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Il Linguaggio dei Filosofi
DISCUSSIONI E RICERCHE
In philosophia non utendum est terminis
nisi accurata definitione explicatis.
CH. WOLF
Papova — FRATELLI DRUCKER — Pabova
LIBRAI - EDITORI
1911
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PADOVA
Tipografia all’ « Università » dei Fratelli Gallina
Prefazione
I filosofi, diceva Seneca, vanno più facilmente d’ac-
cordo tra loro degli orologi. A parte l'ironia conte-
nuta in queste parole, è indubbio che oggi si dovrebbe
invertirne l’ ordine: gli orologi vanno più facilmente
d’ accordo tra loro che non i' filosofi. |
Nè di ciò avrebbero più motivo di superbia i
primi, che di mestizia i secondi; poichè, alla fin fine,
gli stessi fattori di natura generale che hanno condotto
l’arte orologiaria alla perfezione presente, hanno pure
contribuito a far sempre più numerose e irreducibili e
profonde le divergenze d’ idee tra i filosofi. È questo
un argomento del quale si discorre a lungo nel pre-
sente volume, cosicchè sarebbe fuor d’ opera parlarne
ora. Ma, come semplice constatazione generica, niuno
può revocare in dubbio che il nostro patrimonio d’idee
filosofiche è oggi enormemente accresciuto, che in pro-
porzione anche maggiore è aumentato il numero di
quelli che ne parlano e ne scrivono, che i problemi
son divenuti più complessi e più intricati, che il senso
cea
dell’ indipendenza intellettuale s° è fatto più vivo, che,
insomma, in quasi due millennî di meditazione le cause
di disparità nelle vedute dovevano fatalmente moltipli-
carsi. Ai tempi di Seneca il sapere era ancora racchiuso
nell’ambito della cultura greca; su questa dovevano poi
innestarsi e il trascendentalismo mistico delle scuole
orientali, e la poesia metafisica, librata fra terra e cielo,
dei ss. Padri, e la dialettica sottile degli scolastici, e
la filosofia naturalistica del rinascimento, e l'alta specu-
lazione uscita da Kant, e le mille scoperte suggestive
della scienza moderna. Ora, mettete a bollire tutti que-
sti succhi ideali nel crogiolo d’ un cerebro filosofante,
imprimetegli una sicurezza imperterrita nella propria
infallibilità, pensate alle innumerevoli colorazioni che
il composto può assumere per virtù delle differenze in-
dividuali di cultura, di mente, di attitudini ecc., e poi
dite s'è mai possibile ne venga fuori qualche cosa che
s’ accordi coi prodotti d’un altro cervello metafisico.
Ai tempi di Seneca c'erano ancora delle scuole filoso-
fiche, che perduravano quasi immutate attraverso i se-
coli. Oggi non ci sono più nè scuole nè scolari; non
ci sono che maestri.
Io so bene che, per molti, questo ragionamento
non persuaderà affatto. E opinione assai diffusa, così
tra il pubblico grosso come tra gli scienziati e gli uo-
mini di lettere, che il gran disputare dei filosofi abbia
origine non tanto dalla inconciliabilità delle dottrine,
Fg
quanto dalla oscurità del linguaggio, la quale fa si che
non riescano a comprendersi l’ un l’altro. Lo scrisse an-
che il Rosmini: «quel poco di studio che io ho fatto
nelle filosofie mi ha pienamente convinto, che il batta-
gliare dei filosofi tra loro nasce le gran volte dal non
intendersi».
E ammettiamo pure sia così. Ma codesta oscurità
che serve tanto bene per denigrare la filosofia a chi
non ha la robustezza mentale necessaria per compren-
derla, codesta oscurità è un capriccio da perdigiorno, un
difetto inguaribile proprio dei filosofi, un’ astuzia inge-
gnosa per nascondere il vuoto interiore - poichè anche
questo è stato detto - o non piuttosto un portato ne-
cessario dei fattori già ricordati, un malanno pertinente
alla natura stessa della disciplina? È questo il punto.
Ora, su questo punto dominano tra i più delle idee
strane ed ingiuste. « Se si accetta la peregrina verità che
il linguaggio serve alla manifestazione del pensiero -
scrissi altra volta - e che tanto più perfetto è il linguag-
gio quanto più fedelmente aderisce al pensieroe sa ripro-
durne in modo adeguato tutti glî elementi, tutti i rap-
porti, tutte le sfumature; conviene ammettere che ad
ogni specialità di pensieri debba corrispondere una spe-
cialità di linguaggio, o, in altre parole, che quante sono
le categorie distinte di conoscenze, altrettante debbano
essere le distinte terminologie; e che, come nessuno
può accingersi a ricerche istologiche senza saper ado-
sca
perare il microscopio, così nessuno possa pretendere
di accostarsi a qualsivoglia disciplina senza aver acqui-
stata una certa familiarità col suo linguaggio tecnico.
Ora, tutti ammettono la legittimità della terminologia
tecnica nella chimica, nella fisica, nella botanica, nel-
l’ostetricia, nell’ otorinolaringoiatria: perchè la si nega
e schernisce alla filosofia? Forse perchè oscura? Ma
tutto è oscuro ciò che s’ ignora. Due medici, al letto
del malato, possono conferire un’ ora intera tra di loro
senza che l’ infelice, cui l’ argomento tocca così davvi-
cino, riesca a comprenderne neppure una sillaba. Forse
perchè oscillante, arbitraria, capricciosa? L’ accusa non
manca di fondamento, e il sottoscritto, che ebbe la ma-
linconica idea di compilare un dizionario di filosofia, ne
sa qualche cosa; ma anche questi sono difetti inerenti
alla natura stessa della disciplina e perciò inevitabili.
Goethe osservava, in una delle sue squisitamente spiri-
tuali conversazioni con Eckermann, che la filosofia riu-
sciva dannosa allo stile dei tedeschi, mentre quelli che
scrivevan meglio erano i commercianti e gli uomini
d’affari: den Deutschen îst im ganzen die philosophische Spe-
° kulatton hinderlich, die in ibren Stil oft ein usinnliches,
unfassliches, breites und aufdroselndes Wesen hineinbringi ;
...diejenigen Deutschen aber, die als Geschifts-und-Lebenmen-
schen bloss auf Praktische gehen, schreiben am besten. Los-
servazione è giustissima e valida per tutti i paesi del
mondo, Soltantochè, se il poeta tedesco fosse risalito
Ta ea
alle vere cause, molto ovvie del resto, non avrebbe di
ciò fatto colpa alla filosofia. Altro è esprimere i concetti
della vita pratica e comune, altro quelli che si riferi-
scono alle ragioni universali delle cose, ai principî del-
I’ essere, alle leggi della coscienza e della conoscenza:
la semplicità e la chiarezza, spontanee nel primo caso,
sono irraggiungibili nel secondo, sia per la grande com-
plessità, generalità e indeterminatezza delle nozioni, sia
per la soggettività incontrollabile delle esperienze psi-
cologiche. Più o meno ciò si verifica in ogni forma del
sapere astratto. Un trattato sulle variabili indipendenti
non avrà mai la limpidezza di stile dei Fioretti di San
Francesco » (1). |
Ma se il malanno è inevitabile, ciò non vuol dire
si debba subirlo con passiva rassegnazione, trascurando
quei mezzi che lo possono contenere in più ristretti con-
fini; e io tengo che rimedio efficacissimo fra tutti sia
la ricerca terminologica, rivolta a stabilite l'origine dei
vocaboli, la loro storia e i loro significati fondamentali.
Ad una simile revisione di alcuni dei termini filo-
sofici più in uso è dedicata la maggior parte del pre-
sente volume. Al quale si moverà forse l’ accusa di
abbandonare spesso il dominio sereno delle parole per
entrare in quello appassionato delle idee. Ma io rispondo
subito che, dati gli strettissimi originari rapporti del
(1) Nuova Antologia, 16 novembre 1908
linguaggio col pensiero, le violazioni di confine sono
non pure lecite, ma in taluni casi necessarie, e che
richiedere ad un autore la dimenticanza assoluta dei
propri convincimenti, è tanto giusto quanto pretendere
‘ che non ne abbia alcuno.
C. RANZOLI
La terminologia e i vocabolarî filosofici
La questione della terminologia filosofica comincia
ad occupare seriamente i cultori della nostra disciplina,
a giudicarne almeno dal numero dei dizionarî che, sia
come opera individuale sia come prodotto di lavoro
collettivo, vengono pubblicandosi nei paesi ove più -
vivo e diffuso è l’amore agli studi speculativi. Ora, se
ciò prova da un lato che un tal genere di pubblica-
zioni corrisponde ad un reale bisogno delle intelligenze
contemporanee, a me pare dall’ altro una nuova e con-
solante attestazione dello spirito critico, positivo, scien-
tifico, che ha pervaso la filosofia.
L’ isolamento assoluto in cui vivevano i filosofi
del passato, la superba solitudine intellettuale in cui
amavano rinchiudersi, era, per buona parte, una conse-
guenza del concetto sbagliato che la mentalità indivi
duale fosse un qualche cosa di spontaneo ed in sè,
uno stromento vibrante per propria intima virtù, affatto
isolato dal pensiero collettivo e dalle molteplici circo-
stanze d'ambiente; e che i problemi della vita, del
mondo e della società si potessero quindi risolvere con
uno sforzo di pensiero puro, indipendentemente dalle
scienze che hanno per oggetto lo studio della vita,
del mondo, della società. Oggi, pur restando aperto
il campo alle grandi sintesi individuali, è divenuto quasi
una verità di senso comune ché anche le idee parteci-
SE ge
pano di una vita solidale, entrano a far parte di un
ritmo comune, che è ciò, infine, che caratterizza le età
e le fasi intellettuali della storia; che anch’ esse, non-
chè parto di un dio o attributo di sostanze metafisiche,
rampollano da quel fondo medesimo che è 1’ origine
d’ ogni realtà; e che le costruzioni soggettive, se pos-
sono colpire come manifestazione della potenza del
pensiero astratto, non hanno se non un valore arti-
stico, al pari d’ una composizione musicale o poetica.
Di qui il bisogno della cooperazione, del lavoro
in comune; di qui la necessità anche per i filosofi di
rendersi conto di ciò che gli altri vanno facendo sia
nel campo scientifico che in quello propriamente spe-
culativo, e di seguire dappresso le grandi correnti del
pensiero contemporaneo mediante le riviste, i bollettini,
i congressi, le pubblicazioni straniere. E poichè il lin-
guaggio è lo stromento degli scambi intellettuali, come
il denaro di quelli commerciali, si cominciò a sentire
il bisogno di rendere più duttile, più comodo codesto
stromento, riuscito tutto contorto e mal maneggevole
per la piega che ciascuno aveva voluto fargli prendere
in tanti secoli di individualismo mentale. Giacchè quelli
tra i filosofi del passato che non s'erano fabbricati ad-
dirittura tutta una terminologia per proprio uso e con-
sumo, avevano fatto assumere alla terminologia comune
un significato così proprio e particolare, che non era
possibile comprenderla se non come espressione di
quelle determinate dottrine, di quel determinato siste-
ma. (1) Ora, com'è possibile sperare d’ intendersi sul
(1) Lo Schopenhaeur, uno dei pochi filosofi moderni il cui stile
abbia un alto valore letterario, critica aspramente l’ indetermina-
-- 13
fondo stesso delle cose, quando non ci si comincia ad
intendere sul significato delle parole?
L’ espressione, dirò così, teorica di codesto biso-
gno, si è avuta nei frequenti appelli, lanciati in questi
ultimi tempi dalle riviste e dai congressi, per stabilire
un accordo tra i filosofi, almeno sulla parte più gene-
rale e fondamentale della propria terminologia. Così
alcuni anni fa Andrea Lalande, tanto benemerito in
questo campo di studî, bandiva dalle colonne della
Revue de Metaphisique et de Morale (V. 565-588), la
proposta di nominare una commissione internazionale
di filosofi cui fosse affidato il compito di fissare stabil-
mente il valore dei termini filosofici e psicologici più
tezza e l'oscurità della terminologia kantiana; e, dopo aver ricor-
dato il detto di Cartesio — quo enim melius rem aliquam concipimus,
eo magis determinati sumus ad eam unico modo exprimendam — pro-
segue così riguardo al linguaggio dei seguaci di Kant: « Aber der
gròsste Nachtheil, den Kants. stellenweise dunkler Vortrag gehabt
hat, ist, dass er als exemplar vitiis imitabile wirkte, ja, zu verde-
blicher Autorisation missdeutet wurde. Das Publikum war genòtigt
worden einzusehen, dass das Dunckle nicht immer sinnols ist; so-
gleich flùchtete sich dass Sinnlose hinter den dunkeln Vortrag.
Fichte war der Erste, der dies neue Privilegium ergriff und stark
benusste; Schelling that es ihm darin wenigstens gleich, und ein
Heer hungeriger Skribenten ohne Geist und ohne Redlichkeit ùber-
bot bald Beide. Jedoch die gròsste Frechheit im Auftischen baaren
Unsinns, im Zusammenschmieren sinnleerer, rasender Wortgeflechte,
wie man sie bis dahin nur in Tollhiusern vernommen hatte, trat
endlich im Hegel auf und wurde ‘das Werkzeug der plumpesten
allgemeinen mistifikation, die je gewesen, mit einem Erfolg, wel-
cher der Nachwelt fabehaft erscheinen und ein Denkmal Deutscher
Niaiserie bleiben wird». Die Welt als Wille und Vorstellung, ed.
Reclam, vol. I., p. 548-549.
— I4 —_
in uso; e la proposta, come vedremo in seguito, ebbe
esito fortunatissimo. Nel numero del 1896 del Monist,
Rodolfo Eucken, pure benemerito per la sua Geschichte
der philosophischen Terminologie in Umrriss (Leipzig, 1879),
rivolgendosi specialmente ai filosofi americani, caldeg-
giava l'istituzione di una accademia internazionale in-
caricata di studiare la terminologia filosofica, per ri-
cavarne un succinto dizionario che potesse servire sia
ai filosofi che alle persone colte d’ogni paese; e ve-
‘dremo quale ottima accoglienza abbia avuto anche questa
proposta. Nello stesso anno lady V. Welb pubblicava
nel Mind un articolo intitolato Sense, Meaning and Inter-
pretation, nel quale proponeva un premio di 50 sterline
per la migliore memoria sopra le cause della oscurità
del linguaggio filosofico e il modo di rimediarvi (1). I
‘concorrenti non mancarono, e ottenne il premio l’im-
portante lavoro del prof. Tònnies, tradotto e pubblicato
nel 1899 iu tre fascicoli del Mind. Pure nel 1899 il
Vailati pubblicava a Torino uno studio «Sopra le que-
stioni di linguaggio nella storia della scienza e della civi-
lizzazione »; studio che diede luogo ad importanti di-
scussioni sull’ argomento nel Congresso di filosofia te-
nutosi nel 1900 (2). Io stesso, sulla Rivista di filosofia
(1) Hl tema proposto era questo: « The causes of the present
obscurity and confusion în psvchological and philosophical terminology,
and the directiqus in wich we may ope for efficient pratical remedy ».
Mind, 1899, p. 289.
(2) Veggasi in proposito quanto scrive il LALANDE in Revue
philosophique, dicembre, 1903, pagg. 644 e segg.; è le Memoires du
Congrès, t. I., 257-280, Paris, 1901.
“
— IS —
pubblicavo anni or sono un articolo (1) dimostrando,
anche con esempî pratici, di quanti equivoci, di quante
discussioni oziose e di quanti inutili fatiche fosse causa
l’oscurità e l’incertezza del nostro linguaggio e procla-
mando la necessità di buoni dizionarî tecnici; codesto
articolo mi valse molte osservazioni ed approvazioni
da paite di filosofi italiani e stranieri.
Tutto ciò dimostrava adunque che la questione
era matura e la necessità urgente; i numerosi dizionarî
pubblicati in questi ultimi tempi e la favorevole acco-
glienza da essi ottenuta, ne sono la migliore dimostra-
zione concreta. Qui ci proponiamo di dar notizia di
alcuni dei più importanti, facendo precedere la nostra
rassegna da alcune altre considerazioni, che crediamo
opportune.
*
* *
3}
Che ogni scienza abbisogni d’ una particolare ter-
minologia tecnica 6 d’ una determinata algoritmica, che
le renda possibile la fissazione e facile il maneggio dei
propri concetti specifici, è una verità così evidente,
così universalmente accettata, che non mette il conto
di fermarsi a dimostrarla. É qui che si rivela l’ officio
altissimo del linguaggio, il quale tanto più riesce d’ aiuto
al pensiero quanto maggiormente gli aderisce, e sa espri-
merne ogni particolare atteggiamento e ogni sfumatura,
e sa fissarne i prodotti complessi nel breve giro di
un’ espressione o di un vocabolo, i quali circolano poi,
come simboli significativi, nel gran vortice degli scambi
(1) Per la terminologia filosofica, in Riv. di fil., maggio, 1903.
si Tee
intellettuali (1). Al Berni certi vocaboli filosofici pare-
van tali da far spiritare i cani; forse non aveva tutti
i torti; ma che effetto proverebbe oggi se, per esem-
pio, un chimico gli parlasse di dimetilfenilisopirazoloni
e di clorotiondibenzilamine? O se un medico gli dicesse
che una parte importante della medicina si chiama oto-
rinolaringoiatria? Sono parole orribili, siamo d'accordo,
ma servono magnificamente per esprimere nel modo
più sintetico concetti e fenomeni complessi; e chi po-
trebbe negare alla filosofia, che lavora sui concetti più
generali e sui fenomeni più complessi, chi potrebbe ra-
gionevolmente negarle il diritto di coniarne essa pure,
senza preoccupazioni puristiche ed estetiche ?
Che, d'altro canto, nella terminologia filosofica
regni una certa anarchia, cosicchè lo stesso vocabolo
può assumervi significati spesso opposti, e lo stesso
fatto, specie nel dominio della coscienza, vi può essere
designato con vocaboli affatto diversi, è cosa non meno
conosciuta e lamentata, che in parte. ripete le sue ori-
gini da quanto sopra dicemmo circa l’ isolamento dei
filosofi del passato, in parte dall’ assoluta primitività e
semplicità di molti dei dati sui quali la filosofia opera,
in parte infine dalla suprema astrattezza e complessità
de’ suoi problemi, che si prestano per ciò appunto ad
essere considerati e risoluti nei modi più diversi. Se
altre ragioni esistono, non possono essere che secon-
darie (2). In ogni caso, voler fissare la terminologia
(1) Cfr. in proposito le belle considerazioni del Tonnies, Phi-
losophical terminology, riv. cit., pag. 324 e segg.. |
(2) Tra queste non ultima la tendenza a sostituire ai comuni
vocaboli, già consacrati dall’ uso, altri vocaboli tanto strani quanto
nen 19)
filosofica in modo che ogni vocabolo assuma, come
l'algoritmo algebrico, un valore preciso e costante, da
qualunque scuola o sistema venga adoperato, sarebbe
impresa assurda e disperata, che contradirebbe allo spi-
rito stesso della speculazione filosofica: varrebbe quanto
insomma, voler mettere d’ accordo tutti i filosofi nello
stesso sistema e nelle stesse dottrine. Se accordo è pos-
sibile, e desiderabile, esso non può consistere che nella
fissazione dei significati fondamentali e legittimi dei vo-
caboli più comuni. Vi fu una scuola, o meglio un in-
tero indirizzo filosofico, la Scolastica, che fabbricò tutta
una terminologia sistematica e fissa; ma, ahime! quello
che doveva essere un mezzo rimase per essa quasi unico
fine, e nelle sue rigide formule, ne’ suoi schemi fissi,
nelle sue sottili distinzioni e classificazioni non penetrò
mai o quasi mai il pensiero e la vita.
Ma intanto, l’ oscurità e l’ incertezza del nostro
linguaggio porta con sè due conseguenze gravissime,
di cui la filosofia s'è in ogni tempo risentita e viene
sempre più risentendosi, in proporzione con l’ allargarsi
inutili, tendenza non propria soltanto dei filosofi e antica, per quanto
fattasi oggi più grave, che il Montaigne faceva oggetto del suo riso
bonariamente arguto: «Je ne scay s'il en advient aux autres comme
à moy; mais je ne me puis garder, quand j' oy nos architectes
s’ enfler de gros mots de pilastres, architraves, corniches, d’ ouvrages
corinthien et dorique, et semblables de leur jargon, que mon ima-
gination ne se saisisse incontinent du palais d’ Apolidon; et, par ef-
fect, je trouve que ce sont les chetives pieces de la porte de ma
cuisine. Oyez dire metonomie, metaphore, allegoire, et autres tels
noms de la grammaire, semble il pas qu’ on signifie quelque forme
de la langage rare et pellegrin? Ce sont? titres qui toucheut le babil
de vostre chambriere ». Essaîs, L. I, c. LI, De lu vanité des paroles.
2
BRE.
déi suoi dominî: la prima di scoraggiare gli iniziandi,
di far perdere nello studio delle forme un tempo ch'è
tutto rubato a quello della sostanza, e di allontanare
quei profani che, per la loro cultura, per la loro intel-
ligenza, per i loro studî, potrebbero e dovrebbero te-
nersi continuamente in contatto col pensiero filosofico ;
la seconda, non meno grave, di rendere spesso difficile
agli stessi iniziati d’ intendersi tra di loro.
| Cominciamo dalla prima. Fu osservato, ed a ragione,
che nessun’ epoca ha presentato al pari della nostra il
singolare contrasto di ostentare tanto disprezzo per la
filosofia, e, nello stesso tempo, di sentirne tanto biso-
gno e di parlarne tanto ; si doveva aggiungere, per dare
alla osservazione tutto il suo valore, che in nessun altro
tempo se ne parlò per avventura così male e così a spro-
posito come nel nostro. Parliamoci chiaro : non fa pena
il vedere con quale leggerezza, con quale impreparazione,
con quale sconfortante ignoranza della complessità dei
problemi e del loro sviluppo storico molti letterati puri
e molti scienziati di riconosciuto valore, specialmente
naturalisti e biologi, trattino di questioni che la filosofia
discute fino da Talete ed è riuscita, se non a risolvere,
almeno ad impostare con, chiarezza e a definire con
precisione ? (1) Orbene, a mio giudizio questo fatto ha
(1) A tal proposito scrisse giustamente l’ Hegel: «A questa
scienza (la filosofia) tocca spesso lo sfregio che anche coloro che
non si sono affaticati in essa, s' immaginano e dicono di compren-
dere naturalmente di che cosa si tratti, e d’ esser capaci, col solo
fondamento di un’ordinaria coltura.... di filosofare e giudicar di
filosofia. Si ammette che le altre scienze occorra averle studiate per
conoscerle, e che solo in forza di sitfatta conoscenza si sia facoltati
“ui
la sua ragione precipua appunto nella difficoltà enorme
che presenta ai profani lo studio di molti libri filosofici:
l’ esoterismo, a volte eccessivo, della forma, fa si che
anche le idee più chiare, anche i concetti più semplici
e comuni diventino poco meno che incomprensibili per
chi non abbia acquistato precedentemente una cogni-
zione adeguata della terminologia tecnica.
Quanto alla seconda conseguenza, di rendere cioè
difficile agli stessi filosofi d’intendersi fra di loro, il
tasto è piuttosto delicato e potrebbe scoprire il fianco
ai nemici della filosofia. Ci fu infatti chi insinuò che
la metafisica non sia nemmeno capace di comprendere
sè stessa; ci fu chi ridusse tutte le dispute dei filosofi
a semplici questioni di vocaboli; altri considera le tene-
bre sacre di cui la filosofia si circonda come una bella
astuzia per nascondere il vuoto sottostante (I). Sono
esagerazioni maligne, non v’ ha dubbio; meschine ven-
ad avere un giudizio in proposito. Si ammette che, per fare una
scarpa, bisogni avere appreso ed esercitato il mestiere del calzolaio,
quantunque ciascuno abbia la misura della scarpa sul proprio piede,
e abbia le mani e con esse la naturale abilità per la predetta
faccenda. Solo pel filosofare non sarebbero richiesti nè studio,
nè apprendimento, nè fatica ». Enciclopedia delle scienze filosofiche,
Bari, 1907, p. 6.
(1) È nota la definizione di Goethe: « La filosofia non è che
il senso comune în linguaggio oscuro». Nelle sue conversazioni il
grande poeta, che fu pure scienziato e filosofo, scherzava volentieri
su questa oscurità e ambignità della terminologia filosofica; vedasi in
Eckermann, Gesprache mit Goethe (ed. Reclam), 1. III, p. 112, 178 ecc.
Ricordo anche questo pensiero dello Chamfort: «Direi volentieri
dei metafisici ciò che l@ Scaligero diceva dei Baschi: si dice che
si capiscano, ma non lo credo ». Chamfort, Mussime e pensieri, Mi-
lano, 1907, p. 85.
i, gi
dette di chi non ha forse la quadratura di mente ne-
cessaria per penetrare nei problemi fondamentali della
materia e dello spirito, dell’ essere e del conoscere, del
reale e dell'ideale. Ma bisogna anche convenire che,
in realtà, la lettura di certi libri filosofici si presenta
talora estremamente ardua e faticosa anche per chi non
manchi della dovuta preparazione, e che certe discus-
sioni interminabili. si basan tutte sul significato oscil-
lante o mal definito di un vocabolo, tantochè persino
un filosofo, e filosofo autentico, potè dire: « quel poco
di studio che io ho fatto nelle filosofie mi ha piena-
mente convinto, che il battagliare de’ filosofi tra loro
nasce le gran volte dal non intendersi» (1).
(1) Rosmini, Lettera sulla lingua filosofica in Introduzione alla filo-
sofia, p. 402, Casale, 1850; anche /deologia, vol. III, p. 233, Torino,
1852. A provare quanto sia diffusa codesta convinzione, specialmente
tra i non filosofi, a tutto discredito della filosofia, riporto integral-.
mente, fra le molte che potrei citare, queste curiose considerazioni
del D’ Israeli nelle sue Curziosities of literature (Londra, 1823, ‘se-
rie II, vol. II, C. L.): «...... Plato and Aristotle probably agreed
much better than the opposite parties they raised up imagined;
their difference was in the manner of expression, rather than in
the points discussed. The Nominalists and the Realists, who once
filled the world with their brawls, and from irregular words ‘come
to regular blows, could never comprehend their alternate nonsense;
thòugh the Nominalists only denied what no one in his sense
would affirm; and the Realists only contended for what no one
in his senses would deny; a hair’ s breadth might have joined
what the spirit of party had sundered! Do we flatter ourselves
that the Logomachies of the Nominalists and the Realists terminated
with these scolding schoolmen? Modern nonsense, weighed against
the absolete, may make the scales tremble for awhile, but it will
lose its agreeable quality of freshness, and subside into an equi-
poise. We find their spirit skill lurking among our own metha-
Sue DT a
È una confessione, questa, che molti non dureranno
fatica a trovar giusta, e che, più che la speculazione
nostrana, tocca davvicino quella di certi paesi d’oltralpe.
Senza condividere i terrori del buon Mamiani per la
filosofia tedesca, non è forse vero che la chiarezza e
la semplicità del linguaggio non sono mai state le doti
migliori dei filosofi tedeschi? Per venire ad un caso
concreto, è indubitato che la maggior parte delle diffi
coltà che presenta la lettura delle opere kantiane deriva
— come ripetutamente osserva lo stesso Vaihinger nel
suo classico Commentario alla critica della ragion pura —
dalla incertezza e dalla complicazione della terminolo-
gia adoperatavi. (1)
physicians. Leibnitz confused his philosophy by the term sufficienti
reason: for every existence, for every event, and for every truth,
there must be a sufficient reason. This vagueness of language pro-
duced perpetual misconception, and Leibnitz was proud of his equi-
vocal triumphs, in always affording a new interpretation! It is
conjectured that he only employed his term of sufficient reason, for
the plain simple word of cause. Even Locke has been chargen with
using vague and indefinite ones; he has sometimes employed the
words reflection, mind and spirit in so indefinite a way, that they
have confused his philosophy..... Even the eagle-eye of the intel-
lectual Newton grew dim in the obscurity of the language of
Locke. We are astonished to discover that two such intellects should
not comprehend the same ideas; for Newton wrote to Loche: «I
beg your pardon for representing that you struck at the root of
morality in a principle laid down in your book of Ideas-and took
your for a Hobbist». The difference of opinion betwen Locke and
Reid is in consequence of an ambiguity in the word principle, as
employed by Reid ecc. ».
(1) Dell’ oscurità dell’Hegel, scrisse con la sua abituale ironia
mordace Arrigo Heine: « Pour dire la vérité, j'ai rarement compris ce
pouvre Hegel, et ce n’est que par des réflexionsarrivées après coup que
0/23:
La conclusione che si ricava da quanto siam ve-
nuti dicendo non può essere che una sola: riconosciuto
da un lato, che la filosofia, al pari d’ ogni altro ramo
del sapere, ha bisogno d’ una terminologia propria; am-
messo che la filosofia, diversamente da altri rami del
‘ sapere, non può costruire una terminologia che abbia
un valore preciso e costante; per ovviare agli inconve-
nienti che ne derivano non v'ha altro rimedio che nei
vocabolari tecnici, qualora siano ispirati a criterî scien-
tifici e condotti con rigore di metodo.
Ma qui sta appunto il problema. Da quali concetti
deve precisamente essere ispirato, con qual metodo con-
dotto, in che limiti tenuto un dizionario filosofico, per-
chè risponda efficacemente allo scopo suo? Poichè,
je parvins à saisir le sens de ses paroles. Je croi méme qu’ il ne voulait
pas ètre compris du tout, et que c'est pour cela qu'il avait adopté
un langage si morose et si entortillè ; la méme cause nous explique
peut-étre aussi sa. prédilection pour des personnes dont il etait sùr
qu’ elles ne le comprenaient point, et qu’ il pouvait denc avec
toute sécurité honorer de son intimité. Leur médiocrité était une
garantie de discrétion ». De l° Allemagne, Paris, 1863, t. II, p. 292;
nell’ ed. tedesca che egli fece della stessa opera, intitolandola Zur
Geschichte der Religion und Philosophie in Deutschland, egli torna a
parlare dell’ oscurità dei filosofi suoi connazionali, oscurità che li
rende inaccessibili ai più, e conchiude così: « Was helfen dem’
Volke die verschlossenen Kornkammern, vozu es keinen Schlussel
hat? Das Volk hungert nach Wissen, und dankt mir fir das Stiùcken
Geistesbrot, das ich ehrlich mit ihm theile ». Simm. Werke, ed.
Leipzig, t. IV, p. 164-165.
Dgr
evidentemente, non basta dire che i criterî debbono es-
sere scientifici e il metodo rigoroso; le espressioni sono
tanto larghe, che dicono tutto e non dicono niente.
Escludiamo, anzitutto, che un dizionario moderno
di filosofia debba essere condotto coi criterî dogmatici,
soggettivi, unilaterali di cui ci offrono esempio i pochi
dizionarî del passato: che debba cioè farsi banditore
d’un determinato sistema o indirizzo filosofico, polemiz-
zando coi sistemi avversi, tacendo o presentando sotto
colori poco simpatici tutto quanto non coincide col
proprio modo di vedere. Tale, per non nominare quelli
notissimi del Bayle e del Voltaire, il Worterbuch der
philosophischen Grundbegriffe, di Federico Kirchner, di cui
il dott. Michaelis ha pubblicato or non è molto la quinta
edizione riveduta e corretta (Leipzig, 1908); esso è per-
vaso da un certo spirito di protestantismo evoluto, che,
secondo l’autore, concilia ed unifica sotto le sue grandi
ali |’ empirismo, il criticismo, l’ idealismo, il finalismo,
il teismo; larghezza che il Kirchner, teologo e figlio
di teologo, pone a confronto con l’autoritarismo della
Chiesa romana, nella quale, secondo lui, la ragione è
sacrificata alla fede e die Philosophie ist Dienerin und
Magd der Theologie. Tale il Dictionnaire raisonné de philo-
sophee morale, del Roux Ferrand (Paris, 1889), che ha
invece lo scopo preciso di « dimostrare ciò che |’ uma-
nità deve al cristianesimo (leggi cattolicismo), i benefici
di cui il cristianesimo ha dotato il mondo morale » e,
fedele alla propria insegna definisce, ad esempio, la
ragione «una rivelazione necessaria che rischiara l’ uomo
nella sua venuta al mondo, un mediatore necessario
tra lui e Dio»; la volontà « quel potere di cui noi di-
sponiamo in virtù della libertà che Dio ci ha lasciato
“x
— 24 —
per scegliere tra il bene e il male» ; la libertà «la fa-
coltà che Dio ci ha lasciato di determinarci in seguito
a una deliberazione interiore e d’agire in conseguenza
di questa determinazione », e via di questo passo; tale
il Vocabularie de la philosophie positive del Bourdet (Pa-
ris, 1875), che tutto al contrario del precedente, si
propone per scopo di sostituire coi principî del comti-
smo puro l'influenza delle teorie del cattolicismo « che
non ha più alcun mezzo confessabile d’ azione sulla
nostra epoca » ; tale infine il diffusissimo Dictionnaire
des sciences philosophiques, composto sotto la direzione
del Franck (Paris, 1885), il quale, nella fréface de la
première édition, formula i principî filosofici fondamen-
tali ai quali s’ispira e dei quali si fa propagatore: il
primo — e basterà citare questo — è che la filosofia
è il prodotto d’una facoltà che viene diritta da Dio,
ed è quindi «come lui immutabile ed assoluta nella
sua essenza: essa non è che un riflesso della divina
sapienza rischiarante la coscienza di ogni uomo, illumi-
nante i popoli e l’ umanità tutta intera sotto la condi-
zione del lavoro e del tempo ».
Io non escludo che anche codesti dizionarî possano
avere la loro utilità: non foss’ altro, servono a far co-
noscere la terminologia particolare o il significato par-
ticolare della terminologia d’ un determinato indirizzo
filosofico, e possiedono un colorito, una vivacità che
li rende assai più gradevoli alla lettura delle opere con-
dotte col freddo obbiettivismo scientifico. Quando poi
siano il prodotto di menti vaste, curiose, infaticabili
come il Bayle, o di spiriti deliziosamente bizzarri, ec-
cessivi, unilaterali, appassionati come il Voltaire, allora
perdono anche il loro valore informativo, ma diventano
coda
per compenso opere d’arte (1). Ma non rispondono
niente affatto a quel bisogno degli intelletti moderni e
a quel nuovo orientamento dello spirito filosofico, di
cui più sopra abbiamo parlato, e per il quale si ri-
chiede invece la più assoluta e decisa obbiettività di
criteri (2). È questo infatti il canone fondamentale e
la ragion d’essere d’un dizionario moderno di filoso-
fia: tenersi al di sopra e al di fuori d’ogni precon-
cetto di scuola ò di sistema, presentando obbiettiva-
mente le questioni e le idee che ai vocaboli sono le-
gate e 1 varî atteggiamenti da esse assunti nella storia
del pensiero, in modo che la personalità filosofica del-
l’autore’ ne rimanga il più possibile dissimulata; perchè
non è di questa che gli si va a richiedere notizia, ma
del significato più comune delle espressioni e dei ter-
mini, che possono occorrere leggendo un libro di filo-
sofia.
Sulla base di questo canone fondamentale, si pos-
sono però richiedere due metodi sensibilmente diversi
a seconda degli scopi, didattici o critici, che il dizio-
(1) Leggansi ad es. nel Dictionnaire philosophique del Voltaire
(t. VII, delle Oeuvres complèles, Paris, 1817) gli articoli anima,
Dio, fanatisnio, donna, filosofia, ecc., e certi dialoghi pieni di un
brio indiavolato, se non sempre castigato, agli art. virtù (tra un
honnéte homme e un... excrément de théologie), libertà di pensare, cu-
ralo di campagna ecc.
(2) Di grande utilità sono invece i dizionarî di dia
speciale, quando siano essi pure compilati con criteri puramente
scientifici, come ad es. il Meissner, Philos. Lexicon aus Wollf’ s
deutschen Scriften, 1737; Mellin, Kunstsprache d. krit. Philos., 1798
e Encyclop Worterbuch d. krit. Philos. 1797-1803; G. Wegner, Kant-
Lexicon, 1893; Frauenstidt, Schopenhauer-Lexicon, 1871.
2.96
nario si propone; a seconda cioè che esso si rivolge al
pubblico largo degli iniziandi e dei profani, per faci-
litare loro la conoscenza della terminologia e la com-
prensione dei testi, o al pubblico ristretto dei tecnici,
allo scopo di fissare e garantire i significati fondamen-
tali e legittimi delle espressioni e dei vocaboli. Nel
primo caso esso deve saper riuscire chiaro ed accessi-
bile ad ogni media coltura, senza falsare per questo i
problemi e ridurre al semplice ciò che di natura e di
origine è complesso; deve enumerare i diversi signifi-
cati attribuiti ad ogni termine, senza pretendere di im-
porne uno per conto proprio ; deve tracciare, fin dove
è possibile, la storia della parola e indicarne, quando
è opportuno, la derivazione etimologica ; deve ricor-
dare, fra le espressioni proprie soltanto di un sistema
o di un periodo filosofico passato, quelle che, pur con-
servando un valore storico e fisso, ricorrono attual-
mente con qualche frequenza nelle opere filosofiche ;
deve fare un’abile scelta, nelle terminologie delle scienze
più affini, delle voci la cui conoscenza può essere utile
o necessaria per lo studio della filosofia; deve acco-
gliere, senza pregiudizi puristici, tutti quei termini nuovi
che hanno acquistato un certo diritto di cittadinanza, da
qualunque parte essi vengano e qualunque sia la loro
composizione, perchè è specialmente delle voci nuove
che si viene a chiedergli notizia ed è alle voci nuove
che la registrazione nel vocabolario può riuscir utile
per fissarne in modo definitivo il significato ; deve age-
volare la ricerca dei vocaboli, frazionando il più possi-
bile la materia e abbondando nei richiami; e deve ispi-
rarsi ad un certo senso che direi della convenienza, per
il quale, svincolandosi dalle strettoie d’ una geometrica
— 27 —
proporzionalità, sappia a volta a volta e secondo l’ im-
portanza delle questioni trascorrer rapido o essere dif-
fuso, limitarsi a una frase concisa o esaurire sufficien-
temente una discussione.
Su questo tipo e con questi criterî è compilato il
Vocabulaire phisolophique di E. Goblot (Paris, 1901); ciò
10 credo che basti per metterne in luce il pregio e l’in-
contestabile utilità. Ma non mancano nemmeno i difetti,
inevitabili del resto in un’ opera simile e che potranno
via via sparire nelle successive edizioni. Così, mentre vi
sono registrati parecchi termini che si potevano senza
pregiudizio tralasciare (ad es. appropriare, misura, cata-
ratta, dietetica, velleità, preistoria, sostituto ecc.) mancano
molti altri la cui presenza sarebbe stata necessaria, come,
per non fermarmi che sulla lettera p, i seguenti: pa-
lingenesi, pampsichismo, panenteismo, panlogismo, parabulia,
parafasia, parallelismo psico-fisico, paranoia, parestesia,
partenogenesi, patristica e patrologia, pauperismo, perilinfa,
personalismo, pitagorismo, pluralismo, poliandria, polide-
monismo, poligenismo, poliginia, politeismo, pragmatismo,
.primitivo, primo, problema, problematico, protoplasma, psi-
cogenesi, psicologismo. Certe sproporzioni sembrano affatto
ingiustificabili : mentre, ad esempio, di sociologia è detto
soltanto «mot forgè par A. Comte: science des phé-
nomènes sociaux», e la definizione della pedagogia è la-
conicamente ristretta a queste quattro parole « science
‘et art de l’education et de l’enseignement», una mag-
giore liberalità di notizie e di spazio è concessa ad altre
scienze di ben minore importanza filosofica: alla geo-
. grafia sono dedicate otto righe, alla geologia dieci, alla
patologia quindici, alla grammatica e alla fisica ventitrè.
Le questioni del tempo e dello spazio, che tanti pro-
ai
blemi involgono di indole sia metafisica che psicologica
e scientifica, hanno una trattazione assolutamente insuf-
ficiente: infatti mentre i vocaboli tempo, spazio, estensione
non sono svolti e ci rimandano a durata, a questo vo-
cabolo troviamo semplicemente riportata la distinzione
cartesiana fra tempo e durata, con l’aggiunta che «cette
distinction n’ est pas consacrée ». Vi si trovano anche
molte definizioni che, per essere troppo semplici e con-
cise, mancano d’ ogni precisione e non riescono a dare
un’ idea adeguata della cosa: così non basta dire che
brachicefalo è chi ha il cranio corto, dolicocefalo chi lo
ha lungo, che il sincretismo è la fusione in una dottrina
unica di più dottrine differenti, che la mozione è l’azione
di muovere, che il divenire è l'opposto dell’ essere, che
immutabilità è la qualità di ciò che è immutabile, ecc.
Ad ogni modo, lo ripetiamo, sono piccole mende
facilmente rimediabili, che non tolgono al libro il suo
valore complessivo e la sua utilità didattica.
*
* *
Più scientifico, ma compilato esso pure con intenti
informativi, è il Worterbuch der philosophischen Begriffe
und Ausdriicke dell’ Eisler (Berlino, 1899) un’opera mas- .
siccia, diligentissima, veramente tedesca. Lo svolgimento
che vi è dato alla materia, il rigore delle definizioni, la
storia spesso minuziosa del vocabolo, il richiamo co-
stante alle fonti, l’abbondanza delle citazioni greche e
latine (raramente francesi, italiane e inglesi) lo rendono
forse inservibile ai profani di media coltura, ma utilis-
simo ai competenti e a coloro che vogliono prepararsi
con serietà allo studio della filosofia e alla lettura diretta
— 29 —
delle opere fondamentali (1). L’ economia delle parti è
generalmente ottima: l’ autore sa proporzionare l’ esten-
sione degli articoli all'importanza dei termini, limitan-
dosi ad una definizione rapida e concisa per quelli se-
condarî, allargando via via le proprie informazioni
fino a offrire, per i concetti fondamentali, delle vere
e proprie monografie, che esauriscono, terminologica-
mente, il soggetto. Ed anche nelle definizioni più brevi
è quasi sempre indicata la fonte, dove si possono at-
tingere notizie maggiori. Così il singolarismo è definito
concisamente: — quel punto di vista metafisico che
«riconduce tutti i fenomeni particolari ad un unico
‘ punto di vista» (Kiilpe, Einl. in d. Philos.,? p. 111) —
l’agrafa: — perdita anormale della capacità di scri-
vere» (Wundt, Grundz. d. ph. Psych. I3, 170) — ce-
cità psichica (Seelenblindheit): un’anomalia psicofisica,
per la quale gli oggetti sono veduti senz’essere cono-
sciuti (Ziehen Leitfad. 3, p. 111) — Humor: secondo
H. Hòffding, è il sentimento del ridicolo fondato sulla
simpatia (Psicol., p.. 407) —..Se poi il termine rientra
nell’ uso particolare di qualche filosofo, è riportata ge-
neralmente la definizione datane dal filosofo stesso,
come analitica trascendentale (Kant), metodo dei rapporti
(1) Tale infatti è lo scopo dell’A., esposto nella pref. p. 5:
«Das Wérterbuch bietet ein ausgewahltes und geordnetes Quel-
lenmaterial fiir weitere vergleichende und kritische Untersuchungen
dar. In dieser Hinsicht diirfte es seblst dem Fachmanne..... nicht
unwillkomme sein. Vor allem aber will es den Studierenden sowie
allen jenen, die mit der Philosophie sich beschiftigen, und Hand-
und Hulfsbuch fiir die erste Orienterung in der Entwickelung be-
stimmter Begriffe sowie insbesòndere fur die Lectùre der Philo-
sophen dienen ».
. — 30 —
(Herbart), energismo (Paulsen), psico-fisica (Fechner),
triadi (Proclo), superuomo (Nietsche), metalogico (Schopen-
hauer), trans-esercitazione (Avenarius) ecc. Riporto come
esempio l’ art. energismo: — così denomina Paulsen la
concezione morale (da lui sostenuta) che «pone il bene
supremo non in eccitazioni soggettive del sentimento,
ma in un obbiettivo contenuto vitale, o, poichè la vita
è una milizia, in una specie di attività vitale» (Finl. 1.
d. Philos® p. 432).
Ma il grande pregio dell’ opera si rivela special-
mente nella trattazione dei vocaboli fondamentali, come
concetto, oggetto, necessità, nnmero, autocoscienza, sostanza,
infinito, idea, giudizio, verità, volontà ecc. Così ad es. al
vocabolo sensazione è definito anzitutto il concetto e
fissata la differenza già posta dal Tetens tra l’ Empfindens
(sensibilità) e il Fiblen (aftettività); quindi se ne fa la
storia attraverso la filosofia greca, medievale, moderna
e contemporanea; l'esposizione delle dottrine dei filo-
soft greci, da Empedocle a Plotino e Nemesio, è tes-
suta con la citazione integrale di brani di Plutarco, Pla-
tone, Aristotele, Sesto Empirico, Teofrasto, Diogene
Laerzio, Stobeo ecc.; ma la parte migliore dell’ articolo
è quella che si riferisce ai filosofi moderni e contem-
poranei, di ciascuno dei quali è riportato il numero di
frasi sufficiente perchè la dottrina risulti chiara: così
passiamo da Cartesio a Spinoza, Geulinx, Malebranche,
Hobbes, Locke, Hartley, Leibnitz, Condillac, Helvetius,
Holback, Robinet, Hume, Reid, Wolf, Baumgarten, Bil-
finger, Crusius, Tetens, Platner, Kant, Mainon, Schel-
ling, Oken, Hegel, Schleiermacher, Fries, Herbart, Be-
neke, Fichte, George, Ulrici, Horwicz, Lotze, Fechner,
Lange, Helmoltz, fino a giungere a questi ultimi tempi
— 31 —
col Bain, lo Spencer, il Sergi, l’Héffding, lo Steinthal, il
Volkmann, il Diihring, il Bergmam, il Fick, il Besser,
il Riehl, il Lipps, il Wundt, l’ Erdmann, l’ Avenarius,
lo Schuppe, il Jodl, il Ziehen. Ho citato questa lunga
filza di nomi per dare un'idea dell’ampiezza con la quale .
l'argomento è trattato, ampiezza che è anche maggiore
in altri articoli, ad es. in quello sull’ oggetto.
Un altro pregio di questo dizionario, per il quale
si distingue dai congeneri, è che esso non contempla
soltanto i vocaboli, ma anche le espressioni, sentenze,
aforismi ecc. che più comunemente occorrono nelle opere
di filosofia, e che non sempre è possibile determinare
nella loro precisa origine e nel loro vero significato,
ad es.: singulare sentitur, universale intelligitur —- volun-
tas movet, sapientia disponit, potentia perficit — voluntas su-
perior est intellectu — accidentis esse est inesse — contra
principia negantem non est disputandum — natura est sem-
per sibi consona — dicium de omni et de nullo — ex
praecognitis et praeconcessis — operari sequitur esse — ecc.
Dopo tanto bene, è pur necessario. dire un po’ di
male; cosa tutt'altro che difficile in un’ opera di que-
sta natura. Non voglio fermarmi a rilevare certe defi-
nizioni troppo palesemente inesatte (1) e certe lacune
(1) Ad es. tradizionalismo: — l’indirizzo cattolico della filo-
sofia francese —; questa definizione non spiega nè l’origine del nome,
nè la natura della dottrina, che diede luogo a molte controversie
e fu condannata come eretica da Gregorio XVI; remo‘ivo giudizio:
— quello che esclude un soggetto dalla sfera di un determinato
predicato — mentre la rimozione si può avere tanto nel soggetto
che nel predicato, avendo esso la funzione logica di escludere alcuni
gruppi di oggetti da una classe; quindi le due formole: nè A nè B
sono C; A non è nè B nè C.
— 32 —
che si posson considerare come secondarie. Vale invece
la pena di fermarsi sopra alcuni difetti, che s’innestano
sullo stesso piano dell’opera e traggono origine dai
criterìî seguiti dall’ autore nel compilarla.
L’Eisler si è proposto, evidentemente, di rispondere
al maggior numero possibile di domande; criterio giusto,
in linea generale, ma che presenta due pericoli: il primo
d’ ingombrare le pagine con un numero soverchio di
vocaboli d’ interesse troppo ristretto, che meglio trovan
posto nei dizionarî speciali, il secondo di restringere
eccessivamente, per non alterare le proporzioni dell’opera,
lo spazio riserbato alla dichiarazione dei vocaboli filo-
sofici secondarî, L’Eisler non ha saputo evitare nè l’uno
nè l’altro. Come esempio di sovrabbondanza basterà
citare questi termini della prima lettera: .Abraxas, Adra-
stea, Ahueramazda, Akribia, Akroame, Aksharam, Alyta,
Antichthon, Archon, Arrepsia, Ascharija, Asijah, Astralleib,
Athambia, Atman, ecc., che appartengono per la mag-
gior parte alla storia delle religioni orientali e avreb-
bero potuto raggrupparsi, insieme ai molti altri che in-
gombrano le lettere successive, sotto pochi nomi (Kab-
bala, gnosticismo, neo-platonismo ecc.); e Abscheu, Argu-
tien, Avum, Aversion, Ausstrahlung, Atherisch, Atherleib,
Assistenz ecc. che con la filosofia hanno ben poco da
vedere. Il secondo è forse più grave e più facilmente
avvertibile. Se molti articoli secondarî sono felici per
precisione e sobrietà, molti altri si riducono a semplici
esplicazioni etimologiche e definizioni nominali, che non
possono giovare se non a chi possiede già una nozione
adeguata della cosa. Così il regresso all’infinito è definito:
derivazione, prova dall’ infinito, ossia senza sicuro fon-
damento ; il quietismo : distacco dalle occupazioni della
vita, passivo assorbimento nella divozione religiosa — ;
il marxismo: — dal punto di vista filosofico, la filosofia
materialistica della storia — ; l'anomalia: — deviazione
dalla regola; l” ascetismo: — secondo J. Bentham è l’ op-
posto del sistema dell’utilità; i neo-kantiani: — filosofi
che seguono l’indirizzo segnato dalla Critica della ra-
gione di Kant: O. Liebmann, che proclamò nel 1865:
bisogna tornare a Kant; A. Lange, Helmoltz, K. Fi-
scher, Arnold, H. Cohen, J. Volket, W. Windelband e
altri —; il simbolo: — segno; secondo Spencer i no-
stri concetti sono simboli della realtà. — Helmoltz e
altri considerano la qualità della sensazione come un
simbolo di avvenimenti e rapporti reali —. Ora, la
prima definizione non spiega in che consista l’argo-
mento, che fu uno dei iropi degli scettici antichi, spe-
cie di Agrippa, e ricompare sotto forma antitetica nella
prova fisica dell’esistenza di Dio; le due seguenti non
accennano nè al contenuto dottrinale nè all’ impor-
tanza storica degli indirizzi; l’ascetismo è tutto un at-
teggiamento della vita morale e religiosa, ben più impor-
tante ‘da ricordare e definire che non il significato spe-
cialissimo datogli dal Bentham; il simbolo non è un
segno qualsiasi, ma solo quel segno che si associa in
particolare rapporto con qualche cosa d'altro, ed ha va-
lori diversissimi a seconda della natura di tale rapporto;
infine, di neo-kantiani ce ne furono e ce ne sono anche
‘in Francia, in Italia e in Inghilterra, non meno merite-
voli d’ essere ricordati di quelli che l’ Eisler ha voluto
citare. |
Ma quest’ ultima osservazione ci richiama a quello
che ci sembra il difetto capitale dell’ opera, di essere
cioè troppo esclusivamente tedesca. È un difetto che i
3
dizionari a larga colloborazione possono più facilmente
evitare, e che si giustifica anche con la grande impor-
tanza assunta dalla filosofia tedesca dal Wolf in poi;
ma il difetto non cessa per questo di essere meno grave
dato il valore universale, e non nazionale, dei problemi
filosofici e della maggior parte dei vocaboli che li espri-
mono. I filosofi francesi, inglesi e italiani vi sono ra-
ramente ricordati, specie se moderni, e quasi sempre
col semplice riferimento a qualche testo tedesco di sto-
ria ‘della filosofia; da un capo all’altro della pagina il
campo è tenuto quasi esclusivamente dai filosofi tede-
schi, non pochi dei quali più che secondarî. E tra i
connazionali l’ autore dimostra una particolarissima pre-
dilezione per l’ Avenarius, del quale sono ricordati
molti vocaboli che nel linguaggio filosofico hanno un.
uso tutto diverso, o non hanno nè ebbero mai uso di
sorta, ad es.: Charaktere, E-Werte, Elemente, Epheterote,
Epitautote, Erfolgsbewegung, Fidential, Nachgedanke, Notal,
Problematisation e Deproblematisation, Sachhaftigkeit, Syste-
matisch, Systembeschaffenheit des Zeitpunktes © 1, Tautote,
Transexercitation, Umgebung, Vitaldiferenz ecc. Io ammetto
volentieri, che richiedere al compilatore d’un diziona-
rio la dimenticanza assoluta delle proprie convinzioni
val quanto pretendere che non ne abbia affatto; e ri-
conosco ancora che |’ Avenarius fu uno dei più imagi-
nosi fabbricatori di parole eteroclite, tanto da riuscire
di difficilissima lettura; ma se in questo dizionario si’
fosse concesso agli altri sistemi un posto proporzionale
alla loro importanza rispetto all’ empirio-criticismo, non
sarebbero bastati altri cinque volumi d’ ugual mole a
contenerlì tutti. |
Questa lacuna, e queste tendenze, della cultura
ae ina
dell’ Eisler, si rivelano con maggior evidenza quando
gli articoli riflettono termini e problemi sorti o trattati
più ampiamente nelle filosofie straniere. Così il termine
immaterialismo, creato da Berkeley, è spiegato in due
righe, inadeguatamente e senza citazione diretta ; per
converso, Empiriokriticismus e empiriokritischer Befund
occupano undici righe, con citazioni e riferimenti alle
opere dell’ Avenarius. Nell’ art. genio sono riportate inte-
gralmente le definizioni del Wolf, dello Sulzer, del Fries,
di Kant, del Volkmann e un lungo passo dello. Scho-
penhauer; nell’ ultima riga è aggiunto «Lombroso at-
ferma una parentela tra il genio e la pazzia» ; il Buf-
fon, l’Emerson, il Carlyle ecc. non sono nemmeno ri-
cordati. Il personalismo è definito: — l'affermazione
della personalità umana (Kant, Fichte e altri) nonchè
la concezione del mondo come una molteplicità di es-
seri personali (Bòstrom) —; ora, per personalismo nel
primo significato oggi s'intende specialmente la dottrina
del Renouvier, che bisognava almeno ricordare (cfr.
Les dilemmes de la métaphysique pure, Paris, 1901, cap. V,
LXX — La ihèse du personalisme —), e nel secondo il
personal idealism, espressione e dottrina d’ origine es-
senzialmente inglese (cfr. Personal Idealism, philosophical
essays by eight members of the University of Oxford, Ox-
ford, 1902; e A. Seth, Scottish Philosophy, 188 5).
__
* *
A riparare l'ingiustizia dell’Eisler verso i filosofi
inglesi pensa il non meno voluminoso Dictionary of Phi-
losophy di J. Radford Thomson, edito a Londra il 1887.
Qui il campo è tenuto quasi totalmente dai pensatori
— 36 —
,
del Regno Unito, grandi e piccoli, da Bacone al Mac
Cosh, da Berkeley al Fraser, da Hume, Locke, Bain,
Mill al Calderwood, Martineau, Green, Flint ecc.; di
francesi e tedeschi solo i maggiori, ma in scarso nu-
mero e sempre in traduzioni o in testi di storia della
filosofia ; d’ italiani nessuno. Sta di mezzo tra il dizio-
nario propriamente detto e l’ antologia; ha intenti in-
formativi e di scuola; è redatto interamente sui passi
degli autori, il compilatore non intervenendo che nella
scelta e nella distribuzione ; gli articoli non sono or-
dinati per ordine alfabetico ma per materia.
