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Roma 1928
DELLO STESSO AUTORE
Filosofia.
IL FONDAMENTO PSICOLOGICO DELLA RELIGIONE. Roma, Maglione e
Strini, 1904.
IL, VALORE SuPREMO. Roma, Formiggini, 1913.
LE FILOSOFIE CHE NON VISSERO. In Rivista di Filosofia, I9II.
L.A FILOSOFIA DELLA FOLLA. In Rassegna Contemporanea, 1913.
IL DUALISMO RELIGIOSO E LA DOTTRINA DI ZARATHUSTRA. Roma, Gar-
zoni e Provenzani, 1914.
IL,O SPIRITO FILOSOFICO DELLE GRANDI STIRPI UMANE. In Rivista di filo-
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Politica.
SCRITTI E DISCORSI DELLA GRANDE VIGILIA. Bologna, Zanichelli, 1924.
IL DIRITTO DEI POPOLI ALLA TERRA. Milano, Alpes, 1926.
LA REALTÀ E IL VALORE DELLA STIRPE IN BIOLOGIA E NELLA MORALE.
In Libro e Moschetto. Roma, Libreria del Littorio, 1928.
Poesia.
DIONYSOPLATON — APoLocHI. Roma, Formiggini, 1912 (Esaurito).
RITAGLI D'ACCIAIO — ISTAR, DIONYSOPLATON. Firenze, Vallecchi, 1922.
IL FUOCO SULLA MONTAGNA. (Dramma) in Rassegna Italiana, 1924.
Scritti Danteschi.
L’ALLEGORIA DI DANTE sEconDO G. PascoLI. Bologna, Zanichelli, 1922.
IL SEGRETO DELLA CROCE E DELL'AQUILA NELLA DIVINA COMMEDIA.
Id. Id. 1922.
I,A CHIAVE DELLA DIVINA COMMEDIA. SINTESI DEL SIMBOLISMO DELLA
Croce E DELL'AQuUIILA. Id. Id, 1920.
LECTURA DANTIS: Inferno, Canto IV, letto in Orsanmichele. (Firenze
Sansoni).
» » Inferno, Canto VI, letto alla Casa di Dante di Roma.
(Id. Id.).
» » Paradiso, Canto IV, Lectura Dantis di Roma. Paravia.
» » Paradiso, Canto XIX, Lectura Dantis di Roma. Id. Id.
» » Paradiso, Canto XXXI, letto in Orsanmichele. Roma,
Garzoni e Provenzani.
NOTE SUL SEGRETO DANTESCO DELLA CROCE DEI.L’AQUILA. Serie I (Gior-
nale Dantesco XXVI, 4); Serie II (/4. Id. XXVII, 1); Serie III (Id. Id.
XXXIII, 3); Serie IV, Discussione (Id. Id. XXIX, 4).
PER LA CROCE E L'AQUILA DI DANTE. In Rivista Internazionale di Filo-
sofia, Logos. 1924.
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LUIGI VALLI
IL LINGUAGGIO SEGRETO DI
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BIBLIOTECA DI FILOSOFIA E SCIENZA - N° 10
PROPRIETÀ LETTERARIA
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ROMA, 1928 — «L’UNIVERSALE » TIPOGRAFIA POLIGLOTTA.
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DEDICO QUESTO LIBRO
ALLA GLORIOSA MEMORIA
pi UGO FOSCOLO pi GABRIELE ROSSETTI pi GIOVANNI PASCOLI
I TRE POETI D'ITALIA
CHE INFRANSERO I PRIMI SUGGELLI
DELLA MISTERIOSA OPERA DI DANTE
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19454
PREFAZIONE
Ho scritto in fronte al libro i nomi dei tre poeti nobilissimi che con le loro ri-
velazioni aprirono la via a queste mie indagini sul pensiero di Dante.
La ho scritti non solo per esprimere la mia riverenza per la loro grande opera,
ma anche per affermare che in questo libro si prosegue una tradizione di studi
ormai più che centenaria, la quale ha avuto la sua continuità, la sua lenta matu-
razione ed il suo logico sviluppo, quantunque una critica che si da pomposamente,
der quanto arbitrariamente, il titolo di « positiva », usi l’artificio di raffigurare
coloro che hanno seguito il nostro indirizzo come altrettanti fantasticatori isolati.
Nel 1825 Ugo Foscolo, ponendo col suo genio su nuove basi l’interpretazione
di Dante, gettati da parte 1 vecchi commenti, affermava limpidamente lo stretto
legame fra la Divina Commedia e la Monarchia : affermava che la Commedia
è pervasa da un profondo spirito rinnovatore politico e religioso, che ha un se-
greto contenuto mistico e profetico, che essa è una grande profezia esposta in
un «sistema occulto ».
Nel 1847 Michelangelo Caetani duca di Sermoneta poneva un caposaldo
di questo «sistema occulto », dimostrando che nella Divina Commedia Enea,
come rappresentante dell'Impero, viene con ufficio di Messo Celeste ad infrangere
le porte di Dite, le porte dell’ingiustizia. Il suo intervento significa che l’aiuto
della virtù imperiale è necessario esso pure al cristiano per percorrere la via della
salvezza.
Nel 1902 Giovanni Pascoli, dopo aver raccolto la caduta interpretazione
del Caetani e dopo aver rivelato la significante costruzione segreta del mondo
dantesco, intravedeva il rapporto misterioso, profondo ed ardito che lega nel
Poema, che è il Poema della redenzione umana, la Croce con l'Aquila.
Nel 1922 t0, muovendo dalle scoperte del Pascoli, mettevo in luce più di trenta
simmetrie della Croce e dell'Aquila, segreta ossatura simbolica di tutta la Comme-
dia, e la dottrina originale che esse esprimono e che non è se non quel «sistema oc-
culto » del quale Ugo Foscolo un secolo prima aveva intuito la presenza nel Poema.
Parallelamente a questo sviluppo di idee se ne svolgeva però anche un altro.
8 PREFAZIONE
Gabriele Rossetti nelle sue opere, scritte tra 1l 1820 e il 1847, poneva la test
arditissima ed inaudita che tutta la poesia d'amore di Dante e dei suoi amici
fosse costruita secondo un gergo convenzionale e che, sotto la finzione dell'amore
per la donna, nascondesse le idee iniziatiche di una setta segreta che aveva
speciali intenti politici e religiosi.
Come il Caetani dopo la prima intuizione del Foscolo aveva posto salda-
mente un punto della interpretazione della Divina Commedia, così Francesco
Perez nel 1865 fissava un punto della interpretazione della poesia d'amore, di-
mostrando limpidamente che la Vita Nuova di Dante è racconto mistico e sim-
bolico nel quale si parla, non della moglie di Simone de’ Bardi, ma della mistica
« Sapienza », della donna stessa della quale si parla nella Sapienza di Salomone
e nel Cantico dei Cantici.
Il Pascoli, pur facendo qualche lieve concessione all'idea di una Beatrice
storica, accolse sostanzialmente la teoria del Perez.
Questo mio libro accoglie non solo la tesi del Perez, ma ad essa nicollega,
dopo averle purificate dalle molte scorie, alcune mirabili verità intuite da Gabriele
Rossetti e, sulla base di documenti ignoti all'uno e all’altro, ricostruisce con
nuovo metodo e secondo nuove linee, il simbolismo iniziatico che animò di una
profonda segreta e drammatica vita mistica la lirica di Dante e dei suoi com-
pagni, che la nostra critica scambia ancora per poesia d'amore, perchè si fida
ingenuamente di quel suo significato superficiale che era congegnato ad arte per
«la «gente grossa ». |
Senza impegnare in tutto quello che i0 dico l'autorità dei grandi che mi
hanno preceduto e aperta la via e senza impegnare menomamente me stesso
nelle induzioni erronee dalle quali essi furono talvolta sviati, affermo con orgo-
glio la derivazione diretta della mia indagine dalla loro indagine.
Ma nello scrivere in fronte a questo libro 1 nomi di Gabriele Rossetti e di
Giovanni Pascoli 10 ho avuto anche un altro intendimento.
Tutti sanno che quella critica « positiva », alla quale ho accennato sopra,
vituperò e derise, boicottò e diffamò l'opera dantesca di questi due grandi
italiani senza compiere su di essa nessun esame serio ed onesto. Ed t0 scrivendo
1 loro nomi nella prima pagina di quest'opera, ho voluto esprimere nella maniera
più limpida quale conto io faccia di questa critica e quanta cura mi dia di
ottenere il suo consenso e la sua approvazione.
Vero è che oggi, mentre la nostra gioventù studiosa accoglie con commosso fer-
vore le interpretazioni dantesche del Pascoli e quelle che da esse derivano, ed
abbiamo ancora negli orecchi gli insulti e i disdegni con i quali quella critica
le bersagliò per venti anni, non so se vi stano ancora molti studiosi disposti a
prender sul serro questo genere di sentenze.
Ma con la stessa franchezza con la quale esprimo î miei sentimenti verso
PREFAZIONE 9
la così detta «critica posttiva », voglio e devo, in perfetta umiltà di spirito, rico-
noscere avanti ai giovani ed ar lettori spregiudicati, per 1 quali 10 scrivo, le gravi
deficenze di questa mia opera, nella quale solo una minima parte degli argomenti
ho potuto raccogliere ; nella quale non mancano certo nè ipotesi secondarie da rive-
dere, nè errori da ricorreggere e che vuole essere più che altro un richiamo gettato
alla gioventù studiosa di libero animo, perchè con serenità, con obbiettività e con
calma riconsideri alcune importantissime idee, che già balenarono confusamente
all’animo commosso di alcuni nostri nobilissimi spiriti di veggenti e di poeti,
idee che mostrano forse oggi la loro chiarezza e la loro profondità anche se al
loro apparire furono disconosciute e derise dalla miopia boriosa della critica
tradizionale, impigliata tra le piccolezze confuse della « lettera che uccide ».
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INDICE
INTRODUZIONE. — LA STORIA DELL'IDEA . .....0.0.00 0
CAPITOLO I. — GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » _. . ......
1. Le poesie dei «Fedeli d'Amore» scritte per un gruppo chiuso. —
2. Poesie d'amore incomprensibili. — 3. Poesie riconosciute come scritte
in gergo oscuro. — 4. L’« enigma forte » della poesia d'amore. — 5. La poe-
sia d’amore e il suo « verace intendimento ». — 6. Gli oscuri rapporti per-
sonali tra i poeti. — 7. Carteggio informativo sotto veste di poesia d'amore.
— 8. Idee politiche e religiose affini tra i « Fedeli d'Amore ».
CAPITOLO II. — LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE ». . . .....
1. Le donne inverosimili. — 2. Le donne « sapientissime ». — 3. Le due
evidenti figure di donna-Sapienza. — 4. L’'unicità della donna amata. —
5. Le stranissime « donne » che accompagnano « Madonna ». — 6. Le donne
somiglianti a « Madonna ».
CAPITOLO III. — lL’IPOTESI DEL GERGO NELLA POESIA D'AMORE E LA SUA VERO-
SIMIGLIANZA. io 20 e e SL sole dea
1. Il vero significato dei motivi ricorrenti nella poesia d'amore. — 2. La
convergenza degli indizi verso l'ipotesi del gergo mistico. — 3. Pensieri
limpidi, pensieri oscuri, pensieri assurdi nella poesia d’amore.
CAPITOLO IV. — LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA E FUORI DEI, « DOLCE STILI
1. La «Intelligenza attiva » e la sua figurazione in donna amata. —
2. La mistica « Sapienza » pensata come donna nel neoplatonismo e nello
gnosticismo. — 3. La mistica «Sapienza » personificata in donna nella Bib-
bia. — 4. « Rachele-Sapienza » e l’amore di Giacobbe secondo $S. Agostino.
— 5. La morte di Rachele e il suo significato mistico.
CAPITOLO V. — IL GERGO MISTICO-AMATORIO NELLA POESIA PRIMA E FUORI DEL
{ DOLCE STIL NOVO...
r. Il gergo amatorio nella poesia mistica della Persia. — 2. L'influenza
del misticismo orientale sullo spirito dell'Occidente. — 3. Il gergo segreto
del Fiore e l'ingresso di « Falsosembiante » nella corte di Amore. — 4. Il
gergo nella poesia d'amore dai Provenzali ai Siciliani.
49
67
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12 INDICE
CAPITOLO VI. — L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL « DOLCE STILI, NOVO » . . .
1. Modo e ragione del rinnovamento operato dal Guinizelli. — 2. La
concezione dantesca del « dolce stil novo ». — 3. Il gergo erotico-filosofico
del Convivio rivelato da Dante. — 4. L'ambiente storico e religioso del « dolce
stil novo » e la sua essenza mistica.
CAPITOLO VII. — IL « DOLCE STII, NOVO » — LA PAROLE DEL GERGO . . è .
I. Il significato segreto della parola « Amore ». — 2. Il significato se-
greto della parola « Madonna ». — 3. Le parole «Morte»e «Vita» —
« Morte di Madonna » — « Donne » — « Dormire» — «Folle» e «Follia»
— «Fiore» e «Rosa» — «Fontana », « Fonte », « Fiume », «Rio» — « Pian-
gere » — «Saluto » e «Salute » — « Luogo di ritrovo » e « Corte d'Amore »
— « Gaiezza » e « Gaio » — « Noia» e « Noioso » — « Vento», « Gelo », « Freddo 3»,
« Freddura » — « Gelosia» — « Pietra », « Sasso », « Marmo » — « Selvaggio »
e «Villano» — «Tuono » — « Vergogna» e «Vergognarsi» — « Natura »
— «Gravezza » — « Donna somigliante a Madonna» — «Verde» e « Ver-
dura ». — 4. Le parole occasionali e le incerte.
CAPITOLO VIII. — IL « DOLCE STIL NOVO» — SAGGIO DI POESIE TRADOTTE DAL
GERGO. . .....
1. La canzone Al coy gentil del Guinizellii — 2. La canzone Donna mi
prega del Cavalcanti. — 3. Altre poesie tradotte.
CAPITOLO IX. — UN MANUALE SETTARIO : I « DOCUMENTI D'AMORE » DI F. DA
BARBERINO; i du © SR a Me
1. Il carattere generale dell’opera e i « Mottetti oscuri ». — 2. La strana
e Costanza » e la misteriosissima « Vedova ». — 3. La canzone Se più non
raggia e il suo significato segreto. — 4. Il Tractatus Amoris e la figura ri-
velatrice della setta di Amore.
LA
CAPITOLO X. — LA MISTERIOSA DONNA DELL’« ACERBA » DI CECCO D’ASCOLI.
t. I rapporti di Cecco D'Ascoli con Dante e con gli altri « Fedeli d'A-
More ».
CAPITOLO XI. — LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO . . È
1. Il mito di Beatrice. — 2. Dalla iniziazione al saluto rituale. — 3. La
canzone Donne che avete intelletto d'amore e la risposta delle «donne» a
Dante. — 4. La mistica morte di Beatrice-Rachele. — 5. La Donna Gen-
tile (Filosofia) di fronte alla Sapienza mistica (Beatrice). — 6. Il ritorno
a Beatrice. — 7. La « sentenzia » della Vita Nuova.
CAPITOLO XII. — I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE.
1. Le Rime tradotte dal gergo. — 2. Le canzoni di odio contro la
« Pietra ». — 3. La canzone 7ye donne fatta di « color nuovi» — 4. Le
rime varie del tempo dell'esilio.
Pag.
136
1 50
204
236
251
203
327
INDICE 13
Pag.
CAPITOLO XIII. — LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE ». . . . 378
1. L’erompere della Divina Commedia dall'ambiente settario. — 2. La
dottrina originale della Divina Commedia e il suo nuovo simbolismo. —
3. Tracce del gergo dei « Fedeli d’Amore » nella Commedia. — 4. « Per Cru-
cem et Aquilam ad Rosam». — 5. I consettari di Dante e la Commedia.
— 6. La beffa dantesca del «fedele d'amore » Giovanni Boccaccio.
CAPITOLO XIV. — OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI . . ...... |P kb 400
1. Le pseudo-obbiezioni della critica « positiva ». — 2. Le obbiezioni. —
3. Il problema della origine e della natura del movimento dei « Fedeli d’A-
more ». — 4. Il problema della estensione e della durata del movimento. —
5. Il Boccaccio. — 6. Il Petrarca e il dissolversi della tradizione dei « Fe-
deli d’Amore ».
APPENDICE. — LA LEGITTIMA ATTRIBUZIONE DEL « FIORE » A DANTE . . . . 443
NOTE AGGIUNTE 2. © pae ile a RL Ae 448
INDICE DEI NOMI... 0004600 LAGER LA E Re LA 451
INTRODUZIONE
La Storia dell’idea
Ogni sottil parladura s'intende.
Perchè l’uom non v’attende ?
È negligenza o viltà che contende!
FRANCESCO DA BARBERINO.
Quando la mia interpretazione della Croce e dell'Aquila, nella quale si
risolvevano tutti i più ostinati problemi del simbolismo della Divina Commedia,
fu compiutamente delineata ed i consensi quasi unanimi di quelli che la
conobbero mi ebbero fatto certo di aver posto un caposaldo sicuro per la co-
noscenza del pensiero segreto di Dante (I), io mi trovai dinanzi due quesiti.
I) In quale rapporto si trova la dottrina segreta della Croce e del-
l’Aquila, nascosta nella Divina Commedia, con il pensiero delle altre opere
di Dante e specialmente con il pensiero così nebuloso ed oscuro della Vita
Nuova e di alcune canzoni ?
2) Questo pensiero segreto di Dante era veramente il pensiero di un
solitario, affidato a formule che nessuno doveva penetrare o era un pensiero
che qualcuno, consapevole delle profonde idee del poeta, in qualche modo
iniziato ad esse, compagno e partecipe delle sue lotte, doveva intendere
per trarne conforto e speranza ?
Questi problemi mi riportarono ad una nuova considerazione delle più
oscure liriche di Dante e di tutte le poesie con le quali esse strettamente
si ricollegano; mi riportarono al problema del « dolce stil novo » e del vero
carattere di quella strana poesia: ove un amore che non somiglia affatto al
comune amore degli uomini si confonde con tante strane idee dottrinali
in un tono di così vago misticismo ; di quella poesia che si aggira intorno
ad irreali, inafferrabili donne e che suona spesso in maniera così oscura da
rimanere ancora in tanta parte incomprensibile.
(1) Vedasi per questa interpretazione (riassunta nel presente volume al capitolo
sulla Divina Commedia) VALLI: Il segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Com-
media. Bologna, 1922; VALLI: La chiave della Divina Commedia. Sintesi del simboli-
smo della Croce e dell'Aquila. Bologna, 1926; VALLI: Note sul segreto dantesco della
Croce e dell'Aquila in «Giornale dantesco » vol. XXVI, quaderno 4°, vol. XXVII,
q. 1, vol. XXVIII, q. 3, vol. XXIX, q. 4.
16 INTRODUZIONE
Io tornai allora con assai maggiore attenzione allo studio delle opere
di Gabriele Rossetti (1). Era un poeta i cui scritti danteschi erano stati,
come ho detto, vituperati e derisi dalla critica ufficiale, ma questo mi era
di buon augurio, perchè dalle opere ugualmente vituperate e derise di un
altro poeta, Giovanni Pascoli, avevo tratto gli spunti per la mia scoperta
della dottrina dantesca della Croce e dell'Aquila.
Il Rossetti apparisce a prima vista a chiunque come un pensatore senza
freno e senza metodo, che lavorava sopra un materiale non criticato, che
mancava assolutamente di ogni rispetto per la cronologia, che ragionava
non senza passione di amore per la tradizione rosacruciana da lui seguìta
e non senza passione di odio contro la Chiesa di Roma; ma tutti questi
suoi gravi difetti non riuscirono a nascondermi prima l’importanza e poi
l'evidenza di una sua idea, che diveniva via via ad ogni pagina sempre
più convincente e che diventò convincentissima quando, abbandonato il
Rossetti, tornai a studiare nel lume di quella idea la lirica d’amore del x
e del xIv secolo.
Il Rossetti, o che lo afferrasse per una felice intuizione, o che (come
mi pare più probabile) lo apprendesse da una tradizione dei fratelli Rosa-
croce, ai quali apparteneva, ritenne che la poesia d’amore del Medioevo fosse
costruita in un gergo convenzionale per il quale, sotto l'apparenza dell’amore,
esprimeva idee di natura mistica e religiosa o politica. Queste idee potevano con
tale artificio essere comunicate tra una schiera di iniziati, che si chiamavano
appunto i « Fedeli d’amore », e sfuggire in pari tempo alla «gente grossa », come
essi dicevano, e all’Inquisizione, che dovean vedere in quelle poesie soltanto
l’espressione di sentimenti amorosi. Le donne di questi « Fedeli d'amore »,
qualunque nome esse portino, o si chiamino « Rosa », come si chiama sempre
(per evidente convenzione) la donna di tutti i poeti siciliani, o si chiamino
« Beatrice » o « Giovanna » o « Lagia », 0 « Selvaggia », sono tutte una donna
sola o, meglio, una sola idea ; una dottrina segreta della quale l’anima di
questi adepti è innamorata. E poichè è facile e comune traslato il designare
i fedeli di qualcuno o di qualche cosa col nome della cosa stessa (noi di-
ciamo per esempio : « Cristo ha vinto» per dire: «Ha vinto il Cristiane-
simo »), tale donna amata servì agli adepti anche per designare segretamente
la setta alla quale essi appartenevano e della quale si dicevano fedeli.
Il Rossetti raccolse un numero stragrande di potentissimi indizi per
(1) Le opere del Rossetti sono : La Divina Commedia di Dante Alighieri con com-
mento analitico. Londra, 1837. Contiene i due primi volumi riguardanti l'Inferno.
Parte del Purgatorio è inedita e il manoscritto si trova a Vasto. — Sullo spirito an-
tipapale che produsse la Riforma e sulla segreta influenza ch'esercitò nella letteratura
d'Europa e specialmente d’Italia, come risulta da molti suoi classtci, massime da Dante,
Petrarca e Boccaccio. Londra, 1832. — Il mistero dell’amor platonico nel Medioevo
(5 volumi). Londra, Taylor, 1840 (molto raro). — La Beatrice di Dante. Ragiona-
menti critici. Londra, 1842. La parte stampata è soltanto un terzo dell’opera.
INTRODUZIONE 17
dimostrare questo fatto, ma da principio errò assai gravemente nell’inter-
pretare il carattere di questa dottrina segreta, perchè credette che questi
« Fedeli d’amore » fossero sertplicemente una setta ghibellina, che dissimu-
lava in ambiente guelfo il suo ghibellinismo e designava in questa mistica
donna l’idea imperiale. In seguito egli trasformò la sua interpretazione e,
ricollegando tutto questo movimento ai misteri antichi, considerò iî « Fedeli
d’amore » come continuatori di un segreto culto pitagorico per una Sapienza
iniziatica e odiatori della Chiesa e della sua dottrina (I).
Ma l’idea del Rossetti si confuse, si corruppe e ondeggiò tumultuosa-
mente in molti volumi che mettevano in luce innumerevoli importantissimi
fatti, ma nei quali faceva gravemente difetto la disciplina del pensiero e
la rigidezza del metodo.
I tempi che seguirono parvero facilmente sopraffare e distruggere tutta
l’opera rossettiana.
Cospiravano insieme a questa distruzione, oltre ai difetti gravi dei li-
bri del Rossetti, tendenze e interessi di diversissima natura.
Fra contraria a quest'opera la critica rigidamente storica, attaccata
ai documenti e alla lettera dei documenti e, per la sua stessa precisione e
determinatezza, assolutamente incapace di sentire e di apprezzare una vena
di pensiero volutamente nascosta sotto quelle poesie, che con tanta pa-
zienza essa scopriva, collazionava e redigeva secondo il testo critico. Era
quella stessa critica che ha frugato parola per parola tutta la Divina Com-
media e poi ha coperto di scherni Giovanni Pascoli il giorno in cui egli ha
cominciato la rivelazione del vero contenuto di essa.
Fra contrarissima all'idea del Rossetti una rettorica romantica che si
estasiava e voleva che tutti si estasiassero avanti a queste donne eteree,
inafferrabili, angelicate, e voleva a qualunque costo che fossero delle donne
vere e gridava con grande enfasi: « Al barbaro ! Al barbaro | » contro chi
osava dimostrare semplicemente che la realtà storica di queste donne non
era provata.
Era contraria all'idea del Rossetti la critica estetica, che si infastidiva
delle interpretazioni complicate e del simbolismo e riteneva che la discussione
sui simboli (che pure erano tanti e così evidenti in quella poesia) distraesse
dal gustare gli elementi lirici e veramente poetici della poesia stessa e spesso
non si accorgeva di quanto questi elementi di pura poesia fossero scarsi e
saltuari.
— — —— —_ — —°—>
(1) Per quanto riguarda il ricollegarsi delle idee di Dante con le antiche tradizioni
misteriche si deve ricordare che contemporaneamente al Rossetti lo aveva messo in
luce Carlo Vecchioni, Vicepresidente della suprema Corte di giustizia a Napoli. Il
Rossetti citò con onore lo scritto di lui Della intelligenza della Divina Commedia (Par. I,
vol. I, 1832, Napoli, dalla stamperia del Fibreno), ma il Vecchioni tacque o meglio forse
dovè tacere dopo esposte le sue prime scoperte. Si veda La Beatrice di Dante del Rossetti,
pag. 90 e seguenti.
2-—- VALLI.
18 INTRODUZIONE
Fra finalmente contrarissimo alla tesi del Rossetti un gruppo di zela-
tori della ortodossia, i quali fecero condannare uno dei libri del Rossetti
che aveva suscitato un certo interesse, scagliarono contro di lui le autorevoli
scempiaggini di un critico illustre, lo Schlegel (1), mentre si riusciva a far sì
che la vedova di Gabriele Rossetti bruciasse la maggior parte delle copie
de Il mistero dell’Amor platonico, opera tumultuosa ma ricchissima di docu-
mentazioni, lasciata dal marito e che divenne assai rara (2). E mentre l’opera
del Rossetti veniva bruciata, si moltiplicavano con grande sforzo e dispendio
nella seconda metà del secolo scorso cattedre di dantologia cattoliche e com-
menti cattolici del Poema, tendenti tra l’altro — non senza fortuna — a
soffocare ogni discussione serena ed obbiettiva sulle idee affacciate dal Ros-
setti.
Ma un’altra forza fu contro l’opera del Rossetti : quella dei suoi seguaci.
Un cattolico francese, l’Aroux, difese e sviluppò in blocco le idee del Ros-
setti in quel volume Dante hérétique révolutionnaire et socialiste, che ebbe
qualche risonanza in Francia nella seconda metà del secolo scorso (3). Ma
l’Aroux commise due gravissimi errori : anzitutto egli per zelo cattolico esa-
gerò grossolanamente quegli elementi apparentemente eterodossi del pensiero
di Dante, che già il Rossetti a sua volta aveva esagerati per spirito anticle-
ricale. Il Rossetti credeva di sollevare l'ombra di un Dante eretico contro la
Chiesa che egli combatteva nel campo politico, l’Aroux credeva di dover
difendere la Chiesa dal culto infesto di questo Dante eretico e rivoluzionario.
Nessuno dei due si trovava in condizioni di spirito abbastanza serene per con-
siderare limpidamente il valore dei fatti che studiavano.
Ma non basta. L’Aroux aveva un debolissimo spirito critico e seguì
il Rossetti anche in una sua grossa deviazione, cioè nello sforzo di risolvere
nel gergo segreto anche la Divina Commedia, anzi l’Aroux si affisò spe-
cialmente su questa e pretese di ritrovare un elemento di una dottrina segreta
in ogni personaggio, quasi in ogni parola del Poema sacro (4).
(1) A. W. SCHLEGEL: Dante, Petrarque et Boccace. A propos de l'ouvrage de M.
Rossetti: Sullo Spirito Antipapale, in « Revue des deux Mondes », 1836, Tome VII,
IV serie, pagg. 400-18. \
(2) Ringrazio qui la gentile Signora Olivia Rossetti Agresti, nipote di Gabriele
Rossetti e moglie del mio caro compianto amico Antonio Agresti, la quale mi concesse
di poter largamente esaminare quest’opera preziosissima proprio nella copia rimasta
tra le mani del Poeta.
(3) AROUX: Dante hérétique vevolutionnaire et socialiste. Révélations d'un catho-
lique sur le moyen dge. Paris, 1854.
(4) L’Aroux sviluppò le sue idee in molti altri volumi tra i quali: La Comédie de
Dante traduite en vers selon la lettre, et commentée selon l’esprit. Paris, 1856. E ancora : Clef
de la Comédie anticatholique de Dante Alighieri. Paris, 1856 ; L’hérésie de Dante demon-
trée par Francesca da Rimini. Paris, 1857; Preuves de l’hérésie de Dante notamment
au sujet d'une fusion opérée en 1312 entre la Massenie Albigeoise, le Temple et les
Gibelins. Paris, 1857. Il più serio e il più importante dei suoi volumi è però : Les Mystères
INTRODUZIONE 19
Così il mondo, invece di vagliare le idee del Rossetti, le trattava con
odio o con disprezzo aprioristico o sviluppava goffamente ciò che esse ave-
vano di meno serio.
Attraverso l’opera dell’Aroux, le idee del Rossetti giunsero ad alcuni
rosacruciani moderni, come al Péladan (I), che trattò l'argomento confes-
sando di ignorare l’opera del Rossetti (2) e che ne fece delle sbocconcella-
ture di terza mano così poco solide scientificamente da non aumentare certo
il loro credito presso gli uomini di studio (3).
La inconsapevole coalizione di queste enormi forze contrarie e la non
felice alleanza fecero inabissare quasi nell’oblio anche quello che vi era di.
serio nell’opera del poeta abruzzese, opera alla quale ormai qualcuno ac-
cenna soltanto come ad una bizzarria mostruosa e altri crede di non dover
dare neppure il posto di una curiosità quando tratta della interpretazione
del pensiero di Dante.
* * *
Eppure, mentre tra il fumo del domestico rogo inflitto al maggiore dei
suoi scritti, i disdegni di una critica superficialissima e gli odii nemici,
l'opera di Gabriele Rossetti sembrava per sempre dimenticata, molte cose
accadevano che avrebbero dovuto consigliare di tornare ad essa con maggiore
serietà e ponderazione.
La critica romantica, che insisteva nel volere per forza ritrovare nelle
donne cantate dai poeti del « dolce stil novo » delle donne vere, si impi-
gliava sempre più goffamente in un ammasso di poesie evidentemente sim-
boliche, che trovava intrecciate alle parole di amore ; mentre delle donne che le
avevano ispirate non riusciva ad afferrare in nessun modo la consistenza
reale, nè attraverso i documenti storici, nè attraverso la vera impressione
intima dei poeti. Se qualche volta qua e là, un senso di amore vero sem-
brava balenare in qualche poesia, che naturalmente riusciva subito più
bella delle altre e trovava subito il suo posto nelle antologie (falsando così
nei giovani la vera impressione di questa poesia), l'enorme maggioranza di
quelle liriche rimaneva un insieme di formule gelide, convenzionali, oscure,
impasticciate di dottrina e di moralismo, e non si riusciva a vedervi affatto
quella verità o spontaneità dell'amore che si pretendeva di ritrovare in esse.
E mentre nel gruppo dei poeti che è intorno a Dante appariva sempre
de la Chevalerie et de l'amour platonique au moyen dge. Paris, 1858, dove si ricerca
il significato occulto di molti romanzi cavallereschi.
(1) PÉLADAN: Les idées et les formes. La Doctrine de Dante. Paris, 1908.
(2) Op. cit. pag. 71: « M. Rossetti dont je n’ai pas lu les ouvrages ».
(3) Dello stesso tipo con aggiunta di qualche riferimento al misticismo indiano è
il piccolo libro del GUENON: L’ésoterisme de Dante. Paris, 1925. Ma egli pure evi-
dentemente non conosce il Rossetti, perchè attribuisce tutte le scoperte del Rossetti
all’Aroux.
20 INTRODUZIONE
meglio poca verità di amore e molto dottrinarismo e molte formule con-
venzionali, un critico ben più composto e sereno del Rossetti, cioè Francesco
Perez, movendo confessatamente sulla via che il Rossetti aveva segnato,
dimostrava in un suo mirabile libro, pieno di dottrina e di senno e di lo-
gica (1), che la Beatrice di Dante è non soltanto nella Divina Commedia,
ma fino dalle prime parole della Vita Nuova, il simbolo della Sapienza santa,
di quella stessa che già il libro salomonico della Sapienza aveva cantato
sotto la figura della donna e che si identificava con la « mistica sposa » del
Cantico dei Cantici.
Non basta. Un dotto Gesuita, il Gietmann (2), senza tener nessun
conto dell’opera del Rossetti, scriveva un libro in molte sue parti effica-
cissimo, per dimostrare che la Beatrice della Vita Nuova è simbolica e
rappresenta la « Chiesa ideale » (quello stesso che rappresenta nella scena apo-
calittica del Purgatorio). E, se nelle sue applicazioni speciali appariva troppo
impacciato dal suo zelo ortodosso, si avvicinava molto al vero e riusciva
efficacissimo nel dimostrare che essa era un simbolo di una idea mistica, e
nel demolire la pretesa Beatrice reale.
Ma mentre la principale di queste pseudo-donne, ad onta della falsifi-
cazione del Boccaccio (che, essendo un « Fedele d'amore », dette ad intendere
agli ingenui dell'età sua e delle età posteriori che fosse donna vera quella
Beatrice, che egli sapeva benissimo essere simbolo pericoloso a nominarsi) e
ad onta del famoso testamento di Folco Portinari (che testimonia, sì, es-
sere esistita una signora Beatrice dei Bardi nata Portinari, ma non pesa
neppure un grammo per dimostrare che questa fosse la donna amata da
Dante), mentre dico, la principale di queste donne rivelava il suo vero volto
di mistica Sapienza, nel quale anche Giovanni Pascoli la riconobbe (3), un
contributo interessantissimo veniva dato alla questione dallo studio della
poesia persiana.
Si illuminò sempre meglio il fatto che in Persia e in genere nel mondo
islamico, tra il IX e il xv secolo, un vastissimo movimento mistico e reli-
gioso si era svolto proprio a quel modo che il Rossetti aveva delineato per
la setta der « Fedeli d'amore ». Mistici mussulmani e Sufi, in Persia, avevano
scritto una quantità enorme di poesie nelle quali la mistica Sapienza che
conduce a Dio o Dio stesso erano rappresentati e cantati simulatamente
sotto la figura della donna e qualche volta persino (orrore !) del giovane cop-
piere amato : poesie nelle quali (proprio come vedeva il Rossetti nella poesia
dei « Fedeli d’amore » italiani) si fingeva di parlare della donna e si parlava
dii e nn
(1) PEREZ: La Beatrice svelata. Palermo, 1865, ristampata nel 1898.
(2) GIETMANN: Beatrice. Geist und Kern der Dantes'schen Dichtung, 1889. Egli
fu seguito in parte da un altro dotto gesuita, l’Earle: La Vita Nuova di Dante. Bo-
logna, 1899.
(3) PASCOLI: La mirabile visione.
, «= Pm È st 2 dii ni ” s. fai lepre Lew ————_ __.
INTRODUZIONE 2I
della Sapienza o di Dio con termini convenzionali secondo i quali Za bocca,
1 capelli, il sorriso, il neo della donna avevano un preciso significato mistico
iniziatico (1) e si parlava così perchè la plebe della « gente grossa » non in-
tendesse e forse perchè non intendesse la gelosa ortodossia mussulmana che,
come la cristiana, sebbene meno ferocemente, era avversa a quel misti-
cismo che tendeva a rimettere l’uomo direttamente nel cospetto e nel con-
tatto di Dio. i
Il Rossetti aveva già avuto qualche sentore di questo fatto (2), non
solo, ma aveva portato molti argomenti a dimostrare che l’uso di velare
sotto le formule convenzionali dell’amore idee mistiche ed iniziatiche era
venuto appunto dalla Persia attraverso i Manichei, i Catari (Albigesi) e at-
traverso i Templari, che ritroveremo molto legati a tutto questo movimento ;
e che tale uso era passato dai Provenzali ai poeti Siciliani (Federico II,
Pier delle Vigne, Jacopo da Lentini) e da questi ai Bolognesi (Guinizelli)
e ai Toscani (Cavalcanti, Dante, Cino, etc.).
Si aveva in tal modo non solo la conoscenza di un fatto perfettamente
analogo a quello rivelato dal Rossetti, che acquistava così una molto mag-
giore verosimiglianza, ma la poesia mistica pseudo-amorosa della Persia e
la poesia pseudo-amorosa dell’Italia, venivano anche storicamente legate tra
loro. La mistica « Rosa », mèta di tanti sogni e sospiri e appassionati aneliti
nella poesia persiana (ove l’usignolo, simbolo dell’anima, anela nel suo amore
alla mistica Rosa) e mèta di simbolici viaggi fino nel tardo romanzo indo-
stanico La rosa di Bakavali, appariva assai somigliante a quella « Rosa »
che è l’unica donna cantata nella primitiva poesia italiana, la mèta dell'amore
nel Romanzo della Rosa e nel Fiore, come è la mèta del viaggio sacro di
Dante, il quale soltanto in forma di una « Rosa », troverà manifestato «il
tempio del suo voto ».
Ma non basta ancora. Sulla traccia delle prime mirabili intuizioni di
Giovanni Pascoli si riusciva a ricostruire la dottrina segreta della Croce
e dell'Aquila nascosta nella Divina Commedia, e risultava evidente che gli
artifici simbolici del Poema Sacro miravano appunto a nascondere una dot-
trina teologico-politica arditamente originale e, per quanto cattolica nel
suo spirito, certo non gradita alla Chiesa del tempo. Si rendeva quindi sem-
pre più verosimile che qualche cosa di analogo si nascondesse sotto quegli
evidenti artifici simbolici, con i quali Dante e i suoi amici « Fedeli d'amore »
parlavano dei loro strani amori con tanta cura di nascondere il loro pen-
siero alla « gente grossa ».
Pertanto, mentre la critica realistica inseguiva invano la realtà di que-
ste inafferrabili donne, mentre la critica estetica doveva metter da parte
come artificiose, convenzionali e gelide l'enorme maggioranza di queste poe-
(1) Pizzi: Storia della Poesia persiana (due volumi). Torino, 1894.
(2) Il mistero dell’Amor platonico, Vol. III.
lei Sin
22 INTRODUZIONE
sie che non rivelavano nessuna vera commozione d’amore, mentre restava
oscurissimo questo amalgamarsi dell'amore con la filosofia, con la religione
e perfino con la politica (1), d'altra parte :
1) la dimostrazione del Perez rivelava nettamente il carattere di sim-
bolo mistico in una di queste donne : la Beatrice della Vita Nuova;
2) l'esempio della poesia persiana dimostrava la verosimiglianza della
ipotesi che anche in Italia sotto la poesia d’amore fosse nascosto un segreto
linguaggio mistico ed iniziatico ;
3) la dottrina della Croce e dell'Aquila confermava nello spirito del
maggiore dei poeti del tempo un pensiero religioso originale nascosto sotto
simboli d’amore e sotto astruse moralizzazioni.
Questi fatti nuovi, che da così diverse parti deponevano a favore della
esistenza di un gergo segreto e di una dottrina segreta nella poesia dei « Fe-
deli d’amore », consigliavano di tornare con animo più sereno e più obbiettivo
e con un serio e pacato esame alla ipotesi di Gabriele Rossetti.
E questo io feci. Lasciai da parte le molte e complicate deduzioni e
confusioni del critico poeta, ma lasciai da parte per un momento anche il
grosso fardello delle idee confuse e contraddittorie che la critica « positiva »,
senza andar mai al fondo del problema, ci ha imposto nella scuola. Mi ri-
misi dinanzi alla poesia dei «Fedeli d’amore », domandandomi semplice-
mente, se l'ipotesi che essa contenga un gergo ed una dottrina segreta regga
ad un vasto esame comparativo di tutta questa poesia.
Mi valsi naturalmente dei risultati della critica filologica che mi dove-
vano risparmiare molti dei grossi errori del Rossetti, ma misi in quarantena
tutte le conclusioni che i filologi avevano elaborato intorno alla vera natura
della poesia d’amore, e soprattutto gli sciocchissimi giudizi sommari pro-
nunziati in questa materia.
Io feci questo semplicissimo ragionamento :
Il Rossetti afferma che in queste poesie d’amore alcune parole hanno
un significato convenzionale, cosicchè il vero senso di quelle poesie è comple-
tamente diverso da quello che apparisce al lettore ingenuo. Come risolvere
la questione se ciò sia vero o no? Con un esempio o due o tre non si dimo-
stra nulla. Con le chiacchiere generiche ed aprioristiche : « Dante non poteva
avere idee eterodosse », oppure : « Dante dovette parlare di amore nel senso
umano della parola » ;} oppure : « La poesia a doppio senso è una cosa brutta »;
oppure : « Qui, in questo sonetto io sento l’immediatezza e la spontaneità »,
ecc., con queste chiacchiere, dico, che possono moltiplicarsi all'infinito, non
(1) Un uomo di profondissima competenza su cose medioevali G. Volpe (Movi-
menti religiosi e sètte ereticali nella società medioevale italiana) scrive : « Quel raccogliersi
in sè degli uomini che, sdegnosi della Chiesa terrena, vagheggiano ottimisticamente
una chiesa primitiva, creatura della loro immaginazione, dà stimolo all'arte ed alla
filosofia, legate da misteriosa parentela con il sentimento religioso ». (pag. 195).
INTRODUZIONE 23
si può risolvere un problema come questo. Bisogna avvicinarsi a un me-
todo matematico.
Bisogna riesaminare nella grande massa di queste poesie tutti i passi net
quali compaiono quelle tali parole sospette. Se è vero che queste parole hanno
un significato segreto, vuol dire che sostituendo al loro significato aperto il sup-
posto significato segreto, la frase e la poesia debbono rendere costantemente un
senso e per di più rivelare un senso plausibile e più profondo là dove il
senso letterale è strano, oscuro o sciocco.
Questa prova, io dissi fra me, è necessaria e sufficiente.
Necessaria perchè finchè le interpretazioni e le traduzioni dal gergo si
limitano a pochi passi scelti qua e là più o meno arbitrariamente, non ci
si potrà mai liberare dal dubbio che la rispondenza del pensiero segreto col
pensiero apparente, anche se a prima vista impressionante, non sia casuale.
Se le poesie sono scritte in gergo, il gergo deve spiegare non tre o quattro
o venti poesie, ma tutta la grande massa di queste poesie.
E questa riprova sarà sufficiente perchè, se in centinaia di poesie scritte
da un gruppo di amici, che dichiaravano d’intendersi soltanto tra loro, è
possibile cambiare radicalmente il senso di una trentina di parole fondamen-
tali ottenendo, non solo un significato coerente, ma un significato nuovo e
più profondo, il fatto non può essere casuale e resta dimostrato per ciò solo
che quelle poesie sono artificiosamente costruite da chi aveva la mente al
senso riposto di quelle parole ; che in altri termini quelle poesie sono scritte
veramente 1n gergo.
Io redassi allora con lunga fatica un grande schedario di tutti i passi
delle poesie del « dolce stil novo », nei quali questi poeti avevano usato le
parole sospette ed esaminai caso per caso se, sostituendo alla parola sospetta
il suo presunto significato segreto, la frase desse ancora un senso e le poesie
presentassero un significato nuovo e coerente con un ordine di idee segreto
a tutte comune.
Posso assicurare che i « critici positivi », che hanno sbeffeggiato i libri del
Rossetti senza leggerli, non hanno mai fatto un lavoro di carattere così « po-
sitivo » nel senso serio della parola. E si comprende il perchè. Questo era un la-
voro lungo e faticoso. Era molto più facile e spicciativo dare al Rossetti del
bazzo, dire che non si aveva tempo da perdere e tirare avanti, tanto più che
così non si rischiava di dover tornare su quelle poche ideucce melense ricevute
su questo argomento nella scuola e ripropagate con tanta sicumera nei
propri libri!
Da quella mia lunga indagine sorsero le conclusioni che riassumo ed
espongo in questo libro e che, dirò subito, sono le seguenti :
I) È vero che la poesia dei «Fedeli d’amore », specialmente quella
di Dante e dei suoi più immediati predecessori, dei suoi contemporanei e
dei suoi successori, è scritta in un gergo segreto per il quale una trentina
di parole almeno (il Rossetti ne aveva già segnalate alcune, ingannandosi
24 INTRODUZIONE
su altre) hanno costantemente, oltre al significato apparente e riguardante
materia d'amore, un secondo e talvolta anche un terzo significato conven-
zionale, riguardante le idee di una dottrina iniziatica e la vita di un gruppo
di iniziati. Queste parole sono proprio quelle che con esasperante monoto-
nia riempiono i versi di questi « Fedeli », presentando spessissimo dei non-
sensi nel piano letterale e cioè : amore, madonna, morte, vita, donne, folle,
e follia, freddo, gaiezza, gravezza, nota, natura, piangere, pietra, rosa, fiore,
fonte, saluto, selvaggio, vergogna ed altre di uso meno frequente.
2) È vero che tutte le donne del « dolee stil novo » sono in realtà
una donna sola e cioè la Sapienza santa (1), la quale nell'uso speciale del
« dolce stil novo » prende convenzionalmente un nome diverso per ogni
diverso amatore e si chiama Beatrice per Dante, Giovanna per Guido Ca-
valcanti, Lagia per Lapo Gianni, Selvaggia per Cino e via di seguito. E poi-
chè, come ho detto sopra, la dottrina coltivata da una setta e la setta stessa
vengono confuse sotto la stessa designazione, queste donne servono anche
a designare la setta dei « Fedeli d'amore ».
3) La Vita Nuova di Dante è scritta tutta in questo gergo : è tutta
simbolica dalla prima all’ultima parola e riguarda la vita iniziatica di Dante
e i suoi rapporti non già con la moglie di Simone de’ Bardi, ma con la Sa-
pienza santa e con il gruppo che la coltivava. Pertanto la Beatrice della
Vita Nuova non differisce sostanzialmente da quella che appare trionfante
sul carro della Chiesa nella visione apocalittica della Divina Commedia.
4) Le poesie più oscure dei « Fedeli d’amore » e specialmente le oscu-
rissime canzoni di Dante, sulle quali si sono inutilmente affannati coloro che
ignoravano il gergo, lette secondo il gergo sciolgono la loro oscurità, si fanno
di «color nuovi » e acquistano una chiarezza, una coerenza, una profondità
insospettate. Non solo, ma con la conoscenza del significato segreto di que-
ste poche parole del gergo, si chiariscono agli occhi nostri e si trasformano
completamente nel loro spirito, altre opere assai oscure dei contemporanei
di Dante, come i Documenti d'Amore di Francesco da Barberino, l’Intelli-
genza di Dino Compagni, l’Acerba di Cecco d'’Ascoli, opere che, pur diffe-
rendo esteriormente dalla poesia d’amore del « dolce stil novo » sono infor-
mate allo stesso profondo spirito mistico, alla stessa dottrina segreta; escono,
in altri termini, dal seno della medesima setta.
5) Queste poesie, una volta tradotte nel loro significato reale con la
chiave del gergo, al posto di quell'amore vago, stilizzato, monotono, freddo,
artefatto, che mostrano quasi sempre secondo la lettera, ci rivelano una
vita intensa e profonda di amore per una mistica idea, ritenuta la vera es-
senza della rivelazione cattolica, di lotta per essa, contro la Chiesa carnale
e corrotta, detta convenzionalmente «la Morte» o «la Pietra » e che è
(1) Dobbiamo rendere onore all’acuto spirito del canonico Biscioni, che già nel 1722
aveva intuito in parte questa verità, esponendola nella Prefazione alle Prose di Dante.
INTRODUZIONE 25
dipinta come avversaria della setta dei « Fedeli d’amore » e come occultatrice
di quella Sapienza santa che i « Fedeli d'amore » perseguono sotto la figura
della donna ; ci rivelano una serie di mistici rapimenti, di grida che invo-
cano soccorso contro le persecuzioni e le minacce degli avversari, di ecci-
tamenti con i quali gli adepti si confortano reciprocamente a rimaner fedeli
all'idea santa, ed altre cose altissime e profondissime, dinanzi alle quali la
poesia d'amore fittizia, che sta alla superficie, cade, e quasi sempre senza
nostro rimpianto, come una insignificantissima scorza, lasciandoci mara-
vigliati di aver potuto credere che tutta quella fosse veramente poesia di
amore.
* * *
Tali le tesi di questo libro, certo insufficiente per raccogliere e organiz-
zare tutta l'immensa massa degli argomenti e lo scopo del quale è soprattutto
di suscitare il senso di questo problema nell'animo di* pochi spiriti obbiettivi.
Dico pensatamente « di pochi ». Le forze, o meglio, gli interessi che in-
consapevolmente si coalizzarono per schiacciare le prime rivelazioni del Ros-
setti, esistono infatti ancora e non è sperabile che abbiano disarmato.
Ancora molte nostre scuole sono dominate da quella critica « positiva »
che è per sua natura insensibile alle finezze del simbolismo. Come è natu-
rale, la enorme massa di critici e storici, educati nel disprezzo dell’opera
rossettiana (che in genere non hanno mai nemmeno conosciuto direttamente),
presenteranno una potente resistenza all'esame obbiettivo di quanto io dirò.
Senonchè ripeto che l'esempio di quanto avvenne a questa critica « posi-
tiva » a proposito degli studi del Pascoli, da essa per venti anni disprez-
zati e derisi e nei quali oggi innumerevoli studiosi riconoscono la prima
potente rivelazione del pensiero della Commedia, se non renderà i critici
positivi più cauti nei loro solenni dispregi, renderà il pubblico più diffidente
verso 1 giudizi sommari che essi sogliono emettere.
Ancora si troveranno forse zelatori della ortodossia, pronti a negare
quello che qui si afferma e si dimostra, non tanto per ragioni obbiettive
quanto per istintiva e cieca ripugnanza ad ammettere che un movimento
in qualche senso contrario alla Chiesa di Roma abbia potuto essere l’anima
di una così vasta attività di pensiero e d’arte. Ma, senza divergere in nulla
da quella che a me appare come verità storica obbiettiva, dichiaro subito
che la mia ricostruzione del pensiero dei « Fedeli d’amore » li rivela assai
più vicini all’ortodossia cattolica di quanto non li ponessero nelle loro mol-
teplici confusioni il Rossetti e l’Aroux. La donna di questi « Fedeli d'amore »
è presso a poco quello che è la Beatrice nella Divina Commedia, non già
estranea o nemica della Chiesa, ma Sapienza santa affidata da Cristo alla
Chiesa primitiva e che il fedele ricerca in ispirito per sue vie, soltanto per-
chè la Chiesa presente, nella sua corruzione, l'ha dimenticata o offuscata
fino a combatterla; perchè, in altri termini, sul carro santo della Chiesa,
corrotto, dopo la fatale donazione di Costantino, dai beni mondani e sfon-
20 INTRODUZIONE
dato da Satana, al posto della Sapienza Santa (Beatrice) sta fer «1 momento
la meretrice indegna, secondo la visione dantesca del Paradiso terrestre.
So che tutto questo non basterà a tranquillizzare i fanatici e gli estre-
misti sia ortodossi che eterodossi, ma io faccio una ricerca storica e non
posso tener troppo conto delle preoccupazioni di parte.
Ma esiste ancora inoltre (e, per quanto ciò sembri strano, sarà la più
potente avversaria della mia tesi) la rettorica romantica, che ci opprime da
un secolo e che vuole estasiarsi dinanzi alla realtà storica di queste donne
e si ostinerà per molto tempo ancora nello sforzo di trarle dalla loro incon-
sistenza ed evanescenza ad una vera vita, che esse non hanno mai avuto
non solo nella storia, ma neanche nell’arte. Per questa rettorica io sarò an-
cora un «barbaro », perchè tenterò distruggere, essi diranno, questa bella
figura della donna reale angelicata. Per me i poeti del «dolce stil novo »,
vestendo della figura di donna vera la divina e santa Sapienza, resero alla
femminilità un omaggio non minore di quello per il quale una donna vera
sarebbe stata travestita da Sapienza divina. Tuttavia mi diranno un « bar-
baro » perchè, invece di affermare che la poesia del « dolce stil novo » « se-
condo il mistico e bizzarro uso del tempo » angelicava le donne vere, affermo
che quella poesia, mettendo il Poeta in rapporto con Dio attraverso una
idea, quella della Sapienza santa o «mistica Rivelazione », personificava
questa idea, come il Cantico dei Cantici, come il Libro della Sapienza e come
i libri di Sant'Agostino in una donna bella e pura.
Io mi scrollo serenamente dalle spalle fin da ora le solenni ammoni-
zioni, i disdegni altezzosi, i volgari dispregi, gli sciocchi sarcasmi e le tirate
romantiche che eventualmente mi aspettano. Saprò ben io e sapranno
anche gli altri dopo di me distinguere ed apprezzare e raccogliere e utiliz-
zare le obbiezioni serîe e ragionate che mi verranno opposte in nome del
vero amore per la verità.
Queste mie idee, del resto, non possono nè vogliono, almeno per ora,
avere il consenso di tutti e nemmeno della maggioranza. Mi basta che
richiamino l’attenzione di un gruppo di giovani studiosi perchè essi esplo-
rino, sulle tracce che qui si indicano, il mondo sotterraneo di questa poesia,
del quale io non segno altro che qualche prima e talora non sicurissima linea.
È un mondo immenso che come vedremo, non può essere esplorato
da uno solo ; e questa esplorazione ha una sua enorme importanza. Si tratta
di conoscere il vero contenuto spirituale della poesia d'amore italiana : si
tratta di sapere se la nostra letteratura, accusata di erotismo e di freddezza
religiosa, non abbia invece vissuto per più di un secolo proprio di appas-
sionate idee mistiche espresse sotto il velo dell'amore.
Il problema merita quegli studi profondi, accurati, condotti con se-
rietà, con pazienza e con libertà di spirito, che fino ad ora non sono stati
neppure iniziati.
CAPITOLO PRIMO
Gli strani amori dei ‘Fedeli d’amore,,
e
E però ciò ch’'uom pensa non dee dire.
GUINIRELLI.
Chi riconsideri con l’animo sgombro dalle formulette della critica tradi-
zionale l’insieme della poesia dei «Fedeli d’amore » e specialmente della
poesia detta del « dolce stil novo », deve constatare una serie di fatti assai
strani, che, se le poesie si prendano esclusivamente nel loro senso letterale,
restano difficilmente spiegabili e che invece diventano molto chiari se si as-
suma l’ipotesi che quelle poesie esprimano con un occulto simbolismo idee
segrete di una setta.
I. LE POESIE DEI « FEDELI D'AMORE » SCRITTE PER UN GRUPPO CHIUSO.
— Anzitutto questi poeti amanti costituiscono un gruppo molto serrato di
persone in rapporto tra loro. È indiscutibile che di questo loro amore, del
quale pure sotto alcuni rispetti si mostrano così gelosi, parlano continua-
mente, loquacemente tra loro, comunicandosi di continuo impressioni e senti-
menti e soprattutto visioni con formule e parole che hanno, guardando alla
superficie, una impressionante monotonta.
Moltissime delle poesie del « dolce stil novo » trattano d’amore, ma hanno
un carattere espistolare, sono dirette a questo o a quello dei « Fedeli d’amore ».
Tutte le poesie più importanti, e specialmente le canzoni, sono licenziate
con un monotono ammonimento di andare soltanto ai « fedeli d’amore », a
quelli che « hanno intendimento », alla « gente cortese » e di fuggire invece la
«gente villana », la « gente grossa » e simili. Dante nella Vita Nuova si lascia.
sfuggire addirittura l’idea che un certo suo pensiero non sarebbe compren-
sibile se non «a chi fosse în simile grado fedele d'amore » (1). Il codice che ri-
porta la canzone di Francesco da Barberino Se più non raggia il sol, avverte
nella rubrica : « Fece il Barberino questa composizione oscura trattante della
natura d'Amore, perchè ella fosse solamente intesa da certi suor amici nobili
huomini di Toscana » (2). È chiaro ?
(1) V. N., XIV, 14.
(2) F. DA BARBERINO: / Documenti d'amore. Ed. Ubaldini, 1640.
28 CAPITOLO PRIMO
Questo fatto, che veramente non si è mai verificato presso gli altri inna-
morati, i quali hanno sempre parlato o contemporaneamente a tutti o a
nessuno, rimane strano se l’amore si debba intendere nel suo senso letterale,
diviene invece naturalissimo se si supponga che queste poesie di finto
. amore contenessero pensieri che dovevano e potevano essere intesi soltanto
da un gruppo di iniziati, che di queste poesie possedevano appunto la chiave.
2. POESIE D'AMORE INCOMPRENSIBILI. — Molte di queste poesie d’amore
sono oggi ancora assolutamente incomprensibili per noi. Ma l’amore, l’amore
per la donna, è stato sempre uno dei sentimenti più semplici e particolar-
mente semplice sarebbe nel caso di questi « Fedeli d’amore », presso i quali
esso si riduceva a pura adorazione, senza la ricerca o l’attesa di soddisfa-
zioni materiali, senza gelosia, senza stanchezza. Eppure proprio da questo
semplicissimo amore sarebbero state suggerite poesie nelle quali dopo sei se-
coli di indagine non si capisce nulla e altre nelle quali, anche se s’intendano
bene le frasi, ci sfugge evidentemente la vera anima, il vero fathos. Si rileg-
gano ad esempio la canzone del Cavalcanti: Donna mi prega perch'io voglia
dire o la canzone di Dante: Tre donne intorno al cor mi son venute, dove
Amore parla dei suoi due dardi che sono «le armi da lui volute in pro’ del
mondo », o la canzone : Se più non raggia del Barberino.
La critica tradizionale avanti a questo amore complicato, assurdo,
inverosimile, se la cava dicendo : « Era la moda del tempo ». Aggiunge qual-
che volta che era « il mistico e bizzarro gusto del tempo » (1), ma continua a
credere che Guido Cavalcanti potesse dirigere veramente a una donna quel
complesso di indovinelli e di acrobatismi verbali che è la canzone : Donna
mi prega, e che veramente solo per seguire una moda, che avrebbe avuto
qualche cosa di assai goffo, tutta questa gente volesse commuovere delle
donne con quei gelidi dottrinarismi artefatti, dai quali lampeggia appena
qua e là qualche barlume di commozione vera.
L'oscurità di tali poesie e la loro costruzione quasi sempre artificiosis-
sima si spiega assai meglio con l’ipotesi che in esse l’amore sia soltanto ap-
parenza o pretesto e che si prendano dal linguaggio dell'amore vocaboli con-
venzionali per esprimere cose ben diverse.
D'altra parte, che questi « Fedeli d’amore » dessero un significato voluta-
mente segreto anche a poesie che a noi apparirebbero di senso limpidissimo
e chiaro, si dimostra nettamente con questo esempio.
Giovanni Boccaccio (uno di questi « Fedeli d'amore »), alla fine della terza
giornata del Decamerone, racconta che Lauretta cantò questa canzone:
Niuna sconsolata
Da dolersi lia quant’io
Chè ’n van sospiro, lassa | innamorata.
(1) FRATICELLI : La Vita Nova. Dissertazione. Firenze, Barbèra, 1882, p. 18
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE ” 20
Colui che muove il cielo et ogni stella,
Mi fece a suo diletto
Vaga, leggiadra, graziosa e bella.
Per dar qua giù ad ogn’alto intelletto
Alcun segno di quella
Biltà, che sempre a lui sta nel cospetto
Ft il mortal difetto,
Come mal conosciuta,
non mi gradisce, anzi m'ha dispregiata.
Già fu chi m'’ebbe cara, e volentieri
Giovinetta mi prese
Nelle sue braccia, e dentro a’ suoi pensieri
E de’ vaghi occhi miei s’accese.
E ’1 tempo, che leggieri
Sen vola, tutto in vagheggiarmi spese :
Ft io, come cortese,
Di me il feci degno ;
Ma or ne son, dolente a me! privata.
Femmisi innanzi pui presuntuoso
Un giovinetto fiero,
Sè nobil reputando e valoroso.
E presa tienmi, e con falso pensiero
Divenuto è geloso ;
Laond'’io, lassa! quasi mi dispero,
Cognoscendo per vero,
Per ben di molti al mondo
Venuta, da uno essere occupata.
Io maledico la mia isventura,
Quando per mutar vesta,
Sì, dissi mai; sì bella nella oscura
Mi vidi già e lieta, dove in questa
Io meno vita dura,
Vie men che prima reputata omesta.
O dolorosa festa,
Morta foss’io avanti,
Che io t'avessi in tal caso provata.
O caro amante, del qual prima fui
Più che altra contenta,
Che or nel ciel se’ davanti a colui
Che ne creò, deh pietoso diventa
Di me, che per altrui
Te obliar non posso : fa ch'io senta
Che quella fiamma spenta
Non sia, che per me t'arse,
E costà su m’impetra la tornata.
Se in base alla semplice lettura di questa poesia d'amore io osassi affer-
mare che essa aveva nel pensiero del Boccaccio un significato recondito e sublime
e diversissimo da quello letterale, sarei deriso e trattato da pazzo. Mi par di
sentire i critici « positivi » che griderebbero : « Ma che cosa ci può essere di re-
30 CAPITOI.O PRIMO
condito ? Questa è semplicemente una donna che rimpiange il suo primo amore
e si lamenta del suo amante presente. Ecco (conosco il loro stile !) le aderra-
zioni di questi fantasticatori, che farneticano cercando i simboli! Che cosa
vi fa supporre in questa poesia questo secondo significato profondo ? ».
Adagio un poco signori! Il Boccaccio fa seguire questa canzone dal
seguente commento :
«Qui fece fine Lauretta alla sua canzone, nella quale notata da tutti, di-
versamente da diversi fu intesa : et ebbevi di quegli che intender vollono alla
melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di più
sublime e migliore e più vero intelletto del quale al presente recitare non accade ».
Ecco dunque, signori critici « positivi », che in questa canzone, în apparenza
così semplice e chiara, non solo vi è un significato più vero, ma esso è anche pit
sublime e il poeta non lo vuole dire e si contenta di beffare ferocemente la
« gente grossa » che non lo vede. Non è necessario aggiungere ai suoi scherni
anche i nostri.
E di queste poesie, che a prima vista sembrano indiscutibilmente poesie
d’amore semplicissime e che poi sono indiscutibilmente poesie mistiche o fi-
losofiche, potrei citarne innumerevoli.
Ecco per esempio un frammento che nei manuali di letteratura (1) si
trova sotto il semplice titolo di [unamoramento del Poeta in primavera e che
ha tutta la scorrevolezza, tutta la ingenuità e la spontaneità di una poesia
d’amore quasi popolare :
Al novel tempo e gaio del pascore,
che fa le verdi fogli e’ fior venire,
quando gli augelli fan versi d’amore,
e l’aria fresca comincia a schiarire
le pratora son piene di verdore
e li verzier cominciano ad aulire,
quando son dilettose le fiumane,
e son chiare surgenti le fontane,
e la gente comincia a risbaldire ;
Che per lo gran dolzor del tempo gaio
sotto le ombre danzan le garzette ;
nei bei mesi di aprile e di maio
la gente fa di fior le ghirlandette ;
do:nzelli e cavaler d'alto paraio
cantan d'amor novelle e canzonette ;
cominciano a gioire li amadori,
e fanno dolzi danze i sonadori,
e sono aulenti rose e violette ;
Fd io stando presso a una fiumana
in un verzere all'ombra d’un bel pino,
aveavi d'acqua viva una fontana
intorneata di fior gelsomino ;
(1) Come quello del D’Ancona e Bacci, vol, I, 1906, pag. 256.
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 3I
sentia l’aire soave e tramontana;
udia cantar gli augei in lor latino ;
allor sentio venir dal fin’Amore
un raggio che passò dentro dal core,
come la luce ch’appare al mattino.
Discese nel mio cor siccome manna
amor soave, come in fior rugiada,
che m'è più dolze assai che mel di canna,
d'esso non parto mai dovunque vada,
e vo’li sempre mai gridare usanna,
Amore eccelso, ben fa chi te lauda |!
Assavora’lo quando innamorai :
neente sanza lui fui nè fie mai,
nè sanza lui non vo’ che mio cor gauda.
E non si può d’Amor proprio parlare
a chi non prova i suoi dolzi savori ;
e sanza prova non sen può stimare,
più che lo cieco nato dei colori ;
e non pote mai nessuno mai amare
se non li fa di grazia servidori;
che lo primo pensier che nel cor sona
non vi saria, s'.Amor prima no’l dona ;
prima fa i cor gentil che vi dimori.
Dove volete trovare versi più spontanei, immagini di amore più fresche,
più semplici ? Se io dicessi che tutto questo è simbolico e che si parla di
un amore che non riguarda affatto una donna, gli uomini di spirito e quelli
che sentono veramente la poesia (dicono loro) e i lirici puri mi darebbero
naturalmente del fantasticatore e del barbaro. Possono risparmiarsi i loro
giudizi avventati. Questo è semplicemente il principio della Intelligenza di
Dino Compagni. Questo amore come ci dirà poco dopo il Poeta è l’amore per
L’amorosa Madonna Intelligenza
che fa nell’alma la sua residenza
che co la sua bieltà m'ha ’nnamorato! (1)
E vedremo che essa è descritta con tali particolari nel suo aspetto fen-
minile da fare invidia a monna Vanna e a monna Bice!
Dunque chi vuol intendere sul serio questa poesia non si lasci frastor-
nare dalle chiacchiere di chi pretende di sentire l'immediatezza, di sentire la
spontaneità, di sentire 1l lirismo puro, di sentire la vera passione, perchè tratti
di lirismo puro anche lunghissimi se ne possono trovare quanti si vuole in
Poesie indubitatamente simboliche e si possono trovare intere poesie simboliche
che sembrano a chiunque liriche d’amore vero, ma se si voglia intenderle
Per pure liriche d’amore c'è pericolo di intenderle, come diceva il Boccaccio,
“alla melanese ».
(1) L’Intelligenza, a cura di Raffaello Piccoli. Lanciano, 19II, pag. 195.
»
32 CAPITOLO PRIMO
Facciamo piuttosto questa considerazione : se un pensiero simbolico si
cela sotto poesie di questi « Fedeli d'amore » apparentemente così ingente
come questa, che cosa dobbiamo pensare delle innumerevoli altre uscite da
quello stessissimo ambiente, nelle quali i pensieri d’amore si mescolano, si
intrecciano, si confondono (come non è mai avvenuto nella vera poesia di
amore) con una quantità di idee filosofiche religiose e persino politiche ?
Che cosa dobbiamo pensare, ripeto, della famosa canzone di Guido Ca-
valcanti: Donna mi prega, una selva di espressioni artificiose e contorte in-
torno all'amore che sembrano veramente dei rompicapi? Che cosa dob-
biamo pensare delle canzoni di Dante per la donna Pietra, della sua canzone :
Tre donne intorno al cor mi son venute tutte piene di oscurità, di stranezze
incomprensibili, di allusioni velate e di simboli, che vogliono sembrare tutte
poesie d’amore o sull'amore ?
E che cosa dobbiamo pensare di quello stranissimo « Amore » di cui ci
parla nel suo complicatissimo volume : I Documenti d'amore Francesco da Bar-
berino, descrivendo come donne amate delle inverosimili donne che, come
vedremo, hanno le qualità più strampalate ? E che cosa dobbiamo pensare
di quella misteriosa donna, tanto somigliante a Beatrice, che è il personaggio
centrale e principalissimo della misteriosa Acerba di Cecco d’Ascoli ?
Per adesso sarebbe per lo meno serio il pensare che sotto a queste poesie
e sotto a questo Amore c’è qualche cosa di non ancora ben compreso.
3. POESIE RICONOSCIUTE COME SCRITTE IN GERGO oscuro. — Ma c'è
di più. Vi sono alcune poesie di questi poeti del « dolce stil novo » o dei poeti
d’amore in genere, le quali si rivelano a chiunque e indubitabilmente come
scritte in gergo. Esse sono incomprensibili, non già perchè trattino dell’amore
in formaalta o arduao dottrinale, ma perchè evidentemente in esse /e
parole hanno un significato convenzionale diverso da quello che esse hanno comu-
nemente, e noto al destinatario 0 ai destinatari della poesia.
Eccone un esempio tipico : una poesia di Cino da Pistoia che non è altro,
in apparenza, se non il racconto di certe vicende di viaggio occorse al poeta
e delle quali egli informa il destinatario della poesia stessa, in modo però
che nessuno ha capito mai nulla della poesia. I critici onesti, anche se
appartenenti alla tradizione e perfettamente ignari delle teorie del Rossetti,
la dichiarano incomprensibile, come parecchie altre dello stesso tipo.
Perchè voi state, forse, ancor pensivo
d’udir nuova di me, poscia ch'io corsi
su quest’antica montagna de gli orsi,
de l'esser di mio stato ora vi scrivo :
già così mi percosse un raggio vivo (?)
che ’1 mio camino a veder follîa (?) torsi;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar acqua visitai di blando rivo : (?)
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 33
ancor, per divenir sommo gemmieri (?)
nel /apidato ho messo ogni mio intento, (?)
interponendo varj desideri.
ora ’n su questo monte tira vento ; (?)
ond’io studio nel libro di Gualtieri,
per trarne vero e nuovo intendimento (?) (1).
Credo che non vi sia interprete realistico o tradizionalista così ottuso
da poter credere sul serio che in questo sonetto le parole abbiano il loro si-
gnificato ordinario e che Cino da Pistoia abbia cambiato strada perchè per-
cosso da un «raggio di sole » o perchè ha incontrato « follia » o per andare .
a Visitare una « fontanella » che non si sa che cosa sia, o che volesse diven-
tare sul serio «sommo gemmieri » e soprattutto che studiasse il «libro di
Gualtieri » fer l'ottima ragione che su quel monte tirava vento !
Basterebbe questo esempio per dimostrare a chiunque abbia un poco
di intelletto che tra 1 poeti del «dolce stil novo » il gergo segreto esisteva,
non solo, ma che costoro avevano anche una qualche ragione e abbastanza
seria e abbastanza grave per comunicare così tra loro in rapporto ai propri
movimenti, alle proprie intenzioni e alle proprie vicende. Questo Cino che
scrive così non è uno sciocco che potesse perder tempo a scrivere in gergo
come potrebbero fare dei ragazzi; è un dotto e grave maestro che ha in-
segnato in tutti i maggiori Studi d’Italia. I suoi compagni, con i quali
scambia sonetti di questo genere, sono uomini come Dante Alighieri, come
Guido Cavalcanti o Cecco d'’Ascoli. È assolutamente non serio il pensare
che tutti costoro facessero «la burla » di scrivere esponendo idee involutis-
sime e comprensibili soltanto ad alcuni e comunicando in un gergo conven-
zionale che non avrebbe dovuto nascondere nulla di importante.
E questo convenzionalismo, questo indiscutibile doppio senso investe
in pieno anche poesie nelle quali si parla della « donna mia », come per esem-
pio quella famosa di Guido Cavalcanti che comincia: Veggio ne gli occhi della
donna mia. A questa donna «sua» accade infatti qualche cosa che dav-
vero non è mai accaduto alle donne «nostre », cioè che dalle sue labbia
(dal suo aspetto o dalle sue labbra che sia) ne nasce un'altra e poi un'altra
e da quest’ultima una stella che annunzia la salute ! L’intonazione, lo spunto
iniziale di questa poesia è proprio nel comunissimo tono di quella che si pre-
tende sia vera poesia d'amore per donne di carne e ossa e scorre con una
dolcissima armonia :
Veggio ne gli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d'amore
che porta uno piacer novo nel core
sì, che vi desta d’allegrezza vita;
(1) CINO DA PISTOIA : Rime, a cura di D. Fiodo. Carabba, 1913, pag. 143.
3 — VALLI.
34 CAPITOI,O PRIMO
e dopo quel principio di lirica pura si ha questo curiosissimo fenomeno
di produzione ectoplasmatica che segue :
Cosa m’avien quand’i’ le son presente
ch’i' no la posso a lò ’ntelletto dire :
veder mi par da la sua labbia uscire
una sì bella donna, che la mente
comprender no la può ; che “nmantenente
ne nasce un'altra di bellezza nova
da la qual pay ch’ una stella sì mova
e dica : La salute tua è apparita... (1)
In questa poesia il Cavalcanti parla della « donna mia » e mi pare che
non ci sia nessun dubbio che qui non st tratta di una donna di carne e di ossa.
Ciò vuol dire a buon conto che i nostri avversari, che interpretano rea-
listicamente la poesia del « dolce stil novo », non possono negare che qualche
volta questi poeti parlavano in un linguaggio convenzionale, nel quale la
donna non era miente affatto una donna. Chi volesse negare in modo asso-
luto la esistenza di un linguaggio convenzionale nella poesia di questi
dicitori per rima, direbbe una evidentissima e grossolana sciocchezza.
La loro tesi per essere seria e degna di considerazione deve limitarsi
ad affermare che questi poeti scrivevano due diverse specie di poesie, le une
in un linguaggio convenzionale ove dicendo «la donna mia » non si inten-
deva parlare di una donna, ed altre invece in un linguaggio aperto come
espressione limpida e diretta del loro amore per una femina.
Ma con questo si è già fatto un passo notevole. Discutendo tra per-
sone serie si trova da una parte l’idea che alcune poesie siano in gergo ed
altre no, dall'altra l’idea che tutte queste poesie siano di regola in gergo.
E questa ultima è la mia tesi e dico subito qual'è uno degli argomenti fon-
damentali che me la fanno proporre.
Se alcune poesie fossero in gergo e le altre no, noi dovremmo avere due
classi di poesie chiaramente distinte e differenziabili a prima vista : una classe
di poesie tutte limpide, tutte chiare che non ci dovrebbero lasciare nessun
sospetto di doppio senso, e una classe di poesie oscure, involute, impacciate.
Ebbene queste due classi nettamente distinte di poesie non esistono
affatto e nella massa di queste poesie si passa da alcune (poche) apparente-
mente chiarissime a quelle assolutamente incomprensibili attraverso gradi innu-
merevoli di diversa comprensibilità e oscurità. Vi è un numero enormedi poesie
in alcune parti comprensibili e scorrevoli e in altre parti oscure e involute.
Ho già citato la poesia di Guido Cavalcanti: Veggio negli occhi, nella
quale i primi sei versi sembrano di limpidissima poesia d’amore e poi balza
fuori l'evidente simbolismo convenzionale delle donne uscenti l’una dall’altra.
Ebbene queste poesie depongono assai potentemente per la tesi che
(1) GUIDO CAVALCANTI : Le Rime, a cura di E. Rivalta. Zanichelli, 1902, pag. 156.
fi e» lenili. ——r_—— P— -
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 35
tutte le poesie siano di regola scritte in gergo. Infatti non è comprensibile
che chi scrive con l'intenzione di scrivere apertamente getti in mezzo ad
una poesia ingenua delle strofe in gergo : mentre è invece comprensibilis-
simo che chi scrive in gergo, con l'intenzione di dare al suo discorso un
significato esteriore plausibile, una apparenza verosimile di poesia d’amore,
a volte riesca a darlo a volte non riesca, e riesca in una strofa e non rie-
sca nell’altra e quindi finisca col mescolare poesie chiare (nelle quali il
senso esteriore regge) con poesie oscure (nelle quali il gergo non riesce a
trovare una limpida veste esteriore) e nella stessa poesia strofe chiare con
strofe oscure e versi chiari, limpidi, armoniosi con versi oscuri contorti, brutti.
In altri termini tutto si spiega se si supponga che le poesie chiare siano
delle poesie in gergo ben riuscite (come quella sopra citata di Lauretta e
come, ad esempio, la famosa: Tanto gentile e tanto onesta pare), mentre in-
vece le poesie oscure, complicate, mal comprensibili, siano poesie nelle quali
il senso profondo che era nella mente del Poeta non è riuscito a trovare
una simbologia esterna logica e limpida.
4. L’« ENIGMA FORTE » DELLA « POESIA D'AMORE ». — La oscurità, la com-
plicazione e la frequente incomprensibilità della poesia dei « Fedeli d’amore »
sono così evidenti che non sono sfuggite a nessuno di coloro che se ne sono.
occupati, ma la nostra critica ufficiale ha affrontato il problema di questa
oscurità con degli stranissimi preconcetti e con incredibile impreparazione.
Il D'Ancona e il Comparetti ad esempio, ai quali pur tanto dobbiamo per
la conoscenza dei primi secoli della nostra letteratura, nella prefazione alla
edizione delle Antiche Rime Volgari riconoscevano che sotto di esse c’è un
«enigma forte » ancora insoluto e che ci si trova avanti a un gergo, ma cre-
devano di poter affermare che questo gergo deve essere un gergo letterario
e non un gergo settario.
Ed ecco con quale argomento : « L’impulso stesso del poetare venuto
«dall’alto per signorile perfezione di costume, e il luogo dove ebbe origine
«la novella usanza, che fu la Corte, fecer sì che il primo tentativo di rima
«volgare fosse in Italia un composto assai strano, punto spontaneo anzi
«molto artificioso, di metafisica cavalleresca e di sottile ed ardua dizione.
«Ond’è che le Rime antiche quand’anche potesse avverarsene la lezione
«genuina resterebbero tuttavia, come già sono, in molti luoghi oscure e
«quasi indecifrabili, non possedendo più noi moderni quel segreto che le faceva
«intelligibili ai fedeli d'amore iniziati dallo studio e dall’uso a codesta parti-
«colar forma di sentimenti e di stile. Perciò laddove Gabriele Rossetti volle ve-
«dere un gergo settario di politico significato, null'altro sta nascosto, a parer
«nostro, se non un gergo meramente letterario » (I).
(I) Le Antiche Rime Volgari secondo la lezione del Codice Vaticano 3793. Bo-
logna, Romagnoli, 1875, vol. I, pag. XIV.
36 CAPITOLO PRIMO
È necessario che io mi soffermi un momento su questo periodo di
prosa critica, perchè esso è massimamente istruttivo. Da esso si ricava in-
fatti:
1) Che il Comparetti e il D'Ancona sentivano e riconoscevano, come
è naturale, il mistero che c’è sotto questa poesia d’amore, quello cioè che
poche righe dopo chiameranno essi stessi l'enigma forte della poesia d'amore.
2) Che, riconoscendo la presenza di un gergo sotto la poesia d’amore
e senza averlo decifrato, credevano di poter senz'altro dichiarare che questo
gergo doveva essere un gergo meramente letterario e ciò unicamente perchè
la poesia italiana era nata « per impulso dall’alto e in una corte », quasichè
nelle corti non potesse nascere anche un gergo di carattere ben diverso da
quello letterario.
Basta anzi pensare quale corte fu quella nella quale nacque la poesia
d’amore italiana, la corte di Federico II, fervente di pensiero mistico e
filosofico e di lotte religiose, perchè appaia subito estremamente inverosimile
che il gergo che essa contiene sia meramente letterario.
3) Che il D'Ancona e il Comparetti gettano là questa frase : gergo
meramente letterario senza spiegare niente affatto che cosa significhi un gergo
meramente letterario. Parrebbe che per loro si trattasse addirittura di qualche
cosa di simile a un giuoco di società, un giuoco di società però che era giuo-
cato da tutti uomini, come Federico II, Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti,
Dante, Francesco da Barberino, Cecco d’Ascoli; uomini cioè che contempo-
raneamente giuocavano ben altri giuochi e più seri nel campo della vita po-
litica, filosofica e religiosa. Il supporre che tutti costoro abbiano mescolato
e intrecciato alla loro tragica attività politica e religiosa il loro amore, ma le-
gando questo a un gergo insulso, a una specie di passatempo, è semplice-
mente assurdo. Di gergo letterario si può parlare tra gli abatini dell’Arcadia,
non tra uomini dello stampo di quelli che ho ricordato sopra.
4) Che i due illustri critici parlano di gergo letterario, il quale dovrebbe
almeno avere una giustificazione nella grazia artistica dei suoi resultati,
mentre nella poesia citata di Cino da Pistoia e in tante altre simili dove
l’esistenza del gergo è evidentissima, esso corrompe completamente tutto
l'elemento estetico della poesia, la quale risulta una cosa indiscutibilmente
brutta proprio per la palese presenza del gergo e nella quale quindi è evi-
dente che il gergo ha una ragion d'essere non letteraria, non artistica, ma di
ben altra natura.
5) Che il D'Ancona e il Comparetti (e questa è la constatazione più
grave) giudicano l’idea del Rossetti senza averne nessuna conoscenza seria.
Infatti essi si sono fermati evidentemente alla frima tesi del Rossetti che chia-
mava il gergo dei « Fedeli d'amore » un gergo politico di essenza ghibellina.
Debbo ritenere che i due illustri filologi (come la enorme maggioranza dei filo-
logi) non conoscessero affatto il « Mistero dell’ amor platonico » del Rossetti
ove quella prima tesi era praticamente, se non esplicitamente, superata e
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE > 37
il gergo dei « Fedeli d’amore » appariva con molto maggiore verosimiglianza
come un gergo di natura mistica e direi misteriosofica, derivante niente di
meno che dalle occulte correnti del pitagorismo... E il dire che il Rossetti
vedeva sotto la poesia d'amore un gergo mistico avrebbe immediatamente
colpito per la sua grande verosimiglianza il lettore spregiudicato. Ed abbiamo
qui una prova del fatto che la critica « positiva » (tanto « positiva » da non
aver mai preso in esame i cinque volumi del Mistero dell’Amor platonico !)
ha trasmesso dall’uno all’altro critico i/lustre i primi giudizi avventatissimi
e sommari che furono pronunziati sulle prime e meno felici opere del Rossetti,
ritenendosi dispensata dal conoscere le altre !
6) Il D'Ancona e il Comparetti parlano di un gergo letterario senza
accorgersi neanche che tutti questi poeti d’amore non appena cominciano
a teorizzare un poco sull’arte, la prima cosa che fanno è di mettere in guar-
dia il lettore intorno ai frofondi e molteplici sensi delle scritture, intorno
alle profondissime cose che dicono i poeti anche quando sembra che dicano
cose leggere. Si ripensi al Convivio di Dante, alle disquisizioni intorno alla
poesia ed ai suoi sensi profondi che il Boccaccio fa proprio a proposito di
Dante (1). É questa gente avrebbe usato un gergo « meramente letterario » ?
7) Non solo, ma non si accorgono del fatto che questa poesia che se-
condo loro sarebbe oscura, solo perchè sorta nel convenzionalismo di una corte,
viceversa più si allontana dalla corte e fiw diventa oscura. Il Cavalcanti,
Dante e il Barberino son ben più oscuri di Federico II, e basterebbe questo
per far certi che la spiegazione dei due filologi è assolutamente inconsistente.
Il Comparetti e il D'Ancona continuano così : « Non sarà difficile rico-
«struire la forma dei pensieri e degli affetti propri alla scuola cortigiana e
«cavalleresca e già qualche cosa si è fatto in proposito; ma più arduo ci
«sembra, e quasi da niuno tentato sinora, lo scoprire e determinare la signi-
«ficazione speciale che si dette a certe frasi e parole, la ragione di alcune biz-
«zarre composizioni ritmiche, 11 valore di talune forme, allegorie, metafore,
«immagini divenute quasi sacramentali in cotesta scuola. E sarà soltanto con
«una ricerca accurata e paziente per tutto il vasto campo degli antichi ri-
«matori, radunando molti esempi e insieme illustrandoli l’un con l’altro che
«si potrà in parte sciogliere questo enigma forte componendo per tale modo
«una propria poetica della maniera cortigiana ».
Come si vede, i due illustri uomini riconoscevano perfettamente che
(1) Il Boccaccio nella Vita di Dante ha una lunga disquisizione sulla sentenzia
« Che la poesia è simigliante alla teologia ». E scrive ancora: « Dicono... che i poeti son
scimie dei filosofi. Se abbastanza intendessero i versi de’ poeti si accorgerebbero che
non scimie dei filosofi ma filosofi veri sono essi, non essendo da loro nessun’altra cosa
nascosta sotto velame poetico che conforme alla filosofia. Il filosofo con sillogismi riprova
quello che stima non vero ed approva quello che intende esser vero. E il poeta quel
vero che con l'immaginazione ha concepito levati tutti i sillogismi quanto più ar-
tificialmente può sotto velame di finzione nasconde ».
38 CAPITOLO PRIMO
bisognava ancora scoprire la significazione speciale di certe frasi e parole e
il valore di alcune allegorie, ma non si accorgevano che, se per esempio
la donna amata in quelle formule divenute come ben dicevano quasi
sacramentali, avesse significato «Sapienza », come significa certamente :
1) nella Divina Commedia, 2) nel Cantico dei Cantici, 3) nella Sapienza di
Salomone, 4) nel Contra Faustum di S. Agostino, 5) nella Intelligenza di
Dino Compagni, ecc., e l'Amore in corrispondenza di ciò avesse significato
amor sapientiae, tutto il significato vero delle poesie ne sarebbe stato com-
pletamente trasformato.
Che potessero esservi significati segreti di questa importanza i due il-
lustri uomini lo negavano puramente e semplicemente escludendo senza
esame, e senza neppure vera conoscenza, la teoria del Rossetti |
5. LA POESIA D'AMORE E IL SUO « VERACE INTENDIMENTO ». — Ho già
accennato al fatto che questi poeti d’amore non appena cominciano a co-
struire qualche teoria sulla loro arte, avvertono sempre con gran cura che
la poesia è più profonda di quel che non sembri a prima vista, che le scrit-
ture hanno sensi molteplici, che i poeti sono «teologi» e simili. Questa
allusione ad un frofondo intendimento della poesia, diverso da quello che
appare alla superfice, si trova già nella Vita Nuova.
Dante nella Vita Nuova a proposito della personificazione che egli ha fatto
di Amore dice due cose molto importanti : 1) Egli parla «contra coloro che
rimano sopra altra materia che amorosa » ; 2) Immediatamente dopo dice che
i poeti (antichi) hanno parlato « a le cose inanimate siccome se avessero senso
«e ragione e fattele parlare insieme ; e non solamente cose vere, ma cose non
«vere... degno è lo dicitore per rima di fare lo somigliante ma non sanza
«ragione alcuna, ma con ragione la quale por sia possibile d'aprire per prosa ».
E aggiunge : «e acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico
«che nè l poete parlavano così sanza ragione, nè quelli che rimano deono
«parlare così non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono ;
« però che grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto veste di
« figura o di colore rettorico e poscia, domandato, non sapesse denudare le sue
« parole da cotale vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E que-
«sto mio primo amico e io ne sapemo bene di quelli che così rimano stol-
«tamente... » (I).
Ora quando Dante parla qui della «ragione » per la quale i poeti usano
le immagini, quando dice che la poesia (che deve essere di materia amorosa)
deve avere un verace intendimento, quando deride coloro che scrivono senza
avere questo verace intendimento, di che cosa parla, del senso letterale della
poesia d’amore o di un suo significato più profondo ?
Il Perez ha magnificamente dimostrato (2) che «rimare di materia amo-
(1) Vita Nuova, XXV. (2) Beatrice svelata, pag. 70.
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 39
rosa » si deve intendere secondo la terminologia scolastica e secondo la di-
stinzione scolastica di materia e di forma. In questo senso « rimare di materia
amorosa » non vuol dire niente affatto parlare di amore, ma (poichè materia
è l'opposto di forma e vuol dire appunto ciò che prende forma per dare esi-
stenza a qualche cosa), l’amore non è affatto il pensiero vero della poesia
appunto perchè ne è la materia — diremmo noi il materiale grezzo —
con 1l quale 0 vestendosi del quale la poesia riesce ad esprimere il suo vero e
brofondo essenziale pensiero, che è cosa tutta diversa dall'amore.
Nella Scolastica la materia è il corpo e l’anima è forma e così Dante in-
tendeva che la materia amorosa è il corpo esterno della poesia. Lanima
della poesia è cosa completamente diversa. L'anima della poesia è proprio
quella tale ragione per la quale i poeti adoperavano quelle tali immagini e
figure ; l’anima della poesia è quel verace intendimento che si può, quando
st vuole, aprire per prosa.
È estremamente ingenua l’interpretazione di coloro che credono in quel
passo Dante abbia perso tempo a parlare del senso letterale della poesia
d’amore e a giustificarla dal fatto di adoperare delle personificazioni che
avrebbero avuto un senso semplicemente letterale. Ma che bisogno c’era di
questa giustificazione ? Ma l’Amore non era personificato come figura retto-
rica già da secoli e non era una immagine comunissima quella dell’amore
personificato ? E come Dante avrebbe perso tempo a soffermarsi su coloro
che rimano senza un verace intendimento se questo verace intendimento fosse
stato soltanto il senso letterale della poesia d'amore ? Metteva conto di par-
lare, sia pure per dar loro degli sfolti, di gente che avesse scritto senza
dare alle sue poesie un senso letterale ?_ Cioè che avesse scritto una serie
di parole senza senso ?
No, Dante e il suo amico Cavalcanti ridevano evidentemente di ben
altri stolti, degli stolti cioè che non sapendo che la poesia d’amore aveva un
verace intendimento quantunque adoperasse una « materia amorosa », imitavano
le forme poetiche dei « Fedeli d'amore » senza dar ad esse il profondo pen-
siero simbolico e iniziatico, cioè il loro verace intendimento, scrivevano facendo
delle figure rettoriche senza ragione alcuna, cioè senza quelle ragioni che in-
vece animavano profondamente la poesia amorosa di Dante e di Guido.
L'ingenuità della critica realistica suppone che le spiegazioni che lar-
gisce Dante nella prosa della Vita Nuova siano proprio le spiegazioni di quel
verace intendimento delle poesie. Non si accorge che quel commento è
fatto per offrire maggiori spiegazioni a chi già sa, e confondere sempre più
le idee di chi non deve sapere. Bel commento in verità quello nel quale
il commentatore di se stesso ad un certo punto dichiara che quello che egli
dice «è impossibile a solvere a chi non fosse in simil grado fedele d'amore »
e gli altri non importa che capiscano (1); e dove si tronca a un certo punto
(1) V. N., XIV, 14.
40 CAPITOLO PRIMO
il discorso sul significato di una canzone dicendo «70 già temo di avere a
troppi comunicato il significato di questa canzone»! (1).
6. GLI OSCURI RAPPORTI PERSONALI TRA I POETI. — Moltissime di
queste poesie, lungi dal raffigurare l’ambiente dei poeti d’amore quale do-
vrebbe essere se fossero veramente e semplicemente degli innamorati, ce li
dipingono nella maniera più netta come persone legate da una forma di so-
lidarietà e di gerarchia. C'è tra essi evidentemente qualcuno che ha autorità
sugli altri e questo qualcuno è evidentemente per non breve tempo Guido
Cavalcanti.
Sono persone che si interessano dell'amore del vicino, della sua siîn-
cerità, della sua fedeltà in amore, molto più di quanto non si faccia di
solito e molto diversamente da come farebbero dei semplici pettegoli.
C'è un sonetto di Guido Cavalcanti nel quale egli incarica formalmente
Dante di indagare se Lapo Gianni sia veramente innamorato o se finga e
da tutto il sonetto spira il senso chiarissimo di un discorso fatto entro un
determinato gruppo e nell'interesse del gruppo.
Se vedi Amore, assai ti priego, Dante,
in parte là ’ve Lapo sia presente,
che non ti gravi di por si la mente
che mi riscrivi s'e’ lo chiama amante,
e se la donna li sembla avenante
che si le mostr’avvinto fortemente ;
chè molte fiate così fatta vente
suol per gravezza d'amor far sembiante.
Tu sai che ne la corte là ’ve vegna
non vi può servir omo che sta vile (2)
a donna che là entro sia renduta,
Se la soffrenza lo servente aiuta,
può di leggier cognoscer mostro stile (3)
lo quale porta di merzede insegna (4).
Se il capo riconosciuto di una organizzazione segreta dovesse incaricare
un adepto di vigilare e di riferire sulla fedeltà e sulla sincerità di un altro
adepto non userebbe parole diverse da queste.
Certo fra innamorati ver: non c'è mai stato l’uso di occuparsi così sfac-
ciatamente e ridicolmente dei fatti altrui e tanto meno questo metodo sta-
(1) V. N., XIX. :
(2) Sarebbe stato vile Lapo se non avesse trovato avvenente la donna? Wile sì,
perchè vile significa estraneo alla setta.
(3) Mi permetto di scrivere stile e non sîre, come dà il testo critico della Società
Dantesca, perchè la lezione esiste ed ha per sè il fatto che sire non rima con vile.
(4) DANTE : Opere. Testo critico della Società Dantesca Italiana. Firenze, Bemporad,
192I, pag. 74.
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 4I
rebbe a posto se si trattasse veramente di quell'amore proprio di questi
poeti del « dolce stil novo » e che richiede sempre la più delicata discre-
zione. Nel fatto la discrezione esso la esige sì, ma soltanto nei rapporti della
«gente grossa », cioè di quelli che erano fuori della setta, tanto che Dante
chiama addirittura malvagio il domandare che certuni gli facevano del suo
amore (I); ma nei rapporti dei « Fedeli d’amore » tra loro, questo amore è
autoritario e inquisitoriale. Questa ingerenza negli amori degli altri arriva
a degli strani parossismi. Non solo abbiamo una grande e solenne ramanzina
di Dante a Cino da Pistoia, perchè si dice che egli non sia molto fermo in
amare (fedele alla setta) e contro Cino si scagliano a un certo punto da ogni
parte i « Fedeli d’amore » per certe sue infedeltà, ma c’è un sonetto di Dante
(e poco importa se è invece di un suo amico) che ci fa veramente strabi-
liare e che mi pare impossibile che i critici, per quanto $os:tv1, abbiano po-
tuto credere che parli veramente dell’amore. Il poeta in forme alquanto
oscure esulta insieme ad Amore, a monna Lagia e a Guido, perchè, in se-
guito a qualche cosa di cui si è accorto Amore, la donna saggia (Lagia ?)
ha ritolto il cuore a qualcuno (Lapo ?), per il che dovrebbe essere lodato
anche Guido e anche il poeta stesso.
Amore e monna Lagia e Guido ed io
possiamo ringraziare un ser costui
che n’ ha partiti, sapete da cui?
Nol vo’ contar per averlo in oblio;
poi questi tre più non v’hanno disio,
ch’eran serventi di tal guisa in lui,
che veramente più di lor non fui
imaginando ch'elli fosse iddio.
Sia ringraziato Amor, che se n’accorse
primeramente ; poi la donna saggia,
che ’n quello punto l ritolse il core ;
e Guido ancor, che n'è del tutto fore ;
ed io ancor, che ’n sua vertute caggia
se poi mi piacque nol se crede forse (2).
Che cosa aspetta la critica « positiva » ? Aspetta un documento pubblico
. steso per mano di notaro che le attesti l’esistenza di una setta segreta ? Po-
trà seguitare a dire che qui si tratta di amore sul serio o di un gergo lettera-
710 ? Io, con documenti o senza, sento con perfetta sicurezza (e credo che lo
sentirà qualunque lettore spregiudicato) che questo è un linguaggio settario
pieno di sottintesi noti e comprensibili solo a un gruppo di amici e che il
poeta esulta per la cacciata di qualche indegno da un gruppo del quale
egli fa parte. La setta (Amore), Monna Lagia (quella che nella setta sim-
boleggiava per Lapo la Sapienza), Guido (il capo della setta), esultano
(1) V. N., IV. (2) DANTE: Of., pag. 123.
42 CAPITOLO PRIMO
tutti insieme per questa radiazione, avvenuta per il fatto che Amore (la
setta) si è accorto di qualche cosa di grave. Ci sfuggono come è naturale i par-
ticolari del fatto, che sono evidentemente sottintesi e dovevano essere noti
ai « Fedeli d'amore » ; ma il tono e il complesso delle idee esclude avanti al
senso comune che qui si parli dell'amore nel senso letterale, e la indifendibile
bruttezza del sonetto esclude che si siano voluti cercare effetti letterari.
Guido che qui si incarica così direttamente dell’amore degli altri, è del
resto stranamente implicato nell'amore di tutti quasi i suoi colleghi, tanto
che la critica « positiva » non sapendosi spiegare questa sua continua inge-
renza ha finito con l’appiccicargli delle non onorevoli funzioni di interme-
diario, di paraninfo o peggio !
Questo Guido è colui che inizia Dante nell’amoroso cammino, colui a
cui Dante stesso dedica la Vita Nuova. Da tutte le parti d’Italia, da Pisa,
da Bologna, poeti d’amore scrivono a lui parlando di diversissime donne.
Egli parte d’Italia e va a innamorarsi di una giovane donna proprio (o mira-
bile caso !) in quel gran covo di eretici che era Tolosa e trova (o mirabile
caso !) che somiglia perfettamente a quella che egli ha lasciato a Firenze!
Lapo Gianni gli manda a dire che una giovane di Pisa dovrebbe arrivare
di nascosto da lui e vuole essere protetta. Guido risponde che venga pure,
che metterà buona guardia, e tutto questo in versi! Egli è evidentemente
per alcuni anni il centro di tutto questo movimento, diciamo chiaramente
il capo della setta. E tutte queste strane donne delle quali si interessa in
ogni parte d’Italia e fuori e che si interessano di lui sono altrettanti gruppi
settari, che a lui fanno capo e sono in rapporto con lui. Gianni Alfani
manda la sua Ballatetta dolente alla donna e aggiunge:
Poi fa sì ch'entri nella mente a Guido
perchè egli è sol colui che vede amore (1).
Parole che sarebbero assai ridicole se si trattasse di amore vero, chè la
poesia sarebbe indirizzata insieme alla propria donna e a uno dei più ter-
ribili Don Giovanni dell’epoca, che non si sa proprio che cosa c'entri!
Esiste un'altra coppia di sonetti molto istruttiva per dimostrare la com-
pagine dei « Fedeli d’amore ». Nell’uno di essi un ignoto scrive a Dante
appellandosi a lui contro una donna che lo ha incolpato, parola cha può suo-
nare accusato come ferito con colpi, e quantunque nella seconda parte del so-
netto questo «incolpato » venga a essere confuso con la parola « conquiso »,
sta di fatto che l'anonimo chiama in aiuto Dante contro una donna come se
questa lo avesse accusato e descrive i connotati della donna in maniera così
generica che evidentemente Dante doveva già sapere di quale donna si trat-
tava. E non si trattava di una donna, ma della setta, perchè non è mai
usato, nemmeno negli ambienti della malavita, di chiamare un altro uomo a
(1) G. ALFANI: /time, a cura del prof. Ernesto Lamma. Lanciano, 1912, pag. 85.
di li nti | — i _____ n ISS e I —
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 43
far vendetta della propria donna, mentre invece è perfettamente naturale che
un amico «di debile affare » come si chiama l’anonimo, cioè un adepto
di basso grado, accusato presso la setta, si sia richiamato alla testimonianza
o all'appoggio di Dante. E la risposta di Dante conferma pienamente tale
ipotesi.
Ecco il sonetto :
Dante Alleghier, d'ogni senno pregiato
che ’n corpo d’om si potesse trovare,
un tuo amico di debile affare
da la tua parte s’era richiamato
a una donna che l’ha sì incolpato
con fini spade di sottil tagliare,
che in nulla guisa ne pensa scampare,
però che’ colpi han già il cor toccato.
Onde a te cade farne alta vendetta
di quella che l’ha sì forte conquiso,
che null’altra mai non se ne inframetta.
Delle sue condizioni io vi diviso,
ch’ell’è una leggiadra giovinetta
cle porta propiamente Amor nel viso (I).
La risposta di Dante, con grande scorno della « lirica pura », ha proprio
tutto il carattere e il contenuto di una lettera d’affari. Il suo sonetto suona
così : « Ti rispondo in fretta. Mi dispiace molto del tuo caso ma io proprio
«non mi ricordo che tu ti sia mai appellato a me. Certo io non avrei
«mancato di mandare una lettera (alla setta) in favore tuo. Il tuo caso
«deve essere grave, ma io non posso dare per quel che so ora nessuna colpa
«alla setta ».
Io Dante a te che m'hai così chiamato
rispondo brieve con poco pensare,
però che più non posso soprastare,
tanto m’ha "1 tuo pensier forte affannato.
Ma ben vorrei saper dove e in qual lato
ti richiamasti, per me ricordare :
forse che per mia lettera mandare
saresti d’ogni colpo risanato.
Ma s'ella è donna che porti anco vetta,
si ’n ogni parte mi pare esser fiso
ch’ella verrà a farti gran disdetta.
Secondo detto m’hai ora, m’avviso
che ella è sì d’ogni peccato netta
come angelo che stia in paradiso (2).
Ia fretta ha veramente tradito questa volta il grande maestro degli
artifici. Dovremmo credere, che cosa ? Che egli mandasse delle lettere alle
(1) DANTE: Od., pag. 99. (2) Id. id.
ica eine ME)
{ARA
_ _>»>_—_— ir smi, LES —-zM: 1 NI _ geri “= i 2 +
44 CAPITOLO PRIMO
donne che litigavano con i loro innamorati o che le sollecitasse, per conto
degli amici, a non incolparli ? E questo, si badi bene, senza sapere niente
affatto per che cosa litigavano. E come avrebbe fatto a risanare l’amico
da ogni colpo gettato dall'amore per mezzo di una lettera ? e come ricono-
sceva così semplicemente Dante che a lui spettava di fare alta vendetta con-
tro la donna ? Che c'entrava ? L'amico ha l’aria di parlargli per la prima
volta ed egli sa tutto, trova che era suo dovere scrivere, sa che la sua lettera
avrebbe risanato il colpo. E via! Lasciamo gli ingenui a credere che qui si
tratti veramente di amore. Questi appelli alla persona di alto grado, que-
ste risposte in fretta piene di preoccupazione, questo evidente parlare per
sottintesi, questo dare ad intendere che si danno i connotati di una donna
dicendo semplicemente che è «una leggiadra giovinetta — Che porta pro-
piamente Amor nel viso » è tutto un insieme di cose che nel senso lette-
rale non regge e viceversa regge perfettamente con l'ipotesi che qui si so-
stiene.
Ma qui c’è da aspettarsi una delle solite risposte ingenue della critica
«positiva »: Si trattava di una corte d’amore.
Risposta ingenua per due ragioni : prima di tutto perchè di questa corte
d’amore nessuno ci dice nè dove risiede, nè dove si riunisce, nè chi ne è il capo,
nè ci dà in nessuna maniera alcun ragguaglio preciso ed è evidentemente,
se pur si voglia chiamare corte d’amore, qualche cosa di segreto, ed inoltre perchè
quando si sia detto che è una corte d'amore, non si è detto affatto che non
fosse una società segreta con intenti religiosi o mistici, perchè tutti sanno
che le corti d’amore di Provenza furono spessissimo mascherature di riu-
nioni settarie, attraverso le quali i trovatori albigesi conducevano la loro
propaganda e la loro lotta.
Pertanto, quando a questa riunione si sia dato il nome generico di corte
d’amore, non si è saputo nulla sul vero contenuto della sua attività e sulle sue
intenzioni, che indiscutibilmente esorbitano da quella attività puramente
cavalleresca e cortigiana che pretendevano esercitare le corti d'amore.
7. CARTEGGIO INFORMATIVO SOTTO VESTE DI POESIA D'AMORE. — Ma
vi sono delle poesie che hanno a prima vista il vero e chiaro carattere di
richieste di informazioni o di rapporti informativi sopra a qualche cosa che
si chiama « Amore » per evidente convenzione. Io ho già citato il sonetto di
Cino : Perchè voi state forse ancor pensivo, che è certamente un rapporto
in gergo su un proprio viaggio, in riguardo alla setta e ai suoi nemici; ma
in alcuni sonetti scambiati fra Dante e Cino questo carattere di informazioni
risulta evidente. Dante scrive in un sonetto che egli si trova in un luogo
dove nè donne nè uomini sono innamorati (che strano luogo, se si creda al
senso letterale !) e perciò il luogo è «rio » e il poeta piange che il tempo
sia volto in danno loro e del «dire d'amore ». E Cino gli risponde che è
«spento il bene », ma con commossa parola prega Dante di non tacere per
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 45
questo e di continuare ancora a dire d’amore e la sua esortazione a dire d’a-
more se non è sciolto dalla fede (si noti dalla fede), rivela questo stesso
amore come quel « den che predicava Iddio e nol tacea nel regno de’ dimoni ».
DANTE A MESSER CINO DA PISTOIA.
Perch'io non trovo chi meco vazioni
del signor a cui siete voi ed 10,
conviemmi sodisfare al gran disio
ch’i' ho di dire i pensamenti boni.
Null’altra cosa appo voi m’accagioni
del lungo e del noioso tacer mio,
se non tl loco ov'i’ son, ch'è sì rio,
che ’l! ben non trova chi albergo li doni.
Donna non ci ha ch'Amoy le venga al volto,
nè omo ancora che per lui sospiri ;
e chi °’l facesse qua sarebbe stolto.
Oh, messer Cin, coine ’1 tempo è rivolto
a danno nostro e de li nostri diri,
da po’ che ’l ben è sì poco ricolto ! (1).
MESSER CINO A DANTE.
Dante, i’ non so in qual albergo soni
lo ben, ch'è da ciascun messo in oblio ;
è sì gran tempo che di qua fuggio,
che del contraro son nati li troni ;
E per le variate condizioni,
chi ’'1 ben tacesse non risponde al fio:
lo ben sa’ tu che predicava Iddio,
e nol tacea nel regno de’ dimoni.
Dunque s’al ben ciascun ostello è tolto
nel mondo, in ogni parte ove ti giri,
vuoli tu anco far dispiacer molto,
Diletto frate mt0, di pene involto.
merzè per quella donna che tu miri:
di dir non star, se di fe’ ron se’ sciolto (2).
Sono due sonetti molto significanti per chi ha un po’ di udito fine,
perchè, specialmente quando essi siano messi insieme, fanno sentire molto
limpidamente il legame che c’è tra questo preteso amore e una fede comune,
una lotta comune per una idea che è messa in abbandono dal mondo, per
un bene morale e religioso, quello « che predicava Iddio e nol tacea nel regno
de’ dimoni », al quale i due amici si serbano fedeli e del quale Cino vuole che
Dante parli ancora se non è sciolto dalla sua fede. Altro che il gergo mera-
mente letterario sognato dal Comparetti e dal D'Ancona!
(1) DANTE: Od., pag. 101.
(2) Id. id., pag. 101. La lezione « d’opre non star » adottata dalla Società Dante-
sca mi sembra poco persuasiva perchè poco a posto.
46 CAPITOLO PRIMO
Intanto con quelle poche parole di finto amore Dante, dovunque egli
sia, ha fatto sapere a Cino che dove egli è non vi è nessun altro adepto (nes-
sun innamorato) nè v’è speranza di diffondere la «dottrina d'amore »:
«e chi il facesse qua sarebbe stolto ».
Ma basta semplicemente fare un po’ l'orecchio all’idea del simbolismo
segreto, perchè il tono del gergo settario risuoni subito in tuffa questa poe-
sia, perchè la strana coesione di questi poeti e i loro continui sottintesi e le
loro continue allusioni velate a fatti inafferrabili rivelino con tutta chia-
rezza che siamo in un ambiente settario e che si usa un linguaggio conven-
zionale.
8. IDEE POLITICHE E RELIGIOSE AFFINI TRA I « FEDELI D'AMORE ». —
Un fatto di enorme importanza e che non è stato mai messo bene in luce è
questo. Tutti questi « Fedeli d’amore » i quali secondo la critica tradizionale
avrebbero dovuto avere in comune soltanto la sorte amorosa di amare una
donna mal definita e inafferrabile e di angelicarla, hanno o comuni o vi-
cinissime tra loro anche le idee politiche o le tendenze religiose.
Questi « Fedeli d’amore » sono tutti, si può dire, o ghibellini o ghibelli-
neggianti o, se anche viventi in ambiente guelfo, sono per lo meno netta-
mente avversi alla Chiesa corrotta di Roma o di Avignone.
Da Federico II e dalla sua corte fieramente ghibellina l’uso di scrivere
parole d'amore per rima passa a Bologna sotto la guida del Guinizelli
ghibellino fierissimo ; passa a Firenze presso un gruppo di poeti che vivono
in ambiente guelfo, ma che passano quasi tutti alla parte Bianca (I) e fi-
niscono più o meno apertamente ghibellini.
Il fatto è tanto più notevole in quanto un fenomeno affine è stato no-
tato presso i trovatori di Provenza ; di questi, quelli favorevoli al Papa
usavano sempre una maniera di poetare semplice e chiara, erano sospetti
di eresia e antipapali quelli che usavano il « trobar cluz » e le « caras rimas »
oscure. Ora tra i Guelfi vi erano pure molti uomini dotti e capacissimi di dire
per rima e cortesi e gentili uomini, ed è da credere che si saranno innamorati
come i ghibellini. Ma perchè tutte le poesie oscure dei « Fedeli d’amore »
sorgono in ambiente ghibellino e antipapale ? (2).
(1) Contro la parte Bianca esiste, sì, un sonetto: Color di ceney fatti son li bianchi,
che un solo codice attribuisce a uno di questi poeti, GuIDo ORLANDI (RIVALTA : Liri-
che del « dolce stil nuovo » pag. 156). Anche se il sonetto è suo (cosa difficile ad affer-
marsi sulle testimonianze di un codice solo), bisogna tener presente che l’Orlandi non
figura in alcun modo tra coloro che continuarono ad essere in rapporto con Dante,
con Cino e con gli altri dopo la crisi per la quale i Bianchi furono cacciati da Firenze
e può essere benissimo uscito dal movimento.
(2) V'è un poeta d’amore guelfo nello spirito ma egli non fa parte del gruppo,
nor si dice «fedele d’amore » ed è odiato : Guittone.
= — LAI -Is— c nn
GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE » 47
Ma guardiamo un poco insomma chi sono i poeti d’amore italiani più
caratteristici. Eccoli :
Federico II, Imperatore ghibellinissimo.
Manfredi, suo ghibellinissimo figlio.
Pier delle Vigne, suo Cancelliere, nemicissimo della Chiesa di Roma.
Jacopo da Lentini, notaio dell'Imperatore ghibellinissimo.
Guido Guinizelli, notissimo ghibellino.
Guido Cavalcanti, in fama di eretico presso i suoi contemporanei.
Dante Alighieri, le cui ossa furono ricercate dopo morto per essere
bruciate sotto imputazione di eresia.
Cino da Pistota, nemico della Chiesa e partigiano fierissimo dell'Impero.
Francesco da Barberino, soldato di Arrigo VII.
Cecco d’Ascoli, che scrive a Dante: « A me la tua parola stretta le-
gola » e che finisce bruciato vivo come eretico sei anni dopo la morte del
Poeta.
Ma la critica «positiva », così attenta nell’analisi dei particolari, così
incapace di cogliere lo spirito nascosto e volutamente occultato di un canto,
risponderà che tutto questo è un caso e che è pure un caso che la poesia
d’amore si ricolleghi a certe tradizioni come quella del Roman de la Rose tra-
dotto nel Fiore di Messer Durante, nel quale la donna è già impersonale,
il simbolismo domina tutto l’ambiente e l'odio contro la Chiesa corrotta e
lo spirito ereticale circolano liberamente per tutto 11 poema, e che è anche un
caso che la poesia d’amore a tipo mistico trovi poi le sue note sulla bocca
di due terribili e implacabili odiatori sa Chiesa corrotta : Giovanni Boc-
caccio e Francesco Petrarca.
Sono questi « Fedeli d'amore » uomini che, almeno in certi tempi e in
certi gruppi, hanno una abbastanza netta fisionomia se non politica, reli-
giosa. E sono un gruppo non di solitari vagheggiatori di donne angelicate
o nè di estetiche si incretiniscano in un gergo letterario, ma un gruppo
che medita e pensa qualche cosa di molto serio. Uno di questi poeti un bel
giorno scrive al capo, a Guido Cavalcanti, facendogli una proposta che fa
strabiliare : quella di fare una mostra, cioè una parata di « Fedeli d'amore »
a cavallo, a suono di trombe, per il giorno di Pasqua!
Che cosa c'entra questa proposta con la donna angelicata e con il « cuore
gentile » che vagheggia la donna purissima e col gergo letterario ? In questo
sonetto vibra una emozione collettiva, una forma di entusiasmo collettivo. Si
sogna questa bella parata di « Fedeli d’amore » armati a cavallo. Perchè ? Per
che cosa ? Per far della letteratura ? Armati a cavallo e, si noti bene, a suon
di trombe e non di corno. Il poeta vuole che non si pensi ad una pacifica e
brillante cavalcata di caccia che si raccoglieva al suon del corno, vuole una
cavalcata a suon di frombe, quelle che raccoglievano 1 cavalieri fer la guerra !
Il sonetto è corrotto nella sua lezione e in alcune parti mal compren-
sibile ; chiara in ogni modo è la proposta di fare una mostra di « Fedeli
48 CAPITOLO PRIMO — GLI STRANI AMORI DEI « FEDELI D'AMORE »
d’amore » armati a cavallo a suon di trombe e proprio in quer giorni di Pa-
squa (si noti) nei quali avvenivano tutti quegli innamoramenti subitanei
(che erano iniziazioni), in quei giorni di Pasqua particolarmente sacri per i
Templari e per il loro carattere religioso pochissimo adatti alle avventure
amorose.
A suon di trombe innanzi che di corno
vorria di fin amor far una mostra
d’armati Cavalier di Pasqua il giorno;
e navicando senza tiro o d’ostra
ver la gioiosa, girle poi d’intorno
a sua difesa non cherendo giostra
a te, che sei di gentilezza adorno,
dicendo ’1 ver, per ch'io la Donna nostra
Dio su ne prego con gran reverenza
per quella, di cui spesso mi sovvene
ch’allo suo Sire sempre stea leale ;
servando in sè l’onor, come s’avviene
viva con Dio che ne sostene ed ale,
nè mai da lui non faccia dipartenza (I).
E dopo questo si vorrà ancora ritenere che questi « Fedeli d’amore »
fossero soltanto dei patetici ammiratori di signore che passavano per la strada
e che, pur essendo tutti uomini di azione, di lotta, di guerra, di parte, sentissero
ogni tanto questo bisogno puramente letterario di versare l'uno nel grembo
dell’altro e di nascosto dalla «gente grossa » i propri spasimi per questa o
per quella madonna, impasticciandoli col gergo, con la morale, con la meta-
fisica e con la politica ? |
1,0 creda chi vuole. Io non lo credo. E spero di lavare tutti costoro che
hanno vissuto e cantato come potevano un loro grande dramma spirituale
e religioso, da «tanta infamia », come direbbe Dante, quanta sarebbe l’es-
sersi baloccati invece col gergo letterario e l'avere scritte tante fredde melen-
saggini amorose e tanti antiestetici pasticci di moralismo erotico, quanti se ne
accumulano intorno alle poche belle poesie che essi ci hanno lasciate.
(1) VALERIANI. Poeti del Primo secolo, vol. II, pag. 269.
CAPITOLO SECONDO
Le strane donne dei « Fedeli d’amore »
Se tu savessi bene
La Donna chi ell’ene !
F. DA BARBERINO.
I. LIE DONNE INVEROSIMILI. — Se un primo esame obbiettivo dell’at-
teggiamento generale dei « Fedeli d'amore » ci induce a pensare come molto
verosimile che essi parlassero in forma convenzionale e fossero stretti fra loro
dai legami di una iniziazione, d'altra parte questa ipotesi è potentemente
confermata da una prima obbiettiva considerazione del carattere delle donne
che essi dicono di amare.
Le donne ? Ma si può veramente parlare di diverse donne nella poesia di
questi « Fedeli d'amore » ? C'è una di queste donne che differisca in qualche
modo dall’altra ? Conosciamo di qualcuna di esse la fisionomia fisica o morale,
il carattere, gli atteggiamenti, il volto ? È qualcuna di esse veramente una
dersona viva? Si conoscono le parole dette da qualcuna di queste donne,
che non siano parole stereotipate e insignificantissime ? Si conoscono circo-
stanze della loro vita, nomi sicuri, famiglie, vicende ?
Nulla ! Per decenni e decenni nella poesia italiana la donna non ha altro
nome che « Rosa », proprio (o che bel caso !) il nome del mistico fiore della
Persia e del misterioso fiore che si ritroverà mèta dello stranissimo amore
del Roman de la Rose e del Fiore! anzi talora si chiama addirittura « Rosa
di Soria » o « Rosa d'Oriente ». Ma quando prende un nome di persona
viva, diventa-per questo più personale ? C'è qualche cosa che ci faccia sup-
porre una differenza vera tra Lagia di Lapo Gianni e Giovanna di Guido Ca-
valcanti all'infuori del nome ?
Ecco, in mezzo a tutte queste donne impersonali ed evanescenti, una ne
sorge che, in uno scritto posteriore di circa ottanta anni alla morte di lei, prende
per la prima volta il nome di Beatrice Portinari ed ha anche un marito.
Ebbene, proprio a farlo apposta, questa che sarebbe l’unica donna storica,
la ritroviamo con un indubitabile carattere di simbolo sulla cima del Para-
diso Terrestrea rappresentare indiscutibilmente la Sapienza santa. Troviamo
colei che guidò Dante nella Vita Nuova, che, senza cambiare in nulla nome nè
figura, e alludendo al primo amore del poeta per lei, apparisce indiscutibilmente
come la personificazione della Sapienza Santa.
4 VALLI.
50 CAPITOLO SECONDO
Ma qui ci si risponde : Beatrice era nella Vita Nuova semplicemente
una donna vera amata: poi a un certo punto venne in mente a Dante di
travestirla da simbolo di quella Sapienza che sta sul carro della Chiesa.
Sono tanti anni che si ripete questa assurdità, che abbiamo quasi perduto
il senso della profondissima sconvenienza che essa contiene : sconvenienza
sentimentale, morale e religiosa. Dante, secondo questa teoria, în mezzo a
persone che ricordavano perfettamente di aver visto camminare per le vie di Fi-
renze la moglie di Simone de’ Bardi, avrebbe detto un giorno così : « Giunto
«alla soglia dei cieli, là dove l’uomo riacquista la libertà santa, io vidi in
«una grande visione la storia dell'umanità, vidi venire innanzi a me i sette
«doni dello Spirito Santo sotto forma di sette candelabri, i ventiquattro
«libri dell'Antico Testamento sotto forma di vegliardi e il Cristo biforme,
«Lui in persona, che tirava la sublime e santa arca della Chiesa e su quel-
« l’arca vidi apparire..... indovinate chi? Laricordate? La moglie di Simone
«de’ Bardi. Era lei in figura della Santa Sapienza, perchè la moglie di Simone
«de’ Bardi, se non lo sapete, è tutt’una con la divina Sapienza che Cristo
« portò in terra e ci rivelò col suo sangue! ».
Si ha un bel dire che egli aveva tdealizzato, ano angelicato e
sublimato la donna reale! Di fronte alla gente che aveva veduto passeggiare
per le vie di Firenze la moglie di Simone, questo rappresentare proprio lei
sul carro tirato da Gesù Cristo, non poteva non suonare come una sconvenienza
e come una profanazione. Ma sconvenienza e profanazione non era perchè,
se molti chiamavano la donna di Dante Beatrice, la quali non sapeano che
st chiamare » (1) cioè ignoravano chi e che cosa essa fosse, tutti quelli che
avevano « intendimento » sapevano benissimo che cosa significasse Beatrice
nella Vita Nuova e perciò vedevano con perfetta logica proprio lei sul carro
della Chiesa guidato da Cristo.
Ma ci sono le testimonianze storiche, si grida.
Fsamineremo bene il valore di queste testimonianze storiche quando
parleremo del « mito di Beatrice ». Per ora basti osservare che la testimonianza
storica principalissima a favore della realtà di Beatrice Portinari non selo
viene fuori quasi ottanta anni dopo la morte di lei (e vale tanto quanto potrebbe
valere la mia testimonianza messa fuori oggi per la prima volta sopra un
amore infantile del Conte di Cavour), ma è resa da un « Fedele di amore »
come era Giovanni Boccaccio, da un « Fedele di amore » che non avrebbe po-
tuto esprimere la vera realtà di Beatrice senza rischiare ?/ rogo e che, invece,
doveva far di tutto per nascondere la vera essenza di lei ; è una testimonianza
che può essere presa sul serio soltanto dalla meravigliosa ingenuità di quella
critica « positiva » che dovrebbe prendere sul serio anche il sogno simbolico
della madre di Dante, inventato e spiegato artificiosamente per i gonzi
dallo stesso Boccaccio.
———— 8
(1) V. N., II
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 5I
E per quanto riguarda l’altra testimonianza storica per la quale la cri-
tica realistica ha menato grande scalpore, quella cioè del terzo commento
di Pietro di Dante, basti ricordare : Primo, che questo terzo commento è
tardissimo e probabilmente in rapporto (come dimostra la perfetta somiglianza
delle frasi usate) con quello del Boccaccio. Secondo, che l’assenza del nome di
Beatrice Portinari dal primo e più autentico commento di Pietro e dal com-
mento di Iacopo, dimostra che la leggenda della Portinari si è creata tardis-
simo e non ha nessun valore storico. 7 erzo, che lo stesso Pietro era, come tutti
gli altri, un « Fedele d’amore » adoperantesi a tutt'uomo per salvare la Com-
media dal rogo che l’aveva minacciata, e che è semplicemente fuerile domandare
a lui se Beatrice era o no un simbolo di una idea segreta e settaria.
Ma, ripeto, l'esame di tutto il problema di Beatrice sarà fatto a suo
tempo. Per ora fermiamoci su osservazioni di altro genere.
2. LE DONNE « SAPIENTISSIME ». — Non si è osservato che nella loro asso-
luta impersonalità e nella loro assoluta mancanza di caratteri individuali que-
ste pretese donne vere hanno però un carattere comune a tutte e stranissimo.
Tutti sappiamo che specie di persone fossero le donne vere anche gentili
e ornate del Medioevo. Possiamo comprendere perfettamente che l’animo di
un poeta ne abbia esaltato la bellezza e la leggiadria fino a trasfigurarle in
forma angelicata, ma che queste donne fossero dei veri e propri vasi di
sapienza o di dottrina, questo sembra alquanto inverosimile.
Eppure, ecco Cavalcanti che dice :
Saver compiuto con perfetto onore
Tuttor si trova in quella cui disio (I). °
Dice altrove :
E tanto è più d’ogn’ altra canoscenza
Quanto lo cielo de la terra è maggio (1) (2).
Fcco Cino da Pistoia dire della sua donna:
E le parole sue son vita e pace,
ch’è sì saggia e sottile,
Che d'ogni cosa tragge lo verace (3).
Ma (ascoltate, ascoltate voi che date come dimostrato e indiscutibile
che la Vita Nuova sia scritta per una donna vera) quando Dante scrisse la
canzone: Donne che avete intelletto d'amore, ebbe da queste donne (che dove-
vano essere molto sapienti !) una risposta in bei versi e ad un certo punto
le «donne », dopo avere molto lodato Dante, ringraziandolo di aver loro
rivelato la grandezza e la bellezza di madonna (!), fanno dire alla can-
zone che vuole andare
fin ched i’ giugnerò a /a fontana
d’insegnamento, tua donna sovrana (4).
(1) CAVALCANTI : Ed. cit., pag. 75. (2) Ia. td., pag. 109. (3) Rime, ed. cit.,
pag. 29. (4) DANTE: Od., pag. 61.
52 CAPITOLO SECONDO
In queste parole noi apprendiamo una cosa che Dante era stato abbastanza
furbo per non dire, e cioè che la sua Beatrice, la Beatrice della « Vita Nuova »,
aveva l’abitudine di abitare presso la fontana d'insegnamento o (se si voglia
diversamente intendere) era una fontana d'insegnamento. Ora questa fontana
d’insegnamento era stata sempre il simbolo della tradizione 1niziatica attra-
verso la quale si trasmetteva la Sapienza santa: giuro che la moglie di
Simone de’Bardi non solo non abitava presso questa simbolica fontana, ma non
sapeva nemmeno che cosa fosse !
Ed i poeti siciliani anche loro hanno avuto la fortuna di amare tutte
donne sapientissime ; Jacopo da Lentini scrive :
lo vostro amore mi mena
dotrina (1).
Effetto dell'amore certo non comune.
Questi ed altri esempi che potrei moltiplicare non si spiegano con un
semplice gusto di esagerare e adulare. L’adulazione non spiega nè la fontana
d’insegnamento nè quella conoscenza che supera tutte le altre conoscenze e che
avrebbe reso in qualche modo famosa quella Monna Vanna, introvabile tra
le introvabili, mentre al solito basta pensare che la donna sia il simbolo
della Sapienza perchè naturalmente debba diventare la più sapiente di tutte
le donne, perchè il suo amore debba menare dottrina, perchè Beatrice debba
trovarsi già nella Vita Nuova presso la fontana d'insegnamento (2).
3. LE DUE EVIDENTI FIGURE DI DONNA-SAPIENZA. — Ma non basta.
Di queste donne sapientissime e distributrici di dottrina, ma tuttavia raffigurate
nelle liriche come vere donne, ben due, non una sola, ne ritroviamo a un certo
punto trasformate nettamente e chiaramente in simboli della Sapienza, e
sono : l’Intelligenza di Dino Compagni e la Beatrice della Divina Commedia.
Dino Compagni dopo avere scritto poesie d’amore, a un certo punto,
continuando con lo stesso stile e con lo stesso formulario, alla donna della
quale pare innamorato sostituisce chiaramente e limpidamente una miste-
riosa Intelligenza, della quale dice :
E così stando a mia donna davanti,
intorneato di tant’allegrezza,
levò li sguardi degli occhi avenanti,
ed io ’mpalidi’ per dubitezza ;
allor mi fece dir: Più tra’ ti'nnanti,
e prendi ne la mia corte contezza ;
ed io le dissi: Donna di valore,
s'io fossi servo d’un tuo servidore,
sariame caro sovr’ogni ricchezza.
(1) MONACI: Crestomazia italiana dei primi secoli, pag. 49.
(2) Inutile dire che questo « insegnamento » di Madonna si ritrova spesso celebrato
presso quei poeti provenzali nei quali la donna rappresentava appunto la setta segreta
che insegnava la verità santa.
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE »
Allor Madonna incominciò a parlare,
con tanta soavezza, e disse allore :
Hai tu sì cuor gentil potessi amare,
quanto potrai amar, ti fo signore ;
Quando parlava, lo dolzor c’avea
di ciò che mi dicea Madonna allora,
mi’ spirito neun non si movea,
si fu ben trapassante più c’un’ora ;
anior mi confortava e mi dicea :
rispondi : « V'amo, donna, oltre misura » ;
allor rispuosi per quella fidanza,
e Madonna mi diè ricca speranza,
perch’i’ l'ho amata ed amerolla ancora (1).
Le sue compagne son le gran’ bontadi,
che fanno co la mia donna soggiorno,
che sono assise per settimi gradi ;
e le sue cameriere c’ha d’intorno,
son li sembianti suoi che non son laidi,
che la fanno laudar sovente intorno ;
e i nomi e la divisa pon l’autore,
assai aperto al buon comoscidore,
e la masnada di quel luogo adorno.
O voi c’avete sottil conoscenza,
più è nobile cosa auro che terra ;
amate la sovrana Intelligenza,
quella che trage l’anima di guerra,
nel conspetto di Dio fa residenza,
e mai nessun piacer no le si serra ;
ell’è sovrana donna di valore,
che l’anima notrica e pasce "| core,
e chi l’è servidor giammai non erra (2).
E altrove dice :
Volete voi di mia donna contezza,
più propiamente ch’i' non v’ho parlato ?
Sovr’a le stelle passa la su’altezza,
fin a quel ciel ch'Empirio è chiamato ;
e’'n fin a Dio risplende sua chiarezza,
com’a nostr’occhi ’1 sole apropiato,
l’amorosa Madonna Intelligenza
che fa nell’alma la sua residenza,
che co la sua bieltà m'ha ’nnamorato.
La ’Ntelligenza nell'anima mia
entrò dolce e soave e chiusa molto
e venne al core ed entrò ’n sagrestia,
e quivi cominciò a svelar lo volto ;
(1) Strofe 296-298. (2) Strofe 306-307.
53
54 CAPITOLO SECONDO
quest’è la donna di cui vi dicea,
che col su’ gran piacer m'ha servo accolto ;
quest’è la donna che porta corona
di sessanta virtù, come si suona ;
questa diparte il savio da lo stolto... (1).
Ecco dunque un poeta appartenente a questo gruppo, che parla della sua
donna proprio con la fraseologia stilizzata della moda del tempo, benchè in
metro insolito, che è condotto a lei da Amore personificato, che impallidisce
dinanzi a lei, che la trova in una corte, che la chiama « donna di valore », che
la può amare soltanto perchè ha «il cuor gentile », che sente i suoi spiriti
immobilizzati davanti a lei mentre Amore lo conforta e gli dà speranza ; un
poeta che dice che questa donna ha delle compagne (si ricordi che esse sono
assise in sette gradi), che essa « ha tali sembianti........ che la fanno laudar
sovente intorno » (Ella sen va sentendosi laudare), che essa « tragge l’anima
di guerra » e simili cose che sono le stesse dette sempre per le altre donne,
e questo poeta ci confessa chiaramente che questa donna non è niente affatto
una donna ma è « l’amorosa Madonna Intelligenza », nella quale è impossibile
non riconoscere proprio quella Sapienza di platonica e salomonica memoria
che si immedesima, come vedremo, con l’Intelletto attivo e che perciò rappre-
senta il raggio dell’intelletto divino disceso all’uomo, il vero legame tra Dio e
l’uomo, che conduce l’uomo a Dio. Ho osservato innanzi che, per disgrazia
degli interpreti realistici, proprio quella donna della quale pretendono di
conoscere il cognome è raffigurata indiscutibilmente come la Sapienza santa
portata da Cristo: osservo ora che proprio questa Intelligenza, che è così
indiscutibilmente ed esclusivamente «l’amorosa Madonna Intelligenza », è
fra tutte queste donne quella che è dipinta con maggiori particolari realistici
nella sua figura fisica ! Di nessuna di queste donne ci viene descritta la figura
con tanta precisione di particolari come di questa che è confessatamente
una non-donna. Sentite :
Guardai le sue fattezze dilicate,
che ne la fronte par la stella diana,
tant’è d’oltremirabile bieltate,
e ne l’aspetto sì dolze ed umana ;
bianch’ e vermiglia, di maggior clartate
che color di cristallo o fior di grana,
la bocca picciolella ed aulirosa,
la gola fresca e bianca più che vosa,
la parlatura sua soave e piana.
Le blonde trecce e’ begli occhi amorosi,
che stanno in sì salutevole loco,
quando li volge son sì dilettosi
che ’1 cor mi strugge come cera foco ;
quando spande li sguardi gaudiosi
par che ’1 mondo s’allegri e faccia gioco (2).
(1) Strofe 299-300. (2) Strofe 7-8.
_
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 55
Nè di Monna Vanna, nè di Monna Bice, nè di Lagia abbiamo mai visto
così realisticamente la « gola fresca e bianca » e la « bocca picciolella ed auli-
rosa ». Dino Compagni ci fa vedere l’una e l’altra proprio nell'aspetto dell’amo-
rosa Madonna Intelligenza! È dunque questo divino raggio della verità che
ha indiscutibilmente la « gola bianca » e la «bocca aulirosa ». E come si può
credere alla realtà di quelle altre donne disegnate dagli amici di Dino Com-
pagni in termini tanto più vaghi, quando questa, disegnata in termini così
precisi, non è indiscutibilmente niente altro che l’Intelligenza ?
Dino Compagni dunque, rimando su materia amorosa, cioè a dire, ado-
perando 1l materiale dell'amore umano, dà forma alla sua visione e alla sua
glorificazione della santa Intelligenza o Sapienza che discende da Dio all'uomo.
Questo fa Dino Compagni : Dante Alighieri non fa nulla di diverso e i due
sono indipendenti, fur uscendo dallo stesso gruppo.
Dante, continuando il giuoco della Vita Nuova nella Lana può
in questa raffigurare chiaramente la sua Beatrice come Sapienza santa venuta
in terra conle tre virtù teologali e che stette un giorno e dovrebbe stare sul carro
della Chiesa fatto per portare lei, mentre quel carro porta ora la sua anti-
tesi, la meretrice, scienza delle cose divine corrotta e asservita dal potere
mondano.
Ebbene, a parte le incongruenze già notate, sarebbe inverosimile che con-
temporaneamente a Dante un altro poeta avesse compiuto una trasfigurazione
analoga se in queste donne il carattere di « simbolo della Sapienza santa »
non fosse stato già fino da principio. Tanto più strano sarebbe che queste
due donne : l’Intelligenza di Dino Compagni e la Beatrice-Sapienza della
Divina Commedia si ritrovassero con tanti elementi comuni e vestite proprio
allo stesso modo, perchè la veste dell’Intelligenza è questa:
E vestesi di seta catuia (1)
se o si .i o Goa GGO Sì? dop 80 *
e e es e ès è e e so a ai a 60 ae so »
eo è. 60 ao s_o»o îdeaaesGCLGOO i fl ss .*
quand’ella appar con quella mantadura
allegra l’aire e spande la verdura
e fa le genti star più gaudiose (4).
E Beatrice, come tutti ricordano, apparisce vestita di rosso, con manto
verde, e il velo bianco(5). Non solo, ma l’Intelligenza ha nella sua corona sessanta
(si badi bene, sessanta) bellissime pietre, proprio come Beatrice stava in una
famosa canzone (che Dante ricorda e che, forse n0n per caso, andò distrutta) (6)
(1) Del Catai. (2) Rosso. (3) Verde azzurro. (4) Intelligenza, ed. cit.,
pag. 131. (5) Purg., XXX. (6) V. N., VI, 2.
56 CAPITOLO SECONDO
con altre sessanta donne, il che farebbe molto meravigliare se la primogenita
ed il prototipo di tutte queste finte donne, cioè la donna del Cantico dei
Cantici, non fosse essa pure l’eletta fra sessanta regine : « Sessanta sono le re-
gine....... una è la mia colomba, la mia perfetta » (1).
Anche qui abbiamo un fatto che secondo l’interpretazione tradizionale
rimane stranissimo come coincidenza e, per quanto riguarda la trasforma-
zione di Beatrice, assurdo e sconveniente, mentre invece diventa chiaris-
simo se si supponga che queste donne siano fin dalla loro origine simbolizza-
zioni della Sapienza Santa.
La donna di Dino Compagni si è a un certo punto svelata come l’« amo-
rosa Madonna Intelligenza ». La Beatrice di Dante si è a un certo punto
svelata come Sapienza santa ; ma già nelle liriche era stata rappresentata da
altri come assisa alla « fontana d’insegnamento ».
L'una e l’altra erano fin dal principio Sapienza o Intelligenza che, come
vedremo, sono la stessa cosa.
Ma se riconsideriamo un poco quella canzone che costituisce, si può dire,
la magna charta del « dolce stil novo », cioè la canzone di Guido Guinizelli :
Al cor gentil ripara sempre amore, noi troveremo una indiretta ma chiara
conferma del fatto che queste donne sono o meglio, questa donna, è «l’amorosa
Madonna Intelligenza ». Nella quinta strofa essa stabilisce una importantissima
similitudine tra la « divina Intelligenza » e la bella donna che è oggetto del-
l’amore, similitudine che, a chi abbia un po’ di udito fine (non natu-
ralmente alla «gente grossa » che non deve capire), suona proprio come
una identificazione.
Splende la ’ntelligenza de lo cielo
del creator, più ch'a nostr’occhi il sole.
Ella intende ’1 fattor su’ oltra ’l cielo,
il ciel volendo lui ubidir vole,
et consegue al primiero
dal giusto Dio beato a compimento :
così dar dovria ’| vero
la bella donna, in cui occhi risplende
dil suo gentil talento,
che mai da l’ubidir non si disprende (2).
Il testo è un po’ incerto, ma una cosa è sicura, che qui si dice che « l’amo-
rosa Madonna Intelligenza » (Compagni), cioè la Sapienza santa che « gl/ortosa-
mente mira nella faccia di Dio » (Dante), penetra addentro nel pensiero divino ;
che come il cielo in tutto ciò che vuole segue la intelligenza divina che gli fu
data per guida; così la della donna nella quale risplende la volontà pura (il
gentil talento) dovrebbe essere norma di coloro che l'amano. In altri termini :
(1) VI, 8.
(2) Riproduco la canzone secondo il testo del Codice Casanatense d. v. 5 edito dal
Pelaez, (Rime Antiche Italiane, Bologna, 1895).
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 57
la della donna amata dal Poeta compie la stessa funzione della Intelligenza,
che si affisa in Dio e guida la creatura che in lei si affisa. L’Intelligenza del
cielo guida il cielo secondo la volontà di Dio. L’Intelligenza (santa Sapienza)
dell’uomo, dovrebbe guidare l’uomo secondo la volontà di Dio.
Ma la canzone di Guido Cavalcanti: Donna mi frega è tutto un oscuro
trattato intorno a questa « Intelligenza », all'amore che lega gli uomini a lei,
alla dissimulazione cui sono costretti 1 « Fedeli d’amore » : è in breve tutto un
documento della verità del simbolismo. Non solo ma, una volta spiegata, essa
è la riprova luminosa di quanto sinora si è venuto supponendo perchè tra
l’altro a un certo punto, affermando in limpide parole che Amore nasce da
una forma « che prende loco e dimoranza nell’intelletto possibile », viene a dire
chiaramente che esso non è altro se non il congiungersi dell’intelletto possibile
con l'intelligenza attiva, cioè con la Sapienza.
Quando esporremo nella sua integrità e sciolta dai suoi antichi veli
quella importantissima canzone, vedremo meglio come questo pensiero
si colleghi con tutto il resto. Si tenga intanto presente che in essa è detto che
AiÎMOre > ii Led
ven da veduta forma che s’intende
che prende — nel possibile intelletto
come in subietto — loco e dimoranza.
E che Guido Cavalcanti con ciò viene a dire evidentemente del suo amore
quello stesso che il Perez ha dimostrato dell'amore di Dante, che esso è cioè,
non affatto amore per una leggendaria Monna Vanna, introvabile tra le intro-
vabili, ma per quella stessa donna, la Sapienza santa o l’Intelligenza attiva,
che Dante amava e che per Dante si chiamava Beatrice e per Guido Vanna o
Giovanna e per il Compagni apertamente Intelligenza.
Così :
1) L'amore di Dante Alighieri si palesa a un certo punto chiaramente
come amore per la « Sapienza santa ».
2) L'amore di Dino Compagni si rivela a un certo punto amore per
l’« amorosa Madonna Intelligenza », che è cosa molto analoga.
3) L'amore di Guido Guinizelli si manifesta come amore per una donna
la quale « dovrebbe dare il vero come la Intelligenza de lo cielo ».
4) L'amore di Guido Cavalcanti si manifesta come cosa che « prende
loco e dimoranza nell’Intelletto possibile » e cioè come intelletto attivo o atto
dell’Intelligenza o Sapienza.
L'ipotesi che invece di tante donne camminanti pedestremente per
questo basso mondo si tratti di una donna unica e simbolica personificante
la Sapienza santa o Divina Intelligenza apparisce, a chi abbia vera volontà
di intendere, come ipotesi degna di ogni considerazione.
4. L’UNICITÀ DELLA DONNA AMATA. — Mala unicità di questa donna non
è testimoniata soltanto dalla unicità dei suoi caratteri, dal fatto che queste
58 CAPITOLO SECONDO
diverse donne si differenziano soltanto nel nome, che di tutte si parla alla
stessa maniera, che la loro personalità non emerge mai e che tutta questa
gente fa evidentemente all’amore tutta insieme e ha un gran bisogno di in-
formare il vicino del proprio amore e informarsi dell'amore del vicino ; vi
sono lampi nei quali la unicità di questa donna si tradisce in maniera assai
palese.
Abbiamo visto che Guido Orlandi in un momento di entusiasmo propone
che tutti i « Fedeli d’amore » armati facciano una bella cavalcata in onore di
Madonna ciò che rende logico il pensare che si trattasse di una donna unica.
Guido Guinizelli dice che la sua donna non innamora lui soltanto, ma
« dovrebbe innamorare ogni uomo ». Dante nel famoso sonetto : Tanto gentile
e tanto onesta pare ce la descrive come una donna che fa tremare non il suo
cuore, ma il cuore di chiunque essa saluta. Secondo Dante non l’ama egli solo e
chiunque l’ha veduta non può finire male, non può essere dannato. Cino da
Pistoia scrive addirittura
Chè non è sol de’ miei occhi allegrezza
ma di quei tutti c'hanno da Dio grazia
d’aver valor di riguardarla fiso ;
Ch'ogn'uom che mira il suo leggiadro viso
divotamente Iddio del ciel ringrazia,
e cio ch'è tra noi qui nel mondo sprezza (1).
Dino Frescobaldi scrive :
Quest’è la giovinetta ch’Amor guida
ch'entra per li occhi a ciascun che la vede (2).
Questo senso della unicità della donna, quantunque abilmente nascosto,
sfugge qualche volta ai poeti in frasi o stranezze veramente interessanti. Cino
da Pistoia a un certo punto, messa da parte la propria donna, si mette a can-
tare con la consueta commozione la donna del suo amico Gherarduccio
Garisendi e gli dice che quella donna « va sopra ogni altra » proprio con il
tono col quale gli innamorati usano dir questo soltanto della propria donna.
Deh, Gherarduccio, com’ campasti tue,
che non moristi allor subitamente
che tw ponesti a quella donna mente
di cui ti dice Amor ch’angelo fue ;
La qual va sopra ogn’altra tanto piue
quanto gentil si vede umilemente
e muove gli occhi sì mirabilmente
che si fan dardi le bellezze sue ? (3).
Il bello è che poco dopo Cino da Pistoia e Gherarduccio vengono alle
brutte in un momento in cui da ogni parte i « Fedeli d’amore » si scagliano
(I) CINO: Rime, ed. cit., pag. 3I. (2) RIVALTA : Liriche del dolce stil nuovo,
pag. 78. (3) CINO: Ibid., ed cit., pag. 15.
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 59
contro Cino da Pistoia accusandolo di amare due donne incompatibili tra loro
(la setta e la Chiesa, tra le quali infatti Cino in qualche momento si barcamena);
allora Cino dice a Gherarduccio che amore l’ha fatto ingravidare di una rana
e aggiunge, rivelando chiaramente che la donna di Gherarduccio è la stessa
per la quale discende in lui lo spirito d’amore :
Falso, che ne la bocca porti ’1 mele,
et dentro tosco, onde ’1 tuo amor non grana.
Hor come vuoi, fa l'andatura piana
per prender la columba senza fele :
quella per cui lo spirito d'amore
in me discende da lo suo pianeto
quand’è con atto di bel guardo lieto (1).
E Gherarducci, gettando il suo scherno dietro all'anatema col quale la
setta aveva colpito Cino, gli scrive :
Si che sovente in alegrezza corro
membrandomi che v’ha data la pinta
quella che m'ha d'amor la mente cinta (2).
È evidentissimo che qui si tratta della stessa donna e soltanto l’inte1-
pretazione simbolica ci può far comprendere questo violentissimo precipitare
della corrispondenza dalle altissime sfere della contemplazione platonica a
questo basso pettegolezzo col quale viceversa si mescolano ancora forme no-
bilissime. La donna è, come ho già accennato, tanto la Sapienza santa, sublime,
unica, amata da tutti, quanto la setta che giudica e caccia i reprobi con grande
gioia di quelli che le restano fedeli.
Ma v'è un caso nel quale la unicità della donna viene tradita in modo
non dubbio. Dante, come vedremo in seguito, pur movendo dalla tradizione
dei « Fedeli di amore », nella Divina Commedia presentò una concezione sua e
nuova e potentemente originale della Sapienza santa, alla quale conservò il
nome di Beatrice, e iniziò a quanto sembra un secondo periodo dell’attività
della setta. Ebbene, quando fu conosciuta per intero la Divina Commedia,
fu scritto un sonetto che va (non so con quanta ragione) sotto il nome di Cino
da Pistoia. Chi lo rilegga non può dubitare menomamente che qui si tratta
del risentimento di un « Fedele d’amore », il quale accusa Dante di aver rappre-
sentato come sua la Beatrice che era di tutti e di avere escluso dall’onorata
nominanza Onesto da Boncima che si trovava, secondo colui che scrive, nella
buona tradizione della poesia d’amore settaria, cioè dietro ad Arnaldo
Dantello.
(1) R. A., Casanat,, d. v. 5, n. 127.
(2) Id. id., n. 126.
60 CAPITOLO SECONDO
È un sonetto fondamentale per la comprensione dello spirito vero di
tutto questo movimento.
In fra gli altri difetti del libello,
che mostra Dante, Signor d’ogni rima,
son duoi sì grandi, che a dritto s’estima
che n’aggia l’alma sua luogo men bello.
L’un è; che, ragionando con Sordello
e con molt’altri della dotta scrima,
non fe’ motto ad Onesto di Boncima
ch’era presso ad Arnaldo Daniello.
L’altr'è ; secondo che ’1 suo canto dice,
che passò poi nel bel coro divino
là dove vide la sua Beatrice.
E quando ad Abraam guardò nel sino
non riconobbe l’unica fenice
che con Sion congiunse l’Appennino (1).
Chiunque abbia l’udito semplicemente normale sente subito nell’ira di
questo sonetto lo spirito del settario dissidente o avverso a un settario dissi-
dente. Ognuno comprende come il non aver nominato Onesto da Boncima non
poteva essere ascritto a colpa grave (da dannare Dante !) a meno che l’autore
del sonetto non avesse voluto rivendicare contro il meditato silenzio
di Dante il valore di un poeta che aveva avuta molta importanza nella setta
e che, come appare limpidamente dalle sue poesie contro Amore, era stato un
dissidente feroce. Ma l’altra colpa di Dante è veramente interessantissima.
Dante ha visto sì la « sua Beatrice », ma non ha riconosciuto in lei « l’unica
fenice che con Sion congiunse l'Appennino ». Che cosa significa ciò ? O inge-
nuità veramente mirabile di chi scivola sopra questo indovinello dicendo
semplicemente che questa tale fenice era Selvaggia, la donna di Cino! Ma il
poeta non accusa Dante di non aver visto un’altra donna, ma di non aver ri-
conosciuto la fenice. E perchè Selvaggia sarebbe stata « l’unica fenice che con
Sion congiunse l'Appennino ? »
In verità, chiunque sia, questo poeta ha voluto rimproverare a Dante
. di avere esaltato la sua Beatrice, cioè la Sapienza santa come la concepiva lui
e secondo la sua dottrina, senza riconoscere che questa Sapienza santa era quel-
l’unica Sapienza di tutti gli adepti (compreso Onesto Bolognese, compresi
gli altri innumerevoli consettari di varie sfumature), «l’unica fenice », la
verità santa, eternamente risorgente dalle ceneri delle persecuzioni e dei roghi,
«l’unica fenice che con Sion congiunse l'Appennino », che cioè riportò l’Italia
(l'Appennino) a Ston (Gerusalemme), al vero culto della fede di Cristo attraverso
le corruzioni della Chiesa carnale !
In questa terzina preziosissima erompe disordinatamente la rivelazione
di tutto quel sotterraneo mondo di accordi, di contese, di ire, di passione reli-
(1) CINO: Rime, ed. cit., pag. 112.
DO ca
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 6I
giosa e settaria che si agita sotto la ingannevole scorza di tante fredde e in-
sulse chiacchiere d'amore !
Unica questa donna, unica questa fenice, questa Rosa, questo Fiore : la
Sapienza santa mistica ed iniziatica, che differisce soltanto nel nome perchè
è la dottrina ora di questo ora di quel poeta, che muore talvolta, spesso anzi,
sotto un determinato nome, ma che risorge e rivive di continuo, unica fe-
nice, attesa e speranza di rinnovamento, gioia dell’intelletto che attraverso
ogni dolore e attraverso ogni prova riconduce a Cristo ed a Dio. La fenice che
«al mondo muore per la gente grifagna, oscura e ceca », come dirà Cecco
d’Ascoli, e che simboleggia l’eterna verità unica ed indistruttibile.
Ma del resto anche Dante nella Vita Nuova, non aveva ad un certo punto
chiaramente lasciato intendere che Beatrice era amata non soltanto da lui, ma
da tutti quelli che la conoscevano e non per gonfia rettorica da innamorato ?
Si rilegga il passo che precede e segue il sonetto : Negli occhi porta la mia donna
Amore. Dante scrive : « Vennemi volontade di dire anche, in loda di questa
gentilissima, parole, per le quali io mostrasse come per lei si sveglia questo
Amore, come non solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in poten-
zia, ella, mirabilemente operando, lo fa venire » (1).
L'uso del presente indica evidentemente un fatto continuato e non ri-
guarda lo svegliarsi dell'amore in Dante solo, ma lo svegliarsi dell'amore in
chiunque la guarda, cosa che del resto è ripetuta nel breve commento al sonetto :
« Dico come reduce in atto Amore ne li cuori di tutti coloro cui vede.... dico quello
che por viriuosamente adopera ne’ loro cuori ».
È la aperta dichiarazione del fatto che essa innamora tutti, gittata, sotto
l'apparenza di una gonfiatura entusiastica, in mezzo a un libro nel quale si
doveva fingere di parlare di un amore personale.
5. LE STRANISSIME « DONNE » CHE ACCOMPAGNANO « MADONNA ». — Altro
stranissimo fatto che accade a questi « Fedeli d'amore », ma non in genere agli
innamorati, è di avere come confidenti e intermediarie nel loro amore certe
numerose, incomprensibili, e molto indefinite « donne », alle quali il poeta si
rivolge e si raccomanda nelle circostanze più varie e le quali prendono lume
e splendore da quella tale « donna sovrana ».
Sono le famose donne che hanno « intelletto d'amore », strani esseri che,
mentre da una parte sembrano rappresentare ciò che di più squisito ha il
genere umano, dall’altra figurano, la maggior parte delle volte, come delle
molto subordinate e molto umili ancelle di « Madonna ».
Il Rossetti vide già molto bene che questa parola « donna » è una parola
di gergo per dire « gli adepti », i correligionari, i fedeli d'amore, i quali in-
fatti veramente sanno che cosa l’amore sia ed hanno quindi intelletto d'amore.
Ed è questa una di quelle verità semplicissime che squarciano molti veli.
(1) V. N., XXI.
62 CAPITOLO SECONDO
C'è una flagrante contraddizione di fatto che rivela questa significazione
e che non fu notata dal Rossetti. Dante scrive :
Donne ch’ avete intelletto d’amore,
i° vo’ con voi de la mia donna dire,
donne e donzelle amorose, con vui,
che non è cosa da parlarne altrui (1).
Ora se c'è persona che abbia parlato sempre del suo amore con uomini
è proprio Dante, che ebbe sull’amore innumerevoli corrispondenze con Guido,
con Cino ed altri e dedicava proprio ad un suo amico maschio tutto il racconto
d’amore della Vita Nuova, dove è questa poesia. Egli dunque diceva di volerne
parlare solo alle donne e intanto in realtà ne parlava a? fedeli d'amore, i quali
infatti essendo, non già donne, bensì uomini molto colti e che sapevano scri-
vere in versi, gli risposero con una bellissima canzone nella quale continua-
rono il giuoco di parlare come donne, ma dissero delle cose che delle donne vere
non avrebbero certamente detto mai di una donna vera ; cose come queste :
che ben è stato bon conoscidore,
poi quella dov'è fermo lo disire
nostro per donna volerla seguire,
perchè di noi ciascuna fa saccente,
ha conosciuta sì perfettamente
e ’nclinatosi a lei col core umile (2).
Queste « donne » riconoscono che ciascuna di loro è sapiente (saccente)
per merito di Beatrice (!) e ringraziano Dante di inchinarsi a lei, alla quale
evidentemente tutte loro si inchinano. Evidentemente sono gli adepti che rin-
graziano Dante di aver degnamente lodato la santa Sapienza che illumina
ciascuno di loro e che tutti servono, adepti i quali, come ho osservato, sanno
benissimo che la Beatrice di Dante siede alla « fontana di insegnamento ».
Queste donne riconoscono la supremazia di Madonna cantata dal Poeta,
infatti la chiamano addirittura « nostra donna », dicendo a Dante nella Vita
Nuova :
Se’ tu colui c'hai trattato sovente
di nostra donna, sol parlando a nui ? (3).
Non usa affatto tra donne vere riconoscere in questo modo la sovranità
di un’altra. Tanto meno usa di far girare tra le donne (vere !) pensieri di questo
genere che attrarrebbero molti sdegni sul poeta :
Le donne che vi fanno compagnia
assa” mi piaccion per lo vostro onore (4).
(1) V. N., XIX. (2) DANTE: Od, pag. 59. (3) V. N., XXII. (4) CAvar-
CANTI: Ed. cit., pag. 107.
_
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 63
che è invece un atto di cortesia verso i confratelli. E un poeta rischierebbe
addirittura di esser linciato dalle amiche vere di una donna vera se scrivesse
quello che osò scrivere Gianni Alfani:
+ + quelle donne ch’ànno il cor gentile . . .
calo da pariando umile
preghin colei per cui ciascuna vale
che taccia tosto il mio pianto mortale (1).
Proprio nel momento in cui domandava l’intercessione di queste « donne »
avrebbe detto loro, con una grossa « gaffe», precisamente questo, che cioè esse
valevano qualche cosa soltanto per merito di let! Ma gli adepti (le donne alle
quali la poesia era diretta) non potevano offendersi perchè sapevano benis-
simo che il loro valore derivava tutto dalla Sapienza santa, alla quale tutti
Servivano.
Guido Orlandi diresse una volta a Guido Cavalcanti un sonetto nel quale
gli chiese : « Onde si move e donde nasce amore ? ». Conosciamo la risposta
di Guido Cavalcanti che comincia : « Donna mi prega perch’io voglia dire »
e chi l'aveva pregato era evidentemente un uomo (2).
Orbene, tutte queste stranezze delle quali, se ben si badi, la più grave nel
campo della psicologia e nel campo della interpretazione realistica sarebbe
quella di fare delle donne, non di una donna, ma di molte e indefinite le confi-
denti e intermediarie per un amore del quale d’altra parte st pretende di tenere
assolutamente nascosto a tutti il sacro oggetto, e di attribuire a queste donne,
amiche o compagne che siano, il riconoscimento chiaro e proclamato della su-
periorità della bellezza e della grazia di un’altra e la sua signoria, tutte queste
stranezze, dico, non son più affatto stranezze sol che si assuma l’ipotesi che con
la parola convenzionale « donne » tutti costoro abbiano inteso di designare
nascostamente i compagni « Fedeli di amore » e ugualmente devoti come loro
alla Sapienza santa ; in una parola sola : gli adepti.
Ho osservato la palese contraddizione nella quale si mostra impigliato
Dante quando dice che l’amore è cosa da non parlarne ad altri che alle donne
proprio in un libro che è dedicato ad un womo e mentre scrive una quantità
di versi dedicati ad uomini e parlanti del suo amore. Ma questo non è che
un aspetto di quella vasta, di quella enorme contraddizione che ci presenta
tutta questa poesia presa nel suo senso letterale, in quanto in essa le continue
preoccupazioni di tener segreto il proprio amore e le imprecazioni contro
quelli che vorrebbero scoprirne l'oggetto si intrecciano con una quantità
di poesie che mandano ambasciate a madonna per mezzo di tante altre donne.
