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BIBLIOTECA STUDIO
UMBERTO
ECO
SEMIOTICA E FILOSOFIA
DEL LINGUAGGIO
ate(
-/
EINAUDI
I.
Segno e inferenza
i. Morte del segno?
Proprio nel volgere di secolo in cui la semiotica si è affer-
mata come disciplina, si è assistito a una serie di dichiarazio-
ni teoriche circa la morte» o nel migliore dei casi, la crisi del
segno.
Naturalmente è procedimento corretto per una disciplina
mettere anzitutto sotto inchiesta l'oggetto che le è stato asse-
gnato dalla tradizione. Il termine greco crriufEov, sia pure ine-
stricabilmente connesso a quello di -rex[jLTtpipv (che di solito
si traduce con 'sintomo') appare già come termine tecnico
nella scuola ippocratica e nella speculazione parmenidea; l'i-
dea di ima dottrina dei segni si organizza con gli stoici; Ga-
leno usa il termine <rcp.zuùi:\-xx\; e da quel momento, ogni
qual volta nella storia del pensiero occidentale si fa strada
l'idea di una scienza semiotica, comunque la si chiami, essa
viene sempre definita come 'dottrina dei segni' [cfr. Jakob-
son 1974; Rey 1973; Sebeok 1976; Todorov 1977]. Sicco-
me però la nozione di 'segno' acquista significati spesso non
omogenei, è giusto sottoporla a critica severa (se non altro
nel senso kantiana del termine). Ma in questa senso la no-
zione viene messa in crisi sin dal suo primo apparire.
Ciò che colpisce è invece che negli ultimi decenni questo
ragionevole atteggiamento critico abbia generato la propria
maniera. E cosi come si dice sia buona retorica iniziare un
corso di filosofia annunziando la morte della filosofia, o un di-
battito di psicanalisi annunziando la morte di Freud (e la
pubblicistica culturale odierna abbonda di tali steli mortua-
rie) -, ecco che è parso utile a molti esordire in semiotica an-
nunziando la morte del segno. Siccome questo annunzio è
raramente preceduto da una analisi filosofica del concetto o
da una sua ricostruzione in termini di semantica storica, si
4
SEGNO E INFERENZA
condanna a morte qualcosa sprovvisto di carta d'identità; in
modo che spesso è facile far risorgere il morto cambiandogli
solo il nome.
D'altra pane questo accanimento moderno contro il se-
gno altro non fa che ripetere un rito antichissimo. Il segno
è stato sottoposto nel corso degli ultimi duemilacinquecento
anni a una sorta di cancellazione silenziosa. Il progetto di
una scienza semiotica ha attraversato i secoli: sovente sotto
forma di trattazioni organiche (si pensi all'Organon di Lam-
bert, a Bacone, a Peirce, a Morris o a Hjelmslev); più spesso
come serie di accenni sparsi all'interno di discussioni più ge-
nerali (Sesto Empirico, Agostino o Husserl); talora sotto for-
ma di espliciti preannunzi, auspicando un lavoro da compie-
re, e come se tutto il lavoro compiuto sino ad allora fosse da
ripensare in chiave semiotica (Locke e Saussure). Di tutte
queste trattazioni, accenni, preannunzi si trova scarsa traccia
nella storia della filosofia, della linguistica o della logica, co-
me se si trattasse di esorcizzare un fantasma. Il problema vie-
ne presentato, quindi eluso. Eludere non vuole dire elimi-
nare in quanto presenza, vuole dire tacere come nome (e
quindi come problema a sé) : si usavano segni e se ne costrui-
vano grammatiche per produrre discorsi, ma si riluttava a
riconoscere come discorso filosofico una scienza dei segni. In
ogni caso le grandi storie manualistiche del pensiero taccio-
no ogni qual volta un pensatore del passato ha parlato.
Di qui la marginalità della semiotica, almeno sino a que-
sto secolo. Poi si è avuta l'esplosione di un interesse altret-
tanto ossessivo quanto il silenzio che l'aveva preceduta. Se
l'Ottocento evoluzionista aveva guardato a tutti i problemi
sotto specie biologica, l'Ottocento idealista sotto specie sto-
rica, il Novecento sotto specie psicologica o fisica, la seconda
metà di questo secolo ha elaborato uno «sguardo» semiotico
totalizzante, sussumendo sotto specie semiotica anche i pro-
blemi della fisica, della psicologia, della biologia e della storia.
Trionfo del segno, cancellazione di una cancellazione mil-
lenaria? Pare di no, perché è proprio da questo punto in
avanti che (mentre Hobbes o Leibniz, Bacone o Husserl,
parlavano dei segni senza complessi), molta della semiotica
odierna sembra essersi prefissa il compito di sancire la fine
Z. I SEGNI DI UNA OSTINAZIONE
5
2. I segni di una ostinazione.
Indifferente alle discussioni teoriche, tuttavia, il parlare
quotidiano (e i dizionari che ne registrano gli usi) si è osti-
nato a usare nei modi più vari la nozione di 'segno'. Anche
troppo. Un fenomeno del genere merita qualche attenzione.
2.i. Inferenze naturali.
Si trova anzitutto un blocco di usi linguistici per cui il se-
gno è 'accenno palese da cui si possono trarre deduzioni ri-
guardo a qualcosa di latente'. In tal senso si parla di segno
per sintomi medici, indizi criminali o atmosferici; si usano
espressioni come 'Dar segno d'impazienza', 'Non dare segni
di vita', 'Mostrare i segni della gravidanza', 'Dar segno di
non voler smettere'. Ancora, vi sono segni premonitori, i se-
gni di sciagura, i segni della venuta dell'Anticristo... L'orina
in esame era detta anticamente 'segno' e Sacchetti commenta
in proposito: «Costui porta non 0 segno, ma un diluvio di
orina al medico». Il che fa pensare a un rapporto sineddo-
chìco, come se il segno fosse una parte, un aspetto, una mani-
festazione periferica di qualcosa che non si mostra nella pro-
pria interezza; latente dunque, ma non del tutto, perché di
questo iceberg emerge almeno la punta. Oppure il rapporto
pare metonimico, dato che i dizionari parlano di segno anche
per «qualunque traccia e impronta visibile lasciata da un cor-
po su una superficie». Spia di un contatto, dunque, ma spia
che attraverso la propria forma rivela qualcosa della forma
dell'impressore. Ma tali segni, oltre a rivelare la natura del-
l'impressore, possono diventare contrassegni dell'oggetto im-
presso, come accade per lividi, graffi e cicatrici (segni parti-
colari). E appartengono infine a questa categoria i resti, le
rovine, i segni di una antica grandezza, di installazioni umane
o di floridi commerci del passato.
In tutti questi casi non importa che il segno sia stato emes-
so con intenzione e che sia il risultato di una emissione uma-
na. Può essere segno qualsiasi evento naturale, tanto che
Morris [1938, trad. it. p. 31] nel tentare una «fondazione
della dottrina dei segni» asseriva che «qualcosa è segno solo
perché viene interpretato come segno di qualcosa da qualche
6
SEGNO E INFERENZA
interprete» e che «la semiotica, quindi,, non ha a che fare con
lo studio di un tipo di oggetti particolari, ma con gh oggetti
ordinari in quanto (e solo in quanto) partecipano al processo
di semiosi».
Ciò che tuttavia pare caratterizzare questa prima categoria
di segni è il rapporto-delio stare per si regga su un meccani-
smo inferenziaìe: se rosso di sera, allora bel tempo si spera.
È il meccanismo dell'implicazione filoniana: p=>q. È a que-
sta categoria di segni che pensavano gli stoici quando affer-
mavano che il segno è «una proposizione costituita da una
connessione valida e rivelatrice del conseguente» [Sesto Em-
pirico, Contro i matematici, Vili, 245]; Hobbes quando de-
finiva il segno «l'evidente antecedente del conseguente, e al
contrario, U conseguente dell'antecedente, quando le mede-
sime conseguenze sono state osservate prima; e quanto più
spesso sono state osservate, meno incerto è il segno* [Levia-
tano, 1,3]; Wolff quando lo definiva come «un ente da cui
si inferisce la presenza o l'esistenza passata o futura di un al-
tro ente» [Ontologia, 5 952]. ■
: .; ' ■
2.2. Equivalenze arbitrarie.
Il linguaggio comune circoscrive però anche una seconda
categoria, quando dice 'Fare un. segno di saluto', "Offrire un
segno di stima', "Esprimersi a segni'. Il segno è un gesto,
emesso con intenzione di comunicare, ovvero per trasferire
una propria rappresentazione 0 stato interno a un altro es-
sere. Naturalmente si presume che, perché il trasferimento
abbia successo, una certa quale regola (un codice) abiliti sia il
mittente sia il ricevente a intendere la manifestazione in uno
stesso modo. In questo senso sono riconosciuti come segni
le bandierine e i segnali stradali, le insegne, i marchi, le eti-
chette, gli emblemi, i colori araldici, le lettere alfabetiche. I
dizionari e il linguaggio colto debbono a questo punto accon-
sentire a riconoscere come segno anche le parole ovvero gli
elementi del linguaggio verbale. L'uomo della strada ricono-
sce le parole come segni solo con una certa fatica; nei paesi
di lingua anglosassone il termine sign fa subito pensare alla
gesticolazione dei sordomuti (detta sign language), non alle
manifestazioni verbali. Tuttavia la logica vuole che se è se-
gno un cartello indicatore lo sia anche una parola o un enun-
2 . I SEGNI DI UNA OSTINAZIONE
7
date. In tutti Ì casi qui esaminati sembra che il rapporto fra
Y diquid e ciò per cui esso sta sia meno avventuroso che per
la prima categoria. Questi segni sembrano essere espressi
non dal rapporto di implicazione ma da quello di equivalenza
(p = q. Donna = /ewjwe o woman; donna = animale, umano,
femmina, adulto) e inoltre dipendere da decisioni arbitrarie.
2.3. Diagrammi.
A turbare la chiara opposizione fra le due categorie prece-
denti, ecco che si parla anche di segni pei- quei cosiddetti
'simboli' che rappresentano Oggetti e relazioni astratte, come
le formule logiche, chimiche, algebriche, i diagrammi. An-
ch'essi paiono arbitrari come i segni di seconda categoria,
eppure manifestano una sensibile differenza. Infatti con la
parola /donna/, se si altera l'ordine delle lettere non si rico-
nosce pili l'espressione, e se invece la si scrive o la si pronun-
zia nei modi più diversi (in rosso, in lettere gotiche, con ac-
cento regionale) le variazioni dell'espressione non modifica-
no la comprensione del contenuto (almeno a un primo e più
elementare livello di significazione). Al contrario, con una
formula di struttura o con un diagramma le operazioni che si
compiono sull'espressione modificano il contenuto; e se que-
ste operazioni sono compiute seguendo certe regole, il risulta-
to dà nuove informazioni sul contenuto. Alterando le linee di
una carta topografica è possìbile pronosticare l'assetto possi-
bile del territorio corrispondente; inscrivendo triangoli in un
cerchio si scoprono nuove proprietà del cerchio. Questo av-
viene perché in questi segni esistono corrispondenze punto a
punto tra espressione e contenuto: sicché sono di solito ar-
bitrari, ma contengono elementi di motivazione. DÌ conse-
guenza i segni di terza categoria, pur essendo emessi da es-
seri umani e con intenzione di comunicare, sembrano obbe-
dire al modello dei segni di prima categoria: p=>q. Non so-
no, come i primi, naturali, ma sono detti 'iconici' o 'analo-
gici'.
24- Disegni.
Strettamente affini a questi, ecco che il dizionario ricono-
sce come segni (e il parlare comune acconsente chiamandoli
8
SEGNO E INFERENZA
'disegni') «qualunque procedimento visivo che riproduca gli
oggetti concreti, come il disegno di un animale per comuni-
care l'oggetto o il concetto corrispondente». Cosa accomuna
il disegno e il diagramma? Il fatto che su entrambi si posso-
no operare trasformazioni a fini prognostici: disegno i baffi
sul mio ritratto e so come apparirò se mi lascerò crescere i
baffi. CxDsa li divide? (1 ratto (certo solo apparente) che il dia-
gramma risponde a regole precise e codificatissime di produ-
zione, mentre il disegno appare più 'spontaneo'. £ che il dia-
gramma riproduce un oggetto astratto, mentre un disegno
riproduce un oggetto concreto. Ma non è sempre vero: gli
unicorni dello stemma reale inglese stanno per un'astrazione,
per un oggetto fittizio, al massimo per una classe (immagina-
ria) di animali. D'altra parte Goodman [r968] discute a lun-
go sulla difficile differenza tra una immagine umana e una im-
magine di un dato uomo. Dove sta la differenza? Nelle pro-
prietà intensionali del contenuto che il disegno riproduce, o
nell'uso estcnsionale che si decide di fare del disegno? Il
problema è già presente (e non del tutto risolto) nel Cratilo
platonico.
2.5. Emblemi.
Tuttavia l'uso comune chiama segni anche quei disegni
che riproducono qualcosa, ma in forma stilizzata, cosi aie
non importa tanto riconoscere la cosa rappresentata, quanto
un contenuto 'altro' per cui la cosa rappresentata sta. La cro-
ce, la mezzaluna, ia falce e il martello, stanno per il cristiane-
simo, l'islamismo, il comunismo. Iconici perché come dia-
grammi e disegni sopportano manipolazioni dell'espressione
che incidono sul contenuto; ma arbitrari quanto allo stato di
catacresizzazione a cui ormai sono pervenuti. La voce comu-
ne li chiama 'simboli', ma nel senso opposto in cui sono sim-
boli le formule e i diagrammi. I diagrammi sono aperti a
molti usi, ma secondo regole precise, la croce o la mezzaluna
sono emblemi die rinviano a un campo definito di significati
indefiniti.
z.6. Bersagli.
Infine, il linguaggio comune parla di 'Colpire nel segno',
'Mettere a segno', 'Passare il segno', 'Fare un segno dove si
deve tagliare'. Segni come 'bersagli', termina ad quae, da usa-
re come riferimento in modo da procedere 'per filo c per se-
gno', h'aliavid, in questo caso, più che stare per, sta onde
indirizzare una operazione; non è sostituzione, è istruzione.
In tal senso è segno per il navigante la Stella Polare. La strut-
tura del rinvio è del tipo inferenziale, ma con qualche com-
plicazione: se ora p, e se quindi farai z, allora otterrai q.
3 . Intensione ed estensione.
Troppe cose sono segno e troppo diverse tra loro. Ma in
questa ridda di omonimie si instaura un altro equivoco. Il
segno è «res, praeter spedem quam ingerit sensibus, aliud
aliquid ex se fadens in cogita tionem venire» (Agostino, De
doctrina Christiana, II, 1,1] o, come altrove lo stesso Agosti-
no suggerisce, qualcosa con cui si indicano oggetti o stati del
mondo? Il segno è artifido intensionale o estcnsionale?
Si cerchi ora di a n a li zzare un caratteristico intrico semio-
tico. Una bandiera rossa con falce e martello equivale a co-
munismo (p=q). Ma se un tale reca una bandiera rossa con
falce e martello, allora è probabilmente un comunista (p z>q).
Ancora, si supponga che io asserisca /A casa ho died gatti/.
Qual è il segno? La parola /gatti/ (felini domestid), il conte-
nuto globale dell'enundato (nella mia dimora ospito died fe-
lini domestid)^ il riferimento al fatto che si dà il caso che esi-
ste nel mondo dell'esperienza reale una casa specifica dove
esistono died gatti specifid? O non ancora il fatto che se a
casa ho died gatti, allora debbo avere spazio sufficiente, al-
lora è difficile che possa tenere anche un cane, e allora sono
uno zoofilo?
Non basta, ma in tutti questi casi è segno l'occorrenza con-
creta o il tipo astratto? L'emissione fonetica [gatto] o il mo-
dello fonologico e lessicale /gatto/? Il fatto che io abbia hic
et nunc dieci gatti a casa (da cui tutte le inferenze possibili)
o la classe di tutti ì fatti di questa natura, per cui chiunque e
IO
SEGNO E INFERENZA
comunque abbia a casa dieci gatti darà segno di zoofilia e del-
la difficoltà di tenere un cane ?
In questo labirinto di problemi sembrerebbe davvero op-
portuno eliminare la nozione di segno. Al di là di una fun-
zione di stare per, tutte le altre identità scompaiono. L'unica
cosa che pare rimanere fuori discussione è l'attività di signi-
ficazione. Pare comune agli umani (e la zoosemiotica discute
se questo non accada anche a molte specie animali) - produrre
eventi fisici - o avere la capacità di produrre classi di eventi
fisici - che stanno in sostituzione di altri eventi o entità, fisici
e no, che gli umani non sono in grado di produrre nell'atto
della significazione. Ma a questo punto la natura di quoti
alìquìà e il modo dello stare per, nonché la natura di ciò a
cui si rinvia, si frangerebbero in una molteplicità irricompo-
nibile di artifici. I processi di significazione sarebbero l'arti-
ficio indefinibile che gli esseri umani, nella loro impossibilità
di avere tutto il mondo (reale e possibile) a portata di mano,
metterebbero in opera per sopperire all'assenza dei segni.
Conclusione affascinante ma 'letteraria'. Essa sposterebbe
solo il problema: come funzionano infatti Ì processi di signi-
ficazione? E sono tutti della stessa natura? La discussione
sulla morte del segno verte sulla difficoltà di rispondere a
questo problema senza che la semiotica possa costruirsi un
oggetto (teoretico) in qualche modo definibile.
4. Le soluzioni elusive.
Taluni affermano che il termine 'segno' si addice alle en-
tità linguistiche, convenzionate, emesse o emettibili intenzio-
nalmente al fine di comunicare, e organizzate in un sistema
descrivibile secondo precise categorie (doppia articolazione,
paradigma e sintagma, ecc.). Tutti gli altri fenomeni che non
siano sussumiteli sotto le categorie della linguistica (e che
delle unità linguistiche non siano chiari succedanei) non sono
segni. Saranno sintomi, indizi, premesse per inferenze possi-
bili, ma sono di pertinenza di un'altra scienza [Segre 1969,
p. 43]. Altri prendono una decisione analoga, ma ritengono
l'altra scienza più generale della linguistica, che in qualche
modo comprende. Malmberg [1977, p. 21] per esempio deci-
de di chiamare 'simbolo* ogni elemento che rappresenti un'al-
4. LE SOLUZIONI ELUSIVE
II
tra cosa e di riservare il termine 'segno' «alle unità che, come
i segni del linguaggio, sono doppiamente articolate e che deb-
bono la loro esistenza a un atto di significazione» (dove 'li-
gnificazione' sta per comunicazione intenzionale). Tutti i se-
gni sono simboli ma non tutti i simboli sono segni. La deci-
sione, moderata, lascia tuttavia indeterminato a) in che mi-
sura i segni siano apparentabili ai simboli, e b) quale scienza
debba studiare i simboli e sulla base di quali categorie. Inol-
tre in questo contesto non viene chiarita la differenza tra
estensione e intensione, anche se si presuppone che la scienza
dei segni sia di natura intensionale.
Talora la distinzione delle aree viene proposta con intenti
epistemologici più radicali. Si veda questo intervento di Gil-
bert Harman; «Il fumo significa (means) il fuoco e la parola
combustione significa fuoco, ma non nel medesimo senso di
significa. La parola significare è ambigua. Dire che il fumo
significa il fuoco è dire che il fumo è un sintomo, un segno,
una indicazione, una prova del fuoco. Dire che la parola com-
bustione significa fuoco vuole dire che la gente usa quella pa-
rola per significare fuoco. Inoltre non vi è un senso ordinario
della parola significare in cui l'immagine di un uomo signifi-
chi- sia un uomo sia quell'uomo. Ciò suggerisce che la teoria
dei segni di Peirce comprende almeno tre soggetti abbastan-
za diversi: una teoria del significato inteso (intended mean-
tng), una teoria della prova e una teoria della rappresenta-
zione pittorica. Non vi è alcuna ragione per cui si debba pen-
sare che queste teorie abbiano principi comuni» [1977, p.
23J. L'argomento di Harman urta anzitutto contro la con-
suetudine linguistica: perché la gente, da più di duemila an-
ni, chiama segni fenomeni che dovrebbero essere suddivisi in
tre gruppi diversi? Harman potrebbe rispondere che si tratta
di un normale caso di omonimia, cosi come la parola jhacbe-
iorf significa laureato di primo livello, paggio di un cavaliere,
maschio adulto non sposato e foca che non si accoppia du-
rante la stagione degli amori. Ma un filosofo del linguaggio
interessato agli usi linguistici dovrebbe interrogarsi proprio
sulle ragioni di queste omonimie. Jakobson ha suggerito che
un unico nucleo semantico profondo costituisca la base della
apparente omonimicità di jbachelorj', si tratta di quattro casi
in cui il soggetto non è arrivato al compimento del proprio
curriculum, sociale o biologico che sia. Qua! è la ragione se-
12
SEGNO E INFERENZA
man dea profonda della omonimi cita di /segno/? In secondo
luogo l'obiezione di Harman urta contro il consensus gen-
itura della tradizione filosofica. Dagli stoici al medioevo, da
Locke a Peirce, da Husserl a Wittgenstein, non solo si è cer-
cato il fondamento comune fra teoria del significato lingui-
stico e teorìa della rappresentazione 'pittorica', ma anche
quello fra teoria del significato e teoria dell'inferenza.
Infine l'obiezione urta contro un istinto filosofico che non
si può meglio definire che nei termini in cui Aristotele parla
della 'meraviglia' che spinge gli uomini a filosofare. /Ho a ca-
sa dieci gatti/ : lo si è detto, il significato è il contenuto che
viene comunicato (intended meaning) o il fatto che ho dieci
gatti (da cui inferire altre mie proprietà)? Si può rispondere
che il secondo fenomeno non ha nulla a che vedere con il si-
gnificato linguistico, e appartiene all'universo delle prove
che si possono articolare usando i fatti che le proposizioni
rappresentano. Ma l'antecedente evocato dal linguaggio è
davvero cosi facilmente separabile dal linguaggio che lo ha
rappresentato? Quando si affronterà il problema del evitivi
stoico si vedrà quanto sia ambigua e indistricabile la relazio-
ne che intercorre tra un fatto, la proposizione che lo rappre-
senta e l'enunciato che esprime quella proposizione. In ogni
caso ciò che rende i due problemi così difficilmente districa-
bili è proprio il fatto che in entrambi i casi diquid stai prò
diquo. Ohe il modo dello stare per muti, non toghe che ci si
trovi di fronte a una singolare dialettica di presenza e assenza
in entrambi i casi. Non sarà questa una ragione sufficiente
per chiedersi se un meccanismo comune, per profondo che
sia, non presieda a entrambi i fenomeni?
Un tale ha all'occhiello un distintivo con una falce e un
martello. Si è di fronte a un caso di 'significato inteso' (quel
tale vuole dire che è comunista), di rappresentazione pitto-
rica (quel distintivo rappresenta 'simbolicamente' la fusione
tra operai e contadini) o di prova infere nziale (se porta quel
distintivo, allora è comunista)? Lo stesso evento rientra sot-
to l'egida di quelle che per Harman sono tre teorie diverse.
Ora è vero che uno stesso fenomeno può essere oggetto di
teorie diversissime; quel distintivo ricade sotto la sfera della
chimica inorganica per la materia di cui è fatto, della fisica
in quanto soggetto alla legge di gravità, della merceologìa in
quanto prodotto industriale commerciabile. Ma nel caso
5. LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO
13
in esame esso è contemporaneamente oggetto delle tre (sup-
poste) teorie del significato, della rappresentazione e della
prova proprio e solo in quanto esso no» sta per se stesso:
non su per la sua composizione molecolare, per la sua ten-
denza a cadere verso il basso, per la sua impacchettabilità e
trasportabilìtà, ma sta in virtù di quanto sta fuori di esso. In.
questo senso suscita 'meraviglia' e diventa lo stesso oggetto
astratto della stessa domanda teorica.
5 . Le decostruzioni del segno linguistico.
Le critiche che seguono hanno una caratteristica in comu-
ne: anzitutto, anche quando parlano di segno in generale e
tengono d'occhio altri tipi di segni, si appuntano sulla strut-
tura del segno linguistico; in secondo luogo, tendono a dis-
solvere il segno in entità di maggiore o minore portata,
5.1 . Segno vs figura.
Il segno è una entità troppo vasta. II lavoro compiuto dal-
la fonologia sui significanti linguistici, visti come effetto del-
l'articolazione di unità fonologiche minori, inizia con l'indi-
viduazione degli tr-toixEÙi stoici, raggiunge la sua maturità
con Pindividuazìone hjelmsleviana delle figure e viene coro-
nato dalla teoria jakobsoniana dei tratti distintivi. Di per sé
questo risultato teorico non mette in questione la nozione di
segno linguistico, perché l'unità espressiva, per quanto seg-
mentabile e arricolabile, viene ancora vista come integral-
mente correlata al proprio contenuto. Ma con Hjelmslev si
apre la possibilità di individuare figure anche a livello del
contenuto.
Rimarrà da decidere (e se ne parlerà nel secondo capìtolo)
se queste figure del contenuto appartengano a un sistema
finito di universali metasemantici o se siano entità linguisti-
che che a turno intervengono a chiarire la composizione di al-
tre entità linguistiche. Ma la scoperta di una articolazione del
contenuto in figure porta Hjelmslev ad affermare che «le lin-
gue,., non si possono descrivere come puri sistemi di segni;
in base al fine che loro generalmente si attribuisce, esse sono
in primo luogo e soprattutto sistemi di segni; ma in base alla
SEGNO E INFERENZA
loto struttura interna esse sono in primo luogo e soprattutto
qualcosa di diverso, cioè sistemi di figure che si possono usa-
re per costruire dei segni. La definizione della lingua come
sistema di segni si è dunque rivelata, a un'analisi più attenta,
insoddisfacente. Essa riguarda solo le funzioni esterne della
lingua, i suoi rapporti con i fattori non linguistici che la cir-
condano, ma non le sue funzioni interne caratteristiche»
[1943, trad. it. p. 51].
Hjelmslev sa bene che non esiste corrispondenza punto a
punto tra figure dell'espressione e figure del contenuto, cioè:
i fonemi non veicolano porzioni minimali di significato, an-
che se proprio da questo punto di vista si può per esempio
riconoscere che in /tor- 0/ il lessema esprime «bovino + ma-
schio + adulto» mentre il morfema esprime «singolarità». E
se il sistema delle figure del contenuto fosse più ricco e non
soltanto organizzato secondo inscatolamenti da genere a spe-
cie, allora si dovrebbe dire che /tor-/ esprime anche (e in bloc-
co) « cornuto + mammifero + ungulato + buono da monta» e
così via. Sta di fatto tuttavia che queste correlazioni si pon-
gono tra un sintagma espressivo e un 'pacchetto' di figure del
contenuto, correlate a quella espressione in virtù della fun-
zione segnica, ma correlabili, in una diversa funzione, ad al-
tri sintagmi espressivi. Il segno (o la funzione segnica) ap-
paiono dunque come la punta emergente e riconoscibile di
un reticolo di aggregazioni e disgregazioni sempre aperto a
una ulteriore combinatoria. Il segno linguistico non è una
unità del sistema di significazione ma una unità riconoscibile
del processo di comunicazione.
Come è evidente, la proposta hjelmsleviana (fecondissima
per tutto lo sviluppo di una semantica strutturale) non rende
però ragione di altri tipi di segni in cui pare che i due funtivi
non siano ulteriormente analizzabili in figure. O una nuvola
che annunzia il temporale, o il ritratto della Gioconda non
sono segni, oppure esistono segni senza figure dell'espressio-
ne e in cui appare rischioso parlare di figure del contenuto.
Prieto [1966] ha decisamente allargato il campo di una siste-
matica dei segni riconoscendo sistemi senza articolazioni, si-
stemi a una sola seconda articolazione, sistemi con la sola pri-
ma articolazione. Il bastone bianco del cièco, presenza posi-
tiva che si costituisce come pertinente contro l'assenza del
bastone, significante senza articolazioni, esprime generica-
^. LE DECOSTMJZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO
mente la cecità, chiede il passaggio, postula comprensione da
parte degli astanti, esprime insomma una nebulosa di conte-
nuti. Sul piano del sistema il bastone è assai povero (presen-
za vs assenza)., sul piano dell'uso comunicativo è assai ricco.
Se non è un segno occorrerà trovargli un altro nome, ma
qualcosa deve essere. i
^ .2 . Segno vs enunciato.
Negli stessi anni in cui Hjelmslev criticava il formato trop-
po vasto del segno, Buyssens ne criticava il formato esagera-
tamente minuto. L'unità semiotica non è il segno, ma qual-
cosa di corrispondente all'enunciato, che Buyssens chiamava
'sema'. L'esempio che fa Buyssens non riguarda segni lingui-
stici, ma segnali stradali: «Un segno non ha significazione:
una freccia, isolata dai cartelli di segnalazione stradale, ci ri-
corda diversi semi concernenti la direzione dei veicoli; ma da
sola questa freccia non permette la concretizzazione di uno
stato di coscienza; per farlo dovrà avere un certo colore, un
certo orientamento e figurare su un certo cartello messo in
un certo posto; è la stessa cosa che accade alla parola isolata,
come ad esempio tavola*, essa ci appare come membro virtua-
le di diverse frasi in cui si parla di cose diverse; ma da sola
non permette di ricostruire lo stato di coscienza di cui si par-
la» [1943, p. 38]. .. • . .
Curiosa opposizione: Hjelmslev è disinteressato al segno
perché è interessato alla lingua come sistema astratto; Buys-
sens è disinteressato al segno perché è interessato alla comu-
nicazione come atto concreto. Come è evidente, si sottende
al dibattito l'opposizione intensione vs estensione. Sgrade-
vole omonimia: la semantica componenziale chiamerà 'semi*
le figure hjelmsleviane (minori del segno) e la tradizione che
prende le mosse da Buyssens (Prieto, De Mauro) chiamerà
'semi' gli enunciati più vasti del segno.
In ogni caso il sema di Buyssens è ciò che altri chiamereb-
be un enunciato, o un atto linguistico compiuto. Stupisce co-
munque l'afférmazione iniziale di Buyssens per cui il segno
non avrebbe significazione. Se è vero che nominantur singu-
ltirla sed universalia signiftcantur, si dovrà piuttosto dire che
la parola /tavola/ da sola non nomina (non si riferisce a) nul-
la, ma possiede un significato, che Hjelmslev avrebbe potuto
SEGNO E INFERENZA
scomporre in figure. Buyssens ammette che questa 1 parola
(come la freccia) può essere membro virtuale di frasi diverse.
Cosa c'è allora nel contenuto di /tavola/ che la dispone ad en-
trare in espressioni come /La minestra è in tavola/ o/La ta-
vola è di legno/ e non in espressioni come /La tavola mangia
il pesce/ oppure /Si lavò la faccia col tavolo da pranzo/? Biso-
gnerà allora dire che, proprio in virtù della sua analizzabilità
in figure del contenuto, la parola /tavola/ deve rinviare, oltre
che a entità semantiche atomiche, a istruzioni contestuali che
ne regolino l'inseribilità in porzioni linguistiche maggiori del
segno.
Quindi il segno deve continuare ad essere postulato come
entità mediana tra il sistema delle figure e la serie indefinita
delle espressioni assertive, interrogative, imperative a cui è
destinato. Che poi, come suggerisce De Mauro [1971] sulla
scia di Lucidi, questa entità mediana non debba essere chia-
mata 'segno' ma 'iposema', è pura questione terminologica.
Prieto [1975, trad. it. p. 27] aveva chiarito questo appa-
rente diverbio Hjelmslev-Buyssens dicendo che il sema (alla
Buyssens) è «unità di funzione» mentre la figura è «unità di
economia» . Hjelmslev diceva che il segno è unità di funzione
e la figura unità di economia. Si tratta solo di individuare non
due ma tre (e forse più) livelli in cui il livello inferiore è sem-
pre unità di economia di ciò che al livello superiore è unità
di funzione.
Certamente la distinzione di Buyssens apre la strada alle
critiche che oppongono al segno l'atto linguistico nella sua
concretezza e complessità. Ma erano già presenti in Platone
e Aristotele, nei sofisti e negli stoici le distinzioni tra il signi-
ficato dei nomi e la natura pragmatica della domanda, della
preghiera, del comando. Coloro che oppongono una pragma-
tica degli enunciati a una semantica delle unità segniche spo-
stano l'attenzione dai sistemi di significazione ai processi di
comunicazione [cfr. Eco 1975]: ma le due prospettive sono
complementari. Non si può pensare al segno senza vederlo
in qualche modo caratterizzato dal proprio destino contestua-
le, ma non si può spiegare perché qualcuno capisca un dato
atto linguistico se non si discute la natura dei segni che esso
mette in contesto. Lo spostamento di attenzione dai segni al-
l'enunciato ribadisce solo quello che già si sapeva a lume di
buon senso, e cioè che ogni sistema di significazione viene
5. LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO 17
elaborato al fine di produrre processi di comunicazione. Met-
tere a fuoco uno dei due problemi non significa eliminare
l'altro che rimane sullo sfondo; significa al massimo riman-
darne la soluzione, o assumerla come già data.
- »
5.3. Il segno come differenza.
Gli elementi del significante si costituiscono in un siste-
ma di opposizioni in cui, come diceva Saussure, non vi sono
che differenze. Ma lo stesso accade col sistema del significato:
nel noto esempio fornito da Hjelmslev [1943, trad. it. p. 39]
circa la differenza del contenuto di due termini apparente-
mente sino nimi come jHolzI e fbois}, ciò in cui le due unità
di contenuto differiscono sono i confini di segmentazione di
una porzione del continuum. Lo jHolzj tedesco è rutto ciò
che non è jBaumj e non è iWaldj. Ma anche la stessa correla-
zione fra piano dell'espressione e piano del contenuto si reg-
ge su di una differenza: rimando, rinvio reciproco fra due
eterogeneità, la funzione segni ca vive sulla dialettica di pre-
senza e di assenza. Partendo da questa premessa strutturale
si può dissolvere l'intero sistema dei segni in una rete di frat-
ture, e identificare la natura del segno in quella 'ferita' o
'apertura' o 'divaricazione' che costituendolo lo annulla.
L'idea, per quanto ripresa con molto vigore dal pensiero
post-strutturalista (si pensi in particolare a Derrida), emerge
però molto prima. Nel breve scritto De organo sive arte ma-
gna cogitandt Leibniz, nel cercare pochi pensieri dalla cui
combinatoria tutti gli altri possano essere derivati, come ac-
cade per i numeri, individua la matrice combinatoria essen-
ziale nell'opposizione fra Dio e il nulla, la presenza e l'as-
senza. Di questa dialettica elementare è meravigliosa simili-
tudine il calcolo binario.
In una prospettiva metafisica può essere affascinante ve-
dere ogni struttura opposizionale come fondata su una diffe-
renza costitutiva che vanifica i termini differenti. Ma non si
può negare che per concepire un sistema di opposizioni, in
cui qualcosa venga percepito come assente, occorre che qual-
che cosa d'altro sia postulato come presente (almeno poten-
j^^ aente ^' ^ enza k presenza dell'uno non emerge l'assenza
delTaltro. Le considerazioni che si fanno circa l'importanza
dell'elemento assente valgono simmetricamente per l'elemen-
iS
SEGNO E INFERENZA
to presente; e le considerazioni che si fanno sulla funzione
costitutiva della differenza valgono per i poli dalla cui oppo-
sizione scaturisca la differenza. L'argomento è quindi anto-
fago. Un fonema è indubbiamente una posizione astratta in
un sistema che acquista la sua valenza solo a causa degli altri
fonemi che gli si oppongono. Ma affinché l'unità ernie sia ri-
conosciuta occorre formularla in qualche modo come etic. In
altri termini, la fonologia costruisce un sistema di opposi-
zioni per spiegare il funzionamento di una serie di presenze
fonetiche che in qualche modo, se non gli preesistono, sono
solidali col suo fantasma. Senza gente che emette suoni non
c'è fonologia, anche se senza il sistema che la fonologia po-
stula la gente non potrebbe distinguere i suoni che emette.
I tipi si riconoscono perché sono realizzati come occorrenze
concrete. Non si può postulare una forma (dell'espressione o
del contenuto) senza presupporvi una materia e vedervi con-
nessa, né prima né dopo, ma nell'atto stesso di concepirla,
una sostanza.
Per quanto generati dalla pura solidarietà sistematica, an-
che gli elementi di forma del contenuto (che Peirce avrebbe
chiamato 'oggetti immediati', prodotti dall'uso stessodel se-
gno) sono manifestabili e analizzabili (e descrivibili netta loro
natura formale) proprio perché sono conoscibili sotto forma
di interpretanti, e cioè di altre espressioni che in qualche mo-
do debbono essere emesse. Cosi il segno come pura differen-
za si contraddice nel momento in cui, per nominarlo come as-
senza, si producono segni percepibili.
La risposta data alla questione precedente può però vali-
dare un'altra crìtica alla nozione di segno. Se di esso si cono-
sce sempre e soltanto la faccia significante, per sosùtuzione
continua della quale si fanno emergere le aree di significato,
la catena semiotica altro non è allora che 'catena significante .
Come tale la manovrerebbe persino l'inconscio qualora fosse
costituito come linguaggio. Attraverso la «deriva» dei signi-
ficanti, altri significanti si producono. Come conseguenza più
o meno diretta di queste conclusioni, l'universo dei segni e
degli stessi enunciati si vanificherebbe nella attività dell'e-
nunciazione. Non è difficile riconoscere in questo nodo di po-
3 . LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO 19
sizioni una tendenza di derivazione lacaniana che genera di-
scorsi diversi ma in qualche modo solidali.
Questa critica si regge però su di un equivoco o su un vez-
zo linguistico. Qualsiasi cosa i teorici di tale tendenza dicano
sui 'significanti', basta leggere 'significati' e il loro discorso
acquista un senso comprensibile. L'equivoco o il vezzo deri-
vano dall'ovvia constatazione che non si possono nominare
i significati se non per mezzo dì altri significanti, come si è
detto nel paragrafo precedente. Ma non si dà, nei vari pro-
cessi di spostamento o condensazione studiati da Freud, co-
munque se ne moltiplichino i meccanismi di deriva e di ger-
minazione quasi automatica, non si dà, è bene ribadirlo, nes-
sun gioco che, se pure legato ad assonanze, allitterazioni, si-
milarità di espressione, non si riverberi subito sulla aggrega-
zione delle unità di contenuto e non sia anzi determinato in
profondo da tale riverbero. Nel passaggio tra /H«r/-/signai^
e /Signorelli/, di freudiana memoria, gioca una serie di diffe-
renze espressive fondate su identità e progressivi slittamen-
ti di contenuto. Tanto è vero che l'esempio freudiano non
solo è comprensibile ma è producìbile solo da chi conosca a
un tempo il tedesco e l'italiano e in essi riconosca funzioni
segniche complete (espressione più contenuto). Chi non sa il
cinese non produce lapsus interpretabili in cinese, a meno
che uno psicanalista che sa il cinese non gli climostri che ave-
va memorie linguistiche rimosse e che senza volerlo ha gio-
cato su espressioni cinesi. Un lapsus che faccia senso mette
in gioco figure di contenuto; se mette in gioco solo figure
di espressione, si tratta di un errore meccanico (di stampa, di
dattilografia, di fonazione). E al massimo metterà in gioco
elementi dì contenuto solamente per l'interprete; ma in que-
sto caso è l'interprete che dovrà ventre psicanalizzato.
Dire che il segno si dissolve nella catena significante è una
metafora per dire che il soggetto parlante (o scrivente, o pen-
sante) può essere determinato dalla logica dei segni, dalla lo-
ro «bava» o deposito intertestuale, dal gioco sovente casuale
(casuale in entrata, mai in uscita) tra diritti dell'espressione
e diritti del contenuto. Ma in tal senso la nozione di catena
significante non mette ancora in questione la nozione di se-
gno, anzi ne vive.
SEGNO E INFERENZA
5.5. Segno vs testo.
È, peraltro certo che la cosiddetta catena significante pro-
duce testi che si trascinano dietro la memoria dell'interte-
stualità che li nutre. Testi che generano, o possono generare,
svariate letture e interpretazioni; al limite, infinite. Si sostie-
ne allora (e si pensi, con accentuazioni diverse, alla linea che
congiunge l'ultimo Barthes, l'ultimo Derrida, Kristeva) che
la significazione passa solo attraverso i testi, Ì testi sono il
luogo dove il senso si produce e produce (pratica significante)
e in questo tessuto testuale i segni del dizionario come equi-
valenze codificate possono essere fatti riaffiorare solo a patto
di un irrigidimento e di una morte del 'senso'.
Questa critica non solo riprende l'obiezione di Buyssens
(la comunicazione si dà solo a livello di enunciato) ma colpi-
sce più in profondo. Un testo non è solo un apparato di co-
municazione. È un apparato che mette in questione i sistemi
di significazione che gli preesistono, spesso li rinnova, talora
li distrugge. Senza pensare necessariamente a testi in questo
senso esemplari come Vinnegans Wake, macchina testuale
per liquidare grammatiche e dizionari, è certo a livello te-
stuale che si producono e vivono le figure retoriche. In que-
sta sede la macchinazione testuale svuota e arricchisce di figu-
re del contenuto i termini che il vocabolario 'letterale' cre-
deva cosi univoci e ben definiti. Ma se si può fare una me-
tafora (cfr. l'articolo «Metafora» in Enciclopedìa Einaudi,
IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, ag-
giungendo quindi a «leone» una figura di «umanità», e river-
berando sulla eia sse dei te una proprietà di «animalità», que-
sto accade proprio perché sia /re/ sia /leone/ preesistevano co-
me f un rivi di due funzioni segniche in qualche modo codifi-
cate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e
contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una
cosa è una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) è al
tempo stesso un'altra.
Quello che c'è di fecondo nelle tematiche della testualità
è tuttavia l'idea che, perché la manifestazione testuale possa
svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesi-
stenti, bisogna che qualcosa nella funzione segruca (e cioè il
5. LE DECOSTKUZIONl DEL SEGNO LINGUISTICO - 21
reticolo delle figure del contenuto) appaia già come gruppo
di istruzioni orientato alla costruibilità di testi diversi. Ciò
che si vedrà meglio in seguito (cfr. S 9).
5.6. Il segno come identità.
Secondo questa obiezione il segno sarebbe fondato sulle
categorie della 'somiglianza' o della 'identità' e questa falla-
cia lo renderebbe coerente con una ideologia del soggetto.
Il soggetto come presunta unità trascendentale che si apre al
mondo (o a cui si apre il mondo) nell'atto della rappresenta-
zione, il soggetto che trasferisce le proprie rappresentazioni
ad altri soggetti nel processo di comunicazione, è una finzio-
ne filosofica che ha dominato tutta la storia della filosofia.
Non si discuterà per ora questa critica, ma si vedrà in che
senso la nozione di segno sarebbe solidale con la nozione (in
crisi) di soggetto: «Sorto la maschera della socializzazione e
del realismo meccanicistico, l'ideologia linguistica, assorbita
dalla scienza del segno, erige il soggetto-segno a centro, ini-
zio e fine di ogni attività translinguistica, e lo rinchiude, l'in-
stalla nella sua parola che il positivismo concepisce come uno
psichismo che ha "sede" nel cervello» [Kristeva 1969, trad.
it. p. 63].
Per affermare questo bisogna però aver deciso di identi-
ficare il segno con il segno linguistico e il segno linguistico
col modello della equivalenza: p * q. Infatti la Kristeva defi-
nisce il segno come 'somiglianza'. Il segno « riconduce istan-
ze differenziate (oggetto-soggetto da una parte; soggetto-in-
terlocutore dall'altra) a un insieme (a una unità che si presen-
ta come enunciato-messaggio), sostituendo alle pratiche un
senso, e alle differenze una somiglianza» [ibid., p. 64]. «La
relazione istituita dal segno sarà quindi un accordo di divari,
una identificazione di differenze» {ibid., p. 75].
Ebbene, ciò che occorre ora 'iscrivere in falso' (come si
usa dire in questo tipo di discorsi, specie se tradotti in spirito
provinciale) è proprio questa idea che il segno sia somiglian-
za, equazione, identificazione. In questa sede si dovrà mo-
strare che esso non è somiglianza, identificazione ed equazio-
ne fra espressione e contenuto. Le conseguenze di questa di-
mostrazione sul rapporto soggetto-oggetto e soggetto-interlo-
cutore, che non riguardano immediatamente il discorso che
SEGNO E INFERENZA
qui si sta facendo, saranno accennate in conclusione (cfr.
§ Anzitutto il segno non appare come somiglianza e identità
nella prospettiva peirciana: «Un segno è qualcosa attraverso
la conoscenza del quale noi conosciamo qualcosa di più»
[Peirce 1904, C.P. 8.332, t rad. it. p. 189]. E, come si vedrà,
ìl segno è istruzione per l'interpretazione, meccanismo che
conduce da uno stimolo iniziale a tutte le sue più remote con-
seguenze illative. Si parte da un segno per percorrere tutta
la semiosi, per arrivare al punto in cui il segno può genera-
re la propria contraddizione (altrimenti non sarebbero possi-
bili quei meccanismi testuali detti 'letteratura'). Il segno è
per Peirce (e lo ricorda la stessa Kristeva [1974. trad ; ?•
p. 47 ]) proposizione in germe. Ma affinché il segno appaia in
questa luce bisognerà ripercorrerne la vicenda almeno per il
primo tratto della sua storia. Per fare questo bisogna sgom-
brare U campo da una nozione imbarazzante, queUa-di segno
linguistico. La si ritroverà dopo. Per ora si può farne astra-
zione perché essa non è apparsa per prima ed e anzi un pro-
dotto culturale assai tardo. ■
6. Se gniv$ parole.
Il termine che la tradizione filosofica occidentale ha poi
tradotto come 'siffium 7 e come 'segno' è in greco mquaw.
Esso appare come termine tecnico-filosofico nel v secolo, con
Parmenide e con Ippocrate. Spesso appare sinonimo di tex-
uApwv 'prova', 'indizio', 'sintomo' e una prima decisiva di-
stinzione tra i due termini appare solo con la Retorica aristo-
^Ippocrate trova la nozione di indizio nei medici che lo
hanno preceduto. Alcmeone dice che «delle cose invisibili e
delle cose mortali gli Dei hanno immediata certezza, ma agli
uomini tocca procedere per indizi (Tatu*tfwr&«) » [Diogene
Laerzio, Vite, Vili, 83] - I media cnidu conoscevano il va-
lore dei sintomi: pare li codificassero in forma di equivalen-
za. Ippocrate decide che il sintomo è equivoco se non e valu-
tato contestualmente, tenendo conto dell'aria, delle acque,
dei luoghi, della situazione generale del corpo e del regime
che potrà modificare questa situazione. Come dire: se p al-
6, SEGNI <tVS» PAROLE
lora q, ma a patto che concorrano i fattori y, z. C'è un codice,
ma non univoco. Il sintomo fornisce istruzioni per la sua va-
lutazione in contesti diversi. Esso viene creato, reso funzione
segnica {cv^tlov o TEXu.-fjpi.ov chesia) solo nell'atto dell'infe-
renza logico-concettuale [cfr. Vegetti 1965]. Si è suggerito
che postulati analoghi valgano per la scienza indiziaria della
storiografia, a partire da Tucidide [cfr. Ginzburg 1979].
Ippocrate non è interessato ai segni linguistici. Comun-
que non pare che all'epoca si applicasse il termine 'segno' al-
le parole. I,e parole erano nome (ovo^a). Su quc*sta differenza
gioca Parmenide, nell'opporre la verità del pensiero dell'es-
sere alla illusorietà dell'opinione e alla fallacia delle sensa-
zioni. Ora, se le rappresentazioni sono fallaci, i nomi altro
non sono che etichette, altrettanto f allaci, che vengono appo-
ste alle cose che si opina di conoscere. 'Ovono&iv è sempre
usato in Parmenide per dare un nome arbitrario, ritenendolo
vero, mentre non corrisponde alla verità [Pasquinelli 1958,
p. 405]. Il nome instaura una pseudoequivalenza con la real-
tà, e cosi facendo la occulta. Invece, ogni volta che usa il ter-
mine 'segno', Parmenide parla di una prova evidente, di un
principio di inferenza: «Della via che dice che è... vi sono
moltissimi segni (criu-ctTa)» [Simplicio, Fisica, 179, 31].
Quindi i nomi (le parole) non sono segni, e i segni sono
qualche cosa d'altro. D'altra parte, anche Eraclito dice: «Il
signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice (Xéya.) né nasconde,
ma indica (stiuouvei,)» [Diels e Kranz 1951,22, A. 93]. Qual-
siasi cosa si intenda per Xiytw e per <rrmaivciv [cfr. Romeo
1976] in ogni caso pare che anche qui non vi sia omologia tra
segni e parole.
Con Platone e con Aristotele quando si parla delle parole
già si pensa a una differenza tra significante c significato, e
soprattutto tra significazione (dire che cosa una cosa è: fun-
zione che svolgono anche i termini singoli) e riferimento (di-
re che una cosa è: funzione che svolgono solo gli enunciati
completi). Ma Aristotele in tutta la sua opera logica, in cui si
occupa del linguaggio, è renitente a usare la parola «rmiriov
per le parole.
In un celebrato passo di De Interpretatione [i6a i-ro]
sembra che dica che le parole sono segni (oTrjjieitt). Ma seguia-
mo meglio il suo ragionamento. Egli dice anzitutto che le pa-
role sono simboli (o-<iu.fìoXa) delle affezioni dell'anima, cosi
SEGNO E INFERENZA
come le lettere alfabetiche sono simboli delle parole. Poi pre-
cisa che sia le lettere che le parole non sono uguali per tuttì^
il che rinvia a quello che ribadisce meglio in róa 20-50, e cioè
che parole e lettere sono poste (nascono) per convenzione, e
qui di nuovo ripete che esse diventano simboli, e in questo
ino differenti dai suoni emessi dalle bestie per manifestare
le loro affezioni interne. Come ripeterà anche Tommaso nel
suo commento a questo testo, i suoni emessi dalle : bestie
(inarticolati) sono segni naturali, come il gemito detto-
li Quindi pare chiaro che quando Anstotele deve definire
i nomi usi il termine /simbolo/ [cfr. anche Di Cesare 1981 e
lieb 1981]. Si noti che /simbolo/ è un termine assai meno
forte e definito di /segno/ e in tutta la tradizione di quell epo-
ca sta per ■marca di riconoscimento' (noi diremmo oggi get-
tone^vedi anche quel che si dirà nel capitolo sul simbolo).
Nel passo immediatamente seguente [sempre i6a 5 J Ari-
stotele precisa che, a differenza delle lettere e delle parolaie
affezioni dell'anima sono simwtudini o simulacri (noi direm-
mo oasi 'icone') delle cose, ma non si occupa di questa rela-
zione che viene studiata invece nel De Anima. Nel precisare
questa differenza tra parole e affezioni dell'anima, egli affer-
ma, quasi incidentalmente, che parole e lettere ^sono sicura-
mente anzitutto segni (^ueia) delle affezioni dell anima e
quindi sembrerebbe assimilare il concetto di simbolo a quel-
lo di segno. In prima istanza si potrebbe pensare che egli us
/segno/ in senso lato, quasi metaforico. Ma c e qualcosa di
pKLSe Aristotele si sta attenendo aff'uso comune (che e an-
che quello a cui si tifa, come vedremo , nella Retorica) egli sta
dicendo che parole e lettere sono sicuramente prove e tndm
che ci siano affezioni dell'anima (sono la prova che qualcuno
nell'emettere le parole ha qualcosa da esprimere), ma che
questo essere indizio di un'affezione non significa che esse (le
parole) abbiano lo stesso statuto semiotico delle affezioni.
L'ipotesi sembra rafforzata dal modo in cui Aristotele, po-
co più avanti, usa /segno/ in un contesto che forse e tra 1 più
ardui del De Interpretatìone , dove deve stabilire che il ver-
bo preso al di fuori dell'enunciato, non afferma 1 esistenza
né dell'azione né del soggetto che agisce, e che neppure il ver-
bo essere, da solo, afferma che qualcosa di fatto esista. E in
tale contesto [r6b 19 sggj dice che neppure /essere/ o /non
essere/ sono segno dell'esistenza della cosa. Ma cosa egh in-
6, SEGNI «VS» PAROLE
25
tende quando suggerisce che un verbo possa essere segno del-
l'esistenza della cosa è chiarito prima [in i6b 5 sgg.] , quando
dice che un verbo è sempre «segno (trnjiEjov) delle cose dette
di altro». Su questo passo si esercita Tommaso nel suo com-
mento escludendo subito l'interpretazione che per noi sareb-
be più ovvia ina che non poteva essere cosi ovvia allora: e
cioè che il verbo (e tutto l'enunciato che contiene il verbo)
sia il significante, l'espressione, il veicolo di una predicazione
(e l'enunciato sia il veicolo di una proposizione). Tommaso
chiarisce che il brano va inteso in senso molto più terra terra,
e cioè che la presenza del verbo nell'enunciato è prova, indi-
zio, sintomo che in quell'enunciato si sta asserendo qualcosa
d'altro.
Pertanto, quando Aristotele dice che neppure il verbo /es-
sere/ da solo è segno dell'esistenza della cosa, vuole dire che
l'enunciazione isolata del verbo non è indizio che si stia af-
fermando l'esistenza di qualcosa: perché il verbo possa avere
tale valore indiziale occorre che sia congiunto agli altri ter-
mini dell'enunciato, il soggetto e il predicato (e quindi il ver-
bo /essere/ è indizio di asserzione di esistenza, o di predica-
zione dell'inerenza attuale di un predicato a un soggetto,
quando appaia in contesti come jx è y/ oppure /x è/, nel senso
di «x esiste di fatto»).
Queste osservazioni ci dicono in che senso Aristotele non
riteneva affatto di definire le parole come segni. Prova ne sia
che mentre nella Retorica il segno sarà sempre inteso come
principio di una inferenza, in tutte le pagine che egli scrive
sul linguaggio verbale, il termine linguistico (simbolo) si reg-
ge sul modello dell'equivalenza, anzi si può dire che è Aristo-
tele a instaurare il modello dell'equivalenza per i termini lin-
guistici: il termine è equivalente alla propria definizione e
con essa è pienamente convertibile (come vedremo nel secon-
do capitolo di questo libro).
11 segno appare invece nella Retorica [13573, 1 - 13570,
35] dove si dice che gli entimemi si traggono dai verosimili
(ewcótci) e dai segni (tnmzia). Ma i segni si distinguono in due
categorie logicamente ben differenziate.
Il primo tipo di segno ha un nome particolare, Texuripiav,
nel senso di 'prova'. Si può tradurlo come 'segno necessario':
se ha la febbre, allora è malato; se ha latte, allora ha parto-
rito. Il segno necessario può essere tradotto nell'affermativa
SEGUO E INFERENZA
noti che esso no n J mtauraunra^r^eqm & ^
dirionale): infatti si può essete malati iper f
senza avete lafebbre. a „i ct «t«>l<- non ha un nome
particolare. Si potrebbe moie*» ^ che ^
f a respirazione f^^J^M^nehh, respirare
conclusione in premessa
in modo alterato perche ha corso. , Q sono al-
esso darebbe solo una ^«^ t f C ostoro hanno la
cuni che hanno b «P"™* ^eUa deU'implicazione ma
febbre' (la forma ^iTeè tale proprio
della congiunz.one). Si noti ^ equiva lenza. In-
perché il segno ^f^^^^Ls^ afferma-
nti si ha un segno detele convertendo . dcoiare
riva, in cui si risolve il segno «ce* ^ k m
affermativa: la subalterna ,4 T^JJ 9 drato logico,
drà più avanti l'importanza * J^ fSO j verosuni-
nsabili come prove tecmche in re or ca il ri } che
le (ciò che avviene P«f p u ^5*XS?»pi» alla ti-
è difficUe ^"S^J^S^^ ' teCedente "
rannia perché ha richiesto una gu ' dorebbe otten uta
mente Pilato <fa* e quando^
divenne tiranno e ^^ a ^™ ?da due proposiziom
5«wSf non rSSfSSi c messe insieme non
minti ex particuUnbus {atica lra questi vari
11 fatto è che Ansto eie sn ™«J™ C * a cono sce,
po sulla loro forma logica.
7. CU STOICI
7. Gli stoici.
Anche gli stoici (per quanto si può ricostruire delia loro
articolatissima semiotica) sembrano non saldare a chiare let-
tere dottrina del linguaggio e dottrina dei segni. Quanto al
linguaggio verbale essi distinguono con chiarezza tra ar^ai-
vov 'espressione', ernumvótAEVov 'contenuto' e tuyx« vov " re -
ferente'. Sembrano riprodurre la triade già suggerita da Pla-
tone e Aristotele, ma la lavorano con una finezza teorica che
manca persino a molti dei loro ripetitori contemporanei.
Dell'espressione essi non solo approfondiscono la multi-
pla articolazione, ma distinguono la semplice voce emessa da
laringe e muscoli articolatoti, che non è ancora suono artico-
lato, l'elemento linguistico articolato e la parola vera e pro-
pria, che sussiste solo in quanto correlata e correlabile a un
contenuto. Come dire, saussurianamente, che il segno lingui-
stico è una entità a due facce: Agostino, sulla scia stoica, chia-
merà dictio quel verbum vocis che non solo foris sonai ma
che è percepito e riconosciuto in quanto correlato a un ver-
bum mentis o cordis. Per gli stoici il rischio in cui incorrono
i barbari, è di percepire la voce fisica ma di non riconoscerla
come parola: non perché non abbiano nella loro mente una
idea corrispondente, ma perché non conoscono la regola di
correlazione. In questo gU stoici vanno molto più avanti dei
loro predecessori e individuano la natura 'provvisoria' e in-
stabile della funzione segnica (lo stesso contenuto può fare
parola con una espressione di una lingua diversa) : forse per-
ché, come suggerisce Pohlenz [1948], tutti di origine fenicia
sono i primi intellettuali non greci che lavorano in terra gre-
ca e sono portati a pensare e a parlare in una lingua diversa
da quella nativa. Sono i primi a superare quell'etnocentrismo
linguistico che aveva portato lo stesso Aristotele a identifi-
care le categorie logiche universali attraverso i termini di una
lingua particolare.
Quanto al contenuto, esso non è più, come nei pensatori
precedenti, una affezione dell'anima, immagine mentale, per-
fetto, pensiero, idea. Non è idea nel senso platonico perché
la metafisica stoica è materialistica; e non lo è nel senso psi-
cologico, perché anche in tal caso sarebbe 'corpo', fatto fisico,
alterazione deU'anima (corpo anch'essa), sigillo impresso nel-
SEGNO E INFERENZA
k mente; e invece gli stoici suggeriscono l'idea che il conte-
nuto sia un 'incorporale' [cfr. Bréhier 1928; Goldschmidt
1953].
Sono incorporali il vuoto, il luogo, il tempo, e dunque le
relazioni spaziali e le sequenze cronologiche, così come sono
incorporali le azioni e gli eventi . GH incorporali Don sono co-
se, sono stati di cose, modi di essere. Sono incorporali la su-
perficie geometrica o la sezione conica priva di spessore. Gli
incorporali sono entia rationis nella misura in cui un ens ra-
tionts è una relazione, un modo di guardare le cose. Tra gli
incorporali gli stoici pongono il Xoctóv, che è stato variamen-
te tradotto come "esprimibile', 'dictum' o 'dicibile*.
II XexTÓv è una categoria semiotica. A voler sintetizzare le
conclusioni degli interpreti pili persuasivi, il Xextóv è una
proposizione: il fatto che si dia l'evento che Dione cammini,
nel momento in cui è espresso è un Xextóv,
Il primo problema che si pone è quello del rapporto tra il
(rrpatvóttevov e il Xextóv. Se «Dione cammina» è proposizio-
ne (e dunque incorporale) saranno incorporali anche «Dio-
ne» e «cammina»? Sesto Empirico, così ricco di testimo-
nianze sugli stoici, ma cosi ingeneroso nei loro confronti da
fare sempre sospettare che lì abbia fraintesi, identifica come
sinonimi irniiatv&tievov e Xextìv {Contro i matematici, Vili,
12]. La soluzione pare invece più articolata. Gli stoici par-
lano di Xextol completi e incompleti. Il Xextóv completo è la
proposizione, i Xexxà incompleti sono parti, tasselli di pro-
posizione che si compongono nella proposizione attraverso
una serie di legami sintattici. E tra i Xtxtà incompleti appa-
iono il soggetto e il predicato. Sembrano categorie gramma-
ticali e lessicali, e quindi categorie dell'espressione: invece
sono categorie del contenuto. Infatti il soggetto (cosi di so-
lito viene tradotto il termine irràiffii;) è l'esempio massimo
del caso, perché l'attenzione alle proposizioni assertorie por-
tava a considerare il soggetto come il caso per eccellenza. Ora
il caso non è la flessione (categoria grammaticale che espri-
me il caso): è piuttosto contenuto espresso o esprimibile;
oggi si direbbe che è una pura posizione attanziale. In questo
senso il soggetto, esempio principe di Xsxtóv incompleto, è
un incorporale. In questo modo gli stoici avevano già depsi-
cologizzato la semantica, e per questo si può tradurre
vóuìvov come 'contenuto' nel senso hjelmsleviano, posizione
7- GII STOICI
29
Ì£l£S2 risu l tato , di «™ segmentazione astratta del
ZZlZ^r: t (TÀ 1 ™*^ -ntaleMn
pensiero pensato, non engramma . Quindi i contenuti sono
zlL P T Che «Priinono^op^
aoni. Il «xtov completo come «rappresentazione Sei nen
.ero» è «ciò che può essere veicolai dal àì^tW.
Sino a questo punto gli stoici non hanno ancora introdotto
J: £gno come <n^v. Quando parlano del segTo s^Za
Icldere^rf' ]mmei . at ™e eviderTche pcTa
A arca 1 \ msteD ^ * q^lcosa di non immediata-
mente evidente. Il segno può essere commemorativo 6feS
SSSt r aSS ° da2ÌOne ' ******* dall'esca
se c è fumo allora a deve essere del fuoco. Oppure può essere
delT tff a rmVÌa * <^ k ™ -he no/è rnaì^tato^
dente e probabilmente non lo sarà mai, come i moti del coS,
sono sanificativi dei moti dell'anima, 0 come il fette SS
umor, passmo attraverso la pelle indica che devono estete
dei pori percettibili (anche sei feSoS^rc^SS
questi casi 1 segn sembrano essere sempre eveSia jlfu
Deve tuttavia porre in sospetto il fatto che gli eventi eli
stati transitori dei corpi, siano incorporali L veriT&£
riconosce che il segno da cui si trae VinLeJnoTlTjen^
fisima k proposizione in cui è espresso. iTs^nVe " la
proposizione antecedente in una valida premessateli
ì plZtlt^^ 3 "-'-^conseguente» S
,.:Ì. tal niello "oico del segno ha la forma del-
lSl nZ° Dt i?Z>qì ' d ° Ve Je va ^* ™n sor» JS £_
^X^T VV? 1 *^ ' m CUÌ aventi sono
»on individua'] Wo col antec^teTro 7
menm _ . " Lume antecedente vero di un ragiona-
meno necessaria) al conscguente (...jBora c'è fuoco).
3 o
SEGNO E INFERENZA
Sesto si diverte a dimostrare l'insostenibilità di questa solu-
zione che trasforma il segno in un rapporto logico, perché
(sostiene) il contadino e il navigante che percepiscono even-
ti atmosferici e ne traggono inferenze dovrebbero essere sa-
pienti di logica. Come se gli stoici, anziché prescrivere, non
descrivessero le regole del buon ragionare (logica utens,
non logica docens): anche il navigante indotto nel momento
in cui riconosce il segno come tale trasforma il dato bruto in
qualcosa che, direbbe Peirce, ha la natura di una Legge. Per
questo gli stoici possono dire, come dicono, che il segno è un
Xextóv, e quindi un incorporale. Il segno non riguarda quel
fumo e quel fuoco,, ma la possibilità di un rapporto da ante-
cedente a conseguente che regola ogni occorrenza del fumo
(e del fuoco) . 11 segno è tipo, non occorrenza.
£ chiaro allora come si saldino di diritto, nella semiotica
stoica, dottrina del linguaggio e dottrina dei segni: perché ci
siano segni occorre che siano formulate proposizioni e le pro-
posizioni debbono organizzarsi secondo una sintassi logica
che è rispecchiata e resa possibile dalla sintassi linguistica
[cfr. Frede 1978]. I segni affiorano solo in quanto sono espri-
mibili razionalmente attraverso gli elementi del linguaggio.
Il linguaggio si articola in quanto esprime eventi significa-
tivi.
Si badi bene: gli stoici non dicono ancora che le parole
sono segni (al massimo dicono che le parole servono a veico-
lare tipi di segni). La differenza lessicale tra la coppia «njuat-
vov/oTjnaiv6p,Evov e il st^elov permane. Ma la comune ed evi-
dente radice etimologica è spia della loro solidarietà. Si po-
trebbe far dire agli stoici , con Lotman, che la lingua è siste-
ma modellizzante primario attraverso il quale anche gli altri
sistemi vengono espressi.
Sempre usando riferimenti a teorie contemporanee [cfr.
anche Todorov 1977] si potrebbe allora dire che termine lin-
guistico e segno naturale si costituiscono in un doppio rap-
porto di significazione o in una doppia sopraelevazione se-
miotica che si traduce nel modello hjelmsleviano della con-
notazione (nella forma diagrammatica divulgata da Barthes):
E
c 1
E
C
7. GLI STOICI
La parola /fumo/ si riferisce a una porzione del contenuto
che vien convenzionalmente registrata come «fumo»: A que-
sto punto abbiamo tre alternative, sia in direzione intensiona-
lecne estensionale: a) «fumo» connota «fuoco» sulla base di
una rappresentazione enciclopedica che tiene conto anche
di relazioni metonimiche effetto-causa (come accadrebbe in
una grammatica casuale che tenga conto di 'atlanti' come
Causa o Agente); b) l'enunciato /c'è fumo/ esprime la propo-
sizione «c e fumo» che, sempre in virtù dì una competenza
enaciopcdica soggiacente che includa frames e script s (vedi
il secondo capitolo di questo libro), suggerisca come ragione-
vole inferenza «dunque c'è fuoco» (fenomeno che si verifica
anche al di fuori di concrete operazioni di riferimento a stati
del mondo); c) in un processo di riferimento a stati del mon-
do la proposizione «qui c'è fumo», sulla base della compe-
tenza enciclopedica, conduce alla proposizione «pertanto qui
c è fuoco» - a ari dovrà poi essere assegnato un valore di
venta.
Ci si può domandare cosa avvenga quando percepisco l'e-
vento fasico costituito da una nuvola o da un pennacchio di
fumo. In quanto evento fisico esso non è diverso da un suo-
no qualsiasi che posso percepire senza conferirgli rilevanza
semiotica (come accade al barbaro). Ma se so, in base a una
Zia precedente, che il fumo, in generale, rinvia al fuoco
a pertinentizzo l'evento come occorrenza espressiva di'
un contenuto più generale e il fumo percepito diventa il con-
tenuto percettivo «fumo». Questo primo movimento, dalla
sensazione, alla percezione investita di significato, è così im-
mediato che si è portati a non considerarlo come semiotica-
mente rilevante. Ma è questa immediatezza presunta fra sen-
sazione e percezione che la gnoseologia ha sempre messo in
questione. Persino nella prospettiva medievale in cui, se è
vero che la simplex apprehensio, ovvero prima operazione
aeu intelletto, coglie nel fantasma la cosa nella sua essenza,
dell wn att ° t\® uàizì0 > e doè ™=Ua s«onda operazione
aeu intelletto, che la cosa è riconosciuta come esistente e rile-
vante tu fini di ulteriori predicazioni. Non è un caso se la gno-
seologia parla di 'significato 1 percettivo e il termine , signifi-
m«? !f?i ? 3 Un tempo una cate g° ria semantica e una cate-
goria della fenomenologia della percezione. In verità anche
per cogliere, ni una serie di dati della sensazione, la forma
32
SEGNO E INFERENZA
.fumo,, debbo già essere indili**» dalla V™*™?**
5 fumo sia rilevate ai fini di ulteriori inferenze: altrimen-
ti il fumo offertomi dalla sensazione rimane come un peicei-
to virtuale che debbo ancora decidere se ^rtment^are come
fumo, foschia, miasma, esalazione quals.asi ™^™Xe
cTun fenomeno di combustione. Solo se già posseggo Eleg-
ge onerale per cui 'se fumo allora fuoco sono in grado M
SncSe 'sigmiicante' il dato sensibile vedendolo come quel
fumo che può rivelarmi il fuoco.
Pe* cui si può dire che, anche di fronte al fatto naturale
i dati della sensazione mi appaiono come espressioni di un
possibile contenuto percettivo che a un
cogliere, sia estensionalmente sia mtensionalmente, come se
So che mi rinvia, in generale e in concreto, f*^*™
Tane sottintesa dalla stessa gnoseologia stoica ^e,^
do le certezze della 'rappresentazione catalettica , esse vanno
^ttavTverificate alla prova deU'inferenza lo^o^cmua-
le La rappresentazione catalettica propone la presenza di
qualcosa che potrebbe essere fumo (salvo inganno dei sensi :
Sdo^ola verifica inf erenziale, solo dopo che si e verifica ta
Sensualmente la conseguenza del fumo , il fuoco si è s -
Siti dèlia certezza della percezione. La logica-semiotica stoi-
ca è lo strumento di verifica della percezione.
8. Unificazione delle teorie e predominio della lingui-
stica.
Alcuni secoli dopo, nel De magistro, Agostino opererà de-
fimtìv^mente la saldatura fra teoria dei segni e teoria de hn-
3c, Egli riconoscerà il genus dei segni di cui isegnihn-
Susrici sonouna specie, come le insegne, i gesti, i segni esten-
sivi. Sedici secoli prima di Saussure.
Ma cosi facendo Agostino consegna alla tradizione g«*
fiore un problema che neppure gli stoia avevano molto con
chiarezza e di cui egli, Agostino, provvede la soluzione, ma
senza enfatizzarla in modo indiscutibile.
Ciò che rimaneva irrisolto nella soluzione stoica eraladit
fel tra il rapporto (che Hjelmslev chiamerà di àmota-
z oneTtra espressione linguistica e contenuto da un latore
quello tra proposizione-segno e conseguente significato, dal
8. UNIFICAZIONE DELLE TEORIE
33
l'altro. Il sospetto è che il primo livello si regga ancora sulla
equivalenza, mentre il secondo è indiscutibilmente fondato
e - c r
Tuttavia ci si deve chiedere se questa differenza non sia
effetto dì una curiosa 'illusione ottica'. Se ne segua la genera-
zione. Dal momento in cui Agostino introduce la lingua ver-
bale fra i segni, la lingua incomincia a trovarsi a disagio in
questo quadro, Troppo forte, troppo finemente articolata e
quindi troppo scientificamente analizzabile (e si pensi a quan-
to avevano fatto già sino ad allora i grammatici ellenistici),
le riusciva difficile sottomettersi a una teoria dei segni nata
per descrivere i rapporti fra eventi naturali, cosi elusivi e ge-
nerici (e si vedrà quanto l'implicazione stoica fosse epistemo-
logicamente aperta a un continuum di rapporti di necessità
e di debolezza). Poiché si ritiene sempre più (e varrebbe la
pena di studiare minutamente questa vicenda di storia della
semiotica) che la lingua, oltre che il sistema semiotico più o
meglio analizzabile, sia anche quello che può mcwleliizzare
tutti gli altri, trasformando ogni altra semiotica nel piano dei
proprio contenuto, gradatamente il modello del segno lingui-
stico si propone come il modello semiotico per eccellenza.
Ma quando si arriva a questa conclusione (e si può consi-
derare che il coronamento lo si abbia con Saussure) il model-
lo linguistico è ormai cristallizzato nella sua forma più 'piat-
ta', quella incoraggiata dai dizionari e, malauguratamente, da
molta logica formale che deve solo riempire a titolo di esem-
pio i propri 'simboli' vuoti. E si fa strada la nozione dì signi-
ficato linguistico come sinonimia e definizione essenziale.
È Aristotele che ha consegnato il pf inripio di equivalenza
(bicondizionale) fra termine e definizione per genere e spe-
cie, perché lavorava solo sui termini categorematici da inse-
r 're in proposizioni assertorie. Accade invece che gli stoici
tefr. Frede 1978; Graeser 1978] ritenessero che ogni cate-
goria sintattica ha la sua controparte semantica, anche i sin-
categorernatici. Se i Xtxxà completi nascevano da una combi-
: '.azione dei lixià incompleti, dovevano avere contenuto an-
34
SEGN'O E INFERENZA
che le congiunzioni, anche gli articoli e i pronomi. Agostino
mostrerà che hanno significato anche le preposizioni.
9. // modello 'istruzionale'.
Nel De magistro [II, 1] Agostino analizza con Adeodato
il verso virgiliano «si nihil ex tanta superis placet urbi relin-
qui» e definisce le otto parole come «octo... signa»; quindi
passa a interrogarsi sul significato di jsij e riconosce che que-
sto termine veicola un significato di ^dubbio». E siccome ri-
conosce «non esse signum rttsi aliquid significete è costret-
to a definire anche il significato (non certo il referente!) di
Inibii} : siccome è impossibile che si emettano segni per non
dire nulla, e siccome il significato di /niente/ non sembra es-
sere né un oggetto né uno stato del mondo, Agostino conclu-
de che questo termine esprime una affezione dell'animo, e
cioè lo stato della mente che, pur non riconoscendo qualcosa,
ne riconosce perlomeno l'assenza. Oggi si direbbe; un ope-
ratore logico, un qualche cosa che deve avere uno statuto nel-
lo spazio astratto del contenuto.