I pregi e i difetti di quest opera germogliano,
come sempre, dagli speciali criterì che ne hanno gui-
data la compilazione. Come preparazione allo studio
dei problemi filosofici essa può servire assai meglio di
un vocabolario tecnico o d’un trattato scolastico, sia
per la ricchezza delle informazioni, sia per la distribu-
zione eccellente della materia, che si svolge con ordine
naturale dalla impostazione del problema alle varie so-
luzioni proposte e alla critica di esse, dal generale al
particolare, dal passato al presente, dall’essenziale al se-
condario. Ma il suo pregio maggiore consiste nel porre
in immediato contatto coi filosofi, che ci parlano il
loro proprio linguaggio, ci espongono gli atteggiamenti
decisivi del loro pensiero, rivelando così, nella vivace
rapidità d’ una discussione, le irreducibili differenze di
metodo, di scopi e di tempra mentale che si combat-
tono nel seno della filosofia. Ad es. nell’ articolo sul-
I’ assoluto l’ Hamilton, il Fleming, il Porter, lo Stuart
Mill, il Calderwood e il Conder espongono, in passi
tolti dalle loro opere, i significati fondamentali dell’as-
soluto e i caratteri che lo distinguono dall’ infinito e
dall’ incondizionato ; quindi lo Spencer, il Ferrier e il
Porter sostengono l’ esistenza dell’ assoluto, senza en-
trare nel problema della sua conoscibilità, che è for-
mulato nella successiva parte terza; la quarta si può
considerare come divisa in tre sezioni: nella prima il
Mansel, l’Hamilton e lo Spencer espongono le loro so-
luzioni negative; nella seconda lo Stuart Mill e il Cal-
derwood sostengono, da punti di vista differenti, la
possibilità d’una conoscenza inadeguata dell’assoluto ; la
terza è un’ esposizione delle varie filosofie dell’ assoluto
dagli Eleatici ad Hegel, fatta dal Roberston, dallo Schwe-
gler, dal Porter ecc.; come conclusione è riportato un
passo dell’ Ueberweg, che afferma essere la storia to-
tale del mondo e dell’uomo una progressiva rivelazione
dell’assoluto.
Data la natura di quest’ opera, dev’ essere natu-
ralmente accettata così com’ è, senza pretendere da essa
ciò che non vuol dare. Additarne i difetti, rilevarne le
lacune, le sovrabbondanze e le parzialità, varrebbe
quanto discutere le convinzioni filosofiche dell’autore ;
il quale ha scelto e disposto la sua materia in modo,
da mettere sotto la miglior luce i principî del teismo
spiritualistico e della morale cristiana (1). È nessuno
potrebbe negargliene il diritto.
Strettamente obbiettivo e tecnico è invece il Dic-
tionary ‘of Philosophy and Psychology compilato sotto la
—_———_____—«
(1) Il solo appunto che si può muovere all’ autore è d’ aver
affermato, nella prefazione, la propria imparzialità: « the endeavur
has been, consistently with the limits of space, to give a fair, im-
partial, and comprehensive representation of different school and
tendencies of thought» p. VI.
L0GR —
direzione del Baldwin da filosofi d’ogni paese, ma spe-
cialmente inglesi e americani (New-York e Londra 1901-
1905). Dei pregi di questo dizionario, il maggiore forse
che oggi si possegga, io credo inutile parlare, data la
sua fama ormai sicura e la diffusione raggiunta anche
in Italia. Ma di fronte alle lodi iperboliche con le quali
è stato accolto da noi, specie per parte di incompe-
tenti e di xenomani, non sarà male mostrare il rove-
scio della medaglia, tanto per persuaderci ancora una
volta che la perfezione non è delle cose di questa terra
e quindi nemmeno dei dizionarî americani di filosofia.
Apriamo a caso il secondo volume. Alla pagina
41, seconda colonna, il nostro sguardo si ferma sopra
un articolo di 26 righe intorno al Mare clausum e Mare
nostrum, nel quale si apprende quanto segue: « Mare‘
clausum : un mare chiuso, per Vautorità di un partico-
lare sovrano che pretende speciali privilegi e diritti alla
navigazione generale in esso. Mare liberum: un mare
aperto liberamente alla navigazione di tutti. Tali sono,
oggi è universalmente ammesso, gli alti mari. Et quidem
naiurali jure communia sunt omnium haec : aer, aqua pro-
fluens, et mare, et per hoc littora maris» (‘Inst. of Just.
II, 1, de rerum divisione, 1). Un’ idea contraria era so-
stenuta dai papi nell’età di mezzo, nonchè dalla Spagna
e dal Portogallo, che pretendevano un diritto esclusivo
sui mari australi ed occidentali per la scoperta e in
forza di decreti papali. Nel sec. XVII i giuristi inglesi,
mentre discutevano queste pretese, allegarono il diritto
della sovranità inglese sopra i mari del nord (vedi Sel-
den, Mare clausum, 1635 e Grotius, Mare liberum 1609).
La Russia sostenne un’ analoga pretensione sul Nord
Pacifico fino al principio di questo secolo, fondandosi
sulla proprietà delle spiaggie (vedi Davis, Inst. Law, 43).
Letteratura : Warton, Inst. Law, Dig. I $ 26; Woolsey,
Inst. Law, $ 55; Wheaton, Elem. of Inst. Law, cap.
IV) ». Se un ipotetico lettore, scorrendo queste righe,
non conoscesse in precedenza la natura dell’opera con-
sultata, potrebbe essere indotto a credere d’aver di-
nanzi un’ enciclopedia giuridica o un dizionario di di-
ritto internazionale. Certo, niuno che abbia un concetto
un po’ preciso della filosofia, potrà trovare codeste no-
‘ tizie al loro posto. Non si vuol negare con questo che
anch’ esse possano interessare il filosofo; ma data la
natura sintetica della filosofia, nulla esiste che non ab-
bia con essa un rapporto diretto o indiretto, cosicchè
di tal passo ogni dizionario filosofico dovrebbe racchiu-
dere l’enciclopedia universale del sapere umano!
Nè è da credere sia stato un caso.... volontario
quello che ci ha fatto imbattere nel mare chiuso. La
sovrabbondanza è il difetto capitale di quest’ opera, che
potrebbe esser sfrondata d’un quinto dei suoi articoli, .
e riuscirebbe così più agevole per la consultazione e
e più accessibile per il prezzo. Nella stessa lettera m
ci imbattiamo in articoli non sempre brevi su: mezza-
dria, messa, emicrania (due colonne con tre figure), mo-
sche volanti, mielite, moneta, monopolio, plebaglia (mob),
mitosi, contravvenzione, scrittura a specchio, millennio, me-
ningite, sistema mercantile, mesenchima, mesoblasto, meso-
derma, mesotelio, messia, speranza messianica, incremento
marginale, maschio, malizia, limite di coltivazione ecc..
Nella lettera precedente: lesa maestà, lustro, legge di
Listing, linfa, industria locale specializzata, legittimazione,
finzione legale, linea di bellezza, linea di direzione, linea
di mira ecc, |
— 40 —
Di fronte a tale ingombro di termini medici, cu-
rialeschi e agricoli, sono da lamentare non poche e
gravi lacune. Specie per ciò che riguarda la nomencla-
tura delle dottrine e dei sistemi, esso lascia senza ri-
sposta molte domande che è più che legittimo rivolge-
re ad un dizionario filosofico. Restando nella lettera m,
nella quale ci siamo imbattuti da principio, mancano
in essa: moralismo (corr. inglese moralism), termine di
largo uso così nella storia della filosofia, ove designa
la dottrina o tendenza etica uscita da Kant e da Fichte,
come nel linguaggio filosofico contemporaneo, nel quale
è comunemente opposto all’ immoralismo di Nietzche e
all’amoralismo di tutti coloro che non ammettono che
giudizî di fatto, negando i giudizî di valore; mateu-
tica (maieutics), il notissimo metodo socratico ; memo-
rabilità ( memorability), il rapporto del numero delle
testimonianze vere col numero totale delle testimonianze
relative ad una data circostanza; metageometria (meta-
geometry), il moderno indirizzo della geometria non-
enclidea ; mesologia (mesology), lo studio dei rapporti
tra gli esseri e il loro ambiente; mediatore plastico, che
indica comunemente ciò che il Cudwort chiama « na-
tura plastica », specie d’anima del mondo incosciente,
per mezzo della quale Dio agisce sulle cose; metalogico
e metamorale, termini usati spesso per indicare i prin-
cipî primi e fondamentali della logica e della morale,
per opposizione allo studio delle regole logiche e mo-
rali, quali sono applicate nei ragionamenti validi e nelle
azioni buone. E ancora, mosaicismo, monolatria, mutua-
lismo, molecola, monarchianismo, metabasi, ecc., che se
non posseggono un valore strettamente filosofico, hanno
— 4I —
però maggior diritto d’ esser ricordati della mielite, della
mezzadria o della plebaglia.
Un altro difetto formale di quest'opera è la spro-
porzione negli articoli. Trattandosi di un dizionario di
collaborazione, non sarebbe giusto dar peso ad un in-
conveniente inevitabile e nel quale incorrono tutti i la-
vori compilati allo stesso modo, dal Dizionario del
Franck alle maggiori Enciclopedie; ma qui la cosa è
tanto grave, e così evidente il prevalere delle informa-
zioni anatomiche, fisiologiche e patologiche sulle filo-
sofiche, che non potrebbe passarsi sotto silenzio, perchè
non solo ne scapita l economia dell’ insieme ma ne
resta anche alterato il carattere fondamentale dell’opera.
Bastino alcuni rilievi comparativi: alla psicologia della
memoria è dedicata una colonna e mezza, alle anomalie
della memoria quattro e alle esperienze sulla memoria
due; la psicologia del linguaggio è esposta in quattro
colonne, mentre le anomalie del linguaggio si estendono
per ben diciannove colonne con quattro figure, con ab-
bondante letteratura, con larghe informazioni etiologi-
che e diagnostiche e una minuta descrizione delle di-
slogie, disfasie, dislalie, afasie motrici, corticali, sub-
corticali, transcorticali, uditive, visive, funzionali, ecc. ;
e tuttociò senza tener conto che in altre parti del di-
zionario sono descritte con uguale ricchezza di dati
tecnici l’alogia, la catafasia, l' ecolalia, 1’ afonia, l’ani-
mia, } anartria, la cecità verbale, l’ agrafia, 1 asemia, il ,
mutismo, ecc. Alla sostanza vivente (living matter) sono
dedicate tredici colonne, da sommarsi insieme alle molte
altre largite a vita, origine della vita, scienze biologiche,
organismo, eredità, rigenerazione, preformazione, epi-
genesi, partenogenesi, metagenesi, metabolismo, ecc.;
— 42 —
invece la logica deve accontentarsi di cinque, la meta-
fisica di una e mezzo, la pedagogia di mezza. Alla ft-
losofia sono concesse dodici colonne; ma che cosa sono
esse di fronte alle settantadue dedicate alla visione ?
E si potrebbe continuare per questa via, giacchè
tutto il dizionario è impostato su tali squilibri. Ma non
vorrei si credesse che con ciò io pretendo di misurare
a spanne il valore degli articoli. Mi sono esteso in co-
desto raffronto quantitativo, perchè lo spazio esuberante
concesso ai problemi scientifici è a tutto detrimento di
quello che doveva dedicarsi ai filosofici, i quali spesso
ricevono una trattazione inadeguata. Le localizzazioni
cerebrali occupano nove colonne, la virtù una e mezzo;
e mentre sulle prime abbondano le notizie, riguardanti
sia la storia, sia la determinazione delle zone funzio-
nali della corteccia, sulla seconda, dopo una breve e
troppo generica definizione ( « excellence of character,
disposition, and habit of life, with reference to generally
accepted moral standards» ), non troviamo che un po’
di storia delle dottrine di Socrate, Platone e Aristotele,
e la classificazione medievale delle virtù teologali; per
quanto riguarda il pensiero moderno e contemporaneo
solo un fugace accenno alla dottrina del Butler, ma
nulla nè della concezione spinosiana, nè di quelle del
sentimentalismo e dell’ utilitarismo inglese, del materia-
lismo francese, del volontarismo fichtiano e schopen-
haueriano, dell’ evoluzionismo spenceriano, nè infine
delle dottrine del Sidgwick, del Bain, del Paulsen, ecc.;
senza tener conto che, anche per ciò che riguarda l’ an-
tichità, meritavano pure un cenno la concezione bud-
distica, la pitagorica, l’epicurea, la plotiniana ecc. Alle
illusioni ottiche sono concesse otto colonne e quarantadue
figure, come non bastassero le settantadue colonne e
venti figure occupate dalla visione; al liberalismo poche
righe, nelle quali sono registrate queste due accezioni
del vocabolo: 1) the personal disposition to free and un-
trammelled thought and action. 2) the social sentiment wel-
comes reforming and progressive opinion and action ; ma
questi non sono che i significati più comuni, mentre
il liberalismo ne ha altri di più importanti, anzitutto
come dottrina economica, poi come dottrina filosofico-
politica, come dottrina giuridica e come dottrina reli-
giosa (cfr. in proposito una serie di articoli pubblicati
dal Bouglé sulla Revue de métaphysique et ide morale,
1902-03).
Le lodi tributate al dizionario del Baldwin per
I esattezza delle sue informazioni, appaiono veramente
meritate. Data la materia vasta e infida, era ben diffi-
cile raggiungere una correzione maggiore. Ma ciò non
esclude, naturalmente, che errori e inesattezze non pos-
sano trovarsi anche in esso. Il corrispondente italiano
non è sempre determinato in modo felice: a parte
qualche errore di stampa molto evidente, come ad es.
risporsabilità, non mi sembra che all’ inglese socialisation,
definito «l’ adattamento degli individui tra di loro e
alla vita sociale », corrisponda l’espressione italiana svi-
luppo della socialità ; che il sense discrimination (ted. Un-
terschiedsempfindlickeit) si debba tradurre con sensibilità
di differenza, mentre da noi pure è in uso discriminazione
o sensibilità di discriminazione ; che al termine inglese
sensualism corrisponda l'italiano sensualismo, il quale,
più che una dottrina gnoseologica, denota per noi una
concezione grossolana della vita, nella quale tutto è su-
, bordinato al piacere materiale, ed è sinonimo di epicu-
reismo pratico. Il paralogismo è definito : « un ragiona-
mento, specialmente un ragionamento sillogistico, che
è logicamente falso e inganna lo stesso ragionatore »;
detinizione difettosa, sia perchè non determina le dif-
ferenze del paralogismo dal sofisma, sia perchè non
ricorda l’uso, legato ormai indissolubilmente alla storia
del vocabolo, fattone da Kant nella Dialettica trascen-
dentale. Nell’articolo sull’ inconoscibile si afferma che le
teorie di Kant, Spencer e Hartmann «differiscono da
quelle degli agnostici e dei positivisti in quanto l’affer-.
mazione della realtà assoluta come inconoscibile è una
parte integrante del sistema, mentre nell’ agnosticismo
è cosa affatto indifferente se esista o non tale realtà
super-fenomenica »; la distinzione è inesatta, come di-
mostriamo a lungo in altra parte di questo libro, ed è
smentita dall’uso universale, che applica la designazione
di agnosticismo proprio alla dottrina kantiana del nou-
meno e a quella spenceriana dell’ inconoscibile (1). Nel-
l’ articolo sul sillogismo si recano questi due schemi:
1) No a is d 2) Everything is either 4 or c
No c is db Everything is either d or c
No a is c Everything is either a or b;
(1) Il Goblot fa invece una distinzione opposta a quella del
Baldwin: « Toute doctrine qui fait jouer un réle à l’Inconnaisa-
ble est un Agnosticisme. Toutefois l’aveu que notre connaissance
est limitte, que nous ne savons pas tout, et ne saurons’ jamais
tout, n’est pas de l’agnosticisme. Les agnostiques font appel à l’ In-
connaissable pour expliquer la nature; ils l’introduisent dans la
science; l’ univers est pour eux la manifestation d’ une puissance,
que nous ne pouvons pas connaitre, et dont pourtant nous avons
+1 ee»
besoin pour en rendre compte ». Questa distinzione è anche con-
fermata dall’ uso,
tr Dici mi i i ne Sn i E
in entrambi questi schemi il termine maggiore fa da
soggetto nella conclusione e il termine minore da pre-
dicato, mentre per regola logica assoluta dovrebbe es-
sere precisamente l’ inverso. Si potrebbe osservare che
nè l’uno nè l’altro sono veri e propri sillogismi, in
quanto ne violano le leggi fondamentali; ma ciò non
esclude che anche in questi, come negli altri schemi, i
due termini debbano avere il posto già fissato dalla
logica aristotelica. Il sorite è definito « una catena di
sillogismi, nella quale la conclusione di ciascuno forma
una premessa al successivo »; definizione sbagliata, per-
chè confonde il sorite col polisillogismo ; il sorite non
è una catena di sillogismi, ma di giudizî, non ha più
conclusioni, ma una sola rappresentata dall’ ultimo giu-
dizio, e non differisce dal sillogismo comune che in
quanto possiede più termini medi, i quali s’identificano
successivamente.
Un’ ultima osservazione. Sotto il vocabolo termi-
nology sono raggruppati molto opportunamente i termini
tedeschi, inglesi e francesi che hanno un uso partico-
lare in queste lingue. Perchè mancano i termini italiani?
L’omissione appare a tutta prima ingiustificata, sia per-
chè la nostra lingua filosofica, se non può competere
per ricchezza e individualità con la tedesca, ha però
buon numero di termini affatto propri o d’uso partico-
lare, specie nelle scienze biologiche e nella psicopato-
logia, sia perchè ad ogni articolo il dizionario reca il
corrispondente italiano insieme al tedesco e al francese.
Ma il motivo dell’ omissione è forse da ricercare in una
avvertenza, premessa alla: sezione della terminologia
francese, e che io riporto tal quale perchè merita dav-
vero d’ essere largamente conosciuta fra noi: « The
— 46 —
difficulty of acquainting oneself with French and Ita-
lian usage is enormously enhacend by the lack of In-
dexes in the books. It is their own fault if authors in
these language continue to handicap the use and ap-
preciation of their books as works of reference, and
even for topical reading, by this extraordinary limitation.
That they continue to make this omission - or to
allow their publishers to make - is unaccountable to
the worker in England or German ». Il monito è assai
severo, ma non si può negare sia giusto. Speriamo
non vada perduto.
Alquanto diversi sono i limiti e il metodo dei di-
zionarî che hanno un intento critico. Proponendosi di
discutere i vocaboli filosofici nella loro proprietà e nel
loro valore, debbono escludere tutti quei termini che
non fanno parte della lingua filosofica propriamente
detta, e che in essa non sono consacrati dall’uso ; deb-
bono enumerare i significati fondamentali attribuiti ad
ogni vocabolo, indicando quali di essi siano i più ac-
cettati o i più accettabili; debbono escludere dagli ar-
ticoli ogni notizia che abbia carattere enciclopedico o
di volgarizzazione, limitandosi alle definizioni e al loro
esame ; la ricerca della chiarezza, essenziale nei dizio-
narî didattici, deve qui essere sostituita dal rigore tec-
nico dell’ espressione; infine, di ogni vocabolo deve
essere indicata l’origine etimologica nonchè le espressioni
corrispondenti nelle lingue più importanti (italiano, in-
glese, francese, tedesco).
_
Con ciò io ho sinteticamente indicati i criterî ai
quali s’ ispira un’ opera iniziatasi recentemente in Fran-
cia, opera degna del più incondizionato consenso e del
più largo aiuto : intendo parlare del Vocabulaire techni-
que et critique de la philosophie che vien puBblicandosi
sotto gli auspici della Società francese di filosofia (Colin
ed.); giunto finora al quattordicesimo fascicolo, che e-
saurisce la lettera m, consterà, ad impresa compiuta, di
una trentina di fascicoli. Alla sua compilazione con-
corrono largamente i dotti di tutti i paesi. Infatti, dopo
che l'apposita commissione del vocabolario, di cui è
anima e centro Andrea Lalande, ha composta e di-
scussa la primitiva redazione degli articoli di una de-
terminata lettera, questi sono stampati su una sola co-
lonna in fascicolo provvisorio e spediti per esame ai
membri della Società stessa e ai corrispondenti stranie-
ri, i quali vi appongono le loro osservazioni. I fasci- -
coli ritornano quindi, cosi corretti ed annotati, alla
commissione, la quale ritiene come definitivi i punti
sui quali s' è manifestato |’ accordo o non è sorta di-
scussione, e sottomette gli altri al supremo giudizio
della Società filosofica : le osservazioni trovate giuste
vengono senz'altro inserite nel testo stesso, quelle sulle
quali non s’° è potuto raggiungere l'accordo, o che ad
ogni modo sono giudicate meritevoli di essere conser-
vate, sono impresse a' piè di pagina a guisa di com-
mento.
Quanto alle grandi divisioni adottate per la clas-
sificazione dei termini filosofici, esse sono quattro : psi-
cologia, sociologia, scienze normative, filosofia generale
(ossia la filosofia propriamente detta, la sintesi suprema
delle conoscenze umane). Delle due prime, che ten-
— 48 —
dono ogni giorno più alla loro completa autonomia,
sono registrati soltanto quei termini che si riferiscono
alle questioni filosofiche, tralasciandosi tutti quelli che
concernono i problemi speciali delle scienze stesse. Le
scienze normative comprendono la logica, l’etica e l’e-
stetica, cioè: quelle scienze il cui oggetto è costituito
da giudizî apprezzativi o di valore, e che hanno quindi
per scopo di determinare le condizioni e i caratteri co-
muni di questi giudizi. Le definizioni storiche sono
quasi totalmente soppresse, ritenendosi soltanto quelle
che sono necessarie all'intelligenza delle significazioni
attuali o corrispondono a vocaboli usati senza spiega-
zione da scrittori contemporanei. Ogni articolo è se-
guito quasi sempre da una radice internazionale, per
lo più neo-greca o neo-latina, che potrebbe formare
dei vocaboli in una lingua ausiliare internazionale ; que-
sta è una felice innovazione, anche rispetto al dizionario
del Baldwin, e prova come sia intensa e diffusa L'aspi-
razione ad una lingua scientifica internazionale. ‘
Ed ora riportiamo integralmente, traducendolo, l’ar-
ticolo che corrisponde al vocabolo condizione, che varrà,
meglio d’ ogni discorso, a dare un’ idea abbastanza
esatta della costruzione e del valore del dizionario che
stiamo esaminando « 1. Condition (Latino scolastico Con-
ditto; Tedesco, nel senso A. Voraussetzung ; nel senso B
e C Bedingung ; Inglese Condition; Italiano Condizione)
— A Logica. Asserzione dalla quale un’altra dipende,
in modo che se la prima è falsa, è falsa anche la se-
conda. Vedi Causa B e Condizionale. Si dice anche
Condizione necessaria, o conditio sine qua non (Zabarella
in Goclenius, 4358). L’ espressione qui sopra definita è
una abbreviazione di queste formule. = B. Nel senso
reale : circostanza in assenza della quale un fatto non
può aver luogo. = C. In particolare: il tempo e lo
spazio sono detti da Kant condizioni della esperienza
Bedingungen aller Erfabrung. « Tempus non est objec-
tivum.... sed subjectiva conditio per naturam mentis hu-
manae necessaria quaelibet sensibilia certa lege sibi
coordinandi, ecc., III, 14, S s. = D. Nel linguaggio
delle matematiche, le condizioni d’un problema sono tutto
ciò che particolarizza una soluzione generale. Tutte le
volte che si impiega il vocabolo condizione, si. suppone
adunque che, il problema rimanendo il medesimo nella
sua essenza, si potrebbero restringerne le soluzioni me-
diante altre proposizioni limitative. Una condizione è
detta necessaria, in rapporto ad una soluzione determi-
nata, se ne è una conseguenza logica, cioè se non può
essere sostituita da alcun’ altra ipotesi, questa soluzione
rimanendo la stessa: è detta sufficiente se trae seco ne-
cessariamente tale soluzione, e dessa soltanto ».
Questo è, a così dire, il corpo dell’ articolo; ad
esso segue, in caratteri più minuti e staccata, la Critica.
« Il vocabolo condizione, nel suo senso filosofico ge-
nerale B, si oppone ordinariamente al vocabolo causa.
Questa opposizione non rappresenta per nulla una di-
stinzione di fatto, ma una distinzione di punto di vista.
Così, per esempio, nella caduta di un oggetto che si
rompe, si chiamerà causa ad libitum, e secondo l’ inte-
resse pratico dominante, sia il peso, sia il fatto che
questo oggetto è in gesso e non in bronzo, sia la gof-
faggine di colui che l’ha rovesciato, sia la posizione
anormale che occupava, ecc. Si vede infatti che, se-
condo il punto di vista adottato, questa o quella cir-
costanza differente sarà messa in causa ; e gli altri fe-
4
«nomeni che hanno concorso all’effetto totale saranno
allora delle condizioni (Vedi Stuart Mill, Logica, III,
ch. v, sezione 3). Non vi è dunque nulla di esplicativo
nella distinzione delle condizioni dalle cause. È il giu-
dizio valutativo {concernente l’importanza delle cose
o la responsabilità delle persone) che determina attual-
mente l’impiego dell’ una o dell’altra parola nell’ uso
corrente — Radice internazionale : Kondici ».
. Tralasciando ora l’ articolo successivo, nel quale
la condizione è riguardata come maniera d’essere d’una
cosa o d’ una persona (Zustand dei tedeschi) vediamo
le note a piè di pagina dell’articolo riportato. Al senso
A e B il Lachelier osserva: « Rimarcare l’uso estesis-
simo che Kant ha fatto di questo vocabolo nella discus-
sione delle antinomie. È condizione il termine dal quale.
lo spirito passa ad un altro in una sintesi progressiva, o
al quale esso rimonta partendo da un altro in una sin-
tesi regressiva ». Al senso D è fatto questo commento :
« Questo passaggio dell’ articolo fu modificato per ri-
spondere alle obbiezioni di H. Bouasse. La parte del
testo che è tra virgolette è estratta dalla sua lettera.
È da notare che il prof. Peano dà alla parola italiana
condizione un senso più esteso : condizione = propo-
sizione contenente variabili. Così sia 4 una classe, la
proposizione x è un a è una condizione in x. Dizio-
nario di matematica, p. 7». Alla critica il Lachelier
fa seguire questo commento: «Sembra che nell’ uso
si chiamino condizioni specialmente certe circostanze
generalissime, che concorrono piuttosto passivamente
che attivamente alla produzione di un fenomeno, o la
cui azione, ad ogni modo, è considerata come secon-
daria (come un dato tempo, un dato luogo, tempera-
— $I =
tura, pressione atmosferica). Un fenomeno è prodotto
da cause sotto condizioni ».
Tutto quello, adunque, che può giovare a stabilire
il valore attuale del termine, a fissarne i significati fon-
damentali, a chiarirne il concetto ripulendolo dalle con-
traddizioni, in modo da favorire il suo sviluppo nel
senso di una sempre maggiore precisione e universalità,
tutto ciò è chiamato a far parte degli articoli. Ne ri-
sultano ‘così, specialmente per i termini più importanti
come assoluto, anima, coscienza, determinismo, Dio, filoso-
fia, ecc., delle vere e proprie monografie, che, senza per-
dere il loro rigore scientifico, ed esaurendo completa-
mente l’argomento, hanno tutta la vivacità e la sveltezza
delle discussioni orali.
*
< *o_*
E in Italia, dove il linguaggio filosofico risente
pure tutti i difetti che abbiamo già rilevato, in Italia
che cosa si è fatto sino ad ora in simile argomento ?
La mia condizione d’autore di un recentissimo di-.
zionario filosofico mi rende piuttosto imbarazzante la
risposta. Ad ogni modo, giacchè si tratta di dati di
fatto e non di apprezzamenti, posso rispondere, pre-
scindendo dall’ opera mia: nulla o quasi nulla. Non
parlo del Dizionario di logica e metafisica pubblicatosi
in tre grossi volumi a Padova del 1787: esso è scritto
in lingua francese ed è opera francese, essendo un e-
stratto, fatto sull’ Enciclopedia di d’Alembert e Diderot,
dei vocaboli riguardanti la filosofia in genere (1). Non
‘ (1) Ecco il titolo preciso: ENGICLOPÉDIE MÉTHODIQUE, #0%4=
Comnsiad 62° —
. parlo nemmeno di altri dizionari, nei quali il titolo di
filosofici è giustificato solo dal senso molto largo che
alla parola filosofia si dava per il passato (1), come ad
esempio il Semunarium totius philosophiae di G. B. Ber-
nardi (Venezia, 1582), o quel curioso Nuovo vocabolario
filosofico-democratico pubblicato anonimo a Venezia del
1799, che contiene vocaboli come guillottina, senza-cal-
zoni, amplessi fraterni, assassinare, settembrizzare ecc. e
che, per dar ragione del proprio titolo e della propria
comparsa, comincia addirittura col pigliare gli uomini
da quando tutti uniti abitavano la terra nel Campo di
Sennaar, penetra nella torre di Babele fra la contusione
delle lingue, flagella di santa ragione Cromwel e Obes-
sio (Hobbes) Spinoza e Rousseau, padri spirituali di
tutti gli errori filosofici e politici e dei vocaboli che li
esprimono, per venire infine a concludere: « diviene
dunque necessario a fermare, e pubblicare un vocabo-
lario di Lingua antica Italiana, e di moderna Repub-
velle édition enrichie de remarques dédié à la serenissime république de
Venise; logique et metaphisique, Padoue, 1787.
(1) Come dichiara Lipenio nella prefazione alla sua Biblio-
theca realis philosophica (1682): Vicem philosophiae in ea latitudine
capio, qua communiter in Academiis capitur. In tis enim praeter tres
facultates theologicam, juridicam, medicam etiam invenitur philosophica,
quae eas artes et scientias excolit, quas reliquae ires superiores sive prae-
supponunt, sive non altingunt, sive sororio quasi vinculo sibi adjun-
gunt, ita ut omnis Linguarum, Antiquitatum, Scientiarum notitia,
omnis veterum et recentiorum critica, omnis Historia, Philologia, Ora-
toria, Poetica et summatim quicquid Polumatheias aut Pansophias no-
mine venire potest, relala sint.
Più tecnici sono invece quello di Stefano Chauvin, Lexicon
rationale seu thesaurus philosophicus, Rotterdam, 1662 e quello del
Migrelio, Lexicon philosophicum, Jenae, 1653.
blicana Democratica, tanto per intendere il linguaggio
Democratico, quanto per impedire che i Popoli ingan-
nati dalla somiglianza dei vocaboli non rimangano eter-
namente illusi » (1). i
Nè mi fermerò, date le sue proporzioni e il suo
scopo, sul Vocabolario delle parole più usate in filosofia
(Messina, 1877) pubblicato da G. Sergi per i suoi a-
lunni del Liceo Maurolico, ai quali è dedicato. È un’o-
peretta senza pretese, di poco più che duecento voca-
boli, dei quali è data per la maggior parte la semplice
spiegazione etimologica, che il più delle volte non basta
però a offrire del vocabolo un’idea adeguata e precisa ;
così quando si è detto di ente: ens, dv gr., ciò che è;
di anestesia : àavatodnoia, defectus sensuum, privazione di
senso; di istinto : instigo, quasi eccitamento naturale a
produrre movimento negli animali ecc., se ne sa pro-
babilmente quanto prima; e quando di cinetico è detto
« xevnunds da xivnois movimento, così anco cinematico
da xivnua che ha facoltà di muoversi » si sono con-
(1) Nuovo dizionario filosofico democratico, indispensabile per
ognuno che voglia intendere la nuova lingua rivoluzionaria, Venezia,
1779, prefazione. Tanto per dare un saggio di quest’ opera curiosa,
riporto le definizioni di questi due vocaboli: « Democratico, signi-
fica in attivo ateo, assassino, birbante in governo, e comando; in
passivo la parte onesta di una nazione spogliata, oppressa, tiranneg-
giata nella vita, libertà, sostanze, onore e religione dagli atei, as-
sassini, birbanti. Democrazia: si è. tentato di dare la versione nel-
l'antico idioma col nome di Birbologia. Non spiega però perfetta-
mente. Si può dire ugualmente ateistocrazia, ed assassinocrazia. Tutti
questi termini presi insieme fanno l’equivalente della moderna De-
mocrazia, e perciò in luogo di dire Democrazia dovrebbe dirsi De-
monocrazia, ossia governo di Demonj ».
fusi due vocaboli che la meccanica distingue accurata-
mente, designando col primo il movimento considerato
relativamente alla traiettoria che determina nello spazio,
col secondo il movimento considerato astrattamente,
prescindendo dalle cause e dalle circostanze nelle quali
si produce; e così pure il vocabolo animismo non de-
siena soltanto una dottrina filosofica, ma anche una
fase dell’ evoluzione religiosa; e la parola empirismo,
prima che un indirizzo scientifico e filosofico indica una
dottrina sull’ origine delle idee ; e l'ideale non è vero
che sia ciò che è nell’ ordine delle cose... Ma l’ argo-
mento sta per prendermi la mano, ed è meglio far punto.
E nemmeno vale la pena di fermarsi molto sopra
il Vocabolarietto di termini filosofici del prof. Arturo
Matteucci (Milano 1909) e sul Dizionarietto morale di
Niccolò Tommaseo (Firenze 1869), sebbene le ragioni
per non parlarne sieno ben diverse per l’ uno e per
l’altro, come straordinariamente diverso è il loro valore.
Il primo fa parte della Biblioteca del popolo edita dal
Sonzogno, e quantunque contenga parecchie centinaia
- di vocaboli, non è che una modestissima compilazione,
le cui fonti sono indicate nell’ introduzione dallo stesso
autore: «Poche paginette non possono in alcun modo
sostituirsi agli ottimi ma non accessibili dizionari, co-
me quello del Franck e del Ranzoli, sui quali esse ven-
nero redatte. Tuttavia questo libro può, così com?’ è,
soddisfare le curiosità più immediate dello studente o
del semplice studioso ». Il secondo, che fa parte della
collezione Le Monnier, più che un dizionario di mo-
rale nel senso preciso della parola, è una raccolta di
osservazioni degli uomini e delle cose, di insegnamenti
morali e di norme di condotta, disposte in ordine d’al-
fabeto. Ma quando un insegnamento è dettato dall’ani-
ma sdegnosa e pura di Niccolò Tommaseo, quando
un'osservazione parte dalla sua mente vigile ed acuta,
si può porgere l’orecchio con la sicura fiducia di udir
sempre qualche cosa di altamente degno. E infatti il
libro è un vero tesoro di sapienza pratica, una ricca
miniera di massime a volta argute, a volta profonde,
non di rado paradossali, volgari mai; esposte in forma
ora rapida e nervosa, ora solenne e lapidaria, eletta
sempre ; e meriterebbe perciò di essere più assai cono-
sciuto di quello che non sia, specie dai giovani e dai
loro educatori. Se anche talvolta si sente la ricerca un
po’ artificiosa dell’ antitesi e del bisticcio, 0 vi s° imbatte
in definizioni oscure come questa della teologia: /’a/-
gebra della filosofia ; o amaramente pessimistiche come
le seguenti, politica: / arte di acquistare autorità fin--
gendo di averla ; progresso: l’arte di dividere l’ intero
in frazioni per farlo comparire; giureconsulto: non
sui gnal sia disgrazia maggiore all'umanità, veder molti-
plicarsi le ballerine 0 i giureconsulti ; ce ne sono altre
che colpiscono per la loro profonda verità, racchiusa
suggestivamente nel giro di poche parole, ad es. tol-
leranza : / intolleranza impotente o non curante dicesi
tolleranza ; affermare: due negazioni fanno un’ afferma-
zione, ma più sovente due affermazioni negano , ragione:
facile trovar le ragioni d’ una risoluzione già presa ; 11
difficile sta nel trovarle prima di prenderla ; altre che nella
loro forma tagliente sembrano penetrare nel vivo come
la lama d’un chirurgo, ad es. abbassare: 1 poveri si
umiliano per un pane, i ricchi s° abbassano per un ciondolo ;
ombra : ialuni giudicano sè stessi dall’ombra che danno ;
ironia : cerlî uomini sono un’esclamazione o un’ ironia bi-
sog
pede e implume ; morale: in morale più che in lettera-
tura, abusasi dei sinonimi: illusione : certa rettorica am-
maestra a illudersi, certa logica a illudere, certa ‘morale
a eludere, certo jus a deludere ; altre infine, le più, sono
felicissime e insolite osservazioni rese in forma non di
rado arguta, ad es. accorto : gli accorti disfanno col non
fare, parlano con le reticenze ; tutto quel che dicono in se-
greto è stampabile, tranne gli accenti e le virgole; e © sta
il veleno; asino: certa gente vorrebbero il somaro, ma non
il suo raglio; letterato : tra le femmine letterate, le più
tremende alla pazienza virile sono in primo luogo quelle
che parlano di tutto cio che hanno letto; in secondo luogo
quelle che leggono tutto cio che hanno scritto; le più mansuete
sono quelle che sitampanoi acume: molti che son dotati,
negli studi, di finissimo acume, non hanno nel commercio
sociale quel tanto d’ acutezza che basta per distinguere le celie
dalle beffe. Non è insomma un vero e proprio dizionario
di filosofia morale, nè il Tommaseo era uomo da farlo;
ma è qualcosa di più e di meglio: è un’ opera d’arte, di
rettitudine e di sapienza; perciò mi sono indugiato in
esso più che non consentisse la natura di questo
saggio. |
Siamo giunti così al Dizionario filosofico di Luigi
Stefanoni ( Milano, 1873), sul quale varrebbe la pena
di fermarsi poco, come quello che rappresentò fino ad
oggi l’unico campione del genere in Italia. Ma ahim®!
che infelice campione. Lo Stefanoni, già scolaro di Au-
sonio Franchi, volontario sotto Garibaldi, fondatore della
società del libero pensiero, autore di diversi romanzi
razionalisti e d’ una Storia critica della superstizione, ha
recato nella compilazione del dizionario tutta l’ intran-
sigenza del giornalista e dell’uomo di parte, tutta la
foga polemica del suo antico maestro; le dottrine av-
versarie assumono ai suoi occhi l’ aspetto di tanti ne-
mici, addosso ai quali si lancia col medesimo impeto
che doveva animarlo negli attacchi alla baionetta con-
tro le file dei borbonici e dei papalini. Ora, non v’ ha
dubbio che lo spirito garibaldino sia una gran bella
cosa: dobbiamo ad esso, in gran parte, d’ avere una
patria; ma bisogna convenire che in un dizionario di
filosofia non è precisamente al suo posto.
Del resto, questo non è ancora il difetto maggiore;
oltre le sproporzioni enormi negli articoli, il disordine,
le numerosissime lacune, la mancanza d’ ogni precisione
| nella spiegazione dei termini, la prevalenza eccessiva ac-
cordata ai vocaboli che si riferiscono a questioni specia-
lissime della teologia e del rituale cattolico (ad es. diavolo,
purgatorio, angeli, battesimo e altri sacramenti, celibato eccle-
siastico, croce, diluvio, estrema unzione, papa, indulgenze,
ecc.) oltre tutto questo, non è infrequente imbattersi in
errori così straordinarî, così massicci, che vien fatto di
chiedersi se l’ autore conoscesse veramente gli elementi
primi della filosofia. Ne riporto uno solo a titolo di
saggio: « Libero arbitrio. Dottrina filosofica la quale
insegna che l’uomo sta sotto l’ influenza di motivi de-
terminati, pei quali egli agisce necessariamente in questa
o quella guisa, secondo che le circostanze esterne o
gl’ interni stimoli lo determinano. Alcuni però la chia-
mano anche dottrina del determinismo, pel fatto che
azioni umane, apparentemente libere, sono in realtà de-
terminate da cause imperiose e inevitabili, indipendenti
dalla volontà ». E credo che basti!
Quest’ ultima parte della nostra rassegna è riuscita
per verità piuttosto malinconica. Ma non poteva essere
SR pe
altrimenti. I dizionari filosofici, compresi quelli a tipo
vecchio, se sono i propulsori più efficaci alla diffusione
del pensiero speculativo, ne sono al tempo stesso la ma-
nifestazione più sicura: ora come poteva contarne l’Ita:
lia, non dirò di buoni ma di discreti, se, tolto lo splen-
dido e fugacissimo periodo del suo rinascimento, non
ebbe mai una vera e propria tradizione filosofica e il
pensiero vi trascinò sempre una vita così languida, così
priva di unità, di originalità e di vigore ?
Le forme storiche
dell’ idealismo e del realismo
Se l’ idealismo è uno dei concetti generici più ric-
chi di determinazioni specifiche, il suo opposto- con-
tradditorio, il realismo (1), è invece dei più poveri. Il
primo va raramente solo nel linguaggio filosofico, ed
è quasi illimitata. la serie degli aggettivi qualificativi
coi quali può accompagnarsi : idealismo soggettivo, 0g-
gettivo, assoluto, solipsistico, temperato, problematico,
dogmatico, agnostico, deterministico, indeterministico,
pluralistico, sensistico, empirico, critico, fenomenistico,
teologico, teleologico, ontologico, formale, trascendentale,
speculativo, metafisico, energetico, volontaristico, perso-
nalistico, panteistico, irtazionalistico, particolaristico, uni-
versalistico, sintetico e persino realistico, senza conta-
re la ricca varietà degli appellativi di cui ama adornarsi
fuori dei domini della filosofia, nella religione, nell’este-
tica, nella morale, nella politica e nella vita comune.
Vi fu chi defini le conclusioni di un Congresso inter-
nazionale contro la tratta dei negri un idealismo schia
voflo! Per il realismo, nulla di tutto questo : egli pre-
(1) Per essere esatti, l’ opposizione contradditoria non esiste
che dal punto di vista gnoseologico; come vedremo, da quello co-
smologico o metafisico i due termini sono invece opposti contrari,
e anche in un certo senso equipollenti.
se
ferisce campeggiare solo tra la selva selvaggia degli
ismi, come Saladino nell’ inferno di Dante.
La cosa è tanto più notevole in quanto i due ter-
mini entrarono nel linguaggio filosofico a non molta
distanza l’uno dall’ altro, l’ idealismo verso la fine del
secolo XVII, il realismo verso la fine del XVIII. A
parte l’uso ristretto che il realismo, in opposizione al
nominalismo, ebbe durante il periodo della scolastica,
nella querela degli universali, esso non fu adoperato
largamente, in opposizione all’ idealismo, che con l’Her-
bart e la sua scuola (1). Il termine idealismo appare
invece per la prima volta col Leibnitz, che però l’usa
come sinonimo di formalismo e in opposizione a ma-
terialismo: « Le ipotesi d’ Epicuro e di Platone, dei
più grandi materialisti e dei più grandi idealisti... (2) ».
Ma la ragione del fatto è da ricercarsi, più che
nella storia dei due vocaboli, nel loro significato ; e
non solamente nell’ intenzione laudativa che, dal più
al meno, va sempre unita all’applicazione del termine
idealismo, e per la quale il suo uso è venuto straordi-
nariamente allargandosi, ma anche nella stessa natura
logica di entrambi.
Idealismo e realismo rappresentano anzitutto le
due soluzioni opposte di uno stesso problema, il pro-
(1) « Als Gegenstiick zu Idealismus in diesem Sinne bedeu--
tete dem 18. Jahrhundert Realismus die Behauptung einer ausser-
halb des Denkens befindlichen Welt. Durch Herbart und seine
Schule hat sich diese Bedeutung der Ansdriicke durch das 19.
Jahrhundert hindurch bis zur Gegenwart erhalten. » Eucken, Gei-
stige Siròmungen der Gegenwart, Lipsia, 1909, p. 69.
(2) Replique aux reflexions de Bayle, Erdmann, p. 186 A; e
Eucken, op, cit., p. 68.
— 61 —
blema della conoscenza: il realismo la soluzione after-
mativa, l’idealismo la negativa. Perciò quest’ ultimo
partecipa della indeterminatezza o, se par meglio, della
estensione di significato, che è propria di tutti i ‘con-
cetti negativi. L’ idealismo gnoseologico, definito rigo-
rosamente, è infatti la dottrina che nega alla coscienza
individuale la possibilità di uscire dai propri stati e di
conoscere alcunchè ad essi esterno e da essi indipen-
dente ; siccome però codesti stati si annunciano come
rappresentativi di un mondo altro da essi, cosi l’ ideali-
smo può anche definirsi come la dottrina che spiega il
mondo per l’attività immanente dello spirito sulle proprie
rappresentazioni (I). Se ci arrestiamo a questo punto,
cioè alla pura e semplice affermazione dei nostri stati,
abbiamo l’ idealismo detto psicologico, o solipsistico e tal-
volta» anche soggettivo (quantunque impropriamente sia
stato denominato così anche l’ idealismo di Berkeley e
di Fichte), detto ancora semetipsismo, illusionismo, sog-
gettivismo e persino mihilismo (2). Va notato però che
ld
(1) Questo carattere essenziale dell’i. è analizzato con molta
acutezza dal Guastella, Filosofia della metafisica. Palermo, 1905,
p. 197-219, vol. I; per lui infatti la differenza tra realismo e 1.
sta in ciò, che nel primo il mondo esteriore è dato, nel secondo
è prodotto dalla nostra stessa attività pensante.
(2) Il termine fu usato dall’ Hamilton, ed è abbastanza dif-
fuso nel linguaggio filosofico inglese. « This doctrine, as refusing
a substantial reality to the phaenomenal existence of wich we are
conscious, is called Nihilism.... Of positive or dogmatic Nihilism....
we have an illustrious exemple in Hume; and the celebrated Fi-
chte admits that the speculative principles of his own idealism
would, unless corrected by his pratical, terminate in this result ».
Hamilton, Leclures on metaphysics Edinburgh, 1859, I, p. 293-294.
— 62 —
se 1 termini per designarlo sono molti, i suoi rappre-
sentanti nella storia del pensiero filosofico sono invece
assai pochi (1). La posizione dell’ idealismo solipsistico
è infatti assurda e insostenibile, perchè il soggetto,
rinchiudendosi nell’ affermazione del solo contenuto
della propria coscienza, viene ad identificare la propria
coscienza con l’essere, a porre sè stesso come l’unico
e come il tutto. La sua vera formula è questa: Hae
omnes creaturae in totum ego sum et praeter me ens aliud
non est, et omnia ego creata feci (2). La prima conces-
sione alla logica e al buon senso consiste nel ricono-
‘ scere, accanto alla mia, l’ esistenza di altre coscienze
di altri centri spirituali, che hanno ugual diritto alla
realtà del mio, e che col mio si trovano in rapporto
di coesistenza e di inter-azione : abbiamo cosi l’idealismo
che, con espressione coniata or non è molto in Inghil-
terra (3), dicesi personalistico o anche pluralistico ((per-
Il termine però ha assunto oggi una maggiore estensione, come
dimostra questa definizione del Fleming, The vocabulary of philo-
sophy, London, 1858, p. 345: « Nihilism is Scepticism carried to
‘the denial of all existence » ; e quest’ altra dell’ Eisler, Vorterbuch
der phil. Begriffe, Berlino, 1899, pag. 502: « Nihilismus, theoreti-
scher, heisst die Leugnung aller Erkenntnismòglichkeit der Dingen».
(1) Gli unici sono forse i filosofi tedeschi che oggi costitui-
scono l’ indirizzo immanentistico, lo Schuppe, lo Schubert-Soldern,
il Rehmke, il Kaufmann ecc., vedi più avanti a p. 73 e seg. Cfr. anche
Villa, L’ idealismo moderno, Torino, 1905, p. 253-257; J. Petzoldt,
Das Weliproblem von positivistischem Standpunkt aus, Lipsia, 1906,
p. 98; e Renouvier, Les dilemmes de la métaphysique, Paris, 1901,
p. 210.
(2) Citata da Schopenhauer, Parerg., II, 1, $ 13.
. (3) Cfr., F. C. S. Schiller, Humanism, Londra, 1903, pref.
VII, XX-XXI; A. Seth, Scottish philosophy, Edimburgo, 1899; e
iui
sonal o pluralistic idealism). Il quale, come subito ap-
pare, ha molti punti di contatto con la dottrina del
Berkeley, che comunemente si denomina idealismo me-
tafisico o soggettivo o ancora spiritualismo assoluto, ma
che l’autore stesso, nel terzo dialogo tra Ila e Filonoo,
chiama immaterialismo, mentre Kant lo chiamò più
tardi idealismo dogmatico, contrapponendolo all’idealismo
problematico di Cartesio (1).
Ad ogni modo, con queste ultime dottrine il mo-
mento soggettivo della coscienza è superato e il pro-
blema gnoseologico risolto. Ma s° affaccia subito il pro-
blema metafisico o cosmologico: qual’ è 1’ essenza di
codesto reale esterno ? Se si risponde che è di natura
spirituale, abbiamo le varie forme dell’ idealismo obbiet-
tivo, detto anche metafisico, in quanto è un? interpreta-
zione unitaria e razionale dell’ universo, o ancora rea-
un art. di W. James in Mind, genn. 1909; vedasi anche nella
Physique moderne del Naville, Paris, 1890, pag. 266-267, l’identi-
ficazione stabilitavi tra l’i. soggettivo e l’i. personale, distinti entrambi
dall’ i. collettivo 'equivalente a quello che dicemmo personalistico).
(1) « Der Idealismus.... ist die Theorie, welche das Dasein
der Gegenstinde in Raum ausser uns entweder bloss fùr Zwei-
felhaft und unerweislich, oder fiùr falsch und unmé$glich erklîrt;
der erstere ist der problematische des Cartesius, der nur eine em-
pirische Behauptung (assertio), nimlich: Ich bin, fur ungezweifelt
erklart (dove si vede come Kant non abbia compreso il dubbio meto-
dico, provvisorio, di Cartesio); der zweite ist der dogmatische des
Berkeley, der den Raum, mit allen den Dingen, welchen er als
unabtrennliche Bedingung anhangt, fùr etwas was an sich selbst
unmbglich sei und darum auch die Dinge im Raum fiùr blosse
Einbildung erklart». Kritik d. reinen Vernunfi, ed Reclam, p. 208.
(A. 226; B. 274-275).
listico, in quanto riconosce una realtà indipendente dalla
conoscenza che ne abbiamo. |
A questo punto, però, la terminologia comincia a
perdere ogni precisione e i due vocaboli, da opposti
che erano, diventano quasi sinonimi. E invero, per rea-
lismo si è sempre inteso e s'intende la dottrina che
ammette l’esistenza di un mondo esteriore, che rico-
nosce cioè il valore obbiettivo della nostra conoscenza,
in quanto per essa veniamo in contatto con qualche
cosa di sussistente per sè stesso ; l’ idealismo obbiettivo
ammette esso pure una realtà indipendente dal pensiero
quindi ad esso spetta con egual diritto l’appellativo ge-
nerico di realismo (1). Ma poichè l’idealismo obbiettivo,
sotto qualunque aspetto si presenti, concepisce tale
realtà come una forma di coscienza (idea, volontà, sen-
sazione ecc.), si dovrebbe sempre chiamarlo realismo
idealistico (meglio ad ogni modo idealismo realistico) per
distinguerlo dalle varie forme del realismo naturalistico
‘© dualistico, che considera la natura dell’ oggetto altra
da quella del soggetto ; e chi scrive di argomenti filo-
‘ sofici, usando l’ uno o l’ altro dei due termini, dovrebbe
sempre dichiarare quale senso loro attribuisce, se gno-
seologico o metafisico, conformemente ad una massima
generale formulata da Chr. Wolf: In philosophia non
utendum est terminis nisi accurata definitione explicatis (2).
Ma ciò non avviene mai, nè in generale nè in parti-
colare, o molto di rado, cosicchè spesso è chiamato
(1) Cfr. in proposito un art. del D.r Sengler, Begrif und
. Aufgabe der Erknninisstheorie, in Zeitschrift fr Philosophie, 1861, p. 1.
(2) Logica, 1732, disc. prael,, $ 116.
senz’ altro realismo l’ idealismo platonico (1), ossia la
dottrina che risolvendo la realtà in idce, in essenze in-
telligibili, fu sempre considerata come la forma tipica
dell’ idealismo (2); ed una stessa dottrina, ad es. quella
dello Stuart Mill o dello stesso Berkeley, è indicata ora
con l’ uno ora con l’altro termine (3); e certe pole-
miche si aggirano esclusivamente intorno al valore
equivoco dei due termini (4).
(1) Ad es., dal Goblot, Vocabulaire philosophique, Paris, 1901,
p. 271: « .. noter que la théorie des /d/es de Platon, et la doc-
trine de ceux des scolastiques qui s’ inspirent de Platon, ne s’ ap-
pellent pas idéalisme, mais réalisme. » Di parere perfettamente op-
posto è il Lalande, Bulletin de la Société francaise de Philosophie,
agosto, 1908, p. 307: « On entend que le rtel se compose d’ idées
c'est-d-dire d’essences intelligibles... En ce sens, le Platonism est
très justement appelè un idéalisme. »
(2) Lo stesso vocabolo idealismo entrò nell’uso per designare
il Platonismo, e conservò sempre in seguito tale valore; cfr. Eu-
cken, Geistige Siròmungen der Gegenwart, Lipsia, 1909, p. 66.
(3) Kuno Fischer, ad es., trova inesatto che si chiami idea-
listico il sistema di Berkeley : « .... in diesem Sinn erklart Berke-
ley: es gibt nur Geistes und Ideen. Diese Satz nennt man « ber-
keleyschen Idealismus ». Er ist das beabsichtigte Gegentheil aller
idealistischen Philosophie nach platonischen Vorbilde. Diese ver-
wandelt die Dinge in Ideen. Dagegen Berkeley lisst seinen Philo-
nous mit Recht erkliren: Ich verwandle die Dinge nicht in Ideen,
sondern die Idee in Dinge ». Franz Baco von Verulam, Lipsia, 1856,
p. 430. Lo stesso dice lo Spencer, Princ. of Psycology, Londra, 1881,
II, $ 247.
(4) Cfr. in proposito F. C. S. Schiller, op. cit., p. 111; nella
successiva p. 112 è riportata la chiara distinzione fatta dal Seth:
« .... idealism and realism mean very different things according as
they are taken in an epistemological or a metaphysical sense, and
it is possibile to be epistemologically a strenuous realist and an
5
Lit
Si potrebbe evitare la confusione designando l’ idea-
lismo metafisico con l’ espressione spiritualismo moni-
stico o monismo spiritualistico (per distinguerlo dal dua-
listico di tipo cartesiano), se il termine spiritualismo,
adeguato per sè ad indicare tutte le dottrine che pon-
gono come essenza delle cose un principio spirituale,
non avesse ricevuto dall’ uso, specie in questi ultimi
tempi, un significato più ristretto (1). Esso infatti è
ormai adoperato soltanto come sinonimo di sostanziali
smo, in opposizione a fenomenismo, attualismo, materia-
lismo, empirismo, parallelismo psico-fisico ecc. per desi-
gnare quelle dottrine che considerano i fatti psichici
come manifestazione di una sostanza spirituale, unica,
indivisibile, immortale. Vi fu chi propose il termine
psichismo (2), il quale, per la sua larga accezione, si
presterebbe a raccogliere sotto di sè tutte le dottrine
che, come le idealistiche, trascrivono il mondo coi ca-
idealist in the metaphysical sense of the term. Nay, it is only in
virtue of epistemological realism that we can avoid scepticism, and.
so much as begin our journey towards metaphysical idealism ».
(1) « Quant au spiritualisme proprement dit, ce mot, devenu
‘ ambigu, désigne plutét aujourd’ hui la doctrine qui attribue à l’esprit
une existence plus ou moins séparée, plus ou moins substantielle,
indépendante des relations du dehors, de l’ espace et mème, selon
quelqu:s-uns, du temps. Ainsi représenté, le spirituel ne semble
plus aujourd’hui.... qu'un extrait du fait total dont on a éliminé par
abstraction les rapports mécaniques, pour en faire une sorte de sub-
stance, ou d’acte pur capable de subsister par soi ». Fouillée, Le
mouvement idéaliste Paris, 1896, p. VI.
(2) Il Fouillée, Op. cit., loc. cit.: « Par idtalisme.... nous ne
désignons ni la négation des objects extérieurs, ni la représentation
purement intellectualiste du monde; nous entendons la représenta-
sie
ratteri dell’ esperienza psichica (1). Ma tale vocabolo,
oltre a confondersi con l’altro già in uso, ma con altro
significato, di psicologismo, racchiude, chi ben guardi,
un apprezzamento critico e un’ intenzione polemica, e
quindi non potrebbe avere che un uso limitato. Dare
ad un sistema il nome di psichismo, significa affermare
che in esso la realtà esterna è interpretata mediante
l'analogia con la realtà interna, psicologica ed umana;
ossia val quanto accusarlo di antropomorfismo (2). Ora
escluso il Leibnitz (3), io credo che nessun idealista
abbia mai ammesso di lavorare mediante l’analogia (4);
quindi nessuno di essi accoglierà mai una denomina-
‘ zione che è, di per sè stessa, una confutazione e una
accusa.
E infine, dallo Schelling in poi si usa spesso
nel medesimo significato il vocabolo intellettualismo (5),
tion de toutes choses sur le type psychique, sur le modéle des faits
de conscience, congus comme seule révélation directe de la réalité....
De là, chez les philosophes contemporains, cet idfalisme, dont le
vrai nom serait plutòt le psychisme ».
(1) Cfr. Hòffding, Philosoph. Probleme, Lipsia, 1903, p. 67-69.