Ma insomma, tutte queste donne, amiche, ammiratrici, scolare o cameriste che
(1) G. ALFANI: Ed. cit., pag. 89.
(2) Alla rubrica del sonetto: Onde si move e donde nasce amore è stato poi na-
turalmente aggiunto per spiegare il fatto, che era scritto a nome di una donna, cosa
che dal sonetto stesso non appare in alcun modo.
604 CAPITOLO SECONDO
fossero, lo sapevano o no chi era Madonna ? E se non lo sapevano a chi por-
tavano le ambasciate ? E se lo sapevano come poteva essere il poeta così
sciocco da tenere tante linguacciute intermediarie per un amore così delica-
tamente segreto ?
E un problema che ha fatto sprecare molto inchiostro ai poveri interpreti
realisti, i quali lo avrebbero certamente risparmiato se avessero soltanto
conosciuta l’ipotesi del Rossetti invece di dargli del pazzo senza leggere i
suoi scritti.
Quando si veda l'identità da lui posta : donne = adepti, allora diventa
chiaro che esse sono persone elettissime che hanno (ed esse sole) intelletto
d’amore e nello stesso tempo sono umilissime verso la Sapienza santa, allora
si comprende come Dante dica che del suo amore non ne parla altro che con
le donne, mentre ne parla con i suoi compagni « Fedeli di amore » che erano
maschi, allora si comprende come esse debbano essere l’oggetto degli sfoghi
amorosi del poeta per madonna Sapienza e come siano dispostissime a chia-
marla senza ombra di gelosia « nostra donna » e si comprende come e perchè
Guido Cavalcanti, pregato di dire che cosa è amore da Guido Orlandi, che è
un « Fedele d’amore », passando inavvedutamente o no alla terminologia se-
greta, incominci : « Donna mi prega perch'io voglia dire ». E si comprende anche
perchè Dante dica che si può essere «in diverso grado fedeli di amore ». Le
donne (i « Fedeli d’amore ») sono assise, secondo dice Dino Compagni, intorno
a Madonna « per settimi gradi », come per sette gradi son divisi e ordinati gli
adepti di quasi tutte le vecchie società segrete, come per sette gradi sono divisi,
come vedremo, i sottostanti all'amore nella immagine rivelatrice dipinta
dalla mano di Francesco da Barberino, nella quale io ho ritrovato la con-
ferma di tutto ciò che qui diciamo.
6. LE DONNE SOMIGLIANTI A MADONNA. — Altra particolarità stranis-
sima delle donne amate dai « Fedeli d'amore ». Esse hanno qua e là per il
mondo certe altre strane donne che somigliano a loro tale e quale. Gli amanti,
girando per questa o quella città, incontrano queste copie della loro donna e
se ne innamorano e quel che è anche più strano lo fanno sapere subito all’ori-
ginale, oppure fanno sapere alla copia che si sono innamorati di lei per amore
dell'originale. Tutte cose che tra uomini innamorati di donne vere non usano
o per lo meno non sono affatto corrette e tutt'altro che gradite alle donne
vere.
Questo fatto che nell'ordine realistico sarebbe per lo meno sconveniente,
nell’ordine delle idee convenzionali è assai semplice e chiaro. Il poeta viag-
giando viene a contatto con un’altra setta o con altro gruppo settario che la le
idee perfettamente analoghe a quello al quale appartiene, ed egli informa con questo
semplicissimo artificio la sua setta o la setta nuova di tale avvenimento.
Si riduce a un fatto di questo genere quel famosissimo e curiosis-
simo innamoramento di Guido Cavalcanti per la donna di Tolosa (Tolosa,
LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE » 65
il vecchio centro dell’eresia albigese) somigliantissima a un’altra donna
lasciata a Firenze.
Una giovane donna di Tolosa
bell’e gentil, d’onesta leggiadria,
tant’ è diritta e simigliante cosa
ne’ suoi dolci occhi, de la donna mia...
ch’è fatta dentro al cor desiderosa
l’anima in guisa che da lui si svia
e vanne a lei; ima fanto è paurosa
che no le dice di qual donna sia (1).
Egli racconta come questa donna « accordellata e stretta », cioè questa
setta raccolta e segreta, lo abbia accolto mentre egli era tanto pauroso da non
averle rivelato per prudenza la sua donna di Firenze, cioè la sua setta ori-
ginaria. Così Guido mandava una di quelle poesie-informative per dire di
aver trovato buona accoglienza in un gruppo settario nella eretica Tolosa.
I contemporanei (che sapevano di che si trattava) ridevano sotto i baffi. Il
Cavalcanti che il volgo chiamava eretico patarino aveva detto di partire per
andarsene tutto compunto in pellegrinaggio a S. Giacomo di Compostella e poi
viceversa, fingendosi malato, si era fermato a Tolosa (Non era mica così sciocco
da partire da Firenze dicendo che andava a Tolosa per certe sue ragioni se-
grete !). Muscia Salimbeni faceva alquanti lazzi sul viaggio interrotto, ma in-
tanto si rivela da un suo sonetto che si era saputo che Guido era arrivato a de-
stinazione e che era bene a/bergato. Presso chi ? Ce lo racconta Guido : presso
la donna accordellata e stretta che era la setta di Tolosa e che Guido chiamò
la Mandetta e sulla quale i nostri buoni romantici si sdilinquiscono, perchè
Guido seppe mandare i suoi due rafporti informativi in proposito con dei
versi molto insignificanti sì, ma molto dolcemente armoniosi e che esami-
neremo in seguito.
Muscia Salimbeni scriveva :
Fcci venuto Guido Compostello ?
O ha recato a vender canovacci
Che va com’oca e cascagli il mantello ?
Ben par ch'e sia fattor de’ Rusticacci.
È in bando da Firenze od è rubello ?
O dotta sì che il popol nol ne cacci ?
Ben par che sappia e torni nel Cavello
che s'è partito senza dicer : vacci.
San Jacopo sdegnò quando l'udio
ed egli stesso st fece malato
ma dice pur che non v'era botio (2).
E quando fu a Nimisi arrivato
Vendè cavalli e nolli diè per dio
E trassesi gli sproni ed è albergato (3).
(1) CAVALCANTI : Ed. cit., pag. 170. (2) Voto. (3) DEL LUNGO: Il disdegno
di Guido, pag. 33.
5 — VALLI.
66 CAPITOLO SECONDO — LE STRANE DONNE DEI « FEDELI D'AMORE »
Ora è veramente un bel caso che l’amico di Guido Cavalcanti, Gianni
Alfani, capitando a Venezia (un’altra città molto sospetta) abbia trovato
egli pure un’altra donna somigliantissima alla sua antica e abbia cantato per
lei, ma confondendo in modo sconvenientissimo i due amori.
De la mia donna vo’ cantar con voi,
madonna da Vinegia,
però ch’ella si fregia
d’ogni adorna bellezza che vo’ avete.
O lasso, quanto è suto il mio dolore
poscia, pien di sospiri,
per li dolci desiri
che nel volger degli occhi voi tenete! (1).
Tutti capiscono che una veneziana vera lo avrebbe, più o meno corte-
semente rimandato alla donna fiorentina.
Ed è caso anche più mirabile che anche Ser Ventura Monaci, amico
di tutti e due, abbia subìto proprio la stessa sorte. Egli fa sapere:
Dì novo gli occhi miei per accidente
una donna piacente
miraron perchè mia donna simiglia.
Et qual che sia cagion dfl suo consente
sua figura lucente
con vaga luce a me porse le ciglia (2).
E si noti che quel « di nuovo » se si intenda come « un’altra volta », ci fa
pensare che di tali donne simiglianti ne avesse già trovata qualche altra.
Qui non basta maravigliarsi o parlare di «caso ». Questo fatto raro e,
anche quando accade, non mai così sfacciatamente manifestato, si rivela in
tre di questi amici. Negli altri innamorati in genere, quelli innamorati delle
donne vere, non accade o se per caso accade, si tace.
Il calcolo delle probabilità esclude che si tratti di un caso. Lasceremo
ai critici « positivi » di cavarsela, al solito, dicendo che «era una moda »,
«una bizzarra moda del tempo! ». |
(1) G. ALFANI: Ed. cit., pag. 93. (2) R. A., Cod. Casan,., d. v. 5, n° 188.
CAPITOLO TERZO
. L'ipotesi del gergo nella poesia d’amore
e la sua verosimiglianza
Ho enumerato ed illustrato assai brevemente un certo numero di fatti,
che restano molto strani e addirittura inesplicabili se si supponga che
questa poesia d’amore sia veramente poesia d'amore per delle donne reali
più o meno angelicate, e che invece diventano chiari e spiegabilissimi se si
supponga che questa poesia contenga un gergo convenzionale ed esprima
pensieri e sentimenti riguardanti l’amore per la Sapienza mistica e la vita ini-
ziatica di una setta.
Con questa ipotesi e soltanto con questa ipotesi, diventano pienamente
comprensibili :
I) Lo stretto rapporto personale di questi poeti che fanno all’amore,
si può dire, tutti insieme. i
2) La voluta e irragionevole oscurità e artificiosità di un gran numero
delle loro poesie che, se fossero veramente d’amore, non avrebbero nessuna
ragione di essere oscure.
4) L'esistenza innegabile in alcune delle loro poesie di un gergo conven-
zionale che si estende evidentemente anche sotto a quelle più chiare e che è
puerile affermare sia un gergo « puramente letterario », specie quando si debba
confessare di non averlo ancora interpretato.
4) La dichiarazione di Dante che la poesia volgare trattando di ma-
teria d'amore ha però un verace intendimento.
5) I rapporti evidentemente gerarchici che si rivelano fra questi « Fe-
deli d’amore » e l’ingerenza che ciascuno ha nell’amore dell’altro, assurda
nell'ambiente del vero amore.
6) L'’affinità evidente delle idee e delle tendenze politiche e religiose
tra questi « Fedeli d’amore » (in contrasto col fatto che altrove gli innamorati
appartengono a tutti i partiti) e la stretta unione di essi.
7) Quel « misterioso » amalgamarsi dell'amore con l’idea morale e con
l'idea religiosa e talora politica che evidentemente vengono a far tutt'uno.
Inoltre abbiamo visto che soltanto con l’ipotesi che la donna di questi
poeti sia la mistica Sapienza (0, per traslato, la setta che la coltiva) si spiegano
gli stranissimi caratteri di questa donna.
68 CAPITOLO TERZO
1) Soltanto con questa ipotesi diventa comprensibile che per tanto tempo
questi poeti abbiano potuto cantare delle donne assolutamente prive di ogni
carattere personale, senza nessuna fisionomia propria, delle donne che le ricerche
storiche non sono riuscite mai ad afferrare come reali, quantunque qualcuno
si sia illuso di afferrare la realtà storica di una di esse (Beatrice) fondandosi
proprio sulle testimonianze artefatte che venivano dalla setta.
2) Si spiega lo stranissimo carattere di queste donne le quali sono tutte
(contrariamente ad ogni verosimiglianza realistica) safientissime, e si spiega
come due di queste donne contemporaneamente ci si presentino ad un certo
punto come chiara personificazione della Sapienza e cioè l’Intelligenza di Dino
Compagni e la Beatrice di Dante, e come la donna del Guinizelli appaia arti-
ficiosamente assimilata alla Intelligenza de lo cielo e l’amore del quale parla il
Cavalcanti sia rivelato come Intelligenza attiva che prende loco nell’intelletto
possibile, cioè Sapienza.
3) Si spiega il fatto che le diverse donne amate dai poeti, in alcune impru-
denti e distratte parole di essi vengano rappresentate come una donna sola.
4) Si spiega perchè questi amanti, ed essi soli, e questa « madonna »,
siano circondati da quelle strane « donne » che fanno da intermediarie, da con-
solatrici, da giudici, che rispondono ai versi dell’innamorato, che riconoscono
come nostra donna la donna del poeta, ecc., tutto come se, invece di essere
donne, fossero proprio compagni e correligionari del poeta nel culto per una
idea.
5) Si Spiega perchè tanto spesso questi poeti facciano sapere di es-
sersi innamorati di donne somiglianti alla loro donna e ciò per far conoscere
i rapporti da essi stabiliti con gruppi settari affini al loro.
Con questo io non ho fatto che mettere in luce un primo $iccolissimo
gruppo degli innumerevoli indizi che convergono verso la mia tesi, indizi
che non potrebbero essere registrati tutti e diffusamente senza estendersi
in enormi volumi. Credo che essi bastino a suscitare o meglio a risvegliare
in ogni spirito obbiettivo il legittimo dubbio sulla consistenza di quella
interpretazione realistica che la critica tradizionale ci ammannisce. E dico con
intenzione « risvegliare » perchè tale dubbio è stato sempre în fondo all'anima
di ogni lettore di queste poesie ed è soltanto represso dagli artifici della critica
« positiva » e dalla pesante autorità con la quale imponeva, specie nelle scuole,
i suoi 2riconsistentissimi risultati. A questi argomenti se ne possono aggiun-
gere infiniti altri: il più grave di tutti però, sarà sempre la nuova e diretta
impressione che avrà ogni lettore spregiudicato quando si rimetterà a scor-
rere la massa di queste poesie (mon le poche scelte per le antologie delle scuole
con criteri estetici), nella luce di questa ipotesi. Allora in ogni parte delle
canzoni, dei sonetti, delle ballate, nelle slegature dei versi, nelle oscurità
volute, nelle formule fredde, nel convenzionalismo evidente, nello slega-
mento apparente delle corrispondenze fra poeti che nel pensiero segreto sono
d'accordo e nelle forme esterne no, in tutto il complesso di queste poesie
L'IPOTESI DEL GERGO NELLA POESIA D'AMORE, ECC. 69
il lettore sentirà con una diretta e invincibile certezza, il grandioso, conti-
nuato, monotono artificto e sentirà come una vecchia benda cadere per sempre
dai suoi occhi.
I. IL VERO SIGNIFICATO DEI MOTIVI RICORRENTI NELLA POESIA D'AMORE.
— Con l'ipotesi assunta apparirà tutto naturalissimo quello che dinanzi a
questa lettura ci sorprende e ci lascia perplessi. Con essa il lettore compren-
derà che tutti i motivi più comuni, più triti, più monotoni di questi poeti,
quelli sui quali essi insistono in maniera, diciamo francamente, così w#0î0s4,
sono motivi mistici che, come tali, rivelano una grandissima importanza ed
una profondissima vita.
Allora si spiegherà perchè tanto spesso questi amanti ripetano che
madonna « è venuta dal cielo », che è «cosa di cielo » e che «deve condurre al
cielo » e simili espressioni che, usate per la Sapienza mistica, sono non solo
perfettamente a posto, ma ben significative e profonde e usate per una donna
qualunque sono scialba e vuota rettorica, come sarebbe vuota rettorica l’idea
che questa donna fa trasumanare o l’idea che «non può mal finir chi l’ha
parlato » come dice Dante.
Allora si spiegherà perchè tutti questi innamorati insistano così ripetu-
tamente e noiosamente sul fatto che madonna «non si può guardare », che
è impossibile sopportare la sua veduta, che dinanzi ad essa l’uomo « dbassando
il viso tutto smuore» (Dante), e simili. Essa è la Sapienza santa, inattingi-
bile nella sua profondità infinita e che riluce all’intelletto sì, ma in modo che
lo sopravanza infinitamente. Per questo Amore « dice di lei cose che trascen-
dono 1l pensiero umano » e che l'uomo «non può ridire ». Anche queste che
nel senso reale sarebbero gonfiature ampollose, sono nel significato vero
profonde e altissime cose.
Si spiegherà come l’innamoramento di tutti questi « Fedeli » sia sempre
subitaneo e violento. La Sapienza santa è «l'eterna luce che vista sola e sempre
amore accende » (1). Chi la conosce non può non innamorarsene subito :
E chi mi vede e non se ne innamora
d'amor non averà mai intelletto (2).
Ma v'è qualche cosa che sembra attraversare la nostra ipotesi e che la-
scerà certo molti lettori dubbiosi : il fatto cioè che tra i « Fedeli d’amore »
si parla talora anche di infedeltà alla donna, si dichiara di volersi sottrarre ad
essa e sl giunge a volta persino a delle espressioni ingiuriose verso di lei e
Verso amore.
Questa difficoltà, apparentemente grave, si dissipa di un tratto non ap-
pena si ricordi che il significato della donna è duplice ; che, a quel modo che
noi possiamo dire indifferentemente in molti casi « Cristo » o « il Cristianesimo»
(1) Par., V. 9. (2) DANTE: Of., pag. 93.
70 CAPITOLO TERZO
« Maometto » o « l’Islamismo » (Cristo ha vinto, Maometto è sconfitto, ecc.),
così, per evidente convenzione fondata sopra un normale traslato, questi
« Fedeli d’amore » usavano il simbolo della donna sia per rappresentare la
divina Saftenza adorata, sia per rappresentare la setta che l’adorava. Ecco
perchè il loro canto variava a volte così stranamente tra l'estasi che ammirava —
un oggetto sovrumano e i biasimi contro « Amore » e contro la donna.
È di solito la cosa più facile del mondo intendere immediatamente
quando la donna significa la Sapienza e quando significa la setta (che si chiama
anche « amore ») alla quale il poeta spesso si professa fedele, ma contro l’au-
torità e i rigori o gli errori della quale molte volte protesta. Vi sono drammi
in tutta questa poesia che sembrano apparentemente insulsi crucci di inna-
morati, strani, ingiuriosi, incomprensibili tentativi di un innamorato di cat-
tivo umore di distogliere gli altri dall'amore, proteste di non voler più amare
e simili; sono tutte polemiche svolte nell'interno della setta, discussioni, insur-
rezioni, condanne il cui tono talora aspro e volgare (si ricordi il sonetto di
Dante: Amore e Monna Lagia e Guido ed io) contrasta nel modo più palese
con il tono serafico e squisitissimo di questo amore.
Gli è che quando voi sentite il poeta parlare in forma estatica, egli ha
dinanzi a sè la santa Sapienza che egli ama e quando egli parla in forma aspra
e tumultuosa ha dinanzi a sè la setta, gruppo come vedremo, tumultuoso e
litigioso di uomini d'ingegno ma poco sofferenti della disciplina, gruppo che
in verità non concluse mai molto di serio nella vita pratica perchè costituito
da buoni italiani del 300, 1 quali prendevano ogni occasione per litigare tra loro.
C'è persino, come vedremo, uno di questi « Fedeli » che, vomitando una serie
di assurde ingiurie contro tutti gli innamorati, finisce col dire che « Amore ha
affibbiato il suo manto a una troia »!
L'ipotesi del gergo e del vincolo settario di questi « Fedeli d’amore »
spiega anche perchè così spesso questi poeti sentano il bisogno di riaffermare
e di giurare ad Amore e a Madonna che essi sono fedeli, ma che non possono
manifestare il loro amore, che c’è chi li raffigura come infedeli, ma che sono
fedelissimi nel cuore malgrado le apparenze. É tutto ciò senza che il sospetto
contro il quale combattono sia mai bene specificato e concretato. In tutti
questi casi l’adepto, obbligato dalla sorveglianza della Chiesa a tenersi lontano
dalla setta o dai suoi ritrovi, o a fingersi molto devoto alla Chiesa stessa,
protesta però la sua fedeltà alla Sapienza santa, cioè a Madonna e ad Amore.
Si comprende come tanto spesso il poeta si dolga della severità di Madonna
contro di lui. È facilissimo riconoscere quando questa severità rappresenta
semplicemente la impenetrabilità della Sapienza santa al cui possesso intero
il fedele aspira invano (sentimento espresso anche da Dante verso la Donna-
Filosofia nel Convivio) e quando rappresenta invece, come accade in molti
casi, la severità della setta che biasima o trascura o punisce l’adepto o l’esclude
dai riti e dalle cerimonie, come per esempio da quell’indefinito «saluto »
(al posto del quale è usata tante volte la parola « salute ») che pone gli amanti
L'IPOTESI DEI, GERGO NELLA POESIA D'AMORE, ECC. 7I
(e soltanto questi amanti) in uno stato di estasi e di commozione indicibile
e che fa pensare molto seriamente, come vedremo in seguito, ad un atto ri-
tuale e sacramentale che conduce il fedele « ai termini della sua beatitudine ».
Si comprende anche lo stranissimo fatto che tutti questi innamorati
parlino di continuo con altrettanta costanza per quanta è la frigidità con la
quale ne parlano, della « morte », di una « morte », che come vedremo bene in
seguito, si presenta quasi sempre fuor di luogo, è descritta nella maniera più
strana, vituperata in forma talvolta ridicola e che non è niente affatto la
« morte », bensì la Chiesa corrotta, nemica di Amore, morte comune, errore in-
tellettuale contrapposto alla Sapienza santa che è « vita »!
Vedremo quale fecondissima corrente di pensieri mistici e di artifici
questa poesia abbia saputo trarre dal fatto che essa chiamava con una grande
abilità (che in fondo però non faceva altro che seguire il linguaggio mistico di
tutti i tempi) « morte » tanto l'errore che ci allontana dalla verità, quanto quella
« vita nuova » che è morte all’errore e che consiste invece nel morire in Cristo,
rinunziando all’errore e al peccato o nel trascendere la vita in contempla-
zione e cioè nella « mistica morte », che è vera vita.
Si comprende anche, secondo la nostra ipotesi, come e perchè di fronte
alla donna amata purissima e santissima, stiano opposizioni che tentano di
distoglierne l'amante ; sono le opposizioni e gli ostacoli della Chiesa di Roma
che impedisce all’adepto di venerare la verità santa e che talora è raffigurata
come un’altra donna che tenta di sedurre l’amante, talora è chiamata oltrechè
« morte », « gelosia », talora è chiamata « pietra » e con altre strane designazioni.
È questo un complesso di induzioni, dinanzi alle quali uno studioso
serio non può rifiutarsi di considerare con la dovuta obbiettività l'ipotesi
del gergo.
2. LA CONVERGENZA DEGLI INDIZI VERSO L'IDEA DEL GERGO MISTICO. —
Quella ipotesi del resto potrà molto meravigliare soltanto perchè essa è del
tutto estranea ai manuali di letteratura venuti fuori da quest’ultima generazione
di critici « pogglivi », ma non può meravigliare affatto chi dia uno sguardo ve-
ramente ampio e limpido al complesso della vita e del pensiero medioevale.
Un tale sguardo ci mostra che verso la mia tesi convergono inconsape-
volmente una quantità di idee e di conoscenze moventi dai campi più diversi
e che in questi ultimi tempi si sono sempre meglio chiarite.
Quando io ripeto che nella poesia dei « Fedeli d’amore » in generale, in
quella dei poeti del « dolce stil novo » in particolare, si era infiltrato un gergo
segreto per celebrare, sotto l'apparenza della donna, la Sapienza santa, io non
faccio se non proclamare una verità verso la quale convergevano, senza che la
critica positiva se ne accorgesse, altre verità notissime e accettatissime che devo-
no essere semplicemente estese per giungere alla mia tesi.
1) Tutti sanno e riconoscono che vi è un simbolismo della donna -Sa-
pienza diffuso nei libri pseudo-salomonici della Bibbia, diffuso nei misteri
72 CAPITOLO TERZO
antichi, diffuso nella tradizione filosofica dell’alto Medioevo (si ripensi a
Boezio che è consolato da una filosofia, che ha figura di donna e parla come
una donna).
Basta fare un passo per ammettere che questo simbolismo ispirò anche
la oscura e involuta dottrina dei « Fedeli d’amore ».
2) Tutti sanno che proprio questo simbolismo della donna-Sapienza e
della donna-Divinità ispirò la poesia dei « Fedeli d'amore » in Persia, i quali
usarono proprio il gergo convenzionale erotico per esprimere le idee mistiche
e, oltre al simbolo della donna, adoperarono anche il simbolo del vino e il
simbolo del giovinetto amato, e molti, dopo le prime rivelazioni del Rossetti,
hanno riconosciuto che tale simbolismo penetrò con qualche venatura anche
nella poesia d’amore dei poeti di lingua d’Oc e di lingua d’Oil, influenzati
probabilmente attraverso i Manichei e i Templari dal misticismo arabo-
persiano.
Ebbene, basta fare un passo per giungere all'idea che anche i poeti
d’amore italiani usarono il simbolismo segreto della donna-Sapienza per
esprimere nel gergo amoroso convenzionale idee mistiche religiose.
3) Tutti sanno che delle donne del « dolce stil novo », una, Beatrice, è
nella Divina Commedia indiscutibilmente il simbolo della Sapienza santa
venuta in terra sul Carro della Chiesa che era fatto per portare lei, ma che
invece, fu corrotto dai beni mondani (le penne dell'Aquila) e quindi sfondato
dal demonio (il drago), e porta ora al posto di lei una meretrice, scienza delle
cose divine corrotta e asservita al potere della terra (il Gigante) (I).
Ebbene, basta fare un passo molto logico e molto breve per ricono-
scere che Beatrice doveva essere figurazione della Sapienza santa anche nella
Vita Nuova, come del resto è stato limpidamente dimostrato dal Perez e poi
dal Pascoli.
Tutti sanno d’altra parte che un altro poeta del gruppo, Dino Compagni,
cantò sotto la figura della donna amata la misteriosa Intelligenza, che è ap-
punto la stessa Sapienza, e riconoscono come amalgamato con idee e dot-
trine mistiche l’amore del Guinizelli e del Cavalcanti. i |
Basta fare un passo per comprendere che le altre donne : Giovanna di
Guido, Lagia di Lapo, Selvaggia di Cino e simili, che si ritrovavano insieme
con Beatrice e somigliavano a lei in tutto e per tutto, avevano lo stesso
carattere simbolico.
4) Tutti sanno che tra le poesie dei « Fedeli di amore » ve ne sono di
quelle apparentemente chiare, di quelle in parte oscure e di quelle assoluta-
mente incomprensibili. Per queste ultime anche la critica tradizionale suole
dire, senza dare alla cosa però troppa importanza, che esse sono scritte in un
« gergo OSCUrO ».
Ebbene, basta fare un piccolo passo, imposto — a mio parere — dal
(I) Purg., XXXII.
L'IPOTESI DEL GERGO NELLA POESIA D'AMORE, ECC. 73
senso comune, per riconoscere che, non solo esisteva il gergo dei « Fedeli
d’amore », ma che esso si estendeva d? regola a tutte le poesie di questi amanti
(con le eccezioni che osserveremo poi) e che essi non scrivevano di regola
a significato semplice e qualche volta, non si sa perchè, in un gergo oscuro, ma
che essi scrivevano di regola in gergo e per una ragione molto seria, e qualche
volta riuscivano a sovrapporre elegantemente al significato mistico un signi-
ficato letterale che aveva una sua logica, una sua grazia, una sua eleganza, e
qualche volta non ci riuscivano. Nel primo caso le poesie risultavano chiare
e qualche rara volta belle, nel secondo caso invece, le poesie, fatte in fretta o
mal fatte, restavano nel senso letterale oscure, involute, incomprensibili o
sciocche. Caso tipico il sonetto di Cino da Pistoia: Perchè voi state forse
ancor pensivo (1).
Pertanto la tesi che sbalordiva il Carducci e che ha già fatto raccapric-
ciare e fremere molti dei miei lettori, secondo la quale tutta questa poesia
d’amore è di regola scritta in gergo ed è poesia mistica in ambiente iniziatico,
si delinea semplicemente con brevi e giustificatissime estensioni di conoscenze
che già avevamo e che sotto gli occhi mirabilmente incomprensivi della cri-
tica « positiva » convergevano (qui sta il fatto importante) verso quella tesi.
Questa ipotesi sorge da un ricollegamento di idee chiaro semplice e per-
fettamente legittimo.
È cosa nota e indiscussa che l’antichità e il Medioevo avevano simboleg-
giato in una donna la Sapienza Mistica. Dal Cantico dei Cantici al De Conso-
latione Philosophtae di Boezio, la Sapienza era stata pensata nell'immagine
della donna amata. Che c’è di strano a supporre che altrettanto abbiano
fatto anche i « Fedeli d’amore » ?
E appena si faccia questa supposizione si trova che infatti i « poeti d'amore »
persiani e probabilmente anche quelli provenzali nelle loro finte parole d'amore
esaltavano talora una essenza mistica santa o una idea divina. E si presenta
come perfettamente legittimo il sospetto che potessero fare altrettanto i
« Fedeli d’amore » italiani.
E appena venga questo dubbio si trova che infatti Dante nella Divina
Commedia ama e cerca non una donna, ma, sotto figura di una donna, proprio
la divina Sapienza ; ed è perfettamente legittima la domanda : Non cercava
egli e non amava la divina Sapienza anche nella Vita Nuova? Ed infatti il
Perez risponde e dimostra limpidamente che cosî è. Ed io aggiungo che così
è anche per altri amici di Dante, come per Dino Compagni, il quale chiama
apertamente la sua donna l’Intelligenza dicendole una quantità di cose dolci
e appassionate e parlando della sua « gola bianca » e della « bocca picciolella »,
e che ugualmente come amore per l’Intelligenza o la Sapienza si presenta l’amore
del Guinizelli e del Cavalcanti.
(1) CINO DA PISTOIA: Rime, ed. cit., pag. 43.
74 CAPITOLO TERZO
Come non formulare l'ipotesi che futto questo amore sia amore per la,
mistica Sapienza ?
Ed ecco che ‘infatti quando andiamo a vedere le interpretazioni reali-
stiche di queste poesie troviamo i letterati impantanati in una massa di pro-
blemi insolubili e invischiati nelle ipotesi più contradittorie. Troviamo che
tutti ci dicono che nel « dolce stil novo » l’amore sa di misticismo, che è una
cosa quasi religiosa, che è un'amore per esseri trascendenti e superumani,
ma nello stesso tempo, ipnotizzati dalla lettera che uccide, insistono a voler
dire che questi esseri trascendenti e superumani sono domne che camminano
per la terra. Tutti ci dicono che tra queste poesie alcune sono evidentemente
in wn gergo incomprensibile, altre sono così oscure che da sei secoli non se
ne capisce nulla, altre, aggiungo io, sono così mescolate di dottrinarismi che
se fossero capitate veramente in mano ad una donna vera l’avrebbero fatta
arrossire, altre, aggiungo ancora, sono così melense, così monotone, così stu-
pide nel loro senso letterale che per l'onore di chi le scrisse bisogna pen-
sare che dovessero avere un senso recondito più serio.
E avanti a questo fatto non abbiamo il diritto di affrontare seriamente
l'ipotesi che ci sia qui sotto tutta una corrente di pensieri mistici ed un lin-
guaggio convenzionale ?
Dato l’ambiente in cui si sviluppa questa poesia, dato il fervore di vita
mistica e religiosa che vi è intorno, data la grande opera a base di amore
inistico che da essa emerge : la Divina Commedia, date le dottrine sull’arte
prevalenti nel tempo, che tutte convergono nel concetto dell’arte simbolica
e a sensi profondi e molteplici, dati gli innumerevoli richiami e confessioni di
simbolizzare nella poesia d'amore che si dichiara sempre incomprensibile per
la «gente grossa », la tesi del suo carattere erotico realistico potrebbe essere
sostenuta forse ancora a una condizione sola, che quella poesia mostrasse una
così limpida e realistica passionalità da presentarsi come espressione diretta
di un sentimento d'amore : ma quello che si verifica è perfettamente il contrario.
Questa poesia è quasi sempre gelida, è piena di cose incomprensibili e intrec-
ciata con evidenti simbolismi e con formule convenzionali e quasi rituali.
Io ho detto che basta fare un passo in avanti da molte posizioni già
conquistate dalla critica per arrivare di necessità a convergere sulla mia tesi.
È preziosissimo a questo proposito un periodo col quale Benedetto Croce
riassume la genuina impressione che fa la lirica di Dante a chi si metta a ri-
leggerla cercando solamente la poesta e senza tener conto delle idee fatte e dei
fanatismi convenzionali. Egli dice :
« Piuttosto che poesia, i componimenti danteschi giovanili — e non solo
«i primi nel vecchio gusto, ma anche le rime posteriori alla canzone che egli
«designa come il vero principio del suo stil nuovo (Donne che avete intelletto
«d’amore) e le altre ancora non incluse nella Vita nuova — si direbbero atti
«d’un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi liturgici, in cui l’amore e gli
« altri effetti e operazioni dell’anima sono personificati e la donna-angelo si
L'IPOTESI DEL GERGO NELLA POESIA D'AMORE, ECC. 75
«comporta in questo e quel modo verso l’innamorato, il quale ha attorno,
«nelle sofferenze che sopporta e nelle azioni che compie, spettatori e spetta-
« trici compassionanti e soccorrenti » (I).
Tutto ciò è verissimo ed è vero non solo per la lirica di Dante, ma anche
per la maggior parte delle altre liriche del « dolce stil novo » le quali tutte
«si direbbero atti d’un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi litur-
gici ». Ebbene da questo punto dove è arrivata per conto suo la critica este-
tica non c'è da fare che un passo dicendo : « Queste poesie sono... precisamente
quello che sembrano, cioè atti d'un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi
liturgici »! Se le parole nascondono il vero carattere di questa poesia tentando
di farla apparire alla « gente grossa » poesia d’amore, l'impressione immediata
genuina e diretta che essa dà tradisce perfettamente, come si vede, la sua vera
natura. Ed è ovvio che ciò avvenga perchè è più facile cambiare convenzio-
nalmente il senso di una parola e scrivere « Beatrice » invece di « mistica
Sapienza », che non cambiare il carattere generale della commozione che ci dà
questa Sapienza esprimendo come una vera commozione erotica quella che è
una commozione mistica o facendo un racconto d’amore di quello DE è vera-
mente un dramma liturgico !
Il riconoscimento di questo vero carattere della poesia d'amore di Dante
attraverso l'impressione diretta della lettura è tanto più importante in quanto
il critico che lo ha esposto non crede niente affatto che si tratti di materia
mistica e alle idee del Rossetti (che mostra di non avere menomamente appro-
fondito) non accenna che con uno dei soliti scherni.
I,a mia idea rivoluzionaria dunque, mentre sembrerà portare nella inter-
pretazione di questa lirica qualche cosa di inaudito e di strabiliante, finirà col
dire semplicemente che la lirica d'amore di Dante e dei suoi compagni è pre-
cisamente tale quale un lettore spregiudicato la sente, non quale vuole apparire
alla « gente grossa » e quale la critica volgare l’ha ritenuta, cadendo nel giuoco
che per la «gente grossa » era ordito.
E non si meravigli il lettore se io aggiungo questo strano paradosso :
che quando noi avremo dimostrato che questa lirica è scritta in gergo, la ri-
troveremo qualche volta più bella e più spontanea. Proprio così! perchè al-
lora andremo a toccare la vera emozione che l’ha suscitata e non quella scorza
di parole convenzionali della quale si è coperta, e vedremo che molte volte,
come nelle Pietrose di Dante, l’espressione del sentimento è perfetta se st badi
al sentimento vero e profondo (mistico), imperfettissima e talvolta strampalata
solo se ci si tenga alla terminologia erotica artificiosamente sovrapposta.
(1) CROCE: La poesia di Dante. Bari, 1921, pag. 35. — Qualche pagina dopo il
Croce scrive: «La Vita Nuova è scritta al modo di un libretto di devozione, con
«chiaro intento pio e con procedimenti conformi: Dante lo ha composto a memoria
«e onore di una santa a lui particolare, della donna-angelo, della Beatrice, che egli
«aveva cantata » (pag. 4I).
76 CAPITOLO TERZO
3. PENSIERI LIMPIDI, PENSIERI OSCURI, PENSIERI ASSURDI NELLA POESIA
D'AMORE. — Un indizio potentissimo della esistenza di questo gergo risulta
per me da una specie di statistica che io ho fatto delle espressioni più o meno
felici, più o meno limpide di pensieri che ci offre questa poesia d'amore.
Forse il dieci per cento sono pensieri d’amore limpidi, chiari, bene espres-
si, ma che con la massima facilità, come vedremo, si traducono in pensieri
mistici. Esempio :
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira (I).
Parole graziose e ben composte per esprimere l’effetto dello sguardo di una
donna gentile, ma perfettamente a posto se debbano esprimere invece /a virtù
della Sapienza santa che ingentilisce 1 cuori di tutti coloro ar quali essa giunge.
Dopo questi v'è un’altra classe di pensieri che sono limpidi e profondi
nel senso mistico ma alquanto forzati, arbitrari, oscuri, illegittimi nel senso
letterale. Esempio :
Al cor gentil ripara sempre Amore (2).
oppure :
Amore e ’1 cor gentil sono una cosa (3).
Nel senso letterale queste parole dicono cosa non esatta, non limpida,
perchè tutti sappiamo che un cuore può essere gentilissimo anche prima di
essere innamorato. C'è qui dunque evidentemente una forzatura della idea.
Invece nel senso mistico il pensiero è bellissimo e profondo. L'anima gentile
cioè l’anima appena è fatta pura è di necessità presa dall'amore per la Sapienza
santa, e la Sapienza santa non può essere amata dall'anima se non in quanto è
pura. È un altissimo pensiero di S. Agostino e che risuona in tutta la mistica
di tutti i tempi come eco della parola del Vangelo: « Beati i puri di cuore
perchè vedranno Iddio ».
Un altro esempio di questi pensieri significanti e profondi secondo il
gergo mistico, goffi o strani nel senso letterale. Nel sonetto del quale ho par-
lato sopra: Ne li occhi porta la mia donna Amore, c'è una frase che ha fatto
scervellare i critici realistici :
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide (4).
I critici realistici a chiedersi : Chi è questo laudato ? La madre di Beatrice ?
La levatrice ? Quello che dice per primo : Eccola ! quando apparisce per la
strada, e tutti gli altri dopo gli dicono : Bravo ? Tutte spiegazioni goffe e che
(1) DANTE: Od., pag. 25. (2) G. GUINIZELLI in VALERIANI: O, ctt., vol. I,
pag. 91. (3) DANTE: Od., pag. 24. (4) DANTE: OP. pag. 25.
L'IPOTESI DEL GERGO NELLA POESIA D'AMORE, ECC. 77
soprattutto non spiegano perchè costui sia laudato in quanto le parole di
Beatrice suscitano dolcezza e pensieri umili in chi l’ascolta.
Passiamo invece al significato segreto : Beatrice è la Sapienza santa.
Essa parla sulla bocca dei maestri che la trasmettono agli adepti. Le parole
di questa Sapienza danno dolcezza e pensieri umili, onde è che coloro che videro
quella Sapienza per primi, cioè i saggi che con la loro parola la trasmettono, ne
sono lodati e onorati.
Significazione profonda, limpida, seria.
Questi pensieri che sono stati forzati nel piano letterale per esprimere
idee mistiche e che quindi sono limpidi e profondi nel piano mistico e iniziatico,
infelici e talvolta goffi od oscuri nel piano letterale, costituiscono secondo me
forse 2) settanta per cento di tutta questa poesia.
Il rimanente venti per cento è costituito da pensieri che nel piano let-
terale sono addirittura dei non sensi, delle assurdità, delle scempiaggini o delle
contraddizioni o delle melensaggini e che invece soltanto nel linguaggio con-
venzionale hanno un significato serio. Per esempio:
.. ’ mio camino a veder follia torsi;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar'acqua visitai di blando rivo (1).
Che nel senso letterale non significa nulla, nel gergo in cui « follia » significa,
come vedremo, i « nemici della setta », «acqua chiara » significa « scuola della
setta », «luogo dove si insegna la dottrina della setta », suona chiaramente :
«Sappiate che per la strada dove andavo ho incontrato degli avversari, allora
«ho cambiato cammino e sono andato dove vi era una scuola dei nostri ».
Ora è evidente che i realisti possono compiacersi di quel diect per cento
di idee limpide e bene espresse, devono contorcersi in molte dubbiezze per
spiegare, restando nel piano letterale, la enorme maggioranza di quelle altre
idee forzate, stiracchiate, goffe, fredde, che costituiscono la grande mag-
gioranza dei pensieri di queste poesie e devono rinunziare addirittura ad in-
tendere davanti all'ultimo gruppo di pensieri, annotando come spesso fanno
ca i critici realisti: «Qui non s'intende perchè scritto in gergo oscuro, secondo la
strana moda del tempo ».
Ebbene, l’intepretazione nostra invece, riesce, come vedremo, a spiegare
nella loro profondità i pensieri che non hanno nel piano letterale alcun senso,
riesce a liberare idee profonde dalle immagini d’amore spesso goffe o inadatte
e riesce a ritrovare nella loro essenza mistica anche quei pensieri che hanno as-
sunto una veste esteriore armonica ed elegante e che sono quel tale dieci per
cento circa che costituisce le poesie belle e soprattutto riesce ad eliminare
quella goffa annotazione : « gergo oscuro secondo la moda del tempo ».
Non solo, ma se dinanzi a noi resta ancora qualche oscurità, il fatto di-
(1) CINO DA PISTOIA: Rime, ed. cit., pag. 143.
78 CAPITOLO TERZO — L'IPOTESI DEL GERGO, ECC.
viene spiegabilissimo perchè riconosciamo di avere a che fare con una setta
segreta e con poeti che parlano spesso per sottintesi di avvenimenti che
conoscono essi solt, mentre nessuno potrà ammettere come legittime le oscu-
rità e le incomprensibilità quando si ritenga che questa poesia abbia soltanto
un senso letterale d’amore per le donne.
Ma per intendere veramente che cosa questi poeti si dicessero fra loro,
bisogna andare anzitutto a ricercare i precedenti delle loro simbolizzazioni
e delle loro ideologie.
CAPITOLO QUARTO
La “ Donna Sapienza ’’ prima e fuori del “ dolce stil novo ”
L’amorosa Madonna Intelligenza,
Che fa nell’alma la sua residenza,
Che co la sua bieltà m’ha ’nnamorato.
COMPAGNI, L'intelligenza,
Per ricercare i precedenti del movimento e delle simbolizzazioni che vo-
gliamo studiare, non è indispensabile e anzi non è prudente spingersi troppo
lontani. Sappiamo benissimo che alcune simbolizzazioni mistiche discendono
dalla più veneranda antichità, che sono passate attraverso i misteri e che
le loro diramazioni più tarde penetrano in tanti movimenti più o meno
mistici, più o meno segreti, dai quali è permeato tutto il sottosuolo della
storia. Ma queste vaste ricerche, per quanto attraenti, disperdono facilmente
le energie e spesso sono poco fruttuose.
Sono poco fruttuose per la semplice ragione che in questi movimenti se-
greti e settari certe forme esteriori e magari certe simbolizzazioni permangono
o si trasmettono da un movimento all’altro, mentre la sostanza del movimento
si trasforma profondamente. Gergo, riti e simboli possono essere simili o
identici in movimenti che nello spirito sono lontanissimi tra loro.
Il non aver considerato questo fatto trascinò il Rossetti ad una inda-
gine troppo vasta e troppo confusa.
Contro le sue conclusioni io credo di poter affermare, come risultato
della mia indagine, che il movimento dei « Fedeli d'amore » anzitutto non è un
movimento grettamente politico e ghibellino come egli credette da principio,
quantunque per quello stretto legame che la politica aveva con la religione nel
Medioevo, esso abbia portato evidentemente quasi tutti i suoi adepti a deter-
minati atteggiamenti politici. Quel movimento inoltre se pure qualche filo
sotterraneo lo ricolleghi a un antico pitagorismo italico o agli antichi mi-
steri, come pensò in seguito il Rossetti, è un movimento profondamente cat-
tolico nello spirito, per quanto diretto proprio principalmente contro la cor-
ruzione della chiesa carnale. Esso è proprio un fervido appello alla mistica
Sapienza incorruttibile contenuta nella Chiesa corrotta.
E basterebbe questo per liberarci da quel grosso errore del Rossetti (uno
di quelli che furono fatali a lui ed alle sue idee), per il quale egli vide nel mo-
80 CAPITOLO QUARTO
vimento dei « Fedeli d'amore » uno spirito precursore della Riforma, mentre
quello spirito si muoveva in senso del tutto opposto all’individualismo prote-
stante, si muoveva nel senso tradizionale della eresia italiana, che tendeva
sempre ad affermare la santità fondamentale della Chiesa e la unità dello spi-
rito religioso anche quando assaliva violentemente la Chiesa corrotta perchè
essa non attuava il suo mandato evangelico originario.
E soprattutto questo movimento non ha nulla a che vedere secondo me
(malgrado qualche lontana analogia di forma comune a quasi tutti i movimenti
segreti e iniziatici), con la Massoneria modernissima di carattere laico o vaga-
mente teista, perchè, lungi dall’aspirare alla libertà e alla laicità del pensiero,
culmina nel suo momento più felice nella formula dantesca della Croce e
dell'Aquila, formula che santifica l'autorità assoluta della Chiesa (purificata)
e dell'Impero.
Io non voglio tediare il lettore costringendolo a rifare con me tutta la
strada che mi ha portato alle mie conclusioni. Quando si riscostruisce dai suoi
frammenti una statua infranta, si presenta la statua ricomposta : è inutile
raccontare per quali tentativi si giunse a ricomporla. Il combaciare perfetto
dei frammenti e la significazione dell’insieme sono la sola prova della buona
ricostruzione.
Per illuminare la dimostrazione che verrà dopo, io dico subito quale ri-
sulta la composizione dell'idea segreta dei « Fedeli d'amore » secondo la mia
indagine, la quale indagine se (specie in questa parte) utilizza cautamente
anche l’opera del Rossetti e del Perez, è ben lontana dall’accettare tutte le
conclusioni e le confusioni del primo e dal limitarsi alle poche cose che di-
mostrò (ma assai lucidamente) il secondo.
Il movimento dei « Fedeli d’amore » non si intende, secondo me, se non
come il risultato del confluire di cinque diverse tradizioni.
I) Una tradizione più propriamente filosofica che, muovendo dall’Ari-
stotelismo interpretato da Averroè, usava rappresentare in figura di una
donna «l'intelligenza attiva », cioè quella intelligenza unica e universale (l’in-
telletto attivo contrapposto all’intelletto fassivo, che è proprio di ogni indi-
viduo), che avviva di sè l’intelletto dell'individuo ed è quella che lo conduce
alla conoscenza delle supreme eterne idee inattingibili coi sensi, quindi alla
vera pura contemplazione ed a Dio.
2) Una tradizione mistico-platonica la cui espressione si trova sia nello
gnosticismo sia nei libri mistico-platonici della Sapienza e del Cantico dei Can-
tict (i libri pseudo salomonici della Bibbia), la quale da secoli e secoli aveva
rappresentato la Sapienza che vede Iddio come una donna amata, donna che
la tradizione ortodossa, in perfetta logica, interpretava poi come la Sapienza
della Chiesa stessa in quanto della Sapienza che vede Iddio (Rivelazione) essa
si sentiva depositaria.
3) La tradizione del misticismo cattolico ortodosso che, specie attraverso
S. Agostino, Riccardo da S. Vittore ed altri, aveva raffigurato in una determi-
LA «© DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL «DOLCE STIL NOVO » 8I
nata donna della Scrittura e precisamente in Rachele (la vicina e compagna di
Beatrice !) la virtù della vita contemplativa, ossia la Sapienza santa oggetto del-
l’amore di Giacobbe e, secondo Agostino, mèta e sospiro di «ogni piamente
studioso ».
4) Quella tradizione sia ortodossa che eterodossa, la quale dichiarava la
Chiesa di Roma corrotta dai beni mondani, tradizione che, quando si mante-
neva nei limiti più ortodossi, si contentava di riformare lo spirito e i costumi
ciella Chiesa mondana (movimento francescano ortodosso), quando si spingeva
a maggiori ardimenti (Catari, Valdesi, movimento francescano eterodosso),
dichiarava addirittura la parola della Chiesa corrotta per la corruzione morale
della Chiesa stessa e rifiutava ad essa l'obbedienza appellandosi alla Verità o
Sapienza incorruttibile rivelata un giorno alla Chiesa, ma della quale questa
nella sua manifestazione carnale non era più la vera e degna espressione.
5) La tradizione settaria dell’uso del doppio linguaggio, cioè del discor-
rere a doppio senso, per sfuggire alla «gente grossa » e più ancora alla au-
torità nemica, tradizione che, largamente diffusa dal Manicheismo in Persia,
penetrò naturalmente tra gli eretici che dai Manichei più o meno direttamente
discesero (Catari e Albigesi), tradizione affine a quella che aveva generato i
« Fedeli d’amore » persiani (mistici esaltatori dell'amore di Dio sotto il velo
della poesia d’amore) e che allo stesso modo, nell'ambiente albigese di Pro-
venza e negli ambienti ereticali di Francia, penetrò nella poesia d'amore
nascondendo sotto di essa pensieri mistici e settari.
Alcune di queste diverse tradizioni già si erano avvicinate tra loro. Ad
esempio la tradizione filosofica della « intelligenza attiva » e quella più propria-
mente mistica della « Sapienza santa », mentre d'altra parte la lotta contro la
corruzione della Chiesa si era legata naturalmente con l’uso del linguaggio se-
greto delle sètte. Nel periodo e nelle persone delle quali ci occupiamo, tutte
queste tradizioni riconfluirono insieme.
Soltanto quando potremo conoscere con maggiore certezza i particolari
di questo interessante substrato della vita del duecento e del trecento, po-
tremo meglio determinare quanto dell'una e dell’altra tradizione contribuì
a formare la vera dottrina del gruppo a cui appartenne Dante. Certo è che
questi diversi elementi tradizionali dominarono in modo non perfettamente
identico lo spirito dei singoli « Fedeli d'amore ». Costoro, personalità emi-
nenti e di diversa cultura e di diverso temperamento, pure accettando il lin-
guaggio convenzionale e riunendosi in un gruppo che ebbe vita tempestosis-
sima (scissioni, dispersioni, rinnovamenti e filiazioni infinite e contatti e com-
binazioni con altri gruppi analoghi), erano più suscettibili, gli uni alla tradizione
più propriamente filosofica (Guinizelli, Cavalcanti, Compagni), gli altri alla
tradizione mistica (Dante). Gli inferiori si limitavano per lo più a parlare
della donna come figura della setta senza i profondi ardimenti anfibologici
con i quali Guido Cavalcanti e Dante diffondevano la gloria della Sapienza
santa sotto le parole d’amore.
6 a VALLI.
82 i CAPITOLO QUARTO
Ecco perchè in questa poesia affiora di volta in volta ora l’elemento più
propriamente filosofico, ora l'elemento mistico, ora l’attesa apocalittica del
rinnovamento venturo (detto in gergo « il tempo verde » o «il tempo novello »
in contrapposizione al «tempo freddo » nel quale domina la Chiesa corrotta),
ora la preoccupazione e le discussioni puramente settarie, quelle riguardanti —
si potrebbe dire — l’organizzazione e la vita interna della setta, le quali dai
vertici dell'amore mistico fanno precipitare infatti la poesia con nostra
grande sorpresa) nelle molte aspre contese personali con Amore e tra i « Fe-
deli d'amore » e nel pettegolezzo volgare.
Ma non potremo intendere questa confluenza delle cinque tradizioni so-
pra indicate senza aver parlato un po’ partitamente di ciascuna di esse.
I. LA « INTELLIGENZA ATTIVA » E LA SUA FIGURAZIONE IN DONNA AMATA.
— Per quanto riguarda questo argomento io non posso far di meglio che uti-
lizzare i capitoli VII, VIII e X del mirabile libro di Francesco Perez La Bea-
trice svelata. Ciò potrà mostrare anche meglio che noi, i cosiddetti fazzi fan-
tasticatori ricercatori di allegorie e di segreti, camminiamo con passo lento
ma regolare da più di un secolo l’uno dietro l’altro, mentre i positivissimi
filologi perduti dietro le minuzie delle parole e dietro la falsa autorità dei vecchi
commentatori (i quali erano o troppo ignoranti per conoscere bene quel che
dicevano o troppo furbi per dirlo), si disperdevano inseguendo le più fanta-
stiche e contraddittorie realtà sempre impalpabili.
Il Perez adunque pose e dimostrò la tesi che la Beatrice della « Vita Nuova »
st identifica con l'Intelligenza attiva 0 Sapienza. Egli errò, a mio parere, arre-
standosi a questa identificazione e non si avvide che gli argomenti che vale-
vano per Beatrice valevano perfettamente per le altre donne dei « Fedeli
d’amore » somigliantissime a Beatrice in tutto e per tutto e che, come Vanna
di Guido Cavalcanti, fasseggiavano con lei e erano della stessa natura.
Ma vediamo un poco che cosa sia questa Intelligenza attiva e quando, dove
e come prese figura di donna.
Partendo dal concetto platonico che le idee hanno una loro realtà sepa-
rata dagli oggetti e separata dall’intelletto, Aristotile e i Peripatetici si posero
il problema del come l'intelletto possa attingere le idee, reali, immutabili, le
quali non cadono sotto è sensi. Aristotile stesso aveva pensato nell’intelletto un
principio che fosse quasi recipiente e specchio delle idee universali, che avesse
cioè la possibilità di intendere queste idee, di rispecchiarle, di pensarle. Egli
disse che la natura di questo principio è appunto di essere possibile (I).
Di qui derivò, specie attraverso le scuole alessandrine ed arabiche, la de-
signazione di tnfelletto possibile data al principio intellettuale in quanto ha la
possibilità di rispecchiare le idee universali scevre da ogni mistura di particolare
e concreto (2).
(1) De Anima, lib. III, Cap.I, te. 5. (2) PEREZ: OP. cit., pag. 146.
LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL « DOLCE STIL NOVO » 83
Ma già Aristotile aveva accennato al fatto che, se l'intelletto possibile
rispecchia le idee a quel modo che l'occhio vede le cose, a quel modo che lo
specchio riflette le immagini, deve esistere un principio attivo che stia all'in-
telletto possibile come la luce sta all'occhio o allo specchio, un principio per il
quale cioè la semplice possibilità di conoscere, che costituisce l'intelletto possi-
bile, venga in atto. E questo principio diventò quel che si disse la Intelligenza
attiva o Intelletto attivo.
Questa Intelligenza attiva sta all’intelletto possibile come la forma alla
materia, come l’arte pittorica alla nuda tela, come la luce all'occhio : è ciò
che dà l'essere all’intelletto in quanto lo pone in atto. Le idee universali intelli-
gibili vengono rispecchiate nell’intelletto passivo soltanto der opera dell’In-
telligenza attiva, come gli oggetti nell'occhio per opera della luce. Fssa è
quindi «la luce della mente », est quasi lux : lux enim quoquomodo etiam
facit colores, qui sunt in potentia, colores in actu. Essa rivela le eterne idee (I).
« Questa intelligenza, universale, unica, illuminatrice delle menti umane,
è separata, estrinseca, immortale, perpetua » (2). « Lo intender per essa è la
massima beatitudine cui possa l’uomo aspirare, anzi lo fa più che uomo, di-
vino » (3). « Essa è principio di ogni unità riducendo il molteplice all’Uno :
è la rettitudine istessa » (4).
La dottrina dell’Intelligenza attiva si sviluppò ampiamente in diversis-
sime scuole, sia puramente filosofiche, sia mistico-religiose. Nella linea più
rigidamente filosofica si svolse soprattutto presso gli aristotelici arabi. Aver-
roè, commentando Aristotile, aveva detto che, come in ogni ente sensibile
concorrono due elementi : la materia (possibilità) e la forma (atto), così
nell’essere intellettivo concorrono : da un lato l'intelletto possibile o materiale,
dall’altro la intelligenza attiva o formale. La tendenza naturale di quell’ele-
mento che rappresentava la materia era quella di congiungersi con la sua
forma, cioè di acquistare esistenza in atto. Questa tendenza di ogni materia a
prendere la forma a lei destinata, era stata più volte dagli scolastici conside-
rata metaforicamente come amore. Atto di amore era simbolicamente l’unione
della potenza con la intelligenza, della materia con la forma. Ed all’atto di
amore venne assimilata quindi la tendenza dell'intelletto possibile a congiungersi
con l'intelligenza attiva, a diventare cioè Sapienza in atto (5).
Gli scolastici chiamavano addirittura copulatto (connubio) l'unione del-
l'intelletto possibile con l'intelligenza attiva. E Averroè dice: « Intellectus
duplicem nobiscum habet copulationem n. — « Intellectus in potentia per co-
(1) ARISTOTILE: De Anima, cap. 3, te. 17, 18; cap. 2, te. 14 e passim — PEREZ:
Of. cit., pag. 147.
(2) Id. sd., cap. 3, te. 19, 20.
(3) Metaphisica, L. XII.
(4) De Anima, Lib. I, cap. I, te. 47; lib. III, cap. 3, te. 22 e te. 51. — Vedi PEREZ:
Op. cit., pag. 148.
(5) PEREZ: Od. cit., cap. XI.
84 CAPITOLO QUARTO
pulationem cum ‘intellectu agente, intelligendo ipsum, intelligit res abstractas
omnes ». — « Intelligere est valde voluptuosum » (1). E c'è un opuscolo di Aver-
roè che ha per titolo addirittura : Della beatitudine dell'anima e del connubio
della Intelligenza astratta con l’uomo, che comincia così : « Trattando di questo
nobilissimo tema, è mio intendimento chiarire la massima beatitudine dell’ani-
mo umano nella sua suprema ascensione. E dicendo ascensione intendo il suo
perfezionarsi e nobilitarsi in modo che si congiunga con la Intelligenza astratta,
e siffattamente uniscasi a quella che diventi uno con essa ; e questo senza
dubbio è il supremo grado della sua ascensione » (2).
Ma nel commento della Metafisica la figurazione della unione con l’In-
telligenza attiva quale amore diventa anche più precisa ed egli scrive :
« È opinione di Aristotile che la forma degli uomini in quanto sono uomini
non è che per la loro unione con l’Intelligenza, la quale egli dimostra, nel
libro De Anima, essere il nostro principio agente e movente. Or le intelli-
genze astratte per due modi sono il principio di ciò di cui sono il principio,
cioè, secondo che sono moventi e secondo che sono fine. Però la Intelligenza
attiva, in quanto è astratta ed è nostro principio è 1npreterebile, che muova
noi come l'amata muove l'amante : e se ogni cosa mossa è necessario si congiunga
a ciò che è sua causa finale e che la move, necessario è che da ultimo ci con-
giungiamo a tale intelligenza astratta.... benchè in noi ciò segua per breve
tempo come disse Aristotile » (3).
Di questa « Intelligenza universale » o « Intelligenza attiva » parla lun-
gamente anche tutta la scuola tomista dicendo che l’Intelletto possibile nulla
intenderebbe se l’Intelligenza attiva non illuminasse gli intelligibili e con quelli
lui stesso elevandolo al grado di intelletto speculativo. Il reiterarsi e l’uso di
questo modo di intendere fa sì che di più in più si venga assimilando alla
intelligenza universale, tanto da prender forma da essa in modo aderente e du-
revole come il diafano dalla luce » (4).
Questa ultima idea è particolarmente preziosa per intendere il mistero
della poesia d'amore e comprender come sotto le sue formule si celebrasse ap-
punto questo connudio con la suprema qanlelligenza nel quale l'amante si assimi-
lava con l'amata, e finiva col dire come Cecco d'Ascoli : « Dunque io son Ella ».
Gli scolastici, dunque, parlavano di questo penetrare che l’Intellisenza
attiva fa dell’intelletto possibile assimilandolo al penetrare che fa la luce nel-
l'oggetto diafano. Ebbene Guido Cavalcanti, spiegando da che cosa viene l’amore,
usava proprio la stessissima formula e aggiungeva che l'Amore nasce da una
« forma che prende luogo e dimoranza nell’intelletto possibile come nel suo
(1) Zd. id., pag. 220 e seg.
(2) Id. id., pag. 221.
(3) AVERROÈ : Comm. in Metaph., XII, cap. 2, co. 38, car. 339, I et V. (PEREZ:
id. id., pag. 222).
(4) PEREZ: OP. cit., pag. 192.
LA « DONNA-SAPIENZA »® PRIMA DEL « DOLCE STIL NOVO » 85
proprio subbietto » e che quindi, aggiungo io, non può essere altro che l’Intel-
ligenza attiva, poichè l’intelletto possibile è il subbietto proprio e soltanto
dell’Intelligenza attiva.
Amore ...
In quella parte dove sta memora
prende suo stato si formato come
Diaffan da lime ...
Vien da veduta forma che s'intende
Che prende nel possibile intelletto
Come in subietto loco e dimoranza (1)
Dunque Guido, che è il capo dei « Fedeli d’amore », che è « sol colui che
vede amore » secondo Gianni Alfani, spiegando che cosa l’amore sia, dice
che viene da una forma la quale « prende loco nell’intelletto possibile come nel
suo subbietto ». Ma non viene con ciò a dire direttamente che esso è l'unione
dell’intelletto possibile con l’Intelligenza attiva ?
Dice che viene formato come il diafano dalla luce. Non ripete la stessa
parola con la quale si designava nella filosofia l'unione dell'intelletto possibile
con l’Intelligenza attiva, quella unione che era già pensata come amore, come
voluptas, addirittura come copulatio ?
E tutto quel complicato dottrinarismo della poesia di Guido Cavalcanti
dove sono questi versi non dimostra nel modo più evidente che qui si parla di
filosofia mistica e non di amore di femmine ? Rileggeremo questa canzone e
vedremo che di amore non ce ne è neppure una traccia.
E quando un altro compagno di amori di Guido e di Dante, cioè Dino
Compagni, scrive addirittura un poema su « L’amorosa Madonna Intelligenza
Che fa nell’alma la sua residenza » e dice che essa giunge fino all’Empireo,
che dà potestà su tutto ciò che st ama, che tragge l’anima di guerra e simili,
dobbiamo pensare che fantasticasse per suo conto da scimunito, o che ripren-
desse il motivo ben noto e comprensibile a tutti della Donna-Intelligenza che
in Dante si chiama Donna-Sapienza ? E quando troviamo tutte quelle donne
sapienti e la Beatrice che sta alla fontana d'insegnamento, dobbiamo credere di
avere davanti questa o quella femmina o non piuttosto sempre e soltanto
l’amorosa Madonna Intelligenza ?
2. LA MISTICA « SAPIENZA » PENSATA COME DONNA NEL NEOPLATONISMO
E NELLO GNOSTICISMO. — Abbiamo visto come già nella rigida linea filosofica
l’Intelligenza attiva sia stata assai prima di Dante e intorno a Dante pensata
come donna, sia stato pensato come amore il congiungimento dell'intelletto
possibile con tale Intelligenza attiva e come la poesia del « dolce stil novo »
porti indubitabili segni del fatto che l’amore che essa cantava era, almeno
qualche volta, proprio questa specie di amore intellettuale.
(1) Vedi la canzone Donna mi prega, CAVALCANTI: Ed. cit., pag. 123.
86 CAPITOLO QUARTO
Ma fuori della corrente più rigidamente filosofica, nel campo mistico-
religioso, la dottrina della Intelligenza pura e della Sapienza santa aveva
avuto già larghissimo sviluppo e anche in questo campo essa si era già da
secoli e secoli impersonata in una donna. Tra gli ebrei ellenizzanti fortemente
influenzati da Platone e dai platonici, si era naturalmente diffusa la conce-
zione di una divina Sapienza legame tra Dio e l'uomo, essere separato, come
tutte le idee di Platone, sostanza pura e santissima, divino pensiero attraverso
il quale Dio aveva creato tutte le cose e per un raggio del quale soltanto si
poteva giungere a Dio. e
Conosciamo questa divina Sapienza in tutte le sue diverse manifesta-
zioni. Nella tradizione neoplatonica essa divenne il Logos, ipostasi del divino
pensiero che si preparava a divenire nel pensiero cristiano la seconda Persona
della Trinità, dopo che il quarto Vangelo lo aveva identificato col Cristo,
affermando che nel Cristo il Logos si era fatto carne.
Nella confusa e diffusa e multiforme tradizione gnostica essa riapparve
talora col nome di Ewxnoia e col nome di Sofia. Con l'uno e con l’altro
nome essa prendeva la figura di una donna e diveniva eroina di dramma-
tiche vicende.
Ennota era, secondo la dottrina che Ireneo (I) attribuisce a Simon
Mago, una specie di Prima mens che conosceva i disegni del Padre e generò gli
angeli e gli arcangeli, che alla lor volta crearono il mondo, e che fu imprigio-
nata da questi e tormentata. Essa si era incarnata attraverso i secoli in molti
corpi dî donna, tra i quali in Elena greca, e ora era chiusa nel corpo di una
povera femmina che Simon Mago aveva comperata a Tiro e che sempre
conduceva con sè.
Sofia apparisce come persona o Eone in molte forme dello gnosticismo, ma
particolarmente importante è quel Canto nuziale di Sofia nel quale Bardesane,
lo gnostico valentiniano vissuto tra il secondo e il terzo secolo, esaltava con
calde parole e con minuti particolari questa divina Sofia in forma di donna
e di sposa.
La mia sposa è una figlia della luce,
essa ha la magnificenza dei re.
Altero e affascinante è il suo aspetto:
gentile e di pura bellezza adorno;
le sue vesti somigliano a bocciuoli
il cui profumo è fragrante e grato
Essa pone veracità nella sua testa
e mulina la gioia ne’ suoi piedi.
La sua bocca è aperta : e ciò ben le si conviene
chè puri canti di lode con essa ella parla.
I dodici apostoli del figlio
e settantadue inneggiano in lei.
(1) Adversus haereses I, 23.
LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL « DOLCE STIL NOVO » 87
La sua lingua è la cortina della porta
che il sacerdote solleva ed entra.
La sua stanza nuziale è luminosa.
e del profumo della liberazione ripiena.
Incenso è posto nel suo mezzo
(consistente in) Amore e Fede
e Speranza e fa tutto odorante.
Dentro è la Verità in essa sparsa
le sue porte sono adorne di veracità.
I suoi paraninfi la circondano,
tutti quelli che essa ha invitato;
e le sue vergini compagne (con loro)
cantano innanzi a lei la lode (I).
E così continua con altre immagini del genere concludendo che i viventi
stanno a guardare se il suo sposo venga per entrare nel gaudio eterno, perchè
essi «han bevuto dell’acqua vivente che non li fa languire ed aver sete »
e conclude : « Rendete grazie allo spirito per la sua Sapienza ».
Il mito di Sofia (la Sapienza personificata) era, come è noto, il centro
della cosmogonia nella dottrina dei Valentiniani. Essa era una specie di anima
del mondo, mediatrice tra la parte superiore e la parte inferiore di esso e (pro-
prio come la Intelligenza attiva) proiettava nel cosmo i tipî e le idee del
Pleroma (2). Secondo Ippolito essa aveva commesso la colpa di voler imitare
il Padre nel suo creare e da questa sua colpa era derivata la creazione del
mondo imperfetta. Cristo fu creato appunto per redimerla e con la redenzione
di lei sanare questo infelice mondo da lei prodotto.
Nella Pistis Sofia essa apparisce come il tredicesimo Fone che, per or-
dine del Primo Mistero, fissò lo sguardo nell’altezza e desiderò oltre le sue
forze, di ascendere, onde la sua caduta, la sua sofferenza, il suo pentimento,
la sua nostalgia della luce già veduta, che dura in essa in questo esilio, la sua
purificazione, la sua redenzione trionfale, che finisce col fatto che essa schiaccia
ai suoi piedi il basilisco dalle sette teste (3).
Non ricordo queste cose nell’intento di perseguire tutte le varie mani-
festazioni che la Sapienza personificata in donna ebbe nello gnosticismo nè per
approfondire ora quali rapporti poterono legare gli avanzi del movimento
gnostico al movimento dei « Fedeli d’amore ». Io mi limito a constatare che
la personificazione della Sapienza santa in donna era cosa comunissima în tutti
gli ambienti mistici e di derivazione più 0 meno direttamente neo-platonica, sia
nell’Oriente che nell’Occidente.
(1) Vedi BUONAIUTI: Lo gnosticismo. Roma, 1907, pag. 187 e seg.
(2) Il Pleroma era l’insieme degli Foni, cioè degli enti supremi, che erano ipostasi
delle supreme idee.
(3) MEAD: Frammenti di una fede dimenticata, Milano 1909, pagg. 344-48.
58 CAPITOLO QUARTO
3. LA MISTICA « SAPIENZA » PERSONIFICATA IN DONNA NELLA BIBBIA. —-
Del resto già prima che la divina Sapienza prendesse i nomi di Ennota o di
Sofia e prendesse figura di donna nei complicati pensieri degli gnostici, la Sa-
pienza ipostasizzata, platonicamente concepita come Ente, non aveva preso
chiaramente figura di donna e non aveva suscitato commoventi canti dî amore
in libri che hanno trovato posto tra i libri canonici : i libri attribuiti a Salo-
mone e specialmente la Sapienza e il Cantico dei Cantici ?
Soltanto la incredibile superficialità della critica «positiva » può far
credere ancora a qualcuno che Dante Alighieri abbia un bel giorno fatto la
geniale invenzione di raffigurare nella donna da lui amata, moglie di un suo
concittadino, la Sapienza santa, mentre la Sapienza santa aveva figura di
donna amata da secoli e secoli nella filosofia e nella religione e ne erano piene
persino le carte della Bibbia !
IL,a Sapienza di Salomone, la donna amata nel Cantico der Cantici sono
già descritte con molti dei tratti precisi con i quali verrà poi descritta nella
Vita Nuova la Beatrice di Dante. L'autore della Sapienza dice di averla amata
quando era giovinetto, di averla cercata în isposa, di essere stato innamorato
del suo aspetto quando era fuer ingentosus e aveva sortito antmam bonam.
«Questa io ho amato e cercato fin dalla nia giovinezza e procurai di
prendermela in isposa e divenni amatore della sua bellezza.... Lei dunque mi
risolvei di prendere a convivere con me, ben sapendo come ella comunicherà
imeco i miei beni e mi consolerà nelle cure e negli affanni.... E il convivere
insieme con essa non ha tedio, ma consolazione e gaudio (I)... Ora io ero
fanciullo ingegnoso ed ebbi in sorte un’anima buona » (2).
E come è descritta questa Sapienza ? Proprio quale una donna che cam-
mina per via come camminava Beatrice : « Luminosa ed immarcescibile ell’è
la Sapienza ed è facilmente veduta da quei che l’amano, ed è trovata da quei
che la cercano (3). Ella previene color che la bramano, ed ella la prima ad essi
si fa vedere.... Perocchè ella va attorno cercando chi è degr:io di lei e per le
strade ad essi dolcemente sì mostra (Mostrasi sì piacente a chi la mira!)
e con ogni sollecitudine va incontro ad essi » (4).
Ma non sentite l'eco lontana, ma pur evidente, della famosa esalta-
zione : « Tanto gentile e tanto onesta pare....»? É non risentite poi l’appella-
tivo stesso che Dante dà a Beatrice « O isplendor di viva luce eterna » (5)
nell’attributo che le dà questo libro di « candor lucis aeternae ? » (6). E non ri-
sentite l’unità perfetta di queste due donne nel grido col quale la donna del
poeta è invocata nel Paradiso terrestre; « Veni sponsa de Libano » ? (7).
E non è proprio il Cantico der Cantici che la invoca così sotto la forma di
uno dei « ventiquattro seniori » che sono i libri del vecchio ‘léstamento ?
F non è Salomone, il creduto autore di questi libri, colui che è esaltato da Dante
(1) VIII, 16. (2) VIII, 19. (3) VI, 13. (4) VI, 17. (5) Pureg., XXXI,
139. (6) VII, 26. (7) Pure., XXX, II.
LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL « DOLCE STIL NOVO » 89
come quegli che fu più vicino di tutti alla Sapienza (« A veder tanto non surse
il secondo ») ? (I).
La donna del Cantico dei Cantici ha tratti personali apparenti ben
caratteristici, le sue bellezze sono assai sottilmente e talora veristicamente
elencate ed analizzate, la sua passionalità femminile apparentemente è ben
più viva di quella delle evanescenti donne del « dolce stil novo » ; la ricerca
che ne fa l'amante è ben fiù appassionata e sensuale di quella che fanno
Dante o Cino della loro donna ; ma tutti sanno che la donna del Cantico dei
Cantici è semplicemente il simbolo della Sapienza santa e l’interpretazione che
dà ad essa la Chiesa non si allontana affatto sostanzialmente da questa, perchè
la Chiesa è appunto Colei nella quale la Sapienza santa che vede Iddio si
impersona e vive.
Quei critici « positivi » che mi citeranno quelle poche frasi qua e là dif-
fuse nella poesia del « dolce stil novo » ove pare lampeggi un raggio di vero
amore, ripensino se non vogliono trarre conclusioni superficialissime ai lampi
di verissima sensualità che balenano nel Cantico dei Cantici, ripensino alle
«mammelle più dolci del vino » che sono una idea mistica e non sono mammelle,
ripensino a tutte le parti del corpo della donna esaltata così dolcemente e
che sono idee mistiche, ripensino al dolce sonno della fanciulla tra i fiori, alle
espressioni così calde e frementi da far impallidire ogni parola d'amore dei
poeti del « dolce stil novo ». Eppure quella non è una donna e quell'amore è
mistico e tutto è figurazione, simbolo, gergo a:natorio, e si riconosce per gergo
amatorio perchè la tradizione ce lo dice, la tradizione che ha immesso quel
libro tra i libri sacri del Vecchio Testamento.
Se questa /fradizione non esistesse, i critici « positivi » leggendo il Can-
tico det Cantici sono certo che col loro metodo « positivo » andrebbero a cer-
care nome, cognome, anno di nascita e paternità.... della Sposa dei Cantici!
Ebbene, per quanto riguarda il « dolce stil novo » la tradizione fu anneb-
biata per la paura di chi sapeva e per il fatto che in seguito l'onda della vera
lirica d'amore si sovrappose alla poesia mistica, quando la fiamma dello spi-
rito mistico si attenuò o si spense. Ma esisteva e la rintracceremo.
Bisogna però insistere un poco su quel processo per il quale la divina Sa-
pienza celebrata nel Cantico dei Cantici (pensiero di origine platonica) venne
interpretata poi dalla Chiesa come la Chiesa stessa.
Mentre quel notissimo personaggio che è la Donna-Sapienza prendeva
tanta importanza tra gli gnostici ed in quel misticismo occulto che per antica
tradizione ha riconosciuto Salomone, il mistico amante di questa donna, come
suo fondatore e capo, e la figura di questa Donna-Sapienza si ritrovava nelle
inimagini non ortodosse di Sofia e di Ennoia, la Chiesa con uno di quei suoi
abilissimi incameramenti dichiarava che la donna dei Cantici era precisamente
la Chiesa. E, ho detto, non si allontanava affatto dalla verosimiglianza. Evi-
(I) Par., X, 114.
90 CAPITOLO QUARTO
dentemente se la Chiesa era illuminata da Dio e possedeva la rivelazione, di-
ventava lei la depositaria della Sapienza santa che vede Iddio. Essa con la sua
dottrina, diventava la vera mediatrice tra l’intelletto e Dio, si identificava con
quella divina Sapienza. La divina Sapienza invece di essere tramite diretto
tra Dio e l’Intelletto possibile dell'individuo, prendeva il nome di Azvela-
zione.
La Rivelazione storico-collettiva consegnata alla Chiesa, sostituendosi
a quella Intelligenza attiva che nella filosofia pagana si può considerare come una
rivelazione individuale dei veri eterni (le idee), ne ereditava in certo modo non
soltanto la funzione, ma anche la immagine mistica e poetica, che ne aveva
fatto una donna.
Così mentre da una parte, in Oriente, la misteriosa Donna-Sapienza si
moltiplicava nelle varie figure della Gnosi e infine riappariva nella misteriosa
« Rosa » celebrata dai poeti d’Oriente, e si confondeva con la donna simbolica
dei Sufi, l'oggetto della poetica passione dei « Fedeli d’amore » della Persia,
presso la Chiesa cattolica essa assumeva con perfetta logica le caratteristiche,
la figura, il nome della Chiesa rivelatrice.
Nei « Fedeli d'amore » dell'Occidente riconfluirono le due diverse tra-
dizioni e la mistica donna riapparve.
Chi era? Da principio aveva un nome vago, convenzionale : « Rosa »,
« Fiore » ; prese poi altri nomi, ma talora essa rivelava tratti prevalentemente
filosofici e il suo carattere di Intelligenza attiva, ora si mostrava come Sa-
pienza mistica, essenza della rivelazione cattolica, Sapienza portata in terra
dal Cristo e consegnata alla sua Chiesa.
Ma intanto era avvenuta una grande, una terribile cosa : un fatto che
pesa come un incubo invincibile su tutta la coscienza religiosa del Medioevo :
la Chiesa si era corrotta. Il vaso destinato a portare la Sapienza santa, la
santa Rivelazione, era diventato ricettacolo di corruzione, era stato rotto
dal demonio (« Il vaso che il serpente ruppe », dirà Dante nell'ultimo canto
del Purgatorio). Ebbene, si è forse per questo distrutta la santa divina
Sapienza ? Forse che per questo è negato a tutti e per sempre di conoscerla,
di amarla, di ricercarla con purezza di cuore e con ardore di spirito ?
No, rispondeva la coscienza religiosa degli uomini. Ed ecco che anime
nobili e ferventi di spirito religioso la ricercano sotto il velo di simboli, le
dànno il nome di « Rosa » o di « Fiore », continuano a darle il nome, la figura
di una donna amata. Circondati dalla diffidenza della Chiesa, alla quale essi nel
loro intimo non riconoscono der ora la dignità di parlare in nome di quella
Sapienza santa che essi amano, dànno ad essa un nome diverso per ciascun
fedele e ne parlano tra la «gente grossa » e sotto gli occhi degli inquisitori
come di una donna annata.
Essi conciliano così la loro fede nella santa Rivelazione cattolica con la
certezza che la Chiesa carnale corrotta non parla più ora in nome di quella
santa Rivelazione, di quella divina Sapienza e, come ho già detto, sotto il
I,A «€ DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL «DOLCE STIL NOVO » QI
velo dello strano simbolismo d’amore, si: appellano alla incorruttibile Sapienza
della Chiesa contro la Chiesa stessa che si è corrotta, contro la Chiesa carnale
che, affannata dietro i beni mondani, è fatta ormai dimentica di lei e che
anzi la nasconde o la perseguita nella parola dei dissidenti, che si sentono
i veri seguaci, i veri fedeli della Sapienza santa.
4. « RACHELE-SAPIENZA » E L'AMORE DI GIACOBBE SECONDO S. AGOSTINO.
— Mentre l’idea aristotelica della Intelligenza attiva si diffondeva in diversi
rivi con aspetti più propriamente filosofici o con aspetti più netttamente mi-
stici, nel campo più ortodosso e in quello meno ortodosso, ma in tutti i campi
con la tendenza ad impersonarsi facilmente in una donna amata, la interpre-
tazione simbolica data da S. Agostino ai libri sacri riprendeva in forma alquanto
diversa l’idea di personificare non in una donna astratta, ma addirittura in un
determinato personaggio della Storia Sacra, in Rachele, la «Sapienza che vede
Iddio ». Questa idea-personaggio platonica riappariva così in forma nuova e
anche più definita nell’ambito della ortodossia.
L'esposizione completa della dottrina di Rachele-Sapienza fatta da S. Ago-
stino si trova nella sua opera Contra Faustum, nella quale il Pascoli ravvisò
bene a ragione una delle fonti principalissime della Divina Commedia. Ma prima
di parlame vediamo come concepisce Sant'Agostino questa Sapienza. Egli
la concepisce proprio al modo dei platonici: consente con Plotino in molti
punti e scrive : « Nè costoro (i platonici) pongono in dubbio la impossibilità
«che alcuna anima razionale sia sapiente senza partecipare a quella 1ncom-
«mutabile Sapienza. E noi pure esistere una suprema Sapienza Divina cui solo
« partecipando si possa essere vero Sapiente, non solo concediamo, ma princi-
« palmente affermiamo » (1).
Per Agostino la ragione sta a capo della parte inferiore dell'anima costi-
tuita da senso, memoria e cogitativa, ma l’intelletto sta a capo della parte
più elevata, quella che conosce le tdee eterne che sono la immutabile ragione
delle cose (2). Spetta alla prima la scienza, la quale conosce, per bene usarne,
le cose terrene e caduche ed è suo fine la vita attiva ; alla seconda spetta
la Sapienza o cognizione di ciò che è assoluto e immutabile ed è suo fine la
beatitudine della vita contemplativa. « Però, disse San Paolo, ad alcuni essere
conceduta dal medesimo Spirito la parola di Scienza, ad altri quella di Sa-
pienza ; e quanto questa smisuratamente sia preferibile all’altra è facile giu-
dicare » (3).
Si ricordi il lettore di questa « Sapienza » smisuratamente preferibile alla
« Scienza » e si preparerà ad intendere il conflitto così vivo nelle ultime
pagine della Vita Nuova e nelle prime del Convivio tra Beatrice che è
(1) De Cons. Evang., Lib. I, c. 23, n. 335. — PEREZ: OP. cit., pag. 158.
(2) PEREZ: Of. cit., pag. 159.
(3) Sermo XLIII De Verbis Isaiae, c. 2. — PEREZ: Od. cit., pag. 159-160.
92 CAPITOLO QUARTO
Sapienza e la Donna gentile che è Scienza, che è cioè Filosofia razionale
contrapposta a quella Sapienza mistica che è intuizione e rivelazione del-
l'eterno.
Sant'Agostino definisce la « Sapienza » così: « Benchè individuali e mol-
teplici le menti umane, una è come è la Intelligenza cui tutte aspirano e alla
quale partecipano — essa è come la luce del sole, che, restando una in sè, si
moltiplica in quanti occhi la mirano » (I).
«Questa Intelligenza o Sapienza, è la immagine o verbo di Dio. La mente
umana non si rende capace di partecipare a quella se non quando, elevandosi
dalla regione dei sensi, si purga e purifica. Solo allora la mente ottiene il
principato nell'uomo. Per essa soltanto l’umana spezie eccede tutto ciò che si
contiene sulla terra » (2).
Il lettore consideri queste parole e le ricordi. Le consideri e vedrà come
questa Sapienza santa agostiniana, ortodossa, somigli perfettamente all’in-
telletto attivo dei filosofi pagani; ricordi come questa intelligenza « restando una
in sé st moltiplica in quanti occhi la mirano » e non si sorprenderà più che una
donna unica e mistica, rimanendo una in sè, si sia moltiplicata con vari nomi
negli scritti mistici di questi poeti, divenendo Beatrice per Dante, come si era
chiamata Rachele per Giacobbe e così di seguito, chiamandosi Vanna per
Guido Cavalcanti e Lagia per Lapo Gianni. Si ricordi infine il lettore della
frase agostiniana secondo la quale per la Sapienza sola « l'umana spezie eccede
tutto ciò che si contiene sulla terra » e la troverà ricopiata tale e quale nella
invocazione di Virgilio a Beatrice :
O donna di virtù sola per cui
l'‘imana spezie eccede ogni contento
da quel ciel che ha minor li cerchi sui (3).
Il Pascoli (4) riesumò dal Contra Faustum (XX, 52-58) di S. Agostino
la dottrina mistica riguardante Rachele-Sapienza. Lia e Rachele sono le due
vite a noi dimostrate nel corpo di Cristo: quella temporale del lavoro,
quella eterna della contemplazione.... Lia vuol dire laborans, Rachele Visum
principium (si noti bene che l’Intelligenza attiva è appunto quella che vede
i principi, le eterne idee delle cose e che Beatrice nella Vita Nuova «parea
che dicesse «Io sono a vedere lo principio della Pace ») Lia ha gli occhi cisposi,
difettosi, perchè la vita attiva è laboriosa ed incerta e perchè «i pensieri dei
mortali sono timidi e incerte le loro previdenze ». Rachele invece è «la Spe-
ranza della eterna contemplazione di Dio, che ha certa e dilettevole intelli-
genza di verità ».
) De Lib. Arbitrio, Lib. II, cap. IX, n. 27.
) De Genesis ad Litteram, Cap. XVI, n. 59-60, — PEREZ: Of. cit., pag. 160.
) Zuf., II, 26.
)
LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEI, « DOLCE STILI, NOVO » 03
Ogni piamente studioso ama Rachele e per lei serve paia Grazia di Dio che
ci dà la purificazione (dealbatio).
Chi serve alla Grazia però non cerca la Giustizia (nella quale si assom-
mano le virtù della vita attiva), non cerca Lia, ma vuol « vivere in pace nel
Verbo », ossia cerca Rachele.
Così Giacobbe serve a Laban che significa dealbatio non per Lia, ma per
Rachele. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva di aver
ottenuto Rachele, ebbe invece soltanto Lia e la tollerò pur non potendola
amare e l’ebbe cara per i figli che ella gli diede e servì poi altri sette anni
per ottenere Rachele. « Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell’i7m-
biarnchimento (dealbationis) dei suoi peccati, nella «sua conversione non fu
« tratto da altro amore che dalla « dottrina della Sapienza » (Rachele).
Tralascio quanto il Pascoli opportunamente dedusse da questo passo e
dai seguenti per la retta interpretazione della Commedia, nella quale Dante
giunge a Rachele (Beatrice) dopo sette e sette cerchi invece che dopo sette e
sette anni e ha la visione di Lia operante che in Matelda diviene anche veg-
gente, finchè diventa pura visione e contemplazione, pura Sapienza, in Beatrice.
Mi basta qui l’aver ricordato come nella simbolistica di S. Agostino l’amore
per la Sapienza (Spes aeternae contemplationis) sta pensato come amore per
una donna determinata e storica che è poi in Dante la compagna di Beatrice.
F anche fuori della Divina Commedia e fuori della poesia d’amore
dantesca si ritrova perfettamente questo ricordo dell’amore di Lia e di Rachele.
Il Boccaccio scrive :
Amor vol fede e con lui son legate
Speranza con timor e gelosia
E sempre con /eanza humanitate.
Onde sovente per Rachele a Lia
Fa star suggetta l’anima servendo
Con dolce voglia e con la mente pia (i).
Questo unicamente per ricordare che non Dante solo ricollega il suo
preteso amore terreno all'amore di Giacobbe per Rachele. Come Rachele è
la donna di «ogni piamente studioso », così Beatrice è la donna di quel « Fedele
d'amore » che è Dante (e abbiamo già visto che egli non ha mai detto di
essere stato solo a commuoversi dinanzi a lei), e così Vanna è la Rachele di
Guido, Costanza è la Rachele di Francesco da Barberino e via di seguito.
. LA MORTE DI RACHELE E IL SUO SIGNIFICATO MISTICO. — Il ricono-
Pa di Beatrice e delle sue simili quali pure personificazioni della Sa-
pienza santa, sembra urtare contro una obbiezione a prima vista gravissima.
I critici « positivi » ci getteranno innanzi con tono sdegnoso : « Ma che
andate fantasticando ? Ma se Beatrice morì ? Se Selvaggia morì, come mori-
(1) Rime, ed. Massera, pag. 31.
94 CAPITOLO QUARTO
rono tante altre donne di questi poeti? Questo non prova nella maniera più
evidente che si trattava di donne vere ? Forse che la mistica Sapienza muore ? ».
Sissignori. La mistica Sapienza muore. E l'ignoranza di questo fatto da
parte dei critici « positivi » deriva dalla loro abitudine di spiegare le poesie
mistiche e simboliche non sulla base del misticismo e del simbolismo, ma sulla
base del senso letterale fatto per la « gente grossa » e dei documenti storici
insignificanti, insufficienti o artefatti.
La mistica Sapienza muore. Il morire è proprio una delle sue caratte-
ristiche. La frequenza con la quale le donne di questi poeti muoiono prima dei
loro amanti, è appunto una riprova del fatto che esse rappresentano la mistica
Sapienza, cioè Rachele, la quale come diffusamente aveva spiegato Riccardo
da S. Vittore, muore, deve morire, perchè si chiama morte di Rachele 1l tra-
scendere della Sapienza nell’atto della contemplazione pura.
Riccardo da S. Vittore, amico di San Bernardo, nel suo Beniamino
minore, con mirabile opportunità riesumato a questo proposito dal Perez
e poi dal Pascoli, ma praticamente ignorato dalla critica « positiva », svilup-
pò in modo assai diffuso il simbolismo agostiniano di Lia e di Rachele e in
questo suo sviluppo la morte di Rachele assume un altissimo e profondis-
simo significato. Egli scrisse :
« Ogni anima razionale ha due principali potenze : la mente e la volontà,
«l'una per discernere, l’altra per amare; potenze che i profeti rappresenta-
«rono in Oolla e in Ooliba, in Gerusalemme e Samaria. La prima è perfetta
« nell'essere suo quando è illustrata dalla Sapienza ; l’altra quando ama con-
« formarsi a Giustizia (quelle potenze che nel segreto della Divina Commedia
sono sanate rispettivamente da Beatrice e da Lucia, cioè dalla virtù della Croce
e dalla virtù dell'Aquila). Serva alla prima è la imaginativa, senza di cui
« nulla potrebbe conoscere la mente ; all’altra la sensualità senza di cui
«nulla sentirebbe la volontà ».
« Giacobbe pertanto rappresenta l'animo umano ; Lia la volontà conforme
«a giustizia; Rachele la mente illustrata dalla Sapienza ; Zelfa, serva di Lia,
«la sensualità ; Bala, serva di Rachele, la imaginativa. Dall’applicarsi del-
«l'animo a ciascuna di queste quattro facoltà nascono in lui affetti e modi di
«intendere diversi. E però, dall’unirsi di Giacobbe ad ognuna delle due mogli
«e delle due serve nascono figli di diversa indole, rappresentanti cotesti
« diversi affetti e modi di intendere.
« Ruben (timor di Dio) è il primo figlio che Giacobbe ha da Lia: per-
«ché la volontà che medita sulle sue colpe e sulla potenza del giudice produce
«il timor di Dio ».
« Nato e crescente cotesto figlio, nasce il secondo, Simeone, dolore della
«colpa ; poi il terzo, Levi, speranza ; indi Giuda, l’amore ».
«E non appena è nato Giuda, cioè l’amore per le cose invisibili, Rachele,
« la mente, arde del desiderio d’aver figli ancor essa, perchè chi già ama vuol
« CONOSCETE ».
LA ‘ DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL « DOLCE STIL NOVO » 95
«Ma la mente, ancor rude, non può elevarsi alla contemplazione delle
«cose celesti, giacchè solo le si appresentano le forme delle cose sensibili.
« Arde di vedere le invisibili e non può. Che farà dunque ? Quel che può
« meglio. Poichè ancora vedere non può con la pura intelligenza, s'accomoderà
«a vedere con la imaginazione. Però Rachele fa congiungere la sua serva
« Bala a Giacobbe e n'ha così i primi figli ».
Segue così la generazione dei vari affetti e pensieri dell'animo finchè
si giunge a questo passo :
« E finalmente è conceduta la grazia della contemplazione: Benia-
«mino; ma non appena nasce cotesto ultimo figlio muore Rachele ; nè siavi
«chi creda potersi alla contemplazione elevare se Rachele non muore ».
Beniamino rappresenta secondo Riccardo : « l'atto della intelligenza pura,
« la intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi e che sono senza mistura
« di imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio e spera, sappia che
«ha già concepito Beniamino ; e quanto più cresce il suo desiderio più si
«approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore : imperocchè come
«la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano 1 limiti di ogni umana
« argomentazione, e non appena vede, in estasi, 11 lume divino, la umana ragione
« soccombe. Questo è il morir di Rachele dando vita a Beniamino ».
«Non era forse nell’Apostolo (San Paolo) morta Rachele e mancante
«ogni senso d’umana ragione, quando diceva : « Scto hominem, sive in corpore,
«sive extra corpus, mescio, Deus scit, raptum hujusmodi usque ad tertrum
«coelum? » ...... « Maa questo terzo cielo che trascende ogni modo dell’umana
«ragione, non possono da se stessi venire neanche coloro che sanno ascendere
«dai cieli e discendere insino agli abissi ; ma solo il possono dove, per la par-
«tita della mente (per mentis excessum), sono rapiti sopra se stessi ».
L'importanza straordinaria di questi passi per intendere il pensiero di
Dante si rivela da una serie di osservazioni, alcune delle quali vennero fatte
naturalmente dal Perez non appena trovata questa preziosissima mistica fonte.
Non solo la affinità di Beatrice con Rachele è evidente fino al punto che sie-
dono sullo stesso scanno in Paradiso e quindi la morte dell’una ci richiama
e ci spiega perfettamente la morte dell’altra, ma noi sappiamo che Riccardo
da San Vittore è proprio uno dei maestri di Dante e, quel che più importa,
Dante lo cita proprio a proposito del fatto che l'intelletto umano quando si in-
nalza molto verso la Sapienza (excessus mentis) al suo ritorno non ricorda, e
cita a questo proposito proprio le stesse parole di San Paolo citate da Ric-
cardo.
Nell’epistola a Can Grande Dante spiega così la terzina :
Perchè appressando sè al suo disire
nostro intelletto si profonda tanto,
che retro la niemoria non può ire (I).
. (1) Par., I, 7.
96 CAPITOLO QUARTO
«In questa vita l'intelletto umano, per la connaturalezza e affinità che ha
«con la sostanza intellettuale separata (cioè con la intelligenza attiva) quando
«s’innalza, tanto s’innalza che, tornato, la memoria gli fa difetto per avere
« oltrepassato il mondo umano. E a questo allude l’Apostolo ai Corinti ove dice :
«Scto hominem, sive in corpore, sive extra corpus, nescio, Deus scit, raptuni
« Mujusmodi usque ad tertium coelum..... E dove questo agli 1nvidi non basti,
«leggano Riccardo da San Vittore....... e non invidieranno ».
Che cosa c'entrano questi «invidi»? Perchè Dante allegava le paiole
di Riccardo da San Vittore contro gli invidiosi ? Ma è evidente. I‘gli si poneva
come uomo che realmente è giunto a conoscere le cose divine con /’excessus
mentis, come colui che ha veramente conseguito l’atto della contemplazione
oltrepassando il mondo umano e nel quale quindi era morta, come in San
Paolo, Rachele, quella Rachele che per lui si chamava Beatrice, e che per questo
aveva potuto pervenire là dove « retro la memoria non può ire ».
Infatti quando Dante nella Vita Nuova dice che Beatrice morì, aggiunge
quelle strane, misteriose parole : « Non è convenevole a me trattare » della
partita da noi della Beatrice bcata, perchè « trattando converrebbe essere
«me laudatore di ine medesimo » (I).
Ecco come si ricongiungono le fila di tutti questi pensieri monchi, strani,
incomprensibili. Dante dice che sarebbe laudatore di sè medesimo se parlasse
della morte di Beatrice e poi saetta contro gli :1nvid: che irridono al trascen-
dere del suo intelletto di ld dalla memoria nella visione del Paradiso.
I,e due cose sono una cosa sola. Morire di Beatrice, morire di Rachele,
excessus mentis, col quale si giunge all’atto della pura conteinplazione, a Dio.
I: ancora una volta la caratteristica di Beatrice-Rachele così inanifesta
nella Divina Commedia, si ritrova nella Beatrice della Vita Nuova. Nella
Vita Nuova, libro eminentemente mistico, si parla di questa mistica morte, e
nella Divina Commedia il poeta sacro ascende, sì, a Dio per mezzo della sua
Rachele, ma della sua Rachele che è morta, ascende con lei in quanto è
morta (2).
Finchè Beatrice (Rachele) è viva, essa è Sapienza, sì, ma si chiama sol-
tanto « Spes aeternae contemplationis », e si può avere il presentimento che
ella salirà al cielo, presentimento lungamente descritto nella Vita Nuova
(« Madonna è disiata in sommo cielo »), ma la sua morte segna il suo per-
fezionarsi, segna i conseguimento di un alto grado di mistica intuizione da
parte dell'amante di Beatrice, un alto grado di mistica intuizione segnato,
chi sa ?, forse anche da un vero excessus mentis, da una forma di estasi
(1) V. N., XXVIII.
(2) La gente grossa non si maravigli di questa affermazione di Dante della sua
estasi. Fuori di ogni forma poetica nel Convivio egli ha scritto di Beatrice : « Zo era certo
e sono, per sua graziosa rivelazione che ella era în cielo. Onde io pensando spesse volte
come possibile m'era, me n'andava quasi rapito » (II, VII, 6).
LA « DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEL « DOLCE STILI, NOVO >» 97
della quale Dante non farla nella Vita Nuova per «non essere laudatore
di sè medesimo », ma che viene a riaffermare nella lettera a Can Grande,
contro gli invidi che irridevano al suo trascendere intellettuale nella vi-
sione delle cose eterne.
Questa scoperta di importanza fondamentale, la scoperta cioè del signi-
ficato mistico che ha la morte di Rachele come rappresentazione dell’exces-
sus mentis ed il suo rapporto con la morte di quella Rachele di Dante che si
chiama Beatrice, è dovuta, come ho detto, al Perez e fu accettata e convalidata
di qualche nuova aggiunta dal Pascoli (1). Ma alla intuizione di questi nobilis-
simi ingegni io mi compiaccio di poter aggiungere oggi una limpidissima
riprova da essi ignorata.
Qualcuno potrebbe ancora restare in dubbio che nella poesia d’amore
del tempo di Dante sia stata trasferita, collegandola con l’amore per la
donna, questa idea dell’excessus mentis come grado ultimo dell’amore, cioè
uscita della mente da se stessa nella contemplazione e quindi morte della Sa-
pienza che diventa atto della contemplazione pura?
A togliere ogni dubbio su questo fatto mi è venuta incontro la testi-
monianza di un codice ignoto al Perez ed al Pascoli : il « Vaticano Barberino
Latino 3953 » pubblicato or non è molto tempo per cura di Gino Lega.
In esso, Nicolò de’ Rossi, un poeta d’amore di pochissimo valore artistico,
ma evidentemente consapevole del significato profondo della poesia d’amore (2),
ha raccolto con le canzoni di Dante, di Guido Cavalcanti e di altri, alcune
poesie sue. La prima di queste, che comincia Color di perla dolce mia salute
e si rivolge, secondo il solito, a una donna, è evidentemente in gergo ed imita
la canzone del Cavalcanti Donna mi prega, ed è seguita anche da un commento,
una expositio in latino, di mano dell'autore.
Il poeta che riceve salute e conforto dalla sua donna che lo rende, secondo
egli dice, accorto per quanto si stende lo suo ‘intelletto, si propone di dire «i
gradi e la virtude del vero amore ». Questi gradi (che sono evidentemente
gradi della iniziazione secondo i quali si poteva essere, come dice Dante, « in
diverso grado fedeli d’amore ») sono espressi vagamente nella canzone e
commentati artificiosamente nella exfosttto. Nel primo grado avviene una
strana liquefazione dello spirito, della quale parleremo in seguito, e questo
grado si chiama «liquefatio », il secondo si chiama «langor» (languor), il
terzo « zelus » e quanto al quarto col quale, secondo il testo, l’amore attinge
«la somma gerarchia » e «en extasi ogni altra vita oblia contempla rapto e
capto la figura », il commento si esprime così: « Quarti gradus. s. extasym
(1) Mirabile Visione, Capitolo « Excessus Mentis ».
(2) Questo « fedele d’amore » è di quelli che vivono in un ambiente guelfo, e, nella
necessità di invocare aiuto per la sua Treviso minacciata da Can Grande della Scala,
scrisse sonetti in lode di Giovanni XXII, che si spiegano con la suggestione della speciale
contingenza politica locale.
7— VALLI.
98 CAPITOLO QUARTO
describitur perfectio per quem pervenitur ad amorem perfectisime possi-
dendum.... nunc est tractandum de isto gradu extasym. Quare scire oportet
quod extasys dicitur excessus mentis et potest contingere quatuor modis ».
E questi quattro modi con i quali l’amore (del quale si parla alla donna color
di perla) giunge all’excessus mentis, sono : 1) La completa astrazione dall’atto
o dall'uso dei sensi. 2) L’astrazione dalle cose esteriori e la introduzione in
una visione immaginaria. 3) La visione intellettuale nella quale alcuno vede
le cose intellettuali non per la presenza delle cose, ma per rivelazione.
4) Quando la mente è tolta da ogni atto degli uomini inferiori e non
rimanendo nulla di interposto tra essa e Dio intuisce con la vistone intellet-
tuale l'essenza divina « sicut fuit raptus Paulus ».
Tutto ciò è di suprema importanza, perchè la canzone non soltanto
parla da principio dell'amore per la donna color di perla, ma finisce con uno
dei soliti congedi :
Canzone mia rengratiane Madonna
che m'ha donato l’ornato parlare
sì che andare poi a chi ti spogna (1)
fra l’altre non te fie fatta vergogna (2).
Evidentemente questa donna era la solita Donna, la Sapienza o la setta
che insegnavano il « parlare ornato » e l’amore era il solito Amore, del quale
abbiamo imparato a conoscere quattro gradi, che finiscono col mentis excessus,
ultimo grado dell'amore di questi poeti e in fatti ultimo grado della sapienza;
visione intellettuale delle cose che trascendono la mente.
Nessuno negherà che la corrente del simbolismo mistico di Riccardo da
San Vittore venga dunque a costituire la sostanza di questo amore col quale
la donna non ha nulla a che vedere, perchè è amor sapientiae, quantunque se
ne parli con Madonna color di perla.
Ma non basta. Questo stesso Nicolò de’ Rossi ci racconta in un’altra
canzone che la sua donna è morta, e si noti che in nessun altro passo allude
a questa morte : |
La somma vertù d’amor a cuy piacque
reintegrare il cielo
dandoli copia del jnopia grande
che avia de esser perfecto
remosse la beltà chal mondo nacque
cum naturale zelo
sì che per lei gli occhi miei pianto spande (3).
Sembra semplicemente che sia morta la donna, e, ripeto, questa morte
così freddamente narrata non apparisce in nessun altro verso del poeta. Ma
il poeta ha voluto dire con ciò semplicemente che egli ha avuto una profonda
rivelazione, proprio un excessus mentis, e svela con grande goffaggine questo
(1) Esponga. (2) Vat. Barberino Latino 3953, pag. 4. (3) Id. id., pag. 77.
LA (DONNA-SAPIENZA » PRIMA DEI, « DOLCE STII, NOVO » 99
pensiero, dicendo che Amore il suo signore, in occasione di questa morte
gli ha mandato, dice grossolanamente, un eccesso di mente ed una relativa
visione, nella quale la donna arrivata in cielo gli predice infatti, sebbene
molto oscuramente, avvenimenti che riguardano la salute del mondo e la
salvezza di Treviso.
Ma perchè bene e male en un subietto
per la contrarietà non si consente
per excesso di mente il mio signore (1)
cum nova fantasia lentomi il core.
Con ciò viene riconfermato e ribadito il continuarsi, nella simbologia
di questi poeti del pensiero di Riccardo da San Vittore ‘e si viene a porre
una serie di collegamenti e di uguaglianze che si può riassumere con questa
formula :
L'excessus mentis, estasi, intuizione diretta della verità divina, è signi-
ficato come morte di Rachele, cioè della Sapienza, che diviene atto della con-
templazione pura (Riccardo da San Vittore). Rachele è lo stesso che Beatrice
(Dante). Dunque la morte di Beatrice è lo stesso che la morte di Rachele, cioè
un ascendere nella perfezione contemplativa.
Infatti l’ultimo grado della perfezione dell’Amore si chiama excessus
mentis (Nicolò de’ Rossi), e infatti la morte della propria donna è accompa-
gnata dall’excessus mentis (Nicolò de’ Rossi).
Se da tutto questo si conclude che la setta dei «Fedeli d’amore »,
seguendo la simbologia di Riccardo da San Vittore, raffigurò nella morte della
donna (accompagnata da sospiri e pianti che dovevano gettar la polvere negli
occhi della « gente grossa ») l’ultimo grado della perfezione dei « Fedeli d’amore »,
grado nel quale si aveva o si credeva di avere o si supponeva che si dovesse
avere una intuizione diretta o rivelazione del divino, se questo si conclude, si
è perfettamente nella logica e nella verosimiglianza.
Vedremo esaminando la Vita Nuova e specie la canzone: Donne che avete
intelletto d'amore, ove è detto che « Madonna è disiata in alto cielo », come tutto
converga nella Vita Nuova verso questa morte, e come l’opera sia destinata a
raccontare come Dante, pur dopo aver conseguito un grado altissimo di mi-
stica intuizione beatificante (morte di Beatrice), si fosse smarrito ricadendo
nell’amore della «scienza » mondana (Donna gentile) e fosse tornato poi a
Beatrice, a Rachele, alla Sapienza santa, che è infinitamente al di sopra della
scienza, per salire con essa in una « mirabile visione » là ove soltanto la mistica
Sapienza può condurre se è morta e in quanto è morta.
(1) Amore.
CAPITOLO QUINTO
Il gergo mistico-amatorio nella poesia prima e fuori
del «dolce stil novo»
Amor sì disse : « Per cotal convento,
Falsosembiante, in mia corte enterrai,
che tutti i nostri amici avanzerai
e mettera’ i nemici in bassamento.
Il Fiore, LXXXVII.
Riassumiamo quanto riguarda la personificazione della Sapienza in donna
nei secoli che precedettero quello di Dante.
1) La tradizione puramente filosofica era assuefatta a personificare in
donna amata l’Intelligenza attiva ed è evidente che la poesia del « dolce stil
novo » in alcuni tratti continua questo sistema e che l’amore è, per chiara
confessione del Cavalcanti, unione dell’intelletto con l’Intelligenza attiva, cioè
Sapienza.
2) La tradizione mistico-platonica quale si diffuse nella Gnosi conside-
rava la divina Sapienza come una sostanza separata e la personificava in donna
(Sofia, Ennota).
3) La tradizione mistico-platonica quale fu immessa nei Libri Sacri at-
traverso il libro della Sapienza e il Cantico dei cantici vagheggiava la divina
Sapienza sotto la forma di una donna amata e tale simbolismo fu accettato e
continuato nell'ambiente ortodosso, che considerò questa divina Sapienza come
Rivelazione della Chiesa.
4) Nello stesso ambiente ortodosso attraverso il simbolismo di Sant'Ago-
stino la Sapienza che vede Iddio era personificata in una donna e precisa-
mente in un personaggio storico della Scrittura, cioè in Rachele, oggetto,
secondo Sant'Agostino, dell'amore di «ogni piamente studioso », e Riccardo
da S. Vittore, sviluppando questa idea, creava il simbolismo della morte di
Rachele, figurazione del trascendere della mente sopra se stessa nell'atto della
contemplazione pura, mistica rappresentazione della mente che si perde in Dio
e che Nicolò de’ Rossi, svela ingenuamente essere l’ultimo grado dell'amore.
Ma i precedenti tra i quali bisogna ricercare la genesi del movimento
dei « Fedeli d'amore » non sono questi soli. Il Medioevo aveva due correnti di
tradizioni, delle quali bisogna tener conto per intendere questa poesia : l’una
CAPITOLO QUINTO — IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA ECC. IOI
è quella che raffigurava la Sapienza come donna e con parole dell’amore ter-
reno parlava dell’amore per questa Sapienza ; l’altra è quella che usava una
terminologia traslata, con la quale chi non voleva far conoscere i suoi pensieri
al volgo dispregiato o alla autorità vigilante poteva comunicare a un gruppo
di iniziati i propri pensieri.
Già si deve ammettere e riconoscere che colui che scrisse il Cantico dei
Cantici aveva dinanzi a sè un gruppo di persone che intendevano le sue parole
e una grande massa di gente che non le intendeva e non doveva intenderle.
La grande democratizzazione compiuta dal Cattolicismo che, dopo le incer-
tezze dei primi secoli, squarciò il velario che divideva il popolo dagli iniziati
della fede e portò i misteri, tutti i misteri, perfino quello della Trinità e della
Incarnazione e della Redenzione, a contatto col volgo (imponendoli ad esso
invece di nasconderglieli o di presentarli ai non iniziati sotto simboli, come
faceva nei suoi misteri l’antichità), ci ha fatto perdere in gran parte il senso
di questa divisione che facevano quasi sempre i sapienti e specialmente i
mistici antichi tra il volgo che non doveva intendere tutto e gli adepti che co-
noscevano la chiave dei misteri.
Anche i filosofi sdegnavano d’altra parte di dire le cose in modo chiaro al
volgo. Ma all’antico disdegno per il quale i filosofi avevano nascosto la ve-
rità alle plebi si aggiunse a un certo punto la necessità di parlare un linguaggio
figurato doppio e ambiguo per sfuggire al controllo e talvolta alla persecuzione
dell'autorità religiosa. Si ebbe così il linguaggio segreto o gergo di alcune
sètte.
Certo tale linguaggio anfibologico fu largamente usato nel Mani-
cheismo (I), in quel Manicheismo, si noti, attraverso il quale era passato
Sant’ Agostino, il grande Padre del simbolismo mistico dell’Occidente, in
quel Manicheismo, si noti, che in Persia ha qualche legame col movimento
dei mistici, i quali fingono di parlare di amore terrestre per parlare invece
del mistico amore.
Ora è proprio il Manicheismo che, passando attraverso i Bulgari nel-
l'Occidente, si ritrova trasformato nell’eresia cafara e si immette nel movi-
mento degli Albigesi, strettamente intrecciato con la vita e con la sorte dei
poeti d’amore provenzali, che scendono in Italia proprio poco prima che in-
cominci a fiorire la poesia d’amore italiana.
I. IL GERGO AMATORIO NELLA POESIA MISTICA DELLA PERSIA. — Ma dal-
l'Oriente, dalla Persia e dalla Siria non venne soltanto il movimento manicheo
a portare l’uso del parlare a doppio senso. Gli Occidentali che presero
parte alle crociate e specie quelli che si stabilirono in Siria conobbero anche
il misticismo dei Sufi e conobbero quindi il metodo dei poeti mistici persiani,
che consisteva nell’usare un linguaggio a doppio senso che per la plebe do-
(1) Vedi ROSSETTI: Il Mistero dell’Amor platonico, Vol. I.
102 CAPITOLO QUINTO
veva apparire come linguaggio di amore e per gli iniziati era linguaggio mi-
stico.
Per quanto riguarda questa poesia, acciò non sembri che io esponga
le cose esagerando le analogie o sforzandole, riporterò semplicemente dei para-
grafi del bel lavoro di Italo Pizzi: Storia della Poesia Persiana, un libro scritto
più di trenta anni fa da un insigne studioso, al quale non poteva sfuggire
e non sfuggì infatti la grande analogia che questa poesia presenta con la
poesia dei « Fedeli d’amore » occidentali, innamorati (oh, strana coincidenza !)
di una « Rosa d'oriente » o « Rosa di Sorla »!.
Dopo aver esposto la dottrina mistico-panteistica dei Persiani egli
scrive : i
«Ora, per questa attrazione potente di Dio e per il corrispondente
«amore delle anime, avviene che il loro congiungersi a lui è risguardato come
«un amplesso d'amore, come un connubio di sposi, e come tale fu anche
« descritto ; donde nacque il linguaggio amoroso (talvolta lubrico) che è pro-
« prio dei mistici, assunto da loro come loro espressione più acconcia. E forse
«ciò accadde per certe allucinazioni che poterono suggerire quel linguaggio,
« allorquando, dopo lunghe veglie e digiuni a cui i mistici orientali solevano
«darsi come i nostri, il pio e fervido asceta, di cui la mente erasi estenuata e
« vacillava, credette d’aver avuto qualche ardente e sospirato amplesso divino.
« Perchè raccontasi che Ràbia, una donna mistica dei primi secoli del maomet-
«tanesimo, interrogata da alcuno se, quando ella adorava, vedesse Iddio,
«— Certamente, rispose, poichè non lo adorerei se non lo vedessi. — Facile
« adunque fu il parlare di mistiche nozze con Dio, e Rùmi pur domandandone
« venia, non dubita di chiamar sua sposa 1 suo Dio e di chiamar nozze e banchetto
« di nozze la sua dottrina ; e notisi intanto che il monaco cristiano, come dice il
« Darmesteter, ebbe sempre in orrore la donna e per poco non la stimò opera di
«Satana, mentre l’asceta orientale vide nell'amore per la donna l’amore di
« Dio, e della donna fece il simbolo e l’immagine di Dio stesso ; anche per
«lui l’amore fu un’insidia, ma quella insidia gli venne dal cielo.
« Assunta così dai mistici questa metafora dell’amor della donna, tutto al
«linguaggio dei poeti d'amore fu preso e usato largamente in tutta la loro
a letteratura ampia e molteplice. Il qual linguaggio.... era già stato trovato
«assai tempo prima, prima ancora che questa dottrina mistica nascesse, ed
« era stato adoperato con tutta la sua ricchezza di frasi, di immagini e di arti-
« fizi, nelle canzoni arabe e nelle persiane dei primi tempi. E 1 mistici, poichè
«l’ebbero trovato tale e visto acconcio alle loro idee, tutto se lo appropriarono e di
«tal maniera da non potersi molte volte intendere se il tal o tal’altro poeta....
«parli d'un amore vero o dell'amore divino. Perchè come l'appassionato
«poeta d’amore, il mistico, inebriato dell’amor di Dio, rapito in estasi
«e nell’ardore della sua beatifica visione, parla a Dio come l'innamorato parla
«alla sua dolce amica; e l'amor suo gli dà fidanza piena nè alcun
«dubbio gli sorge in cuore riguardo a questo suo amico verace che è Dio. Sic-
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 103
«come poi egli è pellegrino per il mondo, così egli sospira nella lontananza e sti
« lagna della fierezza ed alterigia dell'oggetto di questo suo amore ardente, perchè esso
«non gli si mostra nè concede amplessi e baci. Dipinge perciò le ansie e 1 tormenti
«affannosi del cuore, descrive le notti insonni e conta le lagrime onde egli ha
« sparso il suo vedovo letto, anelando a quel momento felice in cui potrà ricongiun-
«gersi, e per sempre, all'amico suo. Come poi tutto ciò non è che metafora o
« piuttosto allegoria, così, anche 1/ linguaggio amoroso e tutte le sue frasi ed espres-
«sioni hanno significato metaforico e allegorico ; perciò, quando il poeta mistico
«vi parla del bel volume der capelli della sua amica devesi intendere che questi
«capelli sono i misteri divini noti a nessuno fuori che a Dio; e la fronte
«della sua bella altro non è che la manifestazione di questi misteri e il mento
«è grado di perfezione, in cui si gode della contemplazione di Dio, e la
« fossetta del mento significa le difficoltà che incontra l'uomo nella ricerca di
«Dio e la pappagorgia è la gioia sovrumana di tale che finalmente è giunto
«alla conoscenza piena di Dio ».
« Non v'ha dubbio alcuno.... che questo linguaggio non sia stato prima, nel
«suo significato vero e letterale, il linguaggio dei veri poeti d’amore ; ma 1
«mistici lo presero per sè non solo perchè lo trovarono già fatto e acconcio ad
«essere usato per metafora, ma ancora perchè con esso poterono velare le loro
«dottrine pericolose a propalarsi apertamente, oggetto di esecrazione per tutti
«gli ortodossi. E vedremo più innanzi che alcuni mistici furono perseguitati
«a morte per le loro dottrine troppo libere e nuove » (I).
Ho ripetuto queste idee con le precise parole dell’illustre orientalista,
perchè se avessi riassunto io in questo modo quanto riguarda i mistici per-
siani, la critica «positiva » non avrebbe mancato di dire che io riassumevo
tendenziosamente per presentare i poeti persiani quali 10 pretendo che siano
i poeti italiani, e perchè conosco una sciocca genia di criticonzoli che fareb-
bero due lazzi su « la fossetta del mento » e su« la pappagorgia » e dopo questo
e dopo questo soltanto sarebbero capaci di scrivere che hanno confutato la
mia teoria, anzi per darsi maggiore importanza, direbbero che l’hanno sw-
perata.
Fssi però saranno certo pronti a gridare subito che quella era tutta
un'altra mentalità, che quel metodo non ha nulla a che vedere con lo spirito
e col metodo del simbolismo dei poeti italiani.
Certo i poeti italiani, che avevano maggior senso di misura e maggiore
classicità, erano nel loro simboleggiare assai più corretti e contenuti. Ma
quando nel Convivio di Dante troviamo spiegato che gli occhi della sua donna
rappresentano le persuasioni della filosofia e la sua bocca rappresenta le sue
dimostrazioni dobbiamo riconoscere che la mentalità ed il metodo erano pre-
cisamente gli stessi.
Nel fatto, se la comunissima e risaputissima interpretazione mistica della
(1) Pizzi: OP. cit., vol. I, pagg. 188-189.
104 CAPITOLO QUINTO
poesia persiana son suscita lo sdegno, gli scherni e le acri e sistematiche
incredulità che hanno colpito le rivelazioni tentate intorno alla poesia ita-
liana, ciò si deve al fatto che quella interpretazione non urta 1 nostri roman-
tici e î nostri filologi che invece, per quanto riguarda la poesia italiana, sono
compromessi e impigliati e impantanati da anni tra le piccole scempiaggini
contraddittorie del suo senso letterale.
Torniamo ai poeti persiani. Sappiamo che essi propensi all’estasi reli-
giosa, che come è noto può essere favorita da bevande inebrianti, riguar-
davano il vino tanto abborrito agli ortodossi maomettani, « come il simbolo
« visibile e più caro dell’amore, dell'amore di Dio. Anzi nel loro linguaggio
«immaginoso e figurato, il vago e aggraziato coppiere, il bel giovinetto dalle
«gote fiorenti e dai capelli bruni e crespi, che invita ai baci e agli amplessi,
«invocato con desiderio caldo in tante odi innamorate, non è che Iddio stesso
«che dispensa grazie attorno e infonde amore nei cuori ».
Tutti questi mistici ricercando nei libri sacri lo spirito che vivifica
sotto la lettera che uccide, tendono anche a rompere i rigidi confini della
ortodossia e a riconoscere l’unità fondamentale delle fedi umane. Il che fa
comprendere come tra alcuni di questi mistici e i cristiani venuti in Oriente
st stabilissero dei rapporti molto stretti proprio mentre le due ortodossie, cri-
stiana e maomettana, si combattevano ferocemente tra loro nelle crociate.
I mistici si innalzarono al disopra della religione positiva. Uno di essi,
Attar, scrive addirittura : « Tu adora gli idol, brucia 11 Corano, bevi del vino,
chiudi gli occhi alla religione positiva », intendendo che la vera religione è nel
cuore. E Rùmi scriveva appunto: «Lo stolto adora alla moschea e ignora il vero
tempio che ha nel cuore » e per mostrare il valore uguale di tutte le religioni
paragonava le diverse preghiere fatte secondo le diverse confessioni religiose
alle acque contenute in diverse coppe, che si versano poi in una fonte sola.
Così le diverse preghiere si mescolano tra loro e si confondono perchè è uno
solo il Dio al quale esse salgono e così tutte le religioni formano una reli-
gione sola.
Fssi mistici esaltavano, proprio come gli spiriti religiosi del nostro Me-
dicevo, la povertà della vita, parlavano dell’uomo che si assorbe in Dio come
di uno che in terra non è più lui, ma è morto veramente a sè e al mondo.
Al-Ghazali di Tus scrive : « Questo stato (dell’essere insensibile) si designa dai
« filosofi come assenza da se stesso ed esso si effettua allorquando alcuno s'è
«tanto dipartito da sè che non sente più le membra sue esterne, nessuna di quelle
«cose che sono fuori di lui, nulla di ciò che avviene nel suo interno, ma egli
«è come assente da tutte queste cose (I), mentre se ne va al suo Signore
« dapprima e poi alla fine se ne va in lui... È queste cose il teologo regolare va
«stimando cose vane, prive di senso; ma ciò non è così veramente. Poichè
(1) Ecco l’excessus mentis anche in questi poeti d’amore |
"
SE — 2 rl = dii iii iii ci = = -— — ———6
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 105
« questo stato è per essi (i mistici) nello stesso riguardo dello stato dell'animo
« per ciò che alcuno più ama, quale si è il tuo stato in molte circostanze
«riguardo a ciò che più ami, come il grado, le sostanze, l'amante. E vera-
«mente, per la veemenza dell’ira, tu sei come immerso nel pensiero contro il
«tuo nemico e, per la veemenza del fantasticare, tu sei immerso nel pensiero
«dell'amica tua, tantochè in te non resta alcuno spazio in alcun modo » (1).
Questi mistici parlano ancora della identificazione dell’uomo con Dio
oggetto del suo amore, dell'uomo che si perde in Lui uscendo da se stesso.
Iddio disse, secondo Saadi, a Bajazid che invocava di essere congiunto a
Lui: «Se vuoi giungere a me dà un addio a te stesso e ascendi, lascia fuori
te stesso ed entra » (morte mistica).
Notevolissimo il fatto che i mistici presero a prestito dalla poesia ro-
manzesca la pietosa storia, tanto ripetuta anche in Occidente, dell’uomo che
si innamora della donna sconosciuta e muore appena la vede, per indicare
l’anima che si innamora di Dio senza conoscerlo e quando lo conosce muore,
st perde in lu.
Questi mistici insegnavano ai loro discepoli le dottrine iniziandoli gra-
dualmente. Il giovane iniziato aveva per sua guida spirituale un vecchio già
consumato nell’osservanza della regola. Fssi si raccoglievano a vivere in col-
legi, costituivano in fondo una setta, specialmente quelli che presero il nome di
Sufi e formarono un vero sodalizio intorno a un capo, menando vita molto
austera ed esemplare negli studi e nelle opere di pietà.
Tutti sanno, dunque, che quando Ab Saîd, il primo dei poeti mistici
(morto nel 1048), scriveva :
Non mi rimproverar, vecchio, se il vino
Io vo beendo,
Se del vin, dell'amore un dei devoti
Anche mi sono.
Fin che in senno son io, con gente estrana
Mi sto sedendo;
Quand'ebbro son, sul seno dell'amica
Io m'abbandono (2),
tutti sanno, ripeto, che quella ebbrezza del vino è mistica ebbrezza e che
quell’amica, sul cui seno il poeta si abbandona, è Dio. Così pure sanno che
è il Dio-Tutto quella sua amata che è allo stesso tempo lo specchio del-
l'amata e l'amante.
Io dissi: E per chi mai così t’adorni?
Per me, disse, perch'’io unica sono.
Son l'amor, son l'amante, e son la bella,
Lo specchio e la beltà che vi si guarda (3).
(1) Pizzi: Of. cit., pagg. 194-195.
(2) Pizzi: Of. cit., I., pag. 249. Ristampo tali e quali le traduzioni del Pizzi,
non sempre artistiche, ma scritte da chi conosceva direttamente i testi.
(3) Id. td., pag. 249.
106 CAPITOT,O QUINTO
Tutti sanno che il Poeta parla dell’amplesso di Dio quando parla del
suo atteso connubio.
In quel giorno che alfin in poter mio
verrà di te connubio,
del goder dei beati non vogl’io
curarmi in paradiso
Senza di te del cielo nel deserto
se un dì mi chiameranno,
il deserto del cielo a questo core
tetro e angusto faranno (1).
Il poeta parla addirittura di notti d'amore passate con l'idolo suo e tutti
sanno che queste notti d'amore hanno significato mistico e sono passate con
Dio.
Fr'io ier sera con quell’idol mio,
dolce a’ suoi servi; ed erano moine
di me, di quello eran lusinghe e vezzi.
Passò la notte, e non anche al suo fine
toccava il nostro dir. Qual colpa mai
n’ha la notte? Era il dir lungo d’assai (2).
Questi poeti esaltavano il loro amore del vino e sappiamo storicamente
che erano legati in un gruppo e Khaqani (morto nel 1186 o 1193) diceva
in loro nome: « Dell’eterno almeno siam noi gli amanti ». E poichè Yusuf
(Giuseppe Ebreo) era nei romanzi mistici il comune simbolo di Dio amato
da Zuleica (simbolo dell’ani:na) egli aggiunge :
.-.. In tutto il tempo
Abbiam di Vusuf nostro una fragranza (3).
Questi poeti, proprio come 1 poeti d'amore italiani, parlano di continuo
di un morire che non è morire vero ma è una mistica morte, un perdersi in Dio
non appena si sia conosciuto.
Il famoso Attaàr (morto nel 1210) nel libro Della natura dell'essere rac-
conta la leggenda di Piruz il negro, simbolo dell’essere universale che langue
di amore per Vusuf, cioè per Dio, che si vergogna e soffre per la lontananza
dell'amico suo, ma lo ama in castissimo amore e riesce alfine a trovarlo ; lo
guarda negli occhi ebbro d’amore e vede in Vusuf riflesso se stesso (il mondo
sì riconosce riflesso in Dio), gli si inginocchia al piede, gli bacia le mani e con
una invocazione caldissima si esalta in lui cadendo all’istante morto a terra
con l’ultima parola, e VYusuf (Iddio) si piega sul negro amante e torna poi
sulla sua tomba esclamando spesso :
Vive soltanto
Appo me in sempiterno un solo amore ! (4).
(1) /d. 1d., I, pag. 250. (2) Id. td. (3) Zd. id., I, pag. 254. (4) Id. id.
I, pag. 262.
II, GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 107
Questo perdersi in Dio attraverso l’amore è descritto più diffusamente da
un altro poeta grandissimo, Rfìmi (morto nel 1273).
Parla di questa mistica morte Senài quando scrive :
In corpo estinto un cor vive d'amore
E chi non ama non ha cor che vive (1):
due versi che potrebbero esser benissimo di un poeta del « dolce stil novo »,
come potrebbero essere perfettamente di un poeta del « dolce stil novo » (mu-
tato solo il nome della fede) i versi di Nizami contro i califfi e gli emiri corrotti
che con la loro ipocrisia contaminano il santo messaggio di Maometto,
versi che invocano il profeta che torni a vivificare l’anima dei suoi fedeli
precipitando nella voragine del nulla coloro che bruttano la sua sedia sa-
cerdotale.
Prima e durante gli anni della vita di Dante, la Persia ha tutta una im-
mensa fioritura di lirica d'amore mistica nella quale si parla proprio sempre
della donna o di Vusuf bellissimo o del vino e si nasconde artatamente il
significato mistico delle parole.
Ecco una breve poesia di Humàm-ud-dîn (morto nel 1314):
All’amplesso anelando dell'amica,
la vita sostentai;
Davver | Non crederei se ne’ miei sogni
io la vedessi mail
E direi, gli occhi stropicciando : È questa
una larva o l’amica?
T.'immagin sua s'io vegga, alto stupore
più e più m’implica.
Per anni ed anni, attendendo promessa,
alto portai dolore,
Se in questa notte si colmasse il nappo
d’alcun vital licore.
- Ma innanzi al labbro e al volto di costei
fuggan lampe e rubini;
Io profumi non curo allor che viene
fragranza da’ suoi crini.
Mi prende acre desio perchè m'’accolga,
qual son, fra le sue braccia,
O questa notte almen fino all’aurora
sul petto mio si giaccia.
Dopo cotesto, illecito mi fia
s’altro volto mirassi ;
Trafiggerei quest’occhi percliè altrove
lo più mai non guardassi.
In ciel sarei se voce mi venisse
«Tu chiedi il tuo desio ».
(1) Zd. id., I, pag. 154.
108 CAPITOLO QUINTO
Fuor dell'amica alcun pensier non cape
in questo petto mio.
E non fu vano il vegliar di mie notti
e il pianger mio dolente ;
Fcco ! felicità per la mia porta
entrava incontanente |
Come una notte avrò protratta al giorno
servendo all’idol mio,
Quell'uom non son che fui; veracemente
un altro Humdm son io (1).
Proprio a quel modo che, secondo la teoria che io sostengo, i poeti d'amore
italiani si collegarono e si nascosero per esprimere in maniera inaccessibile al
volgo le loro idee mistiche, così questo stesso poeta confessa che egli e gli
altri si sono uniti per nascondere #l loro intimo pensiero mistico alla gente
da poco (la «gente grossa ») e per parlare del loro amore alla loro bella be-
vendo alla fontana d'insegnamento. È la descrizione chiara e precisa della setta
dei «fedeli d'amore » persiani. Ecco come egli scrive :
Gente saggia nascose a ogni dappoco
l'intimo suo pensiero,
L'acqua bevea che dona eterna vita (2)
dell’ombre nel mistero.
Dallo specchio del cor rubigin (3) tolse
d'ogni brama o desio
E vide in esso immagine del volto
di chi "I cor le radio.
L’alma ha sospesa a riccioli di belle
già riprovate ed empie (4)
Empietà per sè prese e volse in fuga
via dalla fè (5) le tempie.
In pegno ha data la sua stessa vita
‘all’ostel dell'amore (6)
Dal diletto coppier per acquistare
un nappo di licore (7).
Poichè della sua bella (8) or va congiunta
al vincolo tenace
Dell’esser, del crear, dell’esistenza
essa più non si piace.
Ma perchè mai non giunga a lei vedere
occhio d’alcun profano
Se stessa nascondea, come tesoro,
in deserto lontano,
Con povertà fece alleanza, ed una
veste assai le bastava;
Or, sotto quella veste, inclito ufficio
di prence esercitava.
(1) Id. id., I, pag. 167. (2) Fontana d’insegnamento. (3) Cuor gentile.
(4) Idee eretiche. (5) Corrotta. (6) Morte mistica. (7) Ebbrezza mistica. (8) Dio.
VERRA e cre: biroco ‘ut 03 f---_ e ci-c ceo’ —i-ire’ 9 r_—.P 4
IL, GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 109
Sciolta è del mondo da’ fallaci aspetti
e di notte e di giorno,
Come Humfàm, per la via ch’ha un’alta meta
rischia sua vita attorno (1).
Fcco quale è notoriamente l’intento e il carattere di questi «Fedeli
d’amore ». Il lettore pensi che qualche cosa di molto simile abbiano detto tra
loro un gruppo di mistici italiani. Pensi che invece di distaccarsi per cercare
più direttamente Iddio, dalla Moschea corrotta, si siano distaccati dalla
Chiesa carnale, che invece di celebrare misticamente Iddio come donna abbiano,
con più classica corrispondenza di similitudine, celebrato la Sapienza santa,
che conduce a Dio, come donna, come usava già l’ortodossia, che abbiano
usato un linguaggio più cauto (perchè in ambiente più intollerante) e perciò
più verosimilmente erotico e intenderà finalmente che cosa sia la poesia d'amore
del nostro trecento | E troverà che l’idea di Humam che la gente saggia na-
sconde opportunamente l'intimo suo pensiero è riespressa in un mottetto
oscuro di Francesco da Barberino (2) riaffermante la opportunità di far
vedere stracci e di nascondere un certo tappeto prezioso quando non è tempo
nè luogo di mostrarlo.
Bel tappeto alcun celone (3)
mise fuor li panni rotti
ovra è questa d’uomin docti
se nel tempo e luogo none (4).
E chi voglia trovare l’eco precisa dei pensieri e delle parole della nostra
poesia d’amore la ricerchi in queste parole di Khusrev di Dehli (morto nel
1324):
Vengon sospiri da ogni parte attorno
quando l’idolo mio suole arrivare ;
ove spuntino rose entro al giardino,
dell’usignolo è dolce il sospirare.
L'immagin sua m’apparve ne la notte
e per sgomento quasi ebbi a spirare.
Oggi morir vogl’io nel tuo cospetto
perchè sgomento n’abbi tu a provare.
Qual di te sarà grazia, anima mia,
se tal comando tuo mi vorrai dare |
Più assai di prima innanzi a te il mio core
penar si vede e forte tormentare.
Deh, con mio duol e con tanta tua grazia,
non dispiegar tuoi vezzi e mal non fare |
Chè, nell’istante che socchiudi gli occhi,
che vien la morte mia, potrai mirare... (5).
(1) Zad. id., I, pag. 168. (2) Doc. d’Am., vol. II, pag. 287. (3) Ne celò.
(4) Non è. (5) PIZZI: Op. cit., I, pag. 170.
I10 CAPITOLO QUINTO |
Anche Qfsimi, che prosegue in periodo un poco più tardo (morì nel 1433)
questo indirizzo mistico della lirica, esalta quella che si può chiamare la
«setta dei Fedeli d’amore ».
Amore c’insegnò mille artifici,
Amore mille vesti ci compose,
Amore mille mondi fe’ di noi,
Amore mille mondi in noi distrusse,
Amore ci comprò mille fiate,
Amor mille fiate ci vendea,
Amor distrusse in noi fede e fidanza
In cose di quaggiù, spirto e ragione
Poi che del nulla in noi s’accese il fuoco
Pregi acquistando va ciascuno in terra;
Qasimi s’acquistava e affetto e amore (1).
Guardate come egli descrive questa mistica donna la quale è, egli dice,
una luce che ha «le sue farfalle », cioè quelli che sî perdono in les:
Nella via degli amanti è un tempio d’idoli
e v'è una bella che rapisce i cuori,
niun la conosce, ma di lei si contano
in tutte le assemblee racconti vari.
Impallidisce il sol dinanzi a quella
luce del volto suo, e quella face
ha sue farfalle (2).
Accanto a questi versi nei quali il mistico amore è rappresentato come
amore per una misteriosa donna, sono gli altri numerosissimi nei quali
invece che per una donna si sospira per un amico che è proprio e sempre
notoriamente /ddio.
Ricordo pochi frammenti della famosa «Cobla spirituale » di Ràmi:
Oh ! salve, Amor, nostra soave insania,
medicator d'ogni tormento, balsamo
e legge nostra, tu che se’ di noi
Plato e Galeno! Fino ai cieli assorge
sol per amore la terrena spoglia
Leva Che se le labbra
io potessi toccar del dolce amico,
io, come il flauto formerei parole.
Ma chi lungi sen va da tal che seco
avea colloqui, muto sta, se ancora
cento voci possiede.
A Eppure, in tutto
l’amico sta; chi l’ama è il vel che il copre;
l’amico è vivo, è morto în lui l'amante.
Dove manchi all’amor sostentamento,
è come augello l’amador, cui tronche
(1) Id. id., I, pag. 176. (2) Id. id., I, pag. 176.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. III
furon l’ale ; ed io come potrei
aver senno e ragion, se dell'amico
luce non splende a me? Vuol sì l’amore
che tutto ciò si sveli. Or, se vien manco
allo specchio chi ’1 mira, e quale immago
in esso si vedrà ? Dentro al tuo specchio
sai forse tu perchè nessun si mira ?
Solo perchè rubigine, ivi accolta,
non ne fu tolta dalla faccia. Allora
che tolte via ne son macchie e rubigini
pieno è lo specchio tuo di raî lucenti
d'una luce di sol che da Dio viene (1),
Ho voluto ricordare particolarmente questi tra gli innumerevoli versi
del genere che avrei potuto trascrivere, perchè l’idea dello specchio che non
riflette l'amico, soltanto perchè è rugginoso, si ritrova espressa in altra forma
più volte dai poeti del « dolce stil novo » e cioè tutte le volte che essi dicono
che l’avere il « cuore gentile » (l'essere puri) è .la condizione necessaria e suf-
ficiente per « amare » la donna, cioè la Sapienza santa, per rifletterla in sè e
questo vuol dire quella famosa frase che tutti ripetono senza averne inteso il
significato, la frase fondamentale del «dolce stil novo»: A cor gentil ripara
sempre amore.
E ricorderò ancora altri spunti, altri pensieri che nella poesia dei « Fedeli
d’amore » italiani ci vogliono obbligare a considerare come riferentisi all'amore
per questa o quella femminetta e che nella poesia d’amore persiana tutt sanno
che sono mistici: quelli per esempio con i quali Ràmi parla della « difficoltà
di dire che sia l’amore »:
Per l'angoscia del cor noto è l’amante,
nè v'è dolor come il dolor del core ;
fra tutte infermità va manifesta
in dir di lui (2) l'ingegno
tristo è giumento che nel fango cade,
chè amor soltanto può formar parola
e di sè stesso e dell'amante (3).
Io sono sicuro che se io dicessi questi versi che seguono o altri simili a
un qualunque giovane educato alla nostra scuola, mi direbbe che i pensieri,
se non i versi, sono di un qualche poeta d’amore del trecento e che in
essi si parla come in tutti gli altri consimili versi dell’amore per questa 0 quella
femmina vera.
E non poss’io da te disciormi e porre
a mie cure il pensiero ;
come farfalla al cero,
aleggio a te d’intorno e arder mi sento.
(1) Zd. id., I, pag. 270. (2) Di amore. (3) Zd. id., I, pag. 270. -
II2 CAPITOLO QUINTO
Che se t’è dato di cercarmi il core,
ora il cerca, suvvia |
Se no, avverrà che pria
tu cerchi molto e più non mi ritrovi.
Sì conformato non son’io che pago
facciami un solo sguardo.
e _ o .». si s o si ss ss esa so sa *
Se tu mi getti cento volte al fuoco
e fuori indi mi togli,
non fia che oro ne cogli;
quel di prima, son io, benchè distrutto ...
Ebbene questa è semplicemente la traduzione fatta dal Pizzi di una gha-
zela di Saadi (1184-1291) che porta per titolo L'amore divino! (I).
2. I’INFLUENZA DEL MISTICISMO ORIENTALE SULLO SPIRITO DELL'OCCI-
DENTE. — Non basterebbero questi fatti per richiamare chi ha spirito serio e
obbiettivo al dubbio che l’interpretazione realistica della nostra poesia d'amore
non debba essere interamente riveduta ?
Ma qui la consueta superficialità dei critici può venir fuori a ripetere :
Si tratta di tutto un altro mondo, di tutto un altro spirito, di tutta un'altra men-
talità.
Errore grossolano ! Errore psicologico ed errore storico. Psicologico perchè
non c'è nulla al mondo che somigli a un mistico quanto un altro mistico anche
di un’altra religione. I concetti mistici sono tutti uguali : l’assimilazione del-
l’amore umano all’amore divino, l’idea del rinascere a vita nuova, l’idea delle
mistiche nozze, l’idea del perdersi in Dio con la mistica ebbrezza, l’idea della
ineffabilità e inesprimibilità dell'amore divino ; e sono di tutti i paesi la ten-
denza dei mistici a riunirsi lontani dal volgo profano, la divergenza dalla tra-
dizione sacerdotale generalmente irrigidita nelle formule che uccidono, l’amore
per la povertà, l’odio per la Chiesa ricca; ed è perfettamente naturale che
stati d’animo analoghi abbiano prodotto manifestazioni formali analoghe.
Per persuadersi di quanto ridicola sia l’obbiezione della diversità fonda-
mentale, sotto questo rapporto, dell'Oriente e dell'Occidente basta scorrere
semplicemente le laudi di Jacopone da Todi ove con aperto riferimento a Cristo
si adopera proprio tutto il solito frasario dell'amore, tanto che, a sopprimere
semplicemente il nome di Cristo e sostituendogli quello di una donna qualun-
que, chi non conoscesse i versi li considererebbe come veri e propri versi
d’amore appassionatissimi. ”
Per te, Amor, mi consumo languendo,
e vo stridendo per te abbracciare :
quando ti parti, sì moro vivendo,
sospiro e piango per te ritrovare ;
(1) Id. id., I, pag. 313.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 113
e, ritornando, il cor si va stendendo,
che in te si possa tutto trasformare.
Donca più non tardare ;
Amor, or mi sovveni,
legato sì mi tieni,
consumami lo core.
Risguarda, dolce Amor, la pena mia,
tanto calore non posso soffrire :
L'amor m'ha preso ; non so o’ io mi sia;
che faccia o dica non posso sentire ;
como stordito, sì vo per la via;
spesso trangoscio per forte languire ;
mon so com’ sostenire
possa tale tormento,
lo qual con passamento
da me fura lo core.
Sappi parlare, ed or son fatto muto ;
vedeva, e mo son cieco diventato :
sì grande abisso non fu mai veduto :
tacendo, parlo ; fuggo, e son legato;
scendendo, salgo ; tengo, e son tenuto;
di for, son dentro ; caccio, e son cacciato.
Amore smisurato,
Perchè mi fai ’mpazzire,
E in fornace morire
di sì forte calore (1).
Potrei empire pagine e pagine di simili strofe, ma bastano queste per
dimostrare non solo che anche in Italia, e proprio mentre Dante scriveva la
«Vita Nuova », l'Amore religioso usava espressioni perfettamente identiche
a quelle dell’amore per la donna, ma che è nel fatto difficilissimo distinguere,
in base alla semplice lettura, il tono dell'amore mistico dal tono dell'amore
per la donna.
Se io facessi leggere questi versi ad uno che non conoscesse affatto la
nostra poesia e gli facessi leggere insieme dei versi della Vita Nuova scritti
per Beatrice e gli dicessi che di questi due poeti l’uno canta per una donna e
l’altro per un’idea religiosa, egli certamente direbbe che questi di Jacopone
parlano di passione vera e quelli di Dante sono mistici ! |
Questo dico contro l’obbiezione che la poesia italiana non potesse seguire
perfettamente lo stesso processo di assunzione delle formule erotiche per il
misticismo che aveva assunto la poesia persiana. Del resto il misticismo ha as-
sunto da per tutto delle forme erotiche, per esempio nelle squisite note di
Santa Teresa o di S. Giovanni della Croce.
Ma l'errore storico gravissimo sarebbe il credere che i movimenti mistici
del Medioevo siano storicamente slegati tra loro e che il misticismo occi-
(1) VALERIANI: Od, cit. vol. I, pag. 28-29.
8 — VALLI.
114 CAPITOLO QUINTO
dentale sia indipendente dalla grande onda del misticismo che veniva dal-
l'Oriente. L’Oriente ha continuato a diffondere lungo tutto il Medioevo le
sue correnti mistiche verso l'Occidente come aveva fatto nell’antichità e
come fa anche oggi.
La più importante delle eresie che hanno dominato il Medioevo, quella
che si congiunse strettamente alla vita letteraria dell'Occidente e proprio alla
poesia d’amore, cioè l’eresia dei Catari o Albigesi, della quale si nutrì lo spi-
rito di tanti poeti provenzali, era nata proprio in Persia sotto la forma di
Manicheismo e dalla Persia attraverso la Siria, che fu il ponte tra l’Oriente
e l'Occidente, per opera delle crociate, che ristabilirono pur con la lotta e la
strage strettissimi rapporti col mondo arabo-persiano, penetrò nell’Occidente
una nuova espansione proprio di questo stesso misticismo che soleva manti-
festarsi nel linguaggio segreto d'amore.
È noto che, mentre i crociati combattevano con i mussulmani in Asia,
gli Ismaelti della Siria, che rappresentavano una estrema sinistra del mi-
sticismo persiano sotto la guida del terribile Hassan, il « Veglio della monta-
gna » (i così detti Assasstm), influenzarono potentemente alcuni ambienti
cristiani della Siria e della Palestina. Basti dire che quell’ordine cavalleresco,
che era stato istituito proprio per salvare i pellegrini di Terra Santa contro
gli infedeli, e cioè l'ordine dei Templari, finiva distrutto mentre era vivo
Dante sotto l'imputazione di eresia e sotto l'imputazione di coltivare dottrine
mussulmane |
I due movimenti importantissimi nello spirito del Medioevo e che sem-
brano convergere nell’anima religiosa del trecento : il movimento Cataro e
il movimento che potremmo dire mistico-gnostico, partono ambedue dall’O-
riente; e l’uno fiorisce nell’ideale di una purezza religiosa evangelica primi-
tiva, l’altro fa vivere la profonda tradizione neo-platonica, la concezione della
divina Sapienza amata, che l'uomo ritrova direttamente in sè attraverso la
sua purificazione interiore.
Non c'è bisogno di risolvere qui il problema attraentissimo, se veramente
sia esistita con una certa precisa continuità una setta segreta mistica unica
che abbia ricollegato l’Oriente e l'Occidente. Le sètte segrete a tipo mistico
son come le nubi che si formano in un momento, si scindono, si rifondono, si
scindono ancora ; e, poichè non lasciano documenti chiari e precisi, riesce
troppo difficile seguire le loro tracce. Ma questo basta per noi, questo è indu-
bitabile : che la corrente del pensiero mistico, che in Oriente escogitò ed usò
con la massima larghezza il gergo dell'amore, si era largamente diffusa specie
attraverso le crociate in quelle regioni dell'Occidente (Provenza, Italia) che
dettero una grandissima diffusione ad uno strano, complicato ed oscuro lin-
guaggio d’amore in un ambiente saturo di lotte religiose e di spirito mistico.
Nulla di più legittimo che supporre che le stesse cause abbiano prodotto
gli stessi effetti, e che un'idea mistica abbia voluto dissimularsi sotto la poesia
d'amore in Occidente allo stesso modo che faceva in Oriente. Questa ipotesi
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. II15
viene potentemente rafforzata dalle segnalate stranezze e dalla constatata
incomprensibilità e assurdità di tanta parte di questa poesia d'amore e verrà
dimostrata quando tradurremo semplicemente dal gergo la poesia d’amore
dei poeti italiani e vedremo che essi non facevano se non quello che Qasimi
chiaramente spiegava nel suo Amico degli esperti : e cioè parlavano dando
un significato segreto e convenzionale ad alcune parole come amore, cuore,
anima, spirito, intelletto (I).
Le differenze fondamentali (a parte il diverso ambiente religioso) erano
queste :
I) In Persia la donna o l’amico rappresentava generalmente Iddio
concepito in senso mistico-panteistico ; in Italia la donna rappresentava più
propriamente, con più classica verosimiglianza, la divina Sapienza.
2) In Italia (dove ardevano molti roghi) la simbolizzazione era più
accuratamente e segretamente condotta in modo da presentare maggiore vero-
simiglianza di amore terreno e servire veramente, in caso di accusa, come
scudo alle parole mistiche.
Ma il metodo e gli artifici erano gli stessi e non per caso la « Rosa », la
mistica rosa oggetto dell’amore per il mistico usignolo d'Oriente e per il mistico
amante d’Occidente, si chiama nella nostra poesia italiana « Rosa di Soria ».
È per me una preziosa conferma di quanto qui affermo il fatto che uno dei
più insigni studiosi del « dolce stil novo », Giulio Salvadori, abbia già veduto,
sla pure tenendosi in parte alla vecchia tradizione interpretativa, che la poesia
di Guido Cavalcanti è sotto la diretta influenza della filosofia arabo-persiana
dei Sufi e abbia osservato le grandissime analogie che si rivelano tra il pensiero
dei mistici persiani, e specialmente di Avempace (Ibn-Bàdja), con quello di
Guido Cavalcanti. Egli ha già stabilito un prezioso raffronto tra il libro di
questo mistico orientale : Il regime del solitario e le idee di Guido. In questo
libro si espone come l’uomo con lo sviluppo successivo delle sue facoltà,
non senza però un aiuto che scende dall'alto, può arrivare a identificarsi con
l'intelletto attivo ; si dice che i solitari, che questo vogliono ottenere, possono
restare nel mondo come stranteri vivendo col pensiero nella repubblica ideale
di cui son cittadini giungendo per mezzo della riflessione e della giustizia
alla « percezione delle cose spirituali fino agli spirituali universali ». « Dovere
« del solitario è d’appartarsi dagli uomini inferiori e unirsi coi conoscenti.....
«da quelli deve appartarsi perchè non sono della sua stessa specie : e senza
«farsi loro giudice adorare il Creatore in segreto, perfezionandosi nella
« scienza e nella religione, sì da diventare luce per gli altri ».
(1) «L'amico degli esperti... e s'intendono per esperti secondo il linguaggio mistico,
quelli che hanno conoscenza della dottrina. (Ricordarsi : le persone ch'hanno intendimento)
e sono avviati alla cognizione di Dio. Il breve poemetto... viene determinando i
significati diversi e speciali che i mistici danno a parole di uso assai comune come sono :
anima, spirito, cuore, intelletto e amore ». PIZZI, Of. cit. I, pag. 237.
II16 CAPITOLO QUINTO
Il Salvadori scrive : « Nella concezione d’Avempace ritroviamo le linee
principali della concezione cavalcantiana. La Repubblica ideale dei solitari,
che, senza appartarsi dal mondo, vi albergano come stranieri, ricercandosi
tra loro, lontano dagli uomini che vivono bassamente, si ritroverà nel Regno
d’amore, costituito dai « conoscenti ».... separati dagli uomini di « basso cuore »,
dai « morti ».... L'intelligenza nelle pure forme astratte.... nell’« intenzione »
della forma della bellezza già attuata nella donna, ecc. ».
Con queste parole e con tutto il suo interessante studio: La poesia gio-
vanile e la Canzone d’ Amore di Guido Cavalcanti, il Salvadori, pure restando
completamente estraneo alla intuizione prima del Rossetti, finiva col dimostrare
per il Cavalcanti quello che 1l Perez aveva già dimostrato per Dante, cioè che
l’amore da lui cantato è realmente un amore per la Intelligenza attiva consi-
derata come una sostanza separata sotto l'influenza dell’aristotelismo, del neo-
platonismo e del misticismo arabo-persiano. É poichè questo amore era evi-
dentemente non soltanto di Dante e non soltanto di Guido e non soltanto di
loro due, ma di tutto il gruppo che stava intorno a loro, tutti odiatori
della « gente grossa » dalla quale non si volevano fare intendere, e costrut-
tori di poesie strane ed inintelligibili, mi sembra che il carattere di gruppo
mistico settario che io ho dato al «dolce stil novo » resti già sufficiente-
mente dimostrato.
3. IL GERGO SEGRETO NEL, « FIORE » E L’INGRESSO DI « FALSOSEMBIANTE »
NELLA CORTE DI AMORE. — Abbiamo seguito brevemente le tradizioni che
convergono a un certo punto a formare il movimento del « dolce stil novo »:
abbiamo visto che era usanza antica considerare come donna amata l’Intelli-
genza attiva, che era usanza antica considerare come donna amata la mistica
Sapienza e ciò tanto nel campo eterodosso (gnosticismo) quanto nel campo
ortodosso (Sant'Agostino), e che questa divina Sapienza amata, attraverso la
tradizione del libro della Sapienza e del Cantico dei Cantici si era logicamente
immedesimata con la Sapienza della Chiesa. Abbiamo visto d’altra parte che
prima dei « Fedeli d’amore » d'Occidente i « Fedeli d'amore » d'Oriente avevano
usato il linguaggio convenzionale dell'amore per la donna per esprimere
affetti e sentimenti di ordine nettamente mistico.
Da questi precedenti si può comprendere perfettamente che quando in
Occidente si sviluppò una speciale corrente di fervore mistico in ambiente
disposto all'espressione artistica, coloro che amavano e ricercavano una
mistica Sapienza potessero rappresentarla come donna e cantarla con le espres-
sioni dell'amore umano. Il fatto era naturalissimo e nemmeno nuovo.
Ma, come ho già accennato, alla tradizione che portava a cantare la
Sapienza sotto la figura di una donna si univa un’altra tradizione, quella che
considerava la Chiesa carnale custode di quella divina Sapienza, come vaso
indegno e corrotto. Quindi è che coloro che amavano la Sapienza divina, la
santa e pura mistica verità beatificante, dovevang essere portati molte
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. II7
volte ad amarla e a celebrarla proprio in odio a quella Chiesa corrotta che,
come era diffusa opinione in Francia e in Italia (per esempio tra i Valdesi)
insegnava invece della Sapienza santa, falsificazioni di essa ed errori e si
opponeva a chi intendeva tornare a quella pura verità evangelica che alla
Chiesa era stata affidata.
Di qui la opportumtà, la necessità anzi, di adoperare un gergo segreto per
esprimere la propria ricerca della Sapienza santa, la propria fedeltà ad essa.
La tradizione mistica presentava l’immagine della Sapienza come donna
amata, una tradizione mistico-poetica aveva già immesso nel linguaggio
d’amore il gergo mistico-convenzionale ; nulla doveva essere più facile e più
opportuno per i « fedeli » della santa Sapienza, che continuare e raffinare
questo giuoco servendosi dell’immagine della donna-Sapienza e del gergo amo-
roso per cantare la Sapienza mistica in odio alla Chiesa corrotta e sfuggendo al
suo controllo.
Così quella personificazione platonica della divina Sapienza che era stata da
principio 1postasi filosofica, che aveva preso poi atteggiamenti e movenze dramma-
tiche e poetiche, divenne, nella necessità della lotta, figura di convenzione e le pa-
role dette a lei e di lei divennero gergo convenzionale in una grande battaglia ema-
nentemente religiosa e quello che era stato linguaggio mistico-erotico per impulso
di pura poesia divenne voluto e consapevole artificio per ingannare la Chiesa
corrotta e la sua Inquisizione.
Questo artificio è adottato non solo ma è gustosamente celebrato in quel
Roman de la Rose, che rappresenta l’opera centrale del secolo decimoterzo e
che dalla Francia si diffonde trionfalmente nel mondo attraverso la traduzione
inglese di Chaucer, attraverso la traduzione italiana di quel Durante che è,
come vedremo, quasi certamente Dante Alighieri.
Tutti sanno che il Roman de la Rose è allegorico, ma i più credono che
la sua allegoria si ritrovi nei particolari allegorici, nella descrizione delle pit-
ture, delle statue, e simili. Ma quella che importa invece è la profonda e signi-
ficantissima allegoria centrale del poema, dell'importanza della quale i filologi,
al solito, pare non si accorgano.
Poichè io miro soprattutto a illuminare lo spirito e il carattere della
poesia d’amore italiana, non prenderò qui in esame il romanzo originale,
ma quella trasformazione di esso che fu fatta da un italiano per gli italiani,
e che porta per titolo Il Fiore. |
Quell’italiano era certamente un fiorentino che viveva nei tempi nei
quali visse Dante e quando avremo compreso bene il significato pro-
fondo di questo poema, avremo, credo, una ragione di più e forse defini-
tiva per riconoscere che l’autore di esso fu proprio Dante Alighieri (I).
Il Fioreè un manuale settario che spiega e giustifica la adozione del gergo
(1) Vedasi l’appendice a questo libro, «La legittima attribuzione del Fiore a
Dante ».
118 CAPITOLO QUINTO
segreto e della dissimulazione da parte della setta dei « Fedeli d'amore ». Questa
adozione è raffigurata dall’ingresso di « Falsosembiante » nella cortedi Amore.
Bisogna rileggere il poemetto lasciando da parte le digressioni vera-
mente erotiche, quelle nelle quali l’abilissimo autore ha immerso l'argomento
vero dell'amore per il Fiore, bisogna lasciar da parte il simbolismo secondario
di certe figure poco importanti e il doppio senso osceno col quale, specie sulla
fine, si vela artatamente il doppio senso iniziatico e religioso del Poema.
Bisogna anche tener presente quell’idea comunissima in molte sètte me-
dioevali, cioè l’idea che la Chiesa di Roma, depositaria della vera, pura, santa
dottrina di Cristo, la nascondesse alle genti (perchè essendo essa corrotta dalla
ricerca dei beni mondani diffondeva, invece di quella verità, errori e men-
zogne, « privilegi venduti e mendaci », ecc.) e perseguitasse coloro che quella
verità cercavano.
Ora l’allegoria fondamentale del poema è questa.
La « Rosa» che l'amante cerca non è nè l’amata nè, tanto meno, la sua
femminilità. L'amante è 1 mistico amante della Sapienza santa la quale prende
qui il nome di « Rosa» (o di « Fiore ») che ritorna stucchevolmente in tutta
la poesia del duecento. Ma la « Rosa» (la Sapienza santa — la vera dottrina)
viene rinserrata da « Gelosia » (la Chiesa) in un castello. Ne sta a guardia
« Malabocca » (l’inquisitore). L'amante dovrebbe disperare di conseguire la
Sapienza santa che egli ama, se un Amico anonimo (iniziatore alla setta) non
lo consigliasse. Essendo vana la forza, l’Amore (la setta) si giova dell’opera di
« Falsosembiante » (dissimulazione della propria fede) il quale riesce ad in-
gannare ed uccidere Malabocca (l'inquisitore), così che l'amante può conse-
guire la gioia del « Fiore » desiderato (attingere la trionfante Sapienza santa).