Quindi Agostino domanda cosa significhi jexj e rifiuta de-
cisamente la definizione sinonimica, per cui esso significhe-
rebbe jdej. Il sinonimo è una interpretazione, ma deve essere
a sua volta interpretato. La conclusione è che jexj significa
una specie di separazione {secreiionem quandam) da ciò in
cui si trovava incluso. E aggiunge una successiva 'istruzione'
per la sua decodifica contestuale: talora esprime separazione
da qualcosa che non c'è più, come quando la citta citata dal
verso è scomparsa; e talora esprime separazione da qualcosa
che permane, come quando si dice che dei negozianti vengo-
no da Roma.
Dunque il significato di un termine sinca tegorematico è un
blocco (una serie, un sistema) di istruzioni per le sue possi-
bili inserzioni contestuali, e per i suoi diversi esiti semantici
in contesti diversi (ma tutti ugualmente registrabili in ter-
mini di codice).
Ma se questo è possibile coi sincategorematici non potrà
esserlo anche coi categorematici? Infatti è questa la soluzio-
ne che sta ormai prevalendo nelle semantiche componenzialì
orientate al contesto. Queste forme di semantica istruzionale
9- IL MODELLO 'ISTRUZIONALE*
gSdetfe
2.64; dr. anche Eco S zi ifc 23791 l87 °> CP -
suali [cfr. FillmoK r 9 |?BÌÌiS varie gnatiche ca-
costanziaH [E^-T n a ] fl^ni contestuali e cir-
la ^^Z 7 !^^ 11 ^ 0 nfornmlaWper
to, basta a^^S^T"^^^^
parlanti. Se ^Zo ^Z^eZTJr^ *
affatto vero che io m ba J JiiJ^f àce /oor W non è
mi limito a ^id^JZ^Zl
tata dall 'articolazione d! ^S^SS^SS^
veloce + con le gambe, eccetera *^uL T^ S1C& +
re bastavano ai temoi n oTStV ^P™ 10 ™ <W gene-
rio, stabHire GSSu" <S °* n ' * ^borato-
significato in sc ? m P° s ^ne del
te?) Ì^^lb^^^SS&
rata questa necessaria fase di 7 " °' Ma ' su P e "
ferma» ^ , „ St^M-t *
Ie degli esiti sarà P T/nrThÌÌ r Ut ° ^ qua-
stuali che hanno n^' . f m base ^ elementi conte-
mè mSSSS^SS^' connotflta è p 0 ^
«iste rner^i u^Iel^^' 00 ^ Sf *™ Wistico)
SEGNO E INFERENZA
equivalenza è semplicemente perché ci si trova di fronte a
una implicazione catacresi zzata o 'addormentata'. È a causa
dell'inerzia e pigrizia della competenza che si crede che /fu-
mo/ ss jsmokej = «fumo» = «materia gassosa prodotta da un
processo di combustione». In effetti la regola è: se appare
nei contesti %, y, allora materia gassosa prodotta da combu-
stione, ma in tal caso, allora fuoco, se invece nei contesti z,
k, allora attività di ingestione di gas prodotti da combustione
di erbe particolari + soggetto agente + tempo presente, ecc.
D fatto che un dizionario registri diversi blocchi di istruzioni
sotto due o più voci considerate omonime è pura materia di
economia didattica.
Non diversamente avviene nel processo di riconoscimento
di eventi naturali che poi generano una proposizione-segno.
La percezione è interrogativa e condizionale, è retta sempre
(anche quando non ci se ne rende conto) da un principio di
scommessa. Se quei determinati dati percettivi, allora forse
«fumo» purché altri elementi contestuali autorizzino a rite-
nere appropriata l'interpretazione percettiva. Peirce lo sape-
va, anche la percezione è processo indiziario, focolaio di se-
miosi in nuce. Che di fatto avvenga senza sforzo non ne infi-
cia il meccanismo di diritto [1868, trad. it. pp. 48-49],
Non rimane allora che risolvere il problema delle cosid-
dette semie sostitutive,- semiotiche il cui piano del contenu-
to è l'espressione di un'altra semiotica: nell'alfabeto Morse
/■ -/=/«/ e viceversa, con totale bicondizionalità . Basterebbe
dire che le semie sostitutive rappresentano semiotiche degra-
date. Se non che anche qui l'equivalenza appare come impli-
cazione 'addormentata': anche il Morse è un sistema di istru-
zioni per sostituire punti e linee con lettere alfabetiche. Che
se poi un lettore competente del Morse salta direttamente
dall'espressione in punti e linee al fonema corrispondente
(come avviene con la lettura alfabetica) l'occorrenza di un da-
to fonema Io porterà ad avanzare previsioni sulla futura se-
quenza sintagmatica, cosi come il riconoscimento del fonema
è garantito dalle inferenze autorizzate dalla sequenza sintap-
malica precedente.
Non ce dunque differenza di struttura semiotica tra signi-
ficazione di primo e di secondo livello (e si usa queste distin-
zione perché la coppia denotazione/connotazione è equivoca,
dato che nelle teorie semantiche estensionali 'denotazione'
IO. CODICI TORTI E CODICI DEBOLI
cosi' diversi, ^^ZenaT^*™ *» «si
strutto dalla disciplnTch ^ T^ 0 ' ^
que^ tp^S IT:'* ^ *******
10. Codici forti e codici deboli.
è esempio di implica^,,, „!, T **** <^mim'
effetto a causa fondata «, m I ^ rtont ° c "iferenza da
torcia, allora ^^^^ - vede
è*, perché la torcia potrebbe e«£ * assai v «"
Sesto mterpretaSo^ Z T** mche ^
nendo che Jo si riconosci ^^ale suppo-
punto nK e^ì^^^ 611 ^
^ à* leggi naturali m 1 S^Sl^'? 1°° perebbe
questo esempio tutti i lZi J? ^ Imrod "«ndo con
d f su una corr EaST^' ** ^ { ™
^ferenziale dei segni SSESi f U natufa
demologico del se -ToTh» 1 ^ In ^ esto oaso Jo statuto
«orme sancite dai cedici ìhlh w ^? natUra ^ delle
questo libro) , furiala (si veda il capitolo finale di
* P^hé ha dissipato le sue rfX" ™° m ^ertà
dtJ * in un naufrLo o a "l ? ; P° trebbe averle per-
T *&°*e è vago il sf™ ; J do °f e a S h «ad- A maggior
urn °H attraverso PS "fc" Va dal P assa ^o 3K
3»
SEGNO E INFERENZA
sa che buona parte delle scoperte scientifiche sono fatte in
base a inferenze ipotetiche di questo genere, che Peirce chia-
mava abduzioni e in cui il conseguente viene ipotizzato ipo-
tizzando a sua volta una Legge di cui il conseguente sia allora
il Caso cosi come l'antecedente è il Risultato.
Aristotele, interessato ad argomentazioni che in qualche
modo rendessero ragione dei legami di necessità che reggono
i fatti, poneva distinzioni di forza epistemologica fra segni
necessari e segni deboli (cfr. § 6). Gli stoici, interessati a puri
meccanismi formali dell'inferenza, evitano il problema. Sarà
Quintiliano [Instìtutio oratoria, V, 9] interessato alle rea-
zioni di una udienza forense, a cercare di giustificare, secondo
una gerarchia di validità epistemologica, ogni tipo di segno
che in qualche misura risulti 'persuasivo'. Quintiliano non si
discosta dalla classificazione della Retorica aristotelica ma
avverte che i segni necessari possono vertere sul passato (se
ha partorito è stata necessariamente con un uomo), sul pre-
sente (se sul mare grava un forte vento vi sono necessaria-
mente delle onde) e sul futuro (se è stato ferito al cuore ne-
cessariamente morirà).
Ora è chiaro che questi presunti rapporti temporali sono
in verità diverse combinazioni del rapporto causa/efletto. Il
rapporto fra parto e accoppiamento (segno diagnostico) risa-
le dall'effetto alla causa, mentre quello tra ferita e morte (se-
gno prognostico) va dalla causa ai suoi possibili effetti. Que-
sta distinzione, peraltro, non è omologa a quella fra segni
necessari e segni deboli. Se ogni causa non rinvia necessaria-
mente ai suoi effetti possibili (segno prognostico debole),
non tutti gli effetti rinviano alla stessa causa in modo neces-
sario (segno diagnostico debole). Non solo vi sono effetti che
potrebbero avere cause diverse (chi agita la torcia, i nemici o
gli amici?) ma occorrerebbe distinguere fra cause necessarie
e cause sufficienti. L'ossigeno è causa necessaria della combu-
stione (per cui: se combustione allora ossigeno) ma lo sfre-
gamento di un fiammifero è della combustione solo causa
sufficiente (in concorrenza con altre cause possibili). Si po-
trebbe allora dire che il segno debole di Aristotele è segno da
effetto a causa sufficiente (se respira male allora ha la febbre) .
ma ad esaminarlo meglio il segno debole non manca di una
sua 'necessità'. Salvo che esso rinvia non a una causa ma a
IO. CODICI PORTI E CODICI DEBOLI
una classe di cause <a» U ■■
che J'ha accesa eThek ZT ' ^ rertamente ^alcuno
ra necessari* a h2 T * «P"**»" Urtata, allo-
^n,: ■ aItera21on e del ritmo cardiaco fck« P Ai
avrebbero un loro conseguente necessario, X che [Z^
gueme e ancora troppo ampio e va circhi
doche da genere a specie. Invece di dire /uomini/ dTco ZÌ
*ri che «sarebbe ?^n^^£L'tT"-
Possibili uni i riV. * ^" U 01 f° m ! " >e Prove
" ,a «« verSZ^ ? T""»" <"*»*• Quintiliano
s '° ^tou^i?' ! , ,em ° l08,C » mentt ^ debole) oue-
<*™euto. se Atalama »a a passeggio „^
40
SEGNO E INFERENZA
schi allora probabilmente non è più vergine. Il fatto è che
in una data comunità questo verosimile può essere altrettan-
to convincente di un segno necessario. Dipende dai codici e
dalle sceneggia ture [cfr. Eco 1979] che quella comunità regi-
stra come 'buoni'.
Ora questo iato fra certezza 'scientifica' e certezza 'soda-
le' costituisce la differenza tra leggi e ipotesi scientifiche e
codici semiotici. La necessità di una prova scientifica ha poco
a che fare con la necessità di una prova semiotica. Scientifi-
camente la balena è un mammifero, ma per la competenza di
molti è un pesce. Scientificamente il limone è necessariamen-
te un agrume e non è necessariamente giallo. Ma per il let-
tore di una poesia (Montale: «Le trombe d'oro della sola-
rità» [I limoni, in Movimenti) il limone è un frutto giallo,
e che sia un agrume è irrilevante.
Quindi sul piano semiotico le condizioni di necessità di
un segno sono fissate socialmente, sia secondo codici deboli
sia secondo codici forti. In questo senso un evento può es-
sere segno sicuro, anche se scientificamente non lo è. Ed è
questa gerarchia di necessità semiotica che regge le correla-
zioni fra antecedenti e conseguenti e le rende di forza pari
alle correlazioni fra espressioni e contenuti.
Quando poi, anche in termini semiotici, la classe dei con-
seguenti è molto imprecisa, si ha il segno non ancora codifi-
cato, codificato con vaghezza (il 'sìmbolo'), o in via di codi-
ficazione [cfr. Eco 1979, § 3 per i processi di invenzione di
codice]. Di solito questa invenzione di codice assume la for-
ma della più ardita tra le inferenze, l'abduzione o ipotesi.
1 1 . Abduzione e invenzione di codice.
L'abduzione o ipotesi è ampiamente descritta da Peirce in
diversi punti della sua opera [cfr. in particolare 1 902^, C.P.
2.96, trad. it. pp. 103-6; 1878, C.P. 2.619-35]. Comparata
alla deduzione e all'induzione essa dà luogo ai tre diversi
schemi inferenziali delia figura seguente dove le caselle de-
lineate a linea continua esprimono gli stadi argomentativi
per cui si hanno proposizioni già verificate e le caselle a li-
nea tratteggiata gli stadi argomentativi prodotti dal ragiona-
mento 1 »
II. ABDUZIONE E INVENZIONE DI CODICE
41
■Deduzione
Indizione
Abduzione
1 Ristdttto
I
Risultati
r X ,
l Caso 1
[_ Ràduto J ~
me accade per le SEe^n^ "^"^ dciattim ' <°-
-PKperVa/; jgSj* * ve: t .J m
lupare ^T^^ZX^X^
« Mica tt^SS52-5S
Dunque queUa natola co-occorre 1 esperienza «,».
Storo [HI 61 ot^ÀTr ed «»<ia A 60stinonelc
•o risponde che »S*££uÌ f /camminare/ Adecda-
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"«■tre sta camminando Tuli " dom>n<| a,8l' fosse molta
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SnaldiaLoT^te^S 2 '' S"?^
ba stendere l'onci! L secondo quale regola si deb-
^"amento di Adtdatcf n wf 56 ^ ° che i]
' tJtUlsce 1 «iterpretazione del termine lingui-
SEGNO E INFERENZA
stieo, sono in grado di supporre che quanto esso mi propone
(Risultato) sia il Caso della Regola ipotizzata. Procedimento
che si verifica anche nella decodifica di termini linguistici no-
ti, quando tuttavia sia incerto a quale di due lingue apparten-
gono. Se qualcuno mi dice /cane!/ in tono eccitato, per capire
se si tratta di un imperativo latino {'canta!') o di un insulto
italiano, devo ipotizzare come quadro di riferimento una lin-
gua. Che poi vi siano indizi circostanziali e contestuali a indi-
rizzarmi verso l'individuazione della regola, non muta in li-
nea di principio la struttura del processo interpretativo.
L'abduzione interviene anche quando debbo interpretare
figure retoriche e quando debbo interpretare tracce, sintomi,
indizi (si veda il richiamo ippocratico al contesto). Ma diver-
samente non accade quando voglia interpretare il valore che
un dato enunciato, una parola chiave, una intera vicenda, as-
sumono in un testo.
L'abduzione quindi rappresenta il disegno, il tentativo az-
zardato, di un sistema di regole di significazione alla luce del-
le quali un segno acquisterà il proprio significato.
A maggior ragione si ha abduzione con quei segni naturali
che gli stoici chiamavano indicativi, di cui si sospetta che sia-
no segni, senza ancora sapere di che cosa, Keplero [l'esempio
è di Peirce, 1902^, trad. it. pp. 105-6] rileva che l'orbita di
Marte passa per i punti x, y. Questo è un Risultato, ma noti
si sa ancora di quale Regola sia il Caso (e dunque di quali
conseguenti sia l'antecedente). 1 punti x e y potrebbero ap-
partenere, fra le altre figure possibili, a un'ellisse Keplero
ipotizza (ed è un atto di coraggio immaginativo) la regola:
essi sono i punti di una ellisse. E dunque, se l'orbita di Marte
fosse ellittica allora il suo passaggio per x e y (Risultato) sa-
rebbe un Caso di quella Regola. Naturalmente l'abduzione
deve essere verificata. Alla luce della Regola ipotizzata x e y
sono segno che Marte dovrebbe passare anche per 1 punti z,
k. Occorreva attendere Marte là dove il primo 'segno' indu-
ceva ad attenderlo. Una volta verificata l'ipotesi non è rima-
sto che da allargare l'abduzione (e poi verificarla): ipotizzare
che il comportamento di Marte fosse comune a tutti gli altri
pianeti. Il comportamento di un pianeta è diventato segno di
un comportamento planetario generale.
Appena la regola viene codificata, ogni occorrenza succes-
siva dello stesso fenomeno diviene segno sempre più 'neces-
12. I MODI DI PRODUZIONE SEGNICA
43
sario'. Ma qui, è ovvio, interessa la necessità semiotica: il
sorgere del sole è segno per i moderni del movimento terre-
stre come lo era per gli antichi del movimento solare. Semio-
ticamente deve interessare anzitutto (in linea intensionale)
che un evento sia segno rispetto a una regola. Sdentifkamen-
te deve interessare (in linea estensionale) che lo stato di cose
espresso dalla proposizione-regola sia il caso, Ma è un altro
problema.
Quella differenza che Harman (cfr. § 4) poneva fra teoria
del significato e teoria della prova riguarda piuttosto, all'in-
terno dello stesso fenomeno segnico, la differenza estensione/
intensione, tra verifica epistemologica della verità della pro-
va e verifica semiotica della sua necessità culturale, ovvero
del grado di codifica a cui un alcunché di verosimile è stato
fatto pervenire.
12. 1 modi di produzione segnìca.
In Eco [1975] era stata proposta una tipologia dei modi
di produzione segnica qui riproposta nella figura 1. In que-
sta sede, della tipologia, interessa la correlazione fra espres-
sione e contenuto.
Per questo fine si era introdotta la distinzione tra ratio fa-
cìlìs e ratio difficili*. Si hanno segni prodotti per ratio facilis
quando il tipo espressivo è preformato. Il contenuto «caval-
lo» viene espresso da diversi tipi espressivi prestabiliti, a se-
conda delle lingue, e arbitrariamente correlati al contenuto,
indipendentemente dalle marche, semi o proprietà semanti-
che che circoscrivono lo spazio di contenuto «cavallo». Si
hanno segni prodotti per ratio difficili* quando, per carenza
di un tipo espressivo preformato, lo si modella sul tipo
astratto del contenuto. Un diagramma sul quale si vogliano
studiare i possibili rapporti (ferroviari, stradali, postali, am-
ministrativi) fra Torino, Bologna e Firenze, deve costituirsi
in accordo col tipo di relazioni spaziali che di fatto governano
il rapporto spaziale dei tre centri. Torino è a Nord-Ovest di
Bologna, Bologna è a Nord-Est di Firenze, Firenze è a Sud-
Ovest di Bologna e cosi via. Quando si dice di fatto si vuole
intendere 'cosi come è nella rappresentazione culturale che si
dà del territorio'. Un orientamento di fatto sussisterebbe an-
12. I MODI DI PRODUZIONE SE CINICA
45
che se, nell'ambito di un mondo possibile, si studiassero le
relazioni fra Utopia, Atlantide e il Paradiso terrestre. Di fat-
to, nel mondo possibile della geografia utopica, Atlantide e
Utopia si trovano a Ovest rispetto al Paradiso terrestre.
In tutti questi casi i rapporti che sussistono sul piano del
contenuto vengono proiettali (nel senso cartografico del ter-
mine) sul piano dell'espressione. Che questo rapporto di ra-
tio difficili* ritraduca il tradizionale rapporto di 'iconismo' è
evidente: ma non lo ritraduce ritenendo che vi sia solo ico-
nismo visuale. Un diagramma dì organizzazione aziendale co-
struito ad albero proietta sotto forma di rapporti spaziali
(alto/basso) quelle che nel contenuto sono relazioni gerarchi-
che o flussi di informazioni o prescrizioni. Purché la regola
di proiezione sia costante, i risultati ottenuti manipolando
l'espressione risultano diagnostici o prognostici rispetto al-
l'assetto passato o futuro del contenuto. Che poi prognosi e
diagnosi siano verificabili anche estensionalmente è procedi-
mento successivo, possibile proprio in virtù dell'isomorfismo
realizzato intensionalmente. E c'è ovviamente da decidere se
la verifica estensionale va fatta rispetto allo stato di cose rico-
nosciuto come 'mondo reale' o rispetto a un mondo possibi-
le: nel quale ultimo caso il mondo possibile è finzione logica
che ritraduce in termini estens tonali dei rapporti intensionali
[cfr. Eco 1979]. Un mondo possibile è un sistema (per quan-
to parziale) di forma del contenuto. In ogni caso l'espressio-
ne su una mappa della posizione di Atlantide è segno, in un
certo mondo possibile, che il Paradiso terrestre va cercato
verso Est di Atlantide,
Alla luce di queste definizioni si possono considerare i mo-
di di produzione segnica raffigurati nella figura 1 , purché si
tenga presente che la tavola non classifica una tipologia di
segni, ma una tipologia di modi di produrre i segni: quello
che viene chiamato un segno (una parola, una freccia strada-
le, un vasto enunciato) è di solito il risultato di più modi pro-
duttivi diversi.
12. r. Tracce.
Retta da ratio difficili* una traccia o impronta dice che, se
una data configurazione su di una superficie imprimibile,
allora una data classe di agenti impresoti. Se l'impronta è
SEGNO E INFERENZA
vettorialmente orientata in una data direzione allora è si-
gnificata una direzione virtuale dell'impressore. Il riconosci-
mento dell'impronta rende ovviamente possibile il passaggio
estensionale: se questa impronta in questo luogo, allora è
passato di qui un membro concreto dì quella classe di impres-
sori a jnpronte.
12.2. Sintomi.
Retti da ratio facili; (non hanno rapporto isomorfico col
tipo di contenuto) rinviano a una causa a cui sono stati con-
nessi sulla base di una esperienza più o meno codificata. Poi-
ché la connessione è ritenuta naturalmente motivata, il loro
rapporto di necessità inferenziale è abbastanza forte. Non di
rado tuttavia il sintomo rinvia solo a una classe malto vasta
di agenti. Codici forti come quelli della sintomatologia me-
dica arrivano spesso a definire rapporti di necessità molto vi-
cini all'equivalenza. Caso di equivalenza bicondizionàle è
quello citato da Quintiliano; se vive allora respira e se respi-
ra allora vive.
12.3. Indizi.
Legano la presenza o l'assenza di un oggetto a comporta-
menti possibili del loro probabile possessore: ciuffi di peli
biancastri su dì un divano sono indizio del passaggio di un
gatto d'angora. Dì solito però rumano a una classe di possi-
bili possessori e per essere usati estensionalmente richiedono
meccanismi abduttivì. Si veda questa abduzione di Sherloek
Holmes, che Conan Doyle chiama ingenuamente deduzione:
«L'osservazione mi dice che siete stato all'ufficio postale di
Wigmore Street questa mattina, ma la deduzione mi fa cono-
scere che vi avete spedito un telegramma... L'osservazione
mi dice che avete un poco di fanghiglia rossa attaccata al tac-
co delle scarpe. Proprio di fronte all'ufficio postale di Wig-
more Street stanno rif acendo il selciato e hanno portato alla
luce del terriccio che è difficile non calpestare quando si en-
tra. La terra ha una tinta particolare che, per quanto ne sap-
pia, è difficile ritrovare nelle vicinanze. E questa è osserva-
zione. Il resto è deduzione... Sapevo che non avevate scritto
una lettera, perché sono stato seduto di fronte a voi tutta la
12. I MODI DI PRODUZIONE SEC MICA
47
mattina. E ho anche visto che sulla vostra scrivania avete un
foglio di francobolli e un bel mazzo di cartoline postali. Per-
ché allora andare all'ufficio postale se non per spedire un te-
legramma?» CTI* Sign of Four, cap. i].
Il terriccio rosso sulle scarpe è un indizio. Ma è indizio
del fatto che si è calpestato terriccio rosso. Per decidere che
è quello di Wigmore Street occorre escludere, in base ad al-
tre considerazioni, che Watson si sia allontanato dal quartie-
re. L'indizio diviene rivela tivo solo in base a una abduzione
più vasta. Occorre già avere formulato una ipotesi sui movi-
menti di Watson e il tempo che ha avuto a disposizione per
compierli. Che poi Watson avesse francobolli in casa è indi-
zio vaghissimo: al massimo sarebbe indizio (negativo) di let-
tera spedita la mancanza di un francobollo. Non mancando
il francobollo si ha indizio (doppiamente negativo) del fatto
che Watson non ha spedito francobolli usando la propria ri-
serva domestica. Bisogna aver già iporizzato che Watson sia
persona cosi economa da non decidere di comperare franco-
bolli per strada, e cosi previdente da non decidere all'improv-
viso di spedire una lettera; solo sulla base di questa serie di
abduzioni diventa rilevante l'indizio negativo della non-man-
canza di francobolli. E solo dopo che Watson ha manifestato
il suo stupore per la prodigiosa divinazione, Holmes è sicu-
ro che la sua scommessa abduttiva fosse corretta [cfr. Eco
1981, e Eco-Sebeok 1983J.
Su questa linea sono indizi anche i tratti stilistici (verbali,
visivi, sonori) la cui ricorrenza (o assenza ) permette di stabi-
lire la paternità di un testo. Ma anche le decisioni filologiche
sono rette dalla "congettura' (che è un'abduzione) .
12.4. Esempi, campioni e campioni fittizi.
L'ostensione di un oggetto può avere molte funzioni se-
miosiche, Io si è visto con l'esempio proposto da Agostino.
Può rinviare a una classe di oggetti di cui è membro, ad altri
membri di quella classe, può rappresentare un comando, una
preghiera, un consiglio in qualche modo legato a quella clas-
se di oggetti. Posso indicare un pacchetto di sigarette per
esprimere il concetto di sigaretta, di fumo, di mercanzia,
per ordinare di andare a comperare le sigarette, per offrire da
fumare, per suggerire quale sia stata la causa della morte di
4 8
SEGNO E INFERENZA
qualcuno. Le ostensioni sono segni deboli che di solito deb-
bono essere rinforzati da altre espressioni con funzione me-
tasemiotica. Entro precise situazioni di decodifica il segno
estensivo può acquisire una certa necessità semiotica: nel
corso di un appello, la mano alzata significa che il soggetto
che compie il gesto è il portatore del nome proferito. Per i
campioni e i campioni'fittìzi valgono regole retoriche di tipo
sineddochico (parte per il tutto, un gesto sta per un compor-
tamento completo) o metonimiche (l'azione suggerisce lo
strumento, un oggetto evoca il proprio contesto), come ac-
cade nell'arte del mimo.
12.5. Vettori.
Tra le modalità rette da ratio diffietlis i vettori (frecce, di-
ta puntate, marche direzionali in una impronta, intonazioni
ascendenti o discendenti) sembrano quelli più ancorati a un
destino estensionale. Come gli indici peirciani, essi sembrano
diventare espressivi solo in connessione con un oggetto o sta-
to di cose. In effetti, come si è detto a proposito della freccia
di Buyssens, i vettori esprimono anch'essi un blocco di istru-
zioni per la propria inserzione contestuale [cfr. in Eco 1975,
S 2, l'analisi degli indicatori]. Data una freccia in vendita in
un negozio di targhe segnaletiche, essa esprime come conte-
nuto l'istruzione che, ovunque essa verrà collocata, essa ordi-
nerà o consiglierà di andare in una certa direzione (se vuoi
uscire, allora passa di qua; se asm vuoi scontrarti con altri
veicoli, e se non vuoi essere punito, allora procedi nel senso
corrispondente all'orientamento della punta). Di fronte al
vettore linguistico /egli/ l'istruzione che ne consegue è di cer-
care nella sequenza contestuale immediatamente precedente
l'occorrenza di un nome proprio, di un sostantivo maschile,
di una descrizione definita che esprima « umano + maschio»,
a cui /egli/ possa essere riferito. In tal senso sono vettori an-
che i segni che sono stati definiti come 'bersagli' (cfr. § 2.6),
e quindi i limiti e i perimetri. Se Romolo aveva segnato i li-
miti di Roma, allora (se Remo l'avesse oltrepassato) era se-
gno che egli avrebbe dovuto morire. Il confine segnato stava
per la città a venire, per il potere che lo aveva istituito, per le
pene che questo potere era in grado di comminare. Natural-
mente a seconda dei contesti i vettori possono assumere, di
12. I MODI DI PRODUZIONE SEGNICA 49
solito per convenzione, maggiore o minore necessità. Una
freccia può ordinare o consigliare.
12.6. Stilizzazioni.
Appartengono a questa categoria (retta da ratio facilis) le
insegne, nonché gli emblemi e le imprese, nel senso rinasci-
mentale e barocco del termine, dove delle espressioni dal
tipo riconoscibile costituiscono dei veri e propri testi enigma-
tici, da ricostruire per via di argute inferenze. Possono anche
esserci stilizzazioni rette da codici forti, come gli stemmi e le
figure delle carte da gioco; altre rette da codici più deboli,
aperte a contenuti molteplici, come i cosiddetti 'simboli' e
massime tra essi quelli detti 'archetipi' (mandala, svastica ci-
nese). .
12.7. Unità combinatorie.
Categoria retta da ratio facilis, comprende sia le parole
del linguaggio verbale sia i gesti degli alfabeti cinesici, i co-
dici di segnalazione navale, molti elementi della segnaletica
stradale, ecc. Si veda in Prieto [1966] come sia l'espressione
sia il contenuto possano essere oggetto di diverse sintassi
combinatorie. Sembrano costituire il repertorio di funzioni
segniche più chiaramente basato sull'equivalenza, ma la bi-
condizionalità del rapporto è assai dubbia. Un dato segnale
navale significa «malato a bordo», ma un malato a bordo è
segno vaghissimo del fatto che sarà emesso quel segnale.
Piuttosto il segnale che significa «malato a bordo» aprirà a
molteplici conseguenze illative, e quindi connoterà altre infe-
renze semiotiche possibili. Anche una unità combinatoria im-
plica sempre un pacchetto di scelte contestuali.
■
12.8. Unità pseudocombinatorie.
Sono elementi di un sistema espressivo non correlati a un
contenuto (almeno non in base a un codice fisso). Hjelmslev
[1943, trad. ii. pp. 11 s-22] rilevava che si tratta dì 'sistemi
simbolici' nel senso che, benché siano interpretabili, non so-
no biplanari (il possibile contenuto è conforme all'espressio-
ne): se vi è significato di una mossa degli scacchi esso consi-
SEGNO E INFERENZA
ste nella serie di mosse conseguenti che la mossa antecedente
rende possibili. E di tale genere sarebbero i giochi, le strut-
ture musicali, Ì sistemi formalizzati, le combinazioni di ele-
menti non figurativi in pittura. Ma è proprio dei sistemi 'mo-
noplanari' fare apparire ogni antecedente come segno progno-
stico del conseguente, e Jakobson [1974] ha sottolineato a
pili riprese questo aspetto delle composizioni musicali e della
pittura astratta, continuo rinvio della parte al tutto e di una
parte a un'altra parte, stimolazione di attese, fenomeno di
'significanza' diffuso lungo tutta l'estensione di ima testura
cronologica o spaziale. Occorre dunque dissentire da Hjelm-
slev e definire come carattere costitutivo del segno non la
non-conformità biplanare, ma proprio l'interpretabilità (cfr.
§ 13).
12.9. Stimoli programmati.
In questa categoria stanno gli stimoli capaci di suscitare
una risposta non mediata, e che risultano significativi del-
l'effetto previsto solo per chi li emette, non per chi li riceve.
Se il criterio semiotico fosse l'equivalenza piatta, sarebbero
da escludere dal rango dei segni. Nella nostra prospettiva che
qui interessa costituiscono invece un caso di segno debole
che dalla causa attuata permette di inferire l'effetto possibile
e variamente probabile.
12.10. Invenzioni.
Trattate diffusamente in Eco [1975], esse rappresentano
quei casi estremi di ratio diffidili in cui l'espressione è inven-
tata molto spesso nei momento in cui si procede per la prima
volta alla definizione del contenuto. La correlazione quindi
non è fissata da alcun codice, è solo condenda. In questi casi
il procedimento abduttivo aiuta l'interprete a riconoscere le
regole di codifica inventate dall'emittente. Possono essere
grafi, figure topologiche, invenzioni pittoriche o linguistiche
(si pensi al linguaggio transmentale dell'avanguardia russa o
all'ultimo Joyce). Talora regole preesistenti aiutano a com-
prendere il lavoro di nuova codifica (nei grafi, negli esperi-
menti linguistici), talora l'invenzione rimane a lungo non-
13. IL CRITERIO DI . INTERPRETANZA 5 1
significante, o significa al massimo il suo rifiuto 0 impossibi-
lità di significare. Ma anche in questo caso ribadisce che ca-
ratteristica fondamentale del segno è proprio la sua capacità
di stimolare interpretazioni.
i2.ii. Conclusioni.
Questa rassegna di possibilità di produzione segnica ha
mostrato che esiste un continuum semìosico che va dalla co-
difica più forte a quella più aperta e ^determinata. Compito
di una semiotica generale è quello di individuare (come si sta
facendo qui) una struttura formale unica che soggiace a tutti
questi fenomeni, e cioè quella della implicazione, generatrice
di interpretazione.
Compito delle semiotiche specifiche sarà invece, a seconda
del sistema segnico studiato, stabilire regole di maggiore o
minore necessità semiotica delle implicazioni (regole di isti-
fuzionalità).
13. Il criterio di interpretanza.
Condizione di un segno non è dunque solo quella della so-
stituzione {diquid stat prò aliquo) ma quella che vi sia una
possibile interpretazione.
Per interpretazione (o criterio di interpretanza) deve in-
tendersi ciò che intendeva Peirce quando riconosceva che
ogni interpretante (segno, ovvero espressione o sequenza di
espressioni che traduce una espressione precedente) non solo
ritraduce 1' 'oggetto immediato' o contenuto del segno, ma ne
allarga la comprensione. Il criterio di interpretanza consente
di partire da un segno per percorrere, tappa per tappa, l'in-
tero circolo della semiosi. Peiree diceva che un termine è una
proposizione rudimentale e che una proposizione è una rudi-
mentale argomentazione [1902C, C.P. 2.342-44], Dico /pa-
dre/ e ho già definito un predicato a due argomenti: se padre,
allora qualcuno che di questo padre è figlio.
Il contenuto interpretato mi fa andare oltre il segno origi-
nario, mi fa intravvedere la necessità della futura occorrenza
contestuale di un altro segno, E dalla proposizione «ogni pa-
dre ha o ha avuto un figlio» si può pervenire, a ispezionare
SEGNO E INFERENZA
tutta ima topica argomentativa, e il meccanismo intenaionale
mi dispone a proposizioni da verificare estensionaimente.
A questo punto si vede come fosse discutibile la condanna
del segno impostata sull'imputazione dì uguaglianza, simili-
tudine, riduzione delle differenze. Questa condanna dipen-
deva dal ricatto del segno linguistico 'piatto' inteso come cor-
relazione fondato sulla equivalenza senza sbocchi, sostituzio-
ne di identico a identico. Invece il segno è sempre dò che mi
apre a qualcosa d'altro. Non c'è interpretante che, nell'ade-
guare il segno che interpreta, non ne sposa sia pure di poco
i confini.
Interpretate un segno significa definire la porzione di con-
tenuto veicolata, nei suoi rapporti con le altre porzioni deri-
vate dalla segmentazione globale del contenuto. E definire
una porzione attraverso l'uso di altre porzioni, veicolate da
altre espressioni. Con la possibilità, se l'interpretazione è
condotta molto avanti, che si metta in crisi non solo il conte-
nuto individuato in partenza ma lo stesso criterio globale di
segmentazione. Il che significa porre in discussione il modo
in cui la forma del contenuto ha segmentato il continuum.
Hjelmslev induce a pensare che d sia un continuum del-
l'espressione e un continuum dd contenuto. In verità il mo-
dello della funzione segnica, ripensato alla luce della !
frjcft pGirci&iijij andrebbe riformuÌHto come seduci
f
Sostanza\ \
Forma \ 1
VE
Forma / /
Sostanza / /
La materia, il continuum di cui i segni parlano e attraver-
so cui parlano, è sempre la stessa: è l'Oggetto Dinamico di
cui parla Peìrce, che motiva il segno, ma di cui il segno non
rende immediatamente ragione, perché l'espressione disegna
un Oggetto Immediato (il contenuto). Una data civiltà orga-
nizza il contenuto in forma di campi, assi, sottosistemij siste-
14. SEGNO E SOGGETTO
53
mi parziali, non sempre coerenti tra loro, spesso articolatili
secondo la prospettiva contestuale che si sceglie (e 'conte-
sto' può essere la cultura di un millennio come una poesia o
un diagramma). Questi segmenti di contenuto non corrispon-
dono solo a enti fisicamente riconosdbili (donna, cane, casa),
a concetti astratti (bene, male), ad azioni (correre, mangiare),
a generi e a specie (animale, figura piana) ma anche a direzio-
ni o a relazioni (sopra, prima, verso, se e allora, oppure). Fra
queste porzioni, articolabili in sequenze più vaste, si artico-
lano legami inferenziali nei modi sopra descritti. Per espri-
mere queste porzioni si scelgono porzioni formalizzabili e
formalizzate di continuum, che è lo stesso di cui si parla,
e cioè lo stesso ma in quanto segmentato dal contenuto. Ta-
lora gli elementi materiali scelti per esprimere usano porzio-
ni di continuum difformi dal continuum espresso (suoni per
esprìmere relazioni spaziali), talora la stessa porzione di con-
tinuum è materia di espressione e materia di contenuto (rela-
zioni spaziali su un diagramma per esprimere relazioni spa-
ziali su una superficie tridimensionale).
La materia segmentata per esprimere esprime altre seg-
mentazioni della materia. In questo gioco il mondo (il con-
tinuum, la polpa spessa della materia manipolando la quale
agisce la semiosi) viene messo in questione, da un segno al-
l'altro. Attraverso la formulazione di Oggetti Immediati e la
loro continua ridefinizione per interpretanti successivi, si
cambia di continuo la forma che viene riconosduta all'Og-
getto Dinamico.
14. Segno e soggetto.
Se si poteva allora dire che il segno come uguaglianza e
identità è coerente con una nozione sclerotizzata (e ideolo-
gica) di soggetto, il segno come momento (sempre in crisi)
del processo di semiosi è lo strumento attraverso il quale lo
stesso soggetto sì costruisce e si decostruisce di continuo. Il
soggetto entra in una crisi benefica perché partecipa della cri-
si storica (e costitutiva) del segno. Il soggetto è dò che i pro-
cessi continui di risegmentazione del contenuto lo fanno es-
sere. In questo senso (anche se il processo di risegmentazione
deve pur essere attuato da qualcuno, e sorge il sospetto che
54
SEGNO E INFERENZA
sia pur sempre una collettività di soggetti) il soggetto è par-
lato dai linguaggi (verbali e no), non dalla catena significante,
ma dalla dinamica delle funzioni segniche. Siamo, come sog-
getti, ciò che la forma del mondo prodotta dai segni ci fa
essere.
Siamo forse, da qualche parte, la pulsione profonda che
produce la semiosi . Ma ci riconosciamo solo come semiosi in
atto, sistemi di significazione e processi di comunicazione.
Solo la mappa della semiosi, come si definisce a un dato sta-
dio dulia vicenda storica (con la bava e i detriti della semiosi
precedente che si trascina dietro), ci dice chi siamo e cosa (o
come) pensiamo.
La scienza dei segni è la scienza di come si costituisce sto-
ricamente il soggetto. A questo probabilmente pensava Peir-
ce quando scriveva: «Poiché l'uomo può pensare solo per
mezzo di parole o di altri simboli estemi, questi potrebbero
volgersi a dire: " Tu non significhi niente che non ti abbiamo
insegnato noi, e quindi significhi solo in quanto indirizzi
qualche parola come l'interpretante del tuo pensiero". Di
fatto, dunque, gli uomini e le parole si educano reciproca-
mente; ogni accrescimento di informazione in un uomo com-
porta — ed è comportato da — un corrispondente accrescimen-
to d'informazione di una parola... La parola o segno che l'uo-
mo usa è l'uomo stesso. Poiché, come il fatto che ogni pen-
siero è un segno — considerato insieme al fatto che la vita è
un flusso di pensiero - prova che l'uomo è un segno; cosi, il
fatto che ogni pensiero è un segno estemo prova che l'uomo
è un segno esterno. Cioè l'uomo e il segno esterno sono iden-
tici, nello stesso senso in cui le parole homo e uomo sono
identiche. Cosi il mio linguaggio è la somma totale di me
stesso, poiché l'uomo è il pensiero» [1868, trad. it. p. 84].
2.
Dizionario versus enciclopedia
1, / significati del significato.
x.i. Il Rinviato,
Senss, contenuto, significato, significano, signìfié, signi-
fied, meanìng, Bedeutung, denotazione, connotazione, inten-
sione, referenza, sense, Sinn, denotatum, significatum, sono
tutti termini che nel corso della tradizione filosofica, lingui-
stica, semiotica, sono stati giudicati in qualche modo equiva-
lenti a /significato/, a seconda del quadro teorico esplicito o
implicito a cui il parlante si rifaceva.
Di solito il termine /significato/ viene usato in contesti se-
miotici (linguistica, filosofia del linguaggio e simili) ma lo si
ritrova anche in contesti gnoseologico-fenom enologi ci (il si-
gnificato percettivo) o più ampiamente ontologico-metafisici
(il significato dell'esistenza).
Prima di decidere che ci si trova di fronte a un nodo di
semplici omonimie, converrà chiarire il problema del signifi-
cato nel quadro di riferimento più strettamente semiotico.
II consenso delle genti definisce genericamente un segno
come aliquìd che stai prò atiquo. Valiqaid è una espressione
concreta (e cioè una entità fisica prodotta dall'uomo o ricono-
sciuta come capace di fungere da espressione di qualcosa
d'altro) oppure una classe o un tipo di espressioni concrete
possibili. Più oscuro rimane cosa sia quel qualcosa d'altro a
cui V diquid rinvia o per cui sta. Siccome Jakobson [1974]
ha definito ogni segno come una relation de renvoi, si decide
di usare provvisoriamente per il qualcosa d'altro il termine
neutro di 'Rinviato'.
Si supponga che un emittente produca per un destinata-
rio, in riferimento a una comune lingua L, l'espressione /La
regina è femmina/. Essa è composta di sei espressioni sem-
7*
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
scuole debbano essere teoricamente più efficienti delle scuole
di filosofia del linguaggio. II problema dunque non è se que-
ste regole si possano rappresentare, ma quante di queste re-
gole si possano rappresentare, problema su cui si tornerà in
seguito (cfr. § 4.2). Il significato contestuale va molto al di là
dei significati lessicali, ma ciò è possibile solo se l'enciclope-
dia provvede a) significati lessicali in forma di istruzione per
l'inserzione contestuale e b) sceneggiature.
Su questa base il destinatario potrà poi elaborare catene
di inferenze capaci di far 'crescere' il significato contestuale
al di là di ogni previsione enciclopedica. Ma a rendere possi-
bili questi investimenti di significato deve esistere una strut-
tura di L tale che questi significati contestuali siano attua-
lizzabili.
Nel romanzo di fantascienza The Space Merchant s (1953),
di Pohl e Kornbluth, il protagonista, svegliandosi, apre il ru-
binetto dell'acqua dolce, da cui colano poche gocce, perché
- afferma - non riesce a sbarbarsi con l'acqua salata. L'enci-
clopedia dice solo, al lettore, che dì sdito in casa ci sono sol-
tanto rubinetti di acqua dolce. L'opposizione con /salata/
suggerisce che Ifresh water/ non abbia valore retorico-esor-
nativo. Nell'ambito di quel testo il lettore deve decidere che
ci si trova in un mondo del futuro dove l'acqua dolce scar-
seggia e gli appartamenti sono alimentati anche ad acqua ma-
rina. Il co-testo ha fondato una enciclopedia idiolettale.
Si dovrebbe dire che una teorìa del significato contempla
solo i dati che l'enciclopedia comune fornisce, e non può oc-
cuparsi di queste attualizzazioni idiosincratico-contestualL DÌ
fatto perà il nuovo significato è reso possibile dal contrasto
con quello convenzionalmente registrato; non solo, ma si do-
vrebbe dire che d'ora in poi, registrando anche questo ro-
manzo fra le possibili sceneggiature intertestuali, l'enciclope-
dia si è arricchita di nuove possibilità. Pertanto una semio-
tica del significato deve a) teorizzare le possibilità di questi
fenomeni non prevedibili, b) costituire le possibilità di una
rappresentazione enciclopedica convenzionale che ne renda
ragione.
2. IL CONTENUTO
73
2. Il contenuto.
2.1. Significato e sinonimia.
Gli artifici più comuni per registrare in qualche modo il
significato di un termine sono a) il termine equivalente in
un'altra lingua (gatto — chat), b) il supposto sinonimo (gat-
to — micio), c) la definizione (gatto — felino domestico), d) la
convenzione barre - virgolette basse (/gatto/ - «gatto») dove
le barre indicano che la parola vale come espressione e le vir-
golette indicano che la stessa parola vale (come termine del
metalinguaggio teorico, e in mancanza di meglio) come signi-
ficato di quell'espressione.
L'ipotesi che regge l'uso di questi artifici è che il segno di
uguaglianza o di equivalenza posto fra espressione e signifi-
cato abbia valore bicondizionale: se gatto allora felino dome-
stico e se felino domestico allora gatto. Naturalmente occorre
assumere che il significato si possa esprimere solo per sino-
nimia e cioè mediante altre espressioni che abbiano lo stesso
significato. Come si vede, le definizioni di /significato/ e di
/sinonimia/ si implicano reciprocamente e pertanto la defini-
zione del significato come sinonimia è circolare.
La circolarità può essere al massimo confortata da rileva-
menti empirici: gli utenti di una lingua L usano due espres-
sioni dette sinonime per riferirsi agli stessi oggetti. Ma in una
gnoseologia che non ritenga necessariamente la conoscenza
come riproduzione speculare e intuitiva della realtà, anche
questa prova ha carattere circolare. Essa presume che si pos-
sano riconoscere più complessi di dati della sensazione come
'lo stesso oggetto', e dunque come due occorrenze fisiche del-
lo stesso tipo astratto, o classe o categoria. Si deve dunque
presumere che i processi di categorizzazione non -dipendano
dai processi semiotici.
Invece è lecito sospettare che processi semiotici e processi
di categorizzazione (e al limite dunque processi percettivi)
siano molto solidali. A questo condurrebbe in ogni caso una
teoria che definisca il significato non in termini sinonimici o
in termini di riferimento, ma in modo più formale: che de-
scriva il significato come il risultato di una organizzazione
categoriale del mondo. Il tentativo più interessante di perve-
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
nire a una definizione formale del significato è quello com-
piuto da Hjelmslev.
2.2. Significato come contenuto.
Il principio da cui parte Hjelmslev nell'anatizzare la strut-
tura di una «semiotica» (sistema di segni) 1 è che «una totalità
non consiste di cose ma di rapporti» [1943, trad. it. p. 26].
«Postulare gli oggetti come qualcosa di diverso dai termini
dei rapporti è un assioma superfluo libid., p. 27]. Come è
noto, Hjelmslev propone di considerare una semiotica (un si-
stema di segni) come una funzione contratta da due funtivi,
il piano dell'espressione e il piano del contenuto. Distingue
i due piani come sistemi analizzabili in entità formali, tipi la
cui occorrenza concreta genera sostanze. La forma di uno
qualsiasi dei due piani risolta dalla organizzazione in unità
pertinenti di un continuum indifferenziato (che si potrebbe
altrimenti definire come il complesso amorfo della materia,
ovvero dell'universo non ancora semiotizzato) dando luogo
al seguente diagramma (che rappresenta una interpretazione
e una riformulazione delle idee hjelmsleviane) :
La forma dell'espressione pertinentizza una determinata por-
zione di continuum (suoni, colori, relazioni spaziali, ecc.) co-
struendo un sistema di tipi strutturato per opposizioni, e di
cui le singole occorrenze prodotte sono sostanze. Parimenti
la forma del contenuto struttura determinate porzioni (ideal-
mente, la totalità) del continuum dell'esprimibile (in altre
parole: il mondo come possibile esperienza), costruendo un
sistema di tipi strutturato per mutue opposizioni. Mentre al-
la luce delle moderne acquisizioni della linguistica è facile im-
maginare un sistema dell'espressione, per esempio il sistema
2. IL CONTENUTO . 75
fonologico, Hjelmslev prova qualche difficoltà a far concepi-
re un sistema del contenuto, e tutti i tentativi di esemplifi-
carne l'organizzazione si limitano a ricostruirne porzioni par-
ticolari, come sistemi di colori, o di entità vegetali. Nella figu-
ra sopra si è deciso di rappresentare continuum dell'espres-
sione e continuum del contenuto come una stessa entità, in-
terpretando Hjelmslev secondo criteri di coerenza teorica. Il
continuum che si forma per esprimersi è lo stesso di cui si
park. Talora la lingua pertinentizza aspetti sonori del conti-
nuum per esprimerne aspetti spaziali, come accade quando si
enunciano verbalmente teoremi geometrici; talora si forma
del suono per esprimere le leggi dei suoni (discorsi sulle leggi
fonetiche); talora un diagramma che esprime relazioni spa-
ziali pertinentizza espressivamente dello spazio per parlare
di spazio.
Questo modo di intendere il continuum apre una questio-
ne di grande portata metafisica e in ultima analisi pone il pro-
blema (dovuto solo apparentemente a mera omonimia) del
significato percettivo e fenomenologico, del significato del-
l'esperienza, dell'identità o differenza tra contenuto conosci-
tivo e contenuto semantico [cfr. in particolare Husserl 1 900-
1901, Sesta ricerca]. Che è poi lo stesso problema che si ri-
troverà in Peirce (cfr. S 4.1) a proposito dei rapporti fra Og-
getto Dinamico e Oggetto Immediato. Il continuum hjehns-
leviano rappresenta una sorta di cosa-in-sé, conoscibile solo
attraverso le organizzazioni che ne dà il contenuto; stabilire,
in termini di pertinentizzazione del contenuto, che la Francia
è ciò che viene formalmente delimitato dal non essere la Spa-
gna, l'oceano Atlantico, la Manica, il Belgio, il Lussemburgo,
la Germania, la Svizzera, l'Italia e il Mediterraneo, significa
(direbbe Frege) che essa può essere data in questo come in
altri modi. La domanda è se il continuum esibisca delle linee
di tendenza, ovvero delle leggi, che rendono certe organizza-
zioni più 'naturali' delle altre.
Che Hjelmslev pensi al continuum come qualcosa già da-
tato di senso è suggerito dal fatto che, benché la decisione
possa suonare strana, si riferisce sia al continuum espressivo
sia a quello del contenuto chiamandoli entrambi f meningi,
termine danese traducibile come /senso/. Hjelmslev da un la-
to ribadisce che questo senso è «una massa amorfa» [ibid.,
p. 55] ma dice anche che esso, pur essendo inaccessibile alla
7 6
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
conoscenza, benché non abbia esistenza scientifica preceden-
temente aUa sua formazione, tuttavia rappresenta «un uni-
versale principio di formazione» [ibU. , p. 82].
Chiedersi quale sia l'organizzazione ottimale del contenu-
to implica chiedersi quali siano i rapporti fra percezione,
«riempimento di senso» (Husserl), attività categoriale. Né
si dimentichi che, qualora fosse riconosciuto un soggetto tra-
scendentale che fascia il reale di categorie, in quanto attività
questo soggetto sarebbe pur parte del continuum, e in quan-
to unità di contenuto sarebbe un risultato della pertinentiz-
zazione semiotica.
Quindi il problema semiotico della costruzione del conte-
nuto come significato è strettamente solidale col problema
della percezione e della conoscenza come conferimento di si-
gnificato all'esperienza. E questo spiega le ragioni della appa-
rente sinonimia tra significato semiotico e significato percet-
tivo, gnoseologico, fenomenologico. Il problema può essere
rinviato, per ragioni di economia 'disciplinare', ma non po-
trà essere eluso [cfr. Garroni 1977], Una semiotica matura
dovrà scontrarsi e amalgamarsi con la problematica filosofica
della teoria della conoscenza. Per il momento basti agitare il
sospetto che l'approccio semiotico al problema del significa-
to (cosi come viene posto da Hjelmslev e Peirce) sia più pro-
duttivo, anche in tale direzione, di molte altre discussioni
filosofiche. • •
2.3. Le figure del contenuto.
Hjelmslev traduce la nozione tradizionale di segno in quel-
la di funzione segnica come «unità che consiste di forma del
contenuto e di forma dell'espressione» [1943, trad. it. p, 63] .
Il parallelismo tra espressione e contenuto esige che, se una
espressione è risolubile in figure, cosi debba accadere anche
per il contenuto: «in pratica il procedimento consiste nel
cercare di analizzare le entità che entrano in inventari illi-
mitati puramente in entità che entrano in inventari limitati.
Il compito consisterà dunque nel portare avanti l'analisi fino
a che tutti gli inventari siano diventati limitati, anzi quanto
più limitati è possibile... In questa riduzione di unita di con-
tenuto a «gruppi», un contenuto di un segno è fatto corri-
spondere a una catena di contenuti di segni che abbiano cer-
a. IL CONTENUTO
77
te relazioni reciproche» [ibid., p. 77]. Hjelmslev sta qui par-
lando di analisi in componenti semantiche.
Tuttavia, analizzando come fa una lingua naturale, egli sa
che l'inventario dei contenuti delle parole è illimitato, ov-
vero che i lemmi di un lessico di una lingua naturale costitui-
scono una serie aperta. Confida tuttavia di poter trovare in-
ventari limitati (selezionanti), come i contenuti di elementi
derivati e inflessionali, ed altri inventari, sia pure illirnitari,
come inventari di contenuti di radici.
Supponiamo, egli dice, di dover registrare le entità di con-
tenuto «montone», «pecora», «porco», «scrofa», «toro»,
«vacca», «stallone», «giumenta», «fuco», «pecchia», «uo-
mo», «donna», «maschio» e «femmina» e «(capo) ovino»,
«(capo) suino», «(capo) bovino», «(capo) equino», «ape»,
«(essere) umano». Ora le prime dodici entità possono essere
elfiriinate dall'inventario degli elementi «se possono essere
spiegate in maniera univoca come unità relazionali che com-
prendono solo 'maschio' e 'femmina' da un lato, e 'ovÌno ? ,
'suino', 'bovino', 'equino', 'ape' e 'umano' dall'altro» [ibid.,
pp. 7 5-7 6}. In breve Hjelmslev propone una combinatoria di
componenti che può essere ricondotta a uno schema di que-
sto tipo:
Ovino
Suino
Bovino
Equino
Ape
Umano
Maschio
Montone
Forco
Toro
Slattati?
Fuco
Uomo .
Femmina
Pecora
Scrofe
Vacca
Giumenta '
Pecchia
Donna
Nell'edizione inglese Hjelmslev fa però una osservazione
che la traduzione italiana relega in nota, perché non si adatta
ai criteri traduttivi adottati. Vale a dire che Hjelmslev non
distingue tra maschio e femmina, bensì tra i pronomi Ihe/sbef
e pertanto non parla di pecora femmina ma di jshe-sbeepj.
Dal punto di vista della comprensibilità della classificazione
la traduzione non toglie nulla (né poteva adottare il criterio
inglese) : salvo che nel testo inglese (e immagino che esso sia
coerente col testo danese) Hjelmslev a questo punto afferma
che Ihefshej in quanto pronomi appartengono a un inventa-
rio limitato, mentre le altre figure del contenuto (come ovino
a umano) appartengono ancora a un inventario illimitato.
Non ci dovrebbe essere difficoltà ad ammettere che «ma-
78
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
schio» e « femmina > appartengono anch'essi a un inventario
limitato, ma qui siamo già nell'universo delle opposizioni se-
mantiche (e dovremmo decidere quante altre opposizioni ba-
silari rientrano in questo inventario: bambino/adulto, alto/
basso eccetera) mentre nel caso dei pronomi Hjelmslev ave-
va per cosi dire una garanzia morfologica della limitatezza
dell'inventario. Ma è certo che su basi morfologiche si ottie-
ne un inventario assai povero. La conclusione del discorso è
che Hjelmslev asserisce la necessità di trovare inventari limi-
tati, ma non riesce a trovare garanzie per definire i limiti df
un inventario, e tranne jbejsbef tutti gli inventari su cui la-
vora, siano essi parole che figure di contenuto, appaiono co-
me illimitati. Il problema è certo impostato, perché si è riu-
sciti a ridurre il contenuto di venti parole alla combinatoria
di 6 x 2 figure, ma non si può ancora dire che l'idea di un di-
zionario a componenti finite sia realizzata.
La proposta di Hjelmslev sembra accordarsi alle esigenze
di molte teorie semantiche posteriori. Un dizionario riguarda
soltanto la conoscenza linguistica e non fornisce istruzioni
per riconoscere i referenti eventuali dei termini che esso in-
tensionalmente descrive. Il dizionario hjelmsleviano ci dice
perché /una pecora è un ovino femmina/ e /se x è una pecora
allora non è uno stallone/ sono espressioni semanticamente
ben formate, anche se l'utente della lingua non ha mai visto
una pecora e/o uno stallone. Altre teorie dizionariali, per for-
nire istruzioni circa la riconoscibilità del referente, introdu-
cono nella rappresentazione dizionariale elementi spuri co-
me per esempio i 'distinguishers' di Katz e Fodor [1963; e
per una riformulazione di questo principio si veda la 'teoria
neoclassica del riferimento' in Katz 1979].
Possiamo dunque stabilire che il dizionario hjelmsleviano
è in grado di spiegare alcuni fenomeni semantici che, secondo
la letteratura corrente, rilevano appunto del dizionario:
1) sinonimia e parafrasi (una pecora è un ovino fem-
mina);
li) similarità e differenza (c'è una componente semanti-
ca comune tra pecora e stallone, o tra stallone e giu-
menta, mentre d'altro canto si può stabilire in base
a quali altri componenti queste varie entità di con-
tenuto si distinguono) ;
2. IL CONTENUTO 79
m) antonimia (/uomo/ è antonimo di /donna/);
iv) iponimia e iperonimia (/equino/ è l'iper ordino di cui
/stallone/ è l'iponimo);
v) sensatezza e anomalia semantica (/gli stalloni sono
maschi/ è dotato di senso mentre /uno stallone fem-
s mina/ è semanticamente anomalo);
vi) ridondanza (sfortunatamente in quanto esempio di
dizionario, a causa del suo formato ridotto, la ridon-
danza coincide con la sensatezza: /stallone maschio/
è sensato ma ridondante);
vii) ambiguità (un dizionario più vasto dovrebbe spiega-
re la differenza tra /toro/ come animale e /toro/ come
figura topologica, e risolvere le ambiguità che conse-
guono a questa omonimia);
vm) verità analitica (ancora una volta, a causa dei limiti
del dizionario, /gli stalloni sono maschi/ è analitica-
mente vero, perché il contenuto significato del sog-
getto contiene il significato -del predicato, ma è al
tempo stesso ridondante);
IX) - contraddittorietà (non si può dire /le giumente sono
maschi/);
x) sinteticità (il dizionario stabilisce che espressioni co-
me /le pecore producono lana/ dipende dalla cono-
scenza del mondo) ;
xi) inconsistenza (/questa è una pecora/ e /questo è un
montone/ non possono essere asseriti come egual-
mente veri se riferiti allo stesso individuo);
xn) contenimento e implititazione semantica.
Quest'ultimo requisito è molto importante e i due feno-
meni sono strettamente interconnessi. In base al dizionario
ogni termine 'contiene' o 'comprende* certe proprietà e in
forza di questa relazione semantica di contenimento (e indi-
pendentemente da altre leggi logiche) /questa è una pecora/
implicita /questo è un ovino/; /questo non è un ovino/ impli-
cita /questa non è una pecora/ mentre /questa non è una pe-
cora/ lascia impregiudicato se questo sia o non sia un ovino.
Si sono severamente limitati i requisiti per un dizionario,
anche se alcuni autori ne introducono altri più controversi
[cfr. per esempio Katz 1972, pp. 5-6]. In ogni caso il dizio-
nario hjelmsleviano lascia irrisolti due importanti problemi.
80 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
Anzitutto, se definisce una pecora come un ovino femmina,
non definisce cosa sia un ovino (né cosa sia una femmina) e
quindi lascia aperto il problema della interpretazione delle
figure di contenuto. In secondo luogo, come si è visto, Hjelm-
slev aspira a restringere gli inventari delle figure, ma non
stabilisce se e come questo sia possibile.
Occupiamoci subito del secondo problema, che sembra es-
sere il più dibattuto in tutte le discussioni posteriori sulla
possibilità di un dizionario. II requisito che sembra irrinun-
ciabile è appunto che il dizionario permetta di analizzare il
significato delle espressioni linguistiche attraverso un nume-
ro finito di primitivi (siano essi componenti semantiche, mar-
che, proprietà, universali o altro).
Non è indispensabile assumere che le espressioni da defi-
nire siano in numero finito, anche se la condizione ideale di
un dizionario è che si abbia un numero finito di lemmi ana-
lizzabile attraverso un numero finito di primitivi [Katz 1972,
pp. 59-60], Ma, per quanto sia aperto il numero dei lemmi
da definire, è indispensabile che si possa manovrare un nu-
mero finito di primitivi, partendo dal principio che «ogni
mente umana contiene come parte del proprio patrimonio un
sistema semantico, cioè un insieme di concetti elementari o
'atomi logici', e delle regole secondo le quali tali atomi sono
combinati in entità più complesse » [Wierzbicka 1972, p. 25] .
II problema sarà allora come determinare i primitivi e co-
me limitarne il numero. In una delle più acute critiche con-
dotte all'idea di dizionario, Haiman [1980] suggerisce che i
primitivi possono essere individuati in tre modi (e storica-
mente sono stati individuati in uno di questi tre modi).
Primo modo. I primitivi sono concetti 'semplici' e pos-
sibilmente i più semplici. Sfortunatamente è assai difficile de-
finire un concetto semplice. Per un parlante comune è più
semplice, nel senso che è più facilmente comprensibile, il con-
cetto di 'uomo* che non quello di 'mammifero', ed è stato no-
tato che per un dizionario è assai più facile definire termini
come /infarto/ che verbi come /fare/ [Rey Debove 1971, pp.
1 94 sgg.] . Il rischio è che i concetti semplici (defitiientia) sia-
no più numerosi che i concetti complessi da definire. Qual-
cuno [Fodor 1977, p. 154] ha osservato che il requisito se-
condo cui i primitivi debbano essere meno dei definienda
2. Il CONTEJsTTO
non è strettamente necessario: infatti è possibile immagi-
nare un sistema fonologico in cui ci siano più tratti distintivi
che fonemi. Ma i fonemi di una lingua sono pur sempre in
numero finito, mentre per un sistema lessicale si tratta di ac-
cettare l'idea di una catena indefinitamente aperta di lemmi
definibili attraverso una serie indefinitamente aperta di pri-
mitivi, il che comprometterebbe definitivamente il requisito
della controllabilità del sistema dizionariale. Inoltre questo
primo modo per il reperimento dei primitivi è esposto alle
critiche che si possono rivolgere al secondo modo.
Secondo modo, I primitivi dipendono dalla nostra espe-
rienza del mondo, ovvero [come suggerisce Russell 1940]
sono 'parole-oggetto' il cui significato noi apprendiamo per
ostensione, cosi come un bambino apprende il significato del-
la parola /rosso/ trovandola associata alle diverse occorrenze
del fenomeno 'rosso'. Al contrario, ci sarebbero 'parole di
dizionario' che possono essere definite attraverso altre paro-
le di dizionario. Russell è peraltro il primo a individuare la
vaghezza del criterio, perché ammette che /pentagramma/ sia
per la maggioranza dei parlanti una parola di dizionario, men-
tre è una parola-oggetto per un bambino cresciuto in una
stanza la cui tappezzeria riproduce come motivo decorativo
dei pentagrammi.
Wierzbicka [1972, p. 21] sembra essere molto generosa
con le parole-oggetto perché elenca «nomi per le parti del
corpo e per oggetti che occorrono in natura - come mare, fiu-
me, campo, bosco, nuvola, montagna, vento eccetera - per
artefatti umani come tavola, casa, libro, carta eccetera. Le
espressioni che in un certo senso non possono essere spiegate
sono le parole per le 'specie' (nel senso Iato del termine):
gatto, rosa, mela, canna, oro, sale eccetera». A parte il fatto
che tale posizione si ricollega alla teoria della designazione
rigida [Kripke 1972, Putnam 1 97 5] è evidente che, una vol-
ta su questa strada, la lista dei primitivi non può essere fini-
ta. Ma il rischio di questa posizione è ben altro, e di natura
più squisitamente teoretica: l'idea di una lista di primitivi
nasce per spiegare una competenza linguistica indipendente
dalla conoscenza del mondo, ma in tal modo la competenza
linguistica viene radicalmente fondata su una precedente co-
noscenza del mondo.
82 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
Terzo modo. I primitivi sono idee innate di stampo pla-
tonico (in tale direzione si muove ormai Katz 1981). La posi-
zione sarebbe filosoficamente impeccabile, salvo che neppure
Platone è riuscito a stabilire in modo soddisfacente quali e
quante siano le idee universali innate. O c'è una idea per ogni
genere naturale (la cavallini tà) e allora la lista è aperta. O ci
sono poche idee molto più astratte (come l'Uno e 1 Molti, il
Bene, i concetti matematici) e allora non bastano a distingue-
re il significata dei termini lessicali.
Non rimane allora che una quarta possibilità. Supponia-
mo che si stabilisca un sistema di primitivi tale che, per virtù
della relazione sistematica tra i suoi termini, esso non possa
che essere finito. Se riusciamo a concepite un sistema del ge-
nere, potremmo ammettere che esso rifletta delle strutture
universali della mente (e forse persino del mondo). Ora un
buon esempio di tale sistema è quello dell'incassamento reci-
proco tra iponimi e iperonimi quale ci viene offerto dai lessi-
cografi. Esso è organizzato gerarchicamente ad albero in mo-
do che a ogni coppia (o tripletta, o n-tupla) di iponimi corri-
sponda un solo iperonimo, e che ciascuna n-tupla dì iperoni-
mi costituisca a sua volta il livello iponimico di un solo ipero-
nimo superiore, e cosi via. Alla fine, per quanti siano i ter-
mini da incassare, l'albero non può che rastremarsi verso l'al-
to sino all'iperonimo patriarca.
Se riorganizziamo i termini dell'esempio di Hjelmslev co-
me in figura 2, otteniamo un albero di questo tipo:
Animale
Ovino Umano
Figura 2. ^-"-v^
Pecora Montone Uomo Donna
Quindi si potrà dire che /pecora/ contiene o comprende
'ovino' e (per proprietà transitiva della classificazione) con-
tiene e comprende 'animale'. Si potrebbe anche dire che que-
st'albero rappresenta un insieme di postulati di significato
■ 1947]. La forma del postulato di i
(x) (PxdOx)
2. IL CONTENUTO
83
ci garantisce infatti che /x è una pecora/ postuli fx è un ani-
male/ così che /questo è una pecora/ implica /questo è un
animale/.
Tuttavia un insieme di postulati di significato è stabilito
su basi pragmatiche [dr. Lyons 1977, p. 204] senza distin-
guere tra proprietà sintetiche e proprietà analitiche. La for-
mula del postulato di significato vale anche se P sta per 'pe-
cora' e O sta per 'lanoso'. Anzi, se si è postulate) che tutte le
pecore sono lanose ma non si è postulato che tutte le pecore
sono animali, nella prospettiva carnapiana /se x è una pecora
allora x è lanosa/ sarebbe una verità analitica mentre /se x è
una pecora allora x è un animale/ sarebbe ridotto al rango di
una verità sintetica e fattuale [Carnap 1966]. La serie dei po-
stulati di significato è indefinitamente aperta e non ubbidisce
a criteri discriminatori tra proprietà dizionariali e proprietà
enciclopediche.
Invece l'albero di figura 2 rappresenta un insieme ordi-
nato e dunque un sistema di postulati di significato struttu-
rato gerarchicamente. Per questa ragione deve essere finito.
Sfortunatamente il sistema di figura 2 (Tappresenti esso o
no qualche struttura universale) non funziona come un buon
dizionario:
I) non dice cosa significhino /ovino/ 0 /animale/ (e cioè
non spiega il significato delle figure ovvero dei primi-
tivi);
II) non aiuta a distinguere tra una pecora e un montone,
dato che entrambi sono animali ovini;
III) spiega i fenomeni dell'iperonimia e sinonimia, del-
la sensatezza e dell'anomalia, della ridondanza, delle
verità analitiche, della contraddittorietà, dell'inconsi-
stenza e dell'implidtazione, ma non spiega sinonimia,
parafrasi e differenza semantica.
L'albero di figura 2 non permette di elaborare definizioni.
Come Aristotele sapeva bene, si ha una definizione quando,
per caratterizzare l'essenza di qualcosa, si scelgono degli at-
tributi tali che alla fine, benché ciascuno di questi attributi
preso isolatamente abbia una estensione maggiore del sog-
getto, tutti insieme abbiano la stessa estensione del soggetto.
lAn. Sec. II 96a 35]. In altri termini ci deve essere assoluta
reciprocabilità tra definiens e definiendum così che essi pos-
«4
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
sano essere mutuamente sostituiti in ogni contesto. In un al-
bero che ci permettesse di affermare che /uomo/ è definibile
come «maschio umano adulto», allora /questo è un uomo/
impliriterebbe /questo è un maschio umano adulto/ e vice-
versa; parimenti /questo non è un maschio umano adulto/
implicherebbe /questo non è un uomo/ e /questo non è un
uomo/ implicherebbe /questo non è un maschio umano adul-
to/. Ma con l'albero di figura 2 tutto ciò non può accadere:
non solo /questo è un animala umano/ non implicita che que-
sto sia un uomo, ma /x è il mio uomo preferito/ non implicita
affatto che /x è il mio essere umano (o animale) preferito/ e
/tutti gli uomini sono baffuti/ non implicita /tutti gli umani
sono baffuti/ fa parte il fatto deplorevole che l'albero non mi
consente dì usare la proprietà 'baffuto').
Occorre dunque tentare un sistema di determinazioni les-
sicali che, avendo le stesse garanzie di chiusura e finitezza
dell'albero di figura 2, nel contempo consenta anche di otte-
nere definizioni assolutamente reciprocabili con il termine da
definire.
Visto che, partendo da Hjelmslev, ci eravamo posti il pro-
blema di come definire pecore e cavalli, tentiamo ora (in figu-
ra 3) un albero che in qualche modo riproduca le modalità
attraverso cui i naturalisti classificano gli animali.
3. Pseudo-dizionario da camera per una lingua da ca-
. mera.
Naturalmente è imprudente prendere una tassonomia del-
le scienze naturali come modello per un inventario del con-
tenuto di una lingua naturale: Dupré [1981] ha non solo di-
mostrato che là dove il non specialista riconosce una specie
come 'beatle* l'entomologo identifica circa 290000 specie,
ma anche che il sistema lessicale di una lingua naturale e le
tassonomie scientifiche si sovrappongono spesso in modo
molto sfumato. Noi chiamiamo /albero/ sia un olmo che un
pino, mentre il naturalista direbbe che il primo è un angio-
sperma e il secondo no. Non vi è equivalente scientifico di
/albero/ come non vi è equivalente naturale di /angiosperma/.
Tuttavia, partendo dalla proposta di Hjelmslev, cerchia-
mo di concepire una serie di disgiunzioni (vedi figura 3) che
possano definire senza ambiguità e con la massima economia
86 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
una serie di espressioni linguistiche come cane, lupo, volpe,
gatto, tigre, lince, bachelor (nel senso della foca che rimane
senza partner nella stagione degli amori, discussa da Katz e
Fedor 1963), cavallo, bue, bufalo, pecora, muflone, elefante
ed echidna.
Abbiamo delineato un universo linguistico in cui non è
possibile distinguere un cavallo da un asino o un elefante da
un rinoceronte, e questo per evitare molte disghmziorii infe-
riori dell'albero. In questo senso la figura 3 riproduce solo in
modo approssimativo quella che dovrebbe essere una buona
tassonomia scientifica.
Questo albero ci fornisce l'immagine di un universo molto
limitato, costituito da un numero ridotto di cosiddetti 'generi
naturali' di cui le parole in corsivo nell'ultima linea in basso
forniscono i nomi. Questo universo assomiglia assai poco al-
l'universo della nostra esperienza quotidiana, dove ci sono
anche pesci, uccelli, uomini, cassapanche e cacciaviti (per
suggerire solo qualche esempio) . Ma è che per delincare un
dizionario 'forte' dobbiamo sempre concepire un universo
assai povero e ridotto, diciamo un universo da camera. Il
guaio è che di solito i costruttori di dizionari ideali non rie-
scono più ad uscire dal loro universo da camera, ma di que-
sto si dirà oltre.
D'altra parte è stato detto come sia difficile descrivere ac-
canto ai generi naturali anche ì generi artificiali (come sedie
e case), per non parlare di tutti i possibili predicati (quali es-
sere freddo o caldo, essere il nonno di, o trovarsi alla destra
di) e tutte le possibili funzioni e ruoli (parentali, politici, ec-
cetera, come essere marito di, essere scapolo, essere presiden-
te, pilota, astante - cfr. per esempio Schwartz 1977, pp.
minar mente una alternativa:
1) Tutti i termini in tondo sono nomi di classi, così che
ogni termine iponimo nomina una sottoclasse inclusa
nella classe più vasta, e i termini in corsivo (che sono
termini del linguaggio oggetto) nominano tutti gli indi-
vidui che possono essere membri della classe immedia-
tamente superiore. Rimarrebbe in tal caso impregiudi-
cato in base a quali istruzioni potremmo riconoscere i
3. PSEUDO-DIZIONARIO DA CAMERA
dati di esperienza (gli oggetti) che siamo autorizzati a
designare attraverso quei nomi del linguaggio oggetto.
11) I nomi in tondo sono nomi di proprietà, primitivi se-
mantici, termini del metalinguaggio teorico. In tal ca-
so rimarrebbe da stabilire se essi sono ancora interpre-
tabili a loro volta o se costituiscono dei primitivi ulte-
riormente inanalizzabili. L'albero di figura 3 ci permet-
terebbe di dire (come peraltro l'albero di figura 2) che
ogni iponimo 'contiene' o postula il proprio iperonimo,
ovvero che se un x è un gatto esso ha la proprietà di
essere un 'felis catus' e che tutti gli x che hanno la pro-
prietà di essere 'felis catus' hanno la proprietà di essere
'felis, 'fendi' e cosi via sino ad 'ammali'.
Lasciamo per ora impregiudicata questa alternativa: dicia-
mo che, se l'albero rappresenta una struttura (finita) di po-
stulati di significato, che devono servire al buon funziona-
mento di una lingua naturale, è lo stesso dire che ogni gatto
necessariamente appartiene alla classe dei 'felis catus', e che
la sottoclasse dei 'felis catus' è inclusa in quella dei 'felis', o
che se qualcosa è un gatto ha necessariamente la proprietà di
essere 'felis', 'felide' e cosi via.
