloso, se volete al tempo istesso e discostarvene ed imitarlo; il genio avrà un campo più libero a correre, ed avrà sempre la ragione per guida. Ecco la differenza tra la rettorica ordinaria e quella che da noi si propone. Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa avrebbe dovuto essere questa teoria razionale dell’arte, questa filosofia ? La critica filosofica della rettorica conduceva dove doveva condurre: all’estetica. Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa sua rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. E quale altra mai lo potrebbe ? Non vi è eloquenza, ove non vi è ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è questo il fine di tale insegnamento. La gioventù ne’ suoi primi anni non si esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli e ad imitarle: quando avrà già molto sentito, incomincerà a riflettere sulle proprie sensazioni; e questa riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni, le conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a riflettere sul bello ». Saranno eloquenti, se la natura gli avrà fatti tali; e se la natura tali non gli avrà fatti, almeno non saranno né stentati, né affettati, per imitare le parole, i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti diversi dai loro; saranno semplici ed originali, il che è grandissima parte di bello ». Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una teoria: cioè, per l'appunto, l’estetica. Lo studio degli scrittori, a cui, non i soli letterati, ma tutte le persone colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’ Università questo studio profondo della teoria dell’eloquenza restituito alla filosofia ». Il Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato come il Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando I Anche il Cuoco, com’ è noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato nell'aprile 1800, e dové partire per Marsiglia, dove nel marzo l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia dell’eloquenza, si può credere che non ne avesse già a lungo discorso con l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col fine di ottenere la nuova cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le attinenze del pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto ciò che si è detto, sono innegabili. La sola parte che un programma di studi moderno desidererebbe, e non sì trova nel piano del Cuoco, è la storia della letteratura; forse perché egli intendeva che questo studio dovesse, con l’esame degli scrittori, farsi nei ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare il sapere storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice con acume e larghezza mirabili delle due cattedre, che propone, di filologia latina e filologia greca +1: alle quali voleva congiunto l'insegnamento della Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e congiunta anche ardimento veramente notabilissimo ! una cattedra di filologia universale, ossia della scienza speciale del V.. Anche la filologia », dice il Cuoco, ha le sue idee astratte, ha la sua parte filosofica; perché ha le sue regole universali applicabili ai fatti di tutte le nazioni. Dalla filologia appunto dei particolari popoli il nostro V. trasse i principii, che poscia espose nella Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo libro, continua: Noi abbiam creduto e glorioso ed utile per la nostra nazione stabilire una cattedra, nella quale tal filologia universale s’insegnasse ». Filologia, per cui l’erudizione diventa filosofia, e quello che sappiamo dei preceduto l’altro molisano, cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., 24-25 e M. Romano, Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa filologia è intesa, alla maniera del Boeckh, come arte di conoscere e intendere tutti i monumenti, che a noi sono pervenuti dall’antichità greci e dei romani diventa utile a intendere ciò che ignoriamo o conosciamo molto imperfettamente della filologia delle altre nazioni. La stessa filologia greca e romana si illuminano di una luce tutta nuova; come ha dimostrato V. nel De antiquissima Italorum sapientia e nel De uno universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti sono considerati conseguenza certa della intrinseca natura della mente umana », e soggetti a regole costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse unica in Europa. Ma che importa ? Esiste o non esiste questa scienza ? Ciò non si può negare, né anche da coloro che non conoscono V.. Essa esiste tanto, che il solo spirito filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà di dettaglio nella testa di molti: perché dunque non insegnarne l’insieme ? ». E chi l’avrebbe insegnata ? Non credo che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno che vi si sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui allora ne sarebbe stato capace !. Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il consigliere Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che era in grado d'esser bene informato, nella Necrologia di V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di questo non fu accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro dell’ Interno (da cui dipendeva l’ Istruzione); il quale ne aveva già presentato uno suo, che naturalmente pre 1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra di storia della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la prolusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della filologia, s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e V., ossia Disegno delle parti della filosofia corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Bacone e dì V. (Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., 6-7, e ora Probl. di estetica, 385-6. La biblioteca della Società storica per le province napoletane possiede anche un quaderno delle lezioni del Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne giureconsulto Nicola Nicolini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul Jerocades vedi G. CaPASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, valse :. Ed è quello promulgato col decreto 20 novembre 1811. Il quale, per ciò che concerne l’insegnamento letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei non ci entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le cattedre antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e poesia latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si aggiunse la Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la Cronologia e l’ Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò indietro. Si tornò all’erudizione pura e alla vecchia rettorica: V. e la filosofia furono sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si ripiombò nel sec. XVIII. Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura antica e moderna, non ebbe 1’ Eloquenza italiana, malgrado la sua Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe Zurlo. Gli toccò di passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza italiana fu data un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente bibliotecario 1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Progetto primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istruzione. Ma la Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato (Sezione Interno) compilò un secondo progetto modificato (ottobre 1809). Progetto modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° novembre 1809) perché lo approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era divenuto frattanto (1 o 2 novembre) ministro dell’ Interno, lo fece bocciare (3 novembre). Nel settembre 1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece compilare da Matteo Galdi) un terzo progetto, che pare fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di Stato. Il Murat allora nominò una seconda Commissione di quattro ministri, che, con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino del Cuoco, compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato (29 novembre 1811) dal Consiglio di Stato e divenne legge il 13 dicembre 1811. E quest’ultimo progetto s’accosta più al progetto Cuoco che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in Cuoco, Scritti vari, II, 4IO SQg. ? Collezione cit., I, 230-240. Non è esatto, dunque, ciò che si dice nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato presente della R. Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino nel 1884: rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del progetto Cuoco. del re e più tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci, che si apprestava a cantare i Fasti di Gioacchino Murat, ma aveva cominciato già a tesserne le lodi fin dal 18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva cantato il felice ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e vuoto del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della letteratura italiana non si rialzò più fino al 1860. In una breve notizia biografica sul poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti studiosi che si sono occupati di lui, il marchese di Villarosa ? dice che il Ricci ottenne per lasua intemerata condotta intempo della militare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra questi di esser professore di Eloquenza italiana nella regia Università degli studi, impiego che conservò anche nel ritorno di re Ferdinando. Dovette tal onorevole carica rinunziare per motivi di salute, e ritornare ne’ patrii lari». Il che accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento non I Vedi G. B. FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue opere, Città di Castello, Lapi, 1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti, 1898, 22-23. Il 29 ott. 1901 dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A! poeta A. M. Ricci, Città di Castello, Lapi, 20; contenente ritratti, autografi ecc., con una notizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. Non si trova nella raccolta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica napoletana (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del 1811, p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e moderna e Marinelli Letteratura antica e moderna. Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è all’Eloquenza e poesia latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e Marinelli alla Cronologia. 2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di Villarosa da diversi uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note biografiche dello stesso Villarosa, Napoli, 1844, 337-39. Una biografia del Ricci aveva il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del Sacro Ordine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal SACCHETTISASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è molto accurato e attendibile, per le molte carte e corrispondenze dell’Archivio di casa Ricci, di cui l’A. poté servirsi. IL FIGLIO DIG. B. V. durò, dunque, più di sei anni. E il Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia di lui udendo spesso le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella regia Università degli studi, e che spesso terminava con la recita di qualche suo poetico componimento ». Della qual parte d’insegnamento si possono cercare i documenti nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate, raccolte in parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei volumi dal 1828 al 1830. I documenti del resto li diede egli pubblicando nel 1813 Della vulgare eloquenza libri due *, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori delle lettere italiane. Nulla di nuovo, e pochissimo del mio offro al pubblico », dice l’autore. Tentai per ardito esperimento di essere oratore e vate ancor io .... Conobbi nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso magistrale, e quali quelle che contengono teorie fondamentali, appoggiate al buon senso. Quindi, come ape, mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore ». Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice indicazione di essa può bastare a provarci che siamo ricascati nelle vecchie teorie trite, false od inutili. Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana Eloquenza italiana Del sublime Del bello Del gusto: modo di acquistarlo e di perfezionarlo: modelli che corrispondono al gusto universale Del genio Degli ornamenti del discorso, ossia delle figure Dello stile, e sue qualità generiche Stile epistolare Stile di dialoghi Stile didascalico Stile istorico Stile oratorio Stile di novelle, e romanzi. Nel lb. II: Della poesia Della poesia descrittiva Della poesia pastorale Della poesia lirica Della poesia didascalica 1 Non m’ è riuscito di vedere se non l’edizione, fatta a Napoli, Stamp. del Giornale delle Due Sicilie (di vVII-199 in-16°), e non ne conobbe una anteriore il Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al FICORILLI (pp. 21 e 168), il quale cita una lunga recensione che dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei Letterati. Della poesia epica Della poesia drammatica Della tragedia Della commedia Del dramma musicale: della favola pastorale: del dramma sentimentale. Quanto alla materia », dice un recente critico, in gran parte non sì tratta che dei soliti precetti letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la erudizione vasta e la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i capolavori dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte straniera » 1. Curioso quello che soggiunge lo stesso critico: Se, come vasta la erudizione, avesse avuto egli profondo il giudizio, corretto il gusto e squisito il sentimento artistico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche essere eccellente. Disgraziatamente però, la scrisse il Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede l’avviata a questo nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della letteratura nella Università. L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico) contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come ho detto, le solite » =. Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a dire, p. es.: Che sia negletta la trina unità drammatica, colla quale si pretende che in teatro una sia l’azione, uno sia il luogo, uno il protagonista ecc., non sì può concedere senza smentire l’arte e offendere la verisimiglianza ». Quando era professore di eloquenza a Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto una lunga analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3* edizione del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono accompagnati da copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è aggiunto qualche nuovo capitolo; ma non ha più che fare con la storia di cui ci occupiamo, dell’ insegnamento della letteratura nell’ Università. 2 FICORILLI, p. 168. di questa Vulgare Eloquenza*, il Ricci comprese bene di non poter mai adempiere il suo debito che seguendo le tracce degli antichi maestri, e in ispecie di Aristotele ». Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male, né il Marinelli né il Cuoco! Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere per concorso. Fu il primo che si facesse per questa disciplina. Il 12 marzo 1816 furono pubblicati i nuovi Statut: per la R. Università degli Studi del Regno di Napoli?, rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi statuti mantennero la Facoltà di filosofia e letteratura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e poesia latina, aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura; all’ Eloquenza italiana del 1811 sostituirono la Lette ratura italiana3. Ma fu solo un cambiamento di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrivevano il concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come seccò la cosa al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare nell’insegnamento universitario 4. Il concorso sl faceva nella stessa Università, sotto la sorveglianza del presidente della commissione della P.I. o del rettore dell’ Università. Da un trattato delle materie sulle quali versava l’insegnamento, a cui si voleva provvedere, si prendeva a caso, o si ricavava un quesito, che uno dei professori della Facoltà, delegato dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti; i quali dovevano tutti SACCHETTI-SASSETTI Questi addirittura conclude che l’opera si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di letter. italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8& 3 Novità notabile fu l’ istituzione di una cattedra di Principii generali della Storia », la quale però non fu subito coperta. Il titolare G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse valore. Vedi le sue Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello che di lui e del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, ed. della Critica, 1903, 307-8 in nota. 4 Dal Genovesi al Galluppi.] commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in latino: raccolti tutti in una sala, col permesso di consultare i libri che avessero portato seco. Di che dovevasi fare particolare e distinta menzione negli atti del concorso (art. 51-53). | Del concorso, che sulla fine del 1817 o al principio del ’18 si fece per la letteratura italiana, chi lo vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal 1832 al ’35 ebbe tra i suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti anni, com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha lasciato memoria: Prima del 1820 quando s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’ Università, si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento itallano ad un sonetto del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra non so qual secolo della nostra letteratura. La benedetta dissertazione latina decise il merito. Il Bianchi, professore in un collegio, avendo abito e facilità di scrivere in latino, poté dire agevolmente tutto quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impacciati dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano: onde, giudicati imparzialmente su gli scritti, il Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò al povero Rossetti, che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*. Al canonico Ciampitti, che tirò innanzi nella Elo quenza, poesia e letteratura latina fino al 1832, anno della sua morte ? si venne, dunque, ad 1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80. ® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lucignano, nel 1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante. Del concorso, a cui prese parte anche Carlo De Sanctis, zio di Francesco, sono ricordati nella Giovinezza di F. De Sanctis, 66-70, alcuni gustosi particolari. accompagnare il canonico Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in una pubblicazione ufficiale dei professori dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818, Ferdinando I ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci dice che palpitarono a quel pericolo i napoletani più accorti, per sospetto che il figlio mutasse in peggio gli ordini civili ; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed ebbe feste sacre e civiche, dove 1 migliori ingegni rappresentarono l’universale contento con rime e prose, in grosso volume raccolte » 2. In questo volume Pro recuperata valetudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis Archigymnasti Neapolitani officium3, miscellanea di scritti gratulatori ed elogiativi in italiano, in latino, in greco e in ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B. Quaranta, professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito bensì dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana, oltre un Carmen latino, un Epigramma greco e alcuni altri distici latini. Orazione notevole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma un buon riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdinando. Degno ancora di esser letto è quello che vi si dice dei provvedimenti e delle riforme relative alla pubblica istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le Orazioni di questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu scolaro, credo, del Bianchi, rappresentano un periodo di transizione dalla licenza precedente alla tirannia del purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi où d’incontestables mérites couvrent quelques défauts, et Il primo Almanacco di Corte, tra quelli da me potuti vedere, che porti il nome del Bianchi, come titolare della cattedra di letteratura italiana, è quello del 1820 Storia, lib. VIII, cap. II, $ 40. FF 3 Pridie Id., Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57 (num. nel solo recto) in-fo. Pubblicazione di lusso. font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair, rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas frappé des observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani l’étroite relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher avec convenance, avec retenue, à toutes les phases historiques de l’époque précédente, qui sous la plume d’un autre écrivain auraieni du étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni, dove all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e più elaborato, e teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver ricordati gli Elementi di belle lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’ Arte del dire di Vito Fornari: Mais, soggiunge, c'est l’ouvrage du chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux qui écrivent dans le but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il Bianchi era stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza avevano incoraggiati i lavori della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava tel qu'il était dans son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università, aveva quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli die’ in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5, di cui così rende ragione nella prefazione: Da che presi a dettare le mie lezioni nella cattedra di Lingua e letteratura italiana fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di 1 Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2 Pensées, I, 335. 3 Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, les mots ne sont souvent que des clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: Ogni professore, quando non abbia ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno scolastico dovrà affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli scolari possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol. I. Napoli, Criscuolo, 1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G. B. V. cui mi giovavo all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io compilato che che mi occorreva per l’affidato insegnamento, si chiese e s’ insistette, anche da persone autorevoli, che divulgassi per le stampe que’ divisamenti riputati adatti e buoni a formare il gusto letterario de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno trascorrere molti anni prima che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e premure. Ma infine il pensiero che avrei potuto recare alcun utile agli alunni delle lettere vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni scritte per la cattedra mi feci a tòrre quel tanto, che nel corso di un anno o poco più potesse nelle scuole insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non molto strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e sulle vicende della lingua italiana è una breve storia della lingua dalle origini fino alle polemiche contemporanee tra 1 puristi e gli antipuristi, e combatte così le affettazioni arcaiche degli uni, come le esagerazioni e la scioperataggine degli altri. Il Bianchi, uomo di non grande levatura, ma di buon senso, preferisce attenersi al giusto mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie sue forme, che non contiene altro che vacue trivialità sul povero Bello, distinto, per conto della natura » in sensibile, intelligibile e morale, e per conto degli oggetti » in generale, particolare e convenzionale. L’Orator e il De oratore di Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi. Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste altre dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza delle lettere nella civiltà e nella morale dei popoli. Analisi delle qualità necessarie ad ogni parlare colto. Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragionata per li suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono la materia del secondo volumetto. Su per giù, la stessa materia della Vulgare eloquenza del Ricci, trattata con minor calore e minore sfoggio di dottrina, ma con modestia e buon senso. Aurea mediocritas : molto mediocre e poco aurea! A che, del resto, affannarsi a salire in regioni più elevate per quello scarso uditorio che aveva il canonico Bianchi ? Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il Settembrini, un quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragionava con noi, come con amici, e soltanto quando ci capitava qualche sconosciuto faceva un po’ di diceria distesa. Non usava come gli altri professori, che come scoccava la mezz’ora rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratteneva con noi lungamente, e ci diceva molte belle cose, e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto di via, e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con lui, egli usciva alla politica, parlava de’ tempi trascorsi, di molti uomini, di molti avvenimenti, e ne giudicava con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava casta pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu, è, e sarà principale cagione della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco quali visi si nascondono sotto quelle maschere » !. Insomma era egli», come soggiunge il Settembrini stesso, un uomo che bisognava guardare da vicino, e allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere modeste, un po’ pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran bontà di animo ». Il Settembrini ci dice che ogni volta 1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un prete liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze della Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt studiorum instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Canonico et Litteraturae Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapolitano habita, s. d., di 24 in-4°) tolse a discorrere quam bene de humanitate vel ideo meruit catholica religio, quod ad excolendos a barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum contulit » (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De litterarum efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli, Cuomo, MDCCCXLIII, di 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. Di lui è pure a stampa l’opuscolo Alla Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio della Memoria umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo di Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di 24 in-4°): ma non ha interesse letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e onorata. Egli fu, che, letti con piacere e lodati due dei primi scritti del Settembrini, li fece vedere a monsignor Colangelo, pregando costui di proporlo come professore in un collegio. E poiché il Colangelo rispose che quelle cattedre si davano per esame, fu il Bianchi a spronare il Settembrini all'esame, e fece, quindi, di lui un professore. Non avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato a salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon canonico meriterebbe il nostro ricordo e la nostra simpatia. Ma la vera e viva scuola di letteratura a Napoli allora non era nell’ Università. Lo stesso Settembrini rammenta che mentre nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro studenti, il marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di lettere italiane, dove convenivano oltre dugento giovani » 1. E dagli eccitamenti del Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto dal potente lievito degli studi filosofici promossi dal Galluppi e dal Colecchi con l’esposizione e la critica delle moderne dottrine germaniche, e quindi da quel fervore di pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da Hegel, da V. attingeva materia di speculazioni non più tentate e motivo a una trasformazione filosofica degli stessi studi letterari, eromperà la prima scuola di F. De Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua Giovinezza. Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale, che creerà la critica e la storia della letteratura italiana: il contenuto più razionale dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi inizi e il primo incerto svolgimento. Ricordanze Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’ Almanacco di Corte dell’anno seguente comparisce professore emerito; e per la cattedra rimasta vacante di Letteratura italiana non c’è che un sostituto: Stefano Lombardi. Il quale nel 1831 aveva pubblicate alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi italiani * (20 odi scelte dai quattro libri e 2 epodi): lavoro rapido e incompleto », dice l’ Ulloa, ma che rivela nel traduttore un bel talento di traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una canzone Alla Maestà di Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un nuovo Decreto col quale st modificava l'organico della R. Università degli Studi di Napoli 3. L’ Università, divise le scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in sei Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di Belle lettere e filosofia, l’Archeologia e letteratura greca di prima si mutava in Lingua e archeologia greca, l’Eloquenza, poesia e letteratura latina in Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le due letterature classiche così eran bandite: né rimasero più 1 Principii generali della storia. Ma la Letteratura italiana rimase intatta. Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856 o 1857 il Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più il suo nome come di professore emerito. E la sua cattedra ha per titolare don Geremia Ro I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, 79, in-16°. Nella prefazione l’A. dice: Dette Odi non andarono esenti di applausi, cosicché mi son reso ardito a farne dono al pubblico colle stampe. Che se, ora che al giudizio degli occhi fedeli son elleno sottoposte, pari applausi, benché del pari infruttuosi, mi arrecheranno, io mi reputerò fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a cogliere il frutto ? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV, 25-8. mano, sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto anche il Lucignano, a cui successe don Gennaro Seguino. Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di letteratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un Carneade, come il Lombardi: e la sua oscurità non è senza significato in questo tramonto della vecchia cattedra con l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho trovato se non alcune osservazioni Sopra un pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo borbonico in Napoli (dove si dà appunto per regio professore) pubblicate nel 1858 :: memorietta archeologica bene scritta, con erudizione e non senza spirito. Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la caduta dei Borboni, fu dato all’ Università con decreto del prodittatore G. Pallavicino, dal ministro R. Conforti. Alla Facoltà di filosofia e lettere, oltre la Letteratura italiana, la latina, la greca, fu data una Storia della letteratura. A questa venne sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio 1861, la cattedra di Letteratura comparata. Chi abbia insegnato dalle due cattedre di Letteratura italiana e Letteratura comparata, e che cosa sia stato insegnato, è noto a tutti. Luigi Settembrini fu nominato alla prima il 24 ottobre 1861 *. Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un decreto del 15 ottobre 1871 3. I Stamperia del Fibreno, di 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl. Naz. di Napoli. ® Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli, Morano. CROCE, pref. al vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital. nel sec. XIX, Napoli, Morano; e TORRACA, F. De S. e la sua seconda scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre 1902; e poi nel vol. Per F. De S., Napoli, Perrella L’ ANGIOLA Capitolo serio-burlesco di VESPOLI !. Donn’Angiola Cimina era una donna, ì Ch’eccetto quando stava ignuda in letto, Come ogni altra portò sempre la gonna. Sol piacevale andar col busto stretto, 4 Onde poi vogliono i contemplativi, Che le venisse l'asma e ’1 mal di petto. Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur della buon’anima divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi; Dico di certi poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione, Senza creanza e di scienza vuoti, I Da una copia esistente in un volume miscellaneo ms. posseduto dalla Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da carta 10 a c. 21. Nello stesso volume precede un Capitolo di D. Francesco Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso in terzine; diretto contro il partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo la conquista borbonica. L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che ha più interesse per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli furono già indicati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e d’erudizione: Benché da certi cotali accennati Si dica, che patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’ letterati, Cioè d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l meditare: O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così primieramente: È certo, che le donne per natura Son tutte sceme e deboli di mente; Sembiano nell’estrinseca figura Più perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe, e belle di fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si prova dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che in recarle m'’affatichi, L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa vedere, e par che te lo dichi: Paion le donne a noi meravigliose In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre lor miracolose; Quando c’entra per esse un po’ d'amore, Questo è quel che ci fa poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro errore. Né mi stia a dir Platone l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da lui quelle Per ingannare il vulgo fur trovate. Virtude e amore, uomini e donne belle, Che star possano insieme, e senza alcuna Malizia praticar elli con elle, Aristotile il nega, ed a quest’'una Opinion del suo maestro assegna Il concavo profondo della luna. 67 Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme a competenza, La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non intendo entrar nell’altrui messe, Ma dico sol, che non mi meraviglio Di certe decantate poetesse. E senza che ad alcuna io dia di piglio, 79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose qualch’uom parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss Il nobil Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin proposto !. I Accenna ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra la donna în quasi che tutte le virtù più grandi non essere all’uomo inferiore, pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal Doria e dal V. (come narra questi in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu iniziata alla filosofia. E di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte della Cimini, nella raccolta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a lui indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del V.), Firenze. Intanto V. stralunato e smunto Colla ferola in mano e ’1 Passerazio 1 N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto. Ei, che suol porre alle parole il dazio, 131 Nella Raccolta fatta a onore e gloria Della signora ha posto un gran prefazio? x Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà Se avvisi 3, o pur relazione nova, Se carta scritta per farne baldoria, Ivi il Soave-Austero4 si ritrova Laù Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un cuoco, O l’irco-cervo, ch’in sua mente cova. V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a lui diletto paradosso: Chi più ne legge, più n’ intende poco ». Passerat, maestro d’umanità, autore de’ Commentariù in Catullum, Tibullum et Propertium (Parisiis, 1608), gran repertorio di erudizione filologica latina; nonché di altre opere di minore importanza. L’ Orazione în morte di Angiola Cimini marchesana della Petrella, che V. inserì nel vol. Ultimi onori di letterati amici in morte di A. C. ecc., Napoli, Mosca. Cfr. CROCE, Bibliogr., p. 17. Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della ed. Ferrari? (vol. VI delle Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal VILLAROSA, nella sua edizione degli Opuscoli, e ripetuto dagli editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non aver capito (il Villarosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota fatta dal V. a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa incorporarsi nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra le Correzioni » innanzi al volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4 Sul principio della sua Orazione, V. ne accennava quasi il tema, dicendo che la Cimini a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di conoscerla e riverirla, fece intendere i tempi più colti della gentilissima Atene; siccome quella che fu loro il grande esempio della rara difficil tempra onde si mesce e confonde il soave austero della virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si chiude; e il soave austero vi ricorre spesso nel mezzo. Ivi vuol comparir da gran colosso, Ma vi si scuopre un piedestallo basso E reo s’accusa, allor che fa il Minosso. Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì, che non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso! Com’ è possibil ch’egli non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e riscaldato, E colle cose che seguon dappoi ? Precise quando del di lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto Narra la vita e ’1l transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto, ia Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi il bel rifiutot? Quando la di lei collera egli onora 148 Col titolo d’eroica, e dietro a lei Cesare allega, ed Alessandro ancora?? I V. racconta che, nei trattenimenti letterari soliti in casa della Cimini, ella, al dirsi le cose degne di applauso, applaudivale o con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il casto petto sporgendo in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con un soave giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i riguardanti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava di parere intendente col non professando d’ intendere, o vero di sembrar saggia col non diffinitivamente approvare » (p. 266). 2? Parlando del temperamento collerico di Angiola, V. avverte che la sua era collera ragionevole e generosa e quale appunto a donna di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età questa nobil fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E diede saggio insieme di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di sé tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la fa ne’ mesi sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran, Dio buono! tutti maschi, e bei? Quando la fa veder distesa in terra ie Battere il capo al duro pavimento ?: O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che l’afferra ! E questo detto sia per compimento iui Di tutta l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di vento. Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode, che ne fa il Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3. Cesare Augusto, ch’ebbe tanti regni, 163 Che piantarvi i confini gli convenne E porvi ancor del non plus ultra i segni; 1 La Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto prematuro; ché la collera virile », dice V., di che ella abbondava, depredando l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi, fece per mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici giudicato, ella facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma V. non parla dei « campioni » della satira. 2 V., facendo la storia della collera eroica della Cimini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella compiaciuta di un qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal segno, che, gittatasi lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi sul duro pavimento il tenero capo » (p. 254). 3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni, canonico regolare lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione del V. « sublimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne, qualora l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e sostengala ». Un sonetto del Sostegni al V. (Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro V., o sol pari a te stesso. Nello stesso vol., p. 80, un sonetto del De Angelis dice: E basta poi per simulacro eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La prosa del divin V. e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1% Pur quando si partì per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non ottenne, Qual Donn’Angiola nostra, poiché gita 19 AI ciel se n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor favorita. E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i Petrarchi e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si veggon tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’ ha qui de’ frati zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178 Plebei, civili, dame, e cavalieri, E laici, e cherci, anco predicatori; E congiunti, e paesani, e forestieri, lei E buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte innamorati veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi costoro a tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani. Nacque da precedenza la contesa Tra quei che furo ammessi alla Raccolta. Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa: Cosa, che ha posto la città in rivolta, Talché hinc inde vi son forti partiti, E se non sai il perché, di grazia, ascolta. I V. nella perorazione della sua Orazione: «Letterati amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste » ecc. (p. 272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un tal Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon Gherardo. Giovine d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di statura, ma gagliardo, Di bocca grande e di naso canino, D'occhi che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la statua di Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso, Cammina alla carlona, e sempre astratto, Parla da vecchio 3, e scrive assai confuso, Vogliono alcuni che sia mezzo matto; Io credo che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed anche il suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio, Vo’ dir che spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di Sant'Antonio, Improvvisante più del reverendo Quondam Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un concorso stupendo, L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per la Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel Quarto libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone di quest’ Ulloa per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la punta satirica del Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di Lettere erudite, Napoli, 1699. ? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno). 3 Visi potrebbe vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni aveva apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime toscane: Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ? Perlege; dispeream ni tibi Nestor erit. APPENDICE L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà Col libro, c' ha stampato in questo mese: Azion veramente da villano ! Azion, che non ha scuse o difese, 217 Azion di lui degna e di suoi pari, Azion da scriverla al paese, Dove i nobili sono i bufalari, Paese di mal’aria e mal costume, Buono bensì per pascervi i somari. N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das Or Eboli si vanta aver costui, Che ’n istampa gli ha dato onore e lume. Ma ritorniamo all’azion di lui, ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando, Tirarmi addosso la censura altrui. Il fatto è come siegue. Allora quando sii Nella Raccolta dagli amici s'era Di Lei detto il più bello e ’1 più ammirando; Anzi Gerardo in mezzo a quella schiera ass Contribuito avea la maggior parte 1, La qual potea passar per lode intera; Volle egli solo poi farla da Marte. 235 Ed ecco, presto presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto un libro a parte. Per Quarto di sue Rime lo produce ass Senza il Terzo d’avanti; e, ad ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi riduce ?. ! Del DE ANGELIS infatti ci sono una canzone e tredici sonetti (Pp. 75-91). l 2 Angiola Cimina Marchesana della Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: Inco- [Leggilo, e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo, Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai dell’altro mondo, E ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in abbondo; Un gran mescuglio di contrari stili, Improprietà di voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier vili; E barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di dispregio, E dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste cose, che sarian di sfregio In altri, non che error sommi e notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio ! Ma presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan solo Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli dicon, che sua fama ha fatto un volo Sì strepitoso ed alto, che già s’ode Il nome suo dall’uno all’altro polo. ]mincia il quarto libro de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc. Nella dedica a donna Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: Sendosi partita da questa terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile Donna, come a V. E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in laude sua la sublimissima Orazione il gran Giambattista V. maestro mio, e molti altri elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio minore, ho voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno queste poesie tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. Né s’accorge il meschino, che tal lode Ha dato al suo profitto un tal tracollo, Per non aver le basi vere e sode. Io son pronto a giurare, e a porvi il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è Parnaso, Né che son tra lor le Muse e Apollo; Che se sapesse onde pisciò il Pegaso, Tante carte sporcato non avrebbe, Né de’ classici autor parlato a caso. Infatti, colmé suole, ei non direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha vinto, E che il gran Tasso buono stil non ebbe. O dove sei, gran papa Sisto quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza della rima a dir fu spinto. Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola, sn Quest’ è, di morder gli altri, e assiem grattarsi, Quando cavano fuor qualche lor fola. Procura bensì ognun di segnalarsi 280 In far meglio dell’altro l’antiquario, Con voci malagevoli a spiegarsi; Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha fatto di vocaboli a capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi è che, s’egli scrive, fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e, se discorre, Fa l’alto-basso che suol fare il miccio. V.. PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE DURA Sonetto di G. B. V.!. Bench’ io mi veggia da quel fato oppresso, Che l’ ingiust'odio altrui creò sovente, E affatto lungi dalla molta gente Viva, che appena me trovi in me stesso; Poiché il raro valor dal Ciel concesso A voi, bell’alme, unisce Amor possente, Al pubblico piacer mio spirto sente Disio di riveder l’alto Permesso, E cantar lieto in dilettosa schiera Vostro nodo real, gli onor degli avi, E svelar que’ futuri invitti germi. Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi Cure sospinto a tornar là dov'era, Di me, non per mia colpa, ho da dolermi. Dalla raccolta: Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce, raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce, Firenze. Di questa rarissima raccolta si conserva copia nella Biblioteca Villarosa. RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA DJ G. B. V. PEL CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO. Sefior, Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de V., Historiografo Regio y Profesor de eloquencia en la Universidad de Estudios, son ya mas de quarenta afios, que ha servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra de Rectorica, col en tenue sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido para el mantenimiento de su pobre familia, hallandose ya en edad muy adelantada agravado y oprimido de muchos achaques, y con especialidad de las angustias domesticas, y de la contraria fortuna, por lo que se ha visto obligado et substituir en su lugar interinamente en el servicio de dicha Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de habilidad, y que asta aora ha sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4 V. M. se digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al mismo Genaro, para que despues del fallecimiento del mismo, pueda su pobre familia quedar con algun apoio. El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho Juan Bap.ta de V. es benemerito de la Regia Universidad de Estudios, 4 la qual con sus doctos trabajos ha hecho mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud, que se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habilidad, y portandose ciertamente en el exercicio de su Ca 358 STUDI VICHIANI thedra con todo aplauso, solo puede ser de algun reparo que la aplicazion del mismo et los tribunales, pueda serle de embarazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna por si, todo un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los Autores Griegos y Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al suplicante; quando haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la aplicacion 4 los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la eloquencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser excelente en tal profesion no facil, y éstimadissima. DISPACCI PER LA GIUBILAZIONE DI V, I. Al Cappellano maggiore. Informato il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta del 12 del caduto agosto, che al Lettore emerito di Rettorica nella R. Università degli Studi D. Gennaro V. siano mancati ducati 120 l’anno, cioè ducati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Accademia Regale, ducati 30 pel sostituto che dee mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati; ha S. M. con suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la giubilazione con l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduto. Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza sua e del ricorrente, e per l'adempimento. Palazzo, 9 settembre Alla Segreteria dell’ Azienda. Informato il Re da quanto gli ha consultato il Cappellan maggiore, che al Lettore benemerito di Rettorica nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’ Ecclesiastico. Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano mancati docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che godeva come Direttore del Ramo dell’Alta antichità nell’Accademia Reale, docati trenta per il Sostituto che deve mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M. con suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione coll’ intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti. Lo partecipo di suo real ordine a V. S. Ill.ma, affinché da codesta Scrivania di razione se ne disponga l'adempimento. Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Principe d’ Ischitella. Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di razione, Lettori pubblici. EPIGRAFI DI V.: I, Lirim Saepe robora cautesque Et quicquid sibi obstet Nedum fluitantem scafam Secum în praeceps abridientem Ac proinde moriem trajicientibus Minitabundum Ferdinandus IV Bonc Reip. natus Optimo censilio Firmissimi pontis Quadrato lapide extructi Patientem effecit ut qui antea multos dies in ripis haerere Cogebantur In posterum Ejus furorem Despectantes Tuto et continuo itinere Transtirent ?. Utinam Pie VI Pontifex O. M. Isthaec tua marmorea effigies Tuorum in Catholicum Orbem menitorum Memoria non vinceretur. Deus vere Averrunce Si Per te clades Per te calamitates Avertuntur Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi posseduti dai sigg. Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro V. per l’ interesse storico che esse possono avere, lasciando ad altri di ricercare le occasioni per cui vennero scritte. » Di questa iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro altre varianti, ma di poca importanza. Adsis dexter adsis praesens semper propitius adsis Et cuncta nobis merito ingruentia mala Prohibeas In Vesuvit Jam propinqui hostis Cladem Subjectis longinquisque Semper minitantis Iram cohibes Qui anno superiore Annum integrum et plus eo Quasi ratione et consilio Sensim ignem in alvo concepit = Paulatim egessit Eoque levi lapsu In rivos deductum Doctus iter melius Innocuus devolvit Forsitan uti metu antea tuo nutui semper parut Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris obsecundare assuescet. Regium hoc Templum Maximum Cavense Sanctae Dei Genttricis Elisabetham invisentis Nomine, et tu tela augustum A. D. N. Ferdinando IV Rege Jure Patronatus sibr vindicatum Erigi a solo coeptum An. MDVII Tum mole fatiscens sua refectum Consecratum vero VI Non. Majas Terrae dehinc motibus. Labefactum et restitutum Quum adhuc ultimam manum expeciaret Ordo Populusq. Cavensis Eadem pecunia publica, quae illud evexit, refecitque Collata ut alias a suis Pontificibus In opus symbola Absolutum tandem sublaqueavit Omnique ex parte prisco squalore deterso Picturis opereque albario exornatum In novam hanc splendidioremque formam Redigendum curavit I Credo accenni al gran miracolo, operato [da S. Gennaro il 22 di ottobre del 1767], quando nel comparir sul Ponte [della Maddalena] la statua d’argento del Santo, cessò di botto l'eruzione » del Vesuvio (D’OnoFRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul Ponte stesso la statua del Santo, con la destra levata verso il vulcano. AVVERTIMENTI ! PER L’INSEGNAMENTO DEL LATINO di V. Essendo il ragazzo, siccome si scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del dotto ed avveduto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di grammatica, li quali poi dovrà dediscere; ma sopratutto esercitarlo nelle coniugazioni e declinazioni, e nei principali precetti della sintassi; e tutto il di più farglielo apprendere dall’ interpretazione de’ scrittori latini, essendo grandissima la distanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini. Questo basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare in ogni membro una minuta analisi delle parti che lo compongono, e non lasci passare neppur la menoma particella senza spiegargliene la proprietà e la significazione; e nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto che ha spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, acciocché il fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a nobilmente spiegare le idee, non essendoci esercizio più profittevole per la gioventù quanto quello delle traduzioni; poiché, avendo il giovane [da] trasportare da lingua in lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di concepire, e quindi spiegare le idee, egli è costretto di riflettere I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa.] ed esaminare la maniera propria con cui lo scrittore latino ha concepito, e quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di concepirlo e di spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa. E questo è quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare più tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto vantaggio rechi ad un giovane il continuo esercizio delle versioni, che, oltre al conseguire lo spirito della lingua da cui trasporta, senza accorgersene, acquista e la norma di saper con naturalezza ordinare li pensieri, e quindi saperli con felicità concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza spiegarli, consistendo tutta la difficoltà nel concepire. Un pensiero felicemente concepito, sarà sempre facilmente spiegato: Verba provisam rem non invita sequuntur. Onde Cicerone disse: Oplimus dicendi magister stylus. Sento che sia esercitato nel tradurre Cornelio Nipote e Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui fiorirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non istimo proprio ad un ragazzo, che appena sta imparando il volgar latino, metter in mano Virgilio, che, come poeta, studia di allontanarsene quanto più può, secondo quel detto di Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se, per far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lingua italiana, si mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto.Li poeti, perché alia lingua loquuntur, devono riserbarsi all’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire la gioventù nello studio  della lingua latina sarebbe farle prima apprendere la lingua  volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi ricorrere  alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e Terenzio,  essendo gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì raggirano nell’uso della vita privata; ma non si deve, per far  apprendere la purità della volgar lingua, esporre la gioventù  al pericolo di corrompere la purità de’ costumi, che è quel  che più deve interessare. Si eviti questo scoglio e si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li di cui argomenti  sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il giovane  acquista il sermone volgar latino.   Spedito che sia il giovane nell'acquisto della lingua volgare privata, mettergl’ in mano gli elegantissimi Commentari  di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua pubblica, tanto  necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in essi  la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e  tanta, che ne riportò il grande elogio di Cicerone, che, parlando de’ Commentari di Cesare, dice che egli li lasciò, perché poi ci fosse stato chi potesse scriverne l’ istoria: ma poi  soggiunge: stultis gratum facere potuit, perché gli uomini  dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere una storia con  quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li suoi  Commentari. |   E Virgilio fu il solo tra i latini che non solamente sostenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano contro la superbia de’ disprezzanti greci, che solevan distinguersi  da tutte le altre nazioni; e ciò con qualche ragione in rapporto alla felicità della lor lingua. Il qual pregio li romani  stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina  quante volte volevano metterla al confronto della greca, con  somma ingenuità confessarono; come, fra gli altri attestati,  ve n'è quello di Plauto nella comedia intitolata Asinara,  ove fa dire al Prologo, che l’autore di quella comedia era  stato Demofilo, poeta greco, e che M. Accio Plauto l’aveva  tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus vortit barbare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani  poterono rivendicare la gloria del loro nome con opporre a  tutta la Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva  prodotto un ingegno così stupendo e quasi divino, il quale  feliciter audax era riuscito egualmente ammirabile in tutti  tre li caratteri del dire, nel tenue ed umile nelle sue Bucoliche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel grande e  sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e  riuscì felice in due solamente: essendo costante in tutti li  scrittori di qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una delle tre note, non è riuscito nelle altre due; e così a vicenda:  ed in fatti nella pittura,  la quale è sorella della poesia:    Poéma est pictura loquens, mutum pictura poéma. li principi delle tre famose scuole che fecero risorgere tanto  felicemente la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel carattere tenue e delicato, Tiziano nel complesso e carnuto,  Michelangelo Buonarota nel robusto e lacertoso, ciascuno non  uscì fuori dei confini che si aveva prescritti.   Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non solo  tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma  di dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che  dopo di lui fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno  osò scrivere in quel genere di poesia, in cui Orazio summum  tetigerat; così inimitabile che può dirsi, che egli fu il primo  e l’unico che vi fosse riuscito.   Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione  perché li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro  locuzione lontanissima dalla volgare, intendendo di escludere  in rapporto della locuzione li poeti comici, li quali solamente  sono poeti riguardo all’ invenzione della favola; imperciocché,  per quel che s’appartiene alla locuzione, devono usare una  locuzione affatto volgare, come sopra si è detto.   Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi un  poco al di sopra del sermon volgare; ed a questo primo  grado subentia la locuzione oratoria, la quale, quantunque  deve conformarsi al senso comune, nulla di meno deve usare  una maniera di ragionare più culta e più elaborata, in guisa  però che facciasi intendere dall’uom volgare; quindi passare  alla lezione delle Orazioni di Cicerone.   Spedito che sarà il giovane degli oratori, passi alla storia;  la quale usa una locuzione posta in mezzo tra la locuzione  oratoria e la locuzione poetica, perché lo storico ha da  far due parti in comedia, le parti di oratore, nelle allocuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a popoli,  come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le  parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espugnazioni di città; onde Cicerone dice, che in historia funduntur verba prope pottarum: non assolutamente poetiche;  ma prope pottarum. Finalmente far passare il giovane alla  lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla volgare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle favole, così ancora colle novità della locuzione, dall’ammirazione delle quali novità nasce il diletto: usano nuove forme  di dire che inebbriano l’anima di piacere; richiamano in uso  voci antiche e disusate, le quali, perché disusate, chiamate  in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le quali,  come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si foggia un nuovo genere di dire: ed ecco quel di CICERONE, 04tae alia lingua loquuntur. E questo sarebbe il metodo profittevole alla gioventù nella lezione de’ scrittori latini. LETTERA DI FINAMORE  A V, Ill.mo Signore, Signore e Padrone Col.mo,    Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante con  quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che  inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]destia 1; mi fo un dovere di ringraziarvi distintament[e delle]  gentilissime espressioni, onde, ad onta del mio de[bole ingegno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie indelebili.... zioni  alla vostra generosità che si compiacque.... non solo di compatire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia  patria, rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di considerarmi non indegno di esservi aggregato. Allora io non  seppi qual ne fosse stato il degno censore, mentre ne ottenni  la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione che  nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo  tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che  vi compiaceste fare alla stessa memoria vari commenti e  proporre alcuni dubi da sciogliersi da me medesimo, mi  cadde il pensiero di leggere le vostre erudite riflessioni ed  approfittarmene pria che si pubblicassero negli atti della  R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si  avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa  1 Supplisco, quanto è possibile, quel che manca per uno strappo  dell’autografo.] dronanza, e vi prego quanto so e posso di rimettermene  una copia, giacché non sappiamo quando si potranno riaprire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi compiacerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il  mio ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo  grande.Veramente da una medaglia urbica disotterrata qui anni  a dietro, del peso di una libra di bronzo, coll’epigrafe greca  ANZANON e nel rovescio ®P, si conosce che il nome poi  latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa città, sia  di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera etimologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare,  scusando sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia  si dee sempre ricorrere in simile rincontro.   Volendomi onorare di vostri graditissimi comandi non  meno de’ vostri caratteri, vi prego di diriggermi le vostre  lettere per la posta, e di significarmi se per la stessa possa  diriggervi a dirittura le mie.   Sono intanto con la più perfetta stima e divozione   di V. S. Illma   Lanciano.   Div. obblig.mo Serv. Vostro  FINAMORE !. I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. Se Giambattista V. redivivo vedesse questa Italia senza  né Spagnuoli né Austriaci, padrona di sé, grande tra le grandi  nazioni di Europa direttrici della civiltà, conscia della sua  dignità, fiera della gloria de’ suoi figli maggiori, che anche  nei secoli più bui e più duri della divisione politica e della  servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata e ricercata da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra  privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale  scienza: la vedesse questa Italia tutta qui convenuta in ispirito a rendergli onore in questa aula magnifica della sua  rinnovata università; Giambattista V. sarebbe, non sorpreso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che egli  non avrebbe mai sperato.   Ma poiché, per alta che fosse la sua intelligenza, l’animo  era ingenuo come di fanciullo e sensibile alla lusinga della  lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo alla schietta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora  una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sofferte durante tutta la sua grama esistenza; poiché queste  traversie infine erano state la causa per cui egli si ritirasse  e concentrasse sempre più nella sua solitaria meditazione e  facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la Scienza  Nuova; e fosse, insomma, Giambattista V.. Aveva pubblicato da poche settimane, anzi da pochi giorni,  il suo gran libro; e con quanta trepidazione ne aspettasse i  primi giudizi dei concittadini nessuno dei quali (egli pur lo  sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto dei  profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere  dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e  superba, ma tutta piena di alta fede religiosa:    In questa città sì io fo conto di averla mandata al diserto, e  sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a’ quali  l’ ho io mandata; che, se per necessità egli addivenga, di sfuggita  li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro  di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla io mandata al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ ingegno a me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità propostemi affine di meritare alcun luogo decoroso nella mia città:  ma poiché questa università me ne ha riputato immeritevole, io  certamente debbo questa sola opera tutta a questa università, la  quale, non avendomi voluto occupato a legger paragrafi, mi ha  dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla gravissima delusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di Diritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva preparando da molto tempo).  Sia per sempre lodata la Provedenza,  che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta rigor  di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma benignità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo  uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della  mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda  delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché questa  moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a lavorare  quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi piace  stimarlo vero) quest'opera mi ha informato d'un certo spirito eroico,  per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e sperimento l’animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente  mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il giudizio  di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima de’  saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi » !. Lett. al p. Giacco, in V., L’Autob., il Carteggio  e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini. V. nasce in uno stambugio sopra la  botteguccia del padre, in via San Biagio dei Librai, n 3I.  Giacché il padre era libraio, figlio d’un contadino di Maddaloni: modestissimo libraio, sposato a una povera donna,  figliuola, a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia numerosa:  otto figli. Ambiente povero, buio, triste: dove, anche senza  la tremenda caduta da una scala per cui il fanciullo settenne si ruppe il cranio e perdette molto sangue ed ebbe  bisogno di tre anni di cure per riaversi  o muore, prediceva il cerusico, o sopravvive idiota!  era impossibile che  non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come restò  tutta la vita. Dal n. 31 il padre si trasferì al n. 23,  di rimpetto al Banco della Pietà !: anche qui bottega e mezzanino soprastante. Poca aria e poca luce, e povertà. Quando  perciò il fanciullo a dieci anni poté tornare a scuola, l’anda1e  e il venire erano boccate d’aria vivificanti; quantunque non  ci fossero giuochi né spassi per lui studiosissimo, cresciuto tra  i libri, impaziente della necessaria lentezza e gradualità dello  studiare in comune con coetanei men veloci nell’apprendere.  E per la sua malinconia e precocità, ombroso, puntiglioso.  Abbreviò il corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora autodidatta; e iscrittosi poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vecchio) alla seconda classe di grammatica, se ne ritrasse però  prima della fine dell’anno scolastico per un torto fattogli  dai maestri in una gara in cui aveva vinto i primi della classe.  Si chiuse nella libreria paterna e nel mezzanino di sopra. E  giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia, compì gli studî  di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione letteraria.  Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica, che  gli era stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più tardi  tornare dai Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse    ! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove  sono i risultati delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini.] il gusto d’una metafisica che andò a genio al giovinetto allora forse quindicenne, gli parve che troppo costui andasse per  le lunghe con le sue scolastiche distinzioni e sottodistinzioni;  e si ritrasse pertanto da capo a studio privato, e da sé condusse  a termine, con grande applicazione, il corso di filosofia; dal  quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere fatto  da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un  canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama,  s' immatricolò nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto  per quattro anni. Ma non vi mise mai piede, dividendo il suo  tempo tra gli studî giuridici, i lette1arî e i filosofici, pei quali  allora come sempre qui a Napoli grande era l’ interesse delle  persone colte. Una volta tentò i tribunali, in una causa civile,  in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma sentì egli che  non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di recarsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi  signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli  era minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari  ebbe per nove anni ozio e serenità d’animo e agio per compiere  il maggior corso, com'’egli più tardi ricordava, de’ suoi studî. Non aveva peraltro trovato la sua via. Le letture dei libri  recenti di cui nelle sue gite a Napoli si provvedeva, non erano  ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo spirito  del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni assidue  erano più feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di  quel tempo una canzone Affetti di un disperato, documento del  pessimismo a cui di tratto in tratto lo spingevano l’ incertezza  dell'avvenire, il pensiero della famiglia lontana miserabile,  e sopra tutto il bisogno inappagato di trovare, in quella sua  indole raccolta e meditabonda, una soluzione a certi problemi  angosciosi. Erano i problemi che letture e forse ricordi di  conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini all’ateismo  venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intravvedere prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa per la sua anima severamente educata  nella fede religiosa e di tempra profondamente mistica. Ma  anche i dubbî, gli errori, che più tardi ricorderà !, degli anni  giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro nel proprio  pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei Platonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento  speculativo incrollabile alle sue sante credenze. Il periodo del ritiro cilentano ebbe  termine; e V. tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il  padre vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento.  Bisognava provvedere alla famiglia, oltre che alla propria  persona. Ricerca affannosa di un’occupazione stabile, anche  umile. E intanto ripetizioni, anche elementari, mal retribuite  e difficili a trovare. Lavori letterari d'occasione (orazioni,  sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra soddisfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano  autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un  d'essi non seppe far di meglio che consigliargli di farsi frate. Chiese la carica di segretario del Municipio, che era  ufficio, allora, da letterato, poiché si carteggiava in lingua  latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni dopo, finalmente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza;  e l'ottenne. Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco  più di 35 lire al mese, oltre gli emolumenti non cospicui provenienti dai certificati che l'insegnante di quella cattedra  rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle varie  facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di V., finché  nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario    I Lett. al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori giovanili del V. v. CROCE, La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI,  Difesa dell’autorità della S. Scrittura contro G. B. V., Bari; NICOLINI, La giovinezza di G. B. V., Bari; A. Corsano,  Umanesimo e religione in G. B. V., Bari. non glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo  di Borbone, seguendo il suggerimento del suo cappellano maggiore, uomo di larga mente e dottrina, molto benevolo estimatore di V., lo nominò istoriografo regio con altri cento  ducati di assegno. Ma V. era già presso che al termine della sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie  e sacrifizi inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esistenza, s'era dovuto aiutare con i proventi d’uno studio privato  di rettorica, aperto in una sua casetta in V.lo dei Giganti,  mutata cinque anni dopo in altra alquanto più ampia al largo  dei Gerolamini. Cambiò casa ancora  tre volte; e finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini  dei Santi Apostoli, dove muore. Appena ottenuta la cattedra universitaria, V. non perdette tempo: sposò una povera donna analfabeta e, quel che  è più, inetta al governo della casa; e ne ebbe via via otto  figli, cinque dei quali sopravvissero; e due procurarono al  padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi. Com’egli  vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso nell’accenno  che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di meditare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo  strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente  il bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli procurava  almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione; poiché  al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno dell’ inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argomento d’ interesse generale e filosofico, alla presenza di tutti  1 colleghi e degl’illustri personaggi che erano invitati allora  come oggi a tale solenne cerimonia. V. ne aveva occasione    I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui la familiarità quotidiana con  gli scrittori classici lo aveva reso maestro, i più alti concetti  che nelle sue meditazioni veniva maturando intorno alla natura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce oggi  possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia  posteriore. E V. doveva in quelle occasioni cominciare ad  assaporare il gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra  tutte le cose e tutte le idee, acquista la coscienza di non so  che divino, che è la sua forza e la sorgente della sua superiore  certezza. Onde a lui veniva fatto di dire, non potersi il fine  degli studî altrove collocare che nel proposito di coltivare  una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua filosofia  platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione  della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la  riflessione dentro il proprio animo, e quindi di questa natura eroica, come già diceva Platone, ossia partecipe del  divino, che è propria dello spirito umano che venga in  possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’ ispirazione più profonda del carattere religioso del suo pensiero e di quella lirica commozione che scuote ognora più  vigorosamente la sua filosofia. Scrive infatti vivendo il suo  pensiero come una demoniaca rivelazione interiore, che lo  eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il pensiero  umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle orazioni,  leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva il  fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per  giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora  solenne, e illudersi magari sul valore degli applausi di cui,  sì sa, raramente l’uditorio è avaro all’oratore che finisce  di parlare, era pure un motivo di compiacimento. In parte  era anche appagamento dell’amor proprio di letterato, a cui  V., come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le parate e i  mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in modo  anche superiore all’ordinario, in ragione del candore dell’uomo  vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la gioia  che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di  quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che  rischiaravano a un tratto la penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo abitualmente era condannato. Ma l’animo  ne era spinto a innalzarsi dalle miserie della vita quotidiana  al puro cielo dei grandi pensieri luminosi e rinfiancato a durare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e umili,  prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori antichi  e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e immortali.  Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia  cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di  Francia, si aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto  tra la raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là  da questo della vita nostra mista di luce e di tenebre, di dolori e di gioie, di essere e di non essere, e un acuto senso dell’unità profonda del divino e dell'umano, e però della grandezza  e potenza creatrice dell’uomo considerato in quella sua spirituale essenza, dove l’alta vena del divino preme a scorgere  l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà del bene e ad  ogni arte che conferisce ai mortali il dominio delle loro passioni  e delle forze stesse della natura. Ma cogli anni l’orizzonte di V. si allargava e arricchiva.  Leggeva Bacone, che con la sua critica dell’antico sapere,  fondato su presupposti razionali e costruito per deduzione  raziocinativa, col suo vigoroso appello all’esperienza, al particolare, al mondo che non è nel pensiero, ma di fronte ad esso,  non conosciuto a priori, ma da conoscere, da studiar sempre  perché non mai abbastanza conosciuto, con l’alto suo grido  dell’ instauratio magna ab imis fundamentis a cui la scienza  moderna doveva accingersi, gli aprì quasi gli occhi ad una  seconda vista. Cogttata et visa (titolo di uno scritto baconiano)  divenne uno de’ motti prediletti di V.. Pensare, analizzare  i pensieri, criticare le opinioni ricevute nell’animo, sì; ma prima  vedere, percepire, aprire l’animo al nuovo, con cui la vigile  esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote, lo trasforma.  Cartesio a lui platonico aveva già mostrato chiaramente il  carattere tutto moderno di quel pensiero a cui il filosofo francese richiamava; e che non era più pensiero in sé, la verità  divina a cui lo spirito umano aspira, ma il pensare dell’uomo  che ha coscienza di sé, del fatto in cui esso consiste. Fatto  umano, ma certo. Coscienza, non propriamente scienza. Fatto  che è lì nello spirito umano, nella coscienza che questo ha di  sé; non più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore che è  discutibile che possa attribuirsi alla verità, quale il pensiero,  analizzando e deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di  quel valore di certezza, che è il primo postulato del pensiero  moderno, stanco d'ogni dommatismo e di ogni affermazione,  per logica che sia, della quale naturalmente si possa dubitare.  Altro il vero, altro il certo. E la sete di certezza, ossia di una  verità che non sia passivamente ricevuta, ma acquistata come  la verità che consti, e sia nostra verità, della quale non si  possa dubitare senza rinunziare al pensare, e che perciò regga  a ogni critica, e sia da accogliere non perché si abbia la fortuna o sfortuna di appartenere a una chiesa, a una scuola,  a una gente, ma perché si è uomini dotati di ragione; questa è  l’ inquietudine salutare che muove il pensiero moderno:  nella filosofia, come nella religione, nella politica e in ogni  forma della cultura. Inquietudine non di spiriti scettici, rassegnati alla propria ignoranza, anzi di spiriti positivi, costruttori, che han bisogno di possedere saldamente la realtà.   E questa inquietudine riempie l’animo di V. quando  nel 1708, riprendendo l’abitudine da un biennio intermessa  delle orazioni inaugurali, scrisse il discorso De nostri temporis  studiorum ratione, pubblicato con aggiunte l’anno dopo. È  una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro quel  filosofare superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od  esperienza o poesia, o forma, in genere, della vita spirituale  che non sia puro pensiero o astratta ragione: filosofare sordo  alla storia, alla vita sociale, ai sensi, alle passioni, d’un astratto  spirito tutto ragione, senza né memoria, né fantasia, né percezione sensibile, chiuso in sé e lavorante nel vuoto. Rivendicazione quindi del concreto, del particolare, dello storicamente  determinato; di quello che non si deduce, ma si apprende,  direttamente, materia di topica», come V. ama dire nel  linguaggio della retorica tradizionale, prima che di  critica». Filologia, non filosofia. Ma affermazione insieme della necessità della critica, della filosofia a complemento e intelligenza  d'ogni sapore filologico o comunque di fatto. Certo e insieme  vero. Su questo punto si concentrò l’attenzione del filosofo, che  l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente tutto  un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima parte  contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opuscolo, stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista  napoletana finora irreperibile, la parte seconda relativa alla  fisica; e tralasciò la terza, la morale, poiché la materia di essa  venne assorbita nelle maggiori opere posteriori. Questo De  antiquissima Italorum sapientia diede fama all'autore, facendolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’ importante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’  Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e V.. Ma  quel che attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il  quadro: non la dottrina espostavi, in cui era l'originalità e  l’importanza storica, notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipotesì artificiosa e falsa con cui questa dottrina era presentata  come dottrina antichissima degli Italiani, attestata dalle etimologie di alcune voci della lingua latina interpretate col  metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di  cui il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso  V., quando dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone  in poli avevano attribuito ai primitivi una sapienza riposta,  ossia una vera e propria filosofia. Ma la cornice, come accade,  compromise il quadro, poiché gli uomini guardano più alla  forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una scoperta  da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del problema  della moderna filosofia, dell’unità, come dirà V. stesso,  del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee  con i fatti, o, secondo una formula prediletta da V., della  filosofia con la filologia. Giacché in questa prima parte del De antiquissima V. premetteva alla stringata esposizione  della sua metafisica  una sorta di dinamismo spiritualistico  analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben  servirà di sfondo alla filosofia che V. svolgerà poi nella  Scienza Nuova  un cenno di teoria del conoscere che ha una  strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la celeberrima teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da  Kant nella Critica della ragion pura. Dove tutti gli storici  della filosofia asseriscono aver ricevuto del pari soddisfazione,  ed essere stati quindi conciliati, gli opposti indirizzi filosofici  precedenti dell’età moderna: quello empiristico che comincia  con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume e quello  razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di Leibniz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni  prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria  fermata in un motto di conio scolastico diventato poi quasi  proverbiale: verum et factum convertuntur; ossia, il vero consiste nel fatto, poiché chi sa è chi fa, e della natura non fatta  da noi, noi non possiamo osservare perciò e conoscere se non le  apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto Galileo; e del  perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta in  forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza  per congettura, probabile e soddisfacente per la ragione,  ma priva di quella certezza, che è carattere specifico del sapere  scientifico. Con certezza noi possiamo sapere quel tanto di cui  noi siamo autori. Poco, secondo le prime riflessioni suggerite  a V. dalla sua scoperta: ossia le grandezze matematiche,  che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le costruiamo  (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così anche  per V. in questa prima forma della sua gnoseologia, le matematiche, come per Galileo e per la massima parte dei pensatori  contemporanei, rimangono il tipo della scienza perfetta.  Non impoita per altro qui vedere quali scienze V. conceda  alla mente umana; importa invece il carattere che egli attribuisce alla scienza: questo carattere costruttivo della realtà  che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la preesistenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce  a questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in grado di conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coincidere con questa intimità della mente al mondo di cui è artefice. È la certezza del poeta che è il creatore de’ suoi fantasmi,  come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò dentro di essi, e ne  conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero (evidenza  delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il pensiero  non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì produttore.  Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo testimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruendolo o ricostruendolo).   Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori di astratti  numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche cosa  di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’assomiglia a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta.  E V. procederà. Procede speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei  colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non  sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando  e scrutando con trepidazione. Quelle sue pretese etimologie  delle parole più filosofiche della lingua latina lo avevan fatto  apparire agli occhi dei letterati piuttosto un pedante che un  pensatore: lo avevan screditato cervello balzano e incline ad  abusare della dottrina, anziché dimostrare l’elevatezza eccezionale del suo ingegno filosofico.   Un lavoro storico scritto tra per commissione, la Vita di Carafa, gli diede occasione di leggere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli  fece cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni  Selden e Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero  più vasto e concreto orizzonte che non fosse quello degli astratti  concetti ricavabili o no da poche etimologie latine: il mondo  della storia al suo primo uscire dalla barbarie alla civiltà  mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia da ricostruire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo complesso invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a  considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il problema dell’origine storica e ideale del diritto gli si affacciò  subito come il problema dell’origine e della natura dell’umanità, o della civiltà (poesia e religione, istituzioni sociali e  giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme delle cose umane,  dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza dell’uomo: quello che più tardi V. stesso dirà  mondo delle  nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un problema  di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché le  origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate  se non al lume della stessa natura operante nel processo storico  del diritto e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto  di questa natura onde si rende intelligibile ogni punto del  processo storico. Il grande posto che occupava nella cultura  e nell'ordinamento universitario il Diritto romano veniva per  tal via ad illuminarsi agli occhi del V. di nuova luce. Quelle  antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli occhi  suoi erano state fin allora argomento di osservazioni filologiche,  a un tratto si innalzarono a sorgenti della più veneranda  sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si trasfigurò  in filosofia.   Donde una più intensa applicazione del V. al diritto.  Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del diritto romano e di tutta la storia che nel diritto converge; e la pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi,  uno De universi juris uno principio et fine uno e l’altro De  constantia iurisprudentis, preceduti dalla Sinopsti  del diritto universale (foglio volante che anticipava l’ idea  dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae, contenenti aggiunte  e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno accarezzata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta,  di poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus civile (che gli avrebbe sestuplicato il troppo magro stipendio).  Ma, sopra tutto, il primo scontro, per così dire, in campo aperto, di V., studioso, filosofo, scopritore di nuove idee e  grande riformatore della scienza del suo tempo, coi rappresentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli doveva vivere e fare 1 conti. Il largo giro delle questioni abbracciate nel Diritto Universale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose, storiche  e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di scienze  morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore vi  propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni  dopo sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima  volta nel '25, la seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non poteva non mettere in qualche modo il campo a rumore. Ma la  sorte del Diritto Universale fu subito quella che sarà più tardi  la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del pensiero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così intenzionalmente rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali,  così ostentata, col solito candore del filosofo, la propria originalità, così frammentarie e affrettate le prove filologiche  dove ne occorressero, così pregnanti e sommarie quelle filosofiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e pure  involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito  nella gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico  a cui pur s' indirizzava, da procurare al V. la taccia di oscurità, che pesò a lungo, in vita e dopo, sulla opinione che si  ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e la fortuna del suo pensiero,  e gli diede mala voce tra i contemporanei. Gli venne la fama  di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo di buon  senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e anche  peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità  del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse  con la sua mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava  ragione a quel dotto napoletano che si stomacava  in vedere  che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano  per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del V.,  quando, per non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno  fiutare i suoi librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non si peritò di battezzarla la cosa più sciapita e trasonica  insieme che si potesse mai leggere. Di certe composizioni  letterarie del filosofo, come di quell’orazione che egli scrisse  con magnificenza di stile per la morte d’una culta gentildonna,  che lo aveva degnato della sua benevola amicizia, Angiola  Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un letterato  di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che  girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro  di scuola. V. stranulato e smunto  Colla ferola in mano e ’l Passerazio    (che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della  orazione per un’altra dama, che V. stesso mostrava a un  letterato senese venuto a fargli visita nel 1726, questi scriveva  a un amico le stranezze notatevi, aggiungendo:  Il bello che  vi ha in questo discorso è che nella prima sola facciata vi  sono due periodi, nel primo dei quali tra ’1 nome agente ed  il verbo ci corrono undici versi e nel secondo quattordici ».  Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un esemplare della Scienza  Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo distico: Culpa mea est, solus si non capio tua dicta;  Culpa tua est, nemo si tua dicta capit.    E certamente era in buona parte colpa del V. se nessuno,  proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia in  una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa:  So bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fantasia: e perciò hanno sparlato tanto della Nuova scienza,  perché quella rovescia tutto ciò che essi con errore si ricordavano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la divina  ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì  quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura  contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti    I Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla  critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile,  del chiaro, ignorando che la facilità così fiacca ed avvelena  gl’ ingegni siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva;  e quel correr dietro ai compendî, ai manuali, ai dizionari, che  sono il cimitero delle scienze. Tutto verissimo; ma restava che  egli, fisso nelle idee che sgorgavano con vena abbondante e  impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era trascinato  come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più il  freno dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il  suo pensiero per introdurvi quell’ordine, che si richiede a  dare unità così a un periodo, come ad un libro o a tutto un  sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano di tragedia vichiana,  di una lotta trilustre incessante del V. con la sua materia,  ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la riducesse a lucidus  ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse prima di tutto  ben chiara e distinta allo stesso V., non distinguono in questa  famosa questione della oscurità di V. due cose differentissime. C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità  soggettiva. L'una propria del pensiero non logicamente configurato, quale dev’essere perché possa valere in sé, essere  comunicato altrui ed inteso da chi ascolta come da chi parla,  da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità sentita  dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le lacune che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede  insomma la verità che gli brilla da lungi davanti, che egli  si sforza di raggiungere ma non vi riesce. La proclamazione  frequente che s’ incontra in V. delle proprie scoperte dimostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;  e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espressioni scultoree che si scolpiscono infatti nella fantasia del  lettore e non si dimenticano più, sprezzante di ogni cura didascalica, tutto vibrante di passione e infuso di trionfante eloquenza che si spande con l’empito d’una forza di natura   tutte qualità che sono caratteristiche della prosa vichiana e  ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’ incanto  dimostrano che egli è convinto bensì di trattare cose  molto difficili, e che richiedono lunga e aspra meditazione ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per difetto  loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di luce  abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la  spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari  che stanno ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non  deve servire se non per lui stesso. Così, perché il V. si affida  sempre alla memoria, che troppo spesso l’ inganna e lascia  correre ne’ suoi libri tante citazioni sbagliate ? Perché non  s' è presa la cura di controllare i ricordi delle sue letture e  magari corredare le sue affermazioni con note esatte che  confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti  di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a  ogni schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque  un buon commento storico e filologico riesca sempre utilissimo  alla piena intelligenza del lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto  tale, è assorto in un suo mondo, dove non sono né lettori né  ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito, come Dio. V., quantunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal primo  abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza  Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correggendo, in essa, sottraendosi alle angustie della vita terrena,  domestica e sociale, fu assorto, felice. E in quel continuo  sforzo di revisione e ritocco è l’artista che accarezza la sua  creatura, e rinnova il calore e il dolce gusto della creazione.   Bisogna sentire questo calore, questo vigore poetico dello  scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello stesso  pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pagina presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina  dove si assiste al primo apparire dei sensi di umanità tra gli  uomini, ancora fieri bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a crear  le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori dell'umanità gentilesca quando  dugento anni dopo il diluvio per  lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia.... (perché tanto di  tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata  dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse esalazioni  secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i fulmini) il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spaventosissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima volta  un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che dovetter  esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi sull’alture  de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, eglino,  spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la  cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in  tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca  all’effetto la sua natura.e la natura loro era in tale stato, d’uomini  tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un  gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il  primo dio delle genti dette maggiori, che col fischio de’ fulmini  e col fragore de’ tuoni volesse loro dir qualche cosa. In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina,  la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove,  re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante; si  popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il riverirono  e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque, la religione. Essa crea e mantiene, secondo V., la civiltà, stringe gli uomini a una legge, è  fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e  radice di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza  da principio e tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli parla e può correggerlo con la sua forza strapotente, dà  inizio alla sua vita e dispiega i germi segreti che sono nella sua  natura, passando dalla venere vaga al matrimonio e ai primi  nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi fisse, all'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme  della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione  debbono rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui  l’uomo crea la sua fede e ne è investito, sorretto, animato,  S. N.  ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso 377.  e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione  ed estro.   Ma la religione di V. scopritore della scienza nuova non  è propriamente quella di V. cattolico sincero e fervente:  non è quella che interviene dall’alto nella vita umana naturale per salvarla con una forza superiore di cui l’uomo non  potrebbe venire mai in possesso da se medesimo. Egli distingue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia divina,  dalle nazioni gentili, o  tutte perdute » 1, come dice una volta;  la cui storia si propone di spiegare con rigoroso senso  scientifico per vie affatto naturali; in quanto ogni uomo,  come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza è  appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza  del mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente  umana, e intelligibile secondo la logica di questa mente;  e dà luogo perciò a questa nuova scienza che non è, come una  volta si diceva, la filosofia della storia, ma, al dire dello stesso  V., la metafisica della mente » 2. E questa non può ammettere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta; neanche  religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de  omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una  scienza che potesse dedursi da un principio certo, V. a  capo della sua ricerca insiste sulla necessità di vestire per alquanto, non senza una vtolentissima forza, la natura degli  uomini primitivi che andarono tratto tratto a disimparare la  lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che di  soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giunsero a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, ridurci in  uno stato di una somma ignoranza di tutta l’umana e divina  erudizione.... poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre  quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili nazioni  egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In mezzo  a un oceano di dubbiezze su queste remote origini dell'umanità, I S. N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e passim. Questa metafisica è filosofia dell’Umanità per la serie delle cagioni »; filosofia dell’Autorità o storia  universale delle nazioni  per lo séguito degli effetti. S. N.! cv. .3 S. NI ed. Nic. cv. cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto della nostra  fede, ma pel quale non est hic locus)  appare questa sola  picciola terra dove si possa fermare il piede: che i di lui principii sì debbono ritruovare dentro la natura della nostra  mente umana e nella forza del nostro intendere » 1. Infatti  quella Provvidenza che per V. illumina la mente dell’uomo,  genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero volere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado  tessendo questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvidenziale, logico, indirizzato al dispiegarsi dell’umana natura  ossia all’arricchimento progressivo dell'umanità di questo  mondo, non è la Provvidenza trascendente o soprannaturale,  che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti di  fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva V., per  quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio  che da Dio è aiutato naturalmente con la divina provvidenza, e soprannaturalmente dalla divina giazia ».   Questo aluto soprannaturale della grazia V. non nega;  è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro,  dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa  è l’architetta di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché,  nota V.,  non possono gli uomini in umana società convenire, se non convengono in un senso umano che vi sia una  divinità la quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3.  È questo senso umano, che fa il miracolo: quello che V.Da tener presente il classico luogo della seconda Scienza Nuova: Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta,  di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in dubbio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini,  onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî dentro  le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque  vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si  studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale,  perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di  meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale,  perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza  gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. ). Sul conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689.   3 S. NU ed. Nic. cv. 45. dice senso comune, anch'esso definito da lui  fabbro di questo  mondo delle nazioni»: quello che a tutti i più antichi sapienti delle nazioni gentili fa temere spaventosamente gli déi  ch'essi stessi si avevano finti. E coincide perciò come  unità  della religione d’una divinità provvedente» con l’ unità  dello spirito, che informa e dà vita a questo mondo di nazioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita  una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce  tutto, la quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini, per gli quali.... essi anderebbero  a perdersi, fuori e bene spesso contro ogni loro proposito,  dispone a un fine universale » 2. Opera essa con la regola  della sapienza volgare, la quale è un senso comune di ciascun  popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte  le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò  che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione ».  Ogni nazione ha il suo senso comune; ma tutti i sensi comuni convengono e concorrono nella sapienza del genere  umano » 3.   Giacché questo senso comune che fa tutto, non va confuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera tante  volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il proposito e l’ intendimento di lui. Perché pur gli uomini», conferma  V. a conclusione della sua opera nell’edizione definitiva,  hanno essi fatto questo mondo di nazioni: ma egli è questo  mondo, senza dubbio uscito da una mente spesso diversa ed  alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini ristretti,  fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati  per conservare l’umana generazione in questa terra. Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde  surgono le famiglie; vogliono i padri esercitare smoderatamente gl’ imperi paterni sopra i clienti, e gli assoggettiscono    I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915.  2 S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli ordini  regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei,  e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà popolare;  vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi, e  vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in  tutti i vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro  sudditi, e gli dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni  più forti; vogliono le nazioni disperdere se medesime, e vanno  a salvarne gli avanzi dentro le solitudini, donde, qual fenice,  nuovamente risurgono ». Ebbene:  Questo che fece tutto ciò,  fu pur mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza;  non fu fato, perché ’1 fecero con elezione; non caso, perché  con perpetuità, sempre così faccendo, escono nelle medesime  cose » !.   La storia è prodotto della libertà dello spirito; il quale  ha la sua logica universale, divina, provvidenziale, consistente nella legge dello stesso sviluppo spirituale. Questo attraversa tre gradi: senso, ancora inconsapevole; avvertimento  di questo senso; ragione o  mente tutta spiegata ». E tutta  la storia con ritmo costante passa eternamente per tre stati,  divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo questo libero  processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte le  forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui  lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità  e tutto attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano potere; ora sentendo in sé la divina natura e fidando nell’ invitta  forza del proprio eroico volere; ora riconoscendo l'universalità  della natura umana e placando perciò l’ impeto e la fierezza  del più forte per piegarlo al diritto della ragione eguale per  tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza, alla  filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la  forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur  finisce per fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità  degl’ individui e delle nazioni. Onde queste decadono, ma per  risorgere, poiché la dissoluzione della civiltà, che si è tutta  piegata nella struttura giuridica e morale dello Stato, è ri  I S. N. 1744, ed. Nic.] torno alla barbarie primitiva; ossia al provvidenziale principio da cui la civiltà trae la sua origine. L'uomo infatti allo  stato primitivo non è cosa inerte che debba essere messa in  moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt eterni di vero  che, secondo V., giacciono sepolti in noi, in quella sorta  di mens anim di cui parlavano i Latini, il principio del  movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende  nulla da fuori: né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno  dei corollari più celebri di questa dottrina, la negazione vichiana della origine greca delle Leggi delle XII tavole.   E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni risorgono  tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo come  una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico  e a scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa intendere la grandezza di Dante  che per il primo V. giudica,  con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, il  toscano Omero » 3  è pure e prima di tutto la legge eterna  della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii  per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto  circolare in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo  della sua costante, immanente natura. Giacché se può dirsi  che l’ individuo abbia, nel corso irreversibile della sua vita  naturale, come tre età distinte e successive, una fanciullezza  divina e tutta poetica, una giovinezza eroica e una maturità  fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito si mantiene  per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e conservazione delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e  discenda per la china degli anni, non perde né la divina ingenua fanciullezza, né l’eroica animosa giovinezza dello spirito.  Soltanto così è possibile la poesia dell’artista provetto, e l’operare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle leggi della  vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare  la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e    I S. N. ed. Nic. cv. 2 S. N. , ed. Nic., cv. .   3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic. 1725,  in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed. Ferrari.] a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce e il mondo, spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto. V. non attribuì mai a’ suoi corsi e ricorsi quella rigidità meccanica, che altri ha creduto. Quanta luce egli con tal suo concetto dello spirito umano e della storia in cui questo si specchia abbia gettato sul mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante intuizioni felici e divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e ricostruzione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi secoli della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen, ancorché costoro abbiano preferito tacere e misconoscere il precursore geniale; come egli abbia creato del pari la moderna critica omerica, non è possibile dire con la necessaria chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il carattere preromantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo e la sua accentuazione dei momenti prelogici dello spirito: nonché il suo profondo concetto della storicità della realtà spirituale che si fa gradualmente quello che è, senza salti né arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo decimonono è già nella Scienza Nuova. Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente suggestivo, che i patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza intenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove generazioni. Il libro che Cuoco, quando, fallita la rivoluzione giacobina, il problema dell’ Italia una e indipendente cominciò a porsi con una profonda coscienza storica, realistica e veramente politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli napoletani lo additavano a Milano al principio del secolo, quando l’ Italia si svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano la potente originalità delle dottrine vichiane e ne traevano suggestioni e idee ispiratrici; e V. diventava il filosofo italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu confortato ad accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’ Italia non potesse esser fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e Gioberti, lavorando a dare agli Italiani una coscienza filosofica che li riscattasse da ogni servaggio spirituale, che non è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero un nome, un grande nome a cui appellarsi, di filosofo che altamente rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia moderna, ricordando V., deve sentire che da lui comincia la sua nuova storia. È Lo storico che prenda a studiare le relazioni del V. con Caitesio, si trova innanzi a due problemi distinti e diversi. Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul francese; l’altro delle reali attinenze storiche tra i problemi della filosofia vichiana e quelli venuti su per opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui quali preferiscono insistere gli studiosi del V., e in Italia negli ultimi quaranta anni ne abbiamo avuti di veramente insigni basta nominare B. Croce e F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri della vita, degli scritti, dei tempi e della fortuna del V. è un problema che appartiene più alla biografia che alla storia della filosofia, quantunque non sia possibile staccare del tutto il pensiero dalla personalità del filosofo, né si possa prescindere dai motivi che a volta a volta egli ebbe per assumere questi o quegli atteggiamenti verso i rappresentanti tipici di certe dottrine, senza rischiare di togliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e il suo significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo la sua filosofia non è un elemento secondario o da collocarsi sullo stesso piano con altri elementi che possono sembrare di pari importanza. Perché infine la sostanza della personalità ideale o storica d’un filosofo è nel pensiero, anzi nella logica del pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua vita. Di guisa che se i particolari biografici d’un pensatore rischiarano la sua mente e le sue dottrine, di quei particolari stessi non è possibile intelligente valutazione e rappresentazione efficace e concludente, a chi non li sappia scorgere nella luce del pensiero in cui essi storicamente ebbero il principio vivente di quel tanto di realtà che spetta loro storicamente. Si potrà dire che in una rappresentazione compiuta e coerente della realtà storica d’un filosofo elementi biografici e speculativi debbono richiamarsi reciprocamente e costituire tutti insieme un sistema unico e compatto. Ma bisogna soggiungere che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la logica delle dottrine che lo dominarono. Sostanziale dunque e preliminare il secondo problema, relativo alle attinenze storiche obbiettive tra filosofia vichiana e filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile fissare, a mio parere, se non si distinguono nella prima tre fasi diverse, tutte connesse intrinsecamente tra loro in guisa da costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente distinte l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero di V. sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella Scienza Nuova, anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre fasi sono: La fase neoplatonizzante, rappresentata dalle giovanili Orazioni inaugurali, da V. riordinate e ritoccate, ma non giudicate mai degne di venire alla luce, e pubblicate infatti solo nel secolo XIX. La fase critico-empirizzante rappresentata principalmente dal De nostri temporis studiorum ratione, dal De antiquissima Italorum sapientia e dalle polemiche che tennero dietro a quest’operetta col Giornale dei letterati. La fase metafisica in cui si disegnò la nuova filosofia della storia, come filosofia della mente, abbozzata da prima nel Diritto Universale e svolta quindi nella prima e seconda Scienza Nuova. La prima fase contiene i germi della seconda e della terza, ma non ancora distinti e non fecondati dal vivo soffio dei problemi a cui la mente del V. si aprì per effetto dell’ intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui son documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui assunti nella seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua filosofia è in questa seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle correnti prevalse anche per opera del Galilei nel pensiero moderno, V., per dirla kantianamente, si svegliò dal sonno dommatico della vecchia metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione dei nostri grandi Platonici del Rinascimento l'avevano già immerso. Con Cartesio egli comincia a sentire il problema della certezza; con Bacone scorge la sterilità del procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla Scolastica medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i Cartesiani eta venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda della seconda metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto, dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del sapere scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso causale interno è impossibile allo spirito umano che la natura sì rappresenta dualisticamente come esterna ed estranea allo spirito. Quel dubbio, che Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato, sopisce col dommatismo dell’ idea di Dio, e che attraverso l’empirismo dovrà necessariamente sboccare allo scetticismo di Hume, è il potente lievito della speculazione vichiana, tutta rivolta nel secondo e nel terzo periodo a risol- vere il problema d’un sapere che unisca il certo dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del pensiero puro. Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura, assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il pen- siero nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda coscienza dell'autonomia del soggetto nella sua assoluta posizione di puro soggetto che si stacca dall'oggetto, e deve uscire da questa sua astratta e vuota soggettività per ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, questo dubbio affatto cartesiano e punto platonico, che non s’ è impossessato an- cora del V. nelle giovanili Orazioni inaugurali (nella prima delle quali l’autore cartesianeggia, ma ripetendo Cartesio senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo sullo stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De antiquissima V. sente anche più profondamente del filosofo francese, con la sua distinzione tra scientia e conscientia, la sua teoria tutta fenomenistica e scettica del signum che non è causa; esso è il punto di partenza della più significativa teoria di V. da lui formulata col celebre motto: verum et factum convertuntur. Che sarà il tema della Scienza Nuova. Quando V. intende e fa suo il problema cartesiano della certezza egli diventa il primo vero cartesiano nella folla dei cartesiani di Napoli; ma un carte- siano che già combatte Cartesio; perché non si contenta più del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum che non è, ai suoi occhi, se non semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di un fatto; non è spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che per tale coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno del nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere che il pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di essere pensante; è bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam seu genus quo res fiat) di questo essere. Il quale, cioè, allora veramente si conosce e si apprende e di- venta saldo scoglio in mezzo a quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è gittato dalla critica cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere immediato, ma essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello spirito; non innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che sarà poi un secolo più tardi illuminismo); ma graduale passaggio dello spirito dall’ ignoranza al sapere, dalla fantasia corpu- lenta, anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta spiegata; e restituito il suo valore alla memoria e alla cognizione del passato, e alle lingue e alla filologia; e la religione anch'essa non lasciata in disparte e come espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad essere invocata da ultimo a complemento e puntello della vita morale e sociale dell’uomo, ma rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto della sua creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere cartesiano, V. è già anticartesiano, e non risparmia più gli strali della sua ben munita faretra contro Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del proprio tempo. E pai che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da Cartesio a Platone e seguaci, laddove il motivo della sua insistente polemica è più moderno ancora di tutti i motivi della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio s'era da se medesimo tornato a incatenare. V. ebbe un senso acuto della novità e originalità assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto Universale (nova scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi con- tinui appelli a Platone, e si sforza di confondere la sua dottrina con quella di Agostino, non ha occhi per vedere la luce del sole. V., senza dubbio, ha incertezze? e ambiguità di espressione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia familiarità con la storia del pensiero umano, si può meravigliare delle professioni di fede e delle personali proteste in cui egli De const. iurispr. Caratteristica, a mio avviso, quella che V. ebbe nella serie di Correzioni, miglioramenti e aggiunte alla Scienza Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il NicoLINI nella sua edizione inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 ma giustamente relegò in appendice nella nuova edizione, dal titolo Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza e di Locke. Preparata per una futura ristampa della seconda S. N., l’autore invece non l’accolse nella ristampa. Perché? Pel sapore panteistico di essa, come è stato creduto ? Certo il rimesce di frequente nel trepidante ma schietto candore delle convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo, poiché l’uomo, nella sua formazione mentale, fu naturalmente investito da poderose correnti di cultura tradizionale e costretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro volte decennale, a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi da ogni scoria che gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri occhi e fare del froprio sentimento regola del vero, giusta il monito cartesiano, che V. accetta e apprezza nel suo giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza). Quello che V. riesce a dire di nuovo, di suo, quella verità nella cui coscienza egli si esalta e sente la propria vita immortale, non è platonico, né baconiano, né cartesiano, né lockiano, né tanto meno conforme alla dottrina tradizionale dei Padri o dei dottori della Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il mondo delle nazioni, o della storia, o della mente (com’egli pur dice), al mondo della natura, per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al primo è possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel passato: dove Dio opera nella sua razionalità o provvidenza attraverso il senso comune degli uomini: ossia mediante lo stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal senso alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui ritmo è intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi divino veramente in quanto umano. E il dualismo è superato, perché per intendere e sapere il pensiero può rinunziare all’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in se medesimo. Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che si dica, o piuttosto, se mi sì consente, rispetto a questo idealismo provero che vi si muove a Cartesio, rinverga con quello analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese abbia cominciato dal pensiero dell’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale è quella di Dio, eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di filosofare, spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a cui V. aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro del suo sistema. della Scienza Nuova, il mondo di Cartesio, con le sue tre sostanze, una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è un’anticaglia da relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di essere quella vuota metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il pensiero moderno, malgrado tutti gli sforzi che si fanno sempre per galvanizzare i morti, non vuol proprio più sapere. Non è più metafisica, perché diventa tutt'uno, come inculca V., con la filologia: con la scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se ne ha esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una volta di pura speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero dommatico, senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il soggetto, è tiamontato. Il cogito cartesiano che nel tempo stesso che V. cominciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile opposizione del sentire di Locke, veniva per tal modo da V., anche più risolutamente che non sarà da Kant mezzo secolo dopo, risoluto e inverato nella sintesi dei due termini opposti. Il 23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo centenario della morte di Giambattista V.. E se le contingenze presenti non consentono che la data sia celebrata come la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci si preparava a celebrarla quando non erano ancora prevedibili i luttuosi avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile che l'Accademia la lasci passare sotto silenzio. Che se il rimbombo dei cannoni potesse infatti coprire la voce d’Italia, che suona tra le genti Dante, Michelangelo, V. e dice Roma, Firenze, Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica forza della civiltà meccanica possa prevalere sulle forze immortali dello spirito. E se le ansie dell’ora ci costringono a limitare a breve ed austera cerimonia la commemorazione di V., questa tuttavia deve significare il sentimento profondo religioso con cui il popolo italiano intende custodire i ricordi sacri delle sue origini e dei fondatori della sua realtà morale. Potranno gli stranieri non conoscere l’altezza spirituale di V., come si può dire s’ inchinino tutti universalmente innanzi a Dante o Michelangelo; come certamente non riescono ad ostentare un fiero disprezzo per i valori che si compendiano nei nomi di Roma e di Firenze, città privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore dell’uomo, senza una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega infamia. Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della grandezza di V.; di lui avevano piuttosto un sentore che un chiaro concetto; a lui s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli uomini s’accostano a un Nume, tanto più esaltato nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men conosciuto ed inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e avidamente cercate per un secolo dalla sua morte le sue opere, di cui le edizioni si moltiplicavano, principalmente a Napoli e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e tracce della lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti gli scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei primi del secolo seguente: molte le monografie e le ricerche intorno ad alcune delle più celebrate dottrine del filosofo. Il quale per altro, anche dopo la doppia edizione delle sue opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e all'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne svelasse criticamente il pensiero: ciò che fecero due insigni storici napoletani, Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis. Paragonabile anche per questo rispetto a Dante, che, sia detto subito, V. fu il primo a scoprire nella sua schietta sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto punto di vista estetico a cui V. con la sua filosofia si sollevò. A Dante per più secoli segno di sconfinata ammirazione, consacrato col titolo di divino », ma stretto dentro una folta selva di letteratura dotta, più o meno filosofica o mistica, ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena dalla poesia dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni e lezioni accademiche sull’ interpretazione dell’allegoria, sulla struttura dei tre regni, sul sistema morale e punitivo dell’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche. Storia lunga copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne una biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infinitamente amare un genio come un uomo qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza intenderlo. La stessa sorte toccata a V. nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade altrettanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una folla di mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro una sconfinata devozione: ombre che li seguono per tutto dove possono, e fan corteo pompeggiandosi dell'onore che è per loro la familiarità con quegli uomini illustri. E in verità la costoro intelligenza, per modesta che sia, non è del tutto chiusa a una certa vaga ma insistente e ferma intuizione di ciò che è grande; ed è causa infatti che i grandi si rassegnino e non sentano fastidio di siffatti corteggiamenti e persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in forma banale e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera di un consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore della sua opera che nell’approvazione ed ammirazione degl’ incolti e dei semplici può avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su ragioni sempre discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande sente dentro di sé la voce che l’approva e l’assicura, quando questa voce interna riecheggia da altre anime plaudenti, acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio. Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più o meno consapevole, di critica interna e di serio e obbiettivo giudizio, quasi di progressiva conquista che il genio fa gradatamente degli spiriti di un popolo, attraverso i quali si viene rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispiratrice e formativa anche al di là dei limiti segnati alla coscienza dell’ individuo dalla sua esistenza mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà storica è opera di un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’ suoi pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione delle menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiutamente si realizza. La fortuna esterna di V. culmina nelle ricordate edizioni delle sue opere a cura di Giuseppe Ferrari, che sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del ’99, specialmente di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli scritti vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più originali di V. nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore appunto di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e critici di Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni di quella mente di V., che lo scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni storiche e filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma hanno valore di gran lunga inferiore delle sparse osservazioni in cui, poco meno di mezzo secolo innanzi, aveva spaziato l’alto intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di razza. La vera scoperta di V. fu resa possibile dopo Ferrari, quando la storia del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto l'influsso dei movimenti spirituali d’oltralpe del periodo romantico. Comunque, nei decenni della lunga vigilia V. fu presente e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese Cuoco e trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo romanzo Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta la sua importanza quando codeste opere negli ultimi decenni le abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere nello spirito che le animava e che più chiaro ed organico era manifesto negli articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del secolo pubblicò a Milano nel Giornale Italiano. Articoli per più di un secolo dimenticati; ma avevano fecondato le menti dei lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione di Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi Zibaldoni, traendone ispirazione alla politica unitaria e costruttiva di cui doveva essere l’apostolo. Quella politica che insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che possa tuttavia insegnare, che la libertà e quindi l’unità e l’ indipendenza d’un popolo non può essere un grazioso dono degli altri, ma una conquista a prezzo di sacrifici e di piena dedizione. Che era concetto vichiano: non esserci valore spirituale che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo sviluppo della stessa attività dello spirito. E non basta il binomio Cuoco-Mazzini a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal V. in questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non si trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello stesso tempo, è il concetto dell’uomo, e quindi dell’ Italiano, di Vittorio Alfieri: vichiana l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista ulteriore di uno degli elementi più cospicui dell’ italianità quale prese forma e splendore nella coscienza della nuova Italia: voglio dire del giudizio su Dante, che prima V. e poi l’Alfieri cominciano a vedere nella sua reale grandezza poetica. E da V. e da Alfieri il giudizio passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e diventa uno dei cardini della coscienza nazionale esaltata nel Primato. Non è possibile asserire che Alfieri abbia letto V.. Ma, oltre il giudizio su Dante, un altro punto ravvicina Alfieri a V.: il suo misogallismo, che in V. è critica di Cartesio e del suo astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei motivi dominanti della filosofia giobertiana, ossia una delle forme principali della mentalità italiana del secolo decimonono, come fu in V. un precorrimento del Romanticismo. Con Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei nostri pensatori del Risorgimento il più affine a V. pel carattere realistico, storicistico e spiccatamente religioso della sua filosofia, V. comincia a campeggiare nel quadro del pensiero italiano; e la sua figura giganteggia, erma colossale nel cammino del nuovo popolo che s’avanza sulla scena della storia europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo il Rinascimento, parteciparono al lavoro speculativo degli altri paesi, s’ interessarono a problemi sorti fuori d’ Italia, echeggiarono idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma non ebbero una propria fisonomia. V. fu solo, in disparte, in alto, con una potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima storia della mente italiana, quanto difforme e divergente da ogni filosofia esotica, e perciò poco accessibile e poco apprezzato dagli stranieri. Filosofo italiano per eccellenza, espressione profonda del genio della stirpe; il quale veniva incontro a questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il bisogno di sentire indipendente e originale e possente la propria personalità nazionale. Italianissimo V.; vichiana la nuova Italia, che, riconquistando energica coscienza di sé, sentiva maturare in se stessa il suo nuovo destino. Una delle guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento, come tutti sanno, Alessandro Manzoni. Di Manzoni, che in gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza anche per l'apprezzamento di V., sono celebri quelle pagine del Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in cui si paragona Muratori a V., e si esalta il secondo come complemento essenziale della storia tutta fatti e documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu V. a indicare, com’egli diceva, l’unità della filologia e della filosofia come l’ ideale del sapere storico. Ma chi volesse scrutare gli elementi vichiani della mentalità manzoniana, non si dovrebbe arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare uno degli effetti di non minore significato dell’azione di V. su Manzoni in uno dei caratteri fondamentali della personalità manzoniana. Il grande scrittore lombardo è sì arguto, sorridente, ironico; ma s’ingannerebbe a partito chi, guardando a questo suo aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà profonda, la religiosa austerità, quasi giansenistica, che è alla base della filosofia con cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel tragico de’ suoi eventi maggiori e anche nel comico dei piccoli fatti e individui che vi concorrono. Serietà per cui tutto, anche le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e di tutto bisogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un passatempo, un giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo posto è retta dalla Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia, ma anche all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto si deve prendere sul serio. Quando l’ Italia cominciò a svegliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte che è necessaria alla vita; e che, ahimè, non si può dire che tutti gli Italiani abbiano bene appresa. Quanto avessero bisogno di tale insegnamento sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al bernesco, o burchiellesco, e a quanto di letterario, e accademico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal Rinascimento, quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla religione a cui la vita necessariamente s’ informa. Di tal vedere tutta la vita in questa serietà che pone l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli conto d’ogni sua azione, d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì anche lui satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più belle rime d’amore s’ispira a una musa malinconica. Egli non ride, non sa più ridere. E Mazzini e Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste fronti un contrarsi anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto, come su quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo a Firenze, errare dov’Arno è più deserto, :/ pallor della morte e la speranza. Ma il primo esemplare di questa serietà agli Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era stato V., che i contemporanei di Napoli poterono povero V. vissuto sempre in angustie domestiche, in umiltà di stato, tra disagi dolorosi, in malferma salute, costretto a mendicare come il pane quotidiano accattato a frustoa frusto con lezioni private poiché lo stipendio universitario era oltremodo magro, così il sorriso dei potenti e la stima dei coetanei poterono, dico, raffigurare satiricamente come un malinconico disgraziato; e che ne’ suoi scritti non abbandona mai il tono solenne e sacerdotale del maestro di verità, se non per qualche raro sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto di spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che lo avvince al suo argomento. Anche nel suo volto severo il pallore della morte. Pregio ? difetto ? Il riso, che è pure uno dei segni superiori dell'umana intelligenza, è sempre difetto se prima non sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico, che è sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E finché questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del calice amaro della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione etica, il riso è fatuità insana e corruttrice. Da V. a Manzoni è un tono affatto nuovo nella letteratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’italiani seri che giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la santità del giuramento; degli Italiani pronti a morire per la loro fede, che fu la sostanza della loro Patria. V. per altro non si lega strettamente alla storia del pensiero italiano come un precursore di idee e di caratteristiche vitali del pensiero italiano posteriore. Egli una volta apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo dei razionalisti e dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli storici si accorsero di dover ritornare a lui per continuarlo. Ma la verità è che come da V. procede, dapprima in modo oscuro e poi con coscienza più chiara e critica, l’ Italia moderna, egli non si stacca dal fondo del glorioso Rinascimento, quando l’ Italia toccò le più alte cime della sua genialità creatrice. Gli studi recenti hanno dimostrato che egli, quando leva al cielo Platone, ha la mente piuttosto ai Platonici italiani del Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al Pico; e che a molti segni è dato argomentare che del movimento platonizzante italiano che doveva pure esercitare un forte influsso in Inghilterra da Bacone in poi orientata verso la scienza italiana, come già verso la nostra letteratura — V. dové conoscere anche i rappresentanti più maturi, se pur la pietà religiosa gli vietò di nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro, molto rare, poté leggere nella Biblioteca Valletta (passata poi ai Padri dell’Oratorio); e tracce del loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti; e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento scientifico di Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei platonici fiorentini. Lo studio dei primi scritti e di alcune delle idee maestre di V. ha messo in chiara luce questi suoi rapporti con la filosofia italiana del Rinascimento. Della quale è traccia anche in certe forme antiquate del suo pensiero — questioni che si propone, autori che amò citare, ormai, al suo tempo, generalmente dimenticati, e modi di dire che talora paiono sue invenzioni e hanno anch'essi una storia. E la dottrina di Giambattista V. può per molti rispetti esser considerata la conclusione di quella filosofia. Talché in lui si annodano e si saldano la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a partecipare con sue proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro speculativo dell’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che aveva fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla Riforma e alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero libero da’ più angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace di conciliare le avverse ragioni degli uni e degli altri in una concezione realistica dell'unità insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva realtà storica; in quella che il Gioberti dirà la dialettica della libertà e della autorità. In V. dunque il centro di tutto il pensiero italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo i principii, anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente, essi sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’Italia del Rinascimento è un faro di luce a tutto il mondo: ed è l’Italia che eleva l’uomo nella coscienza delle sue divine prerogative e della potenza creatrice del suo pensiero, esploratore e dominatore della natura, scopritore e inventore, instauratore del regno dello spirito nel mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo conscio della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toccare il fondo della verità cristiana, per cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve redimersi anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera natura; portato perciò a creare un suo mondo: mente che non è solo mente umana, ma umana insieme e divina. Grande fiducia perciò dell’uomo in se medesimo; ma fondata sulla fede che è la sua vita, che nel suo pensiero si adempia il pensiero di Dio, e che perciò questi sia presente a noi, più che noi non si sia a noi medesimi. E sarà la gran fede cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande insegnamento religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea l'esistente e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti metterà a base d’ogni scienza e della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri vichiani; ma V. li estrasse dalla filosofia del nostro Rinascimento. E ne fece la sua forza di resistenza a dottrine straniere in voga come il germe del suo pensiero vitale. In Europa allora tenevano il campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si era aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare il sensismo, il materialismo e ogni dottrina negativa della libertà e della sostanzialità dello spirito; nonché lo scetticismo scrollatore di ogni fede nell’attività costruttiva dell’ intelligenza. A questi movimenti in vario modo metafisici e dommatici o distruttivi del valore del sapere scientifico, e tutti in fine avversi alle credenze morali e religiose che sono a fondamento della sana vita spirituale dell’uomo, si opporrà nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la filosofia critica di Kant; la quale finirà col battere in breccia empirismo e razionalismo e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana, operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fondamentale d’ogni pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo conoscere e in cui ci spetta di operare, non è concepibile se non in funzione dell’attività costruttiva dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza e non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere, ma di una soggettività che non infirma il valore del pensiero, una volta che si cessi dal cercare cotesto valore in un impossibile ragguaglio del pensiero con una realtà in sé irraggiungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi per riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo Stesso pensiero costruisce col suo potere creatore universalmente valido, derivante, di là dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui l’esperienza stessa è resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è al centro attivo del mondo. Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo germanico, ha svegliato nell'uomo la coscienza e la responsabilità di questa sua posizione centrale nell'universo. E da questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie del secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni ramo delle scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del secolo, quel romanticismo che fu sì principalmente un movimento letterario, ma fu pure una vasta riforma di tutta la vita dello spirito e dell’atteggiamento dell’uomo nel mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il protagonista non pure di quel ristretto settore della realtà che contrapponendosi alla natura è governato dalla libertà; ma dell’universa realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della sua propria vita interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza del suo spirito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia del suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della sconfinata e possente attività che nella coscienza si svela a Se stessa e si compone e indirizza in assoluta libertà verso 1 fini trascendenti dello spirito. Questo romanticismo è la forma più cospicua della mentalità del secolo XIX nel periodo creatore, che è della prima metà del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte le rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kantiana esso ebbe la sua forma classica, come posizione di problemi radicalmente nuovi e avviamento a un concetto della realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate nella comune e immediata concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e reazioni tenaci e fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del senso comune; ma non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne a poco per volta come la seconda vista del pensiero umano, sempre più convinto della verità elementare, che questo mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui batte il nostro cuore nella scienza e nella vita, è certamente il mondo dell’uomo: il nostro mondo. Di questo romanticismo il precursore è V., critico di Cartesio e di Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante e matematizzante, consapevole dell’originalità dello spirito e della sterilità di un sapere tutto deduttivo e analitico; sensibilissimo alla profonda differenza tra la realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza il suo intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli chiamava mondo delle nazioni », la storia, creazione dell’uomo, prodotto della umana mente ». Dentro il quale la mente perciò sl ritrova, si orienta e opera sicura senza uscire da sé: e opera non pure come ragione con la scienza e la filosofia, ma opera già come senso e fantasia, già con l'animo ancora perturbato e commosso ». E questo non ha bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata per credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e farsi un sistema di concetti universali, sebbene fantastici. Fantastici, ma già veri, pregni di sapienza poetica, che ha la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo spirito è sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia; un eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è sempre lo stesso uomo e un uomo sempre diverso, attraverso tutte le età della vita individuale e tutte le epoche che si possono distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e procedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi alle origini, in un perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie alla civiltà della ragione tutta spiegata ». Questo ritmo rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le età luminose di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera, poiché a base del processo temporale in cui le epoche si succedono V. vede una storia ideale eterna, in cui la successione è contratta nell’ immanente vita dello spirito, dove l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso adulto; come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla filosofia, ma ne è come l’anima interna e la scaturigine segreta. Mai filosofo aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e compreso come V. la serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e primitiva dello spirito; che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a disprezzare, quasi che la ragione con le idee innate di Platone, e le idee chiare e distinte di Cartesio fosse una subitanea e immediata rivelazione, una luce trascendente che potesse a un tratto folgorare e distruggere, come inadeguati e vani tentativi, le forme inferiori dello spirito. Per V. nel piccolo c’ è il grande; nella poesia la serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma, completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E questa fin da principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e però d'ogni civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi dalle concezioni materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese sempre in ogni forma anche in apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della cultura; poiché la Provvidenza, come scopre V., fa degli umani vizi virtù. La Provvidenza è quel comune senso » che fa uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica infallibile che muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e sotto la sua guida anche quando ne sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed impara, e tanto più sente e scopre il divino nell’animo proprio. E si accerta della verità del principio kantiano, da V., settanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito nel motto famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la chiave di volta della sua Scienza Nuova: che cioè la verità non è scoperta da noi, ma fatta; ossia che il vero mondo non è un antecedente dello spirito ma il mondo che egli crea come regno dello spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo Stato, tutta la storia, che diventa intelligibile se viene intesa come opera dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e riempie il cuore dell’uomo del nobile orgoglio della sua potenza e insieme del più umile sentimento di religiosità: poiché egli non può non sentire in sé autore del mondo una potenza superiore che trascende la sua limitata personalità e attua all’ infinito la sua virtù creatrice. Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più profondo dell'animo. Come V. le volle trovare e additare nel mondo del diritto prima e poi in tutta la storia, splendenti di subitanei bagliori che illuminano di luce vivissima aspetti vari e diversi della vita degli individui e delle nazioni più familiari alla cultura classica e moderna di V.. Semina flammae, pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti, tanto più accolte con meraviglia e con gioia, quanto più largamente profuse a piene mani in mezzo ad astruse osservazioni quasi secentescamente ingegnose e ad un’erudizione classica e moderna non di rado indigesta e mista di fantasie favolose. Molti motti pregnanti di V., come tanti versi di Dante, son divenuti proverbiali; e molti egli perciò ne sigillò col nome di degnità», come a dire assiomi; e sono spesso il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita, abbozzata prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla morte con innumeri postille e annotazioni, brillano come stelle splendenti in un firmamento caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di V.. In queste luci il maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle mille difficoltà che in menti inesperte suscita la lettura dello scrittore napoletano, fa amare questo libro difficile, aspro, duro; che tuttavia non si può deporre senza che rinasca la brama di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di capirci prima o poi qualche cosa di particolarmente importante e di scoprire una paglia d’oro in mezzo al terreno sabbioso. Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’ Italiani vedranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il segreto della. filosofia che concilia l’uomo con Dio, gl’infonde la fede nella vita, e gli fa sentire dentro non so che divino che lo eleva al di là di tutti i limiti dell’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere perciò alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad ora nel sentimento del nulla che l’uomo è appena si allontani da Dio. Fu cattolico o immanentista ? Questione spesso dibattuta quasi per dividere gli animi concordi nel sentire la grandezza di V.: questione di scarso interesse storico e che si risolve negando che per V. ci potesse essere tra i due termini l’opposizione inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli fu cattolico o immanentista. Nessun dubbio che egli si sarebbe ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una parte o dall’altra. E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di V. non è fatto per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una filosofia dell’ immanenza, che concentri nella libertà dello spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure vivere della fede della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a cercare in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del paradosso e del fazioso. Da V. impareranno sempre gl’ Italiani a disdegnare le fazioni. Dedica Nota bibliografica Il pensiero italiano nel secolo del V. La prima fase della filosofia vichiana La seconda e la terza fase della filosofia vichiana Dal concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’ Le varie redazioni della Scienza Nuova e la sua ultima edizione Il figlio di V. e gl’inizi dell’ insegnamento di letteratura italiana nella Università di Napoli La famiglia di V. Primi anni di Gennaro V.. Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova Passaggio della cattedra del V. al figlio e morte del Filosofo 4. La carriera accademica di Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra di letteratura italiana dalla sua origine alla riforma. Dalla riforma alla fine del Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di Caracciolo e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di V. Relazione della Segreteria di Stato al Re sulla supplica di V. pel conferimento della sua cattedra al figlio. Dispacci per la giubilazione di V. Epigrafi di V. Avvertimenti per l’ insegnamento del latino di V. Lettera di Finamore a V. V. nel ciclo delle celebrazioni campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario della morte. OPERE COMPLETE DI GENTILE OPERE SISTEMATICHE Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia generale; vol. II: Didattica. Teoria generale dello spirito come atto puro. I fondamenti della filosofia del diritto. Sistema di logica come teoria del conoscere. La riforma dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e struttura della società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini a Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Valla). I problemi della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su ALIGHIERI. Il pensiero italiano del Rinascimento. Studi sul Rinascimento. Studi vichiani (V.). L'eredità d’Alfieni. Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi. Albori della nuova Italia. Cuoco.Capponi e la cultura toscana. Manzoni e Leopardi. Rosmini e Gioberti. I profeti del Risorgimento italiano. La riforma della dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Spaventa. Il tramonto della cultura siciliana. Le origini della filosofia contemporanea in Italia Il modernismo e 1 rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE Introduzione alla filosofia. Discorsi di religione. Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia. Preliminari allo studio del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la vittoria. Politica e cultura FRAMMENTI Frammenti di estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia letteraria. Frammenti di filosofia. Frammenti di storia della filosofia. EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi. Carteggi vari.Civelli Via Faenza, Firenze. Giovanni Battista Vico. Giambattista Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico e Grice,” Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vico.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vieri: la ragione conversazionale della filiale fiorentina dell’accademia – la scuola d Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Firenze). Abstract. Keywords: love, accademia, dialettica fiorentina – Grice on Athenian Dialectic, and Oxonian Dialectic – Florentine Dialectic. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana.Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Di famiglia nobile. Insegna a Pisa. Dell’ACCADEMIA, molto attivo. E contestato dai colleghi per il suo vagheggiare un nuovo circolo dei filosofi dell’Accademia, improntato su PICO. Suo principale avversario e BORRI. Saggi: “Liber in quo a calumniis detractorum PHILOSOPHIA defenditur et eius praestantia demonstrator” (Roma). Grice: “The term ‘accademia’ is mostly misused, as in The British Accademy – strictly, it is Hekademos, and so, anything connected with Plato, as in V.’s case! But V. is what I call a co-philosopher. Without BORRI, or PICO, no V. – and his essay on his ‘demonstration’ of the excellence of philosophy against her detractors is hardly a best-seller!” Crusca. LEZZIOne   DI M. FRANCESCO   DE'  VIERI  FIORENTINO, detto il Verino Secondo Per recitarla netf ^4 ce ademi a fiorentina, nel Confo! afe di M. Federigo  StxoYz}  DOVE SI RAGIONA DELL’IDEE E Delle Bellezze. Dedicdtd all' illu fri (? ty Eccellenti^, signor Conte  VL1sSE  Bcntitiogli . IN FIORENZA,  Appretto  Giorgio Marcfcottt. Con  licenzi  di*  ì»*trÌ4ri.  ALL'ILLVSTRISSIMO ED  ECCELLENTISS. Signore, llSì?. [onte OLISSE Hmmglì  Mto Sig.oJJeruandifìmo L desiderio mio era in quella itate con leggere di nuouo all'Accademia di  Firenze  fa tisfare in qualche parte a molti e molti obIighi, che io tengo col Magnifico e prudentifTimo Signor Confblo, e col letteratiflimo e graziofiflìmo fuo fratello M. Giouambatilfca Strozzi; ed in oltre fé il mio difeorfo era da querti, & da molti  altri così intendenti, come gentili spiriti approuato e giudicato degno d’cflere vdito e Ietto da grandi, e  da  A 2  nonobili, mandarlo in luce Cotto il pregiato nome  di  V. Ecc. Ill. la quale (per quello, che mi ha riferito M. Alessandro Catani, uomo così amatore del vero, come eccellenti^,  nell'arte della Medicina) non meno è fèmpre difpo-ila a difendere e fauorire le lettere, & le virtù, et  i loro profeflbri, che ella fi fia nata nobiIe, Sc con nobiliffime perfbne di nuouo congiunta, quello dico era tutto  il difideno mio Uluftrifs. &c Eccellentifs. mio Signore: ma l'infermiti mia, et alcuni negozi] di grandiflima importanza, m'hanno in guifa impedito, che non (blamente io non ho potuta leggere quella mia Lezzione, ma ne pure nuederla, & ripulirla, &  nondimeno io non poffo, ne debbo mancare di tetitiare m qualche modo a eentiliffimi Strozzi, et alli altri gencihfii'mi  fpintij & quella mia fatica difiderà fiderà la protezzione di  V. Ecc. III. ElIa  dunque l'accetti con pronto, &c grato animo, come io prontamente, e con ardentifsimo difìderio gnene offero, e raccomando, & come io fpero, cKe ella fia per fare. Le bacio le mani, &c le difidero da Dio non meno ogni felice contento, che io mi difideri, che ella tenga memoria di me, et di chiunque rama, &:  la nuerifce delli amatori delle virtù, &c  delle lettere, fènza le quali il mondo altro non {àrebbe, che vn foi tifsimo bofco di tenebre per Tignoranza, &  vna fèlua  (pauenteuole, &c brutta, mercè di vna infinita di vizij, che ci (ì ritrouerrebbero. Dt V e.  I.& molto  Mag, e gentile  Senatore  afFezzionatifsimo Francesco de Vieri detti il ferino Secondo  %  1]V  qual parte del del, in qualided  Lra  l efempio, onde natura  tot fé Quel bel Info leggiadra: in ch'ella  ^rolfe Afoffrar quaggiù, quanto la sùpotea? Qual Ninfa in fonti, mfelue mai qual Dee chiome d'oro fi fino  jc Laura fctolfe: Quand'^n  cor tante in fé lurtute accolfe  f Benché lafomma e di mia morte rea?  Per diurna  bellezza m damo mira f  chi gl’occhi di cosieigiamai non  ~>tde.  Come soauemente  ellagligira, iVon sa come ^morfana, cr come ancide; chi non sa come dolce ella filtra 0 M orni dolce farla, e dolce ride LEZZIONE DI  M. FRANCESCO DE’V. detto il Verino Secondo: Votte si ragiona delle Idee, e delle  'Bellezza . IL PROEMIÒ.  É quefto sì honorato luogo, nel quale lòno ftati  per tanti e tanti anni infiniti spiriti gentili, e  vi hanno Magnifico  Sig.Confolo, &  nobilisfimi Accademici, et  Vditori, con i loro leggiadriflìmi dilcorfi con no minore contentezza, che con iftupore trattenuti. Se quefto luogo dico è ordinato prima dalla feliciflìma memoria del prudentiflìmo,  e magnanimo Gran  Duca il  G. D. Cosimo de’ Medici, e poi mantenuto dal Sercniflìmo G.D.  Francefco luo figliuolo a quefto fine lòia  mente, che  molti colla  diligenza del dire bene, &  co ornamento di parole diuenghino ottimi ambafeiadori, e gentilifiìmi poeti, a vtilita, grandezza, e diletto di quefìi ftati e di loro S. A. come alcuni fi penfano; al Filologo dunque, il quale più della verità delle cole fpecolabili, &deli'az7Ìonihumane tien conto che del graziolo ragionamento,  non  apparterrà falire in quefto fteflb luogo: ma fi bene à quelli, i quali fanno profeflìone di Oratori e di Poeti. Se  più oltre l'Accademia fia ancora inftituitai fine che in quefta lingua fi eiprima da ogni perfona letterata ogni maniera di concetto^ onde fi gioui  A 4  à  8 Lezzione  a quelli, i quali non hanno potuto con altra lingua  intcndere £liarnhzij degl’oratori, e de Poeti, e  gl’alti co certi  Filolòfici. quelli Ioli deono qui l'altre de letterari, e de Filoiolantiji quali da ogni altro penfiero hf.no l'animo libero, et  non io, prudemiflìir:i, &  giudiziofìrTimi  Ac cademici  Se  Vditori, il quale negli ftudij di Ariitotele e di Platone iò no tutto occupato à publica vtilità e nella cura di tanta mia famiglia,  ricercandoli alla fpècolazione delle cole et al dire acconciamente ozio, e tranquillità d'animo, con tutto ciò io fon tanto obliato al Magnifico Sig. Confolo, et à  M. Giouambatiitaiuo fratello, che io non ho potuto mancare di non nlalire dopo molti e molti anni in quello cosi degno luogo per fatisfare per quanto io potrò a loro Signorie, et a voi altri norbili: ìimi, et gentikiliiru accademici, et Vditori>& perche io non pollo piacerai con la grazia del dire per non ne fare io proiezione, ne colla fufHzienza della dottrina pelle molte Se molte occupa/ ioni, et perturbazioni, ho pen-iamo di compiacerui colla nobiltà, e grandezza del loggetto, del quale io ragionerò, che tiranno l'Idee delle cole, che (I contengono nella mente di  Dio, et le grazie, et le bellezze di M. Laura: onde  infìeme s'harà più pròfonda, et più chiara intelligenza di quel dottiiìirno, et gra-2iofilfimo sonetto del noiiro Petrarca, il cui principio e queito. in qualparte del Cielo, in qual idea 0J Era l'esempio, onde natura tolfe 0, Quel bel yifo leggiadro: in  cWella  x>lfe  3J  Mostrar quaggiù, quanto lifiùpotea t Preconi Magnanimo Sig. Cordolo, e voi nobili/Timi Accademici et Vditori, che vi  degnate predarmi grata ydienza più perche cosi conuiene alla dignità del ioggetto, che è nobilifiìmo, &:allo iplendore dell’animo volito, che è di gradire le cole alte e diuine, che per alcuna mia iurfizienza di dottrina, et che per alcuna mia grazia di parole. Per precedere con più facilità, et con più ordinc,io  Huiderò tutto quello mio ragionamento in tre parti; nella nrima delle quali fi  disputerà, et determinerà delle Idee, poiché in quello Sonetto il Poeta cene dà occafionemeila feconda pella medefima ragione decorrerò delle bellerze di M. Laura; quanto pero fa all'intelligenza di quello Sonetto; nella terza et vltima (urline che tutto quello, che da me fi farà detto delle Idee, & della bellezza di queib donna fi conofea elfere, non folo di parere de'più gran Filolòfi, quali  fono flati Platone, et Aristotile: ma ancora di eiYo Petrarcaa del qua le voi fiate cotanto ftudiofi, et il quale cotanto vi e grato quanto ei merita per il ilio graziofiiìimo poema di eifere letto et vdito ) 10efporrò alcune parole deltcfìo, & moflrerrò l'arti^ io, che quefto Poeta tiene in ragionare deH'Ic[ee, & della bellezza della  (uà donna, et muouerò, et feiorrò alcune dubita'/ ioni col faucre  dunque di colui; il quale è la vera iàpicn:?a,& la prima verità darò hora mai principio à quanto io ho propoflo di dire. Intorno al primo punto deiridee, toccheròbre ementc tre capi, il primo farà lo efporre con efempi quello, che fi unifichino qtieiìe voci Idee, efempi, fpezie, et vnmerfali, che precedono la moltitudine de particolari. il fiondo le lì danno l'Idee, ò nò; poiché Ariflotile in  tanti luoghi cerca di leuarle via, et Platone le concerìe quafi in ogni libro delle lue opere, et queito noiiro Poeca. lMtimo capo farà di quante et quali cole fi ritrouinoi'jdee: da quali tre punti farà facil cola raccorrc quelle  ch'elle fi Mano. Quanto al ^r imo la cognizione d'vna cofa in quanto ella Terne per immagine e farne vn'altra, ò à giudicare fé è ben tarta; & ad intenderla à punto, fi  domanda elèmpio e modello ed Idea, come quel ritratto, che ha nella mente vn'irtcfice d'vno artihzioio, e mirabile palagio glifer ne à Hrne cosi bene vno, e molti e  molti: et à giudicare i  hUXi  ic  iòno con tutte le regole dell'arte fabbricati ò nò,  io Lezzione nò, et quanto e'vi fi accollino: quefti medcfimi efèmpl in quanto e1 rapprefentono le forme, che danno lo effcre fpeziale al  foggetto, nel quale le fi riceuono, come le forme nella materia fenfibile e corporale si chiamano spezie e forme. quefti fteiTì modelli, e quefte fteffe notizie delle colè in quato le Tono vniuerfàli di più cofe particolari, & di nature vniuerfàli, che ne particolari fi ritro nano, et fono come cagioni di quefte precedédole di precedenza di natura, come dell'eterne fecondo i Filofofi, ò ancora di  tempo, come delle cofe temporali, et nuoue» anzi l'Idee, et di precedenza di natura, e di tempo fon prima di qua! fi voglia creatura, attefo che quelle fon sémpiterne, & ciò che è fuori della diuina effenza di buono è flato creato di nuouo quado cominciò il tempo, & in que ila maniera le fi domadono da Greci uniuerfàli innanzi a molti particolari, come il modello nell'animo dello Scultore  d' vna  ftatua, ad efempio del qual ritratto molte e molte fimiglianti ftatue fi poflbn fare. E ben vero, che il modello delh artefici, ò vero Idea, e quello, che da Platone, & d’Ariftotile fi concede in  Dio, et in vn certo modo ancora nel Cielo, fono tra loro differenti; perche l'Idea dello artefice è prima prela dalle cofe ben fatte da altri, come ancorar idea, &  l'immagine, che riluce nello  specchio, mercè della cofa, che glie dauanti. ma l'ldea> che è in Dio et nel Ciclo precede alle cofe, & è caulà delle cofe, che d fanno: dipoi l'ldea, che è nello arteficemon è fempiterna non durando fempre l'artefice, ma fi bene quella, che é in Dio et nel Cielo foftanze incorrottibili éc eterne. finalmente  l'Idea, ò notizia, che ha l'artefice Iella cofa ha due modi d'eflère, vno vniuerfale  nell'ime!letto poffibile, e l'altroparticolare nel sènso di dentro: il Pittore efempigrazia ha nell'intelletto l'Idea in vniuerlàle di donna graziofiflima, e nella fantafia di rieletta, di  Laura, ò di qualche altra limile: il Filofofo naturale ha qucfto concetto dell'Intorno nell'intelletto, che fa animale ragioneuole e mortale quanto al corpo, e lo info Inferiori potenze, et immortale quanto alta mente, ©  vero ragione, e nel senso di dentro, quando epji applica quefto concetto à Socrate, ò a Platone, ò à qualcun'uitro particolare: come (ì caua d’Ariftotile nel terzo dell'anima, et nel principio del primo libro dell'aite del dimoftrare. fecondo l'ordine di natura le notme vniueriàli precedono le particolarità fecondo l'ordine dei noftro imparare fi fono ritrouate l'arti, Se le fcicn7C dalla cognizione de'particolari di qui peruenendo alla cognizione vniuerfale: come c'infegna il Filolòfo nel primo libro della  Metafifica, ò vero lì può dire, che i concetti vniuerTali precedono i particolari in chi impara l'artì, e le feien re da altri, che di elfe è perito, &  f ciéziato: et poi gli efpe rimenta nelle cofe particolari, le quali formano di loro fteife ne'sensi i particolari concetti: Ma rifpcrto  àgli inuentori dell'arti, e delle feienze, prima nafeono i concerti particolari ne’sensi, che gli’apprendono dalle cole come particolari, poi fene fanno gl’vniuerfali per opera dell'intelletto agente, i quali rapprefentano le nature vniuerlali, che ne’particolari fono nafeofte. Ma ritornando alla terza differenza, che è tra l'Idee, che lono in Dio, e quelle che fono nell'animo dell’artefici, et  de’Filofofi, e delli feienziati: quelle hanno in Dio vn modo di effere, che non è ne vniuerfale ne (ingoiare, come in noi, non vniuerfale, perche colla notizia vniuerlale delle colè ftà l'ignoranza de'particolari. può efempigrazia {tare ch'io fappia vniuerlàlmente, che ognuno degl’uomini è atto a ridere, et infierire non fappia di quelli, che fono lontani come in Francia, ò in Ilpagna, ò al Perù,  ò altroue fé fono atti à ridere, perche io non so fé fono uomini non gl’auendo mai veduti,  ne vditi, come bene dice ancora Ariftotile nel primo capo dell'arte del moftrare; ma in Dio non é lecito porre ignoranza, ò imperfezziotie alcuna, non vi fono ancora i concetti particolari: perche quefti fono del Iònio, che e virtù materiale, e corruttibile, et egli è immateriale et eterno j come confck   sono 1 nolln Theologi, e come fi di morirà dal Filofofo nell'ottauo de’principi). reità dunque cheridec, & con certi delle colè (lana in Dio in vn terzo modo più perretto, e tanto eccellente che in noi, che dall'intelletto noterò non fi può comprendere, ne con voce alcuna efplicare ad altri: (è noi potcffimo intendere come  Dio intenda le cole, l'intelletto noftro farebbe di tanta perfezione di  quanta è l'intelletto di Dio, come beniflìmo dif fé il gran Comentatore Auerroe nelle lue difputazioni contro ad Algazcle: (blamente fi può dare ad intendere ofciramente con alcuni efempi, vno de quali è queilojfe il fuoco, che è caldo fecondo i Filolorì naturali in otto gradi i\  intenderle, intenderebbe inficine iè clfere participato fecondo tutti quelli otto gradi da chi fecondo vn grado  folojcomc l'acqua tiepida, da chi fecondo due gradi, & cosi decorrendo: Cosi Dio intendendo fé, intende ancora che la (ùa natura è partecipata da tutte le creature^ più e meno, come confeflbno le cole ftelfe, et Aristotile nel prime del Cielo al 1.1 00. & ALIGHIERI nel principio del primo canto del Paradifo cosi dicédo La gloria di colu'h che tutto mttoue, Ver  l\nit*erfo penetra et  njhlende  it In  >na parte più, armeno altrove. E quefto è Tefempio del gran Comentatore Auerroe. Tn'altro efempio e de' Greci. quelli volendo farci comprendere, come Dio, il quale e vna natura intellettuale indiuifibile intenda infieme le cofe fimilmente indiuifibili, come lòn gli Angioli, Si le diuilìbili e corporali, come fono 1 corpi celeih, e tutte l'altre di quaggiù, fuori che l'huomo >  Se cflò huomo ancora che delfvna, e dell'altra natura participa, per vn mei/.o iòio, che e' la ileifo natura lua impartitale, ci danno lo elèni pio del punto di mezzo del cerchio, il quale è vaio et indiuifibile, e da ef  io denuano infinite linee, et infiniti punti, che le terminano. Se quello punto ò vero centro fulfc vna natura in*  tcUcuuaie, & fi ia:eiideiTe, mtcadereubc  fimUmente le  ef  ter   caufà di tutte le lince, che da elio deriuano, & de punti che le terminano: cosi Dio a guifa di quello punto intendendo fc  ftefio, donde deriuano tutte le creature così diuifibili come indiuifibili, & noi iteflì, che participiamo della condizione e di quefre e di quelle, tutte le intende e conolce, e cosi noi  fteiTì  ;  è ben vero, che il punto è colla quantità, et hi fito, ma Dio è foftanza e leparato  dal  (ito e da luogo, (e bene e per tutto come fino a più eccellenti Filoiòh" confeflono come prima vnità, donde è nata ogni moltitudine, e quefto fi caua da Platone nel Par. come prima forma, vltimo fine, e primo principio produmuo del tutto, e tutto quello ancora ccnfefta il medefimo Fiìofofo, parte nel Timeo, e parte nelle lue letcere, & Ariftotelc ancora nel primo del Cielo, nell'otta 110  de'principij,S: nel 12 della Metafifìca j ancora Dio è per tutto come ottimo Rè  dell'Vnii.erfo, il quale regge et gouerna col marauielioio ordine, che egli ha di tutte le cole dentro di fé. E qui è daauuertire, che le bene Dio fi aììbmiglia al punto del circulo, donde deriuano tutte le creature vgualmenre et immediatamente: non pero tutte lono di vguaie bontà, et perfettione dotate, ma  quali più e quali meno ne participano, affine che fra loro fufle cosi marauigliolo ordine, che fa allo ctfere, ed alla bellezza dell'universo, ed  iteftimonianza  della diuina sapienza, l'ufizio della quale è dare ordine, e mifura a tutte le cole, et ferue per il cala ad alzare colla cognizione il noftro intelletto di grado in grado fino a quelli, il quale e l'alta cagion prima, et cosi coll'amore . dal qual amore, ne furge in noi ogni atto piufto e retto concorrendoci però la Diuina grazia infieme colla fede colla Speranza e colla carità, e coll'altre virtù, e doni: cosi ancora non efiendo tutte le creature vgualmente buone, non fono ancora con vguaie amore in vn certo modo amate, e dico in vn certo modo: perche quanto allo atto dell'amare. cosi come Dio è in£nito, così co infinito amore tutte l'ama: ma quato a beni che vuole e che dà à eia- fami Lezzione  fcuna non già; ma à qual più, et a qual  meno ò men degni: fecondo che le cóuiene loro, & parlando degl’uomini giufti, & che (ì faluano, qucfti nell'altra vita tutti faranno felici e beati in Dio, tra gl’angioli, et in sempiterno, ma non con vgtial mifura intenderanno, e goderanno la Diuina Verità, e Bontà, ma quegli  più, che più di qua haranno offeruato ifuoi fanti comandamenti con fauore della grazia e quegli meno, che meno, come fi couiene alla Diuina giuftitia, e quefte fono quei molti luoghi ò> molte manfìoni, che fono nella cafa del celcfte pa-3re, come dirle il vero Maeftro della verità Chrifto Giesù infìeme Dio ed uomo, e quello ci  SIGNIFICA PAOLO Apostolo quando ei diflc, che fi  come le ftelle in cielo fon differenti di chiarezza, e di fplendore, cosi faranno i giufti in cielo. Più oltre ancora è da fàpere che tutte le creature quatto furon prodotte per creatione di niente, furon fatte da Dio folo, et immediate: ma poi quelle di quaggiù si conferuano per fuccefTione di nuoui particolari, concorrendoci ancora i cieli, & le cagioni di quaggiù, perche la D. Bontà, come  ha  farte partecipi le creature del bene, e dello edere, così ha volfuto, che ancora elle habbmo virtù di dare lo eflere, & qualche perfezzione ad altri, perche ci feopriffe il suo amore et i fuoi tanti benefizij,6^fuf  fimo tanto più tenuti d’amarlo, e di riuerirlo fòpra ogni altra poteftà: potrebbe Dio egli folo produrre ogni di delle creature, e conlèruar le fpezie lènza l'aiuto delle caule feconde,  come ci le creò; ma pelle cagioni dette non volle: ne per quefto alcuna mutazione ònouitàfì pone in Dio: perche egli le creò quando ab eterno ei propofè di crearle, c cosiauuerrebbe fè'ne creafle di  nuouo, & come accade dell'anime umane. Platonc, & Aristotile pongano la creazione deH'Vniueriò, ma ab eterno, come  Simplicio ed AQUINO (si veda)  attribuirono  loro;  et come è forza  di dire volendo parlare conforme ad alluce loro autorità, come altrouc io ho dimoftro.il terz» et vltìmo efempio è  de’Latini, i quali hano voluto efpor ci l'vnità  dell'Idea, e la fomma Tua eccellenza inficme, et il loro efempio è d'vno feudo d'oro, e di vna gioia di grà valutar quefto fcudo, poniamo per cafò,  vale cèto era zie, et la  ^ioia vn milione di feudi, fé quefto feudo s'intenderle intenderebbe infìeme fé valere cento crazic: e così le intenderebbe per mezzo della fua natura, e non per concetti d’argento, e di crazie: così fé la gioia fé conofcefle, conofcerebbe quel milione di feudi: ma non pella natura dell'oro, ò  dell'argéto, ne pella figura delli leu di, ò delle crazie, ò d'altra  moneta. Iddio è vno feudo ò vna  gioia che racchiude in fé lo eflere, & la perfezzione di  tutte le creature e più in infinito, ma fotto natura di Deità, e così le intende, e cosi in vn modo quanto allo effere di infinità, quanto allo intelletto creato è incomprenfibile, e quanto al  SIGNIFICARLO AD ALTRI è ineffabile: perche come fi può dare ad intendere ad altri quello che per noi non polliamo capire,  e quello che è infinito come infinito è  incomprenfibile  dall'intelletto creato, et finito, & Dio poiché produce ogni cofa di niente (cosi come infinita è la proporzione tra il niente e quello ch’è attualmente) cosi è d'infinita poteftà, non folo quanto al durar fempre: ma ancora in vigore. Sino a qui penfcrò, che da voi gentiliflìmi (piriti fi fia intelo benifs. quello, che SIGNIFICHINO qfte voci Idea, vniucrfale innanzi a molti particolari, et eséplari, fegue hora che io vi  proui breuemente che l'Idee, et efemplari delle cofe fiano nella mente di Dio; la qual verità non iolamente è confefTata da noftri Theologi, che non poflbno errare cauandola dalle diurne fcritture, doue fi dice che Dio è sàpientiiTimo, ottimo, omnipotentiffimo, e che intende fino i lègreti del cuore: ma ancora fi concede da Platone, e d’Ariftotile Principi dell’umana  fapienza Platone  nel  Parmenide pone nell'vno, & nel primo ente  l'Idee,  le quali participate ed imitate, fono cagioni dello cflerc y et delia moltitudine delle cole: nel Timeo pone due mondi,  il mondo efèmplare, che iòlo colla mente fi comprende da noi: et poi il senfibile, che fi conofee ancora  col  fenfò. Nel Conuito due Venere vna intellettuale, che  é  ?ordine, &  la  grazia, che  refulta  dalla  moltitudine delle Idee, l'altra celefte, che confitte nell'ordine di tutte le creature del Cielo, e deirVniuerìo. Cosi Ariftotile nel primo della Metafifica dice, che la fapienza é vna cognizione di tutte le cofe pelle prime cagioni, la quale principalmente è in Dio, e di Dio: adunque lècondo il maeftro ancora di coloro, chc fanno, e che lòno dotti nell’umana Filofòfia le Idee, ò notizie cji tutte le cofe fono  in efio Dio Principe deirVniuerib; nel decimo delfEthica dimoftra come à Dio ci aflòmigliamo propriamente nell'atto dell'intendere le cole diuine, et ipecolabilii come ancora quefto medefimo ci proua Aleffandro Tuo eipofitore nel proemio Jbpra il primo libro della  Priora, ò vero de Sillogi(mi; e nel duodecimo della Metafifica ci infognano Ariftotile, & AleiTandro, che il bene  defl'vniuerio è di due maniere, come ancora il bene dell'elercito  de' foldati,  l'vno e  elio  Capitano degli eferciti, nel quale ftà principalmente il fine, che è la vittoria, l'altro è l'ordine fenfibile delle file de'foldati, che pende dall'ordine, che quel Generale hi nell'animo: coki Dio è bene dell'Vniuerfo in quato è quel ente, et quel bene, che è amato e desiderato (òpra ogni coià, &  di  più  l'ordine intelligibile, che è  nella mente di Dio di tutte le creami e, dal quale pende l'ordine ienfibile di elle: Ecco che fecondo Ariftotiie ancora fa di biiògno concedere l'Idee: come ancora con ragione fi può dimoflrarc,e  prima fé a Dio fi niega l'atto dell'intendere atto nobiliflimo, che operazione più nobile le gli può attribuire? certo ninna et così fari in tutto oziolo: come bene argomentò quello gran Filoiòfo nel decimo libro dell'Etnica^ vero de'coltami, e fé egli non intende tutte le codina folo le ilcifojò le più nobili, adunque egli làprà me di noi, che se incendiamo di molte et  moke, come  argomenta  Ariitotile contro ad Empedocle di GIRGENTI, che voleua che Dio non intendere la difcordia, e le cole diicordanti: ma folo l'amicizia, e le colè concordi, oltre che le fi  concede, che Dio intenda fc ftcflb, fa di bilògno ancora che egli intenda ih eflère caufa dogri altra cola da elfo caufata, & dipendente, e la curia, e cioche pende da eim fa, è oppofto per relazione; in guila che chi ne intende vno, intende ancora l'altro. Adunque Dio intendendo le fteflò (come confeflbno Annotile, e il fuo gran Cementatore Auerroe nel duodecimo della  iua Metafifica  altefto ?i  ) s'intende come caufa vniuerlàle di tutte le cofe che da eflò procedono: e cosi intende ancor quelle,  & quefte notizie ibno l'iftefle Idee, et ritratti delle cofe. Finalmente fé le cofe delTvniuerfo Iòn ben goucrnate e per i debiti mezzi al loro debito fine condotte, come si vede, e la natura non intende; adunque e retta eia chi le intédc, & quelli ò è Dio, ò colà fuperiore à Dio, il che  non fi può pure colll'animo fingere, e penfàrc. La  D. M. dunque intendendo le cofe, &  il bene di ciafeuna, &  d quello indinzzandolc, come  il làettatore la làetta alberzaglio non conofeiuto da lei, le intende ancora, e le conosce benifiimo; di qui portiamo intendere comc (b no molto più arroganti quei Filolòfi; i quali colle loro fofifliche argomentazioni, e perche e' non  iànno rilòluere  alcune obiezioni, ardifcano di dire, che Dio non intende (è non fé ltefib, e che ei regge e gouerna tutte le altre colè come la natura senza intenderle: di qui dico polliamo conofeere che quefti tali fono molto più arrogacene non furono quelli huomini così grandi et di corpò e d'animo, che ardirono mettendo monte (opra monte di prendere il Cielo: però  che quefti così facendo fi penfàuano  arriuare à celefti corpi: ma quelli più su penlandò di peruenire fino à Dio, lo priuono dell'intelligenza delle colè. Chi dunque bene e fottilmcnte confiderà le autorità, & le ragioni non folo di Platone, ma ancora quclle,che fi cauano da AriAoulc, è forzato di confcffare,  u 8 Lezzione Tare, che le Idee e notizie delle cofe fiano veramente in Dio:  et  ie bene cucilo filofofo in tanti e tanti  luoghi, Se della Logica, e dell'Ethica, e della Filosbfia naturale, e della Metafisica s'ingegna di leuarle via, inoltrando che le non fanno ne alla produzione delle cole in alcun genere di caule, ne  alla cognizione, e nel duodecimo della  Metafifica fi dice che Dio non intende fé non le itefTò: perche la liia faenza farebbe vile, (e ancora fi cftendeife all'altre cole, le quali rilpetto a lui fon  molto vili, et imperfette: oltre che fé tante, e tante notizie follerò nel ilio intelletto, come le fono nel noftro, e non farebbe firnpliciffuno atto ne pura foftanza, ma vn comporto d'intelletto e di forme intelligibili, e cosi non  farebbe vgualmente perfettiflìmo, perche la natura intellettuale in lui harebbe ragione di potenza, e le forme di atti, & perfez.7Ìoni: accioche non legnino cotah  incouenienti per non dire impietà, et à fine (ì parli conforme ad Ariliotele, chc  -vuole 3 che in Dio fia laiapienza, e feienza del tutto, fi dee dire chc quando egli niega  l'Idee, le mega nel fenso cattino et falso: nel quale l'erano intelc da molti: come bene di ciò ciauuertilcono i Greci efpofitori: ma quelli dunque i quali penlano, che l'Idee fiano agenti immediati urincipali, &  fuori  delFeifenza  diuina, s'ingannono non eifendo congiunte con materia, nella quale lì fondano le qualità fenfibili, colle quali gl’agenti naturali alterano 1 pazienti: ma bene l'Idee in Dio fono agenti che indirizzono le cagioni naturali al bene, e rettamente adoperare; cosi chi penfa che l'Idee eiìendo forme ieparate fiano Felfenza formale intrinseca delle colè> che fono fuori di Dio prende  grande errore: ma non già quelli, il quale crede che quelle forme che hanno vno efiere formale diftinto e multiplice, dipenda da quelle che hanno l'eHerc vnito nella diuina Eifenza, e che fiano multiplicate folo virtualmente, come di fopra da me fi è efpoito. E' ancora falfo il penfare che l'Idee fiano cagioni finali che terminino le generazioni delle colè: attefo 1, 9  attefò che cotali fini  s'acquiftono di nuouo, e no precedono la generazione, ma fon fini per cóformità in quanto i fini, à quali terminano le generazioni  fi confermano con quelli del mondo ideale, et intelligibil. in vltimo quando fi diccua che l’idee non feruono a conolcerc, ed intendere le cofe, perche noi le intendiamo, apprendendo le fimilitudini da effe per via de'ièntimcnti, e dello  intelletto. fi dee dire,  che quefto argomento folo conchiude che nel noftro intelletto porTibile nò fiano le notizie delle cole, dì maniera che il noftro fàpere fia vn ricordarfi  come penfauano i Platonici, percioche l'anime noftre fono come tauole non iicritte – TAVOLA RASA – Locke – Grice – the bete noire of Empiricism -- e libri no ilcritti, doue'ii può scriuere ogni cognizione, perche fiamo nello flato doue fi va dall’imperfezzione alla perfezzione, come dal non potere generare al potere, dal non làpere al fapere: ma il primo huomo Adamo cosi come ei fu creato perfetto quanto al corpo, che poteua lubito generare delh altri, così fu creato perfetto quanto all'anima, e gli furono  infufe da Dio le notizie e le fpetie di tutte le colè quanto baftaua, acciò potetfe ammaestrare gli altri, & perciò potette porre il nome conveniente ancora à tutte, come fi dice da Mosé nel Genefi, et tutto quefto conlèntono i Theologi, come AQUINO nella prima parte delia Somma alla dift.^.art^ .  Non lì niega dunque che le idee non fiano in qualche modo in Dio: anzi  è  neceifario  che  le vi fiano: come da me fi è dimoftro, e fé in Dio è la làpienza, e cognizione delle colè per la notizia di fé fteifo, che è la prima cagionc, come Ariftotile confeifa nel primo della Metafifica, & altroue Platone nel Timeo, & in molti altri luoghi. E qua do i peripatetici opponendoli à quefta fermiiììma et importatiilìma verità dicono che Dio fi auuilirebbe fé egli ìntendelie altro che le ftcilo.  fi dee rifponderc chc Ariftotile per quefto argomento nò niega in tutto et per tutto la cognizione dell'altre cole da Dio, come li è prouato, ma la niega in quel modo che ella è in noi e che la hz pòtrebbe concernere in Dio qualche imperfezzionCjCO*  me auuerrebbe feUio nello intendere dipcndelfc dalle cof., che fono fuori di lui, e da effe apprenderle le notizie ci oselle, à guifa che  facciamo noi 3 anzi la Icienza di Dio, tra Faltrc differenze ha ancora quella per la quale ella fi diftingue dalla  noìtra: perche la iiia è caufa delle cofe, e la noitra da elle è cagionata come beniifimo ci in'ccnail gran Comentatorc nel duodecimo libro della  Mctarifica j ci quella altiflìma verità non meno è conforme alla condizione dell'intelletto diuino, che ella (I fìa ad Àriftptile, et à  Piatene, i quali tra tutti i filosofanti tengono il preircìpatò: e dico conforme alla condizione di Dio l'intendere per vn mezzo interno che è la fua diluna efTenza, perche al primo, e diuino intelletto, come atto puriffimo, e mafTimamcnte non (è gli conuicne rice i-er le  fpcv-ìc da akri,ne auerle in fé fteife multiplicate: ma all'intelletto noftro come pura potenza, et come congiunto à materia  corporale a ragione conaicne l'intendei per le fpezie e fimiglianze, riceuute da diuerfe cole, e riformate dall'intelletto agente cosi ancora l'intendono quégli due gran Fìiofofì, come di (opra fi è dipioftrato di Dio, e come del modo del noftro intendere £ d.J chiara e fi tocca da Platone nel Filebo, doue ei dice che l'anima npfìra è come vn libro non ifcritto, & che GLI SCRITTORI SONO I CINQUE SENSI, e nel fettimo della republica coll’elèmpio di collii che è legato in vna fpelonca in guiia che non vede (è non le fimilitudini, e l'ombre delle colè, et noi fiiiolto le feorge chiariiTimamente, ci monVa co ipe 1 miprrip dalla notivia delle colè di quaggiù s'alzi alla cognizione delie cofe diuine, et d’Ariitotile nel ter-io dell'anima: deueper viade'fenfi, et  rer virtù dell’ intellètto agente li efpone come noi intendiamo tutte le cofe e nel icttimo della Metallica fi rende ragione per rodotte, come determinano beniflìmo i Theolo-- i,&  tré'   B j ° gli  Lezzione tefo che per quello che è diritto et retto fi giudica del  torto, & nó al cótrario, come dice Arift. nel 1. dell'anima. Più oltre molti e molti affermano che in Dio ncn  fo- no i ritratti degli effetti carnali e fortuiti:  perche cfuefti non procedono le non da cagioni indcterminate, & di ra  lo, e la feienza è di quelle cole che dipendono dalle lo ro proprie cagioni et tèmpre; e fé ciò è vero della faenza noftra quanto più della feienza diuina. Ma quefti fi ingannano prefupponendo in pnma che rifpetto a Dio G. dia la fortuna ed il caso, e gl’effetti fortuiti: attefo che Pio intende ogni colà, e rilpetto a lui  quefti effetti procedono da cagioni certe, ma R bene a noi incerte ed occulte, $c  fon «épre nelle loro caufe, come  Jccliffe del Sole,  Del Verino.  2$   le;&  della Luna nelle loro. Si penlàno ancora molti de’Platonici che nella  D. Sapiéza nò (ìano i modelli di quelle colè che naicono di putrcfaz.ione, comc efèmpiprazia de’vermi, si perch'eglino no pelano che in Dio {ìano i ritratti delle  colè vili, si ancora perche e'fi dano ad intédere che cosi fatte cole nò fi riduchino fotto l'ordine elsé-tiale delle creature: e nódimeno più dalla produzzione di cosi fatte cole per virtù de'lumi, e del calore celefte proporzionato ììamo indotti à venire in quella credè? a, che in Dio fiano Y Idee, che pell'altre cole, perche elio folo sa quitti gradi di calore bilògna alla loro generazione formazione,  nò altramente che l'eccellente fabbro sàquato caldo dee elfere il ferro per introdurui qualche forma, & per farne qualche colà, come confella il grà Co mét. Auerroe: & pili oltre participàdo quelle colè di qual che forma, e la forma è vn certo bene e certa perfezzione della materia, con1e  C\  dice nel i.lib. de' princ. all'Si.t. e mercè di lei la materia diuenta qualche cola lpeziale; per qfte  cagioni io mi pélo che le bene le lìano vili qua-to alla  materia che le siano però di qualche perfezzionc quato alla  forma, e pche fon buone a qualche colà, no ci' sedo da Dio, e dalla natura fatta colà alcuna i damo, ma à qualche fine, & a qualche vtilità: E fé pur alcun voglia te nerc che ciò che fi genera p putrefazione non fia dell'ordine efséziale delle colè deH'vniuerib, ne di elle fiano  le Idee in Dio, nò perciò legue, che nò l'intenda per l'Idee di'qlle fpezie più rimili, e che fono dell'ordine elséziale del Modo, quale di quefte due rifpoile fia nò lòio più co forme alla dottrina de'più eccell. Filoforanti, ma ancora (& qfto impòrta all'onore della  D.M.& alla làlute nra) io mene rimetto in quello, ed in ogni altra cola da me pé fata, detta, ò  fcntta, à  più  giudiziofi, e  lbpra  tutto à quello che netiene e determina la S.M. Chiela  Cat. Ap. &  Rom. Più oltre della materia prima non e dicono alcuni Idea non eiìèndo ella forma, ne di lùa natura colà formata, mi; Dio intendédo le forine, infieme intende il loro foggetto. B 4  t'iwls Lezziome finalmente de’generi delle cofe non fi pone diftinta idea confiderata come elèmpio dall'Idea delle fpczie: non fi ritrouando  mai i generi fuori delle loro fpezie. Da tutto cjuello che da me C\  è ragionato dell'Idee fi può raccorre quello che le fiano, dicendo che le non iòno altro che la ilella divina efienza non alfolutamettte, ma in quanto le fono fimilitudini, ò ragioni delie Tue creature, e come quella che è partecipata da efle lotto diuerfi gradi di  più, ò meno perfezione, mercè ancora delle quali di tutte le cole  ne ha ottima prouidenza. Puoflì ancora quella dirHnizione dell'Idee con quella ragione procedente per diuifione cosi ritronare, & confermare, argomentando in quella maniera. O Dio intende le cole, che fono fuori della lua diuina eilen7a,ò  nò. non fi può dire che non l'intenda, perche egli intende le ilef lo, e cosi fc eifere caula d'ogni cola, adunquc egli intende ancora ciò che è  fuori di  lui . il dire che non intenda aflblutamente farebbe non folo fomma impietà ma ancora vna delle maggiori bugie che fi poteife dire, perche qual più eccellente operazione Te gli può attribuire, che lo intendere? più oltre le Dio produce le cofe bene, Se bene le regge, & gouerna; adunque ancora l'intende, altramente d’n'intelletto liiperiore iàrebbe retto e guidato, come gli linimenti dallo  artefice che sà, & incende quello ch'ei fa con eifi, & eglino nò: e dunque colà chiara et fermiilìma verità, che Dio intende, e non lolamuc le fteflb, ma ancora l'altre cofe ch'egh produce, e gouerna, e di più quelle che nò ha prodotte, & polche Dio l'in fède, e conofce, ò e' fa quello p vn mezzo che fia fuori di le fteflo, ò che fia in lui. fé fuori di le follò, ò le fono forme colla materia,  parlando delle cole matenali, ò le lòno fpezie, & fimilitudini attratte dalla materia, no è ragione noie dire che in alcuno di qfti modi Dio le intéda si per che'I  Tuo lapere dipéderebbe dalle cole come il noflro, 6c no farebbe in tutto perfetto, si ancora poi in particolare, perche le egli incédeife le forme, come difterici nella ma  «cri* 2f  tenia ad ette voltandola, no farebbe proportione tra  il  fuo irttelletto, che è atto puro, & le forme materiali. noi ancora non conofciamo le cole fé non per mezzo delle fpezie attratte dalla materia e fpiritali, come fono i  Icnfi, & molto piti l'intelletto, fi.vilmente non lì dee credercene Dio intenda le forme materiali per le fpczie attratte dalla materia, e dalle fiic condizioni, perche ò le lòno tali per opera dell'intelletto adente, e cosi  lopra Diobiì ò- gnerebbe porre vn piu nobile intelletto che lo reduceffe dalla potenza dello intendere e del lapere allo atto, e la dia fcicn7a non farebbe fempiterna, ma nuoua, ò veramente quefte forme  aitratte, 5: fuori di Dio, fòno di loro natura tari,: cosi Dio nello intendere dependerebbe d’altri, e non farebbe perfetti/fimo: in niun modo adunque Dio intende le cole per il mezzo che fia fuori di lui.  Kefta che lì vegga come ei le conofea per vn mezzo che fia dentro di lui; dico adunque che ò que^e ìono le forme, & le fyezie delle cole, ò elfa diuina elfcnza, fé le fpczie delle colè, ò colla materia, e cosi egli farebbe materiale, Se non in tu ito ottimo, e pur: filmo atto, ò  lènza materia come l’immagini fono nello specchio, il quale fé fulfe natura intelligente per effe intenderebbe le  cole,  che iono fuori di lui; m quello modo ancora non è da dire che Dio intenda le creature: però che egli non farebbe atto purilTimo, ma vn comporto della natura intellettuale, come potenza e d’effe forme, come atti, fìmilmente non farebbe in tutto ottimo, e perfettiilìmo: perciò fi dee conchiudere che Dio intenda tutte ie cofè che lbno fuori di lui per la fùa diuina clfenza, & non pereffa come  infmìta: perche cosi intende le iìefio, il quale è inrmito, fic le creature fono finite; e quale più e quai1 meno participa dell’efferc e della perfezzione: adunque l'Idee in Dio non fono altro che eflà diuina ellènza, come rappresentatrici al  D. intelletto delle creature, e secondo che ne partecipano più ò meno. AgoiHno Santo nelli%ro  dcÙ'otcStatre ouiitioni alla quiitione 46  le  dirHnifcf   CQH LEZZIONE cosi dicendo che le fono certe fornicò rigioni ftabili, & v  fempiterne, e no fono formate, & fi contengono nella di ulna intelligenza, e che le h di ino lo prona cosi, perche il Creatore [cf. Grice, the creatures] con retta ragione fa le cofe, & co  altra  l'uo-mo, & coll’altra il cauallo: e che le non pollino effer fuori del Creatore è manifefto, dice, perche fuori di lui ei non  cótéplaua cofa  alcuna. AQUINO (si veda), la cui dottrina è cotanto reale, sicura, e santa, ancor egli nella  prima parte della Soma alla q. 15. tiene che glie ncceflario porre l'Idee nella méte diuina: che le fono più, e che le non fono altro che ella Diuina cifenz.a non allolutamente confiderata ma in quanto è efempio et ragione delle cole create da Dio > 6  che pòtrebbe creare. Speditomi  nella prima parte dal ragionamento dell'Idee, leguita hora che in quella feconda io difeorra alquanto delle bellezze di M. Laura, quanto però appartiene all'intelligenza di quefto Sonetto, doue fa di bifogno primieramente intendere quello che fi fia la bellezfca, dipoi di quante fpezie, & terzo in quello che le conuenghino tra loro e in quello che le fiano differenti. Quanto al primo punto la  bellezza non è altro che vna certa proporzione e grazia che reliilta da più cofe, onde per il contrario le colè brutte fon tutte quelle che fono fproporzionate nelle loro parti, &  condizioni, & fenza alcuna grazia.-quetta difHnizione è più prelto pre(a da principij interni iolamente, de quali ella è compofta, che altramente, come fono in cambio di forma proporzione e grazia, e in cabio di  materia più parti, ò più condizioni: legno di ciò che vna colà fola, come vn'elemento non fi domanda bello. Puollì ancora  difKnire la bellezza più perfettamente dicendo ch’ella è vn fiore, ed vna grazia, ò fplendpre. di  più bontà, & perfezzioni vnite che è arde tifììmaméte disiderata.  dicesi fiore, grazia, e splédore per 4i^inguerl4 dal iuo eontiario,, chc. e la bruttezza composta di più  perfezzioni defettiuc vnitc, ma {proporzionate e discordanti.  Più oltre fi aggiugnc in più bontà, perche come fi é detto vna colà in tutto femplice, & come fcmplice confiderata  non fi domanda bella, ancora che come partecipe della forma Tua iemplice fia buona, come fi  è'dato l'efempio d'vno elemento. Terzo ho detto ardentiflìmamente disidcrata, perche cosi ancora la bellezza Ci  diilingue dal bene come bene, che none cotanto amato e disiderato, e quando pure alcuna forte di bene fia troppo amato, co  . roc dagl’avari fono le ricchezze, dagl’ambiziofi gl’onori, dal vulgo i piaceri del senso, e  che Ci dice e' ne fono innamorati, quefto auuiene per certa fimilitudine di ecceiliuo amore di qui fi poflbn cauare le ragioni di alcune òccultilìime verità. Tvnaè, che la  materia prima perche e lòftanza femplice, e non è buona, non eflendo forma, ma  lbggetto atto à riccuere le forme non è bella ne brutta, e fi dee dire propriamente non bella, & nò buona, & quella medefima cófideratacome informata di tutte le forme séz’ordine e proporzione è buona: ma bruìta, e come informata delle forme con ordine e propor.7ione é beila e buona. l'altra nafeoià verità  è che Dio perche è Comma bontà e perche con  iòmma ed infinita proporzione et grazia le contiene tutte in vn modo perfettiflimo, perciò è la fomma ed infinita  bellezza, &  merita d’eflere amato con ardentifììmo ed infinito amore,  6 Ce gl’amanti delle terrene e create bellezze sentono marauigliofi diletti senza alcuno difpiacere quando le ri mirano come  e3 vogliono: quanto più senza  coinparatione ne sentono delimcreata, & diurna bellezza gli An gipli sii in Cielo, e l'anime beate in eflètto, e  quaggiù ì giufti et gl’eletti per ifperanza.  In vltimo fi può aggiugnere alla predetta difhnizione e dire della bellezza veduta: perciochc fino à tanto che la cofà bella no è veduta, ò con l'occhio corporale, ò eoo quello dell'anima,  eh  e  la mente, niuno iène innamora. Onde il noftro Petrarca quando le bellezze della ina donna gli danno di!piacere, fi doleua  d'auerla guardata dicendo. Occhi  pianate  accompagnate il core,  Jt  Che divoftiofalltr morte foftiene.  E Cavalcanti nella lua così dotta, come ofeura Canzone dell'amore dice che viene da veduta forma che s'intende. Quanto al fecondo punto, che era delle fpezie dell'ai more quante et quali le fìano. fé vogliamo  feguire il  parere di FICINO,  il quale più copioiamente, e più fottilmente chealcun'altro de'Platonici,  ragiona d'Amore fopra  Famorofo Convito di  Platone fi dee dire che le fono di tre maniere, vna dell'animo, qhe fi  conoicc colla mente, l'altra del corpo, che fi feorge  colla vissa, ed vna delle voci, la quale fi comprende co  l'vdito, ma    fi  riguarda à quello che fi è detto  dell'Idee  e  della bellezza con  Platone e  con  Ariftotele di fopra, ed alle parti principali dell'uomo, pare che le bellezze fiero folo di due maniere, vna del corpo, che si conofee col senfo della vista & coll'occhio corporale; e l'altra dell’animOjche  fi contempla coll'occhio dell'anima, che è la méte. É volendo difendere il nota  M. Marfilio  {pudore apprellb di noi Latini della Platonica Filofofia fi  può dire che la diuifione di Platone nelle due Venere, cioè nell’intelligibile, & nella sènfibile, e  le quali in quanto (ì confiderono ncll'Vniuerfò, iòno da Ariitot'ile  chiamate ordine delle cofe intelligibili in Dio, ed ordine ienfibile nelle ipezie del mondo fuori di Dio, fi può dico dire che quclta diuifione è prefa dalle oppoite bellézze, atte(o che vna è immateriale ed  in  Dio, raltrafcnfib;1e, &  tuo  ri della diiiina  eiìenza, cos'i  è preia da due diuerie potente che fono in noi, e queite (òno l'intelletto ed il senfo.  