(2) Cfr. un articolo di A. Aliotta, L'accusa di antropomorfi-
smo, nella Cultura Filosofica, 15 nov. 1907, p. 296-299.
(3) Com'è noto, la natura della monade, ossia dell’ essere in-
dividuale assoluto, è stabilita dal Leibnitz mediante la legge dell’ana-
logia, secondo la quale noi concepiamo ogni altra esistenza come
non diversa dalla nostra che per grado; Nowuveaux essais, ed, Erd-
mann, p. 205, 912.
(4) Riguardo al non riconoscimento per parte degli idealisti
del metodo analogico-interno da essi adoperato, vedasi il geniale
articolo dell’ Hòffding, On analogy and its philosophical importance
in Mind, aprile 1905.
(5) Lo Schelling è forse il primo ad usare questo termine,
(68 —
in quanto l’idealismo metafisico pone come essenza del-
l’ essere un elemento di natura intellettuale (idee, pen-
siero, ragione ecc.) (1). Ma la denominazione non po-
trebbe essere più disadatta e più ambigua, anzitutto per-
chè vi sono dei sistemi idealistici che pongono l’ essenza
della realtà in un principio anti-intellettuale, irrazionale
(ad es. la volontà cieca dello Schopenhauer, l’ intuizione
creatrice del Bergson, la sensazione del Mach ecc.); in
secondo luogo perchè il vocabolo ha avuto fin dall’ori-
gine un senso peggiorativo, che è venuto aggravandosi
specie in questi ultimi tempi; infine, esso possiede già
tanti significati e si applica a dominî così diversi del
sapere, da superare in indeterminatezza lo stesso idea-
lismo. Nella sociologia e nella morale dicesi intellettua-
lismo, per opposizione a biologismo, sentimentalismo, ma-
terialismo storico ecc., ogni dottrina che attribuisce al-
l’ intelligenza la direzione suprema dell’attività volontaria
dell’uomo, e fa quindi del progresso sociale un risul-
tato del progresso intellettuale (2). Nella filosofia religiosa
che egli oppone al materialismo, Simmiliche Werke, vol. IV, p. 309.;
però già Kant aveva adoperato nello stesso senso l’aggettivo intel-
lettuale e il verbo intellettualizzare, riferendoli al Leibnitz («ein
intellectuelles System des Welt» «Leibnitz intellectuirte die Ersch-
einungen, so wie Locke die Verstandbegriffe sensificirt » ) Kritik d.
reinen Vern., ed. Reclam, p. 218-219.
(1) « Intellectualisme. La doctrine selon laquelle tout ce qui
existe est réductible, du moins en principe, à des éléments intelle-
ctuels, c-est-à-dire à des idées (aux différents sens de ce mot), &
des vérités et A des implications », nel Vocabulaire philosophique che
si sta pubblicando dalla Società francese di fisolofia, fascicolo 12;
cfr. anche Eucken, Geistige Stromungen ecc. A, 2, e.
(2) Ad es., la dottrina del Comte: «...... il C. giunge alla
conclusione fondamentale che l’ evoluzione della società è rigorosa-
cui
l’intellettualismo si oppone al fideismo, all’ immanentismo,
all’ intuizionismo mistico ecc., e designa quelle dottrine che
identificano il credere col conoscere (fides quaerit intelle-
cium) e fanno del dogma l’ enunciato d’una tesi teorica e
speculativa(1). Nella psicologia l’intellettualismo s’oppone
al prammatismo e al volontarismo, e comprende tutte le dot-
trine che non vedono nei fatti psichici se non le rappresen-
tazioni, 1 processi logici, le forme razionali, considerando
la volontà e l’affettività gradi inferiori della coscienza (2).
mente prefissata dalla evoluzione del pensiero, ‘o che, in altre pa-
role, il progresso sociale non è che il prodotto del progresso in-
tellettuale ». A. Loria, La Sociologia, Padova, 1091, p. 46 ; cfr. an-
che L. Friso, Filosofia morale, Milano 1893, p. 223’ e seg.; M.
Wundt, Der Intellectualismus in d. gr. Etik., Lipsia, 1907.
(1) « Je combats une conception (del dogma) dite intelleciualiste,
suivant laquelle un dogme serait dans son fond.... ’’ énoncé d’une
thèse théorique et spéculative, un object de connaissance pure et
de simple contemplation intellectuelle. » Le Roy, Dogme et critique
Paris, 1907, p. 111. Sul senso dispregiativo attribuito al vocabolo
da codesti scrittori, leggansi anche: ibid., p. so, 60, 138; Murri,
La filosofia nuova e l’enciclica contro il modernismo, Roma, 1908,
p. 35 e seg., e le seguenti parole del Laberthonnière: «...l’ intellet-
tualismo è una specie di idolatria. Perchè esso consiste in ciò che
lo spirito umano, scambiando le sue concezioni con la verità de-
finitiva e totale, si vuole fermare in queste e adorarle, senza ac-
corgersi che son desse un prodotto della sua attività e un’ espres-
sione della sua vita ». Saggi di filosofia religiosa, Palermo, 1907,
pag. 221, n.; v. anche ibid. p. 47 e segg.; e Boutroux, nella trad.
franc. del volume più volte citato dell’ Eucken : « L’ intellectualisme
représente le découragement de l’esprit, qui recule devant une tà-
che infinie, et qui demande, pour prix de son labeur, le repos. »
Avant-propos, p. XI, Paris, I9II.
(1) « Per dommatismo intellettualista intendiamo... ogni dot-
trina per la quale da una parte la realtà in sè è non già il sensi-
— 50 —
Infine, nelle polemiche sulla natura dell’emozione, per
intellettualismo s’ intende la dottrina che spiega gli stati
affettivi come risultato d’un gioco di rappresentazioni (1).
Ora l’idealismo moderno, nei suoi atteggiamenti più
caratteristici, è una vivace reazione contro tutte codeste
forme di intellettualismo, del quale, dice il Brunschvicg
esso idealismo ha fatto «une sorte de monstre, qui au
fur et à mesure des besoin de la polémique et pour la
commodité du discours se grossit de toutes les con-
tradictions qu’ il est possible... de discerner dans l’hi-
stoire de la science et dans l’ histoire de la philoso-
phie (2) ». È facile quindi comprendere a quali malin-
tesi può condurre l’ identificazione dell’ idealismo con
1 intellettualismo !
bile, ma l’intelligibile, da l’altra noi si arriva a questa realtà e la
si conosce non per mezzo del senso, bensi dell’ intelligenza. » L.
Laberthonnière, Op. cit., p. 47-48. — «L’ intellettualismo fu, fino
a ieri, il grande errore della psicologia e della filosofia ; esso con-
siste.... nella tendenza della filosofia razionalistica a non considerare
nella coscienza se non ciò che può ridursi a costruzione e analisi
logica, ritenendo le altre forme psichiche come gradi inferiori e
inadeguati della conoscenza. » G. Villa, Op. cit., p. 55.
(1) « La théorie intellettualiste... a trouvé sa plus complète
expression dans Herbart et son école, pour qui tout état affectit
n’existe que par le rapport réciproque des représentations; tout
sentiment résulte de la coexistence dans l’esprit d’idées qui se
conviennent ou se combattent ». Ribot, La Psychologie des senti-
menis, Paris, Alcan, p. IX. — « Je ne suis certes pas suspect d’étre
un intellectualiste et de négliger le substratum nécessaire de toute
manifestation psychique, le cerveau ». P. Sollier, Le mécanisme des
émotions, Paris, Alcan, p. 236.
(1) L. Brunschvicg, L’idfalisme contemporain, Paris, 1905, p.
99; cfr. in seguito, a p. 104-105, la sua definizione dell’ intellet-
tualismo rettamente inteso.
ne
Pare dunque che non esista alcuna via d’uscita e
che il miglior partito e il più filosofico sia di acco-.
gliere come un male inevitabile il confusionismo ba-
belico dominante in questo, come in mille altri terri-
torî del nostro vocabolario. L’ esempio della rassegna-
zione ci è dato da un frate dell’ Oratorio, il padre
Laberthonnière: « Quando in psicologia si studia la*
natura delle idee — egli dice — siccome le idee sono
per Platone delle realtà in sè, si dice che Platone è
realista; ed in metafisica, quando si discute la natura
delle realtà in sè, siccome queste, sempre per Platone
sono delle idee, si dice che Platone è idealista..... Dal
punto di vista del dommatismo empirico (I), ogni. in-
tellettualismo, per quanto sia del resto realista, apparisce
come un idealismo. Ugualmente, dal punto di vista di
ciascuna forma di intellettualismo, apparisce parimenti
idealista ogni forma diversa di concezione. Un carte-
siano è un idealista per un seguace della filosofia dei
concetti, e viceversa. Sarebbe proprio il caso di dire
che si è sempre più o meno idealista per qualcuno.
Ogni volta che si fa la critica di una concezione della
realtà, si è considerato come tale da chi è legato a
quella concezione : ed invero si nega e gli si sottrae
la propria realtà. È proprio così che gli idolatri danno
dell'empio a chiunque non adora insieme con loro. Nè
possono fare diversamente, finchè si riferiscono esclu-
sivamente al ‘loro modo di vedere: perchè essi deside-
rano naturalmente, come dice S. Agostino, che ciò che
(1) La dottrina che ammette che coi dati sensibili dell’espe-
rienza giungiamo a conoscere la realtà in sè.
— 72 —
essi amano sia la realtà (1) ». Per la stessa ragione, si
potrebbe aggiungere, i teologi cattolici hanno dato e
danno dell’ateo a chiunque creda in un modo diverso
dal loro (2); ma per non uscire dall’ idealismo, va os-
servato che l’ indeterminatezza della sua estensione e la
varietà dei punti di vista da cui può essere guardato,
‘deve imporre a chi l’usa l'obbligo di determinare con
precisione il valore che ad esso si attribuisce (3). E
ciò è più che sufficiente per eliminare gli equivoci.
Proseguendo nell’ enumerazione delle forme del-
l' idealismo metafisico, se il principio spirituale è con-
cepito come trascendente, l’ idealismo dicesi terstico, se
immanente panteistico ; e particolarista se ammette con
Platone idee reali distinte o archetipi, universalista se
ammette con Hegel uno sviluppo o sistema uno e con-
tinuo (4). Quest'ultimo è ancora detto, sotto altro punto
di vista, idealismo deterministico, in quanto per esso
l’idea in sè, assoluta, lo spirito, determina gli atti
(1) Op. cit., p. 41, 48-49. |
(2) Per lungo tempo i polemisti cattolici chiamarono ateismo
anche le dottrine di Lutero e di Calvino; cfr. ad es. Possevino,
Atheismi Lutheri, Melanchtonis, Calvini, Bezae, ubiquetariorum, ana-
baplistoruni, picardorum, puritanorum, arianorum et aliorum nostri
temporis haereticorum, Vilna, 1586. Del resto gli stessi cristiani nei
primi tempi erano chiamati atei dai pagani; cfr. Renan, Dialogues
et fragmenis philosophiques, Paris, 1876, p. 317.
(3) Il che, del resto, si fa frequentemente dai filosofi : cfr. ad
es., Ch. Renouvier Essais de criligne. generale; t. I, p. 39, 2° ed.;
Wundt, Einleitung in die Philosophie, Lipsia, 1901, parte Ill*; tutte
le opere dell’ Eucken, ecc.
(4) Cfr. Masci, Logica, Napoli, 1899, p. 17; Mac Cosh, In-
tuitions of the mind, Londra, 1882, p. 449-52; e P. Janet, Les pro-
blèmes du XIX siecle, Paris, 1872, p. 425.
umani senza vincolo alcuno con la realtà materiale; e
si appone, ma soltanto parzialmente, all’ idealismo inde-
terministico o contingentistico o filosofia della contingenza,
che estendendo ai fatti del mondo fisico la libertà e
la spontaneità colta direttamente nei fatti della co-
scienza, considera il determinismo scientifico e la ne-
cessità naturale come illusioni della nostra mente, e
riduce gli stessi principî logici ad un semplice stromento
soggettivo, col quale cerchiamo di rendere intelligibile
la realtà ponendo in essa un ordine che corrisponda
alle nostre esigenze conoscitive (1). Questo indirizzo,
rappresentato da matematici e da fisici illustri come il
Poincaré, il Milhaud, il Boutroux, il Bergson, il Tan-
nery, è sorto in Francia da lontane origini kantiane e
da un più diretto influsso sia dell’ idealismo pluralistico
del Lotze sia dell’idealismo finalistico o teleologico del
Ravaisson, del Lachelier e di Paul Janet (2); tuttavia
non è raro di vederlo designato con l’espressione idea-
lismo posttivislico o nuovo positivismo, sia per la qualità
dei suoi maggiori rappresentanti, ma più ancora perchè
esso proclama insistentemente il proprio accordo con
la scienza positiva, il cui spirito crede d’ interpretare
——T_—_—+——&=@@—&
(t) F. Masci, L’idealismo indeterminista, Napoli, 1898, specie
le pp. 8 e seg.; Villa, Op. cit., p, 268-283: A. Levi, L’indetermi-
nismo nella filos. francese cont., Firenze, 1904.
(2) C. Ranzoli, Sulle origini del moderno idealismo, in Riv. di
fil. e scienze affini, Maggio-Giugno, 1906; A. Chiappelli, I! pluralismo
moderno e il monismo, id., Aprile, 1911; Ravaisson, La philosophie
en France au XIX siecle, Paris, 1889; Paul Tanet, Les causes finales,
Paris, 1864; Fouillèe, Le movement idéaliste, et la reaciion contre
la science positive, Paris, 1906, tutto il libro III, l’idealisme de l’exi-
slence.
in modo assai più profondo del vecchio positivismo
comtiano e spenceriano (1). Ma a me pare improprio
chiamare positivistica una forma d’idealismo così affine
al misticismo e costruita su metafore poetiche, su af-
fermazioni paradossali e arbitrarie più che sui dati po-
sitivi dell’ esperienza; mentre sembrami più corretto
l’uso che della stessa espressione si fa talora in Italia
e in Germania, per indicare alcuni nuovi atteggiamenti
assunti dall’ indirizzo positivista. Però, laddove in Italia
non si può parlare di un positivismo idealistico se non
nel senso morale della parola (2), giacchè nel significato
gnoseologico esso rimane fermamente realistico così
nell’Ardigò come nei suoi seguaci (3), in Germania in-
vece esso ha fatto con la scuola del Laas, del Leclair,
(1) G. Calò, Emilio Boutroux, in Cultura filosofica 15 Gen-
naio 1908.
(2) Cfr. G. Marchesini Le finzioni dell'anima, Bari, 1905,
pref. p. VII: «Nè atteggiandosi secondo l'imperativo dell’ espe-
rienza, il nostro positivismo riesce materialistico; perchè, se nel
suo fondamentale proposito è studio del fatto, è poi anche, nelle
sue non incongruenti finalità, fede operosa nell’ idea. I diritti del
fatto e delle idealità, scossi e violati dal positivismo materialistico
non meno che dall’ idealismo mistico, hanno una logica, necessaria
rivendicazione nel positivismo idealistico»; cfr. anche C. Ranzoli,
Il moderno idealismo, in Riv. di filosofia, 1905, n. 4-6. In questo
senso soltanto io credo legittimo parlare di « tendenze verso un po-
sitivismo idealistico uscite dalla scuola d’ Ardigò » come fa il Mon-
dolfo nella Cultura filosofica, anno V, n. 1, p. 17-19.
(3) Tra gli ultimi scritti dell’ Ardigò cfr. specialmente, L’ idea-
lismo della vecchia speculazione e il realismo della filosofia positiva,
in Op. fil, IX, p. 119 e seg.; Monismo metafisico e monismo scien-
tifico, ibid. p. 369 e seg.; / tre miomenti critici nella storia della
gnostica, vol. X, p. 63 e seg.
dello Schubert-Soldern ecc. una conversione idealistica
proprio sul terreno gnoseologico ; e infatti codesto in-
dirizzo è anche detto idealismo immanentistico o filosofia
dell’'immanenza, in quanto non ammette altra realtà che
la percezione immediata della coscienza personale, altro
oggetto di scienza che il contenuto della coscienza,
escludendo come illusoria ogni spiegazione o induzione
che trascenda la coscienza dell’ individuo (1).
Non bisogna però confondere l’idealismo che ab-
biamo detto teistico con l’ idealismo teologico, espres-
sione ambigua con la quale si designa talvolta, non.
senza intenzione dispregiativa, la filosofia cattolica del
Rosmini e del Gioberti (2); le quali meglio forse si
denominano con l’espressione idealismo ontologico, poichè
per entrambi l’ idea dell’essere, oggetto d’ una visione
(1) «Per la teoria della conoscenza — dice lo Schubert Sol-
dern — il mondo non è altro che ciò che è dato immediatamente
nel complesso della coscienza (Bewusstseinszusammenhang)..... È
vuota pretesa quella di andar oltre..... La coscienza è rilevabile sol-
tanto per il contenuto; nulla è per sè, nè come cosa nè come pro-
prietà..... cioè come la cosa atta ad avere coscienza di altre cose,
als die Fahigkeit dieses Dinges sich anderer Dinge bewusst sein oder
zu werden », p. 64-67 di Grundlagen der Erkenninisstheorie, Lipsia,
1884 ; dello Schuppe cfr. specialmente le pp. 63, 69 della Erkennt-
nisstheoretische Logik, Bonn, 1878; sui rapporti dell’ idealismo inr
manentistico col positivismo cfr. Laas, Idealismus und Positivismus,
Berlino, 1879, vol. I, p. 183.
(2) « Mais ce que l’on eut difficilement deviné..., c’était la
fortune soudaine, éclatante, irrésistible, qui était reservée à l’ idta-
lisme théologique, et l’arrét que devait subir pendant plus de vingt
ans le progrès de la philosophie expérimentale ». « Pendant que
l’idéalisme thèologico-politique parcourait sa brillante carriére etc. »
Espinas, La philosophie expérimentale en Italie, Paris, 1880, p. 40, 49.
— 76 —
immanente del nostro spirito, s’ identifica in ultimo col
reale assoluto. A seconda poi della forma di coscienza
posta come fondamento della realtà, 1’ idealismo può
essere sensistico 0 empirico, volontaristico e razionalistico
0 panlogistico : il primo risolve la materia in una pos-
sibilità permanente di sensazioni e lo spirito nella pos-
sibilità permanente degli stati interni (Stuart Mill e tal-
volta anche, ma impropriamente, il Condillac) (1); il
secondo concepisce la volontà non solo come principio
della vita dello spirito ma anche come il fondamento
reale ed assoluto di tutte le cose (Schopenhauer); nel-
l’ultimo il mondo esteriore risulta dallo sviluppo sia
di esseri pensanti, di ragioni individuali, sia di una ra-
gione cosciente universale, sia infine d’ un sistema di
idee indipendenti dalle coscienze, incosciente almeno
per le coscienze umane, e che si pone come un og-
getto per rapporto ad esse: è il movimento dialettico
dello spirito obbiettivo (Fichte, Schelling, Hegel).
Ma con quest’ ultima denominazione, di valore
molto dubbio (2), ci siamo accostati ad un periodo fi-
(3) « (Sensational idealism). It has lately become fashionable
with Idealists, instead of denjing the existence of an external
world, to admit that in a certain sense it existes, and then to give
an explanation which denies its existence in the only sense wich
the vulgar attach to it. Thus we are told by Stuart Mill that matter
is admitted to exist in the sense of a permanent possibility of sen
sations. » Monck, Sir William Hamilton (English Philosophers) Lon-
dra, 1781, p. 16. — « Einen ganz àhnlichen empirischen Idealismus
hat (im Anschluss an Hume) zu gleicher Zeit im England John
Stuart Mill entwickelt... » Schwegler, Geschichte der Philosophie,
Lipsia, ed. Reclam, p. 493.
(4) Proposta dal Rauh, nel già citato Bulletin de la Soc. franc.
de phil., p. 304-306. Il Wundt chiama razionalismo panlogistico
Ska
losofico, rispetto al quale del termine idealismo si è
fatto e si fa il maggior spreco, e degli aggettivi che
lo accompagnano l’uso più arbitrario e mutevole. Per
orientarci un poco in mezzo alla confusione delle fa-
velle, dobbiamo rifarci al duce della schiera gloriosa,
Emanuele Kant.
Chi si occupa di terminologia filosofica, non può
certo tributare a Kant la stessa ammirazione che gli è
dovuta come padre della filosofia moderna. Basta aver
letto una sola delle due Critiche, o meglio i classici la-
vori del Vaihinger e del Kirchmann (1), per avere
un'idea adeguata della sua faragginosa, capricciosa e
oscillante terminologia. Riguardo all’idealismo, vedemmo
già com'egli chiami problematico quello di Cartesio e
dogmatico quello di Berkeley; ma adopera anche le
soltanto il sistema di Hegel, Einleitung in die Philosophie, parte III°
p. 301, 323, 324, 340. Lipsia, 1901. |
(1) H. Vaihnger, Commentar zur Krit. d. rein. Vern., Stuttgart,
1882; del Kirchmann, le Erliuterungen premesse in volume sepa-
rato a ciascuna opera di Kant, Heidelberg, 1882. Schopenhauer
qualifica il linguaggio di Kant con gli aggettivi undeutlich, unbe-
stimmi, ungeniigend e dunkel; e, pure giustificandolo in parte con
la difficoltà del soggetto, osserva giustamente che « wer sich selber
bis auf den Grund klar ist und ganz deutlich weisst, was er denkt
und will, der wird nie undeutlich schreiben, wird nie schwankende
unbestimmte Begriffe aufstellen und zur Bezeichnung derselben aus
fremden Sprachen hòchst schwierige komplicirte Ausdricke zusam-
mensuchen, um solche nachher, fortwihrend zu gebrauchen, wie
Kant aus den Altern, sogar scholastischen Philosophie Worte und
Formel' nahm, die er zu seinen Zwecken miteinander, verband, wie
z. B. transscendentale synthetische Einheit der Apperception, und ùber-
haupt Einhett der Synthesis allemal gesetzt, wo Vereinigung ganz
allein ausreichte. » Die Welt als W.u. Vorst., ed. Reclam, I, p. 548.
espressioni: idealismo empirico, formale, materiale e tra-
scendeniale (1). L’idealismo materiale è il genere, di cui
il problematico e il dogmatico sono specie; egli però lo
chiama anche empirico, ed intende con esso la dottrina
che dichiara l’esistenza degli oggetti nello spazio, fuori
di noi, o dubbia e indimostrabile, o falsa e impossi-
bile (2). A questo contrappone il proprio idealismo tra-
scendentale dei fenomeni, ossia la dottrina che considera i
fenomeni stessi, senza eccezione, come semplici rap-
presentazioni e non come cose in sè, e ritiene il tempo
e lo spazio intuizioni nostre, non condizioni obbietti-
ve (3). Il contrario è ciò che egli chiama realismo trascen-
dentale, che considera il tempo, lo spazio e gli oggetti
contenutivi, come cose in sè; esso genera l’idealismo
empirico, mentre l’ idealismo trascendentale dà luogo in-
vece ad un realismo empirico, che può dirsi anche un
dualismo, accordante ugual grado di realtà alla materia
e a noi stesssi in quanto esseri pensanti (4). E in una
(1) Circa quanto osservammo già riguardo all’apprezzamento
dell’idealismo di Cartesio fatto da Kant, cfr. Kirchmann, Erliute-
rungen zu Kant's Krit. d. rein. Vern., p. 44-45, ove dimostra che
« Kant's Widerlegung des Idealismus ist das sonderbarste, was man
an Beweisen finden kann.»
(2) Der Idealism (ich verstehe den materialen) ist die Theorie
ecc. »; cfr. la nota (I) a pag. 79.
(3) « Ich verstehe.... unter dem iransscendentalen Idealism aller
Erscheinungen den Lehrbegriff, nach welchem wir sie insgesammt
als blosse Vorstellungen und nicht als Dinge an sich selbst ansehen,
und dem gemiss Zeit und Raum nur sinnliche Formen unserer An-
schauung, nicht aber fùr sich gegebene Bestimmungen, oder Bedin-
gungen der Objecte, als Dinge an sich selbst sind. » Krit. d. rein
Vern., ed. Reclam, p. 313 (A, 369-370; B, 295 96).
(4) « Diesem Idealism ist ein transscendentaler Realism ent-
nota alla seconda edizione Kant aggiunge che codeste
due forme si possono anche chiamare idealismo formale
e idealismo materiale, e che anzi tali espressioni sono
preferibili ad evitare ogni equivoco (1).
Ma, ironia della sorte! la dottrina kantiana doveva
essere poi designata nel linguaggio filosofico con tutti
i nomi, fuorchè con quelli proposti da Kant. La de-
nominazione più comune è d’idealismo critico; ed è
forse la più propria, sia perchè esso risulta da un’ana-
lisi critica, non mai prima compiuta e forse insupera-
bile, dei poteri umani di conoscenza, sia perchè s’ ac-
corda con lo stesso titolo dell’ opera principale in cui
gegengesetzt, der Zeit und Raum als etwas an sich (unabhingig
von unserer Sinnlichkeit) Gegebenes ansieht. Der transscendentale
Realist stellet sich also aussere Erscheinungen (wenn man ihre
Wirklichkeit einràumt) als Dinge an sich selbst vor, die unabhangig
von uns und unserer Sinnlichkeit existiren, also auch nach reinen
Verstandbegriffen ausser uns waren. Dieser transscendentale Realist
ist es eigentlich, welcher nachher den empirischen Idealisten spielt,
und nachdem er falschlich von Gegenstinden der Sinne vorausge-
setzt hat, dass, wenn sie dussere sein sollen, sie an sich selbst auch
ohne Sinne ihre Existenz haben miissten, in diesem Gesichtpunkte
alle unsere Vortellungen der Sinne unzureichend findet, die Wirkli-
chkeit derselben gewiss zu machen. Der transscendentale Idealist
kann hingegen ein empirischer. Realist, mithin, wie man ihn nennt,
ein Dualist sein... » Ibid; cfr. anche le successive p. 314315 (A,
373-375; B, 298-300).
(1) « Ich habe ihn (li. trascendentale) auch sonst bisweilen
den formalen Idealism genannt, um ihn von dem materiale, d. i.
dem gemeinen, der die Existenz Ausserer Dinge selbst bezweifelt
oder leugnet, zu unterscheiden. In manchen Fallen scheint es rathsam
zu sein, sich lieber dieser als der obgenannten Ausdricke zu bedie-
nen, um alle Missdeutung zu verhiten ». Of. cit., p. 401, n. (A,
390-91 ; B, 388-89).
— $0—-
fu esposto. Ma lo si trova anche designato come un
idealismo soggettivo, in quanto considera l’idea come
semplice forma logica, che non sorpassa i limiti del
pensiero e non raggiunge la realtà delle cose (1); come
idealismo razionalistico, perchè risolve la sostanza in
un rapporto, che il pensiero impone 4 priori ai feno-
meni (2); e ancora, impropriamente, come idealismo
fenomenico, idealismo metafisico, idealismo sintetico —
espressione usata anche oggi dal Royce per denomi-
nare il proprio sistema, ma con significato ben diver-
so (3) — e persino scetticismo trascendentale, mentre più
adeguata è forse l’espressione idealismo agnostico, in
quinto ammette l’esistenza -in sè delle cose ma nega
all’ uomo la possibilità di conoscerle (4). Ma è vero
altresi che la dottrina kantiana può anche chiamarsi,
(1) Cfr. Goblot, Op. cit., p. 272; Eisler, Op. cit., p. 344.
(2) E. Boirac, L’idée du phenomène, Paris, 1894, p. 270 e segg.
Vedasi anche a p. 315 per la denominazione di scetticismo trascen-
dentale datagli dagli eclettici.
(3) È sintetico l'i. di Kant sia perchè in esso l’intelligibilità
delle cose è resa possibile mediante i giudizi sintetici a priori, sia
perchè l’unità di materia e forma nel conoscere risulta per un atto
semplice, per l’ io penso, che raccoglie gli elementi sparsi dell’ espe-
rienza ; il Royce chiama sintetico o costruttivo il proprio idealismo
perchè esso pone come reale « ciò che presenta in una completa espe-
‘ rienza il valore d’un sistema d’ idee » e si distingue perciò tanto
dal realismo, quanto dal misticismo e dal razionalismo critico. The
world and the individual, Londra, 1904, vol. I, p. 61 e segg.
(4) Sul significato agnostico dell’ i. kantiano, cfr. Ardigò
L’ inconoscibile di H. Spencer e il noumeno di E. Kant, in Op. fil.
VIII, p. 14-146; A. Campbell Fraser, Philosophy of Theism, Edin-
burgo, 1899, p. 112; R. Flint, Agnosticism, Londra, 1903, p. 140-
190; Renouvier, Op. cit., p. 37-41; ecc.
— 81 —
ed è talvolta chiamata, realismo, perchè. afferma l' esi-
stenza di un mondo reale, diverso e indipendente dalla
conoscenza che ne abbiamo (1); e che codesto reali-
smo potrebbe dirsi trascendentale, non nel senso dato
da Kant all’espressione, ma in quanto la realtà indipen-
dente che esso postula, è, per usare le stesse parole di
Kant, l’x trascendentale, la causa intelligibile delle sen-
sazioni. Uno degli epigoni di Kant, Edoardo Hartmann,
denominò infatti così la propria dottrina, che dal con-
tenuto della coscienza induce una causa trascendentale
delle sensazioni e un mondo trascendente (2).
Con ciò torniamo ad accostarci alla questione del-
l’idealismo realistico e del realismo idealistico, questione
che abbiamo già riconosciuta senza uscita, dal punto di
vista terminologico; tuttavia codesto ritorno è neces-
sario, perchè è su essa che s’imperniano le denomina-
zioni della filosofia post-kantiana.
(1) «La dottrina di Kant e di Fichte sono parimenti il con-
trario dell’ idealismo perchè esse, pure essendo tra loro diverse, so-
stengono che la realtà in sè non si identifica con le idee. » Laber-
thonnière Op. cit., p. 50.
(2) « E. von Hartmann lehrt auf erkenntnisstheoretischem
Gebiet einen transscendentalen Realismus, d. h. er benutzt die Cau-
salitàt der unsere Sinnlichkeit afficirenden Dinge, um vom Inhalt
des Bewusstseins zu einer transscendenten Welt zu gelangen. Diese
transscendente Causalitàt ist der einzige Fall, wo das Transscen-
dente, wenn auch nicht mit seinem Sein, sc doch mit dem End-
punkte seinens Functionirens in den Bewusstseinshinalt gleichsam
hineinragt. » Ueberweg, Grundriss der Gesch. der Phil. der Neuzetit,
8 Aufl., p. 447. Sui rapporti del realismo trascendentale con la
dottrina di Kant, Fichte, Schelling, ecc. cfr. E. Hartmann, Philosophie
de l’Incoscient, Paris, 1877, tomo II, p. 566 e segg.; A. Faggi, La
filosofia dell’incosciente, Firenze, 1900.
SEE 1, IP
La filosofia teoretica di Kant si proponeva di al-
lontanare le menti dalla ricerca dell’assoluto, del mondo
intelligibile; ma porre al di fuori della conoscenza qual-
che cosa che ne è la condizione e che al tempo stesso
se ne sottrae assolutamente, valeva quanto spingere le
intelligenze più ardimentose sul cammino vietato. E
cosi avvenne: mentre Reinhold, affermando più recisa-
mente la distinzione fra fenomeno e cosa in sè, por-
tava a galla il realismo volgare latente nella dottrina del
maestro; mentre Schulze, Maimon e Beck, sopprimendo
la cosa in sè e risolvendo tutto in pura apparenza,
urtavano nell’idealismo fenomenistico e nello scetticismo ;
Fichte, Schelling, Hegel e Schopenhauer riconoscono
nella cosa in sè, nel noumeno, nella realtà assoluta in-
somma, una forma obbiettiva di coscienza, un elemento
spirituale. Le loro dottrine sono complessivamente de-
nominate idealismo metafisico, idealismo razionalistico
(escluso Schopenhauer); oppure idealismo trascendentale,
in quanto negano con Kant che tempo, spazio, mate-
ria ecc. siano determinazioni del reale o condizioni delle
cose in sè, e per distinguerlo dall’idealismo subbiettivo
di Berkeley e dall’ idealismo obbiettivo di Platone e di
Leibnitz (1); o anche idealismo assoluto, in quanto per
essi le cose sono intieramente prodotte dall’attività del
pensiero individuale o universale (2); o ancora idea-
lismo moumenico (noumenal idealism) in quanto inter-
(1) Wundt, Op. cit., p. 396, 414.
(2) « I grandi sistemi idealistici usciti dal kantismo, sia che
facciano delle cose delle semplici percezioni nostre (idealismo sub-
biettivo: Fichte), sia che, conservando loro l’obbiettività, ne facciano
pretano il mondo noumenico come un conoscibile
mondo mentale (1). Ma le profonde differenze che, a
malgrado dell’ identità di origine e d’ indirizzo, distin-
guono ciascuna dottrina dalle altre, e in special modo
le prime tre da quella di Schopenhauer, rendono pre-
feribile l’espressione più generica di realismo idealistico,
che s’'appoggia sopra l’ autorità del Renouvier (2). E
invero, il carattere fondamentale di tutti codesti sistemi
consiste, secondo il filosofo francese, nella realizzazione
delle astrazioni o idee: l’ assoluto di Fichte è l’ idea
realizzata d’un io, che non può ancora dire 10, ma che
partendo dalla identità del soggetto e dell’oggetto, deve
passare alla loro distinzione e quindi discendere dal-
l’ universale al particolare ; l’assoluto di Schelling è il
delle rappresentazioni di un pensiero eterno e universale (idealismo
obbiettivo : Schelling e Hegel), sono invece idealismo assoluto, per-
chè, secondo quei sistemi, le cose sono prodotte interamente (senza
distinzione di forma e di materia) dall’attività del pensiero, sia in-
dividuale, sia universale. » Guastella, Saggi sulla teoria detla cono-
scenza, Saggio, II, t. I, pag. 214, Palermo, 1905. ;
(1) « Noumenal idealism is the metaphysics of those who
suppose that all known things are indeed mental, but not all are
phenomenal in the kantian sense, because a noumenon is knowable
sO long as by a can discover beyond phenomena »; art. Metaphy-
sics nella Enciclopaedia Britannica (toma ed.) p. 654.
(2) Les dilemmes de la methaphisique pure, Paris, 1901, p. 18- -19,
214-218: « Les principaux disciples de Kant ont nié... le principe
de la conscience individuelle, en la classant parmi les produits des
idées abstraites, autres que le moi pur, dont ils ont imaginé que
descendait le monde. L’ idéalisme devint, chez ces philosophes, un
réalisme pour lequel des abstractions étaient les choses premières,
comme dans certaines grandes écoles, à l'origine de la philosophie, »
Ibid., p. 214-15.
concetto realizzato dell’ identità dei differenti, da cui de-
vono derivare dei differenti e dei contrari, che hanno
cessato d’essere identici; l’ assoluto di Hegel è la rea-
lizzazione del concetto d’identità dell’ idea dell’ essere
e dell'idea del non essere; l’assoluto di Schopenhauer
la realizzazione dell’astrazione della volontà e della li-
bertà. Essi si distinguono dal realismo idealistico del-
I° intellisenza universale, che imagina invece una materia
d’ intelletto sparsa ovunque in rapporto con forme or-
ganiche, che possiedono più o meno di ricettività per
essa; e dal realismo idealistico a base teologica, che con-
sidera i corpi sensibili come idee, delle quali Dio, loro
autore, si serve per provvedere ai nostri bisogni naturali
e alle nostre comunicazioni (1).
Le denominazioni singole non sono meno nume-
rose ed oscillanti. La più comune di tutte, adottata
nella terminologia tedesca e consacrata dai testi di storia
della filosofia, è quella che caratterizza rispettivamente
i tre sistemi con gli epiteti d’ idealismo soggettivo, idea-
lismo oggettivo e idealismo assoluto (2). Essa risale ad
Hegel, che partendo dalla propria concezione del mo-
vimento dialettico dell’ idea, considera il sistema di
Fichte come la tesi, quello di Schelling l’ antitesi, il
proprio la sintesi di entrambi (3). Ne è ciò soltanto
(1) Op. cit., p. 218 e segg.; 209 e segg.
(2) Oltre l’Ueberweg e lo Schwegler, cfr. J. Willm, Histoire
de la philosophie allemande depuis Kant jusqu'è Hegel, Paris, 1846,
vol. II, p. 398 e seg.; Fouillte, Histoire de la philosophie, Paris, 1882
p. 442 n.; Ch. Dunan, Les deux idéalismes, Paris, 1911, p. 43.
(3) Cfr. il già citato Bulletin de la Soc. frane. de philosophie,
p. 304, c. 2; e J. S. Mackenzie, The hegelian point of view, in
Mind, gennaio 1902,
ia
che giustifica l’ appellativo di assoluto attribuito all’ idea-
.lismo hegeliano, ma anche il fatto che esso, mediante
la tesi della convertibilità del reale nel razionale e del
razionale nel reale, rappresenta la formulazione ultima
e compiuta dell’ idealismo metafisico (1). L’ idealismo
di Fichte è detto soggettivo in quanto colloca 1’ ideale,
principio d’ogni esistenza, nel soggetto morale consi-
derato come assoluto ; quello di Schelling oggettivo in
quanto fa della natura e dello spirito due manifesta-
zioni d’ un essere originario, superiore. all’ oggetto e al
soggetto e a tutti i contrari che in esso coincidono (2).
Ma sarebbe fare un grave torto ai filosofi il sup-
porre che essi possano accordarsi almeno nella deno- .
minazione dei sistemi. Poichè è bensi vero che quando
un sistema, dopo la morte del suo autore, entra a far
parte della storia della filosofia, ha raggiunto ormai la
(1) Cfr. l'art. Idealism nel Dictionary of Philosophy and Psy-
chology del Baldwin, Londra, 1901-S.
(2) Il Lewes giustifica così le tre denominazioni: « I see a
tree. Certain psychologysts tell me that there are three things implied
in this one fact of vision viz., a tree, an image of that tree, and
a mind wich apprehends that image. Fichte tells me that it is I
alone who exist. The tree and the image of it are one thing, and
that is a modification of my mind. This is subjective idealism. Schel-
ling tells me that both the tree and mv ego are existences equally
real or ideal; but they are nothing less than manifestations of the
absolute, the infinite, or unconditioned. This is objeclive idealism.
But Hegel tell me that all these explanations are falles. The only
thing really existing (in this one fact of vision), is the idea, the
relation. The ego and the tree are but two terms of the relation
and owe their reality to it. This it absolute idealism. The only real
existences are certain ideas or relations. » History of Philosophy,
Londra, 1880, vol. II, p. 209.
— 80 —
propria formulazione definitiva, è quello che è e non
può altro mutare; ma mutano però i filosofi che lo
giudicano, e che giudicandolo si pongono sempre dal
proprio punto di vista dottrinale. Ora, uno stesso si-
stema può essere oggetto di tante valutazioni differenti,
quanti sono i differenti punti di vista da cui è guardato;
e siccome la valutazione si esprime anche nella deno-
minazione, è naturale che lo stesso sistema possa venir
denominato in modi differenti e persino opposti. È
questa una verità che occorre tener sempre presente
nelle ricerche di terminologia filosofica, e che, nel mentre
persuade della vanità d’ogni tentativo d’ o in que-
sto campo, induce a considerare l'anarchia del liguaggio
filosofico non già come effetto d’ indisciplina, ma come
un male inevitabile, connesso alla natura della cosa.
La dimostrazioue immediata ci è offerta dalla va-
rietà degli epiteti coi quali è designato l’idealismo di
Fichte (quelli di Schelling e di Hegel godono di una
relativa uniformità di denominazione) (1). Al Fichte
toccò una sorte non diversa da quella del suo maestro :
nessuno dei nomi da lui stesso adoperati a indicare il
proprio sistema fu accolto dai posteri, mentre prevalse
proprio quello che egli meno avrebbe approvato. E in-
vero, l’ espressione idealismo soggettivo non si trova
mai nelle sue opere. Persuaso com’era di aver con-
servato lo spirito, se non la lettera della dottrina di.
(1) L’i. dell’ Hegel è spesso chiamato dialettico o speculativo
per il metodo col quale è costruito ; cfr. ad es.: Hòffding, Lebrbuch
der Geschichte der neueren Philosophie, Lipsia, 1907, p. 1$1 e seg.;
e dello stesso l’art. già citato, in Mind, aprile 1905. Come vedremo
in seguito, è più propria in tal caso l’espressione realismo dialettico.
; — 87 —
Kant, egli caratterizza la propria dottrina talvolta come
un Real-Idealismus o Ideal-Realismus (1), in quanto pone
la cosa in sè, ma come un noumeno prodotto dal no-
stro pensiero ; talaltra come un transcendentaler Ideali-
smus (2) o come un kritischer Idealismus (3) ch’ egli
oppone da un lato al realismo dogmatico, dall'altro al-
(1) « Die Wissenschafislehre ist ein kritischer Idealismus, den
man auch einen Real-Idealismus nennen kònnte ». Grundlage d.
gesam. Wiss., Berlino, 1854, p. 269.
(2) Nella Darstellung der Wissenschafislehre del 1801 (simm.
Werke, Berlino, 1845, t. II), p. 75-76, parlando dei rapporti tra
intuizione e pensiero, a proposito delle errate interpretazioni della
sua dottrina, egli dice: « Das Wissen findet sich und findet sich
fertig : durchgefùhrter Realismus der Wissenschaftslehre... Das Wis-
sen macht sich seinem Wesen, seiner Grundmaterie nach: — halber,
ungriindlicher /dealismus. — Das Seyn, Ojective, ist das erste ; das
Wissen, die Form des Fiirsichseyns, folgt aus dem Wesen des Seyns:
— leerer, nichts erklirender Dogmatismus -- Beides ist theils dem
Begriffe nach auseinanderzuhalten, theils, dem Verhalten in der
Wirklickeit nach, schlechtin and zu vermitteln und zu vereinigen
wie es hier geschehen ist: transcendentaler Idealismus ».
(3) In Grundlage der gesammten Wissenschaftslebre (sim.
Werke, I) p. 178: « Um so ist denn der kritische Idealismus, der
in unserer Theorie herrscht, bestimmt aufgestellt. Er ist dogma-
tisch gegen den dogmatischen Idealismus und Realismus, indem
er beweist dass weder die blosse Thàitigkeit des Ich der Grund
der Realitàt des Nicht-Ich, noch die blosse Thitigkeit des Nich-Ich
der Grund des Leidens im Ich sey ». Cfr. più innanzi a p.184-186
la distinzione ch’egli fa tra i. quantilativo e i. qualitativo, realismo
quantitativo e r. qualitativo ; il r. quantitativo s’ identifica con l'i.
critico, il quale a sua volta è tutt’ uno con quello di Kant: « die-
ser Realismus kein anderer ist, als der oben unter dem Namen des
kritischen aufgestellte Idealismus, wie denn auch Kant keinen an-
deren aufgestellt hat ».
sg .
l’ idealismo dogmatico : il primo afferma che la realtà di
un io presuppone la realtà di un non-io indipendente,
il secondo interpreta la realtà del non-io come un pro-
dotto dell’ attività dell’ io, l’idealismo critico armonizza
entrambi affermando che l’attività dell'io, pur essendo
infinita, è anche riflessione, la quaie è un ritorno del-
l’io su sè stesso in seguito a un urto inconcepibile (un-
begreiflich Anstoss) determinato dal non potersi l’io esten-
dere: quelli che noi consideriamo come oggetti spaziali
non sono dunque che altrettanté proiezioni dei diversi
arresti o ritorni o limitazioni dell’ attività dell’ io (1).
| Non è il caso qui di discutere il valore di codesta
soluzione, tanto spesso criticata e persino derisa, nè di
esaminare se con essa si sia realmente superato il mo-
| mento soggettivo della coscienza. Quel che è certo, è
che il Fichte ha sempre respinto con energia l’accusa
di soggettivismo mossagli dagli avversari, specialmente
dallo Schelling, proclamando più volte la propria fe-
deltà alle tesi fondamentali dell’ idealismo kantiano (2).
È quindi probabile che avrebbe respinto non solo l’epi-
teto di soggettivo, ma anche quelli di volontaristico e
morale applicati comunemente al suo idealismo (3).
(1) Cfr. specialmente il l. II di Die Bestimmung des Menschen,
e il Grundriss der gesammten Wisenschaftslehre (sim. Werke, I, 331
e segg.; II, 199 e segg.).
(2) Per le accuse fattegli dallo Schelling, cfr. Hòffding, Histoire
de la philosophie moderne, Paris, 1906, II, p. 148, 150-51; e nelle
Sim Werke, vol. II, p. 394 e seg. Sounenklarer Berichit an das gròs-
sere Publicum ‘iber das eigentliche Wesen der neuesten Philosophie, .
funfte Lehrstunde. Du
(3) Cfr. l'art. Volontarism nel Dictionary of phil. and psych.
del Baldwin ; circa le proteste del Fichte contro l’ interpretazione
-
— 9 —
Ma più che alle dottrine di Fichte, dello Schelling
e dell’ Hegel, l’ appellativo realistico spetta, ed è uni-
versalmente applicato, ai sistemi dell’Hartmann' e del-
l’Herbart, che prendono le mosse dalla filosofia di Kant,
quantunque seguano poi vie diverse e addirittura op-
poste. La constatazione di queste differenze può gio-
vare a comprendere la varietà delle forme del realismo.
Che se questo vocabolo è, per sua natura, assai più
determinato e povero di aggettivi qualificativi dell’ idea-
lismo, come osservammo da principio, non è a credere
sia mancata ai filosofi la buona volontà di arricchirlo.
Kant aveva dimostrato che la nostra conoscenza
è solo dei fenomeni, non delle cose in sè, le quali
sono indipendenti dalle intuizioni e dalle categorie del
nostro pensiero. Così l’ Herbart come 1’ Hartmann con-
servano invece le cose in sè, e quindi sono entrambi
realisti; ma mentre il primo lo fa eliminando le intui-
zioni e le categorie, il secondo afferma l’accordo reci-
proco tra le forme dell’essere e le forme del conoscere,
considerando queste ultime come soggettive ma prov-
viste di un significato che le trascende. Il realismo
dell’Herbart dicesi individualistico o pluralistico, in quanto
afferma che l’essere è costituito da una pluralità di reali
in sè, da una molteplicità di enti semplici e primitivi;
il loro numero è proporzionale al numero delle nostre
sensazioni, poichè ogni sensazione indica un essere
particolare ; le proprietà e le mutazioni che noi attri-
buiamo ai reali non sono che apparenze di avvenimenti
DS
soggettiva del suo i. vedasi la Vorrede des Herausgebers alle simm.
Werke, p. XVII e il volume II, p. 65, 66 e seg.
=— 90 —
reali, risultanti da relazioni reciproche delle cose stesse. ”
Quando la dottrina apparve fu denominata nuovo rea-
lismo, e con questo titolo i numerosi seguaci dell’Her-
bart —- che costituiscono la realistische Schule, come
ancora è chiamata in Germania (1) — pubblicarono in.
seguito una rivista, durata più d’un decennio (2). Ma
a malgrado di tutto ciò il realismo herbartiano è tal-
volta denominato idealismo realistico (3) o ancora idea-
lismo metafisico (4), in quanto l’ Herbart, come ammette
anche il Drobisch suo seguace (5), concepi le cose reali
per analogia coi nostri stati di coscienza (sensazioni).
Il realismo dell’ Hartmann dicesi, come vedemmo,
trascendentale, in quanto la causalità, che ricollega la
rappresentazione alla cosa in sè, diviene in esso una
(?) Cfr. Schwegler, Op. cit., p. 397, e Eucken, Geistige Strò-
mungen ecc., p. 69.
(2) La Zeitschrift fur exacte Philosophie im Sinne des neneren
philosophischen Realismus, apparsa dal 1861 al 1875; in 11 volumi.
(3) Dal Kirchner, che giustifica così la denominazione :
« Herbart setzt zwar an die Stelle der leibnitzschen Monaden die
Realen und stattet sie mit Selbsterhaltungskraft aus; aber bei seiner
rationalistischen Methode erfolgt doch in seiner Metaphysik die
Bestimmung der Realitàt durch ideelle Momente ». Op. cit. p. 231.
(4) Ad es. dall’Héffding, Op. cit., vol. II, p. 261; egli s’'ap-
poggia sull’affermazione dello stesso Herbart, che il solo esempio
di conservazione individuale, che attribuiamo alle cose, noi possiamo
ricavarlo dalle nostre stesse sensazioni: Allgemeine Metaphysik nebst
den Anfingen der philosophischen Naturlebre, K6nisberg, 1828, $ 329.
Per distinguerlo da ogni altro, lo stesso Herbart chiamò metafisico
il proprio realismo; cfr. Fiorentino, Storia della Filosofia, Napoli,
1887, p. 457; Eisler, Op. cit. p. 630.
(5) Ueber die Fortbildung der RACE durch Herbart, Lip-
sia, 1876, p. 20.
— gi
causalità trascendentale, appunto perchè permette d’ in-
ferire dalle rappresentazioni un oggetto che non è og-
getto di rappresentazione (l'inconscio). Lo stesso Hart-
mann, che fece grande uso del vocabolo, ne determina
così il significato: «Il realismo trascendentale afferma
che io non percepisco altro che i miei oggetti di per-
cezione, ossia i prodotti dell’attività dell’ anima mia pro-
pria, e mai quindi la causalità trascendentale..... Ma esso
afferma che io sono logicamente obbligato ad aggiun-
gere la causa trascendentale, come l’oggetto in sè a cui
riferisco in un modo trascendentale l’oggetto della per-
cezione. — Io mi sento costretto d’aggiungere alla mia
sensazione la causa trascendentale, perchè la mia sen-
sazione è qualche cosa che non è voluto da me, ma
mi è imposto (mir Aufgezwungenes ist), perchè la sento
come il termine finale d’ una collisione tra una volontà
straniera e la mia volontà... Io non sento direttamente
la volontà estranea, ma io non sento direttamente che .
la forza di ciò che s'è mostrato nella mia subbiettività ;
non è che inconsciamente che inferisco una influenza
dinamica estranea ed applico così la categoria della cau-
salità in un senso trascendentale ». (1) |
Queste due forme di realismo sono lontane, come
appare subito, da quel realismo spontaneo, naturale,
che s’accompagna invincibilmente all’ esercizio della no-
stra attività conoscitiva e pratica, e che consiste nel-
l’ attribuire. al mondo, alle sue leggi e proprietà una
esistenza altra dal nostro pensiero e indipendente dalle
(1) Das Grundproblem der Erkenntnisstheorie, Berlino 1890,
p. 119; v. anche p. 113-116; e Philosophie de l’Inconscient, Paris,
1877, vol. II, p. 521 e segg.
Li
— 94 —
percezioni che ne abbiamo, le quali percezioni si con-
siderano come la copia più o meno esatta del mondo
reale, con cui stanno in un rapposto d’effetto a causa (I).
Questo realismo, che si riassume in poche parole nel-
l’identificazione dell’ imagine della cosa con la cosa in
sè stessa (2), viene abitualmente designato da noi con
gli aggettivi volgare, grossolano, ingenuo, spontaneo, pri-
mitivo ; i francesi lo chiamano realisme naif, grossier,
gl’inglesi crude, naive, natural e persino stupid realism (3),
i tedeschi naive realismus. Non deve però confondersi,
quantunque le espressioni siano somiglianti, nè col rea-
lismo percezionistico proprio dell’eclettismo francese, che
pone il sentimento d’ obbiettività implicito nella perce-
zione come un fatto irreducibile, e a tale credenza dà
un valore rappresentativo (4); nè col realismo naturale,
analogo al precedente, ma che designa in special modo
la dottrina dell’ Hamilton, che accetta come vera la pri-
“ mitiva dualità d’un io e d’un non-io, offertaci in sintesi
originaria dalla nostra coscienza (5); nè col realismo
(1) Cfr. la definizione datane dallo stesso Hartmann, Daus
Grundproblem ecc., p. 2; lo Schopenhauer lo definisce brevemente
così: « Der Realismus setzt das Objekt als Ursach, und deren Wir-
kung ins Subjekt. » Die Well. ecc, ed. Reclam t. I, p. 45.
(2) Cfr. Varisco, La conoscenza, Pavia, p. 161-62.
(3) Il primo aggettivo è, come vedremo fra breve, dello
Spencer, l’ultimo del Fullerton, The new realism, New-York, 1908
p. 7: « Man is naturally a realist, though it is undoubtedly true
that the uninstructed man is a rather stupid realist. To: make of
him a reflective and reasonable realist ecc. »
(4) Cfr. Cousin, Fragments philosophiques, Paris, 1840, t. II,
p. 30 e segg.; e Paul Janet, Victor Cousin et son euvre, Paris, 1885,
p. 73-81.
(5) « We may lay it down as an undisputed truth that con-
i nm n
naturalistico, che potrebbe dirsi anche scientifico, e che
i tedeschi chiamano naturwissenschaftliche Realismus, che
indica più che altro il punto di vista empirico o prag-
matico dal quale le scienze considerano il mondo e i
fenomeni {1); nè col realismo empirico (Ravaisson) che
pone la sostanza come distinta dai fenomeni e da noi
immediatamente conosciuta per una intuizione posi-
tiva (2); nè infine col realismo intuizionistico (Calder-
wood, Mac Cosh), che giustifica la realtà degli oggetti
esteriori con la nostra intuizione della loro esistenza,
con la nostra nativa incrollabile convinzione del loro
essere distinto dal nostro pensare (3).
sciousness gives, as an ultimate fact, a primitive duality; — a
knowledge of the ego in relation and contrast to the non-ego,
and a knowledge of the non-ego in relation and contrast to the
ego. The ego and non-ego are thus given in an original synthesis;
we are conszious of them in an indivisible a:t ofknowledge together
and at once, — but we are conscious of them as in themselves,
different and exclusive of each other.... Realism accepts this fact as
given in, and by consciousness in all its integrity. » Hamilton,
Lectures on Metaphysics, Edinburgo, 1859, t. I, p. 292.
(1) Cfr. ad es, l'articolo Realismus in Grosses Conversation-
Lexikon del Meyer, Lipsia, 1907 ; Schopenhauer, Die Wett ecc. ed.
Reclam, t. II, p. 11: « Dem empirischen Standpunkt der ùbrigen
Wissenschaften ist es ganz angemessen, die objektive Welt als
schlechthin vorhanden anzunehmen : nicht so dem der Philosophie,
als welche auf das Erste und Ursprirgliche zuruckzugehen hat »;
Lange, Geschichte d. Mat. ed. Reclam, II, p. 213-18.
(2) Questa dottrina si accosta a quella di Maine de Biran
sulla causa, ed è stata sostenuta in Francia da quella parte della
scuola spiritualista che si staccò, col Ravaisson, dallo spiritualismo
eclettico. Cfr. Ravaisson, La I en France au XIX siécle,
Paris, 1895 ; Boirac, Op. cit., p. 321 e segg.
(3) « We know the on as existing or having being. This
Queste forme di realismo filosofico prendono tal-
volta, in quanto si distinguono dal realismo volgare,
il nome generico di realismo speculativo, perchè tutte
concludono all’ affermazione dell’esistenza esteriore me-
diante argomentazioni e dimostrazioni di natura spe-
culativa o teorica (1). Ma il realismo speculativo, che
si oppone dunque non solo al volgare, ma anche a
quello che chiamammo scientifico — per il quale il
mondo è un dato di certezza immediato, che non ab-
bisogna di dimostrazione (2) — non è da confondersi
nè col realismo dialettico, che consiste nel realizzare le
idee generali e dedurre le une dalle altre, in modo che
la catena logica continua delle idee è anche una catena
ontologica continua della realtà (3); nè infine col rea-
lismo ontologico o metafisico, che s’oppone al realismo
is a necessary conviction, attached to, or rather composing an es-
.sential part 05, our concrete cognition of every material object pre
sented to us.... We look on each of the objects thus presented to
us in our osganism or beyond it, as having an existence, a being,
a reality.... Howerer ingenious the arguments wich may be adduced
in favour of the objects of our sense-perceptions being mere illusions,
we find after listening to them, and allowing to them all the
weight that is possible, that we still look upon bodies as realities
next time they present themselves. The reason is, we know them
to be realities by a native cognition wich can never be overcome. »
Mac Cosh, The intuitions of the mind, Londra 1882, p. 108.
(1) Meyer, Op. cit., loc. cit.
(2) Cfr. Varisco, Paralipomeni alla conoscenza, Pavia, 1905,
p. 99 e segg. ; Lange, Op. cit., t. II, p. 228.