Il vantaggio dell'albero di figura 3 rispetto a quello di
figura 2 è che, conservandone tutte le proprietà, consente
inoltre di rendere conto di fenomeni come sinonimia, para-
frasi e differenza semantica. Esso consente quindi di formu-
lare definizioni reriprocabili con il defimendum e quindi di
distinguere senza ambiguità il significato di ciascun termine.
In virtù della struttura di questo sistema lessicale è neces-
sariamente vero che un /gatto/ è un «mammifero, placentale,
carnivoro, felide, felis, felis catus» e se non è tutte queste
cose espresse congiuntamente dalla definizione non può es-
sere un gatto. Oli nega il gatto nega tutto il blocco definizio-
nale, anche se non nega nessuna di queste marche prese sin-
golarmente.
Così concepito l'albero appare come un buon dizionario
finito. Anche se la lista dei termini del linguaggio oggetto fos-
se aperta e se dovessimo definire anche, per esempio, il ter-
mine /trota/, basterebbe complicate l'albero opponendo 'pe-
sci' a 'mammiferi', ma alla fine l'albero si rastremerebbe sem-
pre al nodo superiore 'animali' - e cosi accadrebbe anche se
88
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
sì volessero rappresentare generi 'artificiali' e sostanze non
viventi.
Tuttavia a questo punto, anche se il dizionario appare cosi
perfetto, si deve avanzare una obiezione. Un gatto, nella figu-
ra 3 , è un 'felis catus' , ma in latino, sia pure a due diversi sta-
di di sviluppo della lingua, sia /felis/ che /catti»/ sono sino-
nimi di /gatto/. La redprocabilità tra definiens e definìendum
si riduce a un caso di piatta sinonimia: questo albero non de-
finisce un gatto, dice solo che si può chiamarlo /felis catus/.
E se poi domandassimo all'albero cosa sia un 'felis catus',
l'albero ci direbbe che esso è un 'felis', ma a questo punto
non riusciremmo più a distinguerlo da una tigre. Un gatto è
solo un felide che si distingue da una tigre perché i latini lo
chiamavano /felis catus/?
È ovvio che lo zoologo ci risponderebbe che quando egli
usa V espressione /felis catus/ non sta facendo un mero gioco
di parole. Egli usa /felis/ come nome di un genere e /catus/
come nome di una differenza, ma attraverso queste espressio-
ni linguistiche egli intende riassumere altre interessanti (e
caratteristiche) proprietà. Essere un 'catus' significa per lo
zoologo possedere le proprietà p h p?, po ed essere un 'fe-
lis' significa possedere le proprietà Pi, Pi, P n , e lo stesso si
dovrà dire per quanto riguarda espressioni come ovino, bovi-
de, sino a mammìfero ed ultra.
Il fatto è che se la figura 3 rappresenta una tassonomia
zoologica, essa non pretende affatto di fornire il significato
della parola /gatto/ o /pecora/: l'albero rappresenta una clas-
sificazione di generi naturali, accidentalmente etichettati me-
diante certi nomi (che mutano da lingua a lingua) mediante
nomi di classi o di taxa che (accidentalmente) sono espressi
in un esperanto naturalistico die assomiglia molto al latino
classico. Lo zoologo come tale è poi interessato a definire le
proprietà dei taxa che egli ha registrato, ma queste proprietà,
nell'albero tassonomico, sono semplicemente significate dal
termine che egli usa come etichetta tassonomica.
Se dicessimo a uno zoologo che i gorilla nascono in Irlan-
da egli potrebbe reagire in due modi: o intenderebbe l'asser-
to nel senso che alcuni gorilla possono nascere in Irlanda, e
allora sarebbe pronto a concedere che fenomeni del genere
accadono nei giardini zoologici; oppure egli intenderebbe
l'asserto come veicolo di una proposizione eterna (tutti i go-
3. PSEUDO-DIZIONARIO DA CAMERA 89
rilk, tutti gli animali di questa specie nascono in Irlanda), e
allora direbbe che la proposizione è falsa perché contraddice
alcune informazioni circa la natura dei gorilla che per lui so-
no tassative, e che pertanto fanno parte della sua definizione
scientifica di gorilla. Forse lo zoologo si esprimerebbe in altri
termini, ma ciò che egli vorrebbe dite sarebbe che la propo-
sizione di cui sopra è analiticamente falsa perché dire allo
stesso tempo e dello stesso individuo /questo è un gorilla/ e
/questo è un animale appartenente a una specie che nasce abi-
tualmente in Irlanda/ rappresenterebbe un caso di inconsi-
stenza semantica.
Lo stesso zoologo non discuterebbe l'asserzione /questa
pecora ha tre zampe/ perché non può escludere la possibili-
tà di una malformazione accidentale, ma rifiuterebbe come
scientificamente errato (e dunque, nel contesto del proprio
linguaggio, come semanticamente inconsistente) l'asserto
/questa è una pecora e non è un quadrupede/ perché nella sua
definizione (non nella sua tassonomia) di pecora vi deve es-
sere una proprietà (che probabilmente dipende dal nodo 'un-
gulati') che registreremo come 'qu adru pe didtà' . Non so se lo
zoologo direbbe che le pecore sono necessariamente o anali-
ticamente quadrupedi, ma certo direbbe che la proprietà di
avere quattro arti appartiene a quella specie, in qualche sen-
so 'energico' dd verbo /appartenere/.
Gli zoologi sanno benissimo che i nomi dd generi, degli
ordini, delle famiglie non sono meri costrutti teoria inana-
lizzabili, ma sono interpretabili. Questi nomi sono 'parole'
del loro linguaggio specifico. Per lo zoologo /mammifero/
non è solo un costrutto teorico che garantisce l'anomalia di
espressioni quali /una pietra mammifera/: per lo zoologo
/mammifero/ è interpretabile più o meno come «un animale
viviparo che nutre i propri nati mediante latte secreto da
ghiandole mammarie)». La cosa interessante è che anche gli
utenti di una lingua naturale si comportano nello stesso mo-
do - e gli unici esseri anormali, in tutta questa vicenda, sono
i sostenitori di una semantica a dizionario. Quando noi dicia-
mo che una terra è ricca di minerali non vogliamo solo inten-
dere che essa è ricca di oggetti naturali non viventi. Noi usia-
mo espressioni come /mammifero/ o /vegetale/ nello stesso
modo in cui parliamo di gatti, di lupi e di tigri.
Se l'albero di figura 3 fosse il dizionario di una lingua na-
9 o
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
turale (o di una lingua da camera omologa a una lingua natu-
rale) dovremmo dire che i) o noi usiamo con la stessa fre-
quenza e con gli stessi intenti sia termini della lingua natu-
rale sia termini del metalinguaggio semantico, il) oppure che
quando, parlando, noi diciamo /animale/ o /vegetale/ noi stia-
mo usando parole che non hanno nulla a che vedere coi co-
strutti teorici "animale' e Vegetale'. A questo punto saprem-
mo benissimo cosa facciamo noi come parlanti della lingua
naturale ma non riusciremmo a spiegare cosa fanno i sosteni-
tori dei primitivi semantici: essi prendono a prestito termini
della lingua naturale, li svuotano del loro significato, e poi li
usano per spiegare il significato di altri termini. E ptoprio
quando, tutto sommato, e anche senza condividere la teoria
delle parole-oggetto, il parlante naturale ha poco bisogno che
^li si spieghi cosa è un gatto, ma ha molto bisogno che gli si
spieghi cos'è un mammifero.
Naturalmente il sostenitore del dizionario cerca di sfug-
gire a questo impasse : e può farlo solo assumendo che anche
i primitivi possano essere interpretati. Per esempio Katz
[1972, p. 40] analizza il lessema /sedia/ come
(Oggetto) (Fisico) (Non vivente) (Artefatto) (Mobile)
(Spostabile) (con gambe) (con schienale) (con sedile)
(per una persona)
(e resterebbe da chiedersi se non inserisca nella rappresenta-
zione molti elementi di enciclopedia) ma dice poi che ciascu-
no dei concetti rappresentati dalle marche semantiche do-
vrebbe essere a propria volta analizzato e interpretato. E sug-
gerisce che /oggetto/ possa essere analizzato come «ogni or-
ganizzazione di parti spazio temporalmente contìgue che for-
mano un rutto stabile avente orientamento nello spazio».
Ma a questo punto un albero dizionariale dovrebbe conte-
nere altri nodi con ' organizzazione' , 'parte', 'orientamento'
e così via. Anche ammettendo che queste marche possano es-
sere inserite in un albero bidimensionale ( il che è impossibile
[cfr. Eco i975,2.i2jj,e postulando che poi, oltre ad 'ogget-
to', vadano definiti anche 'vivente* e 'artefatto', e così via, è
chiaro che si riaprono tutti i problemi concernenti la finitez-
za del sistema dei primitivi.
Infatti per arrivare a una rappresentazione come quella di
Katz appena esemplificata, occorre prendere una -decisione;
4. L'ALBERO DI PORFIRIO
rifiutare il principio di gerarchizzarione delle marche per
adottare un sistema di classificazione incrociata, privo di rap-
porti gerarchici definiti [cfr. per una acuta disamina di que-
sto punto, Jane Dean Fodor, 1977, p. 153]. Ma se si abban-
dona la gerarchizzazione (con tutti i vantaggi che presenta-
vano gli alberi di figura 2 e di figura 3) si perde il modo di
limitare il numero dei primitivi.
Quindi, o le marche non debbono essere interpretate, e
allora non si definisce il significato; o debbono essere inter-
pretate, e si perde il modo più Sicuro per limitarne il numero.
Rimane infine aperto un altro problema: che l'interpreta-
zione delle marche (quand'anche in qualche modo diverso se
ne garantisse la limitazione) impone rintroduzione di un nuo-
vo elemento del gioco, e cioè la differenza specifica. Nell'al-
bero di figura 3 'catus' era la differenza specifica che distin-
gueva un 'felis' che fosse gatto da un 'fehV che fosse tigre.
Ma, oltre al fatto che occorrerebbe interpretare anche /catus/,
lo stesso procedimento si dovrebbe applicare a qualsiasi altro
nodo dell'albero. È il criterio che viene seguito dal più antico
e venerabile albero definizioni ale della storia, l'albero di Por-
firio. Mostreremo nei paragrafi seguenti che, non appena in
un albero di iponimi e speronimi, intesi come generi e speri,
si introduce la differenza specifica, l'albero cessa di essere un
esempio di dizionario e diventa fatalmente una enciclopedia.
4. L'Albero di Porfirio.
4.1. Definizione, generi e specie.
Aristotele stabilisce che «l'espressione definitoria tende...
all'essenza e alla sostanza» [Secondi Analitici, 9ob, 30]. Sic-
come definire una sostanza significa stabilirne la causa, al di
là degli accidenti da cui può essere affetta, occorrerà lavorare
solo su determinazioni essenziali. Non si definisce l'uomo di-
cendo che corre o che è malato, ma dicendo che è animale ra-
zionale, e in modo tale che il defìniens sia coestensivo al defi-
niendum e viceversa, che non ci sia cioè alcun animale razio-
nale che non sia uomo e nessun uomo che non sia animale ra-
zionale. Per arrivare a questa determinazione ultima che è la
definizione «bisogna dunque assumere delle determinazioni
92
DIZ:ONABJO VERSUS ENCICLOPEDIA
di tale natura, e continuare, ad accrescerne il numero, sin-
ché sì giunga al momento in cui per la prima volta risultano
poste delle determinazioni, ciascuna delle quali possiede una
sfera di predicazione più estesa di quella dell'oggetto in que-
stione, ma tali da non superare nel loro complesso l'estensio-
ne dell'oggetto: qui sarà infatti necessariamente la sostanza
dell'oggetto» \ibìd. y $6& f 30-3 jj.
Si noti che per Aristotele dare la definizione dì un termine
significa trovare il medio, e cioè la causa, ma la definizione
non è la dimostrazione: non mira a dimostrare che une cosa
è (estensione) ma che cosa una cosa è (intensione) [ibid.,
9ob, 1 sgg.]. Tanto è vero che nel sillogismo che dimostra, i
termini non sono convertibili, mentre nella definizione lo so-
no. Dare una definizione è stabilire postulati di significato e
in questa operazione si assume ciò che il sillogismo dovrebbe
invece provare [ìhid., già, 35]. La definizione postula un si-
stema di dipendenze «anche se chi risponde non da il suo as-
senso» [ibid., 9ib, 18] e infatti viene assunta come indimo-
strabile quale premessa per un sillogismo. «Chi definisce non
prova che un oggetto sia» [ibid., 92b, 20]. La definizione
«spiega che cosa significa il nome di un oggetto, o comunque
sarà un altro discorso equivalente al nome» [ibid., 9J>h, 30].
Per arrivare a definire questa equivalenza bisogna trovare
un metodo che non consenta equivoci. E qui entrano in gioco
quelli che la tradizione successiva chiamerà predicabili, e cioè
i modi in cui le categorie possono essere predicate di un sog-
getto. Nei Topici [1 loib 17-24] egli individua solo quattro
predicabili: genere, proprio, definizione e accidente. Porfirio
ne identificherà cinque: genere, specie, differenza, proprio e
accidente". Aristotele aveva alcune buone ragioni per limitare
il numero a quattro: la specie è data dal genere più la diffe-
renza, e genere più differenza formano la definizione; quindi
se si parla di definizione non è più necessario menzionare la
specie. È vero che allora non sarebbe più necessario nomi-
nare neppure il genere e tutto sommato sembrerebbe più lo-
gica la soluzione porfiriana, e cioè eliminare la definizione e
mantenere specie, genere e differenza. Ma Aristotele esclu-
deva la specie anche perché la specie non si predica di nulla,
essendo il soggetto ultimo di ogni predicazione, e pertanto
non può essere annoverata tra i predicabili. C'è chi vede la
4. L'ALBERO DI PORFIRIO
n
mossa di Porfirio come ispirata a una visione più platonica
della specie. Ma non soffermiamoci troppo su questo punto
perché, come vedremo alla fine della nostra argomentazione,
una volta chiarito il problema della differenza, specie e ge-
nere diventano irrilevanti.
Ora, Porfirio riprende questi problemi nella Isagoge (ni
secolo) e la sua trattazione, mediante il commento die ne dà
Boezio, passa a costituire il pezzo forte di ogni commentario
medievale sul problema delle categorie e della definizione.
E quindi sotto la forma trasmessaci da Porfirio che dobbia-
mo esaminare il problema dell'albero definizionale. I predi-
cabili stabiliscono il modo di predicazione di ciascuna delle
dieci categorie. Ci possono dunque essere dieci alberi di Por-
firio, uno delle sostanze che permetta di definire l'uomo co-
me animale razionale mortale, l'altro (per esempio) delle qua-
lità, che permetta di definire il porpora come una specie del
genere rosso e il rosso come una specie del genere colore.
Non c'è un albero degli alberi, perché l'essere non è un
summum genus e i generi generalissimi sono solo le catego-
rie, ma ciò non esclude che ci possa essere un numero finito
di inventari finiti.
Porfirio evita la discussione sulla natura dei predicabili e
li tratta come artifici logici. Però suggerisce una struttura ad
albero.
Quando Aristotele parlava di inventario finito [Secondi
Analìtici, 833, 1 sgg.], partiva dalle sostanze prime e cercava
di definirle inventando, per cosi dire, alberi quasi ad hoc,
mentre Porfirio non evita la tentazione neoplatonica di con-
cepire (sia pure in senso logico) una 'cascata degli esseri*. Il
fatto è che in ogni teoria degli inventari finiti lavora una for-
ma mentis neoplatonica, anche se del tutto secolarizzata.
La definizione che Porfirio dà del genere è del tutto for-
male: genere è ciò a cui è subordinata la specie. Del pari la
specie è ciò che è subordinato al genere. Genere e specie sono
termini relativi, un genere posto su di un nodo alto dell'al-
bero definisce la specie sottostante, la quale diventa genere
della specie sottostante, e cosi via. Al sommo dell'albero il
genere generalissimo, o categoria, che non è specie di niente
altro, in basso le specie specialissime o sostanze seconde, e
poi gli individui, le sostanze prime. Il rapporto fra specie
e genere non è bicondizionale: della specie si predica neces-
94
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
sanamente il genere, mentre la specie non può venire predi-
cata del genere.
Ma quando ria definito specie e genere, Porfirio non ha an-
cora provvisto gli strumenti per una definizione reciprocatile
con il definito. Un albero delle specie e dei generi avrebbe
infatti la forma seguente:
Sostanza
Corpo Incorporali
Vivente No» vivente
Figura^
I
Uomo
e andrebbe incontro a tutte le critiche che, nel paragrafo 2.3
abbiamo mosso all'albero di figura 2.
In un albero di questo tipo uomo e cavallo (o uomo e gat-
to) non potrebbero essere distinti l'uno dall'altro. Un uomo
è diverso da un cavallo perché, anche se entrambi sono ani-
mali, il primo è razionale e il secondo no. La razionalità è la
differenza dell'uomo. La differenza rappresenta l'elemento
cruciale, perché gli accidenti non sono richiesti per produrre
una definizione e il proprio ha uno statuto molto curioso; ap-
partiene alla specie, e solo a quella, ma non fa parte deDa sua
definizione. Ci sono diversi tipi di proprio, uno che occorre
in una sola specie ma non in ogni membro (come la capacità
di guarire nell'uomo); uno che occorre in una intera specie
ma non in essa sola (come Tessere bipede); uno che occorre
in tutta la specie e solo in quella, ma solo in un tempo deter-
minato (come il diventare grigio in tarda età) ; ed uno che oc-
corre in una e una sola specie, solo in quella e in ogni tempo
(come la capacità di ridere per l'uomo). Quest'ultimo tipo è
quello più frequentemente citato nella letteratura in argo-
mento e presenta la caratteristica assai interessante di essere
reciprocabile con la specie (solo l'uomo è ridente e solo i ri-
denti sono nomini), in tal senso avrebbe tutte le ragioni per
appartenere alla definizione essenzialmente e invece ne viene
escluso e appare come un accidente sia pure con uno statuto
4. L'ALBERO DI PORFIRIO
particolare. La ragione più evidente per questa esclusione è
che per scoprire il proprio è necessario un atto di giudizio ab-
bastanza complesso, mentre si riteneva che il genere e la spe-
cie fossero 'colti' intuitivamente (Tommaso e la tradizione
aristotelico-tomista parleranno di simplex-apprehensio). In
ogni caso, visto che il proprio è escluso dal gioco, non occor-
re che lo consideriamo, almeno nei limiti del presente di-
scorso.
Torniamo^ allora alla differenza. Le differenze possono es-
sere separabili dal soggetto (come essere caldo, muoversi,
esser malato), e in questo senso altro non sono che accidenti.
Ma possono anche essere inseparabili: tra queste alcune so-
no inseparabili ma sempre accidentali (come l'avere il naso
camuso), altre appartengono al soggetto per sé, ovvero es-
senzialmente, come essere razionale o mortale. Queste sono
le differenze specifiche e sono aggiunte al genere per formare
la definizione della specie.
Figura 5-
Diflerenze Generi e specie Differenze
SOSTANZA
| ^ 1
Corporea Incorporea
' coi PO
r A
r
Ani ™ flto Inanimato
1 ESSERE VIVENTE
_ *
Scnslb,Ie Insensibile
' ANIMALE
r A,
Rtóionak ,' Irrazionale
' ANIMALE RAZIONALE
r A 1
Mott ^ Immonde
1 UOMO / DIO » I
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPÉDIA
Le differenze possono essere divisive e costitutive. Per
esempio il genere 'essere vivente' è potenzialmente divisibile
nelle differenze 'sensibile/insensibile' ma k differenza 'sensi-
bile' può essere composta col genere 'vivente' per costituire
la specie 'animale'. 'Animale' a propria volta diventa un ge-
nere divisibile in 'razionale/irrazionale' ma la differenza 'ra-
zionale' è costitutiva, col genere cbe essa divide, della specie
'animale razionale'. Quindi le differenze dividono un genere
{e il genere le contiene quali opposti potenziali) e vengono
selezionate per costituire in atto una specie sottostante, de-
stinata a diventare a sua volta un genere divisibile in nuove
differenze. 111
L'Isagoge suggerisce Pidea dell'albero solo verbalmente,
ma la tradizione medievale ha visualizzato il progetto, come
appare nella figura 5 .
Nell'albero della figura 5 le lìnee tratteggiate marcano le
differenze divisive mentre le linee continue marcano le diffe-
renze costitutive. Ricordiamo che il dio appare come animale
e come corpo perché nella teologia platonica, a cui Porfirio si
rifa, gli dèi sono forze naturali intermedie e non debbono es-
sere identifica ri con l'Uno. La tradizione medievale riprende
questa idea per pure ragioni di fedeltà all'esempio tradizio-
nale, cosi come tutta la logica moderna assume, senza ulte-
riore verifica, che la stella della sera e la stella del mattino
siano entrambe Venere, che attualmente non esiste alcun re
di Francia.
4.2. Un albero che non è un albero.
Il difetto di questo albero è che esso definisce in qualche
modo la differenza tra dio e l'uomo ma non quella tra il ca-
vallo e l'asino, o tra l'uomo e il cavallo. Il difetto potrebbe
essere solo apparente, dovuto al fatto che in ogni discussione
canonica l'esempio che interessava instanziare era quello del-
l'uomo. Se si avesse voluto definire il cavallo l'albero avreb-
be dovuto essere arricchito di una serie di disgiunzioni ulte-
riori sul proprio lato destro, in modo da isolare, insieme agli
animali razionali, anche quelli irrazionali (e mortali). E vero
che anche in questo caso d cavallo non avrebbe potuto essere
distinto dall'asino, ma sarebbe bastato complicare ancora l'al-
bero al proprio lato destro. 1
4. L'ALBERO DI.jPORFlRIO 97
Ora, sarebbe sufficienti; analizzare i problemi che Aristo-
tele deve affrontare in De partìbus animdium per accorgersi
che questa operazione non è cosi semplice come appare a pri-
ma vista, ma basta, dal punto di vista teorico, dover decidere
dove si porranno l'asino e il cavallo nell'albero di figura 3 per
veder sorgere un serissimo problema.
Cerchiamo di distinguere il cavallo dall'uomo. Indubbia-
mente entrambi sono animali. Indubbiamente entrambi sono
mortali. Dunque dò che li distingue è la razionalità. Pertan-
to l'albero di figura 5 è sbagliato, perché la differenza 'mor-
tale/immortale' deve essere posta come divisiva del genere
'animale', e solo in seconda istanza si dovrebbe porre la dif-
ferenza divisiva 'razioriale/iirazionale'. Ma si veda quali so-
no le conseguenze formali di tale mossa.
Figura 6,
ANIMALE
Mortile Immortale
I ANIMALE MO ITALE
Razionale Irrazionale
' UOMO /CAVALLO 1
Come risolveremmo a questo punto la differenza tra uo-
mo e dio? Per farlo occorrerebbe tornare alla figura 5 e
avremmo di nuovo perduto la possibilità di distìnguere l'uo-
mo dal cavallo. La sola alternativa è che la differenza 'mor-
tale/immortale' occorra due volte, una sotto 'animale razio-
nale' e l'altra sotto 'arùrnale irrazionale', come appare in figu-
ra 7.
Hfinta 7. ANIMALE
S ,
r—
Irrazionale
ANIMAI -E lAZKHMLS / ANIMALE IMAZIONALE ■* 1
A A
I I I I
Mortale Immortale
i — CAVALLO /l
9 8
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
Porfirio non avrebbe scoraggiato questa decisione, dato
che egli dice (i 8 ,20) che la stessa differenza « si osserva spes-
so in diverse specie, come quadrupede in moti animali che
differiscono per specie» (trascuriamo che quadrupede debba
essere un proprio e non una differenza, dato che come esem-
pio di proprio è dato altrove 'bipede').
Anche Aristotele dice che quando due o più generi sono
subordinati a un genere superiore {come accade nell'uomo e
nel cavallo, in quanto sono entrambi animali) nulla esclude
che essi abbiano le stesse differenze \_Cat, ib 15 sgg.; Top.
VI i6 4 b 10].
In Analitici Secondi [II $ob sgg.] Aristotele mostra come
sia possibile arrivare a una definizione non ambigua del nu-
mero 3 . Posto che per i greci l'uno non era un numero (ma la
fonte e la misura di tutti gli altri numeri), il tre può essere
definito come quel dispari che è primo in entrambi i sensi (e
cioè che non è né somma né prodotto di altri numeri). Que-
sta definizione sarebbe del tutto reciprocarle con l'espres-
sione /tre/. Ma è interessante ricostruire nella figura 8 il pro-
cesso di divisione attraverso il quale Aristotele perviene a
questa definizione:
Figura 8. Numeri
Non somma Noti prodotto Non somma Non prodotto
2. 2 3 3 9
Questo tipo di divisione suggerisce due interessanti con-
seguenze: a) le proprietà registrate in corsivo non sono esclu-
sive di una sola disgiunzione ma occorrono sotto più nodi;
b) una data specie (per esempio due, tre o nove) può essere
definita dalla congiunzione di più proprietà di cui sopra. Que-
ste proprietà sono in effetti differenze. Cosi Aristotele mo-
stra non solo che molte differenze possono essere attribuite
4. L'ALBERO DI PORFIRIO
99
a una stessa specie, ma anche che la stessa coppia di diffe-
renze divisive può occorrere sotto diversi generi. Non solo,
ma egli mostra anche che, una volta che una certa differenza
è risultata utile a definire senza ambiguità una certa specie,
non è importante tenete in considerazione tutti gli altri sog-
getti di cui è ugualmente predicabile. In altri termini, una
volta che una o più differenze sono servite a definire il nu-
mero tre, è irrilevante che esse servano altrettanto bene, sia
pure in altre combinazioni, a definire il numero due. Per una
chiara e inequivoca precisazione di questo punto si veda Afta-
litici Secondi [II, XIII 973 16-25].
A questo punto si può tentare un passo avanti. Una volta
detto che, dati alcuni generi subordinati, niente impedisca
loto di avere le stesse differenze, e poiché l'albero delle so-
stanze è completamente costituito di generi rutti subordinati
al genere massimo, è difficile dire quante volte la stessa cop-
pia di differenze possa occorrere.
4 -3- Un albero di sole differenze.
Molti commentatori medievali dell'Isagoge sembrano in-
coraggiare i nostri sospetti. Boezio [Is. C.S.E.L.: 256.10-12
e 266.13-15] scrive che 'mortale' può essere una differen-
za eli 'animale irrazionale' e che la specie 'cavallo' è costituita
dalle differenze 'irrazionale' e 'mortale'. Egli suggerisce pure
che 'immortale' può essere una differenza valida per i corpi
celesti che sono sia inanimati che immortali: «In questo ca-
so la differenza immortale è condivisa da specie che differi-
scono tra loro non solo per genere prossimo ma per tutti i
generi superiori sino a quel genere subalterno che occupa il
secondo posto al sommo dell'albero» [Stump 1978: 257],
II sospetto avanzato da Boezio è, secondo Stump, «sor-
prendente» e «sconcertante»; invece è del tutto ragionevole .
Sia Aristotele che Boezio sapevano che la differenza è più
grande del proprio soggetto, e cioè ha una estensione più va-
sta, e ciò è possibile solo perché non sono i soli uomini a
essere mortali o i soli dèi a essere immortali (e così per le al-
tre differenze concepibili). Se la differenza 'mortale/immor-
tale' occorresse solo sotto un nodo, 'mortale' e /uomo/ sareb-
bero reciprocati ili, e quindi non avremmo a che lare con una
differenza ma con un proprio. Ci sono più esseri mortali di
IOO
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
quanto non ci siano uomini, proprio perché questa coppia
di differenze ricorre anche sotto altri generi. Ed ecco perché,
come Aristotele sapeva [Topici VI i44a 25], uomo è reci-
procabile con tutta la definizione ma non coi suoi singoli ele-
menti: non con il genere ('animale razionale'), perché il ge-
nere ha una estensione maggiore della specie, e non con la
differenza perché (sia pure in modo diverso) anche la diffe-
renza ha una estensione maggiore della specie. Ci sono più
esseri mortali di quanti non siano gli animali razionali. Ma il
problema da affrontare ora riguarda esattamente la natura
ambigua di maggiore estensione della differenza rispetto alla
specie che costituisce.
Abelardo nella sua Editto super Porpbyrium [157V 15]
più di una specie: «falsimi est quod omnis differentia se-
quens ponit super iores, quia ubi sunt permixtae differentìae,
fallit». Quindi: a) la stessa differenza comprende molte spe-
cie, b) la stessa coppia di differenze può occorrere sotto di-
versi generi, c) diverse coppie di differenze occorrenti sotto
diversi generi possono però essere espresse (analogicamente)
dagli stessi nomi, d) rimane impregiudicato quanto in alto
nell'albero stia il genere comune rispetto a cui molti sono i
generi subordinati che ospitano la stessa coppia di differenze.
Di conseguenza si è autorizzati a riproporre l'albero di Por-
firio secondo il modello della figura 9 :
Figma 9,
Sostanza
Corporea
[Corpo)
Animata Inanimata
{Vivente) (Minerale?)
Sensibile
(Attintale) (V,
Incorporea
(?)
Animata Inanimata
(?) (?)
A A
Razionale
(?)
Irrazionale
(?)
Razionale Irrazionale
(?) (?)
Mortale Immortale Mortale Immortale
(Uomo) (Dio) (Bruto) (?)
4- L'ALBERO DI PORFIRIO
IOI
Viene qui verificata una idea di Gii [198 r, p. 1027], che
cioè i generi e le speci possono essere usati come parametri
estensionaii (classi), ma solo le differenze fissino il regime in-
tensionale. Quindi è ovvio che in un 'buon' albero di compo-
nenti semantiche (regime intensionale) debbano sopravvive-
re solo differenze.
Questo albero presenta interessanti caratteristiche:
a) consente la rappresentazione di un universo possibile
in cui possono essere previsti e collocati molti generi
naturali ancora ignoti (per esempio delle sostanze in-
corporee, animate ma irrazionali) ;
b) mostra che ciò che eravamo abituati a considerare ge-
neri e specie (qui rappresentati in corsivo tra parente-
si) sono semplici nomi che etichettano gruppi di diffe-
renze;
c) non è retto da relazioni da iponimi a iperonimi; in
quest'albero non si può stabilire che, se qualcosa è mor-
tale, allora è razionale, o che se è irrazionale allora è un
corpo, e cosi via;
d) come conseguenza di c) esso può essere di continuo
riorganizzato secondo diverse prospettive gerarchiche
tra le differenze che lo costituiscono.
Per quanto riguarda la caratteristica a) abbiamo visto ciò
che Boezio diceva sui corpi celesti. Per quanto riguarda la
caratteristica b) è chiaro che questo albero è composto di pu-
re differenze. Generi e speri sono solo nomi che diamo ai
suoi nodi. Boezio, Abelardo e altri pensatori medievali erano
ossessionati dal problema della penuria nominum, e cioè dal
fatto che non c'erano a disposizione abbastanza items lessi-
cali per etichettare ogni nodo (altrimenti si sarebbe trovata
un'espressione in luogo di 'animale razionale* che, come si
vede, viene nominato ripetendo il nome del genere prossimo
e quello della differenza specifica). Ammettiamo che il la-
mento dei medievali sia dovuto a ragioni empiriche: dato
che nella loro esperienza (come nella nostra) non si erano mai
incontrati altri ammali razionali se non l'uomo e (sotto for-
ma di forza naturale) il dio, il cui legame attraverso un ge-
nere comune non era certo intuitivo e non poteva dunque
essere registrato dal linguaggio, ecco spiegata l'origine acci-
102 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
dentale di quel caso di penuria. Ma a ben vedere non c'è al-
cuna ragione per cui dovesse esistere un nome per quell'altro
nodo superiore risultante dalla congiunzione del genere 'vi-
vente' con la differenza 'sensibile', e il ragionamento si po-
trebbe ripetere per tutti i nodi superiori. In realtà i nomi dei
generi sono insufficienti perché essi sono inutili: un genere
altro non è che una congiunzione di differenze.
Aristotele non aveva elencato le specie tra i predicabili,
perché la specie è il risultato della congiunzione di un genere
con una differenza; ina per la stessa ragione avrebbe dovuto
eliminare dalla lista anche il genere, che è la pura congiun-
zione di una differenza con un'altra differenza congiunta con
un'altra differenza e cosi via sino al sommo dell'albero - do-
ve su l'unica entità che forse è un genere, la sostanza, ma la
sua genericità è cosi vasta che si potrebbe leggere l'albero a
rovescio e dire che la sostanza altro non è che la matrice vuo-
ta dì un gioco di differenze. Generi e specie sono fantasmi
verbali che coprono la vera natura dell'albero e dell'universo
che esso rappresenta, un universo di pure differenze.
Per quanto riguarda la caratteristica c), siccome le diffe-
renze inferiori non postulano necessariamente quelle del no-
do superiore, l'albero non può essere finito: rastremarle
verso l'alto, non c'è criterio che stabilisca quanto esso possa
ramificare ai lati, e verso il basso.
Come vedremo in 2.5 le differenze, che provengono dal
di fuori dell'albero delle sostanze, sono accidenti, e gli acci-
denti sono potenzialmente infiniti. Si aggiunga che, non es-
sendo proprietà analitiche, in termini contemporanei, le dif-
ferenze saranno proprietà sintetiche, ed ecco che l'albero si
trasforma, in forza di quanto si è discusso nei primi paragrafi
di questo saggio, da dizionario in enciclopedia, dato che si
compone di elementi di conoscenza del mondo.
Infine, per quanto riguarda la caratteristica d), quest'al-
bero potrà continuamente essere risistemato secondo nuove
prospettive gerarchiche. Dal momento che 'mortale' non im-
plicita 'razionale', cosa proibisce di porre 'razionale' sotto
'mortale' anziché viceversa, come invece accade nell'albero
classico della figura 4? Boezio lo sapeva benissimo e a inter-
pretare un passo di De divisione VI. 7 è chiaro che date alcu-
ne sostanze come la perla, il latte, l'ebano e alcuni accidenti
4. L'ALBERO W PORFIRIO
I03
Figuri 10.
G *^^ Cenere Gfceliqukfc
ti#& Dure Liquide Dure Bkr^rTkre
r ' ' 'I II
? Ebano Lati* ?
Cok dure
s\
Bianche Nere
I I
Perla Ebano
accfdln !? tt t q n e n° ? ** $aggi ° Boezio sta P ari ^o di soli
accidenti, ma in De Divisione XII.37 egli applica lo ^«/t
principio ad ogni divisione di peuoJ- Jt J ° stess °
tiplexdivisio» 8 genenS unius f,r muI -
La stessa cosa è detta da Abelardo in Editto super Por
M ™ de Renale '
Figura 11. oppure
Razionale Itaàmàk Mortale Immortale
essL" rio^wT St ° dÌ S ° le ^ Possono
W^ g T^ e * C °T m0 5€Condo la descrizione sotto
l*qude un dato soggetto è considerato. L'albero è una strut
tura sentile ai contesti, non un dizionario assoluto
Le differenze sono accidenti e di acciari cn«« :„c -~-
almeno indefiniti per numero ™ 0
generiefrlTni (< = aon è ^ caso che mentre
SS le E * SOStan2e ì SOn ° "P""* da co-
muni, le differenze siano espresse da aggettivi) Le differenze
loro numero non e noto a priori [Mal. VIII 2 6 ioaU ,
non essal2 "I'. ' questo punlo chi può dire quali dirV
104
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOFKOIA
icnze siano essenziali e quali no? Aristotele gioca su pochi
esempi (razionale, mortale) ma quando parla di specie diver-
se dall'uomo, come bestie o oggetti artificiali, egli diventa
molto più vago, le differenze si moltiplicano... In linea teori-
ca siamo autorizzati ad avanzare l'ipotesi che egli non avreb-
be saputo costruire un albero di Porfirio finito, ma anche in
linea pratica (ovvero in base all'evidenza filologica) quando
leggiamo De partìbus animalium, vediamo che egli di fatto
rinuncia a costruire un albero unico e riaggiusta alberi com-
plementari a seconda della proprietà di cui vuole spiegare la
causa e la natura essenziale [cfr. Eco igSia e Balme 1975]-
La nozione dì differenza specifica è, retoricamente parlando,
un ossimoro. Differenza specifica significa accidente essen-
ziale. Ma questo ossimoro cela (o svela) una contraddizione
ontologica ben più grave.
Chi ha capito il problema senza infingimenti (ma ne ha da-
to atto con molta prudenza, come al solito) è Tommaso. Nel
De ente et essentia si dice che la differenza specifica corri-
sponde alla forma sostanziale (altro ossimoro ontologico, se
cosi si può dire, dato che la cosa più sostanziale che possiamo
concepire viene identificata con uno o più accidenti). Ma il
pensiero di Tommaso non dà adito a equivoci: la differenza
corrisponde alla forma e il genere alla materia, e come forma
e materia costituiscono la sostanza, cosf genere e differenza
costituiscono la specie. 11 ragionamento è palesemente ana-
logico, ma il ricorso all'analogia non esclude il fatto che ciò
che definisce la forma sostanziale sia la differenza come acci-
dente.
Per giustificare una conclusione cosf scandalosa, Tomma-
so escogita - con uno dei suoi consueti colpi di genio - una
soluzione molto brillante: «in rebus sensibilibus etsi ipsae
differenti ae essenriales nobis ignotae sunt: unde significatur
per differentiae accidentales quae ex essentialibus oriuntur,
sicut causa significatur per suum effectum, sicut bipes ponit
differentia hominis» [De ente VI]. Quindi: esistono diffe-
renze essenziali; cosa esse siano non lo sappiamo; quelle che
conosciamo come differenze specifiche non sono le differenze
essenziali stesse, ma ne sono per così dire dei segni, dei sin-
tomi, degli indizi; sono manifestazioni superficiali deve esse-
re di qualcosa d'altro, per noi inconoscibile. Noi inferiamo
4. L'ALBERO DI PORFIRIO
la presenza di differenze essenziali attraverso un processo se-
miotico, a partire dagli accidenti conoscibili.
Oie l'effetto sia segno della causa è l'idea consueta all'A-
quinate (molto della sua teoria dell'analogia dipende da que-
sta assunzione, in ultima analisi di origine stoica: gli effetti
sono segni indicativi). L'idea è ribadita per esempio in S.Tb.
1.29 z a 3, o in S.Tb. 1.77 1 a 7: una differenza come 'ra-
zionale' non è la vera diflerenza specifica che costituisce la
forma sostanziale. La ratio come potentia anìmae appare al-
l'esterno verbo et facto, attraverso azioni esteriori, compor-
tamenti psicologici e fisici (e le azioni sono accidenti, non
sostanze! ) Noi diciamo che gli uomini sono razionali perché
manifestano la loro potenza razionale attraverso atti di cono-
scenza, sia quando compiono tali azioni attraverso un discor-
so interno (e si immagina che questa attività di pensiero sia
colta per introspezione) sia quando la manifestano attraver-
so il discorso esterno e cioè attraverso il linguaggio [S.Tb.
1.79 8 co]. In un testo decisivo della Cantra Gentile* [III.
46] Tommaso dice che l 'essere umano non sa che cosa esso
sia (quid est) ma conosce che esso è così (quod est) in quanto
si percepisce come attore di attività razionale. Noi conoscia-
mo cosa siano in realtà le nostre potenze spirituali «ex ipsp-
rum actuum qualitate».
Cosi anche 'razionale' è un accidente e cosi sono tutte le
differenze nelle quali l'albero porfiriano si dissolve.
Tommaso capisce che le differenze sono accidenti, ma non
trae da questa scoperta tutte le conclusioni che avrebbe do-
vuto circa una possibile natura dell'albero delle sostanze:
non può permettersi (non può 'politicamente' ma probabil-
mente neppure 'psicologicamente') di mettere in crisi l'al-
bero come strumento logico per ottenere definizioni (ciò che
avrebbe potuto fare senza rischio) perché tutto il Medio Evo
è dominato dalla persuasione (anche se inconscia) che l'al-
bero mimi la struttura del reale, e questo sospetto neoplato-
nico affetta anche i più rigorosi aristotelici.
Ma noi possiamo dire senza infingimenti che l'albero dei
generi e delle specie, comunque venga costruito, esplode in
un pulviscolo di differenze, in un turbine infinito di acciden-
ti, in una rete non gerarchizzabile di quatta. Il dizionario
(perché come tale l'albero ci interessa oggi, e possiamo guar-
dare con distacco alla 'fissione' di un universo neoplatonico)
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
si dissolve necessariamente, per forza interna, in una galassia
potenzialmente disordinata e illimitata di elementi di cono-
scenza del mondo. Quindi diventa una enciclopedia e Io di-
venta perché di fatto era una enciclopedia che s'ignorava ov-
vero un artificio escogitato per mascherare l'inevitabilità del-
l'enciclopedia.
Se è cosi, dobbiamo trarne la conseguenza che l'albero de-
finizionale non dà più garanzie di essere finito. I suoi primi-
tivi, generi e specie, sono solo nomi che debbono essere a
loro volta interpretati in termini di 'pacchetti' di differenze.
La prima e più illustre formulazione dell'ideale del dizio-
nario ne sancisce (ci pare per sempre) la impossibilità, e ci
dice che il dizionario è una enciclopedia mascherata.
E a questo punto emerge un'ultima conclusione, che non
poteva essere accettata dai medievali, e che sarà tratta solo
in tempi più vicini a noi: ciò che costituisce la 'vera' diffe-
renza, non è né l'uno accidente né l'altro, è il modo in cui li
raggruppiamo riorganizzando l'albero. In altri termini la 've- -
ra' differenza non è l'accidente in sé (sia esso 'razionale' o
'mortale' o altro): è l'opposizione in cui uno di questi acci-
denti entra rispetto al proprio contrario, a seconda di come
l'albero viene articolato. Ma con questa osservazione si entra
in una seconda stagione del pensiero della differenza, alla
quale è opportuno in questa sede (per non forzare troppo i
nostri testi) rimanere estranei. Anche se non si potrà evitare
di discutere, in altra sede, quanto il concetto contempora-
neo di differenza sia debitore alla crisi di quello antico [cfr,
Bateson 1972, Deleuze 1968, 1969].
5 . Le semantiche a enciclopedia..
5.1. Il principio d'interpretanza.
Se le semantiche a dizionario sono inconsistenti, non ri-
mane che tentare le semantiche a enciclopedia. Ma occorrerà
prima tentare di risolvere l'altro problema lasciato scoperto
da Hjelmslev circa la natura delle figure del contenuto.
L'indicazione più fruttuosa in merito viene da Peirce.
Ogni segno (o representamen) esprime immediatamente un
J. LE SEMANTICHE A ENCICLOPEDIA
Oggetto Immediato (che si potrebbe definire come il suo con-
tenuto) ma per rendere ragione di un Oggetto Dinamico.
L Oggetto Immediato e il modo in cui l'Oggetto Dinamico
viene dato dal segno (si pensi alla definizione fregeana del
senso). LQggetto Dinamico, che stimola la produzione
dei segno, e la Cosa-in-sé: si ritrova naturalmente in Peirce
lo stesso problema di Hjelmslev a proposito del continuum.
1/Uggetto Dinamico determina i modi di organizzazione del-
1 Oggetto Immediato? Siccome Peirce credeva alla costanza
delie leggi generali in natura, evidentemente l'Oggetto Im-
KSS£t t s^c^sel^Sfi 'T^S 0 ^ 0
nosriti vo. significato co-
Quello che però interessa stabilire è cosa abbia a che fare
1 Oggetto Immediato col significato. Ora, se si vuole stabilire
u^gnihcato di un segno, e cioè rappresentarsene in qualche
modo I Oggetto Immediato, è necessario tradurlo mediante
un Interpretante, perché l'Interpretante «come è rivelato
nella corretta comprensione del Segno stesso... è ordinaria-
mente chiamato il significato del segno» [Peirce 1906, trad
it. p. 229) e «sembra naturale usare il termine significato per
denotare 1 interpretante inteso di un simbolo» [19033, CP
5-175], mentre altrove l'Oggetto Immediato complèto è
identificato con a significato [1902, CP. 2.293, trad. it. p.
167L Se significato e interpretante coincidono, «il significato
di un segnoeil segno in cui esso deve venir tradotto» [1893,
C.r. 4-132! ed e «nella sua accezione primaria la traduzione
di un segno in un altro sistema di segni* [ibid., CP. 4.1 27]
Questa traduzione di un segno (espressione) in un'altra
espressione e appunto il processo di interpretazione. «Un se-
gno o representamen, è qualcosa che sta a qualcuno per
qualcosa sotto qualche rispetto o capacità. Si rivolge a qual-
cuno, noe crea nella mente di quella persona un segno equi-
valente, o forse un segno più sviluppato. Questo segno che
esso crea lo chiamo interpretante del primo segno» [1807
trad. it. p. 132].
Non c'è modo, nel processo di semiosi illimitata che Peir-
ce descrive e fonda, di stabilire il significato di una espres-
sione e cioè di interpretare quella espressione, se non tradu-
cendola in altri segni (appartengano essi o no allo stesso si-
stema semiotico) e in modo che l'interpretante non solo ren-
io8
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
da ragione dell'interpretato sotto qualche aspetto, ma dell'in-
terpretato faccia conoscere qualcosa di più.
In una semantica strutturata a enciclopedia l'interpretan-
te visivo della parola /gatto/ è l'immagine di un gatto (che in-
dubbiamente fa conoscere alcune proprietà dell'animale che
non erano presenti alla mente di chi pronunziava la parola);
è la definizione, che collega l'entità in questione alla catena
delle entità più vaste in estensione ma meno vaste in com-
prensione; è l'inferenza 'Se gatto allora animale che miagola
quando gli si pesta la coda', che caratterizza il significato di
gatto rispetto alle sue varie e più o meno remote conseguenze
illative. La catena degli interpretanti è infinita, o almeno in-
definita.
Come si era già detto (cfr. Eco 1975, § 2.7.3], la fecondità
della nozione di interpretante non è data solo dal fatto che
essa descrive l'unico modo in cui gli esseri umani stabilisco-
no, contrattano e riconoscono i significati dei segni che usano.
La nozione è feconda perché mostra come i processi semioti-
ci, per mezzo di spostamenti continui, che riferiscono un se-
gno ad altri segni o ad altre catene di segni, circoscrivono ì si-
gnificati (o i contenuti, in una parola, quelle 'unità' che la cul-
tura ha individuato nel suo processo di pertinenti reazione del
contenuto) in modo asintotico, senza mai arrivare a 'toccarli*
direttamente, ma rendendoli di fatto accessibili mediante al-
tre unità culturali. Questa contìnua circolarità è la eondizio-
ne normale dei sistemi di significazione ed è messa in atto nei
processi dì comunicazione.
D'altra parte, a differenza delle proprietà universali poste
in modo metalinguistico, gli interpretanti, ovvero le relazioni
di interpretazione, sono dati oggettivi, e in un doppio senso:
non dipendono necessariamente dalle rappresentazioni men-
tali (inattingibili) dei soggetti, e sono collettivamente verifi-
cabili. Un rapporto di interpretazione è infatti registrato dal
tesoro della intertestualità (nozione che si identifica con quel-
la di enciclopedia). Che un gatto sia non solo un felino dome-
stico, ma anche l'animale che le classificazioni zoologiche de-
finiscono come felis catus, l'animale adorato dagli Egiziani,
l'animale che appare néH' Olympia dì Manet, l'animale man-
giare il quale era una leccornia nella Parigi assediata dai prus-
siani, l'animale cantato da Baudelaire, l'animale che Collodi
associa per astuzia e malvagità alla volpe, l'animale che in
3- LE SEMANTICHE A ENCICLOPEDIA 1Q y
una certa favola è al servizio del marchese di Carabas, un in-
fingardo amante della casa che non muore di inedia sulla
tomba del padrone, l'animale prediletto delle streghe e così
via, sono tutte interpretazioni dell'espressione /gatto/. Tutte
sono registrate, poste intersoggettivamente in qualche testo
di quella immensa e ideale biblioteca il cui modello teorico è
l'enciclopedia. Ciascuna di queste interpretazioni definisce
sotto qualche aspetto cosa sia un gatto, e tuttavia fa cono-
scere sempre qualcosa di più circa un gatto. Ciascuna di que-
ste interpretazioni vale ed è attualizzabile in un determinato
contesto, ma l'enciclopedia dovrebbe idealmente provvedere
istruzioni onde interpretare nel modo più fruttuoso l'espres-
sione /gatto/ in numerosi contesti possibili .
Naturalmente, in una semantica a interpretanti, ogni in-
terpretazione è a propria volta soggetta a interpretazione. Di-
re di un gatto che è un felino implica che a propria volta fe-
lino sia interpretato. Dire di un gatto che era l'animale pre-
diletto delle streghe impone una interpretazione sia di /stre-
ga/ sia di /prediligere/. In una semantica a interpretanti non
ci sono entità metahngtiistiche e universali semantici. Ogni
espressione può essere soggetto di una interpretazione e stru-
mento per interpretare un'altra espressione [cfr. il modello
Q in Eco 197 S 2.12J.
5 .2. Struttura dell'enciclopedia.
L'enciclopedia è un postulato semiotico. Non nel senso
che non sia anche una realtà semiosica: essa è l'insieme regi-
strato di tutte le interpretazioni, concepibile oggettivamente
come la libreria delle librerie, dove una libreria è anche un
archivio di tutta l'informazione non verbale in qualche modo
registrata, dalle pitture rupestri alle cineteche. Ma deve ri-
manere un postulato perché di fatto non è descrivibile nella
sua totalità. Le ragioni per cui non è descrivibile sono varie:
la serie delle interpretazioni è ^definita e materialmente in-
classificabile; l'enciclopedia come totalità delle interpreta-
zioni contempla anche interpretazioni contraddittorie; l'atti-
vità testuale che si elabora sulla base deU'enridopedia, agen-
do sulle sue contraddizioni, e introducendovi di continuo
nuove risegmentazioni del continuum, anche sulla base di
esperienze progressive, trasforma nel tempo l'enciclopedia,
no
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
cosi che una sua ideale rappresentazione globale, se mai fos-
se possibile, sarebbe già infedele nel momento in cui è ter-
minata; infine l'enciclopedia come sistema oggettivo delle
sue interpretazioni è 'posseduta' in modo diverso dai suoi di-
versi utenti. . ,
Quando Peirce diceva che il significato di una proposizio-
ne abbraccia ogni sua ovvia necessaria deduzione [19038,
C.P. 5 .1 65] intendeva dire che ciascuna unità semantica im-
plica tutti gli enunciati in cui può essere inserita, e questi
tutte le inferenze che autorizzano sulla base delle regole regi-
strate enciclopedicamente. Ma se dal punto di vista ideale
dell'enciclopedia oggettiva una proposizione p implica tutte
le proposizioni che possono esseme dedotte, ciò non implica
che (se da p può essere dedotto q, e da q può essere dedotto
k) un individuo che conosca p conosca automaticamente an-
che k. Quando Basii Bernstein ha parlato di codici elaborati
e codici ristretti voleva riferirsi alle modalità di possesso cul-
turale dei dati enciclopedici; per un utente a che sa che un
gatto è un felino, c'è sempre un utente è che non lo sa, e sa ?
invece ciò che a non sa, e cioè che ì gatti dovutamente cua-j
nati sembrano la lepre in salmi. *
Quindi mentre dal punto di vista di una semiotica gene-
rale si può postulare l'enciclopedia come competenza globa-)
le, dal punto di vista sociosemiotico è interessante riconosce-
re i diversi livelli di possesso della enciclopedia, ovvero le
enciclopedie parziali (di gruppo, di setta, di classe, etniche e
cosi via).
Parimenti, qualsiasi interprete debba interpretare un te-
sto, non è tenuto a conoscere tutta l'enciclopedia ma solo la
porzione di enciclopedia necessaria alla comprensione di quel
testo. Una semiotica testuale studia anche le regole in base
alle quali l'interprete di un testo, sulla base di 'segnali con-
tenuti in quel testo (e magari sulla base di una conoscenza
precedente) decide quale sia il formato della competenza en-
ciclopedica necessaria ad affrontare quel testo. Il che stabili-
sce anche la discriminante fra interpretazione di un testo e
uso meiisaiminato dello stesso. Non si può decidere di usare
Omero come descrizione della struttura dell'atomo, perche
la nozione moderna di atomo era indubbiamente estranea al-
l'enciclopedia omerica; ogni lettura omerica in tal senso sa-
rebbe liberamente allegorica (o simbolica: dr. il capitolo sul
5. LE SEMANTICHE A ENCICLOPEDIA
Simbolo) e potrebbe essere revocata in dubbio. Invece, se
qualche 'segnale' testuale autorizzasse a farlo, si potrebbero
interpretare le teorie atomiche di Niels Bohr come una alle-
goria della guerra di Troia, perché faceva parte dell'enciclo-
pedia oggettiva del tempo in cui Bohr scriveva una serie di
nozioni sulla guerra di Troia. Ovviamente compito di una
semiotica testuale è stabilire quali segnali autorizzino a cre-
dete che Bohr si riferisse a quella porzione di competenza en-
ciclopedica. In assenza di tali segnali, una interpretazione co-
me quella suggerita non dovrebbe essere definita interpreta-
zione ma piuttosto uso (mistico, allegorico, simbolico) del te-
sto di Bohr [cfr. Eco 1979, § 3.4].
Quindi l'enciclopedìa è una ipotesi regolativa in base alla
quale, in occasione delle interpretazioni di un testo (sia esso
una conversazione all'angolo della strada o la Bibbia), il de-
stinatario decide di costruire una porzione di enciclopedia
concreta che gli consenta di assegnare o al testo o all'emit-
tente una serie di competenze semantiche.
Si vedrà più avanti quali sono le procedure per elaborare
tali costruzioni parziali (sempre ipotetiche sia quanto alla lo-
ro struttura sìa quanto alla loro adeguatezza nei confronti del
testo dato). Rimane chiaro comunque che ogni interpreta-
zione è sempre una scommessa, perché scommessa è la confi-
gurazione della porzione di enciclopedia richiesta per inter-
pretare. Naturalmente queste scommesse variano, quanto a
'forza congetturale*, a seconda dei cast: se devo interpretate
l'enunciato emesso dall'altoparlante della stazione centrale
/Il treno per Roma parte sul sesto binario/ posso ragionevol-
mente individuare, in una situazione S„ la porzione di enci-
clopedia adeguata, senza temere che l'emittente si riferisca a
una enriclopedia alternativa. Quando invece ho da interpre-
tare la frase di Eraclito /Il signore, il cui oracolo è a Delfi,
non dice né nasconde, ma indica/ nascono molte perplessità
sulla porzione di enciclopedia da individuare, perché non si
sa con esattezza cosa Eraclito intendesse coi verbi Xi-ytiv e
trrpatvELV.
Poste tali premesse, la enciclopedia come ipotesi regola-
tiva chiaramente non assume la forma di un albero (anche se
per individuarne porzioni parziali si può ricorrere a strutture
ad albero, purché intese appunto come modi di descrizione
provvisoria). Che ogni struttura «1 albero sia il modo prov-
112
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
visorio con cui si disciplinano e si selezionano i punti altri-
menti collegabili di una 'mappa' era chiaro a d'Alembert nel
discorso introduttivo alla Enciclopédie: il sistema generale
delle scienze è una specie di labirinto, di cammino tortuoso
capace di annientare qualsiasi albero enciclopedico volesse
rappresentarlo. II sistema delle scienze è composto di diver-
se branche «molte delle quali convergono verso un medesi-
mo centro; e poiché partendo da esso non è possìbile imboc-
care tutte le vie, ad un tempo, la scelta è determinata dalla
natura dei differenti spiriti» [1751, trad. it. pp. 37-38]. Il
filosofo è colui che sa guardare a questo labirinto scopren-
done le connessioni segrete, le diramazioni provvisorie, le
vicendevoli dipendenze che costituiscono questo reticolo co-
me un mappamondo. Gli articoli étWEncyclopédie non pos-
sono perciò che essere carte particolari che rendono solo in
misura ridotta il mappamondo globale, «gli oggetti sono più
o meno ravvicinati e presentano aspetti diversi, a seconda
della prospettiva prescelta dal geografo» e «si possono dun-
que immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza uma-
na, quanti sono i mappamondi che si possono costruire se-
condo differenti proiezioni... Spesso un oggecto, che è stato
posto in una certa classe a causa di una o più d'una delle sue
proprietà, rientra in un'altra classe per certe sue altre pro-
prietà, e avrebbe potuto esservi collocato altrettanto bène.<
Dunque sussiste sempre necessariamente dell'arbitrio nella
partizione generale» (ibid., pp. 38-39].
Il modello dell'enciclopedia semiotica non è dunque l'al-
bero, ma.il rizoma [Deleuze e Guattari 1976]: ogni punto,
del rizoma può essere connesso e deve esserlo con qualsiasi
altro punto, e in effetti nel rizoma non vi sono punti o posi-
zioni ma solo linee di connessione; un rizoma può essere
spezzato in un punto qualsiasi e riprendere seguendo la pro-
pria linea; è smontabile, rovesciabile; una rete di alberi che
si aprano in ogni direzione può (are rizoma, il che equivale a
dire che in ogni rizoma può essere ritagliata una serie indefi-
nita di alberi parziali; il rizoma non ha centro. L'idea di una
enciclopedia a rizoma è conseguenza diretta della inconsisten-
za di un albero di Porfirio.
5. LE SEMANTICHE A ENCICLOPEDIA
113
5.3. Rappresentazioni enciclopediche 'locali'.
I tentativi di rappresentazione del contenuto che circola-
no nella semantica intensionale contemporanea sono o a di-
zionario o a enciclopedia. Quelli a dizionario non interessa-
no perché se ne è dimostrata e l'inconsistenza logica e la per-
fetta inutilità dal punto di yista esplicativo dei processi co-
municativi.
In forza di quanto postulato in precedenza, occorre tutta-
via riconoscere che non esistono modelli di competenza enci-
clopedica globale, né potrebbero esistere. Esistono dunque
due soli ordini di ricerche semantiche che appaiono integra-
bili in una prospettiva enciclopedica:
a) quelle che, sia pure senza esigenze sistematiche, metto-
no in luce l'arbitrarietà delle opposizioni semantiche e
la loro irriducibilità a modelli dizionariali;
b) quelle die lasciano intrawedere modalità di rappresen-
tazione enciclopedica parziale, ovvero non globale ma
«locale» Icfr. Petitot 1979],
Quando studiosi di semantica come Lyons [1977] e Leech
974] parlano della varietà della logica opposizionale, essi
aiutano a capire che nessun albero porhriano potrà mai disci-
plinare in modo univoco quei campi, assi, o sottosistemi se-
mantici parziali che esprimono relazioni di senso. Le coppie
opposizionali che seguono presentano infatti strutture logi-
che diverse;
1) bene vs male è opposizione per antonimia 'secca 1 (l'u-
no esclude l'altro);
n) marito vs moglie è opposizione per complementarità
(si è marito della persona che ci è moglie);
ni) vendere vs comperare è opposizione di conversiti
(se x vende yak, allora k compera y da x);
sopra vs sotto o più grande vs pili piccolo sono oppo-
sizioni relative, che di fatto generano scale propor-
zionali (opposizione non binaria);
v) lunedi vs martedì vs mercoledì, ecc. rappresenta un
continuum graduato (opposizione non binaria);
vi) centimetro vs metro vs chilometro sono altri conti-
nui graduati ma gerarchicamente;
DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA
libri sull'autore della Metafisica e della "Poetica. Ma ciò che
consente sempre di interpretare il lai medievale è il fatto che
l'enciclopedia dell'epoca descriveva comunque Aristotele co-
me un celebre filosofo dell'antichità di cui avevano scritto
molti commentatori. Una ispezione nell'enciclopedia medie-
vale consentirebbe di individuare una rete di interpretanti
(non di designazioni rigide) che caratterizzerebbero Aristo-
tele se non come l'autore della Poetica (scoperta molto tardi)
almeno come l'autore delle Categorie e colui che era stato
commentato da Porfirio. L'Aristotele del lai aveva, oltre a un
possibile riferimento, un significato, un significato certo per-
ché interpretabile.
3- .
Metafora e semìosi
1. Il nodo metaforico.
La «più luminosa e, perché più luminosa, più necessaria
e più spessa» di tutti i tropi, la metafora, sfida ogni voce
d'enciclopedia. Anzitutto perché è stata oggetto di riflessio-
ne filosofica, linguistica, estetica, psicologica dall'inizio dei
tempi: non v'è autore che abbia scritto di varia umanità {più
i molti che ne han parlato discutendo di scienza e di metodo
scientifico) che non abbia dedicato a questo soggetto almeno
una pagina. La bibliografia ragionata sulla metafora di Shi-
bles [1971] registra circa tremila titoli: eppure, anche prima
del 197 1, trascura autori come Fontanier, quasi tutto Hei-
degger, Greimas - per citare solo alcuni che sulla metafora
hanno avuto qualcosa da dire — e naturalmente ignora, dopo
gli autori della semantica componenti ale, gli studi successivi
sulla logica dei linguaggi naturali, Henry, 2 Gruppo y, di Lie-
gi, Ricoeur, Samuel Levili, l'ultima linguistica testuale e la
pragmatica.
In secondo luogo, siccome per moiri autori il termine /me-
tafora/ ha indicato ogni figura retorica in genere - cosi è stato
per Aristotele e per Tesauro - considerandola, come disse il
Venerabile Beda, «un genus di cui gli altri tropi sono spe-
cie», parlare della metafora significa parlare dell'attività re-
torica in tutta la sua complessità. E chiedersi, anzitutto, se
sia miopia, pigrizia o qualche altra ragione che ha spinto a
operare sulla metafora questa curiosa sineddoche, prenden-
dola come parte rappresentativa del tutto. Ne emergerebbe
subito, e si cercherà di mostrarlo, che è molto flifficfl<* consi-
derare la metafora senza vederla in un quadro che includa
necessariamente la sineddoche e la metonimia; tanto che
questo tropo che fra tutti sembra il più originario apparirà
invece come il più derivato, risultato di un calcolo semantico
METAFORA E SFMIOSI
che presuppone altre operazioni semiotiche preliminari. Cu-
riosa situazione per una operazione che, fra tutte, è stata da
molti riconosciuta come quella che ne fonda ogni altra.
Infine, se appena si intende per metafora tutto quello che
di essa è stato predicato lungo i secoli, appare chiaro che trat-
tare della metafora significa come minimo trattare anche (e
l'elenco è incompleto) di: simbolo, ideogramma, modello,
archetipo, sogno, desiderio, deli rio a rito, mito, magia, crea-
tività, paradigma, icona, rappresentazione - nonché, è ovvio,
di linguaggio, segno, significato, senso.
Non ultima delle contraddizioni e dei paradossi a cui que-
sta riflessione espone, ci si accorge ben presto- che delle mi-
gliaia di pagine scritte sulla metafora, poche aggiungono qual-
cosa a quei primi due o tre concetti fondamentali enunciati
da Aristotele. Di un fenomeno su cui pare che ci sia tutto da
dire, in effetti è stato detto pochissimo. La storia della di-
scussione sulla metafora, è la storia di una serie di variazioni
intorno a poche tautologie, forse a una sola: «La metafora è
quell'artificio che permette di parlare metaforicamente». Al-
cune di queste variazioni costituiscono tuttavia "rottura di
una episteme', fanno slittare il concetto verso nuovi orizzon-
ti: di poco, ma quanto basta. Ed è dì queste che ci si occu-
perà.
Il discorso sulla metafora si muove intorno a due opzioni:
a) il linguaggio è per sua natura, e originalmente, metaforico,
il meccanismo della metafora fonda l'attività linguistica e
ogni regola o convenzione posteriore nasce per ridurre e di-
sciplinare (e impovsrire) la ricchezza metaforica che definisce
l'uomo come animale simbolico; b) la lingua (e ogni altro si-
stema semiotico) è meccanismo convenzionato retto da rego-
le, macchina previsionale che dice quali frasi si possano ge-
nerate e quali no, e quali tra le generabili siano 'buone' o
"corrette', o dotate di senso, e di questa macchina la metafora
è il guasto, il sussulto, l'esito inspiegabile e al tempo stesso il
motore di rinnovamento. Come si vede l'opposizione ricalca
ancora quella classica tra «pùcu; e vóu^, analogia e anomalia,
motivazione e arbitrarietà. Ma si veda cosa deriva dall 'accet-
tare l'uno o l'altro dei due corni di questo dilemma. Se la
metafora fonda il linguaggio, non si può parlare della meta-
fora se non metaforicamente. Ogni definizione della metafo-
ra non potrà essere allora che circolare. Se invece prima esi-
I. IL NODO METAFORICO 143
ste una teoria della lingua che ne prescrive gli esiti 'letterali',
e di questa teoria la metafora è scandalo (o di questo sistema
di norme è violazione), allora il metalinguaggio teorico deve
parlare di qualcosa per definire il quale non è stato costruito.
Una teoria 'denotativa' della lingua può indicare Ì casi in cui
la lingua è usata scorrettamente eppure pare dire qualcosa-.
ma è imbarazzata a spiegare cosa è perché. Di conseguenza
arriva a definizioni tautologiche del tipo: «Si ha metafora
ogni qua! volta avviene qualcosa di inspiegabile che gli utenti
della lingua avvertono come metafora».
Ma non finisce qui: studiata in particolare a proposito del-
la lingua verbale, la metafora suona a scandalo per ogni lin-
guistica, perché è di fatto meccanismo semiotico che appare
in quasi nitri i sistemi di segni, ma in modo tale da rinviare
la spiegazione linguistica a meccanismi semiotici che non so-
no propri della lingua parlata. E basti pensare alla natura so-
vente metaforica delle immagini oniriche. In altri termini,
non si tratta di dire che esistono anche metafore visive (al-
l'interno dell'universo del visivo bisognerà distinguere ì si-
stemi figurativi, quelli gestuali e così via) o che esistono an-
che - forse - metafore olfattive o musicali. Il problema è che
la metafora verbale richiede spesso, per essere in qualche
modo spiegata nelle sue origini, il rinvio a esperienze visive,
auditive, tattili, olfattive. Nel corso di questo capitolo ci si
limiterà di regola alle metafore verbali, ma ogni volta che sa-
rà necessario si farà riferimento a un quadro semiotico più
vasto. Lo hanno fatto Aristotele, Vico, Tesauro; Io barino
trascurato molti dei teorici più 'scientifici' dei giorni nostri,
e male gliene ha incolto.
In ogni caso il problema centrale è se la metafora sia una
modalità espressiva che ha anche valore conoscitivo (o che lo
ha eminentemente): a causa di ciò, e come causa di ciò, ecco
la questione se la metafora sia (pilerie, o vóuae., ovvero fondan-
te o fondata. Non ci interessa la metafora come ornamento,
perché se fosse solo questo (dire in termini gradevoli ciò che
si poteva dire altrimenti) essa sarebbe completamente spie-
gabile nei termini di una teoria della denotazione. Interessa
come strumento di conoscenza additiva e non sostitutiva.
METAFORA E SEMJOSI
2. Pragmatica della metafora.
Tuttavia vedere la metafora come conoscitiva non signifi-
ca studiarla in termini di condizioni di verità. Per questo non
si prenderanno in considerazione le discussioni su una aletica
della metafora: se cioè la metafora dica o meno la verità e se
da un enunciato metaforico si possano trarre inferenze vere.
È ovvio che chi fa metafore, letteralmente parlando mente -
e tutti lo sanno. Ma questo problema si ricollega a quello più
vasto dello statuto aletico e modale della finzione: come si fa
finta di fare asserzioni, e tuttavia si vuole sul serio asserire
qualcosa di vero al di là della verità letterale.
Ma se si può lasciare da parte una semantica estensìonale
della metafora (cfr. al massimo il § 1 1 sulle discussioni at-
tuali di semantica logica) non se ne può trascurare una prag-
matica.
Si può cominciare (storiograficamente parlando) dalla fine
e domandarsi come si presenti l'attività metaforica nei ter-
mini delle regole conversaziondi [Grice 1967]. Indubbia-
mente il far metafora viola la massima della Qualità ('Fa che
il tuo contributo alla conversazione sia vero'), quella della
Quantità ('Fa che il tuo contributo alla conversazione sia il
più informativo possibile'), quella della Maniera ('Sii per-
spicuo') e quella della Relazione ('Fa che il tuo contributo
sia rilevante rispetto all'argomento'). Chi fa metafore appa-
rentemente mente, parla in modo oscuro e soprattutto parla
d'altro, fornendo una informazione vaga. E dunque se un
parlante parla violando tutte queste massime, e lo fa in modo
da non essere sospettabile di stupidità o goffaggine, ecco che
scatta una ìmplicatura. Evidentemente egli voleva fare inten-
dere altro.
Ciò serve a chiarire i casi di rifiuto della metafora (e di al-
tre figure) che sono molto più frequenti di quel che si creda.
È certo situazione comica quella dell'imbecille che alla affer-
mazione /Questa birra è divina!/ risponda 'No, è prodotto
umano e industriale'. Ma è molto meno comica (nel senso che
qui il gioco comico è spia di una ideologia della letteratura)
il brano che Giovanni Mosca dedicava nel «Bertoldo» del
30 giugno 1939 alla analisi dei poeti ermetici degli anni '40.
Quando Ungaretti scrive /Quale Èrebo ti urlò?/ Mosca
MKTAFORA E SEM 1051
commenta: «Non si sa nemmeno quanti Èrebi ci siano. Il
Perozzi dice dodici... Al che noi rispondiamo: "Le prove,
egregio Perozzi, le prove!"»- Ancora, quando Ungaretti scri-
ve /Era una notte afosa e d'improvviso vidi zanne viola | in
un'ascella che fingeva pace/, Giovarmi Mosca commenta, tra
l'altro: «È provato che nelle notti afose le ascelle fingono
pace. Allora gli ingenui, coloro che nulla sanno delle insidie
ascellari, si accostano ad esse fiduciosi, fanno per toccarle, e
tac! , proprio in quel momento ecco spuntare improvvisamen-
te le caratteristiche zanne viola delle ascelle...» E cosi via,
non risparmiando l'Oboe sommerso di Quasimodo o il Cru-
dele addio di Cardarelli.
Qui Mosca vuole fare ridere (dilettare) mostrando come
la metafora possa essere pragmaticamente rifiutata; non c'è
implica tura possibile, o si parla letteralmente o non si parla.
Ma voleva davvero dire questo? Non ci pare . L'umorista sa-
rebbe stato dispostissimo ad accettare la metafora della «sel-
va oscura» o degli occhi «fuggitivi», o ancora Pipallage della
«pargoletta mano». Ciò che egli invita il lettore a rifiutare (e
senza scherzare troppo) è una tensione metaforica che la cul-
tura dell'epoca non può sopportare. Questo brano segna il
limite di accettabilità pragmatica di una cultura rispetto al-
le nuove arditezze metaforiche. Che non è limite di accetta-
bilità semantica, dato che lo sforzo per interpretare gli Èrebi
che urlano o le zanne viola non è diverso da quello richiesto
per interpretare il fatto che le urne dei forti «accendano» a
egregie cose. E dunque fra le leggi pragmatiche che regolano
l'accettazione delle metafore (e la decisione di procedere a
interpretarle) ci sono anche leggi socioculturali che segnano
dei tabù, dei confini quos ultra titraque nequit consìstere ree-
to. Ci sono dei modelli intertestuali che funzionano come ga-
ranzie catacretiebe; questo è già stato detto e si può dire, que-
sto non è ancora stato detto e non si può dire. Qualcuno ha
osservato che si può dire che la giovinezza è il mattino della
vita ma non che il mattino sia la giovinezza del giorno. Per-
ché 'non si può dire? Una volta accettato il principio di im-
pinguirà per cui una espressione con vcrsazionalm ente de-
viarne può essere interpretata metaforicamente, una espres-
sione vale l'altra. Non si può dire perché non è mai stato
detto? O perché è 'sgraziato'? Ma quale è il criterio di 'bon-
tà' per una metafora? E poi, non esisterà un contesto in cui
3. LE DEFINIZIONI TRADIZIONALI
147
appaia aggraziato e persuasivo che il mattino sia la giovinez-
za del giorno, cosi come (ormai lo si sa) esistono contesti in
cui le idee verdi senza colore possono dormite con molta e
attendibile tranquillità? Una semiotica della metafora ha a
che vedere anche con una semiotica della cultura. Tutto que-
sto risulterà chiaro più avanti .
3. Le definizioni tradizionali.
I dizionari correnti sono di solito imbarazzati nel definire
la metafora. A parte le goffaggini di certi vocabolari popolari
(Nuovissimo Melzi del 1906 : «Figura per la quale si dà a un
vocabolo un significato che non è il suo proprio» — col che
avrebbe fatto metafora Mussolini chiamando /bagnasciuga/
la battigia) anche i vocabolari migliori sfiorano sovente la
tautologia.
«Trasferimento del nome di un oggetto a un altro oggetto
per rapporto di analogìa» (ma il rapporto di analogia è ap-
punto il rapporto metaforico); «Sostituzione di un termine
proprio con uno figurato» (la metafora essendo specie del ge-
nere figura, si definisce la metafora con una sineddoche); « Si-
militudine abbreviata... » Si è sempre alle definizioni classiche
[per cui cfr. una vasta documentazione in Lausberg i960];
e per il resto si hanno nei casi migliori tipologie dei vari tipi
di sostituzione, da animato a inanimato, da inanimato a ani-
mato, da animato a animato e da inanimato a inanimato, sia
in senso fisico sia in senso morale; oppure sostituzioni at-
tuate sul nome, sull'aggettivo, sul verbo, sull'avverbio [cfr. il
più consistente studio in argomento, Brooke-Rose 1958].
Quanto alla sineddoche si parla di «sostituzione di due
termini fra loro secondo un rapporto di maggiore o minore
estensione» (parte per il tutto, tutto per la parte, specie per
il genere, singolare per plurale o viceversa) mentre per la me-
tonimia si parta di «sostituzione di due termini tra loro se-
condo un rapporto di contiguità» (dove la contiguità è con-
cetto abbastanza sfumato perché comprende i rapporti causa/
effetto, contenente/contenuto, strumento per operazione,
luogo di origine per oggetto originario, emblema per emble-
matica to e cosi via). Quando poi si specifica che la sineddo-
che opera sostituzioni all'interno del contenuto concettuale
148
METAFORA E SEMIOSI
Tabella I.