Ma Ficino via la diuifione, et ibeto diuifione infieme volendo dire cosi che iàbellezza, et mafiìmamente con- Édérata  neU'iiuomo>ò  nella  donna, è  ò  dell'animo  folo, del corpo lòlo, ò  dciranimo, & del corpo infìeme: quale è la bellezza e la grazia delle voci  et de1  gentili ragionamenti; perciochc in quanto concionano all'orecchio & all'vdito corporale, & con moto corporale dell'aria, é bellezza corporale, ma in quanto a' gentili concetti, c nobili affezzioni, Se disij, che le SIGNIFICANO, che fono nell'animo, e bellezza interna e dell'animo. Puofli ancora dire che le bellezze eflenziah del mondo grande e del piccolo che e lhuomo, fono di due maniere  vna intelligibile^ l'altra senfibile 5 delle quali quefta cosi è fcala e mezzo à quella, come il senso ierue nelle cófiderazioni all'intelletto. ma per accidente poi, perche all'intelletto in noi non iolo ièruc la vifta, ma ancora rvdito, perciò ancora ci fu di bilbgno della bellezza e grazia delle voci 5 E le alcuno dicerie fefonoeuenzialmente di due forti di bellezze, ò di Venere una intelligibile, e l'altra sensibile: donde nasce che alcuni de’maggiori platonici pongono tre sorti d'amori, uno bestiale, che è IL DESIDERIO grande, che moki hanno di goder la bellezza sensibile co diletto carnale del tatto. L’altro umano col quale dama la medefima bellezza con onestà, ò per dir meglio con minore errore fermandoli in efla; ed il terzo amore è intellettuale e divino e perfetto, perche termina alle diurne bellezze, le quali iole co le tre divine persòne sono il vero oggetto fruibile, parea ragionevole che quanti io no gli amori tante fiano le Venere, ò vero le bellezze eiiendo queite cagioni dell'amore più oltre fi può cercare da qualche bello ipirito, perche la bellezza fi chiami madre dell'amore, e non padre? e perche la fi chiami col nome di femmina, fendo cola perfetta,  et l'amore col nome di maftio, che è imperfetto, & cógiunto colla pouertà ò mancamento. Al primo dubbio fi dee riipondcre chc fecondo i duoi oggetti dell'amore eflenziali, che fono la bellezza  sensibile e l'intelligibile, sono ancora due amori soli il sensibile, e l'intelligibile; ma per accidente poi; perche alcune ni hanno dell'animale e del bruto seguendo i piaceri del Ieri lo: diquìé che l'amor loro è sensuale e brutale insieme. Al secondo dico rimettendomene a più lottili, ed à più intelligenti che la bellezza si domanda madre e non padre, e con nome di femmina, e non di maftio, perche la bellezza senza l'amante atto a innamorarli, e senza il dilcorrerui intorno è cagione imperfetta dell'amore, come la femmina senza il maftio non può ancor ella generare ne le ftelle  fenza il Iole, Venendo ora al terzo capo dico che la bellezza intelligibile e la senfibile conuengono primieramente in più condizioni, poiché tutte e due lbn grazie, fiori, e fplendori, tutte e due fono di  più  perfezzioni, & in pili forme, ò beni fi fondano,  & noninvnfolo. Terzo tutte e due iòno oggetti di potenze cognoicitrici, e quarto fono difiderate di  amoro{b,  et vehementilfimo  difiderio. Sono  lecondariamente uuette due Venere ò bellezze tra loro differenti primieramente perche vna è di cofe Ipiritali, l'altra  corporali: dipoi vna fi comprende con l'intelletto, Faitra col fènfo. Terzo vna ne guida Tempre al bene operare, che è l'intelIettuale bellezza, l'altra talhora ne fa cadere in  rei diade  rij,&  in più fozzi fatti per difetto però di noi, et queita è la senfibile. quarto  l'intelligibile non fi conofee da noi per fé  fterTa, &  chiaramente,  che le fi vedelfe  chiaramente,  molto più ci accenderebbe d’amoroso desiderio, che ella non fi, il vederli chiaraméte tocca folo alla bellezza del corpose però ella lòia ardentimmaméte da noi è amata: come ne moitra l'eiperienza in ogni fecolo, come ne fanno ampiflìma  tede  i'Iftorie, &  Petrarca nel Trionfo d'Amore, et  come  bene dice il Diuino Platone nel Fedro & la cagione perche la bellezza fia lommamente amata e difiderata e perche il bene è colà amabile e  difidcrabilc, più beni molto più, et le vi è  la grazia ancora in  fommo, &  ardentifiìmamentc. In quella vltinia parte di quclto mio difeorfo fi dee da me lpiegare il raara-iglielò ordine, che uenc in questo Sonetto Petrarca in celebrare le bellezze  della dia Madonna Laura, et  'fi dcono efporre alcune voci deltefro: accioche e l'artifizio, e tutto quello che qui dal poeta è detto della sua donna, s'intenda chiariflimamente,  e fi deono muouere Se iiciorre alcune dubitazioni per difefa di quello che fi farà detto. Quanto  all'artifizio, ò vero ordine io ci auuertifco tre -cole la prima che il poeta primieramente nel primo quadernario ragiona delle cagioni delle bellezze della tua M. Laura e poi nell'altro quadernario. ne  due terzetti parla delle bellezze, ieguendo in ciò l'ordine di natura, fecondo il quale le cagioni precedono i loro effetti. La seconda cola che io ci noto è, che queflo Poeta lodando le gmzie di lei compitamente dalle loro più prediate cagionile  celebra  prima  dalle  cagioni  antecedenti, che  fono  l'ideale  bellezza, il cielo, e la natura, dipoi dalla  ca^ione che  accompagna quella suà donna, che è il iiio viiòcon legge e maeftria fatto dalla natura: e terzo da quella, che fegue che è il fine che fegue all'opera  beila,&  e per moitrar  quaggiù  in  terra  quàto  lafsù  potea. Vedete,vedete  vi prego giudiziofiflimi accademici, come compitamente, e con ordine efàlti le bellezze della lui amata: conforme al compimento di ciascuna cosa, il quale stà nello aver tre parti il principio, il mezzo, ed il fine, come con tre prcue ci dimostra il Lizio nel Cielo, cioè dell'autorità di grandinimi filosofanti, quali furono i pitagorici, dai numero che fi via in ogni religione di honorare il divino, che é il numero ternario, e dal perfetto modo di parlare de’greci al quale gli induce la natura delle cose. La terza ed ultima cosa che si dee avertire intorno all'ordine, che tiene M. Francesco in questo e leggiadria ed aitifìziofifs. Sonetto in celebrare le maravigliose bellezze della sua donna è, che egli procede nel fecondo quadernario e ne’due ternari. In questa maniera   te- ff  Lezzione facendosi in prima dalla bellezza del corpo più alta, quale e quella delle chiome corrispondenti a quella del sole di cielo, dipoi segue di dire della occulta, conforme in qualche parte à quella del sole diurno e mutabile, e terzo discende alle bellezze delle parti più basse, e prima alla bellezza, e leggiadria degl’occhi, che con la vissa si comprende, et poi della bocca  dividendola in tre. Una, che ancide per pietade, et confitte nel dolce sospirare. L’altra nel dolce esprimere de’concetti. L'altra nel ridere dolcemente. E tutte e tre appartengono alla bocca polla; di lòtto a gl’occhi, e  quelli Iorio nel mez  mezzo tra quella, e il capo, donde efeono i capelli. Da tutto quello che io ho detto, potete ingegnosissìmi accademici conoscere che quello nostro poeta  non con minore ordine ed artifìzio che con grazia, Sgmaeflà celebra ed ammira le bellezze e le grazie del bel viso di  M. Laura, e insieme di qui si può da voi sapere come cosi le bellezze, come ogn'altro bene, s'ha dal divino fonte d'ogni bontà, e d'ogni bellezza per mezzo de celesti lumi, e della divina ed ideale bellezza. Quanto all’esposizione delle voci più ofeurc la prima è quella qllo, che il poeta nitida [per parte del cielo;] alcuni dellielpofitori di Petrarca per parte del Cielo dicono che egli intende le stelle parti più dense de’celesti corpi, come i nocchi in un legno, e che egli parla come accademico, tenendo che l'anime nostre sono tutte create ad vn tratto, e ciascuna furie alìegnata alla sua stella; come racconta L’ACCADEMIA nel TIMEO (vedasi) ma a me piace di  cfporre per parte del Cielo, tutta quella parte ò flellata, ò non iftellata, la quale con debito modo riguarda il luogo dove è ingenerata – H. P. Grice, GENITOR -- , e dove nasce quella si bella donna  j  attelb che dalla debita situazionc delle stelle in cotal parte, come da cause uniuersali nasceno le grazie di lei: come vogliono gli’astrologi, e cosi piace ancora a quello nostro poeta, come si  può vedere in quella  £iuzone, il cui principio è queilo. MJ Tdctr D£L VERTNO. j|   0>  Tacer non pcffo, e temo non adopre o, contrario effetto la mia Imgua al core l dove nella quinta stanza ei dice  1/  dì che coftei nasce sono UJlelle, Che prodvcon fra voi feliii effetti j, 1/7 luoghi altt er eletti uvna ver l'altra con amor converse. In questa parte del Cielo: come in cagione efficiente,  mediante il lume et il moto è il bel viio di M. Laura, e nell'idea come in eiempio  [onde natura tolge.] Puoi si per natura intendere la forma degl’agenti naturali i quali prendono il  modello dell'operare bene dal divino, in quanto da esso sono bene indirizzati fé bene non intendono. O vero per natura si dee esporre il divino itesso, donde dipende tutta la natura, nel qual SIGNIFICATO – H. P. Grice, NATURAL MEANING -ancora Tintele il LIZIO quando nel primo del Cielo ei dice che fa natura fece bene a lpogliare il corpo celedte d’ogni contrarietà, da che douea elìere eterno, secondo che  e^lì lì pensa, piìi pretto guidato da ragioni uumane che dall’infallibili verità – 2 + 2 = 4 -- , che altramente ci mostrano. Più oltre leguitando [ per vn cuore dove sono unte  virtudi  accolte] Petrarca intende non il cuore, che è parte corporale prima dell'altre: ma  o L’ANIMO, che rifiecie nel cuore, nel qual  ientimento vfìamo di dire io ho in bocca cioche io ho nel cuore, o vero per l'uno e l'altro: anelò che formalmente il cuore èl'iiteifo appetito sensitivo, del quale la virtù é moderatrice, e delle parti materiali gli spiriti sono il soggetto delle spezie di esse virtà come  conofeiute, come d'ogni altra cosa che si conosce. Quanto alle dubitazioni qui dirà qualche ingegnoso spirito come può cilere, che il leggiadro viso di M. Laura fulge in qualche parte del Cielo, e in qualche idea ì atteso che il bel viso di lei è cosa particolare, e il  Cielo, e l'Idea sono cagioni universali. Dipoi come celebrali Petrarca la bellezza della sua donna, e dice che la somma e di  sua morte rea; attclà C cht  LEZZION E che fé le grazie dell'ANIMO, e quelle del corpo di lei sono congiurate contro di lui, ed aspirano a darli morte, sono crudeli, ed unto più fi deono biafimare che lodare quanto la morte è cosa rea e la vita cosa buona. E finalmente come può Ilare che il dolce riso di lei, i  dolci sospiri, e il dolce parlare, sono cagioni che amori  iani,e  anci da,  che  iòno effetti contranj, e douerrebbero nascere da contrarie cagioni, di maniera che SE i dolci sospiri, il dolce parlare, e il dolce riso danno all'amante la sanità e la vita;  L’amaro sospirare, RAGIONARE e  ridere lo fanno infermare e lo conduceno à morte. Al primo dubbio e primieramente quanto al cielo di co, che egli si può considerare in due modi. In uno da per le lenza le cagioni  particolari di quaggiù e senza la  particolare materia e in un'altro inficine con quelli agenti e con quella materia  jnel primo modo è vero che il cielo no può  eiTerc causa delle cose particolari, come di particolari leoni, cani, ed uomini, altramente in damo farebbe data dal divinio la virtù del GENERARE – H. P. Grice GENITOR -- à questi inferiori agenti, nel secondo modo è ben vero: atteso che ogni movimento di quaggiù fino all'alterazione, per la quale lì dsipone la  materia, e si generano le cose pende dal  movimento e da lumi dei celesti corpi, come ne mostra cosi l’esperienza, come IL LIZIO  ancora nel sècondo della GENERAZIONE – H. P. Grice, GENITOR -- e della corruzzione e nel  primo della Metheora, oltre che la ragione il medesimo ci confermalero  che SE i cieli con il loro moto, e con il loro lume non cor correderò gl’agéti di quaggiù alla produzzione delle coae generali, non conosceremo come il divino è la prima ed uniceraale cagione di tutte le cose, ed al cielo che interne coll'intelligenze participa molto più della bontà, che le creature di quello mondo inferiore, farebbe negata la virtù di comunicarla ad altri, ed all'altre creature  mcn buone  conceduta, & l'vno et l'altro farebbe non meno inconveniente che  falso. Secondariamente quanto all'idee, le quali sono nel divino dico che fé bene le fono cagioni vniuerfali delli effetti in if pezic da per loro confidente, nondimeno con gli agenti particolari, et con la particolare materia, fono ancora cagioni particolari. Puoflì ancora dire che l'Idee, fé fi considerano come forme in  Dio che è caufa vniuerfale, in quefta maniera, ioti caule delli effetti Ipeciali, ed uniuerfali ma fé le fi contemplano in Dio come cofa che è maftimamente in atto come ancora i particolarità quella maniera Dio intende più prefto in particolare, che in vniuerfale, et cosi ancora ne è cagione più oltre che cofà non iòlo fallà, & empia, ma ancora ridicola farebbe quella de’ Fiiofòfanti,  fé credeflero che Dio ch'e l'ottima, Scleccellentifs. cagione, e che le foftanze particolari, fono più pertette che Tvniuer(ali, come fi dimoftra d’Ariftotile nel capitolo della foftanza e nondimeno più prefto fi penlàifero che Dio producefTe rvniuerfali cheleparticolaii, & che più prefto di quelle che di quefteteneffe cura, perciò vfizio è di huomo fàuio, pio, et amatore del vero, tenere, che  Dio et in vniuerfale, ed in particolare fìa autore delle cole, et tanto più in particolare, che in vniuerfale: quanto così fono più perfette che in quel modo e cosi deono credere dello intendere di Dio e chi non sa rifoluere le argomentazioni più forti che in contrario fono itate ritrovate da fottili ingegni, dee più prefto in ciò confeffare lz fiia ignoranza che per non fare quefro che farebbe fegno  di modeftia incorrere in quelli tre grandiflìmi vizij di stoltizia, di menzogna, e d'impietà. Alla terza ed vkima difficultà fi può rifpódere che gli effetti contrarij poifon nafeere da vn medefìmo agente ò da due agenti contrarij'. da vn medefìmo in più modi, ò perche egli fìa diversamente dispotto, ò i fuoi finimenti, o la materia, ò perche in diuerfit é piafpirià diuerfì fini può vn medefìmo  agente effere diuerfamente difpofto & così cagionare diuerfì eftetti come il gouernatore e maeftro di naue con la  fuà prefenza e coll’arte fùa faiua la iauc dalle fortune del mare e de'corlali e colla suà  C a alfe*    Le 2 z ione  fllTcn?!, ò non fapendo ben farti, è caufa del contrario umilmente fé vn medelìmo agente fi lèrua di linimenti diuerfi, farà diuerfe operazioni e contrarie, colle  tana- glie esépi grazia vn legnaiuolo caua gli aguti d'vn legno e col martello ve gii ficca, vn'eccell. pittore le ha buon pennellij & buon colori fa vna bella figura, le altramente brutta. Che più oltre vn'iftelfo agente, mercè della  divertita della materia faccia contrarij effetti, è chiaro di qui perche il Sole indurifee la terra, che e tenera per efiere mefcolata coll'acqua, ed intenerire la cera.  aelFaz.zioni umane vn'iftelfo capitano delli  elèrciti Ce ha per fine la vittoria per quella rcpubl. pella quale e5 combatte la può conlèguire. fé la perdita e la rovina ancora di cotanto male può eifere caufa; e cosi la diuerfità de’fini è caufa ancora, che d’vna medemna cagione effettrice nafehino diuerfi effetti, in vltimo, che duoi contrarij, contrarij effetti preduchino è chiaro, il bene accende  in noi desiderio di le il eifo, & di qui è che ci muouiamo per acquiftarlo, il male cagiona l'odio, ed il fuggirlo dalla fanità procedono le operazioni naturali Se buone, dairinfermità fono impediti, e fatte imperfette, da queita diftinzione è manifefto come il dolce sòspirare, parlare, e ridere dell'amata dia la làmta all'amante, fendo li ella con quefte gra7ie prefente, e l'infermi, e dia morte con  la fua ai-lènza, poi come contrarie cagioni il dolce sòspirare, parlare e ridere, el fare tutto que :o con afprezza et sgarbatamente, ne lègue ò la sanità e la vita o la malattia, 8c la morte nello amante, effetti contrarij da contrarie cagioni procedenti. Da tutto quefto mio ragionamento può ciafeuno di voi gentiliduni, et accortitììrni Accademici, e Vditori haucre comprelò, chcilnoltro M.  Petrarca non con minore altezza ni concetti, ne con manco beilo ordine hi celebrate le bellezze et le gra?  ie delia suà  M. Laura che con maeità e grazia di parole, ateeiò che egli «el primo quadernario di quello sonetto l'eiàlta da  tut- Del Verino.%f   te le principali più degne cagioni come tra le irrumentali è il Cielo con 1 fuoi più benigni lumi, i quali in luoghi alci ed eletti si ridonarono  il di che cortei nacque, tra l'elemplari  l'idea d'vna graviofilTima donna, tra le agenti la natura prima, ò vero eifa prima, ed iuprema cagione d'ogni cosa buona, et d'ogni rara bellezza, tra le formali più notabilità grazia e la Ieggiadna, & tra le ma renali il vifo di queita iva donna. Confederando più oltre che quello e dotto e gentil poeta nel lecondo quadernario lèguita, ma più particolarmente  ài renderci ma rauigliofele bellezze di M. Laura, celebrandole fuechio me, con agguagliarle al finiiììmo ore nel colore, e nello splendore e preponendole alle chiome fparie all'aura di qual lì voglia ninfa, che (ì ritroui ne' fonti, & di qual fi voglia  dea habitatrice delle lelue, e credo io, che à più eleuati ingegni intenia di lodarla di carità attribuì» ta alle ninfe, le quali l'ardore delle carnali  dilettazioni eitinguono con queita angelica virtù, non altraméte che il fuoco iìa eitinto dall'acqua cosi voglia Ibpra modo significarci che ella ha in se raccolte le virtù in eccellenza, il che e colà rara e solitaria come quelli che per attendere alle diuine specolazioni, fuggono le conversazioni, Se li riducono ad abitare ne’dolchi, e nelle felue nelmedefimo quadernario magnifica le virtù di  queita dia donna dal gran numero che ella  n'ha raccolte nel suo animo quasi volendo dire che doue nell'altre belle ne è vna, e óuq, ò poche più in lei iòn tutte cosi dalleilremo poterebbe l'hanno in lui, che è di condurlo à morte per l'infinite, e grandiilune pailìoni, eoa le quali tutta la fuà vita è mole-Hata, e quello perche egli non teneua modo, ne anfora in amarle, onde ella molte volte le  gli moitraua disdegnofa, ed adirata; e questo li reca infiniti tormenti, come pel contrario le benigne accoglierne vq contento, vn allegrézza lenza termine Tcn#    $8 Lezzione  Terzo ed vltimo più in particolare ci efprimc le grafie e la forza d’alcune parti di queftabelliiTima, e  le?- giadriflìmà donna: le quali grazie dico iono di alcune parti del corpo, come degl’occhi, del cuore, e della bocca, e ci annunziano vna maggiore grazia che è quella del suo bell'animo, quella degl’occhi è divina, e confifbe più che in altro nel girargli con suavità, e perche per gl’occhi  molto si lcuoprono altrui, le qualità dell'animo: come i più dotti de Fisìonomi ci dimostrano, & refperienzaftefla: di quìè che dal mouimento fòaue e gentile degl’occhi si può prendere fpedito argomento del fuo  bell'animo dal sòfpirare similmente con soavità, si conosce vn'animo appaflìonatOi ma con certa moderanza comeauuicne in chi modera gl’affetti col freno e colla legge della retta ragione. Le grazie finalmente della bocca Tono il dolce parlare che ci dinota vna moderanza nell'appetito iralabile che ci ìùole pella bellezza ò per qualche bene che è  m noi più che in altri inluperbire  ed il dolce riio dolcezza e piaceuolezza nel conversare, O Dio immortale con  quanta arte ci fai tu quaggiù in terra ed inquefta materia vedere la tua bontà e le tue bellezze e con quanto ftupore cosi  dottamente e con tanta leggiadria di parole quefto poeta ce le ha cfprefTe e cantate in quefto sonetto: perche non ho io potuto con quell'altezza di concetti, con quel marauigliofo ordine, e con  quella maeftà di parole, che fi conuenne, e che io più defidcrauo difeorrerne digniilfimi accademici, ed uditori? perche dico non ho io potuto così celebrarle alla presenza vostra? mercè credo io della  debolezza del mio intelletto, e della rozzezza del mio dire, colle quali imperfezzioni è piaciuto alla  diuina prouidenza che io fia, acciò più illuftre e chiare apparifehino le perfezzioni e  le  grazie di molti altri, & atfine che io comprenda, che tanto più  fi Del Verino. 0 ri fono obbligato della grata vdienza, che come corte fiiTimi mi auete data, quanto meno mi  II conucniua, e perciò con tutto l’affetto del  cuore ve ne ringrazio. IO HO DETTO. Il  Fini. Francesco Vieri. Keywords: Pico, Accademia. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft; Luigi Speranza, “Grice e Vieri: la dialettica fiorentina”, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vieri.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vigellio: la ragione conversazionale al portico romano – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Absract. Keywords: Storia della filosofia romana. Filosofo italiano. Amico ed allievo di Panezio. Stoic philosopher. A friend and pupil of PANEZIO (vedasi), with whom he also lives. He is noted by CICERONE in “De Oratore” to have also been a friend of Lucio Licinio CRASSIO (vide), the greatest Roman orator prior to CICERONE. All other information has been lost.  See also List of Stoic philosophers. References: Blits, “The Heart of Rome: Ancient Rome’s Political Culture”; CICERONE. The first Stoic philosopher in Rome is the famous Panezio, who joins The Scipionic Circle, lives for a while in SCIPIONE’s home and travels with him for more than a year on a public embassy to the East. Besides SCIPIONE, consul, and censor, at least six  *other* consuls study under Panaetius. They include LELIO and L. FURIO, both of whom, along with SCIPIONE and Polibio, hear the three Greek philosophers at Rome; FANNIO; Q. Elio TUBERONE, suffect consul, Q. Mucio SCEVOLA, and Rutilio RUFO. In addition, Spurio Mummio, one of the legates sent to settle Greek affairs is trained in the doctrine of il PORTICO (Cicero, “Bruto”). V., friend of CRASSIO, consul, is Panezio’s friend and pupil, and lives with him (CICERONE, “De oratore”); and Sesto POMPEO, son of the governor of Macedonia, brother of a consul, and uncle of POMPEO maggiore, withdraws from politics in order to devote himself to the philosophy of the Portico (CICERONE, Bruto, De oratore). Portico. Pupil of Panezio. Marco Vigellio. Marcus Vigellius. Luigi Speranza for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vigna: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola -- la ragione conversazionale e la regola d’oro conversazionale – la scuola di Rosolini – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosolini). Abstract. Keywords: inter-soggettivo trascendentale. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Rosolini, Siracusa, Sicilia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia filosofia a Milano, legandosi in special modo all'insegnamento di BONTADINI (vide) e SEVERINO (vide). Con SEVERINO si laurea con la tesi, ‘La logica dell'astratto – generale -- e la logica del concreto – particolare’”. Insegna filosofia a Milano e Venezia. Presidente della Società italiana di filosofia morale. Si occupa della filosofia del lizio, o peripato, e di neo-idealismo italiano. Si concentra in maniera speciale sull'ontologia, proponendo una ‘semantizzazione’ del concetto di ‘essere’ capace di risolvere la aporia del “parmenidismo” (vide VELIA) di SEVERINO, che in qualche modo grava anche sulla speculazione di BONTADINI. Questa ‘semantizzazione’ permette di leggere nel ‘divenire’ (“x divenne y”), non l'annullamento dell'ESSERE (“x e y”), ma piuttosto l’annullamento di UN ENTE. La differenza fondamentale è proprio quella che passa tra l’essere ‘assoluto’ che *non* diviene, e UN ente finito che comincia e cessa di essere – cfr. Grice, relative identity in Geach and Myro, and his schema on becoming after von Wrigt in “Actions and events.” Questa impostazione ha consentito di raffinare ulteriormente il tema della mediazione metafisica che sfrutta e compone la posizione necessaria della totalità di un essere con la posizione della totalità molteplice e mutabile dell'esperienza.  Insieme all’analisi di ontologia, si sono svolte quelle di etica (bio-etica). L'etica è intesa fondamentalmente come un’annalisi del desiderio o volere, il quale, a sua volta, è fondamentalmente desiderio di un altro desiderio (“meta-desiderio”), cioè poi di un altro essere umano – il co-conversazionalista B -- che ci desideri e ci riconosca. L'etica e così ri-condotta alle dinamiche di una relazione inter-soggettiva, che si puo descrivere secondo tre modelli basilari. Il primo modello è il modello griceiano – ariskantiano -- quello regolativo per l'etica. E quello in cui le soggettività si riconoscono reciprocamente come delle soggettività, e cioè come delle persone o degl’esseri che pensano e desiderano in modo trascendentale. Il secondo modello, piu primitive, è quello trasgressivo della ragione istrumentale. Quello in cui le soggettività confliggono e cercano di dominare il soggetto che hanno di fronte, trattandolo come un oggetto o istrumento -- o una cosa manipolabile a loro piacimento. Il terzo modello, che si colloca a mezza strada fra i due precedenti, è quello che V. definisce come modello griceiano ‘oblativo,’ in cui, mentre una delle due soggettività riconosce l'altra e si dispone a trattare l'altra secondo la cura e il rispetto che le convengono, l'altra soggettività non offre nessun riconoscimento e cerca di imporsi sulla soggettività riconoscente come soggettività dominante. Questa impostazione onto-etica si caratterizza per il tentativo di fondare la regolatività etica del modello ariskantiano di Grice su argomentazioni che partono dal rilievo irrefutabile della trascendentalità della persona, la quale si trova invece contraddetta in tutte le situazioni di rapporto inter-soggettivo ri-conducibili agl’altri due modelli (razionalita istrumentale – Modelo II --, e razionalita di oppression – Modelo III).  L’indagini di antropologia trascendentale completano e chiudono questo percorso, ponendosi come il termine medio che stringe e salda l'ontologia all'etica. Il concetto di ‘persona’ viene inteso alla Grice e Strawson come sinergia del concetto di ‘sostanza’ e di quello di relazione (la categoria della relazione di Aristotele, la relati, o il ‘pros ti’.  Sostanza (ousia, sub-stantia,  essential) è classicamente quello che permane e sta in sé. La relazione, invece, è qui il rapporto intenzionale ad altro da sé. La persona è una sinergia di sostanza e relazione perché è sia rapporto a se stesso sia rapporto all'altro da sé, in quanto è essenzialmente una intenzionalità trascendentale, ovverosia un orizzonte consistente di relazione all'altro da sé, secondo il corso illimitato del desiderio che lo abita. Saggi: “La dialettica di GENTILE” in “Giornale critico della filosofia italiana”, “La religione nella filosofia di GENTILE”, “Giornale critico della filosofia italiana”, “GENTILE, interprete di Marx”, in  Enciclopedia. La filosofia di GENTILE, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Ragione e religione”(CELUC, Milano); “Filosofia e marxismo” (CELUC, Milano); “Le origini del marxismo teorico in Italia: il dibattito tra LABRIOLA, CROCE, GENTILE, e Sorel sui rapporti tra marxismo e filosofia (Città Nuova, Roma); “GRAMSCI: il pensiero teorico e politico e la questione leninista” (Città Nuova, Roma); “Invito al pensiero di Aristotele” (Mursia, Milano), “Sostanza e relazione: una aporetica della persona,” in L'idea di persona, Melchiorre (Vita e Pensiero, Milano); “L'enigma del desiderio” (San Paolo, Cinisello Balsamo); “La politica e la speranza” (Lavoro, Roma); “Il frammento e l'intero: -- il toto e la parte -- indagini sul concetto di essere e sulla stabilità del sapere” (Orthotes, Napoli); “Sul trascendentale come inter-soggettività originaria”, in “Le avventure del trascendentale,” Rigobello (Rosenberg, Torino); “Sulla verità e sul bene” (Petite Plaisance, Pistoia); “Etica del desiderio come etica del riconoscimento” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: indagini di struttura sull'umano che ci è comune” (Napoli); “Studi su GENTILE” (Orthotes, Napoli); “Studi su Marx” (Orthotes, Napoli); “Studi su Aristotele” (Orthotes, Napoli); “La ragione e la dialettica: studi su Marx e VOLPE” (Marsilio, Venezia); “Teorie della felicità” (Francisci, Abano Terme); “La qualità dell'uomo: filosofi e psicologi a confronto” (Angeli, Milano); “Dio e la ragione” (Marietti, Genova); “L'etica e il suo altro” (Angeli, Milano); “Strutture del sapere filosofico” (Cardo, Venezia); “La libertà del bene” (Vita e Pensiero, Milano); “Essere giusti con l'altro” (Rosenberg, Torino); ‘Introduzione all'etica” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica trascendentale e intersoggettività” (Vita e Pensiero, Milano); “Multi-culturalismo e identità” (Vita e Pensiero, Milano); “La persona e i nomi dell'essere: sritti di filosofia in onore di MELCHIORRE” (Vita e Pensiero, Milano); “Libertà, giustizia e bene in una società plurale” (Vita e Pensiero, Milano); “Etiche e politiche della post-modernità” (Milano, Vita e Pensiero); “Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità” (Vita e Pensiero, Milano); “Affetti e legami” (Vita e Pensiero, Milano); “La REGOLA D’ORO come etica universale (Vita e Pensiero, Milano); “BONTADINI e la metafisica” (Vita e Pensiero, Milano); “Metafisica e violenza” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica di frontiera: nuove forme del bene e del male” (Vita e Pensiero, Milano); “Di un altro genere: etica al femminile” (Vita e Pensiero, Milano); Pira. Un san Francesco nel Novecento (AVE, Roma); “Multi-culturalismo e inter-culturalità: l'etica in questione” (Vita e Pensiero, Milano); “La vita spettacolare: questioni di etica” (Orthotes, Napoli); “Etica dell'economia: idee per una critica del riduzionismo economico (Orthotes, Napoli); “Differenza di genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera” (Orthotes, Napoli); “Il dovere dell'ospitalità (Orthotes, Napoli). Dell'interpretazione di GENTILE offerta da V. discutono, fra gl’altri, Berlanda, “GENTILE e l'ipoteca kantiana. Linee di formazione del primo attualismo” (Vita e Pensiero, Milano); Bettineschi, “Critica della prassi assoluta: analisi dell'idealismo di GENTILE” (Orthotes, Napoli). Si vedano anche “Studi GENTILIANI” (Orthotes, Napoli). Cfr. “Studi marxiani” (Orthotes, Napoli). Cfr. gli scritti raccolti in V., Studi aristotelici” (Orthotes, Napoli); Saccardi, Semantizzazione dell'essere e inferenza metempirica, in Pagani, “Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli). Cfr. anche Messinese, “L'apparire del mondo: dialogo con SEVERINO sulla ‘struttura originaria’ del sapere” (Mimesis, Milano). “V., invece, che pur si è formato alla scuola di BONTADINI e di SEVERINO, non segue più i suoi maestri, perché ormai ritiene che, se si accetta la “semantizzazione parmenidea” (vide VELIA) dell’essere, non si può evitare di estendere gl’attributi dell'essere assoluto all’ente, come precisamente è avvenuto nello svolgimento della filosofia di SEVERINO. L'errore, però, prosegue V., sta proprio in questo “aver trattato la questione dell'essere come una questione di ESSENZA.” L'errore viene eliminato convincendosi che la “semantizzazione” dell'essere coincide con la relazione d’essenza ed esistenza': questo è il 'tratto comune' tra tutti gl’enti".  Cfr. V., “Il frammento e l'intero,  Sulla semantizzazione dell'essere. L'eredità speculativa di BONTADINI, in “BONTADINI e la metafisica.” Si veda inoltre SOLLIANI, “Dell'essere come essenza: per una rivisitazione del problema a partire d'AQUINO” in Debili postille, Il frammento e l'Intero, Cfr. anche Pagani, “Una rivisitazione della via del divenire e Peratoner, Intorno alla conoscibilità di Dio, la ragione, la fede, in Debili postille,  Si veda poi Barzaghi, Percorsi di rigorizzazione della teologia naturale nella filosofia neo-classica milanese”, “Rivista di filosofia neo-scolastica”. Cfr. Vigna, Etica del desiderio umano (in nuce), in Introduzione all'etica, Aporetica dei rapporti intersoggettivi e sua risoluzione, in Etica trascendentale e inter-soggettività,  Si veda anche il saggio di Fanciullacci, “Dell'inter-soggettività e del riconoscimento, in Debili postille, Cfr. V., Sul trascendentale come inter-soggettività originaria. Venuti, La cura dell’altro come REGOLA D’ORO. Lettera aperta a V., e Zanardo, Sul dono della differenza, in Debili postille, Per una discussione complessiva del pensiero di V. si vedano i saggi contenuti in Pagani  Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: una aporetica della persona.” Si può vedere anche Bettineschi, Finità e infinità della soggettività. Lettera aperta a V., in Bettineschi, “Intenzionalità e riconoscimento: scritti di etica e antropologia trascendentale” (Orthotes, Napoli). Bergamo festival: l'intuizione, su you tube. Malato o persona?, su you tube. L'etica, you tube.com. Treccani. Intervista a V.: la filosofia morale, you tube. Tugnoli, V.: il desiderio come orizzonte trascendentale, su mondo-domani. Venezia, su unive Bollettino della Società filosofica italiana, Centro di etica generale ed applicata, su centro di etica. Centro inter-universitario per gli studi sull’etica, su venus unive. Società italiana di filosofia morale, Intervento su La Pira, su avvenire. Attualismo, problematicismo, metafisica, su filosofia. La politica e il sacro, su in schibboleth.  Bisognerebbe oggi parlare piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti  dinanzi ad un certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo siamo  nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito in sé ciò che una volta era,  almeno in parte, contenuto della sfera politica; ma lo siamo soprattutto nel senso che il  compito politico sembra troppo difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da  coloro che ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera politica. La sfera politica sembra non riuscire più  ad occuparsi della cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione  corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma certo non  soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di spreco. Il cittadino medio tende  perciò a ritrarsi dalla politica o semplicemente cerca di profittarne. Di fronte all’ingestibilità della progettualità politica, e pure di fronte al discredito della politica, si capisce perché vi sia un generale movimento di conversione dai fini ai fondamenti  della comune convivenza. Ma questa conversione a me pare, in realtà, non tanto una conversione dalla progettualità politica all’amministrazione della società civile, quanto una  qualche conversione dalla politica all’etica.  Ci si è convertiti all’etica, quasi per esaurimento della sfera politica: questo ho appena  suggerito. Ma l’etica non pare offrire uno spettacolo diverso dalla politica, nonostante oggi  la si chiami fuori, l’etica, per dirimere, quasi giudice supremo, i conflitti tra il politico, il sociale e il privato; anche l’etica, infatti, ha i suoi problemi, né suscita consensi facili, quando  si va a determinare caso per caso che cosa può dirsi garantito dall’etica. Sono note ad es. le  polemiche sulla bioetica, tanto per citare uno dei temi oggi forse più rilevanti, anche per le  sue immediate ripercussioni in ambito politico. Dobbiamo dunque mettere sul conto della  nostra quotidianità una eclisse anche dell’accordo sulle convinzioni etiche? Così pare. E il  multiculturalismo spinge nello stesso senso. Fino a qualche decennio fa la trasgressione  prendeva di mira la legge politica (si ricordi la temperie sessantottina); oggi quel tipo di trasgressione sembra rientrata e sembra, appunto, presa di mira anche l’etica. Cito solo un  sintomo, ma vistoso: ciò che si discute con sempre maggiore frequenza è la possibilità di  stabilire regole per tutti che siano regole puramente convenzionali o formalistiche, anche  sul piano etico. L’area anglosassone, più sperimentata in fatto di multiculturalismo, ha  avanzato non poche proposte in tal senso. Ma bisogna pur dire che ogni formalismo convenzionalistico contiene in sé il difetto radicale di valere tanto per le cose buone quanto per quelle malvagie (anche una organizzazione mafiosa rispetta una serie di convenzioni...),  sicché serve solo a scansare il problema fondamentale, anzi che a risolverlo. Ed è qui che  il bisogno di stare al sostanziale tende alla compensazione dell’etica, lmeno nel senso di  ricorrere ad elementi o frammenti di rimandi all’etica, per ottenere coesione e consenso.  Una certa fiducia nell’universale rispetto dell’essere umano e un certo rimando ad una fede  paiono non di rado un collante più potente di qualsiasi considerazione ideologica, visto  anche il discredito su larga scala patito dalle ideologie novecentesche. Eppure, dell’etica e della politica, in realtà, nessuno può fare a meno. L’etica e la  politica, come tutte le cose “necessarie” per la vita degli uomini, si raccomandano da sole. Come tutte le cose necessarie, l’etica e la politica ricompaiono e persino dominano anche  là dove le si vuole a tutti i costi esorcizzare. Solo che tutte queste cose prendono vesti diverse da quelle di una volta: tendono a frantumarsi in molti rivoli o assumono andamenti  carsici. Per esempio, l’etica e la politica diventano oggi cura del mondo della natura o  riscatto del femminile, lotta per l’integrazione delle etnie o sostegno per gli emigranti e gli  emarginati. Comunque, quando e a misura che appaiono onorate, queste dimensioni del  senso della vita umana sembrano rendere possibile la convivenza, perché esse si presentano come custodi di ciò che accomuna gli esseri umani nel profondo. Più di quanto accada  alla semplice fattualità dell’ethos. L’etica e la politica sembrano qualcosa di infinitamente  più prezioso dell’ethos. Sono in effetti il giudizio sull’ethos a partire dalla verità del desiderio umano, se intendiamo per ethos ciò che appare come la realizzazione storico-fattuale  di tale desiderio. Abbiamo evocato la “verità” a proposito del desiderio umano. In realtà, l’etica e la  politica, sono solitamente intese come il luogo del riferimento all’”oggettività” normativa. Ma l’”oggettività” qui che cos’è, se non la “verità” di quel che il desiderio del singolo o  della collettività desidera? Una certa eclisse dell’etica e della politica, in particolare, sembra l’eclisse della consapevolezza di questo legame originario con la verità dell’esistenza. E allora? Come far fronte a questa “sfida” paradossale del nostro tempo, che vorrebbe fare a meno dell’universale verità, proprio mentre la invoca per governare la frammentazione  delle esperienze dei singoli e dei molti? Semplificando non poco, io azzarderei questo tipo  di risposta. Un codice universale di natura semplicemente teorica, cioè veritativa, sembra  diventato di fatto improponibile. Questo non significa che sia impossibile. Significa semplicemente che la cultura dominante, incline al relativismo e allo scetticismo, non lo cerca e  non lo vuole. In fondo, ne dispera. Eppure, tenta di rimediare a questo fallimento epocale  mediante la ricerca di un codice pratico. È degna di rilievo la circostanza che gli “ultimi fuochi” della “fondazione” di qualcosa siano, nel pensiero filosofico occidentale, di tipo eticopratico (cfr. ad es. le proposte di Apel). Ma anche la fondazione dell’eticità, purtroppo, è un che di teorico. Perciò non funziona più di tanto. Ossia: anche l’etica e la filosofia della  politica dividono. Sembra che unisca, piuttosto, la pratica tout court, forse perché nella  pratica ci si deve necessariamente determinare così e così. La pratica è “reale”, si pensa, o è almeno la riconduzione del pensiero alla realtà (laddove la teoria è la riconduzione della  realtà al pensiero e quindi sembra offrire un margine maggiore alla variazione soggettiva).  Per una metafisica del bene comune  Ma non ci si illude anche da questa parte? È possibile. E tuttavia la pratica, come alternativo terreno di intesa, sembra più efficace della teoria, perché si orienta al reale, e il reale  tendenzialmente unifica, se e quando ci è dinanzi (almeno in qualche modo), più di quanto non  accada alla teoria, che soffre degli equivoci insuperabili della comunicazione. Ma una maggiore approssimazione al nostro obbiettivo richiede una manovra aggiuntiva. Noi dobbiamo cercare ciò in cui gli esseri umani possono praticamente convenire,  ossia ciò che li può praticamente accomunare. Orbene, ciò che tutti desideriamo è almeno  questo: d’essere riconosciuti e onorati nella nostra umana soggettività. Detto in altri termini, ogni soggettività umana chiede d’essere riconosciuta come un orizzonte di senso  inoltrepassabile, cioè intenzionalmente infinito, perché tale essa è per via del logos che la  informa. Ma le soggettività sono molte. E come è possibile che più orizzonti intenzionalmente infiniti coesistano? Non si riesce facilmente a capire proprio questo. Sulle prime, più  infinità, per quanto semplicemente intenzionali, sembrano incompossibili. L’una sembra  togliere all’altra proprio tale carattere (Sartre). Di qui l’impulso al conflitto e quindi alla potenziale esterminazione dell’altro. E in effetti l’esito è inevitabile, se ogni soggettività viene  innanzi esigendo, anzitutto, dall’altra il riconoscimento della propria trascendentalità. Cioè  imponendolo. L’altra, per lo più, farà lo stesso con la prima. Così entrambe le soggettività  finiranno per lottare per la vita e per la morte. Non così, se ogni soggetto, anziché esigere  d’essere riconosciuto nella sua trascendentalità, viene innanzi offrendo, anzitutto, il proprio  riconoscimento della trascendentalità dell’altro. Non così, se l’altro, riconosciuto, viene innanzi riconoscendo a sua volta la trascendentalità del primo. Poiché la trascendentalità in  tal caso non è predata, ma reciprocamente offerta, accade che ognuna delle due coscienze  sia riconosciuta dall’altra. E poiché ognuna liberamente riconosce, resta nella propria trascendentalità anche quando lascia essere l’altra allo stesso modo. Due trascendentalità,  così chiasmaticamente incrociate, non sono più incompossibili, anzi si sostengono e si alimentano a vicenda. L’inciampo dell’ostilità reciproca è qui tolto in via di principio.  Il primo codice universale e il più efficace è dunque il principio del reciproco riconoscimento. In effetti, il principio del reciproco riconoscimento è il codice universale più  praticabile: un gesto di riconoscimento può esser fatto da chiunque lo voglia. La sequenza che ho sinora esposto si può riassumere così: possiamo tornare alla politica solo se transitiamo per un’etica del riconoscimento reciproco. Ma il riconoscimento  reciproco implica inevitabilmente trattare ogni essere umano come fine in sé. Cioè come  qualcosa di inoltrepassabile. Cioè come libero dall’ambiguità delle relazioni di dominio. La vita umana non può che abitare questo luogo, se andiamo alla sua regola secondo verità. Ma come in concreto si struttura la salvaguardia della vita umana nella società civile?  Credo che si possa agevolmente rispondere a questa domanda riproponendo nel giusto  ordine tre grandi convinzioni che da tempo immemorabile gli esseri umani hanno tentato  in un modo o nell’altro di onorare: la libertà del gesto, che fa dell’azione una azione umana  nella sua dignità, la mira del bene, che riscatta la libertà da possibili ambiguità, la giustizia  del gesto che fa della mira del bene una questione non solo della vita del singolo, ma anche della vita di tutti. Vediamo partitamente queste tre convinzioni, che rendono possibile  l’umana convivenza come società civile e che devono essere protette dall’umana convivenza  come società politica. Il primo breve discorso che vorrei fare è quello sul bene1, perché sono convinto del  fatto che dal bene cominci propriamente la possibilità di una determinazione equilibrata  delle altre due parole: la libertà e la giustizia e perché il bene custodisce in sommo grado la natura sacro-santa della vita umana. La vulgata precedenza della libertà sul bene e sulla giustizia è in realtà un capovolgimento della vera sequenza teorica. Dobbiamo tale errata  precedenza alla modernità. Essa compare con solennità epocale per la prima volta nelle  parole d’ordine della rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, fraternità. Da allora in poi  ha fatto, purtroppo, molta strada. Dico “purtroppo”, perché sono dell’avviso che, cominciando dalla libertà si onora un essere umano, ma solo cominciando dal bene lo si orienta  in modo conveniente nei suoi propositi di vita, singolare o collettiva. E un essere umano è  libero soprattutto per questo, per confrontarsi col bene. Il bene è infatti il fine d’ogni azione  e nella vita pratica tutto prende senso dal fine.  Ma lasciamo i discorsi formali e veniamo a qualche considerazione un po’ più contenutistica. Chiediamoci, anzitutto, perché nel corso della modernità il bene è stato gradualmente messo da parte (il grande discrimine è il Kant della Critica della ragion pratica). La risposta a questo interrogativo è nota ai metafisici  solo la richiamo  ed è duplice.  Prima parte: il tema del bene è stato accantonato, perché strettamente legato all’ontologia metafisica, da Kant in poi (v. Critica della ragion pura), per comune convinzione, considerata impossibile. L’ontologia metafisica, veicolata, specialmente da Wolff in avanti, come un  sapere sistematico, con l’aura dell’assolutezza, era simbolicamente accostata, in termini  politici, a qualcosa come la monarchia assoluta e/o il papato. Ma questo, in molti spiriti  liberi, significava inevitabilmente dispotismo, autoritarismo, inquisizione e simili. La modernità è rappresentabile, da questo punto di vista, come la rivolta della soggettività contro  un simile apparato, in nome d’un nuovo fondamento di senso: la soggettività medesima,  cui appartiene essenzialmente l’attributo trascendentale della libertà. Il cogito cartesiano  inaugura questa stagione, anche se l’emergenza della figura della libertà è da addebitare  alla stagione illuministica. Ma vediamo l’altra parte. Nella modernità il riferimento al divino, cui il bene era da  molti secoli, in ultima istanza, rapportato, si attenua fortemente e gradualmente; dall’Umanesimo in avanti, viene innanzi, e anche occupa per intero lo scenario, l’essere umano con  il suo mondo. Il contenuto del bene diventa proprio questo. Non è, il bene, sparito dalla  circolazione delle idee: ha solo mutato nome. E del resto non poteva sparire, perché fa parte  del modo in cui necessariamente viviamo. Dunque, il bene della soggettività moderna in rivolta è la soggettività medesima: in versione singolare o in versione comunitaria. Troviamo l’espressione più netta della rotazione di senso nella prima e nella terza parola della sequenza della  1 Mi permetto rimandare al vol. da me curato, La libertà del bene, Vita e Pensiero, Milano e spec. al  mio saggio su Bene e male. Una riconsiderazione. Per una metafisica del bene comune  rivoluzione francese: la libertà e la fraternità. A seconda che si propenda per il primato dell’una o dell’altra parola, si avrà nel seguito il liberalismo o il collettivismo. Da allora, a  mio avviso, non è cambiato molto su questo terreno. Tutti i pensatori etico-politici moderni  e molti dei pensatori contemporanei si schierano tendenzialmente da una parte o dall’altra. Direi che questa vulgata ha per ora pochi avversari. Ma a breve le cose potrebbero  cambiare. Timidamente si fa innanzi presso alcuni post-moderni (ad es. Foucault) e presso  alcuni esponenti radicali del pensiero verde (v. Bateson, ad es.) l’oltrepassamento della centralità del soggetto e dei soggetti, in direzione di un paganesimo cosmicizzante. Nietzsche  è il piccolo padre anche di questa nuova ondata. La cosa era forse in certo modo prevedibile.  Una volta eliminato il Dio della metafisica e della religione, il piccone della critica si è andato esercitando, anzi si è andato accanendo sulla portata trascendentale della soggettività, e  ne ha decretato la fine. E allora, cosa può diventare riferimento ultimo del senso, messo da  parte Dio e l’uomo, se non il cosmo, che è poi la terza della grandi parole della metafisica,  ancora presenti nella critica kantiana come indicazioni sistematiche ideali? Questa recente direzione di marcia lavora sulla fine della soggettività trascendentale  forse anche a partire da un certo fascino indotto dalla vita materiale: la durezza delle dinamiche economiche, apparentemente incontrollabili; il trionfo della tecnologia, dilatabile,  si opina, senza limiti; il fascino della biosfera, che fa sognare una sorta di unità mistica  quanto alle forme di vita, compresa la vita umana; la rete mediatica che influisce potentemente sui costumi e produce condotte eteronome di massa, l’enorme flusso migratorio,  che relativizza tutto ciò che la soggettività singola ha costruito come propria storia. La  soggettività moderna, insomma, ne sembra schiacciata. Marx pensava ancora di mettere  innanzi la grandezza della specie umana per governare la storia. I contemporanei si sono  arresi, quando anche questa variante consolatoria è fallita. Le voci che fanno dell’umanità  un giocattolo in balia di mani più forti, come sono quelle della tecnologia o quelle delle  forze naturali, sono sempre più ascoltate. Personalmente, resto scettico di fronte ai tentativi di oltrepassamento dell’orizzonte della soggettività in una neutra oggettività. Neutra, poi, non proprio, perché si colora  subito di irrazionalità, arbitrarietà, crudeltà e cinismo. Nietzsche ancora una volta ha già  predetto l’essenziale, cioè ha visto in anticipo la deriva di ciò che segue alla morte di Dio.  Egli voleva reagire a questa deriva, con un rinnovato umanesimo. E noi siamo forse ancora  al punto in cui egli si era fermato; dobbiamo, cioè, capire che fare quanto al nostro destino  di umani, ora che cominciamo a nutrire seri dubbi sulla capacità nostra di governare la  terra. Chiedersi da che parte andare è lo stesso che chiedersi qual è il nostro bene, il bene  per noi post-moderni. S’intende: trattandosi del nostro bene, si tratta del bene non solo  di un singolo, ma anche dei molti e in una società pluralistica. Si tratta del bene comune  dell’intera umanità. A guardare le cose un po’ dall’alto, vien da dire che oggi bisognerebbe  decidere quale delle tre grandi parole della metafisica prima citate può interessare una società pluralistica come riferimento di senso. Dico “può interessare”. Faccio, in altri termini,  un discorso di “persuasività”, non un discorso di stretta “verità”. Se dovessi fare un discorso di stretta verità, dovrei molto semplicemente affermare che il primo e, in certo senso,  l’unico oggetto degno dell’attenzione originaria di un essere umano è l’assoluto. Cioè,  solo Dio è degno, in ultima istanza, dei nostri desideri e dei nostri pensieri. Nessun altro  e nient’altro. La stragrande parte degli uomini, in modo più o meno rozzo o più o meno  sofisticato, pensa spontaneamente così e in qualche modo cerca di onorare questo modo di  pensare. L’enorme impatto sulla faccia della terra delle convinzioni religiose è lì a testimoniarlo. Solo una sparuta minoranza, in realtà, per lo più abitante dell’Occidente opulento  e post-industriale, si permette, a questo riguardo, forme insistite o incistate di scetticismo  a trecentosessanta gradi. Se si vuol fare, tuttavia, un discorso di persuasività etico-politica,  cioè un discorso che si fonda su una serie di evidenze abbastanza facili da percepire per  i più, allora il discorso sul bene in una società pluralistica non può che essere centrato sugli  esseri umani. Non certo sulla natura, la quale deve essere, sì, oggetto di cura, perché è il nostro “grande corpo organico”, ma, appunto, di una cura subordinata alla cura degli umani;  non, purtroppo, su un Dio trascendente, perché non tutti lo riconoscono, perché di Lui, comunque, nulla possiamo sapere in linea puri intellectus, eccetto l’esistenza sua, e quel che  ne diciamo quanto alla sua essenza, ci divide più di qualsiasi altra cosa. Insomma, resta  l’uomo come fine. In termini etico-politici, cioè di pragmatica possibilità di stringere accordi  potenzialmente universali, una impostazione come quella ad es. di Hans Jonas potrebbe  essere accettabile. Ma studiosi come Rawls o Habermas – cf. Habermas on Grice – Thomson, Reading Habermas reading Grice – Speranza -- propongono strategie simili. Del  resto, se questo primato antropologico venisse perseguito a fondo, sarebbe più facile per  molti sentire in cuor proprio il bisogno di volgersi all’origine ontologico-metafisica della buona qualità dei rapporti tra noi, anche perché una parte, almeno, dell’umanità sicuramente  continuerà a testimoniare il nesso tra la pratica della fraternità e il rimando inevitabile ad  una suprema e universale Paternità. Lì abita in ultima istanza il sacro-santo della vita. Ma qui devo lasciare in sospeso il tema, perché andrebbe nel senso della teologia politica, su  cui è bene che sia altri a dire. Ora andiamo al tema della giustizia. Come è noto, l’etica pubblica si divide tra i sostenitori del primato della giustizia come elemento procedurale e formale dell’architettura  della convivenza umana e i sostenitori del primato del bene o dei beni come acquisizione sostantiva. Lo abbiamo accennato prima. Io credo, invece, che si tratti di due “cifre”, la  giustizia e il bene, per nulla alternative, anche perché entrambe “originarie”. Se ben si riflette, appare sufficientemente chiaro che il giusto è un certo rapporto, mentre il bene è il termine di un rapporto. Giusto, poi è il rapporto buono, mentre il bene non si  risolve semplicemente nel rapporto giusto. Il rapporto giusto è solo uno dei beni possibili.  I due significati, dunque, non sono propriamente equivalenti (il bene, ad evidentiam, ha una  estensione maggiore), anche se l’uso linguistico tende a trattarli quasi in modo sinonimico.  È vero, piuttosto, che essi in qualche modo si determinano a vicenda, perché il bene non  È anche evidente che l’oggetto cui ci si rapporta è più importante del rapporto. Il rapporto è una realtà intenzionale, mentre il bene è una realtà ontologica. Naturalmente, anche la realtà intenzionale è in qualche modo Per una metafisica del bene comune  può prescindere da un certo rapporto e il giusto non può fare a meno del riferimento al  bene. E tuttavia, se è vero che il bene non può fare a meno d’essere un rapporto, ciò che  nel determinare il bene importa è, in primo luogo, la natura dell’oggetto cui ci si rapporta;  parimenti, se il giusto non può fare a meno di una relazione ai beni (questo è specialmente  evidente nella giustizia di tipo distributivo, ma poi appare anche in quella di tipo commutativo), la natura del bene è per il giusto relativamente indifferente. Si può stare nel giusto  con beni piccoli o con grandi beni. Conta, appunto la natura del rapporto, cioè che si tratti  di un rapporto in cui non manchi l’uguaglianza (commutativa o distributiva che sia). Che ne è della giustizia in una società veramente civile? La domanda importa che  si trovi un rapporto giusto per tutti, indipendentemente da una certa identità culturale. Ora,  che cosa è anzitutto giusto per qualsiasi essere umano? Ossia: quale rapporto un essere  umano giudica come tale che non viola le proprie attese originarie di giustizia? La risposta  obbligata mi par questa: per un essere umano è anzitutto giusto o ingiusto ciò che concerne l’immediato rapporto suo con gli altri esseri umani. E il rapporto giusto è il rapporto che  rispetta, anzi onora e quindi si prende cura della soggettività nella sua trascendentalità; è  il rapporto che lascia essere gli esseri umani come tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili; è il rapporto, per dirla kantianamente, che tratta un essere umano sempre anche come  fine e mai come semplice mezzo. Abbiamo già detto che questo, universalmente praticato, è  proprio solo del rapporto di riconoscimento reciproco, perché solo nel riconoscimento reciproco le due o più soggettività si lasciano essere come tali. Bene e giustizia, dunque, qui  convengono. Soltanto qui. E questo per il fatto che l’essenza di un essere umano è d’essere  un rapporto. Egli è, dunque il bene del rapporto e, nel contempo, il rapporto del bene, se  si rapporta riconoscendo. S’intende, secondo le forme della finitudine. Non ho inteso, con  ciò, dimenticare la complessità e la difficoltà di trovare criteri appropriati per la giusta distribuzione dei beni della terra. Non v’è dubbio che il concetto di giustizia passa, innanzi  tutto e per lo più, per questa pratica quotidiana. Ma la giusta distribuzione dei beni non è  che l’effetto, in parte, e in parte l’individuazione simbolica del giusto rapporto tra noi, che è,  appunto, il rapporto di riconoscimento reciproco. Giustizia dunque come riconoscimento della dignità di un essere umano, delle sue  opportunità d’ingresso alla vita e del suo onesto disegno di fioritura. È a questo punto che  può cominciare l’istruzione del tema della libertà. La libertà non può che essere l’ultima  delle tre parole, e non la prima. Questo non significa che essa non sia altrettanto originaria  delle altre due. Significa solo che è ordinata alle altre due, mentre non è vera l’affermazione  reciproca. Lo smarrimento di quest’ordine, che direi onto-etico, è forse una delle più grandi  sciagura della modernità. E noi viviamo ancora sull’onda di quella deriva. I moderni hanno fatto della libertà una magica parola, cui tutto dovrebbe essere sottomesso; ma la libertà,  come prima ho ricordato, fa la dignità del gesto di un essere umano, non ne fa, da sola, la  bontà, anche per il fatto incontestabile che esistono, e come!, gesti di libertà cattivi.  qualcosa e quindi ha una valenza ontologica, ma l’ha di seconda battuta. Un po’ come accade alla verità rispetto  all’essere. Una società veramente civile è possibile pensarla, solo se si oltrepassa la convinzione  moderna del primato assoluto e incondizionato della libertà e si accede al primato assoluto  e incondizionato del bene di e per ogni essere umano (che comprende di certo anche la sua  condizione di libero, ma non si riduce a quella). Né basta dire che la mia libertà finisce,  quando comincia la libertà dell’altro, che è lo slogan più noto della tradizione liberale.  Non basta, anzitutto, perché questo slogan confligge teoricamente con l’idea del primato  incondizionato della libertà. La libertà dell’altro invocata come limitante è, infatti, un bene  dell’altro; quindi la libertà è limitata, come dev’essere, dal bene e non è affatto incondizionata. Solo il bene lo è. Non basta poi perché, riducendo il bene dell’altro alla libertà dell’altro, si tace di tanti altri beni dell’altro che devono costituire, anch’essi, un limite alla mia  libertà. Non è sufficiente, infatti, che l’altro sia libero. Se l’altro è libero di morire di fame, e  io sono libero di mangiare a crepapelle, la mia libertà è la maschera penosa e vigliacca di un  delitto. Io mi approprio in esclusiva dei beni della terra che sono comuni e di fatto escludo  l’altro che ne ha gli stessi diritti. Così lo lascio morire. C’è un senso, tuttavia, secondo cui la libertà può esser concepita come incondizionata, ma non è il senso difeso dalla tradizione teorica liberale: io la chiamo: la libertà del bene,  cioè la libertà di fare il bene. Qui la libertà è incondizionata, perché gode, per una sorta di  simbiosi, dell’incondizionatezza del bene. Poiché in una società veramente civile, la libertà  come arbitrio non può avere solo l’altrui libertà come limite, ma deve avere come limite  tutti i diritti dell’altro, compreso certo anche quello della sua libertà, per questo l’umana  libertà deve farsi carico di tutto ciò che la giustizia invoca per l’altro. È questa la ragione  per cui le società liberali sono incapaci di essere veramente civili, nonostante l’abbondanza  delle dichiarazioni in contrario. Esse dimenticano facilmente, o meglio, occultano il lato  della cura e della giusta promozione dell’altro e così proteggono di fatto le situazioni discriminanti, che sono poi la radice permanente della conflittualità endemica. La situazione  nordamericana è un esempio per molti versi eclatante. Sotto il manto della libertà, messicani, asiatici e neri praticano in massa gli umili mestieri che consentono ai bianchi una  vita agiata. Sono liberi d’esser poveri… Più o meno come accade in Italia per la fascia degli  immigrati extracomunitari. Se la libertà del bene guida l’azione, allora la mira è il bene dell’altro, cioè l’altro come  bene. È anche il mio bene, ma di me come l’altro di un altro. Solo così io posso conseguire, storicamente parlando, il massimo bene. Sulle prime, questa affermazione può parere per-  sino patetica: l’invocazione del “buon cuore” come regola di condotta in un mondo che il  pluralismo tende piuttosto ad indurire. Una riflessione accorta però è in grado di far vedere che il mio bene, cioè poi la mia fioritura di vita, può avere senso solo se il movimento del  desiderio verso l’oggetto a lui conveniente, il bene, appunto, compie il giro della referenza  immediata all’alterità e di quella all’identità in modo mediato. Mediato, appunto dall’alterità. Rimando di nuovo al vol. La libertà del bene, cit., e stavolta spec. alla mia Introduzione  Per una metafisica del bene comune. Provo a tirare in breve le fila del mio discorso. Posso anche far presto, perché tutte  le fila conducono, come si è di certo inteso, allo stesso punto: alla cifra del riconoscimento  come forma regolativa dell’esistenza degli esseri umani. Una società veramente civile infatti  è possibile, se i molti si onorano reciprocamente, cioè appunto, reciprocamente si riconoscono. È  questo il senso primo (primo per noi) del bene comune. Nel reciproco riconoscimento, ognuno è  signore dell’altro (in quanto riconosciuto nella propria trascendentalità, quindi come oriz-  zonte inoltrepassabile di senso) e ognuno è servo dell’altro (in quanto riconosce nell’altro la signoria del senso). Le forme democratiche di vita politica tendono ad approssimarsi a  queste dinamiche più d’ogni altra forma. Nella democrazia infatti l’autorità del cittadi-  no su un altro cittadino è o dovrebbe essere semplicemente di tipo funzionale. Tutti sono  eguali, cioè tutti sono signori, ma fatti signori gli uni dagli altri, mai da se stessi. All’interno della cifra del riconoscimento, come regola universale, prendono un sen-  so determinato, come si è detto, tanto il bene, quanto la giustizia e la libertà come realiz-  zazione e, insieme, protezione del bene comune. Bene significa voler ciò che consente la  mia fioritura di vita; bene è dunque volermi bene, volendo bene altri come quegli che tale  fioritura in me rende possibile. Altri, naturalmente, solo che lo si voglia o, meglio, solo che lo si  creda, può essere scritto – dovrebbe anche essere scritto – con la maiuscola (la dinamica relazionale è la stessa). Il bene comune in una società veramente civile è questo, essenzialmente. Giustizia  significa rendere ad ognuno ciò che gli spetta (unicuique suum). Ma ciò che spetta ad ognu-  no è anzitutto d’essere trattato come una soggettività (trascendentale). Cioè come un essere  umano in totalità. La reciprocità riconoscente è dunque il luogo della massima giustizia per  ognuno di noi. Libertà significa non arbitrio incondizionato, bensì libertà di fare il bene. E  poiché il primo bene, storicamente parlando, è l’esserci d’altri per me, libertà del bene vuol  dire di nuovo libertà di riconoscere l’altro come il mio bene. Come il bene che tutti accomuna. Carmelo Vigna. Keywords: being, essence, essenza, essere, inter-soggetivo, tre tipi di inter-soggetivo: trascendentale, oppressivo, istrumentale, being and becoming. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Vigna: la regola d’oro conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vigna.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vignoli: la ragione conversazionale della etologia filosofica – della legge fondamentale dell’intelligenza nel regno animale – la scuola di Rosignano Marittimo – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosignano Marittimo). Abstract. Keywords: from the banal to the bizarre – method in philosophical psychology. Filosofo toscano. Rosignano Marittimo, Livorno, Toscana. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I spent quite some time observing a species of pirot: the squarrel – mainly I was in search of what Vignoli calls ‘la legge fondamentale dell’intelligenza nel regno animale” – his ‘saggio,’ he says, is in ‘psicologia comparata,’ but since it is vintage, I might just as well refer to is as being one in ‘philosophical ethology’!” -- Si trasfere a Milano. Insegna antropologia presso la Reale Accademia di Scienze e Lettere. Direttore del Museo di storia naturale. I suoi saggi apparisceno sul Politecnico e la Rivista di filosofia scientifica. Due sue saggi hanno risonanza: Della legge fondamentale dell'intelligenza nel regno animale: saggio di psicologia comparata” -- e “Mito e scienza”.   Il Lizio, as the Italians – some Italians – call Aristotle, regarded types of soul psuche as Owen has it, dismissing a translation, as Grice would suppose, of living thing, as forming a ‘developing series.’ Grice interprets this idea as being the supposition that the psycho-logical theory for a given type is an extension of, and includes, the psychological theory of its predecessor-type. The realization of this idea is at least made possible by the assumption that psychological laws may be of a ceteris paribus form, and so can be modified without emendation. If this aspect of the programme can be made good, we may hope to safeguard the unity of psychological concepts in their application to animals and to human beings. Though (as Wittgenstein noted) certain animals can only expect such items as food, while men can expect a drought next summer, we can (if we wish) regard the concept of expectation as being determined not by the laws relating to it which are found in a single psychological theory, but by the sequences of sets of laws relating to it which are found in an ascending succession of psychological theories. Life, soul, and homonymous predication  Let us examine the senses of synonymy and homonymy in Aristotle and then see what use Plotinus is making of these terms in the treatise On Well-being, 1.4[46]. In 1.4[46].3 Plotinus distinguishes between synonymous and homonymous predication. It will prove useful to examine Aristotle's understanding of homonymy. Aristotle defines as "synonymous" predicates that share both a common name and a common definition, as "animal" is predicable both of man and of ox. Such terms are also said to be employed in one way only (Hovaxas leyóueva)* and to be predicated with reference to one thing (a®' ё)? Homonymy per accidens amounts only to a sharing of the same name or pure equivocation. This is not, however, the only sense of the homonym which is, unlike the synonym, ambiguous. Homonymy may include terms which have nothing truly in common (катà...кotvòv unèr) and those which are related by something in common (кат í kovór)." A term that is used homonymously in the latter sense is said to be employed in different senses (1éyeTaL...ollaxws). Some homonymous predicates admit of unity of reference appropriate to focal meaning (pòs Ev). Other homonymous terms enjoy that unity and identity that derives from participation in a series: the kind that will concern us here.  Henry and Schwyzer properly refer us to Aristotle, CATEGORIAE 13.14b33 for the sense of avidiapeiv in 1.4 [461.3.17, where it describes a simple classification by dichotomy or co-ordinate species as distinct from predication in a hierarchy that exhibits priority and posteriority. The example offered in CATEGORIAE 13 of predication by dichotomy are the terms "half" and "double." Predication according to co-ordinate species is exemplified by species of animal as having feet, winged, or aquatic. The various species do not exhibit priority and posteriority, but are on the same plane (áua). Cat. 1.1a6-12. Top. 1.15.106a9. Met. A.1.981a10; K.3.1060b31-1061a7; Top. 6.10.148a29-33. Cat. 1.1al; E.N. 1.6.1096b26-27. Met. К..3.1060b31-36. Met. Г.1.1003a33. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Cf. also Armstrong (1966-88), vol. 1, p. 178, note 1 and Harder et al. (1956-60), vol. 5b, p. 318 who also refer us to De An. 2.2.413a22 and Met. B.999a6-10; for a lucid exposition of the treatment of priority and posteriority in Aristotle, CATEGORIAE 12 and 13, see Cleary (1988), pp. 20-32. Harder-Beutler-Theiler properly refer us to Aristotle,  De Anima  2.2.413a22 where it is said that "life" is predicated in different senses (TEOvaxOS... EyouÉvOr) of various organisms accordingly as they possess various faculties (intellect, sensation, locomotion, change as diminution or increase). Now Aristotle formally defines the soul as the first entelechy of a natural body potentially endowed with life. ' To understand what Aristotle means by saying that ‘life’ is predicable in different senses, it is helpful to examine what he says about the status of ‘soul’ as predicate. Aristotle argues that soul will not admit of a common account (kolvòs lóyos) any more than will the succession of geometrical figures. Thus there is no generic geometrical figure with reference to which we may explain the triangle and the quadrilateral. The one is a development from the other. Similarly, the various grades of soul, from the simplest to the most complex, form such a series or succession, each a higher stage and a development of the lower. For example, without the nutritive faculty, there is no perceptive faculty, but the nutritive faculty may (as in plants) exist in the absence of the perceptive faculty. Obviously, both  ‘life’ and ‘soul’ are, for Aristotle, predicates that occur in such a series.  It is common, following Lloyd, to refer to such a series as an ordered series of terms and to a group containing such terms as a p-series. Joachim and Grice call such a succession a "developing series,"' which Joachim defines as ‘one the terms of which increase in complexity, and are so ordered that the succeeding terms imply the preceding ones, involving or containing them in an altered form. Each succeeding term i) differs specifically from its predecessor, yet (ii) is a development of it - depends upon it for its being and carries it further.  We have seen that Plotinus entertains the possibility that ‘life’ might be predicated as a synonym of the various grades of organism." Now that  Harder et al. (1956-60), vol. 5, p. 318, note on 1.4 [46].3.16. De An. 2.1.412a27-28: this is the first definition; the second (2.1.412b5-6) defines soul as the first entelechy of a natural organic body. De An. 2.3 414620-415a13 De An. 2.3.414620-415a13. Lloyd (1962), p. 67. Joachim (1951), p. 38. Joachim (1951), p. 38 offers as further examples "the series of natural numbers [EN 1.4.1096a18-19], the successive forms of figure [De An. 2.3.414b21-22; 29-32], the forms of friendship [EN8.3.1156a6-24], and the forms of constitution [Pol. 3.1.1275a34-1275b2]." 1 4 1275b2]." he has excluded this alternative, he argues that the predicate is rather employed homonymously (óuovúws) of the various grades.22  IV. Aristotle's critique of the Platonic Good and the ordered  series  The commentators have correctly shown us the origin of the Plotinian interest in the connection between life and well-being in the Nicomachean Ethics of Aristotle. For the distinction between synonymous and homon-ymous predication of "life" and "living well" in Plotinus, they have correctly referred us to the Aristotelian use of these terms in works other than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to demonstrate the vital debt of this distinction to an argument advanced against the Platonic Idea of the Good in the Nicomachean Ethics.  In the Nicomachean Ethics Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of the Good. Among these is the contention that an ordered series, that exhibits priority and posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the Platonists did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a series. Now "good" is predi-predicable in the categories of substance, quality, and relation.?3 Obviously    substance is prior to relation (1.4.1096a11-21). In the ensuing argument (1.4.1096a 23-29), Aristotle goes on to show that "good" is predicable in all the categories. Joachim remarks, "How far they [the categories] could be shown to constitute a developing series is doubtful. It is enough for Aristotle's purpose to show - what is sufficiently obvious - that that whose being consists in its relatedness to something else is derivative or posterior to that whose being is substantial or self-dependent, that which exists in its own right."24 The Eudemian Ethics 1.8.1218a 1-9, on the other hand, in argument against the Platonic Form of the Good, specifically contends that "good" is predicable within a developing series and thus cannot be separate from the series in which "good" is predicated. If it were separable, then the first term in the series would not be first. ThusIV. Aristotle's critique of the Platonic Good and the ordered  series  The commentators have correctly shown us the origin of the Plotinian interest in the connection between life and well-being in the Nicomachean Ethics of Aristotle. For the distinction between synonymous and homon-ymous predication of "life" and "living well" in Plotinus, they have correctly referred us to the Aristotelian use of these terms in works other than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to demonstrate the vital debt of this distinction to an argument advanced against the Platonic Idea of the Good in the Nicomachean Ethics.  In the Nicomachean Ethics Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of the Good. Among these is the contention that an ordered series, that exhibits priority and posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the Platonists did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a series. Now "good" is predicable in the categories of substance, quality, and relation.?3 Obviously substance is prior to relation (1.4.1096a11-21). In the ensuing argument (1.4.1096a 23-29), Aristotle goes on to show that "good" is predicable in all the categories. Joachim remarks, "How far they [the categories) could be shown to constitute a developing series is doubtful. It is enough for Aristotle's purpose to show - what is sufficiently obvious - that that whose being consists in its relatedness to something else is derivative or posterior to that whose being is substantial or self-dependent, that which exists in its own right."24 The Eudemian Ethics 1.8.1218a 1-9, on the other hand, in argument against the Platonic Form of the Good, specifically contends that "good" is predicable within a developing series and thus cannot be separate from the series in which "good" is predicated. If it were separable, then the first term in the series would not be first. Thus  22. 1.4 [46].3.20.  There were, of course, Platonic Forms of numbers such as Twoness, Threeness, etc., considered not as members of a series, but as universal natures, cf. Joachim (1951), p. 40. Joachim (1951), p. 41. Lloyd (1962), p. 69 does not see this second argument, which he sees Aristotle's own (as distinct from the argument of the Platonists) can depend upon what he calls a p-series, for then he would simply be repeating the first argument.Io termino il mio saggio iniiorno ad una Dottrina razionale del Progresso, inserito con una serie di articoli nel Politecnico a Milano, diretto da Cattaneo, e ristampato a parte, con queste  parole e in queste sentenze, risultato di tutti  gli studi e argomenti anteriori. Quésta libertà del pensiero cresce terello, soqo antiche e> costanti nella mia  mente. Onde due anni or sono termina la  mia prolusione ad un corso d’antropologia  generale gratuito nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano, al quale venni invitato d’ASCOLI (si veda), gloria  della glottologia italiana — allora Preside di quel chiaro istituto. Siamo nuovi ancora si può dire nei moderni studi, se volgiamo lo sguardo alle  altre nazioni che ci superarono, ma i ri« sultati ottenuti e che si vanno conqui« stando, sono augurio che sapremo perve« nire a quella gloria che un giorno sì chiaramente ci segnalò tra le genti. Ma molti  RBPAZioini   e per rispetto del pubblico ; e che infine fui  sempre consentaneo con i miei principi, come  tutti possono toccare con mano dalla lettura  dei brani sopra trascritti, e stesi a lunghi  intervalli e dal presente mio opùscolo stesso.  Che se V ingegno è tapino, e il sapere non  così vasto come vorrei, e come dovrebbe essere, la colpa non è mia, né della mia volontà : poiché tra i tanti difetti, che in me  possono annidare, l'ozio certo, e l'ignavia non  vi si trovano:, perchè li sfuggii sempre, come  la peste più oscena, brut a e nefanda di tutte,  e la più dannosa ai privati ed alle nazioni.   Milano. Sitixa;25Ìoiie«  Posta la nostra società odierna tra due sette temerarie e procaccianti) diverse d'origine, ma identiche di propositi nefandi e distruttori, i retrivi clericali, e i demagoghi incendiarli, non mai soverchia  riuscirà la solerzia, la virtù, la virilità di atti e di  concetti ad allontanare e vincere i mali, sociali, morali e materiali a cui esse mirano con tenacità formidabile. Che se Tuna vorrebbe ridotto il mondo a  un cenobio e a una triste tebaide, l'altra procaccia  che gli uomini ritornino alla selvatichezza preistorica,  e alla squisitezza sociale delle caverne. Certamente  le magnanime speranze di questi tristi non si avvereranno, poiché la mentalità umana, la libertà civile  e le suppellettili industriali tanto cresciute e potenti  non lo concedono, e in Italia specialmente, ove l'indole, gl'istinti, il senno proprio della razza, e le necessità storielle assolutamente vi si oppongono ; ma  tuttavìa è d'uopo avvisare ai pericoli^ e alle sciagure  parziali^ addottrinati dall'esempio miserando di altre  nazioni. I retrìvi e demagoghi sono gli estremi faziosi e a cosi dire l'oscena e perversa caricatura dei  due legittimi fattori della vita civile dei popoli, e del  loro intrinseco progresso, i conservatori cioè e gl'innovatori, necessarii entrambi al perfetto e mobile equilibrio delle forze, e al loro dinamico esplicamento :  in quella guisa che nella compagine oi^anica, e nell'esercizio delle sue funzioni, trovansi nervi moderatori, e stimolanti, onde resulti quella armonia di effetti che vita si appella. Imperocché come in questa  si arresterebbe immoto il circolo animatore se l'energia del freno prevalesse, e tanto si accelererebbe da  distruggere sé medésimo quando quella contraria eccedesse : parimente una nazione perirebbe, se V uno l'altro dei fattori accennati rimanesse vincitore nella  lotta, che l'uno la renderebbe mummia o cristallo^ mentre il secondo la dileguerebbe in vapore. La sapienza e la scienza civile consistono quindi nel provvedere che un equo temperamento intervenga fra le  due forze rivali, o a disporre le cose in guisa che  l'una a vicenda con l'altra serva all'incremento del  bene sociale, e al sempre più largo, e sincero esercizio della libertà civile e politica   Ma a raggiungere questo arduo e nobile scopo l'intenzione e il desiderio non bastano: vuoisi non solò  perizia grande d'uomini e di negozj, animo pronto,  profonda conoscenza dei fatti e leggi "Bociali, risolutezza impavida nelle difficili prove, onestà costante  di mezzi, magnanimo sprezzo d'insulti e guerre volgari; ma rìohiedesi altresì vasta e chiara dottrina sto*  rica, e quel senso sicuro dei bisogni^ dell'indole^ delle  ^piraadoni legittime. del popolo^ e limpida intuizione  Clelia legge che regola i moti delle genti europee in  generale; e di quella italiana in particolare* Or qui  in Italia ì, caduti principati lasciarono copiosa eredità  di elementi conservatori e retrivi, fatti più rabbiosi  •dal prevalere delle istituzioni ed istinti democratici^  a^vviticchiàntisi con disperato amplesso al papato, che  i loro rammarichi, ire, convinzioni, speranze rese domina religioso, ultimo strumento alla assoluta sua signoria vacillante ; méntre d'altra parte le inveterate  abitudini cospiratrici, l'intempestive brame di utopie  facilmente nascenti in popoli non assuefati a libertà,  gli antagonismi regionali superstiti alla unificazione dei  varii Stati, le bieche e torbide imitazioni demagogiche d'altri paesi, e l'arruffio anche di tristi, tengono  la nazione incerta, rinfocolano odii di parte, e la spingono soverchiamente nelle avventure : e quindi tanto  più difficile riesce l'impemare stabilmente lo Stato, e  condurlo sapientemente.   Tra queste due forze rivali, ostacolo al retto andamento della cosa pubblica, rimane poderósa zavorra, la maggioranza della nazione, la quale, aliena  in parte dai mutamenti radicali, intenta alle private  faccende, e guidata dal senso positivo delle cose, e  dagli interessi domestici, mantiene a cosi dire un meccanico equilibrio nelle loro lotte, e fece si che sino  ad ora né l'una, ne l'altra prevalesse : e la nazione  perciò stette, e vinse prove che sbalordirono il mondo,  e procacciò ai reggitori una gloria, che in fondo e in  parte derivava dalla sua consapevole inerzia. Né si creda che io voglia, concludere non aver ben  meritato della patria coloro^ che per vari v anni stettero al timone della Bua nave.^ e che questa se noa  pericolò e. si sommerse nelle tempeste ove fu più di  lina fiata travolta^ debba soltanto la propria salute  alla indifferenza^ o agli istinti conservatori delle moltitudini : imperocché i fatti mi sbugiarderebbero, e  non conoscerei affatto, o confusamente la nostra storia contemporanea. Certamente Visconti- Venosta che a più riprese diresse e in condizioni sovente ardue e perigliose i nostri rapporti con gli stranieri, seppe schivare con tatto fino, e con squisitezza^  di modi, non disgiunti da dignitosa fermezza, i rischi  che ci minacciarono, sia di lusinghe subdole, di altere brame, o di tenebrose cospirazioni del Vaticano.  E potrei pure ricordare con encomio altri, che con  zelo ed onestà, si adoperarono a prò della nazione.  Né si vuole poi dimenticare il grande partito liberale, erede degli intendimenti di Camillo CavQur, il  quale nei giornali, dalle cattedre, nelle concioni, nel  parlamento con costanza segui in parte quelle caute  e forti norme, che ci condussero sino ai tempi presenti. Ma tutti questi saggi consigli e propositi, edi  fatti che vi corrisposero, non avrebbero certamente  salvato dai perigli la nazione, se la maggioranza degli italiani col suo contegno fermo, l'indole non eccitabile, e col veto, a cosi dire, della passività, non  avesse resi vani i proponimenti, sventate le trame  sotterranee, e lasciati in secco gli apostoli del disordine e del dispotismo : che anzi il più delle volte  scossa da evidente rischio, segnò col desiderio espresso  virilmente in mille guise, la via da tenersi dai reggitoli, e si può dire in un certo modo, che Ella fu  che governò il paese, con senno suo proprio, e con  quegli spiriti liberali che seppero infonderle molti valenti predecessori, e il grande intelletto del più grande  ministro del secolo. E CAVOUR (si veda) potè essere concreatore di un  popolo,, perchè nella vasta mente raunò a cosi dire  tutti i pensieri, le idee, i concetti, e nell'animo i desiderii, i sentimenti, gl'istinti magnanimi di tutta la  nazione che in lui si confidò : associandosi senza tema,  o gelosa inquietudine, in momenti solenni, nell'impresa  unificatrice a GARIBALDI, che, quale soldato  della libertà, fu a cosi dire la popolare poesia del  nostro riscatto : egli fu grande perchè conscio dell'indole moderna dei popoli non si argomentò di rendere  libera e indipendente la patria con mezzi termini,  con sussidii di una o altra casta e fazione esclusiva, ma si armonizzando in un solo pensiero, e ad  un solo e generoso scopo tutti i ceti, tutti i partiti, tutte le forze vive della nazione, non pauroso  di sette, o queste trasformando in leve poderose ad  inalzare dal servaggio l' Italia : insomma ei fu grande  e riusci, perchè senti tutti gl'influssi, vasti e potenti  di un popolo intero: che sarà sempre, come per il  passato r«/n hoc signo mnces!^ di coloro, che fecero  e faranno opere generose ed immortali nel mondo.   Morto Cavour rimase al governo il partito che avevalo  ajutato in gran parte nell'opra santissima della redenzione della patria, il quale si propose e si argomentò  di seguire quella via, che dischiuse la mente e l'operosità del grande uomo, onde si compissero i fati  della nazione, e si raggiungesse il fine desiderato. Ma se il concetto politico e Tindìrizzo del maestro fu compreso, e seguito all'ingrosso dai successori, e la nazione si dispose ad effettuare i suoi disegni, nessuno  però dei reggitori ebbe l'ingegno l'animo e lo spirito  del sommo cittadino, e comecché mandassimo ad effetto difficili imprese, e si conseguisse il massimo scopo  della indipendenza e unità della patria, pure alla lunga  si manifestò a poco a poco nel governo, e nel vasto  partito, d'onde visceralmente egli usciva, il difetto di  comprensione potente ed intera, e di quel senso generoso di libertà piena ed operosa, ove si mostrò l'eccellenza del primo. Ne io* offendo l'amor proprio di  alcuno di quelli che mano mano vennero impugnando  le redini dello Stato, con l'asserire che non raggiunse  l'ingegno, la perizia e l'animo suo, poiché è cosa evidente di per sé stessa, e l'esemplare troppo noto e  cospicuo. Ed in vero uno degli uomini che maggiormente fecero parlare di sé più frequentemente e sedette  in scranna al governo dello Stato, e si segnalò per varie  vicende, è Minghetti, conosciuto moltissimo  eziandio dagli stranieri. Or bene, chi non scorge a  prima vista quanto ei sia inferiore per molti versi a CAVOUR (si veda)? Per quanto io possa avere dei contraddittori  non mi perito dire che il Minghetti è un mediocre  uomo di Stato, in quanto gli manca ogni nota che  distingue coloro che nacquero a tanto ufficio. Mente  lucida e simmetrica, ma non acuta e profonda; bel  parlatore, ma più facondo che eloquente, animo più  ostinato, che tenace, scrittore sensato e forbito, ma  privo di nerbo e di vena inventrice ; ambizioso, certo  nobilmente, d'aura popolare, ma incapace a raggiungerla : ondeggiante tra le diverse parti, non abile  3f dominarle: non q;ristocraticp per proposito o arte  di governo, ma inclinato a riceverne di riverbero \^  fosforescenza : e non facile a sentire i fecondi in?  flussi del popolo. Che se per ora pronunziò raggiun^iQ  il pareggio, e gli fu attribuito come cosa sua, quando  non una legge di finanza gli è propria, e la longanimità e sofferenza invece del popolo italiano ne è  il più grande fattore, la freddezza e indifferenza con  che accolse il paese questa notizia, che pure doveva  riempirlo di fervida letizia, è la miglior prova di  quanto riserbo si senta per le cose sue nell'animo degli  italiani, e come egli non abbia veramente radici nella  fede delle moltitudini. Si badi però che io parlando  si schiettamente del Minghetti, come Ministro e scrittore, solo sindacabili in paese libero e dalla stampa  onesta, faccio e rendo omaggio alla sua vita priv^)t^,  a.lla nobiltà dell'animo e delFingegno e in altra occasione ne feci testimonianza e al disinteresse personale, che spiccò sempre anche posto al governo della  cratica, osservata e giudicata con occhio scevro da  prevenzioni, e con animo non travolto da passioni o  dA interessi parziali. Né facciano illusione all^ intelletto alcune singole pretese, o desiderii in paesi ove da poco la legge livellatrice civile tolse i privilegi  d'ordini vecchi: imperocché tali avanzi archeologici  di tempi irremissibilmente passati^ sono a cosi dire  piante morte, alle quali s' inaridiscono le radici, e  che fra i nuovi còlti, e rampolli rimangono in piedi  senza vita e finitti, sinché cadano per intrinseco e naturale sfacelo. Nella sola Inghilterra, e meno altrove,  alcuni privilegi territoriaU o ereditarii mantengono  un ordine nello Stato, ma già ne vennero scrollate le  basi, e tra non molto anche colà, se ne sono veduti  i sintomi, e i desiderii legalmente espressi testé, si  dilegueranno del tutto. Quando nelle nazioni Tegualità civile dei ceti si ottenne, e tutti vengono rappresentati in parlamenti elettivi, e la stampa è libera,  la necessità della democrazia è già posta, e non può  tardare a vincere in un avvenire più o meno prossimo, a seconda dell'indole, dei costumi, e delle ragioni storiche delle nazioni. GHi ordini nelle società  una volta spenti, o trasformati non si restaurano, e  mal si oppongono coloro che carezzano Tidea di un  ritorno al passato in ogni genere di istituzioni privilegiate ; solo provano che non sanno la storia, né comprendono i itempi che corrono, né antivedono quelli  avvenire. Che se nella caduta del romano imperio e  per le invasioni delleif.orde settentrionali, il sorgere  poi del feudalismo si considera come un ritorno ad  un patriziato ereditario, oltreché il paragone non regge,  poiché nella storia non si ripetono mai esattamente  le vicende e gli istituti d'altra età, or sarebbe anche  quel fatto assolutamente impossibile, dacché mancano  inteme ed esteme condizioni ad awerarlo^E chi supponesse che a ciò potesse bastare Tinflìisso in^retto^  o la invasipne dei Russi; solo popolo che si accampi  formidabile di fronte all'Europa mediana e occidentale, non conoscerebbe affatto le condizioni civili in  cui versa la Russia. Imperocché per l'autocrazia di per  sé stessa sempre livellatrice, lo Czar attuale anche per  intendimenti di civiltà tolse in gran parte i resti di  privilegi con Temancipazione, e la franchigia dei servi,  eguagliando) le persone dinanzi alla legge, e quindi rese  impossibili una aristocrazia dominatrice. I Russi se invadesserc una parte d'Europa limitrofa al vasto impero,  recherebbero per costumi e idee piuttosto principj comunistici, propri in alcune parti del loro organamento  municipale, ampliati e resi più forti per le sette che  formiolano nel suo seno, e che la rodono con manifesto danno. Onde é vano sperare anche stando ai  calcili meramente empirici, e all'osservazione superficiae, che in Europa possa avvenire una restaurazioiB del patriziato, come ordine distinto per dritti  dal resto della nazione. E ducimi che qua e là in  Itala ed altrove in special modo tra giovani rampoli dejle vecchie, o più moderne famiglie gentilizie,  riesca in alcuni un certo spasimo e languore perle  anicaglie, e si tenti quasi con amminìl^i araldici,  dJricostituire un ceto a parte, separandosi con ridicio anacronismo dal resto del popolo. La quale ubbia  aguisce una ignoranza profonda della epoca nostra,  ci una nullità prodigiosa nei nuovi, cxdtori dei caselli in rovina : Ut nomine Toagnifieo segne otium  tlaret! per dirla con Tacito. Lungi da me il peniero di menomare il lustro, il decoro, la fama di  tÉinte famiglie storiche nostre : sono anzi il primo a  riverire un lungo ordine di discendenti che ai segnalarono con la mente, o con le armi: questo è patrimonio privato inviolabile } quanto altra mai pròprietà, e fanno bene a tenersi care e onorate le  memorie d'avi illustri, quando furono veramente illustri, e vorrei che un tal culto fosse sprone ad emularli nella eccellenza delle opere. Né la querela può  venire oramai da invidia, e da astio, quatdo ordini  distinti non esistono più, e tanto vale di &ccia alla  legge e alla nazione rispetto ai diritti, un ciabattino che un principe. Onde la gara tra patrizj e plebei non può più rinascere, in quanto tutti aono popolo: e se si parla di volgo, il volgo adesso può trovarsi in tutti i ceti, unica norma alla stima sociale,  essendo, la Dio mercè, il valore personale. Parlo soltanto di quelli, e certamente son pochi, che invece  di adoperare le loro forze, i loro ozj, le loro ricclezze  ad egregio scopo sia nelle arti, nella scienza, ielle  armi, in ogni argomento di progresso civile, si trastullano con le ferraglie del medio-evo, sciupano tenpo  e decoro, e si preparano una vita squallida, vana funerea di mezzo a quella fervida che già erompe dslle  viscere della nazione, che farà cerna dei forti e nu)vi  rampolli, disperdendo, non col ferro, col sangue, o altre nequizie, come gridano a squarciagola i pusilanimi gli astuti, ma con la ferrea necessità di latura e della sua legge di selezione, i neghittosi, e caboU di mente e di volontà. E tanto più desta meur  viglia questa vanagloria di festuche blasoniche in 4cuni, in quanto la eletta parte del patriziato italian  die largo tributo di sussidj, di sapere, di sangue A,  nostro risorgimento, e si segnalò per generosa cariti  di patria: ed anche oggi molti tra essi onorano TIt^a e gli avi loro con operose virtù cittadine, e qual*cheduno con gU scritti e l'ingegno. Si ricordi che i  tre più grandi poeti della nostra epoca, animati da  fieri e virili spiriti di libertà, ALFIERI (vedasi), NICCOLINI (vedasi) e LEOPARDI (vedasi) uscirono dalle loro fila; e del loro ceto fu pure  il più grande, e liberale Ministro della età nostra (!). Altri s'immagina che la democrazia sia irrazionale  mente livellatrice, e la confondono con le utopie comunistiche, impossibili ad effettuarsi, e non mai effettuate : onde rimpiangono i tempi passati, ove tutto  era ordine e casta distinta, e già mirano le genti* europee in un non lontano avvenire, o mummificate ed  immote in una sterile eguaglianza assoluta; ovverà  scatenate in passioni furibonde spargere dappertutto  fiamme, mine, stragi, ed avverarsi il finimondo. Tali  piagnoai, o gufi di cattivo augurio, provano una cosa  sola, ehe non intendono nulla; prendono l'accidente  per li legge, il particolare pel generale, il deviare di  una jetta pel costume dell'universale, e i loro sogni  per i&altà. Certamente se questi conservatori dirigessero  le sirti dei popoli, le tristi scene e nefarie che non a 11 patrizio Piola, seguendo l’esempio della  egr^ia e chiara famiglia, dio alla luce neirannò scorso un libro di  eeoDmia, che certamente merita di essere segnalato. Che se alcuil non potrà condividere tutte le idee, o ascriversi assolutamente  ai luoi principj, trovansi nel suo trattato cose ottime, e ricerche  fate con lungo studio ed amore : e fanno onore a chi le scrisse. Or  be^e nessuno intraprese a parlarne, eziandio criticandolo. Questo sibilo non é buon segno: l’esempio è eccellente anche per Torifiée e il ceto dello scrittore: nò doveva trascurarsene ropportunità^  .nche civile. guari inorriditi vedemmo in altri paesi; inevitabilmente accadrebbero, e con sempre più frequente ripetizione; ma governandoci con altri intendimenti e  con più larghi e generosi propositi, quei mali diverranno sempre più rari, e impossibili. Del resto a nessuno che abbia fior di senno verrà in mente mai, o crederà, che nelle cose umane possa affatto il male evitarsi, quando lo scopo a cui deve intendere ognuno,  si è il procacciare di sminuirlo con costante operosità.  L'età d'oro e di ogni bene, i miti e i poeti la posero  al principio, o alla fine del mondo; e ragionevolmente, perchè dell'una non ci ricordiamo,^ all'altra non  siamo ancora pervenuti. La democrazia, intesa come vedremo, tra poco,  mentre suscita tutte le forze vive della nazione, pone  in moto tutti i valori, fa con rapidità ricircolare nel  corpo sociale i beni avvivatori, e tiene desta la mente  di tutti nella universale concorrenza a vantag^o poi  di tutti, non livella matematicamente le rjmsse, come  con eleganza di eloquio, e con dignità cristiana chiamano il popolo : poiché nella libera attività di i ciascuno, sorge una disuguaglianza proporzionale, 6 l'aristocrazia legittima, cioè dell'ingegno e del valor personale ; ed appunto perchè personale non la perpetua  con violenza alla verità e alla giustizia, nei successori. Onde i timidi del livello si rassicurino ; se lunno  mente, vigore, volontà possono saUre nelle società democratiche, con più decoro, al sommo della glorii, o  del legittimo potere, quanto ai tempi dei paladin: di  Carlo Magno. Se una cosa hanno da temere, temtno  di quelle dottrine, che frapponendo violenti ostacoU  alla libera esplicazione delle potenze e attività uman^^ raccolgono legna agli incendii futuri, e preparano le  bufere sanguinose delle rivoluzioni delle plebi maneggiate allora dagli arruffoni e dai demagoghi. La vittoria della democrazia, e il suo regno duraturo nelle nazioni civili, dipende dalla natura medesima del principio che la informa, che è un portato necessario della evoluzione sociale, e la distingue dalle democrazie antiche, e da quelle che susseguirono al rinascimento dei comuni nella età media di  Europa. La democrazia moderna è l'effetto di leggi  non solamente sociali, morali, economiche ìiella significazione loro ordinaria, ma di leggi antropologiche,  che s'innestano, e s'immedesimano a quelle naturali,  che governano l'evoluzione intera delle cose che sono.  £ questo nesso, questa identità analogica della esplicazione delle razze e istituzioni umane, con le leggi  che signoreggiano la dinamica universale degU esseri  fii da tempo avvertita, e nella Grran Bretagna, Germania, Francia, Russia stessa ed America ha validi  campioni che la sostengono, e sarà certo la scienza  sociale avvenire. Coloro, che adesso sequestrano e dividono i fatti sociali, morali, storici dalla generale  forma evolutiva dei varii fenomeni, nei quali, a dirla  col grande poeta, si squaderna la vita dell'universo, come se consistessero impomati in sé medesimi, e separati dal mondo, non se ne intendono; e mal comprendono l'alto e nuovo valore della scienza attuale,  e vìvono ancora della vita postuma dei nostri arcavoli^ E si badi che io non ripongo tra i cultori dei  nuovi metodi storici, e della nuova scuola dinamica,  i vaporosi filosofi egeliani, od affini, che sbalordirono per poco il mondo con le loro teoriche sperticaie e temerarie^ e lo stomacarono poi negli stessi  paesi ove nacque : teoriche si disformi dall'indole delle  menti italiane^ e piuttosto delirii,. che scienza; ma si  bene io intendo parlare di quelli, che mediante norme  osservatrici e sperimentali, e con la sovrana leva dell'induzione, virilmente applicati (secondo gli esempii  ed i canoni del divino BONAITUI (si veda), che primo nei moderni  tempi ruppe non solo nelle scienze fisiche, ma per  analogia in quelle organiche e morali stesse, i claustri e i ceppi scolastici del pensiero, e le arbitrarie  quisquilie a priori) seppero, io dissi, ricondurre la mente  alla realtà delle cose in ogni ordine della scienza, e  dare base solida alla enciclopedia, che deve essere  l'interprete, e lo specchio sincero, e intellettivo della  jiatura. E certo alcuno non sarà si tracotante da negare gli  splendidi effetti e le portentose applicazioni che tali metodi in ogni ramo d'arte, di industrie, di scienze produssero, e quanto se ne avvantaggiarono eziandio quelle discipline che sembrano agli uomini superficiali maggiormente aliene à^ quei procedimenti : poiché tutto il bene  materiale e morale e la stessa vittoria della libertà civile e politica nei presenti tempi, è dovuta per chi ha  fior di senno, a questo sovrano e indipendente indirizzo della ragione. Io so che molti, che si dicono con  sorridente compiacenza di sé medesimi, positivi  e  fanno professione di arguto realismo, e canzonano coloro che non partecipano alla loro innata divinazione,  trattano quasi da allucinati, e di spiriti perduti nel  vano delle sottili astrazioni, quelli che dai fatti risalgono alle leggi, dalla norma sensata degli atti sociali ai principii che ne governano l'esplicamento,    daUa esperienza giomaUera dei negozii privati e pub^  blici, alle profonde ragioni che li rendono inevitabili.  Ma di tali Tersiti della scienza^ la scienza ha fatto  giustizia^ e non ne possono certamente arrestare il  corso trionfale. Quando ci mostreranno che la scienza^  qualunque sia il proprio obbietto, è una raccolta inorganica di fatterelli, e di qualche regoluccia metodica :  che le varie discipline non abbiano tra loro alcun  rapporto, e sieno disposte una dopo l’altra, senza intrinseco legame, come le pietre migliari, avranno ragione : e allora confesserò contrito che il manuale che  accatasta, equilibrandoli, sciolti materiali, ne sa più  di Archimede e di Newton. Ma ritornando al nostro argomento della natura  della democrazia moderna, ripeto che ella si disforma  da quelle che con tal nome si ebbero pel passato.  Nell'antichità stavano in generale di fronte due ordini di cittadini, ordini più o meno distinti, gli ottimati e le plebi: e il valore di queste si argomentava nella lotta contro i primi, che resistevano ad una  eguaglianza di diritti in parte civili, in parte pubblici, ereditarli nella loro classe per lungo corso di  tempo: e, condizione sociale rilevantissima, viveva  al di sotto di esse, un immane numero di schiavi, i  quali attendevano, mere macchine animah, alla produzione delle cose necessarie, utili e superflue, ed anche alle arti, e agli uffici indispensabili alla civile  convivenza. Nella età media le lotte dei borghesi e  dei castellani sotto altra forma è vero, ma lotte di  potenza, eguaglianza e sopreminenza politica si rin.novarono, e se schiavi nel significato antico non c'erano, rimanevano però i vassalU e i servi della gleba: ed U lavoro stesso nelle città libere veniva in ogni  maniera vincolato dalle maestranze e dalle corporazioni artificiali dei travagliatori. In tali società certamente non esisteva esplicito un principio che involgesse la necessità di una vittoria definitiva della  democrazia^ e dì una forma civile di evoluzione della  operosità di tutti^ e dello Stato medesimo. Non vi ha  dubbio che fin da quelle epoche lontane il principio  generatore della democrazia moderna non operasse; e  le condizioni intermedie non fossero per cosi dire  anelli e spire per le quali andasse svolgendosi con  irresistibile moto. Or quasi dappertutto in Europa  quelle condizioni cambiarono: gli ordini distinti si  ruppero, e si fusero in quello unico dello Stato: le  arti, le professioni divennero libere e comuni: il patriziato perdette i suoi privilegi, come fu costretto a  svestirsene il clero, ed una uguaglianza perfetta e virtuale dinanzi alla legge si estese dai sommi agli imi,  dal ricco al povero, dal dotto all'ignorante, dal manuale sino ai maggiori uffizii di Stato. Quindi nessun  ordine di cittadini potendo consistere e perpetuarsi  per via di privilegi, e tutti dovendo personalmente  bastare a se stessi, privi di appoggio artificiale che in  qualunque evento ne garantisse il possesso, rimane  che runico principio che informa e mantiene la società moderna nella eguaglianza legale assoluta dei  cittadini, è il lavoro nella indefinita molteplicità delle  sue forme: il lavoro, etemo generatore di tutte le  cose, spirito vivificatore del mondo, arte divina che  tutte le cose produce, e produsse, e le spinge, le  evolve a sempre nuovi e splendidi effetti: il lavoro,  il quale elevò alla loro altezza morale e intellettuale  Tuomo e la società, e li redense: conforto e premio  nel tempo stesso; causa ed effetto della democrazia  moderna, e garanzia perpetua della sua durata, e dei  suoi progressi.   Le lotte contro gli ordini- privilegiati, del popolo, e  delle plebi serve con Teguaglianza civile cessate, a poter  vivere e durare rimane a tutti e inevitabile il lavoro:  e poiché questo è libero, chi non vede, che per la  inesorabile legge della selezione naturale, il neghittoso dee alla lunga scomparire, anche per la radicale  divisione dei beni tra i figli, e lasciare il posto agli  operosi : provvidenziale magisterio del mondo, che una  legge fisica e organica, si trasmuti socialmente in una  giustizia morale! La democrazia moderna è invincibile per questo appunto che tutta quanta s' impema  e vive nel lavoro, reso formidabile e irresistibile nei  suoi effetti dalla eguaglianza di tutte le classi; onde  ogni specifica distinzione anteriore delle diverse forme  di Stati nel loro interno componimento sparisce, e rimane splendida per tutti, chiara e nobilissima quella  di popolo, che tutti comprende, tutti inalza, tutti redime in un alto e dignitoso nome : in quella guisa. che  uno pure ne resta il principio vivificatore, premio ai  buoni, minaccia ai tristi e agli ignavi che lo dispregiano, il lavoro. A questa conclusione di fatti e di  ragioni storiche e sociali provenne la razza nostra  per una lenta evoluzione delle sue potenze, governata  da leggi fisse organiche e morali, che poi tutte in una  si convertono, nella costante esplicazione delle forze  in ogni ordine di fenomeni dalla genesi siderale sino  alla costituzione della città moderna. Or vedasi quanto  fanno mostra di avvedimento, di senno, di sapere coloro che si argomentano e sperano di ricondurre le  società presenti alla forma di quelle passate, sia vagheggiando le antiche repubbliche, o più tristi le miserande anticaglie del medio evo. Arrestare il corso dei firmamenti, la produttività della natura, mutar le sue  leggi, sembra a tutti impossibile, e concetto di mente  stravolta: orbene, altrettanto impossibile ò il far retrócedere la umana società, e rifare il cammino percorso, e ritornare don^de partimQio. La legge del moto  sociale è invitta ed etema ; Tonda trasformatrice della  vita passa e non rinverte  Spingete, o retrogradi,  pure rocchio d'intorno : nessuna orda selva^a, o popolo rozzo, che possa, invadendo, ripristinare le squisitezze feudali: all'interno con F eguaglianza assoluta  e col lavoro che la nutre e la difende, nessun modo di  elevarsi a casta dominatrice : poichà se > lo tentassero,  sarebbero dispersi in pochi giorni dal genio libero e  insofferente di privilegi moderno : genio non sorto da  condizioni speciali o da particolari necessità in un  breve giro di mura, di provincia, di popolo, ma effetto e compimento di una legge eterna, in tutta la razza  nostra. Quindi sono vaghe lusinghe, sperpero di fantasia, sogno sterile, e che uccide miseramente il sognatore ; poiché mentre ei si travaglia in un lavoro improduttivo e chimerico, altri si inalza con quello maschio e  fecondo, e rovescia chi perdeva il tempo a insidiarlo.  Alcuno potrà credere forse che in altri paesi d'Europa la legge che noi abbiamo formulato non valga,  o sia lontana ancora dal compimento come da noi  latine nazioni, avvenne più o meno perfettamente. S'inganna! Della più lontana jRussia parlammo,  e vedemmo che ivi pure oramai l'eguaglianza si effettuava, e con la eman \U 4à'"fe. iSX I Ideet dello stato. Definita liella sua natura^ nel suo valore storico y  e per la sua genesi la moderna demoera^a^ e fatti  certi ohe ella consiste e si fonda sulla eguaglianza  assoluta dei diritti ciyili « politici di tuttì^ e sul lavoro libero, indipendente e affatto personde, vediamo quale sia la forma genkulna e necessaria dello  stato che visceralmente ne germo^a, e quale l'idea  che del medesimo se ne svolga, e si disegni. Trala pevsonate egualmente. Quindi il diritto di proprietà è ìmplicitameiite contenuto, e identificato a cosi dire  nel diritto al libero esercizio delle personali potenze,  poiché il lavoro, che è la condizione assoluta della  vita e della libertà delle società moderne, non si consuma soltanto nel suo atto presente, ma si continua  negli effetti suoi, giacché in essi restarono scolpiti  inerenti, consustanziati gli atti successivi via via delle  potenze che li produssero. Imperocché se prodotto un  oggetto, od attuato un fatto qualunque economico,  materiale o intellettivo, cessa il lavoro della facoltà, e dell'arte nostra a produrlo, egli è perciò ancora una  emanazione della nostra persona, fa parte della medesima, nò potrebbe essermi tolto gratuitamente, e di  forza, senza che venga io stesso violato in una appartenenza della mia propria persona : ed è appunto per questo  che TeguagUanza vera, e la condizione sua, il lavoro,  fattori della libertà privata e pubblica, presuppongono  la proprietà, e la proprietà dei prodotti: onde nel lavoro libero, abbiamo non solo un principio economico,  ma giuridico. Ed in vero se la proprietà, prodotto  del lavoro, o la possibilità di possedere stabilmente  secondo i canoni della legge di eguaglianza, non fosse  un fatto, un diritto d'ogni singolo, eguaglianza e lavoro sarebbero nomi vani, e la proprietà come fu durante secoli molti un privilegio di pochi, e di caste.  Quindi i comunisti e socialisti che distruggono o violano per arbitrarie teoriche il diritto pieno di proprietà, distruggono a un tempo eguaglianza, libertà  e lavoro, annichilando gU effetti della evoluzione generale della società umana, *e spegnerebbero ogni  progresso. Ma l'uomo vive di libertà, e a libertà si  muovono le genti, e con la libertà alla dignità morale e intellettiva: senza eguaglianza di diritto^ che  piresuppone lavoro, e virtualmente proprietà, libertà  e benessere non sussistono: il principio loro quindi  riinane sempre economico, in cui implicitamente è  contenuto e connaturato il giuridico. Le attitudini umane sono svariatissime e molte>  plici:'le indoli diverse, dissimiU i desiderii, le aspirazioni, gli scopi, come distinte le condizioni economiclie di ciascheduno ; onde nasce e pullula una infi*nita varietà di lavori, di atti, di esercizio, di prodòtti,  di gara che avvivano, rimutano, conunovono e corroborano la società, ove lìberamente possono effettuarsi.  Ma per la ragione appunto per cui tutte queste attitudini e facoltà debbono pel libero lavoro esplicarsi^  ed operare in una società d'uomini eguali virtualmente in ogni diritto fra loro, sorge la necessità di  rispettare reciprocamente il lavoro, e il suo prodotto  in ciascheduno: il che implica nel diritto il dovere^  e la ragione reciproca loro. Imperocché sarebbe affatto vana illusione l'eguaglianza^ e con essa la  libertà del lavoro, e la proprietà dei prodotti, che  indi risultano, se a tutti vicendevolmente si concedesse di violare Tesercizio degli ^ altri ; ed- illusione  sarebbe pure l'effetto della legge di evoluzione storica, che in quella eguaglianza di diritti si conchiudeva, e sciaguratamente inutili tanti sacrificj, tanto  sangue, tante violenze sofferte € superate dai derelitti lungo i secoli, per conquistarla. Quindi come nel  fette economico del lavoro, era implicito, inchiuso,  consustanziato quello giuridico, cosi c'è pure involuto fu la forza, 3 o e l'UTILITA IMMEDIATA RECIPROCA (Grice). E si badi  che io sono lontano dall'affermare  e come npl sarei, se il sipposto è ridicolo?  che questa forza,  questa utiltà, causa e tutela delle prime aggregazioni, foss3 voluta per deliberato proposito e cosciente  degli sciani rozzi a selvatichi : che nulla nelle origini umaae avviene per esplicito divisamente, ma  tutto pet spontanea evoluzione delle potenze nostre  nella coitorrenza e operosità loro, secondo ragioni  di luogo, di tempo, di razza. Verità che non dee mai  dimenticarsi, e canone storico da non mai trascurare  da tutti,!che desiderano raggiungere con certezza le  reali ori(ini d'ogni umana istituzione e credenza.  Quandoinvero le intelligenze dei singoli uomini primitivi fano si umili, e sì nel senso implicate, e le  volontèrsì poco esplicite per razionale valutazione di  motivi e mentre le necessità di natura, d'altra parte,  appar^nen ti tutte alla conservazione individuale gli  spingv^a ad aggregarsi, nessun altro stimolo, oltre la  legg legame che quello della forza sia di uno o di più a norma dei varii modi di ordinarsi valeva a tenerne stretta la convivenza. In quel primo stadio,  in quella prima forma se possa cosi chiamarsi, di  stato, nessun principio teocratico, mitico, simbolico  era sorto, dappoiché le intelligeme erano ancora  troppo chiuse, e involute e non pote-^ano sollevarsi a  quelle idee, proprie d'altre età, e coniizioni psicologiche successive. In questo stadio gF Stinti animali  prevalevano, e la mente sordamente in quando tra essi sorgono ingegni che o per senso  di umanità^ o per ambizione personale, o sete di gloria si fanno campioni di più giuste leggi^ e preparano  i rirolgimenti sociali. Al di sotto di questi ordini superiori^ altri minori stanno sinché si giunga alle plebi,  le quaU benché non serve, pure non usufruiscono di  tutti i diritti dei primi, e per ultimo vive una moltitudine di servi, cose e non uomini. Or tutto questo  immenso numero di meno privilegiati, e di servi, mentre è materia infiammabile per chi nacque in alto, e  vuole per buono o malvagio fine adoprarla, essa stessa  é spontanea artefice d' insurrezioni o rivoluzioni sociali, che conducono in ultimo alla eguaglianza delle  persone e dei cet^. E ciascuno sa, come sempre in un  modo nell' altro, continuamente ciò avvenne, per  lungo corso di Secoli : fatti che predispongono ed avviano lo stato alla terza sua forma, la simbolica. In questa novella forma in cui si risolve l'idea  dello Stato antecedente, i diversi ordini e poteri, comecché permangano ancora nominalmente, cangiono  però d'origine e d'indole propria per la comune eguaglianza che quasi si raggiunse, sancita dai nuovi codici e dagli statuti. L'investitura divina del supremo  potere, la quale a sua volta istituiva ordini, e delegava uffici in virtù di questa sublime prerogativa  cessò quasi, rimanendo ancora, qualunque sia il nome  del governo, soltanto come fede pubblica, nella elezione continua ed ereditaria delle famiglie regnanti  non solo per volontà nazionale, ma si per la divina  grazia. Il quale presupposto teologico però per l'incremento della mentalità, ed il progresso intellettivo  della cittadinanza, ed un sentimento implicito nelle classi inferiori della ' eguaglianza civilei anche quando  e dove non si rese universale, divenne piuttosto un  simbolo sociale  che una fede positiva ad un fatto religioso come per il passato. In qualunque confessione  religiosa tra i popoli civili, l'adagio che ogni potere  viene da Dio, come ogni evento è signoreggiato dal  medesimo, resta nella fede e nella abitudine generale  degli spiriti eziandio allora che il pensiero tanto si  aflfòrzò, ed emancipò da dileguare ogni mitica rappresentazione, -e valutare più razionalmente le leggi della  natura e quelle che reggono i moti del mondo sociale,  dove veracemente il principio etemo si matdfesta.  Onde Tidea di un influsso divino, e di un regime  provvidenziale immediato negli ordini politici perdura  nel nuovo concetto della vita dei popoli, e cinge per  cosi dire di una aureola religiosa le persone che esercitano le più alte funzioni dello Stato: benché a queste non presiedano più, tranne la famiglia dominatrice, classi privilegiate, che ne ereditano gli ufficii.  La quale discrepanza tra le idee e le cose, tra gU  ufficii e le persone, tra la costituzione razionale, a  dir così, dello Stato, e le abitùdini degli spiriti nel  supporlo preordinazioni divine, dà vita appunto alla  forma simbolica, di cui discorriamo. Le leggi razionalmente sono discusse e ordinate, i poteri dello Stato  si esercitano in forza di queste leggi, le persone che  gli rappresentano non sono più identificate con I medesimi, il sentimento della libertà umana è profondo,  e quello della eguaglianza dei cittadini dinanzi alla  legge, diviene una verità sempre più chiara, amata  e voluta; ma pure ogni grado pel quale sì ascende  dalle funzioni infime alle supreme, è vivificato da una rappresentazione simbolica ^ ove continua sotto una  certa forma fantastica e incoscente, la mitica e teecratica natura dei poteri della fase anteriore. Cosi la  grazia divina pei principi, Temanazione della giustizia persoi^ale, la permanenza legale, se non privilegiato, dell'ordine patrizio, e la facoltà di aggiungere  membri al medesimo con titoli vecchi, la costituzione  dei diversi poteri come entità sostanziali, e via discorrendo, sono tutti simboli sociali a cui si attribuisce  un valore pubblico, mentre in sostanza le condizioni  civili e intellettuali del popolo ripugnano a queste  credenze.   Questa forma simbolica della idea dello Stato perchè si effettui e si manifesti, è d'uopo che l'eguaglianza dei cittadini nel giure civile, se non in quello  politico, sia raggiunta: poiché il simbolo sottentra appunto alla personificazióne effettiva di una emanazione o delegazione divina neUe famiglie, o ceti preposti al potere, e con esso quindi identificate : perchè  il sentimento della eguaglianza comune già esplicito  nelle moltitudini, e legittimamente stabilito nei rispetti  civili, scassina, abbatte, ruina l'idolo teocratico che  dianzi regnava: onde la forma simbolica dello Stato  è propria di quelle nazioni civili che avanzarono nella  democrazia, e preposero agli ordini e ai moti sociali  del medesimo un principio affatto razionale: come si  vede, a modo di esempio, in quasi tutti gli odierni  Stati d'Europa. E quindi mentre gl'intendimenti più  esplicitamente manifesti, verso l'eguaglianza, là libertà la rappresentanza nazionale prevalgono nel governo  della cosa pubblica, e nella formazione delle leggi,  contemporaneamente perdurano formolo, fatti, istituti che con quelli intendimenti sono in contraddizione^ e  che solo hanno ragione transitoria di vita, in quanto  sono meri simboli di più antiche credenze, dommi,  costumi. Cosi molte formule di diritto e di procedura,  d'investitura agli ufficii, e via discorrendo, come creazione di nobiltà nuova, distribuzione di titoli, ordini  cavallereschi, le quali cose tutte non avendo oramai  alcun valore reale e positivo, restano come meri simboli nella costituzione dello Stato. Se, come dimostreremo, cagione e fonte di questa terza forma, fu  il principio di eguaglianza civile, ed un sentimento  più esplicito della libertà morale e giuridica, che distruggevano gli antichi idoli, egli è un vero progresso  di fronte alle forme antecedenti, ed una ultima preparazione alla forma pura e razionale deUa democrazia futura, o a quella che i^oi appellammo funzione:  e già ne delineammo per sommi capi la natura, e  l'organamento. In questa ultima forma che è quella  verso cui corrono le società moderne, per adagiarvisi  completamente, effettuandone in ogni singola parte il  principio generatore, i simboli cadono, come cadde la  forza, ed il mito, e la saldezza dello Stato dipende e  rampolla da una legge naturale di esplicamento necessario delle società umane, intrecciantesi con tutte  le altre che armonicamente compongono e reggono  r ordine universale. La quale legge riassumendo in  sé stessa tutto il valore morale, giuridico, economico  della operosità singolare dell'uomo consociato in politico e civile ordinaùiento, possiede di fronte alla ragione particolare e sociale quella assoluta autorità,  che per l'innanzi fondavasi in finzioni legali, o nella   forza. Imperocché nella democrazia moderna ogni potere emana legittimamente dal popolo, chiamato nei  suoi liberi comizi, come ogni delegazione di nfficii  deriva da lui direttamente o indirettamente: quindi  nella quarta forma dello Stato, ogni potere rampollando dal fette concreto del suflfragio comune, ed ogni  delegazione agli ufficii per essere legittima ed autorevole per diretto o indiretto fecendosi dal medesimo ;  e i varii ufficii costituendo le funzioni che via via s'ingradano a sempre più alto valore, a comporre nell'insieme loro il vivo organamento della nazione, non vi  ha più luogo a qualsiasi finzione, e cade pure la pericolosa nozione dello Stato, come astrazione legale :  la quale fu più volte cagione d'errori, di sventure,  di tirannide mostruosa. Imperocché rese possibile Tincamazione dello Stato in una persona, secondo la vana  e stolta sentenza del più fastoso e pernicioso dei despoti francesi; e die e dà occasione alle teoriche e  conati impossibili e micidiali della civiltà, dei comunisti e socialisti di tutte le epoche storiche. Or se riflettasi e s'indaghi quale sia stato il principio trasformatore della costituzione dello Stato per  il lungo corso della storia in queste quattro forme  che assunse, vedremo di nuovo mostrarsi il sentimento, il concetto, la vittoria mano mano della eguaglianza morale, civile e politica tra gli uomini, che a  poco a poco ridussero e spensero la prevalenza della  forza, distrussero gli ordini e i poteri privilegiati, dissipano i simboli che ancor rimangono ad offuscare la  pura razionalità civile, e preparano la vittoria della  libertà e della legge in tutte le classi dei cittadini. Onde, abbattuta ogni finzione, autorità arbitraria, mito,  simbolo, privilegio, resta a sussidio unico di esistenza. IDBA. DELLO STATO di progresso economico, intellettivo, e di libertà, il lavoro libero, che come provammo fin da principio, è  il cardine e lo spirito creatore delle società moderne:  e quindi seguendo il corso della evoluaione storica  dello Stato in Europa, e nelle razze che la popolano,  e che via via si allargano a vivificare le altre parti  del mondo, si pervenne alla medesima conclusione,  cioè che il sentimento del^a eguaglianza che ha per  strumento il lavoro fisico-intellettuale, e la sua estrinsecazione in un fatto giuridico, è il resultato, come  è il fattore di tutta la storia antecedente: e la democrazia, forma attuale e necessaria delle società moderne, è l'effetto per una parte, e il principio per  l'altra, del generale incivilimento. Noi dicemmo che  le nazioni moderne riposano tutte sopra un fatto e  un principio economico, poiché riposano inevitabilmente e s'impemano nel lavoro, ed in questo si risolve tutto quanto il valore e l'ordine della attuale  iTOLo ni metterebbe l’atto della più violenta tirannide, e la  democrazia civile non sarebbe phe una turpe copia  di quei sistemi d'intolleranza, cui ella combatte da secoli. Quindi ove l'eguaglianza giuridica del cittadino è un fatto, e la democrazia prevalse, la libertà di coscienza, o la inviolabilità del foro interiore, è una condizione della sua legge, è la sua essenza medesima.   Noi abbiamo adunque in Italia nemico alla unità  nostra, alla indipendenza, alla libertà, il Papato, che  da pertutto d'altronde si pone come tale di fronte alle nazioni, e al pensiero: e poiché il Papato è una  istituzione rehgiosa, la forma di un sistema spirituale  di credenze, una fede, così per lo Stato importa, come  sentimento individuale, una inviolabilità assoluta pel  principio della libertà di coscienza, condizione impreteribile della vera democrazia. Quindi a combatterlo abbisognano armi adeguate alla smisurata potenza, e  che non oflFendano i diritti dei cittadini. L'unico strumento, l'unico modo di lottare, e di vincere, è la.divisione assoluta, ma veramente assoluta dello Stato  dalla Chiesa: non ce n'è altro, né vi può essere, che  tutti si romperebbero dinanzi alla sua forza. Le persecuzioni, le minaccie, l'intromettersi ad ogni ora  nelle cose attinenti strettamente alla Chiesa, non lo  debilita, lo invigorisce, perchè la fede della maggioranza ingigantisce nella fantasia il castigo, e lo trasforma in martirio, e tronca i nervi allo Stato. Ogni  ingerenza di questo sia a favorire una parte del clero,  per abbatterne un' altra, è seme di futuro danno,  è un intricarsi in un dedalo senza uscita, è un appoggio indiretto alla istituzione che vuoisi conibattere. Lo Stato nella democrazia moderna, appunto  perchè sorto e informato da questa, dovendo tutelare  con forza e scrupolo la libertà di coscienza, dee essere indifferente alle varie forme di fede, di culto:  tutte sono eguali dinanzi a lui: e la sua operosità  e ingerenza in queste materie dee solo versare nelr impedire che i varii culti con fatti si cozzino, e si  osteggino, ed offendano cosi la generale libertà di coscienza. GHi ordini e gli atti religiosi e civili possono nello Stato moderno vivere insieme, ma assolutamente distinti, senza mai confondersi, senza mai,  come erroneamente si crede, a vicenda rafforzarsi; essi sono indipendenti l'uno dall'altro. La vita civile  è una cosa, quella religiosa un'altra: la loro confusione è dispotismo inevitabile,, e il più tristo e il più  feroce. H matrimonio civile, i riti funebri estrinseci,  r insegnamento, l'educazione, la libera espressione del  pensiero, la costituzione delle leggi, il governo della  cosa pubbKca, sono diritti propri dello Stato e della  società laicale: né si dee permettere che tra queste  facoltà, e le correlative religiose vi sia mischianza, e  confusione mai: quantunque sia lecito alla diverse  confessioni religiose risguardare quegl'atti dal proprio  e spirituale punto di vista, ed ai cittadini il conformarvisi, quando non ledano l'ordine pubblico. La chiesa nell'esercizio dei suoi riti, del suo culto, nelr insegnamento religioso, in tutto ciò, in una parola, che spetta alla sua indole interna spirituale, è libera,  e deve essere, dall'intromissione dello Stato, quando  non assalga apertamente le sue istituzioni, e non offenda i suoi diritti: ma l'insegnamento pubbKco dei  cittadini, popolare, secondario, superiore, tutto, dee ni essere esclusivamente per quanto concerne i gradi^ i  diplomi, i diritti che ne provengono di pertinenza assoluta dello Stato, e sotto la di lai unica e sola direzione. Come tutti i cittadini sono eguali dinanzi  alla legge, tutte le istituzioni civili dallo Stato dipendono: e quindi il clero in quanto alle persone fa  parte del diritto comune: nessun privilegio sostenendolo ove egli infranga le leggi: il codice e la procedura penale colpiscono il sacerdote, come il laico sia  nelle transazioni civili, come in quelle d'ordine pubblico. La giustizia perfetta richiederebbe che lo Stato  non s' ingerisse affatto nelle rendite dei diversi culti,  ne spendesse una lira a mantenerli: poiché in un popolo essendo diverse le confessioni, se lo stato ne  sussidii una sola, ne sc'ende la mostruosa consegueìiza  che taluni, come contribuenti, paghino pel culto non  proprio, e che anzi ripudiano. Ogni culto dovrebbe  sostenersi "dalla libera concorrenza e cooperazione dei  propri credenti, e lo Stato non avrebbe sulla proprietà di ciascuno altro sindacato che la tutela delle medesime, sciolte da qualunque vincolo arbitrario,  sottoposte alle medesime leggi, e agli stessi tributi.  Questa condizione civile dei culti è V unica giusta,  e lo Stato dee intendere ad affrettarne il compimento. La divisione della Chiesa dallo Stato nei termini  accennati è necessaria al vercJ progresso delle nazioni,  ed è l'unico modo della sconfitta del papato, come  ostacolo alla libertà civile dei popoli. H fondamento  alla secolarizzazione dello Stato consiste principalmente nella direzione esclusiva delle scuole, nelle  quali non dovrebbero immischiarsi legalmente i chierici, né compartirvi nelle medesime alcun insegnamento positivo delle religioni, essendo tutte queste  fuori della cerchia delle attribuzioni dirette del governo. Poiché se fosse concessa l'istruzione intomo ad  una sola nelle scuole, sia pure la più prevalente, i  cittadini che appartengono ad altre religioni verrebbero lesi nei loro diritti, in quanto e difetterebbero  di uno speciale insegnamento, pel quale pure pagano  il loro tributo, o sarebbero costretti ad assistere a  definizioni dommatiche che non approvano ; onde verrebbe in parte lesa quella eguaglianza che è l'anima  d'ogni Stato che voglia essere civile. L'insegnamento  religioso poi affidato a laici non può riuscire che vano,  e incompleto, destituito pel fatto stesso delle persone, di autorità, e di competenza: quindi si rischia, tenuto  conto delle varie opinioni dei docenti, che riesca più  di danno che di profitto. La dottrina elementare dommatìca meglio si imparte nel seno delle famiglie,  l'autorità patema e materna essendo più viva e sentita che quella di estranei ; e più propriamente nella  Chiesa, per bocca di coloro che a ciò sono superiormente ordinati; ove Uberamente e con efficacia si  professa. Nelle scuole dovrebbesi diffondere, rinforzare  ad ogni occasione quel sentimento di civile onestà,  ove consiste ogni dignità morale, comune a tutti gli  nomini, a qualunque fede appartengano. Che se, come  altri notò, il rimuovere dalle scuole l'insegnamento  religioso per mezzo dei chierici, o il toglierlo affatto,  temesi occasione di allontanamento dalle medesime di  grande copia di alunni, è questo uno dei soliti timori,  prodotti da fatti particolari innalzati dalle fantasie e  dagli interessi di vario genere, a legge, e che producono inevitabilmente questo effetto solo, cioè di non osare mai avanzare, avendo paura della propria ombra. Quando a nessuna professione, a nessun tirocinio, a nessuno utile esercizio sociale non si potesse  pervenire, od essere legalmente abilitato a goderne  i vantaggi, se non frequentando le scuole dello Stato,  sottomesso ai loro esami, e ai diritti che ne rampollano, Tallontanamento non sarebbe di lunga durata, e dopo qualche oscillazione, o ricalcitranza,  tutti volentieri e senza ombra di scrupolo vi interveprrebbero. Ben poco conosce gli uomini e.i tempi  nostri colui che dubiterebbe di una tal verità: gli  esempi che la testimoniano in altri ordini di fajtti,  non m^cano tutti i giorni. Certamente, e questa è  la condizione assoluta della riuscita, il governo dee  curare con assidua e scrupolosa attenzione, e ferma volontà che le scuole dello Stato sieno le migliori di  tutte quelle che sotto altro nome possano sorgere, e  quindi i maestri dai gradi infimi ai supremi sieno  degi^ dell'alto magisterio a cui si consacrano senza  cerna partigiana, e che gli stipendi si accrescano, onde onestamente possano vivere e con quejla dignità  e decoro atti ad infondere eziandio per sé stessi nelle  giovani menti il sentimento di autorità: poiché pur  troppo lo squallore, la miseria, gli stenti palesi, degni di altissimo rispetto, quando sieno virtuosamente  sopportati, non sempre accrescono per la fralezza e  vanità umana, merito in chi ne è vittima immeritevole. Finché risolutamente non si porrà mano ad un  tale riordinamento radicale dell'insegnamento, e non  verrà divisa la Chiesa dallo Stato nelle pertinenze  civili, vano é lo sperare di vincere grinflussi faziosi  clericali, e la continua intromittenza loro nelle facende laicali* Non oso sperare^ tanta e la nostra fiacchezza^ un si gran bene^ e si necessario^ prontamente,  benché sia Tunieo modo di vincere. Ma quello di cbe  sono certissimo; si è che dovrà farsi^ quando che sia,  perchè è Funico argomento per combattere il pertinace  iiiimico. Alcuni sottilmente sillogizzando potrebbero opporre  a queste nostre dottrine l'obiezione, dimandando il  perchè lo Stato solo e nella democrazia prevalente,  può foggiare la forma interna di sé medesimo, secondo  il canone del giure civile esclusivamente, negando  questa facoltà a quello ecclesiastico, che si radica parimente nella inviolabilità personale dei cittadini. Alla quale speciosa obiezione facile è la risposta : poiché  Fattuazione organica delle funzioni e delle leggi onde  risulta poi la nazione legalmente costituita, dipende  e si evolve da quelle facoltà e potenze individuali  che spettano all'esercizio d'atti esteriori, di fatti econonùci, di procedure eflfettive, riguardano fini essenzialmente terreni ed eudemonici, i di cui profitti e utiUtà sono per sé medesimi così definiti e certi che  acquistano spontaneamente l'assenso dell'universale :  mentre il sentimento religioso, e le formolo onde obiettivamente si veste, variando da persona a persona,  e riguardando interessi, e speranze che effettivamente  qui BuUa terra non hanno compimento, se dovessero  dar forma a così dire civile, ed estrinsecarsi in un  ordine pubblico di popolo, recherebbero confusione e  anarchia, o prevalendo il più forte, ritornerebbe a  galla lo stato teocratico, che è la più bieca e turpe  tirannide. Quindi mentre il sentimento religioso che nella democrazia vera dee risolversi nella assoluta liberta di coscienza viene tutelato come DIRITTO INALIENABILE [cf. Grice on Locke on the inalienable right to make a word stand for a idea] dallo Stato, non può^ come il fatto meramente  giuridico, assumersi a principio organatore della società medesima, come qualunque altro sentimento dell'animo umano. Ma alcuno, e ce ne sono molti, più  appassionato amatore,, che fidente nei benefici effetti  della libertà, insorgerà a ripetere ciò, che si andò  ripetendo dai dottori in politica soventi volte, che^  concessa questa separazione dello Stato in tutti i suoi ordini dalla chiesa, basterà poi a contrapporsi vittoriosamente al gigante che ci sovrasta, e agli influssi  perniciosi del medesimo verso la civiltà in generale,  e la libertà della nazione in particolare? Una potenza  cosi formidabile verrà poi sconfitta, in quanto agli  effetti civili, con un tale metodo, e non userà invece  della libertà sconfinata che le concediamo, a schiacciarci più prontamente? Vane paure! Se il papato  conta una vita di diciotto secoli, se la sua efficacia  penetra da per tutto, se sotto gli ordini suoi milita  una moltiforme schiera di sudditi operosi e ubbidienti,  e formolo adesso nel sillabo la teorica^ del dispotismo  teocratico, l'umanità e la razza nostra europea numera d'altra parte, ben più secoli di vita: crebbe e  si emancipò con lotte continue e pertinaci d'onde  uscivano più vive scintille di luce intellettiva, prorompevano più fervidi desiderii di libertà ; si rafforzarono propositi più civili di vittorie futurp, che andavano animando mille e mille e poi milioni di adepti,  che poi si dilatavano baldi e procaci su tutta la terra^  recandovi non solo germi di verità e libertà, ma istituzioni imperiture, Ed ora non solamente nel suo vasto e onnipotente pensiero agita tutte le genti europeo; ma ravviva metà del nuovo mondo j fascia le  bollenti terre dell'Africa, signoreggia l'Asia, ripopola  l'Oceania, e stende la mano minacciosa già sul Giappone e la China, che eccita a nuovi fati, o li trasforma a sua immagine :£ già nell'animo e nell'intelligenza sua stanno indelebili, consustanziati, e immoriali l'eguaglianza civile, politica e la libertà del pensiero : tre libertà che non si spengono, tre soli che  non vedranno tramonto, e che bastano di per sé col  tempo a sconfiggere qualunque potenza. Al sillabo noi  opponiamo il codice del libero esame, e l'immenso  jcumulo delle conquiste della natura, che sono strumenti poderosi non di servitù, ma di libertà, ed emanjcipazione: al servaggio delle menti, la vittoria vivi£catrice della scienza moderna, al mito il vero, alle  jsquallide e lugubri letane dei mistici, lo splendido e  stridente carro dell'incivilimento. Chi dubita della  finale vittoria, chi crede di fronte alla civiltà moderna  ultrapotente il Papato, non intese la storia, o non  comprese la legge indefettibile della nostra intrinseca  evoluzione, e non sentì nell'anima quella voce divina  che grida alla nostra umanità. Sorgi e cammina! Che se vuoisi opporre all'esito favorevole della lotta, anche la enorme virtù della unità del Papato, come  forza direttrice, tenacemente nelle sue compagini costituita, e presente per tutto, si pensi che adèsso la  nostra razza omogenea e identica nei tratti suoi principali, e animata degli stessi sentimenti, è parimente  diffusa e organizzata nel mondo, e che la sua unità  morale si va compiendo ogni giorno. Perchè per i trovati meravigliosi della scienza e dell'arte, che assoggettarono alla volontà umana le potenti energie della natura^ il pensiero che da prima esemplò sé stesso e^  scolpì nelle pietre; nei bronzi^ nelle pergamene dei  popoli separati^ o inimici^ or non solo con la stampa si  moltiplicò con la velocità quasi del concepimento in  innumerevoli copie, ma identificandosi con l'immane  rapidità deirelettrico in un istante, e in un punto  raccoglie tutto ciò che avviene su tutta la superficie del mondo: e le merci, gli uomini, le dottrine, travalicano con l'impeto della ijieteora nejla espansione  del vapore, immensi spazi di terre, perforano montagne, e sorvolano emulando i venti, gli oceani, aeoumunando prodotti materiali e intellettivi in breve  giro di giorni: onde, per la originaria parentela e  indole della stirpe or dominatrice, tutte insieme le  forze domate della natura, van componendo l'unità di  pensiero^ di scopo, di istituzioni per ogni dove : contrapponendo ai concili! jeratici, le splendide e provvide mostre dell'industria e del sapere universale. La  quale unità, perchè effetto della spontanea e nativa  evoluzione della specie, non meccanico sistema di artificiale organismo, è assai più potente di quella pontificale: ed ha nella legge che la governa, e negli  effetti che naturalmente ne rampollano, la necessità  d'infuturarsi, e la inevitabilità della vittoria. Di fronte  alla cattolicità dommatica e ufficiale, la cattolicità deliastirpe, del pensiero, delle istituzioni, della Civiltà va  costituendosi, e poderosa si accampa, libera signora  di sé medesima. Pongasi mente a questo fatto innegabile, e veggasi se le paure soverchie di chi nulla  osa tentare, sieno giustificate dalle condizioni generali  del mondo. Ma si rassicurino i timorati e i timorosi,,  il sentimento ingenuo e nobile religioso non verrk  Spento ma non verrà spenta neppure quella luce purìssima di verità, quel calore di bene, quel fuoco di  libertà che crebbero, e trionfarono a costo di lacriimè,  di sangue, di stragi, di roghi infami e scellerati. Sia  libera la chiesa, ma libero lo stato e autonomo in  ogni ordine di sé medesimo, e sieno libere tutte le  religioni che in esso convivono : non temete, il resultato finale non è dubbio, trionfo della libertà da una  parte, ed epurazione dall’altra. Altri forse può dubitare, pur riconoscendo l'impossibilità della vittoria del sillabo nel mondo, che parzialmente i popoli rischino secondo le proprie condizioni  civili diverse, soccombere, ed in ispecie Y Italia ove il papato ha la visibile sede, e regna il pontefice. Vero è che non tutte le nazioni avanzarono siffattamente da superare e non temere gl'influssi perniciosi  del Papato, e sarebbe follia il negarlo. Ma oltre gli  aiuti che vengono loro dal di fuori per la continua  efficacia del generale incivilimento, che da per tutto  penetra e si diffonde, ciascuno di questi popoli, appunto perchè affine alla comune razza europea, ha in  sé medesimo la necessità della emancipazione, la quale  può parzialmente ritardare ad effettuarsi, ma deve in  ultimo avverarsi per le ragioni discorse. In quanto  poi all' Italia in particolare, non conosce l' indole del  popolo nostro chi crede alla sua etema e congenita  servilità religiosa tramutantesi in quella civile; chi  crede che a questa posponga i suoi affetti e i suoi  interessi; che rinunzi alla terra ed ai suoi leciti godimenti; voglia, parlo dell'universale, porre in non  cale la nazione, rinunziare all' indipendenza ed alla  libertà per vivere una squallida vita di chiostro, e salire per lugubre scala al paradiso. L'italiano è conservativo, non retrivo, per indole, e non inerte nel  pensiero; e altrettanto rapido' ad afferrare il lato giusto, positivo delle dottrine, valutare con abilità ingenita gli avvenimenti e considerare ed estimare le  sue condizioni; aperta una via, sorto un barlume di  vero alla sua mente, vi s'innoltra con prudenza si^ ma virilmente, e con tenacità la segue. Conosco, grazie al cielo, il mio paese, e a palmo a palmo io posso  dire; conversai con tutti i ceti, in tutte le parti della  penisola, ed ho una chiara idea delle loro condizioni  morali; e certamente in alcune provincie tali condizioni non sono liete e normali, e richiedono tutta la  sollecitudine provvida e saggia dei governanti; ma  non si illuda l'osservatore superficiale, anche fra loro, come dappertutto, l'agitazione operosa nazionale sotto  mille forme si propagò; l'idea del riscatto politico, il  sentimento di libertà, una forma migliore e più degna  di vita, traversarono, mossero quelle menti e quegli  animi, ed all'occorrenza saprebbe deludere le cieche  mene dei retrogradi e dei demagoghi. Cosi dunque non temasi in Italia della libertà concessa alla chiesa e alle chiese, e si proceda con risolutezza; si armi dei suoi diritti naturali lo Stato, e  si lasci il clero esercitare il suo ufficio, e di fare e  disfare in casa propria in quelle cose che strettamente  si attengono al suo ministerio. Contro la fazione clericale, non v'ha altra politica possibile; ogni aggressione è vana, ogni minaccia non rintuzza ma fortifica  l'avversario, ed ogni ingerenza dello Stato nelle cose  interne delle chiese, riesce poi di danno a sé stesso.  I clericali, e parlo della fazione politica loro, ben  sanno del resto^ (gli abili e che hanno il mestolo in  mano) che senza lo Stato e il suo appoggio, le loro  forze sono monche e sfatate ; imperocché il giorno nel  quale in Italia^ per una ipotesi impossibile avessimo  un parlamento del loro colore e spirito, e quindi un  governo uscito dalle loro viscere, sarebbe l'ultima ora della loro fazione, poiché nessun popolo di Europa vorrebbe e potrebbe mantenere rapporti col nero e funesto governo, mentre una riscossa di tutte le gradazioni dei partiti liberali della penisola fora inevitabile o spaventosa. Questa i clericali sanno, e quindi  non tentano, né tenteranno l'ultima prova, e solo procacceranno di tenere Ymo zampino ed un addentellato  nel giure pubblico della nazione, perché lo Stato da  sé medesimo, per gli errori servili o erroneamente  aggressivi, si procuri una certa rovina. Quindi, qualunque sia il governo che resti al timone della nostra patria, non devii dalle norme che ora tracciammo;  ogni altra politica sarebbe funesta; con l'apparenza della forza e della libertà troncherebbe i nervi a sé  stesso. Adoperandoci di questa guisa, noi renderemo  a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che é di  Pia, secondo il detto profonda del Nazzareno ; e mentre daremo saldi fondamenti alla libertà ed al suo  incrementa, faremo un bene eziandio alla chiesa, poiché, toltole ogni speranza d' ingerenza nelle cose civili,  e richiamata al suo morale ministerio, abbraccerà nella  carità religiosa anche la patria ; come sanno molti  buoni fra loro, i quali sentono che per conquistare,  secondo la loro fede, la'^patria celeste, bisogna amare  e difendere quella terrena. L'altra fazione che tenta e vorrebbe sconvolgere l’attuale ordine di cose civili, quali vennero prodotte  dal lento moto della evoluzione sociale, è la demagogia anarchica e selva^ia, avente gradazioni diverse,  come diversi propositi, diffusa da per tutto,^e stretta  da vincoli, patti, associazioni, e guidate da uomini  risoluti. E da prima è d'uopo, per giusta ed equa  estimazione d'uomini e di cose, distinguere ed assolutamente separare da una tale fazione il partito repubblicano che si agita anch'esso da per tutto, e che  in varie parti del mondo ha vita effettiva e legale  riconoscimento. Vero è che una tale distinzione sarebbe superflua e stolta, se pur troppo lo zelo improvvido o l'ignoranza, non spingesse molti a confondere cose insociabili, e a far tutto un mazzo, sieno  buoni o rei, di quelli che a puntino non partecipano  al grado presente del loro liberalismo. Il partito repubblicano, quando come in generale si mostra, segue  la legge sana della democrazia moderna, riposa sui  medesimi fondamenti giuridici e éivili dei popoli retti  a monarchia rappresentativa; mantiene saldi i principj di proprietà, di famiglia, d'ordine, senza cui convivenza umana non è possibile, ed è una naturale e necessaria evoluzione sociale. Quindi è d'uopo non  fraintendersi, né recare violentemente e con palese ingiustizia le colpe, i danni, i pericoli alla forma repubblicana, che sono propri esclusivamente della demagogia.  Dispregiare con puerile sussiego questa torbida fazione, è follia; la fidanza di sterminarla con le sole  armi, è concetto che non può capire che in un cervello da Don Chisciotte ; combatterFa con palliativi o  discorsi, è troppo ingenua bredulità. A mali morali,  profondi, tenaci, universali come quelli di cui trattìatnO; si può ovviare soltanto con serii e virili propositi, e Còli rimedi adeguati alla forza che li produce IEj prima condizione a sapersi schermire da un tale  nemico, è quella al solito di non farsi illusione alcuna  intorno alla sua potenza, indagarne l'origine, e non  attenuarne il pericolo. E questo si farà per noi il più  brevemente possibile, onde premunirsi in Italia anticipatamente dagli influssi e danni di questo malanno,  perchè la libertà sana e la civiltà non ne soffrano  detrimento. La demagogia o l'insurrezione anarchica delle classi  povere e proletarie non è nuova, e si può dire che  i germi sbocciarono col costituirsi delle società primitive; imperocché di fronte ai più potenti, ai più  agiati e felici, stettero sempre i derelitti dalla fortuna, i deboli, i miseri, qualunque ne fossero le cagioni. Ma se il sentimento, il mobile, lo scopo si  mantenne identico di mezzo alle trasformazioni sociali,  la forma della demagogia cambiò, e i suoi seguaci e  proseliti crebbero spaventosamente di numero. Quindi  nell'età nostra, per quanto si estende la civiltà europea sopra la terra, assunse una forma consuonante  con quella naturale del progresso sociale, delle condizioni economiche presenti, e con l'immenso accrescimento della popolazione. Or noi si vide che il fondamento, il fatto che costituiva l'indole propria della  società moderna e dell'incivilimento stesso, è un fatto  economico, il lavoro, reso libero, scevro di qualsiasi  privilegio od ostacolo, e sostegno unico dei singoli  associati, nella moltiforme sua natura, e nella immensa  varietà dei suoi atti, dal rozzo manuale al più alto  intelletto, il sentimento di questa feconda e santa mT-erità, pel naturale svolgimento che in tutti lo produsse e lo suscitò; nacque nell'animo di tutte le classi  vagamente le eccitò, spingendole di un salto con Timmaginativa agli effetti ultimi e salutari di questo  principio, valicandone i necessari intervalli per ignoranza da una parte, e per impeto di bisogno dall'altra. Indi la foga pertinace, perseverante, ma più  calma, o Torrido assalto subitaneo di selvaggie ire  contro quei medesimi sostegni, quelle istituzioni che  Bono anzi i mezzi di giungete gradatamente ad una  condizione migliore di tutti. Cosi nacquero per un  verso le associazioni della cosi detta intemazionale,  o le improvvise ruine della comune. Ma nel tempo  stesso che noi dobbiamo combattere le funeste teoriche di queste sette, e soffocarne con pronta energia  i delirii nefandi, non bisogna, lo ripeto, fanciullescamente cullarsi nella idea, che fatti cosi universali, e  che in un modo o nell'altro si mostrano per quanto  fii stende il campo civile delle nazioni, sia un mero capriccio momentaneo d' ebbre moltitudini, vapore di  idioti, e fenomeno che non abbia fondamento di sorta  nella storia; né in se, in mezzo al profondo errore  che l'offusca, e lo insozza, un raggio e un filo di vero.  E noi vedemmo già che la demagogia ha la sua storia, antica quanto il mondo, e svolgentesi e sgomitolandosi con i secoli parallela alla trasformazione  fiociale della nostra stirpe. Ed il vero, che questa fazione nelle sue teòriche micidiali racchiude è questo:  che ad ogni uomo, ad ogni cittadino, sia qualunque  la nascita, l'economica condizione, incombe egualmente  l'obbligo salutare del lavoro, ed è compartecipe di  tutti i doveri che stringono autorevolmente tutti i consociati a prò di tatti con reoiprocft operosità; imperocché l'ozio infecondo, e soltanto consumatore et  cormttore, è oramai agli occhi di tutti il più tristo,  squallido e vituperevole vizio sociale, la causa e il  fomite di ogni disordine e, d' (^ni ruina. Ma questo  vero, che or comincia, rispetto al suo valore sociale,  a risplendere alle menti di tutti, e che mano mano  che la società progredisce, sempre più palese si farà,  e che dee divenire la fede comune, nelle sette demagogiche si trasformò in ribellione ad ogni sano  principio, e divenne piuttosto sorgente di miserie e  di lutti, che fonte di prosperità per gli stessi che si  Intano in suo nome. Quindi la fallacia nella credenza di poter sterminare ogni sentimento religioso  come quello che secondo essi sostiene i perni della società attuale; la puerile fidanza del condividere i  beni fra tutti, e ritornare, per essere felici e mirabili,  alle delizie animalesche delle prime orde umane. II  sentimento religioso in sé, astraendo dalle forme dommatiche che può rivestire, è in quella vece sì  connaturato all'uomo, appena gli balenò un ra^io di  intelligente attività nella mente, è un. bisogno cosi  profondo, che il supporlo nell'universale temporario  periturio, riesce un errore sì madornale, quanto il  credere che possa miù cessare il sentimento del bello,  del buono, dell'utile, e così via discorrendo. Un tal  sentimento muterà forma, materia, simbolo, a sempre  più puro e razionale aere s'innalzerà, ma rimarrà e quando anche in tutti si trasmutasse in effettiva  intellezione dell'ordine infinito del mondo, e dell'eterna energia che lo vivifica, e continua, avrà sempre una efficacia potente negli animi umani, e una autorità suprema nei loro atti. Quindi, sicc^ome è vano  l'assunto, è assurdo il crederlo effettuabile ; e di questo  si persuadano coloro che eccitano a simili fantaami le  moltitudini. In quanto poi alla proprietà e alla famiglia, sarebbe con esse distrutto l'ordine civile, ogni speranza di miglioramento, ogni libertà. Poiché l'ultimo  fatto sociale a cui" pervenne il moto evolutivo umano  è Tuniversale libero lavoro, questo senza la proprietà  non può sussistere, in quanto mancherebbe di sussidi, e dei giusti stimoli ad esercitarsi. Che se il lavoro è  un dovere, un godimento, una dignità, la sola nobiltà  possibile oramai nel mondo, oltre avere un effetto che  giova alla generale convivenza nella reciprocanza di  ragioni e d'influssi che l'anima, è pure un modo di  rendere più lieta, agiata e amabile la vita; poiché  colui che vuole rendere l'uomo misticamente perfetto, e che tutto versi e si travagli nella carità, e non  senta e non provi gli onesti piaceri, e rinunzi ai comodi, agli agi, agli utili personali, non solo disconosce  la umana natura, ma annienta la storia. Laonde la  proprietà ed in conseguenza la famiglia, sono condizioni indispensabili del lavoro, e con esso della civiltà  tutta quanta, e della libertà che a tutti è si cara, e  desiderata. Questi sono i veri contro cui infuriano i propositi dell'intemazionale, i quali se venissero ad effetto, ogni bene sarebbe distrutto; sono errori in cui  cadono e caddero non una sola volta, quelli che, vivificati da un sentimento giusto e da un vero che  balena incerto e confuso nelle loro menti, credono raggiungere la meta sterminando gli argomenti che  vi conducono. Egli è certo però che tali sette sono or formidabili e sparse da per tutto: hanno associazioni, pecunia, giornali, conventicole e cattedre: e gl'iniziati si  mescolano in tutti gli ordini della vita, e gli arruffoni ne sfruttano la credulità, o ne inveleniscono, rinfuocano le ire: pericolo tanto più tremendo, quanto  più è avvalorato da un sentimento giusto di una verità male intesa. Or che contrapporrete a questa fiumana? La Forza? è tentato, ma l'idra rinasce: oltre, che la forza contro il sentimento e il numero non prevale, e senza un principio che la sostenga, è vano amminicolo. Combatterlo con principii contrarii? si sperimentò, risorse, e sempre più sì  estende. Con gl'influssi religiosi? Ma ella imperversò maggiormente ove le genti erano guidate e ispirate dal clero, e si agita nei paesi, ove la fede è  più viva, poniamo che non sia la cattolica, tralasciando  anche che alcune tendenze, ire, dispetti clericali sono fomite a queste sette, e piuttosto che attutarle, le attizzano. Forse pej: mezzo delle esortazioni, le per«  suasioni, i libri, e i giornali? Certamente questi  modi, e argomenii quando sieno bene appropriati e  condotti, hanno un grande valore, e maggior della  forza, e degli influssi religiosi, perchè vanno a poco a poco componendo una opinione favorevole ai suoi  principj, e l'opinione oggi è regina, e può molto: ma  la sua efficacia è in parte frustrata dai giornali, dalle  associazioni della setta, onde è lento e stentato il benefico risultamento. Dunque non hawi rimedio? I rimedii opportuni, i soli efficaci, e che, spero, saranno riconosciuti tali a poco a poco da tutti, se vogliamo salvare la civiltà, sono di due sorta, privati e  pubblici: e ne discorreremo partitamente le loro ragioni. Odesi tutto giorno dalle persone di ogni ordine e  d'ogni ceto, tra quelli più agiati^ lamenti e querimonie  rispetto ai pericoli che ci sovrastano da parte della  demagogia universale^ e si paventa^ si trema^ s'impreca^ o si pronostica il finimondo. Ma sciaguratamente  tutto questo tumulto dì sgomenti^ predizioni^ spasimi  si risolve in parole, in chiacchere, in vaniloquio effervescente, e nessuno, parlo in generale, fa nulla, o  aspetta da un arcangelo la spada salvatrice, o grida  contro il governo e i governi che non uccidono a  soffocano nella culla il mostro divoratore. E mi fanno  la figura di chi, appreso lentamente il fuoco in un  canto della propria casa, corra in piazza a gemere^  a piangere la imminente ruina delle sue mura, imprecando perchè il sindaco non distrugga i zolfanelli,  causa immediata del danno, invece di provvedere tosto e virilmente al pericolo, tenue da principio, con la propria persona, o con gli ajuti che ai forti e volonterosi non mancano mai. Cosi presso a poco va la  faccenda per tutti coloro, e sono innumerevoli, che  presentendo l'avvento della cosi detta questione sociale, credono rimediare al male col vociferare ai  quattro venti il prossimo diluvio, o volendo che altri  gli soccorra con modi, che neppure essi sanno in che  veramente consistono. Ma in tale maniera l'acqua arriva  alla gola, e senza rimedio, perchè il neghittoso è spiacevole a tutti, utile a nessuno. Egli è oramai tempo  di mutare registro, e se veramente stanno a cuore  gli averi, i diritti, la giustizia, non fosse che rispetta  ai privati vantaggi, bisogna persuadersi, perdio! che  il tempo è venuto, ove chi non opera, e fortemente  vuole e lavora, verrà travolto non solo dalla fiumana impura ch^ paventano^ ma dalla indole della civiltà  presìHite, nella quale il volontarìp infingardo nozi può  trovare modo durevole di vita. E innanzi tutto la società è solidale d'ogni bene^ d'ogni male, e chi non  sente q^uesto alto dovere, è indegno di chiamarsi uomo  civile: e quindi ognuno è strettamente tenuto a co-operare [cf. Grice, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] al maggior benessere possibile della nazione.  E si badi che questa, di cui parlo, non è mica una  carità estrinseca e contingente, che possa a volontà  con minore o maggiore zelo esercitarsi, come avviene in altri fatti di pubblica o privata beneficenza, ma è  una necessità intrinseca, senza la quale la società  minerebbe. La quale cosa si fa a tutti palese anche  materialmente, se riflettono ajla solidarietà, sempre  più stretta e generale che nasce fra tutti gì' interessi,  sia per associazioni a scopi diversi di utilità personale, o di prodotti, sia per la dipendenza d'ogni ordine di fatti economici fra loro, sia nel più vasto e universale credito dello Stsito, da cui dipendono una  immensa varietà di fortune particolari. Quindi il lavoro libero, ma co-operativo [GRICE, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] dei singoli, onde si conservino intatte e abbondanti le fonti .di ricchezza e  di sussistenza nazionale, anche per questo lato, è lavoro necessario: che se egli allentasse, svigorisse., o venisse meno, il popolo perirebbe senza rimedio.   Adunque tra i rimedii privati che possono contrastare all' ampliarsi delle sette demagogiche a danno  di tutti, è l'operosità di tutti, e in specie di quelli  che più avrebbero a perdere, e nei quali quanto è  più grande la ricchezza e l'agio, tanto più cresce e  ingigantisce il dovere dell'opera. Si persuadano che  nelle moltitudini adesso il prestigio solo delle ricchezze, o del nome; o del fasto è scemato, e va scemando, grazie al cielo, rapidamente, e invano si atteggerk a pavone, chi sotto le splendide penne, e  r iridiscente folgore delle piume, cela miseramente  una cornacchia. D popolo non dispregia- né nomi,  né fasto, quando coloro che li portano, o V esercitano senza jattanza, sono degni della civiltà nostra, la quale consiste tutta nel lavoro, utile e generoso. Bisogna adunque che coloro a    crescente onda delle mene demagogidie, è una necessità delle stesse condizioni civili deUe nazioni moderne, un diritto e un dovere. Dichiarati brevemente i rimedi privati, consideriamo quali sieno,o possano essere quelU pubblici, o di pertinenza dello Stato, e del suo governo. Questi  a divisarli compiutamente si disbrancano in lare ordini, e possono essere quindi di tre specie: mo^?ali,  amministrativi e poUtìci. . Un grande rimedio aU'errore, al vizio e alle miserie, è certamente V istruzione  diffusa, e più tra quelle classi che di per sé mal saprebbero provvedervi, e alle quali manc^ lo stimolo  proprio ad avanzare, vale a dire alle plebi della città  e delle campagne. Che questo sia precipuo ed assoluto dovere di ogni governo civile, è chiaro, e sarebbe  anche più chiaro, se non fossero ancora alcuni, e non.  son pochi, nei quali si mantiene la dignitosa e generosa ctedenza, che l’ignoranza delle moltitudini lavoratrici, è un ingrediente e un sussidio nòbilissimo  di governo, e s’affidano nella loro maravigliosa attitudine, di contrastare ad ogni male, puntellati all'arte provvida di pochi, e all'uni vergfale e servile asinaggine. E tatLto più stupore arreca una tale saggia sentenza, in qitanto di preferenza è sostenuta da quelli   non parlo certamente di tutti  che bazzicano  frequentemente per le chiese, e fanno pompa di cristiana pietà. Brutta e ridicola contraddizione, la quale  se ingenuamente professata, indica in essi una ignoranza proporzionata al grottesco proposito; se ad afte  pensata, è iniqua e degna deff universale dispregia.  Jn ciasctm uomo come sono eguali potenzialmente i  diritti e i doveri, sono eguali i bisogni e la necessità  deiihi dignità della vita; ora in tutti in quella guisa  dello stato, e migliorare le loro condizioni economiche;  ma parlandosi di suffragio fermarsi alle porte del salterio e dell'abbaco, è tale stravaganza che la maggiore  non si può immaginare; si crede d'essere' del nostro'  secolo, e viviamo delle idee dei bisarcavoli! CICERONE (si veda) assennatamente dicera essere gF ignoranti  capaci di verità^ poiché T ignoranza ^ cioè la mente  primitiva^ non ingombra da sfumature; e il più delle  volte arruffata da un sapere rachitico, entrato a spruzzi  anarchici nel celabro, è tutt'altro che chiusa alle verità pratiche della vita ; che anzi quando queste vertono intomo a positive questioni d' interessi generali,  ma consuonanti o influenti con e su quelli particolari  della famiglia, del comune, della provincia, sono pronte  a colpirne il nocciolo principale, e a scegliere le persone più idonee a risolverle secondo le necessità del  momento. Se non fosse così, se noi attendessimo ad  allargare il diritto di suff'ragio che virtualmente è di  tutti, quando tutti fossero dotti, ed uomini di stato  almeno in cacchioni, io credo che si aspetterebbe indarno quel giorno, e si aprirebbero le universali urne  dei trapassati allo squillo finale dell'arcangelo, più  presto che quelle generali del popolo pel comune sufeagio. Ma ribadiscono gli oppositori : voi desiderate estendere il diritto di suffragio mentre ^ nessuno, o da  pochi si chiede : attendete che il desiderio nasca, si  diffonda, giunga legalmente al parlamento, e allora  si aprirà la mano, ma sempre con prudente riserva. E cosi, soggiungerò io, noi liberi cittadini di libero stato, e un governo che dalla libertà è sorto, e a questa deve intendere con tenaci propositi, saremo meno  generosi, meno magnanimi dei governi dispotici ? In questi sovente, e la storia anche contemporanea è  piena di esempj, il governo costringe spontaneamente  le moltitudini riluttanti a incivilirsi, e con violenta  mano le sforza ad accettare .riforme civili, amministratìve, economiofae: noi BEtremo il contrario: in nome  delia libertà, teleremo lontani dalle riforme utili e necessarie quelle moltitudini chC; secondo il ^iblime concetto, persistono nella ignoranza, o nella indifferenza politica. Un governo onesto di libero popola  dee spingere al meglio di proprio impulso le genti  confidate al suo senno: nò dee nelle leggi fondamentali attendere che altri domandi, ma generosamente  anticipare opportune riforme. Ma se del resto tuUi  non chiedono o vogliono il diritto di suffragio, questi  è sorto nella coscienza dei più, emana spontanearmente dal nostro giure pubblico, è una necessità dei  tempi, è un dovere civile. Che se un tale dovere, per  ipotesi impossibile, non si sentisse, o si dissimulasse,  p^r durare in un certo grado matematicamente misurato, e fisso di libertà, a prò di minoranze qua quando anche,  per ipotesi, ciò avvenisse, Teffetto sólo che produrrebbe, fora certamente una'^pìù grande e viva operosità nei partiti liberali, e una agitazione legale più  intensa, le quali riuscirebbero in fine a risolvere più  presto e ricisamente una tale questione interna, e  scongiurare più virilmente i pericoli, onde è gravida  per la nazione. Altro benefizio che recherebbe seco  la partecipazione, larga del popolo al Suffragio, sarebbe quello di stimolare, (essendo più vasto il sindacato, e le possibili peripezie del voto), e costringere i- deputati ad intervenire scrupolosamente al parlamento^ e smettere il brutto sciopero in cui sono caduti molti ripetutamente, e in modo da far credere  cronico il morbo pernicioso, che gl'infesta, e li rende  colpevoli dinanzi alla nazione. Più e più volte gli  atti e le discussioni del parlamento, d'importanza capitale per la prosperità e ordine del paese, non poterono aver termine necessario, o sanzione legale, per  Io scarso numero degli intervenuti, e ancKe quando  giungevano alla cifra prestabilita, di fronte alla totalità dei rappresentanti, erano si può dire al disotto  del decoro del parlamento. Se coloro che pur brigano,  e fauno chiasso per essei'c assunti al grave incarico, e rappresentano ciò che v'ha di più vivo nella na  ssioney e la funzione più eccelsa di un popolo, che è  quella 4'essere il legislatore di sa medesimo^ danno  un si tristo esempio di trascuranza agli alti doveri, e  di abbandono alla alacrità civile della vita pubblica,  B0^ è da atupire, se gli aitai alla base imitano nel  laìiguote, nella cascarne, nella dimenticanza dei diritti e doveri civili, i loro rappresentanti ; e «'ingeneri nella na2doDe quell'ozio politico, che è la lue  più deleteria, e corruttrice delle viscere della medesima; sintomo, se i rimedii non intervengono pronti  ed energici, di inevitabile morte. O non cercare, desiderare r^lezioùe e intromettersi in ogni maniera per  ottenerla, o ottenuta, attendere con lealtà e perseveranza al proprio mandato, ^d esercitarlo costantemente,  risparmiando cosi un malo esempio al popolò \ intero,  un acerbo e giusto rimprovero a sé medesimi; lasciando aperto il corso ai più degni, e più operosi, e  non ocisasionando cosi la morale decadenza dell'autorità del parlamento, come pur troppo fra noi già per  moltissimi accadeva : e che io dica il vero faccio appello alla stampa quotidiana di tutti i colori piena sovente di acuti, e meritati riinbrotti ai neghittosi legislatori. Bispetto al pericolo del cesarismo, che secondo altri  sarebbe il mostro che uscirebbe dal voto generale,  come quei fantocci deformi e strani, che scattano all’improwiso dalla scatola magica, a stupose e terrore  dei nostri fanciulli, temerlo da senno in Italia, è cosa  che non Val la pena di confutare. Il cesarismo è solo possibile in un paese, sconvolto ^à, sconquas'  fiato, disordinato a più riprese, e dove la furia delle fazioni anaik^hicbe^ o le gare di pretendenti più  meno apocrifi, tanto scrollarono le fondamenta d'ogni ordine, e tanto impaurirono le maggiorante, che,  conservatrici sempre, si appigliano di iiecessità all'unico modo di salvezza che si presenta, sia pute Tautonta irra:dónaie della sciabola, o la potenza moi'ale  di un nome: poiché ove è questione di anarchia di  forze brute tenzonanti, il popolo si rivolge a quella  che ha maggiore probabilità di vittoria, e di ristabilire quindi la pace, e la cancordia nel caos informe  sociale. Ma un tal voto, quando è generale, se manifestasi sostenitore di una forma dittatoriale in un  dato momento ove egli è necessario, apparisce anche  come fondatore di repubblica, quando una tal forma  di reggimento ad un dato momento, sia Tunica arra  di durevole ordine, come intervenne in Francia : nella  quale, nonostante la lunga cospirazione della caduta  assemblea, e del suo governo, retrogrado e monarchico, e tutto rìmmienso arrabbattarsi dei clericali, e  dei funzionari governativi, sorse testé la repubblica da  quelle Urne rurali^ che secondo i giusti estimatori del senno delle moltitudiiii, dovevano imporre alla Francia  il -^èsaitfismo na^Kileonico^ o il lugubre spettro della  rameica tirannide legittimista. Che se invece avvenne il  contrario della comune aspettativa, si deve solo a ciò,  che tra i varii e funesti pretendenti al trono francese, e  delle loro ingenerose e tristi fazioni, il popolo senti, che  runico governo d'ordine, era il rejpubblicano, che tagliava a tutti la cresta, e li poneva fuori dell'astioso e cupido combattimento, e per la repubblica votò. In Italia  non vi sono affatto elementi per un cesarismo possibile, e mancano condizioni antecedenti per un tal rini Bultato; qui non sfacelo, qui non anarchia^ qui non  odii; rancori^ ambizioni^ rafforzati dal sangue sparso da vendette nefande, da rappresaglie inique ; qui nessun bisogno di salvatore, o d'incoronare col servaggio del popolo, un fortunato vincitore di eroiche battaglie. Da noi le istituzioni, grazie al cielo, possono  per poco affievolirsi, o venire in meglio modificate, ma legalmente operano, e sono fisse nella coscienza  pubblica, né alcuno anche dei partiti possibili più  risoluti, e accentuati, pensa a rovesciarle, perchè in  Italia c'è senso in tutti della realtà, né ci si scapriccia in utopie senza pratico costrutto: in Italia  la dinastia regnante è politicamente insigne pel rispetto alle leggi, né vi attenta, né vi corrìe rischio,  (quando esercita il suo mandato, come ora fa) di v^enire rejetta, e inimicata dalla nazione^ e F esercito  nostro, quanto valoroso, fedele^ onesto, e nel quale  in bella armonia si fusero tutti gli elementi fortf  della nazione, sia patrizi, sia popolani, se è tutela delle  leggi, dell'ordine, della integrità della patria, non è  una accolta di pretoriani, e conosce a prova quali sieno  i suoi doveri di soldato leale e devoto e quelli di  cittadino. Indi il timore e lo spauracchio di Cesari  possibili in Italia è affatto chimerico, e non conosce  certo il popolo nostro, né le nostre condizioni civili  interno in tutti i loro elementi, chi paventa di un  tale babau,   E dico adunque che si dee proporre legalmente e  stabilire una tal forma di suffragio, senza indugio^  poiché la libertà lo richiede, la dignità della nazione  lo esige, la prudenza Io consiglia. Le moltitudini eleggono, non governano; immenso ' divario ; ed esse in  media secondo tempi, luoghi, e coadisiom sociali soelgono' seeipmi pia opportuni ai bisogni presenti. Io  80 a rn^AA dito tatto quello che poseono rispondere,  e obiettAi^é coloro ohe sono di contrario avviso : e m'invitératino ad inchieste del come si fanno e si fecero  le elezioni' in varie provincie della penisola, sia per  brogli, tàsir per persone e mi sopraffaranno di una  quai^tità enorme di fatti, e' di aneddoti; ma queste  cose^ e questi riposti archivi!,li conosciamo: ed è appunto perchè U conosciamo, che invochiamo la riforma del voto. Poiché il ragionamento dì alcuni fra  gli awersarii consiste a dire: il voto, nella guisa  che ora si esercita, è vero, non dà buoni restdtati,  dunque Voi attendete una conclusione necessaria:  ohibò! la logica loro è più stupènda: dunque conserviamolo!   Altri potrebbe opporre : concesso che la moltitudine, la gt»nde maggioranza delle nazioni sieno di fatto e  sempre conservatrici, perchè allora prevalsero via via, e vinsero le rivoluzioni, effettuando ad onta di quel  freno costante, mutamenti radicali nel costume e nelle  idee dei popoli? La ragione e la spiegazione di un  tale fette è ovvia a trovarsi; poiché per una parte  le moltitudini, perchè conservatrici, e lontane e aborrenti per le loro faccende, dal moto e dall'agitazione  delle minoranze, che vivono in special modo di pensieiV)^ e di abitudini innovatrici, nulla iniziano spontaneamente, e rimangono estranee agli influssi delle  novelle idee; e dall'altra non chiamate a manifestare  legalmente i loro sentimenti, non possono arrestare,  moderare o piegare il corso degli avvenimenti, o modificame i resultamenti sociali. Le moltitudini vivono m sciolte y guardando ciascuno ai propri negozii^ e non possono congregarsi facilmente in assemblee, in comitati, in conventicole, come è facile alle minoranze appunto perchè minoranze. Ma una tale inerzia, una  tale paziente annegazione, non rimane senza effetto col tempo; inquanto se le minoranze si spinsero oltre certi confini morali e civili e vollero trionfanti principii che offendono il sentimento ereditario della moltitudine, cadono poi in seguito le loro esagerazioni  stesse, non nutrite e sostenute dall'universale, e solo  resta il progresso possibile, pratico, buono, il quale,  comechè nuovo, pure non perturbando le coscienze e  abitudini della maggioranza nazionale, viene a poco  a poco a consustanziarsi con le medesime: e cosi i popoli camminano e vanno perfezionandosi. E che ciò  sia vero, oltre la testimonianza palese di tutte le storie, basta fermarsi a considerare il corso delle rivoluzioni moderne di tutti gli Stati, perchè la realità  della dottrina nostra salti agli occhi ai più miopi. Affine dunque che le moltitudini non per lunga e  sempre faticosa efficacia, come freni conservativi, operanti spontaneamente e fuori del giure positivo, riescano immediatamente salutari all'equabile e fruttuoso  progresso dei popoli civili, è d'uopo renderle partecipi  della vita pubblica, chiamandole alla elezione di coloro che sono poi i legislatori della nazione, è debbono guidarla alla libertà e ai beni che essa racchiude^  con ordine e operosità. Così facendo, con quei temperamenti richiesti dalla moralità e dignità stessa del  voto, si otterrà una maggiore attività politica ; la nazione non sonnecchierà mai, né ristagnerà; i partiti  che pervengono al governo dello Stato, nella vicenda continua di nuovi biefogni^ non crìstalUzzeranno^ e riposeranno in una beata e grassa quiete^ ringipvaniti  e stimolati sempre dal voto popolare^ donde tutto nelle  democrazie fluisce e sorge ^ e viene legittimato; si  avrà sempre una benefica remora alle intemperanze  delle fazioni, e quello che più importa, un ostacolo, e, si radichi bene nella mente, l’unico ostacolo all' imperversare della furibonda demagogia. Io non  aspiro alla divina prerogativa della infallibilità, e  lascio ad altri senza rammarico questa modesta ed  umile virtù ; ma per quello che io valgo a discernere  dopo lungo studio e lungo amore pel pubblico bene,  crèdo fermamente alla efficacia, necessità, utilità delle  mie proposte, come sono certo che quadrano a capello  con le norme positive di una scienza sociale, veramente degna di questo nome. Tali sono le proposte, che coscienziosamente e dopo  maturo e scrupoloso esame, e modestia, venni svolgendo in questo mio scritto ; tali le riforme che credo  indispensabili per la durata, la esplicazione naturale e la salute delle nostre istituzioni, e pel decoro e la  prosperità della patria. Certamente non si possono  tutte e subito attuare, e Roma non fii fatta in un  giorno; ma necessario è che gli uomini a qualunque  partito nazionale appartengano, proposti al governo  della cosa pubblica, vi si accingano con tenace proposito, e vi aspirino costantemente. Un sentimento di  malessere indefinito occasionò la crisi presente, e la  nazione sta raccolta attendendo che i diversi ordini  dello Stato meglio rispondano all'indole loro e dei  tempi, e si ritemperi a vita più robusta e libera la  fibra dei cittadini; e tale è il compito di coloro che ora salirono; è giudicheremo dai fatti se sono da tanto.  Quelli che caddero ^ il partito cioè che fino ad o^  resse i destini d' Italia^ operò cèrto molte cose buotie  e condusse a termine, stimolato però dalla piÙL viva  e impaziente parte della nazione e laicamente eoa;  diuvato da questa, Tunità territoriale e politica della  patria^ protetto da fortuna propizia e da eventi insperati, trasmutanti in vittoria eziandio la sconfitta;  ma a poco a poco, ritirandosi in sé medesimo e chiuso  troppo forse agli influssi sempre salutari della maggioranza del popolo, si aflSevoll ed obbliò le origini  sue, e la natura essenzialmente democratica degli  Stati moderni. L'Italia oramai è giunta a quel temperamento civile ehe esclude la violenza e T illegale  intromissione di fazioni perturbatrici, ma vuole ed  esige che si avanzi e che si cammini di pari alle nazioni più civili; che gli uomini che la capitaneggiano  si governino con le idee nuove, e si lascino i metodi  troppo curialeschi e scolastici nell' indirizzo della cosa pubblica. Or non è più tempo, e tra poco lo vedranno  anche i più restii e ostinati, di grette abilità e di piccoli e scuciti mezzi, giorno per giorno, di reggere gli  Stati ; tutte le questioni sono larghe e grandi, e non  si risolvono che con intendimenti e principj larghi e  generosi; in ogni vertenza è conflata, a cosi dire, la  vita di tutto un popolo, anche per i rapporti che  essa ha o può avere con tutte le nazioni civili. Isolarsi, fetcendo i suoi affari alla guisa di un agente di  fattoria, è impossibile, dannoso e indecoroso; la necessità presente spinge i popoli europa all'unità morale della razza loro, ed all'equilibrio econoiiiicO civile  e politico di tutte le membra ; ciò che non importa ima yi^ota cosmopQlitia alla maniera dei politici mistici: m ogoji inombro e nazione vive della sua vita  particolare; ma in conserto di vincoli si stretti, e una  reciprocità di r^oni che costringono tutti ad avanz^ure perire; poiché la selezione naturale governa  anche 1a vita dei pppoli. Né valga il dire, come da  molti si ripete che il governo è, od era assai più  liberale della na:pione, e quindi ogni spinta o riforma  riuscire inutile, o inopportuna; poiché, oltre essere  questo in generale vero per tutti i governi, in quanto  sono al di sopra del sapere e del civile temperamento  delle moltitudini, suscita spontaneamente questo dilemma: o il governo, in uno Stato libero, possiede  minori spiriti liberi del popolo, e quindi dee, in virtù  della legge fondamentale di un libero stato, ritirarsi,  perchè violatore moralmente della medesima; o si  confessa più liberale del paese, e allora piuttosto che  ristarsi e mantenere il grado fisso del valore civile  del medesimo, dee spingerlo innanzi e trasformarlo  alla sua immagine; che se sta, non procacciando di  eccitarlo alla riforma, è indegno dell'alto loco che occupa. Queste teoriche di accomodamenti pratici non  sono più d'uso, e solo argomentano una profonda imperizia del come si dirigano le società moderne, e dei  doveri effettivi dei governanti. Sciolto da qualunque legame di disciplina, come dicesi, di partiti, perchè uomo affatto privato ed oscuro, e  al di sopra di questi, come debbo essere lo scrittore imparziale, non consigliandomi con altre norme che con  quella che io credo il giusto, scevro da qualunque ambizione personale, né stimolato da ire o passioni di  parte, liberamente dissi, comecché sempre con rispetto in  olle persone, ciò che stimava opportuno ed utile, devoto  in tutta la mia vita ad una cosa sola, ma quella grandissima e santa, la verità. Se altri mi provi che io mi  ingannai, sarò ancora felice quando il contrario di ciò  che credetti, profitti alla mia patria. In ogni modo,  nel piccolo giro delle mie facoltà, avrò soddisfatto all'obbligo di cittadino ; ciascuno dovendo servire la patria in quel modo che gli è concesso. Solo una cosa  detesto in questo ordine di fatti: la petulante vanità  dei neghittosi. Altri saggi: S^Uo ai ierehi: DELLK   CONDIZIONI INTELLETTUALI D.' ITALIA  ITm preparmziùHe ì SELLA LEGGE FONDAMENTALE DELLA INTELLIGENZA ffCL RC6II0 ANIMALC  S t'Udii di Psicologia compartita. Se- rv;.ft- Tito Vignoli. Vignoli. Keywords: squirrel, squarrel, psicologia comparata, etologica filosofica, una legge della intelligenza degl’animali – mito e scienza – mitos e logos – animale, legge, legge della psicologia, psicologia comparata, etologia comparata, evoluzione. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Vignoli” – “La etologia filosofica di Grice e Vignoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vignoli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vinadio: la ragione conversazionale della prassi e del valore – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Abstract. Keywords: being, value, and colloquenza. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Of course, Vinadio is bound to be a good dialectician, since Italian neo-idealists take Hegel’s Dialektik – or colloquenza, as the count prefers – much more seriously than the most Hegelian of Oxonians! (And I don’t mean Bradley!”) --  Grice: “I like Vinadio; but then I’m English and we like an earl!” – “My favourite of his tracts is the one about dialettica which he understood just as Plato did, only better!” -- Felice Balbo di Venadio, conte di Venadio, vide, “Il conte di Vinadio” --. Considerato una delle voci più significative della filosofia italiana e un intellettuale impegnato in un vasto progetto di ri-fondazione della filosofia politica nell'immediato secondo dopoguerra. Figlio di Enrico Balbo di V., naque in via Bogino, nel palazzo che e del conte Cesare Balbo di V., ministro di casa Savoia. Dopo la laurea, partecipa alla seconda guerra mondiale, prima come sottufficiale degll’apini, poi come membro della resistenza. Come consulente d’Einaudi cura una collana di filosofia. Insegna filosofia a Roma. Si raccolge attorno a lui un gruppo di filosofi per discutere sulla crisi dei valori nella società e sui modi di superarla mediante l'impegno sociale. Il suo impegno trova espressione inoltre con i contributi alle riviste “Cultura e realtà” e “Terza generazione”. Vicino all’organizzazioni della sinistra e al partito comunista, comprende come il mutamento centrale della società e avvenuto nel rapporto tra lavoro umano e tecnica. Assunto all'IRI presso il Servizio problemi del lavoro. Si interessa di formazione del personale. Direttore del Centro IRI per lo studio delle funzioni direttive aziendali. Saggi: “L'uomo senza miti”; “Il laboratorio dell'uomo”; “Studi in memoria di SOLARI [vide] dei discepoli” (Torino, Ramella); “La sfida storica del comunismo al cristianesimo e le sue conseguenze filosofiche” (Mulino); “Idee per una filosofia dello sviluppo umano” (Torino, Boringhieri); “Opere” (Torino, Boringhieri)’ “Essere e progresso”; “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro); “Lettere a Ludovica”; Archinto. Boringhieri, “Per un umanesimo scientifico. Storia di libri, di mio padre e di noi” (Torino, Einaudi); Cavalieri, “Scienza economica e umanesimo positivo. la critica della ragione economica” (Milano, Angeli); Tassani, “La Terza Generazione: tra stato e rivoluzione” (Roma, Lavoro); Tassani, “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro); Invitto, “Una filosofia pragmatica dello sviluppo” (Mulino, Bologna); Invitto, “Di fronte a fenomenologia ed esistenzialismo” (Salentina, Lecce); Invitto, “Una questione aperta, "Italia contemporanea", Dizionario storico del movimento cattolico in Italia: i protagonisti” (Marietti, Torino); Grotti (Boringhieri, Torino); Grotti, “Un altro futuro è possible” (Egeria); Possenti, “La filosofia dell'essere” (Vita e Pensiero, Milano); “Tra filosofia e società” (Angeli, Milano); Invitto, “Il superamento delle ideologie” (Roma, Studium); Ricci, “Cattolici e marxismo: filosofia e politica” (Milano, Angeli); Dal marxismo ad economia umana” (Brescia, Morcelliana); “La prassi e il valore: la filosofia dell'essere” (Roma, Aracne); “Il cristianesimo nella sfida della “modernità” su storia e futuro” -Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofi italiani Insegnanti italiani Professore. INVITTO Le idee di V. Una filosofia pragmatica dello sviluppo, IL MULINO, L'istanza manageriale. L'uscita dal PCI non determina l'ingresso di V. in schieramenti alternativi, ma lo porta ad assumere una azione di fiancheggiamento, di compagno di strada per alcune forze interne allo schieramento cattolico, in chiara antitesi alla linea degasperiana. È Dossetti ad avvicinarsi a V. e a subire la sua in fluenza e nel senso della visione della catastrofe  del sistema e nel rifiuto delle tesi maritainiane, fino ad allora costante ideologica degli intellettuali cattolici di sinistra. L'accostamento Dossetti-V. è stato importante in quanto, nel momento della dissoluzione del gruppo dossettiano, il suo leader, ma solo per una breve stagione, ha pensato di poter avere nel pensiero balbiano una integrazione teorica. Ben presto t Non ritengo di condividere nella sostanza quanto afferma Giura Longo. V., invece di Rodano, segui altre strade, giungendo a farsi ispiratore di un gruppo di intellettuali democristiani, attraverso la rivista Terza generazione 'che ha dato qualche contributo (si pensi ad un Morlino) sul piano dell'impegno politico dell'attuale gruppo dirigente democristiano (La sinistra cattolica in Italia. Dal dopoguerra al Referendum Storia documentaria, cur. Giura Longo, Bari). teli sembra che sia, piuttosto, un gruppo di intellettuali cattolici, anche impegnati nella D.C., ad interessarsi al pensiero di Balbo (che allora era ad una chiara svolta) ed a tentare di annetterlo e di mutuarlo. G. Baget-Bozzo. Nel convegno di Merano dei giovani democristiani, la mediazione del pensiero di V., portata da Baget-Bozzo, consenti di ristabilire alla dirigenza DC quell'unità di linguaggio che lo scioglimento del dossettismo aveva posto in crisi. La presenza in politica dei cattolici -- in quanto tali -- era giustificata dal fatto che la chiesa aveva conservato la filosofia perenne e, quindi, il principio della ripresa culturale e civile . Si ebbe, cosí, il superamento del maritainismo portato da Lazzati. 3 Se  Cronache Sociali  si era interessata a Balbo (cfr. A. Romanò, op. cit.; S. Lombardini scrive che Dossetti  personalmente ancora ebbe occasione di esprimere a Bianchi] simpatie per la sinistra cristiana anche i cattolici-comunisti si erano Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva Dossetti si accorge che il tentativo di filtrare i suoi motivi attraverso quelli balbiani non può avvenire per una nainteressati alla rivista di Dossetti (Pombeni, Le  Cronache Sociali  di Dossetti). Anzi possiamo dire che, soprattutto con La Pira, c'erano stati accostamenti (A. Ossicini, a nome del gruppo Roma-Sud di Azione Cattolica, aveva evidenziato a La Pira  l'urgenza di un impegno diretto nell'azione politica, e La Pira ammise che questo era necessario, anche se le forme di esso era difficile prevederle e prospettarle. Rispose esplicitamente: ` Fate; comunque, qualcosa uscirà ' ; A. Cuccchiari). Il futuro sindaco di Firenze prenderà le distanze  ideologiche  necessarie, criticando i cattolici-comunisti, perché, secondo lui, il materialismo dialettico è  causa  del materialismo storico:  Ora l'effetto non è mai separabile dalla causa  (G. La Pira, Premesse della politica, Firenze; riportato da L. Fiorillo, Il fondamenti teorici dell'impegno politico di Giorgio La Pira, in Novecento minore). Anche su  Cultura e realtà  era stato un dibattito sul dossettismo, attraverso un intervento di Rodano (l'articolo, Laicismo e Azione cattolica in Italia, è però firmato da Novacco) e una risposta di Baget-Bonzo. Secondo Possenti la diversità fra V. e Dossetti è costituita dal fatto che, mentre il torinese  manteneva aperta la possibilità di una azione civile sulla base di una cultura rinnovata , Dossetti si stava volgendo verso la tesi della estraneità del cristiano al civile e verso una visione  panmonastica. Mi sembra, invece, che anche la concezione di Dossetti monaco recuperi il civile in una sfera più alta. Infine, ricordo a titolo di testimonianza che Giuseppe Dossetti, in uno scambio di battute avute con me a Bologna, mi diceva che a V. era stato legato da profondo affetto e che V.  era stato molto importante in un certo periodo de lla sua vita . Ciò non toglie la differenza di temperamento, di cultura, di problematica tra i due; differenze che sembrano determinanti a chi ha avuto lunga consuetudine con entrambi (mi riferisco a quanto mi dicevano Marcella e Giuseppe Glisenti). 4 Due storici della sinistra cattolica italiana, pur partendo da presupposti storiografici diversissimi, hanno notato che l'accostamento fra Dossetti e V. (che avrebbero avuto come comune  preoccupazione apologetica  quella di inserire la Chiesa fra le masse operaie, anche se proponendo vie alternative; cfr. L. Bedeschi, La sinistra cristiana ecc.) non è casuale nelle motivazioni, né nel tempo in cui é avvenuto. Scrive Campanini:  Infatti, sembra consumarsi l'illusione, comune e insieme diversa, di V. e di Dossetti. La prima, quella di condizionare dall'interno il partito comunista italiano e di potere operare in esso come cattolici; la seconda, quella di condizionare dall'interno la Democrazia Cristiana e di spostarla nel suo complesso a sinistra. L'uscita di V. dal PC e di Dossetti dalla DC appaiono cosí in un certo senso il segno emblematico de lla conclusione di questa vicenda  (Campanini, Fede e politica). Lo stesso Campanini ricorda che nel '51 (al congresso dell'UCIIM tenuto a Camaldoli nel- tura diversa dei due pensieri: da una parte Balbo ribadisce il primato della tecnica filosofica, dall'altra Dossetti è fermo al primato della prassi, mistica o politica. In questa forma di gramscismo balbiano (gli intellettuali forza trainante nella prassi politica) è da ritrovare una chiara eredità della  corrente Politecnico , relativa al concetto di  eccedenza  della cultura sulla politica 6. All'interno della cultura cattolica la posizione di Balbo era di assoluta novità non tanto perché si contrapponeva ai due integralismi in auge: quello di destra geddiano, quello di sinistra, dossettiano, come è stato molto  schematicamente  definito '. La novità è costituita da lla pregnanza filo-l'agosto), Dossetti svolse una relazione che  si può considerare il suo testamento politico . In essa, parlò del fascismo come  autobiografia della nazione  e  sbocco inevitabile del liberalismo , evidenziando l'accostamento ad alcune tesi portate avanti in quegli stessi anni da V. Da testimonianze indirette, si sa che l'ultimo Dossetti, per intenderci il.monaco che vive a Gerico, insiste nelle sue prediche sulla situazione di  catastrofe  della civiltà occidentale. Anche questo concetto, tipicamente balbiano, può essere stato acquisito da Dossetti nel periodo del loro avvicinamento. È utile aggiungere, però, che già nel gruppo dossettiano era presente il tema dell' apocalittica dell'ora decisiva  (che Pombeni riconduce a un clima generale nell'Europa post-bellica; cfr. Il  dossettismo). Il tentativo di Dossetti avvenne. Sul fallimento di questa mossa, scrive Baget-Bozzo:  Probabilmente le tesi di V. gli [a Dossetti] apparvero troppo esclusivamente filosofiche ed intellettuali: una causalità assoluta e primaria della filosofia sullo sviluppo storico non era facile da accettarsi per una persona cosí legata alla concretezza dell'agire. Aveva scritto vittorini a Togliatti che la cultura che si adegua alle masse è politica, ed è cultura quella che si impegna nella ricerca:  Ma se tutta la cultura diventa politica, e si ferma su tutta la linea, e non vi è pii ricerca da nessuna parte, addio  (Politica e cultura, cit.).7 L'accusa di  integralismo  di sinistra a Dossetti è di A. Del Noce Genesi e significato ecc. ed è confutata da Baget-Bozzo con argomenti definitivi. Anche Pombeni prende chiara posizione contro l'ipotetico integralismo di Dossetti, aggiungendo che quasi sempre il termine si usa in maniera imprecisa e generica Il  dossettismo. A proposito del termine integralismo, spesso usato phi per evitare un giudizio che non per esprimerlo in concreto, mi viene in mente ciò che V. ha scritto sul termine borghese e sul suo uso. Oggi si chiama da alcuni borghese tutto quello che si vuol respingere. Borghese ha soltanto piú un significato negativo, è un segno non posto di fronte a un qualunque sostantivo, e quindi privo totalmente di contenuto (V., Politica e cultura, Torino. L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivasofica della proposta di V., che non si limita ad operare all'interno delle masse cattoliche organizzate, ma, delineando un profilo della crisi umana del Novecento, ripropone un ribaltamento anzitutto del progetto filosofico, come ritorno al senso comune e, quindi, l'opzione per una via pragmatica ed anti-utopica allo sviluppo.In questa rifondazione filosofica ci si è chiesto quale sia stata la prospettiva dominante: se quella di Maritain o quella di Mounier. Del Noce dice che la sinistra cristiana dimostra la sua simpatia prima per Maritain, poi per Teilhard de Chardin, ma aggiunge che il vero iniziatore della sinistra cristiana è stato Mounier (che sta a Maritain, come Gobetti sta a Croce) s. Ora bisogna dire che per Noce, Mounier è di molto inferiore a Maritain, e V. avrebbe di fatto incoraggiato la diffusione del suo pensiero in Italia 9. Questo è vero solo in parte in quanto il pensiero di Mounier, assolutamente assente dagli scritti di V., è invece reperibile in esperienze culturali diverse da  Il Politecnico  a  Cronache sociali. Comunque l'accostamento alla cattolicità ufficiale vede da parte di questa un tentativo di  catturare  V. e di aiutarlo finanziariamente per un programma di elaborazione di una  scienza dello sviluppo. Il programma, che impegnerà V. è  basato su un gruppo di ricercatori di filosofia e di scienze sociali 1`. La suddiCfr. Noce, Pensiero cristiano e comunismo ecc. L'interesse [fu] portato sul tanto inferiore Mounier, in cui tutto c`, veramente esplicito, senza germe alcuno che abbia bisogno di maturare; col che non intendo dire che V. abbia incoraggiato volontariamente la fortuna italiana di Mounier, ma che contribuí, per l'abbandono dell'aspetto filosofico-politico del pensiero di Maritain, allo spostamento di interesse verso la sua opera  (Noce, Genesi e significato ecc.). Su  Il Politecnico  appare un articolo di E. Mounier, Agonia del Cristianesimo (il termine agonia  è preso d’Unamuno), con presentazione di Fortini (Fr. F.). Su Cronache Sociali  c'è una intervista a Mounier; nel 1951 appaiono due articoli di Scoppola, uno sul filosofo francese ed uno su  Esprit   Questa linea si affianca a quella maritainiana di Lazzati.11 Leonarcli dice che tramite per il finanziamento fu L. Gedda La suddivisione fatta da V. era in cinque settori che corrisponvisione rappresenta i settori nei quali la crisi è avvenuta in maniera globale, e attraverso i quali una ripresa  rivoluzionaria  può avvenire. Non è, però, assolutamente il caso di gonfiare l'espediente dei gruppi (che era piú una metodologia) a sistema. Il pensiero, l'impegno di V. non si risolvono nei  quintetti . La crisi è per lui caduta di un rapporto di funzioni nell'ambito del sistema sociale globale: il sistema teoretico deve svolgere funzione di rinnovamento, il sistema etico ha funzione di sviluppo, quello economico la funzione di innovazione, quello politico la funzione di movimento, í1 sistema giuridico-statuale la funzione di conservazione  Sulla base di questi schemi ideali (che qualcuno definirà utopici) si svilupperà una nuova iniziativa-esperienza-tentativo cui partecipa V.:  Terza generazione . Il gruppo balbiano cerca di conservare una  propria rilevanza pubblica  inserendosi nell'ideazione di questa rivista mensile. Si è parlato molto, ma si è scritto un po' di meno su  Terza generazione . Anzitutto c'è da definire il rapporto con il degasperismo nell'indirizzo della rivista. Sappiamo già come il distacco tra V. e il PCI non colmi la diffidenza e il rifiuto di Balbo nei confronti de lle tesi degasperiane. D'altra parte è appurato l'aiuto finanziario dato da De Gasperi a lla rivista, ma meno noto è il disinteresse pratico dello statista per  Terza generazione. La nascita della rivista non fu ritenuta underebbero a cinque scienze autonome: diritto, economia, sociologia, morale e politica. Responsabili dei gruppi erano: C. Napoleoni, M. Motta, G. Sebregondi, U. Scassellati, N. Novacco (cfr. Leonardi, e le Note biografiche in V., Opere). Baget-Bozzo. Confrontando lo schema proposto da Leonardi e quello proposto da Baget-Bozzo, troviamo l'assimilazione tra momento sociologico e momento teoretico (cfr. Leonardi). anche Baget-Bozzo Leonardi, che fu redattore nella rivista nella seconda fase, in una conversazione con chi scrive, nel novembre 1975, diceva che De Gasperi finanziò la rivista, ma che probabilmente non l'ha mai letta. L'interesse di Gasperi per l'iniziativa era stato sollecitato da padre Delbono ( Leonardi; l'autore riprende L. Garruccio (pseud. di L. Incisa di Camcrana), La politica era tuttoL'istanza manageriale Dalla rivoluzione collaborazione inventivafatte r, strutturale  ma una iniziativa  congiunturale , derivata dalle elezioni, per lo meno a quanto dice uno dei suoi responsabili ', ma ebbe ambizioni  strutturali  e di rifondazione ideologica. Ciccardini, nel ricostruirsi le fonti, integra le nutrici balbiane de  Il Politecnico  con alcuni autori cattolici i-`, ma riafferma la congiuntura catastrofica della realtà 's. V., nell'unico suo scritto sulla rivista, puntualizza il senso della crisi come crisi del modello di autosufficienza dell'individuo che andava dalla Grecia a Mara ', e il riconoscimento del fallimento di tutta la storia 0. La via che Balbo e  Terza generazione  cercano di perseguire e però una via assolutamente nuova rispetto a quelle tentate da lle altre forzepolitiche, culturali, economiche: la proposta di una diversa classe manageriale.La nuova dirigenza, scrive V. a Ciccardini, deve reggersi sul piano dell'invenzione e non su quello dello sfruttamento delle doti naturali;  dirigenze sociali  di nuovo tipo faranno salvi gli indici intellettuali, morali e tecnici dell'intera soviet ì 2t. La dirigenza sociale proposta(Cronache d’una generazione), in  L'Europa). to Cfr. Lelnardi. Eleggemmo a nostri maestri Maritain e Ferrero, Mounier, Dorso, Sturzo, Giobetti e Gramsci : Ciccardini, L.: politica: era tutto, in  Terza generazione , num. di presentazione, V. Scrive. Dobbiamo rifarci essenzialmente ai nomi di Gobetti e di Dorso e di Gramsci (Cultura anti-fascista). is  Se non appare unsi soluzione. 1a nostri so ìer ì si :ivvi:i :alla disgregazione ed alla catastrofe  (Ciecirdini).t^ Cfr. F. Balbo, Le soluzioni stanno ogi davanti a noi, in  Terza generazione , num. di presentazione; ora in Opere. V. scrivcral in seguito: Comprendendo la verit:t di Mari si viene a riconoscere la fine dell'epoca moderna e il fallimento di tutta la storia fino ad oggi se non si origini uno nuovi storta a livello superiore ; in Per la rilevazione e l,: critica delle: scoperta essenziale d MMfart, in Studi in memoria di Solari, Torino; orsin Opere. Cfr. Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. Questi originale identificazione trai imprenditore cd intellettualeun° degli spunti pití interessanti della proposta bailbiana. intatti, anche questo il periodo in cui V. tentava a Torino il  Centro dì relazionc  c sperimentava in Irpinia. assieme ad altri ricercatori, tipi cui Achille Ardigò, un nuovo modo di impostare l'iniziativa agri olai. Quel da V. è qualcosa di diverso dall'operatore privato e dall'operatore pubblico, in tal senso è qualcosa di pii dell'imprenditore di tipo gobettiano, che è sempre l'operatore privato anche . se aperto all'uso sociale dei suoi beni 2. Ciò che sollecita questa proposta ultimativa è, ancora una volta, la coscienza di una  crisi finale  del sistema storico-sociale dominante, cioè quello illuministicodemocratico o individualistico che ha incluso e raggiunto ogni altro sistema. E come sistema individualistico, V. pone anche quello comunista per la sua  originaria e íneliminabile ispirazione anarchica. In questo senso,  Ter-za generazione  nasce dal crollo della generazione precedente, quella resistenziale e antifascista. C'è l'illusione nei giovani redattori de lla rivista di superare la generazione che  aveva dato vita al Politecnico a Cronache Sociali ad Iniziativa Socialista. Invece, per certi versi, esiste una palese continuità tra questi fatti culturali e, addirittura, alcune impostazioni redazionali di  Terza generazione  ricordano esplicitamente la rivista vittoriniana. L'ambiguità unanimistica del nuovo tentativo è chia-periodo é ricordato come quello dei  pomodori .Tutto ciò ci dice la fondatezza delle motivazioni di chi ha respintoun appiattimento teoreticistico del pensiero balbiano (P. Pratesi, La filosofia di V., in  L'Avvenire d'Italia, contro l'in-terpretazione di Noce).È anche questo il caso di Penati che, però, critica il ridimensiona-mento balbiano della teoresi (cfr. Penati, rec. Idee, in  Rivista di Fil. neoscolastica Gobetti parla di imprenditori nuovi ( i soli che abbiano diritto a chiamarsi borghesi nel senso economico della parola ) all'interno di un sistema capitalistico del quale però sia possibile un esito socialista ( Il socialismo è conquista da parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e l'aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia. Anche il nostro liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del socialismo da noi offerto pii volte. Basta che si accetti il principio che tutte le libertà sono solidali ). I brani sono presi, rispettivamente, da Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, in  La Rivoluzione Liberale; ora in Gobetti, Scritti politici; e da Liberalismo socialista, in  La Rivoluzione Liberale, nota non firmata a un articolo di C. Rosselli; ora in Scritti politici. Sull'ultimo brano, v. pure L. Valiani, Gobetti, uno dei nostri, in  L'Espresso. Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. u B. Ciccardini. L'istanza manageriale145 Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivaramente enunciato da Leonardi quando parla di richiami per la sinistra e per la destra (per la prima era determinante il carattere  utopico  della proposta di V., per la seconda il superamento di fascismo e antifascismoribadito da Scassellati). Naturalmente la critica successiva ha privilegiato una categoria o l'altra. Comunque non dovrebbe esser messa più in discussione la  leadersbip  di V. sul gruppo 27, anche se si tratta di un primato p1625 Leonardi. Alla discussione intorno alla ipotesi di una sostanziale utopia del pensiero balbiano è dedicato il quinto capitolo di questa seconda parte. Leonardi ci presenta la storia delle interpretazioni di Terza generazione come fatto di destra. Ricorda gli articoli di Panorama (Cinque per cinque; J profeti armati) dove si parla del gruppo di Terza generazione come di un gruppo che stava preparando una svolta totalitaria di destra in Italia . Ricorda pure un articolo su Astrolabio , a cui risponde A. Paci, con la lettera Un discepolo di V., ioi. Anche Parri risponde su Astrolabio. Se Lotta Continua definisce V. un cretino (cfr. Leonardi), Giura Longa ba visto nella rivista inquinamenti di carattere reazionario Giura Longo. Pregiudizi partitici? Autosuggestioni? di si, se un intellettuale come N. Bobbio ha parlato di Terza generazione come di un gruppo avanzato che ha gli occhi sulle cose del nostro paese  (Cultura ueccbia e politica nuova, in II Mulino; ora in V., Politica e cultura). un giornalista-scrittore, che ha la destra politica ineccess,ivJ 'lU!]'alla, ha scritto di V.: in Francia o in o anche income un rivoluzionario culturale in sensoNonscrittodoveconosce (G. F. in alcune sociali e dice che le Einaudi) .i fosse vissuto, poniamo, sarebbe oggi riconosciuto un paese cattolico. odierno che V. non abbia affrontato: chiunque abbiaultimi trent'anni, pertra la società politica, se non rio improvvisa fa cadere l'autore i cattolici comunisti con i cristianodi V. sono state pubblicate dastoriche. È sempre Leonardi a riportare la critica. Lo stesso Ciugni, che dala prospettiva umanistica che costituiscebalbiano (Giugnì dice che deveduttivo ma l'iniziativaun ordine capace di garantiresioni ; in J m i t i in cui abbiamone , num. di present.). Inè presentata in maniera piti scopertaper l'organizzazione della cultura, in  Terza generazione , I, n. 2, no-146 del punto (op. cit., socialista, assume nodale del discorso non solo il lavoro proI'invcnzione creativa umana in tutte le sue dimenii Terza generazio-l'Ipotesi balbiana immediata (cfr Paci, Appunti di fatto, che non per decisione esplicita,L'ipotesi chiave è la situazione di zero alla partenza , a cui esser fedeli senza guardare il passato, sicuri che non tutto è politica, come afferma V., e come dice Cìccardini nell'editoriale di presentazione, Ma la situazione di  zero alla partenza e il rifiuto del totus politicus erano già de  Il Politecnico, sulla linea, anche in ciò, di un involontario crocianesimo, La rivista entra, però, in serie contraddizioni. La esperienza di Scassellati alla direzione mette in crisi lo stesso V. perché, secondo Leonardi, aveva dimostrato il carattere utopico di fondo del suo pensiero che era in grado di mobilitare delle forze, ma non di soddisfarle, Con l'avvento della linea di Claudio Leonardi, abbiamo una ulteriore contraddizione formale ed esplicita con lo schema balbiano, in quanto il neo responsabile privilegia il momento morale, rispetto alle altre tecniche 32, Se V. non accetta la posizione politica divernbre. Chi, tra gli altri, ha sostenuto la tesi della egemonia culturale di V. su Terza generazione è stata la Buongiorno Veroi che afferma essere stato V. il vero animatore della rivista (cfr. T. Buongiorno Veroi, Terza generazione , in Il Veltro , La stessa fa dipendere la fine della rivista da una autonoma decisione di V., dopo una riunione ristretta in cui il filosofo avrebbe fatto l'autocritica per l'errore pelagiano in cui si era caduti. Cfr. Le soluzioni stanno oggi davanti a noi, Ciccardini, op. cit., tra l'altro dice: Ma la politica era tutto: morale e rivoluzione, speranze e novità d'esperienze, conservazione e poesia. Era un fatto molto vitale in cui ciascuno cercava la sua parte e vi si trovava a suo agio, La polemica di Vittorini con Togliatti era basata, come si è già ricordato, sul rifiuto di una concezione della cultura come realtà totale. Poco prima della polemica in questione, CROCE scrive a Togliatti: lo ripugno a diventare toius politicus come (e non la invidio perché talvolta penso che debba soffrirne) è Lei in ogni Suo gesto e parola (la lettera è pubblicata in Rinascita Garin, nel commentare il brano, aggiunge che, però, Croce è  semper politicus (cfr. Intellettuali italiani). Leonardi. È dunque il fatto stesso di porci il problema dello sviluppo che ci obbliga immediatamente a porre il problema della moralità ; Leonardi, La questione prcgiudiziale, in Terza generazione  Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivaScassellati, non accetta neanche quella di Baget o di nardi, che vede legati a prospettive integralistiche 33. Cosi muore questo tentativo culturale, lasciando però, anche qui, qualche eredità balbiana. L'uomo cerca una sua collocazione precisa, degli strumenti adeguati alla realizzazione delle sue intuizioni speculative, un modo nuovo di essere intellettuale, o meglio, di essere un filosofo non intellettuale. Si presentano, su questa linea, due avvenimenti-svolta nell'esistenza di V.: gli ultimi significativi fatti che, rappresentando dei momenti di professionalità, sono anche due nuovi modi di dimostrare una nuova figura di filosofo. Mi riferisco alla assunzione di Balbo presso l'IRI, per il settore  Problemi del lavoro e all'incarico di Filosofia Morale avuto al Magistero di Roma. Comincia cosi a lavorare come  l'altra gente 35. Se l'insegnamento universitario gli permet-33  Per il filosofo torinese, infatti, la dimensione ecclesiale era una condizione personale del ricercatore, che non poteva mai intervenire direttamente nel discorso storico ; Baget-Bozzo. Se l'inizio di Terza generazione era stato possibile anche grazie al sostegno economico di De Gasperi, la fine della rivista si ebbe un mese dopo la morte dello statista. Ma neanche qui esiste un rapporto di causalità fra i due fatti. La rivista fu chiusa dopo varie riunioni indette da Balbo e dal suo gruppo rivoluzionario (cfr. Leonardi, Terza generazione ecc.); il filosofo torinese accusò il gruppo redazionale di eresia  semi-pelagiana  (con un termine dossettiano); Lconardi, invece, vede nel fallimento della rivista il limite dell'esperienza pluri-idcologica di V.; la velleità di partire da zero ingenerava componenti moralistiche e attivistiche [Leonardi intuisce, senza il nucleo pragmatico del pensiero di Balbo?], e dunque nuove. Una eredità di questa esperienza rimane anche in Baget-Bozzo, che in essa rappresentava di fatto l'alternativa teorica all'impostazione di V.. Dice il teologo genovese che nel periodo della rivista  L'Ordine civile egli risente delle posizioni culturali che lo hanno influenzato: il dossettisrno, Terza generazione V.( la nozione della crisi della civiltà e della necessità di nuove forme di pensiero e di azione autonome dallo Stato come condizione per la stessa ripresa dell'azione dello Stato; Baget-Bozzo, I l partito cristiano e l'apertura a sinistra La DC di Fanfani e di Moro, Firenze Scrive Ginzburg: V. andò a vivere a Roma, e lasciò la casa editrice. Poi annaspò per anni fra progetti assurdi ed errori. Infine ebbe un vero lavoro. Imparò a lavorare come l'altra gente te di approfondire alcune tematiche interne ai suoi interessi etico-politici, l'impegno all'IRI, accettato per necessità, lo porta a non considerarsi un intellettuale in senso classico in quanto rifiuta, come nota Baget, un compito legato solo alla parola, che è strumento di mistificazione 38, Nel frattempo il suo discorso tende a mettere in luce, ancora una volta, sotto prospettive diverse, la novità di Marx, ma anche i suoi sotismi. La premessa metodologica che Balbo ritiene indispensabile è riconoscere come imprescindibile necessità teorica e pratica quella di un  integrale ricominciamento storico dalla filosofia alle istituzioni 39, Sempre sulla linea di un marxismo italiano che privilegia i Manoscritti (vedi Volpe), il pen[Argomenti dei corsi universitari di V. sono quelli della urnanizzazione dell'uomo nella moderna civiltà industriale, della proprietà privata e del bene comune, del problema dell'utopia di Mannheim e Weil, il problema del diritto naturale in L. Strauss, la crisi dei valori in M. Scheler (cfr. Note biografiche). Il metodo d'insegnamento seguito da V. consisteva nel prendere spunto da fatti realmente accaduti e da questi risalire a considerazioni teoriche.37 Il dover lavorare alle dipendenze dello Stato non fu una scelta di comodo per V., ma, come testimoniano le persone a lui più vicine, gli fu imposto dalla necessità di dover vivere (problema che prima non si era mai posto in termini concreti). Pertanto ci sembrano OlLllJLLUX:, su tale argomento, le critiche  teoreticistiche  di Lconardi a intoppo esistenziale del filosofo ( Il sistema obiettivamente moralmente più forte. Ci pare che la presenza di V. nell'Llc.L, che iniziò poco dopo, come la sua ultima produzione siano lemeno significative della sua attività, e rappresentinovistoso del suo limite laicistico ; Terza generazione  ecc"). Più aderente alla realtà, nei suoi toni l'intuizionechi afferma che V. spari nel gorgo, e diversi anni pni tardi morf, ingoiato da una professione di prestigio certote accettato con la rassegnazione implicita in casi (G. F.). Mi piace ripetere ora una affermazione di Pombeni: l~ malsano tentare interpretazioni del dossetìisrno traendo spunto dalle tuali vicende dei suoi personaggi (Il dossettismo ecc.), È un invito a non mescolare le carte e i piani del discorso ed è premessa indispensabile per ogni metodologia corretta, Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere, Per la rilevazione e la critica ecc. su'questo tema Duso, Il nodo Hegel-Marx nel dibattitodel '48, in Gli intellettuali in trincea. Pavese ci parla di orrore di V. e del gruppo romano, quandoin una riunione della Einaudi, egli aveva proposto la pubblicazione delL'istanza manaueriaie Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivasatore torinese coglie la verità filosofica fondamentale del marxismo-leninismo nel vedere come le idee, i comportamenti e le manifestazioni dell'uomo, in quanto prodotti,41.Mediando certi temi del marxismo con le istanze della43,Il limite del marxismo, limite teorico-pratico, è individuabile nel concetto di sintesi, come fine o soppressione semplice della proprietà privata. In questo modo non si arriva, secondo V., al superamento ma alla disgregazione; un reale processo dialettico non dovrebbe comportare una oppressione positiva della proprietà privata, ma una forma superiore del sistema di appropriazione,  deve essere la nascita di istituzioni superanti (ossia superiori sistematicamente) il nostro attuale sistema istituzionale Capitale,  estravagante , in una collana assieme alla Bibbia e a Mille Volevano linciarmi  (lettera ad Einaudi eunanote:, in Lettere). Cfr. Per la rilevazione e la critica ecc.. V. affermache la contraddizione del marxismo è stata centrata da VOLPE (vedasi), NOCE (vedasi) e Löwith. Aggiunge che si rimane nell'apologia del marxismo anche in casi di  altissimo livello culturale , come in GRAMSCI (vedasi) e Lukàcs. É evidente che V. sta rivedendo il suo giudizio su Gramsci.La forza-lavoro o pratica attività sensibile è indubbiamente il presupposto reale attivo (causa efficiente) della produzione come tale cosí come la natura ne è il presupposto reale passivo (causa materiale). Ma altrettanto indubbiamente non sono e non possono essere i presupposti reali di ogni ` modo particolare ' della produzione , escludendo cosí la peculiarità dell'uomo, cioè la produzione razionale come specifica. Si ricorda su ciò una polemica con Rodano. V. sarebbe, invece, piú vicino alla visione dell'antropologia culturale, secondo la quale ogni forma storico-culturale è un prodotto umano. Moravia, La ragione nascosta ecc. Per la rilevazione e la critica ecc., sottostanno alle leggi della produzioneper V. costituisce il sofisma marxiano è il far coincidere ogni forma di produzione anche quella razionale con la attività pratica-sensibile, cadendo nel materialismo dialettico . antropologia culturale suo complesso ciò che include tutta la storia umana, e ciò che misura la realizzazione della natura umana: Dove c'è produzione c'è storia e realizzazione umana, dove non c'è produzione non c'è storia né realizzazione umana V. vede nella produzione nelCiò che, invece, Infatti, l'eliminazione di uno dei termini dialettici non risolve la contraddizione e rappresenta, invece, elemento di corruzione della storia esistente, in quanto conserva all'infinito la contraddizione invece di superarla Non si tratta piú di sopprimere istituzioni, ma di crearne altre nel quadro di una espansione organica totale. Quindi non si parla di fine dello Stato, ma  della nascita di nuove dirigenze dello sviluppo continuo della società  (l'istanza manageriale), non di fine della filosofia nella rivoluzione, ma di definitiva acquisizione della indispensabilità della47.filosofia come funzione socialequesta fase del suo pensiero, V. ha ormai raggiunto alcune linee abbastanza precise e nei confronti del marxismo (che non si tratta piú di integrare, ma di correggere), e anche nei confronti di un quadro globale delle istituzioni sociali: riaffermazione della proprietà privata, trasferita su un piano di solidarietà umana non adeguatamente definita, ripresa della proposta manageriale, corroborata da una nuova figura di filosofo. L'errore essenziale di Marx sarebbe di aver voluto impostare una problematica, aristotelica o realistica in termini hegeliani rore che si accompagna alla verità delle domande poste da Marx, domande per le quali non esiste ancora, a livello storico, una filosofia adeguata. V. comunque dice che la via per rispondere esiste ed è l'assumere la posizione filosofica di Aristotele e di san Tommaso (non la loro filosofia, ma il loro punto di vista sul reale).In sostanza  da Marx in avanti, resta tutto da fare in teoria e in pratica. Marx, affossatore e vittima della dialettica hegeliana, annulla la dimensione creativa di V. afferma che Marx demistifica la dialettica hegeliana, manon la rifiuta; perciò il rovesciamento della prassi riduce il marxismo a  empirismo praticistico collettivistico. Sotto questo aspetto, gli ultimi scritti di Stalin (probabilmente il filosofo si riferisce alle trad. it. apparsc in quegli anni di Questioni di leninismo, Roma, e di Problemi economici del socialismo nell'URSS, Roma) rappresenterebbero  il tentativo di una specie di ' revisionismo pratico ' interno alL'istanza manageriale Come si può notare, inun er Dalla rivoluzione alla collaborazione inventival'uomo; anche a certe interpretazioni pii disponibili per l'uomo non si può dar credito perché non sono conformi alla  norma base  della verità del sistema S 1. Una ripresa delle tesi umanistiche non può avvenire che come ripresa filosofica: una storia priva di filosofia  a livello storico  è quella storia disumana e catastrofica, dice V., che il marxismo ci ha svelato. Se prima la filosofia ha solo conosciuto o solo mutato la storia, ora si deve contemporaneamente conoscerla e mutarla S2.Il filosofo che deve conoscere e mutare il mondo non è in questo autosufficiente, ma deve strumentare i suoi interventi attraverso organismi intermedi. Quello su cui la riflessione e la funzione organizzativa di Balbo si appuntano maggiormente è il  gruppo di lavoro . Ogni elaborazione specifica è sempre inquadrata in una visione pití ampia e piú fondata teoricamente. V. afferma che il problema primario dell'ontogenesi sociale non è quello dello Stato o dell'assetto giuridico-economico della proprietà come dice Marx, ma è quello della giusta forma so-ciale dei lavoro, cioè  il trascendimento effettivo del sistema sociale da parte della persona, senza evasione , cosa che Marx addirittura nega, sostanzializzando la realtà collettiva S3. Alla istanza etica di recupero dell'uomo va, pertanto, affiancata una tecnica adeguata, al pari di quan-marxismo e tendente ad impedire, o almeno a ritardare, le conseguenze ultime, tecnocratico-burocratiche, dell'essere teoretico tipico del marxismo ; (Per la rilevazione e la critica ecc.. V. si riferisce a Lenin e a Gramsci come elaboratori delle tesi  sull'umanità dell'uomo  all'interno del marxismo. Cfr. Il piccolo gruppo di lavoro e la sua funzione nella grande organizzazione, in Termine e concetto di Costume, Atti del Convegnolaboratorio del Centro Intern. delle Arti e dei Costume, Venezia (Brescia); ripubblicato in Rivista di Organizzazione aziendale; ora in V., Opere. Petrilli ricorda alcuni passi di V. relativi a lla pianificazione e al lavoro come ritrovamento dell'ordine  (Petrilli, Dal progresso alla crescita, in  Civiltà delle macchine).St  L'etica senza tecnica adeguata non vive, infatti, nella societ ì umana. Vive in alcuni momenti della vita degli individui, può risorgere continuamente e come intenzione pura. Ma, poichi. gli uomini non sono to è avvenuto in America (come fenomeno secondario e non primario). Infatti 11 vi è stata la scoperta  dell'umanità dell'uomo da parte della società industriale: è stata una scoperta empirica e sperimentale della non riducibilità dell'uomo a  fattore economico , attraverso nuovi modi di gestione del lavoro nell'industria S5. In questo orizzonte, ci deve essere una chiara collaborazione fra metodo sperimentale e metodo filosofico: ciò che si ottiene con l'uno, non si ottiene con l'altro, e viceversa. Il piccolo gruppo di lavoro diventa quindi il risultato di unaconvergenza tra istanze filosofiche, morali, manageriali:  Il piccolo gruppo umano e in particolare il piccolo gruppo di lavoro viene considerato oggi dagli scienziati, tecnologi ed educatori come una unità sociale primaria, avente realtà, proprietà e caratteri distinti da quelli dei singoli individui, che lo compongono  S'. Se il tecnicismo può essere liberato dai suoi vizi e dai suoi mali, questo, affermaangeli, non può esistere socialmente senza tecnica corrispondente e a livello tecnico dell'ambiente. Peggio, l'intenzione etica retta pub congiungersi con una porzione di ambiente tecnico opposto e determinare delle vere e proprie mostruosità sociali di cui la nostra epoca è ricca. V. si riferisce all'esperimento di Mayo alla Western Electric. L'esperimento in questione va con il nome di Hawthorne, perché ebbe luogo negli stabilimenti Hawthorne della Western Electric C., che si trovano a Cicero, alla periferia di Chicago. La sostanza dell'esperimento consiste nel tentativo di scoprire il rapporto tra il rendimento dell'operaio e le condizioni  umane  del lavoro. Il resoconto phi ampio di questo esperimento è nel vol. dei diretti esecutori Roethlisberger e Dickson, Management and the Worker, Boston; Cambridge, Mass. Si leggano pure Mayo, The human problems of an industrial civilization, New York; una sec. ed. è The social problems of an industrial civilization, Boston. Una buona esposizione è in Madge, Lo sviluppo dei metodi di ricerca empirica in sociologia, Bologna è una bibliografia de lla critica alla scuola di Mayo. Sugli stessi temi, ritornano gli scritti di Zaleznik, Christensen, Roethisberger, Motivazioni, produttività e soddisfazione nel lavoro, Bologna. Per un rifiuto globale delle human relations, e delle  comunità  di fabbrica come trappola ormai logora , Illuminati, Lavoro e rivoluzione, Milano. In particolare, dove l'autore vede Mayo inglobato nel taylorismo. Cfr. Il piccolo gruppo di lavoro ecc.. S7 l bick, L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva V., può avvenire attraverso il piccolo gruppo di lavoro, diventato generatore delle norme etiche e tecniche della grande organizzazione, che può soltanto applicarle ".