Vediamo come si svolge questo tema.
Il poeta ferito da Amore (che è l’amore per la Sapienza santa coltivato
dalla setta) giura di essergli fedele « più che Assessino al veglio » (si osservi
il ricordo della setta Ismaelitica della Siria). Amore (la setta) gli pone « la bocca
sulla bocca » poi gli « ferma il cuore con una chiave d’oro » (fatto iniziatico
e promessa del segreto), gli annunzia sofferenze e prove dicendogli che
deve metter da parte la fede nei «mastri divini» presentati e interpretati
dalla Chiesa
i' son tu’ Deo;
ed ogn’altra credenza metti a parte,
nè non creder nè Luca, nè Matteo,
nè Marco, nè Giovanni ... (Son..V).
L'amante si avvicina al « Fiore », alla « Rosa » che è l’oggetto del suo
Amore (VI), è imbarazzato da molte questioni che gli muove Amore, il
quale gliele chiude nel cuore « con quella chiavicella ch'i v’ho detto » (1nse-
gnamento segreto). Egli disprezza il consiglio di Ragione (prudenza) per seguire
il suo desiderio, perchè Amore gli ha giurato che lo metterà «in alto grado »
se lo serve lealmente (X).
IL, GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. II4
Interviene allora un anonimo Amico (iniziatore), il quale lo assicura che
lo Schifo (la difficoltà di intendere la Sapienza) che gli impedisce di giungere
al Fiore si potrà vincere con l'umiltà (XI). Egli va con grande umiltà, ma il
dio d'amore gli manda in aiuto anche Franchezza e Pietà. Lo Schifo cede e
Bellaccoglienza, che ha in custodia il Fiore, « persuasa da Venere », permette
all'amante di baciare il Fiore avvertendo però che il Fiore è guardato da
Castità e Gelosia, da Paura e da Vergogna ((l’ostacolo per amare la Santa
Sapienza. sono la gelosia della Chiesa e la paura dell’adepto di fronte ad essa)
e sopratutto da « un villan che truov’ogni menzogna » che si chiama Mala-
bocca (l’inquisitore). L'amante fra il terrore delle minacce bacia il Fiore e lo
bacia (si noti bene) con le braccia in croce, gesto che non è certo dell’amore
comune e sensuale, come vorrebbe apparire questo, ma che tradisce perfet-
tamente il senso simbolico della Sapienza santa adorata.
Sì ch'i’ allor fecî croce de le braccia,
e si'l1 basciai con molto gran treniore
sì forte ridottava sua minaccia (XX).
L'amante è inebriato dal profumo del Fiore, ma ecco che cominciano
i guai a causa di
. .. Malabocca, quel ladro normando, (1)
che se n’avvide e svegliò Gelosia
e Castità, che ciascuna dormia ;
per ch’i‘fu’ del giardin rimesso in bando (XXI).
L'inquisitore ha messo in guardia le forze della Chiesa (Gelosia e Castità).
Bellaccoglienza e il Fiore che essa guarda vengono allora chiuse in un castello.
Si noti che Castità parlando a Gelosia ed eccitandola a difendere il
Fiore le dice :
1 Gran luogo avete in Lombardia e °“n Toscana.
Per dio, ched’e’ vi piaccia il fior guardare !
Chè se que’ che ’1 basciò punto lo sgrana,
non fia misfatto ch’'uon poss'ammendare (XXII).
Si osservi che Castità dovrebbe guardare il Fiore in Lombardia e in To-
scana (proprio le due regioni dove, come è noto, era più diffusa l’attività di
quegli eretici che volevano giungere alla Sapienza santa della Chiesa contro la
Chiesa) e che questa Lombardia e questa Toscana vengon fuori nel piano
letterale come un ridicolissimo non senso.
Gelosia persuasa :
Che la guardia del Fior è perigliosa
eo e _ es _ si ai oa ea ea e Ss *
per la bieltà ch’ha ’n lei maravigliosa.
fa dunque costruire il gran castello mettendo a guardia Vergogna e Paura,
ma sopratutto Malabocca, l’inquisitore, colui che accusa gli amanti della
« Rosa » (XXX).
(1) I normanni erano l’odio degli albigesi ed i loro carnefici.
120 CAPITOLO QUINTO
E a questo punto accade una cosa stranissima. L'amante descrive questa
violenta difesa che fanno Gelosia e Malabocca del « Fiore », come un terribile
vento che tirava in Provenza tale che lo scoraggiava e lo faceva stare scon-
fortato. Evidentemente la crociata degli Albigesi, la distruzione dei Catari e
degli eretici che avevano cercato la santa « Rosa» faceva disconfortare il
nuovo amante della Rosa che era sempre la stessa. Si osservi bene questo so-
netto che vien fuori in mezzo al preteso romanzo di amore :
Quand’i’ vidi i marosi sì ’nforzare
per lo vento a Provenza che ventava,
ch’alberi e vele e ancole fiaccava
e nulla mi valea 1l ben governare,
fra me medesmo comincia’ a pensare
ch'era follia se più navicava,
se quel mal tempo prima non passava
che dal buon porto mi facea lungiare.
Si ch'i’ allor m’aucolai a una piaggia,
veggendo ch'i’ non potea entrar in porto:
la terra mi parea molto salvaggia.
Ivi vernai con molto disconforto.
Non sa che mal si sia chi non assaggia
di quel d’Amor, ond’i’ fu’ quasi morto. (XXXIII).
Il povero amante in seguito alla tempesta « che ventava a Provenza »
è rimasto quasi morto. (Tutto il movimento ereticale infatti rimase paraliz-
zato dopo la spaventosa crociata.) Inutile dire che il vento di Provenza
nel senso letterale non significherebbe proprio nulla, perchè non si parlava
affatto di una tempesta, bensì di una chiusura del « Fiore » che era stato
messo sotto la guardia di Malabocca.
In questo sconforto l'amante ha un’altra visita di Ragione (prudenza),
la quale vuole ancora persuaderlo a rinunziare all’Amore (la setta).
Or ti parti da lui o tu se’ morto,
nè nol tener già ma’ più a signore
e prendi il buon consiglio ch'i’ t'apporto (XXXVII).
Ma l’amante non se ne parte « chè sanza amor non è altro che nuia »
(XXXVIII) e perchè è dato « tutto al Fior » (XIII) e spera che se la fortuna
gli è contraria essa potrà girare la ruota ed è risoluto «se morir ne dovesse,
d’amar il fior» (XLVI).
Allora ritorna l’Amico (l’iniziatore) che lo trova molto triste. L'amante
gli racconta quanto è accaduto. L’Amico lo conforta a restar saldo nel suo
amore, ma qui incomincia la nuova importantissima parte. L’ Amico consiglia :
A Malabocca vo' primieramente
che tu sì no gli mostri mal sembiante
ma se gli passe 0 dimore davante,
umile gli ti mostra ed ubbidiente (L).
‘a.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. I2I
La Chiesa non si vince con l'opposizione violenta, bisogna cominciare col
lusingare l’inquisitore.
così vo” che lo ’nganni quel truante
che si diletta în dir mal d'ogne gente.
Col braccio al collo sì diè on menare
il su’ nemico, insin che si' al giubbetto,
co le lusinghe e po’ farlo impiccare.
Or metti ben il cuor a ciò c’ho detto;
di costu’ ti convien così ovrare,
insin ch'e’ sia condotto al passo stretto (L).
La cosa è chiara ; si tratta di fingersi (secondo la prescrizione della setta)
fedele osservante e ossequente all’inquisizione fino al momento opportuno
per insorgere.
L'Amico infatti consiglia l'amante anche di non farsi vedere troppo spesso
dove è la « Rosa » e chiama questo « astinenza ».
Impresso vo’ che tu aggie astinenza
di non andar sovente dal castello (TI).
L'amante deve onorare ugualmente a tutto suo potere la vecchia (il Papa ?)
che ha in guardia Bellaccoglienza.
Avanti a lei
Di pianger vo’ che faccie gran sembianti,
dicendo che non può viver sanz’essa
E se tu non potessi lagrimare,
fa che tu aggie sugo di cipolle
o di scalogni, e farànnolti fare (LIII).
(Si vedrà poi che piangere anche nel gergo del « dolce stil novo » significa
simulare).
L'amante può anche mandare qualche lettera all’amata, ma con molta
prudenza :
Ma nella lettera non metter nome ;
di lei dirai «colui», di te «colei»;
così convien cambiar le pere a pome. (LIV).
Così, aggiungo io, la poesia d'amore cambiando «le pere a pome » si
continuò in un infinito scambio di lettere di « colui » a « colei » senza che nè
nomi veri, nè figure vere apparissero mai.
Segue una serie di sonetti (LV-LXVII), che intercalano ad arte, in un
tono completamente diverso, veri ammaestramenti per il vero amore verso le
femine. Alla fine l'amante protesta che egli non si sente l’animo di fingere e
vuole sfidare « Malabocca e tutta sua masnada ». L’ Amico di nuovo a persua-
derlo che la guerra lui non la può fare contro Malabocca, che la faranno
se mai i « Gran signor di terra — che posson sovvenir oste e battaglia ». Evi-
dentemente si allude all’Imperatore o a monarchi antipapali. E anche qui
122 CAPITOLO QUINTO
l’artificio si rompe goffamente. Se Malabocca fosse la maldicenza fatta contro
gli amanti si dovrebbe veramente vincere con « oste e battaglia » da re e da
imperatori? Re e imperatori dovrebbero far la guerra contro chi fa mal-
dicenza sugli innamorati? Lasciamolo credere ai critici « positivi ». Evidente-
mente si spera nei «gran signor di terra » per dar un giorno un colpo con
la forza alla potenza della Chiesa corrotta e della inquisizione.
Ma Malabocca è traditore e chi è debole non può vincerlo che lusingan-
dolo. E l'amante si arrende convenendo che gli conviene « ovrar di tradigione »
e che lo farà « come ch’ella gli spiaccia Per venir al di su di quel cagnone ».
L'amante girando intorno al castello trova una porta guardata da
Ricchezza (la ricchezza della Chiesa) la quale gli nega il passaggio perchè
egli (fedele della povertà evangelica) non è dei suoi e non segue la ricchezza
(LXXIV-LXXVII). Intanto giunge la baronia di Amore, tra la quale ritrovia-
mo Cortesia, Larghezza, Ardimento, Onore, Diletto, Compagnia, Angelicanza,
Sicurtà, Letezza, Bieltate e altre virtù che troveremo spesso celebrate dai
« Fedeli d’amore ». Tra queste vengono anche due personaggi, il primo dei
quali è importantissimo e sono Falsosembiante e Costretta-Astinenza.
Costretta-Astinenza (che dice che non potrebbe vivere senza Falsosem-
biante) espone la vita gioiosa che essa mena con lui:
e nostra vita dimeniam gioiosa,
sanza dir cosa mat che noi pensiamo.
La cera nostra par molto pietosa,
ma non è mal nessun che non pensiamo.
Ben patam moi gente religiosa! (LXXX).
Amore (la setta) non vorrebbe fidarsi molto di Falsosembiante ma questi
gli promette di essere leale.
La baronia fa consiglio ove tutti sono d’accordo ad aiutare l'amante,
(tranne Ricchezza la quale naturalmente parteggia per la Chiesa) e decide:
che Falsembiante e Costretta-Astinenza
desseno a Malabocca scacco matto (LKXXIV).
e dà poi ufficio per la lotta alle altre virtù. Amore (la setta) inveisce contro
Ricchezza minacciando che un giorno ne farà vendetta. Falsosembiante entra
dunque con ufficio importantissimo nella corte d'Amore. (I « Fedeli d'amore »
assumono un falso sembiante).
Amor sì disse : « Per cotal convento,
Falsosembiante in mia corte enterrai.
che tutti i nostri amici avanzerai
e mettera ’'i nemici in bassamento (LKXKXXVII).
Falsosembiante fa qui una lunga apologia di se stesso dicendo che egli
vive per lo più mne? chiostri :
I’ sì mi sto con que’ religiosi,
religiosi no, se non in vista... (LXXXIX)
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 123
e fa un quadro terribile della loro falsità e perfidia e del loro orgoglio, della
loro potenza fondata sull’inganno e tra le sue vittime cita Sigier:i (esaltato poi
da Dante) e Guglielmo di Sant' Amore (XCII).
Falsosembiante aggiunge ancora molte delle idee più diffuse tra gli ere-
tici Patarini, cioè che la religione si trova più tra i secolari che vestono « robe
di color» che non fra i « religiosi », loda ugualmente l'abilità di Costretta-
Astinenza che si trasforma pensando sempre a male, dice che egli della reli-
gione lascia lo grano e prendene la paglia (CIII), espone, attribuendoli a sè,
tutti gli inganni attribuiti alla Chiesa corrotta, le sue cupidige, predica contro
la mendicità volontaria (degli ordini mendicanti) escludendone però un certo
gruppo che non determina, dicendo soltanto che sono « persone ispeziali che
van cherendo lor vita per Dio» (CXIII).
Dice ancora di sè :
I’ sì son de’ valletti d’Antecristo,
di que’ ladron che dice la Scrittura
che fanno molto santa portatura
e ciaschedun di loro è ipocristo (CXXIII).
Ed è lui, Falsosembiante, che nella persona di cattolico combatte ter-
ribilmente i Paterini, credenti o consolati.
Sed i’ truovo in cittade o in castello,
colà ove Paterin sia riparato,
credente ched e’ sia o consolato,
od altr'uom (ma’ che sia mio ribello),
e .»0 .»°0.ìì° ,ììoì o Sì 8 8.
60 .°0 .00.°0 o.»°ao Sp0 Sa o°0 »0 a ®0 ».
Chi vuole scampare al suo furore deve riscattarsi con doni. Chi non porta
doni o sacchetti di fiorini avrà sentenze assai dure :
Nè non si fidi già in escritture,
che saccian che co’ mie’ mastri divini
$° proverò ched e’ son Paterini,
e farò lor sentir le gran calure.
Od i’ farò almen che fien murati,
o darò lor sì dure penitenze
che me’ lor fora che non fosser nati.
A Prato ed a Arezzo e a Firenze
n’ho io distrutti molti e iscacciati.
Dolente è que’ che cade a mie sentenze! (CKXVI)
Il ricordo delle persecuzioni inquisitoriali a Prato, ad Arezzo ed a Firenze
brucia troppo in mezzo a questo racconto d'amore ! Ma non per caso si con-
chiude con esso il discorso di Falsosembiante.
Lo spirito di tutto questo racconto è : Poichè la Chiesa, l'Inquisizione,
î$ preti corrotti adoperano essi di continuo la menzogna e la simulazione, 1 Fal-
124 CAPITOLO QUINTO
sosembiante, devono essere combattuti con la stessa arma. Chi, seguendo Amore
(la setta), vuole conseguire la Rosa, la Sapienza santa, il trionfo della Vera
Chiesa, deve egli pure adoperare la simulazione, « come ch’ella gli spiaccia »,
deve egli pure arruolare tra î suoi Falsosembiante. È la giustificazione della
tattica di questo movimento antichiesastico : simulare perchè si ha a che fare
con ipocriti e con traditori. |
E infatti Falsosembiante e Costretta-Astinenza vanno come « buon pel-
legrino e buona pellegrina » a Malabocca l’inquisitore, a domandare umil-
mente ostellaggio.
Malabocca conobbe ben Sembiante,
ma non ch'e’ fosse Falso ; sì rispuose
ch’ostel darebbe lor : « Venite avante ».
Ad Astinenza molto mente puose,
chè veduta l’avea per volte mante
ma per Costretta già mai no lla spuose (CXXXI).
Così l’uomo facendo un sembiante falso e contenendosi strettamente nelle
manifestazioni del suo amore per Madonna la « Rosa », può arrivare a vincere.
Infatti Falsosembiante comincia a persuadere Malabocca che il « Valletto »
innamorato non pensa affatto a togliergli il « Fior » (1) e che è profonda-
mente devoto a Malabocca. Malabocca si pente allora di aver « mal pensato »
e con ciò è vinto. In quel momento Costretta-Astinenza lo afferra e Falsosem-
biante col rasoio « a Malabocca la gola ha tagliata ».
Una volta tagliata la gola a Malabocca (una volta tratta in inganno e
uccisa così l’inquisizione per mezzo del falso sembiante) le resistenze non sono
più gravi. Si hanno digressioni della Vecchia sull’amore (realistiche), pompose
descrizioni di lotte tra Bencelare e Vergogna, tra Schifo e Franchezza, tra
Sicurità e Paura, tutta stoppa e riempitivo : alla fine arriva Venere, la dea
dell’amore, con la sua face arde il castello e allora l'amante riesce a possedere
la « Rosa ».
Gli ultimi sonetti trasformano con acuto artificio il misterioso simbolo
della « Rosa », in un doppio senso lubrico. Il Poeta riesce così perfettamente
a nascondere sotto questa storia d’amore 20 codice della lotta contro la Chiesa
corrotta.
Falsosembiante non è che l’espressione personificata di quella necessità
nella quale si trovarono, dopo che ebbero visto che vento tirava in Provenza,
questi ribelli all'autorità corrotta di Roma, di dissimulare la propria fede,
di fingersi ossequenti al Papato e alla Inquisizione per sfuggire alle loro ven-
dette, ma nello stesso tempo escogitare il modo di parlare del proprio amore
per la misteriosa « Rosa » o per il Fiore e giungere a conquistarlo.
(1) Si noti che il Maldicente non sarebbe proprietario del « Fiore » mentre l’in-
quisitore è il detentore della verità santa, che d’altra parte la maldicenza non si è
mai vinta mostrandosi devoti al maldicente, l'Inquisizione sì.
II, GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 125
Di questo mentito ossequio alla Chiesa il quale, per i suggerimenti di
Falsosembiante, velava l’odio e la vendetta di chi simulava obbedienza. alla
Chiesa e intanto mirava alla mistica Rosa », alla vera Sapienza santa che la
Chiesa possedeva, ma nascondeva per cupidigia ed avarizia, di tutto questo
era piena la vita letteraria e tutta la vita religiosa di Provenza. Se i biasimi
contro la Chiesa prorompevano a tratti apertamente, diffusissima era la
dissimulazione dell’eresia. Il canone dell’eresia catara che permetteva agli
adepti di rinnegare dinanzi all’autorità della Chiesa la fede Catara restando
però a lei fedeli nel cuore, aveva del resto già creato quella terribile confu-
sione dalla quale a un certo punto la Chiesa non aveva saputo uscire se non
con la strage (I).
4. IL GERGO NELLA POESIA D'AMORE DAI PROVENZALI AI SICILIANI. —
In tutta la poesia trovadorica l’amore è già mescolato con stranezze di pen-
siero mal comprensibili e con lampi di odio contro Roma, stranezze di pensiero
mal comprensibili che si manifestano per esempio nel trobar cluz di Arnaldo
Daniello (proprio di colui che era tanto ammirato da Dante) e di altri, o
lampi di odio contro Roma, come quello violentissimo della sirventese fa-
mosa di Guilhems Figueira : ..... Roma ingannatrice che sei guida di ogni male
e cima e radice... Roma ingannatrice l'avidità t'inganna che alle tue pecore tosi
troppo lana.... Roma che agli uomini semplici rodi la carne e le ossa e guidi i
ciechi con te dentro la fossa, tu.... che perdoni per denari 1 peccati, tu Roma ti
carichi di un gran fardello di peccati tu stessa.... .... Roma Colui che è luce e
vera guida e vera salute del mondo ti dia la mala parte che hai saputo far tanto
male che tutto il mondo grida, Roma disleale, radice d'ogni male arderai senza
fallo nel fuoco infernale.... (2). "Tutta la sirventese continua lungamente su
questo tono e tutti sanno che malgrado l’esistenza di alcuni poeti passati
alla Chiesa e partecipanti alla crociata degli Albigesi contro gli eretici, la
lingua provenzale era lingua di eretici (3) e l'eresia era sparsa di corte in corte,
di città in città, di castello in castello da trovatori e giullari.
Quando la crociata degli Albigesi desolò con le sue ripetute stragi la
Provenza, essa disperse per il mondo insieme la poesta d'amore e l'eresia. I
trovatori esuli, che pure tanto avevano lottato per la loro fede, non avevano
più di quella loro fede nessun accento, ma invece portavano di città in città,
di corte in corte la celebrazione della loro « Rosa », della loro eglantina, rosa
(1) Per la diffusione del linguaggio segreto nella letteratura provenzale si veda R0S-
SETTI: Il mistero dell’amor platonico, vol. I. Si veda anche il più interessante dei vo-
lumi dell’Aroux, ove si dà il significato settario di molti romanzi del ciclo di ARTÙ:
Les Mystères de la Chevalerie et de l'amour platonique.
(2) CRESCINI: Manualetto Provenzale, pag. 327.
(3) In una bolla del 1245 di Innocenzo IV è detta « lingua eretica » ed è interdetta
all'uso degli studenti (FAURIEL, t. I, pag. 24).
126 CAPITOLO QUINTO
di macchia, la celebrazione sempre vaga di una indefinita donna, oggetto di un
sempre vago amore.
Questa dispersione di canti d’amore, si fece sotto la luce sanguigna della
crociata degli Albigesi e contemporaneamente per l’Italia divampavano mo-
vimenti ereticali e canti d'amore.
Alla corte di Federico II, fervente di arditi pensieri e talora di odio e
di lotta contro Roma, si incontrarono l’influenza dei canti provenzali e pro-
babilmente una nuova onda di tradizione mistica venuta più direttamente
dall’Oriente per mezzo dei filosofi arabi che circondavano l’imperatore. E alla
corte di Federico II, l’imperatore scomunicato, si cominciò a poetare d'amore.
Certo la poesia trovadorica che, pur contenendo una vena di spirito inizia-
tico doveva essere spesso semplice poesia d’amore, si confuse in Sicilia con una
vena di poesia popolare, ma già la prima poesia italiana che noi conosciamo,
il famoso contrasto di Ciullo d’Alcamo, presenta assai probabilmente, com-
misto con elementi della tradizione popolare, qualche elemento di tradizione
segreta settaria.
Bisogna ripensare al significato settario e mistico del « Fiore » serpeggiante
sotto le sue lubricità apparenti e mescolantesi con la dottrina dell’amore vol-
gare, per riconoscere il valore dell'idea del Rossetti, che in questo contrasto
vide l'eterno contrasto popolarescamente raffigurato tra l'amante della « Rosa »
(la dottrina segreta) e la « Rosa » che gli si dona attraverso le consuete difficoltà.
E certo non si può passare a occhi chiusi sopra un complesso di stra-
nezze, a cominciare dal fatto che questa « Rosa » è desiderata dalle « donne »
mentre è in realtà una donna.
Rosa fresca aulentisima — c’apar’ in ver la state,
Le donne ti disiano — pulzelle, maritate (1).
La semplicità, la volgarità della forma può illudere, ma è da osservare
che lo spirito dell'amante è sommamente irriverente verso la Chiesa e verso il
monachismo ; la minaccia della donna all'amante che egli sarà malmenato
dal suo padre e dai suoi fratelli può esser la minaccia all'amante della « Rosa»
che egli sarà malmenato dal Papa e dai cardinali che la custodiscono gelosa-
mente in « esto forte castello » (proprio come il « Fiore » di messer Durante).
Ma controla minaccia del padre (del Papa) l'amante mette una « difesa di du-
milia agostari », di duemila augustali, le monete di Federico II. Il cercatore
della « Rosa », fatto forte contro il Papa dalla protezione dell'Imperatore, grida
infatti a questo punto assai stranamente e con aria di sottinteso alla donna:
Se i tuoi parenti trovami, — e che mi pozono fare ?
una difensa metoci — di dumilia agostari;
non mi tocara padreto — per quanto avere ha ’m Bari.
viva lo '"mperadore, graz* a Deo;
intendi, bella, quello che ti dico eo.
(1) MONACI: OP. cit., pag. 106.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 127
E questo invito ad intendere par che non sia un semplice riempitivo, come
non pare riempitivo l’altro verso della donna « Intendi bene ciò che voglio dire »
dove protestando che del suo frutto non hanno avuto nè conti nè cavalieri e
rinfacciando al cantore la sua povertà, può veramente alludere al fatto che la
« Rosa », che poi gli si concede, si concederà ai poveri e non ai ricchi. E
strano è ancora il desiderio che esprime il poeta di morire nella casa di lei.
Deo lo volesse, vitama, — c’ha te fosse morto in casa
l'arma n’anderia consola... (1)
Versi nei quali augurando alla donna i rimproveri che le farebbe la gente,
si può però alludere alla solita morte di chi consegue la Rosa.
Ma la cosa più interessante e non notata dal Rossetti, è che verso la
fine del contrasto noi apprendiamo che questo amante era andato dall’amata
col Vangelo sul petto, col Vangelo che egli porta «in seno » e che lo aveva rubato
nella Chiesa dove 1l prete non c'era. Una spiritosa previggenza di innamorato
il quale, sapendo che la donna gli avrebbe chiesto di giurare sul Vangelo che
l'avrebbe sposata, si era premunito ? Certo questo nel senso letterale ; ma
questa specie di matrimonio clandestino fatto con giuramento sul Vangelo
che è stato portato via di nascosto alla Chiesa potrebbe significare molto ma
molto di più:
L'’Evangiele, carama, ch'io le porto în seno,
a lo mostero presile, non ci era lo patrino;
sovr’ esto libro jiuroti, mai non ti vengno meno (2)
E ci vien fatto di ripensare al vecchio rito dei catari che davvero
portavano l’Evangelo 1n seno, nel cuore, e per il quale 12 segreto congiungi-
mento del fedele con la vera Chiesa în odio alla Chiesa corrotta si faceva con
l'imposizione sul capo del Vangelo di S. Giovanni.
Ma per quanto l’idea del Rossetti ci lasci pensosi, bisogna confessare che
qui siamo ancora nel campo delle supposizioni. Si tratta di una composizione
originalissima che sta quasi a sè senza altre analoghe che ci possano servire
di controllo.
Certo è però che in tutto il resto della poesia siciliana si muovono sol-
tanto pochissimi motivi e tutti assai facilmente riducibili a motivi mistici e
settari.
Questi motivi sono : Proteste di fedeltà alla donna per la vita e per la
morte, che possono benissimo essere proteste di fedeltà alla setta. i
Dolore per la lontananza della donna e desiderio di ritrovarsi con essa, che
può perfettamente riferirsi alla setta. .
Lode di madonna e specialmente della sua dottrina e della sua conoscenza
e del suo insegnamento, che molto bene si conviene alla setta che dà la vera
Sapienza e molto male alla donna.
(1) Id. îid., pag. 108. (2) Id. id., pag. 109.
128 CAPITOLO QUINTO
Proteste di morire, previsioni di morte, desiderio di morte, accettazione
della morte per amore di Madonna, che possono avere perfettamente e con
assai verosimiglianza, senso mistico.
Espressione del dolore per dover amare in segreto e non poter esprimere il
proprio sentimento, che può avere assunto benissimo un significato settario.
Certo quando scorriamo tutta questa poesia che risuona intorno all’Im-
peratore eretico, non troviamo che raramente accenti di verità, accenti di pas-
sionalità vivi, di quelli che ci aspetteremmo tanto più in quanto le poesie
sorgono in gran parte dal caldo ed espressivo popolo siciliano. Non v'è
dubbio che quella poesia è legata entro un convenzionalismo. Convenzionali-
smo che secondo il d’Ancona sarebbe meramente letterario, secondo il Rossetti
e secondo me è settarto.
Gli atteggiamenti di Federico II verso gli eretici furono, come è noto,
assai mutevoli : li perseguitò e duramente, quando fu costretto a questo
dai suoi patteggiamenti con la Chiesa, ma la Chiesa e la fama lo accusarono
sempre di eresia e di accordi con gli eretici.
L'ipotesi che alla corte di Federico II si sia a un certo punto trapiantata
per influenza più o meno diretta della tradizione provenzale e dell'Oriente
una setta segreta che parlava d’amore in versi secondo un convenzionalismo
segreto, spiega innumerevoli cose. Spiega cioè:
1) Il fatto che quasi tutti coloro che stanno intorno all'Imperatore
cominciano tutt'ad un tratto a parlare d’amore in versi e che colui che con-
duce, si può dire, la schiera di questi poeti, il cancelliere Pier delle Vigne, è
proprio colui che conduce contemporaneamente la terribile campagna contro
la Chiesa, proprio colui che a un certo punto l'Imperatore ghibellinissimo
pensa addirittura di contrapporre, « Pietro contro Pietra », come autorità
e come potere intellettuale, e sotto un certo rapporto spirituale, alla Chiesa
corrotta, colui che finisce poi vittima, si noti bene, di quella « Morte » che è la
Chiesa di Roma, come evidentemente traspare dalle parole di Dante, quan-
tunque essa venga a confondersi apparentemente con l'invidia.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune, e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti.... (1).
Questa convergenza nella figura di Pier delle Vigne della poesia d'amore
e della lotta antipapale è certo di suprema importanza.
2) Il fatto che questa poesia è, contrariamente ad ogni aspettazione
nostra, fredda, compassata, convenzionale e ripete, come ho detto, stucche-
volmente cinque o sei motivi dai quali sa raramente uscire e tutti facilmente
riducibili a motivi settari.
(1) Inf., XIII, G4.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. I29
3) Il fatto che questi poeti più volte si lasciano sfuggire l’idea che essi
«debbono cantare per comando di Amore ». Poichè ti piace Amore che io
debba trovare e simili formule, usate quasi da tutti, ci riportano all’ipotesi di
una setta nella quale (come poi nel « dolce stil novo ») fosse obbligo degli adepti
di comunicare ogni tanto in versi e mantenere in tal modo i contatti. Si
comincia così la tradizione dei poeti, i quali ogni tanto parlano dell’obbligo
che hanno di cantare.
4) Il fatto che la donna di Federico II, di Pier delle Vigne e di tutti
gli altri poeti del gruppo si chiama sempre e soltanto « Rosa », cioè a dire col
nome convenzionale della dottrina segreta e della setta. Di più, Federico II
a un certo punto la chiama addirittura « Rosa di Soria », ciò che è stato spie-
gato con la leggenda che egli fosse innamorato di un'amica di sua moglie
venuta dalla Sorìa. In realtà (e non è affatto da escludersi che fosse venuta
con la moglie), dalla Sorìa veniva tutta la tradizione del misticismo etero-
dosso e quella della poesia settaria sotto veste d’amore.
IL,a canzonetta di Pier delle Vigne: Amore în cui disio ed ho fidanza rias-
sume quasi tutti i motivi ed è perfettamente interpretabile come una lettera
mandata dal poeta alla setta dolendosi della lontananza, promettendo di
esserle vicino, chiedendo un messaggio, e v'è un punto in cui i versi conven-
gono molto più ad una setta (rosa) dalla quale si vada ad apprendere l’inse-
gnamento che non ad una donna che si debba andare ad amare :
E guardo tempo, che mi sia a piaciere
e spanda le mie vele inver voi, rosa.
e prenda porto là ove si riposa
lo meo core al Vostro insegnamento.
Mia canzonetta porta esti compianti,
a quella c'a ’n bailia lo meo core,
e le mie pene contale davanti,
e dille com’eo moro per su’ amore,
e mandimi per suo messagio a dire
com'’io conforti l’amore ch’i’lei porto ;
e s’io ver lei feci alcuno torto,
donimi penitenza al suo valore (1).
Ma io ho detto che gli atteggiamenti di Federico II verso gli eretici fu-
rono mutevoli. L'Imperatore evidentemente si rivolgeva agli eretici quando
ne aveva bisogno, anche dopo averli perseguitati. É chi sa che questo suo mu-
tevole atteggiamento verso la « Rosa » non si colleghi alle lotte che i Templari,
notoriamente molto amici della « Rosa », ebbero con Federico II, essi che
osarono opporglisi nella crociata e che si rifiutarono addirittura di dargli
aiuto.
Ma delle sue strane e tempestose avventure con la « Rosa » noi abbiamo
una documentazione magnifica che fu rivelata dal Rossetti. La notissima poesia
(1) MONACI: Op. cit., pag. 57.
9 __ V ALLI,
130 CAPITOLO QUINTO
di Federico II: Poichè t1 piace Amore tutta e facilissimamente si risolve in
formule di gergo. In essa l’Imperatore dichiara di aver dato il suo cuore a Ma-
donna, cioè di appartenere alla setta e voler fare ciò che ad essa piace. Gira e
rigira non dice assolutamente niente altro.
Poichè ti piace, Amore,
che eo deggia trovare,
farò onne mia possanza
ch'io vegna a compimento.
Dato aggio lo mio core
in voi, Madonna, amare,
e tutta mia speranza
in vostro piacimento :
e non mi partiraggio
da voi, Donna valente,
chè eo v’amo dolcemente,
e piace a voi ch’eo aggia intendimento
valimento mi date, Donna fina ;
chè lo meo core adesso a voi s’inchina.
ed in vostro volere ;
e veggio li sembianti
di voi, chiarita spera,
ch’aspetto gioia intera;
ed ho fidanza che lo meo servere
aggia a piacere a voi, che siete fiore,
sor l'altre donne e avete più valore
Secondo mia credenza
non è Donna, che sia
alta, sì bella pare; .
nè ch’aggia insegnamento
di voi, Donna sovrana (1).
In altra canzone ancora Federico si mostra palesemente nell’atteggia-
mento di chi debba riacquistare l’amore perduto della « Rosa » :
Della rosa fronzuta
diventerò pellegrino ;
ch'io l’aggio così perduta.
Perduta non voglio che sia,
nè di questo secolo gita,
ma l’uomo, che l’ha in balia (2)
di tutte gioie l’ha partita (3).
Ed egli stesso esprime i lamenti della donna prigioniera del marito
geloso.
I {li nn ri
(1) VALERIANI: Op. cit., I, pag. 54. (2) (il Papa). (3) Zd. td., I,
pag. 50.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC.
13I
Altrove Federico parla assai trasparentemente degli artifici degli amanti
che per « Amore, Rosella » fanno tanti gesti che non si comprendono.
E gli amanti,
che tanti
sembianti
fanno a chi li guarda,
E non vede
la fede,
e crede
ed Amore la riguarda (1).
Nella canzone: Della mia disianza parla di gente che ha messo in sospetto
la « Rosa » contro di lui e prega questa con commosse parole di mantenere i
suoi patti e si presenta addirittura col nome e con l’autorità di « imperatore ».
Ed ho sospetto
della mala gente,
che per neiente
vanno disturbando,
e rampognando
chi ama lealmente ;
ond’io sovente
vado sospirando.
Tanto è saggia e cortise :
non credo che pensasse,
nè distornasse
di ciò che m'impromise.
Dalla ria gente apprise
da loro non si stornasse
chè mi tornasse
a danno ch'i’ gli offise.
E ben mi ha miso
in foco, ca omè avviso
che lo bello viso
lo core m'ha diviso.
Diviso m’ha lo core,
(1) Id. 1d., I, pag. 61.
e lo corpo ha ‘n balia,
e tienimi in Milia
forte incatenato.
La fiore d'ogni fiore
prego per cortesia
che più non mi sia
lo suo detto fallato,
nè disturbato
l’Imperadore,
nè suo valore
non sia menovato,
nè abassato
per altro amadore (2).
(2) Za. id., I, pag. 67.
132 | CAPITOLO QUINTO
Orbene, esiste tra le poesie contemporanee a questa una poesia vigo-
rosa ed energica che il Rossetti ritenne fosse una risposta anonima a Fede-
rico II. In verità essa è di Arrigo Baldonasco, un poeta d’amore che scrive
in gergo nella maniera più palese:
Però tutti amadori
conforto, chè i lor cori aggiano saggi
a mantener li usaggi
di quei c'han più savere (1),
cantando al solito il « Fiore » e dicendo alla sua donna:
Amor... m'ha fatto servidore
di voi, donna piacente,
e di gran senno altera,
sì che date lumera
alle donne (2) e valore (3).
Orbene quella poesia di Arrigo Baldonasco: Ben è ragion che la troppa
orgoglianza risponde evidentemente ad un’altra poesia di persona che col suo
canto « vae rallegrando la gente cui fece mal patire » ed è certamente risposta
ad un potente il quale vuole ora far l’amoroso della « Rosa », mentre in To-
scana tiene ancora della gente della vera fede fuori delle sue case !
Più leggo questa poesia, più mi persuado che il Rossetti ha ragione e
che chi scrive è un « Fedele d’amore » il quale nel momento in cui Federico II,
sentendosi pericolante, ha chiesto aiuto alla « Rosa », gli risponde aspramente
rinfacciandogli i tradimenti usati verso la setta ; e l’assenza del nome del
destinatario e i termini vaghi della poesia e la impossibilità di riferirla ad altro
argomento confermano che si tratta di una poesia settaria. Essa dice in so-
stanza :
« È giusto che il vostro orgoglio sia caduto e diventato umiliazione,
perciò vi dico che voi che siete così orgoglioso ora con il vostro canto cer-
cate di andar lusingando la gente alla quale avete fatto soffrire tanto male
(la setta, la Rosa). Quando vi trovavate in liete condizioni non avevate co-
noscenza del bene e regnavate come a Dio non piaceva sicchè mi maraviglio
che Dio abbia sopportato di farvi essere così a lungo tanto vile. Ora potete
pur dire: «Ardo» (di amore per voi, Rosa) e consumare il vostro canto in
dolore ».
Ben è ragion, che la troppo orgoglianza
non aggia lungo tempo gran fermessa,
anzi convien che torni a umilianza,
e pata pene di stare con essa.
Però mi movo, e di voi vo’ dire,
che lungo tempo andate orgogliando ;
e I vostro canto vae rallegrando
la gente, a cui faceste mal patire.
(1) Zd. id., II, pag. 65. 2) Adepti. (3) Zd. id., II, pag. 70.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 133
Stando in gioia ed in solazzo, poco
era in voi di bene conoscenza,
poichè regnar vi vedeste in quel loco,
lo quale a Deo non era ben piacenza.
Però mi maraviglio come tanto
e’ lo soffrisse a farvi essere codardo.
Parmi per certo potete dir, ardo,
e consumare in doglia il vostro canto.
« Voi non potete essere scusato del vostro tradimento. Rincresceva a Dio
la vostra vita e il vostro mal condurvi nel mondo, però non volle che voi con-
tinuaste a dominare e voi avete invece appreso a bestemmiare (contro la
vera fede d’accordo con la Chiesa corrotta).
« Sappiate che i dolori debbono finire, voi che per sì lungo tempo mante-
nete il male e fate stare fuori di casa loro (in esilio) molti che erano buoni
dei comunali (amanti del loro comune) di Toscana e appartenenti alla fede
pura (alla setta). Mi sembra che voi siate molto fortunato a trovar sempre
bestie che vi sopportino ».
Per tradimento, che ’n voi era essuto
già non mi par ne possite scusare.
Ma era al nostro Signor rincresciuto
la vostra vita, che sì mal menare
vedea in mondo, che gli era spiacere.
Però non volse devesse regnare.
E voi, appresi siete a biastimare
a mal conforto avete lo volere.
Sacciate, che le doglie certamente
hanno stagion ; che per lunga stagione
mantenete li mal comunalmente,
e fate star fuor delle sue magione
a molti, ch'eran buon de’ comunali
di Toscana e della fede pura :
paretemi di gente da ventura
a trovar senipro delle bestie eguali :
« Dunque oggi parlate inutilmente del vostro pensiero (di avere la setta
per voi) ed esso è vano. Dovevate pensarci quando eravate in grande altezza,
allora avreste dovuto considerare che io (la setta) mi muovo a creare la virtù
che non debbo confondere con la fallanza togliendo a quella il suo onore. Se la
fenice (la setta) si rinnova in una nuova e più forte vita potete avere spe-
ranza proprio del contrario (cioè che essa sarà contro di voi e non con voi).
Nella sesta (forse nella sesta riga della canzone : Poichè ti piace Amore che
essendo scritta con due versi ogni riga suonava : « Eo v'amo dolcemente - e piace
a voi ch'eo aggia intendimento ») parlate ben sentenziando, con bella forma,
ma mostrate di aver cominciato senza ordinamento (perchè la setta non in-
tende affatto di occuparsi di voi). Quelli ai quali voi vi volgete perchè
vi sembra che siano in (alto) stato, provvedano a sè, al proprio interesse e
134 CAPITOLO QUINTO
ciascuno apprenda da voi (a essere egoista). Se cade l’elefante (cioè l’uomo
potentissimo come voi) bene è giusto che sia biasimato.
« È giusto che voi soffriate ora li tracotamenti che avete usato lungo
tempo contro gli altri. Voi non siete tale che piaccia alla gente quello che
mostrate a parole e state certo e abbiate per fermo che quello che avete
ora è un giuoco a confronto di quello che avrete in seguito ».
Però che tardi andate parlando
del vostro pensier, che per van l’approvo,
in grande altezza ed in valore stando
era ragion di pensar com’mi movo
a far vertute non debbo fallanza,
e disformarla dello suo onore.
Se °lY Fenice arde, e rinuova migliore,
potete aver del contradio speranza.
In della sesta fate mostramento,
lo qual mi par che sia ben sentenziato.
Mostrate ben che senza ordinamento
lo vostro ditto avete cominciato.
Quei che vedete in istato stare,
ciascun sa ben per se e da voi apprenda,
se *l leofante cade, ogni uom lo ‘intenda,
per sua falla ben si de’ biasimare.
Ragion è che voi deggiate patire
li gran tracotamenti ched usati
avete lungo tempo a consentire
a cominciar quel, che voi sentenziati
ne siete in modo che piaccia alla gente,
e par che in vostro detto ne mostrate;
e siete certo e per fermo l'’aggiate,
che gioco è, ver quel ch’arete, presente (1).
Io non intendo approfondire tutto il contenuto settario della poesia
siciliana perchè mi riserbo di concentrare la mia dimostrazione sul gruppo
del « dolce stil novo » nel quale la esistenza del linguaggio segreto è anche
più palese, ma basti questo esempio citato sopra per mostrare quali nuovi
aspetti della vita medioevale ci si rivelino con il riconoscimento del gergo
segreto e con la conoscenza di questa misteriosa dottrina dei « Fedeli
d'amore ».
Per la stessa ragione, per arrivare cioè rapidamente al punto centrale
della mia dimostrazione, accenno appena ai poeti detti di transizione. Tra
questi, due sono soprattutto importanti: Guittone d’Arezzo e Buonagiunta
da Lucca.
Guittone d’Arezzo a me appare chiaramente come un poeta d’amore
completamente estraneo al movimento settario ed al simbolismo mistico. La
sua poesia non ha ombre, non ha misteri, non ha incomprensibilità. Qualche
(1) Id. id., II, pag. 67.
IL GERGO MISTICO AMATORIO NELLA POESIA, ECC. 135
penombra la porta dalla imitazione provenzale, ma si sente perfettamente
che il suo spirito non ha nulla di profondo e si muove in un ambiente
completamente diverso da quello dei poeti appartenenti alla setta. È franca-
mente guelfo e la tradizione dei poeti settari da Dante al Petrarca lo tratta
con odio e con disprezzo.
Dante, come è noto, ne fa due solenni stroncature, l’una nel Purgatorio
(XXVI, 124) ove fa dire proprio a Guido Guinizelli che quella di Guittone
era una fama scroccata e ormai tramontata, l’altra nel: De Vulgari Elo-
quentia, ove scrive con disprezzo e con odio: « Subsistant igitur ignorantie
sectatores Guittonem Aretinum et quosdam alios extollentes, nunquam în voca-
bulis atque constructione plebescere desuetos » (II, VI, 8).
Queste parole ci spiegano nella maniera più limpida l’atteggiamento di
Dante contro Guittone. Erano secondo Dante gli ignoranti che esaltavano
Guittone, coloro che non avevano sottile intendimento, che non avevano pro-
fondità di pensiero mistico e seguivano la sua fama puramente letteraria.
Le parole di Guittone e le sue costruzioni verbali non avevano le profonde
significazioni anfibologiche della lirica d'amore di Dante e dei suoi amici.
Infatti dai suoi costrutti gira e rigira non si cava altro che quello che c'è nel
senso letterale, nè accade quel che accade per gli altri poeti, che l’interpreta-
zione di alcune parole secondo il gergo, trasformano in senso molto più pro-
fondo tutta una poesia.
Ho detto che il disprezzo per Guittone restò tradizionale. Anche il Pe-
trarca, pur dovendo mettere Guittone tra i poeti d’amore nel suo Trionfo d’a-
more (IV, 32-33), sentì il bisogno di tirargli una frecciata e di cacciarlo più
indietro di dove egli si sarebbe collocato.
Guitton d'Arezzo
Che di non esser primo par ch’ira aggia.
La posizione di Buonagiunta da Lucca è, per me, completamente diversa.
Buonagiunta appartiene alla setta. Scrive ogni tanto con varie oscurità, po-
lemizza con Guido Guinizelli sulla maniera di poetare d’amore e Guido Gui-
nizelli gli risponde, come vedremo, un sonetto che è addirittura rivelatore.
Ma Buonagiunta rimane di là dal « dolce stil novo ». Egli scrive usando
soltanto pochissime parole del gergo e tenendosi ai pochi consueti motivi che
già avevano usato anche i siciliani, parla della sua donna in termini altissimi
perfettamente convenienti alla Sapienza santa o alla setta, ma non fa della
dottrina profonda, non teoretizza, non dogmatizza come farà più tardi il
« dolce stil novo » sotto il velo delle parole d’amore.
E vedremo quale fu il modo e quali le stranissime ragioni del rinnova-
mento operato da Guido Guinizelli.
CAPITOLO SESTO
L’ambiente e lo spirito del “ dolce stil novo ”
«Non vedi tu che (Dante) dice qui chiaro
che, quando l’amore dello Spirito Sancto lo
prira dentro al suo intellecto, che nota l’ispi-
razione e poi la significa secondo che esso
Spirito gli dicta e dimostra ? »
PETRARCA.
I. MODO E RAGIONE DEL RINNOVAMENTO OPERATO DAL GUINIZELLI. —
Nella poesia siciliana e in quella di Buonagiunta da Lucca non ritroviamo
ancora quella elevata spiritualità e quel dottrinarismo profondo che ve-
dremo pervadere la poesia del « dolce stil novo ».
In essa, se al posto della parola « Rosa » si deve mettere un’altra parola,
meglio che la parola « Sapienza » bisogna mettere per lo più la parola « setta ».
La corte di Federico II carteggia con la setta (la Rosa) sotto le parole d’a-
more. Ma quella poesia non teoretizza, non cerca di determinare nella sua
essenza mistica questa forza Amore-Sapienza che essa contrappone semplice-
mente (e soltanto quando le fa comodo) alla Chiesa di Roma. È un interesse
politico più che un vero interesse religioso, quello che spinge l'Imperatore a
dire alla « Rosa » che egli è fatto suo servitore e la « Rosa » gli risponde bel-
lamente in rima per bocca di Arrigo Baldonasco che non gli crede affatto.
La poesia siciliana adoperò il gergo d’amore quasi unicamente per quelle
poche parole che servivano alla vita settaria, non espresse la vera commo-
zione mistica nè la profonda speculazione intellettuale sulla « Intelligenza
attiva ». Essa è la manifestazione più semplice e pratica di tutta la simbo-
logia segreta di questa tradizione.
E una manifestazione di poco meno rozza della stessa tradizione, sì
ritrova come ho già detto in Buonagiunta da Lucca che parla sempre d'amore
senza mai dir nulla di preciso, di profondo, di sentito, senza dare mai un
nome alla donna che non sia quello di « Rosa ». In lui anzi le formule del
gergo diventano noiosamente e pericolosamente stereotipate. Dico perico-
losamente perchè il monotono abuso di queste formule rischiava natural-
mente di renderle ormai troppo comprensibili.
I:cco un esempio di quello a cui si era ridotta nella meccanicizzazione
del gergo questa poesia. Si doveva celebrare a/ solito il « Fiore », la verità
custodita dalla setta, quella che conserva ancora 1 bene nel mondo, quella
della quale il poeta è fedele, quella dalla quale si attende il buon frutto della
CAPITOLO SESTO — L'AMBIENTE E LO SPIRITO, ECC. 137
liberazione spirituale. Ecco la maniera grossolana e trasparente con la quale
st esprime Buonagiunta da Lucca:
Tutto lo mondo si mantien per fiore : (1);
se fior non fosse, frutto non serîìa (1):
per lo fiore si mantene amore,
gioia e allegrezza, ch’è gran signoria.
E della fior son fatto servidore,
sì di bon core, che più non poria,
in fiore ho messo tutto 11 meo valore;
se il fiore mi fullisse, bem morria.
Fo son fiorito, e vado più fiorendo :
in fiore ho posto tutto il mio diporto :
per fiore aggio la vita certamente.
Com’ più fiorisco, più in fior mi 'ntendo ;
se fior mi falla, ben seria miorto :
vostra mercè, Madonna, fiore aulente (2).
È questa una poesia d'amore? Lo creda chi vuole. Io non ci credo.
Quella povera Madonna è appiccicata in fondo a prendere la qualifica di
« fiore aulente », ma come non vedere che essa non c'entra per nulla e che
essa non è una donna vera, se è quel « fiore » fer 10 quale tutto 11 mondo si
mantene, quel « fiore » che deve dare un certo frutto che non si nomina ?
Leggendo questa poesia si comprende come i « Fedeli d’amore » sentissero il
bisogno di cambiare questo « vecchio stile » e di creare uno «stile novo ».
E sommamente importante è il fatto che un tale cambiamento avvenne
non per un lento sopravvenire di una moda, ma in certo modo di autorità,
autorità di Guido Guinizelli il quale a un certo punto «mutò le maniere
de li pracenti detti de l’amore » e sapete con quali argomenti sostenne la
sua riforma e la necessità di questa riforma contro Buonagiunta da Lucca?
Con argomenti che non hanno assolutamente nulla a che vedere nè con l’arte
nè con l’amore, bensì col fatto che «ciò ch’uom pensa non de’ dire ». È Fal-
sosembiante che ha fatto scuola e nulla è più istruttivo per intender che cosa
fosse nella sua vera sostanza il «dolce stil novo » che seguire con una certa av-
vedutezza la polemica alla quale esso dette origine nel suo sorgere e la defini-
zione sottilissima e significantissima che ne dette Dante dopo che esso fu fiorito.
La poesia siciliana e la poesia di Buonagiunta erano, sì, pervase dalla
intenzione di celebrare la setta dei « Fedeli d’amore », la « Rosa » che la simbo-
leggiava e con essa la aspettazione del trionfo di questa « Rosa » o « Fiore »,
ma non avevano profondità di dottrina religiosa o filosofica e si erano stiliz-
zate e meccanicizzate nelle formule, come abbiamo visto nel citato sonetto
di Buonagiunta da Lucca. Queste formule oltre a riuscire fredde ed inefti-
caci rischiavano ormai di essere troppo trasparenti e Guido Guinizelli riformò
sotto un doppio aspetto la poesia d'amore e cioè nella dottrina e nel gergo.
(1) Una donna? (2) VALERIANI: OP. cit., 1, pag. 519.
138 CAPITOLO SESTO
Quanto alla dottrina egli riportò più direttamente e più vivamente la
poesia a celebrare non solo la setta, la « Rosa » in forma vaga, ma a cele-
brare più direttamente e con sentimento più profondo la divina /ntelli-
genza, la santa Sapienza, oggetto del culto della setta. Egli richiamò nella
tradizione una forte corrente di profondo senso filosofico e religioso. Non
solo, ma, mentre l’amore precedente, dirigendosi a una donna che non aveva
nessun carattere preciso, usava a volte per esprimere l’idea mistica e settaria
anche immagini volgari o sensuali che contrastavano con la sublimità, la pu-
rezza e l'altezza del vero oggetto amato, egli creò per simboleggiare la Sapienza
santa, una figura di donna angelicata piena di virtù celesti, amata in puro
spirito, con sembiante di angelo, la quale, pure avendo avanti al volgo e alla
Inquisizione apparenza e nome di donna, mirabilmente si prestava a raffigurare
nella poesia la Santa Sapienza amata.
Così la purezza, la bellezza, la perfezione della santa idea flasmò la pu-
rissima, bellissima, perfettissima donna celebrata nel « dolce stil novo ». Non
fu una sola donna reale, bella e pura, Beatrice, che fece venire in mente a
un poeta di simboleggiare in essa la santa Sapienza, fu la santa Sapienza
amata e vagheggiata da secoli nell’antichità come perfezione divina, che
per vestirsi degnamente e artisticamente informò di sè tutte queste vaghe
e inafferrabili figure di donna.
E l’altra riforma di Guido Guinizelli consistè in questo, che invece di
trattenere la poesia intorno a quella formula ormai vieta e a quel nome ormai
abusato di « Rosa », « Fiore » dette genialmente a questa Sapienza santa il
nome di una donna credibilmente viva e vera, diversa per ciascun amatore.
L'Intelligenza attiva unica in sè ed amata contemporaneamente da tutti i
« Fedeli d’amore » prese per ciascuno un nome diverso di donna. Lucia fu
quello della sua donna: nome della Intelligenza attiva o Sapienza santa in
quanto risplende all’adepto Guido Guinizelli, avviva il suo intelletto passivo e
gli dà la vera vita. E gli altri seguirono. Giovanna è il nome della Sapienza
santa in quanto risplende all’adepto Guido Cavalcanti, Beatrice il nome della
Sapienza santa in quanto risplende all’adepto Dante Alighieri e così di seguito.
E nuove parole furono aggiunte via via al vecchio gergo e la raffigura-
razione più adatta che si era creata nell'immagine della donna gentilissima
suscitava similitudini più vive, si prestava a rappresentazioni nuove, più
calde, più intime, scaldate dal fuoco di un rinnovato fervore, illuminate dalla
luce di un nuovo e più profondo senso di arte, vestite soprattutto da forme
assai più melodiose.
Così «il vecchio stile » aspro e duro diventava il « dolce stil novo », il quale
aderiva meglio al suo oggetto vero, l’« amor sapientiae », e le penne dei nuovi
scrittori, secondo l’espressione di Dante, andavano strette dietro a questo Amore,
a questa dottrina che dettava dentro. Questi nuovi poeti scrivevano rendendo
direttamente e più intimamente i pensieri della vita mistica ed iniziatica,
cioè di Amore.
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL « DOLCE STIL NOVO» 139
Quando il Guinizelli iniziò la sua riforma, Buonagiunta da Lucca gli
scrisse questo sonetto :
Poi che avete mutata manera
de li plagenti detti dell'amore
de la forma e de l'esser la dov'era
per avanzare ogni altro trovadore,
avete fatto come la himera
ch'ha li scuri partiti da splendore
ma non quivi ove lucie la spera
perchè passa et avanza di chiarore.
Ma sì passate ogn’om di sottiglianza
che non si trova già chi ben vi spogna
cotant’è scura (vostra) parladura
ed è tenuta a gran dissimiglianza
tutto che il senno venga da Bologna
trarre canzon per forza di scrittura (1).
«Questo mando ser bonagiunta orbicciani da Luccha a messer Guido
guinizelli. Et elli li rispuose per lo sonetto ke dicie homo Re saggio non corre
leggero » (2). Evidentemente il nuovo stile di Guinizelli era sopratutto oscuro e
involuto, tanto che quelli dello « stile vecchio » dichiaravano che non riu-
scivano ad intendere.
La risposta inequivocabile di Guido Guinizelli è semplicemente que-
sta: Bisogna parlare involuto per ragioni di prudenza.
Nel difendere la sua riforma egli non accampa nessuna ragione d’arte
o di amore, nessuna ragione galante o estetica, ma dice soltanto questa stra-
nissima cosa (stranissima per chi voglia credere ancora che îl « dolce stil novo »
è espressione di vero amore e per di più immediata e spontanea) : Non bisogna
darlare troppo apertamente, perchè se alcuni degli uccelli (degli adepti) fos-
sono avere ardire, ve ne sono altri che per la loro natura (debole) non possono
osare molto e quindi l’uomo non deve dire che cosa pensa (per non com-
promettere i più deboli).
Homo ch'è saggio non corre leggero
ma pensa e guarda sì com’ vol misura
poi ch'ha pensato riten suo pensero,
infin a tanto che il ver l’assecura.
Hom non si dee tener troppo altero
ma dee guardar su stato e sua natura
foll’è chi crede sol veder lo vero
e non crede ch'altri vi ponga cura (3).
Volano per aire augelli di strane guise
nè tutti d'un volar nè d'un ardire
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 124. (2) Codice Vaticano 3214, n°124. (3) Che
l'Inquisizione non vigili.
140 CAPITOLO SESTO
et hanno in sè diversi operamenti.
Dio în ciascun grado natura mise
e fe’ dispari senni e intendimenti
e però ciò che om pensa non de dire (1).
Bel modo invero di fondare il « dolce stil novo » se esso fosse, secondo
la interpretazione comune, espressione più diretta e più immediata del senti-
mento d’amore ! Altro che espressione diretta e immediata! Si tratta preci-
samente di non dire quel che l’uomo pensa, di complicare la propria espressione
perchè c’è chi sta vigilando su quello che si dice e non tutti gli uccelli hanno lo
stesso ardire e bisogna aver riguardo ai più deboli tra gli adepti che non pos-
sono esporsi a dire in modo troppo trasparente la verità !
Basterebbe questo sonetto, letto senza badare alle superstizioni della
critica moderna, per far sentire che questa gente, lungi dall’esprimere « come
detta dentro » una passione amorosa, cerca la maniera di sfuggire con la sua
verità amata in mezzo a un mondo di sospetti e di nemici con un segreto
nel cuore che si nasconde con tragica trepidazione, perchè non tutti gli « uc-
celli » avrebbero il coraggio di sostenerlo apertamente.
2. LA CONCEZIONE DANTESCA DEL « DOLCE STIL NOVO ». — Se guardiamo
alla maniera con la quale Dante ci rappresenta il « dolce stil novo » vedremo
che essa conferma pienamente tale interpretazione.
Dante immagina, come è noto, un discorso tenuto in Purgatorio proprio
con Buonagiunta da Lucca. Questi gli domanda se è lui quegli che trasse
fuori le nuove rime cominciando Donne che avete intelletto d'amore. Dante
sottintende la risposta affermativa con le famose parole :
a.... I mi son un, che quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e’ ditta dentro vo significando ».
«O frate, issa vegg’io » diss'elli il nodo
che ’1 Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne ;
e qual più a riguardare oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo ».
I, quasi contentato, si tacette (2).
Traduciamo : Zo sono uno che scrivo non esprimendo dei semplici sentimenti,
ma raccogliendo l'ispirazione da quella profonda dottrina che si chiama Amore e
esprimo di fuori a quel modo che questa profonda dottrina insegna di dentro.
E, Buonagiunta risponde : Ora comprendo che cosa è che dà tanto vigore
e tanta bellezza e tanta dolcezza a questo stile nuovo tanto più bello del nostro.
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 69. (2) Purg., XXIV, 52.
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL «DOLCE STIL NOVO » I4I
Nor non seguivamo così strettamente con le nostre penne 1 dettami della pro-
fonda dottrina dell'amore, non il Notaio che quantunque «fedele d'amore »
non faceva poesia dottrinale, non Guittone d’ Arezagache era completamente estraneo
alla setta, non 10 che, pur facendo parte della setta e scrivendo in gergo, non
m'interessavo di esprimere le profonde cose che detta dentro, nel @egreto, la dot-
trina d'amore. Questa è la sola differenza.
E Buonagiunta da Lucca si tace. In quella immaginaria scena del Purga-
torio si è conclusa in certo modo, col riconoscimento da parte di Buonagiunta
del valore della nuova e più profonda maniera di poetare, la polemica che egli
aveva avuto col Guinizelli quando aveva condannato la oscurità di lui e ne
aveva avuto per risposta che bisogna essere prudenti per non fare intendere
quello che si pensa.
Fd ora viene fatto di sorridere se si torni alla interpretazione nettamente
opposta che dà a questi versi la nostra critica corrente che insegna ancora
nelle scuole che significare « come detta dentro amore » vuol dire esprimere
in maniera più diretta e più immediata il sentimento dell’amore !
Certo non l’interpretarono così i più veri intenditori del pensiero di
Dante. Tanto il Perez quanto il Pascoli quantoilCesareo (I) rifiutarono questa
superficialissima interpretazione che del resto era stata già rifiutata niente di
meno che da Francesco Petrarca, il quale ci lasciò (secondo una verosimi-
lissima tradizione) una sola chiosa dantesca e su questi versi, ma tale che vale
per tutto un commento. « Dimmi, tu pari vago e intendente di questa sua
« Comedia, (egli disse a un tale parlando del Poema Sacro e affermando che
«era opera non di Dante, ma dello Spirito Santo) come intendi tu tre versi
« che pone nel Purgatorio...
I’ mi son un, che quando
Amor mi spira noto e a quel modo
ch'e’ ditta dentro vo significando.
«Non vedi tu che dice qui chiaro, che, quando l’amore dello Spirito
«Sancto lo spira dentro al suo intellecto, che nota l'ispirazione, e poi la
| « significa secondo che esso Spirito gli dicta e dimostra? » (2).
Or non è questo un modo evidente, se pur sempre velato, di dichiarare
che Amore per Dante non significa amore di una donna, ma è amore s11-
bolico, di carattere religioso ?
Ma mi diranno che questa testimonianza del Petrarca è solo una tradi-
zione. C'è qualche altra cosa che non è una tradizione e che la critica rea-
lista non vede per la sua ostinata cecità, ed è che quella canzone: Donne che
avete intelletto d'amore, che in quel passo è citata come tipica e fondamentale
delle Nuove Rime, cioè del « dolce stil novo », invece di essere più spontanea
(1) Per quest’ultimo si veda il saggio Amor mi spira nella « Miscellanea di Studi
Critici in onore di A. Graf ». Bergamo, 1903.
(2) PAPANTI: Dante secondo la tradizione, pag. 86.
142 CAPITOLO SESTO
delle precedenti e più immediatamente dettata dall’amore, è tra le più difficili,
tra le più artificiose, tra le più complicate di simbolismo che siano mai state
scritte e Dante stesso, dopo &verle appiccicato alcune artifictosissime chiose,
con le quali evidentemente non spiega nulla della sua sostanza, finisce col dire
così : s
« Dico bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, st conver-
« rebbe usare di più minute divisioni ; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno
«che per queste che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia
« stare, chè certo io temo d’avere a troppi comunicato lo suo intendimento fur
a per queste divisioni che fatte sono, s’elli avvenisse che molti le potessero audire ».
Avete inteso? Questo si chiamerebbe spontaneità e immediatezza di
espressione. Questo significherebbe scrivere sotto 11 dettame diretto e immediato
dell'amore per una donna ? Bisogna essere proprio rigidamente e seriamente
« positivi » per scambiare così grossolanamente il bianco per il nero (I).
3. IL GERGO EROTICO-FILOSOFICO DEL « CONVIVIO » RIVELATO DA DANTE.
— La tradizione vastissima della personificazione della Sapienza in donna
giunge evidentemente a Dante, che l’accoglie in pieno nella Divina Commedia.
Pensi chi vuole che abbia inventato lui nella sua età matura questa simboliz-
zazione; con i precedenti che conosciamo dobbiamo ritenere che questa
tradizione gli fosse tutt'altro che ignota fin da quando egli era giovane e
che essa non sia giunta alla Divina Commedia saltando sopra la Vita Nuova
(che si pretende realistica), mia che sia arrivata alla Commedia attraverso la
Vita Nuova, poichè Dante volutamente e chiaramente afferma la unità e la
identità della Beatrice della Commedia con la Beatrice della Vita Nuova e
perchè la Vita Nuova trabocca di indizi del suo carattere mistico.
La tradizione dunque della Sapienza personificata arriva dai tempi an-
teriori a Dante alla Divina Commedia ed è logico pensare che investa anche
la Vita Nuova.
Ma c'è di più. La tradizione del gergo amatorio convenzionale investe
evidentemente il Convivio.
Abbiamo ricordato i mistici persiani nei quali l’amore, la donna, gli occhi
della donna, la docca della donna, 1 capelli della donna sono convenzional-
mente immagini mistiche ; abbiamo ricordato Il Fiore, nel quale l’amore
significa evidentemente l’amore della Sapienza santa e dove il « Fiore » signi-
fica questa Sapienza, l’« amico » significa l’imiziatore, « Gelosia » significa la
(1) Risulta pertanto che Dante dicendo « stile » non intende quello che intendiamo
noi, ma piuttosto «maniera di simbolizzare ». E ora si intende quella incomprensibile
idea di aver preso da Virgilio « lo bello stile » che era poi in fondo il « dolce stil novo »,
idea che ha fatto strabiliare tutti. In realtà Dante come Servio, come Fulgenzio, ritenne
che Virgilio simbolizzasse e aveva tolto da lui l’arte di simbolizzare profondamente, non
lo « stile » nel senso nostro della parola.
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL «DOLCE STIL NOVO » 143
Chiesa, « Malabocca » l’inquisitore, « Falsosembiante » la simulazione necessaria
per vincere l’Inquisizione, ecc., ecc.
La tradizione del linguaggio segreto e la convinzione di doverlo usare
arriva, dunque, a quel poeta che si chiama Durante e che scrisse il Fiore, il
quale personaggio, posto che non sia Dante stesso, è un fiorentino vicinissimo
a lui. Ma possiamo pensare che Dante ignorasse questa tradizione o che rima-
nesse estraneo ad essa, quando nel Convivio adopera apertamente e confessa
e svela un gergo erotico, che viceversa nel suo pensiero è (badate bene)
non veramente mistico bensì filosofico ?
Ricordo che Dante nel Convivio dice chiaramente che :
— La Donna Gentile significa la Filosofia (II. XV, 12).
— Gli occhi della donna significano le dimostrazioni della Sapienza
(III, XV, 1).
— Il riso della donna significa le persuasioni della Sapienza (id. id.) (1).
— I drudi della donna significano i Filosofi (II. XV, 4).
— L'amore per la donna significa lo studio (2) (III. XII, 2).
Domando. È questo o non è un gergo erotico convenzionale ? E le poesie
del Convivio sono o non sono scritte in questo gergo ?
Ma qui io, che conosco l’ingenuità della critica « positiva », sento già
farmi questa obbiezione : Ma non vedete che qui, dove il gergo esiste, Dante lo
spiega ? Evidentemente dunque, dove Dante non lo spiega, non esiste.
Proprio ragionando in questo modo la critica « positiva » ha compiuto
il miracolo di non capir nulla in tutta questa poesia dopo sei secoli di studio !
Chiunque non sia un critico « positivo » intende subito che, finchè Dante
parlava di Filosofia, cosa che non dava fastidio a nessuno, che non provo-
cava la Chiesa, che non entrava nel campo della religione, e finchè per-
seguiva realmente una Sapienza più o meno razionalistica, egli poteva per-
fettamente svelare il suo gergo.
Non altrimenti Dino Compagni quando presentò la sua misteriosa donna
in forma nettamente filosofica come «l’amorosa Madonna Intelligenza »
potè parlare con un così aperto simbolismo da non lasciare nessun dubbio
su quello che voleva intendere.
La necessità del segreto, la necessità di non svelare il gergo e di lasciar
credere che si trattasse di donna vera sorgeva non per il linguaggio erotico-
filosofico, ma per il linguaggio erotico-mistico, perchè lì si parlava di argo-
menti che potevano direttamente portare al rogo.
Pertanto è perfettamente naturale che in un’opera filosofica e razionalista
come il Convivio il gergo erotico-filosofico fosse chiarito e rivelato, mentre
(1) « E qui si conviene sapere che li occhi de la Sapienza sono le sue demonstrazioni
con le quali si vede la veritade certissimamente ; e lo suo riso sono le sue persuasioni ».
(2) « Per amore intendo lo studio lo quale io mettea per acquistare l’amore di questa
donna ». |
144 CAPITOLO SESTO
è altrettanto naturale che in un’opera mistica come la Vita Nuova il gergo
erotico-mistico non fosse rivelato e si lasciassero la « gente grossa » e gli in-
quisitori a credere che si parlava di una donna vera, ed è naturalissimo che
uno zelante « Fedele d’amore » appiccicasse a questa donna, sia pure dopo
ottanta anni dalla morte di lei, un cognome, a confusione e dannazione di
tutta la critica « positiva » che doveva venir dopo. i
Ma questa semplice constatazione della esistenza del gergo mistico-
filosofico del Convivio (constatazione contro la quale non credo che si possa
in alcun modo sofisticare) ci conduce a due importanti deduzioni.
I) Che la critica « positiva » può ritirare un argomento sciocchissimo e
rettorico che ha portato contro il Rossetti: Dante non era uomo da giuocare
sul gergo. Dante era uomo del trecento, di un secolo cioè nel quale si adoprava
il gergo, si scriveva oscuramente per simboli e si salvava per mezzo di Falso-
sembiante la propria idea e per mezzo di esso si sperava di scannare Mala-
bocca. Dante era uomo che ha adoperato indiscutibilmente il gergo nel Con-
vivio, non solo, ma in esso ha con mirabile arte e con sottile intendimento
giustificato e glorificato la dissimulazione.
Rileggiamo quello che dice a proposito della dissimulazione, e se i vecchi
pregiudizi non ci hanno accecato, sentiremo riaffermata da lui la utilità, la
bellezza, la necessità di dissimulare il proprio pensiero.
« E questa cotale figura in rettorica è molto laudabile, e anco necessaria,
«ctoè quando le parole sono a una persona e la ’ntenzione è a un’altra.... questa
« figura è bellissima, utilissima e puotesi chiamare « dissimulazione ». Ed è si-
« migliante a l’opera di quello savio guerrero che combatte lo castello da uno lato
« per levare la difesa da l’altro, che non vanno ad una parte la ’ntenzione de
«l'arutorio e la battaglia » (1).
È chiaro?
Dante si riserba il diritto della dissimulazione, loda ed ammira questa
bellissima, utilissima, necessaria figura rettorica, la usa per sua confessione
come un guerriero savio che, volendo assalire un castello, si volge da una
parte per levare la difesa dall'altro.
Ma che cosa volete di più? Che vi spieghi tutto il gergo?
E si osservi che quando vuol dare un esempio della utilità e necessità
della dissimulazione, prende un esempio che ricorda esattamente la sua posi-
zione di laico e figlio della Chiesa che ammoniva e biasimava la Chiesa, spie-
gando che conviene la dissimulazione quando : « lo figlio è conoscente del vizio
« del padre, e quando lo suddito è conoscente del vizio del segnore, e quando l’amico
« conosce che vergogna crescerebbe al suo amico quello ammonendo 0 menomerebbe
«suo onore, 0 conosce l'amico suo non paziente ma iracundo a l’ammonizione ».
Dante, gira gira, finisce per dire tutto quello che vuole : « Usiamo la « dissi-
« mulazione » utile e necessaria, perchè dobbiamo, noi laici, purificare e ammo-
(1) Conv. III, X, 6-8.
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL «DOLCE STIL NOVO » 145
« nire la Chiesa nostra Madre e Signora, perchè non vogliamo diffondere tra la
« plebe la sua vergogna e il suo errore e perchè la Chiesa (come l’amico îra-
«cundo all’ammonizione) non tollera di esser criticata, ammonita, purificata
«da noi, ma ci scaraventa addosso l'Inquisizione ! ».
Ma c'è un’altra considerazione. Il gergo erotico usato in materia di pura
filosofia è semplicemente vezzo o arte (sia pure di cattivo gusto) e non è una
necessità come è nella lotta contro la Chiesa. Il fatto che Dante lo abbia ado-
perato nel Convivio fa gravemente sospettare che egli lo abbia fatto proprio per
forza di abitudine, cioè perchè era tanto diffusa l’usanza di parlare d’amore
con un « verace intendimento », di esprimere le idee alte e profonde sotto il
velame della poesia amorosa, che Dante ha continuato nel Convivio in temi e
in trattazioni razionalistiche, questa tradizione che egli aveva seguito nel
campo mistico, e che in altri termini abbia continuato a vestire di forme
erotiche le idee filosofiche perchè era abituato a vestire di forme erotiche le
idee mistiche.
Ma il gergo amatorio usato nel Convivio depone per il gergo amatorio
usato nella Vita Nuova anche per un’altra ragione. Le due opere sono stret-
tamente connesse. Il Convivio, come dice Dante, non vuole derogare alla
« Vita Nuova » anzi a quella maggiormente giovare. Ciò vuol dire evidente-
mente che la celebrazione della filosofia fatta nel Convivio non deve derogare
alla celebrazione della Sapienza mistico-iniziatica fatta nella Vita Nuova
e infatti la Donna Gentile, che si sostituisce alla Gentilissima, come Scienza
a Sapienza, ha con la prima innumerevoli punti comuni e non esclude
affatto la prima.
Orbene, se le due opere sono così ricollegate, se le due donne che in esse
si celebrano sono così affini da poter contrastare l’una con l’altra, possiamo
veramente credere senza offendere il senso comune che la prima sia, come
certo è, un’opera simbolica, dove l’amore è gergo, e l’altra un'opera reali-
stica dove l’amore è la vera attrazione verso la femmina ?
Dobbiamo credere, non solo che quel tragico conflitto tra la Gentile e la
Gentilissima fosse il conflitto tra la Filosofia e.... la moglie morta di Simone
de’ Bardi, alla quale non si concepisce che fastidio potesse dare la filosofia,
ma che un’opera simbolica in gergo amatorio non dovesse derogare, ma dovesse
giovare ad un’opera realistica scritta in parole aperte e che raccontava soltanto
alcuni episodi abbastanza insipidi, monchi e confusi di un amore gio-
vanile ?
FE dovremo crederlo quando in una terza opera, nella Commedia, quella
prima pretesa donna vera ci si ripresenta sul carro tirato da Cristo nella in-
dubitabile figura della Sapienza santa? E dovremo crederlo quando la Vita
Nuova, questo preteso, ingenuo racconto degli amori di Dante, ci si presenta
come un groviglio di visioni, di sogni, di sottinutesi, di preterizioni, di
dichiarazioni di dir cose comprensibili soltanto ad alcuni, di non volersi far
intendere da troppi, un groviglio di calcoli cabalistici, di frasi incompren-
146 CAPITOLO SESTO
sibili e assurde, come quella secondo la quale Dante, parlando della morte
di Beatrice, sarebbe stato « laudatore di sè medesimo » ?
E via! Finiamola con questa grossolana ingenuità che dura da troppo
tempo e che poggia esclusivamente (lo vedremo meglio in seguito) come
una piramide rovesciata, su quella burla di Giovanni Boccaccio, il quale rac-
contò quale fosse il cognome di Beatrice.
4. L'AMBIENTE STORICO E RELIGIOSO DEL « DOLCE STIL NOVO ». — Dopo
quanto ho detto mi sembra che si imponga la necessità di rifare con un cri-
terio completamente diverso dal solito la genesi di quel movimento cui è ri-
masto il nome di « dolce stil novo ». In esso convergono molte correnti delle
tradizioni medioevali. Ma anzitutto la cornice nella quale la critica ordinaria
inquadra tutto questo movimento deve essere completamente rinnovata.
La critica che parte dall'idea, dal pregiudizio possiamo dire ormai, che
le donne dei poeti non siano che donne vere sublimate, ci descrive un am-
biente di eleganze cortesi nel quale agisce come fattore principale un’antica
tradizione cavalleresca, che ha innalzato la donna (elemento che indiscutibil-
mente esiste nella preparazione del « dolce stil novo »), ma da questa tradizione
e dalla tradizione della poesia provenzale, che è per questa critica soltanto
poesia d’amore, si svilupperebbe presso corti che sono « per caso » ghibelline,
l’uso di dire d'amore, favorito « per caso » dal capo del ghibellinismo e dalla
sua corte, la poesia d'amore italiana che, seguendo un po'rozzamente i mo-
delli provenzali, celebra una donna che per ragione di moda o per paura del
marito (!!) non ha mai nè nome, nè figura, nè vita personale, ed ha « per caso »
il nome del mistico fiore : Rosa mystica.
In Guido Guinizelli (che sarebbe soltanto «per caso » quel fierissimo
ghibellino che era) questa poesia d'amore verrebbe a combinarsi non st sa
bene perchè con un complesso e molto oscuro sistema dottrinale, accompa-
gnandosi a una ulteriore spiritualizzazione della donna e a un simbolismo che
già appare ai contemporanei, e diventa sempre più in molte poesie del Caval-
canti e di Dante, assai mal comprensibile e si unisce per « ragioni di moda »
a un gergo che talora apertamente mette insieme dei nonsensi e che è anche
più incomprensibile. Tutta questa poesia d’amore avrebbe tanto risuonato
« per caso » intorno ad Arrigo VII quando da lui si sperava la instaurazione
della vera Chiesa, e sarebbe insomma per coincidenza antipapale, mistica, apo-
calittica, e « per caso » tra tutti questi che cantavano donne vere (con formule
e gergo che si riconoscono spesso incomprensibili) sarebbe venuto in mente a
uno, a Dante, di dire che la sua donna era la Sapienza santa, e « per caso »
a un altro di dire che era « l’amorosa Madonna Intelligenza » e « per caso »
a un altro che l’amore era l’unione dell’intelletto possibile con l’Intelligenza
attiva e via di seguito.....
No, no! Tutto questo insieme di assurdità e di contraddizioni e di sti-
racchiature stride in ogni sua parte. Il quadro va interamente rifatto.
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEL «DOLCE STIL NOVO » 147
La poesia dei « Fedeli d’amore » non si inquadra nel suo spirito tra le
cortesie feudali ei canti di calendimaggio. Si deve inquadrare tra la strage
degli Albigesi e quella dei Templari ; si deve incorniciare in quel fervore di
tentate rivoluzioni religiose, di aspettazioni apocalittiche, di odi contro la
Chiesa carnale, di ricerca della Chiesa ideale, che nei secoli xm e XIV per-
vade tanto l’interno quanto l’esterno della ortodossia e che comprende il mo-
vimento di S. Francesco, il resto dei movimenti dei Catari, dei Valdesi, dei
Patarini, il movimento dei Fraticelli e forse le idee segrete dei Templari.
Da per tutto, nelle forme più diverse, nel fervore dell'ambiente politico
e religioso vibra un pensiero sovrano : La Chiesa sî è corrotta, ma in essa è
la verità. E i « Fedeli d’amore » dicono : « Nella Chiesa è la Sapienza santa,
ma essa, la Chiesa carnale, è una turpe meretrice. Ebbene scindiamo questa
corruzione da quella Sapienza incorruttibile. Noi odiamo ciò che nella Chiesa
è corrotto, amiamo la sua incorruttibile Sapienza. É se ci si vieta di amarla
nella Chiesa, ebbene noi l’amiamo nella setta sotto forma e simbolo di una
donna purissima. La Chiesa la nasconde per servire i suoi bassi interessi. La
Chiesa non diffonde più la vera dottrina ; noi amiamo quella, esaltiamo quella,
adoriamo quella, la sentiamo tra noi quando stiamo insieme, come una pre-
senza miracolosa e bellissima, ne parliamo con sospiri d’amore. La Sapienza
incorruttibile è tra noi cinta delle virtù più pure e più sante, coronata di
divina bellezza, ad essa incorruttibile ci appelliamo contro la Chiesa corrotta.
Se la Chiesa è corrotta, la Sapienza è rimasta purissima, se la Chiesa è
disonesta e violenta essa è gentile ed onesta, se la Chiesa è superba essa è piena
di soave umiltà e con quella umiltà rende deato chi la vede ; se la Chiesa è
dura come « pietra » e combatte con l’odio, essa è dolce come un « Fiore »
ed è la donna în signoria d'amore, ed essa ci conduce a Dio ».
Questi poeti odiano la Chiesa corrotta ed imprecano contro di essa aper-
tamente, chè questo apertamente si può fare: si può dire (e la Chiesa per sua
tradizione lo consente) che il clero è corrotto e simoniaco, che la stessa curia
di Roma è corrotta dai beni mondani, che la Chiesa va rinnovata nei suoi
costumi, ma quello che non si può dire apertamente è che la corruzione morale
della Chiesa vela ed offusca la verità santa che essa contiene, sì che 1l fedele è
costretto a ricercarla da sè, a rievocarla con altri fedeli laici in gruppi di adepti.
Non si può dire che la Chiesa, che dovrebbe essere vita, è diventata
invece morte, che essa nasconde una verità santa e pura che le fu affidata
un giorno da Cristo, che la opprime in sè, la tradisce e la seppellisce, mentre
propaga invece l’errore plasmato per i suoi interessi mondani.
Soprattutto non ci si può organizzare religiosamente fuori della Chiesa.
Ebbene tutto questo dicono e fanno invece i « Fedeli d’amore ». Sono un
gruppo di anime elette, raffinate, non contrarie all’essenza della Chiesa Cat-
tolica, ma per amore di quella che ritengono la sua santa vera dottrina, odia-
tori della presente Chiesa corrotta, per amore della santa Beatrice odiatori
di quella meretrice che ha usurpato il posto di lei sul carro della Chiesa.
148 CAPITOLO SESTO
Sono spiriti colti: leggono Virgilio e credono che egli pure parli sempre
per simboli, ciò che fa dire a uno di essi, Dante, che ha rinnovato lo stile
simbolico, di avere tratto 10 suo stile da Virgilio. Parlano continuamente di
ciò che è sotto alla poesia e questa poesia è uno strano intreccio di parole
esaltate d’amore per la Sapienza santa, di parole nelle quali si parla della setta,
dei suoi dolori, delle sue speranze, si celebrano misteri, riti e sacramenti
della setta, si mandano con parole che sembrano di amore, informazioni set-
tarie e insieme a tutto questo si mescola quello che chiamerei il pettegolezzo
della setta, le parole con le quali questi fedeli, che sono sempre in sospetto, si
sorvegliano reciprocamente tra loro, si minacciano, si lanciano anatemi, si ac-
cusano, oppure si ribellano contro la setta, cioè contro Amore, e ricorre ogni
tanto l’imprecare contro una certa « Morte », che è la nemica giurata di Amore
e che rappresenta indubbiamente la Chiesa corrotta.
Tra la necessità di essere uniti nella lotta e quindi di cercare, non solo di
far proseliti ad Amore, ma di prender contatto con delle strane donne lontane
(sètte affini, forse Catari, Valdesi, Templari) e d’altra parte la tendenza indivi-
dualistica, per la quale questi spiriti eminentemente italiani e tutti di forte
personalità, difficilmente si piegano senza discutere alla disciplina della setta
stessa, la poesia d’amore prende movenze apparentemente strane e diversis-
sime.
E queste diversità si moltiplicano anche perchè in queste forti persona-
lità prevale a volta a volta l'uno o l’altro dei diversi elementi spirituali che -
confluiscono in questo strano e convenzionale amore.
Risplende sì, su tutti l’idea e l'immagine della Sapienza santa, identifi-
cata nel linguaggio convenzionale con la setta che raccoglie tutti i « Fedeli
d’amore » ; ma in Guido Guinizelli, in Guido Cavalcanti, in Dante, in Cino, la
poesia di finto amore aderisce più strettamente all'immagine della Sapienza
santa, in altri più alla idea della setta con la quale carteggiano per mezzo della
poesia d’amore. E i primi due hanno dinanzi agli occhi più specialmente
l’aspetto filosofico della Sapienza divina, soprattutto Guido Cavalcanti che de-
finisce l’amore come prendente loco nell’intelletto possibile e quindi come
raggio dell’Intelligenza attiva. Dante invece nella Vita Nuova dà a Bea-
trice il carattere vero della Sapienza mistico-iniziatica e vedremo come il suo
amore per essa si svolga in gradi successivi di 1n1ziazione, ma egli pure ha la
parentesi filosofico-intellettualistica del Convivio e dopo di essa la sua donna
riapparisce in forma assai più limpida col carattere di Sapienza già affidata
alla Chiesa e della quale ora sul Carro della Chiesa è stato usurpato il posto.
Ma come l’idea pagana della Intelligenza attiva viene a confondersi e
. unificarsi con quella della santa Sapienza rivelata alla Chiesa ?
È chiaro. Secondo la dottrina agostiniana il peccato originale aveva
offuscato l'intelletto umano togliendogli lo scire recte, immergendolo in una
fondamentale ignorantia e quindi togliendogli di potersi ricongiungere alla
Intelligenza attiva che rivela le verità eterne. La Redenzione aveva appunto
L'AMBIENTE E LO SPIRITO DEI, « DOLCE STIL NOVO » 149
sanato questa fondamentale ignorantia e la Rivelazione che essa aveva por-
tato e consegnato alla Chiesa era precisamente la nuova capacità per l'in-
telletto possibile di ricongiungersi con l’Intelligenza attiva e quindi di attingere
le verità eterne.
Ecco come nella figura della misteriosa donna amata si confondono
l’idea della Intelligenza attiva e quella della Rivelazione cristiana.
Ma questo movimento dei « Fedeli d’amore » si svolge tempestosamente,
si rompe, si sfalda, si ricostituisce attraverso mille tempeste sulle quali è
disteso il velo di molti dolci versi, di poche parole commosse e delle molte for-
mule oscure o freddissime.
Orbene, quando si è detto tutto questo, si è detto forse qualche cosa di
molto strano e di molto inatteso ?
Strano e inatteso per la critica « positiva », che si è impossessata delle no-
stre scuole e le ha chiuse nella considerazione puramente letteraria di questa
poesia e del suo senso superficiale, ma semplicissimo e logicissimo per chi
conosca la vera, intera anima medioevale e le grandi correnti che l’agitarono.
E quando si è detto questo, si è detto anche un’altra cosa assai ovvia :
cioè che vi è una continuità tra la poesia mistica della Bibbia ove si invoca
la « Sposa del Libano », le idee mistiche di Sant’ Agostino che esalta la mi-
stica Rachele come santa Sapienza e il misticismo della Divina Commedia
ove la donna è semplicemente la Sapienza santa, Sposa del Libano e compagna
di Rachele; si è detto che Dante non riinventò di testa sua il giuoco di pre-
sentarsi come amante della mistica Sapienza e non mascherò, per una sua ori-
ginale trovata, da mistica Sapienza la moglie a tutti nota di un suo concit-
tadino (il quale, sia detto per incidente, era tra l’altro un noto mascalzone e
traditore della Patria) (1), ma proseguì nel linguaggio, nel pensiero, nello
stile di una tradizione profonda ed antica.
Tra quella tradizione e il canto sublime della Divina Commedia, nel quale
l'oggetto dell'amore è indiscutibilmente la Sapienza santa, non vi è una
incomprensibile parentesi di realismo ; nessuna povera femmina vera si è
cacciata in mezzo a interrompere questo limpido dramma di passione e di
fede religiosa !
Una continuità mirabile e limpidissima lega il pensiero della Commedia
all'amore giovanile di Dante e questo amore giovanile a quello dei suoi. com-
pagni e tutti questi amori (che sono sempre lo stesso amore) alla secolare tradi-
zione del mistico amore dell'umanità, che si spinge indietro nei tempi fino
a inesplorate lontananze.
(1) Dino Compagni scoprì le lettere da lui scambiate coni nemici del Comune per
proporre il complotto contro Firenze e lo fece condannare în grave pena. — D. CoM-
PAGNI: Cronaca, I, cap. 34. Ma secondo la critica « positiva » costui potè leggere nel
Poema di Dante che la propria moglie se ne andava per il Paradiso Terrestre scar-
rozzata da Gesù Cristo in persona!
CAPITOLO SETTIMO
Il “dolce stil novo ”’. Le parole del gergo
Fan proverbi e fan pronomi
guarda te ben come tomi.
F. DA BARBERINO.
Quanto ho detto fin qui è dedotto soltanto da indizii esteriori, ma la
mia certezza è conseguenza della verifica che io ho compiuta del fatto che la
poesia dei « Fedeli d’amore » è costruita con un gergo convenzionale.
Tale verifica è stata da me compiuta, come ho accennato, con uno
schedario delle parole sospette e dei passi nei quali comparivano, il quale mi
ha rivelato che costantemente il loro significato apparente poteva essere so-
stituito, con vantaggio del senso, dal significato convenzionale.
Io credo di poter ora presentare, infatti, il piccolo glossario ragionato
delle parole a significato segreto, per mezzo delle quali vedremo trascolo-
rarsi e diventare chiare molte liriche piatte, fredde, insulse od oscure.
È in queste poche parole la vera chiave del gergo.
Naturalmente esse non sono molte. Una poesia doveva artificiosamente
comporsi in modo da rivelare il suo senso segreto col cambiamento di una o due
o tre parole sole e possibilmente le parole a doppio senso dovevano essere col-
locate in modo che anche il senso letterale avesse la sua significazione, la sua
logica e possibilmente il suo « pathos ».
D'altra parte bisogna pensare che l’artificio non doveva riuscire eccessi-
vamente difficile perchè, se gli oggetti non erano quelli dei quali parlava il
senso letterale, gli statî d'animo che si esprimevano erano in un certo senso
veramente reali. Era veramente amore quello che questi adepti provavano
per la loro mistica Sapienza ; era veramente professione di fedeltà quella che
facevano dinanzi alla setta, come se l’avessero fatta dinanzi alla donna. Era
veramente dolore di essere trascurati, abbandonati o condannati dalla setta
quello che essi esprimevano come dolore di essere trascurati, abbandonati o
respinti dalla donna ; era veramente odi0 quello che essi avevano contro la
Chiesa corrotta potente e malvagia e che essi esprimevano come odio contro
la morte quando la vituperavano : pertanto bastava loro introdurre in un con-
testo talvolta una sola parola a senso occulto perchè il significato letterale e il
significato segreto, diversissimi tra loro, potessero ambedue procedere per
. CAPITOLO SETTIMO — IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE, ECC. 15I
conto loro : quello letterale per la « gente grossa », quello segreto per i « Fe-
deli d’amore ».
Tra le parole del gergo ve ne sono alcune che, pur essendo diverse nel
senso letterale, significano simbolicamente la stessa cosa e ve ne sono altre che
con lo stesso suono significano nel gergo, a seconda dei casi, cose diverse.
Ciò non deve sorprendere. In qualunque gergo gli oggetti dei quali più
spesso e con più insistenza si parla hanno molte designazioni convenzionali.
Basta pensare, come riprova, agli infiniti termini con i quali nel gergo furbesco
della malavita (mi si perdoni il confronto) vengono designati il coltello o il
furto, o alle innumerevoli forme con le quali nel gergo osceno vengono desi-
gnate le cose delle quali gli osceni parlano più spesso.
È appunto la necessità di ripetere più volte una stessa idea, quella che
obbliga variarne le espressioni. Non ci deve dunque sorprendere se trove-
remo che la Sapienza mistica oltrechè Madonna, oltrechè Beatrice o Lagia,
ecc., sarà chiamata Rosa, Fiore, Stella, ecc. Non ci deve sorprendere ugual-
mente se il suo contrario, la sua nemica, la «nemica d’amore », la Chiesa
corrotta, sia chiamata tanto Morte quanto Gelosia e Pietra. È questo un
mezzo per dare al discorso varietà e verosimiglianza.
Ugualmente non ci deve sorprendere se alcune parole come « Amore »,
« Madonna », « Morte » ci appaiono folisense. Il senso segreto della parola
« Amore » per esempio, è duplice, ma l’un senso è un facile traslato dell’altro.
Fsso significa « Amor Sapientiae », sentimento dell’'innamorato e significa
per metafora « la Stella dei Fedeli d’amore », l'autorità che domina su di essi,
il patto iniziatico che lega tra loro gli adepti. E l'Amore in questo secondo
senso è quell’Amore così spesso monotonamente, convenzionalmente, gelida-
mente pfersonificato, col quale tutti questi innamorati parlano e discutono di
continuo come fosse persona viva.
Per quanto riguarda « Madonna » avviene lo stesso traslato. Fssa è
tanto la mistica Sapienza, quanto la Setta nella quale essa si adora. E un tale
traslato, come già ho accennato, è comune nel linguaggio volgare nel quale
si può perfettamente dire e si dice « Maometto », « Cristo », per dire l’« Isla-
mismo » e il « Cristianesimo » e nel quale la parola « Chiesa » significa tanto
il luogo ove si esercita il culto quanto la spirituale unione che lo esercita.
Ma v'è un altro avvertimento importante, che io devo far precedere
alla esposizione di queste parole. In questo che è un semplice saggio
sullo smisurato argomento, io ho dovuto cogliere, per così dire, il gergo e la
dottrina in un gruppo abbastanza determinato e chiuso di poeti d’amore.
Ma tanto il gergo che la dottrina d’amore vissero probabilmente di una vita
secolare e vastissima. Secolare, perchè attraverso correnti sotterranee ini-
ziatiche questo movimento si ricollega a movimenti antichissimi dell’Oriente
e ha tarde propagini probabilmente fino nei movimenti mistici del platoni-
smo del cinquecento e oltre. In tutto questo tempo e in questa sua larga
estensione tanto la dottrina quanto il gergo si trasformarono, si rinnovarono,
152 CAPITOLO SETTIMO
ebbero diramazioni, biforcazioni, filiazioni probabilmente indetinite e non
perseguibili.
Rifare tutta la storia di questo gergo, spiare dove e quando e come appa-
iano le parole nuove o cadano in disuso le vecchie, sarà un, vasto còmpito
da intraprendersi quando i fatti, che io tento di fissare in questo libro, si po-
tranno dire ben saldi e sicuri.
Sono pertanto ben lungi dal ritenere che questo mio piccolo glossario
sia perfetto, definito e completo ; certo esso è messo insieme con uno studio più
accurato e più metodico di quello dal Rossetti che costruì sulla base, io
credo, di tradizioni pervenutegli all'orecchio più che non (come ho fatto io)
sopra un lungo esame comparativo dell'uso delle parole, delle frasi e soprat-
tutto delle incongruenze che questo loro uso presentava.
Come ho già detto, io ho redatto un grande schedario di tutti i passi
ove apparivano le parole sospette e ho esaminato passo per passo se sosti-
tuendo al significato apparente il significato segreto, il passo e l’intera poesia
davano un senso e ho trovato che non solo lo davano, ma lo davano più
chiaro e più profondo e soprattutto davano un senso chiaro e profondo quando
nel senso letterale s1 presentava una assurdità, una contraddizione o ‘una me-
lensaggine.
Per mezzo di questo schedario io ho potuto anche constatare, ad esempio,
che il Rossetti errò in pieno quando ritenne che la parola « pietà » fosse
parola di gergo per « Chiesa ». Come si dimostra che errò È molto semplice :
nelle centinaia di volte nelle quali è usata la parola « pietà », mon st può so-
stituire con la parola « Chiesa » in modo che il senso torni; mentre invece
tale sostituzione è sempre possibile per le parole « Morte », « Pietra », ecc. (I).
Questa constatazione è stata per me preziosissima come riprova mate-
matica del valore del mio metodo.
Questo metodo è quello col quale io sono giunto alla mia certezza, ma è
inutile che io dica che soltanto l'applicazione di questi significati segreti
alla massa delle poesie in questione, cioè la traduzione dal gergo che si ottiene
sostituendo semplicemente nelle poesie il significato segreto al significato pa-
lese, e il senso mirabile e coerente che danno queste traduzioni può essere,
come ho già detto, la riprova necessaria e sufficiente della mia tesi (2).
(1) Inutile dire che l’Aroux seguì ciecamente il Rossetti in questo suo errore e ne
trasse molte confusioni.
(2) Quando dico che la sostituzione del significato di gergo alle parole sospette dà
costantemente un nuovo e più profondo significato, intendo parlare soprattutto dei casi
nei quali il senso letterale è oscuro o grossolano o evidentemente convenzionale. Questi
poeti non hanno assolutamente vietato a se stessi di usare le parole di gergo nel loro signi-
ficato vero quando ciò conveniva al senso, ma le hanno usate in una forma ambigua
quando avevano una buona ragione di farlo. I Carbonari che davano a tempo e luogo
un significato di gergo alla parola « carbone », non è da credere che non usassero mai la
parola « carbone » nel suo significato vero quando si trattava di comprarlo per la cucina.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 153
Intanto io dò l’elenco delle principali parole del gergo accompagnando
ciascuna di esse con pochi chiarimenti e con qualche esempio più co-
spicuo dell’uso che se ne faceva.
I. IL SIGNIFICATO SEGRETO DELLA PAROLA « AMORE ». -—— AMORE signi-
fica AMOR SAPIENTIAE, è l’amore della Sapienza santa, di quella Sapienza
santa che è personificata appunto in Madonna. Questo amore naturalmente
non ha nulla di sensuale, esso ha il suo luogo non già nei sensi e nemmeno,
secondo la iminagine comune, nel cuore, cioè negli affetti, bensì nella mente.
E passione intellettuale, congiungimento dell’intelletto possibile con l’Intel-
ligenza attiva, cioè divina Sapienza.
Questo amore si manifesta sempre improvvisamente e violentemente
alla prima vista di Madonna. Essa infatti non è se non «l’eterna luce Che
vista sola e sempre amore accende ». Il suo effetto immediato (rappresentato
molte volte come l’effetto di un « dardo » che esce dagli occhi di Madonna)
è molto strano e non affatto simile a quello del comune amore. Infatti
l’effetto dell'amore è prima di tutto questo : esso desta la mente e uccide il
cuore, fa tremare l’anima.
Voi che per li occhi mi passaste ’1 core
E destaste la mente che dormia (1),
dice Guido Cavalcanti.
Per intendere questo bisogna riferirsi al preciso significato di queste tre
parole : mente, cuore, anima. Nel nostro linguaggio comune noi dovremmo
tradurle così: mente è intelletto, cuore è l'insieme degli affetti umani, anima è
la animalità.
Posta questa significazione, che risponde perfettamente alla psicologia-
scolastica, si comprende che l’amore, appunto in quanto è congiungimento del-
l'intelletto con la Sapienza santa, abbia quer due effetti. Infatti soltanto all’ap-
parire della Sapienza santa la mente (cioè l'intelletto), che prima dormiva,
viene a essere svegliata o a essere chiamata a vera vita. L’intelletto non illumi-
nato dal raggio della Intelligenza attiva è come dormente o morto.
Ma quando il raggio della Intelligenza attiva sveglia l'intelletto possibile
e lo chiama dalla morte alla vita, per questo stesso fatto, per questo innalzarsi
dello spirito alla contemplazione della verità santa, gli affetti umani, cioè
il cuore, restano uccisi. Quella parte dell’uomo che ama le cose basse e tran-
sitorie in quanto è legata agli affetti per le cose inferiori, muore. L'uomo
vive soltanto come contemplazione, come mente, come intelletto, egli è —- si
direbbe volgarmente — tutto nella contemplazione, gli altri suoi affetti sono
morti. Quindi è perfettamente naturale che all’apparire della donna, al sor-
‘gere dell'amore, come effetto immediato del dardo che scocca dagli occhi di
Madonna, la mente si desti e viva, il cuore sia piagato e muoia.
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 92.
154 CAPITOLO SETTIMO
Ma quando nell’uomo vive la mente nella contemplazione amorosa e gli
affetti umani (il cuore) sono morti, l’animalità, cioè l’anima, l’uomo inferiore,
quella che ha qualche cosa di comune con l’animale, è sacrificata, ne soffre
e quando il cuore muore l’anima va traendo perciò «guai dolorosi » o in altro
modo si lamenta.
Questo dramma è ripetuto monotonamente da tutti questi poeti. Appare
la signora della mente, la donna della mente e immediatamente 10 cuore è
morto. Per secoli si è creduto che in queste monotone ripetizioni di formule
non ci fosse che una sciocchissima convenzione, rettorica, mentre c’era con-
venzione sì, ma mistica ed iniziatica.
Questo effetto triplice dell'amore è descritto in maniera perfettamente
limpida anche nel primo capitolo della Vita Nuova nel quale si vede chiara-
mente che all’apparire di Beatrice « lo spirito...... lo quale dimora ne la secre-
tissima camera de lo cuore » trema e annunzia che sarà dominato da un Dio
più forte di lui ; gli spiriti del viso (contemplazione, intelletto) vedono apparire
la loro beatitudine, e lo spirito naturale piange e prevede che d’allora in poi
sarà spesso 1mpedito (I).
Ma la critica positiva seguita a credere e a far credere che questi tre
spiriti parlassero per davvero latino nelle diverse parti del corpo di un fan-
ciullo di nove anni !
Non si può intendere perfettamente il significato di questa parola
« Amore » senza intendere a un tempo il vero significato della espressione
«cuore gentile ». Cuore gentile è il cuore purificato dalle passioni mondane.
Non appena il cuore è purificato, cioè è diventato gentile, esso non può non
volgersi all'amore per la Sapienza santa e, d'altra parte, l'amore per la Sa-
pienza santa non discende altro che nel cuore purificato dalle passioni vol-
gari, quindi è che avere il cuore gentile ed essere innamorati son due cose
necessariamente legate tra loro e per questo si intende perchè
Amore e °l cor gentil sono una cosa (2)
e perchè
Al cor gentil ripara sempre Amore,
Nè fe’ Amor, anti che gentil core,
Nè gentil cor, anti che Amor, Natura (3).
Vedremo come questo pensiero e soltanto questo pensiero, che ha la sua
radice in tutta la filosofia inistica, illumini di luce completa la non ben com-
presa canzone di Guido Guinizelli.
L'idea di S. Agostino che l’uomo soltanto dopo la sua dealdatio ottiene
Rachele e che solo per Rachele cerca la dealdbatio o purificazione, è quella che
vive in questo pensiero così comune del « dolce stil novo ».
(1) V. N., II (2) V. N., XX. (3) VALERIANI: OP. cit., I, pag. 9I.
II, « DOLCE STILI, NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 155
Si ricordi il pensiero ripetuto dai mistici persiani che « quando dallo spec-
chio dell’anima sia tolta la ruggine in esso apparisce immediatamente l’im-
magine amata (di Dio) ». Si ricordi la frase di S. Agostino : « La mente umana
non si rende capace di partecipare a quella (la Sapienza) se non quando
elevandosi dalla regione dei sensi si purga e purifica » (I).
Ecco che cosa sono l’amore e il cuore gentile.
AMORE (secondo significato). — Significa la SETTA, la sua autorità, la
sua dottrina, il patto iniziatico. Quell’amore vestito di bianco o talvolta di
umili panni (che cioè dissimula il suo vero essere e insegna a dissimulare),
quell'amore altero che comanda ai suoi fedeli. che vuole questo o quello, che
ordina a Dante di andare a cercare Beatrice, di trovarsi uno schermo e
simili, quell’Amore al quale questi poeti parlano così inverosimilmente e geli-
damente di continuo in seconda persona ora ringraziandolo, ora pregandolo,
ora irritandosi contro di lui, ora mandandogli delle ambasciate, ora ricon-
fermandogli con calde parole la propria fedeltà, questo Amore-persona è
la setta dei Fedeli d'amore. Esso guida l’adepto, lo consiglia, gli comanda, lo
giudica, a volte lo respinge, lo condanna.
L’adepto a volte si sottomette, a volte gli domanda perdono, a volte
gli si ribella. Alcuni di coloro che si sono ribellati ad Amore, cioè alla setta
(es. Onesto Bolognese e Bacciarone), continuano a fare una attiva propaganda
in versi tra i « Fedeli d’amore » perchè «si guardino di lui servire ». Le po-
lemiche che sorgono in questi casi, che sembrano così 1nsulse e vuote, sono
piene di passione e di significazione.
Guido Cavalcanti scrive a tutti gli amanti dicendo che « non st partano
da Amore, ma fermino il desire in quanto che Amore vuole apportare », minac-
ciando che in caso contrario devono « mal finire » e lo scrive proprio come il
capo di una setta che, in un momento in cui si teme la dispersione, minacci
ai dissidenti, ai transfughi, agli indisciplinati le rappresaglie della setta.
Tutti questi poeti parlano sempre di questo Amore che comanda questo
e quello, che dirige l'innamorato come un padrone e signore.
Amore imponeva tra l’altro di scrivere in versi. Doveva esservi una specie
di obbligo fatto agli adepti di comunicare con un sonetto agli altri « Fedeli
d’amore » il proprio ingresso nella setta o il proprio passaggio ad altro grado
e di rispondere ai sonetti di questo genere e così pure doveva esservi l'obbligo
di farsi ogni tanto presenti ad Amore, cioè alla setta, con l’invio di versi,
così che Cino per esempio sente il bisogno di fare delle formali scuse perchè
è stato molto tempo senza parlare (in rima) per paura.
Canzon, io so, che ti dirà la gente:
perchè quest’uom fu da timor sì giunto,
ch'e’ non parlava punto ?
Dov'era il suo parlar d'amore allora ? (2).
(1) De Genesis ad Litt., cap. 16, n. 59-60.
(2) Cino DA PISTOIA: Rime, ed. cit., pag. 171.
156 CAPITOLO SETTIMO
Con questa molto probabile ipotesi noi possiamo venire a scusare in
certo modo una enorme quantità di sonetti brutti, freddi e convenzionali
lasciatici da questi dicitori per rima, i quali tante volte hanno proprio l’aria di
scrivere perchè sono obbligati a ripetere certe poche formule divenute stucche-
voli e insulse, a base di queste poche idee, che non hanno mai una determi-
nazione un po’ nuova, una immagine veramente ispirata: «Io son soggetto
completamente ad Amore », «Io sono servo fedele di Madonna », « Io soffro
tanto per amor di Madonna » e simili, che dovevano servire unicamente a
tenere il contatto con la setta.
2. IL SIGNIFICATO SEGRETO DELLA PAROLA « MADONNA ». — MADONNA
è la Sapienza santa che fu già rivelata da Cristo e ora comunicata per inizia-
zione ai « Fedeli d’amore » e per ciò donna della mente.
Si identifica (come dimostrò il Perez per Beatrice) con l’Intelligenza attiva
degli aristotelici e degli scolastici, in quanto è il raggio di luce divina col quale
si attingono le verità eterne e si estende a significare la Santa Sapienza
rivelata nella quale soltanto è la conoscenza della suprema verità, la beati-
tudine della vita. È il raggio del lume di Dio che discende dal cielo fino
all'uomo e, quando l’uomo è puro, di necessità lo innamora di sè. Chi è inna-
morato di lei ha tolto dal suo cuore ogni bassa voglia, è fatto nobile, cortese,
puro ed è da lei naturalmente scortato alla salute dell'anima, a Dio.
Essa quando è rappresentata intellettualisticamente è:
L’amorosa Madonna Intelligenza
che fa nell’alma la sua residenza
che con la sua beltà m'ha innamorato (1).
Questa Intelligenza attiva, offuscata dalla «ignorantia » del peccato
originale, restituita all'uomo nella redenzione, si identifica con la rivelazione
dei veri eterni fatta alla Chiesa. Fssa è quindi la dottrina della Chiesa di
Cristo (Rivelazione), ma è quella dottrina che la Chiesa insegnò e praticò
al tempo della sua purezza. Oggi la Chiesa di Roma, corrotta, la nasconde
e la tradisce fino a perseguitare, tormentare ed uccidere coloro che la ricer-
cano e coloro che ritrovano in essa la vera vita.
Questa Sapienza che, come abbiamo detto, si chiamò per molto tempo
« Rosa », « Fiore », « Stella », nel « dolce stil novo » prende convenzionalmente
un nome diverso per ogni amante. Ma è sempre una sola.
Naturalmente essa è amata soltanto da chi ha l’anima pura (il « cuore
gentile »); chi è « villano », « selvaggio », « uomo di basso cuore » ecc., è insensi-
bile all'amore per lei ed è odiato e disprezzato dai « Fedeli d’amore ».
Gli adepti immaginano di vederla accompagnata da Amore, di ritro-
varla tra le donne (che sono gli altri adepti), considerano e figurano come
suoi sorrisi, come sue parole, le parole della sua rivelazione. Forse anche essi
(1) COMPAGNI: L’Intelligenza.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 157
usavano raffigurarla inghirlandata e vestita di bianco nella immagine di una
donna vera che porgeva il « saluto », rito sacramentale al quale si arrivava
in certi gradi della setta (1).
MADONNA (secondo significato) è (come Amore) la SETTA, nella quale si
conserva il culto della Sapienza santa. Essa quindi accoglie benignamente
l’adepto, gli porge, ma non subito, bensì dopo nove anni (convenzionali) di
amore il saluto (rituale) se l’adepto l’ha meritato, toglie il saluto a chi l’ha
demeritato, manda mercè, saluti e conforti agli amanti lontani. Qualche volta
è fiera con gli adepti dei quali non si cura (che non protegge e non assiste)
e che se ne lamentano. Se essa non cura l’adepto, non lo difende, egli qualche
volta minaccia di mortre (cioè, come vedremo, di passare alla parte avversa e
dominante, alla parte della Chiesa).
Quando Cino scrive :
Novelle non di veritate ignude
quant’esser può lontane sien da gioco,
disio saver, sì ch’io non trovo loco,
de la beltà, che per dolor si chiude (2),
parla appunto della setta che sta nascosta, chiusa, della quale vuole aver no-
tizie, ne parla in un momento di depressione o di sventura della setta e lo prova
il seguito del sonetto ove è espresso il timore che il destinatario sia anche
lui strantato dal culto di Madonna per « la nuova usanza de le genti crude ».
Nel senso letterale non si vede perchè a causa della nuova usanza de le genti
crude l’amico dovrebbe trascurare di dar notizie di una donna chiusa. La fine
del sonetto infatti allude al modo di rinnovare tutta la speranza, eviden-
temente contro il prevalere delle « genti crude ». Il sonetto continua infatti :
A ciò, ti prego, metti ogni virtute
pensando ch’entrerei per te ’n un fuoco;
ma svariato t'ha forse non poco
la nuova usanza de le genti crude ;
Sicchè, ahi me lasso ! il tuo pensier non volte ;
però m’oblii; che memoria non perde,
se non quel che non guarda spesse volte :
Ma, se del tutto ancor non si disperde,
mandami a dir, mercè ti chiamo molte,
come si dee mutar lo scuro in verde.
3. LE PAROLE « MORTE» E « VITA ». — MORTE (primo significato). La
parola ha molteplici significati segreti e questa ricchezza di significati è
(1) Questa ipotesi è confermata da quella terribile chiusa della canzone di Baccia-
rone contro Amore (la setta) ove, riferendosi probabilmente ad un rito nel quale appariva
una donna vera (che qualche volta poteva non essere all'altezza del simbolo, come avvenne
per la Dea Ragione), scrive oscuramente che Amore ha « affibbiato il suo manto addosso
ad una troia » |
(2) Ed. cit., pag. 166.
158 CAPITOLO SRTTIMO
stata una delle sue grandi fortune e una delle ragioni per le quali essa
ritorna con così esasperante monotonia e così fuor di posto nelle poesie
di questi fedeli.
La morte ha in tutta la mistica e quindi anche in questa poesia mistica,
il doppio significato di morte dell’ errore o del peccato (mistica morte per la
quale soltanto si assurge alla mistica vita) e morte nell'errore e nel peccato,
cioè persistenza nell’errore, privazione della verità santa che è vita vera.
In base a ciò si hanno due primi significati mistici convenzionali della
parola « morte ». L'uno, morte mistica, cioè morte dell'errore, rinascita nella
verità che è vera vita, l’altro è morte-errore. Errore opposto alla Sapienza
santa, errore nel quale vive chi si scosta da lei e che è quindi morto.
Particolarmente questa morte-errore opposta all'amore viene rappresentata
come significante la Chiesa di Roma che perseguita i « Fedeli d’amore »,
che sono «color che sono in vita », che sono nella vera vita.
Accenniamo prima alla mistica morte, a quella morte che è (vera) vita.
Della mistica morte si parlava ben diffusamente non soltanto dai mi-
stici cristiani e già fin da San Giovanni e da San Paolo, ma prima ancora dai
mistici di tutti i tempi.
Già nel misticismo dei misteri più antichi l'iniziazione era concepita
come un abbandono della vita vecchia, come una palingenesi, come l’assun-
zione di una vita nuova (termine antichissimo di impronta nettamente mistica,
che soltanto gli stiracchiamenti sfrontati della critica « positiva » giungono a
interpretare vita giovanile o vita amorosa) e perciò come un morire (mistico)
del vecchio uomo e un assumere una vita nuova, che è sentita e pensata
come una rinascita o palingenesi.
Apuleio dice che dopo la sua iniziazione fu celebrato il giorno della sua
nasctta : tutti i riti dei misteri, infatti, includevano un rito allusivo a questa
mistica morte che è mistica vita. Vi sono misteri e iniziazioni tra i selvaggi
nei quali l’iniziato viene addirittura sepolto per qualche tempo per dargli
il senso vero della rinascita o nel quale dopo l'iniziazione (nella quale spessis-
simo si prende un nome nuovo), deve fingersi smemorato e non riconoscere
i suoi per dare il senso di questa rigenerazione (I).
Tutti sanno come la grande corrente del misticismo antico misterico ed
iniziatico, immesso nel Cristianesimo, portò per opera dell’autore del quarto
Vangelo e di San Paolo a concepire il battesimo come morte mistica :
«Ignoravate voi, o fratelli che quanti siamo stati battezzati in Cristo siamo
«stati battezzati nella morte di Lui? Siamo stati seppelliti mediante il
« battesimo, con lui alla morte affinchè, come esso risorse dai morti per la
« gloria del Padre, così noi camminiamo nella novità della vita » (2).
Tutti conoscono lo sviluppo che ha avuto presso Sant'Agostino e presso
tutti gli altri Padri della nostra mistica questa idea della mistica morte, la
(1) MACCHIORO : Zagreus. (2) At Romani, 6.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 159
quale non rimase certo chiusa nell'àmbito della mistica ortodossa. Sappiamo
di eretici presso i quali quell'idea era particolarmente viva e agiva drammati-
camente, come presso quei dolciniani che, dopo battezzati, suggevano il latte
alle mammelle di una nutrice per significare la loro nuova infanzia, la loro
vita nuova.
Ma anche là dove la personificazione della Sapienza santa non era ancora
entrata nella grande corrente della mistica ortodossa, essere iniziati alla Sa-
pienza, possedere la Sapienza era pensato e qualificato come vita, l'esser lon-
tani da essa come morte.
Ora tutto questo serve a farci intendere come, sia nella Vita Nuova di
Dante, sia in tutta la poesia d’amore dei « Fedeli », appaia di continuo fresen-
timento di morte, annunzio di morte da parte dell'innamorato e l’amore sia
accompagnato continuamente da questa idea del morire e si noti, non già
con quel senso vero e tragico col quale la morte poteva accompagnare l’amore
nel pensiero di Giacomo Leopardi! Questi innamorati mistici, ai quali non
passa mai per la mente di possedere le loro donne e che ne desiderano tutto al
più il saluto, parlano della morte non già per lo strazio della passione in-
soddisfatta, ma per un evidentissimo convenzionalismo.
Di questa « morte del cuore », di questa segreta morte che è dentro l’anima,
di questa morte che è minacciata, si noti, a colui che guarderà bene la
donna, che oserà fissarla o che colpisce immediatamente l'amante alla vista
di lei, si parla di continuo.
Lapo Gianni (1) all’apparire della sua donna che gli porge il saluto,
vede « l’intelletto suo giulivo », ma immediatamente « tl cor divenne morto che
era vivo ». Non è già, si noti bene, la mente che si offuschi, che si annebbi o che
in qualche forma muoia. Muore, sì, la memoria, muore il cuore : il vecchio uomo
che è nella memoria e î suoi affetti; la mente vive, la mente si sveglia allora.
In tutti gli altri innamorati (è questa una cosa importantissima), se l’amore
offusca qualche cosa, offusca proprio la mente e li induce ad esser tutto cuore,
tutto sentimento ; in questi innamorati avviene il contrario, il cuore muore
e la mente si sveglia.
Parla certamente della mistica morte alla quale deve giungere, Gianni
Alfani (2) quando dice:
(Amore) ...contami che pur convien ch'io moia
per forza d’un sospiro,
che per costei debbo fare sì grande,
che l'anima smarrita s’andrà via.
Parla certo di questa mistica morte già anche Jacopo da Lentini in
questa che sembrerebbe una ridicola gonfiatura rettorica :
Oi lasso, lo meo core ch’è ’n tanta pena miso,
ke vede che si more
per ben amare e’ tenelosi in vita.
(1) Ed. Lamma, pag. 61. (2) Ed. Lamma, pag. 83.
160 CAPITOLO SETTIMO
Dunque morire’ eo ?
no, ma lo core meo more spesso e più forte
he no faria di morte naturale (1).
In queste parole la qualifica di morte naturale contrapposta al morire
che fa il cuore del poeta, tradisce la contrapposizione di quella alla mistica
morte.
Se soltanto chi muore (misticamente) per amore vive della vera vita e
trova la salute, è naturale quello che dice Guido Cavalcanti:
Si che mi sembia che vivendo more
quei, che si parte da sì dolce speme.
È naturale che si glorifichi
... Amore
senza lo qual seria morte la vita (3).
Francesco da Barberino nel Reggimento e costumi di Donna (Parte V) ha
uno stranissimo racconto nel quale si descrive la morte-resurrezione operata da
Amore. Prima Amore « qua e là ferendo » uccide una quantità di gente, poi
... fa portar li feriti elli morti
davanti assé, e dice sovra loro,
queste parole che qui sono scritte :
« Li colpi mie’ son di cotal natura,
che qual si crede di quegli esser morto,
allor in vita magior si ritrova.
Levate su, non dormite ch'i’ vegghio
vo’ che sembrate nella vista morti,
e vo’ feriti sicuri da morte ».
Così parlando Amor sovra costoro
risuscitaron li morti e le morte (4).
Inutile insistere su questo concetto della mistica morte operata dalla ri-
velazione della verità, perchè esso è concetto comune a ogni misticismo anche
ortodosso e la poesia mistica di tutti i tempi ne ha fatto larghissimo uso.
Cantava Jacopone da Todi:
In Cristo è nata nova creatura
Spogliat'ha uom vecchio e uom fatto novello.
E gli altri dicevano la stessa cosa non esplicitamente di Cristo, ma della
Sapienza santa portata in terra da Cristo (Beatrice sul Carro tirato dal
Grifone).
i £& MORTE (secondo significato). Ma abbiamo detto che la terminologia sim-
bolica che aveva chiamato vita o vera vita o vita nuova l’illuminazione rinno-
vatrice dell’adepto per opera della mistica Sapienza e aveva dato a questa
(1) MONACI: Of. cit., pag. 52. (2) CAVALCANTI : Ed. cit., pag. 96. (3) Id.
id., pag. 98. (4) Ed. Bandi di Vesmes, Bologna, 1875, pag. 157.
fa
e,
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO IOI
illuminazione, che uccideva l’uomo antico mentre faceva vivere il nuovo, il nome
di « morte », aveva dato lo stesso nome di « morte » anche a ciò che era il
contrario di quella mistica vita, cioè all'errore che si oppone alla Sapienza
santa.
Se solo per la Sapienza si vive, prima di acquistarla si è morti.
I critici « positivi » non parlino di confusioni e di complicazioni perchè,
lo sappiano essi o no, di questo giuoco tra la parola « vita » e la parola « morte »,
di questo polisenso delle due parole trabocca tutta la mistica cristiana, la quale
ha continuamente giuocato su queste frasi. La vita (comune) è morte (dell'anima
o dell'intelletto). La morte (al mondo, alla carne, al peccato) è (la vera) vita.
Soltanto chi muore (misticamente in Cristo) vive (della vera vita). I vivi (della
vita comune) sono in verità dei morti. E così di seguito.
Dante è tutt’altro che estraneo a questo mistico artificio. La Divina Com-
media è piena di questo giuoco perpetuo di significati tra la vita e la morte,
e anche altrove egli tratta sempre da morti quelli che non seguono la
Ragione (I).
Questo fatto deve prepararci ad intendere come, qualificandosi in genere
come « morte » l’errore che devia l’uomo dalla Sapienza santa e come mort?
quelli che lo seguono, quando si delineò un movimento che considerava la
Chiesa di Roma e le sue parole come falsate dalla corruzione e dalla cupidigia,
come, non più espressione vera della Sapienza santa a lei confidata, ma come
deviazione ed errore, come negazione quindi di quella verità che è vita, si sia
potuto attribuire per convenzione a questa Chiesa corrotta e odiata, a questa
Chiesa divenuta l’antitesi di se stessa (come il Carro santo trasformato in mostro
e su cui siede la meretrice è divenuto l’antitesi di se stesso, del Carro mirabile
che portava Beatrice), il nome convenzionale ma espressivo di morte e il nome
e la qualifica di morti a quelli che, invece di seguire la santa e pura Sapienza
immortale, seguivano la temporanea corruzione della Chiesa odiata.
E possediamo una sirventese del trovatore Guglielmo Figueira ove
questa designazione di morti ai seguaci della Chiesa è chiaramente gridata.
« Su, sirventese, mettiti in cammino e dì ai falsî sacerdoti che chi si sotto-
mette alla loro potenza è designato alla morte. Questo si è ben appreso a To-
losa | » (2).
Alcune delle poesie del « dolce stil novo » ci mostrano all'evidenza come
questa morte (che è ben altra cosa che la morte) sia stata vituperata in versi
che parevano dire tutt'altro.
È questa la morte nell'errore e quindi negazione della verità santa, tenebra
e peccato, è questa la famosa « Morte della vita privatrice » della ben nota
canzone di Cino (o di Gianni Alfani ?).
Basta leggere questa canzone con gli occhi un poco snebbiati per vedere
(1) Convivio, passim. Per la Commedia vedasi PASCOLI: Sotto il velame.
(2) DIEZ: Das Leben u. Werke der Troubadours. Leipzig, 1882, pag. 454.
II — VALLI.
162 CAPITOLO SETTIMO
immediatamente che nel senso letterale essa si lascia sfuggire delle sbalorditive
assurdità, che invece diventa limpidissima ed insieme $rofonda e tragica se si
intenda come una canzone di odio contro la Chiesa corrotta nemica di Amore
(della setta).
Se qualche volta l’autore ha qualche raro tratto nel quale sembra che parli
della morte vera, come quando dice che essa è chiamata dai miseri e schifata
dai ricchi (d’intelletto) o quando ricorda che essa fu vinta da Cristo allorchè
spezzò le porte dell'Inferno (e fu vittoria sulla morte spirituale), in ogni
verso trasparisce nettamente il recondito significato nel quale il poeta si scaglia
contro la malvagità della Chiesa. Per intendere questa canzone non ci si può
tenere davvero all’ambiente idilliaco del Calendimaggio fiorentino, bisogna
ripensare alle persecuzioni della Chiesa contro i suoi avversari, bisogna pen-
sare all’ombra tragica della strage degli Albigesi che si stende attraverso
tutta la poesia così detta di Amore, al supposto assassinio di Arrigo VII
attribuito alla Chiesa e alla strage dei Templari che avviene quando Dante e
Cino sono ancora in vita.
L'odio feroce che spira da ciascuno di questi versi sarebbe sciocco ed 1n-
sulso se sprecato contro la morte vera e specialmente assurdo sulla bocca di un
cristiano che credeva (come credevano tutti costoro) alla immortalità del-
l’anima.
E comincerebbe con l’essere sciocchissimo, se non avesse altro che un senso
letterale, il primo verso : « O morte della vita privatrice », che non ci direbbe
davvero una notizia peregrina, ma che acquista un senso quando in quel
« della vita privatrice » si legga negatrice della verità santa. L'appello al « divin
Fattore » contro la morte sarebbe esso pure piuttosto sciocco, visto che è lui
che la manda, mentre contro la Chiesa ricorda perfettamente l’invocazione di
Dante nella Divina Commedia, piena di tragica aspettazione per la punizione
della Chiesa corrotta. L'espressione secondo la quale la morte è fatta « nel
mondo vicara » deve ricordare il corrotto Vicario di Dio e non ha senso serio
nel piano letterale. È insulso e sciocchissimo il minacciare alla morte che
essa sarà giudicata nel giorno del giudizio (quando non ci sarà più) e che allora
essa sarà «a orribile morte giudicata », mentre l’attesa del Die giudicio
contro la Chiesa corrotta è proprio uno dei motivi più triti nell'ambiente
eretico e ghibellino. Alquanto ridicolo il particolare che il poeta promette
di metterci le mani anche lui nel giorno del giudizio quando si tratterà di
ammazzare la morte (!). Anche questa idea prende ben altro significato nella
tragedia della vita del trecento.
O miorte della vita privatrice,
o di ben guastatrice,
dinanzi a cui porrò di te lamento f
Altrui non sento ch’al divin fattore,
perchè tu, d'ogni età divoratrice,
se’ fatta imperatvice,
Cuasile |
= = =--
"=
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 163
- che non temi nè foco, ucqua nè vento, (1)
non ci vale argomento al tuo valore :
tuttor ti piace eleggere il migliore
e ’1 più degno d’onore.
Morte, sempre dai miseri chiamata,
e da’ ricchi (2) schifata come vile
troppo se "n tua potenza signorile,
non provvedenza umile, (3)
quando ci togli un uom fresco e giulivo,
o ultimo accidente destruttivo.
O morte nata di mercè contrara,
O passione amara,
sottil ti credo porre mia questione
contra falsa ragion de la tu’ ovra;
perchè tu fatta nel mondo vicara
ci vien senza ripara
nel die giudicio avrai quel guiderdone
che a la stagione converrà ch't0 scovra.
Oi, com’avrai in te la legge povra!
Ben sai chi morte adovra
simil deve ricever per giustizia,
poi tua malizia sarà refrenata
ed a orribile morte giudicata ;
come se’ costumata
in farla sostenere ai corpi umani,
per mia vendetta ivi porrò le mani.
V
Alcuni attributi come « di ben matrigna ed albergo di male » non con-
vengono affatto alla morte vera, ma stanno a pennello alla Chiesa corrotta,
come l’altro « madre di vanitate », come l’annunzio che la sua « possanza fia
finita » quando il Signor superno darà contro di lei una « crudele sentenza »
ed essa finirà nel « foco sempiterno ». Particolarmente interessante la frase:
«nemica di canto » (la Chiesa era la nemica dei poeti « Fedeli d’amore »)
e l'allusione al fatto che essa perseguita proprio l’uomo quando « prende diletto
di sua novella sposa », cioè la Chiesa perseguita l’adepto quando esso si con-
giunge con la Sapienza santa e non lascia vivere i .« Fedeli d'amore » (Che
nella realtà la morte perseguiti proprio di regola chi prende moglie non si
comprende).
Mia alli qa iii Poi i ar” ii.
O morte, fiume di lacrime e pianto
o nemica di canto,
desidero visibil che ci vegni,
perchè sostegni sì crudel martire ?
Perchè di tanto arbitro hai preso manto
e contra tutti ha °I guanto ?
Ben par nel tu’ pensier che sempre regni
poi ci disegni lo mortal partire.
E dei pie
Ad — Aa. -— —_
(1) Senso letterale ridicolissimo. Nel senso vero la morte (Chiesa corrotta) era
i combattuta dagli eretici col battesimo dell'acqua, del fuoco e dello Spirito.
i (2) Ricchi d’intelletto. (3) Obbligo che avrebbe avuto la Chiesa non certo la morte.
164 CAPITOLO SETTIMO
Tu non ti puoi, maligna, qui covrire
nè da ciascun disdire,
chè non trovasi più di te possente :
fu Cristo onnipotente a la sua morte
che prese Adamo ed ispezzò le porte
incalzandoti forte :
allora ti spogliò de la virtute
ed a lo ’nferno tolse ogni salute (1).
O morte, partimento d’amistate,
o senza pietate,
di ben matrigna ed albergo del male!
Già non ti cale a cui spegni la vita,
perchè tu, fonte d'ogni crudeltate,
madre di vanttate,
se’ fatta arciera e di noi fa' segnale,
di colpo micidial sì se’ fornita.
O come tua pfossanza fia finita
trovando poc’aita
quando fia data /a crudel sentenza
di tua fallenza dal Signor superno !
Poi fia tuo loco în foco sempiterno :
lì sarai state e verno
là dove hai messo papi e ’mperadori
re e prelati ed altri gran signori (2).
O morte oscura di laida sembianza,
o nave di turbanza
che ciò ch'è vita congiunge e notrica,
nulla ti par fatica scieverare,
perchè radice d’ogni sconsolanza
prendi tanta baldanza :
d'ogni uom se’ fatta pessima nemica,
nova doglia ed antica fai creare,
pianto e dolor tutto fai generare ;
ond’io ti vo’ blasmare,
chè quando un uom prende diletto e posa
di sua novella sposa iu questo mondo
breve tempo lo fai viver giocondo,
chè tu lo tiri a fondo,
poi non ne mostri ragione, ma usaggio (3)
d’onde rinian doglioso vedovaggio.
(1) Assimilata la Chiesa, morte, al peccato, errore, è naturale che si ricordi la vit-
toria di Cristo su quella Morte che è il peccato e l’errore, invocando come Dante, Cristo
contro la Chiesa corrotta. La morte naturale non fu affatto vinta da Cristo, egli vinse
la morte spirituale, l'errore, il peccato. È questa un’altra conferma che qui non si
intende parlare della morte naturale.
(2) Motivo realistico convenzionale in apparenza. In realtà la corruzione della
chiesa ha condotto all’Inferno papi e imperatori, ecc.
(3) Si comprenda : Non ti basi sulla verità dimostrata giusta, ma sulla tradizione
del tuo uso, o Chiesa corrotta. Che la Morte vera faccia valer l’uso invece della ragione
è una goffaggine.
II, « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 105
Morte, sed 10 l'avessi fatta offesa
o nel mio dir ripresa,
non mi t'inchino a piè mercè chiamando ;
chè disdegnando non chero perdono.
Io so ch'i' non avrò ver te difesa,
però non fo contesa,
ma la lingua non tace, mal parlando
di te e rimproverando cotal dono.
Morte, tu vedi quanto e quale io sono
che con teco ragiono,
ma tu mi fair più muta parlatura
che non fa la pintura a la parete.
Oh, come di distruggerti ho gran sete!
che già veggio la rete
che tu acconci per voler coprire,
cui troverai o vegghiare o dormire |
Bello e veramente commovente il verso della pesultima strofe « Non mi
t'inchino a piè mercè chiamando », che ora finalmente significa qualche cosa,
e qualche cosa di bello, ma assolutamente assurdo, nel senso letterale, tutto il
congedo.
Il poeta infatti manda la canzone ai suoi correligionari che sono natural-
mente « quei che sono in vita », i seguaci della Sapienza santa, ma, adoperando
questa espressione non si è accorto di quanto essa fosse ridicola nel senso let-
terale perchè nessuno certo pensava che la canzone potesse essere mandata ai
morti in camposanto. Aggiunge che la manda a quelli che sono in vita di
«gentil core e di gran nobiltate » (gli adepti), ma dà loro un cémpito che, se
si trattasse veramente della morte vera, sarebbe assurdo e ridicolo. Essi do-
vrebbero ricordarsi sempre della morte e contrastarla forte, ma per quanto
gentili e nobili fossero non si immaginerebbe proprio come potessero farlo
contro la morte vera. Anche più inconcepibile è l’ultimo còmpito che dovreb-
bero avere questi uomini gentili, quello di fare vendetta della morte se la ve-
dono visibile. Ma dove la dovevano vedere? Ma dove è la morte visibile ?
La vendetta c’era da fare, sì, e tutta questa canzone spira l’odio che la
vendetta prepara, ma la vendetta è quella che si dovrà fare dai cuori gentili,
dagli uomini di gran nobiltate che sono nella (vera) vita, dai « Fedeli d’ Amore »
contro la Chiesa corrotta ed iniqua : Morte.
Canzon, gira’ ne a que’ che sono in vita,
di gentil core e di gran nobiltate ;
di’ che mantengan lor prosperitate
e sempre si rimembrin de la morte,
in contrastarla forte,
e di’ che se visibil la vedranno
ne faccian la vendetta che dovranno (1).
(1) Cino, Ed. cit.
160 CAPITOLO SETTIMO
Lusanza di contrapporre l’« amore » alla « morte », di trattare da « morti »
quelli che erano fuori della verità è diffusissima. Molto probabilmente quando
(come racconta il Boccaccio nella giornata sesta, novella nona) Guido Caval-
canti che andava speculando tra le tombe, per liberarsi dagli amici che lo sec-
cavano, saltò con la mano sulla tomba dicendo loro: « Voi mi potete dire
a casa vostra ciò che vi piace», e il motto fu interpretato così: che la
loro casa era la tomba e che essi «a comparazion di lui e degli altri uomini
scienziati erano peggio che uomini morti », il vero spirito del motto tanto
esaltato dal Boccaccio sta proprio in quel significato convenzionale della
parola « morto » in uso tra i « Fedeli d'amore ».
Uno dei motivi più importanti, più usitati di questa poesia è quello
secondo il quale il poeta innamorato dice di avere /igura di morto, colore di
morto, aspetto di morto e simili. Il poeta che, secondo una prescrizione della
setta, comune a parecchie sette medioevali (per esempio i Catari) e della
quale troveremo la evidente enunciazione in un sonetto di Guido Cavalcanti,
finge esteriormente di essere ossequente alla Chiesa dominante, prende figura
esternamente non di vivo (adepto) bensì di morto (seguace della Chiesa).
In questo senso Guido Guinizelli scrive :
Chi ne vole aver ferma certanza
hRiguardi me se sa legger d'amore
Ch'i' porto morte scritta nella faccia (1).
In questo senso Dante (?) dice della sua anima:
Però mi mise nel morto colore
l’alma dolente (2).
Nello stesso senso Cino scrive :
E gli atti e gli sembianti ch'io foe
Son come d'un che in gravitate more (3).
Altrove Cino scrive:
E porto dentro agli occhi un cor feruto
Che quasi morto si dimostra altrui (4).
Cavalcanti dice ancora :
Guardi ciascuno e miri
Che morte m'è nel viso già salita (5).
Li vedete voi passeggiare per le vie e per le piazze d’Italia in mezzo a
tanto fervore di opere, di lotte, questi giovani ferventi, tutti veramente con la
faccia di morti perchè sono innamorati ? No, con la faccia di morti no, ma
con la faccia di normali credenti che vanno in Chiesa, si inchinano all’auto-
(1) R. A., pag. 76. (2) R. A. pag.89. (3) Cino Da PISTOIA: Ed. cit., pag. 30.
(4) Zd. id., pag. 57. (5) CAVALCANTI: Ed. cit., pag. 163.
IL, « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 167
rità ecclesiastica (che nel cuore non riconoscono, odiano e disprezzano), che
conoscono benissimo gli articoli della fede e sanno all’occasione ripeterli (1).
Così essi portano morte scritta nella faccia, ma dentro hanno la vita cioè l’amore
per la Sapienza santa, la Rivelazione immediata e diretta che vivifica le loro
anime e li guida alla salute.
Parliam sovente, non sappiendo a cui,
A guisa di dolenti a morir messi
dice Cino (2).
La morte la portano scritta nella faccia, ma la odiano e sanno cantare
segretamente il loro odio, come lo sapeva, cantare l’autore della canzone :
O morte della vita privatrice. Cino da Pistoia scrive :
A finir mia gravezza
fo con la morte volentier battaglia (3).
Il Cavalcanti ha una graziosissima maniera di dire a un certo punto che
egli non può dire la verità intorno alla Sapienza santa senza fingersi fedele
alla « morte » (Chiesa) perchè la setta (Amore) non lo può sufficientemente
difendere.
Amor non t'assicura
în guisa, che tu possa di leggero
a la tua donna si contar 1/ vero,
che morte non ti ponga in sua figura (4).
Cino riaffermando come tante volte ha fatto, la sua fedeltà alla setta
(spesso messa in dubbio), scrive di Amore : °
Io li son tanto suggetto e fedele,
Che morte ancor da lui non mi diparte (5).
E questo quantunque tante volte abbia confessato (e la confessavano tutti)
la grande paura che aveva della morte.
La mia natura combatte e divide
morte, ch'i veggio la ’unque mi giro (6).
E scrive altrove parlando della continua minaccia della Chiesa :
Senza tormento di sospir non vissi,
nè senza veder morte un’ora stando (7).
Evidentemente chiunque ama è minacciato dalla morte. L’antitesi amore-
setta contro morte-Chiesa riapparisce ad ogni passo, ma essa è velata, è con-
(1) O /eguenda di Dante accusato di eresia e che, per scolparsi scrive in una notte
un perfettissimo ed ortodossissimo e impeccabile Credo / (2) Ed. cit., pag. 146.
(3) Ed. cit., pag.121. (4) CAVALCANTI: Ed. cit., pag. 144. (5) CINO DA PISTOIA:
Ed. cit., pag. I5. (6) Id. id., pag. 126. (7) Id. id., pag. 134.
108 CAPITOLO SETTMO
fusa per l’esistenza di quel primo importantissimo significato della parola
morte che è completamente diverso da questo : morte come mistica morte.
Un buonissimo esempio dell’uso nella stessa strofa dei due significati
opposti della parola « morte » si ha in Guido Guinizelli. Si osservi che nel
primo verso il poeta dice di sembrare vivo, nell'ultimo dice perfettamente
l'opposto cioè di sembrare morto. Nella prima parte egli dice che quantunque
egli sembri vivo (come gli altri) dentro ha una ascosa morte (mistica) ; nella
seconda parte dice che quantunque dentro sia (misticamente) vivo, egli porta
invece la morte scritta nella faccia cioè di fuori sembra (misticamente)
morto, perchè sembra ossequente alla Chiesa.
Che sembro vivo e morto vo nascoso ;
.Ascosa morte porto a mia possanza ...
E chi ne vole aver ferma certanza
riguardi me se sa legger d'amore,
ch’i' porto morte scritta nella faccia (1).
Vira. — Per quanto è detto sopra, la parola vita opposta al primo signi-
ficato segreto di morte-errore ed in particolare errore della Chiesa di Roma,
significa verità e propriamente verità della setta. Chi entra in essa giunge alla
vera vita. Chi ne sta fuori è morto, secondo la formula comune a tutte le
forme di misticismo iniziatico e a qualunque soteriologia.
Chi entra nella setta entra nella vera vita, abbandona la vita vecchia e
inizia una vita nova.
È istruttivo un passo di Cino da Pistoia nel quale questa parola vita
è usata in modo che, intesa nel senso letterale, riesce contraria al senso comune.
Cino ha voluto dire che ogni animale (uomo) può giungere alla vera vita,
ma non Vi può essere condotto se non da un adepto, cioè da un uomo di pregio
e valoroso che lo inizi, e che il nuovo adepto, se non persevera nella virtù ricade
nell’errore (morte) e viene tolto dalla vista della eterna Sapienza, cioè della
eterna verità. Ma si osservino le assurdità del senso letterale :
Naturalmente ogni animale ha vita
e d’aliro non l’acquista
se non da uom che pregio e valor segua,
lo qual, se con virtude non s'aita,
da vera eterna vista
morte come non fosse lo dilegua (2).
Il poeta che pensava « vera vita » diceva una cosa seria che cioè alla
vera vita si giunge per iniziazione, ma il « vera » gli restò nel pensiero tra il
giuoco del gergo e disse nel senso letterale una sciocchezza, cioè che uno
non acquista vita altro che da uomo che segua pregio e valore, mentre la vita nel
senso ordinario si può acquistare benissimo da uomo spregevole e vile.
(1) ft. A., Cod. Vat. 3214, n. 68. (2) Ed. cit., pag. 182.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROI,E DEL GERGO 1609
MoRTE DI MADONNA (primo significato). Excessus mentis per il quale
la Sapienza cessa di esistere come tale quando diventa atto della contempla-
zione pura.
Ho già spiegato come la tradizione discendente da Riccardo da San
Vittore abbia portato nella mistica questa idea. S. Agostino aveva identifi-
cato la Sapienza santa con Rachele. Riccardo da San Vittore aggiunse che
Beniamino, generato da Rachele, significa l'atto della contemplazione pura
generato dalla Sapienza contemplativa e poichè in tale atto non esiste più
vera Sapienza, ma lo spirito deve uscire dalla stessa mente (excessus mentis)
per arrivare fino a Dio, Rachele nel dare alla luce Beniamino deve morire.
Rimando per i particolari a quanto ho detto sopra (cap. VI) e a quanto
hanno detto il Perez (Beatrice svelata) e il Pascoli (Mirabile visione).
Qui accenno ai casi nei quali in modo più trasparente i poeti del « dolce
stil novo » ripresero questo motivo escludendo naturalmente (costoro erano
più poeti di Riccardo da San Vittore) il particolare del parto e parlando
semplicemente della morte della donna.
Guido Cavalcanti narra chiaramente a un certo punto che uno spi-
rito gli dice dentro :
Guarda, se tu costei miri
Vedrai la sua vertù nel ciel salita, (1)
parole che letteralmente sono un non-senso e non possono significare altro che
questo: Se tu persisti nella contemplazione della santa Sapienza tu la vedrai
trasformarsi nell'atto della contemplazione pura, col quale essa sale a mirare
nella faccia di Dio.
È, come vedremo in seguito, proprio quello che accadde a Dante, il
quale amò tanto la sua Beatrice, tanto mirò la sua Sapienza santa, che un
giorno questa sua Beatrice, questa sua Rachele (come egli aveva presentito e
previsto) si partì di questo secolo e andò a mirare gloriosamente « ne la faccia
di colui qui est per omnia secula benedictus ». E Dante non raccontò il come
e il perchè dicendo che non poteva farlo per non «essere laudatore di se
medesimo » !
Il Rossetti senza comprendere bene il significato della cosa osservò
che queste donne molto facilmente muoiono prima dei loro amanti.
Già parlando dell’influenza di Riccardo da S. Vittore nella lirica del
« dolce stil novo » ho dimostrato, approfittando di una ingenua rivelazione
di Nicolò de’ Rossi, che la morte della donna era per costoro ‘proprio l’ex-
cessus mentis. Egli infatti pone l’excessus mentis come ultimo dei quattro
gradi dell’amore e in una canzone ove la sua donna (la Sapienza) deve fargli
in estasi delle rivelazioni, comincia col dire che la donna è morta e insieme
che der eccesso di mente egli ha avuto questa miracolosa rivelazione.
(1) Ed. cit., pag. 156.
170 CAPITOLO SETTIMO
MoRrTE DI MADONNA (secondo significato). — Si dice che la donna
(la Sapienza santa) è morta (partita da questo mondo) o nascosta sotto
una « pietra » o un « sasso » (apparentemente « tomba »), per indicare che essa
non è più viva nella parola della Chiesa corrotta, ma è sepolta sotto questa
Chiesa, che ha appunto il nome di «pietra » o di «sasso », come in una
tomba.
È un’altra maniera artificiosa di esprimere quello che esprime il « Fiore ».
Gelosia (la Chiesa) tiene chiuso e nascosto il Fiore (la Sapienza) in un ca-
stello.
Il lamento di Cino da Pistoia sul sasso sotto il quale l’eletta « aveva
posto la sua fronte », è il suo lamento in Roma dove sotto il sasso della
Chiesa giace come morta la verità santa dalla Chiesa depressa e nascosta e
dal « Fedele d’amore » amata.
Questa immagine è naturalmente abbastanza ricca di movimenti poetici
verosimili, ma per intenderla bene bisogna cercarla là dove un altro poeta è
riuscito meno brillantemente.
L’importantissimo sonetto che qui cito, dove si parla di una $retra che
tiene morta la donna e si impreca contro di lei e le si ingiunge di aprirsi
affinchè il poeta « veggia scorta » colei che giace in mezzo alla pietra, perchè
il cuore gli dice che essa ancor « viva seggia », è nella sua apparenza di un amore
disperato e drammatico una lmpidissima imprecazione contro la Chiesa, alla
quale si dicono infatti cose che ad una pietra sepolcrale non converrebbero
affatto e prima di tutto che essa serra la donna « ancor viva » e poi che essa,
la pietra, era bianca ed è fatta nera « de lo colore suo tutta distorta » (come era
infatti la Chiesa), dove si minaccia a questa pietra che « il sudore e l'angoscia
già la scheggia » e dove si conclude che questa, che è di fuori una pietra, fa
diventare pietra di dentro gli altri. È un sonetto che appare mirabile di pro-
fondità, appena si sia veramente inteso. Va sotto il nome di Dante.
Deh piangi meco tu, dogliosa petra, (1)
perchè s'è Petra en così crudel porta
entrata, che d’angoscia el cor me’npetra ;
deh, piangi meco tu che /a tien morta! (2)
Ch'eri già bianca, e or se’ nera e tetra, (3)
de lo colore suo tutta distorta ;
e quando più ti priego, più s’arretra
Petra d’aprirme, ch'io la veggia scorta.
Aprimi, petra, sì ch'io, Petra veggia
come nel mezzo di te, crudel, giace,
che "Il cor mi dice ch’ancor viva seggia,
Che se la vista mia non è fallace,
il sudore e l'angoscia già ti scheggia....
petra è di fuor che dentro petra face. (4).
(1) La Chiesa. (2) Tieni come morta la Sapienza. (3) Corrotta.
(4) DANTE: Op., I, pag. 127.
i A e 3
II “DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 171
Questo caratteristico esempio di sonetto a doppio senso serve come
richiamo a farci intendere non solo il pianto di Cino da Pistoia che con più
dolce suono si lamentava su quella « pietra », « sasso », «ove l’onesta pose la
sua fronte », ma anche a farci comprendere quelle famose canzoni fietrose
di Dante, sulle quali dovremo ritornare, e che da parecchi secoli si scambia-
no per strampalate espressioni di morboso sadismo e sono invece semplice-
mente poesie di odio contro la Chiesa corrotta.
MORTE DI MADONNA (terzo significato). — In quanto Madonna rappre-
senta la setta e più specialmente un determinato gruppo settario, si raffigura
come « morte di Madonna » il fatto che questo gruppo sia costretto a sciogliersi
o a disperdersi. Naturalmente in questo caso la Donna-Sapienza continua
però a vivere immortalmente invisibile, i suoi fedeli la piangono, ma hanno
fede che essa, come tante volte ha fatto, «rinnovi come fenice ».
Non è improbabile che alcune delle posizioni più complicate che ci pre-
senta l’amore di questi poeti, siano apparenze create da una confusione di
questi diversi significati convenzionali della « morte di Madonna ».
Ritengo anche io col Rossetti che debba riferirsi a questo significato uno
strano passo dei Documenti d' Amore, nel quale Francesco da Barberino insegna
con cura meticolosa quello che deve fare un amante quando, mentre è in viaggio
di mare, la sua donna viene a morire. Deve fare una serie di operazioni stra-
nissime che fanno pensare a norme per trasmettere segretamente l’idea e 7
fondi della setta ad altri gruppi.
E se forse adivegna — ma Dio sua guardia tegna
ch’esta donna pur mora — e tu non se’ ancora
presso a terra ove possa — seppellir le sue ossa
una cassa serrata — ben ferma e impegolata
farale apparecchiare — e lei dentro acconciare
con oro e con argento — gioie e tutto ornamento
che le puoi far maggiore — che sì comanda amore
et una scritta i metti — con tuoi pietosi detti
pregando umilemente — che tutta quella gente
che poi la troveranno — che piangan sì gran danno
e faccian sepultura — con suo nome in sculptura
e tu lo scrivi loro — e dai lor lo tesoro
perch'ella sia honorata — sepellita e locata
e che preghin per ella — e dì com'era bella
e saggia e come nata — e d’onestade ornata
e come il suo paese — non averà difese
a morir sol del pianto — di tal dolor e tanto
e dì com’ella è morta — in penitenza accorta
e pon ne le sue mani — croci perchè i cristiani
saccian ch’ell’ebbe fede — di ciò che buon uom crede
poi a Dio la accomanda — et in acqua la manda (1).
(1) Doc. d'Amore, Ed. cit., Vol. III, pagg. 144 e segg.
172 CAPITOLO SETTIMO
Ciò che è più strano è che l’autore, commentatore minuziosissimo di
tntto ciò che egli dice, qui invece di commentare il complesso, parla soltanto
della scritta che l'amante deve mettere nella cassa e di come si deve fabbri-
care e fa addirittura un trattato di metrica per scrivere le poesie d’amore,
« ballatellam, cantionem extensam, sonitium, etc. », finendo col dire «sunt et
alii plures modi qui non sunt pro novitiis ». Seguitando, poi, il Barberino
parla di quello che si deve fare quando, mentre l’amato sta in mare con
l'amata, la nave fa naufragio ; e qui dichiara addirittura che non può dare
spiegazioni : «et ammodo lictera glosam non habet quia ista instructio non
posset apertius glosari » (1). Conferma evidentissima che del naufragio e della
morte non si poteva parlare troppo apertamente.
DONNE. — Significa: gli Adepti, i « Fedeli d’amore ». Quando Dante
dice: Donne che avete intelletto d'amore, parla semplicemente ai suoi compagni
di fede e di lotta. Dice perciò Dante che di Madonna non si può parlare che
con loro (e ho già dimostrato che, dicendo di parlarne con donne, ne par-
lava con uomini), dice che qualunque donna mira negli occhi di lei diventa
«gentil donna » e simili.
Quando il Cavalcanti scrive:
Io vidi donne co’ la donna mia
non che ne una mi sembrasse donna,
ma sol che somigliavan sua ombria,
vuol dire che gli adepti erano come l'ombra della Sapienza santa che amavano.
Quando Gianni Alfani dice che quelle donne che hanno il cor gentile
« ...preghin colei per cui ciascuna vale », non domanda l’intercessione di donne
vere presso la sua donna dicendo loro la inopportunissima scortesia che esse
valgono qualche cosa soltanto per merito di lei, ma domanda semplicemente
agli adepti che la setta faccia qualche cosa che egli chiede.
Sono due donne di maggiore età, e che non c’entrerebbero nulla, quelle
che accompagnano Beatrice nel giorno del rituale saluto (2), sono donne
che nella visione coprono di un velo Beatrice morta (3), sono donne che si
ritrovano sempre con questa donna sovrana e che, come abbiamo visto,
parlano di lei dicendo: « nostra donna », e rispondono (dunque sapevano
far versi e bene) alla canzone di Dante Donne che avete intelletto d'amore (4).
DORMIRE. — Significa : essere nell’errore, essere lontano dalla verità santa.
Quando Guido Cavalcanti scrive :
Talor credete voi, amor, ch'i’ dorina,
che co’ lo core i’ penso a voi e veglio ;
non fa che rassicurare la setta della sua fedeltà.
(1) Id. id., pag. 152. (2) V. N. LIL, 1. (3) V. N., XXIII, 8. (4) Si
veda per questa trattazione il Cap. II. 1
— -———..
— —r —r———r
7° MR
IL « DOLCE STIL NOVO». LE PAROLE DEL GERGO 173
Quando si parla della mente che dormia, dell'Amore che dorme nel cuore
e simili, si legga sicuramente che l’animo si è allontanato o non è ancora arri-
vato alla Sapienza santa.
Dante spiega chiaramente nella Vita Nuova che Amore è fatto sire
nella magione del cuore « dentro la qual dormendo si riposa Talvolta poca e tal
lunga stagione », finchè non appare la donna-Sapienza (I).
Il che vuol dire che lo spirito, finchè non ama la divina Sapienza, finchè
non è illuminato da lei o se ne estrania è dormiente ; e ora si comprende lo
strano sonno di Dante nella selva, quando era straniato da Beatrice e abban-
donò la via:
Tant’era pieno di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai (2).
FOLLE, FOLLIA. — Folle è l’uomo che è fuori della setta o che se ne
diparte (savio è chi è dentro).
Però non parto me da le ferute
sì como folle che vi sono usato (3),
dice il Cavalcanti quando vuole dichiararsi fedele d’amore ad onta di quello
che egli soffre. E Cino dice scivolando nel nonsenso letterale :
. «+ il mio camino a veder follîa torsi (4),
nel dare conto di un suo viaggio nel quale probabilmente aveva dovuto
sfuggire ad ambienti avversari.
Tommaso da Faenza (5) fa dire da Amore: « Omo folle faidito di mia
schiera », contro Giovanni dall’Orto da Arezzo. Questo Giovanni dall’Orto
infatti aveva scritto contro Amore (cioè contro la setta) la canzone : Amor
fi prego ch'alquanto sostegni, piena di accuse contro Amore che sono tipica-
mente applicabili ad una setta nella quale prevalgano 1 cattivi e 1 buoni stano
sacrificati. Avea detto per esempio :
Amor ancor è in te strana natura
disnaturata e fera
c'om villano orgoglioso
veggio da te accolto
sfacciati parlatori e menzogneri (6),
proprio come Bacciarone del quale esamineremo la lunga diatriba contro la
setta dei « Fedeli d'amore ».
(1) V. N., XX. (2) Inf., I, 11. (3) Ed. cit., pag. 85. (4) Ed. cit., pag.143.
(5) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 34. (6) R. A., td. id., n. 33.
174 CAPITOIO SETTIMO
Guido Orlandi in un suo poco comprensibile sonetto (forse dal testo cor-
rotto), contrappone chiaramente :/ folle a chi vive nel terzo grado (Amore-setta) :
E ’1 folle segue amor per altra via (1),
mai non riposa in sicura domo.
Nel terzo grado non fa vita d’omo
che porti 'n sè ragion ; ma fantasia (2).
FroRE. — La parola è usitatissima per esprimere la Sapienza santa e la
setta che la coltiva. Si identifica con la « Rosa » e non deve sorprendere se il
rifacimento italiano (forse di Dante) del Roman de la Rose porti per titolo
Il Fiore. Questo « Fiore » amato e conteso all'amante, questo « Fiore » che
l'amante bacia con le braccia in croce (3), 11 possesso del quale è conteso da
Gelosia (la Chiesa) e da quel Malabocca nel quale si ravvisa limpidamente la
figura di un maligno inquisitore, è la Sapienza santa che viene conseguita
a dispetto della opposizione della Chiesa corrotta. Tutto ciò che nel piccolo
libro è digressione o contorno vago o doppio senso lubrico serve esclusi-
vamente, come abbiamo visto, a velare il dramma della iniziazione, della
persecuzione e della vittoria della santa verità che l’uomo deve riuscire
a conquistare.
Tutta la poesia siciliana è piena di questo « Fiore ». Federico II scrive:
Fd ho fidanza
mio servire a piacere
di voi che siete fiore (4).
Caccia da Castello :
Chi ha fiorita l’alma, di quel fior disia (5).
Verso nel quale il Fiore ha evidentemente il carattere di cosa amata da
molti, non da uno solo.
Il Saladino di Pavia dice :
Tanto di fino amore son gaudente,
ch’uomo vivente non credo clie sia,
nè in gio’ nè in signoria così gioioso
siccome eo ch'amo l’alta Fiore aulente.
I:gli scrive altrove :
Che ben aggia Amore
che fue tramezzatore
di me e dell'alta Fiore
che m'ha sì altamente meritato (6).
—— __——_——_——__—_—_——
(1) Falso amore. (2) RIvarTA : Liriche del « Dolce stil novo », pag. 46. (3) Fiore,
Son. XX. (4) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 8. (5) Id. id., n. 32. (6) ROSSETTI:
Amor Plat., Vol, I, pag. 265.
IL « DOLCE STILI, NOVO ». LE PAROLE DEI, GERGO 175
Albertuccio da Viola si rallegra anche lui cantando :
Non mi fallio la fiore delle fiori (1).