TavoU generile delle
(Da Groupc \i 1970, p. 70).
Soppressione
parziale
Aggiunzione
ripetitiva
Sopptessione-
parziale
(grammaticali e logiche) o :
Grammaticali (codice)
Logiche
(referente)
Espressione
Contenuto
Hetaplasmi Meuusà Metastmemì Metdo&smi
AÉetesi, apo- Crasi
cope, sincope,
sinetesi
Sineddoche Litote concet-
generalizzanie, tuale (e parti-
comparazione, colarizaante
metafora 17» refetenziale)
praesentta
Cancellazione, Ellissi, zeugma, Asemìa
bianchisse-
Prostesi, diere-
si, affisso, mot-
Raddoppia;
memo, insi-
stenza, runa,
allitterazione,
assonanza, _
paronomasia
Parentesi, con- Sineddoche
catenazione, pamcoUm-
esplezione, zante, (
enumerazione sia
Ripresa, poli- Nulla
sinde to, metri-
ca, simmetria
linguaggio in-
fantile, sostitu-
zione d'affissi,
calembour
Sinonimia sen-
za base morfo-
logica, arcai;
Sillessi, anace- Metafora in
luto obsentia
Transfert di Metonimia
classe, chiasmo
prestito, co-
Nulla
mia
Ossimoro
Reticenza,
sospensione,
silenzio
silen-
RipetizioQc,
pleonasmo,
]iì uf C [ 1 11S1T1 0
Allegorìa, pa
.favola
Ironia, para-
dosso, anB fra-
si, litote 1
n
11
Permutazione
per inversi o-
Anris trote,
anagramma,
metatesi
Palindromo,
verlen - ,
Tmesi, iper-
bato
Inversione
Nulla
5. LE DEFINIZIONI TRADIZIONALI 149
di un termine, mentre la metonìmìa agisce al ili fuori di esso,
non si capisce perché /le vele di Colombo/ sia sineddoche (ve-
la per nave) e /i legni di Colombo/ sia metonimia (legno come
materia per nave come risultato formato). Come se fosse 'con-
cettualmente' essenziale alla nave avere vele e non l'essere di
legno.
Si vedrà nel $ 12.2 die questa confusione ha qualche ra-
gione 'archeologica' ed extraretorica. Si vedrà pure che si po-
trebbe limitare la sineddoche alle rappresentazioni semanti-
che in forma di dizionario, riservando la metonimia a quelle
in forma di enciclopedia. Ma in effetti l'imbarazzo dei dizio-
nari è quello della trattatistica classica, che ha costruito una
tipologia non disprezzabile delle figure retoriche (utile ancor
oggi per vari aspetti) ma ricca di equivoci. Se si esamina lo
schema riassuntivo nella figura 13 si vede subito quali siano
1) considera i tropi come operazioni su verbo, singulti e si
preclude una loro analisi contestuale;
2) introduce, come si è detto, la distinzione sineddoche/
metonimia attraverso la categoria non analizzata di con-
tenuto concettuale;
3) non distingue fra operazioni sintattiche e operazioni
semantiche (l'asindeto e lo zeugma, per esempio, sono
due casi di figura per detrazione, ma la prima rileva del-
la pura distribuzione sintattica, la seconda implica deci-
sioni semantiche);
4) soprattutto definisce la metafora come tropo di dislo-
cazione o di salto, dove /dislocazione/ e /salto/ sono me-
tafora di 'metafora 1 , e /metafora/ è a sua volta una meta-
fora, perché vuol dire appunto 'trasporto' o 'sposta-
mento'.
Si veda nella tabella 1 la classificazione proposta dal Grup-
po n tenendo conto della distinzione fra espressione e conte-
nuto. Molti dei problemi sopra rilevati trovano se non una
soluzione almeno una migliore collocazione. Ma siccome la
tradizione ha lasciato nozioni sconnesse, occorrerà andare a
ritrovare una teoria della metafora nel momento in cui viene
proposta per la prima volta, e cioè in Aristotele.
Si dedicheranno a questo esame molte pagine perché si dà
il caso che dalla definizione aristotelica, sia pure in modi di-
1^0 METAFORA E SEM10SI
versi, dipendano tutte le teorie successive, sino ai giorni
nostri.
4 . Aristotele: la sineddoche e l'albero di Porfirio.
Aristotele affronta per la prima volta il tema della meta-
fora nella Poetica 1 - i4^8a, 17]. Per animare il lin-
guaggio si possono usare, accanto alle parole comuni, anche
le parole forestiere, le parole ornamentali, quelle coniate arti-
ficialmente, quelle allungate, abbreviate, alterate (nella Reto-
rica si analizzeranno molti di questi giochi verbali, veri e pro-
pri calembours) e infine le metafore. La metafora è definita
come il ricorso a un nome di un altro tipo, oppure come il
trasferimento a un oggetto del nome proprio di un altro, ope-
razione che può avvenire attraverso spostamenti da genere
a specie, da specie a genere, da specie a specie o per analogia.
Si è detto che Aristotele, fondando una metaforica, usa
/metafora/ come termine generico: infatti le metafore dei
primi due tipi sono in effetti delle sineddochi. Ma occorre
esaminare attentamente l'intera classificazione e gli esempi
che la commentano, per trovare qui l'origine di quanto, nei
secoli seguenti, si è detto sulla metafora.
Primo tipo: da genere a specie. Oggi, seguendo la defini-
zione del Gruppo u., verrà chiamata sineddoche generalizzan-
te in X. L'esempio Aristotelico è /Qui sta ferma la mia nave/,
perché lo stare fermo è il genere che comprende tra le sue
speci il restare all'ancora. Un esempio più evàdente e cano-
nico (oggi) sarebbe l'uso di /animali/ per «uomini», gli uo-
mini essendo una specie del genere animali. Anche i logici
che si occupano di metafore ammettono che la sostituzione
del genere alla specie costituisce un artificio eccellente. La
ragione è logicamente evidente.
Secondo Categorie ia, 1-T2, due cose sono sinonimi quan-
do sono entrambe nominate secondo il loro genere comune
(uomo e bue sono entrambi nominabili come animali). Quin-
di una metafora del primo tipo è una forma di sinonimìa la
cui cui generazione e la cui interpretazione dipendono da un
albero porfiriano (vedi il secondo capitolo di questo libro).
In entrambi i casi (sinonimia e metafora di primo tipo)
siamo di fronte a una definizione 'povera'. Un genere non
4. ARISTOTELE: LA SINEDDOCHE E L'ALBERO DI PORFIRIO i 5 r
basta a definire una specie; posto il genere, non ne deriva ne-
cessariamente una delle speci sottostanti. In altre parole, chi
assume animale per uomo fa una sorta di inferenza illecita,
del tipo: ((p=>q).q)=>p.
Dal punto di vista logico la metafora aristotelica di se-
condo tipo è più accettabile, dato che rappresenta un esem-
pio corretto di modus ponens: ((p d q) . p) 3 q . Infatti la me-
tafora di secondo tipo è quella che il Gruppo u. chiamerà si-
neddoche parttcoUrizzante in X. L'esempio fornito da Ari-
stotele e /mille e mille imprese ha compiuto Odisseo/ dove
/nulle e mille/ sta per «molte», un genere di cui mille e mille
e una specie. Si vede qui come una implicazione materiale,
formalmente corretta, suoni poco convincente dal punto di
vista di una lingua naturale. Mille e mille è necessariamente
molto solo se si dà un albero porfiriano che concerne una
data scala di quantità. Se ne può immaginare un'altra, che
riguardi grandezze astronomiche, in cui mille e mille sia una
quantità assai scarsa. D'altra parte, si veda cosa accade se si
interpreta lo schema di secondo tipo in analogia con l'esem-
pio fornito per il primo tipo: significherebbe che, dato uomo
come specie e animale come genere, esiste una metafora ca-
pace di significare «animale» attraverso /uomo/.'
In altri termini, se pare abbastanza necessario che un uo-
mo sia animale, e se ancorarsi necessariamente implicita fer-
marsi, non pare altrettanto necessario che mille sia molto. Si
ammetta pure che l'uomo sia animale solo secondo un certo
quadro di riferimento, ovvero sotto una certa descrizione e
non in assoluto; anche in tal caso il quadro e la descrizione
secondo cui mille e mille sarebbe molto è molto più ridotto
di quello per cui un uomo è animale. Perché Aristotele non
si rende conto della differenza fra il primo e il secondo esem-
pio? Perché probabilmente secondo il codice della lingua gre-
ca nel iv secolo a.C. l'espressione /mille e mille/ era ormai
ipercodificata (come frase fatta ) e stava a designare una gran-
de quantità. Ovvero, Aristotele spiega le modalità di inter-
pretazione di questa sineddoche dando già per disambiguata
Ja sineddoche stessa. Nuovo esempio di confusione fra strut-
tura del linguaggio,
ovvero del lessico, e struttura del mondo.
Per Aristotele i due primi tipi si equivalgono, quanto a
validità metaforica. Il Gruppo (i invece ritiene che la sined-
doche particolarizzante sia di difficile percepibilità, e contrap-
METAFORA E SEMIOSI
pone alla chiarezza di /nero/ per zulù, la difficoltà di /notte
zulù/ per notte nera. Ma se, per indicare spregiativamente un
negro, si dice /zulù/ si è capiti sin troppo bene. Tanto più che,
proprio in termini di albero di Porfirio, sembra che la sined-
doche particolar izzan te richieda meno tensione interpreta-
tiva di quella generalizzante. Infatti nella sineddoche parti-
colarizzante sì deve risalire dal nodo inferiore a quello supe-
riore, e quello superiore non può essere che uno; nella sined-
doche generalizzante invece si deve discendere dal nodo su-
periore a uno fra Ì molti nodi inferiori possibili. Non dovreb-
be essere più facile capire che /uomo/ significa «animale» che
non capire che /animale/ significa «uomo» e non, per esem-
pio, -«coccodrillo»? In ogni caso la conclusione sorprenden-
te, è che le metafore di secondo tipo sono logicamente cor-
rette ma retoricamente insipide, mentre quelle di primo tipo
sono retoricamente accettabili, ma logicamente ingiustifica-
bili.
5. Aristotele: la metafora a tre termini.
Col che si arriva al terzo tipo. L'esempio aristotelico è du-
plice: /Poi che con l'arma di bronzo gli attinse la vita/ e /Poi
che con la coppa di bronzo recise l'acqua/. Un'altra traduzio-
ne vuole che nel secondo caso si tratti ancora dell'arma di
bronzo che recide il flusso del sangue o della vita. Sono co-
munque due esempi di passaggio da specie a specie: /attin-
gere/ e /recidere/ sono due casi di un più generale «togliere».
Questo terzo tipo sembra più genuinamente una metafora:
si direbbe subito che c'è qualcosa di 'simile' fra attingere e
recidere. Per cui struttura logica e movimento interpretativo
si rappresenterebbero così;
Terzo tipo
dove il passaggio da una specie al genere e poi dal genere a
una seconda specie può avvenire da destra a sinistra o da si-
J- ARISTOTELE: LA METAFORA A TRE TERMINI 15 3
nistra a destra a seconda di quale dei due esempi aristotelici
si voglia discutere.
Questo terzo tipo sembra cosi genuinamente una metafo-
ra che molte delle teorie posteriori lavoreranno di preferenza
su esempi del genere. Viene qui rappresentato un diagram-
ma che si ritrova in diversi autori, in cui x e y sono rispetti-
vamente metaforizzante e metaforizzato e 2 è il termine in-
termedio (il genere di riferimento) che permette la disambi-
guazione.
*e *
II diagramma dà ragione di espressioni come /Il dente del-
la montagna/ (cima e dente partecipano del genere «forma
aguzza»), oppure /Essa era un giunco/ (fanciulla e giunco
partecipano del genere «corpo flessibile»). Le teorie contem-
poranee dicono che il giunco acquista una proprietà «uma-
na» oppure la fanciulla ne acquista una «vegetale», e che in
ogni caso le unità in gioco perdono alcune delle loro proprie-
tà [cfr., per esempio, la teoria delle transfer features in Wcin-
reich 1972]. Nel paragrafo 12 si parlerà più propriamente di
sememi (o unità di contenuto) che acquistano o perdono se-
mi, o tratti semantici, o proprietà semantiche. Ma a questo
proposito emergono due problemi.
Uno, che per definire quali proprietà sopravvìvono e quali
debbono cadere, si deve appunto costruire un albero di Por-
firio ad hoc, e questa operazione deve essere orientata da un
universo di discorso o quadro dì riferimento [per una delle
prime asserzioni di questo principio cfr. Black 1955]. L'altro
che in questa operazione di intersezione sememica avviene
un fenomeno nuovo rispetto alle sineddochi o metafore dei
primi due tipi.
Si consideri il doppio processo movimento che presiede
alla produzione sia all'interpretazione de /Il dente della
Cima E
METAFORA E SKMIOSI
In una sineddoche, in cui si nominasse la cima come /cosa
aguzza/, la cima perderebbe alcune delle sue proprietà carat-
terizzanti (come per esempio Tessere minerale) per condivi-
dere col genere a cui è ridotta alcune proprietà morfologiche
(Tessere appunto aguzza). In una metafora di terzo tipo, la
cima perde alcune proprietà diventando cosa aguzza e ne riac-
quista altre ridiventando dente. Ma se cima e dente hanno
in comune la proprietà di essere aguzzi, per il fatto stesso ài
essere comparate evidenziano le proprietà che Vi anno in op-
posizione, Tanto è vero che si parla, come si è detto, del tra-
sferimento di proprietà (la cima diventa pili umana e orga-
nica, il dente acquista una proprietà di minerale). Ciò che
rende sempre assai discutibili le teorie delle transfer features,
è proprio il fatto che non si sa chi acquisti cosa e chi invece
perda qualcosa d'altro. Più che di trasferimento si potrebbe
parlare di un via vai di proprietà. È quel fenomeno che verrà
chiamato nel paragrafo 7 condensazione, come lo ha chiama-
to Freud. Ed è il fenomeno che caratterizza la metafora di
quarto tipo. Ma se si considera meglio quanto accade col
/dente della montagna/ ci si accorge che la metafora di terzo
tipo è in effetti una metafora di quarto tipo, perché pone in
gioco non tre ma quattro termini, che essi siano o no espressi
nella manifestazione linguistica: la cima sta alla montagna
come il dente sta alla bocca; d'altra parte la fanciulla sta alla
rigidità di un corpo maschile come il giunco su alla rigidità
della quercia, altrimenti non si capirebbe rispetto a cosa giun-
co e fanciulla sono più flessibili. In ogni caso quello che ap-
parenta la metafora di terzo tipo a quella del quarto è che
non sono più in gioco mere identificazioni o assorbimenti
(da specie a genere): sono in gioco sia 'similarità' ria 'oppo-
• _* w%
siziom .
6. Aristotele: lo schema proporzionale.
La metafora per analogia o per proporzione è una metafo-
ra a quattro termini. Non più A/B-C/B (la cima sta al ge-
nere aguzzo come vi sta il dente) bensì A/B = C/D. Il termine
/coppa/ è col termine /Dioniso/ nello stesso rapporto che il
termine /scudo/ è col termine /Ares/. In tal modo si può defi-
nire lo scudo come /la coppa di Ares/ o la coppa come /lo scu-
6. ARISTOTELE: LO SCHEMA PROPORZIONALE
do di Dioniso/. Ancora: là vecchiaia sta alla' vita come il tra-
monto sta al giorno, e quindi si potrà definire la vecchiaia co-
me /il tramonto della vita/ e la sera come /la vecchiaia del
giorno/.
Questa definizione aristotelica è sempre parsa superba per
concisione e chiarezza. E in effetti lo è, e l'idea di trovare una
sorta di funzione proposizionale infinitamente riempitale per
ogni caso di metafora di questo quarto tipo ha rappresentato
indubbiamente un colpo di genio. Tanto più che questa for-
mula proporzionale permette di rappresentare anche i casi
di catacresi in senso stretto, in cui il metaforizzante sta per
un termine metaforizzato che, lessicalmente parlando, non
esiste: A/B-C/x. Aristotele fornisce un esempio linguistica-
mente complesso, ma basti rifarsi alle due note catacresi del-
la /gamba del tavolo/ e del /collo della bottiglia/. La gamba
sta al corpo come un oggetto innominato sta al tavolo, e il
collo sta alla testa (o alle spalle) come un oggetto irmomirtato
sta al tappo o al corpo della bottiglia.
Si rileva subito che il modo in cui la gamba sta al corpo
non è quello in cui il collo sta al corpo. La gamba del tavolo
assomiglia alla gamba umana sulla base di un quadro di rife-
rimento che mette in rilievo la proprietà «sostegno» mentre
il collo della bottiglia non è propriamente sostegno del tappo
né d'altra parte del recipiente intero. Pare che l'analogia che
riguarda la gamba giochi su proprietà funzionali a scapito del-
le somiglianze morfologiche (ridotte a equivalenze molto
astratte e lasciando cadere come non pertinente la quantità)
mentre l'analogia che riguarda il collo lascia cadere le perti-
nenze funzionali e insiste su quelle morfologiche. Che equi-
vale a dire che ancora una volta sono in gioco diversi criteri
di costruzione dell'albero di Porfirio. Se però fosse possibile
parlare ancora di albero di Porfirio tout court. Dato un for-
mato indiscutibile dell'albero di Porfirio (e cioè mettendo
tra parentesi le condizioni culturali o co-testuali della sua co-
struzione), l'albero scelto spiega come e perché si può pen-
sare (produttivamente o interpretativamente) la metafora
dei primi tre tipi. Ma si consideri la situazione tipica di una
metafora di quarto tipo: coppa/Dioniso = scudo/Ares. Come
la si calcola secondo un qualsiasi albero di Porfirio?
Per cominciare, il rapporto coppa/Dioniso, secondo i cri-
teri della retorica posteriore, è un rapporto di tipo metoni-
METAFORA E SEMIOSI
mico. Si associa comunemente la coppa a Dioniso per conti-
guità, per un rapporto soggetto/strumento, per una abitudi-
ne culturale (senza la quale la coppa potrebbe stare a molti
altri soggetti). Questo rapporto non è affatto riconducibile a
un albero di Porfirio a mena di non compiere equilibrismi in-
siemistici (del tipo: la coppa appartiene alla classe di tutte le
cose che caratterizzano Dioniso, oppure Dioniso appartiene
alla classe di tutti coloro che usano coppe). E cosi per il rap-
porto scudo/Ares. In altri termini, è molto difficile ricono-
scere questo rapporto come un caso di incassamento specie/
genere.
Sembra che nel caso uomini/animali si sia di fronte a un
rapporto analitico mentre nel caso coppa/Dioniso si sia di
fronte a un rapporto sintetico. L'uomo è animale in forza del-
la definizione del termine /uomo/ mentre la coppa non riman-
da necessariamente a Dioniso se non in un co-testo ristrettis-
simo in cui elenchino, iconograficamente, i vari dèi pagani
coi loro attributi caratterizzanti. Panofsky e Caravaggio sa-
rebbero d'accordo nel sostenere che se Dioniso allora coppa,
ma essi stessi converrebbero che non è possibile pensare un
uomo che non sia animale, mentre è pur sempre possibile
pensare Dioniso senza coppa. Ma si ammetta pure che sia
possibile omologare il rapporto coppa/Dioniso con quello
uomo/animale. Sorge tuttavia un nuovo problema. Perché
Dioniso deve essere posto in rapporto con Ares e non, per
esempio, con Cerere, Atena, Vulcano?
È stato deciso che la intuizione del parlante. deve essere
esclusa da questo tipo di considerazione (perché l'intuizione
del parlante è decisa da contesti culturali), ma è abbastanza
intuitivo che riuscirebbe difficile allo stesso Aristotele nomi-
nare k. lancia di Atena come /coppa di Atena/ e le messi di
Cerere come /scudo di Cerere/ (anche se non si escludono
contesti 'barocchi' in cui ciò possa avvenire). L'intuizione
dice che scudo e coppa possono essere messi in rapporto per-
ché entrambi sono rotondi e concavi (rotondi e concavi in
modo diverso, ma qui starebbe l'arguzia della metafora, nel
fare riconoscere una certa rassomiglianza tra cose diverse).
Ma cosa unisce Dioniso e Ares? Nel pantheon degli dèi pa-
gani H unisce (mirabile ossimoro) la loro diversità. Dio della
gioia e dei riti pacifici Dioniso, dio della morte e della guerra
Ares. Dunque un gioco di somiglianze che interagisce con un
7- PROPORZIONE E CONDENSAZIONE
gioco di chssimiglianze. Simili coppa e scudo perché entrambi
rotondi, dissimili per la loro funzione; simili Ares e Dioniso
perché entrambi dèi, dissimili per il loro rispettivo dominio
d'azione.
Di fronte a questo nodo di problemi, sorgono immediata-
mente alcune riflessioni. Ciò che ad Aristotele non è apparso
dSa^etaf VÌd i enZ3j * ^ ^ SVÌluppat ° in tem P' diversi
7- Proporzione e condensazione.
La metafora a quattro termini non mette in gioco solo so-
stanze verbali. Non appena la proporzione si fa strada non è
possibile non vedere, e in modo incongruo, Dioniso che beve
in uno scudo o Ares che si difende con una coppa. Nelle me-
tafore dei primi due tipi il metaforizzante assorbiva in sé (o
si confondeva con) il metaforizzato, come una figura entra in
una moltitudine - o ne esce - senza che le nostre abitudini
conoscitive venissero messe in questione. Al massimo, se una
immagine doveva corrispondere all'apprendimento verbale,
si aveva qualcosa che si impoveriva quanto alla ricchezza del-
le sue determinazioni, concettuali e percettive. Nella meta-
fora di terzo tipo invece si crea già una sovrapposizione quasi
visiva fra vegetale e fanciulla, come nel quarto tipo.
Aristotele, sia pure confusamente, se ne avvede: nomi-
nando una cosa col nome di un'altra le si nega una delle qua-
lità che le sono proprie. Lo scudo di Ares potrebbe essere no-
minato anche come «coppa senza vino» [Poetica, 1 4 }jb, 32].
Albert Henry [1971] nota che questa non è più una metafo-
ra bensì un «fenomeno secondario», conseguenza della me-
tafora preliminare. È giusto, ma questo significa che, come la
metafora comincia a essere compresa, Io scudo diventa una
coppa ma questa coppa, pur rimanendo rotonda e concava
(seppure in modo diverso dallo scudo) perde la proprietà di
essere colma di vino. Oppure, al contrario, si forma una im-
magine in cui Ares possiede uno scudo che si arricchisce del-
la proprietà di essere pieno di vino. In altri termini, due im-
magini si sovrappongono, due cose divengono diverse da se
stesse, eppure riconoscibili, ne nasce un ìrcocervo visivo (ol-
tre che concettuale). 1
J5 8
METAFORA E SEMIOSI
Non si direbbe che d si trova di fronte a una sorta di im-
magine onirica t z, intatti 1 enetto della proporzione instaura-
tasi è assai simile a quello che Freud [1899] chiamava 'con-
densazione': dove possono cadere i tratti che non coincidono
mentre si rinforzano quelli comuni. Processo che non è solo
tìpico del sogno ma anche del 'motto dì spirito': ovvero di
quelle arguzie o parole composte (tpuxpà) [Retorica, i4o6b,
1] e meglio ancora di quelle espressioni spiritose (àurtiia)
[ibid., 141 ob, 6], che appaiono tanto simili ad alcune delle
categorie di Witze, Kalauer e Klangwitze analizzati in Freud
[1905]. Se la tipologia freudiana può essere riportata a una
tipologia retorica sul tipo di quella proposta nella tabella 1,
è indubbio in ogni caso che il risultato finale della proporzio-
ne aristotelica è proprio un processo affine alla condensazione
freudiana, e che questa condensazione, come si mostrerà me-
glio pili avanti, può essere descritta nel suo meccanismo se-
miotico in termini di acquisto e perdita di proprietà o semi
che dir si voglia.
8. Dizionario ed enciclopedia.
Come si è visto nel secondo capitolo di questo libro, le pro-
prietà messe in gioco dalla metafora di terzo e quarto tipo
non hanno lo stesso statuto logico delle proprietà messe in
gioco dalle metafore dei primi due tipi. Per ottenere la con-
densazione coppa/scudo - ma è chiaro che si condensano in
pari modo Dioniso e Ares e che, per scegliere un altro esem-
pio, si condensano mattino e tramonto, giorno e vita — è ne-
cessario mettere in gioco proprietà o semi come * rotondo»,
«concavo», «ultimatività» o «fase finale», e ancora «guer-
ra» e «pace», «vita» e «morte». Ora qui è chiaro che si pro-
fila una differenza tra descrizione semantica in forma di dizio-
nario e in forma di enciclopedia o anche, con non consistenti
variazioni, tra proprietà 2 e proprietà n [Groupe u. 1970] e
tra proprietà semantiche e proprietà semiologiche [Greimas
1966].
Il Gruppo p distingue una serie endocentrica di proprietà
'concettuali' (modo 2) e una serie egocentrica di proprietà em-
piriche (modo II). Un esempio di serie endocentrica sarebbe
l'incassamento betulla-albero-vegetale (curiosamente gli au-
8. DIZIONARIO ED ENCICLOPEDIA
T59
tori considerano una sola direzione: se x « un albero allora 0
e un pioppo, o una betulla a un faggio; senza considerare che
se x e un pioppo allora è necessariamente un vegetale- ma i
due movimenti complementari). Un esempio di serie esoSn
Vegetale
ir
Albero
l
Pioppo o faggio opino
,JÌ ™ PP ^ * 83 bem 1 ss , tmo k serie endocentriche «esi-
stono virtualmente nel lessico ma siamo noi a tracciacele
perche ogni parola o concetto può essere in via di principio
1 incrocio di tante serie quanti sono i semi che contiene»
U97°, trad. it. p. 152]. Ma dopo aver mostrato questa co-
scienza etilica dei meccanismi metalinguistici di un diziona-
rio non ne trae d partito che dovrebbe, e ricade in una sorta
di idem.ficazione aristotelica delle categorie con le cose Si
veda U modo in cui sono considerate le varie costruzioni me-
SSEJk VmU i Ì do ^° P 358 ^ sineddochico, da
smeddoche generalizzante (Sg) a sineddoche particolarizzan-
te (Sp) e viceversa, sia in modo r che in modo n.
Scbemegmrde D-fi)-^
metafora possibile Betulla ^ ^ GiovÌDetta
t>) (Sg + Sp) II Uomo
metafora impossibile Mano ^ Test
<0(Sp + Sg)£ ^
metafora impossibile Verde v
mCUf ° rapOSsMc Battello .Dentatura
fonte -
A J{t? & Pr0p ° sta è C , he 0 termine J > cl * rimane assente
daU interpretazione metaforica, debba essere una sineddoche
del termine di partenza D, mentre il termine in arrivo A deve
essere una sineddoche di I. La condizione è che A e D si tro-
vino allo stesso livello di generalità. Il doppio scambio sìned-
l6o METAFORA E SEMIOSI
dochico deve produrre una intersezione tra De/1. Secondo
il modo E la metafora si baserà sui semi comuni a D e ad A,
mentre secondo il modo n essa si baserà sulle loro partì co-
muni. La parte materiale deve essere più piccola del suo in-
tero, la parte setnica deve essere più generale.
L'esempio a) è scorretto. Che una betulla sia flessibile è
proprietà II, a meno di non cambiare albero dizionari ale
e considerare tutte le cose flessibili . Si riveda con attenzione
10 schema precedente: l'esempio dovrebbe essere /pioppo
della giungla/ per * baobab»; meglio ancora /nave del deser-
to/ per «cammello», quando il contesto abbia già caratteriz-
zato dizionarialmente il cammello come veicolo.
L'esempio b) è corretto, perché non si può dire /mi strinse
la testa/ per «mi strinse la mano». Ma il meccanismo che
esemplifica non è affatto impossibile. La situazione onirica
(o di Witz), in cui da /naso/ si risalga a «uomo» e da questo
si discenda a «pene», non è affatto impensabile. Perché il
naso può metaforizzare il pene e la mano non può metaforiz-
zare la testa? La risposta viene suggerita a varie riprese da
Greimas [1966]: due semi si oppongono o si uniscono a se-
conda del classema (che altro non è che una selezione conte-
stuale [cfr. Eco 1 975; 1979]). Naso e pene hanno in comune
la loro natura di «appendice» e la loro «lunghezza» (oltre al
fatto che entrambi sono canali, entrambi sono a punta e così
via). Invece la testa ha semi di «rotondità», di «apicalità» e
di «unicità», che la mano non ha. Ma allora la sostituzione
non si basa solo su un gioco di sineddochi ma mette in que-
stione una relazione Gemica più complessa, in cui il comune
riferimento del naso e del pene al corpo diventa irrilevante.
Solo così avviene l'effetto sovrapposizione tipico dei processi
di condensazione.
Quanto all'esempio c), di nuovo pare che il Gruppo u ab-
bia scelto come dizionariali (o X) proprietà che parrebbero II,
e se le ha volute costruire come dizionariali non dice per qua-
li ragioni contestuali è stato necessario farlo. È vero comun-
que che la metafora appare impossibile perché si passa da un
genere a una specie per poi risalire da quella specie a un altto
genere che però non ha nulla in comune col primo. Secondo
11 Gruppo u. tale sarebbe anche il caso di una discesa dal ge-
nere «ferro» alla specie «lama» e poi dalla specie «lama» al
9- LA FUNZIONE CONOSCITIVA
genere «cosa piatta». La coesistenza in uno stesso oggetto
della qualità ferrea e della qualità piatta non produrrebbe in-
tersezione di proprietà.
E si viene infine al caso d). Si porrebbe meglio esemplifi-
iioj da /petrolio/; dalla proprietà «prezioso» si risale a un al-
tro lessema a cui può essere ascritta, per esempio /oro/, e ne
conseguirebbe la sostituzione oro/petroUo in metafore come
/l oro degli sceicchi/ o /l'oro nero/. Ma anche in questo caso
sarebbero m gioco altre proprietà, come «nero» o «degli
sceicchi» che lo schema del Gruppo u non tiene in considera:
zione. Tutti problemi che si cercherà di risolvere più avanti
Al termine di questa discussione della proposta aristote-
lica (che, come S1 è visto, neppure la metafatologìa più ag-
giornata ha saputo risolvere), si sono messi in luce due nodi
P j J) resistenza * Processi di condensazione, che
rende abbastanza povera la spiegazione proporzionale* 2) la
necessità di una più flessibile considerazione dei rapporti fra
proprietà dizionariali e proprietà enciclopediche, che vengo-
no suddivise secondo necessità contestuali. Perché allora la
proposta aristotelica ha affascinato nel corso dei secoli mi-
riadi di interpreti? Ha giocato a questo proposito una du-
plice ragione, ovvero hanno giocato un equivoco e una intui-
zione lucidissima.
9. La funzione conoscitiva.
L'equivoco è che nel passaggio fra la considerazione dei
primi tre tipi al quarto, Aristotele, senza rendersene conto
ha cambiato gioco: parlando dei primi tre tipi egli dice come
viene prodotta e compresa la metafora, parlando del quarto
tipo egli dice cosa la metafora fa conoscere. Nei primi tre casi
dice come la produzione e interpretazione metaforica funzio-
nano (e può farlo perché il meccanismo, che è sineddochico
e alquanto semplice e si basa sulla logica inflessibile dell'al-
bero di Porfirio, comunque esso sia scelto). Nel quarto caso
egli dice cosa la metafora dice, o in che essa accresce la cono-
scenza dei rapporti fra le cose. In effetti lo dice solo in parte
(-erto la metafora /coppa di Ares/ insinua il sospetto che esi-
sta una qualsiasi relazione fra coppa e scudo e fra Ares e Dio-
1Ó2
METAFORA E SEMTOSI
niso. Ma la teoria della condensazione ha detto che ciò che si
apprende non è solo questo. La proporzione aristotelica è lo
schema astratto e indefinitamente riempibile di una cono-
scenza che in efletti è molto più ricca (in cosa consiste questa
relazione, cosa elimina e cosa conserva, in che modo i ter-
mini messi in rapporto si sovrappongono e tuttavia si distin-
guono, ecc.). La tradizione metaforologica posteriore prende
la teoria della proporzione o analogia come spiegazione del
meccanismo metaforico — al prezzo di una avvilente catena dì
tautologie («La metafora è quella cosa che ci consente una
conoscenza analogica - e cioè metaforica ») - e lascia sovente
cadere la più geniale e vigorosa delle prese di posizione ari-
stoteliche: che la metafora non è solo strumento di diletto
ma anche e soprattutto strumento di conoscenza (come pe-
raltro ha saputo indicare Freud a proposito dei Witze).
Un fatto che colpisce alla lettura dei testi aristotelici {Poe-
tica e Retorica) è che sovente vi appaiono esempi metaforici
che non convincono, dove lo stesso traduttore-filologo con-
fessa di non cogliere l'ovvietà di ima proporzione data come
evidente. Sensazione che d'altra parte colpisce di fronte a
molti testi di civiltà lontane. Si legga per esempio il Cantico
dei cantici: «Alla mia cavalla... ri renderò simile, o mia dilet-
ta...» [r, 9]; «I tuoi denti come un gregge di pecore che ri-
salgono dal bagno» [ibid., 4, 2]; «Le sue gambe son colonne
di marmo» [ibtd., 5, 15]; «Il naso tuo come la rocca del Li-
bano» [ibid., 7, 5]. Si noti che queste sono similitudini, e
cioè forniscono la proposizione in anticipo anziché suggerir-
la sotto forma di piccolo enigma. Se la metafora fosse solo la
contrazione di una proporzione già posta, così che produtti-
vamente si parte dalla similitudine e interpretativamente ci
si arriva, una similitudine dovrebbe essere sempre convin-
cente. Eppure non si può negare che, a voler offrire un mi-
nimo di resistenza pragmatica, su queste immagini bibliche
si potrebbe giocare come Mosca giocava sulle immagini er-
metiche. Si è portati a vedere le pecore che risalgono dal ba-
gno come esseri vellosi e sgocciolanti (belanti, e puzzolenti):
terribile premessa per costruire un'analogia della fanciulla
nigra sei formosa le cui mammelle sono come caprioli di
latte.
Tuttavia, per poco che ci si sforzi, si indovina che il poeta
biblico lascia cadere, delle pecore, tutte le proprietà che si
9. LA FUNZIONE CONOSCITIVA ^
sono malignamente identificate, per conservare solo la loro
natura diaequahtas numerosa, splendida unità nella varietà
h ti loro bianchezza. Si comprende che riesce a farlo perché
nella sua cultura queste erano probabilmente le proprietà che
venivano associate alle pecore almeno nel quadro dell'uso
poetico. E, si comprende che le qualità selezionate per defi-
nire la bellezza di una pastorella sana e robusta, destinata a
condurre 1 greggi lungo le dure colline di Palestina, riguarda-
vano la sua solidità diritta (colonne), la sua integra perfezio-
ne; cosi come delle colonne non si selezionava tanto la natura
A* 3 quamo 12 bianchezza, la grazia slanciata.
Ma per arrivare a queste conclusioni si compie un aDDas-
„ S1 venfaca sulla similituclne, se ne pregustano le trasfor-
mazioni metaforiche; si parte dalla solitudine per inferire
un codice che la renda accettabile; si meominciano aconosce-
re al tempo stesso e l'ideologia estetica del poeta biblico, e le
proprietà delk fanciulla, cioè si apprende^ tempo^so
qualcosa di più e su quella fanciulla e sua WersTinterte-
stuale del poeta biblico. Ad analizzare meglio questo proces-
so per tentativo ed errore, ci si accorgerebbe di essere di fron-
mH,r P ÌS m ° Vime ? tÌÌnfeten2ÌaIÌ: ' l P° tcsi (abduzione),
induzione, deduzione. Lo stesso accade quando si comprende
una catacresi. Non la catacresi istituzionalizzata, trasformata
m 1 lessema codificato (la gamba del tavolo), ma la catacresi
* tituba che poi mola identificheranno col momento auro-
raie del linguaggio. /Serpente monetario/ è catacresi istitu-
tiva (il linguaggio crea metafore anche fuori della poesia, pro-
pno per la necessita di trovar nomi alle cose) , E se le cata-
cresi istitutive richiedono lavoro interpretativo è perché la
proporzione fondante (che potrebbe essere espressala una
^nudine) non esiste prima della metafora: va trovata, sia
da chi la inventa sia da chi la interpreta (almeno per un bre-
ve tratto del corso di circolazione del tropo: poi la lingua lo
Sficato j SICab2Za ' Jo "S* 80 * ^ ^Pressione i?erco-
È proprio quello che voleva dire Aristotele quando asse-
gnava alla metafora una funzione conoscitiva. Non solo quan-
do la associa all'enigma, sequenza continuata di metafore
disposizione dell'ingegno», perché il saper trovare belle me-
164
METAFORA E SEMIOSI
tafore significa percepire o pensare la somiglianza delle cose
fra di loro, il concetto affine (tò Sumov fawpeEv) [Poetica,
14592, 6-8], Ma se fosse già ipercodificata la proporzione fra
coppa e scudo e fra Ares e Dioniso, la metafora altro non di-
rebbe che quello che si sa già. Se dice qualcosa che va visto
per la prima volta, ciò significa che o a) la proporzione non
era cosi comunemente accettata oh) se era accettata, lo si era
dimenticato. E dunque la metafora pone ('pone' in senso filo-
sofico ma anche in senso fisico, nel senso die 'pone sotto gli
occhi' - npi 6wjÀ?faiv -notriv) una proporzione che, dovun-
que fosse depositata, sotto gli occhi non era- o era sotto gli
occhi e gli occhi non la vedevano, come la lettera rubata di
Poe.
Far vedere, insegnare a guardare, dunque. Cosa? Le somi-
glianze fra le cose, o la rete sottile delle proporzioni fra unità
culturali (in altre parole: il fatto che le pecore sono davvero
uniche e uguali nella loro varietà, o il fatto che una certa cul-
tura vede il gregge come esempio di unità nella varietà)? A
questo Aristotele non dà risposta, come era giusto per chi
aveva identificato i modi di essere dell'essere (le categorie)
con i modi di essere del linguaggio.
Ciò che Aristotele ha capito è die la metafora non è
belletto (xòev&i), bensì strumento conoscitivo, chiarezza ed
enigma. -«Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore... Bi-
sogna che tanto l'elocuzione quanto gli entimemi siano spiri-
tosi [le espressioni spiritose sono gli wrxaa, quelle che nel
barocco saran le metafore argute], se vogliono renderci ra-
pido PappfrettdinientD. Perdo neppure quelli ovvi tra gli en-
timemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evi-
denti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e
neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Ben-
sì quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono
detti e purché non siano già noti prima, oppure quelli in cui
la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi è un pro-
cesso simile all'apprendimento» [Retorica, i4iob, 14-25].
Della funzione eonosritiva della metafora Aristotele for-
nisce la conferma più luminosa quando la associa alla mimesi.
Paul Ricoeur [1975] avverte che se la metafora è mimesi non
può essere gioco gratuito. Nella Retorica [i4iib, 25 sgg,]
non si lascia adito a dubbi: le metafore migliori son quelle
che rappresentano le cose «in azione». Quindi la conoscenza
IO. LO SFONDO SEMIOSICO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 165
metaforica è conoscenza di dinamismi del reale. La definizio-
ne sembra alquanto restrittiva, ma basterebbe riformularla
come: le metafore migliori sono quelle che mostrano la cul-
tura in azione, i dinamismi stessi della semiosi. Sarà l'opera-
zione che si cercherà di portare a termine nei paragrafi se-
guente In ogni caso Aristotele ha sconfitto in partenza sia i
teoria dcJa metafora fatile, sia i moralisti dassid die ne te-
mevano la natura cosmetica e menzognera, sia gli immoralisti
barocchi che la volevano soltanto e pimentatamene dilette-
vole, sia infine i semantici odierni che vedono l'ornato reto-
rico, al massimo, come una struttura più superficiale ancora
della struttura di superfide, incapace di intaccare le struttu-
re profonde, siano esse sintattiche, semantiche o logiche. A
tutti costoro Aristotde aveva già detto: «Bisogna trarre la
metafora... da cose vicine per genere e tuttavia di somiglian-
za non ovvia, cosi come anche in filosofia è segno di buona
mtmzione il cogliere l'analogia anche tra cose molto diffe-
renti» [ibid., 14123, 11-12],
E che queste somiglianze non fossero solo nelle cose ma
anche (forse soprattutto) nel modo in cui il linguaggio defini-
sce le cose, lo sapeva bene il filosofo quando lamentava {ibid
14052, 25-27] che i pirati avessero ormai l'impudenza di de-
finire se stessi approvvigionatoti, e che il retore è abile od
chiamare crimine uno sbaglio o sbaglio un crimine. Basta ai
pirati, pare, trovare un genere a cui la loro specie si accordi e
manipolare un albero di Porfirio attendibile: è 'reale' che es-
si trasportano mercanzie per mare, come gli approwigiona-
ton. Ciò che e 'derealizzante' (ovvero ideologico) è sdezio-
nare qudla fra tutte le proprietà che li caratterizzano e attra-
verso questa scelta farsi conoscere, porsi sotto gli occhi, dal
punto di vista di una certa descrizione.
10. Lo sfondo semiosico: il sistema del contenuto.
io.r . L'enddopedia medievale e Yanalogia entis.
Si è visto che il limite di Aristotele consiste nell'identifi-
care categorie del linguaggio con categorie dell'essere. Que-
sto nodo problematico non viene messo in questione dalla re-
torica postaristotelica, che attraverso la Rhetorica ad Ueren-
i66
METAFORA E SEMIOSI
nium, Cicerone, Quintiliano, i grammatici e i retori medie-
vali, perviene nel frattempo alla classificazione tradizionale
delle figure. Si stabilisce tuttavia nel medioevo un atteggia-
mento panmetaforico su cui vale la pena di riflettere breve-
mente dato che contribuisce a risolvere (sia pure m negativo)
la questione di cui ci si sta occupando . ...
San Paolo aveva già affermato; «Al presente vediamo in-
fatti come in uno specchio, in maniera confusa» U Corinzi,
13, 12]. Il medioevo neoplatonico fornisce un quadro meta-
fisico a questa tendenza ermeneutica. In un universo che : al-
tro non è che una cascata emanativa dall'Uno inattingibile
(e non nominabile in proprio) alle ultime diramazioni della
materia, ogni essere funziona come sineddoche o metonimia
dell'Uno. Come si manifesti questa didnaratività degli enti
nei confronti della loro causa prima, non è importante dal
presente punto di vista e riguarda semmai una teoria del sim-
bolo. Ma quando Ugo di San Vittore afferma che «1 "itera
mondo sensibile è, per cosi dire, un libro scritto dal dito di
Dio Tutte le cose visibili, a noi presentate visibilmente per
un'istruzione simbolica, cioè figurata, sono proposte a di-
chiarazione e significazione delle invisibili» [Didascaltcon a.
Mìgne, Patrologia latina, CLXXVI, col. 8! 4] lascia intende-
re che esista una sorta di codice che, assegnando agli enti pro-
prietà emergenti, permette loro di diventare metafora delle
cose soprannaturali, in accordo con la tradizionale teoria dei
quattro sensi (letterale, allegorico, morale e anagogico). Ka-
bano Mauro, nel De universo, fornisce una traccia di questa
tecnica: «Si tratta in esso [in questo libro] ampiamente della
natura delle cose, e cosi pure del significato mistico delle co-
se» [^.CXI, col. 9 ].Èil progetto dei bestiari dei M>idm,
delle imagines mundi, sulla scorta ellenistica del PbysiQlo-
2us- di ogni animale, pianta, parte del mondo, evento di na-
tura si predicano certe proprietà; sulla base dell'identità tra
una di queste proprietà e una delle proprietà dell ente so-
prannaturale da metaforizzare, si attua il rimando, bsiste
dunque un tessuto di informazione culturale che funziona da
codice cosmico.
Il codice è tuttavia equivoco, trasceghe solo alcune pro-
prietà e trasceglie proprietà contraddittorie. Il leone cancella
le tracce con la coda per depistare i cacciatori, e perciò e figu-
ra del Cristo che ha cancellato le tracce del peccato; pero "
IO. LO SFONDO SEMIOSICO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 167
Salmo 21 dice: «Salva me de ore leonis», la terribile bocca
della belva diventa metafora dell'inferno, e in definitiva «per
leonem antichristum intelligitur».
Anche se il medioevo neoplatonico non se ne rende conto
(ma se ne renderà conto il medioevo razionalista, da Abelar-
do a Ockham) l'universo, che appare come un tessuto rizo-
ma tico di proprietà reali, è in effetti un tessuto rizomatico di
proprietà culturali, e le proprietà sono attribuite sia agli enti
terreni sia a quelli celesti affinché le sostituzioni metaforiche
siano possibili.
Quello che il medioevo neoplatonico sa è che, per decide-
re se il leone va visto come figura di Cristo o come figura del-
l'Anticristo occorre un contesto (e di contesti fornisce una ti-
pologia): e che in definitiva l'interpretazione migliore viene
decisa da qualche auctoritas (intertestuale). Che si tratti di
mero tessuto culturale e non di realtà ontologiche se ne av-
vede Tommaso d'Aquino, che liquida il problema in due mo-
di. Da un Iato ammette che vi è una sola porzione di realtà in
cui le cose e gli eventi stessi acquistano valore metaforico e
allegorico perché sono stati così disposti da Dio stesso: è la
storia sacra, e per questo la Bibbia in se stessa è letterale (so-
no le cose di cui essa parla letteralmente che sono figure). Per
il resto rimane il senso parabolico usato nella poesia (ma in
questo senso non si esce dai limiti della retorica antica). D'al-
tro lato Tommaso, siccome bisogna pur parlare di Dio secon-
do ragione, e Dio è immensamente distante dal creato, con
cui non si identifica neoplatonicamente, ma che tiene in vita
per un atto di partecipazione, ricorre al principio della ana-
logia entis. Principio aristotelico, che di Aristotele mantiene
l'indistinzione fra categorie linguistiche e categorie dell'es-
sere. Di Dio, causa la cui perfezione trascende quella degli
effetti, non si può parlare univocamente né ci si deve limitare
a parlarne equivocamente: se ne parlerà dunque per analo-
gia ovvero per rapporto di proporzione fra causa ed effetto.
Una sorta di metonimia che però si regge su un rapporto pro-
porzionale di tipo metaforico.
Qual è il fondamento dell'analogia? Si tratta di un artifi-
cio logico-linguistico o di un effettivo tessuto ontologico?
Gli interpreti sono discordi. Fra ì moderni Gilson ammette
che «ciò che san Tommaso chiama la nostra conoscenza di
Dio consiste nella nostra attitudine a formare proposizioni
i68
METAFORA. E SEMIOSI
affermative su di lui» [1947, trad. it. p. 157I Basta spingersi
un poco più in là per affermare, senza abbandonare l'ortodos-
sia tomista, che l'analogia parla solo della conoscenza che gli
uomini hanno della realtà, del modo di nominare i concetti,
non della realtà stessa. La metafora che ne deriva è una jr«p-
positio impropria fondata sulla proporzione fra intentiones
secundae, dove cioè l'espressione /cane/ (sia essa verbale o vi-
siva) non significa il cane reale, bensì la parola /cane/ o il con-
cetto di cane [Mclnerny 1 961]. In un universo conoscibile
per la proporzione fra Dio e le cose, il meccanismo fonda-
mentale è dato in realtà da una identità fra nomi, anche se
per Tommaso (a differenza dei nominalisti) questi nomi ri-
flettono le proprietà delle cose. Per trovare una accettazione
luminosa di questa idea si deve attendere che la teologia me-
dievale si sia distrutta nell'es^monominalismo della tarda
tino la Poetica, ignota al medioevo.
10.2. L'indice categorico di Tesauro.
Un interessante ritorno al modello dello Stagirita è dato
dal Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro,
in piena epoca barocca. Del maestro il Tesauro compartecipa
la tendenza a chiamar metafora ogni uopo e ogni figura. Non
si dirà qui della minuzie e dell'entusiasmo con cui il trattati-
sta studia e le arguzie in parole isolate e in veri e propri mi-
crotesti, e come estenda il meccanismo metaforico alle argu-
zie visive, pittura, scultura, azioni, iscrizioni, motti, sentenze
mozze, missive laconiche, misteriosi caratteri, ierogrammi,
logogrifi, cifre, cenni, medaglie, colonne, navi, giarrettiere,
corpi chimerici. Non si dirà delle pagine in cui sfiora la teoria
moderna degli atti linguistici parlando di come si mostra, si
narra, si afferma, si nega, si giura, ci si corregge, si è reticenti,
si esclama, si dubita, si approva, si ammonisce, si ordina, si
lusinga, si irride, si invoca, si domanda, si ringrazia, si fa vo-
to. Per questi aspetti e per gli altri di cui si dirà, si rimanda
alla ricostruzione di Speciale [1978]- Tesauro sa bene che le
metafore non si fanno per felicità inventiva ma impongono
un lavoro, per imparare il quale occorre l'esercizio.
Primo esercizio la lettura di cataloghi, antologie, raccolte
IO. LO SFONDO SEMIOSICQ: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 169
di geroglifici, medaglie, rovesci, emblemi: si direbbe un pu-
ro invito all'intertestualità, all'imitazione del 'già detto'. Ma
la seconda fase dell'esercizio presuppone l'apprendimento di
una combinatoria.
Tesauro invita a stendere un indice categorico per via di
schede e tabelle, ovvero un modello di universo semantico
organizzato. Si parte dalle categorie di Aristotele (sostanza,
quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, essere in una si-
tuazione, avere, agire, patire fefr. Categorie, ib, 25 - 2 a, 8]) e
poi si sistemano sotto ciascuna di esse le varie membra che
raccolgano tutte le cose che vi possono soggiacere. Si deve
fare una metafora su di un nano? Si scorre l'indice catego-
rico alla voce Quantità, si identifica il concetto Cose Piccole,
e tutte le cose microscopiche che vi si trovano potranno an-
cora essere divise per (si direbbe oggi) selezioni contestuali:
astronomia, organismo umano, animali, piante, ecc. Ma l'in-
dice che procede per sostanze dovrebbe essere integrato da
un secondo indice in cui ogni sostanza viene analizzata per le
particelle che definiscono il modo in cui si manifesta l'ogget-
to in questione (nella categoria della Quantità si dovrebbe
allora trovare 'come si misuri', 'quanto pesi', 'che parti ab-
bia'; nella Qualità ci sarà 'se sia visibile', r se sia caldo 1 e cosi
via). Come si vede un vero e proprio sistema del contenuto
organizzato a enciclopedia. A questo punto si troverà che la
misura più piccola è il Dito Geometrico e si dirà del nano che
a voler misurare quel corpicello, un dito geometrico sarebbe
misura troppo smisurata.
Disordinatamente strutturalista, Tesauro sa comunque
che non sono più rapporti ontologici ma la struttura stessa
del linguaggio che garantisce i trasferimenti metaforici. Si
veda la metafora aristotelica della vecchiaia come tramonto
della vita (o della giovinezza come primavera). Tesauro pro-
cede ancora per analogia, ma il rapporto è tra contiguità nel-
l'indice. Ed ecco come si struttura il trasferimento:
Genere analogo Duratici) di tempo .
1 — r* i
Genere subalterno EUhununi Sapon deB'Aw»
I |
Specie analoghe Giovinezza Primavera
l 7°
METAFORA E S KM IO SI
I nodi più alti diventano classemi o selezioni contestuali
dei nodi più bassi. Si può immaginare che l'analogia che Ari-
stotele trovava fra /attingete/ e /recidere/ sussista quando si
consideri l'ano di attingere sotto la categoria del Patire, ma
se lo si considera sotto quella dell'Avere, attingere diventa
analogo ad altri processi di acquisizione e non a processi di
depauperatone («togliere»). Di qui la possibilità di percor-
rere l'indice categoriale ad injinitum scoprendovi una riserva
di metafore inedite? e di proposizioni e argomenti metaforici.
£ il tessuto del neoplatonismo medievale ma risolto co-
scientemente in puro tessuto di unità di contenuto culturale.
£ il modello di una semiosi illimitata, un sistema gerar driz-
zato (ancora troppo) di semi, una rete di interpretanti.
10.3. Vico e le condizioni culturali dell'invenzione.
Una scorsa sia pur rapida (e per momenti di rottura del-
l'episteme) nella storia della metaforologia non deve trascu-
rare Vico. Se non altro per il fatto che La Scienza nuova (col.
suo capitolo Della logica poetica) sembra mettere in questio-
ne l'esistenza di un tessuto culturale, di campi e universi se-
mantici, di semiosi già condita, che dovrebbe presiedere (in
base alle osservazioni precedenti) alla produzione e all'inter-
pretazione metaforica.
Otto, Vico discute dei 'primi tropi', di un parlare per so-
stanze animate in cui oggetti e fenomeni di natura vengo-
no nominati per traslato in riferimento alle parti del corpo
[1744, ed. 1967 pp. 162-63] (gli occhi delle viti, le labbra
del vaso, ecc.). Si è detto sin troppo su questo momento 'au-
rorale' del linguaggio, e sembra proprio che Vico parli del-
la nativa capacità metaforizzante di creature all'aurora della
propria intelligenza, e che quel parlare fosse iconico perché
istituiva una sorta di nativa onomatopeica relazione fra pa-
role e cose. Ma sta di tatto che Vico sa e dice che, al di là
dell'utopia (già dantesca, e poi tipica del Seicento inglese,
e dei suoi tempi) di una lingua adamica, quello di cui si sa è
la diversità delle lingue. Infatti «come certamente i popoli
per la diversità de' climi han sortito varie diverse nature, on-
de sono usciti tanti costumi diversi; così dalle loro diverse
nature e costumi sono nate altrettante diverse lingue: talché,
per la medesima diversità delle loro nature, siccome han euar-
IO. LO SFONDO SEMTOS1CO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO I71
dato le stesse utilità o necessità della vita umana con aspetti
diversi, onde sono uscite tante perlopiù diverse ed alle volte
tra loro contrarie costumanze di nazioni; così e non altri-
menti sono uscite in tante lingue, quant'esse sono, diverse»
Ubid. t p. ig 5 ]. Col che, pare, Vico fa le seguenti fondamen-
tali considerazioni: che le lingue, come i costumi, nascono
dalla risposta dei gruppi umani all'ambiente materiale in cui
vivono; che anche se la tendenza al linguaggio funziona in
tutti 1 gruppi umani secondo la stessa logica, e anche se le uti-
lità e necessità della vita sono le stesse per tutti, tuttavia i
gruppi umani hanno guardato a questi universali materiali
con aspetti diversi, vale a dire hanno diversamente pertinen-
tizzato il loro universo.
La proposta catacrerica avviene «per trasporti di nature o
per proprietà naturali o per effetti sensibili» \ibid p 184]
em questo 861130 ìl lavoro metaforico è sempre motivato'
Ideilo che qui ci si chiede è se, alla luce della descrizione
della differenziazione dei costumi e del modo di pertinentiz-
zare utilità e necessità, quegli effetti e quelle proprietà non
siano già d terreno di una costruzione culturale. Su questa
via via che si sviluppa, l'inventività catacrerica continua a
giocare il proprio gioco della semiosi illimitata. Ma se per
tonnare metafore già si richiede il tessuto culturale soggia-
cente, si sarebbe potuta mai dare una lingua geroglifica, più
fantastica della simbolica e della pistotare, senza che ogni in-
venzione geroglifica già non poggiasse sul tessuto delle "im-
prese simboliche e delle convenzioni pistolari? La lingua de-
gli dei è un ammasso irrelato di sineddochi e metonimie: tre-
mila dei identificati da Varrone, trentamila attribuiti ai Gre-
ci, sassi, fonti, scogli, ruscelli, oggetti minuti, significanti di
forze cause, connessioni. La lingua degli eroi già forma meta-
tore (che quindi non sarebbero così primeve) ma la metafora
ovvero la catacresi, inventa un termine nuovo usandone al-
meno due già noti (ed espressi) e presupponendone almeno
un altro inespresso. Potrebbe instaurarsi senza l'appoggio di
una lingua pistolare, la sola riconosciutamente convenziona-
e? ™ su questo punto è molto esplicito: «Per entrare nel-
la difficilissima guisa della formazione di tutte e tre queste
spezie di lingue e di lettere, è da stabilirsi questo principio:
che, come dallo stesso tempo cominciarono gli dèi, gli eroi e
gii uomini (pcrch'eran pur uomini quelli che fantasticar on gli
METAFORA E SEMIOSI
dèi e credevano la loro natura eroica mescolata di quella de-
gli dèi e di quella degli uomini), cosi nello stesso tempo co-
minciarono tali tre lingue (intendendo sempre andar loro del
pari le lettere) » [ibid. , pp. 1 86-8 7]
Alla luce di queste considerazioni la semiotica di Vico as-
somiglia, più che a una estetica della creatività ineffabile, a
una antropologia culturale che riconosce gli indici categorici
su cut giocano le metafore — e di questi indici indaga le con-
dizioni storiche, la nascita, la varietà, cosi come indaga la va-
rietà delle imprese, delle medaglie e delle favole.
11. I lìmiti della formalizzazione.
A questo punto non si può ignorare che la logica formale,
cercando di trasformarsi in logica dei linguaggi naturali, ha
compiuto recentemente molti e importanti sforzi per ridurre
lo scandalo metaforico, ovvero per arricchire ima logica delle
condizioni di verità riconoscendo legittimità alle espressioni
metaforiche, le quali parlano del mondo mentendo. Quello
che si vorrebbe qui suggerire è che una semantica logica può
al massimo definire il posto che il calcolo metaforico potreb-
be occupare nel proprio quadro, ma ancora una volta non
spiega cosa vuol dire capire una metafora.
Si veda un esempio, fra i tanti, forse il più recente, di ten-
tativo di formalizzazione del fenomeno. Il modello proposto
intende «riflettere la dipendenza contestuale {context-sensi-
tivity] della metafora, e dare una interpretazione metaforica
a enunciati che possono essete letteralmente veri e non de-
viami» [Bergmann 1979, p. 225]. Si propone un vocabolario
fornito di predicati monadici P-, P 2 , di un predicato diadi-
co -, di costanti individuali ai, a 2 , di variabili individuali Vi,
Vj, dei normali connettivi logici. Si forniscono regole gram-
maticali (del tipo: se li e t 2 sono termini, allora t,^t 2 è una
formula), si unisce alla semantica di questo linguaggio L
una classe di «contesti ideali» C. «Sia ora D una classe non
vuota; è l'universo di discorso e si assume comprenda indi-
vidui possibili (attuali o non-attuali). Una funzione di inter-
pretazione assegna a ogni predicato monadico di L un sotto-
insieme di D, e a ogni costante un elemento di D. Sia F la
classe di tutte le funzioni di interpretazione in D. Si scelga
ILI LIMITI DELLA FORMALIZZAZIONE
173
qualche elemento di F come la funzione di interpretazione
letterale - così che essa assegni ai predicati monadici e alle
costanti del linguaggio la loro interpretazione letterale. Si
chiami questa funzione f°. Sia P la classe di tutte le funzioni
di interpretazione / in F che concordano con /" per quanto ri-
guarda i valori assegnati alle costanti. Sia g la funzione di
disambiguazione metaforica: essa assegna a ogni ceC un
membro di P > -(/*). L'idea è che g ci dica, per ogni contesto
ideale, quali sono le interpretazioni dei predicati in questo
contesto. Infine, sia un modello per L la 5 rupia M — (D, C,
f> F°, g)* [ibid., p. 226].
Come è ovvio, questa definizione non dice nulla della me-
tafora. In effetti essa non pretende affatto di dire qualcosa:
l'autrice non è interessata a capire come funzionino le meta-
fore, bensì (una volta accettato intuitivamente che nei lin-
guaggi naturali si producono e si capiscono benissimo meta-
fore) è interessata a introdurre questo fenomeno nella rap-
presentazione formale di un linguaggio naturale. È vero che
l'autrice stessa avverte che, in ogni caso, il modello proposto
permette di considerare meglio alcune domande e formularle
in modo formalmente accettabile. Per esempio cosa si debba
intendere per parafrasabilità letterale; se le interpretazioni
metaforiche dipendano da quelle letterali e se ogni espressio-
ne linguistica sia interpretabile metaforicamente in qualche
contesto, o in ogni contesto, ecc. Ma sono domande la cui
risposta non è data (almeno per ora) da una semantica for-
male: «senza un contesto ideale non ci sono regole strette
per l'interpretazione delle metafore» [ibid., p. 228]. Che è
quello che la metaforologia già sapeva: è importante comun-
que che le semantiche formali ne acquistino coscienza
Ci sono naturalmente approcci formali che, per il fatto di
tenere in considerazione anche i portati della linguistica, del-
la lessicologia e della semiotica in generale, lasciano maggior-
mente trasparire le loro preoccupazioni { tendenziali) di con-
cretezza. Intanto si deve a studi del genere la distinzione tra
una metafora che si potrebbe chiamare intensionaie e una
estensionale. Esempio del primo tipo è /La giovinetta è un
giunco/, che, dati certi postulati di significato (per esempio:
se giovinetta allora umano; se giunco allora non-umano) di-
mostra chiaramente la sua metaforicità (altrimenti sarebbe
una espressione semanticamente scorretta, o una menzogna
i74
METAFORA E SEMIOSI
palese) Esempio del secondo tipo è /Entrò l'imperatore/,
espressione che di per sé è letterale e semanticamente non
ambigua, a meno che in una circostanza particolare non ven-
ga riferita all'entrata del capufficio. Questo esempio si dareb-
be però solo in un universo assurdo in cui le metafore appa-
rissero solo in espressioni isolate dal contesto e fosse in gioco
un solo sistema semiotico, e cioè quello della lingua verbale.
Situazione che si verifica solo nei vecchi libri di linguistica e
nei libri di semantica logica. In effetti una fase del genere vie-
ne di solito pronunziata: a) in un contesto in cui è già stato
detto o sarà detto subito dopo che sta entrando il capufficio;
b) mentre si mostra una immagine del capufficio che entra;
c) indicando una persona che chiunque riconosce (come il ca-
pufficio e in ogni caso come un non-imperatore. U che signi-
fica che, mettendo a contatto l'espressione isolata col conte-
sto linguistico e con gli elementi di sistemi extralinguistici,
essa verrebbe immediatamente ritradotta come: /Entra il ca-
pufficio (che è) l'imperatore/ (ammesso che non si tratti di
informazione de dicto: entra il capufficio che noi chiamiamo
l'imperatore). A questo punto il secondo esempio rientra nel-
la categoria del primo: la fanciulla non è un giunco come il
capufficio non è l'imperatore [cfr. in ogni caso per questi casi
di riferimento o menzione, Eco 1975, S 3-33-
Teun van Dijfc ammette die «solo un frammento di una
seria teoria della metafora può essere coperto da un approc-
cio in termini di semantica formale... Una semantica formale
specifica le condizioni alle quali,., enunciati metaforici pos-
sono essere definiti come aventi un valore di verità» [1975»
p. 173]. E mette in chiaro che una semantica formale con
queste ambizioni non può essere che sortale: vale a dire una
semantica che prende in considerazione quelle che in lingui-
stica sono dette 'selezioni restrittive'^ (se /automobile/ ha un
sema «meccanico» o « inorganico» e /mangiare/ ha semi come
«umano», «l'oggetto è organico», allora è semanticamente
deviante dire: /Luigi mangiò l'automobile/; se /mangiare/ ha
un sema «umano» non si potrà dire /L'automobile mangiava
la strada/, ovvero bisognerà ammettere che questa deviazione
sortale ha intenti metaforici). Di qui la differenza fra espres-
sioni sortalmente scorrette come /La radice quadrata di Susy
è la felicità/, di cui la stessa negazione è falsa, e che non sem-
brano avere interpretazione metaforica possibile (natural-
II. I LIMITI DELLA FORMALIZZAZIONE
«75
mente non è vero, dipende dal contesto), espressioni sortal-
mente scorrette ma con possibile interpretazione metaforica
(/Il sole sorrise alto nel cielo/) e espressioni sortalmente cor-
rette che possono essere, in particolari situazioni di riferi-
mento, metaforiche (/Entra l'imperatore/). Una specificazio-
ne sortale sarebbe dunque una funzione che assegna a ogni
predicato del linguaggio una "regione di spazio logico'.
Pare che una regione del genere, che una semantica for-
male individua come entità astratta e 'vuota', una volta riem-
pita non possa essere altro che una porzione dell'indice cate-
gorico di Tesauro. Dato che questa regione sarebbe popolata
di 'punti', 'individui possibili' o 'oggetti possibili', il proble-
ma della metafora aimporterebbe quello di similarità e diffe-
renze fra questi oggetti. Giusto, ma troppo poco. Natural-
mente la teoria è meno sorda di quel che sembra: al proprio
interno è possibile dare una definizione formale, una volta
ammesse differenze e similitudini, della maggiore o minore
distanza fra metaforizzante e metaforizzato: /Il cavallo rin-
ghia/ sarebbe metafora meno ardita di /La teoria della rela-
tività ringhia/, perché nel gioco di parentele tra proprietà in-
dubbiamente c'è più rapporto tra il ringhio e la proprietà
«animale» del cavallo che non tra il ringhio eia proprie-
tà «oggetto astratto» della teoria emsteiniana. Ma questa
buona definizione della distanza non è in grado di decidere
quale delle due metafore sia migliore. Tanto più che alla fine
l'autore (che sa della metafora più di quanto il metodo scelto
in questo articolo non gli consenta) finisce con ammettere
che «la scelta dei criteri tipici per la funzione di similarità è
pragmaticamente determinata sulla base di conoscenze cultu-
rali e credenze» {ibid., p. 191].
Non maggiori soddisfazioni dà un altro tentativo di un
logico che parte proprio da Aristotele, Guenthner: «Se le
metafore debbono essere analizzate nel quadro della seman-
tica formale la prima cosa da fare sarà naturalmente provve-
dere un modo di arricchire l'informazione circa la struttura
di significato dei predicati che è rilevante per il loro compor-
tamento metaforico» [1975, p. 205]. Ma subito si dice che
non sarà tuttavia necessario costruire questa informazione
semantica nel formato di una enciclopedia, e basteranno po-
che specificazioni sortali. Che è esattamente il modo per pre-
cludersi la comprensione di un tropo. Tanto è vero che, quan-
I7 6 METAFORA E SEMIOSI
do analizza alcuni esempi presi a prestito dal Gruppo u,
Guenthner ritrova la solita fanciulla-giunco. E come si vedrà,
il fatto che fanciulla e giunco siano flessibili è proprio un da-
to di informazione enciclopedica. In ogni caso il modello di
Guenthner (inutile per capire come funzioni una metafora)
pare più utile degli altri per arricchire una semantica formale
dei linguaggi naturali. L'autore parte infatti da una distin-
zione fra naturai kinds (entità che hanno proprietà fisse, co-
me il fatto che il leone sia un animale feroce, opposti a non-
natural kinds, come /presidente/) c gioca sul fatto che le pro-
prietà di un naturai kind devono venire contestualmente se-
lezionate (ovviamente in base al contesto) per rendere la me-
tafora accettàbile e comprensibile. Un modello sortale è una
4 rupia M - (D, f , k, s) tale che D è un dominio non-vuoto
di oggetti ovvero un universo di discorso, f una funzione di
interpretazione, k una funzione che assegna a ogni oggetto
in D gli insiemi (kinds) a cui l'oggetto appartiene nel model-
lo, e s è una funzione dall'insieme di quei predicati non asse-
gnati come naturai kinds da k. Un modello sortale determina
quali enunciati sono veri, falsi o privi di significato (cioè let-
teralmente non significanti). «Se ora noi aggiungiamo una
funzione p che assegna a ogni predicato P in L un insieme di
proprietà prominenti, un modello sortale spiega il significato
metaforico di una espressione più o meno nel modo che se-
gue. Se un enunciato 0 non è né vero né falso in M, se 0 tra-
duce per esempio l'enunciato inglese: John is a mule (0 - 3x
(x - j & Mx) oppure Mj ), allora 0 può essere interpretato me-
taforicamente se c'è una proprietà prominente assegnata a M
tale che questa proprietà vale per John, (Notare che nella no-
stra cultura tali proprietà sono usualmente molto ben delimi-
tate, ma non sono mai collegate al significato di base di una
espressione - e ciò può essere facilmente verificato quando si
traduce un enunciato metaforico da un linguaggio naturale a
un altro) » \ibid. , p. 2 17].
Siccome entità con le proprietà prominenti, e ogni altro
possibile riempimento dell'apparato sortale, non possono es-
sere date da una semantica formale, la presente ispezione in
questo universo di discorso si arresta qui. E bisognerà tor-
nare, come si è detto, alle semantiche componenziaìi.
I
12. RAPPRESENTAZIONE COM POTENZIALE
12. Rappresentazione componenzide e pragmatica del
testo.
12.1. Un modello per 'casi'.
A questo punto si può tentare una spiegazione del mecca-
nismo metaforico che 1) sia fondata su una semantica compo-
nenzide in formato di enciclopedia; 2) tenga conto al tempo
stesso delle regole di una semantica del testo. Una semantica
a enciclopedia è indubbiamente piti interessante di una a di-
zionario. Si è visto che il formato dizionario consente di ca-
pire il meccanismo della sineddoche, ma non quello della me-
tafora. Si vedano i tentativi fatti in termini di grammatica
trasformazionale e di semantica interpretativa [cfr. per un
riassunto Levin 1977]: stabilire che nell'espressione /Essa è
un giunco/ si applica un transfert o trasferimento di proprie-
tà, per cui la fanciulla acquista un sema «vegetale» o il giun-
co ne acquista uno «umano» dice assai poco su quanto av-
viene nella interpretazione e nella produzione di questo tro-
po. Infatti, se si prova a parafrasare il risultato («Questa
fanciulla è umana ma ha anche una proprietà vegetale») si
vede che non sì è lontani da una parodia alla Mosca (cfr. § 2).
Il problema è ovviamente quello della flessibilità (e ancora:
un giunco non è flessibile nel modo in cui Io è una fanciul-
la...), e non può essere considerato da una semantica in for-
mato di dizionario.
Tuttavia una rappresentazione componenziaie in forma di
enciclopedia è potenzialmente infinita e assume la forma
di un Modello Q [Eco 1975], vale a dire, di un reticolo di
proprietà di cui le une sono gli interpretanti delle altre, senza
che nessuna possa aspirare al rango di costruzione metalin-
guistica o di unità appartenente a un pacchetto privilegiato
di universali semantici. In un quadro dominato dal concet-
to di semiosi illimitata ogni segno (linguistico e no) è definito
da altri segni (linguistici e no), i quali diventano a loro volta
definiendi rispetto ad altri termini assunti come definenti.
In compenso una rappresentazione enciclopedica (sia pure
ideale), basata sul principio dell'interpretazione illimitata, è
in grado di spiegare in termini puramente semiotici il con-
cetto di 'similarità' fra proprietà.
I7«
METAFORA E SEMIOSI
Si intende per similarità fra due semi o proprietà semanti-
che il fatto che in un dato sistema del contenuto esse pro-
prietà vengano nominate attraverso lo stesso interpretante)
sia esso verbale o meno, e indipendentemente dal fatto che
gli oggetti o cose per designare i quali quell'interpretante
viene di solito usato presentino 'similarità' percettive. In al-
tre parole i denti della fanciulla del Cantico sono simili alle
pecore se e solo se in quella data cultura si usa l'interpretante
/bianco/ per designare e il colore dei denti e quello delle pe-
core.
Ma la metafora non mette in gioco solo similarità, bensì
anche opposizioni. La coppa e lo scudo sono simili quanto al-
la forma (rotonda e concava) ma opposti quanto alla funzio-
ne (pace vs guerra), cosi come Ares e Dioniso sono simili in
quanto dèi, ma opposti in quanto agli scopi che perseguono
e agli strumenti che usano. Per rendere conto di questi feno-
meni, una rappresentazione enciclopedica deve assumere il
formato di una semantica casuale, che tenga appunto in con-
siderazione il Soggetto Agente, l'Oggetto su cui l'agente eser-
cita la propria azione, il Contro-Agente che eventualmente
vi si oppone, lo Strumento usato dall'agente, il Proposito o
lo scopo dell'azione, ecc. Una semantica di questo tipo è stata
elaborata da vari autori (si potrebbe pensare agli 'aitanti' di
Tesnières e Greiraas, ai 'casi' grammaticali di Fillmore, alla
semantica di Bierwisch). L'unica obiezione sarebbe che sino
ad ora un'analisi casuale si è di solito svolta sui verbi e non
sui sostantivi. Ma se è possibile analizzare, dei predicati at-
traverso gli argomenti a cui sono assegnabili, si potranno pu-
re analizzare degli argomenti in base ai predienti che possono
venir loro assegnati. Una rappresentazione enciclopedica in
termini casuali elimina la differenza fra sineddoche e metoni-
mia (almeno in prima istanza). Se si registra tutto il sapere
enciclopedico intorno a una data unità culturale, non esisto-
no nozioni fuori dal contenuto concettuale. La foglia è. un
sema del semema albero tanto quanto lo è il seme, anche se la
prima vi appare come componente morfologica e il secondo
come causa qd origine. , .,
12. RAPPRESENTAZIONE COMP0NENZIALE
12,2. Metonimia.