È un po' la critica allo Stato etico, ribaltata a livello di impresa industriale: a V. interessa tanto la umanità del lavoro, quanto la produttività dello stesso, privilegiando il primo momento rispetto al secondo che, invece, poteva essere pii presente nell'esperimento di Hawthorne. Quella balbiana è una ricerca di soluzione all'interno delle strutture malate: si tratta non di modificare il sistema, ma di giungere a forme pii umane di lavoro e quindi a una maggiore produttività. V. sembra essersi rassegnato al sistema capitalistico, non prospetta alternative strutturali, ma solo terapie per l'individuo e vede nel piccolo gruppo la nuova cellula in cui ogni realtà, ogni fatto della vita del gruppo, ogni elemento del suo lavoro può essere a portata diretta dei sensi, dell'intelligenza e del fare di ogni singolo componente E 0. In questo quadro si colloca il riemergere, nella filosofia di V., delle istanze antropologiche, il riesame delle possibilità storiche dell'uomo e una definizione ottimistica della vita terrena. Se si è parlato di pessimismo cristiano è stato per l'esperienza dello scarto tra la condizione umana di peccato .e il presentimento del possibile essere, mentre il pessimismo pagano è irreversibile in quanto parte dallo stato di decadenza e dalle perdite definitive dell'età dell'oro. II discorso di V. sembra riecheggiare il clima de Il Politecnico, quando nota una reciproca universale necessità di ogni uomo per ogni uomo, in quanto in ogni uomo si sostanzia l'essere urnaV. afferma che la vita terrena è incoativa, quella ultraterrenaé perfettiva; ma aggiunge che questo non comporta una concezione  attesista  e una svalutazione della vita terrena (cfr. Il futuro e l'al di là, Note di ricerca metafisica sull'uomo, Archivio di Filosofia, Metafisica ed esperienza religiosa; poi in Idee per una filosofia dello sviluppo umano, I1 motivo dell'io umano onni-esistenziale  è unodei pii complessi all'interno del pensiero di V., inquanto ha matrici non bene definite o, al limite, può es-sere il minimo comune denominatore di fonti diverse,talvolta opposte.  Analizzando la mia esistenza intendodunque analizzare l'essere umano che è in me come inogni altro che ha la mia stessa natura: dalle lettere paoline, a Croce e Gentile, si trova tutto in questa defi-nizione, ma l'ancoraggio è costituito da una solida filosofia65.ritrovata mediante la ricerca e la dimostrazione razionale, mentre la nozione religiosa è dogmatica 6. Alla fine non possono, però, divergere e V. definisce l'uomo come o il poter essere sussistente  dal punto di vista dinamico, dell'azione pratica, della produttività. Una ripresa, ancora una volta puramente lessicale, di termini marceliani troviamo quando il pensatore torinese enuclea le categorie antropologiche e dice che l'uomo ha bisogno di essere, di avere e di dare; ma la categoria dell'avere è quella maggiormente rilevante, per una continuità ed integrazione anche a livello ontico. Direttamente legato I1 riferimento a lla rivista è, in questo caso, molto mediato. Infatti su  Il Politecnico  appare il brano di J. Donne, premesso ai romanzo di Hemingway, Per chi suona la campana, Milano. Sulla rivista di Vittorini è pubblicata la trad. a puntate, a cura di Foà e B. Zevi, con il titolo Per chi suonano le campane. Il brano di Donne è questo. Nessun uomo è un'Isola in sé compiuta; ogni uomo è un frammento del Continente, una parte del tutto; se il Mare inghiotte una zolla di terra, l'Europa ne è diminuita, come se quella zolla fosse un Promontorio, o la Casa dei tuoi amici o la tua propria; la morte di ogni uomo diminuisce me, perché io sono parte dell'Umanità. E cosí non mandar mai a chiedere per chi suonano le campane: suonano per te  (trad. de  Il Politecnico ). Idee per una filosofia dello sviluppo umano. Ferrarotti scrive. V. passa dall'io trascendentale de lla filosofia moderna all'io umano onni-esistenziale de lla filosofia dell'essere che in assoluta libertà di spirito, al di là degli schemi consueti del tomismo e della scolastica, si apprestava ad elaborare: una filosofia come attività. Cfr. Il futuro e l' al di la. L'uomo  ha bisogno di avere per affermare ed espandere l'esseredell'essere L'antropologia di V., a questo punto, è critica eL'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivaa questa categoria antropologica è il lavoro, fatto metafisicamente costitutivo dell'uomo, tanto nella fase terrena  incoativa  quanto nella fase ultraterrena  perfettiva ; ma del  lavoro  necessario pure nella vita ultraterrena non possiamo dire niente se non per rivelazione divina. Attraverso il lavoro si attua quella integrazione con gli altri che è sintesi nuova e non somma di elementi; perciò V. dice che questa sintesi nuova è un dato reale cherende essenziale l'integrazione nella ricerca dell'umanità. È facile riscontrare in queste affermazioni, accanto alla teorizzazione dei molteplici gruppi costituiti nelle varie esperienze culturali di V., la sua nuova ipotesi di una filosofia costruibile in gruppo; cosí come, dal punto di vista manageriale, si può vedere una riproposta del piccologruppo come cellula nuova dell'organismo industriale da ristrutturare.Alla base di questa speculazione è oramai chiaramente individuabile l'impronta di una ontologia  leggibile  in termini aristotelico-tornisti, ma V. ricorda che i termini non glieli suggerisce la tradizione filosofica bensí  la fortissima vergine evidenza della verità  cui cerca di corrispondere Aveva detto la stessa cosa AQUINO a proposito de lle sue fonti Nell'ammettere un imporsi della verità attraverso la evidenza dei principi è ilche è secondo le potenze ad esso proprie. Ha bisogno di avere per continuare ad essere ciò che è e non morire. Ha anche bisogno di avere per essere ciò che non è ancora, ma che può essere La ripresa filosofica di V. è citata in questo senso anche da C. Napoleoni (cfr. L'enigma del valore, in  Rinascita , AQUINO (si veda) ha pii volte ripetuto che l'argomento dell'autorità è il pii debole (Summa Theol.; In Phys.); che la sapienza non procede propter auctoritatem dicentium, bensí propter rationem dictorum (Sup. I3oët. de Trinit.). Infine scrive. Studium philosophiæ non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sect qualiter se habeat veritas rerum (De Coelo). Erroneamente SERTILLANGES (si veda)  (La filosofia d’AQUINO (si veda), Roma) traduce il qualiter con di sapere quello che han detto di vero, inquinando le intenzioni e il testo tomistici che eliminano la mediazione dei filosofi e dicono che occorre conoscere in che modo si abbia la veritil. tomismo di V., o, come preferisce dire il filosofo, il punto dove anche AQUINO (si veda) tocca la verità. Quindi tale AQUINISMO consiste, ora, nel tema della evidenza dei principi primi pratici, incorruttibile garanzia morale del potere dell'uomo sul futuro. Anzi V. rilegge la sua prima produzione proprio sotto il tema della sinderesi. Lo sguardo appuntato sulla funzione dell'uomo di cultura ci mostra ancora un Balbo in parte legato all'immagine dell'intellettuale che esce da lla Resistenza. Parla, infatti, di un intellettuale che  non deve appartenere a coloro che decidono, o che muovono le masse, ma a coloro che propongono, che sollecitano, che ideano e aprono nuove vie, che portano a verità l'opinione confusa e contraddittoria, che scoprono ed enunciano nuovi bisogni, nuovi doveri, che determinano, in una parola, il primo atto in ogni processo di umanizzazione degli uomini. L'autonomia, o  distinzione  dell'intellettuale nei confronti del politico, comporta un eroismo di preveggenza 7S, una priorità di mansioni (che nello sviluppo della speculazione balbiana si riaccostano sempre piú a tematiche crociane a livello di’auto-coscienza), e rischia di isolarlo in una casta, quando Balbo parla della necessità della vocazione, aggiungendo, però, che con questo Cfr. Il futuro e l'al di là. Nella nota V. afferma che L'uomo senza miti, malgrado le insufficienze e le oscillazioni, verte, in fondo, tutto sulla tematica della sinderesi . Come ho già chiarito prima, non è corretto parlare, a proposito del primo libro di V., di tomismo, inteso come ripresa diretta di teorie torniste, quanto piuttosto di una confluenza teorica tra la visione balbiana di un ripristino della evidenza e quella tomistica della sinderesi, cui solo dopo V. si avvicina chiaramente. La funzione dell'intellettuale L'intellettuale, per V., non deve avere il coraggio fisico delle armi, ma l'eroismo dei momenti non eroici:  La vedetta ha il suo momento eroico nel resistere al sonno delI'alba, quando gli altri dormono, e non nel darsi da fare con gli altri quando la nave è finita tra gli scogli. a Intellettuale [non è uno status sociologico], mi pare, è chi esprime con la parola, o manifesta con l'esempio dei valori universali nel tnomento storico, e cioè chi produce l'autocoscienza storica del suo tempo. L'istanza managcriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivatermine non vuole indicare altro che una particolare capacità alla funzione, al compito intellettuale n. E che l'intellettuale abbia un primato nei confronti del politico è, per Balbo, evidenziato dal fatto che non è mai una struttura organizzativa a dare la giustizia sociale, ma l'ethos trasformato e sviluppato n.Il nodo che gli intellettuali italiani, ed europei in generale, si trovano a dover affrontare e risolvere, dopo la destalinizzazione in Russia, è quello di un possibile dilemma tra le istanze dell'individualismo liberale e que lle di un collettivismo che ha annullato tutta la sua potenzialità positiva nelle forme radicali del regime sovietico. V. afferma che il dilemma tra individualismo e collettivismo non si risolve scegliendo uno dei termini, ma superando la contraddizione  in una nuova realtà che include ciò che tutti i contrari includono e ciò che la loro contrarietà esclude ". Questo tema del superamento e del rifiuto di una logica dicotomica, inteso come somma dei valori positivi inclusi nelle tesi, ridimensiona il tema marxiano della lotta di classe che, se è vista come principio, può dare origine a una evasione permanente, o a una centralizzazione di tutto il potere in una classe, o in un gruppo, o in un individuo B0. Il rifiuto della lotta rivela nelle tesi di V. una sfiducia progressiva verso la dialettica politico-economica, ridefinisce la lotta come mezzo e non come principio perché in tal caso non dà origine  ad altra realtà che la lotta stessa. Questa Cfr. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale, conf. tenuta a lla Fac. di Magistero di Roma, in u Atti della SOCIETÀ FILOSOFICA ROMANA; poi in Tesi filosofiche per lo sviluppo sociale, dispense redatte da V. o sul corso tenuto da lui alla Fac. di Magistero di Roma; ora in Opere. Il futuro e l'al di là. sa Cfr. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale Ibidem. La teoria statuale di V. è ripresa in un convegno organizzato a Lucca dalla Democrazia Cristiana. In quella sede, G. De Rosa ricordò V., come un  profondo filosofo della nostra età  (cfr. Orfci, L'occupazione del potere, Milano, e G. Galli, Storia della Democrazia Cristiana, Bari polemica  strisciante  con le teorizzazioni marxiste della società borghese, come società essenzialmente conflittuale, è interna a tutta la revisione che Balbo ha operato della sua lettura del marxismo; revisione il cui punto centrale è costituito dallo spostamento di giudizio sulla ateologicit à che diventa ateismo e anti-religione marxista. Il pensatore torinese non rinunzia, però, ancora a rintracciare, oltre l'ateismo dichiarato,  un'orma di Dio  nel desiderio di giustizia presente nel marxismo s3Da una angolazione piú chiaramente po litica, l'ideologo della Sinistra Cristiana, che aveva fondato la scelta di classe anche per i cattolici, ora propone la collaborazione di classe come risultato di una certa lotta  che miri appunto all'equilibrio per integrazione di soggetti autentici di interessi e di poteri: si può considerare cioè che esista una lotta di classe che non cerca di sopprimere uno dei termini della lotta, che cerca anzi l'equilibrio effettivo dei termini e che quindi coincide con la collaborazione di classe. L'interclassismo era stato uno dei motivi teorici per cui non si era realizzata la fusione tra la  Sinistra giovanile cattolica  e il partito degasperiano nel '43Galli critica come  ovvietà tardoilluministiche  il concetto balbiano di Stato rappresentativo, gestito dai piú forti o dall'equilibrio dei gruppi phi forti: è questa, chiaramente, una banalizzazione del pensiero di V. sul superamento della lotta di classe). La stampa vedrà proprio nella riscoperta di Balbo l'aspetto phi interessante di quel convegno (cfr. M. Scarano, Affrontare la sfida, Il giorno). Cfr. Il futuro e l'al di la. Chiamo il desiderio di giustizia presupposto reale e non principale del COMMUNISMO, perché, mentre il COMMUNISMO non lo riconosce come elemento del proprio sistema teorico e pratico, esso è d'altra parte la forza senza la quale il COMMUNISMO stesso non avrebbe corso storico. Il COMMUNISMO a mio avviso rica la sua forza storica piú profonda dal fatto di apparire come il realizzatore della desiderata giustizia, vera ed effettiva, e come il giustiziere della morale e del diritto astratti. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale Cfr. Casula, Il Movimento dei comunisti e la Resistenza a Roma, I1 movimento di liberazione in Italia; poi in Casula, Comunisti ecc.. Per il programma interclassista della DC i documenti fondamentali sono Il programma di Milano e le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, che possono essere letti nella stesura originaria in Rossi, Dal Partito Popolare alla Democrazia Cristiana, L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva emerge ora una proposta inter-classista avanzata da un V. che abbandona i programmi massimalistici per un riformismo non ipocrita, ma comunque ambiguo ed eterogeneo al quadro della sua speculazione anteriore. Infatti ora il filosofo teorizza la tesi per cui è necessario che gl’interessi e le classi sussistano e non si sopprimano con violenza diretta o indiretta. Né riteniamo di poter accostare questo inter-classismo ai temi di GOBETTI (si veda) nei quali il termine di “classe” è pura astrazione. Quindi ci puo essere annullamento delle classi, ma non loro collaborazione. Invece, per V. si deve instaurare un equilibrio dinamico fra le classi, ossia un equilibrio che si fondi su di un'autonoma, effettiva e adeguata, sostanzialmente e non solo quantitativamente, partecipazione al potere in tutte le sue forme da parte di ogni classe, di ogni interesse, singolo e collettivo. Il che sarebbe appunto la giustizia sociale. Questo inter-classismo ha motivazioni antropologiche ed etiche che per certi versi richiamano temi dell'anarchismo di Sartre, ma solo perché convergono nell'identificare la libertà nella liberazione, e la integrazione creativa nel movimento. Bologna, Scoppola parla, pure, delle difficoltà interne alla DC, che non riusciva ad esprimere compiutamente la proposta inter-classista di cui la società italiana ha bisogno (cfr. Scoppola, La proposta politica di Gasperi, Bologna; esamina acutamente e attraverso documenti spesso inediti l'atteggiamento di Gasperi nei confronti della Sinistra e il suo incunearsi tra essa e il Vaticano. Una collaborazione di classe che non riconosca i termini dei contrasti fondamentali e particolari di classe, che non riconosca la esistenza, la natura e le ragioni dei contrastanti interessi sociali e delle lotte aperte o nascoste che conseguono a tali contrasti, non è una collaborazione di classe, ma la maschera ipocrita del dispotico dominio, o tentativo di dominio, di una classe sull'altra, di un interesse sull'altro (Note filosofiche sul problema della giustizia sociale). Scrive GOBETTI (si veda). Nella concreta realtà dell'atto spirituale gli schemi perdono la validità loro. Le classi diventano meri fantasmi (Definizioni: la Borghesia, La Rivoluzione Liberale, ora in Scritti politici, Note filosofiche sul problema della giustizia sociale. Gl’uomini non sono liberi ed eguali in senso rigoroso se non nella loro integrazione creativa per lo sviluppo umano, per la giustizia prospettiva riformistica, in chiave inter-classista, non può che realizzarsi tornando agli incroci tra privato e pubblico, tra momento di analisi e momento di sintesi deliberativa. Cosi V., che cerca di correggere la struttura industriale intervenendo sui piccoli gruppi di lavoro, ritiene che il problema centrale della democrazia sia nelle erme ï collettive, dove di tatto è il potere e il controllo delle masse. Quelle entità sono diventate, dopo la Resistenza, delle macchine, senza spazi reali per le decisioni di base. Il filosofo scrive che solo con un'azione individuale e collettiva, teorica e pratica, centrale, non centralistica, e periferica d’invenzione si può realizzare un equilibrio dinamico di interessi e si può realizzare l giustizia sociale, cioè un crescente influsso di collettività di persone sulla proprietà, sull'uso, sulla destinazione dei mezzi di produzione. L'ipotesi balbiana è quella di intervenire sugl’organismi intermedi come strutture portanti di un regime democratico. Il discorso dei rapporti economici diventa, quindi, un tema consequenziale e derivato. t un ridare il primato alla politica, ma, come tiene a specificare il filosofo, non il primato al pensiero politico. Il pensiero è solo la premessa statica dei partiti, una premessa generica e spesso mistificatrice presa in prestito e non creata dalla loro attività, strumento di persuasione o momento subordinato dell'organizzazione. Ciò che sociale. Sartre dice che il superamento della dialettica tra soggetto e oggetto è il gruppo, per la sua impresa e per quel suo movimento costante d'integrazione che tende a farne una praxis pura e a sopprimere in esso tutte le forme d'inerzia (Critica; della ragione dialettica, Teoria degli insiemi pratici, Milano, Cfr. Note filosofiche sui problema della giustizia sociale, Vita cita e illustra la teoria balbiana del piccolo gruppo, nel suo saggio Piccoli gruppi e società in trasformazione, Milano. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale, La sfida storica del comunismo al Cristianesimo e le sue consegueuze filosofico-sociali, in Il Mulino; unito a Ancora su Cristianesimo, comunismo e azione politica, L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva costituisce realmente i partiti (clic Balbo ritiene le arterie della democrazia) è l'essere strumenti di organizzazione della volontà e degli interessi politici. È rilevante sottolineare che questo tema del partito politico come struttura portante è una ulteriore caratterizzazione ciel pensiero filosofico di V. che lo pone a metà strada tra la concezione del materialismo storico e quelle, estranee ma parallele, dello storicismo crociano (CROCE (si veda)) e della storia cone storia filosofica di NOCE (si veda). C'è quindi, nell'autore di L'uomo senza miti, questa esigenza esasperata di sceverare nelle sue esperienze teoriche una linea di unificazione, anche se la sua filosofia della storia  propende verso una accentuazione dei motivi di  materialità  (o nel senso delle istituzioni, o nel senso del bisogno economico), rispetto alle urgenze puramente ideali.L'operare dall'interno del sistema, pid che rassegnazione alla sconfitta, è caparbietà pragmatica e machiavellica nel voler trasformare le cose e frenare la catastrofe. Non sempre la proposta speculativa di V. è, però, adeguata alle sue istanze, è ora in Opere, con il titolo Comunismo e Cristianesimo. Cfr. ibidem.as Riguardo a questo dissenso, Del Noce afferma che fu tra le cause clic gli vietarono di aderire alle trii di Balbo, nel periodo della Sinistra Cristiana. Da ciò il sorgere tra lui e Balbo a di una discussione, che per l'uno e per l'altro era piuttosto un monologo che un dialoga; non certosensodl una sordia, ma anzi in quello di una fusione masatma,nel,per cui ognuno combatteva nell'altro una posizione che ritenevadl aver Avissuto '(e non soltanto obiettivam ente pensato) e oltrepas atrt^ r (Ge netle significato ecc). Felice Balbo Vinadio, conte di Vinadio. Felice Balbo Vinadio. Keywords. Being, value, and colloquenza. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vinadio: being, value – and colloquenza!” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vinadio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vio: Unificazione analoga e gl’AQUINISTI SPECULATIVI -- la ragione conversazionale e le categorie del lizio – un senso, un’analogia – la scuola di Gaeta – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Gaeta). Abstract: Grice: “When I was with Austin, it was difficult to be systematic on a Saturday morning – but what Vio does with analogy is fascinating!” -- unificazione analoga. Keywords: unificazione analoga. Filosofo Lazio. Filosofo italiano. Gaeta, Latina, Lazio. Essential Italian philosopher. Grice: “While the typical Englishman is more interested in the fact that Vio never thought that Henry VIII did divorce Aragon, I prefer his commentary on the ‘prae-dicamentum’ of Aristotle, via ‘Porfirio’!” -- Grice was irritated that when ‘Vio’ became a saint, the Italians list him under ‘c’. O. P. cardinale di Santa Romana Chiesa. V. riceve Lutero, Template-Cardinal. Incarichi ricoperti. Maestro generale dell'ordine dei predicatori, cardinale presbitero di San Sisto, arcivescovo metropolita di Palermo, arcivescovo-vescovo di Gaeta, cardinale presbitero di Santa Prassede. Ordinato presbitero, nominato arcivescovo da Leone X, consacrato arci-vescovo da Fieschi, creato cardinale da Leone X. Religioso domenicano, generale dell'ordine: filosofo, teologo e diplomatico pontificio. Incontro tra V. e Lutero in una stampa d'epoca. Entra tra i frati domenicani del monastero di Gaeta, e prosegue i suoi studi in filosofia a Napoli, Bologna e Padova. Insegna filosofia a Pavia e Roma. Acquisce una considerevole fama in seguito ad un pubblico dibattito con PICO a Ferrara. Generale dell'ordine e consigliere dei papi, dimostra grande zelo nel difendere il diritto del papa contro il concilio di Pisa, polemizzando contro Almain in una serie di articoli messe al bando dalla Sorbona e bruciati per ordine di Luigi XII. Leone X crea V. cardinale, e fatto arci-vescovo di Palermo. Arci-vescovo di Gaeta, inviato in Germania come legato apostolico per partecipare alla dieta di Augusta, si adopera con profitto per l'elezione di Carlo V d'Asburgo ad imperatore del sacro romano impero -- prevalendo sull'altro concorrente Francesco I -- e lì cerca di arginare la nascente riforma protestante di Lutero. Fa rientro in Roma senza essere riuscito a convincere Lutero ad abbandonare i suoi propositi di riforma. Aiuta il papa nell'estensione della bolla “Exsurge domine” rivolta a contrastare il dilagare della riforma di Lutero. Oganizza la resistenza contro i turchi. Venne fatto prigioniero durante il sacco di Roma dai Lanzichenecchi, inviati da Carlo V per punire Clemente VII per il tradimento della parola datagli. Pronuncia la sentenza definitiva di validità del matrimonio di Enrico VIII e Caterina d'Aragona, rifiutando il divorzio al sovrano inglese. Accanto alla produzione filosofica e di teologia filosofica, secondo la linee della scuola d’AQUINO, V. si distinque come esegeta. Ignora attamente l’ebraico, ma consulta esperti rabbinici e grazie alla sua familiarità con il testo greco, ubblica un commentario dei libri sacri di giuidei e galilei. L’enfasi alla Grice di V. sulla ricerca del SIGNIFICATO letterario o LITERALE dell’Eneide o altri testi pone V. alle origini della tradizione esegetica del cattolicismo contro le sette delle differenti nazioni.  Saggi: “Summula Caietani”; “Opuscula omnia” (Giunta); “Commentaria super tractatum de ente et essentia [di Aquino]”; “De nominum analogia”; “Commentaria in III libros Aristotelis de anima”; “Auctoritas pape et concilii sive ecclesie comparata” (Silber); “Oratio in secunda sessione concilii lateranensis” (Berlin); “Apologia de comparata auctoritate pape et ecclesie”; “De divina institutione pontificatus romani pontificis”; “Jentacula Nuovo Testamento, expositio LITERALIS sexaginta quatuor notabilium sententiarum Novi Testamenti” (Roma). Francesco senese De Franceschi; “In Porphyrii Isagogen ad Prædicamenta Aristotelis”; “Opera omnia”; “Scripta philosophica”; “De conceptu entis”; “De comparatione auctoritatis papæ”; “Apologia”. Allaria, V.: cardinale -- Roma; Treccani, Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degl’italiani, Conferenza Episcopale Italiana. ALCUIN, Università di Ratisbona. V. philosophised extensively on free will, and had a colourful dispute with, of all people, Luther, well represented in a painting that Grice adored. Shropshire borrowed his proof for the immortality of the soul from V. Prelate and theologian. Born in Gæta from which he take his name, he enters the Dominican order and studies philosophy at Napoli, Bologna, and Padova. V. becomes a cardinal, and travels to Germany, where he engages in a theological controversy with Luther. His major work is a Commentary Aquino’s summa theologiæ, which promotes a renewal of interest in scholastic and ‘Thomistic’ philosophy. In agreement with Aquino, V. places the source of knowledge in sense perception. In contrast with Aquino, V. *denies* that the immortality of the soul and the existence of the divine as our creator may be proved. V.’s work in logic is based on the traditional syllogistic logic that he called ‘dal Lizio,’ but is original in its discussion of the notion of “analogy” – vide H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of being – ANALOGICAL UNIFICATION. V. distinguishes *three* types of analogy: analogy of inequality, analogy of attribution, and analogy of proportion. Whereas he rejects “analogy of inequality” and “analogy of attribution” as improper, fallacious, and invalid, V. regards the analogy of proportion as valid and basic and appeals to it in explaining how humans may come to know propositions about the divine  and how analogical reasoning, applied to both the divine, and the divine’s creatures, may avoid being æqui-vocal. H. P. Grice – Equivocality thesis. DE NOMINUM ANALOGIA. QUOTUPLEX SIT ANALOGIA, CUM DECLARATIONE PRIMI MODI Invitatus et ab ipsius rei obscuritate, et a nostri æui flebili profundarum litterarum penuria, de nominuin analogia in his vacationibus tractatum edere intendo. Est siquidem eius notitia necessaria adeo, ut sine illa non possit metaphysicam [ONTOLOGIA PRIMA FILOSOFIA ESCATOLOGIA] quispiam discere, et multi in aliis scientiis ex eius ignorantia errores procedant. Quod si ullo usquam tempore accidit, hac ætate id evenire clara luce videmus, dum analogiam, vel indisiunctionis, vel ordinis, vel conceptus præcisi unitate, cum inæqualis participatione constituunt. Ex dicendis namque patebit, opiniones huiusmodi a veritate, quae ultro se offerebat, per abrupta deviasse. Analogiae igitur vocabulum proportionem sive proportionalitatem, ut a graecis accepimus, in proposito sonat. Adeo tamen extensum distinctumque est, ut multa nomina analoga abusive dicamus; et multarum distinctionum adunatio si fieret, confusionem pareret. Ne tamen rectum obliqui iudicio privetur, et singularitas in loquendo accusetur, unica distinctione trimembri omnia comprehendemus, et a minus proprie analogis ad vere analoga procedemus. Ad tres ergo modos analogiae omnia analoga reducuntur: scilicet ad analogiam inaequalitatis, et analogiam attributionis, et analogiam proportionalitatis. In his explorations on unity of signification, Grice turns to a mode of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and as what is possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle LYCAEUM LICEO LIZIO as being those in which what Grice calls the unification -- or aequi-vocality thesis – of the apparent multiplicity of significations may arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. The cases are those cases in which the application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for by the analogy detectable within that range. More explicitly, it is the analogy, either between a specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more explicitly, it is the analogy either between universals U1, U2, … Un, which determines the application of the epithet or the expression, or between an exemplification of U1, U2, … Un, by an items of the sorts ly. lo etc. The puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number of different factors, and it has been even applied to ‘essere’ by some. First, there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firmer list of examples of epithets or expressions, the application of which to a given range of items is to be accounted for by way of analogy. Alternatively, Aristotle might have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately, Aristotle does neither of these things, so Vio finds himself to be in big trouble – or deep semantic waters. Aristotle offers us only the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via the aequi-vocality thesi, that is, the various applications of an epithet. We are told, for example, that as ‘seeing’ is in the body – the eye --, ‘understanding’ is in the soul -- with the attending implicature that it is this fact which accounts for the application of the originally physical ‘see’ videre both to a case of physical – or bodily -- optical vision, and a case of intellectual ‘vision.’ “I see what you mean.” – in which case you have greater eyes than most. Il Lizio also suggests that it isanalogy which is responsible for the application of the adjective – not shaggy – but ‘calm’ calmus to either an undisturbed body of sea water, or to an undisturbed expanse of thin air! Such offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators, except of course, Vio, are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but, after Vio, the influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view, that the application of ‘good’ bonum is attributable to the fact that, within one category C1, an item or specimen, which is good – say, a cabbage -- is related to an item in general belonging to that category – cabbages are by definition good cabbages --, in a way which is analogous – analogum – or proportionale – a:b::c:d -- to the way in which a good item (say, a good king) in some second category or sub-category C2 is related to the general run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet bonum good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of an analogy, or as Vio and Cicerone prefer, a proportio -- proporzione. Ross's suggestion about bonum good – such a substantive-angry,in Austin’s word, Casanova, in Nowell-Smith’s, bit of a word -- would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical – or analogous, or PROPORTIONAL -- unification with a view to the aequi-vocality thesis, and would not give us any general account of such analogous – or proportional – unification, per via della proporzione. Grice adds that little supplementary assistance is derivable from those who study this or that general concept. Such a philosopher may be adhering to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, or as Cicerone prefers, PROPORZIONE -- and her sisters: metaphor – or as Cicerone prefers, TRANSFERENTIA --, simile – similia -- , allegory, and parable, or PARABOLA. So far as The Lizio Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of analogy is, as preventing some criticism by Cicerone, that of ‘proportion’, or PRO-PORZIONE. In logical form: a:b::c:d. The notion of such a four-term PRO-PORZIONE is embodied, for example, in Aristotle's treatment not of moral bonum, as was Ross’s obsession, but of iustum -- just. where one kind of iustum just is alleged to consist in a due two-termed, rather than four-termed, proportion PROPORZIONE between return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitative relationship – DIRECT OR INVERSE PROPORZIONE -- gets converted into a non-quantitative or qualitative relation of correspondence or affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be some inspired conjecture by the Peripatetic. Grice, as Vio had done before him, takes as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of how the unification by analogy or PROPORZIONE of the application to a range of items of some epithet might proceed. Grice expects this UNIFICAZIONE PER PROPORZIONE to involve the detection of some analogical link between the exemplifications of the variety of this or that universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen is the inchoative crescere -- grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification that delivers the aequi-vocality thesis. One of these would be examples of shifts in respect of what might be termed a syntactical, metaphysical, or ontological category. By syntactical category Grice means a part of speech. A substantia, indeed an inert or inorganic physical substance, like a lump of wax or a mass of metal, may be said to grow, or if we must use the copula, is growing – crescit. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved ‘universal,’ that of increase in size, or getting larger, provides the foundational, original—etymologically and DIACHRONICALLY valid --instance of the literal ‘signification’ or Fregean sense of a universal by the application of the expression grow or crescere. We have here, so to speak, the 'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow: the truth-conditions. But now, not only the physical inert and inorganic substance itself but some accident of that substance – THAT BIT OF WAX NOT JUST IZZES BUT HAZZES ‘GROWTH’ -- may also be said to grow. Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its history – vide Grice, “ACTIONS AND EVENTS” --, its powers, or causal efficacy, and its aesthetic quality, or sheer beauty, might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though the grow on the part of each of these non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial LITERAL case of this physical inert or inorganic substantial item. Another and different kind of categorial variation may separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from other such universals. These will be connected with differences in, now, some sub-category within the same category of substantia – the syntactical class of nouns -- within which fall different sorts of items which may be said or deemed to grow. Different universals seem to be ‘signified’ by an utterer who says – still DICTIVELY -- of an ANIMATE substance, such as a plant, as growing and by another uterer who says – still within the dictive realm -- of a human being – such as a child, Grice’s Timothy -- as growing. The connection between these diverse ‘realisations’ or instantiations of grow may rest on now, say, vegetal, analogy. In what is said to be the grow of a plant, such as a rose, internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human being, such as Grice’s son Timothy, the kind of development which may be involved in the grow may be much more varied and complex – “I know in the case of Timothy IS.” The link between the two distinct universals which may be ‘signified’ might be provided, now by an analogy, or proporzione, between the role which such a change fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing this or that grow – Grice’s favourite was Martha Kneale’s THE GROWTH OF LOGIC --- “I can’t think whey she changed it to the dull ‘Development’ of Logic when the thng was published!” Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy serves to unify the alleged multiplicity of a ‘signification,’ which has originally deemed to belong in the PHYSICAL realm of inert and inorganic matter. If such an account should be found to offer prospects of distinguishing analogy or PROPORZIONE from some other concept, particularly TRANSFERENTIA or metaphor (as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ – She is the cream in my coffee, to use the copula -- which belongs to the same general family – along with Simile, similia, ALLEGORIA – as in Lewis’s The allegory of love – or PARABOLA, as those by Christ --, that would be a welcome aspect of the account. It is Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than dull and plain literal -- description, a universal is ‘signified’ (she is the cream in my coffee +> she is Grice’s pride and joy), which though distinct from that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in Grice’s coffee, or the lemon in Strawson’s tea) is nevertheless recognisably similar to the literal signification. Grice comes then to the concept of Cajetan and Ciceronian PROPORZIONE or analogy itself. Grice starts by considering this or that item, I1, I2, … In -- any one of which may be called an S. Grice initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type or kind, or category S – a noun -- , though that supposition may be relaxed. Grice’s move is to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws – hence ana-logia, the logos is involved -- which jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si. Further, these ‘ontological’ laws, which furnish the core theory of S, -- as ichthyology furnishes the core theory of fish --, are to be formulated in terms of a finite set of Si-core predicative properties -- let us say P1 to Pn – as in S is P. Each law involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,: but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or identification of Sy, every law which determines whether or not a particular item I1, I2, … In, is to count or be deemed as an 5 – “as in that Oxford college – Hartford – who deemed the president’s dog to be a the subject of the predicate ‘feline.’. Grice next considers not merely things each of which is an S, but also things each specimen of which is an Sz. It remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical with the analogous or proportionate type S1. – In any case, identity reduces to general being (Pegasus = Pegasus if Pegasus is a flying horse). Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a system of such ordinary – indeed Stone-Age Physical --laws relating to those properties P1, P2, … Pn which are central to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image or strict counterpart of a law which is central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we must assume that the properties which are central to being an S, are the properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, belongs to the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect proportion or analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical, at a particular time – vide Grice-Myro Geach-type of time-relative identity. We should recognize that, if we yield to this temptation, we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable. They might, for example, be differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to physical sight – a horse, but not horseness. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not really THAT distinct. The possibility just considered is that of a total perfect (alla Mary Poppins) PROPORTION or analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say, part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the two central theories. The best that can be found is an imperfect PROPORTION or analogy which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz, etc., which till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial (nominal) types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort – Eddington’s wavicles and Grice’s quarks. But Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this or that concept of one or other classificatory or taxonomic sort, concepts which will be deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical, if not pre-categorial. Examples of such unregimented classificatory or taxonomic concepts might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that, in many ways, their general character or metier might run parallel to that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such a concept as investor, doctor, vehicle, and confidante, would be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. For an x to be an investor or a doctor or a vehicle or a confidante will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically, even stereotypically, done by an investor, a doctor, a vehicle, large utility, or a confidante. Grice expects, however, that the variety of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory or taxonomic concept would be formulable in terms of a limited body of features – Leech’s semantical features: bachelor = unmarried male – In defence of a dogma -- which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of some sense of PROPORTION or analogy in the universe, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro expressive of distinct classificatory or taxonomic concepts. When it does occur, such a proportion or analogy might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of ‘signification’ – thus verifying Grice’s aequivocality thesis -- in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different classificatory concepts. This unity or aequi-vocality of ‘signification’, in turn, seems toGrice sufficient to justify the idea that, in such a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning, or Fregean sense – to which you may attach as many implicatures as you wish. Grice concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the concept of proportion or analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a good case for supposing that anyone who, like VIO, and the Lizio before him, did, accepts an account of an analogy- or proportion-based unity or of signification (MONOSEMY at the dictive level, with a multiplicity of potential implicatures) should NOT feel free to combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction, or, in other words, hope for some defence of it, howeer dogmatic! After all, the alleged analogy- or proportion-based unity account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further comential concepts, in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being central to the concept in case (‘bachelor’ = unmarried male’). But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent connection between the concept in focus and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did – or Occam, whom Vio hated – for years! So either one does accept the analytic/synthetic distinction, or one rejects at least this account of analogy-based or proportion-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these alternatives – “but Ocham shall know!” Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the notion of proportion or analogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of the idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the FOCAL ideas of genus, but also species, and, last but not least, differentia is a paradeigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity or individuation of ‘signification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But a situation in which no such interpretation at all is required may be treated as a limiting case of a situations in which, though re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Another situation, then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity or individuation of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’ and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to raise not the general question whether, despite what he calls the school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires some abstract entity that Ockham denied, such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative answer, but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers – notably Kilgariff, I do not believe in word senses – cf. Wiggins’s reliance on Grice for a theory of dictionaries --, so far from supporting a charge that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’ suggests that it would be proper to go, alla Henry VIII, a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which may be ‘signified’ by an ultimately non-equivocable expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of connection like that involved, nor just in Analogy and her sisters – Metaphor, Simile, Alleory, and Parable – but in metonymy, metophnymy, and synecdoche, recognised by later grammatical theorists and philosophers of language, within and without Oxford, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern dictionary – “as I always told Austin that would be ‘Byzantine’!”--, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode of connection may be sub-ordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are thought of as not synchronic but diachronic – as in his example of ‘crescere’-- has no bearing on the nature of a uniting connection (His example: when ‘animal’ ceased to ‘signify’ what the Lizio Aristtole meant by it, but ‘a middle-sized mammal: Urmson: There is an animal in the backyard +> not an ant, not my aunt. The same form of connection may be available in both cases, and either case may in turn well be found to correspond with the range of such different, many and varied, figures of speech which conversational practice may typically employ, or even intentionally MIS-employ, for the effect of implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following lines. Allegd rational communication, of the co-operative kind, in pursuit, that is, of some purpose of helpfulness or benevolence, encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity or plurichrastic, as Owen has it in his “Aristotle and the snare of ontology”-- of distinct situations. Perhaps unlike a computer, or like Owen himself, we shall not have, ready made, any vast array of forms of description and explanation from which to select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to rely on our time-honoured Oxonian rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way, the character of the capacities on which we rely.  Grice confesses to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! Quamuis secundum ueram uocabuli proprietatem et usum Aristotelis, ultimus modus tantum analogiam constituat, primus autem alienus ab analogia omnino sit.  4. Analoga secundum inaequalitatem uocantur, quorum nomen est commune, et ratio secundum illud nomen est omnino eadem, inaequaliter tamen participata. Et loquimur de inaequalitate perfectionis: ut corpus nomen commune est corporibus inferioribus et superioribus, et ratio omnium corporum (in quantum corpora sunt) eadem est. Quaerenti enim quid est ignis in quantum corpus, dicetur: substantia trinae dimensioni subiecta. Et similiter quaerenti: quid est caelum in quantum corpus, etc. Non tamen secundum aequalem perfectionem ratio corporeitatis est in inferioribus et superioribus corporibus.  5. Huiusmodi autem analoga Logicus uniuoca appellat, Philosophus uero aequiuoca, eo quod ille intentiones considerat nominum, iste autem naturas. Unde et in X Metaph., text. ultim. Aristoteles dicit quod corruptibili et incorruptibili nihil est commune uniuocum, despiciens unitatem rationis seu conceptus tantum. Et in VII Physic., text. 13 dicitur iuxta genus latere aequiuocationes; quia huiusmodi analogia cum unitate conceptus non dicit unam naturam simpliciter, sed multas compatitur sub se naturas, ordinem inter se habentes, ut patet inter species cuiuslibet generis, specialissimas et subalternas magis. Omne enim genus analogum hoc modo appellari potest, (licet non multum consueuerint nisi generalissima et his propinqua sic uocari), ut patet de quantitate et qualitate in praedicamentis, et corpore, etc.  6. Hanc analogiam S. Thomas, in I Sent., dist. 19 uocat analogiam secundum esse tantum, eo quod analogata parificantur in ratione significata per illud nomen commune, sed non parificantur in esse illius rationis. Perfectius enim esse habet in uno, quam in alio, cuiuscumque generis ratio, ut in Metaphysica pluries patet. Non solum enim planta est nobilior minera; sed corporeitas in planta est nobilior corporeitate in minera: et sic de aliis.  7. Perhibet quoque huic analogiae testimonium Auerroes in XII Metaph., text. 2 dicens, cum unitate generis stare prioritatem et posterioritatem eorum, quae sub genere sunt. Haec pro tanto analoga uocantur, quia considerata inaequali perfectione inferiorum, per prius et posterius ordine perfectionis de illis dicitur illud nomen commune. Et iam in usum uenit, ut quasi synonime dicamus aliquid dici analogice et dici per prius et posterius. Abusio tamen uocabulorum haec est; quoniam dici per prius et posterius, superius est ad dici analogice. In huius modi autem analogis, quomodo inueniantur unitas, abstractio, praedicatio, comparatio, demonstratio et alia huiusmodi, non oportet determinare; quoniam uniuoca sunt secundum ueritatem, et uniuocorum canones in eis seruandi sunt.  ANALOGIA ATTRIBUTIONIS QUID SIT, ET QUOT MODIS FIAT, ET QUAE EIUS CONDITIONES. Analoga autem secundum attributionem sunt, quorum nomen commune est, ratio autem secundum illud nomen est eadem secundum terminum, et diuersa secundum habitudines ad illum: ut sanum commune nomen est medicinae, urinae et animali; et ratio omnium in quantum sana sunt, ad unum terminum (sanitatem scilicet), diuersas dicit habitudines. Si quis enim assignet quid est animal in quantum sanum, subiectum dicet sanitatis; urinam uero in quantum sanam, signum sanitatis; medicinam autem in quantum sanam, causam sanitatis proferet. Ubi clare patet, rationem sani esse nec omnino eamdem, nec omnino diuersam; sed eamdem secundum quid, et diuersam secundum quid. Est enim diuersitas habitudinum, et identitas termini illarum habitudinum.  9. Quadrupliciter autem fieri potest huiusmodi analogia, secundum quatuor genera causarum (uocando pro nunc causam exemplarem causam formalem). Contingit siquidem multa ad unum finem, et ad unum efficiens, et ad unum exemplar, et ad unum subiectum, secundum aliquam unam denominationem et attributionem diuersimode habere: ut patet ex exemplis Aristotelis, IV Metaph., text. 2. Ad causam enim finalem pertinet exemplum de sano in III Metaph., text. 2, ad efficientem uero exemplum de medicinali ibidem positum; ad materialem autem analogia entis ibidem subiuncta; ad exemplarem demum analogia boni, posita in I Ethic., cap. 7.  10. Attribuuntur autem huic analogiae multae conditiones, ordinate se consequentes: scilicet quod analogia ista sit secundum denominationem extrinsecam tantum; ita quod primum analogatorum tantum est tale formaliter, caetera autem denominantur talia extrinsece. Sanum enim ipsum animal formaliter est; urina uero, medicina et alia huiusmodi, sana denominantur, non a sanitate eis inhaerente, sed extrinsece, ab illa animalis sanitate, significatiue uel causaliter, uel alio modo. Et similiter idem est de medicatiuo et de substantia, quae sunt formaliter in primo; in caeteris uero denominatiua significatione denominantur et extrinsece. Boni quoque ratio in bono per essentiam saluata, quo exemplariter caetera denominantur bona, in solo primo bono formaliter inuenitur; reliqua uero extrinseca denominatione, secundum illud bonum, bona dicuntur.  11. Sed diligenter aduertendum est, quod hæc huiusmodi analogiæ conditio, scilicet quod non sit secundum genus causæ formalis inhærentis, sed semper secundum aliquid extrinsecum, est formaliter intelligenda et non materialiter: idest non est intelligendum per hoc, quod omne nomen quod est analogum per attributionem, sit commune analogatis sic, quod primo tantum conueniat formaliter, cæteris autem extrinseca denominatione, ut de sano et medicinali accidit; ista enim uniuersalis est falsa, ut patet de ente et bono; nec potest haberi ex dictis, nisi materialiter intellectis. Sed est ex hoc intelligendum, quod omne nomen analogum per attributionem ut sic, uel in quantum sic analogum, commune est analogatis sic, quod primo conuenit formaliter, reliquis autem extrinseca denominatione. Hoc siquidem uerum est, ex formali intellectu præcedentium; ex eisque manifeste sequitur. Ens enim quamuis formaliter conueniat omnibus substantiis et accidentibus etc., in quantum tamen entia, omnia dicuntur ab ente subiectiue ut sic, sola substantia est ens formaliter; cætera autem entia dicuntur, quia entis passiones uel generationes etc. sunt; licet entia formaliter alia ratione dici possint. Et simile est de bono. Licet enim omnia entia bona sint, bonitatibus sibi formaliter inhærentibus, in quantum tamen bona dicuntur, bonitate prima effectiue aut finaliter aut exemplariter, omnia alia nonnisi extrinseca denominatione bona dicuntur: illamet bonitate, qua Deus ipse bonus formaliter in se est.  Et ex hac conditione statim infertur alia: scilicet quod illud unum, ad quod diuersæ habitudines terminantur in huiusmodi analogis, est unum non solum ratione, sed numero. Quod dupliciter intelligi potest, secundum quod analogata dupliciter sumi possunt: scilicet uniuersaliter et particulariter.  Si enim sumantur analogata particulariter, illud unum necessario est unum numero uere et positiue. Si autem sumantur uniuersaliter, illud unum necessario est unum numero negatiue, idest non numeratur in illis analogatis ut sic, quamuis in se sit uniuersale quoddam, et non unum numero. Verbi gratia, si sumantur hæc urina sana, hæc medicina sana, et hoc animal sanum: hæc omnia dicuntur sana a sanitate quæ est in hoc animali, quam constat unam numero uere esse. Sortes enim dicitur sanus, quia habet hanc sanitatem; medicina, quia illam facit; urina, quia eamdem significat, etc. Si uero sumantur animal sanum in communi, et urina sana in communi et medicina sana in communi: sic, formaliter loquendo, sanitas a qua huiusmodi sana dicuntur, non est una numero in se: eo quod causæ uniuersales effectibus uniuersalibus comparandæ sunt, ut II Phys., text. 39 dicitur. Et simile est de signis, et instrumentis, et conseruatiuis, et aliis huiusmodi; sed est una numero in istis analogatis negatiue. Non enim numeratur sanitas in animali, urina et diæta; quoniam non est alia sanitas in urina, et alia in animali, et alia in diæta.  13. Et sequitur conditio ista ex præcedenti: quoniam commune secundum denominationem extrinsecam non numerat id a quo denominatio sumitur in denominatis, sicut uniuocum multiplicatur in suis uniuocatis; et propter hoc dicitur unum ratione tantum, et non unum numero in suis uniuocatis. Alia est enim animalitas hominis, et alia equi, et alia bouis, animalis nomine adunatæ in una ratione.  14. Ex hac autem conditione infertur alia, quod scilicet primum analogatum ponitur in definitione cæterorum, secundum illud nomen analogum; quoniam cætera non suscipiunt illud nomen, nisi per attributionem ad primum, in quo formaliter saluatur eius ratio. Cadit siquidem in ratione medicinæ, et diætæ, et urinæ etc., in quantum sanæ sunt, animalis sanitas: sine qua intelligi cætera sana non possunt. Et simile est de aliis iudicium.  15. Ex hoc autem sequitur ulterius, quod nomen sic analogum, unum certum significatum commune omnibus partialibus eius modis, seu omnibus analogatis, non habet. Et consequenter, quod nec conceptum obiectiuum, nec conceptum formalem abstrahentem a conceptibus analogatorum habet; sed sola uox cum identitate termini diuersimode respecti communis est: ita quod cum in hac analogia sint tria: uox scilicet, terminus et respectus diuersi ad illum; nomen analogum terminum quidem distincte significat, ut sanum sanitatem; respectus autem diuersos ita indeterminate et confuse importat, ut primum distincte uel quasi distincte ostendat, cæteros autem confuse, et per reductionem ad primum. Sanum enim respectus multos ad sanitatem, puta habentis, significantis, causantis, etc., sic in una uoce sanitatem distincte importante confundit, ut respectum primum scilicet habentis seu subiecti, distincte significet (Sanum enim absolute dicimus sanitatem habentem, ut subiectum); cæteros autem respectus indeterminate importat et per attributionem ad primum, sicut patet ex dictis.  16. Et propter hoc tria de huiusmodi analogo dicuntur: scilicet quod commune est omnibus analogatis non secundum uocem tantum; - et quod simpliciter prolatum stat pro primo; - et quod non est prius primo analogato, in quo tota sua ratio formaliter saluatur. Primum quidem peculiarius significat, et super omnia analogata superius significatum non habet.  17. Diuiditur autem a sancto Thoma analogia hæc in analogiam duorum ad tertium, ut urinæ et medicinæ ad animal sanum; et in analogiam unius ad alterum, ut urinæ uel medicinæ ad animal sanum  18. Nec habet ista diuisio alia membra a supradictis: quoniam hæc circuit analogiam secundum omnia genera causarum. Sed ad hoc facta est, ut ostendatur differenter suscipi nomen analogum, quando ponitur primum analogatum ex una parte, et cætera ex altera parte; et quando secundorum analogatorum unum hinc et alterum inde ponitur, secundum quodcumque genus causæ analogia fiat. Primo enim et cæteris sic commune est analogum, ut nihil eis prius ponat aut significet: et propterea uocatur analogia unius ad alterum, ponendo omnia alia a primo, loco unius. Secundis autem analogatis sic commune est nomen analogum, ut aliquid omnibus eis prius ponat: primum scilicet ad quod omnia secunda attribuuntur. Et uocatur analogia duorum ad tertium, uel multorum ad unum: quia non inter se est attributio, sed ad primum.  Appellantur autem hæc analoga a Logico æquiuoca, ut in principio Prædicamentorum patet, ubi animal æquiuocum dicitur ad animal uerum et animal pictum. Animal enim pictum non pure æquiuoce, sed per attributionem ad animal uerum, animal dicitur; et in ratione eius in quantum animal manifeste patet animal uerum accipi. Quærenti enim: quid est animal pictum in eo quod animal? respondebitur: imago animalis ueri.  20. A philosophis uero Græcis, nomina ex uno, uel ad unum, aut in uno, et media inter æquiuoca et uniuoca dicuntur, ut pluries in Metaphysica patet; et expresse in I Ethic. huiusmodi nomina contra analoga distinguuntur, ut infra amplius dicetur. A Latinis autem uocantur analoga uel æquiuoca a consilio.  21. Hanc analogiam S. Thomas in I Sent., dist. 19, q. 5 a. 2 ad 1 uocat analogiam secundum intentionem, et non secundum esse: eo quod, nomen analogum non sit hic commune secundum esse, idest formaliter; sed secundum intentionem, idest secundum denominationem. Ut enim ex dictis patet, in hac analogia nomen commune non saluatur formaliter nisi in primo; de cæteris autem extrinseca denominatione dicitur. Hæc ideo apud Latinos analoga dicuntur: quia proportiones diuersas ad unum dicunt, extenso proportionis nomine ad omnem habitudinem. Abusiua tamen locutio hæc est, quamuis longe minor quam prima.  22. Quomodo autem de huiusmodi analogis sit scientia, et contradictiones et demonstrationes, et consequentiæ et alia huiusmodi de eis fiant, ex dictis, et consuetudine Aristotelis patet. Oportet enim significationes diuersas prius distinguere (propter quod ambigua apud Arabes hæc dicuntur), et deinde a primo ad alia procedere, sicut a centro ad circumferentiam diuersis proceditur uiis. DE ANALOGIA PROPORTIONALITATIS: QUID SIT ET QUOTUPLEX SIT, ET QUOD SOLA PROPRIE ANALOGIA VOCETUR  23. Ex abusiue igitur analogis ad proprie analogiam ascendendo, dicimus: analoga secundum proportionalitatem dici, quorum nomen est commune, et ratio secundum illud nomen est proportionaliter eadem. Vel sic: Analoga secundum proportionalitatem dicuntur, quorum nomen commune est, et ratio secundum illud nomen est similis secundum proportionem: ut uidere corporali uisione, et uidere intellectualiter, communi nomine uocantur uidere; quia sicut intelligere, rem animæ offert, ita uidere corpori animato. Quamuis autem proportio uocetur certa habitudo unius quantitatis ad aliam, secundum quod dicimus quatuor duplam proportionem habere ad duo; et proportionalitas dicatur similitudo duarum proportionum, secundum quod dicimus ita se habere octo ad quatuor quemadmodum sex ad tria: utrobique enim dupla proportio est, etc.; transtulerunt tamen Philosophi proportionis nomen ad omnem habitudinem conformitatis, commensurationis, capacitatis, etc. Et consequenter proportionalitatem extenderunt ad omnem similitudinem habitudinum. Et sic in proposito uocabulis istis utimur.  25. Fit autem duobus modis analogia hæc: scilicet metaphorice et proprie. Metaphorice quidem, quando nomen illud commune absolute unam habet rationem formalem, quæ in uno analogatorum saluatur, et per metaphoram de alio dicitur: ut ridere unam secundum se rationem habet, analogum tamen metaphorice est uero risui, et prato uirenti, aut fortunæ successui; sic enim significamus hæc se habere, quemadmodum homo ridens. Et huiusmodi analogia sacra Scriptura plena est, de Deo metaphorice notitiam tradens. Proprie uero fit, quando nomen illud commune in utroque analogatorum absque metaphoris dicitur: ut principium in corde respectu animalis, et in fundamento respectu domus saluatur. Quod, ut Auerroes in comm. septimo I Ethic. ait, proportionaliter de eis dicitur.  27. Præponitur autem analogia hæc cæteris antedictis dignitate et nomine. Dignitate quidem, quia hæc fit secundum genus causæ formalis inhærentis: quoniam prædicat ea, quæ singulis inhærent. Altera uero secundum extrinsecam denominationem fit.  28. Nomine autem, quia analoga nomina apud Græcos (a quibus uocabulum habuimus) hæc tantum dicuntur; ut ex Aristotele etiam colligitur, qui in Metaphysica nomina quæ dicimus analoga per attributionem, ex uno, uel ad unum, uel in uno uocat: ut patet in principio IV et in VII, text. 15. In V autem Metaphysicæ, cap. de uno, text. 12, definiens unum secundum analogiam, ut synonimis utitur unum analogia et unum proportione; et definit ea esse, « quæcumque se habent ut aliud ad aliud »: aperte insinuans illam esse proprie analogatorum definitionem, quam diximus. Quod tamen clarius habetur in Arabica translatione, ubi dicitur: « Illa quæ sunt unum secundum æqualitatem, scilicet proportionalem, sunt quorum proportio est una, sicut proportio alicuius rei ad aliam rem ». Ubi Auerroes exponens ait: « Et illa dicuntur unum, quæ sunt unum secundum proportionalitatem; sicut dicitur, quod proportio rectoris ad ciuitatem et gubernatoris ad nauem, est una ». In secundo quoque Posteriorum, cap. XIII huiusmodi nomina proportionalia, analoga uocat. Et quod plus est, in I Ethic., cap. 7 distinguit supradicta nomina ad unum aut ex uno, contra analoga; dum, loquens de communitate boni ad ea quæ bona dicuntur, ait: « Non assimilantur a casu æquiuocis; sed certe ei, quod est ab uno esse, uel ad unum omnia contendere, uel magis secundum analogiam ». Et subdens exemplum analogiæ dicit: « Sicut enim in corpore uisus, in anima intellectus ». In quibus uerbis diligenti lectori, non solum nomen analogiæ hoc, quod diximus, sonare docuit; sed præferendam esse in prædicationibus metaphysicis hanc insinuauit analogiam (in ly magis), ut S. Thomas ibidem propter supradictam rationem optime exponit.  29. Scimus quidem secundum hanc analogiam rerum intrinsecas entitates, bonitates, ueritates etc., quod ex priori analogia non scitur. Unde sine huius analogiæ notitia, processus metaphysicales absque arte dicuntur. Acciditque huiusmodi ignorantibus, quod antiquis nescientibus logicam, ut in II Elenchorum dicitur. Nec fuit forte ab Aristotelis tempore tam periculosus casus iste, sicut modo apud nos est; quoniam blasphemare fere uidetur, qui metaphysicales terminos analogos dicens, secundum proportionalitatem communes exponit. Cum tamen Auerroes dicat super prædicto textu: « Et dignius his tribus modis est, ut sit nomen boni dictum de eis secundum uiam, quæ dicitur de proportionalibus ».  Vocatur quoque a Sancto Thoma in I Sent., dist. 19, ubi supra, analogia secundum esse et secundum intentionem; eo quod analogata ista, nec in ratione communis nominis, nec in esse illius rationis parificantur, et tamen tam in ratione illius nominis, quam in esse eiusdem, proportionaliter, conueniunt. Sed quoniam, ut dictum est, obscura et necessaria ualde res hæc est, accurate distincteque dilucidanda est per plura capitula.  QUOMODO ANALOGUM AB ANALOGATIS DISTINGUATUR. Quoniam autem analogia media est inter æquiuocationem puram et uniuocationem, ex extremis natura medii declaranda est. Et quia in nominibus tria inueniuntur, scilicet uox, conceptus in anima, et res extra, seu conceptus obiectiuus: ideo singula perlustrando, dicendum est, quomodo analogum ab analogatis distinguatur  32. Et a rebus incipiendo, quia priores conceptibus et nominibus sunt, dicimus quod, nomine æquiuoco ita diuersæ res significantur, quod ut sic non nisi uoce adunantur. Uniuoco uero diuersæ res ita significantur, quod, ut sic, ad rem in se simpliciter unam abstractam et præcisam in esse cognito ab eis, adunantur. Analogo autem nomine res diuersæ ita significantur, quod ut sic ad res diuersas secundum proportionem unam uniuntur. Vocatur autem in proposito res, non solum natura aliqua, sed quicumque gradus, quæcumque realitas, et quodcumque reale in rebus inuentum. Unde inter uniuocationem et analogiam hæc est differentia: quod res fundantes uniuocationem sunt sic ad inuicem similes, quod fundamentum similitudinis in una est eiusdem rationis omnino cum fundamento similitudinis in alia: ita quod nihil claudit in se unius ratio, quod non claudat alterius ratio. Ac per hoc fundamentum uniuocæ similitudinis, in utroque extremorum æque abstrahit ab ipsis extremis. Res autem fundantes analogiam, sic sunt similes, quod fundamentum similitudinis in una, diuersæ est rationis simpliciter a fundamento illius in alia: ita quod unius ratio non claudit id quod claudit ratio alterius. Ac per hoc fundamentum analogæ similitudinis, in neutro extremorum oportet esse abstractum ab ipsis extremis; sed remanent fundamenta distincta, similia tamen secundum proportionem; propter quod eadem proportionaliter uel analogice dicuntur.  34. Et ut possint omnibus prædicta patere, declarantur exemplariter in uniuocatione huius nominis animal, et analogia huius nominis ens. Homo, bos, leo et cætera animalia, quia habent in se singulas naturas sensitiuas, seu proprias animalitates, quas constat diuersas secundum rem esse, et mutuo similes: sic quod in quocumque extremo, puta homine aut leone, consideretur secundum se animalitas, quæ est similitudinis fundamentum, inuenitur æqualiter abstrahens ab eo in quo est, et nihil includens in uno quod non in alio. Ideo et in rerum natura fundant secundum suas animalitates similitudinem uniuocam, quæ identitas generica uocatur; et in esse cognito adunantur non ad duas uel tres animalitates, sed unam tantum, quæ animalis nomine in concreto per se primo significatur, et uniuoce uocatur communi nomine animal. Omnium siquidem eorum, secundum quod naturas sensitiuas habent, indistincta omnino est ratio ab omnibus abstracta, quæ illius rei, quam animalitatem uocauimus, adæquata est definitio. Substantia autem quantitas, qualitas etc., quia non habent in suis quidditatibus aliquid prædicto modo abstrahibile, puta entitatem, (quoniam supra substantialitatem nihil amplius restat), ideo nullam substantialem uniuocationem inter se compatiuntur.  35. Et quia cum hoc, quod non solum eorum quidditates sunt diuersæ, sed etiam primo diuersæ; retinent similitudinem in hoc, quod unumquodque eorum secundum suam proportionem habet esse; ideo et in rerum natura non secundum aliquam eiusdem rationis in extremis sed secundum proprias quidditates, ut commensuratas his propriis esse fundant analogam idest proportionalem similitudinem. Et in intellectu adunantur ad tot res, quot sunt fundamenta, proportionis similitudine unitas, significatas (propter illam similitudinem) entis nomine, et analogice communi nomine uocantur ens. Differenter ergo res adunantur sub nomine Analogo et Uniuoco.  36. Conceptus quoque mentalis non eodem modo inuenitur in uniuocis et analogis: quoniam nomen uniuocum et omnia uniuocata ut sic, unum tantum conceptum in mente habent perfecte et adæquate eis correspondentem; quia fundamentum uniuocæ similitudinis (quod significatum formale est nominis uniuoci), unius omnino rationis est in omnibus uniuocatis; ac per hoc in uno repræsentato, omnia repræsentari necesse est. In analogis uero, quoniam fundamenta analogæ similitudinis diuersarum rationum sunt simpliciter, et eiusdem secundum quid, idest secundum proportionem: oportet duplicem analogi mentalem conceptum distinguere, perfectum et imperfectum; et dicere quod analogo et suis analogatis respondet unus conceptus mentalis imperfectus, et tot perfecti, quot sunt analogata. Quia enim unum analogatorum ut sic, simile est alteri: consequens est, quod conceptus repræsentans unum, repræsentet alterum, iuxta illam maximam: Quidquid assimilatur simili ut sic, assimilatur etiam illi, cui illud tale est simile.  Quia uero talis similitudo secundum proportionem tantum est, quæ diuersam rationem in altero fundamento habet: conceptus perfecte repræsentans unum analogatorum, a perfecta repræsentatione alterius deficit; et per consequens oportet alterius analogati alterum adæquatum conceptum esse. Unde et analogum unum habere mentalem conceptum, et plures habere conceptus mentales: uerum est diuersimode; quamuis simpliciter loquendo, magis debeat dici, analogi esse plures conceptus; nisi loquendi occasio aliud exigat. Dico autem hoc: quoniam cum secundum dicentes, analoga omnino carere uno conceptu mentali, sermo est; unum eorum conceptum absolute dicere non est reprehendendum. Propter quod oportet solerti discretione lectorem uti quando inuenitur scriptum, quod analogata conueniunt in una ratione, et quando inuenitur dictum alibi, quod analogata non conueniunt in una ratione. Est ergo differentia inter analogiam et uniuocationem quoad conceptum mentalem, ita quod uniuoci et uniuocatorum ut sic, unus est conceptus perfecte et adæquate eis respondens, ut de conceptu animalis patet. Analogi uero et analogatorum ut sic, plures necessario sunt conceptus perfecte ea repræsentantes, et unus est conceptus imperfecte repræsentans. Non tamen ita quod sit unus conceptus adæquate respondens nomini analogo, et inadæquate analogatis: quoniam secundum ueritatem nomen illud uniuocum esset; sed ita quod conceptus unus repræsentans perfecte alterurn analogatum ut sic, imperfecte repræsentat reliquum. Quoad uocem autem, non est inter analoga et uniuoca differentia.  39. His autem prælibatis, intentum facile patere potest: quomodo scilicet disfinguitur analogum, puta ens, ab analogatis, puta substantia, quantitate et qualitate. Uniuocum enim, puta animal, distinguitur ab uniuocatis, puta homine et leone, quoad rem significatam seu conceptum obiectiuum, et quoad conceptum mentalem, sicut unum simpliciter abstractum etc., a multis simpliciter etc. Analogum uero, quoad rem, seu conceptum obiectiuum, distinguitur sicut unum proportione a multis simpliciter; uel (et idem est) sicut multa ut similia secundum proportiones a multis absolute. Verbi gratia, ens distinguitur a substantia et quantitate, non quia significat rem quamdam eis communem; sed quia substantia quidditatem tantum substantiæ importat, et similiter quantitas quidditatem quantitatis absolute significat; ens autem significat ambas quidditates, ut similes secundum proportiones ad sua esse; et hoc est dicere ut easdem proportionaliter.  40. Quoad conceptum autem mentalem adæquatum, hoc quoque eodem omnino modo distinguitur. Secundum uero conceptum mentalem imperfectum, quamuis distinguatur sicut unum simpliciter a multis simpliciter; non tamen sicut unum abstrahens in repræsentando ab illis multis, quemadmodum in uniuocis contingit. Quoniam, ut ex dictis patet, conceptus ille, puta qualitatis, in quantum ens, alterius analogati, idest ipsius qualitatis, secundum quod se habet ad suum esse, est adæquate repræsentatiuus, et a qualitatis quidditate non abstrahens; cæterorum uero, puta quantitatis et substantiæ, imperfecte tantum est repræsentatiuus, in quantum eis similis est proportionaliter. QUALIS SIT ABSTRACTIO ANALOGI AB ANALOGATIS. Oportet autem ex præmissis ostendere, qualiter analogum abstrahat ab his, quibus commune secundum analogiam dicitur, puta qualiter ens abstrahat a substantia et quantitate. Insurgit siquidem difficultas quædam in re hac, et ex parte rerum, et ex parte conceptus. Ex parte siquidem rerum, quia uidetur analogi nominis res significata, eodem abstrahibilis et abstracta modo, quo res uniuoco nomine significata. Quoniam cum, ut in V Metaph. dicitur, unum in qualitate faciat simile, nulla apparet ratio, cur a quibusdam similibus sit una res abstrahibilis, et a quibusdam non; licet euidens ratio sit, cur ab his similibus, puta Sorte et Platone, abstrahibilis sit res magis una, et ab illis, puta homine et lapide, minus una. Unde si substantia et quantitas assimilantur in hoc, quod utraque est ens, et consequenter in eis est aliquid unum, quod est fundamentum illius similitudinis: quid uetat ab eis abstrahi rem unam utrique communem?  Ex parte uero conceptus, quia uidetur eodem modo conceptus analogi abstrahere ab analogatis, sicut uniuocum ab uniuocatis: eo quod analogum nomen importat in confuso singulas proportiones analogatorum, et distincte non significat nisi proportionem in communi. Verbi gratia, ens non significat habens se ad esse sic uel sic, puta ut substantia, aut ut quantitas; sed si proportionale nomen est, significare uidetur, habens se ad esse secundum aliquam proportionem, quæcumque illa sit. Hoc autem constat esse æque abstractum a substantia et a quantitate; et consequenter per modum uniuoci in analogis abstractio conceptus apparet.  43. Ut autem euidens fiat huius ambiguitatis determinatio, sciendum est, quod licet abstrahere diuersa significet, cum dicimus intellectum abstrahere animal ab homine et equo, et cum dicimus animal abstrahere ab homine et equo: eo quod tunc significat ipsam intellectus operationem attingentem in eis unum et non alia; nunc uero significat extrinsecam denominationem ab illa intellectus operatione, qua res cognita abstracta denominatur: in unum tamen et idem semper tendit, quoniam semper sonat intelligi unum, non intellecto altero.  44. Ideoque nihil aliud est agere de abstractione analogi ab analogatis quam inquirere et determinare, quomodo res significata analogo nomine intelligi possit, non cointellectis analogatis; et quomodo conceptus illius habeatur, absque conceptibus istorum.  45. Cum igitur ex supradictis, et ex ipso analogiæ uocabulo pateat, quod analogo nomine non simpliciter una res, sed res proportione una significatur, talis autem idem est quod res diuersæ, ut similes proportionaliter: facile deduci potest, quod res analoga potest quidem intelligi, non cointellectis analogatis, et consequenter abstrahere ab eis.  46. Sed non sicut in uniuocis res una, (puta natura sensitiua, seu animal intelligitur, non cointellectis omnino natura humana et equina ut sic), sed sicut duæ res ut proportionaliter similes intelliguntur, non cointellectis ipsismet duabus rebus secundum suas proprias naturas absolute. Ita quod analogi abstractio non consistit in cognitione unius et non cognitione alterius; sed in unius et eiusdem intellectione ut sic, et non intellectione absolute. Verbi gratia, entis abstractio non consistit in hoc, quod entitas apprehenditur, et substantia aut quantitas non; sed in hoc: quod substantia aut quantitas apprehenditur ut sic se habens ad proprium esse; (in hoc enim similitudo proportionalis attenditur) et non apprehenditur substantia, aut quantitas absolute. Et simile est de aliis rebus analogis, quales sunt fere omnes metaphysicales.  47. Unde concedi potest, rem analogam abstrahere, et non abstrahere ab analogatis diuersimode. Abstrahit quidem, pro quanto abstrahit ab eis, quemadmodum res ut sic, idest ut res similis alteri proportionaliter abstrahit a se absolute sumpta. Non abstrahit uero, pro quanto res ut sic accepta seipsam necessario includit, et absque seipsa intelligi non potest. Quod de uniuocis dici non potest: quia res uniuoca, absque aliis quibus est uniuoce communis, intelligitur sic, quod res in suo intellectu nullo modo actualiter includit ea quibus est comm unis, ut patet de animali  48. Obiectioni autem in oppositum adductæ, ex analogæ similitudinis natura facile satisfit, dicendo, quod cum unum multipliciter dicatur, non oportet omnem similitudinem attendi secundum unum simpliciter; sed quandoque sufficit, quod unum secundum proportionem faciat simile. Unum autem proportionaliter non est simpliciter unum; sed multa similia secundum proportiones, a quibus ideo non potest abstrahi res una simpliciter: quia similitudo ipsa proportionalis tantum est, et fundamentum non est unum nisi proportionaliter  49. De ratione siquidem unius proportionaliter est habere quatuor terminos (ut in V Ethicorum dicitur). Quoniam proportionalitas qua similitudo proportionum fit, inter quatuor ad minus, (quæ duarum proportionum extrema sunt), necessario est; et consequenter unum proportione non unificatur simpliciter, sed distinctionem retinens, unum pro tanto est et dicitur, pro quanto proportionibus dissimilibus diuisum non est. Unde sicut non est alia ratio quare unum proportionaliter non est unum absolute, nisi quia ista est eius ratio formalis; ita non est quærenda alia ratio, cur a similibus proportionaliter non potest abstrahi res una; hoc enim ideo est, quia similitudo proportionalis talem in sua ratione diuersitatem includit. Et accidit ulterius procedentibus, ut quærant id, quod sub quæstione non cadit: ut quare homo est animal rationale, etc.  De abstractione quoque conceptus, eodem modo est dicendum: abstrahit enim conceptus analogi nominis non sicut unum simpliciter, sed sicut unum proportione, seu simile secundum proportiones a multis absolute.  Sed quia in obiciendo tangitur de abstractione conceptus analogi a specialibus conceptibus illius analogiæ, et abusiue analogata ibidem uocantur partiales analogi rationes; ideo diligenter cauendum est, ne apparentia in obiectione tacta in illum errorem ducat, qui ibi tangitur. Sciendum siquidem est, quod licet in analogis secundum attributionem in hoc omnia analogata conueniant, quod eamdem formam omnino respiciunt, ita quod non solum conueniunt in uno termino, sed in hoc, quod est respicere illum: erroneum tamen est, analogo per attributionem conceptum unum respectus in communi ad illum terminum, per abstractionem a tali et tali respectu, attribuere. Verbi gratia: animal in quantum sanum, urina in quantum sana, et medicina in quantum sana, licet conueniant et in sanitate tamquam termino: cuius animal est subiectum, urina signum, et medicina causa; et conueniant in hoc, quod est respicere sanitatem (quodlibet enim eorum sanitatem respicit, licet diuersimode); ab his tamen specialibus respectibus non abstrahitur respectus in communi ad sanitatem, importatus nomine sani, in cuius conceptu omnes speciales respectus ad sanitatem, confuse et in potentia clauduntur.  52. Falsum enim est, quod sanum significet hoc quod dico, respiciens uel aliqualiter se habens ad sanitatem. Tum quia sic sani nomen uniuocum uere esset ad urinam et animal etc., ut patet ex uniuocorum definitione. Tum quia hoc est contra intentionem dicentium, urinam aut diætam sanam. Percunctantibus siquidem, quid est urina in quantum sana, non respondetur: respiciens sanitatem; sed omnes respectum illum specificant respondentes: signum sanitatis; et similiter de diæta respondetur, quod est conseruatiua sanitatis, etc. Tum quia contra omnes Philosophos et Logicos (hucusque a me uisos) hoc est.  Sicut autem in prædictis analogis prædictus cauendus est error, ita in analogis secundum proportionem (quæ sola simpliciter analoga sunt) similis cauendus est error, ex simili causa apparentiæ firmitatem trahens. Quia enim analogata conueniunt in hoc, quod unumquodque eorum commensuratum seu proportionatum est (licet diuersimode), credi potest quod ab his specialibus proportionibus abstrahatur proportionatum in communi, et nomine analogo significetur. Ac per hoc analogum habeat conceptum unum, in quo confuse et in potentia claudantur omnes speciales proportiones analogatorum; uerbi gratia, ut quia substantia proportionata est suo esse, et similiter quantitas et qualitas (licet diuersimode) ideo a substantia et quantitate et qualitate etc., diuersimode proportionatis suis esse, abstrahatur res seu quidditas proportionem habens ad esse, qualiscumque sit illa proportio, et hoc sit entis primarium significatum, in quo omnes speciales proportiones substantiæ quantitatis et qualitatis etc., ad sua esse confuse claudantur et in potentia.  54. Sed hoc falsissimum est. Tum quia hoc quod dicitur, scilicet res proportionata ad hoc quod sit, non est res una simpliciter etiam in esse obiectiuo, nisi chimerice. Tum quia proportionalia nomina uniuoca essent (ut patet ex uniuocorum definitione), et consequenter periret proportionalitatis ratio, quæ extrema unum simpliciter esse non compatitur; et sic essent proportionalia et non proportionalia: quod intellectus capere nullo modo potest. Tum quia contra Aristotelis auctoritatem, in II Poster. inferius adducendam, et adductam ex I Ethic., et S. Doctorem et Auerroem et Albertum expresse est. Unde confusio, qua analogum tam secundum attributionem quam secundum proportionem, importat speciales habitudines aut proportiones: non est confusio plurium conceptuum in uno communi conceptu; sed est confusio significationum in una uoce, licet difformiter. Quoniam in analogia attributionis uox analoga primum distincte significat, cætera autem confuse. In analogia uero proportionis, nomen analogum ad omnes suas significationes indistincte se habere permittitur. Cautum tamen et attentum oportet hic esse; quia cum analogi rationes dupliciter sumi possint: scilicet secundum se, et ut eædem et ipsæ ut eædem propter identitatis proportionalis naturam non abstrahant a seipsis, et tamen aliquid conuenit eis ratione identitatis, seu in quantum eædem sunt, quod non conuenit eis ratione diuersitatis, ut patet de communibus eis: uidetur quod duo incompossibilia secundum apparentiam, analogi rationibus conueniant; scilicet quod ipsæ ut eædem non abstrahant a seipsis, et quod ipsæ ut eædem aliquid causent et habeant, quod non ut diuersæ; reduplicarique possint ut eædem, non reduplicatis ut diuersæ sunt. Hæc enim non solum compossibiliter, sed necessario sibi simul uindicat identitas proportionalis; quoniam et extrema uniri omnino non patiens, ab eis abstrahi omnino non permittit; et extrema aliqualiter indiuisa et eadem ponens, ut eadem ea considerabilia et reduplicabilia exigit.  56. Sicque fit, ut in analogo secundum identitatem in se clausam, ad diuersitatem rationum in se quoque clausam comparato, abstractio quædam, quæ non tam abstractio quam quidam abstractionis modus est inueniatur; propter quam non solum ab analogatis (puta substantia et quantitate), analogum (puta ens), abstrahere dicitur, ut supra diximus; sed ab ipsis eius rationibus, seu a diuersitate ipsarum rationum eius: puta rationis entis in substantia, et rationis entis in quantitate. Non quia quamdam rationem eis communem dicat: quia hoc est fatuum; nec quia illæ rationes sint omnino eædem, aut eas omnino uniat: quia sic non esset analogum, sed uniuocum; sed quia eas proportionaliter adunans, et ut easdem proportionaliter significans, ut easdem considerandas offert: annexa inseparabiliter, diuersitate quasi seclusa; et identitate proportionali unit, et confundit quodammodo diuersitatem rationum. Sicque non sola significationum in uoce confusio, analogo conuenit, sed confusio quædam conceptuum, seu rationum fit in identitate eorum proportionali, sic tamen ut non tam conceptus, quam eorum diuersitas confundatur. Et quoniam analogum talem identitatem præcipue importat, et tali confusione frequenter utimur; analoga nomina ab omni rationum eius diuersitate abstrahere dicentes, dum confuse pro omnibus supponere ipsum pluries exponimus, ideo non mediocri opus est uigilantia, ne in uniuocationem labi contingat.  Abstrahit ergo analogum a suis analogatis, puta ens a substantia et quantitate, sicut unum proportione a multis; seu sicut similia proportionaliter a seipsis absolute, tam quoad conceptum obiectiuum, quam mentalem, siue sit sermo de abstractione totali siue de formali. Hæ enim abstractiones non differunt in eodem, nisi secundum præcisionem et non præcisionem, ut alibi declarauimus. Unde nihil aliud est dicere ens abstractum a naturis prædicamentorum abstractione formali, quam dicere naturas prædicamentales proportionales ad sua esse ut sic præcise; a specialibus autem seu singulis analogiæ rationibus extremis, non tertio conceptu simplici, sed uoce communi et identitate proportionali earumdem, quodammodo abstrahit.  QUALIS SIT PRÆDICATIO ANALOGI DE SUIS ANALOGATIS Videbitur autem forte alicui ex his, quod prædicatio analogi de suis analogatis, puta entis de substantia et quantitate, aut formæ de anima et albedine etc., sit sicut prædicatio æquiuoci de suis æquiuocatis; ita quod non sit prædicatio superioris de suis inferioribus, nec communioris de minus communi, nisi sola uoce; sed eiusdem de seipso. Non est enim analogo una res significata, quæ in utroque analogatorum saluetur; absque hoc autem prædicatio communioris aut superioris non inuenitur secundum intrinsecam denominationem, seu inexsistentiam. Sic enim analogum secundum proportionalitatem commune esse dictum est.  60. Fouere quoque potest non parum opinionem hanc processus iuxta I Topicorum. Aut scilicet analogum est prædicatum conuertibile, aut inconuertibile, seclusa uocis communitate. Et cum constet non esse inconuertibile, - quoniam substantia ut sic se habens ad suum esse, quod ens de substantia dictum prædicat, conuertitur cum substantia: et similiter quantitas sic commensurata suo esse, cum quantitate conuertitur, et sic de aliis, - consequens est, quod analogum tamquam superius, de analogatis prædicari non possit. Superioris enim intentionem suscipere non potest, quod conuertibile esse comprobatur.  61. Et quoniam secundum ueritatem analogum ut superius prædicatur de analogatis, et non sola uoce commune est eis, sed conceptu unico proportionaliter: cuius unitas ad hoc, quod prædicatum aliquod superioris rationem habeat, sufficit: quia superius nihil aliud sonat, quam unum prædicatum ad plura se extendens; unum autem non per accidens, neque aggregatione, sicut aceruum lapidum; sed per se, constat esse etiam unum proportione: ideo ad huius ueritatis claritatem ex extremis procedendo, sciendum est, quod quia analogum medium est inter uniuocum et pure æquiuocum: consequens est, quod analogum aliquo modo idem, et non idem aliquo modo de suis prædicet analogatis. Et quia prædicat aliquid abstrahens aliquo modo a suis analogatis, ut ex præmisso patet capite; consequens est, quod comparetur ad sua analogata ut maius ad minora, seu ut superius ad inferiora; licet non omnino unum secundum rationem sit, quod imponit.  Quod ut clarius pateat, figuraliter declaratur sic: Tam in uniuocis, quam in æquiuocis, quam in analogis quatuor inueniuntur, scilicet duæ res ad minus, æquiuocatæ, uniuocatæ, aut analogatæ; et duæ res, seu rerum rationes, æquiuocationem, uniuocationem aut analogiam fundantes. Verbi gratia: In æquiuocatione canis inueniuntur hæc quatuor: scilicet canis marinus, et canis terrestris, et ratio illius, et ratio istius secundum canis nomen. In uniuocatione quoque animalis inueniuntur quatuor: scilicet homo, et bos, et natura sensitiua hominis et natura sensitiua bouis, quæ animalis uniuocationem fundant. In analogia similiter entis quatuor sunt: scilicet substantia et quantitas, et substantia in quantum commensurata suo esse, et quantitas secundum quod suo esse proportionatur. Et licet prima duo, scilicet æquiuocata et analogata, eodem modo quantum ad propositum spectat in omnibus his distinguantur, quia ubilibet ex opposito condistincta sunt; altera tamen duo uniuocationem, æquiuocationem et analogiam fundantia, diuersimode unita aut distincta sunt. In æquiuocis namque rationes illæ, puta canis marini et terrestris, sunt omnino diuersæ secundum rationem; et propter hoc id quod prædicat canis de marino cane, nullo modo prædicat de terrestri, et e conuerso; et ideo sola uoce communius aut maius æquiuocatis dicitur et est.  64. In uniuocis uero res illæ, puta animalitatis in boue et animalitatis in leone, licet et numero et specie diuersæ sint, ratione tamen omnino eædem sunt; ratio enim unius est omnino eadem quod ratio alterius, et, e conuerso; et propter hoc id quidem quod prædicat animal de homine, idem prædicat omnino de boue, et uniuocum dicitur et superius homine, leone boueque. In analogis autem res analogiam fundantes (puta quantitas ut sic se habens ad esse, et substantia ut sic se habens ad esse), licet diuersæ sint et numero et specie et genere; ratione tamen eædem sunt non omnino, sed proportionaliter; quoniam unius ratio proportionaliter eadem est alteri.  66. Et propterea, id quod prædicat analogum, puta ens de quantitate, illud idem proportionaliter prædicat de substantia, et e conuerso; est enim illudmet proportionaliter id quod in substantia ponit, et e conuerso. Et propter hoc analogum, puta ens, non sola uoce communius, maius aut superius analogatis est; sed conceptu, ut dictum est, proportionaliter uno. Ita quod analogum et uniuocum conueniunt in hoc, quod utrumque communioris et superioris rationem habet. Differunt autem in hoc, quod illud est superius analogice seu proportionaliter, hoc uero uniuoce.  67. Et merito, quia fundamentum superioritatis utrobique saluatur, uniuocationis autem non. Fundatur enim superioritas super identitate rationis rei significatæ, idest super hoc quod res significata inuenitur non in hoc tantum, sed illamet non numero sed ratione inuenitur in alio. Uniuocatio autem supra modo identitatis omnimodæ scilicet identitate rationis rei significatæ, idest super hoc quod ratio rei significatæ in illo et in isto est eadem omnino.  68. Quamuis enim in analogis hic identitatis modus non inueniatur, quem in uniuocis inueniri pluries dictum est, identitas tamen ipsa rationum inuenitur. Est namque identitas proportionalis, identitas quædam. Et ideo non minus analogum (puta ens) est prædicatum superius, quam uniuocum (puta animal), sed alio modo: analogum enim est superius proportionaliter, quia fundatur supra identitate proportionali rationis rei significatæ; uniuocum autem præcise et simpliciter, quia supra omnimoda identitate rationis rei significatæ eius superioritas fundatur. Propter quod S. Thomas, superioritatis fundamentum aspiciens, in V Metaph. dicit, quod ens est superius ad omnia, sicut animal ad hominem et bouem.  69. Unde obiectiones ad oppositum adductæ in hoc peccant, quod inter identitatem et modum identitatis non distinguunt. Fatendum enim est, quod ad hoc, quod aliquis terminus denominetur superior aut communior, oportet ut rem unam et eamdem in utroque ponat; sed sophisma consequentis committitur inferendo ex hoc: ergo oportet quod dicat rem unam et eamdem omnino. Et est semper sermo de identitate secundum rationem, seu definitionem. Identitas enim et unitas continent sub se non solum unitatem et identitatem omnimodam, sed proportionalem, quæ in analogi nominis ratione saluatur. Negandum est igitur quod in analogis non prædicetur idem de uno et de alio analogato: quoniam unum et idem proportionaliter de omnibus analogatis dicitur; et propterea inter prædicata non conuertibilia numerandum est. Quantitas enim licet adæquet ens de quantitate uerificatum secundum rationem omnino eamdem, non tamen secundum rationem illam proportionaliter: quoniam entis ratio non alia proportionaliter ad substantiam et quantitatem se extendit. Verum quia analogum sonat identitatem proportionalem, ideo huiusmodi rationibus formaliter respondendo, nullo pacto concedendum est conuerti analogum cum analogato aliquo. Ad materiam tamen descendendo, potest intrepide dici, quod quia analogum rationem unam tantum proportionaliter prædicat, et unum proportionaliter plura esse proportionibus similia manifestum est; dupliciter potest secundum singulas rationes ad analogata comparari. Uno modo absolute: et sic secundum singulas rationes cum singulis analogatis conuertitur; quia nulla omnino una analogi ratio in duobus analogatis inuenitur. Alio modo secundum identitatem proportionalem, quam habet una cum altera: et sic cum nullo analogato conuertitur, quoniam omnes analogi rationes indiuisæ sunt proportionaliter, et una est altera proportionaliter. Et quia, ut dictum est, analogum hanc sonat identitatem, ideo formaliter et simpliciter loquendo, analogum inconuertibile et communius prædicatum, concedendum est esse. Non tamen genus, aut species, aut proprium, aut definitio, aut differentia, aut accidens uniuersaliter est. Nec propterea Aristoteles diminutus fuit aut Porphyrius, quoniam prædicabile, quod unum est simpliciter, edocebant; ac per hoc inter æquiuoca, analoga numerarunt. Ex prædictis autem manifeste patet, quod analogum non conceptum disiunctum, nec unum præcisum inæqualiter participatum, nec unum ordine; sed conceptum unum proportione dicit et prædicat. De ordine tamen in analogis incluso inferius tractabitur. Unde cum dicitur de homine, aut albedine, aut quocumque alio, quod est ens: non est sensus, quod sit substantia, uel accidens; sed sic se habens ad esse.  72. Utor autem ly sic, quoniam de propriis nominibus proportionum ad esse in actu exercito eas importantibus, disputare nolo ad præsens; quoniam Metaphysici negotii opus hoc est, et exemplariter hic de ente loquimur. Simile siquidem est de actu, potentia, forma, materia, principio, causa, et aliis huiusmodi, indicium.  QUALIS SIT ANALOGATORUM SECUNDUM ANALOGI NOMEN DEFINITIO. Apparere quoque alicui poterit, quod in ratione unius analogati, (puta qualitatis) secundum analogi (puta entis) nomen, alterius analogati, puta substantiæ, uel quantitatis ratio secundum idem nomen analogi cadere debeat, sicut in analogia attributionis contingere dictum est. Fundamentum autem inde apparentia hæc sumit: quia ratio unius analogati ut eadem proportionaliter est alteri, absque illa altera exprimi nequit complete. Dictum est autem, quod analogo nomine rationes hæ importantur, ut eadem proportionaliter sunt.  74. Et confirmat hoc expositio ipsa analogiæ ab Aristotele, Auerroe et S. Thoma in I Ethic. posita. Exponunt enim quod bonum, seu perfectio, analogice dicitur de uisu et intellectu, quia sicut uisus in corpore, ita intellectus in anima perfectio est. Constat autem, quod non est intelligibile hoc se habere sicut illud, nisi utrumque extremorum percipiatur. Necessario igitur uidetur, unum analogatorum secundum analogi nomen per aliud definiendum esse.  75. Ut autem liqueat huius ambiguitatis solutio, recolendum est analoga hæc dupliciter inueniri, scilicet proprie et metaphorice. Diuersimode enim hæc se habent ad propositam quæstionem. In analogia siquidem secundum metaphoram, oportet unum in alterius ratione poni, non indifferenter; sed proprie sumptum, in ratione sui metaphorice sumpti claudi necesse est; quoniam impossibile est intelligere quid sit aliquid secundum metaphoricum nomen, nisi cognito illo, ad cuius metaphoram dicitur. Neque enim fieri potest, ut intelligam quid sit pratum in eo quod ridens, nisi sciam quid significet risus nomen proprie sumptum, ad cuius similitudinem dicitur pratum ridere.  76. Est autem huius ratio radicalis, quia analogum metaphorice sumptum, nihil aliud prædicat, quam hoc se habere ad similitudinem illius, quod absque altero extremo intelligi nequit. Et propter hoc huiusmodi analoga prius dicuntur de his, in quibus proprie saluantur, et posterius de his, in quibus metaphorice inueniuntur et habent in hoc affinitatem cum analogis secundum attributionem, ut patet. 77. In analogia uero, in qua nominis saluatur proprietas, nullum analogi membrum per alterum definiri oportet, nisi forte gratia materiæ, ut S. Thomas in qq. de Verit., q. 2, a. 11 docuit. Sunt enim analogatorum rationes secundum analogi nomen quodammodo mediæ inter analoga secundum attributionem, et uniuoca. In analogis enim secundum attributionem, primum definit reliqua. In uniuocis uero neutrum alterum definit, sed unius definitio est completa alterius definitio, et e conuerso. In analogis autem neutrum alterum definit; sed unius definitio est proportionaliter alterius definitio. Et loquimur semper de ratione secundum nomen commune. Verbi gratia, in definitione cordis, secundum quod principium animalis, non ponitur fundamentum secundum quod principium domus, nec e conuerso; sed eadem proportionaliter est principii ratio utrobique, ut Commentator ubi supra dicit. Duabus autem opus est distinctionibus uti in hac re: ea scilicet, quæ in logica, traditur de actu signato et exercito; et ea quæ a metaphysico ut plurimum tractatur, de ordine rerum sub uno nomine ex parte rei, et ex parte impositionis nominis. 79. Ex prima siquidem distinctione scimus duo. Primo, quod sicut animal dictum de homine et de equo importans uniuocationem in actu exercito, non prædicat de homine totum hoc, scilicet naturam sensitiuam eamdem omnino secundum rationem naturæ sensitiuæ equi et bouis, sed naturam sensitiuam simpliciter; quam tamen ad hoc, quod uniuoca sit prædicatio, oportet omnino esse eamdem secundum rationem naturæ sensitiuæ equi et bouis, - ita ens importans proportionalitatem in actu exercito, non prædicat de quantitate totum hoc, scilicet habens se ad esse sic proportionaliter sicut substantia, aut qualitas ad suum esse; sed habens se ad esse sic absque alia additione; quod tamen oportet, ad hoc quod analoga sit prædicatio, idem proportionaliter esse cum altero, sic se habere ad esse quod de substantia aut qualitate ens prædicat. 80. Secundo, quod sicut ex declaratione, qua manifestatur animal esse uniuocum, quia dicit unam et eamdem omnino rationem in omnibus, non fallimur, nec confundimur, nec uagamur circa hominis et bouis secundum animalis nomen rationem; sed quiescimus, intuentes quod animal exercet, quod uniuocorum definitio et expositio significat: - ita ex hoc, quod declaratur ens aut bonum, aut quodcumque aliud esse analogum, quia dicit rationes plures easdem proportionaliter, et importat hoc se habere quemadmodum proportionaliter illud se habet ad esse uel appetitum etc., non debemus turbari et inquirere in analogi nominis (puta boni) ratione significationem istam; sed sat sit, distinguendo inter actum signatum et exercitum, inspicere quod analogi nominis ratio id exercet, quod analogi ratio et declaratio significat. 81. Ex his autem duobus patere iam potest intentum, quod scilicet non oportet unum analogiæ membrum per alterum definire, ex eo quod analogum significat ea esse eadem proportionaliter, quoniam hæc in actu exercito significat. 82. Ex secunda uero distinctione scimus, non solum - quod præposterus est ordo rerum et significationum quandoque sub nomine analogo, ita quod prior secundum rem ratio, posterior interdum significatione est (ut de ente et bono et aliis huiusmodi communibus Deo et creaturis accidit: ratio enim quam in Deo quodlibet horum ponit, significatione quidem posterior, re autem prior est); et quod propter alterum horum dicitur analogum prædicari de suis analogatis secundum prius et posterius ipsam analogi rationem. - Sed etiam scimus, quod quando ratio, quam ponit analogum in uno, ex ratione quam in altero ponit, exponitur: non ideo fit, quia unum in alterius ratione cadat; sed quia unius ratio posterior altera est significatione; et per priorem, utpote notiorem declaratur: ut S. Thomas in I p., q. XIII, art. 2 fecit: declarans quod, dicendo: Deus est bonus: sensus est, id quod bonitatem in creaturis dicimus, præexsistit in Deo proportionaliter etc. Et eadem intelligendum est ratione fieri, si posterior secundum rem per priorem declaretur. Non definit ergo analogum secundum unam rationem, seipsum secundum alteram, licet exponat et declaret. 83. Obiectionibus autem in oppositum, quamuis ex dictis satisfactum sit, formaliter responderi potest, quod cognosci aliqua ut eadem proportionaliter, seu hoc se habere sicut illud, dupliciter contingit. Uno modo formaliter, idest quoad relationem identitatis et similitudinis, et sic absque extremis cognitio hæc haberi non potest. Alio modo fundamentaliter, et sic in ratione unius non cadit reliquum; sed ratio unius est ratio alterius omnino, uel proportionaliter. Constat autem quod analogum nomen, puta ens aut bonum, non relationem identitatis aut similitudinis significat, sed fundamentum; et ideo obiectiones quæ iuxta primum sensum procedunt, nihil concludunt contra intentum. Patet autem facillime, hæc esse uera exempla de uniuocis, ponendo et applicando ad identitatem uniuocationis. Significat namque nomen uniuocum plura, in quantum eadem sunt uniuoce, seu secundum rationem omnino. Et identitatis relatio in nullo extremorum absque altero intelligibilis est. QUALIS SIT IN ANALOGO COMPARATIO. Difficultas etiam non parua, quæ multos inuasit ac superauit, de comparatione in analogo, dilucidanda est. Creditum enim est a quibusdam, quod non posset, analogia posita, sermo ille nisi extorte exponi, quo unum analogatum magis aut perfectius tale secundum analogi nomen diceretur. Verbi gratia: substantia est magis, aut perfectius ens quam quantitas. Moti sunt autem ex eo, quod comparatio in uno communi, utrinque facienda est, etiam secundum grammaticos; quod in analogo non inueniri uidetur. Et potest formari ratio pro eis talis: Aut comparantur analogata in una communi eis ratione, aut in suis rationibus. Non in ratione communi: quia illa analogum caret; nec in rationibus propriis: quia tunc falsum est, substantiam magis esse ens quam quantitatem. Non enim minus aut imperfectius quantitas est sua ratio, quam ens in ea ponit, quam substantia sua etc. Nullo igitur modo uidetur comparationem cum analogia saluari posse. 86. Succumbitur autem difficultati huic, quia proprium comparationis fundamentum non consideratur. Fundatur enim super identitate seu unitate rei, in qua fit comparatio, et non super modo identitatis aut unitatis; sicut de intentione superioritatis prædictum est. Unde cum analogum ex dictis constet rem unam, licet proportionaliter, dicere; nihil prohibet in ipso comparari analogata, licet non eo modo, quo uniuoca fit comparatio. Ad comparationem siquidem cum requirantur et sufficiant hæc tria: scilicet distinctio extremorum, et identitas eius, in quo fit comparatio, et modus essendi illius in extremis, scilicet eaque, uel magis aut minus perfecte; sub identitate autem seu unitate, proportionalis unitas seu identitas contineatur, consequens est, quod si in diuersis idem proportionaliter eaque uel magis aut minus perfecte esse habet, comparatio secundum illud proportionale fieri possit, comparatione non uniuoca, sed analoga. 88. Sicut enim, quia natura sensitiua est in boue, et illamet omnino secundum rationem est in homine, et perfectius esse habet in homine quam in boue: homo perfectius animal boue dicitur, uniuoca comparatione; sic quia sic se habere ad esse est in substantia, et hoc idem proportionaliter est in quantitate, et imperfectius esse habet in quantitate quam in substantia: dicitur substantia magis seu perfectius ens, quam quantitas, analoga comparatione. Unde S. Thomas in art. 7, quæst. VII de Potentia Dei, tripliciter comparationem fieri docens, duos modos analogicæ comparationis ponit: aperte ex hoc insinuans, comparationem non solum super identitate numerali, specifica aut generica fundari, sed etiam proportionali. 89. Modi autem comparationis ibidem traditi sunt, hi scilicet secundum solam quantitatem rei participatæ: et sic unum album dicitur altero albius. Vel extendendo, propter præsens propositum, hunc modum ad omnem comparationem uniuocam, dicatur quod primus attenditur secundum quantitatem rei participatæ, eiusdem omnino secundum rationem, siue illa ratio sit specifica, siue generica: ut calidum magis calidum altero dicitur, et homo perfectius animal leone est. 90. Secundus uero modus attenditur secundum quod res aliqua in uno inuenitur participatiue, in altero uero est per essentiam: quemadmodum homo Platonicus longe perfectior homo esset nobis. Et abstractione intellectus utendo, quemadmodum bonitas longe melior est quocumque bono, quod participatiue bonum dicitur. 91. Tertius autem modus attenditur secundum quod res aliqua in uno inuenitur formaliter et secundum se, in altero autem uirtualiter et eleuatum ad rem superioris ordinis. Quemadmodum dicitur quod sol est magis calidus quam ignis; uel quod calor perfectius esse habet in sole, quam in igne. Nec est dubium hos duos modos uniuocam comparationem impedire, ut S. Thomas ibidem dicit, et Aristoteles in I Ethic. de primo modo testatur: ubi bonum commune non uniuoce, sed secundum proportionalitatem dicendum docet, bonitati separatæ et bonis cæteris per participationem. Patet igitur ex his, eadem proportionaliter ut sic esse comparabilia; quamuis, physice loquendo, in sola specie aut genere comparatio fiat. 93. Ad obiectionem autem in oppositum, dicitur quod utroque modo in analogis comparatio fit. Comparantur siquidem analogata, puta substantia et quantitas, in ratione una et communi proportionaliter, quam analogi nomen, puta ens, dicit, et addit supra analogata, ut ex dictis patet. Et comparantur secundum suas rationes, secundum tamen analogi nomen, quæ earum sit perfectior, secundum quod dicimus substantiam esse perfectius ens quantitate; quia ratio entis in substantia perfectior est ratione entis in quantitate. Ita quod iuxta istam comparationem est sensus: Substantia habet, secundum entis nomen, perfectiorem rationem quam quantitas; et non quod substantia est magis aut perfectius substantia quam quantitas sit quantitas, ut quidam somniare uidentur. 94. Unde comparatio ista extenditur usque ad analoga secundum attributionem, licet in tali analogia non nisi abusiue comparatio fieri possit. Dicimus enim quod ens reale est magis et perfectius ens ente rationis, quod per attributionem ad illud ens dicitur in IV Metaph. text. com. II; quia ens reale habet, secundum entis nomen, perfectiorem rationem. Iuxta quem modum, si usus admitteret, diceremus: animal est magis sanum urina; quia perfectiorem secundum sani nomen rationem habet. QUALIS SIT ANALOGI DIVISIO ET RESOLUTIO 95. Qualiter autem analogum diuidendum sit, ex dicendis manifestum est. Potest siquidem trifariam analogi diuisio intelligi. Primo, ut diuidatur uox in suas significationes. Dictum est enim, quod analogum plures rationes significat immediate, et hæc diuisio conuenit sibi, in quantum æquiuocum quoddam est. Secundo, ut diuidatur significatum eius in quasi membra eius: eo modo quo eius, quod proportionaliter unum est, sic et sic proportionatum, membra dici possunt. Dictum est enim, quod analogum non ita diuersas rationes significat, quin significet unam rationem proportionaliter. Omnes namque rationes analogo nomine immediate significatæ eædem proportionaliter sunt. Ratio autem una proportionaliter, cum constituatur ex pluribus rationibus proportionalibus, in eas secari potest. Hæc autem non est diuisio analogi in sua analogata: quoniam rationes hæ in ipsius analogi ratione intrinsece clauduntur, et analogata ea sunt, in quibus rationes illæ saluantur, et non ipsæ rationes. Entis enim analogata sunt substantia et quantitas, et non rationes entis in substantia et quantitate. Rationes enim ut dictum est, analogæ sunt. 97. Unde tertio modo potest diuidi analogum, diuidendo significatum eius in sua analogata per diuersos modos, quibus analogi rationem proportionalem analogata ipsa diuersimode suscipiunt: ita quod diuisum est significatum unum proportionaliter, diuidentia sunt modi fundantes et facientes in analogatis proprias proportiones, secundum quas fit analogia; constituta autem per diuisionem, ut partes subiectiuæ, sunt analogata ipsa. Verbi gratia: quando ens diuiditur in substantiam et quantitatem, diuisum est ratio entis nomine significata, quæ omnes in se entis nomine significatas rationes claudit, utpote una proportionaliter; diuidentia sunt substantiuum et mensuratiuum, seu per se et in alio, sicut ex quibus substantia et quantitas habent quod diuersas entis rationes subintrent; partes autem subiectiuæ sunt substantia et quantitas, quæ in entis ratione analogantur. Et quia hæc est propria analogi diuisio, idcirco distincte explicandum est, quomodo differat diuisio hæc ad uniuoca. Tripliciter siquidem differunt. Primo ex parte diuisi: quia diuisione uniuoca unum omnino secundum rationem secatur; hic autem unum proportionaliter. 99. Secundo ex parte diuidentium: quia differentiæ secantes genus, extra genus sunt; modi autem secantes analogum, in ipsius analogi ratione clauduntur, quemadmodum ipsa analogata (ut in capitulo de abstractione declaratum est); propter quod in III Metaph. text. comm. X ens genus esse negatur. 100. Tertio ex parte ipsarum partium subiectiuarum, quæ per diuisionem fiunt: quia partes diuisionis uniuocæ, licet ordinem habeant secundum se, et originis: ut dualitas est prior trinitate; et perfectionis: ut albedo est perfectior nigredine; tamen secundum diuisi rationem, puta numeri, aut coloris, neutra altera prior, aut posterior est; sed omnes æqualiter in diuisi ratione communicant. Analogata uero, quæ analoga diuisione constituuntur, non solum secundum se, sed etiam in ipsius analogi quod diuiditur ratione ordinem habent; et aliud prius aliud posterius est; adeo ut in uno eorum, tota ratio diuisi saluari dicatur; in alio autem imperfecte et secundum quid. Quod non est sic intelligendum quasi analogum habeat unam rationem, quæ tota saluetur in uno, et pars eius saluetur in alio. Sed cum totum idem sit quod perfectum, et analogo nomine multæ importentur rationes, quarum una simpliciter et perfecte constituit tale secundum illud nomen, et aliæ imperfecte et secundum quid: ideo dicitur, quod analogum sic diuiditur, quod non tota ratio eius in omnibus analogatis saluatur, nec æqualiter participant analogi rationem, sed secundum prius et posterius. 101. Cum grano tamen salis accipiendum est, analogum simpliciter saluari in uno et secundum quid in alio. Sufficit enim hoc uerificari: uel absolute, ut patet in diuisione entis in substantiam et accidens; (illa enim absolute loquendo dicitur ens simpliciter, hoc autem secundum quid); uel in respectu, ut patet in diuisione entis in Deum et creaturam. Utrumque enim licet ens simpliciter sit et dicatur, absolute loquendo; creatura tamen in respectu ad Deum, ens secundum quid, et quasi non ens est et dicitur. 102. Circa resolutionem autem analogatorum, sciendum est: quod cum uniuersaliter, primum in compositione sit ultimum in resolutione, et per diuisionem in ea, quæ actu in aliquo sunt resolutio fiat: eodem modo resoluenda sunt analogata in suum analogum, quo cætera resoluuntur, scilicet utendo diuisione prædicta (quæ uocatur diuisio in partes essentiæ uel rationis), et a posterioribus secundum consequentiam ad priora procedendo, si longa esset resolutio facienda. Ad rationem autem analogi cum deuentum fuerit, singulis analogatis in suas rationes secundum analogi nomen resolutis: cum illa analogi ratio ex multis constituatur rationibus, ordinem inter se et proportionalem similitudinem habentibus: uel ordinate ad primam resolutio fiat, ueniendo semper ad similius et propinquius primæ, et id, in quo dissimilitudo est, relinquendo. Vel si non sic ordinatas inter se contingit esse rationes illas, ad primam omnes modo prædicto reducendæ sunt. Ordinem enim ad primam nulla subterfugere potest. Nec refert in proposito, an fiat resolutio ad rationem primam, significatione, uel secundum rem. Intelligenda enim sunt hæc in suo ordine, scilicet, significationum aut rerum. QUALITER DE ANALOGO SIT SCIENTIA . Visum est autem quibusdam de analogo scientiam esse non posse, nisi quemadmodum de æquiuocis scientia habetur: eo quod plures rationes dicit licet similes. Imo fallaciam æquiuocationis committi in syllogismis, in quibus, analogo pro medio sumpto, certum analogatum subsumitur, (nisi forte gratia materiæ bonus esset processus) astruunt ex eadem ratione. Nec posse ex unius analogati ratione, secundum analogi nomen, concludi alterum analogatum tale formaliter esse; sed semper prædictum incidere uitium, ratione prædicta, confirmant. Verbi gratia: si ponamus sapientiam esse analogice communem Deo et homini, ex hoc quod sapientia, in homine inuenta, secundum formalem rationem præcise sumpta, dicit perfectionem simpliciter: non potest concludi: ergo Deus est formaliter sapiens, sic arguendo: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est perfectio simpliciter; ergo etc. Minor enim distinguenda est: et si ly sapientia pro ratione sapientiæ, quæ est in homine stat, argumentum est ex quatuor terminis: quia in conclusione, sapientia stat pro ratione sapientiæ quam ponit in Deo, cum concluditur: ergo sapientia est in Deo. Si autem pro ratione sapientiæ in Deo, stat in minore; non concluditur, ex perfectione sapientiæ creatæ, Deum esse sapientem; cuius oppositum et philosophi et theologi omnes clamant. 106. Decipiuntur autem isti, Scotum (cuius est ratio hæc I Sent., dist. 3, q. I) sequentes: quia in analogo diuersitatem rationum inspicientes, id quod in eo unitatis et identitatis latet, non considerant. Rationes enim analogi (ut superius etiam diximus) possunt dupliciter accipi: Uno modo secundum se, in quantum ab inuicem distinguuntur, et ea quæ conueniunt eis ut sic, seu ex hoc. Alio modo in quantum eadem sunt proportional iter. Primo modo acceptæ, uitium æquiuocationis inducerent, si quis eis uteretur, ut patet. Secundo autem modo eis utendo, peccatum nullum incurritur: eo quod quidquid conuenit uni, conuenit et alteri proportionaliter; et quidquid negatur de una, et de altera negatur proportionaliter: quia quidquid conuenit simili, in eo quod simile, conuenit etiam illi, cui est simile, proportionalitate semper seruata. Unde si ex immaterialitate animæ, concluditur eam esse intellectualem; ex immaterialitate proportionaliter posita in Deo optime concluderetur, Deum esse intellectualem proportionaliter: ut quantum immaterialitas illa excedit istam, tantum intellectualitas illa excedit istam etc. Propter quod S. Thomas in quæstione II De Potentia Dei, art. 5, analogata omnia sub una analogi distributione cadere dixit. Et merito, quia unitas analogiæ non esset in coordinatione unitatum numeranda, nisi unum proportionaliter, unum esset affirmabile et negabile, et consequenter distribuibile et scibile, ut subiectum, et medium, et passio. Unde ad obiecta in oppositum dicitur, quod quia, ut in II Elenchorum cap. X dicitur, æquiuocatio latens in huiusmodi proportionalibus peritissimos etiam latet: ideo oportet, huiusmodi analogis nominibus utendo ex parte unitatis, semper modum proportionalitatis subintelligi; aliter in uniuocationem lapsus fieret. Nisi enim præ oculis haberetur proportionalitas, cum dicitur immateriale omne esse intellectuale, tamquam uniuoce dictum acciperetur, et latens æquiuocatio non uisa obreperet. 109. Proportionalitate autem seruata, de analogis scientiam esse: et diui Thomæ processus de bono et uero et aliis huiusmodi, et quotidianum conuincit exercitium. Testatur quoque demonstratiuæ artis pater Aristoteles, in II Poster., cap. XIII incipiente: Ut habeamus autem proposita (uel problemata) analogum causam adæquatam esse alicuius passionis, et in medium oportere quandoque a demonstratore assumi, dum uenationem propter quid docens, inquit: « Amplius alius modus est secundum analogiam eligere. Unum enim idem non est accipere quod oportet uocare sepion, et spinam, et os. Sunt autem quæ sequuntur et hoc, tamquam natura una huiusmodi exsistente ». Et sequenti cap. ait: « Secundum autem analogiam eiusdem, et medium se habet secundum analogiam ». In quibus uerbis non solum docuit, analogum ut medium assumi quandoque in demonstrationibus; sed etiam ipsum non esse unum in se expressit, et cum hoc habere passionem adæquatam, ac si unius esset naturæ. 110. Nec impedit analogia hæc processum formalem ad concludendum de Deo et creaturis prædicatum aliquod eis commune: quoniam accepta sapientiæ ratione, et segregatis ab ea per intellectum eis, quæ sunt imperfectionis, ex hoc quod id, quod est sibi proprium formaliter sumptum, perfectionem absque imperfectione claudit, concluditur ergo sapientiæ ratio non omnino alia, nec omnino hæc, sed hæc proportionaliter est in Deo: quia similitudo inter Deum et creaturam non est uniuoca, sed analoga. Nec pari ratione potest concludi, Deum esse lapidem proportionaliter: quia ratio lapidis formaliter sumpta, quantumcumque expoliata, imperfectionem aliquam claudit, quæ prohibet tam ipsam secundum se, quam ipsam proportionaliter in Deo reperiri, nisi metaphorice: quemadmodum dictum est: Petra autem erat Christus. Unde, cum fit huiusmodi processus: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est perfectio simpliciter; ergo etc.; in minore ly sapientia non stat pro hac uel illa ratione sapientiæ, sed pro sapientia una proportionaliter, idest, pro utraque ratione sapientiæ non coniunctim uel disiunctim; sed in quantum sunt indiuisæ proportionaliter, et una est altera proportionaliter, et ambæ unam proportionaliter constituunt rationem Significantur enim analogo nomine in quantum eædem sunt; unde non oportet analogum distinguere, ad hoc quod contradictionem fundet, et enuntiationis subiectum, aut prædicatum fiat; sed ratione identitatis preportionalis in se clausæ, et quam principaliter dicit, ex se ad hoc sufficit. Contradictio enim dicitur consistere in affirmatione et negatione eiusdem de eodem etc., et non in affirmatione et negatione uniuoci de eodem uniuoco. Identitas siquidem tam rerum quam rationum, ut pluries replicatum est, ad identitatem proportionalem se extendit. Ex hoc autem apparet, Scotum in I Sent., dist. 3, q. I, uel male exposuisse conceptum uniuocum uel sibi ipsi contradicere: dum, uolens uniuocationem entis fingere, alt: « Conceptum uniuocum uoco, qui ita est unus, quod eius unitas sufficit ad contradictionem, affirmando et negando ipsum de eodem ». Et sic uniuocum uult esse ens. Si enim identitas sufficiens ad contradictionem, uniuocatio dicitur; constat quod, ponendo ens esse analogum, et secundum proportionalitatem tantum unum, satisfiet uniuocationi: quod scoticæ doctrinæ aduersatur, tenenti ens habere conceptum unum simpliciter, et omnino indiuisum, (ut de uniuocis diximus). Si autem non omnis talis identitas sufficit ad uniuocationem, non recte igitur uniuocatio conceptus declarata est esse eam, quæ ad contradictionem sufficit, quasi proportionalis identitas ad hoc non sufficiat. DE CAUTELIS NECESSARIIS CIRCA ANALOGORUM NOMINUM INTELLECTUM ET USUM. Quia uero Aristoteles in prædicta ex Elenchis auctoritate, doctissimos uiros circa horum nominum conceptus errare dicit, ob latentem eorum unitatis modum: idcirco necessarium fore duximus, in fine huius tractatus cautelas quasdam tradere, quibus possit se quis ab errore multiplici in re hac præseruare. Cauendum est igitur in primis, ne ex uniuocatione ipsius nominis analogi respectu quorumdam, credamus simpliciter ipsum esse uniuocum: omnia enim fere analoga proprie, prius fuerunt uniuoca, et deinde extensione, analoga communia proportionaliter illis quibus sunt uniuoca et aliis uel alii, facta sunt. Sapientiæ enim nomen primo impositum est humanæ sapientiæ, et uniuocum omnium hominum sapientiis erat. Deinde, ad diuinæ naturæ cognitionem ascendentes, proportionalemque similitudinem inter nos ut sapientes et Deum contemplantes, sapientiæ nomen extenderunt ad id in Deo significandum, cui nostra sapientia proportionalis est; sicque uniuocum nobis, analogum factum est nobis et Deo. Et similiter de aliis accidit. Falli autem contingit faciliter ex hoc, quia illa ratio prior, utpote notior et familiarior et prior quoad nos, semper profertur ab illustribus uiris, et ab eorum sequacibus, cum analogi significatio quæritur; et dicitur esse tota analogi ratio, pro qua simpliciter prolatum stat, et omnia analogata illam participare: ut patet cum sapientiæ ratio redditur. Assignatur enim differentialis eius conceptus pro ratione, secundum quam communis ponitur Deo et creaturis. Et similiter est in aliis. Creditur enim ex hoc, quod illa sit ipsa analogi ratio, et incaute uniuocatio acceptatur: non enim illa ratio est ratio analogi, sed eius origo quoad nos; quoniam non illa, sed illa proportionaliter in altero analogato inuenitur, ut ex dictis patet. Cauendum secundo est, ne nominis unitas, aut diuersitas rationum, analogam unitatem obnubilet; hoc enim tamquam quoddam accidens, in re hac suscipiendum est. Nihil enim minus analogice idem sunt sepion, os, et spina, unum non habentia nomen, quam si unum nomen haberent. Nec magis idem essent, si unum nomen haberent, et tamen si communi nomine ossa uocarentur, ita quod defectu uocabulorum, uel rerum proportionali similitudine ossis nomen ad cætera extensum esset, crederemus eiusdem esse naturæ et rationis, ossa, sepion, et spinas. Præsertim quia, ut dictum fuit, ad ea quæ sunt proportionaliter eadem, consequuntur passiones tamquam si eorum esset natura una. Cauendum tertio est, ne uocalis unitas rationis analogi nominis mentem inuoluat. Ex eo namque uerbi gratia, quod principium dicitur esse id ex quo res fit, aut est, aut cognoscitur; et hæc ratio in omnibus quæ principia dicuntur, saluatur: principii nomen uniuocum creditur. Erratur autem, quia ratio ipsa non est una simpliciter, sed proportione et uoce. Vocabula enim, ex quibus integratur, analoga sunt, ut patet; neque enim fieri, neque esse, neque cognosci, neque ly ex unius omnino est rationis, sed proportionalis saluatur. Et propterea ratio illa in omnibus utpote proportionalis saluatur: sicut et principii nomen proportionaliter commune dicitur. 119. Cauendum demum est, ne diuersa doctorum dicta de analogis nos perturbent. Considerandum quippe est quod, quia analogum medium inter uniuocum et æquiuocum est, et medium extremorum naturam sapiens: ad alterum comparatum, alterum induit; adeo ut quando medio, secundum id quod de uno extremo habet, utimur, illius extremi conditiones ei attribuamus, ut in V Physic., text. comm. 6 et 52 patet. Ideo plerumque doctores utentes analogo ex parte unitatis, quam ex uniuocis participat, uniuocorum non solum conditiones, puta abstractionem, indistinctionem, etc. sed etiam nomen ei attribuunt. Utentes uero analogo ex parte diuersitatis, quam ex æquiuocis trahit, conditiones quoque supradictis oppositas, et nomen illi imponunt æquiuoci. 120. Et ut de multis pauca dicantur, Aristoteles in II Metaph., text. comm. 4, ens et uerum uniuoca uocat; quia ex parte identitatis illis utitur, ut processus suus aperte ostendit. S. Thomas quoque pluries dicit, in ratione alicuius analogi, puta paternitatis communis diuinæ et humanæ paternitati, omnia contenta esse indiuisa et indistincta; et quod paternitas, uerbi gratia, abstrahit a paternitate humana et diuina: quia utitur analogo ex parte identitatis. 121. Nec tamen falsæ sunt aut abusiuæ prædictæ utriusque locutiones et similes; sed amplæ potius et largæ, quemadmodum pallidum nigro contrarium est et dicitur. Saluatur siquidem in analogis identitas nominis et rationis, in qua (ut ex dictis patet) non solum analogata, sed etiam singulæ analogi rationes uniuntur, et quodammodo confunduntur, utpote abstrahentes aliqualiter ab earum diuersitate. Rursus pater Aristoteles in I Physic., ex parte diuersitatis ente utens contra Parmenidem et Melissum, multiplex seu æquiuocum, (ut ipsemet illum textum sic exponendum specialiter in II Elenchorum tradit) uocauit. Unde et Porphyrius, Aristotelem dicere ens esse æquiuocum accepisse uidetur, utens ente ex parte diuersitatis. Quod tamen Scotus, in I Sent., dist. 3, q. 3, in Logica Aristotelis non inueniri ideo dixit: quia prædictos textus non coniugauit. Propter quod, ibidem quoque contra textum, glossauit principium Aristotelis contra Parmenidem in I Physic., text. comm. 13, ut in Elenchis (ut dictum est) clare patet. Thomas etiam, ens prius non esse primo analogato, nihilque Deo prius secundum intellectum esse, dicit pluries: utens analogo ex parte diuersitatis rationum eius. Quælibet siquidem eius ratio secundum se, quia proprium analogatum in se claudit, et in sui abstractione illud secum trahens, cum illo conuertitur, ut supra diximus: ideo prior secundum consequentiam, aut abstractior suo analogato negatur. Ac per hoc, primo analogato et Deo nihil est prius: quia eius ratio secundum analogi nomen, quæ ipso prior secundum se non est, sed conuertitur, cæteris prior est rationibus. Cum his tamen stat, quod ratio illa in Deo ut eadem est proportionaliter alteri rationi, secundum idem nomen superior, et secundum consequentiam prior logice loquendo sit, ut ex dictis patet. Dico autem logice: quia physice loquendo, analogum nec est prius secundum consequentiam omnibus analogatis (quia ab eorum propriis abstrahere non potest, quamuis ut saluatur in uno sit prius altero), nec potest esse sine primo analogato, ubi analogata consequenter se habent. 125. Unde si quis falli non uult, solerter sermonis causam coniectet, et extremorum conditiones medio applicaturum se recolat; sic enim facile erit omnia sane exponere, et ueritatem assequi, quæ a prima est Veritate. Cuius cognitio ex hoc exaltetur et firmetur Opusculo. Completo in conuentu S. Apollinaris, Papiæ suburbio, EXPLICIT TRACTATUS DE NOMINUM ANALOGIA. Gætano. V.. Caietanus Vio. Cajetano Vio. Cætano Vio. Gætano Vio. Al secolo: Giacomo De Vio. Jacopo De Vio. Tommaso De Vio. Cardinal Cætano. Cardinal Gætano. Tommaso De Vio da Gæta, detto il Gætano. COMMENTARIO di V. Sulla INTERPRETAZIONE del LIZIO. THOMÆ DE VIO CAIETANI ORDINIS PRÆDICATORUM S. R. IN E. CARDINALIS COMMENTARIA RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENDE INTERPRETATIONE EIAS AD LECTOREM Humano: capiti cervicem. nitor. equinam Addere: da veniam, si nova monstra iuvant. —H— LECTIO (Cano. CarrTANt lect. 1). DE NUMERO ET HABITUDINE ENUNCIATIONUM IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST ET SUBIICITUR NOMEN FINITUM UNIVERSALITER SUMPTUM, VEL NOMEN INFINITUM, ET IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM: ADIECTIVUM Ὁμοίως δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος κατάφάσις" olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται συναληθεύειν: ἐνδέχεται δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος, ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ ἔστι δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος" ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ χωρὶς ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος χρώμεναι. "Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει, olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει καὶ βαδίζει, ἐπὶ τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι προσήπτετο; olov, ὑγιαίνει à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος, ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν, τῷ ἄνθρωπος προσθετέον" τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος" ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ μὴ καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει; ὅτι χαθόλου τοῦ ὀνόματος κατάφασιν 7) ἀπόφασιν. : Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ προστιθέναι" * Similiter autem se habent, et si universalis nominis sit affirmatio; ut est, omnis homo iustus est; negatio huius, non omnis est homo iustus, omnis est homo non iustus, non omnis est homo non iustus. Sed non similiter angulares contingit veras esse; contingit autem aliquando. Hæ igitur duæ oppositæ sunt. Aliæ autem duæ ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum aliquod additum; ut, est iustus non homo, non est iustus non homo; est non iustus non homo, non est non iustus non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra illas, ipsæ secundum se erunt, ut nomine utentes eo, quod est non homo. In his vero, in quibus, est, non convenit ut in eo. quod est valere vel ambulare, idem faciunt sic positum, ac si, est, adderetur, ut, sanus est omnis homo, non sanus est nus omnis homo; sanus est omnis non homo, non sæst omnis non homo. Non enim dicendum est, non omnis homo; sed, non, negationem ad id quod est homo addendum est; omnis enim non universalem significat, sed quoniam universaliter. Manifestum est autem ex eo quod est, valet homo, non valet homo; valet non homo, non valet non homo. Hæc enim ab illis differunt, eo quod universaliter non sunt. Quare omnis vel nullus nihil significant aliud, nisi quoniam universaliter de nomine, vel affirmant vel negant. Ergo et cætera eadem oportet apponi. * Seq. cap. x. II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen infinitum non universaliter sumptum, hic S * Ed. c: indefinitas. * * Num. 4. Num. 8. intendit distinguere enunciationes, in )quibus subiicitur nomen finitum univerCsaliter sumptum. Et circa hoc tria facit: primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas * supra positas; secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non similiter * etc. ; tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2. * Lib. II, lect. ui, n. 5. Ammonius. Porphyrius. * Lect. xi, n. 5, seq. * Ed. c: quam sura posuimus. orphyrius. et * etc. Dicit ergo primo quod: similes sunt enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Quoad primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis * erant duæ oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii. Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: affirmativæ inferunt negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ, sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fierit enim tunc quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis bomo est iustus, et eius negatio quæ est, non ommis bomo est iustus; et duæ de prædicato infinito, scilicet omnis bomo. est non iustus, et eius negatio quæ est, non omnis bomo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus sermonem fecit, ita nunc de afhrmationibus universalibus sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum est * 3. Quod autem similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo res clara prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supta posita est * in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de prædicato infinito, Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura, sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem: Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas ; finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non similiter angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas universales et supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares ex enunciationes in utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam finitam uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in qualitate similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant, dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et universales. Angulares enim indefinitae tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum possunt esse simul verae, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt im materia contingenti : in materia enim necessaria et remota * impossibile est esse ambas veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus, expositio. 6. Herminus * autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum: et. oppositionum, oppositiones. tàmen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem. indefinitarum infinitas numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet inter finitas affrmativanr et negativam, et alteram inter affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam et particularem negativam finitam, scilicet. Ammonius. Porphyrius. * Cf. lib. 1, lect. xut, n. 3. Boethius. *Edd. Hermenius, Cf. lib. IL, lect. n, not. 0. . omnis bomo est iustus, hon omnis bomo est iustus, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et,Sub ista universalis affirmativa de prædicáto privativo, LI hoc modo: Figura indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo non ést iniustus Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo est iniustus Figura universalium Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non omnis homo est non iustus — Omnis homo est iüstus Nón omfis homo est iniustus. — — 'Ornnis homo est iniustus a) Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad commentaria s.Thomæ in secundum librum Peri hermeneias, quod Caietanus complevit anno 1496, impressum est eodem anno in ed. Veneta c Peri hermeneias et Posteriorum analyticorum. Quocirca dd istam exegimus præet alteram inter eamdem universalem affirmativam fini«tam et universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis bomo est iustus, omnis bomo est non iustus. Inter has enim est contrarietàs, inter illas vero contradictio. - Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum supra differentia quæ est inter angulares universalium affirmativas et negativas, sed supra differentia quæ est inter ipsas universalium angulares inter se ex utraque parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali affirmativa finita, universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte cipue hanc nostram eiusdem supplementi editionem. — Editio præfata c incipit: « Deinde cum dicit: Similiter autem se habent etc., intendit » distinguere enunciationes in quibus subiicitur nomen finitum univer» saliter sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc. CAP. X, LECT. III sub particulari negativa finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc modo: ut 89 ly bæ demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent duas oppositiones, alteram inter affirmationem fiOmnis homo est iustus 1 o E S Ξ 8 o 1 Omnis homo est non iustus Homo est justus ESSEEE ENS: Homo est non iustus Non omnis homo Contradictoriæ e fe * s 4? 9, * $ « 9 *, 9 οι ἊΨ Contradictoriæ $9 .* EM ?, IX x : ? e ^e, * ] est iustus [ o A H E δ s F1 ys r Non omnis homo est non iustus Homo non est justus Homo non est non iustus Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias. Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad *Par. fo et Ven.1557: * 1557 Edd. Ven. c et 1526 omitt. nom, sed erronee. —. Herminus. IT ante EXPERS, Mrd ope UR Me RN EE NRI EET Rer METCUNERE veritatem, sed ex altera parte necessitas deficit illationis. * Si enim incipias ab aliquo universalium et ad suam angularem procedas, veritas universalis non * ita potest esse simul cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ. Et si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis, quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua. particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita potest stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius veritatem: quia licet sequatur: Particularis est vera; ergo sua universalis. contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra : Ista. universalis contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ. 7. Sed. videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et infinitas inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere yolumus, iam. non duas, sed tres oppositiones invenie-, mus; primam inter finitas, secundam inter infinitas, tertiam .quam ipse Herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura etiam quam formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I Priorum formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: Hæc igitur quemadmodum in. Resoluloris dictum. est, sic sunt. disposita. In. Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ aflirmativis, et negativæ negativis. 8. Deinde cum dicit: Hæ igitur duæ etc., concludit numerum propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly bæ demonstret universales, et sic est sensus, quod. hæ universales finitæ et infinitæ habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi Opp. D. Tnuowar T. I. nitam et eius negationem, alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. 9. Deinde cum dicit: Aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo, ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: Magis autem * etc.; tertio, ostendit habitudinem istarum ad alias ; ibi: Hæ autem extra* etc. Ad. evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est.- Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non bomo est.- Quædam vero sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, bomo est iustus, bomo est non iustus.- Quædam autem sunt quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, non bomo est iustus, non bomo est non iustus. Et quia de primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: Aliæ autem sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod est, mon bomo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit a ratione nominis *, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat, esf, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas oppositiones in hoc ordine, sicut et in superioribus fecit. Distinguit etiam istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum finitum, dicens: Ut, non bomo est iustus, non bomo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum: et prædicatum infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non bomo non est non iustus. το. Deinde cum dicit: Magis autem. plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum «est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non. sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio. subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duode| cim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate, et singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut oppositionis ini2 * * * * Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv, n. 13. SPEO 9o tentum clarius videatur. Et sic contra universalem afhrmativam non est ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius II negatio. Ad clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in hac subscripta videatur figura: Primus Socrates est Quidam homo .est Homo est Omnis homo est Socrates non est Quidam homo non est Homo non est Omnis homo non est e Ordo Non Socrates est Quidam non homo est Non homo est Omnis non homo est Secundus Ordo Socrates est iustus Quidam homo est iustus Homo. est iustus Omnis homo est iustus Socrates non est iustus Quidam homo non est iustus Homo non est iustus Socrates est non iustus Non Socrates non est Quidam non homo non est Non homo non est Omnis non homo non est Socrates non est non iustus Quidam homo est non iustus Quidam homo non est non iustus Homo est non iustus — Omnis homo non est iustus Non Socrates est iustus Quidam non homo est iustus Non homo est iustus Omnis non homo est iustus - Non Socrates non est iustus Quidam non homo non est iustus Non homo non est iustus - Tertius Omnis homo est non iustus Ordo Non Socrates est non iustus Homo non est non iustus Omnis homo non est non iustus Non Socrates non est non iustus Quidam non homo est non iustus — Quidam non homo non est non iustus Non homo est non iustus Omnis non homo non est iustus Quod autem plures his non sint, ex eo patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior docet figura. 11. Deinde cum dicit: Hæ autem extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: Ut momine ulenles 60 quod est non bomo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia istæ utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur. Deinde cum dicit: In bis vero in quibus est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; se Num. 13. Num. 16. cundo, respondet cuidam tacitæ quæstioni ; ibi: Non enim dicendum est * etc.; tertio, concludit earum conditiones; ibi: Ergo et cætera eadem * etc. Ad evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur es? secundum adiacens, et eas in quibus ponitur es! tertium adiacens talis est differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones; scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his vero, quæ habent est tertium. adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est.- Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus Non homo non est non iustus Omnis non homo est non iustus — Omnis non homo non est non iustus de tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et es/, quod semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum. Unde idem significant ista, omnis bomo currit, quod ista, omnis bomo est currens. Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum, enunciationes : verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in quibus ponitur esf secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia præter verbum nulla est affirmatio vel negatio *, sicut præter nomen esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de significalionibus, sed de mumero enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ sunt enunciationes in quibus ponitur es? secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur es/, duas oppositiones tantum, alteram inter finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter infinitas quoad subiectum, ut, omnis non bomo currit, omnis non bomo mon currit. ip 13. Deinde cum dicit: Non enim dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam; ibi: Manifestum est autem* etc. Est ergo quæstio talis: Cur negatio infinitans numquam addita est supra signo universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis bomo currit, cur non sic infinitata est, om omnis bomo currit, sed sic, omnis non bomo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen infi* Cf. lib. I, lect. vit, n. 9. * Num. 44. CAP. X, LECT. IIl nitabile debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem et similia signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam. universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis bomo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non bomo. 14. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis et similia non significant aliquod universale, sed quoniam universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere *et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed quoniam umi91 particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino /omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter, per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly ommis in actu exercito, sicut et in T per Posteriorum, in. definitione scire applicationem causæ notavit illud verbum quoniam, dicens: Scire est rem per causam cognoscere, et quoniam. illius est causa.- Ratio autem versaliter; sed illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly ommis, est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly ommis est non aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu, ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur sic. Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR RN enunciationes, bomo currit, et omnis bomo currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale, scilicet ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur de subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim dico, bomo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota humana universitate; cum autem dico, ommis bomo currit, cursum inesse homini pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in textu adducuntur, Scilicet, bomo non currit, respectu suæ universalis universaliter, omnis bomo mon currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. I$. Notato hic duo: primum est quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam universaliter; secundum est, quod addit, de homine affrmant vel negant.- Primi ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis aut secundi insinuat differentiam inter terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute; isti autem ponunt ' significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, bomo albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi hominem distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis bomo currit, non intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus, albus bomo currit, determinamus hominem in seipso esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi enumerata; ideo concludit: Ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem, idest similia istis apponenda sunt. II LECTIO (Can. CarkTANI lect. 11). NONNULLÆ CIRCA EA QUÆ DICTA SUNT DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, ἡ σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον, xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ δίχαιός ἐστιν, ἡ, οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι τις ἄνηρωπος δίκαιος, ἡ ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι, ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ἡ ὁμοίως λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἡ ἀπόφασις, οἷον, ἀρά γε πᾶς ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἀντικειμένη, ἐχείνη δὲ ἡ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ἢ ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν’ ὁ δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος, ἀλλὰ καὶ ἧττον ἠλήθευχέ τι ἢ ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόν’ οὐδὲ ἡ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ἡ) οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ, οὐδεὶς δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ ῥήματα ταὐτὸν Εἰ σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος λευχός. γὰρ Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ ἡ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, ἢ τό, οὐχ ἔστιν φασις ἄνγηρωπος λευκός. ᾿Αλλ’ ἡ ἑτέρα μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἡ ἑτέρα δὲ τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος ἡ αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις, δῆλον. enunciationum, hic intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc 2facit sex secundum numerum. dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod. in universalibus non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare talem, quia, scilicet, * Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect. xt, n. 6. *Cflib.Llec.x, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se; contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras *. Angulares autem negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras *. Et circa hæc duo facit: primo, declarat condin. P: CU*C-3- tones contrariarum et subcontrariarum ; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod angulares * Quoniam vero contraria est negatio ei quæ est, omne animal est iustum, illa quæ significat quoniam, nullum animal est iustum; hæ quidem manifestum est quoniam nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem ipso; his vero oppositæ erunt aliquando: ut, non omne animal iustum est, et, aliquod animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ est, omnis homo est non iustus, illa quæ est, nullus homo est iustus; illam vero quæ est, aliquis homo iustus est, opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus. Necesse est enim aliquem esse. Manifestum est autem etiam, quod in singularibus si est verum interrogatum negare, quoniam et affirmare verum est. Ut, putasne Socrates sapiens est? non. Socrates igitur non sapiens est. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur: vera autem negativa est. Ut, putasne omnis homo sapiens est? non; omnis igitur homo non sapiens est: hoc enim falsum est: sed, non igitur omnis homo sapiens est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero contraria. Illæ vero secundum infinita contraiacentes sunt nomina vel verba, ut in eo quod est, non homo, vel, non iustus, quasi negationes sine nomine et verbo esse videbuntur. Sed non sunt. Semper enim vel veram esse vel falsam necesse est negationem; qui vero dixit, non homo, nihil magis quam qui dicit, homo, sed etiam minus verus vel falsus fuit, si non aliquid addatur. Significat autem, est omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ est, non est omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus non homo est, illi quæ est, nullus est iustus non homo, idem significat. Transposita vero nomina et verba idem significant, ut, est albus homo, et, est homo albus. Nam si hoc non est, eiusdem multæ erunt negationes; sed ostensum est, quod una unius est: eius enim quæ est, est albus homo, negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est, est homo albus, si non eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel ea quæ est, non est non homo albus, vel ea quæ est, non est homo albus. Sed altera quidem est negatio eius, quæ est, est non homo albus; altera vero eius quæ est, est homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur transposito nomine vel verbo, eadem sit affirmatio vel negatio, manifestum est. negativæ sint subcontrariæ; ibi: Sequuntur vero * etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo dictum est quod enunciatio negativa contraria illi affirmativæ universali, scilicet, omne animal estiustum, est ista, nullum animal est iustum ; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum *. 2. Deinde cum dicit: Sequuntur vero etc., declarat quod angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. - Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et universalis negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc universalem nega* * Seq. c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect * citt. CAP., LECT. tivam finitam, wullus bomo est iustus, sequitur æquipollenter illa universalis affirmativa infinita, omnis bomo est non iustus. Secundum vero declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra posita inspicere potes. Unde subdit quod illam párticularem affirmativam finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes, formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et collaterales inter se, hoc modo: Nullus homo T» "poil . est iustus e Ξ 2 E E d 25 o Quidam homo i est lustus Omnis homo Æquivalentes e o C o ΝᾺ . SU o “πᾶ S ow [73 Æquivalentes t est non justus e n ( T [i E" ξ -— $ E o Non omnis homo " est non iustus His siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. 3. Sed est hic unum dubium. In I enim Priorum, in fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali negativa et universali affirmativa infinita. Et superius in hoc Secundo *, super illo verbo: Quarum duæ se babent secundum consequentiam, duæ vero minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur, et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia, et SS. Thomas. * Nempe in primo modo primæ gue eros» syllogisquod inter eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus est quam affirmativa infinita. 'Textus vero I Priorum ultra prædicta loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non concluditur nisi in primo primæ *. Univer93 salis autem negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. 4. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod non refert quoad veritatem si dicatur, ommis bomo est non iustus, aut si dicatur, omis bomo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem. Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates estsapiens ? Si vera est ista responsio, z/.9 ; - Socrates igitur non sapiens est, idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis affirmativæ in| terrogatæ non sequitur vera universalis affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem enunciationi quæsitæ; vera aulem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo est sapiens? Si vera est ista responsio, non; - affirmativa similis interrogatæ quam quis ex hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis bomo est non sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed. inferendum est, igitur non ommis bomo sapiens est.- Et ratio utriusque est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa, reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita primo illata, est contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet. non sit eadem veritas negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur negatio, ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum. infinita. etc., solvit tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel prædicatum, erit negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem, probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur. Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero, scilicet dictiones, conPCT 94 II iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo non iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba. (utpote quæ removentes quidem nomina et verba significant, ut som bomo et mon iustus et mon currit, quæ opponuntur contra ly bomo, ly iustus et ly currit), illæ, inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt. Unde, si negationés apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi. Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel fal sum; igitur dictio infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui dixit, mom bomo, nihil magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum quidem clarissimum est: non bomo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid aliud non addatur, imo minus verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, wom bomo, quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec compositionem importat. 6. Deinde cum dicit: Significat autem. etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de enunciationibus habentibus subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis bomo est iustus ; neque quod ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita negatio et universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita supradictæ, scilicet omnis non bomo non est iustus, nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et in illis. Deinde cum dicit: Illa vero quæ est etc., respondet quintæ quæstioni, an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam universalis affirmativa de subiecto et prædicato infinitis et, universalis negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque, omnis non bomo est mon iustus, idem significat illi; cium nullus non. bomo est iustus. Idem autem est iudide particularibus indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi voluit. 8. Deinde cum dicit: Transposita vero nomina. etc., solvit sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem varietur enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud enim dixit significare, ommis bomo mon est iustus, et aliud, non omnis bomo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter contingat circa nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant: verbi gratia, idem significat, est albus homo, et, est bomo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut, est albus bomo, et, bomo albus est. 9. Deinde cum dicit: Nam si boc mon est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes; sed ostensum est in I libro *, quod una tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis transposita nomina non variant enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis nominibus ; et altero contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas negationes primas, et inter secundam aflirmationem et omnes tres negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc modo: Est albus homo Est homo albus Est non homo albus His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus bomo, negatio est, mom est albus bomo ; ilius autem secundæ affirmationis, quæ est, est bomo albus, si ista affirmatio non est eadem illi . supradictæ affirmationi, scilicet, est albus bomo, propter Non est albus - Coníradictoriæ — e o C o cn —" s * nalf e bi 7. dde Kn Gontradictoriæ EN “Ὁ 36 b" Contradictoriæ homo Non est homo albus Non est non homo albus Lect. xir. CAP. X, nominum transpositionem, negatio erit altera istarum, scilicet aut, non est non bomo albus, aut, non est bomo albus. Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet, est bomo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom est mon bomo albus, negatio est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia vero, scilicet, »on est bomo albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est albus bomo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod illæ affBrmationes sint propter nominum transpositionem diversæ. 10. Adverte hic primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non est non bomo albus, et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem | * Lect. xi, n. 5 "seq. e ΤΡ) DOR illius affirmationis, est bomo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: Aut negatio talis affirmationis acceptabitur illa uæ est vere eius negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi, sequitur unius affirmationis esse plures negationes, unam veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in apposita figura, Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ unius. 11. Nota secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus bomo, Socrates non est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit. Noverat enim supra dictum esse in Primo * quæ LECT. IV 95 affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem significant. I2. Occurrit autem dubium circa hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim valet: omnis bomo est animal; ergo omne animal est bomo. Similiter, transposito verbo, non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo animal rationale est, de secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam. Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio, scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad foit? ita in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando terminus præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter etc.- Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali, sicut quando transit de'loco frigido ad locum calidum: ita in enunciátionibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium adiacens fit secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo dixit quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod, si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in enunciatione, eadem manet oratio.- Unde patet responsio ad instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit, sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et per hoc patet responsio ad similia. LECTIO Cann. CargraNr lect, ui). DE MULTIPLICITATE ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS, QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE CONTINGIT UNAM ENUNCIATIONEM. ^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν ἢ πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι ἢ ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι ἡ τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν ἢ κείμενον, pm ἦ δὲ ἕν τι ἐξ ἐχείνων, olov, ὁ ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν: ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθ’ ἑνὸς ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν ἡ ἐρώτησις ἡ διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) ἢ τῆς προτάσεως, ἢ θατέρου μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; ἡ δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ ἂν εἴη ἀπόχρισις μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἡ ἐρώτῆσις μία, οὐδὲ ἐὰν ἡ ἀληθής" εἴρηται δὲ ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι διαλεκτική, Δεῖ dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ τὸν ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ὁ ἄνθρωπος, ἢ οὐ τοῦτο. jtem enunciationis unius provenientem ex additione negationis infinitatis, hic intendit D determinare quid accidat enunciationi ex hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit: quia * * * Lect. seq. Num. 4. Lect. vri, n. 12 seq. Porphyrius. primo, determinat diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi: Quoniam vero bæc quidem * etc. Circa primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem; secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi: Si ergo dialectica * etc.- Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in Primo dictum fuerat *, quod affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus: non fit unum, non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et enunciationis unitas non impeditur. 2. Secundum quod subiungit: Ut bomo est fortasse animal et mansuelum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit exemplem ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis partes, interposuit, fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit unum. In istis autem verbis: Ut bomo est fortasse etc., * At vero unum de pluribus, vel plura de uno affirmare, vel negare, si non sit unum aliquid quod ex pluribus significatur, non est affirmatio neque negatio una. Dico autem unum, non si unum nomen positum sit, non sit autem unum aliquid ex illis, ut homo est fortasse et animal et bipes et mansuetum, sed ex his unum fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est unum; quare nec si unum aliquid de his affirmet aliquis, erit affirmatio una: sed vox quidem una, affirmationes vero multæ, nec si de uno ista, sed similiter plures, Si ergo dialectica interrogatio responsionis est petitio vel propositionis vel alterius partis contradictionis, propositio vero unius contradictionis est pars, non erit una responsio ad hæc. Neque enim interrogatio una, nec si sit vera. Dictum est autem de his in Topicis. Simul autem manifestum est, quod nec hoc ipsum, quid est, dialectica interrogatio est. Oportet enim datum esse ex interrogatione eligere, utram velit contradictionis partem enunciare: sed oportet interrogantem determinare utrum hoc sit homo, an non hoc. intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est animal et mansuetum.| et bipes, copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret hoc contingere posse, necessarium autem non esse. 3. Possumus in eamdem Porphyrii, Boethii et AIberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut quatuor hic faciat. Bs Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi dicens: Enunciatio plures est, in. qua unum de pluribus, vel plura de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in Primo * dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum, dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen voco, non propter unitatem vocis, sed significationis, ut supradictum est. Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit unum nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior est, quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc nomen, bomo, impositum ad significandum animal et mansuetum et bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque * adversative additum: Sed si ex bis unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo, non est impositum ad signifi Cap. xr. Porphyrius. Boethius. Albertus. . Lect. cit. Ed. quoque. c omittit candum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione, et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est enim ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII Metaphysicæ ; et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel coniunctione interposita, dicendo, bomo est animal et mansuetum. οἱ bipes ; sive, bomo est animal, mansuetum, bipes, rethorico more. Quælibet enim istarum est enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est bomo, si homo est impositum ad illa, ut distinctæ — * * Pm E WC acm οὐ ORI οτὔὖὦο UPS δ... δου, Lect. xit, n. 9. Num. 8. RESP actualitates sunt, significandum. Secundus autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum, subiungitur, cum dicit: Ex albo autem et bomine. et ambulante etc., idest, alio modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri unum, qualia sunt: bomo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans, ut in Primo dictum fuit * de hoc nomine, íumica, imposita homini et equo. 4. Habemus ergo enunciationis pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum enunciatio secundum membra divisionis ilius, qua divisa est, in unam et plures, quadrupliciter variari poss't, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est, tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: Quare nec si aliquis affirmet unum. de bis pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed vocaliter quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura. affrmabuntur, fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus, ambulans et musicus, importat tres affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est musicus, ut patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio ili opponitur correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum dicit: Si ergo dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures. Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: Dictum est autem de his* etc. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y tionis primo ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos terminos nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem unam, et interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem probandam. Altera vero determinatam ad unum responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi, sive affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? et respondeatur, est; vel, Deus non movelur? et respondeatur, mon: talis responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat, cælum est animatum, et respondeatur, non; vel Deus non movetur? et respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam Boethii expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: Propositio vero unius contradictionis est etc. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset esse plures, non sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit. Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum unitatem præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam affirmationem vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit, movetur ; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo. movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una responsio ad boc ; et infert principalem conclusionem subdens, Quod neque una erit interrogatio etc. Si enim responsio non potest esse una, nec interrogatio ipsa una erit. Quod autem addidit: Nec si sit vera, eiusmodi est. Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una, quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel neBoethius. 13* TAS 98 gari (ut cum quæritur, canis est animal? quia non potest vere de omnibus responderi, est, propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi, som est, propter canem latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus affirmari aut negari, tunc potest dari responsio una; ut si II nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi gratia; si quis quærat, quid est amimal? talis non quærit dialectice. Deinde subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti offerre debet, utram velit contradictionis quæratur, camis est substantia? quia potest vere de omnibus responderi, esí, quia esse substantiam omnibus canibus convenit, unica responsio dari possit. Hanc erroneam existimationem removet dicens: Nec si sit vera, idest, et dato quod responsio data enunciationi multiplici de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non significat, nec unius contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet contradictorias, ut de se patet. 8. Deinde cum dicit: Dictum est autem de bis in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit. Primo, ponit ipsum signum, dicens: Quod similiter etc., cum auctoritate Topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod dialectica interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel neQuoniam nec ipsum quid est, idest ex eo quod gativæ. partem, et ipsa quæstio quid est talem libertatem non proponit (quia cum dicimus, quid est animal? respondentem ad definitionis assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata est, sed etiam omni parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat); ideo ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit: Oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc respondentem eligere posse utram velit contradictionis partem, quam contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare, idest determinate proponere, hoc modo: Utrum. boc animal sit bomo an mon: ubi evidenter apparet optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum quæstio dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus dialecticis. CAP. , LECT. LECTIO (Canp. CargTANr lect. 1v) EX. ALIQUIBUS DIVISIM. PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM CONIUNCTIM IN EODEM SUBIECTO, EX ALIQUIBUS AUTEM NON SEQUITUR "Excel δὲ τὰ μὲν κατηγορεῖται συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων; τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον, καὶ χωρὶς δίπουν, καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽ ὡς ἕν. * 99 Quoniam vero hæc quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne prædicatum fiat eorum quæ extra prædicantur, alia vero non; quæ differentia est? De homine enim verum est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc ut unum: et, hominem, et, album; et 'AXX οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ καὶ ἄτοπα ἔσται. Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy. Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό, καὶ τὸ ἅπαν, στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον. "Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ Σωχράτης Σωχράἄνθρωπος. Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος δίπους" Ὅτι μὲν οὖν, εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι, πολλὰ συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον. Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν. αὐτοῦ δὴ κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται συμβαίνει, ὅσα μὲν λέγεται κατὰ συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd θατέρου, ταῦτα οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ ἕν τὸ λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν" συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ τὸ λευκὸν μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν" ὥστε οὐκ ἔσται τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει ἐν τῷ ἑτέρῳ. Διὸ οὔτε τὸ λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ δίπουν" ἐνυπάρχει γὰρ ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν. vá aJ yostquam declaravit diversitatem multiplicis enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: Verum autem est dicere * etc. Circa primum tria facit: primo, proponit quæstionem; secundo ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim quoniam * etc.; tertio, solvit eam ; ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo dubitatio prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua illamet unitæ prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est bipes ; sequitur, ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis, Socrates est bomo et est albus; sequitur, ergo Socrates est bomo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus, et. est. citbaroedus ; non sequitur, ergo est bonus citbaroedus. Unde proponens quæstionem inquit: Quoniam vero bæc, scilicet prædicta, ita prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, hæc est ut et unum. Sed non si citharoedus (coriarius) bonus, etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si enim quoniam utrunque, verum, esse oportet et simul utrunque multa inconvenientia erunt. De homine enim verum est et hominem, et album dicere; quare et omne. Rursus si album, et omne. Quare erit homo albus albus; et hoc in infinitum. Et rursus musicus albus ambulans; et hæc eadem frequenter implicita in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est, et homo; et Socrates Socrates homo; et si homo et bipes, erit homo homo bipes. Quod igitur si quis simpliciter dicat complexiones fieri, plurima inconvenientia contingere manifestum est. Quemadmodum ponendum est nunc dicimus. Eorum igitur quæ prædicantur, et de quibus prædicari accidit quæcumque secundum accidens dicuntur, vel de eodem, vel alterum de altero, hæc non erunt unum; ut, homo albus est et musicus; sed non est unum album et musicum; accidentia enim sunt utraque eidem. Nec, si album, musicum verum est dicere, tamen non erit musicum album unum aliquid: secundum accidens enim album musicum dicetur; quare non erit album musicum unum aliquid. Quocirca nec citharoedus (coriarius) bonus simpliciter; sed animal bipes: non enim sunt secundum accidens. Amplius nec quæcunque insunt in alio. Quare neque album frequenter dictum, neque homo homo animal est, vel bipes; insunt enim in homine animal et bipes. scilicet, animal et bipes, genus et differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens, scilicet, bomo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, cilbaroedus et bonus, ut declarabitur. 2. Deinde cum dicit: Si enim quoniam etc., declarat veritatem diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si Socrates etc. Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est albus; quare et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas sepa100 ratim quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes, et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est II accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed in eadem diversimode comparata. Album enim et musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt membro; comalbus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus, ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si coniunctim inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet Aristoteles II Topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri simpliciter, idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non discrepat, legat quicunque ut vult. 3. Deinde cum dicit: Eorum igitur etc., solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respon* *" Num. 11. Num. 7. det instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit instantis in probatione positis; ibi: Amplius nec quæcumque * etc. Circa primum duo facit: primo namque, declarat veritatem ; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: Quocirca * etc. Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte prædicatum. Unde continuando se de ad præcedentia ait: Eorum. igitur quæ prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel. alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet plura per accidens, mom erunt unum, idest non inferent prædicationem coniunctam. Et explanat utrumque horum exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens dicuntur de tertio, dicens: Ut si bomo albus est et musicus. divisim. Sed non est idem, idest non sequitur adunatim, ergo bomo est musicus albus. Utraque enim sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: Nec si album. musicum. verum est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, bomo est albus, et est musicus, el album est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur, dicendo, ergo bomo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per accidens, et e converso. $. Notandum est hic quod cum duo membra per parata autem inter se, sub secundo. Diversitatenr ergo comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. 6. Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera, quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura prædicata secundum accidens, - aut ly secundum accidens determinaret coniunctionem inter se, et ma sic manifeste esset falsa regula; quoniam inter priprædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima illatio, est amimal et bipes, ergo est animal bipes); - aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. - Alio modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. - Est ergo sensus divisionis, quod prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam adunantur inter se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit: Quocirca nec. citbaroedus etc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia sclicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus citharoedus, dicens: Quocirca nec citbaroedus bonus etc.; secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes; ergo est animal bipes: et ait: Sed animal bipes etc. Et subiungit huius ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens coniuncta inter se rum aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit altemembrum primæ divisionis, quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus ), musica vero et albedo subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet, inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si servetur identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit æquivocum, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus bonus, non boni101 9. Nec obstat quod album faciat unum per accideüs cum homine: non enim dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per acccidens aliquorum ratione tertii tantum est illa quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas: unde terminorum identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio etc. 8. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas, tertiam vero non ; huius diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit bona —-an ve, SUB -w mala. - Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod, non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt coniunctam, prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo. modo unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album autem et musicum secundum se non faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens.Licet enim ipsa ut adunantur in subiecto uno  sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ  adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se  unum per accidens: tum quia neutrum informat alterum  (quod requiritur ad unitatem per accidens aliquorum inter  se, licet non in tertio); tum quia non considerata subiecti  unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter  ea  unitatis causa. Dicens ergo quod album et musicum  non sunt unum, scilicet inter se, aliquo modo, causam  expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est disciplina, insinuavit  per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo  enim quod homo et albus se habent sicut potentia et actus,  (et ita albedo informet, denominet atque unum faciat cum  homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri  coniuncta prædicatio; ut dicatur: est bomo et albus; ergo  δὲ bomo albus. Sicut per oppositum dicebatur quod ideo  musicum et album non inferunt coniunctum prædicatum  quia neutrum alterum informabat.  bent unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod unitatem importat. Illa vero  quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut,  bomo albus, cum coniuncta accipiuntur, unitate necessaria  non carent, quia inter se unitatem habent. Notanter autem  apposui ly tantum : quoniam si aliqua duo sunt unum per  accidens, ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex  hoc habent unitatem, sed etiam ratione sui,ex hoc quod  alterum reliquum informat, ex istis divisis non prohibetur  inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est coloratum; ergo est quantum coloratum: quia  color informat quantitatem.  IO.  Potes  autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse proponendo  quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla istantia  reperitur. Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis  unitas impedit illationem coniunctam, quando dixit quæcunque secundum. accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum. de altero. Cum enim dixit, secundum. accidens de eodem, unitatem eorum ex sola adunatione in tertio posuit  (sola enim hæc per accidens prædicantur de eodem,  ut  dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem  habent.  11. Deinde cum dicit: Amplius nec etc., satisfacit instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita  committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et  ait quod non solum inferre ex divisis coniunctum non  licet quando prædicata illa sunt per accidens, sed mec  etiam quæcunque insunt im alio: idest, sed nec hoc licet  quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in significato formali alterius intrinsece, sive explicite,  ut  album in albo, sive implicite, ut animal et bipes in  homine. Quare neque album frequenter dictum divisim  infert  coniunctum, neque bomo divisim ab animali vel  bipede enunciatum, animal bipes *, coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est bomo bipes, vel animal bomo. Insunt enim in hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio  quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in  tertio tantum et nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum ; et consequenter, ubi neutrum horum inven'tur,  licebit inferre coniunctum.  divisis  ex  quando divisæ sunt simul veræ de eodem etc.  Et  hoc  intellige  *  vel bipes.  Ed. c: animal  102  ᾿ II  LECTIO   (Can. CargTAN: lect. v)  AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA CONIUNCTIM INFERRE LICEAT  ENUNCIATIONEM QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET  ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον  τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ.  ᾽Αλλ᾽  ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι  ἐνυπάρχῃ; ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ  y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν"  ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές.  "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐστί τι, οἷον  ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, 00;  χατὰ cup ps βηχὸς γὰρκατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ  ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν.  Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu  λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰσυμβεβηκός, ἐπὶ τούτων  τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν.  "  Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τι  δόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκ  ὩΣ secundam dubitationem. Et circa hoc tria fa*  *  *  Num.seq.  Num. 17.  Num. 8.  Ξ  ys do solvit eam; ibi: Sed quando in adiecto * etc.,  tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi:  Quod autem non est* etc. Est ergo quæstio: an ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud coniunctum; et est quæstio: contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an ex coniuncto  sequantur divisa. Unde movendo quæstionem dicit: erum  aulem. aliquando est dicere de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet prius dicebatur coniunctim, ΜῈ quemdam hominemalbum esse bominem, aut quoddam album hominem. album esse, idest ut ex ista, Socrates est. bomo albus,  sequitur divisim, ergo Socrates est bomo, ergo Socrates est albus.  Non autem. semper, idest aliquando autem ex coniuncto  non inferri potest divisim; non enim sequitur, Socrates est  bonus citbaroedus, ergo est bonus. Unde hæc est differentia,  quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte quod  notanter  adduxit  exemplum de homine albo, inferendo  utramque partem divisim, ut insinuaret quod intentio  quæstionis est investigare quando ex coniuncto potest  utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum.  2. Deinde cum dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit  quæstionem. Et duo facit: primo, respondet parti negativæ  quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi:  Quare in quantiscumque * etc., respondet parti affirmativæ,  quando scilicet licet. Circa primum considerandum quod  quia dupliciter contingit fieri prædicatum coniunctum, uno  modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo duo  facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim;  secundo, quod nec hoc licet universaliter in prædicato  coniuncto ex non oppositis, ibi: Pel etiam quando etc. Ait  ergo quod quando in termino adiecto inest aliquid de  numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter  * Verum autem est dicere de aliquo et simpliciter; ut aliquem ' Sea. c. xr.  hominem hominem, aut aliquem album hominem, hohominem album: non autem semper.  Sed quando in adiecto aliquid quidem oppositorum insit,  quod consequitur contradictio, non verum sed falsum  est; ut, hominem mortuum, hominem dicere: quando  autem non insit, verum est.  Aut quando insit quidem, semper non verum est: quando  vero non insit, non semper verum est; ut, Homerus  est  aliquid, ut poeta: utrum igitur est, an ergo etiam  est; non?  Secundum accidens enim prædicatur, est, de Homero;  (quoniam est enim poeta), sed non secundum se prædicatur de Homero ipsum est.  Quare in quantiscunque prædicationibus neque contrarietas,  [aliqua aut nulla oppositio] inest, si definitiones pro nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum accidens, in his aliquid et simpliciter verum  erit dicere.  Quod autem non est, quoniam opinabile est, non est verum  dicere esse aliquid: opinio enim eius non est, quoniam  est, sed quoniam non est.  ipsos terminos, »on verum. est, scilicet inferre divisim, sed  falsum. Verbi gratia cum dicitur, Cæsar est bomo mortuus,  non sequitur, ergo est bomo: quia ly mortuus, adiacens homini, oppositionem habet ad hominem, quam. sequitur  contradictio  inter  hominem et mortuum: si enim est  homo, non est mortuus, quia .non est corpus inanimatum;  et si est mortuus, non est homo, quia mortuum est corpus  inanimatum. Quando autem mon inest, scilicet talis. oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem  quare, quando est oppositio in adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione  corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum  autem seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret.  3. Dubitatur hic primo circa id quod supponitur,  quomodo possit vere dici, Cæsar est bomo mortuus, cum  enunciatio non possit esse vera, in qua duo contradictoria  simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum principium. Zomo autem et mortuus, ut in littera  dicitur, contradictoriam oppositionem includunt, quia in  homine includitur vita, in mortuo non vita. - Dubitatur  secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut neutrum, (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia falsum est neutram sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius. Primo namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter se habent, et impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, bomo et mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam termini additi, a CAP. , quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio, attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera enunciatio cum dicitur, Socrates est bomo moriuus, attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat sub distractione *, seu transmutatione alterius,cui secundum se * Ed. c: distinclione. esset contradictorius. 5. Dubitatur quoque circa id quod ait: /mest aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et album non nigrum, et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in X Metapbysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam formaliter tantum, sed illa quæ,habent contradictionem et formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet, consequitur : contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa opposita. 6. Deinde cum dicit: Vel etiam quando est etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat, subiungens: Vel etiam quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper, scilicet inferre divisim ; quasi diceret : dixi quod quando inest oppositio, non verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio, verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly semper, et, nom semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: Ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo eliam. est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ, est et poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet etc. . 7. Deinde cum dicit: Secundum. accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera pars istius compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de Homero secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur de Homero, et LECT. non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est. - Considerandum est hic quod ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non oppositis coniunctis infertur divisim, - sufficit unam instantiam suæ oppositæ universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus, ergo. est: et simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. 8. Deinde cum dicit: Quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et quod secundum se prædicentur. Unde dicit inferendo ex dictis: Quare in quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis, meque contrarietas aliqua, in cuius ratione ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in tertio, si. definitiones pro. nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio, solis nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia, bomo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est oppositio, ef secundum se, et non secundum | accidens. prædicantur, in. bis verum. erit. dicere et. simpliciter, idest divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ conditionis hic positæ, nota quod ly secumdum se potest dupliciter accipi: uno modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod non per aliud. - Rursus considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly secundum. se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secumdum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est bomo risibilis, ergo. est bomo et est risibilis, et, est animal rationale, ergo est animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt similes consequentias. Dicimus enim, est albus musicus, ergo est musicus et est. albus: ubi nulla est perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt di104 II visum? - Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non licet dicere, est bonus cilbaroedus ; ergo est. bonus et citlbaroedus ; et tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem exemplo apparet. Totum enim hoc, citbaroedus bonus, non propter aliud convenit homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest, quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. * Ed. c: idest, negative. * Ed. c: opinionem. iuncto infertur divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste. Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum, cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet inferre, ergo Socrates mon est, eadem ratione, quia esse non est negatum de Socrate, sed de pariete in Socrate. 11. Et per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se negative *, modo hic exposito, et secundum accidens, idest propter aliud. In eadem ergo significatione est usus ly secundum. accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique enim intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum. accidens determinabat coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non. 12. Sed occurrit circa hanc expositionem * dubitatio non parva. Si enim ideo non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente, est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se etc. 13. Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est tractare regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non, et aliud quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum, ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo hanc propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, es/. Dictum siquidem fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum adiacens, et aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. - Unde prælucet responsio ad obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum, numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod, optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex per coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo est, locum a parte in modo ad suum totum, ubi non fit varietas terminorum. - Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter), tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in modo est universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius esf, et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum quid. 15. Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est, fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem ipsius est. - Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo adiacente. 16. Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est. coloratum ; et tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta expositio supra adducta. - Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita inest subiecto per quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat ; cum di-citur, est citbaroedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero secundario coloratum. dicitur, licet color media quantitate suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti prædicatur per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat alteram partem. Quod nec in hac, nec in similibus instantiis invenitur 17. Deinde cum dicit: Quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod "on est, esse tali syl- logismo concludere satagebant: Quod est, opinabile est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. - Hunc siquidem processum elidit Aristeteles destruendo primam propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde as- sumendo subiectum conclusionis illorum ait: Quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est; et subdit maiorem extremitatem, »om est verum dicere, esse aliquid. Et causam assignat, quia talis opinatio non pro- pterea est, quia illud sit, sed potius quia non est. pere * et im. Lib. II, lect. 1 LECTIO (Canp. CareTANt lect. v1) DE PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER SE OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀπο- φάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνα- τὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα- (ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ- : His vero determinatis, considerandum est quemadmodum se se habent negationes et affirmationes ad se invicem; quæ sunt de possibili esse et non possibili, et de con- tingenti, et de impossibili, et necessario; habent enim aliquas dubitationes. Nam si eorum, quæ corpplectuntur, illæ sunt sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque secundum esse τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρω- πον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρχατὰ παντὸς κατάφασις ἀπόφασις, τὸ ξύλον ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπό- φάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἄνθρωπον ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽ οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι βαδίζειν, καὶ μὴ βα- ίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ 'χαὶ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντι- χειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπό- ασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφά- σεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam determinatum est de enunciationi- Sybus, quarum partibus aliud additur tam rema- MZ'nente quam variata unitate, hic intendit de- clarare quid accidat enunciationi, ex eo quod. aliquid additur, non suis partibus, sed com- positioni eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de E" Eest. x. . Num. 7. *Ed. c: et sibili. oppositione earum ; secundo, de consequentiis; ibi: Conse- quentiæ vero* etc. Circa primum duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: Nam si eorum * etc. Proponit ergo quod iam perspiciendum est, quomodo se pos- i habeant affirmationes et negationes enunciationum de * possibili et non possibili etc. Et causam subdit: Habent enim multas dubitationes speciales. - Sed antequam ulterius pro- cedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vo- cantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes: propositiones modales; et quid earum sit subiectum et quid prædicatum ; et quid sit ipsa enunciatio modalis ; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas sit specialem faciendi tractatum de his. Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes Opp. D. Tgowaz T. I. » et non esse disponuntur, ut eius quæ est, esse hominem, negatio est, non esse hominem, non autem ea quæ est, esse non hominem: et eius, quæ est, esse album hominem, ea quæ est, non esse album hominem, sed non ea quæ est, esse non album hominem (5i énim de omni aut affirmatio aut negatio est, lignum erit verum dicere esse non album hominem): quod si hoc modo et in quibuscunque esse non additur, idem faciet quod pro esse dicitur; ut eius, quæ est, homo ambulat, non hæc, ambulat non homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat homo. Nihil enim differt dicere hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse. Qua're si hoc modo ubique, et eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non ea quæ est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse et non esse. Omne enim quod est possibile dividi, vel ambulare, et non ambulare, et non dividi possibile est. Ratio autem est, quoniam omne quod sic possibile est, non semper in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio: potest enim et non ambulare quod est ambulativum, et non videri quod est visibile. At vero impossibile est de eodem oppositas veras esse affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ est, possibile esse, negatio est hæc, possibile non esse. Contingit autem ex his, aut idem affirmare et negare simul de eodem, aut non secundum esse vel non esse, quæ opponuntur, fieri affirmationes et negationes. Si ergo illud impossibile est, hoc erit magis eligendum. aliquid inesse vel non inesse alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit compositio cursus cum Socrate , scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi, ut Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In illis namque determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma totius totam enunciationem continet. 3. Sunt autem huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et contingens.-Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum dicitur, Socratem currere est uerum, vel hominem. esse quadrupedem est. falsum, attamen modificare Cap. xit. Ed. c: de Socrate. * Ed. c et 1526. promitur. II facit: primo, movendo quæstionem arguit ad partes; seproprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari proprie dicitur al'quid, quanlo redditur aliuale, non quando fit secundum suam substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis propon'tur *, sed quod est: nihil enim aliud est dicere, Socratzm currere. est erum, quam quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam quod compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam al'qualem esse dicimus: cum s'quidem dicitur, Socratzm currere est possibile, non substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed qual'ficamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet infra verum et non verum inferat, propter causam ibi assignandam. 4. Et quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's modalis, Socratzm esse album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est, Socratzm esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo.quod est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus: qui enim profert hanc, Socratzs est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita, compos'tionem aliquam sonat ex dicti compos:tione et modo. Prima rursus pars, licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem, tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat qualis est se, coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socrat»m esse album, sed insinuat qualis sit compositio partium dicti inter scilicet albi cum Socrate, scilicet quod est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum significatum, quia compositionis non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes. Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est: alba, est enunciatio multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. 6. Merito autem est, post enunciationes de inesse, de modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: His vero determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum dixit: Possibile et non possibile, contingens et non conlingens; necessitatem cum addidit: Habent enim multas dubitationzs proprias etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum etc., exequitur tractatum de oppositione modalium, Et circa hoc duo cundo, determinat veritatem ; ibi: Contingit autzm * etc. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non, sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum ; secundo, ad partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: Vid»tur autzm * etc. 8. Intendit ergo primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile mon esse, et non illa, non possibile esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: Nam si eorum, qua» complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt oppositæ contradictionzs, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et subdit inductionem, inchoans. a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem, idest, bomo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, bomo non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non bomo est: hæc enim non est quæ negativa, sed affrmativa de subiecto infinito, simul est vera cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album hominem, idest, ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio illius ea, quæ est, esse;non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est. negativa, sed affirmativa de prædicato infinito. - Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt contradictoriæ. Est autem ratio talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est bomo albus, et, est bomo mon albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hom'nem, idest, lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio: Sed contradictio fit quando negatio apponitur verbo. 1r. Deinde prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: Quod si boc modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et. im quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur explicite, idem faciet! quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ est, bomo ambulat, negatio est, non ea quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito), sed negatio illius est, bomo non ambulat ; sicut et in illis. de verbo substantivo, negatio verbo addenda erat. Nihil enim * * Num. 14. Num. 13. differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est ambulans. Deinde ponit secundam partem inductionis dicens: Et si boc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet; apponendo negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit, possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit, non possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa, possibile non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis: Eorum quæ complectuntur, idest complexorum, contradictiones fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non fit negatione dicente mon 107 non semper actu est, sequitur quod sit possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex his duobus: Quare inerit 'etiam negatio possibilis et non solum affirmatio; potest igitur et non. ambulare, quod est ambulabile, et non. videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: 4t vero impossibile est. de eodem. veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: Nom est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio ilius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. - Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intenesse, sed ipsi incomplexo apposita, ut, homo, et, non bomo, legit, et, non legit. 