(3) Guastella, Op. cit., t. II, p. 27-76; S. Mill, Logic, I. V,
e. 3. $ 4. Come si vede, qui il r. assume significato analogo a
quello che aveva nella scolastica in opposizione al mominalismo ;
lo Stuart Mill lo chiama, impropriamente, misticismo,
gnoseologico, in quanto questo afferma semplicemente
l’esistenza d’una realtà esterna, sussistente come 0g-
getto del nostro pensiero (e s’oppone quindi, a sua
volta, all’ idealismo gnoseologico o psicologico), quello
spiega la natura di codesta realtà affermata come sussi-
stente, e può essere tanto spiritualistico, quanto mate-
rialistico e naturalistico (1). Qui ci troviamo di nuovo
sul terreno ove realismo e idealismo si confondono, e
dobbiam pure rassegnarci, per l’ultima volta,-a ritornare
sull'argomento, per mettere in luce un errore che trae
origine dall’ambiguità dei termini.
Tanto per il Lange, quanto. per lo Schopenhauer,
il realismo conduce necessariamente al materialismo,
anzi fa tutt uno con esso; quindi l’opposto del mate-
rialismo non è lo spiritualismo, ma, come già per il
Leibnitz, l’idealismo (2). Ogni controversia sopra l’ideale
si riferisce, secondo ‘lo Schopenhauer, all'esistenza della
materia, perchè, in fondo, è la realtà o l’idealità di
questa che è discussa: « La materia, come tale, esiste
puramente nella nostra rappresentazione, o è indipen-
dente. da essa? In quest’ ultimo caso sarebbe la materia
(1) Il r. ontologico e metafisico è anche detto semplicemente
ontologia o metafisica ; il primo dei due vocaboli fu rimesso in onore
com’è noto, dal Wolff che ne faceva però una parte della metafi-
sica. Oggi invece ha un significato «più largo: « By Ontology is
understood the Science of Being, the most abstract: of all studies
wich have engaged the human intelligence ». J. R. Thomson, Dic-
tionary of philosophy Londra, 1887, p. XIII. Cfr. anche il già citato
Bulletin della Società franc. di fil., p. 301.
(2) Lange, Op. cit., t. II, p. 227 e segg.: Malerialismus und
Idealismus in der Naturforschung.
— 96 —
la cosa in sè, e chi ammette una materia esistente in
sè, deve essere, per conseguenza, materialista, cioè deve
fare della materia il principio di esplicazione di tutte le
cose (I). »
È facile vedere che codesta identificazione s’appoggia
tutta sopra un equivoco. Realismo gnoseologico e rea-
lismo metafisico sono due momefti logicamente di-
stinti e successivi della ricerca filosofica: il primo con-
siste, per valermi delle stesse parole dello Schopenhauer
nella semplice affermazione che il mondo, quale lo co-
nosciamo, è indipendente dalla nostra conoscenza (2);
come tale esso è anteriore così al materialismo, come
allo spiritualismo, al volontarismo, al panteismo ecc., e
non s’oppone che all’ idealismo gnoseologico o solipsi-
smo. Il secondo è la spiegazione della natura ultima
del mondo, e non può venire che dopo che se n'è
affermata l’esistenza (quindi per il solipsismo non esiste
una metafisica, o resta assorbita nella dottrina della
conoscenza); ma poichè tale natura ultima può essere
‘
(1) Op. cit., II, p. 20; più avanti aggiunge: « Der Realismus
fihrt.... nothwendig zum Materialismus. Denn liefert die empirische
Aunschauung die Dinge an sich, wie sie unabhingig von unserm
Erkennen da sind; so liefert auch die Erfahrung die Ordnung der
Dinge an sich, d. h. die wahre und alleinige Weltordnung. Dieser
Weg aber fuùhrt zu der Annahme, dass es nur ein Ding an sich
gebe, die Materie, deren Modification alles Uebrige sein » p. 22.
Forse tale opposizione ha origine, nella terminologia tedesca, dal
Wolff; vedasi in proposito Eucken, Geschichte der philosophischen
Terminologie, Lipsia, 1879, p. 132, n. 3.
(2) « Die Welt soll, dem Realismus zufolge, so wie wir sie
erkennen, auch unabhingig von diesem Erkennen dasein, » Op. cit.
t. II, p. 17.
pensata o come materia estesa, o come spirito, o come
volontà, o come sostanza divina, così il realismo può
essere tanto materialismo, quanto spiritualismo (monismo
spiritualistico), volontarismo, panteismo ecc., e lungi
dell’ opporsi necessariamente» all’ idealismo metafisico,
può anzi identificarsi con esso. E concepita la sostanza
del mondo esterno come materiale, non ne consegue
nemmeno in tal caso, come conseguenza necessaria, il
materialismo (monismo materialistico): perchè, con-
forme al tradizionale realismo dualistico o spiritualismo
dualistico, si può concepire l’universo come costituito
di due sostanze, l’ una estesa, sede dei fenomeni fisici
l’altra inestesa, centro dei fenomeni spirituali. Anzi è
a codesto spiritualismo dualistico, più che al monismo
materialistico, che finiscono con l’aderire i filosofi che
prendono come punto di partenza delle loro specula-
zioni il realismo ingenuo del senso comune (1).
(1) « Réalisme et spiritualisme vont généralement de pair:
si l'on pose comme origine des choses extérieures des objects en
soi, on est presque fatalement amené à poser des états de con-
science en soi, c’ est-à-dire l’ ame; la seule distinction qui existe
entre spiritualistes et materialistes est la prépondérance plus ou
“ moins grande qu’ils donnent à l’un ou l’autre des facteurs. » P.
Hermant et A. Van de Waele, Les principales théories de la logique
contemporaine, Paris, 1909, p. 10. A proposito dell’opposizione del
dualismo coi due monismi, materialistico e spiritualistico, dice giu-
stamente lo Strauss: « Ihren gemeinsamen Gegner haben beide
in dem Dualismus, der durch die ganze christliche Zeit herunter
herrschenden Weltansicht, die den Menschen in Leib und Seele -
spaltet, sein Dasein in Zeit und Ewigkeit scheidet, der geschaffenen
und verginglichen Welt einen ewigen Gott-Schòpfer gegenùber-
stellt. Zu dieses dualistischen Weltanschauung verhalten sich sowohl
7
Ad ogni modo, il realismo ingenuo non ha, nè
può avere, che pochi rappresentanti nella filosofia con-
temporanea (I). Sottomesso alla elaborazione filosofica,
esso assume forme più dignitose, tra le quali son da
ricordarsi, oltre quelle già definite più sopra: il realismo
critico (Wundt e parte dei neo-kantiani), il realismo
ipotetico (Hodgson, Balfour, Martineau), il realismo tra-
sfigurato (Spencer), il realismo razionale (Lewes, Bardili),
il realismo razionalistico (Cartesio, Spinoza, Leibnitz).
Il realismo razionale o ragionato (reasoned realism)
del Lewes è agli antipodi del realismo razionale (ratio-
naler Realismus) del Bardili; e così l’uno come l’altro
sono ben diversi, per la loro portata speculativa e sto-
rica, dal realismo razionalistico o razionalismo (espres-
sione questa che però è sempre da evitarsi, per la sua
indeterminatezza) di Cartesio, Spinoza e Leibnitz. Il
Materialismus wie Idealismus (metafisico 0 obbiettivo) als Monismus,
d. h. sie suchen die Gesammtheit der Erscheinungen aus einem
einzigen Prinzip zu erkliren, Welt und Leben aus einem Sticke
sich gestalten. » Der alte und der neue Glaube, Bonn, 1895, p. t40.
Cfr., anche Paul Janet, Les problèmes du XIX siècle, Paris, 1872,
p. 281 e segg.; riguardo al r. dualistico presupposto dalle scienze della
natura. Cfr. E. Naville, La physique moderne, Paris, 1890, p. 253-54;
per la storia del termine dualismo. cfr. Eucken, Geistige Stromungen
ecc. C. 1, a.
(1) Tra questi Hermann Schwartz, che sul r. ingenuo si ap-
poggia esplicitamente, Das Wahrnebmungsproblem von Standpunckie
des Physichers, des Physiologen und Philosophen, 1892, p. 381; e
l’Abbot, che in Scientific Theism, Londra, 1885 p. 14, afferma che
noi possiamo conoscere le cose quali sono in sè stesse, e che la
nostra conoscenza è una sintesi obbiettiva di relazioni reali di un
universo indipendente dalla nostra conoscenza.
Bardili, uno dei primi seguaci di Kant, chiamò razio-
nale il proprio realismo in quanto ammette quale prin-
cipio dell'oggetto e del soggetto, della natura e dello
spirito, una Ragione assoluta o pensiero puro, che si
manifesta così nell’esistenza delle cose come nella co-
scienza dell’ uomo, e per cui all’ ideale, che nel no-
stro pensiero si manifesta come Assoluto, corrisponde
perfettamente il reale immutabile, ossia l’ordine esterno
del vero essere (1). Il realismo del Lewes è una dot-
trina che si propone di correggere l’ illusione naturale
della ragione, quando la ragione cerca di rettificare la
supposta illusione della sensibilità: «Io lo chiamo rea-
lismo — dice il suo autore — perchè afferma la realtà
di ciò che è dato nel senso; e realismo ragionato per-
chè giustifica quesvaffermazione mediante la ricerca dei
fondamenti e dei processi della filosofia, quando la fi-
losofia spiega i fatti offerti dalla sensibilità » (2). Il rea-
lismo razionalistico, che cronologicamente vien primo
e indica più un orientamento di pensiero che una dot-
(1) Vedasi specialmente Grundriss der ersten Logik, Stutt-
gart, 1800.
(2) G. H. Lewes, Problems of life and mind, Londra, 1874-79,
First Series, I, p. 177; sul valore rappresentativo della sensibilità
dice più innanzi: « Knowledge is simply virtuel Feeling, the stored-
up accumulations of previous experiences, our own and those of
others; it is a vision of the unapparent relations wich be apparent
when the objects are presented to Sense. Hence the imperious. de-
sire to find out how the thing came to be what it is, and what it
wille be under other circumstances. Our sensible esperiences grow
into knowledge by a twofold process of grouping and classification;
feeling is added to feeling, quality to quality, each group enlar-
ging with every fresh experience. » II, p. 29.
ss iO
trina determinata, è definito così dall’ Eucken : « cerca il
nucleo ultimo ed essenziale della .realtà in ciò che si
presenta immediatamente alla coscienza : ciò che è pri-
mo per la coscienza è secondo esso la realtà essenziale:
Così il pensare e il conoscere diventa un accozzo di
elementi minimi. Il regno della rappresentazione e l’es-
sere spaziale costituiscono, insieme, tutta la realtà » (1).
Come appare da questa definizione, il realismo razio-
nalistico va da Cartesio al Leibnitz e all’ eclettismo
francese, comprendendo anche, ma solo in un certo
senso, Emanuele Kant (2). Il concetto di esso è già
formulato dalla dottrina cartesiana: se non percepiamo
il nucleo del reale, la sostanza, come percepiamo le
qualità sensibili, siamo però costretti a supporla sotto
le qualità stesse da una necessità della nostra intelli-
genza, da una legge della nostra ragione; l’ idea di so-
stanza è insomma una di quelle idee innate, chiare,
distinte, che, come tali, sono vere, ossia corrispondono
a un oggetto. |
Molta affinità esiste invece tra il realismo trasfi-
gurato e il realismo critico, partendo entrambi dalla
critica delle nostre capacità conoscitive e dall’ afferma-
(1) La visione della vita nei grandi pensatori, Torino, 1909,
P. 337; cfî. anche Boutroux, Science et religion, Paris, 1909, p. 17;
Eisler, l’art. Rationalismus in Op. cit. p. 611.
(2) Cfr., Boirac, Op. cit., p. 293 e segg.; a p. 249 egli dà
questa definizione del r. razionalistico, più ristretta di quella del-
l’Eucken: « L’expérience, qui n’atteint que les phénomènes, ne peut
étre l’origine de la notion de substance. L’esprit seul en est la source.
Mais cette notion ne se réduit pas au rapport des phénomènes entre
eux; elle correspond a une réalité distincte des phénomènes. »
«— 10î —
zione della relatività della conoscenza. Però, mentre il
realismo critico non potrebbe essere definito con mag-
gior precisione, perchè più che una singola dottrina
indica un orientamento e un metodo di ricerca filosofica
un genere al quale molte dottrine sono subordinate (1),
| per realismo trasfigurato (/ransfigured realism) s'intende
soltanto la dottrina dello Spencer, quale egli la deno-
minò e l’espose nei suoi Principles of Psychology, diffe-
renziandola con molta precisione sia dal realismo gros-
solano, sia dall’ idealismo soggettivo, dallo. scetticismo
e dal realismo ipotetico (2). Mentre il realismo volgare
crede nell’ identità dell’ imagine mentale con l’ oggetto
esteriore, l’ idealismo nega l’oggetto e non afferma che
l’esistenza dell’ imagine nella coscienza dell’ individuo,
(1) Il Wundt chiama critico il proprio r., quantunque la sua
tesi, che solo ciò che è dato immediatament® può esser certo, e
che la certezza obbiettiva, che si costruisce sulla percezione, è sem-
pre una trasformazione operata dal pensiero dei fatti immediata-
mente dati, lo avvicini piuttosto alla teoria immanentistica e al-
l’ idealismo; cfr. Logik, Lipsia, 1880-83, 1.* Aufl., p. 378-390, e
quanto asserisce rispetto al criterio della verità in un art. Ueber
naîven und kritischen Realismus, in Philosophische Studien, 1896,
p. 332; cfr. anche un mio art. Realismo positivistico e realismo crilico
in Riv. di filosofia e scienze affini, genn.-febbr. 1905.
(2) « The Realism we are committed to is.one wich simply
asserts objective existence as separate from, and independent of,
subjective existence. But it affirms neither that any one mode of
this objective existence is in reality thvat wich it seems, nor that
the connections among is modes are objectively what they seems.
Thus it stands widely distinguished from Crude Realism; and to
mark the distinction it may properly be called Tranfigured Realism »
Principles of Psvchology, 3° ed., Londra, 1881, vol. II, p. 494; l’e-
sposizione della dottrina è gontenuta îbd., c. XIX, $ 471-475.
— i02 —
lo scetticismo pone in dubbio la realtà così dell’ og-
getto come del soggetto, il realismo trasfigurato afferma
l’esistenza dell'oggetto separata e indipendente da quella
del soggetto, nonchè la corrispondenza tra i mutamenti
del primo e i mutamenti del secondo, senza però af-
fermare nè che alcun modo d’ esistenza oggettiva sia
in realtà quale a noi appare, nè che le connessioni che
uniscono questi modi siano oggettivamente quali ap-
| paiono a noi. | |
Con ciò il realismo trasfigurato — che talvolta è
detto anche Diologico e sociologico, in quanto si richiama
all’evoluzione organica e ai rapporti del sistema nervoso
con l’ambiente sociale (1) -- si differenzia ancora dal
realismo ipotetico, il quale consiste, secondo lo Spencer,
nel sostenere che la realtà dell'oggetto « non può essere
affermata come un fatto, ma deve essere accettata come
un’ ipotesi necessaria (2). » Però, non è sempre questa
la definizione che vien data del realismo ipotetico. A
tutta prima esso sembrerebbe designare le dottrine che,
partendo da un dualismo realistico di soggetto e og-
getto, ‘ pongono tuttavia quest’ultimo come incerto:
« noi siamo uniformemente certi -- dice il Venn —
dell’esistenza dell'idea o del concetto nei nostri spiriti
e uniformemente incerti (da un punto di vista logico)
che un fenomeno vi corrisponda (3). » Invero, questo
realismo incerto può meglio dirsi problematico anzichè
(1) L. Brunschvicg, Op. cil. p. 5. |
(2) Op. cit., II, $ 473, ove sono mostrati anche i punti di
contatto del r. trasfigurato col realismo ipotetico e le altre dottrine
gnoseologiche.
(3) Symbolic Logic, 2* ed., 1894, p. 150.
_*— 103 —
ipotetico, ed appare invece più giustificata l’applicazione
del secondo aggettivo a quelle dottrine, le quali partono
dall’ ipotesi che, se noi non conosciamo che stati men-
tali e soggettivi, ne inferiamo però qualche cosa di
corporeo e di oggettivo (1). Così per l’ Hodgson la
materia non è che un complesso di percezioni obbiet-
tivate e tuttociò che conosciamo della sua natura si
riduce a nostra percezione; ma essa suppone al tempo
stesso una condizione reale, senza di cui le percezioni
non esisterebbero, e una condizione dell’esistenza della
materia, ossa Dio, la cui natura può esser inferita me-
diante la ragion pratica dalla coscienza (2). Così pure
il Balfour, partendo dall’affermazione idealistica che le
nostre esperienze immediate sono di puri fatti mentali,
da cui non possiamo inferire nè l’ esistenza di oggetti
materiali indipendenti, nè quella di una causalità natu-
. (1) Cfr. Enc. Britannica, art. cit. pag. 687; e De Sarlo: La
metafisica dell'esperienza dell’Hodgson, Pavia, 1900.
(2) Questo brevissimo cenno non pretende certo di dare una.
idea anche lontana della complessa dottrina dell’Hodgson, formu-
lata in parte in Time and Space, Londra, 1865, esposta completa-
mente nei quattro volumi di The Metaphysic of Experience, 1898;
ivi, nel vol. I, p. 296 è fissato il concetto di materia come gruppo.
di sensazioni-elementi, e a p. 380 il concetto capitale di condizione,
« un’ idea, egli dice, interamente e completamente giustificata come
vera dall’ esperienza de facto, purchè si riconosca francamente essere
una concezione che abbisogna di giustificazione ; cioè una conce-
zione formata dalla reazione cosciente da parte del soggetto, per
mezzo della quale egli interpreta i fatti della percezione ». Il carat-
tere problematico e le incongruenze del r. dell’ H. sono messi in
luce con molta acutezza dal De Sarlo, Op. cit. p. 25 e seg., 38 e
seg. Sul r. ipotetico del Martineau, cfr. Henry Jones, The philosophy
of M. în relation to the idealism of the present day, Londra, 1905, 23-34.
L
rale, giunge ad ammettere senza prove, ma come po-
stulato dei nostri bisogni pratici « un mondo reale in
rapporto con i nostri principî ordinari di percezione, »
« una certa armonia fra il nostro senso intimo indivi-
duale e l’universo di cui facciam parte..... fra ciò che
c’ induciamo a credere e ciò che è in realtà » (1).
Chiudendo ora questa lunga rassegna, non oserei
proprio asserire che tutte le denominazioni esaminate
racchiudano una soluzione particolare, distinta, vera-
mente caratteristica del problema della conoscenza e
dell’esistenza; che tutte cioè siano davvero storiche, nel
senso non temporale ma, direi quasi, morale della pa-
rola. Qui sono andato alla ricerca di nomi, e quanti
ne ho trovati nell’abbondante letteratura filosofica mo-
derna e contemporanea, altrettanti ne ho catalogati, non
‘ escludendo se non quelli troppo palesemente arbitrarì,
.0 fuori d’uso, o d’uso molto ristretto. Ma devo aggiun-
gere, poichè questo è il mio convincimento personale,
che se la terminologia filosofica dovesse accogliere e
conservare soltanto le denominazioni che lo meritano,
perchè significative d’ un atteggiamento veramente ca-
ratteristico del pensiero, vedrebbe mutare la sua presente
ricchezza in una più onesta e dignitosa povertà.
(1) Le basi della fede, trad. it., Bari, 1906, p. 208-209.
L’ agnosticismo
I suoi significati e le sue forme
Le discussioni intorno all’ agnosticismo, sia quello
filosofico che quello più propriamente teologico, occu-
pano un largo posto nella filosofia contemporanea,
specie in quella anglo-americana, dove il vocabolo ebbe -
origine e la dottrina i suoi più convinti sostenitori.
Basti ricordare la copiosissima bibliografia, pure ben
lungi dall’essere completa, che esso possiede nel Dizio-
nario del Baldwin, e i vivaci assalti di cui fu fatto
segno in questi ultimi anni per parte di James Ward,
del Campbell Fraser, del Flint, del Seth, del Momerie,
del Porter, del Maitland, dell’ Armstrong ecc.
Ma, come avviene sempre delle dottrine molto di-
scusse e dei vocaboli troppo fortunati, l’ agnosticismo,
stiracchiato qua e là nelle polemiche, trasportato su
campi che non erano i suoi, perdette a poco a poco
ogni precisione di contenuto; cosicchè lo si trova a
volta a volta identificato con lo scetticismo, col natu-
ralismo, col positivismo, con l’evoluzionismo, col ma-
terialismo, col criticismo, con l’idealismo subbiettivo,
con l’ateismo, col misticismo, ed attribuito a pensatori
l'un dall’ altro lontani come Zenone e Pitagora, S.
Tommaso e Scoto Erigena, Spinoza e Kant.
=— t06 —
Ad ogni modo, prescindendo da certe interpreta-
zioni palesemente arbitrarie (1) si possono distinguere
nell’agnosticismo tre significati fondamentali : nel primo .
esso designa non una particolare dottrina, ma quell’at-
titudine mentale, abbastanza comune tra gli scienziati
della seconda metà del secolo scorso, che consiste nel
rifuggire deliberatamente da qualsiasi giudizio intorno
a certi problemi, che i filosofi credono invece d’ aver
risolto o di poter risolvere; nel secondo si riferisce a
quei sistemi che negano l’esistenza della finalità, del-
l’ assoluto, dello spirito, di Dio e della Provvidenza;
(1) Tra queste ricorderò soltanto, per l’ autorità di chi l’ ha
emessa, quella dell’ Hòffding, secondo il quale « l’agnosticismo si-
gnifica, a parlare propriamente, che ciò che ci appare come un di-
lemma non ha bisogno in sé stesso d’esser tale, perchè oltre le possi-
bilità, che per noi sono le uniche, potrebbero esisterne. delle altre »
(Hist. de la phil. mod., II, p- 473, Paris, 1906). Qui non solo l’agno-
sticismo è assunto erroneamente - lo vedremo in seguito - come
l'astensione. da affermazioni e negazioni ritenute ugualmente illegit-
time, ma anche di questo non è colto che un elemento accidentale
un corollario ulteriore, che non sempre nè necessariamente si trova
ad esso unito. L’attitudine spirituale che l’Hòffding vuol designare,
consiste essenzialmente in una sospensione di giudizio, in una vera
e propria afasia pirroniana ; l’ ipotesi di una terza possibilità nella
quale gli opposti si conciliino è un passo ulteriore, e una viola-
zione del silenzio. Di questo passaggio la storia del pensiero non
ci presenta un esempio notevole se non nella Kritik der Urtheilskrft
dove Kant, dalle considerazioni estetiche e biologiche giunge all’ipo-
tesi finale d’ un fondamento comune al mondo della natura e a
quello della libertà, d’un principio solo nel quale si riuniscano la
concatenazione meccanica e quella teleologica. Ma con ciò lo stadio
afasico o agnostico era già virtualmente superato, tanto vero che,
come riconosce lo stesso Hòffding (Op. cit., II, 112) esso servi da
punto di partenza all’ idealismo gnostico susseguente.
— 109 —
nel terzo a tutte quelle dottrine cosmologiche, psicolo-
giche o teologiche le quali pongono certe realtà come
trascendenti in modo assoluto la conoscenza umana,
considerando questa incapace per la sua stessa natura
di oltrepassare determinati limiti. Come appare subito,
questi tre modi di comprendere l’agnosticismo sono ben
diversi l'uno dall’ altro ed hanno una portata assai dif-
ferente nella storia del pensiero filosofico. L’usarli pro-
misquamente, come avviene troppo spesso, non può
che generare equivoci e confusioni.
È dunque necessario, per chi voglia occuparsi del-
l’agnosticismo, di fissare in precedenza il valore de-
vocabolo. Ma ciò presuppone a sua volta la soluzione
di un altro problema più generale: dato l’ ufficio del
linguaggio, sia quello comune, sia quello tecnico, non
puo essere riconosciuta a ciascuno la libertà illimitata
di stabilire a proprio talento il valore dei termini che
adopera; esisteranno pure dei criteri obbiettivi, per
quanto larghi, in base ai quali sia possibile riconoscere
e dimostrare la legittimità del significato di un voca-
bolo; donde si ricaveranno questi criteri ? Dall’origine
del vocabolo stesso, dalla sua composizione etimolo-
gica, dalla sua storia, dal suo uso attuale. Ed è evi-
dente che tra i vari significati d’ un termine non po-
tranno considerarsi legittimi quelli che coincidono nel-
l'estensione e nella comprensione di altri termini d’uso
più antico e generale, ma soltanto quello che, anche
non concordando perfettamente con l’origine e la com-
posizione del termine, esprime però qualche cosa di
nuovo, di distinto, di non altrimenti denominato.
Applicando questi criteri al vocabolo che stiamo
esaminando, vedremo come esso non possa legittima-
= 108:
mente adoperarsi se non ad esprimere quella speciale
e moderna soluzione realistica del problema della co-
noscenza, che consiste nell’ escludere dalla categoria
della conoscenza ciò che si include in quella dell’ esi-
stenza ; ossia nel porre un quid come per sè stesso
irreducibile alla ragione e all’ intelligenza umana.
Così inteso, l’ agnosticismo risulta da una duplice
posizione, contenuta sinteticamente nella stessa enun-
ciazione di un inconoscibile : e cioè 1° affermazione di
un reale e la negazione della sua conoscibilità. Esso
dunque si riferisce per un lato alla natura essenziale
di una realtà, per l’altro alla capacità dei nostri mezzi
CONOSCITIVI. | |
Che tale posizione sia poi intrinsecamente contrad-
ditoria; che l'esclusione di un reale dalla sfera della cono-
scenza implichi una qualche conoscenza della realtà stessa;
che effettivamente ogni dottrina agnostica abbia sempre
determinato in qualche modo il reale che dichiarava ir-
raggiungibile, sono questioni che per il momento non
ci riguardano. Dovendo determinare dell’ agnosticismo
il tessuto concettuale, non la consistenza logica e il
valore filosofico, basta per ora stabilire che la presenza
di entrambi i suddetti elementi, e il rapporto di tra-
scendenza posto tra essi, è ciò che caratterizza costan-
temente l’ agnosticismo e lo distingue da ogni altra
dottrina gnoseologica. Questo costituisce per tal guisa
il solo criterio obbiettivo, in base al quale è possibile
la determinazione d’ una dottrina agnostica; tantochè
— 109 —
se lo abbandoniamo, assumendo come agnostica la sem-
plice negazione della realtà d’ un oggetto, o il dubbio
sulla realtà d’un oggetto, da altri invece affermata,
l’agnosticismo cessa non solo di rappresentare una delle
manifestazioni piò cospicue del pensiero filosofico mo-
derno, ma perde qualunque precisione di contenuto e
di contorni, identificandosi facilmente con altre dottrine
che posseggono già una loro propria fisionomia e de-
nominazione tradizionale.
E infatti, il dubbio intorno alla verità di determi-
nate proposizioni — esistenza di Dio, immortalità del-
l’anima, finalità ecc. — e quindi la proclamata asten-
sione da ricerche ritenute infruttuose, da affermazioni
‘© negazioni ritenute ugualmente illegittime, costituisce
più un'attitudine mentale, una tendenza dello spirito,
un metodo se si vuole, che una vera e propria dot-
trina; attitudine tanto antica. nella storia del pensiero
filosofico quanto lo scetticismo, dal quale non differisce
in fondo che per estensione. Mentre lo scetticismo,
nelle forme caratteristiche assunte da Pirrone d’Elide in
poi, estende il dubbio sistematicamente, deliberatamente
a tutti gli oggetti della conoscenza umana, sia sensi-
bile sia razionale, l’agnosticismo, così inteso, lo restringe
ai soli oggetti della ragione; quindi, laddove lo scetti-
cismo nega la possibilità così della scienza come della
filosofia, l’agnosticismo riconosce il valore della scienza,
i cui dati sono offerti dall’ esperienza sensibile, e non
nega che la possibilità della filosofia, o meglio della
metafisica. Si tratta, insomma, di uno scetticismo par-
ziale, che non presenta rispetto allo scetticismo tradi-
zionale quei caratteri differenziali, che possano giusti-
ficare l’ utilità di una nuova denominazione. D'altro
=—#*LIO:==
canto, codesta forma moderna di scetticismo, sorta da
una erronea interpretazione dei risultati della critica
kantiana, non ebbe che qualche sostenitore isolato tra
1 naturalisti e i biologi del secolo scorso, e dovette ce-
dere dinanzi alle nuove vedute del pensiero contempo-
raneo intorno al valore razionale del fatto e alla reale
portata del principio della relatività della conoscenza.
Ancora più improprio è il considerare come agno-
stiche quelle dottrine che negano semplicemente l’esi-
stenza di entità — spirito, cause efficienti, essenze,
assoluto ecc. — che altre dottrine pongono invece
come reali, conoscibili o no; perchè in tal caso, abo-
lito idealmente uno dei termini, il reale, resta abolita
anche la possibiltà di qualsiasì rapporto con l’altro, il
pensiero, e noi non ci troviamo più innanzi ad una
interpretazione del problema della. conoscenza, ma ad
una pura dottrina negativa, che assumerà aspetti via
via differenti a seconda del punto di mira della sua
negazione. In altre parole, le dottrine gnoseologiche si
differenziano tra di loro a seconda del rapporto — di
identità, di continuità, di analogia, di trascendenza - con-
cepito tra i due termini, nel quale dunque si deve cer-
care il criterio universale per la loro distinzione ; l’agno-
sticismo, già lo vedemmo, è appunto la dottrina che
considera il reale come irreducibile, o in parte o in
tutto, alla conoscenza, ossia la dottrina che segna dei
limiti entro i quali la conoscenza umana, per la sua
stessa costituzione, è costretta a rimanere; ora, una
realtà negata non può evidentemente costituire un li-
mite della conoscenza per chi tale realtà nega, ma sol-
tanto per chi considera la negazione come falsa e quindi
il limite come arbitrario; per tal modo l’agnosticismo
— Ill —
non designerebbe più una particolare soluzione del pro-
blema della conoscenza, ma potrebbe riferirsi indiffe-
rentemente alle dottrine più diverse, a seconda dei di-
versi punti di vista dai quali fosse giudicato. Così dal
punto di vista del dualismo spiritualistico sarebbe agno-
stico tanto il materialismo, che nega la realtà della
sostanza spirituale, quanto lo spiritualismo puro o mo-
nistico, che nega la realtà della sostanza materiale ; dal
punto di vista del teismo sarebbero agnostici tanto
l’ateismo quanto il panteismo, il primo perchè nega
‘senz’ altro l’esistenza della divinità, il secondo perchè
nega l’esistenza di una divinità personale e distinta dal
mondo. Non solo, ma ponendoci dal punto di vista
delia dottrina dell’ inconoscibile, dell’ incondizionato,
della cosa in sè, dovremmo definire per agnostici tanto
il realismo volgare quanto l’ idealismo soggettivo, per-
chè, considerando entrambi la conoscenza come ade-
guata alla realtà, escludono implicitamente l’ esistenza
di un reale in sè, impervio alla conoscenza: e così di-
venterebbero agnostiche proprio quelle dottrine, che
nell’uso comune sono considerate come essenzialmente
gnostiche.
A queste nostre considerazioni si può muovere però
una obiezione, che a tutta prima non sembra mancare di
valore : e cioè che'trattandosi di argomenti controversi,
nei quali d’uno stesso problema sono presentate soluzioni
opposte e distruggentesi a vicenda, non è possibile tro-
vare un criterio comune sul quale costruire una defini-
zione che abbia valore obbiettivo. Mancando tale criterio
costante, le definizioni dovranno necessariamente oscil-
lare a seconda del punto di vista scelto, e non saranno
valide che dal punto di vista medesimo. Applicata al no-
— 112 —
stro argomento, questa veduta porta a giudicare come
vana la pretesa di imporre un’ unica definizione dello
agnosticismo ; il quale sarà sempre considerato diversa-
mente dal gnostico e dall’agnostico, dallo scettico e dal
dogmatico, dal realista e dall’idealista, dal fenomenista
e dal sostanzialista.
Ma queste considerazioni — esposte recentemente
dal Flint in appoggio della sua errata interpretazione
dell’agnosticismo (1) — hanno valore soltanto entro
determinati limiti, oltre i quali non possono essere
estese se non a patto di disconoscere quel sia pure”
relativo accordo e quella certa stabilità, che nella no-
menclatura filosofica esiste. Valgono cioè per la ter-
minologia filosofica particolare o teorica, non per quella
generale o storica. La prima è e non può essere che
relativa e variabile, in quanto si riferisce allo stesso
contenuto dei concetti con cui le diverse dottrine in-
terpretano i medesimi fatti o aspetti della psiche, del
(1) Robert Flint: Agnosticisn, Londra 1903. « Nothing but
confusion and error can follow from those who hold opposite
| views of the nature of anything attempting either to start from or
to arrive at the same definition of it. So long as theiy take enti-
rely opposite views of it, they ought to define it in opposite ways.
Wherever men are disputing not ignorantly and vaguely but from
clear and definite convinction, instead of its being, as is often said,
their first duty to come to agreement as to the definition of the
subject in dispute, that ist manifestly impossible, and their real
duty obviously is to state cleary and explicitly their opposite views.
But that must be equivalent to giving opposing definitions. And
the whole aim of the argumentation of each disputant must ne-
cessarily be to show that his definition is the right one, and his
opponent’s definition a wrong one » p. 14 e seg.
— 113 —
mondo, della società; quindi uno stesso termine può
assumervi significati diversi e persino opposti; preten-
dere di sceglierne uno solo e di farlo accettare univer-
salmente e costantemente come il solo ‘legittimo, sa-
rebbe, come dimostrai altra volta, « impresa tanto di-
sperata ed assurda quanto quella di conciliare tra loro
tutti i sistemi filosofici e i filosofi che li rappresen-
tano » (1). Ma la nomenclatura generale non riguarda
il contenuto variabile dei concetti, bensi i loro rapporti
formali, che in quanto possono venir fissati storica-
mente e denominati in modo stabile, servono appunto
a distinguere gli indirizzi, i sistemi, le dottrine. Se la
utilità della prima è nella sua stessa malleabilità e pie-
ghevolezza, il valore della seconda sta invece nella sua
stabilità, che malgrado gli equivoci, spesso voluti, rende
possibile anche ai filosofi di opposte vedute di compren-
dersi fra di loro. Ad esempio i termini: soggetto, og-
getto, idea, fenomeno, percezione, sensazione, che fanno
parte della terminologia particolare, assumono significati
diversissimi a seconda che sono considerati dal punto
di vista del soggettivismo, dell’oggettivismo, del reali-
smo, dell’idealismo, del nominalismo, dello spiritualismo,
del fenomenismo, del percezionismo, dell’ empirismo ;
ma ciò non toglie che questi ultimi vocaboli, che fanno
parte della terminologia generale, abbiano invece un
valore costante, che rende possibile la classificazione
storica dei sistemi.
Ma la critica migliore degli argomenti del Flint,
ci è offerta dalla conclusione che egli stesso ne trae.
(1) C. Ranzoli: Per la terminologia filosofica, in « Rivista di
filosofia è scienze affini » Maggio, 1903.
— I1I4 —
Posto che l’ agnosticismo debba essere definito in due
modi diversi, uno agnostico l’ altro antiagnostico, egli,
ponendosi sotto questo secondo punto di vista, crede
di poterlo definire come «la teoria dei limiti della co-
noscenza, che rappresenta tali limiti più ristretti di
quello che realmente non siano » (1). Ora è evidente
che questa, più che una definizione, è già per sè stessa
una confutizione, che potrà servire a scopi critici e po-
lemici, ma non ha che un valore individuale. In base
ad essa la designazione dei sistemi agnostici oscillerà a
seconda di quelli che si credono i limiti effettivi dei
poteri umani di conoscere ; tantochè, intendendo la co-
noscenza nel suo significato più generale, lo stesso
Flint può essere classificato tra gli agnostici dal punto
. di vista del misticismo. |
Il Flint sostiene inoltre che, intendendo l’agnosti-
cismo come la dottrina che nega la conoscibilità di un
quid (assoluto) affermato come esistente, si viene a re-
stringer troppo il significato del vocabolo; il quale in
tal modo non potrebbe applicarsi che alle dottrine af-
fatto moderne dell’ Hamilton, del Mansel e dello Spen
cer. Messici su questa via, perchè, egli si domanda, non
andare più innanzi, e definirlo addirittura «come la
dottrina che insegna che l’assoluto non può essere co-
nosciuto, e che si deve considerarlo soltanto come la
causa ovunque presente e manifestantesi in tutti i fe-,
nomeni? Sareste liberati in tal guisa dalla necessità di
trattare quali agnostici dei finti cristiani come l’Hamilton
e il Mansel e l’agnosticismo non esprimerebbe più che
ÙU
(2) Op. cit., p, 16.
una determinata teoria individuale, la teoria dello Spencer
sull’ inconoscibile » (1). Ora, è da escludere anzitutto
che la restrizione del significato di un termine, cioè la
determinazione precisa del suo contenuto, debba consi-
derarsi per sè stessa e in ogni caso come erronea. In
secondo luogo è assai dubbio - ‘e lo vedremo più avanti
- che, anche definendo l’agnosticismo come la dottrina
che fa dell’assoluto la causa inconoscibile dei fenomeni,
tale definizione si adatterebbe soltanto alla dottrina spen-
ceriana dell’ inconoscibile.
*
* *
Il termine agnosticismo, a differenza del suo cor-
relatiao positivo gnosticismo (correlativo per la forma se
non per il contenuto) ha origini molto recenti nella
storia della terminologia filosofica. Esso infatti fu ado-
perato la prima volta nel 1869, in una seduta della
Metaphysical Society, da Teodoro Huxley, al quale la
parola era stata suggerita da una espressione di S. Paolo
riferentesi all’altare allo sconosciuto Dio, ayrooro 0eg.
Lo stesso Huxley ne ha narrate le origini in una
pagina piena di brio e di amabile ironia, che cercherò
di tradurre con la maggiore fedeltà : « Quando io rag-
giunsi la maturità intellettuale e cominciai a chiedere
a me stesso se ero un ateo, un deista o un pantelsta,
un materialista o un idealista, un cristiano o un libero
pensatore, m’accorsi che quanto più apprendevo e ri-
flettevo tanto più difficile si faceva per me la risposta,
cosicchè alla fine dovetti conchiudere che non avevo
niente in comune con alcuno di codesti indirizzi, eccetto
(1) Op. cil. p. 56.
— 116 —
che con l’ultimo. Il solo punto nel quale il più di quella
brava gente si trovava d’ accordo, era proprio quello
nel quale io discordavo da essa (1). Essi cioè erano
affatto sicuri d’aver raggiunta una certa « gnosis » —
di avere risolto, più o meno felicemente, il problema
. dell’esistenza; mentre io ero affatto sicuro di non averlo
risolto ed anzi avevo la profonda convinzione che il
problema era insolubile. E con Hume e Kant dalla mia
parte, non potevo giudicarmi presuntuoso nel tenermi
saldo in tale convinzione... Tale era il mio stato d’animo,
quando ebbi la fortuna di trovar posto tra i membri
della nota associazione di antagonisti, the Metaphysical
Society, ormai morta da un pezzo, ma di fresca e pia
memoria (2). In essa erano rappresentate tutte le varietà
delle opinioni filosofiche e teologiche, e tutte erano
espresse con la massima franchezza: il più dei miei
colleghi erano isti di una specie o dell'altra; e per
quanto buoni e cortesi fossero con me, io, che non
avevo uno straccio di etichetta da mettermi addosso,
non potevo non provare qualcuno dei penosi sentimenti
che debbono aver assalito la volpe della favola quando,
dopo esser sfuggita dalla trappola nella quale aveva
perduta la coda, si presentò alle sue normalmente cau-
(1) Il testo inglese dice precisamente: «The one thing in
wich most of these good people were agreed was the one thing
in wich y differed from them ». Il good people si riferisce dunque
agli atei, deisti, panteisti, ecc. nominati genericamente più sopra.
(2) Tra i membri di codesta associazione erano uomini come
il Tennyson, il Ruskin, il Tyndall, il Gladstone, il Clifford, il
Card. Manning, Maurizio e Giacomo Martineau, John Morley, Leslie
Stephen ecc., come ricorda l’ Armstrong in Agmnosticism and theism
in the nineteeni century, p. 79, Londra, 190$.
date compagne. Mi posi quindi a riflettere ed inventai
il titolo, che mi parve appropriato, di « agnostico ».
Esso mi venne alla mente come suggestivamente anti-
tetico del termine « gnostico » della storia della chiesa,
. che professava di conoscere a fondo le stesse cose che
io ignoravo; e colsi la più prossima occasione per
metterlo in mostra nella nostra società, per far vedere
che io pure, come le altre volpi, avevo una coda. Con
mia grande soddisfazione il termine incontrò; e quando
poi lo Spettatore se ne fece padrino, spari del tutto
qualsiasi sospetto, che la sua parentela poteva aver ri-
svegliato nella mente dei miei rispettabili colleghi (1).
Come accenna qui lo stesso Huxley, la parola ebbe
pronta e larga fortuna, dovuta in buona parte alla
grande influenza che egli esercitava allora sul pensiero
inglese (2). Circa un trentennio più tardi, essa aveva
già ottenuta la propria naturalizzazione nei linguaggi
delle varie nazioni europee — i primi ad accoglierla
furono i francesi — e la registrazione nei più impor-
tanti dizionari filosofici. 1 puristi non mancarono di di-
sapprovarla, in quanto contraria all’ uso greco di non
terminare mai con ixos le parole comincianti per alfa
privativo : infatti la lingua greca non possiede il ter-
mine ayr@warxos, ed usava invece dyros e dyrworos
come termini privativi del positivo ;rworxòs. Disgra-
ziatamente, il termine non nasceva con questo solo
peccato d’origine. Il suo difetto più grave era l'assenza
di ogni precisione nel significato, che corrispondeva ad
una manifesta incertezza del naturalista inglese rispetto
(1) Huxley: Collected Essays, vol. V. p, 239-40.
(2) V. in proposito R. A. Armstrong: Op. cit. p. 76 e segg.
=. 178,
al metodo o all’ attitudine mentale voluta designare col
nuovo fsmo, e che doveva in seguito giustificare le ap-
plicazioni più diverse del vocabolo stesso.
Se noi cerchiamo infatti di cogliere il senso pre-
ciso delle parole dell’ Huxley, e di esporlo in maniera
logica compiuta, parrebbe essere questo: esistono dei
problemi che la mente umana non potrà mai risolvere;
questi problemi si riferiscono dunque a delle realtà po-
ste oltre i limiti dei nostri’ poteri conoscitivi: Dio, na-
tura dell’ anima, essenza del mondo, principio e fine
delle cose, ecc.; riconoscere l’ inconoscibilità di questi
reali, ossia l’esistenza di un reale inconoscibile generico,
astenendosi da ogni ricerca e da ogni giudizio intorno
ad esso, costituisce quella dottrina che — in quanto si
oppone a tutte le altre dottrine, che pretendono di aver
raggiunta una qualche gnosis della suddetta realtà - si
può chiamare agnosticismo.
Questa interpretazione darebbe però alle parole
dell’ Huxley — che sembrano esprimere soltanto una
posizione scettica — una portata maggiore di quello
«che non abbiano; giacchè in esse non è specificato se
i detti problemi esistono realmente come problemi in-
solubili, riferentisi ad una realtà inconoscibile, o non
sono che creazioni illusorie della mente umana. Essa
parrebbe tuttavia avvalorata da altre dichiarazioni, con
le quali l’Huxley riconosce in modo esplicito l’esistenza
della « passionless impersonality of the unknown and
unknowable, wich science shows everywhere underlying
the thin veil of phenomena » (I), e giunge persino a
(1) Life and Letters of T. H. Huxley, by is son Leonard
Huxley, Londra, 1900, vol. I, p. 219.
dare un contenuto divino e personale a codesto inco-
noscibile che sta sotto al velo sottile dei fenomeni : « science
seem to me to teach in the highest and strongest
manner the great truth wich is embodied in the Chri-
stian conception of entire surrender to the wil of
Good » (1). i ' |
Ma a queste si possono facilmente contrapporre
molte altre espressioni dello stesso Huxley, nelle quali,
se è mantenuto il concetto di un «grande ignoto gia-
cente sotto i fenomeni dell’ universo », esso è consi-
derato pero da un punto di vista scettico e anti-tei-
stico (2). All’ Huxley premeva molto di non passare per
(1) Life, I. 219. \
(2) In una lettera scritta il 1863 a Ch. Kingsley, dice fra
l’altro: « I know that I am, in spite of mysel, exactly what the
Chistian would call, and, so far as I can see, is justified in calling,
atheist and infidel. I kannot see one shadow or title of evidence
that the great unknow underlving the phenomenon of the universe
stands to us in the relation of a Father-loves us and cares for us
as Christianity asserts. So with regard to the other great Christian
dogmas, immortality of the soul and future state of rewards and
punishments, what possible objection can I-who am compelled per-
force to believe in the immortalitv of what we call Matter and
Force, and in a very unmistakable present state of rewards and
punishments for our deeds-have to tese doctrines? Give me a scin-
tilla to evidence, and I am ready to jump at them ». E tre anni
prima, scrivendo pure al Kingsley intorno allo stesso argomento,
si esprimeva ancora più esplicitamente così: « I neither affirm nor
deny the immortality of man. I see reason for belleving it, but, on
the other hand, I have no means of disproving it. I have no a
priori objections to the doctrine. No man wo has to deal daily
and hourly with nature can trouble himsel about a priori difti-
culties. Give me such evidence as would justify me in believing
— 120 —
scettico agli occhi dei posteri, cosicchè respinse sempre
con vivacità l'accusa di pirronismo(1); tuttavia non si può
negare che nei brani ora citati a piè di pagina par rivivere
lo spirito dell’antico filosofo d’Elide, sia pure limitato ai
soli oggetti della teologia e della metafisica. Ciò special
mente nella seconda lettera, che ci presenta chiaramente
disegnati i tre punti fondamentali in'cui si riassume tutta
la dottrina di Pirrone: 1’ axaradeyia, 0 incomprensibilità
(I see no reason for believing ecc.); l ér0%i o sospen-
sione di ogni giudizio (I neither affirm ecc.); l'aragatia
o assenza di turbamento (no man.... can trouble himself
ecc., I have champed up ecc.).
Ad ogni modo queste affermazioni appartengono
tutte ad un’epoca anteriore al 1869, da cui data, come
vedemmo, l’origine del nuovo vocabolo; cosicchè, se
nel periodo posteriore le convinzioni dell’ Huxley si
fossero stabilmente rassodate nella nuova dottrina che
egli bandiva col nome di agnosticismo, cadrebbe ogni
ragione di rilevare incertezze ed oscillazioni, che risul
in anything else, and I will believe that. Why should I not? It is
not half so wonderful as the conservation of force or the in-
destructibility -ot matter..... It is no use to talk to me of analo-
gies and probabilities. I know what I mean when I say I believe
in the law of the inverse squares, and I will not rest my life and
my hopes upon weaker convinctions.... That my personality ist
the surest thing I know may be true. But the attempt to conceive
what it is, leads me into mere verbal subtleties. I have champed
up all that chaff about the ego and the non-ego, noumena and
phenomena, and all the rest of it, too often not to know that in
attempting even to think of these questions, the human intellect
flounders at once out of its depth ».
(1) Cfr. ad es. Life, II, p. 280.
— 12f —
terebbero soltanto dal contrasto tra due fasi diverse di
pensiero. Invece, se noi andiamo ricercando le dichia-
razioni successive del naturalista inglese negli ultimi
. volumi dei Collected Essays, vediamo allargarsi l’esten-
sione dell’agnosticismo fino a perdere ogni determina-
tezza di contenuto; esso non è più nè un credo, nè
un indirizzo, nè una dottrina, nè un metodo particolare
ma diventa semplicemente l’abito della ricerca scienti-
fica, l'attitudine allo studio severo e spassionato dei
fatti, il dubbio metodico di Socrate e di Cartesio come
fonte della conoscenza, delle convinzioni salde e co-
scienti. In quanto poi codesto abito mentale si esprime
in norme direttive, s’ identifica col metodo scientifico
generale, quale fu già fissato ne’ suoi canoni da Galileo,
da Bacone, da Cartesio, e che, applicato nel secolo
scorso allo studio dei problemi filosofici e morali, dà
origine alla filosofia positiva (1).
(1) Collected Essays, V, 246-7. Agnosticism, in fact, is not a
creed, but a metod, the essence of wich lies in the rigorous appli-
cation of a single principle. That principle is ot great antiquity; it
is as old as the writer who said « Try all thing, hold fast by that
which is good » ; it is the foundation of the Reformation, which
simply illustrated the axiom that every man should be able to give
a reason for the faith that is in him; it is the great principle of
Descartes ; it is the fundamental axiom of modern science. Positively
the principle may be expressed: In matters of the intellect, follow
your reason as far as it will take you, without regardt to any other
consideration. And negatively : In matters of the intellect, do not
pretend thar conclusions are certain wich are not demonstrated or
demonstrable. That i take to be the agnostic faith, wich if a man
keep whole and undefiled, he shall not be ashamed to look the
universe in the face, whatever the future may have in store for
him ». |
— 122 —
Valeva proprio la pena, si può chiedere, di coniare
un vocabolo nuovo per indicare una cosa tanto vecchia,
tanto ovvia, e che ha si poca relazione con la strut-
tura etimologica del vocabolo stesso ? Pare di no. Tanto
più che riducendo l’ agnosticismo ad un semplice abito
inentale, esso diviene qualche cosa di così estremamente
vago, di così indeterminato, che il suo valore oscilla non
solo a seconda delle condizioni generali della scienza,
ma anche ‘a seconda delle attitudini individuali. Ed è ciò
. che riconosce lo stesso Huxley, il quale non sembra
accorgersi che in tal modo veniva a togliere all’ agnosti-
cismò quel qualunque carattere, che poteva distinguerlo
dagli altri indirizzi di pensiero e servire a lui come coda
da mostrare alle altre volpi (1).
| In breve, l’ agnosticismo non è altro che quella
larghezza di spirito e quell’onestà intellettuale, che non
{1) Ibid. 245-6 « The results of the working out of the agno-
stic principle will vary according to individual knowledge and ca-
pacity, and according to the general condition of science. That wich
is unproven to-day may be proven by the help of new discoveries
to-morrow. The only negative fixed points will be those negations
wich flow from the demostrable limitation of our faculties. And
. the only obligation accepted is to have the mind always open to
convinction. Agnostics wo never fail in carring out these principles
are, I am afraid, as rare as other people of whom the same con-
sistency can be truthfully predicated. But if you were to meet with
such a phoenix and to tell him that you had discovered that two
and two make five, he would patiently ask you to state your reasons
for that conviction, and express his readiness to agree with you
if he found them satisfactory. The apostolic injunction to « suffer
fools gladly » should be the rule of life of a true agnostic. I am
deelpy conscious how far myself fall short off of this ideal, but
it is my personal conception ot what agnostics ought to be».
— 123 —
appartiene in modo esclusivo a nessuna scuola e a nes-
sun sistema; e che, quantunque posseduta in diverso
grado dai diversi individui, rappresenta la condizione
preliminare e necessaria dell’ indagine scientifica.
La nuova dottrina, se così si può chiamarla, na-
sceva dunque con un grave peccato d’ origine : quello
di non recare con sè un contenuto ideale preciso, che
servisse a differenziarla stabilmente dalle altre. Ed è,
chi ben guardi, il peggiore dei difetti, come quello che
le toglie lo stesso diritto di affermarsi quale dottrina
e la condanna fino dal principio ad ogni specie di equi-
voci e di malintesi. Questa sorte toccò appunto all’agno-
sticismo. Le dichiarazioni non sempre coerenti del-
’ Huxley, dovevano prestarlo facilmente ad essere a
volta a volta identificato o con le dottrine che ammet-
tono un’ esistenza inaccessibile in modo assoluto alla
conoscenza umana; o con le dottrine che negano tale
ordine di esistenze; o infine con quell’ indirizzo che,
senza riferirsi ad alcuna concezione dottrinale per ne-
gare o affermare tali esistenze, limita la conoscenza
umana ai soli oggetti offerti dell’ esperienza. Tre dot-
trine ben diverse l'una dall’altra, e delle quali soltanto
alla prima, se si vuole por fine all’ equivoco, spetta il
nome di agnosticismo.
Tutto questo vedemmo già. Ci restano ora da
studiare due comunissime ed erronee concezioni del-
l’agnosticismo, la cui origine è pure nelle affermazioni
dell’ Huxley, e che consistono nel porre l’agnosticismo
come equivalente sia del positivismo, sia di quel gruppo
di dottrine che negano o pongono in dubbio la cono-
scibilità o l’esistenza di Dio.
— 124 —
Tra gli indirizzi filosofici sorti nel secolo scorso,
il positivismo -è forse quello che ha suscitato le pole-
miche più vivaci e subito il maggior numero di trasfigu-
razioni, sia dentro che fuori del dominio della filosofia.
Non v’ha, si può dire, dottrina filosofica e politica te-
nuta in cattivo concetto da parte dei più, con la quale
il positivismo non sia stato in una occasione o nell’al-
tra identificato (1). Nel campo della religione esso è
ritenuto da molti sinonimo di ateismo; in quello della
morale è spesso confuso col determinismo e con l’uti-
litarismo ; in quello della metafisica e della psicologia
col materialismo e con l’empirismò ; in quello delle
scienze politiche col determinismo economico e col so-
cialismo ; in quello della gnoseologia con lo scettici-
smo, con l’impressionismo, col probabilismo, col reali-
smo volgare. Non poteva dunque sfuggire alla sorte di
—————_—_—_——_—
(1) Scelgo tra gli infiniti un esempio significativo. Per A. Riehl
(Zur Einfibrung in die Philophie der Gegenwart, Leipzig, 1904,
p. 261) il positivismo si potrebbe meglio denominare impressioni-
smo in quanto assume nella filosofia e nella scienza una posizione
analoga a quella assunta dall’ impressionismo nell’arte: « Sie nennt
sich denn Positivismus, sollte aber cigentlich Impressionismus heissen
denn das einzige Reale, dass sie gelten lasst, sind die Sinnesein-
driicke..., Dem kiinstlerischen Impressionismus entspricht auch der
Zeit nach der wissenschaftliche Impressionismus, und auch unser
Urteil iiber beide hat ein entsprechendes zu sein... » ecc. Vedremo
in seguito quanto sia erronea questa identificazione, la quale può
acquistare una lontana parvénza di verità solo se riferita alla for-
ma immanentista, o meglio solipsista, che il positivismo ha assunto
in Germania col Laas, con lo Schubert-Soldern e lo Schuppe.
— 12$ —
essere confuso anche con l’agnosticismo, classificato fin
dall'inizio tra gli ismi di men buona fama della termi-
nologia filosofica.
Che tra positivismo e agnosticismo esistano stretti
rapporti, è sostenuto infatti da molti filosofi e storici
della filosofia, anche tra i più scrupolosi ed equanimi.
Non v’ ha divergenza se non nel modo di concepire
tali rapporti. Mentre alcuni, come ad esempio il Kiilpe
e il Masci (1), considerano l’agnosticismo soltanto come
uno dei canoni o degli elementi costitutivi del positi-
vismo, derivato dalla tradizione kantiana; per altri, co-
me il Caro (2), l’agnosticismo è nel positivismo un
elemento sovraggiunto e una prova della sua debolezza,
in quanto dimostra come la mente umana non possa
resistere al fascino dei grandi problemi e sia spinta
fatalmente a varcare i limiti della pura esperienza sen-
| sibile, per dogmatizzare sulle cause prime e sulla es-
senza delle cose ; per altri infine il contenuto delle due
dottrine è essenzialmente il medesimo, cosicchè agno-
sticismo e positivismo sono due termini che si equi-
valgono. Di quest’ultima opinione, assai diffusa specie
tra i filosofi teisti e cattolici, è il Fraser: « Da Hume
in poi — egli dice — una delle più importanti forma-
zioni intellettuali fu quella che ora si chiama filosofia
positiva o agnostica. In questo panfenomenismo la co-
noscenza è limitata alle credenze (deltefs), prodotte fi-
(1) O. Kilpe, Die philosophie der Gegenwart in Deutschland,
Lipsia, 1905, pag. 14-15. — Masci, Emanuele Kant, Roma, 1904,
pag. 16; id. Intellettualismo e Pragmatismo, Napoli, 1911, pag. 63.
(2) E. Caro, Littré et le Positivisme, Paris, 1883, C. II $, 2.
— 126 —
sicamente, nella coesistenza e nella successione — estese
per inferenza da particolare a particolare — il tutto
considerato alla fine come una evoluzione, mediante
l'abitudine e l’associazione, individuale ed ereditata.