Abbiamo visto come Buonagiunta da Lucca cantasse, svelando grossola-
namente il pensiero segreto, tutta quella tiritera sul « Fiore » il quale ad onta
dell’ultimo verso appare chiaramente un'idea religiosa o politica, non certo
una donna, e abbiamo mostrato come la ripetizione stucchevole e pericolosa
di queste parole « Fiore » e « Rosa », fosse uno degli elementi che dettero
luogo a quello stile settario riformato che si chiama oggi il « dolce stil novo ».
Cino da Pistoia giuoca sulla identità della donna o della setta col « fiore »
e sul significato di fiore nel senso di « poco» e vorrebbe che amore lo aiutasse
«sì che un fiore di me pietade avesse ». Il che vuol dire: « Avesse un poco
pietà di me» e anche « avesse pietà di me lei che è il « Fiore ».
Lapo Saltarello (2) alludendo senza dubbio al passaggio di una parola di
gergo in un’altra, dice delle parole che letteralmente hanno un senso sciocco
o incomprensibile :
Così m’ha travagliato accorta cosa
(cioè amore) che a -vegliar dormendo
mi fece straniar, ov’eo son conto,
che spesse volte appello « fior » la «rosa » (3).
Dante da Maiano per dire che alla santa verità o alla setta si dovreb-
bero rivolgere tutti, dice :
O Rosa fresca, a voi chero mercede ...
Rosa e Fiore aloroso . . .
la fior d'amor, veggendola parlare
innamorar d'amare ogni uom dovria (4).
Ora volete ritrovarla nella sua veste vera e nel suo vero nome questa
« Fior », questa Donna-Fiore-Rosa? Leggete l’Intelligenza di Dino Compagni :
In una ricca e nobile fortezza,
istà «/a fior » d'ogni bieltà sovrana;
in un palazzo ch'è di gran bellezza,
fu lavorato alla guis ’indiana ... (5)
ed è naturalmente l’amorosa Madonna Intelligenza. È poichè essa è l’amorosa
Madonna Intelligenza, cioè la Sapienza santa ed essa vive tra gli uomini per
opera della fontana d'insegnamento, per la fonte della quale dirò in seguito,
quel castello è naturalmente « intorneato da ricca fiumana ».
(1) Id. id., pag. 266.
(2) Anche lui così odiato per ignote ragioni da Dante suo compagno di esilio, (Par.
XV, 127) aveva scritto versi d'amore. Si trattava di un odio dovuto a ragioni settarie ?
(3) Zd. id., pag. 269.
(4) Id. id., pag. 270.
(5) Intelligenza, Ed. cit., strofa 60.
176 CAPITOLO SETTIMO
Ma questo « Fiore » che è la Sapienza santa, è amato per il frutto che
deve dare (e che non si capisce quale dovrebbe essere se si trattasse di una
donna amata flatonicamente).
Guido Orlandi dice :
Dunque sol siete quella
in cui l'amor si vesta
e flore in fronda crescie
che bon frutto conserva (1).
E Cecco d'’Ascoli scrive a Cino da Pistoia per incitarlo a rimaner fe-
dele alla setta :
Hor non lasciate il fior che frucito move.
‘ Ora questo frutto che si attende dalla verità santa e dalla setta che la
coltiva è precisamente il rinnovamento felice della umanità. Ecco perchè
Buonagiunta scriveva:
Se fior non fosse fructo non seria.
La setta (il Fiore) doveva dare il rinnovamento del mondo (il frutto). É
questo «frutto » si aspettava da Madonna, perchè il Fiore era appunto
Madonna.
A proposito della parola « fiore » usata nella corrispondenza tra Cino da
Pistoia e Cecco d’Ascoli, è utile ricordare questa corrispondenza più diffu-
samente.
Cino, invocando Cecco d’Ascoli in nome della donna sua (che era la
loro donna comune), e fingendo di appellarsi alla sua astrologia, giuoca sul
nome di « Fior » dato a Firenze e intanto chiama apertamente « pietra » Roma.
Domanda a Cecco d’Ascoli se deve stare a Firenze o andare a Roma main realtà
gli chiede se è il caso di tenersi al « fiore » (allasetta) o passare alla « pietra »
(Chiesa). E Cecco attraverso molti pasticci astrologici (nei quali sarà bene os-
Servare come questa gente ravvolgeva il pensiero importante), gli raccomanda
di non lasciar « il fior » perchè ormai « il fiore » sta movendo « il frutto », cioè la
setta sta per ottenere il suo trionfo, il rinnovamento felice dell'umanità che
è appunto «il frutto ». Ognuno può vedere che il « fior », considerato come
Firenze secondo l'apparenza del primo sonetto, non poteva dare ragionevol-
mente nessun « frutto ».
Cecco, io ti prego per virtù di quella
ch'è della mente tua pennello e guida,
che tu scorra per me di stella in stella
nell’alto ciel, seguendo la più fida:
E di’ chi m'’assecura e chi mi sfida:
e qual per me è laida e qual bella,
perchè rimedio la mia vita grida
(e so da tal giudizio non s’appella);
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 140.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 177
E se m'è buon di gire a quella pietra
dov'è fondato il gran tempio di Giove
o star lungo ’l bel Fiore o gire altrove,
O se cessar della tempesta tetra
che sopra ’l genital mio terren piove.
Dimmelo, o Tolomeo, che ’l vero trove (1).
E Cecco risponde, dopo di aver divagato sui corpi celesti :
Ciascun de questi corpi per voi impetra
salute et fama, et non ricchezze nove
or non lasciate °1 fior che frutto move.
Pistoia per sua parte non si spetra
girando ’1 cielo per questi anni nove,
dico se la pietà ciò non rimove (2).
Qualche volta gli amanti dicono di amare non propriamente il « Fiore »
ma un certo strano albero che promette di fare un fiore in cima, altra
immagine che non ci riporta certo a una donna ma alla Sapienza santa, alla
« Rosa », che fiorisce forse dalla tradizione occulta (dall’albero, dal lauro o dal
faggio o dal pino che sta sopra alla fontana d'insegnamento).
Soltanto così prendono un senso questi versi di Guido Orlandi che let-
teralmente sono dei nonsenst :
Lo gran piacer ch’io porto immaginato
d’un arbore fogliato dilectoso
m'ha fatto disioso
d’amor seguir guardado nella cima (3).
E questi altri dello stesso autore :
Guardando nel piacere del su’ ramo (4)
a dilectanza chiamo
amor che la mercè non s’abbandoni
e prego lui che mi sia nutrice
la sua viva radice (5).
E questi altri di Ser Bonagiunta Monaco :
Un arbore fogliato d'amor novo riguardo
lo qual sanza ritardo
mostranza fe’ di dar frutto di cima (6).
(1) Ed. cit., p. 73.
(2) L’ACERBA con prefazione, note e bibliografia di Pasquale Rosario, e, in appendice
i sonetti attribuiti allo Stabili. Lanciano, Carabba.
(3) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 56.
(4) Nel fiore.
(5) Zd. id..
(6) R. A., id. 1d., n. 57.
12 — VALLI.
nai ni
178 CAPITOLO SETTIMO
In questo ondeggiare continuo dell'immagine che il poeta ha dinanzi
agli occhi, che è promiscuamente immagine di una rosa, di un fiore (talora
anche di una stella) o di una donna, immagini che fluiscono facilmente una
nell'altra, si conferma la nessuna consistenza realistica del loro sentimento
e il carattere nettamente convenzionale di tutto ciò che essi dicono.
FONTANA, FONTE, Fiume, Rio. — È la «fontana d’insegnamento »,
cioè la tradizione della Sapienza santa, presso la quale si trova infatti
spesso la donna (o l'Amore) o la Rosa a significare il suo rapporto con essa.
Abbiamo già visto che le donne che hanno «intelletto d’amore » (gli
adepti) scrissero a Dante che Beatrice stava alla « fontana d’insegnamento ».
Dante stesso nella Vita Nuova trova Amore lungo « uno fiume bello e corrente
e chiarissimo » (1) al quale Amore volge sovente gli occhi. E in quel momento
infatti, 1spirandosi alla tradizione della setta, Amore consiglia un nuovo schermo
a Dante. Dante si trova ugualmente per un cammino «lungo lo quale sen gia
uno rivo chiaro molto » quando (ispirandosi alla tradizione della setta) pensa
il primo verso della famosa canzone: Donne ch'avete intelletto d'amore (2).
È utile osservare che tanto il « rivo », lungo il quale andava Dante, quanto il
« fiume bello e corrente e chiarissimo », al quale Amore volge gli occhi, non
hanno nessun ufficio nella descrizione del paesaggio, il quale si limita 1-
genuamente a questo particolare unico e non hanno alcun significato serio nel
contesto del racconto letterale.
Mazzeo da Messina parla della « fonte che m'ha tolto ovunque sete ».
Guido Orlandi dice descrivendo la sua condizione d'amore: « Condotto sono
in porto d’acqua viva ».
Secondo il solito anche la misteriosa « Intelligenza » di Dino Compagni
ha una fontana nel suo palazzo.
Ed io stando presso a una fiumana
in un verziere, all'ombra d'un bel pino :
d’acqua viva aveavi una fontana
intorneata di fior gelsomino (3).
Questa fontana che sorge ai piedi di un albero (di regola faggio, pino o
alloro) si ritrova di continuo a ombreggiare il riposo di tutte queste donne
misteriose e, secondo la significantissima visione del Boccaccio (come si riuni-
scono le fila di questo simbolismo !) la madre di Dante sognò di partorire 1l
figlio presso questa stessa fonte, all'ombra di un alloro (4).
Cino da Pistoia in quel sonetto nel quale con grandissima fretta, e per-
ciò con alquanta noncuranza del senso comune, dà conto in gergo di un
suo viaggio, dice a un certo punto, evidentemente per dire di essere giunto
in un luogo dove erano dei correligionari, una scuola, un centro settario .
(1) V. N., IX, 4. (2) V. N., XIX, 1. (3) Intelligenza, strofa 3. (4) Vita
di Dante.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 179
Già così mi percosse un raggio vivo,
che ’1 mio camino a veder fo/lîa torsi;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar’'acqua visitai di blando rivo (1).
Abbiamo visto che nel Fiore la Rosa ricercata significa appunto la dot-
trina della Sapienza. Ma nell’originale di quell’opera, cioè nel Roman de la
Rose, che il Fiore frettolosamente riassume, c’è una cosa stranissima e cioè
che l'amante si innamora della rosa ferchè la vede non direttamente, ma ri-
flessa nell'acqua di una fontana sulla quale si è chinato. Significazione evidente.
L’adepto st innamora della Sapienza santa che egli vede non direttamente, ma
come per riflesso nella «fontana d'insegnamento », cioè in quella tradizione
iniziatica che appunto conservava in sè la dottrina della Sapienza santa.
Molto importante è il fatto che anche qui la parola dovette essere usata
in due sensi. « Fonte, rio », sono tanto la tradizione iniziatica quanto le singole
scuole o le singole logge o gruppi nelle quali si conserva e si insegna. Ecco perchè
Cino può dire che allontanandosi da « Follia » era andato a visitare la « chiara
acqua di un rivo », ecco perchè Guido Cavalcanti scrive a un certo momento
a Bernardo da Bologna uno strano sonetto, dove si parla di tante fontanelle,
le quali prendono chiarezza e vertute da una certa donna che scriveva
versi (!):
Ciascuna fresca e dolce fontanella
prende in lisciar (?) sua chiarezza e vertute,
Bernardo, amico mio, e sol da quella,
la qual rispose alle tue rime acute (2).
Il che (sorvolando sulla oscurità di quella parola probabilmente corrotta
« lisciar ») significa probabilmente che tutte le scuole della setta erano illumi-
nate soltanto da quella tale che aveva risposto alle rime di Bernardo, e non è
da meravigliare che questa tale donna sapiente, che dava chiarezza e virtute
alle fontanelle, stesse proprio in Bologna, da dove già era partito col Guini-
zelli il «senno di Bologna », cioè la nuova dottrina e la nuova arte della
setta.
PIANGERE. — È questa una delle parole che hanno offerto alla finta
poesia d’amore la possibilità di più sottili giuochi. Essa significa simulare e
precisamente « simulare fedeltà alla Chiesa corrotta e dominante, seguirne 1 riti
e le imposizioni, ma rimanendo nel cuore fedeli alla setta ». La prima volta che
lessi questa spiegazione nel Rossetti, ne rimasi sbalordito anche io e con-
fesso che fui lì lì per metter da parte il libro. Ora, dopo anni di studio, mi
meraviglio di quella mia meraviglia Noi non ignoriamo che gli eretici
del Medioevo, per esempio i Catari, prescrivevano agli affiliati di simulare
la ortodossia quando non potevano sfuggire alla persecuzione, come Guido
(1) Cino: Ed. cit., pag. 143. (2) VALERIANI: Of. cit., II, pag. 348.
180 "CAPITOLO SETTIMO
prescriveva (vedremo) ai « Fedeli d’amore » ben provveder di «mettersi 1n
grato della religione », cioè della Chiesa. Abbiamo già visto che nel Fiore
l’amico-iniziatore dice all'amante che per conquistare la Rosa deve molto
« piangere » avanti alla vecchia che l’ha in custodia (Papa o Chiesa).
Molti dei motivi strani e tragici che vengono fuori in questa simulata
poesia di amore si ricollegano appunto a questo fatto, che il poeta ogni
tanto deve far sapere alla setta che egli ama la sua donna, ma è costretto
a piangere, cioè a fingere di non amarla e a seguire nella pratica della vita
la volontà della Chiesa e a fingersi sottomesso a lei e a parlare simulando, e
perciò si comporta esternamente come un non amante.
Le tragedie, delle quali vedremo le tracce, nascono da questo, che molte
volte la setta accusa l’amante (l’adepto) di essere infedele e di qui le pro-
teste dell’adepto che dice che egli piange soltanto, cioè simula fedeltà alla
Chiesa corrotta, ma è fedelmente legato a Madonna, cioè alla vera Sa-
pienza santa, alla Setta.
Due casi veramente caratteristici ci mostrano questa parola « pianto »
nel suo vero significato. e
Dante che, come vedremo in seguito, fu per un certo tempo allonta-
nato dalla setta perchè sospetto di esserle infedele (e la negazione del saluto di
Beatrice si riferisce proprio a questo fatto),comincia una delle sue più oscure
canzoni così :
Poscia ch’ Amor del tutto m’ha lasciato,
non per mio grato,
chè stato non avea tanto gioioso,
ma però che pietoso
fu tanto del meo core,
che non sofferse d’ascoltar suo pianto ;
i’ canterò così disamorato . .. (1).
In questi versi è evidente che il giuoco del gergo ha tradito la logica del
poeta. Egli voleva dire velatamente che era stato allontanato dalla setta non
per volontà sua, ma perchè la setta non aveva saputo ascoltare e comprendere
il suo pianto, cioè la simulazione che egli aveva dovuto fare accostandosi
alla Chiesa. Ma non si è accorto che questo suo fianto così pietoso contrad-
diceva nettamente ai versi precedenti nei quali aveva detto che « stato non
avea tanto gioioso », cioè che non vi era uno stato così gioioso come il suo
(tanto è vero che lui non voleva esser lasciato da amore).
Si consideri attentamente questa strofa di Cino da Pistoia :
Amico, se egualmente mi ricange (2)
niente già di me sarai allegro,
ch'io moro per la oscura, che pur piange,
la qual velata è "n un ammanto negro (3).
(1) DANTE: Od., pag. 88. (2) Di affetto. (3) Cino: Ed. cit., pag. 166.
II, « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO IVI
Chi sia propriamente questa donna, perchè pianga, perchè si chiami la
oscura, perchè sia velata di un manto negro, naturalmente nessuno ce lo dice
o si inventano in proposito romanzetti realistici. Eppure è chiarissimo. La
divina Sapienza della setta è oscurata, non può risplendere nel mondo, non
fa che piangere, è cioè costretta a simulare ed è perciò appunto coperta di
un manto negro. E questo manto negro della donna che $iange ritorna,
sempre misteriosamente, in molti punti. Cecco d’Ascoli, proprio come Cino,
scriveva :
Sì ch'io ridendo vivo lagrimando,
come fenice nella morte canto.
Ahimè | sì m’ha condotto il negro manto!
Dolce è la morte, po’ ch'io moro amando
la bella vista coverta dal velo,
che per mia pena la produsse il cielo (1).
Qui il negro manto invece di stare addosso alla donna sta addosso al-
l’adepto il quale piange, simula, ma il pensiero è lo stesso e l’uomo piange e
muore per la donna che è velata.
E questa donna sotto il negro manto, questa che Cino chiama « l’oscura »,
la ritroveremo un giorno, più tardi, nell’Amorosa Visione di uno dei più
grandi « Fedeli d’amore », di Giovanni Boccaccio, la ritroveremo in una
misteriosa fontana ove sono quattro e tre donne, le virtù cardinali e le teo-
logali, e troveremo questo stranissimo fatto: che quella che rappresenta
indiscutibilmente la Fede è nera e versa due fontane dagli occhi: è la
Fede, la vera Fede che non può manifestarsi, è la Fede oscura e che piange,
la Fede di Cino, la Fede di Cecco d’Ascoli, la Fede dissimulata di tutti
questi « Fedeli d’amore ».
Il significato segreto di questa parola « piangere », ci spiega finalmente
quella strana e tanto discussa controversia tra Guido Cavalcanti e Guido
Orlandi, così sciocca nel senso letterale, della quale ci ha riportato il testo il
Codice Vaticano 3214.
Guido Cavalcanti nella ballata: Poi che di doglia cor convien ch'1° porti
aveva scritto che avrebbe fatto « di pietà pianger amore ».
L’Orlandi gli fece pedantescamente osservare che Amore « il vero amore,
non può piangere », esso infatti non simula mai ; simula invece l’uomo inna-
morato o la donna « per segnoraggio prendere e dividere », cioè nelle lotte
della vita. Il settario vigilato simula (piange), non l'Amore.
Riporto i versi perchè in esso è evidentissimo il giuoco del gergo :
Per troppa sottiglianza il fil si rompe
Ch'amor sincero non piange nè ride
in ciò conduce spesso omo o fema.
(1) Ed. cit., pag. 156.
182 CAPITOLO SETTIMO
Per segnoraggio prende e divide.
E tu ’l feristi e no li perla sema (?)
Ovidio leggi: più di te ne vide.
Dal mio balestro guarda ed aggi tema (1).
Si osservi come l’Orlandi attribuisca l’errore di Guido alla « troppa
sottiglianza » e come lo richiami a leggere « gli Ovidi », espressione usata
anche da Cino da Pistoia e che evidentemente vuole indicare le prescri-
zioni convenute del gergo amatorio (così chiamate perchè Ovidio aveva
scritto la Ars amandi) e come egli (buon balestriere come sappiamo)
si presenti scherzosamente pronto col suo balestro a cogliere in fallo il
Cavalcanti.
Il Cavalcanti risponde sdegnosamente: « Di vil matera mi conven par-
lare » e dicendo all’Orlandi in varie parole che egli si intende di amore « di
sua manera dire e di su’ stato » meglio di lui. L’Orlandi, ostinato, risponde
con un sonetto che è una vera rivelazione perchè in esso riconosce al Caval-
canti un gran numero di bellissime qualità, che hanno rapporto evidente
con l'Amore settario ma non hanno nulla a che vedere con l’amore per la
donna. Guido era stato e forse era ancora il brillantissimo capo del movimento,
quello che aveva portato la setta in molto floride condizioni, ed era un abilis-
simo artefice di versi a significato anfibologico. L'Orlandi ricorda proprio
tutti questi suoi meriti, ma vuole insistere che non si può dire che amore
pianga.
Riconosce che Guido sa limare (i versi), « di palo in frasca come uccel
volare » (passare abilmente dall’uno all’altro senso), « con grande ingegno gir
per loco stretto » (abilmente insinuarsi tra le strettezze del parlare doppio) e
sa « salvar lo guadagnato » (conservare alla setta ciò che essa ha), « accoglier
gente » (chiamare ad essa nuovi adepti), « terra guadagnare » (estendere l’at-
tività della setta in altre città). Ma Guido non ha che un difetto solo, cioè
che va « dicendo tra la savia gente » (tra i poeti d’amore, tra gli affiliati)
che farebbe « piangere amore ». Il sonetto termina riaffermando la spiritua-
lità del poeta, che vuol confermare di intendersi delle cose dello spirito tanto
da aver disusato l’amore materiale.
Amico, i’ saccia ben che sa’ limare
con punta lata maglia di coretto, (2)
di palo in frasca come uccel volare,
con grande ingegno gir per loco stretto, (3)
e largamente prendere e donare,
salvar lo guadagnato (ciò m'è detto),
accoglier gente, terra guadagnare :
in te non trovo mai ch’uno difetto ;
(1) RIVALTA: OP. cit., pag. 3I.
(2) Con una punta larga limare una maglia che è piccola : grande difficoltà da
uomo abile e sottile.
(3) Ridicolo elogio nel senso materiale |
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 183
che vai dicendo în tra la savia gente,
faresti Amore piangere in tuo stato.
Non credo, poi non vede : (1) quest’è piano.
E ben di'’l ver, che non si porta in mano:
anzi per passion punge la mente
dell’omo ch’ama e non si trova amato,
Io per lung’uso disusai lo primo.
amor carnale : non tangio nel limo (2).
SALUTO. SALUTE. — Si trovano usate le due parole promiscuamente
l’una per l’altra. L'amante si compiace del « saluto » o della « salute » che la
sua donna gli porge, e l’effetto di esso è tale quale non pare che il saluto
abbia avuto mai fuorchè per questi amanti del «dolce stil novo ». Legit-
timo il sospetto che si tratti di convenzione.
Se si pensi che in questo « saluto » sia adombrato un atto rituale (del
quale non è facile per ora determinare i particolari) (3), col quale l’adepto
venga messo con una speciale commozione in contatto con una immagine o
con delle parole della Sapienza santa, si comprederanno molte cose che in
altro modo restano incomprensibili.
Si noti che quasi tutti i poeti del « dolce stil novo » parlano di questo
saluto e dei suoi effetti mirifici. Inutile ricordare l’effetto che descrive
Dante del saluto di Beatrice, il quale commuove, secondo egli dice, non
lui solo, ma tutti.
e cui saluta fa tremar lo core,
si che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira (4).
Anche Gianni Alfani parla di questo saluto, compiacendosi di averlo
ricevuto:
che con gli occhi mi tolse
il cor, quando si volse
per salutarmi e non mel rende mai.
e veggiovi con lei
il bel saluto che mi fece allora (5).
Cino ricorda alla donna
il giorno che da pria
gli donaste il saluto
che dar sapete a chi vi face onore (6).
(1) Non ha occhi da piangere.
(2) RIVALTA, Of. cit., pag. 33.
(3) Infondata e avventata è per me la certezza espressa dall’Aroux e dal Péladan
che significasse il consolamentum dei Catari.
(4) V. N., XXI.
(5) Ed. cit., pag. 83.
(6) Ed. cit., pag. 33.
184 CAPITOLO SETTIMO
Egli prega anche in altra forma le « donne » sue che gli facciano avere il
saluto di Madonna :
E s'ella pur per sua mercè conforta
l'anima mia piena di gravitate
a dire a me — Sta’ san — voi la mandate (1).
Lapo Gianni dice :
Aggio sì bon sembianti d'ogni lato,
che salutato son bonairemente
e è. e e e è 60 e eo oe oe èîa es »s
m'ha poi sempre degnato salutare (2).
Noi sappiamo invece quale tragedia suscitò in Dante il fatto che questo
saluto che (dopo 9 + 9 anni precisi !) gli era stato concesso, gli fu, in seguito
a certe accuse delle quali parleremo meglio, ritolto.
Ho detto che saluto si confonde con salute. Dante il giorno in cui ebbe il
saluto, ebbe anche una visione nella quale vide fra le braccia di Amore
Beatrice che era «la donna della salute ». Tutto questo fa pensare che quel
saluto debba avvicinarsi ad un atto che dà la salute o la spes salutis.
C'è infatti una strofa di Cino, nella quale il saluto è portato dalla spe-
ranza Che reca amore :
L'alta speranza, che mi reca Amore,
d’una donna gentil ch’i ’ho veduta,
l’anima mia dolcemente saluta
e falla rallegrar dentro allo core (3).
Una piccola poesia interessantissima di Lapo Gianni deve essere riletta
per intero perchè in essa apparisce molto trasparentemente il ricordo di
un rito che si è compiuto fra un gruppo di « Fedeli di amore » a base di saluto
di Madonna.
Il poeta dice di essere stato guidato da Amore come i Magi «a veder
quella Che il giorno amanto prese nuovamente Ond’ogni gentil cuor fu salu-
tato ».
Questo giorno speciale evidentemente noto ai destinatari della poesia, nel
quale Madonna prese un nuovo manto, ci riporta indubbiamente ad una forma
rituale, nella quale il simbolo della Sapienza santa era pensato (o non forse
rappresentato ?) come vestito di un colore nuovo e porgeva 1 saluto.
Possiamo indovinare che questo colore nuovo era il bianco, perchè Dante
ci dice nella Vita Nuova di aver visto da prima Beatrice vestita di sanguigno,
ma tl giorno del saluto era vestita di bianco. Lapo Gianni sembra si lasci sfug-
gire inavvedutamente un nesso di causa e di effetto tra l’abito di Madonna e
il saluto (nesso che nel senso letterale non esiste), dicendo che ogni gentil
(1) Id. 1d., pag. 31. (2) Ed. cit., pag. 41. (3) Ed. cit., pag. 28.
IL « DOLCE STILI, NOVO ». LE PAROLE DEI, GERGO 185
cuore (si noti, non il poeta soltanto) fu salutato perchè Madonna aveva preso
un nuovo manto.
che ’1 giorno amanto prese novamente
ond’ogni gentil cor fu salutato.
Il poeta venuto da lontano per questa cerimonia ha provato proprio
gli stessi effetti (di mistica commozione) che provava Dante al saluto, si è
afforzato per non cadere e naturalmente si è rinnovata in lui la mistica
morte perchè al saluto «il cor divenne morto che era vivo».
Il poeta non ha visto nè occhi, nè bocca della donna, ha visto (pene-
trato) lo intelletto di questa mistica essenza:
Siccome i Magi a guida de stella
girono inver le parti d’Orîente
per adorar lo Signor ch’era nato, (1)
così mi guidò Amore a veder quella
ch’1 giorno amanto prese novamente,
ond’ogni gentil cor fu salutato.
I’ dico ch'i’ fu poco dimorato,
ch’Amor mi confortava : non temere,
guarda com’Ella vien umile e piana |
Quando mirai un po’ m’era lontana;
allora m'afforzai per non cadere ;
il cor divenne morto ch'era vivo.
Io vidi lo ’ntelletto su’ giulivo
quando mi porse il salutorio sivo (2).
Accanto a questo sonetto bisogna metterne un altro di Dante che (« per
caso » direbbero 1 critici « positivi ») ricorda esso pure una solennità, una riu-
nione di « donne » (gli adepti) e Amore in mezzo ad esse e tra loro la
Donna che dona salute a chi ne è degno, cioè ad ogni cuor gentile. Se questi
due, Dante e Lapo, non sono stati alla stessa cerimonia, sono stati a due
cerimonie simili e forse con ciò abbiamo appreso che la cerimonia si faceva
per Ognissanti (come l'iniziazione si faceva per Pasqua, quando accadevano
tutti quegli innamoramenti violentissimi ed improvvisi come quello del
Boccaccio (Sabato Santo) e del Petrarca (Venerdì Santo).
Di donne io vidi una gentile schiera
questo Ognissanti prossimo passato,
e una ne venia quasi imprimiera,
veggendosi l’Amor dal destro lato.
De gli occhi suoi gittava una lumera,
la qual parea un spirito infiammato ;
(1) Si noti il carattere chiaramente religioso di questa similitudine. Non si sente
che si tratta di un rito ? Si ripensi alla impressione, qui perfettamente obbiettiva, del
Croce a proposito della poesia d’amore di Dante : « Piuttosto che poesie i componimenti
di Dante, si direbbero atti d’un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi liturgici ».
(2) (cibo). Ed. cit., pag. 61.
I86 CAPITOLO SETTIMO
e i' ebbi tanto ardir, ch’in la sua cera
guarda’ [e vidi] un angiol figurato,
A chi era degno donava salute
co gli atti suoi quella benigna e piana,
e ’mpiva ’l core a ciascun di vertute.
Credo che de lo ciel fosse soprana,
e venne in terra per nostra salute :
là ’nd'è beata chi l'è prossimana (1).
Bisogna osservare che anche quella misteriosa « Intelligenza » di Dino
Compagni che, come abbiamo visto, è parente strettissima di tutte queste
donne che salutano, sta in un palazzo dove i diversi ambienti rappresentano
probabilmente gradi di iniziazione, e in quel palazzo
Il terzo loco è lo salutatorio,
che vuol molto probabilmente dire : :/ terzo grado (della iniziazione) è quello
nel quale si riceve il saluto, richiamandoci alle frequenti allusioni al « terzo
cielo » o al«terzo grado » che nel cielo materiale è il cielo di Venere, ma nel
simbolo significò assai probabilmente «la setta » o un grado superiore della
sua iniziazione (2).
Non si deve dimenticare che questo misterioso saluto aveva già prodotto
gli stessissimi effetti di trafiggere il cuore, di togliere la parola, di far vedere
la morte lasciando l’amante come cosa che ha soltanto l’aspetto di uomo, in
Guido Guinizelli :
Lo vostro bel saluto e gentil guardo,
che fate, quando v’incontro, m'ancide.
Amor m'assale, e già non ha riguardo
s'egli face peccato, o ver mercide.
Che per mezzo lo cor mi lancia un dardo,
che d’oltre in parti lo taglia e divide.
Parlar non posso, chè in gran pena io ardo,
si come quello, che sua morte vide.
Per gli occhi passa, come fa lo trono
che fer per la finestra della torre,
e ciò, che dentro trova, spezza e fende.
Rimagno come statua d’ottono,
ove vita, nè spirto, non ricorre,
se non che la figura d'uomo rende (3).
LUOGO DI RITROVO E CORTE D'AMORE. — Questi innamorati hanno anche
un loro luogo di ritrovo che non spiegano mai dove sia e che non si intenderebbe
con il presupposto che essi siano dei veri e semplici innamorati, mentre si
spiega benissimo se significhi il luogo di ritrovo della setta. Guido Cavalcanti
dice che i suoi occhi
(1) DANTE: OP., pag. 83. (2) Vedi ROSSETTI: Il mistero dell’Amor platonico,
vol. I. (3) VALERIANI: Of. cit., I, pag. 108.
x
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 187
Menarmi tosto senza riposanza
in una parte, là "vi trovai gente
‘che ciascun si doleva d’amor forte (1).
Che gli amanti veri usino di andare proprio a dolersî d'amor forte
tutti insieme non mi sembra sostenibile.
Gianni Alfani, sempre guardandosi bene dal dire dove ha visto la sua
donna, ma parlando evidentemente a persone che sanno completare il pen-
siero, scrive :
Guato una donna dov’io la scontrai...
Io pur la miro lè dov'io la vidi...
Amor mi vien colà dov’io la miro... (2)
Il Cavalcanti dice di un antico (un vecchio, o di idee vecchie ?) che gli
aveva consigliato di abbandonare Amore (la setta) dicendogli: «Se non ti
parti Del loco ove sei miso.... » Sempre l’allusione ad un /uogo e sempre
velata.
Dante (3) parla chiaramente della sua nostalgia
del dolce loco e del soave fiore
che si intende per Firenze, ma alludendo al luogo dove il « Fiore » ha la sua
sede. È sempre lo stesso innominato luogo « il luogo ove tien corte Amore ».
In questo «luogo» la setta naturalmente giudica i suoi e li chiama
molte volte a render conto del loro operato.
Quando Ser Monaldi dice: « Citato sono alla corte d’amore », quando
Cavalcanti dice di essere accusato « nel fero loco ove tien corte amore »
o Cino da Pistoia scrive :
Ond’io ne son di già chiamato a corte
d’Amor, che manda per messaggio un dardo ;
il qual m'’accerta che, senz’esser tardo
di suo giudizio avrò sentenza forte ; (4)
tutti questi non perdono tempo con immagini sciocche ed astruse, ma dicono
semplicemente che devono in qualche maniera rispondere del loro operato
alla setta. É Lapo Gianni si lascia sfuggire questo pensiero in forma anche
più grossolana dicendo:
Data sentenza in tribunal sedendo
sì che per voi non si possa appellare
ad altro Amor che ve ne possa atare (5).
Naturalmente si sfruttava così la tradizione delle corti d'amore, le quali
del resto anche in Provenza servirono mirabilmente a nascondere riunioni
(1) Ed. cit., pag. 113. (2) Ed. cit., pag. 83. (3) OP., pag. 75. (4) Ed.
cit., pag. 26. (5) Ed. cit., pagg. 56-57.
188 CAPITOLO SETTIMO
che si occupavano di cose ben più serie che d’amore, in un ambiente saturo
di tragedie religiose.
Ma se si fosse trattato di una vera corte d’amore, ripeto, perchè tanti
misteri sul luogo, sulle persone, sul capo, sui procedimenti? Perchè Dante,
pur parlando tanto di certe strane « donne » che si dilettavano «l’una ne la
compagnia de l’altra» (1) non ci dice nulla di questa corte d'amore?
A proposito di tali corti o tribunali abbiamo già osservato quanto
spesso si accenni a gente «faidita della schiera d’amore », abbiamo accen-
nato al sonetto di Cavalcanti a Dante che fa sapere che ha trattenuto
Amore mentre affilava i dardi contro Lapo e all’altro sonetto, forse di Dante:
Amore e Monna Lagia, nel quale si esulta per la cacciata dalla setta di un
indegno che è probabilmente lo stesso Lapo.
Ma anche il brillante capo della setta, Guido Cavalcanti, provò a un
certo punto i rigori del « fero loco ove tien corte amore ». E una buona parte
delle sue poesie sono di risentimento e di protesta contro la setta che non lo
apprezza più, minacce di abbandonarla e querele infinite. É noi sappiamo
che Dante rimpianse molto a un certo punto che Guido non mirasse più «a
questa gentilissima » (Giovanna). Il dramma dell’abbandono della setta da
parte di Guido per il quale essa si chiamava « Giovanna », suona nella Vita
Nuova ed ha molti echi in tutta questa poesia.
Tra gli innumerevoli sonetti di questo tono io debbo citarne uno attri-
buito al Cavalcanti nel quale il poeta parla addirittura dei suoi nemici e si
lamenta che nessuno più lo aiuti, quantunque abbia speso tutto il suo tempo
in servizio della setta (in far d’Amor suo gradi). Lo cito perchè quel suo
appello alle sue benemerenze e alla sua devozione ad Amore non avrebbe
senso serio di fronte al nemici, se si fosse trattato di amore per le donne.
Si trattava di un Amore (la setta) che avrebbe dovuto ripagarlo di grati-
tudine ed invece lo lasciava abbandonato ai nemici o forse anche gliene
suscitava contro egli stesso.
I’ sì mi tengo, lasso a mala posta;
or ecco il fatto e sonvi per lo fermo
a tal che non mi val neuno schermo,
e assalito son da ongne costa;
e no mi danno i miei nemici sosta
perchè fedito vegianmi ed infermo,
ned io medesmo non mando a Palermo
per tal dolor sanar che tanto costa ;
ch'anzi mi sforzo pur deli contradi
e quanto posso tuttor trago a essi
ed e’ così mi pagan dela via:
trovar non posso in alcun cortesia,
ed io dolente î miei spiriti messi
tutto tempo aggio in far d’Amoy suo gradi. (2)
(I) V. N., XVIII, 1. (2) Le Antiche Rime Volgari, pag. 278.
IL « DOLCE STII, NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 189
In questo sonetto è curiosa anche l’allusione al fatto che Guido non
manda a Palermo. Che significa? A cercar grandi medici? O non forse a
Palermo, antico centro della setta, era rimasta qualche suprema autorità
settaria alla quale egli avrebbe potuto appellarsi?
GAIEZZA, GAIO. — È tutto ciò che si riferisce alla Sapienza santa e alla
setta che la venera. Nonindago qui quale legame abbia la parola con la « gaia
scienza » e il «gaj saber», gravemente sospettati di nascondere nell’am-
biente provenzale un movimento segreto di idee perfettamente analogo a
questo. Certo è chela parola « gaio » e « gaiezza » ricorrono assai spesso come
qualifica di tutto ciò che riguarda l'Amore o Madonna.
Dante piange per una donna morta
che donna fu di sì gaia sembianza. (1)
Si parla assai spesso del « tempo gaio » o del «tempo verde » in contrap-
posizione al « tempo freddo ». È il tempo in cui trionferà la verità santa in
contrapposizione al presente in cui trionfa l’errore ed il male.
Nora, Noroso. — Tutto ciò che sta fuori e contro la setta (opposto a
«gaio » e « gaiezza » come « morte » opposta a « vita », etc.).
Amore, dice Cavalcanti « vive in parte dove noia more ». In uno di quei
sonetti nei quali come capo riconosciuto della setta ammonisce e guida i suoi,
rimprovera Dante di posare vilmente e di frequentare gente « noiosa » che
prima fuggiva («tuttor fuggivi la noiosa gente ») e finisce eccitandolo a che
si riscuota:
Lo spirito noioso che t’incaccia
si partirà da l’anima invilita (2).
Lapo Gianni dice che la sua donna lo ha liberato dalla « antica nota » :
quella che m’ha ’n signoria
e dispogliato de l’antica noia (3).
Guido Cavalcanti dice che quando Amore lo fece pauroso di sè, lo
sospettò di infedeltà (e abbiamo visto che lo citò alla corte di amore), gli
occhi della donna «mi guardar com’io fosse noioso ». È in infiniti altri
passi si ritrova questa parola «noia », « notoso », in netta contrapposizione
a « gaiezza», «gentilezza », « Amore ». Anche nel Fiore Amore è opposto
a «noia». « Sanz'amor non è altro che noia » (4).
VENTO, FrEDDO, FREDDURA, GELO. — Sono tra le molte parole che
servono a designare la forza opposta ad Amore (la Chiesa potente e cor-
rotta) e il suo prevalere. Questi poeti, ed essi soli mi pare, sentono questa
(1) V. N., VIII., 6. (2) DANTE: O), pag. 64. (3) Ed. cit., pag.43. (4) Son.
XXXVIII.
190 CAPITOLO SETTIMO
violenta opposizione tra l’amore e l’inverno, il tempo freddo, il gelo, ecc.
Gli altri fanno all’amore in tutte le stagioni come usa l’« homo sapiens ».
Guido Orlandi, volendo probabilmente esprimere che l’amore può errare
o perchè sopraffatto dalla forza avversa (dal freddo) o per eccesso di zelo e
di entusiasmo, scrive :
Che giusto aia che (Amore) puote esser fallente
per freddo che sormonti o per calore (1).
Dante in una delle sue più famose e meno intese poesie, che esamine-
remo : Io son venuto al punto della rota, fa una lunga e tragica descrizione di
un fantastico inverno durante il quale però egli resta fedele ad Amore. La mi-
rabile energia di tutte le espressioni contrasta vivamente con la piccolezza
del concetto fondamentale che, nel senso letterale, sarebbe semplicemente
questo : « Quantunque sia inverno e faccia molto freddo, io tuttavia son
sempre molto innamorato ». Concetto non solo meschino (perchè si sa bene
che gli innamorati in genere sono innamorati anche d’inverno), ma che con-
trasterebbe, come vedremo meglio in seguito, col tono veramente eroico di
tutta la canzone.
Tale contrasto sparisce e tutta la canzone diventa immensamente
più bella se si intenda il suo senso riposto. « È tempo freddo, inverno, gelo,
cioè prevalere della Chiesa corrotta crudele e tirannica (siamo forse all’epoca
della distruzione dei Templari, con i quali, come vedremo, la setta dei « Fe-
deli d'amore » era strettamente legata) e Dante, mentre tutti gli augelli che
temono il freddo fuggono, e
tutti li animali che son gaî
di lor natura, sgn d’amor disciolti, ,
però che ’1 freddo lor spirito ammorta,
protesta la sua fedeltà eroica alla setta, cioè alla verità santa, grida:
e io de la mia guerra
non son però tornato un passo arretro.
E augura e attende il ritorno del
dolce tempo’ novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli (2),
cioè il tempo in cui Amore con la vera Sapienza cui esso è fedele trionferà
sul mondo.
Anche la parola « vento » ha lo stesso senso e infatti «le donne» fecero a
Dante rispondendo alla sua canzone il buffissimo elogio di non aspettare
« vento nè plova », cioè di aspettare invece il « tempo verde » ed ecco come e
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 129. (2) DANTE: Od., pag. 104.
IL « DOLCE STII, NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO IQI
perchè, quando Cino scriveva il resoconto del suo viaggio, aggiungeva una
notizia che sembra una sciocchezza :
Ora ’n su questo monte tira vento
per dire che la Chiesa dominava indiscussa e aggiungeva quella buffa con-
seguenza del vento:
ond'io studio nel libro di Gualtieri
per trarne nuovo e vero intendimento (1).
Studiava il libro di Gualtieri, cioè il Gualtieri dell'Amore di Andrea
Cappellano, ma per trarne nuovi artifici e nuovi pensieri segreti nella lotta
in prò di Amore, della setta.
A proposito della parola «gelo » è profondamente rivelatore un passo
della expositto che Nicolò de’ Rossi fece alla sua canzone Color di perla. In
questa canzone, nella seconda strofa, cominciando a parlare dei diversi gradi
dell'amore e propriamente del primo, dice: «Zunto primo lo spirto lique-
face ». Il primo effetto dell'amore dunque, nel primo grado, deve essere una
certa liquefazione e il de’ Rossi ci spiega che cosa è questa liquefactio : « Hic
incipit primus gradus. s. liquefactio que opponitur congelationi. ea enim
‘ que sunt congelata non sunt habilia ad recipiendum aliquid in se ipsis. unde
ad amorem primo pertinet quod appetitus coaptetur ad intencionem amati
prout amatum est in amante ».
E qui si vede nella maniera più limpida che nel primo grado dell'amore
l'adepto doveva disciogliersi dal gelo, cioè dalla soggezione alla Chiesa cor-
rotta, cosa che come vedremo, è espressa ugualmente nella figura rivelatrice
del Barberino, nella quale il primo grado dell'amore emerge nella «vita
nuova » dal « religioso » che è morto.
GELOSIA. — Al significato speciale della parola «freddo » e «gelo »,
si ricollega probabilmente il significato speciale di «geloso » e «gelosia »
contrapposti ad Amore. Sono frequenti i versi nei quali si ripete che Amore
rende gli uomini felici, mentre gelosia li rende infelicissimi o malvagi.
Del resto abbiamo già veduto che nel Fiore la Chiesa corrotta che rin-
serra la Rosa, la vera dottrina, nel castello per sottrarla allegittimo amante,
si chiama appunto Gelosta e l’espressione risulta perfettamente appropriata :
« Gelosia fece murare un castello ». Guido Orlandi scrive un complicato
sonetto contrapponendo la gelosia all’Amore e concludendo in forma tale
che esclude che si possa trattare della solita gelosia e del solito amore :
Di gelosia d’amore feci un nodo
che dur'a scioglier t’è se non intendi
lo meo sermone ornato tondo, e sodo (2).
(1) Ed. cit., pag. 143. (2) RIVALTA i Of. cit., pag. 46.
192 CAPITOLO SETTIMO
E ciò in risposta ad una critica che gli aveva fatto Dino Compagni
intorno ad una sua canzone sulla gelosta.
Ma se si pensi che, da quanto apparisce, questi poeti ignoravano comple-
tamente 1l sentimento della gelosia nei rapporti delle donne, che mai una volta
in tutta questa poesia la gelosia è comparsa sul serio come sentimento
riguardante una donna, si dovrà convenire che quella gelosia alla quale
Guido Cavalcanti dice tanti improperi, contrapponendola nettamente ad
Amore, non è la gelosia vera, ma proprio la Chiesa corrotta contrapposta
ad Amore della vera Sapienza.
Infatti egli dice delle cose che con la gelosia vera non hanno nulla a che
vedere, per esempio che la gelosia rende gli uomini codardi, il che non è vero
affatto (se mai li rende violenti) ; e dice che rende l’uomo villano (e vil-
lano è proprio sempre il seguace della Chiesa) ; e che lo rende « scarso di ugua-
glianza » in quanto appunto la Chiesa con tutte le sue gerarchie negava la
vera uguaglianza evangelica degli uomini di fronte a Dio.
D'amore vene ad om tutto piacere,
da Gelosia ispiacer grave e pesanza ;
d’Amore, è l'om cortese a suo podere,
da Gelosia villan con mala usanza.
D'Amore è ch’om si fa largo tenere,
da Gelosia îscarso d’iguaglianza ;
d’Amore è l’omo ardito e sa valere,
da Gelosia codardo esser n’avanza.
D'Amor ven tutto den comunemente
quanto sen può pensare od anche dire,
perch'io amo di lui esser servente.
Da Gelosia ven poi similemente
male et dolore, affanno con martiro,
perch'io l'odio a podere e n'è spiacente (1).
Come si potrebbe contrapporre sul serio la gelosia a quell’Amore che can-
tava Guido Cavalcanti e che prendeva « loco e dimoranza nell’intelletto possi-
bile », che era cioè evidentemente amore della Sapienza e della verità santa ?
PIETRA, SAsso, MARMO. — È un’altra designazione di gergo per « Chiesa
corrotta ». Non è improbabile che l’idea sia stata suggerita dalla corruzione
di « Petrus ». Era la pietra ora corrotta sulla quale Cristo aveva edificato.
Di più la Chiesa corrotta che chiude dentro di sè e nasconde agli altri
la vera santa Sapienza ricevuta dal Cristo e amata dai « Fedeli d’amore »,
sì presta mirabilmente a esser raffigurata come una « pietra » entro la quale si
trovi qualche cosa di misterioso e di sacro o sotto la quale addirittura giaccia
la donna morta, che però, secondo dice il cuore, è ancor viva.
(1) Antiche Rime Volgari, V, pag. 248.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 193
Ne abbiamo già parlato a proposito del secondo significato della morte
di Madonna e del sonetto: Deh, piangi meco tu dogliosa pietra.
Questa considerazione, unita a molte altre, trasformerà completamente
ai nostri occhi le famose poesie di Dante per Madonna Pietra, le quali invece
di essere, come si crede, delle poesie d'amore che sarebbero espresse in forme
sadiche e feroci (« Questa scherana micidiale e latra » e simili), sono delle vere
e proprie poesie di odio contro la Pietra, cioè contro la meretrice che si è
impossessata del Carro della Chiesa, la quale non soltanto è pietra, ma impietra
(« Pietra è di fuor che dentro pietra face») e che, come vedremo, ha molti
rapporti con Medusa che impietra, corruzione della Sapienza che fa di smalto
chi la vede. Essa è infatti quella Roma alla quale Pietro di Dante faceva
dire :
Io sono il capo mozzo dallo ’mbusto (1).
Ma sulle canzoni per la donna Pietra ci tratterremo più avanti. Qui
basti ricordare che, se quel sonetto non è di Dante, non è stato Dante solo a
parlare di questo misterioso personaggio, ma che anche altri lo hanno cono-
sciuto e odiato come Dante lo odiava.
Anche il sonetto di Cino da Pistoia: Zo fui sull’alto e sul beato monte,
ove egli dice di aver pianto sulla « pietra » che chiudeva la sua donna, per
quanto sia uno dei più riusciti sonetti del « dolce stil novo » (cioè dei più
commossi e dei più logici e coerenti nel senso esterno), si spiega perfetta-
mento tutto come il lamento di un fedele che piange sulla Chiesa la quale
contiene, ma nasconde come morta la Sapienza santa da lui amata.
Per analogia si dice « pietra » chi segue la « pietra »ed è quindi 1mpietrato.
Il Cavalcanti dice di aver aspetto di « pietra ».
Io vo come colui ch'è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, c’'omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno (2).
E quegli uomini fatti di pietra da quella « Pietra di fuor che dentro pietra
face », cioè i seguaci della Chiesa, sono appunto quelle tali « pietre » che in un
verso di Dante, ridicolissimo nel senso letterale e tragico nel senso profondo
gridano contro di lui: Mora! Mora!
Le pietre par che gridin: Mora! Mora!
Sono i nemici della setta (fiere impietrate dalla pietra) che gridano con-
tro Dante, il « Fedele d’amore ».
Un mottetto oscuro di Francesco da Barberino ci illumina del resto con
perfetta chiarezza sul significato di questa pietra. Esso suona :
Caro impetra amor di petra
chi so petra petre impetra.
(1) R. A., Casan., d. v. 5 n.. 195. (2) Ed. cit., pag. 142.
13 — VALLI.
194 CAPITOLO SETTIMO
E poichè quel petre è evidentemente un vocativo di Petrus, il mottetto suona
chiaramente che chi impetra « O Pietro », cioè chi volge le sue preghiere, i suoi
voti e la sua fede al Papa impetra l’amore di una pietra. E poichè quel « caro »
ad onta degli artifici che vi ricama sopra il Barberino nella nota è diffi-
cile possa essere interpretato altrimenti che «a caro prezzo », il senso vero
del mottetto è : « Chi sotto la Pietra (la Chiesa) invoca «O Pietro,» invoca
a caro prezzo (a suo danno) l’amore di una pietra (che amore non ha)».
Ma la parola fiera torna ancora assai stranamente nel De Vulgari Elo-
quentia di Dante. Ivi si trova come uno stranissimo e incomprensibile segno,
questa buffa frase: « Petramala civitas amplissima est, et patria maiori parti
filiorum Adam ». Il poeta continua spiegando di aver voluto intendere che
ognuno crede che il proprio borgo sia una città grandissima e il proprio vol-
gare la lingua che fu parlata da Adamo, ma è certo molto strano che non solo
quegli attributi dati a Pietramala si riferiscano perfettamente a Roma (madre
spirituale della maggior parte dei figli di Adamo traviati), ma che si senta per-
fettamente in questo discorso un segreto riferimento al fatto che quei di
Pietramala ritengano che il loro volgare sia la lingua prima dell'umanità
(come quelli di Roma ritengono che la fede di Roma sia veramente la ori-
ginaria fede di Cristo)! (I).
SELVAGGIO, VILLANO. — È l’uomo che segue la Chiesa di Roma. Egli
è naturalmente l’opposto di «cortese », « gentile ». Egli si rallegra e ride
quando l’aria è fredda, cioè naturalmente quando Amore è perseguitato e
avvilito.
Poi ch’aggio udito dir dell’uom selvaggio
che ride e mena gio’ de lo turbato
tempo; chè l’air fredda in suo coraggio (2),
dice Guido Orlandi ; e anche Jacopo da Lentini aveva messo in rapporto.
il «selvaggio » col « gelo » :
per quello ch'è salvagio
Dio li mandi dolore,
unqua non venga a magio :
tant'è di mal usagio.
che di stat'4 gielore (3).
Inghilfredi aveva già dato una graziosa spiegazione apparente, ripresa da.
altri, dell'amore che ha l'uomo selvaggio per il freddo e dell’odio che ha.
per il «tempo chiaro »; ed è che quando il tempo era chiaro si spauriva.
pensando alla tempesta.
(1) Vulg. El., I, vi, 2. — Per le oscure frasi del De Vulgari Eloquentia, che hanno,
sapore di gergo, vedasi il capitolo X.
(2) VALERIANI, II, pag. 270.
(3) MONACI: Op. cit., pag. 42.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 195
L'omo selvaggio ha in sè cotal natura
che piange quando vede il tempo chiaro
però che la tempesta lo spaura (1).
Ma questa vecchia tradizione sulle abitudini dell’uomo selvaggio è
sfruttata per contrapporla all'uomo gentile e al « Fedele d’amore », che in-
vece ama il «tempo gaio», il «tempo verde», il «tempo chiaro», che
verrà col trionfo della verità santa.
La parola si prestava mirabilmente per far sapere in quei sonetti, che
sono in realtà « lettere informative » sotto l'apparenza dell’amore, se in un
dato luogo vi erano o non vi erano adepti. Quando Cino da Pistoia scriveva :
Poichè io son lunge in fra selvaggia gente,
dava semplicemente conto dell'ambiente in cui si trovava nei rapporti della
setta. Infatti egli diceva più chiaramente :
Ciò ch'io veggo di qua m'è mortal duolo,
poichè io son lunge in fra selvaggia gente ;
la quale io fuggo e sto celatamente,
perchè mi trovi Amor col pensier solo.
E dopo aver detto come egli andasse col pensiero a riguardare la sua
donna, dice :
quella, ch'io chiamo, lasso! coi sospiri,
perch‘odito non sia da cor villano
d’Amor nemico e degli suoi desiri (2).
Anche Dante raccomandava alla sua canzone di non palesarsi alla
« gente villana ».
non restar ove sia gente villana:
ingegnati, se puoi, d’esser palese
solo con donne o con omo cortese (3).
E la soave ballatetta di Guido: Perch'io non spero di tornar giammai
scritta non sul morire, come si crede, ma assai prima, quando mirava ancora
alla sua Giovanna, riceve raccomandazione analoga.
... guarda che persona non ti miri (4)
che sia nemica di gentil natura :
chè certo per la mia disavventura
tu saresti contesa
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscìa (5)
(1) R. A., Vat. 3114, n. II.
(2) Ed. cit., pag. 94. Si noti che l’idea che il vi//ano sia nemico di amore è una
idea comunissima in questi poeti ma forzata per convenzione; i villani potranno non
comprendere gli innamorati ma non li odiano.
(3) V. N., XIX, 14. (4) Comprenda. (5) Ed. cit., pag. 84
196 CAPITOLO SETTIMO
E se la ballatetta significava cosa che i nemici di gentil natura non do-
vevano mirare, è assai probabile che parlasse con una dolce fantasia poetica
di morte figurata, di « mistica morte » (va ragionando nella strutta mente)
e non di morte reale.
Tuono. — Minaccia o atto di violenza o scomunica che viene dalla
Chiesa contro un « Fedele d’amore » o contro la setta.
Questi « tuoni » o « troni » hanno due effetti veramente strani nel senso
letterale, cioè mettono in fuga 1l bene e fanno cambiare aspetto agli uomini,
cioè disperdono e mettono in fuga coloro che cercano il bene, i « Fedeli
d’amore », e li costringono a « cambiar faccia » cioè a « simulare ».
Cino scrivendo a Dante in un sonetto trasparentissimo, parla appunto
di questi « tuoni » nati dal «contrario del bene »:
Dante, io non odo in quale albergo suoni
il ben che da ciascun messo è in oblio ;
e sì gran tempo è che di qua fuggio,
che del contrario son nati li tuoni ;
e, per le variate condizioni,
chi ’1 ben facesse non risponde al fio:
il ben sai tu che predicava Dio,
e nol tacea nel regno de’ demoni (1).
Ognuno comprende che questo vaghissimo e indefinito « ben » che si è
disperso è la setta o la sua dottrina e che proprio dal contrario di essa (dalla
Chiesa) sono nati « li tuoni », cioè le minacce e le persecuzioni.
D'altra parte Dante stesso (quel Dante che la tradizione cr ha raffigurato
come denunciato ai Fratt Minori per eresia e salvatosi per aver saputo in una
notte redigere tutto un Credo cattolico in versi senza il più piccolo errore !) questo
Dante scrive a un certo punto di sè :
E mostra poi la faccia scolorita
qual fu quel trono che mi giunse adosso (2).
Parole alle quali nel senso letterale, è assai difficile dare un significato
serio, ma che ne acquistano uno molto serio e tragico messe accanto a quelle
prime parole di Cino o a queste altre di Cino stesso nelle quali egli pure,
minacciato e costretto a simulare, dice di avere la faccia scolorita cioè di
essere vestito come un morto, perchè la Morte (la Chiesa) combatte il suo
cuore :
Si chè la Morte ch'io porto vestita
combatte dentro a quel poco valore
che mi rimane, con pioggia e con fuoni.
Allor comincia a pianger dentro al core
lo spirito vezzoso della vita,
e dice — o Amore, perchè mi abbandoni — (3).
(1) Ed. cit., pag. 88. (2) Od., pag. I2I. (3) Ed. cit., pag. 54.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 197
Nel senso letterale si potrà spiegare, per quanto malamente, che la
morte combatta con pioggia (cioè con lacrime), ma questi « tuoni » che fa la
«morte » proprio non saprei vedere che cosa siano.
Bacciarone in una canzone contro la setta dei « Fedeli d’amore » ove
in molti punti la mette in ridicolo, ride delle scomuniche che (come la Chiesa)
lanciava la setta (Amore), a petto alle quali i £uoni veri sono soavi:
Colpi di fuoni quasi son soavi,
a paraggio dei suoi, tanto son gravi,
ed empi.
VERGOGNA, VERGOGNARSI. — È lo stato di chi per timore (della
Chiesa corrotta) resta lontano dalla Sapienza santa e dalla setta rimanendo
però fedele ad esse. Quando diventa veramente infedele, allora cade nella
« morte ». I seguenti versi di Cino da Pistoia scusano evidentemente il poeta
di essersi « ammutolito » in un momento grave. Egli dice dapprima, in una
sua canzone :
Canzon, io so, che ti dirà la gente :
perchè quest'uom fu da timor sì giunto,
ch'e' non parlava punto ?
dov’era il suo parlar d'amore allora ?
AI che la canzone deve rispondere :
... jo mi vergognava allor più forte,
che dato non m'’avea però la morte,
Vergognavami sol per ch'io era vivo,
ben fu miracol ch'io non caddi morto (1).
Tutto questo vuol dire evidentemente : « Ho dovuto tacere e non mandar
versi per prudenza, ma sono sempre dei vostri ».
Anche altrove Cino che, come vedremo, è stato uno dei più ondeggianti
e malfermi « Fedeli d’amore », spesso incerto e spesso in sospetto e talora
in dispregio presso i compagni, ripete :
Poi chè sentir li miei spiriti Amore
di lei chiamar son stati vergognosi (2).
EF altrove :
In disnor e ’n vergogna solamente
degli occhi miei che mirarono altrui (3).
Ser Ventura Monaci scrive :
ond’io son fatto fera
che lei fuggendo di vergogna suda (4),
(1) Ed. cit., pag. 171. (2) Zd. id., pag. 119. (3) Zd.id., pag.116. (4) R.A.,
Casanat., d. v. 5, n. 186.
198 CAPITOLO SETTIMO
dove la parola « vergogna » applicata ad una fera suona per lo meno molto
strana, e invece suona comprensibilissima se il poeta voglia dire che per
paura o per prudenza si tiene lontano dalle riunioni della setta.
NATURA. — È la debolezza dell’adepto per la quale è concesso e stabilito
che egli possa dissimulare il suo amore alla Sapienza santa e parlare velata-
mente.
Guido Guinizelli mostra il vero senso della parola scrivendo a Bona-
giunta quel sonetto (che nel senso letterale è stranissimo e confuso, ma che
ora diventa limpidissimo) : « Omo ch'è saggio non corre leggero » già spiegato
sopra.
Ivi è detto che l’uomo saggio «ritiene suo pensiero » perchè « dee
guardar suo stato e sua natura » e conclude:
Volan per aire augelli di strane guise,
nè tutti d'un volar, nè d'uno ardire,
et hanno in sè diversi operamenti ;
Dio in ciascun grado natura mise,
E fe’dispari senni e intendimenti :
E però ciò che om pensa, non de dire (1).
In questo sonetto non solo, come vedemmo, si dà ragione del perchè
si son dovute mutare le maniere « de li piacenti detti dell’amore » (perchè
bisogna esser cauti nel parlare delle proprie cose), ma si spiega che una tale
cautela è dovuta alla natura dei diversi augelli (adepti) tra i quali ve ne sono
di quelli che sono di natura debole e non potrebbero quindi affrontare la lotta
aperta.
Cino da Pistoia quando vuole descrivere lo stato di incertezza della sua
anima perchè ha paura della Morte (cioè della Chiesa corrotta), scrive :
La mia natura combatte e divide
Morte, ch'io veggio là unque mi giro (2),
e non risulta che stesse alla guerra dove avrebbe potuto vedere davvero la
«morte » tutta in giro, ma era soltanto sotto la minaccia della Chiesa che lo
sorvegliava da ogni parte, sicchè la sua « natura » (debolezza) era combat-
tuta e divisa tra la faura di lei e il desiderio della Sapienza santa, cioè
l’amore per la setta.
Altrove Cino stesso scrive :
L’uom che conosce è degno ch'aggia ardire
e che s'arrischi ; quando s’assecura
vér quello onde paura
può per natura o per altro, avvenire (3).
(1) R. A., Cod. Vat. 3214, n. 69. (2) Ed. cit., pag. 126. (3) Zd. 1d.,
pag. 24.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 199
Parole nelle quali si parla sempre con artificiosa espressione indefinita
di quello onde a cagione della (debole) natura dell'adepto può venire paura.
Naturalmente aver natura gentile significa invece essere « Fedele d’amore ».
Il Cavalcanti dice alla ballata: « Guarda che persona non ti miri Che sia
nemica di gentil natura » (I),
GrAVEZZA. — E il doloroso imbarazzo del « Fedele d’amore » stretto
tra le minacce della Chiesa e l’attrazione della setta.
Cino, per far sapere che egli si comporta in dato modo (che destava
sospetti) per la situazione imbarazzante in cui lo poneva la sorveglianza
della Chiesa, scrive :
E gli atti e gli sembianti ch'io foe
son come d’un che ’n gravitade more (2).
Guido Cavalcanti, incaricando Dante di sorvegliare Lapo e la sua fedeltà
ad Amore e alla donna scrive :
chè molte fiate così fatta gente
sol, per gravezza, d'amor fa sembiante (3).
Frase che non avrebbe nessun senso serio (come del resto tutto il
sonetto), se si trattasse di vero amore.
Cino volendo un giorno assicurare i suoi che intendeva uscire con una
lotta risoluta contro la Chiesa dallo stato di incertezza che gli si rimproverava,
scrive :
..a finir mia gravezza
fo con la morte volentier battaglia (4).
Parole che nel piano letterale hanno la consueta inafferrabilità e inconsi-
stenza e acquistano senso vero e serio soltanto interpretate.
DONNA SOMIGLIANTE A MADONNA. — È come abbiamo visto (Cap. II, 6)
un’altra setta o un altro gruppo settario affine, col quale il « Fedele d'amore »
viene nelle sue peregrinazioni a contatto. Egli naturalmente si innamora di
questa nuova « donna » (cioè è accolto dal gruppo) e lo fa sapere a tutti.
Questo fatto accade, come abbiamo visto, a Guido Cavalcanti, natural-
mente a Tolosa, centro di movimenti ereticali e fino ai tempi più tardi del
molto sospetto Gaj Sabder. Gli accade in un pellegrinaggio a San Giacomo
di Compostella, pellegrinaggio che, era certo una scusa e che fu interrotto
con la fermata a Tolosa.
Di questo strano viaggio, della malattia che colse il Cavalcanti a Tolosa
costringendolo a fermarsi presso le grazie di quella misteriosa Mandetta,
(1) Ed. cit., pag. 184. (2) Ed. cît., pag. 30. (3) Ed. cit., pag. 106. (4) Ed.
cit., pag. I2I.
200 CAPITOLO SETTIMO
abbiamo già parlato e intenderemo meglio tutto, quando spiegheremo tutta
la ballata del Cavalcanti: Era 1n pensier d'amor quand'io trovai. Sapremo
allora quali cose accaddero a questo proposito al Cavalcanti al suo ritorno,
cose insignificantissime secondo la lettera della ballata, e importantissime
secondo il suo significato profondo.
Abbiamo visto che anche Gianni Alfani si innamorò a Venezia di una
donna che somigliava alla sua donna e ser Ventura Monaci fece altrettanto,
forse più di una volta.
VERDE, VERDURA. — La setta e ciò che riguarda la setta in contrap-
posizione a tutto ciò che le è contrario e che è detto « scuro ».
Cino chiede a Dante come in questo triste tempo contrario ad Amore
«si dee mutar lo scuro in verde ».
Dalla verdura nasce naturalmente la rosa. E un ignoto, forse il Caval-
canti, promettendo l’avvento vicino del trionfo della Sapienza santa dice :
Perch’ogni giorno vien dritta stagione
da coglier quella rosa di verdura (1).
Il Cavalcanti stesso dice alla sua « Rosa » :
Fresca rosa novella,
piacente primavera,
per prata e per rivera
gaiamente cantando
vostro fin pregio mando a la verdura (2).
Parole che, interpretate nel senso letterale, sono piuttosto strane, chè il
poeta avrebbe raccontato i pregi della sua donna all’erba e agli alberi, e inter-
pretate invece nel senso profondo sono molto significanti, perchè egli esaltava
appunto la santa Sapienza presso 1 suoi fedeli, ripeteva insomma : « Donne
e donzelle amorose con vui, Che non è cosa da parlarne altrui ».
I,E PAROLE OCCASIONALI E LE INCERTE. —- Oltre a queste parole che co-
stituiscono le chiavi fondamentali del gergo e sono le più usitate, ve ne sono
altre di meno diffuso e meno certo significato segreto, alle quali accennerò
volta per volta e che esigono comunque un più attento e più diffuso esame
di quanto non abbia potuto compiere finora.
Ho già detto che io escludo dalle parole di gergo la parola « Pietà » alla
quale il Rossetti dette tanta importanza ritenendo che significasse convenzio-
nalmente la « Chiesa odiata ». Egli fu indotto a questo da una erronea inter-
pretazione del sonetto della Vita Nuova che finisce : « Convenemi chiamar la
mia nemica, Madonna la Pietà » (3).
(1) Ed. cit., Append. pag. 201. (2) Ed. cit., pag. 110. (3) V. N., XIII.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 20I
Fgli interpretò : Assegno alla Chiesa il nome convenzionale di « Madonna
la Pietà ». Ebbene io che, invece delle suggestioni sparse, ho seguito un metodo
che posso dire matematico, redigendo lo schedario delle parole sospette e dei
passi dove figurano, mentre ho verificato la giustezza delle sue ipotesi per
altre parole, ho trovato molte nuove prove del loro senso di gergo e ho consta-
tato il significato convenzionale di parole a lui sfuggite, ho constatato invece
che la parola « Pietà » non dà senso quando si sostituisca nei vari passi ove
comparisce, con la parola « Chiesa », quindi essa non è parola di gergo.
Noto però che l’obbiezione contro il significato segreto della parola
« Pietà » sollevata dal Fraticelli è assolutamente inconsistente. Egli scrisse (1)
che se la parola « Pietà » dovesse significare « Chiesa » (Guelfismo) come la
parola « Morte », il verso di Dante « Morte crudele di Pietà nemica » darebbe
il senso assurdo di « Chiesa nemica di Chiesa » (Guelfismo nemico di Guel-
fismo). Ora il Fraticelli, che con questa obbiezione, che pareva definitiva,
credette di avere stroncato tutta la ipotesi del Rossetti, non si accorse che la
poesia : Morte crudele di Pietà nemica è scritta prima di quella : Tutti ll miei pen-
ster parlan d'amore. nella quale Dante avrebbe, secondo il Rossetti, creato
il significato segreto della parola « Pietà » : è scritta quindi quando la parola
« Pietà », secondo il Rossetti, non era ancora del gergo. |
Se questa parola si deve escludere dal gergo ciò è per le ragioni mie e non per
quelle, al solito, foco seriee poco ponderate della critica ufficiale e accreditata.
Vi sono alcune parole il cui valore di gergo rimane incerto e ciò per la
semplice ragione che esse si presentano troppo di rado perchè risulti evi-
dente il loro significato.
Per esempio la parola « vaio » (vestito va:0) si presenta due volte, in
condizioni tali che può essere perfettamente traducibile con la parola « di-
scorso artefatto, discorso in gergo », e se si pensi che il vato è una pelle che ha
delle parti bianche e delle parti nere, che « pavimento a scacchi bianchi e
neri » sì chiama il gergo artefatto dei Manichei e che l’immagine si presta
benissimo a indicare il doppio significato delle parole, si può ritenere proba-
bile che l’espressione sia stata usata con questo significato segreto. E certo
essa risulta traducibile con aumento e ingrandimento di significazione in quei
due casi, ma sono due soli. Il Guinizelli dice della sua donna (Lucia) che essa
è molto gentile con un « capuzzo vaio in testa » (la Sapienza è bene acconcia
sotto l’adornamento del parlare artefatto).
Francesco da Barberino in uno dei suoi mottetti oscuri, consigliando di
filare sempre grosso o non mai troppo sottile (scrivere in gergo ma in modo da
non essere incomprensibili), scrive :
Se tu fili fila grosso
O non troppo sottil mai
quando volpe quando vai (2)
(1) Introduzione al commento della Vita Nuova. (2) Vol. II, pag. 291.
202 CAPITOLO SETTIMO
E dà delle spiegazioni assurde di questo suo mottetto, che invece si può
spiegare abbastanza bene come un consiglio dato ai rimatori a doppio senso
di filare astutamente come la volpe o (cosa non molto diversa) di filare in
color varo (bianco e nero) (1).
Siamo con questo sicuri che non esista nessun'altra parola di gergo della
quale ci sfugga il significato ? No davvero. Ecco una parola per esempio, il
cui significato ci sfugge completamente e ci rende assolutamente ininter-
pretabile tanto nel senso letterale che nel senso segreto un sonetto di Guido
Cavalcanti : la parola «lamie ».
Fgli scrive a Bernardo da Bologna un sonetto, di quei tali che la critica
non riesce a intendere nemmeno nel senso superficiale, dicendo che « Ciascuna
fresca e dolce fontanella prende in lisciar (?) sua chiarezza e virtude da una certa
donna che ha risposto alle rime acute di Bernardo », il che vuol dire probabil-
mente che tutto un certo gruppo di scuole o sette prende luce da un determi-
nato gruppo settario del quale fa parte Bernardo, o da una adepto (donna
molto saggia) e che è probabilmente in Bologna. Ma Guido Cavalcanti fi-
nisce dicendo :
Mando io alla Pinella un grande tiume,
pieno di lamie (?) servito da schiave (?)
belle ed adorne di gentil costume (2).
Non si capisce nulla perchè la parola « lamie » non appare in altri passi
ove il senso sia più trasparente. La risposta di Bernardo da Bologna che co-
mincia, A quella amorosetta forosella, parla della gran gioia che ha avuto la
setta in Bologna (cioè Pinella) per il saluto di Guido e di certi grandi meriti
di Guido per i quali « si allargarono le mortali ferute di Amore e di suo ferma-
mento stella con pura luce, che spande soave » (3). Ma la Pinella pare che
abbia detto :
Ma dimmi, amico, se ti piace, come
la conoscenza di me da te l’ave ?
-Sì tosto come il vidi, seppi il nome,
ben è così qual si dice la chiave,
a lui ne mandi trentamila some (4).
L’incomprensibilità si estende al sonetto di risposta. Quanto a me questo
parlare di un invio di trentamila some di una cosa innominata, quell’accenno
(1) Curioso che il Villani parli di una « nobile compagnia » che si fece a Firenze
proprio nel 1283, epoca del massimo fiorire della setta, proprio «con uno signore detto
dello Amore » e che per la Pasqua distribuiva « robe vaie » |.
(2) VALERIANI: Op. cit., II, pag. 348.
(3) Questo « allargarsi delle mortali ferute di amore e della sua stella » per merito
di Guido, vuol dire che egli sapeva « accoglier gente e terra guadagnare » come gli diceva
Guido Orlandi, cioè aveva largamente esteso la setta dei « Fedeli d'Asnore ».
(4) Zd. 1d., II, pag. 275.
IL « DOLCE STIL NOVO ». LE PAROLE DEL GERGO 203
all'invio di un fiume pieno di lamie in una corrispondenza che mi pare in-
discutibilmente si svolga tra colui che è la «chiave » (di volta) di tutto
l'Amore, cioè 0 capo della setta, e una sezione separata, quella di Bologna,
mi suona come qualche cosa che riguardi, chi sa ? invio o richiesta di fondi
o qualche cosa di simile (I).
I romantici che si commuovono per la forosella, i lettori abituati a
considerare lo « stil novo » come l’espressione immediata e diretta dell’amore,
(ecco un bell’esempio di espressione immediata !) quelli che parlano di « gergo
letterario » dovuto all’ambiente delle corti, si veleranno il viso con orrore,
ma in ogni modo è bene ricordare che questi sonetti non li intendiamo nè
io nè loro, se non che io mi spiego almeno perchè sono incomprensibili (sono
in gergo !), essi non spiegano neanche questo.
Altre parole vi sono delle quali l’uso non è così generale e costante,
parole delle quali forse il poeta doveva ritenere che « gli amici » avrebbero
facilmente inteso il significato recondito pur non essendo questo fissato per
convenzione. Così per esempio Gherarduccio, scrivendo aspramente contro
Cino che teneva il piede in due staffe tra la setta e la Chiesa, poteva dirgli:
Se v’ha ghermito la pola silvana
come esser può della pinta fedele ?
nelle quali parole tutti quelli che sapevano il fatto leggevano soltanto :
« Se vi ha preso la Chiesa corrotta come pretendete di essere fedele alla setta ? ».
FE ciò quantunque la gola e la finta non fossero parole usitate nel gergo (2).
Altre parole vi sono che non si possono dire propriamente del gergo in
quanto conservano nel pensiero del poeta un significato molto analogo al
loro significato comune, ma con una speciale accezione, così per esempio
le parole « savio », « savia gente » che conservano il loro significato, ma bisogna
sentirle come contrapposte a « folle » che vuol dire estraneo o contrario alla
setta, altre di ovvio senso come uccelli per adepti, e simili.
(1) Allo stesso genere di misteri, cioè a interessi e movimenti di gruppi settari
si riferisce certo l’altra coppia di poesie scambiate tra Gianni Alfani (Guido quel Gianni
che a te fu l’altrieri) e Guido Cavalcanti (Gianni quel Guido salute). Vi si parla di una
giovane di Pisa che per mezzo di Gianni si rivolge per strani intenti a Guido che do-
vrebbe proteggerla. Guido risponde che la giovane venga pure, che egli ne farà buona
guardia. Naturalmente la critica « positiva » ci ha ricamato sopra tutto un romanzo fan-
tastico di fanciulle rapite da Gianni e tenute in custodia da Guido., ecc., ecc.
(2) Si osservi poi che Gherarduccio ha appiccicato l’aggettivo di silvana (selvaggia,
della Chiesa) alla fola che è bensì nera, ma non è affatto silvana perchè è acquatica
(folaga) e che la pinta (pintade) secondo l’Aroux rappresenta appunto la Chiesa eretica
che si dissimula (pinta, dipinta) nei Fabliaux ove Chanteclair, il gallo sarebbe il trova-
tore albigese che la difende dal Clero Cattolico (Renard). AROUX: Les mystères de la
Chevalerie, pag. 195.
CAPITOLO OTTAVO
Il “ dolce stil novo ”’. — Saggio di poesie tradotte dal gergo.
Bel tappeto alcun celone
Mise fuor li drappi rotti
Ovra è questa d’uomin docti
Se nel tempo e luogo non è.
F. DA BARBERINO.
Fcco ora un saggio di poesie del « dolce stil novo » o di poeti vicini ad
esso (1) tradotte nel loro significato reale. Ne scelgo alcune tra le più oscure,
altre tra le più chiare per mostrare come la differenza tra le une e le altre sia,
come ho già detto, questa sola : che nelle poesie chiare il poeta è riuscito a dare
anche al suo pensiero esteriore una continuità logica ed una certa coerenza e
talora una grazia artistica, mentre nelle poesie più oscure non è riuscito a
esprimersi con questa logica e con questa grazia. Nelle prime è riuscito a far
camminare parallelamente il pensiero segreto e il pensiero apparente, nelle
seconde il pensiero apparente è risultato confuso e artefatto o insulso o ha
lasciato qualche squarcio di illogicità. E non esito a dire che abbastanza in-
sulso esso risulta in una grandissima parte delle poesie di questi poeti, quan-
tunque quel pubblico che conosce dalle antologie soltanto le poche poesie belle
(cioè ben riuscite anche nel senso letterale), possa avere una impressione del
tutto diversa.
I.'esempio di queste poesie basterà, io credo, a far vedere come si deb-
bano intendere tutte le altre e ad aprire uno spiraglio sopra un mondo che è
ancora tutto da esplorare. È come se chi conosce soltanto la Roma che è
sopra terra, discendesse a un tratto e si aggirasse nelle catacombe ove per
tanto tempo si è svolta una vita così intensa di mistico fervore. Sono queste le
catacombe di una fede che non trionfò, ma che non fu del tutto vana, se prima
di dissolversi contribuì a creare la grande arte poetica italiana’ sboccando
nella Divina Commedia. |
(1) La classe dei poeti del « dolce stil novo » è stata creata sulla base’ di analogie
di stile esteriore. Vi erano molti scrittori che avevano le stesse idee di Dante e dei suoi
amici e si esprimevano con stile (nel senso letterario) diverso, ma con la stessa sim-
bologia.
CAPITOLO OTTAVO — IL « DOLCF STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 205
Il lettore nello scorrere queste poesie si domanderà certamente : Ma sono
dunque tutte in gergo le poesie del « dolce stil novo » ? E quali sono allora,
nella letteratura di quel tempo, le vere poesie d'amore? Questi poeti dunque
non si saranno mai innamorati ?
Quanto al fatto che esistano alcune poesie d’amore fuori gergo, rispondo
subito che sono uscite da questo gruppo anche alcune poesie in linguaggio
aperto ed estraneo alla dottrina iniziatica. Sono, ad esempio, come mi riservo
di dimostrare, le poesie con le quali i poeti già iniziati rispondevano al primo
sonetto che il poeta diramava per uso tra i « Fedeli d’amore » al momento della
sua iniziazione o del suo passaggio di grado. Così troviamo che quando Dante
diresse ai « Fedeli d’amore » il suo famoso sonetto: A ciascun’alma presa e
gentil core, che è il sonetto ove si annunzia il suo arrivo ad un grado alto della
setta, tutti coloro che risposero, risposero fuorî gergo e con scipitaggini molto
grossolane. Fra gli altri Dante da Majano rispose con delle artefatte scon-
cezze, che non erano davvero da cuore gentile e da alma innamorata e che pure
non offesero menomamente Dante, che continuò a carteggiare con lui in
Versi.
Questa usanza derivava probabilmente dal fatto che la poesia del nuovo
adepto o del nuovo promosso era mandata anonima e le risposte dovevano
perciò essere vaghe e non riferirsi affatto alle verità iniziatiche.
Vi sono inoltre altre poesie che si scrivevano veramente per tutti, come le
poesie di carattere non amoroso, ma morale o politico e che erano destinate
non soltanto ai « Fedeli d’amore », bensì al pubblico comune.
Un chiaro esempio della differenza che esiste tra le poesie in gergo e le
altre si ha nelle due canzoni scritte certo quasi contemporaneamente da Cino
da Pistoia in morte di Arrigo VII Imperatore. Quella che comincia : Da poi che
la natura ha fine *’mposto è scritta in linguaggio aperto e palese, senza ombra
di doppio senso o di sottinteso. Era destinata alla folla. L'altra che comincia:
L’alta virtù che si ritrasse al cielo ha una intonazione diversissima, allusioni
velate al regno di Saturno, imprecazioni e tirate contro la « Morte » (Chiesa
corrotta) e altri motivi consueti nella poesia d'amore, e l'Amore (che non c’en-
trerebbe proprio nulla) è due volte ricordato. Questa poesia è scritta invece
per la setta e non per caso è indirizzata a Guido Novello, al quale dice che il
suo «amore, idol beato » non lo distoglie certo dall’« amore spento », da
Arrigo che è morto. Guido Novello, poeta d’amore, era della bella compagnia.
Quanto alla domanda: Dove sono dunque le poesie d’amore di questi
poeti? Rispondo : Questi poeti vivendo in ambiente mistico ed iniziatico e
vagheggiando un'arte che non era niente affatto l’arte per l’arte 0 l’espressione
der l'espressione, usavano fare di tutti i loro sentimenti d'amore, delle enio-
zioni vere che avevano nella loro vita amorosa, materia per esprimere pensieri
mistici ed iniziatici. I,a verità dei loro amori di uomini, se dava qualche
vero spunto o qualche immagine ai loro versi, era filtrata attraverso il sim-
bolismo in modo che quella materia d'amore venisse ad avere un verace inten-
206 CAPITOLO OTTAVO
dimento, cioè una significazione di profonda verità, che era verità mistica ed
iniziatica. A qualcuno di essi era accaduto certo di restare con la lingua tre-
mante avanti a qualche bella donna della quale era innamorato, ma quando
metteva questo in versi e raccontava ai « Fedeli d’amore » di rimanere con la
lingua tremante avanti a « Madonna », lo ripensava e lo diceva in modo che
quel suo turbamento significasse der lui e per gli altri ascoltatori il suo sgo-
mento avanti alla ineffabilità della verità divina.
Chi guardi la Santa Teresa del Bernini in viso, non può non riconoscere
in alcuni tratti della sua estasi i segni della voluttà materiale visti sul volto
di una modella, ma quei segni sono adoperati lì ad esprimere una voluttà
spirituale e mistica e sono tradotti in espressione mistica.
Questo entra un po’ difficilmente nei cervelli nostri, abituati ad apprez-
zare la teoria dell’arte per l’arte e della lirica pura, ma qui non si tratta di dire
se questa maniera di poetare (che la maggior parte delle volte, si deve avere il
coraggio di riconoscerlo, riusciva brutta, fredda o insulsa) sia imitabile, si
tratta di sapere che cosa quella poesia significava, con quali intenzioni era
scritta e basta.
Ma con ciò dovremo affermare che questi poeti, capaci di trattare la
poesia d’amore e che di regola l’adoperavano come strumento per comuni-
carsi idee mistiche e settarie, si proibissero in modo assoluto di scrivere qualche
volta una ballatella o un madrigale per dire una cosa gentile ad una donna
vera o per compiacerla o per commuoverla un poco? Questo non si può as-
solutamente affermare, come non si può disconoscere che vi dovettero essere
alcuni i quali, imitando le forme esterne della lirica d'amore e ignorandone il
contenuto simbolico, ripetevano con solo senso letterale le formule che per
gli iniziati erano simiboliche. Sono, come abbiamo visto, coloro dei quali
Dante e il Cavalcanti ridevano dicendo che «rimavano stoltamente ».
Del resto debbo ricordare che a proposito della poesia persiana, indu-
bitabilmente poesia mistica e simbolica, molte volte si presenta il dubbio se un
poeta in quel momento scriva d’amore o se simbolizzi, e di tale incertezza
è piena tutta la storia della letteratura persiana, la quale però non dubita
menomamente dell’esistenza del gergo mistico-amoroso.
Io sostengo che una corrente di pensieri iniziatici si immise a un certo
punto nella poesia di amore e via via la pervase fino al punto che il grande
nucleo centrale dei poeti d'amore, quello che visse intorno a Dante, finì
con lo scrivere di regola in linguaggio d’amore simbolico con un gergo arte-
fatto, il che spiega le molte incongruenze ed oscurità di questa poesia; ma che
non sia rimasto nessun residuo di poesia d’amore vera, che cioè il gergo abbia
pervaso interamente tutta la lirica, è cosa della quale, anche se fosse vera, non
si potrebbe mai avere una prova assoluta.
Chi sa e dimostra che a un certo punto della nostra storia i primi li-
berali costituiti in setta segreta, assunsero la terminologia dei carbonari chia-
mando carbone le idee che diffondevano, vendite le loro logge, baracche i loro
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II, « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 207
luoghi di riunione, ecc., non può negare che contemporaneamente ci fossero
dei carbonari veri che seguitavano a vendere carbone.
Ma sarebbe assai sciocco chi oggi, portandomi una ricevuta regolare
di carbone venduto in quel tempo effettivamente da altra gente o magari da
uno degli stessi carbonari, pretendesse di provarmi con questo che non esi-
steva una setta segreta chiamata la Carboneria.
Ed ora passiamo all’esame delle poesie e scegliamo naturalmente non
i sacchi dove potrebbe esserci eventualmente del carbone vero, ma i sacchi
dove è scritto « carbone » e che contengono contrabbando di propaganda o di
comunicazioni settarie.
I. LA CANZONE: «AL COR GENTIL » DEL (GUINIZELLI. — Comincerò come
è giusto da quella che si considera come la « magna carta » del « dolce stil
novo », poesia la fama della quale (grandissima tra i « Fedeli d’amore »)
è certo maggiore del valore dei concetti che esprime, se questi st debbano pren-
dere nel senso letterale. Ma questi concetti sono, come vedremo, molto più
profondi di quanto non appaiano.
Il senso generale della canzone è questo : L'amore della Sapienza santa
sorge immediatamente nell'anima quando essa è fatta pura, e non può sorgere
se non nell'anima pura.
È il concetto ripetutamente espresso dai mistici persiani e da tutti i
mistici, che i « puri di cuore » acquistano la intuizione o la visione della Sa-
pienza o di Dio e che nonsi può volgersi alla Sapienza vera o a Dio se non
si sia puri di cuore. Soltanto perchè lo specchio dell'anima è rugginoso, dicono
i Persiani, non vi si vede Iddio, basta togliere la ruggine (il male che è nel-
l’anima), perchè il volto di Dio appaia nell’anima.
Ricordo ancora la parola di Sant'Agostino : « La mente umana non si
rende capace di partecipare a quella Intelligenza divina se non quando,
elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e si purifica» (si fa gentile).
Ricordo anche che nel Contra Faustum Agostino stesso dice che si deve servire
a Laban, che significa « dealbatio », per ottenere Rachele che è la Sapienza,
Nell’ambiente settario tutto questo significava : « Non chi segue riti, prescri-
zioni e formule della Chiesa corrotta, ma chi è puro di cuore vede e ama la
vera santa Sapienza e può ricongiungersi con essa ».
Stanza prima.
Nel cuore, quando esso è veramente puro (cuore gentile) sorge sempre
l’amore per la Sapienza santa. Non esiste amore per la Sapienza santa se non
nel cuore interamente puro (gentile) e 10 cuore in quanto è veramente puro ama
di necessità la Sapienza santa. È proprio del cuore puro amare la Sapienza
santa come è proprio del sole risplendere e del fuoco essere caldo.
Al cor gentil ripara sempre amore,
como fa augello ’n selva a la verdura
208 CAPITOLO OTTAVO
ne fu amore anti che gentil core,
ne gentil core anti d'amor natura.
Ch’adesso com fu ’l sole
sì tosto lo splendore fu lucente,
ne fu davanti sole
et prende amor in gentilezza loco,
così propriamente,
como calore in chiarità di foco.
Stanza seconda.
L’amore per la Sapienza santa sta nel cuore puro come la virtù specifica
sta nella pietra preziosa. Le stelle che immettono le virtù specifiche nella pietra
preziosa non possono farlo finchè 1l sole non abbia punificato la pietra stessa.
Allo stesso modo, soltanto quando il cuore è fatto «schietto puro e gentile » esso
è reso innamorato della Sapienza santa.
Foco d’amore in gentil cor s'apprende,
como vertute in petra pretiosa
che da la stella valor non discende
anzi che ’1 sol la faccia gentil cosa,
poi che n’ha tratto fore
per sua forza lo sol ciò che gli è vile,
stella le da valore,
così lo cor, ch'è fatto da natura
schietto puro et gentile
donna a guisa di stella lo innamora.
P-
Stanza terza.
È proprio del cuore puro amare la santa Sapienza, come è proprio del dop-
piere portare il fuoco sulla sua cima. IL fuoco non vorrebbe stare se non sul dop-
piere. La natura malvagia è opposta all'amore della Sapienza santa come
l’acqua al fuoco, il caldo al freddo. L'amore della Sapienza santa trova il suo
luogo adatto nell'anima pura come la calamita nella miniera del ferro.
Amor per tal ragion sta in cor gentile,
per qual lo foco in cima del doppiero. -'
Splendeli a suo diletto chiar sottile,
non staria in altra guisa tant'è fiero :
Così prava natura
rincontra amor, como fa l’acqua il foco
caldo per la freddura
Amor in gentil cor prende rivera
per suo consimil loco,
como adamas dil ferro in la minera.
Stanza quarta.
Come il sole investe 1l fango e pur non lo fa nobile nè per questo il sole
perde di virtù, così il raggio della divina Sapienza tocca, senza penetrarlo, l'animo
dell'uomo orgoglioso che si ritiene gentile per schiatta (puro e virtuoso per l’anti-
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 209
chità della sua stirpe) (1). La purezza del cuore non viene da nessuna dignità
nè da ricchezza (contro la Chiesa). Un cuore non puro è attraversato dal rag-
gio della divina Sapienza senza esserne scaldato, come l'acqua dal raggio delle
stelle del cielo. È
Fiede lo sole il fango, tuttavia
vile riman, ne ’1 sol perde calore :
Dice huom altier, gentil per schiatta sia,
lui sembra il fango, il sol gentil valore.
Che non de dare huom fe
che gentilezza sia fuor di coraggio
in dignità di re,
s'egli ha ricchezza et non ha gentil core :
com'acqua porta il raggio
e ’1 ciel riten le stelle et lo spiendore.
Stanza quinta.
L’Intelligenza che governa il cielo riceve luce immediata dal creatore, sicchè
essa risplende di lui più di quanto ai nostri occhi non risplenda il sole. Essa
comprende Iddio oltre i limiti del cielo nei quali si manifesta a nor. IL cielo
in tutto ciò che vuole segue la norma della divina Sapienza e con ciò segue Iddio.
Allo stesso modo la bella Donna mia (in quanto essa non è altro che la divina
Intelligenza manifestata a noi) dovrebbe essere la norma di tutti noi, perchè
essa ci mostra con i suoi occhi la sua immediata e assoluta volontà che è fissa
in quella di Dio e non si allontana mai dall’ubbidire a lux.
Splende la ’ntelligenza de lo cielo
del creator, più ch'a nostr’occhi il sole.
Ella intende ’1 fattor su ’oltra ’1 cielo,
il ciel volendo lui ubidir vole
et consegue al primiero
dal giusto Dio beato a compimento :
così dar dovria ’1 vero
la bella donna, in cui occhi risplende,
dil suo gentil talento, i
che mai da l’ubidir non si disprende.
Stanza sesta.
Se Iddio mi domanderà quando sarò avanti a lui se 10, amando, ho amato
una donna vera con vano amore mentre Iddio solo deve essere amato, t0 gli
risponderò che quella che 10 ho umato era la Sapienza santa, divina Intelli-
genza (angelo), e apparteneva al regno divino.
Donna, Dio mi dirà : che presumisti ?
stando l’anima mia a lui davante :
(1) È probabilmente una antitesi del valore del « cuore puro » dei mistici contro
la tradizione antica e autorevole allegata dalla Chiesa come mezzo per conoscere il Vero.
E si noti la opposizione della purezza del cuore alla ricchezza della quale si valeva la
Chiesa corrotta ; opposizione che è in tutta l’anima del misticismo medioevale.
210 CAPITOLO OTTAVO
lo ciel passasti ’nfin a me venisti,
et desti in vano amor me per sembiante.
Ch’a me conven le laude
e alla reina dil reame degno,
per cui cessa ogni fraude.
Dir li potrò, tenne d’angel sembianza,
che fosse dil tuo regno,
non mi fu fallo, s’eo le posi amanza (1).
2. LA CANZONE DI GuIpo CAVALCANTI: « DONNA MI PREGA ». — A
questa facciamo seguire l’altra poesia fondamentale del « dolce stil novo »,
la terribile canzone di Guido Cavalcanti: Donna mi prega perch'i0 voglio dire,
e vedremo che tutto quanto essa dice dell’amore non solo è spiegabile con l’ipo-
tesi da me presentata, ma soltanto con quella ipotesi diventa veramente
chiara e profondissima e fa cadere quei veli complicatissimi, i quali avevano
tormentato il cervello di coloro che credevano si potesse intendere come una
canzone che davvero trattasse dell'amore per una donna.
Il primo verso serviva mirabilmente a prendere in giro gli ingenui. Guido
Cavalcanti scriveva che cosa sia l’amore dietro invito di una « donna ». E il
lettore ingenuo doveva subito pensare ad una galante cortesia. Senonchè
sappiamo chiaramente dalla testimonianza dei codici che la « donna » che aveva
pregato il Cavalcanti di dire dell'amore era un uomo: Guido Orlandi ; era
una «donna » nel senso convenzionale di « adepto », e l’ingenuità dei critici
realisti deve essere davvero molto grande se essi continuano a credere ancora
oggi che ad una donna vera di carne e d’ossa il Cavalcanti avrebbe potuto giuo-
care il bruttissimo tiro di dirle che cosa sia l’amore in una maniera così arti-
ficiosamente impasticciata e terminando, quasi per colmo di ironia, dicendo di
avere adornata la canzone in modo che «chi ha intendimento » la loderà,
ma essa non ha nessun talento di stare con gli altri.
Il lettore nel rileggere questa poesia abbia sempre presente la spiegazione
realistica e sentirà continuamente tutto l’assurdo della ipotesi che questa can-
zone sia diretta veramente ad una donna. Avrà così una di quelle prove non
sillogistiche, ma intuitivamente certissime che qui si tratta di uno che vuol farsi
intendere soltanto da un gruppo di persone che già conoscono le sue 1dee e che de-
vono essere in grado di completarle e sono « le persone che hanno intendimento »,
per le quali appunto la canzone è stata « adornata » in modo che essî solz
la possano intendere. La « gente grossa » non doveva intendere e infatti non
ha inteso.
Stanza prima.
Un adepto (Guido Orlandi) mi chiede che 10 parli dell'amore che qualche
volta è fero (perchè uccide misticamente). Così voglia Iddio che chi non lo
(1) R. A., Casanat., d. v. 5, n. 146.
II, « DOLCE STILI, NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. ZII
conosce (lo nega) possa sentirne la verità. Ne voglio parlare a coloro che sono co-
noscenti (iniziati) perchè non spero che uomini volgari possano intendere 1l mio
ragionamento. Non mi metterei a provare quel che voglio provare se non a chi
abbia un «natural dimostramento » della cosa (una esperienza o iniziazione
diretta dell'amore della Sapienza). Quel che voglio dire è : 1) Dove sorge l’amore
per la Sapienza santa. 2) Chi lo crea. 3) Quale è la sua virtù e la sua potenza.
4) Come si comporta e quali gioie da. 5) Se chi lo prova lo manifesta esternamente
(per vedere).
Donna mi prega perch'io voglio dire
d'un accidente che sovente è fero
ed è si altero — ch'è chiamato amore.
Si chi lo nega possa ’1 ver sentire.
Fd, a presente, canoscente chero,
perch’io no spero — ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza :
chè senza — natural dimostramento
non ò talento — di voler provare
là ove posa e chi lo fa creare,
e qual è sua vertute e sua potenza,
l'essenza, — poi ciascun suo movimento,
e '1 piacimento — che ’l fa dire amare
e s'omo per veder lo po’ mostrare.
Stanza seconda.
L’amore (che è congiungimento dell'intelletto passivo con l’Intelligenza at-
tiva, cioè spirituale unione con la Sapienza santa) sorge nello spirito in quella
parte dove sta memora, in quanto allorchè sorge uccide l'uomo vecchio e con lui
la memoria di ciò che egli fu e si mette al suo posto. È dunque rinnovamento,
palingenesi, «vita nuova » e si forma come il diafano è formato dalla luce (gli
scolastici avevano già detto che l’Intelletto attivo penetra l'intelletto passivo come
la luce penetra la cosa diafana). Questa illuminazione si forma attraverso una oscu-
rità che sorge e dura per opera di Marte (del principio della lotta e della disarmo-
nia) (1). L'amore ha questo nome per 1 sensi ma è un costume dell'anima ed una
volonta del cuore. Esso sorge per opera della Sapienza intuita (veduta forma che
s'intende) cioè dell'intelletto attivo che prende luogo e dimoranza nell’intelletto
possibile come in un suo subbietto. Nella parte intellettuale dello spirito esso sta
immune dal dolore (non ha pesanza) perchè è un atto puro (da qualitade non di-
scende) e risplende come gioia in sè ; non già come piacere comune (diletto), ma
come pura contemplazione (consideranza), cosicchè la sua gioia non può essere
rassomigliata a nessun'altra.
(1) I codici hanno « Marte », ma data la stranezza della espressione, si potrebbe
dubitare o che questo Marte stranamente opposto ad Amore fosse in realtà come altrove
« Morte », o che sia usato convenzionalmente al posto di « Morte » e allora si vedrebbe
l'Amore « conoscenza della Sapienza Santa », penetrare attraverso l’oscurità che viene
e fa dimora per opera della Chiesa corrotta.
212 CAPITOLO OTTAVO
In quella parte dove sta memora
prende suo stato, sì formato come
diaffan da lume, — d’una scuritate
la qual da Marte vene e fa dimora.
Elli è creato ed à sensato nome,
d'alma costume —- e di cor volontate.
Ven da veduta forma che s'intende
che prende — nel possibile intelletto
cone “n subietto —- loco e dimoranza,
In quella parte mai non à pesanza
perchè da qualitate non descende :
resplende — in sè perpetuale effetto ;
non à diletto — ma consideranza ;
sì che non pote là gir simiglianza.
Stanza terza.
L’amore (essendo pura considerazione della Sapienza santa) non è una
delle virtù morali (non è vertude), ma deriva direttamente dalla perfezione
(che è intellettuale, razionale, virtù diunoetica). Dico questo perchè generalmente
st chiama virtù (st pone tale) quella che è virtù morale e non razionale legata
alla parte sensibile dello spirito (che sente). Mail credere (giudicare) che la volontà
morale (la «intenzione » che è nelle virtù morali) possa valere quanto la ragione
(che è pura contemplazione), è uno degli errori che mantengono gli uomini lon-
tani dalla vera salute (fuor di salute). Vero è però che un rapporto tra l’amore
della Sapienza e le virtù morali esiste, perchè chi manca di virtù morali (cui è
vizio amico) non può arrivare alla vera contemplazione (discerne male). (Si
ricordi che Amore non ha luogo, secondo il Guinizelli, se non nel cuore gentile
o puro). —
Quando la virtù dell'amore (che mira alla vera Sapienza) è impedita, ne con-
segue spesso la Morte (errore intellettuale della Chiesa corrotta), la quale Morte
(Chiesa) aiuta chi va per la via contraria alla vera Sapienza. Ne consegue
«morte » non già nel senso che l’amore (della Sapienza sunta) sta opposto alla
morie naturale ; ma perchè quando lo spirito è torto dalla Verità non si può
dire che esso abbia (vera) vita in quanto non è assoggettato alla legittima (stabi-
lita) signoria (della Sapienza santa). E ugualmente cade nella morte (errore)
chi dalla Sapienza santa st distacca (l’oblia).
Non è vertute, ma da quella vene
ch'è perfezione, che si pone tale
non razionale — ma che sente dico.
For di salute giudicar mantene,
chè la ’ntenzione per ragion vale.
Discerne male -- in cui è vizio amico.
Di sua potenza segue spesso morte
se forte — la vertù fosse impedita,
la quale aita — la contraria via,
non perchè oppost’a naturale sia;
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IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 213
ma quanto che da buon perfetto tort’è
per sorte — non po’ dire om c’aggia vita
che stabilita — non à segnoria :
a simel po’ valer quand’om l'oblia.
Stanza quarta.
| L'essere vero, il vero compimento dell'amore si ha quando la volontà (della
Sapienza) è così forte che supera il grado naturale (oltre misura di natura
torna) e fa trasumanare. In questo desiderio esso non è immobilità (non si adorna
di riposo), ma si muove cambiando colore riso e pianto, cioè 1 suor aspetti dinanzi
alle genti, e con paura (della Chiesa) storna lu sua figura (cioè dissimula 1l pro-
prio aspetto). Poco soggiorna (nelle stesse formule). Esso si trova generalmente
tra gente di valore (gli adepti).
La nuova qualità (dell’adepto) suscita in lui nuove speranze (move sospiri)
ed esige che l'uomo sia rivolto fedelmente a un luogo non fermato (non designato —
la setta). Altrimenti diviene oggetto di ira (da parte degli adepti).
Poichè l’amore è una esperienza mistica, non lo può immaginare chi non lo
prova. Pertanto non vada verso di lui chi contemporaneamente non si allontani
(non si giri) dal male e non vada verso di lui chi va per scherzare (POI giuoco)
o per cercarvi poco 0 molto di (volgare) sapere.
Ivesser è quando lo voler è tanto
ch’oltra misura di natura torna :
poi non s'adorna — di riposo, mai.
Move cangiando color riso e pianto
e la figura con paura storna :
poco soggiorna : — ancor di lui vedrai
che ’n gente di valor lo più si trova.
La nova — qualità move sospiri
e vol ch'om miri -- in non fermato loco
destandos’ira, la qual manda foco.
Tmaginar non pote om che no ’l prova.
Nè mova — già però ch’a lùi si tiri
e non si giri — per trovarvi gioco
nè certamente gran saver nè poco.
Stanza quinta.
Dalla complessione di due cose affini (da simil complexione), cioè dell’intel-
letto passivo e dell'intelletto attivo, l'amore trae una visione (sguardo) del vero
che fa apparire quale sia la vera felicità (lo piacere certo). Quando questo
piacere (la felicità vera), è attinto in questo modo (sì giunto), esso si rivela chia-
ramente (non può coverto star).
La beltà (della donna — della Sapienza) non ferisce (non tocca) l’uomo
selvaggio, rozzo, malvagio (non già selvaggio le beltà son dardo), perchè la volontà
d'amore (tal volere) si prova per la soggezione dell'anima a lei (per temere). Lo
spirito che è punto dall'amore (conseguendo la visione della verità santa) consegue
merito (vero presso Dio).
214 CAPITOLO OTTAVO
L’amore degli iniziati non st mostra per l'aspetto, (non si può conoscere per
lo viso). Nell'uomo preso dall'amore (adepto) 11 bianco (il colore dell'amore)
cade (non si mostra), non si vede (dai profani) e non si vede in lu la forma
(l’idea) che osa coraggiosamente combattere l'errore. Si vede quindi anche meno
l’amore in sè che si diffonde in lui. Esso amore è distaccato dal colore del (suo) es-
sere (non mostra il suo colore vero). Esso siede tra l'oscurità (della Chiesa) con rare
luci. Ma dice la venità fuori di ogni frode ed è degno di fede chi afferma che
soltanto dall’amore (della Sapienza santa) nasce la grazia (mercede).
De simil trage complexione sguardo
che fa parere lo piacere certo :
non po’ coverto — star quand'è sì giunto.
Non già selvaggio le beltà son dardo,
chè tal volere per temer è sperto :
consegue merto — spirito ch’è punto.
E non si po’ conoscer per lo viso :
c'om priso — bianco in tale obietto cade,
e chi ben aude — forma non si vede.
Dunqu'’elli meno che da lui procede :
for di colore d'esser è diviso,
assiso — mezzo scuro luce rade :
for d’onne fraude — dice, degno in fede,
che solo di costui nasce mercede.
Congedo.
Canzone, tu puoi andare dove ti piace con sicurezza perchè 10 t1 ho adornata
(congegnata artificiosamente) in modo tale che il tuo ragionamento (la tua ra-
gione) sarà molto lodato dagli adepti iniziati (le persone che hanno intendimento).
Quanto agli altri (1 profani), tu non desideri di rivolgerti ad essi.
Tu puoi sicuramente gir, canzone,
là ’ve ti piace, ch'io t’'ò sì adornata
ch’assai laudata — sarà tua ragione
da le persone — ch’anno intendimento :
di star con l’altre tu non ài talento (1).
La voluta oscurità di questa canzone è tale che non si può esser certis-
simi della interpretazione di ogni verso. Ma il convergere di tutte le sue parti
nel pensiero fondamentale che l’amore è visione e contemplazione della Sapienza
santa, ricollegarsi cioè dell'intelletto attivo con l'intelletto passivo che è proprio
di alcune anime elette e che dissimula il proprio essere tra il volgo, non fuò
essere messo in dubbio.
E così noi abbiamo che anche questo, centralissimo tra i poeti d’amore,
ci viene a rivelare incontrovertibilmente che cosa questo amore sia. È l’amore
per «l’Amorosa Madonna Intelligenza » di Dino Compagni, è l’amore per la
Sapienza santa, la Beatrice di Dante, l’amore comune di tutti gli adepti del
(1) Ed. cit., pag. 123.
IL « DOLCE STIT, NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 215
quali Guido Cavalcanti per alcuni anni ci apparisce capo e guida : è l’amore
per la verità santa e divina, amata în segreto, mentre la paura stornava la
figura degli adepti ed il vero colore dell'amore veniva nascosto.
Io prego di osservare la strettissima rispondenza di pensieri profondi
che le due canzoni suesposte mostrano nella loro profondità, essendo tanto di-
verse di figura e di apparenze.
3. ALTRE POESIE TRADOTTE. — Ecco ora la traduzione di un altro
gruppo di poesie. Sarà poi gioia di ogni lettore intelligente aprire da
sè con la piccola chiave le altre consimili, come si aprono degli scrigni
sigillati da secoli.
Guido Guinizelli esalta la sua donna identificandola con la «rosa » e la
« stella Diana » (già usate ad indicare la santa Sapienza) e sotto il velo di una esa-
gerata esaltazione della donna dice cose perfettamente chiare, cioè che essa (es-
sendo la verità santa) dona la « salute » (dell'anima) e fa gli uomini umili e di
« nostra fede », che non può essere conosciuta da chi sia impuro (vile) e che chi
è arrivato a conoscerla non può pensare 1 male. Tutte cose assurdamente iper-
boliche nel senso letterale.
Io vo del ver la mia donna laudare,
et assembrarla a la rosa e a lo giglio,
più che stella diana luce et pare
et ciò che lassù è bello a lei somiglio.
Verdi riviere a lei rassembro et l’aere,
tutto color di fior giallo et vermiglio,
oro et argento et ricche gioie et care:
medesmo amor per lei raffina miglio.
Passa per via adorna et sì gentile
che abassa orgoglio a cui dona salute,
et fal di nostra fe se non la crede.
Et non le può appressar'huom che sia vile ;
anchor ve ne dirò maggior vertute,
null’huom po' mal pensar fin che la vede (1).
Guido Cavalcanti detta 1 precetti della vita ai « Fedeli di amore » (adepti)
e tra questi importantissimo il quarto di « serbare religione », che suona « essere
apparentemente ossequenti alla Chiesa » confermato, dal quinto « provvedere di
mettersi in su’ grato », cioè «farsi ritenere fedele alla Chiesa ». Importante 1l
settimo che impone di avere in onore 1 correligionari (le donne) e l'ottavo che st sia
arditi nella lotta. Si osservi che nessuno di questi comandamenti di amore ha
a che fare veramente e direttamente con l’amore nel senso letterale, e nel
terzo ove sembra che ciò avvenga la « donna altrui » che non si deve amare,
è la vile femmina del Papa corrotto che nella Chiesa di Roma usurpa il
posto della Donna-Sapienza.
(1) R. A. Casanat,, d. v. 5, n. ISI.
210 CBPITOLO OTTAVO
Otto comandamenti face amore
a ciascun gientil core innamorato :
lo primo che cortese in ciascun lato
sia e ’1 secondo largo a tutte l’ore.
Non amar donna altrui è ’1 terzo onore (1)
rilegion guardar dal quarto lato (2)
ben proveder di porres'in su’ grato
è "1 quinto, che de’ l’omo avere in core.
Or lo sesto è cortese, al mi’ parere,
che d’esser credenzier fermo comanda : (3)
col sette a presso onoranza tenere
a l’amorose donne con piacere :
donandoci poi l'otto per vivanda,
che ardimento ci dobiamo avere (4).
Dino Frescobaldi riespone graziosamente tutte le idee della Setta : che
la Sapienza fa innamorare chiunque la vede, che essa uccide ogni vizio, che porta
dolcezza col saluto, che è lontana dalla gente villana, ecc.
Questa è la giovinetta ch'Amor guida
ch'entra per gli occhi a ciascun che la vede :
quest'è la donna piena di mercede
in cui ogni virtù bella si fida.
Vienle dinanzi Amor che par che rida
mostrando ‘’1 gran valor ov’ella siede
et quando giunge ov’humiltà la chiede, °
par che per lei ogni vizio s’uccida.
E quando a salutar Amor la ’nduce
honestamente gli occhi move alquanto,
che mostran quel desio che ci favella.
Sol ov è nobiltà gira sua luce
il su’ contrario fuggendo altrettanto,
questa pietosa giovinetta bella (5).
Lapo Gianni, divenuto fedele di amore, cioè iscritto nella setta, st compiace
della dolcezza che prova nella «amorosa vita» e nell'amore della Sapienza Santa,
dice di sentirsi migliore e si dichiara servo della santa idea.
Dolce è ’1 pensier che mi nutrica il core
d'una giovane donna ch'e’ desia,
per cui si fè gentil l’anima mia,
poichè sposata la congiunse Amore.
(1) Se dunque Dante avesse amato veramente la moglie di Simone de’ Bardi avrebbe
contravvenuto a questo chiaro precetto.
(2) O non era notoriamente miscredente questo Guido che qui cosi untuosamente
esige che chi è innamorato guardi anche la religione ? E non si sente l’odor dell’untuo-
sità falsa in quel mettersi in su’grato ® Si ricordi la storia di Fa/sosembiante e di Mala-
bocca e la canzone precedente, ove è detto che l’innamorato « con paura la figura storna »
e che l’amore non mostra il suo colore.
(3) Credere : aver fede. (4) Ed. cit., pag. 76. (5) R. A. Casanat.,, d. v. 5, n. 54.
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 2I7
I’ non posso leggeramente trare
il novo esempio ched ella somiglia :
quest’angela che par di ciel venuta
d'amor sorella mi sembr’al parlare
ed ogni su’ atterello è meraviglia :
beata l’alma che questa saluta !
In colei si può dir che sia piovuta
allegrezza, speranza e gioi’ compita
ed ogni rama di virtù fiorita,
la quale procede dal su’ gran valore.
Il nobile intelletto che io porto
per questa giovin donna ch'è apparita,
mi fa spregiar viltate e villania.
Il dolce ragionar mi dà conforto
ch’i fè con lei de l’amorosa vita,
essendo già in sua nuova signoria.
Ella mi fé tanto di cortesia
che non sdegnò mio soave parlare,
ond'io voglio Amor dolce ringraziare
che mi fè degno di cotanto onore.
Com'è son scritto nel libro d'amore
conterai, Ballatella, in cortesia,
quando tu vederai la donna mia,
poi che di lei fui fatto servitore (1).
Guido Cavalcanti (capo della setta dei « Fedeli d’amore ») in nome di Amore,
della setta, rimprovera un adepto indocile alla disciplina e che minaccia di uscire
dalla setta (gittarsi tra 1 morti), esortandolo ad essere sottomesso e docile per la
speranza di essere rimesso in onore.
Amico, tu fai mal che ti sconforti
e ti lamenti sì di starmi servo,
dicendo ch'i’ ti son crudo ed acervo,
volendoti però gittar tra 1 mosti.
Non pare a me che ’n quella guisa porti
tua sofferenza, che quel ch'i” conservo
ti sta donato. Se, como lo cervo,
non ti rinnovi ’n saccienti ed accorti
piaceri, e ’n soferir con be’ costumi
quanto che piacerà a me di darti
anch'io conoscerò lo tuo cor dentro.
Che' ’n dar gioi’ a villan già non mi pentro ;
onde ti pena di cortese farti
acciò ch'io brevemente ti rallumi (2).
(1) Ed. cit., pag. 209.
(2) Ed. cit., pag. 90. — Si interpreti nel senso letterale e risulterà un complesso
molto assurdo. Il povero amico si vuole uccidere per amore e Guido gli dice che egli
deve rinnovare i suoi costumi fin che sarà conosciuto il suo cuore dentro e gli dice
chiaramente che egli non ottiene quel che vuole perchè è un villano / E il poveretto
stava sull’orlo del suicidio !
218 CAPITOLO OTTAVO
Guido Cavalcanti minaccia le rappresaghe e le vendette della setta (Amore)
a coloro che non le rimangono fedeli e si distaccano da lei. È una energica e
minacciosa circolare diramata in un momento in cui 1 fedeli accennavano a di-
sertare.
Quando l’amore il su’ servo partito
trova null’ora del su’ pensamento,
volete udir un bel vendicamento
ched e’ ne fa? — Si è pro ed ardito
che mantenente l’à sì assalito
di dolor grave e soverchio tormento,
che ’nfin ched e’ non torna a pentimento
non può di tal penar esser guarito.
Perch'io consiglio ciascun amadore
che non si parta ; ma fermi ’l disire
in quanto che amor vuol aportare.
Ch'’onor nè nullo ben vien sanz’amare,
ma lo contraro, perchè mal finire
de’ quei, che n’ vuol già mai partir su’ core (1).
Guido Cavalcanti fa supere di avere avvicinato in Tolosa una setta
molto affine (donna somigliante) a quella alla quale egli appartiene in Firenze,
di non avere rivelato per prudenza di essere ascritto alla setta di Firenze, ma di
essere stato da quella accolto.
Una giovane donna di Tolosa
bell'e gentil, d'onesta leggiadria,
tant'è diritta e simigliante cosa,
ne’ suor dolci occhi, de la donna mia,
ch'è fatta dentro al cor desiderosa
l’anima in guisa, che da lui si svia
e vanne a lei: ma tant'è paurosa
che no le dice di qual donna sia.
Quella la mira nel su’ dolce sguardo,
ne lo qual face rallegrare amore,
perchè v'è dentro la sua donna dritta.
Po’ torna, piena di sospir, nel core,
ferita a morte d’un tagliente dardo,
che questa donna nel partir li gitta (2).
Guido Cavalcanti, tornato da Tolosa, ove ha avvicinato la setta somigliante
a quella di Firenze e che viveva segreta e timorosa (accordellata e stretta), incontra
un « Fedele di amore » 0 un gruppo di fedeli d'amore (la donna che canta) che ride
e si compiace della forza d'amore che lo ha conquiso e un finto fedele d'amore
(una donna, o una setta « fatta di gioco in figura d’amore ») che tenta di fargli
(1) Id. id., pag 96. — Nella realtà della vita è una sciocchezza dire che tutti
quelli che a un certo punto non sono più innamorati devono finir male. Non ci
mancherebbe altro |
(2) Id. id., pag. 170.
IL « DOLCE STII, NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. | 219
raccontare quale sia la setta che ha avvicinato a Tolosa. A questa domanda che è
dura e paurosa (e che nel senso letterale sarebbe invece la più ingenua e insi-
gnificante) 1 poeta risponde di aver conosciuto in Tolosa una donna che Amore
chiama la « Mandetta ». La prima delle due donne (11 vero fedele d'amore) lo
loda e se ne compiace. Della seconda donna non st parla più. IL poeta manda la
canzone a Tolosa per mezzo di un adepto, perchè la setta sia informata che egli,
pur tentato, non rivela il segreto. I bigotti del senso letterale e i fanatici della
melodia sono invitati a considerare quanto in questa famosa ballata il senso
letterale sia semplicemente sciocco, benchè i versi siano melodiosi e pieni di
grazia.
Era ’n penser d’amor quand’io trovai
due foresette nove.
L'una cantava: — e’ piove
e gioco d'amore in noi. —
Fra la vista lor tanto soave
e tanto queta cortese ed umile
ch'i’ dissi lor: —-. voi portate la chiave
di ciascuna vertù alta e gentile.
De | foresette, no m’abbiate a vile
per lo colpo ch'io porto :
questo cor mi fu morto
poi che ’n Tolosa fui. —
Elle con li occhi lor si volser tanto
che vider come ’1 core era ferito,
e come un spiritel nato di pianto
era per mezzo de lo colpo uscito.
Poi che mi vider così sbigottito
disse l’una che rise :
— Guarda come conquise
forza d’amor costui. —
L'altra, pietosa, piena di mercede,
fatta di gioco in figura d'amore,
disse :— ’1 tuo colpo che nel cor si vede,
fu tratto d’occhi di troppo valore
che dentro vi lasciaro uno splendore
ch'i no'l posso mirare.
Dimmi se ricordare
di quelli occhi ti poi. —
A la dura questione e paurosa,
la qual mi fece questa foresetta,
i' dissi: — E' mi ricorda che ’n Tolosa
donna m’apparve accordellata istretta (1)
(1) Si noti questo unico particolare della descrizione della donna. È assurdo che
parlando di una donna si dica soltanto che era accordellata e istretta ; ovvio invece, par-
lando di una setta, dire che viveva con grande segretezza e costrizione. Il sonetto prece-
dente ha detto «tanto è paurosa» e probabilmente l’oggettivo si riferisce proprio
alla donna.
220
Lapo Gianni si compiace di essere stato reintegrato onorevolmente
CAPITOLO OTTAVO
la qual Amor chiamava la Mandetta.
Giunse sì presta e forte
che ’n fin dentro a la morte
mi colpir li occhi suoi. —
Molto cortesemente mi rispose
quella, che di me prima aveva riso:
disse : — la donna che nel cor ti pose
co’ la forza d’amor tutto ’l suo viso,
dentro per, li occhi ti mirò sì fiso
ch’amor fece apparire.
Se t’è grave ’l soffrire
raccomandati a lui. —
Vanne a Tolosa, ballatetta mia,
ed entra quetamente a la Dorata.
Fd ivi chiama che, per cortesia
d’alcuna bella donna, sia menata
dinanzi a quella. di cui t'ò pregata;
e, s'ella ti riceve,
dilli con voce leve :
— Per merzè vegno a voi. — (1)
setta e innalzato a più alto grado o ufficio.
Amore, io non son degno ricordare
tua nobiltate e tuo conoscimento ;
però chiero perdon, se fallimento
fosse di me, vogliendoti laudare.
Io laudo Amor, di me a voi, amanti,
che m'ha sor tutti quanti mieritato
e ’n su la rota locato vermente ;
che la’ ond’i’ sole’ aver tormenti e pianti
aggio sì bon sembianti d'ogni lato,
che salutato son bonatremente.
Grazie, merzede a tal signor valente
che m'ha sì alteramente sormontato
e sublimato in su quel giro tondo
che ’n esto mondo non mi credo pare.
Unqua non credo par giammai trovare
se ’n tale stato mi mantene Amore,
dando valore a la mia innamoranza.
Or mi venite, amanti a compagnare
e qual di voi avesse al cor dolore
impetrerò ad Amor per lui allegranza ;
chè egli è segnor di tanta beninanza,
che qual amante a lui vuol star fedele,
s’avesse il cor crudele,
si vole inver di lui umilfare.
Vedete, amanti com’egli è umile
e di gentile e d’alter baronaggio
(1) Id. id., pag. 171.
nella
__
IL « DOLCE STILI, NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 22I
ed ha ’l cor saggio in fina conoscenza !
Chè me veggendo si venuto a vile,
si mosse il signorile com’ messaggio,
fé riparaggio a la mia cordoglienza
e racquistò ’1 nio cor ch'era in perdenza,
da quella che m’avea tanto sdegnato :
poi che gliel’'ebbe dato,
m'ha poi sempre degnato salutare (1).
Gianni Alfani, venuto in rapporto a Venezia con un gruppo settario affine
a quello che egli ha lasciato a Firenze, fa conoscere al nuovo gruppo la sua fedeltà
alla setta fiorentina affermando che essa ha le stesse « bellezze » di quella di Venezia
e st adorna degli stessi « dolci desiri » che tiene negli occhi quella di Venezia.
Infine chiede alle donne, agli « adepti » di essere aiutato e confortato.
De la mia donna vo’ cantar con vui,
madonna da Vinegia,
però ch'ella si fregia
d’ogni adorna bellezza che vo’ avete.
La prima volta che io la guardai,
volsemi gli occhi sui
sì pien d'amor che mi preser nel core
l’anima isbigottita, sì che mai
non ragionò d’altrui,
come legger si può nel mio colore.
O lasso, quanto è suto il mio dolore
poscia, pien di sospiri,
per li dolci desiri
che nel volger degli occhî voi tenete |
Di costei si può dir ben che sia lume
d'amor, tanto risplende
la sua bellezza addentro d'ogni parte ;
chè la Danubia, che è così gran fiume,
e ’1 monte che si fende
passai e in me non ebbe tanta parte
ch’i' mi potessi difender, che Marte
cogli altri sei del cielo,
sotto "1 costei velo
non mi tornasser, come voi vedete.
De, increscavi di me, donne, per Dio,
ch’io non so che mi fare,
si son or combattuto feramente
ch’amor, la sua mercè, mi dice ch'io
non le tema mostrare
quelle ferite onde io vo’ [sì] dolente.
Io l’ho scontrata e pur di porla a mente
son venuto sì meno
e di sospir sì pieno,
ch'io caggio morto, e voi non m'’accorrete (2).
(1) Ed. cit., pag. 4I. (2) Ed. cit., pag. 93.
222 CAPITOLO OTTAVO
Cino da Pistoia st lamenta perchè dopo divenuto « Fedele d'amore » è stato
perseguitato dal sospetto della Chiesa (morte). St duole che la vita dei fedeli d'amore
sia penosa ed esiga una dolorosa disciplina e che quando egli, 1l poeta, piange,
(cioè è costretto a simulare), Amore (la setta) non comprenda che egli simula
e lo accusi di seguire veramente la Chiesa corrotta.
Senza tormento di sospir non vissi,
nè senza veder morte un'ora stando
fui poscia, che i miei occhi riguardando
a la beltate di Madonna fissi;
Come uom ch'i’ non credea che tu ferissi,
Amore, altrui, quando ’l vai lusingando,
e sol per isguardar meravigliando
di così mortal lancia il cor m'aprissi;
Anzi credea, che quando tu uscissi
di sì begli occhj apportassi dolci ore
non già che fossi amaro e fier signore,
Nè che ’n guisa cotal tu mi tradissi,
che fai sollazzo dello mio dolore,
vedendo uscir le lagrime dal core (i).
Lapo Gianni protesta la sua fedeltà e la sua devozione alla setta, ricorda
che altra volta egli ha mancato verso di lei con indiscrezioni delle quali però si
penti e delle quali fu perdonato ; si lamenta ora che la setta gli sì mostri nuo-
vamente poco benevola.
Gentil donna cortese e di bon’are,
di cui Amor mi fè primo servente,
merzè, poi che ’n la mente
vi porto pinta per non vi obbliare.
Io fui sì tosto servente di voi,
come d'un raggio gentile amoroso
da vostri occhi mi venne uno splendore ;
lo qual d’Amor sì mi comprese poi,
che avante a voi sempre fui pauroso,
sì mi cerchiava la temenza il core.
Ma di ciò grazie porgo a Lui signore,
che ’1 fe’ contento di lungo disio,
della gioi’ che sentio,
la qual mostrò in amoroso cantare.
In tal maniera fece dimostranza
mio cor leggiadro de la gio’ che prese,
che in grande orgoglio sovente salio,
fora scovrendo vostra disnoranza.
Ma poi riconoscendo com’ v’ offese,
così folle pensier gittò in oblio :
quando vostro alto intelletto l’udio.
Sì come il cervo in ver lo cacciatore,
(1) Ed. cit., pag. 134.
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 223
così a voi servidore
tornò, chè li degnasti perdonare (1).
Perdon cherendo a voi umilemente
del fallo, chè scoverto si sentia,
venne subbietto in vista vergognosa,
voi non seguendo la selvaggia gente.
Ma come donna di gran cortesia
perdonanza li feste copiosa.
Or mi fate vista disdegnosa
e guerra nova in parte comenzate ;
ond’io prego pietate
ed Amor, che vi deggia umiliare. (2)
Guido Cavalcanti esalta la virtù, la cortesia e la vita onesta e diritta di
coloro che appartengono alla setta dei « Fedeli d'amore » considerando gh altri
come morti perchè non hanno vera vita.
Vita mi piace d’om che si mantene
cortesemente ne la via d’amore,
e che acconcia il su’ amoroso core
in ciò che vole onore e tutto bene.
Chè indi nasce tutta fiata e vene
quanto ch’om face che sia di valore,
sì che mi sembia che vivendo more
quei che si parte da sì dolce spene (3).
Chè la vita d'amore è graziosa,
e n iutte cose si sape avanzare
lo ’"nnamorato me’ che l’altra giente ;
chè chi non à d’amor nè non ne sente
non puote, al mi’ parer, di sè mostrare
neente ch'apartenga a nobil cosa (4).
È particolarmente interessante la seguente ballata di Guido Cavalcanti:
Veggio negli occhi della donna mia, alla quale ho già accennato. Dinanzi ad
essa non so se qualcuno pensi sul serio che la donna sua sia una donna di
carne, perchè a questa donna sua accade il fenomeno stranissimo che dalla sua
labbia, dal suo aspetto, (o secondo altra interpretazione dalle sue labbra)
esce un’altra donna e poi un’altra, ambedue bellissime e dall’ultima si muove
una stella e si annunzia che «è apparita la salute »!
(1) Il cervo inseguito, a quanto si diceva, si volgeva indietro verso il cacciatore se
questi gridava.
(2) Ed. cit., pag. 27.
(3) Ricollegate questo sonetto con quella famosa novella del Boccaccio ove Guido
tratta da « morti» coloro che non sono « iscienziati » e vedrete che amore è dunque per
lui amore della Scienza o Sapienza.
Il contrario di « morte » qui è «amore », in quel racconto è « sapienza », dunque
sapienza = amore.
(4) Ed. cit., pag. 96.
224 CAPITOLO OTTAVO
Poichè questa donna è la Sapienza santa (la Beatrice, la fede) nascono
naturalmente da lei altre due divine virtu, la carità e la speranza, la quale ultima
naturalmente manda una stella (un messaggio lieto — si ricordi la stella ap-
parsa ai Magi) che annunzia la salute all'anima.
La donna divina è esaltata per la sua santa umiltà e per 11 suo valore, ma
chi insiste nel mirarla, chi cioè la guarda a lungo e progredisce nella Sapienza
santa, giunge a quell’« excessus mentis » nel quale Rachele muore (come muore
Beatrice), giunge cioè « all'atto della contemplazione pura » nel quale la virtù della
divina Sapienza trascende il mondo per salire nel cielo. (Vedi IV, 5).
Veggio ne gli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d'amore
che porta uno piacer novo nel core
sì, che vi desta d’allegrezza vita.
Cosa m’avien quand’i’ le son presente
ch'i’ no la posso a lo ’ntelletto dire :
veder mi par da la sua labbia uscire
una sì bella donna, che la mente
comprender no la può ; che ’nmantenente
ne nasce un’altra di bellezza nova,
da la qual par ch’una stella si mova
e dica: — la salute tua è apparita. —
Là dove questa bella donna appare
s'ode una voce che le ven davanti,
e par che d’umiltà ’l su’ nome canti
sì dolcemente che s’i’' ’1 vo’ contare
sento che ’1 su’ valor mi fa tremare.
E movonsi ne l’anima sospiri
che dicon: — guarda se tu costei miri
vedrai la sua vertà nel ciel salita (1).
Cino da Pistoia, recatosi a Roma ove sotto îl «sasso » della Chiesa cor-
rotta giace morta la Santa Sapienza della Chiesa primitiva, ha pianto su di
essa come sulla tomba della donna amata.
Io fui ’n su l’alto e ’n sul beato monte
ove adorai baciando il santo sasso,
e caddi ’n su quella pietra, ohimè lasso |
Ove l'onesta pose la sua fronte.
E ch'ella chiuse d’ogni virtu I fonte (2)
quel giorno che di morte acerbo passo
fece la donna del mio cor lasso,
già piena tutte d’adornezze conte.
Quivi chiamai a questa guisa Amore
— Dolce mio dio, fa’ che quinci mi traggia
la morte a sè, chè qui giace il mio core. —
(1) Parole senza senso nel piano letterale. — Ed. cit., pag. 156.
(2) È l’idea comune chela virtù vera sia partita dal mondo con il corrompersi della
Chiesa, col sovrapporsi della Pietra alla santa Sapienza.
IL DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 225
Ma poi che non m'intese il mio Signore,
mi dipartii pur chiamando Selvaggia ;
l'’Alpe passai con voce di dolore (1).
Guido Cavalcanti (dopo uno di quei periodi di incertezze e di sdegni che
pare dovessero essere frequenti) riprende il suo posto di lotta nella setta ed
esalta la Sapienza santa dichiarando che non può rivelare il vero oggetto del
SUO AMOFrE,
Ne l’amoroso affanno son tornato
ed òmmi miso amore a sostenere : (2)
la più dolce fatica, al mi’ parere,
che sostenesse mai null’omo nato.
Chè ’n quello loco, ove m'’à servo dato,
dimoro sì con tutto il mi’ volere,
che segnoria non è nè nul piacere
ch’i' più volesse nè mi fosse ’n grato.
Che giovane bieltade e cortesia,
saver compiuto con perfetto onore
tuttor sî trova în quella, cui disio.
Più non ne dico ; che teme "l cor mo,
se più contasse di su’ gran valore,
ciascun saprebbe ; quegli in tal disia (3).
Cino da Pistoia, essendo lontano, domanda notizie della setta che è sempre
più nascosta nei pericoli dei tempi avversi e chiede quale raggio di speranza si
ha che le sue condizioni migliorino. (In questo sonetto apparisce chiaramente
che egli domanda speranza di tempi migliori ad un adepto nel momento in cui
gli domanda notizie della « beltà che per dolor si chiude » che è qualificata come
donna in apparenza. Il pensiero della (finta) donna scivola inavvedutamente
nella preoccupazione politica o religiosa.
Novelle non di veritate ignude
quant’'esser può lontane sien da gioco,
disìo saver, sì ch'io non trovo loco,
de la beltà che per dolor si chiude.
A ciò, ti prego, metti ogni virtute,
pensando ch'’entrerei per te ’n un fuoco;
ma svariato t'ha forse non poco
la nuova usanza de le genti crude;
Sicchè, ahi me lasso | il tuo pensier non volte ;
però m’oblii; chè memoria non perde,
se non quel che non guarda spesse volte :
Ma, se del tutto ancor non si disperde,
mandami a dir, mercè ti chiamo molte,
come si dee mutar lo scuro in verde (4).
(1) Ed. cit., pag. 98.
(2) Si osservi il giuoco della parola sostenere che suona perfettamente nel senso di
appoggiare, difendere (la setta).
(3) Ed. cit., pag. 75. (4) Ed. cit., pag. 166.
15 — VALLI.
220 CAPITOLO OTTAVO
Gherarduccio Garisendi accusu un adepto (Cino) di essere infedele alla
« pinta » (la gallina faraona — la setta) perchè ghermito dalla « pola silvana »
(la folaga — la Chiesa) e di tenere il piede in due staffe tra la Chiesa e la setta,
mentre egli, Gherarduccio, è fedelissimo alla setta (il fiore).
Poi che ’l1 piancto vi da fe certana
vorrei saper da voi maestro Michele
s'amor lo cor conduce con duo vele
sì che /a mente vada ’n porto sana ? (1).
Se v’ha ghermito la pola selvana
com'’esser può de la pinta fedele ?
Però ch’amante quando pon duo tele
a l'una pur conven mancar la lana.
Sì che perseverando ’n tale errore
dimando vostro fin valor compieto
che mi dimostri questo suo segreto,
Ch'amor suolmi distringer per un fiore
sì, che d’ogn' altro m'ha fatto divieto
et senza quel non posso mat star lieto (2).
Guido Cavalcanti fa sapere a Dante che Lapo Gianni (il servitore di Monna
Lagia) si è rivolto a lui per aiuto (probabilmente perchè la setta non procedesse
per qualche colpa contro di lut), che egli Guido è riuscito a trattenere la setta (amore)
che affilava 1 dardi (preparava sentenza) contro Lapo e che Lapo poteva tor-
nare alla setta (alla donna). Questo sonetto va messo probabilmente in rap-
porto con gli altri due di Cavalcanti e di Dante nei quali uno incarica Dante di
sorvegliare Lapo e l’altro mostra di esultare (probabilmente qualche tempo
dopo) perchè I,apo è stato cacciato dalla setta. Il sonetto è sconclusionato è
incomprensibile nel senso letterale.
Dante, un sospiro messaggier del core
subitamente m'’assali dormendo,
ed io mi risvegliai allor, temendo,
che elli fosse in compagnia d’amore.
Poi mi girai e vidi ’1 servidore
di monna Lagia, che venia dicendo :
— aiutami, pietà — sì che piangendo
i' presi di mercè tanto valore,
ch'io giunsi amore ch'’afilava dardi,
Allor lo domandai del suo tormento
ed elli mi rispose in questa guisa:
—. Di al servente che la donna è prisa
e tengola per far suo piacimento :
e se no "l crede dì ch'a li occhi guardi (3).
(1) Qui sfugge al poeta maldestro che lo scopo dell'Amore è di far giungere sana
in porto la mente | cioè toccare la mèta della Sapienza.
(2) K. A., Casanat., d. v. 5, n. 128.
(3) Ed. cit., pag. 121.
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 227
Gherardo da Reggio informa che un « Fedele d'amore » è stato preso e
forse ucciso dalla Chiesa (Morte) senza che la sua donna (la setta) l'abbia avu-
tato o difeso, per il che Gherardo, sdegnato, è incerto se continuare o no ad aver
fede nella setta dichiarando che non può ammettere che la setta lasci così di-
struggere î suoi. Si noti l’assurdità del senso letterale secondo la quale
egli domanderebbe se deve o no restare innamorato della donna dell'amico
morto, obbligo che certo nessuno poteva attribuirgli !
Con sua saetta d’or percosse Amore
tale, che poi senza mercè morio
et sua donna crudele ’1 consentio,
nè se ne dolse, nè cangiò colore.
Et io che l’ho com’amico nel core
infiamma sì, messer, l’animo mio,
ch’i' son disposto con ogni desio
tal'hor di no, tal’hor di farle honore.
Se l’amo faccio bene, 0 s’el deo fare
d’haverla ’n odio, hor mi rispondete r
ch'io terrò giusto ciò che manderete,
però che amore et io nol so pensare
come potria soffrir che si morisse
huom, che sua donna non se ne dolisse (1).
Guido Cavalcanti, approfittando del fervore di entusiasmo e di fede sorto
intorno alla Madonna di S. Michele in Orto (2) pone la Santa Sapienza, « la
donna sua » in figura di questa Madonna e parla dell'accusa di idolatria che
fanno contro di essa 1 Frati Minori (inquisitori). Questo sonetto, secondo il
Codice Vaticano 3214, n. 154, fu mandato a Guido Orlandi di Firenze
«et non seppe chi li li mandasse. Se non che sippensò per le precedenti pare
che fosse Guido Chavalcanti. El messo tornò per la risposta la quale è a presso
a questo Sonetto. Lo qual dice : « S’avessi decto amico di Maria ». Si com-
prende come Guido Orlandi, sospettando un tranello in quella grave e 1nusitata
provocazione contro i Frati Minori, rispondesse — come vedremo — fuori
gergo e con religiosa inusitata untuosità verso i frati.
‘Una figura della Donna mia
s’adora, Guido, a San Michele in Orto,
che di bella sembianza, onesta e pia,
dei peccatori è gran rifugio e porto.
E, qual con devazion lei s’umilia,
chi più languisce più n’à di conforto :
l’infermi sana e demon caccia via,
ed occhi orbati fa vedere scorto.
(1) R. A., Casanat,, d. v. 5, n. 120.
(2) Vedasi il Villani (Libro Settimo, Cap. CLIV) che riprende evidentemente alcune
frasi del sonetto. Strano, — erano «laici », come egli dice, che cantavano intorno a
questa madonna ; ma Domenicani e Francescani non ne volevano sapere !
228 CAPITOLO OTTAVO
Sana in pubblico loco gran langori:
con reverenza la gente la ’nchina:
due luminara l’adornan di fori.
I,a voce va per lontane cammina ;
ma dicon ch'è idolatra i fra’ Minori
per invidia che non è lor vicina (1).
«Quest’è la rispota ke diede Guido Orlandi al messo ke li diede il detto ‘
sonetto ». Si osservi bene che il redattore del codice (molto bene addentro nelle
cose) non dice che la risposta fu mandata a Guido Cavalcanti. L’'Orlandi,
sospettando un tranello ed una provocazione in quella sfrontata allusione contro
i Frati Minori, risponde fuori gergo parlando di tutt'altro e in maniera così
untuosamente bigotta che questa poesia stona violentemente in mezzo a tutte
le altre del « dolce stil novo » con le quali non ha proprio nulla di comune
e serve benissimo a far risaltare il vero carattere del sonetto precedente
e l’ambiente di sospetto nel quale queste poesie venivano scambiate.
° S'avessi detto, amico, di Maria,
di grazia plena e pia,
rosa vermiglia se’ piantata in orto;
avresti scritta dritta simiglìa.
È veritas e via,
fu del nostro Signor magione e porto.
E di nostra salute quella dia
che prese sua contia,
l'angelo le porse il suo conforto.
E cierto son chi ver lei s’umilia,
e sua colpa grandia,
che sano e salvo il fa, vivo di morto.
Ahi, qual conforto ti darò, che plori
con deo li tuoi fallori
e non l'altrui; le tue parti diclina
e prendine doctrina
dal publican che dolse i suo’ dolori.
Li Fra' minori sanno la divina
iscrittura latina
e de la fede son difenditori
la bon predicatori ;
lor predicanza è nostra medicina (2).
Sono particolarmente interessanti alcune poesie nelle quali Onesto Bo-
lognese, ribelle evidentemente alla setta e divenuto suo dispregiatore dopo di
avere avuto in essa un « alto luogo », scrive contro Amore, contro la sua va-
nità, incitando 1 « Fedely d'amore » ad abbandonare la setta. Nel sonetto che qui
si ricorda, Poi non mi punge più d'amor l’'ortica, l'iroso poeta scivola a un
certo punto in un nonsenso che tradisce palesemente il significato segreto.
(1) R. A., Vaticano 3214, n. 154. (2) Id. id., n. 155.
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 229
Dopo di aver parlato della propria ‘donna al singolare, eccitando Cino ad abban-
donare l’amore, si tradisce e dice :
provedi al negro che ciascun tuo paro
a lei ed a amor fatta ha la fica.
Ora è evidente che qui Onesto eccita Cino ad abbandonare non la donna
sua, di Cino, come sarebbe naturale, ma la propria donna, quella stessa di Onesto
Bolognese, che al dir suo già tutte le altre persone per bene, «ciascun tuo
paro », avevano abbandonato con dispregio, e con ciò tradisce in modo addi-
rittura ridicolo il fatto che questa donna era una sola : la setta.
Poi non mi punge più d'amor l’ortica
che sembra dolce ogni tormento amaro,
anzi ne son lontano più che dal caro (1)
suo vil poder non prezzo una mollica.
E quella sconoscente mia nemica
ch’ad ogni larghezza ben colmo ’l staro
a cui non piace lo fallir di raro
con tanto senno sua vita nutrica.
E già nell’operar non s’afatica,
cotanto pare dilettoso et chiaro
ciò che la disonesta quella antica (2).
Amico io t’aggio letto la robrica
provedi al negro che ciascun tuo paro
a lei cd a amor fatto ha la fica (3).
Onesto Bolognese scrive ancora a Cino di essere uscito dalla setta che lo ha
ingannato e di essere quindi « morto ». A questo è stato portato dalla malvagità
della setta stessa ed eccita Cino da Pistoia ad abbandonare egli pure la setta.
Quella che in cor l’amorosa radice
mi piantò nel primier che mal la vidi,
cioè la dispietata ingannatrice,
a morir m’ha condotto ; e stu nol cridi,
mira gli occhi miei morti in la cervice,
e del cor odi gli angosciosi stridi,
e dell’altro mio corpo ogni pendice,
che par ciascuna che la morte gridi.
A tal m’ha giunto mia donna crudele
ch’entro tal dolor sento in ogni parte ;
Che ’1 mio dolzor con l’amaror del fele
aggio ben visto, Amor, com’ si comparte.
Ben ti consiglio, di lui servir guarte (4).
(1) Cairo.
(2) Di fronte alla setta che manca di senno e fallisce, spesso appare persino bello,
dilettoso e chiaro quell'insieme di colpe, che rendeva disonesta quella (donna) antica,
cioè la Chiesa.
(3) R. A., Vat. 3214, n. 99. (4) Cino, Ed. cit., pag. 14.
230 CAPITOLO OTTAVO
Cino da Pistoia, eccitato da Messer Onesto col precedente sonetto ad abban-
donare la setta, gli risponde che prima di diventare « Fedele d’amore » bisogna
seriamente pensarci, che non st deve legare ad Amore (alla setta) chi nei mo-
menti gravi (quando si grida : « Ancidi, Ancidi » |) piange o ride, cioè si avvilisce
o se la ride. Cino si riconferma fedele ad Amore nella pace e nella lotta (si noti
bene : nella pace e sotto Marte) e consiglia Onesto ad imitarlo.
Anzi che Amore nella mente guidi
donna, ch’è poi del core ucciditrice,
si convien dire all'uom : —- Non sei fenice :
guarti d’Amor se tu piangi e tu vidi;
quand'odirai gridare ; — ancidi, ancidi —
chè poi consiglia invan chi '1 contradice:
però si leva tardi chi mi dice
ch’Amor non serva nè di lui mi fidi.
Io li son tanto suggetto e fedele,
che morte ancor di lui non nu diparte ;
ch'io *l servo nella pace e sotto Marte.
Dovunque vola 0 va drizzo le vele,
come colui che non li servo ad arte (1).
Così, amico mio, convene farte (2).
Onesto Bolognese dopo la discussione precedente, deride ora Cino da Pi-
stota, uscito o messo in bando dalla setta. Evidentemente Cino ha gustato
un frutto che è buono, ma ha il nocchio amaro. Onesto dice che d’ora innanzi
non parlerà più a Cino «per figura » come usavano i «Fedeli d’amore »
e dice che Cino apprende ora delle cose che Guido e Dante, î due capi della
setta, non gli hanno insegnato.
Sete voi, Messer Cin, se ben vi adocchio,
sì che la verità par che lo sparga,
che stretta via a voi vì sembra larga,
spesso vi fate dimostrare ad occhio.
Tal frutto è buono, che di quello il nocchio,
chi l’assapora, molto amaror larga:
e ben lo manifesta vostra targa,
che l'erba buona è tal com'è il finocchio.
Più per figura non vi parlo avante,
ma posso dire, e ben ve ne ricorda,
che a trarre un baldovin vuol lunga corda.
Ah Cielo! E che follia dire s’accorda |
Allor non par che la lingua si morda;
nè ciò v'insegnò mai Guido nè Dante (3).
Bacciarone di Messer Baccone si scaglia contro la setta dei « Fedeli d’a-
more ». Egli dice loro tali enormi e assurdi insulti che sarebbero assolutamente
(1) Chi servirebbe ad arte amore r Una setta sì, è naturale che sia servita ad arte /
(2) Id. id., pag.15. (3) Id. 1d., pag. 170.
IL « DOLCE STIT, NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 23I
inconcepibili se rivolti semplicemente a della gente che è innamorata. In
questa trasparentissima canzone il poeta dice di essere stato fedele di Amore
e di voler fare sconfitta alla gente che segue lui (la setta), che è denudata di
onore di prodezza e di allegrezza e da capo a piedi veste tutto il contrario (di
quel che dovrebbe). Dice che essi cantano lodando Amore che li sconcia e lo
esaltano come colui che porta all'onore. Deride «li matti che st covren del
suo scudo, il qual manco è, che di ragnolo tela », con evidente allusione ingiu-
riosa al segreto del gergo. Continua dicendo che non vuol più saperne di
stare tra i « Fedeli d'amore »: «non già me coglieranno a quella setta »
ove, egli dice, non era fadrone di se stesso. Dice che l’amore non riuscirà
più a fargli parere la trtaca veleno e il veleno triaca. Dice che l’amore gli fa-
ceva sembrare fersa (maggiorana) l’ortica e gli faceva parere nemica una
che non nomina e non spiega chi sia e senza la quale egli sarebbe fuori di
vita (la Chiesa) e soffrirebbe invece morte obbrobriosa e crudele. Dice che tutta
la gente (gli adepti) gli è mancata e più chi gli faceva più festa e non dice affatto
che gli sia mancata la donna, anzi della donna non è una parola sola!
Grida a tutti di guardarsi bene dal cadere nel servaggio dell'amore che
porta dolore e dannazione e ogni male e toglie questa vita e l'eterna. Dopo una
strofe piena di violentissimi insulti dove parla di un luogo /aido e disono-
rato (!) ove sono involti i « Fedeli d’amore », allude oscuramente ad una troia
alla quale amore avrebbe affibbiato addosso il suo manto! (1).
Ricordo che fu soprattutto la lettura di questa poesia (nella quale l’odio
del settario dissidente apparisce così chiaro e che è impossibile comprendere
nell'àmbito dell'amore letterale e specialmente di quello squisito e raffinatis-
simo amore dei « Fedeli d’amore ») quella che parve decisiva al Délécluze per
accettare come dimostrata la tesi del Rossetti dell’esistenza di una setta dei
« Fedeli d'Amore ». Ricordo anche che naturalmente queste brutte poesie dei
« Fedeli d'Amore » dalle quali più traspare il pensiero segreto e settario, sono
quasi ignote alla massa dei lettori che conoscono invece « Tanto gentile e
tanto onesta pare » e simili e che per questo appunto hanno impressioni di
questa maniera di poetare completamente falsate.
Il testo è scorretto ma ho voluto lasciarlo come è.
Nova m’è volontà nel cor creata,
la qual compresa l’alma e ’1 corpo m'ave,
volendo proferisca e dica ’1 grave
crudele stato ch’è in amor fallace :
però ch'alquanto già fui suo seguace
vuol che testimonia rendane dritta,
alla gente faccia sconfitta, °
che seguen lui; convell'è denudata
d’onor, di prode, e d’allegrezza tolta,
e come dal piè veste infino al capo
(1) Ricordare l'ipotesi di un rito eseguito con l'intervento di una donna vera
rafigurante la Santa Sapienza (Cap. VII, 3).
232 CAPITOLO OTTAVO
tutto °l contrar, se eo ben dir lo sapo.
Dironne un poco, poi no ’l cor mi lascia,
e come grave a portar son suoi fascia
e com'sre’ mei’, cui ten, tenessel gotta.
Ora dico, chi ’1 segue com’ei concia
i che disconciando loro e il loro elloro
gridanne, punto non ne fan mormoro
ma si rallegran, com’oro acquistasse.
Parmi di tai son lor le vertù casse ;
non più che vista han d'uomo razionale,
poi prenden gioia, e del lor cantan male,
e danno laude a chi tanto li sconcia,
cioè Amor, che non stanchi si veno
di coronarlo imperò d'ogni bene,
e senza lur non mat nullo pervene,
dicono, a cosa possa avere onore,
onde cotal discende loro errore
di lassarsi infrenar di sì reo freno.
Non venonsi gechiti di laudare
il folle e vano amor, d'ogni ben nudo,
li matti, che si covren del suo scudo,
il qual manco è, che di vagnolo tela ;
e chè li porta isportando a vela
mettonsi a mar, creden’ giungere a porto ;
e poi che nel pereggio gli ave accorto
alma fa, corpo, aver, tutto affondare :
d'ogni dunque reo male è fondamento.
Poi tutto tolle bono, e ’1 contrar porge,
come la gente non di lui s’accorge
a prender guardia de’ suo’ inganni felli,
che a Dio h fa ed al mondo nibelli è
Meraviglia grand’è com’non è spento.
Tai laudator lor pon far piacer reo
di donar pregio a cotale amore,
che tutto trappa bene, e dà dolore.
Non già me coglieranno a quella setta ;
alcuna fiata fui °n sua distretta,
non sì disposto che m’avesse acchiuso,
ch'eo non potesse giù gire e suso ; P
nè suo serv’era, ne signor ben meo (I).
Onde m’accorsi del doglioso passo,
ove in’avea condutto, e conducia,
che parenti e amici avea in obbria,
e quasi Dio venîa dimenticando ;
per che nel tutto gli aggio dato bando,
non più dimorovi, nè prendo stasso.
Parmi diritta dar possa sentenza
chi servito signor ha in sua magione,
se giusto, come comanda ragione,
u se il contraro di ciò il disforma,
(1) Evidentemente accenna ai fatto di aver appartenuto solo ai primi gradi.
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 233
e chi non dimorato loco forma
di sua condizion ave neiente,
ma tanto come a voce della gente
che mante fiate del ver fa ’ntenza.
Perchè d’amor deo saver far saggio
com’uomo che del suo sentì tormento,
d'ogni, dico, tristore è munimento :
colpi di tuoni quasi son soavi
a paraggio de’ suoi ; tanto son gravi
ed empi non pensar porea ’1 coraggio.
Nighittoso fa l’uomo il suo difetto
a tutte oneste e profittabil cose,
ed a seguir le inique odiose
pronto, ardito, viziato °l cor vegge ;
cotal d'amore è sua malvagia legge.
Ma, assai che è, da dosso me l’ho spento,
e in tal guisa, in verità che pento
lo suo mi turberea veder tragetto.
Non più triaca mi farà parere
veneno, e fino lo venen triaca.
Chè d’esto far di neun tempo vaca
ai denudati ch'hanno in lui gran fede.
Cotal decreto in sua corte possede,
se i suoi, non gran fatt’è, falli cadere (1)
Al passo ditt’'ho che m’addusse forte,
di sua sentendo suggezione spetsa,
e dico, come femmi parer persa
qual aspra più e pungent’era ortica ;
e come mi facca parer nemica,
Cui di nomare ni piace tuttora,
senza la qual di vita serca fora,
brobbiosa sofferendo e crudel morte,
che là u’ tutta gente hammi fallita
e più chi più di me mostrava festa,
chi ditto non lassatasi la vesta
per poter mala persona dar campo,
per pioggia, nè per vento, nè per lampo,
di pensar ciò nè far vesi gechita.
Poi mi condusse in sì crudele errore,
che mi facea del corpo il core odiare,
un uncia non avendo del cantare
di suo gravoso e sprefondato pondo ;
or de’ ben dirupare nel profondo
chi di tal carco addosso ave la soma,
e cui afierat'ha ben per la chioma,
sì certo, ch'ogni i tolle, ch’ha valore
miri, miri catuno, e ben si guardi
di non in tal sommettersi servaggio,
ch’adduce noia e spiacere e dannaggio,
e tutto quanto dir puossi di male,
234 CAPITOLO OTTAVO
che questa vita tolle e l’eternale.
Oh! quanto assaporar mei’ fora cardi.
O miseri dolenti sciagurati,
o netti d'allegrezza e di piacere,
fonte d'ogni tristizia possedere.
Spenti di vertù tutte e di luce,
ponendo cura bene o' vi conduce
il vostro amore, ch'al malvagio conio
odiar via più l’areste che demonio ?
Ma non tanto potete ; sì v'ha orbati.
Se della mente gli occhi apriste bene,
e lo ’ntelletto non fossevi tolto,
vedreste chiaro il loco, ove v’ha ’nvolto
ch'è tanto laido, e dissorrato, e reo ;
non savreste altro dir, che mercè Deo ;
così doloroso è tutto ch'ei tene.
Amor, ti chiamo per lo nome quanto
per l'operare parmi ben so chenti
di che ditt’ho : se gravato ti senti,
e vuoi apporre di te vegna gioia,
piacemi farlo sentenziare a Troia,
a cui adosso 10 tuo affibbiasti manto (1).
E per chiudere questo saggio di poesie tradotte mi sembra quasi un debito
d'onore che io debba spiegare il sonetto oscurissimo di Cino da Pistoia che ho
portato da principio per esempio di evidentissima scrittura in gergo, il sonetto :
Perchè voi state forse ancor pensivo. Nel corso della nostra trattazione ab-
biamo appreso qua e là molte cose che lo rendono ora abbastanza comprensi-
bile. Abbiamo appreso che si diceva « follia » per indicare i nemici della setta,
«fonte» o «rivo» la fontana d'insegnamento, la tradizione iniziatica o il
luogo dove si coltivava o si insegnava, che si chiamavano « pietre » i seguaci
della Chiesa corrotta, odiati dai « Fedeli d’amore », che si chiamava « vento »
o «gelo » o « freddo » la forza prevalente della Chiesa corrotta. Ci resta una
cosa da aggiungere, che nel Medioevo era noto (e lo possediamo anche oggi)
il libro di Andrea Cappellano dedicato ad un Gualtieri e che trattava appunto
della dottrina dell'amore ed era comunemente designato come Il libro di
Gualtieri ed è chiaro che quando un «Fedele d’amore » diceva : «studio nel
libro di Gualtieri per trarne vero e nuovo intendimento » voleva dire :
« Approfondisco la dottrina dell’amore e le formule della sua espressione » (2).
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(1) VALERIANI : Op. cit., I, pag. 4or. Il Valeriani scrisse Troia col T maiuscolo e
pensò, forse per una voluta suggestione dell’autore a qualche strana allusione alla città
di Troia, ma il tono non è di allusioni classiche, è di volgarissimi insulti.
(2) Si osservi che un sonetto di Gianni Alfani esprime al Cavalcanti il desiderio
di una certa giovane di Pisa di arrivare da lui senza che lo sapesse « altro che egli e
Gualtieri ». E Guido nella risposta parla di Andrea che sarà a guardia con arco e mo-
schetti. Ora Andrea Cappellano è proprio l’autore del Gualtieri d'Amore. Tutto insomma
questo misterioso incontro doveva svolgersi sotto la protezione del « libro d’amore ».
IL « DOLCE STIL NOVO ». — SAGGIO DI POESIE, ECC. 235
Ed il senso generale del sonetto viene a suonare ora come una chiara
informazione della propria attività settaria in questi termini: « Poichè non
sapete ancora notizie di me vi scrivo del mio stato. Ho incontrato da prima
gente avversa e tutta devota alla Chiesa corrotta (follia), quindi mi sono allonta-
nato e ho ritrovato un gruppo settario (acqua di rio). Ora mi sto occupando di
conoscere la gente che ci è avversa, cioè le « pietre », studiando tl « lapidato » con
speciali intenzioni. Ma in questo luogo domina completamente la Chiesa corrotta
(tira vento); 10 non posso che studiare ancora la nostra dottrina d'amore
con intento di trarne nuovi profondi pensieri ».
Perchè voi state, forse, ancor pensivo
d'udir nuova di me, poscia ch'io corsi
su quest’antica montagna de gli orsi,
de l’esser di mio stato ora vi scrivo :
Già così mi percosse un raggio vivo,
che ’'l1 mio camino a veder follia torsi ;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar'acqua visitai di blando rivo :
Ancor, per divenir sommo geinmieri,
nel lapidato ho messo ogni mio intento,
interponendo varj desideri.
Ora ’n su questo monte tira vento ;
ond’io studio nel libro di Gualtieri,
per trarne vero e nuovo intendimento (1).
lascio ai miei lettori, ripeto, il lavoro ormai facile e gioioso di aggirarsi
per mezzo di questa piccola chiave nel castello incantato di tutte queste
poesie d'amore, di scoprire cioè il senso riposto di tutte le altre poesie di
questi « Fedeli », per quanto lo permettano, s'intende, le corrotte o incerte
lezioni ed i riferimenti non infrequenti a fatti che ci sono ignoti.
(1) Ed. cit., pag. 143.
CAPITOLO NONO
‘Un manuale settario. — I “ Documenti d’amore ”
di Francesco da Barberino.
Dicol, signori, a voi saggi e coverti
Però che m’intendete ...