In questa prospettiva la metonimia diventa la sostituzione
di un semema con uno dei suoi semi (/Bete una bottiglia/ per
«bere del vino» perche la bottiglia sarà registrata^ le de-
stinazioni finali del vino) o di un sema col semema a cui ap-
partiene (/Piangi o Gerusalemme/ per .pianga il popolo d'I-
sraele» perche fra le proprietà enciclopediche di Gerusalem-
me deve esistere quella per cui è la città santa degli ebrei)
yuesto tipo dì sostituzione metonimica altro non sarebbe
cne quello che Freud chiama «spostamento», E come sullo
spostamento si opera la condensazione, così su questi scambi
metonimici si opera (come si vedrà) la metafora
Tuttavia proprio il termine /spostamento/ fa pensare a
quelle metonimie non contemplate da nessuna enciclopedia,
che sì irebbero empiriche o idiosincr etiche , legittimate da
connessioni che dipendono dall'esperienza del singolo - co-
me se ne verificano nell'attività onirica o nel linguaggio degli
afasm [Jakobson i 9M ]. Ma la ternaria SnScaè
disambiguahile solo in un contesto, il quale agisce proprio
come stipulazione di codice, Non ci sono ragioni per cui il
sapore della maddeine stia per Combray o addirittura per
iì tempo ritrovato, se non interviene il contesto proustiano
a istituire questo rapporto. Quando il rapporto ria funziona-
tojpassa per cosi dire in giudicato, il codice (ovvero l'enciclo-
pedia) se ne impadronisce, e per tutti fmadeleìnef significherà
«tempo ritrovato» cosi come fi 8 aprile/ significa «inizio del
potere democristiano nel dopoguerra». Sulla base di una raD
presentazione per casi, in Eco [i 973 } si è cercato di mostrare
d meccanismo di spostamento da sema a semema (e vicever-
sa) analizzando 1 espressione virgiliana: «Vulnera dirigere et
calamos armare veneno » [Aeneidos, X, v. 1 40] .
U verso, che può essere tradotto sia come 'distribuire fe-
rite con dardi avvelenati' che 'ungere di tossico i dardi e lan-
ciarli gioca sul fatto che fvulnera dirigerei' tu. per «dirigere
tela» (o dirigere ictus, dirigere ptagas, vulnerare). Si suppon-
ga che «vulnerare» sia l'interpretazione giusta e si immagini
una rappresentazione semantica in formato casuale di questo
/Vulnerare/ -> 0 VmtBB Sjw P P _ (VuJ ^
METAFORA E SEMIOSI
Ecco che l'espressione /dirigere le ferite/ appare come meto-
nimia in luogo di «ferire», dato che assume il Proposito (o
Effetto) per l'azione ovvero un sema sta pei l'intero semema.
Dello stesso genere sarebbe l'aristotelico /stare/ per «anco-
rarsi»; lo star fermo apparirebbe nella rappresentazione co-
me l'effetto o il proposito dell'ancorarsi. Caso opposto (se-
mema per sema) sarebbe descrivere una macchina parcheg-
giata come saldamente ancorata. Una rappresentazione enei
clopedka di /fermarsi/ dovrebbe annoverare f ra i suoi vari
strumenti anche l'ancora .
Questo tipo di rappresentazione pare funzionare per i ver-
bi ma pone alcuni problemi per i sostantivi. Come trovare in-
fatti un Agente, un Oggetto, uno Strumento per espressioni
quali /casa/, /mare/, /albero/? Una proposta possibile sarebbe
quella di intendere tutti i sostantivi come verbi o azioni rei-
ficati [cfr. Eco 1 979, cap. n]. Quindi non tanto /casa/ quanto
/fare una casa/. Ma un tipo di rappresentazione che pare so-
stituire questa difficile traduzione di sostantivi in verbi è
quella che permette di vedere 1" oggetto' espresso dal sostan-
tivo come il risultato di una azione produttiva che comporti
un agente o Causa, una Materia da manipolare, una Forma da
imporre, un Fine o Proposito a cui indirizzare l'oggetto. A
pensarci bene non si tratta altro che delle quattro cause ari-
stoteliche (efficiente, formale, materiale e finale), sia pure as-
sunte in termini operazionali e senza connotazioni metafi-
siche.
Ecco pertanto che la rappresentazione di un sostantivo /x/
potrebbe assumere il tonnato seguente:
/ x / ~* F AtjKilo di i ^ Chi produrr i ^-Tìì cost è iuta i ^V«b» terrei
Una rappresentazione del genere, che riprodurrebbe solo pro-
prietà enciclopediche potrebbe dar luogo ai più svariati al-
beri di Porfirio ovvero ai più svariati rapporti dìzionariali.
Per esempio, ammesso che si voglia considerare /x/ dal punto
di vista dei suoi fini, x apparterrebbe alla classe di tutti i p
che hanno la stessa funzione. Per cui la rappresentazione ap-
parirebbe:
P
f
/x/-» F, AjM,...
12. RAPPRESENTAZIONE COMPONENZIALE
<t» aJE*™ °^ r f ° n f p uò «sere compiuta dal punto di vi-
che sia rappresentato (in modo estremamente schematico)
/W-F^A^M^F^
1 ^? considerare la casa dal punto di vista delle
Nel considerare una rappresentazione del cenere ci si rer,
d^nto tuttavia (poiché la tradizionale drfSKL X"
neddoche non contempla solo a rapporto ger^e/specle ms
^tri^ al T e/tUtt0) Ae ! £ marche Saremo F
StóStóLtTr^ pnvU ^> P««tó esse consento-
concai an2ZanU m n ' ■»««« Ie marche
x»c, Si dirà subito che Téi^otZTZ^X
rata tradizione retorica, non t.ene dal punto di vi«" teoria
Vi e solo un tipo di sineddoche possibde, ed e q uSa ^
lizzante o particolarità ntp ir, v L - , 4Utua g (J5e ra-
derivataris^ttniwT ' ^ e metalin guisticamente
XL" C ^.^^tommico provvisto dal codice.
Cerche allora nel corso dei secoli si è imposta una disti*
che dal punto di vista di una rappresentazione semantica eoe
Sto T^T bhcW dentare due tipi uguali i £
porto semema/sema, ovvero una metonimia? Questa bizza£
La risposta non può essere che storico-fenomenologica . Le
METAFORA E SEMIOSI
cose vengono percepite anzitutto visivamente, e anche per le
entità non visive ne vengono percepite principalmente le ca-
ratteristiche morfologiche (un corpo è rotondo o rosso, un
suono è grave o forte, una sensazione tattile è calda, o ispida
e così via). Solo a una ispezione successiva si e m grado ctì
stabilire le cause, la materia di cui l'oggetto è fatto, i suoi firn
o funzioni eventuali. Per questo la sineddoche particolanz-
zante (che si basa sul rapporto fra un 'oggetto' e le sue patti)
ha ottenuto uno status privilegiato: che è lo status privile-
giato della percezione rispetto ad altri tipi a conoscenza, che
si possono pure chiamare 'giudizi', che si basano su inferenze
successive e che, a prima vista paiono trasportare - fuori deUa
cosa stessa, verso la sua origine o il suo destino. Mentre è pa-
rimenti importante e individuante per una coppa sia 1 essere
rotonda e concava, sia l'essere un manufatto, sia il servire a
raccogliere liquido . Ma è peraltro vero che si pub non sapere
a cosa serva una coppa, né di che cosa sia fatta, ne se sia ef-
fetto diopera umana o naturale, e purtuttavia accorgersi che
è rotonda e concava. Ma la distinzione, lo si e detto, dipende
dal modo in cui ci si avvicina agli oggetti- Poiché, una volta
conosciuti, essi vengono pertinentizzatì e definiti anche attra-
verso la loro origine, causale e materiale, e ri loro ime, in una
rappresentazione enciclopedica sì possono trascurare queste
fasi 'storiche' della loro conoscenza e organizzarne le proprie-
tà, per così dire, in modo sincronico.
w * i 1 .' • J
12.3. Topic, frames, isotopie. : :
Una rappresentazione enciclopedica è potenzialmente in-
finita. In una culturale funzioni della coppa possono essere
molte, di cui quella di raccogliere liquido e solo una delle
tante (si pensi aUe funzioni liturgiche ;del calice, o alle coppe
sportive). Quali saranno dunque gli interpretanti che si do-
vranno registrare sotto il caso P (proposito o furgone) della
coppa? E quali quelle da raccogliere sotto F, A, M? non
infinite, esse sono almeno indefinite. Come si e detto in fcco
[1975 $ 2.i3],«lasermoticaddcodiceèimostrumentoope-
rativo'che serve a una semiotica della produzione segnica...
Dovrà dunque essere un principio metodologico della ricer-
ca semiotica quello per cui la delineazione di campi e assi se-
mantici, e la descrizione di codici come attualmente runzio-
12. RAPPRESENTAZIONE COMPONE.NZIA1X
nanti, può essere compiuta quasi sempre solo in occasione
dello studio delle condizioni comunicative di un dato mes-
saggio». In altri termini, l'universo dell'enciclopedia è così
vasto (se è valida l'ipotesi dell'interpretazione infinita da se-
gno a segno e dunque della semiosi illimitata) che in occasio-
ne (e sotto la pressione) di un certo contesto, una data por-
zione di enciclopedia viene attivata e proposta come 'spallie-
ra svedese' [Eco 197 1] per sostenere e spiegare gli scambi
metonimici e i loro esiti metaforici.
Da cosa è data questa pressione contestuale? Sia a) dalla
identificazione di un tema o topic, e di conseguenza della scel-
ta di un percorso di interpretazione o isotopia-, sia da b ) dal
riferimento a frames o sceneggiature intertestuali che per-
mettono di stabilire non solo di cosa si stia parlando, ma an-
che sotto a quale profilo, a quali fini e in quale direzione pre-
visionale se ne stia parlando. Tutti questi aspetti di una se-
mantica testuale sono stati delineari (sulla scorta delle attuali
ricerche) in Eco [1979]. Qui basti dire che, se sì dice /Luigi
non ha problemi di sopravvivenza perché attinge alle ricchez-
ze paterne/ il tema o topic è senz'altro 'risorse di Luigi', per
cui si sarà portati a selezionare un albero di Porfirio dell'ac-
quisizione, e il frante o sceneggiatura è "vita senza preoccupa-
zioni di penuria* (e ancora una volta si sarà portati ad esal-
tare tutti ì semi di «acquisizione» e « accrescimento»). Baste-
rebbe tuttavia che il contesto suonasse come /Luigi non sì po-
ne problemi di sopravvivenza perché, come la cicala di La
Fontaine, attinge alle ricchezze paterne/, ed ecco che il topic
rimarrebbe invariato mentre il fratrie rimanderebbe a una
storia di risorse a termine.
Una osservazione inevitabile è che, se l'enciclopedia fosse
molto ampia, non ci sarebbe differenza fra questo tipo di me-
tonimia e la metafora. Perché se si ha (come si vedrà) meta-
fora quando sulla base di una identità di metonimie (due
proprietà uguali in due sememi diversi) si sostituisce un se-
mema per l'altro - mentre la metonimia è la sostituzione di
un sema per il semema e viceversa — allora in una rappresen-
tazione enciclopedica ampia si dovrebbe registrare anche che
il semema x ha la proprietà di avere una proprietà uguale al
semema y. Bianco il collo del cigno, bianco il collo della don-
na, su questa identità si sostituisce cigno a donna. Ma in una
buona rappresentazione enciclopedica si dovrebbe avere tra
184
METAFORA E SEMIOSI
le proprietà (almeno connotate) del collo femminile anche
quella di essere «come dì cigno». Per cui la sostituzione sa-
rebbe da sema a semema. Il fatto è che l'enciclopedia non è
mai così esaustiva. Ovvero, la diventa, costruendola poco per
volta. E le metafore servono esattamente a questo. Ovvero
le metafore sono metonimie che si ignorano e che un giorno
lo diventeranno.
1 2 4, Metafore banali e metafore «aperte».
Si prendano due esempi elementari, anzi primitivi, due
kenningar islandesi di cui parla Borges [1953]: /L'albero da
sedere/ ovvero la «panca» e /La casa degli uccelli/ ovvero
«l'aria». Si esamini il primo. Il primo termine, su cui non ci
sono dubbi, è /albero/. Se ne costruisca uno spettro compo-
nenziale:
/Albero/ -*F TMKD A Nlturi P^
EVmiok)
Come è chiaro in questa prima fase non si sa ancora quali sia-
no i semi che si devono tenere contestualmente presenti. La
enciclopedia (riserva potenziale di informazione) permette-
rebbe di riempire indefinitamente questa rappresentazione.
Ma il contesto fornisce anche l'indicazione /da sedere/. Anti-
camente parlando l'espressione è ambigua. Sugli alberi non ci
si siede, ovvero si può sedere su ogni ramo di ogni albero,
ma allora non si comprende perché è stato usato il determi-
nativo /il/ (che secondo Brooke-Rose è indicatore di uso me-
taforico). Quindi questo albero non è un albero. SÌ deve tro-
vare qualcosa che abbia alcune delle proprietà dell'albero,
ma altre ne perda, imponendo all'albero proprietà che esso
non ha. Qui si è di fronte a un lavoro di abduzione (non a
caso un kenning è un indovinello basato su una metafora 'dif-
ficile'). Una serie di ipotesi spinge a individuare nel tronco
dell'albero k «verticalità» così da cercare qualcosa che sia
ugualmente di legno ma sia «orizzontale». Si tenta una rap-
presentazione di /sedere/. SÌ cerca fra gli Oggetti su cui un
Agente si siede quelli che abbiano il tema «orizzontale». Un
islandese primitivo o chi sa che l'espressione va riportatala!
12. RAPPRESENTAZIONE COMPONE NZIALE
185
codice della civiltà islandese primitiva, individua subito la
panca. Si compone la rappresentazione di /panca/:
/Panca/
F A
Orizajntile Cultura
■M^ P
La marca in corsivo è l'unica uguale a una di /albero/. Le altre
sono opposte o almeno diverse. Ora si compie una seconda
operazione. Si ipotizza che entrambe le unità culturali in gio-
co possano far parte di uno stesso albero di Porfirio per
esempio: * ^
rio ri
Alberi Arbusti
Ecco che albero e panca si identificano su di un nodo alto d.
1 albero (entrambi sono vegetali), e si oppongono sul nodo
più basso (uno è lavorato e l'altro no). La soluzione crea una
condensazione attraverso una serie di spostamenti. Conosci-
tivamente parlando non si apprende molto, se non che le pan-
che sono fatte di legno lavorato. In una rappresentazione en-
ciclopedie, molto ricca si avrebbe avuto fra le marche di /al-
bero/ anche quella «serve a costruire panche». La metafora
e povera.
Si passi al secondo kenning, /La casa degli uccelli/. Qui è
possibile comporre immediatamente una duplice rappresen-
/Casa/ -* F Rmineoìan A
Chiusa
Coperti
. /Uccelli/
eoe.
(Originici})
^VolMeoell'itli
Due precisazioni. Ovviamente sono già stati individuati dei
semi che paiono pertinenti (già effetto di una serie di ipotesi).
Si sono caratterizzate le materie secondo una logica degli ele-
menti (terra, aria, acqua e fuoco) e a questo punto si è tro-
i86
METAFORA E SEMIOSI
vata una contraddizione fra la terrestrità della casa e la fina-
lità aerea dell'uccello. Notare che, per inclusione semantica
di qualche tipo, il sema «aria » è dato anche dalla forma «ala-
ta» dell'uccello. Si tratta di ipotesi ardite ma è un fatto che
questa metafora è più 'difficile' dell'altra e, come si vedrà,
più 'poetica'. Ma a questo punto si può provare a rappresen-
tare /aria/ tenendo ovviamente conto del campo semico aper-
/Aria/ -*■ Fjak^ M Aril nrir
Aperti
È ovvio che tra i fini o le funzioni dell'aria si è individuato
«non riparo» solo perché in /casa/ esisteva un sema «riparo».
A questo punto però in questa metafora pare che tutti i semi,
nella comparazione casa/aria, siano in opposizione. Cosa c'è
di simile? Una difficile costruzione ad albero sul sema conte-
stuale «elementi» per cui le due unità in gioco trovano un
nodo comune - molto in alto nell'albero di Porfirio ad hoc.
L'interprete è portato allora a fare inferenze sui semi in-
dividuati. Ovvero a prendere vari semi come capostipiti di
nuove rappresentazioni semantiche [cfr. Eco 1975, 5 2.12].
Si allarga l'ambito dell'enciclopedia: qual è il territorio degli
uomini e qual è il territorio degli uccelli? Gli uomini vivono
in territori chiusi (o cintati) e gli uccelli in territori aperti.
Gò che per l'uomo è cosa da cui ripararsi per gli uccelli è ri-
paro naturale. Si tentano nuovi alberi di Porfirio, abitazione
o territorio chiuso vs abitazione o territorio aperto, gli uc-
celli 'abitano' per cosi dire nell'aria. £ questo 'per cosi dire*
che crea la condensazione. Si sovrappongono frames o sce-
neggiature: se un uomo viene minacciato cosa fa? Si rifugia
in casa. Se un uccello viene minacciato, si rifugia nell'aria.
Dunque rifugio chiuso vs rifugio aperto. Ma allora l'aria che
pareva luogo della minaccia (vento, pioggia, tempesta) per
alcuni esseri diventa luogo del riparo. Ecco un caso di meta-
fora 'buona' o 'poetica' o 'difficile' o 'aperta'. Perché è possi-
bile percorrere indefinitamente la semiosi e trovare unifica-
zioni su qualche nodo di un albero di Porfirio e dissimiglian-
ze ai nodi inferiori, cosi come si trovano a schiera dissimi-
glianze e opposizioni nei semi enciclopedici.
Di qui un primo abbozzo di regola: ispezionando il conte-
sto, nei primi due termini che esso offre, si trovino semi più
12. RAPPRESENTAZIONE COMPONENZIALE
o meno simili (omonimi) che spingano a ipotizzare una terza
unita semantica che presenti con quella metaforizzante (di
cui e il metaforizzato) pochi semi simili e molti dissimili e
che si componga con la prima entro un albero di Porfirio do-
ve si dà unità su un nodo molto alto ma disuguaglianza sui
nodi più bassi. Non si cercherà una regola matematica che
fissi k distanza' buona, e specifichi su quale nodo debbono
stabffirsi identità e ^simigliarne. Piuttosto sarà 'buona' la
metafora che non consente di arrestare subito la ricerca (co-
me era avvenuto per la panca), ma permetta ispezioni diver-
se complementari e contraddittorie. lidie non pare diverso
dal criterio di piacere che Freud [1905] individua per il buon
motto di spinto: risparmio, economia, certo, ma solo per-
che si trova facilitato (istruito) un corto circuito che, a voler-
lo dipanare in tutti i suoi passaggi, porterebbe via troppo
tempo.
A questo punto dove sta la proporzione aristotelica? Cer-
to 1 aria sta agli uccelli come la casa sta agli uomini {sotto un
certo rispetto). Ma questo è al massimo il riassunto del risul-
tato finale di ogni ispezione interpretativa. È k definizione
di quanto 1 arguzia permette, da quel momento in avanti di
cercare di conoscere in più. Perché la proporzione in se stes-
sa non dice ancora molto, va riempita. Essa al massimo ricor-
da il quarto i termine /uomini/ (e qui si potrà completare il
gioco di condensazione, uomini - terrestri, uccelli - aerei uo-
mini con gambe, uccelli con ali, e così via).
Si tratta ora di vedere se questa ipotesi interpretativa tie-
ne per altre espressioni metaforiche, per le catacresi più smac-
cate come per le invenzioni poetiche più delicate. Si incomin-
cerà a porsi dal punto di vista di chi debba disambiguare per
la prima volta /La gamba del tavolo/: a pensarci bene, all'ini-
zio era un kenning, ovvero un enigma (Vico lo sapeva). È ne-
cessario però già sapere (molti vichiani ingenui non lo san-
no) cosa sia un tavolo - e una gamba. Si trova nella gamba
(umana) una funzione P di sostegno di un corpo. Si trova nel-
la descrizione formale F di /tavolo/ l'istruzione che è soste-
nuto da quattro elementi. Si ipotizza un terzo termine /cor-
po/ e si trova che in F si sostiene su due gambe. Si trovano
semi di verticalità sk nella gamba sia nelk x che sostiene il
tavolo. Si trovano ovviamente opposizioni su semi come «na-
tura vs cultura», «organico vs inorganico ». Si riuniscono /ta-
i88
METAFORA E SEMIOSI
volo/ e /corpo/ sotto un albero di Porfirio che considera le
«strutture articolate»: si trova che /corpo/ e /tavolo/ si uni-
scono nel nodo superiore e si distinguono in quelli inferiori
(per esempio strutture articolate organiche vs strutture arti-
colate inorganiche). Si passa alla comparazione fra la /gamba/
organica e la x di cui la catacresi fornisce lo pseudonome e u
costruisce un albero dei sostegni: sostegni entrambi, i uno
organico e l'altro inorganico. Insomma, d meccanismo è chia-
ro? al massimo ci si potrebbe chiedere se si trattava di una
'buona' catacresi. Non si sa, si è troppo abituati, non si riac-
quisterà mai più l'innocenza della prima invenzione. Ormai
è sintagma preformato, elemento di codice, catacresi appun-
to m senso stretto, non metafora inventiva.
Si'orovi allora con due metafore vere e proprie: /tssa era
una rosa/ e, da Maìherbe, ju rose elle a vécu ce que viveni
les roses ,l' espace d'un matini.
La prima metafora dice subito contestualmente chi sia u
metaforizzante e chi sia il metaforizzato. JEwtf non può es-
sere che un essere umano di sesso femminile. Dunque si pro-
cede a comparare /donna/ a /rosa/- Ma l'operazione non sarà
mai così completamente ingenua. L'intertestualità che si co-
nosce è ricca di espressioni preformate, di frames P^otL
Si sa già quali semi mettere in rilievo e quali lasciar cadere.
Organico
t • . - :
Vegetale
t
/Rosa/ -fF^, A NjJm M Vegetale P G ^«tf
, FrttchrzzM ,
■' ">
Organico r , >
t
Animale
' t l
/Donna/ -»■ A Nj(W)1 Uj^^ P G «ai.r ,
Frescbetu
Il gioco è di una semplicità sconcertante. La maggior parte
dei semi enciclopedici è simile. C'è solo oprane sultane
vegetale/animale. Su quello si costruisce albero di Portino
e si scopte che, malgrado l'opposizione ai nodi infenoti, c e
12, RAPPRESENTAZIONK COM POHEN ZI AL E
unità al nodo superiore (organico). Ma per far questo si do-
veva ovviamente sapere già che quando sì paragona una don-
na a un fiore si sta parlando di una donna-oggetto, che vive
come i fiori gratta sui, puro ornamento del mondo. E final-
mente si fa chiara la questione della similitudine o dissimi-
glianza delle proprietà. Non è né percettivicà né ontologia,
è semiotica. Occorre che la lingua (la tradizione figurativa)
abbia già inteso «freschezza» e «colore» come interpretanti,
allo stesso titolo, della condizione di salute di un corpo uma-
no e della condizione di salute di un fiore, anche se dal punto
di vista fisico il rosa di una guancia muliebre raramente ha lo
stesso spettro di un rosa di fiore. C'è una differenza in milli-
micron, ma la cultura li ha omologati, li nomina entrambi con
la stessa parola o li rappresenta entrambi con lo stesso 1 colore.
Cosa sarà accaduto la prima volta? Non si sa, la metafora
nasce su dì un tessuto di cultura già detta.
Questa è dunque una metafora povera, 'chiusa' , poco co-
noscitiva, dice quello che si sa già. Ma l'ispezione avverte che
nessuna metafora è 'chiusa' in assoluto, la sua chiusura è
pragmatica. Si immagini un utente ingenuo della lingua che
la incontri per la prima volta. Sarà preso in un gioco di tenta-
tivi ed errori come chi disambiguasse per la prima volta /La
casa degli uccelli/. Non 'c'è metafora impoetica in assoluto:
c'è solo per determinate situazioni socioculturali. Pare inve-
ce che ci sia metafora poetica in assoluto. Perché non si può
mai dire cosa un utente sappia della lingua (o di ogni altro
sistema semiotico) ma si sa sempre, piti o meno, cosa una lin-
gua (o altro sistema) ha già detto, e si può riconoscere la me-
tafora che impone operazioni inedite, e la predicazione di
semi mai ancora predicati.
Il primo passaggio è dato dalla metafora di Maìherbe. Ap-
parentemente essa impone lo stesso lavoro di comparazione
della metafora precedente. II problema di /spazio/ è già ri-
solto: la tradizione lo ha già reso metafora di «decorso tem-
porale». La tradizione ha già acquisito l'uso metaforico di
/vita/ per la «durata» di entità non animali. C'è dunque da
lavorare sulla relazione fra «durata», «fanciulla», «rosa» e
«mattino». Alla /rosa/ si riconoscerà come sema particolar-
mente pertinente quello (peraltro intertestualmente codifi-
cato) della «fugacità» (si apre all'alba e si chiude al tramon-
to; oppure, dura pochissimo; come si vedrà non si tratta del-
METAFORA E SEMIOSI
la stessa proprietà). Tutte le altre similarità tra fanciulla e
rosa son già passate in giudicato e vengono prese come ìnter-
testualmente buone. Quanto al mattino ha k proprietà di es-
sere solo una parte del giorno, un giorno incompleto. Ila an-
che quella di essere la più bella, delicata, attiva. Quindi natu-
ralmente la fanciulla, bella come una rosa, ha vissuto una vi-
ta fugace, e ne ha vissuto solo la parte che, per quanto breve,
è la migliore (Aristotele peraltro diceva già: il mattino della
vita è la giovinezza). Quindi identità e dissimiglianza su mar-
che enciclopediche, unificazione su nodo alto di albero di Por-
firio (organico, o vivente) e differenza sui nodi bassi (animale
vs vegetale). Seguono tutte le condensazioni del caso; fan-
ciulla e fiore, palpito vegetale che diventa palpito carnale, ru-
giada che si fa occhio umido, petalo* e bocca: l'enciclopedia
permette di far marciare l'immaginazione (anche visiva) a
pieno regime, il reticolo della semiosi si anima di parentele
e mirnicizie. Ma rimane qualcosa di ambiguo. La rosa vive un
mattino perché si chiude a sera, ma il giorno dopo rinasce. La
fanciulla muore e non rinasce. È qui che la metafora diventa
'diffìcile', 'distante', 'buona' o 'poetica'. Si deve rivedere ciò
che si sa circa la morte degli umani? Si rinasce? O si deve ri-
vedere ciò che si sa circa la morte dei fiori? La rosa che rina-
sce domani è la stessa di quella di ieri o quella di ieri rimane
quella che non fu colta? L'effetto di condensazione sbava,
sotto l'irrigidimento cadaverico della fanciulla sta un pulsare
lungo della rosa. Chi vince? La vita della rosa o la morte del-
la fanciulla? Non c'è ovviamente risposta: la metafora è ap-
punto aperta . Anche se si regge su un gioco di conoscenze in-
tertestuau ìpercouiiicate cne rasentano u manierismo.
i
13. Cinque regole.
Siamo ora in grado di delineare cinque regole per la inter-
pretazione co-testuale di una metafora {si noti che il processo
di interpretazione proietta all'inverso il processo di produ-
1. Si costruisca una prima rappresentazione componenzia-
le del semema metaforizzante (parziale e tentativa).
Chiamiamo il semema metaforizzante veicolo. Questa
rappresentazione deve magnificare solo le proprietàche
13. CINQUE REGOLE
il co-testo ha suggerito come rilevanti, narcotizzando le
altre [cfr. Eco 1979]. Questa operazione rappresenta
un primo tentativo abduttivo.
2. Si individui nell'enciclopedia (localmente postulata ad
hoc) un altro semema che possegga uno o phi degli stes-
si semi (o marche semantiche) del semema Veicolo, e al
tempo stesso esibisca altri semi 'interessanti'. Questo
semema divenga un candidato per il ruolo di semema
metaforizzato (tenore). Se ci sono più sememi in com-
petizione per questo ruolo, si tentino altre abduzioni,
sulla base di indizi co-testuali. Sia chiaro che per 'gli
stessi semi' si intendono i semi esprimibili attraverso
io stesso interpretante. Per altri semi -interessanti' si
intendono solo quelli rappresentabili da interpretanti
diversi, ma tali che possano essere opposti secondo
qualche incompatibilità ir^rcodificata (come aperto/
chiuso, morto/vivo, e cosi via).
3 . Si selezioni una o più di queste proprietà o semi diversi
e si costruisca su di essi un albero di Porfirio tale che
queste coppie di opposizioni si congiungano a un nodo
superiore,
4. Tenore e veicolo esibiscono un rapporto interessante
quando le loro diverse proprietà o semi si incontrano a
un nodo comparativamente molto alto dell'albero di
Porfirio.
Espressioni come /semi interessanti/ e /nodo compara-
tivamente molto alto/ non sono vaghe, perché si riferi-
scono a criteri di plausibilità co-testuale. Similarità e
differenze possono essere valutate solo in accordo al
possibile successo co-testuale della metafora e non c'è
criterio formale che stabilisca il 'giusto' grado di diffe-
renza e la 'giusta' posizione nell'albero di Porfirio Se-
condo queste regole, si parte da rapporti metonimici
(da sema a semema) tra due diversi sememi e, control-
landò la possibilità di una doppia sineddoche (che inte-
ressa sia veicolo che tenore), si accetta in conclusione la
sostituzione di un semema con l'altro. Pertanto una so-
stituzione di sememi appare come l'effetto di una dop-
pia metonimia verificata da una doppia sineddoche [cfr,
anche Eco 1971]. Pertanto possiamo passare alla quin-
192 METAFORA E SBMJOSI
5. SÌ controlli se, sulla base della metafora ipotizzata, si
possono individuare nuove relazioni semantiche, in mo-
do da arricchire ulteriormente il potere cognitivo del
tropo,
14. Dalla metafora all'interpretazione simbolica.
Una volta iniziato il processo semiosico, è difficile dire do-
ve una interpretazione metaforica si arresti: dipende dal con-
testo. Ci sono casi in cui, da una o più metafore, l'interprete
è guidato verso una lettura allegorica o una interpretazione
simbolica (e si veda il capitolo seguente). Ma quando si parte
da una metafora e si inizia un processo interpretativo, spesso
i confini tra lettura metaforica, lettura simbolica e lettura al-
legorica sono assai imprecisi,
Weinrich [1 976] ha proposto una interessante distinzione
tra micrometaforica, metaforica del contesto e metaforica del
testo. Si veda la sua analisi di un lungo brano di Walter Ben-
jamin di cui non possiamo che riassumere i momenti più sa-
lienti. In Gabbiani (Mówen) Benjamin parla di un suo viag-
gio per mare, denso di metafore che non verranno qui analiz-
zate. Due però paiono singolari a "Weinrich: i gabbiani, po-
poli di volatili, messaggeri alati, legati in un intreccio di se-
gni, che si dividono a un tratto in due schiere, neri a occiden-
te che scompaiono nel nulla, biancastri a oriente, ancora pre-
senti e 'da risolvere': e l'albero della nave che traccia nell'a-
ria un movimento pendolare. Weinrich sviluppa prima una
micrometaforica (per esempio proprietà comuni e dissimili
fra albero e pendolo), poi una metaforica del contesto dove
mette in connessione i vari 'campi metaforici' messi in opera
da Benjamin. In breve, ne emerge lentamente qualcosa che
sembra sempre più una dichiarazione allegorica, e che nella
fase finale della metaforica del testo svela la sua chiave poli-
tico-ideologica (dove il testo viene visto anche nelle sue cir-
costanze storiche di enunciazione): 1929, crisi della repub-
blica di Weimar, situazione contraddittoria dell'intellettuale
tedesco, da un lato ossessionato dalla polarizzazione dei con-
trasti (amico vs nemico), dall'altro incerto sulla posizione da
prendere, oscillante fra la neutralità e la resa dogmatica a una
delle parti. Di qui l'albero che diventa metafora del 'pendolo
14. DALLA METAFORA ALL'INTERPRETAZIONE SIMBOLICA 193
degli eventi storici' e il contrasto antagonistico dei gabbiani.
Corretta o meno che sia la lettura di Weinrich, si torni al-
la metafora dell'albero-pendolo , per individuarne il meccani-
smo costitutivo, il quale deve anche permettere tutte le infe-
renze contestuali che il lettore (in questo caso assunto come
Lettore Modello) ne dà. Si passerà subito sopra alle pressioni
contestuali che inducono a selezionare certi semi a scapito di
altri e si comporrà lo spettro componenziale dei due termini
presenti nel contesto: /albero/ e /pendolo/. In effetti il testo
parla di 'movimento pendolare' {Pendelbéwegungen), così
che più che di metafora si dovrebbe parlate di pacifica simili-
tudine (l'albero si muove come se fosse un pendolo) . Ma po-
trebbe anche essere /l'albero che batte le ore/ o /l'albero pen-
dolante/ e la natura contraddittoria, lo specifico effetto di
condensazione di questa figura non ne verrebbe inficiato.
Anzitutto, dato il contesto marino, l'albero è chiaramente
un albero di nave, senza ambiguità, non si tratta di metafora,
i di codificati ssima catacresi, che sfiora l'omonimia. Si
e pendolo. ,
/Pendolo/ F VtrtictU ^aatmn ^uv>" '•
Lieve oscillazione
Nave
Tempo
Sensibile «Editartene
Orologio
Si vede subito su quali semi si stabilisca l'identità e su quali
la diversità. Una prima unificazione su un qualche albero di
Porfirio darebbe risultati deludenti: entrambi manufatti, en-
trambi di legno o ferro, o peggio, entrambi appartenenti alla
classe delle cose verticali. Non è abbastanza. Le uniche oppo-
sizioni degne di nota sembrano quella tra fissità e oscillazio-
ne, e il fatto che l'uno sia funzionale ai percorsi nello spazio,
l'altro alla misura del tempo. A una seconda ispezione si ve-
drebbe che anche l'albero tuttavia, per star saldo, deve oscil-
lare un poco, cosi come il pendolo, per oscillare, deve stare
saldo intorno al suo pernio. Ma non si tratta ancora di un'ac-
quisizione conoscitiva degna di nota: il pendolo imperniato
194
METAFORA E SEMJOSI
in alto oscilla e misura il tempo, l'albero imperniato in basso
oscilla ed è in qualche modo legato allo spazio. Lo si sape-
va già.
Se la metafora apparisse in un contesto che la lascia imme-
diatamente cadere, non costituirebbe invenzione degna di ri-
lievo. L'analisi di Weinrkh dice, che il tessuto intertestuale
punta l'attenzione degli interpreti sul tema 'oscillazione' e,
d'altra pane, nello stesso contesto, l'insistenza sul gioco al-
terno dei gabbiani e sull'opposizione destra/sinistra, oriente/
occidente stabilisce una isotopia della tensione fra due poli.
È questa l'isotopia vincente a livelli più profondi, non quella
stabilita dal io pie «viaggio per mare» a livello delle strutture
discorsive [cfr. Eco 1979]. Quindi il lettore è portato a far
giocare la semiosi sul sema «oscillazione» . La quale è funzio-
ne primaria per' il pendolo, secondaria per l'albero (l'enciclo-
pedia deve cominciare ad ammettere una gerarchia dei semi).
Inoltre l'oscillazione del pendolo è funzionalizzata alla misu-
ra esatta, mentre quella dell'albero è più casuale. Il pendolo
oscilla in modo sicuro e costante, senza alterazioni di ritmo,
l'albero è esposto ad alterazioni e, al limite, a rotture. Il fatto
che l'albero sia funzionalizzato alla nave, aperta al movimen-
to nello spazio e all'avventura indefinita, e il pendolo all'oro-
logio, fermo nello spazio e regolato nella sua misura tempo-
rale, apre a successive opposizioni. La certezza, la sicurezza
del pendolo contro l'incertezza dell'albero, l'uno clùuso e
l'altro aperto... E naturalmente il rapporto dell'albero (incer-
to) con i due popoli contraddittori di gabbiani... Come si ve-
de la lettura può continuare aU'irrfinito. Isolata, la metafora
era povera, immessa nel contesto sostiene altre metafore e ne
è sostenuta.
Altri hanno tentato di definire la bontà di una metafora
dalla maggiore o minore distanza fra le proprietà dei termini
in gioco: non ci pare ci sia una regola stabile. È il modello di
enciclopedia costruito ai fini dell'interpretazione di un dato
contesto, quello che fissa ad hoc centro e periferia dei semi.
Rimane il criterio della maggiore o minore apertura, e cioè di
quanto una metafora permetta di viaggiare lungo la semiosi
e di conoscere i labirinti dell'enciclopedia. Nel corso del qua-
le viaggio, i termini in gioco si arricchiscono di priorità che
l'enciclopedia ancora non riconosceva loro.
Queste considerazioni non stabiliscono ancora e definiti-
li CONCLUSIONI
vamente un criterio estetico per distinguere metafore 'belle'
da metafore 'brutte': giocano in quel caso anche gli stretti
rapporti fra espressione e contenuto, fra valori materiali e
valori di contenuto (in poesia si potrebbe parlare di cantabi-
Iità, possibilità di memorizzare u contrasto e la similarità, e
dunque entrano in gioco elementi come la rima, la paronoma-
sia, l'assonanza, ovvero tutto il corredo dei mei aplasmi di cui
si diceva nella tabella 1). Ma queste considerazioni permet
tono di distinguere la metafora chiusa (o scarsamente cono-
scitiva) da quella aperta, che fa conoscere meglio le possibi-
lità della semiosi, ovvero proprio quell'indice ' categorico dì
cui parlava Tesauro.
• - - . . ..■ -,- ■ - * .
rj. Conclusioni.
Non esiste algoritmo per la metafora: essa non può essere
prescritta per via di istruzioni precise a un computer, indi-
pendentemente dal volume di informazione organizzata che
vi si può introdurre. La riuscita della metafora è funzione del
formato socioculturale dell'enciclopedia dei soggetti inter-
pretanti. In questa prospettiva si producono metafore solo
sulla base di un ricco tessuto culturale, ovvero di un universo
del contenuto già organizzato in reti di interpretanti che deci-
dono (semioticamente) della similarità e della di s similarità
delle proprietà. Al tempo stesso solo questo universo del con-
tenuto, il cui formato si postula non rigidamente gerarchiz-
zato, bensì a Modello Q [Eco 1975I, trae dalla produzione
metaforica e dalla sua interpretazione occasione per ristrut-
turarsi in nuovi nodi di sirnilarità e dissirnilarità.
Ma questa situazione di semiosi illimitata non esclude che
si possano dare dei primi tropi e cioè delle metafore «nuo-
ve», mai udite o vissute come se non fossero mai state udite.
Le condizioni di insorgenza di questi momenti che potremmo
chiamare metaforicamente «aurorali» (ma che in Eco 1975
sono definiti come casi di invenzione) sono molteplici:
a) Esiste sempre un contesto capace di riproporre come
nuova una catacresi codificata o una metafora spenta.
Si può immaginare un testo della école du regard in cui
si riscopre, attraverso una lenta fenomenologia dei per-
METAFORA E SEMIOSI
cetti, la forza e la vivacità di una espressione come /Il
collo della bottiglia/. E Mallarmé sapeva che esistono
■ ancora molti modi di dire /un fiore.../
b) Esistono inopinati passaggi da sostanza semiotica a so-
stanza semiotica in cui quella che nella sostanza x era
una metafora spenta, ridiventa metafora inventiva nel-
la sostanza y. Si pensi ai ritratti muliebri di Modigliani,
di cui si può dire che reinventano visivamente (ma ob-
bligano a ripensare anche concettu alm e n te e, per varie
nKxiiazioni, verbalmente) una espressione come /Collo
di cigno/. Indagini sulla metafora visiva [cfr. Bonsiepe
1965! hanno mostrato come una espressione usurata
quale /flessibile/ (per indicare apertura d'idee, spregiu-
dicatezza decisionale, aderenza ai fatti) può ridiventare
inedita quando, anziché nominarla verbalmente, la fles-
sibilità venga mostrata rappresentando visivamente un
Oggetto flessìbile.
c) Il contesto a funzione estetica pone sempre i propri tro-
pi come «primi»: perché obbliga a vederli in modo
nuovo e perché dispone una tale quantità di rimandi
fra i vari livelli del testo da permettere una interpreta-
zione sempre nuova della espressione in gioco (la quale
non funziona mai da sola, ma interagisce sempre con
qualche nuovo aspetto del testo; e si veda l'immagine
dell'albero/pendolo in Benjamin). D'altra parte è tipico
dei contesti a funzione estetica produrre dei correlativi
oggettivi che hanno funzione metaforica 'apertissima'
in quanto lasciano intendere che si pongano rapporti di
similarità o di identità senza che questi rapporti possa-
no essere messi in chiaro.
d) Il tropo più 'spento' può funzionare come 'nuovo' per
un soggetto che si avvicini in modo 'vergine' alla com-
plessità della semiosi. Esistono codici ristretti e codici
elaborati (cfr. l'articolo «Codice» in questa stessa En-
ciclopedia). È possibile immaginare un soggetto che
non ha mai udito paragonare una fanciulla a una rosa,
che ignora le istituzionalizzazioni intertestuali, e che
reagisce alla più spenta delle metafore scoprendo per la
prima volta i rapporti tra un volto muliebre e un fiore.
Su questa stessa base si pongono anche i crampi della
comunicazione metaforica, i casi in cui il soggetto 'idio-
15. CONCLUSIONI
197
ta' è incapace ài comprendere il parlar figurato, o ne in-
travede faticosamente la funzione, vivendolo come una
provocazione. Situazioni del genere si verificano anche
nella traduzione di metafore da lingua a lingua: può
nascerne oscurità o folgorazione.
e) Si danno infine casi privilegiati in cui il soggetto 'vede'
per la prima volta una rosa, ne nota la freschezza, i pe-
tali imperlati di rugiada- perché prima la rosa, per lui,
era stata solo una parola, o un oggetto scorto nelle ve-
trine del fioraio. In questi casi il soggetto ricostruisce,
per cosi dire, il proprio semema, arricchendolo di pro-
prietà, non tutte verbalizzate e verbalizzabili, alcune in-
terpretabili e interpretate da altre esperienze visive o
tattili. In questo processo vari fenomeni sinestesìci con-
corrono a costituire reti di rapporti semiosiri . Chi, man-
giando in una situazione privilegiata del miele, avverta
un senso di deliquio, e lo decida simile, malgrado le dif-
ferenze, al deliquio provato in una esperienza sessuale,
inventerà per la prima volta una espressione altrimenti
spenta quale /miele/ per appellare la persona amata; e
si pensi quanto spenta sia la metafora nell'uso anglo-
sassone di chiamare fhoneyj la consorte che da noi, con
espressione altrettanto spenta, si chiama /tesoro/. Que-
ste metafore reinventate nascono per la stessa ragione
per cui si rivelano i sintomi al medico in modo impro-
prio (/Mi brucia il petto... Sento delle punture al brac-
cio.../) Cosi la metafora si reinventa anche a causa del-
l'ignoranza del lessico.
Eppure anche questi primi tropi nascono sempre perché
c'è tessuto semiotico soggiacente. Vico ricorderebbe che gli
uomini sanno parlare come eroi perché sanno già parlare co-
me uomini. Anche le metafore più ingenue sono fatte con de-
triti di altre metafore, lingua che sì parla da sé, e i confini tra
primi e ultimi tropi sono esilissimi, non materia di semanti-
ca, ma di pragmatica dell'interpretazione. In ogni caso, per
troppo tempo s'è pensato che per capire metafore occorresse
conoscere il codice (o l'enciclopedia): la verità è che la meta-
fora è lo strumento che permette di capire meglio il codice (o
l'enciclopedia). Questo è il tipo di conoscenza che riserva.
Per arrivare a questa conclusione si è dovuto rinunziare a
METAFORA E SEMIOSI
trovare per la metafora una definizione sintetica, immediata,
bruciante: sostituzione, salto, similitudine abbreviata, ana-
logia... Ci si illude che la metafora sia definibile attraverso
una categoria semplice perché è semplice il modo in cui pare
di capirla. Ma questa semplicità, o felicità, nel compiere cor-
tocircuiti all'interno della semiosi, è un fatto neurologico.
Semioticamente parlando invece A processo di produzione e
interpretazione metaforica è lungo e tortuoso. Non è detto
che la spiegazione dei processi fisiologici « psichici immediati
debba essere altrettanto immediata. Cita Freud nella sua rac-
colta di Witze classici, questo motto di Lichtenberg: «"Si
stupiva che i gatti avessero due fessure nella pelle, proprio al
posto degli occhi " ». E commenta: «La stupidità che si esibi-
sce qui è solo apparente; in realtà questa osservazione sem-
plicistica nasconde il grande problema della teleologia nella
struttura degli animali. Che la rima palpebrale si apra là dove
la cornea è esposta non è affatto ovvio, almeno fin quando la
storia dell'evoluzione ci abbia chiarito questa coincidenza»
[1905, trad. it. pp. 83-84]. Dietro alla 'felicità' dei processi
naturali (fisici e psichici) si annida un lungo lavoro. Di que-
sto si è tentato di definire alcune fasi.
-4.
Il modo simbolico
1 . La foresta simbolica e la giungla lessicale.
EiijifìoXov da expftóXXui 'gettare con', 'mettere insieme',
'far coincidere': simbolo è infatti originariamente il mezzo di
riconoscimento consentito dalle due metà di una moneta o
di una medaglia spezzata, e l'analogia dovrebbe mettere in
guardia i compilatori di lessici filosofici. Si hanno le due metà
di una cosa di cui l'una sta per l'altra {diquià stai prò aliquo,
come avviene in tutte le definizioni classiche del segno), e
tuttavia le due metà della moneta realizzano la pienezza del-
la loro funzione solo quando si ricongiungono a ricostituire
un'unità. Nella dialettica di significante e significato che ca-
ratterizza il segno questa ricongiunzione appare sempre in-
completa, differita; ogni volta che il significato viene inter-
pretato, e cioè viene tradotto in un altro segno, si scopre
qualcosa di più e il rinvìo anziché ricomporsi ai divarica, si
acuisce... Nel simbolo, al contrario, c'è l'idea di un rinvio che
in qualche modo trovali proprio termine: una ricongiunzio-
ne con l'origine.
Ma questa sarebbe già una interpretazione 'simbolica' del-
l'etimologia di /simbolo/: procedimento pericoloso anche
perché non si sa ancora cosa siano un simbolo e una interpre-
tazione simbolica. Lo sanno i compilatori di lessici filosofici
e i teorici del simbolico?
Uno dei momenti più patetici nella storia della lessicogra-
fia filosofica è proprio quello in cui i redattori del dizionario
filosofico di Lalande si riuniscono per discutere pubblicamen-
te sulla definizione di /simbolo/.
La prima definizione parla di ciò che rappresenta un'altra
cosa in virtù di una corrispondenza analogica. Quindi preci-
sa: «Ogni segno concreto che evochi (in virtù di un rapporto
naturale) qualcosa di assente o che non è possibile percepire:
IL MODO SIMBOLICO
"Lo scettro, simbolo della regalità"» [1926, trad. it. p. 813J.
La seconda definizione suona: «Sistema continuato di ter-
mini ciascuno dei quali rappresenta un elemento di un altro
sistema» [ibid.~\. Definizione più vasta, che vale anche a indi-
care codici convenzionali come il Morse. Ma subito dopo,
quasi a mo' di commento, e citando Lemaitre: «Un sistema
di metafore ininterrotte» [ibìd.].
Ultima definizione, l'accezione «formulario di ortodos-
sia», con riferimento al «Credo» come simbolo [ihid.].
Segue, come di costume per Lalande, la discussione degli
esperà, Delacroix insiste sull'analogia, ma Lalande asserisce
di aver ricevuto da Karmin la proposta di definire come sim-
bolo ogni rappresentazione convenzionale. Brunschvicg par-
la di un potere 'interno' di rappresentazione e cita il serpente
che si morde la coda, ma Van Biéma ricorda che il pesce era
simbolo di Cristo solo a causa dì un gioco fonetico o alfabe-
tico. Lalande rinnova le sue perplessità: come far coincidere
il fatto che un foglio di carta può diventare simbolo di milio-
ni (ed è evidentemente il caso di un rapporto convenzionale)
mentre i matematici parlano dei simboli di addizione, sottra-
zione e radice quadrata (dove non si vede il rapporto analo-
gico fra segno grafico e operazione o entità matematica corri-
spondente)? Delacroix osserva che in tal caso non sì parla
più di simbolo nello stesso senso in cui si dice che la volpe
è simbolo dell'astuzia (e infatti in questo caso la volpe è sìm-
bolo per antonomasia, un essere astuto rappresenta tutti i
membri della propria classe). Qualcuno distingue ancora tra
simboli intellettuali e simboli emotivi, e su questa complica-
zione la voce si conclude. Ma non conclude: la conclusione
indiretta a cui Lalande invita è che il simbolo è troppe cose,
e nessuna. Insomma, non si sa cosa sia.
Sembra che ci si trovi qui dì fronte allo stesso fenomeno
che sì sperimenta quando si tenti di dare una definizione del
segno. Il linguaggio comune, intessendo un nodo apparente-
mente inestricabile di omonimie esibisce una rete dì somi-
glianze di famiglia. Ora le somiglianze dì famiglia possono
essere dì tipo ristretto o dì tipo vasto. Un esempio di tipo
ristretto è quello che propone Wittgenstein analizzando la
nazione dì gioco. Posto che A, B e C siano tre tipi di giochi
diversi e che ciascuno presenti delle proprietà a, ...,« (come
l'essere competitivo, il comportare sforzo fisico, l'essere dì-
I. LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE
20I
sinteressato o meno) si verrebbe a creare una rete di somi-
glianze di questo tipo:
ABC
Jh^ *^fW S?fcs
ib'cde bcde f ed t f g
dove si vede che ciascun gioco ha alcune delle pr
altri, ma non tutte. Quando però la rete si amj
una conseguenza formale di questo tipo;
A B C D E F
/^tV //IV. y/h^ //tVs /^IVv
tbede bedef cdif g defgh efghi fghil
dove si vede che, alla fine, A e F non hanno più nulla in co-
mune, se non il fatto assai curioso di appartenere alla stessa
serie di cose 'simili 3 immediatamente fra loro. In certe strut-
ture parentali l'essere cognato del cognato del cognato di una
quarta persona implica rapporto parentale. Lessicografica-
mente parlando, un legame di questo tipo si presenta invece,
al massimo, come strumento di comprensione di un processo
in termini di semantica storica. £ naturale che in un universo
di interpretanza continua e di semiosi illimitata, per interpre-
tazioni selettive si può passare da cosacco ad armato a caval-
lo, da questo a ussaro, da ussaro a personaggio di operetta e
da questo infine alla vedova allegra. Ma questo non consente
di dire che vi siano parentele semantiche fra un cosacco e la
vedova allegra.
Ora il tentativo che il concetto dì segno permette è di ve-
dere se al di sotto delle somiglianze di famìglia esista una
proprietà, molto generale, che sopravvive in ciascun termine
della catena, e di costruire sulla base di questa proprietà un
oggetto teorico che non si identifica con nessuno dei fenome-
ni presi in esame ma che di ciascuno dà ragione, almeno dal
punto di vista di una semiotica generale. Si è mostrato che si
ha un segno quando qualcosa sta per qualcosa d'altro secondo
i modi di ima inferenza (p^>q>, dove p è una classe di eventi
percepibili (espressioni) e q una classe di contenuti, ovvero
di pertinentizzazioni del continuum dell'esperienza, tale che
ciascun membro della classe dei contenuti possa essere 'inter-
pretato*, e cioè tradotto in un'altra espressione, cosi che la se-
202
IL MODO SIMBOUCO
conda espressione veicoli alcune proprietà della prima (rile-
vanti in un contesto dato) e ne esibisca altre che la prima
espressione non sembrava includere.
Compito di una semiotica generale è costruire questo og-
getto teorico, compito delle semiotiche specifiche è studiare
i modi diversi in cui la classe delle espressioni si collega alla
classe dei contenuti, e cioè la forza epistemologica di quel se-
gno di inferenza che il modello generale poneva in modo pu-
ramente formale.
Una impressione che si prova di fronte ai vari impieghi di
/sìmbolo/ nei loro diversi contesti, è che questo termine non
consenta l'identificazione di un nucleo costante seppur gene-
ralissimo di proprietà. Anche perché /simbolo/ non è, come
invece /segno/, un termine del linguaggio comune. Il linguag-
gio comune usa espressioni come /Far segno di avvicinarsi/
oppure /Questo è un brutto segno/ e anche un parlante incol-
ta è in grado di spiegare (o interpretare) se non il significato
dì /segno/ almeno il significato globale di questi sintagmi.
Quando invece non il linguaggio di tutù i giorni, ma lo pseu-
dolinguaggio quotidiano della stampa o dell'oratoria pubbli-
ca dice che un paese è simboleggiato dai suoi prodotti, che il
viaggio di Nixon in Cina aveva un valore simbolico, che Ma-
rilyn Monroe era un sìmbolo del sesso o della bellezza, che
l'istituzione del Mercato Comune ha costituito una svolta
simbolica o che il ministro ha posto simbolicamente la prima
pietra, il parlante comune non solo avrebbe difficoltà a chia-
rire il senso della parola /simbolo/ ma fornirebbe anche inter-
pretazioni vaghe o alternative dei sintagmi in cui il tennine
appare.
Basterebbe dire che /simbolo/ è termine del linguaggio
colto che il linguaggio pseudoquotidiano prende a prestito
considerandolo come meglio definito nei contesti teorici ap-
propriati. Ma, mentre un libro di semiotica che si occupi del
segno si affretta a esordire chiarendo le condizioni d'uso di
questo termine, una delle sensazioni più disturbanti che si
avvertono di fronte a contesti teorici in cui si parla di /sìm-
bolo/ è proprio il fatto che raramente questo termine viene
definito, come se si rinviasse a una nozione intuitivamente
evidente.
Si citeranno pochi esempi, presi quasi a caso. Una teoria
dell'arte come forma simbolica quale Feeling and Form di
1 . LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE 203
Suzanne Langer [1953] inizia criticando vari usi confusi del
termine /simbolo/ e si richiama alla necessità filosofica di de-
finirlo meglio. Ma subito dopo l'autrice ricorda che in casi
come il suo la definizione potrà venir fornita solo nel corso
del libro e rimanda al capitolo xx. Quivi si legge che l'opera
d'arte è un simbolo indivisibile a differenza dei simboli del
linguaggio comune, ma risulta difficile capire cosa sia quel-
l'entità che nell'arte è indivisibile e altrove non lo è. Per for-
tuna nell'introduzione si era anticipata una definizione: è
simbolo «ogni artificio che ci consenta di adoperare un'astra-
zione» (trad. it. p. 13). Non è certo molto, ma comunque
l'autrice ci ha provato.
Lo stesso interdetto definizionale si ritrova in un'opera
per tanti altri versi ricca di finissime analisi poetiche, come
YAnatomy of Cntichm di Northrop Frye tfrfift. Il capitolo
intitolato alla teoria dei simboli afferma che il termine /sim-
bolo/ «in questo saggio indica qualsiasi unità di qualsiasi
struttura letteraria suscettibile di analisi critica» (trad. it.
p. 94) e più avanti si dirà che questi simboli possono essere
chiamati anche «motivi». Si distingue il simbolo dal segno,
che sembra essere il termine linguistico* fuori contesto, e si
afferma che la critica è invece interessata ai «simboli rilevanti
e notevoli», definiti come «nomi, verbi e frasi costituiti da
tenmni rilevanti» [ibid., p. 104]. In una prospettiva di este-
tica organica di derivazione romantica si privilegiano, sopra
i significati «letterali» e «desttittivi», quelle unità che « mo-
strano analogia di proporzioni tra la poesia e la natura che è
imitata» [ibid., p. ir 2] per cui «il simbolo sotto questo
aspetto potrebbe meglio essere definito l'immagine» [ibid];
ma all'interno della categoria delle immagini Frye distingue-
rà poi simbolo da allegoria, emblema e correlativo oggettivo
e parlerà più propriamente di simbolismo in riferimento al-
l'uso di archetipi [ibid., p. 135], rispetto ai quali si prospetta
la possibilità dì una interpretazione 'anagogica' dell'opera
poetica. L'unica definizione chiara sembra essere quella degli
archetipi, ma è derivata da quella jungjana.
Una studiosa a cui L'antropologia simbolica deve molto,
Mary Douglas, dedica un intero volume ai Naturai Symbols
[1973] ed esordisce affermando che «la natura deve essere
espressa in simboli» e che «la conosciamo attraverso sìmbo-
li» (trad. it. p. 3); distingue simboli artificiali e convenzionali
20 4
IX. MODO SIMBOLICO
da simboli naturali, sostiene una sistematica dei simboli, ma
non definisce mai il simbolo in termini teorici. E certamente
chiaro cosa sono in questo contesto i simboli naturali, e cioè
i mm agini del corpo usate per riflettere l'esperienza che un
singolo ha della società. Mary Douglas elabora di fatto una
semiotica dei fenomeni corporali come sistema di espressioni
che si riferiscono a elementi di un sistema sociale, ma non si
vede alcuna ragione perché questi sistemi di simboli non deb-
bano essere chiamati sistemi di segni. Cosa' che l'autrice per
altro fa [ibid., p. 2y] lasciando intendere che per lei simbolo
e segno siano sinonimi.
Un altro classico dell'antropologia simbolica, From Ritual
10 Romance di Jessie L. Weston [1920], che pure ha fornito
riserve di 'simboli' a un poeta come Eliot, dedica un capitolo
sii Symbols e cioè ai Talismani del mito del Graal; sostiene
che questi simboli funzionano solo in un sistema di relazioni
reciproche, sa che Coppa, Lancia 0 Spada hanno significazio-
ne mistica, ma cosa siano un simbolo 0 una significazione, mi-
stica viene lasciato alla buona volontà del lettore.
Uno dei tentativi più generosi di penetrare la foresta dei
simboli è Symbols ^Public and Private di Raymond Firth
[1973]- Firth denunzia la equivocità del termine e ne segue
gli usi dalla stampa quotidiana alla letteratura, dalle teorie
romantiche del mito alla moderna antropologia simbolica.
Si rende conto che ci si trova di fronte a un meccanismo di
rinvio, tipico della segnila, ma ne vede connotazioni partico-
lari, come I'ineffettualità (il gesto puramente simbolico), la
contraddittorietà rispetto allo stato dei fatti, il gioco di ri-
mando fra concreto e astratto (volpe per astuzia) 0 fra astrat-
to e concreto (il simbolo logico), il rapporto metonimico o si-
neddochico (sassi e fiumi per dèi o forze naturali), la vaghez-
za (il buio simbolo del mistero)... Avverte che a un primo li-
vello il simbolo può essere assai convenzionalizzato (le chiavi
di Pietro per il potere della Chiesa) ma che basta guardarlo
in trasparenza (di cosa è simbolo il gesto di Gesù che conse-
gna le chiavi a Pietro — e tra l'altro le consegna 'simbolica*
mente' perché di fatto non dà un paio di chiavi?) per farne
11 punto di riferimento di interpretazioni contrastanti e assai
meno convenzionate. Alla fine di questa rassegna Firth pare
approdare (e sempre provvisoriamente) a una sorta di defini-
zione terra terra, ovvero una definizione pragmatica: «Nel-
I. LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE 20 J
l'interpretazione di un simbolo, le condizioni della sua pre-
sentazione sono tali che l'interprete solitamente ha molto
maggior spazio per esercitare il proprio giudizio» di quanto
non avvenga coi segnali regolati da un codice comune a emit-
tente e destinatario; «perciò un modo di distinguere all'in-
gresso tra segnale e simbolo può consistere nel classificare co-
me simboli tutte le presentazioni in cui si riscontri una più
accentuata mancanza di aderenza — anche forse intenzional-
mente - nelle attribuzioni di produttore e interprete» (trad-
ir, p. 55).
La conclusione 'pragmatica* di Firth pare ancora la più ra-
gionevole. Infatti, se pure si riuscisse a trovare al di sotto
della rete di somiglianze di famiglia una caratteristica comu-
ne a tutti i 'simboli' che egli esamina, si dovrebbe dire che
questa caratteristica è quella stessa del segno: e cioè il fatto
che alìquid stai prò alìquo. Basterebbe allora dire che /sim-
bolo/ viene usato sempre come smonimo di /segno/ e forse
viene preferito perché ha un'apparenza più 'colta'.
Nelle pagine che seguono si esamineranno, per approssi-
mazioni ed esclusioni, vari contesti in cui /simbolo/ dì fatto
sta per /segno/ oppure per specie di funzione segni ca che già
si sono studiate. In tal. caso non ci sarebbero ragioni per oc-
cuparsi pili a lungo del simbolo, perché uno dei compiti della
lessicografia filosofica è quello di chiarire e ridurre le sino-
nimie.
Tuttavia, proprio guidati dal sospetto pragmatico di Firth,
si individuerà, per una serie di approssimazioni successive,
un nucleo 'duro' del termine /simbolo/. L'ipotesi che si cer-
cherà di elaborare è che questo nucleo duro si riferisca a un
atteggiamento semantico-pragmatico che si decide di deno-
minare modo simbolico. Verrà identificata pertanto una se-
rie di contesti in cui il termine /simbolo/ va assunto in senso
stretto qu;i!e allusione più o meno precisa a un uso dei segni
secondo il modo simbolico. Sia nell 'escludere le accezioni si-
nonimiche sia nel definire il modo simbolico si sarà costretti
a procedere elaborando una tipologia generale, che non può
nutrirsi di tutti gli esempi a disposizione, dato che il termine
'simbolo' viene usato da quasi tutti i pensatori negli ultimi
duemila anni. Gli esempi saranno pertanto scelti per la loro
capacità di rappresentare infiniti altri contesti più o meno si-
mili, e sarà per ragioni variamente 'economiche' che si po-
206 IL MODO SIMBOLICO
tranno trovare riferimenti a Creuzer e non, per esempio, a
Eliade, a Ricoeur e non a Bachelard, e cosi via.
2. Approssimazioni ed esclusioni .
a.i. H simbolico come semiotico.
Ci sono anzitutto teorie che identificano l'atea del simbo-
lico con l'area di dò che oggi si tende a definire come semio-
tico. In tale prospettiva, simbolica è l'attività per cui l'uomo
rende ragione della complessità dell'esperienza organizzan-
dola in strutture di contenuto a cui corrispondono sistemi di
espressione. Il simbolico non solo permette di ' nominare'
l'esperienza ma altresì di organizzarla e quindi di costituirla
come tale, rendendola pensabile e comunicabile.
è stato mostrato [Goux 1 973 ; Rossi-Landi 1 968] che una
generale struttura simbolica regge la teorìa marxiana e per-
mette lo stesso articolarsi di una dialettica fra base e sovra-
strutture. Rapporti di proprietà, sistemi di equivalenza fra
merce e merce e merce e denaro sono già il risultato di una
messa in forma simbolica.
Parimenti, semiotico e simbolico si identificano nello
strutturalismo di Lévi-Strauss: «Ogni cultura può essere con-
siderata come un insieme di sistemi simbolici in cui, al primo
posto, si collocano il linguaggio, le regole matrimoniali, i rap-
porti economici, l'arte, la scienza, la religione» fi 950, trad.
it. p. xxiv]. Oggetto dell'antropologia sono dei modelli, ov-
vero «dei sistemi di simboli che tutelano le proprietà carat-
teristiche dell'esperienza, ma che, a differenza dell'esperien-
za, abbiamo il potere di manipolare» [1960, trad. it. p. 63].
Omologie, possibilità di trasformazione delle strutture (sia-
no esse parentali, urbanistiche, culinarie, mitologiche 0 lin-
guistiche) sono dovute al fatto che ogni struttura dipende da
una più generale capacità simbolica dello spirito umano che
organizza secondo modalità comuni la globalità della propria
esperienza.
Non diversamente semiotico e simbolico vengono a coin-
cidere in Lacan. Dei tre registri del campo psicanalitico (im-
maginario, reale e simbolico) l'immaginario è marcato dalla
relazione aU'immagine del 'simile'. Ma la similarità di Lacan
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
non è quella di una semiotica dell'ìconismo, bensì quella che
si realizza nello stesso meccanismo percettivo. È rapporto di
similarità (e quindi immaginario) quello del soggetto con la
propria immagine nello stadio dello specchio, è immaginario
il rapporto erotico o aggressivo che si manifesta nella reazio-
ne duale, appartengono all'immaginario i casi di isomorfi-
smo. Nel Seminane sugli scritti tecnici di Freud, Lacan esa-
mina immagini virtuali dovute a proiezioni che appaiono o
scompaiono a seconda della posizione del soggetto e ne con-
clude che «nel rapporto dell'immaginario e del reale e nella
costituzione del mondo cosi coinè ne risulta, tutto dipende
dalla posizione del soggetto. E la posizione del soggetto... è
caratterizzata essenzialmente dal suo posto nel mondo sim-
bolico, altrimenti detto, nel mondo della parola» [1975,
trad. it. p. 100], Il registro del simbolico si realizza come leg-
ge e l'ordine del simbolico è fondato sulla Legge {le Nom-du-
Père). :
Mentre per Freud, come si vedrà, la simbolica è l'insieme
dei simboli onirici a significazione costante (c'è in Freud il
tentativo di costituire un codice dei simboli), Lacan è scarsa-
mente interessato a una tipologia di differenze tra i diversi ti-
pi di segni, tanto da appiattire il rapporto espressione-conte-
nuto e le sue modalità di correlazione sulla logica interna dei
significanti. Come d'altra parte a Lévi-Strauss, non gli inte-
ressa tanto il fatto che nell'ordine simbolico si costituisca-
no funzioni segniche, quanto il fatto che i livelli o piani che le
funzioni correlano posseggano una sistematicità ovvero una
struttura: «Pensare è sostituire agli elefanti la parola ele-
fante e al sole un tondo». Ma «il sole in quanto è designato
da un tondo non vale niente. Non vale se non in quanto que-
sto tondo è messo in relazione con altre formalizzazioni, che
insieme a quella costituiscono la totalità simbolica... Il sìm-
bolo vale solo se lo si organizza in un mondo di simboli»
[ibid., p, 278]. In questo esempio Lacan chiaramente parla
sia dì un 'simbolo' verbale come la parola /elefante/ sia di un
simbolo visivo come il tondo per il sole. La diversa struttura
segnica dei due tipi di 'simboli' non pare interessarlo. A leg-
gere tutta la sua opera sorge tuttavia l'impressione che il mo-
dello del simbolico a cui egli si rifà di preferenza sia quello
del verbale. E tuttavia, se pure a livello teorico nel Iacanismo
il simbolico si identifica col semiotico, e questo col linguisti-
208
IL MODO SIMBOLICO
co, pare che k pratica del lacanismo (quella di Lacan e dei
suoi seguaci) reintroduca delle modalità interpretative che si
sarebbe più propensi a definire in termini di modo simbolico.
Sospetto (o certezza) che tuttavia dovrà essere controllato
quando si sia definito meglio ciò che si intende per 'modo
simbolico'.
Anche l'ordine del simbolico che costituisce l'oggetto del-
la Filosofìa delle forme simboliche [1923] di Ernst Cassirer
è l'ordine del semiotico, ed egli lo dice espressamente, l&
scienza non rispecchia la struttura dell'essere (kantianamente
rimosso in una zona di inaccessibilità propria della Cosa-in-
sé) ma pone i propri oggetti di conoscenza, e in definitiva il
tessuto del mondo conosciuto, «come simboli intellettuali
liberamente creati». Cassirer si rifa alla concezione di Hertz
(e di Helmholtz) degli oggetti scientifici coinè simboli o si-
mulacri «tali che le conseguenze idealmente necessarie delle
immagini siano sempre a loro volta le immagini delle conse-
guenze naturalmente necessarie degli oggetti rappresentati»
(trad, it. p. 6). Potrebbe sembrare che qui si assimili il simbo-
lo al modello o al diagramma - segni retti da ratio difficili*
e comunemente detti 'analogici' — ma in realtà la mira di Cas-
sirer è più vasta. Egli assimila la stessa teoria kantiana della
conoscenza (reinterpretata in senso non astrattamente tra-
scendentale ma storicamente culturologico) a una teoria se-
miotica: l'attività simbolizza trice (che si esercita anzitutto
nel linguaggio verbale, ma allo stesso titolo nell'arte, nella
scienza e nel mito) non serve a nominare un mondo già cono-
sciuto bensì a produrre le stesse condizioni di conoscibilità
di ciò che viene nominato. « Il simbolo non è un rivestimento
meramente accidentale del pensiero, ma il suo organo neces-
sario ed essenziale... Così ogni pensiero veramente rigoroso
ed esatto trova il suo punto fermo sok> nella simbolica, nella
semiotica, sulla quale esso poggia» [ibid., p, 20],
Accanto al mondo dei simboli linguistici e concettuali sta
«non paragonabile a esso e purtuttavia ad esso affine per ori-
gine spirituale, quel mondo di forme che è creato dal mito o
dall'arte» [ibid., p. 23]. Cassirer dunque riconosce differenze
di articolazione fra diverse forme simboliche («in parte dì
natura concettuale, in parte di natura puramente intuitiva»
[ibid., p. 25]), ma sussume tutte queste differenze, appunto,
sotto la categoria del simbolico- se miotico.
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
209
La stessa unificazione di semiotico e simbolico si trova,
malgrado le differenze terminologiche che si vedranno, in
Julia Kristeva. Essa [cfr. in particolare Kristeva 1974] con-
trappone il semiotico al simbolico-. Ma il semiotico, in tale
prospettiva, è un insieme di processi primari, scariche ener-
getiche, pulsioni che articolano una chóra e cioè « una tota-
lità non espressiva costituita dalle pulsioni e dalle loro stasi
in una motilità movimentata quanto regolamentata» (trad.
it. p. 28). Il semiotico non appartiene all'ordine del signifi-
cante anche se si genera in vista della posizione significante.
La ebòra « tollera analogie soltanto con il ritmo vocale o cine-
sico» [ibid., p. 29]; sottoposta a regolazione, esibisce discon-
tinuità organizzaci, voci, gesti, colori già coordinati secon-
do spostamento e condensazione. Su questa base si instaura
il simbolico, in senso affine alla nozione lacaniana: esso risul-
ta dal rapporto sociale con l'altro. Di fronte alla imago dello
stadio dello specchio, la voce «portata dal corpo agitato (dal-
la chóra semiotica) all'imago H di fronte» [ibid., p. 49], o la
posizione del fallo come rappresentante simbolico della man-
canza esperita conia scoperta della castrazione, tutte queste
posizioni, che sono al tempo stesso proposizione e giudizio,
segnano la soglia tra semiotico e simbolico [ibid. , pp. 46-49] .
«Q sembra che il termine simbolico designi in modo ade-
guato questa unificazione sempre scissa, prodotta da una rot-
tura e impossibile senza di essa» [ibid., p. 51]. Il simbolico
è il momento del linguaggio «con tutta la sua stratificazione
verticale (referente, significato, significante) e tutte le conse-
guenti modalità dell'articolazione logìcosemantica» [ibid.,
Dove si vede che il semiotico kristeviano è una sorta di
soglia inferiore della semiotica (luogo di una semiotica cellu-
lare, di ima semiotica animale) mentre il simbolico è ciò che
si potrebbe chiamare semiotico, in tutta la varietà delle sue
manifestazioni. Ci sarebbe al massimo da domandarsi se per
la Kristeva, come per Lacan, molte modalità di produzione
segni ca (riconoscimento di tracce, di indizi, di vettori [cfr.
Eco 1975I) non si realizzino in una zona compromessa fra
immaginario (e semiotico) e simbolico. Quello che è cerco è
che il simbolico della Kristeva non è quello di molti che asse-
gnano la -simbolicità all'arte: il momento artistico è per la
Kristeva semmai quello in cui il simbolo, coscientemente,
2IO
IL MODO SIMBOLICO
lascia riaffiorare il semiotico; il momento in cui il semioti-
co lacera il simbolico e ne stimola le pratiche di autoever-
sione. Momenti per altro decisi a livello simbolico perché il
semiotico senza simbolico produce la pura e semplice deriva
nevrotica. Il semiotico controllato dal simbolico rimodella
attraverso la pratica artistica l'ordine del simbolico, rinno-
vandolo [Kristeva 1974, trad. it. pp, 65-66]. £ quindi chiaro
che ciò che in poesia si chiama simbolo e in altre teorie è l'af-
fiorare delle potenze simboliche del linguaggio (di cui si dirà)
è per la Kristeva il momento artistico (trasgressivo) e non
quello socializzato del suo "simbolico'.
2.2. Il simbolo come convenzionale-arbitrario.
Abbiamo visto nel primo capitolo (§ 6) come già Aristo-
tele riservasse il termine /simbolo/ per i segni linguistici in
quanto convenzionali e arbitrari. Quest'uso non si è mai per-
so del tutto e nella tradizione matematica e logica (nonché in
altre scienze esatte) si è usato /simbolo/ per espressioni con-
venzionalizzate come i simboli chimici o algebrici.
Peirce definisce come simbolo ogni segno legato al pro-
prio oggetto in virtù di una convenzione. Mentre Vindice si
riferisce al proprio oggetto in virtù di una causalità fisica e
Y icona si riferisce al proprio oggetto in virtù di caratteri pro-
pri (similarità), il simbolo «è un segno che si riferisce all'og-
getto che esso denota in virtù di una legge, di solito una asso-
dazione di idee generali» [190 C,P. 2.249, trad. & P*
140]. La scelta terminologica peitciana è probabilmente do-
vuta al fatto che egli aveva già deciso di usare /segno/ come
riferito al genus generolissìmum e quindi doveva trovare una
denominazione diversa per questo tipo specifico, acuì appar-
tengono anche i segni linguistici.
È pur vero che nei simboli algebrici o logici o chimici ci
sono, per Peirce, anche aspetti iconici, dato che k loro forma
rappresenta delle relazioni logiche (e quindi si potrebbe par-
lare, in termini di Eco 1 975 di rapporto di ratio difficili*)-, ma
è anche vero che in effetti per Peirce nessun segno è in se
stesso soltanto un simbolo, una icona o un indice ma contie-
ne, in proporzioni diverse, elementi di tutte e tre le moda-
lità. In ogni caso è «erto die in Peirce il termine /simbolo/
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
211
non suggerisce mai la presenza di un significato vago o impre-
ciso. Il suo uso, dunque, per quanto legittimo e legittimato
da una certa tradizione, si discosta radicalmente da quello
che approfondiremo in questo capitolo.