Tutto ciò che giace al di là, questa specie di filosofia
lo rigetta dichiaratamente.... Essa sostiene, che oltre la
coesistenza e la successione non v’ ha nulla che possa
‘essere assodato, che ogni affermazione o negazione in-
torno a supposte realtà esistenti oltre la sfera delle
scienze naturali è pura illusione » (1). Ma s’ intenda in
un modo o nell'altro, questa credenza nei legami che
uniscono positivismo e agnosticismo non corrisponde
alla verità, sorgendo da una erronea concezione — che
si rivela assai chiara nelle parole del Fraser — così
dell’uno come dell’altro indirizzo.
Il positivismo è un metodo e null’ altro che un
metodo o un indirizzo di ricerca, che non contiene in
sè stesso gli indici di alcuna determinata orientazione
dottrinale. E questo metodo, per dirla in breve, con-
siste nell’assumere come dato e come criterio della ri-
cerca filosofica }’ insieme delle cognizioni certe, che
costituiscono la matematica e le scienze naturali ; nel
voler dunque che le costruzioni filosofiche abbiano il
loro primo e sicuro fondamento nei fatti, ossia nel-
l’esperienza; intendendo per fatti e per esperienza nion
solamente quella sensibile ed esterna, ma l’ esperienza
(1) A. Campbell Fraser, Berkeley, Londra, 1881, p. 226. Tra.
gli scrittori cattolici vedasi specialmente ; G. Semeria, Scienza e fede,
Roma, 1903, pag. 128 e segg.; Monsabré, Esposizione del dogma
cattolico, Torino, 1892, I, p. 234 e segg.; G. A. Bosio, // sopran-
naturale ed il pensiero moderno, Treviso, 1908, tutta la lezione IV.
— 127 —
completa che è psicologica e storica, interna ed esterna
e che, nel mentre contiene in sè stessa il proprio cri-
terio limitativo imponentesi nella percezione del reale,
riesce in certo modo a trascendere sè stessa nel rico-
noscimento del valore supremo dell’idea, come pro-
dotto ultimo nel mondo naturale. Su queste larghissime
basi metodologiche possono sbocciare le più differenti
dottrine e i più opposti sistemi, dall’ agnosticismo al
gnosticismo, dal realismo all’idealismo, dal determinismo
all’ indeterminismo. La storia della filosofia di quest’ul-
timo mezzo secolo ci attesta infatti quanto siano diffe-
renti le direzioni che il positivismo, rimanendo pur
sempre fermo nel suo punto di partenza, ha assunto
al contatto coi molteplici e complessi problemi della
realtà : basti ricordare, tra le più recenti, il sensaziona-
lismo del Mach, l energismo dell’ Ostwalt, la filosofia
della realtà del Dùhring, l’ immanentismo dello Schu-
bert-Soldern e dello Schuppe, la metafisica dell'esperienza
dell’ Hogdson, il volontarismo del Fouillée, il fenome-
nismo nominalistico del Guastella, il monismo evolu-
zionistico dell’ Ardigò. Il che, se prova per un lato
tutta la fecondità del metodo positivo applicato all’in-
dagine filosofica, dimostra dall’altro come sia illegittimo
identificarlo con qualsivoglia delle dottrine e dei sistemi
ottenuti per mezzo di esso. i
Ma l'equivoco non trae origine soltanto dalla er-
rata concezione dei due indirizzi, positivismo e agno-
sticismo (inteso quest'ultimo come il metodo che pre-
clude, giudicandola illusoria, egni ricerca sulle essenze
e sulle cause, sulle origini e sui fini). Esso si fonda
anche sopra elementi d’ indole storica, che, in quanto
esercitarono un’ efficacia non lieve sul pensiero filosofico
— 128 -
e scientifico della seconda metà del secolo scorso, dob-
biamo ora esaminare.
Il positivismo, abbiam detto, assume come punto
di partenza e come fonte prima di certezza il fatto,
con lo stesso criterio realistico dominante nelle scienze
del mondo fisico. E invero il fatto, o la percezione del
fatto che è lo stesso, si impone per sè, in modo asso-
luto, indipendentemente da ogni ragione e spiega-
zione (I). Esso è il vero imperativo logico della nostra
coscienza conoscitiva. Due fisici che tocchino un corpo
arroventato non potranno dubitare che il corpo sia
caldo, anche se l’uno considera il calore come un fluido
speciale e l’altro come un movimento molecolare. Un
fatto sperimentato e constatato è dunque un acquisto
sicuro e stabile per la conoscenza umana, e rimane tale
anche col variare delle teorie con cui si cerchi di in-
terpretarlo ; così il fatto delle maree era già certo, nè
più nè meno di ora, anche quando non se ne cono-
sceva la ragione, e la si credeva diversa da quella che
è realmente. In breve, solo il fatto percettivamente
constatato ha valore obbiettivo : raccoglier fatti, con-
trollarli, constatarne i rapporti di somiglianza e diffe-
renza, di coesistenza e successione, ecco il compito
primo così della scienza come della filosofia.
Però, se qui può arrestarsi il positivismo scienti-
fico, non può nè deve arrestarsi il positivismo filo-
sofico.
(1) Sulla imperatività del fatto e il suo valore conoscitivo cfr.
Ardigò, Opere filosofiche, I, 157-159, 395-399, 402-409 ; V, 24 e seg.,
535 e seg.; VI, 456 e seg. Sui canoni metodologici del positivi-
smo, cfr. Ardigò, Id. id., I, 44-48; II, 349 è seg.; IV, 141 e seg.,
162 e seg., IX, 344 e seg.
Lo scienziato considera le proprie facoltà cono-
scitive come semplici stromenti, che lo mettono in rap-
porto con la realtà esteriore; | esistenza di una tale
realtà indipendente dall’ interna è per lui un postulato
.dal quale prende le mosse per costruirne le leggi (1).
Perciò egli non dubita d’aver colto nel fatto esteriore
la stessa realtà autonoma, che in esso direttamenta si
rivela. Ma il filosofo deve andare più in là. Spetta a
lui la critica del fatto, che ne metta in luce il reale va-
lore rappresentativo ; spetta a lui l’esame di quella spon-
tanea fiducia nell’ esistenza del mondo esterno, che tro-
vasi invincibilmente congiunta alla cogitazione umana;
spetta a lui la critica accurata delle funzioni conoscitive
e dei loro prodotti, delle loro origini, della loro natura,
della loro portata. E se, mediante tale indagine sarà
riuscito a dimostrare che nel fatto e nella immanenza
delle sue leggi si esaurisce il reale; che nella perce-
zione del fatto e nei suoi prodotti associativi si esau-
risce la conoscenza; che essere e conoscere, soggetto
e oggetto non.sono due entità contrapposte, ma espri-
mono un’ unica realtà fondamentale ; che la percezione
non è dunque una copia o un simbolo della realtà ma
è essa stessa una realtà, congegnata nella serie infinita
delle coesistenze e delle successioni correlative nelle
quali l'essere universale sussiste; allora, e allora sol-
tanto, avrà provata la legittimità del metodo positivo
e delle sue applicazioni allo studio sia dei problemi
fisici, sia di quelli ontologici, psicologici ed etici. Ma
senza questa analisi, che deve costituire il secondo mo-
(1) Cfr. in proposito B. Varisco, Studi di filosofia naturale,
p. 6 e segg., Roma 1903.
— 130 -
mento del positivismo filosofico, esso è condannato a
rimaner chiuso in un empirismo grossolano, in una
superstizione del fatto cieca come tutte le superstizioni.
Orbene, tutto questo mancò di compiere, o compi
imperfettamente, il positivismo primitivo, il positivismo
‘ del Comte, del Littrè, del Lafitte, del Wyrouboff, del
Robinet. Esso procede da una semplice constatazione
storica : il progresso compiuto dalle scienze dal mo-
mento in cui, abbandonati i metodi aprioristici e la ri-
cerca delle cause e dei fini, si limitarono all’ osserva-
zione dei fatti e dei loro legami ; la sterilità dei tentativi
compiuti dalla filosofia per spiegare la natura intima
degli esseri, l’ origine e la destinazione dell’ universo.
Questa constatazione storica ha lu sua espressione dot-
trinale nella legge dei tre stati, che è pure la formula
comprensiva del progresso dello spirito umano nella
conoscenza dei fenomeni, colta non in un soggetto in-
dividuale, ma nel soggetto universale, nell’umanità. Lo
studio psicologico individuale delle funzioni intellettive
non ha, per il Comte é per i suoi diretti seguaci, alcun
valore scientifico; non è nemmeno possibile; solo dal
punto di vista storico e sociologico esso può condurre
alla scoperta di leggi positive, che valgano poi a com-
prendere anche l'evoluzione mentale di ciascun indi-
viduo. E così: « tutto si riduce a studiare il cammino
dello spirito umano in esercizio, mediante l’esame dei
processi realmente impiegati per ottenere le conoscenze,
che esso ha già acquisite » (1). Tale, per il Comte,
l’oggetto della filosofia positiva.
(1) A. Comte, Cours de philosophie positive, vol. 1, p. 32,
Paris, 1830.
Ora, non si può disconoscere che l’ indagine sto-
rica, lo studio dei metodi e dei concepimenti scientifici
nel loro sviluppo reale, abbia una grande importariza
per la scoperta delle leggi del pensiero conoscitivo. Ma
da sola, non integrata dall’analisi diretta e riflessa delle
stesse facoltà di conoscenza, può offrire il come non
il perchè, è constatativa non esplicativa.
Questa lacuna ci spiega il contegno incerto e con-
tradditorio del positivismo primitivo di fronte al pro-
blema dei limiti della conoscenza. Esso g'illuse di poter
mantenersi fermo nella più intabile delle posizioni :
l'equilibrio tra l'affermazione e la negazione. Una specie
di neutralità armata, che così nella politica come nella
filosofia, non può che costituire una condizione prov-
visoria. Porre continuamente innanzi alla ragione umana
di sua natura investigatrice assidua, codesti « sublimi.
misteri ad essa ‘necessariamente interdetti », codesti
« problemi radicalmente insolubili », « assolutamente inac-,
cessibili », « fuori d’ogni possibile verificazione », era
già in qualche modo riconoscerne l’ esistenza; sentir-
sene avvolti e dominati; rendere sempre più irritante
per la ragione stessa il bisogno di penetrarli. « Non si
deve considerare la filosofia positiva — dice il Littré
-— come se, trattando delle cause seconde, lasciasse
liberi di pensare ciò che si vuole delle cause prime.
No, essa non lascia in tale argomento alcuna libertà :
essa dichiara le cause prime sconosciute, inconoscibili.
Dichiararle inconoscibili non è nè affermarle nè negarle.
L’assenza di affermazione e l’assenza di negazione sono
indivisibili, e non si può ripudiare arbitrariamente l’as-
senza di affermazione per attaccarsi all’ assenza di ne-
gazione, Non si può servire due padroni ad una volta,
il relativo e l'assoluto » (1). In realtà non c’era che un
modo per interdire ogni ricerca dell’assoluto, della causa
prima, della sostanza: dimostrarle illusorie, inesistenti,
mediante un esame rigoroso della natura della cono-
scenza e dei suoi rapposti con la realtà. Il nulla non
è nè sconosciuto nè inconoscibile, è il nulla. Non
avendo fatto questa dimostrazione preliminare, era fa-
tale che prima o poi l’equilibrio tra l'affermazione e la
negazione dovesse esser rotto, e per opera di quelli
stessi che volevano imporlo agli altri. E così si cadde
nell’agnosticismo.
L’agnosticismo dei positivisti primitivi non è una
vera e propria dottrina, appunto perchè non risulta lo-
gicamente da una analisi gnoseologica. È un agnosti-
cismo incosciente e non diverso da quello assai diffuso
tra gli scienziati del tempo. Tuttociò che sembrava ir-
reducibile al fatto e alle sue leggi particolari, all’analisi
“sperimentale e all’ induzione, era rinviato senz’altro nel
regno dell’inconoscibile, il quale diventava così qualche .
cosa di simile agli intermundia, agli spazî intercosmici
dove Epicuro e Lucrezio avevano relegato le divinità
pagane. È insomma un agnosticismo di sentimento, che
si riassume tutto in alcune espressioni poetiche dive-
nute famose, e in una pagina rimasta celebre del Littré
nella quale la realtà dell’ inconoscibile è affermata in
modo deciso, e paragonata ad « un oceano che viene
a battere la nostra riva e per il quale non abbiamo nè
(1) Cfr. -Caro, Op. cit., p. 147. Cfr. anche nei Principes de
philosophie positive, Paris, 1891, la préface d’un disciple, a p. 59 e |
segg., dove il Littrè combatte l’ identificazione fatta dallo Spencer
del sentimento dell’ inconoscibile col sentimento religioso.
barca nè vela » (1); vecchio paragone già adoperato
da John Locke, da David Hume, dal d’Alembert, da
Emanuele Kant, e ripetuto da filosofi e scienziati agno-
stici fino al Dubois-Reymond.
Lo Spencer fu quegli che trasformò codesta poesia
agnostica in dottrina agnostica, facendone il cardine
della propria filosofia prima e la base di una concilia-
zione tra la religione e la scienza. Nel pensiero della
seconda metà del secolo scorso egli si presenta come
« il gran prete della religione amorfa dell’inconoscibile »,
per usare una felice espressione del Fouillée (2). E sic-
(1) Ecco la pagina intera: « Ce qui est au delà du savoir -
positif, soit, matériellement, le fond de 1’ espace sans borne, soit,
intellectuellement, l’enchainement des causes sans terme, est inac-
cessible à l’esprit humain. Mais inaccessible ne veut pas dire nul
ou non existant. L’immensité tout matérielle qu’ intellectuelle tient
pas un .lien &troit à nos connaissances et devient par cette alliance
une idée positive et du méme ordre; je veux dire que, en les
touchant.et en les abordant, cette immensité apparait sous son
double caractère, la réalité e l’inaccessibilità. C’ est un océan qui
vient battre notre rive, et pour lequel nous n’avons ni barque ni
voile, mais dont la claire vision.est aussi salutaire que formidable ».
E dopo aver parlato dell'amore dell’umanità, prosegue: « Le sen
timent d’une immensitt où tout flotte s'est emparè graduellement
des esprits. depuis que l’astronomie a marqué cet infini d’une
forme réelle, changeant le ciel en un espace sans borne, peuplé
de mondes sans nombre. C'est lui qui, depuis lors, a donné le
ton à l’àAme humaine, a inspiré l’imagination et s'est fait jour
dans ce que la potsie moderne a de plus éclatant ». p. 259 della
seconda ed. dell’Auguste Conte et la philosophie positive. Il Littré
la trascrisse nella Préface d’un disciple, aggiungendovi questa di-
chiarazione : « En cette page, que j'ai relue et transcrite, je n° ai
rien à y changer; elle demeure l’expression de ma penste ». p. 68.
(2) A. Fouillé, Le mouvement idéaliste, Paris, 1896, p. XV.
— î34 —
. come, per la rinomanza straordinaria che la sua filosofia
ottenne cosi in Inghilterra come fuori, per più di mezzo
secolo egli parve impersonare in sè stesso il positivismo
nella sua forma più genuina, specialmente agli occhi
degli scienziati e dei profani, così potè diffondersi’ e
trovar credito l'opinione, che l’ agnosticismo sia il co-
ronamento naturale del positivismo e ne esprima l’in-
tima essenza (1). Opinione per più motivi erronea,
giacchè nè l’evoluzionismo spenceriano s’ identifica col
positivismo, nè questo, come vedemmo, con l’agnosti-
cismo. Invero, la filosofia spenceriana non rappresenta
che la fase terminale del positivismo primitivo uscito
da Augusto Comte, al quale il pensatore inglese era
assai più vicino di quello che egli stesso non amasse
di credere. Il Comte aveva trascurato quell’analisi critica
del fenomeno, che sola avrebbe potuto metterne in luce
il valore gnoseologico e ontologico, distruggendo l’illu-
sorio concetto volgare (fenomeno = apparenza); lo Spen-
cer non fece che sviluppare questo concetto, fissandolo
nella opposizione tra l'apparire e l'essere, il relativo e
(1) Errore nel quale è caduto pure l’Enriques, nel suo re-
cente e importante lavoro sui Problemi della scienza, Bologna, 1906.
A p. 46-47, dopo aver asserito che i positivisti, col negare la co-
noscibilita dell’ assoluto, ne presuppongono l’esistenza, aggiunge:
« Anzitutto occofre sapere, che cosa s’ intenda comunemente per
Metafisica. Pochi forse o nessuno tra i positivisti si sono posti una
tale domanda. O almeno essi si sono fermati alla risposta : metafi-
sica è scienza dell’assoluto, posto al di là della relatività fisica; que-.
sto assoluto è inconoscibile, e vana quindi è la pretesa scienza che
vi si riferisce ». Quanto sia ingiusto il rimprovero e inesatta l’affer-
mazione, ha già rilevato l’Ardigò in Rivistu di fil. e scienze affini,
gennaio-fobbraio, 1907.
l'assoluto, il mutabile e il permanente. Con ciò il po-
sitivismo ricadeva nelle braccia della metafisica sostan-
zialista tradizionale, non differendone che nel limitare
la conoscenza ai fenomeni, ma accordandosi con essa
nel riferire i fenomeni ad un al di lì, che, per quanto
dichiarato inconoscibile, è assunto pur sempre come la
ragione ultima dell’ esistenza e delle leggi generali dei
fenomeni stessi.
Con lo Spencer, questa fase agnostica del positi-
vismo si chiude definitivamente. Essa non sopravvive
più che per forza d’ inerzia nella mente di alcuni scien-
ziati specialisti e filosofi dilettanti, che trovano molto
comoda e sbrigativa la riduzione del preteso trascen-.
dente ad un x inconoscibile. Ma nemmeno nei tempi
della sua maggiore fortuna era riuscito ad imporsi alle
altre correnti positivistiche, che fiorivano in Francia, in
Italia, in Germania e nella stessa Inghilterra.
A tal proposito non è fuor di luogo rilevare che
il positivismo italiano, nato e cresciuto sotto l’ influenza
quasi esclusiva del Comte e dello Spencer, si mostrò
fino dalle origini decisamente ostile al concetto agno-
stico (1). Dall’Angiulli, che fino dal ’68 prendeva po-
sizione contro la dottrina dell’ inconoscibile, all’ Ardigò
che all'esame della stessa dottrina ha dedicato parecchi
scritti. mirabili per analisi profonda ed acuta, tutti i
maggiori positivisti nostri fecero oggetto di critica l’agno-
sticismo spenceriano. La caratteristica più spiccata di
questo atteggiamento del positivismo italiano, rilevata
(1) Ciò dimostrai per esteso nel mio scritto La fortuna di
Herber! Spencer in Italia, Padova, Drucker, 1904, p. SI e segg.
sl 136 SE
anche dagli stranieri {1), è che esso non rimane chiuso
nella negazione dogmatica, non si limita a porre in luce
l’ intima debolezza della dottrina e la falsità dei pre-
supposti su cui si basa; ma, superata la critica distrut-
tiva, riesce a dimoStrare come anche i problemi meta-
fisici, anzichè risolti aprioristicamente o dichiarati inso-
lubili, possano essere sottomessi all’ analisi e studiati
con metodo positivo, rivelando in tal modo che il
preteso abisso senza fondo, dove teneva il suo impero
l’assoluto, nasconde, dissimulati dall’oscurità, spazi simili
a quelli che l'intelligenza umana ha già esplorato.
*
* %
Il termine agnostico, narra l’ Huxley, « mi venne
alla mente come suggestivamente antitetico del termine
« gnostico » della storia della Chiesa, che professava
di conoscere a fondo le stesse cose che io ignoravo ».
‘In questa e in altre dichiarazioni del naturalista inglese,
che riportammo per esteso al $ 3, è facile scorgere
l’origine di un’altra diffusa misconception dell’agnosticismo
per cui esso viene limitato ai soli oggetti della teologia
e della credenza religiosa (2). Questa restrizione nel si-
(1) Cfr. A. Expinas: La philosophie expérimentale en Italie,
Paris, 1880, p. 84 e segg. Anche; E. De Roberty: Agnosticisme,
Paris, 1893, p. 54; il De Roberty cade egli pure nell'errore di
identificare il positivismo con la filosofia dello Spencer e quindi
con l’agnosticismo : vedasi tutto il C. III.
(2) « Agnosticism is a theory of the Unknowable wich assu-
mes its most definite form in the denial of the possibility of any
knowledge of God. 1) kind: connected with 1heory that we know
only phenomenal and a logical deduction from it. 2) kind: held by
those who do not hold the phenomenal theory of knowledge but
gnificato dell’agnosticismo è assai comune specialmente
nella filosofia anglo-americana, incline per natura e per
tradizione a concentrare il maggiore interesse sui pro-
blemi d’indole religiosa, e caratterizzata attualmente da
una decisa prevalenza dell’ indirizzo spiritualistico.
Ora, si può concedere che la grande ricchezza di
contenuto dell’ idea di Dio, comprensiva di tutte le idee
considerate come ultime -— essenza, infinità, eternità,
causalità, personalità, spiritualità, immortalità, ecc. —
riassuma nell’ agnosticismo religioso ogni altra forma
di agnosticismo; ma siccome tali idee non si subordi-
nano necessariamente, ciascuna per sè, a quella della
divinità, così l’ identificazione non è legittima, potendosi
avere forme di agnosticismo indipendenti e diverse da
quella religiosa (1). In altre parole, l’agnosticismo è pro- .
priamente una dottrina gnoscologica, il cui carattere
essenziale non sta nella natura della realtà posta fuori
rest their deduction that the Infinite and the Absolute are unkno-
wable on the limitation of human intelligence, maintaining that
the infinite trascends the limits of our knowledge, and must on
that account remain unknown, while the existence of the infinite
God must be a matter of belief » Schaff-Herzog, Enevcel. of Reli-.
gions knowledge, il vocabolo Agnosticism (redatto dal Calderwood)
II:*° ed., Londra, 1891.
(1) Lo riconosce anche il Momerie : « agnosticism, in point
of fact, goes on to specify certain objects, regarding wich it asserts
that we mever can have any scfentific ground for belief,. One of
these objects is the Deity.... and it is not of God alone that the
agnostics maintain we must necessarily be ignorant. They base
the inability to know God upon a more general inability the ina-
bility, namely, to know anything but phenomena ». Agnosticism,
“Londra, 1891, p. 9-10.
— 133 —
di ogni possibile conoscenza, bensi nel rapporto di ir-
reducibilità affermato tra i due termini, rapposto che
sussiste qualunque sia la natura del primo, sia cioè
statico 0 dinamico, sia sostanza o attributo, sia imma-
nente o trascendente il mondo.
Ma anche limitato al campo della fede, esso è ben
lungi dall'avere un significato preciso, riflettendo quella
medesima disparità di vedute che constatammo già nel
l’agnosticismo in generale.
Infatti l’agnosticismo religioso è a volta a volta iden-
tificato: 1. con le dottrine che negano senz'altro l’esi-
stenza del divino, sia unico o molteplice, sia provvisto
di attributi personali o identificato con l’essere univer-
sale (ateismo); 2. con le dottrine che sospendono qua-
lunque giudizio affermativo o negativo sull’ esistenza
della divinità, mancando le prove positive sia per l’uno
sia per l’altro (scetticismo religioso); 3. con le dottrine
che negano all’ uomo la possibilità di conoscere Dio
qual’ è in sè stesso, ammettendo però come legittimo
e come necessario il credere nella sua esistenza (agno-
sticismo religioso). |
Se applichiamo a queste tre vedute i risultati della
lunga discussione fatta precedentemente, ci appare su-
‘ bito come soltanto il terzo gruppo di dottrine esprima
una posizione agnostica, presentando esse quel rapporto
tra esistenza e inconoscibilità che è la caratteristica es-
senziale dell’agnosticismo. Dobbiamo invece escludere
le altre due, in quanto la prima non esprime che una
posizione negativa, la seconda una posizione scettica.
L’ ateismo dogmatico, cioè la semplice negazione
dell’ esistenza di Dio, non è nè fu mai una vera e
propria dottrina. Nella storia della filosotia ci si pre-
senta soltanto quale corollario di sistemi e indirizzi ge-
nerali, come — non sempre però nè necessariamente
— il monismo, il materialismo, il sensismo, il mecca-
nismo, il naturalismo. Infatti esso non rappresenta per
sè una determinata concezione del mondo e dell’esi-
stenza, ma indica soltanto l’ opposizione contro una
specie di credenza nella divinità, che può fondarsi
‘ su argomenti assai diversi ed ha tanti significati difte-
renti, quanti sono i differenti modi con cui è possibile
concepire la divinità. D'altro canto, l’ intolleranza reli-
giosa ha circondato il termine d’una triste aureola, così
da farne agli occhi dei più un epiteto ingiurioso (1).
Per lungo tempo l’ateismo fu rappresentato come una
delle più nere aberrazioni dello spirito umano e l’ateo
come il tipo astratto dell’ insipiens, dell’ insensato, che
‘i teologi sceglievano volentieri quale bersaglio delle loro
roventi invettive. Perciò l’ identificazione dell’agnostici-
smo con l’ateismo non solo è illegittima, ma costituisce
per di più un artificio di polemica che dovrebbe, essere
definitivamente abbandonato (2). Fare dell’ateismo una
(1) La quale aureola è trasportata, naturalmente, sul capo
dell’agnosticismo ; leggansi ad es. queste parole di W. B. Pope, in
Compendium of Cristian ibeology, Londra, 1877, vol. I, p. 389:
« Agnosticism ist the most refined of all Atheism, and that wich
most directly mocks and insults the dignity of human nature.. It
shrinks from avoved Atheism, and will not dare to say the is no
God. It shrinks from Materialism, and will not dare to say that
the forces of matter occount for all phenomena.... There is no more
deadly form of the great error of mankind than this which un-
determines every foundation ».
(2) Cfr. L. Picard: Chrétien ou agnostique, Paris, 1899; Wace
IW.: Cristianity and agnosticism, Londra, 1895; Ch. Barnes Upton:
accusa agli altri è ormai tanto ingenuo come farne un
titolo di merito per sè. Chè se l’Huxley è caduto egli
pure in tale ingenuità —- specie nel passo da noi ci-
tato dove si vanta di essere « precisamente ciò che i
cristiani chiamano, ed a ragione, un ateo e un infe-.
dele » — non è questo un buon motivo perchè gli
altri debbano seguirlo sulla stessa via.
Ma tra le concezioni religiose dell’agnosticismo, la
più comune di tutte è quella che ne fa non una par-
ticolare dottrina, ma un’ attitudine dello spirito scienti-
fico moderno rispetto agli oggetti della teologia ; atti-
The present agnosticism and the coming theologvy, Londra, 1879. Il
Leslie Stephen nel suo libro An agnostic apology and other essays,
Londra, 1903 dice: «.... l’uso del vocabolo (agnosticismo) indica
un progresso nella cortesia delle discussioni. L'antico epiteto teo-
logico per un avversario intellettuale era invece ateo — una pa-
rola che conserva ancora un certo odore come del martirio in que-
sto mondo e del fuoco infernale nell’ altro, e che implica di più
una inesattezza abbastanza grave » p. 1 e segg. Il Flint in op. cit.
p. 48 e segg. combatte l’identificazione, la quale, dice « è fatta spesso
nella letteratura e nei discorsi religiosi popolari, ma è un errore
che non può essere sostenuto con buone ragioni » ; egli però crede
falsamente che « mentre è erroneo identificare agnosticismo e atei-
smo è ugualmente erroneo separarli come si escludessero a vicenda:
che essi siano spesso combinati è un fatto ‘indubitabile », p. s1.
Anche William Scott Palmer An agnostic’s progress, New York, 1c06,
considera l’agnosticismo e l’ateismo come una sola cosa: « The men
of the Darkness are the .only true atheists: they are indeed the only
true and not mereley professed agnostics of the popular sort »,
p. 155 e passim. Invece la distinzione tra teismo, ateismo e agno-
sticismo é fatta in modo molto limpido da R, A. Armstrong: Agne
sticism and Theism in the nineteenth century, Londra, 1905, p. 15 e
4
segg.
i
— I14I —
tudine semplicemente areligiosa o scettica, in quanto, di
fronte alle affermazioni della teologia, non prende de-
liberatamente partito nè pro nè contro, considerandole
fuori d’ogni possibile verificazione positiva. À un di-
presso, è sempre la prudente riserva dell’antico Simonide,
il quale, richiesto che cosa Dio fosse, cominciò col
domandare un giorno per riflettere sulla risposta, poi
due, poi tre e via di seguito senza mai sentirsi capace
di dare la definizione desiderata, lasciando intendere
così ‘ch’ egli giudicava il problema superiore ai po-
teri dell’ intelligenza umana. « Un agnostico — dice il
Momerie — è uno il quale dichiara di non conoscere
nulla, assolutamente nulla, della natura di Dio o di
qualsiasi soggetto analogo. Che un Dio possa esistere,
l’agnosticismo non ha nulla da dire in contrario. Esso
asserisce semplicemente che noi non possiamo sperare
di conoscer mai, per la stessa natura delle nostre fa-
coltà, se vi sia o non vi sia un Dio» (1).
Pochi sono invero gli esempi che si sogliono ci-
tare în prova di tale attitudine : alcuni brani di Carlo
Darwin (2) e dell’ Huxley, qualche passo di David Hume
e la famosa risposta data dal Laplace a Napoleone, che
gli chiedeva se veramente avesse spiegato la formazione
dell’ universo senza far intervenire il creatore : « Io non
ho avuto bisogno di tale ipotesi » (3).
(1) Momerie: Op. cit., p. $.
(2) -Sull’agnosticismo di Darwin cfr. Marcel Hébert, Le Divin,
Paris, 1909, p. 72-87.
(3) Citata dal Ward: Naturalism and agnosticism, I, p. 4, Lon-
dra, 1903. Il Ward cita anche questo brano dell’Inquiry concerning
the human undersianding: « Quando prendiamo in mano un libro
— 142 —
L’opera di James Ward, Naturalism and agnosticism,
che ha avuto in questi ultimi tempi tanta diffusione, è
fondata appunto sopra questo parziale concetto dell’agno-
sticismo, che serve all’ autore per stabilire i rapporti tra
il naturalismo e ! agnosticismo, e per dimostrare la fal-
sità di entrambi: l’uno e l’altro si trovano d’accordo, se-
condo il Ward, nel sostenere «che noi ‘non conosciamo
Dio nè vediamo posto per la divinità ;... che non vi è
conoscenza oltre la conoscenza scientifica, ossia la co-
noscenza dei fenomeni e delle loro relazioni, e che tale
conoscenza è non-teistica » (1). La sola differenza, del
tutto secondaria, tra le due dottrine, consisterebbe in ciò,
che mentre per il naturalismo la teologia naturale non è
necessaria, secondo l’agnosticismo la teologia razionale è
impossibile : infatti quello «non ammette una conoscenza
di Dio quale può esser fornita dalla costituzione della
natura,... questo nega il titolo di conoscenza ad una cono-
di teologia o di metafisica per esempio, lasciateci chiedere : con-
tiene esso qualche ragionamento astratto, intorno alla quantità o
al numero ? No. Contiene esso qualche ragionamento sperimentale
intorno ad oggetti di fatto e d’esistenza? No. Allora buttatelo al
fuoco, poichè esso non può contenere che sofismi ed illusioni ».
Il Darwin fu agnostico negli ultimi suoi anni, come appare da
questo brano d’una sua lettera: « Quali possano essere le mie opi-
nioni, è cosa che non può interessare che me. Ma giacchè voi me
lo chiedete, vi dirò che i miei giudizi mutano spesso. Nelle mie
estreme fluttuazioni io non sono mai stato un ateo, nel senso di
negare l’esistenza di Dio. Io credo che, in linea generale e quanto
più invecchio, la più esatta designazione del mio stato di spirito
sarebbe quella di agnosticismo ». Citata dal Momerie, Of. cil. p. 6.
(1) Op. cit.. I, p. 23.
— 143 —
scenza di Dio quale la filosofia può assumere di darci» (1).
Ad ogni modo, noi vedemmo già che tale interpreta-
zione dell’agnosticismo, quantunque sostenuta non sol-
tanto da avversari come il Ward, il Momerie e il Flint,
ma anche da alcuni che se ne professano seguaci, come
il Bithell e lo Stephen (2), non può essere accettata :
anzitutto perchè ne fa null’ altro che una specie di
scetticismo, poi perchè ne limita arbitrariamente il con-
tenuto, assorbendo nella teologia gli oggetti propri della
filosofia e della metafisica.
Veramenet agnostiche, dal punto di vista teologico,
sono soltanto quelle dottrine che ammettono l’esistenza
di Dio, oggetto costitutivo d’ogni religione, ma negano
sia possibile all’uomo acquistarne una conoscenza teo-
rica e razionale (3). Questa forma di agnosticismo, che
(1) Op. cit., loc. cit.
(2) Richard Bithell: The creed of a modern agnostic. Londra,
1889, p. 12-13; Leslie Stephen: Op. cît., p. 2 e segg.
(3) La stessa limitazione nel significato dell’agnosticismo re-
ligioso fa lo Pfleiderer, il quale considera la tendenza agnostica
come una reazione alla opposta tendenza, che egli chiama a ra-
gione gnostica. Lo spirito infinito è irrapresentabile /nvorstellbar)
nella sua interna realtà dalla mente umana finita; tutti i problemi
che si riferiscono alla sua natura, ai suoi attributi, alla sua esistenza
nel tempo e nello spazio ec:., trascendono i poteri della nostra co-
noscenza: per risolverli dovremmo possedere l’onniscienza divina:
« alle solche und ihnliche Fragen ùbersteigen ginzlich die Grenzen
unseres Erkennens; um sie beantworten zu kònnen, missten wir
Gottes Allwissenheit besitzen ». I teologi ed i filosofi hanno troppo
spesso scordato, che noi possiamo conoscere della divinità solo
quel tanto, che di essa si rivela nel mondo; e si lasciarono così
trascinare a fantasie mitologiche, a figurazioni irriverenti, che giu-
stificano, in parte almeno, la reazione agnostica: « Hier gilt das
— 144 —
potrebbe anche denominarsi agnosteismo, ha una storia
e uno svolgimento a sè nel succedersi delle varie con-
cezioni religiose, sebbene qualche volta si identifichi con
l’agnosticismo filosofico : e assume singolare importanza
specialmente nei tempi moderni, per il forte contrac-
colpo che anche il pensicto; teologico risenti dalla cri-
tica kantiana.
Il problema, di cui l’ agnosteismo rappresenta una
delle soluzioni, è quello della conoscenza di Dio; ossia
uno dei più importanti e dibattuti problemi della teologia.
Può l’uomo, essere relativo e finito, raggiungere la co-
noscenza di Dio, essere assoluto e trascendente il mon-
do? I teologi rispondono affermativamente e si trovano
pressochè unanimi nell’ opporsi all’ agnosteismo; ma
dato il modo di porre la questione e le formidabili dif-
ficoltà che essa solleva, non sempre riuscirono a supe-
Wort der Schrift: « Meine Gedanken sind nicht eure Gedanken-so
hoch der Himmel ist inber der Erde, so hoch sind meine Gedanken
ber euren Gedanken » Wie oft ist dieses Wort von Theologen
und Philosophen vergessen worden, die in ihrem titanischen Gno-
sticismus das Innerste der Gottheit zu zerlegen und in begrifflichen
Formeln auszumessen sich unterfiengen! Als Reaction gegen diesen
ùbermuùhtigen Gnosticismus hat der kleinmiihtige Agnosticimus der
Gegenwart eine relative Berechtigung. Es ist in der That so, dass
wir Gott nur soweit zu erkennen -vermògen, als er sich uns durch
sein Wirken in der ganzen Weltordnung geoffenbart hat und fort-
waAhrend offenbart ». O. Pfleiderer, Religions philosophie auf geschi--
‘ chtlicher Grundlage, p. 502, Berlin, 1896. Vedremo in seguito come
gnosticismo e agnosticismo siano i due poli tra i quali oscilla per-
petuamente la teologia cattolica, trascinata ora all’uno ora all’altro
da esigenze irreducibilmente opposte, ma insopprimibili, della co-
scienza religiosa, |
— I4$ — x
rare essi medesimi gli scogli di un più o meno larvato
agnosticismo.
Anzitutto, il problema richiede un esame prelimi-
minare sulla natura, le condizioni e i limiti della cre-
denza religiosa, nel suo soggettivo significato (1); un
esame insomma di gnoseologia della fede, che sta al
sistemi teologici come la gnoseologia del conoscere
scientifico sta ai sistemi filosofici.
Secondo i teologi cattolici e cristiani in genere, la
credenza è uno stato primordiale dello spirito, che esso
porta originariamente con sè al pari della capacità di
volere e di sentire; un fatto semplice dunque, elemen-
| tare, indecomponibile, che non si può spiegare per la
vivacità maggiore di determinate Impressioni e conce-
zioni, nè ridurre a casi di associazioni indissolubili, nè
riferire alla memoria e all’aspettazione, nè fondare sul-
l’azione, come rispettivamente tentarono Hume, James
Mill, J. Stuart Mill, e il Bain. Essa è ‘un puro fatto
‘ mentale, che si estrinseca nel giudizio, ed ha per ca-
rattere essenziale di riferirsi in tutte le sue forme e in
tutti i suoi gradi alla verità e alla conoscenza. Nibil
(1) Il termine credenza ha due significati ben diversi, che
trovansi anche nel greco sti0t15, nel latino fides, nell’ inglese belief
nel tedesco Glaube: nel primo designa un particolarè stato di co-
scienza, nel secondo si riferisce agli oggetti della credenza mede-
sima. Altra distinzione che raramente è fatta, e dalla quale noi
pure per semplicità prescindiamo, è quella, delicatissima, esistente
tra fede (faith) e credenza (belief). Indubbiamente, si può possedere
la fede senza per questo aderire ad alcuna particolare credenza; e
laddove la ‘fede rimane eternamente identica negli individui e nel
tempo, la credenza è variabile, nasce con forme rudimentarie, si
evolve e muore,
10
— 146 —
interim credam nisi nihil temere credendum. Temere porro
credi quodcumque sine originis agnitione creditur (1). Non
si può credere in ciò che non si creda vero o che
non possa in qualche modo esser conosciuto origina-
riamente per tale. Se si crede il falso è soltanto per-
chè si hanno delle ragioni per considerarlo vero. Cre-.
dere non possemus, nisi animas rationales haberemus (2).
L'ambito della credenza coincide dunque con quello del
giudizio, vero o falso, e della conoscenza, reale o ima-
ginaria.
Ma se questa è la sfera reale della credenza, la
sua sfera legittima deve evidentemente coincidere con
quella stessa della verità. Che vi siano delle credenze
erronee è innegabile ; ma la constatazione del male deve
servire appunto ad isolarlo e a mettere in opera i ri-
medi. La credenza non ha valore che per il suo con-
tenuto, che vuol essere il vero; e non può essere il
vero se non a patto che la credenza stessa si basi sul-
l’ evidenza, risulti da ragioni solide, sia il prodotto di
adeguata riflessione. È così che essa in certi gradi è
una vera e propria visione, in quanto la luce della cre-
dibilità avvolge i dogmi. Dogmata in generali, sub com-
muni ratione credibilis, sic sunt visa ab co qui credit (3).
In breve, la credenza non vale se non quando è razio-
nalmente giustificata e giustificabile.
Questa conclusione, trasportata dalla credenza in
genere alla credenza religiosa e da questa alla fede cri-
{1) Tertulliano, Adv. Marc. v. 1, t. IL
(2) S. Agostino, Epist. CKX, t. XXXIII.
(3) S. Tommaso, Sum. theol., II°, II°°, q. 1, a. 4, ad 2.00
— 147 —
stiana, ha una straordinaria importanza dottrinale e sto-
rica, vertendo su quel problema dei rapporti tra ra-
gione e fede, tra conoscenza e credenza che, dagli sco-
lastici fino ai teologi e filosofi moderni, Cartesio, Ma-
lebranche, Pascal, Bossuet, Krause, Baader, Hamilton,
Newman, Blondel, Le Roy, ecc. fu oggetto di tante ed.
accalorate discussioni. Ed è in base ad essa che si de-
linea, ne’ suoi tratti essenziali, il conflitto ‘religioso tra
gnosticismo e agnosticismo.
Il primo sostiene che la vera credenza nel divino
non può andare scompagnata dalla conoscenza del suo
oggetto, deve cioè riposare sulla convinzione di avere
un’attuale apprensione di Dio come il vero Dio, come
il più reale degli esseri; il secondo afferma invece che
la credenza è sufficiente a sè stessa. « Quando la ve-
rità si offre — diceva il Lamennais — l’uomo la ri-
ceve; ecco tutto ciò che egli può, e ancora è necessario
ch’ egli la riceva con fiducia e senza esigere ch’ essa
mostri i suoi titoli, poichè egli non è nemmeno in
grado di verificarli » (1). È una specie di fideismo molto
affine a quello della filosofia kantiana, nella quale la
fede è opposta alla scienza come la ragion pratica alla
ragion pura; e il Renouvier cita in proposito, ammi-
randola, la definizione della fede data da Kant: «uno
stato morale della ragione, nell’adesione che essa dà
alle cose inaccessibili alla conoscenza » (2). Il gnostici-
smo vede nella natura, nella coscienza e nella storia tanti
mezzi per i quali la realtà divina fa conoscere sè stessa,
(1) Pensées diverses, p. 448, Paris, 1841.
(2) Ch. Renouvier, Philos. analityque de l’histoire, Paris, 1897,
t. III, p. 417.
— 1483 —
e scorge nell’evoluzione delle religioni e delle scienze una
progressiva rivelazione di Dio nell'uomo, un itinerarium
mentis in Deum; l’agnosticismo esclude invece la pos-
sibilità d’una qualsiasi conoscenza dimostrativa di Dio,
sostenendo ugualmente la legittimità della credenza in
lui. « La fede non è cosa nè di ragionamento nè d’e-
sperienza -— sostiene il Brunetière — ; non si dimostra
la divinità del Cristo, si afferma o si nega : ci si crede
o non ci si crede, come all’ esistenza di Dio » (1). E il
Lemaitre « La verità delia religione cattolica non si di-
mostra. Poichè se si tratta di dogmi o di misteri, non
si può credere al sovrannaturale per motivi razionali :
ciò implica contraddizione. E se si tratta della rivela-
zione considerata come fatto storico,... possono esservi
a rigore tante ragioni di rigettare questo fatto quante
di ammetterlo » (2). Ed è soltanto questa seconda posi-
zione che differenzia l’agnosticismo religioso dall’ateismo
L’ uno e l’altro s’' accordano nel negare la possibilità
della conoscenza religiosa e nel limitare quindi la cono-
scenza umana ai fenomeni, sia fisici che psichici; ma
mentre l’ateismo — quale s° accompagna talora all’em-
pirismo, al pessimismo, al materialismo -- nega la le-
gittimità della credenza religiosa, l’agnosteismo unifica
lo scetticismo rispetto alla conoscenza religiosa al ft-
deismo rispetto alla credenza religiosa.
(1) La science et la religion, Paris, 1895, p. 59, 62 n; e ag-
giunge: «Si crede perchè si vuol credere, per ragioni d’ordine
morale, perchè si sente il bisogno d’una regola e che nè la natura
nè l’uomo potrebbero trovarla in sè stessi ».
(2) J. Lemaitre, Les contemporains, IV. serie Le P. Monsabré
p. 128, Paris, 1891,
— 149 —
Contro questa forma esplicita di agnosticismo, che
costituisce per la religione e per la Chiesa una minaccia
assai più temibile della semplice incredulità, e contro i
suol maggiori rappresentanti contemporanei — i quali
non fanno che sviluppare le vedute intorno alla docta
ignorantia di alcuni fra gli ultimi Padri e di molti scola-
stici medievali — si opposero concordi i teologi, così
cattolici che protestanti.
Ma essi non seppero mantener sempre una posi-
zione ugualmente netta di fronte alle altre dottrine par-
zialmente agnostiche, che fiorirono via via nella storia
del pensiero cristiano, quali, per non ricordare se non
le più note : il tradizionalismo, che ritiene la ragione
umana incapace, per la sua debolezza, di arrivare a co-
noscere l’esistenza e gli attributi divini, e doverli invece
ricevere da una rivelazione sovrannaturale, da Dio stesso
affidata a Mosè e da questi fissata e trasmessa per mezzo.
della Bibbia; l’ ontologismo, che rigetta come inutile
ogni dimostrazione dell’esistenza di Dio, essendo l’ in-
tuizione e la percezione della divinità così concreate
alla natura intelligente, che ogni altra conoscenza non
è se non un modo di essa; il simbolismo, che magni-
ficando il carattere di trascendenza, incomprensibilità,
ineffabilità di Dio, considera gli attributi divini come
diversi per natura da quelli umani e quindi come mere
analogie le espressioni con cui essi vengono designati;
infine la dottrina teologica del Ritschl, che limita la co-
noscenza umana alla sfera dei fenomeni e ne esclude
la divinità, che non è fenomeno, assumendone l’esistenza
solo in quanto essa si è rivelata in Cristo.
Il ritschlianismo, che è una delle forme moderne
dell’agnosticismo religioso, si appoggia sopra una teoria
— 1$0 —
gnoseologica derivata parte da Kant e parte da Lotze,
per negare alla teologia ogni possibilità di raggiungere
una conoscenza teoretica della Divinità e ridurre la re-
ligione ad un semplice modo soggettivo di rappresen-
tarsi l’ ideale morale (1). Infatti i teologi ritschliani se-
parano nettamente la conoscenza filosofica e scientifica
da quella teologica, ponendole come assolutamente in-
dipendenti l’una dall'altra : la prima, avendo per oggetto
il vero, consta di giudizi esistenziali, riposa cioè sopra
affermazioni che hanno il carattere della certezza ob-
biettiva; la seconda, avendo per scopo il perfeziona
mento morale e religioso dell’uomo, consta invece di
giudizi di valore, riposa cioè sopra concezioni che, siano
vere o false, valgono solo in quanto possono aiutare
il soggetto ad elevarsi spiritualmente e moralmente.
Nella soluzione delle gravi difficoltà che queste
dottrine sollevano, e nelle. vivaci discussioni che esse
provocarono nel campo religioso -- discussioni rinno-
vatesi in questi ultimi tempi intorno alle dottrine par-
zialmente agnostiche del Balfour, del Newman, del La-
berthonnière, del Brunetière, del Sabatier ecc. — i teologi
(1) Cfr. Flint, op. cit. p. 532 e segg. Sulla posizione del Ri-
tschl nella storia dei dogmi cristiani vedasi Harnach, Lebrbuch der
Dogmengeschichte, vol. I, p. 36 e segg. Freiburg, 1888. Per avere un
concetto delle polemiche suscitate dalle dottrine ritschliane vedasi
ad es. W. Krueger, Phantasie oder Geist? Charakteristit der Rit-
schl’schen Theologie, Brem. 1887. Sulla dottrina del Ritschl vedasi:
Wendland, A. Ritschl und seine Schule, Berlin, 1899. Una lucida
esposizione e una critica perspiqua della dottrina del Ritschl è stata
fatta recentemente dal Masci, La filosofia della religione e le sue forme
più recenti, Roma, 1910, pag. 16 e seguente.
— 1S$1 —
delle varie Chiese cristiane furono costretti più di una
volta a fare delle concessioni all’ agnosticismo. Cosi la
Chiesa cattolica romana se insegna, contro i tradizio--
nalisti, che l’esistenza di Dio può essere accertata e di-
mostrata per la luce naturale che splende nella ragione
umana (1) ammette però, contro gli ontologisti e i pan-
teisti, accostandosi in parte ai simbolisti, che l’ uomo
per la sua stessa natura relativa e finita può conoscere
soltanto che Dio è, non che cosa essenzialmente è, es-
sendo la percezione diretta della natura intima di Dio
riserbata ai beati in una vita ultraterrena: « Visio Dei
est natura sua inamissibilis et perpetua ; per ipsam con-
stituitur anima in statu termini, et quietatur omne deside-
rium, unde esse non potest quod a puro homine, in hac
moriali vita habeatur » (2). Dio essendo assoluto spirito
assoluta sostanza, assoluto reale, è per ciò stesso in-
Coen
(1) S. Tommaso: C. Gentiles, c. III: « Est autem in his quae
de Deo confitemur, duplex veritatis modus. Quaedam namque vero
sunt de Deo, quae omnem facultatem humanae rationis excedunt,
ut Deum esse trinum et unum. Quaedam vero sunt, ad quae etiam
ratio naturalis pertingere potest, sicut et Deum esse, Deum esse
unum et alia hujusmodi: quae etiam philosophi demonstrative de
Deo probaverunt, ducti naturalis lumine rationis ». |
. (2) L. Billot, De Deo uno et trino, t. I. thesis XV, art. 11,
Prato, 1845. Cfr. anche Dieringer: Lebrbuch der katholischen Dog-
matik ; Mainz, 2 Auft., p. 658-9: « Im Einklange hiemit und nach
dem Vorgange der gròsster Theologen, lehrt daher der r&mische
Katechismus, dass der Wille der vollendeten Gerechten seine posi-
tive Erfùllung erreicht habe, ewig sich glelch und ewig im Besitz
seines Lohnes bleibe ; dass dieser Besitz nichts Geringeres sey als
Gott selbst, der sich seinem Auserwahlten darbiete und so sie be-
fàhige, ihn zu schauen, wie er ist, und eben damit alle gòttlichen
Giter zu geniessen ».
soa SY nre
creato, eterno, immutabile, incomprensibile e ineffabile :
nec verbo definiri, nec mente concepi potesi (1). La cono-
scenza umana è quindi soltanto di Dio-fenomeno:
l’uomo non vede Dio che «riflesso in uno specchio»
la conoscenza di Dio-noumeno è un premio concesso
soltanto ai meritevoli, in un’altra esistenza. Perciò ‘i
teologi ci avvertono che le perfezioni che noi attri-
buiamo a Dio, se gli convengono in quanto egli le
contiene tutte ab aeterno in grado eminente, non gli
convengono in quanto sono ricavate dall’analogia delle
cose finite, e cioè si negano nello stesso tempo che si
affermano: «Duratio namque eius non est tempus infi-
nitum ; immensitas eius non est infinita et circumquaque
diffusa exiensio ; esse eius non est esse receptum în incir-
cumscripia quadam capacitate essentiae ; scientia eius non est
scientia a rebus sive possibilibus sive exsistentibus accepta,
ad infinitas verorum multitudines se porrigens ; voluntas
eius non esi voluntas mota a bono exirinseco, cui tamen
nulla accedat coartatio în efficacitate volendi.; santitas eius
non esi endefectbilitas a superiore quadam regula iusti ;
iustitia eius non est illimitata virtus, qua a reddendo aliis
quod altis debet, deficere nequit » (2).
(1) Herm. Past. II, 1. Cfr. anche Dieringer : Op. cit. pag. 40:,
« Da aber das Absolute allem bestimmten, begrifflichen Etwas ge-
geniibersteht, so ist es das Unbegreifliche und diess in zweierlei
Hinsicht: es entzieht sich der Begreiflichkeit von Seiten der geisti-
gen Creatur, es ist ùber allen Begriff erhaben und aller erschòpfen-
den Ausprache unzuganglich, — Ueberbegrifffichkeit; es entzieht
sich der Begreiflichkeit von Seiten der materielle Creatur, und kann
nicht als ein bestimmtes individuirtes Etwas von einem bestimmten
Raume umschlossen werden, — Ueberòrilichkeit ».
(2) L. Billot, Op. cil., proemiun, p. 6-7.
— 163 —
È dunque innegabile che anche la dottrina catto-
lica racchiude un elemento agnostico, risultante dai
termini stessi nei quali essa pone il problema della
cognizione di Dio. Molti scrittori religiosi lo ricono-
scono implicitamente (1). Lo stesso Flint, che ha pure
dedicato tutto un libro alla confutazione dell’agnostici-
smo, sostiene nel libro medesimo (2), in conformità
alla tradizione teologica, che Dio dev'essere considerato
come assolutamente inconoscibile per tre ragioni prin-
cipali : per la sua infinita trascendenza da ogni nostro
più alto potere intellettivo; perchè la conoscenza di
Dio è, come ogni nostra conoscenza, relativa, non co-
glie cioè l’essere in sè stesso ma solo nelle sue mani-
festazioni ; infine perchè noi non conosciamo Dio che
nei limiti entro i quali ha voluto rivelarsi a noi.
Serebbe però illegittimo confondere l’agnosticismo
della teologia cattolica con le altre dottrine agnostiche
che abbiamo più sopra esaminato, e che la Chiesa ha
sempre respinto. Sotto la denomiriazione generale di
agnosteismo, o agnosticismo religioso, dobbiamo distin-
guere almeno quattro indirizzi ben differenti per im-
portanza storica e per contenuto dottrinale: 1) l' a. cat-
tolico, che ha le sue origini in quello stesso concetto
dell’ assoluta trascendenza divina, che, trapiantato da Fi-
lone ebreo nel pensiero religioso occidentale, sta alla
base di tutta la teologia cattolica; 2) l’ a. eferodosso (fi-
(1) A. Campbell Fraser, Philosophy cf Theism, Londra, 1899,
p. 161; Turner, Storia della filosofia, Verona, 1906, p. 314-315.
. (2) Cfr. tutto il suggestivo cap. intitolato In what senses kno-
wledge of God is not attainable in op. cit., p. 518 e seg.
— 154 —
deismo, autoritarismo, tradizionalismo, ecc.) che per
quanto assuma storicamente denominazioni diverse, ha
per proprio carattere costante la sfiducia nei poteri na-
turali e razionali di conoscenza religiosa ; 3) l'a. filo-
sofico (Kant, Hamilton, Mansel, Ritschl, ecc.) che si di-
stingue dal, precedente soltanto perchè fa discendere
le proprie conclusioni da un’analisi generale dei poteri
umani di conoscenza; 4) l'a. naturalistico o panteistico
(Goethe, Flammarion, ecc. (1) che dallo studio scien-
tifico dei fenomeni naturali s’ innalza all’ affermazione
di un Pensiero incomprensile, di cui le leggi direttrici
— del mondo sono la forma attiva, di un Essere divino,
inaccessibile e misterioso, che si rivela così nel dominio
della forza bruta e della materia inorganica come in
quello della vita e della intelligenza.
(1) Cfr. Eckermann, Gesprache mit Goethe, Leipzig, ed. Reclam,
‘ vol. I p. 166-67, II p. 204 e seg., III p. 31 e seg.; T. RAtMarion
Dio nella natura, Roma, 1880, p. 475 e seg.
o der
cia di i gr i
Dio o l’assoluto?
Un filosofo inglese di scuola hegeliana, John Mac
Taggart, ha sollevato or non è molto (1) una elegante
questione di terminologia filosofica: dobbiamo conser-
vare all’ assoluto il nome di Dio, quando gli togliamo
la personalità? Egli risponde negativamente, partendo da
considerazioni che in parte sorpassano, per il loro ca-
rattere generale, l'ambito del presente dibattito. Perciò
le esamineremo ampiamente più avanti.
Contemporaneamente al Mac Taggart, un profondo
pensatore francese d’ indirizzo kantiano, il Renouvier,
ha risolto per proprio conto la questione identificando
senz'altro il panteismo con l’ateismo, e collocando en-
trambi nella categoria generale dell’impersonalismo. Per
lui, infatti, la negazione della personalità di Diò è uguale
alla negazione di Dio, e discende logicamente dalla ne-
gazione della personalità umana (2). Esamineremo anche
(1) Studies in hegelian Cosmology, Cambridge, 1901, pagina
93-94, 199 € SEgg.
(2) Les dilemmes de la metaphysique pure, Paris, 1901: « Cette ‘
vue de l’univers est appelte par les uns l’athéisme, par les autres le
panthéisme, et on ne saurait nier que les premiers ne fassent l’emploi
des mots le plus concordant avec l’idée commune de Dieu en tout
temps. Mais les deux termes peuvent se comprendre sous un autre,
— 156 —
quest’affermazione più innanzi, limitandoci sempre, bene
inteso, al punto di vista terminologico; domandiamoci
intanto: l’uso, questo supremo arbitro e legislatore in
tutto ciò che riguarda i fenomeni di natura collettiva,
si tratti di moralità, di costume o di linguaggio, l’uso
filosofico che cosa decreta in proposito?