F. DA BARBERINO.
I. II CARATTERE GENERALE DELL'OPERA E I «MOTTETTI OSCURI ». —
Mi preme accennare brevemente ad un’opera importantissima per la nostra
tesi e che può considerarsi come il grande manuale della setta dei « Fedeli
d'Amore »: intendo parlare dei Documenti d'Amore di Francesco da Bar-
berino.
Questo grosso complicatissimo e stranissimo libro nel quale le idee
spesso confuse e artatamente involute della poesia vengono ad essere anche
più contorte e involute per l’aggiungersi dello strano e complicatissimo com-
mento latino, rivela definitivamente il suo carattere iniziatico e settario nelle
illustrazioni che, essendo evidentemente simboliche, molte volte esprimono
cose che con le parole del testo e del commento non hanno nulla a che ve-
dere (1).
Francesco da Barberino è contemporaneo di Dante. Nato nel 1264
muore nel 1348. Egli pure è poeta d’amore, egli pure è ardente fautore di
Arrigo VII, presso il quale si reca a capo di un gruppo d’armati. Egli pure
scrive poesie d'amore che devono essere intese soltanto da alcuni, anzi dice
grossolanamente che le scrive «fer certi suoi amici gentili uomini di To-
scana » (2). Egli pure si reca a un certo punto in Provenza per molto miste-
riose ragioni. Egli pure scrive prima un’opera in versi e poi, dopo qualche
tempo, le aggiunge un commento che serve meravigliosamente a prendere
in giro i seguaci di « Pietra » e nello stesso tempo a far intendere anche meglio .
(1) Dobbiamo alla cura amorosa e sapiente di Francesco Egidi e della Società
Filologica Romana la recente pubblicazione di questa opera preziosissima per la co-
noscenza di tutta la vita medioevale e più ancora per la vera conoscenza del miste-
rioso amore dei poeti. (Y Documenti d'Amore di F. da Barberino secondo î manoscritti
originali, a cura di Francesco Egidi. Volumi 3, in Roma, presso la Società Filologica
Romana, 1905-1924).
(2) Vedasi l'edizione già citata dell’UBALDINI: I Documenti d'amore. Roma, 1640,
Rubrica della canzone: Se più non raggia.
CAPITOLO NONO — UN MANUALE SETTARIO. — ECC. 237
ai « Fedeli d'amore » una quantità di idee settarie esposte talora in una ma-
niera fin troppo ingenua. Ma il libro non era destinato a circolare troppo li-
beramente. Alla sua fine esso porta miniato un guerriero con una spada in
mano e dalla cui bocca esce questa leggenda :
Io son vigor e guardo sel venisse
alchun chel livro avrisse
e se non fosse cotal chente e detto
dregli di questa spada per lo petto.
Non so come si possa dire più chiaramente che il libro è scritto sol-
tanto per iniziati.
Questi « Documenti » o « Insegnamenti » d'Amore hanno del resto poco
o nulla a che vedere con l’amore per la donna è: essi riguardano tutta la for-
mazione spirituale dell’uomo secondo un modello etico nel quale è faci-
lissimo riconoscere il modello proprio di una vita settaria diffidentissima
della Chiesa (la «Morte» rappresentata, come sempre, nemica di Amore).
Questo libro all’Amore (raffigurato in una fantastica forma) dà l'ufficio di
ridestare dodici virtù abbastanza stranamente assortite, che dormono.
Una prima figura rappresenta l’Amore come un fanciullo nudo dritto
sopra un cavallo bianco (1). Esso ha un dardo in una mano e sul cavallo
è un turcasso di frecce, ma nell'altra mano egli stringe naturalmente
delle rose (2). E sotto di lui sono dodici virtù le quali dormono e naturalmente
attendono di essere risvegliate da Amore. Queste virtù sono: prima la Do-
cilità che « data novitiis notitia vitiorum, docet illos ab illorum vilitate absti-
nere ». E questa docilitas propinata ai novizi è troppo chiaramente la prima
virtù iniziatica. Seguono le altre : l'Industria che fabbrica certe stranissime
borse nelle quali si tengono cose preziose occultate. La terza virtù è la
Costanza, la quarta la Discrezione, la quinta la Pazienza, la sesta la Speranza,
la settima la Prudenza, « que te docet custodire quesita », l'ottava è la Gloria,
la nona la Giustizia, « que male custodientem quesita punit », quella cioè
mandata da Amore a punir chi «mal guarda tant’onore », chi custodisce
male il segreto (3), la decima è l’Imnocenza che significa lo stato di coloro
che servono degnamente e lodevolmente l'Amore, l’undecima è la Gratttudine
che «introducit in amoris curiam » e alla fine l’Eternità che promette la vita
eterna (4).
Questa serie di virtù è troppo evidentemente una serie di virtù
(1) Vol. I, pag. 3.
(2) I piedi d’amore sono di uccello rapace. Il Barberino spiega che sono di falcone
« per il forte ghermire che fa ». Credo sia una bubbola per gli ingenui e che i piedi siano
di aquila a indicare i rapporti della setta con l'Impero.
(3) A punir quel ch'ha la chiave perduta. (Doc. d'Amore, II, 289).
(4) V. Proemio, Vol. I.
238 CAPITOLO NONO
iniziatiche che comincia con la docilità del novizio e promette alla fine la gloria
eterna in Dio.
Nella figura, sotto alle dodici virtù dormienti lottano tra loro la Crudeltà
e la Pietà, l'una lanciando una freccia a sette punte, l’altra lanciando con
l'arco un fascio di rose. Sotto ancora dodici servi d'amore, che hanno aspetto
di uomini gravi, sono immersi nello studio che con l’amore non avrebbe
nulla a che vedere a meno che non sia (come certo è), amor sapientiae.
Il poeta ha disegnato egli stesso la figura. Egli comincia col raccontare
come la « Somma vertù del nostro Sir Amore » abbia chiamato 1 suoi servi alla
«sua maggior rocca » e comme egli si sia là recato « da quella parte ch'ai suoi
minor tocca » e come egli abbia ricevuto da Amore (dalla setta) tutti i docu-
menti (insegnamenti) contenuti in questo libro, per il che egli manda il
libro a tutti quelli che «amano che Amore sia grande » (Proemio).
Tutto il libro si svolge, attraverso le sue infinite complicazioni, in una
così evidente aria di misteri, di sottintesi, di rinvii, di simbolismi, che io
mi domando come mai vi possa essere stato un solo lettore che non abbia
capito subito che questo è un libro di amore settario.
Se ne accorse naturalmente il Rossetti (quantunque a tempo suo il
commento preziosissimo e le illustrazioni fossero ancora sconosciuti) e si
affisò specialmente in quella seconda parte dove, parlando della Industria
(cioè dell’arte di nascondere il proprio pensiero), il Barberino sviluppa fino
all'ultimo grado gli artifici del parlare doppio in quei famosi «mottetti
oscuri », che nella loro apparente innocenza insegnano precisamente l’arte
di dire in segreto tutto quello che si vuole. Il poeta dice che conviene
certi mottetti usare
li quali intesi non voliam che sieno
da quei che con noi eno
o se d'alcun dagli altri non talora
sì ch'esto Amor honora
la fine d’esta parte ora di quegli (1)
coverti oscuri e begli
e doppi alquanti come chiaramente
chi porrà ben la mente
e lo intellecto a le chiose vedere
porà di lor honor e fructo avere.
Questi mottetti che son fatti perchè siano intesi da alcuni di quelli che
sono con not e non da altri, sono in parte degli innocenti giuochi di parole,
ma la parte innocente serve come nel Fiore, come nella Vita Nuova, come
nella Conunedia a far passare il contrabbando, cioè i mottetti a significato
settario dei quali naturalmente anche il commento si guarda bene dal dare il
significato vero, e dà anzi spiegazioni spesso sciocche e involute che devono
servire anche meglio a non fare intendere chi intender non deve.
(1) È dunque Amore che usa i « mottetti oscuri ».
UN MANUALE SETTARIO. — I « DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 239
Il giuoco dei mottetti consiste spesso nel combinare le parti delle parole
in modo che a prima vista diano un senso volgare o un nonsenso e quando
poi si siano disgiunte le parti delle parole e saggiamente ricollegate, venga
fuori il senso vero.
Uno di questi mottetti esalta appunto l’utilità del gergo, cioè di certi
verbi e di certi nomu che «fan pro », sono utilz. Ma nei mottetti tutto sta a
ritrovarli tagliando opportunamente le parole :
Fan proverbi efan pronomi
guarda te ben come tomi (I).
Leggasi :
Fan pro i verbi e fan pro i nomi,
Ma guarda bene come dividi (tomi)
Ora ecco un esempio. Un mottetto dedicato alla famosa « Rosa », che
sappiamo ormai che cosa significhi. L'autore ha voluto proclamare che la
Sapienza santa è signora e dominatrice di tutte le cose e la salute degli
uomini. « Tutto lo mondo si mantien per Fiore », aveva già cantato Buona-
giunta da Lucca. Il Barberino con una antiestetica e ipocrita aggiunta dice
che la Rosa è la signora di tutte le cose, ma « ponendo virtude per quella »,
cioè significando per Rosa la virtù e così ha contentato e imbrogliato la
«gente grossa ». Ecco il mottetto :
Donne cosa donne rosa
ponendo vertute
let per quella eluce bella
et e dognun salute (2).
Sciolto nelle parole vere suona :
D'ogni cosa donna è rosa
(ponendo vertute
lex per quella) e luce bella
ed è d'ognun salute.
E nel significato vero suona: « La Sapienza santa (Rosa) è signora di
tutte le cose, luce di bellezza e salute (eterna) di ogni uomo» (3).
Ecco un altro mottetto al quale ho già accennato e che non ha bisogno
(1) Vol. II, pag. 294.
(2) Vol. II, pag. 283.
(3) Questo giuoco di parlare della santa dottrina facendo credere artificiosamente
che si parli della virtù, riusciva molto bene perchè permetteva di farne liberamente la
esaltazione, posto che molti attributi convenivano bene all’una e all'altra. In un co-
dice dell’Acerba, là dove si parla della Fenice, il titolo usa lo stesso artificio scrivendo
nella testata « De natura fenicis, assimilando ipsam virtuti » e dal contesto quella assi-
milazione non risulta affatto e vedremo che la « Fenice» è essa pure la santa Sapienza
eternamente risorgente.
240 CAPITOLO NONO
nemmeno di traduzione (1). Esso celebra semplicemente l’artificio del gergo
per il quale « uomini dotti », non essendo tempo nè luogo di mostrare un del
tappeto (la santa dottrina della verità) lo celarono, mettendo invece in vista
dei drappi rotti (le forme esterne del poetare d’amore).
Bel tappeto alchun celone (2)
mise fuor li drappi rotti
ovra e questa duomin docti
se nel tempo e luogo none (3).
Un altro mottetto minaccia la morte a chi non serve bene ad Amore
(la setta) e ripete ancora una volta che chi va con i servi (con i seguaci
dell'errore) evita la vita (vera), cioè è come morto.
Morte a miorte se ben noli servi,
vita vita chi se trahe conservi (4)
che si deve leggere:
Morte amor t’è se ben non gli servi
vita vita (evita) chi se trae con servi.
E come ritroviamo la solita Morte contro Amore così ritroviamo in un
altro mottetto al quale abbiamo già accennato la solita « Pietra » in evidente
significato di Chiesa corrotta, quantunque il commento del Poeta, dopo avere
premesso «ista est obscura littera in vulgari et in latino », ci faccia sapere
che questa Pietra è nome proprio, che la parola caro si deve intendere come
bonum non dannosum (mentre invece si deve intendere proprio dannosum)
e dopo altri pasticci artificiosi racconti una sciocca storia di un tale che
era molto dissoluto e cominciò ad amare una tale che si chiamava Pietra e
la prese in moglie e la moglie lo fece «solido, stabile e costante ».
Lasciamo andare queste baggianate, che il Barberino congegna per la
« gente grossa ». Il mottetto suona :
Caro impetra amor di petra
chi so petra petre impetra (5),
e si deve intendere : A caro prezzo (cioè a suo danno) impetra l’amore di una
pietra chi nella pietra (0 sotto la pietra) cioè nella Chiesa corrotta (o sotto
di essa) impetra (al Papa): «o Pietro » (« Petre » al vocativo). In altri ter-
mini: Chi volge 11 suo amore al Papa o alla Chiesa corrotta perde 1 suo tempo
perchè cerca l’amore in una « pietra » che amore non può dare. É infatti Dante
(1) Vol. II, pag. 287. (2) Ne celò. (3) Nonè. (4) Vol. II, pag. 296.
(5) Vol. II, pag. 290.
UN MANUALE SETTARIO. — I « DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 24I
che lo sapeva, alla sua « pietra » lanciò, come vedremo, tutte quelle parole
di odio chiamandola apertamente « questa scherana micidiale e latra »! (1).
2. LA STRANA « COSTANZA » E LA MISTERIOSA «VEDOVA ». — Bastano
questi esempi a fare intendere che cosa sia e a che serva l’arte dei « mottetti
oscuri », alla fine dei quali il Barberino comincia a parlare della sua famosa
Costanza, che qualcuno crede ancora che sia una donna della quale era inna-
morato. E sì che egli scrive chiarameute che si tratta di una cosa misteriosa !
Nella traduzione latina dice : « Si plene cognosceres domina que sit ista, oscura
forsitan in clara posses protrahere ». E tra i primi versi che le dedica son
questi dai quali appare troppo chiaro che egli scrive solo perchè venga voglia
al lettore di andargli a domandare 1 segreto chi questa donna sia:
Ma qui ti voglio far una intramessa
che stu savessi bene
la donna chi ellene
forse poresti
parere foresti
e chiaro trar perchessa
ebbe esta gratia che nacque con essa
et i0 che de la gente grossa temo
nol voglio în libro porre
porallo da me torre (2)
chi tutto netto (3)
verrà e stretto (4)
a tempo che diremo
quel tale et 10 se accordati saremo (5).
(di
(1) Di questi falsi commenti dei mottetti si hanno altri esempi. Uno di questi mot-
tetti suona
Lerbette son tre lectere che stanno
in quel che poco danno
segli vien lem per esser la quarta
come chi bocca per se forza squarta.
Il commento spiega che R. B. T. «sunt tres lictere que morantur in illo, in quem si
M venerit ut sit quarta modicum dampnum erit» (Vol. II, pag. 275). E spiega gofta-
mente che nelle tre lettere si intendono rusticitas, bestialitas et transgressio, nelle quali,
se viene . cioè morte, sarà poco male.
Ma le tre parole sono evidentemente pescate per ingannare. Il Rossetti, che non co-
nosceva il « Commento » aveva dato l’interpretazione giusta e ben più sapida. L’R. B. 7.
sono le tre lettere che stanno in Roberto (di Napoli, l’odio dei ghibellini) al quale se
giunge la morte, sarà poco danno |
(2) Sapere.
(3) Puro di cuore.
(4) In gran segreto.
(5) Vol. II, pag. 300. — Questa e altre simili frasi e molte oscure proposizioni
e oscure figure e i palesi accenni al mistero in questa specie di libri ci fanno coin-
prendere quale fosse il loro vero ufficio : dovevano essere libri che si facevano leggere
soltanto agli adepti dei primi gradi i quali dovevano cominciare intanto a sapere tutto
16 — VALLI.
242 CAPITOLO NONO
E qui si comincia a parlare di questa « Costanza » la quale sta
armato al cuor che ben sai che vuol dire
porta di donna vedova sua veste.
Da questo fatto che Costanza porta veste di vedova il Barberino prende
occasione per esaltare nel commento una misteriosissima vedova che egli dice
di aver conosciuto e che è evidentemente la Sapienza coltivata dalla setta.
Sentite come egli ne parla e ricordate che il « Figlio della vedova » era Ma-
nete, che « figli della vedova » si sono chiamati i suoi seguaci, i manichei, e
che questa simbologia della « vedova » è discesa giù giù fin nelle sètte
segrete dei giorni nostri.
«Io dico a te e chiaramente che vi fu e vi è una certa vedova che non
«era vedova. Era toccata eppure intatta. Fra vergine e la sua verginità era
«ignota. Mancò di marito. Aveva marito. Per la sua prudenza eccelleva sulle
«donne e per la sua eloquenza su tutte le creature terrene. L’armatura del
«suo cuore era pelvea ed inespugnabile così che la saetta di chiunque saet- .
« tasse contro di lei tornava indietro. I suoi capelli erano d’oro e sempre ve-
« lati così che modestamente ne potessimo vedere la grazia intorno alle orecchie (1).
«I suoi occhi si tenevano abbassati o per l’onestà di lei o perchè io non
« osassi guardare il loro splendore, cosicchè non potei mai comprendere ap-
« pieno dt che colore essi fossero. Nell’animo dei presenti suscitavano il desiderio
«delle virtù.... Il suo viso era puro, candido, perfetto e confortante ed esporre
«compiutamente le sue singole parti non è lecito all'uomo (2). L'onestà copriva
« il suo collo e il suo petto e appariva difesa fino ai piedi da una mirabile
«amabilità. I piedi di lei non furono mai visti da nessun altro ; ma furono
« visti dall'uomo (?)....... In essa era la pietà verso i puri, la severità contro gli
«avversi. Essa era soggetta all'amore, nemica di quei che indegnamente amano,
« disprezzante di quelli che tentano, respingeva i doni, non temeva i violenti.
« In mezzo alle piazze cinta di onore associata alla purezza spesso senza pompa
quello che apertamente si poteva dire e ricevere le prime istruzioni morali, ma nello
stesso tempo dal senso di mistero dovevano essere invogliati a conoscere le più profonde
spiegazioni che naturalmente si davano soltanto a voce e a chi si voleva (se accordati
saremo), a chi era ritenuto puro (tutto netto) e a chi si impegnava al silenzio (e stretto).
Si ricordi la donna di Tolosa trovata dal Cavalcanti (e che era una setta) che stava
« accordellata e istretta ».
Questo intento di invogliare il lettore a conoscere di più e a penetrare anche il
parlare sottile apparisce anche da uno dei mottetti oscuri :
Ogni sottil parladura s’intende
perchè l’uom non v’attende 1
è negligenza o viltà che contende.
(1) Si ricordi che per i Persiani i capelli della donna significavano «i misteri di
Dio ». Vedi V., 1.
(2) Si ricordi che presso i Persiani la fronte era la rivelazione dei misteri di Dio,
che naturalmente non è lecito all'uomo esporre compiutamente.
UN MANUALE SETTARIO. — I ‘ DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 243
« incedeva (Benignamente d’umiltà vestuta !...). Come però una volta andava
«con le faci accese per le tenebre della notte e per un caso, che conteneva
«qualche cosa di opportunità, 10 vento estinse le faci, 1 soli raggi che da essa
«emanavano rischiararono chiaramente la via a ler e ai suoi compagni. E le
«genti che erano con lei furono stupefatte e dopo d’allora non dubitano
« più dei miracoli. Questa t0 vidi con gli occhi miei e ancora la vedo. E a
«lungo domandai di essere il minimo dei suoi servi e non volli ottenerlo
«senza meritarlo e passai giorni e notti e anni e moltitudini di anni e
«camminando per varii anfratti dubbi ed avversi, ricercandola non la potei
«rinvenire nè vedere. Sarai dunque meravigliato, o fanciullo, se io dico che
«in essa ritrovai la mia fortezza » (1). |
Avete inteso ? Ma quando noi diciamo che questa gente parlava in
gergo, che l’amore non era l’amore, che facevano parte di una setta, che esal-
tavano in forma mistica mistiche donne, che la loro donna era la donna del
Cantico des Cantici (non sentite qui l’eco chiarissima della Sapienza di Salo-
mone ?); i critici « positivi » son capaci di dire che si tratta di fantasticherie
nostre e son capaci di perder tempo a voler identificare storicamente il co-
gnome e la paternità di questa vedova, della quale Francesco da Barberino
sarebbe stato innamorato. Si è o non si è « positivi » l
Lasciamoli cercare !
3. LA CANZONE : « SE PIÙ NON RAGGIA IL SOL» E IL SUO SIGNIFICATO
SEGRETO. — Noi occupiamoci invece di tradurre, cioè di intendere una impor-
tantissima canzone che il Barberino inserisce in nota nella dodicesima parte
dei suoi « Documenti », quella canzone scritta «perchè fosse solamente intesa
da certi suoi amici gentili uomini di Toscana ». Ivi troviamo innanzi tutto una
stranissima figura illustrativa nella quale da un lato è raffigurata la « morte »
che con due archi lancia da ogni parte tre saette. In mezzo si raffigura una
donna colpita da due saette in atto di cadere, dietro ad essa è l’amore alato,
ma la figura dell'amore è divisa in lungo per metà, la metà sinistra è intera,
la destra è tutta spezzata in tante parti. È questa una specie di testata alla
stranissima canzone che segue (2).
, ai 1%
Noi
(1) Vol. II, pagg. 309-310. (2) Vol. III, pag. 401.
244 CAPITOLO NONO
La canzone è scritta evidentemente in un momento di grave depressione
e di sventura della setta. La « morte » ha trafitto la donna (evidentemente
la Sapienza santa) e Amore (la setta) è fer metà infranto. L'altra metà è
rimasta intera e vedremo perchè.
Se mettiamo questa canzone accanto alle canzoni di Dante per ma-
donna Pietra, accanto alle altre dei poeti del « dolce stil novo », nelle quali
Morte (Chiesa corrotta) è rappresentata come nemica di Amore, potremo in-
tendere. La canzone è scritta in un periodo di persecuzione e di disfatta della
setta ; o nel periodo della persecuzione dei Templari o dopo la grande
tragedia di Arrigo VII (due tragedie che si seguirono quasi immediata-
mente e che per la setta dovettero quasi confondersi in una) e la rovina della
setta che derivò dalla morte di lui, ucciso, come ritenevano i suoi, a tradi-
mento dalla Chiesa, e infatti questa inverosimile morte che ha tre facce,
come il Lucifero anti-Dio di Dante, è vestita stranamente di vello di
agnello.
Tutta la poesia allude chiaramente a questa vittoriosa crudeltà di
« Morte contro Amore » (« Pietra » contro « Fiore »).
L'autore comincia col dire che deve parlare oscuro, perchè a tale lo ha
tratto Fortuna. Dice poi che parla del suo stato « 4 vot saggi e coverti però che
m'intendete » che ormai sono poche le donne (gli adepti) alle quali Amore
apre la mente «tanto ha perduto di sangue o d'onore ». Parla poi sempre in
modo artatamente confuso della figura alludendo a molte nebbie che sono
uscite dal sangue di Amore per il che trema la terra, trema il cuore del poeta
e tremeranno gli altri che sentiranno parlare di questo tragico fatto :
Se più non raggia il sol et io son terra
veggio mo scur e sol parlar convegno
di quel che sono e tegno
non maravigli alcun s'oscuro tracto
poi ch'a tal punto m'ha fortuna tracto.
E cotal dir che più raccoglie e serra
dentro mia pena tutto più mi gravi
passol ch'io non vorravi,
la fin de la mia gio’
parlar con certi ch'ancoyr
non eran di mio stato esperti
dicol signor, a voi saggi e coverti
però che m'intendete
voi donne poche sete,
a cui omai la mente avrisse Amore
tant’à perduto di sangue e d’onore.
Or cominciate e dal lindo colore
cercando ben per entro,
lo spazio verso il centro
vedrete molte nebule apparite
che tutte son di quel sangue annerite.
La terra trema, lo mio cor crema,
UN MANUALE SETTARIO. — I « DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 245
e gli altri a quel verranno immantenente
ch’esto accidente sentito averanno.
Il poeta spiega poi che il sangue è venuto dal fianco di Amore per
colpa di « Morte » che tiene l’arco in mano e che è quella (Chiesa) « che tratta
l’amico e il nemico 1n tal maniera ch'i0 piangendo il dico ». Il colpo non ha
ucciso Amore (la setta) ma ne ha dissolto la parte più degna che non regna
più tra noi. L'altra parte di Amore (la setta) è viva, ma lontan legata în
prigion e catena. Continua a dire oscuramente che Amore ha perduto la sua
forma e fiaccossi labena (la lena ?) del suo primo nome. Amore (la setta)
era giunto a stare tra due (Papato e Impero), ora l’una (delle due potenze,
l'Impero) è spezzata e Amore (l’« amare », la setta) rimane solo. Il dolore
di tali cose è così grande che chiunque non è Pietra (seguace di Pietra,
impietrato, partigiano del Papa) da ciò fugge e arretra. Gli altri invece,
cioè le fietre sono felici che apparisca il grave danno per il gran pianto
che fanno i« Fedeli d’amore ».Beato chi è lontano e non sa nulla di quanto
accade, più beati quelli che per sommo dono sono chiamati al regno di Dio
(i morti).
Quel sangue sparse dal fianco di lui,
e fue cagion la saetta che venne,
dall’arco che in man tenne,
quella che tracta l’amico e il nemico
in tal maniera ch’io piangendol dico (1).
E non ancise in quel colpo costui,
ma dissolvette la parte più degna,
che tra noi più non regna,
l’altra lassò per sola sua più pena,
lontan legata in pregion e catena.
Perdeo sua forma e fiaccossi labena
de lo suo primiero nome,
et udirete come,
ch'era tra due di novo giunto a stare,
l'una spezzata riman solo amare.
Quest’è tal doglia e sì fera a portare
ch'ognun che non è pietra
da ciò fugge et arrietra,
gli altri dilectan chel si veggia il danno,
per lo gran pianto et aspero che fanno.
Lontana gente,
e chi nol sente,
beati e più beati color che sono
per sommo dono, al suo regno chiamati.
Dopo un’altra strofe di lamenti generici che tralascio, il poeta dice che
«la parte non finita », quello che è rimasto vivo in Amore (della setta) è scu-
(1) La Chiesa corrotta perseguita i nemici e porta alla perdizione gli amici. Chi
sarebbero gli amici della vera morte ?
246 CAPITOLO NONO
sato in parte del non essersi tolto la vita, dal suo « volere di salvazione per
l’altra poi vedere », cioè della sua speranza di poter salvare, reintegrare
ancora quello che di Amore (della setta) fu infranto.
Particolarmente interessante è l’ultima strofe. Dopo letta questa io non so
davvero chi possa dubitare che si tratti di una canzone settaria. Essa
ripete ancora che la canzone può essere intesa soltanto dai « Fedeli d’amore »
ai quali l’invia dicendo che, se essi sono veramente quello che spesso hanno
protestato di essere, chineranno le ciglia al piede.
Questo lamento è di cotal natura,
che non sit può întender dala gente
che non ha sottil mente
nè han da quella chiave lo intellecto,
se non avesse ben ferito il pecto (1).
E questa non può già ben veder pura
conclusion d’esto mio dir se crede,
leggendo quel che vede,
poter trovar da dolor infinito
di certo fin alcun sermon fornito.
Però girai parlar così vestito, (2)
tra lor che tu ben sat, (3)
che non t’inteser mat,
ma tra color ti fendi et auri et straccia, (4)
ch'al tuo venir apparecchian le braccia (5).
E per gli amici il tuo camino avaccia,
che se quel son che spesso
parlato m'hanno adesso,
tu li vedrai chinar le ciglie a piedi,
e tu con questi fa soggiorno e stedi.
Che per honor di tal signore,
e dela somma parte,
dece che pianto, almen alquanto,
ne sia in ogni parte.
Si osservi che il poeta, pur lasciando intendere che c’è stato del sangue
d'Amore versato e che è stato versato dalla Morte si guarda bene dal fare
il più lontano accenno alla donna trafitta che sta avanti ad Amore e che
nella figura è invece il personaggio principale. È la Sapienza santa che la
morte colpisce in quanto colpisce Amore, in quanto ha distrutto una parte dei
« Fedeli d’amore » o forse in quanto, come Chiesa corrotta, ha distrutto in
Arrigo VII, parte della forza dei « Fedeli d’amore ».
Naturalmente la critica « positiva » è libera di indagare nelle « croniche »
se veramente vi fu in quel secolo un’epoca nella quale non si poteva fare
all'amore e le donne innamorate erano rimaste pochissime e « Morte » aveva
ferito « Amore » distruggendolo per metà e una parte di Amore era « lontan
°
(1) Fedeli d'Amore. (2) Nascosto. (3) Gli estranei. (4) Svestiti. (5) Gli
adepti.
UN MANUALE SETTARIO. — I « DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 247
legata in prigione e catene », ma in modo che la gente che « non ha sottil
mente » non potesse capir nulla.... Cerchino.... Cerchino....
4. IL « TRACTATUS AMORIS» E LA FIGURA RIVELATRICE DELLA SETTA
D'AMORE. — Io rimando i lettori all'esame di tutta questa opera ove lo spi-
rito settario e il convenzionalismo segreto trapelano da ogni pagina, ma non
posso tacere dell’appendice del libro, nella quale il carattere settario dell’opera
viene limpidissimamente rivelato.
L'autore, dopo avere chiuso il suo libro con la figura della quale ho par-
lato sopra, che minaccia di dare la spada nel petto a chi lo aprirà, se non
avrà certe qualità speciali, aggiunge un breve Tractatus amoris et operum eius
che, egli dice, non fa parte del libro ma serve di glossa al suo proemio (I).
In esso apparisce una strana figura di Amore col solito dardo e con le
solite rose in mano sul cavallo bianco e sotto di lui quattordici figure
(sette e sette) che, appena esaminate con un po’ d’attenzione e scrollateci
di dosso le vecchie ingenuità della critica positiva che non ci ha capito
e non poteva capirci nulla, ci ripetono proprio tutto quello che avevamo già
scoperto della vita settaria dei « Fedeli d'amore ». È una figura rivelatrice e
ignota a tutti coloro che prima di me hanno tentato questo tema.
Eccola :
"3) ì brame apas Frrerrmenpe la ose
7 2 ee me tumorderir cure cho famwun
(1) Vol. III, pag. 407 seg.
248 CAPITOLO NONO
A fianco di Amore è scritto :
Io son Amor in nova forma tracto
e se di sotto da me riguardrete
l'ovre ch'io faccio in figure vedrete.
Ora quali sono queste ovre ?
Consideriamo le quattordici figure. La chiave è questa: Esse devono
essere prese a due a due secondo la simmetria, così che la prima a sinistra
corrisponda all'ultima a destra, la seconda a sinistra alla penultima a de-
stra e così di seguito. Ed ecco che la misteriosa figura appare chiarissima.
L’opera di amore consiste nel condurre l’uomo dallo stato di religioso
(uomo della Chiesa), cioè di morto, alla perfezione della vita d’amore
(congiungimento con la santa Sapienza).
Le sette e sette figure rappresentano sette stadi di vita spirituale e si
osservi che man mano che esse progrediscono verso il centro, dall'essere
piene di dardi di amore, finiscono con l’avere in mano soltanto le rose d'amore.
Le prime due figure a sinistra di chi guarda rappresentano secondo i cartigli,
il « religioso » e la « religiosa » a? quali rispondono nettamente dall’altra parte,
al « religioso » la « morta », alla « religiosa » il «morto ». Religioso o religiosa
sono coloro che seguono Pietro o Pietra, essi non hanno di contro a sè la
donna della vita, ma la morte, essi vanno alla morte, essi sono in realtà
morti, proprio secondo la terminologia segreta da noi scoperta per altra via.
Hanno due dardi di Amore, il che vuol dire probabilmente che in essi
sono uccisi intelletto e volontà del bene : i morti ne hanno tre di dardi, sono
quegli stessi religiosi quando tra poco sarà ucciso in loro anche l'appetito
del bene. Questi sono i due stadi inferiori esclusi dall’ascensione verso
l’amore (I). Le altre cinque e cinque figure rappresentano questa ascensione.
A destra cinque diversi stadi dell’uomo che tende a ricongiungersi con la
Sapienza santa, e ciascuno stadio ha corrispondente, a sinistra, la sua Sapienza
santa, diciamo in una parola sola, la sua Beatrice, il raggio della Intelligenza
attiva che lo vivifica. Chi infatti è uscito dallo stadio di « morto » o « morta »,
cioè di « religiosa » o « religioso » fedele alla chiesa corrotta, si ritrova in una
« vita nuova » nella setta e quindi in figura di fanciullo. Il « fanciullo » secondo
la leggenda che è sotto dice : « Io son ferito e non so ben perchè ma credo che
mi diè quella donzella di cui memora piangendo favella ». E la donzella sta
di faccia a lui (come la religiosa al morto e il religioso alla morta) (2). Ma il
fanciullo cresce, diventa « il donzel che non cura », il quale dichiara di essere
« fermo nel voler seguitare Amore ». Sta di fronte a lui«la donzella com-
ì)
(1) Si noti che, secondo quanto dice la glossa, il religioso potrebbe ancora campare
anon pur per Rosa ma per un guardare ». Egli potrebbe esser salvato dalla Rosa anche
non posseduta, ma soltanto vista. (2) E gli mostra un bocciuolo di «Rosa».
UN MANUALE SETTARIO. — I « DOCUMENTI D'AMORE », ECC. 249
piuta » (1), la sua virtù, la sua Sapienza. Egli cresce ancora e diventa « l’uomo
comune » (adepto) che è ferito a morte da Amore e soffre per il suo desiderio.
Sta di fronte a lui la « maritata » la quale sa che seguirà « di questa morte
vita ». Tutti costoro hanno un solo dardo, il che vuol dire probabilmente che
in loro soltanto una facoltà è ancora ferita : l’intelletto. Perchè, in quanto de-
siderano la Rosa, la volontà e l’appetito sono già sanati.
Ancora un grado e, sanati del tutto per opera d'amore, avranno anche
intelletto d'amore e non avranno più i dardi d'amore, ma avranno in mano
le rose. È il grado nel quale il « cavalier meritato » (titolo di evidente sapore
settario) sta di fronte alla « vedova » (la solita vedova). Finalmente le due serie,
la maschile di destra e la femminile di sinistra, si fondono in una figura unica
con due teste, che si chiama « Moglier e mariro ». È l’uomo ricongiunto e fuso
con il raggio della Intelligenza attiva a lui diretto e quindi felice (2). La figura
unica con due teste tiene dalle due mani fasci di rose e la leggenda sotto dice :
« Amor che cr hai di due facta una cosa, con superna vertù per maritaggio, fa
durar dun paragio, la nostra vita in questa gio tuttora, sarà grato il fin come
nostra dimora ». (3)
Ed ecco che dalla figura disegnata dalla mano di uno di questi « Fedeli
d'amore » e benchè da lui commentata in modo volutamente artefatto ed
astruso per illuminare gli adepti e er deviare 1 profani, risulta ancora
una volta evidentemente che l’opera di Amore è un’opera :
I) Che esclude i morti e le morte che sono religiosi e religiose, seguaci
di Morte.
2) Che porta alla felicità ed alla vita fer gradi che sono evidentemente
gradi di iniziazione. 1
3) Che questi gradi di iniziazione vanno da una convenzionale fanciul-
lezza (nella quale un fanciullo si innamora di una fanciulla — vedi Vita
Nuova !) alle mistiche nozze, all’immedesimarsi dell'amante con l'amata.
4) Che in questi gradi di perfezionamento successivo si va da quelli nei
quali si è trafitti dal dardo a quelli nai quali si è beatificati dalla rosa.
E tutti ripenseranno naturalmente alla formula di una setta che alcuni
(1) I critici positivi sono mesti perchè non hanno potuto trovare il cognome e la
paternità della « Compiuta donzella » che scrisse sonetti lamentando che il padre (il Papa)
volesse darle malo marito. La « Compiuta donzella » è questa ed è /a setta e i sonetti
sono chiaramente in gergo.
(2) Si può dire come Cecco d’Ascoli: « Dunque io son ella » (Acerba, III’ 1).
(3) Questa figura androgina con testa di uomo e di donna significante lo spirito ri-
congiunto e unificato con la suprema Sapienza (Dunque io son ella) si ritrova con il nome
di Rebis in vari libri iniziatici posteriori (per esempio nell’Artes Auriferae Quam
Chemiam vocant del 1593 e nella Aurelia occulta Philosophorum del 1613) ma la fi-
gura invece delle rose ha nelle mani serpenti o altri simboli iniziatici e sotti i piedi la
luna (Chiesa) o un drago. Si veda nella Rivista « Ur» (Anno I, N. 9) l'articolo illu-
strato di Pietro Negri « Un codice alchemico italiano ».
250 CAPITOLO NONO — UN MANUALE SETTARIO. — ECC.
ricollegano a questo movimento dei « Fedeli d’amore », alla formula rosa-
cruciana : « Per crucem ad rosam». Fsista o no tale ricollegamento, si
tratta della fede in un processo catartico che, attraverso prove e dolori,
promette la felice unione con la santa Sapienza beatificante.
L'esame particolareggiato di questi Documenti d'Amore sotto il rispetto
del loro significato settario rappresenterà un lavoro altrettanto vasto quanto
proficuo. Mi è impossibile qui di prolungarlo più oltre perchè questo mio
libro, ho detto, deve essere piuttosto un richiamo 0 una prefazione a tali
studi che non una compiuta esposizione dell’immensa materia.
CAPITOLO DECIMO
La misteriosa donna dell’ “ Acerba ” di Cecco d’Ascoli.
Nell’alma guerra e nella bocca pace!
CECCO D’ASCOLI,
Nessuno si meraviglierà, credo, che nella luce di queste nuove conoscenze
vengano a sciogliersi molti dei più vecchi problemi riguardanti la vita spi-
rituale del Trecento ed io non posso passare innanzi senza accennare alla
perfetta coerenza che manifesta con tutto quanto è detto sopra quella strana
e innominata donna de l’Acerba di Cecco d’Ascoli, la quale si mostra imme-
diatamente, a chi la consideri ora, come la solita personificazione della Sa-
pienza santa.
Osserviamo anzitutto che nell’Acerba si parla di una donna perfettissima
e poi si parla delle donne (femmine), di tutte le femmine, con odio e disprezzo
inauditi. Mentre delle donne in genere si dicono i più violenti vituperi e
si consiglia di starne lontani e di non avere in esse nessuna fede, si parla di
una donna con la quale il poeta si sente immedesimato e che è la generatrice
e la custode di ogni virtù e di ogni beatitudine. Ricordiamo un momento
come si parla della femmina in genere:
Femena che men fè ha che fera,
radice, ramo e fructo d’onne male,
superba, avara, sciocca, matta e austera,
veneno che venena el cor del corpo,
via iniqua, porta infernale ;
quando se pinge, pogne più che scorpo ;
tosseco dolce, putrida sentina;
arma del diavolo e fragello ;
prompta nel male, perfida, assassina,
Luxuria malegna, molle e vaga,
conduce l’omo a fusto et a capello ;
gloria vana et insanabel piaga.
Volendo investigar onne lor via,
Io temo che non offenda cortesia (1).
Ebbene, nello stesso poemetto dove della femmina si parla in questo
modo, si parla viceversa di una innomnata donna con le parole più alte e
(1) IT.ib. IV, cap. 9.
252 CAPITOLO DECIMO
e più nobili, si parla dell'amore discutendone con Dante e affermando contro
di lui che esso, una volta che ha preso il cuore, mon st diparte altro che per
morte. Si dice che Amore :
Ardendo fa la vita el ben sentire
donna mirando nel beato loco
che pace con dolcezza par che spire (1).
E si dice apertamente, senza matr spiegare di che specie di donna si parli :
I’ son dal terzo celo trasformato
im questa donna, che non so chi fot, (2)
per cui me sento onn’ora più beato.
De lei prese forma el meo intellecto,
mostrandome salute li occhi soi,
mirando la vertù del so conspecto,
Donqua, to so ella; e se da me scombra,
allora de morte sentiraggio l’ombra (3).
Perchè il poeta dica « Donqua t0 so ella » ora si può ben intendere. Egh
è immedesimato con la « intelligenza attiva » come la figura « moglier e marito »
del Barberino e secondo la frase di Averroè «la massima beatitudine dell’a-
nimo umano è nella sua suprema ascensione. É dicendo ascensione intendo
il suo perfezionarsi e nobilitarsi in modo che si congiunga con la intelli-
genza attiva e siffattamente uniscasi a quella che diventi uno con essa. (Vedi
Cap. IV, r).
E si continua con evidentissimo sinbolisimo mistico dicendo :
O viste umane, se fossete degne
de veder como de grazia fontana
e com’el celo in lei vertute pegne |
Costei fo quella che prima me morse
la nuda mente col disio soverchio,
che subito mia luce se n'’accorse.
Onne intellecto qui quiesca e dorma,
chè non fe’ mai, sotto ’l primo cerchio,
Deo e natura sì leggiadra forma (4).
Si osservi che la donna morse la nuda mente, cioè l'intelletto puro e chi
se ne accorse fu « mia luce », cioè quella parte dell'anima che è luce della
Sapienza che vuole ricongiungersi a lei.
Mescolando la sua sapienza di naturalista con la glorificazione di questa
(1) Lib. III, cap. I.
(2) Non è più quello che fu perchè è entrato nella « vita nuova « come Dante.
(3) Lib. III, cap. I. Si ricordi che, secondo l’idea comune in questa poesia, non
solo il perfetto amante è immedesimato con l’amata, ma l'uomo distaccato dalla
santa Sapienza è « morto ».
(4) Lib. III, cap. II.
LA MISTERIOSA DONNA DELL'© ACERBA » DI CECCO D'ASCOLI 253
misteriosa donna, Cecco d’Ascoli continua ora dicendo che la lumerpa è lumi-
nosa e che le sue penne continuano a far luce anche dopo che essa è morta :
Così da questa ven la dolce luce,
ch'aluma l’alma nel disio d'amore ;
tollendo niorte, a vita conduce.
E l’om, morendo po’ con questa donna,
luce la fama; nel mondo non more
e de sospiri fa questa lonna.
Ma chi da questa donna s'allontana,
perde la luce de le prime penne,
de soa salute onn’ora s'estrana ;
Ma, prego, con li dolci occhi me sguarde,
tollendo del mio cor le penne vane,
del ceco mondo che onn’ora m'arde:
E la soa forza me conduce a tanto,
che sempre li occhi gira ’/ tristo pianto (1).
E così continua, dicendo che un altro uccello, lo ste/lin0, sale nell'aria
abbandonando il dolce nido per amore della stella e aggiunge :
È simel donna questa del stellino,
che fa volar /a mente nostra accesa.
Nel gran disto de lo ben divino (2).
Il Poeta dice, riprendendo un'antica figura mistica, che il pellicano fa
rinascere i suoi figli, uccisi dalla serpe, versando su di loro il sangue del suo
petto e (sostituendo chiaramente questa volta all'opera della mistica donna
che porta da morte a vita quella di Cristo), dice che Cristo :
Como de pellicano tene figura,
per li peccati de’ primi parenti,
resuscitando l’umana natura ;
e noi, bagnati da sanguigna croce,
resuscitando da morte despenti
de servitute lassammo la foce:
si che per morte reprendemmo vita,
che per peccati fo da noi partita (3).
E continua parlando promiscuamente o della rinascita in Cristo o della
rinascita di colui che ha nel cuore questa donna.
Il piombino, per esempio, ha delle penne che rinascono in pianta quando
egli è morto:
Cossì costei; chi la ten nel core,
in onne modo segue temperanza :
in cel fiorisce, foi ch'al mondo more (4).
(1) Lib. III, cap. 4. — La forza del mondo cieco è tale che mi costringe a simu-
lare tristemente (tristo pianto). Il pianto letteralmente contrasterebbe con la beatitu-
dine che la donna da. (2) Lib. III, cap. 5. (3) Lib. III, cap. 6. (4) Lib. III, cap. 8.
254 CAPITOLO DECIMO
Lo struzzo digerisce il ferro, dimentica le uova, ma poi pentito nutre i
figli «guardando lor con occhi humiliati » :
Cossì, chi sente al core el dolce foco
che nasce per disio de costei,
el mal consuma e serva in suo loco ;
e se de lei peccando se scorda,
plangendo con sospiri dice omei,
quando de questa donna s’arrecorda (1).
E così di seguito. Chi conosce questa donna si conforta dei peccati come
la cicogna, che quando sta male va a bere l’acqua marina e « drizza il core verso
il fine e il bene»: chi la porta nel cuore non finisce mai di cantare dolce-
mente sentendo lo splendore della luce divina, come la cicala che canta « per
ardente sole ».
La nocticora « vede la nocte, ma nel giorno è cieca »::
Cossì fa l’anima viziosa e rea,
quando da questa donna se departe,
la quale è de bellezza summa dea ;
Acceca li occhi d’onne cognoscenza
e segue la viltà in onne parte,
fin che la luce de veder non pensa;
E fin el ben de l’eterno amore
non vede, chè vivendo ella se more (2).
La solita morte di chi non ama questa sublime donna.
La pernice si dimentica del suo sesso e trasfigura la femmina in maschio
e per invidia cova le uova altrui.
Cossì como l’homo for de conoscenza,
che questa donna non porta nel core (3).
La rondine ridà la vista ai figli ciechi biascicando la celidonia che porta
nel ventre:
Cossì serai tu gracioso sempre,
se porti amore e caritate dentro,
de questa donna servando le tempre (4).
Credo che sia inutile proseguire in questa esposizione, perchè non varrebbe
la pena di parlare per chi non avesse già chiaramente inteso che qui si parla
della santa e divina Sapienza, che al solito è la perfetta delle donne, che fa
tornare da morte a vita, che dà tutte le virtù a chi la segue e lascia gli altri
nella « morte » e der la quale Cecco d’Ascoli dice di ardere d'amore, confes-
sando poi che è la donna di tutti i buoni, la Sapienza nella quale come presso
tutti i « fedeli d’amore » la Intelligenza attiva della filosofia pagana si è fusa
(1) Lib. III, cap. 9. (2) Lib. III, cap. 13. (3) Lib. III, cap. 14. (4) Lib.
III, cap. 15.
LA MISTERIOSA DONNA DELL'«ACERBA » DI CECCO D’ASCOLI 255
con la Rivelazione cristiana diventando mistica Sapienza che è amata dall’a-
nima pura, che è offuscata dal peccato, restituita dal Cristo agli uomini
ma nascosta e combattuta dalla chiesa corrotta.
D'altra parte egli dice con luminosa evidenza che :
Fo ’nanti ’1 tempo e ’nanti ’1 cel soa vista;
qui fa beata (1) nostra umanitate,
seguend’el ben che per lei s’acquista (2).
In altro passo (precisamente prima di imprendere quella terribile dia-
triba contro le donne) scrive :
Non fo in donna mai vertù perfecta,
salvo in Colei che ’nanti el comenzare
creata fo et in eterno electa.
Rare fiate, como disse Dante,
s'entende sottil cosa sotto benna (3).
Ora la sola « donna » che sia esistita «innanzi il comenzare », cioè a dire
prima della creazione, non può essere se non quella per mezzo della quale
la creazione avvenne e cioè precisamente la divina Sapienza e cioè precisa-
mente l’amorosa Madonna Intelligenza, l’eterna Sofia, la mistica Sapienza che
ricollega Dio all'uomo e che è fonte di ogni virtù e beatrice dell'anima umana.
Fcco che cosa si deve intendere « sotto benna ».
Lasciamo gli interpreti realisti nella malinconia di non aver ancora po-
tuto determinare il cognome e la paternità di questa donna amata da Cecco
d’Ascoli (e questa volta, o infelici! nemmeno il nome di battesimo !). Os-
serveremo alcune cose abbastanza importanti :
Abbiamo visto che la Sapienza santa, perpetuamente rinascente negli
uomini come il raggio della luce divina ad essi direttamente elargita da Dio,
è assimigliata alla « fenice », abbiamo visto che Cino da Pistoia rimprovera a
Dante di non aver riconosciuto nella sua Beatrice « l’unica Fenice che con
Sion congiunse l'Appennino ». Cecco d’Ascoli parlando di questa donna la
rassomiglia ancora alla «fenice » e dice due cose importantissime : che di
fenici ne esiste una sola e che viene dall'Oriente e aggiunge, cosa strana e
inaudita, che questa Donna muore nel mondo per colpa di certa gente grifagna
oscura e ceca!
Or questa (donna) de fenice ten semeglia,
sentendo de la vita gravitate.
Morendo nasce ; scolta meraveglia :
In elle parti calde d'oriente
canta, battendo l’ale desfidata,
sì che nel moto accende fiamma ardente ;
Però, che conversa, dico, in polve trita,
per la vertude che spreme /a luna,
reprende in poca forma prima vita :
(1) Beatrice. (2) Lib. III, cap. 2. (3) Lib. IV, cap. 9.
250 CAPITOLO DECIMO
FE, pur crescendo, monta nel so stato.
Al mondo non ne fo mai plu che una ;
de l'oriente spande el so volato.
Così costei, che a/ tempo more
per la grifagna gente oscura e ceca,
accende flamma del disio nel core :
Ardendo, canta de le iuste note ;
con dolce foco la ignoranzia spreca
e torna al mondo per le excelse rote ;
la guida de li cieli la conduce
ne l’alma, ch'è desposta per soa luce (1).
Tutto questo è perfettamente e limpidamente d’accordo con quanto ab-
bian dedotto da altri indizi e cioè : che la Sapienza iniziatica considerata come
raggio diretto della divina Sapienza, e personificata in donna da tutto questo
gruppo di poeti, era assimigliata alla fenice in quanto si considerava come
Sapienza unica rinascente attraverso i tempi; che si considerava rinascente
perchè di continuo oppressa dall’errore e dalla violenza e in questo caso spe-
ciale è condotta a morte dalla virtude che spreme la luna (Chiesa) e la donna è
uccisa da questa gente grifagna oscura e ceca, che sono evidentemente gli uo-
mini della Chiesa corrotta, e che si riconosceva la sua unicità (Al mondo non
ne fo mat plu che una) non solo, ma la sua provenienza dall'Oriente, da dove
infatti era venuta probabilmente come dottrina gnostico-cristiana, come
Rosa di Soria, come quella misteriosa donna che su la man si posa come suc-
cisa rosa e che generava figlie alle fonti del Nilo e che conosceremo nella
canzone di Dante: Tre donne.
Ma non possiamo abbandonare questo interessantissimo autore senza
fare un cenno del suo atteggiamento verso Dante e verso gli altri « Fedeli
d'Amore ».
I. I RAPPORTI DI CECCO D’ASCOLI CON DANTE E CON GLI ALTRI POETI
D'AMORE. — Cecco d’Ascoli appartenne indiscutibilmente allo stesso movi-
mento settario ai quale appartenne Dante, ma, come abbiamo visto e ve-
drenoo meglio, Dante se ne andò per una strada sua e di questo fu dura-
mente rimproverato dai consettari. Il movimento si disperse in molte
(1) Lib. III cap. 2. Poichè il Codice Laurenziano pone come testata a questo ca-
pitolo « De natura fenicis asimilando ipsam virtuti » si comprende come sia nato tra
i commentatori l'equivoco (forse voluto da chi scrisse quella rubrica) secondo il quale
la donna misteriosa sarebbe la virtù; ma i caratteri che il Poeta le assegna rispondono
tutti alla Sapienza e non alla virtù. Anzitutto essa emana dal Terzo cielo ed è quindi
legata con Amore come tutte le altre donne. Essa « morde la nuda mente » dà « forma
all’intelletto » cioè è Intelligenza attiva, dà luce e salute, prende forma del cristiano pel-
licano che è il Verbo. Chi se ne diparte «acceca gli occhi d'ogne cognoscenza». Essa
fu prima della creazione, il che è perfettamente chiaro se essa sia divina /ntfelligenza, non
se sia virtù, ecc.
LA MISTERIOSA DONNA DELL’'« ACERBA » DI CECCO D'ASCOLI 257
branche ostili tra loro per l’individualismo che nasceva dal suo stesso carat-
tere aristocratico.
Cecco d’Ascoli è un altro dei consettari che si ribella alla concezione per-
sonalissima che Dante crea nella Divina Commedia e probabilmente a la sua
molto più ortodossa tendenza.
Ecco come si spiegano le parole asprissime di Cecco contro Dante, nelle
quali non soltanto si dice che Dante non era mai stato in Paradiso con la
«sua Beatrice », ma si aggiunge lo stesso pensiero di Cino, che cioè Dante sta
veramente all’Inferno. Cino (o chi per lui) aveva detto che Dante sta all’In-
ferno per non avere parlato di Onesto da Boncima e per non aver riconosciuto
nella «sua Beatrice » l’unica fenice che con Sion congiunse l’Appennino. Cecco
d’Ascoli dopo aver parlato dei cieli aggiunge :
De’ qua’ già ne trattò quel Florentino
che lì lui se condusse Beatrice ;
tal corpo umano mai non fo divino,
nè po’ sì come ’l perso essere blanco, (I)
perchè se renova sicomo fenice (2)
in quel disio che li ponge el fianco.
Ne li altri regni ov’andò col duca, (3)
fondando li soi pedi en basso centro‘
là lo condusse la sua fede poca ; (!!)
E so ch'a noi non fe’ mai retorno
chè so disio sempre lui tenne dentro:
de lui mi dol per so parlar adorno (4).
Evidentemente in queste parole 1’Ascolano nega che Dante sia mai stato
in Paradiso, perchè il suo corpo umano non potè mai divinizzarsi e aggiunge
che il bianco non può essere come il ferso, cioè la verità non può cambiar
colore ed è una sola come la fenice e afferma, si noti, questo fatto importantis-
simo: Dante fu condotto all'Inferno (negli altri regni ove egli andò col duca)
dalla sua «poca fede ».
Che cosa dire di questo poeta, bruciato vivo come eretico, che dichiara
che Dante sta all’Inferno per « poca fede »? È serio pensare che questa « poca
fede » sia poca fede ortodossa e che Cecco d’Ascoli trovasse foca la fede orto-
dossa di Dante? No, certo. É allora resta evidentemente dimostrato che v'era
un'altra fede che l’Ascolano riteneva di avere in misura maggiore di Dante,
un'altra fede nella quale Dante, secondo lui, era stato debole o aveva mancato
o deviato, ed era evidentemente una fede che riguardava un ambiente set-
tario, era una fede settaria, la fede dei « Fedeli d’amore », che infatti Dante
aveva superato in certo modo, come vedremo, creandosi una sua dottrina
della Sapienza, una «sua Beatrice » non riconosciuta da molti dei suoi vecchi
correligionari, e con ciò aveva fatto cambiar colore (11 bianco in perso) a
(1) Mutar colore. (2) Che è sempre una. (3) Inferno. (4) Lib. I, cap. 2.
17 — VALLI.
258 CAPITOLO DECIMO
quella che è come fenice (la Sapienza), che è sempre una, l’unica fenice, e
non può mai cambiare.
E questo fatto è confermato dall’altra discussione che l’Acerba fa contro
Dante a proposito del sonetto Zo sono stato con Amore insieme, affermando con-
tro Dante che l’amore è uno e che «non si diparte altro che per morte »,
mentre Dante aveva detto che può «con nuovi spron punger lo fianco »,
cioè a dire rinnovarsi nell'anima che se ne è allontanata o manifestarsi in
forme nuove.
Ma chi vuole una riprova evidente dei legami che uniscono Cecco d'Ascoli
ai « Fedeli d’amore », non deve che rileggere i suoi sonetti diretti a Cino da
Pistoia, a Dante, al Petrarca.
Uno ve ne è diretto a Cino da Pistoia ove con lo stile proprio dei « Fe-
deli d’amore » si piange per le persecuzioni della « setta che il vizio mantene »,
alla quale pare che il cielo sia favorevole. E nella vittoria di questa gente
malvagia (che per un ghibellino non poteva essere che la vittoria della Chiesa
‘ persecutrice chiamata con il suo nome di gergo «invidia ») Cecco urla il
dolore di dover facere la sua verità e con un mirabile verso che riassume una
grande quantità di dolori, di sforzi, di sacrifici, di artifici e di speranze, ripete
il programma dei « Fedeli d'amore » costretti a tacere, a dissimulare la verità,
ma fermi nel loro odio e nella loro guerra: « Nell’alma guerra e nella bocca
pace ! ».
La ’nvidia a me à dato sì de morso,
che m'’à privato de tutto mio bene,
et àmmi tratto fuori d’ogni mia spene
pur ch’alla vita fosse brieve il corso.
O inesser Cino, i’ veggio ch'è discorso
il tempo omai che pianger ci convene,
poi che la setta che °l vizio mantene
par che dal cielo ogni ora abbi soccorso.
Veggio cader diviso questo regno (1)
veggio che a ogni buon convien tacere,
veggio quivi regnar ogni malegno ;
e chi vi vuol suo stato mantenere
convien che taccia quel che dentro giace ;
nell’alma, guerra, e, nella bocca, pace (2).
Si osservi la tragica incisività di questo ultimo verso che riassume tanti
drammi di questa vita poetica e che spiega tanti misteri di questa stranissima
arte. Questo verso risponde tragicamente a quelli che nel Fiore assegnavano
soltanto a Falsosembiante la possibilità di scannare Malabocca.
Ma vi è una coppia di sonetti, l'uno di Francesco Petrarca, l’altro di
Cecco d’Ascoli, che rappresentano per me una delle prove matematiche della
esistenza della setta. È una di quelle coppie nelle quali, mentre l’uguaglianza
(1) È il regno di Amore che cade per le persecuzioni e per le scissioni della setta.
(2) Ed. Rosario, pag. 154.
LA MISTERIOSA DONNA DELL'« ACERBA » DI CECCO D'ASCOLI 259
delle rime ci fa certi che i sonetti furono creati come domanda e risposta,
il senso letterale dei due non si accorda e si accorda invece mirabilmente il
senso riposto. |
Il sonetto di Francesco Petrarca (che doveva essere giovanissimo, perchè
egli aveva ventun anno quando Cecco d’Ascoli fu bruciato vivo) è alquanto
oscuro per corrotta lezione, ma evidentemente egli domanda con grande re-
verenza a Cecco d’Ascoli, che parlando consuma il cieco errore, se egli, il
Petrarca, potrà mai morire felice per l'amore di Madonna o se a questa sua
felicità si opporrà «l'usato gelo », nel quale caso vuole che il sapiente
astrologo gli tolga dal petto la speranza. Sembra che si tratti di una donna,
ma viceversa è evidente da quel che vedremo in seguito, che si tratta della
santa idea alla quale contrasta il gelo della Chiesa e che il poeta chiede
se può sperare di vederla trionfare innanzi la morte,
Tu sei il grande Ascholan che ’l mondo allumi
per gratia de l’altissimo tuo ingegno,
tu solo in terra de veder sei degno
experientia de gl’eterni lumi.
Tu che parlando il cieco error consumi,
e le cose vulghare hai in disdegno,
hora per me, che dubitando vegno
pregote che tu volgi i toi volumi.
Guarda se questo misero sugetto
descender pò giamai facto felice,
ho se madonna de l’usato gielo
Esser pur mio distino il contradire
ritrarà la virtù del terzo cielo,
questo vano sperar me tra’ dil pecto (1).
La risposta di Cecco d’Ascoli (risposta per le rime) non dice neanche una
barola della donna del Petrarca. Eppure risponde al suo sonetto. Come ?
Parlando della propria disperazione. Cecco d’Ascoli dispera. Oramai le vele del
suo legno sono rotte. I tempi sono malvagi : dalla grande altezza (della Chiesa)
vengono 1 gran tuoni (violenze e scomuniche). La guida che fu mia, la mia donna
— dice l’Ascolano — la santa Sapienza nella quale speravo, mi ha fatto in-
felice per 11 suo dolce inganno, con la dolce speranza che essa potesse trion-
fare: oggi sotto il velo della poesia che era il velo di lei 10 vado traendo guai e
non sono più quello che ero, tanto sono addolorato e disperato.
Così rispondeva Cecco al Petrarca che gli aveva domandato se egli, il
Petrarca, sarebbe mai stato felice dell'amore della sua donna. Rispondendo
apparentemente tutta un'altra cosa e parlando del disinganno avuto dalla
propria e del tralignare dei tempi, Cecco gli rispondeva perfettamente a tono
ed in forma tragica; gli rispondeva: «La tua donna, che è la stessa mia donna,
(1) Le Rime del Codice Isoldiano pubblicate per cura di Lodovico Frati, Bologna,
presso Romagnoli-Dall’Acqua, 1912, pag. 221.
260 CAPITOLO DECIMO
ci ha delusi. Non spero ormai più il suo trionfo (« non spero di salute ormai
più segno »), quindi non avrai il felice amore della tua donna trionfante tra
poco nel mondo come tu speravi!
Io solo sono in tempestati fiumi
e rotte son le vele del mio ingegno,
non spero di salute omai più segno,
che ’l tempo ha variato li costumi.
Di grande altezza vengono i gran tumi ;
d’extremo riso vien pianto malegno;
non è fermezza nel terrestre regno,
passano gli atti umani come fumi.
La guida che fu mia sanza sospetto,
col dolce inganno m'ha fatto infelice,
e vo’ (1) traendo guai sotto 1) suo velo ;
di lagrimar e di sospir m'aggelo,
chè più non son quel Ceccho che uom dice,
avegna che somigli lui in aspetto (2).
Considero questa come una prova della identità della donna cui al-
lude il Petrarca e della donna di cui parla Cecco d’Ascoli, del carattere as-
solutamente mistico di questa donna che doveva ridare la salute al mondo
e del carattere settarto della corrispondenza tra questi due poeti.
E nonsi può nemmeno dubitare del carattere settario della corrispondenza
che Cecco d’Ascoli aveva avuto con Dante in tempi di accordo e in un mo-
mento nel quale Dante aveva assunto delle grandi responsabilità e si ripro-
metteva di compiere evidentemente una grande opera nella quale sarebbe
andato «diritto e clodico » e si sarebbe mostrato « Francesco e Rodico »,
frasi delle quali riparleremo. Cecco scriveva a Dante:
Tu vien da lunge con rima balbatica,
la più che udrò per infino che vivero,
chè, se venisse ove nasce il pivero,
si basterebbe ad aste alla sua pratica (1)
Se stai fra gente ch'è sempre lunatica
leggere ti convien siffatto livero,
che tu possi notar quel ch'io ti scrivero,
s' tu vuo’ asseguir da Dio virtù Dalmatica.
Non star con lor con vita melanconica,
usa cautela e spesso la ricapita,
e sappiti mostrar Francesco e Rodico.
Va, come ti convien, diritto e clodico.
Capiterai, come quei che ben capita,
più chiaro assai che la preta sardonica.
A me la tua parola stretta legola,
e tu la mia non la tenere a begola (3).
(1) Id. id. Il sonetto è riportato con le giuste varianti introdotte dal Rosario,
ed. cit.
(2) Le Rime del Codice Isoldiano, pag. 221. (3) Ed. Rosario, pag. 155.
LIA MISTERIOSA DONNA DELL'« ACERBA » DI CECCO D’ASCOLI 261
Il sonetto contiene molte oscurità, ma anche un sordo sente subito che
si tratta di oscurità artificiose e di una persona che scrive per essere intesa
soltanto dal destinatario. La rima balbutica, con la quale parlava Dante, è
appunto il modo di dire balbettante che dice e non dice, ambiguo, tale che fa
pensare alla lingua malcomprensibile « dei tedeschi lurchi » che vengono da dove
nasce il « pivero », il «bevero», il castoro. Ma la cosa si chiarisce. Cecco consiglia
a Dante di essere molto prudente se sta fra gente che è sempre lunatica (cioè
fra gente fedele della Luna, della Chiesa) e tra loro egli deve leggere un certo
libro nel quale possa notare quello che Cecco scriverà. Si ricordi che Cino da
Pistoia leggeva 10 libro di Gualtieri per «trarne nuovo intendimento » perchè
sul monte « tirava vento », cioè perchè si trovava tra gente lunatica, sotto il
prevalere della Chiesa. Ma il consiglio di Cecco diventa anche più esplicito
e si riduce a queste parole : Sappiti barcamenare, andare diritto e clodico
(claudicante, zoppo). Sappi cioè dire quello che tu pensi dirittamente pure
andando în apparenza come uno zoppo, e sappiti mostrare Francesco e Rodico.
Questa frase è molto oscura, certo vuole indicare in Francesco e Rodico due
cose opposte e in lotta tra loro. Per me l’allusione è alla lotta tra i Fran-
ceschi, (Franchi di Filippo il Bello) e qualcuno che non era proprio Rodico,
non stava proprio a Rod:, ma abbastanza vicino a Rodi e che sarebbe
stato pericoloso il nominare, stava cioè a Cipri, ed era l'ordine dei Tem-
plari (I).
Cecco d’Ascoli ripetendo così ancora una volta tutti i consigli di Falso-
sembiante, prometteva a Dante una gloriosa riuscita ed intanto, quel che
più importa, stringeva con lui un patto di reciproco consiglio.
Abbiamo visto come e perchè questa alleanza si ruppe.
Ma intanto è prezioso riconoscere in questa lirica l'angoscia che egli
esprime di non poter dire la verità, di essere oppresso nell’obbligato silenzio di
ciò che arde dentro, angoscia che grida anche più apertamente nel secondo dei
due sonetti di Cecco al Petrarca, nel quale il poeta freme nella rabbia di do-
versi fare cieco mentre sa di non essere cieco, di vivere nell’« empio laccio » (della
Chiesa) di essere distrutto dal « freddo ghiaccio » e di essere condotto a soffrire
dal « negro manto », cioè dalla simulazione dell'errore, col quale egli ha dovuto
nascondere la sua verità, ma restando però fedele alla «bella vista coverta
dal velo », alla Sapienza santa che deve essere costretta sotto il velo perchè
non si può propalare e che per questo fa tanto soffrire il poeta! È vera-
mente un potente grido di angoscia !
I’ non so ch'io mi dica, s’io non taccio:
cieco non son, e cieco convien farme ;
per mia salute io ho renduto l’arme;
chè meno stringo quanto più abbraccio.
(1) Vedremo in seguito come in una strana novella del Boccaccio un certo poeta
della famiglia Elisei (Dante) tornò in patria perchè aveva sentito cantare una sua can-
zone a Cipri, il che vuol dire probabilmente che aveva avuto l’aiuto dei Templari.
262 CAPITOLO DECIMO — LA MISTERIOSA DONNA DELL’« ACERBA ». ECC.
Ma io vivendo [ognor ?] nell’empio laccio,
levando gli occhi [mie] i non so guidarme,
nè posso omai del bene contentarme,
sì m’arde e strugge sempre il freddo ghiaccio.
Sì ch'io ridendo vivo lagrimando,
come fenice nella morte canto.
Ahimè! Sì m'ha condotto il negro manto !
Dolce è la morte, po' ch'io moro amando
la bella vista coverta dal velo,
che per mia pena la produsse il cielo (1).
Questo stretto ricollegarsi di Cecco d’Ascoli con i « Fedeli d’amore » e il
supplizio inflittogli dalla Chiesa gettano su tutto questo movimento una luce
tragica, o meglio, mettono in luce uno dei molti elementi tragici che dovettero
accompagnare la vita di questa poesia e dei quali non mancano tracce nelle
opere di Dante.
Forse (come qualcuno ha supposto da tempo, indipendentemente da
queste nostre indagini) il vero titolo della opera strana ed oscura di Cecco è
La Cerba ossia La Cerva. Ed è il nome del mistico animale nel quale più
tardi anche Francesco Petrarca doveva raffigurare proprio la setta dei « Fedeli
d'amore ». E questo vero titolo è forse volutamente nascosto nella parola L'A-
cerba.
Certo è che colui che, per ragioni non mai troppo perfettamente chiarite
(sì che oggi ancora si discute sulle vere cause della sua condanna), or sono
appunto sei secoli, fu arso vivo dalla Chiesa fra Porta Pinti e Porta a la
Croce, fra Affrico e Mensola, .era un «Fedele d’amore », amico e corrispon-
dente di tutti i « Fedeli d’amore », era un amante della stessa mistica
donna che avevano amato Dante e Cino, della stessa « Amorosa Madonna
Intelligenza » che aveva amato Dino Compagni, egli che ruggiva d’angoscia
sotto il « negro manto» della simulazione, ma che proclamava di morire
felice perchè moriva per «la bella vista coverta dal velo » che era l'eterna
Beatrice di Dante e lasciava queste sue grandi parole a Francesco Petrarca! (2).
(1) Ed. Rosario, pag. 156. — Poichè il sonetto risponde al Petrarca e par difficile
che sia rivolto a un giovane che avesse meno di venti anni, questo sonetto non può
essere scritto che nel 1326 o 1327, quando Cecco aveva già settanta anni. Dunque
«la bella vista coverta dal velo » non è una donna vera.
(2) Mentre rivedo le bozze di quesro libro viene alla luce l’interessante opera di
Achille Crespi Francesco Stabili, L’Acerba (Ascoli, Cesari, 1927). Benchè in alcuni punti
l’erudito commentatore del libro dell’Ascolano appaia ancora legato alla vecchia tradi-
zione critica e divida non so perchè in più simboli la donna della quale si parla nell’'A-
cerba come di unica donna, mi piace di vedere che egli pure ha riconosciuto (pag. 15)
che la dottrina dell'Amore esposta nell’Acerba è « conforme agli insegnamenti di Pla-
tone e di Aristotile e del « dolce stil novo » e che la donna misteriosa è simbolo dell’« in-
telletto attivo ». (Libro III).
CAPITOLO UNDECIMO
La “ Vita Nuova ”’ di Dante tradotta dal gergo
La gloriosa donna de la mia mente, la
quale fu chiamata da molti Beatrice li
quali non sapeano che si chiamare.
DANTE: Vita Nuova, II, 1.
I. IL MITO DI BEATRICE. — Dopo quanto è stato detto, possiamo osare
di avventurarci ad un tentativo di ricostruire il contenuto e lo spirito della
poesia d'amore di Dante ? Il tentativo, per ora di necessità assai imperfetto,
dovrà servire più che altro di base per lo studio più completo e più profondo
che si potrà iniziare quando tutto ciò che è detto sopra sarà stato anche
meglio consolidato verificato e corretto.
IL,a poesia italiana di Dante è sotto un certo rapporto tufta poesia di
amore. Anche la Commedia è dominata dalla figura di Beatrice che è la stessa
Beatrice della Vita Nuova. ,
La Vita Nuova è pertanto strettamente incastonata nel complesso della
poesia d'amore di Dante, la quale nel Convivio, nella Commedia e in mol-
tissime parti del Canzoniere si riconosce incontrovertibilmente come poe-
sia d'amore simbolica.
Ciò non di meno, ho già detto, la nostra critica sostiene con grave si-
cumera di aver dimostrato che la Vita Nuova è un ingenuo racconto d'amore
per una giovinetta vera.
Basterebbe quanto precede, io credo, perchè ognuno mi riconosca il
diritto di non credere a tale pretesa dimostrazione e di applicare alla Vita
Nuova il glossario segreto col quale si è svelato il contenuto di tante altre
poesie contemporanee alla Vita Nuova e con quella strettamente connesse.
Ma prima bisogna dissipare del tutto questo vecchio fantasma di Bea-
trice Portinari, non già perchè ci dia fastidio il pensare che una donna
reale, amata da Dante in giovinezza, abbia offerto qualche spunto al suo
racconto mistico e simbolico, ma perchè la grettezza della critica « positiva »
si è attaccata alle pseudo-testimonianze sulla Beatrice reale con una così
cieca passione, che le è stato impossibile intendere il vero significato della
Vita Nuova ed essa ha impedito agli altri di intenderlo.
Sarà utile in ogni modo riassumere gli argomenti con i quali si pretende
264 CAPITOLO UNDECIMO
di aver dimostrato la realtà storica di Beatrice per renderci conto della loro
assoluta inconsistenza. l
Primo argomento : Dante dà il carattere di simboli a personaggi che
hanno una realtà storica ; esempio : Virgilio, Catone, Stazio, Flegias.
Questi che si nominano come esempi sono invece i solî personaggi che
siano simboli e realtà storiche e forse si può aggiungere ad essi Lucia (dico
forse, perchè non è affatto sicuro che la Lucia della Commedia, la quale appare
in forma di Aquila ed è probabilmente l'anagramma di acuila (1), sia proprio
quella povera piccola martire diciottenne che figura nel martirologio col nome
di Santa Lucia). Comunque non è affatto dimostrato che Matelda sia-un per-
sonaggio storico ed è assolutamente da escludere che siano personaggi storici
le fre donne che vanno in giro dalla destra ruota o le quattro donne alla ruota
sinistra del Carro di Beatrice, il quale ha davanti e di dietro più di trenta
personaggi che rappresentano dei libri sacri e non degli individui. Nessuno
pretenderà che siano personaggi storici le tre donne della canzone : Tre donne
intorno al cuor mi son venute, nessuno pretenderà che siano personaggi
storici le due donne del sonetto: Due donne in cima della mente mia. Quanto
alla Donna Gentile Dante stesso dice che è la filosofia.
Conclusione: non è affatto vero che Dante costantemente scelga per
impersonare i suoi simboli dei personaggi reali storici.
Secondo argomento : il Boccaccio afferma che la Beatrice di Dante è
storica, che si chiamava Beatrice Portinari e narra particolari del loro incontro.
Il fatto che questa testimonianza, che è la frima testimonianza concreta
della realtà storica di Beatrice, venga fuori niente di meno che quasi un secolo
dopo il preteso incontro di Dante e di Beatrice, ottanta anni dopo la morte
di lei, cinquanta anni dopo la morte di Dante, basterebbe a svalutarla inte-
ramente soprattutto per la considerazione che gli innumerevoli studiosi che
nel frattempo si erano occupati dell'argomento, non sanno nulla del fatto. Si
aggiunga che il Boccaccio presenta questa testimonianza lavandosene abilmente
le mani, in quanto nel Commento dice che gli era stata trasmessa da un pa-
rente di Beatrice, che però si guarda bene dal nominare, chiamandolo soltanto:
« fededegna persona ». E se si dovesse credere a tutte le « fededegne persone »
quando testimoniano sulle loro glorie di famiglia del secolo precedente, si cor-
rerebbero molti strani rischi. Quanto ai particolari dell’incontro di Dante
con Beatrice giovinetta, essi sono facilmente inventabili e nemmeno armo-
nizzati con il racconto della Vita Nuova, perchè, mentre il Boccaccio ci
rappresenta un Dante che fin dall'età di nove anni va in casa di Bea-
trice, Dante afferma nella Vita Nuova che prima che essa avesse diciotto
anni, ella non gli aveva mai rivolto la parola. D'altra parte la fede chela
critica realistica ama prestare al racconto del Boccaccio riguardante la realtà
di Beatrice, non viene niente affatto prestata allo stesso autore quando
(1) Vedi Il Segreto della Croce e dell'Aquila, pag. 32..
LA 0 VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 265
inventa sfacciatamente, poche pagine appresso, il famoso sogno della madre
di Dante, grossolana costruzione di carattere furamente simbolico ed iniziatico,
dove figurano tutti i più vecchi e triti simboli, come la fontana d’insegna-
mento e il lauro che la ombreggia, il pastore, il pavone risorgente in gloria,
tutte cose che il Boccaccio, secondo l’uso, spiega poi alla « gente grossa »,
impasticciandole con altro simbolismo di scarto, proprio nel momento nel
quale dà ad intendere di chiarirle.
Ma la critica realistica, che vuol credere alla testimonianza del Boccaccio,
non ha mai sospettato per un momento quello che, dopo quanto precede,
noi possiamo affermare con assoluta sicurezza, e cioè che esisteva una setta
dei « Fedeli d’amore », ed il Boccaccio, che era uno dei fedelissimi e dei più
profondi conoscitori e maneggiatori del simbolismo segreto, tutto avrebbe
potuto fare fuorchè raccontare alla «gente grossa » chi fosse veramente la
Beatrice della « Vita Nuova ».
Nella Divina Commedia era facile accomodare le cose chiamandola
« teologia », ma nella Vita Nuova, come fare ?
Evidentemente molti i quali chiamavano la donna di Dante Beatrice e
«non sapeano che si chiamare», andavano cercando chi fosse la famosissima
donna del Poeta e nulla di più facile che la gente, cercando, si sia fermata sopra
una Beatrice Portinari che abitava a cinquanta metri dalla casa di Dante, che
apparteneva ad una famiglia amica degli Alighieri ed era morta al tempo della
giovinezza di Dante. Naturalmente i Portinari si erano attaccati subito a
questa gloria di famiglia. É il Boccaccio perchè doveva rinunziare a questa
magnifica maniera di non dire che la Beatrice della Vita Nuova era la Sapienza
santa della sua setta segreta ? Si trattava addirittura in quel tempo di fare che
Vita Nuova e Divina Commedia fossero intese 11 meno possibile dalla Chiesa che
aveva già bruciato la « Monarchia ». E la burla di Giovanni Boccaccio a propo-
sito della Beatrice reale, sta mirabilmente insieme, come vedremo, alla più
grande e più tragica beffa che Giovanni Boccaccio fece alla « gente grossa »
nel suo artefatto commento col quale, come egli stesso disse poi, aveva messo
«in galea senza biscotto » il « vulgo ingrato » dandogli ad intendere quello
che voleva e nascondendo il vero senso del poema.
Io ò messo in galea senza biscotto
l’ingrato vulgo, et senza alcun piloto
lasciato l’ò in mar a lui non noto,
benchè sen creda esser maestro et dotto (1).
Così scriveva il Boccaccio parlando del suo commento e, come ve-
dremo, non dell’averlo interrotto, ma dell’averlo artefatto. È la « gente
grossa » piglia sul serio la sua testimonianza sulla realtà storica di Bea-
trice! (2).
(1) Rime di G. BOCCACCI, ed. Massèra, pag. 174.
(2) Vedasi per tale argomento il Cap. XIII, 6.
2006 CAPITOLO UNDECIMO
Terzo argomento : c'è un commento di Pietro di Dante ove si parla di
Beatrice Portinani.
Questa testimonianza vale anche meno di quella del Boccaccio e l’una
è con ogni probabilità il semplice duplicato dell’altra. Tutti sanno che la
prima e più autentica redazione del commento di Pietro di Dante del 1340
ignora completamente l’esistenza di questa Beatrice Portinari. E ciò che Pietro,
figlio di Dante, ignorava nella sua maturità intorno alla vita del Padre, è
ridicolo credere che abbia potuto impararlo chi sa da chi nella sua vecchiaia.
È ridicolo pensare inoltre che Pietro da vecchio, abbia saputo da altri
quello che l’altro figlio, Iacopo, anche più vicino nella vita al padre, evi-
dentemente ignorava, visto che nel suo commento non ne parla.
Inoltre, la forma con la quale si presenta la testimonianza di Pietro di
Dante è talmente somigliante, parola per parola, a quella del Boccaccio, che
è ridicolo il pensare soltanto che esse siano indipendenti.
Il Boccaccio scrive nel Comento : «E dperciochè questa è la primiera
volta che di questa donna nel presente libro st fa menzione, non pare inde-
gna cosa alquanto manifestare di cui l’autore, in alcune parti della pre-
sente opera, intenda nominando lei » (I).
E la terza redazione del commento di Pietro suona: « Et quomodo hic
primo de Beatrice fit mentio de qua tanctus est sermo, maxime infra
in tertio libro Paradisi premittendum est quod revera quidam domina no-
mine Beatrix.... viguit in civitate Florentiae » (2).
Credo che ogni persona intelligente senta subito dalla stessa impo-
stazione della frase che l’una testimonianza deriva dall’altra. La questione
sarà di sapere se il codice Ashburnam, dove si trova questo tardo rifaci-
mento, questa afpiccicatura al commento di Pietro, sia antecedente o sus-
seguente al commento del Boccaccio e ciò per toglierci il gusto di sapere
quale dei due abbia copiato dall’altro, ma quel che è certo è che l’uno ha
copiato dall’altro e che le due testimonianze sono una testimonianza sola.
Un'altra cosa resterebbe a sapere, se l’appiccicatura del codice Ashburnam
sia proprio dello stesso Pietro, che mise al corrente in questo modo il com-
mento aggiungendovi la opportunissima leggenda già formatasi, oppure di un
estraneo, ma quel che più importa è che se anche la testimonianza fosse di
pugno di Pietro di Dante, se anche invece di apparire in un tardo rifacimento
fosse nella prima redazione del suo commento, essa non varrebbe assolutamente
nulla, per la semplice ragione che Pietro di Dante era un « Fedele d’amore »,
era ascritto alla setta tale e quale come Giovanni Boccaccio ed egli, che tanto
lottava per fare apparire ortodossa la Divina Commedia e salvarla così dal rogo,
(1) Il Comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante. Ed. Guerti.
Bari, Laterza, 1918, vol. I, pag. 214.
(2) Il frammento fu pubblicato con una lettera del Bartoli nel giornale La Nazione,
2 aprile 1886. Vedi D'Ancona : Appendice allo studio su Beatrice.
LA a VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 267
che aveva già consumato la Monarchia, non avrebbe mai potuto raccontare a
nessuno chi era la Beatrice della Vita Nuova e sarebbe stato uno sciocco a
non approfittare, se l’avesse conosciuta, della leggenda di Beatrice Portinari.
Ed è veramente deplorevole che il Bartoli, il quale con il suo intuito
aveva già compreso perfettamente che nè Beatrice nè le sue amiche erano
delle donne reali, si sia lasciato così stranamente impressionare dalla scoperta
di quel rifacimento, tanto da accennare alla possibilità di tornare indietro
dalla verità già conquistata al vecchio errore realistico.
Se dopo quella specie di ravvedimento, la critica « positiva » ha dato per
conquista compiuta la realtà storica di Beatrice, ciò si deve soltanto al fatto
che tutta questa critica positiva, non solo ragionava male, ma ignorava
si può dire l’opera più importante scritta su questo argomento, cioè: Il
mistero dell’amor platonico di Gabriele Rossetti, e quindi non ha mai esami-
nato seriamente l'ipotesi che la testimonianza del Boccaccio potesse essere
una burla necessaria proveniente dalla setta.
In quell’infelicissimo scritto che è il saggio su Beatrice di Alessandro
d’Ancona, si trova anche un altro argomento a favore della realtà storica di
Beatrice, l’allusione che essa fa nel XXXI del Purgatorio alla sua «carne
sepolta », a proposito della quale si scrive trionfalmente : « Carne ha signifi-
cato così speciale e preciso che avrebbe dovuto rattenere da allegoriche in-
terpretazioni gli avversari della Beatrice storica ».
Ora, che carne non possa essere usato allegoricamente come veste esteriore
per esempio, di una verità eterna concepita come spirito, è un gratuito
presupposto del D'Ancona, il quale par che non sappia che le mammelle,
per esempio, che sono pure di carne e hanno un significato « speciale e preciso »,
nel Cantico dei Cantici sono manifestamente simboliche, come sono mani-
festamente simboliche tutte le altre parti carnee della donna nella poesia
mistica dei Persiani, e già il Buti interpretava «le belle membra » lasciate
in terra da Beatrice come «le scritture », veste esteriore della Sapienza
santa che è eterno Spirito.
E poichè sono a parlare di questo ?nfelice saggio di Alessandro D’An-
cona, devo rilevare due cose : la prima è che egli davanti alla serrata e qua-
drata dimostrazione del Perez non trovò nemmeno una parola da opporre.
Infatti di contro ad essa egli scrive: « Or noi concederemmo che Beatrice
« allegoricamente raffiguri l'intelligenza attiva o Sapienza, sebbene ci paia
« poco conforme all’alto ingegno e alla virtù plastica del poeta che egli abbia
« talmente nascosto e involuto il suo concetto da volerci secent’anni prima
«che altri lo ponesse in luce, ma non possiamo punto concordare col Perez
«quando egli non appoggia il simbolo a nulla di reale e di vivente e preten-
« dendo che Beatrice sia designazione di qualità vuol che cotesto nome
«s’abbia a scrivere col b piccolo ».
Si può essere meno acuti di così ? Il Perez vi dimostra con matematica
evidenza, sulla base di una profondissima dottrina, che Beatrice della Vita
268 CAPITOLO UNDECIMO
Nuova rappresenta l’Intelligenza attiva e con ciò sconvolge tutto il significato
vero dell’opera. Gli si risponde che non c’è niente da obiettare, ma intanto si
obietta che pare strano che Dante abbia nascosto la cosa, perchè st ignora
evidentemente tutta l’altra dimostrazione del Rossetti del come e del perchè
Dante e tutti 1 suor amici dovevano nascondere quel che dicevano, non perchè
mancassero di ingegno o di virtù plastica, ma semplicemente perchè non vole-
vano esser bruciati vivi.
Il Perez per sottolineare il carattere di aggettivo sostantivato della parola
Beatrice scrive a un certo punto la parola col d piccolo e il d’Ancona non vede
più nè i profondi ravvicinamenti del Perez nè le sue matematiche dimostra-
. zioni, non vede (dominato dalla mentalità filologica) altro che quel è piccolo !
Alla travolgente dimostrazione del Perez egli oppone in fondo soltanto
che in Beatrice un qualcosellina di reale ci doveva essere. Il che non signi-
fica proprio nulla, perchè se questo qualcosellina di reale era già trave-
stito da simbolo ed espresso come idea filosofica o mistica, che quella co-
sellina si chiamasse Beatrice o con un altro nome, Portinari o con un altro
cognome, non importava proprio nulla. Allo stesso modo quando voi vi
siete persuasi che in un certo quadro un pittore ha voluto rappresentare un
simbolo, se siete persone serie, vi interesserete di sapere quale idea ha voluto
significare e soltanto se avrete del tempo superfluo andrete a ricercare,
quale era il cognome della modella.
Ma di questa valutazione diversa della intenzione del poeta e degli spunti
di realtà che possono essergli serviti di materia, il D'Ancona non si rende
menomamente conto. Egli infatti dichiara di spendere poche parole sulla
interpretazione del Rossetti, e in realtà non ne spende nessuna, con questo
bell’argomento che « quando s1 disconoscono l’amore di Dante e la esistenza reale
di Beatrice, tanto vale una spiegazione morale quanto una di un'altra natura ».
Argomentazione veramente sbalorditiva ! Con altra simile si potrebbe affermare
che tanto vale una o un’altra spiegazione di un quadro simbolico e che l’impor-
tante è sapere se per la composizione di esso servì o no una determinata mo-
della : che poi rappresenti una Madonna o una delle Parche è indifferente !
Intanto però bisogna riconstatare che il D'Ancona, dicendo che per il
Rossetti Beatrice è la monarchia imperiale, conferma di non conoscere del
Rossetti altro che i primi e da lui stesso superati volumi e di ignorare eviden-
temente i cinque volumi del Mistero dell’amor platonico. -
Ma c'è una seconda osservazione da fare, più grave ancora. Il D'Ancona
che non ha saputo trovare l'ombra di un argomento serio da opporre alla
granitica dimostrazione del Perez il quale, in perfetta armonia con lo spirito e
con la cultura medioevale, chiamava Beatrice, Intelligenza attiva o Sapienza,
vuole a un certo punto spiegar lui l’aspetto simbolico di Beatrice che, per
quanto di cattiva voglia, è costretto a riconoscere anche lui nella Vita
Nuova, e allora scrive : « Beatrice è simbolo non di un'idea, vuoi filosofica,
vuoi teologica, vuoi mistica, vuoi storica, essa è figura e simbolo dell’idea D
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI GERGO 269
Ora che cosa significa questa «idea » generica ed astratta nella mentalità
medioevale? Dove mai nelle opere di Dante e del suo tempo si è parlato
di questa « idea» generica, astratta, indefinita, tarda figlia di un platonismo
romantico e di natura piuttosto mazziniana che medioevale? Quando
mai il Medioevo così definito, così preciso, ha vagheggiato questa «idea »
così insignificante nella sua astrazione ? Il D'Ancona trovava questa vaga
parola « l’idea » nel romanticismo del secolo xIX e con un superficialissimo
procedimento la appiccicò al pensiero medioevale e, quel che è peggio,
trasse in questo grosso errore il Carducci il quale, commentando la canzone
Tre donne, vien fuori a dire che in essa, e in genere nello « stil novo », l'Amore
rappresenta l’idea o l'ideale !
Inutile dire poi che il d’Ancona, che dubitava che Beatrice potesse essere
« l’Intelligenza attiva » solo perchè gli pareva strano che ci fossero voluti
seicento anni per scoprirlo (naturalmente perchè lo aveva scoperto il Perez),
non trovava affatto strano che ce ne fossero voluti seicentotrenta per scoprire
che era l’idea (naturalmente perchè questo lo avrebbe scoperto lui !).
E non basta ancora. La inconsistenza critica del saggio del d’Ancona
arriva anche più in là. Dopo che egli non ha saputo opporre nulla alla dimo-
strazione del Perez, dopo che ha cavato fuori in contrasto ad essa quella ana-
cronistica interpretazione di Beatrice-Idea, dopo che in ogni modo ha dovuto
riconoscere che Beatrice anche nella Vita Nuova è, sia pure con un certo fondo
di realtà, un personaggio simbolico, si dimentica completamente di tutto
questo e, abbandonandosi pienamente al fascino della rettorica romantica,
ha il coraggio di scrivere :
«La Vita Nuova è una candida e malinconica storia di affetti pro-
fondi, una ingenua e piena confessione di ciò che v'era di più intimo e segreto
nel cuore suo ». E ciò per un’opera che poche righe avanti aveva ricono-
sciuto come per lo meno intrecciata col simbolismo e scritta in esaltazione
dell’« Idea »!
Ma una tale affermazione, veramente ingenua, potrebbe essere perdona-
bile a chi ignorasse completamente, non dico le dimostrazioni del Perez, ma
quelle stesse parti della Vita Nuova, dove Dante dice chiaramente che vuole
essere inteso soltanto da alcuni e che ha timore di avere a troppi comunicato lo
suo intendimento, e da chi non abbia affatto udito sano per sentire il groviglio
di pensieri nascosti, di cose dette a mezzo, di evidenti simbolismi, di personi-
ficazioni, di visioni, di astruserie cabalistiche delle quali la Vita Nuova è piena.
Chi innanzi ad essa parla di ingenua confessione, può essere un grandis-
simo ricercatore di documenti storici, come era senza dubbio il D'Ancona,
ma è assolutamente incapace di sentire lo spirito di quest'opera.
Il D'Ancona si avvia alla conclusione accorgendosi che qualche cosa di
molto strano rimane in tutto questo groviglio di misticismo e di amore e scrive
a proposito dell’esaltato amore di Dante che divinizza la donna : « E dicasi
« pure che cotesti sono sogni e deliri di mente inferma : ridasi, se vuolsi, di
270 » CAPITOLO UNDECIMO
« cotesta esaltazione della donna amata fatta simile a Dio ; ma si rida allora
«anche quando nel Purgatorio Dante ci rappresenta Beatrice che, circon-
«data da santi e da profeti a lui rammenta l’antico affetto della puerizia ».
No, rispondiamo, no, noi non vogliamo ridere nè della Vita Nuova,
nè della Divina Commedia. É proprio perchè ci farebbe ridere il vedere
la moglie a tutti nota di messer Simone de’ Bardi mascherata da
divina Sapienza sul Carro della Chiesa tirato da Cristo in persona, ci
ripugna il credere che essa sia una donna vera, e quando abbiamo stabilito
l'ipotesi che essa sia sempre e dovunque simbolo della Sapienza, che può
perfettamente rimproverare chi l'ha amata da giovane e si è sviato, cessa
non solo ogni ragione di riso, ma anche ogni disgusto dato dalle esagerazioni e
dalle iperboli che in tutta la lirica dantesca circondano questa pseudo-donna.
La tentazione di sorridere invece ci viene quando alla fine di questo
saggio, così pieno di argomentazioni inconsistentissime e contraddittorie,
vediamo l'illustre filologo dar fiato alla grande tromba della rettorica ro-
mantica per sanare con una commozione esaltata tutte le grosse mende
del suo argomentare :
« Nuovo esempio e miracolo inaudito di virtù d’amore in cuore alto e
« gentile! E avventurato Dante che in mezzo ai dolori onde i suoi giorni fu-
« rono travagliati ebbe un conforto, una speranza che nessuno poteva togliergli
«o menomargli !..... Avventurato Dante che nella reminiscenza dell’affetto
« trovò quella immagine di perfezione !..... Avventurato Dante quando si
«pensi che nessun malvagio istinto frammisto coi primi sospiri e niuna ma-
«cula nei costumi di Beatrice gli impedirono di raffigurarla sì pura e di in-
« nalzarla sì alta nei cieli !.... Avventurato Dante che vide e riconobbe vivente
«in un bel volto di donna quella virtù che sprona al bene e innamora del
Si potrebbe continuare per molte pagine su questo tono, ma per dimo-
strare che Dante collocò la moglie a tutti nota di Simone de’ Bardi sul Carro
tirato da Gesù Cristo, questa retforica non basta: so benissimo che ne sarà
fatto ancora larghissimo uso, specie contro di me, come ne fu fatto larghissimo
uso contro il Rossetti, ma non basta.
Noi arriviamo oggi all’esame della Vita Nuova con tali conoscenze ignote
al D'Ancona e ai suoi seguaci, che possiamo porre il problema in termini com-
pletamente diversi e ben più seri.
Sappiamo che sono figurazioni della Sapienza santa la donna di Guido
Guinizelli, la donna di Guido Cavalcanti, la donna di tutti gli altri poeti amici
di Dante, la donna di Dino Compagni, la donna di Francesco da Barberino,
la donna di Cecco d’Ascoli. Sappiamo che nell'opera stessa di Dante è figura-
zione della Sapienza la Beatrice della Commedia come è figurazione simbolica
(della Sapienza razionale) la « Donna gentile » del Convivio e della Vita Nuova.
Il cerchio intorno é chiuso. La stessa Vita Nuova annunzia la Beatrice-Sapienza
della Commedia. Insistere in mezzo a tutto questo palese simbolismo a voler
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 271
considerare come realistici i primi capitoli della Vita Nuova e parlare di
«ingenua e piena confessione », di « candida e malinconica storia di affetti
profondi », è semplicemente puerile.
Serio potrebbe essere soltanto il riconoscere (ciò che per mio conto non ho
nessuna difficoltà a fare) che Dante in giovinezza, come tutti gli altri uomini,
si dovette innamorare di qualche donna e che come tutti gli altri suoi amici,
dovendo esprimersi in un gergo mistico-amoroso, potè adoperare come ma-
terta qualche reale commozione del suo amore, trasformandola però prima di
esprimersi in un pensiero mistico e simbolico. É non è da escludere, per esempio,
che egli abbia avuto una vera commozione da una donna che passava per via
in mezzo alla ammirazione commossa di tutti o che nella sua vita ci sia stata
anche la vera commozione prodotta dalla morte di una donna amata. Ma anche
di questo egli fece simbolo e idea profonda. Se nel dipingere la divina Sapienza
egli ebbe una modella, quando prese in mano il pennello già la modella era
divenuta madonna. In altri termini, secondo il suo programma, anche quando
elaborò materia amorosa, cioè materiale d’amore, lo fece dandogli forma se-
condo un «verace intendimento », cioè una significazione profonda nota ai
« Fedeli d’amore », ignota alla «gente grossa ».
Ed avremo la limpida conferma di tutto questo con la semplice applica-
zione alla Vita Nuova del piccolo glossario segreto che abbiamo ricostruito.
Vedremo così trasformata secondo il suo « verace intendimento » quest'opera
e ci ritroveremo in molti punti a convergere da altre vie con le mirabili intui-
zioni del Rossetti, del Perez, del Pascoli.
2. DALLA INIZIAZIONE AL « SALUTO » RITUALE. — Anzitutto osserviamo :
la Vita Nuova è una scelta di poesie d'amore di Dante accompagnate da un
commento. Una scelta intenzionale per la quale doveva risultare dal libro
una qualche « sentenzia », cioè un certo significato (I). Questa « sentenzia »
doveva essere specialmente nota e chiara al destinatario del libro, il quale è
il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, colui che amava Giovanna,
mentre Dante amava Beatrice. Ma costui, Guido, definiva l’amore come
l'unione dell'intelletto possibile con l'’Intelligenza attiva, cioè Sapienza, e
amava una donna siffatta che da essa vedeva venir fuori un’altra donna e pot
un'altra e por una stella.
E impossibile che i due non concepissero l’amore nella stessa maniera
e Dante non avrebbe potuto parlare del suo amore per una bambina vera di
nove anni a colui per il quale l’amore era l'unione con l’Intelligenza attiva,
e si può aggiungere che non avrebbe potuto parlare dell'amore suo per la
moglie di Simone de’ Bardi a colui che come terzo precetto dell'amore aveva
dettato : «Non amar donna altrui ».
(1) «Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento
d’assemplare in questo libello ; e se non tutte, almeno la loro sentenzia » (V. N., I, 1).
272 CAPITOLO UNDECIMO
I. Cominciamo dal titolo scritto in fronte al libello. In tutti gli ambienti
iniziatici e mistici, a partire dai misteri antichi a finire alle sette iniziatiche
che ancora sussistono e senza escludere l’ambiente ortodosso del Cristianesimo
antico e moderno, la iniziazione è stata sempre concepita come « rinnova-
mento della vita », come « rigenerazione », come inizio di una seconda esistenza,
cioè come inizio di una « vita nuova ». I,a cosa è talmente ovvia e risaputa
che è tedioso il portare esempi. Basta ricordare che Apuleio racconta che dopo
iniziato ai misteri fu celebrato il giorno della sua nascita, che nel battesimo
si imponeva un nome nuovo a chi già ne aveva un altro per significare la sua
persona nuova, la sua «vita nuova » ; basta ripetere i versi di Jacopone:
In Cristo è nata nova creatura
Spogliato ha uom vecchio e uom fatto novello.
Pertanto chi interpreti « Vita Nuova» come vita rinnovata, nizia-
tica, è d'accordo con tutta una millenaria tradizione. Chi interpreta « Vita
Nuova » come vita dell'innamorato, 11 quale non avrebbe avuto che nove
anni durante la sua «vita vecchia » (!), deve sentire la incongruenza e la
insignificanza di questo titolo e se interpreti «rigenerazione operata dal-
l’amore » dice una cosa alquanto assurda, perchè la rigenerazione presup-
pone un passato peccaminoso e il rigenerato non avrebbe avuto che nove
anni |
II. Dante vede apparire per la prima volta Beatrice, che chiama « la glo-
riosa donna de la mia mente » ; espressione che risponde perfettamente al con-
cetto che essa sia Sapienza che illumina l'intelletto, la mente, e risponde assai
male se questa gloriosa donna debba essere.... una bambina di nove anni.
Questa gloriosa donna, dice Dante, «fu chiamata da molti Beatrice li
quali non sapeano che si chiamare », frase oscura variamente stiracchiata,
secondo la sua abitudine, dalla critica realistica per farle dire qualche cosa di
comprensibile in rapporto ad una Beatrice reale ; frase limpidissima soltanto
se si interpreti così: «Io la chiamai Beatrice, molti ripeterono questo nome
e (non essendo iniziati) non sapevano che cosa veramente essi chiamavano
quando chiamavano la mia donna con quel nome ».
Dante la vede quando egli ha nove anni.
È pochissimo verosimile, ho detto, che Dante adulto intrattenga sui suoi
amori novenni Guido Cavalcanti che concepiva l’amore come amore del-
l’Intelligenza attiva. Verosimilissimo invece che questa età di nove anni
abbia un valore convenzionale iniziatico, perchè in molte altre sette si
ritrova che l’iniziato ha una certa età convenzionale. Il Rossetti ricorda
che, per esempio che secondo il Recue:! précieux de la Massonerie (1) l’età
(1) ADONHIR, Parte II, pag. 44-46 D. Quel fge avez-vous ? — R. Neuf ans, très-
respectable.
In quel notissimo libro di Leo Taxil sulla Massoneria: «Les Frères frois-points,
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 273
dell’adepto è convenzionalmente proprio di nove anni, a significare un grado
di maturazione e di perfezione, e si comprende che questa età sia stata fis-
sata nel numero mistico che è il quadrato di tre. Ma c’è un altro importan-
tissimo argomento.
Jacopo da Lentini ha una poesia nella quale si lamenta che sia ormai
troppa la gente che canta d'amore, dice che:
...tanti son gli amatori
ch’este scinta di favori
merzè per troppa usanza,
e fa questa proposta:
Le merzè siano strette
che nulla parte siano dette
perchè paiano gioie nove,
in nulla parte siano trovate
nè dagli amadori chiamate
infino che compie anni nove (1).
Si può interpretare la proposta come una proibizione a tutti di cantare
e di « domandare mercede » per la durata di nove anni ? La proposta non
sembra molto verosimile, perchè avrebbero dovuto tacere anche i poeti
buoni e sarebbe stato strano sospendere l’espressione dell'amore per nove
anni. Alla ripresa c’era da trovare tutte le « rose » gentilissime alquanto ap-
passite. Molto più verosimile che dovessero aver compiuto nove anni prima
di cantare proprio i poeti, gli amatori, che cioè in un ambiente settario
nel quale troppi, anche giovanissimi, anche di gradi inferiori si permette-
vano di scrivere versi in gergo d’amore, un adepto autorevole come Jacopo
da Lentini proponesse di froibire di far versi in gergo a chi non avesse com-
piuti anni nove (convenzionali-settart), cioè a chi non fosse un iniziato di un
certo grado e quindi abbastanza saggio e prudente da non compromettere la
setta.
Questa logicissima spiegazione conferma validamente l’ipotesi che i nove
trovo che ogni grado ha una età convenzionale. Apprendista: 3 anni, Compagno: 5 anni,
Maestro: 7 anni, Eletto : 9 settimane in più di 7 anni, Scozzese : 9 anni, ecc., ecc., Maestro
segreto 81 anni. (Vol. II, pag. 312 e seg.). E coloro che parlano delle cose medioevali
con la mentalità moderna, non vengano a dire che Dante doveva essere estraneo a
questo simbolismo delle età mistiche, perchè Dante nel Convivio scrive precisamente
così : »... Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse naturato ... vivette
ottantuno anno ... E io credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vivuto
lo spazio che la sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno
anno di mortale corpo in eternale transmutato ». (IV. XXIVv, 6). Altro è ridere, come rido
anch'io, dei miserandi avanzi del simbolismo iniziatico trasferito in certe poco stimabili
congreghe della nostra vita politica moderna, altro è ignorarlo e ignorare l’impor-
tanza che può aver avuto in tempi di lotte serie e gravi.
(1) MONACI: Crest., pag. 46-47.
18 — VALLI.
274 CAPITOLO UNDECIMO
anni di Dante siano espressione convenzionale di gergo a significare l’età
mistica dell’iniziato o un grado determinato della iniziazione. Si osservi (e
questo dovrà essere tenuto a mente per altre considerazioni ulteriori) che ?
Templari usavano tenere l’adepto allo stato di aspirante per nove anni e sol
tanto dopo questi nove anni esso riceveva l'investitura (1).
| Ma dopo che abbiamo chiarito il significato delle misteriose « Ovre
d’amore » raffigurate nel disegno di Francesco da Barberino, a nessuno può
sfuggire la strettissima analogia che esiste tra la coppia « fanciullo » e « fan-
ciulla » che rappresenta il primo grado della ascensione verso l’amore
nella simbologia settaria di quella figura, con questa coppia di fanciulli no-
venni che viene fuori dalla Vita Nuova.
Quella figura mostra chiaramente che per opera di Amore gli uomini
si rinnovano e rinascono. Erano prima, nella vecchia fede, nella vecchia vita,
« religioso » o «religiosa », disegnati come adulti l'uno e l’altra e in cor-
rispondenza con « morta » e « morto », coloro cioè che son fuori della inizia-
zione di Amore, che non sono « Fedeli di Amore ».
Chi diventa « Fedele di Amore » si ritrova rinato nella sua « Vita Nuova »
e quindi evidentemente in figura di fanciullo. Nella figura del Barberino
questo fanciullo dice, riferendosi alla fanciulla che gli sta di contro:
Io son ferito e non so ben perchè
ma credo che mi diè quella donzella
di cui memora piangendo favella.
Il che vuol dire:
Il nuovo adepto rigenerato si sente preso da amore per la Sapienza
santa, quantunque non conosca bene tutta la dottrina della verità (non so
ben perchè), ma è ferito dalla Sapienza santa che a lui fanciullo sta di contro
in figura di fanciulla e della quale la sua memoria parla piangendo.
La sua memoria parla piangendo della fanciulla, perchè nella palingenesi
operata dalla Sapienza santa, dalla fanciulla, con la morte dell’uomo vecchio
è stata distrutta proprio la « memoria » ; infatti Guido Cavalcanti dice che
Amore prende suo loco «in quella parte dove sta memora » e Dante comincia
la sua storia di innamoramento giovanile dicendo che nel libro della sua me-
moria poco si potrebbe leggere innanzi a quella rubrica « Vita Nuova » che
segna appunto il suo ritrovarsi fanciullo nella palingenesi, innamorato della
fanciulla che è la Sapienza santa con distruzione della memoria cioè dell'uomo
vecchio.
La donna della quale Dante si innamora ha dunque aspetto e figura di
fanciulla ed ha nove anni essa pure. Si noti che nei romanzi a fondo iniziatico
l'amante e la simbolica amata hanno sempre la stessa età (2). Se Beatrice
(1) I cavalieri (templari) non ricevevano l’ordinazione definitiva che dopo nove
anni (Grande Enciclopédie, Art. Templiers).
(2) ROSSETTI: Lo Spirito Antipapale. Es. « L’Urbano » del Boccaccio.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 275
si deve ritenere, per tutta la dottrina precedentemente esposta, l'intelligenza
attiva in quanto essa risplende all’intelletto passivo individuale che è in Dante
il quale si vivifica al contatto di lei, i due termini sono in certo modo cor-
relativi e si capisce che i due tetmini di questa unione sieno nati insieme.
Ad ogni formazione di un intelletto passivo corrisponde il raggio della
Intelligenza attiva che deve illuminarlo e condurlo a Dio e che la dottrina
mistica dei «Fedeli d’amore » ha artificiosamente astratto e personalizzato
nella donna. |
Vi è una differenza di pochi mesi, precisamente nove, tra Dante e Bea-
trice (1) i quali hanno però ambedue, nota Dante, nove anni, il che vuole
esprimere forse la idea assai sottile che l’uomo esiste, è stato generato già
da nove mesi quando il motore primo spira in lui l'intelletto passivo, quindi
a rigore soltanto dopo che l’uomo è stato generato da nove mesi viene ad
esistere di fronte ad esso l’intelligenza attiva che deve illuminarlo (2). Sa-
rebbe una verità di ordine naturale trasferita nel simbolismo iniziatico.
Il vestito di Beatrice, la quale è, secondo quanto abbiamo già esposto,
non soltanto la Sapienza santa, ma la setta che la conserva e l’adora, è,
si noti bene, sanguigno. E se si pensi quanto sangue c’era veramente su
quella eterna idea risorgente attraverso i tempi, quel colore sanguigno pren-
derà ben altro valore che quello di un oziosissimo particolare. È quella la
veste del martirio della Sapienza perseguitata. In un grado superiore, cioè
dopo altri nove anni precisi, l’adepto la vedrà vestita di bianco, nella sua
veste di gloria.
All’apparire di Beatrice, della Sapienza santa, si verifica come presso
tutti gli altri amanti, il dramma psicologico mistico. Si ha un discorso in latino
di tre spiriti, discorso che non esito a qualificare francamente goffo e ridicolo
se si tratti realisticamente di tre spiriti che parlino uno nella testa, uno nel
cuore e uno «in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro », in un
fanciullo di nove anni. L'atteggiamento dei tre spiriti è invece soltanto (ben-
chè esposto in termini velati) il solito atteggiamento della mente (spiriti
visivi), del cuore (spirito animale) e della vita inferiore (spirito naturale)
all’apparire del raggio della Sapienza santa.
Con questa apparizione infatti l’intelletto, la mente, vede apparire la sua
beatitudine (« afparuit jam beatitudo vestra ») e poichè nell'uomo che assurge
alla visione e all'amore della verità santa lo spirito della vita (il cuore, gli
affetti umani) è dominato e represso, questo spirito dice : « Ecce deus for-
tior me, qui veniens dominabitur michi ». É poichè nell’innalzarsi della mente
(1) Dante dice nel Convivio (II, 6) che il cielo stellato si muove di un grado in
cento anni : la dodicesima parte di un grado è dunque anni 8 e mesi 3, dati come età
di Beatrice (V. N., 2). i
(2) Si veda la spiegazione dantesca della generazione (Purg., canto XXV) ove è
detto che soltanto quando «l’articular del cerebro è perfetto » lo «motor primo » spira
in lui « spirito novo, di vertù repleto ».
276 CAPITOLO UNDECIMO
alla contemplazione non solo gli affetti, il cuore sono uccisi, ma la vita
inferiore (spirito naturale) ne è sacrificata e conculcata, lo spirito naturale
piange dicendo : « Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps ! »
È (benchè più artificiosamente esposto e ordinato in modo meno tra-
sparente) lo stesso effetto della apparizione della donna e del dardo che
esce dai suoi occhi cantato da altri poeti:
Voi che per li occhi mi passaste ’1 core
e destaste la mente che dormia (1).
Quando esamineremo la canzone di Dante: E° m'incresce di me, vedremo
che questo stesso dramma vi è rappresentato come avvenuto in Dante non
alla vista di Beatrice, ma alla nascita di essa. Prova che vista di essa e nascita
di essa sono la stessa cosa.
Dante, dopo avere riaffermato la natura divina della sua donna ripetendo
per lei la parola del poeta Omero : « Ella non parea figliuola d'uomo mortale,
ma di deo » e dopo avere affermato la purezza del suo amore, tralascia di
parlare di questo periodo con l'argomento che « soprastare a le passioni e atti
di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso ». Strano che non lo
trovino fabuloso i critici positivi, se anche a Dante questo complicato avve-
nimento riportato nella sua finzione realistica ai nove anni di un fanciullo
sembrava « fabuloso » !
III. Passano precisamente altri nove anni (che bella combinazione !) e Dante
rivede questa mirabile donna vestita di colore bianchissimo (2). Egli nota un
particolare assolutamente ozioso (e sono i particolari 0zt0sî quelli che svelano
il giuoco). Il particolare è che c'erano due donne di più lunga età vicino a
lei, molto probabilmente due adepti che sono padrini a Dante nella ceri-
monia del primo « saluto » che, abbiamo già visto, ha tutta l’aria di una ceri-
monia sacramentale alla quale si giunge in un grado superiore della setta,
dopo 9 + 9 anni, tanto è vero che questo saluto è stato celebrato soltanto da
questi innamorati e da tutti e con termini molto analoghi e che essi riceve-
vano il saluto tutti inseme come abbiamo visto (Cap. VII, 3).
Questo rito sacramentale fa sì che il poeta veda «tutti li termini della
beatitudine ». Si inebria, si richiude in sè : ha una visione chiaramente simbo-
lica e trasparentissima.
Amore (la setta) «di pauroso aspetto a chi lo guardi, ma con mirabile
letizia quanto a sè, che mirabile cosa era » (cosa inesplicabile nel senso let-
terale ma che significa : la setta, felice della sua Sapienza in sè, paurosa a chi
voglia penetrare dal di fuori il suo segreto) dicea, racconta Dante, « molte
cose, le quali io non intendea se non poche (non era che ai primi gradi dell’ini-
(1) CAVALCANTI: Ed. cit., pag. 138.
(2) Sono combinazioni che accadevano a tutti questi poeti e, pare, soltanto a questi
poeti. Laura morì dopo (3 x 7 =) 21 anni precisi nel giorno e nell’ora stessa in cui
era apparsa al Petrarca, come risulta dalla sua famosa nota sul libro di Virgilio.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 277
ziazione); tra le quali intendea queste: « Ego dominus tuus » (quantunque
Dante non intenda se non foco, questo intende : che egli è fatto servo della
Setta d'Amore) (1). « Ne le sue braccia mi parea vedere una persona... la
quale io riguardando molto intentivamente conobbi ch'era /a donna de la
salute (il «saluto » è stato immediatamente tradotto come nulla fosse in
«salute » dell'anima). » Essa era una persona che « dormiva nuda » salvo che
involta in un «drappo sanguigno leggeramente » (la Sapienza santa riposa
tra le braccia della setta, Amore, nuda nella sua purezza (2), ma velata
a cagione delle persecuzioni: il drappo sanguigno).
Amore risveglia la donna che dorme (la setta mette l’adepto in rapporto
con la Sapienza santa che fer lu dormiva) e le dà da mangiare il cuore di
Dante (lo consacra tutto nel suo segreto alla Sapienza santa) e la donna
(la setta) lo mangia, dubitosamente (« paventosa » dice nel sonetto), in tre-
pida segretezza. Dopo di che, esso Amore sale fiangendo con la bella donna
nelle braccia verso il cielo (simulando nel cospetto degli uomini, esso preco-
nizza che condurrà la Sapienza santa a diventare atto della contemplazione
pura, cioè la condurrà con l’excessus mentis a « mirare gloriosamente nella
faccia di Dio»).
A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea :
appresso gir lo ne vedea piangendo.
la visione è avvenuta nella prima delle nove ultime ore della notte,
come il saluto era avvenuto nella nona di quel giorno. (Erano saluto e vi-
sione in fondo la stessa cosa : l’una spiega l’altro).
Dante raggiunto così dopo 9 + 9 anni il grado che non sappiamo quale
fosse e che chiameremo del « saluto » (3), comunica secondo l’uso, ai « Fedeli
d’amore » di essere diventato anche lui « Fedele d’amore ».
(1) Ha appreso quella « docilitas » che è la prima e fondamentale virtù rispetto alla
setta nei Documenti d’Amore del Barberino.
(2) Non si osserva generalmente che questo sogno della donna nuda si accorda
male letteralmente col carattere ultracastissimo dell’amore.
(3) Pare fosse il terzo, perchè: «Il terzo loco è lo salutatorio » D. COMPAGNI:
L’Intelligenza.
278 CAPITOLO UNDECIMO
Il sonetto: A ciascun’alma presa e gentil core racconta la visione e do-
manda (evidentemente secondo il costume) la risposta dei « Fedeli d’amore ».
I « Fedeli d'amore » gli risposero tutti fuori gergo, secondo che si usava fare
per il primo sonetto dell’adepto. Guido Cavalcanti gli dice che Amore ha dato
da mangiare a Madonna il cuore di Dante per paura che lei morisse (?). Cino da
Pistoia, che lo ha fatto perchè Madonna conoscesse qual'era il suo cuore (I).
Dante da Majano, con parole che stonano in malo modo col sonetto ricevuto
e con tutte le poesie dello stesso autore, gli risponde sconciamente consi-
gliando a Dante alcuni lavaggi reconditi che gli facessero passare « lo vapore »
per il quale egli farneticava.
La critica realistica, che prende alla lettera tutto ciò che Dante
dice, deve spiegare tutto questo e spiega così: Dante nel 1283 ebbe un
sogno, nel quale gli fu rivelato (nell’andare di Amore verso il cielo con la
donna in braccio) che la donna doveva morire... nel 1290, cioè sette
anni dopo.
Non c'è che dire, la critica « positiva » per non voler credere a? simboli
deve credere a: sogni !
IV. Dopo non avere spiegato affatto il sonetto, Dante ripete ancora una
volta che il suo spirito naturale era « impedito ne la sua operazione però che
l’anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima » (cioè nella contem-
plazione). Allora dice, « molti pieni d’invidia già si procacciavano di sapere
di me quello che io volea del tutto celare ad altrui » (si osservi come questa
parola invidia, per uno che appariva così mal ridotto come egli dice, sia as-
solutamente fuori di luogo, ma « invidia » o « gelosia » si è sempre chiamata in
gergo la Chiesa o l'Inquisizione, la quale appunto voleva conoscere il suo
segreto). « Ed to (si noti il tono di queste parole), accorgendomi del mal-
vagio domandare che mi faceano (e che ci sarebbe stato di malvagio nel chie-
dere a un giovane di vent'anni che male avesse o anche di chi fosse inna-
morato ?) per la volontade d'Amore (della setta) /o quale mi comandava se-
condo lo consiglio de la ragione (prudenza) rispondea loro che Amore era
quelli che così m'avea governato » (davo ad intendere che i miei pensieri e le
mie poesie per la Sapienza santa fossero soltanto poesie d'amore per una
donna, ma mi guardavo bene dallo spiegare chi veramente io amassi). Infatti
«quando mi domandavano : Per cui t'ha così distrutto questo Amore ? ed
lo sorridendo li guardava, e nulla dicea loro ».
V. Dante dunque, seguendo le prescrizioni della setta (di Amore) che lo
(1) Se il racconto della Vita Nuova fosse realistico ne risulterebbe questa assurdità :
Dante nel 1283 avrebbe mandato il suo sonetto «a molti li quali erano famosi trovatori
in quel tempo » tra i quali a Cino da Pistoia, che gli rispose e che, essendo nato come
tutti sanno, nel 1270 in quel tempo aveva l'età di anni tredici! Un famoso trovatore
di tredici anni! Che bel risultato per la critica realistica ! Essa si conforta col dubbio
che il sonetto di risposta invece che di Cino sia di Terino da Castelfiorentino.
LA VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 279
consiglia secondo la frudenza (Ragione), deve fare credere alla gente di essere
innamorato di una donna vera,
In una Chiesa (forse) dove egli è in contemplazione della verità santa,
una donna vera crede di esser guardata da lui, lo guarda e Dante ne fa uno
schermo, cioè fa credere di essere innamorato di questa donna vera. « Con
questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare credente altrui,
feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scri-
vere qui, se non in quanto facesse a trattare di ‘quella gentilissima Bea-
trice ». Evidente confessione di dissimulazione nello stesso piano letterale.
VI. In questo tempo egli fa una sirventese ricordando il nome di quella
gentilissima e accompagnandolo di molti nomi di donna, probabilmente i
nomi, tutti figurati, di altre donne (di adepti). Il numero sessanta delle donne
è un numero mistico. La Sapienza di Salomone è l’eletta fra sessanta re-
gine, e l’Intelligenza di Dino Compagni ha una corona di sessanta pietre
preziose. Questa sirventese si è perduta. Non è illogico credere che il con-
servarla fosse alquanto pericoloso.
Aggiungiamo un particolare. Dante racconta che quando egli scriveva
la sirventese «in alcuno altro numero non sofferse lo nome de la mia donna
stare, se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne ».
Dobbiamo crederci sul serio ? Che davvero Dante avendo sessanta nomi
da mettere in una sirventese, non riuscisse a mettere il nome di Beatrice in
nessuno degli altri 59 posti ? Tiriamo via, si tratta di un artificio per
riaffermare l’equazione Beatrice = 9 = Sapienza.
VII. La donna vera parte. Dante è costretto ad esprimere il suo dispiacere
(che non prova per niente) in una poesia nella quale la parte di mezzo, secondo
che egli confessa, è scritta «con altro intendimento che l’estreme parti del
sonetto non mostrano ». Le estreme parti (false) significano dolore del di-
stacco, la parte centrale, la vera, esprime soltanto l’innalzamento morale che
il poeta sente di aver ricevuto dal fatto di appartenere alla setta dei « Fedeli
d’amore » ed è questa :
Amor, non già per mia poca bontate,
ma per sua nobiltate,
mi pose in vita sì dolce e soave,
ch’io mi sentia dir dietro spesse fiate :
« Deo, per qual dignitate
così leggiadro questi lo core have? ».
E con ciò Dante dice quello che dicono tutti i « Fedeli d’amore » che cioè
l'Amore della Sapienza rende gentili (puri), i suoi seguaci.
La sorveglianza, la pressione o la minaccia della Chiesa disperde intanto
un altro gruppo settario, o si potrebbe dire, un’altra loggia connessa con
quella dei « Fedeli d’amore », raffigurata in una donna che è distrutta da
« villana morte ». Dante piange questa gentile donna vittima di « villana
280 CAPITOLO UNDECIMO
morte ». È una donna che fu di « gaia sembianza ». Amore se ne duole e il
poeta' impreca :
Morte villana, di pietà nemica,
di dolor madre antica,
convenesi ch’eo dica
lo tuo fallar d’onni torto tortoso,
non però ch’a la gente sia nascoso,
ma per farne cruccioso
chi d’amoy per innanzi si notrica.
Come se chi non si notrica d'amore non dovesse essere doglioso della
morte ! Ma al solito Morte è opposta ad Amore come errore a verità, e questo
vituperare la Morte eccitando contro di lei chi si nutrica di amore è nello
stesso tono e nello stesso senso che nella canzone di Cino: O Morte della vita
privatrice, dove si tratta evidentemente della Chiesa corrotta.
Continua dicendo che la Morte (la Chiesa) ha partito dal secolo (dal
mondo) la cortesia, che ha distrutto l’amorosa leggiadria in gaia gioventude
ea uncerto punto, non si sa perchè, dice che non può scoprire chi sia questa
donna morta (quantunque non ci fosse davvero ragione nè pericolo di com-
prometterla) :
Più non vòdi discovrir qual donna sia”
che per le proprietà sue canosciute.
Chi non merta salute
non speri mai d'aver sua compagnia.
Le divisioni di questa poesia (quelle buffe divisioni che servono ammira-
bilmente a Dante per sconvolgere la testa del lettore e fargli credere di avere
spiegato le cose mentre ha gettato soltanto qualche richiamo a chi è capace
di intendere) non dicono naturalmente nulla, tranne che Dante ha voluto
vituperare la morte (come tutti i suoi amici innamorati e pure credenti nella
immortalità) e aggiunge, parlando degli ultimi versi, che in essi «mi volgo a
parlare a indiffinita persona, avvegna che quanto a lo mio intendimento
sia diffinita ».
Pertanto l’ultima parte è rivolta a persona diffimta, alla quale si dice
che non merita salute e Dante pur facendoci sapere che questa persona c'è, non
ci vuol dire chi sia. Naturalmente sono i nemici della setta che hanno
ucciso questa gentile donna, e che non meritano salute.
Raccomando questa preterizione piena di significato oscuro a quelli che
vanno dicendo che la Vita Nuova è «l’ingenuo racconto » ecc., ecc.
IX. Dante deve partire e andare verso la città ove è la donna vera che
era stata suo schermo. Si allontana mal volentieri ed ecco gli appare Amore
«leggeramente vestito e di vili drappi »; dirà poi: «in abito leggier di pere-
LA VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI GERGO 28I
grino ». Non è l'Amore nel.suo vero abito, non è bianco vestito : è l'Amore, la
setta, in quanto cerca di dissimulare 11 suo essere perchè qui deve apprendergli a
nascondersi, a simulare e perciò nasconde la sua vera figura va «a capo chino »
e si mostra in vili drappi. È l'Amore che ha messo fuor li « drappi rotti ».
Si ricordi :
Bel tappeto alcun celone
mise fuor li drappi rotti
ovra è questa d’uomin docti
se nel tempo e luogo non è.
Infatti non era tempo e luogo di far conoscere le proprie idee (e forse ap-
punto perchè la villana morte aveva ucciso poco prima la gara donna) e
questo amore sbigottito, viene per la strada «per non veder la gente, a
capo chino », ma (particolare ridicolmente e antiesteticamente ozioso nel
senso letterale) «talora li suoi occhi mi parea che si volgessero ad uno fiume
bello e corrente e chiarissimo, lo quale sen gìa lungo questo cammino ». È
l'Amore, che si dissimula tra la gente e dovendo insegnare a Dante a dis-
simulare, st ispira alla tradizione iniziatica raffigurata nel fiume o nel fonte o
nel rio (fontana d’insegnamento), la quale aveva insegnato a dissimulare a
tanti « Fedeli d'amore ». Così dunque, ispirandosi alla tradizione, Amore
(la setta) nascondendo il suo vero essere sotto vilî drappi, chiama Dante
e gli dice che d’ora innanzi il suo schermo non sarà più la donna partita
ma un'altra che egli nomina «sì che io la conobbi bene». Amore gli ag-
giunge di dire le cose in modo « che non si discernesse lo simulato amore
che tu hai mostrato a questa e che ti converrà mostrare ad altri» È
sempre la scuola di « Falsosembiante » arruolato, come già sappiamo, da
Amore perchè senza di esso non si giunge alla « Rosa ».
Masi noti quale cosa assolutamente priva di senso comune accade adesso.
« E dette queste parole, disparve questa mia immaginazione tutta subita-
mente per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sè ; e quasi
cambiato ne la vista mia, cavalcat quel giorno pensoso molto... ».
Nel significato letterale quel «la grandissima parte che mi parve che Amore
mi desse di sè » è un pasticcio incomprensibile : probabilmente è un artificio
mal riuscito per dire che Dante acquista un nuovo ufficio ed una nuova im-
portanza o grado nella setta. Vedremo infatti che il capo della setta (o la sua
donna fittizia) si chiama addirittura Amore e « prendere gran parte di Amore »
vuol dire probabilmente assumere in sè alto ufficio nella setta, come « esser
messo in alto loco ». È artificio ugualmente mal riuscito è l’altro nel quale
Dante dice che dopo il consiglio di Amore egli continua a cavalcare
«quasi cambiato ne la vista sua ». Nel senso letterale una ragione ade-
guata di questo cambiamento non esiste, mentre il cambiamento del suo
aspetto significa proprio la nuova simulazione che egli deve fare prendendo il
nuovo schermo.
282 CAPITOLO UNDECIMO
Quale è questa nuova simulazione ? Ce lo. dice Guido Cavalcanti alla
quarta massima che egli detta al « Fedele d'amore »:
Religion guardar dal quarto lato,
ben provveder di porres® in su’ grato
è "1 quinto che de’ l’omo avere in core (I)
e « religione » e « religioso » vuol dire seguace della Chiesa corrotta e odiata.
È dunque il solito artificio di Falsosembiante, il solito trucco col quale
solo si arriva a scannare Malabocca e a conquistare la Rosa ; fingersi devoti,
fingersi fedeli e ossequenti alla Chiesa, mettersi in su’ grato, schermirsi, na-
scondere l’amore per l’eterna Sapienza santa simulando ossequio alla Chiesa
corrotta.
E si noti che Dante, il quale nella Vita Nuova non nomina mai una
donna senza un epiteto : graziosa, gentile, giovane, bella, gaia, di questa
sola, che pure gli doveva servire di schermo ed essere amabile almeno in
apparenza, non dice mai nè che fosse gentile, nè altra qualifica cortese.
Amore è pellegrino, pare che abbia perduto signoria, è travestito, deve
giuocare d’astuzia e indica a Dante come schermo una donna tale che
appena nominata egli la conosce bene : è la Chiesa. La setta in altri
termini, dovendo dissimularsi (travestimento in umili drappi e capo chino),
ispirandosi alla tradizione (sguardi al fiume) consiglia a Dante di nascondere
il suo amore per Beatrice (la Sapienza santa) fingendosi molto devoto alla
Chiesa. (Vedi tutte le astuzie di Falsosembiante).
X. Dante dunque prende per sua difesa la Chiesa e ciò secondo la pre-
scrizione di Amore (la setta). Così le due donne-schermo della Vita Nuova
sono precisamente i ripari ordinari della setta d’amore, gli adepti della
quale, come abbiamo visto, dissimulavano la verità fingendo: 1) di parlar
d’amore per donne vere; 2) di essere ossequenti e devoti alla Chiesa.
Ma questo secondo schermo è fatale a Dante.
«In poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava
oltre li termini de la cortesia ». Dante che si è avvicinato alla Chiesa dissi-
mulando il suo vero amore per la Sapienza santa, è accusato presso la setta di
essere veramente un seguace della Chiesa corrotta. E Beatrice gli nega il saluto.
Secondo il costume la setta da quel giorno lo esclude dalla funzione sacra-
mentale del « saluto ». Beatrice gli « negò lo suo dolcissimo salutare ».
Era il saluto « che dar sapete a chi vi face onore », il saluto del quale
ciascuno « fu salutato secondo era degno ». Dante, giudicato indegno, non è
salutato.
XI. Dante ricorda ora gli effetti di questo saluto in lui, effetti che somi-
gliano perfettamente a una specie di estasi, nella quale il corpo « molte
(1) Ed. cit., pag. 76.
LA VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 283
volte si movea come cosa grave inanimata », mentre gli spiriti del viso (la
contemplazione) erano tutti fissi nella donna e (al solito) tutti gli altri spiriti
sensitivi erano distrutti.
XII. Il poeta si addolora enormemente del saluto negato. E nella sua ca-
mera, dove si è addormentato dicendo : « Amore aiuta lo tuo fedele », ha una vi-
sione. Amore bianco vestito (nella sua vera essenza) lo guarda e gli dice : « Fili
mi, tempus est ut pretermictantur simulacra nostra ». (Abbiamo dannosamente
abusato di questa finzione dello schermo e ne sono nate male voci di tua
infedeltà). Ma Amore $iange. Piangere, sappiamo, vuol dire simulare. La
setta simula di regola come aveva simulato Dante con lo schermo e quindi
ragionevolmente Dante gli chiede : « E perchè piangi tu? » Cioè: « Tu non
simuli sempre ? Non è obbligo di tutti i « Fedeli di amore » di mettersi in grato
della religione ? Non ho seguito il tuo stesso consiglio ? Non è la simulazione
tua massima e norma ? » E Amore gli risponde : « Ego tamquam centrum circuli,
cui simili modo se habent circumferentie partes ; tu autem non sic ». Dante
riconosce, bontà sua, che Amore ha parlato: « molto oscuramente », ma il
senso della risposta di Amore è probabilmente questo : « Zo, vero e puro amore
della Sapienza santa, posso simulare perchè resto sempre immobile e uguale a
me stesso, come il centro del cerchio che è sempre ugualmente distante dalle
parti della sua circonferenza; tu però non sei altrettanto stabile e ti sei un
poco lasciato trascinare dalla necessità di simulare ad allontanarti veramente
dalla Sapienza santa ».
I due seguitano a ragionare. Dante domanda perchè gli è stato negato
il saluto; Amore risponde che Beatrice ha sentito dire che la donna dello
schermo « ricevea da te alcuna noia; e però questa gentilissima, la quale è
contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non
fosse noiosa ». Si osservi questa strana e antiestetica ripetizione delle parole
«nola » e « noioso ». Dante è accusato di essere caduto nella « noia », di essere
diventato « noioso », che in gergo (abbiamo visto) vale seguace della Chiesa
corrotta.
Il complicato giro di parole di Dante vuole arrivare a questa « noia » e
ci insiste artatamente. Ecco la vera accusa: Tu sei ritenuto uomo nmnotoso,
amico della nota e dei notosi (seguaci della Chiesa corrotta).
Orbene, abbiamo un sonetto di Guido Cavalcanti, scritto in nome di Amore,
che se si pensi, come è ragionevole, scritto in questo momento, illustra per-
fettamente l’episodio : è un sonetto del capo della setta che dà a Dante una
solennissima ramanzina proprio perchè sta con la noiosa gente e perchè è
incacciato da uno spirito notoso e perciò posa vilmente ed ha l’anima invilita.
Bisogna rileggerlo ora questo sonetto per poterlo veramente intendere, ora
che le due « noie » di esso si vengono a sommare con le tre « noie » del pe-
riodetto della Vita Nuova. Si intende ora che il capo della setta rimprove-
rasse Dante di aver deviato e di esser impigliato tra notosa gente (gente della
Chiesa) e con spirito notoso.
284 CAPITOLO UNDECIMO
I’ vegno il giorno a te infinite volte
e trovote pensar troppo vilmente ;
molto mi dol de la gentil tua mente
e d’assai tue vertù che ti son tolte.
Solevanti spiacer persone molte,
tuttor fuggivi l'annoiosa gente ;
di me (1) parlavi sì coralemente,
che tutte le tue rime avie ricolte.
Or non ardisco per la vil tua vita
far mostramento che tuo dir mi piaccia,
nè in guisa vegno a te che tu mi veggi (2).
Se ’1 presente sonetto spesso leggi,
lo spirito noioso che t’incaccia
si partirà da l’anima invilita (3).
È una ramanzina in piena regola data di autorità, non solo da un amico,
ma da uno che ne distribuiva a destra e a sinistra a tutti i « Fedeli d'amore »
e non è un rimprovero di infingardaggine come ad alcuni pare, ma di cattivi
pensieri e di cattivi contatti, di «viltà », di «nota «nel loro senso convenzionale ed
è scritto in nome di Amore. « Di me parlavi sì coralemente » non vuol dire che
Dante usasse parlare di Guido; parlava di Amore. Ma Guido scriveva a
nome di Amore, di autorità, perchè era l’autorità della setta di Amore. E
dice che mentre prima Amore si mostrava a Dante (accoglienza tra gli adepti,
saluto, ecc.), ora Amore non va più a Dante in modo che egli lo veda. Dante
non ha più accoglienza nella setta nè partecipa ai riti sacramentali (saluto).
Si noti che la frase nella quale Amore dice che non va a Dante in guisa da
esser veduto da lui, perchè esso si porta male è, nel piano letterale, un non-
senso.
E ora torniamo alla Vita Nuova. Amore dopo avere antiesteticamente,
ma con fine intenzione, infilato tutte quelle « noie », consiglia a Dante sem-
plicemente di dire certe parole per rima « ne le quali tu comprendi la forza
che io tegno sopra te per lei (Beatrice), e come tu fosti suo tostamente da la
tua puerizia (sempre fedele dalla tua iniziazione in poi). E di ciò chiama
testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che li le dica ; ed io, che
son quelli, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua vo-
lontade, la quale sentendo conoscerà le parole de li ingannati ».
Amore dice in altri termini : « Scrivi alla setta in modo da riconfermare
che tu sei stato e sei sempre fedele ad essa ».
Dante infatti scrive la ballata che comincia :
Ballata, i’ voi che tu ritrovi Amore.
In questa ballata si ripete che è stato per volontà di Amore (per seguire
le prescrizioni della setta) che Dante ha guardato un’altra, perchè Amore lo
obbliga a cambiare aspetto (cangiar vista, dissimulare, fare un falsosembiante,
(1) Amore. (2) Saluto negato. (3) DANTE : Of., pag. 64.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 285
stornare la figura), ma che col cuore il poeta è rimasto sempre fedele alla
Sapienza santa. Infatti dopo alcuni andirivieni di frasi varie si conclude :
Amore è qui, che per vostra bieltate
lo face, come vol, vista cangiare ;
dunque perchè li fece altra guardare
pensatel voi da che non mutò 1 core (2).
Il che significa in perfetta coerenza con quanto è detto sopra : « Dante
non ha mutato il suo cuore. La setta gli ha fatto guardare un’altra (la reli-
gione della Chiesa corrotta) ma voi sapete perchè, soltanto per dissimulare
il suo vero sentimento ».
Ora pensiamo un momento: di che cosa si era adirata Beatrice ? Perchè
gli aveva negato il saluto ? Per l'infedeltà? No, ma perchè Dante avrebbe
con poca gentilezza infastidito la donna, le avrebbe fatto noia. Dante di questa
che è la vera accusa non si scolpa affatto, si scolpa della infedeltà della quale
nessuno lo aveva accusato dicendo che è apparente. Perchè? Perchè invero
essere « noioso » e essere infedele alla setta erano la stessa cosa.
XIII. — Dante messo così in certo modo in quarantena dalla setta, si
sfoga narrando i contrasti interni che egli prova perchè mentre da una parte
riconosce che « è buona la signoria d'Amore » (dell'amore per la Sapienza santa)
dall’altra trova che Amore (la setta) fa passare molti « dolorosi punti » ai suoi
fedeli. Volendo servire la Sapienza che la setta insegna ma dolendosi di
essere dalla setta disconosciuto e maltrattato, spera solo nella pietà, nella
benevolenza che la donna (la setta) avrà per lui, ma, aggiungendo in nota che
egli dice Madonna la Pietà « quasi per disdegnoso modo di parlare », rivela di
sottomettersi non senza qualche disdegno alla disciplina della setta, che im-
poneva la consuetudine di umiliarsi e di domandare pietà quando si era in
qualche maniera giudicati in colpa (Docilitas prima virtus).
XIV. — Avviene ora un episodio alquanto strano e complicato, nella
interpretazione del quale non si può procedere con molta sicurezza. Dante,
per dirla in breve, trova a un certo punto Beatrice in una riunione di donne
dove non si aspettava di trovarla. Un amico lo conduce in questa riunione
ove egli arriva come nuovo e inaspettatamente vi trova Beatrice.
Accadono allora tre cose:
1) Dante si appoggia simulatamente ad una pintura.
2) Dante ha un improvviso turbamento nel quale non gli restano
più in vita «che li spiriti del viso; e ancora questi rimasero fuori de li loro
istrumenti ».
3) Beatrice e le donne lo gabbano perchè in tale condizione egli si tra-
sfigura.
Tutti e tre questi fatti sono dal punto di vista letterale molto strani.
Quanto al primo, si deve osservare che chi si sente male in gambe per un tur-
bamento non si appoggia simulatamente a qualche cosa, ma si appoggia
286 CAPITOLO UNDECIMO
der davvero e (se ha qualche buona ragione per farlo) simula se mai di non
appoggiarsi. Chi avrebbe dovuto trarre in inganno Dante simulando di ap-
poggiarsi a qualche cosa? E inoltre, non è molto strano che uno, dovendosi
appoggiare a qualche cosa, si appoggi ad una pintura? A un muro, dipinto
o no, si capisce che uno si appoggi se vi si trova vicino, ma in questo caso è
perfettamente inutile raccontare in una narrazione così schematica se il
muro era dipinto o imbiancato ed è perfettamente ozioso (e quindi sospetto)
nel contesto del racconto quel particolare che la pintura « circundava questa
magione ».
A queste stranezze si deve aggiungere un fatto, e cioè che la parola « pin-
tura » si presenta in altri casi come parola in gergo a significare la dot-
trina della Chiesa corrotta e che tra poco vedremo le donne stesse (gli adepti)
glorificare Dante tornato trionfalmente alla setta, perchè non crede nella
« pintura ». Elogio che è veramente ridicolo.
Vogliamo affacciare un'ipotesi ? |
Supponiamo che mentre Dante era, come ho detto, in quarantena, sia
stato portato da un suo amico in una riunione settaria di gente nuova per
lui, che non era quella dei soliti adepti, che egli sia andato senza aspet-
tarsi quindi di trovarsi immediatemente là dove si parlava della santa Sa-
pienza alla quale era stato iniziato. Improvvisamente Dante si accorge in
mezzo a estranei, che si parla della Sapienza santa, che c'è Beatrice, e allora,
data la novità dell'ambiente, egli ha un primo moto istintivo : quello di
fingersi non adepto, quello di fingersi ignaro della dottrina della Sapienza
e seguace della dottrina comune della Chiesa, di dissimulare cioè 1l suo essere
di adepto appoggiandosi ad una pintura, appoggiandosi però simulatamente,
perchè egli non crede alla pintura, crede invece a Beatrice.
Crede a Beatrice, è fedele della Sapienza santa, e proprio in quel luogo,
ritrovandola improvvisamente, nelle parole forse di un sacerdote del mo-
vimento occulto, risentendosi in grande profinquitade di essa, pur mentre
simula, egli ha uno slancio di fervore più intenso che mai, egli è più che
mai immerso in lei che è pura contemplazione. Tutto in lui è distrutto,
sentimenti, affetti, egli resta pura contemplazione, pura visione, visione
però — si noti — che non è visione degli occhi materiali, ma visione in-
tellettuale che è fuori degli occhi. Ed ecco che cosa significa la oscura frase:
« Non ne rimasero in vita più che li spiriti del viso; e ancora questi rima-
sero fuori de li loro istrumenti ».
Ed ecco perchè Dante, nella nota che segue al sonetto ove si racconta
questo fatto, scrive queste parole rivelatrici, nelle quali la ragnatela del rac-
conto realistico viene gravemente arruffata e rotta e Dante finisce con dire
anche troppo aperto che tutti questi discorsi riguardano una dottrina inizia-
tica e che egli parla soltanto per gli iniziati: « Vero è che tra le parole dove
sî manifesta la cagione di questo sonetto, si scrivono dubbiose parole, cioè quando
dico che Amore uccide tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo
ILA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 287
che fuori de li strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non
fosse in simile grado fedele d'Amore; e a coloro che vi sono è manifesto ciò
che solverebbe le dubitose parole : e però non è bene a me di dichiarare cotale
dubitazione, acciò che lo mio parlare dichiarando sarebbe indarno, overo di so-
perchio ». i:
Dante ha perfettamente ragione. Se avesse dichiarato che gli «spiriti
del viso » significano « contemplazione intellettuale » e che perciò essi erano
attratti nella visione della Sapienza santa che avviene fuori degli occhi materiali,
cioè degli strumenti materiali del vedere, avrebbe fatto capire subito a tutti
che Beatrice era la Sapienza santa e questo i « Fedeli d’amore » lo sapevano
già e gli altri era molto meglio che non lo sapessero.
FE che si trattasse di una specie di momento estatico è confermato
dalle parole che Dante dice al suo amico uscendo da quella riunione : « Zo fenni
I piedi in quella parte de la vita di là da la quale non si puote ire più per in-
tendimento di ritornare » ; il che vuol dire : « Zo sono arrivato, nella commozione
che mi da la visione della Sapienza santa, quasi all’excessus mentis ».
Ma abbiamo visto che c'è un altro strano fatto in questo racconto, ed
è 11 «gabbo » delle donne e di Beatrice stessa.
Strano, se non da parte delle donne, da parte di Beatrice. Infatti poco
prima Amore ha detto a Dante: « Veracemente è conosciuto per lei (per
Beatrice) alquanto lo tuo secreto per lunga consuetudine ». Dunque Beatrice,
se era una donna vera, sapeva che Dante era da tempo innamorato di lei e se,
essendo donna vera e sapendo questo e vedendolo impallidire e quasi tra-
mortire avanti a lei, non avesse saputo far altro che gabbarlo, invece di essere
la più gentile delle donne non sarebbe stata che una volgarissima femina.
Ma che cosa significa in realtà questo « gabbo » ?
Significa questo, che gli adepti non conosciuti da Dante, i quali sanno
benissimo che egli è un iniziato, quando egli, preso all'improvviso, finge di
non intendere nulla e si appoggia simulatamente ad una pintura, lo gabbano.
Lo gabbano perchè non ha capito di trovarsi fra iniziati, la setta e gli adepti
lo gabbano perchè ha avuto paura, perchè è stato în vista diverso da quello
che era dentro e probabilmente lo gabbano perchè ha rinnegato, a parole
almeno, lì per lì la sua fede e la sua setta.
XV. — Nel capitolo e nel sonetto che seguono Dante esprime un grave
contrasto del suo spirito. Egli da una parte ha (e certo con buone ragioni)
timore di avvicinarsi alla setta. Pericolo di morte se l’avvicina ; uomini av-
versi (pietre) che son pronti a gridare la morte contro di lui. Dall'altra
parte un desiderio intenso di accostarsi ad essa.
Questo stato d’animo è espresso nella prosa, ma molto più chiaramente
nelle artificiose divisioni del sonetto che non nella oscura prefazione ad esso.
Dicono le divisioni : «... dico quello che Amore consigliato da la ragione (sap-
piamo che ragione è usato per prudenza) mi dice quando le sono presso ;
ne la seconda manifesto lo stato del cuore per essemplo del viso; ne la terza
288 CAPITOLO UNDECIMO
dico sì come omne sicurtade mi viene meno ; ne la quarta dico che pecca quelli
che non mostra pietà di me, acciò che mi sarebbe alcuno conforto, ne l’ul-
tima dico perchè altri doverebbe avere pietà... ».
Nel sonetto sono questi pensieri segreti :
Quando 10 mi avvicino alla setta e alla sua Sapienza 10 dimentico nel mio
fervore ogni altra cosa, ma Amore consigliato dalla Prudenza mi dice di tenermi
lontano da lei se mi è cara la vita (L’Inquisizione sorveglia) (1). Il mio aspetto
esteriore (il viso) potrebbe mostrare il mio vero sentire cioè 11 colore del mio cuore,
il quale invece tenta di dissimularsi, di appoggiarsi dove può (e magari ad una
pintura) per non rivelarsi, e proprio quando provo la più viva commozione per la
vicinanza della Sapienza santa, mi par di sentire 1 seguaci della Chiesa corrotta
(le pietre) che gridano : Muoia muoia! contro di me.
In questo mio stato doloroso 10 dovrei essere compatito e confortato dalla
setta ed invece vengo gabbato senza pietà.
Ciò che m’incontra, ne la mente more,
quand’i’ vegno a veder voi, bella gioia;
e quand’io vi son presso, i’ sento Amore
che dice : « Fuggi, se ’1 perir t’è noia ».
Lo viso mostra lo color del core,
che, tramortendo, ovunque pò s’appoia ;
e per la ebrietà del gran tremore
le pietre par che gridin : Moia, moia.
Peccato face chi allora mi vide,
se l’'alma sbigottita non conforta,
sol dimostrando che di me li doglia,
per la pietà, che ’l vostro gabbo ancide,
la qual si cria ne la vista morta
de li occhi, c'hanno di lor morte voglia.
XVI. — Dante sente ora il bisogno di scrivere : 1) quello che egli sofire
per causa di Amore ; 2) il fatto che Amore lo assale in modo che non gli
rimane altro di vita se non un pensiero che gli parlava di quesa donna;
3) che in questa battaglia egli si muove « quasi discolorito tutto » (in figura
di morto fingendosi non adepto) per andare a vedere questa donna « credendo
che mi difendesse la sua veduta da questa battaglia », credendo cioè che la
setta lo aiutasse, ma la setta non lo aiuta ; egli, come dice nel sonetto se-
guente va « così smorto d’onne valor voto »; così egli vive agitato fra il peri-
colo che gli viene da « Morte » e la setta che non lo riaccoglie, non lo aiuta.
XVII. — Dante decide allora che, avendo assai manifestato del suo
stato, vuole « ripigliare matera nuova e più nobile che la passata ». Non vuole
parlare più delle sue alternative, delle sue paure angosciose e lamentarsi
(1) Ricordarsi di Costretta Astinenza e del consiglio dell’ Amico di « non andar sovente
dal castello » ove è la « Rosa » (Il Fiore).
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 289
con la setta che gli nega il «saluto » e non comprende il suo stato, vuole
altamente filosofare 1n versi sulla Sapienza santa.
Ma intanto è chiamato in giudizio dalla setta.
XVIII. — Dante ci fa sapere infatti a questo punto che molte persone
avevano «compreso lo secreto del suo cuore ». « Certe donne (adepti), le
quali adunate s'erano dilettandosi l'una ne la compagnia de l’altra, sapevano
bene lo mio cuore ». E Dante è chiamato da queste donne (giudizio della
corte d'amore). È un vero e proprio tribunale di donne (di adepti) che lo
interroga. Tra i giudici alcuni ridono tra loro, altri aspettano che egli si
scolpi, finalmente una « volgendo li suoi occhi verso me e chiamandomi per
nome, disse queste parole : « A che fine ami tu questa tua donna, poi che tu
non puoi sostenere la sua presenza ?... E poi che m’ebbe dette queste parole,
non solainente ella, ma tutte l’altre cominciaro ad attendere in vista la mia
risponsione ». Si tratta di un interrogatorio in piena regola e la domanda
vera è: Come affermi tu di essere tanto fedele alla Sapienza santa visto che
non puoi sostenere di vederla e la ripudi in apparenza ?
Dante risponde : « Madonne, lo fine del mio amore fue già lo saluto di
questa donna, forse di cui voi intendete, e in quello dimorava la beatitudine,
chè era fine di tutti li miei desiderii. Ma poi che le piacque di negarlo a me,
lo mio segnore Amore, la sua mierzede, ha posto tutta la mia beatitudine
in quello che non mi puote venire meno ».
Il che vuol dire: La mia felicità era il saluto mistico della Sapienza santa,
voi me lo avete negato e i0 ho posto ora la mia beatitudine nell'amarla per mio
conto in segreto. È « quello che non mi puote venire meno ».
Le donne (gli adepti giudicanti) «cominciaro a parlare tra loro » } poi
l'interrogante chiede :
« Noi ti preghiamo che tu ne «dichi ove sta questa tua beatitudine ».
Dante risponde : « In quelle parole che lodano la donna mia ». (È vero
che la setta mi ha negato il saluto, ma io ho continuato a cantare per la
Sapienza santa).
Allora gli rispose questa che gli parlava: «Se tu ne dicessi vero, quelle
parole che tu n’hai dette in notificando la tua condizione, avrestù operate con
altro intendimento ». (Dobbiamo ritenere che tu veramente sii stato fedele a
Beatrice quando facevi e scrivevi cose per le quali noi ti ritenevamo in-
fedele).
Come si vede l'interrogatorio che pareva in principio quasi scherzoso cian-
ciare di donne che domandano a Dante soltanto come mai egli ami una per-
sona della quale non può sopportare la vista, qui finisce con l’investire in pieno
la coerenza di Dante e l’intendimento di certe sue parole che le donne hanno
interpretato diversamente da come le interpretava Dante, o che Dante ha detto,
pare, con intendimento tale che non sembrava cocrente con il suo amore per
Beatnce.
Infatti Dante parte quasi vergognoso dicendo fra sè medesimo : « Poi che
19 — VALLI.
La A Ati en dei nia BE,
290 CAPITOLO UNDECIMO
è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna perchè altro
parlare è stato lo mio? ».
Il che vuol dire evidentemente che un qualche suo parlare non era stato
chiaramente diretto a lode della sua donna e che la setta aveva qualche
ragione di accusarlo, sia pure in base ad apparenze.
Allora Dante propone di parlare da indi in poi «sempre mai quello che
fosse loda di questa gentilissima » e, quel che è molto importante, di pren-
dere materia $i% alta, cioè di cantare la Sapienza santa in stile anche più
elevato. Tanto elevato che da principio esita a cominciare per la stessa al-
tezza glel suo proponimento.
3. LA CANZONE «DONNE CH'AVETE INTELLETTO D'AMORE» E LA RISPOSTA
DELLE DONNE A DANTE. — Dante incomincia finalmente questa materia
nova.
XIX. Dove va a prendere la sua ispirazione ? C'era da aspettarselo :
«lungo .... uno rivo chiaro molto », va a prenderla alla fontana d’insegna-
mento, torna ad ispirarsi alla tradizione segreta che parla della Sapienza santa.
« Avvenne poi che passando per uno cammino lungo lo quale sen gia uno
rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire... » Si noti che anche
qui questo particolare della esistenza del rivo lungo il cammino è un parti-
colare, dal punto di vista realistico, freddo ed insignificante ed è l’unico par-
ticolare di paesaggio, proprio tale e quale come nell’altro passo nel quale
Amore viene pellegrino guardando a uno fiume bello e corrente e chiarissimo.
Dante dunque ha grande volontà di dire. Trova che non deve parlare
della Sapienza santa direttamente, ma a donne in seconda persona. Si osservi
come in questa materia nuova e più nobile che la passata Dante sente la
sconvenienza di parlare direttamente a questa eccelsa ipostasi. Egli decide
dunque di parlare «a donne in seconda persona, e non ad ogni donna, ma
solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine ». Si
osservi il riuscito artificio col quale Dante ci fa sapere che queste donne
non sono femmine. Esse sono infatti «gli adepti », i quali soli hanno vera-
mente intelletto d'amore.
La canzone che segue, importantissima, è stata in alcune parti illustrata
nel suo vero senso mistico dal Pascoli (1) che non esaminò l'ipotesi dell’esi-
stenza di una setta, ma vide, poichè aveva riconosciuto il carattere mi-
stico della Vita Nuova, che Dante parla in essa della Sapienza santa in
modo altissimo e dottrinale, sicchè questa canzone viene a porsi poi nella
tradizione della poesia mistica accanto a quella famosa del Guinizelli: Al
cor gentil ripara sempre Amore e a quella del Cavalcanti: Donna mi prega
perch'io vogha dire.
(I) La Mtrabile Visione, Cap.: I,a Speranza dei beati.
e = =
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 20I
Diamone brevissimamente il vero senso :
Strofe prima : Io voglio parlare della Sapienza santa con i suoi fedeli,
1 quali veramente hanno intelletto di ciò che sia l’amore per lei. Quando io penso
a lei son preso da tale amore che se non perdessi ardire (se potessi liberamente
parlare) farei parlando innamorare di lei la gente. Parlerò di lei dicendo quel
poco che è possibile dirne (perchè di lei non si può parlare compiutamente)
e ne parlerò soltanto con voi, adepti, che siete fedeli di lev. Perchè non è cosa
da parlarne con 1 non iniziati.
Donne ch'’avete intelleto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s'io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente, (1)
ch'io divenisse per temenza vile ;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con vui,
chè non è cosa da parlarne altrui.
Strofe seconda. Premettiamo : la Sapienza santa in quanto si trova
quaggiù tra noi è soltanto, secondo S. Agostino, « speranza della eterna con-
templazione ». Quando essa diventa vera contemplazione di Dio in atto, questa
Sapienza trascende il nostro mondo, diventa atto della contemplazione pura
che sta al di là e al di sopra della vita e allora va a mirare gloriosamente nella
faccia di Dio. Quindi (come Rachele) deve morire per attuarsi nella sua per-
fezione. Come « speranza della eterna contemplazione » essa è l’unica virtù
che non sia in Cielo, perchè lì essa è diventata contemplazione in atto. Dante
rappresenta questo destino della Sapienza santa che dallo stare quaggiù
come speranza di contemplazione deve passare nel cielo come contemplazione
perfetta, in un dialogo drammatico.
Un angelo dice a Dio che c'è nel mondo una virtù che risplende fino lassù :
infatti la Sapienza, come « spes contemplationis », giunge col suo raggio fino al
cielo (2). Il cielo al quale non manca altro che questa virtù della Speranza (perchè
quella è solo in terra), in quel chiedere a Dio Beatrice non fa altro se non sol-
(1) Direttamente a lei.
(2) Si notila identità del concetto espresso da Dino Compagni quando parla della
divina Intelligenza :
Sovr’a le stelle passa la su’altezza,
fin a quel ciel ch'Empirio è chiamato ;
e’n fin a Dio risplende sua chiarezza (Strofe 299),
292 CAPITOLO UNDECIMO
lecitare il processo di perfezionamento della Sapienza santa in atto della con-
templazione pura, cioè augurare che quella che è solo speranza di contemplazione
diventi contemplazione.
Ma soltanto la Pietà (intesa come debolezza o infermità umana) impedisce
(ancora) a questa che è speranza terrena di diventare contemplazione perfetta.
Dio dice infatti ar santi : Lasciate che la speranza della eterna contempla-
zione resti ancora per qualche tempo speranza non attuata (che resti ancora lag-
giù in terra) dove c'è qualcuno (Dante) il quale sa che dovrà perderla (come spe-
ranza) quando essa diventerà atto della contemplazione pura (quando Rachele
dovrà morire per dare alla luce Beniamino). Intanto però egli laggiù tra 1
malnati dell'Inferno (che è questo mondo corrotto) dirà di aver visto (in Bea-
trice) quella che è la spes aeternae conteniplationis » : nelle quali parole si
allude alla missione di Dante di combattere nel nome della verità santa in
mezzo al mondo corrotto, di non tacere il « Ben che predicava Iddio e nol
tacea nel regno dei demoni » e si svela il vero amore di Beatrice come « Spe-
ranza della eterna contemplazione ».
Angelo clama in divino intelletto
e dice : « Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l’atto che procede
d’un’anima che ’nfin qua su risplende ».
Lo cielo, che non have altro difetto
che d'aver lei, al suo segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
che parla Dio, che di madonna intende :
« Diletti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto me piace
là ’v'è alcun che perder lei s’attende,
e che dirà ne lo inferno : O mal nati,
To vidi la speranza de’ beati ».