£ curioso che proprio l'uso peiraano inviti a respingere
dal novero dei simboli molte configurazioni (emblemi, ban-
diere, simboli astrologia) che altri chiamano appunto sim-
boli. Ed è curioso perché, anche se queste configurazioni ave-
vano originalmente qualche motivazione 'iconica', in seguito
esse hanno funzionato come simboli nel senso peir ciano del
termine, e cioè come artifici del tutto convenzionali [dr. il
concetto di stilizzazione in Eco 1975].
£ probabile che alle origini il segno alchemico per il Bai-
neum Mariae o il segno astrologico per il Leone manifestas-
sero qualche relazione più o meno 'analogica* con il loro con-
tenuto, ma è altrettanto indubbio che oggi valgono come se-
gni convenzionali (simboli nel senso peirciano) e prova ne sia
che sono completamente incomprensibili a chi non ne pos-
segga il codice. Naturalmente, come si vedrà quando si par-
lerà dì senso indiretto, chiunque può reagire di fronte a un
segno convenzionale come di fronte a un reattivo mentale,
riempiendolo di significati idiosincratid. Ma questa capadtà
di trasformare ogni segno in simbolo assai vago è decisione
pragmatica che può essere descritta nelle sue possibilità teo-
riche ma non normalizzata. Il fatto che qualcuno possa rea-
gire di fronte al segno della radice quadrata (che per Peirce
era un simbolo) vedendovi 'dentro' indichili significati mi-
stici, è un fatto eminentemente privato, spesso di competen-
za del neurologo.
2.3. Il simbolico come segno retto da ratio difficili!.
Del tutto alternative a quella peirdana sono le definizioni
di Saussure e Hjelmslev. Saussure [1 906-1 1] chiama /simbo-
lo/ dò che Peirce chiamerebbe /icona/; Hjelmslev dal canto
proprio chiama simbolici i sistemi come i diagrammi e i gio-
chi e pone tra i sistemi simbolici tutte le strutture interpreta-
bili ma non biplanari, tra cui anche «le entità che siano iso-
morfe alla loro interpretazione, che siano raffigurazioni o em-
blemi, quali il Cristo di Thorvaldsen come simbolo della com-
passione, la falce e il martello come simbolo del comunismo,
212
IL MODO SIMBOLICO
la bilancia come simbolo della giustizia, o l'onomatopea nella
sfera linguistica» [1943, trad. it. p. 121].
I segni di cui qui si parla sono quelli in cui l'espressione
riproduce, in base ad alcune regole di proiezione, alcune del-
le proprietà che vengono riconosciute al contenuto, ed è que-
sto il procedimento di ratio difficili! [Eco 1975]. Questa ac-
cezione è affine a quella prevalente in logica formale, in alge-
bra e in varie altre scienze, e si spiega perché in tutti questi
casi si sia parlato di /simboli/. Si aveva presente infatti una
relazione di ratio difficili! in virtù della quale ogni manipola-
zione operata sull'espressione implica delle trasformazioni a
livello del contenuto. Cosi se su una carta geografica altero la
linea di confine tra Francia e Germania posso prevedere, per
semplice manipolazione dell'espressione, cosa accadrebbe se
in un mondo possìbile (contenuto) la definizione geopolitica
dei due paesi fosse diversamente formulata.
Si capisce allora perché si parli di 'metodo simbolico* in
elettrotecnica riferendosi alle correnti alternate sinusoidali.
Proposto da Seinmetz e KenneUy (e non a caso introdotto da
Helmholtz, citato da Cassirer) il metodo si fonda sulla possi-
bilità di introdurre una corrispondenza biunivoca tra l'insie-
me delle funzioni sinusoidali della stessa frequenza (esprimi-
bili attraverso 'simboli' assai convenzionati e per nulla 'ana-
logici') e l'insieme dei punti del piano di Arnaud e Gauss,
dove è questione di vettori rotanti . Una rotazione di vettore
implica una diversa funzione sinusoidale. Ma proprio esempi
del genere suggeriscono che non tutti questi rapporti fondati
su ratio diffietlis possono essere chiamati simboli nel senso
stretto che si sta cercando di definire: qui il rapporto è co-
munque codificato in base a regole proiettive, strettamente
codificato, e il contenuto a cui l'espressione rinvia non è mai
vago e nebuloso, né esiste la possibilità di interpretazioni
conflittuali e alternative. La linea melodica rappresentata' sul
pentagramma riproduce alcune proprietà del suono a cui rin-
via: infatti piti la nota scritta è in alto sul pentagramma più
si rinvia a un suono di maggiore altezza. Ma non c'è libertà
interpretativa. Esiste una regola proporzionale che fa corri-
spondere ai punti di una scala ascendente sul pentagramma
(altezza dimensionale) incrementi di frequenza (altezza fo-
nica) -
Ecco perché ciò che Saussure e Hjelmslev chiamano /sim-
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
boli/ costituisce ancora un genere assai vasto le cui specie sot-
tostanti possono differire per molte caratteristiche contra-
stanti.
2.4. Il simbolico come senso indiretto e 'figurato'.
Una chiave semantica per identificare il simbolico potreb-
be essere: si ha simbolo ogni volta che una data sequenza di
segni suggerisce, al di là del significato immediatamente asse-
gnabile ad essi sulla base di un sistema di funzioni segniche,
un significato indiretto. 'Intendo fare un viaggio in Polonia':'
pronunziata da Giovanni Paolo II, questa frase avrebbe in-
dubbiamente un significato denotativo interpretabile (o para-
frasarle) come f Mi propongo di partire dal Vaticano e di re-
carmi per un certo periodo di tempo nella Repubblica popo-
late polacca'; ma chiunque ammetterebbe che questa frase
ha un senso secondo o indiretto, variamente interpretabile.
In altre parole un pontefice non si sposta a caso. 11 viaggio
che il papa si propone durerà pochi giorni ma i suoi effetti
andranno al di là delle modificazioni fisiche rese possibili da
quella traslazione. È ciò che si intende quando si suggerisce
che il viaggio pontificio abbia un valore ' simbolico'.
Si noti che senso indiretto e relazione di ratio difficili! non
coincidono. Nell'esempio del viaggio pontifìcio, o dell'asser-
zione che lo annunzia, si ha senso indiretto provocato da una
formulazione verbale retta da rapporto di ratio difficili!.
D'altro canto la mappa della metropolitana di Parigi è costi
tuita secondo ratio difficili!, ma di per sé può funzionare sen-
za che le vengano attribuiti sensi indiretti: essa rappresenta
lo stato (o il progetto di uno stato possibile) delle linee sot-
terranee in una data metropoli. Come ogni segno può pro-
durre interpretazioni successive secondo inferenze: se modi-
ficassi la mappa in tal modo, potrei prevedere cosa avverreb-
be nei sotterranei di Parigi e come si modificherebbero i flus-
si di spostamento delle masse parigine nelle ore di maggior
traffico... Diverso è invece il caso dell'imma gin e del serpente
che si morde la coda: qualsiasi destinatario dovrebbe essere
in grado di riconoscere che l'immagine rappresenta un ser-
pente in una posizione inconsueta e, a causa di questa stra-
nezza della posizione, dovrebbe inferirne che forse rimmagi-
ne vuole dire qualcosa d'altro. Quindi nel senso indiretto si
2I 4
IL MODO SIMBOLICO
dovrebbe distinguere la possibilità normale di interpretazio-
ne ulteriore dal sentimento della sovrasignificazione che co-
glie un destinatario di fronte a un segno la cui emissione ap-
pare bizzarra o scarsamente giustificabile in certe circostanze.
Todorov [1978] coglie molto bene questa distinzione ma
decide di riunire tutti i casi di senso indiretto sotto la rubri-
ca del simbolico. C'è per Todorov, in ogni discorso, una pro-
duzione indiretta di senso. Essa si manifesta nella natura del-
l'asserzione, in atti linguistici in cui apparentemente si sug-
gerisce ma si vuole fare intendere che si ordina; in elementi
paralinguistici che aggiungono una connotazione ulteriore a
quanto linguisticamente è detto; in frasi rivolte con un senso
a X perché Y intenda un'altra cosa... La tipologia può essere
molto ampia, salvo che sorge il sospetto che questa produ-
zione di sensi secondi sia fondativa per ogni sistema semio-
tico. In ogni caso lo è per il linguaggio verbale, a cui Todorov
riserva la sua analisi. U segno fa sempre conoscere qualcosa
di più attraverso l'attività dell'interpretazione che è consu-
stanziale all'attuazione del contenuto di ogni espressione.
Ogni parola si apre sempre a un senso secondo perché com-
porta numerose connotazioni, sovente contraddittorie. Ogni
espressione linguistica veicola descrizioni di fatti e questi tat-
ti possono diventare segno di qualcosa d'altro attraverso com-
plessi meccanismi di inferenza. Ogni termine e ogni enun-
ciato introducono nel circolo co-testuale nodi di presupposi-
zioni. Esiste una attività di attualizzazione della manifesta-
zione lineare di un testo che è sempre cooperazione per far
dite al testo dò che in superfìcie non dice, ma in qualche mo-
do vuole far sapere al proprio destinatario [cfr. Eco 1979].
Basta che io dica 'Fa freddo in questa stanza' perche il mio
asserto possa venire inteso come l'ordine o la preghiera di
chiudere la finestra. Il linguaggio è per natura produttore
di sensi secondi o indiretti. Perché chiamare 'simbolica' que-
sta sua proprietà? Todorov è il primo a riconoscere [1978,
p. 16] die segno e simbolo non si distinguono perché l'uno
sia arbitrario e il secondo motivato. Egli non può neppure
opporre l'inesauribilità del simbolo all'univocità del segno
perché «si fa di una delle conseguenze del processo, la descri-
zione del processo stesso».
Ma allora perché chiamare simbolico ciò che è semiotico?
Non si tratta di pura questione terminologica. Di fatto nella
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI ai j
sua tipologia Todorov è costretto a porre sotto la stessa egi-
da del simbolico fenomeni difformi come a) fenomeni di sem-
plice implicatura, per cui una frase detta fuori luogo, o con
una insistenza esagerata nel fornire informazioni, lascia pen-
sare che il parlante intenda suggerire qualcosa d'altro; e, d'al-
tro canto, b) tipici fenomeni di 'simbolismo' poetico in cui
una immagine emerge nel contesto e si carica di infiniti signi-
ficati possibili, producendo interpretazioni infinite. Certo,
Todorov sussume sotto il simbolico tutto ciò che stimola (o
che è prodotto da) interpretazione. Ma questo è un tratto ca-
ratteristico del semiotico in generale.
Todorov è cosciente di avere a che fare con somiglianze di
famiglia (anche se non usa questo termine): « Io non ho una
nuova "teoria del simbolo" 0 una nuova "teoria dell'inter-
pretazione" da proporre... Cerco di stabilire un quadro che
permetta di comprendere come tante teorie diverse, tante
suddivisioni irreconciliabili, tante definizioni contraddittorie
hanno potuto esistere... Non cerco di decidere cosa sia un
simbolo, cosa" sia una allegoria, né come trovare l'interpreta-
zione buona: ma di capire, e se possibile di mantenere, ciò
che è complesso e plurale» [ibid., p. 2 r]. Fra tutti i progetti
buoni per giustificare delle somiglianze di famiglia, è ancora
uno dei più ecumenici: è simbolico tutto ciò che permette
l'interpretazione e l'attuazione di un senso indiretto. Ma, co-
me si è detto, la categorizzazione è ancora troppo generica.
Questa teoria del simbolo che si nega nel suo stesso porsi,
dice solo che, una volta chiuso il dizionario e iniziato a par-
lare, tutto nel linguaggio (e certamente anche nei linguaggi
non verbali) è simbolico. È allora simbolica la pratica testua-
le, ovvero è simbolica la comunicazione nel suo complesso.
Se è 'simbolica* ogni pratica testuale in genere, a maggior
ragione lo sarà la pratica testuale retorica, con la quale espres-
sione si intendono quelle strategie testuali rette da regole in
base alle quali si significa indirettamente attraverso sostitu-
zioni di termini o di più ampie porzioni testuali; con la meta-
fora, sostituendo un termine con un altro col quale ha uno o
pili semi in comune, con la metonimia, sostituendo un lesse-
ma con uno dei propri semi o viceversa, con Pironia, affer-
mando x attraverso l'affermazione (di cui viene in qualche
modo segnalata l'artificiosità) di non-x, e cosi via.
Le sostituzioni retoriche sono indubbiamente un caso ti-
IL MODO SIMBOLICO
pico di senso indiretto. Apparentemente il linguaggio dice
una cosa: ma ciò che il linguaggio dice a un livello denotativo
sembra contraddire o le regole lessicali o la nostra esperienza
del mondo (e quindi, in generale, una qualche regola enciclo-
pedica: cfr, l'articolo «Significato»), /L'automobile divorava
la strada/ è una espressione che contrasta con le regole, dette
di sottocategorizzazione stretta, che assegnano a /divorare/
un oggetto organico e un soggetto altrettanto organico, men-
tre assegnano ad /automobile/ un sema o proprietà di non-
organicità. Siccome la frase dovrebbe essere 'grammatical-
mente' asteriscabile, si suppone che essa veicoli un altro sen-
so. Di qui il processo di interpretazione sulla base di regole
retoriche. /Giovanni entrò nella stanza: un bosco fiammeg-
giava in un angolo/: l'espressione contrasta con la nostra
esperienza del mondo quale è stata registrata dall'enciclope-
dìa vigente. Nelle stanze non ci sono boschi. Quindi, se la
frase non è menzognera, /bosco/ deve significare qualcosa
d'altro: si tratterà di una metafora, /bosco/ sta per legno ab-
bondante nel caminetto. La motivazione pragmatica che spin-
ge a interpretare retoricamente è che, se sfaccettasse il senso
'letterale' o denotativo, ci si troverebbe di fronte a una men-
zogna. L'impulso a cercar chiavi metaforiche nasce dal fatto
che l'espressione metaforica viola la massima della qualità
delle regole conversazionali di Grice [1967]. Il senso indi-
retto va elaborato e attualizzato in modo da gettare vìa il sen-
so diretto. Lo si può gettar via perché risulterebbe inganne-
vole o perché risulta troppo generico (sineddochi generaliz-
zanti: una espressione come /la creatura/ è troppo vasta, oc-
correrà vederla come sineddoche per un altro vivente, uomo
o animale, di cui il co- testo parla). /H discorso della corona/
è espressione menzognera, le corone non parlano. Quindi sa-
rà una metonimia. E così via. Ma la regola di disambìgu azio-
ne retorica vuole che, una volta scoperto il meccanismo di so-
stituzione, il contenuto attualizzato non sia vago, ma preciso.
La metafora arricchisce la nostra conoscenza dell'enciclope-
dia perché incita a scoprire nuove proprietà delle entità in
gioco, non perché ci intrattiene in una zona interpretativa va-
ga in cui non si sa quali entità siano in gioco. Una volta deci-
so che /cigno/ sta per «donna», si potrà a lungo investigare
perché una donna possa essere anche cigno, ma rimane indub-
bio che quel cigno stava per una donna.
Non è proibito chiamare 'simbolica' questa proprietà del-
le sostituzioni retoriche, ma ancora una volta non si è iden-
tificata una nuova modalità di produzione segnica, semplice-
mente si è arricchito il dizionario di un nuovo -sinonimo, e
con poco profitto.
Queste osservazioni sono importanti per capire le ragioni
per cui Freud [1899] parla di 'simboli onirici' e per decìdere
che e in che senso i simboli freudiani non siano simboli nel
senso stretto che sì sta cercando di individuare. Resosi conto
che i sogni contengono immagini sostitutive di qualcosa d'al-
tro, Freud studia come il contenuto latente (^pensieri del so-
gno) si organizzi, attraverso il lavoro onirico, in discorso o
contenuto manifesto del sogno. Egli parla esplicitamente di
interpretazione simbolica e di simboli: un pensiero latente si
■ manifesta come deformato e dissimulato [ibid. , cap. rv] ad
opera dì una censura: il sogno é l'appagamento (mascherato)
di un desiderio represso, rimosso.
Freud rifiuta tuttavia di interpretare, secondo la tradizio-
ne classica, il sogno come uba compiuta e organica allegoria.
Si trattadi isolare brani e frammenti, uno alla volta, e lavo-
rare sulla loro misteriosa meccanica di sostituzione; l'allego-
ria ha una logica, il sogno no: Esso procede per condensa-
zione e spostamento, in altri termini, anche se Freud non lo
dice esplicitamente in quella sede, esso ha una retorica, per-
ché procede attraverso i meccanismi tìpici della trasforma- ~
zione tropica. Nel sogno della monografia botanica [ibid.,
trad, it. pp. 261-64], >1 simbolo 'botanico' condensa Gàrtner,
Flora, i fiori dimenticati, i fiori preferiti dalla moglie, un esa-
me universitario dimenticato: «Ogni elemento del contenu-
to onirico si rivela come "sovradeterminato", come rappre-
sentato più volte nei pensieri del sogno» mentre «Ì singoli
pensieri sono rappresentati, anche nel sogno da più elemen-
ti » [ibid. , p. 263]. In un altro sogno, Irma diventerà una im-
magine collettiva con tratti contraddittori. Freud sa che
l'immagine onirica è correlata al proprio contenuto da ratio
diffìcitis; essa infatti realizza, manifesta alcune proprietà che
in qualche modo riproducono proprietà del contenuto. Ma
come in tutti i casi di ratio dìffìàtis la proiezione è da proprie-
tà selezionate del contenuto a proprietà dell'espressione, e
nel sogno la pertinentizzazione delle proprietà da conservare
218
IL MODO SIMBOLICO
segue una gerarchia regolata da esigenze di plasticità, concre-
tezza, rappresentabilità [ihid. , pp. 3 1 3-1 4] .
Freud sa che i simboli onirici non si presentano come 1 se-
gni della stenografia, con un significato fissato una volta per
sempre, ma prova il bisogno di fissare il simbolo, ancorare
l'espressione a un contenuto discorsivo. Per ancorare 1 pro-
pri simboli Freud ricorre a due decisioni teoriche: siccome
molti simboli nascono per ragioni private, idiolettali, occorre
interpretarli fondandosi sulle associazioni del paziente; ma
per molti altri «tale simbolismo non appartiene in modo
esclusivo al sogno, ma alla rappresentazione inconscia so-
prattutto del popolo, e lo si ritrova, più compiuto che nel so-
gno, nel folklore, nei miti, nelle leggende, nelle locuzioni, nel-
la sapienza dei proverbi e nelle battute popolar: correnti*
[ibid p 323]. E vero che esiste pur sempre una plasticità
del sognatore, che può piegare all'uso simbolico le cose più
varie, ma dall'altro Freud si affanna a più riprese nelle suc-
cessive edizioni àe\V Interpretazione dei sogni (1909 , 19 " .
i 9 i9 s > a ricostruire un codice del simbolismo onirico in base
al quale ombrelli, bastoni, viaggi in treno, scale, e cosi via,
tutto abbia un significato riconoscibile.
In questa ricerca Freud appare alquanto combattuto: am-
mettere un codice onirico significa sfiorare l'ipotesi di un in-
conscio collettivo, come farà Jung: ma Freud intuisce che
occorrerebbe risalire cosi indietro, individuando qualcosa di
veramente universale e collettivo che, come in Jung, non po-
trà più essere fissato da un codice. D'altra parte fissare un
codice significa riconoscere una legge che regoli la semantica
del sogno al di là dei limiti del soggetto sognante. Ancorando
la decifrazione dei simboli onirici ai giochi di parole, e sugge-
rendo a più riprese che la conoscenza della lingua parlata dal
sognatore può aiutare a capire ì suoi meccanismi di sposta-
mento e condensazione, egli giustifica la decisione lacaniana
di ancorare l'immaginario onirico all'ordine del simbolico.
Come dire, il codice può essere ricostruito, ma non è univer-
sale e collettivo, è storico, semiotico e dipende dalla enciclo-
pedia del sognatore. .
Ma se da un Iato cerca di ancorare l'interpretazione a ciò
che la società (e la lingua) dicono al di fuori del sogno, dal-
l'altro Freud avverte die a causa dei legami associativi 1 sogni
sono 'plurisignificanri e ambigui' e vanno decodificati in base
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
al contesto e all'idioletto del sognatore. Tuttavia, e ciò con-
traddistingue la simbolica di Freud, di quelle espressioni am-
bìgue che sono i sogni occorre pur trovare il significato 'giu-
sto'. Atteggiamento che è del tutto estraneo ad altre 'simbo-
liche' che anzi privilegiano l'inesauribilità e la vaghezza del
simbolo.
Quella di Freud è dunque una retorica, con le sue regole
di generazione delle immagini e regole, sia pure assai flessi-
bili, di interpretazione contestuale. Nessuno dice che una me-
tafora abbia un solo significato (se non in casi che sfiorano la
catacresi) ma essa reagisce, nella sua polisemia, a un contesto
che fissa delle pertinenze.
Se si è giudicata troppo ampia l'identificazione di simbo-
lico e retorico si dovrà giudicare altrettanto ampia l'identifi-
cazione, per molti versi affine, simbolico-emblematico. Molti
emblemi, imprese, stemmi, hanno certamente un senso se-
condo. L'immagine rappresenta un monte, una città, un al-
bero, un elmo, e tuttavia il significato è un altro. Può essere
una unità di contenuto riconoscibile: lo stemma rinvia a una
casata o a una città, nel qual caso si ha a che fare con quelle
modalità di produzione segnica già chiamate stilizzazioni [cfr.
Eco 1975]. C'è un codice, preciso, non c'è spazio per l'inter-
pretazione. Una stilizzazione è come una metafora catacresiz-
zata, vuole dire una cosa sola. Anche se, come nelle imprese,
si ha a che fare con un testo enigmatico, esso consente una
e una sola soluzione. Ripugna chiamare 'simbolo' un rebus o
una sciarada. C'è un senso secondo, ma tanto prefissato quan-
to il primo.
Lo stesso accade per le allegorie, ammesso che per allego-
ria si intenda un testo (visivo o verbale) che proceda per ar-
ticolazione di immagini che potrebbero essere interpretate
nel loro senso letterale, salvo che a ciascuna immagine o azio-
ne è stato assegnato da un codice abbastanza precìso un senso
secondo : nella misura in cui è codificata, l 'allegoria non è sim-
bolo, non più di quanto non sìa la trascrizione di un messag-
gio verbale nel codice delle bandierine navali.
2^5. Il simbolo romantico*
Si è detto che è tipico degli artifici produttori di senso in-
diretto il fatto che, una volta colto il senso secondo, si getta
220
IL MODO SIMBOLICO
vìa il primo senso, ritenuto ingannevole. E ciò accade di fatto
negli esempi di figura retorica o di sostituzione onirica di cui
si è detto, là dove ciò che importa è cogliere il 'messaggio
profondo' di un enunciato visivo o verbale.
Ma k comune esperienza estetica dice che quando una im-
magine, una metafora o altra figura retorica vengono colte
nel tessuto vivo di un testo capace di produrre attenzione per
la sua stessa struttura (carattere autoriflessìvo del segno este-
tico), allora il senso diretto non viene sacrificato al senso in-
diretto: l'enunciato ambiguo rimane sempre a disposizione,
per commisurare sempre e sempre più a fondo i rapporti mol-
teplici che legavano senso diretto a senso indiretto.
Si era detto all'inizio che l'etimologia di simbolo è rives-
tiva, perché le due metà della moneta o della medaglia spez-
zata rinviano, è vero, Puna all'altra sino a che Puna appare
come presente e l'altra è assente, ma realizzano la loro con-
cordanza più soddisfacente proprio quando si ricompongono
a formare l'unità perduta. È questo l'effetto che sembra pro-
durre il messaggio estetico, che in qualche modo vive e
prospera della continua commisurazione del significante al
significato, del denotante al connotato, del senso diretto
al senso indiretto, e di questi alle espressioni fisiche che H
veicolavano [cfr. Gadamer 1958].
In questa prospettiva si può forse capire perché l'estetica
romantica ha usato il termine /simbolo/ per designare quella
unità inscindibile di espressione e contenuto che è l'opera
d'arte. Tutta l'estetica romantica è pervasa dalla idea di coe-
renza interna dell'organismo artistico : l'opera significa infat-
ti se stessa e la propria interna e organica armonia, e proprio
in tal senso appare intraducibile, 'indicibile', o 'intransitiva'
[cfr. Todorov 1977]. Proprio perché l'opera è un organismo
dove sì verifica Inscindibilità di espressione e contenuto, e
il cui vero contenuto è Popera stessa nella capacità che ha di
stimolare infinite interpretazioni, si è stimolati non a gettare
via l'espressione per attualizzarne i significati, ma a pene-
trare l'opera sempre più profondamente (Kant), e ogni opera
d'arte è una illusione all'infinito (Wackenroder) . In Schelling
l'opera d'arte è chiamata espressamente /simbolo/ nel senso
di ipotiposi, presentazione, analogia, per cui è simbolica una
immagine il cui oggetto non significa solo l'idea, ma è questa
idea stessa, cosi che il simbolo è l'essenza stessa dell'arte f rè
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
un raggio che cade dirittamente dal fondo oscuro dell'essere
e del pensiero sino al fondo del nostro occhio attraver ncb
tutta la nostra natura. Se nello schema il generale permette
di arrivare al particolare (e si è condotti a pensare S3E
mi come simbo fi scientifici), e nell'allegoria il particolare con-
duce al generale, nel simbolo estetico si realizza la comme-
senza e il mutuo gioco di entrambi i procedimenti
bu questa base Goethe distinguerà il simbolo dall'allego-
m «L allegorico si distingue dal simbolico perché questo de-
signa mdirettamente e quello direttamente* [1797, ed. 1902-
191 2 p. 94] l'allegoria è transitiva, il simbolo è intransitivo
1 allegona si indirizza all'intelletto, il simbolo alla perce^
ne, 1 allegoria e arbitraria e convenzionale mentre il simbolo
e immediato e motivato: si credeva che la cosa fosse là perse
stessa e invece si scopre che essa ha un senso secondario II
simbolo e immagine (Bild) naturale, comprensibile a tutù;
mentre I allegoria usa d particolare come esempio del gene-
rale, ne simbolo si coglie il generale nel particolare. Nell'al-
legoria la significazione è obbligatoria mentre il simbolo lo si
interpreta e reinterpreta incoscientemente, realizza la fusio-
aL« T^T' Slgn 3 m ° lte 0056 esprime Vindici-
perche il suo contenuto sfugge alla ragione. «Il simboli-
srno trasforma 1 esperienza in idea e Pidea in immagine, in
modo che 1 idea ottenuta neU'immagine rimanga sempre infi-
nitamente attiva e irraggiungibile, e, per quanto espressa in
tutte le lingue, rimanga inesprimibile. L'allegoria trasforma
^fr, 3 m ^.concètto e il concetto in una immagine, ma
in modo che neU immagine il concetto sia sempre definito
contenuto ed espnrnibile» [Goethe I 8o 9 - 3 2 J ed. 1926 V
1112-13]. * * y
Se la categoria del simbolico si propone come coestentiva
a quella dell estetico, si ha qui una semplice sostituzione di
terroni: la simbohcità non spiega l'esteticità più di quanto
1 esteticità non spieghi la simbolicità. Tipico delle estetiche
romantiche e descrivere l'effetto che Popera d'arte produce
non il modo in cui lo produce. L'estetica romantica non met-'
te a nudo 1 artificio, come avrebbero detto i formalisti russi,
ma racconta 1 esperienza di chi soggiace al fascino dell'artifi-
cio In tal senso non spiega il «mistero» dell'arte ma raccon-
ta ^esperienza di chi ritiene di soggiacere al mistero dell'arte
iissa pone una equazione tra simbolico, estetico e inespri-
222
IL MODO SIMBOLICO
mibile (e infinitamente interpretabile; ma ciò facendo gioca
su alcune pericolose omonimie. Confonde infatti tra inter-
pretazione semantica e interpretazione estetica, e cioè tra
un fenomeno squisitamente semiotico e un fenomeno, come
quello estetico, che non è del tutto risolvibile in termini se-
miotici. ,
Dire di un termine o di un enunciato che e infinitamente
interpretabile significa dire, con Peirce, che di esso si posso-
no predicare tutte le più remote conseguenze illative ma que-
sta interpretazione, più che arricchire il termine o l'enunciato
di partenza, arricchisce la conoscenza che il destinatario ha
o potrebbe avere della enciclopedia. Ogni segno - dovuta-
mente interpretato - porta a conoscere sempre meglio il
^Dire di un'opera d'arte che è infinitamente interpretabile
significa invece dire che non solo se ne possono attualizzare
svariati livelli semantici, ma che comparando di continuo il
senso che essa porta ad attualizzare con l'espressione mate-
riale che questo senso veicola, si scoprono sempre nuovi rap-
porti fra i due piani, facendo intervenire anche meccanismi
che immediatamente semiotici non sono (sinestesie, associa-
zioni idiosmeratiche, percezioni sempre più affinate della te-
stura stessa della sostanza espressiva) in modo da conoscere
sempre meglio la natura particolare di quell'oggetto.
In termini hjelmsleviani l'interpretazione semiotica è que-
stione di forme, l'interpretazione estetica è (anche) questione
di sostanze. Julia Kristeva direbbe che nella pratica poetica
il simbolico si compromette con le profondità della chòra se-
miotica.
Se usare il termine /simbolo/ significa denominare queste
caratteristiche specifiche dell'esperienza estetica, allora si do-
vrà rinunziare a parlare di simbolo religioso, misterico e così
via. Si vedrà più avanti che nella nozione di simbolo in senso
stretto è compresa indubbiamente anche una componente
estetica, ma ci si chiede se si debba del tutto appiattire l'e-
sperienza simbolica sull'esperienza estetica.
Questa tentazione è certamente presente nel pensiero ro-
mantico. Una delle più influenti teorie del simbolismo, quel-
la di Creuzer, parla dei simboli come di epifanie del divino
(poi elaborate dal clero e irrigidite in simbologia iniziatica).
Le idee costitutive delle dottrine religiose affiorano dai sim-
2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI
,223
boli «come un raggio che giunge dalle profondità dell'essere
e del pensiero» [1 8 10-1 2, 1, p. 35] e certo questa definizione
ha influenzato molta simbolica posteriore. Ma Creuzer ricor-
da che anche una statua greca è un simbolo plastico, il sim-
bolo (anzi) nella sua nuda plasticità. Di nuovo si prova un
senso di malessere: da un lato l'idea di sìmbolo pareva allu-
dere a profondità inesauribili che una qualche manifestazio-
ne svela e nasconde al tempo stesso (c'è una definizione di
Carlyle nel Sanar Resortus (1838) per cui nel simbolo si ha
insieme occultamento e rivelazione) e dall'altro si offre l'e-
sempio di una forma d'arte in cui tutto appare presente e sve-
lato. Il problema è: il simbolo è strumento di rivelazione di
una trascendenza (e allora inesauribili sono sia il trascenden-
te svelato sia il rapporto di disvelamento tra simbolo e tra-
scendenza) oppure il simbolo è la manifestazione di una im-
manenza, e allora inesauribile è il simbolo stesso, dietro al
quale non sta nulla.
Tutto diventa diverso se il termine /simbolo/ non indica
invece l'effetto estetico nella sua generalità, ma un partico-
lare effetto semantico che l'arte può usare o non usare, e che
si propone anche al di fuori della sfera dell'arte, come paiono
suggerire le distinzioni goethiane. Ma nell'estetica romantica
si pongono i prodromi di una totale estetizzatone dell'espe-
rienza, e questa distinzione diventa alquanto difficile,
In tal senso è molto più esplicito e rigoroso Hegel, per il
quale il simbolico è sojo uno dei momenti dell'arte e trova le
proprie radici prima e al di fuori dell'arte. VEstetka è forse
una delle trattazioni più rigorose, nei termini della sistema-
tica hegeliana, dei problemi del simbolo, e aiuta ad appres-
sarsi alla nozione di modo simbolico.
Il simbolo hegeliano rappresenta l'inizio dell'arte o la pre-
arte (l'arte raggiungendo il proprio massimo sviluppo nella
dialettica ascendente delle tre forme simbolica, classica e ro-
mantica). «Simbolo in generale è un'esistenza esterna che è
immediatamente presente o data aU'm trazione, ma che non
deve essere presa in base a lei stessa, cosi come immediata-
mente sì presenta, bensì in un senso più ampio e più univer-
sale. Quindi nel simbolo vanno subito distinti due lati: il si-
gnificato e la sua espressione-» [1 8 17-29, trad. it. p. 344]. Il
simbolo è un segno, ma del segno non ha l'arbitrarietà delia
correlazione fra espressione e significato. Il leone è simbolo
224
IL MODO SIMBOLICO
del coraggio e la volpe dell'astuzia, ma entrambi posseggono
le qualità «di cui devono esprimere il significato». 11 simbolo
è dunque, si direbbe oggi, analogico. Ma è analogico in forma
insufficiente, c'è una sproporzione tra simboleggiante e sim-
boleggiato: il simboleggiante esprime una delle qualità del
simboleggiato, ma contiene altre determinazioni che non han-
no nulla a che vedere con ciò a cui questa forma rimanda. A
causa di questa sproporzione esso è fondamentalmente am-
biguo [ibid. t p. 346]. 1
L'ambiguità è tale che nascono sovente dubbi sulla simbo-
licità di una immagine. E quindi non si parlerà di simbolicità,
come fanno Creuzer e altri romantici, per gli dèi greci «nella
misura in cui l'arte greca li pone come individui liberi ed in
sé autonomamente conchiusi... sufficienti per se stessi» [ibid.,
p. 355]. 11 simbolico nasce come pre-arte quando l'uomo ne-
gli oggetti naturali intravvede (ma non vi è identità assoluta)
il sentimento superiore di qualcosa di universale ed essen-
ziale. Ma in queste prime fasi in cui si cerca di spiritualizzare
il naturale e moralizzare l'universale si hanno risultati fan-
tastici, confusi, misti di fermenti ed ebbrezza, in cui l'arte
simbolica sente l'inadeguatezza delle proprie immagini e vi
rimedia deformandole sino alla smisuratezza di una sublimi-
tà semplicemente quantitativa.
Sarebbe lungo ripercorrere le fasi (simbolismo incosciente,
simbolismo della sublimità, simbolismo cosciente del parago-
ne) per cui dai primi simboli delle religioni e dell'arte orien-
tale antica si arriva alle favole, alle parabole e agli apologhi,
all'allegoria, alla metafora e alla similitudine e alla poesia di-
dascalica classici e moderni. Quello che pare importante nel-
la idea hegeliana è che il momento simbolico non deve essere
identificato con quello artistico, e che vi è sempre nel simbo-
lo una tensione, una sproporzione, una ambiguità, una preca-
rietà analogica. Nel «simbolismo vero e proprio» le torme
non significano se stesse né portano a coscienza il divino in-
tuibile come esistente immediatamente in esse. Piuttosto que-
ste forme «alludono ad un più ampio significato loro affine*
[ibid., p. 396]. Il sìmbolo è enigma, e la Sfinge è il simbolo
del simbolismo stesso [ibid., p. 407]. Nelle su& manifesta-
zioni primordiali il simbolo è sempre una forma che deve
possedere un significato senza essere in grado di esprimerlo
completamente. Solo nella fase più matura il significato sarà
3. IL MODO SIMBOLICO
espresso esplicitamente (simbolismo del paragone) ma a que-
sto punto ci si avvia già alla morte dialettica del simbolico
che si va trasformando in direzione di una più alta maturità.
Si è già infatti a quelle forme che si sono escluse dall'ambito
del simbolico in senso stretto, come le figure retoriche.
Tuttavia ci sono elementi per cui la teoria romantica del
simbolo si apparenta ai procedimenti, che si vanno indivi-
duando, di modo simbolico. Essa usa il termine /simbolo/
per contrassegnare l'indicibilità e intraducibilità dell'espe-
rienza estetica. Ora chi scrive ritiene che, se non le esperien-
ze estetiche individuali (sempre intessute di elementi ìdiosin-
cratici), le condizioni testuali di una esperienza estetica pos-
sano essere Mette', descrìtte e giustificate. Ma non è questo
il punto. È che ci sono indubbiamente esperienze semiotiche
intraducibili, dove l'espressione viene correlata {sia dall'e-
mittente sia da una decisione del destinatario) a una nebulosa
di contenuto) vale a dire a una serie di proprietà che sì riferi-
scono a campi diversi e difficilmente strutturatali di una data
enciclopedia culturale: cosi che ciascuno può reagire di fron-
te all'espressione riempiendola delle proprietà che più gli
aggradano, senza che alcuna regola semantica possa prescri-
vere le modalità della retta interpretazione- È questo il tipo
di uso dei segni che si è deciso di chiamare modo simbolico,
ed è indubbiamente a questa nozione 'simbolica' dell'opera
d'arte che si riferivano le estetiche romantiche.
3 . Il modo simbolico.
3.1. Gli archetipi e il Sacro.
Per definire una nozione di simbolismo in senso stretto si
era deciso di riconoscere come rilevanti le seguenti proprietà:
non solo una presunzione di analogia fra simbolizzante è sim-
boleggiato (per quanto le proprietà 'simili' possano essere ri-
conosciute e definite in vari modi) ma anche una fondamen-
tale vaghezza di significato. Una espressione, per quanto do-
tata di proprietà precise che in qualche modo si vogliono si-
mili alle proprietà del contenuto veicolato, rinvia a questo
contenuto come a una nebulosa di proprietà possibili. Una
226
IL MODO SIMBOLICO
simbolica di questo tipo è rinvenibile nella teoria jungiana
degli archetipi.
Jung contrappone, come è noto, a uno strato superficiale
dell'inconscio (personale) uno strato più profondo, innato e
collettivo che «ha contenuti e comportamenti che {cum gra-
no salis) sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui»
[1934, trad. it. p. 3]. I contenuti dell'inconscio collettivo so-
no «i cosiddetti archetipi». Tipi arcaici, immagini universa-
li presenti sin dai tempi remoti, répresentations collectives
(Lévy-Bruhl) ovvero «figure simboliche delle primitive visio-
ni del mondo» [ibid. , p. 4] . Questi simboli sono rappresenta-
zioni lunari, vegetali, solari, meteorologiche, più evidenti ma
più incomprensibili nel sogno e nelle visioni che nel mito.
Questi simboli « non possono essere esaurientemente in-
terpretati né come serncia (segni) né come allegorie» [ibid.,
p. 36], Sono simboli autentici proprio perché sono plurivocì,
carichi di allusioni, inesauribili. I principi basilari dell'incon-
scio, le àpxai, nonostante siano riconoscibili, sono, per la lo-
ro ricchezza di riferimenti, indescrivibili. Nessuna formula-
zione univoca è possibile: essi sono contraddittori e parados-
sali, come lo spirito è, per gli alchimisti, simul senex et iuve-
nis [ibìd.'ì.
Il simbolo rimane fresco quando e indecifrabile. I simboli
classici e cristiani, sottomessi a tanta esegesi e a tanta discus-
sione culturale, sono ormai avvizziti per noi, cosi che si può
credere di provare nuovi brividi simbolici di fronte ai sim-
boli stranieri e agli dèi asiatici che hanno ancora del mano.
cui attingere.
La posizione jungiana sembra chiarissima. Perché ci sia
simbolo ci deve essere analogia, ma soprattutto nebulosità di
contenuto. Una semiotica che implica un'ontologia e una me-
tafisica, certo. Ma senza un'ontologia e una metafìsica del Sa-
cro, del Divino, non c'è simbolismo e non c'è infinità di inter-
pretazione.
Naturalmente la tentazione è quella di interpretare il sim-
bolo, tentazione sempre presente nel mistico, come ricorda
Scholem nei suoi studi sul cabbalismo e sulla mistica giudai-
ca. L'esperienza mistica è fondamentalmente amorfa, inde-
terminata, inarticolata. Anche il testo sacro sotto gli occhi
del mistico perde la sua forma e ne assume una diversa: «La
parola dura, in certo modo univoca, inequivocabile della rive-
3- IL MODO SIMBOLICO
lazione viene ora colmata di un senso infinito... La parola as -
*>l U tt in se stessa è ancora priva di significato ma 4 p ina
di significato» [i960, trad. it. pp. x 6-7 7 ] P g
L>i qui la dialettica fra tradizione e rivoluzione orooria di
ZT^Tl Che ndJa sua esperienza po-
a ^T. 0 ^^ °^ er0 ^Igere le verità deh dogma. Dì
qui la sua necessita di procedere per simboli, dato che per la
loro stessa natura i simboli esprimono qualcosa chTnonha
espressane ^ mondo cfcU'esprirmbile [E 30] (Si H
m, S ùco utilizza magari vecchi simboli ma conferendo £
S ' ° Simb ° U nU ° VÌ rÌempÌtÌ * «W*i«t.£E
oroori?^ mÌStÌC ° ) ^ mÌS ,V ra m all'estremo la
propria espenena ,ptoc«fc «^'esperienza amorfa delle pro-
K5£^ t Simh ° h * e k kimono, alla distruzione
nrZ de,Uutomà - *G™ contenuto dell'esperienza
umana ultima, e cioè mistica, la vita è un continuo £cces^
dt distruzione, nel quale e dal quale le forme emergono^
peressere afferrate e dissolte» [ibid , p 39 ] ^
n!^ 6 ? 9 ^ SÌOne fra hmo r azio ^ rivoluzionaria (al limite
un^ S Ca) 6 n F"° *** ^ do ^ a viene b ™ iHustratTda
una esperienza di visione simbolica descritta da Jung Frate
SnT if t "UT- Sta W Mato volto Espe-
rienza ebe Jung definisce «terrificante». Infatti questa virio-
SZSSr™* \ im r gmì m a ^convmcereSina^
mS£? 11^ f 16 VISIOm 4150110 ™" te co1 materiale pri-
SlftSfT^ ^ sempiterna espe-
rienza della venta, di cui hanno sempre dischiuso aU'uomoil
presentimento, proteggendolo contemporaneamente daW
non ^? ££* [I934 ' k " ?" * W Niklaus
non potrebbe resistere alla tremenda esperienza del numi
noso se non elaborando, traducendo il simbolo. « La chianfi-
cazione fu raggmnta suli'aliora granitico terreno del dogma
che mostrò la propria forza di assimilazione trasformando
S£?m?jr? te ^!f VÌV ° ndIa ^ «tuiaonedel-
su un ^ ? 3Vrebbe P 01 "* 0 3nche av « luogo
s eT^r C ° mpIetamen [ e ^r tSO: W* n ° deUa visione
dT'Jfr ^ probabilmente a danno
del concetto cristiano di Dio e indubbiamente ancor più a
228 IL MODO SIMBOLICO
danno del frate Niklaus, che in quel caso non sarebbe diven-
tato beato, ma magari un eretico (se non addirittura un folle)
e avrebbe forse terminato la vita sul rogo» [ibid. , p, io].
Si deve a questa violenza dell 'esperienza simbolica se i
simboli vengono poi addomesticati, uccidendone la forza. Il
che è ovviamente vero se la simbolica è sorretta da una meta-
fisica del Numinoso; in una prospettiva più positivistica il
problema si pone in modo diverso [cfr. Firth 1973, trad. it.
pp. 194 sgg.]. Il simbolo mistico è spesso privato. Come se
ne sancisce l'accettazione pubblica? Il visionario di partenza
è un detonatore del simbolo, ma subito si rende necessario
un elaboratore che pubblicizza il simbolo e ne fissa i signifi-
cati, per quanto liberalmente possa agire. Nel caso di frate
Niklaus detonatore ed accorto elaboratore coincidono. Nel
caso di santa Margherita Maria Alacoque, studiata da Firth,
l'elaboratore è il suo confessore gesuita che pubblicizza e in-
terpreta le sue visioni del Sacro Cuore di Gesirelaborando un
vero e proprio culto. E quanto alla potenza analogica del sim-
bolizzante, Firth nota che il culto del Sacro Cuore si fortifica
proprio quando ormai la scienza e persino la coscienza comu-
ne sanno che il cuore non è più la sede degli affetti : ma an-
cora Pio XII parlerà del Sacro Cuore come 'simbolo naturale'
dell'amore divino. Simbolo naturale per chi, con rara se pur
inconscia sensibilità semiotica, identifichi la natura con l'en-
ciclopedia. Pio XII sapeva che la sede degli affetti non è il
cuore, ma sapeva anche che l'intertestualità parla ancora di
'cuore spezzato' e di 'amore, amore, amore che fa piangere
il mio cuore*. Quello che conta, nell'uso simbolico del Sacro
Cuore, non è la debolezza delle analogie che rinviano dall'e-
spressione al contenuto, ma appunto la vaghezza del conte-
nuto, Certamente il contenuto del /Sacro Cuore/ non è una
serie di proposizioni teologiche sull'amore divino, ma ima se-
rie assai incontrollabile di associazioni mentali ed affettive
che ciascun credente (quanto più ignaro di teologia) potrà
proiettare nel sìmbolo cardiaco. In altri termini, il simbolo è
un modo per disciplinare queste associazioni, e le pulsioni
che le muovono cosi come santa Margherita Maria Alacoque
avrà proiettato nel suo simbolo mistico tendenze e tentazioni
che, non dovutamente controllate, avrebbero potuto condur-
la al delitio incontrollato dei sensi.
Affinché si possa vivere il sìmbolo in senso stretto come
3- IL MODO SIMBOLICO
229
naturale e inesauribile occorre però ritenere che qualche Vo-
ce Reale parli attraverso di esso. Su queste basi si articola la
opaco perche e dato per mezzo di una analogia; è prigioniero
1 obiezione di Firth e ricorda forse che Jung aveva detto che
^1 archetipi sono universali ma cum grano salis); e non si dà
se non attraverso una interpretazione che resta problematica
«mente mito senza esegesi niente esege 51 senzl contestazio-'
ZliP ' P ,' " 3 ; *?" ** lcU " sia sbnboIo > deve esserci una
venta a cui ]J simbolo rinvia. Il simbolo è parola dell'essere
hadeggenanamente «La filosofia implicita della fenomeno-'
logia della religione e un rinnovamento della teoria della re
2J» ^-J- Eppure Ricceur sa bSdStS^
psicanahtica, e soprattutto la lezione freudiana Avvenire
di un tifone, dice ben altro: il simbolo religioso non parla
del Sacro, ma par a di un rimosso. Salvo che nella ermeneu-
tica di Ricceur le due prospettive rimangono complementari
l t ^ W^T° Una r g ° lare 'P° Iarità ' e ^angono in-'
erpretabili in due sensi, l'uno volto verso la risorgenza con-
tinua deUe figure che stanno 'dietro', il secondo verso l'emer-
genza delie figure che stanno 'davanti'. L'inconscio che si è
stati e il Sacro che si deve essere: Freud e Heidegger riletti
ut chiave hegeliana I simboli raccontano questa S e que-
sta direzionalità della coscienza umana come entità storica e
eclettica. La coscienza come compito. L'escatologia della co-
scienza come continua ripetizione creatrice della sua archeo-
logia. Senza che vi sia una fine e un sapere assoluto. E senza
dunque che 1 ermeneutica assegni ai simboli una verità finale
e un significato da mettere in codice.
' : -
3.2. Ermeneutica, decostruzione, deriva.
■TUMflt"' "J? 0010 P T° ^ tchÓ P reraeva t»Ot° arrivare
alla definizione di un modo simbolico. In una tradizione cui-
turale quale ia nostra, in cui da più di duemila anni si parla di
/simbolo/ (e si e visto quante volte, se non a sproposito, al-
meno in senso equivoco e troppo disinvolto), una idea dì sim-
bolo m senso stretto agisce invece anche là dove la parola
simbolo non viene mai nominata, o non costituisce comun-
que una categoria fondamentale
IL MODO SIMBOLICO
Ricoeur ha mostrato il legame strettissimo fra simbolismo
(in senso stretto) ed ermeneutica (e, ovviamente, fra erme-
neutica e problema di una Verità che parla attraverso i sim-
boli, a saperla ascoltare, o leggere). L'ermeneutica dunque
deve intendete il linguaggio in chiave simbolica.
La ricerca deUa verità come processo di interpretazione;
il linguaggio come il luogo in cui le cose vengono autentica-
mente all'essere. «L'ermeneutica heideggeriana si fonda...
sul presupposto che ciò che rimane nascosto non costituisce
il limite e lo scacco del pensiero, ina anzi il terreno fecondo
su cui, solo, il pensiero può fiorire e svilupparsi» [Vattimo
1963, p, 150]. La struttura appello-risposta propria dell'in-
terpretazione non è mossa da un ideale di esplica tazione to-
tale: essa deve lasciar libero (freilassett) dò che si offre all'in-
terpretazione. «Ciò per cui un pensiero vale... non è quello
che esso dice, ma quello che lascia non detto facendolo tutta-
via venire in luce, richiamandolo in un modo che non è quel-
lo dell'enunciare» [ibid. , p. 152]. L'interpretazione non ha
punto di arrivo (guai a frate Nikkus! ) La parola non è segno
(Zete he n), ma zeigen 'mostrare'. Di qui l'originaria poeticità
del linguaggio (dove si intrawedono legami non occulti con
la teorìa romantica della simbolicità di tutto l'estetico).
Si ricordi la suggestione etimologica insita nella parola
/simbolo/: qualcosa sta per qualcosa d'altro, ma entrambe
ritrovano un momento di massima pregnanza quando si ri-
compongono in unità . Ogni pensiero simbolico cerca di scon-
fìggere la differenza fondamentale che costituisce il rapporto
semiotico (espressione presente, contenuto in qualche modo
assente) facendo del simbolo il momento in cui l'espressione
e il contenuto inesprimibile in qualche modo si fanno una
cosa sola, almeno per chi vive in spirito di fede l'esperienza
della simbolicità.
Difficile dire se l'ermeneutica heideggeriana porti neces-
sariamente a queste conclusioni. In ogni caso a queste con-
clusioni porta ogni pratica ermeneutica che decida di inten-
dere ogni testo come simbolo e quindi come infinitamente
interpretabile e, come si suol dire oggi, decostruibile.
Detto in termini crudamente semiotici, una espressione a
cui corrisponde una nebulosa non codificata di contenuti può
apparire la definizione di un segno imperfetto e socialmente
inutile. Ma per chi vive l'esperienza simbolica, che è sempre
3- IL MODO SIMBOLICO
in qualche modo l'esperienza del contatto con una verità (tra-
scendente o immanente che sia), imperfetto e inutile è il se-
gno non simbolico, che rinvia sempre a qualcosa d'altro nella
fuga illimitata della semiosi. L'esperienza del simbolo sem-
bra invece, a chi la vive, diversa: è la sensazione che ciò che
è veicolato dall'espressione, per nebuloso e ricco che sia, vi-
va in quel' momento wi/'espressione.'
Questa è indubbiamente l'esperienza di chi interpreta este-
ticamente un'opera d'arte, di chi vive un rapporto mistico
(comunque i simboli gli appaiano) e di chi interroga un testo
nel modo simbolica.
Assumere il testo (e quel Testo per eccellenza che sono le
Sacre Scritture) come simbolo è antica esperienza mistica.
Dice Scholem a proposito della mistica cabbalistica che «i
mistici ebrei hanno cercato di proiettare nei testi biblici Ì loro
propri pensieri» [i960, trad. it. p. ,44]. In effetti ogni let-
tura 'inesprimibile' di un simbolo partecipa di questa mecca-
nica proiettiva. Ma nella lettura del Testo secondo il modo
simbolico «lettere e nomi non sono solo mezzi convenzionali
di comunicazione. Sono molto di più. Ognuno di essi rappre-
senta una concentrazione di energia ed esprime una ricchezza
di senso che non può essere tradotta nel linguaggio umano, o
almeno non lo può essere in modo esauriente» [tbid., p. 48].
I cabbalisti non partono dal concetto di senso comunicabile:
«Per loro la circostanza che Dio dia espressione a se stesso,
anche se tale espressione può essere lontanissima dalle possi-
bilità umane di conoscenza, è infinitamente più importante
dì qualsiasi ■significato'' specifico che tale espressione po-
trebbe comunicare» [ibìd., p. 57],
Dice Io Zóhar che «in ogni parola brillano mille luci» [ci-
tato tbtd.tp. 81], AI limite, l'illimitatezza del senso è dovuta
alla libera combinabilità dei significanti, che solo per acci-
dente (nel testo) sono legati in un dato modo, ma che potreb-
bero essere combinati in modi diversi, attuandone, come si
dice oggi, una infinita deriva. In un manoscritto di rabbi
Eliyyàhu Kohèn Ittamari di Smirne, riportato da Hayyim
Yosep Dàwid AzQlay, si dice perché il rotolo deUa Tò'ràh do-
vette essere scritto per l'uso sinagogale secondo la norma rab-
binica senza vocali e senza interpunzione. Questo stato di co-
se contiene un riferimento allo stato della Tòràh quando essa
esisteva al cospetto di Dio prima di essere trasmessa. «Da-
IL MODO SIMBOLICO
vanti a luì c'era una serie di lettere che non erano congiunte
in parole, come accade ora, poiché la disposizione vera e pro-
pria delle parole doveva avvenire secondo il modo e la ma-
niera in cui si sarebbe comportato questo mondo inferiore;*
[citato ibid., p. 95]. Quando il Messia verrà, Dio eliminerà
la presente combinazione di lettere e parole e metterà insie-
me in modo diverso le lettere a formare altre parole che par-
leranno di altre cose. Dio un giorno insegnerà a leggere la
TSrab in un altro modo libid. , pp. 95"9 6 1- M* al' 0 ™ 18 let "
tura stessa della Tòrah cosi com'è può essere condotta in que-
sto spirito di libertà . Dice ancora Azùlay che «se l'uomo pro-
nuncia parole della Torah, genera continuamente potenze spi-
rituali e nuove luci che escono come farmaci da combinazioni
quotidianamente nuove degli elementi e delle consonanti. E
quindi persino se per tutto il giorno legge soltanto questo
unico verso raggiunge la beatitudine eterna, perché in ogni
tempo anzi in ogni attimo, cambia la composizione [degli
elementi interni del linguaggio] secondo lo stato e l'ordine
gerarchico di quell'attimo, e secondo I nomi che sfavillano in
questo attimo » [ibid. , p. 97I - ,
Questa disposizione a 'decostruire' il testo secondo un
modo simbolico (rendere aperto e ^esprimibile, ma ricco di
significati possibili, ciò che appare troppo bassamente lette-
rale) non è tipica della sola mistica ebraica. Anzi, se si sono
riportati questi brani è stato per fornire un pedigree tradizio-
nale a molte teorie che, figlie di una ermeneutica più o meno
deformata, parlano oggi del testo come luogo di una infinità
di interpretazioni, dove mettendo in deriva i significanti,
separati dal loro significato normale, si realizza una lettura
sintomaìe e trasparente e (anche in contesti epistemologia
sprovvisti della categoria di verità) si profila, indistinguibile
dall'atto stesso della lettura, una certa verità.
Si legga l'appassionante dibattito avvenuto tra John bear-
le uomo denotativo e letterale, che crede che la menzione
copyright voglia dire che un brano non può essere riprodotto
senza permesso, e Jacques Derrida che, quanti altri mai rab-
binico e cabbaHstico, dalla semplice menzione del copyright
trae occasioni per infinite inferenze sulla fragilità deU'altrui
linguaggio, e la sua infinita decomponibilità. Ci si troverà di
fronte a una perfetta messa in opera del modo simbolico ri-
spetto a testi che originariamente non volevano comunicar
3. IL MODO SIMBOLICO
233
per simboli. Ridotta al rango di Tóràb, la parola di Searle
infinitamente decostruita, dà modo a Derrida di leggere altro'
sempre Altro da ciò che l'avversario credeva di dire e da cui
è stato detto.
Derrida ti 977] contesta il modo in cui Searle [1977] ha
letto Derrida [1972]. La sua unica debolezza è di pretendere
che Searle legga il suo testo nel modo 'giusto': ma nel cercare
di mostrare all'altro come il suo testo andasse letto, Derrida
ribadisce esemplarmente la sua teoria di una lettura infinita
capace di prescindere dai significati che l'altro voleva comu-
nicare, e da ogni codice che tenti di imporre negli interstizi
di un testo la presenza di un significato. Per non irrigidire il
testo derridiano in una interpretazione (quale una traduzione
sempre è) non rimane che riportarlo nella lingua originale:
«La logique et la graphique de Sec [Signature Evenement
Contexte] mettent en question jusqu a la securitédu code et
du concepì de code. Je ne peux pas m'engager ici dans cette
voie afin de ne pas compliquer davantage une discussion déjà
trop lente, surdéterminée et surcodée de tous còtés, Je si-
gnale simplement que cette voie est ouverte dans Sec dès la
première des trois parttes, précisement à partir de la phrase
suivante : " Consequence pcut-étre par adorale du recours que
jefais en ce moment à l'itération et au code: la disruption, en
dernière analyse, de Pautorité du code comme sys tèrne fini de
règles; la destruction radicale du méme coup, de tout con-
teste comme protocole de code" (pp. 375-76, tr. p. 180). Et
cette méme voie, celle d'une iterabilité qui ne peut ètte que
celle qu'elle est dans Yimpureté de son identité à soi (la répe-
tition altère et l'altération identifie), est baliste par les pro-
posmons suivantes: "S'agissant maintenant du contexte sé-
miotique et interne, la force de rupture n'est pas moindre:
en raison de son itérabilité essentielle, on peut toujours pré-
lever un synragme écrit hors de l'enchaìneraent dans lequel
il est pris ou donne, sans-lui faire perdre toute possihilité de
fonctionnement, sinon toute possibilité de 'communkation'
précisement. On peut éventuellement lui en reconnaìtre d'au'
tres en Pinscrivant ou en le grefant dans d'autres chaìnes.
Aucun contexte ne peut se dorè sur lui. Ni aucun code, le
code étant ici à la fois la possibilité et l'impossibilité de l'é-
cnture, de son itérabilité essentielle (répetition/altérité) " (p
377» tr. p. 182), et "...par là [par Pitérabilité ou la citatio-
IL MODO SIMBOLICO
tialité quelle permet] il [tout signe] peut rompre avec tout
conteste donne, engendrer à l'infini des nouveaux contextes,
de facon absolument non saturable. Cela ne suppose pas que
la raarque vaut hors contorte, mais au contraire qu'il n'y a
que des contextes sans aucun centre d'ancrage absolu" (p.
? 8i f tr. pp. 185-86)» Ei977> PP- 36-37L .
Salvo che, in questa ultima epifania del modo simbolico,
il- testo come simbolo non viene più letto per cercare una ve-
rità che stia altrove: la verità sta nel gioco stesso della deca-
struziotie, nel riconoscete il testo come tessuto di differenze
e di varchi. «Ma le cose stanno cosi, che anche il bianco, gli
spazi vuoti nel rotolo della Torah sono costituiti dì lettere,
solo che noi non siamo capaci di leggerle allo stesso modo che
leggiamo il nero, Ma nell'età messianica Dio rivelerà anche
le parti bianche della Torah, quelle lettere che per noi, ora,
sono diventate invisibili, ed è questo che s'intende quando si
parla della "nuova Torah"» [rabbi Lewi Yishàq, citato in
Scholem i960, trad. it. p. 105].
Il riconoscimento lacaniano dell'ordine simbolico come ca-
tena significante, ispirando le nuove pratiche di decostruzio-
ne e di deriva, ha portato le più recenti ermeneutiche seco-
lari a riscrivere di continuo, in ogni lettura, la Nuova Tdrab.
Occorreva arrivare per approssimazioni ed esclusioni al
modo simbolico per scoprire l'attualità (e l'epistemologia re-
mota) di una decisione di percorrere il mondo come una fore-
sta di 'simboli'. '*
4. Il modo simbolico 'teologale' (e le sue reincarna-
zioni).
Pare a chi scrive che il modo simbolico sia una tentazione
ricorrente di varie culture e dì vari periodi storici; e d'altra
parte che la sua diffusione risponda a criteri di controllo so-
ciale delle pulsioni individuali e collettive. Per questo si può
seguirne la genesi e lo sviluppo in un'epoca storica partico-
lare, presumendo di metterne in luce delle costanti che, coti
le dovute variazioni, si manifestano in altre epoche. E non
perché si ritenga che lo 'spirito umano' funzioni secondo
meccanismi sovrastorici, ma perché la cultura è una catena di
testi che istruiscono altri testi, di concrezioni enciclopediche
4. IL MODO SIMBOLICO 'TEOLOGALE 1
che si trasformano lentamente le une nelle altre, le vecchie
lasciando le proprie tracce nelle nuove. E quindi vedere come
si articola la pratica simbolica in un'epoca significa intuire
come le e pervenuta dalle epoche precedenti e come essa la
trasmette alle epoche a venire. Se ora si soffermerà l'atten-
zione sulla nascita e crescita del modo simbolico fra tardo pa-
ganesimo e mondo medievale è perché si ritiene che ancora
oggi 1 modi simboUci vengano elaborati su quella traccia e in
virtù (o vizio) di quella lezione.
I poeti pagani scrivevano, probabilmente, credendo agli
dei di cui parlavano. Ma dal vi secolo, con Teagene di Reg-
gio, uno agli stoici si decide che della poesia e del mito si può
dare una lettura allegorica. II metodo allegorico è secolariz-
zante o demitizzante (le storie degli dei parlano in effetti del-
la struttura fisica del cosmo) e necessita, di un codice di un
sistema di trascrizioni (dal nebuloso, dal fantastico e dall'in-
determinato al determinato e al razionale o razionalizzabile)
Ma una volta che il processo è stato iniziato perché non in-
vertirlo, procedendo dal determinato all'indeterminato^ Op-
^ Iedue P ratiche? Mentre nel r secolo d. C. File-
ne di Alessandria propone una esegesi veterotestamentaria a
carattere secolarizzante, come gli stoici, il mondo cristiano
tenta 1 operazione inversa con Clemente di Alessandria e con
Origene.
Difficile parlare di Dio (mentre si sta formando la nuova
teologia) ma facile parlare delle Scritture: i testi sono là- Sal-
vo chele Scritture sono due, l'antica e la nuova. Se gli gno-
stici affermavano che solo il Nuovo Testamento era valido
Origene cercherà di mantenere la continuità delle due Scrit-
ture e di fondare una linea di pensiero giudaico-cristiano, at-
traverso la lettura parallela dei due Testamenti. Nasce a que-
sto punto il 'discorso teologale' [cfr. Compagnon 1979] che
non è discorso su Dio ma sulla sua Scrittura.
In Origene l'opposizione Antico/Nuovo si intreccia con
ì opposizione Lettera/Spirito. Il divario fra lettera e spirito
si manifesta in entrambi i Testamenti: c'è in entrambi un sen-
so letterate, un senso morale o psichico, e un senso mistico o
pneumatico. Per Origene il senso morale funziona anche per
il non cristiano (da cui la triade: senso letterale-tropologico-
aliegonco o tipologico). Più avanti la triade genererà quattro
livelli di lettura, dove il senso morale dipenderà da una cor-
, IL MODO SIMBOLICO
236
retta interpretazione allegorica già ispirata dalla
letterale-Ùpologico-tropologico-anagogico ■ (« Luterà gesta 1 ao-
cet, quid credas allegoria, | moralis quid agas quo tendas
anagogia», Agostino di Dacia, «11 secolo). È k teonadei
quattro sensi che via via, attraverso Seda, arriverà smo a
Dante [Epistola XII I\. Apparentemente la teoria dei quat-
tro sensi non rinvia al modo simbolico: per leggere m modo
'giusto' occorrono delle regole, dei codici * lettura, Si sareb-
be allora al senso indiretto ma non simbolico m senso stretto.
Ma è veramente così? Per ritenere i quattro sensi come
già dati occorre una tradizione esegetica: ma perché questa
tradizione esegetica si formi occorre che 1 due Testamenti
siano letd inizialmente secondo il modo simbolico.
U prima operazione, in Origene, consce nel ripiegare
per cosi dire, un Testamento sull'altro: l'Antico parla del
Nuov?. Ogni parola, ogni frase deU'Antico, al di la della let-
tera evidente, deve rimandare a una delle verit, espresse nel
Nuovo. Ma anche nel Nuovo, s. vedrà la v^ta e espressa
sovente in modo indiretto. E inoltre quale sia la regola per la
traduzione dell'Antico (lettera) nel Nuovo (spmto), e ancora
difficile da definire. Anche perché nella Scrittura Sacra si ope-
ra un ambiguo appiattimento di emittente significate ^ signi
ficante e referente, dovuto alla ambiguità della figura del Cri-
sto: in quanto Logos, Cristo è l'emittente deUe Sature che
però sono discorso e quindi Logos e parlano del Logos-Cnsto
come del loro referente ultimo; ma ne parlano tn modo mo-
retto, attraverso significati indiretti, discorsi (X^ot) che oc-
corre interpretare. Ma il primo interprete della Legge, il com
mentatore per eccellenza, è ancora Cristo come Logos (ogni
commento kimitatio Cbristt e nella luce del Logos tutti di-
ventiamo Xor^i). Anzi, in Origene, imbevute .di wgft -
nismo, il Logos come mediatore e conoscenza che il Padre ha
di se stesso, è l'insieme stesso di tutti gli archetipi, e dunque
è fondamentalmente polisemo. Anche se un Testamen e pax^
U dell'altro, ciò di cui parla è suscettibile di molte interpre-
tazioni; la Scrittura produce il modo simbolico defo t m ter-
prelazione perché il suo contenuto, che è I unico Logos, è la
nebulosa di tutti gli archetipi possiedi.
Ciò che i primi interpreti dunque sapevano è che poste
queste premesse, la Scrittura 1 avrebbe : potuto diremo pro-
prio perché dice il Tutto, il Sacro, il Numinoso per eccellen
4. IL MODO SIMBOLICO 'TEOLOGALE'
za. Feroce- volontà di chiarificazione esegetica e attonita ado-
razione di -un. mistero che si rivela nel testo, inesauribile,
scandiscono la dialettica tra modo simbolico e^niodo allego-
rico, l'uno sfumando continuamente nell'altro. Il modo alle-,
gorico deve avere, un codice, U modo simbolico non può aver-
lo, e. tuttavia è jl modo simbolico *:he, se ha successo, deve
fornire le regole al modo allegorico. S'instaura qui quella dia-:
lettica che minerà dall'interno ogni discorso-mistico, come si
è visto, diviso tra l'inesauribilità della propria esperienza-di
interpretazione e la necessità di tradurre i propri simboli in
significati analizzabili e comumcabdLPeri quesito, jk^ScrjttUr
ra è Figura e Ombra. ( . -
Questa teoria dell'interpretazione è legata al modo simbo-
lico da un altro presupposto; che ogni minima particella del-
la Scrittura contenga tutta fa verità, il che automaticamente
impone che ogni suo segno debba venire usato come simbo-
lo: una espressione che rinvia alla totalità del contenuto. ■
Ma la Scrittura non può dire tutto e non può consentire
a ciascuno di dire ciò' che vuole: il pensiero teologale fonda
la Chiesa come autorità che presiede all'interpretazione, e
proprio da questa autorità trae la propria garanzia. Pertanto
la proliferazione delle interpretazioni deve 1 essere, tenuta a
freno dalla tradizione, e garante della tradizione è la Chiesa.
È pur vero, tuttavia, ebe la tradizione, e la Chiesa che ne vie-
ne fondata, nasce dalla interpretazione della Scrittura. Da cui
un circolo vizioso: l'interpretazione del simbolo scritturale,
dovutamente ridotta e tradotta, fonda la Chiesa, e la Chiesa
garantisce la bontà di alcune interpretazioni del simbolo scrit-
turale, tendendo sempre più a ridurlo ad f allegoria. Ma rima-
ne il problemar quis custodia custode s?
La storia dell'esegesi patristica- 1 e' medievale procede su
questo binario costruito* ad' anello di 'Moebius.- La Scrittura
è fonte infinita di interpretazione ma ciò chéTinterpretazio-
nc scopre deve essere ciò che è già stato detto: non nova sed
nove. La tradizione pertanto non -può essere una regola; è un
sistema, al postutto omeostatico, di mutue costrizioni inter-
testuali. Si stabilisce una enciclopedia cristiana fondata sulla
Scrittura, ma questa encidopedia garantisce Tinterpretazione
della Scrittura (che la fonda). ■ 1
Un lungo processo per mantenersi sempre appresso all'o-,
rigine. Questo processo, per cui il mistico deveserapre ritro-i
IL MODO SIMBOLICO
238
vare la propria esperienza nel testo retto inteso come corpus
symbolìcum è stata rilevata anche da Scholem per k mistica
ebraica- il durevole riconoscimento del testo nella sua super-
ficie significante è la porta attraverso cui il mistico passa,
«una porta pc™ che egli si tiene sempre aperta. Questo atteg-
giamento del mistico si esprime con la massima concisione in
una memorabile esegesi dello Zòbar su Genesi 12.1: le paro-
le diDio ad Abramo "Lekh lekha" non sono prese solo nel
loro significato letterale ^Vattene', ossia nel senso del co-
mando di Dio ad Abramo di andarsene per il mondo, ma so-
no anche lette nel loro senso letterale mistico: Va a te ,
ossia a te stesso, a ciò che veramente sei» [i960, traci, it. p.
21] Sembra di udire una eco! anticipata del detto freudiano
Wo Es wat, soli Ich werden, ma nella interpretazione laca-
nian* «Là où fut ca, dove fu cosi, il me faut advetur, debbo
avvenire» [i957> traa - ìl - P' 5 1 . ,
L'esegesi cristiana medievale compensa tuttavia queste
tensioni mistiche con una abbondante produzione didattica,
e controlla anche la dialettica fondante/fondato con I idea^
assai spregiudicata, che l'autorità abbia un naso di cera. No»
nova sed nove significa allora, nella pratica esegetica; si mo-
stri che ciò che mi pare opportuno trovare nel testo e stato
in qualche modo preautorizzato da una qualche auctontas
tradizionale. Che è poi il modo in cui procede ogni pratica
secondo il modo simbolico: visto che il simbolo e aperto e
ambiguo io vi trovo ciò che vi proietto; si tratta solo di vede-
re se ho carisma necessario per rendere pubblico il mio gesto
ÌnÌ2Ìalmente privato. . - . ,
Compagnon [i 9 79> P- ^ suggerisce che la stessa dialet-
tica si ritrovi in ogni pratica interpretauva contemporanea,
dalla xotvó marxiana alla xolvti freudiana (e un suggenmemo
non dissimile dà Todorov [197*1 P- . , r
Ma l'esegesi medievale innerva un nuovo modo simbolico
sulla lettura simbolica delle scritture. U- Scritture parlano
per figure non solo in quanto usano parole ma anche e soprat-
tutto perché narranodi fatti: l'allegoria può essere sia tn ver-
bis sia in factis. Occorre allora assegnare valore simbolico (da
codificare poi allegoricamente) adatti stessi. Quindi per ci
Dire i sensi indiretti della scrittura bisogna capire 1 universo.
Lo sa Agostino^ lo dice nel De dottrina Christiana: occorre
4--JL M0D0 SIMBOLICO 'TEOLOGALE* 259
conoscere non solo il ^senso dei nomi, ma la fisica, Ja geogra-
fia, la botanica, la mineralogia. t
Difficile dire se qui sj incontrino due linee indipendenti di'
pensiero, runa-greca e l'altra asiatica, e la fusione avvenga
senza progetto, o se di fatto il simbolismo del mondo venga
elaborato per rendere leggibile il simbolismo della Scrittura.
Sta di fatto che pili o meno, mentre si elabora il discorso teo-
logale, il mondo cristiano accetta e introduce in circolo tutta
una produzione enciclopedica, di origine, asiaticoellenistica,
l'enciclopedia, del Pbysiologus e di tutti i -bestiari, erbari e:
lapidari, dÓle Jmagines e degli Specula muniiiém ne derive-
ranno, ni :
siSicut inferius sic superius», recita il Corpus Hermeticum
nel 111 secolo. IL mondo emanato dall'Uno inaccessibile è le-
gato da una rete di simpatie per cui gli strati infimi della ma-
teria parlano in qualche modo della loro 1 origine, insegna la
traditone neoplatonica, Di qui due forme di^)h<ihsrrMX uni-
versale, ■■■-.> ' ■ ,
Una, che partendo dai commenti allo Pseudo-Dionigi, at-
traverso TEriugena, sino alla soluzione tomista dell'analogia,
entfs, vedrà immondo come un tessuto simbolico metafìsico
nel qualeogni effetto parla della propria causa ultima.
L'altra, quella del simbolismo ingenuo del Pbysiologus,
per cui «omnis mundi creatura, quasi liber et pittura nobis,
est in speculum» (Alano di lilla, xn secolo). Il simbolismo
dei bestiari è retto da -un forte principio di analogicità o simi-
larità delle proprietà. Il leone è simbolo di Cristo risorto per-
ché dopo tre giorni dalla nascita sveglia con un ruggito i suoi
cuccioli che giacciono ancora ad occhi chiusi: ma perché sìa;
figura del Risorto occorre che abbia una proprietà che lo ren-
de simile ad esso. Non conta qui- che la pia pratica enciclope-
distica assegni al leone la proprietà di cui ha bisogno per es-
sere figura di Cristo; né che, -la proprietà essendogli stata as-
segnate da una tradizione precristiana, venga messa a fuo-
co perché si presta a fondare una similitudine mistica. Ciò
che potrebbe mainare la 'simbolicità' del procedimento è che
sembra che qui si sia in presenza di un codice prefissato: non
vi sarebbe dunque vaghezza, nebulosità, libertà interpretati-
va. Ma le proprietà del leone sono contraddittorie. Ce ne so-
no anche alcune che lo rendono figura del diavolo.' La cifra
codificata si ritrasforma in simbolo aperto a causa della sino-
IL MODO SIMBOLICO
data abbondanza delle proprietà che l'espressione veicola.