È fuor di dubbio, che per quanto l’ente supremo
sia stato definito nei modi più diversi, e nella sua na-
tura, e nei suoi attributi, e nei suoi rapporti col mondo
e con l’uomo, sempre gli è stato riserbato il nome di
Dio (@e6c; Deus; Gott; God). Senza fare un’enumera-
zione di codeste diverse concezioni, che ci porterebbe
troppo lontano — e che, del resto, si può trovare in
ogni dizionario di filosofia — basterà ricordare che la
parola Dio può essere adoperata a designare questi tre
concetti fondamentali: 1° il principio supremo e uni-
tario dell’ esistenza e dall’ attività universale, sia come
sostanza immanente degli esseri, sia come causa trascen-
dente che crea il mondo fuori di sè, sia come fine del-
l’universo ; 2° il principio supremo dell’ordine nell’uni-
verso, della ragione nell’ uomo e della corrispondenza
tra il pensiero e la realtà; 3° l’ essere personale, supe-
riore all'uomo ma provvisto in grado eminente di tutti
gli attributi connessi alla personalità, ossia auto-coscienza
plus général, qui serait l'impersonalisme. La négation de la personne
, humaine, et, à vrai dire, de l’Homme, s’allie à la négation de Dieu,
ou personne de Dieu; car l’Homme s'efface avec son principe et
sa fin, si l’individu humain n’a pas la perpétuité, s°il ne possède
pas une existence adéquate à celle de son espece et de son monde,
si le monde et l’Homme ne s’expliquent pas l’un par l’autre en se
rapportant à Dieu » p. 233.
intelligenza, volere ecc. Il secondo e il terzo significato
sono fuori di discussione ; e anche il primo, in quanto
l'essere supremo sia concepito come demiurgo o come
creatore (1) e come fine supremo dell’universo (2). Re-
sta dunque esclusa dalla comune denominazione soltanto
una parte del primo: ossia l’assoluto come sostanza im-
manente degli esseri, come supremo principio unitario
identificantesi con le cose: in una parola il panteismo (3).
Nella filosofia moderna due sono le forme princi-
pali di panteismo: quello di Spinoza e quello di Hegel.
Lo Spinoza dà di Dio questa definizione : « Per
Dio intendo l’essere assolutamente infinito, ossia la so-
stanza, che consiste in una infinità di attributi, ciascuno
dei quali esprime un’essenza eterna e infinita » (Ethica
def. VI). Questi attributi sono fissati nei trentasci teo-
remi successivi e riassunti così nell’Appendice al lib. I:
«Ho spiegato nei teoremi precedenti la natura di Dio
e le sue proprietà, ossia: che esso esiste neccessaria-
mente, che è unico, che esiste ed agisce per la sola
necessità della sua natura, che è la causa libera di tutte
le cose...., che tutte le cose esistono in Dio e dipen-
dono da lui, per modo che esse non possono nè esistere
(1) « Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem
coeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium » Simbolo del con-
cilio di Nicea.
(2) Il motore immobile d° Aristotele, Metaph. XI, 7, 1072*.
(3) Con le sue sottospecie dell’ acosmismo, talvolta attribuito
anche a Spinoza; e del panenteismo, che considera il mondo come
contenuto nella sostanza divina che lo avvolge e lo sorpassa; tale
ad es. la dottrina del Royce, The world and the individual, New-Jork,
1904, specie : I pp. 460-466, 467-470; II p. 418 e segg.
— 158 —
nè essere concepite senza di lui, e infine che tutte le
cose sono state predeterminate da Dio e ciò non per
sua libera volontà — in altre parole, per il suo assoluto
beneplacito — ma anzi per la natura assoluta di Dio,
ossia per la sua potenza infinita ».
Per Hegel, Dio è l’assoluto, la ragione universale,
lo spirito infinito; ed è appunto la spiritualità che lo di-
stingue dal Dio di Spinoza (1). Esso non ha un’esistenza
indipeadente, ma è la stessa nozione umana di sè stesso;
Dio è la verità nell'uomo, e l’uomo la realtà di Dio.
« La ragione umana è il divino nell'uomo e lo spirito,
‘
in quanto è spirito di Dio, non è uno spirito al di là
LI
delle stelle, al di là del mondo, ma Dio è presente,
onnipresente e in quanto spirito è in tutti gli spiriti. Dio
è un Dio vivente, che opera e che agisce. La religione
è un prodotto dello spirito divino ; non una invenzione
dell’uomo, bensi opera dell’azione divina e di ciò che
essa produce in lui » (2). Che esso sia o non sia per-
sonale, Hegel non dice; ma è legittimo indurre da tutta
(1) Lo stesso Hegel insiste su questa differenza: « Gott ist
die absolute Substanz, die allein wahrhafte Virklichkeit. Alles An-
dere, was wirklich ist, ist nicht fiùr sich wirklich, hat kein Be-
stehen fùr sich; die einzig absolute Wirklichkeit ist allein Gott, so
ist er die absolute Substanz. Halt man diesen Gedanken so abstract
fest, so ist es allerdings Spinozismus. Die Substanzialitàt, die Sub-
slanz als solche îst noch gar nicht unterschieden von der Subjectivilàt.
Aber zu der gemachten Vorausssetzung gehort auch dies: Gott ist der
Geist, der absolute Geist, der ewig einfache, wesentlich bei sich seyende
Geist ». Vorlesungen tîiber die Philosophie der Religion, Berlino, 1840,
p. 90, vol. I.
(2) Op. cit. Einleitung, II, 3, c, 8,
LU
la sua dottrina (1) che, quantunque lo chiami Dio, lo
concepisce egli pure come impersonale.
Così lo Spinoza come l’Hegel continuano dunque
a tributare al loro assoluto il nome di Dio. E invero,
la differenza tra un assoluto-divino e un assoluto-forza
o un assoluto-materia, non è una pura differenza di
nome. L’assoluto -divino è un principio unificatore vi-
vente ed operante che, pure non essendo personale, fa
sentire il suo palpito solenne negli spiriti, la sua pre-
senza benefica nelle cose. Davanti alla sublime maestà
dell’assoluto l’anima del. panteista s’esalta d’entusiasmo,
d’ammirazione, di trepidazione, d’amore, vibra insomma
di quel sentimento religioso, che è assente dalla co-
scienza del materialista. E ciò che suscita nel cuore
dell’uomo un sentimento religioso è degno d’ esser
chiamato Dio, qualunque sia la sua natura.
L’uso è stato seguito fino ad oggi così nella comune
terminologia filosofica, come in quella più propriamente
teologica e religiosa. Riporto a tal proposito alcune defi-
nizioni : « Le forme del Panteismo sono varie, tuttavia
esso poggia su un unico concetto:... che alla radice della
{1) Vedasi la dimostrazione del Mac Taggart, Op. cit. pp.
199-250; e l'opinione contraria di Paul Janet, il quale crede invece
che la filosofia hegeliana, non ammettendo che il soggetto, il pen-
siero, l’idea, dovrebbe logicamente definir Dio come il soggetto as-
soluto, che è la più alta idea che noi possiamo farci della perso-
nalità: Les problèmes du XIX siécle, Paris, 1872, p. 352 e seg. Cf.
anche un art. di V. Brochard, in Revue de métaphysique et de morale,
marzo, 1908, p. 129-163, ove si trovano i testi e gli argomenti che
porterebbero a conchiudere, contro l’opinione tradizionale, che Spi-
noza ammise la personalità di Dio: a tal proposito vedasi P, L.
Couchaud, Spinoza, Paris, 1903, pp. 69, 116, 257-264, 301-303.
— 160 —
infinita varietà del mondo e dei suoi fenomeni indivi-
duali, sta un principio comune che costituisce la sua
unità, e questo principio è Dio. Esso però non è un
Dio cosciente e personale, ma è la vita comune che
giace nell’esistenza comune del tutto, ossia la ragione
di tutte le cose. Soltantochè noi lo chiamiamo Dio.
Questo Dio non ha un'esistenza indipendente, non esiste
che nel mondo; il mondo è la sua realtà, ed egli è sol-
tanto la sua verità » (1). « Il panteismo è quel sistema di
pensiero, che non vede il profondo abisso che separa
Dio e l’uomo, il Creatore e il creato, il finito e l’In-
finito. Vi sono dunque due lati da cui l’errore può sor-
gere : o il Creatore può essere abbassato al livello delle
sue opere, o le creature innalzate al livello del Creatore.
Il primo è stato l’errore più comune degli antichi, il se-
condo dei moderni » (2). « C'è un panteismo idealistico
(Ideal Panteism). Kant cominciò col fare del tempo e
dello spazio due forme soggettive, e Fichte giunse a
fare della materia e di Dio stesso una creazione sog-
gettiva dello spirito. Schelling cercò di allargare il si-
stema facendo lo spirito e la materia, Dio e l’ universo,
ad un tempo reali e ideali, ideali da un lato, reali dal-
l’altro; e Hegel si avanzò con una dialettica artificiosa,
a dimostrare come il nulla può divenire qualche cosa
e come Dio diviene cosciente nell’umanità » (3). « Se-
(1) C. E. Luthardt, The fundamental truths of Christianity,
Edinburgh. 1873, p. 65.
(2) R. I. Wilberforce, The doctrine of the Holy Eucharist, Lon-
don, 1853, p. 423. |
(3) J. M. Cosh, The intuitions of the mind, London, 1882,
Pp. 449-452.
me _ sa
— I6I —
condo Spinoza, Dio è una sostanza universale, in cui
tutte le distinzioni e tutte le qualità isolate sono rac-
colte in unità, a cui fer sè noi non possiamo quindi ascri-
vere nè intelligenza nè volontà... Ciò esprime la veduta.
fondamentale d’ogni forma di panteismo » (1).
E notisi ancora che, da alcuni scrittori religiosi, la
stessa denominazione è applicata persino al principio as-
sunto nel materialismo (chiamato impropriamente, a mio
giudizio, panieismo materialistico) come unica realtà, ossia
“alla sostanza materiale. « C'è un panteismo materiali
stico (Material Panteism). Secondo esso, è la semplice
materia dell’ universo, con le sue forze, la sua vita, il
suo pensiero come prodotto dell'organismo, che costi-
tuisce l’Uno-Tutto; essa può essere chiamata Dio. Que-
sta è la forma più bassa di panteismo » (2).
Ma spingendo ancora più innanzi la ricerca intotno
all'uso tradizionale del termine, si potrebbe trovare un
argomento iavorevole alla tesi del Mac Taggart: che cioè
molti scrittori cattolici e teisti in genere, hanno identifi-
(1) Th. Christliebt, Modern doubt and christian belief, Edin-
burg, 1874, IV ed., p. 163. Leggasi anche la seguente definizione:
« The leading idea of Pantheism is, that God is everything, and
everything is God. Though all mind, whether of men or animals is
God; yet no individual mind is God; and so all distinct persona-
lity of the Godhead is lost.... AIl the numberless forms of matter
are but different appearances of God; and though He is invisible,
yet everything you see is God. Accordingly, the Deity Himself be-
comes identified with the worshipper » E. Brown, Leciures on etics,
Edinburg, 1846, art. 39, p. 14.
(2) Mac Cosh, Op. cit., pp. 449 e seg:, per l’origine del term ne
panteismo cf. Eucken, Geschichte der Philosophischen Terminologie,
Lipsia, 1879, p. 94.
11
vi62,
cato e identificano ancor oggi il panteismo con l’ateismo,
negando nome e dignità divina ad ogni principio del-
l'universo che sia impersonale, anche se concepito come
unità spirituale. L’ateismo è spesso definito « dottrina
filosofica che considera come finzione l’idea d’un Dio
personale » (1); e nella stessa Enciclopedia del Diderot
e d’Alembert si determinano così le tre classi di atei:
«gli uni negano che esista un Dio; gli altri affettano
di passare per increduli o scettici in tale argomento; gli
altri infine, poco differenti dai primi, negano i princi-
pali attributi della natura divina, e suppongono che Dio
sia un essere senza intelligenza, che agisce puramente
per necessità... Quest’ ultima specie di atei si chiama
degli atei teorici. Tra gli antichi si contano Protagora,
Democrito, Diagora, Teodoro, Nicanore, Ippone, Eve-
mero, Epicuro e i suoi seguaci..., e fra i moderni Averroè,
Pomponazzi, Cardano, Borelli, Cremonini, Bérigord,
E. Hobbes, Benedetto Spinoza ecc. » (2). È noto infatti
che per lungo tempo lo spinozismo è stato sinonimo
di ateismo (3), ed ugual sorte toccò più tardi al pan-
teismo hegeliano. Così il Bayle sosteneva che la so-
(1) Roux Ferrand, Dictionnaire raisonné de philos. morale, Paris
1883, p. 36.
(2) Vedasi l’ art. Athces nell’edizione dell’Enciclopedia fatta a
Padova del’ 1786, sez. Logique et metaphysique, vol. I, p. 159 e segg.
(3) Basta leggere il titolo, molto significativo, di qualcuno
dei tanti libri scritti contro Spinoza: Poiret, Fundamenta atheismi
aversa, sive specimen absurditalis atheismi spinoziani, Amsterdam, 1658;
Aubert de Verst, L’ impie convaincu ou dissertation contre Spinosa,
dans laquelle on refuse les fondemens de son athéisme, 1684; Dom Fran-
cois Lami, Le nouvel athéisme renversé, ou refutation du sisteme de Spi-
nosa, Paris, 1696, ecc.
— 163 —
stanza infinita di Spinoza non merita d’ esser chiamata
Dio (1), e che la sua dottrina — ch'egli dimostra di
non aver compresa affatto — è un tessuto di afferma-
zioni mostruose, d’ipotesi abominevoli, di furiose e mal-
vagie stravaganze; e che Spinoza è un ateo dî sistema (2).
E ciò che può parer strano, è che Voltaire conviene in
buona parte col Bayle e si mostra egli pure poco per-
suaso della legittimità dell’appellativo Dio alla sostanza
spinoziana (... je n'ai jamais congu comment Spinosa... ad-
mettant la substance qu'il appelle Dieu, et dont tout ce que
nous voyons est mode ou accident ‘ecc. (3). Per venire a
tempi più prossimi, dice il Mansel: « Una divinità im-
personale, per quanto la si abbellisca per usurpare gli
attributi divini, non è affatto Dio (is no God at all), ma
un puro inganno, o una legge immutabile, o il fato,
possedente meno di divinità che un feticcio, poichè que-
sto si può almeno imaginare come un essere che può
venir offeso o propiziato dall’adoratore » (4). E il Lut-
(1) Ouvres diverses, La Haye, 1727-31, vol. IV, p. 196 e seg.
(2) Nell’art. Spinosa del suo Dictionnaire critique et historique,
nota A, p. 2767 «athet de système, et d’une methode toute nou-
velle, quoi que le fond de sa doctrine lui fùt commun avec plu-
sieups autres philosophes anciens... Je croi qu’il est le premier qui
ait reduit en système l’athéisme, et qui en ait fait un corps de
doctrine lie’ et tissu selon les maniéres des Geometres ecc. ».
(3) Cfr. l'art. Dieu, sez. III, del suo Dictionnaire philosophique.
(4) Metaphysics, 2°. ed., Edinburg, 1866, p. 372; e nei suoi
Limîis of religious thought, 2%. ed., Londra, 1858, si esprime ancora
più recisamente così: «It is important to observe that it is only
through the consciouness of personality that we have any ground
of belief in the existence of a God. If we admit the arguments by
wich this personality is annihilated, wether on the side of Mate-
— 164 —
hardt : « Il panteismo distrugge la religione. Poichè il
suo Dio non è un Dio personale, con cui io possa ve-
nire in relazione personale, che io possa amare, in cui
possa confidarmi, che possa pregare, a cui possa acco-
starmi e indirizzarmi come ad un amico, ma soltanto
la forza della necessità sotto la quale debbo piegarmi,
la vita universale in cui posso perdere me stesso » (1).
E il Rigg: «Il panteismo s’ accorda con l’ateismo nel
negare una Divinità personale. La sua divinità dell’uni-
verso è una divinità senza volere e senza intelligenza.
Sotto quale aspetto differisce realmente il panteismo dal-
l’ateismo ? L’ateismo nega che nella, o sopra, o con la
natura vi sia qualche cosa che oltrepassi la natura. E
non dice precisamente lo stesso anche l’ateismo ? » (2).
E il Liddon: « Se Dio è la natura e la natura è Dio,
ogni cosa invero è divina, e quindi nulla è divino... In
realtà il nostro Dio non esiste nella coscienza dei filo-
sofi panteisti; poichè, quando si negano delle verità come
la creazione e la personalità, la vera idea di Dio è mi-
nata alle fondamenta; e quantunque la fede prevalente
dell'umanità possa ancora compiacersi a conservare entro
certi limiti il suo linguaggio convenzionale, il largo ri-
sultato pratico è nè più nè meno che l’ateismo » (3).
rialism or on that of Pantheism, we cannot escape from the con-
sequence to wich those arguments inevitably lead, — the annihi-
lation of God Himself » p. 88.
(1) Op. cit. p. 67; cfr. anche l'opinione analoga di Paul Janet,
Les problémes du XIX siècle, Paris, 1872, p. 425.
(2) Modern scepticism p. 41.
(3) Bampion lectures, p. 28. Ciò che parrà più strano, è che
lo stesso Heine identificava il panteismo dell’Hegel con l’ateismo;
24.09 da
Quale valore dobbiamo attribuire a queste affer-
mazioni ?,
È evidente, che se l’uso dei vocaboli dovesse sem-
pre venir subordinato ai criteri polemici e di scuola, la
terminologia filosofica perderebbe anche quel poco di
fissità che ora possiede. La pretesa d’un dato sistema
o indirizzo, di limitare l’uso d’un vocabolo generico
al solo senso particolare che esso gli attribuisce, non
sì può riconoscere legittima se non quando tale valore
sia chiaramente indicato dalla stessa composizione e ori-
gine etimologica del vocabolo, o consacrato, da una tra-
dizione costante ed esclusiva. É questo l’unico criterio
obbiettivo possibile. Mancando esso, non ci sarebbe ra-
gione per non riconoscere ugual diritto a tutte le altre
dottrine che conferiscono al termine un significato loro
proprio; e così aumenterebbe all’ infinito la già cospicua
confusione dominante nel linguaggio filosofico.
. Ora, la parola Dio è proprio una di quelle che meno
possiedono, nella loro composizione e nella loro storia
indicazione precisa di significato. Il concetto che essa
racchiude è uno dei più vasti, dei più mutabili e dei
più indeterminabili che mente umana possa pensare. Co-
sicchè i teisti non hanno più ragione nel negar l’uso
di tal parola ai panteisti, di quanto possano averne
questi di negarla ai teisti, e coloro che ammettono una
infatti, per giustificare il suo ritorno senile alla fede, egli scrisse:
« C’est qu’à cette tpoque l’aversion pour l’ athéisme... s’etait déja
emparge de mon Ame, et comme je fus forcé de m’avouer que cette
impiété avait trouve son initiative et son principal soutien dans la
philosophie de Hegel, celle-ci commenca à me peser » De /’Alle-
magne, Paris. 1863, t. II, p. 295.
— 166 —
divinità ultra-personale di negarla ad entrambi. Su quale
canone obbiettivo dovremmo fondarci per decidere inap-
pellabilmente, se meriti meglio il nome di Dio un es-
sere provvisto di autocoscienza e di attributi umani, per
quanto portati a un grado di perfezione infinita; o un
assoluto spoglio delle opposizioni e delle limitazioni ine-
renti alla persona; o, infine, un principio divino librato
come pura universale razionalità al di sopra di tutte le
forme della coscienza e della vita finita?
Chè se si sostenesse essere il Dio del panteismo so-
stanzialmente identico al.mondo e quindi illegittimo dare
a questo il nome di quello, si partirebbe da una premessa
falsa e da un errore grossolano. Perchè il panteismo, in
tutte le sue forme, pur affermando l'identità sostanziale
di Dio e del mondo, distingue però questo da quello in
quanto il primo è uno, è il principio d’unità dell’universo
(tali Brama, il Z6vos xowds degli stoici, la natura naturans
di Spinoza, lo spirito assoluto di Hegel) mentre il se-
condo è molteplice, è una totalità di elementi diversi;
quello è l’ essenza questo il fenomeno, quello l’universale
questo la collezione dei particolari. Di codesta nozione
volgare del panteismo scrisse Hegel: «Comunemente si
ha del panteismo questo concetto: che Dio sia tutte le
cose, il tutto, l’ universo, codesta somma di tutte le esi-
stenze, codesta infinita molteplicità delle cose finite, e si
fa alla filosofia il rimprovero di affermare che ogni cosa
è Dio, cioè l’infinita varietà delle cose singole, non l’uni-
versale in sè e per sè, ma le cose individuali nella loro
esistenza empirica, come esse sono immediatamente...
Ma questo fatto, (ossia) che una qualche religione ab-
bia insegnato tale panteismo, è completamente falso; non
è mai capitato a nessun uomo di dire: tutto è Dio,
n di in i i i ie
-_
sii
cioè (Dio è) le cose nella loro individualità e contin-
genza; e tanto meno ciò è stato affermato in qualche
filosofia... Lo spinozismo stesso, come tale, e anche il
panteismo orientale, insegnano che in tutte le cose il di-
vino non è che l’ universale del loro contenuto, l’essenza
delle cose, ma in modo che questa (essenza) è rappre-
sentata come essenza determinata delle cose stesse» (I).
A tutto ciò si potrebbe opporre una considerazione
di' carattere generale: che quando un termine ha nel-
l’uso comune e popolare un determinato valore, non
si può trasportarlo nell’uso filosotico dandogli un va-
lore del tutto differente. Nell’ uso comune la parola Dio.
esprime l’idea di un essere essenzialmente personale,
tanto personale che per i più è addirittura antropomorfo:
non è giusto quindi che i filosofi continuino a chiamar
Dio un assoluto privo della personalità.
Questo infatti è il canone metodologico a cui s’inspira
il Mac Taggart, e in base al quale nega l’ appellativo di-
vino all’assoluto di Hegel. Dio, dice il nostro filosofo, può
essere concepito in tre modi diversi: come vera realtà,
ovunque possa essere ; come unità spirituale; come unità
spirituale che è persona. Non v° ha dubbio che nella
(1) Vorlesungen p. 94. Più innanzi, così parla della comu-
nissima accusa di ateismo fatta a Spinoza: « Man hat dem Spino-
zismus Atheismus vorgeworfen, aber die Welt, diess Alles ist gar
nicht im Spinozismus: es erscheint wohl, man spricht von seinem
Daseyn und unser Leben ist, in dieser Existenz zu seyn. Im phi-
losophischen Sinne aber hat die Welt gar keine Wirklichkeit, ist gar
nicht. Diesen Finzelnheiten wird keine Wirklichkeit zugeschrieben,
es sind Endlichkeiten, und von diesen wird gesagt, sie seyen gar
nicht » p. 95.
— 168 —
fraseologia popolare Dio abbia solo quest’ultimo signi-
ficato; ora «in un argomento come questo, io credo
che la filosofia debba conformare la propria termino-
logia a quella dell’ uso popolare. É impossibile conser-
vare i termini filosofici per l’ uso esclusivo di coloro
che s’ occupano di filosofia. Ogniqualvolta il soggetto
ridesta un interesse generale — e l’esistenza di Dio è
certamente uno di questi — le opinioni dei grandi fi-
losofi debbono esser messe in seconda linea dietro quelle
dei più. E se i più intendono descrivere Spinoza come
«un uomo intossicato di Dio », 0 come più acosmi-
sta che ateo, o se leggono che la Logica di Hegel è
un tentativo di determinare la natura di Dio, saranno
indotti a pensare che Spinoza e Hegel hanno creduto
in un Dio personale. Ora, è universalmente riconosciuto
‘ che Spinoza non ammise una cosa simile, e nemmeno
ammise Hegel. Ad ogni modo è chiaro che il loro
uso della parola Dio, se consideriamo le definizioni che
ne hanno dato, non prova nulla quanto alla loro cre-
denza in un Dio personale » (1).
Notiamo, di sfuggita, che tale inconveniente è più
teorico che reale. In ogni caso, è assai lieve in con-
fronto delle conseguenze che deriverebbero dall’ ado-
zione della norma qui accennata. Chi legge un libro di
filosofia ha solitamente la preparazione necessaria per
comprenderlo, perchè solo da essa può nascere il desi-
derio della lettura; ignoti nulla cupido. È alquanto dif-
ficile che un calzolaio, o un barbitonsore o un cantante
si sentano attratti a leggere dei libri ove si parli del
(1) Op. cil., pag. 93.
— 169 —
Dio di Spinoza e di Hegel. Del resto, per essi e per
le persone di una di una coltura non specificamente
filosofica, il semplice aggettivo impersonale posto accanto
al nome di Dio, basta per mettere le cose al loro posto.
Ma il Mac Taggart insiste con nuovi argomenti a
sostegno della sua tesi. «Se l’uso filosofico e popolare
debbono essere identificati, è chiaro che chi deve ce-
dere è la filosofia. La terminologia di uno speciale ramo
di studi può venir modificata per l’azione comune di
un ristretto numero di scrittori di filosofia. Ma modi-
ficare, sulla bocca di milioni d’individui che la usano,
il significato popolare della parola Dio e suoi equiva-
lenti negli altri linguaggi europei, sarebbe impossibile
anche se desiderabile. D'altronde, la terminologia po-
polare non ha vocaboli con cui rimpiazzare quello di
Dio, mentre la filosofia possiede già un sinonimo di
Dio, in senso largo -- vale a dire l'assoluto. E da ul-
timo, i filosofi sono tutt’ altro che unanimi nell’accet-
tare l’uso di Spinoza e di Hegel » (1). Da tutte queste
ragioni egli conchiude che non si deve chiamar Dio
I’ assoluto, e che per un hegeliano Dio non esiste.
Le argomentazioni del Mac Taggart possono riu-
scire, a tutta prima, persuasive. Ma esse urtano, chi
ben guardi, contro una grave difficoltà. Il compito fon-.
damentale della filosofia, da Socrate ai giorni nostri, è
sempre stato quello di rielaborare i concetti comuni.
Anche non convenendo in tutto con l’ Herbart,. nessun
filosofo, io credo, si rifiutererebbe di accogliere questa
definizione della filosofia, a qualunque indirizzo egli ap-
(1) Op. cit., p. 93-94.
— 170 —
partenga: la filosofia è una riflessione sopra le idee fon-
damentali della mente umana, un ripensamento meto-
dico delle nozioni comuni. Poichè la filosofia non va
a cercarli, i suoi oggetti, al di li delle nuvole; essi le
germogliano ai piedi, su dal terriccio fecondo dell’ espe-
rienza umana. Chi l’ accusa di essersi allontanata troppo
dal pensare comune, le fa, senz” avvedersene, il più grande
elogio: solo le montagne che hanno larga base sulla
terra possono accostare la vetta al cielo. La riflessione
filosofica, che si esercita da più di due millenni, ha
purificato e rettificato il sapere popolare in modo, che
quasi più nulla rimane in uso del contenuto primitivo.
Si può dire, senza esagerazione, che ogni concetto fon-
damentale racchiude due significati distinti e talora op-
posti: uno volgare, l’altro filosofico o scientifico (1).
Orbene, accogliendo la tesi del Mac Taggart, per
tutte le nozioni fondamentali la filosofia dovrebbe abban-
donare il nome vecchio per assumere uno nuovo. Ne
‘verrebbe fuori una specie di lingua sacra, inintelligibile
ai profani, fonte perpetua di equivoci e di litigi anche tra
gli iniziati. Perchè, come mancherà sempre il criterio
assolutamente obbiettivo che metta d’accordo i filosofi
sulle idee, così mancherà sempre quello che li metta
. d'accordo sulle parole. Per vero, entro certi limiti co-
desto lavoro di ricostruzione verbale è gia stato fatto,
si fa tuttora e si farà sempre; ma in modo spontaneo,
e ———_ e ——_— ’
(1) A tal riguardo dice giustamente l’Eisler: « Oft entfernen
sich die philosophischen Begriffe von denen des nicht philosophie-
renden Menschen so weit, dass ein und dasselbe Wort thatsachlich
Verschiedenes bezeichnet » Worterbuch d. philos. Begriffe, Berlino,
1899. Vorwort p. III.
= 171 — .
conforme alle esigenze degli scambi intellettuali ; e nes-
suno può ritenere opportuno d’ intensificarlo artificial-
mente, tanto più che ad esso, in particolar modo, si
debbono le accuse di oscurità e d’ incomprensibilità
mosse alla filosofia.
E basta gettare uno sguardo ai vocaboli riferentisi
alle nozioni più comuni, per persuadersi che sotto la
identità del nome, s’ apre un vero abisso tra il sapere
spontaneo e il sapere riflesso. Anima, bene, caso, causa,
coscienza, economia, energia, forza, identità, imagine,
intuizione, idea, istinto, legge, libertà, materia, respon-
sabilità, spazio, tempo, specie, verità ecc., sono termini
di largo uso così nel linguaggio comune come in quello
filòsofico e scientifico; ma con quali differenze di si-
gnificato! Per i più la materia è una realtà estesa, pas-
siva, divisibile, impenetrabile, pesante, che costituisce la
sostanza dei corpi, e che può variare per figura, co-
lore, sapore ecc.; cominciando da Democrito, la critica
filosofica e scientifica ha ripulito codesto concetto da
ciò che di soggettivo esso conteneva, togliendole a
poco a poco tutte codeste proprietà fino all’ ultima, la
massa; cosicchè, anche nelle dottrine materialistiche, esso
mon contiene più nulla ormai di quanto il sapere vol-
gare gli attribuisce. La verità è concepita volgarmente
come conformità del pensiero col reale; ora, nessuna
dottrina filosofica potrebbe convenire in tale definizione
la quale implica l’assurdo di una conoscenza separata,
da una parte del nostro pensiero, dall'altra parte della
realtà in sè stessa, e la comparazione dell'uno con
l’altra. Nel pensiero comune alla parola imagine (psi-
chica) si dà il significato di copia degli oggetti forma-
tasi sullo specchio della coscienza, analogamente al for-
— 192 —
marsi delle imagini dei corpi sugli specchi di vetro;
la filosofia ha abbandonato da secoli codesto realismo
grossolano, pure intendendo nei modi più diversi il rap-
porto tra l’imagine stessa e l oggetto. Per anima s' in-
tese dapprima il softio della respirazione, poi una so-
stanza eterea, finissima, opposta al corpo ma pur sem-
pre di natura materiale, e questo è ancor oggi il con-
cetto volgare dominante; in sèguito l’anima fu con-
cepita nella filosofia come sostanza spirituale, semplice,
indivisibile, inestesa ma si conservò per designarla lo
stesso vocabolo; il quale è pure adoperato oggi dalla
psicologia attualista e fenomenista, che nega l’ esistenza
del substrato spirituale, e riduce ? anima ad una suc-
cessione di stati psichici (1). Nel linguaggio comunè la
parola bene esprime ! utile, l’aggradevole, il vantaggioso
tutto ciò insomma che è aggetto di soddisfazione; nella
filosofia morale il bene è invece il fine della condotta,
ossia un’idealità normativa che ci può imporre anche il
dolore, il quale, nel linguaggio comune, è sempre un
male.
Non v’ ha dubbio, adunque, che quando si parla
nella filosofia di bene, di anima, d’ imagine ecc. si esprime
qualche cosa di assai diverso da ciò che, con le parole
stesse, esprimono milioni d’individui; nè v’ ha dubbio,
che modificare sulla bocca di questi il loro significato,
debba riuscire più difficile che sostituirle con altre nel-
l’uso filosofico. Ma quale sarebbe la conseguenza di
tale sostituzione ? È facile prevederlo: se dicendo ma-
(1) Circa il significato volgare e filosofico del caso, vedasi il
capitolo seguente.
teria, bene, imagine, verità ecc. si corre pericolo di es-
sere frainteisi dai più, dicendo ile, telo, reazione psi-
chica, aletea, o alcunchè di somigliante, si sarebbe cer-
tamente non intesi. Il rimedio sarebbe peggiore del male;
poichè usando vocaboli che corrono sulla bocca di tutti
si provoca almeno quell’ intuizione immediata dalla quale
come vedemmo, anche la filosofia prende le mosse, e
da cui è possibile condurre gli intelletti a rifare grada-
tamente lo stesso lavoro astrattivo ; mentre usando un
vocabolo affatto nuovo non si risveglia alcuna eco ne-
gli spiriti, e viene a mancare quel fondo che può ser-
vire a svolgere la matassa dei concetti.
Ma tornando alla proposta del Mac Taggart, dob-
biam fare un’ ultima osservazione. Se un assoluto im-
personale non è Dio, le dottrine che riconoscono tale
assoluto negano l’esistenza di Dio e per ciò debbono
indicarsi col nome di ateismo. Il Mac Taggart non ri-
fugge da tale conseguenza e accetta senza spavento il
titolo di ateo (1). Ma se ciò costituisce, per un filosofo
inglese, una prova innegabile di coraggio, rappresenta
anche una possibile causa di nuovi equivoci e di ma-
lintesi. Come tutti 1 concetti negativi o privativi, l' atei-
smo non ha un contenuto determinato, non designa al-
(1) «I think, therefore, thal it will be best to depart from
Hegel’s own usage, and to express our result by saying that the
Absolute is not God, and, in consequence, that there is no God...
It may be objected that this would cause the theory of the dia-
lectic to be classed, under the name of Atheism, with very diffe-
rent systems... But it is much important to preserve a definite mea-
ning for Theism than for Atheism, and this can only be done if
Theism is uniformly used to include a belief in the personality of
God.» Op. cit. p. 94.
— 174 —
cuna particolare interpretazione dell’ esperienza, e acco-
glie quindi sotto di sè dei sistemi disparatissimi, che
convengono tra loro soltanto nell’escludere l’ esistenza
della divinità. L’idealismo assoluto del’ Hegel dovrebbe
così aggregarsi col materialismo assoluto dell’ Holbach
col monismo: naturalistico dell’ Haeckel, col positivismo
umanitario del Comte ecc. Per di più il termineco n-
serva indelebilmente il carattere dispregiativo attribuito-
gli in tanti secoli di lotte religiose, al pari dell’ epicu-
rismo, del giudaismo ecc.
Per l'una e l’altra ragione esso tende ormai a
scomparire dall’uso filosofico, e ogni tentativo di rimet-
terlo in onore e di estenderne ancor più il significato
non può considerarsi che inopportuno. |
Il caso
——
I suoi significati fondamentali
Per determinare con precisione il concetto del caso,
così vario e fluttuante nel suo uso volgare, metafisico
e scientifico, nelle sue accezioni obbiettive e. subbiet-
tive, nelle sue applicazioni cosmologiche, logiche e ma-
tematiche, è necessario servirsi d’un metodo che chia-
merei volentieri antitetico, considerandolo cioè dal punto
di vista delle nozioni delle quali rappresenta a volta a
volta la negazione.
Ora, i suoi valori diversi si determinano nella op-
posizione che esso assume rispetto ai concetti della
necessità, della finalità, della proporzione causale e della
prevedibilità. Abbiamo così quattro significati fondamen-
tali del caso:
significato. voleare: assenza di necesstà —= sinonimo
di spontaneo, arbitrario, non determinato (Epicuro, Lu-
crezio). |
significato metafisico: assenza di finalità = sinonimo
di meccanico, incosciente, non prestabilito (Aristotele).
significato matematico: assenza di proporzionalità
causale — sinonimo di non equivalente (Poincarè, De
Montessus).
— 176 —
significato scientifico: assenza di prevedibilità = si-
nonimo di imprevedibile, indeterminabile (Cournot, Ar-
digò).
*
* x
Comunemente un fenomeno dicesi prodotto dal
caso, quando non si rivela come il risultato di una ne-
cessità inerente alla natura stessa delle cose, ma appare
indipendente da qualsiasi causa o legge. Perciò nel suo
significato volgare il caso rappresenta l’ antitesi della
legge e della causa, la negazione della necessità, ed è
sinonimo di libero, spontaneo, indeterminato (1). Così
si attribuisce al caso l’incontro di un amico, senza
intesa precedente, in una città lontana, nuova ad en-
trambi ; il crollo improvviso di una torre che sembrava
solida; il resistere d’un filo telegrafico al quale un uomo,
cadendo dall'alto, si sia aggrappato. Se in un duello
alla pistola le palle dei due avversarî s’incontrassero a
metà del cammino, si griderebbe al caso straordinario;
se un ponte crolla subito dopo il passaggio d’un con-
voglio, si grida al caso fortunato, ecc.
Come appare da questi esempi, nella nozione vol-
gare del caso si contengono in realtà elementi contra-
(1) «Das contradictorische Gegenteil, d. h. die Verneinung
der Notwendigkeit ist die Zufalligkeit. Der Inhalt dieses Begriffs ist
daher Negativ, nimlich weiter nichts als dieses: Mangel der durch
den Satz vom Grunde ausgedrùckten Verbindung » Schopenhauer,
Die Welt ed. Reclam, II, 462. — « von Begebenheiten, die auf oder
neben einander folgen, ohne dass die eine die andere unmittelbar
hervorgebracht, sagt man, ihr Zusammentreffen sei ein blosser Zu-
fall » Mendelsshon, Morgenstunden, 1786, I, 11, p. 180,
— 177 —
ditor), variabili e non sempre chiaramente determinati,
come del resto in tutte le nozioni volgari. Per vero, il
caso è generalmente concepito come qualche cosa che
si verifica al di fuori di un ordine, ma quest’ ordine
è pensato a volte come meccanico, a volte come te-
leologico ; quest’ ultimo ora divino, ora umano (volon-
tario); nè l'ordine è pensato sempre ed esplicitamente
come necessario ed universale. Ma è certo, ad ogni
modo, che. il caso si fa intervenire tutte le volte che
un avvenimento appare staccato dal gioco normale delle
cause, siano esse finali o efficienti, e tien luogo della
ragione esplicativa. È per questo che la nozione di mi-
racolo e quella di caso -- specialmente di caso favo-
revole — hanno tanti punti di contatto nel pensiero
comune e spesso, come appare dal linguaggio, si con-
vertono l’ una nell’ altra. Quando ad es. lo scoppio di
una bomba produce dei gravi danni nelle abitazioni,
lasciando illesi gli abitanti, o quando un cane idrofobo
passa accanto ad un fanciullo ignaro senza morderlo,
si dice indifferentemente: fu un caso fortunato, un vero
miracolo.
Nella storia del pensiero filosofico la concezione
del caso come spontaneità affatto cieca e indeterminata
tempore et loco, non si trova che nel sistema epicureo,
ossia nel sistema più rigidamente deterministico del-
I’ antichità. Com’ è noto, secondo Epicuro gli atomi
sono diffusi in numero infinito nel seno dello spazio
infinito, ed essendo dotati di peso cadono verticalmente
con la stessa velocità. Se null’ altro intervenisse, essi
non s’incontrerebbero inai e non si potrebbe spiegare
la formazione del mondo; ma Epicuro sostiene che
talvolta gli atomi deviano spontaneamente dalla linea
13
> -__* Digi i
— 178 —
verticale e per quel tanto che basta a urtare gli atomi
vicini; questi alla lor volta producono per rimbalzo
altri urti, e così via via finchè si formano degli ad-
densamenti atomici che, nella infinita complessità delle
combinazioni possibili, danno luogo ai mondi ed alle
cose (I). Nè questo clinamen spontaneo e senza causa
degli atomi è la sola infrazione dei foedera fati, ossia
della ferrea catena delle cause meccaniche. Un uguale
principio di spontaneità si manifesta anche nel mondo
della coscienza, sotto forma di libero arbitrio. Se-
condo Epicuro l’ atto volontario è bensi in relazione
coi motivi, ma poichè tanto 1 primi come i secondi si
riducono a moti atomici interni, così il passaggio dai
secondi ai primi non è una trasformazione meccanica
di movimento, ma i primi si determinano spontanea-
mente come spontanea è la declinazione atomica.
Alcuni storici della filosofia e commentatori di Lu-
crezio, negano invero che nel concetto epicureo la spon-
taneità del volere avesse il suo fondamento nella spon-
(1) Brieger, Urbewegung der Atome bei Leuc. und Dem., Halle
1884: Giussani, Studi Lucreziani, pag. 124-169, Torino 1869;
Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum...
quod si nisi declinare solerent, omnia deorsum,
imbris uti guttae caderent per inane profundum,
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ecc.
Lucrezio, II, 216 e segg.
taneità degli atomi (1). È certo però che la connessione
appare naturale e che Lucrezio — il quale, ce lo as-
sicura egli stesso, omnia depascitur ex Epicuri chartis —
la dimostra nei noti versi 251-293 del libro II. Ad ogni
modo la questione è per noi secondaria. A noi basta
d’aver additata l’ analogia esistente tra la nozione epi-
curea e quella volgare del caso, e le importanti appli-
cazioni che essa ha in un sistema meccanico e mate-
rialistico.
*
* *
In senso metafisico il caso è concepito come ne-
gazione della finalità ed è sinonimo di meccanico, in-
cosciente, non prestabilito. Però, ammessa la finalità, si
può intendere in due modi l’esistenza del caso: 1.° come
apparenza di finalità dove finalità reale non esiste; 2.° co-
me effetto prodotto accessoriamente da una causa ten-
dente ad un fine, e non contenuto nè in questo fine
nè nei mezzi che ad esso conducono. Questa seconda
nozione può sembrare contenuta nella prima, perchè
un effetto accessorio riveste i caratteri del caso solo al-
lorquando offre le apparenze della finalità, o può indurre
a supporla. Ma la reciproca non è vera, perchè non
sempre la finalità apparente è l’ effetto accessorio di una
(1) Lo ammette invece il Renouvier, Hist. et sol. des probl.
metaph., XII pag. 100-101, pure affermando, e giustamente, che in
tal modo Epicuro e Lucrezio introducevano nel volere non la li-
bertà, che implica la deliberazione della ragione) ma l’ accidente,
che può anche essere contro la ragione. C. Giussani, Op. cit.. p.
127; Lange, Geschichte d. Mat. (ed. Reclam) vol. I, p. 154 e la nota
68 a pag. 196.
cali
ci
— 180 —
causa finale, potendo anche verificarsi in un giuoco di
cause puramente meccaniche, e riconosciute come tali.
Nel primo significato il caso entra largamente nel-
l’uso comune per designare anzitutto le conseguenze
involontarie o imprevedute, o prevedute in diversa mi-
sura, delle azioni umane, purchè tali conseguenze ab-
biano l’ apparenza dell’ intenzionalità e siano calcolabili
in senso ‘favorevole o sfavorevole. Così se un cacciatore
colpisce una siepe in luogo di una lepre, si dice sem-
plicemente ch’ egli ha sbagliato; ma se dietro la siepe
si trova un uomo, il quale resta ferito dalla scarica,
lo sbaglio diventa un caso, un accidente disgraziato. Se
da una finestra si getta un mattone sulla strada affollata,
e nessuno dei viandanti rimane colpito, il fatto si con-
sidera come un caso fortunato; non si chiamerebbe più
un caso se la strada fosse quasi deserta, o se il mat-
tone cadesse sopra un nido di formiche, o se il lan-
ciatore dimostrasse d’ aver posta ogni attenzione per
evitare di recar danno alle persone.
L’ apparenza della finalità si può avere anche nei
fenomeni puramente meccanici, nei quali sia escluso
I’ intervento della volontà umana o l’attuazione di un
disegno divino; a tali fenomeni si applica la nozione
di caso ora esaminata, con contenuto non più psico-
logico ma fisico. Un esempio ci è offerto dai profili di
certe montagne e rocce alpestri, modellate in guisa da
rappresentare cose o figure affatto caratteristiche : così
nella regione dei White-Rocks, nel nord dell’ Irlanda,
si osserva un profilo di Napoleone d’una rassoiniglianza
perfetta, come quello che si stacca sullo sfondo del cielo
nelle prealpi lombarde; a Calvario, sopra una collina
della Sierra da Estrella, in Portogallo, una curiosa testa
— 181 —
umana appare come tagliata in un blocco di granito:
ha una espressione marcatissima, gli occhi profondi, il
naso prominente, la bocca semiaperta e ben modellata
ma un poco infossata, come quella di un vecchio senza
denti ; altre rocce, in altri luoghi, hanno l’ apparenza
di membra umane, di animali, di chiese ecc.; e poichè
è escluso sia l’intervento di un artista, sia di una fi-
nalità interna o esterna della natura, si dice che sono
un prodotto del caso, capricci del caso. In una giornata
piovosa, inaugurandosi non so più dove un monumento,
accadde che il sole squarciasse le nubi e illuminasse la
statua proprio nel momento in cui cadeva la tela; nes-
suno credette naturalmente ad una voluta cortesia del
sole e tutti gridarono al caso straordinario.
Nella filosofia il caso trovasi usato in questo senso,
ma a scopo polemico, dai finalisti contro i meccanicisti.
L’argomentazione, tante volte ripetuta, con la quale i
finalisti tendono a diniostrare l’ insostenibilità del mec-
canismo (materialismo, naturalismo, evoluzionismo, ecc.)
si può riassumere così: l’ universo, e gli esseri che lo
popolano, costituiscono un ordine, un’armonia, un adat-
tamento delle parti al tutto; ora, o si ammette che
quest’ ordine è intenzionale, e allora ci appare come
l'attuazione intelligente di un piano preconcepito, nel
quale ogni cosa e ogni fatto si spiegano in grazia del
fine per il quale esistono: o si nega, e allora bisogne-
rebbe considerarlo come un prodotto del cieco caso,
come un incontro fortuito di parti e di elementi; ma
poichè la ragione e l’esperienza ci dimostrano che il
caso non produce l’ ordine, ma .il disordine, il caos,
l'anarchia, così dobbiamo riconoscere che l’ universo è
la realizzazione d’ una finalità intelligente. A questo ar-
— 182 —
gomento si rispose in vari modi, confondendo spesso
caso, contingenza, meccanismo e spontaneità. Il modo
migliore era quello di distinguere: se per caso s’intende
l’ arbitrario, nulla di più opposto ad esso del determi-
nismo meccanico ; se s'intende invece il non inten-
“zionale, si può benissimo ammettere che l’ ordine del
mondo è un prodotto del caso, ossia d’ una inconscia
necessità informata alla costanza e alla complessità in-
finita delle cause.
Il secondo significato metafisico del caso è, come
vedemmo, affine al primo. Una causa finale può pro-
durre degli effetti, che non sono contenuti necessaria-
mente nel fine, nè nei mezzi che ad esso conducono:
questi effetti accessorî si dicono un prodotto del caso.
Se si fa esplodere una mina per frantumare una roccia,
può darsi che lo scotimento dell’ aria rompa i vetri
di una casa vicina; o che un frantumo, cadendo lon-
tano, ferisca una persona, o determini lo scoppio di
un’altra mina, ecc. Però l’effetto accessorio si può avere
anche per l’azione di una causa non finale, ad es.: un
lapillo, uscito dal cratere di un vulcano e trasportato dal
vento, può penetrare nell’ occhio d’un uomo e produrvi
un'alterazione; il fatto si attribuisce ugualmente al caso.
Nelle storia della filosofia il caso è concepito come.
negazione della finalità da Aristotele. Egli adopera per
designarlo tre vocaboli riyn, aòrouatov e ovufeBnxds, e
li contrappone alla gvors, la quale agisce in virtù d’ una
finalità. Però il ovufefyx6c è più precisamente /° acci-
dente (1); téyn la fortuna, la ventura nel senso morale
(1) Metaph. IV, 30, 1025*: «où vrrapyer pév tivi xd dAndis
— 183 —
e psicologico della parola; adtduatov il caso vero e
proprio che, egli dice, ha estensione maggiore della
fortuna, perchè ciò che è fortuito è anche casuale, ma
non sempre ciò che è casuale è fortuito (1). Infatti la
fortuna riguarda soltanto gli esseri provvisti di attività
volontaria e capaci di scegliere, ossia soltanto gli uomini;
degli animali, dei fanciulli e delle cose inanimate non
si può dire che abbiano fortune o sfortune se non in
senso figurato : oùd’edruzia odd° atvyia brdoye tovtos,
eî ui ga?” duosdreta (2). Il caso invece si estende anche
alle cose inanimate, anzi secondo Aristotele è nella na-
tura che ha la sua maggiore applicazione; esso si ve-
rifica tutte le volte che una cosa agisce non secondo
la propria finalità, ma per qualche altro scopo che in
essa non era contenuto : così quantunque la natura non
faccia nulla indarno, oòdèv udrer, c'è in essa l’indarno,
aùtò ud, ossia il caso (3). Poichè Aristotele trova
nella stessa etimologia dell’ adròuarov l’ indicazione del
suo valore concettuale : obt@® di) tò adroudiovr xal xatà
tò Bvoun, Srav adtò udrnv yévnrai (4); e reca l’ esempio
sineiv, où uévtor oùt'éÈ avayxns oi'Eniì tò modi (ad. es. il
fatto che un musicista è bianco); déyetar de xai di Ao)s ov uPeBnxds
oîov doa bindoye éxdorw xad'abtò ui èv tij cbota Gvta
(ad es. il fatto che gli angoli d’un triangolo valgono due retti).
(1) Nat. Auscult. II, 6, 20: « Arapéoer d' Hr tÒ adtduatov
Eni nAeibv fot" tÒò uèv yao darò tUiXns darò TtabtoPuatov
1odto d'où ndv'anò tUyns ».
(2) Ibid. II, 6, 30.
(3) Ibid. II, 6, 40: «.... èv toîc dard®s Évexd tov
viwvouévois, dtav un toù oufartos Evexa yerniar od Ebw
tò altr, Tote dnò taùroudtov Aéyopev ».
(4) Ibid., II, 6, 2.
della caduta d’ una pietra, che si dice avvenuta a caso
perchè il suo fine non era quello di ferire, quantunque
in altre circostanze possa esser lanciata da qualcuno con
lo scopo deliberato di ferire.
*
* *
Confrontando tra loro le varie accezioni del caso,
che siam venuti finora esaminando, si può scoprire un
elemento a tutte comune: l’ imprevedibilità. Un feno -
meno atteso, presagito, o i cui fattori si possono in qual-
che modo ricostruire, non si presenta mai coi caratteri
della casualità. Si attribuisce al caso il crollo d’ un ponte,
subito dopo il passaggio d’un convoglio, perchè non
si conosceva il grado effettivo di resistenza del ponte ;
si attribuisce al caso la fucilata ricevuta da un uomo
nascosto dietro la siepe, solo allorchè si è certi che
il cacciatore non poteva vederlo; si attribuì al caso il
comparire del sole nell’istante in cui si scopriva il mo-
numento, perchè era impossibile la previsione. Ma nes-
suno di questi fatti sarebbe apparso casuale se, riguardo
al primo, un ingegnere avesse assicurato che il ponte
avrebbe potuto resistere fino al passaggio di quel con-
voglio; se, riguardo al secondo, la giustizia avesse as-
sodato che il cacciatore sapeva dell’ uomo dietro la siepe;
se, riguardo al terzo, un meteorologo di straordinaria
acutezza, calcolando la pressione barometrica, lo spes-
sore delle nubi, la direzione e la velocità dei venti ecc.
avesse presagito la ricomparsa del sole in quel momento.
La riduzione del caso all’ imprevedibile e all’ inespli-
cabile — giacchè la spiegazione di un fatto non è che
la ricostruzione mentale dei fattori che l’hanno deter-
minato nel passato e la cui conoscenza permette di
— 185 —
aspettarlo nel futuro (1) — potrà apparire impossibile
nei fenomeni di finalità apparente; nei quali è la simu-
lazione dell’ intenzione, del fine, che sembra contenere
in sè gli elementi della casualità.
Invece non è che secondaria. La finalità apparente
riveste i caratteri del caso solo quando ed in quanto
colpisce per la sua inesplicabilità ; tantochè essa perde
i caratteri stessi non appena è possibile ricostruire il
processo meccanico che l’ha prodotta. La somiglianza
dei profili di alcune montagne con animali, membra
umane ecc. appare un prodotto del caso solo perchè
non è presente alla mente tutta la serie dei fattori (con-
vulsioni telluriche, composizione chimica delle rocce,
azione dell’ acqua, del gelo, ecc.) che con la loro varia
efficenza dovevano condurre necessariamente a quel ri-
sultato; se si potesse colmare la lacuna, il fenomeno
non apparirebbe più casuale (nel significato metafisico
della parola), come al cristallografo non appaiono più
prodotte del caso le figure infinitamente varie, a pen-
nacchio, a stella, a ramo di felce ecc. dei cristalli di
neve. Così non appare più casuale la posizione dei massi
(1) B. Varisco, Dottrine e fatti, Pavia, 1905, pag. 136 e segg.:
«... non è infrequente il caso, che l’esperienza smentisca una
prima aspettazione. Ce n’è per altro una seconda; che un’osserva-
zione più minuta ci permetterà di conciliare il fatto della smentita,
con l’idea che abbiamo della connessione tra i fatti e le circostanze.
L’assenza di contraddizione essendo la condizione sine qua non del
nostro pensare, sopprimere la contraddizione è permetterci di pen-
sare, di connettere dove prima non connettevamo,... di spiegare.
Ma spiegare a noi le nostre psichicità; non i fatti esterni che sono
inesplicabili. Questo, ch'è il vero concetto di spiegazione, finora non
venne, ch’io sappia, ben colto da nessuno ».
— 186 —
erratici nelle pianure, perchè si sa che vi furono tra-
sportati dai ghiacciai; non appare più casuale la somi-
glianza di alcune farfalle con le foglie secche, perchè
si spiega come un mimetismo meccanico di adattamento
all'ambiente.
Tuttociò non riguarda, naturalmente, il problema
del valore dei principj di causalità e di finalità (di cui
parleremo in sèguito) nelle loro applicazioni così al
mondo della materia come a quello dello spirito, ma
porta soltanto a respingere come illegittimo il signifi-
cato che si dà al caso nell'uso volgare e metafisico.
Ciò che appare come negazione della necessità e della
causalità dicesi propriamente libero, contingente, spon-
taneo, indeterminato; ciò che appare come negazione
della finalità, meccanico, incosciente, non intenzionale,
involontario. Casuale è soltanto ciò che si presenta col
carattere dell’assoluta imprevedibilità.
La riduzione del caso all’imprevedibile trovasi già
in David Hume, che però non riuscì a fissare le con-
dizioni obbiettive dell’imprevedibilità. I fenomeni che
noi chiamiamo casuali, egli dice, non ci sembrano tali
che per l’ ignoranza delle cause che li hanno pro-
dotti (1). Se un uomo provvisto d’ intelligenza anche
superiore alla comune, cadesse improvvisamente nel no-
stro mondo, non potrebbe accorgersi fin dal principio
della regolarità nella successione dei fenomeni; dal fatto
che, per una volta, d succedesse ad a, egli ncn potrebbe
(1) Essais, II, 96 e seg.. Amsterdam, 1790. Spinoza aveva dato
una definizione analoga del contingente: « At res aligua nulla alia
de causa contingens dicitur nisi respeciu defectus nostrae cognitionis »
Etica, I, XXXIII scolio.
Lie © ST Li
Su dn ii
nel sati
— 187 —
esser condotto a prevedere l’esistenza di 5 dall’apparire
di a; tutti i fenomeni sembrerebbero a lui un prodotto
del caso. — Perciò «il n'y a point de hazard à pro-
prement parler; mais il y a son équivalent: l’ ignorance
où nous sommes des vraies causes des é&vénements a
sur nostre esprit l’influence qu’ on suppose au ha-
zard » (1). Ma se non esiste il caso, esiste la probabi-
lità, la quale risulta da una differenza del numero dei
casi, che esprimono le due possibilità del verificarsi o
non verificarsi di un dato avvenimento. Ove tutti i casi
fossero ‘ugualmente probabili, la previsione sarebbe im-
possibile, ed è tale appunto il carattere del caso: «c'est
en effet la nature propre du hazard de mettre une éga-
lité parfaite entre tous les cas qu'il embrasse ».
Se Hume si fosse spinto più innanzi nella sua ri-
cerca, avrebbe dovuto porsi senza dubbio questa do-
marida: esiste un equivalente obbiettivo del caso, talchè
esso si accampi come elemento irreducibile nella sfera
stessa del conosciuto, appure l'ignoranza delle cause non
è che uno stato transitorio, eliminabile via via col progre-
dire delle nostre conoscenze? In questa seconda ipotesi
il caso si identificherebbe con l’ inatteso, ossia con qualche
cosa di assolutamente soggettivo e di estremamente va-
riabile non solo tra i diversi individui, ma nello stesso
. (1) Ibid. Tutto il sesto saggio De la probabilità. Una conce-
zione simile è sostenuta, oggi, dal Le Dantec, per il quale: Je ha-
sard, dans chaque expérience ou observation humiaine, c'est 1° ensemble
des éléments inconnus. Vouloir tout expliquer par le hasard, ce serait
tirer une explication de son ignorance. Perciò egli lo esclude non solo
dalla natura, ma anche dai giochi detti del caso, che per lui sono
anzi il prodotto di un congegno nel quale è rigorosamente stabilita
una legge d’omogeneità; L’Athéisme, 1907, p. 47-48 e seg.