Strofe terza. Si descrive ora quale sia la virtù che questa santa Sapienza
manifesta in terra. Ci va con lei (gli adepti) appare gentile donna : ingentilisce
1 cuori villani e chi la vede diventa per forza nobile cosa 0 addirittura muore mi-
sticamente. Alle persone degne di lei ella dà la salute (dell'anima) e le rende
umili (caritatevoli) e la sua somma virtù è questa, che chi ha parlato con lei,
con la speranza della eterna contemplazione, chi cioè spera veramente, non può
finire male, non può essere dannato.
Madonna è disiata in sommo cielo :
or voi di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere,
vada con lei, che quando va per via,
gitta nei cor villani Amore un gelo,
per che onne lor pensero agghiaccia e pere ;
e qual soffrisse di starla a vedere
diverria nobil cosa, o si morria.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 293
E quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute,
chè li avvien, ciò che li dona, in salute,
e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia.
Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
che non pò mal finir chi l’ha parlato (1).
Strofe quarta. Amore (la setta) insegna che la Sapienza santa così adorna
e pura non può essere una cosa mortale e che essa ci promette miracoli da Dio,
dopo di che la donna è lodata nel suo aspetto attraente e nel viso, nel quale non
può essere fissamente mirata da nessuno perchè nessuno può guardare a fondo la
Sapienza santa.
Nel congedo la canzone è inviata con fiducia che sarà diffusa tra molte
donne (sarebbe stato carino se fosse capitata veramente nelle mani delle
donne che non ci avrebbero capito nulla /) e si noti che Dante scivola anche
in questa abilissima canzone nella contraddizione, PEICIS dopo avere scritto
che vuole parlare di Beatrice
Donne e donzelle amorose, con vui,
che non è cosa da parlarne altrui,
si lascia andare a dire che essa deve essere palese
Solo con donna 0 con uomo cortese.
Ciò perchè uomo cortese e donna amorosa avevano nel gergo lo stesso si-
gnificato di « adepto ». Inutile osservare la solita ammonizione data alla can-
zone : « Non restare ove sia gente villana ». Essa è fatta soltanto per i « Fe-
deli d'amore » e a questi soli si fa palese nel suo senso mistico.
Dice di lei Amor : « Cosa mortale
come esser pò sì adorna e sì pura ? ».
Poi la reguarda e fra se stesso giura,
che Dio ne ’ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi, in forma quale
convene a donna aver, non for misura :
ella è quanto de ben pò far natura ;
per essemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch’ella li mova,
escono spirti d’amore infiammati,
che feron li occhi a qual che allor la guati,
e passan sì che ’l cor ciascun retrova :
voi le vedete Amor pinto nel viso,
là "ve non pote alcun mirarla fiso.
(1) Si salva evidentemente e naturalmente chi si è rivolto alla «Spes aeterne
contemplationis ». Secondo il seuso letterale dovremmo credere... che cosa ? che chiunque
parlava con Beatrice Portinari fosse sicuro di non andare all'Inferno ? Che sciocchezze !
2904 CAPITOLO UNDECIMO
Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand’io t'avrò avanzata.
Or t'ammonisco, perch’io t'ho allevata
per figliuola d’Amor giovane e piana,
che là ’ve giugni tu dichi pregando :
« Insegnatemi gir, ch'io son mandata
a quella di cui laude so’ adornata ».
F se non vuoli andar sì come vana,
non restare ove sia gente villana :
ingegnati, se puoi, d’esser palese
solo con donne 0 con omo cortese,
che ti merranno là per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a lui come tu dei.
Chi vuol vedere con quale vera intenzione di spiegare le sue canzoni Dante
scriva la Vita Nuova, osservi bene le dichiarazioni che egli aggiunge. Divide e
suddivide la canzone in tante maniere, ma non dice una sola parola per spie-
garci che cosa sia quell’angelo, perchè Iddio non voglia ancor mandar Bea-
trice in cielo, che cosa c’entrino quei dannati dell’Inferno e simili. Non dice
assolutamente nulla che somigli ad una vera interpretazione e dopo avere
abbindolato il lettore con tutte quelle divisioni, gli dice francamente : « Dico
bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare
di più minute divisioni ; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste
che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare,
chè certo io temo d'avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per
queste divisioni che fatte sono, s’elli avvenisse che molti le potessero audire ».
Ma dopo questo ci si continua ancora a dire che la Vita Nuova è l’in-
genuo racconto degli amori giovanili di Dante e che le « nuove rime » che si
aprono con essa sono caratterizzate dalla espressione immediata e diretta del
sentimento d’amore che suscita la donna !
Il bello è che quando i critici realisti vanno a spiegarci questa canzone
(che evidentemente nel pensiero di Dante aveva un senso profondo, compren-
sibile a pochi), ci spiegano che le donne che hanno intelletto d'amore sono...
le donne che s’intendono d’amore, che l’angelo che desidera Beatrice in cielo
è... l'angelo che desidera Beatrice in cielo, che gli effetti salutevoli di Bea-
trice sono... gli effetti salutevoli che produceva Beatrice Portinari e così
di seguito. La loro pretesa spiegazione di questa poesia che Dante dichiara
difficile ad intendere, non è altro se non la ripetizione letterale dei suoi concetti
esteriori con qualche chiarificazione e modernizzazione di termini, così che
Dante facendo capire che quella poesia era profonda e difficile, avrebbe sem-
plicemente detto una grossa scimunitaggine.
L’interpretazione simbolica di tutto questo gruppo di poesie porta a
rivendicare la ragionevolezza dei suoi autori che le hanno sempre presentate
come ardue ad intendere e che invece la critica positiva vuol ridurre a cose
semplici che non dicano più di quello che manifestano nel senso letterale.
LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 295
A questa canzone possediamo fortunatemente una risposta. Le risposte
sono sempre preziose per capire il vero significato delle poesie, perchè general-
mente non andavano sotto gli occhi della gente congiunte con le proposte e
quindi non dovevano essere coerenti con quelle nella lettera, ma dovevano
essere invece coerenti nello spirito profondo.
Questa risposta è scritta a nome delle « donne» ed ignoriamo chi sia il
suo vero autore. Quello che mi sembra però assolutamente da escludere è
che l’autore di questa canzone possa essere Dante stesso. Essa contiene tali
lodi per Dante e una così sperticata esaltazione della sua arte, della sua
perfezione in amare, degli effetti meravigliosi che egli produce in tutti
gli amanti col suo canto, che se Dante se la fosse scritta da sè avrebbe
commesso la più inverosimile sconvenienza che si possa immaginare; sa-
rebbe questo il più colossale autosoffietto della storia. L'argomento che
porta il Salvadori (1) per sostenere questa ipotesi, cioè che la canzone non
può essere scritta da altri che da persona intimamente a parte dei pensieri di
Dante e che prima del 1289, quando fu scritta la canzone innovatrice,
«Dante non aveva forse altri amici a parte dei suoi sentimenti e dei suoi
pensieri d’arte e d’amore che Guido dalla cui maniera eglisi distaccava », mi
sembra assolutamente inaccettabile, perchè Dante al tempo della Vita Nuova
era strettamente legato a tutti i « Fedeli d’amore » che metteva sistemati-
camente a parte dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti e il suo distacco dalla
maniera di Guido non era che lievissimo e formale. Pertanto nulla esclude
che la canzone di risposta sia stata redatta o personalmente da Guido o dal
gruppo degli amici di Dante « Fedeli d’amore » che si chiamavano appunto
convenzionalmente « donne » e avevano appunto, ed essi soli, intelletto d'amore.
Questa risposta dunque ci mostra anzitutto che la canzone di Dante non
era arrivata a delle « donne » in gonnella, ma a uomini che si intendevano
bene e di amore e di versi, che avevano cioè veramente « intelletto d’amore » ;
inoltre essa testimonia della grande impressione che fece nell’ambiente dei
« Fedeli d’amore » questo nuovo, originale e magnifico volo mistico e filoso-
fico della poesia di Dante, impressione alla quale Dante accenna modesta-
mente nella Vita Nuova e poi di nuovo nella Divina Commedia.
La canzone è un saluto entusiastico al felice rimatore.
Le « donne » gli esprimono la loro ammirazione e lo ringraziano perchè
ha conosciuto così perfettamente la « Donna » nella quale è fermo 11 desire
loro per volerla seguire in quanto essa rende saccente (sapiente) ciascuna di
loro donne.
Ben aggia l’amoroso e dolce core
che vol noi donne di tanto servire,
che sua dolze ragion ne face audire,
la quale è piena di piacer piagente;
(1) G. SALVADORI : La poesia giovanile e la canzone d'amore di G. Cavalcanti. Roma,
1895, pag. 81.
296 CAPITOLO UNDECIMO
che ben è stato bon conoscidore,
poi quella dov'è fermo lo disire
nostro per donna volerla seguire,
perchè di noi ciascuna fa saccente,
ha conosciuta sì perfettamente
e ’nclinatosi a lei col core unuile ;
sì che di noi catuna il dritto istile
terrà, pregando ognora dolzemente
lei cui s'è dato, quando fia con noi,
ch’abbia merzè di lui co gli atti suoi.
Abbiamo dunque appreso che Beatrice rendeva sapiente ciascuna delle
donne, che ciascuna di esse aveva fermo il suo desire nel voler seguire Beatrice
come donna (signora) e che per questo esse sono grate a Dante il quale
è stato buon conoscidore e metteranno tutta la loro opera perchè Beatrice
abbia mercè di Dante. È necessario notare che nel senso letterale questa
Beatrice che rende sapienti tutte le sue amiche, queste amiche che non hanno
in mente altro che di avere lei per donna, sono una ridicolaggine assurda,
mentre sono una limpidissima e trasparente manifestazione di riverenza dei
consettari verso la loro idea santa che rende sapienti 1 suoi adepti, e di affetto
per colui che ha saputo così felicemente e originalmente cantarla ?
Infatti le donne continuano dicendo che Dante ha innalzato sopra
di loro în alta sede il suo detto. Ricordano il suo buon cominciamento nel dire
d’amore e alludendo ai passati disdegni della setta, dicono che sarebbe torto
che tale uomo fosse malmenato dalla sua donna, cosicchè tutte le donne pre-
gano Amore per lui.
Ahi Deo, convhave avanzato ’1 su’ detto
partendolo da noi in alta sede !
e conrv'have ’n sua laude dolce fede,
che ben ha cominzato e meglio prende !
Torto serìa tal omo esser distretto
o malmenato di quella al cui pede
istà inclino, e sì perfetto crede,
dicendo sì pietoso, e non contende,
ma dolci motti parla, sì ch’accende
la cori d'amor tutti e dolci face ;
sì che di noi nessuna donna tace,
ma prega Amor che quella a cui s’arrende
sia a lui umiliata in tutti lati
dov’udirà li suoi sospir gittati.
E continuano ancora la lode di quel suo parlare dicendo che nè vista
nè voce fu mai così virtuosa sotto un velo (e confermano che c’è dunque
un velo!) come l’implorare che fa Dante, per il che si deve ritenere che
egli sotto quel velo desii una nobile cosa (la Sapienza sotto il velo di Beatrice),
e che abbia conosciuto la diritta via.
Le donne dicono addirittura di essere su questo «essute in accordo », ciò
3 =
LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 297
vuol dire evidentemente che hanno fatto proprio una riunione, una seduta,
prima di rispondere al poeta con questa canzone la quale segna 1 trionfale
riaccoglimento di Dante in seno ai « Fedeli d'amore ».
Per la vertù che parla, dritto ostelo
conoscer può ciascun ch'è di piacere,
chè ’n tutto vol quella laude compiere
c'ha cominzata per sua cortesia ;
ch'unqua vista nè voce sott'un velo
sì vertudiosa come 'l suo cherere
non fu ned è, per che de' on tenere
per nobil cosa ciò che dir disia;
chè conosciuta egli ha la dritta via,
sì che le sue parole son compiute.
Noi donne sem di ciò in accordo essute,
che di piacer la nostra donna tria ; -
e sì l'’avem per tale innamorato,
ch'Amor preghiam per lui in ciascun lato.
La canzone continua (a dir vero in modo un po’ monotono) a lodare
ancora il pregio di Dante. (Le povere donne barbute dovevano arrivare a
scrivere settanta versi come aveva fatto lui!), ma così seguitando la canzone
spiattella che Dante, desiderando Beatrice, desidera soltanto 11 sonimo bene e
non crede in altra vista « nè in pintura » e qui la setta sembra riconoscere final-
mente che se egli si era appoggiato simulatamente ad una pintura, era rimasto
però fedele a Beatrice. Non solo, ma si fa a Dante un bufftissimo elogio oltre
a quello già buffo di « non credere alla pintura », e cioè di non aspettare « nè
vento nè plova ». Che cosa significa ? Vento è il tempo avverso alla setta
(«Ora ’n su questo monte tira vento », scriveva Cino). Non aspettar nè vento nè
blova vuol dire: Aver fede che verrà il tempo gato, il tempo del trionfo del
bene (I). Ed è una vera sciocchezza nel senso letterale.
Le donne riconoscendo Dante come il più perfetto degli innamorati (e si
noti che di veramente originale nel senso letterale in quella sua canzone c’era
più che altro il preannunzio della morte di Beatrice), dicono addirittura che
vogliono mettere Dante in Paradiso, evidentemente in « alto grado ».
Audite ancor quant'è di pregio e vale :
‘che ’n far parlare Amor sì s’assicura
che conti la bieltà ben a drittura
da lei dove ’1 su’ cor vol che si fova.
Ben se ne porta com’'om naturale
nel sommo ben disia ed ha sua cura,
(1) DANTE nelle Pietrose parla chiaramente dell'attesa di questo tempo novello,
(Op., pag. 104):
Canzone, or che sarà di me nel’ altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli!
298 CAPITOLO UNDECIMO
nè in altra vista crede nè în pintura,
nè non attende nè vento nè blova ;
per che faria gran ben sua donna, po’ v'ha
tanta di fe’, guardare a li suoi stati;
poi ched egli è infra gli innamorati
quel che “n perfetto amor passa, e più gio’ v'ha;
not donne il metteremmo in paradiso,
udendol dir di lei c'ha lui conquiso.
Nel congedo la canzone parla in prima persona, dice che andrà sicura
perchè è in tal guisa accompagnata (dal parlare ambiguo) che si sente tran-
quilla, ma non sa quando potrà giungere a destinazione ; dice però che tanto
andrà fin che «giungerà la donna sovrana (Beatrice) alla fontana d'insegna-
mento », frase che già abbiamo citato più volte, frase che basterebbe da
sola a far crollare tutto quell’impasticciato edificio della realtà storica di
Beatrice, perchè qui essa è chiaramente raffigurata come fontana d’insegna-
mento 0 più semplicemente come sedente presso la mistica fontana d’inse-
gnamento, quella fontana che è lo stesso fiume nel quale guardava Amore,
lo stesso rto lungo il quale andava Dante, la stessa mistica fonte presso la
quale, secondo la fantasia del Boccaccio, fatta per confondere la testa della
«gente grossa », la madre di Dante aveva sognato addirittura di partorire
suo figlio.
— Io anderò, nè non già miga in bando;
in tale guisa sono accompagnata,
che sì mi sento bene assicurata,
ch’i' spero andare e redir tutta sana.
Son certa ben di non irmi isviando,
ma in molti luoghi sarò arrestata :
pregherolli di quel che m'hai pregata,
fin ched i’ giugnerò a la jontana
d'insegnamento, tua donna sovrana.
Non so s’'io mi starò semmana o mese,
o se le vie mi saranno contese :
girò al tu’ piacer presso e lontana ;
ma d'esservi già giunta io amerei,
perchè ad Amor ti raccomanderei. — (1)
Dante parla modestamente del grande successo della sua canzone e (si
noti bene) non parla affatto di questa importantissima risposta, un po’ troppo
trasparente a dir vero, che è stata scoperta soltanto di recente (2). Certo è
che egli da allora diventa un maestro riconosciuto in materia d'amore, cosicchè
le genti vanno a lui, proprio come andavano al Cavalcanti, a domandare che
cosa è Amore ed egli lo spiega in quel sonetto: Amore ’lcor gentil sono una cosa
(I) DANTE: Od., pag. 59.
(2) È uno dei documenti nuovi, ignoti al Rossetti ed agli altri che hanno appog-
giato o combattuto le sue tesi.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 299
nel quale ripete in sostanza le idee della canzone di Guido Guinizelli: I/
cuore puro si volge di necessità all'amore della Sapienza santa e l’amore della Sa-
pienza santa è di necessità nel cuore puro. Vero è, aggiunge, che quell'amore sta
come dormendo per più 0 meno tempo, ma quando apparisce il raggio della
divina Sapienza, il cuore si volge ad essa e l’amore naturale dell’uomo per
la verità santa si riduce, come spiega nella nota, di potenzia in atto.
XXI. — Continuando nel suo nuovo ufficio di maestro dell'amore mi-
stico, egli sviluppa ancora questa teoria in senso più radicale. Nel sonetto
precedente ha spiegato che la Sapienza santa suscita l’amore dove esso è già
in potenza, nel seguente dirà di più, cioè che ella non lo sveglia soltanto
«là ove dorme, ma là ove non è in potenzia, ella, mirabilmente operando, lo
fa venire ». Idea dal punto di vista strettamente letterale assurda, perchè
nulla può essere in atto là dove non è in potenza, ma Dante vuole far in-
tendere questo profondo pensiero, che in realtà nessuna cosa sfugge all’a-
zione illuminante e vivificatrice della Sapienza santa, che essa, se prontamente
sveglia l’amore nell’animo puro e ben disposto, penetra però ed avviva tutte
le cose e nessuna anima veramente le resta insensibile. In quelle parole « non
solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenzia, ella mira-
bilmente operando, lo fa venire », suona l’eco di quell’altro suo grande agosti-
niano pensiero:
La gloria di colui che tutto muove
per l'universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove (I).
Penetra però in ogni modo dappertutto. Che la moglie di Simone de’Bardi
fosse capace di far venire l’amore 1n atto là dove esso non era in potenzia, è
una amena facezia. Che la Sapienza santa lo susciti dappertutto perchè non
v'è nulla ove non sia almeno un barlume di amore in potenza per lei, è un
altissimo pensiero. Tutti sentono la ineffabile virtù della Sapienza santa. Ciò
che essa mira si fa gentile, chi la vede si volge verso di ler. Via via che essa si
mostra di più, produce effetti di maggiore commozione. Quando essa dà
il suo saluto fa tremare il cuore e allora l’anima sospira di ogni suo difetto.
Avanti a lei scompaiono la superbia e l'ira. Quando parla fa nascere nel
cuore ogni dolcezza, ogni pensiero umile, cosicchè (frase strana ed assurda nel
senso letterale), «è laudato chi prima la vide », sono laudati i saggi che la
conobbero dapprima e la insegnano ad altri e proprio nella bocca dei quali
essa si sente parlare. Ed il suo sorriso che rappresenta (come vedremo nel
(1) Par., I, 1. Altrove parla de
è cod e a o eterna: luce
che vista sola e sempre amore accende ;
e s’altra cosa vostro amor seduce
non è se non di quella, alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.
Par., V, 8-12.
300 CAPITOLO UNDECIMO
Paradiso), la più intima connessione mistica con la Sapienza santa è cosa
tale che non si può dire nè ricordare, e in queste parole « non si può dicer
nè tenere a mente », cioè «non si può ricordare » suona l’eco dello stesso
pensiero del Paradiso : « appressando sè al suo desire Nostro intelletto si
profonda tanto Che retro la memoria non può ire ».
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira ;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira :
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si può dicer nè tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.
È un sonetto mirabile di profondità mistica sotto il velo quasi perfetto
delle immagini d’amore.
4. LA MISTICA MORTE DI BEATRICE-RACHELE. — Tutta questa prima
parte della Vita Nuova rivela con relativa semplicità, con pochi dubbi sui par-
ticolari, ma con un'assoluta certezza per quanto riguarda la sostanza, che ci
troviamo avanti ad un racconto di vicende che riguardano l’amore mistico e
la vita di Dante nei rapporti della setta entro la quale questo amore mistico
si è iniziato, è stato nutrito, ha avuto le sue manifestazioni.
Entriamo ora in una seconda parte della Vita Nuova. Qui la interpreta-
zione presenta qualche maggiore difficoltà, dovuta in gran parte al molteplice
significato segreto della espressione « morte di Madonna ».
Abbiamo visto che questi « Fedeli d'amore » parlano della morte di Ma-
donna in più sensi. È chiamata morte di madonna (che è la Rachele di S. Ago-
stino) quella che nella mistica cristiana di Riccardo da San Vittore è chiamata
la morte di Rachele, cioè l'atto per il quale la Sapienza santa, in quanto è
sapienza nell'uomo, giunge a trascendere la mente dell’uomo stesso con l’« ex-
cessus mentis » fino a « mirare gloriosamente nella faccia di Dio ». La morte
di Rachele significa in questo senso perfezionamento altissimo dello sviluppo
della Sapienza mistica e probabilmente più breve o più lunga, più chiara o
meno chiara, estasi.
In altro significato il « Fedele d’amore » chiamava «morte di Madon-
na » la dispersione del gruppo settario (dovuta in genere al pericolo o alla
persecuzione), dispersione nella quale l’idea santa si raccoglieva per così
dire nel cielo, salvo a rinascere rinnovata come «l’unica fenice », che però
sotto forme e nomi diversi riportava nel mondo il culto per la santa verità.
LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 30I
Ora a me sembra indubitabile che, nella parte centrale della Vita Nuova,
Dante abbia mirabilmente giuocato su questo significato doppio ed abbia :
1° Previsto la morte di Beatrice. 2° Narrato la morte di lei. 3° Pianto la
sua morte. 4° Cantato il riapparire di lei in visione. dando sensi mistici conven-
zionali diversi alla espressione : « morte di Beatrice ».
E dico subito, per essere più chiaro, che nel momento tragico nel quale
egli presente in una farneticante visione la morte di Beatrice, egli presente e
prevede la dispersione della setta, mentre quando annunzia in quella strana
forma che tutti sanno la morte di Beatrice, egli parla indiscutibilmente di un
suo ascendere nella perfezione mistica che lo condusse ad un grado altissimo
di stato mistico, se non addirittura ad una forma di estasi, della quale non
possiamo sorprenderci se ricordiamo le parole già citate della lettera a Can
Grande, nelle quali Dante, contro gli 1#v14î che irridevano alla sua visione,
allega precisamente Riccardo da San Vittore e si pone evidentemente in fi-
gura di San Paolo (1).
Ciò premesso torniamo ad interpretare il racconto della Vita Nuova.
XXII. Poco dopo che Dante ha assunto l’alto uflicio di maestro d'amore,
dando risposte sulla natura d’amore e sinuli, accade un fatto importante.
Dante dice che «colui che era stato genitore di tanta meraviglia quanta si
vedea ch’era questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, a la gloria
eternale se ne gio veracemente ».
Chi sarà stato questo padre di Beatrice, se Beatrice è la setta dei « Fedeli
d'Amore » ? Ci torna in mente che Dante chiama Guido Guinizelli : « Il padre
Mio e de li altri miei miglior che mai Rime d’amore usar dolci e leggiadre » (2).
Guido Guinizelli era pertanto « il padre » di tutti i « Fedeli d’amore ». Questa
espressione ci fa pensare che Dante potè chiamare « padre » della setta, un
personaggio che avesse avuto importanza nella formazione, nel rinnovamento
o nella direzione della setta stessa. Di Guido Guimizelli noi storicamente sap-
biamo assai poco, anzi non sappiamo addirittura nulla dei suoi ultimi anni.
Probabilmente quando Dante scriveva questi versi egli era morto già da
qualche anno e sarebbe arrischiato supporre che si tratti di lui (quantun-
que una volta riconosciuto il valore puramente di gergo e simbolico delle
date della Vita Nuova, la cronologia degli eventi ai quali si accenna in essa
venga del tutto sovvertita). Non è affatto inverosimile però che in questa
epoca sia morto un personaggio a noi sconosciuto o che non possiamo identi-
ficare tra i personaggi storici, che abbia avuto grande importanza nella for-
(1) Intellectus humanus in hac vita propter connaturalitatem et affinitatem
quam habet ad substantiam intellectualem separatam, quando elevatur, in tantum ele-
vatur, ut memoria post reditum deficiat propter transcendisse humanum modum... Et
ubi ista invidis non sufficiant, legant Richardum de Sancto Victore... et non invide-
bunt. DANTE : Of., pag. 445.
(2) Purg., XXVI, 97.
302 CAPITOLO UNDECIMO
mazione della setta o nella sua direzione. Parlo naturalmente della setta quale
era diffusa in Italia e forse nel mondo, perchè a Firenze era stato fino allora
evidentemente capo della setta (Sol colur che vede Amore) Guido Cavalcanti.
Chiunque sia questo « padre di Beatrice » (della setta) che muore, Dante
descrive un violento contraccolpo che il doloroso avvenimento porta nel com-
plesso della vita settaria e nel suo stato d’animo. Dapprima egli parla di
donne (adepti) che vengono e raccontano a lui l'immenso dolore di Beatrice,
della Sapienza santa (della setta), che piange su colui che è morto.
XXIII. — Dopo pochi giorni Dante ha una malattia di nove giorni
durante la quale la sua fantasia va errando ed ha visioni terrificanti, preoc-
cupazioni della possibile morte di Beatrice e, si noti bene, della morte sua
propria. Finisce con l’avere addirittura la visione di Beatrice morta perchè
un «omo scolorito e fioco » (secondo che racconta la canzone) o il suo cuore
«ove era tanto amore » (secondo il commento), gli dicono che Beatrice è
morta e gliela fanno vedere, mentre delle donne (adepti) le ricoprono la
testa con un velo.
È abbastanza logico (per quanto non si possa dare assolutamente per
sicuro) interpretare tutto questo come un periodo di gravissima preoccupazione
per la vita della setta che segue alla morte di colui che ne era il capo occulto
e potente, preoccupazione dalla quale sorge addirittura in Dante la visione
di donne (adepti) che vanno scapigliate piangendo per via maravigliosamente
tristi (persecuzione), mentre addirittura il sole st oscura e le stelle si mostrano
come piangessero e gli uccelli (adepti) volando per l’aria cadono morti e simili :
una visione angosciosa, nella quale non per caso il terremoto e l’oscuramento
del sole, che accompagnavano la morte del Cristo, vengono ad accompagnare
questa temuta e presentita morte di Beatrice.
IL,a quale morte però, se nel principio è apparsa con tutti quei segni
angosciosi, nella fine apparisce come il ritrovarsi o ritirarsi nel cielo di una
nuvoletta che è Beatrice, la santa Sapienza che « al tempo more » per rivi-
vere immortalmente presso Dio.
Questo angoscioso farneticare di Dante avviene in mezzo a donne (adepti)
che non comprendono bene ciò che egli pensa e dice. Egli dice : « O Beatrice
benedetta sie tu», e già detto avea «O Beatrice », quando riscotendomi
apersi li occhi e vidi che io era ingannato. E con tutto che io chiamasse questo
nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere (simulare), che queste
donne non mi pottero intendere, secondo il mio parere ; e avvegna che io
vergognasse molto, tuttavia per alcuno ammonimento d’Amore mi rivolsi
a loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: « Questi pare morto », e a
dire tra loro: » Procuriamo di confortarlo » (I).
n — — _ — —-+
(1) Si ricordi l’altro caso in cui Cino da Pistoia si era vergognato ma non era morto:
Vergognavami sol per ch'era vivo
Ben fu miracol che non caddi morto (Ved. pag. 197).
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 303
Si noti che poco prima le donne (adepti) gli andavano dicendo: « Non
dormire più» e «non ti disconfortare ».
Dante evidentemente ha passato una grande crisi di preoccupazione e di
sconforto prevedendo la possibilità di una dispersione della setta nella quale
gli uccelli cadessero morti, il sole della verità si oscurasse e l'eterna Sapienza
incorruttibile affidata alla setta dovesse rifugiarsi nei cieli.
Tutto questo egli narra con voluta oscurità nella canzone: Donna pietosa
e di novella etate, aggiungendo soltanto il particolare che una donna gio-
vane (un giovane adepto?) a lui propinquissima aveva partecipato in modo
forse troppo clamoroso al suo sgomento.
La poesia è abbastanza chiara dopo quanto è detto e non m’indugio a
spiegarla. Ricordo soltanto che chi voglia respingere completamente questa
interpretazione o altra interpretazione di questo genere, deve credere che ve-
ramente Dante avesse delle previsioni in farnetico e, come ho già detto, per
non credere ai simboli, dovrà credere ai sogni.
XXIV. — Dopo la sua guarigione, Dante ci racconta un avvenimento
che, se si deve prendere esclusivamente alla lettera, è diciamolo francamente,
la più sciocca cosa che si possa immaginare. Ci racconta che, sedendo pen-
soso in alcuna parte, si sentì un tremore nel cuore, che vide venire monna
Vanna e subito dopo monna Bice. Il fatto sarebbe abbastanza semplice se non
fosse preceduto dall’arrivo di Amore che lietamente (dopo tutte quelle previ-
sioni tragiche e spaventose ?) gli dice: « Pensa di benedicere lo dì che io ti
presi, perchè tu lo dei fare ». E il cuore di Dante è sì lieto, che dice : « me non
parea che fosse lo mio cuore per la sua nuova condizione ». E poco dopo
queste parole « che lo cuore mi disse con la lingua d'Amore » (si noti bene :
con la lingua di Amore), vede venire le due donne una appresso dell'altra e
Amore, parlando al solito nel suo cuore, fa a Dante un discorso così sciocco
che molto mi compiaccio di poterlo restituire nel suo significato serio per
purgare Dante da tanta infamia quale sarebbe l’averlo dato come racconto
di significato puramente letterale.
Amore dunque dice a Dante: « Quella prima è nominata Primavera
solo per questa venuta d’oggi ; chè io mossi lo imponitore del nome a chia-
marla così Primavera, cioè prima verrà lo die che Beatrice si mostrerà
dopo la immaginazione del suo fedele. E se anche vogli considerare lo primo
nome suo, tanto è quanto dire « prima verrà », però che lo suo nome Giovanna
è da quello Giovanni lo quale precedette la verace luce, dicendo : « Ego vox
clamantis in deserto: parate viam Domini ». Ed anche mi parve che mi di-
cesse, dopo, queste parole : « É chi volesse sottilmente considerare, quella
Beatrice chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco ».
Non invidio coloro che per amore del realismo debbono ingoiare tale e
quale questa goffaggine etimologico-erotica. Cerchiamo di trarne fuori il signifi-
cato serio.
Bisogna osservare due cose : la prima è che Dante nello scrivere il
304 CAPITOLO UNDECIMO
sonetto, premette : « Onde io poi, ripensando, proposi di scrivere per rima a lo
mio primo amico tacendomi certe parole le quali pareano da tacere, credendo io
che ancor lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile ».
Risulta quindi anzitutto che Dante ci fa questo racconto «tacendo certe
parole le quali pareano da tacere » e che erano probabilmente le più impor-
tanti, e in secondo luogo che quando questo fatto accade, Guido (che era stato
il Capo della setta) non mira più alla sua Primavera gentile. Guido, in altri
termini, dopo una serie di crucci, di disdegni, di ire contro Amore, dei quali
abbiamo larghissima testimonianza in tante sue poesie, Guido si è allontanato
dalla setta, non mira più alla Sapienza santa che per lui si chiama Giovanna
o Primavera, come per Dante si chiama Beatrice.
Ma che cosa è dunque accaduto ? Noi abbiamo da altre parti innume-
revoli indizi del fatto che ?l comando della setta a Firenze passò da Guido
Cavalcanti a Dante Alighieri. Onesto Bolognese, nella poesia con la quale
accoglie ironicamente Cino da Pistoia che, dopo molte tergiversazioni, ha
abbandonato Amore (la setta), comincia: «Siete voi messer Cin se ben v’a-
docchio » e finisce « Nè ciò v’'insegnò mai Guido nè Dante ». I due maestri di
Amore si erano succeduti. Fcco perchè Amore, con aspetto inconsuetamente
lieto (assurdo nel senso letterale, perchè Dante usciva allora dalla terrificante
premonizione della morte di Beatrice), gli annunzia il nuovo avvenimento che
trasforma Dante e lo fa tale che il suo cuore è diventato un altro. Gli annunzia
semplicemente che d'ora 11 por a Guido succede Dante, a Giovanna pertanto
segue, succede Beatrice e Giovanna o Primavera apparisce come la precorri-
trice di Beatrice, e Beatrice da questo luogo e da questo momento può ben a
diritto chiamarsi « Amore », perchè il Capo della setta identifica in sè e nella
sua passione mistica l'Amore, tanto che Guido scrive a nome di Amore, tanto
che Guido era prima « Sol colui che vede Amore » e la frase insulsa e fuor di
luogo : « E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe
Amore per molta somiglianza che ha meco » significa : da oggi in poi Beatrice,
la donna di Dante, concreta in sè la setta di Amore perchè 1 capo dei « Fedeli
d'Amore » è diventato Dante. E Beatrice è succeduta a Giovanna, ha seguito
Giovanna.
E Dante scrive il sonetto per il fratello Guido rappresentando questa suc-
cessione in una forma idilliaca, soave, fraternamente affettuosa. Ma Dante
crede, quando scrive il sonetto, che Guido miri ancora a Giovanna ; Guido
invece ha avuto a disdegno Giovanna e con ciò, si noti, ha avuto a disdegno
Beatrice. Guido si è irritato, si è allontanato, non mira più alla sua Primavera
e Dante gli scrive la « Vita Nuova » ricordando in termini affettuosi e gentili
la successione e rimpiangendo ancora adesso che l’amico non contempli
più la Sapienza santa.
Più tardi Dante, nella Commedia, ripeterà lo stesso pensiero, ma in
forma ben più tragica dirà che Guido ha a disdegno Beatrice (cioè Gio-
vanna), ma dirà tristemente che Guido (che pure è congiunto con i vivi)
LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 305
«ebbe a disdegno » la Sapienza santa alla quale Dante è condotto, e nella
parola «ebbe» riaffermerà con un mirabile e significantissimo lapsus che
benchè egli sia «coi vivi ancor congiunto » egli è come morto, in verità
non vive egli ancora, « non fiere li occhi suor il dolce lome », cosicchè di
di lui non si può dire veramente che sia vivo. Da questo significantissimo
lapsus sorgerà il drammatico malinteso del padre infelicissimo! (1).
Di questo periodo tumultuoso nel quale la setta minaccia di disperdersi
e che termina con l'assunzione di Dante al comando di essa, ci resta forse un
altro documento in un delizioso sonetto di Dante che propone a Guido ed
a Lapo di andarsene insieme loro tre, con le loro donne, in un vasello a
« ragionar sempre d'amore », in modo che non potesse più venire impedi-
mento nè da fortuna nè da rio tempo. È uno dei pochissimi sonetti nei
quali la veste esteriore è riuscita così omogenea, così logica, così graziosa
che, per una volta tanto, dispiace un poco di doverla sgualcire per ricercare
il pensiero vero che essa nasconde: «Guido io vorrei che tu e Lapo
ed 10 »....
Ma che esista questo pensiero vero risulta anche qui dalla risposta di
Guido, il quale dice che con loro due andrebbe volentieri, ma che egli
ormai non si sente più degno di Amore (quanto disdegno in questa parola !)
e che vorrebbe in ogni modo che la donna avesse altro sembiante; di Gio-
vanna, della setta, non vuole più saperne.
S'io fosse quelli che d’amor fu degno,
del qual non trovo sol che rimembranza,
e la donna tenesse altra sembianza,
assai mi piaceria sì fatto legno (2).
E continua parlando però di un nuovo amore, di un nuovo affetto
che sembra lo tenga, forse un’altra idea (il razionalismo epicureo del quale fu
accusato ?). i
XXV. — Segue un capitolo intero destinato a richiamare chi per caso
non avesse ancora inteso, al fatto che Dante parla di Amore figuratamente.
Fgli si purga da una accusa che, a dire il vero nessuna persona un poco in-
telligente gli avrebbe potuto fare, di avere cioè fersonificato Amore, cosa che
tutti facevano da secoli e secoli. Ma in verità, Dante prende solo un pre-
testo per affermare una cosa ben più interessante e cioè che il dicitore per
rima, rima su « matera amorosa », perchè la poesia volgare nacque come poesia
d'amore, ma che i «dicitori per rima » non sono altro che « poeti volgari »
e che pertanto è conceduto a loro quello che è conceduto agli antichi
_— = _—__r——_—T—€é@m@&6
(1) Vedi: I! disegno di Guido per la virtù della Croce, ed îl dubbio se egli sia
vivo o morto (VALLI: « Note sul Segreto dantesco della Croce e dell'Aquila » in « Giornale
Dantesco » Anno XXVII, q. I.).
(2) DANTE: Od., pag. 73.
20 — VALLI
306 CAPITOLO UNDECIMO
poeti, di far parlare molti accidenti « sì come se fossero sustanzie e uomini»;
e aggiunge, si noti, « degno è lo dicitore per rima di fare lo somigliante,
ma non sanza ragione alcuna, ma con ragione la quale poi sia possibile
d’aprire per prosa ».
Se in questo discorso vogliamo intendere che i poeti possono usare
personificazioni, ma in modo che esse abbiano poi una ragione, cioè un senso
letterale, non esito a dire che il discorso di Dante risulterebbe alquanto sciocco,
perchè nessuno può prendere in considerazione poesie nelle quali manchi
«una qualche ragione » nel senso che manchi una coesione di idee nel signi-
ficato letterale.
Ma dicendo che le poesie dei poeti volgari fatte su materia (su materiale)
d’amore devono avere insè una qualche ragione, Dante parlava evidentemente
di una ragione simbolica più profonda, una ragione che sia possibile aprir
per prosa, ma che egli non apre niente affatto. E allo stesso modo parla
evidentemente di una ragione profonda, di una ragione simbolica, quando
dice che vi sono alcuni che rimano stoltamente « non avendo alcuno ragio-
namento in loro di quello che dicono ».
Questo « ragionamento » che deve essere nella poesia sotto veste di figura
o di colore rettorico, questo « verace intendimento » della poesia si può esser
certi che non è il senso letterale, il senso comune della poesia, chè non
sarebbe stato davvero il caso di perder tempo a dire che le poesie devono
avere un senso comune, è il secondo significato, il significato simbolico, affer-
mato da Dante come necessario nella poesia d'amore, proprio qui in mezzo
alla Vita Nuova.
Dante aggiunge : « É questo mio primo amico (Cavalcanti) e io ne
sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente » (senza « verace inten-
dimento »). Non era gente che rimasse senza dare un senso letterale, una
coordinazione logica a quello che dicevano o ‘alle loro personificazioni, erano
dicitori che imitavano le forme esterne della poesia d'amore senza avere un'idea
del suo contenuto mistico e simbolico ed è perfettamente naturale che il Ca-
valcanti e Dante ne ridessero tra loro.
XXVI. — Dante, dopo narrato oscuramente il suo assorgere alla su-
prema autorità della setta, dedica un capitolo a narrare non senza giusti-
ficata commozione, come la setta della quale egli aveva preso le redini in un
momento assai difficile, giungesse ad una nuova fioritura quasi trionfale.
Ed egli da buon capo se ne compiace « Questa gentilissima donna... venne
in tanta grazia de le genti.... onde mirabile letizia me ne giungea... E di
questo molti, sì come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi non lo cre-
desse... ». Questa divina Sapienza, non senza merito di Dante, va dunque ora
tra la gente « coronata e vestita d’umilitade ». Dante se ne compiace e vuole
« ripigliare lo stile de la sua loda.... acciò chè non pur coloro che la poteano
sensibilemente vedere, ma li altri, sappiano di lei quello che le parole ne
possono fare intendere ».
—
— —-— —-
LA «€ VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 307
E canta ora a piena voce il suo canto più felice e più commosso, quello
nel quale veramente questo raggio della divina Sapienza disceso in terra perchè
le anime sospirino la eterna beatitudine, passa soavemente tra gli uomini ab-
bassando orgoglio e dando salute. Passa, e il Poeta riesce finalmente una volta
tanto, a vederla con occhi di puro poeta, a vederla come una vera donna
gentile passante per la via in mezzo alle genti estasiate. Qualche ricordo di
vero amore gli offre probabilmente la materia del suo dire ed egli canta
questa volta così bene che non è meraviglia se il suo canto abbia risuo-
nato nei secoli come il canto commosso di un’anima innamorata. Se non
che questo amore non è un amore terreno elevantesi a forme mistiche, ma l’in-
Verso : un amore mistico espresso in immagini terrene.
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand’ella altrui saluta...
È inutile continuare. Tutti abbiamo nel cuore questi quattordici mirabili
versi e la loro interpretazione simbolica non può nè deve turbare la commo-
zione estetica che ci danno, ma guai se per amore di questa commozione estetica
che in questo e in pochi aliri sonetti è quasi perfetta, noi andremo a cercare
soltanto commozioni estetiche in quel groviglio di simbolismi, di convenzionalismi,
di dottrinarismi e di parole in gergo che costituisce la grande massa di tutta
‘ questa poesia pseudoamorosa !
Questo sonetto ed il sonetto seguente rappresentano uno dei rari momenti
felici nei quali la forma (che è amore simbolico per la Sapienza santa) e la
materia (che è ammirazione per una donna terrena passante per via) si fon-
dono felicemente, così che anche la sola interpretazione letterale è perfetta-
mente composta ed armonica (I).
L'altro sonetto che segue :
Vede perfettamente onne salute
canta la gentilezza che la Donna spande tra le donne e l’onore che esse
hanno da lei, cioè la virtù purificante e innalzante che essa esercita tra i
suoi adepti, ma esso lascia trasparire più visibilmente il convenzionalismo
settario, specie nell’invocazione alle « donne ».
XXVII. — Questa glorificazione che fa Dante della sua donna, cioè della
Sapienza iniziatica dopo che egli ne è divenuto per così dire, il gran sacer-
dote, segna già una progressiva ascensione della mistica esaltazione del
Poeta. Egli ha parlato con parole altissime di ciò che Beatrice opera in altri.
(1) Io non voglio fare l’iconoclasta, ma non posso non notare che anche in questo
sonetto che è tra i bellissimi, si tradisce un artificio : esso non riproduce una impres-
sione unica e diretta; è composto e riflesso. Infatti mentre in un verso dice che
avanti a Beatrice «ogni lingua divien tremando muta », due soli versi dopo dice che
« Ella sen va sentendosi laudare ». Da chi, se ogni lingua era muta? Dunque non è
una intuizione realistica e diretta, è composizione più o meno ben riuscita.
308 CAPITOLO UNDECIMO
Ora siamo al più grave: a quello che la Sapienza santa opera in lui,
Dante. «E però propuosi di dire parole, ne le quali io dicesse come me
parea essere disposto a la sua operazione (si notino queste parole), e come
operava in me la sua veriude ». |
Come doveva operare la virtù di questa Rachele in lui, giunto ormai ad
altissimo grado nell'amore di Rachele, in lui che la vedeva ormai così vi-
cina, così perfetta ? in lui che da tanto tempo l’aveva così devotamente
amata? Come opera Rachele nella sua massima perfezione ? Lo sappiamo
già da Riccardo da S. Vittore: opera con l’excessus mentis che si raffigura,
si pensa, si descrive come « morte di Rachele ». « Converrà dunque che questa
gentilissima si muoia », aveva scritto Dante. E Riccardo da S. Vittore:
« Nè siavi chi creda potersi alla contemplazione elevare se Rachele non
muore >.
E lo sapevamo da un pezzo che Beatrice doveva morire: lo sapevamo
dal primo sonetto o meglio, dal commento ad esso, che Amore se ne sarebbe
andato con lei verso 1 cielo e lo sapevamo da Guido Cavalcanti che insi-
stendo nell’amore si finisce col veder la donna volare in cielo : « Guarda, se
tu costei miri, vedrai la sua virtù nel ciel salita ». Secondo la critica « po-
sitiva » la quale non crede ai simboli, ma crede ai sogni, Dante aveva so-
gnato sette anni prima che Beatrice doveva morire; secondo noi, che
cerchiamo di interpretare i poeti mistici con le idee mistiche, Dante lo
sapeva perchè tutti sapevano che la Sapienza santa, nella sua perfezione deve
morire e perchè l’atto della contemplazione pura, Beniamino, non può na-
scere se Rachele non muore e Rachele deve morire in Dante come e a quel
modo che era morta in S. Paolo.
E Dante infatti, per dire come Beatrice operava in lui comincia una
canzone che è semplicemente la canzone della mistica morte. È, intesa come
tale, una delle cose più belle che egli abbia scritto.
In essa Dante comincia a parlare del lungo tempo da che Amore lo tiene,
doi del fatto che questo amore prima forte (pieno di dolore) adesso gh sta
«soave nel cuore » (1). E per questo (per questa soavità), quando Amore gli
toglie gli spiriti (naturali) la sua fragile anima sente «tanta dolcezza che °l
viso ne smuore », e Amore prende tanta virtù in lui che egli esce da se stesso
(excessus mentis) e 1 suor spiriti «vanno fuori chiamando la donna mia per
darmi più salute » (2). |
Si rilegga con questo pensiero la canzone interrotta e si comprenderà
— —— cm P_—__————_——< +€+
(1) Si ricordino le figure di Francesco da Barberino che hanno nei gradi inferiori
i dardi confitti e nei superiori le rose in mano.
(2) Riccardo da S. Vittore aveva detto : « Rachele muore imperocchè come la mente
è rapita sopra sè stessa si sorpassano i limiti di ogni umana argomentazione e non ap-
pena vede in estasi il lume divino l’'umana ragione soccombe. Questo è il morir di
Rachele... » (vedi Cap. IV. 5).
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 309
come e perchè essa è interrotta dalla morte di Beatrice. Essa è come una scala
di esaltazione mistica che sale verso la mistica morte e per un profondissimo
dramma simbolico è interrotta dalla mistica morte.
Sì lungiamente m’ha tenuto Amore
e costumato a la sua segnoria,
che sì com’elli m’era forte in pria,
così mi sta soave ora nel core (1).
Però quando mi tolle sì ’1 valore
che li spiriti par che fuggan via
allor sente la frale anima mia
tarita dolcezza, che ’1 viso ne smore,
poi prende Amore in me tanta vertute
che fa li miei spiriti gir parlando
ed escon for chiamando
la donna mia, per darmi più salute.
Questo m’avvene ovunque ella mi vede,
e sì è cosa umil, che nol si crede.
XXVIII. — «Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi
vidua domina gentium. Io era nel proponimento ancora di questa canzone
e compiuta n’avea questa soprascritta stanzia, quando lo segnore de la giu-
. stizia chiamoe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina
benedetta virgo Maria ».
Dante dà tre ragioni del fatto che egli non si sofferma a trattare della
dipartita di Beatrice da noi. Tutte e tre queste ragioni sono gravemente sospette.
La prima è che «ciò non è del presente proposito, se volemo guardare
nel proemio che precede questo libello ». Ma in quel proemio del libello egli
aveva detto soltanto che voleva « assemblare » le parole che egli trovava
scritte « nel libro della sua memoria » sotto la rubrica « Incipit Vita Nova »
e se non tutte, almeno la «loro sentenzia ». Ma non apparisce, per quanto
si guardi bene, la ragione perchè egli dovesse escludere proprio una cosa
così importante come la morte della donna amata che è il centro del dramma,
e che certo era scritta nel libro della sua memoria... a meno che, essendo
andato con l’excessus mentis, cioè con questa morte di Beatrice-Rachele là
dove «retro la memoria non può ire », questo fatto non dovesse proprio
essere escluso da quel tale libro della memoria.
La seconda ragione è che « posto che fosse del presente proposito, ancora
non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare come si converrebbe di ciò ».
Frase sospetta, perchè nel senso letterale doveva esser più facile alla sua
lingua raccontarci qualche particolare della morte di lei, che non esprimere le
meraviglie della sua quasi divina operazione fra gli uomini. Logicissimo in-
vece nel senso mistico che la sua lingua non sia sufticiente ad esprimere
(1) Si noti che tutte quelle angosciose premonizioni della morte dell’amata le ha
già inverosimilmente dimenticate !
310 CAPITOLO UNDECIMO
quelle altissime emozioni mistiche (quali che esse sieno state) che nel gergo
mistico si chiamavano «la morte di Rachele », cioè di Beatrice.
Terza ragione : « La terza si è che posto che fosse l’uno e l’altro, non è
convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe
essere me laudatore di me medesimo, la quale cosa è al postutto biasimevole
a chi lo fae; e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore ».
E questa ragione è « nel senso letterale » talmente assurda e incomprensi-
bile che ha fatto sgranare gli occhi perfino alla critica « positiva ». La quale
si è molto arrabattata a cercar di capire perchè mai Dante sarebbe stato
«laudatore di sè medesimo » se avesse parlato della morte di Beatrice, cosa
che adesso «è manifesta alli più semplici ». Nessuna lode più alta poteva
fare Dante a se stesso che raccontare di essere giunto a un altissimo svi-
luppo di spirito mistico e a quell’excessus mentis nel quale consiste appunto
la morte di Beatrice o, che fa lo stesso, di Rachele !
Ed in questo senso si intende anche che egli potesse lasciare ad altro
chiosatore, consapevole della profonda significazione di una tale morte, il narrare
questa che era sua altissima gloria, per la quale egli prelude in un certo modo
alla mistica ascensione nei cieli con Beatrice morta e per la quale salirà
fuori di se stesso in ispirito, alla contemplazione di Dio.
Lasciamo qualche povero di mente a credere che Dante avrebbe incari-
cato un qualche altro chiosatore di raccontare la morte vera della sua donna
vera. E chi mai si sarebbe presa questa bega quando Dante non si degnava di
farci sapere neanche come si chiamava la sua donna e la faceva abitare in
quella sopradetta città che viceversa non era mai «detta» ?
Dante non parla dunque della morte di Beatrice perchè non ne vuole
parlare o meglio, ne vuol dire quel tanto che basti per chi ha verace intendi-
mento per comprendere che si tratta della mistica morte.
Ma evidentemente qui il lettore dubiterà forte dicendo : Che cosa dunque
dobbiamo pensare, che Dante abbia avuto sul serio una forma di estasi, un
excessus mentis vero e proprio come quelli che avevano i Santi, come quelli
che possono avere alcuni individui d’eccezione, esseri superumani o patolo-
gici che si vogliano ritenere ? O dobbiamo credere che con questo excessus
mentis Dante abbia voluto intendere una forma di visione soprannaturale,
simile forse a quella che egli ebbe nella Commedia o magari quella visione
stessa, nella quale appunto Beatrice morta, in quanto è morta, lo conduce
fuori della sua mente a mirare là ove la memoria non può ire, a mirare nella
faccia di Dio?
Per me, mentre ho la sicurezza che questa morte di Beatrice è mistica e
significa excessus mentis, non credo di avere elementi sufficienti per poter
determinare quale forma di excessus mentis Dante abbia voluto in essa
adombrare. E il mio dubbio è perfettamente giustificato perchè nel testo
nel quale io ho trovato la chiara conferma del fatto che per questi poeti
la morte di Madonna significava l’excessus mentis (la expositio di Nicolò
LA &VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO ZII
de’ Rossi), si dice che l’ultimo grado dell'amore è l’excessus mentis (cioè
l'estasi), ma che esso è di quattro modi : « Nunc est tractandum de isto gradu
(amoris) exstasym quare scire oportet quod exstasys dicitur excessus mentis
et potest contingere quatuor modis ». Il primo, detto impropriamente estasi,
si ha quando qualcuno «si astrae » non per quanto riguarda l’atto e l’uso
dei sensi, ma solo per quanto riguarda l’intenzione : « quam totam confert
in usum superiorum vel amatorum. Et hoc est comune omnibus contem-
plativis ».
Il secondo modo si ha quando qualcuno si astrae dalle cose esteriori
ed è introdotto in una visione immaginaria, come negli Atti degli Apostoli
si dice di Pietro: « Et factu est in extasym mentis », etc.
Il terzo modo si dice più propriamente quando uno si introduce nella
visione intellettuale ove vede le cose intellettuali non fer la presenza
delle cose, ma per rivelazione.
Il quarto modo, il più proprio di tutti, è quando la mente fuori di
tutti quegli atti che sono propri degli esseri inferiori e senza che nulla si
interponga tra essa e Iddio, intuisce per visione intellettuale la divina essenza (1).
Risulta da tutto ciò che questi poeti chiamavano excessus mentis,
cioè morte di Madonna, non soltanto quella estasi di ordine superiore che è
addirittura l’intuizione delle cose divine, ma anche semplicemente il con-
centrarsi nella intenzione nel divino oggetto dell'amore senza rinunzia all'atto
e all’uso dei sensi o la semplice visione intellettuale che si ha per rivelazione.
Non solo, ma c'è un’altra cosa importante ed è che Nicolò de’ Rossi
presenta l’excessus mentis (nel suoi quattro modi) come l’ultimo grado col
quale in Amore si attinge la «somma gerarchia ».
Ora se si pensi alla continua inserzione che questi poeti facevano della
terminologia mistica nella terminologia settaria e a questa frase dell’amore
che nel quarto grado attinge la « somma gerarchia », ci vien fatto di pensare
che con questa morte di Madonna si potesse designare celatamente anche
semplicemente il sommo grado della gerarchia settaria, grado nel quale si sup-
poneva o si riteneva, sia pure per convenzione tradizionale, che l’adepto
dovesse essere o completamente concentrato nell'amore della santa Sapienza o
addirittura capace di ottenere qualche diretta rivelazione del divino (2).
E noi siamo certi di tutte e due queste cose : del fatto che Dante conseguì
il sommo grado della gerarchia e del fatto che egli si ritenne (come dimostra
la Divina Commedia e la sua dottrina segreta) capace di avere rivelazioni
dirette delle verità eterne, perchè la dottrina segreta della Divina Commedia,
comunque si voglia giudicare, non è quella che circolava per le scuole orto-
dosse.
Per chi ancora fosse in dubbio sul fatto che Beatrice è la Sapienza,
(1) Vedi cap. IV, s.
(2) Ecco perchè si avrebbero tutte queste donne dei poeti morte prematuramente.
312 È CAPITOLO UNDECIMO
egli passa senz'altro a spiegare perchè lo numero nove «fue amico » di questa
donna per concludere che ella era «un nove», per confondere in vari
modi la testa della « gente grossa », e siccome il nove era da secoli il nu-
mero della «Sapienza », per ripetere e ribadire che essa era puramente e
semplicemente « la santa Sapienza ».
XXIX. — Lasciamo la stoppa dei riavvicinamenti artificiosi e sforzati
in tutto quel ragionamento sul nove. Il sugo di esso è nelle parole « secondo la
infallibile veritade, questo numero fue ella medesima », parole che secondo il
suo costume Dante riprende con un astutissimo dico. « Fue ella medesima ;
per similitudine dico » (I).
Egli trova una ragione del fatto che Beatrice sia « uno nove », la ragione
che essa ha la sua radice nella santissima Trinità che è il tre, in quanto essa è
«un miracolo ». Goffo ragionamento, buono per la « gente grossa ». Ed egli
lo avverte : « Forse ancora per più sottile persona si vederebbe in ciò più
sottile ragione; ma questa è quella ch'io ne veggio e che più mi piace ».
Non già perchè siamo più sottili di voi, messer Dante, ma perchè ci
avete tirato per forza ad andare a consultare anche le vecchie tradizioni
cabalistiche e ci avete insegnato a diffidare delle spiegazioni letterali che voi
stesso ci ammannite, vi diremo senz'altro che la più sottile ragione è sempli-
cemente questa, che il numero nove era, in una vecchissima tradizione mistico-
cabalistica, il numero della Intelligenza.
In un libro che non riguarda menomamente Dante, ma che raccoglie
con tutt'altro intento le leggende intorno ai simboli, io trovo queste parole
che trascrivo tali e quali e che testimoniano per me la esistenza di una tra-
dizione nella quale 11 nove era 1l numero della Intelligenza (o Sapienza).
«I numeri divennero la base del primo sistema geroglifico del genere
umano e della lingua universale dei simboli.
« In effetto gli iniziatori ebbero in breve l’idea, per aiutare la loro memoria,
di inscriverli sopra pietre esprimendoli graficamente con gruppi di punti...
Così essi insegnarono che 1 significava il cielo, 2 la terra, 3 l’uomo, 4 il padre,
5 la madre, 6 il figlio, 7 il senso, 8 il cuore, 09 l’Intelligenza, 10 l'adorazione
della vita per mezzo dell’estasi (2).
Ripeto che con questo io non intendo accettare come verità questo
racconto, ma soltanto l’esistenza della tradizione che per me è sufficientis-
sima a dimostrare la mia tesi ponendo l’equazione Beatrice =9= Intel-
ligenza o Sapienza.
(1) Si ricordi che per dire che il Limbo significava la selva selvaggia, Dante scrive :
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
Vedi: VALLI: La Chiave della Divina Commedia, pag. 81.
(2) MARCO SAUNIER: La leggenda dei simboli. Traduzione italiana, Todi, Atanor,
192I, pag. 57.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 313
Dante ci ha dunque significato nella morte di Beatrice quello stesso che
significava Riccardo da San Vittore nella morte della compagna di Beatrice,
Rachele ; cioè un certo elevarsi, un trascendere del suo spirito in forma esta-
tica o quasi estatica, una qualche forma di vero e proprio « raptus », nel quale
Dante, sull'esempio di tutti i mistici suoi maestri, aveva coronato in certo
modo il suo amore per la santa mistica Sapienza, o si riteneva lo avesse
coronato perchè giunto alla « suprema gerarchia » della setta.
Per i profani questa mistica morte è rappresentata come morte della
donna. In realtà essa è una specie di assunzione nei cieli della mente e dell’in-
telletto dell’uomo.
Riprova. Cino da Pistoia scrive a Dante una poesia fer la morte di Bea-
trice nella quale, seguendo il giuoco delle apparenze, si dà l’aria di confortare
Dante, ma tra l'uno e l’altro conforto gli dice francamente :
Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia,
chè dovreste d’Amor sopraggioire,
chè avete in ciel la mente e l'intelletto ?
Li vostri spirti trapassar da poscia
per sua vertù nel ciel..... (1)
Si riconferma così che Dante, in seguito alla morte di Beatrice, ha la mente
e l'intelletto nel cielo. È la virtù contemplativa di lui che ha trasceso questo
basso mondo. La «spes contemplationis » è diventata contemplazione pura.
La sua speme è in Paradiso e Cino dopo aver detto proprio queste parole :
ond’è la vostra speme in paradiso, ricorda logicamente che con ciò si è veri-
ficato quello che «avea l’angel detto » nella canzone di Dante: Donne che
avete intelletto d'amore, nella quale con tanta nuova profondità di stile si diceva
semplicemente che colei che è quaggiù «spes aeternae contemplationis »
deve lasciare il mondo e uscire da noi, morire, per diventare contemplazione
vera, per andare a « mirare gloriosamente nella faccia di Dio ».
XXX. — Nei capitoli che seguono e per tutto il rimanente della sua
vita, Dante continua naturalmente a considerare Beatrice come morta. Ma
l’uso comune del polisenso « morte di Madonna » gli permette di trarre da
questa morte di Beatrice motivi nuovi e diversi.
Come nel capitolo XXIII e nella canzone: Donna pietosa egli aveva
parlato della morte prevista di Beatrice in forma angosciosa e significando il
pericolo che correva la setta di essere dispersa, così ora egli parla di Beatrice
morta e ascesa nei Cieli nel senso che la mistica Sapienza, la santa Verità ha
lasciato vedova di sè la terra, che essa non si ritrova più nelle parole della
Chiesa, che si è ritirata nei Cieli.
Non è improbabile che dopo quel periodo di grande fiorire della» setta
sotto la direzione di Dante, questa si sia poi veramente dispersa quando comin-
(1) Ed. cit., pag. 17.
314 CAPITOLO UNDECIMO
ciarono le terribili discordie intestine di Firenze. Certo, Dante dà ora a
quella morte di Beatrice, che era 11 suo orgoglio, il senso di oscuramento del
mondo.
Ma a riconfermare ancora una volta che quella Beatrice è qualche cosa
di ben diverso dalla moglie di Simone de’ Bardi, Dante che ha annunciato
la morte di lei con un immediato e gelidissimo almanaccare sul numero
nove, continua ora a parlarne dicendo :
« Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade
quasi vedova dispogliata da ogni dignitade ; onde io, ancora lagrimando, in
questa desolata cittade, scrissi a lt principi de la terra alquanto de la sua con-
dizione, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta che dice : Quo-
modo sedet sola civitas ».
Si è discusso se i « principi della terra » ai quali Dante scrive siano i
signori di Firenze o i principi di tutto il mondo. Siano gli uni o gli altri,
dovevano essere però persone abbastanza affaccendate in cose serie, perchè
fosse semplicemente ridicolo che un giovane di venticinque anni li richia-
masse a occuparsi del grave fatto che era morta la moglie di Simone de’ Bardi.
Immaginate quella lettera che Dante si scusa di non riprodurre per una
ragione così puerile, perchè è scritta in latino (poveretto! e se aveva sta-
bilito di scrivere soltanto in volgare, non la poteva tradurre in italiano ?),
quella lettera avrebbe dovuto suonare presso a poco così : « O Rodolfo d’As-
burgo, Imperatore di Lamagna, o Carlo d’Aragona, o Giacomo di Sicilia, o
Edoardo d'Inghilterra, ascoltate! ascoltate! È morta la moglie di Simone
de’ Bardi che era tanto bella e tanto gentile e della quale io ero tanto inna-
morato e Firenze è rimasta desolatissima.... ».
Vi immaginate il resto ?
Smettiamo di fare onta alla memoria di Dante credendo realisticamente
che egli abbia scritto qualche cosa di simile. Certo è più seria, direi quasi più
rispettosa, l’ipotesi del Rossetti il quale, osservando che proprio con quelle
stesse parole comincia l’epistola di Dante ai Cardinali (che sono detti molte
volte « Principi della terra »), nella quale si descrive lo stato desolatissimo di
Roma e del mondo abbandonato dalla vera dottrina di Cristo, ne dedusse che la
lettera di cui si parla nella Vita Nuova sarebbe proprio quell’epistola. Ma per
sostenere questa ipotesi bisogna appoggiarla all’altra (per me del resto non
affatto assurda) che la Vita Nuova, quale noi la possediamo, sia un tardo ri-
facimento di Dante stesso, nel quale egli avrebbe intromessi fatti e allusioni
riguardanti periodi della sua vita posteriori al tempo della vera Vita Nuova.
E l'ipotesi è avvalorata dal fatto che gli ultimissimi capitoli del libello si
spiegano assai meglio, se si pensino scritti dopo il Convivio che prima (I).
(1) Che gli ultimi capitoli della Vita Nuova quale noi la possediamo siano posteriori
al Convivio fu già supposto dal Krause e sostenuto validamente dal Pietrobono. (I/
Poema Sacro, Zanichelli, 1915).
Loca a nn ds
f-
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 3ZI5
Dobbiamo dunque ritenere che Dante, dando ora alla espressione « morte
di Beatrice » il significato di « abbandono della terra da parte della vera
Sapienza santa », abbia esposto in un lettera ai « Principi della terra » lo
stato veramente miserando di Firenze o forse del mondo tutto (la innominata
sopradetta cittade della Vita Nuova) dopo che la Sapienza santa lo aveva di-
sertato, raccogliendosi nei Cieli. E questo sì che era argomento da scriverne
e in forma latina, solennemente, ai « signori della terra ». Si continuava così
nella Vita Nuova il pensiero della Sapienza che diceva che la Sapienza
deve guidare 1 Re della terra, e si ripeteva, in mezzo alle apparenti parole di
amore, il pensiero che la vera Sapienza santa non è più sulla terra ove do-
vrebbe sedere sul sacro Carro della Chiesa.
XXXI. — Dante scrive ora la canzone « cattivella » in morte di Bea-
trice per disfogare la sua tristezza. Tra le parole abbastanza fredde e conven-
zionali di dolore, ne sfuggono al poeta alcune che si spiegano soltanto nel
senso mistico. Il fatto, per esempio, che Beatrice è morta, ma:
no la ci tolse qualità di gelo
nè di calore, come l'altre face.
Fssa è partita dal mondo:
perchè vedea ch’esta vita noiosa
Non era degna di si gentil cosa.
Tutti la piangono. Chi non la piange è soltanto chi ha il cuore di
pietra. Si ricordino le pietre che gridavano contro Dante e il significato ge-
nerale di Pietra come Chiesa corrotta o persona che segue la Chiesa corrotta.
Chi no la piange, quando ne ragiona
core ha di pietra sì malvagio e vile,
ch’entrar no i puote spirito benegno.
Ma nel momento in cui egli chiama Beatrice dicendo : « or se’ tu morta »,
è confortato da lei, che dunque vive : « mentre ch'io la chiamo me conforta ».
Dante manda ancora questa canzone alle donne e alle donzelle, agli
adepti; ma certo nel frattempo è cominciata una grande crisi dissolvitrice
nella setta, perchè Dante sembra confondere le parole riguardanti la morte
di Beatrice nel senso mistico, con parole che riguardano piuttosto uno stato
di abbandono e di desolazione generale intorno alla santa idea.
La confusione non solo si produceva spontaneamente per l’uso del-
l’unico termine di gergo per cose diverse, ma doveva essere favorita come ma-
gnifico artificio per trarre in inganno la « gente grossa ».
XXXII. — Accade ora qualche cosa non facile a spiegare nel senso
letterale e alquanto oscuro anche in quello allegorico. Viene a Dante uno che
egli dice «amico a me immediatamente dopo lo primo e.... tanto distretto
di sanguinitade con questa gloriosa, che nullo più presso l’era ». Egli prega
Dante che gli faccia una poesia « per una donna che s'era morta ; e simulava
316 CAPITOLO UNDECIMO
sue parole, acciò che paresse che dicesse d’un’altra, la quale morta era certa-
mente ».
Questo : « morta era certamente » si potrebbe dire un lapsus del poeta,
dal quale dovremmo indurre che Beatrice non era morta certamente, cioè nel
vero senso della parola.
Dante si accorge dell’intenzione dell’amico, si accorge che quegli, fin-
gendo di parlare di un’altra donna morta, vuole che Dante gli faccia una poesia
per Beatrice morta. E Dante fa un sonetto nel quale si lamenta, per darlo
«a questo amico acciò che paresse che per lui l’avessi fatto ». La cosa è al-
quanto complicata. Consideriamola nel suo senso letterale. Mentre era, secondo
la lettera, diffusa tra le genti e diffusissima tra le « donne » la notizia del fatto
che Dante era innamorato di Beatrice, e Dante scriveva ormai sonetti n0-
minandola chiaramente, il fratello di Beatrice sarebbe andato da lui a farsi
fare una poesia în nome proprio per Beatrice morta, che era moglie di un
altro (!). Accettiamo per un momento questa non lieve sconvenienza. Dante
fa per il fratello di Beatrice un sonetto nel quale per due volte chiama la
morta « la donna mia » (Lasso!, di pianger sì la donna mia .... La mia donna
gentil che sì n'è gita). Questo è anche meno accettabile.
XXXIII. — La cosa più strana è che Dante ci ripensa su e trova che ha
fatto troppo poco e allora scrive una canzone oltre al sonetto e la canzone è
composta di due stanze : la prima, ci spiega Dante, « per costui veracemente
e l’altra per me, avvegna che paia l’una e l’altra per una persona detta, a chi
non guarda sottilmente ; ma chi sottilmente le mira vede bene che diverse
persone parlano, acciò che l’una non chiama sua donna costei, e l’altra sì,
come appare manifestamente. Questa canzone e questo soprascritto sonetto
li diedi, dicendo io lui che per lui solo fatto l’avea ».
Non si può negare che la cosa sia alquanto confusa, tanto più che
il primo sonetto che Dante consegna al fratello di Beatrice come fatto
esso purein nome dilui, chiamava Beatrice due volte « donna mia », e non s'in-
tende bene lo scrupolo di non farla chiamare « donna mia » nella prima
stanza della canzone.
In mezzo a tali oscurità e complicazioni mi pare si possa avanzare
l’ipotesi che questa persona strettamente consanguinea a Beatrice, sia sempli-
cemente un altro adepto della setta (Cino da Pistoia ?) e che questa specie di
strana collaborazione che arriva fino al punto che fer la stessa donna si
scrivono due strofe di una canzone, la prima a nome di uno e la seconda a nome
di un altro (!), riconfermi quello che ho detto innanzi, che questa gente fa
l’amore iutta insieme, che amano tutti la stessa donna la quale è :
Leg dira ie: Lab e pi l’unica fenice
che con Sion congiunse l'Appennino,
e che Dante, per rendere un po’ più accettabile nel senso letterale questo
amore collettivo e questo pianto comune su Beatrice morta, abbia dato oscura-
— — —& 2 n _-
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 317
mente la qualifica di consanguineo di Beatrice a un adepto che ne era innamo-
rato come lui ed abbia fatto notare che nella prima strofe della canzone
Beatrice non era chiamata «donna mia », anche perchè quell’adepto alla
donna sua soleva dare naturalmente un altro nome.
E la « gente grossa » non si lasci abbagliare dal fatto che qui Dante
parla chiaramente di fratello di Beatrice e di padre di Beatrice. La santa
Sapienza o la setta, poteva avere perfettamente padri e fratelli, visto che
la filosofia ha, secondo Dante, familiari e parenti. Nel Convivio infatti
egli dice che era desideroso non soltanto della filosofia, « ma di tutte quelle
persone che alcuna prossimitade avessero a lei, o per familiaritade o per
parentela alcuna », (1) e sono ? filosofi.
XXXIV. — Che Dante ripensando a Beatrice dipinga figure di angeli, è
cosa perfettamente naturale e verosimile nel senso allegorico non meno che nel
senso letterale, come è pure naturalissimo che egli scriva sospirando del « no-
bile intelletto » che è salito nel cielo, per quanto questo « nobile intelletto »
sia un po’ troppo crudamente filosofico e sappia molto poco di donna vera.
5. LA DONNA GENTILE (FILOSOFIA) DI FRONTE ALLA SAPIENZA MISTICA
(BEATRICE). — Siamo all’episodio della « donna gentile ».
XXXV. — Per intendere questo episodio bisogna premettere che secondo i
mistici l’atto della contemplazione pura, quale si può avere con l’excessus men-
tis sulla terra, non può essere durevole. Non solo, ma Averroè aveva scritto
che anche il nostro congiungimento con l'intelligenza attiva quaggiù è di ne-
cessità breve : « Necessario è che da ultimo ci congiungiamo a tale intelligenza
astratta... benchè in noi ciò segua per breve tempo come disse Aristotile ».
Questo spiega il fatto, che ad alcuni potrà essere parso strano, che Dante
abbia subito un periodo di decadenza, un abbassamento spirituale, pur dopo
conseguito quell’altissimo grado di commozione 0 di iniziazione mistica che è
raffigurato nella morte di Beatrice.
È appunto forse la rapidità, la violenza, la precocità con la quale Dante,
nel fervore della sua esaltazione arrivò alle più forti emozioni mistiche, quella
che (richiamandoci a molte esperienze analoghe) spiega il suo ricadere dai
vertici del misticismo in uno stato mentalmente e spiritualmente inferiore,
Alla quale ricaduta potè certo molto contribuire il fatto che il gruppo mistico
settario nel quale si coltivava il suo misticismo si era disciolto o si andava
disciogliendo.
Ognuno comprende che lo spirito ferventissimo di: Dante, anche se era
passato attraverso una violenta emozione mistica verso i venticinque anni,
non poteva fermarsi. Troppo mondo gli era aperto ancora, troppe curiosità
lo assillavano e il campo stesso della conoscenza era ancora troppo vasto
dinanzi a lui.
(1) Conv., III, I, 2.
318 CAPITOLO UNDECIMO
In queste condizioni appare a lui la « donna gentile ».
Intorno alla essenza di questa donna gentile abbiamo due testimonianze
contraddittorie. La prima è di Dante, il quale dice che la donna gentile è « co-
lei alla quale Pittagora pose il nome di Filosofia » (I).
La seconda è dei critici « positivi » e « realistici » dei tempi nostri i quali,
a dispetto di Dante e delle sue chiare parole, ci dicono che la donna gentile
era una femmina vera, magari la moglie di Dante, ma che Dante, imbrogliando
solennemente contemporanet e posteri, dette ad intendere nel Contivio che essa
era Filosofia! E il D'Ancona in specie, ha osato affermare che Dante or-
ganizzò questo solenne e sfacciato imbroglio quando, volendo darsi alla
politica, credette che quella sua instabilità negli amori giovanili potesse
danneggiario (2).
Faccio osservare questo perchè siccome la critica positiva protesterà
certamente contro al fatto che io attribuisco a Dante artifici di stile e di lin-
guaggio con i quali avrebbe velato il vero essere di Beatrice, voglio che risulti
che la critica positiva per timore di dover riconoscere che la rivale di una
« Donna Gentile » simbolica doveva essere una « Beatrice » ugualmente sim-
bolica, attribuisce a Dante una volgare e sciocca mistificazione assai più
irragionevole e meno nobile del velame che io riconosco nella Vita Nuova.
Resta che io su questo punto credo alla aperta e limpida testimonianza
di Dante. Credo che la Donna Gentile sia simbolica fino dal suo primo appa-
rire e che sl contrapponga a Beatrice come « Filosofia » a « Sapienza mistica »,
in altre parole come (secondo la distinzione paoliniana) Scienza a Sapienza.
FE con questo si possono spiegare non solo tutto il Convivio, ma anche
questi capitoli della Vita Nuova nei quali il carattere fondamentale della
Donna gentile è quello di essere simile e pur diversa da Beatnce.
Infatti la Filosofia, quella scienza ferrena che fu coltivata da Aristotile,
da Cicerone, da Boezio, dagli altri maestri di Dante, è simile e pur diversa
dalla Sapienza santa mistico-iniziatica in quanto essa pure vuol condurre
benchè per vie razionali e meno dirette, a Dio.
La Donna Gentile, ho detto, è simile a Beatrice e pur diversa.
E simile. Quando Dante la vede gli sembra che in lei sia tutta la pietà
accolta. Egli dice fra sè: « E’ non puote essere che con quella pietosa donna
non sia nobilissimo amore », e infatti anche in lei era amor Sapientiae. Ed essa
quando vedeva Dante « si facea d’una vista pietosa e d’un colore palido quasi
come d’amore ; onde molte fiate mi ricordava la mia nobilissima donna, che
di simile colore si mostrava tuttavia ».
(1) Conv., II, V, 12.
(2) Comesi vede il D'Ancona attribuiva a Dante non soltanto, come abbiamo visto,
il culto di una astratta «idea» propria del secolo XIX, ma anche i metodi politici dei
tempi nostri. Dante avrebbe creato tutto quel pasticcio fra la Donna Gentile e la
Filosofia come un candidato che rabbercia le testimonianze un po’ scabrose del suo
passato prima di presentarsi agli elettori |
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LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 319
Ma è diversa : è diversa soprattutto costantemente, nel grado della sua no-
biltà. Infatti quella che vola direttamente a mirar nella faccia di Dio è « gen-
tilissima », questa è e resterà sempre solamente « gentile », per quanto Dante
scriva tutto un trattato su di lei. Non solo, ma Dante ci dice una frase
molto strana nel senso letterale. Ci dice che ai suoi occhi volenterosi di riguar-
dare nella « Donna gentile », egli diceva: «Questa donna... non mira voi
se non in quanto le pesa de la gloriosa donna di cui piangere solete ». Invero-
simile che questa gentile donna evidentemente innamorata, guardando Dante
si dolga proprio di Beatrice morta. Verosimilissimo e profondo che la filosofia,
altissima scienza umana ma razionale, essa pure miri in realtà come suo ul-
timo termine a quella gloriosa donna che è «la Sapienza che vede Iddio ».
Per essere breve dirò senz'altro (e chiunque ritroverà da sè nella Vita
Nuova e nel Convivio il sapore evidente di questa verità), che il conflitto tra
Beatrice e la Donna Dentile è il conflitto dell’anima di Dante tra la « mistica
sapienza » attraverso la quale Dante ha avuto emozioni mistiche altissime, e
la dottrina umana, la « filosofia ». Tutte e due sono sotto un certo rapporto
« sapienza », ma l’una è gentilissima, l’altra è gentile. Della prima ci si inna-
mora perdutamente al primo apparire (« l'eterna luce che vista sola e sempre
amore accende »), nella seconda si procede con amore faticoso, vegliando la
notte, attraverso lo studio dei filosofi. E questo l’amore per la donna del
Convivio, è quella ricerca della dottrina dei filosofi nella quale infatti Dante,
nel primo capitolo del Convivio, dice di aver cercato conforto quando non
poteva più godere della presenza di Beatrice.
Dante dunque, dopo la gloriosa e appassionata esperienza mistica, non
resse nello stato di esaltazione mistica forse anche perchè, disperdendosi la
setta, il suo misticismo non trovò più alimento, egli ricadde e trovò conforto
nella filosofia che, senza essere la visione immediata e diretta delle cose di-
vine, era pur sempre figlia di Dio, era pur sempre Sapienza, più faticosa,
più umile, era quella che si conquista giorno per giorno sui libri.
Vi fu lotta fra le due. La prima canzone del Convivio è l'espressione di
questa lotta, la quale non è l’assurda lotta che vede la critica realistica tra
il ricordo affettuoso per una femmina morta e l’amore della filosofia (due cose
che non potevano lottare perchè non può esistere tra loro nessun contrasto),
ma era lotta tra la sapienza mistica e la sapienza razionale.
Là dove la povera critica positiva vede un assurdo contrasto di affetti
che non potrebbero contrastare affatto fra loro, riappare così, mirabile di
profondità e di significazione, nientedimeno che il contrasto nella grande
anima di Dante, delle due correnti di pensiero che si erano contesa du-
rante tutto il Medioevo la via per condurre gli uomini a Dio: la corrente
del misticismo intuitivo e la corrente della filosofia razionalistica.
Aperto ad ogni grande soffio del pensiero ‘e della vita del suo tempo,
Dante che doveva poi tentare nella Divina Commedia la grande armonizza-
zione delle due forze tradizionali della vita medioevale, la Croce e l'Aquila,
320 | CAPITOLO UNDECIMO
rappresentava nella prima canzone del Convivio, sotto la specie di un suo in-
timo dramma, il conflitto secolare del misticismo e del razionalismo e, pur nel
momento in cui lasciava da parte la « Gentilissima » col proposito di non
parlare nel libro se non della « Gentile » (e infatti parlava di filosofia la-
sciando quasi interamente da parte la fede), tacitamente riconosceva la loro
gerarchia, la loro armonia profonda, la loro fondamentale unità. g
XXXVI, XXXVII, XXXVIII. — Trascorro sui particolari di questo
conflitto, ponendo soltanto un problema che però non credo sia possibile ri-
solvere con perfetta sicurezza.
Dante ricadendo, per così dire, dall’amore per la Sapienza mistica inizia-
tica a quello per la Filosofia razionalistica, subì una vicenda puramente in-
dividuale o ebbe a compagni altri del suo gruppo ? Non seguì forse anche ora
Guido Cavalcanti, che già aveva bruscamente abbandonato Giovanna (cioè
la sua Beatrice) e non mirava più a lei?
E questa Donna Gentile fu amata da Dante in solitudine o il suo amore
per essa si può interpretare come il suo accedere ad un gruppo nel quale pre-
valesse, invece di una idea mistico-iniziatica, una concezione filosofico-raziona-
listica ? uno di quei gruppi di filosofanti che la plebe ignorante chiamava epi-
curei ? Le canzoni del Convivio, scritte per questa Donna Gentile e tutte piene
di profonde significazioni esse pure, non dovevano essere intese da qual-
cuno intorno a Dante ?
6. IL RITORNO A BEATRICE. — L'insistere su questo problema ci intrat-
terrebbe troppo. Quel che importa è constatare che, per quanto possa essere
durato questo che possiamo chiamare un fertodo razionalistico della vita di
Dante, questo periodo fu a un certo punto troncato da un appassionato, fer-
vido ritorno a Beatrice, cioè alla Sapienza mistica amata nei primi anni.
Quando avvenne questo ritorno ?
La risposta a questa domanda si ricollega col problema della data degli
ultimi capitoli della Vita Nuova e della redazione definitiva di essa. Se i capi-
toli della Vita Nuova, ove sono narrati la mirabile visione e il ritorno di Dante
a Beatrice col proposito di dire di lei « ciò che mai non fu detto d’alcuna »,
sono scritti insieme agli altri capitoli, dobbiamo riconoscere che Dante dovette
avere, dopo scritte le canzoni del Convivio (prima caduta nel razionalismo), una
seconda caduta razionalistica nella quale scrisse la parte prosastica del Con-
vivio. E « perchè non ne pigli baldanza persona grossa », osservo che la critica
realistica deve ammettere in ogni modo, in questo caso, una ricaduta di
amore per la « Donna Gentile », perchè il Convivio che la celebra sarebbe stato
scritto dopo il proposito di celebrare invece Beatrice. Se invece gli ultimi ca-
pitoli della Vita Nuova sono scritti a notevole distanza dai primi e sono stati
aggiunti al «libello » in una seconda redazione (come pensa con molto
fondamento il Pietrobono), essi significano il ritorno a Beatrice dopo tutta
una parentesi razionalistica comprendente così le canzoni come la prosa del
LA « VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAL GERGO 32I
Convivio e sarebbero stati scritti al momento in cui balena a Dante l’idea di
glorificare la sua Beatrice in un'opera di poesia mistica : la Divina Commedia.
La Divina Commedia segna comunque l’abbandono della Donna Gentile
che è la Filosofia e l’interruzione del Convivio. Di tutti gli argomenti con i
quali si dimostra, per me incontrovertibilmente, che la Divina Commedia
fu scritta negli ultimi anni della vita di Dante, il più forte è questo, che colui
che scriveva la « Commedia » non poteva perder tempo a scrivere il « Convivio ».
Sono due stati d'animo talmente opposti, l'uno prevalentemente razionali-
stico e l’altro mistico e profetico, che sono tra loro incompatibili.
Ma la Divina Commedia si ricongiunge direttamente, al di là del Convivio,
alla Vita Nuova come torna a Beatrice al di là della Donna Gentile che essa
vuole ignorare, e che riappare non nominata come uno degli errori o degli
sviamenti dei quali Beatrice rimprovera Dante.
In verità Dante aveva creduto nel Convivio di poter rimediare ai mali
del mondo con l’amore della Donna Gentile, con la Filosofia (1); nella Com-
media si appellava al miracolo che doveva venire da Dio. Nel Convivio, dietro
la Donna Gentile, aveva ragionato e sillogizzato sulle tracce di Aristotile, di
Averroè, di Boezio ; nella Divina Commedia egli vola in una mistica visione,
| rapito con la sua donna e per la sua donna, che ha ora chiaramente il volto
della Sapienza santa, fino a Dio.
F quella sua Sapienza santa è quella sua donna che è morta e che
soltanto in quanto è morta, come Rachele, può portarlo a mirare gloriosa-
mente nella faccia di Dio.
XXXIX. — Nell’ora nona di «un die» che non è meglio specifi-
cato, si leva la visione di Beatrice che torna a vincere. Essa ha le vestimenta
sanguigne di un giorno. Non siamo forse in un’epoca nella quale la se-
greta idea mistica é nuovamente perseguitata col ferro e col fuoco in un movi-
mento che, come vedremo, ha molto stretti rapporti con la setta del
« Fedeli d’amore », il movimento dei Templari ? E non sono forse quelle ve-
stimenta sanguigne, queste nuove persecuzioni che richiamano Dante a Bea-
trice ? Certo egli si riconverte. Vuole che il suo « desiderio malvagio e vana
tentazione appaia distrutto, sì che alcuno dubbio non potessero inducere le ri-
mate parole ch’io avea dette innanzi » (2). E scrive il sonetto : Lasso / per forza
di molti sospiri, ove ricanta ancora quel dolce nome di Madonna che è Beatrice,
non solo, ma invia probabilmente per il mondo due sonetti che nella Vita
Nuova non si ritrovano ma che troviamo nel Canzoniere, nei quali sembra
ripudiare addirittura tutte le poesie del Convivio dicendo che nella donna che
(1) « Proposi di gridare a la gente che per mal cammino andavano, acciò che per
dritto calle si dirizzassero... La sanitade... la quale corrotta a così laida morte si correa ».
(Conv. IV, I, 9, 10).
(2) Dante spiega lungamente nel Convivio che egli chiama vile il desiderio della
Donna Gentile, non perchè fosse tale in sè ma in comparazione all’amore per la Gen-
tilissima.
21 — VALLI.
322 CAPITOLO UNDECIMO
egli ha cantato egli ha errato e questo primo sonetto nel quale si riparla della
Sapienza iniziatica, lo manda, naturalmente alle donne : agli adepti.
Parole mie che per lo mondo siete,
voi che nasceste poi ch'io cominciai
a dir per quella donna în cui errai
« Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete »,
andatevene a lei, che la sapete,
chiamando si ch'’ell’oda i vostri guai;
ditele : « Noi siam vostre et unquemai
più che noi siamo non ci vederete ».
Con lei non state, chè non v'è Amore;
ma gite a torno in abito dolente
a guisa de le vostre antiche sore.
Quando trovate donna di valore,
gittatelevi a' piedi umilemente,
dicendo : «A vot dovem noi fare onore » (1).
E il chiaro proposito di abbandonare il Convivio e la Donna Gentile-Filo-
sofia, di tornare alle donne (gli adepti), di richiamarli, di far onore a loro.
A questo sonetto ne segue un altro che con un grosso errore, a mio pa-
rere, è stato considerato come contraddicente a quello che precede ; il so-
netto: O dolci rime che parlando andate. La donna di cui si parla in questo
sonetto, che l'altre onora, non è la solita Donna Gentile, è Beatrice. E il senso
del sonetto è il seguente e conferma pienamente quanto ha detto l’altro so-
netto : Parole mie.
O poesie mie che parlate di Beatrice, verrà a voi un altro scritto che essendo
mio voi riterrete vostro fratello : il Convivio. Non lo ascoltate, în esso non è
la verità, ve ne scongiuro per Amore: ma se nella Filosofia che esso canta non
è la verità, esso potrebbe spingervi verso la verità. La Filosofia non è che un
primo gradino inferiore per arrivare alla Sapienza santa. Quindi non vi ar-
restate in quel grado di avvicinamento alla Sapienza che può dare il Convivio,
proseguite avanti, giungete alla vera vostra donna, Beatrice, e raccomandatevi a
lei che è il desiderio dei miei occhi.
Si noti che soltanto con questa interpretazione si supera quell’atroce
guazzabuglio della prima terzina che resiste ad ogni altra ragionevole spie-
gazione.
O dolci rime che parlando andate
de la donna gentil che l’altre onora,
a voi verrà, se non è giunto ancora,
un che direte : « Questi è nostro frate ».
Io vi scongiuro che non l’ascoltiate
per quel signor che le donne innamora,
chè ne la sua sentenzia non dimora
cosa che amica sia di veritate.
(1) DANTE: Of., pag. 92.
LA «VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI, GERGO 323
E se voi foste per le sue parole
mosse a venire inver la donna vostra,
non v’arrestate, ma venite a lei.
Dite: « Madonna, la venuta nostra
è per raccomandarvi un che si dole,
dicendo : ov’è ’1 disio de li occhi miei? » (1).
In questi due sonetti, in altri termini, Dante torna all’idea mistica, getta
un richiamo per riunire sè ai « Fedeli d'amore » ancora rimasti del primo
tempo e dice a tutti : « Lascio di occuparmi della filosofia razionalistica perchè
in essa non spero più nulla, torno alle rime antiche, lascio la Donna Gentile,
torno alla Gentilissima, alla nostra mistica Sapienza iniziatica. Lo sappiano le
«donne », gli adepti ».
XL. — Edeccola conferma di tutto ciò. Dante si mette ad evangelizzare
di nuovo in nome di Beatrice. E questo fatto è adombrato in quello stra-
nissimo episodio dei pellegrini che è, nel senso letterale, un’altra delle grosse
assurdità della Vita Nuova.
Sì, è assurdo che dopo anni da che Beatrice era morta, dopo che egli
stesso si era consolato sufficientemente con la Donna Gentile, a Dante venisse
tutt'un tratto, non dico il rimpianto di Beatrice (ciò che poteva essere
naturalissimo), ma la pretesa di far piangere per la moglie di Simone
de’ Bardi certi pellegrini che venivano « forse di Croazia », per andare a vedere
l’immagine della Veronica !
È risaputo il fatto che gli eretici e gli agitatori religiosi solevano spessis-
simo recarsi a Roma mescolati ai pellegrini. Il Rossetti suppone anche, non
senza fondamento, che nel gergo l’espressione «farsi pellegrino » significasse
entrare in una setta eretica (2). Probabilissimo sembra che Dante in quel
sonetto abbia voluto veramente lasciarci un ricordo di una sua nuova pro-
paganda per l’idea santa fra un gruppo di stranieri con 1 quali il movimento
dei « Fedeli d'Amore » si ricollegò ravvivandosi.
Diventa allora verosimile che questi stranieri che vanno essi pure cer-
cando a Roma (si osservi bene) non il Papa nè S. Pietro, ma «quella ima-
gine benedetta la quale Jesu Cristo lasciò a noi per essemplo de la sua bellis-
sima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente » (si noti tutto questo
strano collegamento di idee), questi pellegrini, dico, avessero ottime ragioni
per ascoltare da Dante, tornato alla esaltazione della sua mistica idea le
parole nelle quali si rimpiangeva che la Sapienza santa si fosse dipartita
dalla città e probabilmente molte altre parole nelle quali si proponeva a
questi pellegrini di restaurare il culto di lei (3).
(1) Id. id.
(2) Lo spirito antipapale, pag. 172.
(3) Si ricordi la frase di Federico II : « Della rosa fronzuta diventerò pellegrino ». Credo
che questi pellegrini fossero essi pure pellegrini della rosa fronzuta e che andassero a
cercare a Roma nella santa imagine della Veronica quello che vi era di più antico
324 CAPITOLO UNDECIMO
XLI. — Ed ecco che Dante ci fa conoscere che la sua propaganda ha
buon successo, perchè subito dopo due donne (due adepti) gli mandano a do-
mandare delle poesie. « Poi mandaro due donne gentili a me pregando che
o mandasse loro di queste mie parole rimate ». E Dante manda infatti loro
un sonetto nel quale « chiama li fedeli d’amore che m'intendano » e che co-
mincia : |
Venite a intender li sospiri miei
o i cor gentili che pietà ’1 disia (1).
E poi fa proprio per loro (per questi adepti che si sono così riavvicinati)
una nuova poesia : l'ultimo sonetto della Vita Nuova:
Oltre la spera che più larga gira.
È un sonetto nel quale si parla di una « intelligenza nova » che l’amore
ha messo in Dante e che lo tira su in alto a rivedere la sua Beatrice, a tor-
nare cioè al suo primo e santo amore.
Oltre la spera che più larga gira
passa ’1 sospiro ch’esce del mio core ;
intelligenza nova, che l'Amore
piangendo mette in lui, pur su lo tira (2).
XLII. — « Appresso questo sonetto (che parlava in fondo di un nuovo
«excessus mentis ») apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi
cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto
che io potesse più degnamente trattare di lei ».
ed autentico nella religione di Roma: l’imagine del Cristo. Si osservi la strana digres-
sione di Dante sulle tre specie di pellegrini: che fece pensare al Rossetti che si tratti
in realtà di diverse specie di settari. Farsi pellegrino di S. Jacopo di Compostella
avrebbe significato farsi Cataro, farsi pellegrino di Gerusalemme, farsi Templare, e non
si deve dimenticare che Guido Cavalcanti si fece pellegrino di S. Jacopo di Compostella
quando andò viceversa a trovare quella misteriosa Mandetta di Tolosa che stava « ac-
cordellata e stretta ». Probabilmente le determinazioni del Rossetti non sono esatte, ma
la parola «pellegrino » indica certo nel gergo qualche cosa di simile a ciò che egli
pensò. Anche nel Fiore chi va a comquistare la rosa va come «a buon pellegrino » e
Dante appena arrivato nella rosa dei cieli si ritrova « Quasi pellegrin che si ricrea nel
tempio del suo voto » (Paradiso, XXXI, 43). Si noti infine che il Petrarca, quando
dice di muoversi per ricercare la vera figura di Laura (La disiata vostra forma vera)
dice di muoversi anche lui proprio come il pellegrino che va a Roma per vedere la
Veronica. (Sonetto : Muovesi il vecchierel).
(1) V. N. XXxuI.
(2) Si osservi che Dante, agli adepti che lo hanno richiesto di versi, manda due
poesie, l'una: Oltre la spera celebrante il ritorno a Beatrice, l’altra: Venite a intender,
che è delle ultime scritte per Beatrice prima dell'intervento della Donna Gentile. Queste
due poesie fatte ambedue per i « Fedeli d’Amore » si ricongiungono nel nome di Bea-
trice di quae di là dalla deviazione dietro la Donna Gentile.
LA ‘VITA NUOVA » DI DANTE TRADOTTA DAI GERGO 325
Tutti conoscono questa commossa chiusa della Vita Nuova. Essa corona
il «libello » del primo amore con la promessa di un’opera che, se non è la
Commedia, quale noi la possediamo, è certamente una grande opera pro-
fetica e apocalittica meditata forse da Dante fino dalla sua giovinezza. Dopo
quell’opera Dante pensa che la sua vita potrebbe chiudersi ed egli potrebbe
andare a vedere la gloria della sua donna, «cioè di quella benedetta Bea-
trice la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia
secula benedictus ».
E nell’ultima frase, colei che era stata detta da S. Agostino il « visum
principium » cioè Rachele, colei che infatti morendo, trascendendo, pareva
avesse scritto nel viso: «io sono a vedere lo principio della pace », riap-
pare nitidamente come la Sapienza santa che nella sua ultima manifestazione
perfetta non è se non eterna e beatificante visione di Dio, Beatrice Beata.
7. LA « SENTENZIA » DELLA € VITA NUOVA ». — Tale, almeno certamente
nelle sue linee generali, lo schema del vero contenuto simbolico e segreto
della Vita Nuova.
Restano delle incertezze e dei dubbi ? Dei punti da chiarire e da rivedere ?
Certo! Ed è perfettamente naturale che restino incertezze e dubbi
nella traduzione dal gergo di un’opera che parla di fatti che non conosciamo,
con linguaggio ambiguo e con intenzione di non essere intesa dal volgo.
Mentre invece sarebbe semplicemente ridicolo che la Vita Nuova lasciasse
quelle incertezze, quelle preterizioni, quelle assurdità che :indubitabil-
mente lascia inesplicate nel piano letterale, se essa fosse soltanto come si
vuol darci a credere «la candida e malinconica storia di affetti profondi,
una ingenua e piena confessione di ciò che v'era di più intimo e segreto nel
cuore SUO ».
Per noi che riconosciamo nella Vita Nuova un’opera astrusa, complicata
e a doppio senso, è perfettamente legittimo che resti qualche oscurità anche
dopo tentata la spiegazione, ma le oscurità della Vita Nuova sono tutte
illegittime e assurde per chi accetta l’interpretazione realistica.
Ma con questa nostra interpretazione noi siamo in grado di avanzare una
ben fondata ipotesi su quella «sentenzia » della Vita Nuova, cioè sullo speciale
intento col quale furono scelte e commentate le poesie che in essa figurano.
Ripeto che per me il fatto che la Vita Nuova che noi possediamo sia
proprio quella che Dante mise insieme prima del 1300, non è affatto sicuro,
anzi è estremamente probabile che la nostra sia un rifacimento con aggiunte
notevoli, specialmente in fondo.
Comunque è certo che nel senso letterale la « sentenzia » della Vita Nuova
è molto fiacca e non si capisce proprio con quale intento serio sia messa in-
sieme. Da quanto precede invece possiamo inferire che degli intenti seri ce
ne erano ed erano due.
I) Riaffermare nel momento in cui il poeta con la mirabile visione
326 CAPITOLO UNDECIMO — LA «VITA NUOVA » DI DANTE, ECC.
iniziava una energica ripresa di lotta per la santa idea, che egli da questa
santa idea non si era mai veramente distaccato, quantunque avesse ceduto
alquanto alle lusinghe della « Donna Gentile ».
E questo pensiero era diretto ai « Fedeli d’amore » dei quali Dante si
ripresentava come capo e guida, affermando di preparare una grandissima
opera in glorificazione della santa Sapienza.
2) Richiamare a questa santa idea alla quale Dante tornava, colui
che se ne era sviato, colui al quale è dedicato il libro, Guido Cavalcanti, il
quale non mirava più a Giovanna:; e Dante scrivendogli di essere tornato a
Beatrice, gli diceva implicitamente : Torna dunque a Giovanna, torna allo
« dolce lome » della mistica Sapienza, torna alla vita vera che è in essa
sola, vieni anche tu con me nel sacro viaggio che ha per mèta quella
mistica Sapienza che a torto tu hai avuto « a disdegno ».
Questo appello è egualmente verosimile ed egualmente commovente se la
Vita Nuova, che certo lo conteneva nella sua prima redazione, composta quando
Guido era vivo, lo conservò nella sua ultima redazione composta quando
Guido era morto, testimonianza di Dante avanti a tutti i « Fedeli d’amore »
di aver fatto il possibile per rimuovere dal suo « disdegno » e per richiamare alla
Sapienza santa ed alla via della salute il primo amico della sua giovinezza,
che già un giorno alla Sapienza santa lo aveva iniziato.
———— —— — af
CAPITOLO DODICESIMO
I pensieri segreti nelle “ Rime ”’ di Dante
I. LE « RIME» TRADOTTE DAL GERGO. — Io non perderò tempo natural-
mente a illustrare il contenuto simbolico delle canzoni del Convivio. Dante
stesso lo ha già fatto quantunque non interamente. Non interamente, perchè
dopo aver detto che le sue canzoni hanno quattro sensi : letterale, allegorico,
morale e anagogico, egli scrive : « Ragionerò prima la litterale sentenza e appresso
di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade ; e talvolta de ‘li
altri sensi toccherò incidentemente, come a luogo e tempo si converrà» (I).
Ma il mio intento è già troppo vasto anche se si limita a mettere in luce una
certa connessione di pensieri simbolici ed iniziatici che si trova nelle « Rime ».
Il Convivio è per confessione stessa di Dante scritto per la Donna Gen-
tile; è glorificazione della scienza dei filosofi. Se la Donna Gentile in esso
mostra tanti tratti di somiglianza con Beatrice da aver indotto in errore
chi, come il Rossetti, ritenne si trattasse di una donna unica, sotto due
nomi diversi, la cosa è comprensibile perchè, lo abbiamo già detto, essa pure
è come Beatrice, la Sapienza, ma è Sapienza razionale, quella della quale si
parla tra filosofi e non la sapienza mistica della quale si parla tra iniziati.
A me interessa giungere alla Divina Commedia per il cammino delle
poesie liriche che sono raccolte sotto il titolo di Rime e le seguirò via via trat-
tenendomi sulle principali secondo l’ordine della già citata edizione della
Società Dantesca.
E comincio da quelle del libro secondo (2) perchè le prime di qualche
importanza le ho già esaminate (I-XXXVIII) a proposito della Vita Nuova.
XXXIX-XLVII. — Possiamo lasciar da parte i sonetti scambiati
dall’Alighieri con Dante da Maiano. Il sonetto di questo poeta: Provedi
saggio ad esta visione è mandato a molti rimatori, probabilmente in occa-
sione di un passaggio di grado di Dante da Maiano, il quale descrive una delle
solite visioni che rappresentano sotto simbolo una funzione iniziatica, proprio
come il sonetto di Dante : A ciascun’alma presa e gentil core. Il poeta dice
che una bella donna gli ha fatto dono di una ghirlanda verde fronzuta con bella
accoglienza e che dopo si è trovato addosso la camicia di lei. Allora l’ha ab-
bracciata e baciata e finisce :
(1) Convivio, II, I, 15. (2) Pag. 66 e seg.
328 CAPITOLO DODICESIMO
del più non dico, che mi fè giurare.
E morta, ch'è mia madre, era con ella.
La ghirlanda ha sempre parte in queste cerimonie. La camicia dell’a-
mata indosso all’amante significa probabilmente la identificazione dei due:
che avviene nelle mistiche nozze (nella figura di Francesco da Barberino
moglier e marito sono nello stesso vestito). Il giuramento di non dire ricorda
naturalmente l'impegno del segreto e quella madre morta che il poeta sogna
vicino alla sua donna mi sembra probabile che sia la Chiesa nella quale l’adepto
nasce, ma che poi una volta iniziato, considera come « morta » o « morte ».
Secondo l’uso che conosciamo, al sonetto mandato anonimo Dante ri-
sponde con quattordici versi sciocchissimi che menano il can per l’aia. Allo
stesso modo risponde con versi insulsi nel sonetto : Non canoscendo amico vostro
nomo e ad altri sonetti che Dante da Maiano gli ha mandato anonimi. Tutto
ciò non ha molta importanza e neppure è molto importante la stanza: Lo
meo servente core che Dante manda a Lippo perchè « la rivestala e tegnala per
druda », cioè probabilmente perchè la rivesta o la faccia rivestire di note
musicali (XLVIII-XLIX).
L. — Importante è invece la canzone: La dispietata mente che pur
mira, la quale sembra invocare molto appassionatamente quel tale saluto che a
Dante era stato negato.
Piacciavi di mandar vostra salute,
che sia conforto de la sua virtute.....
Se dir voleste dolce mia speranza,
di dare indugio a quel ch’io vi domando,
sacciate che l’attender io non posso.
Dante continua dicendo stranamente : « dar mi potete ciò che altri non
m'osa ». Ma nell’ultima parte il pensiero diventa molto involuto per esprimere
l’idea che il saluto (probabilmente un conforto epistolare che Dante chiede
alla setta e che tien luogo, per l’adepto lontano, della funzione rituale) deve
essere mandato con molta cautela. I messi d'amore che soli sanno aprire il
cuore e senza i quali la « salute » potrebbe essere dannosa al poeta « nella sua
guerra », sembrano significare le espressioni caute del gergo senza le quali
una lettera potrebbe veramente far danno a Dante che doveva trovarsi ap-
punto nella sua guerra, in condizioni di avere particolare bisogno della setta,
pure dovendo usare la massima prudenza.
Dunque vostra salute omai si mova,
e vegna dentro al cor, che lei aspetta,
gentil madonna, come avete inteso :
ma sappia che l’entrar di lui si trova
serrato forte da quella saetta
‘ ch'Amor lanciò lo giorno ch'i’ fui preso ;
per che l’entrare a tutt'altri è conteso,
I PENSIERI SEGRETI NELLE «RIME » DI DANTE 329
fuor ch'a’'messi d’Amor, ch'apriv lo sanno
per volontà della vertù che ’l serra:
onde ne la mia guerra
la sua venuta mi sarebbe danno,
sed ella fosse sanza compagnia
de’ messi del signor che m'ha în balia.
Mi pare evidente che siamo nel gergo anche per l'estrema involutezza e
confusione del senso letterale. (LI). E siamo certamente nel gergo col sonetto
che segue: Non mi poriano già mai fare ammenda, ove con una palese e
grossolana assurdità del senso letterale Dante se la prende con i suoi occhi
perchè per guardare la Garisenda
...non conobber quella (mal lor prenda !)
ch’è la maggior de la qual si favelli,
cioè la torre degli Asinelli (!). |
Dante promette di uccidere per questo i propri occhi e dice altre cose
ugualmente assurde. Lasciamo chi vuole a credere che si sfoghi così perchè
guardando la Garisenda, non aveva visto la torre degli Asinelli che era tanto
più grande (che verosimiglianza di fatti e che bel soggetto di poesia !). È
molto più serio il pensare che in questo brutto sonetto, buttato giù in fretta
per informare qualcuno di qualche cosa, Dante voglia semplicemente informare
per esempio, che a Bologna (vecchio centro della setta) non ha potuto vedere e
avvicinare la setta più importante che vi fosse. È chi doveva intendere intendeva.
LII. — Del sonetto Guido vorrei ho già parlato a proposito della Vita
Nuova.
LIII-LV. — E sono certo anteriori a questo i due sonetti di Guido a
Dante già citati nei capitoli precedenti: quello nel quale si incarica Dante di
vigilare sulla fedeltà di Lapo (Se vedi Amore assai ti prego Dante) e quello
dove si assicura che la donna ha perdonato allo stesso Lapo (Dante un sospiro
messagger del core).
LVI-LXI. — Seguono altre poesie di poca importanza dal punto di
vista simbolico e nelle quali nulla contraddice al simbolismo già noto;
non è da escludere che qualcuna di esse possa essere stata una semplice balla-
tetta da mettere in musica per far piacere a qualche donnetta vera.
LXII. — Il sonetto: Com più vi fere Amor co’ suor vincastri è uno dei
soliti sonetti esortativi mandati dal capo ad un adepto indocile raccoman-
dandogli di sopportare pazientemente la disciplina dell'amore (della setta),
un sonetto di quelli che Guido Cavalcanti al tempo della sua supremazia
mandava in grande quantità a destra e a sinistra.
LXIV. — Forse è per l'elezione di Dante a capo della setta il sonetto
celebrativo di Guido Orlandi che, pur consigliandogli di non essere troppo
orgoglioso, gli augura di « non ferire a scoglio » e di arrivare « salvo in porto »
dopo che si è «levato carico di sì gran peso ».
330 CAPITOLO DODICESIMO
LXV-LXVI. — Le altre poesie che seguono: De gli occhi della mia donna
st move e: Nelle man vostre, gentil donna mia son di quelle che mostrano fa-
cilmente il consueto formulario del gergo e ripetono soliti pensieri.
LXVII. — La canzone: E m'incresce di me sì duramente è particolar-
mente importante perchè, movendosi completamente nel consueto formula-
rio del gergo, dice a un certo punto una strana cosa. Racconta in forma di
poco diversa, quel turbamento dal quale Dante dice nella Vita Nuova di
essere stato preso alla prima veduta di Beatrice, ma con questa differenza,
che invece di porre questo turbamento nel giorno della apparizione di Bea-
trice, quando Dante aveva nove anni, lo viene a porre il giorno della nascita
di Beatrice, quando Dante aveva ..... nove mesi (!):
Lo giorno che costei nel mondo venne,
secondo che si trova
nel libro de la mente che vien meno
la mia persona pargola sostenne
una passion nova,
tal ch'io rimasi di paura pieno ;
ch’a tutte mie virtù fu posto un freno,
subitamente, sì ch’io caddi in terra,
per una luce che nel cor percosse :
e se ’l libro non erra,
lo spirito maggior tremò sì forte,
che parve ben che morte
per lui in questo mondo giunta fosse.
Due ipotesi : O la poesia non è scritta per Beatrice e allora Dante quando
era ancora pargolo, soltanto perchè era nata un’altra certa donna che non era
Beatrice, ebbe questo curioso fenomeno epilettico con luce che percosse nel core,
ecc., ecc. Spero che nessuno insisterà su questa ipotesi che distruggerebbe la
vantata precocità dell'amore della Vita Nuova. O la poesia è scritta per Bea-
trice e allora (interpretando realisticamente) avremmo questo bel fatto:
che quando Dante aveva nove mest, nacque Beatrice e il povero bambino
ne risentì per una luce che gli percosse nel core, questo gravissimo contrac-
colpo con relativa caduta per terra, naturalmente dalla culla! Ma allora, a parte
la verosimiglianza, il fatto non avrebbe potuto essere scritto nel libro della
mente, perchè i fatti avvenuti a nove mesi non li ricorda nessuno !
Vogliamo fare a Dante la grazia di non appiccicargli tali realistiche scem-
piaggini e di interpretare misticamente le sue parole mistiche ? Vedremo come
tutto diventi chiaro.
Il nascere di Beatrice (che non è una donna, ma il raggio della Sapienza
santa che giunge a Dante) è perfettamente l’identica cosa che il suo primo
apparire nello spirito di Dante. E quando essa nacque, cioè apparve prima-
mente a Dante, egli non aveva nè nove mesi nè nove anni, ma aveva l'età della
iniziazione, e quindi quella specie di crisi mistica della quale parla nella Vita
Nuova all’apparire di Beatrice (cioè a nove anni simbolici), qui è rappresen-
-—
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME ” DI DANTE 33I
tata con pochi particolari diversi come avvenuta alla nascita di Beatrice,
semplicemente perchè nascita di Beatrice, apparizione di Beatrice sono la
stessa cosa e tutte e due hanno quindi lo stesso effetto di percuotere l’uomo
con una luce, di impedire tutti gli spiriti nella loro operazione così che giunge
naturalmente la morte, la mistica morte e questo è il simbolico cadere in
terra (1).
E del presentimento della completa mistica morte nel suo grado ultimo si
parla appunto nella oscura strofe che segue, nella quale si dice che quando
poi la grande beltade apparve (interamente) a Dante, l'intelletto mirò ad essa
con tanto piacere che st accorse di doverne morire (morte di Beatrice = morte
di Rachele = excessus mentis), perchè dalla intensità del suo mirare conobbe
la violenza del desiderio che la tirava (verso Dio), così che l’Intelletto stesso
potè annunziare alle altre virtù che al posto di Beatrice (Sapienza santa)
sarebbe apparsa un giorno la morte, la mistica morte, bella e terribile, «la bella
figura che già mi fa paura » e che questa mistica morte doveva un giorno as-
sorbire e distruggere tutte le virtu dello spirito.
Quando m’apparve poi la gran biltate
che sì mi fa dolere,
donne gentili a cu’i' ho parlato,
quella virtù che ha più nobilitate (2),
mirando nel piacere (3),
s'accorse ben che ’l suo male era nato (4);
e conobbe ’1 desio ch'era creato (5)
per lo mirare intento ch'ella fece ;
sì che piangendo disse a l’altre poi:
«Qui giugnerà, in vece
d’una ch'io vidi (6), la bella figura,
che già mi fa paura (7);
che sarà donna sopra tutte noi (8),
tosto che fia piacer de li occhi suoi (9).
Il congedo della canzone si volge ancora naturalmente alle « giovani
donne » (adepti) che hanno «la mente d’amor vinta e pensosa » (si noti quel
densosa) per raccomandare a loro le sue poesie d’amore dovunque siano e fi-
nisce alludendo ancora con molta grazia alla mistica morte :
E 'nnanzi a voi perdono
la morte mia a quella bella cosa
che me (10) n’ha colpa e mai non fu pietosa.
(1) Proprio la stessa cosa che accade a Dante all’Acheronte, che deve essere pas-
sato per la virtù della Croce (il « più lieve legno ») con la mistica morte. Qui paura, lì
spavento ; qui e lì una luce improvvisa, qui e li immediata caduta.
4 (2) La mente. (3) Negli affetti, nel cuore. (4) Fra nata la virtù che fa mo-
tire il cuore. (5) Disalire a Dio. (6) Beatrice. (7) Morte mistica, excessus mentis.
(8) Facoltà dell’anima. (9) Appena ci guarderà. (10) Meglio.
332 CAPITOLO DODICESIMO
LXVIII. — Spiegata questa canzone e entrati nel concetto della morte
mistica, riesce facile e aperta anche l’altra canzone: Lo doloroso amor che mi
conduce, che non è altro se non previsione del fatto « ch'io cadrò freddo e per
tal verrò morto ». Si capisce come il motivo della mistica morte fosse ripreso
spesso e largamente adoperato, perchè si prestava perfettamente ad avere una
apparenza erotico-romantica.
LXIX-LXXII. — Il sonetto : Di donne 10 vidi una gentile schiera, è cele-
brazione del rito del saluto e ne abbiamo già parlato. Seguono altri sonetti :
Onde venite voi così pensose ? — Voi donne che pietoso atto mostrate, — Un dì sen
venne a me Malincoma, scritti nel momento della crisi della setta ed esprimenti
le gravi preoccupazioni dell’ora. Nell'ultimo di essi Amore viene a dire a Dante
«Eo ho guai e pensero, Chè nostra donna mor, dolce fratello ». Ma per far
questo si è messo oltre a un drappo nero, anche un cappello, probabilmente si
è vestito ancora da pellegrino. E il sonetto, a parte la cornice, serve a comu-
nicare fra gli adepti l’idea dolorosa che la setta sta per disciogliersi.
Non mi fermo sulla tenzone con Forese Donati (triste parentesi nell’o-
pera dantesca, in tutto il resto così nobile) e passo a quel gruppo di poesie
che anche la critica realistica riconosce per allegoriche e dottrinali, dividendole
però arbitrariamente dalle altre per il pregiudizio che le altre siano realistiche,
quantunque tra le une e le altre non vi sia nessuna vera differenza di contenuto
nè una differenza vera di stile.
LXXX. — La prima ballata che incontriamo: Vo: che savete ragionar
d'Amore, è probabilmente quella della quale parla Dante nel libro III (cap. 9)
del Convivio e si riferisce alla filosofia, la quale (e questo è molto interes-
sante), mentre ha un aspetto disdegnoso e impaurisce chi la guarda, porta
però l’amore in fondo agli occhi e Dante dice di lei che nel suo segreto essa
guarda i propri occhi (contempla se stessa), ma Dante aggiunge che per quanto
essa nasconda l’amore, egli però vede « talor tanta salute » e che il desiderio
che ha Dante (di conoscere le eccelse verità) vincerà « contra ’1 disdegno che
gli dà tremore », contro le difficoltà stesse della scienza, la quale nel fondo non
è che Amore della eterna salute essa pure.
LXXXIII. — La canzone : Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato, ap-
pare chiaramente come una polemica contro la setta, polemica svolta in un
momento nel quale Dante è stato lasciato da Amore (allontanato dalla setta)
e non per sua volontà (« non per mio grato »), ma perchè Amore non « sofferse
d’ascoltar mio pianto », cioè non comprese che io simulavo quando mi fingevo
devoto alla donna dello schermo. Abbiamo già osservato la palese contraddi-
zione che c'è tra quello stato gioioso e questo pianto e che si spiega soltanto
interpretando, secondo il gergo, « pianto » per «simulazione ». Si noti che
qui troviamo riconfermata pienamente la interpretazione che abbiamo dato
del negato saluto. La setta (Amore) ha trattato male Dante perchè non ha
compreso che egli simulava, « piangeva », quando si mostrava attaccato alla
Chiesa (la donna dello schermo). Dante canta ora « così disamorato » intorno
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 333
alla leggiadria sperando, se la difende bene, « ch’Amor di sè gli farà grazia
ancora ».
Fgli si lamenta che si chiami a ritroso:
tal ch'è vile e noioso
con nome di valore,
in altri termini che la setta apprezzi e accolga (come spiegherà nelle strofe se-
guenti), gente ricca che spendendo « credon potere capere là dove li boni
stanno », o che apprezzi altri che sono «ridenti d’intendimenti » (fanno la
burla), ma
non sono innamorati
mai di donna amorosa (I);
ne’ parlamenti lor tengono scede
e addirittura :
paiono animai sanza intelletto.
Dante continua accennando ancora ad una gentile che mostrava leggia-
dria in tutti gli atti suoi e dice:
non tacerò di lei, chè villania
far mi parria
sì ria, ch'a’ suoi nemici sarei giunto :
per che da questo punto ”
con rima più sottile
tratterò il ver di lei, ma non so cui.
Mi par verosimile che Dante accenni qui alla setta quale era nel suo mi-
glior fiorire quando mostrava leggiadria negli atti suoi e non accoglieva gente
villana, orgogliosa. Questa setta aveva ed ha dei nemici (chi sarebbero i
nemici di una donna ?). Dice inoltre che egli parla ora ma « non so cui » senza
poter dirigere ufficialmente le sue parole alla setta, perchè Amore l’ha lasciato.
Continua ancora parlando della virtù pura che non si trova nei cavalieri ove
deve essere mescolata con qualità di vita pratica, ma che dovrebbe trovarsi fra :
gente onesta
di vita spiritale
o în abito che di scienza tiene.
Vorrebbe in altri termini che gli adepti fossero più puri e più contempla-
tivi.
... vertù pura in ciascuno sta bene.
Sollazzo è che convene
con esso Amore e l’opera perfetta.
(1) Non amano veramente la Sapienza santa.
334 CAPITOLO DODICESIMO
E dopo avere imprecato ai
falsi cavalier, malvagi e rei,
nemici di costei,
ch'al prenze de le stelle s’assimiglia (1),
dopo aver detto che l’uom che ha leggiadria
per sè caro è tenuto
e disiato da persone sagge,
chè de l’altre selvagge
cotanto laude quanto biasmo prezza,
e altre simili cose, conclude :
Color che vivon fanno tutti contra.
Nel quale verso non mi par verosimile si vogliano accusare addirittura tutti
è viventi di operare contro la leggiadria, ma gli adepti che, come abbiamo visto
altre volte, erano detti appunto « color che sono in vita », «i vivi» e simili.
LXXXIV-LXXXV. — Hanno una particolare importanza i due
sonetti che seguono : Parole mie che per lo mondo siete e: O dolci rime che par-
lando andate. Ne abbiamo già trattato a proposito dell'abbandono della Donna
Gentile.
LXXXVI. — Il sonetto: Due donne in cima de la mente mia apparisce
come uno dei più tardi perchè in esso si delinea già chiaramente il pen-
siero della Divina Commedia, secondo il quale due donne : Sapienza e Giu-
stizia (Beatrice e Lucia), devono stare ugualmente sulla cima del pensiero
dell’uomo : l'una per sanarlo nella vita contemplativa con tre virtù fede, spe-
ranza e carità (adombrate nel sonetto in bellezza, leggiadria e gentilezza), l’altra
con le quattro virtù cardinali: prudenza, fortezza, temperanza e giustizia
(adombrate in cortesia, valore, prudenza e onestà).
Questo ingenuo giuoco di travestire i nomi delle sette virtù, serve mi-
rabilmente al poeta per rappresentare con un simbolismo, che diviene oramai
trasparente, il fatto che vi è una donna la quale è amata per il diletto, per
la contemplazione, per la gioia della vista, per la bellezza, l’altra è amata per la
virtù attiva operativa che essa suscita. Sono la virtù della Croce e la virtù
dell'Aquila e il simbolismo è così trasparente che negli ultimi due versi si
dice addirittura che l’una delle due donne è amata « per operare ».
Inutile avvertire che se questo fosse un sonetto di amore, nel senso vero
della parola, sarebbe sciocco ed assurdo, perchè a nessuno è mai venuto in
mente che l’amore sia perfetto proprio quando è diviso ugualmente fra due
donne. E bisogna arrivare alla incredibile ingenuità di Alessandro D'Ancona
per vedere in questo sonetto il conflitto niente di meno che tra la Donna
Gentile e Beatrice « preponderanti or l’una or l’altra » (2). Quando non si
(1) La Sapienza che si assimila a Dio. (2) D’'ANCONA: Beatrice. -
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 335
sente che questo sonetto vuol dare l'impressione di uno stato perfetto e non
di un conflitto, non se ne può intendere assolutamente nulla.
Credo di aver chiarito altrove (1) più diffusamente il vero significato
del sonetto. E per quanto riguarda l’uso di travestire i nomi delle virtù per
velare il proprio pensiero, si osservi che esso è usato anche dal Boccaccio, in
un sonetto molto analogo a questo, ove si dice che Amore vuole fede e con lui
sono legate speranza, timore, gelosia, leanza, umanitade. Sette virtù in tutto,
nelle quali Amore ha preso il posto della carità e il poeta continua ricordando
che Amore fa stare l’anima soggetta a Lia per amore di Rachele, cioè alla
operazione per amore della eterna contemplazione, che è l’ultimo bene cui
si mira (2).
Due donne in cima de la mente mia
venute sono a ragionar d’amore :
l'una ha in sè cortesia e valore,
prudenza e onestà in compagnia ;
l’altra ha bellezza e vaga leggiadria,
adorna gentilezza le fa onore :
e io, merzè del dolce mio signore,
mi sto a piè de la lor signoria.
Parlan bellezza e virtù a l'intelletto,
e fan quistion come un’cor puote stare
intra due donne con amor perfetto.
Risponde il fonte del gentil parlare
ch’amar si può bellezza per diletto,
e puossi amar virtù per operare.
LXXXVII. — La ballata: I' mi son pargoletta bella e nova ripete i
soliti pensieri mistici. La pargoletta dice:
— I’ mi son pargoletta bella e nova,
che son venuta per mostrare altrui
de le bellezze del loco ond’io fut.
I’ fui nel cielo, e tornerovvi ancora
per dar de la mia luce altrui diletto ;
e chi mi vede e non se ne innamora
d’amor non averà mai intelletto.
La Sapienza santa è discesa dal cielo e con l’excessus mentis vi deve tor-
nare. Essa innamora necessariamente tutti e subito coloro che la vedono.) E
nel seguito si dice che ogni stella piove in lei delle sue virtù (come in Bea-
trice operarono tutti e nove i cieli), come nella Sapienza suprema tutte le in-
telligenze convergono. Si dice che la Sapienza non è conosciuta se non per
mezzo di Amore (Amor Sapientiae) e che Dante che l’ha affisata ne è stato
a rischio di perder la vita (morte mistica) e che piange (simula) da allora.
(1) VALLI: Note sul Segreto Dantesco della Croce e dell’ Aquila, Serle 3* in « Giornale
Dantesco ». A. XXVII, Q 3.
(2) Vedasi al cap. « Rachele-Sapienza e l’amore di Giacobbe secondo S. Agostino ».
336 CAPITOLO DODICESIMO
LXXXVIII-LXXXIX. — Delle due poesie che seguono, la prima:
Perchè ti vedi giovinetta e bella protesta probabilmente contro il rigore della
setta che lo mette a dura prova. L'altra: Chi guarderà gia mai sanza paura
è una artificiosa premonizione della mistica morte.
XC. — Chi ha ormai compreso il giuoco potrà leggere senza che io
ripeta le solite cose la canzone : Amor che movi tua vertù dal cielo. Ma osserverò
soltanto che nella esaltazione di Amore si dice chiaramente che senza di esso
(Amor sapientiae) « è distrutto quanto avemo in potenzia di ben fare » e si
usa proprio quella famosa immagine della luce, senza la quale tutto rimane
come se non fosse, immagine che era usata nell’aristotelismo per esprimere la
necessità che lo spirito umano sia illuminato dalla intelligenza attiva, la quale
è necessaria per vedere il vero come la luce per vedere gli oggetti :
Sanza te è distrutto
quanto avemo in potenzia di ben fare,
come pintura in tenebrosa parte,
che non si può mostrare
nè dar diletto di color nè d’arte (1).
Si ripetono i soliti concetti che la donna ferisce « come il raggio di una
stella », si ripete che essa è portata « ne la mente » e simili.
A un certo punto si invoca Amore perchè concili al Poeta la donna con
una frase che sembra alludere alla leggerezza della setta, che anche da altri è
chiamata « giovanezza »:
non soffrir che costei
per giovanezza mi conduca a morte (2).
Dopo avere accennato a gravi circostanze: «io non posso difender mia
vita », che sono forse quelle di cui si parla nella Vita Nuova, si conclude di-
cendo che la donna è nata nel mondo
per aver segnoria
sovra la mente d'ogni uom che la guata.
Solita riaffermazione della unicità di questa donna e della necessità di
amarla per tutti quelli che la vedono.
XCI. — La canzone : Io sento sì d'amor la gran possanza comincia con
una delle solite lunghe riaffermazioni di fedeltà e di devozione ad Amore
ed alla Sapienza santa ; importantissima però è la strofe terza che ci riporta
(1) Forse torna qui la allusione alla pintura. La Chiesa che rimane tenebrosa se
non è illuminata dalla vera luce della sapienza.
(2) Ciò mi richiama alla canzone di Onesto contro Amore (la setta) che comincia:
Amor nova ed antica vanitade
per giovanezza sembri un babbuino.
Uguale rimprovero di leggerezza alla setta.
I PENSIERI SEGRETI NELLE © RIME » DI DANTE 337
allo stato d’animo di Dante, quando contro la leggerezza della setta, egli
riafferma la sua immutata devozione alla Sapienza santa che egli ama
quantunque la setta si comporti male verso di lui. I pensieri ricordano la
risposta che Dante dette al tribunale delle « donne » quando queste lo inter-
rogarono e che suonava in sostanza : Se voi mi avete negato 1l « saluto » 10 canto
e canterò sempre ugualmente la Sapienza santa.
Io son servente, e quando penso a cui,
qual ch’'ella sia, di tutto son contento,
chè l’uoni può ben servir contra talento ;
e se merzè giovanezza mt toglie,
io spero tempo che più ragion prenda,
pur che la vita tanto si difenda.
La canzone che continua, si noti bene, parlando sempre di amore e della
donna, ha due congedi completamente inaspettati.
Il primo è molto interessante perchè Dante riafferma di mostrarsi in
questa canzone molto umile, fiù umile di quanto non converrebbe ai suor me-
riti:
Canzon mia bella, se fu mi somigli,
tu non sarat sdegnosa
tanto quanto a la tua bontà s’avvene.
Ma la cosa strana è che questa canzone, puramente d’amore, è mandata
con molta cautela, in modo che arrivi soltanto ai buoni e prende in questi
due congedi un aspetto moralizzante e di parte e contiene allusioni che evi-
dentemente non hanno nulla a che vedere con l’amore nel senso letterale.
Il poeta dice alla sua canzone :
Se cavalier t'invita o ti ritene,
imprima che nel suo piacer ti metta,
espia, se far lo puoi, de la sua setta,
se vuoi saver qual’è la sua persona ;
chè "1 buon col buon sempre camera tene.
Ma elli avven che spesso altri si getta
tin compagnia che non è che disdetta
di mala fama ch’altri di lui suona:
con rei non star nè a cerchio nè ad arte,
chè non fu mai saver tener lor parte.
Canzone, a’ tre men vyei di nostra terra
te n’anderai prima che vadi altrove :
li due saluta e '/ terzo vo’ che prove
di trarlo fuor di mala setta in pria.
Digli che °l1 buon col buon non prende guerra,
prima che co’ malvagi vincer prove ;
digli ch'è folle chi non si rimove
per tema di vergogna da follia ;
che que’ la teme c’ha del mal paura,
perchè, fuggendo l'un, l’altro assicura.
22 — VALLI,
338 CAPITOLO DODICESIMO
Che cosa c’'entrerebbe appiedi di questa poesia, se fosse puramente d'amore,
questa raccomandazione di spiare della setta del lettore e questo parlare di
associazioni tra cattivi e tra buoni? come potrebbe questa canzone d'amore
assumere l'ufficio di trarre fuori da una mala setta uno dei suoi destinatari ?
Questo invito alla pace (« Digli che 1 buon col buon non prende guerra Prima
che co’ malvagi vincer prove ») non riguarda evidentemente qualche conflitto
sorto dentro o d’intorno a un gruppo, e qualche duono che si era gettato
in una mala setta e voleva imprender guerra coi buoni ? E se si trattava sol-
tanto di sette politiche, di questioni di bianchi e di neri e simili, che senso
avrebbe avuto lo scrivere una poesia in lode di una donna per commuovere
il destinatario o per pacificarlo ? Chi non sente l'assurdità che si parli semplice-
mente di amore per una donna in questa canzone, quando le sî dà per compito
di cavar fuori un tale da una mala setta ?
Certo tutto questo fa ripensare ai tumultuosi momenti della setta e,
per esempio, al contrasto di essa con Guido Cavalcanti che Dante continuò
sempre a invocare come amico, dolendosi fino all'ultimo del suo allontana-
mento. Chi sa che non fosse proprio il Cavalcanti che non si rimuoveva
«per tema di vergogna » da qualche sua follia, forse proprio da quel suo
disdegno per Giovanna, cioè per Beatrice, cioè per la Sapienza santa ? Si
comprenderebbe allora perchè la lode di Beatrice (cioè di Giovanna) potesse
richiamarlo alla Sapienza santa, alla setta dei buoni e trarlo fuori di mala
setta.
Non si possono però affermare cose certe in questo complesso di al-
lusioni a fatti che non conosciamo. Forse il destinatario fu un altro. Certo
però è che in questa poesia l’amore e la donna sono indiscutibilmente s1mbo-
lici e sono concetti legati alla vita iniziatica di un gruppo.
Per la « gente grossa » la canzone è nel suo complesso e nel suo spirito
incomprensibile.
XCII-XCIII. — Abbiamo già parlato nei capitoli precedenti della
risposta di Dante a un amico che gli domanda di far vendetta della propria
donna. Una risposta scritta in fretta dalla quale traspaiono grossolanamente
stile settario e idee che sono d’amore soltanto per gli ingenui.
XCIV-XCV. — Interessante e dello stesso tipo è la seguente coppia
di sonetti di Cino a Dante e di Dante a Cino. Nel primo : Novellamente amor
mi giura e dice, Cino fa sapere a Dante che Amore gli propone una nuova Bea-
trice. Ma Cino non si fida e domanda consiglio a Dante se deve cedere o no
al nuovo amore. Mi par chiaro (perchè in genere quando uno si vuole in-
namorare sul serio non domanda consiglio) che Cino, in seguito ad una propo-
sta di ricostituzione della setta, abbia interpellato Dante poco fidandosi della
stabilità e serietà della nuova organizzazione. Leggiamo il sonetto con que-
sto intendimento.
Novellamente Amor mi giura e dice
d’una donna gentil, s’i' la riguardo,
I PENSIERI SEGRETI NELLE «€ RIME » DI DANTE 339
che per vertù de lo su’ novo sguardo
ella sarà del meo cor beatrice.
Io c'ho provato po’ come disdice,
quando vede imbastito lo suo dardo,
ciò che promette, a morte mi do tardo,
ch'i’ non potrò contrafiar la fenice.
S’io levo gli occhi, e del suo colpo perde
lo core mio quel poco che di vita
gli rimase d’un altra sua ferita.
Che farò, Dante? ch’Amor pur m'’invita,
e d'altra parte il tremor mi disperde
che peggio che lo scur non mi sia ’l verde. (1)
La più strana di tutte le cose è che Dante, che non era davvero un mo-
dello di costanza, se vogliamo credere a tutte le amanti che gli attribuiscono
gli interpreti realistici, questa volta sconsiglia il nuovo amore. Egli diffida delle
donne giovani (della « gente verde ») (2), cioè forse di questi tentativi rinno-
vati e crede che potranno fare fronde sì, ma frutto no, come quei tronchi
senza radice che fanno foglie, ma non possono arrivare a far frutto. Ab-
biamo visto che Dante riorganizzò invece per conto suo la setta, ma a
questa proposta di Cino non consentì.
I’ ho veduto già senza radice
legno ch'è per omor tanto gagliardo
che que’ che vide nel fiume lombardo
cader suo figlio, fronde fuor n'elice :
ma frutto no, però che ’1 contradice
natura, ch'al difetto fa riguardo,
perchè conosce che saria bugiardo
sapor non fatto da vera motrice.
Giovane donna a cotal guisa verde
talor per gli occhi sì a dentro è gita,
che tardi poi è stata la partita.
Periglio è grande in donna sì vestita :
però (l’affronto) de la gente verde
parmi che la tua caccia (non) seguer de’ (3).
XCVI-XCVIII. — Dell’altra coppia di sonetti scambiati fra Cino e
Dante : Perch'io non trovo chi meco ragioni e : Dante i0 non so in quale albergo
suoni, vero tipo di sonetti in gergo informativi, belli, significanti e ben riusciti,
(1) Nell’altro sonetto già citato: Novelle non di veritade ignude (Cap. VIII, 3)
Cino, nel prevalere dei nemici della setta, chiedendo notizie di essa (de la beltà che per
dolor si chiude), aveva chiesto «come si dee mutar lo scuro in verde », cioè come si
poteva avere speranza di salvamento e rinnovamento della santa idea. Qui tale spe-
ranza gli balena, ma nonlo rassicura. Interessante però è che egli usi qui e là le stesse
espressioni.
(2) Proprio lui? E tutte quelle « pargolette » che pare gli piacessero tanto ?
(3) Anzichè « affronto » parola della quale qui non intenderei il senso, io leggerei
« offerta ».
340 CAPITOLO DODICESIMO
ho già parlato. Appartiene allo stesso gruppo l’altro di Cino da Pistoia: Dante
io ho preso l'abito di doglia, pianto e disperazione forse nel tragico momento
in cui con la morte di Arrigo crollò ogni speranza dei « Fedeli d'amore ».
XCIX. — L'ultimo sonetto di questo gruppo : Messer Brunetto questa
pulzelletta accompagnò probabilmente l’invio del Fiore, del quale si dice che
deve esser letto « sanza risa » e che:
La sua sentenzia non richiede fretta,
nè luogo di romor nè da giullare ;
anzi si vuol più volte lusingare
prima che ’n intelletto altrui si metta.
Il che vuol dire che non bisogna credere che le sue lubricità siano per
ridere e che c’è sotto un assai serio e tragico intendimento e abbiamo visto
quale e quanto tragico esso sia.
E anche se non si trattasse del Fiore, è bene continuare a leggere i versi
che seguono per il caso che qualcuno dubitasse ancora che le poesie che si
mandavano questi tali dovevano essere lette e comprese in piccole congreghe
di gente che sapeva intendere i loro significati reconditi.
Se voi non la intendete in questa guisa,
in vostra gente ha molti frati Alberti
da intender ciò che è posto loro in mano.
Con lor vi restringete senza risa;
E se li altri de'dubbi non son certi,
ricorrete a la fine a Messer Giano (1).
2. LE CANZONI DI ODIO CONTRO LA « PIETRA ». — Chi mi ha seguìîto fino
qui ha già compreso da sè quale sia il vero significato di quelle canzoni di
Dante che vanno sotto il nome di « pietrose » e che la critica ingenua crede
scritte da Dante in qualche accesso di furore sadico per una terribile donna
che egli avrebbe amato furiosamente non si sa quando, non si sa dove, quan-
tunque in verità non ne dica che vituperi esprimendosi con quelle che il Car-
ducci chiamava « le bizzarrie muscolari e sanguigne delle pietrose » (2).
Il fatto è questo, che in quel tale ottenebramento prodotto dalla critica
« positiva », la gente non si è accorta che queste poesie in quanto parlano di
« Pietra » non sono canzoni di amore ma di odio, e che Dante ha accuratamente
mescolato nelle sue parole l’esaltazione amorosa di una giovane donna vera-
mente amata (la setta), con gli sfoghi di odio contro un'altra donna che si
chiama « Pietra ». E quello che già sappiamo a proposito del significato della
parola « Pietra » nel gergo ci spiega tutto. Sono canzoni di odio contro la Chiesa
corrotta, scritte in un momento di particolare, violentissima esasperazione,
non esasperazione di sensualità vecchiarda verso una qualche fanciulletta
(1) Vedi appendice a questo libro : « La legittima attribuzione del Fiore a Dante ».
(2) CARDUCCI: La canzone « Tre Donne ». — Op., XVI, pag. 45.
Li
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 34I
procace ed arcigna, ma esasperazione di risentimento contro quella « scherana
micidiale e latra » che da Avignone infieriva contro Dante e contro i « Fedeli
d’Amore », contro tutti i più leali amatori della fede, 1 « fedeli di Dio ».
Io ritengo molto verosimile che queste canzoni siano state scritte nell’e-
poca della distruzione dei Templari ai quali per molti indizi, che raccoglierò
in seguito, il movimento dei « Fedeli d'Amore » appare ricollegato. Siamo nel
periodo che va dal 1308 (data del processo contro l’Ordine e del supplizio
a Parigi, dove forse era Dante, dei cinquantaquattro cavalieri) al 1313 (data
dell’abbruciamento dell’ultimo gran Maestro dell'Ordine) data che è tragica
anche per un’altra ragione perchè è questo l’anno in cui la Chiesa (secondo
corse la voce) uccise Arrigo VII e con lui caddero tutte le speranze dei fedeli
di Dio.
Anche gli altri indizi che abbiamo su queste poesie vengono a ricollo-
carle presso a poco e in quest'epoca.
Prima di esaminarle io devo ricordare il significato convenzionale della
parola « Pietra » o « sasso » quale sì trova in altri poeti, e del quale ho già
parlato.
« Pietra » o «sasso » era detta comunemente in gergo la « Chiesa corrotta »
e questa denominazione, ricollegata probabilmente a « Pietro », si prestava a
raffigurare talora la Chiesa come una pietra sepolcrale che teneva chiusa in sè
come cosa morta, la Sapienza santa che le era stata affidata. Questo senso di
« pietra » per « Chiesa » opposta alla « setta », il « Fiore », si ha anche nel so-
netto di Cino da Pistoia nel quale egli domanda a Cecco d’Ascoli se gli con-
viene di stare «lungo il bel Fiore » oppure di andar « a quella pietra ove è
fondato il gran tempio di Giove », espressione che nell’apparenza fittizia
significa dubbio tra Firenze e Roma (chiamata in ogni modo « Pietra »), ma
è in verità uno dei tanti dubbi nei quali si trovò messer Cino tra l’amore
della setta (il Fiore) e la soggezione alla Chiesa di Roma e nel significato
profondo contrappone la « Pietra » al « Fiore ». Prova di questo si è la rispo-
sta di Cecco d’Ascoli che gli dice : « Deh, non lasciate il F70r che frutto move »,
parole che riferite a Firenze, non avrebbero al solito senso comune e che in-
vece hanno senso importante se riferite alla setta che, secondo la fede dell’A-
scolano e di molti altri, stava per dare ormai il suo frutto di liberazione.
Il significato limpidissimo di « Pietra » come pietra sepolcrale che tiene
chiusa la verità santa ancor viva, si ha in quel mirabile e tragico sonetto che il
Codice Riccardiano 1103 attribuisce a Dante e che poco importa che sia di
Dante o di un suo contemporaneo. Se non è di Dante, ciò dimostra sol-
tanto che i suoi precursori o imitatori usavano il suo stesso pensiero con al-
trettanta violenza e più trasparente velame.
Ho già citato questo sonetto, ma devo ripeterlo qui perchè esso è vera-
mente la chiave per intendere tutte le « pietrose ». Nel significato letterale
esso è un complesso di assurdità ; nel senso profondo significa :. Che tu possa
piangere o Pietra (Chiesa corrotta) come piango i0, perchè mi hai penetrato
342 CAPITOLO DODICESIMO
con una così crudele porta (ferita fatta in me) che mi impietri di angoscia il
cuore. Tu che tieni morta la mia donna (la Sapienza santa), tu che eri bianca
(pura) ed ora sei nera e tetra (corrotta) « dello colore suo tutto distorta » e che
non mi apri, malgrado le mie preghiere, per darmi quella che è la verità santa
che 10 voglio vedere. Apriti, Chiesa corrotta perchè i0 veda come nel mezzo di te,
crudele, giace la vera Sapienza santa, chè 1l cuore mi dice che essa sia ancora
viva. Se la mia vista non mi inganna, il nostro lavoro (sudore) e 1l nostro dolore
(angoscia) già ti scheggiano, ti disfaldano, o Pietra della corruzione. Tu sei la
« pietra » che far diventare « pietre » coloro che guardi.
Deh’ piangi meco tu, dogliosa petra,
perchè s'è Petra en così crudel porta
entrata, che d’angoscia el cor me ’npetra ;
deh piangi meco tu che la tien morta!
Ch’'evi già bianca, e ov se’ nera e tetra,
de lo colore suo tutta distorta ;
e quanto più ti priego, più s’arretra
Petra d’apririne, ch'io la veggia scorta.
Aprimi, petra, sì ch'io Petra veggia
come nel mezzo di te, crudel, giace,
chè °1 cor mì dice ch'ancor viva seggia.
Che se la vista mia non è fallace,
il sudore e l’angoscia già ti scheggia...
petra è di fuor che dentro petra face (1).
E finalmente abbiamo il «gran segretario » della setta, Francesco da
Barberino, che, come abbiamo visto, ci apre in un mottetto oscuro l’e-
nigma.
Caro impetra, amor di Petra
chi so petra, Petre, impetra.
Quel « Petre » è vocativo. Dunque: Chi invoca « O Pietro », impetra l’a-
more di « Petra » : chi si rivolge al Papa si rivolge alla « Petra »; dunque :
Chiesa corrotta = Pietra.
E adesso sì, possiamo intendere alquanto delle parole rivolte alla famosa
« Pietra » che sono qualche cosa di più e di meglio che non sfoghi di sa-
dismo.
C. — Cominciamo dalla canzone : Zo son venuto al punto de la rota.
Per intendere questa, per intendere cioè veramente che cosa sia ?/ gelo, il
freddo, l'inverno, che in essa si descrivono bisogna riferirsi a quanto ho già
detto sul significato convenzionale di queste parole e ad un altro sonetto di
Dante : Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi, nel quale si parla addirittura del
gelo che mette tra 1 fedeli di Dio il gran tiranno, cioè il Papa. Esso è addirit-
tura una preghiera a Dio contro la ingiustizia di questo «gran tiranno »,
fa vedere come la poesia politica si intrecci alla poesia d'amore, svela quasi
(1) DANTE: Od., pag. 127.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 343
apertamente alcune parole del gergo e parla addirittura dei fedeli di Dio che
sono spauriti dalla Chiesa corrotta.
Il significato è questo :
O Dio se tuvedi i miei occhi desiderosi di piangere, 10 ti prego per Lei che da
te non fugge (per la santa Sapienza che non si distoglie mai dal mirare in Te)
che tu con la tua mano diritta li consoli del loro piangere facendo vendetta contro
coloro che uccidono la giustizia e por si rifugiano sotto la protezione del Papa
corrotto (il gran tiranno) da cui bevono quel veleno (di errore) che egli ha già dif-
fuso e sempre più vuole diffondere nel mondo. Il Papa con le sue persecuzioni
ha talmente terrorizzato il cuore dei tuoi fedeli (messo gelo di paura) che nes-
suno di essi osa più parlare. Ma 10 invoco il « fuoco d'amore, lume del cielo »
che da Dio scenda a ravvivare questa giustizia che giace nuda e fredda uccisa e
senza la quale non può esservi pace sulla terra.
Se vedi li occhi miei di pianger vaghi
per novella pietà che ’1 cor mi strugge,
per lei ti priego che da te non fugge,
Signor, che tu di tal piacere i svaghi;
con la tua dritta man, cioè, che paghi
chi la giustizia uccide e poi rifugge
al gran tiranno, del cui tosco sugge
ch’elli ha già sparto e vuol che *l1 mondo allaghi,
e messo ha di paura tanto gelo
nel cor de’ tuo’ fedei, che ciascun tace ;
ma tu, foco d’amor, lume del cielo,
questa vertù che nuda e fredda giace
levala su vestita del tua velo,
chè sanza lei non è in terra pace (1).
Questo sonetto ci riporta indubbiamente e quasi con formule fuori gergo
ad un momento nel quale Dante si appellava a Dio contro una persecuzione
terribile con la quale il Papa ha disperso 1 veri fedeli di Dio e ha messo « tanto
gelo » nei loro cuori che nessuno di essi ha più ardire di parlare, ed io lo rac-
comando a coloro che dicono che di queste persecuzioni subite da Dante e
dai suoi amici per opera del Papa non c’è traccia storica. Qui si dice addirit-
tura che il Gran Tiranno terrorizza 1 fedeli di Dio in modo che ciascuno
di essi tace, che egli diffonde per il mondo il suo veleno. È chiaro ? E quando
si prosegue dicendo: « Tu fuoco d'amor, lume del cielo » e si contrappone
questo foco d'amore al tosco del Papa, c'è ancora bisogno di altre prove per di-
mostrare che 1 fedeli di Dio sono i« Fedeli d'amore » e che quello che si chiama
convenzionalmente Amore sta lottando contro la corruzione della Chiesa ? (2)
(1) DANTE : Of., pag. 112. — Si osservi come osando sollevare un poco il « negro
manto » del gergo, il poeta canti più altamente e nobilmente |
(2) Se c'è bisogno di altre prove, eccone una : un bellissimo sonetto di Cino. È un
altro consettario che scrive, evidentemente, nello stesso momento tragico. Il sonetto di
Dante dice di piangere perchè la giustizia è uccisa, quello di Cino che ormai «il con-
344 CAPITOLO DODICESIMO .
Orbene, la canzone: Zo son venuto al punto de la rota si riferisce a questo
momento. È una canzone mirabile come struttura, come armonia, come
forza; senonchè, presa nel suo senso letterale, come ho già osservato, essa
ci mostra una vuotaggine veramente sorprendente. Tutto il senso della can-
zone sarebbe questo : Viene l'inverno, piove, nevica, gli uccelli st disperdono,
trario che ’1 valore ha merto » ; quello di Dante che il tosco del gran tiranno si diffonde
per il mondo, quello di Cino, che la luna (la Chiesa) è fatta maggiore del sole e lo ha
oscurato ; quello di Dante che ormai tutti i« Fedeli d'Amore » tacciono per paura, quello
di Cino che ormai « tutt’! mondo convien star coverto »; è se quello di Dante si
volge con solenne e tragica invocazione a Dio, quello di Cino si volge a uno (Dante ?) che
è «voce nel deserto », uno dei « Fedeli d'Amore », i fedeli della Sapienza santa che
per il prevalere della « nuova usanza » deve convertire fa sua voce in dolore.
O voi, che siete voce nel deserto,
cie chiama e grida sovra ciascun core,
ch'apparecchiate la via de lo onore,
per la qual non si va già senza merto,
e secondo che’n voi siete esperto,
non è chi ’ntenda ciò, tant'è l’errore,
convertite la voce orma’ in dolore,
perchè la nuova usanza vi fa certo,
che tutto ’1 mondo convien star coverto,
se è lo Sol che non rende splendore,
per la Luna, che è fatta maggiore.
Voi siete sol d'ogni parente fore,
per lo contrario, che’l valore ha merto,
a cui si trova ciascun core offerto.
Ed. Cit. pag. 163.
Una osservazione molto importante. In questo sonetto si usa la frase : «la nuova
usanza » per indicare evidentemente un rovesciamento della posizione politica a danno
dei « Fedeli d'Amore » e si dice che a cagione di questa « nuova usanza » coloro che ap-
parecchiano le vie dell'onore (evidentemente gli adepti), devono piangere e stare coverti.
Nell'altro sonetto di Cino : Novelle non di veritate ignude, si prega un amico di mandare
a Cino notizie della « beltà che per dolor si chiude », ma si teme che l’amico non possa
farlo perchè svariato da a a nuova usanza de le genti crude » :
Novelle non di veritate ignude
quant'esser può lontane sien da gioco,
disio saver, sì ch'io non trovo loco,
de la beltà, che per dolor si chiude.
ma svariato t'ha forse non poco
la nuova usanza de le genti crude.
Dunque la « nuova usanza » costringeva a piangere e a stare coperti coloro che erano
«voce nel deserto », evidentemente i « Fedeli » della santa idea, e nello stesso tempo
svariava gli amici de «/a beltà che per dolor si chiude » e della quale Cino domanda no-
tizie fingendo che sia una donna. Nuova prova che questa beltà, questa donna costretta
a piangere e a nascondersi era proprio la setta di coloro che erano « voce nel deserto ».
Nuova prova della identità della setta e della donna.
PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 345
l'erba è morta, l'acqua si gela. Ma ad ogni constatazione di questi fenomeni in-
vernali Dante ripete con tono tragico ed eroico che egli resta fermo nel suo amore
e nella sua « guerra ». Con ciò a dir vero, se si trattasse di vero amore, non gli
accadrebbe se non quello che accade a tutti gli altri uomini, posto che l’uomo
è per definizione un’animale che fa all'amore in tutte le stagioni e non ci sa-
rebbe proprio tanto da vantarsi, perchè tutti i modesti mortali, quando
hanno una passione, non la sospendono durante i mesi invernali, come le
marmotte.
Ebbene si metta al posto di quella parola « inverno » 0 « gelo » o « tempo
freddo » il significato che ha questa espressione nel gergo : fempo di preva-
lenza della Chiesa corrotta e di persecuzione, si metta al posto di « Pietra »
il suo significato del gergo : « Chiesa corrotta », si guardi bene al vero senso
delle parole che sono, in quanto riguardano Pietra, tutte di 0470 e tutta la poesia
si fa di colori nuovi, non solo, ma quella affermazione di essere Dante, e lui
solo, innamorato fermamente nell'inverno (della persecuzione) mentre tutti
gli uccelli (adepti) fuggono e di non essere tornato un passo indietro dalla
sua guerra, diventa una della più nobili e forti cose che la poesia abbia pen-
sato e vissuto e tale che dovette ben commuovere i correligionari di Dante,
se qualcuno, in quel tragico inverno, poteva ancora ascoltarlo !
Ma procediamo a un esame. completo, perchè questa poesia lo merita.
Dante nella prima strofe descrive dunque un tragico inverno che comincia
caratterizzato dal fatto (si noti) che la stella d'amore ci sta lontano e non si
vede (setta occultata), mentre Saturno (il suo opposto : il pianeta «che
conforta il gelo ») st mostra tutto. Nondimeno Dante non disgombra un solo
pensiero d'amore dalla sua mente, la quale è « più dura che petra in tener forte
immagine di petra ». E con questa espressione «tener forte immagine di petra »
comincia il suo giuoco che, come Dante dirà poi, rappresenta veramente una
«novità che non fu mai pensata in alcun tempo ». La sua mente tiene sì un
pensiero d'amore ma oltre a ciò é attaccata, ma ostilmente attaccata ad una
immagine di pietra che Dante non ci dirà mai di amare. Qui dice soltanto
che la friene forte e non si tiene forte soltanto l'amante, anche il nemico si
tiene forte (I) e, come dirà dopo, desidererebbe di tenerla anche più forte.
Questa immagine di pietra è angosciosamente presente nella mente di Dante;
non gli st parte mai dinanzi al pensiero: egli la mira e la combatte sempre,
benchè nel tempo freddo essa si faccia signora e persecutrice e martirizza-
trice ed egli è intento nella immagine di lei col suo odio. Ecco che cosa
vuol dire « tener forte ».
Io son venuto al punto de la rota
che l'orizzonte, quando il sol si corca,
(1) Si vedano i versi de L'Acerba :
Non veggio el Conte che, per ira ed asto (astio)
ten forte l'arcivescovo Rugero (Lib. IV, C, XIII).
346 CAPITOLO DODICESIMO
ci partorisce il geminato cielo,
e la stella d'amor ci sta remota
per lo raggio lucente che la ’nforca
sì di traverso, che le sî fa velo ;
e quel pianeta che conforta il gelo
sî mostra tutto a noi per lo grand’arco
nel qual ciascun di sette fa poca ombra :
e però non disgombra
un sol penser d'amore, ond'io son carco,
la mente mia, ch'è più dura. che petra
in tener forte imagine di petra.
Continua la descrizione dell'inverno. La nebbia avvolge tutto e poi di-
venta « fredda neve e noiosa pioggia ». L’aere piagne e amore (si noti la buffa
immagine) a causa del vento che poggia deve ritirare le sue ragne, le sue reti, in
alto. Abbiamo al solito il vento che dà nota o si oppone all'amore. Ma l’amore
pur ritirando in alto le reti per via del vento, non abbandona Dante che resta
fedele alla sua bella donna (quella amata : la setta), che in questo punto è
detta crudele perchè costringe il poeta alla dolorosa lotta contro Pietra e
contro l'inverno che Pietra ha generato.
Levasi de la rena d’Etiopia
lo vento peregrin che l’aere turba,
per la spera del sol ch'ora la scalda ;
e passa il mare, onde conduce copia
di nebbia tal, che, s'altro non la sturba,
questo emisperio chiude tutto e salda ;
e poi si solve, e cade in bianca falda
di fredda neve ed in noiosa pioggia,
onde l’aere s’attrista tutto e piagne :
e Amor, che sue ragne
ritira in alto pel vento che poggia,
non m'’abbandona ; sì è bella donna
questa crudel che m’è data per donna.
La terza strofe è tragica nella sua efficacia. Tutti gli uccelli (tutti gli adepti)
sono fuggiti (1). Sono gli uccelli che seguono il caldo. Quelli che non sono
fuggiti «han posto alle lor voci tregue », non cantano più d'amore, non osano
più far versi di amore celebrando la Sapienza santa e aspettano di cantare
al tempo verde (quando torneranno tempi più favorevoli). Si rammenti
Messo ha di paura tanto gelo
nel cuor dei tuor fedei che ciascun tace (2).
Per ora non fanno che lamentarsi. E tutti gli animali che sono « gai di
lor natura », sono « d'amor sciolti però che il freddo lor spirito ammorta ».
(1) Si ricordi che il Guinizelli per giustificare l'oscurità della poesia dice che non
tutti gli uccelli (adepti) hanno lo stesso ardire (Vedi Cap. VI, 1).
(2) Fedeli = uccelli.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 347
Sono gli adepti che, terrorizzati dalla persecuzione, si sono sciolti dall'amore
per la Sapienza santa. Ma Dante in mezzo a questo abbandono è più che mai
fedele alla idea ed è l’idea da lui recentemente rinnovata, come abbiamo visto,
quindi una donna che ha picciol tempo (benchè sia l’unica fenice, ecc.).
Fuggito è ogne augel che ’1 caldo segue
del paese d’Europa, che non perde
le sette stelle gelide winquemai ;
e li altri han posto a le lor voci triegue
per non sonarle infino al tempo verde,
se ciò non fosse per cagion di guai;
e tutti li animali che son ga?
di lor natura, son d'amor disciolti,
però che 1 freddo lor spirito ammorta ;
e ’1 mio più d’amor porta;
chè li dolzi pensier non mi son tolti
nè mi son dati per volta di tempo,
ma donna li mi dà ch’ha picciol tempo.
Le foglie son cadute : quel verde, quella verdura (alla quale si mandava
il pregio di Madonna) (1) è morta, sono rimasti soltanto lauri, pini, abeti o
altra pianta sempre verde (le piante sempre verdi che attraverso i secoli,
fossero lauro o cipresso hanno significato il pensiero indelebile della verità,
le piante care alle sètte). Sono morti i fioretti per le piagge, le anime deboli e
miti, ma Dante è fedele alla sua idea santa.
Passato hanno lor terinine le fronde
che trasse fuor la vertù d’Ariete
per adornare il mondo, e morta è l’erba ;
ramo di foglia verde a noi s’asconde
se non se in lauro, in pino o in abete
o in alcun che sua verdura serba ;
e tanto è la stagion forte ed acerba,
c'ha morti li fioretti per le piagge,
li quai non poten tollerar la brina:
e la crudele spina
però Amor di cor non la mi tragge ;
perch’io son fermo di portarla sempre
ch'io sarò in vita, s'io vivesse sempre.
Le vene delle acque versano abbondantemente e fanno dei corsi d’acqua
là dove al bel giorno si passava piacevolmente. In questo grande assalto del-
l'inverno (del tempo tristo della persecuzione) «la terra fa un suol che par
di smalto » (è diventata pietra essa pure !) e l’acqua è diventata gelo, ma
Dante conclude trionfalmente di non essere tornato un passo indietro da
quello che il volgo chiama Amore e che egli chiama qui con il suo vero
nome : guerra. Guerra la quale può condurre al martirio e alla morte che
Dante intravede in verità senza temerla !
(1) Cap. VII, 3.
348 CAPITOLO DODICESIMO
Versan le vene le fummifere acque
per li vapor che la terra ha nel ventre,
che d’abisso li tira suso in alto;
onde cammino al bel giorno mi piacque
che ora è fatto rivo, e sarà mentre
che durerà del verno il grande assalto ;
la terra fa un suol che par di smalto,
e l’acqua morta si converte in vetro
per la freddura che di fuor la serra:
e io de la mia guerra
non son però tornato un passo a retro,
nè vo’ tornar ; chè se ’1 martirio è dolce
la morte de’ passare ogni altro dolce.