L'espressione assume significati diversi a seconda 4ei con-
testi - come il simbolo onirico freudiano. -
Quale sarà la garanzia dell'interpretazione 'giusta? In
pratica, è contestuale; in teoria, deve esistere da qualche par-
te una auctoritas che ha fissato limiti e condizioni di decon-'
testualizzazione. Poiché le auctoritates sono tante, c'è sem-
pre il modo di trovare quella buona, tanto siamo nani sulle
spalle di giganti e i giganti hanno buone spalle. Ma un senso;
profondo di disciplina spinge dì solito a "creare catene ài-Ouc-\
toritates coerenti, a ripetere da interprete a interprete te in-
terpretazioni più assodate. Cosi il modo simbolico genera u'
modo allegorico e l'indeterminatezza dei simboli si sohdifica
in codice (salvo, lo si è visto, l'improvviso colpo di coda del'
mistico). ' .
Ma, mentre i dotti tendono a irrigidire 1 interpretazione,
si può immaginare un uomo medievale che vive nei propri
nervi il modo simbolico, e si aggira per un mondo in cui tut-
to la foglia, l'animale, la pietra, vogliono certamente dire
qualcosa d'altro. Aliud dicitur, aliud demonstratur/ un so-
spetto nevrotico continuo, non solo di fronte alla parola, ma
di fronte anche alla natura. Una coazione a interpretare. Da
un lato una consolazione: la -natura non è mai cattiva, il mon-
do è un libro scritto dal dito di Dio. Dall'altro la tensione ne-
vrotica di chi deve sempre decifrare un senso secondo, e spes-
so non sa quale. Non è questa la meccanica del complesso di
persecuzione: mi ha salutato, cosa avrà voluto dire? Una
continua lettura sintomale della realtà può essere una difesa,
ma può indurre a«n crollo dei nervi. ' ! 1
È possibile che il modo simbolico sollevi da altre tensioni,
sublimi in direzione numinosa (speranze e timori) l'angoscia
che proviene da altre rimozioni. Il mito, col simbolo, aiuta a
sostenere il dolore dell'esistenza D'altra parte il modo sim-
bolico risponde a esigenze di controllo sociale: una automa
carismatica polarizza, sull'ossequenza al simbolo, 1 dissensi e
le contraddizioni, perché nel contenuto nebuloso del simbo-
lo le contraddizioni (potendo tutte convivere) in qualche mo-
do si compongono. È come se, nel modo simbolico, si verifi-
casse un consenso fatico: non si è d'accordo su coche il sim-
bolo vuole dire ma si è d'accordo nel riconoscergli un potere
semiotico. Chepoi ciascuno l'interpreti a modo propnoJnon
4. ILM0DO SIMBOLICO 'TEOLOGALE' a+t
conta, il consenso sociale è raggiunto nel momento in cui tut-
ti insieme si riconosce la forza, il mattatiti- simbolo. La ban-
diera è un emblema, dal senso codificato. Ma può essere vis-
suta nel modo simbolico: certo essa dirà a ciascuno qualcosa
di diverso, il verde dei prati, il sangue dei martiri, il senso*
della traduzione, il gusto della vittoria, l' amore per i padri, ilj
sentimento della sicurezza dato dall'unità, la concordia degli,
spiriti.,. Quello che importa è che intorno alla bandiera ci, si
raduni perché si sa che vuole dire [qualcosa. Importa che ci
si raduni intorno allibro, anche se le sue lettere potrebbero
essere combinate in mille modi diversi, e proprio perché esso
ha infiniti sensi. Quando venga il momento in cui un senso;
deve essere posto, e riconosciuto, interverrà il carisma del de-,
tento re dell'interpretazione più autorevole a stabilire il con-,
senso. Possedere la chiave dell'interpretazione, questo, jè^ilt
potere. , * 5 ■ , . r:
■Nelle scuole esoteriche - al cui genus appartengono oggi,
le scuole psicanalitiche - la lotta per il, potere è la lotta per,
chi detiene il carisma dell'interpretazione migliore, in un con-:
testo in .cui l'interpretazione è infinita {e proprio per questo'
si aspira inconsciamente a riconoscerne una più garantita del-
le altre), £ solo in una comunità retta dalTossequenza al mo-
do simbolico che si avverte l'esigenza! di una auctoritas. E so-
lo doveri nega l'esistenza del codice che si deve cercare un
garante del modo simbolico. Dove c'è codice il potere è dif-
fuso nelle maglie stesse del sistema, il potere è il codice. Un,
potere elimina^l'altro, occorre pur scegliere uno dei due. , ,
La vicenda dell'esegesi medievale si riassume nella lotta
fra la libertà del modosimbolico, che richiede una auctoritas,
e l'instaurazione di un codice che deve fondare l'autorità in-
discutibile della Ragione. Vince, con la scolastica, il codice.
San Tommaso sancisce la. morte del modo simbolico. Per
questo, da quel momento in avanti, le epoche successive an--
tiranno a praticare il modo simbolico al di fuori della Chiesa, ,
che, lo riserva (e lo disciplina), per riassorbire le deviazioni;
mistiche, o per offrire una simbologia orientata .(già allego-
ria) alle .masse. Culto, non mito. Il Sacro Cupre come man-
dala per, chi deve coltivare buoni sentimenti, ma non folgo-
razioni numinose che porterebbero a insostenibili nuove me-
tafisiche e a teojpgie ,nicliÌlistÌcbe,rormai privilegio della cui-,
turaJaica.:..-; . ;v ".ft* . -„ . : itèsv. ,* •««
* • il MODO SIMBOLICO
34'2
. . r \ •- - - ■ *->'»:. - 'r ' ' 3 ' l * ' *
Il mo do simbolico nell'afte. ; - ^ "
Esauritosi nel filone del pensiero teologale, mentre ,i cfc-
fonde Uberamente per i canali della mistica e deUj teologie
eretiche, il modo simbolico trova una delle sue più folgoranti
realizzazioni (e discipline) nell'arte moderna. Qui non si sta
pensando alla teoria romantica dell'arte come simbolo, bi
sta piuttosto pensando alle poetiche del simbolismo dove il
simbolo viene riconosciuto come un modo particolare di dK
sporre strategicamente i segni affinché essi si dissocino dai
loro significati codificati e diventino capaci di veicolare nuo-
ve nebulose dì contenuto. Il simbolo m questa prospettiva
non è coestensivo all'estetico: è ««atra levane f trategifc poe-
tiche possibili." . r •
Le basi del simbolismo poetico possono essere metafisi-
che come avviene ancora nelle Cortes ponàmces di Baude-
laire- la natura è un tempio in cui viventi colonne si lasciano
talvolta sfuggire confuse parole: l'uomo vi passa .attraverso
forSe di sSboh che lo guardano con occhi familiari. &m*
a lunghi echi che di lontano si confondono in una tenebrosa
e profonda unità, vasta come la ; aotte e la luce 1 profumi 1
colori e ì suoni sì rispondono. Ma questa metafisica non ha
nulla a che vedere con quelle di molti simbolismi mistici. Coat-
ti o albatros, i simboli di Baudelaire sono privati nel senso
che non rinviano a un codice o a un sistema di archetipi Di-
ventano simboli solo nel contesto poetico Mallarmé lo dira
in modo più 'secolare'-, esiste una tecnica della suggestione,
che talora contestualizza proprio eliminando il contesto, Mo-
lando la parola sulla pagina bianca; ■ "•' '
Se nel simbolismo delle origini potevano rimanere echi di
un simbolismo mistico, il modo simbolico 'si instaura nella
sua forma più pura e secolare, ^^'^^g 1 ^
col correlativo oggettivo eliotiano. Si sa che, fra tutti S teo-
rici quello che ha meno parlato di correlativo oggettivo e sta-
to proprio Eliot - che pure non ha
abbondanza anche archetipi provenienti dalla simbologia dei
miti arcaici. Correlativo oggettivo rimane per molti versi un
termine sinonimo di epifania, cosi come d procedimento e
esemplificato e teorizzato in Joyce. In ogni caso s. tratta d,
presentare un evento, un oggetto, un fatto che, nel contesto
3» ,n, modo simbolico meli -arte
in cui- appare, si riveli in qualche modo fuori /wtfcv pecchi
non si pieghi alia logica simbolica [etr. Eco 1 962].
Una cartina di tornasole per verificatelo spiazzamento del.
simbolo possono essere le regole conver sazionali di Grice
[1967]. Forse lo scambio quotidiano di informazioni soggia-
ce a regole più complesse di quelle elencate da Grice; ma sì
assumono quelle di Grice come Je più soddisfacenti , per ora:
forse' in seguito una normativa più complessa potrà nascere
non dalla fenomenologia degli usi normali ma proprio dalla
tipologia degli usi deviami, da una ispezione condotta sulle
opere letterarie di itutti i casi in cui qualcosa rivela la propria
natura simbolica perché si mostra come fuori posto,. • -
Pare a chi scrive che la maggior parte delle figure retori-
che, massime la metafora, si segnalino perché violano la re-
gola della qualità, che impone di dire, sempre la ventalo di
assumere che si sta dicendo la ; verità: Lo si èvgià* detto (efr-
S 2 .4), un tropo, se preso nel proprio senso 'letterale, dice
qualcosa che non può verosimilmente riferirsi al mondo pos-
sibile delle nostre credenze: si deve cercare un senso secon-
do, e Io si deve trovare. Non si è ancora- alla nebulosa simbo-
lica. Restano ^violazioni delle altre tre regole; sii pertinen-
te, non essere oscuro, non dire più o meno di quello che è ri- ;
chiesto dalle circostanze comunicative. Quando queste regole
vengono violate, ed è pensabile che non siano violate per er-
rore, scatta Vimplicatura e sì cerca di capire cosa il parlante)
voleva "dare a intendere 3 . Non tutte le implicante rinviano
al modo simbolico, ma si crede che ogni apparizione -del mo-
do simbolico in un contesto- artistico assuma inizialmente le
forme dell' implica tura. L'implicatura conversazionale scatta-
semplicemente perché una risposta non pare soddisfare in;
modo ragionevole la richiesta formulata dàlia domanda. Che
anche in una implica tura conversazionale possa essere intro-
dotto il modo simbolico non è da escludersi, ma èf*aro. L'im-
plicatura testuale invece può prendere due strade. Può da un
lato riprodurre in un testo l'implicatura conversazionale, e,
spingere il destinatario a fare inferenze, o nominare e descri-
vere oggetti e azioni la cui insistita presenza in quel contesto
appaia - dal punto di vista letterale - gratuita, ridondante,
eccessiva, sfasata. Qualcosa non rientra nei termini della 'sce-
neggiatura' che ci si attendeva. Quando il maestro zen, a una
domanda su cosa sia la vita, alza il proprio bastone, intrawe-
244
IL modo simbolico
do una volontà di implicatura al di fuori delle sceneggiature
normali (registrate dall'enciclopedia). Devo supporre non
che quel bastone costituisca il rifiuto di rispondere 1 (sia cioè
non pertinente) ma abbia una pertinenza diversa, sia di fatto
la risposta, salvo che si tratta di una espressione gestuale che
posso riempire di contenuti diversi, plurimi, probabilmente
non riducibili a una interpretazione univoca. La risposta non
pertinente mi ha introdotto al modo simbolico, devo metter-
mi alla ricerca di una pertinenza altra. • • v
Così procede I'implicatura testuale che introduce al modo
simbolico. Mi descrive un oggetto che in quel contesto, se si
seguissero le sceneggiature normali, non dovrebbe avere il
rilievo che ba. 0 la descrizione non è pertinente, o prende
più spazio di quel che dovrebbe, o procede in modo ambiguo,
rendendomi più difficile la percezione dell'oggetto (procedi-
mento di straniamento). Allora si 'annusa' il modo simboli-
co: l'oggetto descritto deve avere funzione epìfanica. «Ste-
phen si sorprese a osservare a destra e a sinistra parole ca-
suali, stolidamente stupefatto che queste parole si fossero
cosi in silenzio vuotate del loro senso immediato, finché ogni
più banale insegna di negozio gli legò la mente come un in-
cantesimo...» Qoyce, A Portrait of the Artìst as a Yvung
Man, cap. v].
Produrre epifanie significa « piegarsi sopra le cose presenti
e attuali e lavorarvi attorno a foggiarle in modo che una pron-
ta intelligenza può andare oltre e penetrare nell'intimo del
loro significato, ancora inespresso» [Stephen Hero, cap. xlxJ.
L'oggetto rinvia a una nebulosa di contenuti, che non posso-
no essere tradotti (la traduzione uccide l'epifania, ovvero l'e-
pifania è infinitamente interpretabile a patto che nessuna in-
terpretazione venga fissata in modo definitivo). Ora l'oggetto
che si epitanizza non ha, per epifanizzarsi, altri titoli se non
quello che di fatto si è epif anizzato . Perché si epifanizzi biso-
gna che sia posto strategicamente in un contesto die lo rende
da un lato rilevante e dall'altro non pertinente secondo le sce-
neggiature registrate dall'enciclopedia . Funziona come un
simbolo, ma è un simbolo privato: vale solo in e per quel
contesto. La «ragazza uccello» di Joyce, la «carrucola del
pozzo» di Montale, la paura mostrata in «un pugno di pol-
vere» di Eliot, non rinviano a un sistema di simboli prece-
dentemente istituito da qualche mitologia, sono fuori siste-
5. IL MODO SIMBOLICO NELL'ARTE
ma ovvero fanno sistemarlo con altri oggetti ed eventi di
quel testo. Citati fuori testo, come si sfa facendo, non sono
più simboli, ma etichette, bandierine, puntine da disegno
con la capocchia colorata che rinviano a posizioni simboliche
già esperite e ancora esperibili. Nulla a che vedere con la
Croce, il Mandala, la Falce e il Martello. Possono funzionare
come coagulatoti di consenso snobistico (noi che ci ricono-
sciamo intorno alla citazione della modelline...) ma sono-pri- :
vi.di quel potere che hanno i simboli dei miti e dei rimali.
In questo consiste la loro completa secolarizzazione Essi
sono secolarizzati in un triplice senso: anzitutto perché sono
privi delia capacità di instaurare controllo sociale' e di per-
mettere; manipolazioni del potere (se non, lo si è detto per
una-conventicola di interpreti a pari livello di carisma); poi
perche sono veramente aperti, in quanto privati; infine per-
che, ■pur l essendo aperti, non consentono mistificazioni, ov-
vero non consentono sequenze interpretative incontrollabili,
perche sono controllati dal testo e dall'intertestualità:
Francesco Orlando [1968J considera un poema in prosa
di Majarmé Frisso» d'hìver. IJ poema non presenta partico-
lari chfticoltà di interpretazione tropica, le metafore o gli altri
traslati sono contenuti e comprensibili. Ciò che in esso colpi-
sce e ^descrizione ossessiva di una pendola, di uno specchio,
e di altri elementi di arredamento: fuori posto perché insi-
stiti, fuori posto perché la complessiva confortevolezza del-
1 arredamento contrasta con l'apparizione, tra un paragrafo
e 1 altro, di ragnatele tremolanti nell'ombra delle volte. Si
trascurano altri indici di spaesamento, dovuti alle poche bat-
tute di dialoga di una interlocutrice misteriosa, e dall'appello
che il poeta le rivolge, ^critico è costretto a riconoscere su-
bito che quegli oggetti di arredamento nompo ssono stare sol-
tanto per se stessi. «Che in tutto il testo sia presente mia ca-
rica simbolica... è reso indubbio dalla stessa irrazionalità del
parlare di ciò di cui si parla, cosi come se ne parla» \ibti.,
p. 3 So] - Di li il tentativo di interpretazione, che da un lato
lega il significato di quegli oggetti a una enciclopedia inter-
testuale mallarméana, dall'altro li collega tra loro, in un si-
stema co-testuale di rimandi. L'operazione interpretativa in-
veste quegli oggetti di contenuti abbastanza delimitati (di-
stanza temporale, desiderio di regressione, rifiuto del presen-
te, antichità,..) e .quindi ritaglia una zona di enciclopedia a
IL MÒDO SIMBOLICO
cui le espress ioni rim andano . Afe non si tratta di un fissaggio
allegorico; non c'è elaborazione di codice, al massimo un
orientamento ai codici possibili. Non si ha qui l'infinità in-
controllabile del simbolo mistico, 'perché il contesto control-
la la proliferazione dei significati; ma nello stesso tempo, sia.
pure entro i confini del campo semantico della 'temporalità',
il simbolo rimane aperto, continuamente reintetp reta bile.
Tale è la natura del' ambola'poetko moderno.
Un altro esempio, tratto da Sylvie di Gerard de Nerval;
e mi rifaccia alle letture di Sylvie pubblicate nel numero di
«VS» [Violi 1982], e in particolare a Pezzato [1982]. Il Nar-
ratore, nel primo capitolo, vive un conflitto tra il suo amore,
presente, per una attrice {donna ideale e inattingibile) e la
. cruda realtà della vita quotidiana. Un trafiletto di giornale
letto per caso lo pone (all'inizio del secondo<apitolo) in uno
stato ài'réverie in cui egli rievoca (o rivive) gli eventi di un 1
impreciso passato, presumibilmente i giorni dell'infanzia, a
Loisy, I contorni temporali di questa rievocazione sono im- 1
precisi e nebulosi, e in questo quadro si pone l'apparizione
di una fanciulla dalla bellezza eterea, Adrienne, destinata alla'
vita monacale. -_. i , j i
Nel terzo capìtolo, risvegliandosi dal proprio incantato
dormiveglia, il Narratore paragona l'immagine di Adrienne a
quella dell'attrice, viene colto dal sospetto, che egli stesso
riconosce come folle, che si bratti della stessa persona, e si
rende conto in ogni caso dì stare sovrapponendo le due im-
magini, come se investisse sull'attrice (presente) l'amore per
l'immagine di un passato remoto.
''Subitamente il Narratore decide di tornare alla realtà, Per
inciso, solo a questo punto tutta la narrazione, che sino ad al-
lora aveva proceduto all'imperfetto, bruscamente passatoi
presente. Il Narratore decide di partire, durante la notte, e
di andare a Loisy, ma non per ritrovare Adrienne, bensì
per rivedere! Sylvie, che nel secondo capitolo era apparsa
come una epifania della concreta, quotidiana realtà (essa, k
piccola contadinella) in opposizione alla immagine irrealelldi
Adrienne. ' ' '■ ' ' '''
>'■ Il Narratore si chiede che ora sia: scopre di non avere
orologio. Scénde dal portiere, si informa sull'ora, quindi
prende una carrozza, e inizia il suo viaggio, concretamente
nello spazio, ma idealmente nel tempo, perché durante iltra-
}. IL MpDO S IjMBOLICO 'NELL'ARTE
gitto si immerge in funa nuova rievocazione che Io trasporta
in un altra zona del proprio passato,, presumibilmente meno
remota di quella evocata daliaprima réverie.
Ora, tra il momento in cui egli^si. domanda' che ora sia e
quello in cui ottiene ^informazione dal portiere, la sequenza,
narrativa viene .interrotta da. questa descrizione; . • .
Au miWde tome* ks splendeurs debric-à-beac «u'irétait d*u-
saj?e de «unir a certe epoque pour resta urer daru sa coulcur locale
un ^PParrement d'autrefois, brillai: d'un éciair xefraìchi une de c«
Ttt d ^ de * Km*™**, dom k dòme doiésurmomé
de la ngure du Temps est supporté par de cariatides du sryJe M6-
mstonque, accoudee sur son cerf. est en bas-relief sous le cadran,
ou s étalenr sur un food nieMles thifoes ^maillees de. Wes Le
mouvement, excdlent sans Joule, navali pas été remontéfdepuis
Quale è la funzione diegeticadi (questa descrizione, dal.
punto di vista della successione deglutenti, del decorso del-
I intreccio (in sede discorsiva) e della ricostruzione della fa*
buia (m sede narrativa)?.Nessuna. Il lettore sa già che il Nar-
ratore non ha un orologio funzionante. D'altra parte la de^
sermone non aggiunge nulla alla identificazione delle sue ahi-
taduH o delle sue caratteristiche psicologiche. La presenza di
quell orologio appare ■ strana s e in ogni caso rallenta l'azione
II lettore deve comprendere cb*«e l'autore ha introdotto
quella descrizione ci deve essere un' altra ragione.
Quale sia questa .ragione il lettore potrà inferirlo (se vuo-
le!) dai capitoli successivi. Nel quarto capitolo» Nervino*
narra d suo, viaggio, presente (o contemporaneo attempo dell
discorso) a Loisy: seguendo la, propria memoria egli vaga »
comedi è già detto, in un altro tempo, a metà strada tra J 'in'
fanzia remota e il tempo in cui, adulto, si muoveva almo-)
mento della partenza. Un tempo dilatato, che si distende dal
quarto alsesto capitolo. AU'inizio del settimo vi è : un breve
ritorno al tempo dell'enunciato iniziale (suffragato da un sa- t
piente uso dei^tempì verbali fefr. Cottafavi 19812]), quindi il
Narratore inizia una nuova rèv erte circa -un Viaggio 'incan-
tato' all'abbazìa di Chaalis, dove crede ima non-ne è sìcuro).
di aver intravisto per la seconda ed ultima volta Adrienne I
contorni ^ temporali: di questa.esperienza^ono assolutamente
24B • TL MODO SIMBOLICO
impalpabili e 'nebbiosi': è accaduto prima o dopo le espe-
rienze infantili rievocate nei capitoli precedenti? Ha vera-
mente visto Adrienne, o si è trattato di una allucinazione?
Questo capitolo costituisce un passo chiave "dell'intero libro,
e obbliga il lettore a considerare tutta la storia' narrata nei
capitoli precedenti e in quelli successivi come la vicenda di
una ricerca impossibile del tempo perduto. Il Narratore
di Sylvie non è Ù Narratore della Recberche (anche se Proust
è forse colui che ha meglio capito Nerval) e non riuscirà mai
a riconquistare il proprio passato, a ricomporre le tensioni
della propria memoria attraverso la mediazione dell'arte.
Sylvie è la storia di un fallimento (tragica) della memoria, e
al tempo ! stesso la storia del fallimento di una ricerca di iden-
tità, Il Narratore non e solo incapace di ricomporre i fram-
menti del proprio passato, fallisce anche nel distinguere l'im-
maginario dal reale. Sylvie, Adrienne e Aurelia (l'attrice) so-
no tre attori e tre incarnazioni attoriali dello stesso aitante,
e ciascuna delle tre diventa a turno l'immagine di un ideale
perduto, ciascuna delle tre, a turnOj si oppone alle altre due
(alla loro assenza, alla loro morte, alla loro fuga), e il libro
è dominato dalla ^sensazione impalpabile che il Narratore
ami, desideri, rimpianga; sempre la stessa donna [cfr. Pezzìni
I982}. ' - ■ ' ■■' ' ' •
È a questo punto che l'orologio rinascimentale acquista
tutta la sua pregnanza simbolica. Il lettore deve (a un certo
punto) rileggere il passo citato per riconoscerne tutte le j jxK
tenze suggestive. L'orologio è il simbolo che rinvia alla im-
palpabilità del 1 ricordo'; alPincombenza del passato, alla fuga-
cità e inafferrabilità del tempo, ai ricordi sfuggenti di altre'
epoche - a tutti i tempi, il preromanticismo russovtano, il ri-
nascimento dei Valois, a cui i vari capitoli della storia -fanno*
continuamente riferimento. '
Questo orologio incapace di dire il tempo (suggerendone
molti, preteriti e imprecisi) è l'epitome di tutti gli 'effetti
nebbia' di cui Sylvie è intessuto [cfr . Barbieri 1 982I ,
'* Come simbolo è aperto — e tuttavia è sovradeterminato
dal contesto. È certamente un simbolo, ma di che cosa sia
simbolo rimane incerto, così come certe e 'incerte, al tempo
stesso, sono le ragioni del suo accadimento testuale.
L'episodio dell'orologio ha valenze simboliche perché' può
6. SIMBOLO, METAFORA, ALLEGORIA
essere indefinitamente interpretato. Il suo contenuto è una
nebulosa di possibili interpretazioni. Esso è aperto allo spo-
stamento continuo da interpretante a interpretante, nessuno
dei quali potrà mai essere definitivamente autorizzato dal, te-
sto. Il simbolo sta a suggerire che c'è qualcosa che potrebbe
essere detto, ma questo qualcosa non potrà mai essere detto
una volta per tutte, altrimenti a quel punto il simbolo cesse-
rebbe di dirlo. . ; *
Una cosa sola il simbolo dice con assoluta chiarezza, ma
questa cosa non ha a che fare scoi suo contenuto (inquanto
enunciato) bensì con la sua enunciazione, con la ragione per
cui è stato enunciato: esso dice di essere un artificio semio-
tico che deve funzionare secondo il modo simbolico ,,per te-
nere in esercizio la semiosi illimitata. ■■ ' - 1
■ . »
6. Simbolo, metafora, allegoria.
Appare ora chiaro che cosa distingua il modo simbolico
dalla metafora o dall'allegoria. Una metafora non può essete
interpretata letteralmente. In termini estensionali (sia pure
rispetto a un mondo possibile) essa non dice mai la verità,
ovvero, non dice mai qualcosa che il destinatario potrebbe
tranquillamente accettare come letteralmente vero. La men-
zogna della metafora è cosi palese (una donna non è un ci-
gno, un guerriero non è un leone) che se la metafora fosse
presa letteralmente il discorso 's'ingripperebbe', perché si
avrebbe un inspiegabile 'salto U topie', Occorre interpretare
la metafora come figura.
Non così accade col modo simbolico. Anche il destinata-
rio ottuso che non lo coglie come tale può decidere che, preso
in senso letterale, ciò che viene detto non blocca la coerenza
semantica. Il destinatario ottuso al massimo non capirà per-
ché l'autore abbia perso tanto , tempo per dirgli qualcosa
di inutile. E persino un destinatario 'acuto' .può decidere di
ignorare una strategia, simbolica'. Cosi come un destinatario
troppo acuto, può talora decidere di individuare ima strate-
gia simbolica là dove rimarrebbe dubbia se il testo la inco-
raggi.
■ Vorrei citare un caso di 'indeddibilità; simbolica, ma di
33tl ' l ' ■ ■ *>■■■> ' IL MODO SIMBOLICO
Onde dorate, e l'oc de erari capelli, t , <( : ^
navicella d'avorio un di fendea;
una man pur d'avorio la reggea
- 1 ' per questi errori preziosi e quelli; _ ; j
«> r e, mentre i flutti tremolanti e belli' , , ... &i
con drittissimo solco di videa, .
l'i* delle rotte fila Amor cogliea, ' _
per formarne catene a' suoi rubeUi.
Per l'aureo mar, che rirtcrespando apri» * ■■
, il procelloso suo biondo tesoro, . .i .
agitato il mio core a morte già. ; . fj . ,
Ricco naufragio, in cui sommerso io'moro,
pokh'almen fùr, ne la tempesta mia,
di diamante lo scoglio e '1 golfo d'oroi.
Mi è accaduto di analizzarlo nel corso di un seminario,
cercando di spiegarne il funzionamento metaforico (più o
meno nei termini del modello interpretativoproposto in que-
sto libro nel capitolo sulla metafora). Non è il caso di insi-
stervi molto ; secondo'le modalità del concettismo 'barocco,
Marino sta qui descrivendo una donna che si pettina (e d'al-
tra 1 parte lo suggerisce subito nel primo verso).
Al termine dell'analisi Paolo Valesio mi aveva^f atto no-
tare che del sonetto si poteva dare un'altra interpretazione.
Quei flutti in cui' il poeta vorrebbe immergersi, navicella e
pettine, anch'egli, non sono solo capelli. Il sonetto dice ; qual-
cosa'^ più, il percorso erotico che suggerisce è ben più radi-
cale.' Avevo obbiettato che nulla (alla luce delle competenze
linguìstiche del lettore, e delle chiavi che il contesto offre)
autorizzava quella interpretazione metaforica, e confesso die
ho preso il suggerimento come una illecita licenza 'decostrut-
ti vis tica', un tentativo di far dire al testo quello che non si
poteva (non si doveva) fargli dire.
Ora sarei molto più prudente. L'interpretazione più sco-
pertamente sessuale non'dipende certo dalla strategia meta-
forica: la metafora dice nave per pettine e mare per chioma,
è tutto. Ma possiamo chiederci perché il poeta abbia tanto
insistito su di una metafora cosi evidente. Se vi ha insistito
perché si era impegnato su di un topos della versificazione
barocca, il discorso si chiude: c'è una ragione (extratestuale)
dell'insistenza. E personalmente sospetto che di ragioni non
6. SIMBOLO,, METAFORA, ALLEGORIA
ve ne siano altre. Ma si può impedire al lettore (mi posso* im-
pedi re io, mentre rileggo) di sospettare qui - ed in ogni va-
riazione di questo topos - una insistenza eccessiva, uno spre-
co di energie testuali, una consunzione quasi rituale di ric-
chezze semiotiche? Possiamo evitare la sensazione che il poe-
ta barocco insista tanto per avvisarci che egli intende sugge-
rire qualcosa di più? !; >i ;
Ed, ecco che a questo punto il testo può essere letto nel
modo simbolico, e allora non v'è ragione di arrestarsi all'in-
terpretazione sessuale: vengono suggeriti molti e più. impre-
cisi annientamenti, discese in gorghi oscuri, volontà di per-
dersi in qualche immemoriale profondità.
Se però non si vuole prendere questa strada, il modo sim-
bolico non prevarica, come fa la metafora. G lascia liberi,
una volta interpretata la metafora, di riconoscere una dama
che, davanti allo specchio, mollemente e inutilmente si pet-
tina.
Cosa accade infine con l'allegoria? Diversamente dalla me-
tafora, e in analogia col modo simbolico, il- destinatario può
decidere di intenderla letteralmente. Dante porrebbe benis-
simo voler dire davvero che stava viaggiando per unaforesta
e che vi ha incontrato tre fiere; o che ha visto una processio-
ne con ventiquattrovegliardi. Come il modo simbolico, l'alle-
goria suggerisce al massimo l'idea che ci sia, in, quel testo,
uno spreco rappresentativo. Salvo che mentre nei casi di mo
do, simbolico qualcosa appare, nel testo, per durarvi un tem-
po brevissimo,; l'allegoria è sistematica e si realizza su. di una
vasta porzione testuale. Nella sua invadenza pirotecnica; inol-
tre,. essa mette in gioco immagini già viste da qualche altra
parte. Dì fronte alla allegoria (salvo testi di civiltà poco co-
nosciute, nel qual caso appunto il filologo si interroga sulla
dubbia natura allegorica della rappresentazione) gioca un im-
mediato richiamo a codici iconografici già noti. La decisione
di interpretarla nasce di solito dal fatto che questi iconografi!-
mi appaiono evidentemente legati l'un l'altro da una logica
già resaci familiare dal tesoro dell'intertestualità. L'allegoria
rinvia a delle sceneggiature, a dei frames intertestuali che già
conosciamo. Il modo simbolico mette invece in gioco qual-
cosa che non era stato ancora codificato.
Nulla vieta, e spesso probabilmente accade, che ciò che
era nato come allegoria (nelle intenzioni di un remotissimo
2J2 ■-" IL MODO SIMBOLICO
autore) funzioni per destinatari estranei alla sua cultura come
strategia simbolica.- O che,' senza generare sospetti, scivoli
nella pura letteralità. Un testo, nel suo rapporto con gli in-
terpreti, provoca moki effetti di senso che l'autore non aveva
previsto (e forse questo è probabilmente il caso del sonetto
di Marino) e altri (che l'autore aveva previsto) lascia scivo-
lare nel nulla. Cosi come nelle interazioni quotidiane credia-
mo talora che uno sguardo (rivoltoci per caso) sia una pro-
messa o un invito; e altre volte non avvertiamo l'intensità di
un altro sguardo (rivoltoci in modo che altri credeva eloquen-
te), e un rapporto possibile si blocca, o si banalizza. E spesso
quella interazione diventa un testo diverso a seconda di co-
me noi abbiamo sopravvalutato o disatteso l'intensità di
quello sguardo. .«» 1 - • ■ ■
. ' '.' . s '■ ■ >', ' * ' ■ '' ■ ■• ■'<-.' ' * I i
7. Conclusioni.
' Ma queste conclusioni, a cui conduce l'analisi del modo
simbolico 1 in poesia, valgono per ogni attuazione del mo-
do simbolico e forniscono la spia per Una definizione semio-
tica dei suoi meccanismi. Facendo astrazione da ogni meta-
fìsica o teologia soggiacente, che conferisce una particolare
verità ai simboli, si può dire che il modo simbolico non carat-
terizza un particolare tipo di segno né una particolare moda-
lità di produzione segnica, ma solo una modalità di ^produ-
zione- o di interpretazione testuale. Secondo la tipologia dei
modi di produzione segnica (ricordata nel primo 'capitolo), il
modo simbolico presuppone sempre e comunque un processo
di invenzione applicato a un riconoscimento. Trovo hm "ele-
mento che potrebbe assumere o già ha assunto funzione'^e-
gnica (una traccia, la replica di' una unità combinatoria; una
stilizzazione...) e decido di vederla come la proiezione (la- rea-
lizzazione delle stesse proprietà per ratio difficili*) di una
porzione sufficientemente imprecisa di contenuto.' ' " ' ■
Esempio: una ruota di carro può stare estensi vamen te co-
me esempio per la classe delle ruote (come insegna di un car-
raio), come campione (secondo un meccanismo di pars prò
tota) per il mondo rurale arcaico (come insegna di una trat-
toria tipica), come stilizzazione per una sede del Rotary Club.
Ma elaborando il modo simbolico posso decidere non solo di
7. CONCLUSIONI ; ^3
presentarlo ma anche soltanto di riconoscerlo (quand'anche
sia stato presentato per altri fini segnici) come caratterizzato
da alcune proprietà: la circolarità, la capacità di procedere
tendenzialmente all'infinito, l'equidistanza del mozzo da ogni
punto-dei cerchio, la simmetria raggiata che lega il mozzo al
cerchio. Proprietà selezionate certo, a scapito di altre che il
modo -simbolico decide di non considerare (ad esempio: che
la ruota è di legno, che è prodotto- artificiale, che l si insudicia
sul terreno, che è legata metonimicamente al bue, al cavallo,
al mulo, e cosi via). Ma partendo dalle proprietà selezionate
si può decidere che l'enciclopedia riconosce - sia pure equi-
vocamente - le stesse proprietà a entità di contenuto non al-
trimenti interpretabili e cioè non facilmente traducibili in
altri segni: per esempio, il tempo (circolare e progrediente),
la divinità: (in cui tutto è simmetria e proporzione), l'eterno
ritorno, lakàclicità-del processo vita/morte, l'energia creativa
per cui da un unico centro si generano armonicamente le per-
fezioni circolari di tutti gli esseri... La ruota può rinviarmi a
tutte quelle eptità insieme, e nella nebulosa di contenuto che
costituisco potranno i coesistere anche entità contraddittorie
come vita e morte. Ora sto usando la ruota secondo il modo
simbolico. * '!■'. i^i., y
U modo simbolico' noni elimina la ruota come presenza
fisica (che anzi tutte le entità evocate paiono viveremella ruo-
ta e con la ruota) né la elimina in quanto -veicolo di significati
'letterali'. A un destinatario meno iniziato essa potrà ancora
apparire come l'emblema, del carraio. Così come il profano
vede soltanto un calzolaio al lavoro là dove il mistico cabba-
lista vede nella sua operazione l'azione simbolica di chi a ogni
punto della sua lesina non solo unisce la tomaia con la suola
ma congiunge tutto ciò che sta in alto con tutto ciò che sta in
basso, attirando dall'alto verso il basso la corrente dell'ema-
nazione [Scholem i960, trad. it. p. 169, a proposito del pa-
triarca Enoch nella tradizione hasidica].
Il modo simbolico è dunque un procedimento non neces-
sariamente di produzione ma comunque e sempre di uso del
testo, che può essere applicato a ogni testo e a ogni tipo di
segno, attraverso una decisione pragmatica ('voglio interpre-
tare simbolicamente') che produce a livello semantico una
nuova funzione segnica, associando ad espressioni già dotate
di contenuto codificato nuove porzioni di contenuto, quanto
LA FAMIGLIA DEI CODICI
rica, e ogni altra esitazione sarebbe di carattere, per cosi dire,
editoriale, dovuta al timore di dover rieditare e aggiornare
tutti i testi in cui tale idea è stata usata,
E In verità le pagine che seguono, anche se utilizzano in
gran parte il materiale che ho usato per la voce Codice nel-
YEnciclopedia Einaudi, possono essere lette come un'auto-
critica. Quella voce, pubblicata nel 1977, era stata stesa nel
1976, e a conclusione di una serie di miei lavori precedenti
in cui il termine «codice» era stato ampiamente adottato e
definito nelle sue condizioni d'uso. Deve essere però chiaro
che, se di autocritica si tratta, questa autocritica non coinvol-
ge soltanto me: come dovrebbe emergere dalle pagine che
seguono (e come ognun sa) se io ìntroducevo nel quadro del-
,le mie riflessioni semiotiche il concetto di codice era perché
l'intero sviluppo della linguistica e della semiotica di questo
secob mi indirizzava in tele direzione (cfr., per una discus-
sione su questi usi ed abusi aa t vy., Intorno d codice 197 6 ;
Jslapoh 1980; Miceli 1.982). * ": " . ; 1
Ora» nel procedere come procedevo, ero guidato da tre
idee, di cui una chiara e distinta, leraltre duein .gran parte
•confuse. , . v.r. «tb. ••»'• »•» • ■ ?r*
■ - L'idea chiara e distinta era che se il codice è un sistema
elementare costituito dalla correlazione termine a termine di
due liste (o sistemi) di entità, cosi come il codice Morse è la
correlazione termine a termine degli elementi di due alfabeti,
non vale la pena di porre i codici a fondamento di un sistema
se miotico com plesso , quale per esempio una lingua naturale.
Chiunque nel quadradella semioricacontemporanea'ha usa
to la categoria di codice non intendeva ridurla a quella di les-
sico semplificato, di pura lista di omonimie. Si tentava; a tor-
to o a' ragione, di includere in questa categoria anche altre se-
rie di' regole'e norme: in altri termini la categoria di codice
doveva rendere ragione di una grammatica nel suo complesso
(semantica e sintassi, e pèrsino una serie di norme pragmati-
cheche dessero ragione di una competenza esecutiva). Se co
si non fosse stato, /radice/ si sarebbe ridotto a una discuti
bile sineddoche per indicare confusamente l'insieme delle
competenze semiotiche, ovvero per sottolineare la persuasio-
ne che i fenomeni di comunicazione fossero regolati da un in
sieme di competerizecomurócative. Il che sarebbe stato assai
& UN.TERMWS tFEtnCCm?
poco (anche se si dovrà forse ammettere che talora /codice/
ha voluto dire anzitutto o solo questo) .
Questa prima idea chiara ed evidente, era però fondata su
una delle 'due idee confuse di cui dicevo prima. Siccome da
molte parti si era usato il termine /codice/ nel senso, di cui
sopra, si accettava che l'uso fosse corretto, ma non si appro-
fondivano le ragioni, storiche, terminologiche, filosofiche per
cui l'uso si era imposto. Si verificava quindi una sorta di si-
tuazione battesimale per cui un'intera corrente di pensiero
decideva di chiamare /codice/ ciò che si sarehbe potuto chia-
mare altrimenti, e a scapito del fatto che in altri contesti
scientifici /codice/ voleva dire qualcosa di più preciso ma di
meno comprensivo. Come vedremo la decisione battesimale
aveva alcune ragioni, ma ho come l'impressione che queste
ragioni non siano mai state portate completamente alla luce.
In questo capitolo si tratta quindi di riparare a questa legge-
rezza, e di fondare se non la legittimità almeno la ragionevo-
lezza di quell'uso sulla. base di una esplorazione in termini di
storia delle idee. ■ ,1 1 ,
In compenso, i miei ultimi scritti erano-dominati da un'al-
tra idea, forse altrettanto confusa, ma che tutto sommato .a
me pare abbastanza feconda. Si veda quanto accade asì-^T rat-
tato di Semiotica generale [Eco 1975]. Qui io imposto metà
del libro su una «teoria dei codici» come teoria dei sistemi
di significazione; e tuttavia proprio all'interno di questo qua-
dro teorico incominciavo a fare emergere il.concetto di enci-
clopedia che poi avrei sviluppato, in scritti successivi, come
ad esempio Lector in fabula (Eco 1979]. Perché l'idea di en-
ciclopedia emergeva proprio nel vivo di una discussione sui
codici? Forse perché, nel discutere il concetto di codice, via
via che procedevo, lo correggevo in quello di enciclopedìa?
Forse perché l'idea del codice non poteva non risolversi in
quella di enciclopedìa? Nelle pagine che seguono vorrei, nel
momento stesso in cui esamino le ragioni di storia culturale
che hanno incoraggiato l'uso del termine /codice/, mostrare
appunto in che senso una idea 'vasta' di codice già compren-
desse quella di enciclopedia.
Quest'ultimo capitolo andrà dunque letto come antistrofe
al primo, die apre il presente libro. Come si è mostrato all'i-
nizio che l'idea di segno, erroneamente ridotta al modello 'ri-
s ,- t.rc - tt^j cidi y -^^xitjfl-^/ 1 ^ (3ì sc^jjpc f tnfl oc^j.^ ji^j xdt_-^j. x^c."
2j8
LA ' FAMIGLIA "DEI CODICI
dal modello 'allargato' dell'inferenza, cosi si dovrà fare per
l'idea di codice. Con una differenza' inon trascurabile. Che
per il segno si può legittimamente dimostrare che il modello
allargato era quello originario, e che quindi è legittimo rifor-
mularlo in tal senso; mentre per il codice sembra che si a 'av-
venuto diversamente, e che l'idea originaria sìa stata quella
ristretta (per cui -ogni sua riformulazione f ic ; «enso -allargato
assume l'aspetto di un nuovo e arbitrario battesimo), Se così
fosse la rilettura 1 critico storica che segue dovrebbe arrivare
. alla conclusione che l'uso intensivo del termine è stato ille-
gittimo ed è giunta l'ora di far giustizia deU'equivoco. In real-
tà, sarà proprio-in forza della nostra riletturache rimarrà vi-
vo^ e vigoroso il sospetto che anche in questo 'caso, se non le
scienze, almeno il linguaggio naturale, o almeno certi «uoi
gerghi particolari', mescolassero di continuo il modello ristret-
to con quello allargato. ; é ■ -,;, ,:.•).
Se ciò sia stato bene o male è un altro problema: è stato.
Si potrà decidere di essere terminologìcamente-piu cauti in
futuro. Ma se è imprudente essere termi nologicamente im-
precisi è altrettanto imprudente, per doveroso rigoreHermi-
nologico, perdere divista una complessa rete di ragioni cul-
turali che hanno lineo raggiato l'uso di un termine. È' rigore
metodologico riconoscere che, in quadri teorici diversi, Io
stesso termine diventa una serie di termini pili o meno equì-
voci, legati da una rete di somiglianze di famiglia. Ma è curio-
sità filosofica cercare cosa stia al di sottodi queste somiglian-
ze e perché si debba parlare di famiglia. :■' a "
■■■■ 't p. V*- '■■ ■■ ■ \- .A '*■•■■..- '
1. 2., Istituzione o correlazione?': " Vl .'" r * u j
Sino alla prima metà di questo -secolo la parola /codice/
(tranne rari casi, come quando Saussure parla di «code de la
langue») veniva usata in tre sensi precisi: paleografico, isti-
tuzionale e correlazionale. Che è poi il modo in cui ne parlano
ancora i dizionari correnti'. : ' • • r A
L'accezione paleografica ci offre una traccia' per capire le
altre due: il codex era il tronco dell'albero, da cui si ricava-
vano le tavolette di legno per scrivere, e quindi diventa il
libro. Anche alla base degli altri due sensi di /codice/ vi è sem-
pre un libro: un code-book ovvero un dizionario per il codice
correlazionale, che f a ! corrispondere certi simboli accerti altri,
.1, UN TERMINE FETICCIO?
e un libro come raccolta di leggi o di nonne per il codice isti-
tuzionale. C'è il codice Morse e il codice Gelli . ... $ ,
L'accezione istituzionale, si presta a numerosi equivoci; un
codice e un corpo organico di leggi fondamentali, come i co-
dici giuridici, o un insieme; di norme la cui organicità non è
sempre espliatata^corae il r codice cavalleresco? Il codice di
diritto penale pare essere un codice correlazionale: non dice
esplicitamente che ammazzare^ male^ ma correla a varie for-
me di omicidio varie forme di penaj il codice di diritto civile
è invece nello stesso tempo un insieme di disposizioni su co-
me si deve agire (fai cosf).e di sanzioni correlate alla .vio-
lazione della norma ('se rxm faìcosfincorrerai nella tale san-
zione'].
^accezione correlazionale pare più precisa e rigorosa, co-
me ben sanno gli agenti segreti; piente di meglio definibile
di un codice crittografico. Eppure una breve ispezione nell'u-
niverso della crittografia farà sorgere tale molcdi problemi
che dalla ' accezione crittografica, analizzata in tutti i suoi
aspetti, si potrà facilmente risalire a itutteJe altre.. ; ■ , \ y ,
■ ■ '■ Y.-k ytyjfott, WW$>.%« : ' -■ ".■,<.•
r.3. Fortuna del codice. ' •r'.;:r ; :-:,-' iv; /:.
Ma quello che per ora ci interessa è la fortuna che il ter-
mine /codice/ ha avuto dagli anni cinquanta di questo secolo,
Diciamo, subito che si è scelta la data con una certa ragione:
sono gli anni in cui appaiono Mathematical Theary of
Communication di Shannon e Weaver [1949] e Vundamen-
tals of Language di Jakobson e Halle li 95 6].
Possiamo dire che da questo volgere di secolo u termine
incontra. una fortuna sempre maggiore: si riformula Foppo-
sizioneisaussuriana langue-parole in termini ài- codice-mes-
saggio, si parla di codice fonologico, codice linguistico, codi-
ce semantico; si introduce la nozione di codice parentale e- r di
codice dei miti; si fa cenno sovente a un codice estetico e in
ogni caso a numerosi codici artistici e letterari; si ripropone
la nozione di codice per i sistemi di norme su cut si basa una
cultura e si parla di codici delle varie culture; la biologia in-
troduce il concetto di codice genetico, si va alla ricerca di co-
dici della comunicazione animale, al massimo chiedendosi se
vi siano forme di comunicazione basate sul codice e altre sen-
za codice; a questo riguardo, proprio là dove si avanza da va-
2ÓO £ ; ' LA' FAMIGLIA' 1 MEI CODICI
rie parti il sospetto di' un linguaggio senza codiceysi discute
sull'esistenza di un codice iconico; nell'opporre il discreto e
il digitale al continuo e all' 'analogico, da un lato ci si chiede
se il secondo corno 'dell'opposizione costituisca il luogo del
'naturale' e 'spontaneo' non codificato, daU'altroci si doman-
da se sia- pensabile un codice analogico; si avanza l'idea di un
codice della percezione e di un codice dei processi neurofisio-
logici; e infine ecco farsi- strada i codici sociali, i codici di com-
portamento interattivo, i codici di classe, i codici etnolingui-
stici; mentre appare ormai 'fuori di dubbio che esistano codici
gestuali, -codici fisiognomia, codici culinari, codici olfattivi,
musicali, tonemict ' e -paralinguistici, prossemici, : architetto-
nici.., :,, -' ,r
L'idea di codice sembra penetrare non solo nell'universo
del culturale ma anche in quello del naturale, creando 'sospet-
ti di omonimia, metaforizzazione, prestito illegittimo, indul-
genza alle mode terminologiche. Ma anche se questi sospetti
fossero autorizzati rimarrebbe pur sempre da chiedersi il per-
ché di queste licenze. L'esplosione di un termine, che dal
proprio crogiuolo disciplinare assurge agli onori di termine-
chiave per più discipline, e di termine-legame che assicura la
circolazione interdisciplinare, non è un fatto nuovo: evolu-
zione, energia, inconscio, struttura, ma prima ancora filolo-
gia, barocco (era solo il nome di un sillogismo), meccanismo,
la storia culturale pullula di inquinamenti terminologici del
genere, che creano ad un tempo confusione e coesione, invo
luzione feticistica e sviluppi fecondi. Ma in ciascuno di que-
sti casi il termine diventa- l?orifiamma : di una temperie cultu-
rale, non di rado l'emblema di una rivoluzione scienti har.
sotto l'uso diffuso del fermine sta una sorta di tendenza ge-
nerale (in letteratura artistica si direbbe un Kttnstwolle») , e
se l'uso del termine rischia di essete vago, la tendenza è pre
cisa, descrivibile e analizzabile nelle sue componenti.
' Diciamo, per iniziare, che la nozione di codice implica in
ogni caso quella di convenzione,^, accordo sociale — da un
Jato — e di meccanismo retto da regole — dall'altro. Si budì
che non si è ancora detto 'meccanismo comunicativo', come
verrebbe spontaneo di annotare, perché se è codice anche una
istituzione, come quella cavalleresca, o il sistema delle redole
di scambio parentale, non è detto che queste istituzioni e que-
I. 'VN TERMINE FETICCIO? J^j
-- ~-- -.zi " TJ- liti ; 'il. "VlV'3«'':
1.4. Dalia-parentela al linguaggio.- ' A ■ - - :
t ] "I l'i i U ; , : r sj * l\ -I •'■ " \.
Il concetto di codice viene a sancire una persuasione che
circolava già quando.il termine non aveva ancora fattoJacsua
apparizione ufEciale, Nelle Structures élémentaires de la pa-
renti & Lévi-Strauss [1949] la parola codice» non compare
che per inciso, mai come termine tecnico (per esempioi allu-
dendo a «molti codia contemporanei», trad. it. p. 71): le
categorie sono quelle di regole, sistema, struttura. E d'altra
parte anche quando propone il suo parallelo tra linguistica e
antropologia [1945] Lévi-Strauss parla di sistema fonologico
e non di codice, li termine appare come categoria solo; con
l'analisi dei miti ìalaGeste d'Asdival [1958-59]. ' a
Ma nel capitolo conclusivo- delle Structures élémentaires
l'equazione regola-comunicazione-socialità era- .già posta in
modo inequivocabile: «Linguisti e sociologi non soltanto im-
piegano gli stessi metodi ma si applicano allo studio del me-
desimo oggetto. Da questo punto di vistaci in effetti "esoga-
mia e linguaggio hanno la stessa funzione fondamentale: la
comunicazione conigli altri i e l'integrazione del gruppo"»
[Lévi-Strauss 1949, trad. it. p. 631].: Si potrebbe avanzare
l'ipotesi che attraverso l'influenza del discorso di Lévi-Strauss
l'equiparazione tra funzionamento sociale e funzionamento
linguistico, mediante il rimando alla linguistica jakobsoniana,
imponga defmitivarnente.il richiamo alla nozione di codice!
Ma l'equazione parentela-linguaggio non mira tanto a di-
mostrare che interagire parentalmente è comunicare, bensì
che la società comunica a tutti i propri livelli proprio' perché
vi è un codice (ovvero una regola) comune sia al linguaggio
che ai rapporti parentali e alla struttura: del villaggio, e ad
altri fenomeni più o meno esplicitamente comunicativi.
A 'riprova che l'idea di codice si afferma non tanto per so-
stenere che tutto è linguaggio e comunicazione, bensiper
sostenere l'esistenza di una regola, veda'il primo testo in
cui, crediamo, Lévi-Strauss introduce esplicitamente il' ter-
mine; è il saggio (pubblicato origina riamente in inglese) su
linguaggio e società [1951] in cui egli riprende rle tesi delle
Structures élémentaires e si sofferma in particolare sulle ana-
logie tra scambio parentale e scambio linguistico. Conscio
della avventurositiV^della stia ipotesi, egli avverte che non è
2Ó2 .< LA FAMIGLIA' DEI CODICI
sufficiente limitare l'indagine a una sola società, o anche a
molte, se non si individua un livello ove si renda possibile
il passaggio da un fenomeno all'altro. Si tratta allora di ela-
borare un "codice universale' capace di esprimere le proprietà
comuni alle strutture specifiche di ciascun fenomeno; codice
il cui uso si riveli legittimo tanto nello studio di un sistema
isolato quanto nella comparazione tra sistemi diversi .-Si trat-
ta di' trovare -«strutture inconscie similari... una espressione
davvero fondamentale... una corrispondenza formale» {trad.
it. p. 78). •
Pertanto, al suo primo apparire, come già nella fonologia
jakobsoniana, il codice si presenta non tanto come un mec-
smo che permette la comunicazione quanto un meccani-
che permette la trasformazione tra due sistemi. Che que-
sti poi siano sistemi di comunicazione di altro, è per ora ac-
cessorio: quel che conta è che siano sistemi che comunicano
a loro. >- v '■ ' '
Già da queste proposte l'idea di codice appare avvolta da
un'aura di ambiguità: legata a una ipotest comunicativa, essa
non è garanzia di comunicazione bensì di coerenza struttura-
le, di tramite tra sistemi diversi. È una ambiguità che chiari-
remo più avanti e che dipende da una duplice accezione di
/comunicazione/: come trasferimento di informazione tra due
poli e come trasformatone da un sistema all'altro, o tra ele-
menti dello stesso sistema. Per il momento basti osservare
che la fusione dei due concetti è feconda: essa suggerisce che
cj debbano essere regole solidali per due operazioni distinte
e che queste regole oltre che descrivibili siano in qualche mo-
do dominabili da un algoritmo,
r 1.5. La filosofia del codice.
Questo basa anche a insinuare il sospetto che ogni batta-
glia troppo prematura contro l'invasione dei codici possa ce-
lare nell'ombra il desiderio di un ritorno all'ineffabile. Si può
anche sospettare - certo — che la fortuna del codice abbia tu'--
te le caratteristiche di un esorcismo, costituisca il tentativo
di porre ordine al movimento e organizzazione alle pulsioni
telluriche, di individuare un copione là dove c'è solo una dan-
za estemporanea di eventi casuali. Sospetto che agita anche
i metafisici del codice, perché il codice, anche quando sia re-
I. UN TERMINE [ FETICfclO? 263
'gora, non è per questo una regola che" chiude*; può'anche es-
sere una regola-matrice che" apre', che permette di generare
occorrenze infinite, e dunque l'origine di un 'gioco', di un
'vortice' incontrollabile.
In effetti la cultura della seconda Wtà del 'secolo è attra-
versata dal duplice tentativo di pervenire dal vortice al codi-
ce per bloccare il processo e^riposare^nella definizione di
strutture maneggiabili, e di tornare dal codice al vortice, per
mostrare che è il codice stesso "che non è "maneggiabile, 'dato
chénoi non lo abbiamo posto, ma esso è un'dato che pone noi
(non noi parliamo i ! linguaggi, sono i linguaggi > che ci parla-
no). E tutta vja l'avere avvertito il bisogno di romba ttere'que-
sta battaglia'significa che ^il problema delle regole, della'loro
origine' e deMoro funzionameli to' è stato proposto, e con esso
l'esigenza"di spiegare in 1 termini "unificati ' i fenomeni indivi-
duali e quelli sociali. Quindi l'irruzione deltodice ci dice che
la cultura 'contemporanea vuole costruire oggetti di cono-
scenza o 'dimostrare che alla radice del nostro funzionare co-
me esseri umani vi sono degli oggetti sociali conoscibili.' La
nozione dì codice è insieme condizione preliminare e conse-
guenza immediata di un progetto istitutivo delle scienze uma-
ne. Utopia le scienze umane,' sarà' utopia la ricerca dei codici:
la sorte dei due concetti è intimamente legata, il codice è Io
strumento categoriale di quel compito scientifico che sono le
scienze s umane. Sconfittoli codice, dell'umano notfsi darà più
scienza, e sarà il ritomo allefflosofie dello Spirito creatore, ' '*
' Sitaatta'allbra di costruire la categoria di'eodice, di' distin-
guerla da\quello che notf può- essere definito come tale, di 'de-
limitarne le possibilità d'impiego. Il ' che ; non 'significa dire
che si lasceranno m'ombra le aItre r qùestioni agitate in queste
pagine introduttive. Semplicemente esse saranno' ricondotte
al- modello di base. Anche quando siano 1 giudicate metodolo-
gicamente illegittime dovrà risultarne^ 'legittimità' storica, e
cioè si cercherà di capire perché malgrado l'illiceità della me-
taforizzazione, la metafora risulti convincente. Una volta in-
dividuate le similarità sì potrà asserire che sulla similarità
non si costruisce un sillogismo. Ma almeno si sarà capito co-
me e perché ha funzionato un corto circuito. Lo zoologo sa
benissimo che Achille 'non 'è un leone, e il suo compito è quel-
lo di circoscrivere l'unità zoologica leone nelle sue caratteri-
stiche peculiari. Ma se avrà un minimo di 1 sensibilità poetica
2<S 4 - ■=!■* FAMIGLIA, DEI- CODICI
dovrà capire perché Achille viene detto leone e non cane o
iena. Per poco che sappia di Achille. ,
■V.' - W&iiXt}'* • : " ' * » ' ■
• iì f ti ' , . *
2. Il codice come sistema. ; ..' .
2.1. Codici e informazione. ^
Nei testi dei teorici dell'informazione vi è una netta di-
stinzione tra informazione come misura statistica della equi-
parabilità degli eventi alla fonte, e significato. Shannon
[1948] distingue il significato di un messaggio, irrilevante
per una teoria dell'informazione, dalla misura della informa-
zione che si può ricevere quando .un dato messaggio, fosse
pure un singolo segnale elettrico,' viene selezionato tra un
insieme di messaggi equi probabili. ;' i
Apparentemente il problema del teorico dell'informazio-
ne sembra essere quello di 'mettere in codice' un messaggio
secondo una regola di questo tipo: , . .•>:•••
sitrascriva 1 * : Acomeoo '
, ■> ■ ■ 01 - *j
,v -. . : - C • io ; "'- ■ ': '
it. ■ • r ♦
ma in realtà il teorico dell'informazione non è immediata-
mente interessato alla correlazione tra segnali binari e il loro
possibile contenuto alfabetico. Egli e interessato al modo più
economico con cui trasmettere i propri segnali senza ingene-
rare ambiguità e neutralizzando rumori sul canale o errori di
trasmissione. Pertanto, ammesso che egli voglia mettere in
codice lettere alfabetiche, la sua trasmissione risulterà pm
sicura se inventerà un 'codice' capace^di consentire messaggi
più ridondanti, per ^esempio: . .;.t
si trascriva -'' ■■ A come oobi *fÌ
a p-' ! B iooo ; ' ''■ ' '- fc
• ■■• #- -X*, Olio.;. * 1 **
p y ....... --t iooi 1 '"'
' Il problema della teoria dell'informazione è la sintassi in-
terna del sistema binario, non il .fatto che le sequenze espres-
se, dal sistema binario possano esprimere come lorp conte-
2. IL CODICE COME SISTEMA B 6 5
mito 'lettere alfabetiche o qualsiasi altra' sequenza' di entità.
Il' codice di cui ; parla HI teorico dell'informazione è un sistema
mono planare, e come tale si può' definire non un 'codice bensì
un sistema, ovvero un^-codke (cfr>Ecq 1975]. c ~ * r>n ,
o-' v-. . t , - f *t * ">w i>:b«*
.... a-Z- Cotliaronologic^,^. ~ • . > , ..
In tal senso anche un codice fonologico è un s-codice f 'e
l'uso di chiamare /codici/ gli s-codiciè dovuto proprio all'ap-
plicazione dei criteri informazionali ai sistemi fonologici [Ja-
kobson-Halle 1956].
Gli elementi di un sistema fonologico sono sfomiti di si-
gnificato, non corrispondono a nulla, non sono correlabili a
nessun contenuto. I tratti distintivi che^costìtuiscono e carat-
terizzano reciprocamente i fonemi, fanno parte di un puro
sistema di posizioni e opposizioni, 'una struttura. L'assenza
0 la presenza di uno o pili tratti (esprimibile e calcolabile in
termini binari) distingue un fonema daun altro. Un sistema
fonologico è retto da una regola (sistematica) ma questa" re-
gola non è-un codice. Perché allora si è parlato di 'codice 'fo-
nologico e non soltanto e più correttamente di sistema' fono-
logico? Jakobson [1 961] elaborando per la prima volta nel
modo più compiuto la sua teoria dei rapporti tra "fonologia e
teoria matematica della comunicazione, appare conscio della
differenza che stiamo sottolineando . Ma in altri testi si rende
conto che il sistema non-significante dei tratti distintivi è
strettamente legato al codice linguistico vero e proprio. Non
è che prima venga il sistema fonologico e poi, grazie ad esso,
la lingua con la sua dialettica di signantia e di sìgrtata, ma la
lingua stessa, nel suo porsi in azione per funzioni di significa-
zione, organizza a un tempo le proprie regole correlazionali e
1 sistemi da cor relazionare. E gioca in questa confusione vo-
luta l'esigenza che cercavamo di enucleare: che cioè sotto
l'appello al codice non sta tanto l'idea che tutto sia comuni-
cazione bensì quella che tutto ciò che è comunicazione (na-
tura o cultura che sia) è soggetto a regola e a calcolo, e quindi
è analizzabile e conoscibile, così come è generabile per tra-
sformazioni di matrici strutturali che sono oggetto (e sorgen-
te) di calcolo. Che è poi a pensarci bene l'esigenza dei teorici
della comunicazione; è possibile mettere in codice (per 'ren-
dere i messaggi facilmente trasmissibili) perché alla' radice
266 LA FAMIGLIA DEI CODICI
della comunicazione vi è un calcolo, e quindi il processo della
comunicazione può essere oggetto ,di scienza (onde conoscer-
lo) e di tecnica (onde dominarlo).
In questo nodo di esigenze filosofiche, sta il duplice uso di
"codice. Distinguere le due accezioni del termine (s-codici da
godici propriamente detti) è fondamentale perla prosecuzio-
corretta di un discorso semiotico. Riconoscere il perché
della loro confusione è fondamentale per fare, attraverso la
storia della parola codice, una storia delle idee del nostro
tempo, ; .. ut . ; / .
2.3. Sistemi semantici e s-codici. T;
Sono s-codici anche quelli studiati dalla semantica struttu-
rale, sia in linguistica che in antropologia culturale. Essi sono
sistemi di pertinentizzazione di uno spazio o universo di con-
tenuto.
Sì veda un sistema di relazioni parentali e si considerino
le seguenti proprietà: a) gerarchie di generazione in rapporto
a Ego; b) differenze sessuali; c) rapporti di discendenza; di-
retta e collate ralità. Ne consegue una matrice del tipo che se-
gue espandibile a volontà onde rendere conto anche dei più
complessi rapporti tra f am i g lie:
■ . •■ m
.... 1234^6789. ecc. ......
... Generazione . ■' I
■ G + J ... + + ,
G+i + + .+
Co f ' : „ + +
' "G-i + + '
. -4-
Sesso
ut •+ + + + +
f ,:t, + + . + +
Lùtea
L, + + * + . + +
JU + + +
I- ,1
Con tale matrice si analizzano rapporti parentali anche se
in una lingua data non esistono termini per esprimere una
data posizione. In tal senso questo «codice parentale è un
3> CODICE COME CORRELAZIONE
s-codice. È del tutto accidentale che in italiano ci siano nomi
per ciascuna di queste nove posizioni. Per inciso l'inglese ha
anche un termine unico (/sibling/): per 'indicare 1 insieme le
posizioni 7 e -8, mentre l'italiano (con altre lingue) usa il ter-
mine linguistico /zio/ anche per posizioni diverse dalla 9 (in
una tabella che rilevasse anche' le marche di consanguineità,
troveremmo degli zii che non sono consanguinei e altri che
Io sono), là dove altre lingue hanno un lessico paientaletmol-
to più differenziato. : mm < ■■ • J • » : ,>■. ,
Quindi una lingua (ovvero il lessico parentale dì unai lin-
gua) è un codice che correla unità lessicali a posizioni del si-
^codf^de^ 6 ' ^ ^ $ ' Stemfl P atenta ^ e »'anche quandoè det-
dalla lingua. P ' : * : , : * .^f^^^H
Una volta chiarito cosa sia un scodice./ si potrà- ora pas-
sare a quegli usi del termine /codice7xhe.rriettc^ intgioco
una verae propria correlazione; ' -.fc-v.w.. ; : . ,
.3-, Codice come conelazhne.:^ l - >! - ^ ' 1 . • ty& '
In crittografia un codice è un sistema ditfegole che consen-
tono di trascrivere un dato messaggio '(in linea di principio
un contenuto concettuale, in pratica una sequenza linguistica
già precostituita ed espressa in' qualche Knguaggio naturale)
mediante una serie di sostituzioni tali che attraverso di esse
un destinatario che conosca la regola di sostituzione sia in
grado di riottenere il messaggio originario. ILmessaggio 'ori-
ginario è detto 'chiaro', la sua trascrizione è detta 'cifrato'.
La crittografia si distingue dai metodi steganografici, <àie con-
sistono nel rendere non percepibile un messaggio in chiaro
(messaggi in inchiostro simpatico o nascosti nel tacco di ima
scarpa, e persino gli acrostici, dove tutte le lettere del mes-
saggio sono esplicitate, basta sapere che occorre considerare
solo le prime di ogni parola o di ogni capoverso). Affini ai
metodi steganografici sono quelli detti di Sicurezza della Tra-
smissione (ad esempio si trasmette via radio una frase a velo-
cità tale che solo un apparecchio di registrazione possa racco-
glierla e restituirla 'al rallentatore 1 ).
La crittografia procede invece sia per trasposizione che per
LA FAMIGLIA DEI CODICI
sostituzione. I metodi di trasposizione non richiedono regole
specifiche , basta capere che L'ordine della sequenza del chiaro
è stato mutato: un esempio: tipico è l'anagramma, Roma che
diventa Amor (ma questo è anche un caso di palindromia), o
segreto che diventa etgorse. *> « ' ■<
I metodi di sostituzione danno invece luogo alla afra o al
codice in senso stretto (detto anche cloak). Nella cifra a ogni
' N elemento minimale del chiaro viene sostituito un elemento
minimale del cifrato. Una cifra banalissima è quella che so-
stituisce a ogni lettera dell'alfabeto un numero da iaii.La
xnf ra non sostituisce espressioni con contenuti, bensì unità
espressive di un dato sistema con unità espressive di un altro
sistema, e in questo senso le lettere dell'alfabeto cifrano i fo-
nemi del linguaggio parlato. Parimenti è una cifra il cosiddet-
to codice (o più giustamente 'alfabeto') Morse. Una cifra può
introdurre oltre agli elementi corrispondenti termine a ter-
mine a quelli del chiaro degli elementi omofoni: per esempio
la lettera /e/ può essere indicata contemporaneamente dai nu-
meri 5, 6 e 7. Gli omofoni si introducono di solito per evitare
di rivelare le frequenze. Infatti chi dovesse interpretare un
messaggio cifrato composto di numeri potrebbe basarsi sulle
tabelle di frequenza della /e/ in una data lingua e individuare
il numero che vi corrisponde, se la lettera non viene masche-
rata da più omofoni. Del pari si possono introdurre nel cifra-
io elementi nulli, che non corrispondono a elementi delxhia-
ro, per rendere ancora più difficile la ricostruzione del -mes-
saggio originale. ■
Un cloak invece fa corrispondere a gruppi cifranti (o grup-
pi di codice) intere parole, o addirittura frasi e testi del chia
ro. Procede insomma per equivalenze semantiche. Un dizio-
nario bilingue (cane: dog) è un cloak.
I confini tra cifra e cloak sono peraltro abbastanza labili,
perché non è chiaro a quale categoria ascrivere, per esempio,
il codice dell'abate benedettino Triteroio (1499) che faceva
corrispondere a ogni lettera dell'alfabeto in chiaro una frase
in cifrato: -..
A - Nei cieli ><
B - Sempre e Sempre - . ^
C - Mordo serua fine ( .
D- In una infinità
E_ Perpetuità :; * *
ecc. '
>3'. CODICE COMfclCOfcaELÀZIONE
per cui la parola /cade/ avrebbe dovuto essere messa in codice
come "Mondo iseriza' fine nei cieB/in una infinità, <in) perpe-
tuità'. - - • • -f mH, ? ,
Parimenti un codice a blocchi, che fa corrispondere per
esempio un numero a un gruppo dimettere, ha le caratteristi-
che formali della cifra (i suoi elementi non sono significanti)
ma le condizioni d'uso del cloak. Infatti con una ! cifra si pos-
sono generare infinite 'parole' mentre un cloak predetermina
il numero delle unità concepibili; e mentre una cifra richiede
solo la conoscenza di, una serie di corrispondenze minimali
(per esempio i numeri da 1 a 21 per le ventuno lettere delljal-
fabeio), un cloak (nella misura in cui ha molti elementi) .ri-
chiede un libro, 0 code-hook, e cioè un dizionario/
Diremo ancora che si jD tende per cifrare fattività di s .tra-
sformare un chiaro in un cifrato inventandone le regole; per
codificare la trascrizione di un chiaro in un cifrato sulla base
di un codice prestabilito; per decodificare (o decifrare, o tra-
durre) la trascrizione di un cifrato in un chiaro sulla base' di
un codice prefissato; mentre pet decrittare {a criptoanalizza-
re) ; l'atti vita di trascrivere un cifrato in chiaro non conoscen-
do il codice e estrapolandone le regole dall'analisi del mes-
saggio (quasi sempre sulla base di tabelle di frequenza e sem-
pre in base a una buona dose.di;intuizione) [cfr. Saf&n 1964
eKahn 1967]. t - .. ■ « \ '"
Quello crittografico è un eccellente modello d^codice C or-
relazionale. Come tale esso instaura dei rapporti; di assoluta
equivalenza tra espressione e contenuto. Se sulla stessa rela-
zione di equivalenza, fosse basato ogni segno, e se un segno
fosse la funzione che correla un definìenssd proprio definien-
dum ? tale che il definiens. sia sostituibile col definiendum in
ogni' possibile contesto, il codice crittografico' sarebbe il mo-
dello di ogni codice semiotico^ ; ' ^ '
Se il segno è basato invece sul modello' dell'inferenza ed è
il punto dì" partenza per un'ihdefinitoprocesso di interpreta-
zione, allora il modello crittografico non definisce la vita dei
sistemi semiotici 'e al massimo descrive come funzionino le
semie sostitutive, che sono sempre corrispondenze termine a
termine di due piaruMeU'es pressione . In tal caso sarebbe ille-
cito usare il termine /codice/ per indicare l'insieme di regole
che costituiscono un sistema semiotico. E il nostro discorso
sì arresterebbe a questo punto.' ' b i*® '< «f * - - *
LA FAMIGLIA DEI .CODICI
Tuttavìa, all'interno stesso dei codici crittografici ci sem-
brano affiorate dei meccanismi assai pili complessi. Portarli
alla luce spiegherà forse perché la nozione crittografica di co-
dice ha consentito estrapolazioni ed allargamenti d'ambito,
al di IfcdeHa'semplice dialettica tra chiaro e cifrato.
Infatti è raro trovare un codice (cloak o cifra che sia) che
funzioni in base a una sola regola di equivalenza. Di fatto an-
che la cifra più elementare è il risultato della sovrapposizione
e interdipendenza di più codici " - ,:
Si esamini per esempio una cifra molto semplice, che fac-
cia corrispondere un numero ad ogni lettera dell'alfabeto;
supponiamo che i messaggi cosi codificati corrispondano in
chiaro a testi della lìngua italiana; supponiamo inoltre che il
cifrato debba essere trasmesso in base a ! impulsi elettrici. Ec-
co che dovremo considerare una gerarchia di cifre e cloak di
cui solo due appartengono al codice in questione, mentre' le
altre si riferiscono ad altri codici parassitari rispetto al primo
9 di cui il primo è parassitario:
1) «n codice di trasmissione che fa corrispondere ogni ci-
fra un dato impulso: per esempio fe) viene trasmesso
come/.../; -• : *
2) la cifra vera e propria (per cui fai corrisponde a Q;
3) una cifra alfabetica sottintesa, per cui la lettera C corri-
sponde ai fonemi fc] e ftj; - -*>
1 * 4) una afra 'posizionale', per cui la successione temporale
degli elementi deve intendersi, al momento della deco-
difica, come successione spaziale. Siamo qui in presenza
di una seconda articolazione pari a quella del linguag-
gio. La cifra in questione potrebbe anche decidere di al-
terare le regole artìcolatorie della lingua naturale di ri-
ferimento (per esempio: i sintagmi si.debbono leggere
a rovescio). In qgni.casp Y ordine degli elementi è signi-
ficante; l '
s) un cloak, che si Identifica con quello della lingua natu-
rale di riferimento, per cui a un sintagma dato (parola)
corrisponde una catena o una gerarchia di tratti seman-
tici o una definizione;
6) un codice (di cui è incerto se si tratti di cifra o di cloak)
che riguarda le leggi di prima articolazione del linguag-
3- COniCE COMÉ'tOWULLAZIONE . . .
■271
V gio ejche fissa funzione significane delle' rxjsizioni
■ sintattiche dei terminidel cloak 5." P°«hom
Come è chiaro appartengono"^ cifra crittografica in aue-
Ta f* rci >. iJ concio è proprio del-
DD^fene gra T mat f l0glCa de * ^"88" P«lato, U quarto
- 3 2--Dalla correlazione all'istruzione/
Gli stessi problemi si ritrovano nei linguaggi di proeram-
niazione e nei linguaggi di macchina a pr^Z d^UuZ
raton elettroma Un calcolatore dig^le Humcn^t^
bde a jstru.^ni formulate in notazione binaria, può C
ii codice a 6 bit.
"C«te« Zon* ■ Numerico
.'tifi ■ 'j-}t •
0 00 0000
1 <x> * oggi ■ ■»
3 00 001 1
: ■ - 6. oo. : t... tQlw
7 oa 0111
Vi. . -J „.\ >.! . ; 00 IOOO
9 00 ' xoqj
..r .t
Un esempio di codice (nella fattispecie a 6 bit) è anello
iT^tTf^** (c ° n ^ ono Culate V^ dl
j4 bit) teff. London l^/trad. it. p. 76] /Mediante ^coT
cate al calcolatore come segue: ' i r .