153. Deinde cum dicit: Videtur autem. idem. etc., arguit ad quæstionis partem negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor cum sua probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: Videtur autem. idem. possibile esse, el, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem. huius minoris est, quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et dividi), non semper actu esi: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. - Adverte quod quia possibile est multiplex, ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile est, nom semper actu est. Non enim de omni possibili verum est dicere quod non semper UTE. TNT ΞΜ D — »w actu est, sed de aliquo, eo scilicet quod est sic * possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod sit possibile esse; ex eo vero quod denti declarare quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. 14. Deinde cum dicit: Contingit autem unum ex bis εἴς.» determinat veritatem huius dubitationis. Et quia duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo, determinat veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium contradictio ex negatione modi; ibi: Est ergo negatio * etc. - Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et negare simul de eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur contradictorie, fieri nom secundum. esse vel non 6556, idest, aut contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse vera de eodem, boc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum verbi negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum, ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino abiiciendum. * Lect. seq. II LECTIO (Canp.. CargrANr lect. vi) DE NEGATIONE APPONENDA NON VERBO SED MODIS IN CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM Ἔστιν ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ 13e τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι, ἐπὶ τῶν ἄλλων δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα πράγματα, τὸ μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα τὸ μὲν εἶναι xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι, προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ ἀληθὲς xa τὸ ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν χαὶ εἶναι οὐ δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs Pp μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ δυνατὸν εἶναι καὶ δυνατὸν μὴ εἶναι" * Est ergo negatio eius quæ est, possibile esse, ea quæ est ' Seq. cap. xir. non possibile esse. Eadem quoque ratio est et in eo quod est contingens esse: etenim negatio eius est, non contingens esse; et in aliis quoque simili modo, ut in necessario et impossibili. Fiunt enim quemadmodum in illis, esse et non esse, appositiones, subiectæ vero res, hoc quidem album, illud vero homo: eodem quoque modo hoc in loco, esse quidem et non esse, ut subiectum fit, posse vero et conüngere appositiones sunt, determinantes (quemadmodum in illis esse et non esse) veritatem et falsitatem, similiter hæ in eo quod est, esse possibile et esse non possibile. Eius vero, quæ est, possibile non esse, negatio est non ea quæ est, non esse, sed ea quæ est, non possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est, possibile non esse, sed ea quæ est, non possibile esse. Quare et sequi sese invicem videbuntur, possibile esse et possibile non esse. Idem enim possibile esse et non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι" τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim contradictiones sunt sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non esse; sed possibile esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt: opponuntur enim : neque ea quæ . est, possibile non esse et non possibile non esse, nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ est, necessarium est, negatio non est quæ est, necessarium non esse, sed ea quæ est, non necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non esse, ea quæ est, non necessarium non esse. Et eius quæ est, impossibile esse, non ea quæ est, impossibile non esse, sed hæc, non impossibile esse; eius vero quæ est, impossibile non esse, ea quæ est, non impossibile non esse. A Universaliter vero, quemadmodum dictum est, esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον, οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον" ἀληθές, οὐχ ἀληθές. qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad assumenΞΔ dam modalium contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor facit: primo, determinat veritatem I. summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi ad oppo Num. seq. Num. 4. Num. 5. Ed. c: et verba non addenda in ea declar. situm inductæ; ibi: Fiunt enim * etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus modalibus; ibi: Eius vero * etc.; quarto, universalem regulam concludit; ibi: Universaliter vero * etc. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda est, et quod verbo non addenda est *, declaratum est per locum a divisione; concludendo determinat: Es! ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio est, non contingens esse. Et in alis, scilicet de mecesse et impossibile idem est iudicium. 2. liones Deinde etc., cum subdit dicit: Fiust enim in illis apposihuius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum subiecta, negationem vero et affirmationem hæc facientem, ad esse non esse apponere. Et has oportet putare esse oppositas dictiones: possibile non possibile; contingens non contingens; impossibile non impossibile; necessarium non necessarium; verum non verum. oportet ponere negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo, ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod quemadmodum in illis enunciationibus de imesse appositiones, idest prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum sunt. significans esse vel non esse subiecti locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones, idest modi, prædicationes Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes modos. Hoc est enim quod subCAP. , LECT. dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam * determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non possibile non esse: : Mu præced. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. - Rursus cum veritas et falsitas afhrmationem et negationem sequantur, penes idem. attendenda est affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem. Sicut autem in enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de imesse est vera, quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem enunciationis. 7 Adverte quod modos, appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens: Contingere vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum *, et alteram habentem dictum negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile non esse (ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc consequenter probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse, quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est - possibile esse, et - non esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse. Sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet ergo quod huius neret. hæ namque simul nunquam sunt veræ vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde decarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum affirmatum, dicens: Similiter eius quæ est, necessarium. esse, megatio non est ea, quæ dicit necessarium. mon esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non necessarium. esse. Deinde subdit de affirmativa de necessario habente dictum negatum, et ait: Eius vero, quæ est, necessarium. mom esse, megatio est ea, quæ dicit, mon necessarium. mon. esse. Deinde transit ad illas de impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit, impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse: ubi idm modus negatur. Alterius vero afhrmativæ, quæ est, impossibile non es$e, negatio est ea quæ dicit, won impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda cst. 5. Deinde cum dicit: Unmiversaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter: explanans quomodo hoc fiat, subdit: Et oportet putare bas esse oppositas dictiones, idest affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile, contingens et mon contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse. Meminit autem modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo semper verbo negatio aptari potest. - Quod autem in fine addidit, verum et non verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit, non proprie modificant. II LECTIO (Canp. CareTANI lect. vir) DE PROPOSITIONUM MODALIUM CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN ΄ δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι. * Consequentiæ vero secundum rationem fiunt cum ita 'Cap.xm. ponuntur illam enim quæ est, possibile esse, sequitur illa quæ est, contingit esse, et hæc illi convertitur, et, non impossibile esse et non necessarium esse; illam vero non quæ est, possibile non esse, et, contingens non esse, ea quæ est, non necesse non esse, et, non impossibile esse: illam autem quæ est, non possibile esse, et, non contingens esse, ea quæ est, necessarium non esse, et impossibile esse: illam vero quæ est, non possibile non esse, et, non contingens non esse, ea quæ est, necesse est esse, et, impossibile non esse. Consideretur autem ex subscriptione quemadmodum dicimus: Possibile est esse, Contingens est esse, Non impossibile est esse, Non necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non esse, Non impossibile est non esse, Non possibile est esse. Non contingens est esse. Impossibile est esse. Necessarium est non esse. Non possibile est non esse. Non contingens est non esse. Impossibile est non esse. Non necessarium est non esse, Necessarium est esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε: e H, τως σεις γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽ χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ M] 5,, Ζ » IB,, 5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε εἰ ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿ ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ φάναι ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς , οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ Hæ igitur, impossibile, et, non impossibile, eam quæ est, contingens, et possibile, et non contingens, et non possibile sequuntur quidem contradictorie, sed conversim. Eam enim quæ est, possibile esse, negatio impossibilis sequitur, quæ est, non impossibile esse: negationem vero affirmatio. Illam enim, non possibile esse, ea quæ est, impossibile esse: affirmatio enim est, impossibile esse; non impossibile vero, negatio. Necessarium autem quemadmodum se habeat, considerandum est. Manifestum est autem quod non eodem modo se habet, sed contrariæ sequuntur, contradictoriæ autem sunt extra. Non enim est negatio. eius, quæ est, necesse non esse, ea quæ est, non necesse esse: contingit enim veras esse utrasque in eodem: quod enim est necessarium non esse, non est necessarium esse. Causa autem huius est, cur non sequitur necessarium cæteris similiter: quoniam contrarie, impossibile esse, necessario redditur idem valens. Nam quod impossibile esse, necesse hoc non quidem esse, sed potius non esse: quod vero impossibile non esse, hoc necessarium esse. Quare si illa similiter sequuntur possibile, et, non possibile: hæc ex opposito: quoniam non significant idem necessarium et impossibile; sed (ut dictum est) conversim. Aut certe impossibile est sic poni necessarii contradictiones. Nam quod necessarium est esse, possibile est esse: nam si non, negatio consequetur: necesse est enim aut affirmare, aut negare. Quare si non possibile est esse, impossibile est esse. Igitur impossibile est esse quod necesse est esse: quod est inconveniens. At vero illam quæ est, possibile esse, non impossibile esse, sequitur: hanc vero, ea quæ est, non necessarium est esse; quare contingit quod necessarium esse, non necessarium esse: quod est inconveniens. At vero neque necessarium esse, sequitur eam quæ est, possibile esse, neque ea quæ est, necessarium non esse. Illi enim utraque contingit accidere: harum autem utralibet vera fuerit, non erunt illa vera: simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero necesse esse, vel non esse, CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω. Λείπεται τοίνυν τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι. Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl xxcvd τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι" ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ τὸ ἀδύνατον εἶνα!: xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. ᾿Ακολουθοῦσί τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον, καὶ οὐδὲν ἀδύνατον συμβαίνει τιθεμένων οὕτως. I. y ERN S (Q9 ; Jo lium, hic determinare intendit de consequenD^ tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem circa determinata; ibi: Dubita* * * Lect. seq. Num. 5. dun bit autem * etc. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum opinionem aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem ; ibi: Ergo impossibile * etc. 2. Quoad primum considerandum est quod cum quiliLect. præced. bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit *, et un ' *Lect. xi. * Ed. c τος quabus-affirmationibus opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit in Primo * ; secundum quemlibet modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ. Cum autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales: quaternarius enim in seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem, ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ ordinem inter se adunare. 3. Et hoc modo fecerunt antiqui, de quibus inquit Aristoteles: Consequentiæ vero. fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita. ponentibus. Formaverunt enim quaomittit se. Averroes. tuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se * consequuntur collocaverunt. - Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa simplex ; afhrmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque, megativa d:clinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas, dicti vero declinatio denominet. - Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti, Scilicet, contingens est esse (contingens enim convertitur cum possibili); et negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse; et similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est primus ordo modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema- feih dixerunt quod affirmativas * declinatas de possibili et contingenti, scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et, non impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt quod negativas simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non contingens esse, sequuntur afBrmativa declinata de necessario, scilicet, necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile esse. - In quarto demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4. Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius elucescat depictum. non erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non necessarium non esse, sequi eam quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est, et de necesse esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est, non possibile esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse, cesse et, necesse non esse, cuius negatio est, non nenon esse. Sequuntur igitur et hæ contradictiones secundum prædictum modum: et nihil impossibile contingit sic positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necessarium est non esse Secundus Ordo Possibile est non esse Contingzens est non esse Non impossibile est non esse Non necessarium est non esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse 5. Deinde cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile etc., examinando dictam op'nionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de necessario; ibi: Necessarium. autem * etc. Unde ex præmissa op' nione concludens et approbans, dicit: Ergo ista, scilicet, impossibile, et, non impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, coniradictoriz, idest ita ut contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti consequantur, sed comversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: lllud enim quod est possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis, idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista, impossibile est esse ; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est; illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est; hic s'quidem modus negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet, semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione possibilis affirmationem impossibilis inferunt. .6. Deinde cum dicit: Necessarium autem. etc., intendit examinando determinare consequentias de necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum ; secundo, determinat veritatem intentam; ibi: 4t vero neque necessarium * etc. Circa primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab antiquis in hac re. - Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de necessario, ut dictum est, differentes inter se sécundum quantitatem et qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de ine$$£; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ, ut patet in hac figura. Necesse esse Non necesse non esse Necesse Contrariæ e 2 $3, € S S [2 «9 o x o *o "v. Subcontrariæ non esse e e δ Non fiecesse esse * * Num. seq. Num. 1. 112 Il Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ sunt de necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non eodem modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt ab antiquis. Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet, necessé est esse, et, necesse est nom esse, sequuntur, idest recta consequentia * Cf. supra, n. 4. Boethius. Averroes. deducuntur ab antiquis, in tertio scilicet et quarto ordine *; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis, sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad enunciationes de necessario tantum. 7. Secundo cum dicit: Non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi posset consequentia enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis. facta. Est autem obiectio tacita talis. Non possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non necesse esse, mutuo se sequuntur. - Huic, inquam, obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde dicit: Non enim est negatio eius quod est, necesse mon esse (quæ erat esse, in tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt antiqui. in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ), et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus particulam, sed narrative utranque simul iungentes. Narrare enim aiunt Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. 9. Tertio cum dicit: Causa autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario. Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod simili modo intulerunt illas de impossibili et necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam * locaverunt. Hoc ergo quare peccatum sit, et causa autem quare necessarium som sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet necessario, comtrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod non eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium, sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. ro. Hinc apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum induxerit ad manifestandum illa verba: Manifestum. est autem. quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum est contrarium, ut infra clara luce videbitur. 11. Quarto cum dicit: Aut certe impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, Albertus. * Ν Cf. supra, n..3. CAP., non necesse non esse. Et probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario. Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non, idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur illam, scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit, impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens. Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse, secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. 12. Dubitatur hic: quia in I Priorum dicitur quod ad possibile sequitur non necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest pro possibili seu contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque necessarium etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo, ordinat consequentias omnium modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non necesse non esse. - Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse, neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium. esse, neque necessarium. nom esse, sequitur ad, possibile non esse ; secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrunOpp. D. Tnuowar T. I. LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: Illi enim, scilicet, possibile esse, utraque, scilicet,esse et non esse, contingit accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in potentia. Et primum horum explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse. Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse, non remanet utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse, possibilitas ad esse removetur. Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens, possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, etc. Tertio subdit conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. - Augetur et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc * usus est tali argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: Nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse est enim aut dicere aut negare. 15. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad. habendum affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur, et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec affirmatio nec fiegatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est necessario vera, ut in fine Primi * conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et possibile et non possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et non necessarium, ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis partem determinate, et hic optimus ad neutram determinate. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in praepy) * "ES ἃ: nunc. * Lect. xin. nunc 114 II cedenti textu et in isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum possibile ad utrunque. 17. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim verum est etc. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi negatione eis opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse, . tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. 18. Deinde cum dicit: Sequuntur enim. etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem propriam; et ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut enim contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum, contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum, ut in sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ. Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necesse est non esse . Secundus Ordo Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse. Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: Hoc enim, quod dictum est, verum est, idest verum esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, boc enim, scilicet, non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait: Hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius, scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necesse est non esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas de necessario. Præpostero namque situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria se consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt. CAP. LECT. LECTIO (Canp. CarerANr lect. 1x) AN AD ILLUD QUOD EST, NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD EST, POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν εἶναι ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 * Dubitabit autem aliquis, si ad illud quod est, necessarium esse, illud quod est, possibile esse, sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ ψεῦδος. 3 ε Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν εἶναι βαδίζειν xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽ ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS TA necesse. Et duo facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione alium or* * Wr ed TE ϑ, να MPPT T Lect. seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum modalibus statuit ; ibi: Et est fortasse * etc. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi: Manifestum est * etc. Movet ergo quæstionem: primo dicens: Dubitabit autem. aliquis si ad id quod est. necesse esse sequatur. possibile &5$£; et secundo, arguit ad partem affirmativam subdens: Nam si non sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad ilam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur possibile esse. Tertio, arguit ad partem negativam cum subdit: 4 vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam qua"litatem, ut dicitur in I Priorum, quia idem est possibile esse et non 6556), sequetur de primo ad ultimum quod necesse esse est possibile non esse: quod est falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: 44: vero non sequatur, contradictio sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc non dicat esse contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ utræque falsæ sunt de necesse esse. At vero rursus idem videtur esse possibile aliquid incidi et non incidi, et esse et non esse: quare erit necesse esse, contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum est autem quod non omne possibile, vel esse, vel ambulare, etiam opposita potest; sed est in qu:bus non sit verum. Primum quidem in his quæ non secundum rationem possunt; ut ignis calefactibilis est, et habet vim irrationalem. Quæ igitur secundum rationem potestates sunt, eædem plurium etiam contrariorum sunt. Irrationales vero non omnes: sed (quemadmodum dictum est) ignem non esse possibile calefacere et non; neque quæcunque alia semper agunt. Alia vero possunt, et secundum irrationales potestates simul opposita suscipere. Sed hoc huius gratia: dictum est, quoniam non omnis potestas oppositorum susceptiva est, neque quæcunque secundum eamdem speciem dicuntur. rursus videtur idem possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et. non. incidi, ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa. 3. Deinde cum dicit: Manifestum. est. autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem simpliciter; secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur possibile* etc. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens: Manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum vel secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero potentiæ * etc. Circa primum tria facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita. 4. Ubi notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur; sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia irrationalis non potest duo opposita, sed * * * Seq. c. xut. Lect. seq. Lect. seq. RN" 116 est II determinata ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ sunt contradictorie opposita, reque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. - Secunda differentia est quod potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario operatur: præ-: sente siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. É 5. Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: Et primum quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita in his quæ. possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et babet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non calefacere. Quod autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. 6. Secundo, manifestat quomodo potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: Ergo potestates secundum rationem, idest rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum, a non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest, et multarum operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis sit. 7. Tertio, explanat id quod dixit de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. - Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non possunt in opposita, .ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II De cælo et mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: Irralionales vero potentiæ mom omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas, simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est sensus, quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et non quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. 8. Quia autem videbatur superflue addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non omnis potestas oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt. Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,et inter irrationales activas et. passivas inter se; et tunc est sensus, quod hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie irrationalis, ad opposita potest. CAP. LECT. LECTIO (Canp. CargrANI lect. x) DECLARATIS POTENTIIS QUÆ ÆQUIVOCÆ DICUNTUR, SUMITUR RATIO ZMPOSSIBILIS AD DETERMINANDUM QUODNAM EX POSSIBILIBUS AD NECESSARIUM SEQUATUR ' *, Ν b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ * 117, Quædam vero potestates æquivocæ sunt. Possibile enim * Sea. c. xu. : non L4 ὄν, 1 olov ^ à * L] δυνατὸν e f. δίζε e (Q δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυ-, "^, νατὸν εἶναι ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται E ^ εἰ, i εἶναι δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i * τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι βαδίσειεν ἄν. Καὶ αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις, Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ εἶναι, xai τὸ βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ 7 τῷ ἐν μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι, οὐ μέντοι πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι, καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι, τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ πρῶται δὲ μετὰ δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε ἐνέργειαί εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3 ntendit declarare quomodo illæ quæ æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat £j) * Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem* etc. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam ducta quadratum constituit. Logica potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur, quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. 2. Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc simpliciter dicitur: sed hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu est; ut possibile ambulare, quoniam ambulat iam, et omnino possibile esse, quoniam iam est in actu, quod dicitur esse possibile: illud vero, quoniam actu esse posset; ut possibile ambulare, quoniam ambulabit. in Et hæc quidem in mobilibus solis est potestas, illa vero et immobilibus. Utrunque vero verum est dicere, non impossibile esse ambulare vel esse, et quod iam ambulat et agit, et ambulativum. Hoc igitur possibile non est verum de necessario dicere simpliciter, alterum autem verum est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud quod ex necessitate est, consequitur posse esse, sed non omne. Et est fortasse quidem principium, quod necessarium est, et quod non necessarium est, omnium vel esse, vel non esse: et oportet. alia, veluti horum consequentia, considerare Manifestum est autem ex his quæ dicta sunt, quod id quod ex necessitate est, secundum actum est: quare si priora sunt sempiterna, et quæ actu sunt potestate priora sunt. Et hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ substantiæ: alia vero cum potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore vero posteriora. Alia vero numquam actus sunt, sed potestates tantum. scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget, idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. 3. Deinde cum dicit: Et bæc quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ; illa autem est et in rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et non agit,si agere debet, oportet quod mutetur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus, et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est illo quod physicum appellari solet. 4. Deinde subdit convenientiam inter utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex II CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO CONVENIENTI SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus Ordo eo * Cf. lect. præc. n. 5. quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque verificatur non impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: Et primum quidem * etc., in quo non invenitur via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile est, sive loquamur de possibili physice, sive logice. 5. Deinde cum dicit : Sic igitur possibile etc., applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis, declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere Necesse est esse Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Tertius Ordo Non. necesse est esse Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse Secundus Ordo Necesse est non esse Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Quartus Ordo Non necesse est non esse Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem proponentis est. et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est, non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non verificatur.Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil neces* c * Lect. præced. a Cf. lect. præc. n. I. * Num. seq. sitatis adimit. Et per hoc solvitur ratio inducta * ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, -quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in oppositam qualitatem. 6. Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod affirmativa pars * quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium est pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et physicum, et sub logico comprehenditur necessarium ; ergo ad necessarium sequitur possibile. Unde dicit: Quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem subiectivam, consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino, idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam, expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ peccabat secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile, descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. 7. Deinde cum dicit: Et est fortasse quidem etc., ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus aliis modis. Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam dicti ordinis; ibi: Manifestum est autem* etc. Dicit ergo: Et est fortasse principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut borum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc modo: 8. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu, excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile. Unde dicit, proponendo minorem: Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset necessarium. - Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis : Quare si priora sunt sempiterna temporalibus etc. - Ultimo ponit conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest possibilibus, quæ omnino actu esse non ponunt, licet compatiantur. 9. Deinde cum dicit: Et bæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine poteillæ state, idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non quas in præsenti diximus primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium rerum sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e converso contingit. Prior enim secundum dignitatem, idest dignior et perfectior habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis attento, - Alia vero nunquam sunt actu sed potestate tantum, ut motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in actum, quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate, imitando primum gradum universi. - Locavimus secundo loco possibile et contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem possibile et non contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo statutus est, quando divinus est observatus. IO. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium naturis consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti; prædicatum autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est ( quia explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum quæ de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis. Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. 11. Nascitur autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. - Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam esse: affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. - Ex eo vero quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et singularem, Sicut et quàántitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius modalis dictum unum * Ed. c: scilicet omne dictum cu tusque E isttus modalis re, est universalis, scilicet dictum . est, consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est singularitas: secundum * omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile, exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est singularis quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel particularis. - Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem. 12. Ubi diligenter: duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter universalis cuius modus est universalis, et illa particularis cuius modus est particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. 119 Secundum attendendum (quod est causa istius primi ) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum partes subiectivas), ita quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas est tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum, scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa modalis est simpliciter universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni, sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo quod proprie modus est. 13. Sunt igitur modalium (de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario, quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse:sicut in illis de inesse, omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de his, inquantum huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium, quarto vero subalternum. Necesse esse o qd Ε S s E ὦ ri Possibile esse Impossibile e Contrariæ eo E δα ES x ο x9 9 ? . [d x Se, ἢ ᾿ς 6 Subcontrariæ esse uU g& z E $ B E Contingens non essc vtt 120 II LECTIO DECIMATERTIA (Cann. CargTANI lect. xi) CONTRARIETAS IN ANIMI OPINIONIBUS CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI FALSIQUE OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ ἡ κατάφασις τῇ χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, οἷον ἔστι Καλλίας δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι" ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία τούτων ; γὰρ τὰ μὲν ἐν τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ τῶν ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα ἐναντία ἐστίν, οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη ἀπόφασις. Ὥστε σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος ἢ ἡ τὸ ἐναντίον εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν, ἄλλη δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ τούτων ἐναντία τῇ ἀληθεῖ; xal εἰ ἔστι μία, x40 ' ὁποτέραν ἡ ἐναντία: μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι, ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία δὲ ταῦτα. ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο τι ὃ οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι, καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον); SEN ene ostquam determinatum est de enunciatione se(Q5) (oy cundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem S. Thomas. * * * Num. 5. Num. 8. Lect. seq. J7 eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in principio huius Secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet quæstionem; secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: Nam si ea, quæ sunt in voce * etc.; tertio, determinat illam aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari * etc.; quarto, redit ad respondendum quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione* etc. Quæstio quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde dicit: Utrum contraria est affirmatio. negationi. contradictoriæ, scilicet, et universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ dicit, omnis bomo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus bomo est iustus, aut illi, omnis bomo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Et similiter ista affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi, Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? * Utrum autem contraria est affirmatio negationi, aut affirmatio affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est, ei quæ est, nullus homo iustus est; aut, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est; ut, Callias iustus est, Callias iustus non est, Callias iniustus est; utra harum contraria est? Nam s. a, quæ suntin voce, sequuntur ea, quæ sunt in intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut quod, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in his, quæ,sunt in voce, affirmationibus, necesse est similiter se se habere. Quod si neque illic contrarii opinatio contraria est, nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ dicta est negatio. Quare considerandum est quæ opinio vera opinioni falsæ contraria est, utrum negationis, an ea, quæ contrarium esse opinatur. Dico autem hoc modo. Est quædam opinatio vera boni, quod bonum est ;: alia vero, quod non bonum, est falsa; alia vero, quod malum: utra harum contraria veræ? et si est una, secundum quamnam contraria est? Nam arbitrari contrarias opiniones definiri, eo quod contrariorum sunt, falsum est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod malum est, eadem fortasse opinio est et vera, sive plures,sive una sit. Sunt autem ista contraria. Sed non eo quod contrariorum sint contraria :sunt sed magis eo quod contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum, opinio, alia autem quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest esse: aliarum quidem nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est, opinantur, neque quæcunque non esse quod est (infinitæ enim utræque sunt, et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). 2. Ad evidentiam tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, Socrates est iustus, Socrates nom est iustus, ut de se patet. Et ex hoc provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema distantia sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit * Y Cap. xiv. CAP. XIV, subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet, omnis bomo est iustus, omnis bomo non. est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse eidem possunt. * Ed. c: posita sunt. Si vero ipsam enunciationem sive eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes entia positiva * sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. 3. Consistit autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet quod fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie opponi probatur a s. Thoma in I parte, qu. xvii *. Sicut ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur inædequatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul veræ, licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse simul falsæ. 4. Quia igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de contrafietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens: Affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter dicens: Ef oratio orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia, inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc nullo modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz T. I. LECT. XIII 121 Est igitur titulus. quæstionis; utrum affirmativæ veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato privativo, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum vero fuit a s. Thoma * provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet práedicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum' in contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo. 5. Deinde cum dicit: Nam siea etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa * adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab hac causa ait: Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed, quæ sunt in anima, ut dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis bomo est iustus, omnis bomo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his affrmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et prædicatis contrariis. Quod si neque illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit negatio eiusdem prædicati. 6. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat dicens: Quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: Sunt tres opiniones de bono, puta vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta, quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum contraria est veræ? 7. Quod autem subdidit: Et si est una, secundum quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut Sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur in X Metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus: quæ16 * * Supra lect. 1, n. I. * Ed. c: singula. 122 II ritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una earum est secundum quam fit contrarietas. - Tertio modo, potest legi dividendo hanc particulam, Et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda vero Boethius. dubitative legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est differentia, quod immediatis a prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo infirmum ; numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc, cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii, sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ indivisibiliter se sequantur, sive non. 8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit. Primo, declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi; secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio, determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus primo falla- cia etc.; quarto, declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram; ibi: Manifestum. est igitur etc. Dicit ergo proponens intentam conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari de- bere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc duplicem tationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. - Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt.- Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem simul, dicens: Boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem forlasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem est; Si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc secundario, ut dicitur IX Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt ac etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, per hoc congrua usi sumus declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrarie adverbialiter, scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. 9. Si ergo boni etc. Quia dixerat quod contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat idem prædicatum quod vera affirmabat ; [secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re, similes ultimis falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque indeterminata esse et absque numero constat. Possumus* enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est relatio, quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam veram, ait: Si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon est quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: Neque quæcumque opinio opinatur esse quod mom est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: meque quæcumque opiEt nio opinatur non. esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant. causam subdit: Infimitæ enim utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est, el quæ mon esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum. d. c et : po ssum LECTIO (Cann. CarkrANI lect. xi1) ILLA VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM CONTRARIETATEM CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET NEGATIONEM EIUSDEM DE EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ t, γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ, ^, * E ἀπάται. Ei οὖν τὸ ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ συμβεβηκός (συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in quibuscunque fallacia est. Hæ autem sunt ex his * Seq.c.xiv. ex quibus sunt generationes: ex oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia. Si ergo quod bonum est, et bonum, et non malum est; et ἀληθὴς καθ᾽ ἑαυτό, καὶ ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ καθ᾽ ἑαυτὸ ὑπάρχοντος, ψευδής, δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ συμβεβηκός. “Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ τῆς ἀποφάσεως, τοῦ ἐναντίου δόξα. Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον τὴν ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἑτέρα; ἐναντιωτέρα δὲ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν εἴη ἐναντία. δὲ τοῦ ὅτι κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἀνάγχη ἴσως ὑπολαμβάνειν τὸν αὐτόν. hoc quidem secundum se, illud vero secundum accidens (accidit enim ei non malum esse); magis autem in unoquoque vera est, quæ secundum se est etiam falsa, est falsa siquidem et vera. Ergo ea quæ est, quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum se est; eius, quæ illa vero quæ est, quoniam malum est, est secundum accidens. Quare magis erit falsa de bono ea, quæ est negationis opinio, quam ea, quæ est contrarii. Falsus autem est maxime circa singula, qui habet contrariam opinionem: contraria enim sunt eorum, quæ plurimum circa idem differunt. Si igitur harum contraria est altera, magis vero negationis est contraria; manifestum est quoniam hæc erit contraria. Illa vero quæ est, quoniam malum est, quod bonum est, implicita est. Etenim quoniam non bonum Ἔτι δέ, εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ ταύτῃ ἂν δόξειε καλῶς concava γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν ἐναντία, περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς τῇ ἀληθεῖ ἀντικειμένη, οἷον τὸν ἄνθρωπον οὐχ ἄνθρωπον οἰόμενος ον Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται ἐναντίαι. xal αἱ : Ἔτι ὁμοίως ἔχει τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ τοῦ ^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν, καὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ αθὸν ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ λέγουσα ὅτι Xa dv ἅμα γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ὅτι οὐ κακόν: ἀληθὴς γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ αὕτη. Ὥστε χαὶ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν τὴν κατάφασιν: γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία ἔσται, οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ὅτι οὐδὲν τῶν ἀγαθῶν ἀγα0óv: γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, αὐτή ἐστι τῇ ὅτι ἂν ἀγαθὸν δοξαζούσῃ ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ δόξης οὕτως ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν τῇ ψυχῇ, δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου, οἷον, τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν ἀγαθόν, ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ὅτι οὐθὲν οὐδείς, ἀντιφατικῶς $n οὐ πᾶν οὐ πᾶς. est, necesse est forte idem ipsum opinari. Amplius si etiam in aliis similiter oportet se habere, et hoc modo videbitur bene esse dictum. Aut enim ubique ea, quæ est contradictionis, aut nusquam. Quibus vero non est contrarium, de his quidem est falsa ea, quæ est veræ opposita; ut qui hominem non putat esse hominem, falsus est. Si ergo hæ contrariæ sunt, etiam aliæ quæ sunt contradictiones. Amplius similiter se habet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni, quoniam non bonum est. Et præter has boni, quoniam non bonum est, et non boni quoniam bonum est. Illi ergo quæ est, non boni quoniam non bonum est; veræ opinationi quænam est contraria? non enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim aliquando veræ erunt. Nunquam autem vera veræ est contraria: est enim quidquam non bonum malum. Quare contingit simul esse veras. At vero nec illa, quæ est, quod non malum: vera enim et, hæc: simul enim et hæc erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ est non-bonum, quoniam non bonum est, contraria ea, quæ est, non boni, quoniam bonum est. Falsa enim hæc. Quare et ea, quæ est boni, quoniam non bonum est, ei, quæ est boni, quoniam est bonum. Manifestum est autem quoniam nihil interest nec si universaliter ponamus affirmationem. Universalis enim negatio contraria erit; ut opinioni, quæ opinatur, quoniam omne .quod est bonum, bonum est, ea quæ est, quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ est boni quoniam bonum est, si universaliter sit bonum, eadem est ei quæ opinatur, quod quidquid bonum est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil differt ab eo quod est, quod omne quod est bonum, bonum est. Similiter autem et in non bono. Quare si in opinione sic se habet; sunt autem hæ quæ sunt in voce affirmationes et negationes notæ eorum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi contraria quidem negatio est, quæ de eodem universaliter; ut ei, quæ est, quoniam omne bonum bonum est, vel quoniam omnis homo bonus, ea quæ est, quoniam nullum vel nullus: contradictorie autem quæ est, quod non omne aut non omnis. 124 II Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται τὸν ἀληθεύειν αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio contrarietatem opinionum ZA constituit, sed quod aliqua veri falsique oppo77 sitio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet: Opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum aflirmationem contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia Manifestum est autem, quoniam et veram veræ non contingit esse contrariam, nec opinionem nec contradictionem. Contrariæ enim, quæ circa opposita sunt; circa eadem autem contingit verum dicere eumdem; simul autem non contingit eidem inesse contraria. et illi inter quos est primo fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. 4. Deinde cum dicit: Si ergo quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones. oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones oppositæ secundum affirmasic affirmativa vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim uni est contrarium. 2. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. -Prima est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur: Sed in. quibus primo fallacia est ; adversative enim continuans sermonem supra dictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in quibus primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis, scilicet terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit minorem: Ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et generationes fiunt. Et demum concludit: Quare etiam fallacia, scilicet, est ex oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. 3. Ad evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in processu naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V Pbysic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et similiter quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod iidem sunt termini inter quos primo est generatio, tionem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affrmationem de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt contrariæ opiniones; 'oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut patet. Minor vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. 5. Unde ad suprapositas opiniones in propositione quæstionis rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ veraé, scilicet, bonum est bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui, secunda autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera, bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est secundum se vera, ést magis vera quam sécunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera. sunt, Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ quod scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum, scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non ratione alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet, bonum est malum, non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in minore. 6. Unde rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: Si ergo quod bonum. est et bonum est et. mon. est malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio, est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit CAP. XIV, ecunda opinio, est verum secundum accidens, quia acci: it, idest, coniunctum est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest negativa, scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se, idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria, scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dijd. * Ed. e et CTS "ENT AQUINO. TRENT ἀπ᾿ : j centis, bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: Quare erit magis falsa de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod, semper magis falsus circa singula est ille qui babet contrariam opinionem, ac si dixisset, veræ opinioni magis falsa-est contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de num?ro eorum. quæ. circa idem. plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam magis falsa circa illam *. 7. Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: Quod si (pro, quia) barum falsarum, scilicet, negationi eiusdem et affirmationis contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis, idest, negationis eiuslem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem, idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam, scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum. Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est.- Et sic finitur prima ratio. . 8. Notandum est hic primo quod ista regula generalis tradita hic ab Aristotele de contrarietate opinionum, quod Scilicet contrariæ opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt dubia.Primum est quia cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi. Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione s. Thomæ, quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie; cum hic expresse dicitur aliquas opponi secundum affirmatiónem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non. est albus, secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens vera, ita ista est LECT. per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas. Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod dixit: Magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo, secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns, secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns, contradictorie; privative autem illi, Socrales est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est luscus ; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur ἴῃ Postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus, sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. - Si vero accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi convenit, et non secundum quod exigeret natura propria.Inter entia autem realia contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt, sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has contrariæ dicuntur. IO. Ex his patet quid ad obiecta dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata ; sunt autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde plurimum differunt. - Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta Aristotelis et s. Thomae, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem et negationem verum esse confitemur, si ad repraesentata nos convertimus, ut hic dicitur. 1I. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam tantum motus est, eo quod de affrmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas vero secundum repraesentata, similitudo quaedam generationis et corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et fallacia sive error quandoque S. Thomas. RI ERIS 126 et motus et mutationis rationem habet diversa respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, II Secundum autem dictum simpliciter verum est, quoniam quis mutat opinionem ; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque praeopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. 12. Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur ibi secundum aequivocationem illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes verae secundum illos modos perseitatis qui enumerantur I Posteriorum, et similiter falsae secundum illosmet modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse opiniones contrariae in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suae oppositae. Per se vera quidem respectu suae falsae, et per se falsa respectu suae verae. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia; istius verae, Socrates currit, non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quae est per se illius falsa, quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter istius falsae, Socrates est. quadrupes, non est per se vera ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed mediante ista, Socrales mon est quadrupes, quae est per se vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et eius per se vera, sunt contrariae. Unde patet responsio ad obiectionem, quia procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. 13. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est magis contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis. oppositionem habet respectu illius verae. Determinat tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria est affirmationi verae. Subdit enim: Manifestum est quoniam. baec contraria erit. Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi verae, et quod una tantum earum, negatio scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum est, ambae contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed difformiter, quia opinio negationis primo et per se contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione scilicet negativae opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur V Pbysicor. simpliciter contraria non sunt nisi extrema unius latitudinis, quae maxime distant; extrema autem unius distantiae non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsae dandum est, illi scilicet quae maxime a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Haec igitur una tantum contraria est illi, simpliciter loquendo. Caeterae enim oppositae ratione istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. 14. Deinde cum dicit: Amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda ratione, dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter, idest, eodem modo, ita quod contrariae in aliis materiis sunt affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus, videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: Aut enim ubique, idest, in omni materia, ea quae est contradictionis altera pars censenda est contraria suae affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illae materiæ quibus non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in Prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se falsa ea, quæ est opinioni veræ opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem, per se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis dicens: Si ergo bæ, scilicet, affirmatio et negatio in materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones contrariæ censendæ sunt. Deinde cum dicit: Amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: Sic se habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: Similiter se babet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam mon est bonum. Et subdit quoad secundas utriusque falsas: Et super bas opinio bomi quoniam mon est bonum, et. non boni quoniam .est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de non bono,scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non bonum est bonum, quæ est eius contradictoria ; ergo et illi veræ opinioni de bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet, bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum. Unde subdit minorem supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non boni, quæ est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est. contraria. Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium, scilicet, quod non bonum CAP. , LECT. est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras: quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio. non boni, quæ est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria ilius. Deinde subdit 127 mativæ quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula similiter referendo. - Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. -- Augetur et dubitatio: quia in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem negationem faciamus ita contrariam universali affBrmationi, sicut singularem singulari. conclusionem intentam: Quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum, contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. 16. Deinde cum dicit: Manifestum est igitur etc., declarat determinatam veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim, scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: Nam eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum : idest, istius opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter sua negatio contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono dictum est. 17. Deinde cum dicit: Quare si in opinione sic se ba/-* Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq. * * Num. 2r. Cf. lect. præced. n. 5, seqq. æe Ὑ I eu ER CP πο INCUBE FRE bet etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ *, terminata iam secunda, ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est autem quoniam * etc. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet quæstioni, dicens: Quare si in opinione sic se' babet contrarietas, ut dictum est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest, affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum. est. quoniam. affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an affirmativa contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est contraria. Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio, affirmationi contraria est etc. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirEt ita declinari non potest quin affirmationi universali duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate Aristoteles. I9. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affrmativæ contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria, universalis negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea recta: Omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, omnis bomo non est iustus, omnis bomo est iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita est*. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ, scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim negationem contradictoriam, scilicet, nom ommis bomo est iustus, mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior est falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod affirmationi veræ contradictoria negdtio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est per accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio, tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V Physicorum. Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non est per se falsa, nec contraria affirmationi. 20. Quia ergo agitur ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi afhrmationi, ut patet in toto processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio * Cf.supra n. 4, seqq. E 128 contrarii. Intendens per hoc declarare diversitatem quæ IIl, CAP., LECT.: est inter affirmationem contrarii ét negationem in hoc quod veræ aífirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum.- Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest quoad hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset affirmationi contraria.- Sic ergo patet quod subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Deinde cum dicit: Manifestum est autem etc., resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens: Manifestum est autem. ex dicendis quod mom contingit veram. veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, mec in contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et opiniones verificari, sicut et significata vel repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic finitur expositio huius libri Perihermenias. Anno Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo Divi Thomæ Aquinatis. Cui sit honor et gloria, eo quod dederit opus a se inceptum, tanto tempore incompletum, perfici. III. 1 Postquam philosophus distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen infinitum non universaliter sumptum, hic intendit distinguere enunciationes, in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum. Et circa hoc tria facit: primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas supra positas; secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: sed non similiter etc.; tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: hæ duæ igitur et cetera. Dicit ergo primo quod similes sunt enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Having distinguished enunciations in which the subject is an infinite name not taken universally, Aristotle now distinguishes enunciations in which the subject is a finite name taken universally. He first proposes a similarity between these enunciations and the infinite enunciations already discussed, and then shows their difference where he says, But it is not possible, in the same way as in the former case, that those on the diagonal both be true, etc. Finally, he concludes with the number of oppositions there are between these enunciations where he says, These two pairs, then, are opposed, etc. He says first, then, that enunciations in which the affirmation is of a name taken universally are similar to those already discussed. 2 Quoad primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii. Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: et affirmativæ inferunt negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ, si nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fient enim tunc quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis homo est iustus, et eius negatio quæ est non omnis homo est iustus; et duæ de prædicato infinito, scilicet omnis homo est non iustus, et eius negatio quæ est, non omnis homo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus sermonem fecit, ita nunc de affirmationibus universalibus sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum est.It is to be noted in relation to Aristotle’s first point that in indefinite enunciations there were two oppositions and four enunciations, the affirmatives inferring the negatives and not being inferred by them, as is clear in the exposition of Ammonius as well as of Porphyry. In enunciations in which the finite name universally taken is the subject there are also two oppositions and four eminciations, the affirmatives inferring the negatives and not the contrary. Hence, enunciations are related in a similar way if the affirmation is made universally of the name taken as the subject. For again, four enunciations will be made, two with a finite predicate-"Every man is just,” and its negation, "Not every man is just”-and two with an infinite predicate-"Every man is non-just” and its negation, "Not every man is non-just.” And since any affirmation together with its negation makes one whole opposition, two oppositions are made, as was also said of indefinite enunciations. There might seem to be an objection to his use of particulars when speaking of universal enunciations, but this cannot be objected to, for just as in dealing with indefinite enunciations he spoke of their negations, so now in dealing with universal affirmatives be is forced to speak of their negations. The negation of the universal affirmative, however, is not the do universal but the particular negative as was stated in the first book. V. lib. 2 l. 3 n. 3Quod autem similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo res clara prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supra posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de prædicato infinito, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ista universalis affirmativa de prædicato privativo, hoc modo: (Figura). Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura, sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas; finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ. A table will make it evident that the consequence is similar in these and in indefinite eminciations. And lest what is clear be made obscure by prolixity let us first make a diagram of the indefinites posited in the last lesson, based upon the exposition of Porphyry. Place the finite affirmative on one side and under it the infinite negative, and under this the privative negative. On the other side put the finite negative first, under it the infinite affirmative, and under this the privative affirmative. Then under this diagram make another similar to it but of universals. On one side put the universal affirmative of the finite predicate, under it the particular negative of the infinite predicate, and to complete the parallel put the particular negative of the privative predicate under this. On the other side, first put the particular negative of the infinite predicate, under it the universal affirmative of the finite predicate,” and under this the universal affirmative of the privative predicate. Thus: DIAGRAM OF THE INDEFINITES Man is just Man is not just Man is not non-just Man is non-just Man is not unjust Man is unjust DIAGRAM OF THE UNIVERSALS Every man is just Not every man is just. Not every man is non-just Every man is non-just Not every man is unjust Every man is unjust In this disposition of enunciations, the consequence always follows in the second diagram just as it followed in regard to indefinites in the first diagram. This is true if we follow the exposition of Ammonius in which infinites are related to finites as privatives are related to the same finites, and the finites not related to the infinite middle enunciatious as privatives are related to those infinites. It is equally true if we follow the exposition of Porphyry, in which affirmatives infer negatives and not vice versa. That the tables serve both expositions will be clear to one studying them. These universal enunciations, therefore, are related in like manner to indefinite entinciations in three things: the number of propositions, the number of oppositions, and the mode of consequence. 4 Deinde cum dicit: sed non similiter angulares etc., ponit dissimilitudinem inter istas universales et supradictas indefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares enunciationes in utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam finitam ex uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam infinitam vel privativam ex alio angulo. When he says, But it is not possible, in the same way as in the former case, that those on the diagonal both be true, etc., he proposes a difference between the universals and the indefinites, i.e., that it is not possible for the diagonals to be true in the case of universals. First we will explain these words according to the exposition we believe Aristotle had in mind, then according to the opinion of others. Aristotle means by diagonal eminciations those that are diametrically opposed in the diagram above, i.e., the finite affirmative in one corner and the infinite affirmative or the privative in the other; and the finite negative in one corner and the, infinite negative or privative in the other. 5 Enunciationes ergo in qualitate similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant, dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et universales. Angulares enim indefinitæ tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum possunt esse simul veræ, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt in materia contingenti: in materia enim necessaria et remota impossibile est esse ambas veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus, expositio. Enunciations that are similar in quality, and called diagonal because diametrically distant, are dissimilar in truth, tben, in the case of indefinites and universals. The indefinites on the corners, both oil the diagonal of affirmations and the diagonal of negations can be simultaneously true, as is evident in the table of the indefinite entinciations. This is to be understood in regard to contingent matter. But diagonals of universals are not so related, for angtilars on the diagonal of affirmations cannot be simultaneously true in any matter. Those on the diagonal of negations, however, can sometimes be true simultaneously, i.e., when they are in contingerlt matter. In necessary and rernote matter it is impossible for both of these to be true. This is the exposition of Boethitis, which we believe to be the true one. 6 Herminus autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum et oppositionum, oppositiones tamen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem indefinitarum numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet inter finitas affirmativam et negativam, et alteram inter infinitas affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam et particularem negativam finitam, scilicet omnis homo est iustus, non omnis homo est iustus, et alteram inter eamdem universalem affirmativam finitam et universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis homo est iustus, omnis homo est non iustus. Inter has enim est contrarietas, inter illas vero contradictio. Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum supra differentiam quæ est inter angulares universalium affirmativas et negativas, sed supra differentiam quæ est inter ipsas universalium angulares inter se ex utraque parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali affirmativa finita, universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte sub particulari negativa finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc modo: (Figura). Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias. Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad veritatem, sed ex altera parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo universalium et ad suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest esse simul cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ. Et si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis, quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita potest stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius veritatem: quia licet sequatur: particularis est vera; ergo sua universalis contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra: ista universalis contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ. Herminus, however, according to Boethius, explains this in another way. He takes the oppositions in one way in universals and in another in indefinites, although he holds that there is a likeness between universals and indefinites with respect to the n timber of enunciations and of oppositions. He arrives at the oppositions of indefinites we have, i.e., one between the affirmative and negative finites, and the other between the affirmative and negative infinites. But he disposes the oppositions of universals in another way, taking one between the finite universal affirmative and finite particular negative, "Every man is just” and "Not every man is just,” and the other between the same finite universal affirmative and the infinite universal affirmative, "Every man is just” and "Every man is non-just.” Between the latter there is contrariety, between the former contradiction. He also proposes the dissimilarity between universals and indefinites in another way. He does not base the dissimilarity between diagonals of universals and indefinites on the difference between affirinative and negative diagonals of universals, as we do, but on the difference between the diagonals of universals on both sides among themselves. Hence he forms his diagram in this way: under the finite universal affirmative be places the infinite universal affirmative, and on the other side, under the finite particular negative the infinite particular negative. Thus the diagonals are of different quality. He also diagrams the indefinites in this way. Every man is just? contradictories? Not every man is just contraries subcontraries Every man is non-just? contradictories? Not every man is non-just Man is just Man is non-just Man is not just Man is not non-just With enunciations disposed in this way he says their difference is this: that in indefinite enunciations, one on the diagonal is true as a necessary consequence of the truth of the other, so that the truth of one enunciation infers the truth of its diagonal from wherever you begin But there is no such mutual necessary consequence in universals—from the truth of one on a diagonal to the other—since the necessity of inference fails in part. If you begin from any of the universals and proceed to its diagonal, the truth of the universal cannot be simultaneous with the truth of its diagonal so as to compel it to truth. For if the universal is true its universal contrary will be false, since they cannot be at once true; and if this universal contrary is false, its particular contradictory, which is the diagonal of the first universal assumed, will necessarily be true, since it is impossible for contradictories to be at once false; but if, conversely, you begin with a particular enunciation and proceed to its diagonal, the truth of the particular can so stand with the truth of its diagonal that it does not infer its truth necessarily. For this follows: the particular is true, therefore its universal contradictory is false. But this does not follow: this universal contradictory is false, therefore its universal contrary, which is the diagonal of the particular assumed, is true. For contraries can be at once false. 7 Sed videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et infinitas inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere volumus, iam non duas, sed tres oppositiones inveniemus: primam inter finitas, secundam inter infinitas, tertiam quam ipse herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura etiam quam formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I priorum formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: hæc igitur quemadmodum in resolutoriis dictum est, sic sunt disposita. In Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ affirmativis, et negativæ negativis. But the way in which oppositions are taken in this exposition does not seem to be what Aristotle had in mind. He did not intend to speak here of the opposition between finites and infinites, but of the opposition between finites themselves and infinites themselves. For if we meant to explain each mode of opposition, there would not be two but three oppositions: first, between finites; second, between infinites; and third, the one Herminus states between finite and infinite. Even the diagram Herminus makes is not like the one Aristotle makes at the end of I Priorum, to which Aristotle himself referred us in the last lesson when he said, This, then, is the way these are arranged, as we have said in the Analytics; for in Aristotle’s diagram affirmatives are diagonal to affirmatives and negatives to negatives. 8 Deinde cum dicit: hæ igitur duæ etc., concludit numerum propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly hæ demonstret universales, et sic est sensus, quod hæ universales finitæ et infinitæ habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi ut ly hæ demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent duas oppositiones, alteram inter affirmationem finitam et eius negationem, alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. Then Aristotle says, These two pairs, then, are opposed, etc. Here he concludes to the number of propositions. What he says here can be interpreted in two ways. In the first way, "these” designates universals, and thus the meaning is that the finite and infinite universals have two oppositions, which we have explained above. In the second, "these” designates enunciations which are finite and infinite with respect to the predicate, whether universal or indefinite, and then the meaning is that these enunciations have two oppositions, one between the finite affirmation and its negation and the other between the infinite affirmation and its negation. The second exposition seems more satisfactory to me, for the brevity for which, Aristotle strove allows for no repetition; hence, in terminating his treatment of the enunciations he had enumerated—those with a finite and infinite predicate according to diverse quantities—he meant to reduce all the oppositions to two.  9 Deinde cum dicit: aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo, ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: magis autem etc.; tertio, ostendit habitudinem istarum ad alias; ibi: hæ autem extra et cetera. Ad evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est. Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non homo est. Quædam vero sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, homo est iustus, homo est non iustus. Quædam autem sunt quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, non homo est iustus, non homo est non iustus. Et quia de primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: aliæ autem sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit a ratione nominis, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat, est, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas oppositiones in hoc ordine, sicut in superioribus fecit. Distinguit etiam istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum finitum, dicens: ut, non homo est iustus, non homo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum et prædicatum infinitum, dicens: ut, non homo est non iustus, non homo non est non iustus. When he says, and there, are two other pairs if something is added to "non-man” as a subject, etc., he shows the diversity of enunciations when "is” is added as a third element and the subject is an infinite name. First, he proposes and distinguishes them; secondly, he shows that there are no more opposites than these where he says, There will be no more opposites than these; thirdly, he shows the relationship of these to the others where he says, The latter, however, are separate from the former and distinct from them, etc. With respect to the first point, it should be noted that there are three species of absolute [de inesse] enunciations in which the verb "is” is posited explicitly. Some have nothing added to the subject—which can be either finite or infinite—beyond the verb, as in "Man is,” "Non-man is.” Some have, besides the verb, something either finite or infinite added to a finite subject, as in "Man is just,” "Man is non-just.” Finally, some have, besides the verb, something either finite or infinite added to an infinite subject, as in "Non-man is just,” "Non-man is non-just.” He has already treated the first two and now intends to take tip the last ones. And there are two other pairs, he says, that have something, namely a predicate. added beside the verb "is” to "non-man” as if to a subject, i.e., to an infinite subject. He says "as if” because the infinite name falls short of the notion of a subject insofar as it falls short of the notion of a name. Indeed, the signification of an infinite name is not properly submitted to composition with the predicate, which "is,” the third element added, introduces. Aristotle enumerates four enunciations and two oppositions in this order as he did in the former. In addition he distinguishes these from the former finiteness and infinity. First, he posits the opposition between affirmative and negative enunciations with an infinite subject and a finite predicate, "Non-man is just,” "Non-man is not just.” Then he posits another opposition between those with an infinite subject and an infinite predicate, "Non-man is non-just,” "Non-man is not non-just. 10 Deinde cum dicit: magis autem plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duodecim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate, et singularitate et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut oppositionis intentum clarius videatur. Et sic contra universalem affirmativam non est ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius negatio. Ad clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in hac subscripta videatur figura: (Figura). Quod autem plures his non sint, ex eo patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior docet figura. Then he says, There will be no more opposites than these. Here he points out that there are no more oppositions of enunciations than the ones be has already given. We should note, then, that simple [or absolute] enunciations—of which we have been speaking—in which the verb "is” is explicitly posited whether it is the second or third element added, cannot be more than the twelve posited. Consequently, their oppositions according to affirmation and negation are only six. For enunciations are divided into three orders: those with the second element added, those with the third element added to a finite subject, and those with the third element added to an infinite subject; and in any order there are four enunciations. And since their subject in any order can be quantified in four ways, i.e., by universality, particularity, singularity, and indefiniteness, these twelve will be increased to fortyeight (four twelves being forty-eight). Nor is it possible to imagine more than these. Aristotle has only expressed twenty of these, eight in the first order, eight in the second, and four in the third, but through them be intended the rest to be understood. They are to be enumerated and disposed according to each order so that the primary negation is placed opposite an affirmation in order to make the relation of opposition more evident. Thus, the universal negative should not be ordered as opposite to the universal affirmative, but the particular negative, which is its negation. Conversely, the particular negative should not be ordered as opposite to the particular affirmative, but the universal negative, which is its negation. For a clearer look at their number all those of similar quantity should be co-ordered in a straight line and in the three distinct orders given above. The following diagram will make this clear. FIRST ORDER Socrates is Socrates is not Non-Socrates is Non-Socrates is not Some man is Some man is not Some non-man is Some non-man is not Man is Man is not Non-man is Non-man is not Every man is No man is Every non-man is No non-man is SECOND ORDER Socrates is just Socrates is not just Socrates is non-just Socrates is not non-just Some man is just Some man is not just Some man is non-just Some man is not non-just Man is just Man is not just Man is non-just Man is not non-just Every man is just No man is just Every man is non-just No man is non-just THIRD ORDER Non-Socrates is just Non-Socrates is not just Non-Socrates is non-just Non-Socrates is not non-just Some non-man is just Some non-man is not just Some non-man is non-just Some non-man is not non-just Non-man is just Non-man is not just Non-man is non-just Non-man is not non-just Every non-man is just No non-man is just Every non-man is non-just No non-man is non-just It is evident that there are no more than these, for the subject and the predicate cannot be varied in any other way with respect to finite and infinite. Nor can the finite and infinite subject be varied in any other way, for the enunciation with a second adjoining element cannot be varied with a finite and infinite predicate but only in respect to the subject. This is clear enough. But enunciations with a third adjoining element can be varied in four ways: they may have either a finite subject and predicate, or an infinite subject and predicate, or a finite subject and infinite predicate, or an infinite subject and finite predicate. These variations are all evident in the above table. 11 Deinde cum dicit: hæ autem extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: ut nomine utentes eo quod est non homo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia istæ utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur. Then when he says, The latter, however, are separate from the former and distinct from them, etc., he shows the relationship of those we have put in the third order to those in the second order. The former, he says, are distinct from the latter because they do not follow upon the latter, nor conversely. He assigns the reason when he adds: because of the use of "non-man” as a name, i.e., the former are separate from the latter because the former use an infinite name in place of a name, since they all have an infinite subject. It should be noted that he says enunciations of an infinite subject use an infinite name as a name; for to be subjected in an enunciation is proper to a name, to be predicated common to a name and a verb, and therefore every subject of an enunciation is subjected as a name. 12 Deinde cum dicit: in his vero in quibus est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; secundo, respondet cuidam tacitæ quæstioni; ibi: non enim dicendum est etc.; tertio, concludit earum conditiones; ibi: ergo et cætera eadem et cetera. Ad evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur est secundum adiacens, et eas in quibus ponitur est tertium adiacens talis est differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones, scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his vero, quæ habent est tertium adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est. Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus de tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et est, quod semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum. Unde idem significant ista, omnis homo currit, quod ista, omnis homo est currens. Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum, enunciationes verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in quibus ponitur est secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia præter verbum nulla est affirmatio vel negatio, sicut præter nomen esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de significationibus, sed de numero enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ sunt enunciationes in quibus ponitur est secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur est, duas oppositiones tantum, alteram inter finitas, ut, omnis homo currit, omnis homo non currit, alteram inter infinitas quoad subiectum, ut, omnis non homo currit, omnis non homo non currit. Next he takes up enunciations in which adjective verbs are posited, when he says, In enunciations in which "is” does not join the predicate to the subject, etc. First, he distinguishes these adjective verbs; secondly, he answers an implied question where he says, We must not say "non-every man,” etc.; thirdly, he concludes with their conditions where he says, All else in the enunciations in which "is” does not join the predicate to the subject will be the same, etc. It is necessary to note here that there is a difference between enunciations in which "is” is posited as a second adjoining element and those in which it is posited as a third element. In those with "is” as a second element oppositions are simple, i.e., varied only on the part of the subject by finite and infinite. In those having "is” as a third element oppositions are made in two ways—on the part of the predicate and on the part of the subject—for both can be varied by finite and infinite. Hence we made only one order of enunciations with "is” as the second element. It had four enunciations quantified in diverse ways, and two oppositions. But enunciations with "is” as a third element must be divided into two orders, because in them there are four oppositions and eight enunciations, as we said above. Enunciations with adjective verbs are made equivalent in signification to enunciations with "is” as the third element by resolving the adjective verb into its proper participle and "is,” which may always be done because a substantive verb is contained in every adjective verb. For example, "Every man runs” signifies the same thing as "Every man is running.” Because of this Boethius calls enunciations having an adjective verb "eminciations of the second adjoining element according to vocal sound, but of the third adjoining element according to power.” He designates them in this manner because they can be resolved into enunciations with a third adjoining element to which they are equivalent. With respect to the number and oppositions of enunciations, those with an adjective verb, formally taken, are not equivalent to those with a third adjoining element but to those in which "is” is posited as the second element. For oppositions cannot be made in two ways in adjectival enunciations as they are in the case of substantival enunciations with a third adjoining element, namely, on the part of the subject and predicate, because the verb which is predicated in adjectival enunciations cannot be made infinite. Hence oppositions of adjectival enunciations are made simply, i.e., only by the subject quantified in diverse ways being varied by finite and infinite, as was done above in substantival enunciations with a second adjoining element, and for the same reason, i.e., there can be no affirmation or negation without a verb but there can be without a name. Since the present treatment is not of significations but of the number of enunciations and oppositions, Aristotle determines that adjectival enunciations are to be diversified according to the mode in which enunciations with "is” as the second adjoining element are distinguished. And he says that in enunciations in which the verb "is” is not posited formally, but some other verb, such as "matures” or "walks,” i.e., in adjectival enunciations, the name and verb form the same scheme with respect to the number of oppositions and enunciations as when is as a second adjoining element is added to the name as a subject. For these adjectival enunciations, like the ones in which "is” is posited, have only two oppositions, one between the finites, as in "Every man runs,” "Not every man runs,” the other between the infinites with respect to subject, as in "Every non-man runs,” "Not every non-man runs.” 13 Deinde cum dicit: non enim dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam; ibi: manifestum est autem et cetera. Est ergo quæstio talis: cur negatio infinitans numquam addita est supra signo universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis homo currit, cur non sic infinitata est, non omnis homo currit, sed sic, omnis non homo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen infinitabile debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem et similia signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, non omnis homo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non homo. Then he answers an implied question when he says, We, must not say "non-every man” but must add the negation to man, etc. First he states the solution of the question, then he proves it where he says, This is evident from the following, etc. The question is this: Why is the negation that makes a word infinite never added to the universal or particular sign? For example, when we wish to make "Every man runs” infinite, why do we do it in this way "Every non-man runs,” and not in this, "Non-every man runs.” He answers the question by saying that to be capable of being made infinite a name has to signify something universal or singular. "Every” and similar signs, however, do not signify something universal or singular, but that something is taken universally or particularly. Therefore, we should not say "non-every man” if we wish to infinitize (although it may be used if we wish to deny the quantity of an enunciation), but must add the infinitizing negation to "man,” which signifies something universal, and say "every non-man.” 14 Deinde cum dicit: manifestum est autem ex eo quod est etc., probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis et similia non significant aliquod universale, sed quoniam universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed quoniam universaliter; sed illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly omnis, est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly omnis est non aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu, ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur sic. Illæ enunciationes homo currit, et omnis homo currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale, scilicet ly homo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur de subiecto universaliter, in altera autem non universaliter. Cum enim dico, homo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota humana universitate; cum autem dico, omnis homo currit, cursum inesse homini pro omnibus inferioribus significo. Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in textu adducuntur, scilicet, homo non currit, respectu suæ universalis universaliter, omnis homo non currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. Where he says, This is evident from the following, etc., he proves that "every” and similar words do not signify a universal but that a universal is taken universally. His argument is the following: That by which enunciations having or not having the "every” differ is not the universal; rather, they differ in that the universal is taken universally. But that by which enunciations having and not having the "every” differ is signified by the "every.” Therefore, that which is signified by the "every” is not a universal but that the universal is taken universally. The minor of the argument is evident, though not explicitly given in the text: that in which the having of some term differs from the not having of it, other things being equal, is the signification of that term. The major is made evident by examples. The enunciations "Man matures” and "Every man matures” differ precisely by the fact that in one there is an "every,” in the other not. However, they do not differ in such a way by this that one is universal, the other not universal, for both have the universal subject, "man”; they differ because in the one in which "every” is posited, the enunciation is of the subject universally, but in the other not universally. For when I say, "Man matures,” I attribute maturing to "man” as universal or common but not to man as to the whole human race; when I say, "Every man matures,” however, I signify maturing to be present to man according to all the inferiors. This is evident, too, in the three other examples of enunciations in Aristotle’s text. For example, "Non-man matures” when its universal is taken universally becomes "Every non-man matures,” and so of the others. It follows, therefore, that "every” and "no” and similar signs do not signify a universal but only signify that they affirm or deny of man universally. 15 Notato hic duo: primum est quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam universaliter; secundum est, quod addit, de homine affirmant vel negant. Primi ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis aut particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum enim dico, omnis homo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino homo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter, per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly omnis in actu exercito, sicut et in I posteriorum, in definitione scire applicationem causæ notavit per illud verbum quoniam, dicens: scire est rem per causam cognoscere, et quoniam illius est causa. Ratio autem secundi insinuat differentiam inter terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute; isti autem ponunt significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, homo albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, omnis homo, ly omnis etsi hominem distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis homo currit, non intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus, albus homo currit, determinamus hominem in seipso esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo omnis et nullus, sicut et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum removendo. Two things should be noted here: first, that Aristotle does not say "every” and "no” signify universally, but that the universal is taken universally; secondly, that he adds, they affirm or deny of man. The reason for the first is that the distributive sign does not signify the mode of universality or of particularity absolutely, but the mode applied to a distributed term. When I say, "every man” the "every” denotes that universality is applied to the term "man.” Hence, when Aristotle says "every” signifies that a universal is taken universally, by the "that” he conveys the application in actual exercise of the universality denoted by the "every,” just as in I Posteriorum [2: 71b 10] in the definition of "to know,” namely, To know scientifically is to know a thing through its cause and that this is its cause, he signifies by the word "that” the application of the cause. The reason for the second is to imply the difference between categorematic and syneategorematic terms. The former apply what is signified to the terms absolutely; the latter apply what they signify to the terms in relation to the predicates. For example, in "white man” the "white” denominates man in himself apart from any regard to something to be added; but in "every man,” although the "every” distributes man,” the distribution does not confirm the intellect unless it is under stood in relation to some predicate. A sign of this is that when we say "Every man runs” we do not intend to distribute "man” in its whole universality absolutely, but only in relation to "running.” When we say "White man runs,” on the other hand, we designate man in himself as "white” and not in relation to "running.” Therefore, since "every” and "no” and the other syncategorematic terms do nothing except determine the subject in relation to the predicate in the enunciation, and this cannot be done without affirmation and negation, Aristotle says that they only signify that the affirmation or negation is of a name, i.e., of a subject, universally, i.e., they prescribe the affirmation or negation that is being formed, and by this he separates them from categorematic terms. They affirm, or deny can also be referred to the signs themselves i.e., "every” and "no,” one of which distributes positively, the other distributes by removing. 16 Deinde cum dicit: ergo et cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi enumerata; ideo concludit: ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem, idest similia istis apponenda sunt. When he says All else in enunciations in which "is”does not join the predicate to the subject, etc., he concludes the treatment of the conditions of adjectival enunciations. He has already stated that adjectival enunciations are the same with respect to the number of oppositions as substantival enunciations with "is” as the second element, and has clarified this by a table showing the number of oppositions. Now, since upon this conformity follows conformity both with respect to finiteness of predicates and with respect to the diverse quantity of subjects, and also-if any enunciations of this kind are enumerated—their multiplication in sets of four, he concludes, Therefore also the other things, which are to be observed in them, are to be considered the same, i.e., similar to these. IV. 1. Postquam determinatum est de diversitate enunciationum, hic intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc facit sex secundum numerum dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod in universalibus non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare talem, quia, scilicet, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se; contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras. Angulares autem negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras. Et circa hæc duo facit: primo, declarat conditiones contrariarum et subcontrariarum; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod angulares negativæ sint subcontrariæ; ibi: sequuntur vero et cetera. Dicit ergo resumendo: quoniam in primo dictum est quod enunciatio negativa contraria illi affirmativæ universali, scilicet, omne animal est iustum, est ista, nullum animal est iustum; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, neque in eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum. Having treated the diversity of enunciations Aristotle now answers certain questions about them. He takes up six points related to the number of difficulties. These will become evident as we come to them. Since he has said that in universal enunciations the diagonals in one case cannot be at once true but can be in another, for the diagonal affirmatives cannot be at once true but the negatives can,” someone might raise a question as to the cause of this diversity. Therefore, it is his intention now to assign the cause of this: namely, that the diagonal affirmatives are contrary to each other, and contraries cannot be at once true in any matter; but the diagonal negatives are subcontraries opposed to these and can be at once true. In relation to this he first states the conditions for contraries and subcontraries. Then he shows that diagonal affirmatives are contraries and that diagonal negatives are subcontraries where he says, Now the enunciation "No man is just” follows upon the enunciation "Every man is nonjust,” etc. By way of resumé, therefore, he says that in the first book it was said that the negative enunciation contrary to the universal affirmative "Every animal is just” is "No animal is just.” It is evident that these cannot be at once true, i.e., at the same time, nor of the same thing, i.e., of the same subject. But the opposites of these, i.e., the subcontraries, can sometimes be at once true, i.e., in contingent matter, as in "Some animal is just” and "Not every animal is just.” 2 Deinde cum dicit: sequuntur vero etc., declarat quod angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et universalis negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc universalem negativam finitam, nullus homo est iustus, sequitur æquipollenter illa universalis affirmativa infinita, omnis homo est non iustus. Secundum vero declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra posita inspicere potes. Unde subdit quod illam particularem affirmativam finitam, aliquis homo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ infinitæ), non omnis homo est non iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes, formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et collaterales inter se, hoc modo: (Figura). His siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. When he says, Now the enunciation, "No man is just” follows upon the enunciation "Every man is nonjust,” etc., he shows that the diagonal affirmatives previously posited are contraries, the negatives subcontraries. First he manifests this from the fact that the infinite universal affirmative and the simple universal negative are equal in meaning, and consequently each of them is contrary to the simple universal affirmative, which is the other diagonal. Hence, he says that the infinite universal affirmative "Every man is non-just” follows upon the finite universal negative "No man is just,” equivalently. Secondly he shows this from the fact that the finite particular affirmative and the infinite particular negative are equal in meaning, and consequently each of these is subcontrary to the simple particular negative, which is the other diagonal. This you can see in the previous diagram. He says, then, that the opposite "Not every man is non-just” follows upon the finite particular "Some man is just” equivalently (understand "the opposite” not of this particular but of the infinite universal affirmative, for this is its contradictory). In order to see clearly how these enunciations are equivalent, make a four-sided figure, putting the finite universal negative in one corner and under it the contradictory, the finite particular affirmative. On the other side, put the infinite universal affirmative and under it the contradictory, the infinite particular negative. Now indicate the contradiction between diagonals and the contradiction between collaterals. No man is just equivalents Every man is non-just contradictories contradictories Some man is just equivalents Not every man is non-just This arrangement makes the mutual consequence of the universals in truth and falsity evident, for if one of them is true, its diagonal contradictory is false; and if this is false, its collateral contradictory, which is the other universal, will be true. With respect to the falsity of the particulars the procedure is the same. Their mutual consequence is made evident in the same way, for if one of them is true, its diagonal contradictory is false, and if this is false, its contradictory collateral, which is the other particular, will be true; the procedure is the same with respect to falsity. 3 Sed est hic unum dubium. In I enim priorum, in fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali negativa et universali affirmativa infinita; et superius in hoc secundo, super illo verbo: quarum duæ se habent secundum consequentiam, duæ vero minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur, et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia, et quod inter eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus est quam affirmativa infinita. Textus vero I priorum ultra prædicta loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non concluditur nisi in primo primæ. Universalis autem negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. However, a question arises with respect to this. At the end of I Priorum [46: 51b 5], Aristotle determines from what he has proposed that the judgment of the universal negative and the infinite universal affirmative is not the same. Furthermore, in the second book of the present work, in relation to the phrase Of which two are related according to consequence, two are not. Ammonius, Porphyry, Boethius, and St. Thomas say that the simple negative follows upon the infinite affirmative and not conversely.” Albert answers this latter difficulty by pointing out that the infinite affirmative follows upon the finite negative when the subject is constant, but the simple negative follows upon the affirmative absolutely. Hence both positions are verified, for with a constant subject there is a mutual consequence between them, but there is not a mutual consequence between them absolutely. We could also answer this difficulty in this way. In Book II, Lesson 2 we were speaking of the infinite enunciation with the whole of what it signified reduced to the form of the predicate, and according to this there was not a mutual consequence, since the finite negative is superior to the infinite affirmative. But here we are speaking of the infinite itself formally taken. Hence St. Thomas, when he introduced the exposition of Ammonius in his commentary on the above passage, said that according to this mode of speaking the simple negative is wider than the infinite affirmative. In the above mentioned text in I Priorum [46: 52a 36], Aristotle is speaking of finite and infinite enunciations in relation to the syllogism. It is evident, however, that the universal affirmative, whether finite or infinite is only inferred in the first mode of the first figure, while any universal negative whatever is inferred in the second mode of the first figure and in the first and second modes of the second figure. 4 Deinde cum dicit: manifestum est autem etc., movet secundum dubium de vario situ negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod non refert quoad veritatem si dicatur, omnis homo est non iustus, aut si dicatur, omnis homo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem. Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates est sapiens? Si vera est ista responsio, non; Socrates igitur non sapiens est, idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis affirmativæ interrogatæ non sequitur vera universalis affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem enunciationi quæsitæ; vera autem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis homo est sapiens? Si vera est ista responsio, non; affirmativa similis interrogatæ quam quis ex hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis homo est non sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed inferendum est, igitur non omnis homo sapiens est. Et ratio utriusque est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa, reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita primo illata, est contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut non sit eadem veritas negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur negatio, ut de se patet. When he says, And it is also clear with respect to the singular that if a question is asked and a negative answer is the true one, there is also a true affirmation, etc., he presents a difficulty relating to the varying position of the negation, i.e., whether there is a difference as to truth and falsity when the negation is a part of the predicate or a part of the verb. This difficulty arises from what he has just said, namely, that it is of no consequence as to truth or falsity whether you say, "Every man is non-just” or "Every man is not just”; yet in one case the negation is a part of the predicate, in the other part of the copula, and this makes a great deal of difference with respect to affirmation and negation. To solve this problem Aristotle makes a distinction: in singular enunciations, the singular negation and infinite affirmation of the same subject are of the same truth, but in universals this is not so. For if the negation of the universal is true it is not necessary that the infinite affirmation of the universal is true. The negation of the universal is the contradictory particular, but if it is true [i.e., the contradictory particular] it is not necessary that the subaltern, which is the contrary of the contradictory, be true, for two contraries can be at once false. Hence he says that in singular enunciations it is evident that if it is true to deny the thing asked, i.e., if the negation of a singular enunciation, which has been made into an interrogation, is true, there will also be a true affirmation, i.e., the infinite affirmation of the same singular will be true. For example, if the question "Do you think Socrates is wise?” has "No” as a true response, then "Socrates is non-wise,” i.e., the infinite affirmation "Socrates is non-wise” will be true. But in the case of universals the affirmative inference is not true, i.e., from the truth of a negation to a universal affirmative question, the truth of the infinite universal affirmative (which is similar in quantity and quality to the enunciation asked) does not follow. But the negation is true, i.e., from the truth of the negative response it follows that its negation is true, i.e., the negation of the universal asked, which is the particular negative. Consider, for example, the question "Do you think every man is wise?” If the response "No” is true, one would be tempted to infer the affirmative similar to the question asked, i.e., then "Every man is non-wise.” This, however, does not follow from the negation, for this is false as it follows from that response. Rather, what must be inferred is "Then not every man is wise.” And the reason for both is that the particular enunciation inferred last is the opposite, i.e., the contradictory of the universal question, which, being falsified by the negative response, makes the contradictory of the universal affirmative true, for of contradictories, if one is false the other is true. The infinite universal affirmative first inferred, however, is contrary to the same universal question. Should it not also be true? No, because it is not necessary in the case of universals that if one is false the other is true. The cause of the diversity between singulars and universals is now clear. In singulars the varying position of the negation does not vary the quantity of the enunciation ‘ but in universals it does. Therefore there is not the same truth in enunciations denying a universal when in one the negation is a part of the predicate and in the other a part of the verb. V. lib. 2 l. 4 n. 5Deinde cum dicit: illæ vero secundum infinitætc., solvit tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia dictum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel prædicatum, erit negativa et non affirmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem, probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur. Unde duo circa hoc facit: primo, proponit solutionem dicens: illæ vero, scilicet dictiones, contraiacentes: verbi gratia: non homo, et, homo non iustus et iustus. Vel sic: illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba (utpote quæ removentes quidem nomina et verba significant, ut non homo et non iustus et non currit, quæ opponuntur contra ly homo ly iustus et ly currit), illæ, inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt. Unde, si negationes apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi. Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel falsum; igitur dictio infinita non est negatio. Minorem declarat, quia qui dixit, non homo, nihil magis de homine dixit quam qui dixit, homo. Et quoad significatum quidem clarissimum est: non homo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui dixit, non homo, quam qui dixit, homo, si aliquid aliud non addatur, imo minus verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, non homo, quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec compositionem importat. Then he says, The antitheses in infinite names and verbs, as in " non-man” and "nonjust,” might seem to be negations without a name or a verb, etc. Here he raises the third difficulty, i.e., whether infinite names or verbs are negations. This question arises from his having said that the negative and infinite are equivalent and from having just said that in singular enunciations it makes no difference whether the negative is a part of the predicate or a part of the verb. For if the infinite name is a negation, then the enunciation having an infinite subject or predicate will be negative and not affirmative. He resolves this question by an interpretation which proves that neither infinite names nor verbs are negations although they seem to be. First he proposes the solution saying, The antitheses in infinite names and verbs, i.e., words contraposed, e.g., "non-man,” and "non-just man” and "just man”; or this may be read as, Those (namely, words) corresponding to infinites, i.e., corresponding to the nature of infinites, placed in opposition to names or verbs (namely, removing what the names and verbs signify, as in "non-man,” "non-just,” and "non-runs,” which are opposed to "man,” "just” and "runs”), would seem at first sight to be quasi-negations without Dame and verb, because, as related to the names and verbs before which they are placed, they remove them; they are not truly negations however. He says without a name or a verb because the infinite name lacks the nature of a name and the infinite verb does not have the nature of a verb. He says quasi because the infinite name does not fall short of the notion of the name in every way, nor the infinite verb of the nature of the verb. Hence, if it is thought that they are negations, they will be regarded as without a name or a verb, not in every way but as though they were without a name or a verb. He proves that infinitizing signs of separation are not negations by pointing out that it is always necessary for the negation to be true or false since a negation is an enunciation of something separated from something. The infinite name, however, does not assert what is true or false. Therefore the infinite word is not a negation. He manifests the minor when he says that the one who says "non-man” says nothing more of man than the one who says "man.” Clearly this is so with respect to what is signified, for "non-man” adds nothing beyond "man”; rather, it removes "man.” Moreover, with respect to a conception of truth or falsity, it is of no more use to say "non-man” than to say "man” if something else is not added; rather, it is less true or false, i.e., one who says non-man is more removed from truth and falsity than one who says man,” for both truth and falsity depend on composition, and the finite word which posits something is closer to composition than the infinite word, which neither posits nor composes, i.e., it implies neither positing nor composition. 6 Deinde cum dicit: significat autem etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de enunciationibus habentibus subiectum infinitum: hæ autem extra illas, ipsæ secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis affirmativa, omnis non homo est iustus, nulli habenti subiectum finitum significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis homo est iustus; neque quod ista, omnis homo est non iustus. Similiter opposita negatio et universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita supradictæ, scilicet omnis non homo non est iustus, nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et in illis. When he says, Moreover, "Every non-man is just does not signify the same thing as any of the other enunciations, etc., he answers a fourth difficulty, i.e., how the earlier statement concerning enunciations having an infinite subject is to be understood. The statement was that these stand by themselves and are distinct from the former [in consequence of using the name "non-man”]. This is to be understood not just with respect to the enunciations themselves formally, but with respect to the consequence of what is signified. Hence, giving two examples of enunciations with an infinite subject, the universal affirmative and universal negative,” he says that neither of these signifies the same thing as any of those, namely of those having a finite subject. The universal affirmative "Every non-man is just” does not signify the same thing as any of the enunciations with a finite subject; for it does not signify "Every man is just” nor "Every man is non-just.” Nor do the opposite negation, or the universal negative having an infinite subject which is contrarily opposed to the universal affirmative, signify the same thing as enunciations with a finite subject; i.e., "Not every non-man is just” and "No non-man is just,” do not signify the same thing as any of those with a finite subject. This is evident from the diversity of subject in the latter and the former. V. lib. 2 l. 4 n. 7Deinde cum dicit: illa vero quæ est etc., respondet quintæ quæstioni, an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam universalis affirmativa de subiecto, et prædicato infinitis et universalis negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque, omnis non homo est non iustus, idem significat illi, nullus non homo est iustus. Idem autem est iudicium de particularibus indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi voluit. When he says, But "Every non-man is non-just” signifies the same thing as "No non-man is just,” he answers a fifth difficulty, i.e., is there a consequence among enunciations with an infinite subject? This question arises from the fact that consequences were assigned among them earlier.” He says, therefore, that there is a consequence even among these, for the universal affirmative with an infinite subject and predicate and the universal negative with an infinite subject but a finite predicate are equivalent, i.e., "Every non-man is non-just” signifies the same thing as "No non-man is just.” This is also the case in particular infinites and singulars which are similar to the foresaid, for no matter what their quantity, the affirmative with both extremes infinite and the negative with an infinite subject and a finite predicate are always equivalent, as may be easily seen by examples. Hence, Aristotle in giving the universals intends the others to be understood from these. V. lib. 2 l. 4 n. 8Deinde cum dicit: transposita vero nomina etc., solvit sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem varietur enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud enim dixit significare, omnis homo non est iustus, et aliud, non omnis homo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an similiter contingat circa nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant: verbi gratia, idem significat, est albus homo, et, est homo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut, est albus homo, et, homo albus est. When he says, When the names and verbs are transposed, the enunciations signify the same thing, etc., he resolves a sixth difficulty: whether the signification of the enunciation is varied because of the transposition of names or verbs. This question arises from his having shown that the transposition of the negation varies the signification of the enunciation. "Every man is non-just,” he said, does not signify the same thing as "Not every man is just.” This raises the question as to whether a similar thing happens when we transpose names. Would this vary the enunciation as the transposed negation does? First he states the solution, saying that transposed names and verbs signify the same thing, e.g., "Man is white” signifies the same thing as "White is man.” Transposed verbs also signify the same thing, as in "Man is white” and "Man white is.” V. lib. 2 l. 4 n. 9Deinde cum dicit: nam si hoc non est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes; sed ostensum est in I libro, quod una tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis transposita nomina non variant enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere locentur ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis nominibus; et ex altero contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas negationes primas, et inter secundam affirmationem et omnes tres negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc modo: (Figura). His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus homo, negatio est, non est albus homo; illius autem secundæ affirmationis, quæ est, est homo albus, si ista affirmatio non est eadem illi supradictæ affirmationi, scilicet, est albus homo, propter nominum transpositionem, negatio erit altera istarum, scilicet aut, non est non homo albus, aut, non est homo albus. Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet, est homo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, non est non homo albus, negatio est illius quæ dicit, est non homo albus; alia vero, scilicet, non est homo albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est albus homo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod illæ affirmationes sint propter nominum transpositionem diversæ. Then he proves the solution from the number of contradictory negations when he says, For if this is not the case there will be more than one negation of the same enunciation, etc. He does this by a reduction to the impossible and his reasoning is as follows. If this is not so, i.e., if transposed names diversify enunciations, there will be two negations of the same affirmation. But in the first book it was shown that there is only one negation of one affirmation. Going, then, from the destruction of the consequent to the destruction of the antecedent, transposed names do not vary the enunciation. To clarify the proof of the consequent, make a figure in which both of the affirmations posited above, with the names transposed are located on one side. Put the two negatives similar to them in respect to terms and position on the opposite side. Then leaving a little space, under the affirmatives put the affirmation with an infinite subject and under the negatives the negation of it. Mark the contradiction between the first affirmation and the first two negations and between the second affirmation and all three negations, but in the latter case mark the contradiction between it and the lowest negation as not true but imaginary. Mark, also, the contradiction between the third affirmation and negation. (1) Man is white - contradictories - Man is not white (2) White is man – contradictories - White is not man (3) Non-man is white - contradictories - Non-man is not white Now we can see how Aristotle proves the consequent. The negation of the affirmation "Man is white” is "Man is not white.” But if the second affirmation, "White is man,” is not the same as "Man is white,” because of the transposition of the names, its negation, [i.e., of "White is man”] will be either of these two: "Non-man is not white,” or "White is not man.” But each of these has another opposed affirmation than that assigned, namely, than "White is man.” For one of the negations, namely, "Non-man is not white,” is the negation of "Non-man is white”; the other, "White is not man” is the negation of the affirmation "Man is white,” which was the first affirmation. Therefore whatever negation is given as contradictory to the middle enunciation, it follows that there are two of one, i.e., two affirmations of one negation, and two negations of one affirmation, which is impossible. And this, as has been said, follows upon an erroneously set up hypothesis, i.e., that these affirmations are diverse because of the transposition of names. 10 Adverte hic primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non est non homo albus, et, non est homo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem illius affirmationis, est homo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: aut negatio talis affirmationis acceptabitur illa quæ est vere eius negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi, sequitur unius affirmationis esse plures negationes, unam veram quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in opposita figura. Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: quare erunt duæ unius. Notice first that Aristotle through these two negations, "Non-man is not white” and "White is not man,” taken under disjunction to find the negation of the affirmation "Man is white,” has comprehended other things. It is as though he said: The negation which will be taken will either be the true negation of such an affirmation or some extraneous negation; and whichever is taken, it always follows, given the hypothesis, that there are many negations of one affirmation—one which is the contradictory of it, having equal truth with the one having its name transposed, and the other which you accept as distinct, or you imagine falsely. And conversely, there is a single negation of many affirmations, as is clear in the diagram. Hence, from whichever of these four you begin, you see two opposed to it. It is significant, therefore, that Aristotle concludes indeterminately: Therefore, there will be two [negations] of one [affirmation]. 11 Nota secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus homo, Socrates non est homo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit. Noverat enim supra dictum esse in primo quæ affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem significant. Note secondly that Aristotle does not consider it important to prove that the contradictory of the first affirmation is the contradictory of the second, and similarly that the contradictory of the second affirmation is the contradictory of the first. This he accepts as self-evident since they can neither be true at the same time nor false at the same time. This is manifestly clear when a singular term is placed first, for "Socrates is a white man” and "Socrates is not a white man” cannot be maintained at the same time in any mode. You should not be disturbed by the fact that he does not propose these singulars here, for he was undoubtedly aware that he had already stated in the first book which affirmation and negation are contradictories and which not and for this reason felt that a careful elaboration of the examples was not necessary here. It is therefore evident that since negations of affirmations with transposed names are not diverse the affirmations themselves are not diverse, and hence transposed names and verbs signify the same thing. 12 Occurrit autem dubium circa hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim valet: omnis homo est animal; ergo omne animal est homo. Similiter, transposito verbo, non valet: homo est animal rationale; ergo homo animal rationale est, de secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam. Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio, scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad formam; ita in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando terminus præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter et cetera. Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali, sicut quando transit de loco frigido ad locum calidum: ita in enunciationibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium adiacens fit secundum. Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo dixit quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod, si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in enunciatione, eadem manet oratio. Unde patet responsio ad instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit, sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et per hoc patet responsio ad similia. A doubt does arise, however, about the point Aristotle is making here, for it does not seem true that with transposed names the affirmation is the same. This, for example, is not valid: "Every man is an animal”; therefore, "Every animal is a man.” Nor is the following example with a transposed verb valid: "Man is a rational animal and (taking "is” as the second element), therefore "Man animal rational is”; for although it is nugatory as a whole combination, nevertheless it does not follow upon the first. The answer to this is as follows. just as there is a twofold transmutation in natural things, i.e., local, from place to place, and formal, from form to form, so in enunciations there is a twofold transmutation: a positional transmutation when a term placed before is placed after, and conversely, and a formal transmutation when a term that was a predicate is made a subject, and conversely, or in whatever mode, simply, etc. And just as in natural things sometimes a purely local transmutation is made (for instance, when a thing is transferred from place to place, with no other variation made) and sometimes a transmutation is made according to place—not simply but with a formal variation (as when a thing passes from a cold place to a hot place), so in enunciations a transmutation is sometimes made which is purely positional, i.e., when the name and verb are varied only in vocal position, and sometimes a transmutation is made which is at once formal and positional, as when the predicate becomes the subject, or the verb which is the third element added becomes the second. Aristotle’s purpose here was to treat of the purely positional transmutation of names and verbs, as the vocabulary of the transposition indicates; when he says, then, that transposed names and verbs signify the same thing, he intends to imply that if nothing other than the transposition of name and verb takes place in the enunciation, what is said remains the same. Hence, the response to the present objection is clear, for in both examples there is not only a transposition but a transmutation of subject to predicate in one case, and from an enunciation with a third element to one with a second element in the other. The response to similar questions is evident from this. V. 1. Postquam Aristoteles determinavit diversitatem enunciationis unius provenientem ex additione negationis infinitatis, hic intendit determinare quid accidat enunciationi ex hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit: quia primo, determinat diversitatem earum; secundo, consequentias earum; ibi: quoniam vero hæc quidem et cetera. Circa primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem; secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi: si ergo dialectica et cetera. Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in primo dictum fuerat, quod affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus non fit unum, non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et enunciationis unitas non impeditur. After the Philosopher has treated the diversity in an enunciation arising from the addition of the infinite negation, he explains what happens to an enunciation when something is added to the subject or predicate which takes away its unity. He first determines their diversity, and then proves that all the enunciations are many where he says, In fact, if dialectical interrogation is a request for an answer, etc. Secondly, he determines their consequences, where he says, Some things predicated separately are such that they unite to form one predicate, etc. He begins by taking up something he said in the first book: there is not one affirmative enunciation nor one negative enunciation when one thing is affirmed or denied of many or many of one, if one thing is not constituted from the many. Then he explains what he means by the subject or predicate having to be one where he says, I do not use "one” of those things which, although one name may be imposed, do not constitute something one, i.e., a subject or predicate is one, not from the unity of the name, but from the unity of what is signified. For when many things are brought together under one name in such a way that what is signified by that name is not one, then the unity is only one of vocal sound. But when one name has been imposed for many, whether for subjective or for integral parts, so that it encloses them in the same signification, then there is unity both of vocal sound and what is signified. In the latter case, unity of the enunciation is not impeded. 2 Secundum quod subiungit: ut homo est fortasse animal et mansuetum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit exemplum ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis partes, interposuit, fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit unum. In istis autem verbis: ut homo est fortasse etc., intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, homo est animal et mansuetum et bipes, copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret hoc contingere posse, necessarium autem non esse. Then he adds, For example, man probably is an animal and biped and civilized. This, however, is obscure, for it can be understood as all example of the opposite, as if he were saying, "I do not mean by ‘one’ such a ‘one’ as the unity of the name imposed upon many from which one thing is not constituted, for instance, ‘man’ as ‘one’ from the parts of the definition, animal and civilized and biped.” And to prevent anyone from thinking these are true parts of the definition of the name he interposes perhaps. Porphyry, however, referred to with approval by Boethius, separates these parts of the text. He says Aristotle first states that that enunciation is many in which many are subjected to one, or many are predicated of one, when one thing is not constituted from these. And when he says, For example, man perhaps is, etc., he intends to show that an enunciation is many when many from which one thing is constituted are subjected or predicated, as in the example "Man is an animal and civilized and biped,” with copulas interjected or a pause such as orators make. He added perhaps, they say, to imply that this could happen, but it need not. 3 Possumus in eamdem Porphyrii, Boethii et Alberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut quatuor hic faciat. Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi dicens: enunciatio plures est, in qua unum de pluribus, vel plura de uno enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in primo dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum, dicens: dico autem unum, idest, unum nomen voco, non propter unitatem vocis, sed significationis, ut supra dictum est. Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit unum nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior est, quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc nomen, homo, impositum ad significandum animal et mansuetum et bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque adversative additum: sed si ex his unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, homo, non est impositum ad significandum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione, et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est enim ista una sicut et ista, homo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII metaphysicæ; et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel coniunctione interposita, dicendo, homo est animal et mansuetum et bipes; sive, homo est animal, mansuetum, bipes, rhetorico more. Quælibet enim istarum est enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est homo, si homo est impositum ad illa, ut distinctæ actualitates sunt, significandum. Secundus autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum, subiungitur, cum dicit: ex albo autem et homine et ambulante etc., idest, alio modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri unum, qualia sunt: homo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans, ut in primo dictum fuit de hoc nomine, tunica, imposito homini et equo. While agreeing with the opinion of Porphyry, Boethius, and Albert, we think a more subtle construction can be made of the text. According to it Aristotle makes four points here. First, he reviews what an enunciation is in general when he says, The enunciation is many in which one is enunciated of many or many of one, unless from the many something one is constituted... as he stated and explained in the first book. Secondly, he clarifies the term "one,” when he says, I do not use "one” of those things, etc., i.e., I call a name one, not by reason of the unity of vocal sound, but of signification, as was said above. Thirdly, he manifests (by dividing) and divides (by manifesting) the number of ways in which one name may be imposed on many things from which one thing is not constituted. From this he implies the diversity of the multiple enunciation. And he posits two ways in which one name may be imposed on many things from which one thing is not constituted: first, when one name is imposed upon many things from which one thing is constituted but not as one thing is constituted from them. In this case, materially and accidentally speaking, the name is imposed on many from which one thing is constituted, but it is formally and per se imposed on many from which one thing is not constituted; for it is not imposed upon them in the respect in which they constitute one thing; as perhaps the name "man” is imposed to signify animal and civilized and biped (i.e., parts of its definition) not as they are united in the one nature of man in the mode of act and potency, but as they are themselves distinct actualities. Aristotle implies that he is taking these parts of the definition as distinct by the conjunctions and by also adding adversatively, but if there is something one formed from these, Neither the Greek nor the Latin text of Aristotle has the "if” that Cajetan puts into this phrase.The correct reading is "...but there is something one formed from these.” Close as if to say, "when however it holds that one thing is constituted from these.” He adds perhaps because the name "man” is not imposed to signify its definitive parts as they are distinct. But if it had been so imposed or were imposed, it would be one name imposed on many things from which no one thing is constituted. And since the judgment with respect to such a name and those many things is the same, the many definitive parts can also be taken in two ways: first, in the mode of the actual and possible, and thus they constitute one thing, and formally speaking are called many from which one thing is constituted, and they are to be pronounced in continuous speech and they make one enunciation, for example, "A mortal rational animal is running.” For this is one enunciation, just as is "Man is running.” In the second way, the foresaid parts of the definition are taken as they are distinct actualities, and thus they do not constitute one thing, for one thing is not constituted from two acts as such, as Aristotle says in VII Metaphysicæ [13: 1039a 5]. In this case they constitute many enunciations and are pronounced either with conjunctions interposed or with a pause in the rhetorical manner, for example, "Man is an animal and civilized and biped” or "Man is an animal–civilized–biped.” Each of these is a multiple enunciation. And so is the enunciation, "Socrates is a man” if "man” is imposed to signify animal, civilized, and biped as they are distinct actualities. Aristotle takes up the second way in which one name is imposed on many from which one thing is not constituted where he says, whereas from "white” and "man” and "walking” there is not [something one formed]. Since in no way can any one nature be constituted from "man,” white,” and "walking” (as there can be from the definitive parts), it is evident that if a name were imposed on these it would be a name that does not signify one thing, as was said in the first book of the name "cloak” imposed for man and horse. 4 Habemus ergo enunciationis pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum enunciatio secundum membra divisionis illius, qua divisa est, in unam et plures, quadrupliciter variari possit, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est, tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: quare nec si aliquis affirmet unum de his pluribus, erit affirmatio una secundum rem: sed vocaliter quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmationes. Nec si e converso de uno ista plura affirmabuntur, fiet affirmatio una. Ista namque, homo est albus, ambulans et musicus, importat tres affirmationes, scilicet, homo est albus et est ambulans et est musicus, ut patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio illi opponitur correspondens triplici affirmationi positæ. We have, therefore, two modes of the many (i.e., the multiple enunciation) and since both are constituted in two ways, there will be four modes: first, when one name imposed on many from which one thing is constituted is subjected or predicated as though the name stands for many; the second, when the many from one which one thing is constituted are subjected or predicated as distinct actualities; the third, when one name is imposed for a many from which nothing one is constituted; the fourth, when many which do not constitute one thing are subjected or predicated. Note that the enunciation, according to the members of the division by which it has been divided into one and many, can be varied in four ways, i.e., one is predicated of one, one of many, many of one, and many of many. Aristotle has not spoken of the last one, either because its plurality is clear enough or because, as Albert says, he only intends to treat of the enunciation which is one in some way. Finally [fourthly], he concludes with this summary: Consequently, if someone affirms something one of these latter there will not be one affirmation according to the thing: vocally it will be one; significatively, it will not be one, but many. And conversely, if the many are affirmed of one subject, there will not be one affirmation. For example, "Man is white, walking, and musical” implies three affirmations, i.e., "Man is white” and "is walking” and "is musical,” as is clear from its contradiction, for a threefold negation is opposed to it, corresponding to the threefold affirmation. 5 Deinde cum dicit: si ergo dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures. Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: dictum est autem de his et cetera. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius rationis primo ponit antecedens: si ergo et cetera. Ad huius intelligendos terminos nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem unam, et interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem probandam. Altera vero determinatam ad unum responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi, sive affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? Et respondeatur, est; vel, Deus non movetur? Et respondeatur, non: talis responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat, cælum est animatum? Et respondeatur, non; vel Deus non movetur? Et respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam Boethii expositionem. Then when he says, In fact, if dialectical interrogation is a request for an answer, etc., he proves a posteriori that the foresaid enunciations are many. First he states an argument to prove this by way of the consequent; then he proves the antecedent of the given consequent where he says, But we have spoken about these things in the Topics, etc. Now if dialectical questioning is a request for an answer, either a proposition or one part of a contradiction, none of the foresaid enunciations, put in the form of a question, will have one answer. Therefore, the question is not one, but many. Aristotle first states the antecedent of the argument, if dialectical interrogation is a request for an answer, etc. To understand this it should be noted that an enunciation, a question, and an answer sound the same. For when we say, "The region of heaven is animated,” we call it an enunciation inasmuch as it enunciates a predicate of a subject, but when it is proposed to obtain an answer we call it an interrogation, and as applied to what was asked we call it a response. Therefore, to prove that there is not one response or one question or one enunciation will be the same thing. It should also be noted that interrogation is twofold. One proposes either of the two parts of a contradiction to choose from. This is called dialectical interrogation because the dialectician knows the way to prove either part of a contradiction from probable positions. The other kind of interrogation seeks one determinate response. This is the demonstrative interrogation, for the demonstrator proceeds determinately toward a single alternative. Note, finally, that it is possible to reply to a dialectical question in two ways. We may consent to the question, either affirmatively or negatively; for example, when someone asks, "Is the region of heaven animated,” we may respond, "It is,” or to the question "Is not God moved,” we may say, "No.” Such a response is called a proposition. The second way of replying is by destroying; for example, when someone asks "Is the region of heaven animated?” and we respond, "No,” or to the question, "Is not God moved?” we respond, "He is moved.” Such a response is called the other part of a contradiction, because a negation is given to an affirmation and an affirmation to a negation. Dialectical interrogation, then, according to the exposition just given, which is that of Boethius, is a request for the admission of a response which is a proposition, or which is one part of a contradiction. 6 Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: propositio vero unius contradictionis est et cetera. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset esse plures, non sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit. Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum unitatem præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam affirmationem vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit, movetur; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo movetur. Sequitur deinde consequens: non erit una responsio ad hoc; et infert principalem conclusionem subdens, quod neque una erit interrogatio et cetera. Si enim responsio non potest esse una, nec interrogatio ipsa una erit. He adds the proof of the consequent when he says, and a proposition is a part of one contradiction. In relation to this it should be noted that if a dialectical response could be many, it would not follow that a response to a multiple enunciation would not be dialectical. However, if the dialectical response can only be one enunciation then it follows that a response to a plural enunciation is not a dialectical response, for it is one [i.e., it inclines to one part of a contradiction at a time]. It should also be noted that if an enunciation is a part of many contradictions, it is thereby proven not to be one, for one contradicts only one. But if an enunciation is a part of only one contradiction, it is one by the same reasoning, i.e., because there is only one negation of one affirmation, and conversely. Hence Aristotle proves the consequent from the fact that the proposition, i.e., the dialectical response, is a part of one contradiction, i.e., it is one affirmative or one negative enunciation. It follows from this, as has been said, that there is no dialectical response of a multiple enunciation, and consequently not one response. It should not be overlooked that when he designates a proposition or one part of a contradiction as the response to a dialectical interrogation, it is only of the proposition that he adds that it is one, because the very wording shows the unity of the other. For when you hear one part of a contradiction, you immediately understand one affirmation or negation. He puts the "therefore” with the antecedent, either implying that this is taken from another place and he will explain in particular afterward, or having changed the structure, he places the sign of the consequent, which should be between the antecedent and consequent before the antecedent, as when one says, "Therefore if Socrates runs, he is moved,” for "If Socrates runs, therefore he is moved.” Then the consequent follows: there will not be one answer to this, etc.; and the inference of the principal conclusion, for there would not be a single question. For if the response cannot be one, the question will not be one. 7 Quod autem addidit: nec si sit vera, eiusmodi est. Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una, quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel negari (ut cum quæritur, canis est animal? Quia non potest vere de omnibus responderi, est, propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi, non est, propter canem latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus affirmari aut negari, tunc potest dari responsio una; ut si quæratur, canis est substantia? Quia potest vere de omnibus responderi, est, quia esse substantiam omnibus canibus convenit, unica responsio dari possit. Hanc erroneam existimationem removet dicens: nec si sit vera, idest, et dato quod responsio data enunciationi multiplici de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non significat, nec unius contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet contradictorias, ut de se patet. He adds, even if there is a true answer, because someone might think that although one response cannot be given to a plural interrogation when the question concerns something that cannot be affirmed or denied of all of the many (for example, when someone asks, "Is a dog an animal?” no one response can be given, for we cannot truly say of every dog that it is an animal because of the star by that name; nor can we truly say of every dog that it is not an animal, because of the barking dog), nevertheless one response could be given when that which falls tinder the interrogation can be truly said of all. For example, when someone asks, "Is a dog a substance?” a single response can be given because it can truly he said of every dog that it is a substance, for to be a substance belongs to all dogs. Aristotle adds the phrase, even if there is a true answer, to remove such an erroneous judgment. For even if the response to the multiple enunciation is verified of all, it is nonetheless not one, since it does not signify one thing, nor is it a part of one contradiction. Rather, as is evident, this response has many contradictories. 8 Deinde cum dicit: dictum est autem de his in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit. Primo, ponit ipsum signum, dicens: quod similiter etc., cum auctoritate topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod dialectica interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel negativæ. Quoniam nec ipsum quid est, idest ex eo quod nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi gratia; si quis quærat, quid est animal? Talis non quærit dialectice. Deinde subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti offerre debet, utram velit contradictionis partem, et ipsa quæstio quid est talem libertatem non proponit (quia cum dicimus, quid est animal? Respondentem ad definitionis assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata est, sed etiam omni parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat); ideo ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit: oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc respondentem eligere posse utram velit contradictionis partem, quam contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare, idest determinate proponere, hoc modo: utrum hoc animal sit homo an non: ubi evidenter apparet optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum quæstio dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus dialecticis. Where he says, But we have spoken about these things in the Topics, etc., he proves the antecedent in two ways. First, he proves it on the basis of what was said in the Topics; secondly, by a sign. The sign is given first where he says, Similarly it is clear that the question "What is it?” is not a dialectical one, etc. That is, given the doctrine in the Topics, it is clear (i.e., assuming the antecedent that the dialectical interrogation is a request for an affirmative or negative response) that the question "What is it?” is not a dialectical interrogation, e.g., when someone asks, "What is an animal?” he does not interrogate dialectically. Secondly, he gives the proof of what was assumed, namely, that the question "What is it?” is not a dialectical question. He states that a dialectical interrogation must offer to the one responding the option of whichever part of the contradiction he wishes. The question "What is it?” does not offer such liberty, for in saying "What is an animal?” the one responding is forced to assign a definition, and a definition is not only determined to one but is also entirely devoid of contradiction, since it affirms neither being nor non-being. Therefore, the question "What is it?” is not a dialectical interrogation. Whence he says, For the dialectical interrogation must provide, i.e., from the proposed dialectical interrogation the one responding must be able to choose whichever part of the contradiction he wishes, which parts of the contradiction the interrogator must specify, i.e., he must propose the question in this way: "Is this animal man or not?” wherein the wording of the question clearly offers an option to the one answering. Therefore, you have as a sign that a dialectical question is seeking a response of a proposition or of one part of a contradiction, the setting apart of the question "What is it?” from dialectical questions. VI. 1 Postquam declaravit diversitatem multiplicis enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: verum autem est dicere et cetera. Circa primum tria facit: primo, proponit quæstionem; secundo, ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: si enim quoniam etc.; tertio, solvit eam; ibi: eorum igitur et cetera. Est ergo dubitatio prima: quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua illamet unita prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est animal et est bipes; sequitur, ergo Socrates est animal bipes; et similiter ex istis, Socrates est homo et est albus; sequitur, ergo Socrates est homo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus, et est citharoedus; non sequitur, ergo est bonus citharoedus. Unde proponens quæstionem inquit: quoniam vero hæc, scilicet prædicta, ita prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, scilicet, animal et bipes, genus et differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens, scilicet, homo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, citharoedus et bonus, ut declarabitur. Having explained the diversity of the multiple enunciation Aristotle now proposes to determine the consequences of this. He treats this in relation to two questions which he solves. The second begins where he says, On the other hand, it is also true to say predicates of something singly, etc. With respect to the other question, first he proposes it, then he shows that the question is a reasonable one where he says, For if we hold that whenever each is truly said of a subject, both together must also be true, many absurdities will follow, etc. Finally, he solves it where he says, Those things that are predicated—taken in relation to that to which they are joined in predication, etc. The first question is this: Why is it that from some things predicated divisively of a subject an enunciation follows in which they are predicated of the same subject unitedly, and from others not? What is the reason for this diversity? For example, from "Socrates is an animal and he is biped” follows, "Therefore, Socrates is a biped animal”; and similarly, from "Socrates is a man and he is white” follows, "Therefore, Socrates is a white man.” But from "Socrates is good and he is a lute player,” the enunciation, "Therefore, he is a good lute player” does not follow. Hence in proposing the question Aristotle says, Some things, i.e., predicates, are so predicated when combined, that there is one predicate from what is predicated separately, i.e., from some things that are predicated separately, a united predication is made but from others this is riot so. What is the difference between these; whence does such a diversity arise? He adds the examples which we have already cited and applied to the question. Of these examples, the first contains predicates from which something one per se is formed, i.e., "animal” and "biped,” a genus and difference; the second contains predicates from which something accidentally one is formed, namely, "white man”; the third contains predicates from which neither one per se nor one accidentally is formed, "lute player” and "good,” as will be explained. V. lib. 2 l. 6 n. 2Deinde cum dicit: si enim quoniam etc., declarat veritatem diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: amplius, si Socrateset cetera. Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est albus; quare et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas separatim quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes, et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est albus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus, ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si coniunctim inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet Aristoteles II topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri simpliciter, idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis; quomodo autem faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non discrepat, legat quicunque ut vult. When he says, For if we hold that whenever each is truly said of a subject, both together must also be true, etc., he shows that there truly is such a diversity among predicates and in so doing renders the question reasonable, for if there were not such a diversity among predicates the question would be pointless. He shows this by reasoning lead-ing to an absurdity, i.e., to something nugatory. Now, something nugatory is effected in two ways, explicitly and implicitly. Therefore, he first makes a deduction to the explicitly nugatory, secondly to the implicitly, where he says, Furthermore, if Socrates is Socrates and a man, Socrates is a Socrates man, etc. If, he says, there is no difference between predicates, and it is supposed of any of them indifferently that because both are said separately both may he said conjointly, many absurdities will follow. For of some man, say Socrates, it is true to say separately that he is a man and he is white; therefore both -together, i.e., we may also say conjointly, "Socrates is a white man.” Again, of the same Socrates we can say separately that he is a white man and that he is white, and both together, i.e., therefore conjointly, "Socrates is a white white man.” Here the nugatory expression is evident. Further, if of the same Socrates that you again say separately is a white white man it will be true and consistent to say that he is white, and according to this, if again repeating this separately, you will not deviate from a similar truth, and this will follow to infinity, then Socrates is a white white white man to infinity. The same thing can be shown by another example, If someone says of Socrates that he is musical, white, and walking, since it is also possible to say separately that he is musical, and that he is white, and that he is walking, it will follow that Socrates is musical, white, walking, musical, white, walking. And since these can be enunciated many times separately, yet at the same time, the nugatory statement proceeds without end. Then he makes a deduction to the implicitly nugatory. Since it can be truly said of Socrates separately that he is man and that he is biped, it will follow that Socrates is a biped man, if it is licit to infer conjointly. This is implicitly nugatory because the "biped,” which indirectly expresses the difference of man in act and in understanding, is included in the notion of man. Hence, if we posit the definition of man in place of "man” (which it is licit to do, as Aristotle teaches in II Topicorum [2: 110a 5]) the nugatory character of the enunciation will be evident, for when we say "Socrates is a biped man,” we are saying "Socrates is a biped biped animal.” From what has been said it is evident that many absurdities follow if anyone proposes that combinations, i.e., unions of predicates, be made simply, i.e., without any distinction. Now, i.e., in what follows, we will state how this must be settled. This particular text is not uniformly worded in the manuscripts, but since no discrepancy of thought is involved one may read it as he wishes. 3 Deinde cum dicit: eorum igitur etc., solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respondet instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit instantiis in probatione positis; ibi: amplius nec quæcumqueet cetera. Circa primum duo facit: primo namque, declarat veritatem; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: quocirca et cetera. Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte prædicatum. Unde continuando se ad præcedentia ait: eorum igitur quæ prædicantur, et de quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel alterutrum de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc ponit membra duplicis divisionis), hæc, scilicet plura per accidens, non erunt unum, idest non inferent prædicationem coniunctam. When he says, Those things that are predicated—taken in relation to that to which they are joined in predication, etc., he solves the proposed question. First he makes an answer with respect to the instances cited in proposing the question; secondly, he solves the problem as related to the instances posited in his proof where he says, Furthermore, predicates that are present in one another cannot be combined simply. In relation to the first answer, he states the true position first and then applies it to the instances where he says, This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be combined simply, etc. He settles the question with this distinction: there are two kinds of multiple predicates and subjects. Some are accidental, some per se. If they are accidental this occurs in two ways, either because both are said accidentally of a third thing or because they are predicated of each other accidentally. Now when the many predicated divisively are in any way accidental, a conjoined predicate does not follow from them; but when they are per se, a conjoined predicate does follow from them. In answering the question, therefore, Aristotle connects what he is saying with what has gone before: Of those things that are predicated and those of which they are predicated, i.e., subjects, whichever are said accidentally (by which he intimates the opposite member, i.e., per se), either of the same subject, i.e., they unite accidentally for the denomination of one third thing, or of one another, i.e., they denominate each other accidentally (and by this he posits the members of a two-fold division), these (i.e., these many accidentally) will not be one, i.e., do not produce a conjoined predication. 4 Et explanat utrumque horum exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens dicuntur de tertio, dicens: ut si homo albus est et musicus divisim. Sed non est idem, idest non sequitur adunatim, ergo homo est musicus albus. Utraque enim sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: nec si album musicum verum est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, homo est albus, et est musicus, et album est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur, dicendo, ergo homo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per accidens, et e converso. He explains both of these by examples. First, the many said accidentally of a third; for example, man is white and musical divisively. But they are not the same, i.e., it does not follow unitedly that "Man is musical white” for both are accidental to the same third thing. Then he explains the second member by an example. In it the many are predicated only of one another. Even if it were true to say white is musical, i.e., even if these are predicated accidentally of each other by reason of the subject in which they are united, so that we may say "Man is white and he is musical, and white is musical,” it still does not follow that "musical white” is predicated as a unity when we say, "Therefore, man is musical white.” He gives as the cause of this that "white” is said of "musical” accidentally and conversely. 5 Notandum est hic quod cum duo membra per accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed in eadem diversimode comparata; album enim et musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt membro; comparata autem inter se, sub secundo. Diversitatem ergo comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. It must be noted here that although he has enumerated two accidental members, he explains both members by this single example so as to imply that the distinction is not one of different accidental predicates, but of the same predicates compared in different ways. "White” and "musical” compared to "man” fall under the first member, but compared with each other, under the second. Hence he has provided diversity of comparison by the plurality of the members, but identity of predicates by the unity of the example. 6 Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera, quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. Uno modo, ut distinguitur contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura prædicata secundum accidens, aut ly secundum accidens determinaret coniunctionem inter se, et sic manifeste esset falsa regula; quoniam inter prima prædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima illatio, est animal et bipes, ergo est animal bipes); aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. Alio modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. Est ergo sensus divisionis, quod prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam adunantur inter se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. To make this division evident it must also be noted that accidentally can be taken in two ways. It may be taken as it is distinguished from "posterioristic perseity.” This is not the way it is taken here, for "many predicates accidentally” would then mean that the "accidentally” determines a conjunction between predicates, and thus the rule would clearly be false, for the first predicates he gave as examples are predicated accidentally in this way, namely, "biped animal,” or "rational animal” (for a difference is not predicated of a genus in any mode of perseity, and yet Aristotle says in the text that these are not predicated accidentally, and has asserted that "He is an animal and biped, therefore he is a biped animal” is a good inference). Or it would mean that the "accidentally” determines a conjunction of the predicates with the subject, and thus also the rule would be false, for it is valid to say, "The wall is colored and it is visible,” yet visible colored is not per se in the wall. Accidentally” taken in the second way is distinguished from what I call "on its own account,” i.e., not because of something else; "accidentally” then means "through another.” This is the way it is taken here, for whatever are of such a nature that they are joined because of something else, and not on their own account, do not admit of conjoined inference, because a conjoined inference subjects one to the other, and denotes the things united on their own account as potency and act. Therefore, the sense of the division is this: of many predicates, some are accidental, some per se, i.e., some are united among themselves on their own account, some on account of another. Those that are per se united infer conjointly; those that are united on account of another do not infer conjointly in any way. 7 Deinde cum dicit: quocirca nec citharoedusetc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia scilicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus citharoedus, dicens: quocirca nec citharoedus bonus etc.; secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes; ergo est animal bipes: et ait: sed animal bipes et cetera. Et subiungit huius ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens coniuncta inter se aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit alterum membrum primæ divisionis, quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus), musica vero et albedo subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet, inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si servetur identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, homo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit æquivocum, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus bonus, non bonitatem moris sed artis prædicas: unde terminorum identitas non salvatur; sufficienter igitur et subtiliter Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio et cetera. When he says, This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be combined simply, etc., he applies the truth he has stated to the parts of the question. He applies it first to the second part, i.e., why this does not follow: "He is good and he is a shoemaker, therefore he is a good shoemaker.” Then he applies it to the other part of the question, i.e., why this follows: "He is an animal and he is biped, therefore he is a biped animal.” He adds the reason in the case of the latter: "biped” and "animal” are not predicates accidentally conjoined among themselves, nor in a third thing, but per se. This also explains the other member of the first division which has not yet been explicitly posited. Notice that he maintains the same judgment is to be made about lute player and good, and musical and white. He has concluded that "white” and "musical” do not infer a conjoined predicate; hence neither do "lute player” and "good” infer "good lute player” simply, i.e., conjointly. There is a reason for saying this. For although there is a difference between musical and white, and goodness and the art of luteplaying, they are also similar. Let us consider their difference first. Goodness is of such a nature that it denominates both a third subject, namely, man, and the art of lute-playing. This is the reason the falsity is clearly discernible when we say "He is good and a lute player, therefore he is a good lute player.” Musical and whiteness, on the other band, are of such a nature that they denominate only a third subject, and not each other, and hence, the error is less obvious in "He is white and be is musical, therefore he is musical white.” Now it is this difference that makes Aristotle’s process of reasoning appear somewhat inconclusive. However, they are similar. For if identity of predicates is kept in every way that is required for the same things divided to be inferred conjointly, then, just as "musical” does not denominate "whiteness,” nor the contrary, so neither does "goodness,” of which we are speaking when we say "Man is good,” denominate the art of lute-playing,,nor conversely. For "good” is equivocal—by choice though—and therefore is said of the perfection of the lute player by means of one notion and of the perfection of man by means of another. For example, when we say, "Socrates is good” we understand moral goodness, which is the goodness of man absolutely (for the analogous term posited simply, stands for what is mainly so); but when good lute player is inferred, it is not the goodness of morality that is predicated but the goodness of art; whence identity of the terms is not saved. Therefore, Aristotle has adequately and subtly expressed the same judgment about both, i.e., "white” and "musical,” and "good” and "lute player,” for the reason here is the same as there. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas, tertiam vero non; huius diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit bona an mala. Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod, non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt coniunctam prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo modo unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album autem et musicum secundum se non faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens. Licet enim ipsa ut adunantur in subiecto uno sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per accidens: tum quia neutrum informat alterum (quod requiritur ad unitatem per accidens aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non considerata subiecti unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter ea unitatis causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum, scilicet inter se, aliquo modo, causam expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est disciplina, insinuavit per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo enim quod homo et albus se habent sicut potentia et actus (et ita albedo informet, denominet atque unum faciat cum homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri coniuncta prædicatio; ut dicatur: est homo et albus; ergo est homo albus. Sicut per oppositum dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum prædicatum quia neutrum alterum informabat. There is another point that must be mentioned. Aristotle in proposing the question draws three consequences: "He is an animal and biped, therefore he is a biped animal” and "He is a man and white, therefore he is a white man” and "He is a lute player and good, therefore he is a good lute player.” Then he states that the first two consequences are good, the third not. His intention was to inquire into the cause of this diversity, but in solving the question he mentions only the first and third consequences, leaving the goodness or badness of the second consequence undiscussed. Why is this? I would say in answer to this that in these few words he has also implied the nature of the second consequence, for there is a more profound meaning to the statement in the text that whiteness and being musical is not one. It is a meaning that not only indicates what has already been explained but also its cause, and from this the nature of the second consequence is apparent. For the reason "white” and "musical” do not infer a conjoined predication is that in conjoined predication one part must be subjected to the other as potency to act such that in some way one thing is formed from them and one is denominated from the other (for the force of the conjoined predication requires this, as we have said above concerning the parts of the definition). "White” and "musical,” however, do not in themselves form one thing per se, as is evident, nor do they form one thing accidentally. For while it is true that as united in a subject they are one in subject accidentally, nevertheless things that are united in one third subject do not form one thing accidentally among themselves: first, because neither informs the other (which is required for accidental unity of things among themselves, although not in a third thing); secondly, because, considered apart from the unity of a subject, which is outside of their notions, there is no cause of unity between them. Therefore, when Aristotle says that whiteness and being musical are not one, i.e., among themselves, in some measure he expresses the reason why a predicate is not conjointly inferred from them. And since the same discipline extends to opposites, the goodness of the second consequence is implied by these words. That is, man and white are related as potency and act (and so, on its own account whiteness informs, denominates, and forms one thing with ‘man’); therefore from these taken divisively a conjoined predication can be inferred, i.e., "He is man and white, therefore be is a white man”; just as, in the opposite case, it was said that "musical” and "white” do not infer a conjoined predicate because neither informs the other. 9 Nec obstat quod album faciat unum per accidens cum homine: non enim dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per accidens aliquorum ratione tertii tantum est illa quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam habent unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod unitatem importat. Illa vero quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, homo albus, cum coniuncta accipiuntur, unitate necessaria non carent, quia inter se unitatem habent. Notanter autem apposui ly tantum: quoniam si aliqua duo sunt unum per accidens, ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc habent unitatem, sed etiam ratione sui, ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis divisis non prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. There is no opposition between the position just stated and the fact that white forms an accidental unity with man. For we did not say that accidental unity of certain things impedes inferring a conjunction from divided things,” but that accidental unity of certain things only by reason of a third thing is the one that impedes. Things that are one accidentally only by reason of a third thing have no unity among them selves; and for this reason a conjunction, which implies unity, cannot be inferred, as we have said. But things that are one accidentally on their own account, i.e., among themselves, as for example, "white man,” when taken conjointly, have the necessary unity because they have unity among themselves. Notice that I have added "only.” The reason is that if any two C are one accidentally, namely, by reason of a third subject, and they not only have unity from this but also on their own account (because one informs the other), then from these taken divisively a conjoined inference can be made. For example, we can infer, "It is a quantity and it is colored, therefore it is a colored quantity,” because color informs quantity. V. lib. 2 l. 6 n. 10Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse proponendo quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla instantia reperitur. Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem coniunctam, quando dixit quæcumque secundum accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum de altero. Cum enim dixit, secundum accidens de eodem, unitatem eorum ex sola adunatione in tertio posuit (sola enim hæc per accidens prædicantur de eodem, ut dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem habent. You can hold as true that this second consequence is good even though Aristotle has not explicitly confirmed it by returning to it, both from the fact that in proposing the question he has claimed it as good and also because there is no instance opposed to it. Moreover, Aristotle has implied that it is only such unity that impedes the conjoined inference where he says: which are said accidentally, either of the same subject or of one another. By accidentally of the same subject, he posits their unity to be only from union in a third thing (for only these are predicated accidentally of the same subject, as was said). When he adds, or of one another—positing mutual accidentality—no unity at all is left between them. Therefore, both kinds of accidental predicates, namely, in a third thing or in one another, that impede a conjoined inference have unity only in a third thing. 11 Deinde cum dicit: amplius nec etc., satisfacit instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et ait quod non solum inferre ex divisis coniunctum non licet quando prædicata illa sunt per accidens, sed nec etiam quæcunque insunt in alio: idest, sed nec hoc licet quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in significato formali alterius intrinsece, sive explicite, ut album in albo, sive implicite, ut animal et bipes in homine. Quare neque album frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque homo divisim ab animali vel bipede enunciatum, animal bipes, coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est homo bipes, vel animal homo. Insunt enim in hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum; et consequenter, ubi neutrum horum invenitur, ex divisis licebit inferre coniunctum. Et hoc intellige quando divisæ sunt simul veræ de eodem et cetera. Then when he says, Furthermore, predicates that are present in one another cannot be combined simply, etc., he gives the solution for the instances (both the explicitly nugatory and the implicitly nugatory) cited in the proof. It is not only not licit, he says, to infer a union from divided predicates when these are accidental, but it is not licit when the predicates are present in one another. That is, it is not licit to infer a conjoined predicate from divided predicates when the predicates include one another in such a way that one is included in the formal signification of another intrinsically, or explicitly, as "white” in white,” or implicitly, as "animal” and "biped” in "man.” Therefore, white” said repeatedly and divisively does not infer a conjoined predication, nor does "man” divisively enunciated from "animal” or "biped” infer "biped” or "animal” conjoined with man, such that we could say, "Therefore, Socrates is a biped-man” or "animal-man.” For animal and biped are included in the notion of man in act and in understanding, although implicitly. The solution of the question, then, is this: the inferring of a conjunction from divided predicates is impeded when there is unity of the many accidentally only in a third thing and when there is a nugatory result. Consequently, where neither of these is found it will be licit to infer a conjunction from divided predicates. It is to be understood that this applies when the divided predicates are at once true of the same subject. VII. 1. Postquam expedita est prima dubitatio, tractat secundam dubitationem. Et circa hoc tria facit: primo, movet ipsam quæstionem; secundo, solvit eam; ibi: sed quando in adiecto etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: quod autem non est et cetera. Est ergo quæstio: an ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud coniunctum; et est quæstio contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem dicit: verum autemaliquando est dicere de aliquo et simpliciter, idest divisim, quod scilicet prius dicebatur coniunctim, ut quemdam hominem album esse hominem, aut quoddam album hominem album esse, idest ut ex ista, Socrates est homo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est homo, ergo Socrates est albus. Non autem semper, idest aliquando autem ex coniuncto non inferri potest divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citharoedus, ergo est bonus. Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte quod notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex coniuncto potest utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. Aristotle now takes up the second question in relation to multiple enunciations. He first presents it, and then solves it where he says, When something opposed is present in the adjunct, from which a contradiction follows, it will not be true to predicate them singly, but false, etc. Finally, he excludes an error where he says, In the case of non-being, however, it is not true to say that because it is a matter of opinion, it is something, etc. The second question is this: Is it licit to infer from an enunciation having a conjoined predication, enunciations dividing that conjunction? This question is the contrary of the first question. The first asked whether a conjoined predicate could be inferred from divided predicates; the present one asks whether divided predicates follow from conjoined predicates. When he presents the question he says, on the other hand, it is also true to say predicates of something singly, i.e., what was previously said conjointly may be said divisively; for example, that some white man is a man, or that some white man is white. That is, from "Socrates is a white man,” follows divisively, "Therefore Socrates is a man,” "There fore Socrates is white.” However, this is not always the case, i.e., some times it is not possible to infer divisively from conjoined predicates, for this does not follow: "Socrates is a good lute player, therefore he is good.” Hence, sometimes it is licit, sometimes not. Note that in inferring each part divisively he takes as an ex ample "white man.” This is significant, for by it he means to imply that his intention is to investigate when each part can be inferred divisively from a conjoined predicate, and not when only one of the two can be inferred. 2 Deinde cum dicit: sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo, respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi: quare in quantiscumque etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet licet. Circa primum considerandum quod quia dupliciter contingit fieri prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter in prædicato coniuncto ex non oppositis, ibi: vel etiam quando et cetera. Ait ergo quod quando in termino adiecto inest aliquid de numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter ipsos terminos, non verum est, scilicet inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum dicitur, Cæsar est homo mortuus, non sequitur, ergo est homo: quia ly mortuus, adiacens homini, oppositionem habet ad hominem, quam sequitur contradictio inter hominem et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia non est corpus inanimatum; et si est mortuus, non est homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem non inest, scilicet talis oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum autem seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret. When he says, When something opposed is present in the adjunct, etc., he solves the question, first by responding to the negative part of the question, i.e., when it is not licit; secondly, to the affirmative part, i.e., when it is licit, where he says, Therefore, in whatever predications no contrariety is present when definitions are put in place of the names, and wherein predicates are predicated per se and not accidentally, etc. It should be noted, in relation to the negative part of the question, that a conjoined predicate may be formed in two ways: from opposites and from non-opposites. Therefore, he shows first that the parts in a conjoined predicate of opposites can never be inferred divisively. Secondly, he shows that this is not licit universally in a conjoined predicate of non-opposites, where he says, Or, rather, when something opposed is present in it, it is never true; but when something opposed is not present, it is not always true. Aristotle says, then, that when something that is an opposite is contained in the adjacent term, which results in a contradiction between the terms themselves, it is not true, namely, to infer divisively, but false. For example, when we say, "Cæsar is a dead man,” it does not follow, "Therefore he is a man,” because the contradiction between 11 man” and "dead” which results from adding the "dead” to "man” is opposed to man, for if he is a man he is not dead, because he is not an inanimate body; and if he is dead he is not a man, because as dead he is an inanimate body. When something opposed is not present, i.e., there is no such opposition, it is true, i.e., it is true to infer divisively. The reason a divided inference does not follow when there is opposition in the added term is that in a conjoined enunciation the other term is destroyed by the opposition of the added term. But that which has been destroyed is not inferred apart from the destruction, which is what the divided inference would signify. V. lib. 2 l. 7 n. 3Dubitatur hic primo circa id quod supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar est homo mortuus, cum enunciatio non possit esse vera, in qua duo contradictoria simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum principium. Homo autem et mortuus, ut in littera dicitur, contradictoriam oppositionem includunt, quia in homine includitur vita, in mortuo non vita. Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat Aristoteles: videtur enim optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut neutrum (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia falsum est neutram sequi. Two questions arise at this point. The first concerns something assumed here: how can it ever be true to make such a statement as "Cæsar is a dead man,” since an enunciation cannot be true in which two contradictories are predicated at the same time of something (for this is a first principle). But "man” and "dead,” as is said in the text, include contradictory opposition, for in man is included life, and in dead, non-life. The second question concerns the consequent that Aristotle rejects, which appears to be good. The enunciation given as an example predicates terms that are opposed contradictorily. But from an enunciation predicating two contradictory terms, either both can be inferred (because it is equivalent to a copulative enunciation), or neither (because it destroys itself); therefore both parts seem to follow, since it is false that neither follows. V. lib. 2 l. 7 n. 4Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius. Primo namque modo, homo et mortuus, contradictionem inter se habent, et impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, homo et mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam termini additi, a quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio, attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera enunciatio cum dicitur, Socrates est homo mortuus, attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat sub distractione, seu transmutatione alterius, cui secundum se esset contradictorius. These two questions can be answered simultaneously. It is one thing to speak of two terms in themselves, and another to speak of them as one stands under the determination of another. Taken in the first way, "man” and "dead” have a contradiction between them and it is impossible that they be found in the same thing at the same time. In the second way, however, "man” and "dead” are not opposed, since "man,” changed by the destructive element introduced by "dead,” no longer stands for what it signifies as such, but as determined by the term added, by which what is signified is removed. Aristotle, in order to imply both, says two things: that they have the opposition upon which contradiction follows if you regard what they signify in themselves; and, that one true enunciation is formed from them as in "Socrates is a dead man,” if you regard their conjunction as destructive of one of them. Accordingly, the answer to the two questions is evident. In a case such as this two contradictories are not enunciated of the same thing at the same time, but one term as it stands under dissolution or transmutation from the other, to which by itself it would be contradictory. V. lib. 2 l. 7 n. 5Dubitatur quoque circa id quod ait: inest aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et album non nigrum, et videns non cæcum et cetera. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in X metaphysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo non est filius; nec e converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam formaliter tantum, sed illa quæ habent contradictionem et formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet, consequitur: contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa opposita. There is also a question about something else that Aristotle says, namely, something opposed is present... from which a contradiction follows. The phrase from which a contradiction follows seems to be superfluous, for contradiction follows upon all opposites, as is evident in discoursing about singulars; for a father is not a son, and white is not black, and one seeing is not blind, etc. Opposites, however, can be taken in two ways: formally, i.e., according to what they signify, and denominatively, or subjectively. For example, father and son can be taken for paternity and filiation, or they can be taken for the one who is denominated a father or a son. But, again, since every distinction is made by some opposition, as is said in X Metaphysicæ [3: 1054a 20], it could be supposed that opposites are wholly distinct. It must be pointed out, therefore, that although contradiction follows between all opposites or distinct things formally taken, nevertheless, contradiction does not follow upon all opposites denominatively taken. Father and son formally taken infer a mutual negation of one another, for paternity is not filiation and filiation is not paternity, but in respect to what is denominated they do not necessarily infer a contradiction. It does not follow, for example, that "Socrates is a father; therefore he is not a son,” nor conversely. Aristotle, therefore, in order to establish that not all combined opposites prevent a divided inference (since those having a contradiction applying only formally do not prevent a divided inference, but those having a contradiction both formally and according to the thing denominated do prevent a divided inference) adds, from which a contradiction follows, namely, in the third thing denominated. And appropriately enough he uses the word follows, for the contradiction in " the third thing denominated is in a certain way outside of the opposites themselves. V. lib. 2 l. 7 n. 6Deinde cum dicit: vel etiam quando est etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat, subiungens: vel etiam quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper, scilicet inferre divisim; quasi diceret: dixi quod quando inest oppositio, non verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio, verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly semper, et, non semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo etiam est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ, est et poeta, non habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet et cetera. When he says, Or, rather, when something opposed is present in it, it is never true, etc., he explains that the parts cannot universally be inferred divisively in the case of a conjoined predicate in which there is a non-opposite as the third thing denominated. He proposes this—Or, rather, when something opposed is contained in it, i.e., opposition between the terms conjoined—as if amending what he has just said, namely, it is always false, i.e., to infer divisively. What he is saying, then, is this: I have said that when there is inherent opposition it is not true but false to infer divisively; but when there is not such opposition it is true to infer divisively; or, even better, when there is opposition it is always false but when there is not such opposition it is not always true. That is, he modifies what he first said by the addition of "always” and "not always.” Then he adds an example to show that division does not always follow from non-opposites: For example, Homer is something, say, a poet. Is it therefore true to say also that Homer "is,” or not? From the conjoined predicate, is a poet, enunciated of Homer, one part, Therefore Homer is, does not follow; yet it is evident that these two conjoined parts, "is” and "poet,” do not have the opposition upon which contradiction follows. Therefore, in the case of conjoined non-opposites a divided inference does not always hold. V. lib. 2 l. 7 n. 7Deinde cum dicit: secundum accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera pars istius compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de Homero secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur de Homero, et non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est. Considerandum est hic quod ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet,- non semper ex non oppositis coniunctis infertur divisim,- sufficit unam instantiam suæ oppositæ universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus, ergo est: et simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. When he says, The "is” here is predicated accidentally of Homer, he proves what he has said. One part of this composite, namely, "is,” is predicated of Homer in the antecedent conjunction accidentally, i.e., by reason of another, namely, with regard to the "poet” which is predicated of Homer; it is not predicated as such of Homer. Nevertheless, this is what is inferred when one concludes "Therefore Homer is.” To validate his negative conclusion, namely, that it is not always true to infer divisively from conjoined non-opposites, it was sufficient to give one instance of the opposite of the universal affirmative. To do this Aristotle introduces that genus of enunciation in which one part of the conjunction is something pertaining to an act of the mind (for we are speaking only of Homer living in his poems in the minds of men). In such enunciations the parts conjoined are not opposed in the third thing denominated; nevertheless it is not licit to infer each part divisively, for the fallacy of going from the relative to the absolute will be committed. For example, it is not valid to say, "Cæsar is praiseworthy, therefore he is,” which is a parallel case, i.e., of an effect whose existence requires maintenance. Aristotle will explain in the following sections of the text how the reasoning in the above text is to be understood. V. lib. 2 l. 7 n. 8Deinde cum dicit: quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et quod secundum se prædicentur. Unde dicit inferendo ex dictis: quare in quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis, neque contrarietas aliqua, in cuius ratione ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in tertio, si definitiones pro nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio, solis nominibus positis, sicut, homo mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gratia, homo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est oppositio, et secundum se, et non secundum accidens prædicantur, in his verum erit dicere et simpliciter, idest divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. When he says, Therefore, in whatever predications no contrariety is present when definitions are put in place of the names, etc., he replies to the affirmative part of the question, i.e., when it is licit to infer divisively from conjoined predicates. He maintains that two conditions—opposed to what has been said earlier in this portion of the text—must combine in one enunciation in order that such a consequence be effected: there must be no opposition between the parts conjoined, and they must be predicated per se. He says, then, inferring from what has been said: Therefore, in whatever predicaments, i.e., predicates joined in a certain order, no contrariety, in virtue of which contradiction is posited in the third thing denominated (for contraries mutually remove each other from the same thing), is present, or universally, no opposition is present, i.e., upon which a contradiction follows in the third thing denominated, when definitions are taken in place of the names.... He says this because it may be the case that the opposition is not apparent from the names alone, as in "dead man,” and again it may be, as in "living dead,” but whether apparent or not it will be evident that we are putting together opposites if we posit the definitions of the names in place of the names. For example, in the case of "dead man,” if we replace "man” and "dead,” with their definitions, the contradiction will be evident, for what we are saying is "rational animate body, irrational inanimate body.” In whatever conjoined predicates, then, there is no opposition, and wherein predicates are predicated per se and not accidentally, in these it will also be true to predicate them singly, i.e., say divisively what had been enunciated conjointly. V. lib. 2 l. 7 n. 9Ad evidentiam secundæ conditionis hic positæ, nota quod ly secundum se potest dupliciter accipi: uno modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod non per aliud. Rursus considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly secundum se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secundum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est homo risibilis, ergo est homo et est risibilis, et, est animal rationale, ergo est animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt similes consequentias. Dicimus enim, est albus musicus, ergo est musicus et est albus: ubi nulla est perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt divisum? Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non licet dicere, est bonus citharoedus; ergo est bonus et citharoedus; et tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem exemplo apparet. Totum enim hoc, citharoedus bonus, non propter aliud convenit homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest, quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter seipsam et subiectum, tunc ex coniuncto infertur divisa prædicatio. In order to make this second condition clear, it should be noted that "per se” can be taken in two ways: positively, and thus it refers to "perseity” of the first, of the second, and of the fourth mode universally; or negatively, and thus it means the same as not through something else. It should also be noted that when Aristotle says of a conjoined predicate that it is predicated "per se,” the "per se” can be referred to three things: to the parts of the conjunction among themselves, to the whole conjunction with respect to the subject, and to the parts of the conjoined predicate with respect to the subject. Now if "per se” is taken positively, although it will not be false, nevertheless in reference to any of these three the meaning will be found to be foreign to the mind of Aristotle. For, although these are valid: "He is a risible man, therefore he is man and he is risible” and "He is a rational animal, therefore he is animal and he is rational,” nevertheless the opposite kind of predication infers consequences in a similar way. For example, there is no 11 perseity” in "He is a white musician, therefore he is white and he is a musician”; rather, there is an accidental conjunction, not only between the parts among themselves and between the whole and the subject, but even between the parts and the subject. It is evident, therefore, that Aristotle is not taking "per se” positively, for an addition that does not differentiate this kind of predication from the opposed kind of predication would be useless. Why add "per se and not accidentally,” if both those that are per se in the way explained and those that are conjoined accidentally infer divisively? If "per se” is taken negatively, i.e., as not through another, and is referred to the parts of the conjoined predicate among themselves, the rule is found to be false. It is not licit, for example, to say, "He is a good lute player, therefore he is good and a lute player”; yet the art of lute-playing and its goodness are conjoined without anything as a medium. And the case is the same if it is referred to the whole conjoined predicate with respect to the subject, as is clear in the same example, for the whole, "good lute player,” does not belong to man on account of another, and yet it does not infer the division, as has already been said. Therefore, "per se” is referred to the parts of the conjoined predicate with respect to the subject and the meaning is: when the predicates are conjointly predicated per se, i.e., not through another, i.e., each part is predicated of the subject, not on account of another but on account of itself and the subject, then a divided predication is inferred from the conjoined predication. 10 Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste. Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum, cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet inferre, ergo Socrates non est, eadem ratione, quia esse non est negatum de Socrate, sed de pariete in Socrate. This is the way in which Averroes and Boethius explain this and, explained in this way, a true rule is found, as can easily be manifested inductively; moreover, the reasoning is compelling. For, if the parts of some conjoined predicate so inhere in the subject that neither is in it on account of another, their separation produces nothing that could impede the truth of the divided predicates. And this meaning is consonant with the words of Aristotle, for by this he also distinguishes between enunciations in which the conjoined predicate infers a divided predicate, and those in which this consequence is not inherent. For besides the predicates having opposition in the additional determining element, there are those with a conjoined predicate wherein one part is a determination of the other in such a way that only through it does it regard the subject, as is evident in Aristotle’s example, "Homer is a poet.” The "is” does not regard Homer by reason of Homer himself, but precisely by reason of the poetry he left. Hence it is not licit to infer, "Therefore Homer is.” The same is true with respect to negative enunciations of this type, for it is not licit to infer from "Socrates is not a wall,” "Therefore Socrates is not.” And the reason is the same: "to be” is not denied of Socrates, but of "wallness” in Socrates. 11 Et per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se negative, modo hic exposito, et secundum accidens, idest propter aliud. In eadem ergo significatione est usus ly secundum accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique enim intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum accidens determinabat coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non. Accordingly, it is evident how the reasoning in the text above is to be understood. "Per se” is taken negatively in the way explained here, and "accidentally” as "on account of another.” The "accidentally” is used with the same signification in solving this and the preceding question. In both he understands "accidentally” to mean conjoined on account of another, but it is referred to diverse things. In the preceding question "accidentally” determines the way in which two predicates are conjoined among themselves; in the latter question it determines the way in which the part of the conjoined predicate is ordered to the subject. Hence, in the former, "white” and "musician” are numbered among the things that are accidental, but in the latter they are not. 12 Sed occurrit circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim ideo non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente, est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se et cetera. This exposition seems a bit dubious, however. For if it is not licit to infer divisively from a conjoined predicate because one part of the conjoined predicate does not regard the subject on account of itself but on account of another part (as Aristotle says of the enunciation, "Homer is a poet”), it will follow that there will never be a good consequence from the third determinant to the second, since in every enunciation with a third determinant, "is” regards the subject on account of the predicate and not on account of itself. 13 Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est tractare regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non, et aliud quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum, ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. Nota secundo hanc propositionem: cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, est. Dictum siquidem fuit supra a sancto Thoma, quod aliud importat est secundum adiacens, et aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum, numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod, optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. To make this difficulty clear, we must first note a distinction. It is one thing to treat of the rule when inferring a second determinant from a third determinant, and when not; it is quite another thing when a divided inference is made from a conjoined predicate, and when not. The former is an additional point; the latter is the question we have been inquiring about. The former is compatible with variety of the terms, the latter not. For if one of the terms which is one part of a conjoined predicate will be varied according to signification, or supposition when taken separately, it is not inferred divisively from the conjoined predicate, but the other is. Secondly, note this proposition: when a second determinant is inferred from a third, identity of the terms is not kept. This is evident with respect to the term "is.” Indeed, St. Thomas said above that "is” as the second determinant implies one thing and "is” as the third determinant another. The former implies the act of being simply, the latter implies the relationship of inherence, or identity of the predicate with the subject. Therefore, when the second determinant is inferred from the third, one term is varied and consequently an inference is not made of the divided from the conjoined. Accordingly, the response to the objection is clear, for although the second determinant can sometimes be inferred from the third, it is never licit for the second to be inferred from the third as divided from conjoined, because you cannot infer divisively when one part is destroyed by that very division. Therefore, let the consequence of the objection be denied and for proof let it be said that the conclusion that such an inference is illicit under the limits of inferences which induce division from a conjoined predicate-is good, for this is what Aristotle is speaking of here. 14 Sed contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo est, per locum a parte in modo ad suum totum, ubi non fit varietas terminorum. Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter), tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in modo est universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius est, et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum quid. But the objection is raised against this that in the case of "Socrates is white, therefore be is,” a divided inference can be made as from a conjoined predicate, in virtue of the argument that we can go from what is in the mode of part to its whole as long as the terms remain the same. The answer to this is as follows. It is true that white man is a part in the mode of man (because white diminishes nothing of the notion of man but posits man simply); is white, however, is not a part in the mode of is, because a part in the mode of its whole is a universal, the condition not diminishing the positing of it simply. But it is evident that white diminishes the notion of is, and does not posit it simply, for it contracts it to relative being. Whence when something becomes white, philosophers do not say that it is generated, but generated relatively. 15 Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est, fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem ipsius est. Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo adiacente. In accordance with this, the objection is raised that in saying "It is an animal, therefore it is,” a divided inference is made in virtue of the same argument; for animal does not diminish the notion of is itself. The answer to this is that if the is asserts the truth of a proposition, the fallacy is committed of going from the relative to the absolute; if the is asserts the act of being, the inference is good, but it is of the second determinant, not of the third. 16 Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est coloratum; et tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta expositio supra adducta. Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita inest subiecto per quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat; cum dicitur, est citharoedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero secundario coloratum dicitur, licet color media quantitate suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti prædicatur per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat alteram partem. Quod nec in similibus instantiis invenitur. There is another doubt, this time about the principle in the exposition; for this follows, "It is a colored quantity, therefore it is a quantity and it is colored”; but "colored” regards the subject through the medium of quantity; therefore the exposition given above does not seem to be correct. The answer to this and to similar objections is that "colored” is not so present in a subject by means of quantity that it is its determination, and by reason of such a determination denominates the subject; as goodness,” for instance, determines the art of lute-playing when we say "He is a good lute player.” Rather, the subject itself is first denominated "colored” and quantity is called "colored” secondarily, although color is received through the medium of quantity. Hence, we made a point of saying earlier that one part of a conjoined predicate is predicated accidentally when it denominates the subject precisely because it denominates the other part.93 This is not the case here nor in similar instances. 17 Deinde cum dicit: quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod non est, esse tali syllogismo concludere satagebant: quod est, opinabile est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. Hunc siquidem processum elidit Aristoteles destruendo primam propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde assumendo subiectum conclusionis illorum ait: quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est; et subdit maiorem extremitatem, non est verum dicere, esse aliquid. Et causam assignat, quia talis opinatio non propterea est, quia illud sit, sed potius quia non est. When he says, In the case of non-being, however, it is not true to say that it is something, etc., he excludes the error of those who were satisfied to conclude that what is not, is. This is the syllogism they use: "That which is, is ‘opinionable’; that which is not, is ‘opinionable’; therefore what is not, is.” Aristotle destroys this process of reasoning by destroying the first proposition, which predicates divisively a part of what is conjoined in the subject, as if it said "It is ‘opinionable,’ therefore it is.” Hence, assuming the subject of their conclusion, he says, In the case of that which is not, however; and he adds their middle term, because it is a matter of opinion; then he adds the major extreme, it is not true to say that it is something. He then assigns the cause: it is not because it is but rather because it is not, that there is such opinion. VIII. 1 Postquam determinatum est de enunciationibus, quarum partibus aliud additur tam remanente quam variata unitate, hic intendit declarare quid accidat enunciationi, ex eo quod aliquid additur, non suis partibus, sed compositioni eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de oppositione earum; secundo, de consequentiis; ibi: consequentiæ vero et cetera. Circa primum duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: nam si eorum et cetera. Proponit ergo quod iam perspiciendum est, quomodo se habeant affirmationes et negationes enunciationum de possibili et non possibili et cetera. Et causam subdit: habent enim multas dubitationes speciales. Sed antequam ulterius procedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vocantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes propositiones modales; et quid earum sit subiectum et quid prædicatum; et quid sit ipsa enunciatio modalis; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas sit specialem faciendi tractatum de his. Now that he has treated enunciations in which something added to the parts leaves the unity intact on the one hand, and varies it on the other, Aristotle begins to explain what happens to the enunciation when something is added, not to its parts, but to its composition. First, he explains their opposition; secondly, he treats of the consequences of their opposition where he says, Logical sequences result from modals ordered thus, etc. With respect to the first point, he proposes the question he intends to consider and then begins his consideration where he says, Let us grant that of mutually related enunciations, contradictories are those opposed to each other, etc. He proposes that we must now investigate the way in which affirmations and negations of the possible and not possible are related. He gives the reason when he adds, for the question has many special difficulties. However, before we proceed with the consideration of enunciations that are called modal, we must first see that there are such things as modal enunciations, and which and how many modes render propositions modal; we must also know what their subject is and their predicate, what the modal enunciation itself is, what the order is between modal enunciations and the enunciations already treated, and finally, why a special treatment of them is necessary. 2 Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes aliquid inesse vel non inesse alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit compositio cursus cum Socrate, scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi ut Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum dicitur, Socratem currere est possibile. In illis namque determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma totius totam enunciationem continet. We can speak about things in two ways: in one, composing one thing with another; in the other, declaring the kind of composition that exists between the two things. To signify these two ways of speaking about things we form two kinds of enunciations. One kind enunciates that something belongs or does not belong to something. These are called absolute [de inesse] enunciations; these we have already discussed. The other enunciates the mode of composition of the predicate with the subject. These are called modal, from their principal part, the mode. For when we say, "That Socrates run is possible,” it is not the running of Socrates that is enunciated but the kind of composition there is between running and Socrates-in this case, possible. I have said "mode of composition” expressly, for there are two kinds of mode posited in the enunciation. One modifies the verb, either with respect to what it signifies, as in "Socrates runs swiftly,” or with respect to the time signified along with the verb, as in "Socrates runs today.” The other kind modifies the very composition of the predicate with the subject, as in the example, "That Socrates run is possible.” The former determines how or when running is in Socrates; the latter determines the kind of conjunction there is between running and Socrates. The former, which affects the actuality of the verb, does not make a modal enunciation. Only the modes that affect the composition make a modal enunciation, the reason being that the composition, as the form of the whole, contains the whole enunciation. 3 Sunt autem huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et contingens. Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum dicitur, Socratem currere est verum, vel hominem esse quadrupedem est falsum, attamen modificare proprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari proprie dicitur aliquid, quando redditur aliquale, non quando fit secundum suam substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis proponitur, sed quod est: nihil enim aliud est dicere, Socratem currere est verum, quam quod compositio cursus cum Socrate est. Et similiter quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non est: nam nihil aliud est dicere, Socratem currere est falsum, quam quod compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam aliqualem esse dicimus: cum siquidem dicitur, Socratem currere est possibile, non substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed qualificamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet infra verum et non verum inferat, propter causam ibi assignandam. This kind of mode, properly speaking, is fourfold: possible, impossible, necessary, and contingent. True and false are not included because, strictly speaking, they do not seem to modify the composition even though they fall upon the composition itself, as is evident in "That Socrates runs is true,” and "That man is four-footed is false.” For something is said to be modified in the proper sense of the term when it is caused to be in a certain way, not when it comes to be according to its substance. Now, when a composition is said to be true it is not proposed that it is in a certain way, but that it is. To say, "That Socrates runs is true,” for example, is to say that the composition of running with Socrates is. The case is similar when it is false, for what is said is that it is not; for example, to say, "That Socrates runs is false” is to say that the composition of running with Socrates is not. On the other hand, when the composition is said to be possible or contingent, we are not saying that it is but that it is in a certain way. For example, when we say, "That Socrates run is possible,” we do not make the composition of running with Socrates substantial, but we qualify it, asserting that it is possible. Consequently, Aristotle in proposing the modes, does not mention the true and false at all, although later on he infers the true and the not true, and assigns the reason for it where he does this. 4 Et quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciationis modalis, Socratem esse album est possibile, duæ sunt partes; altera est, Socratem esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo quod est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est albus: qui enim profert hanc, Socrates est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita compositionem aliquam sonat ex dicti compositione et modo. Prima rursus pars, licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem, tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat qualis est coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socratem esse album, sed insinuat qualis sit compositio partium dicti inter se, scilicet albi cum Socrate, scilicet quod est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum significatum, quia compositionis non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. Since the modal enunciation contains two compositions, one between the parts of what is said, the other between what is said and the mode, it must be understood that it is the former composition that is modified, i.e., the composition between the parts of what is said, not the composition between what is said and the mode. This can be seen in an example. In the modal enunciation, "That Socrates be white is possible,” there are two parts: one, "That Socrates be white,” the other, "is possible.” The first is called the dictum because it is that which is asserted by the indicative, namely, "Socrates is white”; for in saying "Socrates is white” we are simply saying, "That Socrates be white.” The second part is called the mode because it is the addition of a restriction. The first part of the modal enunciation consists of a certain composition of Socrates and white; the second part, opposed to the first, 4 indicates a composition from the composition of dictum and mode. Again, the first part, although it has all the properties of an enunciation—subject, predicate, copula, and composition—is, in its entirety, the subject of the modal enunciation; the second part, the mode, is the predicate. In a modal enunciation, therefore, the composition of the dictum is subjected and modified; for when we say, "That Socrates be white is possible,” it does not signify the kind of conjunction of possibility there is with the dictum "That Socrates be white,” but it implies the kind of composition there is of the parts of the dictum among themselves, i.e., of white with Socrates, namely, that it is a possible composition. The modal enunciation, therefore, does not say that something is present in or not present in a subject, but rather, it enunciates a mode of the dictum. Nor properly speaking does it compose according to what is signified, since it is not a composition of the composition; rather, it adds a mode to the composition of the things. Hence the modal enunciation is simply an enunciation in which the dictum is modified. 5 Nec propterea censenda est enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes. Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est alba, est enunciatio multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. Because the modal enunciation has everything duplicated, it must not on that account be thought to be many. It enunciates one mode of only one composition, although there are many parts of that composition. The many concurring for the composition of the dictum are like the many that concur to make one subject, of which it was said above that it does not impede the unity of the enunciation.” The enunciation, "The house is white,” is also a case in point, for it is not multiple, although a house is built of many parts. 6 Merito autem est, post enunciationes de inesse, de modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: his vero determinatis etc.; modos qui et quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum dixit: possibile et non possibile, contingens et non contingens; necessitatem cum addidit: habent enim multas dubitationes proprias et cetera. Modal enunciations are rightly treated after the absolute enunciation, for parts are naturally prior to the whole, and knowledge of the whole depends on knowledge of the parts. Moreover, a special discussion of them was necessary because the modal enunciation has its own peculiar difficulties. Aristotle indicates in his text many of the things we have taken up here: the order of modal enunciations, when he says, Having determined these things, etc.; what and how many modes there are when he expresses and lists them, the variation of the same mode by affirmation and negation when he says, the possible and not possible, contingent and not contingent; the necessity of treating them, when he adds, for they have many difficulties of their own. 7 Deinde cum dicit: nam si eorum etc., exequitur tractatum de oppositione modalium. Et circa hoc duo facit: primo, movendo quæstionem arguit ad partes; secundo, determinat veritatem; ibi: contingit autem et cetera. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non, sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum; secundo, ad partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: videtur autem et cetera. Then he investigates the opposition of modal enunciations, where he says, Let us grant that of those things that are combined, contradictories are those opposed to each other by being related in a certain way according to "to be” and "not to be,” etc. First, he presents the question and in so doing gives arguments for the parts; secondly, he determines the truth, where he says, For it follows from what we have said, either that the same thing is asserted and denied at once of the same subject, etc. The question with respect to the opposition of modals is this: Is a contradiction made in modal enunciations by a negation added to the verb of the dictum, which expresses what is; or is it not, but rather by a negation added to the mode which qualifies? Aristotle first argues for the affirmative part, that the negation must be added to the verb; then he argues for the negative part, that the negation must not be added to the verb, where he says, However it seems that the same thing is possible to be and possible not to be, etc. 8 Intendit ergo primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile non esse, et non illa, non possibile esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: nam si eorum, quæ complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicem sunt oppositæ contradictiones, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. His first argument is this. If of combined things, contradictions are those related according to "to be” and "not to be” (as is clear inductively in substantive enunciations with a second determinant, in those with a third determinant, and in adjectival enunciations) and all contradictions must be obtained in this way, the contradictory of "possible to be” will be "possible not to be,” and not, "not possible to be.” Consequently, the negation must be added to the verb to get opposition in modal enunciations. The consequence is clear, for when we say "possible to be” and possible not to be” the negation falls on "to be.” Accordingly, he says, Let us grant that of those things that are combined, i.e., of complex things, contradictions are those opposed to each other which are disposed according to "to be” and "not to be,” i.e., in one of which "to be” is affirmed and in the other denied. Et subdit inductionem, inchoans a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem, idest, homo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non homo est: hæc enim non est negativa, sed affirmativa de subiecto infinito, quæ simul est vera cum illa prima, scilicet, homo est. He goes on to give an induction, beginning with an enunciation having a second determinant. The negation of "Man is,” is, "Man is not,” in which the verb is negated. The negation of "Man is,” is not, "Non-man is,” for this is not the negative but the affirmative of the infinite subject, which is true at the same time as the first enunciation, "Man is.” V. lib. 2 l. 8 n. 10Deinde prosequitur inductionem in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album hominem idest, ut illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio illius ea, quæ est, esse non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est negativa, sed affirmativa de prædicato infinito. Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt contradictoriæ. Est autem ratio talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est homo albus, et, est homo non albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hominem, idest, lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio. Sed contradictio fit quando negatio apponitur verbo. He continues the induction with substantive enunciations having a third determinant. The negation of the enunciation "Man is white” is "Man is not white,” in which the verb is negated. The negation is not "Man is nonwhite,” for this is not the negative, but the affirmative of the infinite predicate. Now it might be thought that the affirmatives of the finite and infinite predicates are contradictories since they cannot be verified of the same thing because of their opposed predicates. To obviate this error, Aristotle interposes an argument proving that these two are not contradictories. The nature of contradictories, he reasons, is such that either the assertion, i.e., the affirmation, or the negation, is verified of anything, for between contradictories no middle is possible. Now the two enunciations, that something "is white man” and "is nonwhite man” are per se contradictories. Therefore, they are of such a nature that one of them is verified of anything. For example, it is false to say "is white man” of wood; hence "is nonwhite man” will be true to say of it, namely of wood, i.e., "Wood is nonwhite man.” This is manifestly false, for wood is neither white man nor nonwhite man. Consequently, there is not a contradiction in the case in which each is at once false of the same subject. Therefore, contradiction is effected when the negation is added to the verb. 11 Deinde prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: quod si hoc modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et in quantiscunque enunciationibus esse non ponitur explicite, idem faciet quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ est, homo ambulat, negatio est, non ea quæ dicit, non homo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito), sed negatio illius est, homo non ambulat; sicut et in illis de verbo substantivo, negatio verbo addenda erat. Nihil enim differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est ambulans. He continues his induction with enunciations having an adjective verb: Now if the case is as we have stated it, i.e., contradiction is taken as said above, then in enunciations in which "to be” is not the determining word added (explicitly), that which is said in place of "to be” will effect the same thing with respect to the opposition obtained (i.e., the adjective verb that occupies the place of "to be,” inasmuch as the truth of "to be” is included in it, effects the function of the copula). For example, the negation of the enunciation "Man walks” is not, "Non-man walks” (for this is the affirmative of the infinite subject) but "Man is not walking.” In this case, as in that of the substantive verb, the negation must be added to the verb, for there is no difference between using the adjective verb, as in "Man walks,” and using the substantive verb, as in "Man is walking.” 12 Deinde ponit secundam partem inductionis dicens: et si hoc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet, apponendo negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit, possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit, non possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa, possibile non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis: eorum quæ complectuntur, idest complexorum, contradictiones fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non fit negatione dicente non esse, sed ipsi incomplexo apposita, ut, homo, et, non homo, legit, et non legit. Then he posits the second part of the induction: And if this is always the case, i.e., that contradiction must be gotten by adding the negation to "to be,” we must conclude that the negation of the enunciation that asserts "Possible to be” is "possible not to be,” and not, "not possible to be.” The consequent of the conclusion is evident, for in "possible not to be” the negation is added to the verb, in "not possible to be,” it is not. At the beginning of this argument, Aristotle said, Of those things that are combined, i.e., complex things, the contradictions are effected according to "to be” and "not to be.” He said this in reference to the difference between complex and incomplex things, for opposition in the latter is not made by the negation expressing "not to be,” but by adding the negative to the incomplex thing itself, as in "man” and "non-man,” "reads” and "non-reads.” V. lib. 2 l. 8 n. 13Deinde cum dicit: videtur autem idem etc., arguit ad quæstionis partem negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor cum sua probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: videtur autem idem possibile esse, et, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem huius minoris est, quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et dividi), non semper actu est: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. Adverte quod quia possibile est multiplex, ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile est, non semper actu est. Non enim de omni possibili verum est dicere quod non semper actu est, sed de aliquo, eo scilicet quod est sic possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod sit possibile esse; ex eo vero quod non semper actu est, sequitur quod sit possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex his duobus: quare inerit etiam negatio possibilis et non solum affirmatio; potest igitur et non ambulare, quod est ambulabile, et non videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: at vero impossibile est de eodem veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: non est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio illius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intendenti declarare quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. When he says, However, it seems that the same thing is possible to be and possible not to be, etc., he argues for the negative part of the question, namely, to get a contradiction in modals the negation should not be added to the verb. His reasoning is the following: It is impossible for two contradictories to be true at once of the same subject; but "possible to be” and "possible not to be” are verified at once of the same thing; therefore, these are not contradictories. Consequently, contradiction of the modals is not obtained by negation of the verb. In this reasoning, the minor is posited first, with its proof; secondly, the major; finally, the conclusion. The minor is: However, it seems that the same thing is possible to be and possible not to be. For instance, everything that has the possibility of being divided also has the possibility of not being divided, and that which has the possibility of walking also has the possibility of not walking. The proof of this minor is that everything that is possible in this way (as are possible to walk and to be divided) is not always in act; for he who is able to walk is not always actually walking, nor is that which can be divided always divided. And so the negation of the possible will also be inherent in it, i.e., therefore not only is the affirmation possible but also the negation. Notice that since the possible is manifold, as will be said further on, Aristotle explicitly adds "in this way” when he assumes here that that which is possible is not always in act. For it is not true to say of every possible that it is not always in act, but only of some, namely, those that are possible in the way in which to walk and to be divided are possible. Note also that "possible in this way” has two conditions: that it is able to be in act, and that it is not always in act. It follows necessarily, then, that it is true to say of it simultaneously that it is both possible to be and possible not to be. From the fact that it can be in act it follows that it is possible to be; from the fact that it is not always in act it follows that it is possible not to be, for that which not always is, is able not to be. Aristotle, then, rightly infers from these two: and so the negation of the possible will also be inherent in it; and not just the affirmation, for that which could walk could also not walk and that which could be seen not be seen. The major is: But it is impossible that contradictions in respect to the same thing be true. The final conclusion inferred is: Therefore, the negation of "possible to be” is not, "possible not to be” because they are true at once of the same thing. In relation to this part of the text, be careful not to suppose that possible as it is a mode, is always to be taken for possible to either of two alternatives, for this will be shown to be false later on. If you consider the matter carefully you will see that it was enough for his intention to give as an instance one modal contained under the modals of the possible in order to show that contradiction in modals is not obtained by negation of the verb. 14 Deinde cum dicit: contingit autem unum ex his etc., determinat veritatem huius dubitationis. Et quia duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo determinat veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium contradictio ex negatione modi; ibi: est ergo negatioet cetera. Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et negare simul de eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur contradictorie, fieri non secundum esse vel non esse, idest, aut contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse vera de eodem, hoc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum verbi negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum, ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino abiiciendum. Aristotle establishes the truth with respect to this difficulty where he says, For it follows from what we have said, either that the same thing is asserted and denied at once of the same subject, etc. Since he is investigating two things, i.e., whether contradiction of modals is made by the negation of the verb or not; and, whether it is not rather by negation of the mode, he first determines the truth in relation to the first question, namely, that contradiction of modals is not made by negation of the verb; then he determines the truth in relation to the second, namely, that contradiction of modals is made by negation of the mode, where he says, Therefore, the negation of "possible to be” is "not possible to be,” etc. Hence he says that because of the foresaid reasoning one of these two follows: first, that either the same thing, i.e., one and the same thing is said, i.e., is asserted and denied at once of the same subject, i.e., either two contradictories are verified at once of the same thing, as the first argument concluded; or secondly, that assertions and denials of modals, which are opposed contradictorily are not made by the addition of "to be” or "not to be,” i.e., contradiction of modals is not made by the negation of the verb, as the second argument concluded. If the former alternative is impossible, namely, that two contradictories can be true of the same thing at once, the latter, that contradiction of modals is not made according to negation of the verb, must obtain, for impossible things must always be avoided. His mode of speaking here indicates that there is some obstacle to each alternative. But since in the first the obstacle is an impossibility that cannot be accepted, while in the second the only obstacle is that the negation must fall upon the copula of the enunciation if a negative enunciation is to be formed, and this can be done otherwise than by denying the verb of the dictum, as will be shown later on, then the second alternative must be chosen, i.e., that the contradiction of modals is not made according to negation of the verb, and the first alternative is to be rejected. IX. 1. Determinat ubi ponenda sit negatio ad assumendam modalium contradictionem. Et circa hoc quatuor facit: primo, determinat veritatem summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi ad oppositum inductæ; ibi: fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus modalibus; ibi: eius veroetc.; quarto, universalem regulam concludit; ibi: universaliter vero et cetera. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda est, et quod verbo non addenda est, declaratum est per locum a divisione; concludendo determinat: est ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio est, non contingens esse. Et in aliis, scilicet de necesse et impossibile idem est iudicium. Aristotle now determines where the negation must be placed in order to obtain contradiction in modals. He first determines the truth summarily; secondly, he presents the argument for the truth of the position, which is also the answer to the reasoning induced for the opposite position, where he says, For just as "to be” and "not to be” are the determining additions in the former, and the things subjected are "white” and "man,” etc.; thirdly, he makes this truth evident in all the modals, where he says, The negation, then, of "possible not to be” is "not possible not to be,” etc.; fourthly, he arrives at a universal rule where he says, And universally, as has been said, "to be” and "not to be must be posited as the subject, etc. Since the negation must be added either to the verb or to the mode and it was shown above in virtue of an argument from division that it is not to be added to the verb, he concludes: Therefore, the negation of "possible to be” is "not possible to be”, that is, the mode is negated. The reasoning is the same with respect to enunciations of the contingent, for the negation of "contingent to be” is "not contingent to be.” And the judgment is the same in the others, i.e., the necessary and the impossible. V. lib. 2 l. 9 n. 2Deinde cum dicit: fiunt enim in illis appositiones etc., subdit huius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas enunciationes oportet ponere negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo, ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod quemadmodum in illis enunciationibus de inesse appositiones, idest prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum significans esse vel non esse subiecti locum tenet; contingere vero et posse oppositiones, idest modi, prædicationes sunt. Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes modos. Hoc est enim quod subdit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam determinat. When he says, For just as "to be” and "not to be” are the determining additions in the former, and the things subjected are "white” and "man,” etc., he gives the argument for the truth of his position. To obtain contradiction among any enunciations the negation must be applied to the determining addition, i.e., to the word that joins the predicate with the subject; but in modals the determining additions are the modes; therefore, to get a contradiction in modals, the negation must be added to the mode. The major of the argument is subsumed; the minor is stated in Aristotle’s wording by a further similitude to absolute enunciations. In absolute enunciations the determining additions, i.e., the predications, are "to be” and "not to be,” i.e., the verb signifying "to be” or "not to be” (for the verb is always a sign of those things that are predicated of another). The things subjected to the determining additions, i.e., to which to be” and "not to be” are applied, are "white,” in "White is, "or man,” in "Man is.” This happens in modals in the same way but in a manner appropriate to them. "To be” is as the subject, i.e., the dictum signifying "to be” or "not to be” holds the place of the subject; "is possible” and "is contingent,” i.e., the modes, are the predicates. And just as in absolute enunciations we determine truth or falsity with "to be” and "not to be,” so in modals with the modes. He makes this point when he says, determining additions, i.e., these modes effect truth just as "to be” and "not to be” determine truth and falsity in the others. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in oppositum primo adductum, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. Rursus cum veritas et falsitas affirmationem et negationem sequantur, penes idem attendenda est affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem; sicut autem in enunciationibus de inesse veritas vel falsitas esse vel non esse consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de inesse est vera, quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem enunciationis. Adverte quod modos, appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens: contingere vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. Thus the response to the argument for the opposite position, which he gave first, is evident. That argument concluded that the negation should be added to the verb as it is in absolute enunciations. But since the modal enunciates a mode of a dictum—as the absolute enunciation enunciates "to be” or "not to be” such, for instance, "to be white” of a subject—the mode holds the same place here that the verb does there. Consequently, the negation falls upon the same thing proportionally here and there, for the proportion of mode to dictum is the same as the proportion of verb to subject. Again, since truth and falsity follow upon affirmation and negation, the affirmation and negation of an enunciation and its truth and falsity must be controlled by the same thing. In absolute enunciations truth and falsity follow upon "to be” or "not to be,” hence in the modals they follow upon the mode; for that modal is true which modifies the dictum as the composition of the dictum permits, just as that absolute enunciation is true which signifies that something is as it is. Therefore, negation is added here to the mode just as it is added there to the verb, since the power of each is the same with respect to the truth and falsity of an enunciation. Notice that he calls the modes "determining additions,” i.e., predications—as "to be” is in absolute enunciations—understanding by the mode the whole predicate of the modal enunciation, for example, "is possible.” As a sign of this he expresses the modes themselves verbally when he says, "is possible” and "is contingent” are determining additions. For "is contingent” and "is possible” comprise the whole predicate of the modal enunciation. V. lib. 2 l. 9 n. 4Deinde cum dicit: eius vero quod est possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum, et alteram habentem dictum negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam affirmativam de possibili transiens ait: eius vero, quæ est possibile non esse (ubi dictum negatur) negatio est non possibile non esse. Et hoc consequenter probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse, quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est, possibile esse, et, non esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse; sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet ergo quod huius negatio, possibile non esse, sit illa, non possibile non esse: hæ namque simul nunquam sunt veræ vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde declarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum affirmatum, dicens: similiter eius quæ est, necessarium esse, negatio non est ea, quæ dicit necessarium non esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non necessarium esse. Deinde subdit de affirmativa de necessario habente dictum negatum, et ait: eius vero, quæ est, necessarium non esse, negatio est ea, quæ dicit, non necessarium non esse. Deinde transit ad illas de impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: et eius, quæ dicit, impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse: ubi iam modus negatur. Alterius vero affirmativæ, quæ est, impossibile non esse, negatio est ea quæ dicit non impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda est. When he says, The negation, then, of "possible not to be” is [not, "not possible to be” but] "not possible not to be,” etc., he makes this truth evident in all the modals, i.e., the possible, the necessary, and the impossible (the contingent being convertible with the possible). And since any mode makes two modal affirmatives, one having an affirmed dictum and the other having a negated dictum, he shows what the negation of each affirmation is in each mode. First he takes those of the possible. The negation of the first affirmative of the possible (the one with an affirmed dictum), i.e., "possible to be,” was assigned as "not possible to be.” Hence, going on to the remaining affirmative of the possible he says, The negation, then, of "possible not to be” [wherein the dictum is negated] is, "not possible not to be.” Then he a proves this. The contradictory of "possible not to be” is either "Possible to be” or "not possible not to be.” But the former, i.e., "possible to be,” is not the contradictory of "possible not to be,” for they can be at once true. Hence they are also thought to follow upon each other, for, as was said above, the same thing is possible to be and not to be. Consequently, just as "possible not to be” follows upon "possible to be,” so conversely "possible to be” follows upon "possible not to be.” But the contradictory of "possible to be,” which cannot be true at the same time, is "not possible to be,” for these, as has been said, are opposed. Therefore, the negation of "possible not to be” is, "not possible not to be,” for these are never at once true or false. Note that he says, Wherefore "possible to be” and "possible not to be” would appear to be consequent to each other, and not that they do follow upon each other, for it is not true that they follow upon each other universally, but only particularly (as will be said later); this is the reason they appear to follow upon each other simply. Then he manifests the same thing in the modals of the necessary, and first in the affirmative with an affirmed dictum: The case is the same with respect to the necessary. The negation of "necessary to be” is not, "necessary not to be” (in which the mode is not negated) but, "not necessary to be.” Next he adds the affirmative of the necessary with a negated dictum: and the negation of "necessary not to be is "not necessary not to be.” Next, he takes up the impossible, keeping the same order. The negation of "impossible to be” is not, "impossible not to be” but, "not impossible to be,” in which the mode is negated. The negation of the other affirmative, "impossible not to be” is "not impossible not to be.” The negation, therefore, is always added to the mode. V. lib. 2 l. 9 n. 5Deinde cum dicit: universaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter explanans quomodo hoc fiat, subdit: et oportet putare has esse oppositas dictiones, idest affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile, contingens et non contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse; meminit autem modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo semper verbo negatio aptari potest. Quod autem in fine addidit, verum et non verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit, non proprie modificant. Then he says, And universally, as has been said, "to be”and "not to be” must be posited as the subject, and those that produce affirmation and negation must be joined to "to be” and "not to be,” etc. Here he concludes with the universal rule. As has been said, the dictums denoting "to be” and "not to be” must be posited in the modals as subjects, and the one making this an affirmation and negation, i.e., the opposition of contradiction, must be added only to the selfsame mode, not to diverse modes, for the selfsame mode which was previously affirmed must be denied if there is to be a contradiction. He gives examples of how this is to be done when he adds, And these are the words that are to be considered opposed, i.e., affirmations and negations in modals, possible–not possible, contingent–not contingent. Moreover, when he said elsewhere but in another way that the negation must be applied only to the mode, he did not exclude the copula of the mode, but the copula of the dictum. For it is unique to modals that the same opposition is made by adding a negation to the mode and to its verb. The contradictory of "is possible to be,” for instance, is not only "is not possible to be,” but also "not is possible to be.” There are two reasons, however, for his mentioning the mode rather than the verb: first, for the reason we have just given, namely, so as to imply that the negation placed after the verb of the mode, the mode having been put first, accomplishes the same thing as if it were placed before the modal verb; and secondly, because the modal enunciation is never without a mode; hence the negation can always be put on the mode. However, it cannot always be put on the verb of a mode, for the modal enunciation may lack the verb of a mode as for example in "Socrates runs necessarily,” in which case the negation can always be adapted to the verb. In adding "true” and "not true” at the end he implies that besides the four modes mentioned previously there are others that also determine the composition of the enunciation, for example, "true” and "not true,” "false” and "not false”; nevertheless he did not posit these among the modes first given because, as was shown, they do not properly modify. Postquam determinavit de oppositione modalium, hic determinare intendit de consequentiis earum. Et circa hoc duo facit: primo, tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem circa determinata; ibi: dubitabit autem et cetera. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum opinionem aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem; ibi: ergo impossibile et cetera. Having established the opposition of modals, Aristotle now intends to determine their consequents. He first presents the true doctrine; then, he raises a difficulty where he says, But it may be questioned whether "Possible to be follows upon "necessary to be,” etc. In presenting the true doctrine, he first posits the consequents of the opposition of modals according to the opinion of others; secondly, he determines the truth by examining and correcting their opinion, where he says, Now the impossible and the not impossible follow contradictorily upon the contingent and the possible and the not contingent and the not possible, but inversely, etc. 2 Quoad primum considerandum est quod cum quilibet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit, et duabus affirmationibus opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit in primo; secundum quemlibet modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ. Cum autem modi sint quatuor, efficientur sexdecim modales: quaternarius enim in seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem, ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ ordinem inter se adunare. Before we consider these consequents according to the opinion of others, we must first note that since any mode makes two affirmations and there are two negations opposed to these, there will be four enunciations according to any one mode, two affirmatives and two negatives. And since there are four modes, there will be sixteen modals. Among these sixteen, anyone of each mode, from wherever you begin, has only one of each mode following upon it. Hence, to assign the consequents of the modals, we have to take one from each mode and arrange them among themselves to form an order of consequents. V. lib. 2 l. 10 n. 3Et hoc modo fecerunt antiqui, de quibus inquit Aristoteles: consequentiæ vero fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita ponentibus. Formaverunt enim quatuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se consequuntur collocaverunt. Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in quolibet modo, affirmativa de dicto, et modo, affirmativa simplex; affirmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque, negativa declinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas, dicti vero declinatio denominet. Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti, scilicet, contingens est esse (contingens enim convertitur cum possibili); et negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse; et similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est primus ordo modalium consequentium se. In secundo autem dixerunt quod affirmativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et, non impossibile non esse. In tertio vero ordine dixerunt quod negativas simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non contingens esse, sequuntur affirmativa declinata de necessario, scilicet, necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile esse. In quarto demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. The modals were ordered in this way by the ancients. They disposed them in four orders placing together in each order those that were a consequent to each other. Aristotle speaks of this order when he says, Logical consequents follow according to the order in the table below, which is the way in which the ancients posited them. Henceforth, however, to avoid confusion let us call the affirmative of dictum and mode in any one mode, the simple affirmative, as it is by Averroes, among others; affirmative of mode and negative of dictum, the declined affirmative; negative of mode and not of dictum, the simple negative; negative of both mode and dictum, the declined negative. Hence, simplicity of mode designates affirmation or negation, and so, too, does declination of dictum. The ancients said, then, that simple affirmation of the contingent, i.e., "contingent to be” follows upon simple affirmation of the possible, i.e., "Possible to be” (for the contingent is converted with the possible); the simple negative of the impossible also follows upon this, i.e., "not impossible to be”; and the simple negative of the necessary, i.e., "not necessary to be.” This is the first order of modal consequents. In the second order they said that the declined negatives of the necessary and impossible, i.e., "not necessary not to be” and "not impossible not to be,” follow upon the declined affirmative of the possible and the contingent, i.e., "possible not to be” and "contingent not to be.” In the third order, according to them, the declined affirmative of the necessary, i.e., "necessary not to be,” and the simple affirmative of of the impossible, i.e., "impossible to be,” follow upon the simple negatives of the possible and the contingent, i.e., "not possible to be” and not contingent to be.” Finally, in the fourth order, the simple affirmative of the necessary, i.e., "necessary to be,” and the declined affirmative of the impossible, i.e., "impossible not to be,” follow upon the declined negatives of the possible and the contingent, i.e., "not possible not to be” and "not contingent not to be.” 4 Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius elucescat depictum. Consequentiæ enunciationum modalium secundum quatuor ordines ab antiquis positæ et ordinatæ. (Figura). To make this ordering more evident, let us consider it with the help of the following table. CONSEQUENTS OF MODAL ENUNCIATIONS IN THE FOUR ORDERS POSITED AND ORDERED BY THE ANCIENTS FIRST ORDER It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to be It is not necessary to be SECOND ORDER It is possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be It is not necessary not to be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be It is necessary not to be FOURTH ORDER It is not possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be It is necessary to be V. lib. 2 l. 10 n. 5Deinde cum dicit: ergo impossibile et non impossibile etc., examinando dictam opinionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de necessario; ibi: necessarium autem et cetera. Unde ex præmissa opinione concludens et approbans, dicit: ergo istæ, scilicet, impossibile, et, non impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, contradictorie, idest ita ut contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti consequantur, sed conversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: illud enim quod est possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis, idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista, impossibile est esse; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est; illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est: hic siquidem modus negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet, semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione possibilis affirmationem impossibilis inferunt.When he says, Now the impossible and the not impossible follow contradictorily upon the contingent and the possible and the not contingent and the not possible, but inversely, etc., he determines the truth by examining the foresaid opinion. First, he examines the consequents of enunciations predicating impossibility; secondly, those predicating necessity, where he says, Now we must consider how enunciations predicating necessity are related to these, etc. From the opinion advanced, then, he concludes with approval that the impossible and the not impossible follow upon the contingent and the possible and the not contingent and the not possible, contradictorily, i.e., the contradictories of the impossible follow upon the contradictories of the possible and the contingent, but inversely, i.e., not so that affirmation follows upon affirmation and negation upon negation, but inversely, i.e., negation follows upon affirmation and affirmation upon negation. He explains this when he says, The negation of "impossible to be” follows upon "possible to be,” i.e., the negation of the impossible, i.e., "not impossible to be,” follows upon the affirmation of the possible, and the affirmation of the impossible follows upon the negation of the possible. For the affirmation, "impossible to be” follows upon the negation, "not possible to be.” In the latter the mode is negated, in the former it is not. Therefore, the ancients were right in saying that in any order, the consequences of enunciations predicating impossibility are as follows: from affirmation of the possible, negation of the impossible is inferred; and from negation of the possible, affirmation of the impossible is inferred. This is apparent in the diagram. V. lib. 2 l. 10 n. 6Deinde cum dicit: necessarium autem etc., intendit examinando determinare consequentias de necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum; secundo, determinat veritatem intentam; ibi: at vero neque necessarium et cetera. Circa primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab antiquis in hac re. Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de necessario, ut dictum est, differentes inter se secundum quantitatem et qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de inesse; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ, ut patet in hac figura. (Figura). Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ sunt de necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non eodem modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt ab antiquis. Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet, necesse est esse, et, necesse est non esse, sequuntur, idest recta consequentia deducuntur ab antiquis, in tertio scilicet et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis, sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad enunciationes de necessario tantum. When he says, Now we must consider how enunciations predicating necessity are related to these, etc., he proposes an examination of the consequents of enunciations predicating necessity in order to determine the truth about them. First he examines what was said by the ancients; secondly, he determines the truth, where he says, But in fact neither " necessary to be” nor "necessary not to be” follow upon "possible to be,” etc. In his examination of the ancients, Aristotle makes four points. First, he shows what was well said by the ancients and what was badly said. It must be noted in regard to this that, as we have said, there are four enunciations predicating necessity, which differ among themselves in quantity and quality, and hence they make up a diagram of opposition in the manner of the absolute enunciations. Two of them are contrary to each other, and two are contradictory to these contraries, as is clear in the diagram below. necessary to be contraries necessary not to be not necessary not to be subcontraries not necessary to be Now the ancients correctly inferred the universal contraries from the possibles, contingents, and impossibles, but incorrectly inferred their contradictories, namely, particulars. This is the reason Aristotle says that it remains to be considered how enunciations predicating necessity are related consequentially to the possible and not possible. From what Aristotle says, it is clear that those predicating necessity do not follow upon the possibles in the same way as those predicating impossibility follow upon the possibles, for all of the enunciations predicating impossibility were correctly inferred by the ancients, but those predicating necessity were not. Two of them, the contraries, "necessary to be” and "necessary not to be,” follow, i.e., correct consequents were deduced by the ancients in the third and fourth orders; the remaining two, "not necessary not to be” and "not necessary to be,” which are contradictories of the contraries, are outside of the consequents of these, i.e., in the second and first orders. Hence, the ancients represented everything correctly in the third and fourth orders, but in the first and second they erred, not with respect to all things, but only with respect to enunciations predicating necessity. V. lib. Secundo cum dicit: non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi posset consequentia enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis facta. Est autem obiectio tacita talis. Non possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non necesse esse, mutuo se sequuntur. Huic, inquam, obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde dicit: non enim est negatio eius quod est, necesse non esse (quæ erat in tertio ordine), illa quæ dicit, non necesse est esse, quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt antiqui in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ), et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. Secondly, he says, For the negation of "necessary not to be” is not "not necessary to be,” since both may be true of the same subject, etc. Here he replies to a tacit objection. This reply could be used to defend the consequent of the enunciation of the necessary made by the ancients in the first order. The tacit objection is this: "not possible to be” and "necessary not to be” follow convertibly in the third order which has already been shown to be correct; therefore, "possible to be” and "not necessary to be” ought to follow upon each other in the first order. The consequent holds; for the contradictories of two that convertibly follow upon each other, mutually follow upon each other; but those two follow upon each other convertibly in the third order and these two in the first order are their contradictories; therefore, those of the first order, i.e., "possible to be” and "not necessary to be,” mutually follow upon each other. Aristotle replies here to this objection by destroying what was assumed in the minor, i.e., that the necessary of the first order and the necessary of the third order are contradictories. He says, For the negation of "necessary not to be” (which is in the third order) is not "not necessary to be” (which has been placed in the first order). He also gives the reason: it is possible for both to be true at once of the same subject, which is repugnant to contradictories. For the same thing which is necessary not to be, is not necessary to be; for example, it is necessary that man not be wood and it is not necessary that man be wood. Notice, as will be clear later, that these two which the ancients posited in the first and third orders, are subalterns and therefore are at once true, whereas they should be contradictories; hence the ancients were in error. V. lib. 2 l. 10 n. 8Boethius autem et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus particulam, sed narrative utramque simul iungentes. Narrare enim aiunt Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. Boethius and Averroes read both this and the preceding part of the text, not reprovingly, but as explanatorily joined together. They say Aristotle explains the quality of the above table with respect to the consequents of enunciations predicating necessity after he has explained in what way those predicating impossibility are related. What Aristotle is saying, then, is that those of the necessary do not follow those of the possible in the same way as those of the impossible follow upon the possible. For contradictories of the impossible follow upon contradictories of the possible, although inversely; but contradictories of the necessary are not said to follow the contradictories of the possible, but rather the contraries of the necessary follow upon them. It is not the contraries among themselves that follow, but contraries in this way: the negation of the necessary is said to follow upon the affirmation of the possible; but what follows on the negation of this possible is not the affirmation of the necessary contradictory to that negative of the necessary following upon the possible, but the contrary of such an affirmation of the necessary. That this is the case is evident in the first and third orders. The sources are negation and affirmation of the possible, and the extremes are "not necessary to be” and "necessary not to be.” But these are not contradictories, for the negation of "necessary not to be” is not "not necessary to be,” for it is possible for them to be at once true of the same thing. "Necessary not to be” is the contrary of the contradictory of "not necessary to be,” which contradictory is "necessary to be.” In my judgment, however, the first exposition should be accepted and this portion of the text taken as a reproof of the ancients, because the contraries seem to be explained in a forced way by others, whereas our introduction is more in accord with what follows in the next part of the text; in addition, it agrees with Albert’s interpretation. V. lib. 2 l. 10 n. 9Tertio cum dicit: causa autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario. Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod simili modo intulerunt illas de impossibili et necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam locaverunt. Hoc ergo quare peccatum sit, et causa autem quare necessarium non sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet necessario, contrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod non eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium, sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. Thirdly, he says, Now the reason why enunciations predicating necessity do not follow in the same way as the others, etc. Here Aristotle shows why enunciations predicating impossibility and necessity do not follow in a similar way upon those predicating possibility. This was the error made by the ancients in both the first and second orders, for in the first order they posited the simple negative of the impossible, and in a similar way the simple negative of the necessary, and in the second order their declined negatives, the reason being that they inferred those predicating impossibility and necessity in a similar way. The cause of this error, then, and the reason why enunciations predicating necessity do not follow the possible in the same way, i.e., in a similar mode, as the others, i.e., as the impossibles, is that the impossible expresses the same meaning as the necessary, i.e., is equivalent to the necessary, contrarily, i.e., taken in a contrary mode, and not in the same mode. For if something is impossible to be, we do not infer, therefore it is necessary to be, but it is necessary not to be. Since, therefore, the impossible and necessary mutually follow each other when their dictums are taken in a contrary mode—and not when their dictums are taken in a similar mode — it follows that the impossible and necessary are not related in the same way to the possible, but in a contrary way. For the negated dictum of the necessary follows upon that possible which follows the affirmed dictum of the impossible, and contrarily. Why this is so will be explained later. Therefore, the ancients erred when they located similar enunciations of the impossible and necessary in the first and in the second orders. V. lib. 2 l. 10 n. 10 Hinc apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum induxerit ad manifestandum illa verba: manifestum est autem quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Hence it appears that our exposition is more in conformity with Aristotle. For he introduced this text to manifest these words: It is evident that the case here is not the same, etc. By taking this meaning, then, these words are made clear through the cause. Moreover, it is evident that here the cause is given of a true dissimilitude between necessaries and impossibles in following the possibles, and not of a dissimilitude falsely held by the ancients, for from a true cause only the truth is concluded. Therefore in reproving the ancients it must be understood that a true dissimilitude between the necessary and impossible in following the possible, which they did not beed, has been proposed, and now has been made manifest. It will be clear from what will be said later that the dissimilitude posited by the ancients between the necessary and impossible is falsely posited, for it will be shown that contradictories of the necessary follow contradictories of the possible inversely, and that in this they do not differ from enunciations predicating impossibility. They do differ, however, in the way we have indicated, i.e., the dictum of the possibles and of the impossibles following on them is similar, but the dictum of the possibles and of the necessaries following on them is contrary, as will be seen clearly later. V. lib. 2 l. 10 n. 11 Quarto cum dicit: aut certe impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, non necesse non esse. Et probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario. Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non, idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur illam, scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit, impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens. Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse, secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. Fourthly, when he says, Or is it impossible to arrange the contradictions of enunciations predicating necessity in this way? he manifests another point he had proposed, namely, that contradictories of enunciations predicating necessity were badly placed according to consequence by the ancients when they ordered them thus: the contradictory negation to "necessary to be,” i.e., "not necessary to be,” in the first order, and the contradictory negation to "necessary not to be,” i.e., "not necessary not to be,” in the second. Aristotle only proves that this mode of consequence is incorrect in the first order, for when this is known the mistake in the second order is readily seen. He does this by an argument leading to an impossibility. "Possible to be” follows upon "necessary to be”; otherwise "not possible to be” would follow, which it manifestly implies. "Not impossible to be” follows upon "possible to be” as is evident, and, according to the ancients, in the first order, "not necessary to be” follows upon "not impossible to be.” Therefore, from first to last, "not necessary to be” follows upon "necessary to be,” which is inadmissible because there is an obvious implication of contradiction. Therefore, it is erroneous to say that "not necessary to be” follows in the first order. He says, then, that in fact it is impossible to posit contradictions of the necessary according to consequence as the ancients posited them, i.e., in the first order the contradictory negation of "necessary to be,” i.e., "not necessary to be” and in the second the contradictory negation of "necessary not to be,” i.e., "not necessary not to be.” For "possible to be” follows upon "necessary to be”; if not, i.e., if you deny this consequence, the negation of the possible follows upon "necessary to be,” since the possible must either be asserted of the necessary or denied, the reason being that of anything there is a true affirmation or a true negation. Therefore, if you say that "possible to be” does not follow upon "necessary to be,” but "not possible to be” does follow, then, since the latter is equivalent to the former, i.e., "not possible to be” to "impossible to be,” "impossible to be” follows upon "necessary to be” and the same thing will be "necessary to be” and "impossible to be,” which cannot be admitted. Consequently, the first inference was good, i.e., "It is necessary to be, therefore it is possible to be.” But again, "possible to be” follows upon "not impossible to be,” as is evident in the first order, and according to the ancients, "not necessary to be” follows upon "not impossible to be” in the same first order. Therefore, from first to last we arrive at this: "not necessary to be” follows upon "necessary to be,” which is unlikely, not to say impossible. 12 Dubitatur hic: quia in I priorum dicitur quod ad possibile sequitur non necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest pro possibili seu contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero in speciali. There is a doubt about this, for in I Priorum, it is said that the not necessary follows upon the possible, while here the opposite is said. The possible, however, is taken in two ways: commonly, and thus it is superior to the necessary and the contingent to either of two alternatives, as is the case with animal in relation to man and cow; taken in this way, the not necessary does not follow upon the possible, just as not-man does not follow upon animal. In another way the possible is taken for one part of the possible commonly, i.e., for the possible or contingent to either of two alternatives, namely, for what can be and not be. The not necessary follows upon the possible taken in this way, for what can be and not be is not necessary to be, and likewise is not necessary not to be. In the Prior Analytics, then, Aristotle is speaking of the possible in particular; here of the possible commonly. Deinde cum dicit: at vero neque necessarium etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo, ordinat consequentias omnium modalium; ibi: sequuntur enim et cetera. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non necesse non esse. Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse, neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: at vero neque necessarium esse, neque necessarium non esse, sequitur ad possibile non esse; secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrumque horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, et cetera. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: illi enim, scilicet, possibile esse, utraque, scilicet, esse et non esse, contingit accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in potentia. Et primum horum explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse. Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse, non remanet utrumque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse, possibilitas ad esse removetur. Utrumque ergo istorum minuit illud antecedens, possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, et cetera. Tertio subdit conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine. When he says, But in fact neither "necessary to be” nor "necessary not to be” follow upon "possible to be,” etc., he determines the truth. First he determines which enunciation of the necessary follows upon the possible; secondly, he orders the consequents of all of the modals, where he says, Thus, these contradictions also follow in the way indicated, etc. Aristotle has reproved the ancients in two ways; on the basis of these two he now proves which enunciation of the necessary follows upon the possible. What he intends to show is that "not necessary not to be” follows upon "possible to be.” The first argument is taken from a locus of division. "Not necessary to be” does not follow upon possible to be” (as has been proved), but neither does "necessary to be” nor "necessary not to be.” Therefore, "not necessary not to be” follows upon "possible to be,” since there are no more enunciations of the necessary. He first proposes the remaining two members that are to be excluded from this common division: But in fact neither "necessary to be” nor "necessary not to be” follow upon "possible to be.” Then he proves this: no formal consequent diminishes its antecedent, for if it did, the opposite of the consequent would stand with the antecedent; but both of these, namely, "necessary to be” and "necessary not to be,” diminish possible to be”; therefore, etc. The major is therefore implied and he gives the proof of the minor when he says that "possible to be” admits of two possibilities, namely, "to be” and "not to be”; but of these, namely, "necessary to be” and "necessary not to be” (whichever should be true), these two, "to be” and "not to be,” will not be true at the same time in potency. He explains the first point thus: when I say "possible to be” it is at once possible to be and not to be. With respect to the second, he adds: if you should say, "necessary to be” or "necessary not to be,” both do not remain, i.e., possible to be and not to be do not remain, for if a thing is necessary to be, possibility not to be is excluded, and if it is necessary not to be, possibility to be is removed. Both of these, then, diminish the antecedent, possible to be, for it is extended to "to be” and "not to be,” etc. Thirdly, he concludes: it remains, therefore, that "not necessary not to be” accompanies "possible to be,” and consequently will have to be placed in the first order. V. lib. 2 l. 10 n. 14 Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. Augetur et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est tali argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse est enim aut dicere aut negare. A difficulty arises at this point with respect to his saying that the necessary does not follow upon the possible, since he has also said that the not necessary does not follow upon it. For the necessary and the not necessary are opposed contradictorily, and since of anything there is a true affirmation or negation, it seems impossible to avoid the conclusion that either the necessary or the not necessary follows upon the possible; and since the necessary does not follow, the not necessary must follow, as the ancients said. Furthermore, the difficulty is augmented by the fact that Aristotle just used such a mode of argumentation when, to prove that the possible follows upon the necessary, he said, for if not, the negation will follow; for it is necessary either to affirm or deny. 15. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad habendum affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur, et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec affirmatio nec negatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est necessario vera, ut in fine primi conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et possibile et non possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et non necessarium, ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis partem determinate, et hic optimus ad neutram determinate. In order to resolve this, we must recall the relationship between the possible and the necessary, namely, that the possible is superior to the necessary. Now the superior potentially contains its own inferior and the opposite of it in such a way that neither of them is actually appropriated by the superior, but each is possible to it; as in the case of man and not-man in relation to animal. We must also consider that the proportion of the superior as related to the affirmation and negation of one inferior is the same (which is the proportion of some subject to the affirmative and negative of a future contingent), for it is had by neither of the two, and the potency to either is kept. Accordingly, as in future contingents neither the affirmation nor the negation is determinately true, but under disjunction one is necessarily true (as was concluded at the end of the first book), so neither the affirmation nor negation of the inferior follows upon the affirmation or negation of the superior determinately, but under disjunction one follows necessarily. This, for instance, is not valid: "It is animal, therefore it is man,” nor is "therefore it is not man” valid, but, "therefore it is man or it is not man.” Since, then, the possible is superior to the necessary, Aristotle has correctly determined that neither part of the contradiction of the necessary determinately follows upon the possible. However, he has not said that under disjunction neither follows; for this would be opposed to the first principle, that of anything there is a true or false affirmation. The response to what was added, beginning with "Furthermore, the difficulty is augmented,” etc., is based upon the same point. Since the necessary is inferior to the possible, and the inferior does not include its superior in potency but in act, the superior must follow determinately upon the inferior; otherwise the contradiction of it would follow determinately. Hence, because of the dissimilar relationship between the necessary and the possible and not possible on the one hand, and between the possible and the necessary and not necessary on the other, the movement of the earlier argument to one part of the contradiction determinately was quite right, and the movement here to neither determinately was quite right. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in præcedenti textu et in isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum possibile ad utrunque. There is another slight difficulty, for it seems that Aristotle takes the possible in a different way in the preceding text and in this. There he takes it commonly as it follows upon the necessary; here he seems to take it specifically for the possible that is indifferent to alternatives, since he says that the possible is at once possible to be and not to be. But in fact Aristotle has used the possible uniformly. Nor are his words at variance, for it is also true to say of the possible as common that it admits of both possibilities, i.e., of "to be” and "not to be”; first, because whatever is verified of its inferior is verified also of its superior, although not in the same mode; secondly, because the possible as common determines neither part of the contradiction to itself and consequently admits of either happening, although it does not affirm a potency to each part, as does the possible to either of two alternatives. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: hoc enim verum est et cetera. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi negatione eis opponuntur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: hoc enim, quod dictum est, verum est, idest verum esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, hoc enim, scilicet, non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait: hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius, scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se consequuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse, tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. The second grounds for proving the same thing corresponds to the tacit objection of the ancients he excluded above: For this, he says, is true also with respect to "necessary to be,” etc. It should be noted here that Aristotle subsumes under the major cited as a proof for the position of the ancients (namely, contradictories of consequences convertibly following each other mutually follow upon each other) this minor: but the contradictories of those following upon each other convertibly in the third order (i.e., of "not possible to be” and "necessary not to be”) are "possible to be” and "not necessary not to be” (for they are opposed to them by negation of mode); therefore, these two (i.e., "possible to be” and "not necessary not to be”) follow upon each other and are to be placed in the first order. Hence, with respect to the basis of the above argument, he says, For this, i.e., what has been said, is true, i.e., is shown to be true, also with respect to "necessary not to be,” i.e., of the opposite of "not necessary not to be,” i.e., "necessary not to be.” Or, For this, namely, not necessary not to be,” is true, namely, is the true contradictory of necessary not to be.” He gives the minor when he says, For "not necessary not to be” is the contradictory of what follows upon "not possible to be.” Then he states this explicitly: for "not possible to be,” which is the source of the third order is followed by this impossible, namely, "impossible to be,” and by this one of the necessary, namely, "necessary not to be,” of which the negation or contradictory is "not necessary not to be.” And since, other things being equal, the mode is negated, and, "possible to be” is (it is understood) the contradictory of "not possible to be,” therefore, these two mutually follow upon each other, namely, "possible to be” and "not necessary not to be,” as contradictories of the two mutually following upon each other. V. lib. Deinde cum dicit: sequuntur enim etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem propriam; et ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut enim contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum, contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum, ut in sequenti videtur figura: consequentiæ enunciationum modalium secundum quatuor ordines ab Aristotele positæ et ordinatæ. (Figura). Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas de necessario. Præpostero namque situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria se consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt. When he says, Thus, these contradictions also follow in the way indicated, etc., he orders all of the consequents of modals according to his own opinion. He says, then, that these contradictions, namely, of the necessary, follow those of the possible, according to the foresaid and approved mode of those of the impossible. For just as contradictories of the impossible follow upon contradictories of the possible, although inversely, so contradictories of the necessary follow contradictories of the possible inversely. In the latter, however, as has been said, there is a dissimilarity in that the dictum of the contradictories of the possible and impossible is similar, but the dictum of the contradictories of the possible and necessary is contrary. This can be seen in the following table. CONSEQUENTS OF MODAL ENUNCIATIONS POSITED AND ORDERED BY ARISTOTLE ACCORDING TO FOUR ORDERS FIRST ORDER It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to be It is not necessary to be SECOND ORDER It is possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be It is not necessary not to be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be It is necessary not to be FOURTH ORDER It is not possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be It is necessary to be Here you see that there is no difference between Aristotle and the ancients except in the first two orders with respect to those of the necessary. The ancients inverted the position of these, placing the necessary that should have been placed in the first order in the second order, and the one that should have been in the second in the first. Notice, too, that he has ordered them in such a way that the contradictories of those following upon each other convertibly, always follow each other, for each one in the first order is the contradictory of each one in the third order, and similarly, each of the fourth order the contradictory of each in the second. This the ancients did not observe. Postquam Aristoteles declaravit modalium consequentias, hic movet quandam dubitationem circa unum eorum quæ determinata sunt, scilicet quod possibile sequitur ad necesse. Et duo facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione alium ordinem earumdem consequentiarum modalibus statuit; ibi: et est fortasse et cetera. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi: manifestum est et cetera. Movet ergo quæstionem: primo dicens: dubitabit autem aliquis si ad id quod est necesse esse sequatur possibile esse; et secundo, arguit ad partem affirmativam subdens: nam si non sequatur, contradictoria eius sequetur, scilicet non possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad illam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur possibile esse. Now that he has explained the consequents of modals, Aristotle raises a question about one of the points that has already been determined, namely, that the possible follows upon the necessary. He first raises the question and then settles it where he says, It is evident by now that not every possibility of being or walking is one that admits of opposites, etc. Secondly, he establishes another order of the same consequents from the determination of the present question, where he says Indeed the necessary and not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc. First, then, he raises the question: But it may be questioned whether "Possible to be follows upon "necessary to be.” Secondly, he argues to the affirmative part: Yet if not, the contradictory, "not possible to be,” would have to follow, as was deduced earlier, for either the affirmation or the negation is true of anything. And if someone should say "not possible to be” is not the contradictory of "possible to be,” because he wants to avoid the conclusion by saying that neither of these follows upon "necessary to be,” this may be conceded, although what he says is false. But then he will have to say that the contradictory of "possible to be” is "possible not to be,” for the contradictory of "possible to be” has to be either "not possible to be” or "possible not to be.” But if he says this, he will fall into another error, for it is false to say it is not possible to be of that which is necessary to be, and it is false to say it is possible not to be. Consequently, neither follows upon it, for no enunciation follows upon an enunciation whose truth it destroys. Therefore, "possible to be” follows upon "necessary to be.” 2. Tertio, arguit ad partem negativam cum subdit: at vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam qualitatem, ut dicitur in I priorum, quia idem est possibile esse et non esse), sequetur de primo ad ultimum quod necesse est possibile non esse: quod est falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: at vero rursus videtur idem possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et non incidi, ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa. Thirdly, he argues to the negative part where he says, On the other hand, it seems possible for the same thing to be cut and not to be cut, etc. His argument is as follows: If "possible to be” follows upon "necessary to be,” then, since "possible not to be” follows upon the possible (through conversion to the opposite quality, as is said in I Priorum, for the same thing is possible to be and not to be), from first to last it will follow that the necessary is possible not to be, which is clearly false. In this argument, Aristotle supplies a hypothesis opposed to the position that possible to be follows upon necessary to be: On the other hand, it seems possible for the same thing to be cut and not to be cut, for instance a garment, and to be and not to be, for instance a house. Therefore, from first to last, necessary to be will be possible not to be. But this is false. Therefore, the hypothesis that the possible follows upon the necessary is false. 3. Deinde cum dicit: manifestum est autemetc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem simpliciter; secundo, applicat ad propositum; ibi: hoc igitur possibile et cetera. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens: manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum vel secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim clarum erit quomodo possibile se habeat ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: quædam vero potentiæ et cetera. Circa primum tria facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita. When he says, It is evident by now that not every possibility of being or walking, etc., he answers the question he proposed. First, he manifests the truth simply, then applies it to the question where he says, So it is not true to say the latter possible of what is necessary simply, etc. First, then, he proposes the truth he is going to explain: It is evident by now that not every possibility of being or walking, i.e., of operating; that is, not everything possible according to first or second act admits of opposites, i.e., has access to opposites; there are some possibles of which it is not true to say that they are capable of opposites. Then, since the possible arises from potency, he manifests how potency is related to opposites; for it will be clear from this bow the possible is related to opposites. First he manifests this in potencies having the same notion; secondly, in those that are called potencies equivocally where he says, But some are called potentialities equivocally, etc. With respect to the way in which potencies of the same specific notion are related to opposites, he does three things. First of all he manifests how an irrational potency is related to opposites; an irrational potency, he says, is not a potency that is capable of opposites. V. lib. 2 l. 11 n. 4Ubi notandum est quod, sicut dicitur IX Metaphys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur; sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito deserviens inter istas potentias. Prima est quod activa potentia irrationalis non potest duo opposita, sed est determinata ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ sunt contradictorie opposita, neque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. Secunda differentia est quod potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario operatur: præsente siquidem infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. It must be noted in this connection that active potency, since it is the principle by which we act on something else, is divided into rational and irrational potency, as is said in IX Metaphysicæ [2: 1046a 36]. Rational potency operates in connection with reason and choice; for example, the art of medicine by which the physician, knowing and willing what is expedient in healing an illness, applies a remedy. Irrational potency operates according to its own natural disposition, not according to reason and liberty; for example, the heat of fire is an irrational potency, because it heats, not as it knows and wills, but as its nature requires. In the Metaphysics, a twofold difference between these potencies is assigned which is relevant here. The first is that an irrational active potency is not capable of two opposites, but is determined to one opposite, whether "opposite” is taken contradictorily or contrarily; e.g., heat cannot heat and not heat, which are opposed contradictorily; nor can it heat and cool, which are contraries, but is deter mined to heating. Understand this per se, for heat can cool accidentally, either by destroying the matter of heat, namely, the humid, or through alternation of the contrary. It also has the potentiality not to heat accidentally, if that which can be heated is lacking. A rational potency, on the other hand, is capable of opposites, both contradictorily and contrarily; for by the art of medicine the physician can employ a remedy and not employ it, which are contradictories, and employ healing and harmful remedies, which are contraries. The second difference is that an irrational active potency necessarily operates when a subject is present and impediments are with drawn; for heat necessarily heats when a subject that can be heated is present, and nothing impedes it. A rational potency, however, does not necessarily operate when a subject is present; e.g., when a sick man is present the physician is not forced to employ a remedy. 5. Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: et primum quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita in his quæ possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et habet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non calefacere. Quod autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. The reasons for these differences are given in the Metaphysics, but let us return to the text. Explaining bow an irrational potency is related to opposites, he says, First of all, this is not true, i.e., it is not true to say that there is a potency to opposites in those which are not according to reason, i.e., whose power is through irrational potencies; as fire which is calefactive, i.e., capable of heating, has this power, i.e., this irrational potentiality, since it is not able to cool, nor is it in its power 4 to heat and not to heat. Note that he speaks here of a first kind. This is in relation to a second genus of the possible which he will speak of later, in which there is not a potency to opposites either. 6. Secundo, manifestat quomodo potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: ergo potestates secundum rationem, idest rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum, non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest, et a multarum operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis sit. Secondly, he shows how a rational potency is related to opposites, i.e., it is capable of opposites: Therefore potentialities that are in conjunction with reason, i.e., rational potencies, are capable of contraries, not only of two, but even of many; for example, a physician by the art of medicine can employ many pairs of contraries and he can abstain from doing or not doing many things. He begins with "therefore” so as to imply that this follows from what has been said.”’ The argument would be: properties of opposites are opposites; an irrational potency, because it is irrational, does not extend itself to opposites; therefore a rational potency, because it is rational, has access to opposites. V. lib. Tertio, explanat id quod dixit de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non possunt in opposita, ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II de cælo et mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: irrationales vero potentiæ non omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas, simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est sensus, quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et non quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. Thirdly, he explains what he has said about irrational potencies. He will assign the reason for doing this later. He makes the point that what he has said about irrational potentiality, i.e., that it is not capable of opposites, is not true universally, but particularly. It should be noted here that irrational potency is divided into active potency, which is the principle of acting, and passive potency, which is the principle of being acted upon; e.g., potency to heat is divided into potentiality to heat and potentiality to be heated. Now it is true that active irrational potencies are not capable of opposites, as was explained. This is not true, however, of passive potencies, for what can be heated can also be cooled, because the mat ter is the same, i.e., the passive potency of contraries, as is said in II De cælo et mundo [7: 286a 23]. It can also not be heated, since the subject of privation and of form is the same, as is said in I Physic [7: 189b 32]. Therefore, in explaining about irrational potencies, he says, But not all irrational potentialities should be understood to be excluded from the capacity of opposites. Those like the potentiality of fire to heat are to be excluded (for it is evident that fire cannot not heat) I and universally, whatever others are potencies of such a kind that they always act, i.e., the ones that of themselves cannot not act, but are necessitated by their form always to act. All active irrational potencies are of this kind, as we have explained. There are others, however, of such a condition that even though they are irrational potencies (i.e., passive) are simultaneously capable of certain opposites; for example, air can be heated and cooled. "Simultaneously” modifies "are capable” and not "opposites.” What he means is that the thing simultaneously has a passive potency to each opposite, and not that it has a passive potency to have both opposites simultaneously, for it is impossible to have opposites at one and the same time. Hence it is customary and correct to say that in these there is simultaneity of potency, not potency of simultaneity. Therefore, irrational potency is excluded from the capacity of opposites, not completely, but according to its part, namely, according to active potencies. Quia autem videbatur superflue addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non omnis potestas oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt. Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in opposita. Potest et ly hoc demonstrare utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales, et inter irrationales activas et passivas inter se; et tunc est sensus, quod hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie irrationalis, ad opposita potest. Because it might seem superfluous to have added the differences between active and passive irrational potencies, since enough had already been said to show that not every potency is of opposites, Aristotle gives the reason for this. It was not only to make it known that not every potency is of opposites, speaking of potency most commonly, but also that not all that are called potencies according to the same species are capable of opposites. For all irrational potencies are included under one species of irrational potency, and yet not all are capable of opposites, but only the passive potencies. It was not superfluous, therefore, to point out the difference between passive and active irrational potencies, since this was necessary in order to show that not all potencies of the same species are capable of opposites. " This” in the phrase "this has been said” could designate each difference, the one between rational and irrational potencies, and the one between active and passive irrational potencies. The meaning is, then, that we have said this to show that not every potentiality which is said according to the same notion of physical power—namely, because it can be in something as rational and irrational—not even every potentiality which is contained under the same species, as active and passive under the species irrational, is capable of opposites. Intendit declarare quomodo illæ quæ æquivocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: et hæc quidem et cetera. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et IX Metaphys., Aristoteles dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam ducta quadratum constituit. Logica potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur, quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad opposita non se habent. De his ergo loquens ait: quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. Aristotle now proposes to show in what way potencies that are called equivocal are related to opposites. He first explains the nature of this kind of potency, and then gives the difference and agreement all between these and the foresaid, where he says, This latter potentiality is only in that which is movable, but the former is also in the immovable, etc. In V and IX Metaphysicæ [V, 12: 1019a 15; 12, 1: 1046a 4], Aristotle divides potency into those that are called potencies for the same reason, and those that have the name potency for another reason than the aforesaid potencies. The latter are named "potencies” equivocally. Under the first member are included all active and passive, rational and irrational potencies, for whatever are said to be possible through the active or passive potency they have, are potencies for the same reason, i.e., because there is in them the originative force of something active or passive. Mathematical and logical potencies are included under the second member of this division. That by which a line can lead to a square we call a mathematical potency, for a line constitutes a square when protracted back to itself. That by which two terms can be joined in an enunciation without contradiction is a logical potency. Logical potency also comprises that which is called "potency” because it is. The latter [mathematical and logical potencies] are named from the former equivocally because they predicate no active or passive capacity; and what is said to be possible in these ways is not termed possible in virtue of having the capacity to do or undergo as in the first case. Hence, since the potencies related to opposites are active or passive, the ones that are called potentialities equivocally are not related to opposites. These, then, are the potencies he speaks of when he says But some are called potentialities equivocally, and therefore they are not related to opposites. V. lib. 2 l. 12 n. 2Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget, idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. To clarify the kind of potency that is called equivocal, he gives the usual division of the possible through which this is known. "Possible,” he says, is not said in one way, but in two. Something is said to be possible because it is true as in act, i.e., inasmuch as it actually is; for example, it is possible to walk when one is already walking, and in gene eral, i.e., universally, that is said to be possible which is possible to be because it is already in act. Something is said to be possible in the second way, not because it actually is, but because it is about to act, i.e., because it can act; for instance, it is possible for someone to walk because be is about to walk. Notice here that by this two-membered division of the possible he makes the division of potency posited above evident a posteriori, for the possible is named from potency. Under the first member of the possible he signifies potencies equivocally; under the second, potencies univocally, i.e., active and passive potencies. He means to show, then, that since possible is said in two ways, potentiality is also twofold. He explains equivocal potentialities in terms of only one member, namely, those that are called possible because they are, since this was sufficient for his purpose. V. lib. Deinde cum dicit: et hæc quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles; illa autem est et in rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et non agit, si agere debet, oportet quod mPombaur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus, et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est illo quod physicum appellari solet. When he says, This latter potentiality is only in that which is movable, but the former is also in the immovable, etc., he specifies the difference between each potency. This last potency, he says, [possible because it can be] which is called physical potency, is only in things that are movable; but the former is in movable and immovable things. The possible that is named from the potency which can act, but is not yet acting, cannot be found without the mutability of that which is said to be possible in this way. For if that which can act now and is not acting, should act, it is necessary that it be changed from rest to operation. On the other hand, that which is called possible because it is, requires no mutability in that which is said to be possible in this way, for to be in act, which is the basis of such a possibility, is found in necessary things, in immutable things, and in mobile things. Therefore, the possible which is called logical, is more common than the one we customarily call physical. V. lib. Deinde subdit convenientiam inter utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex eo quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque verificatur non impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: et primum quidem etc., in quo non invenitur via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile est, sive loquamur de possibili physice, sive logice.Then he shows that there is a correspondence between these possibles when he adds that not impossible to be is true of both of these potentialities and possibles, e.g., to walk is not impossible for that which is already walking in act, i.e., acting, and it is not impossible for that which could now walk; that is, they agree in that not impossible is verified of both—of either what is said to be possible from the fact that it is in act or of what is said to be possible from the fact that it could be. Consequently, the necessary is verified as possible, for possible follows upon not impossible. The possible that is already in act is the second genus of the possible in which access is not found to both opposites, of which Aristotle spoke when he said, First of all this is not true of the potentialities which are not according to reason, etc. For that which is said to be possible because it is already in act is already determined, since it is supposed as being in act. Therefore, not every possible is the possible of alternatives, whether we speak of the physical possible or the logical. V. lib. Deinde cum dicit: sic igitur possibile etc., applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis, declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est, non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non verificatur. Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil necessitatis adimit. Et per hoc solvitur ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in oppositam qualitatem. When he says, So it is not true to say the latter possible of what is necessary simply, etc., he applies the truth he has determined to what has been proposed. First, by way of a conclusion from what has been said, he shows the relationship of each possible to the necessary. So, he says, it is not true to say and predicate this possible, namely physical, which is only in mobile things, of the necessary simply, because what is necessary simply cannot be otherwise. The physical possible, however, can be thus and otherwise, as has been said. He adds "simply” because the necessary is manifold. There is the necessary for well-being and there is also the necessary from supposition, but it is not our business to treat these, only to indicate them. In order, then, to avoid the modes of the necessary that do not have the notion of the necessary perfectly and in every way, he adds "simply.” Now the physical possible is not verified of this kind of necessary [i.e., of the necessary simply], but it is true to enunciate the logical possible, the one found in immovable things, of the necessary, since it takes away nothing of the necessity. The argument introduced for the negative part of this question”’ is destroyed by this. The error in that argument was the inference—by way of conversion into the opposite quality—of the possible to both alternatives from the necessary. V. lib. Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium est pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et physicum, et sub logico comprehenditur necessarium; ergo ad necessarium sequitur possibile. Unde dicit: quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem subiectivam, consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale. Sed non omnino, idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam, expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ peccabat secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile, descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. Then he replies to the question formally. He states that the affirmative part of the question must be held, namely, that the possible follows upon the necessary. Next, he assigns the cause. The whole universal follows constructively upon its subjective part; but the necessary is a subjective part of the possible, because the possible is divided into logical and physical and under the logical is comprehended the necessary; therefore, the possible follows upon the necessary. Hence he says, Therefore, since the universal follows upon the part, i.e., since the whole universal follows upon its subjective part, to be possible to be, i.e., possible, as the whole universal, follows upon that which necessarily is, i.e., necessary, as a subjective part. He adds: though not every kind of possible does, i.e., not every species of the possible follows; just as animal follows upon man, but not in every way, i.e., it does not follow upon man according to all its subjective parts, for it is not valid to say, "He is a man, therefore he is an irrational animal.” By this proof of the validity of the affirmative part, Aristotle has explicitly destroyed the reasoning adduced for the negative part, which, as is evident, erred according to the fallacy of the consequent in inferring the possible from the necessary by descending to one species of the possible. V. lib. Deinde cum dicit: et est fortasse quidem etc., ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus aliis modis. Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam dicti ordinis; ibi: manifestum est autem et cetera. Dicit ergo: et est fortasse principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut horum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc modo: consequentiæ enunciationum modalium secundum quatuor ordines alio convenienti situ ab Aristotele positæ et ordinatæ: (Figura). Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem proponentis est. When he says, Indeed the necessary and not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc., he disposes the same consequences of modals in another arrangement, placing the necessary before all the other modes. First he proposes the order of modals and then assigns the cause of the order where he says, It is evident, then, from what has been said that that which necessarily is, actually is, etc. Indeed, he says, the necessary and not necessary may well be the principle of the "to be” or "not to be” of all modal enunciations, i.e., the necessary and not necessary is the principle of affirmatives or negatives. And the others, i.e., the possible, contingent, and impossible to be must be considered as consequent to these, i.e., to the necessary and not necessary. THE CONSEQUENTS OF MODAL ENUNCIATIONS ACCORDING TO THE FOUR ORDERS, POSITED AND DISPOSED BY ARISTOTLE IN ANOTHER APPROPRIATE ARRANGEMENT FIRST ORDER It is necessary to be It is not possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be SECOND ORDER It is necessary not to be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be It is not necessary to be It is possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be FOURTH ORDER It is not necessary not to be It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to be Nothing is changed here except the enunciations predicating necessity. They have been allotted the first place, whereas in the former table they were placed last. When he says "may well be,” it is not because he is in any doubt, but because he is proposing this here without a determinate proof. 8. Deinde cum dicit: manifestum est autemetc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu, excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile. Unde dicit, proponendo minorem: manifestum est autem ex his quæ dicta sunt etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis: quare si priora sunt sempiterna temporalibus et cetera. Ultimo ponit conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest possibilibus, quæ omnino actu esse non possunt, licet compatiantur. When he says, It is evident, then, from what has been said that that which necessarily is, actually is, etc., he gives the cause of this order. First he gives the reason for placing the necessary before the possible: the sempiternal is prior to the temporal; but "necessary” signifies sempiternal (because it signifies "to be in act,” excluding all mutability and consequently temporality, which is not imaginable without movement) and the possible signifies temporality (since it does not exclude the possibility of being and not being); therefore, the necessary is rightly placed before the possible. He proposes the minor of this argument when he says, It is evident, then, from what has been said in treating the necessary, that that which necessarily is, is totally in act, since it excludes all mutability and potency to the opposite—for if it could be changed into the opposite in any way, then it would not be necessary. Next he gives the major, which is in the mode of an antecedent conditional: and if eternal things are prior to temporal, etc. Finally, he posits the conclusion: those that are wholly in act in every way, namely necessary, are prior to the potential, i.e., to possibles, which do not have being in act wholly although they are compatible with it. V. lib. 2 l. 12 n. 9Deinde cum dicit: et hæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine potestate, idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non illæ quas in præsenti diximus primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium rerum sunt causæ, intelligentiæ scilicet. Alia sunt actu cum possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e converso contingit. Prior enim secundum dignitatem, idest dignior et perfectior habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis attento. Alia vero nunquam sunt actu sed potestate tantum, ut motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metaphys. dicitur, nunquam exeunt in actum, quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his alio tractandum est loco. Then he says, Some things are actualities without potentiality, namely, the primary substances, etc. Here he assigns the cause of the whole order established among modals. The grades of the universe are threefold. Some things are in act without potentiality, i.e., not combined with potency. These are the primary substances—not those we have called "first” in the present work because they principally and especially sustain—but those that are first because they are the causes of all things, namely, the Intelligences. In others, act is accompanied with possibility, as is the case with all mobile things, which, according to what they have of act, are prior in nature to themselves according to what they have of potency, although the contrary is the case in regard to the order of time. According to what they have of potency they are prior in time to themselves according to what they have of act. For example, according to time, Socrates first was able to be a philosopher, then he actually was a philosopher. In Socrates therefore, potency precedes act according to the order of time. The converse is the case, however, in the order of nature, perfection, and dignity, for when he actually was a philosopher, Socrates was regarded as prior according to dignity, i.e., more worthy and more perfect than when he was potentially a philosopher. Hence, when we consider each order, i.e., nature and time, in one and the same thing, the order of potency and act is reversed. Others never are in act but are only in potency, e.g., motion, time, the infinite division of magnitude, and the infinite augmentation of number. These, as is said in IX Metaphysicæ, never terminate in act, for it is repugnant to their nature. None of them is ever such that something of it is not expected, and consequently they can only be in potency. These, however, must be treated in another place. V. lib. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate, imitando primum gradum universi. Locavimus secundo loco possibile et contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur conformitas ad secundum gradum universi. Præposuimus autem possibile et non contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus. Ultimum autem locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo statutus est, quando divinus est observatus. This has been said so that once the order of the universe has been seen it should appear that we were imitating it in our present ordering. The necessary, which signifies "to be in act” without potentiality or mutability, has been placed first, in imitation of the first grade of the universe. We have put the possible and contingent, both of which signify act with possibility, in second place in conformity with the second grade of the universe. The possible has been Placed before the contingent because the possible relates to act whereas the contingent, as the force of the name suggests, relates to the defect of a cause-which pertains to potency, for defect follows upon potency. The order of these is similar to the order in the second part of the universe, where act is prior to potency according to nature, though not according to time. We have reserved the last place for the impossible because it signifies what never will be, just as the last part of the universe is said to be that which is never in act. Thus, a beautifully proportioned order is established when the divine is observed. V. lib. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium naturis consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti; prædicatum autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est (quia explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum quæ de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis. Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. Since the consequents of modals, i.e., those placed under each other, are their equivalents in meaning, and these are produced by the varying position of the negation changing the quality or quantity or both, a few things must be said about their quality and quantity to complete our knowledge of them. The nature of the whole arises from the parts, and therefore we should note the following things about the parts of the modal enunciation. The subject of the modal enunciation asserts to be or not to be, and is a singular dictum, and contains in itself the subject of the dictum. The predicate of a modal enunciation, namely, the mode, is the total predicate (since it explicitly or implicitly contains the verb, which is always a sign of something predicated of another, for which reason Aristotle says that the mode is a determining addition) and contains in itself distributive force according to the parts of time. The necessary and impossible distribute in all time either simply or in a limited way; the possible and contingent distribute according to some time commonly. V. lib. Nascitur autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra dictum est aliquam esse affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. Ex eo vero quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et singularem, sicut et quantitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius modalis dictum unum est, consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est singularitas: secundum omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile, exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est singularis quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem. As a consequence of these five conditions there is a twofold quality and a threefold quantity in any modal. The twofold quality results from the fact that both the subject and the predicate of a modal have a verb in them. One of these is called the quality of the dictum, the other the quality of the mode. This is why it was said above that there is an enunciation which is affirmative of mode and not of dictum, and conversely. Of the threefold quantity of a modal enunciation, one arises from the fact that the subject of the modal contains in it the subject of the dictum. This is called the quantity of the subject of the dictum, and is distinguished into universal, particular, and singular, as in the case of the quantity of an absolute enunciation. For we can say: "That ‘Socrates,’ ‘some man,’ ‘every man,”’ or "‘no man,’ run is possible’ " The second quantity is that of the dictum, which arises from the fact that the subject of one modal is one dictum. This is a unique singularity, for every dictum of a modal is the singular of that universal, i.e.,dictum. "That man be white is possible” means "This dictum, ‘that man be white,’ is possible.” "This dictum” is singular in quantity, just as "this man” is. Hence, every modal is singular with respect to dictum, although with respect to the subject of the dictum it is universal or particular. The third quantity is that of the mode, or modal quantity, which arises from the fact that the predicate of the modal, i.e., the mode, has distributive force. This is distinguished into universal and particular. V. lib. Ubi diligenter duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter universalis cuius modus est universalis, et illa particularis cuius modus est particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. Secundum attendendum (quod est causa istius primi) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum partes subiectivas), ita quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas est tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum, scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa modalis est simpliciter universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni, sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo quod proprie modus est. Now, there are two things about modal enunciations that must be carefully noted. The first—which is peculiar to modals—is that the predicate quantifies the modal proposition simply, as it also qualifies it simply. For just as the modal enunciation in which the mode is affirmed is affirmative simply, and negative when the mode is negated, so the modal enunciation in which the mode is universal is universal simply and particular in which the mode is particular. The reason for this is that the modal follows the nature of the mode. The second thing to be noted (which is the cause of the first) is that the predicate of a modal, i.e., the mode, not only has the relationship of a predicate to its subject (i.e., to "to be” and "not to be”), but also has the relationship to the subject, of a distributive syncategorematic term, which has the effect of distributing the subject, not according to the quantity of its subjective parts, but according to the quantity of the parts of its time. And rightly so, for just as the proper quantity of the subject of an absolute enunciation varies according to the division or lack of division of its subject (since the subject is a name which signifies in the mode of substance, whose quantity is from the division of the continuous, and therefore the quantifying sign distributes according to the subjective parts), so, because the proper quantity of the subject of a modal enunciation is time (since the subject is a verb, which signifies in the mode of movement, whose proper quantity is time), the quantifying mode distributes the subject, i.e., "to be” or "not to be” according to the parts of time. Hence, we arrive at the subtle point that the quantity of the modal is the quantity of the proper subject of the modal enunciation, namely, of "to be” or "not to be.” Therefore, a modal enunciation is universal simply when the proper subject is distributed throughout all time, either simply, as in "That man is an animal is necessary or impossible,” or taken in a limited way, as in "That man is running today,” or "while he is running, is necessary or impossible.” A modal enunciation is particular in which "to be” or "not to be” is distributed, not throughout all time, but commonly throughout some time, as in "That man is an animal is possible or contingent.” This modal quantity is therefore also a property of its subject (in that, universally, quantity comes from the matter) but is derived from the mode, not insofar as it is a predicate (because, as such, it is understood formally), but insofar as it performs a syncategorematic function, which it has in virtue of the fact that it is properly a mode. V. lib. Sunt igitur modalium (de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario, quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse: sicut in illis de inesse, omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de his, inquantum huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium, quarto vero subalternum. (Figura). Therefore, with respect to their proper quantity, some modals are universal affirmatives, i.e., those of the necessary because they distribute "to be” to all time. Others are universal negatives, i.e., those of the impossible because they distribute "to be” to no time. Still others are particular affirmatives, i.e., those signifying the possible and contingent, for both of these distribute "to be” to some time. Finally, there are particular negatives, i.e., those of the not necessary and not impossible, for they distribute "not to be” to some time. This is similar to the diversity in absolute enunciations from the use of "every,” "no” "some,” not all,” and "not none.” Now, since this quantity belongs to modals insofar as they are modals, as has been said, and since Aristotle is now considering them in this particular respect, the modal enunciations that are equivalent, i.e., their consequents, are ordered by the different location of the negation, as is the case with absolute enunciations that are equivalent. A negative placed before the mode makes an enunciation equivalent to its contradictory; placed after the mode, i.e., with the verb of the dictum, makes it equivalent to its contrary; placed before and after the mode makes it equivalent to its subaltern, as you can see in the last table of consequents given by Aristotle. In that table of oppositions, you see all the mutual consequents, according to one of the three rules for making enunciations equivalent. Consequently, the whole first order of equivalent enunciations is contrary to the second, contradictory to the third, and the fourth is subalternated to it. Necessary to be - contraries - Impossible to be subalterns subalterns Possible to be - subcontraries - Contingent not to be TABLE OF OPPOSITION OF EQUIPOLLENT MODALS This table is not V.’s but is a full arrangement of the orders of modal enunciations asdeveloped in this lesson. Close I Universal Affirmatives It is necessary to be It is not possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be contraries II Universal Negatives It is necessary not to be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be subalterns subalterns IV Particular Affirmatives It is not necessary not to be It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to be subcontraries III Particular Negatives It is not necessary to be It is possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be. XIII. 1 Postquam determinatum est de enunciatione secundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in principio huius secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet quæstionem secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: nam si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio, determinat illam aliam quæstionem; ibi: nam arbitrari etc.; quarto, redit ad respondendum quæstioni primo motæ; ibi: quare si in opinione et cetera. Quæstio quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde dicit: utrum contraria est affirmatio negationi contradictoriæ, scilicet, et universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ dicit, omnis homo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus homo est iustus, aut illi, omnis homo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Et similiter ista affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi, Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Now that he has treated the enunciation as it is diversified by an addition made to the terms and by an addition made to its composition (which is the division of the text made by St. Thomas at the beginning of the second book), Aristotle takes up another question about oppositions of enunciations. This question concerns the oppositions that result from something added to the simple enunciation. First he asks the question; secondly, he shows that this question depends upon another, which must be treated first, where he says, For if those things that are in vocal sound are determined by those in the intellect, etc.; third, he settles the latter question where he says, It is false, course, to suppose that opinions are to be defined as contrary because they are about contraries, etc.; finally, he replies to the first question where he says, If, therefore, this is the case with respect to opinion, and affirmations and negations in vocal sound are signs of those in the soul, etc. The first question he raises is this: is the contrary of an affirmative enunciation the negation of the same predicate or the affirmation of a contrary or privative predicate? Hence he says, There is a question as to whether the contrary of an affirmation is the contradictory negation, and universally, whether affirmative speech is contrary to negative speech. For instance, is affirmative speech which says "Every man is just,” contrary to negative speech which says "No man is just,” or to the affirmative of the privative predicate, "Every man is unjust”? And similarly, is the affirmation "Callias is just” contrary to the contradictory negation, "Callias is not just” or is it contrary to "Callias is unjust,” the affirmative of the privative predicate? V. lib. Ad evidentiam tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis homo est iustus, non omnis homo est iustus, Socrates est iustus, Socrates non est iustus, ut de se patet. Et ex hoc provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema distantia sub illo genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet, omnis homo est iustus, omnis homo non est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse eidem possunt. Si vero ipsam enunciationem sive eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes entia positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. Since this question has not been discussed by others, we must begin by noting that there are two things in an enunciation, namely, the enunciation itself, i.e., the signification, and the mode of enunciating or signifying. Hence, a twofold opposition can be made between enunciations, one by reason of the enunciation itself, the other by reason of the mode of enunciating. If we consider the modes of enunciating, we find two species of opposition among enunciations, namely, contrariety and contradiction. This point was made earlier when opposed enunciations were divided into contraries and contradictories. There is contradiction by reason of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same subject in a contradictory mode; so that just as one of a pair of contradictories posits nothing but only destroys the other, so one enunciation 4 asserts nothing, but only destroys what the other was enunciating. All enunciations that are called contradictories are of this kind; e.g., "Every man is just,” "Not every man is just”; "Socrates is just,” "Socrates is not just.” It follows from this that they cannot be at once true or false, just as two contradictories cannot be at once. There is contrariety between enunciations by reason of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same subject in a contrary mode of enunciating; so that just as one of a pair of contraries posits matter common to itself and to the other which is at the extreme distance under that genus—as is evident for instance in white and black—so one enunciation posits a subject common to itself and its opposite at the extreme distance under that predicate. All the enunciations in the diagram that are called contrary are of this kind, for example, "Every man is just,” "No man is just.” These make the subject "man” distant to the greatest degree possible under justice, one enunciating justice to be in man, not in any way, but universally, the other enunciating justice to be absent from man, not in any way, but universally. For no distance can be greater than the distance between the total number of things having something and none of the total number of things having that thing. It follows that contrary enunciations cannot be at once true, just as contraries cannot be in the same thing at once. They can, however, be false at the same time, just as it is possible that contraries not be in the same thing at the same time. If we consider the enunciation itself (viz., its signification) according to only one species of opposition, we will find in the whole range of enunciations an opposition of contrariety, i.e., an opposition according to truth and falsity. The reason for this is that the significations of two enunciations are positive, and accordingly cannot be opposed either contradictorily or privatively because the other extreme of both of these oppositions is formally non-being. And since significations are not opposed relatively, as is evident, the only way they can be opposed is contrarily. V. lib. 2 l. 13 n. 3Consistit autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet quod fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie opponi probatur a s. Thoma in I parte, qu. 17. Sicut ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur inadæquatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul veræ, licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse simul falsæ. The contrariety spoken of here consists in this: of two enunciations one is not compatible with the other either in truth or falsity—presupposing always the conditions for contraries, that they are about the same thing and at once. It can be shown that such opposition is contrariety from the nature of the conceptions of the soul when composing and dividing, each of which is an enunciation. Adequate conceptions of the soul are opposed to inadequate conceptions only contrarily, and inadequate conceptions, if each cancels the other, are also called contraries. It is from this that St. Thomas proves, in [Summa theologiæ] part I, question 17, that the true and false are contrarily opposed. Therefore, as in the conceptions of the soul, so in enunciations, adequate significations are contrarily opposed to inadequate, i.e., true to false; and the inadequate, i.e., the false, are also contrarily opposed among themselves if it happens that they are not compatible, supposing always the conditions for contraries. There is, therefore, in enunciations a twofold contrariety, one by reason of mode, the other by reason of signification, and only one contradiction, that by reason of mode. To avoid confusion, let us call the first contrariety modal and the second formal. We may call contradiction modal—not to avoid confusion since it is unique—but for propriety of expression. Formal contrariety is found between all contradictory enunciations, since one contradictory always excludes the other. It is also found between all modally contrary enunciations in regard to truth, since they cannot be at once true. However it is not found between the latter in regard to falsity, since they can be at once false. V. lib. Quia igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de contrarietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens: affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter dicens: et oratio orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia, inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc nullo modo superius tacta. Est igitur titulus quæstionis; utrum affirmativæ veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Dictum vero fuit a s. Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet prædicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum in contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo. Aristotle in this question is speaking of the contrariety of enunciations that extends to contraries modally and to contradictories. This is evident from what he says in the beginning and at the end of the question. In the beginning, he proposes both contradictories when he says, an affirmation... to a negation, etc.; and contraries modally, when he says, and in the case of speech whether the one saying... is opposed to the one saying... etc. It is evident, too, from the examples immediately added. At the end, he explicitly divides what he has concluded to be contrary to a true universal affirmative, into the modally contrary universal negative and the contradictory. It is clear at once that this division would be false unless it comprised the contrary formally. Since he takes contrariety in this way the question must be understood with respect to formal contrariety of enunciations. This is a very subtle question and one that has to be treated and has not been thus far. The question, therefore, is this: whether the formal contrary of the true affirmative is the false negative of the same predicate or the false affirmative of the privative predicate, i.e., of the contrary. The meaning of the question is now clear, and it is evident why he does not ask about any other oppositions of enunciations-no other opposition is found in them formally. It is also evident that he is taking contrariety properly and strictly, notwithstanding the fact that such contrariety is found among contradictories modally and contraries modally. St. Thomas has already pointed out that this question arises from the fact that something is added to the simple enunciation, for as it far as simple enunciations are concerned, i.e., those with only a second determinant, there is no occasion for the question. When, however, something is added, namely a predicate, to the simple enunciation, i.e., to the subject and the substantive verb, the question arises as to whether what ought to be added in contrary enunciations is the selfsame predicate with a negation added to the verb or a contrary, i.e., privative, predicate without a negation added to the verb. 5. Deinde cum dicit: nam siea etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an falsæ affirmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab hac causa ait: nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ea, quæ sunt in anima, ut dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis homo est iustus, omnis homo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his affirmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et prædicatis contrariis. Quod si neque illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit negatio eiusdem prædicati. When Aristotle says, For if those things that are in vocal sound are determined by those in the intellect, etc.; he shows where we have to begin in order to settle this question. First he shows that the question depends on another question, namely, whether a true opinion (i.e., a conception of the soul in the second operation of the intellect) is contrary to a false negative opinion of the same predicate, or to a false affirmative of the contrary, i.e., privative, predicate. Then he gives the reason why the former question depends on this. Vocal enunciations follow upon mental as adequate effects upon proper causes and as the signified upon adequate signs. So, in this the nature of each is similar. He begins, then, with the reason for this dependence: For if those things that are in vocal sound are determined by those in the intellect (as was said in the beginning of the first book) and if in the soul, those opinions are contrary which affirm contrary predicates about the same subject, (for example, the mental enunciations, "Every man is just, "Every man is unjust”), then in affirmations that are in vocal sound, the case must be the same. The contraries will be two affirmatives about the same subject with contrary predicates. But if in the soul this is not the case, i.e., that opinions with contrary predicates constitute contrariety in mental enunciations, then the contrary of a vocal affirmation will not be a vocal affirmation with a contrary predicate. Rather, the contrary of an affirmation will be the negation of the same predicate. V. lib. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat dicens: quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum negationi falsæ an certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: sunt tres opiniones de bono, puta vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta, quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum contraria est veræ? The first question, then, depends on this question as an effect upon its cause. For this reason, and by way of a conclusion to what he has just been saying, he adds the second question, which must be treated first so that once the cause is known the effect will be known: We must therefore consider to which false opinion the true opinion is contrary, whether it is to the false negation or to the false affirmation that it is to be judged contrary. Then in order to propose the question by examples he says: what I mean is this; there are three opinions of a good, for instance, of life. One is a true opinion, that it is good, for instance, that life is good. The other is a false negative, that it is not good, for instance, that life is not good. Still another, likewise false, is the affirmative of the contrary, that it is evil, for instance, that life is evil. The question is, then, which of these false opinions is contrary to the true one. V. lib. Quod autem subdidit: et si est una, secundum quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur in X metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus: quæritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una earum est secundum quam fit contrarietas. Tertio modo, potest legi dividendo hanc particulam, et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda vero dubitative legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est differentia, quod in immediatis a privativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In immediatis autem valet; verbi gratia: animal est non sanum, ergo infirmum; numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc, cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii, sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ indivisibiliter se sequantur, sive non. Then he adds, the question, and if there is one, is either one the contrary. This passage can be read in three ways. It can be read inquiringly so that it is a part of the question, and then the meaning is: which of these false opinions is contrary to the true opinion, and, is there one of these by which the contrary to the true one is effected? For since one is contrary to one other, as is said in X Metaphysicæ, in asking which of these is the contrary we are also asking whether one of them is the contrary. This can also be read adversatively, and then the meaning is: which of these is the contrary, given that we know it is not both but one by which the contrariety is effected? This can be read in a third way by dividing the first clause, "and if it is one” from the second clause, "is either one the contrary.” The first part is then read assertively, the second inquiringly, and the meaning is: which of these two false opinions is contrary to the true opinion if the two false opinions differ as to consequence, and also if both are one, i.e., united to each other indivisibly? BOEZIO explains this passage in the last way. He says that Aristotle adds these words because of immediate contraries in which the contrary does not differ from the privative. For the difference between mediate and immediate contraries is that in the former the contrary is not inferred from the privative. For example, this is not valid: "A colored body is not white, therefore it is black”—for it could be red. In immediate contraries, on the other hand, it is valid to infer the contrary from the privative; e.g., "An animal is not healthy, therefore it is number is not even, therefore it is odd.” Therefore, Aristotle intends to show here that when we ask which of these false opinions, i.e., negative and affirmative contraries, is contrary to the true affirmative, we are asking universally whether these two false opinions follow each other indivisibly or not. 8. Deinde cum dicit: nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit. Primo, declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi; secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: si ergo boni etc.; tertio, determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: sed in quibus primo fallacia etc.; quarto declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram; ibi: manifestum est igitur et cetera. Dicit ergo proponens intentam conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari debere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc duplicem rationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem simul, dicens: boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem fortasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem est; si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc secundario, ut dicitur IX metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, ac per hoc congrua usi sumus declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrariæ adverbialiter, scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. When he says, It is false, of course, to suppose that opinions are to be defined as contrary because they are about contraries, etc., he proceeds with the second question. First he shows that contrariety of opinions is not determined by the contrariety of the matter involved, but rather by the opposition of true and false; secondly, he shows that there is not contrariety of opinions in just any opposites according to truth and falsity, where he says, Now if there is the opinion of that which is good, that it is good, and the opinion that it is not good, etc.; third, he determines that contrariety of opinions is concerned with the per se first opposites; according to truth and falsity, for three reasons, where he says, Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited as contrary to true opinions, etc.; finally, he shows that this determination is true of all, where he says, It is evident that it will make no difference if we posit the affirmation universally, for the universal negation will be the contrary, etc. Aristotle says, then, proposing the conclusion he intends to prove, that it is false to suppose that opinions are to be defined or determined as contrary because they are about contrary objects. He gives two arguments for this. Contrary opinions are not the same opinion; but opinions about contraries are probably the same opinion; therefore, opinions are not contrary from the fact that they are about contraries. And, contrary opinions are not simultaneously true; but opinions about contraries, whether many or one, are sometimes true simultaneously; therefore, opinions are not contraries because they are about contraries. Having supposed the majors of these arguments, he posits a manifestation of each minor at the same time. In relation to the first argument, he says, for the opinion of that which is good, that it is good, and of that which is evil, that it is evil are probably the same. In relation to the second argument he adds: and, whether many or one, are true. He uses "probably,” an adverb expressing doubt and disjunction, because this is not the place to determine whether the opinion of contraries is the same opinion, and, because in some way the opinion is the same and in some way not. In the case of habitual opinion, the opinion of contraries is the same, but in the case of an actual opinion it is not. One mental composition is actually made in conceiving that a good is good and another in conceiving that an evil is evil, although we know both by the same habit, the former per se and first, the latter secondarily, as is said in IX Metaphysicæ [4: 1051a 4]. Then he adds that good and evil—which are used for the manifestation of the minor—are contraries even when the contrariety is taken strictly in moral matters; and so in using this our exposition is apposite. Finally, he draws the conclusion: however, opinions are not contraries because they are about contraries, but rather because they are contraries, i.e., opinions are to be considered as contrary from the fact that they enunciate contrarily, adverbially, i.e., in a contrary mode, i.e., they enunciate truly and falsely. Thus the first argument is clear. V. lib. Si ergo boni et cetera. Quia dixerat quod contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat idem prædicatum quod vera affirmabat; secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re similes ultimis falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque indeterminata esse et absque numero constat. Possumus enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est relatio, quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam veram, ait: si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam non est quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: neque quæcunque opinio opinatur esse quod non est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: neque quæcunque opinio opinatur non esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant. Et causam subdit: infinitæ enim utræque sunt, et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum.When he says, Now, if there is the opinion of that which is good, that it is good, and the opinion that it is not good, etc., he takes up the second point. Since he has just said that contrariety of opinions is taken according to their opposition of truth and falsity, he goes on to show that not just any opposites according to truth and falsity are contraries. This is his argument. Four opinions can be held about a good, for instance justice: that justice is good, that it is not good, that it is avoidable, that it is not desirable. Of these, the first is true, the rest false. The three false ones are diverse. The first denies the same predicate the true one affirmed; the second affirms something which does not belong to the good; the third denies what belongs to the good, but something other than the true one affirmed. Now if all opinions opposed as to truth and falsity are contraries, then not only are there many contraries to one true opinion, but an infinite number. But this is impossible, for one is contrary to one other. The consequence holds because infinite false opinions about one thing, similar to those cited, can be imagined; such opinions would affirm of it what does not belong to it and deny what is joined to it in some way. Both kinds are indeterminate and without number. We can think, for instance, that justice is a quantity, that it is a relation, that it is this and that; and likewise we can think that it is not a quality, is not desirable, is not a habit. Hence, from what was said above in proposing the question, Aristotle infers a plurality of false opinions opposed to one true opinion: Now if there is the opinion of that which is good, for instance justice, that it is good, and there is a false opinion denying the same thing, namely, that it is not good, and besides these a third opinion, false also, affirming that some other thing belongs to justice that does not belong and cannot belong to it (for instance, that justice is avoidable, that it is illicit) and a fourth opinion, also false, that denies something other than the true opinion affirms, something, however, which does belong to justice (for instance, that it is not a quality, that it is not a virtue), none of these other false enunciations are to be posited as the contrary of the true opinion. To explain what he is designating by "of these others,” he adds, neither those purporting that what is not, is, as opinions of the third order do, nor those purporting that what is, is not, as opinions of the fourth order signify. Then he adds the reason these cannot be posited as the contrary of the true opinion: for both the opinions that that is which is not, and that which is not, is, are infinite, as was shown above. Therefore, not just any opinions opposed according to truth and falsity are contraries. Thus the second argument is clear. V. lib. Quia subtili indagatione ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualiscunque oppositio contrarietatem opinionum constituit, sed quod aliqua veri falsique oppositio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet: opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum affirmationem contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia sic affirmativa vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim uni est contrarium.Aristotle has just completed a subtle investigation in which he has shown that contrariety of matter does not constitute contrariety of opinion, nor does just any kind of opposition of true and false, but some opposition of true and false does. Now he intends to determine what kind of opposition of true and false it is that constitutes contrariety of opinions, for this will answer the question directly. He maintains that only opposition of opinions according to affirmation and negation of the same thing of the same thing, etc., constitutes their contrariety. Accordingly, as the response to the question, he intends to prove the following conclusion: opinions opposed according to affirmation and negation of the same thing of the same thing are contraries; and consequently, opinions opposed according to affirmation of contrary predicates of the same subject are not contraries, for if these were contraries, the true affirmative would have two contraries, which is impossible, since one is contrary to one other. V. lib. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. Prima est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ. Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur: sed in quibus primo fallacia est; adversative enim continuans sermonem supradictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in quibus primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius prosyllogismi, ait: hæc autem, scilicet fallacia, est ex his, scilicet terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit minorem: ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et generationes fiunt. Et demum concludit: quare etiam fallacia, scilicet, est ex oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. Aristotle uses three arguments to prove this conclusion. The first one is as follows: Those opinions in which there is fallacy first are contraries. Opinions opposed according to affirmation and negation of the same predicate of the same subject are those in which there is fallacy first. Therefore, these are contraries. The sense of the major is this: Opinions which first in the order of nature are the limits of fallacy, i.e., of deception or error, are contraries; for when someone is deceived or errs, there are two limits, the one from which he turns away and the one toward which he turns. In the text the major of the argument is posited first: Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited as contrary to true opinions. By uniting this part of the text adversatively with what was said previously, Aristotle implies that not just any of the number of opinions enumerated are contraries, but those in which there is fallacy first in the manner we have explained. Then he gives this proof of the minor: those things from which generations are and from which fallacies are, are the same proportionally; generations are from opposites according to affirmation and negation; therefore fallacies, too, are from opposites according to affirmation and negation (which was assumed in the minor). Hence he posits the major of this prosyllogism: Now the things from which fallacies arise, namely, limits, are the things from which generations arise—proportionally however. Under it he posits the minor: but generations are from opposites, i.e., according to affirmation and negation. Finally, he concludes, therefore also fallacies, i.e., they are from opposites according to affirmation and negation of the same thing of the same thing. V. lib. Ad evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in processu naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicit V Physic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et similiter quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod iidem sunt termini inter quos primo est generatio, et illi inter quos est primo fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. This proof will be more evident from the following: Knowledge and fallacy, or error, bring about the same thing in the intellect’s progression as generation and corruption do in nature’s progression. For just as natural perfections are acquired by generations and perish by corruptions, so intellectual perfections are acquired by knowledge and lost by errors or deceptions. Accordingly, just as generation and corruption are between affirmation and negation as proper terms, as is said in Physicæ so both to know something and to be deceived about it is between affirmation and negation as proper terms. Consequently, what one who knows attains first in the second operation of the intellect is affirmation of the truth, and what he rejects per se and first is the negation of it. In like manner, what he who is deceived loses per se and first is affirmation of the truth, and acquires first is negation of the truth. Therefore Aristotle is correct in maintaining that the terms between which there is generation first and between which there is fallacy first are the same, because with respect to both, the terms are affirmation and negation. V. lib. Deinde cum dicit: si ergo quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam quæstionis, hanc, scilicet: opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affirmationem de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt contrariæ opiniones; oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut patet. Minor vero probatur ex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. When he says, Now, if that which is good is both good and not evil, the former per se, the latter accidentally, etc., he intends to prove the major of the principal argument. He has already shown that the opinions in which there is fallacy first are affirmation and negation, and therefore in place of the major to be proved (i.e., opinions in which it there is fallacy first are contraries) he uses his conclusion—which has already been shown to be equivalent—that opinions opposed according to affirmation and negation of the same thing are contraries. Thus with his customary brevity he at once proves the major, responds directly to the question, and applies it to what he has proposed. In place of the major, then, he proves the conclusion principally intended, i.e., that opinions opposed according to affirmation and negation of the same thing are contraries, and not those opposed according to affirmation of contraries about the same thing. His argument is as follows: A true opinion and the opinion that is more false in respect to it are contrary opinions, but opinions opposed according to affirmation and negation are the true opinion and the opinion that is more false in respect to it; therefore, opinions opposed according to affirmation and negation are contraries. The major is proved thus: those things that are most distant in respect to the same thing are contraries; but the true and the more false are most distant in respect to the same thing, as is clear. The proof of the minor is that the opposite according to negation of the same thing of the same thing is per se false in relation to the true affirmation of it. But a per se false opinion is more false than any other, since each thing that is per se such is more such than anything that is such by reason of something else. V. lib. Unde ad suprapositas opiniones in propositione quæstionis rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ veræ, scilicet, bonum est bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui, secunda autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera, bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est secundum se vera, est magis vera quam secunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera. Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ sunt, quod scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum, scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non ratione alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet, bonum est malum, non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in minore. Accordingly, returning to the opinions already given in proposing the question so as to show his intention more clearly by example, he begins with the proof of the minor. There are four opinions, of which two are true, "A good is good,” "A good is not evil”; two are false, "A good is not good” and "A good is evil.” It is evident that the first is true by reason of itself, the second accidentally, i.e., by reason of another, for not to be evil is added to that which is good. Hence, "A good is not evil” is true because a good is good, and not contrarily. Therefore, the first of these opinions, which is per se true, is more true than the second, for in each genus that which per se is true is more true. The two false opinions are to be judged in the same way. The more false is the one that is per se false. The first of them, the negative, "A good is not good,” in relation to the affirmative, "A good is good,” is per se false, not false by reason of another. The second, the affirmative of the contrary, "A good is evil,” in relation to the same opinion, is false accidentally, i.e., by reason of another (for "A good is evil” is not immediately falsified by the true opinion, "A good is good,” but mediately through the other false opinion "A good is not good”). Therefore, the negation of the same thing is more false in respect to a trite affirmation than the affirmation of a contrary. This was assumed in the minor. V. lib. 2 l. 14 n. 6Unde rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: si ergo quod bonum est et bonum est et non est malum, et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio, est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit secunda opinio, est verum secundum accidens, quia accidit, idest, coniunctum est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest negativa; scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se, idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria, scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dicentis, bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: quare erit magis falsa de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod, semper magis falsus circa singula est ille qui habet contrariam opinionem, ac si dixisset, veræ opinioni magis falsa est contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de numero eorum quæ circa idem plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam magis falsa circa illam. As was pointed out above, Aristotle returns to the opinions already posited, and infers the first two true opinions: Now if that which is good is both good and not evil, and if what the first opinion says is true per se, i.e., by reason of itself, and what the second opinion says is trite accidentally (since it is accidental to it, i.e., added to it, that is, to the good, not to be evil) and if in each order that which is per se true is more true, then that which is per se false is more false, since, as has been shown, the true also is of this nature, namely, that the more true is that which per se is true. Therefore, of the two false opinions proposed in the question, namely, "A good is not good,” and "A good is evil,” the one saying that what is good is not good, namely, the negative, is an opinion positing what is per se false, i.e., by reason of itself it contains falsity in it. The other false opinion, the one saying it is evil, namely, the affirmative contrary in respect to it, i.e., in respect to the affirmation saying that a good is good, is false accidentally, i.e., by reason of another. Then he gives the minor: Therefore, the opinion of the negation of the good will be more false than the opinion affirming a contrary. Next, he posits the major, the one who holds the contrary judgment about each thing is most mistaken, i.e., in relation to the true judgment the contrary is more false. This was assumed in the major. He gives as the proof of this, for contraries are those that differ most with respect to the same thing, for nothing differs more from a true opinion than the more false opinion in respect to it. V. lib. 2 l. 14 n. 7Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: quod si (pro, quia) harum falsarum, scilicet, negationis eiusdem et affirmationis contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis, idest, negationis eiusdem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem, idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam, scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum. Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est. Et sic finitur prima ratio. Finally, he directly approaches the question. If (for "since”), then, of two opinions (namely, false opinions—the negation of the same thing and the affirmation of a contrary), one is the contrary of the true affirmation, and, the contradictory opinion, i.e., the negation of the same thing of the same thing, is more contrary according to falsity, i.e., is more false, it is evident that the false opinion of negation will be contrary to the true affirmation, and conversely. The opinion saying that what is good is evil, i.e., the affirmation of a contrary, is not the contrary but implies it, i.e., it implies in itself the opinion contrary to the true opinion, i.e., "A good is not good.” The reason for this is that the one conceiving the affirmation of a contrary must conceive that the same thing of which he affirms the contrary, is not good. If, for example, someone conceives that life is evil, he must conceive that life is not good, for the former necessarily follows upon the latter and not conversely. Hence, affirmation of a contrary is said to be implicative, but negation of the same thing of the same thing is not implicative. This concludes the first argument. V. lib. Notandum est hic primo quod ista regula generalis tradita hic ab Aristotele de contrarietate opinionum, quod scilicet contrariæ opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt dubia. Primum est quia cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi. Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione s. Thomæ, quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie, cum hic expresse dicitur aliquas opponi secundum affirmationem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non est albus, secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas. Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod dixit: magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. The general rule about the contrariety of opinions that Aristotle has given here (namely, that contrary opinions are those opposed according to affirmation and negation of the same thing of the same thing) is accurate both in itself and in the propositions assumed for its proof. Many questions may arise, however, as a consequence of this doctrine and its proof. First of all, all philosophers hold that opposition according to affirmation and negation constitutes contradiction, not contrariety. How, then, can Aristotle maintain that opinions opposed in this way are contraries? The difficulty is augmented by the fact that he has said that those opinions in which there is fallacy first are contraries, yet he adds that they are opposed as the terms of generation are, which he establishes to be opposed contradictorily. In addition, there is a difficulty as to the way in which the assertion of St. Thomas, which we used above, is true, namely, that no two opinions are opposed contradictorily, since here it is explicitly said that some are opposed according to affirmation and negation. The second uestion involves his assumption that the contrary of each true opinion is per se false. This does not seem to be true, for according to what was determined previously, the contrary of the true opinion "Socrates is white” is "Socrates is not white.” But this is not per se false, for the opposed affirmation is true accidentally, and hence its negation is false accidentally. Falsity is accidental to such an enunciation because, being in contingent matter, it can be changed into a true one. A third difficulty arises from the fact that Aristotle says the contradictory opinion is nwre contrary. He seems to be proposing, according to this, that both the opinion of the negation and of a contrary are contrary to a true affirmation. Consequently, he is either positing two opinions contrary to one or he is not taking contrariety strictly, although we showed above that he was taking contrariety properly and strictly. V. lib. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo, secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns, secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns, contradictorie; privative autem illi, Socrates est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est luscus; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur in postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus, sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. Si vero accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi convenit, et non secundum quod exigeret natura propria. Inter entia autem realia contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt, sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has contrariæ dicuntur. In order to answer all of the difficulties in regard to the first argument it must be noted that opinions, or intellectual conceptions in the second operation, can be taken in three ways: according to what they are absolutely; (2) according to the things they represent absolutely, according to the things they represent, as they are in opinions. We will omit the first since it does not belong to the present consideration. If they are taken in the second way, i.e., according to the things represented, there can be opposition of contradiction, of privation, and of contrariety among them. The mental enunciation "Socrates sees,” according to what it represents, is opposed contradictorily to. Socrates does not see”; privatively to "Socrates is blind”; contrarily to "Socrates is purblind.” Aristotle points out the reason for this in the Postpredicamenta [Categ.]: not only is blindness privation of sight but to be blind is also a privation of to be seeing, and so of others. Opinions taken in the third way, i.e., as the things represented through opinions are in the opinions, have no opposition except contrariety; for opposites as they are in opinions, whether represented contradictorily or privatively or contrarily, only admit of the opposition that can be found between two real beings, for opinions are real beings. The rule is that whatever belongs to something according to the being which it has in another, belongs to it according to the mode and nature of that in which it is, and not according to what its own nature would require. Now, between real beings only contrariety is found formally. (I am omitting here the consideration of relative opposition.) Therefore, opinions taken in this mode, if they are opposed, represent contrariety, although not all are contraries properly. Only those differing most in respect to truth and falsity about the same thing are contraries properly. Now Aristotle proved that these are - judgments affirming and denying the same thing of the same thing. Therefore, these are the true contraries. The rest are called contraries by reduction to these. V. lib. Ex his patet quid ad obiecta dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata; sunt autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde plurimum differunt. Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta Aristotelis et s. Thomæ, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem et negationem verum esse confitemur, si ad repræsentata nos convertimus, ut hic dicitur. From this the answer to the objections is clear. We grant that affirmation and negation in themselves constitute contradiction. In actual judgments,”’ affirmation and negation cause contrariety between opinions because of the extreme distance they posit between real beings, namely, true opinion and false opinion in respect to the same thing. And these two stand at the same time: those in which there is fallacy first are opposed as the terms of generation are and yet they are contraries by the use of the foresaid distinction—for they are opposed contradictorily as terms of generation according to the things represented, but they are contraries insofar as they have in themselves those contradictories and hence differ most. It is also evident that there is no disagreement between Aristotle and St. Thomas, for we have shown that it is true that some opinions are opposed according to affirmation and negation if we consider the things represented, as is said here. 11. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam tantum motus est, eo quod de affirmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et fallacia sive error quandoque et motus et mutationis rationem habet diversa respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, quis mutat opinionem; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque præopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. It will be noted, however, by those of you who are more penetrating and advanced in your thinking, that between opposite opinions there is something of true motion when a change is made from the affirmed to the affirmed; but according to the order of representation there is a certain similitude to generation and corruption so long as the change is bounded by affirmation and negation. Consequently, fallacy or error may be regarded in different ways. Sometimes it has the aspect of both movement and change. This is the case when someone changes his opinion from a true one to one that is per se false, or conversely. Sometimes change alone is imitated. This happens when someone arrives at a false opinion apart from a former true opinion. Sometimes, however, there is movement in every respect. This is the case when reason passes from the true affirmation to the false affirmation of a contrary about the same thing. However, since the first root of being in error is the opposition of affirmation and negation, Aristotle is correct in saying that those in which there is fallacy first are opposed as are the terms of generation. 12. Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur ibi secundum æquivocationem illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes veræ secundum illos modos perseitatis qui enumerantur I posteriorum, et similiter falsæ secundum illosmet modos, ut, homo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse opiniones contrariæ in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suæ oppositæ. Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se falsa respectu suæ veræ. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia; istius veræ, Socrates currit, non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quæ est per se illius falsa, quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter istius falsæ, Socrates est quadrupes, non est per se vera ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed mediante ista, Socrates non est quadrupes, quæ est per se vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et eius per se vera, sunt contrariæ. Unde patet responsio ad obiectionem, quia procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. With respect to the second question, I say that there is an equivocation of the term "per se false” and "per se true” in the objection. Opinion, as well as enunciation, can be called per se true or false in two ways. It can be called per se true in itself. This is the case in respect to all opinions and enunciations that are in accordance with the modes of perseity enumerated in I Posteriorum. Similarly, they can be said to be per se false according to the same modes. An example of this would be "Man is not an animal.” Per se true or false is not taken in this mode in the rule about contrariety of opinions and enunciations, as the objection concludes. For if this were needed for contrariety of opinions there could not be contrary opinions in contingent matter, which is false. Secondly, an opinion or enunciation can be said to be per se true or false in respect to its opposite: per se true with respect to its opposite false opinion, and per se false with respect to its opposite true opinion. Accordingly, to say that an opinion is per se true in respect to its opposite is to say that on its own account and not on account of another it is verified by the falsity of its opposite. Similarly, to say that an opinion is per se false in respect to its opposite means that on its own account and not on account of another it is falsified by the truth of the opposite. For example, the opinion that is per se false in respect to the true opinion "Socrates is running "is not, "Socrates is sitting,” since the falsity of the latter does not immediately follow from the former, but mediately from the false opinion, "Socrates is not running.” It is the latter opinion that is per se false in relation to "Socrates is running,” since it is falsified on its own account by the truth of the opinion "Socrates is running,” and not through an intermediary. Similarly, the per se true opinion in respect to the false opinion "Socrates is four-footed” is not, "Socrates is two-footed,” for the truth of the latter does not by itself make the former false; rather, it is through "Socrates is not four-footed” as a medium, which is per se true in respect to "Socrates is four-footed”; for "Socrates is not four-footed” is verified on its own account by the falsity of "Socrates is four-footed,” as is evident. We are using "per se true” and "per se false” in this second mode in propounding the rule concerning contrariety of opinions and enunciations. Thus the rule that the true opinion and the per se false opinion in relation to it and the false opinion and the per se true in relation to it are contraries, is universally true in all matter. Consequently, the response to the objection is clear, for it results from taking "per se true” and "per se false” in the first mode. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est magis contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria est affirmationi veræ. Subdit enim: manifestum est quoniam hæc contraria erit. Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi veræ, et quod una tantum earum, negatio scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum est, ambæ contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed difformiter, quia opinio negationis primo et per se contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione scilicet negativæ opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur V Physic. Secundum autem dictum simpliciter verum est, quoniam simpliciter contraria non sunt nisi extrema unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius distantiæ non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ dandum est, illi scilicet quæ maxime a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Hæc igitur una tantum contraria est illi, simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. The answer to the third difficulty is the following. Since there is no other opposition but contrariety between opinions pertaining to each other, Aristotle (since he chose to use limited terms) has been forced to say that one is more contrary than another, which implies that both have opposition of contrariety in respect to a true opinion. However, he determines immediately that only one of them, the negative opinion, is contrary to a true affirmation, when he adds, it is evident that it must be the contrary. What he says, then, is that each, i.e., both negation of the same thing and affirmation of a contrary, is contrary to a true affirmation, and that only one of them, i.e., the negation, is contrary. Both of these statements are true, for both contrarieties are caused by an opposition contrary to the affirmation, as was said, but not uniformly. The opinion of negation is contrary first and per se, the opinion of affirmation of a contrary, secondarily and accidentally, i.e., through another, namely, by reason of the negative opinion, as has already been shown. There is a parallel to this in natural things: both black and red are contrary to white, the former first, the latter reductively, i.e., inasmuch as red is reduced to black in a motion from white to red, as is said in V Physicorum. However, the second statement, i.e., that only one of them, the negation, is contrary, is true simply, for the most distant extremes of one extent are contraries absolutely. Nov,, there are only two extremes of one distance and since between opinions pertaining to each other true affirmation is at one extreme, the remaining extreme must be granted to only one false opinion, i.e., to the one that is most distant from the true opinion. This has been proved to be the negative opinion. Only this one, then, is contrary to that absolutely speaking. Other opposites are contrary by reason of this one, as was said of those in between. Therefore, Aristotle has not posited many opinions contrary to one, nor used contrariety in a broad sense, both of which were maintained by the objector. V. lib. Deinde cum dicit: amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda ratione, dicens: si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter, idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis sunt affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus, videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: aut enim ubique, idest, in omni materia, ea quæ est contradictionis altera pars censenda est contraria suæ affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ materiæ quibus non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est per se falsa ea, quæ est opinioni veræ opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem, per se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis dicens: si ergo hæ, scilicet, affirmatio et negatio in materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones contrariæ censendæ sunt. When Aristotle says, Further, if this necessarily holds in a similar way in till other cases it would seen that what we have said is correct, etc., he gives the second argument to prove that the negation of the same thing is contrary to the affirmation, and not the affirmation of a contrary. If opinions are necessarily related in a similar way, i.e., in the same way, in other matter, that is, in such a way that affirmation and negation of the same thing are contraries in other matter, it would seem that what we have said about the opinions of that which is good and that which is evil is correct, i.e., that the contrary of the affirmation of that which is good is not the affirmation of evil but the negation of good. He proves this consequence when he adds: for the opposition of contradiction either holds everywhere or nowhere, i.e., in every matter one part of a contradiction must be judged contrary to its affirmation—or never, i.e., in no matter. For if there is a general art which deals with contrary opinions, contrary Opinions must be taken everywhere and in every matter in one and the same mode. Consequently, if in any matter, negation of the same thing of the same thin- is the contrary of the affirmation, then in all matter negation of the same thing of the same thing will be the contrary of the affirmation. Since he intends in his proof to conclude from the position of the antecedent, Aristotle affirms the antecedent through its cause: in matter in which there is not a contrary, such as substance and quantity, which have no contraries, as is said in the Predicamcnta [Categ.], the one contradictorily opposed to the true opinion is per se false. For example, he who thinks that man, for instance Socrates, is not man, is per se mistaken with regard to one who thinks that Socrates is man. Then he affirms the antecedent formally and concludes directly from the position of the antecedent to the position of the consequent. If then these, namely, affirmation and negation in matter which lacks a contrary, are contraries, all other contradictions must be judged to be contraries. Deinde cum dicit: amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: sic se habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: similiter se habet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam non est bonum. Et subdit quoad secundas utriusque falsas: et super has opinio boni quoniam non est bonum, et non boni quoniam est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non bonum est bonum, quæ est eius contradictoria; ergo et illi veræ opinioni de bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet, bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum. Unde subdit minorem supradictam dicens: illi ergo veræ opinioni non boni, quæ est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est contraria. Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium, scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras: quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio non boni, quæ est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria illius. Deinde subdit conclusionem intentam: quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum, contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. Then he says, Again, the opinions of that which is good, that it is good and of that which is not good, that it is not good, are parallel. This begins the third argument to prove the same thing. The two opinions of that which is good, that it is good, and that it is not good, are related in the same way as the two opinions of that which is not good, that it is not good and that it is good; i.e., the opposition of contradiction is kept in both. The first opinion of each combination is true, the second false. Hence with respect to the first true opinions of each combination he proposes this major: Again, the opinions of that which is good, that it is good, and of that which is not good, that it is not good, are parallel. With respect to the second false judgment of each combination he adds: so also are the opinions of that which is good, that it is not good, and of that which is not good, that it is good. This is the major. But the contrary of the true opinion of that which is not good, namely, the true opinion "That which is not good is not good,” is not, "That which is not good is evil,” nor "That which is not good is not evil,” which have a contrary predicate, but the opinion that that which is not good is good, which is its contradictory. Therefore, the contrary of the true opinion of that which is good, namely, the true opinion "That which is good is good,” will also be its contradictory, "That which is good is not good,” and not the affirmation of the contrary "That which is good is evil.” Hence he adds the minor which we have already stated: What, then, would be the contrary of the true opinion asserting that that which is not good is not good? The contrary of it is not the opinion which asserts the contrary predicate affirmatively, "That which is not good is evil,” because these two are sometimes at once true. But a true opinion is never contrary to a true opinion. That these two are sometimes at once true is evident from the fact that some things that are not good are evil. Take injustice; it is something not good, and it is evil. Therefore, contraries would be true at one and the same time, which is impossible. But neither is the contrary of the above true opinion the one asserting the contrary predicate negatively, "That which is not good is not evil,” and for the same reason. These will also be true at the same time. For example, a chimera is something not good, and it is true to say of it simultaneously that it is not good and that it is not evil. There remains the third part of the minor: the contrary of the true opinion that that which is not good is not good is the opinion that it is good, which is the contradictory of it. Then he concludes as he intended: the opinion that a good is not good is contrary to the opinion that a good is good, i.e., its contradictory. Therefore, it must be judged that contradictions are contraries in every matter. 16. Deinde cum dicit: manifestum est igitur etc., declarat determinatam veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim, scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: nam eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum: idest, istius opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter sua negatio contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono dictum est. He then says, It is evident that it will make no difference if we posit the affirmation universally, etc. Here he shows that the truth he has determined is extended to opinions of every quantity. The case has already been stated in respect to indefinites, particulars, and singulars. On this point their status is alike, for indefinites and particulars, unless they stand for the same thing, as is the case in singulars, are not opposed by way of affirmation and negation, since they are at once true. Therefore he turns his attention to those of universal quantity. It is evident, he says, that it will make no difference with respect to the proposed question if we posit the affirmations universally, for the contrary of the universal affirmative is the universal negative, and not the universal affirmation of a contrary. For example, the contrary of the opinion that everything that is good is good is the opinion that nothing that is good (i.e., no good) is good. He manifests this by the nominal definition of universal affirmative: for the opinion that that which is good is good, if the good is universal, i.e., the universal opinion "Every good is good,” is the same, i.e., is equivalent to the opinion that whatever is good is good. Consequently, its negation is the contrary I have stated, "Nothing which is good is good,” i.e., "No good is good.” The case is similar with respect to the not good. The universal negation of the not good is opposed to the universal affirmation of the not good, as we have stated with respect to the good. Deinde cum dicit: quare si in opinione sic se habet etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ, terminata iam secunda, ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: manifestum est autem quoniam et cetera. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet quæstioni, dicens: quare si in opinione sic se habet contrarietas, ut dictum est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest, affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an affirmativa contraria. Responsum est enim quod negativa est contraria. Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem et contradictoriam, dicens: universalis, scilicet, negatio, affirmationi contraria est et cetera. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirmativæ quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula similiter referendo. Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et declaravit. Then he says, If, therefore, this is the case with respect to opinion, and. affirmations and negations in vocal sound are signs of those in the soul, etc. With this he returns to the question first advanced, to reply to it, for he has now completed the second on which the first depends. He first replies to the question, then manifests a point in the solution of a preceding difficulty where he says, It is evident, too, that true cannot be contrary to true, either in opinion or in contradiction, etc. First, then, he replies directly to the question: If, therefore, contrariety is such in the case of opinions, and affirmations and negations in vocal sound are signs of affirmations and negations in the soul, it is evident that the contrary of the affirmation, i.e., of the affirmative, enunciation, is the negation of the same subject. In other words, the negative enunciation of the same predicate of the same subject will be the contrary, and not the affirmative enunciation of a contrary. Thus the response to the first question—whether the contrary of the affirmative enunciation is its negative or the contrary affirmative—is clear. The answer is that the negative is the contrary. Next, he divides negation as it is contrary to affirmation, i.e., into the universal negation, and the contradictory: The universal, i.e., negation, is contrary to the affirmation, etc. In order to state this division by way of example he relates one enunciation to one enunciation: the contrary of the universal affirmative enunciation "Every good is’ good” or "Every man is good,” is the universal negative "No good is good” or "No man is good.” Again, relating one to one, he says that the contradictory negation contrary to the universal affirmation is "Not every man is good” or "Not everything good is good.” Thus he posits both members of the division and makes the division evident. V. lib. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. Augetur et dubitatio: quia in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem negationem faciamus ita contrariam universali affirmationi, sicut singularem singulari. Et ita declinari non potest quin affirmationi universali duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate Aristoteles. A difficulty arises at this point which we cannot disregard. If the contrary of the universal affirmative is a twofold negation, namely, the universal and the contradictory, either there are two contraries to one affirmation or Aristotle is using contrariety in a broad sense, although we showed that this was not the case apropos of an earlier passage of the text. The difficulty is augmented by the fact that Aristotle said in the passage immediately preceding that it makes no difference if we take the universal negation as contrary to the universal affirmation, i.e., as one of its negations. Hence, the conclusion cannot be avoided that in the mode in which Aristotle speaks of contrariety here, there are two contrary negations to the universal affirmative. C. lib. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affirmativæ contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria, universalis negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea recta: omnis homo est iustus, non omnis homo est iustus, omnis homo non est iustus, omnis homo est iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita est. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ, scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim negationem contradictoriam, scilicet, non omnis homo est iustus, mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior est falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod affirmationi veræ contradictoria negatio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est per accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio, tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V physicorum. Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non est per se falsa, nec contraria affirmationi. To clear up this difficulty we must note that it is one thing to speak of the contrariety there is between the negation of some universal affirmative in relation to the affirmation of a contrary, and another to speak of that same universal negative in relation to the negation contradictory to the same affirmative. For example, the four enunciations of which we are now speaking are the universal affirmative, the contradictory, the universal negative, and the universal affirmation of a contrary: "Every man is just,” "Not every man is just,” "No man is just,” "Every man is unjust.” Notice that although all the rest are contrary to the first in some way, there is a great difference between the contrariety of each to the first. The last one, the affirmation of a contrary, is contrary to the first by reason of the preceding universal negation, for it is false, not per se but by reason of that negation, i.e., it is implicative, as Aristotle has already proved. The third, the universal negation, is not per se contrary to the first either. It is contrary by reason of the second, the contradictory negation, and for the same reason, i.e., it is not per se false in respect to the truth of the affirmation but is implicative, for it contains the contradictory negation "Not every man is just,” by means of which it is made false in respect to the truth of the affirmation. The reason for this is that the falsity of the contradictory negation is prior absolutely to the falsity of the universal negation, for the whole is more composite and posterior as compared to its parts. There is, therefore, an order among these three false enunciations. Only the contradictory negation is simply contrary to the true affirmation, for it is per se false simply in respect to the affirmation; the affirmative of the contrary is per accidens contrary, since it is per accidens false; the universal negation, which is a medium partaking of the nature of each extreme, is per se contrary and per se false as related to the affirmation of a contrary, but is per accidens false and per accidens contrary as related to the contradictory negation; just as red in a motion from red to black takes the place of white, and in a motion from red to white takes the place of black, as is said in V Physicorum. Therefore, it is one thing to speak of the universal negation in relation to affirmation of a contrary and another to speak of it in relation to the contradictory negation. If we are speaking of it in the first way, the universal negation is per se contrary and per se false; if in the second, it is not per se false or contrary to the affirmation. Quia ergo agitur ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi affirmationi, ut patet in toto processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio contrarii. Intendens per hoc declarare diversitatem quæ est inter affirmationem contrarii et negationem in hoc quod veræ affirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum. Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest quoad hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset affirmationi contraria. Sic ergo patet quod subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Since Aristotle is now treating the question as to which is the contrary of a true affirmation, affirmation of a contrary or the negation, and not the question as to which of the negations is contrary to a true affirmation—as is clear in the whole progression of the question—bis answer is that both negations are contrary to the true affirmation without distinction, and that affirmation of a contrary is not. His intention is to manifest the diversity between the negation, and the affirmation of a contrary, inasmuch as they are contrary to a true affirmation. He does not intend to say that both negations are contrary simply, for this is not the difficulty in question here, but the former is. With respect to his saying that it makes no difference if we posit the universal negation, the same point applies, for in regard to showing that affirmation of a contrary is not contrary to a true affirmation, which is the question at issue here, it makes no difference which negation is posited. It would make a great deal of difference, however, if we wished to discuss which negation was contrary to a true affirmation. It is evident, then, that Aristotle’s discussion of the true contrariety of enunciations is very subtle, for he has posited one to one contraries in every matter and quantity, and affirmed that contradictions are contraries simply. 21. Deinde cum dicit: manifestum est autem etc., resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens manifestum est autem ex dicendis quod non contingit veram veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, nec in contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et opiniones verificari, sicut et significata vel repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic finitur expositio huius libri perihermenias. When he says, It is evident, too, that true cannot be contrary to true, either in opinion or in contradiction, etc., he returns to a statement he has already made in order to prove it. It is evident, too, from what has been said, that true cannot be contrary to true, either in opinion or in contradiction, i.e., in vocal enunciation. He gives as the cause of this that contraries are opposites about the same thing; consequently, true enunciations and opinions about diverse things cannot be contraries. However, it is possible for all true enunciations and opinions about the same thing to be verified at the same time, inasmuch as the things signified or represented by them belong to the same thing at the same time; otherwise they are not true. Consequently, not all true enunciations and opinions about the same thing are contraries, for it is not possible for contraries to be in the same thing at the same time. Therefore, no true opinion or enunciation, whether it is about the same thing or is about another is contrary to another. VIO ORDINIS PRÆDICATORUM S. R. IN E. CARDINALIS COMMENTARIA RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENEIAS AD LECTOREM Humano: capiti cervicem. nitor. equinam Addere: da veniam, si nova monstra iuvant. —H— LECTIO (Cano. CarrTANt lect. 1). ^ DE NUMERO ET HABITUDINE ENUNCIATIONUM IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST ET SUBIICITUR NOMEN FINITUM UNIVERSALITER SUMPTUM, VEL NOMEN INFINITUM, ET IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM: ADIECTIVUM Ὁμοίως δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος ἦ ἡ κατάφάσις" olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται συναληθεύειν: ἐνδέχεται δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος, ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ ἔστι δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος" ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ χωρὶς ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος χρώμεναι. "Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει, olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει καὶ βαδίζει, ἐπὶ τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι προσήπτετο; olov, ὑγιαίνει à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος, ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν, τῷ ἄνθρωπος προσθετέον" τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος" ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ μὴ καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, ἢ οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει; ἢ ὅτι χαθόλου τοῦ ὀνόματος ἢ κατάφασιν 7) ἀπόφασιν: Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ προστιθέναι" Similiter autem se habent, et si universalis nominis sit affirmatio; ut est, omnis homo iustus est; negatio huius, non omnis est homo iustus, omnis est homo non iustus, non omnis est homo non iustus. Sed non similiter angulares contingit veras esse; contingit autem aliquando. Hæ igitur duæ oppositæ sunt. Aliæ autem duæ ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum aliquod additum; ut, est iustus non homo, non est iustus non homo; est non iustus non homo, non est non iustus non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra illas, ipsæ secundum se erunt, ut nomine utentes eo, quod est non homo. In his vero, in quibus, est, non convenit ut in eo. quod est valere vel ambulare, idem faciunt sic positum, ac si, est, adderetur, ut, sanus est omnis homo, non sanus est nus omnis homo; sanus est omnis non homo, non sæst omnis non homo. Non enim dicendum est, non omnis homo; sed, non, negationem ad id quod est homo addendum est; omnis enim non universalem significat, sed quoniam universaliter. Manifestum est autem ex eo quod est, valet homo, non valet homo; valet non homo, non valet non homo. Hæc enim ab illis differunt, eo quod universaliter non sunt. Quare omnis vel nullus nihil significant aliud, nisi quoniam universaliter de nomine, vel affirmant vel negant. Ergo et cætera eadem oportet apponi. Seq. cap. x. II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen infinitum non universaliter sumptum, hic S Ed. c: indefinitas. Num. 4. Num. 8. intendit distinguere enunciationes, in )quibus subiicitur nomen finitum univerCsaliter sumptum. Et circa hoc tria facit: primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas supra positas; secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non similiter etc. ; tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2. Lib. II, lect. ui, n. 5. Ammonius. Porphyrius. Lect. xi, n. 5, seq. Ed. c: quam sura posuimus. orphyrius. et etc. Dicit ergo primo quod: similes sunt enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Quoad primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii. Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: affirmativæ inferunt negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ, sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fierit enim tunc quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis bomo est iustus, et eius negatio quæ est, non ommis bomo est iustus; et duæ de prædicato infinito, scilicet omnis bomo. est non iustus, et eius negatio quæ est, non omnis bomo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus sermonem fecit, ita nunc de afhrmationibus universalibus sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum est 3. Quod autem similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo res clara prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supta posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de prædicato infinito, Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura, sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem: Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas ; finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non similiter angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas universales et supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares ex enunciationes in utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam finitam uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in qualitate similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant, dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et universales. Angulares enim indefinitæ tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum possunt esse simul veræ, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt im materia contingenti : in materia enim necessaria et remota impossibile est esse ambas veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus, expositio. 6. Herminus autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum: et. oppositionum, oppositiones. tàmen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem. indefinitarum infinitas numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet inter finitas affrmativanr et negativam, et alteram inter affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam et particularem negativam finitam, scilicet. Ammonius. Porphyrius. Cf. lib. 1, lect. xut, n. 3. Boethius. *Edd. Hermenius, Cf. lib. IL, lect. n, not. 0. . omnis bomo est iustus, hon omnis bomo est iustus, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et,Sub ista universalis affirmativa de prædicáto privativo, LI hoc modo: Figura indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo non ést iniustus Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo est iniustus Figura universalium Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non omnis homo est non iustus Omnis homo est iüstus Nón omfis homo est iniustus. — 'Ornnis homo est iniustus a) Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad commentaria s.Thomæ in secundum librum Peri hermeneias, quod Caietanus complevit anno 1496, impressum est eodem anno in ed. Veneta c Peri hermeneias et Posteriorum analyticorum. Quocirca dd istam exegimus præet alteram inter eamdem universalem affirmativam fini«tam et universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis bomo est iustus, omnis bomo est non iustus. Inter has enim est contrarietàs, inter illas vero contradictio. - Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum supra differentia quæ est inter angulares universalium affirmativas et negativas, sed supra differentia quæ est inter ipsas universalium angulares inter se ex utraque parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali affirmativa finita, universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte cipue hanc nostram eiusdem supplementi editionem. Editio præfata c incipit: « Deinde cum dicit: Similiter autem se habent etc., intendit » distinguere enunciationes in quibus subiicitur nomen finitum univer» saliter sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc. CAP., LECT. sub particulari negativa finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc modo: ut 89 ly bæ demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent duas oppositiones, alteram inter affirmationem fiOmnis homo est iustus 1 o E S Ξ 8 o 1 Omnis homo est non iustus Homo est justus ESSEEE ENS: Homo est non iustus Non omnis homo » Contradictoriæ e fe s 4? 9, $ «Ὁ 9 ἢ *, 9 οι ἊΨ Contradictoriæ $9 ὸ .* EM ?, Ὁ IX x : ? e ^e, ] est iustus [ o A H E δ s F1 ys r Non omnis homo ἴ est non iustus Homo non est justus Homo non est non iustus Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias. Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad *Par. fo et Ven.: Edd. Ven. c et 1526 omitt. nom, sed erronee. . Herminus. IT ante EXPERS, Mrd ope UR Me RN EE NRI EET Rer METCUNERE veritatem, sed ex altera parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo universalium et ad suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest esse simul cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ. Et si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis, quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua. particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita potest stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius veritatem: quia licet sequatur: Particularis est vera; ergo sua universalis. contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra : Ista. universalis contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ. 7. Sed. videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et infinitas inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere yolumus, iam. non duas, sed tres oppositiones invenie-, mus; primam inter finitas, secundam inter infinitas, tertiam .quam ipse Herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura etiam quam formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I Priorum formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: Hæc igitur quemadmodum in. Resoluloris dictum. est, sic sunt. disposita. In. Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ aflirmativis, et negativæ negativis. 8. Deinde cum dicit: Hæ igitur duæ etc., concludit numerum propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly bæ demonstret universales, et sic est sensus, quod. hæ universales finitæ et infinitæ habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi Opp. D. Tnuowar T. I. nitam et eius negationem, alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. 9. Deinde cum dicit: Aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo, ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: Magis autem etc.; tertio, ostendit habitudinem istarum ad alias ; ibi: Hæ autem extra* etc. Ad. evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est.- Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non bomo est.- Quædam vero sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, bomo est iustus, bomo est non iustus.- Quædam autem sunt quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, non bomo est iustus, non bomo est non iustus. Et quia de primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: Aliæ autem sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod est, mon bomo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit a ratione nominis *, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat, esf, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas oppositiones in hoc ordine, sicut et in superioribus fecit. Distinguit etiam istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum finitum, dicens: Ut, non bomo est iustus, non bomo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum: et prædicatum infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non bomo non est non iustus. το. Deinde cum dicit: Magis autem. plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum «est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non. sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio. subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duode| cim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate, et singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut oppositionis ini2 Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv, n. 13. SPEO 9o tentum clarius videatur. Et sic contra universalem afhrmativam non est ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius negatio. Ad clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in hac subscripta videatur figura: Primus Socrates est Quidam homo .est Homo est Omnis homo est —. Socrates non est Quidam homo non est Homo non est Omnis homo non est e Ordo Non Socrates est Quidam non homo est Non homo est Omnis non homo est Secundus Ordo Socrates est iustus Quidam homo est iustus Homo. est iustus Omnis homo est iustus - Socrates non est iustus Quidam homo non est iustus Homo non est iustus -Socrates est non iustus Non Socrates non est Quidam non homo non est Non homo non est Omnis non homo non est Socrates non est non iustus Quidam homo est non iustus — Quidam homo non est non iustus Homo est non iustus Omnis homo non est iustus Non Socrates est iustus Quidam non homo est iustus Non homo est iustus Omnis non homo est iustus - Non Socrates non est iustus Quidam non homo non est iustus Non homo non est iustus Tertius Omnis homo est non iustus Ordo Non Socrates est non iustus Homo non est non iustus Omnis homo non est non iustus Non Socrates non est non iustus Quidam non homo est non iustus Quidam non homo non est non iustus Non homo est non iustus Omnis non homo non est iustus Quod autem plures his non sint, ex eo patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior docet figura. 11. Deinde cum dicit: Hæ autem extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: Ut momine ulenles 60 quod est non bomo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia istæ utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur. 12. Deinde cum dicit: In bis vero in quibus est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; se Num. 13. Num. 16. cundo, respondet cuidam tacitæ quæstioni ; ibi: Non enim dicendum est etc.; tertio, concludit earum conditiones; ibi: Ergo et cætera eadem etc. Ad evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur es? secundum adiacens, et eas in quibus ponitur es! tertium adiacens talis est differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones; scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his vero, quæ habent est tertium. adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est.- Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus Non homo non est non iustus Omnis non homo est non iustus Omnis non homo non est non iustus de tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et es/, quod semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum. Unde idem significant ista, omnis bomo currit, quod ista, omnis bomo est currens. Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum, enunciationes : verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in quibus ponitur esf secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia præter verbum nulla est affirmatio vel negatio *, sicut præter nomen esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de significalionibus, sed de mumero enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ sunt enunciationes in quibus ponitur es? secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur es/, duas oppositiones tantum, alteram inter finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter infinitas quoad subiectum, ut, omnis non bomo currit, omnis non bomo mon currit. Deinde cum dicit: Non enim dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam; ibi: Manifestum est autem* etc. Est ergo quæstio talis: Cur negatio infinitans numquam addita est supra signo universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis bomo currit, cur non sic infinitata est, om omnis bomo currit, sed sic, omnis non bomo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen infi* Cf. lib. I, lect. vit, n. 9. Num. 44. CAP., LECT. nitabile debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem et similia signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam. universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis bomo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non bomo. 14. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis et similia non significant aliquod universale, sed quoniam universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere *et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed quoniam umi91 particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino /omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter, per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly ommis in actu exercito, sicut et in T per Posteriorum, in. definitione scire applicationem causæ notavit illud verbum quoniam, dicens: Scire est rem per causam cognoscere, et quoniam. illius est causa.- Ratio autem versaliter; sed illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly ommis, est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly ommis est non aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu, ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur sic. Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR RN enunciationes, bomo currit, et omnis bomo currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale, scilicet ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur de subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim dico, bomo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota humana universitate; cum autem dico, ommis bomo currit, cursum inesse homini pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in textu adducuntur, Scilicet, bomo non currit, respectu suæ universalis universaliter, omnis bomo mon currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. I$. Notato hic duo: primum est quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam universaliter; secundum est, quod addit, de homine affrmant vel negant.- Primi ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis aut secundi insinuat differentiam inter terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute; isti autem ponunt ' significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, bomo albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi hominem distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis bomo currit, non intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus, albus bomo currit, determinamus hominem in seipso esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi enumerata; ideo concludit: Ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem, idest similia istis apponenda sunt. (Can. CarkTANI lect.). NONNULLÆ CIRCA EA QUÆ DICTA SUNT DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον, xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ δίχαιός ἐστιν, , οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι τις ἄνηρωπος δίκαιος, ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι, ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ὁμοίως λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἀπόφασις, οἷον, ἀρά γε πᾶς ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἀντικειμένη, ἐχείνη δὲ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος, ἀλλὰ καὶ ἧττον ἠλήθευχέ τι ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόνοὐδὲ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ) οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ, οὐδεὶς δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ ῥήματα ταὐτὸν Εἰ σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος λευχός. γὰρ Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, τό, οὐχ ἔστιν φασις ἄνγηρωπος λευκός. ᾿Αλλ ἑτέρα μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἑτέρα δὲ τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις, δῆλον. enunciationum, hic intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc 2facit sex secundum numerum. dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod. in universalibus non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare talem, quia, scilicet, Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect. xt, n. 6. Cflib.Llec.x, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se; contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras *. Angulares autem negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras *. Et circa hæc duo facit: primo, declarat condin. P: CU*C-3- tones contrariarum et subcontrariarum ; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod angulares Quoniam vero contraria est negatio ei quæ est, omne animal est iustum, illa quæ significat quoniam, nullum animal est iustum; hæ quidem manifestum est quoniam nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem ipso; his vero oppositæ erunt aliquando: ut, non omne animal iustum est, et, aliquod animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ est, omnis homo est non iustus, illa quæ est, nullus homo est iustus; illam vero quæ est, aliquis homo iustus est, opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus. Necesse est enim aliquem esse. Manifestum est autem etiam, quod in singularibus si est verum interrogatum negare, quoniam et affirmare verum est. Ut, putasne Socrates sapiens est? non. Socrates igitur non sapiens est. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur: vera autem negativa est. Ut, putasne omnis homo sapiens est? non; omnis igitur homo non sapiens est: hoc enim falsum est: sed, non igitur omnis homo sapiens est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero contraria. Illæ vero secundum infinita contraiacentes sunt nomina vel verba, ut in eo quod est, non homo, vel, non iustus, quasi negationes sine nomine et verbo esse videbuntur. Sed non sunt. Semper enim vel veram esse vel falsam necesse est negationem; qui vero dixit, non homo, nihil magis quam qui dicit, homo, sed etiam minus verus vel falsus fuit, si non aliquid addatur. Significat autem, est omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ est, non est omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus non homo est, illi quæ est, nullus est iustus non homo, idem significat. Transposita vero nomina et verba idem significant, ut, est albus homo, et, est homo albus. Nam si hoc non est, eiusdem multæ erunt negationes; sed ostensum est, quod una unius est: eius enim quæ est, est albus homo, negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est, est homo albus, si non eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel ea quæ est, non est non homo albus, vel ea quæ est, non est homo albus. Sed altera quidem est negatio eius, quæ est, est non homo albus; altera vero eius quæ est, est homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur transposito nomine vel verbo, eadem sit affirmatio vel negatio, manifestum est. negativae sint subcontrariæ; ibi: Sequuntur vero etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo dictum est quod enunciatio negativa contraria illi affirmativæ universali, scilicet, omne animal estiustum, est ista, nullum animal est iustum ; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum *. 2. Deinde cum dicit: Sequuntur vero etc., declarat quod angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. - Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et universalis negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc universalem nega Seq. c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect citt. CAP. X, LECT. IV tivam finitam, wullus bomo est iustus, sequitur æquipollenter illa universalis affirmativa infinita, omnis bomo est non iustus. Secundum vero declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra posita inspicere potes. Unde subdit quod illam párticularem affirmativam finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes, formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et collaterales inter se, hoc modo: Nullus homo T» "poil . est iustus e Ξ 2 E E d 25 o Quidam homo i est lustus Omnis homo Æquivalentes e o C o ΝᾺ . SU o “πᾶ ὁ S ow [73 Æquivalentes t est non justus e n ( T [i E" ξ - $ E o Non omnis homo est non iustus His siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. 3. Sed est hic unum dubium. In I enim Priorum, in fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali negativa et universali affirmativa infinita. Et superius in hoc Secundo *, super illo verbo: Quarum duæ se babent secundum consequentiam, duæ vero minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur, et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia, et AQUINO. Nempe in primo modo primæ gue eros» syllogisquod inter eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus est quam affirmativa infinita. 'Textus vero I Priorum ultra prædicta loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non concluditur nisi in primo primæ. Universalis autem negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. 4. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod non refert quoad veritatem si dicatur, ommis bomo est non iustus, aut si dicatur, omis bomo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem. Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates estsapiens ? Si vera est ista responsio, z/.9 ; - Socrates igitur non sapiens est, idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis affirmativæ in| terrogatæ non sequitur vera universalis affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem enunciationi quæsitæ; vera aulem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo est sapiens? Si vera est ista responsio, non; - affirmativa similis interrogatæ quam quis ex hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis bomo est non sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed. inferendum est, igitur non ommis bomo sapiens est.- Et ratio utriusque est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa, reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita primo illata, est contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet. non sit eadem veritas negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur negatio, ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum. infinita. etc., solvit tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel prædicatum, erit negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem, probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur. Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero, scilicet dictiones, conPCT iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo non iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba. (utpote quæ removentes quidem nomina et verba significant, ut som bomo et mon iustus et mon currit, quæ opponuntur contra ly bomo, ly iustus et ly currit), illæ, inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt. Unde, si negationés apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi. Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel fal sum; igitur dictio infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui dixit, mom bomo, nihil magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum quidem clarissimum est: non bomo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid aliud non addatur, imo minus verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, wom bomo, quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec compositionem importat. 6. Deinde cum dicit: Significat autem. etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de enunciationibus habentibus subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis bomo est iustus ; neque quod ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita negatio et universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita supradictæ, scilicet omnis non bomo non est iustus, nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et in illis. 7. Deinde cum dicit: Illa vero quæ est etc., respondet quintæ quæstioni, an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam universalis affirmativa de subiecto et prædicato infinitis et, universalis negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque, omnis non bomo est mon iustus, idem significat illi; cium nullus non. bomo est iustus. Idem autem est iudide particularibus indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi voluit. 8. Deinde cum dicit: Transposita vero nomina. etc., solvit sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem varietur enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud enim dixit significare, ommis bomo mon est iustus, et aliud, non omnis bomo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter contingat circa nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant: verbi gratia, idem significat, est albus homo, et, est bomo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut, est albus bomo, et, bomo albus est. 9. Deinde cum dicit: Nam si boc mon est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes; sed ostensum est in I libro *, quod una tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis transposita nomina non variant enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis nominibus ; et altero contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas negationes primas, et inter secundam aflirmationem et omnes tres negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc modo: Est albus homo Est homo albus Est non homo albus His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus bomo, negatio est, mom est albus bomo ; ilius autem secundæ affirmationis, quæ est, est bomo albus, si ista affirmatio non est eadem illi . supradictæ affirmationi, scilicet, est albus bomo, propter Non est albus - Coníradictoriæ e o C o cn " s nalf e bi 7. dde Kn Gontradictoriæ EN “ 36 b" Contradictoriæ homo Non est homo albus Non est non homo albus Lect. xir. CAP., nominum transpositionem, negatio erit altera istarum, scilicet aut, non est non bomo albus, aut, non est bomo albus. Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet, est bomo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom est mon bomo albus, negatio est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia vero, scilicet, »on est bomo albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est albus bomo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod illæ affBrmationes sint propter nominum transpositionem diversæ. 10. Adverte hic primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non est non bomo albus, et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem | Lect. xi, n. 5 "seq. e ΤΡ) DOR illius affirmationis, est bomo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: Aut negatio talis affirmationis acceptabitur illa uæ est vere eius negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi, sequitur unius affirmationis esse plures negationes, unam veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in apposita figura, Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ unius. Nota secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus bomo, Socrates non est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit. Noverat enim supra dictum esse in Primo quæ LECT. affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem significant. I2. Occurrit autem dubium circa hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim valet: omnis bomo est animal; ergo omne animal est bomo. Similiter, transposito verbo, non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo animal rationale est, de secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam. Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio, scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad foit? ita in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando terminus præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter etc.- Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali, sicut quando transit de'loco frigido ad locum calidum: ita in enunciátionibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium adiacens fit secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo dixit quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod, si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in enunciatione, eadem manet oratio.- Unde patet responsio ad instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit, sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et per hoc patet responsio ad similia. TIUS (Cann. CargraNr lect, ui). DE MULTIPLICITATE ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS, QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE CONTINGIT UNAM ENUNCIATIONEM. ^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν κείμενον, pm δὲ ἕν τι ἐξ ἐχείνων, olov, ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν: ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθἑνὸς ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν ἐρώτησις διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) τῆς προτάσεως, θατέρου μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ ἂν εἴη ἀπόχρισις μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἐρώτῆσις μία, οὐδὲ ἐὰν ἀληθής" εἴρηται δὲ ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι διαλεκτική, Δεῖ dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ τὸν ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ἄνθρωπος, οὐ τοῦτο. jtem enunciationis unius provenientem ex additione negationis infinitatis, hic intendit D determinare quid accidat enunciationi ex hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit: quia Lect. seq. Num.. Lect. vri, n. 12 seq. Porphyrius. primo, determinat diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi: Quoniam vero bæc quidem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem; secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi: Si ergo dialectica etc.- Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in Primo dictum fuerat *, quod affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus: non fit unum, non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et enunciationis unitas non impeditur. 2. Secundum quod subiungit: Ut bomo est fortasse animal et mansuelum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit exemplem ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis partes, interposuit, fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit unum. In istis autem verbis: Ut bomo est fortasse etc., At vero unum de pluribus, vel plura de uno affirmare, vel negare, si non sit unum aliquid quod ex pluribus significatur, non est affirmatio neque negatio una. Dico autem unum, non si unum nomen positum sit, non sit autem unum aliquid ex illis, ut homo est fortasse et animal et bipes et mansuetum, sed ex his unum fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est unum; quare nec si unum aliquid de his affirmet aliquis, erit affirmatio una: sed vox quidem una, affirmationes vero multæ, nec si de uno ista, sed similiter plures, Si ergo dialectica interrogatio responsionis est petitio vel propositionis vel alterius partis contradictionis, propositio vero unius contradictionis est pars, non erit una responsio ad hæc. Neque enim interrogatio una, nec si sit vera. Dictum est autem de his in Topicis. Simul autem manifestum est, quod nec hoc ipsum, quid est, dialectica interrogatio est. Oportet enim datum esse ex interrogatione eligere, utram velit contradictionis partem enunciare: sed oportet interrogantem determinare utrum hoc sit homo, an non hoc. intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est animal et mansuetum.| et bipes, copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret hoc contingere posse, necessarium autem non esse. 3. Possumus in eamdem Porphyrii, Boethii et AIberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut quatuor hic faciat. Bs Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi dicens: Enunciatio plures est, in. qua unum de pluribus, vel plura de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in Primo dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum, dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen voco, non propter unitatem vocis, sed significationis, ut supradictum est. Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit unum nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior est, quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc nomen, bomo, impositum ad significandum animal et mansuetum et bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque adversative additum: Sed si ex bis unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo, non est impositum ad signifi* Cap. xr. Porphyrius. Boethius. Albertus. Lect. cit. Ed. quoque. c omittit CAP., LECT. V candum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione, et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est enim ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII Metaphysicæ ; et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel coniunctione interposita, dicendo, bomo est animal et mansuetum. οἱ bipes ; sive, bomo est animal, mansuetum, bipes, rethorico more. Quælibet enim istarum est enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est bomo, si homo est impositum ad illa, ut distinctæ Pm E WC acm οὐ ORI οτὔὖὦο UPS δ... δου, Lect. xit, n. 9. Num. 8. RESP actualitates sunt, significandum. Secundus autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum, subiungitur, cum dicit: Ex albo autem et bomine. et ambulante etc., idest, alio modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri unum, qualia sunt: bomo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans, ut in Primo dictum fuit de hoc nomine, íumica, imposita homini et equo. 4. Habemus ergo enunciationis pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum enunciatio secundum membra divisionis ilius, qua divisa est, in unam et plures, quadrupliciter variari poss't, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est, tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: Quare nec si aliquis affirmet unum. de bis pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed vocaliter quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura. affrmabuntur, fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus, ambulans et musicus, importat tres affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est musicus, ut patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio ili opponitur correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum dicit: Si ergo dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures. Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: Dictum est autem de his* etc. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y tionis primo ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos terminos nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem unam, et interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem probandam. Altera vero determinatam ad unum responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi, sive affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? et respondeatur, est; vel, Deus non movelur? et respondeatur, mon: talis responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat, cælum est animatum, et respondeatur, non; vel Deus non movetur? et respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam BOEZIO (vedasi) expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: Propositio vero unius contradictionis est etc. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset esse plures, non sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit. Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum unitatem præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam affirmationem vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit, movetur ; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo. movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una responsio ad boc ; et infert principalem conclusionem subdens, Quod neque una erit interrogatio etc. Si enim responsio non potest esse una, nec interrogatio ipsa una erit. 7. Quod autem addidit: Nec si sit vera, eiusmodi est. Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una, quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel ne -- BOEZIO. TAS -- gari (ut cum quæritur, canis est animal? quia non potest  vere de omnibus responderi, est, propter cæleste sidus,  nec vere de omnibus responderi, som est, propter canem  latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus  affirmari aut negari, tunc potest dari responsio una; ut  si II  nec  ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica:  verbi gratia; si quis quærat, quid est amimal? talis non  quærit dialectice. Deinde subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti offerre debet, utram velit contradictionis  quæratur, camis est substantia? quia potest vere de  omnibus responderi, esí, quia esse substantiam omnibus canibus convenit, unica responsio dari possit. Hanc  erroneam existimationem removet dicens: Nec si sit vera,  idest, et dato quod responsio data enunciationi multiplici  de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia  unum non significat, nec unius contradictionis est pars, sed  plures responsio illa habet contradictorias, ut de se patet.  8. Deinde cum dicit: Dictum est autem de bis in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate  eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et  circa hoc duo facit. Primo, ponit ipsum signum, dicens:  Quod similiter etc., cum auctoritate Topicorum, manifestum  est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod dialectica  interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel neQuoniam nec ipsum quid est, idest ex eo quod  gativæ.  partem, et ipsa quæstio quid est talem libertatem non  proponit (quia cum dicimus, quid est animal? respondentem ad definitionis assignationem coarctamus, quæ non  solum ad unum determinata est, sed etiam omni parte  contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat);  ideo  ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit: Oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc respondentem eligere  posse utram velit contradictionis partem, quam contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare, idest determinate proponere, hoc modo: Utrum. boc  animal sit bomo an mon: ubi evidenter apparet optionem  respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum quæstio  dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius  contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est  a  quæstionibus dialecticis.  (Canp. CargTANr lect. 1v)  EX. ALIQUIBUS DIVISIM. PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM  CONIUNCTIM IN EODEM SUBIECTO, EX ALIQUIBUS AUTEM NON SEQUITUR "Excel δὲ τὰ μὲν κατηγορεῖται συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων; τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον, καὶ χωρὶς δίπουν, καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽ ὡς ἕν. 99 Quoniam vero hæc quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne prædicatum fiat eorum quæ extra prædicantur, alia vero non; quæ differentia est? De homine enim verum est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc ut unum: et, hominem, et, album; et 'AXX οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ καὶ ἄτοπα ἔσται. Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy. Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό, καὶ τὸ ἅπαν, στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον. "Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ Σωχράτης Σωχράἄνθρωπος. Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος δίπους" Ὅτι μὲν οὖν, εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι, πολλὰ συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον. Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν. αὐτοῦ δὴ κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται συμβαίνει, ὅσα μὲν λέγεται κατὰ συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd θατέρου, ταῦτα οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ ἕν τὸ λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν" συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ τὸ λευκὸν μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν" ὥστε οὐκ ἔσται τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει ἐν τῷ ἑτέρῳ. Διὸ οὔτε τὸ λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ δίπουν" ἐνυπάρχει γὰρ ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν. vá aJ yostquam declaravit diversitatem multiplicis enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: Verum autem est dicere etc. Circa primum tria facit: primo, proponit quæstionem; secundo ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim quoniam etc.; tertio, solvit eam ; ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo dubitatio prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua illamet unitæ prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est bipes ; sequitur, ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis, Socrates est bomo et est albus; sequitur, ergo Socrates est bomo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus, et. est. citbaroedus ; non sequitur, ergo est bonus citbaroedus. Unde proponens quæstionem inquit: Quoniam vero bæc, scilicet prædicta, ita prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, hæc est ut et unum. Sed non si citharoedus (coriarius) bonus, etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si enim quoniam utrunque, verum, esse oportet et simul utrunque multa inconvenientia erunt. De homine enim verum est et hominem, et album dicere; quare et omne. Rursus si album, et omne. Quare erit homo albus albus; et hoc in infinitum. Et rursus musicus albus ambulans; et hæc eadem frequenter implicita in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est, et homo; et Socrates Socrates homo; et si homo et bipes, erit homo homo bipes. Quod igitur si quis simpliciter dicat complexiones fieri, plurima inconvenientia contingere manifestum est. Quemadmodum ponendum est nunc dicimus. Eorum igitur quæ prædicantur, et de quibus prædicari accidit quæcumque secundum accidens dicuntur, vel de eodem, vel alterum de altero, hæc non erunt unum; ut, homo albus est et musicus; sed non est unum album et musicum; accidentia enim sunt utraque eidem. Nec, si album, musicum verum est dicere, tamen non erit musicum album unum aliquid: secundum accidens enim album musicum dicetur; quare non erit album musicum unum aliquid. Quocirca nec citharoedus (coriarius) bonus simpliciter; sed animal bipes: non enim sunt secundum accidens. Amplius nec quæcunque insunt in alio. Quare neque album frequenter dictum, neque homo homo animal est, vel bipes; insunt enim in homine animal et bipes. scilicet, animal et bipes, genus et differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens, scilicet, bomo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, cilbaroedus et bonus, ut declarabitur. 2. Deinde cum dicit: Si enim quoniam etc., declarat veritatem diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si Socrates etc. Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est albus; quare et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas sepa100 ratim quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes, et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed in eadem diversimode comparata. Album enim et musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt membro; comalbus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus, ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si coniunctim inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet Aristoteles II Topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri simpliciter, idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non discrepat, legat quicunque ut vult. 3. Deinde cum dicit: Eorum igitur etc., solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respon" Num. 11. Num. 7. det instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit instantis in probatione positis; ibi: Amplius nec quæcumque etc. Circa primum duo facit: primo namque, declarat veritatem ; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: Quocirca etc. Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte prædicatum. Unde continuando se de ad præcedentia ait: Eorum. igitur quæ prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel. alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet plura per accidens, mom erunt unum, idest non inferent prædicationem coniunctam. 4. Et explanat utrumque horum exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens dicuntur de tertio, dicens: Ut si bomo albus est et musicus. divisim. Sed non est idem, idest non sequitur adunatim, ergo bomo est musicus albus. Utraque enim sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: Nec si album. musicum. verum est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, bomo est albus, et est musicus, el album est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur, dicendo, ergo bomo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per accidens, et e converso. $. Notandum est hic quod cum duo membra per parata autem inter se, sub secundo. Diversitatenr ergo comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. 6. Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera, quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura prædicata secundum accidens, - aut ly secundum accidens determinaret coniunctionem inter se, et ma sic manifeste esset falsa regula; quoniam inter priprædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima illatio, est amimal et bipes, ergo est animal bipes); - aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. - Alio modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. - Est ergo sensus divisionis, quod prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam adunantur inter se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit: Quocirca nec. citbaroedus etc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia sclicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus citharoedus, dicens: Quocirca nec citbaroedus bonus etc.; secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes; ergo est animal bipes: et ait: Sed animal bipes etc. Et subiungit huius ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens coniuncta inter se rum aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit altemembrum primæ divisionis, quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus ), musica vero et albedo subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet, inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si servetur identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit æquivocumn EQUIVOCO GRICE, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus bonus, non boni101 9. Nec obstat quod album faciat unum per accideüs cum homine: non enim dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per acccidens aliquorum ratione tertii tantum est illa quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas: unde terminorum identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio etc. 8. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas, tertiam vero non ; huius diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit bona -an ve, SUB -w mala. - Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod, non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt coniunctam, prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo. modo unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album autem et musicum secundum se non faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens. Licet enim ipsa ut adunantur in subiecto uno sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per accidens: tum quia neutrum informat alterum (quod requiritur ad unitatem per accidens aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non considerata subiecti unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter ea unitatis causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum, scilicet inter se, aliquo modo, causam expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est disciplina, insinuavit per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo enim quod homo et albus se habent sicut potentia et actus, (et ita albedo informet, denominet atque unum faciat cum homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri coniuncta prædicatio; ut dicatur: est bomo et albus; ergo δὲ bomo albus. Sicut per oppositum dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum prædicatum quia neutrum alterum informabat. bent unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod unitatem importat. Illa vero quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, bomo albus, cum coniuncta accipiuntur, unitate necessaria non carent, quia inter se unitatem habent. Notanter autem apposui ly tantum : quoniam si aliqua duo sunt unum per accidens, ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc habent unitatem, sed etiam ratione sui,ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis divisis non prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. IO. Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse proponendo quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla istantia reperitur. Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem coniunctam, quando dixit quæcunque secundum. accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum. de altero. Cum enim dixit, secundum. accidens de eodem, unitatem eorum ex sola adunatione in tertio posuit (sola enim hæc per accidens prædicantur de eodem, ut dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem habent. Deinde cum dicit: Amplius nec etc., satisfacit instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et ait quod non solum inferre ex divisis coniunctum non licet quando prædicata illa sunt per accidens, sed mec etiam quæcunque insunt im alio: idest, sed nec hoc licet quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in significato formali alterius intrinsece, sive explicite, ut album in albo, sive implicite, ut animal et bipes in homine. Quare neque album frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque bomo divisim ab animali vel bipede enunciatum, animal bipes, coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est bomo bipes, vel animal bomo. Insunt enim in hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum ; et consequenter, ubi neutrum horum inven'tur, licebit inferre coniunctum. divisis ex quando divisæ sunt simul veræ de eodem etc. Et hoc intellige vel bipes. Ed. c: animal (Can. CargTAN: lect. v) AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA CONIUNCTIM INFERRE LICEAT ENUNCIATIONEM QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ. ᾽Αλλ᾽ ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι ἐνυπάρχῃ; ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν" ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές. "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐστί τι, οἷον ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, 00; χατὰ cup ps βηχὸς γὰρκατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν. Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰσυμβεβηκός, ἐπὶ τούτων τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν. " Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τιδόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκὩΣ secundam dubitationem. Et circa hoc tria fa Num.seq. Num. . Num. Ξ ys do solvit eam; ibi: Sed quando in adiecto etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: Quod autem non est* etc. Est ergo quæstio: an ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud coniunctum; et est quæstio: contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem dicit: erum aulem. aliquando est dicere de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet prius dicebatur coniunctim, ΜῈ quemdam hominemalbum esse bominem, aut quoddam album hominem. album esse, idest ut ex ista, Socrates est. bomo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est bomo, ergo Socrates est albus. Non autem. semper, idest aliquando autem ex coniuncto non inferri potest divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citbaroedus, ergo est bonus. Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte quod notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex coniuncto potest utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. 2. Deinde cum dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo, respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi: Quare in quantiscumque etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet licet. Circa primum considerandum quod quia dupliciter contingit fieri prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter in prædicato coniuncto ex non oppositis, ibi: Pel etiam quando etc. Ait ergo quod quando in termino adiecto inest aliquid de numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter Verum autem est dicere de aliquo et simpliciter; ut aliquem ' Sea. c. xr. hominem hominem, aut aliquem album hominem, hohominem album: non autem semper. Sed quando in adiecto aliquid quidem oppositorum insit, quod consequitur contradictio, non verum sed falsum est; ut, hominem mortuum, hominem dicere: quando autem non insit, verum est. Aut quando insit quidem, semper non verum est: quando vero non insit, non semper verum est; ut, Homerus est aliquid, ut poeta: utrum igitur est, an ergo etiam est; non? Secundum accidens enim prædicatur, est, de Homero; (quoniam est enim poeta), sed non secundum se prædicatur de Homero ipsum est. Quare in quantiscunque prædicationibus neque contrarietas, [aliqua aut nulla oppositio] inest, si definitiones pro nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum accidens, in his aliquid et simpliciter verum erit dicere. Quod autem non est, quoniam opinabile est, non est verum dicere esse aliquid: opinio enim eius non est, quoniam est, sed quoniam non est. ipsos terminos, »on verum. est, scilicet inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum dicitur, Cæsar est bomo mortuus, non sequitur, ergo est bomo: quia ly mortuus, adiacens homini, oppositionem habet ad hominem, quam. sequitur contradictio inter hominem et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia .non est corpus inanimatum; et si est mortuus, non est homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem mon inest, scilicet talis. oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum autem seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret. 3. Dubitatur hic primo circa id quod supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar est bomo mortuus, cum enunciatio non possit esse vera, in qua duo contradictoria simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum principium. Zomo autem et mortuus, ut in littera dicitur, contradictoriam oppositionem includunt, quia in homine includitur vita, in mortuo non vita. - Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut neutrum, (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia falsum est neutram sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius. Primo namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter se habent, et impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, bomo et mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam termini additi, a CAP. , quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio, attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera enunciatio cum dicitur, Socrates est bomo moriuus, attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat sub distractione *, seu transmutatione alterius,cui secundum se Ed. c: distinclione. esset contradictorius. 5. Dubitatur quoque circa id quod ait: /mest aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et album non nigrum, et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in X Metapbysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam formaliter tantum, sed illa quæ,habent contradictionem et formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet, consequitur : contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa opposita. 6. Deinde cum dicit: Vel etiam quando est etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat, subiungens: Vel etiam quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper, scilicet inferre divisim ; quasi diceret : dixi quod quando inest oppositio, non verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio, verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly semper, et, nom semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: Ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo eliam. est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ, est et poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet etc. Deinde cum dicit: Secundum. accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera pars istius compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de Homero secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur de Homero, et non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est. - Considerandum est hic quod ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non oppositis coniunctis infertur divisim, - sufficit unam instantiam suæ oppositæ universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus, ergo. est: et simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. Deinde cum dicit: Quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et quod secundum se prædicentur. Unde dicit inferendo ex dictis: Quare in quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis, meque contrarietas aliqua, in cuius ratione ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in tertio, si. definitiones pro. nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio, solis nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia, bomo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est oppositio, ef secundum se, et non secundum | accidens. prædicantur, in. bis verum. erit. dicere et. simpliciter, idest divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ conditionis hic positæ, nota quod ly secumdum se potest dupliciter accipi: uno modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod non per aliud. - Rursus considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly secundum. se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secumdum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est bomo risibilis, ergo. est bomo et est risibilis, et, est animal rationale, ergo est animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt similes consequentias. Dicimus enim, est albus musicus, ergo est musicus et est. albus: ubi nulla est perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt di104 visum? - Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non licet dicere, est bonus cilbaroedus ; ergo est. bonus et citlbaroedus ; et tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem exemplo apparet. Totum enim hoc, citbaroedus bonus, non propter aliud convenit homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest, quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. Ed. c: idest, negative. Ed. c: opinionem. iuncto infertur divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste. Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum, cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet inferre, ergo Socrates mon est, eadem ratione, quia esse non est negatum de Socrate, sed de pariete in Socrate. 11. Et per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se negative *, modo hic exposito, et secundum accidens, idest propter aliud. In eadem ergo significatione est usus ly secundum. accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique enim intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum. accidens determinabat coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non. 12. Sed occurrit circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim ideo non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente, est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se etc. 13. Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est tractare regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non, et aliud quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum, ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo hanc propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, es/. Dictum siquidem fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum adiacens, et aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum, numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod, optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex per coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo est, locum a parte in modo ad suum totum, ubi non fit varietas terminorum. Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter), tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in modo est universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius esf, et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum quid. 15. Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est, fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem ipsius est. - Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo adiacente. 16. Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est. coloratum ; et tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta expositio supra adducta. - Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita inest subiecto per quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat ; cum di-citur, est citbaroedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero secundario coloratum. dicitur, licet color media quantitate suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti prædicatur per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat alteram partem. Quod nec in hac, nec in similibus instantiis invenitur 17. Deinde cum dicit: Quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod "on est, esse tali syllogismo concludere satagebant: Quod est, opinabile est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. - Hunc siquidem processum elidit Aristeteles destruendo primam propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde assumendo subiectum conclusionis illorum ait: Quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est; et subdit maiorem extremitatem, »om est verum dicere, esse aliquid. Et causam assignat, quia talis opinatio non propterea est, quia illud sit, sed potius quia non est. pere et im. Lib. II, lect. 1 (Canp. CareTANt lect. v1) DE PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER SE OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀποφάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα(ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ* 105 : His vero determinatis, considerandum est quemadmodum se se habent negationes et affirmationes ad se invicem; quæ sunt de possibili esse et non possibili, et de contingenti, et de impossibili, et necessario; habent enim aliquas dubitationes. Nam si eorum, quæ corpplectuntur, illæ sunt sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque secundum esse τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρ χατὰ παντὸς ἡ κατάφασις ἢ ἡ ἀπόφασις, τὸ ξύλον ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπόφάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἢ ἄνθρωπον ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽ οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι ἢ βαδίζειν, καὶ μὴ βαίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ 'χαὶ ἡ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντιχειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπόασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων ἢ τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, ἢ μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφάσεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam determinatum est de enunciationiSybus, quarum partibus aliud additur tam remaMZ'nente quam variata unitate, hic intendit declarare quid accidat enunciationi, ex eo quod. aliquid additur, non suis partibus, sed compositioni eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de E" Eest. x. . Num. 7. Ed. c: et sibili. oppositione earum ; secundo, de consequentiis; ibi: Consequentiæ vero etc. Circa primum duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: Nam si eorum etc. Proponit ergo quod iam perspiciendum est, quomodo se posi habeant affirmationes et negationes enunciationum de possibili et non possibili etc. Et causam subdit: Habent enim multas dubitationes speciales. - Sed antequam ulterius procedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vocantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes: propositiones modales; et quid earum sit subiectum et quid prædicatum ; et quid sit ipsa enunciatio modalis ; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas sit specialem faciendi tractatum de his. Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes Opp. D. Tgowaz T. I. » et non esse disponuntur, ut eius quæ est, esse hominem, negatio est, non esse hominem, non autem ea quæ est, esse non hominem: et eius, quæ est, esse album hominem, ea quæ est, non esse album hominem, sed non ea quæ est, esse non album hominem (5i énim de omni aut affirmatio aut negatio est, lignum erit verum dicere esse non album hominem): quod si hoc modo et in quibuscunque esse non additur, idem faciet quod pro esse dicitur; ut eius, quæ est, homo ambulat, non hæc, ambulat non homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat homo. Nihil enim differt dicere hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse. Qua're si hoc modo ubique, et eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non ea quæ est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse et non esse. Omne enim quod est possibile dividi, vel ambulare, et non ambulare, et non dividi possibile est. Ratio autem est, quoniam omne quod sic possibile est, non semper in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio: potest enim et non ambulare quod est ambulativum, et non videri quod est visibile. At vero impossibile est de eodem oppositas veras esse affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ est, possibile esse, negatio est hæc, possibile non esse. Contingit autem ex his, aut idem affirmare et negare simul de eodem, aut non secundum esse vel non esse, quæ opponuntur, fieri affirmationes et negationes. Si ergo illud impossibile est, hoc erit magis eligendum. aliquid inesse vel non inesse alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit compositio cursus cum Socrate ἢ, scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi, ut Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In illis namque determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma totius totam enunciationem continet. 3. Sunt autem huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et contingens.-Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum dicitur, Socratem currere est uerum, vel hominem. esse quadrupedem est. falsum, attamen modificare Cap. Ed. c: de Socrate. Ed. c et . promitur. facit: primo, movendo quæstionem arguit ad partes; seproprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari proprie dicitur al'quid, quanlo redditur aliuale, non quando fit secundum suam substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis propon'tur *, sed quod est: nihil enim aliud est dicere, Socratzm currere. est erum, quam quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam quod compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam al'qualem esse dicimus: cum s'quidem dicitur, Socratzm currere est possibile, non substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed qual'ficamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet infra verum et non verum inferat, propter causam ibi assignandam. 4. Et quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's modalis, Socratzm esse album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est, Socratzm esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo.quod est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus: qui enim profert hanc, Socratzs est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita, compos'tionem aliquam sonat ex dicti compos:tione et modo. Prima rursus pars, licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem, tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat qualis est se, coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socrat»m esse album, sed insinuat qualis sit compositio partium dicti inter scilicet albi cum Socrate, scilicet quod est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum significatum, quia compositionis non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes. Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est: alba, est enunciatio multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. 6. Merito autem est, post enunciationes de inesse, de modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: His vero determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum dixit: Possibile et non possibile, contingens et non conlingens; necessitatem cum addidit: Habent enim multas dubitationzs proprias etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum etc., exequitur tractatum de oppositione modalium, Et circa hoc duo cundo, determinat veritatem ; ibi: Contingit autzm etc. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non, sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum ; secundo, ad partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: Vid»tur autzm etc. 8. Intendit ergo primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile mon esse, et non illa, non possibile esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: Nam si eorum, qua» complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt oppositæ contradictionzs, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et subdit inductionem, inchoans. a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem, idest, bomo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, bomo non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non bomo est: hæc enim non est quæ negativa, sed affrmativa de subiecto infinito, simul est vera cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album hominem, idest, ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio illius ea, quæ est, esse;non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est. negativa, sed affirmativa de prædicato infinito. - Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt contradictoriæ. Est autem ratio talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est bomo albus, et, est bomo mon albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hom'nem, idest, lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio: Sed contradictio fit quando negatio apponitur verbo. 1r. Deinde prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: Quod si boc modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et. im quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur explicite, idem faciet! quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ est, bomo ambulat, negatio est, non ea quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito), sed negatio illius est, bomo non ambulat ; sicut et in illis. de verbo substantivo, negatio verbo addenda erat. Nihil enim Num. 14. Num. 13. CAP., LECT. differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est ambulans. 12. Deinde ponit secundam partem inductionis dicens: Et si boc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet; apponendo negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit, possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit, non possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa, possibile non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis: Eorum quæ complectuntur, idest complexorum, contradictiones fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non fit negatione dicente mon non semper actu est, sequitur quod sit possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex his duobus: Quare inerit 'etiam negatio possibilis et non solum affirmatio; potest igitur et non. ambulare, quod est ambulabile, et non. videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: 4t vero impossibile est. de eodem. veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: Nom est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio ilius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. - Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intenesse, sed ipsi incomplexo apposita, ut, homo, et, non bomo, legit, et, non legit. Deinde cum dicit: Videtur autem. idem. etc., arguit ad quæstionis partem negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor cum sua probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: Videtur autem. idem. possibile esse, el, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem. huius minoris est, quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et dividi), non semper actu esi: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. - Adverte quod quia possibile est multiplex, ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile est, nom semper actu est. Non enim de omni possibili verum est dicere quod non semper UTE. TNT ΞΜ D »w actu est, sed de aliquo, eo scilicet quod est sic possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod sit possibile esse; ex eo vero quod denti declarare quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. 14. Deinde cum dicit: Contingit autem unum ex bis εἴς.» determinat veritatem huius dubitationis. Et quia duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo, determinat veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium contradictio ex negatione modi; ibi: Est ergo negatio etc. - Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et negare simul de eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur contradictorie, fieri nom secundum. esse vel non 6556, idest, aut contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse vera de eodem, boc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum verbi negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum, ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino abiiciendum. Lect. seq. (Canp.. CargrANr lect. vi) DE NEGATIONE APPONENDA NON VERBO SED MODIS IN CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM Ἔστιν ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ 13e τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι, ἐπὶ τῶν ἄλλων δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα πράγματα, τὸ μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα τὸ μὲν εἶναι xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι, προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ ἀληθὲς xa τὸ ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν χαὶ εἶναι οὐ δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs Pp μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ δυνατὸν εἶναι καὶ δυνατὸν μὴ εἶναι" Est ergo negatio eius quæ est, possibile esse, ea quæ est ' Seq. cap. xir. non possibile esse. Eadem quoque ratio est et in eo quod est contingens esse: etenim negatio eius est, non contingens esse; et in aliis quoque simili modo, ut in necessario et impossibili. Fiunt enim quemadmodum in illis, esse et non esse, appositiones, subiectæ vero res, hoc quidem album, illud vero homo: eodem quoque modo hoc in loco, esse quidem et non esse, ut subiectum fit, posse vero et conüngere appositiones sunt, determinantes (quemadmodum in illis esse et non esse) veritatem et falsitatem, similiter hæ in eo quod est, esse possibile et esse non possibile. Eius vero, quæ est, possibile non esse, negatio est non ea quæ est, non esse, sed ea quæ est, non possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est, possibile non esse, sed ea quæ est, non possibile esse. Quare et sequi sese invicem videbuntur, possibile esse et possibile non esse. Idem enim possibile esse et non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι" τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim contradictiones sunt sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non esse; sed possibile esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt: opponuntur enim : neque ea quæ . est, possibile non esse et non possibile non esse, nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ est, necessarium est, negatio non est quæ est, necessarium non esse, sed ea quæ est, non necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non esse, ea quæ est, non necessarium non esse. Et eius quæ est, impossibile esse, non ea quæ est, impossibile non esse, sed hæc, non impossibile esse; eius vero quæ est, impossibile non esse, ea quæ est, non impossibile non esse. A Universaliter vero, quemadmodum dictum est, esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον, οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον" ἀληθές, οὐχ ἀληθές. qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad assumenΞΔ dam modalium contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor facit: primo, determinat veritatem I. summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi ad oppo Num. seq. Num. .Num. . Ed. c: et verba non addenda in ea declar. situm inductæ; ibi: Fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus modalibus; ibi: Eius vero etc.; quarto, universalem regulam concludit; ibi: Universaliter vero etc. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda est, et quod verbo non addenda est, declaratum est per locum a divisione; concludendo determinat: Es! ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio est, non contingens esse. Et in alis, scilicet de mecesse et impossibile idem est iudicium. liones Deinde etc., cum subdit dicit: Fiust enim in illis apposihuius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum subiecta, negationem vero et affirmationem hæc facientem, ad esse non esse apponere. Et has oportet putare esse oppositas dictiones: possibile non possibile; contingens non contingens; impossibile non impossibile; necessarium non necessarium; verum non verum. oportet ponere negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo, ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod quemadmodum in illis enunciationibus de imesse appositiones, idest prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum sunt. significans esse vel non esse subiecti locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones, idest modi, prædicationes Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes modos. Hoc est enim quod subCAP. XII, LECT. IX dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non possibile non esse: : Mu præced. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. - Rursus cum veritas et falsitas afhrmationem et negationem sequantur, penes idem. attendenda est affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem. Sicut autem in enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de imesse est vera, quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem enunciationis. Adverte quod modos, appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens: Contingere vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum *, et alteram habentem dictum negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile non esse (ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc consequenter probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse, quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est - possibile esse, et - non esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse. Sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet ergo quod huius neret. hæ namque simul nunquam sunt veræ vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde decarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum affirmatum, dicens: Similiter eius quæ est, necessarium. esse, megatio non est ea, quæ dicit necessarium. mon esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non necessarium. esse. Deinde subdit de affirmativa de necessario habente dictum negatum, et ait: Eius vero, quæ est, necessarium. mom esse, megatio est ea, quæ dicit, mon necessarium. mon. esse. Deinde transit ad illas de impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit, impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse: ubi idm modus negatur. Alterius vero afhrmativæ, quæ est, impossibile non es$e, negatio est ea quæ dicit, won impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda est. Deinde cum dicit: Unmiversaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter: explanans quomodo hoc fiat, subdit: Et oportet putare bas esse oppositas dictiones, idest affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile, contingens et mon contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse. Meminit autem modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo semper verbo negatio aptari potest. - Quod autem in fine addidit, verum et non verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit, non proprie modificant. (Canp. CareTANI lect. vir) DE PROPOSITIONUM MODALIUM CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι. Consequentiæ vero secundum rationem fiunt cum ita 'Cap.xm. ponuntur illam enim quæ est, possibile esse, sequitur illa quæ est, contingit esse, et hæc illi convertitur, et, non impossibile esse et non necessarium esse; illam vero non quæ est, possibile non esse, et, contingens non esse, ea quæ est, non necesse non esse, et, non impossibile esse: illam autem quæ est, non possibile esse, et, non contingens esse, ea quæ est, necessarium non esse, et impossibile esse: illam vero quæ est, non possibile non esse, et, non contingens non esse, ea quæ est, necesse est esse, et, impossibile non esse. Consideretur autem ex subscriptione quemadmodum dicimus: Possibile est esse, Contingens est esse, Non impossibile est esse, Non necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non esse, Non impossibile est non esse, Non possibile est esse. Non contingens est esse. Impossibile est esse. Necessarium est non esse. Non possibile est non esse. Non contingens est non esse. Impossibile est non esse. Non necessarium est non esse, Necessarium est esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι ἡ ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει ἡ κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε:ὰ e H, τως σεις γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽ χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ M] 5,, ὁ Ζ » IB,, 5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε εἰ ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἡ ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ ἢ φάναι ἢ ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς ἥ, οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ Hæ igitur, impossibile, et, non impossibile, eam quæ est, contingens, et possibile, et non contingens, et non possibile sequuntur quidem contradictorie, sed conversim. Eam enim quæ est, possibile esse, negatio impossibilis sequitur, quæ est, non impossibile esse: negationem vero affirmatio. Illam enim, non possibile esse, ea quæ est, impossibile esse: affirmatio enim est, impossibile esse; non impossibile vero, negatio. Necessarium autem quemadmodum se habeat, considerandum est. Manifestum est autem quod non eodem modo se habet, sed contrariæ sequuntur, contradictoriæ autem sunt extra. Non enim est negatio. eius, quæ est, necesse non esse, ea quæ est, non necesse esse: contingit enim veras esse utrasque in eodem: quod enim est necessarium non esse, non est necessarium esse. Causa autem huius est, cur non sequitur necessarium cæteris similiter: quoniam contrarie, impossibile esse, necessario redditur idem valens. Nam quod impossibile esse, necesse hoc non quidem esse, sed potius non esse: quod vero impossibile non esse, hoc necessarium esse. Quare si illa similiter sequuntur possibile, et, non possibile: hæc ex opposito: quoniam non significant idem necessarium et impossibile; sed (ut dictum est) conversim. Aut certe impossibile est sic poni necessarii contradictiones. Nam quod necessarium est esse, possibile est esse: nam si non, negatio consequetur: necesse est enim aut affirmare, aut negare. Quare si non possibile est esse, impossibile est esse. Igitur impossibile est esse quod necesse est esse: quod est inconveniens. At vero illam quæ est, possibile esse, non impossibile esse, sequitur: hanc vero, ea quæ est, non necessarium est esse; quare contingit quod necessarium esse, non necessarium esse: quod est inconveniens. At vero neque necessarium esse, sequitur eam quæ est, possibile esse, neque ea quæ est, necessarium non esse. Illi enim utraque contingit accidere: harum autem utralibet vera fuerit, non erunt illa vera: simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero necesse esse, vel non esse, CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω. Λείπεται τοίνυν τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι. Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl xxcvd τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι" ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ τὸ ἀδύνατον εἶνα!: xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. ᾿Ακολουθοῦσί τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον, καὶ οὐδὲν ἀδύνατον συμβαίνει τιθεμένων οὕτως. I. y ERN S (Q9 ; Jo lium, hic determinare intendit de consequenD^ tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem circa determinata; ibi: Dubita Lect. seq. Num. 5. dun bit autem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum opinionem aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem ; ibi: Ergo impossibile etc. 2. Quoad primum considerandum est quod cum quiliLect. præced. bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit *, et un ' Lect. xi. Ed. c τος quabus-affirmationibus opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit in Primo ; secundum quemlibet modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ. Cum autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales: quaternarius enim in seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem, ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ ordinem inter se adunare. Et hoc modo fecerunt antiqui, de quibus inquit Aristoteles: Consequentiæ vero. fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita. ponentibus. Formaverunt enim quaomittit se. Averroes. tuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se consequuntur collocaverunt. - Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa simplex ; afhrmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque, megativa d:clinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas, dicti vero declinatio denominet. - Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti, Scilicet, contingens est esse (contingens enim convertitur cum possibili); et negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse; et similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est primus ordo modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema- feih dixerunt quod affirmativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et, non impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt quod negativas simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non contingens esse, sequuntur afBrmativa declinata de necessario, scilicet, necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile esse. - In quarto demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4. Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius elucescat depictum. non erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non necessarium non esse, sequi eam quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est, et de necesse esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est, non possibile esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse, cesse et, necesse non esse, cuius negatio est, non nenon esse. Sequuntur igitur et hæ contradictiones secundum prædictum modum: et nihil impossibile contingit sic positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necessarium est non esse Secundus Ordo Possibile est non esse Contingzens est non esse Non impossibile est non esse Non necessarium est non esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse Deinde cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile etc., examinando dictam op'nionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de necessario; ibi: Necessarium. autem etc. Unde ex præmissa op' nione concludens et approbans, dicit: Ergo ista, scilicet, impossibile, et, non impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, coniradictoriz, idest ita ut contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti consequantur, sed comversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: lllud enim quod est possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis, idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista, impossibile est esse ; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est; illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est; hic s'quidem modus negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet, semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione possibilis affirmationem impossibilis inferunt. Deinde cum dicit: Necessarium autem. etc., intendit examinando determinare consequentias de necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum ; secundo, determinat veritatem intentam; ibi: 4t vero neque necessarium etc. Circa primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab antiquis in hac re. - Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de necessario, ut dictum est, differentes inter se sécundum quantitatem et qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de ine$$£; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ, ut patet in hac figura. Necesse esse Non necesse non esse Necesse Contrariæ e 2 $3, € S S [2 «9 o x o *o "v. Subcontrariæ non esse e e δ Non fiecesse esse Num. seq. Num. 1. Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ sunt de necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non eodem modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt ab antiquis. Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet, necessé est esse, et, necesse est nom esse, sequuntur, idest recta consequentia Cf. supra, n. 4. Boethius. Averroes. deducuntur ab antiquis, in tertio scilicet et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis, sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad enunciationes de necessario tantum. 7. Secundo cum dicit: Non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi posset consequentia enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis. facta. Est autem obiectio tacita talis. Non possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non necesse esse, mutuo se sequuntur. - Huic, inquam, obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde dicit: Non enim est negatio eius quod est, necesse mon esse (quæ erat esse, in tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt antiqui. in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ), et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus particulam, sed narrative utranque simul iungentes. Narrare enim aiunt Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. 9. Tertio cum dicit: Causa autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario. Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod simili modo intulerunt illas de impossibili et necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam locaverunt. Hoc ergo quare peccatum sit, et causa autem quare necessarium som sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet necessario, comtrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod non eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium, sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. ro. Hinc apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum induxerit ad manifestandum illa verba: Manifestum. est autem. quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Quarto cum dicit: Aut certe impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, Albertus. Ν Cf. supra, n..3. CAP., non necesse non esse. Et probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario. Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non, idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur illam, scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit, impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens. Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse, secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. 12. Dubitatur hic: quia in I Priorum dicitur quod ad possibile sequitur non necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest pro possibili seu contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque necessarium etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo, ordinat consequentias omnium modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non necesse non esse. - Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse, neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium. esse, neque necessarium. nom esse, sequitur ad, possibile non esse ; secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrunOpp. D. Tnuowar T. I. LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: Illi enim, scilicet, possibile esse, utraque, scilicet,esse et non esse, contingit accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in potentia. Et primum horum explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse. Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse, non remanet utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse, possibilitas ad esse removetur. Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens, possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, etc. Tertio subdit conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. - Augetur et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est tali argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: Nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse est enim aut dicere aut negare. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad. habendum affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur, et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec affirmatio nec fiegatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est necessario vera, ut in fine Primi conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et possibile et non possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et non necessarium, ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis partem determinate, et hic optimus ad neutram determinate. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in præpy) "ES ἃ: nunc. Lect. xin. nunc cedenti textu et in isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum possibile ad utrunque. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim verum est etc. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi negatione eis opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse,. tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. Deinde cum dicit: Sequuntur enim. etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem propriam; et ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut enim contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum, contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum, ut in sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ. Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necesse est non esse. Secundus Ordo Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse. Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: Hoc enim, quod dictum est, verum est, idest verum esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, boc enim, scilicet, non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait: Hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius, scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necesse est non esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas de necessario. Præpostero namque situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria se consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt. LECTIO (Canp. CarerANr lect. 1x) AN AD ILLUD QUOD EST, NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD EST, POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν εἶναι ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἡ ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 Dubitabit autem aliquis, si ad illud quod est, necessarium esse, illud quod est, possibile esse, sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ ψεῦδος. 3 ἢ ε Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν ἢ εἶναι ἢ βαδίζειν xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽ ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS TA necesse. Et duo facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione alium or Wr ed Ὁ TE ϑ, να MPPT T Lect. seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum modalibus statuit ; ibi: Et est fortasse etc. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi: Manifestum est etc. Movet ergo quæstionem: primo dicens: Dubitabit autem. aliquis si ad id quod est. necesse esse sequatur. possibile &5$£; et secundo, arguit ad partem affirmativam subdens: Nam si non sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad ilam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur possibile esse. Tertio, arguit ad partem negativam cum subdit: vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam qua"litatem, ut dicitur in I Priorum, quia idem est possibile esse et non 6556), sequetur de primo ad ultimum quod necesse esse est possibile non esse: quod est falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: : vero non sequatur, contradictio sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc non dicat esse contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ utræque falsæ sunt de necesse esse. At vero rursus idem videtur esse possibile aliquid incidi et non incidi, et esse et non esse: quare erit necesse esse, contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum est autem quod non omne possibile, vel esse, vel ambulare, etiam opposita potest; sed est in qu:bus non sit verum. Primum quidem in his quæ non secundum rationem possunt; ut ignis calefactibilis est, et habet vim irrationalem. Quæ igitur secundum rationem potestates sunt, eædem plurium etiam contrariorum sunt. Irrationales vero non omnes: sed (quemadmodum dictum est) ignem non esse possibile calefacere et non; neque quæcunque alia semper agunt. Alia vero possunt, et secundum irrationales potestates simul opposita suscipere. Sed hoc huius gratia: dictum est, quoniam non omnis potestas oppositorum susceptiva est, neque quæcunque secundum eamdem speciem dicuntur. rursus videtur idem possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et. non. incidi, ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa. 3. Deinde cum dicit: Manifestum. est. autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem simpliciter; secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur possibile* etc. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens: Manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum vel secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero potentiæ * etc. Circa primum tria facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita. Ubi notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur; sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia irrationalis non potest duo opposita, sed Seq. c. xut. Lect. seq. Lect. seq. RN est determinata ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ sunt contradictorie opposita, reque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. - Secunda differentia est quod potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario operatur: præ-: sente siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. É 5. Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: Et primum quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita in his quæ. possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et babet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non calefacere. Quod autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. 6. Secundo, manifestat quomodo potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: Ergo potestates secundum rationem, idest rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum, a non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest, et multarum operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis sit. Tertio, explanat id quod dixit de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non possunt in opposita, .ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II De cælo et mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: Irralionales vero potentiæ mom omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas, simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est sensus, quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et non quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. Quia autem videbatur superflue addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non omnis potestas oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt. Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,et inter irrationales activas et. passivas inter se; et tunc est sensus, quod hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie irrationalis, ad opposita potest. Canp. CargrANI lect.DECLARATIS POTENTIIS QUÆ ÆQUIVOCÆ DICUNTUR, SUMITUR RATIO ZMPOSSIBILIS AD DETERMINANDUM QUODNAM EX POSSIBILIBUS AD NECESSARIUM SEQUATUR Ν b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ, Quædam vero potestates æquivocæ sunt. Possibile enim Sea. c. xu. : non L4 ὄν, 1 olov ^ à L] δυνατὸν e f. δίζε e (Q δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυνατὸν εἶναι ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται E εἰ, i εἶναι δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι βαδίσειεν ἄν. Καὶ αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις, Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ εἶναι, xai τὸ βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ 7 τῷ ἐν μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι, οὐ μέντοι πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι, καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι, τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ πρῶται δὲ μετὰ δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε ἐνέργειαί εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3 ntendit declarare quomodo illæ quæ æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat £j) Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem* etc. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam ducta quadratum constituit. Logica potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur, quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc simpliciter dicitur: sed hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu est; ut possibile ambulare, quoniam ambulat iam, et omnino possibile esse, quoniam iam est in actu, quod dicitur esse possibile: illud vero, quoniam actu esse posset; ut possibile ambulare, quoniam ambulabit. in Et hæc quidem in mobilibus solis est potestas, illa vero et immobilibus. Utrunque vero verum est dicere, non impossibile esse ambulare vel esse, et quod iam ambulat et agit, et ambulativum. Hoc igitur possibile non est verum de necessario dicere simpliciter, alterum autem verum est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud quod ex necessitate est, consequitur posse esse, sed non omne. Et est fortasse quidem principium, quod necessarium est, et quod non necessarium est, omnium vel esse, vel non esse: et oportet. alia, veluti horum consequentia, considerare Manifestum est autem ex his quæ dicta sunt, quod id quod ex necessitate est, secundum actum est: quare si priora sunt sempiterna, et quæ actu sunt potestate priora sunt. Et hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ substantiæ: alia vero cum potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore vero posteriora. Alia vero numquam actus sunt, sed potestates tantum. scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget, idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. 3. Deinde cum dicit: Et bæc quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ; illa autem est et in rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et non agit,si agere debet, oportet quod mutetur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus, et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est illo quod physicum appellari solet. Deinde subdit convenientiam inter utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO CONVENIENTI SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus Ordo eo Cf. lect. præc. n. 5. quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque verificatur non impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: Et primum quidem etc., in quo non invenitur via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile est, sive loquamur de possibili physice, sive logice. 5. Deinde cum dicit : Sic igitur possibile etc., applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis, declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere Necesse est esse Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Tertius Ordo Non. necesse est esse Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse Secundus Ordo Necesse est non esse Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Quartus Ordo Non necesse est non esse Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem proponentis est. et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est, non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non verificatur. Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil neces* c Lect. præced. a Cf. lect. præc. n. I. Num. seq. sitatis adimit. Et per hoc solvitur ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, -quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in oppositam qualitatem. 6. Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium est pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et physicum, et sub logico comprehenditur necessarium ; ergo ad necessarium sequitur possibile. Unde dicit: Quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem subiectivam, consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino, idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam, expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ peccabat secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile, descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. Deinde cum dicit: Et est fortasse quidem etc., ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus aliis modis. Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam dicti ordinis; ibi: Manifestum est autem etc. Dicit ergo: Et est fortasse principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut borum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc modo: 8. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu, excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile. Unde dicit, proponendo minorem: Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis : Quare si priora sunt sempiterna temporalibus etc. Ultimo ponit conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest possibilibus, quæ omnino actu esse non ponunt, licet compatiantur. Deinde cum dicit: Et bæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine poteillæ state, idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non quas in præsenti diximus primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium rerum sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e converso contingit.Prior enim secundum dignitatem, idest  dignior et perfectior habebatur Socrates cum philosophus  actualiter erat, quam cum philosophus esse poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet,  utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis attento, - Alia  vero nunquam sunt actu sed potestate tantum, ut motus,  tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in actum, quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine.  Posuimus siquidem primo necessarium, quod sonat  actu esse sine potestate seu mutabilitate, imitando primum  gradum universi- Locavimus secundo loco possibile et contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem possibile et non contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo statutus est, quando divinus est observatus. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium naturis consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti; prædicatum autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est ( quia explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum quæ de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis. Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. Nascitur autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. - Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam esse: affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. - Ex eo vero quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et singularem, Sicut et quàántitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius modalis dictum unum Ed. c: scilicet omne dictum cutusque E isttus modalis re, est universalis, scilicet dictum . est, consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est singularitas: secundum omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile, exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est singularis quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem. Ubi diligenter: duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter universalis cuius modus est universalis, et illa particularis cuius modus est particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. Secundum attendendum (quod est causa istius primi ) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum partes subiectivas), ita quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas est tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum, scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa modalis est simpliciter universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni, sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo quod proprie modus est. Sunt igitur modalium (de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario, quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse:sicut in illis de inesse, omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de his, inquantum huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium, quarto vero subalternum. Necesse esse o qd Ε S s E ὦ ri Possibile esse Impossibile e Contrariæ eo E δα ES x ο x9 ? . [d x Se, ἢ ᾿ς 6 Subcontrariæ esse uU g& z E $ B E Contingens non essc vtt (Cann. CargTANI lect. xi) CONTRARIETAS IN ANIMI OPINIONIBUS CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI FALSIQUE OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ ἡ κατάφασις τῇ χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, οἷον ἔστι Καλλίας δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι" ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία τούτων ; γὰρ τὰ μὲν ἐν τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ τῶν ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα ἐναντία ἐστίν, οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη ἀπόφασις. Ὥστε σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος ἢ ἡ τὸ ἐναντίον εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν, ἄλλη δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ τούτων ἐναντία τῇ ἀληθεῖ; xal εἰ ἔστι μία, x40 ' ὁποτέραν ἡ ἐναντία: μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι, ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία δὲ ταῦτα. ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο τι ὃ οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι, καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον); SEN ene ostquam determinatum est de enunciatione se(Q) (oy cundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem AQUINO Num. . Num. . Lect. seq. J7 eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in principio huius Secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet quæstionem; secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: Nam si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio, determinat illam aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari etc.; quarto, redit ad respondendum quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione etc. Quæstio quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde dicit: Utrum contraria est affirmatio. negationi. contradictoriæ, scilicet, et universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ dicit, omnis bomo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus bomo est iustus, aut illi, omnis bomo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Et similiter ista affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi, Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Utrum autem contraria est affirmatio negationi, aut affirmatio affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est, ei quæ est, nullus homo iustus est; aut, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est; ut, Callias iustus est, Callias iustus non est, Callias iniustus est; utra harum contraria est? Nam s. a, quæ suntin voce, sequuntur ea, quæ sunt in intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut quod, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in his, quæ,sunt in voce, affirmationibus, necesse est similiter se se habere. Quod si neque illic contrarii opinatio contraria est, nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ dicta est negatio. Quare considerandum est quæ opinio vera opinioni falsæ contraria est, utrum negationis, an ea, quæ contrarium esse opinatur. Dico autem hoc modo. Est quædam opinatio vera boni, quod bonum est ;: alia vero, quod non bonum, est falsa; alia vero, quod malum: utra harum contraria veræ? et si est una, secundum quamnam contraria est? Nam arbitrari contrarias opiniones definiri, eo quod contrariorum sunt, falsum est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod malum est, eadem fortasse opinio est et vera, sive plures,sive una sit. Sunt autem ista contraria. Sed non eo quod contrariorum sint contraria :sunt sed magis eo quod contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum, opinio, alia autem quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest esse: aliarum quidem nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est, opinantur, neque quæcunque non esse quod est (infinitæ enim utræque sunt, et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). Ad evidentiam tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, Socrates est iustus, Socrates nom est iustus, ut de se patet. Et ex hoc provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema distantia sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit Y Cap. . CAP. , subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet, omnis bomo est iustus, omnis bomo non. est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse eidem possunt. Ed. c: posita sunt. Si vero ipsam enunciationem sive eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes entia positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. 3. Consistit autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet quod fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie opponi probatur ad AQUINO (vedasi) in I parte, qu. xvii. Sicut ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur inædequatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul veræ, licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse simul falsæ. 4. Quia igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de contrafietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens: Affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter dicens: Ef oratio orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia, inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc nullo modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz LECT. Est igitur titulus. quæstionis; utrum affirmativæ veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato privativo, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum vero fuit a s. Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet práedicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum' in contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo. Deinde cum dicit: Nam siea etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab hac causa ait: Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed, quæ sunt in anima, ut dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis bomo est iustus, omnis bomo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his affrmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et prædicatis contrariis. Quod si neque illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit negatio eiusdem prædicati. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat dicens: Quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: Sunt tres opiniones de bono, puta vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta, quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum contraria est veræ? Quod autem subdidit: Et si est una, secundum quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut Sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur in X Metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus: quæ16 Supra lect. 1, n. I. Ed. c: singula. ritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una earum est secundum quam fit contrarietas. - Tertio modo, potest legi dividendo hanc particulam, Et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda vero Boethius. dubitative legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est differentia, quod immediatis a prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo infirmum ; numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc, cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii, sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ indivisibiliter se sequantur, sive non. 8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit. Primo, declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi; secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio, determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus primo fallacia etc.; quarto, declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram; ibi: Manifestum. est igitur etc. Dicit ergo proponens intentam conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari debere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc duplicem tationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. - Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt.- Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem simul, dicens: Boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem forlasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem est; Si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc secundario, ut dicitur IX Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt ac etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, per hoc congrua usi sumus declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrarie adverbialiter, scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. 9. Si ergo boni etc. Quia dixerat quod contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat idem prædicatum quod vera affirmabat secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re, similes ultimis falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque indeterminata esse et absque numero constat. Possumus* enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est relatio, quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam veram, ait: Si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon est quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: Neque quæcumque opinio opinatur esse quod mom est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: meque quæcumque opiEt nio opinatur non. esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant. causam subdit: Infimitæ enim utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est, el quæ mon esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum. d. c et: possum (Cann. CarkrANI lect. xi1) ILLA VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM CONTRARIETATEM CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET NEGATIONEM EIUSDEM DE EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἡ ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ t, γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ, ^, E ἀπάται. Ei οὖν τὸ ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ συμβεβηκός (συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in quibuscunque fallacia est. Hæ autem sunt ex his Seq.c.xiv. ex quibus sunt generationes: ex oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia. Si ergo quod bonum est, et bonum, et non malum est; et ἀληθὴς ἡ καθ᾽ ἑαυτό, καὶ ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. Ἡ μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ καθ᾽ ἑαυτὸ ὑπάρχοντος, ψευδής, ἡ δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ συμβεβηκός. “Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ ἡ τῆς ἀποφάσεως, ἢ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα. Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον ὁ τὴν ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἡ ἑτέρα; ἐναντιωτέρα δὲ ἡ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν εἴη ἐναντία. Ἢ δὲ τοῦ ὅτι κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἀνάγχη ἴσως ὑπολαμβάνειν τὸν αὐτόν. hoc quidem secundum se, illud vero secundum accidens (accidit enim ei non malum esse); magis autem in unoquoque vera est, quæ secundum se est etiam falsa, est falsa siquidem et vera. Ergo ea quæ est, quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum se est; eius, quæ illa vero quæ est, quoniam malum est, est secundum accidens. Quare magis erit falsa de bono ea, quæ est negationis opinio, quam ea, quæ est contrarii. Falsus autem est maxime circa singula, qui habet contrariam opinionem: contraria enim sunt eorum, quæ plurimum circa idem differunt. Si igitur harum contraria est altera, magis vero negationis est contraria; manifestum est quoniam hæc erit contraria. Illa vero quæ est, quoniam malum est, quod bonum est, implicita est. Etenim quoniam non bonum Ἔτι δέ, εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ ταύτῃ ἂν δόξειε καλῶς concava ἢ γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως ἢ οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν ἐναντία, περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς ἡ τῇ ἀληθεῖ ἀντικειμένη, οἷον ὁ τὸν ἄνθρωπον οὐχ ἄνθρωπον οἰόμενος ον Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται ἐναντίαι. xal αἱ: Ἔτι ὁμοίως ἔχει ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ ἡ τοῦ ^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν, καὶ ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἁ αθὸν ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἡ ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ ἡ λέγουσα ὅτι Xa dv ἅμα γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ἡ ὅτι οὐ κακόν: ἀληθὴς γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ αὕτη. Ὥστε χαὶ ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν τὴν κατάφασιν: ἡ γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία ἔσται, οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ὃ ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ὅτι οὐδὲν τῶν ἀγαθῶν ἀγα0óv: Ἢ γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἁ αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, ἡ αὐτή ἐστι τῇ ὅτι ὃ ἂν ἡ ἀγαθὸν δοξαζούσῃ ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν ὃ ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ δόξης οὕτως ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν τῇ ψυχῇ, δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις ἡ περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου, οἷον, τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν ἀγαθόν, ἢ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ἡ ὅτι οὐθὲν ἢ οὐδείς, ἀντιφατικῶς $n ἢ οὐ πᾶν ἢ οὐ πᾶς. est, necesse est forte idem ipsum opinari. Amplius si etiam in aliis similiter oportet se habere, et hoc modo videbitur bene esse dictum. Aut enim ubique ea, quæ est contradictionis, aut nusquam. Quibus vero non est contrarium, de his quidem est falsa ea, quæ est veræ opposita; ut qui hominem non putat esse hominem, falsus est. Si ergo hæ contrariæ sunt, etiam aliæ quæ sunt contradictiones. Amplius similiter se habet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni, quoniam non bonum est. Et præter has boni, quoniam non bonum est, et non boni quoniam bonum est. Illi ergo quæ est, non boni quoniam non bonum est; veræ opinationi quænam est contraria? non enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim aliquando veræ erunt. Nunquam autem vera veræ est contraria: est enim quidquam non bonum malum. Quare contingit simul esse veras. At vero nec illa, quæ est, quod non malum: vera enim et, hæc: simul enim et hæc erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ est non-bonum, quoniam non bonum est, contraria ea, quæ est, non boni, quoniam bonum est. Falsa enim hæc. Quare et ea, quæ est boni, quoniam non bonum est, ei, quæ est boni, quoniam est bonum. Manifestum est autem quoniam nihil interest nec si universaliter ponamus affirmationem. Universalis enim negatio contraria erit; ut opinioni, quæ opinatur, quoniam omne .quod est bonum, bonum est, ea quæ est, quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ est boni quoniam bonum est, si universaliter sit bonum, eadem est ei quæ opinatur, quod quidquid bonum est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil differt ab eo quod est, quod omne quod est bonum, bonum est. Similiter autem et in non bono. Quare si in opinione sic se habet; sunt autem hæ quæ sunt in voce affirmationes et negationes notæ eorum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi contraria quidem negatio est, quæ de eodem universaliter; ut ei, quæ est, quoniam omne bonum bonum est, vel quoniam omnis homo bonus, ea quæ est, quoniam nullum vel nullus: contradictorie autem quæ est, quod non omne aut non omnis. Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται τὸν ἀληθεύειν αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio contrarietatem opinionum ZA constituit, sed quod aliqua veri falsique oppositio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet: Opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum aflirmationem contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia Manifestum est autem, quoniam et veram veræ non contingit esse contrariam, nec opinionem nec contradictionem. Contrariæ enim, quæ circa opposita sunt; circa eadem autem contingit verum dicere eumdem; simul autem non contingit eidem inesse contraria. et illi inter quos est primo fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. Deinde cum dicit: Si ergo quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones. oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones oppositæ secundum affirmasic affirmativa vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim uni est contrarium. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. Prima est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur: Sed in. quibus primo fallacia est ; adversative enim continuans sermonem supra dictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in quibus primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis, scilicet terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit minorem: Ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et generationes fiunt. Et demum concludit: Quare etiam fallacia, scilicet, est ex oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. 3. Ad evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in processu naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V Pbysic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et similiter quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod iidem sunt termini inter quos primo est generatio, tionem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affrmationem de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt contrariæ opiniones; oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut patet. Minor vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. Unde ad suprapositas opiniones in propositione quæstionis rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ veraé, scilicet, bonum est bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui, secunda autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera, bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est secundum se vera, ést magis vera quam sécunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera. sunt, Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ quod scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum, scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non ratione alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet, bonum est malum, non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in minore. 6. Unde rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: Si ergo quod bonum. est et bonum est et. mon. est malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio, est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit, ecunda opinio, est verum secundum accidens, quia acci: it, idest, coniunctum est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest negativa, scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se, idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria, scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dijd. Ed. e et CTS ENT AQUINO TRENT ἀπ᾿ : j centis, bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: Quare erit magis falsa de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod, semper magis falsus circa singula est ille qui babet contrariam opinionem, ac si dixisset, veræ opinioni magis falsa-est contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de num?ro eorum. quæ. circa idem. plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam magis falsa circa illam. Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: Quod si (pro, quia) barum falsarum, scilicet, negationi eiusdem et affirmationis contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis, idest, negationis eiuslem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem, idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam, scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum. Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est.- Et sic finitur prima ratio. Notandum est hic primo quod ista regula generalis tradita hic ab LIZIO de contrarietate opinionum, quod Scilicet contrariæ opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt dubia.Primum est quia cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi. Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione AQUINO (vedasi), quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie; cum hic expresse dicitur aliquas opponi secundum affirmatiónem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non. est albus, secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas. Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod dixit: Magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo, secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns, secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns, contradictorie; privative autem illi, Socrales est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est luscus; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur ἴῃ Postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus, sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. Si vero accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi convenit, et non secundum quod exigeret natura propria.Inter entia autem realia contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt, sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has contrariæ dicuntur. Ex his patet quid ad obiecta dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata ; sunt autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde plurimum differunt. - Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta LIZIO et AQUINO, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem et negationem verum esse confitemur, si ad repræsentata nos convertimus, ut hic dicitur. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam tantum motus est, eo quod de affrmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et fallacia sive error quandoque et motus et mutationis rationem habet diversa respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, Secundum autem dictum simpliciter verum est, quoniam quis mutat opinionem ; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque præopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur ibi secundum æquivocationem illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes veræ secundum illos modos perseitatis qui enumerantur I Posteriorum, et similiter falsæ secundum illosmet modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse opiniones contrariæ in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suæ oppositæ. Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se falsa respectu suæ veræ. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia; istius veræ, Socrates currit, non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quæ est per se illius falsa, quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter istius falsæ, Socrates est. quadrupes, non est per se vera ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed mediante ista, Socrales mon est quadrupes, quæ est per se vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et eius per se vera, sunt contrariæ. Unde patet responsio ad obiectionem, quia procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est magis contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis. oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria est affirmationi veræ. Subdit enim: Manifestum est quoniam. bæc contraria erit. Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi veræ, et quod una tantum earum, negatio scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum est, ambæ contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed difformiter, quia opinio negationis primo et per se contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione scilicet negativæ opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur Pbysicor. simpliciter contraria non sunt nisi extrema unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius distantiæ non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ dandum est, illi scilicet quæ maxime a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Hæc igitur una tantum contraria est illi, simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. Deinde cum dicit: Amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda ratione, dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter, idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis sunt affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus, videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: Aut enim ubique, idest, in omni materia, ea quæ est contradictionis altera pars censenda est contraria suæ affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ materiæ quibus non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in Prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se falsa ea, quæ est opinioni veræ opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem, per se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis dicens: Si ergo bæ, scilicet, affirmatio et negatio in materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones contrariæ censendæ sunt. Deinde cum dicit: Amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: Sic se habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: Similiter se babet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam mon est bonum. Et subdit quoad secundas utriusque falsas: Et super bas opinio bomi quoniam mon est bonum, et. non boni quoniam .est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de non bono,scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non bonum est bonum, quæ est eius contradictoria ; ergo et illi veræ opinioni de bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet, bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum. Unde subdit minorem supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non boni, quæ est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est. contraria. Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium, scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras: quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio. non boni, quæ est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria ilius. Deinde subdit mativæ quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula similiter referendo. - Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. Augetur et dubitatio: quia in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem negationem faciamus ita contrariam universali affBrmationi, sicut singularem singulari. conclusionem intentam: Quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum, contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. Deinde cum dicit: Manifestum est igitur etc., declarat determinatam veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim, scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: Nam eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum : idest, istius opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter sua negatio contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono dictum est. Deinde cum dicit: Quare si in opinione sic se ba/- Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq. Num. 2r. Cf. lect. præced. n. 5, seqq. æe Ὑ I eu ER CP πο INCUBE FRE bet etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ, terminata iam secunda, ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est autem quoniam etc. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet quæstioni, dicens: Quare si in opinione sic se' babet contrarietas, ut dictum est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest, affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum. est. quoniam. affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an affirmativa contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est contraria. Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio, affirmationi contraria est etc. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirEt ita declinari non potest quin affirmationi universali duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate Aristoteles. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affrmativæ contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria, universalis negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea recta: Omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, omnis bomo non est iustus, omnis bomo est iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita est*. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ, scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim negationem contradictoriam, scilicet, nom ommis bomo est iustus, mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior est falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod affirmationi veræ contradictoria negdtio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est per accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio, tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V Physicorum. Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non est per se falsa, nec contraria affirmationi. Quia ergo agitur ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi afhrmationi, ut patet in toto processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio Cf.supra n. 4, seqq. E contrarii. Intendens per hoc declarare diversitatem quæ st inter affirmationem contrarii ét negationem in hoc quod veræ aífirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum.- Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest quoad hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset affirmationi contraria.- Sic ergo patet quod subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Deinde cum dicit: Manifestum est autem etc., resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens: Manifestum est autem. ex dicendis quod mom contingit veram. veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, mec in contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et opiniones verificari, sicut et significata vel repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic finitur expositio huius libri Perihermenias. Anno Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo Divi Thomae Aquinatis. Cui sit honor et gloria, eo quod dederit opus a se inceptum, tanto tempore incompletum, perfici.. Grice turns to a third mode of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and what is possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle as being those in which what Grice is calling this unification or aequi-vocality the multiplicity of significations may arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in which the application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for by an analogy detectable within that range. More explicitly, an analogy between the specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, … Un, which determines the application of the epithet or expression, or between an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of examples of epithets or expressions, the application of which to a given range of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so understanding is in the soul with the implicature that this fact accounts for the application of see both to a case of optical vision and a case of intellectual ‘vision.’ He also suggests that analogy is responsible for the application of the calm both to an undisturbed body of sea water and to an undisturbed expanse of air. Such offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators are most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but the influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view, that the application of good is attributable to the fact that within one category C1 items which are good are related to an item in general belonging to that category, in a way which is analogous to the way in which a good item (say, a good cabbage) in some second category C2 is related to the general run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about good would, moreover, be at best only a description of one special case of analogical unification via aequi-vocality, and would not give us any general account of such unification. Grice adds that little supplementary assistance is derivable from those who study general concepts. Such philosophers seem to adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation between analogy, and her sisters: metaphor, simile, allegory, and parable. So far as Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just is alleged to consist in a due proportion between return, reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a quantitative relationship gets converted into a non-quantitative relation of correspondence or affinity. It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be an inspired conjecture. Grice takes as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of objects of some epithet. Grice expects this to involve the detection of an analogical link between the exemplifications of the variety of this or that universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen is grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be thought of as possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of these would be examples of shifts in respect of what might be termed a syntactical metaphysical or ontological category. A substance, indeed a physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved ‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by the application of th expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the physical substance itself but some accident of the substance may also be said to grow. Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance, there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from others. These will be connected with differences in some sub-category within the category of substance within which fall different sorts of items which may be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing. The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say, vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose, internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human being, the kind of development which may be involved in the grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of analogical connection would emerge within the general practice of attributing this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor (as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification. Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si. Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,: but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or identification of Sy, every law which determines whether or not a particular item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a system of laws relating to those properties which are central to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities to consider. The first is that every law which is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we assume that the properties which are central to being an S, are the properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to sight. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are not distinct. The possibility just considered is that of a total perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to say part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the two central theories. The best that can be found are imperfect analogies which will consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort. But Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this or that concept of one or other classificatory sort, concepts which will be deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical. Examples of such unregimented classificatory concepts might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that in many ways their general character or metier might run parallel to that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such concepts would be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an investor or a vehicle will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically even stereotypically done by an investor or a vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of the nature of a particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited body of features which would be central to the concept in question. This material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of ‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of ‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning, or Fregean sense.  Grice concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the analogy-based unity account relies crucially on a connection between the application of a particular concept and the application of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being central to the original concept. But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent connection between the original concept and the concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed explanation and justification of an initial idea that the applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’ and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to raise not the general question whether, despite what he calls the school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of connection like that involved in metonymy or synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same form of connection may be available in both cases, and either case may in turn well be found to correspond with the range of such different figures of speech which conversational practice may typically employ for the effect of implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose, encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity -- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready made, any vast array of forms of description and explanation from which to select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to rely on our rational capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way, the character of the capacities on which we rely.  Grice confesses to only the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! Vio. Keywords: analogia, commentary on Porphyry on Aristotle’s categories, the example of ‘healthy’[sanus, corpore, medicina, excrementum], analogy in philosophical eschatology, analogy of proportion, aequivocality, Grice, “focal unity”, “Aristotle on the multiplicity of ‘being’” – ‘healthy’ – an animal is healthy – various types of analogy. Unfortunately, the Germans focus more on his, the saint’s, fight with Luther!” Seminar by Grice and Austin on DE INTERPRETATIONE – the Vio commentary. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e de Vio” – Luigi Speranza, “Grice e Vio: Le categorie” -- The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. VIO.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Virgilio: la ragione conversazionale e la leggenda d’Enea a Roma – la scuola d’Andes -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pietola). Abstract: Grice: “We English have Beowulf; the Romans have Vergil!” --. Keywords: Portico, Orto. Filosofo romano. Filosofo italiano. Pietole, Borgo Virgilio, Andes, Mantova. Publio Virgilio Marone  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia Strumenti Disambiguazione – "Virgilio" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Virgilio (disambigua). Publio Virgilio Marone Publio Virgilio Marone, noto semplicemente come Virgilio o Vergilio (in latino: Publius Vergilius Maro, pronuncia classica o restituta: [ˈpuːblɪ.ʊs wɛrˈɡɪlɪ.ʊs ˈmaroː]; Andes – Brindisi), è stato un poeta romano, autore di tre opere, tra le più famose e influenti della letteratura latina: le Bucoliche[2][4] (Bucolica), le Georgiche (Georgica), e l'Eneide (Aeneis). Al poeta viene attribuita anche una serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è oggetto di discussioni accademiche, che si è soliti indicare nel complesso come Appendix Vergiliana (Appendice Virgiliana).[1] V., per il senso sublime dell'arte e per l'influenza che esercitò nei secoli, viene considerato il massimo poeta di Roma,[1] nonché l'interprete più completo del grandioso momento storico che, dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e dell'Impero ad opera di Augusto.[1] L'opera di V., presa a modello e studiata fin dall'antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua Divina Commedia, nella quale V. funge anche da guida dell'Inferno e del Purgatorio.[2] Biografia Immagine giovanile del poeta V., di profilo e con la corona di alloro, di autore ignoto. A differenza di altri poeti latini, sono molte le notizie giunte fino a noi, da fonti dirette o da testimonianze indirette, in merito alla biografia di V.. La nascita Casalpoglio, zona di Castel Goffredo, possibile luogo di nascita di V. Il poeta nacque ad Andes, un piccolo villaggio sito nei pressi dell'antica città di Mantua (odierna Mantova), nella Gallia Cisalpina (abolita ed annessa all'Italia proprio durante la sua vita), il 15 ottobre del 70 a.C. da una benestante famiglia di coloni romani, figlio di Marone Figulo, un piccolo proprietario terriero, arricchitosi considerevolmente con l'apicoltura, l'allevamento e l'artigianato, e di Màgia Polla, figlia a sua volta d'un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta in passato. Andes (dalla radice etimologica and- che indica il cammino ad anse di un corso fluviale) era il nome celtico del borgo sulla riva destra del fiume Mincio ove nacque il Sommo Poeta, borgo che, rientrato nel feudo dei Canossa che ivi costruirono l'importante pieve, nel medioevo mutò il nome in Pletule. Suo padre, a quanto riferito, apparteneva alla gens Vergilia - di scarsa attestazione all'infuori di sole quattro iscrizioni rinvenute nei pressi di Verona (3) e dell'odierna Calvisano (1), che suggerirebbero pure una sua parentela con la gens Munatia[6] -, mentre sua madre alla gens Magia, d'origine campana. Il biografo Foca lo definisce "vates Etruscus" e le origini etrusche vengono confermate dallo stesso poeta nell'Eneide: " Mantua dives avis....ipsa caput populis: Tusco de sanguine vires" (E. X, 201 ss.). Il nome Marone (in latino Maro) deriverebbe dalla carica politica etrusca di maru.[8] L'ubicazione esatta del borgo natio del Vate è stata oggetto di controversie; tuttavia, stando all'identificazione più accreditata facente capo agli studi dei più eminenti filologi classici e studiosi della tradizione virgiliana[senza fonte], esso corrisponderebbe al borgo di Pietole, in prossimità delle acque del Mincio, nelle vicinanze di Mantova, nome assunto nel corso del Medioevo, divenuto poi, in tempi recenti, "Pietole Vecchia" per distinguerlo da "Pietole Nuova" venuta a formarsi tra Sette e Ottocento in prossimità della strada Romana, a due chilometri dall'antico borgo natale sito in prossimità del fiume; il borgo natio del Poeta ha ripreso alcuni anni fa l'antico nome celtico Andes ed è divenuto, nel 2014, con la fusione dei comuni di V. e Borgoforte, una frazione del comune di Borgo V.. L'attuale Pietole corrisponde dunque a Pietole Nuova. La fama dell'antica Pietole come luogo di pellegrinaggio e venerazione, poiché fu considerato sin dai primi secoli dopo la morte il borgo natale del vate e "profeta di Cristo", è testimoniata da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Purgatorio, XVIII 83) e dalle opere di Giovanni Boccaccio e di altri scrittori[Chi?]. Altri studi[5] sostengono invece che il corrispettivo odierno dell'antica Andes vada ricercato nella zona di Casalpoglio, frazione di Castel Goffredo, così come anche per il comune di Calvisano è stata avanzata l'ipotesi d'una sua identificazione col luogo di nascita del poeta, sulla base anche di un'iscrizione recante il nome della gens paterna nei suoi pressi[13][14] (si vedano in tal senso gli studi e le ricerche effettuate dal filologo ed accademico inglese Conway). Secondo altri[chi?], corrisponderebbe all'odierno Redondesco, comune situato a ovest di Mantova, lungo l'antica strada romana Postumia. Analisi sul toponimo sembrano confermare questa ipotesi[senza fonte]. La formazione e l'avvicinamento all'epicureismo V. frequenta la scuola di grammatica a Cremona, poi la scuola di filosofia a Milano, dove si avvicina alla corrente filosofica epicureista grazie a Sirone e infine la scuola di retorica a Roma. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell'epoca. Lo studio dell'eloquenza doveva fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche. L'oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite V., riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti, nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò V. entrò in una crisi esistenziale che lo portò, non ancora trentenne, a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, per recarsi alla scuola dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone per apprendere i precetti di Epicuro. La crisi e la confisca dei possedimenti agricoli Le colonne terminali della via Appia nei pressi della casa dove, secondo la tradizione, V. morì. Gli anni in cui V. si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest'ultimo a Farsalo, poi l'uccisione di Cesare in una congiura, e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall'altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.). Egli fu toccato direttamente da queste tragedie come testimoniano le sue opere: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma sembra che, grazie all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno, Mecenate e dunque lo stesso Augusto), V. sia riuscito (almeno in un primo tempo) ad evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli con la famiglia e in seguito, nel 38 a.C., si fece assegnare da Mecenate un podere in Campania come risarcimento per le proprietà perdute ad Andes. In Campania avrebbe terminato le Bucoliche e composto le Georgiche, dedicate all'amico Mecenate, che V. frequentava. V. entrò dunque nel circolo del "primo ministro imperiale", che raccoglieva molti letterati famosi dell'epoca. L'avvicinamento ad Augusto Il poeta frequentava le tenute terriere di Mecenate, che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella e in Sicilia. Attraverso Mecenate, V. conobbe meglio Augusto. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell'Impero e le sue opere poetiche furono introdotte nell'insegnamento scolastico da Quinto Cecilio Epirota ancor prima della sua morte, verso il 26 a.C. Dopo il 29 a.C. il poeta iniziò la stesura dell'Eneide, e tra il 27 a.C. e il 25 a.C., l'imperatore Augusto richiese a V. degli estratti del poema in corso di stesura. Il poeta lesse ad Augusto alcune parti dell'Eneide, tra cui quasi sicuramente, il celebre VI libro[20][21]. L'ultimo viaggio in Grecia e la morte La Tomba di V. a Napoli V. morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un importante viaggio in Grecia, forse per ricevere alcuni pareri tecnici sull'Eneide[21]. Secondo alcuni biografi fatali furono le conseguenze di un colpo di sole, ma non è l'unica ipotesi accreditata. Prima di morire, V. raccomandò ai suoi compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto dell'Eneide, perché, per quanto l'avesse quasi terminata, non aveva fatto in tempo a rivederla[22]: i due però consegnarono il manoscritto all'imperatore, cosicché l'Eneide, pur recando tuttora qua e là evidenti tracce di incompiutezza, divenne in breve il poema nazionale romano.[23] I resti del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora visibile, nel quartiere di Piedigrotta. L'urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: (LA) «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces» (IT) «Mi ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli [le Bucoliche], campagne [le Georgiche], comandanti [l'Eneide][24]» Opere Appendix Vergiliana Lo stesso argomento in dettaglio: Appendix Vergiliana e Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Un primo gruppo di opere, la cui autenticità e la partenità restano ancora oggi oggetto di dubbi, vengono generalmente indicate con l'appellativo di Appendix Vergiliana; tale appellativo è stato coniato per la prima volta dall'umanista Giuseppe Scaligero. Alla spicciolata (Catalepton); La focaccia (Moretum); Epigrammi (Epigrammata): che comprendono le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus), Elegiae in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il compleanno (De die natali), La fortuna (De fortuna), Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii experientia, Le quattro stagioni (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus). L'ostessa (Copa) (solo secondo il biografo Servio); Maledizioni (Dirae); L'airone (Ciris); La zanzara (Culex); L'Etna (Aetna); Storia romana (Res romanae), opera solo progettata e poi abbandonata. Opere autentiche Lo stesso argomento in dettaglio: Bucoliche, Georgiche, Eneide e Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Bucolica, 1481 Queste tre opere si distinguono dalle precedenti, in quanto composte sicuramente dal poeta latino[20]. Bucoliche (Bucolica): composte tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una raccolta di dieci componimenti detti "ecloghe" o "egloghe" di stile perlopiù bucolico e che seguono il modello del poeta siciliano Teocrito.[26] Le Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono dunque costituite da dieci egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini, Titiro e Melibeo. Melibeo è costretto ad abbandonare la sua casa e i campi, che diverranno la ricompensa di un soldato romano. Titiro invece può restare grazie all'influenza di un potente (forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia, come Asinio Pollione); la seconda egloga contiene il lamento d'amore del pastore Coridone, che si strugge per il giovane Alessi; la terza egloga è una tenzone poetica fra due pastori, svolta in canti alternati detti amebèi; la quarta egloga è dedicata a Pollione ed è la celebre profezia circa la nascita di un puer il cui avvento rigenererà l'umanità; la quinta è il lamento per la morte di Dafni, il "principe dei pastori" (Elio Donato); nella sesta il vecchio Sileno canta l'origine del mondo; nella settima Melibeo racconta la gara di canto tra due pastori; l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è dedicata ad Asinio Pollione; la nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si canta un esproprio di terre definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri) e la decima è dedicata a Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e Pollione furono tre potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il poeta aveva forse sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle proprie terre perdute durante l'esproprio. Georgiche (Georgica): composte a Napoli. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull'arboricoltura (in particolare della vite e dell'olivo), sull'allevamento e sull'apicoltura come metafora di un'ideale società umana.[27] Ciascun libro presenta una digressione: il primo le guerre civili, il secondo la lode della vita agreste, il terzo la peste degli animali nel Norico, il quarto libro si conclude con la storia di Aristeo e delle sue api (questa digressione contiene la famosa favola di Orfeo e Euridice). Secondo il grammatico tardoantico Servio, nella prima stesura delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma, caduto questi in disgrazia presso Augusto, V. avrebbe concluso l'opera in modo diverso. L'opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più grandi capolavori della letteratura latina e l'espressione più alta dell'autentica e vera poesia virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo e Varrone. Eneide (Aeneis): poema epico composto forse fra Napoli e Roma, in dieci anni (tra il 29 a.C. e il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un'Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro all'ideologia del regime di Augusto sancendo l'origine e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il poema rimase privo di revisione, e nonostante V. prima di partire per l'Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell'imperatore.[28] Nel XV secolo il poeta Maffeo Vegio compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a completare la vicenda narrata nel poema virgiliano. V. nella cultura successiva Monumento a V. Piazza Virgiliana, Mantova. Mantova, Piazza Broletto, statua di V. in cattedra[29] La fama del vate dopo la morte fu tale che egli fu considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che acquistò la villa e la tomba di V., istituì una celebrazione in memoria del Mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò anno per anno nei primi secoli dell'era volgare, diventando un punto di riferimento importante soprattutto per il popolo napoletano che vide in V. ("Vergilius") il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere e ossa), conservati nel sepolcro da lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate, di V. si mantenne comunque intatto il ricordo, e le sue opere furono interpretate cristianamente. Egli divenne in particolare un simbolo dell'identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel XII secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di Roma, consentirono ad un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di profanare il sepolcro di V. con lo scopo di rimuovere e asportare il vaso con le sue ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno distruggendo l'oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia. I resti di V. furono salvati dalla popolazione che li trasferì all'interno di Castel dell'Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo del Poeta verso la città fosse vanificato. Il ricordo di V. però, soprattutto nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto per citarne una, quella che lo vede costruttore del Castel dell'Ovo magicamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto solo quando la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda la creazione e l'occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli). Durante l'Alto Medioevo V. fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere tramandate completamente. L'interpretazione dell'opera virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell'allegoria: al poeta fu infatti attribuito un ruolo di profeta di Cristo, sulla base di un brano delle Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe riportato l'età dell'oro e identificato per questo con Gesù. V. venne quindi rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia (Purgatorio, canto XXII, vv. 67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la propria guida attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio. «O de li altri poeti onore e lume, vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m' ha fatto cercar lo tuo volume.» (Inferno) Da Dante al Rinascimento Georgica, Libro IV, 497. Illustrazione di François Gérard in un'edizione del 1798 La presenza di V. è costante nello svolgimento della letteratura italiana. L'eco della sua poesia risuona sovente nelle opere dei nostri più grandi scrittori. Per Dante Alighieri, l'Eneide diviene modello di alta poesia, fonte di ispirazione di tanti suoi versi. È vero, egli avverte il fascino anche di altri grandi autori del passato, di "Omero, poeta sovrano" di " Orazio satiro", "Ovidio", "Lucano", e poi "Tullio e Lino e Seneca morale" (Inferno) ma è V. la sua guida, V. "l'altissimo poeta" (ibid.,80). Dante riconosce la grandezza morale, il peso del pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell'umanesimo classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il primo umanista della nostra letteratura: un discepolo di V., al di là del pensiero medievale. Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di partecipazione al dolore universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso morale di adesione al cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra. Egli si accosta al mantovano non solo per capire "come l'uom s'eterna", ma anche per perfezionare lingua e stile. Con diversa e più moderna sensibilità si avvicina a V. un cultore degli studia humanitatis come Francesco Petrarca. Il dolore umano alla scuola del poeta antico trova innumerevoli rivoli per elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui deriva l'amore per le belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero, da lui l'arte della perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come vuole de Sanctis, "la dolcissima delle lingue".[31] Intuisce e tramanda ai posteri i più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano nell'anima, vive a lui unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne salutato come il nuovo V., modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca tra i più grandi lirici di tutti i tempi. Nell'Umanesimo è ancora V., unitamente a Cicerone, l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria linguistica. Con il ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui confluisce l'antica e, nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo. La lingua latina per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata nella nostra letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per miracolo forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il Pontano scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate a V.: Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in cui si celebra la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle Georgiche, ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice V., viene ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in latino. Della riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene a giovarsi, ma anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo Sannazaro, considerato il "V. cristiano" per il suo De Partu Virginis, nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa, piena di fluidità e di malinconia. Non si può non parlare della Fabula di Orfeo del Poliziano: Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono il loro dramma d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Riporta altresì a V. quella sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola del giovane Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso di vaga malinconia delle ombre virgiliane della sera. Ancor più determinante è l'influsso di V. nel Rinascimento. Il volgare, assurto a piena dignità letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai grandi scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso. L'Incoronazione di V., parte di un ciclo di affreschi settecenteschi sull'Eneide a Palazzo Pianetti, Jesi L'Eneide non poco contribuisce a portare l'Orlando Furioso alle più alte vette della poesia rinascimentale e l'Ariosto tra i più grandi artisti del tempo. Qui Cloridano e Medoro ritrovano il fascino, l'umanità di Eurialo e Niso a rappresentare un sentimento alto come l'amicizia, nobile come la fedeltà; e molte analogie si possono trovare nella caratterizzazione dei guerrieri uccisi nel sonno dalle due coppie. Angelica vive all'unisono con la natura che la circonda, ama le cose semplici e umili, effonde intorno un sentimento virgiliano di pace, di serenità, appena velato di malinconia. Per non riferire di altri temi comuni ai due poeti: l'amore, la giovinezza, l'eroismo, la religione della vita, la rappresentazione dell'animo umano in tutte le sue variazioni. E si arriva a Torquato Tasso, che da V. eredita finezza e musicalità del dire. Le ingenue parole di Aminta, allorché descrive il primo sbocciare di un amore nuovo nella favola pastorale che da lui prende il nome, riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati, ninfe, pastori, boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana malinconia. Il candore di Galatea torna a risplendere nella delicata figura di Erminia, che si desta al "garrir" degli uccelli tra alberi e fiori mentre "scherzan" con l'onda al suon di pastorali accenti (Gerusalemme liberata). Al pari di Didone, Armida, creatura piena di mistero riscopre l'umanità nel dolore e nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta commozione la fiera Clorinda. Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza per il quale molti hanno ritenuto la Liberata il poema italiano forse più vicino all'Eneide[33], già a partire dall'incipit (il verso canto l'armi pietose e il capitano richiama immediatamente il virgiliano arma virumque cano). Al sommo poeta latino sono intitolate l'Accademia Nazionale Virgiliana e il Liceo Classico di Mantova. Il Liceo, fondato nel 1584, è tuttora considerato uno dei più prestigiosi licei classici d'Italia. La leggenda virgiliana Come stretto amico di personaggi di potere e di grandissima influenza come l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo leggende medioevali di scarsa o nessuna attendibilità, il grande poeta avrebbe potuto beneficare in molti modi la città di Napoli in cui tanto amava risiedere. I suoi biografi medioevali infatti ci narrano che fu V. a proporre all'imperatore di costruire un acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei pressi di Serino, nell'Irpinia) che servisse questa e anche altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia. Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per Napoli una rete di pozzi e fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna "Grotta di Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come "Grotta di V.". Infine, V., essendo grandemente appassionato di divinazione e del mondo della religione in generale (come si nota dalle sue opere letterarie), avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra, l'altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto (una sorta di innocua cefalomanzia minerale) per i cittadini di passaggio. Con le modifiche fatte in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono poi perdute a causa della distruzione del complesso. Come riportano i suoi più antichi biografi, V. aderì al neopitagorismo, corrente filosofica e magica allora molto diffusa nelle colonie della Magna Grecia, in particolare a Neapolis, una delle poche poleis magnogreche che dopo la conquista romana aveva conservato la sua vita culturale genuinamente ellenica. In quanto filosofo neopitagorico e mago gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione della città di Napoli che tanto amò, secondo alcuni biografi medievali e rinascimentali. Omaggi A V. sono intitolate le Virgil Fossae sulla superficie di Plutone[34] e il Museo Virgiliano a Borgo V..Letteratura Le ultime ore di vita del poeta sono raccontate da Hermann Broch nel romanzo La morte di V., dove il protagonista, sentendosi prossimo alla morte, avrebbe voluto bruciare l'Eneide non perdonandosi di averla lasciata incompiuta. V. è uno dei protagonisti di Un infinito numero, romanzo di Sebastiano Vassalli. Lo stesso autore ha reso il poeta protagonista di uno dei racconti che compongono la raccolta Amore Lontano. Nel romanzo del 2024 I demoni di Pausilypon di Pino Imperatore V. agisce nelle vesti di detective. Videogiochi Nella serie Devil May Cry, si trova un chiaro riferimento a V.: Vergil, fratello del protagonista Dante e antagonista principale della saga. Note V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 21 marzo 2018. V. 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Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Publio V. Marone Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina in lingua latina dedicata a Publio V. Marone Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Publio V. Marone Collabora a Wikiversità Wikiversità contiene risorse su Publio V. Marone Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Publio V. Marone Collegamenti esterni Virgìlio Maróne, Publio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Publio V. Marone, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata V., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata (EN) Robert Deryck Williams, Virgil, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Publio V. Marone, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Opere di Publio V. 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Napoli on the road Interessante articolo sull'interpretazione magica di V. nel Medioevo. Virgil Murder Sito di uno studioso francese, Maleuvre, che presenta le ipotesi sull'assassinio di V. da parte dell'imperatore Augusto. Parco della Tomba di V. Sito della Soprintendenza per il Patrimonio Storico-artistico dedicato al Parco della Tomba di V.. Parco della Tomba di V. in Internet Archive. Sito sul Parco della Tomba di V. all'interno della Rete dei Musei Napoletani. Scolii delle opere di V.: Marco Valerio Probo, In Vergilii bucolica et georgica commentarius, accedunt scholiorum veronensium et aspri quaestionum vergilianarum fragmenta, Henricus Keil (ed.), Halis sumptibus Eduardi Anton,. Mauro Servio Onorato, Servii grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, Georius Thilo, Hermannus Hagen (ed.), 3 voll., Lipsiae in aedibus B. G. Teubneri Gli scolii veronesi a V., Claudio Baschera (a cura di), Casa Editrice Mazziana, giugno 1999. Ettore Paratore, La santità di V. in un mondo disorientato Archiviato in Internet Archive., Il Tempo. Opere di Virgílio presso la Biblioteca Nazionale del Portogallo V · D · M Publio V. Marone V · D · M Circolo di Mecenate V · D · M Divina Commedia V · D · M Poeti epici antichi Portale Biografie Portale Età augustea Portale Letteratura Categorie: Poeti romani Poeti del I secolo a.C.Romani Morti a Brindisi Mitologia romanaPublio V. MaronePersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)Personaggi citati nella Divina Commedia (Purgatorio)Personaggi citati nella Divina Commedia (Paradiso)CasalpoglioAforisti romaniNeopitagorici[altre]Influssi lucreziani, e, quindi, della filosofia dell’orto. Nato presso Mantova, muore a Brindisi. Studia la filosofia dell’orto sotto SIRONE. In “Catal.” prende congedo dalle muse per volgersi verso la scuola di SIRONE affinchè la filosofia gl’insegni a liberare la sua vita dalle passioni. Esprime il proponimento di dedicare alla filosofia il resto dell’esistenza. Nel “Ciris,” esaltando di nuovo l'insegnamento dei filosofi dell’ORTO, manifesta l'intenzione di filosofare sui fenomeni celesti. L’influsso dell’orto è esplicito nelle “Georgiche.” L' “Eneide", invece, nella escatologia, dipende dalle correnti orfica e pitagorica – di CROTONE --, mediata, si erede, da Posidonio, dal quale si fa derivare le rappresentazioni dell’età dell'oro e dello sviluppo della civiltà umana e alcune teorie d’impronta del PORTICO. Agl'interessi di psicologia filosofica si collegano quelli naturalistici. In una ecloga, Sileno espone una cosmogonia. Nelle "Georgiche" prega le muse d’interpretargli una serie di fenomeni naturali. Nell’ “Eneide” Iopas tratta di problemi naturalistici. Fa parte dell' “Appendix Vergiliana” il poemetto "Aetna" sullo cause e gl’effetti di queso volcano -- del quale sono incerte la paternità e la data. Fra i filosofi ai quali è stato attribuito il "Aetna", trovano adesioni soprattutto V. e LUCILIO, l’amico di SENECA. Per le teorie scientifiche particolari, l’autore dell'"Aetna" si serve principalmente di Posidonio e ciò spiega l’affinità dell'"Aetna" con le "Questioni Naturali" di Seneca che provengono dalla stessa fonte. Per la filosofia, V. mescola ecletticamente elementi svariati e non fusi, perchè espone dottrine del portico, dell’orto-lucreziane e inoltre eraclitei, democritei, ecc. Grice: “It is interesting to study Virgil as the author of what at Oxford we call “Beowulf,” an heroic narrative of origin. But in the history of philosophy, -- and the history of Roman philosophy under the principate, specifically, it was the exegesis of “Eneide” that we only have with Beowulf when it comes to Tolkien and the monsters! On the other hand, the Roman aristocrats find in “Eneide” a fabulous source for their even more fabulous philosophisings! My favourite is Macrobio’s “Saturnalia” – it fits a gentleman’s pocket – but there are others. The idea is to produce a didaskalia, i. e. a way to deal with conceptual notions or philosophical concepts as we study one line or other from “Eneide” as we did at Clifton! However false, the philosophy behind V. comprises not only a physical theory (natural philosophy) – the theory of the three ages – but a full moral theory – and one of philosophical psychology. The Eurialo/Niso episode is an interesting one as a re-creation of the old Achilles-Patroclus topos that has fascinated even Plato and the author of “Maurice,” i. e. E. M. Forster. Usually, you won’t find Virgil listed in any manual on Roman philosophy, but you should. It is fascinating also to trace the influence, via Alighieri in “Commedia” down to Mussolini, where there were few exhibitions of the Mostra della Revoluzione Fascista that would fail to quote from Enea. Note that the iconography – and I don’t mix the effeminate one by Flaxman, but the fascist one – helped!”. Publio V. Marone – He spent some time in fellowship with a Garden community in Naples headed by Siro. He appears to have been a particular favourite of Siro, inheriting the villa upon his death. The extent to which the Garden influenced his poetry has long been debated. Approdato a Cuma, Enca consulta la Sibilla nell'antro presso il tempio di Apollo e la prega di guidarlo negli Inferi. La Sibilla accetta, ma l'eroe deve prima procurarsi il ramo d'oro da offrire in dono a Proserpina e dare sepoltura a un compagno morto durante la sua assenza dalle nasi. Dunque, Enea porta alla Sibilla il ramo d'oro, trovato nel bosco grazie all'aiuto di Venere, e celebra i funerali di Miseno. Giunta la notte, e compiuto il sacrificio propiziatorio alle divinità infernali, inizia il viaggio verso gli Inferi, e l'eroe varca, con la Sibilla, la soglia dell'Averno. Essi attraversano il vestibolo, pieno di mostri e simulacri di mali e malattie, e arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove appare Caronte, il traghettatore infernale.tra i quali spicca la figura di Marcello. Infine, Enea e la Sibilla varcano la porta d'avorio e ritornano alla luce.libro 6 dell'Encide: la Sibilla cumana e la discesa agli inferiEneide: analisi Libro 6 Cuma e la Sibilla nel Libro 6 dell'Eneide Lapio po de i praga da pala, le da di ad ge di and in al pre fite di Oli, nd e alce e esca cabr sua discendenza. In questa parte si distinguono le fasi di un vero e proprio percorso iniziatico: rispettare gli ordini di un sacerdote, la Sibilla dare prova della pietas celebrando i riti trovare il ramo d'oro da donare a Proserpina, per poter entrare negli Inferi. Enea viene assistito dalla madre nel recupero del ramo, mentre la Sibilla lo aiuta nel viaggio verso gli Inferi. La catabasi è preceduta da due rituali: le esequie di Miseno, e il rito propiziatorio agli dei inferi. Questi riti sottolineano la sacralità dell'impresa. La differenza fra la catabasi di Odisseo e quella di Enca sta nel fatto che quella di Odisseo non è altro che l'ennesima avventura ai confini della realtà, mentre l'eroe virgiliano intraprende un viaggio religioso per assecondare i voleri del Fato.Gli Inferi nel Libro 6 dell'Eneide Celebrati i rituali, Enea e la Sibilla entrano nel regno dei morti. Predominano le descrizioni dell'Aldilà, ma l'attenzione si sposta sull'eroe nel momento in cui entrano in scena personaggi a lui collegati. Per esempio, gli incontri con Palinuro e Didone permettono al poeta di dare spazio ad Enca e alla sua umanità. Il passo delinea la concezione virgilianadell'Oltretomba: un luogo in cui le ombre si aggirano rimpiangendo la vita perduta, e in cui i giudici infernali, Minosse e Radamanto, assegnano la dimora definitiva nel Tartaro alle anime malvagie, nei Campi Elisi ai beati.Dal Tartaro ai Campi Elisi nel Libro 6 dell'Encide un bivio: a sinistra la Sibilla mostra ad Enca il Tartaro, dove sono puniti gli empi, e poi lo conduce a destra, verso la città di Dite. Dopo essersi purificato, Enea afligge sulla porta delle case di Plutone il ramo d'oro, come dono a Proserpina. Poi prosegue con la Sibilla verso i Campi Elisi. giovane Marcello, il giovane adottato da Augusto ma morto precocemente, rappresenta un omaggio alla casa di Augusto, ma nello stesso tempo sfuma in immagini di morte la visione trionfalistica del destino di Roma. pitagorismo, l'orfismo, lo stoicismo. Nella parte finale del libro, in ogni caso, domina l'esaltazione delle glorie romane, del periodo augusteo e della missione civilizzatrice e ordinatrice di Roma. L'orgoglio di appartenere a un popolo vincitore non impedisce a V. di condannare la guerra e di celebrare i valori della pace della concordia. Completata l'analisi e il riassunto del libro 6 dell'Eneide, ti potrebbero interessare altri approfondimenti dei poemi epici di V. e Omero. UUPI^ HI Bott. Ccdare 'Ranjoli MI m Ili DI V. PADOVA R. Stilb. Tipo-Litografico P. Prosperini J^y/f,SOÌ.Ì ^-i:t--Cant ; il qunle verso ci è rischiarato di queste parole del commento di Servio t" Aìiiùinì Jooìs sìgnxim lapide m s ilice m put(werunt esse ». Tuttavia, anche dopo T invasione dell' antropomorfismo greco, gli dèi romani conservamno questo loro carattere vago ed astratto ; essi non riuscirono mai ad assumere a^ìì occhi dei loro adoratori una individualità vera e propria, una ]»ersonalità ben definita, cosicché ad ogni preghiera ed invocazione si fai^evano i>recedere formole ambigue come : sire Deus sive Dea, sin* fetiuna :i^':-, ^ q*.::i: es-ere essenzialmente un male: e T anima dal princi;^1: '" l'ù:, -d •?-^>^re perei'» es>enzialmente un Wne È naturale che, rri. s:~-i.:::. or line di idee, la religione consistesse nella i ktrì/ìc/izìone iell'iz :..i j::e»i:inte !a mortificazione del corpo. — In seguito, in uno -'^:o :^:• :;;±lc p.ù avanzato, nel .juale si verificò che un capo puniva, in rune iella giiisii/ia, l'infrazione volontaria della legge, il dolore apparve =r::'VL.e :I «nisiijo dovuto alla legge violata. E allora si potè formare il e: ::•>;:•: della divinità giusta, che vt^n-ìica la colpa, inrliggendo una animecii rnr-jrzlonata, ossia un dolore E la religione consistè nel ^vx/d^ '-*//v all^i inesrrabile esiirenza di ui.ì tale pers^-^nifioazione oltremondjkLA iella giustizia. In pari tempo, per la osser>'a2ione, che il «lolore, ossia la punizione, si veritlcava anche nei n«^n c»:»lpevoli, si dovette, affine di lib-erarr* in qualeKe m'>io il conceno religioso fondamentale dalla contrai iizione, rl.orrere allo spediente, suuigerito anch' ^l-S'-*^ da una osservaziorie di fatto, del peccato originale. — 1 ni ultimo, avendo il progresso d»rLl' incivilimento reso più mite l'animo e fat:o preiiominare il sentimento della benevolenza e del perdono, la carità divenuta coscienza dell' uomo, fu da tf^>so fH-rtata in dio : e insieme alla carità, la re«lenzione e U perd:no, invece della riprovazione e del casii^ro senza scampo E ne venne la religione, non totalmente servile, ma in parte figliale, drlla conversione per mezzo del jr:n'r,r'r:,t'o inspirato dall'amore del bene, e dimostrato colla so:ye^^'nza pas-iva rassegnata dei patimenti, e coli' applicazione vo1 anuria di essi d, TalL al.'r»ra:.'ìati in utia sintesi grand: sa che soio la mente del tìh>- :.» p::'« avvi>are. i «juiutro gradini penarsi attraverso i seioli del senti ini^nt.» reli*n>so. I e irutteri dt-l primo periodo sono evidentissimi nelle pn..;itive reli-rivoi italiche, e nella relii:iv»ue rv»mana, la quale non perdette mai il eamtt-re cup*.> e tenebroso che aveva in oriirine A differenza de! {- p Io i:re« o, cLe ciclo e terra aveva s;iputo accornuuiire nella sua b ti i \ e ri itrnte fantasia, il popolo romano non eMn? mai alcuna familiarità coi propri d- i. che per lui fun^no sempre un oi:getto di sp;ìvento. ai •{i vii Tu -in • n- lì pu'» avvicinarsi cbe tnMiiatido. : alla «uiale fa eoo il detto •li Servio '.*"/«/if- .*'/ e\«'./i .s-'.tf : / ./' et f>\(:!0 -» ta Non diverso concetto della religione doveva avere il più grande degli epici latini, il quale, amiamo ripeterlo, per natura, per abitudini, per sentimenti era portato ad essere l' interprete più fedele e più sincero della religio patrum. Per fermo, nel sentimento religioso che circola attraverso i poemi virgiliani, si possono anche riscontrare diversi caratteri propri di uno stadio più evoluto della religiosità: tale il concetto di una sanzione oltremondana dell' operare umano, svolto ampiamente nel canto sesto dell' Eneide ; tale ancora il dualismo tra V anima, considerata come il principio del bene, e il corpo, considerato invece come principio del male, che si appalesa pure nel canto sesto, e che noi esamineremo a suo luogo, studiando le manilestazioni del pensiero platonico in V.. Ma questi elementi nuovi non informano di sé stessi il sentimento religioso dominante, non fanno parte della convinzione intima del poeta, e sono dovuti più che altro all'influsso di nuove idee, venute da paesi stranieri. (ili dèi di V. hanno una potenza illimitata, della quale usano ed abusano a loro piacere. Tutto quanto avviene nel mondo, non è che un eftetto della loro volontà. Essi presiedono a tutti i fenomeni naturali (4) e a tutte le azioni umane (5) ; essi possono rivolgere il corso delle leggi ordinarie di natura, e scatenare i venti (6), suscitare le tempeste e i terremoti (8;, cambiare gli uomini in virgulti (9), mutare una intera flotta in tante Nereidi oceanine, fornire ai mortali armi intangibili accrescere o togliere loro la forza e il coraggio, predire il futuro direttamente , o per mezzo di profeti (14, o per mezzo dei Penati e dei morti o per mezzo dei più vari portenti. Del modo onde impiegano la loro potenza, essi non devono render conto ad alcuno : « sic placitum » dice Giove nel narrare a Venere i futuri destini di Enea; ìì Coelestium vis magna iubet)) dice Aletto a Turno per costringerlo e ripigUare la guerra t me jussa Deàm cogunt », « sic Dii votuistis » « ubi primum anntierint superi t, dice ad ogni tratto Enea, e in codeste frasi secche e recise è sintetizzato tutto il cieco dispotismo degli dèi. L' uomo è lo schiavo della divinità, e nulhi può fare, nulla può tentare se gli dèi non lo assistono : « Hea nihil invitis — esclama Enea — fas quetnqitatn fidere Diois (22)». Non solo, ma allorché essi si rivelanocontrari è empio e sacrilego ogni tentativo di resistenza: Infelix, quae tanta animum denientia coepit ? Non vires alias, conversaque numina sentis? Cede Deo. È questo V ammonimento che Enea rivolge al forte Darete, atterrato e vinto dal vecchio Entello, cui gli dèi avevano ispirato un ardore sovrumano. Quando la divinità ha mostrato con segni non dubbi di essere / ostile, unico scampo è la morte ; tal pensiero è espresso nel lamento di Anchise, colpito dai tristi presagì di Giove: Facilis jaotura sepulcri. Jampridem invisus Divis, et inutilis aonos Demoror, ex quo me Divùm pater atque hominum rex Fulminis afilavit ventis, et contìgìt igni. Né la potenza illimitata di cui godono codeste divinità è sempre rivolta a fin di bene ; tutt' altro. Crudeli, vendicative, gelosissime delle proprie prerogative, esse non si piegano alle preghiere e alle implorazioni, ma perseguitano senza posa e in tutti i modi gli infelici che si attirarono i loro sdegni ingiustificati. Contro V ira dei celesti non v'ha scampo, non V* ha speranza, non giova la purificazione dell' anima mediante la mortificazione del corpo, non la soddisfazione ad un concetto astratto di giustizia, che essi sono ancor lungi dal personificare, non il pentimento che essi non sono capaci né di comprendere né di inspirare. Con questi detti risponde la Sibilla alle preghiere dell'infelice Palimiro, cui era impedito di traghettare l'Acheronte, perché privo, senza sua colpa, di sepoltura : « donde, o Palimìro, tanto funesto desiderio? Tu insepolto vedrai le acque Stigie e il tremendo fiume delle Eumeneidi ? e contro il divieto ne varcherai la riva ? Cessa di lusingarti che i voleri degli dèi si pieghino pregando », E così grida il re Latino al valoroso Turno, che per difendere il patrio suolo dall' invasore troiano aveva iniziata una guerra sacrilega contra omina e contra fata Deàm : Ipsi has sacrilego pendetis sanguine poenas miseri. Te, Turno, nefas, te triste manebit Supplicium; votisque Deos venerabere seris (26). E la vendetta venne pe '1 misero Turno, terribile e senza scampo ; che, mentre teneva testa da vero eroe ad Enea, cui lo scudo di Vulcano rendeva intangibile, sente scemare ad un tratto l'usato vigore, i tristi presagi di Giove lo colpiscono, gli vacillano sotto le ginocchia; e ad Enea, che imbaldanzito lo incalza, gitta in faccia quel grido tanto naturale e straziante: e non mi atterriscono le tue feroci parole, o uomo crudele; gli Dei mi atterriscono, e Giove che mi è nemico . Ac velut in somnis, oculoa ubi languida pressit Nocte quies, nequidquam avidos extendere cursus Velie videmur, et in mediis conatibus aegri Succidimus: non lingua valet, non corpore notae Sufficiunt vires, nec vox, aut verba sequuntur : Sic Turno, quaqumque viam virtute petivit Successum Dea dira negat . Spossato, atterrito, implorando salva la vita nel nome del vecchio padre, il re dei Rutoli cade sotto i colpi ingenerosi del pio Enea: Ast illi solvuotar frigore membra Vitaque cum gemitu fugìt indignata sub umbras. Questi esempi credo possano essere sufficienti per dare un' idea esatta del modo onde nei poemi virgiliani è concepita e descritta l'azione della divinità; molti altri potremmo citarne, come quello di Palinuro sacrificato dagli dèi per sfogare su un capo almeno Tira concepita su molti (30); e la spaventosa descrizione delle Arpie, delle loro ire e delle loro feroci imprecazioni; e il racconto di Diomede intorno ai castighi inflitti dagli dèi a quanti avevano combattuto sotto le mura di Troia (32); e le tremende profezie svelate dal veggente Proteo ad Aristeo perseguitato dairira di un nume ; e la tetra descrizione della peste cagionata da Tisifone (34). Ma l'esempio più convincente e caratteristico della ferocia degli dèi ci è otìerto da Giunone, il cui odio per la nazione troiana in genere, e per Enea in ispecie, costituisce tutta la macchina che muove VEneide. In che cosa consiste infatti l'intreccio del poema? Nei dissidio tra Venere e Giunone, la prima deile quali protegge il figlio Enea in ogni sua impresa, mentre la seconda cerca di impedire ch'egli venga in Italia a compiere il volere dei fati. Dopo un sèguito di favolose avventure, nelle quali cosi Tuna che T altra delle due dee mettono in azione tutti i mezzi che sono in loro potere per riuscire nel proprio intento, la vittoria definitiva rimane alla dea dell' amore, e cosi finisce il poema che è tutto compenetrato del sovrumano, e in cui gli uomini non figurano che come deboli stromenti nelle mani degli dèi. Ma quaP è la causa dell'odio di Giunone? Ce lo dice il poeta stesso nel principio del suo racconto: Nec dum etiam causae irarum, saevictue dolores Exciderant animo; manet alta mente repostum ludicium Paridis, spraetaeque injuria formae, Et genus in visura, et rapti Ganimedìs honores. Ma se tanto puerile e tanto meschina è la causa, terribili però ne sono gli eff'etti; poiché, come dicemmo, lo sdegno di Giunone non ha limiti. Uatrox Juno (36), aeternum servans sub pectore vulnics, la Juno saevissima Quam nec longa dies, pietas nec mitigat ulla col suscitare spaventose tempeste, col favorire da prima l'amore, poi gli sdegni disperati di Didone, coir eccitare le dame troiane a bruciare le navi, col mandare la terribile Aletto a suscitare la discordia e la guerra fra i Latini, coirorcitare Turno a far impeto sui Troiani mentre Enea è lonlano dal campo, col far rompere al re dei Rutoli gli accordi del prossimo duello, non si stanca di frainiorre ostacoli e procurar danni al discendente di quel Priamo che sprezzò la sua bellezza, al concittadino di quel Ganimede che In da Gìoa'c prrferito alla figlia sua Ebe. Terribili specialmente sono le imprecazioni che V ira insoddisfatta le fa uscire dall' animo: i|nando, ad esempio, vide Enea che lieto cominciava a fabbricarsi le case sulle sponde sicule « stette, pimta da acerbo dolore; poi, scrollando il capo, versa fuori dal j>etto tali parole: Ahi! razza abominata, e destini dei Frigi contrari ai nostri! Forse che poterono soccombere nelle campagne Sigee? forse Troia ^\ì avvolse nelle sue fiamme? essi trovarono una via ili scampo fi-ammezzo agli incendi e agli eserciti nemici. Ma io eredo 4'he la mia divinità, stanca aitine soggiaccia, ovvero io. satura di odi. mi acc|ui(1ai *>. Poiché air odio suo irla forte rontro Enea, si aggiunge anche la gelosia della propria potenza, il timore di iliminuire nella venerazione degli uomini, la rabbia di vedersi vinta — essa, la moglie di (jiove — non solo da una imniiirtale. Venere, ma anche da un semplice mortale che Venere protegge. Cosi, quando vede Enea approdare in Sicilia, esclama: ViiU'or ab Aenea. Quoti si mea numina non sunt Magna satis^ duliiteia liaud ei iniziano i htdi noren^ftiale-s indetti da Enea per onorare il padre. Cloanto riesce ad ottenere la vittoria facendo questo vóto alle divinità del mare : e^o hoc candtntem in litore taurum Constituam ante aras, voti reus, extaqiie sals«iS Porriciam in fluctns. et vina lùiuentia fundam S\l Qui non si tratta che di una semplice promes>a : ma poco più innanzi, narrando il poeta la partenza della flotta troiana alla volta d'Italia, cosi descrive il sacrificio col quale Enea cerca propiziarsi gli dèi del mare : opoIo romano era chiamato a compiere nella storia del mondo: l'autorità religiosa doveva ben guardarsi dall' intralciarla. Questo concetto è espresso chiaramente nei versi — an«'or oggi pi eni di significato per il popolo italiano — coi quali Turno rimprovera la vecchia Calibe, sa«Nrdotessa di Giunone, che voleva spingerlo alla guerra: Cura tibi, Divùin eflìgies et tempia tiieri: Bella viri pacein^ue re-^ant, quìs bella merenda ^. — Se gli antichi commentatori, rnn le loro interpretazioni allegoriche dell' E/ieif le. avevano fatto dire a V. una infinità di corbellerie, che non gli eran mai {»as>ate per la mente, non s'erano perO> ingannati nel ritenere che il poeta avesse voluto dare un significato allegorico alla sua narrazione della venuta di Enea in Italia. Infatti è facile comprendere — per «juanto compreso da pochi che il viaggio fatale dell' eroe troiano dalle coste dell'Asia Minore alle terre italiche, altro non significa che V introduzione nel Lazio di nuovi culti e di nuove diNinità venute dallOriente: fatto importantissimo, avvenuto in tempi assai lontani, e per il quale l'antica religione romana era rimasta profondamente trasformata. Quest'allegoria traspare evidentissima da tutta V Eneide, e semhra che il poeta n^niesimo, con accenni frequenti, abbia voluto togliere ogni possibile dubbio intorno ad essa, (iià dal primo libro egli ha cura dì farci sapere che l' impresa di Enea è voluta dai destini 1). e che il compito dell'eroe è di trasportare i propri dèi nel Lazio r2) : nel secóndo è il morto Ettore che c (:»v. preparandosi alla fuga dalla patria, il primo pensiero di Enea è quello di affidare alle pure mani di Anchise le cose sacre ed i patri numi (4); giunto a Creta, sono le slesse ef'pges sacrae diimm ed i PJirigii penales che gli compaiono durante il sonno e lo scongiurano a non fermarsi oltre su quelle spiaggie. ed a procedere arditamente verso l'Esperia, dove saranno le loro sedi (5, Durante tutto il fatidico suo viaggio Enea — che somiglia più un sacerdote che un guerriero — non si mostra tanto preoccupato di conquistare un regno, quanto dì ottenere un asilo per i propri dèi: u io non domando altro che un posticino {sedem exiguam) per ripom i miei Penati » dice egli al re del Lazio ((>) ; e quando è giunto al conspetto della Sibilla, si alìVetta a farle conoscere che non è venuto a chiedere regni non dovutigli, ma soltanto un luogo sicuro per i suoi numi erranti: da, non indebita posco Regna nieis fatis, Latio considero Tencros, Errantesque Deos agitataque numlna Trojae ^7). Ma Tallegoria ci sembra tanto evidente, che crederemmo inutile insistervi oltre. Fin qui il nostro studio è stato unicamente rivolto a porre in lue(^ quei caratteri della religione di V. che corrispondono all'indole dell' antica religione romana ; per rendere compiuto il nostro quadro dohhiamo dunque esaminare anche questi elementi nuovi, che s'infiltrarono assai presto in essa, e, pur lasciandole un fondo tutto proprio e particolare, l'accostarono sensibilmente alle altre religioni dei popoli antichi, e specialmente dei Greci. LMntroduzione del culto e degli dèi greci in Roma ha cause diverse, prima delle quali Y uso di ricorrere ai Libri sibillini, che provenivano da Gergis (rèpytc, ed erano stati portati a Roma sotto Tarquinio il Superbo (8). La conservazione e l'interpretazione di codesti libri fu affidata ad \\n collegio speciale di sacerdoti, i (juali, da due che erano all' epoca dei re, ' s'accrebbero a poco a poco fino a raggiungere sotto l'impero il numero di quindici, e furon detti perciò Quindiceminri sacris faciundis. Quando avvenivano fenomeni straordinari, come pestilenze, terremoti, inoncL^zioni, ecc., o prodigi affatto nuovi, non contemplati nei libri pontificali, lo Stato ricorreva solennemente al consiglio di codesti sacerdoti, i quali, dopo aver consultato i libri loro affidati, prescrivevano le relative cennio nie di preghiera e di purificazione. Siccome poi i libri sibillini raccomandavano il culto degli dèi del lon* paese d'origine, così d'allora in poi accanto al Romanus ritus si eblie il Graecus ritus, e accanto agli antichi dèi italici le divinità dell' Olimpo greco, che finirono col sovrapporsi quasi completamente ai primi. Questa mescolanza di riti e di divinità possiamo agevolmente riscon trarla anche nella religione del massimo fra gli epici latini. Insieme ai .