Canzone, or che sarà di ine ne l’altro
dolce tempo novello, quando piove
amore in terra da tutti li cieli,
quando per questi geli
amore è solo in me, e non altrove ?
Saranne quello ch'è d’un uom di marmo,
se in pargoletta fia per core un marmo.
Il congedo canta mirabilmente la speranza di un nuovo tempo atteso,
del trionfo della Sapienza amante quando « piove amore in terra da tutti li
cieli », il fempo verde, il tempo gaio. Ma negli ultimi due versi sembra sorgere
un dubbio atroce. Se quel « tempo felice » venisse troppo tardi ? Se la pargo-
letta, «la donna che ha picciol tempo », la setta rinnovata di recente e peri-
colante che egli, Dante, quasi solo difende, sarà essa pure pietrificata dalla
terribile Pietra che impietra (« Pietra è di fuo? che dentro pietra face ») ? Se,
in una parola sola, la Chiesa corrotta ucciderà, annienterà anche lo spirito di
verità che vive nella setta ? Allora anche Dante perderà ogni speranza, allora
egli pure sarà in aspetto impietrato come morto sotto la soggezione della
funesta « pietra » che ha impietrato il mondo!
CI. — La seconda delle pietrose, la sestina: Al foco giorno e al gran
cerchio d'ombra, è un lamento perchè la giovane donna, la setta (non affatto
la Pietra) non sente ancora il dolce tempo, non si ravviva e sta come gelida,
senza sentire il tempo nuovo.
La prima strofe ripete ancora che il pensiero del poeta è « barbato nella
dura pietra », cioè a dire « tiene forte immagine di pietra », è intento nel suo
pensiero contro la pietra. Nelle strofe che seguono si lamenta che questa nuova
donna, che non è niente affatto (si noti bene) la « pietra », bensì la giovane
setta rinnovata con la sua santa idea, si stia gelata, immobile, senza fiorire
d'amore, di verità, di potenza. Il « dolce tempo », il «tempo verde » non è
venuto ancora per lei.
Al poco giorno e al gran cerchio d'ombra
son giunto, lasso ! ed al bianchir de' colli,
quando si perde lo color ne l'erba ;
e ’l1 mio disio però non cangia il verde,
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 349
si è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna (I).
Similemente questa nova donna (2)
si sta gelata come neve a l'ombra;
che non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli
e che li fa tornar di bianco in verde
perchè li copre di fioretti e d’erba.
Le strofe che seguono cantano nella maniera più piana i pregi della Sa-
pienza santa impersonata nella setta. Ricordano la famosa ghirlanda, della
quale spesso si parla in questa poesia mistica, e il poeta si dice serrato dall’a-
more per la donna. Si canta la bellezza di lei che ha più virtu di una pietra
preziosa, la sua ferita che non si risana e la virtù di lei che il poeta ha ri-
sentito sempre, anche quando egli si è allontanato.
Quand’ella ha in testa una ghirlanda d'erba,
trae de la mente nostra ogn’altra donna ;
perchè si mischia il crespo giallo e ’1 verde
sì bel, ch’'Amor li viene a stare a l'ombra,
che m'ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.
La sua bellezza ha più vertù che petra,
e ’1 colpo suo non può sanar per erba ;
ch'io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna ;
e dal suo lume non mi può far ombra
poggio nè muro mai nè fronda verde.
Il poeta continua ricordando di averla in altri tempi (nel primo fiorire
della setta) veduta vestita a verde (piena di speranza) e tale che avrebbe reso
di pietra (immobile, eterno) l’amore che il poeta ha anche per la sua ombra.
Ma ora il poeta comincia a disperare che « questo legno molle e verde s’in-
fiammi » e che la passione del poeta consegua il successo della idea mentre
egli cerca tutte le vestigia di questa santa Sapienza.
Nella chiusa è riaffermata la virtù illuminante di questa giovane donna
(che non è affatto la « pietra »), la quale fa sparire l'ombra più nera dell’er-
rore, come l’erba verde fa sparire sotto di sè (si noti bene) la pietra.
Io l'ho veduta già vestita a verde
sì fatta, ch'ella avrebbe messo in petra
l'amor ch'io porto pur a la sua ombra;
ond'io l’ho chesta in un bel prato d'erba
innamorata, com’aunco fu donna,
e chiuso intorno d’altissimi colli.
Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli
prima che questo legno molle e verde
(1) La Chiesa. (2) La setta.
350 CAPITOLO DODICESIMO
s'infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,
sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.
Quandunque i colli fanno più nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com’uom petra sott’erba (1)
CII. — Non mi soffermo a riesporre tutta la sestina che segue: Amor
tu vedi ben che questa donna, così artificiosa nella sua novità metrica che il
pensiero ne è gravemente contorto. In essa si parla però della Chiesa corrotta
(Pietra) che non cura la virtù di amore, che quando vide che poteva incrudelire
su Dantelo fece per la ragione appunto del raggio d'amore che riluceva nel volto.
Fssa è dura come una statua di pietra. Ma Dante porta nascosto il colpo
d'amore (la sua qualità di fedele di amore), di quell'amore che lo ha fatto
pietra nel cuore (morte degli affetti) liberandolo nella mente. Ma non c'è
virtù che ripari dalla « Pietra » malvagia che minaccia di estendere il suo
freddo su tutto e forse di uccidere il poeta. Egli si sente già agghiacciato
dalla minaccia terribile, « dinanzi al sembiante freddo » di questa donna.
Fssa ha in sè luce di beltà (possiede in sè la verità santa), ma ha il
cuore crudele nella sua corruzione e nel cuore non le arriva la luce dell’amore,
cioè la volontà buona del vero.
In lei s’accoglie d'ogni bieltà luce :
così di tutta crudeltate il freddo
le corre al core, ove non va tua luce.
Onde il poeta si duole di vedere insieme la sua bellezza e la sua pietri-
ficazione, la verità della Chiesa e la sua corruzione. Negli occhi di lei egli ri-
trova sì la dolce luce, la santa verità che infatti la Chiesa sa, conosce e na-
sconde, e Dante vorrebbe servire quella verità. Ecco perchè il poeta invoca
amore, la virtù che esiste « prima che tempo, prima che moto o che sensibil
luce » (e che evidentemente è il divino amore della Sapienza e non l'amore
della femmina) perchè entri nel cuore della Chiesa corrotta. Poichè questa
« pietra » (come abbiamo visto più chiaramente nel sonetto Del, piangi meco
tu dogliosa pietra, tiene chiusa in sè la verità che Dante ama e ha negli occhi
la dolce luce, pure essendo divenuta « pietra », egli finisce col qualificarla
addirittura come « questa gentil petra », preannunziando che essa però porterà
la morte se non si spetra.
E Dante conclude dicendo che egli si sente dbaldanza contro questa donna
con tutto che essa sia « pietra », di modo che ne ha creato questa nuovissima
forma di poetare con questo freddo (!).
(1) A proposito di questa donna che fa sparire l'ombra si ricordi la famosa vedova.
di Frarcesco da Barberino, che fece altrettanto quando si spensero stranamente le
faci. (Cap. IX, 2).
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 35I
Canzone, io porto ne la mente donna
tal, che con tutto ch’ella mi sia petra,
mi dà baldanza, ond’ogni uom mi par freddo ;
sì ch'io ardisco a far per questo freddo
la novità che per tua forma luce,
che non fu mai pensata in alcun tempo.
Vantando la novità della sestina Dante sembra che alluda alla sua novità
metrica (sestina doppia), ma egli allude invece evidentemente alla arditezza
e complicazione dello stile. Soltanto questa ipotesi spiega che Dante potesse
vantarsi di fare questa novità fer questo freddo, cioè in tempo di perse-
cuzione, a causa della persecuzione e in tempo di abbandono e di dispe-
razione generale, perchè inventare un metro nuovo e più complicato mentre
faceva freddo, sarebbe stato proprio un vanto assai ridicolo !
Nuovissimo era invece fare un gruppo di canzoni ove si velasse l’odio
con apparente amore di tono sadico e mescolando parole di odio e parole
d'amore per due diversi soggetti, per mettere sempre meglio l’idea arditissima
a riparo della « gente grossa ».
CIII. — L'ultima, la più terribile delle pietrose, non è in realtà se
non una serie di esplicite contumelie e di minacce, di imprecazioni per la guerra
spietata che fa la pietra (la Chiesa corrotta) al poeta, per la necessità in cui
egli si trova di nascondersi, dice: « Per tema non traluca lo mio pensier
di fuori ».
Il poeta dichiara nella prima strofe di voler essere aspro nel suo parlare
come è nei fatti la donna (la Chiesa) che ha natura cruda e si veste di diaspro
tale che Amore (la setta) non riesce a colpirla, mentre essa invece uccide gli
altri (si noti il poeta dice «ella ancide » in genere, non parla di sè solo)
e i suoi dardi « giungono altrui e spezzan ciascun arme » !
Così nel mio parlar voglio esser aspro
com'è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d’un diaspro
tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda :
ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda
nè si dilunghi da’ colpi mortali,
che, com’avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun’arme ;
sì ch'io non so da lei nè posso atarme.
Il poeta non può trovare arma di difesa contro di lei che, al solito, tiene
la cima della sua mente (nel senso che egli è affisato in lei con il suo odio).
Essa non cura il suo male e il poeta dice: O dispietata lima che sordamente
scemi mia vita, perchè non temi, non ti trattieni dal rodermi il cuore così come 10
352 CAPITOLO DODICESIMO
‘ mi trattengo dal dire agli altri chi sia veramente quella donna che ti dà forza
di rodermi ? Parole nelle quali si sente tutta l'angoscia di dover tacere il vero
nome della Chiesa corrotta contro la quale si scrive e che è quella che dà forza
alla lima che rode il cuore del poeta.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
nè loco che dal suo viso m'’asconda ;
chè, come fior di fronda,
‘ così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi,
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’1 peso che m'aftonda
è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perchè non ti riteni
sì di rodermi il core a scorza a scorza,
com'io di dire altrui chi tr dà forza? (1)
AI poeta trema il cuore quando pensa di lei în parte ove altri (nemico
o estraneo alla setta) lo veda, per timore che il suo pensiero non traluca di
fuori sì che si scopra. E aveva ben ragione di temere !
Egli, Dante, è dominato, oppresso, ferito dalla sua passione di odio con-
tro la « Pietra» e di amore per la santa Sapienza. Questo Amore quantunque
egli preghi, non gli dà mercè, cioè non lo fa gioire con la vittoria della santa
idea, e sta sopra a Dante, lo domina e non si ritiene dall’imporgli la lotta.
Che più mi triema il cor qualora io peuso
di lei in parte ov'altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio peuser di fuor sì che si scopra,
ch'io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d'Amor già mi manduca ;
ciò è che ’1 pensier bruca
la lor vertù sì che n'allenta l’opra.
IX m'ha percosso in terra, e stammi sopra
con quella spada ond’elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzè chiamando, e umilmente il priego;
ed el d'ogni merzè par messo al niego.
E il poeta impreca ancora per questo doloroso dominio che ha su di lui
questo crudele Amore. La sua passione senza scampo e senza speranza lo
ferisce ripetutamente nel cuore, sì che egli se ne sente morire.
(1) Si rilegga dopo queste parole il bel sonetto di Cecco d'Ascoli :
Io non so ch'io mi dica s’io non taccio.
Cieco non sono e cieco convien farme
Ahimè sì m'ha condotto il negro manto.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 353
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida ;
e "1 sangue, ch'è per le vene disperso,
fuggendo corre verso
lo cor, che 'l chiama ; ond'io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
sì forte, che ’1 dolor nel cor rimbalza :
allor dico : « S’elli alza
un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
prima che ’1 colpo sia disceso giuso ».
E così il poeta alzando il diapason della sua passione, verissima ma non
per una donna, in una avversione apparentemente sadica contro una femina
restia, giunge a poter sfogare liberamente il suo odio contro la meretrice che
impetra e gela il mondo. Egli vorrebbe vedere Amore (la setta) fendere
per mezzo il cuore a quella crudele che squatra il cuore degli altri e che con-
duce gli uomini alla morte, e grida verso di lei l’ingiuria aperta: « questa
scherana micidiale e latra!», ingiuria che l’ingenuità dei lettori doveva
scambiare per secoli per uno sfogo sadico di vecchio innamorato senza for-
tuna! (1). Egli vorrebbe che la « Pietra » latrasse addirittura nel caldo dorro
(nell’Inferno) ove essa fa vivere gli altri. Se egli la sentisse così gridare,
fingerebbe di soccorrerla e metterebbe le mani nei capelli di lei, ma per
strapparli.
Così vedess'io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che ’1 mio squatra |!
poi non mi sarebb'atra
la morte, ov’io per sua bellezza corro :
chè tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Ohimè, perchè non latra
per me, com'io per lei, nel caldo borro?
Che tosto gridcrei : «Io vi soccorro »;
e fare "1 volentier, sì come quelli
che ne’ biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterci mano, e piacere ’le allora.
Su questo doppio significato del gesto di prendere per i capelli la donna,
il poeta continua a giuocare mirabilmente. Dice che quei capelli che sono per
lui scudiscio e sferza, sofferenza e tormento, vorrebbe averli tutto il giorno
(1) Si osservi come è adatta la parola « scherana » se si tratti della persecuzione
dei Templari nella quale la Chiesa di Clemente V fece veramente da «scherana » a Filippo
il Bello |
23 — VALLI.
354 CAPITOLO DODICESIMO
in mano e, lasciando al solito che altri immagini gesti scomposti e sadici,
dice chiaramente che vorrebbe strapparl, che vorrebbe fare come orso quando
scherza (il quale non accarezza certo, ma strappa), vendicando così più di
mille, che non è a credere che siano stati più di mille amanti disdegnati
come Dante (da una pargoletta !), ma sono altre mille e più vittime di questa
« scherana micidiale e latra » !
Ma ecco (profondo e commosso pensiero !), questa Chiesa corrotta, questa
« pietra » malvagia che deve essere posta nel caldo dorro ed alla quale Dante
vorrebbe strappare le chiome, è pur quella che ha nel fondo del suo essere
nascosta la santa verità che 1l poeta ama. La meretrice è la corruzione di Bea-
trice sul suo stesso carro. Per questo Dante, quando la Chiesa fosse puri-
ficata e punita della sua corruzione, vorrebbe ritrovare in essa le faville del vero
amore, della santa verità e vorrebbe guardarla presso e fiso per ritrovare in
lei quella verità che egli veramente ama e, vendicato il fuggire che ella fa,
cioè il suo straniarsi dal vero amante della Sapienza santa, vorrebbe ren-
derle « con amor pace » !
E, in altre forme, il sogno della Divina Commedia : dina la Chiesa
nella quale è la verità, in modo da ritrovare in essa non più la meretrice o
la scherana micidiale e latra, ma la vergine Beatrice, la santa Sapienza puris-
sima degna dell’eterno Amore!
S'io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille :
e non sarei pietoso nè cortese,
anzi farei com'orso quando scherza ;
e se Amor me ne sferza,
to mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano tl cor, ch'io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
* per vendicar lo fuggir che mi face;
e por le renderei con amor pace.
Il congedo riafferma lucidamente tutto il senso della poesia. C'è una
donna, la Chiesa, la quale ha piagato col suo odio e con la sua corruzione
il cuore di Dante e nello stesso tempo gli toglie, gli nasconde, gli invola
quella verità santa che è la cosa che Dante più ama. Contro quella donna,
contro quella « pietra », Dante scaglia la sua canzone dal doppio taglio e
nel suo ultimo verso : « Che bell’onor s’acquista in far vendetta », non allude
ad una molto volgare e plebea vendetta contro una donna, che dopo tutto
non avrebbe altra colpa che di resistere, ma parla dell’alta, della nobile, della
santa vendetta che scagliandosi contro la Chiesa corrotta e fendendole il cuore,
deve liberare in essa e da essa la santa verità prigioniera che essa invola:
il Fiore chiuso nel castello, la donna seppellita viva sotto la pietra!
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 355
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m'ha ferito il core e che m'invola
quello ond'io ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta ;
chè bell’onor s'acquista in far vendetta.
Io prego il lettore spregiudicato di confrontare questa concezione delle
canzoni pietrose con la comune interpretazione letterale che ci mostra un
Dante, il Dante della maturità, il Dante che scriveva già 10 Poema Sacro
della redenzione umana, o almeno il nobile Convivio dell’umana saggezza,
fremente di acida e scomposta lussuria per un oggetto che nessuno mai ha
con serio fondamento identificato !
3. LA CANZONE: « TRE DONNE » FATTA « DI COLOR NUOVI ». CIV. — Sono
costretto a parlare di questa importantissima canzone con una brevità quasi
schematica, per le troppe cose che ci sarebbero da dire intorno ad essa. Pre-
metto che il Rossetti vide in queste tre donne tre sètte contemporanee alla
«setta d'Amore », e precisamente la setta Albigese, quella dei Templari,
quella dei Ghibellini, la quale ultima per me non può esser chiamata « setta »
che con grave improprietà.
Naturalmente la critica positiva ha sempre ignorato (non dico discusso)
questa idea e ha dato interpretazioni della canzone come quella del Car-
ducci, che sono (sia detto con tutto il rispetto) talmente superficiali e ripe-
tono così da vicino ciò che è quasi ovvio alla prima lettura, che se fos-
sero interpretazioni giuste renderebbero addirittura ridicolo il congedo di
Dante :
Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano,
per veder quel che bella donna chiude.
Quel che bella donna chiude, cioè il senso recondito della canzone, se si
trattasse veramente delle tre virtù nominate : Larghezza, Temperanza e Drit-
tura che sono sbandite e infelici, sarebbe addirittura identificato col senso
letterale ed apparente e quindi l’'ammonimento di Dante, a non osare nemmeno
di sollevare il velame, sarebbe addirittura sciocco.
Io ritengo per conto mio immensamente più seria e più profonda l’in-
tuizione del Rossetti che, anche in questo fu seguito dall’Aroux. Si tratta di
tre sètte affini, ma pure diverse dalla setta dei « Fedeli d’amore », che vengono
a contatto con essa. Ma credo che il Rossetti e l’Aroux si siano troppo af-
frettati nel determinare di quali sètte si tratta.
Per intendere questa canzone bisogna forse porgere l'orecchio a un altro
giuoco di Dante nella Divina Commedia. Marco Lombardo, parlando della cor-
ruzione presente del mondo per colpa della Chiesa, dice che però ci sono an-
cora tre vecchi nei quali l'antica età rampogna la nuova e che aspettano
«una vita migliore »:
356 CAPITOLO DODICESIMO
Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l'antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna (1).
Marco Lombardo dà a questi tre vecchi il nome di tre nobili uomini del
tempo : Corrado da Palazzo, Guido da Castello, Gherardo da Cammino. Ma
appaiono delle cose abbastanza strane che fanno pensare che Dante in quei
tre vecchi abbia voluto raffigurare tre sètte, ancora rimaste fedeli all’idea
della Chiesa pura e che aspettavano una « miglior vita » in un senso molto
più interessante, cioè nel senso di attendere il « tempo verde » della Chiesa
rinnovata e purificata. Marco Lombardo, infatti, parlando di Guido da
Castello dice :
ee e 5A che me’ si noma
francescamente «il semplice Lombardo ».
Ora si tratta di un particolare ozioso e di un vero soprannome, oppure
quel « semplice lombardo » detto, si noti, francescamente, doveva suonare sem-
plicemente « Pauvre Lombard » ? Ecco un indizio che si possa trattare di un
personaggio nel quale era adombrata una setta e precisamente la setta dei
« Pauvres Lombards » che era proprio in questa direzione di idee. Ma segui-
tiamo. Marco ha nominato il buon Gherardo. Dante fa il nesci e domanda chi
sia questo buon Gherardo. Marco gli risponde, ma sentite il tono di sottinteso
settario che c’è nelle sue parole le quali, pare, vogliano suonare veramente
così : « Me lo domandi proprio perchè non lo sai o vuoi farmi dire più espli-
citamente quello che non devo dire, cioè chi sia veramente il buon Gherardo ?
Tu sei toscano e non sai chi sia il buon Gherardo ? ‘Ti dirò che ha una figlia
che si chiama «Gaia ». Gara! Combinazione strana! Gaia come la «gaia
scienza », come è gato, lo sappiamo bene, tutto ciò che riguarda la setta dei
« Fedeli d'amore » !
«O tuo parlar m'’inganna o el mi tenta»
rispose a me; « chè. parlandomi tosco
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco,
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, chè più non vegno vosco.
I commentatori realisti che, naturalmente, non hanno avuto il più lon-
tano sospetto di tutto questo, hanno ragionato al solito così: « Evidentemente
questa Gaia doveva essere una mala femmina che disonorava suo padre » e con
tutta probabilità ‘nventarono, dopo un secolo circa, quelle cose infamanti
sul conto di questa povera Gaia, perchè al solito « non sapevano che si chia-
mare ».
Ma il Rossetti (2) dice : « Col nome di Gherardo trovo spesso indicata la
(1) Purg., XVI, vv. 121 e segg. (2) Sullo spirito antipapale, pag. 235.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 357
setta dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme il cui istitutore fu appunto
Gherardo de Martignes provenzale ». Ora ciò potrebbe avvicinare la parola
Gherardo alla setta dei Templari (e un misterioso Gherardo aiuta sempre
gli amanti nel mistico romanzo « L’Urbano » del Boccaccio). I Templari non
erano i cavalieri di S. Giovanni, ma io credo che si indicasse l’uno ordine
per intendere in gergo l’altro del quale non si poteva parlare, così come
Cecco dice « Rodico » (a Rodi stavano quelli di Gherardo), per non dire « di
Cipro » ove stavano i Templari. Ma non si è osservato che l’unione dei due
nome Gherardo e Gata nella poesia non è nuova. Una notissima ballata francese
tradotta dal Carducci aveva già cantato di Gaietta che se ne sta alla fontana
(d’insegnamento ?) e viene scudier Gherardo e se la prende «col suo dritto
amore » e se la porta via e se la sposa (1). Non si allude qui ad una unione,
ad un avvicinamento celebrato dai settari fra i Templari e la Gaia scienza ?
Se per un momento noi assumiamo soltanto l’ipotesi che in questi tre
vecchi siano raffigurate tre sette fedeli alla Chiesa antica («In cui rampogna
l'antica età la nuova »), una delle quali (Gherardo) ne ha generato un’altra
che si chiama Gata, noi dobbiamo notare un parallelismo, che fa molto pen-
sare, con le « tre donne » che sono « germane sconsolate », la prima delle quali
dice di essere sorella della madre di Amore (Gaiezza — Gaia scienza).
Vi sono dunque :
Tre vecchi uno dei quali padre di Gaza.
‘Tre germane una delle quali dice di essere sorella della madre di Amore.
Ma queste tre donne che vengono ad Amore mi suscitano nell’orecchio
anche un’altra assonanza lontana. Dante nel Convivio ha una pagina che è
certamente tra le più strane che egli abbia mai scritto, nella quale, interpre-
tando a modo suo niente di meno che 10 Vangelo di S. Marco, scrive questa
cosa strampalatissima : « Dice Marco che Maria Maddalena e Maria Jacobi e
« Maria Salomè andaro per trovare lo Salvatore al monimento, e quello non
«trovaro; ma trovaro uno giovane vestito di bianco (come Amore) che disse
«loro : « Voi domandate lo Salvatore, e io vi dico che non è qui; e però non
«abbiate temenza, ma ite, e dite a li discepoli suoi e a Piero che elli li pre-
« cederà in Galilea ; e quivi lo vedrete, sì come vi disse ». Per queste tre donne
«si possono intendere le tre sètte de la vita attiva, cioè li Epicurei, li Stoici
«e li Peripatetici, che vanno al monimento, cioè al mondo presente che è
« recettaculo di corruttibili cose, e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine,
« (Beatrice) e non la truovano ; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti
«(come Amore — la Setta), lo quale, secondo la testimonianza di Matteo e anche
« de li altri, era angelo di Dio. E però Matteo disse « L'angelo di Dio di-
«scese di cielo, e vegnendo volse la pietra (st noti, volse la «pietra ») e sedea
(1) CARDUCCI: Opere, p. 757. — Si noti che anche storicamente Gherardo da Cam-
mino era molto amico della gaia scienza « Recevoit avec intéressement les lecons des
Troubadours » dice di lui il Sismondi (ROSSETTI : I/ Mistero, Vol. 1, Cap. II).
“
358 CAPITOLO DODICESIMO
«sopra essa. E '1 suo aspetto era come folgore e le sue vestimenta erano
«come neve ».
Ci sono in questo discorso delle cose assai strane. Anzitutto la stranezza
enorme di reinterpretare a modo proprio e fantastico il Vangelo, d’imperso-
nare în tre donne sante che avevano visto il Cristo, tre sètte pagane, tre sètte pa-
gane che viceversa vanno al monumento di Cristo a parlare con l'angelo che
ha «rovesciato la pietra »! ..... Ah, no, no! Chi ha fatto l’orecchio a tutto
l’artificio dell’arte della poesia di questi tempi, non ci può credere. Qui c’è
sotto qualche altra cosa. E non appena si pensi che queste tre sètte siano tre
sètte, sì, ma tre sètte che soltanto der comodo di prudente velatura vengono
chiamate coi nomi di tre sètte pagane, ci ritroviamo avanti al fatto che
queste fre sétte vanno avanti a un giovane bianco vestito (proprio come Amore è
sempre raffigurato da Dante) a domandargh della Beatitudine, di Beatrice, la Sa-
bienza santa e che lo trovano a guardia del monumento di Cristo dove egli però ha
rovesciato la « pietra»: proprio quello che pretendeva di fare la setta di Amore.
E se ora continuiamo a leggere le parole del Conviwio, vediamo che il
senso letterale si complica sempre più, mentre sempre più si legittima il
sospetto che questa scena sia molto più profonda nel suo vero significato di
quanto non sembri, specialmente se osserveremo il sottile giuoco col quale
Dante lega la sua interpretazione alla parola del Vangelo e alle parole che
vengono poi : « Dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’l vanno cer-
cando, e a coloro che sono sviati », nelle quali parole Dante ritorna sullo svia-
mento della Chiesa. Il giovane bianco vestito dà alle tre sètte l’incarico
di, predicare che la beatitudine si troverà nella speculazione, cioè nella con-
templazione pura, in quella santa Sapienza che in altri termini si è sempre
chiamata per Dante Beatrice e che la setta di amore insegnava essere sola
beatitudine vera e di dire che Cristo non è sotto la Pietra!
«Questo angelo è questa nostra nobilitade che da Dio viene, come detto è,
«che ne la nostra ragione parla, e dice a ciascuna di queste sètte, cioè a qua-
«lunque va cercando beatitudine (Beatrice) ne la vita attiva, che non è qui;
«ma vada e dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’1 vanno cer-
«cando e a coloro che sono sviati, sì come Piero che l’avea negato (Pietro
«non cerca la Beatrice, la Beatitudine !), che in Galilea li precederà : cioè che
«la beatitudine precederà noi in Galilea, cioè ne la speculazione. Galilea è
«tanto a dire quanto bianchezza » (1).
Io non vorrei da questa assonanza trarre conclusioni troppo precise,
perchè le assonanze hanno qualche cosa di vago, ma certo io mi sento raffor-
zato da essa nella convinzione che il Rossetti vide giusto quando vide nelle
tre donne che vanno ad Amore tre sètte fedeli alla santa Chiesa primitiva,
(1) Conv. IV, XXIII La speculazione beatificante precede (in Galilea che è bian-
chezza). Ciò vuol dire: Amore (della Sapienza santa) si trova soltanto nel cuore gentile
(puro) e Rachele si ottiene soltanto dopo la dea/batio. (S. Agostino).
‘I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 359
quantunque abbia errato nel determinarle. E quando con questo filo condut-
tore leggo tutta la canzone, io la vedo veramente «farsi di color nuovi »
e giustificare pienamente l’importanza che dava Dante al contenuto segreto
di essa che era, a suo dire, inattingibile.
Strofe prima : Dante è un « Fedele d’amore », come tale egli ha amore
dentro il cuore ed è in signoria di lui, ciò nondimeno egli parla con tre sètte
diverse che sono venute intorno al suo cuore, che si avvicinano alla setta dei
«Fedeli d'amore » senza essere la stessa cosa. Dante le loda come belle e virtuose.
I,a stessa setta dei « Fedeli d'amore » riesce a parlare a fatica dei loro pregi.
Ma esse sono dolenti, sbigottite, discacciate e stanche, come persone « cui
tutta gente manca ». In altri tempi esse furono dilette (ebbero molti seguaci),
ora sono a tutti in ira e in non cale (si ricordi la triste posizione alquanto ana-
loga dei tre vecchi dei quali l'uno si chiama il semplice lombardo e l’altro
il padre di Gaia).
Tre donne intorno al cor mi son venute,
e seggonsi di fore ; (1)
chè dentro siede Amore,
lo qual è in segnoria de la mia vita.
Tanto son belle e di tanta vertute,
che ’1 possente segnore,
dico quel ch'è nel core,
a pena del parlar di lor s’aita.
Ciascuna par dolente e sbigottita,
come persona discacciata e stanca
cui tutta gente manca
e cui vertute nè beltà non vale.
Tempo fu già nel quale,
secondo il lor parlar, furon dilette ;
or son a tutti in ira ed in non cale.
Queste così solette
venute son come a casa d’amico ;
che sanno ben che dentro è quel ch'io dico.
Io non pretendo di poter determinare chi siano esattamente queste tre
sètte, tuttavia osserverò alcuni caratteri di esse che ci riportano ad alcune
sètte speciali e ad alcune loro condizioni.
La prima che parla I): somiglia a una « Rosa »; 2) tiene nascosta la faccia ;
3) piange ; 4) ha il vestito lacero in modo che Amore può vederla «in parte
che 11 tacere è bello ». Io ripenso alla Chiesa gnostica che aveva trovato il suo
fortunato sviluppo presso gli Albigesi. Aveva avuto probabilmente per prima
il nome di « Rosa», era la più infelice e la più antica. Il massacro degli
Albigesi l'aveva quasi distrutta. In quella gonna rotta per la quale Amore la
(1) Sarebbe assurdo che esse fossero semplicemente Drittura, Larghezza e Tem-
peranza. Perchè allora si sarebbero sedute di fuori dal suo cuore? Dante sarebbe
venuto a dire che non aveva giustizia nel suo cuore, ma fuori. Dove?
360 CAPITOLO DODICESIMO
vede «in parte che il tacere è bello » non c’è una volgarità di pessimo gusto,
come devono supporre i comuni lettori, ma una allusione al fatto che le era
stato stracciato di dosso il suo segreto, era stato visto di lei ciò che non si doveva
vedere.
E qui incomincia a intravedersi qualche linea molto interessante di questi
pensieri. Questa che, per confondere le teste della « gente grossa », si dà il
nome di « Drittura », è sorella della madre di Amore. Questa madre di Amore
non è nominata e la critica letterale ne ha argomentato che siccome Amore
è figlio di Venere e Venere (insieme con altri cinquantamila personaggi mito-
logici!) è figlia di Giove, così Venere risulta sorella (più esattamente sorella-
stra) di Astrea, cioè della Giustizia (!). Io credo che quel girigogolo inutile
nasconda qualche cosa di molto più serio che non una vuotissima e vaghissima
genealogia mitologica stiracchiata e fuor di posto come questa. La setta dei
« Fedeli d'amore » riconosceva molto probabilmente la sua origine, la sua
nascita da una delle tante sètte gnostiche neo-platoniche che avevano attra-
versato il sottosuolo spirituale del Medio-evo. E questa idea viene a coinci-
dere mirabilmente con l’enorme quantità di fatti che già abbiamo appresi.
L’accenno di questa prima donna alla sua povertà ci richiama più vi-
vamente che mai a qualcuno di questi movimenti avversi alla Chiesa cor-
rotta di Roma che tutti si fondavano sulla povertà e l’espressione : « Nostra
natura qui a te ci manda» vuol dire semplicemente : Noi veniamo qui a
te, setta d'Amore, spinti dalla nostra natura comune, da quello che c'è di
comune con te nella nostra fede ».
Dolesi l'una con parole molto,
e ’n su la man si posa
come succisa rosa ‘ .
il nudo braccio, di dolor colonna,
sente l’oraggio che cade dal volto ;
l’altra man tiene ascosa
la faccia lagrimosa :
discinta e scalza, e sol di sè par donna.
Come Amor prima per la rotta gonna
la vide in parte che il tacere è bello,
egli, pietoso e fello,
di lei e del dolor fece dimanda.
«Oh di pochi vivanda »,
rispose in voce con sospiri mista,
«nostra natura qui a te ci manda:
io, che son la più trista,
son suora a la tua madre, e son Drittura ;
povera, vedi, a panni ed a cintura ».
Quando Aniore ha saputo chi sia la prima delle tre donne, è preso da
doglia e da vergogna per lo stato di lei e vuol sapere chi siano le altre due.
Essa lo spiega. L'una è stata generata da lei stessa alle sorgenti del Nilo e
questa a sua volta « mirando sè nella chiara fontana », ha generato la terza.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 36I
Se questa che ha per la « gente grossa » il nome di Drittura è una anti-
chissima setta gnostica, è perfettamente naturale che essa dica di venire dalle
sorgenti del Nilo. È proprio, come è noto, dall'Egitto che venne tutta quella
antichissima sapienza che poi attraverso Platone e il neo-platonismo si immise
nel Cristianesimo sotto il nome di gnosticismo. Questa prima idea gnostica,
dunque, generò sul Nilo la seconda delle donne, quella che si asciuga la treccia
bionda e che, per quanto non sia facile il precisare il suo nome, è un’altra delle
sètte maltrattate e disertate al tempo di Dante. Questa a sua volta ha
generato la terza, specchiandosi nella chiara fontana, cioè nella solita e tante
volte citata fontana d'insegnamento, che è la tradizione dell’insegnamento
mistico iniziatico. La seconda setta, attingendo sempre all'antico insegnamento
iniziatico, ne ha generata una terza.
Si noti bene che Amore, la « setta di Amore », appartiene per confessione
di Dante a tutta questa famiglia nella quale le donne si riproducono per parte-
nogenesi specchiandosi dentro una fontana. E Dante infatti fa dire in seguito
ad Amore che le altre donne « del sangue nostro » vanno mendicando.
Poi che fatta si fu palese e conta,
doglia e vergogna prese
lo mio segnore, e chiese
chi fosser l'altre due ch’eran con lei.
E questa, ch’era sì di pianger pronta,
tosto che lui intese,
più nel dolor s’accese,
dicendo : « A te non duol de gli occhi miei ? »
Poi cominciò : « Sì come saper dei,
di fonte nasce il Nilo picciol fiume
quivi dove ’l gran lume
toglie a la terra del vinco la fronda: (1)
sovra la vergin onda
generai io costei che m'è da lato
e che s’asciuga con la treccia bionda.
Questo mio bel portato,
mirando sè ne la chiara fontana,
generò questa che m'è più lontana ».
Amore sospira nell'apprendere tutto questo. Non le aveva riconosciute
prima, sì che i suoi occhi erano stati follz. Ora i suoi occhi si bagnano di
pianto, ma è Amore, l’ultima nuova giovane setta, del sangue di quelle
della tradizione gnostica che aveva avuto origine in Egitto, colui che conforta
le germane sconsolate. È come le conforta ? Con quale idea, con quale spe-
ranza, con quale promessa ? Proprio con quella teoria che Dante ha esposto
in segreto nella « Divina Commedia » : la teoria della Croce e dell'Aquila.
(1) Si ricordi che questa antica Sapienza nacque da questa umt/tà (il vinco) e che
da un giunco nato sul lido del mare comincia la purificazione di Dante nel Purgatorio
(C. I).
362 CAPITOLO DODICESIMO
Amore mostra alle « germane sconsolate » i suoi dardi che sono due :
sono le armi, dice, che io X%o voluto in prò del mondo. Amore dunque (la setta)
ha voluto salvare < mondo per mezzo di due armi, che qui sono chiamate
due dardi, per mezzo cioè di due forze. Amore le mostra e dice : « Per non usar,
vedete, son turbate » : sono la Sapienza e la Giustizia che nel simbolismo
della Divina Commedia fanno capo alla Croce e all'Aquila, le due forze sal-
vatrici del mondo.
E proprio a quel modo che nella Divina Commedia tutta la corruzione
del mondo è attribuita all’imperfetto funzionamento della Croce e dell'Aquila,
Sapienza e Giustizia, che devono operare in armonia parallela per mezzo del
Papato e dell’Impero, imperfetto funzionamento derivante dal fatto chein
queste due forze salvatrici, l'una, l’Impero, non opera (e quando opererà di
nuovo ristabilirà l'ordine santo nel mondo), così qui Amore promette di
salvare il mondo 3n quanto troverà gente che «farà star lucente » l’uno dei
due dardi che è, evidentemente, arrugginito : l'Impero.
Dante così ha utilizzato la tradizione dei due dardi di Amore, uno
d’oro e uno di piombo, per dire anche qui quello che dirà in tutta la Di-
vina Commedia, cioè che ristabilendo nella sua autorità l’Impero, che è una
delle due forze salvatrici, nella cui assenza si è corrotta anche l’altra, 11 Papato,
si ristabilirà nel mondo l'ordine santo voluto da Dio. Questa dottrina segreta
del Poema egli mette in bocca ad Amore! Altra prova che Amore non è
amore di donne, ma è depositario e diffonditore di dottrine segrete riguar-
danti la salvezza del mondo : è una fede, una setta.
Con questa speranza Amore (la setta) conforta le altre sètte, fedeli esse
pure alla verità santa, povere, discacciate, ma che sono del suo sangue, le
altre che sono come lui « dell'eterna rocca », cioè fedeli alla Sapienza santa,
alla Chiesa pura, e vuole che esse lascino il piangere e il dolersi agli uomini
bassi e vili che da questa eterna rocca sono fuori.
Fenno i sospiri Amore un poco tardo ;
e poi con gli occhi molli,
che prima furon folli,
salutò le germane sconsolate.
E poi che prese l’uno e l’altro dardo,
disse: « Drizzate i colli:
ecco l’armi ch'io volli;
per non usar, vedete, son turbate.
Larghezza e Temperanza e l’altre nate
del nostro sangue mendicando vanno (1).
Però se questo è danno,
piangano gli occhi e dolgasi la bocca
de li uomini a cui tocca,
che sono a’ raggi di cotal ciel giunti;
(1) Curiosa nel senso letterale quella Larghezza che va mendicando ! Sono evidente-
mente altre sèite della stessa famiglia.
I PENSIERI SEGRETI NELLE € RIME » DI DANTE 363
non noi, che semo de l’eterna rocca :
chè, se noi siamo or punti,
noi pur saremo, e pur tornerà gente
che questo dardo farà star lucente » (1).
Dante dice ora il suo conforto avanti alla consolazione di Amore. Egli
si conforta ascoltando le speranze apocalittiche che Amore (la setta) diffonde
per il mondo. Si sente egli pure, come tutti coloro che sono fedeli alla Sapienza
santa, perseguitato, ma grida: «L'essilio che m'è dato onor mi teguno»
e se pure giudizio o forza di destino vuole che nel mondo1 pensieri della verità,
i fiori bianchi, appaiano persi, scuri, cioè siano occultati e oscurati, Dante
si dice lieto di soffrire insieme ai buoni.
Fgli non ha che un dolore, di essere lontano da quello che è il del
segno dei suoi occhi, cioè di non poter liberamente contemplare la Sapienza
santa. Ma l’amore di lei lo ha già consumato e lo fa soffrire perchè, come egli
dice con un mirabile verso: « Morte al petto m'ha posto la chiave ». È la
Chiesa corrotta, Morte, che gli chiude per forza nel petto il suo segreto (2).
E qui Dante allude ad una sua colpa già espiata da più lune e della
quale si è pentito. Il realismo vaneggiante suole identificare questa colpa con
quella per la quale fu esiliato Dante. Ma di quella, per Dio!, Dante non si
è mai pentito perchè non l'ha mai riconosciuta, e proprio pochi versi prima
ha gridato sdegnosamente : « L’essilio che m'è dato onor mi tegno ». Questa
colpa riguarda invece evidentemente il suo temporaneo abbandono della
Sapienza santa, di Beatrice, della setta, colpa della quale Dante, tornato
fervorosamente alla setta in questo momento tragico di lotta e di persecu-
zione (forse quando ha avuto la visione della sua Beatrice ancora vestita
di sanguigno), si è ben pentito.
E io, che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,
l’essilio che m’è dato onor mi tegno :
chè, se giudizio o forza di destino
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader co’ buoni è pur di lode degno.
E se non che de gli occhi miei '"l bel segno
per lontananza m'è tolto dal viso,
che m’have in foco miso,
lieve mi conterei ciò che m'è grave.
Ma questo foco m’have
già consumato sì l’ossa e la polpa,
(1) Il Veltro.
(2) Si ricordi Cecco d’Ascoli e il negro manto che lo opprime e il suo grido : « Cieco
non sono e cieco convien farme | ».
304 CAPITOI.O DODICESIMO
che Morte al petto m'ha posto la chiave.
Onde, s’io ebbi colpa,
più lune ha volto il sol poi che fu spenta,
se colpa muore perchè l’uom si penta.
I due congedi che seguono riconfermano avanti a qualunque intelletto
sano che la spiegazione della canzone non può essere così facile e piatta come
hanno preteso di ammannircela i critici della vecchia tradizione, non escluso
il Carducci. La proibizione ad un uomo qualunque di intendere la canzone,
vuol dire evidentemente che essa è in gergo iniziatico e non deve concedere
a nessuno «lo dolce pome » del suo significato profondo, salvo che, s'intende,
essa non trovi degli iniziati, « alcuno amico di virtù ». Allora per gli int-
ziati essa deve farsi di color nuovi : e farsi di color nuovi vuol dire trasfor-
marsi interamente nel significato, non vuol dire chiarirsi con delle chiosette
come avviene, per esempio, se al posto di Drittura si mette la parola Giustizia,
o si dica che la canzone significa la.... desolazione delle virtù sbandite,
cosa che è già chiarissima nel senso letterale o se, peggio ancora, per spiegare
che la prima donna nacque alle fonti del Nilo, si arzigogoli che il Nilo era un
fiume del Paradiso terrestre e che la Drittura nacque lì!
Ma non basta. Che cosa deve fare questa canzone quando avanti agli
«amici di virtù » si sarà fatta « di color nuovi »? Deve puramente e sempli-
cemente « far desiderare il Fior », deve cioè far amare la setta e la Sapienza
santa che in essa si coltiva e la nobile aspettazione con la quale essa spera che
il mondo sarà salvato, aspettazione che è coltivata dagli « amorosi cuori »,
cioè dai « Fedeli d'amore ».
Canzone a’ panni tuoi non ponga uom mano,
per veder quel che bella donna chiude :
bastin le parti nude ;
lo dolce pome a tutta gente niega, (1)
per cui ciascun man piega.
Ma s'elli avvien che tu alcun mai truovi
amico di virtù, ed e’ ti priega,
fatti di color noi, |
poi li ti mostra ; e’ / fior, ch'è bel di fori,
fa distar ne li amorosi cori.
Ma la canzone ha anche un secondo congedo. Fsso comincia con due
strani versi che non alludono (come crede l’ingenua critica positiva) al
fatto che Dante si voglia barcamenare tra i Bianchi e i Neri (e che Dante
(1) Questo dolce pome è naturalmente la Sapienza e quello stesso dolce pome che do-
veva mettere in pace le brame di Dante nell’atto in cui ritrovava Beatrice.
Quel dolce ponte che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali
oggi porrà in pace le tue fami.
Purg., XXVII, 115.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME» DI DANTE 365
perdoni a chi ha osato insultarlo con questa interpretazione !), ma al fatto
che la canzone uccella (illude) con bianche piume, mentre caccia (combatte)
con veltri neri (« Nell’alma guerra e nella bocca pace », dirà l’Ascolano),
cioè con quella tale figura rettorica che secondo Dante «è molto laudabile
e anco necessaria » quando « le parole sono a una persona e la ’ntenzione è
a un'altra... e che puotesi chiamare dissimulazione » (1). Accenna poi ad un
perdono che Dante aspetta e desidera e che naturalmente coloro che non co-
noscono di Dante se non la storia esterna politica credono che sia un perdono
invocato dai cittadini malvagi che lo avevano esiliato e contro i quali egli
ha parlato sempre di giustizia e di dignità e non mat di perdono!
Questo perdono si riferisce probabilmente a quella tale colpa della quale
parla Dante nel mezzo della canzone e non è chiesto a li cittadini malvagi,
bensì ai « Fedeli d’amore ».
Canzone, uccella con le bianche penne ;
canzone, caccia con li neri veltri,
che fuggir mi convenne,
ma far mi poterian di pace dono.
i Però nol fan che non san quel che sono:
camera di perdon savio uoni non serra,
chè ’1 perdonar è bel vincer di guerra.
Questa canzone fatta così di « color novi » è soltanto una celebrazione
delle rinnovate speranze della setta dei « Fedeli di Amore » di fronte alla de-
cadenza ed alla persecuzione patita dalle altre sètte fedeli all'antica purità
cristiana ? O è forse la proclamazione della nuova dottrina « d’amore »,
quella dei due dardi, cioè della Croce e dell'Aquila che Dante fa a tutte le
sètte affini come offerta di una nuova speranza, come profezia nuova del
ristabilimento dell'Impero ?
O è forse un rapporto segreto «diffuso tra i « Fedeli d’amore » riferentesi
ad avvicinamenti e trattative compiuti tra un gruppo di sètte più o meno
affini, tra le quali quella dei « Fedeli d'amore », che Dante ha in certo modo
rappresentato nelle trattative delle quali ha poi informato velatamente i con-
fratelli, ricordando insieme questo suo nuovo fervore e un suo antico allon-
tanamento del quale non vorrebbe fosse conservato ricordo ?
Non abbiamo ancora elementi sufficienti per azzardare una soluzione
definitiva. Di tutta questa materia conosciamo ancora troppo poco ; ma è
certo, che chi ha sentito il sapore di questa interpretazione iniziatica (per
quanto essa possa essere ancora imperfetta e forse in qualche particolare erro-
nea), troverà molto insipidi tutti gli altri tentativi dî porre mano ai panni di
questa bella donna e le altre pretese di averne colto il « dolce pome » rifrig-
gendo il senso letterale e dandocelo per senso recondito.
(1) Conv., III, x.
366 CAPITOLO DODICESIMO
4. LE RIME VARIE DEL TEMPO DELL'ESILIO. — Accennerò brevemente
alle altre poesie del Canzoniere che hanno una qualche importanza.
CVI. — La canzone: Doglia mi reca ne lo core ardire, è originalissima e
molto interessante per la sua speciale struttura simbolica. Per intenderla bi-
sogna richiamarsi al sonetto già citato : Due donne in cima de la mente mia.
In esso la coppia « bellezza e virtù » identificate nelle due donne, l'una accom-
pagnata dalle tre virtù teologali e l’altra dalle quattro cardinali, sta a signi-
ficare la solita coppia contemplazione e operazione (assommate in Sapienza
e Giustizia, Croce e Aquila).
Orbene, in questa canzone (nella quale il poeta dice chiaramente a un
certo punto, di discendere in costrutto più lieve, perchè «raro sotto benda
Parola oscura giugne all’intelletto ») Dante ha ripreso quello stesso motivo
di velato simbolismo. Le donne che hanno la bellezza sono gli « adepti » che
possiedono la «Sapienza ». Di fronte ad esse stanno gli uomini (comuni),
tra i quali si mette Dante stesso per seguire la logica del suo simbolizzare
(visto che non poteva farsi passare per « donna »), i quali dovrebbero avere
virtù, « giustizia », essere operativi.
Ora la canzone nel senso letterale suona : La bellezza delle donne è fatta
per unirsi alla virtù che deve essere negli uomini, ma negli uomini non c'è più
virtù, quindi le donne dovrebbero celare la loro bellezza. Nel senso profondo
invece suona: La Sapienza che gli iniziati possiedono è fatta per unirsi alla
virtù operativa degli altri uomini, cioè per guidare la loro operazione nella giu-
stizia. Ma nel comune degli uomini la giustizia non esiste più. Ne gli uomini
non c'è più la virtù, è quindi inutile ed inopportuno che gli adepti diffondano
la loro sapienza, meglio che la nascondano. Si noti che nella Divina Commedia
riapparirà in altra forma lo stesso profondo dramma etico ; il senso cioè
della insufficienza e della ineffettività della Sapienza (acquistata con la
Croce) quando manchi la virtù della Giustizia (che si acquista con l'Aquila).
Strofe prima : Il dolore mi dà ardimento ad una volontà che vuole pro-
clamare il vero, perciò, o adepti, se io dico parole « quasi contra tutta gente »
non vi meravigliate, ma imparate come è vile, mal collocato, il vostro desi-
derio di largire la vostra Sapienza (bellezza) agli uomini. Questa Sapienza
fu data soltanto per essere unita alla virtù del mondo e voi fallate contro
questo decreto antico. Voi fedeli d'amore (che siete innamorate) aveste la
Sapienza affinchè, avendo noi uomini comuni la virtù, di queste due cose si
potesse fare una cosa sola. Voi dovreste dunque (poichè la virtù non c'è)
coprire, nascondere quanto è stato dato a voi di Sapienza. E con ciò vengo
a dire che il rinunziare a mostrare, a far conoscere la loro Sapienza sarebbe
da parte dei « Fedeli d’amore » un « bel disdegno » e lodevole.
Doglia mi reca ne lo core ardire
a voler ch'è di veritate amico ;
però, donne, s’io dico
parole quasi contra a tutta gente,
I PENSIERI SEGRETI NELLE € RIME » DI DANTE 3607
non vi maravigliate,
ma conoscete il vil vostro disire ;
chè la beltà ch’Amore in voi consente,
a vertù solamente
formata fu dal suo decreto antico,
contra ’l qual voi fallate.
Io dico a voi che siete innamorate
che se vertute a noi
fu data, e beltà a voi,
e a costui di due potere un fare,
voi non dovreste amare,
ma coprir quanto di biltà v’è dato,
poi che non c’è vertù, ch'era suo segno.
Lasso | A che dicer vegno ?
Dico che bel disdegno
sarebbe in donna, di ragion laudato,
partir beltà da sè per suo commiato.
Strofe seconda : L'uomo ha allontanato da sè la virtù. È diventato non
più uomo, ma una mala bestia. Quale meraviglia che sia voluto ricadere da
signore di se stesso in servo del male, cioè dalla vita dell’anima nella morte
dell'anima! La virtù è soggezione costante a Dio che l’ha fatta, tanto che
l'Amore della Sapienza (che dirige la virtù) considera la virtù come facente
parte della sua famiglia nella beata corte. La virtù esce lietamente dalle belle
porte del cielo e tende a ritornare verso la Sapienza (la virtù operativa è
mossa dalla Sapienza ed ha per termine la Sapienza stessa — Beatrice moverà
il viaggio di Dante che avrà per scopo di tornare a lei). La virtù discesa
dal cielo lietamente rimane in terra operando nella assoluta soggezione alla
divina Sapienza (lietamente ovra suo gran vassallaggio). E la virtù non si
cura della morte (dell’errore, dottrina corrotta). O virtù, cara e pura ancella
della Sapienza, tu sola dai all'uomo la vera signoria e tu stessa sei possesso
che sempre giova. |
Omo da sè vertù fatto ha lontana ;
omo no, mala bestia ch’om simiglia.
O Deo, qual maraviglia
voler cadere in servo di signore,
o ver di vita in morte!
Vertute, al suo fattor sempre sottana,
lui obedisce e lui acquista onore,
donne, tanto che Amore
la segna d’eccellente sua famiglia
ne la beata corte:
lietamente esce da le belle porte,
a la sua donna torna;
lieta va e soggiorna,
lietamente ovra suo gran vassallaggio ;
per lo corto viaggio
conserva, adorna, accresce ciò che trova ;
308 CAPITOLO DODICESIMO
Morte repugna sì, che lei non cura.
O cara ancella e pura,
colt'hai nel ciel misura ;
tu sola fai segnore, e quest'è prova
che tu se’ possession che sempre giova.
Strofe terza : Chi si scosta dalla virtù che è serva della Sapienza si fa
servo non di un signore, ma di un vile servo, cioè dell’errore intellettuale
per il quale gli occhi della mente sono chiusi e quindi deve andar dietro a
colui (11 Papa) che adocchia pur follia, che segue e guarda all’errore.
Servo non di signor, ma di vil servo
si fa chi da cotal serva si scosta.
Vedete quanto costa,
se ragionate l’uno e l'altro danno,
a chi da lei si svia:
questo servo signor tant'è protervo,
che gli occhi ch’a la mente lume fanno
chiusi per lui si stanno,
sì che gir ne convene a colui posta,
ch'adocchita pur follia.
Ma perchè lo meo dire util vi sia,
discenderò del tutto
in parte ed in costrutto
più lieve, sì che men grave s’intenda ;
chè rado sotto benda
parola oscura giugne ad intelletto...
Dopo queste parole nelle quali si dichiara apertamente l’esistenza di una
benda nelle parole precedenti (la quale benda, si noti, non esisterebbe affatto
se la poesia parlasse veramente delle donne e della loro bellezza e non volesse
dire altro che quello che è chiaro nel senso letterale), il poeta discende, come si
è proposto, a parlare apertamente della avarizia degli uomini e dei loro bassi
amori, concludendo ancora una volta che la donna (l’adepto) cui pare esser
bella (che crede di possedere la Sapienza) non cerchi l’amore degli uomini
che sono così corrotti.
Il congedo ci parla di una strana donna non identificata storicamente, che
si chiamerebbe in modo assai curioso, Bianca, Giovanna, Contessa nei quali
tre nomi Dante dice che la gente la chiama senza accorgersene : bella, saggia
e cortese. La canzone deve andare a lei, chiusa ed onesta. Questi epiteti chiusa
ed onesta, si possono riferire tanto alla canzone quanto alla donna, ma co-
munque riaffermano o che la canzone ha un senso segreto (chiusa) o che la
donna vive ritirata, nascosta (si ricordi Mandetta, la setta di Tolosa che
era «accordellata e stretta ») ; ed è probabilmente una indicazione conven-
zionale per indicare un gruppo settario al quale questa canzone così sotto
benda è mandata. Fd è inutile dire che essa non ha davvero il tono di una
poesia fatta su/ serio per una donna.
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I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 369
Canzone, presso di qui è una donna
ch'è del nostro paese ;
bella, saggia e cortese
la chiaman tutti, e neun se n'accorge,
quando suo nome porge,
Bianca, Giovanna, Contessa chiamando :
a costei te ne va chiusa ed onesta ;
prima con lei t’arresta
prima a lei manifesta
quel che tu se’ e quel per ch'io ti mando ;
poi seguirai secondo suo comando.
CX. — Interessante lo scambio di sonetti tra Cino e Dante intorno ad
Amore e alla possibilità di abbandonarlo, sonetti scritti certamente in tempo
di crisi della setta. Messer Cino, nel sonetto : Dante quando per caso s’abban-
dona, pone a Dante il quesito molto ingarbugliato se uno si possa trasfor-
mare d'altra persona quando, avendo abbandonato il desio amoroso, morte
gli perdona.
Dante, quando per caso s’abbandona
lo desio amoroso de la speme,
che nascer fanno gli occhi del bel seme
di quel piacer che dentro si ragiona,
i’ dico, poi se morte le perdona
e Amore tienla più de le due estreme,
che l’alma sola, la qual più non teme,
si può ben trasformar d’altra persona.
F ciò mi fa dir quella ch'è maestra
di tutte cose, per quel ch’i' sent’anco,
entrato, lasso | per la mia fenestra.
Ma prima che m'uccida il nero e il bianco,
da te, che sei stato dentro ed extra,
vorre' saper se "Il mi’ creder è manco.
Nel quale sonetto, che si intende a dir vero molto male anche nel senso
letterale, pare che sia posto il problema se colui che ha abbandonato la setta
ed è stato perdonato dalla Morte, dalla Chiesa, può ritornare trasformandosi
d'altra persona, riprendendo « vita nuova » una seconda volta, alla Sapienza
santa. In mezzo alle strane espressioni è interessante la frase « prima che m'uc-
cida il nero e il bianco » che non ha senso se appunto non indichi l’angoscioso
contrasto dell’animo di Cino tra la setta (il bianco) e la Chiesa (il nero), per
11 quale Cino si rivolge a Dante come a colui che era stato « dentro ed extra »,
cioè che era stato dentro e fuori della setta.
CXI. — Dante secondo il solito risponde apparentemente fuori tono,
riafferma però a buon conto al solito di essere stato sempre, in realtà, fe-
dele di Amore, dice però che Amore non tollera opposizioni di ragione o di
virtù e che nel cerchio della sua palestra egli non lascia franco il libero
arbitrio, il che probabilmente vuol dire: L'amore della Sapienza “santa,
quando c'è veramente, non ammette discussioni o ragioni o consiglio perchè
24 — VALLI.
370 CAPITOLO DODICESIMO
si impadronisce da sè di tutto lo spirito, ma può ripresentarsi sotto diversi
aspetti sostituendo l’una forma all’altra se la prima è stanca e non
attrae più.
Io sono stato con Amore insieme
da la circulazion del sol mia nona,
e so com'’egli affrena e come sprona
e come sotto lui si ride e geme.
Chi ragione o virtù contra gli sprieme
fa come que’ che ’n la tempesta sona
credendo far colà dove si tona
esser le guerre de’ vapor sceme.
Però nel cerchio de la sua palestra
liber arbitrio già mai non fu franco,
sì che consiglio invan vi si balestra.
Ben può con nuovi spron punger lo fianco,
e qual che sia ’l piacer ch’ora n’addestra,
seguitar si convien, se l’altro è stanco.
Cecco d'’Ascoli criticò come vedemmo questa opinione di Dante parlando
dell'amore in tono elevatissimo e mostrando chiaramente che non è l’amore
di donna (1).
CXIII. — Nel sonetto Degno fa voi trovare ogni tesoro, scritto da Dante
a Cino in nome del marchese Moroello, Dante risponde all'amico pistoiese
il quale si lamenta di quello che soffre per opera di Amore e gli risponde
che la colpa è sua perchè il suo volgidile cuore, cioè la sua instabilità e mal-
sicura fedeltà (alla setta) non gli hanno fatto trovar pace nella verità di essa.
Si noti che i cuori volgidili in fatto di amore vero non soffrono affatto, perchè
dimenticano e sono invece i cuori stabili e fedeli quelli che soffrono : altra
prova che non si tratta dell'amore di donne.
CXIV. — Il sonetto di Dante a Cino: Zo mi credea del tutto esser partito è
una delle solite solenni risciacquate che il capo della setta, o fosse Guido o fosse
Dante, mandava a chi era sospetto di infedeltà ed è talmente palese che non
c'è da aggiungere nulla. Cino, come molte volte accadeva, risponde scusandosi
col sonetto: Poich'1° fu', Dante, dal mio natal sito, affermando che in tutte le
varie donne (dottrine-idee) che egli sembra aver cercato, egli ha cercato sempre
quella stessa bellezza, quella stessa verità; afferma: «un piacer sempre me
lega ed involve », dice di esser andato per lo mondo piangendo (simulando),
di aver sempre parlato di Amore con chi era fedele di Amore, ma di avere
«sdegnato di morire », cioè di avere sdegnato di mettersi veramente sotto
la potestà della Chiesa corrotta.
(1) Lo stesso concetto è ripetuto nella epistola latina con la quale Dante accom-
pagnò il sonetto, ma in quella epistola si spiega che il «sermo calliopeus inferius »
(il sonetto) canta « quanquam transupmtive more poetico signetur intentum ». Cioè con in-
tento diverso dal letterale — more poetico. — Altra conferma che non si tratta di amore
di donne.
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 371
CXVII-CXVIII. — I due sonetti di Dante e di Aldobrandino Mezzabati
a proposito di Lisetta (I) riguardano non già, come sembra secondo la let-
tera, una donnetta sfrontatella che vuole accalappiare Dante e trova che
il posto nella sua anima è già occupato, bensì probabilmente un tentativo
(da qualunque parte sia esso venuto) di trarre Dante fuori della setta d’amore
ad altra idea, probabilmente alla Chiesa corrotta, tentativo che Dante fa
sapere essere andato a vuoto con scorno di madonna Lisetta. Si noti
quanto sarebbe scorretto tutto questo se si fosse trattato di una donna
vera. Sarebbe stato veramente poco da gentiluomo scrivere così per una vera
Lisetta. E anche meno corretto sarebbe stato che in questo affare si intro-
mettesse una terza persona, Messer Aldobrandino Mezzabati, il quale scrive
a Dante:
Lisetta voi de la vergogna storre
e dargliguida del cammin dolente,
che la conduca fuor di cruda gente
en forza di colui clie tosto acorre (2).
Dalle quali parole risulta che Messer Aldobrandino Mezzabati conosceva
di questa Lisetta molto più di quanto non dica il sonetto di Dante e scrivendo
che essa era nella vergogna, in forza di cruda gente e che dovrebbe essere in-
vece în forza di Amore, ha rivelato il vero significato di Lisetta. È la Chiesa
che ha tentato invano di attirare Dante a sè fuori della setta : è la Chiesa
che è în forza di cruda gente e dovrebbe essere in forza di Dio o di Amore.
Dante ha fatto sapere di aver resistito ad una sua lusinga. Aldobrandino
Mezzabati riprende l’immagine di Dante ed in maniera molto involuta viene
a dire che Lisetta (la Chiesa) non potrà impossessarsi dell’anima di Dante se
non quando la sua bellezza sarà liberata dalla « schifezza che di viltà sente »
e allora Amore le concederà l’accesso alla « rocca » che egli guarda.
CXVI. — La canzone: Amor da che convien, non può essere intesa se
non legata alla epistola a Moroello Malaspina con la quale nei codici essa si
trova accompagnata.
In quella epistola Dante scrive di mandare la canzone quasi « sotto
forma di oracolo » (3) perchè Moroello (leggendo la canzone e credendola ve-
ramente una canzone d’amore) non creda per caso che il suo servo (Dante)
si sia lasciato incarcerare (da una vera donna).
Fgli fa sapere poi che arrivato « Juxta Sarni fluenta » gli era apparsa una
«donna maravigliosa perfettamente conforme a tutti i suor desideri per co-
stumi e per aspetto ». Dante dice di essersi stupito all’apparizione di lei, ma
susseguentemente allo stupore è subentrato il terrore di un tuono. Ora Dante
(1) Nel Testo citato essi seguono la canzone : Amor da che convien, che qui si
commenta per ultima per la sua speciale importanza.
(2) Dio o Amore.
(3) Così lesse giustamente il Pascoli. V. Misabile Visione, cap. « L’Alpigiana ».
372 CAPITOLO DODICESIMO
è dunque tenuto, egli dice, da un amore terribile e imperioso, tornato in lui
come un signore discacciato dalla sua patria che torni dopo lungo esilio, e tutto
ciò che è contrario ad esso ha ucciso, espulso o legato. « Uccise pertanto quel
lodevole proposito per il quale mi astenevo dalle donne e dai canti delle
donne e (questo è interessantissimo) le « meditationes assiduas, quibus, tam
celestia quam terrestria intuebar, quasi suspectas, impre relegavit ».
Cioè egli (l'Amore) relegò come sospette quelle assidue meditazioni con le
quali 10 ero intento sì alle cose celesti come alle terrestri. Il Poeta conclude :
« Regna pertanto in me amore senza che nessun'altra virtù gli resista, e come
egli mi governi ricercatelo più sotto fuori dal seno delle PISCGI parole » (cioè
nella canzone che segue).
Che cosa significa tutto ciò ?
Non è facile rannodare tutti i particolari, ma è chiaro che Dante è stato
ripreso appassionatamente dal suo amore per la Sapienza santa, che essa gli
è apparsa in una idea perfettissima e lo ha rinnamorato violentemente di sè,
tanto che lo costringe a riprendere le sue poesie d’amore e a relegare (si
noti bene) come sospette anche quelle meditazioni assidue (filosofiche, raziona-
listiche, quelle del Convivio) con le quali egli studiava le cose terrene e le celesti.
Dante è dunque ancora e di nuovo sotto il dominio della sua passione per
la mistica Sapienza santa. E questa canzone annunzia il Poema Sacro, perchè
sarebbe incredibile e assurdo che Dante, mentre scriveva o iniziava la Com-
media, parlasse di una donna a lui apparsa « perfettamente conforme ai miei
voti ed ai miei auguri sì per i costumi che per la bellezza » e che fosse altra
donna che non Beatrice !
Ma mentre la lettera parla di una «donna meravigliosa perfettamente
conforme ai miei voti sì per i costumi che per la bellezza » la canzone riprende
il tono angosciato e combattivo delle « Pietrose » e parla di una donna « bella e
ria» e di una « nimica figura » e simili.
Io penso che questa artificiosissima canzone sia suggerita si, dall'amore
per la Sapienza santa, ma usi l'artificio delle fietrose di parlar di due donne
diverse, così che quando in essa si dice : questa rea, la donna bella e ria, la
nemica figura, ecc., si parli invece della Pietra, della Chiesa corrotta. E la can-
zone ha per tema: l'angoscia di Dante che è attratto dalla Chiesa in quanto
essa contiene la verità e pur la odia in quanto è corrotta e crudele e che, non
potendo parlare come vorrebbe si propone di dire quello che gli fa sentire l’ Amore
per la Sapienza santa, senza che questa rea (la Chiesa) fossa comprendere.
Il suo pensiero fondamentale è questo : Zo devo dire quello che mi fa sentire
il mio amore per la Sapienza santa (cioè per Beatrice), ma in modo che una
certa crudele che mi ascolta (la Chiesa) non possa comprendere quello che 10 dico.
Ma nella canzone c'è un altro pensiero importantissimo.
Dante è attratto dalla Chiesa che lo fa andare vaga di sè « colà dov’ella è
vera » e il poeta vuole in altri termini rivendicare ciò che vi è di vero e di
santo dietro quella « nemica figura », ma quando si accosta ad essa, sente le
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 373
voci (degli adepti, dei suoi compagni, nemici della Chiesa) che lo accusano
di avvicinarsi alla « Morte », di essere « morto ». Così Dante esprime la sua
angoscia in una posizione nella quale sente di venire in odio tanto alla
Chiesa quanto alla setta.
È la posizione nuova ed ardita nella quale, facendosi ancora una volta
« parte da se stesso », si ritroverà nella Divina Commedia.
Strofe prima : Amore (della Sapienza santa), poichè io devo esprimere
i miei sentimenti in modo che la gente estranea mi ascolti e quindi devo
mostrarmi spento della mia vera virtù di Sapienza che io non posso rivelare,
fa in modo che io sappia simulare (piangere) come io voglio.
Tu Amore esigi che io parli (apparentemente) come un morto (che io
muoia), cioè come un fedele della Chiesa corrotta, ma chi mi scuserà se io,
malgrado ciò, non riesco a dire quello che tu, Amore della verità santa, mi
fai sentire ? E se tu Amore, mio signore, fai sì che io possa tanto parlare per
quanto io soffro tu fa in modo che questa rea (la Chiesa) non possa udire
(intendere) quello che io dico prima del mio morire, perchè se essa com-
prendesse veramente quello che io sento, il suo aspetto diverrebbe per
me anche meno bello (più avverso) (I).
Amor, da che convien pur ch'io mi doglia
perchè /a gente m'oda,
e mostri me d'ogni veriute spento,
dammi savere a pianger come voglia,
sì che ’l duol che si snoda
portin le mie parole com’io ’l] sento.
Tu vo’ ch'i0 muota, e io ne son contento :
ma chi mi scuserà, s’io non so dire
ciò che mi fai sentire ?
chi crederà ch'io sia omai sì colto ?
E se mi dai parlar quanto tormento,
fa, signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire ;
chè, se intendesse ciò che dentro ascolto,
pietà faria men bello il suo bel volto.
Strofe seconda : Io non posso fuggire senza che la immagine (della Chiesa
che mi perseguita) non mi segua sempre, mentre l’anima me la rappresenta
bella (in quanto contiene la verità) e pure ria. L'anima la guarda e, mentre è
piena del gran desiderio (della Sapienza santa che essa contiene) che essa
trae a me dagli occhi, l’anima si adira contro se stessa per il fuoco di pas-
sione con il quale essa arde. Come mi può guidare la mia ragione in tanta
tempesta ? La mia angoscia parla in modo da farsi intendere e da far
riconoscere il merito degli occhi miei che sanno in tanta tempesta di-
scernere la verità.
(1) Il giuoco di raffigurare la donna come amata lo obbligava a tradurre in pietà
il più severo e minaccioso oscurarsi del volto della Chiesa.
374 CAPITOLO DODICESIMO
Io non posso fuggir, ch’ella non vegna
ne l’imagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
L’anima folle, che al suo mal s'ingegna,
com'ella è bella e ria
così dipinge e forma la sua pena:
poi la riguarda, e quando ella è ben piena
del gran disio che de li occhi le tira,
incontro a sè s’adira,
c’ha fatto il foco ond'ella trista incende.
Quale argomento di ragion raffrena,
ove tanta tempesta in me si gira ?
Iv'angoscia che non cape dentro, spira
fuor de la bocca sì ch'ella s'intende,
e anche a li occhi lor merito rende.
Strofe terza: La nemica figura (la Chiesa) che rimane (nel mondo)
vittoriosa e fiera e signoreggia la volontà degli uomini, fa in modo che io
vagheggi lei « colà dov’ella è vera », cioè nella Sapienza santa che essa con-
tiene, come il simile (sapiente) cerca il suo simile (Sapienza). Conosco il
pericolo di questo avvicinarsi alla Chiesa corrotta, ma non posso fare diver-
samente. Quando io però mi avvicino a lei (alla Chiesa), parmi udire parole
(che vengono dagli adepti) che dicono: « Vie via vedrai morir costui » (cioè
vedrai Dante darsi interamente alla Chiesa corrotta abbandonando la Sa-
pienza santa ed essere quindi « morto »). Allora io tento rivolgermi per vedere
a chi mi raccomandi (se cioè vi siano amici settari che mi confortino) e
intanto (mentre gli amici della setta credono che io mi sia dato alla Chiesa)
mi scorgono, mi sorvegliano e minacciano gli occhi della Chiesa che mi uc-
cidono a gran torto. In altri termini: «Io sono in condizione da essere in
odio e in sospetto così alla setta come alla Chiesa ».
La nimica figura, che rimane
vittoriosa e fera
e signoreggia la vertù che vole,
vaga di se medesma andar mi fane
colà dov’ella è vera,
come simile a simil correr sole.
Ben conosco che va la neve al sole,
ma più non posso : fo come colui
che, nel podere altrui,
va co’ suoi piedi al loco ov’egli è morto.
Quando son presso, parmi udir parole
dicer « Vie via vedrai morir costui! ».
Allor mi volgo per vedere a cui
mi raccomandi ; e ’ntanto sono scorto
da li occhi che in’ancidono a gran torto.
Strofe quarta : Amore della Sapienza santa, tu sai quale io divengo in
queste condizioni nelle quali io rimango (apparentemente per alcuni) senza
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME » DI DANTE 375
vera vita di Sapienza. Quando io mi risollevo, io mi considero tra la ferita
che mi fece Amore (la setta) quando divenni servo d’amore e quel « trono »
che mi giunse addosso, cioè quello stato di pericolo e di minaccia (che viene
dalla" Chiesa) che comincia quando comincia il dolce riso dell'Amore e poi
lascia la faccia lungo tempo oscura, perchè lo spirito non si rassicura di fronte
alla minaccia della Chiesa (I).
Qual io divegno sì feruto, Amore,
sailo tu, e non io,
che rimani a veder me sanza vita;
e se l’anima torna poscia al core,
ignoranza ed oblio
stato è con lei, mentre ch’ella è partita.
Com'’io risurgo, e miro la ferita
che mi disfece quand’io fui percosso,
confortar non mi posso
sì ch'io non triemi tutto di paura.
E mostra poi la faccia scolorita
qual fu quel trono che mi giunse a dosso;
che se con dolce riso è stato mosso,
lunga fiata poi rimane oscura,
perchè lo spirto non si rassicura.
Strofe quinta : Così, o Amore della Sapienza santa, tu mi hai ripreso
qui in mezzo alle Alpi del Casentino, nella valle dell’Arno, sopra il quale è
destinato che tu prenda sempre dominio su di me. (È lo stesso amore di
Beatrice che già mi prese lungo l'Arno). Qui tu Amore mi tratti a tuo modo,
vivo (alla Sapienza) e morto (all’errore) in virtù di quel fiero lume della Sa-
pienza santa che sfolgorando conduce alla (mistica) morte. Ahimè però,
qui non sono altre donne (adepti) nè genti accorte, iniziate, con le quali
comunicare quello che penso e sento, cosicchè non posso ricorrere a nessuno
per salvarmi dal mio male se costei, la Chiesa, non mi risparmia e mi as-
salisce. In questo caso non spero di essere aiutato da nessuno.
E questa (la Chiesa) sbandeggiata dall’Amore non cura i colpi della
setta e il suo petto resiste ad ogni strale dell'Amore.
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l’alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se’ forte :
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
merzè del fiero lume
che sfolgorando fa via alla morte.
Lasso ! non donne qui, non genti accorte
veggio, a cui mi lamenti del mio male :
se a costei non ne cale,
(1) Si è parlato di una scomunica lanciata contro Dante. Questo « trono» potrebbe
essere una chiara allusione ad essa.
376 CAPITOLO DODICESIMO
non spero mai d’altrui aver soccorso.
E questa sbandeggiata di tua corte,
signor, non cura colpo di tuo strale :
fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,
ch’ogni saetta lì spunta suo corso;
per che l’armato cor da nulla è morso.
Congedo : La canzone è inviata a Firenze per dire che Dante è ormai
avvinto da una tale catena (la sua missione poetica e profetica, l’ardente
passione per la nuova opera : il Poema Sacro), che anche se richiamato in
patria non avrebbe più possibilità di venire.
O montanina mia canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
che fuor di sè mi serra,
vota d'amore e nuda di pietate ;
se dentro v’entri, va dicendo : « Omai
non vi può far lo mio fattor più guerra:
là ond’io vegno una catena il serra
tal, che se piega vostra crudeltate,
non ha di ritornar qui libertate ».
Non si può non riconoscere che questa è una delle più ardue e delle più
complesse e difficili poesie di Dante, rappresentante assai probabilmente
una sua grave crisi spirituale della quale troppi elementi ci sfuggono perchè
sì possa esser certi dei particolari della suesposta interpretazione simbolica,
come di qualunque altra interpretazione, anche letterale.
Certo è che dall’esame della Vita Nuova e delle Rime risulta che quel
groviglio di donne reali, una angelicata interamente (Beatrice), una semian-
gelicata (la Donna Gentile), una amata sadicamente (Pietra), si scioglie per
dar luogo ad una visione chiara e semplice, nella quale la passione intellet-
tuale di Dante, che dette forma a tutta la materia amorosa della sua poe-
sia si manifesta in quattro aspetti e momenti diversi. Dante cantò questa
sua passione in quattro forme :
1) Cantò nella Beatrice della Vita Nuova la divina Sapienza come Spe-
ranza della eterna’ contemplazione.
2) Cantò nella Beatrice della Divina Commedia la stessa divina Sapienza,
che, di là dalla mistica morte, conduce alla contemplazione di Dio.
3) Cantò nella Donna Gentile la Sapienza razionale (Filosofia) che
tenta per sue vie faticose di portare l’uomo alla verità e al bene.
4) Adombrò nella Pietra (come si soleva fare nel simbolo della Morte)
la Sapienza corrotta e falsata dalla cupidigia e dalla crudeltà della Chiesa di
Roma e cantò il suo odio per essa.
NOTA. — Io non mi indugio a studiare l’ipotesi che delle venature di espres-
sioni e di pensieri di gergo si siano nascoste anche nel De Vulgari Eloquentia di Dante.
È argomento che richiederebbe una trattazione a parte e che non può essere esaurito
I PENSIERI SEGRETI NELLE « RIME ® DI DANTE 377
col metodo che mi ha servito per le Rime. Come è noto, il Rossetti credeva che tale
venatura esistesse e lo stesso credettero l’Aroux e il Péladan. Mi limito a constatare
che anche questo libro contiene molte cose stranissime e molte curiose espressioni, specie
negli strani esempi che Dante sceglie e che sembrano offrirgli il pretesto di lanciare
qualche frecciata o di parlare oscuramente a chi ha «sottile intendimento ». Sembra
anche che i suoi giudizi sui diversi dialetti d'Italia risentano delle sue predilezioni poli-
tiche. La sua esaltazione del dialetto siciliano si comprende, quella del dialetto bo-
lognese si comprende assai meno, il suo odio verso il dialetto di Roma e di tutti quelli
che subiscono la propinquità del dialetto di Roma è smisurato. Ma negli esempi che
Dante porta pare proprio che si annidi qualche secondo pensiero. Quando egli per
parlare della mutevolezza dei dialetti va a prendere come esempio un dialetto pochis-
simo caratteristico come quello di Pavia, noi restiamo sorpresi e riceviamo certo una
strana impressione quando osserviamo la sua frase: «Quapropter audacter testamuy
quod si vetustissimi Papienses nunc resurgerent, sermone vario vel diverso cum modernis
Papiensibus loquerentur », traducibile in questo pensiero : « Testimoniamo audacemente
(che audacia ci voleva a emettere questa ipotesi filologica ?) che se gli antichissimi
seguaci del Pontefice (papali, papienses), risorgessero ora, parlerebbero un linguaggio ben
diverso da quello degli attuali seguaci del Pontefice » (I, IX, 7).
Ho già ricordato che volendo prendere un nome qualunque di borgo egli va a sce-
gliere Petramala che chiama con apparente ironia città grandissima e madre della mag-
gior parte dei figli di Adamo e che può essere benissimo Roma, la mala pietra (I, VI, 2).
È certo molto importante che quando Dante deve scegliere le parole comuni alle
tre lingua romanze, scelga parole delle quali molte figurano nel glossario del gergo :
Dio, Cielo, Amore, Mare, Terra, Vivere, Morire, Amare (I, VIII, 6), che volendo prendere
un esempio di espressione insipida cavi fuori questa frase : « Petrus amat multum do-
minam Bertam », (II, VI, 5). Se ricordiamo che « Monna Berta » é il prototipo della donna
sciocca e volgare (Non creda Monna Berta e ser Martino...) la predilezione di Pietro per
lei può essere molto significante ed ugualmente interessante è il fatto che Dante infili
come esempi una serie di parole che possono facilmente collegarsi in una frase signi-
ficante e lodante appunto la letizia, la salute, la sicurezza, la difesa che l'amore
(della Sapienza, la setta) possono dare. Le parole sono appunto Amore, donna, disto,
veriute, donare, letitia, salute, securitate, difesa (II, VII, 5).
Ripeto che lascio questo problema alle indagini ancora da compiere, ricordo però
che esso non si può risolvere nè con poche osservazioni staccate, sia pure impressio-
nanti, nè con una risatina sciocca.
CAPITOLO TREDICESIMO
La “ Divina Commedia ” e i ‘‘ Fedeli d’amore ”’
I. L'EROMPERE DELLA « DIVINA COMMEDIA » DALL'AMBIENTE SETTARIO.
— Nella canzone : Amor da che convien, abbiamo potuto seguire il nuovo at-
teggiamento di Dante. Egli ha un grande amore che lo affascina, quello
per la « Sapienza santa » ed una « rea » che lo perseguita : la Chiesa corrotta.
Vuole parlare del suo amore per la prima in modo che la seconda non possa
udire.
Ma nello stesso tempo egli vuole ritrovare nella Chiesa, come del resto
ha sempre proclamato, quello che c’è in essa di puro e di santo. Pure odian-
dola nella sua corruzione vuole riguardarla «colà dov’ella è vera », nella
speranza di poterle rendere poi, come ha detto altrove, «con amor pace ».
Ma egli sente evidentemente di avvicinarsi alla Chiesa Cattolica assai
più caldamente di quanto non facessero i suoi correligionari, i quali, vedendolo
così riavvicinarsi alla « Morte », lo crederanno « morto », uomo della Chiesa
corrotta, mentre allo stesso tempo egli sarà odiato dalla Chiesa.
Non importa. Egli è preso dalla sua verità. Ancora una volta egli, pur
sorgendo col suo pensiero dall'ambiente settario, si è fatto « parte da se
stesso ». La dottrina segreta della Divina Commedia, pur ritenendo molto
di quella dei « Fedeli d’amore », pur ricollegandosi secondo Dante perfetta-
mente al suo amore giovanile per la Sapienza santa, ha una potentissima ori-
ginalità. In essa infatti trova posto «la sua Beatrice », ma un adepto gli
rimprovererà di averla trasformata, di non aver riconosciuto in essa « l’unica
Fenice che con Sion congiunse l'Appennino » ed altri lo rimprovereranno
di « poca fede »!
In verità questa Beatrice è sua, è la Sapienza santa in quella speciale
determinazione che assume nella dottrina segreta della Divina Commedia, la
dottrina segreta della Croce e dell'Aquila.
Infatti la dottrina segreta della Commedia sorge dalla convergenza
e dalla armonica fusione di due ordini di idee che avevano commosso e agi-
tato il pensiero di Dante.
L'uno è l’ordine di idee della tradizione dei « Fedeli di Amore » : Esiste
una Sapienza santa consegnata da Cristo alla Chiesa e che è diversa da quella
che la Chiesa, corrotta dagli interessi mondani, diffonde per il mondo (il « ve-
leno » del « gran tiranno »).
i n asl cli Sio i nitinà:
CAPITOLO TREDICESIMO — LA « DIVINA COMMEDIA >» ECC. 379
L’altro è l’ordine di idee che si era sviluppato e chiarito in Dante durante
la sua ardente lotta politica per la restaurazione dell’Impero : La Chiesa
è corrotta perchè ha usurpato 1 beni e l’ufficio dell'Impero. L'Impero è un neces-
sario rimedio contro l’infermità del peccato, l'assenza di esso è causa della disar-
monia e della corruzione del mondo.
La sintesi di queste due correnti di idee che Dante operò nel segreto
della Commedia si può riassumere così : « La dottrina della Chiesa è Sapienza
santa e pura Verità rivelata e sanatrice nella vita contemplativa se e in quanto
la Chiesa, che è la depositaria della virtù della Croce, riconosca accanto a sè,
necessariamente cooperante alla salvezza degli uomini, la virtù regolatrice della
vita attiva, cioè l'Impero, depositario della virtù dell'Aquila; è invece corruzione,
è meretrice, è causa della perdizione umana e falsatrice della Verità rivelata in
quanto disconosce l’Impero 0 usurpa 1 beni mondani che spettano ad esso e le
sue funzioni di regolatore della vita attiva.
Questo pensiero semplificava in certo modo con un'idea alta e limpida
tutta la dottrina dei « Fedeli d'amore », unendo ad essa un elemento profetico
ed apocalittico. La semplificava, in quanto affermava che la sola restaurazione
dell’Impero avrebbe purificato la Chiesa e la sua dottrina facendola tornare di
meretrice in Beatrice; d'altra parte profetizzando, come per ispirazione di-
vina, la prossima restaurazione dell'Impero, veniva a profetizzare la semplice
restaurazione delle condizioni originarie del riscatto umano, che erano state
secondo Dante, turbate e che, appena ristabilite quali erano quando sul
mondo dominavano insieme la Croce e l'Aquila, avrebbero reso di nuovo
il mondo perfetto e felice.
2. LA DOTTRINA ORIGINALE DELLA « DIVINA COMMEDIA » E IL SUO NUOVO
SIMBOLISMO. — Per giungere a questa sua concezione religiosa e profetica,
Dante compose la sua mirabile dottrina della Croce e dell'Aquila e ne fece la
segreta esposizione nel Poema Sacro.
La dottrina, chiara oramai in seguito alla luce delle prime intuizioni
del Foscolo, alle mirabili rivelazioni pascoliane e allo sviluppo di esse con la
scoperta delle simmetrie segrete della Croce e dell'Aquila, è questa.
Il peccato originale, violando la «originalis justitia », cioè la prima legge
data all’intelletto e all'operazione dell'uomo (l'albero di Adamo), rese l’uomo
infermo nella vita contemplativa e nella vita attiva, indusse in lui quelle che
Sant'Agostino chiamò ignorantia (impossibilità di scire recte) e difficultas (im-
possibilità di recte facere). La grazia volle riscattare e salvare l’uomo e per
questo essa operò con quelli che Dante nella Monarchia chiama i due re-
media contra infirmitatem peccati (1).
Duplice era infatti la corruzione della natra umana, l'una corruzione
riguardava la vita contemplativa, l’ altra la vita attiva. E Dio pertanto
(1) Mon., III, Iv, 14.
380 CAPITOLO TREDICESIMO
a risollevare l’uomo operò come divina Sapienza (per la vita contem-
plativa) e come divina Giustizia (per la vita attiva). Ma lo strumento
necessario della Grazia per sanare l'uomo nella vita contemplativa, per ren-
dergli cioè lo scire recte, è la Croce, e lo strumento necessario della Grazia
per sanare l’uomo nella vita attiva, per rendergli il recte facere, è l'Aquila.
La Croce e l’Aquila sono le due forze salvatrici del genere umano in quanto
la Croce sola è rimedio contro la ignorantia, l'Aquila sola è rimedio contro
la difficultas.
Ma la Croce e l'Aquila vincono così non solo i due foenalia del peccato
originale (ignorantia e difficultas), ma anche le due divisioni fondamentali
del peccato attuale, incontinenza e ingiustizia. Infatti la Croce sola può
divergere l’uomo dal bene falso rivelandogli il bene vero e l’Aquila sola può
reprimere la deviazione dell’ingiustizia che è cupidigia liquata in volontà iniqua.
Così la divina Sapienza ha per suo strumento necessario la Croce, la
divina Giustizia ha per suo strumento necessario l’Aquila. Ma la Croce e
l’Aquila in tanto possono pienamente operare nel mondo in quanto l’una sia
affidata alla Chiesa, l’altra all'Impero, che rappresentano quindi le due au-
torità guidatrici e sanatrici degli uomini, l’una per la vita contemplativa,
l’altra per la vita attiva, i due remedia contra infirmitatem peccati.
Ecco come e perchè l’albero della scienza del bene e del male, l'albero
della originalis justitia che, violato da Adamo, si era dispogliato, non aveva
dato più frutti di felicità, rinverdì quando ebbe al piede il timone del carro
della Chiesa che è la Croce (1) ma ciò avvenne perchè esso aveva alla cima
l'Aquila dell'Impero.
Questo fu l'ordine stabilito con la redenzione di Cristo, la quale, nel
pensiero di Dante, fu valida ed efficace perchè esisteva allora l'Impero e la
Croce venne a sanare dalla ignorantia un mondo che l’Aquila sanava dalla
difficultas, venne a mostrare il vero bene dei cieli, cioè a vincere la incon-
tinenza con la visione della beatitudine celeste in un mondo nel quale
l’Impero già vinceva l'ingiustizia.
Questo ordine originario della redenzione si corruppe il giorno che l’A-
quila abbandonò il suo posto a Roma accanto alla Croce e cedette alla
potestà della Croce (la Chiesa) i beni terreni (donazione di Costantino).
Se da quel momento, come era opinione diffusa nel Medioevo, il mondo
ricadde nella infelicità e nella corruzione, Dante crede di poter spiegare che
ciò avvenne perchè le condizioni stesse della redenzione furono turbate, perchè
dei due rimedi contro l'infermità del peccato, l’uno, l'Aquila, non operò più
nella sua sede e con la sua autorità e con ciò si corruppe anche l’altro.
Pertanto la corruzione della Chiesa fu semplicemente l’effetto del tur-
bamento del rapporto fra le due potestà nelle quali operavano le due forze
salvatrici, la Croce e l'Aquila.
(1) Purgatorio, XXXI-XXXII.
LA € DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 381
Da quando l'Aquila non è più sulla cima dell'albero, da quando l’Im-
pero non è più in Roma, la Chiesa si è corrotta. Quel carro che era il vaso
sacro destinato a portare la Sapienza santa (Beatrice), dopo accettato il
fatale dono delle penne dell'Aquila si è trasformato in mostro orribile, è
stato sfondato dal demonio (il dragone) e invece di portare la santa e pura
divina Sapienza che gli fu affidata da Cristo, porta una dottrina empia e cor-
rotta, una meretrice asservita ai re della terra, al potere mondano (il Gi-
gante) (I).
Ma se questa è la causa della corruzione del mondo, basterà che l'Impero
torni a Roma, che l’Aquila riprenda il suo posto accanto alla Croce, ritolga
le sue penne alla Chiesa, si ricollochi in armonia con la Croce (il timone
del carro che sta ai piedi dell’albero) sulla cima dell’albero, perchè sia
con ciò solo ristabilito l'ordine originario della redenzione che è stato
violato, l'albero, che è una seconda volta dispogliato, torni a fiorire e sia
aperta e facile quella via del ritorno dalla selva oscura alla divina foresta,
che oggi è impedita all'uomo per la mancanza dell’una delle due forze sal-
vatrici. na i
La Divina Commedia è precisamente la rappresentazione tragica del viag-
gio del ritorno dalla selva oscura ove l’uomo è ricaduto, alla divina foresta
dell’innocenza, viaggio che, non potendosi compiere per il corto andare della
vita finchè non tornerà l'Aquila (con il Veltro) a vincere l’ingiustizia (la
lupa), che non può essere vinta dalla Croce sola e ostacola la via di salva-
zione, si deve compiere invece tn contemplazione per il merito di aver spe-
rato nel ritorno dell'Aquila e con il misterioso aiuto dell’uomo che fu sanato
dall’Aquila (Virgilio), dell’autorità dell’Aquila (Enea alle porte di Dite,
porte dell’ingiustizia), dell’autorità del custode in nome dell'Aquila (Catone),
in fine della stessa virtù dell'Aquila, Lucia, prima cooperante con Beatrice
(la virtù della Croce) a salvare Dante, poi venuta essa stessa a prenderlo e
a portarlo in alto in forma di Aquila dell’Impero. É questo viaggio si compie
attraverso un mondo tutto intenzionalmente costruito da Dante con mara-
vigliosa armonia e simmetria secondo la legge della Croce e dell'Aquila in
modo cioè che vengano ad essere in perfetta e significante simmetria i luoghi
ove opera o dovrebbe operare la Croce, quelli ove opera o dovrebbe ope-
rare l'Aquila e le colpe sanate dalla Croce risultino divise in perfetta metà
con quelle che devono essere sanate dall’Aquila.
L'essenza simbolica e dottrinale della Divina Commedia si riassume
tutta nelle seguenti simmetrie della Croce e dell’Aquila che costituiscono
la chiave del Poema, nelle quali si risolvono tutti i più oscuri problemi del
suo simbolismo e con le quali il Poema Sacro risplende di mirabile unità,
significazione e profondità.
(1) Purgatorio, XXXII.
382
E.
IO.
II.
I2.
13.
CAPITOLO TREDICESIMO
L'albero della «giustizia origi-
nale » rifiorisce con al piede la
Croce (il timone del carro):
. Una «selva» (ignorantia) dalla
quale si esce al «passo» del
battesimo per virtù della Croce :
. Una donna santa che personifica
la virtù della Croce (Beatrice) :
. Un poeta smarrito perchè ha sol-
tanto la virtù della Croce (Dan-
te) :
. Un «altro viaggio» (contempla-
tivo) che si può percorrere per
la virtù della Croce:
. Un precursore del viaggio che
portò a Roma la Croce (Paolo):
. Una porta infernale che fu a-
perta per virtù della Croce (la
prima grande porta):
. Un angelo che trasporta le anime
nel Purgatorio ed ha da lontano
la figura della Croce :
. Un angelo cruciforme che non
prende le anime se non presso
il luogo ove trionfa la Croce
(le foci del Tevere) :
Un custode del Purgatorio in
nome della Croce (l'angelo por-
tinaio) che non lascia passare
se non chi sia scortato dall’A-
quila (Lucia) :
Un percorso terrestre alla fine
del quale si è mitriati su di sè
per la virtù della Croce:
Nel Paradiso una Croce contesta
di spiriti lufhinosi :
Nell’Inferno una infrazione di
porta per la virtù della Croce,
nel Purgatorio un essere cele-
ste che trasporta in forma di
Croce e un custode in nome
della Croce, nel Paradiso una
Croce di spiriti luminosi :
e alla cima l'Aquila.
una « piaggia» (d:ifficultas) che si su-
pera solo per la virtù dell’ Aquila.
una che personifica la virtù dell’A-
quila (Lucia).
uno che lo può soccorrere perchè ha
la virtù dell'Aquila (Virgilio).
un «corto andare » (attivo) impedito
per la mancanza dell'Aquila.
un precursore che portò a Roma l’A-
quila (Enea).
una porta infernale che deve essere
aperta per virtù ‘dell’ Aquila (la
porta di Dite).
una donna che trasporta le anime ed
ha nel sogno la figura dell'Aquila.
una donna aquiliforme che non le
prende se non dal luogo ove è la
sede dell'Aquila (Troia).
un custode in nome dell'Aquila (Ca-
tone) che non lascia passare se non
chi sia guidato dalla Croce (Bea-
trice).
e coronati su di sè per la virtù del-
l’Aquila.
e un'Aquila contesta di spiriti lu-
minosi. :
in corrispondenza parallela, nell’In-
ferno una infrazione di porta per
virtù dell'Aquila, nel Purgatorio un
essere celeste che trasporta in forma
di Aquila e un custode in nome del
l'Aquila, nel Paradiso un’Aquila di
spiriti luminosi.
IS.
IO.
17.
18.
19.
20.
2I.
22.
23.
24.
25.
26.
LA «€ DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE »
. All’uscita dal vero Purgatorio
passaggio nel fuoco per amore
di Beatrice, virtù della Croce :
Un Veglio raffigurante l’umanità
che ha le spalle all’Oriente ove
si operò la salvezza per opera
della Croce :
Il piede destro del Veglio (vita
contemplativa) sanato per virtù
della Croce:
Il Veglio (l'umanità) smarrito a
Creta ove si smarrì con Paolo
la Croce :
Nell’Inferno quattro « ruine » vin-
citrici del peccato per la virtù
della Croce :
Nell’Antinferno la regione degli ir-
redenti della Croce irredenti nella
vita contemplativa (Limbo).
Nell’Antipurgatorio la regione dei
tardi sanati dalla Croce (con-
tumaci) :
Nell’Antiparadiso la sfera degli
imperfetti nella virtù della Cro-
ce (Mercurio) :
Nell’Antinferno, tra gli irredenti
della Croce il segno di vittoria,
la Croce :
Nell’Antinferno il luogo appar-
tato dei perfettamente sanati
dall’Aquila ai quali mancò solo
la Croce (Nobile castello):
Nel Paradiso, al Canto VII, la
glorificazione della Croce :
Superamento dell’Antinferno (al-
l’Acheronte) e dell’Antiparadiso
con l’intervento e con la glorifi-
cazione della Croce :
Nell’Antinferno, tra gli irredenti
dell'Aquila e quelli della Croce,
l'anello dell’Acheronte che si
supera per virtù della Croce :
383
all'entrata del vero Purgatorio pas-
saggio nel fuoco per opera di Lucia,
virtù dell’Aquila.
la fronte a Roma ove si attende la
salvezza per opera dell'Aquila.
il sinistro (vita attiva) infermo perchè
non sanato dalla virtù dell'Aquila.
e dove si smarrì con Enea l'Aquila.
e quattro fiumi del peccato ancora
alimentati per la mancanza della
virtù dell'Aquila.
e quella degli irredenti dell’Aquila
(irredenti nella vita attiva) (Vesti-
bolo).
e quella dei tardi sanati dall’ Aquila
(tardi pentiti).
e quella degli imperfetti nella virtù
dell'Aquila (Luna).
e tra gli irredenti dell'Aquila l'insegna
misteriosa che raffigura o ricorda
l’Aquala.
nell’Antipurgatorio quello dei per-
fettamente sanati dalla Croce ai
quali mancò solo di attuare la virtù
dell'Aquila (Valletta).
immediatamente prima al Canto VI
quella dell’Aquila.
superamento dell’ Antipurgatorio e
dell’ Antiparadiso con l’ intervento
e con la glorificazione dell’Aquila.
nel « basso Inferno » tra i volontaria-
mente opposti alla virtù dell'Aquila
(Stige) e alla virtù della Croce, (Ere-
tici) l'anello delle mura di Dite che
si supera per la virtù dell'Aquila.
384
27. La virtù vincitrice della Croce
giunge all’Acheronte con vento,
terremoto e spavento :
28. L'accidia della vita attiva re-
sistente all'Aquila e vinta dalla
Croce, appare sotto forma di
femmina balba nel cerchio della
accidia, preludendo alla concu-
piscenza del Purgatorio ed è
vinta dalla Croce, (Beatrice) :
29. Le tre stelle che simboleggiano
le virtù della vita contempla-
tiva che fanno capo alla Croce,
risplendono ora sul mondo cri-
I stiano (la Valletta):
30. Nella bocca centrale di Lucifero,
Giuda, il traditore della Croce :
31. A una estremità dell’asse morale
della terra, sul Golgota, il luogo
del legno della Croce :
CAPITOLO TREDICESIMO
come con vento, terremoto e spavento
giunge la virtù vincitrice dell’ Aquila
alle mura di Dite. |
l’accidia della vita contemplativa,
che resiste alla virtù della Croce
ed è vinta dall’Aquila, appare sotto
forma di Medusa nel cerchio dell’ac-
cidia, preludendo alla ingiustizia
dell’Inferno ed è vinta dalla virtù
dell'Aquila (Enea).
ove non risplendono più le quattro
della vita attiva che fanno capo al-
l'Aquila. |
nelle bocche laterali Bruto, e Cassio, i
traditori dell'Aquila.
alla estremità opposta, sulla cima del
legno del peccato, la sede dell’ A-
quila.
Di tutte queste simmetrie e della dottrina che esse espongono segreta-
mente, ho dato diffusamente ragione ed ho discusso altrove (1). Qui ai fini
speciali di questo libro, che vuol porre il problema dei rapporti tra il conte-
nuto segreto della Divina Commedia e la dottrina dei « Fedeli d’amore », mi
interessa soprattutto ripetere che secondo Dante basterà che l’Aquila ri-
prenda le sue penne e torni a Roma (riponendosi con ciò sulla cima dell’al-
bero della scienza del bene e del male in simmetria con la Croce che sta al
piede), perchè essa possa liberare dalla ingiustizia la via della « piaggia »,
perchè sia di nuovo sanata la piaga nel fianco dell’umanità (il Veglio di Creta)
onde discendono i fiumi della perdizione. Allora l’albero della giustizia ori-
ginale sarà di nuovo rinverdito ; ma allora sul carro della Chiesa, invece della
cupida meretrice, sarà di nuovo quella divina Sapienza per portare la quale esso
fu creato, quella che i « Fedeli d’amore » e Dante stesso hanno ricercato con
la loro ardente passione e celebrato sotto il simbolo della « donna amata »,
(1) Nei miei due libri: // segreto della Croce e dell'Aquila nella Divina Commedia
e La Chiave della Divina Commedia. Per la discussione delle poche obbiezioni che furono
sollevate, si vedano i miei du scritti: Per la Croce e l'Aquila di Dante (Rivista Inter-
nazionale di filosofia « Logos », Anno 1924, fasc. 3) in risposta ad alcune fiacche e
confuse opposizioni dell’Ercole, e le : Note sul segreto dantesco della Croce e dell’ Aquila.
(Serie Quarta. Discussione - Giornale Dantesco, Anno 1927, quad. 4) che risposero alle
altre.
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 385
perchè non la trovavano più tra la corruzione e gli errori della Chiesa pre-
sente.
Con questa dottrina, però, Dante doveva sembrare evidentemente troppo
ligio alla Chiesa di fronte ai più radicali « Fedeli d'amore », mentre sarebbe
parso troppo ardito alla Chiesa stessa in quanto presumeva di escluderla com-
pletamente da ogni ingerenza nella vita attiva e di porre accanto alla Croce,
come forza salvatrice dell'umanità, l'Aquila.
Dante aveva dunque ben ragione quando sentiva che sarebbe stato in
odio ai suoi correligionari mentre temeva d’altra parte della Chiesa. I « Fedeli
d'amore » probabilmente non consentivano con lui nell’idea che bastasse la
semplice restaurazione dell’Impero perchè la Chiesa tornasse automatica-
mente ad essere la pura espressione della Sapienza santa e forse erano fedeli
a qualche dottrina ancora più radicale e più avversa alla « Pietra » e alla
« Morte », o a qualche aspettazione apocalittica più maravigliosa.
Dante veniva a dire in fondo nella Commedia, che la Chiesa è la pura
Beatrice non appena sia integrata dall’Impero ed è invece « Pietra », « Morte »,
« meretrice », soltanto in quanto, non controbilanciata e integrata dall’Impero,
ne usurpa le funzioni ei diritti e si corrompe nella ricerca dei beni materia.
Abbiamo così la spiegazione della vera posizione di Dante derivante,
sì, dai « Fedeli d'amore » e dalla loro dottrina, ma pure creatore originale di
dottrina e di profezia (1). E ci spieghiamo ora quanto avvenne intorno a lui
di strano e di contraddittorio, chè mentre alcuni « Fedeli d’amore » lo aggre-
dirono ferocemente come uomo di « poca fede » e come disconoscitore della
« unica fenice », altri si dettero con gran cura a nascondere il vero contenuto
della Divina Commedia, pericolosissimo a rivelarsi.
Ma egli, attraversando come supremo giustiziere il regno della morte, si
trovò così perfettamente libero di giudicare anche coloro che appartenevano
come predecessori o come adepti al suo stesso movimento settario, al quale
non si sentiva più di fatto legato in maniera assoluta o che voleva col suo
genio rinnovare. Così egli potè relegare tra gli eretici Federico II, amore-odio
dei settari, che aveva talvolta favorito, talvolta tradito la setta e giudicare che
la sua usurpazione dei diritti della Croce e della Fede andasse di là dall'af-
fermazione dei diritti dell'Aquila e porlo con gli estremisti ghibellini in
Inferno.
(1) Appena compiuti i miei studi sul segreto della Croce e dell'Aquila nella Divina
Commedia e prima di iniziare questi, io scrivevo: « La mia impressione è che Dante,
se pure ebbe qualche contatto con la mistica segreta e ne riportò ancora nel Poema
qualche formula e qualche atteggiamento, quando scrisse la Commedia, non fosse un
affiliato a questa o a quella setta eretica. Era piuttosto e si sentiva rivelatore di un
pensiero nuovo ». (Il segreto... p. 318).
Quella mia impressione era sostanzialmente giusta, quantunque le ulteriori inda-
gini mi abbiano fatto certo che il suo atteggiamento spirituale si ricollega con quello
della setta mistica dei « Fedeli d’Amore ».
25 — VALLI.
386 CAPITOLO TREDICESIMO
E a questa sua condanna di Federico II fanno riscontro alcune cose molto
interessanti della Divina Commedia, come il perfetto silenzio tenuto da Dante
intorno ai Catari, agli Albigesi, alla strage degli Albigesi, la giustificazione
di S. Domenico che «negli sterpi eretici percosse » e che aveva percosso
eretici che Dante stesso condannava.
E accanto a tutto questo è particolarmente interessante l’atteggiamento
di Dante verso i « Fedeli d'amore » ; e anzitutto il rimpianto angoscioso e
fraterno per la deviazione di Guido Cavalcanti che non mira più a Giovanna
e con ciò ha avuto a disdegno Beatrice, la virtù della Croce, cui Dante è con-
dotto e che perciò è spiritualmente morto e, benchè sia congiunto coi vivi, « non
fere agli occhi suoi lo dolce lome » della verità ; poi l'atteggiamento devoto e
filiale verso Guido Guinizelli « Padre dei fedeli d’amore », il riconoscimento
della nuova potenza animatrice che la dottrina d’amore aveva dato all’arte
di coloro che ad essa si ispiravano seguendola direttamente e con intenso
fervore cantando col « dolce stil novo ».
E si comprende anche un’altra cosa, cioè lo strale lanciato contro Guit-
tone d'Arezzo che egli vuole completamente svalutare, perchè, come abbiamo
visto, non è un « Fedele d’amore » e ha scritto senza alcuna profondità mi-
stica e dottrinale. Abbiamo anzi a questo proposito un ravvicinamento che è
una vera rivelazione. In Provenza vi era stato un poeta « Fedele d'amore »
e che il Petrarca chiama addirittura «gran maestro d’amor » e che sembra
uno dei capisaldi di questo movimento spirituale : era Arnautz Daniel, era
proprio il propugnatore della maniera oscura di poetare, cioè del « trobar
cluz ». Ed era suo avversario, e propugnatore della maniera piana e popolare,
Girautz de Borneill: « quel da Lemosì ». (1)
Orbene, Dante in due terzine contigue del Purgatorio, pone in bocca
proprio a Guido Guinizelli l'esaltazione dell’oscuro Arnautz Daniel e fa
insieme la stroncatura di Girautz de Borneill e di Guittone d'Arezzo, i due
poeti semplici e popolareggianti, estranei alla setta ed a quel misticismo che
produceva le oscurità di Guido Guinizelli e di Arnautz Daniel.
«O frate », disse «questi ch'io ti cerno
col dito », e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d'amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
A voce più ch'al ver drizzan li volti,
e così ferman sua opinione
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio
fin che l’ha vinto il ver con più persone (2).
(1) Vedi CRESCINI: Manualetto Provenzale. Introduzione.
(2) Purg., XXVI, vv. 115-126.
r—— — —
LA DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE” 387
Questo ravvicinamento è preziosissimo e ci fa vedere quale fosse il vero
carattere della preferenza letteraria di Dante, e della sua avversione contro
Girautz de Borneill e contro Guittone. Fgli chiama qui «stolti» quelli che
preferiscono Girautz de Borneill ad Arnautz Daniel, come nel De Vulgani
Eloquentia chiamerà addirittura « ignorantiae sectatores » quelli « extollentes
Guittonem Aretinum ». È
Ma in quella frase «ignorantiae sectatores » c'è qualche cosa di molto
profondo. Se Dante avesse voluto dire semplicemente « gli ignoranti », come
sarebbe stato naturale, non avrebbe usato quella strana espressione di
«ignorantiae sectatores ». Ma Dante come è probabile ha voluto tacitamente
contrapporre i poeti guittoniani non mistici ai poeti dell'amore mistico e
poichè questi erano in verità « sapientiae sectatores », ha voluto contrapporre
ad essi schernevolmente i seguaci dei poeti d'amore piatti e che rimavano
stoltamente «o non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono »,
chiamandoli « ignorantiae sectatores ».
© Da quanto ho detto sopra del vero contenuto della Divina Commedia,
si comprende anche perfettamente come Dante considerasse la mistica ascen-
sione del Poema Sacro come ritorno alla sua beatitudine, alla sua Bea-
trice che era per lui la Sapienza santa amata nei primi anni, che ora lo
portava veramente a trascendere di là della vita in quella contemplazione
che è morte al mondo, soltanto che ora quella divina Beatrice aveva accanto
a sè una compagna sconosciuta alla Vita Nuova cioè Lucia, la personificazione
della santa virtù dell’Aquila.
Ma Dante con felicissima drammaticità continuò nella Divina Commedia
il racconto pseudo-realistico della morte di Beatrice, che doveva anche meglio
velare in un dramma individuale il grande dramma dello spirito che torna
alla divina Sapienza dopo sviamenti ed errori, torna dopo dieci anni (che sono
in realtà i dieci secoli nei quali l’uomo è stato traviato per la mancanza
dell'Aquila a Roma) e vede quale dovrebbe essere il carro santo della Chiesa
fatto per portare Beatrice e quale è, sfondato da Satana e portante una
meretrice.
E non c’è da meravigliarsi se, volendo servirsi di questo velo nel dramma
individuale per coprire il dramma mistico, egli abbia posto in bocca a Bea-
trice parole ricordanti le sue «belle membra » e il suo «corpo sepolto ».
Ho ricordato come già il Buti stesso intendesse per quelle « belle membra »
di Beatrice le « scritture » lasciate in terra, scritture, si può aggiungere ora,
che tra le mani della Chiesa corrotta erano state usate ad opera di cor-
ruzione come il corpo esterno della Sapienza santa che era sepolto, che era
diventato morte nella corruzione della dottrina. Lo spirito vero del Cattoli-
cismo, però, l’anima, era immortalmente vivo e offerto all'amore dei fe-
deli e si chiamava Beatrice.
Il rimprovero di Beatrice, secondo il quale Dante in seguito alla morte
di lei, al corromporsi delle sue belle membra, avrebbe dovuto più che mai
388 CAPITOLO TREDICESIMO
ardentemente seguire la sua anima immortale, cioè lo spirito immortale delle
scritture, è rivolto all'umanità tutta, ed è rimprovero di non avere religio-
samente seguito lo spirito della rivelazione e della Divina Sapienza quando si
vedeva che l’apparato esterno di essa, la dottrina della Chiesa, involucro
temporaneo e fittizio della divina Sapienza (le membra) si corrompeva nella
« Morte », si irrigidiva nella « Pietra ».
Ma un’altra cosa si deve notare che ha per la storia della poesia italiana
e dell’arte umana una enorme importanza.
Per nostra incommensurabile fortuna, Dante nella Divina Commedia
non si affermò come originale soltanto nella dottrina ; egli abbandonò anche
il « modo usato » di dissimularla e di esprimerla.
Abbandonò (e tutti dovrebbero ringraziare Iddio di questo fatto) ab-
bandonò il gergo, l’uso faticoso, angoscioso, contorto del parlare doppio e
risolse con altro genialissimo modo il problema di dire ciò che gli faceva sen-
tire Amore, senza farsi intendere da coloro che non dovevano intendere : in-
ventò le simmetrie segrete della Croce e dell'Aquila. Più di trenta volte pose in
simmetria la Croce e l'Aquila, la virtù della Croce e la virtù dell'Aquila, il
luogo della Croce e quello dell'Aquila, senza mai nominarle una volta sola
insieme : espresse il suo segreto nelle connessioni strutturali, nel suo simbo-
lismo, nelle coppie di simboli, nelle rispondenze di luoghi ove opera la Croce
e di luoghi ove opera l’Aquila e così disse nel suo segreto il suo grande
pensiero, che oltre alla Sapienza santa, che opera con la Croce (Beatrice),
deve operare la Giustizia santa che opera con l'Aquila (Lucia). Seppe dire
in così mirabile modo che realmente, per sei secoli, nè la Chiesa, che non do-
veva intendere, nè altri, riuscì ad intendere, ma nello stesso tempo, traspor-
tando il suo pensiero dottrinale nel piano dello schema simbolico sottostante alla
poesia, salvò la poesia dalla contaminazione del gergo.
F.gli stesso e i suoi amici nella poesia d’amore avevano messo poesia e
simbolo sullo stesso piano, avevano fatto, non propriamente della poesia sim-
bolica nel vero senso della parola, ma della poesia a doppio senso, che è una
cosa diversa. Avevano fatte delle frasi che, lette con sostituzioni di parole,
davano il loro significato vero. Dante invece nella Commedia creò prima una
ossatura dottrinale e una linea di eventi significativi che aveva la sua logica
e la sua unità ed esprimeva l’idea segreta, poi sopra a quella plasmò il dramma
umano, vivo. Distese la poesia narrativa del suo viaggio in maniera tale che
questa ebbe la sua vita, la sua verità, la sua commozione sopra il substrato
dottrinale che si svolgeva per lo più come in un altro piano ; tanto che la Di-
vina Commedia potè essere ammirata (benchè imperfettamente) per sei secoli,
senza essere affatto intesa nella sua significazione profonda se non in questi
ultimi anni.
Invece la poesia d'amore era ammirata in quei pochissimi casi nei quali
il duplice significato procedeva in armonia, ma rimaneva quasi sempre o
gelidamente artefatta o stranamente incomprensibile, per gli elementi di
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 389
gergo che conteneva e che spesso affioravano e quasi sempre corrompevano
il senso letterale.
Così l’Italia ed il mondo furono salvati da una Divina Commedia scritta
secondo il gergo amatorio ed ebbero invece una Divina Commedia nella quale
la poesia fioriva mirabilmente sullo schema simbolico, come il fiore sul ramo.
Così Dante si levò a volo tanto al di sopra del pensiero e dell’arte dei
suoi contemporanei e della sua stessa arte giovanile : così l’artificioso maestro
del gergo amatorio divenne il poeta divino della Commedia.
E fu per me un grave errore (causa non piccola del suo insuccesso) quello
di Gabriele Rossetti che, avendo saputo probabilmente, per tradizione, che
Dante scriveva in gergo e avendo rintracciato evidenti segni di questo gergo
nella poesia d’amore, credette di dover ricercare quel gergo anche in ogni
parte della Divina Commedia e si lasciò trascinare a molte induzioni incon-
sistenti ed audaci e trascinò in questo abisso l’Aroux, il quale volle addirit-
tura ritrovare un simbolo o un personaggio designato in segreto in ogni
personaggio nominato nella Divina Commedia.
Il loro grave errore fu causa non piccola del discredito di tutta la loro
indagine, che travolse per lunghi anni anche la verità che essi dicevano.
E il loro metodo è inaccettabile perchè incontrollabile.
Nella poesia d’amore noi abbiamo visto come si poteva fare il controllo.
Essendo una certa parola ripetuta molte volte, l'esame di tutti i passi nei
quali era ripetuta doveva dare un risultato di valore matematico, ma di un
personaggio nominato una volta sola nella Commedia, come si può affermare
che rappresenti un altro personaggio che ha posto o figura nella lotta settaria ?
Come si può provare, per esempio, che quando Dante nomina Argo raffiguri
l'Inquisizione che sorveglia la setta o che Malacoda rappresenti Corso Donati
o che Mtrra rappresenti Firenze troppo amica del Papa o simili ? (I).
Il Rossetti fu travolto anche da un altro errore e travolse in esso l’Aroux.
Consapevole del fatto che Dante scriveva in gergo, avendo trovato le visibili
tracce del gergo nella poesia d'amore e non vedendo che la Commedia era
costruita in modo del tutto diverso dalla poesia d'amore, suppose che Dante
abbia a un certo punto lasciato il gergo dei « Fedeli d'amore », il gergo erotico,
inventando un gergo teologico nel quale tutte le idee e i personaggi della tra-
dizione ecclesiastica dovevano essere interpretati perfettamente al rovescio,
con lode per quelli che apparivano condannati e vituperio per quelli che
apparivano beatificati e con una complessa e così strana rete di artifizi, nella
quale il Rossetti stesso si smarrì tra molte evidenti contraddizioni e innume-
revoli induzioni avanzate tumultuosamente e leggermente.
Questa è la parte veramente caduca di tutte le indagini compiute fin qui
in questo campo ed è la parte prodotta dalla commossa esagerazione dei primi
che si trovarono a possedere la grande scoperta del gergo, non abbastanza
(1) AROUX: La Comédie de Dante.
390 CAPITOLO TREDICESIMO
calmi, non abbastanza sereni e oggettivi per riconoscere che la Divina Com-
media, invece di allontanarsi sempre più dalla Chiesa, era sostanzialmente un
riavvicinamento ad essa e che il suo simbolismo era qualche cosa di ben più
profondo e nello stesso tempo più artistico che non il gergo dei « Fedeli d’a-
more ».
3. TRACCE DEL GERGO DEI « FEDELI D'AMORE » NELLA « COMMEDIA ». —
Ma se Dante nello scrivere la Commedia, pur rifacendo a modo suo la dot-
trina dei « Fedeli d’amore » conserva la simbologia della Donna-Beatrice-Sa-
pienza, è e si sente un « Fedele d’amore » (come tutti i dissidenti e tutti gli in-
novatori egli pretende naturalmente di essere la vera espressione di una
tradizione o il vero rivelatore della verità), non dobbiamo aspettarci che
qualche traccia del vecchio gergo, qualche ricordo di esso non spunti nella
Commedia qua e là, pur attraverso il nuovo modo di simbolizzare ?
Un esempio. Durante la vita di Dante, le città ed i castelli d’Italia
ghibellini esposti di continuo all’assalto dei guelfi erano innumerevoli. È
proprio un caso che Dante, volendone citare qualcuno, ne vada a scegliere
uno che non aveva nulla a che vedere con lui e con la sua vita, ma
che per avventura si chiamava « Santa Fior»? O non forse, ricordandosi
di essere il consumato artefice del gergo, volle dire a chi conosceva bene le
cose, che chi era esposto in Italia alle vessazioni dei nemici per essere fedele
all'Impero era proprio la setta, la Santa Fior, il Fiore, la Rosa, quel « Fiore »
di cui tutti costoro erano «fatti servitori » ?
E vedrai Santa Fior com'è secura!
Ma v'è un punto nel quale il ricordo del gergo è forse più tragico e pro-
fondo.
Nella Divina Commedia non apparisce « Pietra » nè il suo nome. La figura
di Pietra è stata assunta apocalitticamente dalla meretrice. Tuttavia 1 Papi
simoniaci sono ficcati « per la fessura della fietra piatti » e finiscono misterio-
samente giù giù nel seno di questa « pietra » e un altro papa avaro è legato
alla pietra del pavimento nel Purgatorio, e v'è di più : se non apparisce « Pie-
tra », si parla però di colei che 2mpietra, che fa di smalto : la Gorgone che si-
gnifica certamente l'errore intellettuale, addirittura l'eresia (1). Non forse
Dante volle addirittura dire che l’errore della Chiesa corrotta, negatrice e
usurpatrice dell’Impero, che era Pietra e impietrava gli altri (« Petra è di fuor
che dentro petra face ») era addirittura l'eresia dannatrice che si ergeva a im-
pietrare gli uomini sulla porta dell’ingiustizia, sulla porta di Dite, finchè non
venisse a infrangere quella porta il Messo celeste con la virtù dell'Aquila ?
Naturalmente se Dante pensò questo, non intese di dire (giova ripeterlo)
(1) Vedi PIETROBONO : Il Poema Sacro.
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 39I
che era eresia Impietrante tutta la dottrina della Chiesa (1), ma che era ere-
sia impietrante quella corruzione della Sapienza santa che egli chiamò la
meretrice, quella che distribuiva «i privilegi venduti e mendaci », quella che
mentiva in materia di fede per servire gli appetiti mondani dei pontefici
corrotti, negando i diritti sacri di quell’Aquila senza la quale non c’ è salva-
zione. Quella era « pietra », quella era « morte », quella era « meretrice ». In-
fatti se Pietra non apparisce in persona, Dante si fa dire da Beatrice una
stranissima cosa, e cioè, che egli non intende bene il dramma dell’albero
dispogliato e la parte che ha in esso l’intervento dell'Impero, in quanto egli
è «mell’intelletto Fatto di pietra ed impietrato tinto » sì che è abbagliato dalla
parola rivelatrice della Sapienza.
Dante in questo stranissimo passo ha voluto dire che se l’uomo non
comprende che l’albero santo deve essere rinverdito con il ritorno dell'Aquila
e che soltanto il ritorno dell’Aquila ristabilirà le condizioni della redenzione,
se l’uomo questo non comprende, ciò accade perchè egli è 1mpietrato, cioè
perchè la Chiesa corrotta, quella che impietrava, (quella «pietra di fuor
che dentro pietra face ») lo ha ingannato nascondendogli la verità santa
della Croce e dell'Aquila, affermando con menzogna che spettavano a lei i
diritti dell'Impero, occultandogli la parte che ha l’Impero nella redenzione
cioè la parte che ha l’Aquila nel rinverdimento dell’albero della Giustizia
originale.
Il famoso discorso di Beatrice nel canto XXXIII del Purgatorio suona
in realtà così* «Sappi che la Chiesa vera non esiste più: il vaso che il
serpente ruppe fu e non è. Ma l'Aquila non sarà senza reda, sarà ristabi-
lito l'Impero da un Cinquecento diece e cinque messo di Dio che ucciderà la
falsa dottrina e il falso potere civile al quale essa è asservita e che stanno
sul carro della Chiesa: la Fuia e il Gigante. Tutto ciò ti sembra scuro, ma
presto sarà chiarito dai fatti. Tu porta questa profezia come io te la porgo
ai vivi che però sono in realtà morti (i vivi del viver che è un correr alla
morte). Ma ricordati di dire anche (perchè senza di ciò la profezia sarebbe
incomprensibile) come hai veduto la pianta della originalis gustitia : l'hai
veduta dirubata per una seconda volta (dispogliata, ora che manca l'Aquila
come era dispogliata quando mancava la Croce). Chiunque attenta alla
pianta della Originalis qustitia offende Iddio con bestemmia di fatto come
fece Adamo, ma il tuo ingegno dorme (è lontano dalla verità) se non com-
prende che il suo essere travolta verso la cima ha una profonda ragione
e significa che l’uomo non deve attentare ad essa che è il limite imposto
alla conoscenza ».
Ed ora comincia la parte importantissima.
«Tu uomo, non comprendi tutto questo perchè i pensieri vani hanno
(1) Si ricordi che in tempi di meno violento dominio della Chiesa, il Petrarca
chiamava addirittura « Tempio d’eresia » la Chiesa di Roma.
392 CAPITOLO TREDICESIMO
fatto intorno alla tua fronte quello che fa l’acqua di Flsa intorno agli og-
getti, li hanno cioè incrostati, fietrificati e il vostro piacere errante ha fatto
diventare neri i frutti bianchi come Piramo fece diventare neri i frutti bian-
chi del gelso ». (Sono i bianchi fiori mutati in persi dei quali si parla nella
canzone : Tre donne) :
E se stati non fossero acqua d’Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente
e’l piacer loro un Pirano a la gelsa
per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.
Ma perch'io veggio te ne lo ‘ntelletto
fatto di pietra, ed impetrato, tinto,
sì che t’'abbaglia il lume del mio detto,
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto ».
Se dunque Dante non comprende che nell’interdetto posto nell'ordine
della originalis justitia c’era la giustizia di Dio e che quindi l’ordine violato
deve essere ristabilito con la cooperazione della giustizia, dell’Aquila, se
in poche parole, Dante non comprende che soltanto il ritorno dell'Impero
potrà far rifiorire l'albero violato da Adamo, ciò è per colpa di Pietra, per-
chè egli è impetrato, perchè i pensieri vani suggeriti da Pietra hanno impe-
trato la sua mente (si ricordi che qui egli è il simbolo dell’ umanità) come
fa l’acqua di Elsa e non solo impetrato, ma tinto, cioè oscurato, come si oscu-
rarono i frutti del gelso. È Pietra la Chiesa corrotta che indurisce ed oscura
le menti degli uomini, che impietra e tinge nascondendo la verità santa della
Croce e dell’Aquila che è rivelata da Beatrice.
F.cco come e dove torna nascosta nella Commedia questa terribile Pie-
tra ed ecco perchè la critica consueta non poteva intendere nulla in quel
« fatto di pietra » e in quel «tinto » e in tutto l’altovolante e misteriorso
discorso di Beatrice.
La ricerca delle tracce del gergo nella Divina Commedia sarebbe una in-
dagine lunga e complessa. Abbiamo già visto come nel canto di Marco Lom-
bardo assai probabilmente il gruppo dei tre vecchi fedeli alle virtù dell’antica
età, stia a ricordare un gruppo delle tre sétte fedeli alla Chiesa primitiva e come
si riferisca ai sottintesi consueti del gergo anche l’allusione a Gherardo e a
Gaia sua figlia.
4. « PER CRUCEM ET AQUILAM AD ROSAM ». — Ma v'è nella Divina Com-
media un simbolo importantissimo, la cui derivazione dalla simbologia set-
taria è per me indiscutibile ed è proprio il più vecchio, il più comune, il più
diffuso, il più abusato simbolo dei « Fedeli d'amore » : la Rosa.
Il fatto che lo spirituale luogo della perfetta contemplazione celeste,
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 393
la mèta di tutto il viaggio, la perfezione ultima di chi contempla Iddio sia
raffigurata come una « candida Rosa », come quella « Rosa » e quel « Fiore » (I)
che era la mèta di tutti i mistici viaggi e di tutti i mistici ardori dei poeti,
non può essere pensato come casuale se non da chi abbia risoluto di non
voler intendere assolutamente nulla in tutto questo mondo di simboli.
La Divina Commedia è uno dei tanti poemi e romanzi, tutti a base mistica,
diffusi dall’Indostan alla Loira, nei quali il dramma ha per mèta la conquista
della « Rosa », del « Fiore », o di una misteriosa Biancofiore. Partendo dalla
selva oscura dell’antica « ignorantia », Dante, sanato dalla Croce, aiutato e
integrato da Virgilio che fu sanato dall’Aquila, giunge alla Sapienza santa :
Beatrice. Ed è questa Sapienza santa che di sfera in sfera lo porta all’atto
della suprema contemplazione che si attua in una « Rosa» ed ivi, nella
Rosa, la Sapienza lo abbandona e Dante si trova d’accanto Bernardo, l’atto
della contemplazione pura, nel quale la Sapienza si è risolta, Bernardo che
è fedele di Mania, pura carità come Dante era fedele di Beatrice pura sa-
pienza.
Si ripete ancora in una forma completamente diversa e meravigliosamente
poetica e umanizzata, la simbologia di Riccardo da S. Vittore, secondo la
quale Rachele muore nel dare alla luce Beniamino, la Sapienza muore all’atto
della contemplazione pura, Beatrice scompare lasciando al suo posto il mi-
rabile contemplante.
Ma questo avviene nel giallo della « Rosa sempiterna » simbolo che
veniva a Dante dalla tradizione eferodossa ed iniziatica.
Era, mirabilmente raffigurata, quella mistica Rosa che i poeti avevano
in così diverse forme esaltato contrapponendola alla Chiesa corrotta, alla
Babilonia odiata, « Fiore » contro « Pietra », come vera dottrina della verità,
vera visione e contemplazione di Dio. La Chiesa che tutto seppe incamerare
e che già aveva simboleggiato talora nella rosa Maria o il Cristo, incamerò
anche la « Mistica Rosa » e ne fece definitivamente un attributo della Vergine.
Nel secolo xIv furono composte le litanie lauretane e si ritrovò ormai fissato
per sempre tra gli attributi della Vergine quello di « Mystica Rosa »!
Ed oggi nelle nostre chiesette di campagna, odorate dalle rose di maggio,
le donne ignare del nostro popolo ancora dolcemente chiamano ed invocano
« Rosa Mystica » e « non sanno che si chiamare » !
Ma intanto, in un’altra corrente di misticismo più o meno segreto, ri-
mane viva una formula che, se non storicamente, certo per la spirituale ana-
logia, si ricollega in parte al pensiero della Divina Commedia. La formula dei
Rosacruciani riassumente il processo di innalzamento attraverso il dolore
e attraverso la fede fino alla verità santa, contemplazione di Dio, suona
come è noto : Per Crucem ad Rosam. L'idea se non la formula, è tutt’altro
che estranea ai « Fedeli d'amore ». Abbiamo visto nella figura rivelatrice di
(1) Quando scendean nel « Fior » di banco în banco (Par., XXXI).
394 CAPITOLO TREDICESIMO
Francesco da Barberino i « Fedeli d’amore » che nei primi gradi, della scienza
faticosa e della prova dolorosa, son trafitti dai dardi di Amore, negli ultimi,
nella conquista gioiosa, hanno in mano le rose, quelle stesse rose che Amore
tiene in fascio nelle sue mani come promessa di conoscenza beatificante (I).
Ebbene se si voglia riassumere in una formula brevissima il pensiero di
Dante nella Divina Commedia, nel quale non la Croce sola, ma anche l’ Aquila
sono i mezzi attraverso i quali la Grazia conduce l’uomo alla visione beati-
ficante di Dio che avviene in una Rosa candida nell’Empireo, potremmo usare
la formula: Per crucem et aquilam ad rosam.
La grande idea della Croce veniva a Dante dalla tradizione cristiana e
cattolica, la grande idea dell’Aquila dalla tradizione di Roma e dal suo fer-
vore di ricostituzione civile nell’ideale universalistico dell'Impero; la grande
idea della Rosa dalla tradizione mistica dei « Fedeli d’amore ».
Questa è la sintesi più breve del suo gigantesco pensiero.
5. I CONSETTARI DI DANTE E LA « COMMEDIA ». — Non intendo per ora
di proseguire oltre questa indagine. C'è un altro punto al quale mi preme
di accennare, sia pur di volo.
I contemporanei di Dante « Fedeli d’amore », come Pietro Alighieri,
Jacopo Alighieri e Giovanni Boccaccio, conoscevano naturalmente tutto il
giuoco del gergo, come conoscevano probabilmente tutta la dottrina segreta
del Poema. Ugo Foscolo si avvide infatti che i primi commentatori del
Poema menavano il can per l’aria o si rifiutavano nettamente di dire quello
che sapevano intorno ad esso.
Nato in un ambiente settario, il Poema non poteva avere un commento
franco, sincero, aperto. I primi commentatori furono o gente estranea all’am-
biente di Dante, come Graziolo dei Bambagiuoli che viveva a Bologna 1
vicinanza del Cardinale del Poggetto (2) e che presentò la Divina Commedia
come un Poema perfettamente ortodosso, perchè forse credette in buona
fede agli atteggiamenti esterni di Dante; 0 iniziati, come Jacopo e Pietro e
come il Boccaccio, i quali st guardavano bene dal dire quello che sapevano e
spesso dicevano quel che doveva surare il sospetto della Chiesa.
I primi commenti della Divina Comunedia furono scritti in un ambiente
di appassionatissima discussione sulla ortodossia di Dante poco prima e poco
dopo che il rogo della Monarchia minacciasse le pagine del sacro Poema. Fu-
rono scritti talora proprio per presentare un Dante perfettamente ortodosso
(1) Dante canta alla vigilia della mistica morte di Beatrice :
Sì lungiamente n’ha tenuto amore
Così mi sta soave ora nel core.
(2) Quello che fece bruciare la Monarchia e voleva bruciare le ossa di Dante.
LA «DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 395
e salvare lo stesso Poema che, inteso nel suo senso vero, avrebbe seguito
la sorte della Monarchia. |
Di quello che realmente si diceva di Dante dosi dell'ambiente dei com-
mentatori ci restano però tracce ben chiare nelle parole, per esempio, del
Padre Vernani il quale affermava che Dante « con dolcissimi canti di sirena
attirava frodolentemente non solo gli animi infermi ma anche gli studiosi
alla morte della verità che dà la salute » (1); e più ancora nelle parole di
Antonio Pucci che gettano un così importante lampo di luce su tutto
questo mondo e sulle quali la critica positiva trascorre con la consueta
cecità.
Antonio Pucci, nel suo capitolo in onore di Dante, nel Centiloguio, de-
scrive il pianto delle « sette gran donne », che sono le Scienze, per la morte
di Dante. E dopo queste sette donne viene anche la Teologia ad annunziare
in una forma alquanto strana che Dante sarà immortale, ma dopo che que-
sta santa Teologia ha così parlato, il poeta riceve un solenne e misterioso
ceffone per aver voluto guardare da vicino a queste tali scienze di Dante.
Io m'’appressai, per guardar l'altre fiso,
e l'una disse : « Che guardando vai,
idiota e matto ? » e diemmi una nel viso ;
talchè per la percossa i’ mi destai,
e per l'affanno portato nel sogno,
di lagrime bagnato mi trovai.
Questi sogni dei poeti sono tutti molto logici e questo tal ceffone dopo
il quale il poeta si trova bagnato di lagrime (ricordarsi pianto = simulazione)
deve avere il suo perchè e il poeta ha certamente voluto dire: Ci sono tutte
queste scienze in Dante e c'è anche la Teologia, ma non guardate troppo per il
sottile quello che c'è, perchè non si deve guardare da vicino che specie di scienze
Dante chiudeva nella « Commedia » (2).
Ma che intorno al poema di Dante sia stato un gran sussurrare di
« Fedeli d'amore » che ne parlavano in senso del tutto diverso da quello
che noi potremmo immaginare, risulta sopratutto da l’Acerba e da un
famoso sonetto attribuito a Cino da Pistoia contro la Divina Commedia e
al quale ho accennato più volte.
Esso spira chiaramente l’odio settario contro Dante. Se il sonetto è
di Cino (cosa che mi sembra assai poco probabile), bisogna ritenere che egli
l'abbia scritto qualche tempo dopo la sua canzone per la morte di Dante
e quando, avendo conosciuto per intero e inteso bene la Divina Commedia,
l'aveva trovata disforme nel suo spirito da quello che egli desiderava.
(1) VERNANI: De reprobatione « Monarchiae » ripubblicato da G. Piccini. Firenze,
Bemporad, 1906.
(2) Questo capitolo si può leggere tra l’altro in Dante e Firenze. Prose antiche con
note illustrative ed appendici di Oddone Zenatti. Firenze, Sansoni, pag. 9.
396 CAPITOLO TREDICESIMO
Il sonetto fa due accuse a Dante che la critica positiva prende alla let-
tera, quantunque siano assolutamente scimunite. Afferma infatti che l’anima
di Dante sta in luogo men bello (evidentemente all’Inferno) per due ragioni ;
la prima è che egli non ha nominato nel Poema Onesto da Boncima (quasic-
chè avesse avuto l'obbligo di nominare tutti i poeti suoi contemporanei e
fosse addirittura da dannarsi all’Inferno per averne trascurato uno che non
era certamente il più famoso). L'altra ragione per la quale Dante sta all’ In-
ferno è che egli nel Paradiso, dove ha visto la sua Beatrice, non ha ricono-
sciuto «l’unica fenice che con Sion congiunse l'Appennino ». La critica $o-
sitiva e bonacciona dice : « Sarà stata Selvaggia questa unica fenice », e non si
accorge che il poeta sta parlando di Beatrice ed usa l’espressione non ri-
conobbe (non già l’espressione non vide), il che vuol dire che Dante vide
qualche cosa e precisamente Beatrice, ma non riconobbe in lei l’unica fenice.
Inutile aggiungere che sul perchè Selvaggia sarebbe stata l’unica fenice che
con Sion congiunse l’ Appennino, la critica positiva non sa dirci nulla di serio.
Vediamo dunque che cosa significhi veramente il sonetto :
« Tra gli altri difetti della Commedia ve ne sono due peri quali si ha ra-
gione di credere che Dante sia dannato ; uno è che non ha nominato Onesto
da Boncima (« Fedele d'amore » dissidente da Dante), che era (nella
vera tradizione dei « Fedeli d’amore » e cioè, con Sordello e dietro ad Arnaldo
Daniello (che viceversa nella Commedia non stanno affatto insieme). L'altro
è che Dante ha parlato di una Sapienza santa (Beatrice) come se fosse sua
speciale concezione, senza riconoscere che essa è l’unica donna (la dottrina
unica) di tutti i « Fedeli d’amore », cioè l’unica fenice che ricongiunse l’Ita-
lia (Appennino) al vero Cristianesimo (Sion) ».
Inutile dire che è semplicemente sciocco il pensare che Dante dovesse
essere dannato perchè non aveva nominato Selvaggia.
In fra gli altri difetti del libello,
che mostra Dante, Signor d’ogni rima,
son duoi sì grandi, che a dritto s’estima
che n’aggia l’alma sua luogo men bello.
Ivun è : che, ragionando con Sordello
e con molt’altri della dotta scrima,
non fe’ motto ad Onesto di Boncima
ch'era presso d’ Arnaldo Danîello.
Ivaltre'è ; secondo che ’1 suo canto dice,
che passò poi nel bel coro divino
là dove vide la sua Beatrice.
. E quando ad Abraam guardò nel sino
non riconobbe l’unica fenice
che con Sion congiunse l'Appennino (2).
Questo sonetto va messo accanto ad un altro non meno feroce contro
Dante che comincia : In verità questo libel di Dante. Nella seconda parte di
—————
(I) CINO: Rime, ed. cit., pag. 112.
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 397
esso si fa a Dante l’accusa di avere testimoniato in modo falso e bugiardo
intorno a chi sia presso o lunge dal dimonio, cioè intorno a chi sia o no
dannato, ma le due quartine gli fanno un’altra accusa più strana, quella cioè
di « tirare le cose altrui nelle sue reti », e poichè non mi pare che si possa par-
lare di accusa di plagio letterario, è più che probabile che si tratti della
solita accusa di ripresentare come sua la Beatrice che era di tutti i poeti
e come sue le idee che erano di tutti i « Fedeli d’amore », alla quale accusa si
aggiunge anche quella di rovesciare il dritto e mettere avanti il torto.
In verità questo libel di Dante
è una bella scisma di Poeti,
che con leggiadro e vago consonante
tira le cose altrui ne le sue reti.
Ma pur tra Gioviali, e tra Cometi,
riverscia il dritto, e ’1 torto mette avante :
alcuni esser fa grami, alcuni lieti,
com’Amor fa di questo e quello amante.
Poi che gli esempj suoi falsi e bugiardi
quai presso pon, quai lungi dal demonio,
debbono star sì come voti cardi;
È per lo temerario testimonio,
la vendetta de’ Franchi, e de’ Lombardi,
si dorrà, qual di Tullio fece Antonio (1).
Altra accusa molto oscura nel senso letterale e che sembra pure diretta al
Dante è quella che poi gli fa un altro sonetto di avere « innestato il per-
sico sul torso », che vuol dire evidentemente aver cercato di ricongiungere
due cose tra loro profondamente eterogenee, molto probabilmente la setta
e la Chiesa, la divina Beatrice e il carro corrotto. Anche questo sonetto dà il
solito annunzio che Dante sta all’Inferno, che ci sta con il suo amico Ma-
noello Giudeo. Comincia « Messer Boson, lo vostro Manoello » e finisce con
questa oscura terzina:
E Dante dice : Quel da Tiro è morso,
mostrando Manoello in breve sAruccio,
e l’uom, che innesto 1 persico nel torso (2).
Ma una parola che deve risuonare accanto a quella che parla dell’unica
fenice non riconosciuta da Dante, è la parola che sorse contro Dante dalle tor-
mentate pagine de l’« Acerba ».
L'invettiva de l’Acerba contro Dante sembra alquanto oscura : per me
essa suona chiara in questi termini.
Dei Cieli parlò già Dante dicendo di essere stato in Paradiso con Beatrice.
Dante non è mai stato in Paradiso. Il suo corpo umano non si divinizzò
mai. Nè ciò che è di color perso può essere uguale a ciò che è bianco (la
Sapienza santa non può essere diversa da quella che è, mentre Dante l’ha
(1) Zd. id., pag. 145. (2) Id. 1d., pag. 144.
398 CAPITOLO TREDICESIMO
rifatta a modo suo). Quando la Sapienza si rinnova infatti, è sempre la
stessa e si rinnova come la fenice (l’unica fenice, ripete anche Cecco d’A-
scoli contro Dante) che si rinnova nell’eterno desiderio di Dio che la suscita
in noi. Dante invece per la sua poca fede nella Sapienza santa (cioè per la
sua poca fedeltà all’unica fenice) andò all’Inferno e non tornò mai. Me ne
dispiace per lui, per il suo parlare adorno.
De’ qua’ (cieli) già ne trattò quel Florentino.
che li lui se condusse Beatrice ;
tal corpo umano mai non fo divino,
Nè po’ si come ’l perso essere blanco,
perchè se renova sicomo fenice
in quel disio che li ponge el flanco.
Ne li altri regni ov’andò col duca,
fondando li soi pedi en basso centro,
là lo condusse la sua fede poca ;
E so ch'a noi non fe’ mati retorno
chè so disio sempre lui tenne dentro :
de lui mi dol per so parlar adorno (1).
Ma contro il grande che aveva rotto la tradizione settaria per rinnovare
la formula della sua fede non si scagliavano soltanto gli odi dei settari ri-
masti estranei alla sua riforma, si protendevano l’ammirazione e l’amore di
coloro che lo avevano seguito e che avevano visto per opera sua la santis-
sima « Rosa » e la divina Beatrice, attingere una meravigliosa glorificazione.
Il principale di questi « Fedeli d'amore » che seguirono Dante si chiama
Giovanni Boccaccio, e di lui e della glorificazione che egli fece del divino
Poeta, parleremo in seguito, ma intanto devo ricordare qui l’esistenza di
uno strabiliante sonetto di un « Fedele d'amore » di quello stesso Nicolò de’
Rossi che definiva come excessus mentis l’ultimo grado dell'amore, un sonetto
nel quale dopo che è morto Dante si afferma niente di meno che Beatrice
è ancora viva e che si trova in un certo luogo noto al poeta e vestita di nero !
Come mai la moglie di Messer Simone de’ Bardi defunta da più di
trenta anni andava girando per il mondo dopo la morte di Dante ? E se ci
andava come simbolo della teologia ufficiale, perchè mai andava vestita di
nero ?
In verità essa non era nè la moglie di Simone de’Bardi nè la teologia uffi-
ciale. Era la Sapienza santa, venerata dai « Fedeli d’amore », che essi descri-
vevano sempre come velata. « La bella vista coverta d’un velo », diceva
Cecco d’Ascoli, e Francesco da Barberino dice che i suoi capelli erano d’oro
e «sempre velati», non solo, ma Cino la chiamava «l’oscura » dicendo :
i Io moro per l’oscura che pur piange
La qual velata è d'un ammanto negro.
(1) Ed. cit., Cap. II
LA € DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 399
Volete vederla questa «oscura piangente»? Il Boccaccio nella Amorosa Vi-
stone, descrivendo una famosa fontana ove son quattro e tre donne, che
sono evidentemente le quattro virtù cardinali e le tre teologali, raffigura la
fede nera a significare appunto che la vera fede deve coprirsi col manto nero
dell'errore e infatti questa fede nera, mentre sorride, versa dagli occhi la-
grime, cioè piange, cioè simula secondo il gergo del « dolce stil novo ».
Rideva l’una in atto benchè molte
lagrime fuor per gli occhi ella pittasse
che poi nel vaso venivan raccolte.
Bruna era e nera e poi che somigliasse
foco pareva l’altra e dalla poppa (1)
acqua gittava e la terza sopra a sè (2)
rampollava ancor bianca, ma non troppa (3).
Ed è da notare che questa acqua che scende dagli occhi dalla fede
oscurata, fa rispecchiare in sè una festa di lupo la quale inaridisce la
campagna. La vera fede, pure oscurata, col suo pianto smaschera la vera
essenza di lupo che ha la Chiesa corrotta.
Ed ora apparirà chiaro il significato di questo importantissimo sonetto
del quale il senso è questo : « Sei tu, Dante, anima beata, che vai chiedendo
la tua Beatrice, e che fosti felice nella mente per averla trovata coronata
in cielo. Ma ecco che Dio ce l’ha mandata quaggiù di nuovo in angelica
forma ed in sua vece (c’è qui tra noi viva e presente quella Sapienza santa
che tu hai amata sotto il nome di Beatrice), ma il mio cuore mi dice che
tu non la riconosceresti tanto essa è purificata (assurdo nel senso letterale).
Ora vieni meco (nel seno della setta ove io ti posso condurre) e quando ve-
drai una onestate vestita di nero, (una dottrina di perfetta sapienza e purezza
che si nasconde sotto il velo nero), tu dai suoi atti riconoscerai che è lei,
quella stessa che tu sempre lodasti per cosa pura, salvo che ora è di bellezza
anche più perfetta ».
E per intendere questa esaltazione fervente della setta dopo la morte di
Dante, si ricordi che questo Nicolò de’ Rossi è colui che nel suo codice di
rime amorose, scritto in parte di suo pugno, riproduce proprio quella miste-
riosa figura di Francesco da Barberino nella quale io ho ravvisato la rive-
lazione della setta d’amore. Egli segue evidentemente il gran segretario della
setta : Francesco da Barberino.
Se’ tu Dante oy anima beata
che vai cherendo la tua beatrice.
Ben so che fusti a /a mente felice
sol per trovarla in cielo coronata.
Ma vee che deo ce l’ha quaggiù mandata
cum angelica forma en sua vice
tu non la conoseraîi, cio me dice
lo core meo, tanto è purificata.
(1) Carità. (2) Speranza. (3) Cap. XXXIX.
400 CAPITOLO TREDICESIMO
Or vieni mego e quando cernerai
una onestate veshita di nero
negli acti suoi tu te ne accorgerai.
Per fermo ch’essa è quella di vero
che sempre la lodasti per cosa neta
salvo ch’or di beltà è più perfetta (1).
Mentre sulla memoria di Dante si incrociavano gli odi di provenienza
ortodossa, gli odi dei consettari dissidenti e le esaltazioni dei suoi seguaci,
mentre alcuni di questi accennavano con spiritosa discrezione al contenuto
segreto della Commedia, come faceva Antonio Pucci, o proclamavano la
eternità della sua Beatrice, viva ancora e vestita di nero tra le genti, altri se-
guaci, come ho accennato, si ponevano addirittura a commentare la Di-
vina Commedia in senso ortodosso con l'intento di salvarla.
Salvare la Divina Commedia voleva Pietro di Dante il quale, nella sua
poesia polemizzava sulla entità e sul carattere della condanna inflitta al
padre e che non avrebbe mai potuto dire quello che probabilmente sapeva
del poema, senza richiamare quella condanna sul poema stesso.
E salvare la Divina Commedia voleva soprattutto il « Fedele d'amore »
Giovanni Boccaccio. |
6. LA BEFFA DANTESCA DEL « FEDELE D'AMORE » GIOVANNI Boccaccio.
— L'atteggiamento del Boccaccio di fronte alla Divina Commedia è stra-
nissimo.
Egli che aveva molto vantato il Poema di Dante, fu indotto, benchè
riluttante, a farne la pubblica spiegazione in una chiesa di Firenze (2).
Naturalmente egli si trovò in grave imbarazzo tra la necessità di spiegare
Dante e quella di non dire che cosa veramente contenesse la Divina Commedia.
Fu così che egli riempì di digressioni, di sottigliezze, diciamo francamente,
di chiacchiere, una enorme quantità di fogli saltando con meravigliosa maestria
tutti 1 punti scabrosi. Fu così che quando si trattava di dire chi era il Veltro
e chi era la Lupa egli scivolava abilmente facendo, come si suol dire,
«il tonto » con queste parole :
«Questi », cioè questo veltro «la caccerà per ogni villa », cioè estermineralla
del mondo « Finchè l’avrà rimessa nell'inferno, Là onde invidia prima dipar-
(1) Vat. Barberino. Lat. 3953, pag. 242. Ho già detto che il De Rossi ha alcuni so-
netti rivolti a Giovanni XXII ehe sembrano contraddire all’atteggiamento antipa-
papale dei « Fedeli d'amore ». Per verità quei sonetti invocano dal Papa l’aiuto a
Treviso contro le prepotenze e le minacce di Can Grande. È l’interesse comunale che
ha preso la mano.
(2) Vana speranza et vera povertate
et l’abbagliato senno delli amici
et gli lor prieghi ciò mi fecer fare...
(Boccaccio, Sonetto CXXIII).
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 40I
tilla ». In queste parole chiaramente si può intendere, l’autore dire una cosa e
sentire un’altra ; conciostacosachè manifesto sia in inferno non generarsi lupi,
e perciò di quello non poterne essere stato tratto alcuno, per doverlo in questa vita
menare ». E quando è alla esposizione allegorica, sempre a proposito del Vel-
tro, scrive lavandosene le mani: « E costui mostra dovere essere virtuosissimo
uomo, e che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro... La qual parte 10
manifestamente confesso ch'io non intendo : e perciò in questa sarò più re-
citatore de’ sentimenti altrui che esponitore de’ miei ».
Ed infatti dopo avere esposto alcune interpretazioni delle più strane
finisce col dire: «Che dunque più ? Tenga di questo ciascuno quello che
più credibile gli pare, chè 10 per me credo, quando piacer di Dio sarà,
o con opera del cielo 0 senza, sr trasmuteranno in meglio 1 nostri co-
stumi ».
Bel commento, è vero ? Così egli tratta i punti gravi e sostanziali,
largheggiando quando e dove può in digressioni lunghissime.
Ed è per me un commento dello stesso tipo quello di Pietro di Dante il
quale, sapendo benissimo che il Messo Celeste che apre le porte di Dite non
è un angelo, ma mon volendo niente affatto dire chi sia, va a tirar fuori
quella grossolana scempiaggine di chiamarlo Mercurio intromettendo in
questa scena piena di significato un insignificantissimo messaggero pa-
gano.
Il Boccaccio dunque, come ognuno può vedere rileggendo il suo Com-
mento, tutto disse in esso fuorchè quello che veramente doveva sapere del
pensiero profondo di Dante.
Ma il giuoco non durò a lungo. Il Boccaccio stesso ne fu nauseato e
tanto più sentì viva questa nausea quando un tale a noi sconosciuto, che era
molto probabilmente un « Fedele d’amore », gli rimproverò aspramente que-
sta contaminazione. Il Boccaccio rispose allora con i famosi tre sonetti
sul suo commento, angosciosa palinodia nella quale il poeta si dichiara
pentito del commento che ha fatto, pentito sì, in afparenza, perchè gli duole
di avere rivelato alla feccia plebea le parti occulte del Poema Sacro, 1n verità
perchè egli che sa bene di non avere rivelato nulla, si sente colpevole di avere
«vilmente prostrate le Muse » adattando non tanto al volgo quanto alla Chiesa
corrotta e dominante il profondo pensiero di Dante. Egli dichiara di non voler
più continuare.
Ma nei tre sonetti v'è un giuoco di frasi che naturalmente doveva sfug-
gire al volgo e per il quale essi vengono a significare cosa alquanto diversa
da quella che mostrano a prima vista.
Siosservibene ilsignificato di queste quartine :
Se Dante piange dove ch’el si sia,
Che li concetti del suo alto ingegno
Aperti sieno stati al vulgo indegno,
Come tu di’, dalla lettura mia,
260 — VALLI.
402 CAPITOLO TREDICESIMO
Ciò mi dispiace molto, nè mai fia
Ch’io non ne porti verso me disdegno :
Come ch’'alquanto pur me ne ritegno,
Perchè d’altrui, non mia, fu tal follia (1).
Si tratta al solito di far credere che le verità dantesche, come i profondi
pensieri dei « Fedeli d'amore » debbano essere taciuti fer disprezzo del volgo
che è indegno di conoscerle, ma la frase del quarto verso « Come tu di’ » non
significa in realtà: « siano stati rivelati, come tu dici, al volgo », ma «siano
stati rivelati al volgo e in quella maniera (falsata e corrotta) che tu dici».
E la conferma di questa interpretazione si ha in un quarto sonetto nei
quale il Boccaccio (senza però qui nominare Dante e la « Commedia ») confessa
chiaramente a suo sollievo, a suo discarico, 4 suo sfogo, di avere solennemente
imbrogliato il prossimo con quel Commento.
La mirabile ingenuità della critica « positiva » crede ancora che queste
parole così ardenti di sdegno e di odio, questa compiacenza crudele di aver
lasciato il vulgo «in galea senza biscotto » si possano riferire soltanto al
fatto che il Boccaccio aveva interrotto il Commento. Ma sedici canti, se
commentati onestamente e seriamente, sarebbero stati più che sufficienti
a indirizzare alla vera conoscenza del Poema!
Bisogna essere sordo nato come un critico « positivo » per credere che
questo sonetto sia stato scritto dal Boccaccio soltanto per celebrare l’'interru-
zione del Commento. No, no, egli celebra la solenne deffa che ha fatto a chi lo
aveva costretto a parlare di Dante, celebra il fatto che ora il vulgo s1 crede
esser maestro e dotto della Commedia e invece del segreto di Dante mon sa
nulla, perchè il Boccaccio ha solennemente impasticciato il suo commento,
e, fingendo di dire, non ha detto nulla e ha lasciato il vulgo 1n mare a
lu non noto.
Così il Boccaccio rispondeva veramente e definitivamente all’ignoto accu-
satore e spiegava che l’oltraggio fatto alle Muse era quello di avere conta-
minato con falsi commenti il Poema, non di avere veramente rivelato il suo
segreto alla plebe. La piede non ne sapeva nulla !
Io ò messo in galea senza biscotto
l’ingrato vulzo, et senza alcun piloto
lasciato l’Ò in mar a lui non noto,
benchè sen creda esser maestro et dotto ;
Onde el di su spero veder di sotto
del debol legno et di sanità voto;
nè avverrà, perch’ei sappia di nuoto,
che non rimanga lì doglioso et rotto.
Et io, di parte excelsa riguardando,
ridendo, in parte piglierò ristoro
del ricevuto scorno et dell'inganno ;
et tal fiata, a llui rimproverando
(1) BoccaccIO : Rime. Ed. Massera, CXXIII.
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 403
l’avaro seno, et il beffato alloro,
gli crescerò et la doglia et l’affanno (1).
Così Giovanni Boccaccio mise « in galea senza biscotto » il vulgo ingrato,
ma ci mise anche involontariamente un altro vu/go, quello dei commentatori
che non ha nemmeno sospettato la sua atroce beffa ed ha continuuato a citare
le interpretazioni del Boccaccio come quelle di un « competente » e sulla scorta
di questi primi commentatori « Fedeli d’amore », per i quali il dichiarare aper-
tamente la Divina Commedia avrebbe significato è rogo per la Divina Com-
media e per loro, va ancora sviandosi dietro artificiosi commenti fatti per
dissimulare la pericolosa verità del Poema, e quindi di questa verità per
sei secoli non ha compreso nulla « benchè sen creda esser maestro e dotto ».
A questo unico testimone, che dichiara di aver messo il vulgo in « galea
senza biscotto », a questo unico testimone, il vulgo dei commentatori crede
quando crede alla realtà storica di Beatrice e alla sua identificazione con Bea-
trice Portinari; e non si accorge nemmeno (tanto la cecità della critica
« positiva» è profonda !) che il Boccaccio seguita a beffare solennemente il
vulgo anche nella Vita di Dante, specialmente con quella maravigliosa pan-
zana del sogno della madre di Dante che, come idea, è ricopiata da tutti i
soliti sogni delle madri incinte di grandi uomini e nei suoi particolari è
semplicemente un racconto iniziatico in gergo, nel quale compaiono dei sim-
boli evidentemente settarie poi è, in fine del libro, condito con una di quelle
maestrevoli chiacchierate dissimulatrici fatte apposta perchè il « vulgo in-
grato » non capisse nulla.
La madre di Dante dunque, « gravida, non guari lontana al tempo del
partorire, per sogno vide quale doveva essere il frutto del ventre suo ; comechè
ciò non fosse allora da lei conosciuto nè da altrui, ed oggi, per lo effetto se-
guito, sia manifestissimo a tutti.
Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo d/-
loro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia
partorire un figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo dell’or-
bache, le quali dell’alloro cadevano, e dell’onde della chiara fonte, le parea
che divenisse un fastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere delle fronde
dell’albero, il cui frutto l’avea nudrito ; e, a ciò sforzandosi, le parea ve-
derlo cadere, e nel rilevarsi, non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto.
Della qual cosa tanta ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; ne guari
di tempo passò che iltermine debito al suo parto venne, e partorì un figliuolo
il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chiamaron
Dante ».
Sappiamo bene che cosa sia questa solita fontana all'ombra di un lauro,
o di un faggio o di altre piante consimili, è la stessa fontana sotto il lauro
che tornerà stucchevolmente nella poesia del Petrarca, è l'antica fontana
(1) Ed. cit., CKXV.