— 188 —
individuo; e consisterebbe, più che in un elemento con-
cettuale, in uno stato affettivo, prodotto da un urto psi-
chico tra la nostra aspettazione del fatto e la sua pre-
sentazione reale.
*
* *
Tale appunto è il valore che dà al caso il Bergson:
una specie di meraviglia dalla quale è assalito il nostro
spirito tutte le volte che incontra un meccanismo là
dove credeva di trovare una finalità, o una finalità men-
tre attendeva un meccanismo (1). Che il gioco affatto
meccanico delle cause, che arrestano la roulette sopra
un numero, mi faccia vincere ed operi quindi come un
genio benefico, sollecito de’ miei interessi; che la forza
cieca del vento strappi una tegola dal tetto e me la lanci
sul capo, come avrebbe potuto fare un cattivo genio,
cospirante contro la mia persona; in questi due casi io
m’imbatto in un meccanismo dove avrei cercato un?’ in-
tenzione, ed esprimo entrambi dicendo il caso. E d’ un
mondo anarchico, nel quale i fenomeni si susseguissero
a loro capriccio, direi ugualmente che è il regno del caso
intendendo con ciò che io mi trovo davanti delle
volontà, o piuttosto dei decreti, laddove mi sarei atteso
un meccanismo. In tal modo si spiega, secondo il Ber-
gson, lo strano oscillare del nostro spirito, quando cerca .
di determinare la nozione del caso: esso ondeggia tra
l’idea d’ una assenza di causa efficiente e l’idea d’una
assenza di causa finale, senza riuscire a fissarsi stabil-
“mente nè sull’una nè sull’altra: «Le problème reste
insoluble en affet, tant qu’ on tient l’idée de hasard pour
(1) L’evolulion créatrice, pag. 254 e seg.
155 platee
une pure idée, sans melange d’affection. Mais en réa-
lité le hasard ne fait qu’ objectiver l’ état d’ ame de ce-
lui qui se serait altendu à l’une des deux espèces d’or-
dre, et qui rencontre l’autre ».
._ Il Bergson ha veduto acutamente lo stretto rapporto
che unisce sempre il concetto del caso con la nostra
capacità di previsione; ma, più che cercar di fissarne il
significato preciso, l’ha descritto nelle oscillazioni e nelle
tonalità affettive, che l’uso comune gli fa subire, per
le varie rispondenze del fatto aspettato con la nostra per-
sona. Perciò è stato condotto a porre come necessario
e costante nel caso l'intervento di un giudizio di va-
lore; il che, come vedemmo, non è. Diciamo caso il
fermarsi della pallina della roulette sul numero che ci
fa vincere; ma diciamo ugualmente caso il posarsi d’ una
foglia secca in un luogo piuttosto che in un altro, seb-
bene il nostro sentimento non ne sia per nulla stimo-
lato; l’ unico carattere ad entambi comune è l’ impre-
vedibilità, ed è per esso che li diciamo casuali. L° ap-
prezzamento soggettivo accompagna quasi sempre le ap-
plicazioni del caso agli avvenimenti, ma non ne costi-
tuisce l’ elemento essenziale.
Lo stesso appunto si può fare alle definizioni del
caso date dal De Montessus e dal Poincaré, quantunque
si presentino con un rigore matematico, che sembra esclu-
dere da esse ogni clemento soggettivo.
Secondo il primo sono casuali tutti gli avvenimenti
per i quali si verifica la legge dei grandi numeri, ossia
| tali che «ces événements etant partagés en classes et
ces classes en catégories, le rapport du nombre total
d’èévéenements de la classe au nombre total d’ èvéne-
ments de l’une des categories tend irreguliérment vers
— 190 —
une limite déterminte quand le nombre d’ événements
considerès devient de plus en plus grand» (1); o più
brevemente, un avvenimento dicesi prodotto dal caso
« quand il n’ existe aucun lien entre la nature de sa ca-
tégorie et la cause detèrminant cette categorie » (2).
In modo analogo il Poincaré considera come casuale
ogni avvenimento che, pur essendo rigorosamente de-
terminato, è tale tuttavia che una piccolissima differenza
nelle sue cause avrebbe prodotto una differenza note-
vole nei suoi effetti. Così in una battaglia il trovarsi
un centimetro più in quà o più in là, basta per deter-
minare la morte o la salvezza d’ un individuo; nel gioco
della roulette l'aumento d’ un millesimo nell’impulso dato
alla pallina, basta a determinare la perdita o la vincita
d’un giocatore: «La difference dans la cause est imper-
ceptible, et la difference dans l’effet est pur moi de la
plus haute importance puisqu’ il y va de toute ma
mise » (3). In questo caso la legge dei grandi numeri
deve considerarsi come una proprietà derivata, risul-
tante da queste ‘due condizioni, e da un postulato se-
condo il quale la probabilità delle cause stesse varie-
rebbe secondo una funzione continua. I
Contro questa concezione matematica del caso fu
già obiettato da altri (4) che la legge dei grandi nu-
meri non si applica a tutti i fenomeni casuali, in quanto
ne restano esclusi tutti quelli che non si ripetono; e
(1) A propos du hasard, Revue du mois, marzo 1907.
(2) Nei C. R. del Congresso di Ginevrà 1904, p. 692.
(3) Le hasard, Revue du mois, marzo 1907.
(4) Dal Lalande e dal Goblot, Bulletin de la soc. franc. de phil.,
agosto, 1907, pag. 325 € segg.
— 19I —
che d’ altro canto non tutti i fenomeni ai quali si ap-
plica sono casuali; il numero annuo dei matrimoni, ad
es., subisce forti oscillazioni nei piccoli paesi, meno
nelle grandi città, meno ancora nelle provincie ed è
quasi costante nelle grandi nazioni: si dovrà conchiu-
dere che i matrimoni avvengono per caso ?
Si può anche rispondere affermativamente, se si
‘considera il fenomeno dal punto di vista della comples-
sità causale, ossia del numero infinito e perciò non de-
terminabile di fattori della natura più varia in mezzo ai
quali esso è, per così dire, campato. Ciò costituisce,
come dimostreremo in sèguito, la causalità interna di
ogni fenomeno naturale, della quale la sproporzione tra
la causa e l’effetto è un lato (che è perciò il lato vero
della dottrina del De Montessus e del Poincaré). Del
resto il Pascal aveva espresso un concetto analogo, con
forma paradossale ma efficace, nelle due riflessioni sul
naso di Cleopatra e sul grano di sabbia di Cromwell (1),
e il Renan aveva pure definito il caso della storia come
«ce qui n°a pas de cause morale proportionte à l’ e-
fet » (2). Ma si deve rispondere negativamente se il fe-
(1) Nei Pensces, ed Pflùger, art. VI, n. XVIII: « Si le nez de
| Cléopàtre eùt été plus court, toute la face de la terre aurait changè »
— n. XVII: « Cromwell allait ravager toute la chrétienté: la fa-
mille royale était perdue, et la sienne à jamais puissante, sans un
petit grain de sable qui se mit dans son urètre. Rome méme allait
trembler sous lui. Mais ce petit gravier, qui n’etait rien allieurs,
mis en cet endroit, le voila mort, sa famille abaisséte et le roi ré-
tabli ».
(2) L’avenir de la science, Paris 1890, pag. 24: e in nota a
pag: 494 chiarisce il suo concetto con questo esempio; Gustavo
Adolfo è colpito da una palla a Lutzen e la sua morte muta le con-
— 192 —
nomeno si considera nella sua espressione statistica o
quantitativa, ossia nei suoi rapporti numerici con un
altra quantità numerica; ed è quello appunto che si fa
nel caso attuale, considerandosi il numero dei matrimoni
in rapporto al numero della popolazione. Da questo punto
di vista le variazioni non ci appaiono casuali, bensi ne-
cessarie. 00 |
È evidente, d’altro canto, che la definizione del
Poncairé non ha che un valore soggettivo, perchè si
applica solo a quei fenomeni nei quali sono impercet-
tibili le differenze nelle cause e importanti le differenze
negli effetti. Ora l’impercettibilità è sempre relativa,
si tratti di cause fisiche o morali: relativa nel primo
caso al grado di finezza dei nostri organi di senso e
dei nostri stromenti, nel secondo al grado di suscetti-
vità spirituale dell’ individuo e al rapporto che l’ avve-
nimento può avere con le sue aspirazioni, interessi, ecc.
Tra due liquidi dello stesso colore, l’ uno dei quali sia
sterilizzato, l’altro contenga milioni di microbi patogeni
l’ occhio nudo può non discernere alcuna differenza ; la
discerne invece, con l’ aiuto del microscopio, il batte-
riologo, il quale sa dunque in precedenza che uno scam-
bio tra i due liquidi può produrre la morte di molti in-
dividui. Soltanto una persona moralmente superiore av-
verte quelle differenze nel modo di beneficare, che ad
altri sfuggono o sembrano trascurabili, ma che bastano
a mutare il valore morale del beneficio e il suo effetto
nell’ animo di chi lo riceve.
dizioni politiche dell'Europa; questo fatto può dirsi casuale, perchè
la direzione d’una palla un centimetro più in là o più in quà non
è un fatto proporzionato alle immense conseguenze che ne vennero.
Ancora maggiore è la soggettività del secondo ele-
mento contenuto nella definizione del Poincaré. Infatti
l’ importanza maggiore o minore della differenza negli
effetti dipende dal mio speciale criterio valutativo, che
può variare non pure da me ad altri individui, ma an-
che in me stesso col variare del contenuto e del tono
del mio sentimento. Nessuno ignora, ad es., come col
progredire dell’ età, col maturarsi della coltura, con l’ ar-
ricchirsi dell’ esperienza della vita, muti in ogni indi-
viduo il giudizio valutativo sulle cose, sulle persone e
sugli avvenimenti, tantochè ciò che prima si giudicava
importante, bello, utile, giusto ecc. finisce spesso con
l' apparire il contrario; e viceversa. Durante una corsa
ciclistica su strada, ho udito dei giovani imprecare con-
tro la perfidia del caso, perchè le sbarre chiuse d’un
passaggio a livello toglievano al corridore loro amico
la possibilità della vittoria; a me non importava proprio
nulla che vincesse l’uno piuttosto che l’altro, e giudicai
l'avvenimento un caso, solo perchè risultante dall’ in-
contro di due serie di cause non solidali tra loro (il pas-
saggio quasi contemporaneo del treno e dei corridori).
Ma l’ applicazione del criterio valutativo è addirit-
tura impossibile nei fenomeni fisici, che si ripetono un
gran numero di volte con una variante che costituisce
il caso, In essi non si verifica nessuna sproporzione tra
le differenze degli effetti, che stimoli un nostro apprez-
zamento; eppure sono essi che offrono l’ occasione più
frequente ai nostri giudizi di casualità. Si potrebbe so-
stenere che, poichè la costanza delle leggi fisiche è un
ritmo fondamentale dell’ esperienza, tuttociò che è irre-
golare produce una specie di squilibrio logico nella no-
stra coscienza conoscitiva e determina perciò il nostro
13
— 194 —
intervento valutativo. Ma allora si verrebbe ad identi-
ficare il caso con l’anormale, con l’irregolare, ossia due.
concetti che, se possono in parte coincidere fra loro,
hanno però un’ estensione propria e una sfera d’ appli-
cazione distinta ; nè il caso è sempre l’ anormale, nè
anormale è sempre il caso: come dimostreremo in
sèguito, il caso e la necessità, ossia la normalità, si tro-
vano anzi uniti in ogni fenomeno naturale.
Si può conchiudere infine, che le definizioni sog-
gettive del caso, quella del Poincarè in ispecie, hanno
la loro applicazione soltanto nei giochi che si dicono
d’ azzardo. In essi piccolissime differenze nelle cause,
un’ unità di più o di meno nei numeri che si giocano,
l'estrazione d’ una carta un millimetro più sopra o più
sotto ecc. possono davvero determinare delle differenze
negli effetti molto importanti, e che toccano molto dav-
vicino il giocatore, ossia il guadagno o la perdita. Ma,
a voler sottilizzare, anche qui l'elemento essenziale del
caso non è il giudizio di valore, bensi l’ imprevedibilità
dell’ effetto. Un miliardario che giochi un soldo alla
roulette non darà certo importanza alla vincita o alla
perdita ; le giudicherà per questo meno casuali ?
* *
*
La sfera dell’imprevedibile ha però un’ estensione
maggiore di quella del caso, in quanto può riferirsi a
condizioni affatto individuali e transitorie di conoscenza.
Il peso, superiore alla mia aspettativa, d’una bottiglietta
piena di mercurio; il sapore acido d’un liquido che cre-
. devo dolce; il trovarmi ad un convegno con una per-
sona sconosciuta, mentre m’attendevo d’incontrarvi un
amico ; l'odore sgradevole d’un fiore che, dall’ aspetto,
— 195 —
avevo giudicato fragrante; il presentarmisi d’un cigno
nero mentre credevo che tutti i cigni fossero bianchi,
ecc., sono avvenimenti la cui imprevedibilità corrisponde
soltanto a lacune particolari della mia conoscenza, e che
non possono dirsi, in senso proprio, casuali. Se si vuol
lasciare al concetto del caso il suo valore obbiettivo,
che solo può legittimarne l’ uso scientifico, è dunque
necessario limitare la sua applicazione a quegli avveni-
| menti, la cui imprevedibilità si riferisce a condizioni sta-
bili, immanenti alla stessa attività del reale. |
Ora i limiti stabili obbiettivi della previsione non
possono essere che due: la concomitanza di avveni-
menti indipendenti e la complessità causale. La conco-
mitanza è il fatto del presentarsi contemporaneo di due
O più avvenimenti, o serie di avvenimenti, non legati
tra loro da alcun rapporto diretto o indiretto di cau-
salità. La complessità causale è il fatto del variare in-
finito dell’ azione delle cause, per cui nella realtà, così
fisica come spirituale e sociale, non si dà Quasi mai che
una causa agisca sempre nelle medesime circostanze, nè
che una causa produca un solo effetto o una serie deter-
minata di effetti, nè che un effetto sia prodotto da una sola
e medesima causa o da una serie determinata di cause.
Se il divenire del mondo consistesse in una sola
serie lineare di cause e di effetti, tutto si svolgerebbe
con una assoluta regolarità e il corso degli avvenimenti
sarebbe esattamente prevedibile. Ma la realtà è costituita
da una serie infinita di linee causali, che alcune volte
sono tra loro solidali, modificandosi a vicenda; altre in-
vece si svolgono in forma parallela e consecutiva, ri-
manendo tra loro indipendenti. Così può darsi, e talora
si dà, che nell'istante preciso in cui un mio amico lon-
=
tano esala l’ ultimo respiro, la sua imagine si risvegli
nel mio spirito per la cerebrazione subcosciente del
sogno; o che tre numeri, da me veduti in sogno, escano
dall’urna nella successiva estrazione. In queste due coppie
di avvenimenti ciascuno è legato alla propria serie cau-
sale e doveva quindi presentarsi in quel determinato mo-
mento (non importa che su ciascuna serie abbia potuto
influire qualche altra); ma nessuno è legato all’altro
della propria coppia in modo da provocarne la presen-
tazione, che era per me imprevedibile. Ciò esprimo di-
cendo che la loro concomitanza è un puro caso,
Inteso in questo modo, il caso implica ad un tempo
la necessità e la libertà: perciò fu detto, impropriamente,
il paradosso di Cournot, dal nome di colui che ne tratto
con maggiore ampiezza. Ma, come riconobbe lo stesso
Cournot (1), il medesimo concetto trovasi già in Boezio,
. in S. Tommaso e in Jean de la Placette, che lo defini
con molta precisione «un concorso di due o più av-
venimenti contingenti, ciascuno dei quali ha le sue cause,
ma in modo che il loro concorso non può essere co-
nosciuto da nessuno ». Un concetto analogo trovasi an-
che in Aristotele, come ha dimostrato il Tocco (2). Dopo
il Cournot, lo, Stuart Mill ne diede una definizioue più
completa ed esatta. « It is incorrect to say that any phe-
nomenon is produced by chance; but we may say that
two or more phenomena are conjoined by chance... mea-
ning that they are in no way related through causation;
that they are neither cause and affect, nor effect of the
-
(1) Essai sur le fond. de nos connaiss., vol. I, pag. 56-57, n.
(2) F. Tocco, Il conceito del caso in Aristotele, p. 17-19, in
Giornale nap. di fil. e lettere, v. II, 1875.
same cause, nor effects of causes betwen wich there
subsists any law of coesistence; nor even effects of the
same original collaction of primeval causes » (I).
Il Cournot invece non ha determinato in modo
preciso ciò che devesi intendere per coincidenza ; egli
dice soltanto: «Les evénements amenés par la combi-
naison ou la recontre d’autres événements qui appar-
tiennent a des séries indépendantes les unes des autres,
sont ce qu’ on nomme des événements fortuits, cu de
résultats du hasards » (2): senza distinguere i casi in cui
l'avvenimento risulta dalla modificazione prodotta da un
fatto sopra un altro appartenente a serie causale indi-
pendente, da quelli in cui risulta invece dalla loro sem-
plice concomitanza temporale: due cose diverse, perchè
nella prima i fenomeni agiscono l’uno sull’altro e le due
serie, innanzi indipendenti, vengono a formarne una sola,
nella seconda le due serie continuano invece a rimanere
indipendenti, non avendo tra loro altro legame che quello
astratto della coesistenza o della successione. Tra gli
esempi recati dal Cournot citiamo questi due, che pro-
vano com’egli identificasse le due cose: 1°. un individuo
prende il treno per recarsi in campagna, ma succede
1) Logic, II, c. XVII, $ 2. Meno precisa, quantunque più
sintetica, è invece la definizione del Maldilier, che riunisce in una
le due nozioni obbiettive del caso. « Le hasard est une interférence,
quelquefois singulière, ordinairement imprévisible en raison de la
complexité de ses facteurs... en tout cas non intentionelle et re-
lativement contingente (quoique nécessaire en soi à un moment
donné et dans des circonstances donnés) entre deux ou plusieurs
séries causales reciproquement et relativement indépendantes ». Le
hasard, in Revue philosophique, 1897, giugno, pag. 585.
(2) Op. cit., pag. 52, vol. I,
— 198 —
uno scontro di cui il viaggiatore è vittima; e vittima
fortuita, perchè le cause che hanno prodotto lo scontro
non hanno alcun rapporto con la sua presenza nel'treno
ed avrebbero operato anche senza di essa; 2.° due no-
bili fratelli d’armi, Desaix e Kleber, cadevano lo stesso
giorno e quasi lo stesso istante, l’uno sul campo di bat-
taglia di Marengo, l’altro al Cairo sotto il ferro d’ un
fanatico ; questa coincidenza è casuale, perchè non esi-
steva certo alcun rapporto nè tra i motivi che indussero
l'assassino a tentare il colpo proprio in quel giorno e
i movimenti delle armate sui campi del Piemonte, nè
tra queste diverse cause e le circostanze delle campagne
fatte prima sulle sponde del Reno, che avevano asso-
ciato nella gloria i nomi di Kleber e di Desaix (1). È
facile accorgersi che questi due avvenimenti corrispon-
. dono a condizioni obbiettive diverse: il primo risulta
dall'incontro vero e proprio di linee causali indipendenti,
e, riferendosi alle infinite circostanze che possono in-
fluire sullo svolgimento normale d’ una serie causale,
alterandolo, è un caso dovuto alla complessità delle
cause ; il secondo risulta invece dalla semplice conco-
mitanza delle serie indipendenti, che soltanto noi pos-
siamo avvertire, ma che non abolisce per nulla la loro
indipendenza.
Il caso, come semplice concomitanza di serie di
cause non solidali, ha larga applicazione così nella vita
pratica, dove dà origine a non pochi errori e pregiu-
dizi popolari (che s’innestano tutti sul cum hoc ergo pro-
pier hoc, post hoc ergo proper hoc, ad es. la credenza nella
jettatura, nell’influsso delle comete, nelle predizioni degli
(1) Ibid., pag. 54.
— 199 —
almanacchi, nei presentimenti dei sogni ecc.) come nella
scienza, il cul compito consiste appunto, a questo ri-
guardo, nel determinare se il rapporto tra due o più
fatti, cocsistenti o successivi, è necessario o fortuito.
La storia delle scienze ci offre molti esempi di riduzione
del primo al secondo, e viceversa; e si può dire, che
se non poche verità scientifiche hanno avuto la loro
origine dalla- riduzione nel necessario al fortuito, ancor
più errori son derivati dallo scambio tra il fortuito e
il necessario. Davanti alla concomitanza di due fenomeni
la mente umana è subito indotta ad affermare un legame
di causalità: se un uomo, appena bevuta una certa me-
dicina, cade bocconi e muore, la convinzione immediata
degli astanti è che la medicina sia stata causa della
morte; e se poi l’ autopsia rivela che la vera ed unica
causa fu invece un aneurisma, la coincidenza tra i due -
fatti colpisce come un caso straordinario. Una dottrina
fisiologica, che fece gran rumore nella prima metà del
secolo scorso, la trenologia di Gall e Spurzheim, si
fondava appunto sull’ affermazione del rapporto causale
‘ esistente tra bozze craniche, zone corticali corrispondenti
e attitudini intellettuali e morali in esse localizzate; af-
fermazione ricavata dalla osservazione superficiale di al-
cune concomitanze, che la scienza ha poi dimostrato
essere puramente fortuite. Alcuni sociologi, dalla con-
statazione statistica del maggior numero di suicidi nelle
razze germaniche, che presentano le più alte stature,
furono indotti a porre un rapporto di causalità tra la
tendenza al suicidio e l’altezza della statura; fu poi fa-
cile dimostrare che la coincidenza è accidentale (1). Per
(1) Durkheim, Le suicide, Paris, Alcan, p. 68,
— 200 —
lungo tempo la presenza del gozzo nei cretini apparve
affatto casuale ; il Lombroso provò invece come l’iper-
trofia della glandula tiroide sia la causa immediata del
cretinismo. Si è osservato che al presentarsi delle mac-
chie solari corrispondono ordinariamente perturbazioni
atmosferiche e sconvolgimenti tellurici, e che dopo le
grandi battaglie si ebbero quasi sempre nubifragi ed ura-
gani; ma la scienza non ha ancora potuto stabilire se
tali concomitanze siano causali o casuali. |
Si è obbietato più volte, che la supposizione di
serie causali isolabili e indipendenti è falsa, ammesso il
principio deterministico; perchè nell’universo, così fisico
come spirituale, tutto si concatena, ogni causa è a sua
volta effetto, ogni fenomeno si rispecchia in tutti gli
altri e ne è rispecchiato : « Dans l’hypothèse du déter-
minisme — dice il Renouvier — il n’est point logique
d’admettre, comme l’a fait Cournot... des fait acciden-
tels ou de hasard qu'il definit non comme des cas d’in-
determinisme partiel, mais par la recontre des effets de
causes mutuellement indépendantes. Il n’est point, tou-
jours dans l’hypothèse, de causes indépendantes du temps;
il faudrait, pour qu'il y en eùt dont les rencontres ne
fussent pas. prédétermintes comme elles-mémes, qu’ il
en survint certaines en dehors des séries sans commen-
cement ni fin dont les termes sont tous des effets en
méme temps que des causes » (1).
Qui ci troviamo di fronte a parecchi equivoci. An-
zitutto, la casualità dell'incontro non implica affatto la
necessità dell’ intervento di cause staccate dalle catene
(1) Op. cil., p. 169-170.
== ZO ==
seriali, ossia di cause indipendenti dal tempo, come so-
stiene il Renouvier; perchè il caso non risulta dall’in-
contro per sè stesso, bensi dalla sua imprevedilità; tan-
tochè per una intelligenza infinita, che conoscesse fino
dall’origine lo svolgimento delle cause e delle loro com-
binazioni possibili, il caso non si verificherebbe mai in
nessuna parte dell’universo (1). Se in due lampade, della
stessa forza luminosa, verso due quantità uguali di olio,
posso prevedere che si spegneranno nello stesso mo-
mento ; se in una ne verso metà, posso prevedere che
la sua durata corrisponderà esattamente alla metà della
durata dell’altra; nè la prima*nè la seconda coincidenza
mi sembreranno fortuite, appunto perchè prevedute.
D'altro canto, se è vero teoricamenlte che non esi-
stono due fenomeni isolati, praticamente il loro numero
è incalcolabile; perchè è legittimo considerare come tali
tutti quelli che non esercitano gli uni sugli altri una
influenza, che si manifesti con effetti apprezzabili. Nes-
(1) La quale supposizione, intendiamoci bene, non ci porta in
nessuna guisa ad accogliere il concetto dell'equazione del mondo del
Laplace, nè ad identificare col Renouvier il determinismo col pre-
determinismo e quindi col panteismo teologico; anzitutto perché si
tratta di una semplice supposizione astratta (e che, come osserva
il Varisco in Scienza e opinioni, p. 229, noi non abbiamo alcun
mezzo per verificare); in secondo luogo perchè, mentre il predeter-
minismo assoluto implica una legge predeterminante e uno svol-
gimento predeterminato, ossia una volontà creatrice che ordina dal-
l'origine gli avvenimenti in modo che essi siano invariabilmente
fissati per ogni momento della durata senza fine, il determinismo
non riconosce nessun cominciamento assoluto dell’essere e nessuna
finalità trascendente nelle cose; nell’essere, infinito come tempo è
come spazio, nulla è predeterminato appunto perchè tutto emerge
senza posa dal seno dall’infinito.
— 202 —
suno vorrà sostenere sul serio, dice lo stesso Cournot (1),
che picchiando la terra col piede disturbi il navigatore
che viaggia agli antipodi o scuota il sistema dei satel-
liti di Giove; ad ogni modo la scossa sarebbe cosi pic-
cola, che non potrebbe manifestarsi con alcun etfetto
da noi avvertibile, cosicchè siamo perfettamente auto-
rizzati a non tenerne conto. Ma è nel mondo psicolo-
gico ed umano, più che nel fisico, che l’ indipendenza
delle serie si afferma con maggior energia. Anche am-
mettendo il più rigoroso determinismo biologico, vo-
lontario e sociale, non si può non riconoscere che, nel
seno dell’ universo, ogni individuo vivente e pensante
è, sotto un certo rapporto, un sistema chiuso, per il
fattore autonomico concentrato nella sua persona fisica
e morale, per la stessa immediatezza e inalienabilità dei
suoi stati di coscienza. Sarebbe davvero ridicolo il pen-
sare ad una qualsiasi relazione concreta tra i movimenti
attuali della mia penna sul foglio e il nuotare d’una ba-
lena nei mari del Nord, o tra le idee che ora si sus-
seguono nel mio cervello e quelle che possono svolgersi
in questo istante nella mente d’uno stregone abissino.
Naturalmente, noi avvertiamo tra le coincidenze
soltanto quelle che s’impongono per la loro singolarità,
come, ad es. il morire nello stesso giorno di due grandi
uomini politici appartenenti a due nazioni diverse; il
morire di più membri d’una famiglia della stessa morte
accidentale, indipendente dalla loro professione, dal ge.
nere della loro vita ecc.; un disastro della stessa natura
che si verifichi in città lontane; una stessa scoperta ac-
(1) Op. cit., p. S$1,
cidentale fatta contemporaneamente da due individui che
s'ignorano, ecc. Ma ciò non toglie che siano meno ca-
suali le altre mille coincidenze di fatti reciprocamente
indipendenti, che si verificano in ogni momento del
tempo in tutti i punti dello spazio: ad es. il morire con-
temporaneo degli individui x, y, z... che abitano in
paesi tra loro lontani; o il morire di y prima di z e
dopo di x; o il morire di z nel momento in cui si pro-
ducono gli avvenimenti a, 8, y..., ecc. Insomma, l’as-
setto totale della realtà, psichica e fisica, in ogni mo-
mento del tempo, si può considerare come un immenso
sistema di concomitanze, di cui una parte sola è in rap-
porto avvertibile ossia ricostruibile di solidarietà, mentre
l’altra si svolge con modi e direzioni determinate per.
sè, ma reciprocamente indipendenti.
*
* *
La concomitanza temporale delle serie indipendenti,
non esercitanti cioè una reciproca influenza apprezzabile,
costituisce ciò che si potrebbe chiamare il caso esterno.
Ma esiste anche, come suo correlativo, il caso interno,
collocato nella stessa serie causale e risultante dalla in-
finita complessità del suo svolgimento, non costruibile
A priori ma solo sperimentalmente constatabile.
La complessità causale si può formulare così: uno
stesso effetto, ad es. la morte, può essere prodotto in-
differentemente da un numero infinito di cause, ope-
ranti singolarmente o unite e con diverso grado d’ef-
ficacia; una stessa causa, ad es. il calore solare, può
produrre un numero infinito di effetti isolati o riuniti
per somma o per sintesi causale; lo svolgersi d’ una
— 204 —
serie causale, ad es. l’esistenza di un omo, risulta dalla
confluenza d’ un numero infinito di fattori e può essere
modificato da un numero pure infinito di serie causali
indipendenti o collaterali e affini; ogni momento di cia-
scuna serie causale si collega col momento precedente
all’ infinito. Per tal modo ogni fenomeno ci si presenta
come un punto campato nel seno dell'infinito, da cui
emerge; come un punto nel quale s’intersecano le due li-
nee infinite dello spazio e del tempo, ossia dei coesistenti
e dei successivi; e poichè l’infinito è inesauribile, noi pos-
siamo bensi di ogni fenomeno constatare sperimental-
mente la serie delle cause prossime, e sotto questo punto
di vista concepirlo come necessario; ma non possiamo
esaurire la serie via via allontanantesi delle cause pre-
cedenti, così reali come possibili, ossia tali che avreb-
bero potuto ugualmente entrare in azione, e per tale
impossibilità di determinazione e di previsione dobbiamo
porlo come casuale. Caso e necessità si conciliano ‘quindi
nella stessa naturalità del fenomeno.
Se abbandono un fuscello di paglia alla corrente d’un
fiume, posso prevedere che sarà trascinato via per un certo
tratto, ma non quando, dove e perchè si fermerà; ritro-
vandolo poi, trattenuto da un ciuffo d’erba della sponda,
il fatto mi apparirà ad un tempo necessario e casuale: ne-
cessario perchè data la presenza di quella causa, il fuscello
non poteva non fermarsi; casuale, sia perchè una qua-
lunque altra causa poteva. intervenire a produrre il fe-
nomeno, in quello o in altro luogo e tempo, sia per-
chè la stessa indifferenza posso riscontrarla nella serie
inesauribile delle cause precedenti, che hanno determi-
nato il crescere di quel ciuffo d’erba in quel luogo e
tempo, e nella serie pure inesauribile di quelle che hanno.
— 305 —
trascinato ivi il fuscello di paglia. — Che ciascuno debba
morire è tra tuttii fatti il più certo e il più sicuramente
prevedibile; ma quali saranno la causa, il modo, il tempo
e il luogo della propria morte nessuno può prevedere,
perchè il numero dei fattori che possono determinarla
è inesauribile (prescidendo dalle possibili limitazioni rap-
presentate da malattie ereditarie, abitudini viziose, profes-
sione malsana o pericolosa ecc.); perciò se quella del
morire è una necessità, il luogo, il tempo e il modo
della morte è un caso, pur essendo rigorosamente de-
terminato. Voltaire, vecchio ed ammalato, scriveva il 22
dic. 1772 da Ferney a Federico il Grande: « ... Ce
n’ est pas fc que jaurais voulu vivre et mourir. La
volontè de sa sacrée. majesté le Hasard soit faite ».
Com'è noto sa sacrée majesié non doveva farlo morire
nemmeno colà (1). — Se getto nella terra il seme d’una
(1) Del resto Voltaire non ammetteva l’esistenza del caso, 0,
per meglio dire, lo considerava come una nostra ignoranza degli
scopi inaccessibili della divina provvidenza. In Zadig ou la Destinée
fa dire all'angelo Jesrad: « L’Étre suprém@ a créé des millions de
mondes, dont aucun ne peut ressembler à l’autre: cette immense
varitté est un attribut de sa, puissance immense. Il n°y a ni deux
feuilles d’arbres sur la terre, nì deux globes dans les camps infinis
du ciel qui soient semblables; et tout ce que tu vois sur le petit
atome où tu es né, devait étre dans sa place et dans son temps fixe,
selon les ordres immuables de celui qui embrasse tout. Les hommes
pensent que cet enfant qui vient de périr est tombe dans l’eau par
hasard, que c'est par un méme hasard que cette maison est brùlée;
mais il. n’ y a point de hasard; tout est épreuve, ou punition, ou
récompense, ou prévovyance » (p. 97, ed. Pfliger). Vedi anche gli
articoli Destin, Liberié ecc. nel suo Dictionnaire philosophique. Leone
Tolstoi ha sostenuto ai nostri giorni una concezione analoga del
caso nella vita e nella storia; nell’epilogo di (Guerra e pace (trad.
— 206 —
LI
pesca, posso prevedere che ne nascerà un pesco di quella
data specie; ma quale sarà la sua forma, quale il nu-
mero e la distribuzione dei suoi rami e delle sue fo-
glie, quale il numero dei suoi fiori e dei suoi frutti in
ciascuna delle annate susseguentesi ecc. è imprevedibile
per il numero infinito di fattori di vario grado e na-
tura, che possono intervenire nella determinazione.
Quest’ ultimo esempio si presta a porre in luce la
differenza già stabilita tra il caso esterno e l’ interno,
che a prima vista sembrano escludersi a vicenda, poi-
chè questo afferma, quello nega la dipendenza d° ogni
singolo dal tutto. La varietà delle foglie, dei fiori e dei
frutti del pesco è un caso interno, in quanto rappre-
senta la concentrazione e l’incontro nell’ individualità
del pesco d’ una serie irrecostruibile di fattori, rappre-
sentati ciascuno da un coefficiente d’ importanza difte-
rente, e che potevano anche non presentarsi, e ciascuno
it. Napoli, 1904) egli dice tra l’altro: « Queste due parole, caso e
genio, non indicano nulla di reale e non possono perciò essere defi-
nite. Queste parole indicano solo un certo grado di compressione
dei fenomeni. Ignoro in qual modo avvenga un fenomeno qua-
lunque; credo di non poterlo sapere e dico: — è il caso! — Vedo
una forza che produce fatti indipendenti dai soli mezzi umani, non
capisco perchè avvengono e dico: -- è il genio... — Se noi ri-
nunciassimo a conoscere lo scopo immediato dei fatti e confessas-
simo che esso è inaccessibile, vedremmo la logica della vita dei per-
sonaggi storici; vedremmo la causa delle azioni che producono e
non avremmo più bisogno delle parole caso e genio;... e non
solo non avremmo più bisogno di spiegarci il caso di tutte le pic-
cole cause che hanno contribuito a fare di loro ciò che sono stati
(Napoleone e Alessandro), ma vedremmo che queste piccole cause
erano tutte indispensabili ».
— 207 —
dei quali si ricollega ad altri all’ infinito. Invece la morte
nella stessa stagione del pesco e del suo proprietario;
o l'identità del numero dei suoi frutti, in una data estate,
con quello di un altro pesco di diversa specie vegetante
in clima diverso, ecc. sarebbero casi esterni. Entrambi
risultano dalla ricostruzione d’un rapporto; ma mentre
nel primo caso il rapporto è di dipendenza tra l’ avve-
nimento e la serie indeterminabile dei suoi fattori reali
e possibili, nel secondo si tratta invece d’un rapporto
mentale tra l'avvenimento e uno o più altri di qua-
lunque natura, ma che si considerano da esso indipen-
denti. Ogni fenomeno, insomma, è un caso sia per sè
sia per le sue possibili relazioni temporali con altri av-
venimenti, ai quali non lo leghi nessun altro rapporto
avvertibile.
Se il Cournot ha il merito, non esclusivo nè com-
pleto come vedemmo, di aver sistemato il concetto del
caso ‘esterno, sviluppandolo nelle sue principali appli-
cazioni matematiche (1), all’ Ardigò spetta esclusiva-
mente il merito di aver fissato il concetto del caso
interno, ben più fecondo di quello di HripOLianu ap-
plicazioni filosofiche.
Un avvenimento non è prevedibile, in maniera
assoluta, se non in due casi: o che esso sia predeter-
minato, o che esistano attualmente le condizioni uniche
e necessarie per la sua produzione. Ora, esclusa dalla
natura una finalità trascendente o immanente, che di-
riga i fenomeni secondo un piano unico di formazione,
____—_—____m€m€&
(1) Op. cit., p. 46-185 del vol I, e l'Exposition de Li théorie
des chances et des probabilités. Paris, 1851.
— 208 —
e posta la virtualità dei suoi infiniti elementi ad entrare
in un numero infinito di combinazioni, è esclusa anche
la possibilità di stabilire un’ equazione tra un primo
determinante e il fenomeno dato. Non esistono dunque
futuri certi, ossia infallibilmente prevedibili; il fenomeno
naturale non può essere affermato che in quanto è giù
accaduto e lo attesta l’ osservazione.
Il fenomeno si può infatti concepire come il punto
d’ intersezione della linea dei successivi, o del tempo,
con la linea dell'attualità dei coesistenti, ‘o dello spazio.
Data l’infinità delle due linee è possibile predetermi-
nare i punti, del pari infiniti, nei quali si taglieranno?
« Cio non si può determinare innanzi —- risponde l’Ar-
digò — nè per parte della linea del tempo, nè per
parte di quella dello spazio. Non per parte di questa,
perchè il trovarsi la serie dei coesistenti, ossia dei punti
della linea loro, come è, e non altrimenti, dipende dalle
incidenze, sopra ciascun punto immediatamente prece-
dente, delle linee del tempo, che possono essere avve-
nute ciascuna con direzioni varie all’ infinito. Non per
parte di quella, perchè la direzione sua, in un dato
momento, ‘dipende dalla incidenza in essa, nel momento
precedente, della linea dello spazio, che può essere varia
all’ infinito » (1). |
Secondo il Renouvier, il determinismo universale
ben compreso s’ identifica col predeterminismo ed ha
la sua vera espressione nel concetto dell’ equazione del
mondo del Laplace: dato che tale equazione fosse co-
nosciuta da uno spirito infinito, il valore della funzione,
__————
. (1) La form. nat. nel fatto del sist. solare, p. 130.
— 209 —
che è il mondo, sarebbe calcolabile per codesto spirito
in un istante qualsiasi dell’ eternità, passato e futuro,
mediante la semplice conoscenza del suo valore in un
solo istante (1). |
Se per « determinismo ben compreso » il Renou-
vier intende quello che scopre comodamente il fianco
alla sua critica, allora si può anche riconoscere con lui
che l’ equazione del mondo del Laplace ne è la vera
espressione; se s'intende invece quella dottrina; che
‘non fa cominciare arbitrariamente il dinamismo causale
dalla nebulosa primitiva, ma lo estende all'infinito, nel
tempo e nello spazio, allora il determinismo è la per-
fetta negazione del predeterminismo e la sua vera espres-
sione il contrario preciso di quella del Laplace: ogni
fenomeno naturale, emergendo dal seno dell’infinito e
rappresentando il realizzarsi di una serie infinita di pos-
sibilità, è |’ equazione dell’infinito, ossia l’ imprevedibile;
cosicchè l’ ipotesi d’ uno spirito infinito, che in base
alla conoscenza attuale della natura ne ricostruisca 4
priori la storia passata e lo svolgimento futuro, è, ol-
trechè inutile e inverificabile, illegittima. La natura è
una virtualità inesauribile di ordini e di forme, un tutto
immenso che ha il suo centro dovunque e la circon-
ferenza in nessuna parte; in essa quindi ogni fenomeno
si presenta sì come necessario verso i contigui, ma
sempre anche come casuale verso l'infinito ambiente
nel mezzo del quale è collocato: la certezza che di
esso abbiamo non può essere apodittica, ossia anteriore
al verificarsi del fenomeno stesso e. indipendente dalla
(1) Op. cit., p. 168-169.
14
— 210 —
sua osservazione, ma soltanto empirica, cioè fondata sulla
sua constatazione in quanto sia succeduto.
*
* *
È facile comprendere quale vasto impero eserciti
il caso, equazione dell’infinito, così nella storia della na-
tura come in quella dell'umanità, così nella vita indivi-
duale come in quella sociale; ne è difficile comprendere
come esso possa prendere i nomi di fatalità, destino e di-
vina provvidenza in quanto interviene a limitare, in senso
favorevole o sfavorevole, i dominî della personalità e
della volontà umana: «Quoique les hommes se flattent
de leur grandes actions -' diceva il La Rochefoucauld
— elles ne sont pas souvent les effets d’un grand des-
sein, mais les etfets du hasard » (Maximes, 59).
Ho esposto ampiamente altrove i tre corollari.
generali, che mi sembrano risultare logicamente dalla
dottrina ora esposta (1). Qui mi limito ad accennarli.
Primo: nell’ universo così fisico come mentale ogni
avvenimento è una realtà nuova rispetto alla serie dei pre-
cedenti e dei successivi. La possibilità del ripetersi dello
stesso fatto non è ammissibile che in queste due ipo-
tesi: che i fatti obbediscano ad una finalità, che l’ uni-
verso sia limitato nei suoi elementi, e quindi nello spazio
e nel tempo. Ma se si ammette che ogni fatto risulta
da condizioni fluttuanti nel seno dell’ infinito e indif-
ferenti per sè ad entrare in una piuttosto che in altra
combinazione, si deve anche ammetterne l’ assoluta sin-
(1) In Rivista di filosofia, anno III, fasc. I.
— 2II —
golarità, perchè il negarla equivarrebbe a porre nell’in-
finito la possibilità di esaurirsi: ossia a. porre l’ intinito
come finito.
Secondo : nella produzione di ogni fenomeno il coef-
ficente di casualità è direttamente proporzionale al ‘coefficente
di causalità, reale e possibile. Astrattamente la causalità
è distribuita in misura uniforme nel reale, ogni feno-
meno essendo l’ incontro di due linee del pari infinite;
concretamente, la natura è una totalità di ‘esseri e di
fenomeni distribuiti in ordine di causalità crescente fino
a raggiungere un limite massimo, rappresentato dal pen-
siero dell’uomo e dalle sue produzioni. Il tremolio di
una foglia sotto l’ azione del vento è l'effetto d’ una
sola causa, la quale, risultando dalle condizioni dell’ am-
biente immediato, che alla lor volta risultano dalle con-
dizioni dell’ ambiente universale, imprime alla foglia un
ritmo dell’ infinito ; il germogliare e il crescere d’ un
filo d’ erba è l’effetto complesso di molte cause, es-
senziali ed accidentali, che agiscono con varia intensità
e ciascuna delle quali è l’ effetto complessivo di altre
precedenti, senza limite, cosicchè si può dire che nel
filo d’ erba confluisce da più parti l'infinito ; il pensiero
dell uomo è un mondo aperto a tutti gli stimoli, che
da tutte le vie dell’ universo confluiscono incessante-
mente su di lui, cosicchè si può dire che il pensiero
umano, ed esso solo, è l'equazione perfetta dell’infinito. .
Terzo: l imprevedibilità di un fenomeno non è indice
di spontaneità e di libertà, bensì di maggiore dipendenza cau-
sale. Se ogni fenomeno sia fisico sia psichico è nuovo
rispetto alla serie dei precedenti e dei successivi, ne
segue che ogni fenomeno porta seco un elemento di
imprevedibilità, che è tanto maggiore quanto più grande
— 212 —
è il numero delle condizioni dalle quali risulta, e sta
quindi in rapporto diretto non con la sua libertà, ma
tutto al contrario con la sua dipendenza causale. La
previsione, facile entro certi limiti nei fenomeni fisici
elementari, diventa più difficile nei fenomeni biologici e
difficilissima nei fenomeni spirituali, per la loro infinita
virtualità di combinazioni e per l’infinita varietà dei fat-
tori, che ne determinano ad ogni istante lo sviluppo e
l’ orientamento. | |
E nella stessa vita psichica, quanto più ci eleviamo
dai processi elementari dell'attività sensoria e percettiva
a quelli via via più complessi dell’ attività ideativa e fan-
tastica, dell’intuizione geniale, delle creazioni scientifiche
ed artistiche, e infine ai fenomeni storici e sociali, tanto
più vasto diventa il dominio dell’imprevedibile, appunto
perchè sempre più larga e più profonda si fa la rispon-
denza della vita psichica individuale con la vita sociale
e la vita universale.
Il fideismo
Il grande fervore di discussioni religiose, verifica-
tosi in questi ultimi tempi nel seno del cristianesimo,
e più precisamente del cattolicismo romano, ha rimesso
di moda un vocabolo che sembrava ormai morto, al
pari delle cocenti querele teologiche delle quali era stato
segnacolo nel passato : il fideismo. |
Con questa parola si indicò, sul principio del se-
colo scorso, l’ indirizzo religioso promosso dall’ Huet,
dal Bautain e dal Lamennais, che faceva dell’ intelligenza
una facoltà suprema e speciale, contrapponendola alla
ragione : questa ci fa conoscere soltanto le apparenze,
senza nulla dirci intorno alla vera natura delle cose;
quella invece, prendendo per base la parola rivelata, della
quale permette di cogliere il senso esoterico, dà all'uomo
l’ intuizione diretta della realtà spirituale, dell’ assoluta
verità. Il fideismo era dunque, a quel tempo, qualche
cosa di ben determinato. Ma per quel processo di ge-
neralizzazione del significato dei termini, che lo Stuart
Mill ha descritto nella sua Logica, esso venne assumendo
nel linguaggio filosofico contemporaneo un significato
così esteso, da perdere ogni precisione'di contorni. Con-
trapposto solitamente al razionalismo, vien oggi applicato
a tutte la dottrine che ammettono della verità di fede
accanto o sopra le verità di ragione, cosicchè è con-
—_ 214 —
fuso ora con l’immamentisino, ora col prammatismo, ora
con l’anti-intellettualismo; da alcuni è stato applicato per-
sino alla filosofia del Renouvier! (1) In Germania e in
Inghilterra, dove non ha ancora un corrispondente esatto
(Glaubensphilosophie; Faith-philosophy (2) è quasi sinonimo
di sentimentalismo, ed è usato ad indicare la filosofia di
Herder o quella di Jacobi.
*
*o_*
Era veramente necessario richiamar in vita questo
vocabolo ? E, data la sua speciale origine storica, è pos-
sibile fargli assumere un valore più largo, ma più corri-
spondente alla sua composizione etimologica? La Società
francese di filosofia, nella sua seduta del 21 giugno 1906
si è posta essa pure queste domande; ma la discussione
seguitane non ebbe altro risultato che di mettere in
luce le divergenze d’ opinioni dei suoi menbri (3). Tale
è il destino di tutte le discussioni. Ad ogni modo, poi-
chè ad essa presero parte filosofi di valore, e per di
più interessati direttamente nell’ argomento, non sarà
male riassumerla intanto nelle sue linee principali.
Il Le Roy, uno dei più battaglieri campioni della
philosophie nouvelle, riconosce la necessità d’un termine
che indichi in blocco tutte le dottrine, le quali esclu-
(1) Pillon, Anné philosophique, 1905, pag. 196.
(2) Nel Dict. of Phil. and Phychol. del Baldwin è data questa
definizione di Faîth-Philosophy : « The philosophy wich bases fun-
damental truth upon immediate (ideal) apprehension »; i vocabolari
dell’ Eisler, del -Goblot, del Thomson, del Fleming ecc. non regi-
strano il vocabolo.
(3) Bulletin de la societé francaise di philosophie, Agosto, 1906,
p. 304-306.
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dono che la ragione basti da sola a tutti i bisogni del-
l’uomo, senz’ essere completata dalla fede; ma nega che
il termine fideismo possa soddisfare a tale necessità, sia
perchè dalla storia della teologia ha ricevuto una de-
terminazione tecnica troppo precisa, sia perchè le dot-
trine comtemporanee alle quali si dovrebbe applicare
non’ sono strettamente fissate in una formola, si tro-
vano ancora in via di sviluppo, e sarebbe perciò im-
proprio dar loro un’ etichetta come a cosa compiuta e
immutabile. Il Lachelier e il Blondel sono pure contrari
all’ uso del termine, ma a cagione del suo carattere peg-
giorativo ; carattere che gli deriva, per il primo dal-
l’ origine e dalle vicende storiche, per il secondo dallo
stesso contenuto concettuale. Infatti per il Blondel il
fideismo consiste «o nel separare con una barriera il
dominio della scienza e il dominio della credenza ; o
nel separare, in un modo più o meno oppressivo, e
persino eliminatorio, l’ attività propriamente razionale dai
bisogni pratici, dalle ragioni del sentimento, dalle esigenze
morali e religiose ». Così un caso come l’ altro impli
cano un abuso e un’esagerazione dell’ ufticio della fede.
L’ opposizione contro l’ uso del termine da parte
di tre filosofi, alle cui dottrine esso può essere — ed è
realmente, specie a quella del Le Roy — applicato, ha
senza dubbio un particolare valore (1). Ma lo stabilire
il significato di tale attitudine, nei suoi reconditi motivi,
ci porterebbe forse troppo lontano ed esce, in ogni caso,
dall’ àmbito d’ una ricerca terminologica.
(1) È degno di nota che un seguace del Blondel, il Laber-
thonnière, nei suoi Saggi di filosofia religiosa, Palermo, 1907, dà al
termine un significato nettamente peggiorativo : « Quelli che co-
— 216 —
Contro i tre oppositori si schierano il Brunschvicg,
il Lalande e il Couturat. Il primo afferma che i filosofi
contemporanei, i quali fanno uso del terminé, ignorano
molto probabilmente i sistemi teologici dell’abate Bautain
e del Lamennais, e che anzi il loro scopo è piuttosto
di trovare, per le dottrine che fanno intervenire la fede
religiosa nella filosofia, una designazione puramente
tecnica, la quale non risvegli alcuna delle passioni che
altri termini, d’ uso più comune, possono sollevare.
Anche il Lalande esclude il senso peggiorativo, caduto
ormai insieme al significato iniziale del termine; ed os-
serva che esso è presente solo Quando sia intenzional-
mente collocato nella sua definizione (1). Infine il Cou-
turat, senza toccare questo tasto un po’ delicato, asse-
risce che il linguaggio filosofico abbisogna realmente di
minciano col presupporre più o meno artificialmente che egli (Dio)
non é il principio, non trovano più la via per andare a Lui, quando
si domandano, in seguito, in qual modo lo possano conseguire
come fine. Essi imaginano allora di dover ricorrere a Lui con sforzi
disperati di volontà. Così procedono quelli che in un modo o nel-
l’altro pretendono di essere scettici e, ad un tempo, credenti. Pre-
cisamente ciò costituisce il Fideismo » p. 171.
(1) A proposito delle definizioni del fideismo date dal Blondel,
osserva giustamente il Lalande: «Te ne puis admettre le deux sens
définis par M. Blondel, au moins dans les termes ou il le caracte-
rise. Personne ne songerait à appeller fidfisme les systèmes agno-
sticistes, comme celui de Spencer par exemple, qui séparent par
ùune sorte de cloison étanche le domaine de la science et celui de
la croyance. Je suppose que M. Blondel a méme entendu parler....
de l’état d’esprit qui consiste à admettre qu’ il y a, sur un certain
nombre de questions, deux attitudes logiquement inconciliables, et
qu’ on a cependant le droit d’adopter à tour de ròle, l’une ratio-
naliste, l’autre croyante » Ibid. p. 303.
= = =.=.’ ace eni |
L'on”
un aggettivo ricavato dal sostantivo fede, che possa’ esser
apposto a razionalista nel senso preciso onde questo ter-
mine è adoperato nelle discussioni intorno ai rapporti, o
al conflitti, tra la fede e la ragione. Volontarista s'appone
infatti a intellettualista; prammatisia ha tutti i significati,
dal razionalismo più scientifico e più positivo fino al-.
l’apologetica religiosa; manca quindi un termine tecnico,
che esprima l’ attitudine credente di fronte all’ attitudine
razionalista.
Poichè le due parti si bilanciano, la discussione ri-
mane aperta. Noi intendiamo intervenirvi, fissando an-
zitutto le origini storiche e il senso primitivo del ter-
mine, esponendo poscia le ragioni per le quali ci
sembra utile accoglierlo nei linguaggio filosofico (s° in-
tende che il suo restare o scomparire dall’uso dipenderà
da mille motivi ma non certo dal risultato d’ una di-
scussione teorica).
*
* *
Il fideismo è una dottrina che germoglia dal pro-
blema dei rapporti tra ragione e fede, tra religione e
scienza; problema teologico e filosofico ad un tempo,
in quanto riguarda la capacità dei nostri poteri di co-
noscere, nonchè l’ origine e il valore delle nostre co-
noscenze.
Il problema può essere risolto in tre modi prin-
cipali: secondo l’uno, che diremo razionalismo asso-
luto, la ragione umana è l’unico stromento della ve-
rità, ed è quindi capace di costruire, con le sole sue
forze, un sistema di conoscenze che ha valore non solo
| di scienza e di filosofia, ma anche di religione; secondo
— 218 —
l’altro, che chiameremo semi-razionalismo, gli stromenti
o le fonti della verità sono due, ragione e fede, cosic-
chè si distinguono verità di ragione e verità di fede :
queste sono al di sopra, ma non contro quelle, e se
noi le accettiamo come tali, è perchè la nostra ragione
non è attualmente (nella vita terrena) capace di pene-
trarle ; secondo il terzo, che chiameremo super-raziona-
lismo o irrazionalismo, la ragione è ritenuta impotente a
penetrare nelle cose divine ed extrasensibili, che pog-
giano essenzialmente sulla fede.
Le forme dell’ irrazionalismo sono varie: autorita
rismo, ontologismo, sentimentalismo, immanentismo, intui-
zionismo mistico, tradizionalismo ecc. Il fideismo è, storica-
mente, una sottospecie del tradizionalismo, e si ricollega
— all'insaputa, forse, dei suoi seguaci, che avrebbero
respinto inorriditi una simile affermazione — con la
dottrina della fede fiduciale, propria del luteranismo pri-
mitivo e sviluppato poscia dalle sette mistiche e pietiste. .
La fede fiduciale o-giustificante, che Calvino chiama
agnilio experimentalis (1), è un’esperienza interiore, che
si distingue come tale dalla fede nei dogmi, e sus-
siste anteriormente ad ogni atto intellettuale; è in-
somma una certezza immediata, non legittimata da un
motivo che possa formularsi con un giudizio che la
preceda. Qui si rivela il senso delle espressioni comuni
| del fideismo contemporeneo; Dio è il riassunto delle
nostre esperienze religiose ; la religione è una vita; le
formole religiose non forniscono che l’espressione este-
riore e formale dell’ impressione interiore ecc. (2). Poi-
(1) Institution chrétienne, Ginevra, 1562, 1. III c. II, p. 335.
(2) Cfr. Le Roy, Dogme et critique, Paris, 1907, p. 164, 148,
— 219 —
chè la fede fiduciale è di sua natura soggettiva, in quanto
l'oggetto di essa si risolve nel contenuto degli stati
rappresentativi dell’ esperienza interiore: «Tutto è sog-
gettivistico e simbolico nel campo della conoscenza —
dicono anche oggi i modernisti cattolici; — la religione
si dimostra come un risultato spontaneo di inestingui-
bili esigenze dello spirito umano, il cui soddisfacimento
si raggiunge nella esperienza interna ed emozionale del
| divino presente in noi » (I).
*
* %*
La stessa sfiducia nella ragione si trova nel tra-
dizionalismo, detto anche dai teologi ortodossi scetticismo
mistico, appunto perchè sostiene non essere capace la
ragione umana, per la sua debolezza, di trovare e di-
mostrare nessuna verità; non solo le verità dell’ ordine
sovrannaturale, ma anche quelle dell’ ordine sovrasensi-
bile, ossia i principî fondamentali metafisici, etici e re-
ligiosi (2). Esso sostiene quindi la necessità di una ri--
velazione primitiva di tali verità, rivelazione pervenuta
fino a noi mediante la tradizione, l'insegnamento orale
e sociale dall’ una all’altra generazione.
L’ espressione più fedele dei concetti del tradizio-
nalismo si trova nel famoso Essai sur l’ indifférence en
159, ecc.; Sabatier, Esquisse d’ une philosophie religieuse, Paris, 1898,
passim, Laberthonnière, Saggi di filosofia religiosa, Palermo, 1907,
p. 67, gi € passim.
(1) Il programma dei modernisti, Roma, 1908, p. 98, III. *!
(2) Cfr. Vacant, Dict. de la theologie CR Paris, 1909,
l'art. Dieu, p. 788 e segg.