*. dii patrii indAyetea^ appartenenti all'antichissimo ciclo degli dèi romano f sabini, quali Giano, Pico, Vesta, Pilumno, Romolo, Fauno, Silvano, il suo '; Olimpo contiene anche quegli dèi che, per contrapposto, eran detti dii ^, peregriìii o novemsédes ; vale a dire divinità greche ed orientali come » Febo, Apollo, Cibele, Bellona, Latona, Mercurio. Vulcano, Venere, (giunone -'Cerere, Proserpina, Plutone, Esculapio (9); e infine divinità greche identi ficatesi poi con divinità italiche, quali Saturno, Nettuno, Artemide (= Diana  in Aventino) ed Ercole (= Hercules domesticus o Mars). Il culto che nei  L poemi virgiliani è reso a tutte queste divinità, varia naturalmente col va \ riare dell'origine loro ; cosi, mentre gli dèi greci sono onorati secondo le   (; norme del rito greco, agli dèi patri è serbato l'antico rito romano. I primi   hanno auree statue, pompe solenni e templi di marmo dalle colonne di  : bronzo e dalle porte istoriate in oro ed avorio, i secondi conservano   invece la primitiva agreste semplicità : Vesta non ha altra imagine che  " il sacro fuoco, alla cui conservazione vegliano assiduamente le vergini   sacerdotesse ; Fauno è ancora rappresentato da un semplice t oleaster  foliis amaris », al quale i marinai salvati dalle onde solevano atta(rcare  i loro doni e le spoglie votive (11); il dio Tevere è adorato nella sacra  quercia, al cui tronco i guerrieri appendono le armi e le exuriae (spoglie)  dei nemici uccisi \V2).   Insieme agli dèi ed ai riti, anche Tantropomorfismo greco è penetrato  largamente nella religione virgiliana, togliendole, o, a dir meglio, attenuandole (luel carattere incerto e nebuloso che vedemmo provenirle dalla astrattezza propria delle antiche divinità italiche. Né poteva essere altrimenti;  prima di tutto perchè in Roma Tantropomorfismo s' era imposto alla imaginazione di tutti fino dal tempo dei Taniuinj, poi perchè il poeta non  avrebbe potuto rinunziare al grande vantaggio, clie gli proveniva dal valersi di divinità dotate di forma e passioni umane. Per tal modo, gli dèi  che V. fa soprassedere agli avvenimenti svolgentisi nelFEneide, sono,  in fondo in fondo, gli stessi di cui Omero s' era servito nell'Iliade e nelr Odissea. Essi hanno un corpo simile in tutto e per tutto a quello dei  semplici mortali, con le identiche qualità e bisogni ad esso inerenti : vi è  la sola differenza che tali qualità sono portate ad un grado sovrumano,  cosicché anche quando gli dèi scendono in terra- e cercano nascondersi  sotto spoglie mortali, il suono della loro voce, il loro portamento, la loro  statura, la loro bellezza, il scintillare degli occhi, ne svelano agevolmente  Torigine divina. Quando Iride, deposto Tabito e l'aspetto di dea, cerca  persuadere le donne troiane a bruciare la flotta che doveva condurle in  Italia, la vecchia Pirgo, nutrice di Priamo, si accorge subito che sotto  -- l'apparenza della matrona Beroe era nascosta una dea, e grida alle compagne: Non Beroe vobis, nou haec rhaeteia, matres,  Est Dorycii coniux. Divini signa decoris,  Ardentesque notate oculos; qui spiritiis illi,  Qui vultus, voeisve sonus, vel gressus eunti  E quando la dea Venere appare ad Enea sotto V aspetto e V armi  di vergine cacciatrice spartana, e gii chiede con mentita voce se avesse  veduta alcuna delle sue sorelle, V eroe troiano risponde senza esitazione: Nulla tuarum audita railii, neque visa sororum   (quam te raemorem ?) virgo: namque hand tibi vultus   Mortalis, nec vox hominem sonat. dea certe: An Phoebi soror? an nimpharuin sanguinis uua? Ed è curioso notare come, nei poemi di V., V antropomorfismo  non si restringa agli dèi venuti dalla Grecia, ma si sia esteso persino  a quelle antiche divinità romane, le quali, nella loro originaria astrattezza ed immaterialità, sembravano le più restie ad assumere forma umana.  Il deus Tiberinus era uno dei numi più vetusti e rispettati fra il popolo  romano, che lo considerava come il protettore naturale del patrio suolo,  il genius loci simbolizzante in sé stesso l' origine, le vicende e la gloria  di Roma : suo unico simulacro era, come vedemmo, T umile quercia, alla  quale i soldati vincitori appendevano divotamente le spoglie dei vinti nemici. Or bene, anche il dio Tevere ha assunto neir Eneide veste, forma voce umana, che lo fa rassomigliare in tutto ad un dio dell'Olimpo greco :  uscendo di tra i pioppi dell' amena sua corrente, egli si presenta ad Enea  in sembianza di vecchio, e   eum tennis glauco velabat amictu  Carbasus, et crines umbrosa tegebat arundo ;  Tum sic affari, et curas bis demere dictis (15'. Come per le qualità fisiche, così anche per le qualità morali gli dèi  somigliano in tutto e per tutto agli uomini : essi nutrono nel loro animo  passioni, desideri e sentimenti al pari di ogni mortale, ma con una forza  ed una intensità di gran lunga superiore a quella umana. I loro odi, i  loro amori, le loro gelosie, le loro vendette, che hanno tanta parte negli  avvenimenti umani, sono riprodotte da V. sulla falsariga di Omero,  (lai quale il poeta mantovano ha mutuato tutto il macchinismo mitologico.  Ciò è tanto evidente, per chi abbia una certa conoscenza dei poemi virgiliani  che sarebbe affatto inutile ci dilungassimo a mostrarlo. Noteremo soltanto che esagerarono quei critici i quali vollero scorgere nella mitologia  virgiliana una serietà ed una moralità di molto superiori a quella omerica   4»'   Ch*:? Li ma-gior rispetto del i)4)polo latino verso gli dèi, la sua inatrj:- r»- izrtivirà, e il pn»}j:r^^>so stesso compiuto dalla ragione umana in otto  s^ci I: di riflessione, «li >tudi e di ricerche, «ìovesJ^ero spingere il nostro  j toeta a d^ire una ve>te più severa e più casti^jata alle antiche favole > • . «n-ire sul >uolo ell»-nni«*o. è cosa naturale, confermata anche dall'esame  •i-i p» «-uJ iVià nr-i tempi di poct) anterit>ri al poeta, codeste favole sem! /.iVAi... :i: più sfa«NÌate, assurde, immorali, e contro di esse protestava  - .rrjicaiiit-ritt- il più trrande dejrli oratori romani: u nec enim multo aì)-:!:•' :. r:i — es^Uma ej:li, «lopo aver esposto i giudizi dei tilosofi sulla divi:.:-^ — >unt ea, quae poetarum vocibus fusa ipsa suavitate nocuerunt,,'iì et ira inrI:ìmiiiatos et libidine furentis induxeruut deos feceruntque.  r.: ri:r;m hèUa. pro«-lìa, pugnas, vulnera videremus, odia praeterea. dis-i.a. -i:^ or.iia.s, ortu>. iiiteritus. «|uerellas. lamentationes. effusas in  •:n.::: intrriiiprrantia libidines. aduUeria, vincula, cum humano genere con^ r\i lvd> iiiortaii'[Uè ex iLimurtali procrea tos » 17). Ma. come abbiam ve I :r . C:- eri'iie non aveva la natura timida e profondamente religiosa di   Vìrjil:?. né s'era accinto come lui ad un poema epico il cui fine era di  r. :.r. iurre i Romani ali" aritica religiosità, e la cui materia si trovava già  :r: -è -ie tu'ù .libine divina: lo stesso pn»tagonista del poema è figlio di una dea,   jr Vrrnere, ol.e s«..ntratasi con Anchise sulle falde dell'Ida, s'era congiunta   P e n lui: Latino padr»- dì Lavinia e re del Lazio, è figlio del dio Fauno   S tr iella n:r*f:i Mari, a (IS). Ma questa semidivinità di Enea e di Lavinia.   % »^: ->:.•" nifi n«^'lia tradizione, era necessaria al poeta non solo per aver   5 n. io i; L':;>t:n. are le favolose imprese del primo e l'aiuto che a lui con ^ c-rÌLO jl. dèL lua aiii'he per dimosti*are ai Fiomani derivati dal matri • !..?:.!• 'l-l prÌMio **olIa sfonda, la loro origine divina, e con ciò in ^ iiirli ad es.>ere più religiosi. Fra i guerrieri italici che scendono in guerra   1^ *.» re-enit» troiano, i più devono la loro nascita al connubio di un   « Iemale con rialclie divinità : Turno ha per avo il dio Pilumno e per nia ^ dre li dea Venilia li») Messapo è tìglio di Nettuno (2l>), Cecolo fu gene \ rat • da Vulcano tra le greggi e trovato nel fuoco -21), Ebaio da Telone   i è dil!a iiinra Seb»'tidr' ;.^2) : il leggiadro Aventino è tìglio del dio Ercole   e i -Il.i >^acerd-te>*>a Rea. la quale   Furtivum parta sul» luiuìnis edìlit aurati,  Mivta l>n» imilior  ;     41   ed anche in questo caso il nostro poeta non fa che servirsi di una tradìzione antichissima, colla quale può giustificare la prima sconfitta  ecc. ecc.  Sulle condizioni della religione romana verso il finire della repubblica e sulle  cause della sua decadenza, vedi G. Boissier - La Belìgìon Bomaine, Paris, 1884,  Voi. I, pag. 37-63. Joachin Marquardt - Le eulte chez les Bomains, Paris, 1889, Voi. I,  pagg. 69-87. C. Schmidt - Essai hìstorique sur la Società civile dans le monde Bomain et sur sa transformation par le Christianisme, Strasbourg, Havet - Lo Chrhtìanisme et ses orìgines, Paris, Livio - Ab urbe condita- L. VI, 42; X, 6-9. La prima legge per la quale  anche al popolo fu aperta la via al sacerdozio, fu la lex Licinia (389-367); vennero  poi la lex Ogulnia e infine la lex Domitia. Zeller, Religion und Phìlosophie bei den Romern. Berlin, Vortrage  und Abhandlungen, Asìnaria, II, 1, 11. Persa, Iecc.  CICERONE (vedasi) De Divinatione, Ennius - Telamo Ribbeck Com' è noto, la notizia della traduzione, ora perduta, fatta da Ennio della  Storia sacra di Evemero, ci è data da Cicerone nel De nat. deoi\ 1. I, C. 42 « gwae  ratio maxime tractata ab Euhemeì'o est, quem noster et interpretatus et secutus  est praeter ceteros Ennius 9, Dei brani della storia di Evemero sono riportati da  Lattanzio, Justit,; le maggiori notizie su di lui si trovano in R. de  Block - Euhèmère son Ihrre et sa doctrine, Bruxelles, 1876. Quanto al poema di  Epicarmo, esso è citato da Varrone nel De lingua latina V, 65. Una prova, fra le tante, degli eilettì prodotti in Roma dal diffondersi della  Storia sacra di Evemero, ci è data da questo passo di Cicerone, De nat. deor.: An Amphtaraus erit deus et Trophonins ? Nostri quidem publicnni, cum essent  agri in tìoeotia deorum immortalium excepti legi" censoria, negabant immortali^  esse ullus, qui aliquando homines fuissent*.  VARRONE, che consacra il suo libro sulle Antichità divine a ia,r conoscere gli  antichi riti^ all'ignoranza dei quali attribuiva la decadenza della religione romana,  chiamava poi assurde le favole che si raccontavano sugli dei, e confesssava che il culto  romano era mal fatto^ e che non sarebbe più tale se egli potesse rifarlo; cfr. S. Agostino, De civitate dei, IV, 31. Per Lucilio, vedasi il modo con cui egli giudica le religioni popolari nelle sue satire XV, 2; ed. Miìller, Lipsia Com' è noto, Cicerone era augure, ed a tale suo officio teneva moltissimo,  facendo feilelmente la guardia alla porta dei templi. Con tutto questo egli non si fa  scrupoli di combattere recisamente, nel suo trattato sulla divinazione, l'opinione di  coloro che credevano possibile una scienza dell'avvenire, ne vuol permettere che la  superstizione sia posta sotto la protezione della filosofia. Nel trattato sulla Natura  degli Dèi si mostra titubante, incerto, né sa giungere ad una conclusione recisa; tantoché non a torto vi fu chi ai nostri giorni credette sorprendere, in codesta assenza  di conclusioni formali, una prova di ateismo. Boissier.  Nelle lettere familiari, che ce lo mostrano nella vita privata, di religione non ia  quasi mai parola. I discorsi politici e giudiziari sono per contro tutti compenetrati  di religiosità, e ne vedremo più avanti la ragione. In questa esagerazione cadono quasi tutti gli autori sopra citati, specie il  Marquadt (loc. cit, op, cit)   (14) Epist. ad famil., V, 16.   (15) Ad. Att,, ì, 3. Cicero. Act, in C Ve7rem, Havet. Vedcsi specialmente la Pro lege manilia, (quelle In Catilinam, ([uelle contro  Verre, già ricordate, ecc. ecc.  Plutarco — Le vite degli uomini illustri, trad. G. Pompei, Cremona, Ab urbe cond.Vedi fram. del 1. XXXII. De rer. nat. Lentulo, il complice di Catilina, credeva agli oracoli della Sibilla; cfr. Cicero In L' Calilinam orat^ ieri., 5. Siila, che aveva rubato i tesori del tempio di  Delfo, portava sempre con se una piccola ima'^ine di Apollo che baciava di tempo  in tempo; cfr. Plutarco, Siila, Voi. VI, pa?. 490, Mario eonduceva sempre con sé la  profetessa Marta^ nella quale aveva grande fiducia e dietro ordine della quale sacrificava; cfr. in Plutarco la vita di Mario. Vatinio, che affettava incredulità per gli  auspici, e\ oca va segretamente i morti e immolava loro dei fanciulli; cfr. Cicerone, In  Vatin,, 6. Quando apparo qualche meteora, quando qualche statua divina ha sudato,  quando qualche rumore misterioso s*è fatto sentire sotto terra o nel cielo, il terrore  invade tutti, e per ordine del Senato si consultano ì libri della Sibilla e gli auspici;  CICERONE (vedasi), De Divinatione Le superstizioni funebri dominano specialmente tra gli sventurati. Lucrezio ce li fa vedere, nelle ansie e nelle sofferenze  (leiresi^lio, affrettarsi a sacrificare ai mani e immolare pecore nere là ove il caso li  ha condotti; cfr. De rer^ nat- III, n. 8. Quanto a Cicerone, vedemmo già com'egli  attribuisse la propria guarigione agli dèi e incaricasse la moglie di ringraziarli.  Per verità, al tempo di Cesare e di Cicerone, le matematiche pure ed applic^itct la fisica, la scienza musicale, la meccanica, l'astronomia, la geografia, la storia  naturale ecc. si trovano ormai ad uno stato soddisfacente di sviluppo. Ma oltreché molto  delle verità più alte, come ad esempio il movimento della terra intorno al sole,  erano ancora al puro stato di ipotesi non dimostrate, s'aggiungeva anche che coloro  che nella loro gioventù avevano potuto compiere una buona educazione scientifica,  dimenticavano poi ogni cosa; cfr. a tal proposito Polibio, IX, 24, e Cicerone De Republica I, 40, e Academica II, 39. Per convincersi poi a qual punto di imperfezione  era ancora la cosmologia e l'astronomia, basta leggere le considerazioni di Lucrezio  .sugli antipodi, le dimensioni del sole, la durata dei giorni e dello notti, le fasi della  luna ecc.; cfr. De rer. nat. Che OTTAVIANO fosse grandemente superstizioso, è cosa risaputa (cfr. Svetonio, Ang. 90, 94); ma ciò non implica che fosse anche religioso nel vero e proprio  senso della parola. Antonio lo acculò di aver parodiato in modo così turpe durante  un banchetto l'Olimpo degli dèi, che Giove aveva abbandonato il Campidoglio per  sottrarsi a quella vista. Lo stesso Svetonio narra che, avendogli una tempesta distrutta Tarmata navale, adirato cacciò Nettuno dal tempio (Ang,).   Kpist. 1. I, IV.  LIVIO, M.   Georg. Georg. En. En. Sulla religione romana, vedasi, oltre le opere a;ià citate del Boissier, del  Marquardt, dello Sehmidt, dello Zeller e dell' Ha vet, anche Bouché — Leclerecq, Les  Ponti fes de rancieìine Rome. Paris, 1871; e, dello stesso, il Manuel des ìnsliiU'  tlons romaines. Paris, 1866. Preller, !.£s dkicv de /' ancienne Rome, Paris.  1855; Friedlaender — DarsCellungen nus der Sittengeschìchle Roms, Leipzig, 3  voi.; Inscriplìonum iMinarum amplissima collectio pubblicato a Zurigo dall' Creili pei due primi volumi e dall' Hcrzen per il terzo; le Inscriptiones regni  Neapoletani pubblicate a Zurigo dal Mommsen ; io mi sono anche servito di uno  splendido e comprensivo riassunto della religione romana, fatto dal Boissier in Remie  de V histoire des religions, En. Hinc Augustns agens Italos in poelia Caesar  Cum patribus, populoque, penatibus et magnis dis,  Stans celsa in puppi : geminas cui tempora flammas  Laeta vomunt patriuinqne apei-itur vertice sidus.   tll) Georg. Properzio III, 22-20; Zeller, op. di. p. 6: Preller Hamisvke Mythologie, Diogini d'Aliearnasso PcojiatxYj 'ApxatoXoyia, I En. Quando gli Arvali sacrificavano due pecore alla divinità protettrice del luogo,  pronunciavano queste parole .  Infatti, mentre i primi indirizzavano i loro inni a Giunone, a Minerva, a Giano^ a  Lucetins (Giove,; i secondi non cantavano che le imprese di Ercole; ora il canto che  V. pone in tM>ccg^. : li Massarani — yei parentali  di V., Mantova, 1883, paicg. i9 e seguenti. Nai. Deor, En. Eh. En En. En. IV, 912 Giunone è detta cara Jovis coniux ; cfr. iinclic  En. XII, 806 uUerius tentare veto. En. Eru En.  En. En. En C Uiad. XIV, 346-351.   Y] pOL xal àyxàg Ijiapxs Kpóvou nal^ if^v Tiapixomv  Totoi 8' uno x^à)v Sìa qpiiev vsoOijXéa «oIt}v,  Xa)xóv ^'IpoVìevxa t8è xpóxov vj8' ftàxivO-ov  Ttoxvòv xal {iaXaxóv, Sg ìtcò x^C &'+io' èspYsv.  xqi ivt Xegaoi'hjv ènl 8è vscyéXr^v Sooavxo  xaXrjv xpuoeCrjv.   (38) A'n. Per tutte queste notizie cl'r. A. Gabrielli. Sulla IV egloga di V..  Mantova Ogereaii. Easai sur le système philosophique des Sloicìens — Paris Gabrielli, op. cit.; i>er vedere quale diffusione avesse codesta leggenda in  Italia, cfr. Ccnsorinus, De die natali, 17. Sugli anni e i //ja^^ne /wt'fwe* dell'eglog, IV  cfr. De Romanorum anno saec ad Very. eclg. IV nc^li Archivi di Filologia dell' Henghelmann.  En. Riguardo ai carmi sibillini cfr. le opere già citate. Completo magno anno, omnia si/dera in ortus suos redire et referri  rursus eodem motu. Quod si est idem st/derum motus, necesse est ut omnia  qiiae fueiunt habeant iteratiorwm. Compareti, op. ci/., C. VII; ed ancora Schickedanz: Unde VirgiUus argumentum quartae eclogae hauseriU Servest. 1761 ; Frcj'mullcr: Die messianische Weùsagung in Vergils Edoga IV, McUeii Sì confrontino i vorsi 10-45 con (lucsto frammento del carme dclhi 2»ibilla  cumana.   Cum Deus ab alto llegem dimittet Olympo  Junc terra omniparens friictas mortalibus aegris  Reddet inexaustos frumenti, vini, oleÌQUc;  Dulcia tunc mellis diffundent pocula coeli,  Et niveo latices erumpent lacte suaves.  Oppida piena bonis, et pinguia eulta vigebunt,  Nec gladios metuet, nec belli Terra tumultus,  Verum pax terris florebit omnibus alta.  Cumque lapis Agni per montes gramina carpent.  Permistique simul Pardi pascentur, et Hoedi ;  Gum Vitulis Ursi degent, Armenta sequentes  Carnivorusque leo praesepia carpct uti bos:  Cum pueris capient somnos in noctc Dracones,  Nec laedent, quoniam Domini manus obteget illois.   (52) Si confrontino ancora i versi 10-45 dell'egl. IV, con queste parole di Isaia Ei erit justUia cingulum lumborum e.jus ; ei fides cinclorìum renum  ejus. liabitablt lupits cum agno, et pardus cum hoedo occubabil et leu et ovis  simul morahantur, et parvulm mbiabit eos. VltuliLS et ursus pascentur : s'unuI  requiescent catuli eorum ; et leo quasi bos comedet paleas. Et delectabilur infaìia  ab ubere supeì' foramine aspidis ; et in caverna regulì, qui ablactatus fuerit.  manuin sua mittet. Non nocebunt et non occident in universo monte sancto meo;  quia repleta est terra scientia Domini, sicut aqtuie maris aperientes. Comparetti, op. cit. C. VII; Evangelicher Kalender. 1862, pan- i7-5o. Vedasi il saggio veramente geniale di G. Negri « I Ricordi di Marco Aurei in  eie Confessioni di S- Agostino» in Meditazioni vagabomie, Milano. riiica fra le sètte filosofiche deirantirhitii. la scuola di Epicuro  esclude nel modo i)iù assoluto la religione, nega ogni sorta di miracoli,  e bandisce il sovrannaturah* che l'ignoranza e la paura avevano cui loi^ato  nel seno dei fenomeni. La strana dottrina psicologica della i^pO-rfyy;,, nhe  pure ha un fondo indiscutibile di verità, aveva bensì costretto il (ilosofo  d'Abdera ad ammettere un Olimpo di dèi immortali, ma essi non hanno  alcun potere sul mondo e sugli uomini, sono formati da una semplice  successione di imagini prive affatto di consistenza, e vivono riligati  negli spazi intercosmici {intermundia). dai quali non potrebbero uscire  per la diversa natura degli atomi che li compongono. Quindi riiomo min  ha nulla da temere e nulla da sperare da codeste vane ombre senza  cor|)0, che non possono togliergli (jnello che l'epicureo considera il massimo dei beni: la libertà dello spirito. In modo ben diverso intendeviino  razione divina le altre scuole, che si disputavano nel mondo rintien la  direzione degli animi. La dottrina del Portico, ad esempio, era venuta,  col suo mal definito panteismo, a giustificare ogni più volgare superstizione, e ad ammettere nel mondo una incessante azione divina, una rnntinua provvidenza, un perpetuo miracolo ; lo stoico, al pari di ogni altro  pagano, credeva alla fatalità, alla predestinazione e persino agli oracoli e  alla scienza augurale. Lo stesso può dirsi della filosofia platonica, la  quale, mistica ed ascetica già neirorigine. aveva accentuato aiici^r più     questi suoi caratteri passando attraverso la speculazione degli Alessandrini, ed era giunta al punto di accettare non solo, ma di giustificare col  ragionamento filosofico l'ermetica e la magia. L'epicureismo soltanto era  recisamente nemico di ogni religione, qualunque essa fosse : poiché ogni  religione deve, dal più al meno, poggiare su quelle idee di provvidenza,  di creazione, di miracolo, di solidarietà fra il mondo e dio, che il seguace  d' Epicuro esclude nel modo più assoluto, u Ce n' est donc pas sans raison, diremo anche noi col Guyau, que le nom d'epicurien devint  rapidement synonyme d'incredule et d'irréligieux. Dato questo carattere della filosofia epicurea, era possibile che il mite  V., iJ cantore del pius Aeneas, il ristauratore dell'antica religione  romana, il poeta religioso per eccellenza, accordasse il proprio assentimento  alle dottrine dell’ORTO? Assolutamente no; a meno che non si voglia  ammettere che nell' animo suo fosse tale il distacco tra i principi filosofici  e le credenze religiose, da poter negare in filosofia ciò che credeva in religione. Ma questa ipotesi sarebbe assurda e priva di ogni fondamento.  Tutta la storia del pensiero umano ci dimostra che uno strettissimo legame ha sempre unito la religione e la filosofia; ed anche al giorni nostri, se nel campo teorico i loro domìni sono stati divisi, nel campo pratico delle coscienze individuali esse continuano a rimanere strettamente,  invincibilmente unite. Questo legame che unisce la religione e la filosofia  è al tempo stesso positivo e negativo : è positivo in quanto Tana e l'altra  soddisfano al bisogno imprescindibile dell'anima umana di possedere la  realtà superiore, l' unità suprema delle cose ; negativo, o, dirò meglio, di  esclusione, in quanto la seconda sostituisce a poco a poco la prima nella  esplicazione delle verità superiori. Ed infatti, considerata storicamente, la  religione non è altro, secondo la definisce il Réville, che « la determinazione della vita umana, per il sentimento di un legame che unisce lo spirito umano allo spirito misterioso, di cui egli riconosce la dominazione  sul mondo e sopra sé stesso, ed al quale ama sentirsi unito » ; la filosofia  invece, considerata pure sul terreno strettamente storico, è la ricerca libera della verità superiore nel mondo e nell'uomo sulla base delle conoscenze acquisite in generale e deir osservazione della natura umana. La  religione deriva dal sentimento spontaneo che l' uomo ne ha, e che egli  interpreta senza rifiessione e senza metodo, sotto la direzione preponderante delle facoltà imaginative ; la filosofia deriva dal bisogno che l'uomo  prova di correggere con formule razionali le ispirazioni del sentimento :i).  Dove la prima pone il piede, la seconda deve ritirarsi ; ed è soltanto  quando la filosofia si acconcia alle forme ed ai simboli della tradizione  religiosa, traducendo nel linguaggio tradizionale le sue idee e le sue speculazioni, che l'una e l'altra possono trovarsi d'accoido sul medesimo  terreno. Ciò avvenne infatti nel pitagoreismo, nel platonismo, nello stoicismo, nel giudaismo alessandrino ; ma non, come vedemmo nella dottrina d* Epicuro. Quindi per noi la questione dell' epicureismo di V.  è già a priori risolta: essendo profondamente religioso, il nostro poeta  non poteva essere al tempo stesso epicureo. Ma non cosi l' intendono  tutti coloro che, nei tempi antichi e nei moderni, si occuparono in qualche modo delle opinioni dei grande mantovano. Se fra tante verità stoiche non avessi errato con qualche principio  epicureo, non sarei pagano ». Queste parole, che Fabio Pianciade Fulgenzio pone in bocca allo stesso V. nel suo De continentia Virgiliana,  riassumono, si può dire, l'opinione generale dei grammatici e dei commentatori antichi e moderni intorno ai principi filosofici professati dal nostro  poeta. Non tutti codesti illustratori sono certamente d' accordo nel considerare le dottrine stoiche come il fondamento della filosofia virgiliana ;  anzi a questo riguardo le divergenze sono parecchie, inclinando alcuni  per lo stoicismo, altri per il platonismo, altri per il neo - pitagorismo,  altri infine, e con maggior ragione, per l'eclettismo stoico - platonizzante.  Ma si trovano poi tutti meravigliosamente uniti nelP affermare che Virgilio, tra il candore immacolato delle sue dottrine spiritualistiche, non  seppe andar esente da qualche piccola macchia di queir epicureismo che  fu sempre la filosofia degli spiriti ribelli.   Questa, ripeto, è Y opinione generale degli illustratori di V. ; ma  ben più recisa è a tal proposito l'opinione volgare. Come osserva lo  stesso Heyne nel suo celebrato commento, vulgo prò Epicureo haheri solet Virgilius. E cosi è infatti. Oggi ancora i più credono che il  nostro poeta abbia non solo accordato spesse volte facile «orecchio alle  ttjntazioni delle dottrine epicuree, ma che sia stato un epicureo vero e  proprio, un seguace convinto e deciso, sebben mite, del grande pensatore d'Abdera. Scevri da ogni idea preconcetta e da qualsiasi preoccupazione filosofica e religiosa, che turberebbe la necessaria serenità della ricerca, noi  ora dobbiamo domandarci : quali sono le origini storiche ed i fondamenti  reali di questa, che non chiameremo la leggenda dell' epicureismo virgiliano ? Lasciando completamente da parte Y opinione volgare, che non  potrebbe avere la più lontana giustificazione nei documenti storici e letterari che ci sono rimasti, io credo che l'origine prima dell'opinione dei  commentatori risieda in quel noto paragrafo della P. Virgilii Maronis  ri/a di Tiberio Claudio Donato, nel quale si parla appunto degli studi e  delle opinioni filosofiche di V.. Il paragrafo dice precisamente cosi:  « Audivit a Syrone praecepta Epicuri : cuius doctrinae socium habuit Varium. Quamvis diversorum Philosophorum opiniones libris suis inseruisse  de animo maxime videatur, ipse tamen fuit Academicus : nam Platonis  sententias omnibus aliis praetulit » (3). L' antichità medesima del passo,  r autorità sempre concessa al suo autore, non potevano in certo qual  modo non suggestionare critici e commentatori, così da convincerli che à qualche traccia degli insegnamenti di Sirene doveva necessariamente  trovarsi nelle opere virgiliane, prima ancora di averne ricavato la prova  dall'esame spassionato di esse. Non c'è quanto mettersi a studiare un  autore con idee preconcette, per creder poi di vedere confermate ad ogni  momento e nel modo più indiscutibile quelle medesime idee!   Ma ci sono veramente, o nelle Bucoliche, o nelle Georgiche o nelV Eneide degli elementi filosofici di indole tale da poter giustificare in  modo positivo questa opinione tanto universalmente diffusa? Vediamolo. 11 primo luogo che quasi tutti i commentatori sono concordi  nel chiamare prettamente epicureo, è l'egloga sesta, nella quale il mitico Sileno canta T origino degli uomini e delle cose. Ed è tanta la loro  sicurezza intorno alla natura di questo passo, che molti fra essi, ed  anche dei modernissimi, non dubitano di veder raffigurato in Sileno Tepicureo maestro di V., Sirene, e nei due fanciulli V. stesso e  il suo condiscepolo Varo (1). Non v'ha dubbio che i concetti espressi in  quest'egloga, e la melodia soavissima dei verei che li accompagna, e la  pittura giocondamente serena colla quale incomincia, possono spiegare  sufficientemente l'illusione in cui sono caduti i commentatori. Il vecchio  padre di Bacco, gonfie le vene pe'l gran vino bevuto, seria procul capiti delapsa, se ne giace dormendo in un antro. Lo vedono due fanciulli,  che il vegliardo avea spesso lusingato colla speranza di rallegra^-li con  un canto, ed unitisi ad Egle, Naiadum pulcherrima, lo legano coi serti,  gli impiastricciano la fronte e le tempie di sanguigne more e lo costringono a cantare. Ed egli, dolum ridens^ fra l'esultanza dei Fauni, delle  piante e delle fiere, incomincia il suo canto narrando: uti magnum per inane coacta  Semina terrarumque animaeque marisquc fnissent,  Et liquidi simul ignis; ut liis exordia primis  Omnia, et ipse tener mundi concreverit orbis;  Tum durare sohnn, et discludere Nerea ponto  Coeperit, et rerum paullatim sumere formas;  Jamque novum terrac stupeant lucescere solem  Altius at) e specialmente dal Trezza (7), che disvelò la profonda moralità inerente air epicureismo, mostrandone Y eccellenza fra di tutti i sistemi filosofici antichi, io credo affatto inutile  sfatare un' accusa che ormai può solo essere accettata dalla credulitii  stolta dei volghi. (Hi è certo che fra i seguaci di Epicuro vi furono  molti che si fecero schermo delle sue dottrine per condurre una vita scioperata ed immorale; ma oltreché non bisogna mai chieder conto ad una  dottrina dalle conseguenze illegittime che le passioni umane possono dedurne (8), e' eran pure tra gli epicurei uomini forti ed eletti, che. ispirati  ad un alto ideale di dignità umana, liberi dalle umilianti tirannie celesti,  sapean trarre una vita virilmente austera nella serena contemplazione  del vero.   Ma a completare l'illusione, vengono infine i primi versi del canto  di Sileno, che più sopra abbiamo riportato. L' origine del mondo, il suo  lento progressivo conformarsi, Y iniziarsi dei fenomeni tellurici, il sorgere  delle piante e degli animali, tutto è narrato in cotesti versi senza il  benché minimo accenno ed una azione qualsiasi della divinità, senza la  più piccola allusione al sovrannaturale : ogni cosa ha principio dai semina^  ogni cosa che esiste non è che 1' eftetto del loro accozzamento magnun  per inane. Ora non é questa appunto la dottrina d'Epicuro, secondo il  quale tutto nasce, si forma e muore per un puro aggregarsi e dissolversi  di atomi nel seno del vuoto infinito, senza che gli dèi, relegati negli  spazi intercosmici, quasi famiglia di monarchi spodestati, possano mai  interrompere l'addentellato delle leggi immanenti ed eterne di natura?  Sembra evidentissimo ; anzi, ad avvalorare sempre più questa opinione,  si aggiunge anche la circostanza che nei versi sopra citati apparisce manifesta ed innegabile Y imitazione del massimo fra gii filosofi romani dell’ORTO LUCREZIO. È proprio infatti d(»ir orazione lucreziana quel semina del  verso :V2, che Lucrezio usa tanto spesso per significare gli atomi, quel  liquidus ignis del verso ;53, queir anima che é adoperata nel verso 32  in luogo di aer^ e che ci ricorda subito come per Lucrezio l'anima  umana sia composta degli stessi atomi levigati e sottili che compongono  l'anima (9): è decisamente lucreziano quel maguiim per inane del verso 31 m che ci richiama tosto la concezione atomistica delV estensione pura, del  vuoto entità reale, inteso cioè come il luogo dove i corpi materiali, e  quindi estesi, possono trovar posto (10); bia di epicureismo. ( onìineiani  il no.stro poeta non avesse creduto di aggiungerne altri che distruggono  completamente il significato dei primi, avrebbe dimostrato, almeno in  questa parte, di seguire in tutto le idee già espresse dal grande poeta e  filosofo latino. Ma sembra che V. si sia proposto, nelle opere sue,  di togliere con una mano ciò che con l'altra concedeva; sembra che  abbia voluto, con (juesto continuo ondeggiare fra i due poli opposti della  filosofia, far perdere ai lettori ogni traccia del modello cui s'inspirava,  e dissipare non solo ogni giustificato sospetto di professare dottrine men  che ortodosse, ma anche di condividere una qualunque teoria filosofica  determinata. Questo vedemmo già, e vedremo meglio proseguendo nella  nostra ricerca; per ora possiamo averne una prova indubbia nei versi  che stiamo esaminando. Egli infatti prosegue il suo racconto così :  Prinius ab aetherio venit Saturnus Olympo  Arma lovis fugiens, et res^nis exiil ademtis.  Is gcnus indocile ac dispersimi montibiis altis  Conposuit, legesque dedit, Latiumque vocari  Maluit, his quoniam hUuissot tutus in oris.  Aurea quae perhibent, ilio sub rtge fecerunt  Saecula: sic placida in^pulo^ in pace regebat.   Qui la tradizione ha ripij^liato il sopravvento, imponendosi alla scienza  ed alla ragione che prima sombravano prevalere : il poeta, quasi spaventato del soverchio suo ardire, rìtv>rna ad adagiai-si nelle braccia morbide  del mito, e canta il regno paradisiaco di Saturno, che fuggito air Olimpo  viene in Italia, ed accolto iv^pitalmente da Giano, ammaestra il popolo  noir agricoltura, ne corregge il vivere selvaggio, trasfonde in esso abitudini di ordine, di moralità e di lavoro, iniziando cosi il periodo felice  deir età dell' oro. Tali ci»se narrava la leggenda, assai diffusa nel popolo  tra i tilosofi e i letterati (^J'i); tali, e non diverse, sono per V. le  prime storie della terra ancor giovane. Ce lo dice in modo egualmente  esplicito in un altro punto delle sue opere, e cioè sul finire della seconda  Georgica, ove descivendo con frasi idilliche la vita beatrma i poemi  virgiliani, credo possa esser tale da indurci a rispondere negativaviieiite a  una simile domanda. Non v' ha dubbio: dove il soprannaturale si mescola  ed incombe con tanta forza sul mondo, dove le potenze dispoticb.vì d:::j»^:-i- >i «^zzarla a sua  po-ìta. ivi non può ♦---ere uè ^l'iiiio -si'» il»^ in uu moiAo «o-ì s-^j-^:: • airinij»erió di  volontà oliraniondane. ^ la -«i^-nz;! '\^V.\ «livin tzioriM e d»:'i riti: studiarsi  di penetrare nel pen>i»ro r:jcere all'ii^m'.» ii.^n«Mchiato e treuiani^r s-.tt»> la verga  inesorabile del di«j. K tale ir.faiti. Lis-:iando da [«arte gli inse-juanienu contenuti nelle Georgiche, che >ono più che altro una meo»: Ila di precetti  pratici comuni a pirito super>tizio>o di cui è imlHrvuto, egli  manifesta di quando in «{uando certe, sia jiur vaghe, a^jirazi^.ni a conoscere la vera natura delle cse. e specialmente i m»ti dt i coi-pi cele>ti.  le ecli-,^i del sole e le fasi della luna, le inondazioni, i terremoti, i fulnn'ni ed altri simili fenomeni naturali, che colpendo i»er la loro apparente  irregolarità o per la lon» grandio>ità le menti incolte degli uomini primitivi, dovevano maggiormente giustificare la credenza dell'intervento divino  nella produzione loro. Di questa cres, lunaenue labores:  Uride trcmor terris: qua vi maria alta tumescant  Obijcìlma ruptis, rur^iisque in se ipsa residant:  Quid tantum Oceana i^roperent se tingere soles  Hìberni; vel ti tre versi, pure delle Georgiche, che riassumono, quasi  direi, commentano e giustificano i versi antecedenti:   Felix, qui [mtuit rerunj cognoscere causas,  Attiue metiis omnes, éì inesorabile fatum  Subiecit pedibus, strepi tu mine Acheroiitis avari I (iO)   Non v* ha commentatore che, cfiuiìto a questi due luoghi, non si faccia  un dovere di avvertire ctie in essi è contenuta Teco distinta degli insegnamenti di Sirene, citando anche a maggior conferma i versi lucreziani  dai quali il secondo è palesemente imitato (11); non v'ha critico che si  rispetti, il quale, trattando così ù\ passaggio delle opinioni filosofiche di  V., non citi questi due luoghi come una prova indiscutibile delle  sue tenden>:e epicuree. Ora tali conclusioni sarebbero giustissime, ed io per primo le sottoscriverei a piene mani, riconoscendo che almeno in questi due passi le  traccìe delle dottrine epicuree sono di una innegabile evidenza, se non  vi si opponesse un ostacolo addirittura insormontabile : vale a dire gli  stessi versi che seguono roi^i il primo come il secondo dei due luoghi,  versi che non solo ne infirmano il primitivo valore, ma conferiscono loro  un significato camplctamente, recisamente contrario. Infatti, al primo dei  due passaggi citati seguono immediatamente questi versi :   Sin, Ims ne pomm natm-ae accedere partes,  Ffigidiis obstiterit circum praecordia sanguis;  Rura mìhi, et ridili placeant in vallibus amnes;  FI amina ameni silvasqiie ìn'^iorius! 0, ubi campi, Spercheosque, et virginibus bacchata lacaenis,  Taygetal o, qui me gelidìs in vallibus Haemi  Sistat, et ingenti ramorum protegat umbra! {ììk   Al secondo seguono immediatamente questi: Fortunatus et ille, Deos qui novit agrestes,  Panaque, Silvanumque senem, Nymphasque sorores!  lllum non populi fasces, non purpura regum  Flexit, et infidos agitans discordia fratres  Aut coniuratio ecc. ecc. Veda ora il lettore spassionato come la citazione integrale dei  passi virgiliani, indispensabile per riprodurre con tutta fedeltà il pensiero  del poeta, muti di punto in bianco Y aspetto della cosa ; veda ora con  quanto fondamento i versi sopra citati, uniti a questi ohe ne sono il  sèguito naturale, possano essere interpretati come un'aspirazione a conoscere la vera natura delle cose, a liberarsi dalle visioni torbide delPoltretomba e dal timore degli dei !   Poiché, alla fin fine, qual'è il significato dei versi che stiamo esaminando? che cosa intese di esprimere con essi il nostro poeta? Semplicemente il contrario di quanto intendono i commentatori. È certamente  una bella cosa, dice V., penetrare i segreti della natura, conoscere  le cause dei fenomeni che atteriscono la nostra imaginazione, apprendere  le leggi che regolano i movimenti degli astri, i terremoti, le inondazioni ;  ma io non mi sento da tanto. Io preferisco trascorrere la mia vita nella  beata ingenuità del povero agricoltore, sotto la santa protezione dei vecchi  iddii trasmessimi in sacro deposito dagli avi, ammirando le eterne bellezze della natura esteriore, senza guastarmi la pace dell'animo e la tranquillità della coscienza con ricerche pericolose e con verità inquietanti.   Tuttavia, anche intesi in questo modo, si potrebbe sempre obiettare  che il nostro poeta non nasconde la propria ammirazione per coloro che,  con lo studio della natura, avevano saputo liberarsi dai gioghi celesti, e  giustifica la preferenza data alla religione soltanto colla mancanza del  suo coraggio e la tardezza del suo ingegno {/rigidus circum pr^aecordia  sangxiis\ e che quindi può ritenersi ugualmente verace Topinione comune  intorno alPepicuroismo dei due passi. L' obiezione sarebbe giustissima  nella prima parte, ma assolutamente falsa nella conclusione ; e per dimostrarlo sarà duopo fare alcune considerazioni sul sentimento religioso  degli antichi, che ci riveleranno la vera ed intima natura dei versi virgiliani. Come abbiamo ripetutamente osservato^ le religioni antiche e la religione romana più d'ogni altra, hanno un carattere triste e cupo, che induce facilmente neir animo del divoto tutti i terrori della più cieca  superstizione. Quelle mille potenze sovrannaturali disseminate per la natura, quella schiavitù continua al loro capriccioso dominio, quella cura  incessante di antivederne il volere, quella attenzione sempre desta di  scongiurarne le ire, dovevano rendere piena di ansie e quasi insopportabile la vita. « EJisognerebbe conoscere - dice il Guyau - tutti i pensieri  che assalgono a' nostri giorni ancora un' anima superstiziosa, per comprendere quale poteva essere la vita dei superstiziosi d' altri tempi, allora che la superstizione era garantita ed incoraggiata dalla religione  stessa, faceva parte delle credenze dello stato, e che Cicerone stesso brigava per ottenere il titolo di augure. Ora, a tal riguardo, noi al>biamo per fortuna un documento assai importante di quei temi>i, vale a  dire il trattato di Plutarco sulla Superstizione. Plutarco, testimonio non  sospetto e degno di fede, ci fa un quadro assai fosco delle ansie e dei  terrori suscitati negli animi dalla superstizione, che egli chiama « malattia ripiena di passioni » « viltà servile » « piaga delle coscienze » « fuoco  che divora T anima » e definisce cosi : « quale sia la natura della superstizione ci dimostra la voce greca «siotdaiiiovfa che altro non significa clie  aver paura degli dei, ed è una affannosa opinione, e imaginazione che  impaurisce, atterra e consuma T uomo, il quale ben crede che esistono gli  Dei, ma dispensatori di dolore e di sventure ». Per tal modo, mentre chi  non solca il mare non teme le tempeste, chi non è soldato la guerra, chi  non esce di casa i ladri, ecc. * cohii invece che ha paura degli dèi teme  tutte le cose, la terra, il mare, Taria, il cielo, le tenebre, la luce, la fama,  il silenzio, i sogni i ; mentre ciascuno può sfuggire ai propri affanni, il  superstizioso non può sottrarsi alla sua paura né di giorno, né di notte,  e neppure colla morte; e mentre l'empio, caduto in disgrazia o in malattia, ricerca le cause del suo male e vi pone rimedio, il superstizioso,  credendosi castigato dagli Dei, si spaventa, si dispera, e non vuol nemmeno provvedere a sé stesso per non disobbedire alla volontìi divina.  Che più *? (c Cagione di gran gioia sogliono essere agli uomini le solennità  delle feste e i sacri conviti, che si celebrano nei templi, Tessere ammesso  alla religione, le misteriose cerimonie dei sacrifizi, le preghiere, le adorazioni.... Ma il superstizioso ben vorrà, ma non può star lieto... Tutto  pallido e smorto nel volto pur si corona, sacrifica insieme e trema di  paura, e con voce tremante porge preghi a Dio, e con la mano mal ferma  sparge fumi e incensi. Insomma, mostra esser vano il detto di Pitagora,  che noi diventiamo migliori quando andiamo a Dio; perchè non mai i  superstiziosi sono più in pessimo stato e malavventuroso, che quando  entrano nei templi degli Dei, come se fossero covi di orsi, ripostigli di  serpenti o caverne di mostri marini ». In questo modo, continua Plutarco,  avviene che molti supei-stiziosi, mirando la quiete e la libertà di spirito  di cui godono gli empi, non solo li invidiano e desiderano poter ridersi m come loro dei terrori religiosi, ma giungano persino a farsi deliberatcìmente  increduli ». (14)   Questa eloquente e vivace pittura degli effetti della superstizione  nella società greco-romana, getta un fascio di luce sui v*.tsì che stiamo  esaminando ; nei (inali diremmo quasi di sentire — se !ion temessimo di  cadere in un enorme anacronismo — Teco distinta dellu ultime parole di  Plutarco. Vi è la sola dilTerenza che, mentre lo storico e moraliata arreco  descrive gli effetti dalla superstizione sull'animo degli altri, il poeta latino  esprime gli effetti che essa produce sul proprio ; e mentre il primo ci  parla di superstiziosi che si davano addirittura in brar-cio alla inrredulità, il secondo si limita a manifestare la propria ammirazione per gli  spiriti forti che sanno affrontare la luce del vero, e gìttarsi sotto i piedi  i timori religiosi, il fato inesorabile, gli strepiti dell'avaro Acjieronte ; ma  aggiunge subito che egli non si sente capace di fare altrettanto. Che poi  la religione di V. fosse una vera e propria superstizione, nel senso  che Plutarco dà a questa parola, l'abbiamo a lungo dimastnito: come pure  mostreremo a suo luogo quanto fosse viva nel nostro poeta la (mura  della morte e la preoccupazione della vita futura. Ben diverso dal vero  è adunque il significato che si dà universalmente a ^piesti famosissìnii  versi; i quali, in fondo in fondo, non diversificano mollo per la loro natura da quelle subitanee ribellioni alla tirannia degli (U'i, che stndirimmo  più indietro. Soltantochè in questo caso ci troviamo dinanzi mi uno  stato d' animo assai più complesso ed interessante ; là non si trattava  che di Sfratti vivaci e quasi incoscienti, tosto repressi; qui invece la ribellione è meno fugace e più meditata ; quelli erano sempliri moti passionali, questi invece racchiudono un vero e proprio raere  sue: le Bucoliche rappresenterebbero il primitivo indirizzo epicureo, VKneide Y indirizzo mistico platonico e quasi cristiano, le Georgiche il ponte  di passaggio tra Y una o Y altra dottrina.   In uno studio sul sentimento poetico in relazione con Tarte, l'Aloardi  descrive col suo stile imaginoso e fiorito questo preteso mutan«ento avvenuto nelle opinioni filosofiche di V. : « invaghitosi da giovane della  I filosofìa d' Epicuro, la cantò nella ammirabile Egloga di Sileno. anchV^di   ricalcando con pie gentile le franche orme di Lucrezio : poscia guardando  con più delicato studio la natura, si tolse da quella agitazione vertiginosa  degli atomi, si accostò a Platone, si rivolse a quel non so che di più spirituale, che gli fece cantare nella Eneide lo stupendo canto dei Morti e  dei Nascituri, nel quale si rivela una confusa idea della immortalità dell' anima. Respirò gli effluvi balsamici che una corrente arcana rei ava  neir aria del nascente Impero, e prestando orecchio airantico carme delle  Sibille vaticinò un nuovo ordine di cose più apertamente dei Profitti di  Giuda ; e forse fece tesoro dei concetti Bacchici, che innestati negli drtiei,  nelle feste di Eleusi e nei Baccanali, ivano sviluppando e purificando  r idea di Dio e della seconda vita. Boissier è ancora più pi eriso  nel descrivere questi diversi atteggiamenti dell'anima di V.. Egli  esamina successivamente i tre poemi virgiliani, e trova nelle Bucoiiclie  la spensieratezza, 1' assenza di patriottismo e di religione propria dei seguaci di Epicuro, nelle Georgiche le incertezze di un' anima che sta per  abbandonare, non senza qualche rammarico, le dottrine fino allora seguite, nelYEneide tutti i caratteri del poeta che milita senza esitazioni  sotto le bandiere della filosofia platoneggiante (:3). Questa nuova versione,  oltre schivare gli scogli della logica, può anche sembrare a tutta prima  abbastanza seducente, e non del tutto priva di sicuro fondamento. Piace  raffigurarci il nostro poeta, già tanto assorto negli artifizi della forma e nelle cure dello stile, approfondirsi anche negli alti problemi della scienza  filosofica, e rivolgerli ed agitarli incessantemente nell' animo suo, cosi da  abbandonare dopo lunghi dubbi V opinione da prima formatasi per abbracciarne poi in modo definitivo un' altra che gli sembrava più vera e più  giusta. E d' altro canto, 1' aver egli avuto per primo maestro di scienza  filosofica r epicureo Sirone, V aver frequentato nella sua gioventù la compagnia di Cornelio Gallo e di Asinio PoUione; Tessersi più tardi staccato da essi e stretto invece di più intima amicizia con Cesare Ottaviano,  di cui interpretò d'allora in poi le idee di restaurazione religiosa e morale: l'aver infine passata la seconda parte della sua vita nella solitudine  campestre, paiono rendere sempre più valida questa ipotesi. Ma la prova  più convincente, secondo i critici, ci sarebbe data come vedremo dall'indole stessa intrinsecamente assai diversa dei tre poemi ; che nella gaia  amabilità delle Bucoliche, nell' assenza di ogni preoccupazione politica e  religiosa, nelle pitture soavemente idilliche che le infiorano, sembra quasi  riflesso quel sentimento epicureo della natura, che nasce dalla contemplazione serena di essa, non turbata dalla visione dolorosa di un ideale  impossibile a raggiungersi; nella severa mestizia delle Georgiche, nel lieve  sotho di religiosità che le attraversa, negli accenni frequenti alla incredulità da una parte e alla fede dall'altra, sembra vedere rappresentato  r uomo che tentenna ancora fra due dottrine radicalmente opposte, ma  accenna già a piegare per una di esse ; mentre infine nel freddo misticismo che pervade da un capo all' altro il poema d' Enea, tu vedi un animo  ormai tutto compenetrato della potenza infinita degli dèi, tutto dedito a  conoscerne i voleri e piamente obbedirli.   Ora, questa supposta prova è tanto convincente quanto si vuol far  credere dai commentatori ? Io per fermo non vorrò escludere la esistenza  dei caratteri che distinguono fra loro i poemi virgiliani; credo però di  appormi al vero affermando che tali caratteri difierenziali non derivano  da una diversità fondameatale di concetti filosofici, e tanto meno accennano ad una evoluzione successiva del nostro poeta dal campo dell* epicureismo a quello dello spiritualismo stoico, platonico e pitagoreo, ma  sono un eff'etto necessario della natura diversa dei componimenti poetici,  e del diverso scopo propostosi dal poeta per ciascuno di essi e infine  della diversità del modello seguito. Cantando nelle Bucoliche — dietro  r ispirazione della ridente musa teocritea, e col solo intendimento di sperimentare le proprie forze giovanili nel più tenue dei componimenti poetivi — la vita primitiva, tranquilla, spensierata dei pastori e dei loro armenti, il nostro poeta non poteva, senza contraddire alle leggi più elementari dell'arte, usare quella maggiore gravità di stile e di argomenti  che adopera nelle Georgiche, componimento didattico e scientifico per eccellenza, intessuto degli insegnamenti di Esiodo, di Democrito, di Senofonte, di Aristotile, di Teofrasto e di Catone il censore, e composto, dietro il consiglio di Mecenate, col proposito di richiamare i suoi ccmcìttadini  alla sana vita dei campi e alle pratiche della romana religione^ da cui  s'erano venuti allontanando : e così nelle bucoliche come nelle TTeorgiche  non avrebbe potuto introdurre quel soffio di gelido misticismo, 4Ut^llH  continua preoccupazione del divino, quella tetraggine farisaica di riti t? di  formule — per usare una espressione del Trezza — che vedemmo essere  caratteristica dell' Eneide; poiché questo è poema religioso nel [ùù puro  senso della parola, composto sulla guida di Omero con triplice seoiJO  politico religioso e morale, per narrare ai Romani rimmi^rrazione delle  nuove divinità elleniche ed il loro assorbimento da parte delle itiiliebe,  per ricordare a' suoi poco di voti concittadini la loro origine divina ed il  modo con cui dovevano comportarsi rispetto agli dèi.   Dimostrata per tal modo la insufficienza di questa prova, cade anche  il valore delle altre più sopra ricordate, le quali, se ben si guardi, poggiavano più che altro sulla validità di quella or ora esaminata. CosicchfV  pure ammettendo che col crescere degli anni e col maturarsi della riflessione s'aumentasse nel nostro poeta quella sua naturai disposi/Joiir allo  spiritualismo, rimane però esluso nel modo più categorico che durante  la sua gioventù abbia militato sotto le bandiere di Epicuro. Ripojtandoci dunque alla conclusione esposta nel principio di (jnesto paragrafo,  «noi siamo autorizzati a conchiudere che in nessun luogo delh? sue opere  il poeta mantovano manifestò principi di carattere epicureo, e che quindi,  per quanto si può dedurre da questi soli documenti rimasti, egli non appartenne, né poco né molto, alla scuola d'Epicuro. Reville - Prolégomènes de V hìst. des relig, - Paris.  Il solo ALIGHIERII (vedasi), che pure conosce tanto bene le opere vir^iliaDo, mostra di  andare esente dall'errore comune. Ciò prova prima di tutto col non aver collocato  V. nel sesto cerchio dell' Inferno, ove sono « Con Epicuro tutti i suoi seguavi  Che r anima col corpo morta fanno; in secondo luogo, ed h prova  ben più importante, col pigliarlo a guida per quella prima parte dell' allei^órìco suo  viaggio, in cui l'anima, pur rimanendo in ragione umana, purifica se stessa e d  rende degna della visione beatificante. Il Comparetti, nella sua splendida opera su  V. nel medio evo (V. I, p. 293>l crede ciò dipenda dal fatto che Dante conosceva assai poco la dottrina epicurea, come appare dal C. IV, del Conviio, e come  si può desumere dal fatto che egli non conosceva il De Natura Deorum^ unico libro  dal quale avrebbe potuto averne notizie sicure. Lasciando pur da parte i molti argomenti che si potrebbero opporre a questa opinione, io osservo soltanto che ii Comparetti stesso, nella pagina precedente, aveva notato che Dante doveva avere pure  conoscenza delle diffusissime leggende medioevali intorno all'epicureismo viri^iliano,  «Poiché - dice il Comparetti - c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta  latino si fosse grandemente accostato ai princìpi cristiani, ma c'era anche nuella che  egli come pagano fosse caduto in più d' un errore, singolarmente epicureo. Questo si  accordava con la sua biografia che lo presenta come discepolo di un epicureo, e anche  col fatto, perchè realmente princìpi di indole epicurea, com'è naturale in im poeta lii  quella età in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i Romani, non uianeano  nelle sue opere >. Dunque, io dico, se anche allora come oggi V. passava agli occhi  di tutti per un semi-epicureo, Dante dovè avere un qualche motivo più forte ftie  non la sua ignoranza dell'epicureismo per allontanarsi in modo cosi indubbio dal  sentimento universale. Sia come si sia, le ultime righe del passo citato ci provai uo  se non altro come uomini dottissimi possano essere trascinati dalle creilenze comuni  ad errori grossolani, che un esame oculato delle fonti varrebbe a ^orreggere^ Come  vedremo più innanzi. Gotti. Heyne - P. Virgilim Maro varietale lectionis et perpetua adito*  tallone illustratus - Ed. tertia – Lipsiae Tib. Claudii Donati - De P. Virgilii Maronis vita. C.  : in Heyne, ad es. il commento di Arcangeli. Riferendomi alle considerazioni che verrò facendo più avanti, le quali sfatano completamente questa assurda  interpretazione, osservo per ora che assai difficilmente V. avrebbe potuto decidersi a raffigurare in un vecchio eternamente ubriaco, per quanto semidio, il suo antioo maestro, che Cicerone ci fa conoscere come ottimo uomo ed amicissimo suo,1 f. Ihf fin, II, 35, e Div. VI, II).   là) V. 3Ì-40. Vedi aggiunta alle Note.   k\) Constant Martha - Le poème de Liccrèce  Paris La morale d' i.piciire – Paris Studi Increzioni – Torino  Lìici'ezìo - Firenze i870; e Epicuro e V epicureismo – Firenze Lo dice anche il Manzoni, nella Morale Cattolica, C. VII.  De rer. nat,; V, 715, ecc. anche Cfr. la dotta dissertazione di Giussani intorno alla  questione dell’inane, spatium, locus, vacuum secondo LUCREZIO, in Studi lucreziani De rer. nat. e la lunga nota del Giussani V,V.  la lunga nota di Giussani dissimilis formas varìasque figuras.   la nota del Giussani.   La plastica descrizione del coniectus material. Univers. 5: Inter ignem et terram aquam Deus animamque posuit. Anche  Tmc. V, 1-19. per avere una idea dal modo erroneo con cui è intesa, Schaper, Die  sechste Ecloge des Vergilius, In lahrbh f, class, PhiloL, Zeller - La philosophie des Grecs trad. Boutroux Paris  Cfr. Zeller. Die Philosophie der Griechen - Leipzig. , dice così riguardo a Posidenier : Posidenius, von seinen Vorgàngern abwekherJ  nur so viel leeren Bauni au^ser der Welt annehmen wolte, als die Welt bei ihrer  Auflosung durch die Ekpyrosis nóthig habe, E riguardo agli altri filosofi del PORTICO. Atielten dieStoiker ein Leeres ausser der Welt schon desshalb fùr nóthig,  wcil die Welt sonst bei der Weltvcrbrennung Keinen Raum bàtte, in den sie sich  iiuflosen konnte, und sie glaubten dasselbe unbegrenzt setzen zu mùssen, weil deni  Unkorperlichcn und Nichtseienden weder cine Greuze, nodi sonst eine Bestimmtheit  ;iukommen konne. Ogereau F. Le sisteme philosophique des Stoiciens. Paris,  C, IC. L. V, En. Lucr. En. Lucr; En. e Lucr. Georg. Ili, 242-45, LUCREZIO e anche Arìst. Ifktor. Anien. VI, 18;  e Lucci EpisL I, II, Per tutte queste ed altre notizie, cfr. Max Muller - Nouvelles études (k  MythoLogìe - Paris, Zeller. Igino - Fabularum lìber, Basilea Georg,; En Georg, II, 343-45(19' V, 922 e segg. Giussani. E' un commento a Lucr. V, 1026, ovi?  è narrata appunto l'origine del linguaggio. L'A. fa un confronto fra le teorie di Platone ed Epicuro intorno a questo problema, e pone in luce come quest'ultimo abbia  divinato concetti e teorie scientifiche modernissime. Macrobio Sai. I; P. Vitt. De orìg. gent. Bom, I ecc. fine. ecc. Nel V combatte invece coloro che vedono un segno  della mente e della volontà divina nel sistematico coordinamento delle parti del mondo,  nella regolarità delle leggi che lo governano, nella razionalità dello sviluppo delFumano incivilimento. Georg. En. Lucrezio, Milano De rer. nat, Diog. L. X, 82. A proposito degli dèi volgari, Epicuro diceva: 'Aaspfjg fi'oOy.   6 Toùg T(3v 7coXX(5v Bsoùg àvapffiv, àXX'6 xàg tc5v tioXXcSv 5óS*C ^«ofC wpoodicxov (D- L.). GIAMBELLI (vedasi) DelC Epicureismo di V. (in Album Virgiliano Per vedere quanto sia diffusa la credenza nell'epicureismo di V., cfr.  il Trezza {V Epicuro e il Lucrezio) e il Giussani, Ea. Eglog. Heyne, En, VI, 850-51.Georg.  III, Et metus ille foras praeceps Acherontis agendus - Punditus humanam vitam qui turbat ab imo - Omnia suffundens mortis nigrere, negus ullam Esse voluptatem puram liquidamque relinquit Georg. Guyau Plutarco - Della Superstizione, in Opuscoli Morali, trad. Marcello Adriani,  Firenze C. I, Anche CICERONE (vedasi) De Fin, e Guyau.  ì 5.  Guyau Nella rivista La filosofia delle scuole italiane, anno I, disp. I. Boissier Racconta Cicerone, nel De Legibus (1), che un certo Gellio, proconsole romano nella Grecia, trovandosi ad Atene, rimase stordito e meravigliato delle lunghe discussioni dei filosofi intorno alla questione del  sommo bene: e credette suo dovere riunirli tutti, eccitandoli a finirla una  buona volta con codeste interminabili dispute, ed assicurandoli che, qualora non si fossero mostrati ostinati e decisi ad azzuffarsi per tutta la  vita, la cosa si sarebbe potuta facilmente combinare ; egli poi, da parto  sua, prometteva di fare del suo meglio perchè V accomodamento riuscisse.  Lo scrittore latino aggiunge maliziosamente che l'ingenuità del proconsole  suscitò il riso universale. E non torto; tuttavia codesto grazioso aneddoto  può farci conoscere, meglio di qualunque trattato, la poca attitudine dei  Romani alle sottili astrazioni, e il modo onde essi intendevano la filosofia. Propensi più al fare che al dire, e ad apprezzare ogni cosa secondo  la sua pratica utilità, codesta scienza era rimasta loro per lungo tempo  affatto sconosciuta, ne, per vero, ne avevan mai sentita la mancanza: e  soltanto al principio del secolo 111 A. C, quando la dominazione romana  si estese sulle colonie greche dell' Italia meridionale, cominciarono a penetrare in Roma, insieme alle favole e alle rappresentazioni drammatiche,  gli insegnamenti della sapienza greca. Più tardi, anche i filosofi greci %\^  la quale è solo privilegio degli uomini (Xoytxà ;;(T)a) e degli dèi (f)). V.  non mostra di essersi scostato nemmeno per questa parte dalla dottrina  degli stoici; cosicché, sebbene anch' egli creda ch(? i bruti siano dotati di  anima al pari degli uomini, come ci manifesta nell'episodio dei vitelli  che muoiono nei lieti prati : Et dulces anìmas piena praesepia reddunt. e come ci fa conoscere molte volte parlando delle api, e dei loro ìnotm  aniiìiorum dei loro contusos animos, e tnstabiles animos{ìd);  e dei loro re i quali   Ingentes animos angusto in pectore versant;  e del modo con cui quando pungono tanùnas in vulnere po7iuntn if));  sebbene anch' egli conceda agli animali sentimenti e passioni al pari  degli uomini, come prova la descrizione che egli fa dell' ira delle api e dello spavento da cui sono prese alcune di esse durante i combattimenti e dell' allegria dei bestiami dopo la pioggia; sebbene in  fine ammetta che gli animali possano compiere azioni tali che sembrano  suggerite dalla intelligenza, come nel commovente episodio del cervo addomesticato di Silvia, che, ferito da Ascanio,   nota intra tecta refugit  Successitque gemens stabulìs, questuque cruentus  Atque imploranti similis tectum omne replevit; tuttavia egli si dà cura di avvertirci che non si tratta né di ragione  né di intelligenza, ma solamente di istinti, di t ìiaiuras qitas Tuppiter  ipse addidìt. Col qual vocabolo « natuì^as » egli traduce esattamente  il xi Tipffixa xaxà cpóaiv con cui gli stoici solevano indicare le tendenze  primitive proprie degli animali. E trattando nel primo delle (jeorgiche  in qual modo l' agricoltore possa presagire ex imbri sole et aperta serena, gli insegna la maniera con cui gh alcioni, i ciacchi, i falchi, le civette e i corvi manifestano V approssimarsi del bel tempo ; ed aggiunge  di non credere affatto che ciò derivi dal possedere tuli animali una intelligenza superiore a quella assegnata alla loro specie: Haud eguideni credo, quia sit divinltus illis  Ingenium, aut rerum fato prudentia maior, ma solamente, seguendo anche in ciò una credenza assai conmne tra i  pitagorici i platonici e gli stoici (23), dalla diversa densità degli elementi,  dell' aria in special modo, che muta gli istinti dei loro animi: Verum, ubi tempestas, et coeli mobilia huinor  Mutavere vias, et Jupiter uvidus Austris  DenJ^et, erant quae rara modo, et quae densa, relaxat:  Vertuntur speries animorum, et pcctora motus Nun alios, alios, dum nubila ventus agebat, J Concipiunt: liinc ille aviiim conceotus in agris, ^   Et laetae pecudes, et ovantes gutture corvi. ^   Vi è però un punto nel quale sembra che il nostro poeta si scoEti '[   alquanto dall'opinione fin qui seguita, ed inclini a concedere ai bruti  quella intelligenza che prima aveva negata ; ed è sul finire del canto decimo, ove Mezenzio, dopo aver fatto prodigi di valore ed essere stato già- j Temente ferito ad una coscia, vedendosi portare innanzi il cadavere esangue ì   deir unico figlio, si rianima di novello ardore e preparandosi a combattere; rivolge al preferito cavai di battaglia quella splendida apostrofe, che non j   possiamo trattenerci dal citare integralmente: Rlioebe, diu, res si qua diu mortalibus ulla est, i Viximus: aut hodie Victor spolia illa cruenta, i Et caput Aeneae referes, Lausique doloruni ;i   Ultor eris mecum : aut, aperit si nulla viam vis,   Occumbes pariter : neque enim, fortissime, credo,   lussa aliena pati, et doniinos dignabere Teucros  i   Questo discorso, che presupporrebbe in chi l'ascolta una intelligenza j   simile a quella di chi lo profl'erisce, ha fatto arricciare il naso ai soliti   commentatori (2()), per i quali Tirragionevolezza degli animali è un dogmii   su cui non è nemmeno permessa la discussione ; e lo stesso Heyne ha ^ cura di avvertirci a questo punto che « displicuit haec ad equam suuni |   Mezentii ovatto venustioribus nostra aetate. Tanto più che nel j   canto seguente V. sembra confermare questa sua nuova opinione,   descrivendoci il cavallo Aethon, che segue piangendo il cadavere di Pai- * laute, suo signore:   Post bellator equus, positis insignibus, Aetlion   It lacrimans, guttisque humeetat 8:randìbus ora Che realmente il nostro poeta, dopo aver negato T intelligenza a tutti  gli animali, anche a quelli che, come le api, sembrano possederla nel I   modo più indubbio, voglia ora concederla soltanto ai cavalli ? I due passi'  ora citati non sono tali per fermo da autorizzarci ad ammetterlo. Poiché  il discorrere dei guerrieri ai loro cavalli è cosa che occorre assai fre- ]   quente cosi negli antichi poemi eroici come nei più moderni poemi cavallereschi; senza che con questo i loro autori abbiano avuto nemmeno  la lontana idea di atferniare la ragionevolezza degli animali. Quanto al  nostro poeta, egli dovè manifestamente ispirarsi all' Iliade d' Omero, ove  spesse volte così Ettore come Achille rivolgono la parola ai loro destrieri (29); ed è pure una seiiiplice imitazione omerica quel pianto del cavallo di Palhinte, che ci richiama subito alla mente i cavalli di Achille  piangenti la morte di Patroclo (30 . Ma, oltre a tutto ciò, non è forse naturale e comune anche fra noi questo amare e rivolgere la parola a bruti  e perfino a cose inanimate cui ci sentiamo fortemente affezionati ? Possiamo dunque concludere senza tema di errare che V., seguendo la  opinione degli stoici, non ammetteva la ragionevolezza in nessuna sorta  di animali.   L'esposizione ohe nel sesto canto dell'Eneide  fa Anchise della  dottrina stoica dell' anima del mondo, è ancora più ordinata e precisa di  (luella che vedemmo nelle Georgiche. Il vecchio padre di Enea, comincia  prima di tutto col rivelare al fìgliuol suo T esistenza di quel fuoco etereo  universale, che compenetra ed informa il cielo e la terra, la luna e gli  astri :   Principio coelum ac terras, camposqiie liquentes,  Lucentemquc globuin Lunae Titaniaque astra,  Spiritus intiis alit;   Poscia gli insegna come quest' anima ugualmente diffusa sia il « principio di universale attività )> (xò tioioùv), per rapporto al quale tutto non è  che passivo, e il principio dirigente (f^rej^ovtxóv) che domina e governa tutti  gli esseri : totamque infusa per artus  Mens ai^it it molem, et nìa'^no se corpore miscet. Viene quindi a ricordargli come questo fuoco divino non sia soltanto  un semplice pensiero ragionante, che si limita a combinare e comparare  delle nozioni ; esso non è né l' idea delle idee, né il pensiero dei pensieri,  ma piuttosto un i ragione seminale, uno auspnaTixòv Xó^ov Svia toO tlóoiìou (:t2): Inde hominuni pecudumqiie genus, vitaeqiie volantum  Et quae marmoreo fert nionstra sub aequore pontus   Per questo modo adunque gli esseri animati dovranno contenere in  sé stessi una scintilla dell' ignea essenza divina: Igneus est ollis vigor et coelestis origo   Semini busCerto che, per quanto sufficientemente definita, questa esposizione  della dottrina stoica non ha quella determinatezza che pur sarebbe necessaria per rendere in tutta la sua interezza il pensiero dei filosofi dello  Sfoci . Qui non é fatta menzione né dei due principi attivo e passivo, cioè  qualità e materia, né degli elementi e della loro uguale divisione in attivi e passivi, né dei modi onde gli elementi attivi combinandosi lulLi  massa sostanziale le danno unità, qualità, vita e movimento; ne insointnu  di tutti gli altri presupposti teorici da cui gli stoici facevano disceiiilere  per deduzione logica la loro dottrina, concatenandola in un tutto fortemente organico e vitale. Ma, come vedemmo, è carattere proprio lirllo  stoicismo romano di rifuggire da tutte le astrattezze della metafìsica, da  tutte le minuzie della dialettica, per ritenere di una data concezione filosofica soltanto quello che poteva esservi di veramente importante e di  pratico. Poiché i Romani non avevano ricercato nello studio della filosofia  un divertimento dello spirito o la soddisfazione di una oziosa curiosità,  ma le avevano chiesto dei princìpi di condotta, delle regole per vivere e  per morire, delle norme sul modo di contenersi rispetto a sé stessi, ai  propri simili, alla divinità. Ora, le linee assai generali e sintetiche —  oltre le quali io non credo si estendesse molto la cognizione di nessuno  dei Romani che seguivano le dottrine del Portico — colle quali Vir^^àlio  ci riproduce la dottrina dell' anima del mondo, sono più che sufficienti  per cavarne quelle conseguenze morali, che sono per lui come per i suoi  compatriotti tutto ciò che vi ha di veramente serio nella filosofia. (JtuiU  sono adunque queste conseguenze morali? L'amore versoi propri simili,  r austerità verso sé stessi. Che la dottrina panteistica degli stoici dovesse persuadere ^^H  uomini ad amarsi ed aiutarsi a vicenda, ad osservare nei loro mutui la]»porti i precetti della giustizia, della carità, della benevolenza, a considerarsi tutti come uguali e fratelli anche oltre gli artificiali confini della  città delki nazione, è cosa che, sebbene negata da certi storici della  filosofia, a nessuno potrà sembrare strana, e che fu infatti da essi professata fino ab antiquo, prima ancora che gli Esseni, Filone ebreo * itosela il cristianesimo 1' adottassero e la bandissero, con si scarso frutto,  alle genti. Quella essenza divina uniformemente trasfusa per il mondo,  dalla quale ogni essere è derivato; (juel «legame interno i> (sips^io^) che  unisce fra loro tutti gli esseri particolari e fa dell' universo, ad ogni ma-*  mento della sua esistenza, un tutto coerente e simpatico, un insieme le  cui parti cospirano neir azione reciproca universale, doveva necessariamente spingerli a proclamare per primi, e con tanta energia, l' universale  fraternità ed uguaglianza degli uomini. E mentre Platone, nel quinto libro  della sua Repubblica, ammette soltanto la fratellanza di tutti i Oreci,  escludendone i Barbari, Plutarco, riferendo le dottrine di Zenone, dirà  più tardi : « Noi non siamo divisi per nazioni e per città, aventi ciascuna  la sua giustizia particolare ; noi siamo l)ensì tutti compatriotti e concittadini, viventi una medesima vita sotto una medesima legge, come un     greggie immenso retto da un solo governo >> . Il mondo è per gli stoici  una città universale, governata dalla diritta ragione, e in cui tutti pos  sono venire ammessi ; nò importa V essere greco o barbaro, uscito di  stirpe reale o nato in condizione servile, ma basta essere un uomo.  « Umis omnium parens, dice Seneca, mundus est, sive libertini  hahentur, sive servi, sive exterarum /lomines. Tutti questi generosi sentimenti, che si possono riassumere in due  sole parole « umanità » e « cosmopolitismo » e che ci riempiono di ammirazione per i seguaci di Zenone di Cizio, possono anche riscontrarsi, profusi nella più larga misura, nelle opere del grande poeta mantovano, già  inclinato ad essi per la natura mite, gentile, affettuosa deir animo suo.  Nessuno di quei sentimenti altruistici che nobilitano il cuore umano, e  costituiscono il fondamento primo della moralità sociale, manca di trovare  un* eco sincera nelT animo di V.. Sensibile a tutte le miserie che  affliggono la umana famiglia, per ogni dolore ha una lacrima, per ogni  sventura una parola di conforto ; sembra che egli abbia assunto per sua  impresa quel noto verso dì Monandro, tradotto da Terenzio: Homo sum, humani nil a me alienum puto; sono uomo, e quante cose nobili e belle ha il pensiero e Y opera umana  prodotte, quante affezioni dolorose o liete ha la natura umana in sé accolte, in quelle io consento.   Enea, sbalzato dalla tempesta sulle spiagge di Libia, e venuto al  tempio di Cartagine, scorge dipinte sulla mura di esso le battaglie Iliache, che la fama aveva già divulgate per il mondo intero. Colpito e commosso dalla pietà di quei ricordi, si volge al fido Acato, e :   Quis jam locus, inquit, Adiate,  Quae regio'in terris nostri non piena laboris?  En Priamus ! Sunt liic etiam sua praemla laudi ;  Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt.  Solve metus : feret haec aliquam tibi fama salutem. In questi versi, mirabili per arte e per affetto, è espressa la compassione che piange sulle umane miserie, da qualunque parte esse vengano,  qualunque sia il popolo che le subisce. Ed alla commiserazione segue poi  un altro sentimento umanissimo, la misericordia. Poiché la soave Elisa,  la quale pure ha tanto amato e tanto sofferto, sopraggiunge a soccorrere  gli sventurati, ricordando che i dolori sofferti le insegnano ad aiutare gli  infelici: Quare agite, o tectis, juvenes, succedite nostris.  Me quoque per multos similis fortuna labores  Jactatam, hac demum voluit consistere terra.  Non ignara mali miseris succurrere disco (G).  In questi due versi, dei quali  come dice il Canna — uno è un  gemito, r altro una consolazione :   Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt,  Non ignara mali miseris suocurrcre disco, in questi due versi sono espressi due dei più nobili sentimenti che legano l'uomo al proprio simile. Del quale vincolo che deve affratellare il  mondo in una sola immensa famiglia, sono espressione più evidente questi versi di Ilioneo, che racconta g^ Didone le traversie dei profughi  troiani : Quod genus hoc Iio.ninum ? quaeve hunc tam barbara morelli  Permittìt patria? hospitio prohibimur arenaci  Bella cient, primaqiie vetant consistere terra.  Si genus humanum et mortalia temnitis arma;  At sperate Deos, memores fanJi aUjue nefandi (8).   Nella dolorosa meraviglia, nella profonda indignazione con cui Ilioneo  narra questo fatto di uomini che non ospitano ed aiutano altri uamini  colpiti dalla sventura, per quanto stranieri, poveri e sconosriuli, unzi li  respingono brutalmente dalle loro spiagge, il cosmopolitismo degli stoici,  il sentimento della universale fratellanza umana sono espressi nel modo  più chiaro, e sembrano poi sintetizzati iu quel verso della regina dei  Cartaginesi :   Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur. Ma una delle più belle manifestazioni della umanità di V., è  r avversione profonda, decisa, assoluta che egli, appartenente' al popolo  più bellicoso del mondo antico, nutre per V arte omicida della guerra.  Noi esamineremo con una certa larghezza questa avversione di V.  per la scclerata insania belli, coni' egli la chiama, pei'chè con ciò  il nostro poeta seppe non soltanto farsi interprete del vero ispirilo della  filosofia del Portico, ma anche preannunziare in certo modo la posi/ione  che qualche secolo più tardi lo stoicismo doveva prendere contro la  guerra ed i suoi ministri.   Già prima di V., Dicearco aveva scritto un libro sulla Distruzione degli uomini, nel quale si dimostrava come la guerra recidesse  maggior numero di esistenze di tutti gli altri fiagelli presi insieme. Lo stesso CICERONE, quantunque cerchi di giustificarla, non sempre riesce  a comprimere quei sentimenti umanitari e civili, che lo studio della sapienza greca avevano sviluppato neli' animo suo ; ed allora, posta da canto  ogni esitazione, condanna severamente come filosofo ciò ch+^ aveva prìina      ^usiitìoato come cittadino romano e come uomo politico. A tutti sono noti  1 ^;ioi sdegni generosi per la barbara distruzione di Corinto, che furono  rviiardati come rammenda onorevole di Roma alla Grecia, maestra del  ^lUi-re umano. Nelle sue orazioni contro Verre, egli si commuove  >jK'Sso per le crudeltà commesse dai soldati nelle battaglie. • Il popolo  ivmano non può più resistere )> esclama a«l un certo punto — non dirò  ai sollevamenti, e alle resistenze armate, ma ai pianti, alle lacrime, ai gemiti delle popolazioni. Ma tutte queste erano proteste assai timide,  olle non potevano scuotere alcuno. Soltanto verso la fine del secolo d'Augusto e sotto il regno di Tiberio e di Nerone, lo stoicismo sorgerà coraggiosamente, in nome della fratellanza umana, contro le guerre e le carne(ìoìne. Seneca il retore, nelle sue Controcersiae, ha contro la guerra delle  lungiìe invettive, nelle quali il suo stile, di solito cosi artificioso e imbellettato, ac(iuista un calore ed una vivacità insolita. La guerra è per luL  una cosa crudele e riprovevole, la cui origine si deve sempre ricercare  nelle più bieche passioni umane: «ecco due eserciti di fronte; dai due  lati le colline si coi)rono di cavalieri, il terreno è seminato di corpi, e sparisce sotto la moltitudine dei cadaveri e di coloro che li spogliano. Se si  domanda (juaF è la causa che spinge in tal modo V uomo contro l'uomo  (poiché gli animali non si fanno tra loro la guerra; e anche se la facessero,  tali costumi non converrebbero alla specie umana, che è fatta per la pace  e si accosta alla natura divina) e quale malattia crudele, quale furore,  ([uale traviamento spinge voi, che siete una sola famiglia e un solo sangue,  a versare il sangue gli uni sugli altri; quale fatalità o quale caso funesto  ha messo in voi un simile delirio, si dovrà dire che è per innalzare delle  tavole ove segga un popolo intero? o perchè la casa rifulga d'oro? e tutto  ciò può valere dunque tali fratricidi. Seneca il filosofo segue a questo riguardo le orme del padre ; egli ha  in orrore la guerra, e la persegue con tutti i suoi anatemi ; ad Alessandro,  che nelle scuole era preso come il modello del genio della conquista e  della forza distruttiva, ei contrappone Ercole, V ideale stoico, il dio della  forza che fa il bene (14,. t Se l'umanità ascoltasse la voce del sapiente  — esclama — comprenderebbe che essa non ha affatto bisogno di sol[ dati. Queste ultime parole di Seneca sembrano preludiare a quel   il dissidio allora latente, ma che di necessità doveva scoppiare più tardi, tra   [ i filosofi da un lato e gli ufficiali deir esercito dall' altro. Di questo dis l sidio ò rimasta un'eco nelle Satire di Persio, Tallievo di Anneo Cornuto,   f- e il più rigidamente stoico dei poeti latini. Egli cerca di sfogare il proprio   i disprezzo per gli uomini di spada, che in quel governo essenzialmente mi { litare rappresentavano la classe più numerosa, più forte e più temuta, ac cusandoli di puzzare di caprone: t. r  Hic aliquis de gente hircosa centurionum (ìé) tu e di avere le varici :   Dixeris haec iiiter varieosos centuriones. I centurioni, dal canto loro, si facevan beffe di codesti Arcesilai dalle  barbe lunghe incolte, dai visi pallidi e dagli abiti a brandelli, che cumini  navano per le vie di Roma mormorando sentenze. Ma la querela fini miìlamente per i filosofi; poiché Domiziano, comprendendo quanto pericolo  potesse venire da codesti uomini, che screditavano il mestiere deli^' anni  e predicavano la virtù, la pace, la fratellanza, ordinò fossero cacciati  tutti da Roma (18).   V. non condanna la triste belliim, la larrinvìbile belium, come  spesso la chiama, in virtù di astratte considerazioni filosofiche o politiche, uè per i danni materiali che le ultime guerre disastrose, e particolarmente le guerre civili, avevano arrecato alla patria. No: è la delicatezza deir animo suo che lo spinge a commoversi tutto ed indignarsi \h\^  vanti allo spettacolo delle bestiali passioni che le horrida bella scatenano,  delle stragi umane che arrecano, delle tante vite che recidono sul fiore,  dei dolori e delle ansie che portano ai padri, alle madri, ai figli dei combattenti. Le dottrine largamente umanitarie dello stoicismo non avevano  fatto che rendere ancora più vibrante e sijuisita codesta innata sensibilità  d' animo. Cosicché, prima di accingersi a narrare una guerra o a descrive! e una battaglia, quando t bello dal signum ranca cruentum òueCina •, il suo pensiero corre sùbito trepidante ai dolori e alle eaiiieficine imminenti:   Dicam horrida bella;  Dicam acies, actosque animis in funera rec:es  Tyrrhenamque maiium, totamque sub arnia coacta  llesperiam i21j ; e a quel pensiero increscioso si sente commuovere di pietà, anclir per i  nemici: «Ahi, quante stragi sovrastano ai miseri Laurenti! padre Tevere quanti scudi e cimieri e corpi di prodi travolgerai sotto le tue onde {t})^ >»  Poiché sembra che egli stesso sperimenti nel proprio animo le anguseie  dei miseri genitori, i cui figli stanno per esporsi ai tremendi pericoli della  battaglia; e ci rappresenta le madri, che ai primi rumori di guerra   Vota metu duplicant propriusque periclo It timor, et major Marti jam appan^t imago. E (juando la guerra é già decisa, e la colonna dei combattenti, avvolta nella polvere e lampeggiante d' acciaio, s' allontana giù giù in fondo  alla pianura, egli non le dimentica quelle povere madri, che, ferme sulle     mura deserte della patria, seguono con gli occhi, forse per Tultima volta,  i figli allontanantìsi :   Stant pavidae in muris matres, oculisque sequuntur  Pulveream nubem, et fulgentes aere catervas.   Ed è col richiamargli al pensiero la vecchia madre, quella madre che  non vive che per V unico suo figlio, che Niso tenta sconsigliare V amico  Eurialo dal seguirlo in quella generosa e temeraria impresa, che doveva  costare la vita a tutt' e due :   Neil inatri miserae tanti sim causa doloris;  Quae te sola, puer, luuitis e matribus ausa  Prosequitur, magni nec moenia curat Acestae.  Preso da una brama ardentissima di lodi, Eurialo non si lascia smuovere da questa esortazione dell' amico, e vuole a tutti i costi essergli compagno. Ma prima di accingersi a partire, è il pensiero della vecchia madre  che gli si affaccia angoscioso alla mente; ed a lulo, che gli andava proI mettendo ogni sorta di premi, egli risponde che di un dono solo lo pre gava: consolasse la derelitta madre sua, che egli lasciava di tutto ignara i I e senza addio, perchè non avrebbe potuto sostenerne le lacrime; ed è   I I tanto spontaneo il suo discorso, tanto pieno del più tenero affetto filiale. '^ j che giustifica pienamente la commozione di lulo e il pianto dei Dardani   1 .^ ; ascoltanti.   ' j : Ma dove V. raggiunge veramente la perfezione, dove l'animo suo ' j t aperto a tutti i i)iù nobili sentimenti, dove la delicatezza del suo sentire » i i e la soavità dell' arte sua ci si rivelano sotto la luce più viva e più bella, j. '. ' è nei discorsi die egli pone in bocca ai padri e alle madri dei combat I ! tenti. Tra questi discorsi, è per me addirittura insuperabile il commovente   j ; addio di Evandro a Pallante, che parte con Enea per la guerra. Il vecchio   ; ; * re, inexpletnm Idcrìinnns, e baciando convulsamente la destra dell'unico   .! : figlio, dopo aver sospirato T antica gagliardia che gli avrebbe permesso di   * i non staccarsi mai da quel dolce abbraccio e di essere a fianco del figlio   : anche fra i travagli della guerra, con frasi brevi, rotte, in cui si sente quasi direi Tansimare del suo petto agitato, rivolge agli Dei quella splen   ; \ dida sua invocazione, riboccante d' amor paterno :  si numina vestra  Incoluiiiem Pallanta inihi, si fata reservant,  Si visurus eum vivo, et vcnturus in unum,  Vitam oro: patiar quemvis durare laborcra.  Sin aliquem infandum casuin, fortuna, minaris,  Nunc, nunc liceat crudelcm obrumpere vitam,  Dum curae ambi^uae, duin spes incerta futuri,  Duin te, care puer^ mea sera et sola voluptas,  Complexu teneo: gravior ne nuncius aures  Vulneret.   Quando finalnaente, accese dair insani Martis amore (28j, le schiere  nemiche si urtano, e la battaglia incomincia, sembra che qualche volta  l'animo del poeta si lasci trascinare dalle reminiscenze omeriche air entusiasmo de' bei colpi dati e ricevuti, delle morti eroiche, dei discoi-si feroci; ma è cosa che dura poco, poiché il cuore ripiglia subito il suo sopravvento sulla rettorica, ed il vero, il miserando spettacolo del campo di  battaglia gli si para innanzi in tutta la sua cruda realtà,   et gemitus morientum, et sanguine in alto  Armaque, corporaque, et permixti caede virorum  Semianimes volvuntur equi (29);   e non può trattenere le lacrime: (a al iter, qaiin  •l«rlia corrente, ma si renda d^no con  Tiissiiluo lavoro di quelli tVlioiui ohe s* ac«ompa«:na sempre alla virtù;  poiché : labùr omnia vìneit  laiprobus, et Juris urgens in rebus egcstas 13  Ma jjiuuto r inverno, può finalmente godere il frutto delle sue lunghe  fatiche in onorato riposo; allora celebra i giorni festivi, liba a Bacco  steso neir erba attorno a un gran fuoco, si esercita nella ginnastica e nel  ^^^m^ bersaglio, mentre :   dulces pendent circum oscula nati:  Casta pndi'-ìtiain servat dotnus 'U.   Ria.ssumendo, T agricoltore rappresentatoci da V. nelle Georgiche ha più che evidenti in sé stesso tutti i caratteri del sapiente degli  stoici : impassibilità alle passioni, disprezzo per gli onori, le ricchezze, le  lodi, venerazione per gli dèi. austerità nei costumi, assiduità al lavoro,  frugalità, amore p«'i figli e per la famiglia. Attribuendo all' agricoltore  tutte queste qualità, il nostro poeta si è certamente scostato dal vero;  ma se ciò può costituire un difetto agli occhi del critico letterario, per  noi non è che una prova novella degli intenti educativi che animavano il  poeta, e del ti/xj ideale che gli servi di guida nella descrizione.   11 vero sapiente, dice anche Orazio, « è colui che passa davanti ai   mucchi d'oro senza volgere gli occhi » tl5); colui che, il giorno in cui la   ^ fortuna s' invola. « restituisce senza rammarico ciò che essa aveva coii fc.. cesso, e avviluppandosi nella propria virtù, sposa volentieri, senza dote,   |r la povertà onesta » (!(>;.   Ma non è soltanto nella pittura della vita agreste che il nostro poeta  ci appalesa il suo entusiasmo e la sua adesione ai princìpi morali dello  stoicismo; poiché, come dicemmo, della rigidità stoica sono tutte compenetrate cosi le (leorgiche come V Eneide. Quindi — lasciando da parte  per il momento lo studio dello spirito misogino profuso nei  homo est qiiem graphics Terentianus exprimit  Chremes: homo sum ec€. »* Cfr. G. Canna, Della umanità di V., Torino En. M. ) hi 574.   (9) Eìh VU, 4i)t   (10) Cict^ro, l>e Ofnai.^. U, ù iììì Havet,.; e CICERONE (vedasi), De Officiis, Or, Controvm'sme, De, lìfiicfìvìis, ; e ancbu f.ucano EpiMoip, Xi\ 15^ Firenze, 1".  aa) Salirae Nisard, Kludes de moeurs et de critique sur les poè'tes latins de la  décadence, Paris En. VEn. En. En En.  En. En, En. En. En. En. En. En  En. En En. ; è degno di nota il fatto che questi versi si trovano proprio  al principio del poema, nel quale poi si narreranno tante battaglie. Per non dilungarmi troppo in un argomento (ihe non è l'oggetto di questo  studio, ho qui dovuto riassumere in poche parole e assai imperfettamente una delle  dottrino più complicate e sottili dello stoicismo. L'uomo nasce buono per natura, dicono gli stoici ; ma come avviene dunque che la maggior parte degli uomini non sono  virtuosi ? Perchè, rispondono essi, la società li deprava. Questa risposta non fa che  portare indietro il problema; infatti, se la società deprava l'individuo, è apparentemente perchè essa stessa è malvagia, ma in realtà la società non può esser tale che  perchè gli individui che la compongono sono essi stessi malvagi. La contraddizione  è evidente, e gli stoici cercarono di toglierla invocando un' altra nigione : le tendenze  naturali, essi dicono, sono sane e dirette verso il bene, ma la loro intensità non ha,  prima dell'esercizio, quella giusta misura e quella perfetta sicurezza che la virtù  esige. Il giovine ha ricevuto dalla natura un ardore che lo porta ad affrontare il  pericolo, ma la sua inesperienza fa sì che egli non misuri con sicurezza la natura  del pericolo ohe egli affronta, che il suo slancio impetuoso lo trasporti alla collera  e alla temerità. All'Ogereau pare che così la questione sia risolta; ma io non sono dello stesso avviso. Poiché, questa debolezza \\e\Y assentimento     128   che precede V atto, e questo eccesso nello sviluppo della tendenza, costituiscono per  gli stoici la passione, il cui complesso dà il vizio; quindi sì verrebbe a concludere  che r uomo nasce malvagio, contrariamente a quanto gli stoici stessi ammettevano.   (2) Epistole, passim.   (3) Georg, II, 458-474 i\ 495 fine.   (4) Secondo gli stoici, Tuomo perfetto è un saggio che s'ignora XeXt|d^€ oó(fO€.  Seneca però, molto tempo più tardi, comprendendo come assai difficilmente si avrebbe  potuto capire che un uomo possa essere felice senza sentire di esserlo, modificò la  dottrina primitiva dicendo che non è il saggio stesso che s'ignora, ma solo colui  eh' è sul punto di divenir saggio {Epist. Georg. Georg. Georg. Georg Georg. II, Carmina li,  Id. in, III ecc.   En. Georg. En. Epist. Georg. En. L'Epicureismo En. En ICfr. le Controversiae Vi si  trova, ad esempio, questa sentenza : « I ricchi hanno molti vizi, il più grande dei  quali è di non amare » ; e più avanti : « povertà, come tu sei poco compresa! > ;  vYj)^ l'altra la restringe (pena-Xo'JiiTi).  En. En. En.  En.  En. En.  Il nostro poeta, per la natura stessa dell' animo suo e per i suoi propositi di riforma morale e religiosa, sentivasi spinto irresistibilmente verso quello spiritualismo mistico,  che era allora rappresentato dalla filosofìa del Portico. Dicemmo ancora  che nel suo passaggio dal mondo greco al mondo romano lo stoicismo  aveva subite profonde modificazioni, dovute in parte alla diversità dell' ambiente, in parte al mutato spirito dei tempi, in parte all'indole  stessa dei filosofi che l'avevano primi insegnato in Roma. Cosicché,  durante i suoi cinque secoli di vita attiva e rigogliosa tale dottrina ha  attraversato tre diversi periodi nettamente distinti l' uno dall' altro : il  primo è rappresentato da Zenone di Cizio, Cleante d'Assos, Crisippo di  Soli, Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia e Antipatro di Tarso, ed ha  il suo centro esclusivo in Atene; il secondo da Panezio di Rodi e Posidonio d'Apanea, che ebbero ambidue lunghe e frequenti relazioni con la  società romana; il terzo da Seneca, Cornuto, Musonio Rufo, Epitteto,  Marco Aurelio, ed ha la sua sede principale in Roma. Di questo terzo  periodo, che si designa più propriamente col nome di stoicismo platonizzaute, V. può essere considerato come l'antesignano e il precursore.   Qual' è adunque il carattere che distingue dalle precedenti Y ultima  fase dello stoicismo ? Ce lo dice chiaramente il nome stesso col quale      suol essere designato : una maggiore immistione di quegli elementi  platonici che avevano già cominciato ad infiltrarvisi per opera di Panezio  e di Posidonio, e che si trovano tutti, più o meno sviluppati, nelle opere  del massimo fra gli oratori latini. Poiché la storia della filosofia romana   - chi ben la osservi - presenta questo particolarissimo carattere : che  cioè, tolto il breve periodo in cui le dottrine di Epicuro sembrano prevalere, essa segue fedehnente nel suo svolgersi il primo impulso datole  da un uomo solo. Cicerone ; le cui opere formano, a cosi dire, il perno  su cui s' aggira tutta la filosofia posteriore, da Sestio a Marco Aurelio,  da Fabiano ad Apuleio. Ciò è dovuto, secondo me, non soltanto al fatto  che Cicerone fu il primo a scrivere dei veri e propri trattati di filosofia,  creando un linguaggio filosofico che non esisteva, ma anche all'essersi  la filosofia romana ristretta sempre più nel campo della morale pratica.  Ora, se nelle questioni teoriche le divergenze tra le diverse scuole erano  grandi, nelle applicazioni morali il loro accordo era quasi completo ;  perchè, come sempre avviene, mentre nelle prime poteva sbizzarirsi liberamente il genio speculativo dei filosofi, nelle seconde esso doveva di  necessità conformarsi alle norme generali imposte dal sentimento popolare. Il quale sentimento andava appunto orientandosi sempre più verso  quello spiritualismo dualistico che preparava la vittoria definitiva del  cristianesimo, e che Cicerone aveva attinto dalle opere del sommo filosofo greco.   Non è, per fermo, difficile impresa il separare dall' organismo - poco  solido invero? - della filosofia ciceroniana, quei germi platonici che poi  dovevano prendere tanto sviluppo nel primo e secondo secolo dell'era  volgare. Secondo Cicerone, dio ha composto l'uomo di due principi assolutamente opposti r uno air altro : e cioè di un corpo caduco e di una  anima incorruttibile ed eterna ; « se l' anima - egli dice - è il cuore o il  sangue o il cervello, postochè così è corpo, perini col rimanente del corpo :   se è fuo%\\ si estìnguerà : se è armonia si dissolverò Nulla è nell' a ninia di misto e di concreto e neanche di umido, di aereo, di igneo: come non v'è nulla, nella natura di queste cose, che abbia potenza  di memoria, d* intelletto, di pensiero, o che ritenga il passato, prevegga il futuro, e possa abbracciare il presente: le quali sono facoltà  divino. Xè si troverà mai donde possano derivare le anime se non da  dio. Per la qual cosa, checché sia ciò che sente, che sa. che vuole, che  vive, è celeste e divino, e deve di necessità essere eterno. E dio stesso,  quale da noi s' intende, non può concepirsi in altro uumìo. se non come  una mente libera sciolta, segre^rata da ogni concretezza mortale, tutto senziente e movente, e dotata di moto sempiterno « (1) Il coi-po rappresenta  dunque il principio del male, il carcere tenebroso nel quale T anima   - principio del bone - è im])rigionata ; quindi V uomo deve studiarsi di  tenere separata il più possibile V anima dal corpo, e considerare la morte non come una sorte temibile, non come la fine della vita, ma come una  liberazione, come il cominciamento della vera esistenza. « Separare il  corpo dair anima non è altro che imparare a morire. Per cui, credi a me,  pensiamo il più che si può a dividerci dai corpi ; vale a dire, avvezziamoci a morire. Questo, anche durante la vita terrena, sarà qualche cosa  di simile alla vita celeste ; e quando, sciolti da questi lacci, saremo trasportati colà, verrà meno ritardato il corso agli animi. Poiché quelli che  si lasciarono sempre soggiogare dai lacci del corpo, anche quando si  trovan disciolti vi giungono più tardi; come avviene di coloro che stettero molti anni in catene. E quando poi giungeremo colà, allora si che  finalmente vivremo. Poiché questa vita è pur troppo una morte; ed io  avrei, se volessi, di che lagnarmene >. Ma quale sarà la condizione di  queste anime dopo il loro distacco dal corpo? Conserverà ciascuna la  propria individualità distinta, o torneranno a confondersi con l' anima  universale ? Imprenderanno anch' esse il loro viaggio attraverso i regni  mitologici di Acheronte, o voleranno nella sfera del fuoco purissimo per  attendervi Tecpirosi ?   Su questo punto anche Cicerone come tutti gli antichi, da Socrate  a Epitteto, si mostra incerto e dubbioso. Tuttavia, se la saggezza aristocratica degli stoici sembra attrarlo qualche volta, raffigurandogli  una specie di senato ultramondano ove soltanto le anime elette dei  sapienti possono trovar luogo, assai più spesso egli sembra prestar orecchio a quei racconti favolosi, che il grande filosofo greco aveva primo  raccolti dalle labbra del popolo e ridotti a dogma nel Fedone. Neir ultima parte del De Senectute, egli mostra di non credere che V immortalità sia privilegio di pochi eletti, come pretendeva Crisippo, ma destino  di tutti gli uomini : « perchè il saggio muore con tanta serenità, e gli  altri con tanto terrore ? Perchè colui che vede più distintamente e più  lontano, conosce di andare ad una vita migliore, mentre l' altro ha la  vista troppo corta e nulla scorge al di là . . . Io ho messo il corpo di mio  figlio sul rogo funebre; egli avrebbe dovuto riporvi me; ma il suo spirito non m' ha abbandonato, s' è soltanto ritirato in un soggiorno nel  quale sapeva che io T avrei raggiunto. È sen}brato che io sopportassi la  mia sventura con fermezza; invece sofi*ersi molto, ma mi consolai pensando che la separazione non sarebbe stata lunga tra noi due. Queste parole, nelle quali parrebbe d'intendere .gli insegnamenti di un  Padre della Chiesa, non sono le sole che accennino alle dottrine platoniche  della seconda vita. Nel Sogno di Scipione, ad esempio, troviamo espressa  in questo modo la dottrina della purificazione delle anime: l'anima si involerà tanto più presto verso la dimora ond' era discesa, quanto più  essa si sarà elevata al di sopra del corpo nella vita terrena, e quanto  più se ne sarà staccata contemplando le cose celesti. Ma le anime che si  sono date ai piaceri del corpo facendosene schiave, e che, trasportate dalle passioni, ministre della voluttà, violarono le leggi degli dèi e degli  uomini, quando siano sfuggite dal corpo errano miserabilmente intorno  alla terra, e non ritornano al cielo che dopo lunghe espiazioni. Potremmo continuare ancora nelle citazioni, ma sarebbe affatto inutile, perchè nei brani che siam venuti riportando è più che evidente l'impronta di quel dualismo platonico, che vedremo poi dispiegarsi con tanto  vigore nelle opere degli stoici delP ultimo periodo. Certo che in Cicerone,  natura scettica e positiva se altra mai, codeste corse nei campi nebulosi  dello spiritualismo voglion essere giudicate in un modo tutto particolare.  Esse non sono che atFermazioni teoriche, tesi brillanti che V autore sembra aver scelto per esercizio di eloquenza ; mentre invece sulle labbra di  Seneca, di Epitteto, di Marco Aurelio acquistano una vivacità, un calore di convinzione, che ci rivelano come non siano più semplici esercitazioni rettoriche, ma debbano aver avuto non poca efficacia nella pratica della vita. Ed è questa forse la ragione per cui essi possono sembrare agli occhi dei più veri e propri innovatori, piuttosto che continuatori di un indirizzo già esìstente nella filosofia romana. Questo strettissimo legame che unisce i filosofi romani come tanti  anelli di una medesima catena, ci era necessario rilevarlo per poter meglio comprendere quale posto occupi in essa il Mantovano, e quale fosse,  a cosi dire, il clima filosofico che lo circondava. Vissuto quando era  ancor viva nella più eletta società romana Tammirazione per i libri del  nobilis Panaeti, come Orazio stesso lo chiama (5), e per le dotte e brillanti dissertazioni dell' oratore arpìnate, morto poco prima che vedesse  la luce uno dei più attivi, dei più popolari, dei più geniali tra i filosofi  romani, Lucio Anneo Seneca, il nostro poeta si ricollega per un lato allo  stoicismo eclettico del secondo periodo, e per l'altro preannunzia il sorgere di quell'indirizzo spiritualistico i cui germi s'andavano già maturando nell'animo delle popolazioni. Non è a credere però che V. si  conformi in tutto e per tutto agli impulsi che gli venivano dall' ambiente. La sua fibra delicatissima d'artista, l'ingenua e sincera religiosità che domina in ogni suo pensiero, la solitudine stessa in cui trascorse  gran parte della sua vita, dovevano scostarlo tal poco dall' indirizzo filosofico dei suoi contemporanei e successori. Per prepararci a cogliere  questo lato originale del pensier. di V., vediamo quale fosse il carattere predominante dei due sistemi filosofici, che da Cicerone a Marco  Aurelio tendono a stringersi sempre più in intimo accordo. Per quanto i Romani fossero portati di lor natura aireclettismo, per  quanto sul terreno delle applicazioni morali divenisse più agevole un  accordo tra le diverse tendenze del pensiero, pure il combinare tra loro  due sistemi originariamente così opposti come lo stoicismo e il platonismo, era tale impresa che nemmeno un filosofo romano poteva acciiigervisi senza correre il pericolo di inceppare ad ogni piò sospinto nelle più stridenti contraddizioni. Poiché - chi ben guardi - la scuola del Portico è nel suo fondo una delle più rigidamente materialistiche e razionalistiche che la storia della filosofia ricordi : dio, la ragione, V anima  umana, l'anima del mondo, le qualità delle cose, le passioni, il vizio, la  sapienza, il sommo bene, tutto insomma ciò che esiste ed agisce è materia. « Et qiiocl fu et quod facit corpus e.s7» dice Seneca; ed a tal  grado di ridicola esagerazione era giunto il materialismo degli stoici, che  sostenevano pei*sino essere gli anni, i mesi, i giorni tante entità materiali. Se adunque nulla esiste fuori della materia, se tutto avviene per  una semplice trasformazione di essa, se la divinità stessa è materiale e  compenetrata nel mondo, ne viene di conseguenza che la vita terrena  è sola e vera vita, che non esiste un « al di là » dove la virtù ed il vizio  abbiano una sanzione divina, e che Y uomo può giungere per propria volontà a rendersi uguale a dio. Tali infatti sono le norme ed i princìpi  fondamentali dello stoicismo; e con essi la natura era ristaurata nella  multiforme unità delle sue leggi immanenti ed eterne, era tolto ogni  antagonismo che smezzasse il mondo fra i sensi e le idee, fra la materia  e lo spirito, fra T esperienza e la trascendenza.   Questa falsa dualità della vita era invece propria e caratteristica della  filosofia platonica, che Gaetano Trezza ha magistralmente sintetizzato in  queste poche parole : Platone spostò il mito dalla fantasia nella ragione;  le idee fattrici, universali, eterne, costituivano la realtà verace; la vita  era reminiscenza d' uno stato uranico anteriore agli organi del corpo,  una perenne ascensione verso le idee ; V uomo dee slegarsi dai sensi  come da catena dolorosa, per tornare alla piena libertà delle idee. Il  corpo è una tomba, il mondo prigione delle anime piovute, per desiderio  improvvido di peccato, a macularsi quaggiù, abbandonando le convivenze  serene della Psiche cosmica; il termine della vita è fuor della vita, il  presente un lungo gemito di sepolti che tentano di spezzare le custodie  del tempo e sottrarsi all'ignominia dei sensi. Fra lo stoicismo e il platonismo Topposizione era dunque assoluta, e  un accordo non sarebbe stato possibile, se non qualora Y una o Y altra  delle due scuole avesse volontariamente sacrificato alle esigenze della logica la massima parte delle proprie dottrine. Questo non avvenne. I filosofi romani, troppo intenti per un lato nel conformare alle mutevoli circostanze i loro precetti di morale pratica, e poco esperti dalP altro nelle  sottigliezze della dialettica, non sembrano accorgersi nemmeno della disparatezza dei due sistemi, e si servono indilTerentemente ora dell' uno ora  dell'altro, riuscendo così al più babelico dei sincretismi. Nessuno degli  stoici del terzo periodo ne va esente ; nemmeno Y anima delicata e pensierosa di Marco Aurelio ANTONINO. Ma quello che più d'ogni altro incespica nelle  contraddizioni, quello in cui il dire e disdire sembra diventato, quasi direi, un male organico è appunto l'iniziatore di codesto nuovo indirizzo  dello stoicismo, Lucio Anneo Seneca.   Questa continua contraddizione ci si appalesa persino nelle cose più  insignificanti. Seneca disprezza quei filosofi della cattedra {cathedrarii  philosophi:, i quali nella vita pratica smentiscono le belle massime  che insegnano agli altri con tanta eloquenza ; ma poi, dal canto suo, non  si comporta diversamente. Egli possedeva trecento milioni di sesterzi  (sessanta milioni di lire), che pare avesse ammucchiato coli' usura e coi  denari dei proscritti, e dei quali sapeva valersi assai bene, circondandosi  di tutti gli agi della vita, arredando le proprie ville cultius quam natiiralis icsus desiderat, e invitando gli amici a sontuosi banchetti, nei quali  si beveva del vino piìi vecchio di lui (10); contuttociò egli non si fa scrupolo di predicare continuamente 1' amore alla vita povera ed austera, lo  sprezzo per le ricchezze, le voluttà, gli onori, e di rimproverare i ricchi  per la loro ambizione e ghiottoneria. La dottrina stoica dell' uguaglianza di tutti gli uomini, doveva spingerlo a cercare seguaci in ogni  classe di persone; invece, per quanto egli proclami che non v'ha distinzione fra schiavi liberi e cavalieri, e che la virtù si trova più facilmente  nella capanna del povero, e che tutti possono aspirare alla sapienza [V2,  ha cura di sciegliere i suoi discepoli fra i giovani della più ricca nobiltà,  fra i letterati e i cittadini più potenti. Coi quali poi sa essere di una  larghezza, di una indulgenza davvero meravigliosa, trovando modo di  giustificare non pure le ricchezze, il lusso, V ambizione, ma persino V ubriachezza (14). E se qualcuno gli rinfaccia di essere incoerente, allora  risponde con invidiabile disinvoltura : « hoc, malignissìma capita et  optimo cuique inimicissima^ Platoni obiectum est, óbì'ectum Epicuro,  obiectum Zenoni-, omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi  viverent, sed quemadmodum esset ipsis vicendum. De virtute, non de  me loquor, et cum vitiis convicium facio, in primis ìueis facio : cum  potuero^ vivam quomodo oportet. È proprio il ragionameto di padre  Zappata t   Del resto, se tutto ciò può rivelarci la natura intima dell' uomo, non  ci scuopre ancora quello stridente contrasto di princìpi filosofici di cui  più sopra parlavamo. Per ricercarlo dobbiam portarci sul terreno stesso  della discordia, al cospetto di quei problemi che stoici e platonici consideravano e risolvevano in modo affatto opposto. E qui sembra proprio  che neir animo di Seneca esistano due distinte personalità, continuamente  in lotta tra di loro. Alcune volte è il materialismo degli stoici che  prevale nell'animo suo; ed egli ne espone i princìpi con una rigidezza e  una precisione di formule, che non possono lasciare alcun dubbio intorno  al suo pensiero : « totum hoc, quo continemur, et unum, est et deus: et  sodi sumus eius et membra; « omne hoc quod vides, quo divina  atque hiimana conclusa simt, unum est: membra sumus corporis "inagrii. Né egli s'arresta davanti alle estreme conse^ruenze di tale  dottrina: siccome tutto ciò che esiste è materia, così per lin sono materiali anche il tempo, la virtù, la benevolenza, l' amore, V ira, V invidili, la  malvagità (10). Perfino il bene è un corpo, e lo dimostra con nueslo la*  gionamento : « placet noslris, quod bonum est, corpus essf\ quìi f/utnl  honum est, facil, qaidquid facit, corpus est; quod bonum est, prof test,  faciat autem aliquid oportet, ut prosit; si facit, corpus est ^ (20). Altre  volte, per contro, è lo spiritualismo dualistico del filosofo att^niese che  s' impadronisce del suo pensiero ; allora divide la filosofia njUurciìe in  due parti, una che tratta delle cose materiali, T altra delle spirituali (21).  e con lo stesso calore di convinzione con cui altrove aveva diniostnito  che il tempo, la sapienza, le virtù, i vizi sono entità corporee, nra invece  si sforza di provare che non possono essere se non iniorporee.  Anche riguardo alla natura della divinità, in cui erano tanto discordi la  teologia stoica e quella platonica, il nostro filosofo dà prova del wuo sincretismo. Talora, seguendo rigorosamente il panteismo di ZtMn>ne e di  Cleante, identifica la divinità col mondo, colla natura, colla ragione, col  destino e colla provvidenza; ìì quid est deus? Quod vides lotum e quod  non rides totum^^; quid est deus ? Dioina ratio; mens Hìiityersi:  animus ac spiritus mundio (24). Questa divinità, non essendo che una  pura astrazione, è impersonale e indefinita; quindi T nomo rum deve né  temerla, né amarla, né rivolgerle preghiere, né otfrirle sacrifizi, Ma  quando il freddo razionalismo de' suoi maestri non può più servirgli per  consolare gli afflitti o dar ammaestramenti agli amici, allora abbandona  il dio rotondo della scuola per appigliarsi al dio personale di Platone : e  questo dio egli descrive come padre e creatore, che vede ogni nostro aito,  che assiste ad ogni nostra impresa, che nell'infinita sua bontii ascolta  ed esaudisce le preghiere degli uomini. Del resto, a lui sembra importar poco che questa divinità sia personale o impersonale, ragiono cosmica destino comune ; Seneca é a tal riguardo un indifferente, e lo  mostra presentando tutte le diverse ipotesi, senza sapersi dt/cidere per  alcuna : « id actum est, mihi crede, ab ilio quisquis formaior universi  fuit, sive ille deus et potens omnium, sive incorporalis ratio ii/f/entium  operum artifex, sice dicinus spiritus per omnia maxima aequali inlentione difffcsus, sice fatum et immutabilis causarum inter .se cohaerentium series.   Ma dove l'incoerenza di Seneca e dei suoi seguaci raggiungo rastremo limite dell'assurdo, è nella questione della vita futura VA iniatti  su questo punto i princìpi fondamentali delle due scuole conducevano  a conchiusioni affatto opposte e irreconciliabili. Poiché se V anima è  materiale, come sostenevano i primi stoici, essa dovrà puie assogettiirsi  alle condizioni della materia e perire insieme col corpo ; se invece è spirituale, come insegnava Platone, essa sarà incorruttibile ed eterna. Ora,  gli stoici roinaoì ammettono beosi che l’anima rappresenti un qualche  cosa di divei-ìso dal corpo, anzi di opposto al corpo, ma quando si tratta  di decidere se essa è mortale o immortale e di determinare quali siano  le condizioni della seconda vita, si mostrano indecisi, irresoluti, e ora  ani mettono V inuaortalità ora hi negano, ora sembrano accettare i dogmi  incerti dì Crisippo, ora i favolosi racconti di Platone. In questo punto V., pur cadendo nel resto in alcuna di quelle  contradLlizioiii die lino ad ora abbiamo rilevato in Seneca, si mostra assai  più coerente dei suoi succetison, e si stacca anche dai filosofi che l' avevano preceduto. Avendo ai-cettato il principio platonico della spiritualità  deiranima, egli arcetta anche la dottrina dell'immortalità e le leggende  ruitolo^iclie suir oltretomba; a descrivere la quale ha consacrato uno dei  canti ^^ più belli e più drammatici del suo divino poema. Noi faremo  oggetto di lunt^o esame questa parte tanto interessante del pensiero di  V., che i commentatori hanno intorbidato con ogni sorta di ipotesi  ìissurde. Prima però dobbiamo vedere con quali caratteri ed in qual misura il pensiero platonico si sia trasfuso in V., e per che modo il  nostro poeta si rieoUeglii agli stoici platonizzanti delF ultimo periodo. Come abbiamo veduto, la filosofia di Platone spostando l’interesse umano dal di qua al di là della tomba, induceva a considerare il  uiòudo e resistenza come un qualche cosa di provvisorio e di sfuggevole,  conìc un breve e doloroso intervallo che corre dalla nascita alla morte,  e jireludia alla vera vita, la vila eterna. Tutto questo tempo - dice Socrate - che trascorre (ìalF inFanxia alla vecchiezza, non è ben piccolo in   eimlronto del tcnii>o lutto intiero? E non credi tu che tutto ciò che   è immortale debba preoccui>arsi non di questa corta misura di tempo,  ma di tutta la durata?» (Ij. Questo senso della provvisorietà, se mi si permette il vocabolo, della  vita umana, era affatto estraneo non soltanto al vero spirito pagano,  tutto inteso a^di interessi iminein'f^. Stolto, dunque,  colui che in questa condizione si gonfia, si travaglia e si lamenta, dimenticando come sia piccolo il tempo in cui deve soffrire i> . Le  cose del mondo girano continuamente, e su e giù, di eternità in eternità.,..  Già la terra ci cuoprirà tutti ; e poi anche la terra si trasformerà ; e poi  anche quello in cui si sarà così trasformata si trasformerà air influito.  Ma chi pensi air incalzante ondeggiamento di queste trai^irormazioni e  mutazioni e alla loro rapidità, disprezzerà davvero of^ni cosa mortale,  Il sentimento di amarezza sconsolata che tras]»are da queste riflessioni di Marco Aurelio, la soave Musa virgiliana V aveva già espt esso  due secoli prima e con non minore intensità. Alcune volte sono semplici e  fugaci accenni, che sembrano nubi passeggiere noir animo sereno del  poeta : « o Rebo, siam vissuti lungamente, se può dirsi che alcuna cosa  duri lungamente tra i mortali I » ; « Tutte le cose per volere dei destini  cadono in peggio, e cadute ritornano indietro, ecc. Ma più spesso  sono vere e proprie esclamazioni di scoraggiamento, che ci rivelano in  qual conto V. tenesse la vita umana e le cose terrene:   Insere, Daphni, piros ; carpent tua poma nepotes.  Omnia fert aetas, animum quoque : saepc ego lunps  Cantando puerum memini me condere soles.  lam fugit ipsa: lupi Moerim videre priores (S).   Tutto adunque si porta T età, pei^sino la memoria, persino la voce:  e mentre noi ci aggiriamo in questo mondo di parvenze, l'ug^^e Irrepabile il tempo: Sed fugit interea, fugit irreparabile terapus  Singula dum capti circumvectamur amore (fi):   e a questi velasi sembrano far eco le parole di Seneca, rhe in modo non  diverso concepiva la vita umana : t labunt fiumana ac {ìuunt, neque  ulla pars vitae nostrae tam obnoxia aut tenera est, quam quae mnxinie placet. Fugge adunque il tempo, e nel l'uggire si trasporta i seco ogni giorno un brandello delle nostre illusioni, e ci avvicina sempre  più agli acciacchi della triste vecchiezza e alla morte inesorabile :   Optima quaeque dies niiseris mortalibus aevi  Prima fugit: subeunt morbi, tristisque senectus  Et labor et durae rapit inclementìa mortis. Seneca, che fra tutti i poeti romani mostra una specialissima predilezione per V., al quale sentivasi maggiormente vicino per idee, aspirazioni e sentimenti, riporta nel suo trattato sulla brevità della vita  questi versi del Mantovano, e li commenta poco più avanti cosi « Praesens  tempus brevissi'mus esl, adeo qmdeni, utquìbusdam nullum videatxir;  in cursu enim semper est fluii et praecipilatur ; ante desinit esse  quam venit, nec niagis moram patitur quam mundus aut sidera, quorum inrequieta semper agitatio numfiuam in eodem vestigio nianet.  Ma tale, ad ogni modo, è il volere di dio, che determina a ciascuno dei  mortali le durata del soggiorno in questo carcere terreno, e fissa il giorno  della morte. Così infatti dice Giove al tìglio Alcide :   (/ Stat sua j^uique dies: breve et irreparabile tempus  Omnibus est vitae : sed famam extendere factis.  Hoc virtutis opus. Troiae sub moenibus allis Tot nati cecidere deum ; quin occidit una  Sarpedon, mea progenies. Etiam sua Turnum  Fata vocant, metasque dati pervenit ad aevi.   Non altrimenti Socrate, nel proemio del Fedone, spiega ai suoi discepoli che r uomo è lo schiavo degli dèi, e che egli deve quindi rima' nere come a guardia in questo mondo, per tutto il tempo che gli im ) mortali hanno stabilito di lasciarvelo.   l La vita corporea, la vita dei sensi non è adunque la vera vita, ma   \ piuttosto un doloroso periodo di espiazione e di castigo, in cui la scin I tilla di essenza divina, che costituisce T anima dell' uomo, si trova per " così dire oppressa, contaminata dalFinvolucro corporeo che la imprigiona,   j Stretta in questo carcere, l'anima nostra non può giungere al possesso   ^' di quelle realtà assolute che sono le idee divine, le quali, possedute in   una vita beata anteriore, le sono rimast * impresse soltanto come un vago  e lontano ricordo. Essa quindi deve accontentarsi di conoscere quelle  apparenze o fenomeni che offre la sensazione : fra queste ombre, proiettate nel fondo della caverna terrestre dal sole che illumina le realtà invisibili, trascorre la vita umana, lusingata di conoscere il vero, e agitata  dalle passioni che le derivano dal' contatto col corpo: Igneus est olii vigor et coelestis ori^^o   Seininibus, quantum non noxia corpora tardant, Terrenique hebetant artus moribundaque membrii. Hic metuunt cupiuntque; dolent gaudentque: ne^iuc auriis   Despiciunt clausae teuebris et carcere cocco ^ j   Lo spiritualismo ascetico di Platone c'è tutto i questi versi, e Tniitagonismo esistente fra 1' anima e il corpo, tra lo spirito e la materia è,   espresso nel modo più chiaro. Anche per Platone il corpo i? un cieco carcere (12), che impedisce all'anima di conoscere la veritu: «sino a che  noi abbiamo il corpo e V anima nostra è commista con sitfatto malanno  (TotdoTou xaxoD), uon c' è verso che si venga mai in adeguato possesso di  quello che desideriamo, eh' è, aftermiamo, il vero; perche cisiscun piacere e dolore, come fornito d'un chiodo, la inchioda al rorpo e la conficca e la fa corporea, inducendola a credere che quelle cose siano verti  che il corpo dice tali. Né questo disprezzo per tutto ciò che ò  senso e materia, è meno evidente in Seneca, in Epitteto. in ^lareu Aurelio, e, in generale, negli ultimi stoici ; i quali usano spesso, riferendosi al corpo, le medesime espressioni - cieco carceie, tenebri!, membra corruttibili - qui adoperate da V.. Si considerino, ad est^mpio,  queste parole che Seneca rivolge alla sconsolata madre di Metilio : a ftaec  quae vides ossa cìrcum nobis, nervos et obduciam culetn ruUuìnque et  ministras nianus et cetera quibus involuti sunius, vinnUa miimorum  tenebraeque sicnt; obruitur Jiis animus^ effocatur, injhitar, ttrcetnr a  reris et suis in f(dsa coniectus ; omne itti cum hac carne grave certamen esl^ ne abstrahatur et sidat ; nititur ilio, tende dimìssus est: ibi  illum aeterna requies inanet e confusis crassisque pura ac liqtuda nsentem w. Data adunque questa netta separazione tra il principio spirituale^  divino, immutabile, e il principio materiale, umano, caduco, diss^olubile,  la morte non può essere se non ciò che la definisce Socrate, vale a dire  « la liberazione dell'anima dal corpo, e l'esser morto..., il fai-si da parte  il corpo di per sé liberato^ dall'anima, e lo stare a partt* T anima, liberata dal corpo, di per sé *. Infatti, anche per V. la morte è separazione dell' anima dal corpo ; e con ciò egli si contrappone risolutamente ad una delle credenze più diffuse e più tenaci fra il popolo l'omano, il cui persistere - anche dopo il diffondersi della filosoJia - ci ò  rivelato dalle cerimonie dei funerali : e cioè la credenzn che nelle tombe  sopravvivesse insieme coir anima anche il corpo. Quando Didone vede  Enea fuggente sulle navi, così impreca: Scquar atris ignibus absens;  Et, quum frigida mors anima seduxerit artus,  Omnibus umbra locis adero. Quando la sorella di Giove, addolorata dalla lun^a e straziante  agonia della infelice regina di Cartagine, vuol liberarla da quelle pene,  spedisce Iride,   Quae luctantem animain nexosque resolveret artus (17).   Quando V invidioso Drance insulta il re dei Rutoli, questi gli risponde cosi: Nunquam animain talem dextra hac - absiste moveri Amittes; habitet tecum, et sit pectore in isto. E qui mi fermo con gli esempi, perchè sarebbe affatto inutile continuare nella dimostrazione di una cosa che traspira evidentissima da tutti  i poemi virgiliani. Cerchiamo piuttosto di vedere quali conseguenze traesse seco questo dualismo assoluto tra Y anima e il corpo. Siccome F anima è considerata come un principio essenzialmente buono, perchè di  origine divina, e il corpo come principio cattivo, perchè di origine umana,  è naturale che la vita terrestre, la quale risulta dal connubio delP una  coir altro debba essere considerato come un male, e infelicissimo il giorno  della nascita e felice quello della morte.,  e che Marco Aurelio, con accento quasi cristiano, sconsiglierà più tardi  con queste parole: «è proprio dell'uomo amare coloro che lo ofleiiduno;  ciò farai se ti verrà in mente che sono tuoi simili e che fanno il male  per ignoranza e senza volerlo, o che, fra breve, e tu ed essi morrete >> (2H;.  Lo stesso avviene nel drammatico episodio che occupa tutto lo splendido libro quarto. Anche ivi sembra che il suo cuore si sia riscalduto  della più umana delle passioni, per quella dolce e appassionata li^^ura di  donna che è la regina di Cartagine; ma è un /a//o passeggiero. Al primo  avvertimento che gli giunge dagli dèi, egli dimentica come per incanto  tutti i giuramenti d'amore, tutti i benefizi ricfìvuti, tutte le gioie provate,  e se ne va freddo, impassibile, indifTerente ai richiami disperati di Didone,  la cui sventura riusciva a commuovere non soltanto gli dèi pagani,  ma strappava le lacrime tanti secoli più tardi persino ad uno dei santi  maggiori della Chiesa, Agostino. I critici letterari hanno giudicalo  con severità questa glaciale freddezza di Enea, rimproverando a V.  di essere per tal guisa rimasto inferiore a tutti i poeti che descrissero in  qualche modo le passioni amorose, da Omero ad Apollonio, da CatuUu ad  Ovidio. dall'Ariosto al Tasso, dal Racine al Voltaire. E non a torto:  davanti air onda calda e generosa di passione che erompe dal cuon^ della  regina fenicia, davanti ai benefìci ed alle gentilezze ond' essa avea ricolmo  r uomo che amava. Enea ci appare non soltanto un indifTerente. ma anche un ingrato. V. avrebbe potuto fare di lui un personaggio più  vivo, più simpatico, più umano, pur conservandolo rispettoso verso gli  dèi e obbediente ai loro comandi: la pietà non esclude T amore, i doveri  della religione e della patria non escludono i doveri della riconoscetis'.a  verso chi ci ha beneficato. Quando Mercurio, mandato da Giove, investìsre  (invadit) Enea con i suoi aspri rimproveri, imponendogli di partire Immediatamente per l'Italia, il duca troiano non ha un pentimento, non mia  ribellione, non un rimorso : 1 s aspectu obmatuit amens,  Àrrectauque horrore comae, et vox faiicibus haesit  Ardet abire fuga, dulcesque relinquere terras,  AttODÌtus tanto monìtu imperioque deorum; e subito decide di partire, appigliandosi al meno nobile degli spedienti :  la dissimulazione e la Tuga segreta. Ma T innamorata regina presente la  sventura che sta per colpirla {quis f altere i)Ossit aniantemì), e correndo  forsennata tome Baccante per la città, rivolge ad Enea quella sua lunga  apostrofe^ che è un \-\.^vo gioiello di spontaneità e di verità, un capolavoro  di eloquenza caldu e sentita, in cui tutti i moti di un cuore innamorato  si succedono nel modo più naturale. Ci basti riferirne una parte:   Me ne fugisf Per ego has lacriiuas dextramque tuam te, Quando aJiud mihi jam miserae nihil ìpsa reliqui   Per cuniiiibia nostra, per inceptos hymenaeos,   Sì bene uuid de te merui, fuit aut tibi (luidquaoi   Diilci,' meiim : miserere domus labentis^ et istam,   Oru, ai qiiis adhuc precibus locus, exne mentem.   Ttì proptur Libycae gentes Nomadumque tyranni   Odere: inftinsi Tyrii; te propter eundem   Exstìnctuà pudor, et, qua sola sidera adibam,   Fama priur; cui me moribundara deseris, hospes?   Hoc solurn noiiiea quoniam de conjuge restat.   Quid moror^ im mea Pygmalion dum moenia frater   Deitniat, aut (-aptam ducat Gaetulus Jarbas?   Saltelli sì '|ua mihi de te suscepta fuisset   Ante fu^am ^itboles; sì quis mihi parvulus aula   Luderel Aeiieas, qui te tameu ore referret,   Nun eqiudein oiunino capta ac deserta viderer. L'arte sublime di V. ci si rivela tutta in questo squarcio imniortak^ di pousìa, che. ;dla distanza di due millenni, ha ancora la virtù  di commuovere (luaisiasi animo gentile. Ma non si commuove Enea: ei  tiene iitiiiioto lo sfjuardo sugli avvisi di Giove, e terminate le fervide parole di Elisa, ris|»onde con glaciale fredde/za, dicendosi memore dei benetìzi rici'vuti, nejj^ando dì aver mai pensato di partire furtivamente (questa  è una bugia!) e di lU'er mai fatto promesse di matrimonio : « se il destino  sofferisso che io vive.ssi secondo il mio talento - egli aggiunge - e compiessi ì miei destini di piena volontà, innanzi tutto onorerei la città di  Troia e le amate ceneri de' miei : le alte case di Priamo rimarrebbero, e  con le mie mani avrei fondata ai vinti troiani una Pergamo risorta. Ma  ora il Grineo Apollo mi nomando di dirigermi alla grande Italia; le sorti  di Licia mi comandarono di pensare all' Italia. Ivi è l'amor mio, ivi la mia patria {hic amor^ liaec patria est). 8e I*> rocche ili Càrtsigine tratfen^ront^  te Fenicia, e V aspetto di una dttii di Libiti ha per te va\ihe7//A\. ptTchè  dunque tu hai invidia che i Teucri fenriìno le loro sedi sulle fniìtrade  d'Ausonia? Anche a noi è permesso di proracciaroi regni stranieri..,.,  uniscila adunque di conturbare me e te con le tue querimonie: non a  mia voglia vado in traccia d'Italia». V., dt^bbiatu confessarlo,  avrebbe potuto facilmente raddolcire V asprezza eccessiva di queste parole, pur mostrando il suo eroe incrollabile noi proposito di andarsene:  l'arte sua se ne sarebbe di molto avvantairtriatu. Poiché non v'ha una  parola, in tutta la risposta di Knea, cfie non sia un irisulto ai più delicati  sentimenti d'amore: quel rinfacciare a Didone di non aver mai fatta una  promessa di matrimonio; quel ringraziarla freddamente e quasi a malincuore dei benefizi ricevuti; quel ricordarle che, anche ove gli dei non  avessero comandato altrimenti, egli non si sarebbe fei-mato a Cartagine;  la mal celata ironia di quell' accenno alla diversità della loro schiatta e  dei loro gusti; e, infine, la dura imperiosità delle ultime parale, ^embrano tante lame di acciaio con cui il nostro eroe si diverta a trafij^gere il cuore della sventurata regina.   Tuttociò getta sul protagonistfi dell' Knetde una luce supremamente  antipatica, che s' accresce durante 11 seguito dell' episodio, e raggiunge  addirittura il disgusto nell' ultima parte di eii^so. La fiotta troiana, staccatasi nottetempo dalla spia;j^'ia, naviga a piene vele nel mezzo del golfo,  fendendo le onde agitate dall'Aquilone. Dalla riva un bagliore sinistro si  proietta sulle navi fuggenti: è il rogo sul quale abbrucia T infelice rp^  gina di Cartagine. Ma quelle fiamme non dicono nulla al cuore di Enea: egli non ne imagina nemmeno la causa, e j)rosegue injpassihìle il suo  viaggio, senza che mai un pensiero delT amante abbandonata ven^a a  commovergli l'animo. È bella, è verosimile, è umaiia questa inditrerenzat  No; e di essa fu fatto giustriinrtue rimprovero al iio.stro poeta. «Non si  concepisce affatto - dice il Tissut - la freddezza di Enea ; egli ha inteso  le iìnprecazioni di Bidone, egli ha assistito alla sua disperazione, e le  fiamme del rogo non lo avvertono che la regina di Cartagine sN"' data la  morte. Lungi dall' avere i presentimenti profetici delle passioni^ egli non  sospetta nemmeno ciò che gli animi più indifierenti divinano senza fatica. Che V. non abbia fatto parlare Enea fìavanti a' suoi compagni  in questa circostanza, la riflessione mi spiega questa riserva necessaria :  ma che Enea rimanga inseuBibile allo spettacolo che colpisce i suoi  sguardi, non si riesce a spiegare tanta imlilTerenza. Teme egli per av  ventura di offendere gli dèi iisioltando la voce della pietà t Confessiamolo  senza sotterfugi: il principio di questo libro lascia molto a desiderare,  V. poteva conciliare facihnenti^ il rispetto delle convenienze, gli artifici dovuti al carattere delTeroe, con la pittura dei movimenti naturali.  Euripide, Racine o Fénélon avrebbero detto a un dipresso. - La cansa di   io     148   ceduto incendio è sconosciuta ai Troiani, ma il loro duce comprende  anr*he troppo il fatale mistero; le fiamme che rischiarano l'orizzonte  sono quelle del rogo della regina, egli lo sa, e distoglie da esse il suo  sguardo con un dolore misto di spavento. Tuttavia, dominando se stesso,  rimane silenzioso davanti ai suoi compagni; egli non sembra occupato  che degli ordini di Giove. Ma il suo cuore soffre uno strazio crudele;  malgrado i comandi del re dell' Olimpo, egli si rimprovera la morte di  Dìdone : e, rivolgendo dal profondo dell' animo un addio alla %ittima dell' amore, implora per lei a Venere il soggiorno dei Campi Elisi. Ah, Bidone! se tu avessi potuto leggere nella sua anima prima di ascendere  l'altare del sacrificio, forse avresti consentito a vivere, almeno non  saresti discesa senza qualche consolazione nel regno delle ombre. - Con  queste precauzioni così semplici, si sarebbe anche evitato di lasciar vagare su Enea dei sospetti che contraddicono all'idea che il poeti ha  voluto darci del suo eroe» (ilo).   Ma queste lacune e questi difetti del carattere di Enea, per quanto  giustamente rimproverati dalla crìtica, sono tante prove che avvalorano  il nostro asserto. Se V., poeta vero e grande, artefice insuperabile  di tipi profondamente umani, pittore efficacissimo di sentimenti e di passioni, ha creduto conferire al protagonista del suo maggior poema codesto carattere ascetico e contemplativo, contrario alle esigenze dell'arte,  ciò significa che esso corrisponde ad una particolare ed intima disposizione dell'animo suo. Poiché del personaggio di Enea egli non aveva  inteso di fare una semplice creazione artistica, ma un modello di uomo  virtuoso e perfetto, nel quale fossero rispecchiate tutte quelle virtù che i  suoi concittadini avrebbero dovuto studiarsi di imitare.   Sarebbe inutile seguire Enea in tutte le vicende del suo viaggio  fatale. Solo negli ultimi canti del poema, che sì svolgono sulle terre  italiche, e^li accenna ad acquistare maggior vita ed energia; ma il  fondo del suo carattere rimane sempre il medesimo. Poiché, non è  proprio caratteristico tutto quel suo battagliare e cospargere il Lazio di  stragi e di rovine, e impadronirsi delle terre altrui, per rapire il fidanzato a quella povera Lavinia, che non aveva mai né vista né conosciuta,  e alla quale non rivolge mai né una parola nò un pensiero? Anche a  questo riguardo furon mossi molti rimproveri a V.. Il Voltaire, dopo  aver rilevato come Turno raccolga tutte le simpatie del lettore, a danno  del protagonista, giungeva persino a proporre un rimaneggiamento del  poema, in cui la situazione dei personaggi è affatto mutata, ed Enea, in  luogo di essere il rapitore di Lavinia, né diveiUa il vendicatore (36). Ciò  r avrebbe roso iiidubbianiente più umano e naturale. Questa scialba  figura di asceta più che di soldato, questo spirito contemplativo che non  ama, non s' adira, non si vendica, sembra vivere in un altro mondo ove  tacciano le passioni e lo spirito può liberarsi in tutta la sua purezza;    ma la vita terrena egli la disprezza, e la subisce come un pesante fardello, e anela staccarsene il più presto possibile : «Quale si iiin [augurata  vaghezza di veder la luce hanno quelle sciaurate?» domanda attonito^  vedendo la schiera delle anime che dovranno ritornare nei corpi mortali:  e, questa domanda, in cui si sente alitare un soffio gelido di ascetismo,  ci richiama tosto, alla mente le parole che un altro personaggio platonico  e troppo virtuoso, il Goffredo del Tasso, rivolge ad Ugone, che ^ì\ mostra, fra le sedi dei pii guerrieri, la sua:  Quando ciò Ha .. il mortai laccio   Sciolgasi ormai, se al restar qui m*è impaccio. E veniamo ora al secondo punto, al disprezzo di V. per Taniore  sensuale e la donna. Che V ascetismo, condannando tutto ciò che avvìnce  r anima al corpo e distrae lo spirito dalla contemplazione delle cose  divine, inspirasse agli uomini T orrore più profondo per l'amore dei seirsì.  è cosa che certamente non potrà sembrare strana. Se v' ha una passione  che più affetti il senso, la materia, la carne, e quasi le simholi/ggi in sé  stessa, questa è certamente la passione d' amore, contro coi gli asceti  antichi e moderni lanciarono i fulmini più infocati della loro eloquenza.  Tra questi è naturalmente il 6ommo filosofo ateniese. Egli condanna severamente la voluttà, e dice che essa non pure è malvagia per i mali  che può trar seco, ma è anche riprovevole in sé stessa, ■ perchè ci fa  malamente godere». Egli consiglia a tutti la più rigida castità, e predica  una purezza di costumi che a quei tempi e in quella societtt doveva sembrare, egli stesso lo sente, cosa strana ed impossibile. Tutto ciò si  trova anche nelle opere di V., cominciando dalle stesse BucoHclie,  il cui genere poetico può sembrare per verità il meno adatto alla espressione di tal sorta di dottrine. Nelle Bucoliche V amore è descritto dai  lamenti degli innamorati come una passione cui non è postiibile re  sistere: Omnia vincit umor, et nos cedanios amori, come triste divinità generata nelle più selvaggie contrade, tra le più barbare genti : Nane scio, quid sit Amor; duris in ootibus illum  Aut Tmaros, aut Rhodope, aut cxtromi Garamantes  Nec generis nostri puerum nec sanguinis edunt, Esso sconvolge iV un sùbito V animo e la mente degli uomini, trascinandoli al delirio ed all'errore:   Ut vidi, ut perii, ut me inalus abstulit error, facendo loro provare le pene più crudeli e riducendoli l^en tosto a completa rovina:  r .Ileu, heu, quam pingui macer est milii taurus in arvo! Idem amor exitium pecori pecorisquo magistro (42),   f   spingendoli da ultimo ai più nefandi delitti, e inducendo persino le madri  a macchiarsi le mani nel sangue dei figli : Saevus amor docuit gnatorum sanguine matrem  Commaculare manus: crudelis tu quoque mater;  Crudelis mater mai^is, au puor improbus iile? tesso Bahellieo porco  corre precipitoso, ed aguzzò i denti, e scava col piode la terra, frega le  coste ad un albero, e qua e là indura gli omeri alle ferite» (lf>). Lo  stesso dicasi delle puledre, del 9. gennai acre lupò^ti/n atqae cfinuììi*,  delle filynces Bacchi rariao^ dei paurosi cervi, e, intìne, del toro, che  l'agricoltore dovrà tener lontano dalla giovenca, perchè   Carpit... vires paulatim, urit^ue videndo   Femina, nec uemorum patitur mcininissc, n&. herbae.   Ma tutta questa esagerata descrizione degli t^tletti dell'amore sui  bruti, non serve al nostro poeta che come pret*'S4to pt r vt air poscia a  dipingere coi più neri colori le tristi conseguenze die e^sio ha sugli uomini. E infatti, saltando rapidamente dal sabeUica:^ a^m alla i^perìe uLiiana,  egli si domanda :   Quid juveuis, magnurn cui vorsat in ossibas \%m\\\  Durus amor?   La descrizione che precede lascia agevolmente iinsigitmre quale duhba  essere la risposta :   Ncinpo abruptis turbat^i iiroj^llis .  Nocte natat cacca sorui freta; iiucm super ìn^en*  Porta tonat coeli» et scopulia illi^a rcclanuuìt  Aequora; noe aiiscri possunt revocare par^iut^^a,  % Nec nioritura super crudeli fuaere virgo Ctti).   Né Virglio s'è accontentato di descrivere in una maui*!ra cosi gene  rale e, (]uasi diremmo, teorica, i mali e le sciagure cIjl' trae sero l'ardore della carne. Egli ha anclie voluto porre sotto gli occhi de* suoi concittadini un esempio concreto, che servisse loro ^ Ipse ante alios pulcherrimus ouines   Infert se socium Aeneas, atquc agmina jun^it :  Qiuilis ubi bibernain Lyciain Xanthique fluenta  Deserit, ac Delum' maternaui invisìt Apollo,  Instaiiratque clioros, mixtiquc alturia cìrcum  Crctcsque Dryopesque fremunt pictique Agathyrai ;  Ipse jugis Cynthi graditur, molliquo fluentom  Fronde premit crioem fingens, atque implicat auro;  Tela sonant humeris Haud ilio segnior ibat  Aeneas ; tantum egregio decus enitet ore (50).   Del resto, V. ci fa conoscere lo scopo che lo muove in un'altra  maniera, e cioè coi rimproveri che ora questo ora quello dei personaggi  rivolgono ad Enea per la sua effemminatezza. Così Mercurio, il dio alato,  lo chiama da prima servitore di femmine^ poi addirittura pazzo;  larba, nella sua preghiera a Giove, lo dipinge come un Paride con corteggio di eunuchi, mitrato alla Meonia il mento e profumata la chioma; e la fama va descrivendo ai popoli i due innamorati in questo  modo :   Nunc hiemem Inter se luxu, quam longa, fovere,  1^ KegQorum immeniores turpique cupidine captos (53).   Ma in Enea, come abbiam veduto, codesto amore è una cosa affatto  superficiale e passeggiera, che sparisce come per incanto al primo avvertimento degli dèi. È in Bidone che esso è causa di irreparabili sciagure. i   ^Plllipi —., u|j.iiiju|,|ij,,j|jppaj||pppp trascinandola prima all'abbandono dei suoi doveri di regina, poi al disonore, e infine al suicidio. Avanti della venuta di Enea, essa ed H suo  popolo non avevano altra cura che la prosperità della nuova patria, e  V. si sofferma di proposito - per far risaltare il contrasto - a d. La  stessa Didone « lieta s' aggirava tra i suoi sudditi, incoraggiando le opere  e il futuro seggio del regno ;.... dava ordini e leggi, distribuiva il lavoro  in giuste parti, e traeva a sorte le fatiche e le opere • (54). Ma al [giungere di Enea sembra che un vento di sventura si riversi sopra cotk-sto  popolo laboVioso e felice. Innamoratasi follemente del duce troiano, Tm/'elix Dido non pensa più che a soddisfare la propria passione ; cosicché  i Cartaginesi, sviati dalle continue feste, privi di direzione e di consiglio,  abbandonano l'impresa iniziata con tanto entusiasmo, e anneghittisroiio  neirozio. Frattanto i nemici rumoreggiano minacciosi ai confini, ed i re \   affricani, delusi nelle loro speranze, si preparano alla vendetta. i   Tutte le pene, tutti i sussulti, tutte le ansie che possono far palpitare \   un cuore di donna follemente innamorata, tutte le febbri che possono scori- \   volgere i suoi sensi eccitati, sono descritte nello splendido libro quarto  con una evidenza e una precisione, che ci rilevano ancora* una voHa in  V. il psicologo finissimo, oltreché l'artista insuperabile; ma le tinte  alquanto cupe ed esagerate ond'egli colorisce la sua descrizione, la catastrofe con la quale finisce, il sèguito fosco che essa ha nei iuycnteìi  campi (campi del pianto), ove la miserrima Dido si dispera ancora tra  quegli infelici   quos durus amor crudeli tabe peredit (55),   tutto ciò ne rivela, sotto l'artista e lo psicologo, Tasceta che vuol ammonire l'umanità a fuggire le lusinghe della carne, descrivendone al vivo i  mali ed i pericoli, il moralista severo che condanna l'amore quando è  pura febbre dei sensi, non patto sancito dalle leggi e dalla religione.  «Prima del matrimonio tu devi serbarti puro il più possibile dai piaceri  corporali i dirà più tardi Epitteto (56) ; e molti secoli prima Platone, riformando nelle sue Leggi la legge reale, condannava il marito che teneva  in sua casa una concubina, «anche quando questa concubina è una  schiavai.   Didone non è moglie, ma soltanto amante, e amante doppiamente  colpevole in quanto ha rotto il pegno di fedeltà giurato al defunto .Sicheo.  É questo il suo unico, il suo imperdonabile errore; ed è appunto il rimorso di violare la giurata fedeltà coniugale, che le dà forza di resistere  fino all'ultimo agli assalti disperati delF amore.   Agnosoo veteris vestigia flainmae.  Sed mibì vel tellus optein prius ima dehiscat,  Vel Pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras,  Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam,  Ante, pudor, quam te violo, aut tua jura resolvo (58)*   Ma r impeto della passione e il malanimo di una nemica divinità la  travolgono alfine : nella spelonca ove s' era rifugiata, sola con Enea, per  ripararsi dal temporale suscitato da Giunone, il gran delitto si compie :   lUc dies primus leti primusque malorum  Causa fuit; ed allora, quasi per nascondere ai propri occhi la vergogna dell' aver violato le leggi del pudore, essa cerca di illudere sé stessa, di diminuire U  propria colpa chiamando u matrimonio » il nodo che la unisce ad En^i:   Cooiugium vocat: hoc praetexit uomine culpam fCO)/   Ma questo non è che un inganno di peccatrice conscia di tutta l'enormità del proprio peccato, e da questo momento V. Y ha già giuIflicata e condannata. Solo da ultimo sembra che ei voglia perdonare V infelice regina; ed è precisamente quando ce la descrive nel regno delle  ombre, insensibile ai lamenti e alle proteste di Enea, tutta assorta nel  ricambiare l'amore dello sposo:   Tandeiu corripuit sese, at(iue inimica refugit  Ili nemus umbrìferum; coniux ubi pristinus illi  Rcspondct curis, aequatque Sycliaeus aiiiorem.   (Juesta arcigna severità, questo austero disprezzo per le lusinghe della carne e dei sensi, doveva generare inevitabilmente un sentimento di odio e di avversione per colei che dell'amore è la partecipe  necessaria e la ministra principale: la donna. Lo spirito misogino è infatti  una delle caratteristiche più spiccate della età di maggiore ascetismo;     — w,«-i--r-^ dove trovai'e, ad esempio, maggior violenza di invettive contro la donna  che nei Padri della Chiesa e in tutta la letteratura sacra e profana dell' età di mezfo ? Eppure Cristo aveva cercato di dittbndere tra ì suui seguaci un più alto concetto della dignità femminile, e la religione cristiana,  sebbene accusasse Eva del primo peccato, venerava in Maria la salvatrice  del genere umano. Ma era inevitabile che la morale ascetica del cristianesimo, contraddicendo alle stesse sue massime di fratellanza e dì amore,  dovesse condurre all'odio più intransigente contro la donna: «chi predicava - dice il Frati - il distacco assoluto dello spirito umano dalie vanità  terrene, trovava nella donna il più forte ostacolo; poiché in essa sono  rappresentati tAti i più potenti vincoli che legano Tuomo alla vita, e per  essa r uomo commette i maggiori peccati. Chi non conosce la lunga  e roboante apostrofe contro la donna di Giovanni Boccadoro t «i nel yesto  secolo, si discusse a lungo e con tutta serietà se la donna aveva o non  aveva un'anima (4)!   Lo stesso misoginismo noi possiamo trovarlo in quei filosofi pagani^  le cui dottrine spiritualistiche ed ascetiche prepararono nel mondo antico  la vittoria del cristianesimo. Platone mostra di avere della femmina un  concetto non molto diverso da quello dei Padri della Chiesa : vedendo nu  giorno alcune donne che piangevano una loro compagna defunta, esclamò;  u il male s'attrista perchè il male è partito» (5); e nella sua Repntibiica,  volendo tracciare il quadro di un^ scapigliata società denÉOcruiica, ci mostra, come supremo assurdo, lo schiavo che rifiuta obbedienza al padrone  e la moglie che pretende d'essere uguale al marito (tJ). Gli stoici romani  dell'ultimo periodo sono anch'essi molto severi verso la gentile compagna  dell' uomo, e non le risparmiano i più acri rimproveri, u Tania qmmlam  demcnlia lenel - dice Seneca - ul sibi conlumeliu/ìi (ieri puleni ponine  a tnuliere; quid re/eri quam fiabeaìil, quod leclicarim habeniem, quam  oneralas aures, qua?n laxani sellami aeque impiruiìen^ aìiimal est^ et^  nisi scienfia accessil ac malia erudilio, f'eimm^ CHpidifatujìi tnvimliutviò-». Quanto a V., egli si ricongiunge anche per questo lato  a (luelhi corrente ascetica che, originatasi in Grecia coji Socrate e Platone, passando attraverso alle scuole d'Alessandria e allo stoicismo platonizzante dell'impero romano, sbocca da ultimo nel gran mare del misticismo cristiano. La sua avversione per i piaceri della carne e per tutto  ciò che vincola in qualche modo T anima al corpo, non poteva non condurlo al misoginismo; e se in lui cercheremmo invano le apostrofi violenti degli asceti cristiani o l'altero disprezzo di Platone e (Ji Seneca, trovare mo però, e specialmente nell' Eneide, un' inimicizia decisa per colei  che induce l'uomo al peccato.   Dello spirito misogino di V. abbiamo già avuti alcuni recentissimi esempi: vedemmo come egli, mirando ad un fine più alto, ammonisca  r agricoltore a tener lontani i tori dalle giovenche, «poiché la femmina  consuma loro a poco a poco le forze, e li strugge al solo mostrai*si »; vedtimmo come i due soli suicidj che avvengono nell'Eneide siano di donne.  Aggiungiamo ora che così Amata come Bidone sono ^inte al suicidio  per aver sacrilegamente posto ostacolo alle imprese di Enea, volute ed  aiutate dagli dèi; che tanto l'una (jome T altra si uccidono dopo aver  dnto spettacolo di furori spaventevoli, che il poeta ha cura di indicarci  come propri soltanto della donna, chiamandoli wue feniìneae (8) e dimostrando furens quid f emina possit; e che infine, trasgredendo alla  verità storica, egli ha voluto far morire la moglie di Latino d' una morte  pili infame di quella che la tradizione narrava; poiché, secondo Fabio  Pittore, Amata sarebbe morta non col laccio ma d'inedia (10). Altra circostanza che ci pone sotto gli occhi il misoginismo virgiliano, è il fatto  che di tutte le traversie, di tutte le sventure subite dal condottiero dei  Teucri nella sua lunga e dolorosa odissea, è causa diretta o indiretta la  doimii. La leggenda omerica aveva già indicato una femmina, Elena, come  Foiigine prima della rovina di Troia. Seguendo accuratamente la via segnata da questa tradizione, V. fa risalire a femminili ambizioni  insoddisfatte Todio implacabile di Giunone, causa di tutte le sventure di  Enea:   Nec dum etiain causae irarum^ saevique dolores  Exciderant animo; manet alte mente repostum  Judicium Paridis, spraetaeque injuria formae (H);   di più, è una femmina quella Bidone che, avvincendo Enea nelle sottili  ujaglìe d'amore, mette in perìcolo l'impresa d'Italia voluta dai fati; sono  femmine quelle matrone troiane che, eccitate da Iride, urlando e schiamazzando incendiano con tizzoni ardenti la flotta di Enea per impedirgli  di partire dalle contrade sicule:   At matres attonitac iiionstris, actaeque furore   Conclamant, rapiuntqiie focis penetralibus ignem:  Pars spoliant aras, frondcm ac virgulta, faces(iue  Conjiciunt: furit immissis Vulcanus habenis  Transtra per, et remos et pietas abiete puppes (12); v^^if^Z7;^r^'^r^ ^rr -^^-^ -,-^^y.--^yr^?-T.-> l -» i ^M.y,^..v^.v. i H^ » iuyy4. ' j ! ^gtPU ' «. ed è ancora per colpa di una donna, 1^ fìglia di Latino, che tutto il Lazio  è sconvolto da quella lunga e sanguinosa guerra che occupa tutti i sei  ultimi canti del poema:   Gau8a mali tanti coniux iteram, liospita Teucris,  Externique iteruiu thalami. Ma vi è un ultimo episodio, assai caratteristico, che ci mostra nel modo  più evidente quale concetto e quale stima avesse il nostro poeta del ^sso  gentile. È T episodio della vergine guerriera Camilla, che armata di tutto  punto, combatte con virile coraggio per la difesa del proprio paese. Nata fra le orride balze e i dumi dei monti solitari, nudrita con lacte  ferino, educata fin da bambina ai più rudi esercizi maschili, a maneggiare il giavellotto e la fionda, ad inseguire le fiere per le selve, la figlia  di Metabo serba l'animo insensibile alle dolci lusinghe dell'amore; « invano molte madri tirrene agognarono averla per nuora», perchè Camilla   sola contenta Diana  Àeternum telorum et virgiaitas amorem  intemerata colit   Ma V. non si lascia convincere da questa apparente virilità di  Camilla. Antifemminista deciso - come oggi si direbbe - egli vuol anzi  dimostrarci che, per quanto virilmente educata, la donna rimane sempre  donna, vale a dire un essere volubile, leggero, amante delle frivolezze e  delle vanità. Poiché è questo il concetto che egU ha della donna, e ce lo  esprime chiarameiile e seccamente in quella breve sentenza: Varium et mutabile semper  Femina, la femmina è un essere vario sempre e mutabile; la qual sentenza ci  appare tanto più ingiustificata e brutale inquantochè è riferita a quelPappassionata Bidone che dimostrò coll'esempio di essere ben più ferma nel  proprio amore dell' uomo che l' avea sedotta. Tornando dunque all' episodio di Camilla, s'aggirava tra le file troiane un tal Cloreo, la cui splendida armatura frigia luccicava da lungi; aveva le gambiere alla barbarica,  la veste purpurea, l'arco e l'elmo d'oro, e teneva annodato con aureo  fermaglio il croceo manto e la giubba di lino. Lo splendore di questo  acconciamento - che il poeta descrive con una ironica minuziosità e uno  sfoggio malizioso di yezzeggiativi che non sfuggi nemmeno ai più antichi  commentatori (16) - attira l'attenzione di Camilla, la quale, quantunque  abituata dal padre a sprezzare i vani adornamenti e a coprirsi di una 1  semplice pelle di tigre, sente iicciMulorsi tutta dal capriccio donnesco, dalla  feraniiuile vjighezza {/emàfeo atnore) di adornarsi di quell'auree vestimenta. Ma fio fu causa duihi sua rovina: che, mentre era tutta intenta  ad inseguire Cloreo, non cunmflosi che di lui e delle sue belle vesti,  Anmte, còlto il destro, le vibra V asta sotto la scoperta mammella e la  ferisce a morte:   Labi tur exanguis; laEniatur frigida leto   Lumina; lairptirous qnùndam color ora reliquit. Vitrtque mm gemitìi fui^lt indignata sub umijras (i7).   Ci si potrebbe obbiettare che il misoginismo virgiliano non è affatto  una coiise^Lieoza dei principi morali del poeta, perchè nella società romana  la donna ora sempre stata coiisidei'ata come un essere inferiore, e tenuta  quasi in Ktato di schiavitù. Ma questo non è se non uno dei tanti pregiudizi che pesano sul popolo romano, e traggono origine da una imperfettissima conoscenza delle sue abitudini, dei suoi costumi, della sua educazione. Chi si limltaase a prendere in esame la legislazione romana,  sarebbe indotto realmente a credere che la condizione della donna doveva  essere assai ini elice; ma cbij lasciando i testi delle leggi, si facesse a studiarne la vita, si accorgerebbe che nella società romana la donna occupava un posto eguale, se non superiore, a quello da essa occupato nella  società tnodenia. lu nessun popolo antico, e meno di tutti nel greco, la  madre di famiglia fu tenuta in maggior stima, più circondata di riguardo  e di venerazione delia matrona romana. Tra le pareti domestiche essa è  veranieute regina, rispettata dal marito, venerata dagli schiavi, dai clienti  e dai iìgli; ba parte neiramunnistrazione del p^atrimonio*e nel governo della  casa, compie i sacrifizi, custodisce l'altare dei lari, le imagini degli antenati  e il tesoro domestieo. Fuori della casa il potere delle donne si va estendendo sempre più; esse avevano il diritto di riunirsi in associazione, e  sotto Eliugaliab giunsero pei^ino a formare un niccolo' senato (senacidum)  con attribuzioni speciuli. È nota a tatti la grande influenza che esse esercì tiu^ono durante tutto T impero: bastava entrare nelle grazie di qualche  donna delFainstocrazia per essere sicuri di fare una brillante carriera;  Seneca stesso ottenne la questm^a per gli intrighi di una sua zia. Ma la corjsuguenza tli gran lunga più importante che trae seco l'opposizione tra r anima e il corpo, tra il princìpio spirituale e il principio  materiale, è la continua preoccupazione della vita futura. Ed è, del resto  cohseguenza naturalissima. Se la vera esistenza non è quella che si conduce quaggiù, ma quella che si vive nelle regioni del sovrasensibile, se la  vita terrena non è che un transito doloroso preliijliante la vita eterna  deiroltretomìKU ove rauiiuti (ìcvt^^ purificarsi di tutte le macchie contratte  neirimmoiidu connubiu dei curpuj l'uomo deve sentirsi continuamente i5d oppresso dal pensiero di codesta esistenza oltremondana di dolere o di  beatitudine, e dal desiderio di squarciare i veli che la nascondono :il suo  sguardo. Platone ci offre per primo l'esempio più caratteristico di qnL^sUi  preocoupazione dell'oltretomba^ che trasfusasi molti secoli più tnnlì nel  cristianesimo, alimentò le tetre e spaventose visioni degli asceti delT cU\  di mezzo. In ben quattro luoghi delle opere platoniche il probabili^ st;ìto  delle anime dopo la morte del corpo offre argomento di lunghe rirmbe  al sommo filosofo greco; e in tutti quattro questi luoghi la desrrì/inne  della vita futura, ormeggiando pur sempre le credenze popolari e filosi illclir  più diffuse, è fatta in modo sensibilmente diverso. Il che ci provn am  quale inquieta sollecitudine, con quale ansia non mai soddisfai hi lu  sguardo di Platone cercasse di penetrare i paurosi misteri dolln vita  futura. I romani, popolo grave e riflessivo per natura, avevano coni infoiato  assai presto a prestar fede alla persistenza della vita dopo la morto: ti- I cerone, nelle sue Tusculane, si compiace di constatare che questa crrdenza aveva origini antichissime nella storia di Roma. Tuttavìa, sic  come essi credevano da principio che nella tomba persistesse Fani ma in  sìenie col corpo, e che i morti fossero tutti buoni e felici {manes=\*\ìnin),  così il problema della seconda vita non li preoccupava gran fatto. Mm do  poche, per i continui rapporti con l'Egitto, con la Grecia e con FElrurìa,  penetrarono anche in Roma le fosche visioni della fantasia orientale v h'  tragedie di Sofocle e di Euripide da un lato, i testi di Platone dallaltro,  ebbero diffuso le leggende greche del Tartaro e dell'Eliso, la paura rupei*stiziosa degli inferni cominciò a turbare la mente dei Romani. I tnisì  come io le ho esposte, non s'addice ad uomo di mente; ma però rhe o  questo' ó qualcosa di simile succeda delle anime nostre e delle loro di inni e,  poiché mostra che l'anima nostra sia immortale, ciò, mi sembra, s'addire;  e vale il pregio d'arrischiarsi a crederlo; poiché é bello il risiilo,^1  deve con simili credenze fare come l'incantesimo a sé medesimi»,^i)   Questi terrori divennero alla fine tanto intollerabili, che La(i*e/ja  cercò liberarne i suoi concittadini, dimostrando loro che l'anima iinri e  incorruttibile, ma si spegne insieme col corpo, e che quindi niilla ah biamo a temere dopo la morte. Ma se la calda parola del poeta della  natura potè avere, come vedemmo, larga eco nelle anime delle persone  cólte sul finire della repubblica, perdette ogni efficacia collo stabilirsi  deir impero. I tempi di più in più tristi favorivano V ascetismo, religioso, e la preoccupazione della vita futura tornò ad agitare la cupa fantasia di quel popolo di oppressi. Plutarco, che pure aveva combattuto  con tanta copia di argomentazioni la dottrina epicurea sulP annientamento dopo la morte, ci ha lasciato una preziosissima testimonianza  degli spaventi superstiziosi che suscitava l'oltretomba in quei primi due  secoli deir èra volgare. « La morte - egli dice - è la fine della vita di  tutti gli uomini, della superstizione non già ; ma passa oltre a' termini  del vivere, facendo più lunga la paura che la vita, e congiungendo c/>n la  morte una imaginazione di mali estremi; ed allorché viene al riposo, si  persuade che ricomincino altri travagli da non aver mai fine. S' aprono  le profondte porte di non so che Plutone dio dell' inferno, e vanno discorrendo fiumi di fuoco, e si distende insieme la corrente, e profonda riviera  di Stige, s'ammassano d'ogni intorno tenebre ripiene di mille e mille  apparizioni dì spiriti, ed anime rappresentatrici di imagini orrende alla  vista, e voci pietose a udirsi, e sonvi molti giudici, e tormentatori e profondi abissi, e caverne colme d'infiniti mali. E cosi la miserabile superstizione che scampò in vita il castigo d' Iddio, non se ne accorgendo si  fabbrica aspettazione di mali inevitabili di morte, ninno dei quali si ritrova nell'empietà» (23}.   Questa preoccupazione dei mali inevitabili di morte, questa triste  fantasia di tormenti e di tormentati, di profondi abissi e di spiriti gementi, ci è facile riscontrarla nei poemi virgiliani, e più di tutto nel  canto sesto dell'Eneide. Noi studieremo nel paragrafo successivo la configurazione deir inferno virgiliano, la distribuzione che vi è fatta dei premi  e dei castighi, l'intento che mosse il poeta a comporre codesto tragico  canto della morte, il modello che gli servi di guida; per ora ci basti  trarre in luce - a prova del nostro asserto - il carattere fosco e terribile  che domina in tutta codesta descrizione.   E invero, V. non è rimasto inferiore al filosofo ateniese ed ai  tragici greci nel descrivere coi più oscuri colori le domos Ditis vacuas et  inanta regna (24) ; e noi non dobbiamo stupirci se il libro sesto dell'Eneide, letto avidamente dai Romani, ebbe per primo effetto di spingerli  a preoccuparsi sempre più dello stato delle anime dopo la morte e servi  più tardi ai Padri della Chiesa per rieccitare nei fedeli il timore dell'inferno (25). Fino dai primi versi, prima ancora che il suo eroe discenda  negli abissi, il nostro poeta comincia ad assumere quel tono cupo che lo  accompagnerà durante tutta la descrizione. Siamo alle grotte del lago  d'Averne, non lungi da Pozzuoli in Campania, in cui la fantasia dei popoli italici riponeva da tempo l'apertura dei regni infernali. Questa ere   li] J Wypm! il ^W ^|>|y)||y^^B^>^   161     denza era diffusissima e durò fino alla completa caduta del paganesimo,  per quanto Lucrezio avesse cercato con ogni sforzo di distruggerla (26).  II luogo è bello e ridente, ma V. lo dipinge in modo ben diverso: Spelunca alta fuit, vastoque immanis hiatu,  Scrupea, tuta lacii nigro nemorumque tenebris:  Quam super iiaud ullae poterant impune volantes  Tendere iter pennis: talìs sese halitus atris  Faucibus effundens supera ad convexa ferebat (27).   Enea e la sibilla, fatti allontanare i profani, s'inoltrano nella paurosa caverna, non senza che prima la sacerdotessa abbia esortato il compagno a munirsi di tutto il suo coraggio, e che il poeta non si sia rivolto  agli dèi « delle tacite ombre e dei luoghi dove vastamente regna la silenziosa notte », per ottenere il permesso « di palesare le cose sepolte nel  profondo della terra e involte nella caligine ». Giunti sulla soglia deirinferno, i più orrendi mostri si avventano contro i due sotterranei pellegrini: il primo è Orcus, il dio personificante la morte stessa, il dio che  più d'ogni altro empieva di terrori la mente dei Romani. Esso era rappresentato in tutte le forme più spaventose : ora appariva come guerriero  armato che dà al morente il colpo di grazia; ora gira silenziosamente  per i luoghi abitati, picchiando a tutte poj^e ; ora volteggia per Tarla, demone notturno, librandosi sulle immense ali nere (28). Dopo Orcus vengono le personificazioni di tutti gli altri flagelli umani : i pallidi morbi,  la triste vecchiezza, Io spavento, la fame, la povertà, lerribiles oisu farmae; poi la morte, la fatica, le voluttà, le furie, la guerra, e infine la   Discordia demens,  Vipereum orinem vittis innexa cruentis. E non basta ancora; accanto a queste figure allegoriche, prodotto di  una età più evoluta, V. pone a guardia dell' inferno tutti i mostri  deir antica mitologia omerica, come i Centauri, i Titani, le Gorgoni, le  Ai-pie, r idra di Lerno, horrendwn strìdéns, contro cui invano si slancia  Enea, per trapassarla con la spada. Frattanto sono giunti al tremendo  fiume, al tartareo Acheronte, « simbolo - dice il Preller - di tutti i terrori e di tutte le paure che inspira il mondo sotterraneo, tantoché gli  Etruschi diedero il nome di Acherontica a tutta quella parte della loro  letteratura sacerdotale che tratta delle anime dei morti e del loro culto.  Li trasporta all'altra riva Caronte, il terribile nocchiero noto a tutti i  popoli antichi, spaventosamente pallido ed irsuto: Portitor lias orreodus aquas et flumina servat  Terribili squalore Charon: cui plurima monto  Canities inculta jacet; stant lumina flamma;  Sordìdu» ex humeris nodo dependet amictus, ";^f^rjP^-»F!^j ^cuor della notte, in forme sempre strane, gigantesche, paurose : cosi  Tornbra di Creusa appare innanzi agli occhi del marito maggiore della  nota figura (nota major imago); quella dì Sicheo è ingigantita in modo  meraviglioso nel pallido aspetto {ora modis atloltens pallida miris);  quella di Ettore è in forma ancor più paurosa^ e par di sentire un fremito di raccapriccio nella de^s^Tìzione che ne fa Enea : « Eni l' ora in cui  la prima quiete comincia ]>er gli stunclil mortali, e gratissima serpeggia  per dono degli dèi. Quand' ecco il mestissimo Ettore parve mi apparisse  dinanzi, e spargesse largo piantn, stra.scinato come un tempo dai carri,  e lordo di polvere sangui nule uta, e traforato dalle correggi e i piedi rigonfi. Ahimè, com'era ridotto! quanto cangiato da queir Ettore che  tornò vestito delle spoglie d* Achille, o dopo lanciale le Frìgie fiamme  sulle navi dei Greci! Aveva squallida la barba, e i capelli raggrumati  nel sangue, e coperto di ijuelle ferite che innumerevoh ricevette sotto le  paterne mura». Altre volte le Lar%a- dei defunti assumono formo di lugubri uccelli, che vagando nel cupo della notle perseguitano coi loro  urli lamentevoli i miseri mortali. È questo il destino dei morti Etoli, che  riempiono di terrore le ni (4:J).  Poiché sarebbe inconcepitale che una qualsiasi divinità del mare, del  fuoco, della terra o del cielo, fosse pure Hiove o Saturno, avesse T audacia di rompere un giuratjientu l'atto sulla testìnmnianza degli dèi delr inferno: Cocyti stagna alta vides, Slydamque pahideni,  Di cuius jurare tiiiieat et fallerc niuneii ili di  tutte le altre divinità, poiché il loro cuore è incapace di alcun hentimento  di perdono : I ^1 IJi i pPH  manesque regemque tremendiim,  Nessciaque humanis precibiis. mansuescere corda. Una delle [n\x terribili tra le divinità infernali che ci sono ricordate  nei poemi virgiliani, è la pallida Tisipfione^ la maggiore delle tre Furie.  Essa risiede ordinariamente nella parte più profonda dell'inferno, in  quel recìnto circondato da tre girbni di mura e dal Flegetonte, in cui  scontano le loro pene i più scellerati tra i peccatori. Ivi, « impugnando  un flagello, con una mano percuote i rei schernendoli, e con la sinistra  aiTUotfindo orridi serpenti, chiama il feroce stuolo delle sorelle.  Perù questa officio è ben lungi dal bastarle ; a quando a quando essa  abbandona i morti regni per precipitarsi sulla terra, a portarvi lo spavento e il dolore: ila squallida Tisifone, sortita alla luce dalle tenebre  dello Stìge. incrudelisce ; essa conduce davanti a sé i morbi e la paura,  i e ogni giorno più alto sorgendo, leva T ingordo capo. Altra terribile \ divinità infernale è quella che Giove manda a Giuturna, la dea delle sorgenti   e dei fìuniij per annunziarle la morte imminente del fratello : « dicesi  essere diu' maledizioni chiamate Dirne, che la orrida Notte generò ad  un parto con la Tartarea Megera, e V avvinse con uguali serpenti, e  Fanno di ali sventolanti. Queste appaiono innanzi al trono di Giove e  ' ^ sulla soglia de! re tremendo, e incutono spavento ai poveri mortali, se   ' talora il re de^di dèi minaccia morte orribile, e malattie, ed atterrisce   • con guerra cittìi colpevoli. All' apparire dell' orrendo mostro, Giuturna comprende che la propria potenza di dea è resa ormai inutile, e Turno noti tt^nta più nemmeno di difendersi dagli assalti di Enea: Tlle membra novus solvit formidine torpor;  Arrectaeque horrore comae, et vox faucibus haesit. Ma di gran lunga più terribile e spaventosa di tutte è la pestis  aupera Aleelo^ le cui geste occupano buona parte del libro settimo.  Essa am:i y le tristi guerre, le ire, le insidie, i notevoli delitti > ; ed è  tanto orrenda che non soltanto la temono i mortali, ma « tino lo stesso  padre Plutone la odia, fino le sue Tartaree sorelle odiano un tal mostro:  in tanti aspetti si trasmuta, tanto ne è orribile la figura, tanti serpenti  spaventOfsaraente le pullulano intorno ». Il suo genio malefico non ha  contini, e Giunone, che s'è rivolta a lei per far insorgere il Lazio contro Enea, le enumera con compiacenza tutte le arti infernali di cui può  disporre :  ; per scendere « fra le ombre crudeli », a « soffrirvi i inali estremi? Aveva ben ragione il severo poeta della Natura : gli uomini, imagìnando una continuazione della vita oltre la vita, s'erano illusi di risolvere il tormentoso problema della* morte ; ma non avean lat to che rendere ancora più paurosa quella che è la fine naturale ed inevitabile di  ogni organismo vivente.  Se noi ci facciamo a considerare la catena degli avvenimenti  che costituiscono il poema di Enea, potremo accorgerci facilmente che il  libro sesto non ne rappresenta un anello necessario ; la discesa del condottiero troiano neir inferno non è per nulla indispensabile allo svolgimento dell' azione, né la fa procedere di un passo. Anche T episodio dell' amore di Bidone, ad esempio, può sembrare a tutta prima affatto inutile alla trama del poema; ma esso era invece indispensabile per dar  modo al poeta di esporre in forma drammatica e succinta, secondo i più  savi criteri dell'arte, gli antefatti dell'azione. Eppure, il libro sesto è per  avventura uno dei più belli, dei più succosi, dei più finiti che la musa  virgiliana abbia dettato; e lo stesso poeta mostrò di esserne pienamente  soddisfatto, leggendolo come saggio e come primizia all'imperatore ed  a' suoi famigliari, che l'ascoltarono ammirati e commossi. Quale intento  speciale persuase .dunque V. ad innestare al suo poema codesto  splendido canto dei morti e dei nascituri ? Furon molte le ipotesi e le  interpretazioni avanzate a tal proposito dai commentatori d'ogni età e  d' ogni paese, e noi fra breve sottoporremo ad esame alcuna di quelle che  hanno ancora maggior sèguito e possono sembrare più fondate. Prima  però sarà necessario esponiamo brevemente V ipotesi nostra, per dimostrare poi, al confronto dì essa, qujinto abbiano le altre di erroneo o  d' incompleto.   IVr quanto la credenza nella vita futura fosse assai antica e diffusa  tra ì Romani, pur tuttavia essa n^n riuscì ad assumere per codesto popolo - come, in generale, per tutti i popoli antichi - una forma chiara e  ben determinata, se non dopo la vittoria definitiva del cristianesimo.  Prima di questo tempo, le leggende sulla seconda vita avevano un carattere rtuttuante eii incerto, evi assumevano aspetti speciali di età in età,  da individuo ad indivìduo Da principio i Romani credevano che nella  tomba continuassero a vìvere insieme f anima ed il corpo ; e questa credenza, rivelataci dalle cerimonie funebri e dalle iscrizioni delle tombe,  persìstette tino a quando tiiron distìnti neir uomo due elementi opposti,  la cui separazione dà luogo alla morte. Sì credette allora che soprav\ivesse soltanto una parte del corpo, la parte più pura più leggera ed imuiatMÙale. vale a dire T anima, e che tutte le anime si riunissero insieme  nel cenine dt Ha torni. Fino a questo punto, si ora sempre creduto che i  in rei f'^ssoro buoni e puri ('(#t\N' e ttì-ittcs): ma dopAohè. per le vicende  p.V.ìtìche, si feoero più intimi i IciTìnii che univano Roma alFEtruria, i  R^:!ii:ii v'Miìiluciaroiio a cre^lelv al pari do^li Etruschi che i morti fosSfr-> oru ìeli, ma!erì/ì, amatiti dol sui::;ie e delle stragi. Una iscrizione  lar'.riu n.va .i::;e più aiì:>ii.\ reo.i qa-.^stt frase significativa « iiìortum   E n:*n è a credete c':ie, a ii.ar.o a man • ciu- ju-.-ste nuove credenze  a: : ivi:: ^ r.up^:i-::i Isi. le ai.ti.^he sc^iìuwrissvr^ : per quanto assoluta   Ite   mm^^^^T" ' ™i»i"*""^^WHm»wp "n  «inerite con t radei ito ri e, essa con ti mi aro no del pari a vivere le une a e evinto  alle altre, generando non poca incertezza e confasione. Cosi acL'auto ai  mane^* si ebbero le tarme etl ì lemure^\ spiriti malici, mostruosi, vendicativi, a placare i rtnali si cele])ravui>o, durante le notti del nove, undici e tredici maggio, speciali «'eriinonie teriebro^^e, descritteci mi untamente da Ovidio, Si continuò a versare tazza di sangue tepido e vi*  sceri di animali uccìsi sulle tombe dei morti, ci'ede!ido li amassero, ed  a compiere tutte le altre cerimoiue funebri, clje tlinotavano il persistere  delle primitive superstizioni. Si continuò pnre a cistruire nel centro delle  c*tà il mMndiis, oiifrlnato dalla credenza che le anime dei defunti si  I riunissero nel centro della terra. Era esso una fossa circolare a forma di   cielo rovesciato, il cui fondo era chiuso da una grossa pietra {lapis maj naiis), che si riteneva la porla del regno sutlerraneo. Questa pietra ve niva tolta tre giorni ogni anno (^H a^josto, 5 ottobre e 8 novembre) affin*  che gli spiriti potessero uscire ìiberamentie e vagare per la terra ; quindi  codesti tre giorni eran passati in religiosa contemplazione ed era interrotto  j qualsiasi affare importante di fiimiglia e di Stato (:])* Quandi» alla fine co ' minciaroim a dit!bn Cicerone, come vedemmo, sembra inclinare per la soluzione platonica,   sebbene qualche volta si sottermi con compiacenza sui dogmi aristocratici  di Crisippo; Marco Aurelio è tutto compenetrato dal concetto materiali-, stico del continuo disciogliersi e trasformarsi degli elementi, quantunque   egli pure accenni talvolta ad una esistenza posteriore alla morte (5);  Epitteto non si mostra meno incerto, ora parlando con convinzione della  vita futura e dell'inferno, ora burlandosi delle leggende popolari sul Oocito e l'Acheronte. Ma quello che più d' ogni altro appare incerto e  titubante fra le due ipotesi contrarie è, anche in questo caso, Lucio Anneo Seneca, il cui eclettismo molti tra gli storici della filosofia ancora  si ostinano a negare. Seneca è il più prossimo ai tempi di V.,  giacche nacque circa due decenni dopo la morte del poeta ; vai quindi la  pena di esaminare un poco più partitamente quale fosse il pensiero, ..dato  che riusciamo a scuoprirlo) di codesto filosofo intorno alla immortalità  deir anima.   Chi, aprendo a caso il libro Della consolazione a Marcia, s'imbattesse a leggere il capitolo XIX, crederebbe senza dubbio di aver a che  fare con un filosofo rigidamente epicureo. Ecco infatti con quali esortazioni e con quali ragionamenti Seneca cerca di consolare la madre del  defunto Metilio: E che mai, dunque, ti commove o Marcia? fc^se che  tuo figlio sia morto, o che non sia vissuto più a lungo? Se ti addolori  perchè è morto, avresti dovuto dolerti sempre, poiché sapevi sempre che  doveva morire. Pensa che un morto non è afflitto da alcun male; clie     171   tutte quelle cose che ci rendono spaventoso V inforno ^ono una fiaba ;  che ai morti non sovrastano né tenebre, né carcere, ne fiumi ardenti di  ' fuoco, né acque d'oblio, né tribunali e peccatori, né nuovi tiranni in quella  libertà tanto larga. Con tali favole i poeti si burlarono di noi t? ei  turbarono l'animo con vani terrori. La morte é lo svolt^iniento e la fine  di tutti 1 dolori, più in là della quale i nostri mali non vanno: essa ci  pone in quella tranquillità nella quale giacevamo prima di naiàcere. Se  alcuno sente compassione dei morti, la senta pure di chi non e nato. La  morte non é né un bene né un male, poiché può essere ben.' o male soltanto ciò che è qualche cosa, ma ciò che non é nulla, ed o^'ni cosa riduce  al nulla, non può sottoporci ad alcuna sventura. Intatti 1 mali ed i beni  vertono intorno a qualche materia ; non può essere trattenuto dalla fortuna ciò che venne rilasciato dalla natura, né pUit es^en^ intolice colui  che non è niente. Tuo figlio valicò i confini dentro i quali V uomo serve ;  lo accolse una profonda ed eterna pace ; egli non è più assalito dalla  paura della povertà, nò dalla cura delle ricchezze, ne dygli eeriiamecjti  della libidine, che prende gli animi all' esca del piacere : non è toccato  dalla invidia della felicità altrui, né oppresso dalla sua ; uè le sue pudiche orecchie vengono straziate da parole villane; non vede alcuna  sventura, né pubblica né privata; non pende atfannoso dair evento del  futuro, che sempre inclina al peggio. Infine, egli si fermò là dove nulla  lo scaccia, dove nulla lo spaventa». Ma chi volesse da fiuestu brajio  eloquente trarre la conseguenza che Seneca non credeva atTatLo nella  vita futura, e condivideva a tal riguardo le dottrine scettiche di Epicuro,  si ingannerebbe a partito ; basti infatti considerare fiueste parole che, con  uguale calore di convinzione, egli rivolge all'amint Lucilio: « t'rnne il  ventre di nostra madre ci tiene nove mesi, apparei-chìandoci non a sé  ma al luogo nel quale slam dati alla luce, quando siamo preparati e  capaci di trarre il respiro e crescere, cosi per tutti > il tempo cite corre  dalla fanciullezza alla vecchiaia noi siamo come nel ventre della natura.  Altro nascimento, altro stato ci aspetta : noi non possiamo ancora sofferire il cielo, se non dalla lunga. Tu devi attendere con sicurezza V ora  in cui r anima partirà dal corpo, perocché é l' ultima del corpo non dell' anima Quel giorno che tu temi come ultimo, è nascita e comincia*   mento di vita perpetua. Abbandona dunque l'errore che ti opprime, e  non dubitare. L'opposizione tra questi due brani è tanto grande, che  maggiore non si potrebbe imaginare: ciò che il primo nega, il secondo  afferma. E questo si può riscontrare ad ogni pie sospinto nelle opere del  tragico e filosofo latino, dalle epistole alle consolazioni, dalle operette  morali alle questioni di natura. Io credo che nessnn filosofo, da Talete  ai nostri giorni, si sia mostrato più titubante e più indiù semplice colla interpretazione che   jj noi abbiali! data. L' ingtigno paradossale del Warburton si è acconten ttato di accumulare analogie su analogie, alcune delle quali molto stentate, senza teoer conto delle cundizioni del tempo e dell' ambiente, e  senza nemmeno soffermarsi davanti ad una obbiezione, che pur doveva  r presentargijsi facile alla mente. 1 misteri erano spettacoli religiosi che si   I» compievano nel più assoluto segreto ; a pochissimi era permesso 1' assi stervi, ed anche questi pochi dovevano assogettarsi a lunghe prove preK» p:iratorie e promettere di non rivolar mai nulla di quanto avevano veduto. Ohi avesse osato violare il se2reto dei sacri misteri era ritenuto   empio, e punito mi piti tremendi castighi. Noi conosciamo già abbastanza la profondità e la sincerità del sentimento religioso di V.,  il suo rispetto per i voleri degli dèi, la sua scrupolosa timidezza nelF obbedire a tutti i più minuti precetti della religione, per negare reìcisamente che egli avesse pensato a trasgredirli in modo così palese; e questa obbiezione avrebtie ilovuto avere tanto maggior valore per il Warhurlon^ in quanto, secondo la sua stessa interpretazione, V. ha collocato Teseo e Piritoo n^\ più profondo del Tartaro appunto perchè colpevoli di fòsserei hitrusi nei niislen e di averne violato il segreto.   Se il libro quarto dell' Eneide è uno dei più drammatici canti dell' amore che la letteratura antica abbia lasciato, il libro sesto, considerato come Oliera letteraria, è senza dubbio il più bel canto della morte  che sia uscite da fantasia di poeta avanti V immortale visione di Dante  ^ Alighieri. I mistici racconti della Nekya omerica, gli esametri artifìiiosi   dì Apollonio, le pitture esagerate dei^oeti latini della decadenza, non  possono certo competere con la splendida descrizione virgiliana del  viaggio sotterraneo di Enea, Ma il lìt)ro sesto non vuol essere guardato  soltanto sotto il rispetto artistica : come il poeta intese con es6o di indicare lo stato delle anime nella vita d'oltretomba e di far opera più di  moralista e di credente che di letterato, così si deve giudicarlo innanzi  tutto quale complesso di opinioni e di dottrine, quale opera filosofica e  religiosa. E sotto questo riguardo il suo pregio appare molto minore. Già  gli antichi commentatori avevano osservato che T inferno virgiliano, pur  rivelando la profonda sapienza del poeta, appare molto oscuro, confuso,  non condotto sopra un piano ben detìnito; e Servio ci ricorda che molti  eruditi avevano composto trattati speciali, oggi 'perduti, intesi a chiarirne  le difììcoltà e spiegarne le contraddizioni. La critica moderna ha i mi wi,m. posto maggiormente in luce questi difetti, giustificandoli col fatto chf? a  V. mancò il tempo di completare e limane il stio poema.   Io non credo che questa sia Y unica causa delle oscurità e delle contraddizioni che si notano nel libro sesto. Se anche il poeta avesse  avuto la ventura di poter dare l'ultima mano airripera sxhì, codesto incertezze sarebbero ugualmente esistite, poiché tragtrono origine più che  tutto dalla diversità dei materiali su cui il libro se.sto ì* costruito. Assai  diversamente da Dante — cui la religione offriva un coniples-so di dogmi  precisi, già entrati nel consentimento univei-snle V. non poteva  attingere con sicurezza né alle credenze dei contemporanei, uè ai dogmi'  della religione nazionale: dacché, come vedemmo, le prime enmo molto  incerte, e la seconda, se pur conosceva gli dei dell' inferno, Orcus, DisPater, Larunda, Mania ecc., non ammetteva in origine una sanzione oltremondana dell'operare umano. E neppure avrei ibo potuto aflìdarsi completamente alla descrizione del regno delle ombre, quale si trovava nel  libro undecimo del poema di Ulisse. Troppo primitivo, troppo semplice,  troppo rimoto dal sentimento dei contemporanei eia T inferno omerico,  per poter servire ad un poeta latino dell'ultimo secolo avanti ("risto. Himanevano le rappresentazioni mitiche della vita futuni che Platone aveva  esposto con tanto splendore di forma nel Gorgia, nel Fedro, nella Ilepubblica e nel Fedone : ma la loro estrema complica'^ione e Je profonde vedute filosofiche sulle quali erano intessute, obbligavano il poeta  a servirsene con molta cautela e soltanto in parte.   V. si vide quindi costretto a mod(^llare il proprio inferno su  tutti questi elementi di origine e di natura diversa, togliendo dalla religione nazionale taluna delle antiche divinità sotterranee, dalla Nekya  omerica alcuni episodi e molti personaggi mitoUf^^^iri, e dai dialoghi platonici la distribuzione generale dell'inferno, il concetto della purìHca/Jone  e della metempsicosi; conformando poi il tutto a quelle idee più generali del Tartaro, dell'Acheronte e dell'Eliso che il teatro e ìa filosofia  greca avevano rese ormai comuni trft i suoi eoncìttatlini. Dobbìanio ora  meravigliarci se il pensiero del poeta non appare sempre limpido, sempre coerente a sé stesso, e se la descrizione i^roef^de alquanto dilagata ed  incerta? Codesti difetti erano una conseguenza naturale del modo onde  il libro sesto era composto ; nò V. avrebbe potuto evitarli, per ;!   quanta cura ed attenzione avesse posto nell' unificare quei disparati materiali. Tuttavia, le incoerenze e le contraddizioni sono più dei particolari  che della disposizione generale, poiché ben definito, corno i'rn. Ijreve vedremo, era il concetto che dirigeva il poeta nel distribuire i premi e le  pene. L'inferno virgiliano si divide in tre regioni: i! Tartaro, F Eliso, e  una regione che per ora chiameremo intermedia, non j^er il luogo che  essa occupa, ma per la condizione delle anime ivi raccolte. Esso è posto -i^k?:'  nelle viscere della terra, e circondato nove volte dall' Acheronte o Stige  (et novi'es Styx interfasa coèrcet (13) ), il quale a sua volta si getta nel  Cocito (omnem Cocyto eructat arena. L' Eliso poi è trascorso dal  fiume Eridano, e il Tartaro è circondato dal Piriflegetonte, o semplicemente Flegetonte, fiume di fuoco :   rapidus flainmis ambìt torrentibus amois  Tartareus Phlegethon, torquetqae sonantia saxa.   Come si vede, T idrografia dell' inferno virgiliano, pur ispirandosi a  quelle di Omero e di Platone, è assai diversa da esse e conforme alle idee non molto definite che se ne aveva ai tempi del poeta. Per Omero il soggiorno dei morti è posto agli estremi confini del mondo, vale a dire sulla spiaggia occidentale dell'Oceano, il gran fiume che lambisce tutt"* intorno il disco della terra: fjépt xal veqpéJLig x8xaX'j|X|iévoi ' où5é zox' aÙTOùg yjéXtoc cfaéOtov xaxaSépxsxat axxiveoffiv, oOd-' ÒTióx' àv oxsixTÌ^^ '^pòc oùpavòv daxspóevxa, oOy 5x' òtv à;^ i%i y*^*^ *'^' oOpaviO-ev iipoxpduTjxat, dXX' irJ. vOg àXof^ xixaxai fistXorot ^poxorotv; in quel luogo è la sede del popolo dei Cinimerj, nascosti nel buio e nella nebbia. Giammai il sole splendente li guarda dall'alto co' suoi raggi, né quando trascorre pe'l cielo stellato, nò quando si volge dal cielo vei'so la terra, ma una triste notte circonda sempre questi popoli infelici». Su codeste spiaggie si alza una rupe smisurata, ai piedi della quale si urtano tra loro, per gettarsi insieme nell'Acheronte, due fiumi: il Cocito, che è un ramo dello Stige, e il Piriflegetonte. Il sistema idrografico di Platone è assai più complesso: al disopra della cavità coperta di nebbie nella quale vivono gli uomini, si stende una regione di meravigliosa bellezza e splendente di luce purissima; al di sotto di tale cavità si aprono baratri immensi e laghi e stagni percorsi e collegati tra loro da quattro fiumi, Y Oceano, l'Acheronte, lo Stige e il 4Mriflege tonte, i quali si gettano con foce distinta in un gran foro che trapassa da parte a parte la terra, detto il Tartaro, quindi, come per un sistema di pompe, risalgono alla superficie, formando tre di essi i fiumi terrestri, e il quarto, il Flegetonte, le correnti di lava. V., staccandosi da Omero e da Platone, ha collocato l'apertura dei regni infernali nelle grotte del lago d'Averne, in Campania; e conciò ha voluto seguire una credenza assai antica e diffusa tra i popoli italici, credenza che originatasi dai fenomeni vulcanici frequenti in codesto paese. persistette lìuo oltre il «luarto secolo deirèra vol^^are. In fondo a codeste grotte è il vestibolo di-ir inferno, difeso da vari mostri mitologici, quali le Seille, le Gorgoni, le Arpie, i Centauri ecc., e da altri mostri tulti alla tragedia, i (inali non sono se non allegorie o fantasmi dei mali che precodoiio o segnouo la morte: la vecchiezza, la fatica, la povertà, le malattie, i piaceri illeciti^ hi guerra, la discordia, lo spavento e il pianto, Nel mezzo del vestibolo stende i suoi rami e le annose braccia un olmo smisurato, al quale s'attaccano i vani sogni. Oltre la soglia s'apre la vìa che conduce al varco d'Acheronte, sulla cui sponda s' accalcano, numerose come le fo«jflìe che cadono d'autunno, le anime dei defunti: u madri e sposi, e salme di magnanimi croi, che hanno compiuta la loro vita: faneinlll, vergini innuptae e giovani posti sui roglii sotto gli occhi dei padri ». Nocchiero è il mitìi'o Caronte, ancora sconosciuto ad Omero, ma che più tardi divenne assai popolare in Grecia, in Etruria (il C/'Oriui dei sarcolaghi etruschi), e quindi in tutta Italia {19). V. ce Io rappresenta come un vecchio orribilmente squallido, seti cruda rirùfìsque senectus, dalla liarba foltn, bianca ed irsut^ì, coperto da un lurido manto annoi lato sulle spalle. Egli accoglie nella su;t nera barca, per trasportarli nlT ultra riva soltanto coloro che ebbero sepoltura, respingendo irosumente coi remo le anime degli insepolti^ che devono attendere cent" anni prima dì essere accolte. Dall'altra parte dello Stige comincia il vero inferno, che si divide» come sopra vedemmo, in tre distinte regioni; su codesta spiaggia, tutta fangosa e coperta di canne, sta sdraiato un altro mostro mitologico, figlio di Tifaone ed Echidna: Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla coda di drago, che fa rintronare co' suoi latrati il baratro infernale. La prima delle tre regioni che s'incontra appena varcato io Stige è quella che denominammo intermedia, e che ora possiamo chiamare sen* se* altro il limbo, su! principio del quale Minosse giudica le anime dei defunti, determinando a ciascuna il luogo di ^,spia/jone. K qui ci si rivela sùbito r Intento che mosse V. a descrivere la vita d'oltre sepolcro; egli si atlretta ad avvertire che in codesta seconda vita i dolori e le gioie non sontJ distribuite a caso, ma secondo un rigoroso criterio di giustizia: .rossima allo Htige, é occupata dai bamlnni « cui T immatura moi-te staccr> dal seno della madre e dalia dolce vita», da quelli che furono ingiustamente condannati [ler talso delitto e dai suicidi. La seconda è tutta contornata e nascosta da una folta siepe di mirtfj, e si chiama CamiJO delle Lacrime, nel quale s'aggirano silenziosamente *H|uelU »,).l py l . l l^.. che un amore infelice con cruda morte consunse; gli affanni non li abbandonano nella stessa morte ». Fra costoro, oltre a molti personaggi mitologici, il nostro poeta ci mostra anche T infelice regina di Cartagine, che davanti alle lacrime di Enea rimane « più insensibile della dura selce o di un Marpesio macigno». Nell'ultima parte hanno loro sede guerrieri famosi, che palleggiano ancora le armi e salgono sui carri di battaglia: Enea vi scorge le ombre dei compagni morti in difesa della patria, dei Greci uccisi sotto le mura di Troia, e infine lo straziato simulacro di Deifobo, il cui episodio è assai più commovente di quello di Elpenore descritto da Omero (21). Tutte queste ànime che V. ha radunate nella prima parte del suo inferno, non sono sottoposte a pena alcuna; tuttavia esse traggono una esistenza supremamente lugubre e monotona in codeste tristi abitazioni, prive di sole e di luce. Donde ha tolto V. codesto suo concetto di una regione intermedia fra il Tartaro e l'Eliso, tra l'inferno e 1 beati regni? •Questa è la domanda che si son sempre posta dinanzi i commentatori, senza che alcuno sia mai riuscito a darle una risposta soddisfacente. Delle ipotesi ne furono avanzate molte. Il Warburton, ad esempio, afferma che Virgiho non ha inteso descrivere se non la prima parte dei misteri di Eleusi, nella quale si facevano appunto comparire le anime dei neonati; ma noi vedemmo già quale valore possa ragionevolmente attribuirsi a codesta interpretazione. Boissier crede invece che il poeta siasi ispirato a quella frase della descrizione platonica dell'inferno: t Di coloro che appena nati morirono, o vissero sol breve tempo, altre cose ne riferì, che ora non è il caso di ricordare» (t>2): ma a noi sembra molto dubbio il vedere in codesto rapido e breve accenno l’origine del complesso limbo virgiliano. Ad ogni modo, la questione è di tanta importanza teologica e storica che merita di essere attentamente considerata. Com'è noto, i teologi cattolici designano colla parola « limbo » la prima parte del regno d' oltretomba, nella quale hanno sede le anime di quei defunti che sono escluse dalle }?ioie del cielo senza essere condannate ai tormenti dell' inferno; esso si divide in limbus Patram nel quale si trovano i giusti pagani, e in ligiìlìits inlanihon nel (juale sono posti i fiinciuUi morti senza aver ricevuto il battesimo. Quanto al limbo dantesco, anch'esso è popolato d'2/ifanti. dì Icmttìine ^ ài n'n\ e posto sul lembo superiore (il prww cerchio che raffisso ci^//ìc) di queirimmenso imbuto costituito da nove cerchi digradanti e man mano restringentisi fino al centro della terra, che è Tinlerno di Dante (li\). Ora ^'li storici delle religioni - non certo i teologi cattolici - sono o^^gimai concordi nel ritenere che la prima idea del limbo cristiano sia derivaUi appunto da codesta rej:ione intermedia dell'inferno ili V.: poiciiè c»^sì la parola limbo come il luogo che essa designa, non solo non si trovano mai accennati da nessuno degli altri scrittori pagani, ma nemm»'no dai Padri dei primi secoli della Chiesa. ÌFino ad AQUINO il soggiorno dei morti non si concepiva che diviso in luogo di dannazione e luogo di premio, e la voce latina limbus è adoperata per significare la parte estrema o l’orlo di un vestimento, o il lato esteriore più vicino air estremità di un cerchio o di qualsiasi figura rotonda. Quindi non si trova alcun accenno al limbo né nella sacra scrittura né nei libri delle sentenze di Lombardo; e la discesa di Cristo a quello che fu poi il limbo si esprime colle parole generiche descendit ad in/eros. Lo stesso Agostino non pone ancora gradazione alcuna fra la felicità e la dannazione, quindi insegna che i fanciulli morti senza battesimo non solo sono privati della gloria celeste, ma anche condannati eternamente, benché sottomessi a minori tormenti: damnatio mitissima et tolerabilior (24). Per poter risolvere in modo definitivo la questione dell'origine del limbo virgiliano, noi crediamo si debl)a anzi tutto separarla in due questioni distinte; e cioè, da chi sia stato tratto il nostro poeta a collocare suir orlo dell' inferno le anime dei fanciulli, degli innocenti condannati, dei suicidi, delle donne morte per amore e dei guerrieri uccisi in battaglia; quale criterio affatto nuovo nella storia delle religioni antiche r abbia indotto a privare codeste anime cosi dei supplizi del Tartaro come delle gioie dell' Eliso. Riguardo al primo problema, un esame attento dell' inferno omerico ci ha fermamente convinti che la collocazione del limbo virgiliano trae origine da Omero. Quando Ulisse, disceso sulle spiaggie desolate dei Cimmerj, vuol far apparire davanti a sé le ombre dei defunti, scava una larga fossa vicino alla rupe ai cui piedi s' inabissano il Cocito e il Flegetonte ; quindi riempie la fossa di miele di acqua di vino e di farina, chiamando ad alta voce le anime dei trapassati. Non appena ha terminata la sua invocazione, « ecco sorgere dall' Èrebo le pallide ombre dei morti : vùp,(pat x' Y](^so( X8 TcoXóxXTjTof X8 Y^povxs^ iiapd-evtxaC x' àxaXal veoirevd'éa d-up-òv Ixouoat, 'izoXXoi 8' oòxòt'isvot '/jxX%i\pZQ\.'^ éyX^^TÌ^^^» fivSpe^ àpTjfcpaxot ps^poxcoiiéva xetixe' lyio^'^^Z' oli nokXoi TCSpl '^ò^po^ àcpo(xft)v àXXoO«v 9X\oz V807i80tig lax^' ip-i 8è yiXmpò^ déog ijpetv. Queste anime che si presentano prime ad Ulisse, sono duncpie a un dipresso le stesse che si presentano ad Enea appena entrato nel vero inferno, vale a dire le stesse che popolano il limbo virgiliano : « giovanette appena maritate, giovani non ancora ammogliati, vecchi che molto hanno sofferto, vergini ancora acerbe che hanno nell'animo una sciagura recente (d'amore), e molti guerrieri feriti dalle bronzee lance e uccisi in battaglia colle armi ancora insanguinate». Omero, com'è noto, non fa distinzione alcuna nel suo inferno tra luogo di castigo e luogo di premio; le anime dei morti vi si aggirano tutte alla rinfusa, tutte ugualmente addolorate della loro condizione e rimpiangenti la vita: « Non cercare di consolarmi della morte, o glorioso Ulisse - esclama Achille; - io amerei piuttosto servire qualche contadino povero e con scarso alimento, che regnare su tutti quanti i trapassati. Tuttavia, se le prime ombre che compaiono ad Ulisse sono appunto quelle dei fanciulli e delle fanciulle, delle donne morte per amore, dei guerrieri uccisi in battaglia, non è forse naturale il supporre che esse abbiano la loro sede vicino alla porta delF Èrebo, vale a dire sul lembo dell'inferno? Ma la questione del luogo non ha, alla fin fine, che una importanza relativa. Omero non fa parola della condizione di codeste anime, mentre V. ha immaginato per esse una maniera speciale dell'esistenza d'oltretomba; è qui che si manifesta l'originalità del pensiero di V., ed è qui che si appalesa tutta l'estensione del suo intento morale e politico, col quale soltanto può risolversi la dibattuta questione. Molti critici e commentatori hanno acerbamente rimproverato il poeta latino per aver escluso dalle gioie dell'Eliso tutte codeste anime, le quali, per cause nobilissime indipendenti dalla loro volontà, s'erano divelto anzi tempo dal corpo: « che cosa si può immaginare di più ributtante e di più scandaloso ~ esclama con enfasi Bayle - del castigo cui sono sottoposte codeste piccole creature che non hanno ancora commesso alcun peccato, e della pena di coloro la cui innocenza fu oppressa sotto la calunnia? Ma questi rimproveri sono ingiustificati, e traggono origine dall'ignoranza dell'altissimo fine sociale che animava il poeta. La condizione dei fanciulli e, in generale, dei figli di famiglia, era lungi dall' essere felice presso il popolo romano, perchè in nessun altro paese del mondo la patria pòtestas era così assoluta e spinta alle sue estreme conseguenze come in Roma: a nulli alti sunt hmnines - confessa lo stesso Gaio - qui talem in filios sioos habe^it potestatem qualem nos liabemus. La legge concedeva al padre un potere assoluto di disposizione sopra i suoi figli, potere che non cessava se non colla morte; egli era autorizzato ad esporli, a venderli e persino ad ucciderli. La pratica crudele e snaturata di esporre i fanciulli era assai diffusa tra i Romani, ed aveva grandemente affievolito nel loro animo i sentimenti della natura e della morale; si esponevano gli aborti, i bambini malaticci e quelli nati in un giorno di pubblica sventura {dies ater). Cosi Svetonio ci ricorda che furono esposti tutti i fanciulli nati nel giorno della morte di Germanico. Quanto al vendere i propri figli, Diocleziano fu il primo a proibirlo con apposita legge ; e dobbiamo poi venire fino agli imperatori cristiani per veder trattata di parricidium Y uccisione d' un figlio. V. non poteva non commuoversi davanti a codesta triste condizione di cose, non poteva non preoccuparsi dell'onta o del danno che ne derivava alla Pi^^^'1 patria. Pensò quindi che nulla sarebbe stato più efficace a ravvivare i ?^ enti menti e gli istinti naturali dei genitori, a spingt^rli ad aver cura dei tigli, del mostrar loro che i fanciulli morti in tenera età non vanno al Tartaro — che il suo animo giusto e mite non V avrebbe consentito — ma nemmeno all' Elìso, come potevano su^rgerirgli il suo cuore e la credenza comune, bensì in un luogo intermedio di et». In tiuutìlo oiFioio che a Radamante attribuisce il poeta, si appalesa ancora una volta il fine che lo indusse a descrivere la vita futura; il qual fine si rivela pure nella qualità dei malvagi che ivi sono sottoposti ai più tremendi castighi. Ed infatti, non è stato sufficientemente posto in luce come tutte le colpe pujiite nel Tartaro, sono quelle che si riferiscono al vivere sociale, ed erano più particolarmente proprie della società romana. I dannati che V. pone neir abisso infernale si possono dividere - a nostro giudizio - in sette categorie. La prima è costituita dagli atei, da tutti coloro che furono irrivrrenti o ribelli agli dèi, sia assaltando V Olimpo, sia arrogandosi onori divini, sia imitando le folgori di Giove. Questi sono tutti eroi mitologici, che il poeta latino ha tolto in gran parte dair epico greco, come pure ha imitato da Omero i supplizi a cui codesti rei sono sottoposti (^i^t). Appartengono alla seconda tutti coloro i cui delitti, pur essendo dannosi alla morale e alla società, non cadono sotto la diretta sanzione delle leggi umane: perciò il poeta ha voluto mostrare che tutti quegli sciagurati che in vita odiarono i loro fratelli, o maltrattarono i propri genitori, o ordirono frodi ai clienti, o godettero egoisticamente delle ricchezze accumulate, senza farne parte ai legittimi eredi, e di questi colpevoli maxima turba est, se in vita non possono essere puniti dagli Uomini, ricevono però dopo morti il giusto castigo dagli dèi. La terza, p**r contro, e composta da coloro che furono condannati a morte per adutteiio: ponendoli nel profondo del Tartaro, V. ha inteso ammonire che codesto crìmine, anche se punito colla più terribile delle pene umane, non sfugge per questo al massimo dei castighi divini. Viene quindi la categoria di coloro che non ebbero vergogna di tradire la fede giurata ai loro padroni, o che suscitarono guerre scellerate e fratricide. Il ricordo delle guerre civili appena sopite doveva presentare assai numerosa la loro schiera agli occhi del poeta; il quale, accennando in altra parte dell'Eneide al regno di Plutone, mostra infatti tra essi CatUina t appiccato ad un rovinoso macigno, tutto tremante all' aspetto delle Furie » (34). Ai traditori seguono gli empi, tra i quali è Teseo, condannato a rimanere eternamente assiso, e Flegia, che grida senza posa ai peccatori che lo circondano: Dibcite justitiain moniti, et non temnere Divos. Questo ammonimento di Flegia, che provocava i frizzi mordaci di quello spirito bizzarro che fu Paul Scarron /35), costituisce un' altra delle dif* fieoltà che i commentatori non hanno mai saputo risolvere: non è perfettamente inutile e fuor di luogo — osservano essi — il gridnre che imparino la giustizia e il rispetto verso gli dèi ad infelici che non possono più sperare perdono ? Ma quando si voglia riconoscere il Hne che indusse il poeta a descrivere la vita d' oltretomba, si comprenderà lo scopo di codesto ammonimento, che è rivolto ai cittadini romani non ai dannati senza scampo. Fanno parte della sesta categoria quelli che vendettero la patria a prezzo d' oro, sottoponendola ad una odiosa tirannide, e quei magistrati e dominatori che trasgredirono alle leggi da essi medesimi pubblicate. L' ultima è costituita dagli incestuosi. L'Eliso è una vasta e ridente regione, trascorsa da due llumì, T Eridano e il Lete, e tutta a boschetti, valli, colline e verdi praterie; ha costellazioni proprie, un proprio sole che la illumina di purpurea luce e ditìfonde un più spirabil aere (largior aetlier) per quelle liete cam])agne. Come nel Tartaro sono puniti i delitti che più nuociono al vivere sociale, cosi neir Eliso ricevono il premio adeguato quelli che con la loro virtù recarono maggior vantaggio alla patria e alla società. Già Y oratore arpinate aveva detto nel suo sogno Sogno di Scipione^ che « a tutti coloro i quali avranno conservata, aiutata e accresciuta la patria è riservato un posto nel cielo, dove essi trascorrono una esistenza beata ed eterna; perchè nessuna delle cose terrene è più accetta a Colui che governa tutto il mondo, di quei consigli e compagnie di uomini ragionevolmente raccolti, che si chiamano nazioni; per la qual cosa i rettori e dìfensari di esse, dopo morti ritornano in cielo » (36). Ed infatti V. ha riunito nelle beatas secles gli antichi legislatori, i fondatori di città, quelli che soffersero ferite combattendo in difesa della patria, i sacerdoti die sei)pero conservarsi casti, coloro che scopersero e insegnarono agli uomini l-ll'lp" I le arti e le industrie, i poeti che cantarono la religione, la patria, la I virtù, e quelli che beneficarono in qualsiasi modo i propri simili, ren P; dendosi degni per tal modo della loro riconoscenza. Essi non hanno una !* sede fissa neir Eliso, ma s' aggirano per valli e per riviere, raggruppan 'r' dosi secondo le proprie inclinazioni, e - conforme alla credenza degli antichi - dilettandosi di quelle cose stesse che avevano maggiormente i amate in vita. Così i poeti si riuniscono a banchettare sull'erba, cantando •; inni giocondi di vittoria; i guerrieri trascorrono invece il loro tempo tm f, i carri, le armi ed i cavalli, poiché qiiae gratia curruum Armorumque fuit vivis, quae cura nitentes Pascere equos^ eadeiu sequitur tellure repostos. E qui finisce il vero e proprio inferno, V inferno tradizionale colle sue gioie e i suoi tormenti, con la sua separazione di puniti e di premiati, con i suoi mostri mitologici, co' suoi personaggi leggendari. Ora incomincia invece l'inferno filosofico, che non solo è affatto diverso dal primo, ma che col primo è in assoluta contraddizione. Fino ad ora noi siamo riusciti a rischiarare tutte le oscurità che rendevano difficile la lettura di questo canto, richiamandoci costantemente al palese intento morale che aveva guidato il poeti nell'opera sua; ma giunti a questo punto dobbiamo confessare che nessuno sforzo di critica sagace varrebbe a togliere lo stridente dissidio che esiste tra la prima e la seconda parte del libro sesto, perchè esso deriva appunto da quella disparatezza di fonti cui più sopra abbiamo accennato. E infatti, due inferni distinti vi hanno nel libro sesto : il primo, che il poeta fa percorrere da Enea, è costruito per la maggior parte sulle leggende popolari di Roma; il secondo, descritto da Anchise ad Enea, è tolto interamente dalle fantasie filosofiche degli Orfici, di Pitagora e di Platone, ed ha per fondamento le dottrine dell' anima del mondo, della purificazione e della metempsicosi. In questo secondo inferno le condizioni delle anime sono ben diverse dal primo : dopoché r anima umana che, come vedemmo, è costituita dalla medesima essenza eterea dell' anima del mondo e della divinità — s'è separata dal pesante involucro che la imprigionava, essa deve purgarsi di tutte le macchie e le corporee lordure (corpot^eae pestes) contratte nel suo lungo connubio colla materia terrena. La purgazione può avvenire in diversi modi, a seconda della maggiore e minore profondità di codeste macchie, vale a dire secondo che codeste anime furono più o meno asservite alle cupidigie e ai piaceri del corpo. Alcune di esse vanno errando qua e là in balia dei venti, altre sono immerse nell' acqua, altre purificate col fuoco : r ^r l'il io %m *exercentur poenk, vctenimque malortim Supplicia expedunt. Aliae panduEitur jnaties Suspcnsae ad ventos: alìis mh piTfìk vasto Infectum eluitur scelus, ani exiiritur igni: Qiiisque suos patimur manes. Fin qui T imitazione platonica è evidentissima, nò occorre ci ter* miamo a dimostrarlo, poiché tutte queste dottrint^ si possono trovare largamente esposte nel Fedone nella Repubblica e nel Timeo . Riguardo poi al quisque suos patimur 7nanes, ì commentatori non sono per anco riusciti a mettersi d' accordo. Alcuni, come Ladewig, considerano i nianes come spìriti usciti dal corpo, ancora tutti impressi dei vt^stigi ilella materia e quindi soggetti alle prove dolorose delle catarsi ^18j ; altri intendono per manes le Furie o gli altri minori dèi infernali, esecutori delle sentenze pronunziate da Minosse, altri infine i maligni fantasmi dei defunti, che sotto la guida della terribile dea Mania tormentano le anime. Noi crediamo invece che con codesta frase il nostro poeta abbia inteso alludere al genio o demone particolare, che, secondo la dottrina platonica, ci accompagna durante tutta la vita quale testimonio delle nostre opere, e durante la morte quale ministro dei castighi divini (39). Quando adunque, dopo un lun^^o volger dì amil, le anime si sono lavate dalla macchia congenita fconcretam labem) ed è riUiveJmto puro il sentimento celeste e la scintilla del semplice fuoco divino (aethermm sensum atqice aurai Simplicio ignem), dio le chiama tutte intorno a sé, perchè tornino ad informare nuovi corpi. Prima però esse sono costrette a bere una certa quantità di acqua del fiume Lete, affine di perdere ogni ricordo della vita passata ed aver va)=rhej!;za di ritornare sulla terra. Il fiume Lete scorre in una parte remota dell' Eliso, lungo una stretta valle (reducta valle) coperta di boschi silenziosi : sulle sponde di esso Enea scorge infatti una grande moltitudine di popoli e di genti, che diffondono tutt' intorno un lieve ronzio t come nei prati, ove le api nei giorni sereni deir estate posano su vari fiori e s' aggirano intorno ai candidi gigli w. Secondo i miti esposti dal filosofo ateniese neUa visione d' Er di l'ampilla, le anime purificate, prima di bere IVac^na del Lete, dovevano presentarsi dinanzi a Lachesi, una delle tre Moire, figlia della Necessità, la quale gettava loro dinanzi le sorti delle anime e ogni fatta modelli di vita. Ciascuna poteva scegliere a suo talento quella che più le piacesse; cosi r ignoto soldato di Pampilia viena duri cent'anni, avvegnaché questa sia la misura della vita umana affinchè scontino decupla la pena del lor peccato. V. ha seguito anche in questo il filosofo greco: egli infatti stabilisce cosi la durata della vita oltremondana: Has oinnes, ubi mille rotam volvere per annos, Lethaeiitn ad fluvium deus evocat agmine magno : Scilicet immemores, supera ut convexa revisant Rupsus, et incipiant in corpora velie reverti. Però non deve intendersi, come fanno i più, che tutte le anime siano assogettate a questo lungo periodo di purgazione ; secondo la dottrina platonica, qui seguita da V., alcune di esse, quelle cioè che uscirono dalla terra incontaminate e pure, senza nulla trar seco delle nequizie del corpo, sono inviate senz'altro aéreis in canipis latis delr Eliso, ove rimangono poi eternamente. Questo ci sembra il vero e l’unico senso delle parole di Anchise: per amplum Mittiuiur Elysium, et pauci laeta arva tenemus; mediante questa interpretazione, che si ricollega strettamente alle dottrine ascetiche esposte qui ed altrove dal poeta, e da esse logicamente deriva, si risolve una delle maggiori difficoltà dell' inferno filosofico di V.. E infatti, se tutte indistintamente le anime fossero assoggettate ud un periodo millenare di purgazione, come potrebbesi spiegare la presenza di Anchise, morto da poco tempo, nelle sedi dei beati? Ed ora che conosciamo il sistema della vita futura esposto nella seconda parte del libro sesto, ci riuscirà facile il comprendere quanto esso sia diverso dall'altro esposto nella prima. In quello le ombre dei morti sono traghettate nell'inferno da Caronte, giudicate da Minosse e assegnate paa-te al Limbo, parte all'Eliso, parte al Tartaro, ove ad ogni delitto corrisponde una pena proporzionata; in questo non esistono né regni sotterranei, uè fiumi, né nocchieri, uè giudicij né separazioni di colpevoli maggiori o minori, ma tutte le anime vengono divise in pure ed impure, e le prime sono inviate al cielo le seconde purgate tielì'aria, neir acqua o nel fuoco. Nel primo le anima conservano integro il ricordo della loro esistenza terrena, con tutti gli affetti e gli odi, i sentimenti e le passioni che le avevano agitate in vita; nel secondo esse non i^einbrano avere né il ricordo dell' esistenza passata, né il presentimento delr esistenza futura, e sfilano indifferenti e silenziose dinanzi ad Enea, senza nemmeno mostrare di riconoscere il capostipilo della loro schiatta. Neir inferno tradizionale Y espiazione è eterna, né potrà mai cessare per quanto sia grande il castigo e sincero il pentimento ; in quello iilosoHcu la purificazione dura per tutte le anime indistintamente nulle anni, trascorsi i quali esse sono pure e ricominciano una novella esistenza. Quindi mentre nel primo é posta l'immortalità deiranijna, nel secondo è negata: poiché ivi non si tratta più di una medesima esistenza che si prolunga eternamente al di là del sepolcro, ma di una serie di esistenze nuove e distinte, che ricominciano ogni volta da capo. Avrebbe dun(iue^ potuto il nostro poeta togliere queste stridenti contraddizioni? Dissimularle foi^e, ma farle scomparire del tutto no, per quanta cura, jn^r i[uanta arte, per quanto studio vi avesse posto. Esse sono, lo ripetiamo, una conseguenza necessaria del modo onde il libro sesto è stato composto, e si trovavano nelle credenze medesime dei contemporanei. 1 ijuali dovevano meravigliarsene assai meno di noi, perché ciascuno poteva scoprirle nel fondo stesso della propria coscienza. Siamo giunti così alla fine del viaggio sotterraneo di Enea e della sibilla. Le ombre dei futuri eroi di Roma ^mo passate silenziosamente davanti al figlio d'Anchise, ultima fra tutte T omlira dolorosa del giovine Marcello. Più nulla ormai rimane da vedere o da conoscere al principe troiano, quindi i due solitari pellegrini s’avviano per torniire supemun ad lumen. Due sono le porte dalle quali si può uscire dal soggiorno dvi defunti: una é tutta di corno, l'altra di candido avorio. Dalla prinia sortono le ombre veritiere, dalla seconda i sstgni tailaci che ingannano i mortali ; Enea e la sibilla escono per quet' ultima. Sunt geminae Sommi portae; quiirnm ultera fertur Cornea, qua veris facilis datar e\itus iiiuiirìs; Altera candenti perfecta nitens elciilianto; Sed falsa ad coelum mittunt insoiniiKi nianes. His ubi tum natum Anchìses una'iuc Sil;yl1am Prosequitur dictis, portaque emittìt ebiirniu Perchè V. ha fatto uscire il suo eroe dalla porta d'avorio? Forse per slgniticare che ciò che Enea aveva creduto di vedere non era che un vano sogno, e che quindi tutto quello che è narrato in questo libro è una pura finzione ? La maggior parte dei commentatori - quando non preferiscono tacere, come fanno il Ladewig, il Rota, l'Arcangeli, ecc. - accettano questa seconda interpretazione, giustificandola con argomenti più meno ingegnosi. Servio, ad esempio, che è sempre fisso nel suo concetto della grande sapienza di V., commenta cosi questi versi: Phùiologia vero hoc loco habet. Per portani comeam oculi s igni ficantar, qui et cornei sunt coloris, et duriores coeteris membris : nani frigus non aentiunt : sicut etiam Cicei^o dicit in libris de natura deorum. Per eburneam vero portum os signifhatur a dentibus. Et scimics quia quae loquimur, falsa esse possunt : ea vero quae videmxis, sine dubio vera sunt. Ideo Aeneas per eburneam emittitur portam. Warburton, naturalmente, ritrova in questi versi una nuova conferma alla sua interpretazione favorita, asserendo che « con la prima porta d' avorio V. vuol esprimere la realtà di una nuova vita futura, e con la seconda le rappresentazioni enigmatiche che se ne faceva negli spettacoli dei misteri : cosicché le visioni che ebbe Enea erano fallaci non in quanto fosse falso il dogma della vita futura, ma perchè ciò che egli vide non avvenne realmente negli inferni, bensì nel tempio di Cerere» Rue, nel suo diligente commento, afferma senza tanti preamì)oli che « cuin igitur Virgilius Aeneam eburnea porta emittit, indicai profecto, quidquid a se de ilio inf'eriorum aditu dictum est^ in fabulis esse numerandum » . Noi non possiamo ammettere che tale sia realmente il significato riposto di questi ultimi versi. V. era troppo grande artista per chiudere in un modo così meschino il canto più splendido del suo poema immortale. Ma oltre che poeta sommo, V. era anche un credente sincero, un caldo patriota, un buon cittadino : questa ci sembra la conclusione più sicura di tutto il nostro studio. Egli non credeva soltanto alla realtà di una vita oltremondana di premio o di castigo, ma voleva anche che codesta credenza fosse condivisa dai suoi contemporanei, perchè aveva compreso la grande efficacia morale che poteva esercitare su di loro. Il libro sesto è insieme T espressione e il prodotto di questi suoi convincimenti. Quindi le due porte d'uscita vogliono essere riguardate come un semplice ornamento poetico, suggeritogli, qui come altrove, da una diftusissima tradizione mitologica, contenuta già in questi vei*si di Omero, che ha quasi letteralmente tradotti: fio'.al Y^P "f® TtùXai àjisvrjvc5v eIoIv dvefpcav. ai [lèv Y^p xspdeoot xexsóxaxat, al S'èXé^avxu x(5v 0^ [lèv x' 6X0-0)0. 5la :ip'.oxoO èXé^avxog, im ot il 5tà ^laì^ì* xtpawv iX*(i>3*. ìHpat^t, Terminata cosi la nostra lunga ricerca, crerìiamo affatto inutile rlafìSurnerne i resultati generali, per stabilire a quale delle scuoio che allora fiorivano nel mondo romano il nostro poeta siasi maggiormente accostato. Più volte abbiamo avuto ocrasiorte di accennarlo, specie in tiuesl' uUiuia parte dell'opera; né il lettore che ci abbia seguito pazientemente fin qui ha desiderio di sentirlo ripetere. Quindi, anziché dilungarci in un inutìltì e pedestre lavoro di riassunto, stimi amo miglior cosa chiarire le ultime difficoltà che potessero esser rimaste nella mente dei lettori, richiamando a tal uopo i punti più importanti della ricerca. Distrutta da prima la secolare e diftusissima credenx.a che faceva di V. un timido seguace della scuola epicurea, noi dimostrammo poscia com' egli si ricolleghi invece a q^4|^ corrente mistica e teologica^ che nella storia del [^easieru fìlosolico sì^Mtrappone direttamente alla corrente scientìfica e positiva rappresentata dall’ORTO. E come ai tempi del nostro poeta era lo stoicismo che raccoglieva sotto le sue insegne gli spiriti più bisognosi di appoggiarsi al sovrauJiaturale. più ligi al passato, più iedeli alle tradizioni religiose, cosi le dottrine tilosofìche di V. sono tutte improntate air antica sapienza del Portico. Ma lo stoicismo romano era ben diverso dal primitivo stoicismo greco. Emigrando da Atene a Roma, le dottrine di Zenone e di Cleante s erano protondameiUe trasformate sotto f intìusso del nuovo ambiente e dei nuovi bisogni spirituali che s' andavano via via maturando nel seno della società romana. Non il materialismo panteistico dei primi stoici/ non il loro rigido determinismo, non le loro astrusità dialettiche, si bene i dogmi spiritualistici ed ascetici del grande filosofo ateniese potevano corrispondere ad un clima storico, nel quale già lampeggiavano i primi bagliori di quella profonda rivoluzione delie coscienze che fu il cristianesimo. Ed infatti la storia della fìlosotia romana è caratterizzata da un sempre maggiore sovrapporsi del pensiero platonico sul tronco delle dottrine del PORTICO, che timido ancora in Posidonio e in Panezio diventa poi evidentissimo in Seneca, in Epitteto, in ANTONINO. V., di poco anteriore a Seneca e vissuta quando era ancor viva nel mondo romano V ammirazione per ì libri di Parje:vrapparsi cosi completamente all'antica religione romana, da cancellare quei caratteri particolari, che le derivavano dalla natura stessa dei popoli onde aveva avuto l'origine. E codesti caratteri sono ancora più manifesti in V., spirito essenzialmente romano, educato e vissuto nelle gloriose memorie del passato, al culto delle quali voleva anche ricondurre i suoi concittadini. Sembrerà per avventura a taluni che noi abbiamo esagerato non poco neir attribuire a V. una fede sincera ed oggettiva in quei presagi divini, in quei miti ingenui, in quelle divinità chimeriche, in quelle apparizioni notturne di defunti, che hanno tanta parte nei poemi virgiliani. «Il macchinario mitologico dell'Eneide, ci osserva Negri, è cosi artifizioso e così voluto, che mi pare proprio impossibile il vedervi l' esposizione di una fede vera. Manzoni sì negli Inni sacri C~ crede davvero a quello che dice, V. mi pare un credente in man canza di meglio. E il meglio non doveva spuntare se non quel giorno in nix Y uomo cominciasse a comprendere che la spiegazione della natura non sta nel sovrannaturale, ma, bensì, nella natura stessa, e sapesse dare a tale idea uno svolgimento razionale; cosa che Epicuro, il quale ne aveva avuto il presentimento, non poteva fare, e che non divenne possibile se non quando si abbandonò il concetto geo e antropocentrico dell' universo. A questa obbiezione noi abbiamo già risposto, laddove dimostrammo i come V. fosse uno spirito essenzialmente, profondamente religioso, e come le prime impressioni della sua giovinezza, Y educazione ricevuta, la vita trascorsa fra le ingenue popolazioni dei campi, le quali conservavano integro il patrimonio dell' antica religione, tutto insomma dovesse contribuire a fare di lui un credente sincero nei miti del paganesimo. La nostra coscienza di uomini moderni, educata al metodo severo della critica, resa scettica da venti secoli di vittorie scientifiche, si ribella a credere che codeste favole, sempre assurde e spesso immorali, potessero acCDj4liei*e anche per un istante il consenso dei più. Ma noi dobbiamo astrarre da ogni sentimento nostro per trasportarci col pensiero a codeste ct:*i di profonda ignoranza, quando la scienza, ristretta a poche verità malcerte, doveva abbandonare una parte immensa dell' inesplorata natura ailMmpero di potenze sovrannaturali. In questo modo soltanto riusciremo a romprendere come il nostro poeta potesse credere in Giano bifronte, nelle Ninfe sorelle, nelle ire di Giunone, nelle folgori di Giove, nei presugi divini, nella scienza augurale, e in queir insieme di leggende, di formule, di riti e di superstizioni, che, per qualche secolo ancora, doveva appagare pienamente gli istinti superstiziosi delle popolazioni italiche. Poiché non dobbiamo dimenticare che presso nessun popolo, in nessun pnese le tradizioni religiose erano conservate con maggior tenacia e circon(liite di maggior venerazione che in Roma. Si continuavano a cantare gli antichi inni sacri [ad es. i Saliorum carmina) anche quando erano divenuti '\^r ^ ^ • ^ » -^.'