404 CAPITOLO TREDICESIMO
d'insegnamento, la tradizione iniziatica, su cui cresce la pianta delle cui
bacche infatti Dante fanciullo si è nutrito. La sua nascita presso questa
fonte vuol dire semplicemente che egli era stato nutrito nel seno della setta
e della sua Sapienza e tutto il seguito vuol dire che egli era divenuto « pa-
store », guida e maestro dei « Fedeli d'amore », e che, caduto nella morte,
viveva eternamente in gloria, secondo il vecchio simbolo del pavone che
significa appunto l’anima risorgente in gioria.
Ma naturalmente il Boccaccio questo non dice, egli congegna una lunga
spiegazione riducendo semplicemente l’alloro a poesia, la fonte alla « ubertà
della filosofica dottrina morale e naturale; la quale sì come dalla ubertà
nascosa nel ventre della terra procede » (?), il divenire subitamente pastore
«ne mostra la eccellenzia del suo ingegno » per il quale divenne « datore di
pastura agli altri ingegni di ciò bisognosi ». E il Boccaccio spiega che era di
quelli che « informano e l’anime e gli intelletti degli ascoltanti o de’ leggenti ».
L,’esser divenuto paone significa che egli vive nella sua Commedia la quale
è come il pavone di penna angelica e in quella ha cento occhi, sozzi i piedi,
voce orribile e carne odorifera e incorruttibile e così la Commedia é semplice
e immutabile verità, istoria tanto bella e pellegrina distinta in cento canti,
con parlare volgare, con orribili invettive.
La «gente grossa » è naturalmente autorizzata a tenersi a questa impa-
sticciata interpretazione fatta per lei. Il Boccaccio, per chi ha sottile intendi-
mento aggiunge : « Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta
conosco essere assai superficialmente per me fatta ; e questo per più cagioni.
Primieramente, perchè forse la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe,
non c'era; appresso, posto che stata c1 fosse, la principale intenzione nol patia ;
ultimamente, quando e la sufficienzia ci fosse stata e la materia l'avesse pa-
tito, era ben fatto da me non essere più detto che detto sta, acciò chè ad altrui
più di me sofficiente e più vago alcuno luogo si lasciasse di dire. E perciò
quello, che per me detto n'è, quanto a me dee convenevolmente bastare, e quel,
che manca, rimanga nella sollecitudine di chi segue ».
Le quali parole per chi ha udito un po’ fine, suonano: 1) Che questa
esposizione del sogno della madre di Dante può essere fatta più profon-
damente; 2) che il Boccaccio stesso l’avrebbe potuta esporre più profonda-
mente e che non volle farlo fer sue ottime ragioni.
Se la esposizione vera non è nei suoi particolari quella che ho dato io, appare
indiscutibile che non è quella data dal Boccaccio e che è segreta e iniziatica.
Si noti intanto, per uso di chi fa una severa critica storica, che questo
sogno raccontato con tanti particolari dal Boccaccio è raccontato fer la
prima volta circa centodieci anni dopo il giorno in cui sarebbe avvenuto !
Concludo : La esistenza di una setta dei « Fedeli d'amore », di un loro
linguaggio simbolico segreto e di loro segreti racconti, tra le innumerevoli
cose che spiega, spiega anche la vasta corruzione di tutta la dantologia
per tutto il periodo in cui si seguirono i ciechi o artefatti pasticci dei
LA « DIVINA COMMEDIA » E I « FEDELI D'AMORE » 405
primi commenti, scritti da gente che o non sapeva o doveva tacere, e per
tutto il tempo in cui l’esistenza della setta dei « Fedeli d’amore » e della
sua dottrina segreta non venne nemmeno sospettata o fu derisa come
assurda invenzione di un pazzo, il quale però in tutto il resto della sua
vita era un saggio e un veggente!
E. come non spiegare e scusare questo volgo di commentatori che trovava
intorno alla Divina Commedia poesie scritte in gergo artefatto, commenti
artefatti e ingannatori e che vedeva in essi invece soltanto l'autorità dei con-
temporanei? Lo spirito della critica recente tanto più si impigliava nella rete
tessuta per la « gente grossa » quanto più appassionatamente si fissava nella
lettera dei contemporanei di Dante. La sua tendenza alla precisione, alla
quale dobbiamo l’esame letterale preziosissimo di tanti codici, la inchiodava
all’artificio della lettera e la sua venerazione per l’autorità dei contemporanei
di Dante la impigliava fatalmente nelle loro « dissimulazioni ».
L'essere stata fino dai tempi di Dante stesso ordita da parte di Dante e
dei « Fedeli d’amore » questa vasta trama per non lasciare intendere il loro
vero pensiero può in parte giustificare o per lo meno spiegare l’atteggia-
mento della critica comune e le sue confusioni e cecità sei volte centenarie.
Ma di una cosa questa critica non può essere giustificata, dell’avere così
superficialmente deriso coloro che rivelarono per primi l’esistenza di questo
mondo segreto e di avere per quasi un secolo rifiutato di seriamente
‘ indagarlo rispondendo, a chi ne parlava, con solenni e autorevoli beffe, con
vituperi o con tronfi giudizi sommari che, ripetuti da tanti anni, intralciano
anche oggi il limpido esame di questo argomento.
Sia detto chiaramente una volta per sempre che, se in questo mio
scritto mi è sfuggita o mi sfuggirà ancora a volte qualche parola di sdegno
verso la critica « positiva », s'intende bene che io ho inteso reagire con-
tro il positivismo da burla. Io ho la più incondizionata ammirazione per
quella critica studiosa e paziente che ci ha messi in condizione di conoscere
direttamente ed esattamente i nostri poeti; reagisco però energicamente
contro la tronfia sicumera con la quale furono vilipesi, per esempio, il Ros-
setti ed il Pascoli e fu deriso tutto questo nostro ordine di studi, da lette-
rati dei quali alcuni avevano compiuto buoni esami dei codici (ed altri
non avevano compiuto neppure quelli) e che pretendevano di trasferire
senz'altro nel campo della interpretazione e della sintesi, una loro autorità
conquistata in tutt'altro campo e cioè nell'esame dei documenti e dei testi.
E valga soprattutto a scusa della mia reazione il dover difendere da tanti
insulti due nobilissimi poeti come Gabriele Rossetti e Giovanni Pascoli, ai
quali tanto deve per diverse ragioni la nuova Italia e che morirono nell’an-
goscia di essere stati non giudicati o confutati, ma derisi, e si appellarono
agli studiosi dell’avvenire.
Bisognava pure che prima o poi qualcuno rispondesse a questo appello |
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Obbiezioni, dubbi, problemi
Ho esposto, in forma sommaria, soltanto i principalissimi fra i risultati
della mia indagine. Ognuno comprende che tale indagine, per essere compiuta,
dovrebbe estendersi immensamente al di là dei limiti storici entro i quali
io l'ho contenuta e approfondirsi nei particolari della vita politica, religiosa,
civile ed artistica del Medio Evo (I) assai più di quanto io non abbia avuto
agio di fare.
Se io ho osato di presentare questo gruppo di risultati prima di avere
esteso l'indagine in tutte le regioni nelle quali avrebbe potuto spingersi, ciò
è soltanto perchè mi sono persuaso che tale indagine è veramente sconfinata
ed io ho voluto soprattutto con questo mio libro chiamare ad essa un gruppo
di giovani studiosi, perchè le forze e la vita di un uomo non possono bastare
ad esaurirla. Ho voluto soprattutto energicamente affermare la reale esi-
stenza di questo sottosuolo mistico ed iniziatico nella poesia italiana der primi
secoli.
Ma chi, discendendo in un sottosuolo quasi inesplorato, ad esempio
in una regione di catacombe, pretendesse di dare subito il compiuto disegno
di esso mentre molte gallerie sono franate od occluse, altre impraticabili e
malsicure e pretendesse di stabilire subito con quali altre regioni sotterranee
la regione esplorata comunica e di interpretare subito con piena certezza le
infinite cose strane che possono apparire, darebbe prova di poca serietà scien-
tifica.
Nessuno pertanto si sorprenderà se io ripeto ancora una volta, che sono
ben lontano dal credere che i risultati di questa mia prima indagine metodica
siano tutti certi e definitivi anche nei loro particolari. Io credo che moltis-
sime delle cose che ho detto, delle ipotesi secondarie alle quali ho ac-
cennato, debbano essere rivedute e corrette ed io stesso mi riserbo il diritto
di farlo, perchè mi rendo perfettamente conto di quanto in questa materia
sia facile errare o travedere. Io ho voluto, ripeto ancora una volta, dimostrare
che questo sottosuolo esiste, e chiamare ad esplorarlo altri spiriti pensosi
della verità, capaci di interessarsi e di commuoversi avanti allo spettacolo
(1) Lo studio del simbolismo nelle arti figurative darebbe un magnifico contributo
a questa indagine.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO — OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 407
nuovo di vita profonda ed intensa dello spirito della nostra stirpe che ci
si presenta quando si sollevi il velame della poesia d’amore.
Basta pensare che, se questa ipotesi è vera, molti capitoli della nostra
storia letteraria dovranno essere rifatti, basta pensare che abbiamo forse in
mano un filo unico che ricollega segretamente e segretamente spiega una
serie di opere come il Roman de la Rose, tutte le poesie del « dolce stil novo »,
la Divina Commedia, i Documenti d’ Amore e l’Acerba, le opere più importanti
di un secolo, per rendersi conto della necessità di considerare questa ipotesi
seriamente.
Io chiamo dunque i giovani a studiare questo problema e prima di
tutto tengo a metterli in guardia contro gli errori che io stesso posso aver
commesso e li consiglio di non formarsi un giudizio definitivo, se non dopo
avere seriamente e direttamente riconsiderato il materiale poetico dal quale
io ho dedotto le mie conclusioni.
Ma è soprattutto importante che essi facciano questo con spirito li-
bero e perciò io li metto in guardia anche contro gli atteggiamenti sciocca-
mente e superficialmente ostili che queste idee troveranno in molti am-
bienti scolastici e in molte « autorità in materia ».
La critica « positiva », quella che non studiò mai a fondo le opere del
Rossetti e che, si può dire, non conobbe nemmeno i cinque volumi del Mistero
dell’amor platonico, che io ho lungamente studiato, la critica « positiva » che
derise e lasciò da parte la mirabile opera del Perez, che gittò il suo disprezzo
sulla grande rivelatrice opera dantesca del Pascoli senza capirne nulla e per lo
più senza averla letta, e poi avanti alle limpide deduzioni che sono state tratte
dalle prime scoperte pascoliane è rimasta a ruminare il suo imbarazzo, non
prenderà forse verso questo mio libro atteggiamenti più seri o più onesti di
quelli che assunse a suo tempo verso il Mistero dell’amor platonico del Ros-
setti e verso il Sotto 1 velame di Giovanni Pascoli.
Tutto ciò è comprensibile e inevitabile.
Ma i giovani nei quali questo mio libro avrà suscitato qualche inte-
resse o indotto qualche persuasione, si ricordino che non bisogna domandare
il parere sopra un'idea rivoluzionaria proprio a coloro contro i quali la ri-
voluzione si compie. Si ricordino che contro questa mia interpretazione
starà inevitabilmente, sempre, l’obbiezione che, a quanto racconta il Ma-
roncelli, 1 «sapienti» facevano al Saffi quando egli accennava a sostenere
le idee del Rossetti: « Dunque voi e noi avremo studiato il nostro Dante venti
anni senza capirlo ? ».
Questa obbiezione ha tanta forza psicologica per quanta è la sua inconsi-
stenza logica. Spero che i giovani sapranno riconoscerla pur camuffata nei
più vari modi e sulle bocche più autorevoli, e apprezzarla per quello che
vale, come spero che sapranno riconoscere, per contro da qualunque parte
vengano, le obbiezioni vere e le argomentazioni serie contrarie a quello che
io ho detto.
408 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Spero soprattutto che ricordino, di fronte alla consueta e comoda espres-
sione : « Si tratta di pazze fantasticherie », che ormai di questi pazzi fanta-
sticatori siamo una discreta serie nella quale figurano i nomi di Ugo Fo-
scolo, Gabriele Rossetti, Carlo Vecchioni, Francesco Perez, Giovanni Pa-
scoli, i quali tutti sarebbero stati pazzi e fantasticatori soltanto 1n questo
argomento, essendo riconosciuti in tutti gli altri argomenti, come persone
serie, equilibrate e talvolta geniali.
Ma un pregiudizio non si può superare finchè non lo si spiega e nulla
è più facile che spiegare la profonda incomprensione e l’avversione sistema-
tica dei nostri letterati per le interpretazioni mistiche.
Nell'ultimo cinquantennio la nostra critica ha avuto il còmpito grave
e serio di ricostruire edizioni critiche, d® scoprire e leggere documenti sto-
rici. Fra quindi naturale che prendessero posizioni eminenti uomini di men-
talità prevalentemente analitica, scrupolosi esaminatori e devoti della /et-
tera, filologi, studiosi di cronache, compilatori di testi critici.
Ma coloro che meglio riescono a leggere un vecchio testo, riga per riga,
sono spesso i meno adatti a fiutare quello che sta tra le righe e l’idea di
essere ingannati dalla lettera ripugna loro profondamente.
Quindi è che essi rimasero estranei e insensibili alle profonde significa-
zioni di questa poesia, ma nello stesso tempo, ritenendosi competentissimi
in materia non ammisero, non ammettono, non ammetteranno mai che al-
tri possa vedere nei /oro testi quello che essi non videro.
I. LE PSEUDO-OBBIEZIONI DELLA CRITICA « POSITIVA ». — Fatto esperto
dalla storia del passato io metto in guardia i giovani non solo contro i soliti
gesti di disdegno e di dispregio dei critici « positivi », ma contro una serie di
pseudo-obbiezioni che furono lanciate contro il Rossetti o che è probabilissimo
siano tratte fuori contro di me. Debbo dire come Guido Cavalcanti : « Di vil
matera mi conven parlare », ma so bene che il Rossetti e il Pascoli furono
sopraffatti, non già da argomentazioni serie e da critiche oneste, ma da atteg-
giamenti altezzosi e da scempiaggini di questo genere, accompagnate da un
disdegnoso agitarsi di barbe erudite. Le chiamo pseudo-obbiezioni perchè
non sono argomenti di fatto o procedimenti logici, ma vaghe pregiudiziali o
insinuazioni o digressioni che spostano per artificio o per pigrizia mentale
la vera linea della discussione.
Prima pseudo-obbiezione : « Con questo attribuire alla poesia d'amore e a
Dante in particolare tendenze eterodosse, si vuole attaccare la Religione Cat-
tolica : si tratta di una malefica opera del demonio ».
Rispondo : Per quanto riguarda il Rossetti non si può negare che il
suo odio politico contro la Chiesa lo abbia trascinato a qualche esagera-
zione. E ad esagerazioni anche maggiori nello stesso senso fu tratto l’Aroux
dal suo zelo ortodosso. Ma oggi, allo stato della nostra cultura, se qualcuno
avesse voglia di attaccare il Cattolicismo e, invece di dirigersi sulle fonti
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 409
storiche che costituiscono la sua base, perdesse tempo a dimostrare che Dante,
già ricercato dalla Chiesa dopo morto per essere bruciato come eretico, scriveva
poesie per celebrare la Sapienza della Chiesa primitiva contro la Chiesa carnale
corrotta, e clfe qualche cosa di simile facevano : Federico II, l'Imperatore
scomunicato, Guido Cavalcanti, noto come miscredente, Cecco d’Ascoli,
bruciato vivo dalla Chiesa, e altri simili, e credesse con questo mezzo di
attaccare o scalzare efficacemente il Cattolicismo, sarebbe semplicemente uno
sciocco. Il diavolo che lo consigliasse così dovrebbe essere un diavolo
alquanto idiota :
1) Perchè il Cattolicismo si fonda su ben altre forze che non sulla
adesione di questi poeti, già messa molto in dubbio.
2) Perchè la Chiesa di oggi è ben altra cosa da quella del secolo XII
e XIV e, se non è il perfettissimo carro di Beatrice sognato da Dante,
non è certo quella « morte » o quella « pietra » che vedevano Dante ed i
suoi nella Chiesa di Bonifazio VIII, di Clemente V o di Giovanni XXII. Torna
anzi in ogni modo a vanto dell'idea cattolica il fatto che questi poeti, e spe-
cialmente il più grande di essi, anche attraverso quella odiata corruzione,
abbiano sempre potuto vedere nella Chiesa un contenuto di divina Sapienza
e cercato di liberarlo amandola «colà dov’ella è vera », anche quando im-
precavano contro di essa.
D'altra parte io credo di aver riportato Dante ben vicino alla ortodossia
dopo l’esagerato allontanamento che ne fecero l’anticlericale Rossetti e il catto-
licissinno Aroux, quantunque mi rifiuti energicamente di far dell’Alighieri un
bigotto del puro tomismo e lo senta come un grande spirito aperto a tutte
le correnti vive del Medioevo tra le quali v:vissima quella dello spirito cat-
tolico evangelico italiano che, anche quando era in odio alla Chiesa di
Roma e si trovava di fronte il ferro ed il fuoco, voleva soltanto purificare e
rinnovare la Chiesa di Roma e credeva sempre di esser fedele alla verità
della Chiesa più della Chiesa stessa e come tale era molte volte giudicato
spirito ereticale e perseguitato.
Seconda pseudo-obbiezione : Questi significati simbolici o segreti non
interessano perchè non riguardano la foesta, la quale è espressione del
sentimento puro. |
Rispondo : Padrone chi vuole di interessarsi unicamente della lirica
pura, come è padrone chi vuole di raccogliere da tutto il mondo vegetale
soltanto i fiori. Ma come costui sarebbe uno scimunito se per la sua prefe-
renza per i fiori volesse negare l’importanza di tutto il resto della botanica,
così sarebbe uno scimunito chi per il fatto che egli cerca la lirica pura preten-
desse di negare l'importanza di conoscere tutto un movimento filosofico re-
ligioso e letterario che ha adoperato la lirica come strumento e non come fine,
di un movimento spirituale che ha durato probabilmente attraverso secoli,
che ha costituito il substrato di tanto pensiero e di tanta arte, che è intrec-
ciato con alcuni elementi lirici in maniera indissolubile e senza il quale la
410 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
lirica rimane, per confessione degli stessi più illustri letterati, un « enigma
forte ».
Ai raccoglitori di lirica pura, astratta dalla realtà storica onde questa
lirica nacque, noi non abbiamo nulla da opporre come non avremmo nulla
da opporre a chi cogliesse fiori e volesse ignorare la botanica e magari
persino la funzione vitale per la quale i fiori esistono, ma abbiamo tutto il
diritto di ridere quando dalla preferenza per la lirica o per i fiori si vuole
scioccamente inferire la non importanza della ricerca storica o della botanica.
Nel caso speciale di questa lirica, nei passi che non sono molti, nei quali
sul pensiero simbolico e convenzionale si è distesa una fioritura di emozioni
bene espresse e di vero carattere lirico, almeno in apparenza, chiunque
può, se vuole, andar distaccando quelle emozioni dalla loro profonda scatu-
rigine mistica, dalla intenzione, dalla significazione vera con la quale fu-
rono espresse; come può leggere la Divina Commedia senza volere inten-
dere nulla della sua significazione simbolica o magari leggere degli indovi-
nelli in versi senza voler conoscere la loro spiegazione e giudicandoli come
lirica pura; come può girare per le catacombe considerando le figure dei
pesci, dei pastori, dei pavoni come pura arte decorativa senza voler sapere per-
chè ci sono e che cosa significano. Padronissimo. Se intenderà poco, la cosa
riguarda lui, ma non ci venga a ripetere in forma più o meno involuta e
con l’aria di essere fine intenditore, questa grossolana baggianata, che per
gustare bene un'opera d’arte non è necessario intenderla interamente e
conoscere la significazione o l'intenzione con la quale fu creata, specie
quando si tratta di un’opera d’arte eminentemente riflessa e a significati
confessatamente molteplici.
A questo proposito però mi preme di riaffermare chiaramente due
cose.
1) Che se vi saranno alcuni i quali si dorranno che questa interpre-
tazione, sovvertitrice delle vecchie idee, venga a turbare il sapore pura-
mente lirico di alcune poesie, se essi sono persone veramente di gusto, do-
vranno riconoscere che queste poesie liricamente perfette, sono pochissime,
certo non più di una diecina in tutto (Tanto gentile e tanto onesta pare ;
Guido vorrei che tu e Lapo ed io; Io fui ’n sull’alto en sul beato monte,
ecc.) e che, se anche la sensibilità lirica di questi lettori venga ad essere
turbata a proposito di questa diecina di poesie, il loro intelletto di persone
serie deve compiacersi che in compenso centinaia e centinaia di altre poesie
fredde, contorte, sciocche o incomprensibili, acquistino un significato vero
ed una vita profonda.
2) Che per quanto riguarda l’umanità di questi poeti, essa viene dalla
mia interpretazione rivendicata e chiarita.
Fssi erano stati messi dalla critica consueta fuori della umanità per quel
loro amore ambiguo, indefinito per la donna che è angelo, per l’angelo che
è donna, per l’essere mezzo angelo e mezzo donna, mezzo realtà e mezzo
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 4II
simbolo, che in uno stranissimo ondeggiamento di immagini va su e giù
fra il cielo e la terra, toccando l’Empireo con la testa e il lastrico delle vie
di Firenze con i piedi. Tutto ciò era fuori dell'umanità. È invece perfettamente
e chiaramente umano il fatto che questi poeti abbiano avuto dinanzi allo
spirito un'idea : la Santa Sapienza e un simbolo di questa idea : la donna;
due cose perfettamente chiare e definite che si sovrappongono per motivi
talora artistici, talora pratici, come qualunque simbolo si sovrappone all'idea che
esso rappresenta. Di esprimere un’idea in modo simbolico, artificioso, se-
greto, quando fosse necessario (come era necessario per loro) ci sentiamo noi
tutti capacissimi : di amare e di cantare con dei versi quasi sempre mal com-
prensibili e 11 comitiva e mescolando l’amore con la morale e con la politica,
per quelle inafferrabili pseudo-donne delle quali ho parlato prima, noi uo-
mini sani di oggi non ct sentiremmo capaci.
Ecco in che senso la mia interpretazione riporta questi poeti immen-
samente più vicini a noi. Ecco in che senso essa rivendica la disconosciuta
umanità della loro poesia.
La donna è una cosa umana; l’idea della Divina Sapienza è una cosa
umana ; il simbolizzare questa in quella è una cosa umana ; inumana è la
ondeggiante, ibrida, indefinita mescolanza delle due cose. Inumana è la mo-
glie di Simone de’ Bardi sul carro tirato da Gesù Cristo, inumana è la
Divina Sapienza che dal carro della Chiesa, con a destra le virtù teologali,
a sinistra le cardinali, rimprovera Dante di avere passeggiato avanti alle
rivali della moglie di Simone de’ Bardi. Inumano è l’assurdo conflitto di
questa moglie di Simone de’ Bardi già morta, con la Filosofia e della Fi-
losofia con la moglie morta di Messer Simone. Inumana è la «donna
mia » di Guido Cavalcanti con gli occhi pieni di « spiriti d'amore » alla quale
a un certo punto escono fuori dalla bocca altre due donne ed una stella.
Inumano è l’amore del Cavalcanti per una certa Monna Vanna, il quale
amore viceversa prende «loco e dimoranza nell’ intelletto possibile » |
Umano, invece, ripeto, e risuonante attraverso una tradizione mille-
naria nella Bibbia, nei libri di Averroè, nei libri di Sant'Agostino nei libri di
Riccardo da San Vittore, nella poesia degli Arabi e dei Persiani, l’esalta-
zione di una alta, mistica idea sotto la figura di una donna amata.
Dirò di più. Se, come generalmente si ritiene, la caratteristica del clas-
sicismo sia la chiarezza delle idee, la convénienza, l'armonia e la logica delle
imagini, il «dolce stil novo » riapparisce ora più di prima vicino alla tradi-
zione classica dello spirito italiano.
Infatti, là dove prima si vedeva la donna reale ascendere in modo vago,
in forma nebulosamente romantica, in una mal definita idealizzazione,
noi vediamo oggi invece crearsi col « dolce stil novo » l’imagine di una donna
bellissima e purissima, amata di alto e castissimo amore, a raffigurare adegua-
tamente, con classica rispondenza, la divina Sapienza amata che illumina, che
innalza, che purifica, che beatifica l'amante e che lo conduce a Dio. É con
412 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
ciò la poesia italiana si contrapponeva a quella poesia mistica che in Oriente
e talora anche in Francia, aveva cantato il mistico amore con imagini
mal rispondenti al vero soggetto, sensuali o volgari.
Tanto per confermare che la conoscenza vera del contenuto di una
poesia ha qualche importanza anche per apprezzare quella poesia sotto l’a-
spetto umano e sotto l’aspetto estetico.
Terza pseudo-obbiezione : Si tratta di vecchie idee che furono già confutate
dalla critica.
Rispondo : Nossignori. Non si tratta affatto di vecchie idee. Se io riconosco
al Rossetti il merito di avere iniziato queste indagini ed il merito di averle
sviluppate col sacrifizio operoso di tutta una nobilissima vita, respingo com-
pletamente tutta la enorme massa di confusioni con la quale egli danneggiò
la sua stessa scoperta iniziale, rivendico a me il metodo dell’indagine, la
enorme maggioranza degli argomenti addotti, fondati su testi in gran parte
ignoti al Rossetti (e ai suoi non profondi seguaci) o da lui non apprezzati,
rivendico la liberazione dalle scorie e la « messa a fuoco » dell’idea.
Quanto però alla pretesa confutazione avvenuta delle idee del Rossetti, chi
la afferma, afferma semplicemente una impostura. Nessun critico ha mai com-
piuto uno studio serio, onesto e completo delle idee dantesche del Rossetti. Il
Fraticelli (1) ed il Pianciani (2) che ne parlarono molto aspramente in Italia
e lo stesso Settembrini (3), l’Hallam (4) ed il Panizzi (5) che gli si opposero
in Inghilterra, non scrivevano se non dei primi e meno felici volumi del
Rossetti e specie del Commento; toccarono dei punti secondari nei quali il
Rossetti poteva essersi ingannato o avere esagerato, si impigliarono nei puerili
anagrammi, videro l’errore sul Ghibellinismo, ma senza che la loro critica
| toccasse mai la sostanza delle innumerevoli argomentazioni del Rossetti.
Lo Schlegel, fanatico convertito al Cattolicismo, che vituperò il Rossetti
sulla « Revue des deux Mondes » (1836, Tome III, Serie IV) per appoggiare
la condanna inflitta dal Sant’Ufficio allo Spirito antibapale (dopo che su quelle
stesse pagine il Delecluze aveva con tanta onestà e competenza manifestata la
profonda impressione che aveva ricevuto dalla lettura di quel libro) (6) dette
(1) Nella Dissertazione premessa al commento della Vita Nuova. Firenze, 1882.
(2) Annali delle scienze religiose. (Vol. X, 1840.)
(3) Lezioni di Lett. Ital., vol. III, 1890.
(4) Remarks on Profesor Rossetti’ s « Disquisizioni sullo Spirito Antipapale » London,
Moxory, 1832.
(5) Specialmente in Osservazioni sul Commento analitico della Commedia. Con ri-
sposta del Rossetti. Firenze, 1832.
(6) L'articolo del Délécluze è intitolato : Dante étuit-il hérétique ? 1834, Tomo I°.
E la rivista tornò sull'argomento con l’articolo dello Schlegel evidentemente per le insi-
stenze di coloro che vollero cancellare l'impressione che l’articolo di quel ga/antuomo
competente che era il Délécluze aveva fatto sul pubblico. Il Délécluze sulla fine del
suo articolo augurò invano che gli italiani considerassero seriamente l’opera del Ros-
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 413
prova di ignoranza completa delle cose medioevali e di grandissima volgarità
d'animo e non trovò neppure l'ombra di un argomento serio contro la vera
sostanza delle idee del Rossetti. Egli pure del resto faceva cadere questo suo
solenne giudizio, avvelenato di spirito settario, sull'opera del Rossetti prima
che questi avesse scritto il suo maggior libro in cinque volumi, Il mistero
dell’amor platonico (1).
Quest'opera, divenuta rara in seguito all’abbruciamento che si riuscì
a farne, fu nominata da molti perchè si trovava nei cataloghi, ma non mi
risulta che i letterati italiani o stranieri specialisti di dantologia, l'abbiano mai
una sola volta criticamente esaminata. Io conosco di quest'opera una sola e
mediocrissima esposizione che ne fece il Della Torre nel « Bullettino della So-
cietà Dantesca » (Vol. XIV, fasc. 4) a proposito degli studi del Perale sul Ros-
setti. L'esposizione del Mistero è fatta insieme a quella dello Spirito Antipa-
pale, e del Commento cosicchè le ingenuità di questo primo libro, come certi ana-
grammi e acrostici insignificanti messi insieme dal Rossetti, vengono ad essere
setti per discriminare in essa il vero dal falso ed egli stesso applicò poi alcune idee del
Rossetti nel suo libro : « Dante Alighieri et la poésie amoureuse ».
Ricordo qui che il Rossetti trovò un appassionato seguace in Germania nel Men-
delssohn (Bericht tber Rossetti's Ideen. Berlin, Dunker, 1840).
(1) Un saggio delle volgarità e delle sciocchezze con le quali lo Schlegel, tronfio
e illustre critico del tempo e in questo caso evidentemente al servizio di chi aveva
fatto condannare lo « Spirito Antipapale » tuonò dall’alto della « Revue des deux mondes »
contro il Rossetti.
« È un libro stampato in Inghilterra che non interessa che l’Italia (Si trattava dello
spirito riformatore di tutta la letteratura europea !). « Nessun editore l’ha voluto stampare.
È stato pubblicato a cura degli amici ». « Secondo il Rossetti Dante parlava un ‘' jargon
de bohémîen *’ » (Parlava invece un gergo settario trattante di altissime cose). « Le asso-
ciazioni del Medioevo erano pubbliche e sdegnavano la dissimulazione e non sapevano
prestarsi ad essa». (Evidentemente lo Schlegel ignorava tutta la storia dei Catari e degli
Albigesi). « I Valdesi, questi pastori montanari non hanno potuto avere nessuna influenza
sopra una letteratura che essi ignoravano ». (Di Valdesi era piena l'Italia e Firenze e,
se essi ignoravano la letteratura, è idiota inferirne che la letteratura ignorasse loro
e le loro idee). « A che scopo avrebbero scritto in gergo ? I non adepti non capivano e
gli adepti non ne erano fortificati ». (Col quale argomento si può dimostrare che il gergo
non ha mai potuto esistere in nessun luogo). «Gli associati avrebbero incessantemente
mormorato fra 1 denti ; il Papa è l’anticristo senza che mai nessuna eco si sia svegliata
che abbia reso la loro dottrina popolare ». (Come se questo punto della dottrina non fosse
stato popolarissimo in tante altre sétte). « Nessuno aveva ancora supposto che Dante si
fosse separato dalla Chiesa Cattolica. {T.0 Schlegel vuole ignorare evidentemente l’abbru-
ciamento eseguito della Monarchia e il tentato abbruciamento delle ossa di Dante).
« Era inutile a Dante parlare in segreto contro la Chiesa perchè non poteva dire cose più
forti di quelle che ha detto ». (Si, poteva dire quello che non ha detto pubblicamente e
che cioè la dottrina della Chiesa era falsata dalla corruzione di essa).
Ecco gli argomenti dello Schlegel. Ma inutile dire che l’Ozanam riteneva ormai
inutile confutare il Rossetti perchè lo aveva fatto lo Schlegel, l’oracolo della critica te-
desca! Fortunatamente per la critica tedesca essa ha avuto oracoli ben più seri e lo
stesso Schlegel è stato ben più serio ed onesto quando non scriveva per « odio teologico ».
414 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
poste sullo stesso piano delle profonde rivelazioni del Mistero. Alla fine della
esposizione di quest'opera, sulla quale un nobilissimo spirito (a cui l’Italia do-
veva, almeno per gratitudine, un po’ di considerazione) aveva consumato la vista
e la vita, il critico scrive queste precise parole, magnifico esempio di critica
« positiva »: « Tale è il sistema interpretativo di Gabriele Rossetti: Dio mi
guardi dallo stenderne una confutazione : la pura e semplice esposizione di
esso basta a tanto. Mi limiterò a dire, perchè penso che ce ne sia bisogno di
fronte a un complesso simile di pazze fantasticherie, che il Rossetti era in
perfetta buona fede ».
In seguito a un tale frofondo esame, lo stesso « Bullettino della Società
Dantesca » (XV, 146) dovendo accennare di nuovo per altri motivi all’opera
del Rossetti, scrive : « Per l’interpretazione allegorica del Rossetti vedi l’esau-
riente (sic) articolo del Della Torre ».
E dopo questo io dovrei prendere sul serio la critica « positiva » e i suoi
responsi che esauriscono con due parole insultanti un problema posto in
dieci volumi da un uomo di riconosciuto ingegno.
Si potrebbe fare una interessante collezione delle frasi tronfie e sciocche
con le quali la critica si sbrigò, o credette di sbrigarsi, del ponderoso pro-
blema posto dal Rossetti ed in questa collezione dovrebbe pur figurare un giu-
dizio di Giosue Carducci, il quale dopo un breve cenno alle idee dantesche
del Rossetti, scrive precisamente così : « Vedere e sentire tutto codesto sarebbe
uno sbalordimento, se non si ripensasse che questo improvvisatore è una di
quelle teste del mezzogiorno per le quali scrutare o creare il mistero è un
bisogno, che questo arcade crebbe nel paese e tra la cultura del Vico » (I).
Il Carducci, per liberarsi dal suo sbalordimento, lo scarica addosso a noi.
Povero Rossetti! Bisogna compatirlo ! Era una testa matta del Mezzogiorno,
del genere di quella di Giambattista Vico!
Auguriamoci che il Mezzogiorno di queste feste matte, che si permettono di
scrutare il mistero (non si può parlare di crearlo, perchè tutti sapevano che la
poesia d'amore era un «enigma forte »), voglia mandarcene molte altre !
Nella suddetta collezione dovrebbe figurare anche un giudizio di Isi-
doro Del Lungo, il quale però lascia trasparire in modo troppo evidente
che egli non aveva approfondito affatto l'argomento.
Nella prefazione al Commento di Dante, egli scrive : «... dopo che sfumò
nella nebbia il profilo d'un Dante mistagogo e settario di non sapemmo
mai quali riforme e tramutazioni religiose e civili». Da queste parole si
può rilevare che il Del Lungo son seppe mai quali propositi innovatori
si attribuirono al Dante settario e che quindi evidentemente egli non
aveva mai approfondito i molti volumi nei quali tutto questo era stato dif-
fusamente spiegato. Chè, se il Del Lungo in quel suo sdegnoso «non sa-
pemmo mai », avesse voluto alludere alle incertezze e varietà che presentò
(1) Il Veggente in Solitudine. Op., X, 231.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 415
la difficile interpretazione mistica ed iniziatica del pensiero di Dante, po-
tremmo rispondergli (anche a nome del Foscolo e del Rossetti che quel
suo disdegno ferisce), che tali incertezze o contraddizioni non toccarono
mai il punto a cui giunse la critica « positiva » proprio in quel Commento
del Del Lungo che si apre con quelle parole. Quel commento infatti a pag.
16 ci rivela autorevolmente che Lucia è simbolo della giustizia e a pag. 116
che Lucia è « figurativa della speranza ». A pag. 64 ci insegna che il drago
che sfondò il carro della Chiesa è l’Islamismo e a pag. 636 che è «/o sci-
sma tra la chiesa greca e la latina». |
Le quali cose io ‘noto perchè i giovani apprendano a valutare seria-
mente le autorità riconoscendo per esempio che il Del Lungo, mirabile e
profondo commentatore della Cronica di Dino Compagni e illustratore dot-
tissimo di altri documenti, fu un assai confuso ricercatore dei sensi recon-
diti della Commedia e un giudice superficialissimo delle interpretazioni al-
trui.
Questo io ricordo per quei positivissimi incompetenti che daranno per
confutato il Rossetti (1) e che saranno (ricordatelo bene) gli stessi che fino a
cinque o sei anni fa davano per confutato il Pascoli contro il quale non erano
state scritte che poche vergognose sciocchezze e organizzati taciti boicot-
taggi o dichiarato che scriveva « pazze fantasticherie che non avevano bisogno
di confutazioni ».
Quarta pseudo-obbiezione : Dante e i suoi compagni non potevano sentire
il bisogno di un gergo segreto per parlare contro Roma perchè vituperavano
apertamente il clero e il pontefice (Schlegel).
Questa pseudo-obbiezione si riduce a una volgarissima confusione fra la cri-
tica dei costumi del clero, che la Chiesa naturalmente ha sempre consentito
e della quale hanno fatto largo uso anche i Santi, e l’idea dei « Fedeli d’amore »
(contro la quale la Chiesa avrebbe acceso roghi in quantità) affermante che
la corruzione morale della Chiesa di Roma e l’usurpazione dei beni temporali
le avevano fatto corrompere la predicazione della Sapienza santa che le era
stata affidata un giorno, così che i laici ricercavano per conto loro questa
Sapienza santa sotto il simbolo della donna amata. Questa idea (comunque la
(1) Sul vocio dei volgarissimi e sciocchi dispregi si levò la voce, secondo il solito
piena di onesto buon senso, di Giuseppe Giusti : « Il Rossetti fa di Dante un settario
e per volerci veder troppo, aggira sè e il lettore in un laberinto di illustrazioni, buone
e nuove talora, talora ingegnose, qualche volta non buone nè nuove. Pure quel lavoro
sarà di molta utilità : risparmierà tempo e fatica a chi verrà dopo e desterà ammirazione
alla somma industria e alla infaticabilità del bravo napoletano », Scritti vari, pag. 435-
Una più ampia rassegna bibliografica su questo argomento si potrà trovare nel
volume : Opere inedite e rare di Gabriele Rossetti. Lanciano, Carrabba 1910. Pub-
blicato a cura di Domenico Ci:impoli al quale gli italiani dovranno esser grati per
aver conservato vivo il culto per l’opera del nobile Poeta abruzzese e per avere
illustrato con molti documenti la sua biografia.
416 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
si voglia considerare ora) sarebbe stata considerata da Bonifazio VIII, da
Clemente V e da Giovanni XXII e dai loro inquisitori come idea ribelle
nel campo dottrinale, e coloro che combattevano la Chiesa con armi aperte
nel campo dei costumi, ove il combattere con armi aperte era consentito,
in questo campo dottrinale la combattevano cambiando «le pere a pome »
secondo il consiglio di Falsosembiante, perchè qui sapevano che avrebbero
incontrato l'Inquisizione e il rogo.
Quinta pseudo-obbiezione. È la pseudo-obbiezione che diremo parodistica la
quale consiste, per esempio, nel far vedere che si potrebbero interpretare come
scritti settari le poesie di altri gruppi di poeti che usavano una moda, uno
stile comune e certe formule amatorie simili, per esempio gli Arcadi.
Io prometto che se mi si farà conoscere un gruppo di poeti che non
solo parlavano d’amore con formule e stile analogo, ma che amalgamavano
oscuramente l’amore con la filosofia, la religione e la politica, se mi si farà
vedere che questa gente, mentre parlava d’amore, ardeva tutta di problemi
filosofici come Dante, Guinizelli, Cavalcanti, Francesco da Barberino e Cecco
d’Ascoli, se mi si farà vedere che una parte delle loro poesie sono incompren-
sibili e assurde letteralmente e mi si tradurranno nella loro massa in modo che
abbiano un verace intendimento, che mi si mostrerà inquadrato armonicamente
in un ambiente storico, converrò che anche altrove si può dimostrare che
l’amore ha servito di velo a idee mistiche e settarie.
Mi piace ricordare a questo proposito una spiritosa parodia che il Perès
fece delle interpretazioni naturalistiche dei miti antichi e specialmente di
quelle dottrine che riducevano le storie degli eroi ai miti solari. In un suo for-
tunato libretto : Comme quoi Napoleon n'a jamais existé egli mostrò che, ap-
plicando i metodi della interpretazione naturalistica alla vita di Napoleone,
si poteva dimostrare che Napoleone era un mito solare.
Come fece? — Così:
La vita di Napoleone è costituita, si può dire, da centinaia di migliaia
di avvenimenti particolari, è connessa con migliaia di nomi di uomini, di
città, ecc. Egli scelse, in queste centinaia di migliaia di particolari, dieci 0
quindici di essi, che con ingegnosità non priva di eleganza, s1 potevano
assimilare ad altrettanti particolari del fenomeno solare. Ne venne una gra-
ziosa burla.
Non so se vi sarà qualcuno che, a corto di argomenti, vorrà rievocare
questo esempio. Faccio osservare alle persone serie che io non ho preso qua e
là alcuni elementi, alcuni versi della poesia d’amore portandoli, ciò che sa-
rebbe stato facilissimo, a un significato mistico, ma ho preso tuta la poesia di
Dante, si può dire parola per parola, e l’ho inquadrata in tutto lo spirito sto-
rico e religioso del suo tempo. Lo scherzo del Perès può esser invocato solo da
chi sia tanto melenso da non vedere la differenza di metodo che c’è tra l’in-
terpretare una opera nella sua totalità e l’interpretarne dei frammenti arbitra-
riamente scelti, cosa che evidentemente si presta a scherzi di ogni genere.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 417
Sesta pseudo-obbiezione : È la pseudo-obbiezione che chiamerò astrattiva,
molto in uso nella critica « positiva ». Essa consiste nel prendere in un’opera una
idea sola o due o tre distaccate dal resto, o un solo argomento tra mille che
sono stati portati (e nella convergenza dei quali è la forza della dimostrazione),
scegliere quello che, specie da solo, ha apparenza malferma, dare ad intendere
che è l’argomento fondamentale e dedurne senz'altro che si tratta di pazzia.
È questo il metodo col quale fu assassinato il Rossetti e si tentò di as-
sassinare il Pascoli (I).
Settima pseudo-obbiezione: È quella che chiamerò la ingenuità legittima :
quella della gente che alle mie interpretazioni simboliche, alle traduzioni dal
gergo, opporrà semplicemente col tono di confutarmi, il senso letterale delle
poesie (là dove potrà più o meno facilmente ricostruirlo) e dirà: Ma che
Sapienza ? Questa è una donna! Ma che « Morte » nel senso di « Chiesa cor-
rotta »! Questa è la morte cessazione della vita! e con maggiore o minore
enfasi mi ripeterà il senso letterale delle poesie, specie in quei pochi passi
dove è molto ben riuscito, dimenticandosi di tutti 1 punti ove non è affatto chiaro
e considerando questo come un argomento contro di me, come se io avessi
affermato non esistere in quelle poesie alcun senso letterale.
Ho chiamato questa la ingenuità legittima, infatti ad essa non saprei
opporre che questo fatto : che i « Fedeli d'amore « hanno sempre dichiarato
di parlare secondo un senso per chi ha « sottile intendimento » e secondo un
altro per la «gente grossa ». C'è dunque tutta una categoria di persone,
alla quale non si può contestare il diritto di tenersi esclusivamente al senso
letterale di queste poesie; ma è quella che gli stessi poeti dispensarono dal
cercare i sensi profondi.
2. LE OBBIEZIONI. — Non intendo con questo di avere esaurito la serie
di tutte le pseudo-obbiezioni che la critica « positiva » sarà capace di sollevare
contro la mia tesi. È noto che in fatto di discorsi sciocchi la natura umana è
fecondissima e ricca di imprevisti. Passo invece ad accennare ad alcune delle
obbiezioni serie che la mia interpretazione può sollevare, ai dubbi che essa ha
sollevato anche in me. |
Anzitutto vien fatto di domandarsi: Se questa gente di regola parlava
della Sapienza o della setta quando sembrava che parlasse d'amore, dobbiamo ri-
tenere che essa non sia stata mai innamorata ? Non sarebbe questo fatto alquanto
strano ?
(1) Il Bassermann tentò di usare questo metodo anche contro la mia interpre-
tazione della Croce e dell'Aquila cincischiando le due simmetrie più complesse e dando
ad intendere che erano le fondamentali (tacendo delle altre 28 !) e non si avvide nem-
meno che l'una delle due era stata scoperta dopo costituita tutta la teoria ! La cosa
non giovò alla sua reputazione di studioso serio (VALLI: Note sul segreto dantesco della
Croce e dell'Aquila, serie 48. « Giornale Dantesco », Vol. XXIX, q. 4).
27 — VALLI.
418 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Rispondo quello che ho già risposto a proposito di Dante. Io affermo,
non già che questa gente non abbia mai pensato all’amore della donna, ma
che quando di questo amore facevano poesia secondo i ritmi lo stile e le forme
tradizionali, dicendosi « Fedeli d’amore », dicendosi «scritti nel libro d’amore »
e diramavano queste loro poesie nel mondo dei « Fedeli d’amore », avevano
di regola elaborato gli elementi erotici reali o immaginari in modo che essi
avessero « verace intendimento », in modo cioè che essi venissero ad assumere
carattere mistico e significazione segreta.
Naturalmente, poichè l'impulso a scrivere veramente di amore si potè
confondere, specie nell’inizio e nella fine, con la vena dei pensieri iniziatici
che della poesia d'amore si serviva come di manto, è evidente che nella grande
massa delle poesie che ci sono rimaste è possibile qualche confusione e qualche
incertezza quando si voglia determinare se una poesia sia puramente erotica o
mistica, perchè in molti casi l’abilità del poeta dovette riuscire a dare alla
poesia mistica una perfetta logica amorosa ed in altri casi la poesia amorosa
potè imitare perfettamente formule e atteggiamenti comuni nella poesia
mistica pseudo-amorosa.
Se sotto questo rapporto noi ci troveremo davanti a qualche confusione
o a qualche confessata incertezza vuol dire che accadrà, ripeto, per la poesia
italiana semplicemente quello che accade da secoli per la poesia persiana,
nella quale tutti sanno che le forme erotiche hanno vestito i pensieri mistici
e moltissime volte studiosi di grandissima competenza non sanno sicuramente
definire se una poesia di apparenza erotica abbia o no il substrato mistico.
Ho parlato poco innanzi delle catacombe. Ebbene, anche lì è difficile
a volte sapere se una galleria fu scavata dai primi semplici cercatori di pozzo-
lana o se fu scavata dopo, per motivi religiosi, dai cristiani che adattarono a
scopi religiosi le cave di pozzolana. Questo non vuol dire che non si distin-
guano in genere le semplici cave di pozzolana dalle catacombe e le poesie
d’amore da quelle di amore mistico.
Altra obbiezione. Come è possibile che la Chiesa abbia per tanto tempo
ignorato tutto questo lavorio segreto e non si sia mai accoria di questo giuoco
così vastamente diffuso nella letteratura ?
Rispondo : Anzitutto il giuoco era generalmente molto abile. Le poesie
che noi oggi abbiamo sottocchio raccolte în volumi, giravano allora per lo
più staccate l’una dall'altra in fogli volanti, in poche copie. Se noi oggi possiamo
riconoscere l’unità del loro pensiero e del loro gergo, possiamo farlo soltanto
perchè ne abbiamo sottocchio contemporaneamente molte centinaia, perchè
riavviciniamo fatti, indizi ed uomini che nella realtà della vita potevano ap-
parire molto lontani tra loro e molte strane idee convergenti e perchè
întegriamo con un mezzo pensiero sfuggito per esempio a Dante, un altro
mezzo pensiero sfuggito al Barberino e simili. Inoltre Falsosembiante con-
sigliava tutti costoro ad essere ossequenti a Malabocca, a non ostentare av-
versità dottrinale alla Chiesa, ed il giuoco delle corti d'amore, prolungatosi
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 419
a coprire il contrabbando eterodosso, dovette molto spesso far scambiare per
dei patetici vagheggini di questa o quella donna della quale si diceva aperta-
mente il nome e forse si sussurrava in segreto un più o meno fantastico co-
gnome, i fedeli della santa Sapienza.
Inoltre il movimento dei « Fedeli d’amore », movimento che fu evidente-
mente aristocratico (basti dire che per la corrispondenza segreta usava di
un mezzo così raffinato ed elevato come la poesia), non discese mai verso
l’azione se non forse nel momento in cui ritroviamo d’un tratto quasi tutti i
«Fedeli d'amore» ardenti di passione e di speranza intorno ad Arrigo VII.
I,a Chiesa si trovò di fronte un movimento che, malgrado la proposta
spavalda di Guido Orlandi, il quale voleva far scendere in piazza i « Fedeli
d’amore » armati, a cavallo, a suon di trombe, non raccolse mai nè armi nè
popolo, che non sboccò mai nella ribellione aperta, che fu soffocato in certo
modo sotto il suo stesso manto di segretezza (il « negro manto » di Cecco
d’Ascoli) o si disperse nella vera passione dell’arte, quando, affievolitasi la
fede, l’arte che era stata lo strumento per manifestare la fede, ridiventò fine
a se stessa e l’amore vero che ‘aveva nascosto l’amore mistico ridiventò il
signore della poesia.
D'altra parte in quell’enorme groviglio che è costituito dalle sètte eretiche
del Medioevo più o meno segrete non è facile a noi, ma non doveva esser
facile neanche allora, individuare un movimento di quel genere fluttuante
tra le apparenze ortodosse, i cenacoli letterari e chi sa quali occulti con-
tatti con catari, patarini, templari e simili.
E se anche la Chiesa con un certo ritardo, quando il movimento era in
decadenza, fosse venuta a conoscenza di qualche cosa di questo genere che non
risultava affatto alla massa, che interesse avrebbe avuto a parlarne lei, a sol-
levare lei il sospetto di essere stata illusa da coloro dai quali ormai non
poteva nulla temere e che per di più nelle forme esterne si erano confessati
sempre cattolici ortodossi ?
Sappiamo bene che la saggia tattica della Chiesa è stata ben diversa e
che se essa ha bruciato la Monarchia, è stata ben felice di trovare nella Com-
media una superficie abbastanza ortodossa per adoperarsi con tutte le forze
a riaffermare la ortodossia del grande poeta, specie quando lo ha visto ormai
vittorioso nei tempi, e ad inquadrarlo tutto entro il tomismo che indiscutibil-
mente ricopre la superficie della dottrina dantesca (I).
Ma d'altra parte non è neanche esatto il dire che la Chiesa non ha mai
sospettato nulla.
(1) Prima della grande fioritura dell'amore per Dante la Chiesa ufficialmente
non era stata mai molto tenera per il Poema Sacro. Basta pensare che la Divina Com-
media non si potè stampare in Roma fino al 1791. L'edizione del 1728, stampata a
Roma, dovè portare l'indicazione falsa di Napoli e aveva il testo mutilato di alcune
parti perchè « disdicevoli », come dice la prefazione «a scrittore religioso ».
420 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Abbiamo una testimonianza abbastanza vicina a quei tempi la quale
ci attesta di uno zelante inquisitore, Fra Marco Piceno, il quale impostò
un processo a Firenze contro i poeti, che per fortuna, dimostrando la loro
scienza se la cavarono, ma non senza fatica. Questa testimonianza ci è
data da Gerolamo Squarzafico nella sua : Vita clarissimi Viri Francisci Pe-
trarchae che è riprodotta in fronte alla edizione veneziana del 1503 delle opere
latine del Petrarca. 5
Riporto tutto l’importantissimo passo dello Squarzafico, perchè da esso
si apprendono quattro cose importantissime :
I) Che al tempo del Petrarca tutti 1 poeti avevano fama di magi, in-
cantatori 0 eretici.
2) Che vi fu un processo impostato contro « nonnullos » di questi poeti.
3) Che questo processo finì perchè qualcuno provvide a farlo finire
mentre stavano per nascerne « maxima scandala ».
4) Che uno degli imputati era proprio il Petrarca e che si purgò «non
sine labore » dalla accusa di eresia.
Ecco il passo:
«Fut illa tempestate poeticum nomen tta invisum, ut qui illa studia se-
queret magum, sortilegum et ereticum esse dicebatur.
Erat tunc hereticae pravitatis inquisitor quidam Marcus Picenus de
Solipodio oriundus frater ordinis praedicatorum rudis et bonarum omnium
litterarum omnino expers qui temerario ausu in nonnullos inticere manus
femptavit et nisi provisum fuisset maxima hic orini videbantur scandala.
Sed cognita illustrorum hominum scientia (1) et fratrum avanitia quae
a zelo verae religionis non proveniebat, Solipodius tamquam stolidus et bo-
narum disciplinarum ignarus explosus est. Non tamen sine labore se purgavit
Petrarcha ».
Povero Fra Marco Piceno! Col suo zelo intempestivo e con la sua non-
curanza dei « maxima scandala » che sarebbero venuti fuori additando come
eretico il Petrarca e parecchi altri poeti, perdette il posto e fu trattato da
avaro e da bestione!
Tutto ciò conferma che se la Chiesa ebbe sentore del contenuto eterodosso
di questa poesia, si guardò bene dal suscitare i maxima scandala e cercò di
dissimularlo o di negarlo nei limiti del possibile e questa tattica si è conti-
nuata fino al secolo scorso quando il libro del Rossetti, che rivelava l’etero-
dossia di Dante, fu condannato e quello dell’ Aroux, dedicato al Papa,
fu lasciato senza risposta e poi attaccato da tutti i cattolici ferocemente,
mentre la Chiesa, divenuta all'improvviso entusiasta dell’autore della Mo-
narchia, favoriva da per tutto il formarsi di cattedre dantesche cattoliche e
di commenti cattolici, la intensissima attività dei quali ha avuto una notevole
efficacia nel creare le opinioni correnti oggi intorno a Dante.
(1) Ma veramente non era la loro scientia che era in questione |
iron
inni
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 421I
3. IL PROBLEMA DELLA ORIGINE E DELLA NATURA DEL MOVIMENTO DEI
« FEDELI D'AMORE ». — Ho accennato alle consuete e prevedibili fseudo-obbie-
zioni che le mie idee si troveranno di contro, ho accennato alle più serie
obbiezioni che si possono sollevare, ma che facilmente si eliminano ; ora
devo accennare brevemente agli enormi problemi che con la mia teoria ven-
gono a porsi e che non potranno essere risoluti se non in seguito a studi klinghi
e profondi e se un gruppo di studiosi seri e di spirito libero, capaci di fare
della storia per la storia, potrà dedicarsi a quest'opera.
I problemi principali sono questi :
I) Quale è l'origine di questo movimento dei « Fedeli d'amore » ?
2) Quale è la sua estensione ?
3) Quale è il suo rapporto con gli altri movimenti ereticali o settari
dei quali ci parla la storia ?
4) Quale è la durata di esso e la sua fine?
Credo di non esagerare dicendo che per rispondere seriamente a tali
quesiti ci vorrà il lavoro di qualche generazione. Una volta discesi in questo
sottosuolo della storia letteraria, da tante e tante parti si ha la sensazione di
trovare idee che in qualche modo hanno rapporto con questo movimento,
che sembra a un certo punto di scoprire veramente tutto un immenso mondo
sotterraneo sopra il quale la critica ufficiale ha camminato per secoli senza
accorgersene, solo che di tanto in tanto il suo piede sprofondava nell’assurdo.
In questa materia io non oserò naturalmente di dare delle conclusioni,
ma mi limiterò a porre delle domande che basteranno forse a far vedere
quanto sia grande l’interesse di questi problemi.
Per quanto riguarda l’origine del movimento io ho già accennato ad una
ipotesi che è convalidata dalla conoscenza che abbiamo ormai della poesia
persiana. Dalla Persia, ho detto, si originano tanto la corrente manichea che
finisce nel movimento Albigese (così legato alla poesia trovadorica), quanto
il movimento mistico dei Sufi che sviluppa le forme persiane della poesia
d'amore mistico e che influenza i Crociati (molti dei quali erano proven-
zali) e influenza i Templari, distrutti nel primo decennio del secolo xIV
perchè accusati di dottrine segrete e mussulmane.
Il movimento manicheo è così strettamente intrecciato ad una quantità
di idee di origine gnostica, che molti considerano addirittura i manichei
Albigesi come una setta gnostica.
Se si consideri bene il carattere di questa poesia d’amore esaltatrice della
Sapienza santa, della pura contemplazione che si identifica con l’Intelligenza
attiva, si vedrà che per lo meno nella poesia del « dolce stil novo » e particolar-
mente in quella di Guido Cavalcanti è vivo il senso della opposizione dell’in-
telletto puro (contemplazione) alla virtù pratica. Tutta quella poesia è con-
centrata nell’idea che la beatitudine sia puramente contemplativa, che la Sa-
pienza santa rivelata alla Chiesa sia pura dottrina di verità.
E tutto questo ci richiama al carattere fondamentale dello gnosticismo,
422 CAPITOIO QUATTORDICESIMO
il quale consisteva appunto nel concepire il messaggio cristiano e la stessa re-
denzione di Cristo, soprattutto come rivelazione. Lo gnosticismo, come si sa,
ha questo di caratteristico, che tende a considerare il riscatto umano come ef-
fetto di una nuova conoscenza acquisita, a concentrare nella conoscenza la
forza della salvazione.
Non solo, ina lo gnosticismo ha considerato in genere questa conoscenza
come trasmessa per mezzo di una iniziazione più o meno segreta.
E questa considerazione non rende abbastanza ragionevole l'ipotesi che
realmente un qualche ramo della multiforme tradizione gnostica si protenda
verso la setta dei « Fedeli d’amore »? La divina Beatrice non è lontanamente
imparentata con quella Pistis Sofia della quale la gnosi cantava il Canto
nuziale ?
Ciò non vuol dire naturalmente che il movimento dei « Fedeli d’amore »
sia semplicemente gnosticismo, vuol dire che è stato da esso in qualche
modo più o meno direttamente influenzato e nessuno potrà offendersi di
questo in nome della ortodossia, perchè tutti sanno quali profondissime
tracce lo gnosticismo abbia lasciato nella stessa dottrina ufficiale della
Chiesa.
Per quanto la tradizione esistente nei movimenti gnostici sopravvissuti
possa essere poco apprezzata dalla critica, non si può completamente tacere
il fatto che questa tradizione ha sempre rivendicato alla chiesa gnostica Dante
ed anche i « Fedeli d’amore » (1), che essa ha conservato come notizia tradi-
zionale l’idea che la poesia d’amore sia poesia a significato segreto e che Ga-
briele Rossetti stesso, molto probabilmente (quantunque abbia sempre pro-
testato il contrario), apprese per via di tradizione rosacruciana le prime
nozioni del fatto che poi molto disordinatamente ricercò per via critica.
Egli protestò sempre di essere arrivato a questo per suo ingegno, ma tutti
sanno che egli era affiliato ai Rosacroce, setta di chiara discendenza gnostica.
Il problema richiede ancora molto studio.
Un altro contatto del quale mi pare non si possa dubitare, è quello dei
| «Fedeli d’amore » con tutta la serie degli imperatori che hanno tentato di
rimettere le cose a posto in Italia. Federico II tradisce probabilmente la setta
(la Rosa), ma dopo essersene servito quando gli faceva comodo. Arrigo VII,
appena eletto imperatore, fa esultare di gioia tutti i « Fedeli d’amore » italiani
e se li trova immediatamente intorno quando discende in Italia pieno di mistico
ardore. Dante gli va incontro e lo infiamma con le sue lettere, Francesco da
Barberino gli porta una bella schiera di cavalieri, Cino da Pistoia lo esalta e
poi lo piange dopo morto, Dino Compagni interrompe la sua cronaca nel-
l'attesa della vittoria di lui. La tradizione imperiale è molto vicina alla lirica
d’amore ed è troppo ovvio il ritenere che questa aristocrazia settaria avesse
(1) Si veda il capitolo : « Essenza guostica del pensiero dantesco » nel libro di V.
SORO : La Chiesa del Paracleto. Todi, 1922. i
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 423
nei momenti opportuni qualche legame con la forza che si opponeva alla
odiata « Morte » e sperasse proprio in quei « gran signor di terra Che posson
sovvenir oste e battaglia » per uccidere « Malabocca » e vincere « Gelosia »,
liberare e salvare il « Fiore », la Santa Sapienza, la vera fede.
L'importante è che la stessa frenetica e apocalittica speranza che Ar-
rigo VII suscita nei « Fedeli d’amore » del suo tempo, la suscita Carlo IV,
quando discende in Italia, tra i « Fedeli d'amore » del tempo suo.
Delusi dal tradimento di Federico II, delusi dalla morte di Arrigo VII,
delusi dalla viltà e dall’avarizia di Carlo IV, questi « Fedeli d'amore » tor-
nano sempre a sperare nell’imperatore e nell’Impero.
Con ciò io non voglio menomamente rinverdire l’errore alquanto gros-
solano commesso dal Rossetti nei suoi primi scritti per il quale confuse addi-
rittura i « Fedeli d'amore » con una setta ghibellina : dico semplicemente che
1 « Fedeli d'amore » si orientarono verso l’Impero tutte le volte che credettero
l'Impero in procinto di uccidere la « Morte » e di instaurare la Chiesa santa e
| che l'Impero, nei momenti di lotta contro la « Morte », se li trovò accanto al-
leati più o meno segreti.
Ma c'è un altro contatto dei « Fedeli d’amore » ed un’altra affinità che
bisogna notare.
Io ho accennato qualche volta alla importanza che assumono, froprio
nel momento in cui fiorisce la poesia d'amore, i Templari, ed il lizza dei
loro rapporti con Dante non è nuovo.
I Templari sono uomini che hanno avuto lunghi e intimi contatti
. con l'Oriente, proprio con la Siria e con la Persia (O misteriosa « Rosa » di
Soria !) e la loro pura fede cattolica ne è stata, secondo che apparve ad alcuni
contaminata fino al punto di essere per questo distrutti. Sono persone che
esercitano riti segreti, sono persone che hanno una enorme potenza e infinite
diramazioni in tutto il mondo. Il loro centro è in Francia e verso la Francia
noi sappiamo orientati parecchi di questi « Fedeli d'amore » che vi vanno
sempre per ragioni molto misteriose : Guido Cavalcanti che va a Tolosa a
innamorarsi di una donna « accordellata e stretta » che somiglia a quella di
Firenze; Dante che va a Parigi (e non ne parla mai e nessuno sa bene che cosa
ci sia andato a fare) proprio nelmomento della grande tragedia dei Templari ;
Francesco da Barberino che si trattiene lungamente in Francia e scrive là
gran parte dei Documenti d'Amore, ecc., sono tanti indizi che, messi insieme,
fanno pensare ad un qualche rapporto tra questo movimento e i Templari.
Ma più si guarda e più gli indizi diventano numerosi. Dante osa nella
Divina Commedia prendere apertamente le parti dei Templari contro Filippo
il Bello. Ugo Capeto, elencando i futuri delitti di Filippo il Bello, dopo aver
detto che in Alagna egli catturerà Cristo nel suo vicario, aggiunge :
Veggio il novo Pilato sì crudele
che ciò nol sazia, ma senza decreto
porta nel Tempio le cupide vele.
424 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Nella distruzione dei Templari attribuita da Dante a semplice cupi-
digia, Dante vede culminare tutti gli orrori prodotti dalla casa di Francia.
E dopo questa visione erompe la profezia della « vendetta » attesa da
Dante :
O Signor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto ?
E si noti come quella frase « porta nel Tempio », si presta ad una inter-
pretazione piena di simpatia e di devozione per l’ordine violato. Non solo,
ma Filippo il Bello è chiamato il novo Pilato apparentemente perchè catturò
nel pontefice il Cristo, ma è chiamato così nel momento in cui aggredisce il
Tempio. Egli è però un Pilato crudele, non come quello che « sub signo aqui-
lae », come dice Dante, crocefisse giustamente in Cristo la natura umana pec-
catrice (I), è in 1niquo che ricrocifigge Cristo.
Ma c'è di più ; molto prima che il Rossetti sollevasse l’idea dell’appar-
tenenza di Dante a un gruppo settario (che Dante fosse templare era già stato
supposto) esisteva, al Museo Imperiale di Vienna, una medaglia con l’im-
magine di Dante circondata dalle lettere F. S. K. I. P. F. T. che ragio-
nevolmente sono state interpretate: Fratermitatis Sacrae Kadosh Imperialis
Principatus Frater Templarius.
Questo fatto dimostra che è esistita sempre la tradizione di un Dante
templare e questa tradizione ha il suo indiscutibile valore.
Vi sono anche altri indizi. Abbiamo visto che i Cavalieri Templari usa-
vano tenere gli adepti nel grado di novizi prima della iniziazione per nove
anni. E proprio per nove anni Dante accenna ad avere atteso la iniziazione
perfetta e di nove in nove anni sale ai gradi superiori.
Ancora. I colori dei Templari erano, come è noto, il rosso e 10 bianco.
Sarà un caso, ma Dante nella figura di Giotto è vestito di rosso e di
bianco.
E finalmente è per me un argomento di altissima importanza questo, che
Dante nella Divina Commedia, condotto da Beatrice fino « nel giallo della
Rosa sempiterna », alla conquista cioè della perfetta visione della beatitudine
e di Dio, giunto lì passi sotto la guida di un Cavaliere Templare, anzi proprio
di colui che aveva dettate le leggi dell'Ordine e che dell’Ordine era consi-
derato come il Padre spirituale : San Bernardo!
Alcuni di questi argomenti furono già presentati dal Rossetti e dall’Aroux
e variamente ripetuti, ma io posso aggiungere ad essi questi altri: In una
novella del Boccaccio, già segnalata dal Rossetti come travestimento se-
greto delle vicende settarie occorse a Dante, nella quale si parla di un poeta
(1) Monarchia, II, XII, 6.
_ - =—_——————- ml ——_-.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 425
della famiglia degli Elise: (la famiglia di Dante) andato in bando dalla sua
patria per le macchinazioni di un « fraticel pazzo e bestiale », si dice che questo
poeta fu ripreso dall'amore per la sua donna che l'aveva abbandonato; perchè
sentì cantare a Cipri una canzone già da lui composta in onore di lei. Ora Cipri
era proprio la sede dei Templari e mi pare probabilissimo che in questa no-
vella, della quale riparleremo, si alluda velatamente ad un rapporto di Dante
con i Templari.
Ma un altro argomento emerge per me dalla nuova interpretazione
delle canzoni fietrose che, come il sonetto: Se vedi gli occhi miei di pianger
vaghi, si riferiscono indubbiamente ad un’ epoca di persecuzione e di terrori
subiti dai « Fedeli di Dio » e che vengono a fissarsi cronologicamente proprio
nell’epoca della tragedia dei Templari convergendo con la canzone di Francesco
da Barberino: Se più non raggia 1 Sol, alludente essa pure alla setta semi-
distrutta, insanguinata, parte morta, parte in prigione e in catene.
Infine, è per me un argomento di enorme peso, poichè qui non si tratta
di ritrovare soltanto un Dante templare, ma di riconoscere gli occulti le-
gami di tutto questo movimento con i Templari, la calda, nobilissima,
appassionata apologia che fa dei Templari Giovanni Boccaccio nel IX libro
(i libri sono — per caso — nove): Dei casi degli uomini illustri.
Dopo aver esaltato la purezza e la nobiltà e la povertà originaria dei
Templari e accennato come di volo a qualche corruzione introdottasi in essi
con la ricchezza, dopo avere attribuito alla sola avarizia di Filippo il suo odio
contro i Templari e avere ricordato il consentimento di Clemente V al de-
litto di Filippo il Bello, egli narra l’ingiustizia dei tormenti e la salda co-
stanza con la quale i Templari negarono ogni delitto anche avanti alle fiamme,
anche nelle fiamme « né altro dicevano eccetto che erano veri cristiani e che la
loro religione era stata ed era santissima. Cosi lasciarono consumare 1 tormen-
tati corpi fino all'ultimo esito degli spinti ».
Dopo avere narrato in particolare i casì del Gran Maestro Jacopo di
Molay che si disse degno di morire non per aver commesso delitti ma per
essersi lasciato strappare dai tormenti false confessioni, e morì « con 1intrepido
costante cuore nè mat altro disse eccetto quanto gli altri primi avean detto »,
dopo aver portato di tutto il racconto la testimonianza di suo padre Boc-
caccio, presente all’eccidio, egli fa delle « considerazioni sulla costanza » nelle
quali trova un abilissimo modo di chiamare per più volte i Templari « i
nostri ».
Egli infatti confrontando questo meraviglioso esempio di costanza e
di forza con gli esempi tramandati dagli antichi, dice: «Molti antichi ve-
«ramente non sotto un giudice, non in un istesso secolo con grandissima
« distanza di terre fra loro, per gli ammaestramenti della divina filosofia,
«o vero per acquistar gloria, durando in grandissime fatiche e sotto estremi
«gioghi vennero condotti a fieri tormenti. I nostri fecero altramente. Per-
«ciocchè in uno stesso luogo, in un medesimo giorno furono tormentati ;
426 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
«ebbero un solo giudice e un solo manigoldo... Che direbbero adunque quelli
« che si maravigliano della pazienza dei supplici degli antichi se avessero veduto
«la mostruosa sopportazione dei mostri ? Non hanno veramente di che più
« maravigliarsi ».
Ma ciò che più è importante è che il Boccaccio afferma solennemente
che la verità sola faceva costoro di un solo animo. « Vedere sessantasei
«uomini non tutti d’un paese, non di costumi conformi, non dotti e ammae-
«strati, non accordati insieme, non avvisati, non posti in una stessa pri-
« gione... essere stati tanto costanti e stabili che non per forza di tormenti nè
«per terrore dell'imminente morte mai l’uno dall’altro fu differente ; ha
«dato tanta maraviglia ed è stata così mostruosa cosa, che difficilmente
«si può credere alle parole. Ma non è dubbio che la verità sola non facesse
«quelli d’un istesso animo. O inclita virtù, di tutte l'altre fermo capo! Tu
«con la stabile fermezza calchi le ruine dei reami. Con la sacra fermezza cacci
«i dannosi empiti degli sdegni... Imparate coi suoi ricordi a farvi forti e
«costanti e sdegnarvi della femminil leggerezza, affinchè se s'avvenisse mat
«l'occasione, non siate differenti dalla fortissima schiera dei Templari ».
Tutte le simpatie di questi « Fedeli d'amore » sono peri Templari ed in
queste parole il Boccaccio giunge ad una vera esaltazione quale si potrebbe
fare per i martiri della propria idea!
Per ora posso convenire che queste non sono delle prove definitive, sono
però molti indizi convergenti e in una materia nella quale le prove assolute sì
affermative che negative è quasi impossibile averle, molti indizi conver-
genti hanno il loro grande valore. L'ipotesi che la setta dei « Fedeli d'amore »
sia stata una specie di filiazione segreta dell’ordine dei Templari o che abbia
in qualche modo aderito ad esso, che ne abbia in parte seguito i riti, che
sia stata sotto la sua alta dipendenza ed abbia sofferto indirettamente della
tragedia dei Templari che si svolge proprio nella maturità della vita di
Dante e forse sotto 1 suor occhi a Parigi, è per me una ipotesi serissima nella
luce della quale si spiega un grandissimo numero di fatti.
E non si può dire davvero che la tradizione del Dante influenzato dallo
gnosticismo venga a contrastare con quella del Dante templare. Lo gnosti-
cismo accompagnava delle sue venature invisibili tutti i movimenti spirituali
che venivano dall’Oriente e si intrecciava mirabilmente con tutto il fermento
religioso medioevale suscitato qua e là dall’idea sempre diversa e in fondo
sempre uguale, che alla Chiesa corrotta si dovesse opporre la santa Sapienza
originaria contenuta e pur non rivelata o disconosciuta o tradita dalla Chiesa
stessa.
Ma quali furono i rapporti di questi « Fedeli d’amore » con tutti gli altri
movimenti settari che pervasero l’Europa, intensissimi proprio in tutto
il tempo nel quale la poesia amatoria fu in fiore ? Quali i loro rapporti con
1 Catari, con i Patarini, con quella indefinita massa di eretici che si strinse
intorno a Ludovico il Bavaro, quando egli discese in Italia poco dopo la morte
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 427
di Dante ed i suoi fautori presero a difendere i diritti di lui proprio sulla
base della Monarchia di Dante, come racconta il Boccaccio ?
Sono tutti problemi che potranno avere la loro soluzione soltanto dopo
ben più vaste indagini. Io ripeto però che secondo la mia impressione di oggi
il movimento dei « Fedeli d’amore », pur entrando in quel fluttuare di movimenti
religiosi e politici nei quali le sètte si formavano, confluivano l’una nell’altra,
si scindevano e spesso si confondevano fra loro, conservò un carattere ari-
stocratico e colto che lo tenne ben distinto da tutte le forme di eresia popolari
e diffuse.
D'altra parte, quando si pretende di determinare esattamente il carattere
di questo movimento, non bisogna dimenticare che le stesse vicende che esso
subì durante l’attività di Dante dimostrano che non era eccessivamente
stabile e determinato e soprattutto non bisogna dimenticare che le forme del
gergo amatorio, dimostratesi un così comodo mezzo di dissimulazione, pote-
rono essere adoperate anche da gruppi che non perseguivano proprio le
stesse idee e le stesse dottrine. Abbiamo visto già come queste stesse formule
abbiano vestito in Persia il misticismo dei Sufi, mentre in Italia rivestivano la
dottrina della Sapienza santa sviluppatasi in ambiente cattolico. A maggior
ragione dovettero prestarsi ad esprimere sfumature diverse e in diverso grado
ortodosse od eterodosse della stessa generica aspirazione verso la santa Sa-
pienza primitiva della Chiesa.
Come veramente questi « Fedeli d'amore » concretassero la loro dottrina,
in quali formule la chiudessero, in che cosa veramente essi facessero differire
la Sapienza santa insegnata da Cristo alla Chiesa, dalla dottrina che la Chiesa
ufficialmente insegnava, è cosa molto difficile per ora a determinare. La dot-
trina vera dei « Fedeli d'amore » è rimasta in molti particolari ignota e la ma-
nifestazione sua che conosciamo meglio è quella speciale determinazione
che essa prese nella Divina Commedia e che, come abbiamo visto, scandalizzò
inolti « Fedeli d’amore » e da molti fu rinnegata. La determinazione precisa
dei particolari di tutta questa dottrina si potrà avere soltanto quando noi
avremo riconosciuto e approfondito largamente tutte le manifestazioni che
ebbe questo movimento.
4. IL PROBLEMA DELLA ESTENSIONE E DELLA DURATA DEL MOVIMENTO.
— Con il problema del contenuto della dottrina dei « Fedeli d’amore » si
ricollega naturalmente anche quello della estensione del movimento. Quanto
abbiamo detto a proposito del Fziore ci fa certi che tra le lingue romanze
l'italiana non fu la sola ad assumere, su imitazione della persiana, le forme
convenzionali dell’amore terreno per l’amore mistico e settario. La Provenza
aveva già nella sua vasta letteratura sperimentato un tal metodo e il « tro-
bar cluz » di alcuni trovatori non era un giuoco sciocco, era una maniera di
comunicare in segreto tra adepti di una stessa fede. Ma, data la scoperta del
metodo e la estensione del movimento, si comprende come esso dovesse pene-
428 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
trare facilmente dappertutto dove c’era l'usanza di cantare d'amore e la
poesia dei « Minnesingers » non fu probabilmente immune da queste infiltra-
zioni simboliche.
D'altra parte noi sappiamo troppo bene che lo spirito della ribellione con-
tro Roma, represso nelle sue manifestazioni aperte, si nascondeva sotto le
vesti più strane e più inattese.
È notorio che i goliardi nelle loro poesie si comunicavano fra loro segre-
tamente pensieri di ribellione alla Chiesa ed alla autorità.
Il nascondere idee avverse alla Chiesa corrotta e il diffondere la propa-
ganda ereticale, non fu un privilegio della lirica : la favolistica, la novelli-
stica furono in molti casi animate dallo stesso intento.
Altra cosa nota è che gli alchimisti molte volte, sotto quella loro fanta-
stica ricerca della pietra filosofale, celavano idee e indagini di ben altro genere.
La pietra filosofale non è in molti casi null’altro se non quella Sapienza
santa che si ricerca e si ama e che si chiama pietra filosofale per poterla ri-
cercare ed amare e per poter parlare di lei con gli iniziati sotto gli occhi
vigilanti della sospettosa Inquisizione (I).
Se si pensi tutto questo, si vedrà che il problema della estensione del
movimento del quale noi abbiamo parlato, è un problema spaventoso e forse
non andrebbe lungi dal vero chi affermasse che tutto il sottosuolo della vita
medioevale sia pervaso da questo segreto lavorio mascherato nei modi più
diversi e del quale la poesia d'amore a significato mistico segreto è soltanto
una delle manifestazioni.
Il Rossetti e l’Aroux, nel primo impeto della nuova indagine, estesero le
interpretazioni settarie a tante e tante di quelle opere letterarie che si può
dire che, secondo loro, almeno durante tre secoli, la letteratura fu tutta per-
vasa da questo spirito settario.
Io non mi sento di pronunciare un giudizio in proposito, perchè ri-
tengo di non avere ancora potuto studiare sufficientemente la vastissima
materia. Il controllo che io ho fatto con risultato affermativo riguarda per
ora la poesia d'amore di Dante e quella dei suoi amici e dei suoi contempo-
ranei.
Ma è utile che si sappia o si ricordi che, secondo il Rossetti, l’uso di scri-
vere in gergo si estende assai largamente nei tempi anteriori e in quelli
posteriori al tempo di Dante.
Tutti i Fabliaux per esempio, sono pervasi, secondo lui, dallo spirito ere-
ticale ed espongono segretamente le idee e le speranze dei ribelli. La volpe che
nella Confessione della volpe e suo pellegrinaggio a Roma conduce piamente il
pecorone e l’asino in pellegrinaggio a Roma, e in realtà li conduce alla ca-
(1) Si veda (Cap. IX-4) la figura « Moglier e Marito » nel Tractatus amoris del Bar-
berino rispondente esattamente al Rebis alchemico. È una magnifica prova di legami
almeno formali tra questi movimenti in apparenza così diversi.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 429
verna del lupo ove col loro aiuto riesce abilmente a schiacciare la testa del
lupo, significherebbe l’astuzia con la quale i ribelli alla Chiesa intendevano di
portare il popolo semplice e ignorante a schiacciare il capo della Chiesa
corrotta.
Ugualmente nella storia di Renard et Isengrin, nel: Le nouveau renard
e in altre simili è sempre il motivo analogo che si ripete.
Simbolico è per il Rossetti anche Le Jugement d’Amour, ou Florence
et Blancheflor che principia così : « Il eut assez de courtoisie celui qui trouva
le conte que vous allez entendre ; mais il défendit qu'on le récitat aux
lAches, aux indiscrets et aux villains. Révéler les mystères d’ Amour è cette
canaille c'est les profaner ; ils ne sont faits que pour les clercs et les cheva-
liers ».
L’Aroux, in quello che è il più notevole ed il più suo dei suoi libri:
Le inystère de la chevalerie et de l’Amour Platonique au Moyen Age, riconosce
una trama simbolica e settaria (connessa con le lotte della Chiesa Albigese
contro la Chiesa di Roma) sotto un gran numero di romanzi cavallereschi.
Egli porta per esempio e traduce secondo il significato simbolico : Jauffre
et Brunissens, il Roman de Ferbrace, Aucassin et Nicolette, Tristan de Lén-
noîs ed altri. Inoltre egli considera come scritte in gergo la maggior parte
delle opere dei trovatori e accenna, per quanto brevemente, al misticismo
contenuto nella tradizione del «Saint-Graal» del quale credo che non si
possa dubitare, come quello che è giunto ancor vivo fino nell’opera di Ric-
cardo Wagner. La tragedia del depositario del sangue di Cristo, Anfortas che,
attratto dai beni del mondo e sedotto dalla cupidigia e dalla lussuria (Kling-
sor e Kundry), è stato inguaribilmente ferito dalla sacra lancia della quale
ha fatto malo uso ed è incapace di rinnovare il mistero del Calice sacro a lui
dato in consegna (mistero che invece sarà rinnovato da un’anima pura che avrà
resistito alle seduzioni del male, da Parsifal), è l'antica tragedia del rinnova-
mento spirituale del Cristianesimo, tale quale la sentirono in fondo Dante e i
poeti del « dolce stil novo ».
Ma anche tenendoci strettamente nell’èàmbito della poesia d’amore, il
problema della estensione del movimento segreto, al quale essa servì da velo,
è già molto arduo. Sarebbe assolutamente prematuro il voler redigere oggi l’e-
lenco completo dei rimatori che appartennero al movimento, soprattutto per-
chè quando di un rimatore restano poche poesie e poco caratteristiche, non è
facile determinare se i soliti motivi erotici siano usati in senso reale o in
senso mistico o rappresentino semplicemente una piatta imitazione di quelle
forme poetiche di moda che giravano accolte favorevolmente fra il pubblico.
Si aggiunga che in tutto questo periodo ci si presenta come spaventoso
il problema delle attribuzioni delle poesie, le quali vanno nei diversi codici
sotto i nomi di autori i più diversi quando hanno un nome (fatto assai
notevole, perchè dovuto probabilmente al carattere anonimo col quale gira-
vano queste poesie seltarie e che non si spiegherebbe se fossero poesie ingenua-
430 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
mente amorose). Ora, finchè si tratta di dimostrare che il gruppo scriveva
in gergo, è qualche volta indifferente che una poesia sia stata scritta dall’uno
o dall'altro dei poeti: ai fini della mia dimostrazione per esempio, è presso
a poco indifferente che la canzone contro la « Morte » sia stata scritta da
Cino da Pistoia o da Gianni Alfani; ma quando si trattasse di redigere ve-
ramente tutto l’elenco degli affiliati che scrivevano in gergo, allora biso-
gnerebbe possedere un materiale poetico con delle attribuzioni sicure, ciò
che davvero non possediamo ancora, quantunque la critica (qui intendo quella
positiva sul serio) abbia fatto già molto in questo campo.
E altrettanto vasto e complesso quanto il problema della estensione di
quel movimento è il problema della sua durata. Lasciamo da parte coloro
che affermano la contiguità di quel movimento con i movimenti settari
contemporanei: essi sono probabilmente illusi da alcune forme esterne,
comuni al settarismo di tutti i tempi e dicono cosa assolutamente in-
consistente se pretendono di riallacciare lo spirito dei « Fedeli d'amore » allo
spirito, per esempio, della Massoneria moderna nostrana. Bisogna pensare
che i riti iniziatici ed il gergo segreto scendono giù giù dai vertici delle
unioni mistiche fino alle più volgari associazioni a delinquere, cioè fino alla
camorra, alla malavita, alla mafia, ed è altrettanto sciocco il voler nobilitare
certe sètte segrete dei giorni nostri ricollegando il loro formalismo esterno
con quello di altre sètte dei secoli passati, di diversissima natura, quanto il
ripugnare ad ammettere che in mezzo ad un divampare di roghi e sotto
un ferreo dominio della Chiesa, uomini come Dante abbiano potuto usare
il gergo segreto sol perchè oggi in tutt'altro mondo il gergo segreto e le unioni
settarie sono adoperate soltanto per ragioni assai meno nobili di quelle di
Dante (1).
Il problema della durata del movimento dei « Fedeli d’amore » è già ab-
bastanza arduo anche se si ponga in limiti molto ristretti con questa do-
manda : Per quanto tempo si continuò a vestire di un gergo amatorio le
idee settarie nella letteratura italiana ?
Naturalmente non rispondo a questa domanda perchè mi riserbo di farlo,
se potrò, dopo qualche altro anno di studio. Ricordo che il Rossetti vide
gergo settario non solo in tutta l’opera del Boccaccio e del Petrarca, ma giù
giù in tutta quella di Federico Frezzi e poi dell’ Accademia Platonica e
di moltissimi scrittori del Cinquecento.
Quanto però al tramontare di questo metodo, io devo esporre un mio
pensiero.
Una delle ragioni per le quali il contenuto mistico della poesia d'amore
venne col tempo a svanire fu questa, che l’arte della quale il pensiero mi-
stico e settario si era rivestito, venne ad assumere via via nello spirito una
(1) Quelle per esempio della Massoneria nostrale contro la quale abbiamo dovuto,
io fra i primi, aspramente lottare per liberare l’Italia dalla sua opera corruttrice.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 431
importanza sempre maggiore. La fioritura di pensieri poetici che era servita
in certe circostanze a nascondere l’idea mistica e che era stata coltivata in
gran parte proprio a questo scopo, quando l’idea mistica perdette di forza
e l’arte suscitò passione più intensa, soffocò il substrato segreto di pen-
sleri mistici che era usa a contenere. I poeti cantarono allora per cantare ;
l’amore vero prese il sopravvento come, con un processo perfettamente ana-
logo, le figure simboliche disegnate sulle vecchie chiese romaniche a poco
a poco perdettero il loro carattere di simbolo e furono ripetute per la
loro bellezza o come espressione ornamentale a scopo di pura arte.
Così la poesia d’amore ridiventò pura poesia d’amore ma, sia detto per
incidenza, se la poesia d’amore italiana fu e si mantenne sempre così iper-
bolica, così gonfia, così propensa alla esagerazione e così legata alle formule
troppo vaghe e troppo astratte (I), ciò si deve forse in parte al fatto che esssa
ebbe come sua prima manifestazione e suo primo modello una poesia fseudo-
amorosa nella quale in vero non si cantava una donna, ma un essere divino
senza umanttà alcuna e di fronte al quale ogni iperbole era legittima ed
ogni determinazione precisa di sentimenti impossibile.
Comunque la trasformazione che riportò la poesia d’amore ad essere vera
poesia d'amore dovette operarsi fer passaggi graduali. Io credo che vi siano
stati nell’epoca posteriore a Dante parecchi poeti i quali, presi da passioni più
umane e più vive per delle donne vere, parlavano con foga e con immediata
commozione di queste donne, ma pur non ignoravano affatto che della loro
donna st poteva parlare a certuni anche in senso mistico e simbolico, poeti che
parlavano d'amore talvolta per gli affiliati alla setta e talvolta, dimenticando
i vecchi convenzionalismi, perchè veramente il cuore dettava dentro sotto
l'impulso di una passione.
Questa ipotesi è quella che illumina per me la posizione spirituale del
Boccaccio e del Petrarca.
5. IL Boccaccio. — Il tema è tale che meriterebbe da sè solo tanto
studio quanto ho potuto dedicarne finora alla poesia del « dolce stil novo ».
Io darò in proposito non già conclusioni ma, per ora, semplicemente delle
impressioni, ponendomi delle domande.
È impossibile non riconoscere nella lirica amorosa del Boccaccio e del
Petrarca una foga di affetti, una passionalità, una commozione d’amore ben
diversa e ben più limpida di quella che manifestano i poeti dei quali ho già
parlato. La loro poesia d’amore non presenta quella perpetua confusione del-
l’amore con la dottrina e, n genere, non presenta quelle oscurità e quei sot-
tintesi che nella poesia precedente manifestano il carattere mistico segreto
dei pensieri d’amore.
(1) Come apparvero tardi le Silvie e le Nerine, vere donne viventi, nella nostra
poesia d’amore |
432 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Per quanto riguarda la lirica del Boccaccio bisogna riconoscere che l’arte
sua è arrivata ad una tale finezza che non lascia di quegli sgorbi, di quelle
assurdità, di quelle disarmonie evidenti che nel « dolce stil novo » tradiscono
tante volte, come abbiamo visto, il pensiero convenzionale sotto la forma
lirica. La lirica procede assai più fluente, più compatta, più vicina alla
commozione d’amore.
Ma il problema si viene a porre così :
Si tratta di un poeta che ha realmente abbandonato il linguaggio anfi-
bologico e canta sempre puramente d'amore ?
Oppure si tratta di un artista che ha talmente raffinato lo strumento
della sua espressione da non lasciar più scorgere, a chi non sia bene addentro
alle cose, il sottosuolo mistico che è nella poesia d’amore ?
Oppure si tratta di un poeta nel quale coesistono la tradizione della li-
rica d'amore a senso mistico, alla quale egli si appella ogni tanto e una vena
più o meno larga di poesia che è pura poesia d’amore ?
Si può restare incerti tra queste due ultime ipotesi, ma io escludo in
modo assoluto la prima. Escludo cioè che il Boccaccio possa essere estraneo
alla tradizione dei « Fedeli d’ Amore » e che tra le sue liriche non ve ne siano
di quelle in gergo. Lo escludo semplicemente per aperta confessione del poeta.
Ho già citato infatti al principio di questo libro la canzone d’amore che
Lauretta canta alla fine della V* giornata del Decamerone, canzone in appa-
renza chiarissima, ma della quale il poeta dice che « notata da tutti, diver-
samente da diversi fu intesa: et ebbevi di quegli che intender vollono alla
melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di
più sublime e migliore e più vero intelletto del quale al presente recitare non
accade ».
E, dopo questa confessione, padrone chi vuole di intendere « alla mela-
nese ». Il Boccaccio mi dice che qui sotto c'è un senso recondito e sublime, e i0,
conoscendo 1 precedenti, aggiungo mistico. E appena detto questo, la canzone
si fa « di color novi ». Andatela a rileggere (cap. I, 2) pensando che chi parla è
la Sapienza santa una volta tenuta cara dal primo santo sacerdozio, dall’an-
tico Pontefice santo che la tenne giovinetta tra le sue braccia e che ora è vittima
di un marito geloso (il Papa corrotto) che la tiene nascosta a tutti, mentre
essa è venuta al mondo per il bene di molti, e intenderete tutto e risentirete ben
altro sapore nelle parole con le quali la donna dice di essere stata creata da
Dio per dare qualche segno della bellezza che sta sempre nel cospetto eterno. È
precisamente la Sapienza santa che è creata per questo ufficio, e che, liberata
dal secondo marito geloso (che per uscire dai vecchi artifici è rappresentato
come un giovinetto fero), domanda di essere ricongiunta al primo marito, al
vero sacerdozio di Cristo, e sentirete altro senso nel suo rimpianto di avere
mutato veste e lasciata quella oscura (povera) per prenderne un altra (natural-
mente più ricca, quella della Chiesa corrotta) nella quale è « vie men che prima
reputata onesta » |
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 433
Ma chi vuole intendere al modo della « gente grossa » ripeto, è padronis-
simo. E considero come « persona grossa » chiunque farà risa o sberleffi perchè
questo pensiero mistico sboccia fuori nel Decamerone. Chi riderà di questo
evidentemente non sa che cosa il Decamerone sia e non sa che, come le lu-
bricità innegabili del Fiore e le lubricità omosessuali di certe poesie persiane
nascondono pensieri mistici altissimi e si intramezzano con essi, così è
perfettamente nella tradizione che pensieri altissimi e di carattere mistico si
intromettano nelle opere apparentemente più lontane dal misticismo, nelle
quali però voi troverete una caratteristica costante, l’odio apertamente e po-
polarmente professato contro i preti corrotti, odio nel quale si ritrovano
perfettamente d’accordo il «lubrico » Fiore ed il «lubrico » Decamerone.
Frano opere che avevano un doppio ufficio : attrarre la gente con le gaiezze
erotiche, infamare apertamente il clero corrotto in quanto questo era possi-
bile e tollerato senza rischiare il rogo, ma intanto quelle idee che avrebbero
condotto al rogo, infiltrarle in tutt'altra parte dell’opera dove l'Inquisizione
non pensava di andarle a cercare e dove essa non avrebbe mai potuto provare
che si annidassero.
E poichè siamo a parlare del Decamerone, libro che è nelle sue profondità
sconosciuto, dirò che, anche a prescindere dalla ipotesi del Rossetti che in
alcune delle novelle siano velate delle vicende della setta dei « Fedeli d’amo-
re » (I), è per me indiscutibile che in altre novelle si parli velatamente proprio
di Dante e delle sue vicende settarie.
Anzitutto non è affatto un caso, per me, che questo libro cominci con tre
novelle di combattimento religioso: la prima che ci mostra come un gaglioffo (Ser
Ciappelletto) venga proclamato santo ; la seconda come un giudeo si converta
alla fede di Cristo per avere constatato che Roma è fucina di diaboliche opera-
zioni e che quindi, se la religione resiste, vuol dire che in essa è lo Spirito
Santo; la terza, più ardita ancora, nella quale Melchisedech afferma che tra
il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo «nessuno sa quale sia la vera
fede ! ».
Mettete insieme le tre morali di queste prime tre novelle, ricordandovi
della dottrina dei « Fedeli d’amore » e potrete ricostruire, sulla soglia di que-
stro libro stranissimo, del quale la « gente grossa » non vede che le oscenità
e i letterati non vedono che l’arte narrativa, questo pensiero : Nel mondo
presente 1 gaglioffi si fanno passare per santi : la Chiesa di Roma contiene la
dottrina dello Spirito ma è una putrida sentina di ogni male : la vera fede è
nascosta tra gli aspetti esterni delle diverse credenze. Ed è questa in fondo
(1) Griselda sarebbe la setta la cui fedeltà sarebbe stata messa a straziante prova
da Carlo IV. Più impressionante e non notata dal Rossetti mi sembra la novella di
madonna Beritola (Giorn. II, 6) che viene da Palermo raminga in Lunigiana portando
seco una misteriosa cavriuola addomesticata e che potrebbe veramente essere la setta,
spesso raffigurata come cerva.
28 — VALLI.
434 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
dottrina vicinissima a quella che abbiamo ritrovato nella poesia d'amore e
forse non è un caso che all’ultima di queste tre novelle si ricongiunga quella
opera di Lessing: Nathan der Weise, che è, si può dire, uno dei capisaldi del
“movimento illuministico dello spirito moderno.
Ma parliamo delle novelle che riguardano Dante.
Il Rossetti si trattenne a lungo sopra una di esse nella quale credette
di vedere velatamente raffigurato Dante : la novella (III, 7) di quel Tedaldo
degli Elisei (Eliset era il vero nome originario della famiglia di Dante) che
amava la moglie di un Palermini (la setta veniva da Palermo). La « fortuna »
inimica si oppose a questo amore, perchè la donna « avendo di sè a Tedaldo
compiaciuto un tempo del tutto, si tolse dal volergli compiacere » (la setta lo
disconobbe). Tedaldo partì segretamente, stette fuori sette anni. Ma un giorno
nell’isola di Cipri udì cantare « una canzone già da lui stata fatta nella quale
l’amore che alla sua donna portava et ella a lui et il piacer che di lei aveva
si raccontava ». (Era dunque anche lui un così grande poeta che le sue
canzoni si cantavano a Cipri !) (1). Egli torna allora alla sua donna in forma
di pellegrino, trova quattro suoi fratelli tutti di nero vestiti (i suoi compagni
della setta che si nascondevano). Essi sono vestiti di nero perchè è corsa
voce che Tedaldo sia stato ucciso da Palermini per gelosia. (Si ricordi il
giudizio contro Dante da parte della setta e il supremo tribunale della setta che
risiedeva, come sembra, a Palermo!)
Ma Tedaldo nella notte sente nella camera vicina alla sua tre uomini
dire ad una donna bellissima che sono stati loro ad uccidere Tedaldo. Allora
Tedaldo, sempre in figura di pellegrino, si reca dalla donna senza essere rico-
nosciuto e le domanda del suo antico amante e del perchè l’abbia abbandonato.
La donna risponde: Fu per «le parole d’un maledetto frate... che mi
fece un romore in capo che ancora mi spaventa ». Qui Tedaldo fa una classica
tirata di quattro pagine contro i frati e contro i romori în capo che essi fanno.
Rimprovera la donna di avere mandato in esilio Tedaldo « per colpa d'un fra-
ticel pazzo bestiale e invidioso » finalmente si rivela per vivo, dopo di che
straccia 1 vestimenti neri addosso a sè e ai fratelli dopo avere liberato il marito
della donna e si svela intanto che l’ucciso era un certo Faziolo da Pontremoli
(Bonifazio Pont... efice), somigliantissimo a Tedaldo.
Più io leggo questa novella più si rafforza anche in me l’ipotesi che real-
mente sia piena di allusioni a quel dramma settario di Dante che noi abbiamo
conosciuto molto velatamente nella Vita Nuova, interpretato e trasformato
probabilmente a modo suo dal Boccaccio. Certo il Boccaccio ci fa sapere con
artificio che si tratta di un grandissimo poeta della famiglia degli Elisei, la
quale certo non ne ha avuto un altro oltre Dante e i nomi, i vestiti di nero e
tante e tante altre luci gettate qua e là, sembrano voler richiamare ad ogni
(1) Guardate che caso | Cipro era allora la sede dei Templari nei quali Dante ri-
trovò la sua dottrina. Ma questo il Rossetti non vide.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 435
passo coloro che conoscevano i fatti, alla vera storia delle vicende settarie
dell’Alighieri, prima tenuto in onore dalla setta, poi venuto in sospetto e per
ingerenze maligne discacciato, esiliato, che torna, forse con l’aiuto dei Tem-
plari (dall’isola di Cipri) generosamente e con grande onore alla setta.
Questo ed altri fatti numerosissimi, sui quali per ora trasvolo, si ricolle-
gano alla constatazione già fatta che i pensieri mistici e settari non si svolsero
soltanto sotto il velo della lirica d'amore, ma trovarono in quest'epoca un’al-
tra meravigliosa veste per ricoprirsi, cioè il romanzo e la novella. I romanzi
del Boccaccio sono per avventura altrettanto mistici ed iniziatici, quanto i
romanzi greci ai quali si ricollegano, come l'Amore e Psiche di Apuleio.
Se si può considerare come legittimo il dubbio che qualche lirica del Boc-
caccio sia lirica pura, non si può non riconoscere che la grande maggioranza
dei suoi romanzi in prosa o in versi trabocca di simbolismo e che un sim-
bolismo confessato anima tutte le sue egloghe.
Non si può leggere senza una profonda impressione la traduzione dal
gergo che presenta il Rossetti del Filocolo. Al termine di questo libro è
scritto che esso deve «come picciolo servitore seguire molto reverente il
fiorentino Dante, nel narrare le avventure di Biancofiore e Florio ». Ma
questo seguire da vicino Dante non può riferirsi alla forma del romanzo che
non ha nulla a che vedere con l’opera di Dante ed è quindi credibile che debba
seguirlo da vicino negli spiriti e cioè nella simbologia segreta. Ed il lettore
ha già compreso che Florio, il quale ama Biancofiore, non è se non l'eterno
mistico amante del « Fiore », nella eterna ricerca di quell'oggetto del mistico
amore che da « Fiore » si è determinato in « Biancofiore », come da « Rosa »
si era determinato in « Candida Rosa »!
In questo lavoro, come del resto in molti altri, è il gergo mitologico che
viene a confondersi opportunamente con il gergo amatorio e Plutone viene a
prendere molto trasparentemente il posto del Papa corrotto. Non riespongo
tutta la interpretazione interessantissima del Rossetti, anche perchè credo che
in molte parti essa possa essere vantaggiosamente riveduta, ma è certo in-
teressante trovare a un dato punto questa misteriosa Biancofiore che rappre-
senta la sacra verità della setta, chiusa in una misteriosa torre egiziana tutta
figurata di cose significantissime, ma tenuta celata ad ogni sguardo e guardata
da un misteriosissimo ammiraglio : « altissima, e tanto che quasi par che
i nuvoli tocchi ; e credo che il sole che tutto vede, mai sì bella torre non
vide. Infino alla sommità maestrevolmente murata, per molte finestre
luce. Tutto questo di fuori a riguardanti potè esser palese, ma dentro ha più
mirabili cose, le quali chi non vede impossibile gli parrebbe a credere udendole
narrare. Vi sono cento camere bellissime e chiare tutte di graziosa luce, ecc.,
ecc. », una torre nella quale con impressionante riavvicinamento il Rossetti
vede la Divina Commedia dai cento canti entro la quale si chiude misteriosa-
mente la vergine Biancofiore, la divina misteriosa Sapienza, fino al giorno in
cui con Florio essa ne uscirà, vestiti l’uno e l’altro da pellegrini per giungere
436 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
a Roma, ove prima di entrare Biancofiore avrà la visione del rinnovamento
della Città santa nel nuovo culto e nel nuovo impero ! (Croce e Aquila !).
Delle egloghe del Boccaccio non parlo, perchè mi par superfluo di ripetere
che esse sono in gran parte incomprensibili e nelle parti comprensibili troppo
trasparentemente dirette contro la Chiesa di Roma. Chi altro se non la
Chiesa di Roma può essere questa ?
O facinus! Meretrix anus et avara I,upisca
Quae nuper glandes oleasque legebat in agris
nunc Coelum violat verbis, et fascinat agnos! (1)
È la meretrice come nella Divina Commedia. Lupisca, lupa della cupidigia
che un tempo viveva di ghiande (povertà) e di olive (sapienza) ed ora viola
il cielo con le sue parole e affascina gli agnelli e che dovrebbe tornare alle
ghiande e all’oliva, a quella oliva della quale invece è circondata la testa di
Beatrice ! È la « malvagia che dal fiume e dalle ghiande », come diceva il Pe-
trarca, si è ingrandita impoverendo gli altri.
Tutte le egloghe del Boccaccio sono in questo tono e d’altra parte egli
stesso nella Genealogia degli Dei (Lib. 14) grida: «O inetta scelleraggine !
Chi altri che gl’ignoranti diranno che i poeti abbiano fatto le favole semplici
e che non contengono altro che l‘esteriore ? »... « Chi appresso sarà tanto
sciocco che stimi il famosissimo e cristianissimo uomo Francesco Petrarca,
avere speso tante vigilie, tante fatiche, tante notti, tanti giorni, tanti studi
nella sua duccolica, solamente per la grazia del verso e l'eleganza delle parole ?
E per fingere che cantassero insieme Panfilo e Mitione ed altri spensierati
pastori ? E che Gallo dimandasse a Tirreno la sua fistula ? Potrei addurre
anche 1 miei versi buccolici, del cui sentimento i0 sono consapevole, ma ho
giudicato tacerne ». E basterebbero queste parole per assicurarci che leggere
le opere minori del Boccaccio tenendosi soltanto al loro senso letterale sarebbe
un non volerle intendere affatto (2).
Ma non posso chiudere questo brevissimo accenno al Boccaccio senza
ricordare il fatto che ci viene rivelato da una lettera del Petrarca (3) e che
molto probabilmente si ricollega con l’attività settaria del Boccaccio e con
qualche sentore che se ne ebbe in ambienti ecclesiastici. Quella lettera
del Petrarca risponde ad una lettera perduta del Boccaccio nella quale que-
sti (come risulta dal contesto della risposta), gli raccontava terrorizzato che
era venuto da lui un tale a nome di un certo Pietro nativo di Siena, religioso
(1) Egloga vIîk vv. 116 segg. E pensare che questa Lupisca con tutto il suo con-
torno stranissimo, si crede che designi qualche personaggio della corte di Napoli, e
che a pettegolezzi della Corte napoletana si riferiscano i sensi segreti di egloghe come
questa | si
(2) Mi propongo di svolgere possibilmente in uno studio a parte l’interessantissimo
tema : a Z/ contenuto segreto delle opere del Boccaccio ». È
(3) Senili, lib. I, 5. i
LI
— e —
TT
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 437
di gran nome e famoso ancora per miracoli operati. Questo Pietro (a quanto
narrava il misterioso visitatore) prima di morire aveva veduto Gesù Cristo
e conosciuto nella vista di lui alcune cose che riguardavano il Boccaccio, il
Petrarca ed altri poeti (!). Questo veggente morituro aveva incaricato il
visitatore di andare prima di tutto dal Boccaccio poi da altra gente in Gallia
e in Bretagna e per ultimo dal Petrarca e al Boccaccio doveva dire due
cose : I) che a lui già sovrastava la morte, 2) che egli dovesse rinunziare allo
studio della poesia (!). .
Il Boccaccio fu terrorizzato da questa visita. Il Petrarca gli scrisse su que-
sto tema : « Nuovo e inusitato non è che fole e menzogna si coprano sotto
il velo di religione e di santità e del giudizio di Dio si faccia mantello alla
frode e all’inganno ». Il Boccaccio col tempo parve rassicurarsi e non mise
in atto il suo proposito di vendere i libri e di ritirarsi completamente dal-
l’arte e dallo studio.
Orbene, se questo racconto si mette insieme a tutto il resto che già sap-
piamo, il sapore di esso diviene molto interessante. Si noti che non si parla
di accuse per il lubrico Decamerone, che non gli si dice di non far più lettera-
tura più o meno pornografica, ma di lasciare la foesta. Non c'era dunque qual-
cuno che aveva conosciuto o subodorato il contenuto della poesia e che, pure
evitando quei maxima scandala che sarebbero venuti da uno spaventoso
processo inquisitoriale impostato contro tanti uomini illustri ed in materia
così poco dimostrabile, volle richiamare’ con una bduona paura all'ovile il
Boccaccio, pecora nera che scriveva poesie a doppio senso e, indirettamente
per mezzo suo, anche il Petrarca ?
L'ipotesi è più che verosimile e questo episodio confermerebbe quanto
abbiamo detto sopra a proposito della Chiesa, che anche quando seppe o in-
dovinò qualche cosa, agì con profondissimo tatto e con una cautela che ebbe
per lei ottimi frutti.
6. IL PETRARCA ED IL DISSOLVERSI DELLA TRADIZIONE DEI « FEDELI
D'AMORE ». — Anche qui sarà bene che io ripeta che non ho affatto appro-
fondito l'argomento e che esprimo semplicemente qualche impressione, che
mi riserbo liberamente di ricorreggere, se sarà il caso, dopo studi più pro-
fondi.
La lirica del Petrarca appare di regola svincolata dal convenzionalismo
del « dolce stil novo » anche più di quella del Boccaccio, tuttavia non si
deve dimenticare : ni
1) Che lo spirito del Petrarca, quale ci appare speciafmente nelle Ept-
stolaè stne ktulo e in alcune delle poesie italiane, assume verso la Chiesa cor-
;fotta atteggiargenti di inaudita violenza. r x
| 2) Che non solo per la predetta testimonianza del Boccaccio, ma per
tutte le testimonianze dei contemporanei le opere del Petrarca erano consi-
derate come piene di una profondissima dottrina inattingibile, dai profani.
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438 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
3) Che le Egloghe, profonde, oscure, involute, sono perfettamente nello .
stesso stile e nello stesso tono di quelle del Boccaccio, scritte cioè con pro-
fonde significazioni segrete.
4) Che nello stesso Canzoniere esiste un notevole gruppo di poesie
tutt'altro che facili ad intendere, nelle quali anzi il simbolismo è evidentissimo
ed è un simbolismo che ci richiama al simbolismo del « dolce stil novo ».
Alla realtà di Laura si usa credere anche più che alla realtà di Beatrice.
Ma è notevole osservare che questa fede nella realtà di Laura è sorta quasi
un paio di secoli dopo la morte di lei e che anche qualche contemporaneo
dichiarava di non crederci e che colui che diffuse l’idea della realtà
storica di Laura fu (come per Beatrice!) un discendente di lei, il De
Sade. Curioso che queste illustri donne siano sempre individuate da qual-
cuno che deve farne una gloria di famiglia! Aggiungerò che molti va-
lentuomini non credono niente affatto, neanche oggi, alla pretesa dimo-
strazione del De Sade e che d’altra parte nulla impedisce che sulla eventuale
realtà di Laura il Petrarca abbia ricamato pensieri mistici e simbolici. La
stessa famosa nota che il Petrarca pose di suo pugno sul libro di Virgilio,
notando luogo e data precisa del suo innamoramento e della morte di Laura,
si presta perfettamente ad essere interpretata come data di iniziazione in
un luogo che ha un nome convenzionale e con un convenzionale significato
. della morte della donna e certo si ha il diritto di mettersi in sospetto quando
si trova che questo innamoramento è accaduto per avventura nella settimana
santa, come nella settimana santa era avvenuto quello del Boccaccio, e di altri
« Fedeli d’amore ». E il sospetto si fa anche più grave per quella stranissima
coincidenza manifestata nel fatto che la donna muore precisamente nello stesso
mese, nello stesso giorno, nella stessa ora, nella quale è apparsa al suo amante,
e precisamente dopo (3X7=) 21 anni (numero mistico) dal momento
della sua apparizione !
Ma fino a che questo argomento non sarà stato seriamente studiato,
io sono anche disposto ad ammettere e riconoscere la possibilità di un vastis-
simo fondo realistico nella poesia del Petrarca, la quale ha indubbiamente
un tono di immediatezza e di passionalità che supera di gran lunga quella
di Dante e dei suoi amici.
Chi volesse radicalmente applicare l'ipotesi del gergo, potrebbe anche
pensare che il procedimento del Boccaccio e del Petrarca si sia raffinato in
questo senso, che essi abbiano compreso che non si poteva continuare in quel
giuoco angoscioso di mescolare nelle stesse poesie : a) amore per la donna,
b) moralizzazioni, c) imprecazioni contro la Chiesa. Infatti queste tre cose
che in Dante si trovano (spesso molto a disagio) unite tra loro e mescolate,
nel Petrarca si trovano si tutte e tre, ma sempre, con molto maggior gusto,
distinte. Ci sono le imprecazioni contro la «pietra» (Fiamma del ciel
sulle tue trecce piova !), ci sono le' moralizzazioni, ma sono, ripeto, sempre
separate tra loro.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI 439
Ma io non ritengo necessario di negare al Petrarca la realtà di un
amore terreno, il quale ha in molte parti accenti abbastanza veri e toccanti,
e in lui l’arte e la passione poterono anche esprimersi da sè svincolandosi
molte volte dal misticismo e dal convenzionalismo della tradizione. Ma chi da
questo volesse inferire che il Petrarca sia completamente estraneo alla tra-
dizione dei « Fedeli d'amore» e che non abbia fatto mai lirica a senso mistico
iniziatico e non abbia, quando era il momento o quando il tema era molto
importante, adoperato la poesia d’amore in gergo per i « Fedeli d’amore »,
affermerebbe secondo me una cosa infondatissima. Bisogna infatti ricono-
scere :
1) che il Petrarca si pone come continuatore della poesia dei « Fe-
deli d’amore », della quale egli certo non poteva ignorare il significato.
2) che alcune delle poesie del Canzoniere (a differenza delle altre)
presentano un simbolismo complicato ed oscuro.
Il Petrarca si pone evidentemente come continuatore della tradizione
dei « Fedeli d'amore » in quella canzone che è la quinta in vita di Madonna
Laura e che comincia : Lasso me ch'1° non so in qual parte pieghi dove la
prima strofe termina col primo verso di una canzone di Amnautz Daniel:
Drez et razon es qu'ieu chan e m demori, la seconda strofe con l'incipit fa-
moso di Guido Cavalcanti: Donna mi prega perch'io voglia dire, la terza
con l'incipit di Dante : Così nel mio parlar voglio esser aspro, la quarta con
l'incipit di Cino : La dolce vista e il bel guardo soave, la quinta con l'incipit
dello stesso Petrarca : Nel dolce tempo della prima etade.
E evidente che il Petrarca si pone come continuatore della tradizione
di tutti costoro e che sostanzialmente afferma di non differire da essi.
Infatti, tra le sue poesie noi ne troviamo, ho detto, alcune che sono
indiscutibilmente a chiave. Si ha un bel parlare della spontaneità e della
immediatezza della poesia del Petrarca, ma evidentemente proprio quella
canzone che il Petrarca mette in certo modo in schiera con quelle dei suoi
illustri predecessori, e cioè la canzone: Nel dolce tempo della prima etade,
ricorda molto il vecchio gergo e il Petrarca vi descrive certe sue buffissime
trasformazioni effettuate dall’amore, che soltanto la critica « positiva » può
credere che sieno realistiche. Queste trasformazioni sono precisamente sette.
Da prima il poeta per effetto dell'amore si trasformò « d’uom vivo in lauro
verde », poi prese « col suon color d’un cigno », poi fu fatto « d’'uom quasi
vivo e sbigottito sasso », poi tornò uomo, poi finalmente divenne «una
fontana a piè d'un faggio ».
Chi udì mai d’uom vero nascer fonte ?
E parlo cose manifeste e conte.
Naturalmente madonna ne ha avuto poi pietà e lo ha ridotto al primo
stato, senonchè un’altra volta ha visto la donna ignuda nella fonte, e allora
essa lo ha trasformato «in cervo solitario e vago ».
440 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
E tutte queste cose il poeta ce le dà per «manifeste e conte », ma il
loro sapore simbolico ed iniziatico è troppo evidente, specie quando vediamo
questa canzone ricollegata dal Petrarca stesso alle altre canzoni simboliche
che ben conosciamo.
Ma nel Canzoniere esistono anche dei sonetti che si distaccano evi-
dentemente dagli altri per il loro manifesto simbolizzare ; uno tra gli altri
è notevolissimo, perchè le spiegazioni letterali che se ne sono date sono
di una inaudita goffaggine : è il sonetto 138 în vita di madonna Laura.
Io riproduco con il commento che ne dà il Rossetti e che ognuno può
confrontare con il commento ordinario.
Una candida cerva sopra l’erba
verde m'’apparve, con duo corna d'oro,
fra due riviere, all'ombra d'un alloro
levando ’1 Sole, alla stagion acerba.
Fra sua vista sì dolce superba
ch’i' lasciai per seguirla ogni lavoro ;
come l’avaro, che ’n cercar tesoro
con diletto l'affanno disacerba.
a Nessun mi tocchi, » al bel collo d’intorno
scritto avea di diamanti e di topazi;
s Libera farmi al mio Cesare parve ».
Ed era 'l Sol già volto al mezzo giorno ;
gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi;
quand’io caddi nell'acqua, ed ella sparve.
Interpretazione comune della quale ognuno può vedere la superficia-
lità ela inconsistenza : la cerva è Laura che ha le corna d’oro perchè è bionda (!).
Stava all'ombra di un alloro perchè « il corpo di Laura si può intendere che
ombreggiava l’anima » (!) Che la cerva è fatta libera da Cesare significa che
Dio (!) l’ha fatta libera da tutte le imperfezioni (!). La sparizione della cerva
significa la morte di Laura e il cadere nell’acqua la quantità delle lacrime
chè il poeta sparse per la sua morte (!) (sic — Camerini).
Il Rossetti interpreta così : Intorno a Carlo IV, disceso in Italia come
erede della tradizione di Arrigo VII, si riaccesero tutte le speranze della setta
che credette di divenire per opera sua libera e vincitrice. L’avarizia e la dap-
pocaggine dell'Imperatore delusero in breve tanta speranza e la setta ricadde
nella desolazione. La setta è anche qui, come in tanti altri casi, rappresen-
tata come la solita cerva. Essa sta naturalmente all'ombra dell’alloro sacro,
la pianta che sta sulle sorgenti significanti mille volte la tradizione settaria ;
la dicitura del collare nel sogno, promette appunto all’illuso poeta che la
setta sarà fatta libera dal suo Cesare (Carlo IV). Ma il suo Cesare non
mantiene la promessa, la bella cerva libera, la setta liberata, era soltanto un
sogno e sparisce e il poeta cade nell’avvilimento e nella delusione.
Consentirete che chiunque è libero di scegliere tra le due interpreta-
zioni ; io scelgo, senza esitare, la seconda.
OBBIEZIONI, DUBBI, PROBLEMI ‘ 44I
E credo anche che si debba tornare con doverosa considerazione ad una
idea del Rossetti intorno al significato simbolico dell’Affrica, ove la lotta
tra Roma e Cartagine è innalzata verosimilmente a significare in segreto
la lotta tra la Sapienza santa, la setta, e la « Morte », cioè la Chiesa cor-
rotta e dove il castello che sta sulla cima del monte Atlante (al quale
Atlante il Petrarca raffigura se stesso in un sonetto) rappresenta forse la
rocca del pensiero libero e puro costruita sull'uomo che apparentemente
è stato trasformato in «sasso », in « pietra », dalla Chiesa corrotta, l’uomo
cioè che in apparenza di sasso, di pietra, di seguace della Chiesa, porta però
nell’alto della sua mente la rocca inattingibile della verità santa, alla quale
egli è fedele.
In tutta la sua opera il Petrarca, come il Boccaccio, ripete l'antica idea
che sotto la poesia si nasconde qualche cosa di frofondo e di ambiguo che
soltanto un occhio linceo può attingere attraverso il velo.
ipa de dee e Quaedam divina poetis
Vis animi est; veloque tegunt pulcherrima rerum,
Ambiguum quod non acies, ni lincea rumpat.
E dovremo credere che malgrado ciò la lirica del Petrarca sia da pren-
dersi sempre come semplice espressione di un sentimento ?
Concludo : Il Petrarca è tra gli autori che vanno seriamente ristu-
diati nella luce della ipotesi della esistenza di un gergo nella poesia dei
« Fedeli d'Amore », perchè è certo che, anche se egli cantò un amore vero,
non spezzò per questo la tradizione dei « Fedeli d'Amore » e, per loro e con
loro, quando era necessario e opportuno, adoperò il consueto gergo mistico
settario, come è certo che nelle altre opere coprì «con l'ambiguo velo secondo
l’uso dei poeti, le cose più belle ».
Ma è certo pure che, volontariamente o no, nella sua lirica l'elemento
arte, l’elemento passione, tendeva ormai a prendere il sopravvento, mani-
festandosi col prevalere, sulle formule tradizionali, di espressioni immediate
e dirette. La bella veste dell’arte che il misticismo aveva intessuto a se
stesso cominciava a soffocare il misticismo.
Era l'alba del Rinascimento.
Come i simboli sacri delle cattedrali diventavano fregi di pura arte,
come le figure dipinte abbandonavano il tipo fisso e mistico del Cristo,
della Vergine, dei Santi e scendevano a raffigurare anche questo 0 quell’uomo
vivo, così le parole d'amore a significato mistico ridiventavano vere parole
d’amore pronunziate nella passionalità vera verso la donna, mentre il movi-
mento spirituale che le aveva adoperate come schermo si andava attenuando
e soprattutto separando nei suoi elementi.
Quegli elementi erano stati fondamentalmente tre.
La volontà cristiana di rinnovare la Chiesa.
La tradizione gnostica e neoplatonica.
L'arte poetica.
442 CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Ebbene, la volontà cristiana di rinnovare la Chiesa si avviava a di-
ventare aperta ribellione nella Riforma o cauta e saggia legislazione nella
Controriforma.
La tradizione gnostica e neoplatonica si immetteva in una corrente
di più autentico platonismo (il Medio Evo più che platonico era stato neopla-
tonico), sorto dalla conoscenza diretta delle opere di Platone (1) e si separava
di fatto sempre più dallo spirito religioso cristiano. Ne sorgeva una immensa
fioritura di opere platoniche; mistiche e simboliche, ove si ritrovavano an-
cora tante risonanze del vecchio misticismo, per esempio quel Sogno di
Polifilo ove la misteriosa Polia fa rinascere a «vita nuova » il suo amante
morto per lei di amore in un tempio, ma tutto questo simbolismo non sembra
più animato da quella religiosità viva e da quella speranza ardente che
animava la parola dei « Fedeli d’Amore ».
E da quella religiosità viva, presente ed intensa, si distaccava, andando
ormai quasi sempre per sue vie, l’altro elemento della formazione del « dolce
stil novo »: l’arte, l’arte che, assunta nello spirito del Trecento a essere
soprattutto strumento della espressione di una fede nella lotta per una idea,
diventava più ornata, più curata, ma più fredda, diventava l’arte per
l’arte del Rinascimento e del periodo classico.
Così, nei secoli che seguirono quello di Dante, si disgiungevano e si di-
sperdevano in correnti separate dell’attività dello spirito, quelle tre mirabili
forze che unite tra loro e legate al grande sogno dell'Impero avevano risuo-
nato con un altissimo concento nell’anima dell’Alighieri e che nella loro
armonia avevano costituito un maraviglioso vertice dello spirito umano nel
Poema Sacro.
(1) Caratteristica di questo platonismo vero era di vagheggiare secondo il Convito
di Platone nella donna l'eterna idea della bellezza mentre il Medioevo neoplatonico aveva
vagheggiato l'eterna idea della Sapienza. Il non aver visto questa differenza ha sviato
coloro che hanno cercato le fonti platoniche del « dolce stil novo » e sono andati comple-
tamente fuori strada come il Vossler (Die Platonische Grundlage des « Siissen Neuen Stil»),
APPENDICE
La legittima attribuzione del <« Fiore» a Dante
_
Credo che sia stato un gran danno che il problema della paternità
del Fiore sia stato trattato da tutti filologi insigni e valenti sì, ma che in
genere non sospettavano la profonda significazione e il profondo con-
tenuto mistico-settario di quell’opera.
Si deve a questo fatto, secondo me, se alcuni filologi come il Parodi
non riuscirono a vedere interamente chiaro nella questione e si comprende
che chi riteneva il Fiore semplicemente una storia giullaresca piena di scon-
cezze, fosse esitante ad attribuirla a Dante.
Riassumiamo la questione.
Quando il Castets nel 1881 pubblicò il Fiore, il cui manoscritto esisteva
nella Biblioteca della Facoltà di Medicina di Montpellier, avanzò l'ipotesi
che esso fosse stato scritto da Dante Alighieri.
Tale ipotesi fu in seguito accettata dal Mazzoni e dal D'Ovidio, e bene
accolta dal Rajna. Gli argomenti a favore di questa ipotesi sono numero-
sissimi ed io li enuncio solamente. Il Parodi li riassunse nella Prefazione
alla edizione del Fiore (Firenze 1922) pubblicata a fianco e nella stessa veste
delle Opere di Dante edite dalla Società Dantesca, ma separatamente
appunto per il dubbio sulla sua attribuzione. :
I) Come è noto il Roman de la Rose, del quale il Fiore è un rifacimento
in sonetti italiani, porta a un determinato punto il nome del suo autore :
Jean de Meun. Al posto corrispondente ed anche in altro passo, il Fiore
ha invece il nome di Durante (Sonetti LXXXII e CCII). Questo « Du-
rante » è un poeta certamente fiorentino e che scrive certamente nella fine
del secolo xm o al principio del secolo xIv, cioè negli anni nei quali vi-
| veva Dante Alighieri; (1) e Durante era il vero nome di battesimo di
Dante Alighieri.
2) Questo poeta, pure scrivendo i suoi duecentotrentadue sonetti
con grandissima fretta, nel modo più sciatto e trasandato e spesso lasciando
correre nella sua imitazione dei ridicoli francesismi, è persona che maneggia
assai bene l’endecasillabo e il sonetto, e in molti punti si mostra capacis-
(1) Ritengo sufficienti per questa determinazione le prove viste dal Parodi e dal
Mazzoni e debolissime le obbiezioni presentate contro questa tesi.
444 APPENDICE
simo di fare dei bei sonetti. Se questo Durante non fosse Dante Alighieri,
resterebbe il problema insoluto come mai sia esistito tra i fiorentini di quel
tempo questo poeta, certamente notevole, che si chiamava Durante e del
quale nè il nome nè l’opera appaiono altrove.
3) Questo « Durante » è anche una persona di profonda cultura e che
non imita pedestremente. Egli infatti inserisce per esempio di suo, a un
certo punto del poema, il ricordo e la rivendicazione di Sigieri di Brabante,
estranea al testo, e, come è noto, la rivendicazione di Sigieri è fatta ardita-
mente proprio da Dante nel Paradiso (1).
4) Esisteva già prima della scoperta del Fiore una tradizione secondo la
quale Dante, per mettere in guardia un marito contro l'ipocrisia di un frate,
che si intratteneva con la moglie di lui, avrebbe scritto questa quartina :
Chi della pelle del monton fasciasse
il lupo e tra le pecore il mettesse,
credete voi, perchè monton paresse,
che de le pecore e’ non divorasse ?
Orbene questa quartina si è ritrovata poi essere la prima quartina del
sonetto 97° del Fiore. |
6) Nel Fiore si parla due volte di un « frate Alberto » raffigurato come
tipo di dissimulatore, e l’autore della seconda parte del Fiore si chiama, come
è noto, Jean de Meun. Orbene esiste, come abbiamo veduto, un sonetto di
Dante che accompagna una sua opera chiamata genericamente « pulzelletta »
indirizzandola a un Brunetto. Questo sonetto non solo allude a dei « Frati Al-
berti » che intendono « ciò che è posto loro in mano », ma finisce col dire che
se la « pulzelletta » parrà difficile a intendersi ci si potrà rivolgere a « messer
Giano » (che apparisce essere Jean de Meun).
Appare quindi per i due nomi contenuti nel sonetto di Dante e che si
ricollegano al Fiore che il sonetto debba aver accompagnato proprio il
Fiore scritto da Dante.
Messer Brunetto, questa pulzelletta
con esso voi si ven la pasqua a fare:
non intendete pasqua di mangiare,
ch’ella non mangia, anzi vuol esser letta.
La sua sentenzia non richiede fretta,
nè luogo di romor nè da giullare ;
anzi si vuol più volte lusingare
prima che n intelletto altrui si metta.
Se voi non la intendete in questa guisa,
in vostra gente ha molti frati Alberti
da intender ciò ch'è posto loro in mano.
Con lor vi restringete sanza risa ;
e se li altri de’ dubbi non son certi,
ricorrete a la fine a messer Giano (2).
(1) Par., X, 136-138. (2) DANTE: OPd., pag. 102.
LA LEGITTIMA ATTRIBUZIONE DEL « FIORE » A DANTE 445
La forza di questi argomenti è tale e la convergenza di tutti questi
indizi è così limpida, che ad essi dovrebbero essere opposti degli argomenti
molto seri per giustificare ancora il dubbio. Orbene il Parodi, dopo avere
esposto gli argomenti di cui sopra, sospende il giudizio e lascia sussistere il
dubbio unicamente perchè non si rende nessun conto del valore simbolico
e del profondo contenuto del Fiore. Infatti egli, dopo alcune obbiezioni
di poco conto, scrive :
« Non pare che il Fiore esiga tanto acume o sforzo d’ intelletto
«per essere inteso, e anche meno poi che esso richieda appartate e silenziose
« meditazioni e rifugga dagli strepiti giullareschi. Posto che Dante non può
« essere stato così fiacco e strano nel caratterizzare un’opera come il Fiore,
«il riscontro dei « frati Alberti» e di « messer Giano » rimane soltanto uno
«dei più graziosi tiri che la verosimiglianza abbia giocato alla verità sto-
« rica ».
Da queste parole risulta evidentemente che la ragione vera per la quale
il Parodi non considera come probativi gli argomenti su addotti è che secondo
lui il Fiore è una cosa senza alcuna serietà e senza nessun significato profondo
che possa richiedere sforzo di intelletto e silenziose meditazioni. Per questo
motivo il Parodi si rassegna a distaccare il Fiore dal sonetto a Messer Bru-
netto e si rassegna perfino a subìre un grazioso tiro dalla verosimiglianza
a danno della verità storica.
E non solo egli si rassegna a questo, ma dovendo a cercare chi
possa esser quel messer Giano e spiegare tutta quell’aria di mistero con
la quale si parla della « pulzelletta », deve andare a supporre che tutte quelle
raccomandazioni di leggere la « pulzelletta » con attenzione e serietà siano bur-
lesche. « Si potrebbe pensare ad una canzonatura rivolta contro un dottore,
«che so io? di scienze occulte ; ma è più semplice e naturale supporre che
«« messer Giano » facesse parte anche lui della brigata, e vi fosse famoso, per
« esempio, come uno al cui occhio nessuno riuscisse a tener nascosti 1 fatti
«suoi, anche più gelosi e segreti ». Il Parodi continua ancora supponendo
‘ che nel sonetto dedicatorio Dante « da uomo di spirito, intenda prevenire
«co’ suoi frizzi i frizzi con cui quegli uomini di spirito avrebbero accolto
«pur gustandoli e ammirandoli, i suoi poetici e idealistici misteri ».
Come si vede, per il Parodi tutto si risolve in una serie di canzonature.
Comincia lui, il Parodi, col sorridere un poco di Dante per i suoi poetici e 1dea-
listici misteri, suppone poi che Dante potesse mandare dei misteri 1dealistici
a persone che ne avrebbero riso (1) e che per ciò, «da uomo di spirito », li
canzoni lui prima di essere canzonato ; suppone che Dante canzoni un ipo-
tetico « messer Giano » che ha l’aria di essere un « dottore di scienze occulte »
(1) Cioè proprio a quella « gente grossa » dalla quale voleva che le sue poesie stes-
sero sempre lontane !
446 APPENDICE
e suppone infine, come conclusione generale, che la verosimiglianza giuochi
un tiro in questo caso alla realtà storica. Ultima, suprema canzonatura.
Tutta questa infelice soluzione del problema a base di canzonatura ge-
nerale, deriva unicamente dal fatto che il Parodi, valentissimo filologo, ma
che seguiva in questo la deplorevole tradizione della critica « positiva », ha
creduto di andare a fondo alla questione senza porsi neanche un instante
il problema se nel Fiore non ci sia veramente un senso profondo, senza prendere
neppure in considerazione, con il consueto disdegno, le idee del Rossetti, che
aveva accennato fino da un secolo fa al contenuto settario e alla essenza
mistica del Roman de la Rose « ou l’art d'amour est toute enclose ».
Orbene, la spiegazione che abbiamo dato del significato simbolico e set-
tario del Fiore, elimina completamente l’'obbiezione del Parodi contro l’attri-
buzione di quest'opera a Dante, elimina cioè l’unica vera obbiezione esistente
e viene a confermare in modo, per me indubitabile, che il Fiore è stato scritto
da Dante Alighieri.
E tutto diventa chiaro.
Il Fiore è un romanzo simbolico settario.
Ecco perchè Durante, cioè Dante, lo scrive e lo manda in giro, non a scopo
di arte, ma a scopo di propaganda settaria e per ciò lo butta giù in fretta, forse
per commissione, nella maniera più trasandata e curando foco o nulla lo stile,
lasciandosi trascinare nella fretta dalla imitazione delle parole (francesismi)
tanto da rendere spiegabile la maraviglia di coloro i quali credono, molto
a torto del resto, che Dante dovesse scrivere sempre e soltanto bellissime cose.
Ecco perchè Dante manda il Fiore a un « messer Brunetto » (che non va
affatto confuso con Betto Brunelleschi ) (1), dicendogli nel sonetto accompa-
gnatorio : « Vi mando per Pasqua quest'opera. Guardate che per essere in-
tesa bisogna che non sia letta in fretta e che, per quanto sembri una cosa
leggera, non va letta in «luogo di romor nè da giullare », anzi va letta molte
volte prima di poter essere intesa bene. Per leggerla riunitevi insieme (voi
adepti) senza ridere (delle apparenti lubricità). Se voi stessi non la intendete
subito, ci sono tra voi molti che si sono messi il vestito di Frate Alberto,
quello stesso vestito, quello stesso manto esteriore di ortodossia untuosa
che in questo libro si mette Falsosembiante per andare a scannare Mala-
bocca : l’Inquisitore ».
Falsosembiante, sì com’om di coro
religioso e di santa vita,
s'apparecchiò, e si avea vestita
la roba frate Alberto d'Agimoro (CKXX).
« Ci sono tra voi dei settari consumati che vestono la veste di Frate Al-
berto, essi capiscono bene il gergo, sono gente « da intender ciò che è posto
(1) Chi ha aggiunto al « Brunetto » del primo verso la qualifica di Betta Brunel-
leschi non ha pensato che era uno degli uomini della parte odiata da Dante, al quale
questi non avrebbe mandato « pulzellette » di nessun genere.
hi A
Ao -
LA LEGITTIMA ATTRIBUZIONE DEL « FIORE » A DANTE 447
loro in mano ». Riunitevi insieme senza ridere delle apparenze oscene di
questo scritto, e quanto ai dubbi che non potrete risolvere da voi, essi potranno
essere risolti da messer Jean de Meun che è l’autore dell’opera » (I).
E con ciò abbiamo anche probabilmente la spiegazione del segreto tenuto,
della piccola diffusione che ebbe quest'opera eminentemente settaria e possiamo
non solo restituire a Dante questa sua fatica, per quanto poco essa possa ag-
giungere alla sua gloria di poeta, ma possiamo anche rinunziare a dei riav-
vicinamenti fantastici che alcuni tra i sostenitori dell’attribuzione del Fiore
a Dante hanno creduto di dover porre tra la Rosa del Fiore e la « Mistica
Rosa » del Paradiso.
Tanto il Castets che il D’ Ovidio, nella loro assoluta non conoscenza del
simbolismo che ora è chiaro, posero quel riavvicinamento in modo erratis-
simo. Il primo ritenne che la Candida Rosa del Paradiso si contrapponga a
quella del Fiore come una reminiscenza purificata, il D’Ovidio molto inge-
nuamente esclamava che il Fiore è il necessario preliminare della Divina
Commedia ; perchè rappresenta appunto il periodo di deviazione di Dante
che scriveva tutte quelle sconcezze. « Ora sappiamo esclama il D’ Ovidio
che cosa aveva Dante da rimproverarsi ! ».
In realtà la Rosa del Fiore e la Candida Rosa della Commedia sono
un simbolo solo : l'uno, espresso in gergo in un libro che doveva passare
d’una in altra piccola congrega di adepti, si mascherava di digressioni ero-
tiche e di lubricità per attraversare il volgo e passar sotto gli occhi
della Inquisizione vigilante; l’altra risplendeva nell’alto dei cieli costruiti
secondo le linee ortodosse e perciò sicura nel suo contorno di idee tradi-
zionali di parole ortodosse e di ortodosse visioni.
Ma nell’uno e nell’altro poema il simbolo è lo stesso : è la mistica Sa-
pienza méta del mistico amante, è la stessa « Rosa » che fu chiamata « Rosa di
Sorìa » e che ispirò tanti altri poeti : la « Rosa Mystica » che Dante non solo
cantò nel Fiore, ma celebrò con appassionata devozione dalla prima pa-
rola della Vita Nuova all’ultima del Poema Sacro.
(1) Interessantissimo particolare è che questo frate Alberto che si ricollega evi-
dentemente alla « Simulazione » sia nato ad Agimoro, (Aigues Mortes) poichè si dice
comunemente « acqua morta » o « acqua cheta » proprio per indicare uno che ipocri-
tamente si dissimula sotto apparenza tranquilla. Non è verosimile che il modo di dire
settario « vestirsi da frate Alberto da Agimoro » e poi più brevemente : « vestirsi da
frate Alberto »: «essere un frate Alberto » significasse proprio : fare «l’acqua morta »
dissimulare, proprio come faceva Fa/sosembiante quando si vestiva da frate Alberto ?
Si noti che un perfetto tipo di frate ipocrita, che per avere una donna finge di essere
l'Arcangelo Gabriele, figura proprio col nome di frate Alberto nella novella IV, 2 del
Decamerone.
NOTE AGGIUNTE
Il sonetto di Dante “ Non mi poriano” (Cap. XII, 1)
Lo stranissimo sonetto di Dante: Non mi poriano già mai fare ammenda, deve
essere più attentamente considerato perchè c’è un’ipotesi ragionevolissima che lo può
rendere perfettamente comprensibile.
Anzitutto rileggiamolo :
Non mi poriano già mai fare ammenda
del lor gran fallo gli occhi miei sed elli
non s’accecesser, poi la Garisenda
torre miraro co’ risguardi belli,
e non conobber quella (mal lor prenda !)
ch’è la maggior de la qual si favelli :
però ciascun di lor voi che m'’intenda
che già mai pace non farò con elli;
poi tanto furo, che ciò che sentire
doveano a region senza veduta,
non conobber vedendo ; onde dolenti
son li miei spirti per lo lor fallire,
e dico ben, se ’1 voler non mi muta,
ch’eo stesso li uccidrò que’ scanoscenti |
Cerchiamo di ragionare in maniera semplice.
Il significato letterale di questo sonetto è semplicemente idiota e non credo che sia
necessario perder tempo a dimostrarlo.
Ma poichè l’autore di esso non è un idiota, ma è Dante Alighieri, ne risulta
matematicamente certo che questo sonetto è scritto per dire cosa diversa da quella cie
apparisce nel senso letterale. E siccome un sonetto di questo genere non può essere
scritto se non c’è almeno un altro che intenda, il sonetto è una comunicazione segreta.
Ho già «ccennato ad una semplicissima ipotesi: che Dante a Bologna sia venuto
a contatto con un gruppo settario che non era però il maggiore dei gruppi settari
ivi esistenti, che non era quella famosissima donna la quale dava «chiarezza e vir-
tute » a tutte le fontanelle, (v. pag. 202) il gruppo da cui era partito il «senno di
Bologna » e che si onorava del ricordo di Guido Guinizelli. Dante giunto a Bologna è
venuto in contatto con una delle due sette ma non con la vera setta di Bologna,
bensì con un’altra affine o dissidente ed ha espresso con questo sonetto il suo rincresci-
mento di non aver conosciuto la vera, antica, gloriosa setta, «la maggior de la qui]
si favelli ».
Questo io avevo già pensato e nulla è più semplice che immaginare due diversi
gruppi settari a Bologna, l'uno dei quali più o meno dissidente, ma non mi ero £c-
corto che di un asprissimo dissidio tra « Fedeli d’Amore » a Bologna, noi abbiamo
IL SONETTO DI DANTE: € NON MI PORIANO » 449
una chiarissima testimonianza nei sonetti dei quali ho già parlato, scambiati tra Cino
da Pistoia e Gherarduccio.
Cino da Pistoia scrive contro Gherarduccio il beffardo sonetto: Come li saggi
di Neron crudele, nel quale gli dice che Amore lo ha fatto ingravidare di una rana.
Gherarduccio gli risponde con l'altro sonetto : Poichè il piancto vi dà fede certana, ac-
cusando Cino di tenere il piede in due staffe tra la Chiesa e la setta : la pola silvana
e la pinta (Vedi Cap. II, 4).
Dunque un evidente conflitto tra Cino, per parecchio tempo risiedente a Bologna
(e se si vuole dubitare che i sonetti siano di Cino, si dica pure di un altro « Fedele
d’Amore » qualunque), e Gherarduccio, conflitto assolutamente inesplicabile e sciocco
nel senso letterale, conflitto di carattere evidentemente settario.
Abbiamo ritrovato dunque probabilmente i due gruppi settari di Bologna scal-
tramente raffigurati nelle due torvi.
Ma come si chiamava Gherarduccio ?
Si chiamava Gherarduccio Garisendi !
Ed ecco il piccolo intrico disciolto. Qualunque « Fedele d'Amore », informato del
fatto che a Bologna c’erano due gruppi o due partiti che facevano capo l’uno a Cino,
l'altro a Gherarduccio Garisendi, ricevendo il sonetto di Dante, (così sciocco nel senso
letterale), doveva capire immediatamente : Dante è stato a Bologna, ma circuito, se-
questrato in certo modo, dall'una delle due parti, da Garisendi, non ha potuto avvi-
cinare e conoscere l’altro gruppo, l’altra scuola, ma se ne duole, non vuole che questo
fatto faccia credere che egli è d’accordo con Garisendi e considera l’altra setta come
la vera, la maggiore, la legittima.
E possiamo benissimo spiegarci che Dante, nella tragica necessità della vita settaria,
potesse scrivere un sonetto nel quale il senso superficiale, che serviva di semplice lascia-
passare per il contrabbando, era gettato giù alla svelta senza pensare davvero alla
lirica pura che i posteri sarebbero andati a cercarvi, ma riconosciamo con un sospiro
di sollievo che Dante un sonetto così idiota non lo scrisse per brutale malvagità come
devono ritenere quegli infelici, che vanno pigliando le mosche del senso letterale.
Dimostrazioni convergenti.
Poichè conosco i critici « positivi » e so bene che ad onta dei mille fafti che io ho
esposto e ricollegato, adopereranno come principale argomento contro questa mia tesi,
l'accusa di sbalorditiva stranezza tengo a far presente alle persone serie quanto segue :
La mia tesi è che tutte le donne dei « Fedeli d’Amore » rappresentano la « Intel-
ligenza attiva », ossia la « santa Sapienza restituita nella sua integrità dalla Redenzione
di Cristo e affidata come Rivelazione alla Chiesa primitiva ».
Io dico che tutte queste donne sono l’Intelligenza attiva o Sapienza, ma intanto:
1) Che Beatrice nella Commedia sia la Sapienza santa lo sapevano tutti (vedasi,
tra gli altri, il Pascoli).
2) Che Beatrice nella Vita Nuova sia la Intelligenza attiva o Sapienza, lo aveva
dimostrato quasi sessanta anni fa il Perez.
3) Che la donna della Intelligenza di Dino Compagni sia l’Intelligenza attiva è
anche troppo chiaramente detto nel libro ed è apparso chiaro a chiunque lo abbia letto
in questi settanta anni da che è pubblicato.
4) Che la donna di Guido Cavalcanti sia l’Intelligenza attiva appare manifesto
dalla sua definizione dell'amore (che viene «da una forma veduta che prende loco e
dimoranza come in suo subietto nell'intelletto possibile ») e lo aveva visto del resto per
conto suo il Salvadori.
5) Che la donna di Guido Guinizelli debba dare il vero come la Intelligenza
è detto chiaramente nella canzone : A/ cor gentil.
450 NOTE AGGIUNTE
6) Che la donna misteriosa dell’Acerba sia l’Intelligenza attiva appare manife-
sto a chiunque, e lo ha veduto, per esempio, per conto suo, il Crespi.
Queste verità singole sono state riconosciute ognuna separatamente dall'altra.
Se questa donna già per sei volte si è rivelata indipendentemente dalla mia indagine
come Intelligenza attiva, non avrò io il diritto di tirare semplicemente la somma e
di concludere che essa è sempre l’unica Intelligenza attiva e di includervi anche la donna
dei Siciliani che ha un nome solo e mistico; Rosa, quella di Francesco da Barbe-
rino che è la più trasparente di tutte le donne simboliche e le donne di Cino, di
Lapo Gianni e di Gianni Alfani, esseri VISIENI Ca RUSSI e ricopiati tali e quali sui
modelli degli altri poeti ?
Il processo logico non potrebbe essere più semplice.
Pertanto se qualcuno giiderà ancora alla sbalorditiva stranezza, vuol dire sempli-
cemente che non conosce affatto i precedenti della questione, o che gli riesce troppo
difficile l’ammettere di non aver visto una verità così limpida e così importante, o che
qualche altro preconcetto o pregiudizio domina invincibilmente il suo spirito.
- ila
ve IA
Ab — Saîd — 105.
Agostino (S.)-26, 38, 76,
80, 81, 9I, 92, 93, 100,
IOI, 116, 149, 154, I55ì
158, 169, 207, 29I, 300,
325, 335. 358, 379, 4II.
Albertuccio da Viola - 175.
Alfani Gianni — 42, 63, 66,
85, 159, 161, 172, 183, 187,
200, 203, 22I, 234, 439,
450.
Al- Ghazàli (di Tus) - 104.
Alighieri Jacopo — 51, 266,
394.
Alighieri Pietro — 50, 51,193,
266, 394, 400, 40I.
Andrea Cappellano — 191,
234.
Apuleio - 158, 272, 435.
Aristotile — 82, 83, 84, 317,
318, 321.
Aroux E.-18, 19, 25, 125,
152, 183, 203, 355. 377,
389, 409, 420. 424, 428,
429.
Arrigo VII. -146, 162, 205,
230, 244, 240, 340, 341,
419, 422, 423, 440.
Attar — 104, 106.
Avempace — 115, I16.
Averroè — 80, 83, 84, 252,
317, 32I, 4II.
Bacci O. — 30.
Bacciarone di Messer Bac-
cone — 155, 157, 173, 197,
230.
Bajazid — 105.
Baldonasco Arrigo — 132,
136.
Bambaglioli Graziolo — 394.
INDICE DEI NOMI
Bardesane — 86.
Bartoli A. — 266, 267.
Bassermann A. - 417.
Bernardo (S.) — 94, 393, 424.
Bernardo da Bologna —- 179,
202.
Biscioni — 24.
Boccaccio Giovanni — 16, 18,
20, 28, 29, 30, 31, 37, 47;
50, 5I, 93, 146, 166, 178,
181, 185, 223, 261, 264,
265, 266, 267, 274, 335;
357. 394, 398, 399, 400,
401, 402, 403, 404, 424,
425, 426, 427, 430, 431,
432, 434, 435, 430, 437,
438, 441.
Boezio — 72, 73, 318, 321.
Bonifazio VIII. - 409, 416.
Bonagiunta da Lucca —- 134
135, 136, 137, 139, 140,
141,175, 198, 239.
Bonagiunta Monaco. 177.
Bosone da Gubbio — 397.
Brunelleschi Betto — 446.
Brunetto (Messer) 340, 444,
445.
Bruto — 384.
Buonaiuti E. — 87.
Buti — 267, 387.
Caccia da Castello — 174.
Caetani di Sermoneta M. -
7, 8.
Camerini E. — 440.
Can Grande — 95, 97, 301,
400.
Capeto Ugo — 423.
Carducci G.- 73, 269, 340,
355. 357. 304, 414.
Carlo IV — 423, 433, 440.
Cassio — 384.
Castets — 443, 447.
Catone — 264, 381, 382.
Cavalcanti Guido — 21, 24,
28, 32, 33. 34. 36, 37, 39,
40, 41, 42, 47; 49, SI, 57,
62, 63, 64, 65, 66, 68, 72,
73, 81, 82, 84, 85, 92, 93,
97, 100, 1IJ5, 116, 138,
146, 148, 153, 155, 160,.
166, 167, 169, 172, 173,
179, 181, 182, 186, 187,
188, 1809, 192, 193, 195,
199, 200, 202, 203, 2006,
210, 215, 216, 217, 218,
223, 225, 226, 227, 228,
230, 234, 242, 270, 271,
272, 274, 276, 278, 282,
283, 284, 290, 295, 298,
302, 304, 305, 306, 308,
320, 324, 326, 329, 338,
370, 386, 408, 409, 410,
4IT, 4I6, 421, 423, 439,
449.
Cecco d’Ascoli — 24, 32, 33,
36, 47, 61, 84, 176, 177,
181, 249, 251 a 262, 270,
341, 352. 357, 303, 365,
370, 398, 409, 416, 419.
Cesareo G.- 141.
Chaucer — 117.
Ciàmpoli D. — 415.
Cicerone — 318.
Cino da Pistoia — 21, 24, 32,
33, 36, 41, 44, 45, 40, 47,
51, 58, 59, 60, 62, 72, 73»
77, 89, 148, 155, 157, I61,
162, 166, 167, 168, 170,
171,173,175,176,178,179.
180, 181, 182, 183, 184,
187, 19I, 193, 195, 196,
452
197, 198, 199, 200, 203,
205, 222, 224, 225, 226,
229, 230, 234, 255. 257:
258, 261, 262, 278, 280,
302, 304, 313, 316, 338,
339, 340, 341, 343. 344,
369, 370, 395. 398, 422,
430, 439, 449, 450.
Ciullo d’Alcamo — 126.
Clemente V. — 353, 409, 416,
425.
Compagni Dino — 24, 31, 38,
52, 55, 506, 57, 64, 68, 72,
73. 79, 81, 85, 143, 149,
156, 175, 178 186, 192,
214, 262, 270, 277, 279,
422, 449.
Comparetti D.- 35, 36, 37, 45.
Corrado da Palazzo - 356.
Costantino — 25, 380.
Crescini V.- 125, 386.
Crespi A. — 262, 450.
Croce B — 74, 75, 185.
D'Ancona A.-30, 35, 36,
37. 45, 128, 266, 267, 268,
269, 270, 318, 334.
Daniello Arnaldo —- 59, 60,
125, 386, 387, 396, 439.
Dante da Maiano - 175, 205,
278, 327, 328.
Darmesteter — 102.
Deélécluze — 231, 412.
Della Torre — 413, 414.
Del Lungo I. — 65, 414, 415.
De Sade — 438.
Diez F.-161.
Domenico (S.) — 386.
Donati Corso — 389.
Dcnati Forese - 332.
D'Ovidio F.- 443, 447.
Durante — 47, 117, 126, 143,
443: 444, 440.
Earle — 20.
Egidi F.- 236.
Enea — 381, 382, 383, 384.
Ercole F. — 384.
Fauriel - 125.
Federico II. — 21, 36, 37, 46,
INDICE DEI NOMI
47, 126, 128, 129, 130,
13I, 132, 136, 174, 323,
385. 386, 409, 422, 423.
Figueira Guglielmo -— 125,
I6I.
Filippo il Bello — 261, 353, :
423, 424, 425.
Fiodo D.- 33 e passim.
Foscolo Ugo - 7, 8, 379, 394,
408, 415.
Francesco da Barberino — 24
27, 28, 32, 36. 37. 47, 64,
93, 109, 150, 160, 171, 172,
I9I, 193, 194, 201, 204,
236 a 250, 252, 270,
274, 277, 308, 328, 342,
350, 394, 398, 399, 416,
418, 422, 423, 425, 428,
450.
Francesco (S.) - 147.
Fraticelli P.— 28, 201, 412.
Frescobaldi Dino — 58, 216.
Frezzi Federico — 430.
Fulgenzio — 142.
Gaia — 356, 357, 359, 392.
Garisendi Glierarduccio — 58,
59, 203, 220, 449.
Gherardo — 356, 357.
Gherardo da Cammino - 356,
357, 392.
Gherardo da Reggio — 227.
Gherardo de Martignes — 357
Giano (Messer) — 340, 444,
445.
Gietmann — 20.
Giotto — 424.
Giovanni (S.) - 127, 158.
Giovanni della Croce (S.) —
113.
Giovanni XXII.- 97, 400,
409, 4I6.
Girautz de
387.
Giuda — 384.
Giusti G. — 415.
Gualtieri — 33, 191, 234, 235,
201.
Guenon — 19.
Guido da Castello — 356.
Guido Novello — 205.
Borneil — 386,
Guinizelli Guido — 21, 36, 46,
47, 50, 57. 58, 68, 72, 73,
76, 81, 135, 136, 137,138,
139, 141, 146, 148, 154,
166, 168, 179, 186, 1098,
201, 207, 212, 215, 270,
290, 299. 301, 346, 386,
416, 448, 449.
Guittone d’Arezzo — 46, 134,
135, 140, 14I, 380, 387.
Hallam — 412.
Hassan — 114.
Humam-ud-dîn — 107, 109.
Ibn-Bîdja (vedi Avempace).
Inghilfredi — 194.
Innocenzo IV.-125.
Ippolito — 87.
Ireneo — 86.
Jacopo da Lentini —- 21, 47,
52, 140, 141,159, 194, 273.
Jacopone da Todi — 112, 113,
160, 272.
Jean de Meun-443, 444,
447.
Khagani — 106.
Khusrev (di Dehli) - 109.
Krause — 314.
Lanmma E.-42 e passim.
Lapo Gianni — 24, 40, 41, 42,
49, 72, 92, 159, 165, 184,
185, 187, 188, 189, 199,
216, 220, 222, 226, 305,
329, 410, 450.
Leopardi G. — 159.
Lessing — 434.
Ljudovico il Bavaro — 434.
Macchioro — 1 58.
Malaspina Moroello - 370,
371.
Manete — 242.
Manfredi — 47.
Manoello Giudeo — 397.
Marco (S.) — 357.
Marco Lombardo — 355, 356,
392.
Marco Piceno (Fra) — 420.
Maroncelli — 407.
Massera A. F.— 93 e passim.
Mazzeo da Messina - 178.
Mazzoni G. — 443.
Mead - 87.
Mendelssohn — 413.
Mezzabati Aldobrandino -—-
371.
Molay (di) Jacopo - 425.
Monaci E.-52 e passim.
Monaci Ventura—66, 197, 200.
Monaldi (Ser) — 187.
Napoleone — 416.
Negri Pietro — 249.
Nizami - 107.
Omero —- 276.
Onesto da Bologna — 59, 60,
155, 228, 229, 230, 257,
304, 336, 396.
Orlandi Guido — 46, 58, 63,
64,174, 176,177,178, 181,
182, 190, 19I, 194, 210,
227, 228, 329, 419.
Orto (dall’) Giovanni — 173.
Ovidio — 182
Ozanam — 413.
Panizzi — 412.
Paolo (S.) -9I, 95, 96, 98,
158, 301, 308, 382, 383.
Papanti — 14I.
Parodi E.-443. 445, 446.
Pasci dei Bardi Lippo — 328.
Pascoli G, — 7, 8, 16, 17, 20,
21, 25. 72, 9I, 92, 93, 94,
97,141,161,169, 271, 290,
379, 405. 407. 408, 415,
417, 449.
Péladan - 19, 183, 377.
Pelaez M.—- 56 e passim.
Perale — 41 3.
Perés — 416.
Perez F. — 8, 20, 22, 38, 57,
72, 73, 80, 82, 83, 84, 91,
94, 95, 97, 116, 14I, 156,
169, 267, 268, 269, 271,
407, 408, 449.
INDICE DEI NOMI
Petrarca F. - 16, 18, 47,135,
136, 141, 185, 258, 259,
260, 261, 262, 276, 324,
386, 391, 403, 420, 430,
431, 436 a 44I.
Pianciani — 412.
Piccini G. — 395.
Piccoli R.-31 e passim.
Pier delle Vigne -21, 47,
128, 129.
Pietrobono L;.- 314, 320,
390.
Pietro di Siena - 436, 437.
Pilato — 423, 424.
Pitagora — 318.
Pizzi I.- 21, 102, 103, 105,
IO9, I12, 115.
Platone — 86, 273, 361,
442.
Plotino — 91.
Poggetto (del) Cardinale —-
394.
Pucci A. — 395, 400.
Qasimi — 110, 115.
Rajna P.- 443.
Rivalta E.- 34 e passim.
Roberto di Napoli — 241.
Rosario P.-260 e fassim.
Rossetti Agresti O. —18.
Rossetti Gabriele — 8, 16, 17,
18, 19, 20, 2I, 22, 23, 25,
32, 35. 36, 37. 38, 61,
62, 64, 72, 75. 79, 80, 101,
116, 125, 126, 127, 128,
129, 132, 144, 152, 169,
171, 174, 179, 186, 200,
201, 231, 238, 241, 267,
268, 270, 271, 272, 274,
298, 314, 323, 324, 327,
355, 350, 357. 358, 377,
389, 405, 407, 408, 409,
412, 413, 414, 415, 417,
420, 422, 423, 424, 428,
429, 430, 433, 434. 435;
440, 441, 4406.
Rossi (de’) Nicolò — 97, 98,
99, 100, 169, 191, 3II,
398, 399, 400.
453
Rimi — 102, 104, 107, IIO,
II1.
Saadi — 105, 112.
Saffi — 407.
Saladino di Pavia - 174.
Salimbeni Muscia -— 65.
Salomone — 8, 38, 88, 89,
243, 279.
Saltarello Lapo — 175.
Salvadori G. 115, 116, 295,
449.
Sant'Amore (di) Gugliel-
mo — 123.
San Vittore (da) Riccardo —
80, 94, 95, 96, 98, 99, 100,
169, 300, 301, 308, 313,
393, 411.
Saunier M. — 312.
Schlegel A. W. - 18, 412,
413. 415.
Senài — 107.
Servio — 142.
Settembrini L. — 412.
Sigieri — 123, 444.
Simon Mago - 86.
Sismondi — 357.
Sordello — 60, 396.
Soro V.- 422.
Squarzafico G. - 420.
Stazio — 264.
Taxil L.- 272.
Terino da Castelfiorentino -
278.
Tommaso da Faenza - 173.
Valeriani — 48 e passim.
Vecchioni C.-17, 408.
Vernani — 395.
Vico G. B.- 414.
Villani G.- 202, 227.
Virgilio — 92, 142, 148, 264,
276, 381, 382, 393, 438.
Volpe G.- 22.
Vossler C. — 442.
Wagner R.- 429.
Zenatti O. - 395.
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