— 220 —
matière de religion del Lamennais, di cui il primo volume
usci il 1818, contemporaneamente alle’ Recherches philoso-
phiques del Bonald. Secondo il Lamennais, è un fatto irre-
cusabile «che spesso i sensi c’ ingannano, che il senti-
mento interiore c’inganna, che la ragione c’inganna e che
non abbiamo in noi alcun mezzo per riconoscere quando
siamo ingannati, alcun criterio infallibile di verità. E ciò
basta.... per non poter rigorosamente affermare nessuna
cosa, nemmeno la nostra esistenza » (1). Ma a codesta
nostra incapacità di raggiungere il vero supplisce l’ auto-
rità del genere umano, il consenso comune, il quale «di-
venta, nell’istituzione della natura, il punto d’ appoggio
delle nostre conoscenze, il titolo che ne assicura il pos-
sesso indubitabile, in una parola il vero fondamento
della nostra ragione » (ibid. c. xIv, 37). Ora v'ha una
proposizione nella quale il consenso degli uomini è sem-
pre stato unanime, in tutti i luoghi e in tutti i tempi:
l’ esistenza di Dio; perciò «codesta idea immensa non è
soltanto in armonia con la nostra intelligenza; essa è la
‘nostra stessa intelligenza» (p. 70). Il Lamennais conchiude:
« Esiste dunque necessariamente per tutte le intelligenze,
un ordine di verità o di conoscenze primitivamente ri-
velate ossia ricevute originariamente da Dio, come con-
dizioni della vita o meglio come la vita stessa; e codeste
verità di fede sono il fondamento immutabile di tutti gli
spiriti e la ragione della loro esistenza.... E come la ve-
rità è la vita, così l'autorità, ossia la ragione generale ma-
nifestata con la testimonianza o con la parola, è il mezzo
necessario per giungere alla conoscenza della verità,
cioè alla vita dell’ intelligenza » (p. 80, 81).
(1) Ed, del 1820, t. Il, c. XIII, p. 29.
e 221 —
I tradizionalisti si dividono in due gruppi. I primi,
con Lamennais a capo, costituirono l’école menaisienne,
che cominciò a riunirsi nel 1825 a La Chénaie, in
Brettagna (1); furon detti fideisti per l’officio esclu-
sivo attribuito alla fede, all’ autorità della rivelazione
divina, nell'acquisto d’una vera certezza dei principî
della ragione (2). Ad essi appartiene anche | abate
Bautain, il quale, a differenza del Lamennais, non fa
venire la conoscenza della verità soprasensibili dall’ in-
segnamento esteriore, bensi dalla grazia divina. Nella
difesa del suo sistema, presentata al vescovo di Stra-
sburgo il 21 nov. 1837, egli dice: «Sostenere che
luomo può, coi soli argomenti della ragione, dimo-
strare l’esistenza di Dio e le sue infinite perfezioni, che
è se non pretendere che l’uomo può elevarsi con le
proprie forze a Dio e conoscere Dio senza Dio? E in
tal modo non si attribuisce alla ragione umana l’initium
fidei, contrariamente al concilio d’° Orange? Non è af-
fermare che l’ uomo non ha bisogno della grazia per
credere in Dio e che noi siamo gli autori della nostra
fede?» (3).
Un tradizionalismo più temperato, che sfuggi, - al-
lora, all’appellativo di fideismo, fu sostenuto dal Bonetty,
(1) Cfr. A Richard, Lamennais et son école, Paris, 1881, pag.
139 e seg.
(2) Cfr. Kleugten, La philosophie solai, Paris, 1868, t. I,
diss. 432-455; id. Die Theologie der Vorzeit, Munster, 1872, in
principio del t. II,
(3) Citato negli Acta concilii Vaticani, col. $20; cfr. per tutta
la querela Vacant, Etudes theologiques sur les constitutions du concile
du Vatican, Paris, 1895, t. I, 120 e.segg., 329 e segg.
— 222 —
dal Ventura, dal Laforét e dai professori di Lovanio.
Secondo i due primi, l’uomo abbisogna del magistero
sociale per ciò che si riferisce alle nozioni fondamentali
di Dio, dell’ anima, della vita futura e dei principali
doveri; ma dopo avervi aderito con un atto di fede,
l’uomo ha la forza sufficiente per dimostrarsele mediante
i mezzi razionali ordinari (1). Secondo i professori di
Lovanio, lo spirito umano è dotato d’una propria energia
interiore, ma per arrivare all'uso verace della ragione
ha bisogno di un soccorso intellettuale esteriore ; così,
il creatore ha posto nello spirito umano i principj delle
verità razionali, morali e metafisiche, ma non può acqui-
starne una conoscenza distinta senza un insegnamento
intellettuale. Con ciò è posta la necessità assoluta della
rivelazione; è vero però che tale necessità esiste solo
per gli uomini quales nunc nascuntur, in conseguenza
del peccato originale che ha indebolito la nativa potenza
della loro ragione (2).
Le dottrine del Lamennais furono riprovate da Gre-
gorio XVI nell’enciclica « Mîrari vos arbitramur » del 15
agosto 1832, e condannate nell’enciclica «Singulari nos»
del 25 giugno 1834 (3). Più tardi ugual sorte toccò ai
tradizionalisti temperati, e ai giorni nostri, il 7 sett. 1907,
(1) Vacant, Dict. de la theol. cath., loc. cit. p. 80 e seg., e gli
art. croyance e certitude.
(2) Revue des sciences ecclésiastiques, 1876, p. 541-552,
(3) Nella Mîrari vos si dice: « Alteram nunc persequimur
causam malorum uberrimam, quibus affictari in praesens complo-
ramus Ecclesiam, indifferentismus scilicet, seu pravam illam opi-
nionem, quae improbarum fraude ex omni parté percrebuit, quilibet
fidei professione aeternam posse animae salutem comparari, si
— 223 —
Pio X condannò pure le dottrine moderne che a quelle
s° ispirano, nell’enciclica «Pascendi dominici gregis», dove
il fideismo è chiamato col suo proprio nome: « Coram
hoc incognoscibili,.... indigentia divini in animo ad re-
ligionem prono nullo secundum fideismi, scita praever-
tente mentis iudicio peculiarem quendam commovet
sensum: hic vero divinam ipsam realitatem, tum tanquam
obiectum tum tanquam sui causam intimam, in se im-
plicatam atque hominem quodammodo cum Deo co-
niungit. Est porro hic sensus, quem modernistae fidei
nomine appellant, estque .illis religionis initium » (1).
*
* >*
Notiamo subito che, dopo questa recentissima con-
danna papale, non è più permesso di credere, col Brun-
schvicg, che i filosofi moderni i quali usano la parola
fideismo possano ignorare le dottrine in esso colpite, e
i loro autori, e le querele teologiche cui ha dato luogo. .
L’interesse per i problemi religiosi è divenuto oggi così
vivo, e il giornalismo un mezzo così potente d’ infor-
mazione, che non pure ai filosofi, ma ad ogni persona
mediocremente colta non può passare’ inosservato un
così grave dissidio nel seno del cattolicismo. Tuttavia
mores ad recti honestique normam exigantur..... Meminerint Deum
esse sapientiae ducem emendatoremque sapientium, ac fieri non posse,
ut sine Deo Deum discamus, qui per Verbum docet homines scire
Deum ». Denziger, Enchiridion simbolarum definitionum et declara-
tionum de rebus fidei et morum, Friburgo, 1908, p. 428-429; per la
Singulari nos cfr. ibid. p. 430.
(1) Denziger, p. 558.
— 224 —
si può domandare: una condanna, venga essa dal capo
della Chiesa cattolica, d’un partito politico, d’ una setta
filosofica, d’una scuola letteraria o ancora dall’ opinione
comune, una condanna è essa motivo sufficiente per
sconsigliare l’ uso d’un termine, specie se a questo ter-
mine si dia un significato diverso o più largo, com’ è
il caso del fideismo? |
Questa, come vedemmo, è l’opinione del Lache-
lier e del Blondel. Ma è un’ opinione inaccettabile. Se
il senso peggiorativo, che può esser annesso ad un ter-
mine, fosse motivo sufficiente per escluderlo dall’ uso,
si dovrebbero bandire una dopo l’ altra tutte le deno-
minazioni di dottrine, scuole, indirizzi e sistemi filoso-
fici; perchè a ciascuna, prima o poi, da pochi o da
molti, càpita di esser accolta malvolentieri o applicata
con intenzione malevola. Il carattere peggiorativo d’un
termine non è mai assoluto. Solo pochissimi, iscritti da
tempo sul lbro nero delle filosofie officiali, corrono cir-
condati universalmente da una triste aureola, per la quale
vengono palleggiati quasi come insulti: epicureismo,
ateismo, nibilismo, illusionismo, sincretismo, edonîismo, ca-
sualismo, materialismo, scetticismo, pirronismo, egocentrismo;
ma anche di questi si può dire che, se per i più sono
una taccia, per parecchi costituiscono un vanto. In tutte
le altre denominazioni del vocabolario filosofico il carat-
tere peggiorativo è, più che relativo, soggettivo e perso-
nale come l’apprezzamento delle dottrine denominate.
Nessuno ignora quale senso di dispregio i primitivi po-
sitivisti, e tra essi il Comte, annettessero al termine
metafisica; e con quali epiteti i metafisici sogliano ac-
compagnare alla lor volta il termine positivismo. L’agno-
sticismo, che si lancia tanto spesso come un’ accusa e
Ti ii
— 226 —
si fa quasi sinonimo di ateismo, è il nome col quale
una séètta religiosa degli Stati Uniti d’ America si di-
stingue dalle altre cento, che fioriscono su quel suolo
fecondo d’ ogni mistica bizzaria (1); esso fu costruito
dall’Huxley per caratterizzare la propria modestia scien-
tifica e opporla al temerario gmosticismo dei filosofi aprio-
risti(2). Lo stesso idealismo, che non si scompagna quasi
mai da un’intenzione laudativa, tantochè lo Schopen-
hauer ne faceva tutt’ uno con la vera filosofia (3), lo
| stesso idealismo è considerato talvolta come un’ accu-
sa (4). Insomma mentre i termini con cui designamo le
convinzioni nostre e le affini hanno, ai. nostri occhi, il
carattere di vezzeggiativi, quelli che applichiamo ai si-
stemi opposti recano sempre con sè, in misura maggiore
o minore, un sentimento d’inimicizia e di riprovazione.
*
* %*
Ugualmente inaccettabile ci sembra l’ opinione,
espressa dal Le Roy, che non possa farsi uso del ter-
mine perchè le dottrine cui dovrebbe applicarsi sono
tuttora in via di svolgimento. Con ciò si viene ad af-
fermare che siano passibili di denominazione solo le
dottrine già compiute in ogni loro parte, i sistemi
(1) Cfr. L. Weiller, Le grandes ideés d’ un grand peuple, Paris,
1902, p. 221 e seg.
(2) Cfr. il saggio precedente sull’ agnosticismo, p. 115-123.
(3) » Demnach muss die wahre Philosophie jedenfalls ideali-
stisch seyn: ja, sie muss es, um nur redlich zu seyn» Die Welt
a. W. u. Vorst., ed. Reclam, II, pag. 11.
— (4) Vedasi sopra a p. 71.
— 226 —
morti ; il che rivela un concetto erroneo dell’ ufficio
della terminologia.
I nomi sotto i quali si classificano le dottrine, non
ne espimono mai gli elementi individuali, passeggeri,
bensì i caratteri generici, le note costanti, che permet-
tono di raccogliere sotto di essi tutte le costruzioni
ideali, le quali vengono via via partecipando dello stesso
atteggiamento fondamentale. Così il termine materia-
lismo fu adoperato per la prima volta nel 1674, il ter-
mine pantetsmo nel 1705, entrambi con valore partico-
lare (1); ma dopo d'allora vengono applicati, e si ap-
plicheranno nel futuro, il primo a tutte le dottrine che
non ammettono altra sostanza che la materiale, il se-
condo a tutte le dottrine che pongono l'identità so-
stanziale di Dio col mondo; e ciò qualunque siano i
loro caratteri specifici, i quali si possono determinare
volta per volta mediante aggettivi qualificativi, come di-
cendosi materialismo atomistico e panteismo idealistico.
Persino i termini ricavati da nomi di persona, aristote-
lismo, tomismo, kantismo, hegelismo ecc., acquistano, en-
trando nell’ uso, un valore generale, in quanto espri-
mono l'orientamento caratteristico della dottrina del
caposcuola. |
A maggior ragione tuttociò può dirsi del fideismo,
il quale nella larga accezione che ha ormai ricevuto nel-
l’uso comtemporaneo, sta ad indicare non tanto una
dottrina o un gruppo di dottrine, quanto un atteggia-
mento peculiare della coscienza e filosofia religiosa; at-
(1) Cfr, Eucken, Geschichte der philosophische Terminologie, Lip-
sia, 1879, p. 94, 173.
.»
teggiamento che ha, come vedemmo, origini molto
lontane nella storia del pensiero cristiano (non disse
forse S. Paolo: omne quiem quod non est fide, peccatum
est!) e che sussisterà indubbiamente fino a che esiste-
ranno sulla faccia della terra religioni positive e inse-
gnamenti extra-razionali da difendere. L’ applicare a
determinate dottrine codesto vocabolo, non significa
dunque racchiuderle nelle strettoie di una formola, bensi
riconoscerle come momenti di un’ unica vastissima ispi-
razione.
E tale riconoscimento è possibile anche quando non
siano compiute in ogni loro parte. Come dal seme si
può prevedere la pianta, così dal punto di partenza si
può determinare il tipo della dottrina. Mille fattori par-
ticolari imprimeranno poi alla pianta e alla dottrina una
forma individuale; ma come la quercia resterà sempre
quercia, così sarà sempre fideistica ogni dottrina che
parta dall’ammettere una fede fiduciale, indipendente dalla
ragione e ad essa superiore, si tratti poi d’un fideismo
alla Jacobi, alla Tyrrel o alla Le Roy, assoluto o tem-
perato, morale o intuizionista, tradizionalista o imma-
nentista.
Ancora sulla terminologia filosofica
[ Legge — Principio — Ipotesi ]
La mancanza assoluta di precisione nel dizionario
tecnico usato dalla filosofia, l’ assenza di un accordo
tra i filosofi, anche dei diversi paesi e delle diverse
scuole, intorno al valore dei vocaboli e delle espressioni
più in uso, è causa riconosciuta di confusione e di
malintesi, che intralciano incessantemente il cammino
delle ricerche. Facilius inter philosophos quam inter boro-
logia conventet, diceva ironicamente Seneca. E infatti,
come arrivare a intendersi sul fondo stesso delle cose,
quando non ci si intende ancora sul senso delle parole
che si impiegano ? | |
Quante discussioni inconcludenti e interminabili
non si aggirano intorno all’ accezione vaga e fluttuante
di un vocabolo! E quante critiche non si fondano esclu-
sivamente sopra l’arbitrario significato attribuito ad una
parola, e non avrebbero avuto quindi ragion d’ essere
qualora di codesta parola si fosse precedentemente fis-
sato il valore!
Certamente, l’ accordo perfetto, la stabilità assoluta
nel valore dei termini è qualche cosa di irrealizzabile (1).
(1) Vedansi in proposito le dotte considerazioni del Tonnies,
Philosophical terminology in Mind, 1899 pag. 479 è segg.; e sulla
indeterminatezza del linguaggio psicologico ibid. pag. 486 e segg.
Limite i nni Dei
— 229 —
Mutano i concetti, col mutare e col perfezionarsi della
nostra conoscenza del reale, e muta quindi anche il
valore dei vocaboli che‘codesti concetti esprimono. Non
solo, ma l’ interpretazione medesima della realtà varia
inevitabilmente col variare degli interpreti di essa. Sol-
tanto certe scienze possono raggiungere a tal riguardo
un grado massimo di precisione. Tali sono le scienze
matematiche, perchè, giusta le profonda intuizione del
Vico, degli oggetti ideali di codeste scienze noi stessi
siamo gli autori. Gli algoritmi matematici, una volta
che se ne sia stabilito per convenzione il significato,
acquistano un valore universale. Così dal Lagrange in
poi qualunque matematico, davanti alla formula: y=f (x),
sa che essa significa che y è una funzione di x, e che
quindi considerando x (variabile indipendente) come tale
che possa assumere tutti i valori possibili,. ad ognuno
di questi valori dovrà sempre corrispondere un valore
determinato di y. Nè è possibile ‘che egli abbia alcun
dubbio sul significato della parola funzione.
Ben diverso è il caso nelle scienze della realtà.
Che cosa, ad esempio, dobbiamo intendere nelle scienze
biologiche con la parola specie, o meglio ancora con la
parola poligenismo? Che le razze umane, come voleva
l’Agassiz, sono il prodotto di una volontà superiore,
operante in virtù di un piano prestabilito, e sorsero in
otto punti o centri differenti del globo, i quali si di-
stinguono sia per la loro fauna che per la loro flora?
oppure che 1 tipi umani, si chiamino generi o speci,
derivano da più antenati antropoidi, pitecoidi ecc., come
sembrano provare i risultati più recenti i della linguistica
e dell’ antropologia ?
I Se poi ci accostiamo alle scienze morali e filoso-
— 230 —
fiche, la confusione, data la complessità e 1’ estensione
degli oggetti loro, è ancora piu grande. Qui lo stesso
termine può avere non due, ina dieci significati, e tutti
diversi; nè è raro il caso di termini, come materia e
forma, soggetto, oggetto, reale, ideale, energia, entità, libertà,
responsabilità, essenza ecc., che nei vari tempi e sistemi
assumono significazioni addirittura opposte.
Alcuni anni or sono il Lalande, lanciava nella Re-
vue de Méthaphisique et de Morale (VI, 566-588) la pro-
posta di nominare una commissione internazionale di
filosofi, cui fosse affidato l’incarico di fissare stabilmente
il valore dei termini filosofici, ‘e specialmente psicolo-
gici, fondamentali. Ignoro se la sua proposta sia stata
accettata, e se, in tal caso, abbia avuto un esito favo-.
revole. Ciò che me ne fa dubitare fortemente (1) si è
l’ indirizzo speciale, l’ intonazione che a codesto lavoro
si voleva dare, intonazione che si rivela chiaramente
dal fatto che uno dei termini additati dal Lalande come
esempio della necessità di accordare su di esso tutti i
filosofi di tutte le scuole e di tutti i paesi, era quello
di percezione. Ora, per percezione si può intendere sia
la facoltà di percepire, sia il risultato di quest’ atto; si
può, con Cartesio, opporla alla volizione, per designare
qualsiasi fenomeno intellettuale ; si può, col Leibnitz
apporla all’ appetizione e all’ appercezione, per designare
qualsiasi modificazione della monade; si può, col Maine
(1) Questo saggio fu scritto prima dell’altro La terminologta
e i vocabolari filosofici (pp. 11-58 di questo volume). Come ivi si
può vedere, il modo con cui il Lalande ha poi tradotta in pratica
la sua idea, ha fugato tutti i miei dubbi, e io sono felice di poterlo
dichiarare, |
— 231 —
de Biran, considerarla una semplice sensazione accom-
pagnata dall’ attenzione; si può, con la scuola scozzese,
definirla come la sensazione accompagnata dal giudizio
d’ esteriorità : si può, con l’ Ardigò e col Taine, apporla
alla sensazione pura, in quanto questa è la semplice
osservazione, la percezione è invece l’ esperimento : si
può, col Sergi, considerarla come il prodotto di un’ onda
nervea di ritorno...... | i
Orbene, a quali di codesti significati si dovrebbe
dare la preferenza, cosicchè fosse poi universalmente
accettato come unico e legittimo? E in base a quali
criteri dovrebbe essere considerato come legittimo? E la
legittimità di codesto criterio con quali altri argomenti
si avrebbe a dimostrare? È chiaro adunque che una
simile impresa sarebbe tanto disperata ed assurda quanto
quella di conciliare tra loro tutti i sistemi filosofici e i
filosofi che li rappresentano. Nella storia della filosofia
non mancano, è vero, esempi di tentativi in codesto
senso. Ma essi hanno sempre naufragato contro l’ uno.
o l’altro dei due scogli pericolosi che si innalzano contro
simili imprese : il dogmatismo da una parte e il sin-
cretismo dall’ altra. Anzichè pretendere di conciliare l’ in-
conciliabile, a me pare assai miglior consiglio racco-
gliere in appositi dizionari -- quali la Francia, la Ger-
mania e l’ Inghilterra possiedono di ottimi — il mag-
gior numero possibile di termini tecnici, esponendo di
ciascuno sia i diversi significati attualmente in uso, sia
quelli che il termine stesso è venuto assumento attra-
verso l’ evoluzione del pensiero (1).
(1) Un lavoro simile, riguardante specialmente Je trasforma-
Un accordo completo sarebbe invece possibile e
desiderabilissimo in quella parte della terminologia fi-
losofica, che esprime quelle operazioni mentali, quelle
astrazioni di oggetti ideali di cui noi stessi, come per
le operazioni matematiche e i simboli che le esprimono,
siamo gli autori. Qui, nei termini logici e metodologici,
non può esser luogo a disparità di interpretazione e di
vedute ; il disaccordo potrà nascere intorno alla impor-
tanza, alla estensione, al grado d’ applicabilità maggiore
o minore del metodo designato o dell’ astrazione, ma
non intorno alla determinazione sua. Una volta che per
convenzione si sia stabilito, ad esempio, di chiamare în-
duzione quel procedimento logico per cui dai fatti parti-
colari si ascende ad una legge che li abbraccia e li spiega,
e che prima s’ignorava: deduzione il procedimento in-
verso; criterio della verità il segno, la norma per cui la
| verità si riconosce e si distingue, [non dovrebbe più es-
servi alcuna incertezza, alcuna oscillazione nel significato
di queste parole, per quanto possano poi variare i giu-
dizi sopra la portata dei due metodi e sopra la natura
del criterio.
Eppure, le cose non vanno così. Sia per la preoc-
cupazione di difendere convincimenti cui non si vuole
a nessun costo rinunciare, sia per la smania di esten-
dere la critica anche oltre i confini del giusto, sia sem-
plicemente per l'ignoranza del significato preciso dei
vocaboli, anche questa parte della terminologia filosofica
wanca della necessaria precisione, e le parole sono spesso
zioni della terminologia filosofica tedesca, fu compiuto da Rudolf
Eucken nel libro già citato.
— 233 —
stiracchiate da un lato e dall’ altro ad assumere signi-
ficati illegittimi, erronei, non conformi all’ uso.
Lo provi il seguente esempio.
è
* %
Una delle critiche con la quale più comunemente
si combattono i sistemi moderni di filosofia, fondati
sopra l’ evoluzione, è che essi, partendo non da principj
e leggi scientifiche inconcusse, ma da una semplice ipo-
tesi ancora indimostrata o addirittura indimostrabile, man-
cano di qualsiasi fondamento reale, poggiano nel vuoto,
sono edifici basati sulla sabbia e destinati a crollare al
primo soffio di vento. «In generale i positivisti seguaci
dell’ evoluzionismo — dice il Gruber, rivolgendosi parti-
colarmente ai positivisti italiani — provano all’ evidenza
quanto siano funeste le conseguenze che derivano dal-
l’avventurosa impresa -di costruire sistemi di filosofia,
così detta scientifica, su ipotesi scientifiche non per anco
dimostrate e provate coll’ esperienza e che giusta la
convinzioni di alcuni fra i più illustri naturalisti-evo-
luzionisti, non saranno mai scientificamente dimostrabili.
Il loro metodo di sviluppare l’ evoluzione porta l’ im-
pronta dell’ arbitrario, del vago, del fantastico: si fonda
su vane congetture e si risolve in un vuoto verbalismo
nel quale domina la petitio principit, cioè suppone, ciò
che dovrebbe essere provato » (1).
(1) E. Gruber: Il positivismo dalla morte di A. Comie fino ai
nostri giorni (trad. ît.), pag. 486 e segg. Cfr. anche l’art. di A.
Quatrefrages in « Revue scientifique », 1890, II, pag. 231 e segg.
G. Hertling.: Ueber die Grenzen des mechanischem Naturerklàrung,
—_ 234 —
Innanzi tutto, codesto ragionamento racchiude un
equivoco solenne : che è di contrappore la legge e il
principio all’ ipotesi, quasicchè si escludano a vicenda.
Invece non v’ ha ipotesi generale che non sia ad un
| tempo e sotto un riguardo legge e principio, e non
v’ ha, si può dire, principio e legge scientifica che non
siano subordinati o entrino come parte di una ipotesi
generale.
Per la scienza moderna la legge naturale non è che
il fatto stesso considerato nella sua astrattezza, in quanto,
data una certa situazione generale, si ripete; vale a dire,
in altre parole, che la legge è la concordanza dei fatti
in una medesima condizione. Ci fu chi ebbe a definirla
come il rapporto necessario esistente fra ogni fenomeno
e le condizioni nelle quali esso apparisce; per altri si-
gnifica l’invariabilità nell’ evoluzione e molteplicità. dei
fenomeni; altri ancora la considera come la somiglianza
dei fatti, ecc. ecc. Ma, come appare subito, si tratta d’un
solo e medesimo concetto espresso variamente: che
cioè la Jegge è il fatto stesso portato alla sua massima
potenza di generalità. Quanto al principio, la sua desi-
gnazione è ancora più precisa e costante che quella di
legge : nell’ ordine logico per principio si intende sem-
pre una proposizione più o meno generale, dalla quale
si ricavano altre proposizioni particolari, cioè a dire delle
conseguenze. Quanto all'ipotesi, vedremo più innanzi.
Pigliamo ora una delle grandi ipotesi, che costi-
tuiscono il fondamento della concezione moderna della
1865 ; A. Jakob: Der Mensch, die Krone der @rdischen Schòpfung,
1890. pag. 75 e segg.; P. Fambri, in «Atti del R. Istituto veneto
di scienze lettere ed arti », Serie VII, tomo IV, Venezia 1893; ecc,
n 7 rt
ca
natura : la conservazione della energia. Secondo questa
ipotesi, in tutti i fenomeni la somma delle forze vive
o delle energie potenziali è costante. Orbene, essa può
«anche essere formulata come una legge e come un
principio. Ha valore di legge, perchè un gran numero.
di esperienze sopra un gran numero di fenomeni, hanno
dimostrato costantemente che la quantità di forza, che
sparisce sotto una data forma, trova il suo equivalente
esatto sotto altra forma, di modo che potrà essere di
nuovo restituita la stessa quantità della stessa specie di
energia. Così, le equivalenze riscontrate tra il calore e
il movimento meccanico, tra il movimento meccanico
e l'elettricità, tra l’ elettricità e la luce ecc., hanno il
valore di vere e proprie leggi naturali, che si esprimono
con matematica precisione {p. es.: 1 ca. — 424 kgm.).
Ha poi il valore di un principio, perchè, date ap-
punto le ripetute e non mai contraddette prove speri-
mentali, esso ci obbliga a cercare degli equivalenti ad
ogni quantità di energia che sembra nascere e sparire.
Così, per servirmi del famoso esempio di Roberto Mayer,
noi sappiamo con la più assoluta certezza che la quan-
tità di forza spesa quattromila anni or sono dagli operai
dei Faraoni per innalzare la pietra che trovasi alla som-
mità della piramide di Chephrem, è ancora ritenuta
virtualmente nella pietra stessa, cosicchè ci potrà essere
restituita quandosivoglia e sotto qualsiasi forma, ma
sempre, e non ne dubitiamo, nella stessa misura. E
quando, alcuni anni or sono, il Becquerel constatò che
alcune schegge del nuovo metallo Uran, chiuse in una
cassetta di piombo, emettevano continuamente luce ed
energia elettrica senza mutare, almeno in apparenza, nè
nella loro composisione chimica nè nel loro peso, il
— 236 —
grande sforzo e la grande preoccupazione degli scien-
ziati fu appunto di scoprire gli equivalenti della energia
elettrica e luminosa che andava pruducendosi. E la ft-
siologia moderna rigetta il vitalismo, appunto perchè.
contraddice palesemente a codesto principio; in base al
quale ogni fisiologo va ricercando gli equivalenti fisici.
e chimici di tutto ciò che si produce o spatisce nel-
l’ organismo. E, sempre come conseguenze di codesto
principio, la psicologia scientifica respinge lo spiritua-
lismo dualistico (1), la cosmologia dimostra la erroneità
della dottrina della creazione, la fisica di quella dei
fluidi, e così via via seguitando. |
Ha infine carattere ipotetico per due ragioni fon-
damentali, inerenti antrambe alle condizioni naturali
della nostra esperienza.
La conservazione dell’ energia non sarebbe appli-
cabile, in senso rigoroso, che ai sistemi chiusi o con-
(1) Ermanno Lotze, nella meravigliosa acutezza del suo in-
gegno, aveva sì ben compreso tutta la portata del principio della
conservazione della energia, che cercò di accordare con esso il suo
monismo spiritualistico. È noto però che per raggiungere il suo
intento egli dovette dare al principio stesso un’ estensione illegit-
tima, modificandolo nel senso che dei movimenti spaziali possono
essere assorbiti per la loro trasformazione in stati intensivi del
reale. Egli, infatti, partiva dal concetto che se la conservazione
della forza implica un certo equivalente dell’ energia soppressa, non
determina per nulla la specie di codesta energia, ed è quindi ap-
plicabile alle trasformazioni d’energia psichica in fisica e viceversa.
Ma se ciò può essere ammissibile dal punto di vista metafisico, nel
quale egli s’ era posto, non può esserlo ugualmente dal punto di
vista dell'esperienza ; la quale non ci dà equivalenti di natura psi-
chica e non può quindi fornirci una misura comune all’ energia
fisica e alla spirituale,
servativi, perchè soltanto in essi si potrebbe constatare
il persistere della stessa quantità di forza; infatti, nei
sistemi in relazione con altri sistemi, avviene sempre
uno scambio di energia, che, perduta dagli uni, è acqui-
stata dagli altri. Ora la nostra esperienza non ci offre
nè potrà mai offrirci delle totalità assolutamente chiuse
ed isolate; quindi sotto questo rispetto, la conservazione
dell’ energia rimarrà sempre una ipotesi. Ma una ipotesi
plausibilissima, e tale che può servire di sicuro fonda-
mento ad una concezione generale dell’ universo. Infatti,
l’ esperienza ci mostra da un lato che quanto più noi
riusciamo a chiudere ed isolare un sistema tanto più
la sua energia continua a sussistere ; e d'altro canto la
riflessione ci persuade che il supporre un sistema per-
fettamente chiuso, non è, in fondo, essenziale alla teoria;
perchè, prendendo un qualsiasi gruppo di forze e con-
siderandolo come un sistema, in un tempo assegnato
avranno luogo tra esse .e tra alcune di esse ed altre
considerate come estranee al sistema, degli scambi, pure
determinati, cosicchè alla fine del tempo assegnato le
condizioni del sistema. saranno una conseguenza ne-
cessaria e rigorosa delle condizioni del sistema stesso
al principio di quel tempo, purchè si tenga calcolo sia
degli scambi interni di energia sia di quelli con l’ ester-
no. Ciò non è che una conferma di quanto dicevamo
più sopra circa il valore di legge della dottrina in di-
SCOrso.
In secondo luogo, per essere una esplicazione ge-
. nerale dei fenomeni naturali (intesi in senso stretto,
soltanto, cioè, della natura esteriore) essa dovrebbe aver
prima avuto una conferma sperimentale in tutte le forze
della natura; ma siccome noi non conosciamo ancora
SEE, 238 Re
il contenuto totale della natura, e non lo conosceremo
mai, per quanto possa estendersi la sfera delle nostre
conoscenze, così essa non potrà mai essere confermata
che approssimativamente dalla esperienza, e quindi avrà
sempre un valore ipotetico. Però, anche in questo caso
si può osservare, che se tutto ciò vale per la costanza
della forza, vale del pari per tutte le leggi naturali (1);
e che quindi se per esse conta pure qualche cosa l’ as-
sioma dell’uniformità della natura, altrettanto dovrà con-
tare per l’ ipotesi della conservazione dell’ energia.
*
* %*
Quanto siam venuti fino ad ora dicendo, è appli-
cabile non solamente alla dottrina della conservazione
della energia, ma anche a tutte le altre dottrine che
costituiscono le basi su cui poggia l’ organismo scien-
tifico moderno: quella della natura meccanica dei feno-
meni, della trasformazione dei movimenti, dell’ unità
della materia, dell’inerzia (2), che ne costituisce il centro
(1) Esclusi i casi, più teorici che reali, in cui la legge, ossia
la conclusione della induzione, riguardi le proprietà riscontrate negli
esemplari di un’ unica specie.
(2) Che l'inerzia sia una legge, e, come dice il Laplace «la
legge più naturale e più semplice che si possa imaginare» è pro-
vato dall’osservazione di ogni momento: ognuno ammette senza
sforzo che un corpo in riposo non si pone in movimento da solo,
e che la durata del movimento d’un corpo aumenta in proporzione
col diminuire dell’attrito e delle altre resistenze passive che possono
arrestarlo. Che sia un principio, lo prova l’essere essa il presup-
posto, l’ idea direttrice d’ ogni scienza. Che sia una ipotesi, e asso-
lutamente indimostrabile, risulta da ciò, che nessuna esperienza pos-
sibile ci mostra la continuazione indefinita d’ un movimento, che
nessuna causa esterna viene a modificare.
PA
— 239 —
comune; e, infine a quella dell’ evoluzione, che alle
precedenti si ricollega strettamente.
La diffusione data alla dimostrazione dei tre carat-
teri di legge, di principio e di ipotesi nella dottrina
della persistenza della forza, ci esonera del fare altret-
tanto per quella dell’ evoluzione. Lo scopo non era in-
fatti di dimostrare la consistenza maggiore o minore di ,
una ipotesi determinata, si bene di mettere in chiaro il
valore attribuito comunemente ad alcuni vocaboli filo-
sofici. Però rimane ancora da chiarire il significato pre-
ciso, il valore e l’ ufficiò dell’ipotesi nel procedimento
scientifico, per vedere se il prendere a fondamento di
una esplicazione generale dell’universo una dottrina non
ancora pienamente comprovata dalla esperienza, sia ar-
bitrario e conduca realmente, come vogliono il Gruber
e gli altri autori già citati, alla petitio principi. E giac-
chè queste critiche riguardano la dottrina del trasfor-
mismo, di essa ci varremo per la nostra dimostrazione.
Da quando, al principio del secolo scorso, Giovanni
Lamarck esponeva nella sua Philosophie zoologique le pro-
prie vedute scientifiche, a venire sino al Roux, al Weis-
mann, all’ Hickel, Ja dottrina della discendenza o del
trasformismo (1) ha subito essa stessa un gran numero
di trasformazioni, che l’ hanno sempre trattenuta nel
(1) Per rispetto alla terminologia, non si dovrebbe mai con-
fondere il trasformismo, che indica in generale ogni dottrina sullo
sviluppo lento e graduale degli esseri animali e vegetali, col darwi-
nismo che è la stessa dottrina quale fu intesa ed esposta dal Dar-
win, e coll’ evoluzionismo che è dottrina essenzialmente filosofica ed
applica i princip) del trasformismo biologico a tutti i fenomeni
naturali.
— 240 —
campo indeterminato delle ipotesi. Se per Giovanni
Lamarck la graduale trasformazione della specie è de-
terminata essenzialmente dall’ uso e dal non uso degli
organi, per Geffroy Saint-Hilaire essa è dovuta piuttosto
alle condizioni esterne di vita e per Carlo Darwin al-
l elezione naturale .come conseguenza della lotta per
l’ esistenza. Mentre Augusto Weismann esagera l’ effi-
cacia della selezione e nega l’ ereditarietà dei caratteri
acquisiti, essendo soltanto il protoplasma germinale
quello che negli organismi pluricellulari dà luogo alla
continuità della vita e trasmette ai discendenti i carat-
teri dei genitori, laddove il plasma somatico o perso-
nale è soggetto alla morte; per Herbert Spencer invece
la selezione naturale, artificiale e sessuale, è affatto in-
sufficiente a spiegare tutti i fenomeni che avvengono
negli organismi, e la massima importanza deve attri-
buirsi alla ereditarietà dei caratteri acquisiti, agli effetti
dell’ uso e del disuso degli organi e all’ influenza del-
l’ambiente. A rafforzare le vedute dello Spencer, il De-
lage restringe ancor più l’ efficacia della elezione natu-
rale, atta soltanto, secondo esso, ad eliminare i caratteri
eccessivamente dannosi alla specie, e l’ Haacke ne nega
addirittura l’ esistenza. Ma, d'altro canto, le dottrine
biomeccaniche di Guglielmo Roux, sorte sui ruderi del
vitalismo, rafforzano e completano le vedute del Dar-
win, stabilendo fra i principî dell'evoluzione la lotta fra
le parti dell'organismo e l’azione morfogena degli stimoli
funzionali; e le geniali ricerche di Ernesto Haeckel --
centinuatore del darwinismo classico — sulla genealogia
degli esseri organici, tolgono l’antica disputa dal campo
astratto e teorico, per portarla in quello dell’ applica-
zione pratica, mentre poi il suo ardito e, in parte, fan-
— 24I —
tastico monismo ilozoistico la trasporta dalla sfera scien-
tifica a quella più propriamente filosofica e metafisica.
La disparità di vedute tra i campioni della dottrina
della discendenza non potrebbe essere maggiore. Non
v’ha in essa principio che non sia stato criticato e
posto in dubbio. Non v’ha affermazione che non trovi
chi, accettando il resto, non le opponga una negazione; .
cosicchè, facendo il riassunto totale delle affermazioni
e delle negazioni, tutta quanta la dottrina dovrebbe
andare in frantumi.
Invece non è così. Non solo il concetto fonda-
mentale della evoluzione è uscito intatto dal lungo ci-
mento, tanto da abbattere in modo definitivo la dottrina
dei cataclismi universali e il concetto di Linneo «che
tante sono le specie quante fino da principio ne creò
l'Ente supremo »; ma si può dire anche che la storia
non registri alcun’ altra ipotesi che abbia portato in ogni
campo dello scibile tanto ossigeno vivificatore, un alito
così potente di rinnovamento, come l’ipotesi della evolu-
zione. Essa è divenuta la base delle scienze naturali, bio-
logiche, psicologiche e sociali, nelle quali non v' ha, si
può dire, scoperta, che ad essa non sia dovuta, e che
non ne sia, al tempo stesso, una nuova conferma.
In questo rapporto di reciprocanza, per cui viene di-
mostrato quello stesso che si è presupposto vero per pro-
vare, esiste dunque la petizione di principio ? Per am-
metterlo, bisogna o sconvolgere il significato che al so-
fisma del tò év doyij Aaufidvey si è sempre attribuito,
cominciando da Aristotele e venendo fino alla Logica
di Porto Reale e ai nostri giorni; o negare addirittura
T uso di qualsiasi ipotesi nella scienza, e, come dicono.
i tedeschi, das Aind mit dem Bade ausschiittenz o, infine,
4
— 242 —
. disconoscere il carattere essenziale della ipotesi, ricono-
sciutole da tutti i logici e gli scienziati. Sul significato
tradizionale della petizion di principio, sarebbe un fuor
d’ opera insistere, poichè si può trovare in qualunque
trattatello di logica. Quanto al negare l’uso della ipo-
tesi, è questione che esce dal campo terminologito e
quindi ora non ci riguarda; solo è curioso notare come ‘
su questo terreno si trovino d’accordo i bigotti del po-
sitivismo e i suoi più decisi avversari.
Quanto al carattere essenziale dell’ipotesi (1), esso
consiste in una anticipazione sull’esperienza, in un rap-
presentarsi a priorî ciò che potrà esser dato in sèguito
a posteriori; è naturale quindi che l’ esperienza debba
prima pressupporla, per poi, ove sia legittima, confer-
marla, ed è supremamente assurdo il sostenere che in
questo accordo tra verità dimostrata e verità supposta
O presentita esista una petizione di principio. In tal caso
sarebbero sofismi quasi tutte le più grandi scoperte scien-
tifiche, ottenute appunto con tale procedimento. E Cri-
stoforo Colombo, giunto in vista dell’ America, la cui
scoperta fu da lui fatta in base ad una semplice sup-
posizione, si sarebbe trovato di fronte non ad una nuova
terra, ma... a un antico sofisma! |
Il carattere essenziale dell’ipotesi appare ancor me-
glio quando se ne consideri, oltrechè il meccanismo
(1) Cfr. E. Naville: La définition de la philosophie, p. 96-109;
Id.: La logique de l’ Hypothèse, passim; Bain: Logique, V. II. p. 191;
Masci: Elementi di filosofia. vol. I. p. 423-442; Fouillte: L’avenir
de la métaphysique, C. II, $ V. VI.; Poincaré, La science et l’hypo-
these, passim; Canestrini: Valore delle ipotesi nella biologia, nel vol.
Per l° evoluzioue, p. 3-19, ecc. .
— 243 —
logico, anche l'origine psicologica. L'ipotesi è una
supposizione, una congettura imaginata senza prove 0
con prove insufficienti per dedurre delle conclusioni che
siano in accordo coi fatti. Vi sono dunque due mo-
menti ben distinti in essa, ai quali corrisponde il fun-
zionamento di due diverse attività psichiche : il primo
momento è quello formativo, di aggruppamento cioè e
di coordinazione dei diversi elementi costitutivi della
ipotesi, e tale opera è affidata, come bene mostrò il
Colozza (1), alla imaginazione costruttiva. Il secondo
momento è quello di verificazione, lavoro essenzialmente
critico e valutativo esercitato dalla ragione, e che varia
a seconda che si tratta di una ipotesi sperimentale, ossia
supposizione d’ un fatto, o d’una ipotesi razionale, sup-
posizione d’ una verità astratta, o d’ una ipotesi espli-
cativa. In quest’ultimo caso appare in special modo il
lavoro proprio della ragione, che non si rivolge diretta-
mente all'esame dell’ipotesi, bensi deduce da essa le con-
seguenze per confrontarle poscia coi fatti. Ma anche nei
primi due casi, si hanno sempre due operazioni distinte,
esercitate da due attività psichiche distinte, soggette a
norme logiche diverse (riguardanti le condizioni di am-
missibilità per il primo, le condizioni e il grado di ve-
rificazione per il secondo) e che quindi possono anche
essere compiute ciascuna da pensatori diversi in tempi
diversi. Fra i mille esempi che si potrebbero citare a
tal riguardo, basti quello della teoria copernicana, ri-
masta allo stato di semplice supposizione fino alle
scoperte di Keplero sull’ orbita di Marte, di Galilei
(1) G. A. Colozza: L’immaginazione nella scienza, p. 64-89.
— 244 —
sulle fasi di Venere e di Newton sull’ attrazione uni-
versale.
Tale è 1’ officio e la natura dell’ ipotesi. Non si
puo comprenderla diversamente senza falsare il signi-
ficato universalmente accettato del vocabolo. Essa co-
stituisce il primo e l’ultimo gradino della scienza: il
‘primo perchè vale a dirigere l’esperienza, l’ultimo per-
chè vale a organizzarla e a interpretarla. Le conclusioni
ultime e generali delle scienze non sono quindi che
ipotesi. Le sintesi filosofica, della quale tali ipotesi sono
gli elementi, è l’ipotesi massima, o, meglio, l’ ipotesi.
delle ipotesi. Ma è nello stesso tempo la legge delle
leggi, perchè comprende sotto di sè il numero massimo
dei fatti, perchè abbraccia l'estensione massima del reale.
Ed è il principio dei principj, perchè da essa in ogni
tempo le scienze particolari ricevono la direzione, il
metodo e i problemi da risolvere.
INDICE DEGLI AUTORI
Abbot, 98 »
Agassiz, 229
Agostino s., 71, 146 n
Agrippa, 33
Aliotta 67 »
Angiulli, 135
Ardigò, 74, 80 1, 127, 128 #, 134
#, 135, 176, 207, 208, 231
Aristotele, .42, 157,175, 182, 183
Armstrong, 105, 116 n, 117 n,
140 n
Avernarius, 30, 31, 34, 35
Bacone, 121
Bain, 42, 145, 242 #l
Baldwin, 38-46, 85 n, 88 n, 105,
214 "1,
Balfour, 98, 103, 150
Bardili 98, 99°
Bautain 213, 216, 221
Bayle, 23, 25, 60 n, 162, 163
Beck, 82
Becquerel, 235
Bentham, 33
Bergson, 68, 73, 188, 189
Berkeley, 35, 61, 63, 65, 77, 82
Berni, 16
Billot, 1$1 n, 152 #
Blondel, 147, 215, 216 #, 224
Bonald, 220
Bonetty, 221
Boirac, 80 n, 93 n, 100 n
Bouasse, 50
Bouglt, 43
Bourdet, 24
Boutroux 69 7, 73, 100 n
Brunetitre, 1.48, 150
Brunschvicg, 70 #, 216, 223
Calderwood, 36, 37, 93, 137
Calò 74 n
Calvino 128
Campbell Fraser, 80 #, 105, 125
126, 153 #
Canestrini, 242 #
Caro, 125, 132 #
‘. Cartesio, 63, 77, 78 #, 98, 100,
121, 147, 230
Chamfort, 19 n
Colozza, 243
Comte, 27, 68 #, 130, 134, 174;
224
Condillac, 76
Cournot, 176, 196, 197, 202, 207
Cousin, 92 n
‘ Couturat, 216, 217
— 246 —
D’Alembert, SI, 162, 133 Geffroy Saint-Hilaire, 240
Darwin, 141, 142 n, 239 n, 240 Gioberti, 75
Delage, 240 Giussani, 178 n, 179
+ De Montessuss, 175, 188, (91 Goblot, 27-28, 44 n, 65 n, 80 n,
Denziger, 223 # 190 # |
De Roberty, 136 n Goethe, 8, 19 n, 154
De Sarlo, 103 n o Gruber, 233, 239
Diderot, 51, 162 Guastella, 61 », 83 n, 94 i, 127
Dieringer, 151 n, 152 #
Disraeli, 20 Haache, 240
Drobisch, 90 Haeckel, 200, 239
Durkheim, 199 Hamilton, 36, 37, 61 n, C2, 93 n,
114, 147, 154
E ckermann, 8, IGN Harnach, 150 n
Eisler, 28-35, 62 n, 65 x, 80 n, Hartmann, 44, 81, 89, 90, 9I
100 #, 107 # Hegel, 18 x, 21 n, 37, 72, 76, 82,
Enriques, 134 # 84, 86, 89, 157, 158, 159, 160,
Epicuro, 60, 132, 175, 177, 178, 165 n, 166-169. 173 #1, 174
179 n Heine, 21 n, 164 #
Espinas, 75 n, 136 n Herbart, 30, 60, 89, 90, 169
Eucken, 14, 65 n, 68 n, 69 n, Herder, 214
90 n, 96 n, 100, 161 n, 226 n, Hertling, 233 #
232 nl Hodgson, 98, 103, 1127
Hòffding, 29, 67 n, 86 n, 88 n,
Faggi, 81 n 90 n, 106 n
Fambri, 234 » Hume, 116, 125, 133, 145, 186,
Ferrier, 37 Huxley, 115, 117-123, 136, 140,
Fichte, 13 n, 40, 61, 76, 82-86, 14I, 225
87 n, 88, 89, 160
Fiorentino, 90 # Jacobi, 214, 227
Fischer, 65 n Jakob, 234 #
Fleming, 36, 62 # James, 63 #
Flint, 80 x, 105, 112, 113, 140 Janet, 72 n, 73, 92 7, 98 n, 159"
n, 143, ISO #, I53 |
Fouillée, 66 n, 73 n, 84 n, 127, Kant, 6,13 11, 29, 35, 40, 44, 49,
133, 242 # i 50, 63, 77: 83, 87, 89, 99, I00,
Frank, 24, 4I, 54 105, 106, I16, 133, 147, 150,
Fullerton, 92 # 154, 160
— 247 —
Kirchner, 23, 90 n.
Kleugten, 221 x.
Kùlpe, 29, 125.
Laas, 74, 75 n
Laberthonnière, 69 n, 70 #, 71,
81 #, ISO, 2IS #
Lachelier, 50, 73, 215, 224
Laforét, 222
Lagrange 229
Lalande, 13, 14 n, 47, 65 n, 190
n, 215, 216, 230
Lamarck, 239, 240
Lamennais, 147, 213, 216, 220,
22I, 222.
‘ Lange, 93 #, 94 n, 95, 179 n
Laplace, 141, 201, 208, 209, 238
La Rochefoucauld, 210
Le Dantec, 187 n
Leibnitz, 60, 67, 82, 95, 98, 100,
230 -
Lemaitre, 148
Le Roy, 69 n, 147, 214, 215,
225, 227
Leslie Stephen, 140 n, 143
Lewes, 85 n, 98, 99,
Liddon, 164
Linneo, 241
Lipenio, 52
Littré, 130, 131, 132, 133 #
Lombroso, 35, 200
Lotze, 73, 150, 236
Lucrezio, 132, 175, 178, 179
Mac Cosh, 93, 94 1,72 n, 160
n, I61 n
Mach, 68, 127
Mach Taggart, 155, 159, 161, 167,
169, 170, 173
Maimon, 82
Maine De Biran, 230-231
Maitland, 105
Maldilier, 197 n
Mamiani, 21
Mansel, 37, II4, 154, 163
Marchesini, 74 n
Martineau, 98, 10} #
Masci, 72 #, 73 n, 125, ISO #,
242
Mayer, 235
Mendelssohn, 176 x,
Momerie, 105, 137 #, I4I, 142
n, 143
Montaigne, 17 #
Murri, 69 n
Naville, 63 n, 98 n, 242 n
Newmann, 147
Ostwald, 127
Pascal, 147, 191
Peano, 50
Pfleiderer, 143 #
Picard, 139 #
Pillon, 214 n
Pirrone, 109, 120
Platone, 60, 65 #, 71, 72, 82
Poincaré, 73, 175, 189-194, 242 #
Pope, 139 #
Porter, 36, 37, 105
Quatrefrages, 233
Ravaisson, 73, 93
Reinhold, 82
Renan, 72 n, 191
-—- 248 —
Renouvier, 35, 62 n, 72 n, 83,
147, 155, 179 #1, 200, 201, 208,
209, 214
Ribat, 70 n
Richard, 221
Riehl, 124 n
Rigg, 164
Ritschl, 149, 150, 154
Rosmini, 7, 20 #, 75
Rousseau, 52
Roux, 239, 240
Roux-Ferrand, 23, 162 #
Royce, 80, 175 n
Sabatier, 150
Schelling, 67, 76, 82, 84-89
Schiller, 62 n, 65 »
Schulze, $2
Schuppe, 62 #, 65 », 127
Schubert-Soldern, 62 n, 95, 127
Schopenhauer, 12 7, 62 n, 68, 76,
77 n, 62-64, 92 i, 93 2, 9$,
96, 176, n, 225
Semeria, 126 n
Semeca, 5, 6, 220
Sergi, 53, 231
Sollier, 70 n
Seth, 62 n, 105
Spencer, 37;. 44; 6; 1/92 I; 96,
10I, 102, II4, IIS,
216 n, 240
Spinoza, 52, 98, 105, 157-159,
Stefanoni, 56-57
337-155»
Strauss, 97 n |
Stuart Mill, 36, 37, 50, 65, 76,
94 #, 145, 196, 213
Taine, 231
Tetens, 30
Thomson, 35-37, 95
Tocco, 196
Tolstoi, 205 #
Tommaseo, 54-56 |
Tommaso s. 105, 146 n, IS$I #,
196
Tonnies, 14, 16 n, 228 n
Tvrrel, 227
Vicant, 221 n, 222 H,
Vaihinger 21, 77
Vailati, 14
Varisco, 92 #, 94 #, 129 n, 18; nt
Ventura, 222
Venn, IOI
Vico, 229
Villa; 70473 I
Voltaire, 23, 24, 25 #, 163, 205
Ward, I4I #, IOS, 142, 143
Weiller, 225 #
Weismantì, 239, 240.
Wolf, 34, 64, 95 n, 96 n.
Wundt, 29, 69 n, 72 #, 76 n, 82 n,
98, IOI n.
SOMMARIO
Prefazione Pag. 5-10
La terminologia e i vocabolari filosofici 11-58
La questione del linguaggio filosofico nel pensiero contem-
poraneo, 11-15. — L’oscurità del linguaggio filosofico, 15-17.
- Sue dannose conseguenze, 17-22. — I vecchi vocabolari
filosofici con intento dogmatico, 22-25. — I moderni vo-
cabolari con intento didattico; loro pregi e difetti, 25-46. —
Il dizionario dell’ Eisler, 28-35. — Il dizionario del Baldwin,
37-46. I vocabolari filosofici con intento critico, 46-51. — I
vocabolari filosofici in Italia, 51-58.
Le forme storiche dell’idealismo e del realismo 59-104
Pluralità delle forme dell’ idealismo, <9-60. — L’ idealismo
gnoseologio e le sue varie appellazioni, 60-62. — L’ idealismo.
personalistico, 62-63. — L’ idealismo realistico o metafisico,
63-65. — Lo spiritualismo e l’intellettualismo, 66-72. — Le
varie forme dell’ idealismo metafisico, 72-76. — L’idealismo
nella terminologia kantiana, 76-81. — Negli epigoni di Kant,
82-88. — Il realismo della scuola herbartiana, 89-90. — Il
realismo trascendentale, 90-91. — Il realismo volgare e il
filosofico, 91-95. — Realismo e materialismo, 95-97. — Le
forme moderne del realismo filosofico, 98-102. — Le forme
contemporanee del realismo problematico, 102-104.
L’agnosticismo. I suoi significati e le sue forme 105-154
I tre principali significati dell’ agnosticismo, 105-107. — Il
solo significato legittimo, 107-109. — Critica degli altri due,
109-112. — Stabilità della nomenclatura filosofica, 112-115.
— 250 —
— Origine del vocabolo, 115-118. — Incertezze nel pensiero
dell’ Huxley, 118-123. — L’ errata indentificazione del posi—
tivismo con l’agnosticismo, 124-126. — Positivismo scienti-
fico e positivismo filosofico, 126-130. — Deficenze del posi-
tivismo primitivo, 130-133. — L’agnosticismo spenceriano,
133-136. — L’ agnosticismo religioso o agnosteismo, 136-138.
— Sua errata identificazione con l’ ateismo e con lo scet-
ticismo religioso, 138-143. — Il problema della conoscenza
di. Dio e l’ officio della fede, 143-147, — Forme moderne
dell’ agnosteismo, 147-150. — L’agnosteismo della teologia
cattolica, 150-154.
Dio 0 l’ assoluto ? 155-174
Se l'assoluto impersonale sia Dio; opinioni del Mac Taggart
e del Renouvier, 155-157. — La denominazione divina nel
panteismo di Spinoza e di Hegel, 157-159. — Nei moderni
scrittori religiosi, 159-161. — Falsa identificazione del pan-
teismo con l’ ateismo, 161-167. — Se il linguaggio filosofico
debba subordinarsi all'uso popolare, 167-169. — Considera-
zioni ed esempi in contrario 169-174.
Il caso. I suoi significati fondamentali 175-212
I quattro principali significati, 175-176. — Concetto volgare
ed epicureo, 176-199. — Concetto metafisico, 179-182. —
La dottrina aristotelica, 182-184. — Il caso come imprevedi-
bilità, 184-186. — Dottrina di Hume, 186-188. — Dottrina
del Bergson 188-189. — Concetto matematico del caso, 189-194.
— I limiti obbiettivi della previsione 194-196. — La dottrina
del Cournot, 196-200. — Se esistono serie causali tra loro
indipendenti, 200-203. — La dottrina dell’ Ardigò, 203-208.
— I tre corollari fondamentali della dottrina scientifica del
caso, 210-212.
Il fideismo 213-227
Risurrezione del vocabolo e suoi vari significati, 213-214. —
Giudizi pro e contro la legittimità del suo uso attuale, 214-217.
— Razionalismo, irrazionalismo e semirazionalismo religioso,
217-218. — La fede fiduciale, 218-219. — Il primo volume
dell’ Essai sur l’indifférence en matière de religion de Lamen-
deSIeTO
ll posi»
stenti
ci pOSÌ
TANO,
sb.38.
0 scete
pscenza
oderne
c0.031A
ITA
‘agoari
na nel
oderni
I pan:
sofico
videra-
nais, 219-220. — La scuola del Lamennais; fideismo asso-
luto e temperato, 220-223. — Il senso peggiorativo d’un ter-
mine non basta per escluderlo dall’uso, 223-225. — Valore
costante dei termini di nomenclatura, 225-227.
Ancora sulla terminologia filosofica (Legge-
Principio-Ipotesi) 228-244
Terminologia filosofica, matematica scientifica, 228-230. —
Relatività inevitabile della prima, 230-231. — Accordo pos-
‘ sibile nella terminologia logica e metodologica, 231-233, —
Esempio: legge, principio, ipotesi, 233-234. — Applicazione
all'ipotesi della conservazione dell’ energia, 234-258. — Alla
ipotesi dell’ evoluzione, 239-242. -— Carattere essenziale e
funzione logica dell’ipotesi 242-244.
Indice degli autori 245-248
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