?-f^»f»5r'pi«^5« •^-^r^r;yvfT^ ^v ' -^ ' T »' v^^>^r/Jt^j era questo il dilemma che, nella sua rude franchezza, il popolo romano sembrava aver gittate in faccia ai filosofi greci quand' essi, piena la niente di speculazioni ardite, avevano abbandonato le spiagge ormai deserto del Pireo per risalire le bionde correnti del Tevere. La scuola d' Epicuro, fedele alle dottrine del maestro, aveva continuato a combattere la ^super stizione ; ed era sparita. La scuola del Portico invece, animala da nn singolare ardore di proselitismo, più affine nel suo panteismo naturalistico alle religioni popolari, potè non solo accordarsi con esse, ma rafforzarle anche nella loro debolezza senile con una apparenza di ^n untiticazione scientifica; e divenne la filosofia officiale del mondo romano. 11 dio rotondo di Cleante, l'anima dell'universo, il fuoco artista (tgnis artificiosus) fu per tal guisa il Giove pagano o principio della vita: Cerere una parte del fuoco divino penetrata nella terra; Nettuno una parie penetrata nel mare, e cosi via via. Le leggende assurde o immorali della mitologia furono spiegate e giustificate con allegorie fìsiche, e la divinazione, gli oracoli, gli auspici, legittimati con ogni sorta di argomentazioni filosofiche. Ma se l'accordo era possibile e facile tra i princìpi fondamentali dello Stoa e i dogmi più vetusti della religione romana, non era così per quelle dottrine platoniche che vedemmo penetrare in larga vena nello stoicismo romano; poiché se esse non s'opponevano direttamente alle credenze popolari, rappresentavano però uno stadio ben più evoluto del sentimento religioso. Infatti, mentre nella religione romana la divinità è conc+'pita come una potenza cieca ed inclemente che si deve placare coi sacrifici, la teologia platonica invece è tutta compenetrata del concetto, che tu poi cristiano, dell' origine divina dell'anima, e della giustizia di dm ; per tal modo la religione non consiste già nel placare i sognati furori celesti, ma nel purificare l'anima mediante la mortificazione del corpo, e nel soddisfare alle esigenze di codesta personificazione oltre-mondana della giustizia. Non era dunque possibile che questi concetti tanto disparati avessero a conciliarsi fra loro, perchè una conciliazione non sarebbe avveimta che col sacrificio di ciò che di più intimo e di più t aralteristico aveva l' antica religione. E come d' altro canto il naturale pro^^edire dei tempi aveva aperto le coscienze dei più ai nuovi orizzonti spirituali, cosi la religione filosofica e la religione popolare, quasi formazioni psicologiche indipendenti, seguitarono a coesistere V una accanto air altra neir animo dei Romani, fino a che il cristianesimo trionfante non ebbe distrutto ogni rudere del passato pagano. Questo fatto, per quanto possa sembrare strano, non deve tuttavia meravigliarci. La psiche umana è un' unità naturale, in cui le produzioni veccliie persistono lungamente accanto alle nuove, sebbene fra loro repugnanti, per il grado maggiore di resistenza acquistato dalle prime: essa quindi presenta sempre, in qualsiasi momento della sua storia, quella molteplicità varia e discorde degli elementi costitutivi che si può riscontrare in tutte le altre unità naturali. Ma è nei popoli eminentemente conservatori, quale fu il romano, è nei momenti in cui si stanno maturando le più grandi rivoluzioni morali e religiose, quale fu il cristianesimo, che la coscienza umana accoglie in sé stessa maggior contrasto di sentimenti e di idee : e V., che appartenne a quel popolo e visse in quel momento, ce n'ha offerto un esempio in massimo grado suggestivo. Nell'aiiimo suo l'antica religione degli avi e le correnti nuove del pensiero filosofico — che contenevano in germe la religione dei nepoti — occupano un posto nettamente separato, né sarebbe possibile riempire V abisso profondu che le divide. Come conciliare, ad esempio, le mille potenze del suo politeismo antropomorfico, col dio unico ed incorporeo che chiama le anime dei puri alle sponde del fiume Lete? e i commerci impudichi p^ ^^m degli dèi con 0ì iioniinì. le toro ire, le loro vendette, col concetto altÌBsiiììo di una divinità infinitamente buona e perfetta i e le imprecazioni afjli dèi perchè riversino ogni male sui propri nemici, col pietoso conipianto per gli stessi neinicì caduti in hattaglia? e la pratica scrupolosa del sacrifìcio, col concetto della divinità giusta che premia i buoni e punisce i malvagi ? e le frei|uenti alter mozioni della implacabilità degli dèi, col concetto della sanzione oltremondana dell' operare umano? Sono due mondi, due ten^^-ì-n\^' -r»-*^ •^ y^.v ; yvT^.y "^'^'y'''^,^g"y L ! r ^isroTE m«cu/., I, 27, e II. (2) TuscuL, I, 30. (3) Catone, che è il personaggio del dialogo, parla qui dì suo tiglio; ma è manifesto che Cicerone, facendolo parlare cosi, pensava alla propria figlia defunta. Il frammento del 1. IV de fìepvòlica conservato da Macrobio. Orazio, Carmina: Nobilis libros Panaetì, Epist- 117. Sul materialismo degli stoici, vedasi: C. A. Brolén, De philosophìa L. i4. Senecae, Upsaliae, 1880, p. 46 e sogg.; e anche F. Lange, Hisioire du maleiia' lisine, Paris. Ho voluto riportare le parole del Trezza, perchè mi parve che assai difficilmente io avrei potuto riassumere in cosi poche parole, e con tanta chiarezza e fedeltà, tutto il succo del pensiero platonico. Pel resto ci siamo serviti deli* opera notissima del Fouillée Paris, e dei Manuali dello Zeller, dell' Ueberweg Gi'undriss der Geschkhte der Philosophie, Berlin e di FIORENTINO (vedasi) (Napoli li Negri ha rilevato, con l'abituale acutezza, le profonde contraddizioni che esistono nel pensiero di Marco Aurelio ANTONINO (vedasi). Quanto a Cornuto, Musoriio Rufo, Seneca ed Epitteto abbiamo intenzione di dimostrarlo per disteso in uno studio cui stiamo da tempo meditando. De brevitate vitae, C. X. Ad Gallionem de vita beata, C XVil. Epist., XVU, ex, Epist. ecc.Tutti i discepoli di cui ci fu conservata memoria, quali Lucilio, Sereno, NERONE, ecc. appartenevano alla nobiltà. Epist. V; de tranq, animi, ecc. De vita beata Lo Zeller sostiene che Seneca non fu eclettico, ma soltanto si spinse fino agli estremi confini dello stoicismo, senza però varcarli [Phil ite?- Griech,, III, 1, p. 628). A noi sembra che questa volta il genialissimo storico della filosofia sia caduto in un grave errore, il che apparirà dal seguito della nostra dimostrazione, e ancor meglio da quel no^stro studio sugli stoici platoni zzanti, che più sopra abbiamo preannunziato. Riguardo alla filosofia di Seneca, oltre al Brolén già citato, si confronti: Holzherr Der philosoph L. ^, Seneca, Rastatt, 1880; Burgnìann - Senecas Theologlae in ihrem Verhalinss zum Stoicismus und zum Christenthum, Berlin; Schmidt - Essai historiqìie sur la societé civile dans le mond Bomain et sur sa transformation -T^ jr par le II, VII, V, ecc. Quaest. nat,, proL; De benef,; De ot, V; Epist. 1, 3; 49, 41; ad Helv. Vili; IX; XX, ecc. m) De benef, IV, 2; Epist, ecc. m) Ad Helv. X; de vita b. II; ad Marc. XVI; de Benef V, 16; IV, 26; II, 30; Epht- ecc. Il Buri^mann, in op. cit, p. 43, non credo che Seneca si sia allontanato dalla dottrina stoica riguardo alla nAura dulia divinità; ma è opinione insostenibile. Cons, ad Ilelviam, VII! Del resto, l'eclettismo di Seneca si può desumere dallo sue stesse dichiarazioni: poiché ora si proclama rigido seguace de^H stoici {EpiM. 8i), 1), e loda le loro dottrine (ad Helv. XII; de Geni, li; de olio I), ora invece dice di non consentire in tutto alle loro teorie (Epist.; ecc.; de Olio mp^ III; de vita b. IH; Brev. vit. ecc.), che in parecchi luoghi combatte aperlamente -- Epist.; ecc. Repubblica. / ricordi; Eneide, Georg. Seneca dice: omne futurum incertum est et ad deteriora cerlius. Ad Marc. Eglog. Ecco la traduzione di questo passo, che può offrire qualche tliflinjlt-i d'interpretazione: «0 Dafni, innesta ì peri; i tuoi nepoti ne raccogliepaniio le frutta. Tutto la età si porta, persino la memoria (animum quoque) ; mi ricorda oh*^ fanciullo io cantava spesso, finché i lunghi soli tramontassero. Ora tante canzoni dimenticai; la voce essa pure si dileguò da Meri: i lupi lo videro primi t. Alludesi qui all' intercalare comune, per cui dicesi che si perde la voce quando i lupi vedono noi prima che ce ne accorgiamo. Georg De brevitate vitaé Georg. I versi surriferiti sono riportati da Seneca nel C. IX; il brano che qui citiamo è tolto invece dal capitolo successivo- Wp=^'^'•-•it-'sr.-^c:. En, ; si cfr. V Apologia di Socrate, ove Piatone esprime l'identico pensiero. En. Fedone, VI. Avvertiamo fin d'ora che per le opere platoniche ci serviamo della traduzione del Bonghi (Roma, Bocca). Fcd., Ad Marciam, ; ed anche Episi. , i2; ecc. Fed., En., IV, 384-386. 1 Romani erano tanto formalisti, che continuavano a ripetere le antiche formule e seguire gli autichi riti, anche quando non fossero pia conformi alle loro nuove opinioni. V. ce ne offre un esempio caratteristico: sebbene egli non presti più fede all'antica credenza che faceva sussistere nel sepolcro l'anima e il corpo uniti, tuttavia, descrivendo i funerali di Polidoro, ha questa espressione: animamqiie sepulcro comjiimus, che si riferisce appunto all' antica credenza, ed è in piena contraddizione con le sue dottrine sulla vita futura.En. En. De brevitate vitae En. Negri - Rumori mondani, Milano, il saggio: « 11 Fedone e l'immortalità dell' anima Havet Da queste considerazioni noi escludiamo, naturalmente, la poesia filosofica vera e propria, quale, ad esempio, quella di Lucrezio. (23) Cfr. Malfilatre - Le gènte de V,, Paris, Tissot - ludes sur Virgile, compare avec tous les poètes épiques et dramatiques des anciens et dts modemes, Bruxelles 1826, Voi. I, specie a pag. XCIX e segg. Boissier En. IPer maggiore brevità d'ora innanzi verrò citando, riguardo al carattere di Enea, solo quei passi non altrove riportati. Fedone (trad. Meini, Roma Fedone En. II, 575-588. (28) / Ricordi En. Agostino - Le confessioni Tissot En. /6irf.,Tissot - Ètudes sur V. Cfr. Essai sur le poème épique Tasso - Gerus. Havet Eglog. Eglog. Eglog. HI, 100-101.Eglog. En. Georg. Ili, 242-2U. ItM, En, En.: ille Paris, cum semiviro comitatu - Maeonia merUum mitra crinemque madentem - Subnixus /élrf..En. En. Epìtteto – Manuale Havet En. En.. Lodovico Frati - La donna italiana, Torino Joau Chrys. - Ser in decollai. S. Jo. Bapt. Orig. in Math. Traggo queste notizie da un saggio di Viazzi - La lotta di sesso, Palermo Frati, op. cit, C. CICERONE (vedasi) traduce questo passo nella sua Republica De const' sapientis. En. ; per la descrizione dei furori di Amata cfr. ibid^ ; En. Dice l'Heyne, ; Hanc adeo mor lem praetuUt poeta historiarum fidei, qua apud Seimum Fablus Piclor, Amata inedia se interemisse tradiderat t. En. En. En. En. En. Dice infatti THeyne, III, p. 619: « liene autem Servius: - sane armorum longa descriptio eo special, ut in eorum vupididatem merito Camilla videatur esse succensa. - Sciiicet elsi virili animi femirui, tamen a cultu et omalu intactam mentem non habuit. L. rT,-V^-yy^^,è77T'-^,yy^^r:^^7y;?V^y^^En. XI, 8ia-819. i (18) Cons. ad Helv, XIX. Per la condizione della donna a Roma vedansi: 6. Bois- 5 sior, op, ciLj Voi. II, p. 192-239; Gide - Étude sur la condition de la femme, Paris, :i p. 98 e segg.; Marquardt - La vie privée des Romains, Paris. CICERONE (vedasi) Tusculane Plauto - Captivi Fedone, trad. Bonghi, In Opuscoli morali, il trattato: Non poleì'si vivere felicemente secondo Epicuro, (trad. M. Adriani, Firenze In Op, mor,, il trattato sulla Superstizione En. AMBROGIO (vedasi), De Sancto Sptr, II, 5, 36. Quanto alla impressione destata fra i Romani dal 1. VI, vedasi Boissier De re^\ nat„ En. . I versi che veniamo citando in seguito, sono tolti dallo stesso libro Preller, op. cit. P. VII. C. I. Preller, ibid, ; si vedano anche ivi le notizie su Caronte. En En, X, 641-642. (33) En. 11,268 e segg. Circa la credenza neirapparizione dei morti, diffusissima ' in tutto il mondo antico, si Friedlaender.; e CICERONE (vedasi), Tusc. En. En. En..En. En. V, 721-740. ^40) Orelli - Inscript. lai. amplissima collectio Corpus inscript lat. (pubbl. dall'Accademia di Berlino) Voi. II, n. 4429. En. En. . (44» En. VI, 323-324. Si abbia presente che per V. il vocabolo numen significa sempre potenza divina; vedasi a tal proposito il diligentissimo studio di R. Dietsch, Theologumenon Virgilianorum particula, off, Grim. Georg.. Riguardo all' implacabilità degli dèi infernali, vedasi ancora ihid. 505; En. En. L, VII, lo7 - 4 Xp'bL^Tt'JC 54 "càg tttiv a^i^rijv (/J^'jxàs) |idv5V (litt8Lat|iéviiV titxpì -rfje ixwjp(;>aE(tì^)i, Per la rinesti^me pncrale, vedasi Ogereau, p OH e seg^4, (5Ì Cfr Negri, op. ciL p- I2i, ovo si dinn>strit che il lìoiKctto doli' iminurtal ita deir anima sembra assente dal pensiero di Man'o Aurelio- Si consideri però ^[ue^sta frase dei Fiicordi, IV, 14: * 'EvuTiéaTT^; «g lispag. ^RvaqpavtaH^a'g xtp x^^ì'^^^ jidtUttìv (tì) EpicL fimer^. li, 6; HI, i:). Ep'tsL C. II. Tutta «luesta lunga lettera è aiia fervida diaiostranìoiic della immortalità dell anima. Epist En. VI, 852-85^. A proposito del carattrre i^enerale del popolo ronjano e della letteratura latina, vedasi : G. Michant, /.f? genie latin, Paris, 1900, p. 9-62. Cosi il Brurietiòre, nel (luinto volume dei suoi EHules crUh/ues definisce come so^ date la letteratura francese Mallilatre, U gmk de Virgik, Parigi, : e Warbiirton, The dinne legalion of }foses ecc* Londra, !7'iH-176.^, Voi. II parte 4, tll) Ed infatti, ora tanto il ti moro di erodesti va*^he notizie ci giunsero circa le cerimonie che s in Porfirio, fk antro Ni/rnpharum, C. Nel proemio al L VI ; ed. Venezia Gfiorg En. VI, 4;{n* Sali" idrografia dell" inferno vìrsjiMano molto disputarono i commentatori, fra cui ii Cerdanus, il Ruaens, l' lleyne e A. Jario Viaggio di Enea all' In fé?- no e agli Eli»i secondo V.,' Napoli, 1831; la conclusione più coiunnc è die dal T Acheronte derivi lo Stige a da questo il Cogito; ma uno studio attento ci jiersiiase ohe Acheronte e Stille sono per V. una stessa eoaa En. Fldd. 5.H0-551,Odiss, Ft^dom, LIX - LX - LXI ; cfr anchi.^ op, di. LIVIO (vedasi) Lucrezia, /> rer- naL Vi, 7V0; script NtapoL, Kruger - Charnn undThanatos, Ciiarlottenhurg En^ Odiss.lìoissier, op. dU voL 1, p* 289. nota; lìepnJM. trad. Ferrai- castighi, elle pochissime ed assai n compievano nei misteri. Si veda il limpido riassunto fattone da Negri, MoHimaen, /n fe. i.Ma j m ^ mmmmmff^ Cfr. r opera dottisiiima del P, Bottagisio - il Limbo daiUesco, Padovii^ S^ Asost. - Ep.Odiss. - Questi versi sono [*ogtÌ tra parenUiit nelle edizioni crìtiche, perchè ritenuti di funiiazione posteriore, come in generale tutti i ]uoy;lii in cui é accenna ad una sanzione oitremoDdana dell' operare umano, i quali Sìuao da attribuirsi alla poesia teosofica e teologica- Ad o^^ni modo, l'aggiunta non è posteriore ai sec. V a. C, quindi rimane il valore della nostra alferuiazione. Cfr- la lettera del Luechesini al Mìcalì Sopra alcuni luoghi deli' Odis^ìm che si credono spuni, mìV Antologia del Vieusseux, t YIU, ; e Coinparetti - Die Strafe des Tanialus navh Pimiar in Pkìhlogm IL disp. %, n- Od'm. - V91.MaUllatrc, Gai US - lìulii^ I, . Svetonio - Cai-, 5. 1* Marquardt - Iji vie privée des Bomaineàj Paria, Eepuò, p. 497; Gorgia trad- Ferrai; En. Erh ; in questo modo, e non altrimenti, vogliono essere interpretati questi versi, i quali si potrebbero volgere in prosa cojii: ipse Tariarus bis tantum desceìidU In profundum^ et sub umbì^as extendUur^ quantm est pròspeclus ìtidn mi aethereum cotti olympum^ {%%] Uifxd^ Vili, 1*5; Esiodo, Teogon. 720, laov oùpctvóc ic ànò t^^j Fedone^ 410 B - 11^ E. Odiss- ecc. Nella descrizione dello scudo di Vulcano, En. Nella sua Eneide traveslie, parodiando questi versi lEìi. VI, ùfiì), esclama: Celle sentence est borine et beile - Mais en Enfer de quol si^rl-eilef De RepuòL 1. VI, 3; e anclie Tiisc. 1. I, tO. j II Winson mi suo Les religions avtuelks^ Paris II. dice che la teoria esposta da V. nei versi che stiamo esaminando è quella dei;li Indiani. Nul invece abbìamarte di essi riproduce la dottrina stoica deiranima dei mojido; e diinostrei-emo ora che la seconda parte s'ispira direttamente alle dottrine platoniche. 0* Trezza - Lum^esw^ Firenze,. rwta^ mi Platone - Repubblica; Fedone, p- *07 d. HepubbL, ibld. C. XIV e XV. BepubòL A tal proposito le osservazioni del BoisBÌer, op. cU., Voi. Ad Am. VK . ed. Parigi, .AVaiburton; Malfilatre, op. clL^ loc cit Ruaeus (kiiss. , o():l-5fi7. Questa tradizione era stata riprodotta anche da Ovidio, Orazio, Cicerone- %\ confronti il gindizioso comm. dell'Heyne ad Aen. i E' comparsa di questi ultimi giorni un'opera di E. Disa, Le previsioni del tempo da V. ai di nostri (Torino, Bocca) nella quale l'A. dice, a proposiU» degli insegnamenti contenuti nelle Georgiche, che V. « ebbe incontestabilmente il senso scientifico del metodo sperimentale, ebbe quell'acuto e potente concepinii^ntn che, dati i mezzi, giunge a grandi scoperte; e riporta quindi il giiidi/Ì4> di due moderni scienziati francesi, secondo i quali il nostro poeta avrebbe intuito le leggi delle tempeste (fissateselo da pochi anni coli' aiuto del telegrafo, degli stromeuti e degli Osservatori), e le leggi organiche del Darwin sulla evoluzione degli organismi mediante la selezione. Addirittura! Scevri da qualsiasi idolatria, noi abbiamo potuto vedere quale sia realmente il senso scientifico di V. Notiamo frattanto che allo stesso Disa non è sfuggito che gli insegnamenti di V., non mno dovuti ad intuizioni sue proprie, ma attinti in parte alla sapienza volgare propria de' suoi tempi, in parte alle opere greche, come dimostrò primo l'Orsini, e più lardi l'Eichofif, il Ribbeck, il Knuche, il Morsch, e come Servio aveva già mostrato net suo commento. CICERONE (vedasi) Accademica] É questo un brano di una lunga e splendida lettera che l'illustre critico e filosofo ci scriveva dopo aver lette le prime tre parti del nostro lavoro. Egli vorrà perdonarci se il desiderio di far conoscere almeno una piccola parte -• non laudativa del suo scritto, ci ha indotti a portare nel dominio pubblici» ciò che era destinato a rimanere nell'ambito di una semplice corrispondenza privata. La Prefazione alla trad. francese dell'opera più volte citata del Preller, CICERONE (vedasi) De nat. deor. Zeller - Philos. dcr Griechen, III, ì, mi e Prefuionfl daU'A Inì[iorUnza delia pfcsente ricerca, Deficienza degli studi antichi e moderni sulla lìlosolia di V., Metodo ed estensione del nostro lavoro Noie: KEIiIOIONE Le condiiioni della relipone romana ai tempi di V. e le riforme d’OTTAVIANO, i- Poca sincerità dei lettcriitì suoi colìaìioratori, La religiosità di V., la lui rivive l’antica religione romana con tutti ì suoi caratteri Segue della religione romana in V., crudeltà e dispotismo degli dèi, Ribellioni al loro volere, I 4» Il rituale romano in V., fi. Funerali e sacriliii, Spirito pratico della religione romana, L'allegoria dell' Eneide I libri sibiiliai e l'elemento greco asiatieo nella reiigione di V. L'antropomorfismo e la moralità degli dèi L'egloga e il cristiauesimo di V., kX Pvrlfl II. i^'EFXCITBmSMO L'epicureismo e la religione, Rapporti storici tra la religione e la filosofiate^ -^ L'opinione dei critici e dei commentatori suUepicureismodi V., L'egloga Essa non ei^prime principi epicurei e nemmeno eni pedoelei o stoici, tki. E" una eoniaminaiio di vari sistemi L'imitazione lucrexiana in V. La prima età del mondo e l'uomo primitivo La descrizione della peste e il gruppo plastico di Venero e Vulcano Lo spirito scientifico nella filosofìa epicurea Credute aspiraKionì di V. a conoscere le cause dei fenomeni, Gli effetti della superstizione, L'ultimo argomento, V. non è epicureo Fartd in. - LO STOICISMO La filosofia a Roma L'amore alla filosofia nel secolo di Augusto: Orazio La Scuola del Portico, Lo Stoicismo e la tradizione religiosa La dottrina stoica dell'anima del mondo in V.L'intelligenza degli animali, Conseguenze morali Umanità e cosmopolitismo L'avversione alla guerra nello stoicismo romano e in V., I doveri verso sé stessi, il5. Il saggio delle Georgiche secondo la dottrina degli stoici Disprezzo delle ricchezze e degli onori Amore alla povertà Il vizio Il suicidio IL PLATOITISMO Lo stoicismo platonizzaute CICERONE (vedasi) e la filosofia romana L'eclettismo di Seneca Il concetto pessimistico della vita umana L'ascetismo e lo spiritualismo, Il carattere di Enea, Il disprezzo dell'amore e il significato del libro IV dell'Eneide Il mìsoginismo negli scrittori ascetici e in V. La preoccupazione dell'oltretomba Gli dèi infernali e le apparizioni dei morti La credenza della vita futura a Roma e lo scopo del libro VI dell'Eneide, Critica delle interpretazioni comuni e di quella del Warburton, Le fonti dell* inferno virgiliano, Il limbo, sua vera origine e significato Il Tartaro e l'Eliso L'inferno filosofico e le due porte d'uscita. Publio Virgilio Marone. Virgilio. Keywords: catabasi. Luigi Speranza, per il Play Group di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Virgilio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Virno: la ragione conversazionale di un popolo di due -- filosofia ed azione – la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: filosofia della lingua, Cicerone. Filosofo napoletano. Filoofo campaese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Essential Italian philosopher. Grice: “Virno, like me, is a semiotician.” D’orientamento operaista, insegna filosofia a Roma. Tra i principali esponenti dell'organizzazione della sinistra extra-parlamentare, Potere Operaio, il suo nome ricorse nelle cronache dei cosiddetti anni di piombo in Italia. Arrestato e detenuto in prigione. Nel corso della detenzione elabora la sua filosofia che trova espressione in Luogo comune. Democrazia è il fucile in spalla agl’operai -- slogan attribuito a Potere Operaio. “Mi sono formato politicamente a Genova, dove la mia famiglia vive e io faccio liceo. Genova e esposta all’influenza di Torino, dove vi sono le prime occupazioni. Quindi, si mobilitarono gli studenti del liceo – molto vivaci e in contatto con le organizzazioni tradizionai dei partiti, UGI e via dicendo. Come studente del liceo fondo dunque il sindacato degli studenti, che fa i primi scioperi sulla lotta all’autoritarismo, solidarietà con Grecia dopo il golpe dei colonnelli e quant’altro. Per un trasferimento di famiglia, vengo ad abitare a Roma, e di lì a non molto prendo contatti e rapporti con il gruppo che divenne Potere Operaio, che allora sostanzialmente a Roma e il gruppo delle facoltà. Entra in Potere operaio dopo gl’episodi cruciali della primavera a Torino. Lavora a Milano come insegnante all'Alfa Romeo di Arese e all'Innocenti, organizzando anche azioni collettive nelle fabbriche sino alla dissoluzione di Potere operaio. Si laurea con la tesi, Lavoro e coscienza –su Adorno, non Francesco. Partecipa attivamente alle manifestazioni ad opera dei lavoratori precari e di altri emarginati. Fonda Metropoli, organo ideologico del movimento politico. Nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria nota come 7 aprile, la redazione di Metropoli viene accusata di appartenere in blocco all'organizzazione eversiva costituita in più bande armate variamente denominate.  “Siamo arrestati io, CASTELLANO, MAESANO, e PACE -- che però sfugge all’arresto, di nuovo, giuro, non per sagacia. Noi siamo arrestati,  poi ci fanno confluire, ritroviamo gl’altri nel cortile di Rebibbia, nel braccio speciale, stiamo un po’di mesi lì, poi c’è la diaspora, cioè il ministero ordina di mandare ognuno di questi detenuti in un carcere speciale diverso, perché ovviamente, tramite avvocati, visite, benché ci fosse il regime di braccio speciale, quello e diventato una specie di luogo in cui si elaborano documenti, lettere a giornali, si fa campagna politica, c’e state delle lotte interne. Quindi, c’è la diaspora, io vado a Novara. Oreste va a Cuneo; quell’altro va a Favignana. Quell’altro ancora da un’altra parte. Comincia questo giro negli speciali, e ci ritroviamo non tutti ma in parte nel carcere di Palmi, carcere per soli politici o per detenuti comuni completamente politicizzati, una specie di “Kesh”. Là dentro c’e una situazione curiosa, anche molto spettacolare, perché si incontrano assolutamente tutti. Infatti, per un primo periodo con i compagni delle BR o con Alunni o quelli dei NAP, si pensa anche di approfittare di questa situazione per avviare una discussione larga, di carattere costituente. Però, il problema è che anche lì c’è il fatto che i più spregiudicati di loro, come CURCIO, sono d’accordo, hanno capito di aver perso l’essenziale, cioè il cambio di paradigma, cioè il fatto che gl’operai sono non più riconducibili, altri invece no. Riassumendo in breve, la mia detenzione e un anno, poi due anni liberi in cui curai la serie continua di Metropoli, due anni ancora di carcere, condanna a 12 anni in primo grado, un anno di arresti domiciliario e l’assoluzione, insieme a tanti altri imputati, du la conferma. La travagliata esperienza politica e esistenziale di questi anni e trasfusa nella pubblicazione di “Luogo Comune,” una rivista dedicata all'analisi della vita nella situazione sociale del "postfordismo".  Lascia il lavoro di editore della rivista per insegnare filosofia a Urbino e filosofia del linguaggio, semiotica ed etica della comunicazione a Calabria da dove si trasferisce a Roma. Convinto della necessità di un nuovo linguaggio della politica che chiarisca le trasformazioni economiche, sociali e culturali che caratterizzano le società occidentali, introduce nella “Grammatica della moltitudine” una riflessione sul contrasto tra i termini di “popolo” – il “popolo” di Cicerone, S. P. Q. R -- e moltitudine che generano una accesa polemica filosofica. Quando avvenne la formazione dello stato nazionale e l’espressione “popolo” a prevalere. V. si domanda se non sia venuto il tempo di restaurare l'altro concetto della “moltitudine”. La multitude è quell'insieme di persone che nell'azione politica e in quella economica, pur agendo collettivamente, non perdono il senso della propria individualità, resistendo sempre alla riduzione a unica massa informe com'è nel termine di "popolo". La “moltitudine” è dunque la base della libertà civile – l’uno e i molti dei veliani.  Una “moltitudine” e una dualita o una pluralità che non si sintetizza nell'uno, il più grave pericolo per l'autorità di uno stato che esercita il supremo imperio.  Dopo i secoli del “popolo” e quindi dello stato -- stato-nazione, stato centralizzato, ecc. - torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta. . La moltitudine come ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Grice: “Peacocke popularized ‘population’ in the Oxford seminar organized by Evans and McDowell. Thus, I cannot claim to have meant that p, unless ‘p’ means that p for a population – of say, me and myself!” Forse.” Saggi: “L'idea di mondo: intelletto pubblico e uso della vita” (Quodlibet); “Saggio sulla negazione: per una antropologia linguistica” (Bollati); “E così via, all'infinito: Logica e antropologia” (Boringhieri), “Motto di spirito e azione innovative: per una logica del cambiamento” (Boringhieri); “Quando il verbo si fa carne: linguaggio e natura umana” (Boringhieri); “Scienze sociali e natura umana -- facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione” (Rubbettino); “Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di vita contemporanee” (Derive Approdi); “Esercizi di esodo: linguaggio e azione politica” (Ombre Corte); “Il ricordo del presente: saggio sul tempo storico” (Bollati); “Parole con parole: poteri e limiti del linguaggio” (Donzelli); “Mondanità: l'idea di “mondo” tra esperienza sensibile e sfera pubblica” (Manifesto libri); “Convenzione e materialismo” (Theoria). Roma Tre  Intervista, Hecceitas. Questo termine è entrato nel linguaggio corrente per indicare un insieme di caratteristiche economiche, sociali e istituzionali del nostro presente, avvertite pessimisticamente come profondamente diverse rispetto al nostro recente passato e in genere come molto negativamente mutate. Fordismo e postfordismo. Qualche dubbio su alcune certezze della sinistra italiana. Protagonisti; “Anni di piombo: potere operaio"; Lessico postfordista: dizionario di idee della mutazione. Feltinelli, sito "Filosofico net".  Paolo Virno. Virno. Keywords: populus, res publica res populi, Cicerone, multus, unus e multi, due e moltitudine, linguaggio e azione, linguaggio, base biologica, invariante biologica, rappori di produzioni, natura umana, el verbo fatto carne. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Virno”; “Grice e Virno: la conversazione: una popolazione di due!” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virno.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viroli: la ragione conversazionale della res pvblica – Cicerone – res publica, res populi -- e la filosofia italiana – la scuola di Forlì—filosofia emiliana – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Forlì). Abstract. Keywords: Cicerone, res publica, res populi. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Forlì, Forlì-Cesena, Emilia-Romagna. Essential Italian philosopher. Actually “Viroli-Cavalieri”? Grice, “I shall be fighting soon.” “The loyalty for one’s country is not based on evidence.” Durante il settennato di Ciampi serve la presidenza della repubblica italiana. Insegna a Lugano. I suoi campi di ricerca sono la filosofia politica e la storia della filosofia politica. I suoi autori di riferimento sono MACHIAVELLI, Rousseau, MAZZINI, CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. La sua ricerca si basa sul metodo contestualista di Skinner, a cui apporta alcune innovazioni. Il suoi riferimenti politico-ideali sono il repubblicanesimo e l'azionismo del partito dell’azione. Collabora ad alcune testate giornalistiche, tra cui La stampa, il Sole 24 ORE e Il fatto quotidiano. Si laurea dal liceo Calbol di Forlì. Come egli stesso racconta in L'autunno della Repubblic”, per mantenersi agli studi,  lavora come garzone di bottega, cameriere d'albergo e operaio presso lo zuccherificio. Abitavo a Forlì con i miei genitori, in via Mellini, in un appartamento angusto e freddissimo, riscaldato soltanto da una stufa a gas tenuta, per la nostra povertà, sempre con la fiammella azzurrognola al minimo. Al termine degli studi liceali si iscribe a Bologna. Si laurea con la tesi su Engels. Svolge il servizio di leva a Casarsa in Venezia Giulia.  Il ritorno alla vita civile è stato all'insegna del precariato. Perceve un piccolo salario organizzando convegni e lavorando come redattore alla rivista Problemi della transizione all’istituto Gramsci di Bologna. Studia Firenze. Di fronte alla commissione composta dai Maihofer, Skinner, BOBBIO, Cranston, e Moulakisha, discute la tesi sulla società bene ordinata, Mulino. Perfeziona la sua formazione svolgendo attività di ricerca. Insegna comunicazione politica alla Svizzera. Dirige il Laboratorio di Studi civili, Svizzera italiana.  Finanzato dal Fondo Svizzero per la Ricerca Scientifica con un progetto di ricerca che prevede l'impegno di un folto gruppo di ricercatori.  I suoi interessi di studio ruotano intorno alla filosofia politica e alla sua storia. Studia il repubblicanesimo nella sua accezione classica da MACHIAVELLI a Rousseau e in quella contemporanea. Si occupa di culto uffiziale e politica, di retorica classica, libertà e tirannide, di patriottismo e nazionalismo, di etica civile, di diritti e doveri. Pone particolare attenzione ai fondamenti della convivenza civile. I suoi periodi storici di riferimento sono il rinascimento con MACHIAVELLI, il risorgimento con MAZZINI e il FASCISMO – con sui opponenti: CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. I suoi filosofi di riferimento sono Machiavelli, Rousseau, Mazzini, Croce, Rosselli e Rosselli. Come impegno civile si occupa d'educazione civica e della difesa e dell'attuazione della costituzione della repubblica italiana. Collabora colla direzione generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per le Marche a progetti di educazione alla cittadinanza. Fonda il Master in Civic Education presso l'associazione Ethica di Asti. Coordina e diregge progetti di Educazione civica per la Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo. Dirige un progetto a San Marino. Dirige il progetto Lezioni di Casa Cervi-Scuola di Etica civile presso Casa Cervi. Prende parte attivamente alle campagne referendarie svoltesi in occasione del referendum costituzionale, contro la riforma proposta dal centro-destra, e del referendum costituzionale contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Colleziona inviti e incarichi di insegnamento presso prestigiose istituzioni culturali. Insegna a Pisa, Trento, Molise, Ferrara, Catania ed Urbino. Collabora con Milano e la Scuola Superiore della pubblica amministrazione, Scuola superiore di polizia, Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, il Collegio Carlo Alberto e l'Associazione Nazionale Comuni Italiani, la Fondazione Alcide Cervi presso Casa Cervi.  Spiega la le sua posizione politica. Non sono soltanto uno studioso del repubblicanesimo, mi sento repubblicano. Amo il princìpio della reppublica e cerco di applicarli nella vita e nell’analisi dei fatti politici e sociali. Più oltre, in riferimento a Ciampi racconta. La prima volta che incontro CIAMPI provo la sensazione di trovarmi di fronte ad un uomo di straordinaria energia morale, l’esempio vero della migliore cultura del risorgimento e dell’azionismo. Rammento ancora le parole che mi dice dopo aver ascoltato con attenzione la mia considerazione sul significato del concetto di amor di patria. Quello che Ciampi dice l’ho sempre sentito e vissuto nella mia coscienza. E allora che realizzai che io sono prima uno studioso di repubblicanesimo e poi un repubblicano. Ciampi è repubblicano nell’intimo della coscienza: repubblicano e azionista. Anzi, credo, repubblicano perché azionista. Anche la lotta contro il fascismo é rilevante nel patrimonio ideale. Trovo in Croce, Rosselli, Parri, Rossi, Calamandrei -- per citare soltanto i nomi più noti -- non solo idee e argomenti in perfetta sintonia con il mio anti-fascismo assoluto e intransigente, ma anche e soprattutto le più convincenti riflessioni sulle ragioni della fragilità della libertà. Il patriottismo si oppone al nazionalismo, anzi, ne è l'antidoto. Ancora ne L'Autunno della Repubblica si legge a proposito del Per amore della patria. In Italia abbiamo una tradizione di patriottismo di straordinario valore morale e politico, la migliore che io conosca. Mi riferisco in primo luogo al patriottismo di MAZZINI, fondato sul principio che la patria non è il territorio -- bensì un principio di libertà, e al patriottismo degl’anti-fascisti di Giustizia e Libertà, concordi nell’affermare che la nostra patria coincide con il mondo morale delle persone libere non e poi idea tanto peregrina sostenere che il patriottismo repubblicano e il mezzo più efficace per combattere la marea del nazionalismo che comincia a montare. Credo sia troppo tardi. Infine, ci spiega il suo relativismo. Sulle questioni etiche sono stato sempre un convinto relativista, con comprensibile scandalo di molti. Se il dovere esiste soltanto là dove la coscienza morale personale lo riconosce come tale, segue necessariamente che ci sono persone che riconoscono quali loro doveri determinati princìpi, altre che riconoscono quali loro doveri princìpi diversi, se non del tutto opposti. Il pluralismo e il contrasto dei doveri sono sotto gl’occhi di tutti. Ad alcuni il dovere indica il servizio e la pratica della carità, ad altri la pura e semplice affermazione di sé stessi, anche a costo di usare altri esseri umani come mezzi. La ragione, tante volte invocata quale guida sicura all’agire umano, non detta i fini ma solo i mezzi. Lo spiega in modo esemplare JUVALTA (si veda). La ragione per sé non comanda nulla. Né l’egoismo né l’altruismo -- né la giustizia. La ragione cerca, e mostra, se le riesce, i mezzi che servono a conservar la vita a chi la vuol conservare, a distruggerla a chi la vuol distruggere. La ragione addita ai pietosi le vie della pietà, ai giusti le vie della giustizia, e le vie del proprio tornaconto agl’uomini senza scrupoli. Ma l’egoismo non è per sé più razionale dell’altruismo, né il regresso più razionale del progresso. Né la conservazione dell’individuo più razionale di quella della specie. Né l’utile proprio più razionale che l’utile della collettività. Razionale non e il fine, ma la relazione del mezzo al fine. Ed è così ragionevole che dia la vita per un’idea chi pregia più l’idea che la vita, come che taccia la verità per un ciondolo chi ama più i ciondoli che la verità. Consulente della Presidenza della Repubblica Italiana per le attività culturali durante il settennato di Ciampi. Collabora con la Presidenza della Camera dei Deputati durante la presidenza di Violante. Coordinatore del Comitato Nazionale per la valorizzazione della Cultura della Repubblica presso il Ministero dell'Interno.  Presidente dell'ASSOCIAZIONE MAZZINIANA. Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italianana strino per uniforme ordinaria; Ufficiale dell'ordine al merito della repubblica italiana di iniziativa del presidente della repubblica. Saggi: “Nazionalisti e patrioti” (Roma, Laterza); “Etica del servizio e etica del commando” (Napoli, Scientifica); “L’autunno della repubblica” (Roma, Laterza); “La redenzione dell’Italia: sul principe” (Roma, Laterza); “Il sorriso di Machiavelli” (Roma, Laterza); “Scegliere il principe: i consigli di MACHIAVELLI al cittadino elettore” (Roma, Laterza); “L’Intransigente” (Roma, Laterza); “Le parole del cittadino” (Roma, Laterza); “La libertà dei servi” (Roma, Laterza); “Lo scrittore di ricami” (Reggio Emilia, Diabasis); “Come se Dio ci fosse: religione e libertà nella storia d’Italia” (Torino, Einaudi); “MACHIAVELLI, filosofo della libertà” (Roma, Castelvecchi); “L’Italia dei doveri” (Milano, Rizzoli); “Il dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia” (Roma, Laterza); “Dialogo intorno alla repubblica” (Roma, Laterza); “Per amor alla patria: patriottismo e nazionalismo nella storia” (Roma, Laterza); “Dalla politica alla RAGION DI STATO” (Roma, Donzelli); “L’etica laica di JUVALTA” (Milano, Angeli); “La civiltà statuale’, in “Cultura civica e civiltà statuale” (Bologna, Mulino); “Libertà e profezia in MACHIAVELLI’, MACHIAVELLI e i confini del potere” (Milano, Mimesis); “La passione civile e la scienza politica di Sartori’, Protagonisti sempre. Un secolo di storia visto con gl’occhi dei ragazzi, Reggio Emilia, Imprimatur ‘Prefazione’, in Mosca, Il prefetto e l’unità nazionale, Napoli, Editoriale Scientifica. ‘Skinner’, ‘God’ and ‘Macaulay’, Enciclopedia machiavelliana” Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Vita di MACHIAVELLI” (Roma, Castelvecchi); “La tradizione del Risorgimento” (Roma, Castelvecchi); “Se è libero bisogna che creda”; “Cinque variazioni sul credere” (Torino, Abele); “L’attualità del principe”; “Il principe e il suo tempo” (Roma, Complesso del Vittoriano, Salone centrale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana); “La moralità della resistenza: l’esperienza del partigiano Bosco” (Benevento, Terre dei Gambacorta); “Dalla patria allo stato: una biografia intellettuale di SPAVENTA” (Roma, Laterza); “‘La costituzione repubblicana: un manuale di educazione civica’, in Lessico civico: teorie e pratiche della cittadinanza (Reggio Emilia, Diabasis); “Le origini meridiane del repubblicanesimo, Ethos repubblicano e pensiero meridiano” (Reggio Emilia, Diabasis); “La dimensione religiosa del risorgimento -- Cristiani d’Italia. chiese, società, stato” (Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana); “La libertà politica è un bene fragile’, Lettera internazionale.  Rivista europea; “Ragione e passioni nell’educazione civica -- Questioni civiche. Forme, simboli e confini della cittadinanza” (Reggio Emilia, Diabasis); “La costituzione: il pilastro di cristallo” (Napoli, Pitagora); “MACHIAVELLI, il carcere, Il Principe”, in Gl’anni di Firenze, Roma-Bari, in La Costituzione ieri e oggi. Roma, Atti dei Convegni Lincei (Roma, Bardi); “Etica e diritto: la forza intelligente per sconfiggere la violenza’ in Regione Piemonte, Piano regionale per la prevenzione della violenza contro le donne e per il sostegno alle vittime; “Religione e libertà nella Democratie en Amérique’, Fra libertà e democrazia: l’eredità di Tocqueville e Mill” (Milano, Angeli); “Una nuova utopia della libertà’, Quaderni del Circolo Rosselli, ‘Machiavelli’s Realism’, Constellations,  ‘Religione”; “Tutte le ragioni del liberalismo’, Dove Ratzinger sbaglia”; “MACHIAVELLI oratore”; “Machiavelli senza i Medici, scrittura del potere, potere della scrittura,” Atti del convegno di Losanna (Roma, Salerno); ‘Due concetti di religione civile’, in “Rituali civili: storie nazionali e memorie pubbliche in Europa” (Roma, Gangemi); “Patriottismo e rinascita civile’, Aspenia,  in MAZZINI, Scritti politici” (Torino, POMBA); “Che cos’è l’uomo? Raccolta di pensieri” (Senigallia, MIUR, Le Marche); “Repubblicanesimo”; “Dizionario di Politica” (Torino, POMBA); “Libertà democratica, libertà repubblicana e libertà socialista”; “Repubblicanesimo, democrazia, socialismo delle libertà”; “Incroci” per una rinnovata cultura politica” (Milano, Angeli); “Il lavoro nobilita l’uomo e l’impresa’, Impegno. Mensile di cultura sociale”; “Della lontananza’, La saggezza del vivere. Tracce di etica” (Reggio Emilia, Diabasis); “Repubblicanesimo e costituzione della repubblica’ Almanacco della Repubblica: storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane (Milano, Mondadori); ‘Europa contro America?’, Il pensiero mazziniano, ‘Dio nella costituzione’, Il pensiero mazziniano, con BOBBIO, ‘Sul rientro dei Savoia’, Il pensiero mazziniano, ‘Scrivere la costituziuone. L’esempio della storia americana’, Il pensiero mazziniano”; “Il despota e il tiranno si sono fatti furbi’, Il pensiero mazziniano, ‘Il repubblicanesimo di Machiavelli”; ‘Le ragioni di un dibattito’, Politica e cultura nelle repubbliche italiane dal medioevo all’età moderna: Firenze, Genova, Lucca, Siena, Venezia. Atti del convegno (Siena), Roma, Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea.  ‘Giù le mani da CATTANEO’, Il pensiero mazziniano, ‘Questioni attorno al repubblicanesimo”;  “Il pensiero mazziniano”; “Repubblicanesimo, liberalism. e comunitarismo”; Filosofia e questioni pubbliche; “Machiavelli’, Il pensiero politico. Idee, teorie, dottrine. Età moderna” (Torino, POMBA); “La repubblica romana’, Il pensiero mazziniano, ‘Repubblicanesimo’,  ‘La sinistra non scordi la Patria’, Il pensiero mazziniano,  ‘I guerrieri di Dio: chi sono i theo-conservatori che scendono in lotta contro aborto, eutanasia e gay’, “La Stampa”,  ‘L’arcipelago progressista: l’orgogliosa cultura liberal, fra battaglie per le minoranze, ambientalismo e progetti per riprendere il New Deal’, La Stampa, “Discussione americana e caso italiano”; “Piccole patrie, grande mondo” (Roma, Donzelli); “Il significato storico della nascita del concetto di RAGION DI STATO’, Aristotelismo politico e RAGION DI STATOr. Atti del Convegno a Torino” (Firenze, Olschki); “Patrioti o traditori?”; “L’Indice”; “Il ritorno della nazione’, I democratici,   ‘L’etica politica di CICERONE e il suo significato moderno’, Nuova Civiltà delle Macchine, ‘La cattiva retorica dell’autonomia della politica’, (Mulino); ‘Nazionalismo e patriottismo’ (Mulino); “Una filosofia civile tra comunitari e liberali’, Ragioni Critiche,  ‘Introduction’, in Skinner,  “Le origini del pensiero politico moderno” (Bologna, Mulino); “L’Indice”; “Machiavelli e Rousseau: i dilemmi della politica republicana”; “Teoria Politica, ‘“Revisionisti” e “ortodossi” nella storia delle idee politiche”, Rivista di filosofia; “Dovere morale e pluralismo etico in JUVALTA’, Rivista di Storia della Filosofia; “La “Morale dei Positivisti” e l’etica del socialismo’, L’età del positivismo” (Bologna, Mulino); “Il Marxismo e l’ideologia del socialismo italiano’, Despotismo e cittadini’, Transizione, JUVALTA e la teoria della giustizia, Rivista di filosofia,  ‘LABRIOLA, filosofo del socialismo”, Giornale critico della filosofia italiana, ‘Aspetti della recezione di Engels in Italia: tra socialismo scientifico e crisi del marxismo”; “L’Antidühring: affermazione e deformazione del marxismo? Annale della Fondazione Issoco” (Milano, Angeli); “Il problema dell’etica razionale in JUVALTA’, “Studi sulla cultura filosofica italiana” (Bologna, CLUEB); Etica e marxismo: a proposito di una recente discussione’, Problemi della Transizione”; “Socialismo e cultura, 'Studi Storici”; “Il dialogo fra Engels e LABRIOLA”; “Critica marxista”; “Nella crisi del positivismo: la ricerca teorica del divenire sociale,” “Giornale critico della filosofia italiana”; “Filosofia e politica nell’Engels di Mondolfo’, Pensiero antico e pensiero moderno” (Bologna, Cappelli); “Wellness. Storia e cultura del vivere bene” (Milano, Sperling et Kupfer); “Libertà politica e virtù [andreia] civile”; “Significati e percorsi del repubblicanesimo classico” (Torino, Agnelli); “Lezioni per la repubblica: la festa è tornata in città” (Reggio Emilia, Diabasis); “Ascesa e declino delle repubbliche” (Urbino, Quattro Venti); “L'Autunno della Repubblica” (Laterza); “Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia” (Laterza); Quirinale. blogspot issuu.com/edizioni-in-magazine/docs/forli Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche della RAI  profilo biografico da Ethica Forum profilo dall'Università della Svizzera italiana Nello Ajello, Quanti servi in giro per l'Italia, recensione a La libertà dei servi, la Repubblica, La libertà dei servi, Associazione Labini; “La libertà dei servi; L'intransigente, da Fahrenheit del Radio Tre. Grice: “At Oxford, we don’t have a republic!” -- Il repubblicanesimo è una lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica intesa quale comunità di cittadini sovrani fondata sul diritto e sul bene comune. Il punto di riferimento ideale più rilevante del repubblicanesimo è il concetto ciceroniano di res publica. Repubblica per CICERONE vuol dite ciò che appartiene al popolo, res publica res populi, e aggiunge che non è popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bensì una società organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza di interessi -- De re publica. Agli albori dell'età contemporanea un altro esponente del repubblicanesimo, Rousseau, ribadisce la medesima interpretazione del concetto di repubblica. Chiamo repubblica, scrive, «ogni Stato retto dalle leggi, qualunque sia la sua forma di amministrazione, poiché solo allora l'interesse pubblico governa e la cosa pubblica è qualcosa » (Contrat Social. Per i teorici repubblicani la repubblica è l'opposto del potere senza freno e senza regola, chiunque lo eserciti, e della tirannide, ovvero il dominio di un uomo (o di una fazione o di molti) contro l'interesse comune. La repubblica si contrappone anche alla monarchia perché la libertà sotto il re è sempre dipendente dalla volontà arbitraria di un uomo. Il re, anche nelle monarchie costituzionali, assume in virtù della nascita prerogative e poteri che sono negati agli altri cittadini e dunque viola il principio dell'uguaglianza repubblicana. Il concetto di repubblica è connesso al principio che la vera libertà politica consiste nel non essere dipendenti dalla volontà arbitraria di un uomo o di alcuni uomini ed esige l'uguaglianza dei diritti civili e politici. La vera libertà, spiega Cicerone, esiste «solo in quella repubblica in cui il popolo ha il sommo potere» e comporta «una assoluta uguaglianza di diritti», in quanto «la libertà  non consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto» (De re publica). Questo concetto di libertà vale sia per l'individuo sia per lo stato. Uno stato può dirsi libero se non dipende dalla volontà di un altro stato e non deve ricevere da altri gli statuti e leggi o richiedere approvazione per i suoi atti.Come recitano le formule di Bartolo da Sassoferrato, le città che vivono in libertà si governano da sole («proprio regimine»). Esse non riconoscono alcun potere superiore («civitas quem superiorem non recognoscit»), e per questo il loro popolo è un popolo libero. Rousseau, ma altri esempi si potrebbero citare, racchiude in una formula precisa il concetto di libertà repubblicana: «un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini» (Jean-Jacques Rousseau, Lettres écrites de la montagne. Per i filosofi politici repubblicani la libertà politica ha quale condizione necessaria il governo della legge. Essi hanno sempre sottolineato che la vera legge è un comando pubblico e universale che vale ugualmente per tutti i cittadini, o per tutti i membri del gruppo rilevante. La limitazione o l'interferenza che la legge impone sulle scelte degli individui non è dunque una restrizione della libertà ma come un freno essenziale e benefico. Se il governo della legge è scrupolosamente rispettato, nessun individuo può impone la sua volontà arbitraria ad altri individui in virtù del fatto che egli può compiere con impunità azioni che ad altri sono proibite sotto pena di sanzione. Se invece sono gli uomini e non la legge a governare, alcuni individui possono imporre la loro volontà arbitraria ad altri ed impedire ad essi di perseguire i fini che essi vorrebbero perseguire, e quindi privarli della libertà (questo vale anche nel caso in cui è la maggioranza degli uomini a governare, ovvero una democrazia). Questa interpretazione della libertà politica è descritta in modo eloquente in testi classici che diventarono il nucleo centrale del repubblicanesimo moderno, in particolare un passo in cui Livio afferma che la libertà dei romani consiste in primo luogo nel fatto che le leggi sono più potenti degli uomini (Ab urbe condita) e un passo di Cicerone, citato infinite volte dagli scrittori politici repubblicani: «Legum idcirco omnes servi sumus ut Liberi esse possimus -- Pro Cluentio. Anche Machiavelli identifica la libertà politica con le restrizioni che il diritto impone ugualmente a tutti i cit-tadini. Se in una città vi è un cittadino che i magistrati temono, e che può rompere i vincoli delle leggi, egli scrive, la città non è libera -- Discorsi. Nelle Istorie fiorentine – Proemio -- osserva che si può chiamar libera solo quella città in cui le leggi e gli ordinamenti costituzionali restringono in modo efficacie i cattivi umori della nobiltà e del popolo. Per contro, tutti gli esempi di oppressione che i repubblicani classici offrono nei loro scritti sono violazioni del principio del governo della legge: il tiranno che si pone al di sopra delle leggi civili e delle leggi costituzionali e quindi comanda ad arbitrio; il cittadino potente che ha ottenuto per se un privilegio che è negato ad altri cittadini; i governanti che hanno poteri discrezionali. Le restrizioni che la legge impone sulle azioni dei governanti e dei cittadini sono dunque, per i repubblicani, l'unica valida difesa contro la coercizione imposta da individui: essere liberi vuol dire vivere sotto leggi eque. L'argomento repubblicano che il governo della legge è la condizione necessaria affinché i cittadini non siano assoggettati alla volontà arbitraria di alcuni individui o di un solo individuo, e possano pertanto vivere liberi, è il tema di fondo di uno dei più significativi dibattiti nella storia del repubblicanesimo, ovvero la risposta di James Harrington a Hobbes, che nel Leviatano aveva sostenuto che non è affatto vero che i cittadini di una repubblica come Lucca sono più liberi dei sudditi di un sovrano assoluto come il sultano di Constantinopoli perché tanto i primi quanto i secondi sono sottomessi alle leggi. Ciò che rende i cittadini di Lucca più liberi dei sudditi di Costantinopoli, spiega Harrington, è il fatto che a Lucca tanto i governanti quanto i cittadini sono sottoposti alle leggi civili e costituzionali, mentre a Constantinopoli il sultano è al di sopra delle leggi e può disporre arbitrariamente delle proprietà e della vita dei sudditi, costringendoli in tal modo a vivere in una condizione di completa dipendenza, e dunque di mancanza di libertà. I cittadini di Lucca sono liberi per le leggi di Lucca -- by the laws of Lucca --, perché essi sono controllati solo dalle leggi (James Harrington, The Commonwealth of Oceana and A System of Politics, a cura di Pocock, Cambridge, Preliminaries). Nella sua lunga storia, il repubblicanesimo si è caratterizzato non solo per gli ideali della repubblica e della libertà ma anche per l'insistenza sull'idea che l'una e l'altra hanno bisogno della virtù civile dei cittadini. Per virtù essi intendono la saggezza che fa capire ai cittadini che il loro interesse individuale è parte del bene comune, la generosità dell'animo che spinge a partecipare alla vita pubblica, la forza interiore che dà la determinazione di resistere contro i potenti e gli arroganti che vogliono opprimere. Nonostante l'autorevole opinione di Montesquieu che considerava la virtù politica una forma di rinuncia e di sacrificio, gli scrittori politici repubblicani dei secoli precedenti interpretavano la virtù come una passione che non si contrapponeva né all'interesse né alla ricchezza, ma solo all'avarizia e all'ambizione sfrenata di dominio. Il repubblicanesimo è stato il linguaggio politico dominante delle élites politiche e sociali delle repubbliche commerciali d'Europa. Anche se non mancarono, come nel caso di Girolamo Savonarola, pensatori repubblicani che teorizzarono la repubblica come una Nuova Gerusalemme abitata da uomini dediti alla virtù cristiana, il pensiero politico repubblicano, con i suoi pensatori più influenti, ha teorizzato un ideale mondano e realistico di virtù. Accanto all'ideale della virtù civile, un altro concetto fondamentale della tradizione repubblicana è il patriottismo. Per il repubblicanesimo classico l'amore della patria è una passione, e più precisamente un amore caritatevole per la repubblica (caritas reipublicae) e per i concittadini (caritas civium). Anche se rispetta i principi della giustizia e della ragione, e può quindi essere chiamato «amore razionale», l'amore della patria è un affetto particolare per una particolare repubblica e per i suoi cittadini che nasce fra i cittadini delle libere repubbliche perché essi condividono molti e importanti beni, quali le leggi, la libertà, i consigli pubblici, le pubbliche piazze, gli amici e i nemici, le memorie delle vittorie e delle sconfitte, le speranze, le paure. Essa presuppone l'eguaglianza civile e politica e si traduce in atti di servizio (officium) e di cura (cultus) per il bene comune. Infine, la caritas reipublicae è una passione che irrobustisce l'animo, dà ai cittadini la forza per compiere i loro doveri civici e ai governanti il coraggio di assolvere gli obblighi, spesso onerosi, che la difesa della libertà comune richiede. Il principio fondamentale del patriottismo repubblicano è che vera patria è solo la libera 2 repubblica in cui vivono solo cittadini liberi ed eguali. La parola patria si legge ad es. nell'Encyclopédie, non significa il luogo in cui siamo nati, come vuole la concezione volgare, bensí uno stato libero (état libre) di cui siamo membri e le cui leggi proteggono le nostre libertà e la nostra felicità (D'Alembert, Diderot, Encyclopédie, Neuchatel, Bouloiseau 1765, vol. XII, p. 178). Gli scrittori repubblicani dell'età dell'Illuminismo usavano la parola «patria» come sinonimo di «repubblica». Questa identificazione non era solo un motivo polemico; riassumeva la considerazione che sotto il giogo del despota i cittadini sono senza protezione e non possono partecipare alla vita pubblica, come se fossero stranieri, e dunque non hanno patria. Il concetto di patria è dunque strettamente connesso alla libertà e alla virtù, come scrive Jean Jacques Rousseau: «La patria non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza la virtù, ne la virtù senza i cittadini -- Economie politique, in Oeuvres Complètes. Anche MAZZINI sottolinea che la vera patria è quella che assicura a tutti i cittadini non solo i diritti civili e politici, ma anche il diritto al lavoro e all'educazione. Per Mazzini e per i repubblicani dell'Ottocento la patria è la casa comune dove viviamo con persone che capiamo e che abbiamo care perché le sentiamo simili e vicine. Ma è anche una patria accanto ad altre patrie di ugual pregio.Quando siamo nella nostra casa dobbiamo assolvere i nostri obblighi in quanto cittadini; quando siamo in casa di altri dobbiamo assolvere i doveri verso l'umanità. La difesa della libertà è l'obbligo supremo di ognuno, anche se viviamo in suolo straniero e anche se il popolo oppresso è un popolo straniero. Gli obblighi morali verso l'umanità vengono prima degli obblighi verso la patria. Prima di essere cittadini di una patria particolare, siamo esseri umani.Nonostante l'accordo sui principi della repubblica, della libertà, e del patriottismo, il repubblicanesimo non è mai diventato un corpo dottrinario sistematico e ha assunto molteplici accentuazioni legate ai diversi contesti storici e culturali nei quali si è sviluppato dall'antichità classica all'età contemporanea. Il repubblicanesimo è dunque una tradizione del pensiero politico solo nel senso che i teorici repubblicani hanno spesso elaborato le proprie analisi riprendendo concetti di scrittori politici di epoche precedenti. Ma è del pari vero che i teorici repubblicani hanno spesso rielaborato in maniera anche radicale idee di altri scrittori politici appartenenti alla medesima tradizione.Le divergenze più significative riguardano la forma di governo considerata più atta a realizzare l'ideale della repubblica. Quasi tutti i teorici repubblicani furono sostenitori del governo misto inteso quale forma di governo che contempera gli aspetti positivi delle tre forme rette: il governo di uno(monarchia), ilgoverno del pochi (aristocrazia) e il governo dei molti (governo popolare o democratico). Mentre alcuni ritenevano che nell'ambito del governo misto il popolo, il consiglio grande, dove avere un ruolo preponderante, altri erano favorevoli ad assegnare tale ruolo all'elemento aristocratico rappresentato da un senato, o da un consiglio ristretto. Un'altra differenza è quella fra i sostenitori della repubblica che garantisce i diritti politici alla maggioranza degli abitanti (repubblica democratica) e i sostenitori di una repubblica che garantisce i diritti politici solo ad una minoranza degli abitanti (repubblica aristocratica). Inoltre, alcuni teorici repubblicani, come Machiavelli, sostenevano la necessità dell'espansione territoriale sulla base del modello della repubblica romana (o del modello federativo etrusco); altri, ad es. Rousseau, erano convinti che la repubblica, per conservarsi incorrotta, doveva rimanere confinata entro un piccolo territorio. Vi furono pensatori repubblicani che propugnarono l'ideale di una repubblica unitaria, e pensatori che propugnarono l'ideale di una repubblica fondata sul decentramento amministrativo e sull'autogoverno, come Carlo Cattaneo. Infine, la storia del pensiero politico repubblicano presenta pensatori favorevoli ad usare la religione per rafforzare la lealtà dei cittadini verso la repubblica (Machiavelli) accanto ad altri che raccomandarono la creazione di una vera e propria religione civile (Rousseau) e altri ancora che si fecero banditori dell'idea religiosa come principio morale interiore (Mazzini). Anche a causa della molteplicità di concezioni politiche che si raccolgono all'interno del pensiero repubblicano, gli studiosi contemporanei hanno opinioni diverse su importanti problemi storici e teorici. Mentre John Pocock sostiene che il repubblicanesimo è una forma di aristotelismo politico 3 fondato sull'idea che la vita politica è la massima realizzazione dell'individuo, altri studiosi, in particolare Quentin Skinner, sottolineano il ruolo prevalente del pensiero politico e giuridico ROMANO. Anche l'interpretazione del concetto di libertà è materia di divergenze interpretative. Philip Pettit sostiene che la mancanza di libertà consiste solo nella dipendenza dalla volontà arbitraria di altri uomini; per Quentin Skinner la mancanza di libertà può essere causata sia dalla dipendenza che dall'interferenza. Vi sono inoltre autori che interpretano il repubblicanesimo come una dottrina democratica, lontana dal liberalismo, che insiste sulla partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche; altri avvicinano il repubblicanesimo al comunitarismo, altri ancora sottolineano piuttosto l'affinità fra repubblicanesimo e liberalismo radicale; altri infine ritengono che tanto il liberalismo quanto la democrazia siano derivazioni del repubblicanesimo. Nonostante le divergenze interpretative gli studiosi di storia del pensiero politico e di filosofia politica sono in larga maggioranza concordi nel riconoscere che il repubblicanesimo rappresenta un'autonoma e distinta tradizione di pensiero politico che ha svolto un ruolo di primo piano nella nascita e nella formazione delle moderne democrazie. BIBLIOGRAFIA. BARON, In Search of Fiorentine Civic Humanism: Essays on the Transition from Medieval io Modern Thought, Princeton, BOCK, Q. SKINNER,VIROLI, Machiavelli and Republicanism, Cambridge University Press, Cambridge POCOCK, Il momento machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone Il Mulino, Bologna; SANDEL, Democracy's Discontent: America in Search of a Public Philosophy, Harvard, PETTIT, Repubblicanesimo, a cura di M. GEUNA, Feltrinelli, Milano; Q. SKINNER, The Foundations of Modem Political Thought, Cambridge; Le origini del pensiero politico moderno, a cura di V., Il Mulino, Bologna; ID., Libertà prima del liberalismo, a cura di M. GEUNA, Einaudi, Torino, SMITH, Civic Ideals: Conflicting Visions of Citizenship in U.S. History, Yale University Press, New Haven, Conn. V., Repubblicanesimo, Laterza, RomaBari 1999. V.] Da N.Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il dizionario di Politica, UTET, Torino. Maurizio Viroli. Keywords: Cicerone, ragion di stato, repubblica, repubblicanismo, la repubblica romana, la morte, il crollo, il fine, la caduta della repubblica romana, l’assassinio di Giulio Cesare, Catone uticense, la repubblica romana, del re Romo alla repubblica romana, il ratto di Lucrezia – republicanism e principato, storia della repubblica di Genova, la repubblica romana, il gusto per l’antico; quasi-contratto, il sorriso di Macchiavelli. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Viroli: Contrattualismo e quasi-contrattualismo” – Luigi Speranza: “Il sorriso di Viroli: Grice e Machiavelli ironista” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virioli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vittielo: la ragione conversazionale e il segno infranto in Lucrezio e nel Vico topologico – la scuola di Napoli – filosofia napoleetana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: Lucrezio. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. “Come la lingua dell’eroe separa l’eroe dall’uomo, così la lingua volgare separa il filologo dal filosofo. La lingua italiana volgare, comune a ogni uomo, non riusce a descrivere la natura e le proprietà delle cose. Sorge la scissione tra un filosofo – come Paul Grice -- che si dettero ad investigare sulla natura delle cose, e un filologo – come H. P. Grice -- che, invece investiga sulle origini delle parole. Così la filosofia e la filologia che sono nate tutte e due dalla lingua dell’eroe, vennero ad essere divise dalla lingua volgare o commone. Essential Italian philosopher. Insegna a Salerno. Studia VICO, l'idealismo, Nietzsche e Heidegger in rapporto con la filosofia romana, elabora una teoria ermeneutica. La sua topo-logia si fonda su una re-interpretazione del concetto di spazio come orizzonte trascendentale dell'operare umano. Gli sviluppi della sua topologia riguardano in particolare la genealogia della communicazione. Affronta più volte la fede da un punto di vista laico. Fonda Paradosso. Collabora a Filosofia di Laterza e a numerose altre riviste filosofiche, tra cui “aut aut.” Dirige Il pensiero. Collabora all'annuario Filosofia e all'annuario sulla Religione. Pubblica in Teoria ed altre ancora. Svolge un’intensa attività pubblicistica su quotidiani e periodici. Tenne cicli di conferenze e seminari. Saggi: Filosofia della pratica e dottrina politica liberale in CROCE, Napoli; Etica e liberalismo in CROCE, Napoli; Il carattere DISCORSIVO del conoscere, Napoli; ANTONI, interprete di CROCE, Napoli; Storia e storiografia nella filosofia di CROCE, Scientifica, Napoli; Sentimento e relazione nell’ESPERIENZA, Napoli; Il nulla e la fondazione dello storico, Argalia, Urbino; Dialettica ed ermeneutica, Guida, Napoli; Utopia del nichilismo, Guida, Napoli; Studi heideggeriani, Roma; Ethos ed eros, ESI, Napoli; Logica e storia in Hegel, Napoli; Il problema del cominciamento, Guida, Napoli; Hegel e la comprensione;Topologia, Marietti, Genova; La voce riflessa, Logica ed etica della contraddizione, Lanfranchi, Milano; Elogio dello spazio: ermeneutica e topologia, Bompiani, Milano; Cristianesimo senza redenzione, Laterza, Roma; Non dividere il sì dal no: tra filosofia e letteratura (Laterza, Roma); Filosofia teoretica: le domande fondamentali: percorsi e interpretazioni (Milano); La favola di Cadmo (Laterza, Roma); “VICO (si veda) e la topologia” (Cronopio, Napoli); “La vita e il suo oltre: sulla morte” (Roma); “Il Dio possibile, esperienze di cristianesimo” (Città Nuova, Roma); “Hegel in Italia, Milano); “Dire Dio in segreto” (Roma); “Cristianesimo e nichilismo: Dostoevskij-Heidegger” (Morcelliana, Brescia); “Estetica e ascesi” (Modena); E pose la tenda in mezzo a noi,” Albo Versorio, Il Decalogo. Ricordati di Santificare le feste; I tempi della poesia. Ieri/oggi” (Mimesis, Milano); “Dipingere Dio” (Albo Versorio); “VICO: storia, LINGUAGGIO, natura, Storia e Letteratura, Roma); “Ri-pensare il cristianesimo” (De Europa, Ananke); “Oblio e memoria del sacro” (Moretti, Bergamo); “Grammatiche del pensiero: dalla kenosi dell'io alla logica della seconda persona, ETS, Celan; Heidegger” (Mimesis); “I comandamenti. Non dire falsa testimonianza” (Il Mulino); “L'ethos della topologia. Un itinerario di pensiero” (Lettere, Firenze); “Paolo e l'Europa: cristianesimo e filosofia” (Città Nuova, Roma); “L'immagine infranta: linguaggio e mondo in VICO” (Bompiani, Milano); “VICO: tra storia e natura,” aut aut; “Complessità e aporie del moderno”, in Filosofia politica; “Dall'ermeneutica alla topologia”,“aut aut”; “Goethe, interprete della modernità” aut aut; “Per amicizia: Epochè e metafora”; “aut aut”, “Sentire le Radici, la Terra stessa”, i“aut aut”; “Zanzotto, ovvero: la poesia come genealogia della parola”, in “aut aut”; “Redaelli, Il nodo dei nodi; L'esercizio del pensiero in VATTIMO”, V. (Sini, ETS, Pisa); “Luoghi del pensare” (Mimesis, Milano); Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche di RAI Educational; "Filosofia". Appare la "seconda" Scienza Nuova. Non è propriamente una seconda edizione dei Principj di una Scienza Nuova intorno alla Natura delle Nazioni, apparsi cinque anni innanzi. La revisione, a cui Vico ha sottoposto il testo, è tale da farne un'altra opera: basterebbe ricordare l'inserimento della "discoverta del vero Omero", argomento affatto nuovo e fondamentale che occupa un intero libro, il terzo; invero è mutata la struttura stessa del lavoro, come anche una rapida scorsa degli indici delle due edizioni mostra. Se, ciononostante, Vico ha mantenuto anche nella successiva edizione il medesimo titolo, salvo piccole varianti,2 è perché l'ampliamento e la diversa distribuzione della materia, nonché la correzione dell'"errore" d'aver egli separato, nella prima redazione, i principi delle idee da quelli delle lingue, che sono "per natura tra loro uniti", non solo non hanno mutato l'orientamento di fondo dell'opera, l'hanno bensì approfondito e sviluppato, specialmente riguardo al tema del linguaggio. Tra le novità della seconda scienza spicca l'immagine posta sul frontespizio dell'opera: una "dipintura allegorica" commissionata dal filosofo a Vaccaro, noto pittore napoletano, che l'aveva eseguita secondo precise indicazioni e sotto il controllo del committente. Che l'uso di accompagnare un testo filosofico o letterario con un'immagine fosse frequente al tempo di Vico è cosa nota: si citano come esempi illustri l'Organon di Francesco Bacone, il Leviathan di Hobbes, i Second Characters di Shaftesbury e da ultimo la Istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degli antichi di Francesco Bianchini. Che il filosofo napoletano ne sia stato influenzato, ben si ricava da quanto egli stesso dice nel primo capoverso dell'Introduzione, dove spiega che l'immagine sul frontespizio dell'opera serve a"ridurla più facilmente a memoria dopo di averla letta".Ma che la funzione mnemonica di questa Tavola delle cose civili sia affatto secondaria, è del tutto chiaro, premurandosi Vico di dire per prima cosa che la dipintura serve al Leggitore per concepir l'idea di quest'opera avanti di leggerla – scienza. Prima di chiarire questo punto che è essenziale comprendere l'esigenza filosofica cui risponde la "dipintura", è opportuno darle uno sguardo veloce. In alto, a sinistra dell'osservatore, è dipinto un sole, al cui interno è un triangolo con dentro un occhio, dal quale parte un raggio di luce che giunge al petto della fanciulla dalle tempie alate, allegoria della Metafisica, che ha lo sguardo fisso al sole. Dal petto della fanciulla, i cui piedi poggiano sul globo terrestre, il raggio si riflette sulla statua collocata in basso a sinistra. Ai piedi della statua, che raffigura Omero, vari arnesi: та оно, un timone, un aratro, una borsa; poi una tavola con su scritte alcune lettere alfabetiche, quindi un fascio di verghe. Al lato opposto della statua un altare, su cui scorgiamo un lituo, una fiaccola, un orciuolo contenente acqua, quindi il fuoco accanto al globo su cui poggia la fanciulla alata. La fascia che cinge il globo è quella dello zodiaco, con i segni delle costellazioni della Vergine e del Leone in evidenza. In basso, a destra, un'urna cineraria, ai margini di una gran selva. Vico concepì il dipinto come "Idea dell'opera" - così nell'Introduzione dedicata alla "spiegazione della dipintura proposta al frontespizio" - e cioè come figura o immagine della scienza, ovvero della storia: della storia ideale eterna e delle storie che "corron' in tempo". L'ampiezza e la meticolosità della spiegazione attestano l'importanza ch'egli attribuiva alla "traduzione" dei suoi argomenti in "immagine". L'immagine doveva, infatti, integrare la voce, facendo cogliere uno actu - e non in successione - i due aspetti che caratterizzano la storia: la cornice stabile e permanente dell'eterna provvedenza, esemplata nel raggio di luce che parte dall'occhio divino e, toccando la metafisica, illumina e regge il mondo degli uomini, e l'operare umano nel tempo, volto, anche inconsciamente, a Dio, testimoniato dallo sguardo della fanciulla alata, eternamente fisso sul triangolo solare. E, pertanto, come l'immagine serviva ad integrare la voce, così questa doveva a sua volta completare l'immagine, dacché soltanto la voce dà in successione quello che in successione accade entro l'ordine necessario della storia ideale eterna: il "correre in tempo" delle storie di tutte le nazioni "ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini Scienza. Vico non intese questa congiunzione di voce e immagine - phonè kai schêma, per dirla con le parole del Cratilo di Platone, di cui il filosofo napoletano resta insuperato interprete - come una novità da lui introdotta in filosofia. Al contrario la presenta come un'operazione di restauro. Per comprenderne le ragioni, dobbiamo fare alcuni passi indietro nel tempo e leggere quella nota che lui aggiunse al Il libro del diritto universale, il De constantia jurisprudentis. Come prima la lingua eroica aveva diviso gli eroi dagli uomini, così dopo la lingua volgare divise i filologi dai filosofi. Il motivo di questa seconda osservazione è che, poiché la lingua volgare, in quanto comune, non riusciva a descrivere la natura e le proprietà delle cose, sorse la scissione tra i filosofi che si dettero a investigare sulla natura delle cose, e i filologi che invece investigavano sulle origini delle parole; e così la filosofia e la filologia, che erano nate tutte e due dalla lingua eroica, vennero ad essere divise dalla lingua volgare.? La lingua volgare, così detta perché lingua della comunicazione - in seguito Vico la chiamerà "pistolare" (SN, Degnità) -, rende solo i caratteri "comuni", "generici", delle cose, non la loro "natura", ciò che ad esse è proprio, la loro concreta, reale, determinatezza. Questo ha portato alla divisione della filologia, che s'interroga sull'origine delle parole - quindi su come siano sorte le parole generiche, vuote di determinatezza, della lingua "comune" -, dalla filosofia che, invece, investiga direttamente la natura delle cose. Ma in che modo? Non è anche la filosofia legata al linguaggio? GRICE STONE-AGE PHYSICS – linguistic categories as ontological categories --. Vico s'avvide del cul-de-sac in cui s'era cacciato. Ne uscì, con due mosse geniali. La prima fu l'abbandono del latino delle scuole, lingua di pura comunicazione di concetti, priva di vero rapporto con la vita quotidiana del popolo, fatta di eventi reali e cose concrete; scelse di scrivere in volgare - ma bisogna aver confidenza con la lingua di Vico, con il barocco napoletano della scienza, per capire la portata di questo mutamento.La seconda mossa strategica fu "l'idea dell'opera": la "dipintura allegorica", con cui egli volle ricongiungere voce e immagine, o, per dirla con Nietzsche, il mondo dell'ascolto, della parola (Hörwelt), e quello della visione, dell'immagine (Schauwelt). Vico opera, consapevolemente, in controtendenza rispetto all'intera tradizione occidentale e in particolare al suo tempo, che spingeva la lingua all'astrazione, secondo il modello"matematico". Vico - ho detto; ma debbo subito precisare: il filologo più che non il filosofo. Ché come filosofo non fu meno attratto dal mos geometricum di quanto lo furono Cartesio e Spinoza, se volle estendere alla storia quella mathesis universalis già da Grozio applicata al diritto. Come filologo, invece, seppe risalire alle origini lontane, remote del linguaggio, alle fonti antiche della poesia greca, con la "discoverta" del vero Omero o dei molti Omeri, e della latina, leggendo insieme con VIRGILIO (vedasi) e LUCREZIO (vedasi), e ORAZIO (vedasi), STAZIO (vedasi), Plauto, gli storici e gl’eruditi, interpretando anche l'antico diritto romano qual serioso poema e l'antica giurisprudenza come severa poesia. Né si ferma qui, ma piegandosi sulla lingua dei contadini, sulle loro metafore e i loro gesti, vide con l'occhio di una fervida immaginazione i primi abitanti della terra, i forti ed empiamente pii Polifemi, atterriti dalla luce del lampo che squarcia le notti e dal cupo rimbombo del tuono che fa tremare la Terra, emettere i primi suoni inarticolati di una lingua naturale, inintenzionale, prima fonte della lingua ARTIFIZIALE – Grice: non-natural --articolata dell'uomo. Scorse, talora come da dietro un vetro opaco, la nascita dell'uomo dall'animale, della mente dal corpo, della storia dall'ingens sylva, e ne descrisse lo sviluppo, non senza "salti" e "confusioni" di tempi e forme linguistiche. Philologia contra philosophia? In certo senso sì, se la filologia lo convinse non solo a trattare dei miti, ma in qualche modo a "mimarne" il gesto narrativo.10 Tentò una nuova lingua, logica e mitica ad un tempo, capace di tenere insieme narrazione e logica, la contingenza della storia e la necessità della mathesis. Anticipava con le sue folgoranti intuizioni, l'idea della Mythologie der Vernunft,11 che nacque all'incirca mezzo secolo dopo in terra germanica, ma che presto fu abbandonata, e proprio dal suo massimo rappresentante, Hegel, che, anni dopo, avrebbe esaltato il linguaggio alfabetico sulla lingua geroglifica, per essere quello costituito di nomi, che sono bildlose Vorstellungen, rappresentazioni senza immagini. Ed è nei nomi che noi pensiamo, La dipintura serve a Vico per ricostruire nella composizione di parola e immagine quella unità di voce e gesto che l'uomo storico ha già perduto molto prima che sorgesse la lingua della comunicazione - la lingua pistolare della ragione riflessa -, già con la lingua eroica. Ma era, Vico, in ritardo sul suo tempo. La frattura parola/immagine era solo l'aspetto "in superficie" di una più profonda scissione.Vincenzo Vitielo. Vitielo. Keywords: la lingua dell’eroe, la lingua degl’eroi, Lazio, lazini, italiano, volgare, Lucrezio, confronto vichiano, vicho contro vico, la lingua eroica di Vico, Vico, semiotica, Croce, Vico topologico, linguaggio in Vico.  Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi Speranza, “Grice e Vittielo” – “Topologia semiotica di Vico” – “Il Vico di Vitielo” – Vico e il segno infranto”, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vitielo.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viveros: le implicature del deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Keywords: deutero-esperanto. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Tentativi sono quelli di V., che presenta la lingua scinter, acronimo per lingua SC-entifico-INTER-nazionale – cf. Grice on the formalists and the unity of science --, basata sia sul latino che sul greco, e la cui tendenza è ancora una volta quella di creare una lingua logica in cui vi sia un rapporto MONOSEMO -- UNIVOCO – H. P. Grice: equivocality thesis -- e giustificato tra significato e significante. In questo senso egli si discosta dal lavoro dei suoi colleghi e si avvicina più alle idee dei filosofi, andando alla ricerca di una lingua ideale a priori, che egli definisce lingua exacto mundiale. Proposta al Principe di Napoli di compilare un dizionario scientifico internazionale. Proposta a MUSSOLINI di compilare un dizionario scientifico internazionale. L’essatismo – Grice, ‘Avoid ambiguity’ – Avoid polysemy -- di Burzio. Lingua scientifico internazionale. Lingua scinter. Grice:   It is a commonplace of philosophical logic that there are, or appear to be, divergences in meaning between, on the one hand, at least some of what I shall call the formal devices-~, A, V, J, (Vx), (Bx), (ux) (when these are given a standard two-valued interpretation)-and, on the other, what are taken to be their analogues or counterparts in natural language-such expressions as not, and, or, if, all, some (or at least one), the. Some logicians may at some time have wanted to claim that there are in fact no such divergences; but such claims, if made at all, have been somewhat rashly made, and those suspected of making them have been subjected to some pretty rough handling.  Those who concede that such divergences exist adhere, in the main, to one or the other of two rival groups, which I shall call the formalist and the informalist groups. An outline of a not uncharacteristic formalist position may be given as follows: Insofar as logicians are concerned with the formulation of very general patterns of valid inference, the formal devices possess a decisive advantage over their natural counterparts. For it will be possible to construct in terms of the formal devices a system of very general formulas, a considerable number of which can be regarded as, or are closely related to, patterns of inferences the expression of which involves some or all of the devices: Such a system may consist of a certain set of simple formulas that must be acceptable if the devices have the meaning that has been assigned to them, and an indefinite number of further formulas, many of which are less obviously acceptable and each of which can be shown to be acceptable if the members of the original set are accept-able. We have, thus, a way of handling dubiously acceptable patterns of inference, and if, as is sometimes possible, we can apply a decisionprocedure, we have an even better way. Furthermore, from a philosophical point of view, the possession by the natural counterparts of those clements in their meaning, which they do not share with the corresponding formal devices, is to be regarded as an imperfection of natural languages; the elements in question are undesirable excres-cences. For the presence of these elements has the result both that the concepts within which they appear cannot be precisely or clearly de-fined, and that at least some statements involving them cannot, in some circumstances, be assigned a definite truth value; and the indef-initeness of these concepts not only is objectionable in itself but also leaves open the way to metaphysics-we cannot be certain that none of these natural language expressions is metaphysically "loaded." For these reasons, the expressions, as used in natural speech, cannot be regarded as finally acceptable, and may turn out to be, finally, not fully intelligible. The proper course is to conceive and begin to construct an ideal language, incorporating the formal devices, the sentences of which will be clear, determinate in truth value, and certifiably free from metaphysical implications; the foundations of science will now be philosophically secure, since the statements of the scientist will be expressible (though not necessarily actually expressed) within this ideal language. (I do not wish to suggest that all formalists would accept the whole of this outline, but I think that all would accept at least some part of it.)  To this, an informalist might reply in the following vein. The philosophical demand for an ideal language rests on certain assumptions that should not be conceded; these are, that the primary yardstick by which to judge the adequacy of a language is its ability to serve the needs of science, that an expression cannot be guaranteed as fully intelligible unless an explication or analysis of its meaning has been provided, and that every explication or analysis must take the form of a precise definition that is the expression or assertion of a logical equivalence. Language serves many important purposes besides those of scientific inquiry; we can know perfectly well what an expression means (and so a fortiori that it is intelligible) without knowing its analysis, and the provision of an analysis may (and usually does) consist in the specification, as generalized as possible, of the conditions that count for or against the applicability of the expression being ana-lyzed. Moreover, while it is no doubt true that the formal devices are especially amenable to systematic treatment by the logician, it remains the case that there are very many inferences and arguments, expressed in natural language and not in terms of these devices, whichare nevertheless recognizably valid. So there must be a place for an unsimplified, and so more or less unsystematic, logic of the natural counterparts of these devices; this logic may be aided and guided by the simplified logic of the formal devices but cannot be supplanted by it. Indeed, not only do the two logics differ, but sometimes they come into conflict; rules that hold for a formal device may not hold for its natural counterpart.  On the general question of the place in philosophy of the reformation of natural language, I shall, in this essay, have nothing to say. I shall confine myself to the dispute in its relation to the alleged divergences. I have, moreover, no intention of entering the fray on behalf of either contestant. I wish, rather, to maintain that the common assumption of the contestants that the divergences do in fact exist is (broadly speaking) a common mistake, and that the mistake arises from inadequate attention to the nature and importance of the conditions governing conversation. I shall, thereforc, inquire into the gen-cral conditions that, in one way or another, apply to conversation as such, irrespective of its subject matter. I begin with a characterization of the notion of "implicature." Gaetano Viveros. Keywords: Implicature di Deutero-Esperanto, essatismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Viveros,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Viveros.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpe: la ragione conversazionale e la logica come scienza storica – la scuola d’Imola – la scuola di Bologna – filosofia bologense – filosofia romagnuola – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Imola). Keywords: storia della filosofia italiana. Filosofo bolognese. Filosofo romagnuolo. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Imola, Bologna, Emilia-Romagna. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia a Bologna laureandosi in filosofia sotto il filosofo ebreo-italiano MONDOLFO (vedasi). Insegna al Galvani di Bologna, l’Alighieri di Ravenna, e a Messina. Legato alla tradizione di GENTILE (si veda), si dedica a questioni strettamente teoretiche e storico-filosofiche, attestandosi infine su posizioni fortemente anti-idealistiche. Approda così attraverso la ri-valutazione dell’ESPERIENZA dell’empirismo e dell’UMANO dell’umanesimo, mantenendo un'impostazione fondamentalmente dialettico-materialistica in costante confronto critico e polemico soprattutto con la dialettica hegeliana e l'idealismo post-hegeliano, ma anche con le correnti positivistiche semiotica, e con l'esistenzialismo. Questa svolta, testimoniata dal Discorso sull'ineguaglianza, conduce a V.  a un sempre maggiore interesse per i problemi della filosofia politica e dell'etica, considerati comunque in stretto rapporto con le questioni semiotiche. Non abbandona comunque i propri interessi storico-filosofici. Tra i saggi quello che, oltre ad aver avuto più ampia diffusione, rappresenta il più perspicuo esempio della sua capacità di di muoversi con piena consapevolezza critica tra i piani teoretico, storico e politico, è senz'altro il saggio su Rousseau e Marx, sul concetto di libertà -- Grice, “Freedom” -- è perfettamente integrabile con la dottrina di Rousseau, il quale quindi non sarebbe da considerarsi né tra i teorici della rivoluzione borghese né tra i nostalgici di una società parcellizzata in piccolissime unità cittadine, ma tra i più attuali preconizzatori di una società egualitaria. Un altro dei punti nodali della sua filosofia è il tentativo di elaborare una teoria estetica rigorosamente materialista. Sottolinea il ruolo delle caratteristiche strutturali e del processo sociale di produzione dell’espressione nella formazione del giudizio estetico, in forte polemica con la dottrina dell'intuizione di CROCE -- da lui considerata in continuità con la tradizione romantica e misticheggiante, elabora il concetto di gusto come principale fonte del giudizio estetico. Presenta nella filosofia una posizione contro-corrente. Altri saggi: L'idealismo dell'atto e il problema delle categorie – GRANDY e WARNER PHILOSOPHICAL GROUNDS OF RATIONALITY: INTENTIONS, CATEGORIES, ENDS – P. G. R. I. C. E. -- , Bologna, Zanichelli, Le origini e la formazione della dialettica hegeliana; Hegel, romantico e mistico, Firenze, Monnier; Il misticismo speculativo di Eckhart, Bologna, Cappelli, La filosofia dell'ESPERIENZA, Firenze, Sansoni, Espressione, Bologna, Meridiani, Il principio di contraddizione e la sostanza prima nel LYCAEUM Liceo Lizio: contributo a una critica dei pensieri logici, Bologna, Azzoguidi; Crisi dell'estetica romantica, Messina, Anna; Critica dei principi logici, Messina, D'Anna; Discorso sull'ineguaglianza, con saggi sull'etica dell'esistenzialismo, Roma, Ciuni; Emancipazione e tras-mutazione dei valori, Messina, Ferrara; Libertà: saggio di una critica della ragion pura pratica, Messina, Ferrara; Studi sulla dialettica mistificata; “Lo STATO RAPPRESENTATIVO, Bologna, UPEB; Umanesimo; Studi e documenti sulla dialettica materialistica, Bologna, Zuffi; Logica come scienza positiva, Messina, D'Anna; Eckhart o della filosofia mistica, Roma, Storia e letteratura; La poetica del LYCAEUM Liceo Lizio nei commenti essenziali degl’umanisti, Bari, Laterza; Il verosimile filmico e altri scritti di estetica, Roma, Film; La nuova sinistra, Rousseau e Marx e altri saggi di critica materialistica, Roma, Riuniti; Critica del gusto, Milano, Feltrinelli; Chiave della dialettica storica, Roma, Samonà; Umanesimo ed emancipazione, Milano, Sugar; Critica dell'ideologia: saggi di teoria dialettica, Roma, Riuniti; Schizzo di una storia del gusto, Roma, Riuniti; Opere; Ambrogio, Roma, Riuniti; Violi, La Libra, Messina; Dizionario biografico degl’italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P Svill, PP° dell ° he g elis "'° SUl !° He sei, dopo aver affermato che il gran mento dello H. sta nella scoperta della dialettica come relazione sintesi di opposti e aver soggiunto che oltre la sintesi degli opposti c è la sintesi dei distinti, conclude che il torto dello H è di aver confuso quella dialettica con questa. Oltre gli opposti, essere e nulla, spiiito e natura, vero e falso, ecc., i quali non sono reali che nella sintesi di cui costituiscono i momenti astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i distinti: bello, vero, utile, buono, i quali non si trovano fra loro nella stessa relazione degli opposti, reali solo nella sintesi- ma sono, invece, egualmente, tutti reali e concreti, così da poter sussistere I nno accanto all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi orme dello spinto è, pel C., questo: esso procede per diadi (invece che per triadi), nelle quali il primo termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV, end ° anch ’ esso una sua sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così, l’arte, si è visto, è alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto, è anche arte, cioè ha etica^ ° rC espress . lv °: la volizione economica è amorale, ma quella senni n* V, ’T economica > la volizione morale essendo anche sempre utile Lo spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un grado all altro: passa dal grado intuitivo al logico, all’econo¬ mico, all etico, e dall’ultimo trapassa ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1 contenuto pratico alla nuova intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu, “ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel grado intuitivo, ad es., è già implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno all’altro. E il passaggio consisterebbe, infine, nel divenire esplicito ciò che era Lplidtò IL NEO HEGELISMO ITALIANO Ili Ora è necessario osservare subito, che in questa teoria del Croce vengono così in contatto due dialettiche contrarie: quella degli opposti e quella dei distinti. Sono, dunque, due differenti specie di rapporti che concorrono al ritmo dialettico, crociano, dei gradi: il mutuo rapporto dei gradi in quanto tali, cioè distinti, concreti, e quello degli stessi in quanto astratti momenti di ognuno dei gradi concreti. Il grado intuitivo, ad es., ha due significati ben diversi, quello di momento della sintesi a priori logica (sintesi, si è visto, d’intuizione e concetto), e quello di sintesi a priori estetica, grado concreto e indipendente, come tale, dal grado logico, che, a sua volta, come tale, è in egual relazione verso di quello. Ove è palese, che, nel primo caso su accennato, si ha una relazione di opposti, e nel secondo una relazione di distinti. È in questo punto dell’incontro delle due dialettiche, che si sono soffermati più a lungo i critici del Croce. È stato osservato, ad esempio, che le due dialettiche si annullano l’un l’altra (1); che il concetto dell’implicito-esplicito, che deve spiegare il passaggio da un distinto all’altro, è un semplice mito, non differente, essenzialmente, da quello del passaggio dall’inconscio al conscio; che il concetto stesso di circolo è mitologico, e così via. Il carattere espositivo di questo scritto c’impedisce di entrare nella questione: si è ricordato ciò per informazione del lettore. Fin’ora si è discorso dell’estetica, della logica, della filosofia della pratica: veniamo ora alla Teoria della storiografìa che conclude il sistema della filosofia dello spirito quasi con una brusca correzione. In quest’ultima opera il C. vuole integrare la sua unificazione precedente della filo¬ sofia e della storia nel giudizio percettivo, col concetto della con¬ temporaneità della storia. La storia, antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè sempre relativa al soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa; badando però a intendere questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè, che condizioni essa e superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa così la storia, come procedente dall’universalità del soggetto, come attualità piena dello spirito, essa appaga allora l’esi¬ genza filosofica di possedere la realtà nella sua pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un distinto momento dello spirito, viene sminuita di valore. In relazione, infatti, al nuovo concetto di storia, la filosofia, nel senso più adeguato e profondo, viene ad Ruggiero, La Filosofia,  N. Spirito, Il nuovo idealismo italiano. V. essere il momento trascendentale della conoscenza storica, alla quale appresta le categorie necessarie a pensare la totalità del reale. « La filosofia non può essere altro che il momento metodologico della storiografia, dilucidazione delle categorie costitutive dei giudizi storici...». Dilucidazione che «si muove nelle distinzioni dell’Estetica e della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e tutte le congiunge nella filosofia dello spirito ». Il pensiero del C. conclude, dunque, ad una sopravvalutazione della storia, o filosofia in largo senso, di fronte alla logica, o filo¬ sofia stricto sensu: conclude, infine, parrebbe a due concetti di filosofia: la logica, o filosofia stretta, che come tale resta al di qua dell 'atto storiografico, o filosofico in senso profondo. Ecco quel ch’è sfato chiamato, anche recentemente, l’umanismo del Croce. Umanismo, si è detto, perchè tutta la storia della storiografia assume il valore di una storia della filosofia incentrata nel concetto dell’uomo, del mondo ch’è il suo mondo (Vico), e dei suoi bisogni spirituali (1). È stato ancora osservato, che quel ch’è la funzione della filosofia rispetto al problema della scienza nei filosofi del neo-criticismo positivista, si ritrova nel Croce, come coscienza critica immanente all’atto storiografico, di cui essa è il momento puramente trascendentale. IL La formazione mentale di Gentile ha origini diverse da quella crociana. A Spaventa, e, attraverso questi, a Hegel, Fichte, Kant, Cartesio, e ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si riallaccia, fin dagli inizi, la meditazione del fondatore dell’idealismo dell’atto. È, poi, partendo in particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei propone, indipendentemente da Croce, e sulle orme di Spaventa, della dialettica hegeliana, che il pensiero del G. dà i primi frutti originali. Lo Spaventa, studiando le tre prime categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere, divenire, aveva osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg, Vera etc.), che questa posizione imbrogliata dell’essere e del non-essere (lo stesso e non-lo stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se si toglie di mezzo il pensare non se ne capisce niente». E Gentile, negli studi intitolati, appunto, La Riforma della dialettica hegeliana, affermò, che « Se l’essere non è più un’idea in sè, ma una cateti) Carlini. IL NEO HEGELISMO ITALIANO] goria, e categoria è atto mentale, come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti che come unità di essere e non-essere, cioè divenire? L’atto si fa, fit, diviene. È in quanto diviene... Quando è semplicemente, non è». E potè concludere, altrove. L’essere che Hegel dovrebbe mostrare identico al non-essere nel divenire che solo è reale, non è l’essere che egli definisce come l’assoluto indeterminato (l’assoluto indeterminato non può essere che l’assoluto indeterminato I); ma l’essere del pensiero che definisce, e, in generale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo (perchè, se fosse, il pensiero non sarebbe quello che è, ossia un atto), e perciò ponendosi, divenendo». In conclusione, l’essere, il non-essere, il divenire, non sono più, per Gentile, posizioni logiche, obbiettive del reale, come sono per Hegel, ma momenti della coscienza in atto, del pensiero pensante, in cui il divenire, come sintesi degli altri due termini, esprime nient’altro che il processo del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti, rigidi, in cui l’analisi lo rompe: e cosi, com’è stato già osservato, tutta la sovrastruttura della logica hegeliana crolla. Crolla, perchè vien mostrato che la deduzione hegeliana delle categorie, che voleva essere sistematica, contro quella empirica di Kant, e conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non riesce a questa conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti invece di realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri pensati usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il pensato, come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità, la vita: anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e ferme: platonismo, in fondo. L’unità, dice Gentile, non può esser data che dal pensiero in atto, dall’atto in atto. La vera idea è atto, l’unica categoria è l’atto spirituale; onde tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino come meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però per il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto categorie del pensare che si guarda come pensato, la storia; e sono una sola infinita categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». Ma allora la deduzione hegeliana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una deduzione empi¬ rica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la sua non può essere la deduzione delle categorie, ma un caso fra infiniti casi possibili di deduzione, o meglio un frammento o un moti ) Ruggiero V. mento della eterna deduzione, in cui consiste la storia non pure del pensiero, come s’intende comunemente, ma del mondo. Non pure del pensiero, ma del mondo, perchè l’atto, a cui si riduce l’Idea pel ò., è  occorre dirlo? actus purus, nel senso più moderno e integrale, come atto che è tutta forma perchè è tutta materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è quel processo autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua concreta individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi dell’Io puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie in rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia la compie — come è stato acutamente osservato in rapporto alla fenomenologia. Come il pensiero puro non ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere, del conosciuto, secondo gli schemi della logica formale, per giungere alla piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come pensiero consapevole e attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i gradi psicologici della conoscenza, la sensazione, la percezione, la rappresenta¬ zione, etc., perchè non può mutuare da altri che da sè, non soltanto la sua forma, ma anche il suo contenuto. La dottrina psicologica tradizionale che concepisce il processo psichico effettuantesi per gradi monadisticamente distinti, è possibile soltanto per una con¬ cezione analitica dello spirito; onde questo può essere di volta in volta, sensazione, percezione, concetto etc., solo in quanto venga consi¬ derato, naturalisticamente, come un aggregato di momenti giustapposti, gli uni fuori degli altri. Ma se si concepisce io spirito come vivente unità originaria, come pensiero pensante, pensare e non pensato, ogni molteplicità scompare e tutti i gradi psichici si risolvono n eli’unico atto dello spirito. Nella sensazione è già lo spirito nella sua intierezza, e la sensazione è perciò necessariamente anche percezione, giudizio, concetto, conoscenza, volontà, come tutti questi gradi non sono che sensazione: quel sensus sui ch’è, infatti, lo spirito. Tuttavia non si creda che manchi nel O. il concetto di un processo fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia che, identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello spirito. Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più come gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni concrete, storiche, vieppiù ricche col progredire del processo. Cioè, ogni Ruggiero. HEGELISMO ITALIANO atto dello spirito non è che la coscienza più profonda di un atto anteriore, che è il contenuto del primo, il quale naturai mente è la forma di quello. La sensazione-contenuto è dentro la sensazione- forma, risolta e assorbita nell’attualità di questa ». Ogni atto di coscienza può dirsi percezione rispetto a una sensazione precedente, la quale, in quanto atto spirituale, fu anch’essa percezione. Cosicché si passa da percezione a percezione, o, è Io stesso, da sensazione a sensazione. E in sostanza la sensazione è una sola: l’atto spirituale nel suo interno mediarsi, e che, mediandosi m eterno, si svolge attraverso infiniti momenti, infinite sensazioni. Venendo alla dottrina propriamente pedagogica del Sommano, ne accenneremo il concetto fondamentale: che educatore e educando sono due momenti di un’unica realtà, l’Universale, io Spirito, onde hanno in esso la loro profonda unità: scompare così ogni hiatus fra l’uno e l’altro; e il processo educativo non è che processo di reciproca autoeducazione: ognuno vede nell’altro sè stesso, lo Spi¬ rito, e attraverso l’altro forma un migliore, un più alto sè stesso. Processo di universalizzazione, dunque, processo eminentemen e etico. 11 miracolo dell'educazione è spiegato; e la prassi educativa ha nel concetto d e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida più certa. È stato riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario segna una tappa ideale confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo spiritualistico del Sommario venne assumendo - è stato osservato - negli scritti successivi, L'esperienza pura e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto puro un carattere più univeversale in quanto dal problema del a formazione dell’uomo si passò a quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri problemi concernenti la realta e le sue ca¬ tegorie. Il principio dell’idea come atto acquistò sempre piu carat¬ tere metafisico. Già nel primo dei due scritti suaccennati 1 atto viene concepito come pura esperienza che lo spirito fa di sè, eliminando in tal modo qualunque presupposto dello spirito, sia oggettivo che soggettivo, e generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza nelle sue infinite concrete distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in un'esperienza storica, non nei senso della storia presupposta all atto e quindi empiricamente concepita, ma della storia che si attua quale vita eterna dello spirito. Nell’atto veniva così risolta l’antitesi di a priori Carlini.V. e di a posteriori, e si concludeva a un formalismo assoluto, o, che è lo stesso, a un empirismo assoluto. Ma questo esplicito significato metafisico appare in tutto il suo sviluppo nella Teoria, uno dei capolavori del G. Qui, attraverso i problemi della storia della filosofia, attraverso soprattutto il problema kantiano e hegeliano, è dimostrato da Gentile come lo spirito generi da sè stesso la natura: il mondo del molteplice e crei nella sua dialettica unificatrice — moltiplicatrice  spazio e tempo. Lo spirito viene concepito come conceptussui, concetto che pone sè stesso, autoctisi. Ma questo porsi è, naturalmente, non immediato, ma me¬ diato. Lo spirito si pone attraverso la natura, l’oggetto; il soggetto si pone mediandosi come oggetto. Quell’unità ch’è lo spirito si pone, perciò, come molteplicità, attraverso la molteplicità, appunto perchè non è unità immediata, statica, ma mediata in sè stessa, dialettica, unità, insomma, dinamica e concreta, vivente. In altri termini, lo spirito si afferma negando, non si svolge se non negando perennemente il suo opposto, la natura, che è per ciò suo essenziale momento dialettico, e però spirito anch’essa, e non un’entità a sè, concepibile come astratta dallo spirito. La natura, insomma, come non-essere di quell’essere ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il dolore sono egualmente il non-essere di quel¬ l’essere; eterno momento del processo della verità, del bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si concepiscono immutabili, ab aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma se la verità e il bene, come pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono perennemente superare sè stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da superare. E però, errore e verità, male e bene non sono realtà di¬ stinte, indipendenti, ma i momenti di una sintesi, che è « errore nella verità, come suo contenuto che si risolve nella forma», è «male onde il bene si nutre, nel suo assoluto formalismo». Finiremo con un cenno, purtroppo frettoloso e assai inadeguato, dell ultima grande opera di Gentile, forse il suo maggior capolavoro, certo, a tutt oggi, il suo testamento filosofico, per la compiutezza della sistemazione: il Sistema di logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti fondamentali della speculazione gentiliana, na¬ turalmente implicito nei precedenti, è quello dell’identità della filo¬ sofia con la sua storia: infatti se la filosofia è concepita come processo di autocoscienza, essa è storia, storia eterna in tempo; e però Carlini. ogni sistema coincide col corso storico del pensiero, in quanto esso riassume e potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi precedenti, che non sono che momenti idealmente anteriori di que\Yunico processo di pensiero autocosciente, ch’è  eminenter  la filosofia. Orbene, il sistema di logica attinge certo la sua capitale impor¬ tanza, nell’assieme dell’opera del G., da questo: che esso vuol essere ed è l’ultima riprova concreta, effettuale del suaccennato principio dell’identità di filosofia e storia della filosofia. Esso ci mostra, di fatti, come il sistema gentiliano, la nuova logica del pensiero pensante, si costituisca a patto di ricapitolare in sè, di conservare e giustificare, inverandola, l’antica logica ari¬ stotelica, la logica del pensiero pensato. Infatti, la dialettica aristo- teiico-scolastica vien mostrata come grado necessario alla dialettica del concreto, in quanto essa, dandoci la legge del pensiero pensato (A — A) ci spiega il momento dell 'oggettività del pensiero a sè stesso, oggettività necessaria, se ricordiamolo il puro pensiero dev’essere concepito non come immediata soggettività, ma come soggettività-oggettività, soggetto-oggetto, mediazione, dialetticità. Occorre osservare, che qui il logo della logica del pensato, dell’astratto, cioè A = A, viene negato al tempo stesso che conservato, perchè non è più considerato a sè, da un punto di vista astratto, ma è considerato dal punto di vista concreto, cioè in funzione del logo della logica concreta, cioè del pensiero pensante, A = non A? Conservare ch’è negare; inverare, come è, difatti, di quel divenire ch’è lo spirito, la filosofia. E però è giusto -riconoscere, ancora, che in tal modo « tutto il processo storico del concetto di logica si risolve, identificandovisi, nel nuovo concetto dialettico: quello del Gentile; e che, ripetiamolo, la verità del principio del circolo di filosofia e storia della filosofia, è dimostrata dal sistema stesso del G.; che, mentre convalida quel principio, ne è, a sua volta, — si noti — convalidato, fondato positivamente: storicamente. Croce e Gentile hanno suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di idee, e di discepoli, attorno a sè: il primo soprattutto nell’ampio campo della cultura letteraria e storica in genere: il secondo nel campo della filosofia teoretica e della storia della filosofia. Nominare discepoli del Croce non è cosa facile, perchè, facenti) Spirito. V. dosi sentire il suo influsso nel largo campo della cultura storico- letteraria, tutti, in quest’ultimo ventennio, sono stati e sono ancora, in certo senso, crociani: in ispecie i critici di letteratura e arte e gli storici sono permeati di pensiero crociano, anche se lo negano- Soprattutto, il concetto di CROCE dell’arte è, si può dire, entrato a far parte del patrimonio di idee necessario a chi voglia pensare e vivere in armonia col progresso effettivo del pensiero della storia. Dei critici letterari, che hanno subito, consapevolmente o no, l’influsso dell’estetica crociana, ricordiamo qui Borgese, che, per quanto staccatosi in seguito da Croce, serba traccie di pensiero crociano nelle pagine migliori; CECCHI; Gargiulo, autore d’un Annunzio; Russo, autore d’on Di Giacomo e di un Verga; e infine Momigliano (Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella critica delle arti figurative ci piace notare Venturi; nella critica musicale Torrefranca e Bastianeili. Piò facile è far qualche nome di discepoli di GENTILE, essendo più tecnico, e quindi più ristretto, il campo su cui si è irradiato il pensiero gentiliano: filosofia teoretica e storia del pensiero speculativo, come si è detto. Ricorderemo, anzitutto, due pensatori, Carlini e Saitta, che si posson dire i rappresentanti di due interpretazioni e svolgimenti opposti del pensiero del Maestro: la dottrina di destra — come è stato detto  - di CARLINI, in cui si tenta di svolgere entro l’ambito dell’attualismo alcune esigenze empiristiche come quella della pluralità dei soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal mondo oggettivo, della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello Spirito; e la dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore, più profonda iden¬ tificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo spirito come eticità. CARLINI, professore nella r. univ. di Pisa, proviene dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato spiritualistico piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia gentiliana. L’at¬ tualismo del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi diversi: l’uno costituisce l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed è il motivo psicologico e lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso della vita interiore, onde l’autocoscienza e la personalità coincidono nel processo auto-creatore dello spirito; l’altro è un ritorno al problema hegeliano-spaventiano della dialettica come logica melati) Spirito. IL HEGELISMO ITALIANO fisica, onde l’atto, più che spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il mondo della natura e dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un puntualismo, in cui tutte le distinzioni di problemi spirituali si neutralizzano in un concetto generico dell’attività del pensare. Egli tenta, perciò, di ripigliare la prima posizione e di svolgere il concetto del ritmo interno all’atto come il problema fon¬ damentale dell’attualismo. L’atto realizza se stesso come quello. « Io penso» ch’è unità in una dualità di vita e di pensiero, di personalità morale e di riflessione filosofica su essa. La distinzione posta in seno all’atto gli permette di riguardare questo come condizione trascendentale di una dualità tra il mondo dell’esperienza sensibile o mondo del conoscere, e quello dell’azione ch’è propriamente il mondo storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non coincidendo più dentro sè con se stesso, fa appello a un punto di vista trascen¬ dente, in cui quel dissidio venga pacificato, e pone così il problema fondamentale della vita religiosa. Carlini e Saitta sono anche storici, in ispecie il secondo: a Carlini si deve un’ampia monografia sul Locke, al Saitta monografie su GIOBERTI, su FICINO e vari saggi. Alla destra appartengono ancora FERRETTI e CODIGNOLA, pedagogisti; alla sinistra RUGGIERO, autore di un saggio sulla filosofia e di una storia della filosofia, opere di carattere critico, prevalentemente. La posizione mentale di RUGGIERO, di fronte all’idealismo di Croce e Gentile, può essere caratterizzata da una più viva preoccupazione dell’importanza speculativa dei problemi sulla scienza della natura. In una monografia dal titolo La scienza come esperienza assoluta ripudia nettamente le dottrine prammatistiche della scienza accolta nel sistema di CROCE e pone il problema dell’unità della scienza della natura e della filosofia, abbozzando una teoria del positivismo assoluto, in cui le scienze, guardate nella loro intima genesi spirituale, piuttosto che nell’astratta oggettivazione naturalistica, sono re-integrate nella vita speculativa dello spirito. E in un saggio sui problemi della scienza e della umanità ulteriormente sviluppa questo punto di vista, mostrando la necessità che le due correnti dell’idealismo, quello storicista che fa capo a Vico e a Hegel e quella scientifica, che fa capo alla critica della ragion pura di Kant, a torto dissociate dall’idealismo contemporaneo, vengano ricomposte in una unità articolata e sintetica, per cui, pur riconoscendo il carattere storico della vita spirituale, questa storia non s’isterilisca in un mero umanesimo, ma includa in sè l’opera delle scienze naturali, e V. attraverso di esso, il mondo stesso della natura nella sua pienezza. Ampia attività storica hanno esercitato altri due pensatori più ligi alle dottrine del maestro: FAZIO, con saggi.su Galileo BONAITUI e sulla teoria della libertà in Hegel-, ed OMODEO autore di una storia delle origini cristiane. È da ricordarsi ancora ANZILOTTI (vedasi) , autore di un GIOBERTI (vedasi), studiato nella sua filosofia e prassi politica. Radice, autore di una Teoria e storia dell'educazione e di molti saggi pedagogici, è il maggiore interprete e prosecutore della pedagogia idealistica del maestro, nella teoria e nella pratica. POSTILLA BIBLIOGRAFICA SU CROCE E  GENTILE. Delle seguenti opere si cita solo l’ultima ediz. Croce (n. a Pescasseroli, prov. di Aquila): Estetica come, scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia 5» ediz. Bari, Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari, Laterza, 1920; Filosofia della pratica. Economica ed etica. Bari, Laterza; Teoria e storia della storiografia. Bari, Laterza; Problemi di Estetica e contributi alla storia dell’Estetica italiana. Bari; La Filosofia di VICO (si veda); Bari; Saggio sullo Hegel, Bari; Saggi di estetica. Bari. Gentile (n. Castelvetrano, prov. di Trapani): La riforma della dialettica hegeliana. Messina, Principato; 1 problemi della scolastica e il pensiero italiano, Bari, Laterza; Sommario di Pedagogia come scienza filosofica. Bari; Teoria generale dello Spirito come atto puro. 3* ed. Bari, id. 1920; Sistema di logica come teoria del conoscere. 2» ed. Bari, id.; Discorsi di religione. Firenze, Vallecchi; BRUNO (si veda) e il pensiero del Rinascimento. Firenze; La Riforma dell’educazione. Bari, Laterza, 1920; Frammenti di estetica e letteratura. Lanciano, Carabba, 1921. Galvano Della Volpe. Volpe. Keywords: critica del gusto per l’antico, il gusto per gl’antichi degl’antichi, chiave della dialettica storica, la logica come storia, espressione. Refs.:  H. P. Grice, The H. P. Grice Papers, Bancroft; Luigi Speranza, “Grice e Volpe: l’espressione” – The Swimming-Pool Library, Liguria. Volpe.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice  e Volpi: la ragione conversazionale dell’essere univoco – la scuola di Vicenza – filosofia vicentina – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Vicenza). Keywords: equivocality thesis. Filosofo vicentino. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. “Wild clarity” in Heidegger! Insegna a Padova. Borsista della Humboldt di Bonn, dell'Institut International de Philosophie, Parigi, dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti e dell'Accademia Olimpica di Vicenza. Insignito dei premi Montecchio e Nietzsche. Altri saggi: Heidegger e Brentano; La filosofia pratica, Francisci, Albano, Padova – Filosofia pratica e scienza politica, Francisci, Albano, Padova; Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova, Il nichilismo, Laterza, Roma, Guida a Heidegger, Laterza, Roma; I titani: una conversazione con Jünger e Gnoli; Dizionario delle opere filosofiche, Il dio degl’acidi, conversazioni con Hofmann e Gnoli; L'ultimo sciamano, conversazioni heideggeriane con Gnoli, Storia della filosofia dall'antichità a oggi con Berti.  Per Adelphi cura opere di Schopenhauer, Heidegger e Schmitt. Collabora alla Repubblica. Mentre e in sella alla sua bicicletta a Berici, e investito da un'auto e cadde in coma irreversibile. Muore il giorno successivo. Commemorato dal preside assieme a tutto il corpo docente di Padova. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Parolin, Commozione al Bo per l'addio a V., Giornale di Vicenza.  Altri saggi: L'aristotelismo e il problema dell'univocità dell'essere in Heidegger (Milani, Padova) – cf. Grice, ‘multiplicity of ‘being’, Grice’s equivocality thesis --; Il concetto di decadenza divina; Filosofia politica; Hegel e i suoi critici, Laterza, Roma; Interprete del pensiero contemporaneo, Incontro di studio, Padova, Vicenza, Accademia Olimpica, Atti dell'incontro, comune di Lavarone; Il pudore, Brescia, Morcelliana, Opere su Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Essere, tempo, esistenza, Associazione Asia, Sul valore e la funzione della filosofia; Sul significato e lo statuto di ‘Essere e tempo’ di Heidegger”, Capurro, Rezension von V. Heidegger e Aristotele   LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova Zuerst erschienen in: W. Schirmacher Hrsg.: Schopenhauers Aktualität. Ein Philosoph wird neu gelesen. Schopenhauer-Studien 1/2. Passagen Verlag, Wien. In seinem 1967 in der Akademie der Wissenschaften und Künste in Athen gehaltenen Vortrag schreibt Heidegger:  "Die Kunst entspricht das physis und ist gleichwohl kein Nach- und Abbild des schon Anwesenden. Physisund téchne gehören auf eine geheimnisvolle Weise zusammen. Aber das Element, worin physis und téchne zusammengehören, und der Bereich, auf den sich die Kunst einlassen muß, um als Kunst das zu werden, was sie ist, bleiben verborgen." (M. Heidegger: Denkerfahrungen, Frankfurt a.M.). Für wen bleibt dieser Bereich "verborgen"? Zumal für unsere technische Zivilisation, die sich mehr und mehr, über alle Grenzen hinweg, ausbreitet und somit sich jeder Möglichkeit einer selbstkritischen Distanz beraubt. Und dennoch: wir sind dem nicht ausgeliefert. Heidegger wird öfter bekanntlich vorgeworfen, er verfalle mit seiner Auffassung des "Seinsgeschickes" im pessimistischen Mystizismus und ergreife die Flucht in die Antike durch seinen "Schritt zurück". Nichts von alledem. Wir lesen im selben Vortrag:  "Schritt zurück heißt: Zurücktreten des Denkens vor der Weltzivilisation, im Abstand von ihr, keineswegs in ihrer Verleugnung, sich auf das einlassen, was im Anfang des abendländischen Denkens noch ungedacht bleiben müßte, aber dort gleichwohl schon genannt und so unserem Denken vorgesagt ist." (ebda.)Das Thema Heidegger scheint indessen im deutschsprachigen Raum und insbesondere in der Bundesrepublik weiterhin von aller Art von Vorurteilen belastet zu sein. Man braucht nur an die klischeeartigen Ausführungen von Jürgen Habermas in seinen Vorlesungen "Der philosoophische Diskurs der Moderne" (Frankfurt a.M. 1985) zu denken, um das Groteske dieses Mißverständnisses (falls der Versuch eines Verständnisses unterstellt wird) zu exemplifizieren. Und Aristoteles? Er gilt inzwischen für viele als "Urvater" bzw. "Urheber" der heute herrschenden Technologie, nämlich der Informationstechnologie Die Bestrebungen der "Künstlichen-Intelligenz-Forschung", etwa in der Herstellung von "Expertensystemen", haben in der aristotelischen Logik ihr Rezeptbuch gefunden. V. lädt uns mit seinem schlicht betitelten Buch Heidegger und Aristoteles zu einer Begegnung dieser Denker ein, die, ganz außerhalb von diesen Klischees, zur Sache selbst führt. Der Dialog Heideggers mit Aristoteles ist zwar ein lebenslanger Dialog gewesen, aber der Verfasser betont mit Recht drei Höhepunkte, nämlich  die frühe Anwesenheit des Aristoteles in Heideggers Seinsfrage, indem diese durch den scholastischen Filter Brentanos und Braigs zu ihm drängt und zu Aristoteles führt;die (etwa zehnjährige) Periode des Ausbrütens von Sein und Zeit, als die entscheidende Zeit des Dialogs, die sich in den Marburger Vorlesungen sowie in Sein und Zeit selbst niederschlägt;und schließlich die Anwesenheit Aristoteles' nach der "Kehre".Dementsprechend fällt  der Schwerpunkt von Volpis Ausführungen auf den zweiten Höhepunkt, der mit der Überschrift "Wahrheit, Subjekt, Zeitlichkeit" gekennzeichnet ist. Heidegger begegnet Aristoteles ausgehend von den in der Husserlschen Phänomenologie offen gelassene Frage nach der ontologischen Konstitution des menschlichen Lebens (bzw. der "Lebenswelt"). In dieser Begegnung, die auf eine kategoriale Differenzierung hinausläuft, öffnet sich der Blick für die Kantische Frage nach der Einheit des Kategorialen, die, sofern sie auf ein endliches Subjekt zurückgeführt wird, den Zusammenhang zwischen Subjektivität (bzw. "Dasein") und Zeitlichkeit offenbart. Damit kündigt sich zugleich die zentrale "These" Heideggers bezüglich des metaphysischen Seinsverständnisses im Sinne von Anwesenheit, mit der dazugehörigen Privilegierung der zeitlichen Dimension der Gegenwart an. Gegenüber einer kategorialen (bzw. "gnoseologischen") Wahrheitsauffassung sucht Heidegger (Husserl folgend) in Aristoteles die Spuren einer präkategorialen "fundierenden" Wahrheit, wobei solange man den Bereich eines endlichen Subjektes nicht verläßt, eine solche "Fundierung" auf die Einheit von sinnlicher Wahrnehmung und Verstand bezogen bleibt. Der Verfasser erläutert in klaren Umrissen die Kernpunkte der Heideggerschen Analysen aus De interpretatione sowie aus ausgewählten Stellen der Metaphysik. Es geht dabei u.a. darum zu zeigen, inwiefern die Struktur des prädikativen logos nicht nur in die Frage nach der "Wahrheit", sondern vor allem in die nach dem "Wahr-sein", also noch einem ontologischen vorprädikativen Sinne von Wahrheit mündet. Die psyche ist "in" der Wahrheit, d.h. sie ist in der Weise des "Entbergens" (aletheuein). Während es bei den prädikativen Wahrheit um die Wahrheit bzw. Falschheit der Aussage geht, geht es bei der ontologischen Ebene um das "Vernehmen" bzw. "nicht Vernehmen" (noein / agnoein) des Sich-Entbergenden. Mit anderen Worten, das Sein, temporal vorverstanden als "Anwesenheit", ermöglicht erst die Prädikation des "Wahren" und "Falschen". Dieses temporale Vorverständnis des Seins bildet, wie der Verfasser richtig bemerkt, die eigentliche "Entdeckung" Heideggers, die ihn zu einem kritischen Durchgang durch die Geschichte der Metaphysik führt. In einem zweiten Schritt erläutert Volpi die gewissen Parallelität zwischen den ontologischen Bestimmungen von "Dasein", "Zuhandenheit" und "Vorhandenheit" (als die drei Seinsmodi, die Heidegger in Sein und Zeit eingehend erörtert) und den aristotelischen Unterscheidungen zwischen praxis, poiesis und theoria, wobei, nach Ansicht Volpis, die Korrespondez praxis / "Dasein" zunächst ungewöhnlich erscheint. Hier zeigt der Verfasser, wie mir scheint, den entscheidenden Durchbruch Heideggers in seiner Kritik der bisherigen Vorherrschaft einer kognitiv-theoretisch orientierten Bestimmung des Menschen. Hier liegt auch der Anknüpfungspunkt Heideggers am "praktischen" Denken Aristoteles' in der Nikomachischen Ethik (bes. im VI. Buch), wobei man erneut die erstaunliche produktive (!) Parallelität, die aus diesem Dialog hervorgeht, feststellen kann, z.B. in Bestimmungen wie "Gewissen" / phronesis, "Sorge" / orexis,  "Entschlossenheit" / prohairesis, "Befindlichkeit" / pathe  bis hin zur Deuttung des "Verstehens" im Sinne des nous praktikós. Im Hinblick auf die Frage nach der Zeit, den dritten Schwerpunkt von Volpis Analysen dieses zweiten Höhepunktes in der Begegnung zwischen Heidegger und Aristoteles, ist die (christlich-) kairologische gegenüber der "chronologischen" Erfahrung der Zeitlichkeit für Heidegger bedeutsam.  Heidegger reift schrittweise, so Volpi, zu seiner Auffassung, daß die Zeitlichkeit die Struktur menschlichen Lebens darstellt. In diesem Reifungsprozeß setzt sich Heidegger kritisch mit der naturalistischen Auffassung der Zeit bei Aristoteles auseinander, indem er, aufgrund einer Analyse der Bestimmung der Zeit in der Physik, die aristotelische Definition als die Frage nach dem Zusammenhang zwischen der Zeit und der (zählenden) "psyche", d.h. also als die Frage nach der ontologischen Bestimmung der "psyche" nachweist. Der Rezensent kann hier nur auf den analytisch "glasklaren" Text des Verfassers hinweisen, der diese schwierige Aus-einander-setzung zwischen Heidegger und Aristoteles in einer so zentralen Frage meisterhaft bewältigt. von der aristotelischen ("vulgären") Auffassung der Zeit führt dann der Weg zur Analyse der "Zeitlichkeit" sowie der "Temporalität", von wo aus erst das primus und posterius der Bewegung in ihrer Dimensionalität (wozu auch das nunc gehört) erfaßt werden können. So gelangt Heidegger, von Aristoteles ausgehend, zur Zeitlichkeitsstruktur des "Daseins" (in Sein und Zeit). Die Anwesenheit Aristoteles' nach der "Kehre", so der Titel des letzten Teils des Buches, weist zunächst auf die Heideggersche Radikalisierung der Metaphysik (etwa in der "Physis"-Schrift), indem das (metaphysische) Projekt einer "Fundamentalontologie" verlassen wird, hin. Der Verfasser vertieft aber die Anwesenheit Aristoteles' in den Jahren 1929 bis 1931, in denen die Fragen nach dem "Ort" des 'logos' im Ereignis der Wahrheit (seine weltbildende Kraft), nach dem Sein als Anwesenheit und als Wahrheit (Sein als "energeia") bis hin zur entscheidenden Entdeckung des Seins als physis (wie es die "Vorsokratiker", vermutlich erfahren haben) und seines "Einfangens" in der techne im Vordergrund stehen. Das Phänomen der Technik wird vom 'späten' Heidegger insofern radikal in Frage gestellt, als es die (anfänglich positiv bewertete) Operationalität des "Zuhandenen" beinahe monströsen bzw. zerstörerischen Dimensionen erreicht. Demgegenüber betont aber Heidegger, daß techne bei den Griechen das eigentliche "Gegenüber" der physis darstellt, d.h. das, wodurch die physis in ihrer Offenheit und "Verborgenheit" aufgenommen wird, sowie das, wodurch die physei onta so in ihren "Formen" (eidos, idea) erkannt werden, daß man etwas Entsprechendes gegenüberstellt. Dieses "Gegenüber" von techne und physisbedeutet aber (noch) nicht den Verlust der physis in ihrer "überwältigenden" Dimension. Was Heidegger in der "Physis"-Schrift leistet, so mit Recht der Verfasser, ist eine (im doppelten Sinne des Wortes) "epochale" Auslegung des Aristoteles, nämlich eine "Über-Setzung" von Fragen, die längst überholt schienen, während sie in Wahrheit unserer modernen Auffassung von Natur und Technik buchstäblich zugrundeliegen. Darauf weist Volpi ausdrücklich im Schlußkapitel hin. Gerade für eine Analyse der "Moderne" bietet der Dialog Heidegger-Aristoteles entscheidende Anhaltspunkte. Zwei kritische Bemerkungen schließen diese Arbeit: Vollzieht tatsächlich das Wesen der modernen Technik den originären impetus des griechischen logos? Und inwiefern ist dem "Finitismus" Heideggers zuzustimmen, daß die Zeit den logos formt (und nicht umgekehrt, wie für die Griechen? V. deutet an, beide Fragen gewissermaßen vereinigend, daß es einen "polyvalenten logos" gibt, den es gegenüber einem "eindimensionalen logos" wiederzugewinnen gilt. Müßte man nicht auch von einer 'polyvalenten techne' (bzw. Technik!) sprechen? Wie steht es aber dann mit der Frage nach der Kunst? Ist nicht Eros ein großer Dämon, der zu verdolmetschen weiß? Heidegger in Dialog mit Platon?  Recensione di V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova Pubblicato per la prima volta in: W. Schirmacher Ed.: Schopenhauers Aktualität. Un filosofo viene letto di nuovo. Schopenhauer-Studien 1/2. Passagen Verlag, Wien. Nella sua conferenza tenuta nel 1967 all'Accademia delle Scienze e delle Arti di Atene, Heidegger scrive: "L'arte corrisponde alla physis e tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente. Fisico e téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e téchne appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per diventare ciò che è in quanto arte, rimangono nascosti". (M. Heidegger: Denkerfahrungen, Francoforte sul Meno). Per chi quest'area rimane "nascosta"? Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di distanza autocritica. Eppure: non ne siamo in balia. PaganoEppure: non ne siamo in balia. Come è noto, Heidegger è spesso accusato di cadere nel misticismo pessimista con la sua concezione del "destino dell'essere" e di spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo "passo indietro". Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: "Fare un passo indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale, allontanarsi da essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe rimanere impensato all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già menzionato lì e quindi predetto al nostro pensiero". (ibid.)Il tema di Heidegger, tuttavia, sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel mondo di lingua tedesca e in particolare nella Repubblica Federale. Basta pensare alle osservazioni simili a cliché di Jürgen Habermas nelle sue conferenze "Il discorso filosofico della modernità" (Francoforte sul Meno, 1985) per capire la natura grottesca di questo equivoco (se il tentativo di comprendere ilal fine di esemplificare la natura grottesca di questo malinteso (se si presume un tentativo di comprensione). E Aristotele? Oggi è considerato da molti come il "capostipite" o "l'originatore" della tecnologia dominante di oggi, vale a dire la tecnologia dell'informazione. Gli sforzi della "ricerca sull'intelligenza artificiale", ad esempio nella produzione di "sistemi esperti", hanno trovato il loro ricettario nella logica aristotelica. Con il suo libro intitolato semplicemente Heidegger e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra questi pensatori che, al di là di questi cliché, porta alla questione stessa. Il dialogo di Heidegger con Aristotele è stato effettivamente un dialogo che dura tutta la vita, ma l'autore sottolinea giustamente tre punti salienti, vale a dire la presenza precoce di Aristotele nella questione dell'essere di Heidegger, in quanto spinge attraverso il filtro scolastico di Brentano e Braig fino a lui e conduce ad Aristotele; il periodo (circa dieci anni) della schiusa dell'essere e del tempo, quando   periodo dell'incubazione di Essere e Tempo, come tempo decisivo del dialogo, che si riflette nelle Lezioni di Marburgo così come in Essere e Tempo stesso; e infine la presenza di Aristotele dopo il "Kehre". Di conseguenza, il fulcro delle osservazioni di Volpi cade sul secondo climax, che è contrassegnato dal titolo "Verità, Soggetto, Temporalità". Heidegger incontra Aristotele sulla base della questione della costituzione ontologica della vita umana (o del "mondo della vita") lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In questo incontro, che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si apre alla questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un soggetto finito, rivela il nesso tra soggettività (o "Dasein") e temporalità. Allo stesso tempo, la "tesi" centrale di Heidegger riguardo la comprensione metafisica dell'essere negli SIn contrasto con una concezione categoriale (o "gnoseologica") della verità, Heidegger (seguendo Husserl) cerca in Aristotele le tracce di una verità "fondante" precategoriale, per cui finché non si lascia il regno di un soggetto finito, tale "fondamento" si riferisce all'unità della percezione sensoriale e della comprensione rimane. L'autore spiega a grandi linee i punti chiave delle analisi di Heidegger dal De interpretatione e da alcuni passaggi della metafisica. Si tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura del logos predicativo conduca non solo alla questione della "verità", ma soprattutto alla questione della "verità", cioè a un senso ontologico pre-predicativo della verità. La psiche è "nella" verità, cioè è in via di "scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità predicativa riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello ontologico riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein / agnoein) dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente preconcetto come "presenza", rende possibile predicare il "vero" e il "falso". Questo preconcetto temporale dell'essere, come giustamente nota l'autore, costituisce la vera "scoperta" di Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico attraverso la storia della metafisica. In una seconda fase, Volpi spiega il certo parallelismo tra le determinazioni ontologiche di "Dasein", "Zuhandenheit" e "Vorhandenheit" (come i tre modi di essere che Heidegger discute in dettaglio in Essere e tempo) e le distinzioni aristoteliche tra praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo Volpi, la corrispondenza praxis / "Dasein" sembra insolita a prima vista. Qui l'autore mostra, come mi sembra,La svolta decisiva di Heidegger nella sua critica del precedente predominio di una definizione dell'essere umano orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che si trova il punto di contatto di Heidegger con il pensiero "pratico" di Aristotele nell'Etica Nicomachea (in particolare nel Libro VI), per cui la sorprendente (!) parallelismo che emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come "coscienza" / phronesis, "preoccupazione" / orexis, "determinazione" / prohairesis, "sensibilità" / pathe, fino all'interpretazione di "comprensione" nel senso di nous praktikós. Per quanto riguarda la questione del tempo, il terzo punto focale dell'analisi di Volpi di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele, l'esperienza cairologica (cristiana) contro l'esperienza "cronologica" della temporalità è importante per Heidegger. Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana  Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana. In questo processo di maturazione, Heidegger esamina criticamente la concezione naturalistica aristotelica del tempo dimostrando, sulla base di un'analisi della determinazione del tempo in fisica, la definizione aristotelica come la questione della connessione tra il tempo e la "psiche" (contante), cioè come la questione della determinazione ontologica della "psiche". Il recensore non può qui che fare riferimento al testo analiticamente "cristallino" dell'autore, che padroneggia magistralmente questo difficile confronto tra Heidegger e Aristotele su una questione così centrale. dalla concezione aristotelica ("volgare") del tempo, il percorso conduce poi all'analisi della "temporalità" così come della "temporalità", da cui si possono cogliere solo il primus e il posterius del movimento nella loro dimensionalità (a cui appartiene anche il nunc)da dove solo il primus e il posterius del moto possono essere colti nella loro dimensionalità (a cui appartiene anche il nunc). In questo modo Heidegger, a partire da Aristotele, arriva alla struttura temporale del "Dasein" (in Essere e tempo). La presenza di Aristotele dopo il "Kehre", come si intitola l'ultima parte del libro, indica innanzitutto la radicalizzazione della metafisica da parte di Heidegger (ad esempio nell'opera "Physis") abbandonando il progetto (metafisico) di una "ontologia fondamentale". Tuttavia, l'autore approfondisce la presenza di Aristotele negli anni dal 1929 al 1931, in cui sono in primo piano le questioni del "posto" del "logos" nell'evento della verità (il suo potere di formazione del mondo), dell'essere come presenza e come verità (l'essere come "energeia") fino alla scoperta decisiva dell'essere come physis (come presumibilmente sperimentavano i "presocratici") e la sua "cattura" nella techne. Il fenomeno della tecnologia è descritto dal 'tardo' Heidegger inradicalmente messa in discussione nella misura in cui raggiunge l'operatività (inizialmente valutata positivamente) del "a portata di mano" a dimensioni quasi mostruose o distruttive. D'altra parte, Heidegger sottolinea che la techne rappresenta l'effettivo "opposto" della physis per i greci, cioè ciò per cui la physis è ricevuta nella sua apertura e "occultamento", così come quella per cui i physei onta sono riconosciuti nelle sue "forme" (eidos, idea) in modo tale che qualcosa di corrispondente è contrastato. Tuttavia, questo "opposto" di techne e physis non significa (ancora) la perdita della physis nella sua dimensione "travolgente". Ciò che Heidegger realizza nell'opera "Physis", secondo l'autore giustamente, è un'interpretazione "epocale" di Aristotele (in entrambi i sensi della parola), cioè una "traduzione" di questioni che sembravano da tempo superate, mentre in realtà sono letteralmente alla base della nostra moderna concezione della natura e della tecnologia. Volpi lo sottolinea espressamente nello Schl Volpi lo sottolinea espressamente nel capitolo finale. Soprattutto per un'analisi della "modernità", il dialogo tra Heidegger e Aristotele offre punti di riferimento decisivi. Due osservazioni critiche concludono questo lavoro: l'essenza della tecnologia moderna realizza davvero l'impeto originario del logos greco? E fino a che punto si può essere d'accordo con il "finitismo" di Heidegger secondo cui il tempo forma il logos (e non il contrario, come per i greci? V. suggerisce, unendo in una certa misura entrambe le questioni, che esiste un "logos polivalente" che deve essere riconquistato in contrapposizione a un "logos unidimensionale"). Non si dovrebbe parlare anche di 'techne (o tecnica!) polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone?  Recensione di V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova. Pubblicato in Schirmacher, Schopenhauers Aktualität: un filosofo viene letto di nuovo. Schopenhauer Studien, Passagen Verlag, Wien. Nella sua conferenza tenuta all'accademia delle Scienze e delle Arti di Atene, Heidegger scrive, L'arte corrisponde alla physis e tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente. Fisi e téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e téchne appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per diventare ciò che è in quanto arte, rimangono nascosti. Heidegger: Denkerfahrungen, Francoforte sul Meno. Per chi quest'area rimane nascosta? Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di distanza auto-critica. Eppure: non ne siamo in balia. Come è noto, Heidegger è spesso accusato di cadere nel misticismo pessimista con la sua concezione del destino dell'essere e di spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo passo indietro. Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: fare un passo indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale, allontanarsi da essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe rimanere impensato all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già menzionato lì e quindi predetto al nostro pensiero. Il tema di Heidegger, tuttavia, sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel mondo di lingua tedesca e in particolare nella repubblica federale. Basta pensare alle osservazioni simili a cliché di Habermas – Speranza, “Grice e Habermas” citato in Habermas Pragmatics, MIT -- nelle sue conferenze Il discorso filosofico della modernità, Francoforte sul Meno, -- Kemmerling: I find Habermas too wishy washy to bother -- per capire la natura grottesca di questo equivoco se il tentativo di comprendere ilal fine di esemplificare la natura grottesca di questo malinteso se si presume un tentativo di comprensione. E Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio? Oggi è considerato da molti come il capostipite o l'originatore della tecnologia dominante di oggi, vale a dire la tecnologia dell'informazione. Gli sforzi della ricerca sull'intelligenza artificiale, ad esempio nella produzione di sistemi esperti, hanno trovato il loro ricettario nella logica aristotelica. Con il suo saggio intitolato semplicemente Heidegger e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra questi pensatori che, al di là di questi cliché, porta alla questione stessa. Il dialogo di Heidegger con Aristotele è stato effettivamente un dialogo che dura tutta la vita, ma V. sottolinea giustamente punti salienti, vale a dire: la presenza precoce di Aristotele nella questione dell'essere – Grice: BEING – IZZING – Jones e Speranza, IZZING -- di Heidegger, in quanto spinge attraverso il filtro scolastico di Brentano e Braig fino a lui e conduce ad Aristotele LYCAEUM Liceo lizio; il periodo della schiusa dell'essere e del tempo, quando -- periodo dell'incubazione di Essere e tempo, come tempo decisivo del dialogo, che si riflette nelle lezioni di Marburgo così come in Essere e Tempo stesso; e la presenza di Aristotele dopo il "kehre". Di conseguenza, il fulcro delle osservazioni di V. cade sul climax, che è contrassegnato dal titolo "verità, soggetto, temporalità". Heidegger incontra Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio sulla base della questione della costituzione ONTOLOGIA – una dei due rami della metafisica, l’altra e l’escatologia -- ontologica della vita umana o del mondo della vita lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In questo incontro, che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si apre alla questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un soggetto finito, rivela il nesso tra soggettività o Dasein e temporalità. Allo stesso tempo, la tesi centrale di Heidegger riguardo la comprensione metafisica dell'essere negli S In contrasto con una concezione categoriale o gnoseologica della verità, Heidegger seguendo Husserl cerca in Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio le tracce di una verità fondante pre-categoriale, per cui finché non si lascia il regno di un soggetto finito, tale fondamento si riferisce all'unità della percezione sensoriale e della comprensione rimane. V. spiega a grandi linee i punti chiave delle analisi di Heidegger dal De interpretatione – Grice Acrkill Minnio Paulello l’aequivoco di BOEZIO da alcuni passaggi della metafisica. Si tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura del logos predicativo conduca non solo alla questione della verità, ma soprattutto alla questione della "verità", cioè a un senso ontologico pre-predicativo della verità. La psiche è "nella" verità, cioè è in via di "scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità predicativa riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello ontologico riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein / agnoein) dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente preconcetto come presenza, rende possibile predicare il vero e il falso. Questo pre-concetto temporale dell'essere, come giustamente nota V., costituisce la vera scoperta di Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico attraverso la storia della metafisica. V. spiega il certo parallelismo tra le determinazioni ontologiche di Dasein, Zuhandenheit e Vorhandenheit come i modi di essere che Heidegger discute in dettaglio in Essere e tempo e le distinzioni aristoteliche tra praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo V., la corrispondenza praxis/Dasein sembra insolita a prima vista. Qui V. mostra, come mi sembra, La svolta decisiva di Heidegger nella sua critica del precedente predominio di una definizione dell'essere umano orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che si trova il punto di contatto di Heidegger con il pensiero pratico di Aristotele nell'Etica Nicomachea, per cui la sorprendente parallelismo che emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come coscienza/ phronesis, preoccupazione / orexis, determinazione / prohairesis, sensibilità / pathe, fino all'interpretazione di comprensione nel senso di nous praktikós. Per quanto riguarda la questione del tempo, il punto focale dell'analisi di V. di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, l'esperienza cairologica cristiana contro l'esperienza cronologica della temporalità è importante per Heidegger. Heidegger matura gradualmente, secondo V., alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana  Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana. In questo processo di maturazione, Heidegger esamina criticamente la concezione naturalistica aristotelica del tempo dimostrando, sulla base di un'analisi della determinazione del tempo in fisica, la definizione aristotelica come la questione della connessione tra il tempo e la psiche contante, cioè come la questione della determinazione ontologica della psiche. Il recensore non può qui che fare riferimento al testo analiticamente cristallino di V., che padroneggia magistralmente questo difficile confronto tra Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio su una questione così centrale. dalla concezione aristotelica volgare del tempo, il percorso conduce poi all'analisi della temporalità così come della temporalità, da cui si possono cogliere solo il primus e il posterius del movimento nella loro dimensionalità a cui appartiene anche il nunc da dove solo il primus e il posterius del moto possono essere colti nella loro dimensionalità a cui appartiene anche il nunc. In questo modo Heidegger, a partire da Aristotele, arriva alla struttura temporale del Dasein in Essere e tempo. La presenza di Aristotele dopo il Kehre, come si intitola l'ultima parte del saggio, indica innanzitutto la radicalizzazione della metafisica da parte di Heidegger (ad esempio nell'opera "Physis") abbandonando il progetto metafisico di una ontologia fondamentale. Tuttavia, V. approfondisce la presenza di Aristotele quando sono in primo piano le questioni del posto del logos nell'evento della verità, il suo potere di formazione del mondo, dell'essere come presenza e come verità, l'essere come "energeia, fino alla scoperta decisiva dell'essere come physis, come presumibilmente sperimentavano i presocratici di VELIA e la sua cattura nella techne. Il fenomeno della tecnologia è descritto da Heidegger inradicalmente messa in discussione nella misura in cui raggiunge l'operatività inizialmente valutata positivamente del a portata di mano a dimensioni quasi mostruose o distruttive. D'altra parte, Heidegger sottolinea che la techne rappresenta l'effettivo opposto della physis per i greci e VELINI, cioè ciò per cui la physis è ricevuta nella sua apertura e occultamento, così come quella per cui i physei onta sono riconosciuti nelle sue forme, eidos, idea, in modo tale che qualcosa di corrispondente è contrastato. Tuttavia, questo opposto di techne e physis non significa ancora la perdita della physis nella sua dimensione travolgente. Ciò che Heidegger realizza nell'opera "Physis", secondo V. giustamente, è un'interpretazione epocale di Aristotele in entrambi i sensi della parola, cioè una traduzione di questioni che sembravano da tempo superate, mentre in realtà sono letteralmente alla base della nostra moderna concezione della natura e della tecnologia. V. lo sottolinea espressamente. Soprattutto per un'analisi della modernità, il dialogo tra Heidegger e Aristotele offre punti di riferimento decisivi. Due osservazioni critiche concludono questo lavoro: l'essenza della tecnologia realizza davvero l'impeto originario del logos greco? E fino a che punto si può essere d'accordo con il finitismo di Heidegger secondo cui il tempo forma il logos e non il contrario, come per i greci? V. suggerisce, unendo in una certa misura entrambe le questioni, che esiste un logos polivalente che deve essere riconquistato in contrapposizione a un logos unidimensionale. Non si dovrebbe parlare anche di techne o tecnica! polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone? Franco Volpi. Keywords: dizionario dell’opere filosofico: Lucrezio, Cicerone, Vico, Croce, Gentile… -- multiplicity of  being in Aristotele, Lycaeum, Liceo, Lizio, univocita dell’essere; equivocità dell’essere, Grice’s aequivocality thesis, essere univoco, energeia, einheit, sein, als energeia, l’unita dell’essere come energeia. H. P. Grice, The Grice Papers, Bancroft, MS. Luigi Speranza, “Grice e Volpi: l’univocita dell’esere” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Volpi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpicelli: la ragione conversazionale -- corpi e corpi – maschi fascisti – colossi fascisti -- la flosofia italiana nel veintenno fascista -- filosofia fascista – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia. filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract. Grice: “I like Volpicelli.” Keywords: corporazione, actions and events, morale e legale. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “While Volpicelli does use ‘spirito,’ he means ‘breath of air,’ since he is ultimately a naturalist, like I am.” Essential Italian philosopher. Grice: “I read with interest his “Nature and spirit.” At that time, at Oxford, there was not much of an Oxford spirit, so it spirited me.” Prende parte come sotto-tenente alla grande guerra. Si laurea in filosofia sotto GENTILE (vide). Insegna a Urbino, Pisa, e Roma. Teorico del corporativismo integrale. Direttore di Nuovi studi e Archivio di studi corporativi. Altri saggi: Natura e spirito; L'educazione politica dell'Italia; I presupposti scientifici dell'ordinamento corporativo; Corporativismo e scienza giuridica; La certezza del diritto e la crisi odierna; Dizionario di Filosofia  Franchi, Per una teoria dell'auto-governo, ESI, Napoli. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Diritto, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, su Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. La filosofia di V. costituisce un importante e, probabilmente, ineludibile termine di confronto onde comprendere appieno, sul terreno proprio del diritto, gli sviluppi più profondi dell'attualismo di GENTILE (si veda) e le sue possibili conclusioni teoretiche circa la possibilità di ammettere, nel suo seno, una filosofia del diritto. Il peculiare interesse per i risvolti speculativi della sua dottrina nella corretta definizione di una Rechtsphilosophie fanno, infatti, di V, un insostituibile interlocutore. Punto di partenza della sua riflessione è, per l'appunto, la definizione di una FILOSOFIA del diritto. La distinzione con una mera SCIENZA del diritto che investe in primis la speculazione. [Tale problematica viene affrontata, parallelamente, seppur da un versante più marcatamente economico e sociologico, da SPIRITO (si veda), con il quale condivide le avventure e, soprattutto, le disavventure di “Nuovi studi di diritto, economia e politica” che, raccoglie i loro principali saggi e, in particolare, il loro tentativo di indagare - sulla base dell'insegnamento di GENTILE - quegli ambiti delle scienze pratiche nei quali il complesso rapporto con una FILOSOFIA  unificatrice ed escludente come l'attualismo determina l'esigenza di un approfondimento speculativo particolare. I Nuovi studi, riprendendo la felice sintesi di Franchi, possono] [teoretica tout court, ma che poi - come si vedrà - finisce per calarsi perfettamente nella definizione del diritto e nella tipologia di analisi e studio che concernono l'esperienza giuridica nel suo insieme? Fedele trascrittore della lezione di GENTILE, V.  separa schematicamente i due campi. La FILOSOFIA è la considerazione integrale e, quindi, reale dei fenomeni singoli come individuazioni assolute dell'intero universo. Scienza, invece, e una limitazione operata sull'universale individuo, e, quindi, una considerazione parziale e astratta della realtà.  Se dunque l'UNIVERSALITA FILOSOFICA si costituisce come determinatezza assoluta, occorre asserire che l'astrazione e limitazione scientifica non si costituisce fuori o accanto, ma sul fondamento e nell'ambito della conoscenza  filosofica. Perciò essa è distinta e autonoma, ma entro il circolo invalicabile della filosofia -- e della storia d’ITALIA. Una storia da pensare, si badi, sempre e comunque come l'immanente atto del pensiero concreto. La FILOSOFIA, dunque, non costituisce un Prolog im Himmel, ossia un semplice e grezzo materiale aggregato di preliminari nozioni scientifiche, ma piuttosto il sostrato ontologico su cui la scienza può e deve modellare quelle categorie e quelle nozioni idonee a favorire l'autentica conoscenza di determinati settori della vita spirituale. Essa, in altre parole, ha il compito di realizzare un determinato percorso gnoseologico il cui sviluppo non può prescindere dalla consapevolezza che il processo di unificazione o unità conoscitiva non avviene per opera della scienza, ma avviene già nella realtà. La scienza deve solo 'attuare', con i suoi termini e i suoi concetti, una realtà che storicamente già si compie come processo unitario'. Un] [considerarsi come "il manifesto dell'attualismo applicato alle scienze sociali Franchi, V.. Per una teoria dell'auto-governo, Napoli. Sul tema pure Losano, Prefazione a Id. cur., Kelsen – V. Parlamentarismo, democrazia e corporatirismno, Torino. Sul punto cfr. Gennaro, Crocianesimo e cultura giuridica, Milano. V., Orlando, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. Sul punto cfr. Riccobono, Intervento, in La filosofia del diritto IN ITALIA; Alti del Congresso nazionale di filosofia giuridica e politica, Napoli-Sorrento, Milano, Franchi. La scienza - sentenzia altrove V. - è, infatti, vero ed effettivo conoscere (cfr. Corporativismo e scienza del diritto, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. Sul binomio realtà-storia V., nel già citato passaggio chiarisce così: "La realtà è una, categoricamente una ed omogenea, talché le sue distinzioni - innegabili e imprescindibili all'esistenza del mondo o, meglio, della realtà come mondo - non possono essere, e ciò per defini-zione, assolute, eterogenee; non possono cioè importare una contraddittoria moltiplicazione reale dell'unità. Le distinzioni sono e debbono essere per definizione omogenee, e non sostanziali. Ciò val quanto affermare che sono storiche, se è vero che la storia è il processo di differenziamento dell'uno: sì differenziamento e processo unitario, e cioe tale da importare l’omogeneita processo unitario il cui svolgimento, a sua volta, è contrassegnato da una dialettica intesa come «ritmo della realtà nella sua spirituale natura», ovvero non come essere ma come farsi.  Ciò che V. tenta di raggiungere, nell'ambito della riflessione giuridica, è la formulazione di un concetto del diritto che sia capace di incarnare l'intima e l'immediata attuazione 'scientifica' della teoria 'filosofica' dell'identità di individuo e Stato», e, al tempo stesso, di schivare il pericolo di una «arbitraria traduzione di essa nei disparati termini empirici della scienza giuridica..Dimensione ontologica della filosofia, funzione gnoseologica della scienza: sono questi i postulati da cui occorre muoversi per intraprendere la costruzione tanto di una filosofia quanto di una scienza del dintto. La realizzazione della prima passa per un confronto-scontro con CROCE (si veda), più tenue, e con VECCHIO (si veda), più violento, -- ossia con i due autori che con maggiore vigore si oppongono al positivismo filosofico di fine secolo, ma da posizioni differenti: idealista quella crociana, neo-kan-tiana quella del filosofo romano. La formazione della seconda, viceversa, parte da una revisione critica della dottrina dei due protagonisti, maestro e allievo, della pubblicistica italiana: Orlando eRomano. Il problema di fondo che V. intende affrontare è, quindi, quello di ridefinire la filosofia del diritto come scienza filosofica, ovvero come un'attività che indaga su un fenomeno particolare dell'esperienza esistenziale, ovvero il diritto. La particolarità del suo oggetto, seguendo questa impostazione, consentirebbe la possibilità di essere concepita come scienza, 'filosofica', e quindi subordinata alla filo-sofia, ovvero a quel processo speculativo che tende alla universalità. Secondo V., infatti, un difetto ricorrente delle filosofie del diritto coeve -soprattutto quelle di matrice positivista - era quello di considerare «le filosofie par-ticolari» - e quindi quella del diritto - come entità irrelative e intermedie tra la filosofia e la scienza. A causa della deriva sociologistica e positivistica che conduce ad una «concezione naturalistico-deterministica della realtà umana e perciò del diritto», la filosofia del diritto alla fine dell'Ottocento, «non conserva che il] [sostanziale dei suoi differenziati momenti, senza di che non c'è processo e passaggio ma statica e irrelata molteplicità naturale (V. CORPORATIVISMO e diritto, V., La teoria dell'identità di individuo e stato, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. V., Corporativismo e scienza del diritto, V. La teoria del diritto di CROCE, in Nuovi studi di diritto, economia e politica] [nome. Il nodo cruciale è, insomma, l'impossibile distinzione tra una filosofia generale ed una speciale, come appunto si presenterebbe quella del diritto: una filosofia generale che ammette filosofia speciali non è più in grado di risolvere «sul suo terreno tutti i problemi della realtà. D'altro canto, una filosofia speciale che «ap-plica passivamente lo schema e il metodo» di una filosofia generale perde il suo compito essenziale ovvero «spiegare e necessitare il suo oggetto. Una riaffermazione di una riflessione intimamente gius-filosofica, quindi, «è possibile e intrinsecamente giustificabile» laddove si accetti il presupposto che il diritto sia «una posizione o forma assoluta dello Spirito stesso. Pertanto, oggetto e ragion d'essere della filosofia del diritto finiscono per identificarsi con «la determinazione della forma giuridica nel suo peculiare carattere e nella sua connessione intrinseca con le altre forme spirituali»"'. Solo in questo modo la filosofia del diritto «non è distinguibile dalla filosofia», ma nasce e si sviluppa «nell'ambito e nel sistema di essa» con lo scopo di perseguire due finalità essenziali: da un lato, in funzione anti-positivista, «considerare il diritto come attività dello spirito e non come «fatto» o schema»; dall'altro, in funzione anti-naturalista, «concepire storicamente il diritto come creazione incessante, progressiva ed organica. All'interno di questo quadro, V.  riconosce - in aperto contrasto col formalismo neo-kantiano - dei meriti anche a Croce: in particolar quello di aver ricomposto «il dissidio tra la filosofia e la storia, l'universalità e la concretezza, la categoria e l'esperienza» grazie al superamento del dualismo «di filosofia generale e filosofia particolari»'. Nonostante ciò, la posizione crociana va rigettata nel suo complesso per la presenza di insuperabili limiti speculativi: in particolare, in ambito filosofico-teoretico, la logica dei distinti; su un piano più specificamente giuridico, invece, la visione della legge come pseudo-concetto e la sua idea del rapporto tra società e Stato. Procediamo per gradi. Per V., l'ipotesi di una dialettica tra i distinti è una mera contraddizione in termini in quanto le distinzioni che accompagnano la V. Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. Si ripropone, perciò, il problema 'crociano' "dell'essere o del non essere" della filosofia del diritto come materia d'insegnamento. A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto. V. La teoria del diritto di Croce, L'errore del giusnaturalismo non consiste nel fatto della sua fissità, nel suo contraddire cioè alla autorevolezza delle leggi ma nel carattere trascendente di esso, come presupposto e limite a priori, e, solo conseguentemente, statico e fisso, della volontà"] [costante e continua formazione dello spirito si rivelano solamente nel «processo di auto-oggettivazione dell'Io. L'attività dello spirito, prescindendo dalla sua manifestazione fenomenica, «è solo ed essenzialmente attività etica»?': per cui l'autoco-scienza - del soggetto agente - nell'atto stesso in cui costituisce la volontà come tale, ne costituisce insieme e indistinguibilmente l'assoluto valore etico. Questa ripresa lineare e rigida della dimensione morale dell'intero processo spirituale dalla speculazione gentiliana è il presupposto che consente a V. di attaccare frontalmente l'assurdità della distinzione spirituale tra attività economica e attività etica, poiché non è possibile concepirsi una differenza tra volontà universale e volontà individuale, ossia «tra fini che ci appagano come individui e fini che ci appagano come uomini. Due sono, dunque, le conseguenze derivanti da tali assunti: in primis, che l'utile «non è quella forma distinta di attività dello spirito, ma di un semplice, necessario modo di considerazione della volontà nel suo divenire. In secundis, che «il diritto è una forma distinta dell'attività dello spirito», che può presentarsi «come economia», ma soltanto «in virtù di una distinzione gnoseologica operantesi e risolventesi nel reale processo di svolgimento dello spirito come eticità. Rispetto dunque al primo punto, la critica ai 'distinti conduce ad una parziale e vaga accettazione dell'identità diritto-economia e ad una rapida e sbrigativa descrizione della relazione tra i vari momenti della praxis: diversamente da Gentile, e anche da Maggiore, in cui l'approdo alla moralità avviene in maniera graduale e complessa, in Volpicelli costituisce un dogma non approfondito, ma assiomaticamente sostenuto. V. La teoria del diritto di Croce. Gentile, criticando la filosofia crociana dei distinti e, nel contempo, rigettando i presupposti della dialettica hegeliana, sostiene che la morale investa "ogni momento della vita dello spirito" in quanto proiezione di "un dover essere imprescindibile hic et nunc in virtù della libertà GENTILE, I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore, invece, distinguendo, in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al termine del percorso dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr. Maggiore, L'unità del mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo tempo, poi, riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a decretare la sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e il suo processo ideale, V. La teoria del diritto di Croce. Gentile, criticando la filosofia crociana dei distinti e, nel contempo, rigettando i presupposti della dialettica hegeliana, sostiene che la morale investa "ogni momento della vita dello spirito" in quanto proiezione di "un dover essere imprescindibile hic et nune in virtù della libertà" (cfr. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore, invece, distin-guendo, in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al termine del percorso dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr. Maggiore, L'unità del mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo tempo, poi, riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a decretare la sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e il suo processo ideale, Palermo: un passaggio che segna l'inizio di un lento ma inesorabile allontanamento dall'attualismo e dall'idealismo tout court che si compirà negli anni successivi. Più in generale, sull'evoluzione della filosofia di Maggiore si rimanda a URSO (si veda), L'emersione del giuridico'nella filosofia di MAGGIORE (si veda): da L'unità del mondo a Il diritto e il suo processo ideale, in Annali dell'Università degli Studi Suor Benincasa, Napoli. Il vero problema filosofico-giuridico, del resto, è rappresentato dal rapporto tra volontà e legge. Contro l'impostazione di Croce, che la vedeva semplicemente come uno pseudo-concetto della sfera pratica, V. considera la legge «regola imperativa» che costituisce la base di «un momento sui generis e irriducibile dello spirito pratico»?. Essa, perciò, «non è una costruzione arbitraria», bensì «l'immanente proiezione astrattiva e generalizzante della concreta volontà e ad una prima lettura la legge appare, perciò, come l'oggetto in cui la volontà si pone ed è reale, nel momento in cui la voluntas se ne stacca, diviene lo schema ideale dell'agire; seguendo tale ragionamento, si può correttamente ritenere che «la sua dissoluzione è la condizione perché l'atto volitivo sorga e si effettui,? H. P. Grice: Actions and events – action in the realm of ends – I may have said to have payed Smith the money if my intention was to do it, not if I did it. Il diritto, allora, non può non identificarsi con la legge, cioè con il voluto «nella sua astrattezza e rigidezza di posizione innanzi e contro al volere. Mentre la volontà etica pone e risolve la legge nella sua libera ed intima creatività, la volontà giuridica è quella in cui «la legge è esterna però co-attiva. Ecco il motivo per cui il diritto assume la coattività e l'esteriorità come elementi - gnoseologicamente - distinti dall'etica. Infine, V. intravede e contesta nella filosofia di CROCE una lettura machiavellica della politica: concepita come la forma individuale o utilitaria dell'attività pratica dello spirito, essa si apre all'idea che la filosofia politica non ha più per oggetto lo stato e quindi la sintesi di autorità e libertà, molteplicità e unità del valore. V., La teoria del diritto di Croce, V., La teoria del diritto di Croce. V. considera essenziale separare l'ambito gnoseologico da quello fenomenologico e deontologico: in particolare, nel criticare le conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la filosofia costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una mera filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto. Questo approccio ricorda la distinzione gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto universale, o eterno momento della vita dello spirito" (cfr. G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze), e la categoria considerata come "contenuto di un certo atto conoscitivo ID., I fondamenti della filosofia del diritto).V., La filosofia della politica di Croce, in Nuovi studi di diritto, economia e politica, V. La teoria del diritto di Croce. V., La teoria del diritto di Croce. V. considera essenziale separare l'ambito gnoseologico da quello fenomenologico e deontologico: in particolare, nel criticare le conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la filosofia costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una mera filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico" (cfr. A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto) . Questo approccio ricorda la distinzione gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto universale, o eterno momento della vita dello spirito" (cfr. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze), e la categoria considerata come "contenuto di un certo atto conoscitivo" (cfr. ID., I fondamenti della filosofia del diritto. Volpicelli, La filosofia della politica di Croce, in Nuovi studi di diritto, economia e politica/ Logica e storia: l'attualismo giuridico di V. V. riconosce al formalismo giuridico di ispirazione neo-kantiana un importante merito ma, di contro, attribuisce ad esso un altrettanto decisiva responsa-bilità: il suo pregio consisterebbe nell'aver riaffermato «l'identità e l'universalità del diritto», il suo difetto nello essersi arrestato a un concetto astratto e antistorico della categoria del diritto. Il formalismo critico, in altre parole, riaffermando l'apriorità e categoricità del diritto, rivendicava legittimità ed autonomia della rispettiva indagine filosofica. Un'autonomia che, in V., va sempre però concepita entro il perimetro della filosofia generale e mai al di fuori e all'esterno di essa. L'insuperabile limite del criticismo, allora, appare quello di inseguire un'illusione, ossia di poter sostenere l'autonomia dottrinale di quella particolare filosofia contro i congiunti ostacoli della filosofia generale e della giurisprudenza. E arriviamo, così, all'analisi del maggiore e più influente esponente del CRITICISMO ITALIANO, ovvero Vecchio. V. contesta due aspetti fondamentali della sua teoresi: la distinzione tra concetto e idea del diritto - che ripropone, sotto mentite spoglie, quella tra una giurisprudenza che studia il diritto particolare e la filosofia che studia il diritto universale; la riproposizione, consequenziale, dei tre compiti (gnoseologico, fenomenologico, deontologico) del diritto. V., La teoria del diritto di Croce.V., nel ritenere che la filosofia del diritto come una parte della FILOSOFIA nasce con Thomasius, interpreta la sua distinzione tra DIRITTO e MORALE [philosophical jurist] ome specchio della distinzione tra diritto NATURALE e diritto NON-NATURALE (Grice) o positivo (cfr. V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto). V., La teoria del diritto di Croce. Per comprendere meglio la prospettiva volpicelliana, è interessante la lettura dell'opera di PETRONE (si veda). Sebbene consideri la sua filosofia come unico sforzo compiuto dal filosofismo accademico italiano per costruire una filosofia del diritto su fondamenti speculativi, in essa traspare nitidamente il fatto che l'apriori critico diviene una statica e trascendente idea innata e, di conseguenza, la realtà fenomenica come una bruta empiria avente fuori di sé il suo principio (cfr. Id., Indirizzi italiani di filosofia del diritto. Pertanto, nel suo idealismo critico permane, in fondo, tenace la concezione positivistica. Quando ci riferiamo criticismo ITALIANO, come sostiene nella sua ricostruzione storico-filosofica TABARONI (si veda), possiamo individuare tre filosofi per antonomasia, ovvero PETRONE (si veda), RAVÀ (i veda), e, per l'appunto, Vecchio; in merito cfr. Tabaroni, La terza via critica. Della gius-filosofia IN ITALIA, Napoli. Una problematica, questa, che viene approfondita da altri filosofi, tra i quali certamente spicca CAMMARATA (si veda). Si ricordi, a riguardo, soprattutto il contributo a una critica gnoscologica della giurisprudenza, in cui emerge, come scrive Serra, la necessità di ridare legittimità alla filosofia del diritto rifiutando l'elisione idealistica della realtà del diritto (cfr. Serra, Cammarata: la critica gnoseologica della giurispru-denza, Napoli. V. Indirizzi italiani di filosofia del diritto. In primo luogo, egli ritiene che la fenomenologia del diritto coincide con la storia stessa del concetto di diritto. Tra lo svolgimento dell'idea-diritto e la trasformazione del concetto-diritto non vi è, dunque, alcun dualismo ma piuttosto una sostanziale identità. Un'identità che consente a V. di accentuare quell'avvicinamento tra forma e contenuto del diritto, già riconoscibile nell'opera gentiliana e già intrapreso da MAGGIORE (si veda), che, pur riprendendo nozioni critiche, le plasma e le adatta all'interno della sua speculazione a consolidamento e sostegno della posizione attualista. La forma, per V., è sempre forma viva, ossia concreta, processuale e differenziantesi: una forma che, così intesa, può essere perfino definita come il contenuto medesimo nella sua spiritualità. Una forma che non può mai identificarsi con la vuota e indifferente nozione, di derivazione critiche, dell'universale logico. Da qui, la seconda fondamentale critica a VECCHIO (si veda), ossia la sua fatua distinzione tra essere e conoscere. Il fenomeno giuridico, infatti, va concepito, secondo tale lettura, come un qualcosa che non cade fuori dall'atto che la produce – il performativo o operativo nella legge scozese --, ma piuttosto come una realtà in cui si individua, e cioè si converte e rifonde senza residuo, l'universale attività concepente [costitutiva]. La riconduzione dell'elemento fenomenico nell'ambito formativo del processo spirituale determina, altresì, l'identificazione della conoscenza con il VALORE (l’assiologia di H. P. Grice), o meglio, dell'attività conoscitiva con quella valutativa. Lungi dall'accogliere la separazione weberiana tra giudizio di fatto e giudizio di valore, V. perviene al rifiuto dell'altra importante dicotomia nella filosofia delvecchiana, ossia quella tra idea logica e idea valutativa, da cui derivano rispettivamente il giudizio storico-positivo e il giudizio deontologico-razionale. Per l'allievo di Gentile, conoscere è, indistinguibilmente, e in sé medesimo, VALUTARE perché ogni valutazione avviene sempre in re, e non extra o post rem, e pertanto è possibile e giustificabile solo nell'atto. Un concetto di diritto che non è nulla di diverso e distinto dalle sue manifestazioni, ma è proprio, assolutamente, quest'ultima. Il critico attualista è quello che apre all'identità hegeliana di reale e razionale attraverso il ribaltamento del rapporto tra soggetto e oggetto e la negazione della pre-esistenza della realtà al pensiero. Una tale conquista - osserva Franchi - che capovolge il tradizionale rapporto tra il pensiero e l'essere, si sarebbe però arrestata, secondo V., con il riconoscimento di un dato che trascende il pensiero, cioè la materia, a cui il pensiero si limita a dare una forma, e che avrebbe obbligato al CRITICO a introdurre nel suo sistema il concetto di noumeno, elemento non conoscibile dall'intelletto, a fondamento della stessa realtà naturale (cfr. Franchi, V.). V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto, Studi di diritto, economia e politica] conoscitivo, e non fuori o dopo di esso. Il valore, dunque, finisce per identificarsi con l'essere in maniera ancora più netta rispetto al fenomeno, essendo non altro che la stessa formale ed infinita creatività dello spirito: un'identificazione garantita dai suoi caratteri essenziali, ovvero l'autoposizione e l'infinità. Il valore così definito svolge, all'interno della ricostruzione volpicelliana, un'ultima importantissima funzione, ossia quella di offrire un ulteriore e decisivo argomento contro ogni visione giusnaturalista. Non potendo, infatti, rinunciare alla sua spirituale natura e immanenza, alla sua indole interiore e cosciente e alla sua inesauribile dialettica, il valore, applicato al diritto, trasforma questo in una peculiare espressione concreta della coscienza umana, specificamente quella dell'essere doveroso e continuo: un diritto che è sempre giusto. Alla luce di ciò, appare assolutamente INUTILE ipotizzare un diritto NATURALE a priori, eterno, immutabile – H. P. Grice: “Stevenson always used ‘mean’ in its natural usage in scare quotes!” --, espressione d’un ideale astratto sempre esterno alla realtà. Il giusnaturalismo, in ogni sua formulazione, svela sempre il suo carattere filosoficamente falso per questa sua incapacità di essere immanente e procedurale all'interno della realtà dello spirito: idealità e realtà, in definitiva, non si traducono mai in un dualismo, bensì si rapportano sempre nell'alveo di un processo dialettico. Passando sul versante del diritto, V. legge con interesse critico tanto l'opera d’Orlando quanto quella di Romano. Il confronto con entrambi scaturisce dall'interesse per lo stato, in particolar modo per la sua definizione e la sua funzione nell'ambito dell'esperienza giuridica. In sintesi, pur condividendo sensibilità e fini che la scienza del diritto pubblico mostra e per-segue, Volpicelli individua nella dottrina dei due giuristi siciliani degli elementi critici da cui occorre allontanarsi apertamente: in Orlando ravvisa il pericolo di una scissione tra diritto e legge con la subordinazione del primo nei confronti della seconda; in Santi Romano, invece, la riduzione dello Stato a species del genus diritto rappresenta un presupposto incauto da cui potrebbe derivare una frammentazione dell'universo giuridico e un abbandono del processo unitario che, viceversa, lo con-trassegna.Ciò che, invero, preoccupa maggiormente Volpicelli sul piano della scientia juris è quella che egli indica come «la tendenza più generale e caratteristica della giurisprudenza, ossia quella di determinare e porre alla base delle sue costruzioni il puro concetto di fatto giuridico; un concetto, in altre parole, valido. Questa interiorità dell'atto conoscitivo, sorprendentemente, viene trovata da V. come Grice nel regno dei fini di Kant stesso, laddove il conoscere, formandosi secondo le forme funzionali dell'auto-coscienza costituisce "già per ipotesi il nostro conoscere. V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto una volta per sempre e per tutti i possibili fatti»'. E necessario, perciò, una forte contrapposizione a questo formalismo che, come «mostro insaziabile», divora e annulla la scienza «nell'assurda pretesa di rendere quanto più rigorosi e universali gli schemi scientifici»52.Per V. la scienza, in generale, «non astrae dalla realtà», ma piuttosto «in funzione» di essa. In questo senso, la logica - che è in capo a qualsiasi concezione epistemologica - e la storia - che è l'incessante motore della realtà ideale - determinano due verità che non possono non coincidere. La logica, infatti, in quanto «immanente forma della realtà storica», non può mai scindersi dalla cosa in sé, dalla concretezza dello spirito, ma fondersi sempre con essa 4Ma la scienza non può 'spiegare sé stessa, dal momento che la sua intima ragione può essere definita soltanto dal di fuori, ovvero dalla speculazione filosofica, «nes-suna scienza può scientificamente dimostrare i suoi presupposti» e quindi «la scienza giuridica non può pretendere di spiegare giuridicamente il diritto»55. La genesi e i fondamenti del diritto «trascendono la competenza e la stera della scienza giuridica» perché essi hanno una vera e genuina natura META-GIURIDICA – cf. Grice BOOTSTRAP: do not turn your meta-language stronger than your object-language or you’ll end up having to pull yourself up by your own bootstraps]. La scienza giuridica è «distinta ed autonoma nella politica o nella storia, ma non dalla politica e dalla storia. Il grande torto di Orlando, come si vedrà, sarà quello di aver cercato di rendere la scienza giuridica autonoma dalla politica, ovvero dalla storia, e perciò di affrancarla dalla filosofia. V., in verità, apprezza di Orlando la posizione antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una scienza del diritto capace di cogliere organicamente quei principia juris che costituiscono «le premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni giuridiche positive»8. Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, Diritto, economia e politica, V., Orlando, Diritto, economia e politica. VITTORIO EMANUELE ORLANDO V., in verità, apprezza di Orlando la posizione antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una scienza del diritto capace di cogliere organicamente quei principia juris che costituiscono «le premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni giuridiche positive»58. Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, in Studi di diritto, economia e politica. V., Orlando, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. V,, Orlando, Studi di diritto, economia e politica. In verità, come osserva Pietro Costa, in questa riconosciuta affinità con l'impostazione orlandiana, si può riscontrare quel più generale consenso verso "quella pregiudiziale antropologica (di ispirazione anti-individualistica e organicistica) che collega Volpicelli non solo ad Orlando, ma all'intera tradizione giuspubblicistica" (cfr. COSTA (si veda), Lo stato immaginario. Metafore e paradigmi della cultura giuridica ITALIANA, Milano] [l'atteggiamento dichiaratamente critico del giurista palermitano nei confronti sia del contrattualismo, sia del giusnaturalismo"".Ciò che, invece, rappresenta - come detto - uno strappo che determina il rigetto della visione orlandiana nel suo insieme è la distinzione, di matrice storicista, tra legge e diritto". Una distinzione che riproporrebbe - in altro modo - il dualismo tra diritto positivo e diritto naturale, laddove si affermi che «il diritto positivo o vigente (legge) dichiara e impone l'antecedente, genuino ed autonomo diritto so-ciale»61.In ciò non può non ravvisarsi, secondo l'interpretazione volpicelliana, uno sdoppiamento che è matrice e, a un tempo, figlia della medesima scissione tra Stato e società, già individuata e criticata - da Gentile e Maggiore - nell'hegeliana dialettica tra bürgerliche Gesellschafte Staaf2. Uno Stato che rimane mero titolare della legge con la quale riconosce e sanziona un diritto che non nasce in esso e con esso, ma in una società che precede sempre la sua formazione. Ma la società, secondo Vol-picelli, «non crea il diritto, se non in quanto Stato», assumendo in tale veste il ruolo di società politica 3.Il nesso tra diritto e politica, allora, costituisce il vero nodo da sciogliere, il terreno su cui è possibile porre le solide fondamenta della scienza giuridica, delineandone definitivamente caratteristiche e confini. Diritto e politica rappresentano l'astratto e il concreto del processo ideale che accompagna e contrassegna perpetuamente l'ente Stato. Se, perciò, il diritto può essere pensato come «l'obiettivazione astratta» del «concreto essere e operare» della politica, le scienze impegnate a studiare e definire i rispettivi oggetti sono agevolmente identificabili: la scienza del [ Orlando, infatti, da un lato considera il diritto come "una creazione spontanea, incessante ed organica della società", dall'altro sia allontana da tutte quelle dottrine che "ponevano a centro e a soggetto del mondo giuridico il puro individuo come immediatamente dotato di naturali diritti" (cfr.A. V., Orlando.V. scorge in questa separazione un retaggio diretto della scuola storica del diritto. Una corrente a cui viene riconosciuto un duplice merito: "contro il contrattualismo, riafferma l'apriorità e originarietà della società come fonte e principio del diritto; contro il giusnaturalismo, la storicità e positività di quest'ultimo" (cfr. ibidem). E, infine, "l'avversione costante e irriducibile di quella scuola alle codificazioni, che pretende di arrestare il corso storico" e alle riforme imposte "da una ragione arbitraria perché meta-storica. Ciò che, al contrario, valuta come un limite è la negazione dello Stato come fuoco incessante della società: una società descritta come "una realtà piena e perfetta prima e fuori dello Stato" e quindi una realtà "immediatamente statuale e giuridica" (cfr. A. V., Orlando. V., Orlando. Il confronto di gentile con la filosofia hegeliana si traduce in un più complessivo abbandono dello schema triadico della sua dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi che si regge sulla continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul punto soprattutto Gentile, La riforma confronto di Gentile con la filosofia di Hegel si traduce in un più complessivo abbandono dello schema triadico della sua dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi che si regge sulla continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul punto soprattutto Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, Firenze. La critica di Maggiore ad Hegel, invece, si sviluppa organicamente, seguendo per grandi linee la lettura gentiliana, in Maggiore, Hegel, Milano. [diritto ha il compito di analizzare lo Stato «ipostatizzandolo e irrigidendolo, considerandolo sempre come «obiettivo e statico ordinamento istituzionale», la scienza politica ha viceversa la funzione di approcciare alla realtà statuale nel suo divenire concreto, ovvero nel suo interno rapporto con la progressiva e piena volontàumana. In sintesi, diritto e politica - e con essi le relative scienze - sono senza dubbio distinti, ma non del tutto separati perché «non rispondono affatto a due concezioni opposte della realtà», ma piuttosto «poggiano su un fondamento ideale comune», lo Stato, di cui incarnano l'astratto e il concreto. L'approccio orlandiano, in questo senso, viene certamente 'salvato', dal momento che l'analisi e il valore degli istituti pubblici «nella loro giuridica realtà» costituiscono il fine della scienza giuridica: un fine che, tuttavia, non si persegue correttamente se questi si staccano dal processo storico in cui si enucleano. Proprio qui, infatti, affiorerebbe il secondo e decisivo limite della ricerca di Orlando, ossia il tentativo impossibile «di accogliere e conciliare in un più comprensivo sistema i motivi parimente essenziali, ma inadeguati ed erronei nella loro unilateralità, delle due scuole di diritto pubblico»: la scuola francese, che continua a dare forma alle premesse politico-ideologiche della rivoluzione, e la scuola 'tedesca', che al contrario «avvia e apre a sostanziali sviluppi l'assolutismo tradizionale Se, dunque, il legame con la scuola storica lo conduce all'inaccettabile divaricazione tra legge e diritto (rectius: società e Stato), l'attenzione al modello francofono lo porta, viceversa, verso un imprudente abbandono proprio della dimensione storica (rectius: politica) della realtà giuridica in quanto realtà statuale"8. La vera 'colpa' di Orlando, dunque, sarebbe quella di non aver realizzato la sintesi tra le due teorie, ovvero di non aver costruito una scienza giuridica capace, a un tempo, di affermare «l'autonomia e l'assoluta sovranità dello Stato», nonché «l'esigenza dello stato giuridico e della libertà civile. Il suo vero fallimento è determinato dal vano sforzo di conciliare la necessità delle prerogative sovrane della realtà statuale con l'esigenza [. Sul rapporto tra diritto e politica, come suggerisce Stolzi, V. - insieme a SPIRITO (si veda) con il quale condivide fino in fondo le avventure e le disavventure dei Nuovi studi, rivendica la netta supremazia del momento politico su quello giuridico, ossia "la necessità che la politica diventasse l'effettivo motore dello stesso diritto" (cfr. I. Stolzi, Il fascismo totalitario: il contributo della riflessione idealistica, in Historia et ius, historiaetius.eu)). V., Orlando. In verità, rileva Sandulli, le molteplici ascendenze culturali che caratterizzano la formazione della dottrina orlandiana, possono essere ricondotte "ad un ceppo comune culturale" rappresentato dalla "scuola storica di Savigny", dal quale poi si distanzia per seguire "gli indirizzi dei più rilevanti approdi della coeva giuspubblicistica tedesca", ovvero Gerber, Laband, e, infine, soprattutto Jellinek (cfr. Sandulli, Costruire lo Stato. La scienza del diritto amministrativo in Italia  Milano. Orlando di riconoscimento della libertà politica ad ogni individuo. Volpicelli risolve questa, per lui, intollerabile giustapposizione orlandiana con la 'sintesi' dei due elementi, sovranità statuale e libertà politica, nella nozione di libertà civile che, andando a coincidere con l'autolimitazione statale, si realizza in «un congruo e determinatosistema di norme giuridiche. La libertà civile, intesa in senso volpicelliano, se traslata nel rapporto tra i singoli, può costituire i presupposti della libertà giuridica, cioè di quella libertà «insita e definita nello stesso diritto» che deriva «in modo indiretto, subordinato e contingente dal diritto posto» e che trova «nella empirica formulazione di legge il suo fondamento e i suoi limiti. Mentre, quindi, l'attributo civile sembra connotare più propriamente i rapporti tra individuo e Stato, quella giuridica pare riferirsi in maniera più manifesta alle relazioni intersoggettive: due formulazioni della libertà che, da un lato, avallano una differenziazione tra ius - in quanto materializzazione dello [ Ibidem. Il problema dell'auto-limitazione dello Stato spinge Volpicelli ad un naturale accostamento teoretico tra la dottrina Orlando e quella di Jellinek che costituisce, per il giurista romano, l'occasione per un ulteriore chiarimento concettuale. Se la dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica coesistenza di sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime chiaramente la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti pubblici. Il problema dell'auto-limitazione dello stato italiano spinge V. ad un naturale accostamento teoretico tra la dottrina d’Orlando e quella di Jellinek che costituisce, per il giurista romano, l'occasione per un ulteriore chiarimento concettuale. Se la dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica coesistenza di sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime chiaramente la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti pubblici soggettivi. Secondo quest'ultima, infatti, la limitazione giuridica del sovrano vuol dir soltanto relazione giuridica di esso col suddito -- relazione insidente nell'atto stesso onde lo stato italiano legifera o pone il proprio comando nella forma di legge V., Orlando (si veda). In V., dunque, è la legge medesima a contenere in sé il senso del limite. Essa, infatti, non è mai e solo un uni-laterale comando al suddito, ma è sempre un comando a se stesso, ossia un continuo organizzarsi e procedere giuridicamente. Del resto, se FILOSOFICAMENTE – MORALMENTE – CONCETTUALMENTE -- filosoficamente stato italiano e italiano si identificano, in ambito giuridico LEGALE NON MORALE la teoria dei diritti pubblici soggettivi non è accettabile perché presuppone l'auto-poiesi dello stato italiano, che si astrattizza nella fictio iuris della “persona,” non ontolgoica, ma meramente giuridica. Una fictio che poi s’sdoppia attraverso il riconoscimento della persona giuridica del cittadino italiano. La teoria dei diritti pubblici soggettivi presuppone la relazione tra due soggetti onto-logicamente diversi. L’attualismo filosofico, invece, li considera come i momenti distinti di un'unica sostanza. Il legame sovrano-suddito, stato-italiano/italiano è sempre interno e mai esterno – Esterna puo essere l’implicatura – H. L. A. Hart on Austin, the legal philosopher. Perciò, su un piano filosofico speculativo è inaccettabile. Da un punto di vista della giurisprudenza, nel senso astratto datogli da V., puo anche essere accettata, quanto meno nei suoi presupposti se non in tutte le sue conclusioni. Rispetto ad ORLANDO (si veda), dunque, V. cerca una sorta d’interpretazione attualisticamente orientata dell'opera di Jellinek e della dottrina dell'auto-limitazione. Uno Jellinek il cui merito è quello d’essere partito dal puro atto legislativo UT SIC [Grice, DEEMING A DOG A CAT], senza pretesa alcuna di assegnare e imporre allo stato italiano un determinato e MITICO atto legislativo iniziale, evitando così lo sdoppiamento tra sovranità e popolo. Legiferare è limitarsi. Pertanto, lo stato italiano legislatore e lo stato italiano giuridico non sono, in somma, DUE stati italiani – STATI NON SUNT MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM -- o incluso PARTI [cf. Grice, THE POWER STRUCTURE] staccate ed eterogenee d’un unico stato italiano- una originaria e sottratta al diritto (auto-cratica, illimitata, assoluta) e l'altra postuma, derivata e vincolata da esso, bensì i due momenti ideali e inscindibili d’un unico stato italiano nel suo processo storico di posizione e costituzione di sé. Lo stato italiano legislatore, in definitiva, è continuamente e inscindibilmente un sempre nuovo determinato stato italiano giuridico, cosicché la legge è l'atto che garantisce il continuo processo di produzione della giuridicità,Stato - e lex - in quanto astrazione individuale dello spirito, fugando però il rischio della scissione perpetrata d’ORLANDO (si veda), in cui rimane impossibile conciliare la statualità del diritto con la sua pre-esistenza allo stato italiano. In definitiva, attraverso tale duplice articolazione, V. finisce, volente o nolente, per assecondare, tramite il diritto, quella indispensabile identità gentiliana (GENTILE (si veda) di libertà e autorità: sovranità. Il percolo di una separazione tra stato italiano e società, già paventatosi in ORLANDO (si veda), trova, secondo V., con l'affermarsi dell'istituzionalismo romaniano – ROMANO (si veda) --, un'ulteriore fonte di minaccia, ma anche un'apprezzabile opportunità di sviluppo. Per far sì che la società sia l'immanente sostanza dello stato italiano e che quest'ultimo si trasformi nella co-estensiva e interiore organizzazione autorevole della societas medesima, occorre che il diritto PUBBLICO, lungi dal ridursi alla figura del rapporto politico tradizionale a-topicamente concepito, incominci a svolgersi e articolarsi in un compatto sistema d'istituzioni attraverso cui circoli tutta la vita sociale. In questo senso, V. può ben richiamarsi a [L'ordinamento giuridico, nel sostenere che il diritto non è norma o regola estrinseca di rapporti atomistici, bensì una compatta organizzazione sociale in cui le norme e i rapporti rientrano come particolari e subordinati momenti. Ma, soprattutto, la realtà giuridica è una organizzazione, in virtù della quale la società si articola e costituisce in un ente unitario ed autonomo rispetto ai vari elementi che lo compongono. In sostanza, in tale lettura si accetta, come fondamento incontestabile, l'inscindibile connubio tra IVS e societas. Un connubio che trova la sua primigenia unità nell'individuum. V., ORLANDO (si veda). Sul rapporto tra individuo e Stato inV. cfr. Gennaro, Crocianesimo – CROCE (si veda) e cultura giuridica. Cfr. GENTILE (si veda), I fondamenti della filosofia del diritto. Sul rapporto tra autorità e libertà in GENTILE (si veda), tra le possibili letture cfr. Barbuto, Nichilismo e stato italiano totalitario, Napoli. V., ROMANO (si veda). Per V. la norma è una linea divisoria tra le azioni umane, una connessione tra ordinamento giuridico e realtà umana openstarts.units. V., Orlando. Sul rapporto tra individuo e Stato inV. Gennaro, Crocianesimo e cultura giuridica. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto. Sul rapporto tra autorità e libertà in Gentile, tra le possibili letture cfr. Barbuto, Nichilismo e Stato totalitario, Napoli. V., Romano. Per V. la norma è una linea divisoria tra le azioni umane, una connessione tra ordinamento giuridico e realtà umana che costituisce un limite oggettivo con "due FACCE (Face to face) assolutamente congrue. Cfr. V., Romano (continuo e fine), in Studi di diritto, economia e politica. Più in generale, l'attenzione per le teorie romaniane è un tratto comune a molti teorici appartenenti alla scuola gentiliana o comunque in qualche modo aderenti o vicini alla filosofia attualista. Oltre a V., come ricorda Stolzi, anche MAGGIORE (si veda) e PANUNZIO (si veda) riconobbero a Romano il merito di aver sollevato la questione della identità profonda del fenomeno giuridico e di aver chiarito come tale identità non puo in alcun modo esser ricavata dalla mera superficie normativa, dal semplice sistema del diritto POSITIVO (Stolzi, L'ordine CORPORATIVO: poteri organizzati e organizzazione del potere nella riflessione giuridica dell'Italia FASCISTA, Milano).V., Romano] [medesimo. La società e il diritto, nel senso più genuino e completo, sono, infatti, presenti già nell'individuo isolato [IDIO di H. P. Grice – IDIO-LETTO – MEANING WITHOUT AN ADDRESSEE], il quale, malgrado rimane chiuso della sua vita interiore, in quanto espressione della soggettività concreta dello spirito, costituisce un solido e articolato sistema di VOLIZIONI e mezzi di vita, di poteri e istituti, di garanzie e di norme, di facoltà e obblighi, e quindi una forma di redenzione essenziale di sé con sé, motivo per il quale va considerato, senza ombra di dubbio, come una società – o POPOLAZIONE come preferisce C. A. B. Peacocke -- formalmente piena e perfetta. Tuttavia, ciò che rimane estraneo all'ortodosso attualismo volpicelliano è l'idea di un diritto oltre lo stato italiano. Il diritto, infatti, è l'obiettivazione positiva della volontà dello stato italiano, ossia l'organizzazione statica e obiettiva in cui, di momento in momento, si configura e conchiude il vivente processo politico dello stato italiano. Esso è certamente organizzazione - come sostiene Romano - ma soltanto quella che si incarna nella forma, ma soprattutto nella sostanza, dello stato italiano. Inoltre, è la sua presupposta mutevolezza a fornire quella solida e irrinunciabile garanzia di adeguamento continuo all'azione dello stato italiano e, di conseguenza, della società tout court. In definitiva, se, da un lato, viene accolta favorevolmente, in funzione anti-formalista e anti-normativista la nozione del diritto come istituzione, dall'altro non è possibile sostenere la conseguente visione pluralista, derivante - per il vero - da una lettura accentuatamente progressista e innovatrice del saggio di Romano. L'istituzione, in ultima analisi, secondo V., non può che essere lo stato italiano, ossia il soggetto che, per affrancarsi definitivamente dalla sua ipostatizzazione,V., del resto, legge in chiave assai personale anche la crisi dello stato italiano.Nella sua ottica, il superamento dello statualismo rappresenta il passaggio dalla concezione normativa, e quindi individualistica e privatistica, a quella istituzionale e pubblicistica del diritto, ovvero dalla concezione atomistica e formalistica a quella socialitaria ed ORGANICA dello stato italiano (V., Romano (continuo e fine)). In realtà, la teoria di Romano anda letta come un tentativo di conservazione attraverso l'adozione di un modello organicistico e anti-individualistico, dello statualismo. Uno statualismo che, tuttavia, dove definitivamente accantonare le forme giuridiche. In tal senso, come scrive CASSESE (si veda), la visione di Romano rappresenta il contrario del pluralismo (Cassese, Lo stato italiano, stupenda creazione del diritto italiano, e vero principio e vita, Rivista di diritto pubblico, in Quaderni fiorentini, Milano. Pertanto, seguendo le parole di CATANIA (si veda), si può ulteriormente concludere che Romano elabora una concezione giuridica che, lungi dal riflettere e comunque lungi dal mettere in evidenza anche la possibilità di una lettura conflittuale della società, giuridifica la realtà stessa, in questo senso la formalizza, in questo senso depotenzia il conflittualismo perché in qualche modo la visione giuridica, nella sua struttura ordinamentale ed organizzatoria, tende ad esaltare tutti i momenti in cui appunto l'azione sociale si mostra fondativa e corroborativa dell'organizzazione stessa, senza che minimamente si formulino ipotesi sulla reale composizione e sul reale scontro delle organizzazioni sociali irrompenti sulla scena storico-politica (cfr. CATANIA (si veda), Formalismo e realismo nel pensiero di Romano, Teoria e filosofia del diritto. Temi, problemi, figure, Torino. Sull'interpretazione della dottrina romaniana, ancora cfr. SANSULLI (si veda), COSTRUIRE LO STATO – cf. Grice, LOGICAL CONSTRUCTION. [cideve assumere l'attributo dell'organizzazione. L'addivenire ad una qualsiasi teoria della pluralità degl’ordinamenti giuridici rappresenta il LOGICO corollario di una concezione formalistica del diritto e, a un tempo, la negazione flagrante della istituzionalità del diritto. Il diritto, in altre parole, è istituzione solamente se e perché il mondo dei rapporti giuridici si origina, si sviluppa e si conserva come una compatta unità. Ciò che, dunque, finisce sotto la lente critica volpicelliana è l'ipotesi di una elaborazione dottrinaria, da parte della giurisprdenza, di una teoria che consideri il diritto o l'istituzionVT SIC, nella sua purità e generalità, e che risponde così, in maniera fatua ma pericolosa, al più tormentoso ed insistente problema della giuspubblicistica, ovvero quello di legare o subordinare lo stato italiano al diritto. Un'operazione considerata vanamente astuta perché, passando da una surrettizia e apparente identificazione tra stato italiano e ordinamento, si traduce in un'inaccettabile riduzione del primo termine a species del genus istituzione, come il linguaggio, il dizionario, ecc. SINGER. Nel rigettare contestualmente l'identità stato-diritto e l'assorbimento dell'ordinamento statuale nella più ampia nozione di istituzione, V. ravvede il verificarsi di una FALLACIA ANALOGIA A QUELLA NATURALISTA dennunciata da Moore. Sebbene, infatti, lo statualismo è-, storicamente e filosoficamente, antitetico al GIUS-NATURALISMO perché dà al diritto una'fonte' immanente e positiva, ovvero un istituto, esso finisce per cadere nella stessa fallacia, ossia di subordinare al diritto lo stato italiano, che da tale subordinazione trade la propria esistenza e legittimazione giuridica. L'unica legittima identificazione, su un piano filosofico, di stato italiano e diritto è quella che vede il secondo come l'incessante organizzazione obiettiva del concreto processo politico, laddove politico corrisponde con ETICO – cf. Grice on the priority of LEGAL RIGHT OVER MORAL RIGHT. Questa familiare dialettica tra oggetto (diritto) e soggetto (stato italiano), tra astratto e concreto, che trova ampio riscontro nella filosofia di Gentile, in V. viene ulteriormente sviluppata attraverso l'approccio al tema del diritto inter-nazionale – tra, ad essempio, lo stato italiano e lo stato tedesco. Se lo stato italiano è, dunque, quella concreta realtà politica che pone e riforma e vivifica incessantemente se stesso come entità o istituzione giuridica, si pone il problema di definire, in maniera coerente con le premesse dell'attualismo filosofico, l'ordinamento fra Italia e la GERMANIA, ovvero rifiutando qualsiasi soluzione dualistica e, a maggior ragione, pluralistica. V. affronta la questione sostenendo che l'ordinamento fra l’ITALIA e LA GERMANIA, no una corporazione, trascende e comprende bensì il singolo STATO ITALIANO come soggetto giuridico -- rectius: i singoli ordinamenti giuridici statuali -- ma mai e in nessun modo LO STATO ITALIANO come soggetto politico in quanto centro vitali, costruttore e riformatore.  V., Romano] [dell'organizzazione giuridica tra due stati – ITALIA-GERMANIA. Solo in questo senso l'ordinamento tra due stati – ITALIA/GERMANIA può delinearsi come unica istituzione o organizzazione giuridica all'interno della quale sussistano molteplici relazioni giuridiche che sono appunto d’ordine intra-istituzionale. Ecco, allora, svelata la ragione del mantenimento della nozione di istituzione in un sistema rigidamente identitario e monistico come quello implicitamente o esplicitamente avallato dalla filosofia attuale. Lo stato italiano si identifica col diritto astrattamente, ma non concretamente. Sia nel rapporto interno, sia nel rapporto esterno, il processo identitario a cui V. continuamente fa ricorso concerne l'analisi giuridica (e quindi giusplubblicistica), non quella POLITICA, e quindi filosofica. Lo stato italiano, come realtà concreta e agente, crea sempre il diritto con cui, nell'atto creativo, va a identificarsi. Una cosa è, pertanto, lo stato FASCISTA italiano politicamente, o meglio, ETICAMENTE, inteso; un'altra lo stato italiano nella sua obiettivazione giuridica. Alla natura distintamente ontologica o NOUMENICA del primo, corrisponde - rimanendone ineluttabilmente separata ed estranea – la mera natura fenomenica e contingentemente storica del secondo. V. Urso, V. -- Arnaldo Volpicelli. Volpicelli. Keywords: natura, spirito, corpi e corpi, corporazione. H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi Speranza, “Grice e Volpicelli: il naturalismo,” Luigi Speranza: Grice e Volpicelli: natura e naturalismo” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Volpicelli.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Voltaggio—FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola, la scienza della fantasia di Vico -- la ragione conversazionale del ‘vel’: p v ~p – fondamenti della logica – la scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – filosofia siciliana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Palermo). Keywords: Vico. Filosofo palermitano. Filosofo siciliano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I enjoyed “What Leibniz actually said and not just implicated.” “Voltaggio also clarified Husserl to me.”  Filosofo italiano. Si laurea a Roma sotto ANTONI. Insegna a Roma, Mogadiscio e Macerata. Cappo ridattore di Sapere, collabora con Il manifesto, Lettera, di cui è socio fondatore, Apeiron, Janus, e Medical. Consulente di Sigma Tau di Roma e dell'istituto psico-nanalitico per le ricerche sociali, membro del seminario di filosofia di Senigallia. Altri saggi: Fondamenti di logica, Milano, Comunità; La funzione critica, Roma; Che cosa ha veramente detto Leibniz, Roma, Ubaldini; Scienza, Milano, Comunità; I filosofi e la storia, Milano, Principato; L'arte della guarigione, Torino, Bollati; Il filosofo nel bosco, Roma, Di Renzo; Scienza filosofica, Roma, Laterza; Italia mediterranea: I flussi migratori nelle principali città rivierasche, Roma, Edup; Antigone tradita: una contraddizione: libertà e STATO nazionale Roma, Internazionali; Il paradosso dell'infinito, Milano, Feltrinelli; Epistemologia e politica della ricerca, Roma, Armando; L'evoluzione di un evoluzionista, Roma, Armando; La conoscenza inespressa, Roma, Armando -- ‘a bit like my ‘tacit knowledge’ – Grice. --; L'ora della socio-biologia, Roma, Armando; L'arte della ricerca scientifica, Roma, Armando; Il potere: processi e strutture: un'analisi dall'interno, Roma, Armando; Progresso e razionalita della scienza, Radnitzky, Andersson, Armando, Roma); Verene: “VICO: La Scienza della fantasia” Armando, Roma; L'intelligenza scientifica: un'indagine sull'immaginazione creatrice dello scienziato; Roma, Armando; Filosofi per la pace, Roma, Riuniti; Galeno: Trattato sulla bile nera, Torino, Aragno. Francesco Voltaggio. Voltaggio. Keywords: Vico, “la scienza della fantasia” fundamenti della logica – fundamenti della logica di voltaggio – veramente detto Vico – veramente impiegato Vico --. Refs.: Luigi Speranza, “Voltaggio: what Leibniz implicated, as explicated by Grice.” H. P. Grice, “Voltaggio,” BANC MSS 90/135 c. Luigi Speranza, “Grice e Voltaggio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vopisco: La ragione conversazionale all’orto di Roma– filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Roma). Keywords: il giardino. L’orto. Filosofo italiano. L’Orto. Patron of STAZIO (si veda). Grice: “When I say ‘Garden’ I mean: ‘filosofo che segue la dottrina dell’Orto” – i. e. Marius, the Epicurean! The category of ‘patron’ is more or less publicly unknown in Oxonian philosophy. The term is applied to what the stereotypical patron was applied, as when we say ‘Mecenas’ without meaning ‘Mecenas.’ Inglobati nel parco di Villa Gregoriana sono i resti di una antica villa romana. Essendo consoli a Roma Quinto Ninio Asta e V., dal genitore di V. e infatti edificata a Tivoli una villa di cui il STAZIO (si veda) ci dà conferma nelle sue “Sylvae.” Questa lussuosa villa e tanto spaziosa che si estende dall'attuale ingresso di Villa Gregoriana fino all'ex albergo Sirene. Le fonti antiche infatti ci dicono che la dimora e abbastanza articolata ed estesa. Il terreno e attraversato da un canale di acqua, proveniente dal vicino Aniene, che la divide in due parti: una era posta all'interno di Villa Gregoriana mentre l'altra e situata appunto vicino all'ex hotel Sirene. La scelta del luogo ove edificarla e influenzata dal fatto che qui si estende il bosco sacro di Tiburno, qui c'e la grotta della Sibilla, qui si ergevano i templi magnifici ed imponenti dell'acropoli. Dagli studi compiuti alcuni sostengono però che la villa Vopisco non sarebbe stata costituita da due ma da tre aree, attraversate dai canali Stipa e Chiavicone o V. i quali sono una specie di valvola di sfogo quando l'Aniene e in piena. Stipa dà luogo alla cascata del Bernini, dal Bernini che ri-struttura il canale di origine romana. STAZIO (si veda), nella sua opera, Sylvae, considera un'attrattiva della villa V. il fatto di essere fornita di acqua potabile dall'Acqua Marcia. Interessante a tal proposito è la fistola trovata in piombo. Nella villa infatti, nel corso delle esplorazioni, è stato rintracciato un acquedotto così come è documentata la presenza di una piscina utilizzata per l'allevamento ittico. Attualmente della villa rimangono solo 13 ambienti aperti e finalizzati ad essere delle sostruzioni su cui poggiare le varie parti edili della villa sovrastante. L'idea dell'architetto e che essi, guardandoli, dessero l'impressione di trovarsi davanti a delle grotte naturali e per questo motivo dove e possibile si lascia intatto il terreno roccioso. Tuttavia si suppone, basandoci sulla testimonianza di fonti, che la dimora e costituita da vari padiglioni isolati. Non è semplice oggi però la lettura di ciò che resta del complesso anche se Canina tenta di ricostruire come la villa doveva essere. Publio Manlio Vopisco. Keywords: la villa del filosofo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vopisco”. Vopisco.

 

 

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