" ■' ■ ■ ' ■ 3 ' ■ ■■■
;PC9o6 oooooi :[ ooiooi 0001 io 0001 iq-
■ , , , cats ^ icooir 100001 noaoo 110011 '."/''
kZt™- Ì Vm ^ a ^ ot ^ Programmazione è alfanumerico (le
ni fianno *°rma letterale e numerica insieme), come
z?z f , , ■ . fjL FAMIGLIA DEI CODICI
read 01 oppure multi Ply 03 15 87 (che significa 'moltipli-
ca il contenuto della cella 03 per il .contenuto della cella 15
e disponi il prodotto nella cella 87'). Dato un codice opera-
tivo che contempli ad esempio ■ V ,. "
MULTIPLY -r C3J
- •. ■ i ' '
il comando multiply 03 15 87 assumerà la forma numerica
03 03 15 87. Ma affinché la macchina 'capisca di dover mol-
tiplicare un primo contenuto per il secondo, e cosi via, occor-
reranno varie altre istruzioni di codice Essa anzitutto dovrà
riconoscere in una istruzione numerica l'indirizzo eh una da-
ta cella della memoria, dovrà sapere che il numero di cella si-
gnifica il contenuto di quella cella, e in secondo luogo dovrà
riconoscere la posizione delle varie istruzioni: ■
Codice operativo
cifra 1 cifra 2
Primo indirizzo
cifra 3 afra 4
Secondo indirizzo
cifri j cifra 6
Terzo indirirzo
cifra 7 cifra 8
Tenuto conto che naturalmente la istruzione numerica deci-
male sarà tradotta in codice in notazione binaria, la macchina
riceverà alla fine k seguente istruzione
OOODOO OOOOII 000000 OOOOII . opocoi 0OO,Ol DOIOOO 000111
Questo processo richiede almeno tre tipi di convenzioni;
I) una cifra a che correli ogni espressione decimale a una
espressione binaria:
II) un cloak (ì che correli espressioni numeriche a opera
zioni da compiere;
ni) un cloak y che correli a ogni posizione nella sequenza
un diverso indirizzo di cellula.
Ora una 'lingua 1 di tale tipo, anche se composta dì più co-
dici correlazionali, non è più basata su semplici equivalenze.
Essa funziona fornendo istruttorii dì questo genere: se, m
riferimento a y, la espressione x si trova neua posizione a
allora il sistema di equivalenze a cui riferirsi e % ma se la
stessa espressione si trova nella posizione b allora il sistemi
di equivalenze a cui riferirsi sarà %. Un 'codice di questo ti-
po impone selezioni, contestuali [vedi Eco I97J> 2 IlJ *J
non si obietti che la^nacchina non fa inferenze i^non siamo
3 . -CODICE -COME 1 CORRELAZIONE 273
interessatf alla psicologia della macchina ma alla semiotica
del codice (ehe"tra f l'altro potrebbe anche essere 'parlato' da
esseri umani)."' '-^ ' ' -■' ;r ' , ' i ■
A questo punto possiamo fare unpasso avanti e vedere in
che senso un codice di tipo crittografico non solo contempli
istruzioni e selezioni contestuali, ma permetta la realizzazio-
ne di altri fenòmeni che paiono tipici di una lingua o di un
sistema semiotico a struttura' enciclopedica. 1
Esaminiamo una cifra impiegabile per fini bibhoteconomi-'
ci, e cioè per contrassegnare e classificare i libri di una biblici
teca pubblica. A questo fine si possono impiegare due tipi
di codice [cfr. -Nauta 1972 /p. 134]: o un codice selettivo
o : un codice significante, che preferiamo chiamare rappresen-
tativo, > '
Un codice selettivo assegna un numero progressivo 'ad
ogni libro: perla decodifica è richiesto un code-book, ^per-
ché altrimenti sarebbe difficile' individuare il libro 'numero
33 721; in^efrettf un codice selettivo è un cloak, perché po-
trebbe nominare ogni libro con una- parola convenzionale. '
Un codice- rappresentativo invece è una cifrai tutti gli ef-
fetti: e della cifra ha la possibilità di consistere di più cifre
interdipendenti e dì poter generare un numero infinito di
messaggi. Supponiamo infatti che ogni 1 libro sia definito da
quattro espressioni numeriche di cui la prima indica la sala,
là seconda la parete, la terza il ripiano dello scaffale e la quar-
ta la posizione del volume nello scaffale a partire da sinistra.
Pertanto il cifrato /1.2.5.33/ indicherà trentatreesimo libro
del quinto ripiano della seconda parete della prima sala.
In questo caso 'il codice non solo permette 'la formulazione'
di infiniti messaggi, sempre interpretabili purché si conosca
la regola correlazionale enunciata (facilmente rneroorizzabue
senza bisogno di code-book), ma permette anche di 'rappre-
sentare' il libro, e cioè di descriverlo almeno nelle sue carat-
teristiche di collocazione spaziale. L'interpretazione del ci-
frato è possibile sulla base di regole dì correlazione di cui fa 1
parte anche un codice 'posizionale' (simile ai codici 4) e 6)
descritti nel § 3.1), che avrebbe al tempo stesso un lessico
(col suo dizionario) e una sintassi , e sarebbe perciò una gram-
matica. '*
Non solo: con questo codice sarebbe anche possibile ge-
nerare uri numero infinito di messaggi menzogneri tuttavia
*74
LA FAMIGLIA DEI -CODICI
forniti di significato. Ad esempio il cifrato /3000.1500.
10000.4000/ significherebbe il quattromillesimo libro del
decimillesimo scaffale della millecinquecentesima parete del-
la tremillesima sala, lasciando intravvedere una biblioteca
dalle migliaia di sale enormi a forma di poligoni megaedri -.
anche se tale biblioteca di Babele non esistesse. Un codice del,
genere sarebbe perciò un dispositivo per generare descrizioni
intensionali di oggetti dall'estensione nulla (almeno nel mon-
do della nostra esperienza), ovvero un dispositivo capace di
permettere riferimenti a mondi possibili. Proprietà che è ti-
pica di una lingua naturale.
■ Questo codice r mette in opera due sistemi di correlazione.
Da un lato ci diceche j^j va interpretato come «quarto», dal-
l'altro ri dice che la prima posizione significa «stanza». Esso
associa la posizione del numero nel sintagma a una data, fun-
zione categoriale che completa l'assegnazione di contenuto
alla espressione. La seconda correlazione è di carattere vetto-
riale. Pertanto rinformazione veicolata da un codice rappre-
sentativo «è strutturale ed è rappresentata da un vettore in
uno spazio informazionale» [Nauta 1972, p. 135],
Una grammatica di lingua naturale è più ridondante per-
ché riconosce una fisionomia categoriale ai propri elementi al
di fuori della posizione sintattica, mentre col codice bibliote-
conomico sarebbe possibile invertire l'ordine delle espressio-
ni numeriche senza che ci si potesse accorgere dell'errore (sal-
va conoscenza extralinguistica sulle dimensioni della biblio-
teca:, ma anche a sapere che la biblioteca è piccola, l'inversio-
ne di /3 .3. 10.333/ in /333.10.3.3/ sarebbe pur sempre signi-
ficante anche se apparisse come riferimento a una sala e a una
parete inesistente). ., + 1
Il cosiddetto codice linguistico, dunque, permettendo il
riconoscimento delle categorie lessicali e introducendo regole
di sottocategorizzazione e selezioni restrittive, è in grado di
discriminare tra frasi hai formate e frasi mal formate. Inol-
tre consente in struttura superficiale variazioni della struttu-
ra profonda, mentre nel codice biblioteconomico struttura
profonda e struttura superficiale non possono che coincidere.
Ma tuno questo significa solo che vi sono codici più o meno
complessi e più o meno capaci di 'autocontrollo'.
Il nostro problema non era tuttavia quello di scoprire che
3. CODICE COME CORK E L AZIONE
*7J
nemico o che il modello del codice biblioteconomico non
spiega H funzionamento di una lingua naturale. 01 .nostro pro-
blema non era di mostrare (come forse si è fatto sin troppo
negli ultimi tempi) che una lingua è cometin codice : era piut-
tosto Suggerire che un codice, nel senso piti ristretto del
termine estbisce già alcune proprietà che sono j tipiche di una
lingua. Infatti, e lo ricordiamo, tifine dr questa panoramica
storica e problematica è quello di spiegare perché la nozione
di codice, in apparenza cosi piatta, si sia rivelata così feconda
da suggerire tante estensioni del proprio; uso : u
La nozione di codice crittografico ci è ! pars a quella provo-
catoriamente più semplice: 'provocatoriamente', perché se si
riesce a individuare un principio di inferenzialità anche nella
crittografia allora avremo capito perché l'idea' di codice è
parsa cosi affascinante. v -"" "■ ■ " * ' ~ ■ *-
Riprendiamo dunque la nostra esploratone della critto-
graha, vedendola all'opera nelle strategie enigmistiche. Ve- 1
dremo cosi che si può partire da un codice crittografico per'
operare strategie testuali, molto affini a quelle di vari sistemi
semiotici, dove inferenza e istruzione, prevalgono sul sempli-
ce rapporto di equivalenza, M ?
'/ ' •- ' ■ ■ 4 ; } ( —
3-3- Dalk correlazione all'inferenza cotestuaìe. ;
L'enigmista non sembra un decodificatore ma un decritta-
tole: deve scoprire, insieme col chiaro, a codice, che non gli
e stato dato. In realtà egli non è sfomitp di una regola,, per-
ché sa che ij gioco che sta risolvendo è un rebus, o^un ana-
gramma, o una crittografia mnemonica; o una sciarada E
dunque possiede delle 'linee d'azione' per arrivare alla solu-
zione. Eppure le direttive fornite dal titolo. del gioco (sciara-
da o rebus, ecc.) non gli permettono un tipo di decodifica pari
a quella dell'agente segreto che conosce il codice. L'enigmi-
sta trova l'anagramma Romea e non sa se la soluzione è Amo-
re, Marea, O erma!, A remo, E mora, Mao-re. Può avere una
traccia, e di solito le riviste di' enigmistica la forniscono; l'a-
nagramma ha un titolo e il titolo serve ad indirizzare verso la
soluzione. D'altra parte anche senza traccia il gioco sarebbe
legittimo, perché la regola enigmistica esiste, ed è appunto la
regola anagrammatica della permutazione o trasposizione
r ^ t . LA FAMIGLIA PEI CODICI
Dunquec'è ima regola operativa, ma essa .non consente una
e una sola soluzione. . ' .
Si veda il rebus: una imrxjagine mostra una seriedì oggetti:
o di scene, e [ciascuno degh elementi visivi pertinenti porta
sovrimpresse una o piu lettere alfabetiche. Esaminiamo un
rebus, descrivendo le immagini e ponendo tra parentesi gli
elementi alfabetici sovrimpressi: alcuni ami da pesca sopra
un tavola (L).- un equilibrista sopra un filo (R) - un tempietto
con archi a tutto sesto (T) - un uomo (E) infila un tappo, su di
una bottiglia (T) - un giovane (BR> bacia una giovane (N) -
accanto ad essi un altro amo con un verme (T). La|souizione
è 'La mirabile architettura bramantesca'. , .
La regola era' la stessa di ogni rebus: 'assegna nomi alle
immagini e componi il nome delle immagini con la lettera so-
vrimpressa 1 . Ma chi mi dice' che devo comporre L + amie non
ami + L (come nel caso di archi + T)? E perché l'equilibrista
è 'abile'? Non potrebbe essere, appunto, 'equilibrista'? Per-
ché BR 'ama" N e non Br 'bacia' N? '(Trascuriamo la questio-
ne se le immagini siano riconosciute in base a un codice o per
ragioni 'naturali': di questo si accennerà nel § 8}.'
Se rispondiamo: 'vale la soluzione dotata di senso', dicia-
mo che il solutore deve completare' la regola di genere con
una inferenza contestuale. Questa inferenza è del tipo di
quella che Peirce chiamava abduzione e cheialtro non è se
non l'ipotesi: si tratta di azzardare una regola ad hoc che dia
forma atta ] situazione rendendola comprensibile (che è poi
l'operazione che fa il decrittatore, il quale ipotizza un codice
ancora ignoto e prova se alla luce di quello il messaggio nsuJ-
ta leggibile) /Quindi l'enigmista per un lato ha una regola ge-
nerale, e'per l'altro deve' cercate una regola contestuale.
Tuttavia ha anche a propria disposizione dette comuetu-
imr enigmistiche.' Sa che i vermi 'infilati sugli ami di solito
stanno per «esca»*, se ci fossero due altari greci saprebbe sen-
za ombra di dubbio che essi sono «are». L'enigmista dunque
hai non solo una regola ma anche un ^lessico' di genere non
diverso dalle convenzioni iconografiche nella storia delle arti
figurative e dalle 'frasi fatte' della 'lingua naturale, (volere o
volare, toccare il cielo con un dito; servo suo).
La. situazione del rebus pare simile a quella delle frasi am-
bigue su cui si affannano, gli studiosi di semantica: JLujgi fa
all'amore con sua moglie, una voltalalla gettimi Ln-
3. CODICE COME CORRELAZIONE
rico/. Con chi fa all'amore Enrico? Con sua moglie o con la
moglie di Luigi? C'è una regola di coreferenza dfc'/anche/ che
a permette di applicarlo sicuramente all'azione di far all'a-»
more o all'azione di far all'amore con k moglie di Luigi? O
sopperisce una conoscenza delle buone creanze? O le infor-
mazioni che abbiamo sia sulla lealtà*u-Enrico che sulla fedel-
tà della moglie di Luigi?
Adesso dobbiamo chiederci se non esistano dei giochi più
'regolati' ancora del rebus, in cui per esempio siano formu-
late regole di decidibtlilà contestuale .capaci dì dirigere in
modo più vincolante l'ipotesi. Si vedano ad esempio le crit-
tografie mnemoniche tefr. Manetti «'Violi 1977] . In termini
di regola di genere esse* consistono in una espressione-stimolo
dotata di senso (il cifrato) che deve-fessere trascritta in una
seconda espressione che veicola- per omonimia due chiari/
ovvero due livelli di contenuto, o ancora due isotopie seman-
tiche. La prima costituisce una sorta di' parafrasi, commento,'
definizione, trasformazione sinonimica della espressione-sti-
molo, mentre la seconda è indipendente dal contenuto dell'e-
spressione-stimolo. La seconda isotopia fa deU'espressione-
risposta un luogo comune, già prestabilito nel repertorio dei
modi di dire e pertanto riconoscibile mnemonicamente come
défà vu.
Una serie di classiche espressioni-stimolo trascritte nell'e-
1) Fede assoluta — Credenza piena ,
2) Lacrimata salma Pianta spoglia '/ '•'*
■ 3) Astro dominante ~> Signore sole " . ' 1 '
4) Asino vivo -+ Campo incolto ■ ",
j) Gesù Recinto di spine;,' .., .. .
6) Sonorape -> Campo di fiori
7) Gesù nell'orto -> H verbo riflessivo. 1 } Ct *•'
1
Esaminando le crittografìe 1 )-4) ci si rende subito conto
che le risposte ad un primo livello costituiscono sia definizio-
ni che trasformazioni sinonimiche dell'espressione-stimolo;
mentre esaminando le crittografie 5)7) ci si accorge che sti-
molo e risposta si trovano in un rapporto di implicazione (se,
allora: se Gesù, allora uomo recinto di spine; re sono un'ape,
allora vivodi fiori; se Gesù è Dell'orto, allora ìì Verbo riflette
e medita). AI secondo livello tutte e sette le : risposte costi-
LÀ FAMIGWA BEI 0>DICI
278
tuiscono altrettante ftasi fatte: la pianta s P°sK le ; ^^!
sole il campo incolto, ecc. Il meccanismo a doppia isotopia
della crittografia 1 sarebbe pertanto-U seguente:
s . -< ..-J H
Nuovo cifrato ' * "
■ ' Nuovo chiaro
• ! O
1
Credenza piena
'Mobile da cucina colmo*
|F«fc assoluta
/Ciwteo»*»» senso di credere)
piena'
■:■ Cifrato-
., rtsf. Chiaro • •
, v ,; riV ; : .V*
Parrebbe che, al di là m^*f*£±^^
materia di pura inferenza e di agilità nel ntrovare per mtui
zione una frase fatta che si ponga in rapporto di omonimia
con la espressione di risposta al primo hvello
Invece ci accorgiamo che esistono delle regole comuni.
Proviamo a formularne alcune; - *
• ■ ■■ ti controlla se l'espressione stimolo è polisensa [rispon-
* de a questa caratteristica solo 1 la 4):' asino (animale)
'->- vivente vs (io) v ivo' (da) asino (ignorante)]; .
la) Wla risposta alla 1) è' si, trova per entrambi 1 membri
'della frase due espressioni sinonime appartenenu alla
stessa categoria grammaticale [asino (agg.) colto ;
- ;f ■ vivo (verbo) -* campol; _ ' '
ibi controlla se l'espressione sinonima è omonima .con un
lnogo comune (campo incolto come lembo di terra
non coltivato); ... . ,
li) se la risposta alla 1) è no, sosutoisei ogni membro del-
la frase col piopriosinonimo (rispondono a questa ca-
ratteristica le i), 2: lacrimata diventa pianta salma
diventa spoglia Jede diventa credenza, assoluta d*
ua) ronrroUa S ^'espressione sinonima è omonima con un
./ luogo comune, anche se sì deve accettare un cambio
$ categoria gramtnadcale (nella 2), per la seconda iso-
. to P U>^ da aggettivo diventa sostantivo,* 0*
,.. da sostantivo diventa aggettivo;
. a&E la^ostituzione con sinonimo nondà senso prova
" t^con altre figure retoriche (nel caso deUa 3) I» P riJlia
1t. sostituzic^avvieiie,r^ S meddocbe: E sole apparile-
3 . CODICE COME» CORREI AZIONE 179-
ne al genere astro:'Se la rispostt-haWsenso, procedi
iv) se le regole i) e li)" non danno 'risultati apprezzabili
'■" prova a costruire xina' implicazione {se, allora) e consi-
dera tra le soluzioni possibili quella che risponde alla
regola i), applicata non allo' stimolo ma alla risposta. '
Naturalmente, osservando un corpus più completo di crit- ,
tografie, ci si rende conto che le regolesono^molto più com-
plesse. Ma non sono informulabili. Esse non consentono la
soluzione automatica, perché anche qui deve giocare l'ipotesi
contestuale, unitamente all'ipotesi mnemonica, e questo la si
che il gioco enigmistico sia appunto un gioco, prova di pa-
zienza e di intuizione a un tempo. Ma la pazienza si esercita
provando varie regole dotate di una loro ricorsi viti, e l'intui-
zione si esercita cogliendo per rapida ispezione,, tra tutte* le.
regole possibili, quella giustai ; * :» **i
Quindi la crittografìa ha non solo regol e gen eriche ma an-
che regole di deddibilita contestuale;
Naturalmente la crittografia mnemonica vive in rapporto
parassitario col codice della lingua naturale e ne sfrutta la
complessità, e cioè vive sul fatto che non esistono* sinonimi
assoluti, ed ogni sostituzione sinonimica fa slittare il signi-
ficato dell'espressione sostituente verso aree che non erano
coperte dal significato dell'espressione sostituita. Ma proprio
per questo i suoi problemi non paiono dissimili da quelli del-
l'analisi testuale in linguistica, dove le regole della lingua non.
riescono spesso a rendere ragione dell'ambiguità eli certe
espressioni e rimandano pertanto a una conoscenza 'extrate-
stuale o a laboriose inferenze contestuali. Io /Nancy dice che
vuole sposare un norvegese/ è per esempio indecidibile sulla
base del codice se Nancy voglia* sposare una persona precisa
che essa conosce e che è norvegese, o se< intenda sposare
chiunque purché abbia 'la nazionalità norvegese. Per disam-
biguare la frase si richiedono o conoscenze 1 di' ordine extra-
linguistico (nozioni sulla situazione di Nancy) o conoscenze
di ordine contestuale (cosa dicono le frasi precedenti o se-
guenti su* Nancy). Ad esempio la frase è automaticamente
disambiguata se è seguita dalla frasep/Io l'ho visto e non mi
pare un cattivo ragazzo/. '
" basterebbero a far affermare
LA FAMIGLIA BEI CODICI
die una lingua naturale non è un codice perché non solo cor-
rela cifrati a chiari ma provvede anche regole -sintattiche, e
regole discorsive, e condizioni interpretative e cosi via.
Tuttavia sino a questo punto abbiamo mostrato che anche
un codice crittografico non è soltanto la macchina che correla
cifrati a chiari, bensf coinvolge processi istruzionali. Ora sì
tratta di fare qualcosa di più: si tratta di tornare alla nozione
di 5-codke come sistema, di identificarla con quella di codice
istituzionale, di cui si diceva in i .2. e di mostrare tutte le im-i
plicazìoni semiotiche di questo concetto. Dopo dì che si potrà
vedere che, quando si è parlato di una lingua o di un altro si-'
stema semiotico, come sistema di codici e sottocodici, si era
ben lontani dall 'equiparare una lingua a un lessico o a una
cifra, ma si faceva riferimento a questo nodo di meccanismi
e si pensava a qualcosa di molto simile a una enciclopedia: e
cioè a un sistema di competenze che non comprende solo in-
terpretazioni in forma di definizione, ma istruzioni e rinvìi a
un magazzino di conoscenze che assumono anche la iormadi
sceneggiature e schemi intertestuali. %•
4; l-codici istituzionali. • * > m> , |
4.1. S-codki e^gnmcazione. ' "•'
• « .' - r
Si è detto che gli s<odici sono sistemi di uniti definibili
per la loro mutua posizione e che nessuna di queste entità è
correlata a un contenuto. Non essendo correlata a nessun con
tenuto, nessuna di queste entità può essere usata per opera-
zioni di riferimento. In altre parole, usando un codice sipos-
sono fare affermazioni false circa uno stato del mondo, come
quando un agente segreto mette in afta un messaggio per in-
gannare il, nemico, un biblioteconomo designa un libro che
non esiste o un utente della lingua naturale dice che ci sono
sei mele sul tavolo mentre in realtà ve ne sono sette. Con un
s-codice invece non si possono designare stati del mondo e di
conseguenza non si possono fare affermazioni false: si pos-
sono solo fare affermazioni scorrette e cioè affermazioni che
violano le regole interne del s-codice in questione, come chi
affermi che due più due fa cinque o che nel sistema parentale
la paternità equivale alla posizione G+i, f, Lj. Naturalmen-
4- 1 CODICI ISTITUZIONALI
te un insegnante disonesto che-dica ai 'propri piccoli allievi
che.due'pnidue^onque fa una affermazione falsa {in lin-
SH at T f > ^kJwa-queUo-rtMo del mondo eheè il
sistemi . delle regole matematiche/ e un lessicografo che di-
cesse chei/father/in inglese significa G+ r /*, Marebbe (po-;
marno m lingua italiana) una i affermatone W circa queUo
«no del mondo che è il lessicale*/ ovvero sui rapporti
tra una-espressione della-Jingua^inglese e una posizionTnel
sistema della parentela. • : 1 ; ' >
Tuttavia il fatiche con gfri^d-mm «possano af-
iermazioru false ed elaborare menzogne circa il mondo ester-
no, non vieta che medtante un Codice si possano configura-
re sequenze di espressioni tali che, proprio in base aleggW
terne al sistema stesso, esse rinviino ad altre sequenze di
espressioni Ce quindi una sorta di p o t a e sigm^ ea^Sedi
s-codia-, nel senso in cui in aritmetica, data la sequenza 5- 10-'
15 a sr può ragionevolmcnte<attendereio come evento suc-
cessivo, t '< '■■ , : -ì\ i~ 1
Siamo qui di fronte alla vexala quaestio della capacità si--
gnnWa dei sistemi^monoplanari. Un sistemarnonopWe.
può permettere processi di significazione non in quanto prov-
vede correlazioni main quanto stimola inferenze Avvero in-
terpretazioni, Una idata posizione sulla Scacchiera può appa-
nre sbagliata, rischiosa o promettente rispetto al corso suc-
™ZZ h PartÌt f' (come attualizzazione'
concreta delle : regole del gioco) che stabilisce, tra le varie
posizioni possibili sulla scacchiera, una gerarchia di preferen-
ze tra posizioni che 'suggeriscono' buone possibilità' dì svi-
luppo e posizionisene 'suggeriscono' situazioni di . pericolo ap
meno per uno dei due contendenti. A questopunto una data'
posizione su di una data scacchiera diventa l'espressione il
cui contenuto è una serie di previsioni e di istruzioni circa la :
con turnazione del- gioco. • • ti : i v
Dunque s-codici e codici sono diversi, ma come i codici
contengono' anche elementi istruzionali, cosi i sistemi pre-
sentano una sorta di correlazionalità poiché in essi ogni even-
to sintattico rinvi a: (in base alle leggi del sistema) a eventi
su^^^ bl U,( m olti dd quali già intertestualmente cc-
dincati). Jakobson ha parlato a più riprese del rinvio (carat-
to^bpica^ fa^ i8emiotici) pern^ & ^
puramente sintattiche. hv.„ ....
^FAMIGLIA DEI .CODICI.
Anche in sistemifCOtne quello matematicote quello musi-,
cale , jdie, H j elmsk v avrebbe chiamato sistemi simbolici, pri-
vi di contenuto e pertanto monoplanari, si -annida una; possi-
bilità di correlazione sjgnificanite. Essa si stabilisce in base a„
una dialettica di aspettative e soddisfazioni. L'inizio di una.
melodia ispiratale leggi tonali 'mi avverte* che devo atten-
dermi la tonica. La sequenza 1 + 2 + 3'mi avverte che devo
attendermi il 6 .come risposta, cosi come a un livello pivi contri
plesso, le regole della tragedia classica (formulate implicita-
mente dalle, modalità di recitazione,, tipo di versificazione,
rapporto tra protagonista e coro, ecc.) mi avvertono che de- ì
vo attendermi la sconfitta dell'eroe. In una- certa misura glii
antecedenti di una catena x is pirata alle leggi del sistema stan-\
no per i toro conseguenti. Jakobson [1974], a proposito del-
« rinvio di un fatto semiotico a un fatto equivalente all'inter-
no di uno stesso contesto » , dice che « il rinvio musicale che ci
conduce dal tono presente al tono; atteso o conservato nella
memoria si trova rimpiazzato nella pittura astratta da un rin-
vio reciproco dei fattori in gioco». Si potrebbe dire natural-
mente che questi fenomeni sono fenomeni di significazione
che non- dipendono da un codice: dipendono da una nozione
estesa di segno, in cui Peirce faceva anche rientrare il rap-
porto di rinvio dalla premessa alja conclusione di un sillogi-
smo. Ma questi giochi di attese dipendono da ipereodinca
intertestuale, da 'sceneggiature' preesistenti £cfr. Eco. 1975,
2 .14. 13; Eco 1979]'. La topica rappresenta un sistema di sil-
logismi preformati chef funziona da -codice in quanto correla
per r ronsue*udine certe premesse a certe conclusioni; cosi co-
me le regole di genere costituiscono un repertorio ptecodi-
ncato iti cui A è consuetudinariamente correlato a B, se c'è
Lotta ci sarà Vittoria dell'Eroe ^ almeno t nel « codice» della
fiaba russa di magia. ,-. .. , • . .
Quello che distingue una lingua naturale da un codice
crittografico artificiale è proprio il gran numero di ;rego!e ag-
giuntive, che possono assumere sia lai 'forma di una iper-
regolazione [di regole già esistenti che di ipjpregolazipne di
correlazioni non sufficientemente codificate. La regola, reto-
rica che permette la generazione (e l'interpretazione)- della
sineddoche è uh caso di ipercodifica: dato un termine di cui
sono già convenzionati i tratti semantici che compongono il
corrispondente semema, sostituisci il termine con quello che
4'. SCODICI ISTITUZIONALI
non so esatZ^eo»^!?^ ***> * ***»*-
è un aminoacSÒ To' o ma. J nAh ^^'l m. so che
ameojati. Sono momenti fransi oTmW^ P ' d
bilue relazioni comunictive acSffi ^
miei pM rispettodos^^S (voglia gradire i
troibS ad Xrel^Ttono elerS^ T"? I*
d- „„ c sono elementi di un cloak (efr S ■> ,\
^mangono fenomeni che è difficile desiai rr^i' P- 1
4-a. Le istituzioni come siatemi doratici. .,
apparente sistema di 'corrdazior^rtSlL^n ■ ' e<bxm
altri ancoraJ/Trascuriamo ^vS^^S^'T 1 '
ntenramo solo l'aspetto istiulionale ^ COrttJa21on ^ «
^^^^-^^
! LA FAMIGLIA DEI CODICI
ellisse l'articolo- 1 -della Costituzione italiana stabilisce che
l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro, l'articolo 4 stabi-
lisce -che la Repubblica difende il paesaggio; e in «fletti la
connessione c'è, e che la violazione dell'articolo 4' implichi
la violazione dei diritti dei lavoratori si fa chiaro, appunto,
quando la violazione assume forme macroscopiche.
Ma il calcolo del codice istituzionale non può avere la stes-
sa forma del calcolo deì ; sistemi logico-matematici. Un siste-
ma di prescrizioni comportamentali coinvolge accettazioni e
ripulse, considera la ' possibilità della violazione, introduce
imperativi, concessioni, si apre alla 'possibilità': è un calcolo
d'ordine modale. E infatti non può essere reso che attraverso
sistemi di logica deontica o di logica delibazione, partendo da
assiomi ancora coerenti con le leggi della logica matematica,
come ad esempio (p=>Op) • (q=>*r) (pz>Or) (primo assioma
di Mally, dove l'operatore' O sta per 'è obbligatorio') e cer--
cando via via di 'formalizzare calcoli in cui si tiene' conto di
uno stato del mondo e della rnodificazione che ne consegue
per l'azione di un agente, oppure calcoli che tengono conto 1
(proprio a proposito dì norme etiche o 'giuridiche) del con-:
certo dì 'permissibilità* e del concetto di 'divieto*: «È vieta-
to 'disobbedire alla legge, quindi è obbligatorio obbedirvi.
Dobbiamo fare ciò che non ci è permesso di non fare. Se un
atto e la sua negazione sono entrambi permessi, allora Tatto
è indifferente... Due atti sono moralmente incompatibili se f '
la loro congiunzione è vietata» [Wright 1951, trad. it. pp.
127-28].
Il fatto che però i codici istituzionali siano sistemi espri-
mibili in termini di logica modale non toglie che siano sog-
getti a regole di calcolo.
Nello stesso modo funzionano quelle istituzioni che sono
le regole di conversazione, studiate dall'etnometodologia,
dall'analisi del linguaggio comune, dalla logica dei linguaggi
naturali e dalle varie forme di pragmatica:, a una domanda
si deve dare una risposta; se asserisco qualcosa, è presuppo-
stole io dica il vero; se uso un eccetera i membri dell'elen-
co presupposto ,debbono; essere della stessa categoria dei
membri esplicitati, almeno dal punto di vista dell'enumera-
zione in atto, e l'insieme di tutti gli enumerandi deve essere
noto all'interlocutore <e qui c'è la ragione per cui non si può
4. I CODICI ISTITUZIONALI
ertamente terminare il seguente elenco di regole conver-
sazionalicoo un eccetera).
Se ora però torniamo all'aspetto corjelazionale del codice
pundico, ci accorgiamo che esso non è del tutto simile a
q^llo di un cifrarie, È vero che il codice-giuridico sancisce
che a deJitto x corrisponde pena y, ma questa correlazione
Si^TT^? rT *1 <We' cifrato. Secondo
1 articolo 5 8odel Codice penale chi induce al suicidio merita
da uno a cinque anni, ma non e (detto che chi merita da uno
a anque anni sia qualcuno che ha indotto altri>al suicidio. Si
potrebbe obiettare che d codice giuridico è un dizionario con
pochi contenuti e una infinità di espressioni .sìnonime ma il
punto non, è questualo un tloak l'espressione sta per 11 con-
tenuto nel momento in cui la comunità accetta la convenzio-
ne, mentre d codice mmSco'presaive solo l'obbligo di ren-
dere esecutiva la correlazione, tra delitto e pena. L'aspetto
correlaaonale si intreccia con l'aspetto istituzionale e amie
le correlazioni qui si organizzano secondo una logica deon-.
tica. inogm caso la correlazione con è tra atto delittuoso e
pena (posso sapere che qualcuno è- un ladro e nel contempo
^pere che non verrà mai punito) ma tra riconoscimento mu-,
diziario del delitto e obbligo di- farglicorrispondere la pena '
La^orrelazione non ; è tra un fattole un altro fatto, ma Wfl
riconoscente della violazione^ un obbligo e il rispetto di
un altro obbligo. Al massimo si può dire che in termini di se-
miotica del comportamento ogni delitto connota la pena che
presuppone ed implica. O che U delitto di x mi induce ad
attendere per forzai convenzione, la pena inflitta a x da y .
t - Basu infatti osservare che se y non infligge la pena dovuta-
a x <una volta dimostrato il crimine) non si dice che mente
ma che si comporta scorrettamente, o che- 'sbaglia'. E dun-
que il codice giuridico, anche nel suo aspetto correlazionale
e sempre un codice istituzionale, luogo.di un calcolo e di una
seriedi trasformaziom; è codice non in quanto code-hook ma
in quanto Libro (sacro) o manuale*u\ comportamento,
4.3. Le istitìirioni corne codici;.: ;-u uhjm ,
Dunque una prova del fatto che' ^istituzioni sWs-codiri
e che nell osservarle o nel disobbedirle non si danno casi di
menzogna bensì solo di correttezza^ scorrettezza. ,
JLA FAMIGLIA DEI- CODICI
Eppure c'è un senso in cui le istituzioni valgono come si-
stema di correlazioni, e questa loro natura correlaaonale è
proprio conseguenza deUa loro natara modale.
Infatti l'adeguazione alla regola istituzionale sta sempre,
anzitutto, per la mia decisione di apparire fedele 1 all'istitu-
zione stessa. Eiin questa, possibilità di correlazione si inseri-
sce la possibilità di mentire . " -■ : ■
^ a) Poniamo che io voglia fingere di essere un cavaliere del
Graal. Potrei farlo montando insegne apposite (ma in que-
sto caso mi riferisco a un codice Vero e proprio, come quello
delle divise o delle bandiere)* Potrei invece farlo soccorrendo
una vergine indifesa, anche se di solito non difendo gli op-
pressi e non combatto leali tenzoni. La possibilità di mentire
èdata dal fatto che le regolerei sistema cavalleresco non so-
no necessarie (come quelle della matematica) ma m prima
istanza sono proairetiché, e cioè si basano su una logica della»
prefetenza, e pertanto ammettono la loro ripulsa. Nori posso
fingere di essere un matematico asserendo che due piùdue fa
quattro. Sono tenuto a saperlo in ogni caso.: Al massimo pos-
so decidere di usare la mia conoscenza di alcune regole com-i
plicate come 'segno' ideila mia 'conoscenza di tutte le regole-
matematiche,con un procedimento di tipo sineddochico. Le
regole della cavalleria invece non sono obbligatorie per tutti
e seguendone una io faccio credere di Seguirle tutte. La non
obbligatorietà dell'accettazione 1 delle regole di un 1 sistema
rende significante la loro osservanza.
. b) Poniamo ora che, telefonando a Giovanni in presenza
di Luciano, io voglia far credere a Luciano che Giovanni mi
ha fatto una domanda.' Formulo pertanto l'enunciato /no,
non credo che verrò/ (mentre 1 magari Giovanni ha asserito
che Luciano è uno sciocco). Sia chiaro che non sto ancora
giocando su inclusioni semantiche (dire /non verrò/ lascia
presupporre che mi sia stato richiesto di /andare/): sto sem-
plicemente nascondendo il fatto che Giovanni ha asserito
e sto lasciando credere che abbia interrogato. In questo caso
sto riferendomi a una regola conversazionale ('a domanda si
risponde') e suggerendo una reversibilità correlazionale della
regola (se si risponde è segno che si è stati interrogati) lascio
■ supporre dal conseguente che ci debba essere stato un ante-
cedente di un certo tipo. DeLpàri, basandomi sulla regola
conversazionale 'si interroga sempre Un interlocutore presen-
ti JjCODICI ISTITUZIONALI, f 287;
te' (k regola rsopporta solo violazioni ipercodificate-retorica-
mente: l'apostrofe) posso porre domande al telefono per far
credere a Luciano che parlo con qualcuno mentre non è vero.
Oppure, presupponendo la regola 'ci si alza in piedi all'en-
trata di un superiore' mi alzo quando entra Giovanni per far
credere a Luciano ch&Giovanni è il capo. In questo caso è la
supposta costrittivi tà della regola che rende i conseguenti si-
gnificanti degli, antecedenti. ■ : - , , - -,
La differenza tra a) e b) è data dal fatto che nel primo caso :
fingo di accettare -un sistema di regoje-non obbligatorio, (ma
costrittivo una volta accettato) e per fingere osservo una deì- }
le sue regole; nel secondo; caso presuppongo di ayer già ac-
cettato insieme ad -altri un sistema obbligatorio di regole co-
strittive e fingo di osservare una -regolaceli -fatto violandola).
C'è quindi una menzogna sulle^tpgoìc e una -menzogna con le
«gole. ; ■ v T ' , - ■ -
c) Si può parimenti mentire, usando impropriamente le
modalità di un genere letterario: posso iniziare un poema nei,
modi dell'epica, con una invocazione alle muse, e poi tradire
le aspettative con un anticlimax sfociando nell'eroicomico o
nel grottesco, Posso mettere in azione, in una fiaba,, un attore
che' abbia .tutte le qualità dell'adiuvante e poi si riveli come,
il nemico. Posso fornire il cattivo delle caratteristiche del-
l'eroe .(romanzo nero j o gl'eroe delle caratteristiche.del cattivo
(bard-bpiled novel). ÌÌ, un caso misto tra a) e b) perché; da
un lato la non obbligatorietà della regola mi permette di fin-
gere di accettarla; dall'altro la costrittività delle regole, una;
volta accettatele, mi (permette di rendere significante la mia,
violazione (anche se nel caso^eU'anriclimax^on ; si stratta di;
menzogna, bensì di voluta scorrettezza).
d) Al di fuori delle pratiche menzognere, posso renderei
significante,,come sÌ;è yisto in c) la violazione voluta delle
regole: non osservo le regole dell'etichetta cavalleresca per
significare che non sono un cavaliere e per connotare in ogni
caso che non riconosco la validità di quelle regole* Non strin-
go la mano a una persona che disprezzo per significare che è
al di fuori del consesso civile.
In ogni caso dovrebbe essere ormai, chiaro perché le isti-
tuzioni (che sono s-codici) vengono così .spesso intese come ;
codici:', perché la loro funzione sociale rende significativa
la loro osservanza (/accettazione della regola/ -» «conformi-;
LA FAMIGLIA VElCOtACl
smo») e perché la loro costrittività interna-' correla per con-
suetudine la presenza dei conseguenti alla presupposta pre-
..... i j- ■■-...>
.. . .. .>>•-.
Si è mostrato sinora che ogni volta che si parla di codice 1
correlazionale sono individuabili dei fenomeni inferenziali,
e ogni volta che si parla di codice istituzionale sono indivi-
duabili fenomeni di correlazione tra antecedenti e conseguen-
ti, strettamente legati ad altri processi inferenziali: Proviamo
ora a verificare cosa accade con un'altra accezione di /codice/-
che pure ha avuto gran fortuna in questa secondateti del J
secolo, quella di codice genetico.
È interessante notare come anche la tematica della comu-'
nicazione genetica faccia la sua apparizione in termini espli-
citi nella seconda metà del secolo; anche se le premesse sono -
sviluppate prima: la scoperta della doppia elica è degli anni 1
*50, nel 1961 Jacob e Monod scoprono i processi' di trascri-
zione da dna a una ed è definitivamente al Congresso di Mo- !
scadel T9Ó1 che si fa risalire la prima decifrazione del codice
genetico. " " *
Non è detto che la meccanica del codice genetico quale è
oggi' riconosciuta dagli studiosi sia quella reale e che' il co-
dice genetico non sia per ora che una pura costruzione ipote- 1
tica dei genetisti. Vorremmo però dire -che, nella misura in
cui fosse errata, l'ipotesi sarebbe tanto più significativa ìn"
terrnini di storia delle idee. Schematizzando al massimo, di-'
damo che l'informazione genetica contenuta nel cromosoma
e immagazzinata nel dna (acido desossiribonucleico a strut-
tura elicoidale doppia la cui unità fondamentale, il nucleo-
tide, contiene una base, uno zucchero e un acido fosforico)
determina la costruzione di una molecola proteica. Una mole-
cola proteica è fatta di aminoacidi. Gli aminoacidi sono venti
e dalla loro combinazione nascono le diverse molecole prò
teiche.
Nel dna si dispongono diverse successioni di quattro basi
azotate (adenina, timina, guanina e citosina) ed è la succes-
sione di queste basi che determina la successione degli ami-
noacidi. Siccome gli aminoacidi sono venti e le basi
5- IL PROBLEMA [DEL, CODICE GENETICO 2&$
quattro, occorrono più basi per definire un aminoacido. Vi-
sto che una sequenza di due basi permetterebbe 16 ^
t azioni e una sequenza di-quattro basi ne permetterebbe 2664
l'economia combinatoria maggiore pare raggiunta da sequen-
ze di tre basi, o triplette, che consentono "anche' -"con le loro
64 combinazioni per venti aminoacidi - di definire lo stesso
aminoacido attraverso *omof oni* 'o sinonimi e di servirsi di
alcune combinazioni nulle, in funzione di segni di interpun-
zione tra sequenze 1 'significanti'. Non discuteremo qui se tale
economia dipenda da un processo evolutivo o non sia che
una economia metalinguistica dovuta al biologo; potrebbe
darsi che le sequenze reali siano 266 (e il radice sia a quattro
basi) salvo che solo venti aminoacidi sono sopravvissuti alla
selezione evolutiva e tutte le combinazioni non utilizzate so-
no nulle o omofone'. In ogni caso è chiaro che il sistema delle
triplette del dna è ancora un s-codiee e come tale è soggetto
a calcoli di trasformazione e a valutazioni di economia strut-
turale.
Ma U dna sta nella cellula, mentre l'informazione che esso
immagazzina deve trasportarsi nel ribosoma dove avviene la
sintesi proteica. Pertanto 1 le triplette^del dna vengono dupli-
cate, nella cellula, da un'altro acido nucleico, lo* una (acido
ribonucleico) che in funzione di RNA-messaggero 'trasporta il
messaggio nel ribosoma. ' ■
Qui lo RNA-solubile , (probabilmente attraverso una nuova
traduzione- in triplette complementari, che non considerere-
mo per ragioni di semplicità) inserisce un aminoacido.in cor-
rispondenza di ogni'tripletta di basi azotate. .' , (J
La traduzione da DN/v-a rna avviene per sostituzione com-
plementare di. triplette, con la complicazione che la timina,
del dna viene sostituita da una nuova base, Furatile. E qui
siamo in presenza, almeno formalmente, di un codice vero?,
proprio che chiameremo per comodità 'codice di cellula? : r ' n
" '• ■ t -* a - ■•■
Pertanto se il dna Teca la sequenza
sina, lo rna traduce: uraciletitosma-guanina.
Ned momento in cui si attua la ; sintesi proteica nel riho-
390 LA FAMIGLIA DEI CODICI
soma' entra in gioco quello che chiameremo 'codice dì ribo-
soma", per cui, ad esempio, alla tripletta gcu (e ai suoi omo-
foni gcc gca e gcg) corrisponde l'«
Parole di coàict
gcu ccc OCK GCG
GCU CGC CGA.CGG AGA
AUU AAC ■ Asparagìna
gau gac Acido aspartico
ugu UGC ; Ci s tema
" ! n * gaa ' GAC • Acido glutamminico ;
■ ì caa cag^' !'■ Gluttmina '? Mi
' GGIT GGC GGA GGG' "•».'• Glicha . i .< ; j
" -càucac- •• Isridina ' r ■•. '
... vva tuta cuv eoe cua epe Leuctna ;(
uuu uuc Fenilalanuia
CCU CCC CC A CCG
Prolina
"* ' Vcu ucc UCAXTCG agcagc Scrina
"• ■ acu ACC aca acg Treonina T
■f' f ' ' dog- Triplano
.\;UAUUAC Tirosina \: ■
] GUU.poc gua gug ■ V alina j
uaa img uga Nonsensi (nulli)
Ora, se il codice genetico è una' costruzione dei genetisti,
utile per parlare metalinguisticamente di un ipotetico 'lin-
guaggio' dell'organismo biologico, questo codice è anzitutto
urta cifra, ovvero una semia sostitutiva . Possiamo anche im-
maginare due genetisti che corrispondano in afra tra loro e
scrivano /gcu/ per intendere «Alanina». Questo codice esi-
bisce anche alcuni elementi posizionali, ma in effetti ogni tri-
pletta va presa in blocco come l'espressione il cui contenuto
o è un'altra tripletta (passaggio da dna a RNA-messaggero) o
è un aminoacido.
Se l'ipotesi genetica è esatta, cosa avviene nell'organismo?
Avvengono delle reazioni sieriche, dei processi ad incastro.
dna e RNA-messaggero (cosi come RNA-messaggero e Ri-
solubile) funzionano come nastri trasportatori di una catena
di montaggio automizzata in cui, per cosi dire, dove appare
qualcosa di vuoto si riempie, e dove appare qualcosa di pieno
si fa un calco in negativo. Per un semplice meccanismo di sti-
J. IL PROBLEMA DEL- CODICE GENETICO
nx)lo-risposta„neI passaggio da dna a RNA-messaggero dove
c è ademna si-sostituisce uracile e cosi via. Si potrà ancora
parlare di codice, masolo in senso molto ampio di legge natu-
rale: ma in tal caso ogni processo di stimolo risposta o di
azione reazione sarebbe rettola un codice e le leggi semioti-
che si idcntihcherebbero alle leggi naturali. Mancano a que-
sto processo biologico le possibilità di reversibiluà tra conte-
nuto e espressione che sono tipiche anche di una sernia sosti-
tutiva, mancherebbe ogni processo inferenziale che abbiamo
visto presente anche nell'applicazione delle cifre apparente-
mente pm piatte. , , r ..
Basterebbe allora dire che l'espressione /codice genetico/
si applica correttamente (nel senso ristretto di /cifra/) ai co-
dia dei genetisti e si ar^^jnetid^riauiieote ai processi
genetici.
Tuttavia, non per voler estendere oltre ogni limite possi-
bile l'uso di una categoria, ma sempre per giustificare storica-
mente le estensioni che ne sono state fatte, dobbiamo fare-al-
cune osservazioni. T .
; Non è il caso di eliminare come pura estrapolazione iÙe-
gittima la nozione di codice' genetico, perché non è ancora
detto come e perché la mente umana *iafin grado di , porre
correlazioni e di operare interpretazioni. ... "
Prodi Ti 977] suggerisce che alle Radici di questa capacità
di porre gli elementi di due sistemi ^contatto reversibile vi
sia una disposizione dia risposta che ha le sue radici nei fe-
^fS.^- mtera2Ìone cellulare. Il principio del codice risie-
derebbe già negli s-codici biologici, dove un oggetto diventa
significativo per la struttura capace di 'leggerlo' La lettura
istituisce il codice: la struttura cioè forma una sorta di 'com-
plementarità verso' l'oggetto, istituito pertanto, embrional-
mente come segno. Il codice si r forma cosi oscuramente alle
tosi stesse della vita come una storia di- scelte, di selezioni
di «etacaaturc sancite dal 'giudice' -che è il complesso delle
cose che espunge o accoglie le complementarità che si istitui-
scono.
Ma sia chiaro che questo sospetto (fecondo di future ri-
cerche sui fondamenti materiali del rapporto di significazio-)
ne) non^ha nulla a che vedere con la facile attribuzione di:
capacita correlazionale alle molecole di dna. Si tratta piutto-
sto dei processo metodologico inverso: i genetisti suggerisco-
2 9 2
LA FAMIGLIA DEI CODICI
no che l'universo biologico funzioni' come l'universo cultu-
rale, mentre qui si sta suggerendo che l'universo culturale
(linguistico) funzioni come l'universo biologico. Non si dice
cioè che, nella sua semplicità, il molecolare sia 'complesso co-
me il molare, bensì che, nella sua complessità, il molare sia
semplice come il molecolare. Forse si è parlato di codice ge-
netico perché si è intuito, oscuramente, che si stavano descri-
vendo le basi materiali di ogni processo dì interpretazione.
6. Codice e rappresentazione. '
Resterebbe ora da dire se si può parlare di codice per le
rappresentazioni, e cioè, per dirla con MacKay (191169] per
«ogni struttura (pattern, immagine, modello), sìa astratta
che concreta, i cui tratti intendono simbolizzare o corrispon-
dere in qualche senso a quelli di qualche altra struttura*.
Che è poi la definizione peirceana dell'icona come di un se-
gno che intrattiene un rapporto di similarità col proprio og-
getto [cfr. Eco 1975, SS 34, 3-5, 3-6]. Non è questa la sede
per soffermarci sul problema: non: si possono tuttavìa igno-
rare le questioni che il concetto di rappresentazione pone a
una definizione di codice.
■'■ • Consideriamo il comportamento comunicativo delle api
come se le api producessero segni e non stimoli (potremmo
benissimo sostituire alle api dei mimi umani che comunicano
ad apicultori). Un'ape esploratrice informa le compagne sul-
la posizione del cibo grazie a una danza in cui l'orientamento
del proprio corpo rispetto 'all'alveare è proporzionale all'o-
rientamento del cibo rispetto all'alveare e al sole. C'è indub-
biamente relazione di rinvio: le posizioni dell'ape stanno' per
le posizioni del sole e del cibo. C'è rapporto di similitudine
tra le grandezze geometriche realizzate nella danza e quelle
che stabiliscono ì rapporti tra sole e cibo. Sembrerebbe non
esserci convenzione, il rapporto sarebbe 'analogico'. Eppure
ci sono regole, se non altro le regole di trasformazione pro-
porzionale delle grandezze geometriche. Non è che non ci sia
correlazione: ci sono regole dì proiezione (di trasformazione)
che consentono di porre la correlazione. Le regole di proie-
zione consentono all'esploratrice di codificare l'informazione
concernente la fonte (il cibo) e consentono alle api bottina-
6. «SDICE-C.àAPflRESEa^AZloNE
tràci di decodificare la danza in termini di ■chiaro',. C'è rat*
porto tfa impressione e contenuto. Possiamo dùeichejle .re-
gole di trasformazione sono regole di codice?
,Non basta-obiettare che, mentre in un codice linguistico
le parole stanno per una classe di oggetti, nella danza delle 1
api il-movimento dell'esploratrice diventa, significativo se
correlato a una specifica posizione del sole e del cibo, per cui
il messaggio delTesploratrìce ha sempre un elemento indicale
sottinteso ('sto parlando di questo cibo, e di questo sole di
oggi in questo circondario'). Se un mimo imita la danza delle'
api, siamo di nuovo in una situazione generalizzata, senza che
per questo sia scomparsa la modalità rappresentativa. -
Il problema si complicherebbe se il mimo inventasse le
regole di rappresentazione di qualcosa mentre esegue la co-
municazione: 1 destinatari si troverebbero in tal caso in un
rapporto non di decodifica ma di decrittazione. Assisterem-
mo dal lato generativo, a uq processo di istituzione di codice
e, dal lato interpretativo, a un processo di criptoanalisi." Di-
damocheà momenti di rappresentazione sono più facilmente
quelli in cuì ; un ccdice^asc^chejnoniqueUi in cui, umeodice
preesistente t yierie osservato. . , ..
., Lo stesso accadrebbe se si volesse, considerare la possibi-
lità di un codice psicoanalitico .[cfr, C-earje ,Liendo, 1975:
Fornari 1976]. ■ ... t -
i Ci sono immagini oniriche ampiamente codificate/flggetti
verticali che stanno per il-pene, oggetti concavi, che stanno
per la vagina, ecc. G sono invece immagini che significano
solo nell'ambito della esperienza idiosincratica del singolo,
per ragioni dì corto circuito metonimico: un paziente reagi-
sce nevroticamente ad ogni tessuto rosa perché Iswnadre, du-
rante la scena primaria, indossava una camicia da,notte rosa
In questo caso l'analista deve ricostruire il codice privato del
paziente attraverso una serie di inferenze contestuali. Ma da
un latcegli vuole pur sempre pervenire a un codice (sia pure
privato, individuale, oscuramente convenzionato daìl'Es per
parlare* se stesso e che l'Ego ancora non conosce), dall'altro
egli possiede alcune regole generative, (non dissimili da quel-
le deHa^torìca) che gli dicono come si stabiliscono sostitu-
zioni di pars prò toto, effetto causa, spostamento e condensa-
zione. Il fatto che, non conosciamo sempre le correlazìoni-po-
s^daJI'kicppscio non significa ebe l'inconscio non sia strut-
LA*FÀMlGUA DEI 'CODICI
turato in modo da produrre correlazioni: si è suggerito die
esso correli, per catene connotative, l'universo delle rappre-i
seriazioni a quello degli affetti, classi di relazioni oggettuali
a classi di angosce. II rapporto è da porre coi crittogrammi a
soluzione ilibera come i rebus e le crittografie mnemoniche.
Il sistema di regole è complesso e consente anche un errore
con apparenza significante, ma la soluzione ottimale esiste,
ed è da trovare. L'inconscio è un crittografo e il malato è un
criptoanalista riottoso.
. ■ . ì :
-ì - . . *
7. Codice e enciclopedia.
•jh v ■ ■■■<.' " ' ■ : ' . •
1 7.1. Codice e processi inferenziali. ,
! - 1 a;..''
Cosa ci ha presentato il panorama storico problematico
appena condotto? Che all'inizio di ogni discussione sui codici
c'è sf l'idea di cifra come semia sostitutiva, pura tabella di
equivalenze tra unità espressive di diversi sistemi. Se* rimane
valìda'la definizione di fenomeno semiotico proposta nel pri-
mo capitolo, come di fenomeno in cui sr presenta sempre una
possibilità dì interpretazione (come fenomeno, quindi, retto
dal modello dell'inferenza e non da quello della semplice
equivalenza) allora le semie sostitutive sono fenomeni semio-
tici 'degenerati', artifici sussidiari escogitati per favorire, suf-
fragare attività semiotiche vere e proprie. " *
Eppure anche nell'uso delle semie sostitutive (e delle ci-
fre) si instaurano processi inferenziali, sia pure molto auto-
matici. Sono in fondo gli stessi che appaiono nel riconosci-
mento di un token come occorrenza di un dato type Icfr ; Eco
198 1]. Si pensi alla percezione (e al riconoscimento)' di una
emissione fonetica come occorrenza di un tipo fonemico. Noi
abbiamo l'impressione che il riconoscimento sia automatico:
ma basta pensate alla nostra situazione in un convegno inter-
nazionale dove non sappiamo mai in che lingua si esprimerà
chi sta per prendere la parola (né se costui parlerà la lingua
che ha scelto secondo la pronuncia canonica), o a quel cWac-
cade quando ci sforziamo di comprendere i suoni eméssida
parlante di una lingua che non è la nostra. Udiamo un suono,
potrebbe essere un suono della nostra lingua, potrebbe esse-
re il suono di una lingua diversa. Prima che il parlante abbia
terminato la sua fonazione (emissione di una parola, di una
frase, di un testo) dobbiamo avere tentato alcune 'scommes-
se' (il che vuol dire alcune congetture, alcune, abduzioni).
Occorre aver congetturato che il suono o i suoni emessi all'i-
nizio della catena fonatoria debbano essere assunti come oc-j
correnze di un dato tipo fonemico, nel quadro di un sistema
linguistico dato. E solo se la scommessa; è vincente possiamo
'dare un senso' a ciò che seguirà. > ~> ■■ . - ; -. -'• 1
, Lo stesso accade con la più elementare delle cifre (come;
sa il decrittatore): occorre scommettere sul cifrario giusto.
Un punto e una linea equivarranno ad /a/ se stiamo ricevendo,
qualche messaggio in Morse, (e si tratta di un messaggio' e,
non di puro rumore). Certo, si tratta di una congettura sul
codice, non di una congettura permessa e autorizzata dal co-
dice. Ma ecco che già al livello 'piatto' della più, piatta delle
cifre riconoscimento di equivalenza e scommessa >mferenziale
iniziano a mescolarsi. Non si separeranno più. p : i -..
La presenza di processi inferenziali diventa più evidente,
nei casi più complessi di cloak:. abbiamo cercato di' mostrare
che irijquesti casi non si ha mai a che fare con un unico siste-
ma di equivalenze. Basta che due sistemi si- intreccino {efr,
per esempio ^ casi discussi nei %% 3 .r., 3 ,2) ed eccoche il cosid-
detto codice (già sistema di più codici) non è- più soltanto un
apparato-che provvede equivalenze, bensì una macchina -che
provvedejistruzioni per manovrare diversì-siptemi di equiva-
lenze in diversi contesti o circostanze. jSiaroo già nella dimen-,
sione pragmatica: ma se le istruzìoni-per muoversi nella dii
mensione pragmatica sono in qualche modo previste efpinitei
dal codice, ecco che questo codice (capace di integrare la prò-:
pria semantica elementare a una pragmatica) ha già assunto
l'aspetto di una enciclopedia, sia pure a livello minimo.
Abbiamo dapprima opposto, l'aspetto coirelazionale all'a-
spetto istìtnrionàlp del codice. Ma «i è visto che raramente
questi due aspetti vanno disgiunti, un codice, è sempre una'
tavola di correlazioni più una : serie di regole ! istituzionali.)
Non è per caso che si è usato il teimine codice, lo stesso, per
due fenomeni che all'inizio apparivano cosi diversi.
Diremo s allora che l'insistenza sul codice è stata dovuta al-,
la difficoltà di riconoscere la necessità, l'evidenza deU'encido-,
pedi a; e per alcuni autori è stato forse il modo di addomesti-,
care jljfantasma dell'enciclopedia mediante un apparato di
LA FAMÌGLIA DEI CODICI
regole dall'apparenza piti univoca e confortevole. In' molti
casi si è ricorso alla nozione di codice per le stesse ragioni per
cui si è ricorso all'idea dì dizionario. Ma si veda il secondo
capitolo di questo libro: l'idea di dizionario non poteva non
generare, dal proprio interno, la necessità dell'enciclopedia,
e cosi è accaduto all'idea di codice. Una volta che si sia rico-
nosciuta l'inevitabilità della rappresentazione enciclopedica,
nulla vieta tuttavia che per ragioni di comodità, in situazioni
locali, sì faccia ricorso al modello del dizionario; parimenti
si danno casi in cui è sufficiente spiegare in termini di codice,
e persino di cifra piatta, fenomeni semiotici elementari o resi
elementari dalla finzione di laboratorio.
Alla luce di queste conclusioni potremo allora rileggere,
ancora una volta, molti contesti in cui il termine /codice/ è
stato usato in modi spesso contraddittori, per riconoscere, al
di sotto della semplificazione e della contraddizione, la pre-
serva di una problematica più vasta; che non poteva essere
evitata.
Il codice lévi-straussiano della parentela è: a) un sistema
(s-codice) di tipo logico su cui in linea di principio qualcuno 1
potrebbe operare equivalenze e trasformazioni anche senza
sapere che i simboli usati corrispondono a relazioni paren-
tali; b) Un sistema di prescrizioni, che può essere osservato
o violato; c) nella misura in cui osservarlo o violarlo prova'
la fedeltà all'istituzione dominante, è un 1 codice in senso cor-
relazionale; d) nella misura in cui sposando una certa donna
l'Ego si impegna (lascia attendere) una serie di specifiche ob-
bligazioni nei confronti dei suoi parenti, abbiamo ideile pos-
sibilità di significazione del tipo di quelle studiate da Jakob-
son per i sistemi musicali e la pittura astratta; come anche
Lévi-Strauss aveva osservato, la donna diventa al tempo stes-
so il 'segno' delle obbligazioni che implica.
Passando al codice dei miti occorre osservare che Lévi-
Strauss usa il termine /codice/ secondo accezioni discordanti.
Quando parla di una «armatura» come «insieme di proprie-
tà che rimangono invarianti in due o più miti» parla di un
s-codice come sistema di unità di contenuto; quando parla
di codice come del «sistema delle funzioni assegnate in ogni
mito a queste proprietà», sta già parlando dì correlazioni sog-
gette a selezioni contestuali (il motivo delle viscere galleg-
gianti ha due funzioni; in codice acquatico le viscere sono
7- CODICK E ENCICLOPEDIA
congruenti coi pesci, in codice celeste con le stelle Ccfr. Lévi-
Strauss 1964, trai it. p^32i]). Quando parla- di un codice
di terzo grado (il codice metaUnguistko della sua ricerca)
«destinato ad assicurare la traducibilità reciproca tra-i vari
miti» \ibid., p. 28], parla di un sistema di regole di calcolo
che impone anche correlazioni. IndJhomme nu [i^/trad.
it. pp. 58-39] egli parla anche di codice dei singoli miti, la
cui traducibilità è affidata a un codice di gruppo di miti che
correla gli elementi dei singoli codici, e che egli chiama «in-
tercodice*. D'altra parte alI ? interno dei -singoli miti egli ve-
de agire codici diversi (astronomico, .geografico, anatomico,
sociologico, etico [cfr. Lévi-Strauss 1968, trad. it. pp. 148-
149] i quali però ci sembrano piuttosto di nuovo «-codici o
porzioni di campo semantico i cui clementi vengono, dal co-
dice del mito, associati a funzioni . . ■ > . •> ■ > . .7 1 ■ ■> - & -' 1
Si è già detto del doppio uso che Jakobson fa del termine
codice: s-codice quando si riferisce al sistema i fonologico ,
e codice correlazionale quando invece l'autore in una stermi-
nata serie di articoli, via via parla di codice mimico, cinema-
tografico, funzioni semantiche degli shifters, sottocodici, 'co-
dice della divinazione, ecc. ••' *
Pài vaga sembra l'accezione di codice nella ricerca socio-
linguistica dì Basii Bernstein: i-codici sono dei 'quadri signi-
ficanti' ma sono anche delle probabilità con le quali è possi-
bile prevedere gli -elementi strutturali che-saranno selezionati
per organizzare i significati; quando A emetteun segnale ver-
so B si sviluppa un processo di orientazione, associazione e
organizzazione (e integrazione dei segnali per produrre una
risposta coerente):- « Il termine di codice così come io lo im-
piego assume i . principi che reggono -questi -tre processi»
[1971, parte V, i].-Come si vede 1 il termine pare ricoprire a
un tempo vari dei significati già esaminati. D'altra parte il co-
dice sociolìnguistico riguarda «la strutturazione sociale dei
significati e le loro diverse ma connesse realizzazioni lingui-
stiche contestuali». Una differenza tra codice -elaborato e co-
dice ristretto sottolinea i due livelli di diversa libertà e facili-
tà simbolica di soggetti appartenenti a classi diverse: e in
questo senso la-nozione copre quella di possesso più o meno
articolato di un linguaggio naturale e delle sue regole.
Più vasta la nozione di Jurij Lotman e Boris Uspenskij
nel contesto della loro tipologia delle culture. Il punto di
I- A 'FAMIGLIA DEI'CODICI
partenza è dato dal conce t to inf ormazionale di codice, corre-
lai» alla nozione lotraaniana di testo. Il codice è un sistema
di modeilizzazione del mondo, sistema di mcidellizzazione
primario è il linguaggio, secondari gli altri sistemi culturali,
dalla mitologia all'arte. In quanto modellizzà il mondo/ il
sistema ha già una 1 sua precisa natura correlazionale. Lotman
[i 970] distingue molto chiaramente i codici- nel senso da noi
elaborato (transcodifica esterna), in cui si stabilisce una -equi-
valenza tra due catene di strutture (geminata) o tra'più cate-
ne (plurima), considerando anche la differenza tra codici se-
mantici e codici pragmatici (intesi questi ultimi- come modelli
stilistici particolari che mutano l'atteggiamento nei confronti
dell'oggetto modellizzato). Ma sottolinea che all'interno del
testo si formano significati aggiuntivi dovuti al mutuo richia-
mo dei segmenti testuali (che diventano siiwmmi'strutturali)
e si verifica una transcodifica interna, propria dei sistemi se-
miotici* nei quali il significato si forma non mediante il riav-
vicinamento di due catene di strutture, ma in modo imma-
nente all'interno dello stesso sistema». Riconosce l'esistenza
di segni rappresentativi in cui non giocano codici complessi
e «al destinatario ingenuo» pare che non vi sia alcun codice.
In tutti questi casi si ha a che fare con codici 1 correlazionali ,
^Con sistemi, 'invece, sembra abbia a che fare la tipologia
delle culture [Lotman 1969]-, dato che il compito -della tipo-
logia è la descrizione dei principali tipi di codici culturali sul-
la cui base prendono' forma le 'lingue' delle 1 varie culture.
Questi codici sociali sono naturalmente istituzioni (e quindi
sistemi di norme) o : ststem i di valori (come 'onore* 1 , 'gloria')
ma l'esame, dei testi è anche l'esame di 'come questi elementi
sistematici -possanoessere espressi. Pertanto la tipologia 'del-
le culture oscilla intorno alla doppia accezione di codice cesene
istituzione e codice come correlazione, in entrambi i casi il
codice culturale essendo un modello del mondo e- quindi
qualcosa che permette ai propri elementi espressivi di stare
per altri contenuti. Peraltro Lotman [1970! distingue cultu-
re che noi chiameremmo ipocodificate, basate su testi che
propongono modelli di comportamento e culture che noi Ria-
meremmo ipercodificate, basate su manuali ovvero gramma-
tiche [dir. anche Lotman e Uspenskij 1 97 jj. '
■ " Egli inoltre distingue, con la pluralità dei codici e dei sot-
tocodiei, anche la dialettica tra codici dell'emittente e' codici
7,, CODICE E ENCjtCJLQPEDlÀ
del destinatario [cfr. anche Eco 1968, a proposito degli scarti
interpretativi di un messaggio dovuti alla differenza dei co-
dici], dialettica particolarmente operante, e m modi diversi,
sia nella comunicazione standardizzata dei mezzi di massa che
nella letteratura del testo poetico. " - .
Diremo che- in Lotman/ apparendo chiara la distinzione
tra correlazione e istituzione, i due aspetti- del problema si
fondono continuamente e coscientemente, a sottolineare l'i-
stanza comunicativa che pervade il suo modo di considerare
le istituzioni e l'uso che i membri del corpo sociale ne fan-
no. Istanza unificatrice che vale a giustificare l'invadenza con-
temporanea del concetto di codice anche là dove si -rendereb-
be necessaria (come abbiamo tentato- di r f are) una più accu-
rata distinzione tra le varie accezioni del termine. Parimenti
rappresentativa per questa tematica è l'opera di Roland Bar-
thes, dalle prime opere semiotiche [1964]^ in cui le nozioni
sono chiaramente precisate, a quelle della maturi(à,fdovetri-
prende il sopravvento la tendenza unificatrice.
Roland Barthes accenna ja varie riprese a codici correla-
zionali: intitola Système de la Mode [1967] il suo noto- sag-
gio e in parte esamina le regole interne di trasformazione dei
tratti vestimentari, ma vede la moda anche come codice cor-
relazionale o .codice vesti mentano reale (un abito sta per
qualcos'altro) e soprattutto elegge a oggetto del proprio-stu-
dio la- correlazione tra il linguaggio verbale che descrive la
moda e la moda vestimentaria descritta .(codice vestimenti
rio parlato). ,
In S/Z [1970] Barthes individua nel corso della ricerca
cinque codici,, seraico, culturale, simbolicoi, ermeneutico te
proaire tira. Il codice proairetico, o delle azioni, è senz'altro
un sistema di comportamenti; il codice ermeneutico si pre-
senta come inventario dei termini formali tramite i quali un
enigma viene centrato, posto, ritardato (e si tratterebbe quin-
di di un sistema), ma anche formulato (e si pensa a una corre-
lazione) in quanto il codice ermeneutico è anche l'insieme
delle unità aventi la funzione di articolare una domanda, la
sua risposta e i vari accidenti che preparano la domanda e ri-
tardano la risposta. Si potrebbe dire, proseguendo la lettura
di SfZ, che Barthes, sia pure in modo metaforico, passa in
rassegna in questo libro, tutte le varie accezioni di codice sin
qui considerate. E vi è un 'brano dell'operain cui, accennan-
: la' Famiglia dei 1 codici
do all'universo dei codici 1 intertestuali a cuì il racconto rin-
viategli cifa'assaporare'le ragioni per cui la cultura contem-
poranea individua codici dappertutto e ad ogni costo: l'esi-
genza di trovare ovunque del culturalizzato e del già detto e
di vedete la vita culturale come una combinatoria più che
come una creazione exnibiloi «Il codice non è una lista, un
paradigma che occorre ricostruire ad ogni costo. Il codice è
una prospettiva di citazioni, un miraggio di strutture... sono
altrettanti barbagli di quel qualcosa che è 'sempre- stato già
letto, visto, fatto, vissuto: ti codice è il solco di questo
già. Rimanendo a ^quello che- è stato scritto,' vale a ; dire' al
Libro (della cultura, della vita come cultura), fa del reato il
prospetto di questo libro. In questo testo ideale le reti sono
multiple... i codici che mobilita si profilano a perdita^d' oc-
chio:.. Ogni codice è una delle forze che si possono impadro-
nire del testo (di cui il testo è larete), unadelle ! Voci di cui<è
intessuto il Testo » (trad. if; pp. 24-25 % ' ' ' c ■
Valga, a conclusione di una indagine^che W mteso<listu>
guc re al massimo le caratteristiche di una categoria' non priva
di ambiguità, questo richiamo metaforico all'unità della pro-
spettiva; vedere la vita della cultura come tessuto di codici
e come richiamo continuo da codice a codice ha significato
cercare, in qualche modo, delle regole per l'attività' della se-
miosi. Andre quando le regole sono state semplificate, è stato
importante cercarle. La battaglia per il codice è stata una bat-
taglia contro l'ineffabile. Se vi è regola viè istituzione e vi è
società e dunque vi è un meccanismo in qualche modo co-
struìbile e decostruibile. 'Parlare 1 di codice ha significato ve-
dere la cultura come fatto di interazione regolata, l'arte, la
lingua, i manufatti, la percezione stessa come 1 fenomeni di
interazione collettiva retti da leggi esplicitabili. La vita cul-
turale non è più stata vista come creazione libera, prodotto
e oggetto di intuizioni mistiche, luogo^deirineff abile, 1 pura
emanazione di energia creatrice, teatro di una rappresenta-
zione dionisiaca retta da forze che la precedono e su'tui 1 l'ana-
lisi 'non ha presa. La vita della cultura è vita di testi retti da
leggi intertestuali dove ogni «già detto 1 » agisce come tegola
possibile. lì già detto costituisce il tesoro dell'enciclopedia.
< Si è affermato, con la nozione di codice, che anche là dove
si verificano fenomeni per ora in gran parte sconosciuti, non
vi ! è per principio dell'incoiwscibile, perché qualcosa -rimane
7. CODICE E fcNCKXOPEDIA
3.01
oggetto di indagine, ed è il «sterna delle regole, per quanto
profonde, per quanto intrecciate secondo il modello della
rete, del labirinto, e, per quanto esse possano essere labili,
traditone, artificiali, dipendenti idai contesti e dalle cir-
costanze. ... ,? , _i!.|<;--..
Da questo punto di vista< l'enfasi e l'entusiasmo (diciamo
pure la fretta) con cui il post-strutturalismo haosrcato di far
giustizia dei codici e dei loro sistemi, sostituendo alla regola
il vortice, la béance, la differenza pura, la deriva, la possibi-
lità di una decostruzione sottratta ad ogni controllo, non va
salutata con troppo entusiasmo. Non costituisce un passo
avanti, bensì un ritorno all'orgia dell'ineffabilità.
Si debbono criticare e punire (criticamente) gli appiatti-
menti 'facili' di ogni nozione di regola sociale (e quindi se-
miotica) e m questo libro si è cercato di farlo: ma non si deve
perdere l'energia e l'entusiasmo con cui, dalla metà del secolo
in avanti, ci si è mossi nell'intento di spiegare le leggi della
semiosi - e quindi del comportamento umano.
Il codice non può essere solo una cifra: sarà una matrice,
che permette infinite occorrenze, la sorgente di un gioco. Ma
nessun gioco, neppure il più libero e inventivo, procede a ca-
so. Escludere il caso non significa imporre ad ogni costo il
modello (impoverito, formalizzato e fallace) della necessità.
Rimane lo stadio intermedio della congettura esposta sem-
pre, come Peirce sapeva, al principio del fallibilismo, retta
dalla fiducia che le leggi, che escogitiamo per spiegare l'in-
forme, in qualche modo, mai definitivo, lo spieghino.
L'idea di codice, assunta nella forma 'ricca' proposta in
queste pagine, non è garanzia di sicurezza, armistizio e pace:
può essere anche la promessa di nuove inquietudini.
Parlare di codici significa assumere che non siamo dèi, e
siamo mossi da regole. Rimane da decidere (e su questa do-
manda le forze si sono divise) se non siamo dèi perché siamo
determinati da regole che noi stessi ci poniamo o se non sia-
mo dèi perché la varietà delle regole è determinata e consen-
tita da una regola che sta fuori di noi. Il codice può essere
nomos o pbysis, la Legge della Città o il clinamen. Ma si può
anche pensare alla matrice aperta di un gioco e alla tendenza
a un clinamen che non sia necessariamente data, ma in qual-
che modo posta continuamente dalla attività umana della se-
miosi. Si può pensare all'enciclopedia come labirinto, global-
3<y2 "'LA FAMIGLIA DEI CODICI
mente indescrivibile, senza assumere né che"non *si possa de-
scrivere localmente, né che, poiché in ogni pcaso 1 sarà il labi-
rinto, non possiamo studiarlo e costruirne i percorsi.
Sorto la metafora del codice, anche quando è stata pura
metafora, c'è stata almeno una ossessione unificante, «quella
della dialettica tir legge-e creatività, o - secondo Je parole
di Apo llin a r e - della lotta costante tra' l'Ordine e l'Avven-
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Riferimenti bibliografici


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